← Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Gregorovius, Ferdinand · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #78188, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 (part 3 of 3)

[481] Scrivevasi Fregapane, Frayapanus, Frajapanis, Frajampane, Phrigepanius, Frangipane, Frangenspanem. Nella donazione di Matilde vien detto: in praesentia Centii Frajapanis, che è il figliuolo di Leone. In santa Cecilia nel Transtevere esiste un’antica lapida mortuaria coll’iscrizione: S. IOHIS FRAIAPANIS (marito di donna Bona e padre di Cencio secondo). Un’altra lapida, che è in quella stessa chiesa (vi sono rappresentati l’imagine del morto e lo stemma con quattro leoni rampanti, disposti in quattro quarti, ma senza il pane), dice: HIC IACET GVIDVTIVS FRAYAPANVS CVIVS AIA REQVIESCAT IN PACE. Da Cencio il PANVINIO fa derivare il ramo della famiglia De Gradellis; nel NERINI (n. XXVIII) compare, nell’anno 1243, un Oddo Frejapanis de Gradelle, e vien detto: in porticu Gallatorum ante Eccl. S. Mariae de Gradellis. Nei MIRABILIA si nota: Ad Gradellas fuit Templum solis; ed è possibile che ivi s’intenda parlare del Septizonium. Il Porticus Gallatorum del medio evo ben è il Porticus Gallae, di cui parla PIETRO PISANO (Vita Paschalis II, c. 16): incerto è poi se lo si debba far derivare dalla chiesa di santa Galla.

[482] Nel secolo duodecimo i Frangipani signoreggiarono la Regione del Colosseo. In un documento dei 10 Marzo 1177 (che esiste nell’archivio lateranese) si sottoscrivono: Bernardus Gregorii de Gregorio, Petrus Roberti, Joannes Mancinus, Andreas Scriniarius, Sasso Oddonis de Saxo, Joannes Cincii, Joannes Judex, Romanus de Bonella, Joannes Adulterinus, Gregorius Lovaci, Jordanus Albertucius, Nicolaus della Scotta, Nicolaus Sarracenus, Cencius Vetulus, Stephanus Pelliparius, Laurentius Caput Vacae, Joannes Capocius, Nicolaus Octaviani, Bovacianus Romani de Ranucio, Petrus Romani, Nicolaus Joannis Micini, Bovo Todorelli, Joannes Tinessus Gaudens. Dicono: nos omnes suprascripti homines pro nobis et aliis hominibus regionis Colossei — auctoritate dominor. de Frangenspanibus quicquid juris — habemus in coena domini in oblationibus altaris majoris Eccl. Lateran., e precisamente ne fanno cessione ad alcuni canonici di quella basilica (Mscr. PANVINII, p. 254).

[483] Di questi fatti narra PANDOLFO, da testimonio oculare, nella Vita Honorii, c. 2. Vedi eziandio il CARD. ARAGON. e PIETRO DIACON., IV, c. 83.

[484] PIETR. DIACON., IV, 83. Sull’origine e sulla patria di Onorio II vedasi il LIVERANI, Lamberto da Fagnano (Macerata, 1859), pregevolissima monografia.

[485] Lothario ill. et glor. Romanor. regi, consules romani et alii principes salutem et prosperitatem. Nos in servitio et fidelitate b. Petri et domini P. Honorii persistimus, et quod placet ei amamus (è l’ultima volta che i Romani parlano così)... Nos interim diligenti studio operam dabimus, quatenus — pop. Rom. ad te sicut decet honorifice suscipiendum sit paratus (senza data); Cod. Udalr., n. 351. Indarno tentò Corrado di avvicinarsi a Roma: vedine il JAFFÉ, Storia dell’Imp. tedesco sotto di Lotario, Berlino, 1843, p. 71.

[486] GIANNONE, II, X, c. 10. Della morte di Guglielmo (VIII. Kal. Aug. 1127) parla FALCONE, p. 101, il quale con ingenuità e con vivezza descrive eziandio l’arrivo di Rogero e gli avvenimenti che vennero dopo. Vedi anche ALEXANDRI ABBATIS TELESINI, Historia de rebus gestis Rogerii Siciliae Regis, lib. I, c. 4 (MURATORI, V).

[487] Così fin d’ora i Papi protestarono, lor guerre politiche esser guerre sante, e perciò di autorità divina ne impartirono indulgenze. Ex auctoritate et B. M. virginis, et Sanctor. Apostolor. meritis, talem eis impendit retributionem, eorum videlicet, qui delictorum suorum poenitentiam sumpserint, si in expeditione illa morientur, peccata remisit, illorum autem, qui ibi mortui non fuerint, et confessi sunt, medietatem remisit: FALCO, p. 104.

[488] ROMUALD. SALERNIT., p. 264 (MURAT., VII).

[489] La preziosa Cronica di Fossanova sparge luce su queste piccole guerre combattute nella Campagna. Essa nomina terre che ancor durano in quel paese de’ Volsci, Supino, Magentia (Maenza presso Piperno), Aqueputia (Torre Acquapuzza), Roccasecca, Julianum, S. Stephanum, Prosseum (Prossedi), Tertium (Pisterzo), S. Laurentum. Onorio conquistò questi luoghi, ed eziandio Trevi e Segni (CARD. ARAGON.).

[490] Così ne dà notizia la lettera degli Anacletani a Didaco di Compostella (FLOREZ, España Sagrada, XX, 513), ed è facile che sia cosa vera: per laicorum manus mortuus miserabiliter defertur sicut vilissima bestia in claustrum trahitur, et in vilissimum sepulcrum immergitur. Di Onorio non v’ha in Roma monumento alcuno. San Crisogono nel Transtevere, edificato a nuovo nel 1128, è monumento di Giovanni di Crema, cardinale, che fu il vincitore di Burdino, ed ebbe da quella chiesa il suo titolo. SEVERANO, Memorie, p. 314.

[491] BENIAMINO DI TUDELA, Itinerarium (Lugduni, 1633, p. 10): Hic ducenti ferme Judaei viri honorati, nemini tributum pendentes, inter quos suos habet magistros Papa Alexander. Egli appella il rabbino Geiele (trans Tiberim habitans) Papae minister, juvenis formosus, prudens ac sapiens — in aula Papae — ipsius facultatum administrator: e dice che Natano, zio di lui, aveva scritto un libro «Aruch». Vedi da ciò che gli Israeliti in Roma si occupavano anche di lettere. — Beniamino trovò a Marsiglia 300 Ebrei di sesso maschile, a Capua 300, a Napoli 500, a Salerno 600, ad Amalfi 20, a Benevento 200, a Melfi 200, a Taranto 300, ad Otranto 500, a Messina 200, a Palermo 1500, e 2000 nel sobborgo di Pera a Bisanzio.

[492] Nell’anno 1020, a causa di un terremoto. Il Papa fece impiccare alcuni Ebrei: ADEMARO, Hist., III, c. 52. — L’Ordo Romanus di CENCIO (saec. XII) nomina la loro Schola per ultima fra le diciassette, che nei dì festivi ricevevano un donativo di denaro: Judaeis viginti solidos provesinorum. Nelle processioni pontificie eglino si postavano juxta palacium Cromacii, ubi Judaei faciunt laudem, non lungi da Monte Giordano (MABILLON, Mus. It., II, 143).

[493] La invettiva di ARNOLFO (Mon. Germ., XII, 711) contro di Anacleto II, indiritta a Girardo legato del Papa nelle Gallie, dice: Cujus avus cum inaestimabilem pecuniam multiplici corrogasset usura — circumcisionem baptismatis unda dampnavit. — Factus dignitate Romanus — dum genus et formam regina pecunia donat, alternis matrimoniis omnes sibi nobiles civitatis ascivit. Anche BENZONE (II, c. 4), che di persona conobbe a Roma Leone, scrive: Leone, originaliter procedente de Judaica congregatione. SAN BERNARDO, Ep. 139: Judaicam sobolem sedem Petri occupasse. E così la lettera di Gualtiero arcivescovo di Ravenna (MANSI, XXI, 434) chiama lo scisma di Anacleto: Judaicae perfidiae heresis. — Il BARONIO (a. 1111, n. 3) trasse da un Codice di Monte Cassino (che contiene i poemi di ALFANO) un epitaffio che questo Arcivescovo compose pel nobile romano Leone, fondatore della casa Pierleona:

Hic jacet in tumulo Leo vir per cuncta fidelis Sedis Apostolicae tempore quo viguit. Romae natus, opum dives, probus et satis alto Sanguine materno nobilitatus erat. Prudens et sapiens, et coelo pene sub omni Agnitus et celebris semper in Urbe manens. Virgo ter senis fuerat cum sole diebus Quando suum vitae finierat spatium.

Forse questo Leone fu sepolto in santo Alessio, ed è sua la iscrizione (nel GALLETTI, VII, n. 4): HIC REQVIESCIT CORPVS DOP[=N]I LEONIS CONSVL’ ROMANORUM. Il Rotschild del medio evo, creato barone romano dal Papa indebitato!

[494] Il Chron. Maurin. (DUCHESNE, IV, 376): Leo a Judaismo pascha facient ad Christum, a Leone baptizari et ejus nomine meruit intignati. Hic vir — in Curia Romana magnificus, genuit filium Petrum, magnae famae, magnaeque potentiae post futurum. — ORDERICO VITALE (p. 861) motteggia sulle fattezze ebraiche di un nipote di Leone, che nell’anno 1119 intervenne al Sinodo di Reims: nigrum et pallidum adolescentem, magis Judaeo vel Agareno, quam Christiano similem: era fratello di Anacleto, il quale pure, se si creda ad ARNOLDO, aveva faccia di ebreo.

[495] Soltanto allora che il figliuolo di Pier Leone diventò papa i Cronisti cominciarono a parlare di sua origine israelitica. Le Vitae dei Papi non ne fanno parola, e BENIAMINO di TUDELA, cui senza dubbio avranno parlato in Roma di Anacleto, ne tace per ragioni facili a comprendersi — ANSELMO, continuatore di Sigberto, appella Pietro: altitudine sanguinis glorians. I Gesta Treveror. (Mon. Germ., X, 200): facione nobilium Romanorum, quorum ipse propinquitate pollebat. EADMERO, Hist. Novor., VI, 137: erat enim filius Petri praeclarissimi Principis Romanor. ROMUALDO lo chiama: filium Petri Leonis nobilem civem Romanum.

[496] I favoleggiati Comites Montis Aventini (tradotto ii nome in tedesco) diventarono i conti di Absburgo. Sono ghiribizzi dei tempi del SANSOVINO, del VOLATERRANO, del CRESCENZI, dello ZAZZERA, di ARNOLDO WION, del PANVINIO, del KIRCHER ecc. I Pierleoni credettero con fermo convincimento alla loro parentela con casa d’Austria. Nella chiesa di santa Maria della Consolazione v’è una iscrizione dell’anno 1582, che dice: Lucretia de Pierleonibus Luce de Pierleonibus J. V. D. Filia nobilissima Romanorum et Austriae gentis sola relicta etc. In questo modo l’ultima erede del casato strombettava tuttavia le glorie de’ suoi avi. Ella pose in san Paolo una pomposa epigrafe anche al fondatore della sua famiglia, e vi è detto: Sepulcrum Petri Leonis Montis Aventini Comitis ex Anicia mox Pierleonia stirpe etc.

[497]

Te Petrus et Paulus servent Petre Leonis, Dent animam coelo quos tam devotus amasti, Et quibus est idem tumulus sit gloria tecum.

L’UGONIO lesse tuttavia a’ suoi dì un’altra iscrizione assai caratteristica di quel tempo; io non la rinvenni più:

Praeterit ut fumus princeps seu rex opulentus, Et nos ut fumus pulvis et ossa sumus. In tantisque bonis pollens Petrus ecce Leonis, Respice quam modico nunc tegitur tumulo. Vir fuit immensus quem proles, gloria, census Sustulit in vita, non sit ut alter ita. Legum servator, patrie decus, urbis amator, Extruxit celsis turribus astra poli. Omnia praeclara mors obtenebravit amara, Nominis ergo Dei gratia pareat ei. Junius in mundo fulgebat sole secundo, Separat hunc nobis cum polus hicque lapis.

La iscrizione di Lucrezia Pierleonia (NERINI, p. 395) fissa l’anno della morte di lui al 1128: erroneamente il BARONIO al 1144, chè omai, in una lettera del 1130, Anacleto chiama il padre suo bone memorie. Più tardi i sepolcri della famiglia furono collocati in parte nella chiesa di san Nicola in Carcere, e in parte nel sant’Angelo in Pescaria, dove, prima che questa chiesa fosse demolita, io vidi fuor della sua porta un sasso, con sopra in musaico lo stemma della famiglia, che rappresentava un leone rampante, a scacchi e con tre fasce.

[498] Vedi EADMERO, VI, 137 e ERNALDO ABATE (Vita S. Bernardi, Opera, II, c. 1, 1107, ed. MABILLON): la invettiva di ARNOLFO lo taccia perfino d’incesto colla sorella Tropea. Vedansi altresì le pari accuse nella lettera di Manfredo vescovo di Mantova a Lotario (nel WATTERICH, II, 275, che la trasse dal NEUGART, Cod. Dipl. Alem., II, 63). Da altra parte, SAN BERNARDO indirisse ad Anacleto, quand’era tuttavia cardinale, una lettera in cui loda le sue virtù di ecclesiastico: trovasi nel JAFFÈ, Stor. dell’Imp. ted. sotto di Lotario, p. 89.

[499] Cod. Udalr., 346. La lettera degli Anacletani a Didaco afferma che dapprima si avesse convenuto di far l’elezione dentro della chiesa di santo Adriano; ciò essendo stato impedito dai raggiri di certi vescovi, s’avrebbe deliberato di unirsi per l’elezione nel san Marco, ma poi in secreto quella si compieva nel san Gregorio. Il SUGERIO (Vita Lodovici Grossi, p. 317) dice solamente, che s’avesse deciso di congregarsi insieme nel san Marco. Qui locus quasi umbilicus Romae est, nota l’annuncio che gli Anacletani ne diedero a Lotario (BARON., a. 1130, n. 17). Troppo prossime al san Marco erano le torri dei Pierleoni; il partito avverso ne stava in temenza, e Pietro manifestamente metteva in giuoco tutti i mezzi, massime il suo denaro, per essere eletto. Da ambe le parti si agì disonestamente.

[500] Pietro di Porto gridò agli avversarî: Siccine didicistis Papam eligere? in angulo, in abscondito, in tenebris, in umbra mortis — contempto canone — me inconsulto Priore vestro, laddove gli Anacletani avrebbero fatto la elezione in luce, in manifesto (lettera ai quattro vescovi suburbicarî che avevano votato per Innocenzo: BARON., n. IX). In termini opposti parlano il Cod. Udalr., n. 346, l’annuncio dell’elezione che gli Innocenziani spedirono a Lotario (n. 352) e il manifesto d’Innocenzo stesso (n. 353: MANSI, XXI, 428), nel quale Anacleto è dipinto come un tiranno sitibondo di sangue.

[501] ANSELMO, Contin. di Sigberto: Gregorius privilegium electionis ab Honorio papa adhuc vivente consensu quorundam cardinalium sibi usurpat; Petrus altitudine sanguinis glorians, domum Crescentii invadit, caedibus, hominum rapinis, incendiis grassatur. Il Chron. Maurin. dice del partito di Innocenzo: Nimis festinanter, ut a quibusdam dicitur, pontificalibus induunt insignibus, precisamente perchè Pietro manifestamente aspirava al papato (p. 376).

[502] Palladium (Pallara), e i Cardinali appongono questa data: Apud Palladium XII Kal. Mart. (18 Febbraio) — post haec palladium, in quo Dom. noster, P. Innocentius — resiedebat, aggreditur (Cod. Udalr., 352). Fu consecrato papa in santa Maria Nuova, ai 23 di Febbrajo (PAGI, a. 1130, n. V, e JAFFÈ); e in quello stesso giorno fullo Anacleto in san Pietro.

[503] I nemici di Anacleto dissero che egli saccheggiasse le chiese, e Judaeos ajunt esse quaesitos, qui sacra vasa, et imagines deo dicatas audacter comminuerent (Vita S. Bern., II, c. 1). Le lettere della parte contraria sono registrate nel Cod. Udalr., 345, 352, 353 e nel CARD. ARAGON. I biografi posteriori de’ Papi dicono che si corrompesse il popolo mercè di quella rapina. Certo che di siffatti eccessi furono commessi, sebbene Pietro di Porto neghi: depraedationem illam et crudelitatem, quam pretenditis, non videmus (lettera ai quattro Cardinali vescovi).

[504] Prima annunciò al Re tedesco il suo esaltamento, e gli chiese che venisse a Roma: Trans Tyberim V Id. Maji (Cod. Udalr., 353).

[505] Le Biografie pontificie appellano il padre suo con nome di Giovanni di Transtevere; il suo epitaffio posteriore dice: de domo Paparescorum. Una famiglia De Papa o Paparoni trovasi omai nel secolo decimo; nell’anno 975 un Johes de Papa de septem viis; nel 1079 un Oddo de Papa. E al tempo di Benedetto VIII: Joh. qui Paparone vocor (GALLETTI, Mscr. Vatic. 8042, ove discorre di questa famiglia). Pertanto io dubito delle considerazioni del PANVINIO (Storia della famiglia Mattei, mscr. nell’archivio della famiglia dei principi di santa Croce), il quale soltanto da Innocenzo II fa derivare il nome della famiglia De Papa: e precisamente egli dice che fondatore di essa sia stato Guido, il cui figlio Giovanni fu padre di Innocenzo II. Quella famiglia s’avrebbe chiamato anche col nome Romani, e da dopo il 1300 ne sarebbero stato un ramo i Mattei. — Le tombe dei Papareschi erano in S. Jacobus de Septimiano. — Cortigiano di Innocenzo II fu Romanus de Papa (documento dei 4 di Aprile 1139, MANSI, XXI, n. 542), figlio di cui fu Cencius Romani de Papa, con molta discendenza (MURAT., Ant. It., II, 809). Le torri dei Papareschi erano, tuttavia nel secolo decimoquinto, in vicinanza di santa Maria in Transtevere, la quale Innocenzo II con molta magnificenza aveva restaurato. A. 1442: contrata quae dicitur li Papareschi in parochia S. Calisti (Mscr. Vat. 8051, 125).

[506] Le trentotto lettere di Anacleto sono contenute nel bel Codice a pergamena che si conserva a M. Cassino (n. 159 del saec. XIV). Da un altro Codice le pubblicò CRISTIANO LUPO (T. VII, Oper., Venet. 1724). Ad eccezione delle prime, questi frammenti di lettere (la più parte senza data) non hanno valore storico.

[507] Dat. Romae apud S. Petr. Kal. Maji, come sta scritto nel Codice di Monte Cassino. Invoca la ricordanza dell’antica amicizia del Re, massime fra questo et b. m. patrem meum. — Sane clerus omnis Rom. individua nobis charitate cohaeret; Praefectus urbis, Leo Fraiapanis cum filio et Cencio Fraiapane et nobiles omnes ac plebs omnis Romana consuetam nobis fidelitatem fecerunt. Nella lettera dei Romani, data ai 18 Maggio, e nella seconda di Anacleto il Prefetto è appellato Ugo: al tempo di Onorio prefetto era ancora Pietro (GALLETTI, del Prim., n. 57). Può darsi che Ugo fosse il fratello di Anacleto, oppure un Frangipane, ma ciò non si può rettamente chiarire. Siccome dal documento che trassi dal CONTELORIUS, il Prefetto che era in officio nel primo anno di Anacleto II è chiamato Uguccio, io preferisco credere che fosse Uguccione fratello di Anacleto.

[508] La seconda lettera, apud S. Petrum Idib. Maji, dice che egli possiede tutta Roma in beata pace, e che nel giovedì santo ha pronunciato la scomunica contro di Corrado. Fa seguito una lettera indiritta alla Regina, zeppa di nauseante unzione, nel tempo stesso che vi si caricano di villanie i cardinali Almerico e Giovanni di Crema. Pari contumelie contiene la lettera de’ Cardinali.

[509] Domino Lothario glorioso ac triumphatori Romanorum regi, Hugo prefectus urbis, et fratres ejus (così e non già frater è scritto nel Cod. M. Casin. ed in LUPO), Leo Frejapane, et Cencius frater ejus, Stephanus de Tebaldo, Albertus Johannis de Stephano, Stephanus de Berizo, Berizo frater ejus, Henricus fil. Henrici de sco Eustachio, Octavianus frater ejus, et reliqui Rom. urbis potentes, sacri quoque palacii judices et nostri consules et plebs omnis Romana salutem et gloriam et de hostibus universis victoriam... Acta Romae feliciter XV Kal. Junii. Reputo perciò che Hugo prefectus urbis et fratres ejus qui significhino i Pierleoni, i quali altrimenti sarebbero stati ommessi in questa enumerazione.

[510] FALCO, a. 1130; PETR. DIACON. IV, c. 99. Il Diploma di investitura è dato: Benevent., per man. Saxonis S. R. E. presbyteri Cardinalis, V Kal. Octobr. Ind. IX, anno Dom. Incarn. 1130, Pont. Dom. Anacleti II Papae anno I (BARONIO, n. LII). Vi si sottoscrivono fratelli e parenti di Anacleto: signum man. Petr. Leonis Romanor. Consulis... Rogerii fratris ejus... Peter Uguiccionis filii... et Petri Leonis de Fundis. Uguccione era fratello di Anacleto. Se si creda a ORDERICO VITALE, XIII, p. 898, re Rogero avrebbe benanco sposato una sorella di Anacleto: filiam Petri Leonis, sororem Anacleti Pontificis uxorem duxit. Però può darsi che ciò non sia vero; Rogero ebbe mogli parecchie. Anacleto addirittura lo investì anche di Capua e di Napoli.

[511] L’età di Gregorio VII e delle Crociate fu feconda di ordini monastici. Fo cenno della fondazione dei Certosini, avvenuta per opera di Brunone di Colonia, canonico di Reims (la Chartreuse vicino Grenoble, 1084): chiamato da Urbano II in Italia, Brunone si ritirò in una solitudine delle Calabrie, dove morì nel 1101: la sua istituzione fu favorita dal grande conte Rogero. — Norberto fondò i Premonstratesi (Premontré presso a Laon) intorno al 1120; Bertoldo, calabrese, in sul 1156, costituì i Carmelitani sul monte Carmelo. — Ordini cavallereschi: i Gioanniti fondati da mercanti amalfitani e confermati da Pasquale II nel 1113; i Templarî fondati intorno al 1118 e confermati da Onorio II; i cavalieri teutonici fondati nel 1190.

[512] Plenitudinem imperii in eadem Romana civitate, sicut decebat, offerens: DODECHINO, nel PISTORIO, a. 1131.

[513] Pisani et Januenses — cum navali exercitu Romam venientes, Civitatem veterem, Turrim de Pulverejo, et totam Marmoratam eidem Pont. subjugarunt: CARD. ARAGON., p. 435. Il tota si confà tanto poco al piccolo luogo della Marmorata (sì come effettivamente sta scritto nell’originale Cod. Vat. 1437), che io correggo in Maritimam. Che Pulverejo o Pulverea sia forse un corrotto di San Severo, oppure che sia Palo? — Civitas vetus ed anche vetula (Reg. Farf., n. 1098, a. 1084), ed ormai nell’anno 1072: civitas Veccla (Reg. Farfa, n. 1097).

[514] Vita S. Norberti (Mon. Germ., XII, 701), e la Enciclica di Lotario (MANSI, XXI, 483; Mon. Germ., IV, 81; PAGI ad a. 1133. n. VII).

[515] FALCO, a. 1133. — In manu non magna — tantillum exercitum, dice SAN BERNARDO, Ep. 139.

[516] Apud Eccl. S. Agnetis castrametati sunt. Occurrentibus autem ei Theobaldo Urbis praefecto, ac Petro Latronis cum aliis nobilibus: CARD. ARAGON., p. 435. Ugo dunque era morto o uscito d’officio. La Vita di san Norberto dice: Castra primum in monte Latronum — collocavit; e dev’essere stato un colle fuor di porta Nomentana, forse dove oggidì si va a cerca del Mons sacer. D’altronde io non mi so che d’una sola Fossa Latronis vicino al san Paolo, dove, non dapprima ma più tardi, accampò l’esercito. Oltracciò: in monte Aventino castrametati fuimus, dice Lotario stesso nella sua Enciclica, la quale fa conoscere dei negoziati prolungati che si tennero con Anacleto.

[517] Il Nonas Junii, secondo il CARD. ARAGON. Si tenne convito sull’Aventino, precisamente nel palazzo di Ottone, presso a san Bonifazio. La Cronica di Reichersperg perciò erroneamente dice di Lotario e di Richenza: ordinati sunt ab Innocentio P. in eccl. S. Bonifacii. Di lì mosse la processione. Il giuramento che fu prestato, assistenti Cencio Frangipane, Ottone nipote suo ed altri, è registrato nel BARONIO (a. 1133, n. II) e nel THEINER (Cod. Dipl., I, n. XIV) che lo trassero da CENCIO. In segno di gratitudine, Innocenzo fece più tardi dipingere nel Laterano il quadro della coronazione, e arditamente vi scrisse sotto questi versi:

Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores, Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam.

[518] Il Pactum (tratto da CENCIO) trovasi nel MANSI (XXI, 392) e nel THEINER, Cod. Diplom. (I, n. XIII): dat. Laterani VI Id. Junii. Il Papa si stipulò il reddito annuo di cento libre d’argento.

[519] Solevasi allora dire de’ Papi: pulsus ab Urbe, ab Orbe excipitur. San Bernardo scrisse ai Pisani congratulandosene con loro: Assumitur Pisa in locum Romae, et de cunctis nobilibus terrae ad Apostolicae sedis culmen eligitur — Tyranni siculi malitiae Pisana constantia non cedit (Ep. 130). Vedasi anche il TRONCI, Annali di Pisa, a questo anno.

[520] Vita S. Bernardi, lib. II, c. 2. Non v’era miracolo, per quanto fosse difficile, che desse imbarazzo a un santo di questa fatta: e una volta, annojato da uno sciame di mosche che non volevano sbrattare una chiesa, le scomunicò, ond’esse caddero morte tutte: Muscas dedicatione ecclesiae (Fusniacum) molestas excommunicavit, et omnes extinctae sunt (l. c. XI).

[521] Inventa sunt privilegia (nel campo di Rogero), in quibus Petrus Leonis ipsam Romam et ab inde usque Siciliam totam ei terram concesserat, et advocatum Rom., Ecc., et Patricium Romanorum et Regem illum statuerat: Cod. Udalr., n. 380. — Nel JAFFÉ, n. 5972, che la trasse dal FLOREZ, España Sagrada, XX, 550, trovasi la lettera di Anacleto, data ai 22 Aprile 1134 dal Laterano, nella quale scrive che Innocenzo, dopo ritiratosi Lotario, era fuggito nottetempo a Pisa, e ch’egli coll’ajuto di Rogero si apprestava a esterminare illos perjuros nostros, Leo Fraiapanem ecc.

[522] Est Caesaris propriam vendicare coronam ab usurpatore Siculo: S. BERN., Ep. 139.

[523] Perciò si venne a disputa fra Enrico e il Papa, come, ad esempio, per conto di Viterbo, di cui una metà aderiva ad Innocenzo, l’altra metà ad Anacleto. Sutri, come residenza antica di Guiberto e di Burdino, teneva le parti di Anacleto. Vedasi l’ANNAL. SAXO, p 773, il quale dà alla Tuscia romana il nome di Romania, e la distingue dalla Campania.

[524] OTTONE DI FRISINGA. Chr. VII, 19: apud Albam suburbia civitatis sibi resistere nitentis, ante expugnaverat (intendesi Henricus dux). — Romam quidem ingredi noluit ne in Romanor. negotiis impediretur: FALCO, p. 120. Degna di esser letta è la narrazione di questo Cronista, che tornò allora a Benevento dopo tre anni di esilio. Neanche in Benevento entrò Innocenzo, poichè egli stavasi in tema. — Probabilmente avvenne in questo tempo la impresa dei conti di Ceccano. Il conte Giovanni prestò al Papa il giuramento feudale (fecit et ligium hominium), e ne fu investito col simbolo di un calice (cum cuppa argentea deaurata). Questo atto degno di nota è registrato nella Storia de’ Frangipani del PANVINIO, p 217: manca nel Cod. Diplom. del THEINER.

[525] Trenta giorni stettero fra loro disputando l’Imperatore ed il Papa per l’investitura delle Puglie; alla fine quegli tolse in mano la bandiera dall’asta questi dalla lancia, e la porsero a Rainolfo: scenata indecorosa per l’Imperatore. FALCO, a. 1137, p. 122; ROMUALDO, p. 189; OTTONE DI FRISINGA, Chr., VII, 20.

[526] Ipse in civitate (S. Germani) coronam circuli patricialis accepturus remansit: PETR. DIACON., IV, c. 119. — Rex Lotharius — ab ingressu abstinuit urbis Romae, quia duorum de sede Apost. contendentium prelia et seditiones nequivit compescere: SIGEB., Contin. Gembl., ad a. 1137. — Ai 3 di Ottobre Innocenzo fu a Tivoli, indi accompagnò Lotario a Farfa: post hec data et accepta honorifice ab imperatore et principibus licentia, papa remeavit in sua (ANNAL. SAXO, a. 1137, p. 775).

[527] SAN BERNARDO, Ep. 147. — Cadaver ejus in latebris sepelitur, et usque hodie fovea illa a catholicis ignoratur: Vita S. Bern., II, 7. — Occulte sepultus: CARD. ARAGON., p. 436. — Di lui tiene tuttavia ricordanza in Roma un’iscrizione che esiste in san Lorenzo in Lucina: Anno Dni M.CXXX anno vero Dompni Anacleti Sedi Pape Primo Indict. VIII Mense Madio D. XX quinta dedicata est haec Ecla... Più tardi riferirò di una Bolla di Anacleto concernente il Campidoglio; faccio qui nota di un’altra, finora non conosciuta, riflettente la basilica dei XII Apostoli, cui egli concede la chiesa di santo Abbaciro: datum Romae apud S. Petrum per manum Saxonis S. R. E. Praesbr. Card. et Cancellar. VIII Kal. Maji in die octava. Anno dnicae Incarn. M.CXXX Pontificatus autem Anacleti Papae II anno primo. Questa Bolla, sottoscritta da diciassette Cardinali, trovasi nel Mscr. Vatican. 5560 (Storia della basilica dei XII Apostoli, del VOLATERANO).

[528] In octavis Pentecostes ipsa die complevit Deus desiderium nostrum: Ecclesiae unitatem, et urbi dando pacem. Nam illa die filii Petri Leonis omnes simul humiliaverunt se ad pedes D. Papae, et facti homines ejus ligii etc.: S. BERN., Ep. 320. — VITA S. BERN., II, c. 7. — FALCO, p. 125: fratres Anacleti — cum D. Innoc. Papa pacis firmamentum composuerunt. — CARD. ARAGON., p. 436. — Innocentius autem immensa in filios Petri Leonis et in his qui eis adhaerebant pecunia profligata illos ad suam partem attraxit: PETR. DIACON., IV, ultimo capitolo.

[529] Nel 1142, Leone Pierleone e Pietro figliuol suo furono i delegati del Papa in Sutri: Ego Caccialupus Sutrine civitatis dei gr. judex auctoritate et precepto domni Leonis Petri Leonis et Petri filii ejus civitatis Sutrine presidis, a domno Innocentio II Papa delegatorum, in quorum presentia populus Sutrinus causa justitiam faciendi congregatus erat... (MITTARELLI, III, n. 257). Qui viene a galla l’officio dei Delegati: ma allora erano nobiluomini romani, non monsignori.

[530] Vita S. Bern., II, c. 7, e MANRIQUE, Annales Cistercienses, a. 1140, c. VIII. Una inscrizione più moderna posta nel portico della chiesa del convento chiama Innocenzo II ex Familia Anicia Papia et Paparesca nunc Mathaeia. — Agli Anicî in Roma non si rinuncia; sono la idea fissa di alcune famiglie romane. — Vorrebbesi che di già Carlo Magno avesse donato all’Abazia dodici città della maremma Tusca; e di esse leggonsi i nomi sotto le loro imagini, cadute dal tempo, presso la porta d’entrata. Il monastero appartiene ancora oggidì ai Cisterciensi. L’Ughelli, che fu un tempo colà da abate, ed è l’autore dell’opera intitolata Italia Sacra, è sepolto in quel vaghissimo eremo.

[531] Questo monastero, celebrato più tardi per la sua bella chiesa di stile romano-gotico, fu fondato intorno al 1036 dai Verulani, e vuole la tradizione che si edificasse sopra terre appartenute a C. Mario (perciò appellato Casa Marii). Forse a’ tempi di Eugenio III ebbe monaci Cisterciensi di Chiaravalle. RONDININI, Brevis Historia Monasterii S. Mariae et Sanctor. Johis et Pauli de Casaemario, 1707. — L’anno 1861 posero quartiere nel convento le bande del Chiavone; lo presero d’assalto i Piemontesi, ma per felice ventura la chiesa ne uscì salva.

[532] OTTONE DI FRISINGA, Chr., VII, c. 23. È appena credibile che i Vescovi raccoltivi giungessero a mille. Fra i Decreti del Concilio (MANSI, XXI, 523) comprendesi la proibizione data ai preti leges temporales, et medicinam gracia lucri temporalis addiscere; il principio dell’inviolabilità del clero dalla mano de’ laici; il divieto dei tornei di cui allora incominciava l’andazzo: detestabiles autem illas nundinas vel ferias, in quibus milites e condicto convenire solent, et ad ostentationem virium suarum et audaciae temerariae congrediuntur, unde mortes hominum... (n. XIV). Ai morti in torneo si negava sepoltura cristiana (Concilio di Reims, a. 1157, Canon. IV).

[533] Dirittamente dice a questo proposito il MURATORI: «A cui (Innocenzo) e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del Salmo: Hi in curribus et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus».

[534] La Cronica di Fossa Nova parla anche del Prefetto; tunc Papa et praefectus, et Dux Robertus cum multis venientes apud S. Germanum — et facta est redemptio tacenda. Ai 4 Aprile 1139 Teobaldo si nomina ancora come prefetto, in un documento nel quale l’Abate di san Gregorio cita Odone de Polo a presentarsi davanti il Concilio (MANSI, XXI, 542). Ivi pure si parla del figlio del Prefetto che fu noto a’ tempi di Pasquale; infatti vi è detto: Oddo misit ad dom. Papam Petrum de Antegia, et Petrum Petri praefecti filium.

[535] Questi fatti sono narrati esattamente da FALCONE: se si stia a lui, avrebbesi condotto il Papa prigioniero X die stante mensis Julii; dunque, a conto suo, nel dì 22 Luglio. La Bolla dell’investitura: Quos dispensatio, è data ai VI Kal. Aug. (MANSI, XXI, 396).

[536] I documenti raccolti nei Monum. Regii Neapol. Archivii registrano, ancora fino alle ultime, l’êra imperiale bizantina. L’ultimo Duca di Napoli era morto, vassallo di Rogero, omai nell’anno 1137, in vicinanza di Ragnano. Nell’Agosto 1139 vennero a Benevento gli ambasciatori di Napoli a far soggezione a Rogero: FALCONE, a. 1139; GIANNONE, XI, c. 3. — Rogero fece misurare la periferia di Napoli; allora il suo circuito contava 2363 passi (FALCONE, p. 132). — Gaeta, da dopo il 1062, dipendeva da Capua, sebbene avesse Duchi suoi proprî fino a Riccardo Bartolomei in sul 1135, quando duca di Capua diventò Anfuso, figlio di Rogero.

[537] Utinam, inquam, miserabilis atque infelicis Tusciae partes felici vestro imperio cum adjacentibus provinciis adjungerentur, et res perditissimae pacifico regni vestri corpori unirentur: pari discorso di quello che fu tenuto ai dì nostri; e re Vittorio Emanuele può con qualche compiacimento specchiarsi nella storia di Rogero. Le parole riferite, scriveva a Rogero l’abate Piero di Cluny (BARON., a. 1139, n. 20), irritato perciocchè, tornando in patria nel 1134 dal Concilio di Pisa, fosse stato svaligiato da ladri in vicinanza di Luni. — Rogero, da quell’astuto che era, si guadagnò le buone grazie degli Ordini religiosi francesi, financo di san Bernardo, poichè fece venire in Sicilia monaci Cisterciensi.

[538] Questo, com’è naturale, andavano sfringuellando i Cardinali, sebbene FALCONE in generale lo dica del popolo romano. — Si avrà notato che da lungo tempo Benevento era amministrato da Cardinali; così sorse l’officio dei Cardinali legati in qualità di governatori.

[539] Egli stabilì un formale onorario per giudici e per notai (di cento libbre all’anno): CARD. ARAGON., p. 436. — La procedura delle liti serba la forma antica. Nell’anno 1139, Innocenzo in persona tiene la presidenza del tribunale in un giudizio promosso contro Odone de Polo, un che rubava beni di monasteri: giudici e assessori sono Vescovi, Cardinali, Teobaldo prefetto della Città, Cencio e Odone Frajapane, Leo Petri Leonis coi suoi fratelli, e altri nobiluomini (MANSI, XXI, 542).

[540] Il felice stato di Roma è lodato nella Vita S. Bern., II, c. 7: Post multifarias egestates in brevi civitas opulenta refloret...

[541] Ancora Tivoli aveva nome di comitato; la Contea s’era unita insieme col Vescovato, ma il Papa vi teneva un Rettore. In un’iscrizione dell’anno 1140 si parla di adunanze di popolo per regioni (publica contio regionum), e si discorre del Populus Tiburtinus: Consoli non compaiono. Le condizioni di maggiore independenza che possedevano le città della provincia romana, sono poste in aperto da un trattato di commercio conchiuso fra Gaeta e Marino di Circeum nell’anno 1132, dove quest’ultimo si obliga così: Cum Terracinensibus pacem et treguam non faciemus sine vestra licentia, et si aliquando vos Gaetani guerram vel pugnam cum Terracinensibus habueritis, adjuvabimus vos — cum armis, equis et personis nostris. Qui il popolo di Terracina apparisce independente al paro di quello di Gaeta: del Papa neanche si piglian pensiero. È un documento registrato nel GIORGI, Dissert. Historica de Cathedra Episcopali Setiae Civitatis, Roma, 1727, App. V.

[542] Chron. Fossae Novae: Ind. III venit rex Siciliae, et filii ejus mense Julio ceperunt Soram, Arcem et usque Ceperanum. — Vi hanno riferimento due iscrizioni, sol di poco difettose, originarie di Sant’Angelo in Valle Arcese, che oggidì sono nell’atrio di santa Maria in Cosmedin, infisse nel muro. La prima: Regis itaque Siculi Rogeri potestas immoderate crescens — — — Tiburtinus deprendens PP. (populus) valde timuit. Et munire infirmiora loca civitatis etc. etc. La seconda in cui compare Tebaldus Rector, ha la data: Anno Dni MCXL Anno XI Papatus Dni Innocentii Sedi PP. M. Aug. D. IIII. Le iscrizioni sono riferite nel CRESCIMBENI, Storia di S. M. in Cosmedin, p. 48 e 54, e nel VIOLA, Storia di Tivoli, II, 160. La seconda è registrata anche nel GALLETTI, Inscript., Ap. ad Class. I, n. 9.

[543] La guerra con Tivoli incominciò omai nel 1140; lo si rileva dal Placitum concernente Odone de Polo (MANSI, XXI, 542), dove sulla conchiusione è detto: Sed quia inter dominum Papam ac Tiburtinos controversia emerserit...

[544] È una leggenda cittadina (ed il VIOLA per carità di patria la adorna di fiori), che a quest’occasione il corso dell’Anio deviato, si rovesciasse addosso del campo romano. Le Croniche italiane fanno diffalta allo Storico, e di sì memorandi avvenimenti, Roma per erudirsi deve mendicar notizie da un Vescovo tedesco. OTTONE DI FRISINGA, Chron., VII, c. 27: Dum cum pontifice suo in obsidione praefatae civitatis morarentur, civibus egressis, et cum ipsis manibus conserentibus, multis amissis spoliis, turpiter in fugam conversi sunt.

[545] Una Bolla di Innocenzo II è data ai 19 di Maggio in monte Tiburtino (JAFFÈ, n. 5853), probabilmente durante il secondo assedio. La Cronica di SICARDO (Murat., VII, 598) dice giustamente: A. dom. 1142 Innocentius — Tiburtum obsedit.

[546] Il Juramentum Tiburtinorum, sventuratamente senza data e senza sottoscrizioni, è nel MURATORI (Antiq. It., VI, 251), che lo trasse da CENCIO (nel THEINER manca): Ego ille ab hac hora in antea fidelis ero b. Petro et dno meo Pp. Innocentio ejusque successoribus canonice intrantibus. Non ero in facto neque in consilio aut in consensu ut vitam perdant aut membrum vel capiantur mala captione... Papatum romanum, civitatem Tiburtinam, Donnicaturas (dominî) et regalia que romani pontifices etc. Le terre nominate nel testo erano tributarie alla Curia. — Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtine in potestate dni [=pp] Innocentii, et successorum ejus libere dimittam. Non ci si conservò il patto di sicurtà che era dato da parte del Papa.

[547] OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 27: Dum — tam inhumanae petitioni annuere nollet, seditionem iidem Romani movent — in Capitolio convenientes, antiquam Urbis dignitatem renovare cupientes, ordinem senatorum, qui jam per multa curricula temporum deperierat, constituunt, et rursus cum Tiburtinis bellum innovant. Le stesse cose su quelle orme dicono con altre parole il GOTTFRIED, Pantheon (MURAT., VII, 460) e gli HERMANNI ALTAHENSIS Annales (Mon. Germ., XVII, 381). — CARD. ARAGON.: Circa finem vero sui pontificatus Pop. Rom. novitatis amator sub velamento utilitatis Respublicae contra ipsius voluntatem in Capitolium Senatum erexit. Non una parola di più.

[548] Fu sepolto nel Laterano in conca porphyretica, quae fuit Adriani Imperatoris sepultura (JOH. DIACON; MABILLON, Mus., II, 568). Più tardi, essendo crollata una parte della basilica, ruinò il monumento; e perciò le ceneri di Innocenzo furono trasferite a santa Maria in Transtevere. La iscrizione che ivi si trova, dice: Hic Requiescunt Venerabilia Ossa Sanctissimae Memoriae Domini Innocentii Papae Secundi De Domo Paparescorum Qui Praesentem Ecclesiam Ad Honorem Dei Genitricis Mariae Sicut Est A Fundamentis Sumptibus Propriis Renovavit: GALLETTI, Inscript., Class, n. 46, n. 47. Al n. 43 è un’iscrizione tratta da san Tomaso in Parione, la qual chiesa il Papa ebbe consecrato ai 21 Dicembre 1139.

[549] Per ciò che riguarda le democrazie italiche il lettore può consultare le opere, spesso citate del LEO, dell’HEGEL, del TROYA, del BETHMANN-HOLLWEG, del SAVIGNY. Ma nè questi autori, nè gli Storici che scrissero del Senato romano, hanno posto mente allo svolgimento della costituzione civica di Roma. Io ne raccolgo qui il primo tentativo, ricavato dalle fonti della storia.

[550] Tenni già nota dei trattati di commercio conchiusi da Tolomeo di Tusculo, ed eziandio di quello fra Bello ed i Consoli di Gaeta, i quali diedero sicurtà ai bastimenti di lui. Confirmare facimus tibi Bello Romano — et tuis rebus, vestrisque navidiis, cum omnibus bonis vestris, que in ipsis navidiis habebitis, vel que a Romanis super vos ad usuras accipietis... (GEORGII Dissertatio — Setiae Civit., App. V).

[551] Bonofilium jure matrificum aurificem, a. 1035 (il GALLETTI, del Prim., p. 274, lo spiega per «orefice matricolato»). Bovo prior Oleariorum, a. 1029 (Mscr. Vatic. del GALLETTI, n. 7931, p. 42). Rainerius patronus scole sandalariorum (navicellai) pro Petro de Rosa priore dicte scole, et pro omnibus scolensibus: questa corporazione dà a Farfa la conferma del porto di Correse (Reg. Farfa, fol. 1180). Un documento notevole, di stile assai barbarico, derivante da santa Maria in via Lata, a. 1031, contiene il patto (stipulum obligationis) conchiuso tra una corporazione di ortolani (ortulani) ed il suo priore: Vobis Amatum magnificum virum vite tue diebus eligimus tibi ad priorem nostrum. Id est spondimus — tibi ut vite tue diebus sicut bonum priorem tibi tenemus et non disrumpimus scolam, quod tecum facta habemus. Lo fanno giudice degli scolenses nei piati fra loro; seconda istanza è la assemblea riunita dei Priori delle altre corporazioni di ortolani. — Et per singulos annos singulus unus ex nobis tibi dare spondimus hopera una manuale (Mscr. Vatican. del GALLETTI, 8048, p. 97).

[552] L’antica formula numerus militum seu bandus è usata sempre, parimente delle denominazioni dei presidî. Nell’anno 1145 una Scola Militum dà in affitto al convento di santo Alessio un pezzo di terra vicino alla piramide (Meta) di C. Cestio: Tholomaeus qd. fil. Pauli Johannis de Guiniczo, Prior scole Militum — cum Tedelgario — ejusd. scole secundo, et Aminadab Tertio ejusd. scole (NERINI, App. IX).

[553] Si rammenti come le dodici Regioni della Città, l’isola e il Transtevere accorressero al Campidoglio per salvare Gelasio. In un documento proveniente da santa Maria in Transtevere, a. 1037, è detto: Regione quartadecima Transtiberini (Mscr. Vatic. 8051, del GALLETTI, p. 6). Forse che questa indicazione sia stata soltanto di tradizione, e non la officiale? Poichè la Città propriamente detta aveva dodici Regioni, la decimaterza e la decimaquarta dovevano riferirsi all’isola ed al Transtevere: e il numero di cinquantasei Senatori (di ciò a più tardi) corrisponde ai quattordici rioni elettivi. Invece è difficile che la città Leonina, disprezzata dai Romani, e abitata da stranieri e dalle genti pontificie, avesse allora diritto di mandar suoi deputati al Senato. Al tempo di Rienzo vi furono tredici sole Regioni officiali, e nel 1586 per la prima volta vi si aggiunse la Leonina (Borgo), come decimaquarta.

[554] I Massimi compaiono la prima volta nel 1012 con Leo de Maximus (NERINI, p. 320); così nel Chron. Farf. p. 560: Leo Dativus jud. de Maximo. — I Sant’Eustachio, del quartiere prossimo a quella chiesa, compaiono primamente nell’anno 987 con Leo Sancti Stati (NERINI, p. 383). In documenti del secolo undecimo i Saraceni e i De Franco appellavansi de Eustatio: assai di spesso incontrasi Henricus de S. Eustachio. — Coi Papa erano congiunti per via di maritaggi gli Scotti e i Romani. Anche i Brazuti (da Giovanni Bracziutus del tempo di Gregorio VII) erano parenti degli Scotti. Le loro torri s’ergevano in vicinanza di ponte Sisto. A parte Transtiberim ad pontem Antonini non multum longe a Turre heredum Johannis Brazuti (a. 1073, Mscr. Vat. 8051, p. 13). A. 1227 Johannes Braczuti de Scotto et Comitisse filie ejus (ibid., p. 40). — Da parte loro i Tebaldi e gli Stefani formavano un parentado; spesso trovasi Stefanus de Tebaldo — Stefanus Stefani de Tebaldo.

[555] La Ep. IX di Anacleto parla in prima di nobiluomini nominatamente, indi dice: reliqui Rom. Urb. potentes, sacri quoque Palatii judices, et nostri consules, et plebs. Il documento dell’anno 1139 (MANSI, XXI, 542) specifica così i maggiorenti: Praefecto, consulibus, et majoribus civitatis. Nella lettera a Lotario (Cod. Udalr., 351): Consules Romani, et alii principes salutem. Ei si vede che qui, dappertutto, «Console» significa il più eletto grado officiale. A torto C. HEGEL reputa che questo titolo prettamente romano fosse preso ad imitazione dei Consoli lombardi. Roma fu fino al 1143 una Repubblica (consolare) di nobili; soltanto che ignota ce n’è la forma.

[556] La Ep. XVI di Anacleto distingue così: Nobiles omnes et plebs omnis Romana, Capitanei et Comites qui extra sunt. Anche nella pace conchiusa a Venezia nel 1177, è detto espressamente: Plures etiam de nobilibus Romanis (nobiltà cittadina), et Capitaneis Campaniae (nobiltà provinciale) hanc pacem firmabunt. — La Ep. Petri Portuensis (nel BARON., a. 1130, n. IX) dice: Principes, Capitanei, Barones.

[557] Parecchi documenti della metà del secolo duodecimo parlano di questi milites, ad esempio: Civitatis Alatrinae, milites Frosinonis, milites civitatis Verule etc. Gli uomini liberi nella Campagna erano scesi tanto in basso da essere diventati, per la massima parte, fittavoli a tempo delle chiese o dei capitani.

[558] Di già intorno all’anno 1130 trovansi sessanta senatori e una deputazione di sei nobiluomini, che concedono a Monte Cassino franchigia di dazî nel porto di Roma. Nos Leo Romanor. Consul, et Leo Frangipane, et Cincio Frangip., Petrus Frangipane, Filippus de Alberico, Henricus de S. Eustachio una cum sexaginta Senatoribus, et cuncto populo romanae urbis concedimus in perpetuum — ut monachi cum navibus secure pergant — Tempore Honorii ppe. II. Militantibus dignitates, hobedientibus pacem, rebellibus anatema. Il frammento è raccolto nel Registro di PIET. DIACON., n. 605.

[559] Documento dei 29 Aprile 1084 (Reg. Farf., n. 1098). Vedasi a carte 281 di questo Volume, nota 2. La dizione apud Capitolium significa, cred’io, il convento di Araceli.

[560] Aurea nunc etc. Ut quidem is versus merito possit converti: Aurea quondam etc. Così nell’anno 1431 dai ruderi del Campidoglio sclamava POGGIO (Historiae de Varietate Fortunae, I, 6).

[561] Il Privilegium dato per santa Maria in Capitolio, senza data, è aggiunto ad una Bolla di Innocenzo IV, e stampato nel WADDING (Annal. Minor., II, 255), fu illustrato dal CASIMIRO, p. 431, sull’esempio del VALESIO (T. XX della Collezione del CALOGERA, p. 103): e trovasi anche nel FEA, sulle Rovine, p. 358, e nel PRELLER, Philologus, 1846. Della sua autenticità non dubito; fin la frase hortos quos haeredes Johannis di Guinizo tenuerunt, fa fede di quel tempo (vedemmo di uno degli eredi di questo Romano, più sopra a pag. 524, nota 2). Confirmamus totum Montem Capitolii in integrum eum casis, cryptis, cellis, curtibus, hortis, arboribus — cum parietibus, petris et columpnis.

[562] Cum terra ante Monasterium, qui locum Nundinarum vocatur (Bolla di Anacleto); e più sotto: argasteria in Mercato. Il mercato si estendeva tuttavia da piazza Araceli fin giù basso a san Venanzio, detto primamente san Giovanni in Mercato. Soltanto nell’anno 1477 il mercato fu trasferito in piazza Navona.

[563] Oggidì ancora sotto del Campidoglio vedonsi molti avanzi di antico. In via della Bufala, al n. 35, un portico ruinato forma il fondo di una botteguccia, e, appoggiato col dorso alle colonne, vi lavora entro un solitario ciabattino.

[564] Liber de mirabilibus Romae. Similmente la Graphia, che aggiunge: In Capitolio fuerunt imagines fusiles omnium regum trojanorum et imperatorum: e dice che fosse stato coperto di vetro e d’oro, ut esset speculum omnibus gentibus. Anche per questi libri di leggende tutto è omai antichità e indovinello.

[565] La Bolla non ne descrive che i confini. Nomina dessa il Porticus Camellariae (non Cancellariae, come scrivono il FEA ed il BUNSEN; infatti trovasi usato l’egual nome anche per altri luoghi in cui esistevano spaziose Camerae); il Clivus Argentarii, qui nunc descensus Leonis Prothi appellatur (vedi il Vol. III, p. 424); il Templum majus quod respicit super Alephantum (l’Elephantus herbarius). Ancora si tien nota financo dei gradus centum: exinde discendit per hortum S. Sergii usque in hortum, qui est sub Camellaria, veniens per gradus centum usque ad primum affinem. Quest’era ancora l’antica scalea dei cento gradini, di cui fa cenno TACITO ad occasione dell’assalto dei Vitelliani (qua Tarpeja rupe centum gradibus aditur): della sua positura contrastano fra loro gli archeologi. Si accenna eziandio ad una cavea in qua est petra versificata. Per l’intiero documento vedasi l’Ordo Rom., XI (MABILLON, Mus. It., II, 143).

[566] Soltanto dopo del NARDINI gli Italiani lo collocarono sull’altura di Araceli (da nord-est), e i topografi tedeschi (BECKER, I, 387, con assai asseveranza) sulla cima di Caffarelli. — Pare che la controversia voglia ancora durare un buon pezzo, ma una volta o l’altra giova sperare che andrà decisa. Può mai darsi che omai nel secolo duodecimo s’avesse dimenticato la positura del Saxum Tarpeum? Anche oggidì v’è la «Via di rupe Tarpea» presso a «Tor de’ Specchi», e colà esisteva la chiesa di santa Caterina sub Tarpeio (MARTINELLI, p. 352). FAUNO, III, c. 6; MAURO, c. 5, p. 40; GAMUCCI, p. 64. Nella Vita Paschalis sta scritto: Qua Capitolii rupes aedibus Petri Leonis imminet; e queste case erano prossime al teatro di Marcello.

[567] ANON. MAGLIAB. (del tempo di Giovanni XXIII): Fuit templum Jov. Opt. Maximi i. e. supra cortem domna mitima quod adhuc satis de eo apparet: et introitus vocatur Salvator in Maximis. Lo stesso affermano il BLONDO, il MARLIANI, il MARTINELLI. Quella chiesa durò fino al 1587, sopra Monte Caprino, dalla parte della Montanara. — È argomento di dubbio che cosa fosse il templum majus, quod respicit super Alephantum: può ben darsi che fosse il teatro di Marcello. Il templum Jovis dell’ANON. DI EINSIEDELN (Inscrizioni, n. 72: Usque ad S. Angelum et templum Jovis) non era, siccome opina il PRELLER, il tempio Capitolino, ma la basilica Jovis nel Porticus di Ottavia (detto nel medio evo templum Severianum), dove si trova la chiesa di sant’Angelo. Gli è perciò che nel secolo duodecimo questa chiesa veniva appellata S. Angeli juxta templum Jovis (lettere dei Cardinali partigiani di Anacleto a Lotario).

[568] Vedi il Vol. III, p. 658, nota 1: Teuzo abb. ven. Monas. S. Mariae Dei Gen. Virg. in Capitolio... a. 882. Più tardi questa chiesa dei Benedettini fu detta addirittura Monaster. S. Mariae in Capitolio, oppure Monasterium Capitolii. Nell’anno 1015 un abate si sottoscrive perfino così: Ego Dominicus Abbas Capitolii (nel CASIMIRO, p. 7). Il significato di Capitolium da lunghissimo tempo si attagliava massimamente a tutto quanto il colle; nè dalla dizione in Capitolio può argomentarsi che se ne denoti il tempio di Giove: in pari guisa dicevasi eziandio S. Maria in Palladio (Palatino), e in Aventino. I più recenti escavi fatti vicino al palazzo Caffarelli (nel 1865) non hanno dato alcun resultato che convalidi l’opinione ivi essere stato posto il tempio di Giove, e questo fatto negativo torna oggi calzante a pro dell’altra opinione, che fosse situato sull’altura di Araceli.

[569] La Graphia raccolse questa leggenda; essa non associa la visione con Virgilio, ma a quel tempo era omai ben noto il nesso in cui vi si trovava la Egloga IV. Così vi si ebbe riferito Innocenzo III (Sermo II, Op., 88, nel PIPER, Virgilio, teologo e profeta, 1862). La leggenda è assai antica e viene di Grecia; la si trova in SUIDAS, dove, al nome Augustus, vien narrato che questi interpellasse la Pitia, per sapere chi regnerebbe dopo di lui; cui illa respondit:

Puer Hebraeus jubet me, diis beatis imperans, Hanc aedem relinquere, et in orcum redire. Jam abito tacitus ab aris nostris.

E Augusto avrebbe allora tosto edificato sul Campidoglio un altare colla iscrizione: Haec ara est Primogeniti Dei. La leggenda più tardi fu registrata da NICEFORO (Hist. Eccl., I, 17); e la riferisce eziandio un’antica Cronica latina, edita dal MAI col titolo di Chronicon Palatinum (Spicileg. Roman., IX, 118): l’editore la fa risalire, per ragione de’ caratteri della sua scrittura, almeno al secolo ottavo, se non più in là, come reputa il BETHMANN, che la attribuisce al settimo secolo (Bullettino Arch., 1852, p. 38). GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180, conosce la leggenda (Pantheon, XV): il MURATORI la trasse da un Codice modenese (Antiq., III, 879). Una grossolana scultura, posta sul vecchio altare della cappella di sant’Elena in Araceli, rappresenta la visione, con questa epigrafe:

Luminis hanc almam matris qui scandis ad aulam, Cunctarum prima quae fuit orbe sita; Noscas quod Caesar tunc struxit Octavianus Hanc. Ara Coeli sacra proles cum patet ei.

[570] Il Catalogo delle Abazie romane, compilato da PIETRO MALLIO e da GIOVANNI DIACONO (sulla fine del sec. XII), dice: S. M. in Capitolio, ubi est ara Filii Dei. Più tardi scrive MARTINO POLONO: Haec visio fuit in Camera Octaviani Imp., ubi nunc est Eccl. B. M. in Capitolio. Ideo dicta est Eccl. S. M. Arae Coeli. Il NIEBUHR e il BECKER credono, contrariamente affatto alla leggenda, che l’appellazione in Araceli sia derivata da quella in Arce. Piuttosto il nome può esser venuto da Aurocoelo (coelo Aureo), sì come ne furono chiamate altre chiese, di cui una a Pavia. — È strano che fino il tempio di Giunone Moneta avesse ricevuto il suo nome addiettivo da una voce divina che ivi s’era intesa risonare: CICERO, De divin., I, 45, nel BECKER, I, 409. Se questo tempio abbia esistito sull’altura di Araceli, acconciamente sarebbevi andata Maria, regina del cielo, a cacciarne Giunone. — Gli archeologi italiani pongono sulla cima di Araceli anche il tempio di Giove Feretrio, e l’ANON. MAGLIAB. dice: Palatium Octaviani fuit, ubi nunc est S. M. araceli; et vocatus est locus ferferum, quia ibi fuit templum jovis Feretrii.

[571] La leggenda dei Mirabilia dice che la visione occorresse nel Palatium di Ottaviano, non già nel tempio di Giove. Ed anche il Chronicon Palatinum del MAI, narra soltanto che Oct. abiit in Capitolium, quod est in medio urbis, dove la Pythonia gli avrebbe annunciato, quod infans hebraeus jubente Deo e coelo beator. descendens, in hoc domicilium statim veniet — quare exiens inde Aug. Caesar a divinatione, aedificavit in Capitolio aram magnam in sublimiori loco, in qua et scripsit latinis literis dicens: Haec ara filii Dei est. Ubi factum est, post tot annos, domicilium atque basilica b. et s. virginis Mariae usque in praesentem diem sicut et Timotheus chronographus commemorat (TIMOTEO, riferito dal MALALAS, p. 98, dice solamente della ara che Augusto edificò). Vedasi dunque che assoluto silenzio si tenga del tempio di Giove, onde s’era smarrita ogni traccia al tempo dei Mirabilia; e questi non fanno menzione della leggenda che in modo fuggevole: In loco ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum palatio, Phebi et Carmentis, ubi Octavianus imp. vidit visionem in celo.

[572] Il Palatium Octaviani ad S. Laurentium in Lucina, di cui essi parlano, è l’avanzo dell’Orologium di Augusto: ma nel testo mostrano saperne del palatium Octaviani sul Campidoglio.

[573] 1) Infra arcem fuit palatium, quod erat pro magna parte aureum — ubi tot statue erant etc. — 2) Ubi nunc est S. Maria fuerunt duo templa simul juncta cum Palatio, Phoebi et Carmentis, ubi Octavian Imp. vidit visionem in coelo. — 3) Capitolium vel Tarpeus, ubi est palatium Senatorum. Il concetto di Arx, che è indeterminato anche per l’antichità, non può accertarsi che cosa significasse all’epoca dei Mirabilia: lo stesso dicasi del Tarpeus e del Capitolium.

[574] Le investigazioni sul Campidoglio daranno sempre argomento di novelle ipotesi. Arnaldo da Brescia esortò i Romani a restaurare il Campidoglio: che cosa voleva dir ciò, se non che la massima ruina, il Tabularium, si riparasse per porvi le residenze del Senato, e forse anche che si rinnovasse la Arx? Che nel medio evo si desse al Tabellarium nome di Camellaria? Un Breve di Innocenzo III (Ep. II, 101, a. 1199) dice che sulla pendice del Campidoglio la Camellaria avesse un appartamento alto ed un basso, e ne fossero comproprietarî il convento di santa Maria e quello di santo Sergio. Inferioris vero camellariae parochiam et ejusd. camell. proprietatem; ita quod nulla injuria inferatur habitatoribus, ipsius camellariae ab abitatortbus superioris camellarie. I Mirabilia pongono la Camellariae presso al templum Jani, (il Cod. Pragensis dell’HÖFLER dice financo subtus capitolium), ed hanno ottima conoscenza dell’aerarium publicum, quod erat templum Saturni. Per tutte le quali ragioni io respingo l’opinione del BUNSEN e di altri, che la Camellaria fosse l’archivio di Stato ossia Tabularium; e reputo piuttosto che essa fosse la basilica Argentaria od un edificio prossimo, fornito di portico.

[575] Cade in siffatto anacronismo il FRANKE nel libro: Arnaldo da Brescia e il suo tempo, Zurigo, 1825, scrittura amena a leggersi, ma che troppo spesso devia dalla verità storica. Per scrivere a fondo la storia di Arnaldo mancano le fonti. Ne fece tentativo nell’anno 1861 il dotto FEDERICO ODORICI nel suo Arnaldo da Brescia (Brescia 1861), e più tardi vi si accinse un Francese del mezzodì, GEORGES GUIBAL (Arnould de Brescia et les Hohenstaufen, ou la question du pouvoir temporel de la Papauté au moyen age, Paris 1868). — Però, nello stesso anno 1868 si stampò per la prima volta la Historia pontificalis (Monum. Germaniae, Vol. XX, p. 517-545); e questa Cronica, scritta da un contemporaneo di Arnaldo (nel quale a buona ragione si ravvisa il celebre Giovanni da Salisbury), getta una nuova luce su alcuni punti della storia del famoso riformatore da Brescia, che pur troppo rimane sempre oscura. Vedi Arnaldo da Brescia, Discorso accademico del GIESEBRECHT, Monaco 1873.

[576] Quis mihi det, antequam moriar, videre Ecclesiam Dei, sicut in diebus antiquis, quando apostoli laxabant retia in capturam, non in capturam auri vel argenti, sed — animarum? Ep. 238, ad Eugenio III — Cent’anni più tardi il Meister Freigedank (a) diceva: «Le reti romane chiappano argento, oro e terre: e san Pietro lo sapeva» (lo cita il RAUMER).

(a) È una raccolta di proverbî popolari, di motti, di sentenze su cose politiche, sociali ed ecclesiastiche, compilata in Germania nell’anno 1229, e per la sua eccellenza chiamata «bibbia delle cose profane.» Vedasi il VILMAR, Storia della letteratura tedesca (Vol. I, p. 961, Marburg, 1857), che giudica quel libro essere la gemma insuperata delle lettere alemanne antiche e moderne. (N. del T.)

[577] OTTONE DI FRISINGA, De gestis Fried., lib. II, c. 21. La sua narrazione fu raccolta nei noti versi del poema del GUNTERO, intitolato Ligurinus.

[578] SAN BERNARDO, Vol I, Ep. 195: Accusatus apud D. Papam schismate pessimo. OTT. DI FRISINGA, II, c. 21. Di vera eresia non fu tacciato, sebbene intorno all’eucaristia ed al battesimo non la pensasse cattolicamente: lo prova la sua adesione alle idee di Berengario, di Abelardo, dei Pietrobrusiani ecc. Vedansi i diciannove articoli dello Scito te ipsum e della Theologia Christiana di ABELARDO, nel Tractatus de erroribus Abaelardi di SAN BERNARDO.

[579] Le sentenze di san Bernardo contro il dominio temporale (e ai giorni nostri se ne richiamò la ricordanza) non ammettono disputa. Alcune ne traggo dal suo libro De Consideratione: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus. — Quid fines alienos invaditis? — Disce, sarculo tibi opus esse, non sceptro, ut opus facias Prophetae. — Esto ut alia quacunque ratione, haec tibi vendices, sed non Apostolico jure. — Planum est: Apostolis interdicitur dominatus. — Forma apostolica haec est: dominatio interdicitur: indicitur ministratio. — In his successistis non Petro, sed Constantino. — Queste dottrine di san Bernardo sono agli antipodi de’ principî gerarchici di Gregorio VII.

[580] Procedit Golias procero corpore nobili illo suo bellico apparatu circummunitus: antecedente quoque ejus armigero Arnaldo de Brixia: Ep. 189. Vedasi anche la Ep. 330.

[581] Con molta verità dice il Tosti (Storia di Abelardo, Napoli, 1851): «egli era di quegli uomini che hanno il coraggio del pensiero, non quello dell’azione.»

[582] Vedi la Historia pontificalis.

[583] Ep. 195: Arnaldum loquor de Brixia, qui utinam tam sanae esset doctrinae, quam districtae est vitae — Homo est neque manducans, neque bibens, solo cum diabolo esuriens et sitiens sanguinem animarum — videbitis hominem aperte insurgere in clerum, fretum tyrannide militari, insurgere in ipsos episcopos, et in omnem passim ecclesiasticum ordinem desaevire: è un formale atto d’accusa scritto da un Santo. Egli appella altresì Abelardo intus Herodes, foris Johannes: Ep. 193.

[584] Ep. 196. Financo OTTONE DI FRISINGA dà a Bernardo del credenzone e dello zelotypus (De Gestis, I, c. 47).

[585] Che insegnasse a Zurigo, lo dice OTTONE DI FRISINGA (II, c. 21): In oppido Alemanniae Turego officium doctoris assumens, perniciosum dogma aliquot diebus seminavit. È certamente esagerato ciò che il FRANKE (sulle orme di GIOVANNI MÜLLER, che attinse a Croniche di tempo posteriore), afferma dell’influenza esercitata da Arnaldo sulle Republiche svizzere. Fa poi meraviglia che pochi contemporanei suoi parlino di Arnaldo; nè di lui tiene alcun ricordo neppure la Cronica di Brescia del MALVEZZI. Anche san Bernardo più tardi ne tace del tutto.

[586] Chron. Mauriniac., p. 387: Celestinus qui alio nomine Magister de Castellis nominatus est (era il Castrum Felicitatis nello Stato della Chiesa). Tre cose l’avevano messo in rinomanza: nobilitas generis, mentis industria in omni statu aequalis, literarum scientia multiformis. Della sua elezione pacifica e concorde fa fede la lettera del venerabile Pietro di Cluny (BARON., ad ann. 1143, n. XII), e la Ep. I Coelestini ad Cluniacenses (MANSI, XXI, 592).

[587] Con Celestino II hanno incominciamento le note profezie di Malachia, arcivescovo di Armagh in Irlanda (morto nel 1148), libri sibillini del Papato, che forse furono una goffa invenzione dell’anno 1590: vedi il NOVAES, a quel Papa. A Pio IX del resto si attaglia perfettamente il Crux de Cruce (croce dalla croce di Savoja).

[588] Questi oscuri avvenimenti narra ROMUALDO, p. 192. ANON. CASIN., ad a. 1144. Treugam cum eo (sc. rege) composuimus, dice il Papa nella sua lettera a Pietro di Cluny, dat. Laterani X Kal. Oct. (22 Settembre 1144). MANSI, XXI, 608.

[589] Documento dei 31 Gennaio 1145: Lucius dilectis Filiis, nobilibus viris Oddoni et Cencio Frajapanibus fratribus — fidelitatem vestram erga B. Petrum et nos ipsos attendentes, custodiam Circi vobis committimus — dat. Romae II Kal. Febr. (nel NERINI, App., p. 407, che lo trasse da CENCIO). — Ai 18 Marzo 1145 l’abate di sant’Andrea dà in affitto a Cencio Frangipane turrim quae vocatur de Arco — Rome in Caput Circli Maximi — e Trullum unum in integrum quod vocatur Septem Solia. Questo documento è sottoscritto: Cencius de Arco. Era un arco di trionfo ridotto a torre, vicino al Circo (MITTARELLI, III, n. 271).

[590] Non multo autem post (dopo il ritorno del Papa dalla Campania) Popul. Rom., contra voluntatem ejusd. Papae Jordanum filium Petri Leonis in Patricium promovit, et Senatores de novo in Urbe creavit: ROMUALDO. La nuova êra si conta dall’anno 1144. Lo dimostrano documenti del Senato: il primo che ci è conservato, è dato ai 23 Dicembre 1148, renovationis autem sacri Senatus [=an]. V. Addì 23 Gennaio 1160, si conta [=an]. XVI; ai 27 Marzo 1162, [=an]. XVIII; ai 30 Marzo 1188, [=an]. XLIV; ai 28 Maggio 1191, [=an]. XLVII. Da tutto ciò parrebbe che il primo anno cadesse nel Maggio 1145, e che la costituzione del Patriziato avvenisse nell’autunno dell’anno 1144.

[591] OTTONE DI FRISINGA, Chron., VII, c. 31: omnia regalia ejus — ad jus Patricii reposcunt; eumque more antiquorum sacerdotum de decimis tantum et oblationibus sustentari oportere dicentes. E più sopra: Senatoribus — Patricium adjiciunt — Jordanum Petri Leonis filium eligentes omnes ei tamquam principi subjiciuntur. — ANON. CASIN.: Jordanus fil. Petri Leonis cum Senatoribus et parte totius populi minoris contra papam rebellat. Qui la parola parte devesi prendere nel significato che essa esprime in italiano.

[592] GOFFREDO DI VITERBO, che scrisse intorno al 1180 (MURAT., XII, 461): intendens Senatum extinguere cum ingenti militia Capitolium Romae conscendit — Senatus autem Populusq. Roman. — Papam — in momento repellunt. Ubi Papa (sicut audivimus) lapidibus magnis percussus, usque ad obitus sui diem, qui proxime secutus est, non sedit in sede. SICARDO (MURAT., VII, 598): armata manu ascendit Capitolium; sed Romani inde ejecerunt eum. SIGBERTO, Cont. Praemonstr.: sed inde (dal Campidoglio) per Jordanum — perturbatus, infirmitate correptus, infra annum — moritur. Il giorno della morte è determinato dal CARD. ARAGON., p. 437, il quale dice soltanto: repentina morte praeventus; ed erra affermando che egli costringesse i Romani a rinnegare il Senato. OTTONE DI FRISINGA, VII, c. 31, narra solamente: quotidianis cruciatibus ac taedio vitae affectus, infra anni spatium pontificatus sui diem obiit.

[593] Hunc cum antea simplex fuerit, Deus mirabili gratia, et eloquentia perfudit (BERNARD. GUIDONIS, nel MURAT., III, 1, 437). Delle perplessità di san Bernardo sull’elezione del suo discepolo danno dimostrazione l’Ep. 237 agli elettori, e l’Ep. 238 all’eletto. Dabit tibi dominus intellectum, dice a lui il Santo; e a’ Cardinali: quid fecistis? Sepultura hominem revocastis ad homines. E lo chiama rusticanum — pannosum homuncionem. I cinque libri De Consideratione, di cui Pio V si faceva ogni giorno leggere dei passi, intanto che sedeva a mensa, furono scritti da BERNARDO, in parecchi anni, ne’ suoi momenti d’ozio.

[594] OTTONE DI FRISINGA, Chron., VII, c. 31: Eccl. b. Petri — profanissime incastellare non metuunt. — GEROH DI REICHERSBERG (liber de currupto Eccles. statu, nel BALUZIO, Miscell., V, 114) lamentava: quod adhuc in domo b. Petri — desolationis abominationem stare videmus, positis etiam propugnaculis et aliis bellorum instrumentis in altitudine sanctuarii supra corpus b. Petri. Fin da allora i Cardinali possedevano in Roma bei palazzi: ut Cardinalium diruerentur — splendida palatia (OTTONE DI FRISINGA, De Gestis Frid., II, c. 21).

[595] Praefecturae dignitatem abolentes, omnes principes ac nobiles ex civibus ad subjectionem Patricii compellunt: OTTONE DI FRISINGA, VII. c. 31.

[596] Circa principia Pontificatus Eugenii pestifer Arnaldus Romam ingressus — proponens antiquorum Romanor. exempla — reaedificandum Capitolium, renovandam dignitatem Senatoriam, reformandum equestrem ordinem docuit: OTTONE DI FRIS., de Gestis, II, c. 21. E sulle dottrine di Arnaldo, riguardo alle attenenze del Papa colla Città: nihil in dispositione Urbis ad Romanum spectare Pontificem, sufficere sibi ecclesiasticum judicium: ibid.

[597] Documento dato da Corneto, ai 20 Nov. 1144 (CENCIUS, fol. CXIII): Nos quidem — Gottofredus de Pinz[=on] et Vezo Franconis consules una cum Egidio vicecomite et Ranutio de Guittone ex mandato et voluntate alior. Consulum et Populi Cornetanae civitatis. Dunque, fin da allora, il Papa accettava nelle città di provincia la costituzione di municipio. Nel 1157 trovansi Consoli a Orvieto; e, giusta una iscrizione riferita dal MURATORI (Antiq. It., II, 331), v’erano Consoli a Nepi, financo nell’anno 1131; nell’anno 1198 (e naturalmente anche prima) v’erano dodici Consoli e un Consilium a Narni, dove tutto il Comitato apparteneva al Comune: Narnienses Consules universales Civitatis et Comitatus Narniae (MURAT., Antiq., IV, p. 60).

[598] Una notizia antica di quel tempo (MARTINELLI, Roma ex Ethn., p. 171), dice: Post haec vero, ipso. D. Papa mandante, contra Senatum et Pop. Rom. quibus modis poterant comites pugnare coeperunt. Del Senato narra il CARD. ARAG., p. 439: civitatis et castra. B. Petri assiduis rapinis et gravibus guerris persequi non cessabant.

[599] Quos — Pontifex — adjuncta Tiburtinis Romanor. antiquis hostibus militia coercuit, tandemque pacem petere coegit: OTT. DI FRIS., VII, c. 31; CARD. ARAG., p. 439.

[600] Patriciatus dignitatum exfestucarent, et praefectum in pristinam dignitatem reciperent. Senatores vero ex ejus auctoritate tenerent: OTT. DI FRIS., VII, c. 34. — Nel 1139, prefetto era Teobaldo, e di già nel 1145 era Jacobus praefectus urbis (BONINCONTR., ap. LAMIUM, VI, 144). L’ingresso trionfale del Papa è descritto dal CARD. ARAGON., p. 439.

[601] Laonde il documento dei 23 dicembre 1148 dice: Nos Senatores — a domino nostro Papa Eugenio totaque veneranda apostolica curia et reverendo populo Romano pro regimine urbis annuatim in Capitolio constituti: e similmente il trattato fra Pisa e Roma, nella Cronica pisana del MARANGONE, a. 1151.

[602] Vi si sottoscrivono: Et nos Senatores: Joh. Berardi. Petrus plangens spatulam. Uguicio gentis. Petrus Enrici. Romanus petri milluli. Astaldus David. Jordanus brutii. Gregorius gaudentis. Nicolaus philippi. Petrus romani sperantis in deo. Sebastianus gualtrade. Stephanus falconis. Grisoctus Cencii. Grecus. Nicolaus berizonis. Dompnicus. Parentius. Petrus baffolini. Falco carozie. Rusticus nicolai rustici. Petrus rabie. Stephanus cizaronis. Bonum tibi veniat h. e. bentivenga pictor. Johannes bonifilioli. Petrus demetrii pro nobis et omnibus aliis consenatoribus nostris quorum nomina non sunt hic descripta (GALLETTI, del Prim., p. 306; lite che fu sostenuta per alcuni beni della chiesa di santa Maria in via Lata). I Berardi, gli Astaldi, i Berizoni, i Rustici, i Bonifilioli erano nobiles. Può darsi che Grisoctus Cencii appartenesse alla famiglia de’ Baruncî; perlomeno nell’anno 1131 troviamo Grisottus de Stefano Centii de Baruntio (MITTARELLI, III, n. 224).

[603] Nel trattato di pace fra Pisa e Roma, dell’anno 1151, viene per verità detto: nos quidem Senatores numero L, ma forse per un caso si smarrì la cifra VI. Dimostrerò più tardi che il numero di cinquantasei era quello normale.

[604] I tre Scrittori romani che trattarono del Senato, il VENDETTINI, il VITALE, l’OLIVIERI, e l’accurato tedesco CURTIUS non avvertirono in alcun modo queste mutazioni. Nell’Aprile del 1191 un documento è sottoscritto da Consiliatores diversi da quelli che erano stati nel Maggio dello stesso anno. Di essi troviamo or nove, or undici o dodici, ed or financo quattordici. Sempre si sottoscrivono prima de’ Senatori. Il patto conchiuso col Papa nel 1188, è sottoscritto: jussu Senatorum Consiliatorum (seguono dodici nomi) et Senatorum (succedono i nomi). Io li reputo procuratores della Republica, corrispondenti ai Consoli governanti nelle altre città, nè penso col PAPENCORDT e coll’HEGEL che fossero soltanto consiglieri assistenti. Nel 1164, a Pisa, sono eletti ventiquattro Consiliatores colla condizione espressa qui nec consules nec senatores hoc anno fuerint (BONAINI, Statuti di Pisa, I, 25); ma in Roma eglino erano veramente il Consiglio rettore del Senato.

[605] Per noi i denari pontificî cessano con Benedetto VII (morto nel 984). In tutto il secolo undecimo non v’ha che un solo denaro di Leone IX, ed un altro attribuito a Pasquale II. Per la qual cosa nella lacuna delle monete pontificie fino a Benedetto XI (morto nel 1304) subentrano (secondo il FLORAVANTE, Antiqui Romanor. Pontificum Denarii) le monete del Senato. Tuttavolta in documenti posteriori alla costituzione del Senato io trovo solidi papae distinti da denari Senatus (MITTARELLI, IV, n. 53, n. 98); ed io credo che anche i Papi in sulle prime battessero moneta. I denari del Senato erano allora chiamati solidi bonorum provisinorum Senatus (il nome non deesi far derivare da provisiones o redditus, bensì dalla città di Provins in Sciampagna), ossia si contava a librae bonorum, o parvorum, parvensium Senatus. Ritiene il FLORAVANTE che i denari del Senato antichissimi sieno quelli colla leggenda ROMAN. PRINCIPE (che faceva contorno all’effigie di san Pietro), e dall’altra faccia colla scritta SENAT. POPUL. Q. R., attorno all’effigie di san Paolo. Altre monete di quell’età erano dette affortiati (d’oro forte, ossia puro), Scyphati, Marabotini (maravedis), Malechini (nome arabo che deriva da Malech), Romanati (nome bizantino) ecc. Vedasene il DUCANGE.

[606] Vedi l’Ep. 239 di Innoc. III, lib. II; lettera assai importante a chiarire i rapporti giuridici di quel tempo.

[607] Che esistessero l’una accanto dell’altra le due Curie lo provano molte carte: e di già il primo documento del Senato (dell’anno 1148) chiama gli antichi giudici Palatini con nome di Consiglieri aggiunti. Vedi anche l’Atto senatorio del 1160 (GALLETTI, Del Prim., p. 314).

[608] Giustamente il CURTIUS ha interpretato questo passo dell’ANON. CASIN.: facem cum Romanis reformans, muros Tiburtinae civitatis destrui praecepit. — OTT. DI FRIS., VII, c. 34: a pop. Rom. pro excidio Tiburtinorum in tantum de die in diem sollicitatur, ut improbitatem eorum non sustinens ad transtyberinam regionem migrans, animam suam vitae suae taedere confideretur. Il BONINCONTRIUS (nel LAMIUS, Delic., V, 144) dice financo, che fosse stato discacciato della Città. Forse egli disciolse il Senato, sì come oggidì i Re disciolgono le Camere, e ordinò nuove elezioni.

[609] Lo dimostra il documento dei 28 Dicembre 1148 (già citato) quando Eugenio non si trovava nella Città.

[610] Chron. Fossae Novae, ad a. 1146: Romani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. A qualche anno prima appartiene la notizia del Chron. Sublacense (MURAT., Antiq., IV, 797): cum Romani tempore Thebaldi Prefecti supra Tiburtinos venerint.

[611] BONINCONTRIUS, p. 148: Guido Colonna s’insignorì di Norba e di Frosinone; Jacobus, prefetto urbano, investito dell’officio dal Papa, si pigliò Civitavecchia e Viterbo; Nicolò di Anguillara fece sue Tolfa e Santa Severa; Pietro Frangipane, Terracina e Sezza. Celestino II aveva donato ai Frangipani soltanto i redditi di Terracina, ma eglino vi si eressero a tiranni. Vedi nel CONTATORE, Historia di Terracina, I, c. 6, le notizie attinte dall’archivio di quella città. I Frangipani soffocarono il Comune di Terracina, perlochè ivi trovansi Consoli soltanto al principio del secolo decimoterzo, quando Innocenzo III soggiogò i Baroni.

[612] Histor. pontifical., l. c., p. 538.

[613] Fallax et invidus humani generis inimicus per Arnaldum schismaticum — hoc effecit, ut quidam capellani unitatem Ecclesiae — dividentes, ipsius Arnaldi sequantur errorem: et Cardinalibus atque Archipresbyteris suis obedientiam — exhibere debitam contradicant — dat. Brixiae Idib. — Julii. Il commovimento del clero inferiore durò tuttavia sotto di Adriano IV e di Alessandro III (vedi i Brevi di questi due Papi nel MANSI, XXI, 628, 803). Dalla lettera di Alessandro III emerge tuttavia l’esistenza di ventotto titoli cardinalizî per quell’età.

[614] Ep. 243: Nobilib. et optimatib. et universo pop. Romano, frater Bern. Claraevallis vocatus Abbas, declinare a malo, et facere quod bonum est. — Ad omnem itaque spectat Christianum injuria Apostolorum — apostolicam Sedem divinis regalibusque privilegiis sublimatam auso sacrilego incessere, suoque minuere honore contenditis — Patres vestri Urbi Orbem subjugaverunt, vos Urbem properatis orbi facere fabulam — Quid ergo nunc Roma nisi sine capite truncum corpus, sine oculis frons effossa, facies tenebrosa? Così anche oggidì dicono i Vescovi di Francia e di tutto il mondo; e la lettera di san Bernardo fu citata dai difensori di Pio IX, tanto spesso quanto gli avversarî suoi hanno per parte loro accampato le opinioni, che in generale quello stesso Santo espresse per conto delle condizioni politiche del clero. Nè alcun Vescovo ai nostri giorni seppe sostenere che il Papa dovesse conservare Roma con tanta enfasi quale fu quella onde usò il vecchio Abate.

[615] Quid de populo loquar? Populus Romanus est. Quid tam notum saeculis, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta pacis, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc subdi nescia, nisi cum non valeat resistere. Hi impii in Deum, temerarii in sancta, seditiosi in inxicem, aemuli in vicinos, inhumani in extraneos. Docuerunt linguam suam grandia loqui, cum opererentur exigua. E della proverbiale avarizia dei Romani dice: quem dabis mihi, vel de tota maxima Urbe, qui te in Papam receperis, precio, seu spe precii non interveniente? De Consideratione, IV, c. II. Il quarto e il quinto libro di questo celebre trattato destinato ad Eugenio III furono da san Bernardo scritti negli anni 1152, 1153. Più tardi il PETRARCA difese Roma contro questa invettiva di san Bernardo nella sua scrittura: Contra Galli calumnias, Op., ed Basil., p. 1075.

[616] Ep. 244, ad Conradum; e la lettera dell’amico (MARTENE, T. II, 299, Ep. 212).

[617] Di questo dà notizia il notaio GIOVANNI: Ep. 239, fra le lettere di Guibaldo (nel MARTENE, Ampl. Collectio, II). Erroneamente il MARTENE pone la lettera all’anno 1151; fu scritta prima della battaglia di Flochberg, dove, agli 8 di Febbraio 1150, Guelfo fu vinto.

[618] Le Bolle raccolte nel JAFFÉ stabiliscono che il suo soggiorno a Tusculo avvenne fra gli 8 di Aprile e i 7 di Novembre del 1149. ANON. CASIN., Chron., a. 1148: Eugenius P. Tusculanum ingressus, fultus auxilio Rogerii Regis, Romanos sibi rebelles expugnat. Similmente ROMUALDO, p. 193. ROBERTO DE MONTE: P. Eugenius in Italiam regressus, cum Romanis vario eventu confligit.

[619] Ep. 212 (fra quelle di Guibaldo): Eccellent. et Magnif. Dom. Urbis et Orbis Conrado etc. Sixtus, Nicolaus et Guido consiliatores Curiae sacri Senatus et communis salutis reipublicae procuratores — ut jam per plures litteras regiae significatam est majestati etc. etc.

[620] Un manifesto dei Romani, nel carnovale dell’anno 1862, diceva quasi alla parola così: «Romani! chi ama la dignità di sè stesso, chi sente la grandezza dei destini che la Provvidenza ha serbato a Italia e alla sua città capitale, trova bastevole di tutti i diletti la vista del Foro antico di Roma e di tutti gli altri luoghi che rammentano le glorie antiche. Là il vero cittadino di Roma, ricordando la grandezza degli avi, mira il fondamento del nostro prossimo rinascimento dopo tanti secoli di obbrobrio. Viva il Pontefice non Re! Roma, ai 20 Febbraio 1862.»

[621] Excell. atque praeclaro Urbis et Orbis totius Domino, Conrado Dei grat. Romanor. Regi, semper Augusto, S. P. Q. R. salutem et Rom. Imp. felicem et inclytam gubernationem (OTTONE DI FRISINGA, De gestis, I, c. 28). Questa lettera non ripongo io col MARTENE e col MANSI all’anno 1150, ma al 1149, allorchè Eugenio, da Tusculo, angustiava Roma. Gli ambasciatori sono appellati nobiles viri della vera nobiltà. Gli esametri di barbaro stile esprimono bene l’intendimento politico de’ Romani. La lettera è povera troppo d’ingegno perchè io possa attribuirla ad Arnaldo.

[622] Christianissimus princeps hujusmodi verbis sive naeniis praebere aures abnuit, dice conciso OTTONE DI FRISINGA, in occasione della lettera dei Romani.

[623] Ep. 213 (nelle lettere di Guibaldo) di un fidelis Senatus servorum regis fidelissimus.

[624] Eugenius P. pacem cum Romanis reformans Romam reversus est: ANON. CASIN., Chron. — ROMUALDO, p. 193. — Una Bolla di Eugenio è data: Laterani 28 Nov. 1149 (JAFFÉ).

[625] La vita errabonda del Papa può seguirsi sulla scorta del JAFFÉ. L’anno 1151 egli dimorò a Segni sotto la protezione dei Conti di Ceccano. Ai 27 Ottobre egli consecrò la chiesa di Casamari presso a Veroli (Chron. Fossae Novae, ad a. 1152).

[626] Ep. 214 Guidonis Card. et Cancellarii ad Wibaldum Abatem. Nell’Ep. 218, Guibaldo tranquilla Eugenio: è scritta dopo la disfatta di Guelfo VI. — La Ep. 225 di Guibaldo al cardinale Guidone.

[627] Promissa Romanor. (Mon. Germ., IV, 88): restituzione di tutti i diritti della corona e di tutti gli scrigni delle chiese, eccettuata la moneta che aveva costato la guerra di Viterbo; resa di tutte le castella fuor della Città. Munitiones S. Gregorii et turrem de Sclaceis dabunt. In un documento dell’anno 1393 la Turris de Schiaciis è detta esistere extra portam Appiam et portam Laterani, ed appartenere al Casale Statuarium (nel COPPI, T. XV delle Dissertaz. dell’Accad. pontif. di Archeologia, p. 132). San Gregorio era un castello presso a Tivoli; ma qui può darsi che s’intendesse dire della fortezza sul Celio, che in una Bolla di Onorio III (del 1217) è appellata clausura in castro S. Gregorii (Bull. Vat., I, 100). Stabilivasi che soltanto a Recano e a Magliano sulla via Flaminia non potesse edificarsi castello alcuno. I Romani vollero giurare vassallaggio cum beneficio quingentarum librarum secundum quod consueverunt Romani jurare pontificibus Romanis. Inter predictos jurabunt Nicolaus, Syxtus, et Guido recuperata gratia vestra, precibus Senatorum. Costoro dunque erano stati accolti dal Re con mal garbo.

[628] Conradus dei gr. Rex et semper Augustus praefecto urbis, consulibus, capitaneis et omni populo Romano tam minoribus, quam majoribus gratiam suam et bonam voluntatem (se ne togli il Prefetto, la è la formula eguale che s’usava con altre città: così per Pisa, Ep. 324). Post reditum nostrum a Jerosolimitana expeditione litteras universitatis vestrae frequenter accepimus (Ep. 322).

[629] Ep. 327: dat. Signiae V Id. Januar. — Ep. 339 ai Tedeschi. L’Ep. 323 del Re al Papa.

[630] «Non mai gli Italiani furono tanto discordevoli e fieramente avversi fra loro quanto in quei quindici anni, nei quali avrebbero potuto rompere la catena tedesca, e rivendicarsi in indipendenza; ma lo spirito nazionale non era ancor nato»: LA FARINA, Storia d’Italia, III, 392.

[631] Carissimo Dei gr. F. Wetzel ad summa animae et corporis laeta undique proficere: Ep. 384 (nel MARTENE, II). Wetzel era forse svizzero, e venuto a Roma con Arnaldo. Se nella lettera si parla di gens vestra, non è questo buon motivo per argomentare che egli fosse romano. Ceterum quod consilio clericorum et monachorum, quorum doctrina divina et humana confusa sunt: è in tutto e per tutto il linguaggio che udimmo ai dì nostri. Financo le parole, citate nella lettera, che san Pietro disse nella ordinazione di san Clemente, e le sentenze di san Girolamo, furono anche al nostro tempo allegate nuovamente allo stesso scopo. Però la breve lettera di Wetzel è più penetrativa che tutta la pedantesca dissertazione (Pro causa italica, Firenze, 1860) di un ex gesuita, il quale ha scritto tre volumi in folio sul dogma della Immacolata Concezione. Ciò che Wetzel dice della donazione di Costantino (mendacium illud et fabula haeretica — ita detecta est, ut mercenarii et mulierculae quoslibet etiam doctissimos super hoc concludant) dimostra che a quel tempo si disputava del dominio temporale anche in piazza del mercato.

[632] Il Pactum di Costanza (in GUIBALDO, n. 385, in ALBINO e in CENCIO) è dato: Constantiae X Kl. April. Ind. XV A. D. Incarn. MCLII Regnante Dno Frederico Romanor. Rege glorioso A. vero regni ejus I. Deve riporsi alla primavera del 1153 (PERTZ, Leges, II, 92). Et pro viribus regni laborabit Romanos subjugare domino Papae et Rom. Eccl., sicut melius unquam a centum annis et retro.

[633] A Guibaldo, Ep. 383, dat. Signiae XII Kal. Oct.: notificamus quae faciente Arnaldo haeretico rusticana quaedam turba absque nobilium et majorum scientia nuper est in Urbe molita. Circiter enim duo millia — sunt secretius conjurati, et in proximis Kalendis Novembris centum senatores — et duos consules — unum autem, quem volunt Imperatorem dicere creare disponunt.

[634] Sul tempo del ritorno vedasi il JAFFÉ. L’espressione cum Romanis pace facta (oppure paciscens) dimostra che il Papa accettò la costituzione. SIGEB., Cont. Praemonstr. — ROMUALDO. — ANON. CASIN., Chron., dove l’anno devesi correggere in quello 1152.

[635] Documento del 29 Maggio 1153, dove il Papa sottoscrive un trattato relativo a Radicofani. Testimonî sono i suoi servitori, sapracoquus, dapifer, marescalcus equorum alborum. Prima vengono: Cencius Frajapanis egregius Romanor. Consul; Johes Petri Leonis egreg. Rom. con.; Odo Frajapanis stren. Rom. Con.; Gratianus fil. Ovitionis Petri de Leone Rom. Con.; Johes Frajapanis fil. Dom. Centii Rom. Con.; Petrus Leonis de Leone. Rom. Con.; Obitio Leonis Petri de Leone Rom. Con.; Stephanus de Tebaldo etc. (MURATORI, Ant., IV, 793). Simili sottoscrizioni sono apposte ad un documento dei 29 Agosto 1153 (GALLETTI, Del Prim., n. 59). Se ne rileva che la nobiltà discacciata aveva fatto ritorno. Il VENDETTINI, che si riferisce al primo dei detti documenti, reputa erroneamente che quei cortigiani del Papa fossero consiliatori del Senato.

[636] BONINCONTR., p. 148 e 150. Omai ai 26 Novembre 1150 il Papa aveva conquistato Terracina, certo coll’ajuto di Rogero (Chron. Fossae Novae). Ne restaurò la rocca, ponendovi l’iscrizione registrata dal BARONIO: Quia mira animi virtute et honesti studio praeditus regalia multa lungo tempore amissa b. Petro restituit. CENCIO serba memoria di parecchi trattati di Eugenio III, i quali dimostrano, con quanta prudenza ei tenesse raccolti i beni ecclesiastici e acquistasse castella.

[637] ROMUALDO, p. 193. E parimenti dice Ugo di Ostia nella sua lettera bella e accalorata, con cui annuncia al Capitolo dei Cisterciensi la morte di Eugenio: jam fere Senatum annihilaverat (S. BERNARDI Op., I, ep. 440).

[638] Di Eugenio III non v’hanno monumenti in Roma. — Poco tempo prima del Papa, ai 25 Febbraio, moriva Tolomeo di Tusculo: obiit Ptolemaeus Tusculanus 5 Kal. Martii (Chron. Fossae Novae).

[639] Anastasio IV si fece seppellire nel sarcofago di porfido di sant’Elena, che, tolto al mausoleo dell’Imperatrice (posto presso la via Labicana), si aveva fatto allestire nel Laterano: Innocenzo II aveva destinato a sua arca il sarcofago di porfido dell’imperatore Adriano: JOH. DIACON., De Eccles. Lateran. (MABILLON, Mus. Ital., 569). — Pio VI ebbe collocato l’urna di santa Elena nel Vaticano, dove adesso la si mira come opera d’arte, dopochè ebbe primamente servito di tomba ad un’Imperatrice e ad un Papa.

[640] Andava egli questuando presso al convento di sant’Albano, e suo padre vergognandosene lo ributtò: Ille vero sibi relictus, et forti necessitate aliquid audere coactus, Gallicanas adiit regiones, ingenue erubescens in Anglia vel fodere vel mendicare. Così dice il suo compatriotto e contemporaneo GUILIELM. NEUBRIGENSIS, De rebus Anglicis, II, 6.

[641] L’aspro esordire di Adriano è notato dagli Annali di Würzburg: Adrianus qui dum post aliquot menses a cepto apostolatu insolenter in Romanos ageret, grave odium incurrit.

[642] Girardum Card. tit. P. Pudentiane ad praesentiam ipsius Pontificis euntem, quidam ex ipsis haereticis — in via sacra — ad interitum vulneraverunt: CARD. ARAG. Le due parti si guardavano in cagnesco con tanta acerbità come ai dì nostri si fa tra liberali e legittimisti, combattentisi ad ogni opportunità con «dimostrazioni». Propter vulnerationem unius Cardinalis totam Urbem usque ad condignam satisfactionem supposuit ecclesiastico interdicto, dice, biasimando, PTOLEM. LUCENSIS, XX, c. 20.

[643] L’HURTER (Storia di Innocenzo III, Tom. I) ha descritto minutamente cos’erano l’interdetto e le sue conseguenze. Rettamente ei dice: quidquid delirant reges plectuntur Achivi; però, accanto dell’Agamennone, egli obblia di porre il furibondo Calcante del medio evo.

[644] Tunc vero praedicti Senatores compulsi a clero et popolo romano — juraverunt quod saepe dictum haereticum et reliquos ipsius sectatores de tota urbe Roma et ejus finibus sine mora expellerent: CARD. ARAGON.

[645] Redderet eisdem Cardinalibus Arnaldum Haereticum, quem vicecomites de Campania abstulerant Magistro O. Diacono S. Nicolai apud Briculas, ubi eum ceperat: quem tamquam Prophetam in terra sua cum honore habebant. Rex vero — continuo, missis apparitoribus, cepit unum de comitibus illis, qui valde perterritus eundem haereticum in manibus cardinalium statim restituit: CARD. ARAGON., p. 442. — In alcuni codici dell’op. citata, invece di Briculas si legge Otriculas. Quel sito però non è Otricoli, ma sì Bricole in Val d’Orcia, dove esisteva un ospizio di Camaldolesi. Ne erano padroni i Visconti di Campagnatico, ossiano quegli stessi vicecomites, che il testo sovrastato nomina De Campania. E qui fa d’uopo accogliere una lezione più accurata, che si trova in un miglior cod. mscr. (il Ricc. 228), il quale dice Vicecomites de Campani[=an]. Questa rettificazione del testo, in quanto ai nomi di Bricole e di Campagnatico, dobbiamo al TROYA, come ci vien dimostrato dall’ODERICI nelle Storie Bresciane, IV, 281.

[646] Il ministro Kaunitz strinse a Pio VI la mano che il Papa gli tendeva perchè la baciasse. — La controversia della staffa, episodio comico di una grande epopea, è registrato autenticamente in CENCIO (nel MURATORI, Antiq. Ital., I, 117). Il luogo ove avvenne fu il piccolo lago di Janula, vicin Nepi. Rex Fridericus descendit de equo, et occurrent ei quantum jactus est lapidis, in conspectu exercitus officium stratoris cum jucunditate implevit, et streugam fortiter tenuit. Il fortiter scolpisce tutta una scena: Adriano smorto in viso, e l’Imperatore sorridente, ironico, che tira forte la staffa.

[647] Il discorso è dettatura dello Storico tedesco, ma corrisponde all’indole del tempo. Orbis imperium affectas, coronam praebitura gratanter assurgo, jocanter occurro — Cur enim suum visitaturus popolum non pacifice adveniret — qui indebitum clericorum excussurus jugum, ipsius magna ac diutina expectatione praestolatus est adventum? — Orbis Urbs sub hoc principe recipiat gubernacula, refraenetur hoc imperatore, ac ad Urbis reducatur monarchiam orbis insolentia. Di simile v’ha in ELMOLDO contemporaneo (Chron. Slavor., I, c. 79) con esagerazioni fantastiche. Vedasi eziandio SIGEB., Auctar. Affigemense, a. 1155, e la lettera scritta da Federico stesso a Ottone di Frisinga, prima che questi compilasse la sua Storia.

[648] A questo tratto, OTTONE DI FRISINGA descrive con rilievo scultorio l’Imperatore: rex, tam superlo quam inusitato orationis tenore justa indignatione inflammatus, cursum verborum illorum — more italico longa continuatione periodorumque circuitibus (così usano anche oggidì) sermonem producturum interrupit, et cum corporis modestia, orisque venustate regalem servans animum ex improviso non improvise respondit. Il Barbarossa parlava per interprete, come più tardi fece nella pace di Venezia. Siccome la maggior parte dei Senatori di Roma non sapeva più parlare latino, così anche l’Imperatore poteva confortarsi della sua colla loro ignoranza.

[649] Dice l’Imperatore stesso nella sua lettera, scritta prima della Storia di Ottone di Frisinga: Imperium emere noluimus, et sacramenta vulgo praestare non debuimus.

[650] Il discorso, cui OTTONE DI FRISINGA veste del suo stile, spira un’aura di classicismo, come quello de’ Romani medesimi. — Penes nos sunt consules tui: penes nos est senatus tuus; penes nos est miles tuus — Legitimus possessor sum. Eripiat quis, si potest, clavam de manu Herculis. Questo superbo motto alla Virgiliana in bocca del despoto significa: non v’ha ragione più legittima della clava di Ercole.

[651] Ho già citato questi versi. Venuto Federico a Roma, si offese di essi e del quadro: Adriano promise tutto cancellare, ma sembra che non ne facesse nulla. RADEVICO, I, c. 10; e al c. 16 i Vescovi vi si riferiscono ancora nella loro lettera al Papa, a. 1156.

[652] Quomodo Imperii mei sedem, usque ad periculum capitis non defenderem, qui et ipsius terminos — quantum est in me, restaurare cogitaverim. Più tardi, il Barbarossa scriveva a Saladino: «Non sai che le due Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria, il paese de’ Parti dove il nostro dittatore Crasso soccombette al destino, la Giudea, la Samaritana, l’Arabia, ed altre terre innumerevoli sono soggette alla signoria Nostra?» La lettera, dell’anno 1188 (registrata da ROGERO HOVEDEN, Annal., p. 650) potrà essere apocrifa o falsata, ma vero e genuino è lo spirito che la informa.

[653] Praemittantur — qui eccl. B. Petri, Leoninumque occupent castrum (OTT. DI FRISINGA e la lettera di Federico). Questo castrum non è già il castel Sant’Angelo, ma la città Leonina stessa. Più in là è detto: Summoque diluculo Leoninam intrantes urbem, eccl. B. Petri, vestibulum et gradus occupaturi, observant.

[654] Statim tam vehemens et fortis Teutonicorum vox conclamantium — concrepuit, ut orribile tonitrum crederetur de coelis cecidisse: CARD. ARAGON.

[655] OTT. DI FRISINGA, II, c. 23: Dura haec agerentur, romanus populus cum Senatoribus suis in Capitolio convenerat. Audientes autem imperatorem sine sua adstipulatione coronam Imperii accepisse, in furorem versi... E GOFFREDO DI VITERBO (Carmen de Gestis Frider., p. 24, ed. Ficker, 1853):

Romanus populus antiquos expedit usus, Rex despexit eum primatum, milite tutus. Nil petit imo jubet, Roma furore tumet. Spe mala frustatus discedit abinde senatus, Acriter iratus Romanus ad arma paratur — — Roma dolens plorat, rumor in Urbe sonat.

[656] OTTONE DI FRISINGA e la lettera di Federico: Romani de ponte Tyberino prosiluerunt — Cardinalibus spoliatis, Papam capere intendebant.

[657] Accipe nunc, Roma, pro auro arabico teutonicum ferrum. — Sic emitur a Francis imperium. È difficile che Federico avesse dapprima occupato il ponte del Tevere; soltanto che contro il castello aveva spiccato un grosso stuolo di milizie. I Romani passarono anche di là di quel ponte (de ponte Tyberino prosiluerunt); altri vennero dall’isola per il Transtevere (OTTONE MORENA, nel MURATORI, VI, 987). Il CARD. ARAGON.: Populus, qui clausis portis apud Castrum Crescentii resiedebat armatus — e dappoi, alla fine del combattimento: infra portas ipsius castri se ipsum recepit. Forse nel castel Sant’Angelo risiedevano tuttavia i Pierleoni. OTTONE DI FRISINGA: Pugna conseritur — juxta castrum Crescentii cum Romanis, juxta piscinam cum Transtyberinis (dov’è oggidì san Benedetto in Piscinula). SIGEB., Auctar. Aquicinct., ad a. 1155, ed ELMOLDO, Chron. Slavor., c. 80, il quale attribuisce il merito maggiore ad Enrico il Leone, perlochè il Papa lo avrebbe poi premiato con donativi. Così anche gli Annal. Palidenses (Mon. Germ., XVI) ed una completa narrazione che è negli Annal. di VINCENZO DA PRAGA (Mon. Germ., XVII, 655).

[658] GEROH DI REICHERSBERG, De Investig. Antichr., I (GRETSER, Prolegom. ad scriptor. adv. Waldenses, c. 4), accagiona espressamente il Prefetto urbano della morte di Arnaldo: A praefecto Urbis Romae de sub eorum custodia — ereptus ac pro speciali causa occisus ab ejus servis est. Maximam siquidem cladem ex occasione ejusdem doctrinae idem Praef. a Romanis civibus perpessus fuerat. Io interpreto questo passo (di cui vo debitore al PAPENCORDT) mercè un documento dei 17 Luglio 1158: il Prefetto (Pietro) e Giovanni e Ottaviano fratelli suoi, da Viterbo, fanno quitanza al Papa di averne ricevuto 1000 marchi, e dicono averne conseguito in pegno i redditi di Civita Castellana ecc., a compenso de damno castrorum, domorum — occasione guerrae quam habuimus cum Pop. Romano pro Roman. Ecclesia (ne è informato anche VINCENZO DI PRAGA): il Papa promette eziandio di far restaurare le loro case nella Città. Il Praefectus, Johannes Praefecti et Octavianus germani fratres, Petrus, Johannis, Johannes Caparrone (tutti proprietarî di beni a Viterbo) e Petrus de Atteja (a Nepi) compongono la famiglia dei Prefetti di Vico e di Viterbo (MURAT., Antiq., IV, 31; THEINER, I, XXV).

[659] OTTONE DI FRISINGA: in Tusciae finibus captus, principis examini reservatus est, et ad ultimum a praefecto Urbis ligno adactus, ac rogo in pulverem funere redacto, ne a stolida plebe corpus ejus venerationi haberetur, in Tyberim sparsus.

Così i contemporanei, GOTTFRIED (Pantheon, nel MURATORI, VII, 464): Strangulat hunc laqueus, ignis et unda vehunt, e GEROH: suspendio neci traditus, quin et post mortem incendio crematus atque in Tyberim projectus est, ne videlicet Rom. popul. quem sua doctrina illexerat, sibi eum martyrem dedicaret. — Gli Atti romani nel CARD. ARAG. ne tacciono. — Annal. Einsiedel. (Mon. Germ., V), a. 1155: hereticus suspensus est. — Annal. Palidenses (Mon. Germ., XVI) prefecto traditur et suspendio adjudicatur, qui per mala quae moriens pertulit, erroris debita solvit. Il SISMONDI, il LEO ed il RAUMER, del paro che il poeta NICCOLINI, imaginano che il luogo del supplizio fosse la piazza del Popolo, di dove Arnaldo avrebbe potuto misurare col suo occhio le tre strade di Roma: ma esse a quel tempo non esistevano, come non esisteva la piazza (allora ivi erano orti); e d’altronde l’esecuzione non potè avvenire dentro di Roma che teneva sbarrate le porte. Non è dato di fare che tre ipotesi: o Arnaldo fu giustiziato prima che Federico entrasse, o subito dopo la sua coronazione e la battaglia, o dopo che l’Imperatore si ritirò a Soratte. Senza esitare, io mi appiglio all’opinione che dichiaro nel testo.

[660] Questo dico a confutazione del RAUMER che si esprime così: «Egli non seppe porre i suoi disegni in armonia con alcuno dei grandi principî di quell’età, ma s’atteggiò ostilmente del pari contro lo Stato e contro la Chiesa di quel tempo, mentre s’accese di entusiasmi per cosa che era allora tutto morta, e a cui resuscitare invano s’affaticò.»

[661] Mi rallegra che un Tedesco abbia biasimato il barbaro supplizio di Arnaldo: fu GEROH, priore di Reichersberg (morto nel 1169), il quale consentiva nelle opinioni di Arnaldo, che i preti non si dovessero intromettere nelle podestà temporali. Quem ego vellem pro tali doctrina (le sue massime politiche) tua quamvis prava, vel exilio, vel carcere, aut alia poena, praeter mortem, punitum esse, vel saltem taliter occisum, ut Rom. Eccl. seu curia, ejus necis quaestione careret — quare non saltem ab occisi crematione et submersione ejus occisores metuerent, quatenus a domo sacerdotali sanguinis quaestio remota esset, sed de his ipsi viderint. E dice che l’operosità di Arnaldo fu nobile e generosa. — Zelo forte bono, sed minori scientia...: il suo supplizio nex perperam acta.

[662] Due mesi dopo che io aveva scritto (nella prima edizione) questa pagina, lessi in una relazione da Loreto, dei 18 Febbraio 1862: «Ai 13 di Febbraio pei canti della città si appiccarono dei manifesti ne’ quali era detto: «Viva il Papa non Re! Viva Arnaldo da Brescia! Viva il clero liberale!» Due scritte «Viva Arnaldo da Brescia», a gran caratteri, si affissero financo sulla facciata del duomo.» Questo era avvenuto in conseguenza della risposta data dal cardinale Antonelli a certi dispacci francesi; e in parecchie città d’Italia n’erano stati provocati segni di protesta contro il dominio temporale. — Intorno alla Pasqua del 1862 leggeva poi che a Firenze si aveva fatto proposta di erigere un monumento ad Arnaldo (a). — Forse il solo dramma nazionale che possiedano gli Italiani è l’Arnaldo da Brescia del fiorentino GIOVANNI BATTISTA NICCOLINI.

(a) Ed uno gliene fu innalzato nell’anno 1868 a Desio, nella villa Antona-Traversa. (N. del T.)

[663] SICARD., Chron., p. 599: in quorum (sc. Romanorum) acrimoniam et Imperialem ultionem Tiburtinum censuit municipium restaurari. — L’atto della restituzione di Tivoli al Papa, salvo tamen per omnia jure imperiali, è registrato in CENCIO e nel CARD. ARAG.; nel THEINER, I, n. XXI. Sventuratamente manca di data.

[664] In data dei 9 Luglio 1155 Gionata figlio di Tolomeo riceve in feudo dalla Chiesa la metà di Tusculo: CENCIO, fol. 112; THEINER, I, n. 20.

[665] Sulla ritirata di Federico vedasi OTTONE DI FRISINGA, II, c. 24, dov’è bene descritta la mal’aria di Roma: e vicinis stagnis, cavernosisque, ac ruinosis circa Urbem locis tristibus erumpentibus et exhalantibus nebulis, totus vicinus crassatur aër, ad hauriendum mortalibus lethifer, ac pestilens. Urgebatur hoc incommodo in Urbe civis, hoc tempore ad montana consuetus fugere: proprio come oggidì. — Per quel che concerne Spoleto, vedasi la dotta annotazione nel PAPENCORDT, p. 267. In quel palazzo del Comune io copiai questa epigrafe che vi si conserva incisa in pietra:

Hoc est Spoletum censu populoque repletum Quod debellavit Fridericus et igne cremavit. Si queris quando post partum Virginis anno MCLV. Tres novies soles Julius tunc mensis habebat.

[666] L’esercito di Adriano era composto di vassalli della Chiesa: comitum et aliorum nobilium tam de Urbe, quam de Campania: CARD. ARAGON. — ROMUALDO: Terram Laboris ingressus, eam violenter obtinuit.

[667] Romam praeterea, quae tunc adversabatur Pontifici, dominio ipsius armis vel pecunia subjugavit: CARD. ARAGON.

[668] Odone Frangipane disdisse il giuramento prestato al Re (CARD. ARAGON.). Ligius homo papae devenit; è l’espressione usata a quel tempo. Vedasi il linguaggio orgoglioso di Guglielmo nell’istromento di pace (BARON., ad a. 1156, n. IV); l’investitura del Papa al n. VII: e si consulti eziandio il WATTERICH, II, 352. Soltanto adesso i Re di Sicilia furono infeudati di Salerno, di Amalfi, di Napoli e degli Abruzzi (Marsia). Il Concordato costituiva quasi independente da Roma la Chiesa sicula. Leggansi il GIANNONE, lib. XII, e il contemporaneo ROMUALDO, p. 197.

[669]

Hostibus imperii presul Romanus adhesit, Federa dat Siculis, pariter dat federa Grecis, Fit modo materies mortis et hora necis.

(GOTFRIED, de Gestis Frid., ed. FICKER, p. 28).

[670] La Conventio inter Adrianum IV et Urbevetanos (nel MURATORI, Antiq. It., IV, 36) è data: A. 1157 Ind. VI Mense Febr. Il Papa è rappresentato da sette Cardinali; la città da un Abate, da due Consoli e da due nobiluomini: fecerunt siquidem praefati consules ligium dominium domino Pp. Sulle edificazioni di Adriano in Orvieto vedasi MONALDO MONALDESCHI, Commentarii Historici, Venet., 1584, 35.

[671] Ad amoenum et populosum Viterbii castrum descendit, et exinde ad Urbem et Lateranense Consistorium cum gloria et honore debito remeavit: CARD. ARAGON., p. 445. Il JAFFÉ mostra Adriano reduce in Laterano ai 12 Novembre 1156.

[672] Precisamente dell’anno 1157 v’ha un’iscrizione del Senato, posta sulle mura della Città: di ciò più tardi.

[673] La nota frase: si majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset... RADEVICH, I, c. 8. — OTTONE DI SAN BLASIO, c. 8. — Uno dei legati, Rolando cardinale, che ebbe più tardi rinnomanza come papa Alessandro III, disse conciso e ardito: A quo ergo habet, si a dom. Papa non habet imperium? Ottone, conte palatino, si scagliò colla spada ignuda sopra i preti, ma l’Imperatore impedì che si uccidessero: così ebbe suo riscontro quel che era avvenuto nel celebre Sinodo di Gregorio VII (RADEVICH, I, c. 10). — Vi fanno seguito la lettera di lamentanza che il Papa scrive al Vescovi tedeschi (I, c. 15), e la loro vivace risposta (I, c. 16), in cui si chiariscono aderenti alle idee dell’Imperatore: liberam Imperii nostri coronam divino tantum beneficio adscribimus. In capite orbis Deus per Imperium exaltavit Ecclesiam, in capite orbis Ecclesia (non per Deum ut credimus) nunc demolitur Imperium.

[674] Cumque per electionem principum, a solo Deo Regnum et Imperium nostrum sit — quicunque nos Imperialem Coronam pro beneficio a D. Papa suscepisse dixerit, divinae istitutioni, et doctrinae Petri contrarius est, et mendacii reus erit: RADEV., I, c. 10. — I Papi dicevano che gli Imperatori erano tali per grazia del Papa; gli Imperatori dicevano sè esserlo per grazia di Dio (gratia Dei oppure divino beneficio) mercè l’elezione del parlamento. Nel medio evo la «grazia di Dio» non aveva alcun mistico significato; per gli Imperatori aveva pari significazione che pei Prefetti della Città.

[675] Sic et apud Ligures pacta nociva movet (GOTFRIED, p. 29).

[676] Di questo fondavasi titolo nelle statuizioni di Roncaglia, per le quali, come regalie di diritto, si aveva attribuito all’Imperatore: Ducatus, Marchiae, Comitatus, Consulatus, Telonia, Foderum, Vectigalia, Portus, Pedatica, Molendina, Piscariae. RADEV., II, c. 5, c. 10. Che cosa restava al popolo dissanguato?

[677] Si rammenti questo essere precisamente il discorso onde avevano usato i Romani nella loro lettera a Corrado.

[678] Le due lettere sono in SIGEBERTO, Cont. Aquicinctin., ad a. 1157 (Mon. Germ., VIII, 408). Però quella del Papa è data ai 24 Giugno 1159, da Preneste. Fin nell’indirizzo la lettera di Federico doveva offendere l’orgoglioso Papa: Fridericus Dei Gr. Rom. Imp. Semper Aug. Adriano Eccles. Catholicae Summo Pontifici omnibus adhaerere, quae cepit Jesus facere et docere. Adriano si dolse benanco che l’Imperatore nelle lettere ponesse il nome suo innanzi a quello del Papa: in quo insolentiae, ne dicam arrogantiae, notam incurris.

[679] Nam cum divina ordinatione ego Rom. Imp. et dicar et sim, speciem tantum dominantis effingo — si Urbis Romae de manu nostra fuerit excussa. — Papa e Vescovi dicevano: Quid mihi et regi? e l’Imperatore chiedeva al Papa e ai Vescovi: Quid tibi et possessioni? RADEV., II, c. 30. In tutto e per tutto la cosa andava come fu ai dì nostri.

[680] La narrazione esatta ne è data in RADEV., II, c. 41. Federico incarica i suoi ambasciatori ut ea, quae cum Pop. Rom. seu de stabiliendo Senatu, seu de recipiendo Praefecto agenda forent terminarent etc. etc.

[681] L’antico fanciullo mendicante d’Inghilterra scriveva a re Enrico II con ingenua concisione: sane Hiberniam, et omnes insulas, quibus sol Justitiae Christus illuxit — ad jus b. Petri et S. R. E. — non est dubium pertinere: MANSI, XXI, 788.

[682] Ne tengono nota gli Atti di BOSONE suo camerario, nel CARD. ARAGON., p. 445. Maggiori notizie trassero da quelli ALBINO e CENCIO. — Odone De Poli, parente dei conti de’ Marsi, cedette al Papa tutte le sue castella, che erano beni rubati alla Chiesa, e li riebbe in feudo da essa, diventandone vassallo. Erano queste terre: Poli, Faustiniano, Anticuli, Rocca de Nibli, Monte Manno, Gadabiolo (Guadagnolo), Sarracinisco, Rocca de Muri, Castellus Novus; vedasi qual cumulo di beni fino da allora mettessero insieme i Baroni (Doc. in CENCIO, fol. 107, dei 7 Gennaio 1157; nel MURAT., Antiq., I, 676; nel THEINER, I, n. XXII). — Simili contratti di natura feudale concernono Tusculo ed il Castrum Mons Sci Johis in territorio Campanino (Monte san Giovanni sul Liri), che ancora era posseduto da Longobardi della casa di Aquino: di più, Raiano, Sculgola, Corclanum, Orvieto. Di pochi Pontefici come di questo CENCIO conservò tanti documenti.

[683] Così diceva Adriano, rammaricandosi, al suo celebre conterraneo GIOVANNI DI SALISBURY (De Nugis Curialium, VIII, c. 23). In incudine, inquit, et malleo semper dilatavit me Dominus: motto arguto e bello. — In tutti i secoli il mondo ad una sol voce sferzò l’avarizia de’ Romani. Romae Deus non est trinus, sed quattrinus, dicevasi nel medio evo.

[684] Così rappresenta la cosa la Epistola Canonicorum b. Petri pro parte Victoris (RADEV., II, c. 66). Ancor vivente Adriano, Bosone camerario s’era impadronito della munitio S. Petri (ossia del Vaticano fortificato). Rolando stesso dice munitio Ecclesiae (lettere indiritte a Genova, nel CAFFARO, Annal. Gen., I, 274, ed a Bologna, in RADEV., II, c. 51).

[685] Probabilmente il cappellano di ogni Cardinale recava il manto preparato pel suo signore. L’immantare era il primo simbolo del conseguito Papato, e si die’ peso a ciò che la immantatio di Ottaviano avvenne prima di quella di Rolando (RADEV., II, 71). Più tardi la plebaglia gridò ad Ottaviano: Fili maledicte dismanta! non eris Papa. Così nel manifesto dell’elezione di Rolando (RADEV., II, c. 51), che è trascritto dal CARD. ARAGON.

[686] E si gridava in italiano: «Papa Victore santo Pietro l’elegge» (Relazione del Capitolo di san Pietro).

[687] Egli passò per Cisterna, dove vuole la leggenda che Nerone si sia nascosto. Perciò i Canonici di san Pietro dicono: Pervenerunt ad cisternam Neronis, in qua latuit Nero fugiens Romanos insequentes. Juste Cisternam adierunt, quia dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas. I Vittoriani (in RADEV. II, c. 52): In castro — Cisterna, intra Aritiam et Terracinam, Rolandum Cancellarium immantaverunt. ROMUALDO, p. 200: Nimphas venit, et ibi ab Ubaldo Ostiensi Ep. — solemniter consecratus, et postea Terracinam venit. Rolando stesso narra che a Ninfa fu consecrato (RADEV., I, c. 51).

[688] Nel Concilio di Pavia produssero testimonianza per lui: Petrus Urbis Praef., Stephanus de Tebaldo, Steph. Nortmannus, et Johs de S. Stephano, et Johs Cajetanus, et Wolferaminus de Gidocica, et Gimundus de domo Petrileonis (Actio Concilii, RADEV., II, 67). Alcuni moderni affermano che Ottaviano fosse de’ Tusculani; ma il Catalogo dei Papi nel Chron. RICCARDI CLUN. (MUR., Ant. It. IV, 1112) dice esattamente: Octavianus, natione Sabinensis. — Che egli fosse di Monticelli nella Sabina lo nota l’ANON. CASIN., ad a. 1159: Octavianus de Monticelio: il BARONIO ed il CARDELLA erroneamente intesero che vi si parlasse della Regione Montecelio di Roma. — Conte di Monticelli era allora Ottone. Questa famiglia discendeva dai Crescenzî, ed era congiunta di parentela colla casa Palombara, dalla quale SIGEBERTO (Auctar. Acquicinct., ann. 1158) sembra far derivare Ottaviano: ed era pure imparentata coi Prefetti di Vico e di Viterbo. Da un Diploma conservato nell’Archivio di Terni, l’ANGELONI (Historia di Terni, Roma, 1646) vuole argomentare che Federico I, nel 1162, desse Terni in feudo ad Ottaviano, e dice che in quella carta sieno nominati Ottone, Goffredo e Solimano, fratelli di Ottaviano. Poichè però quell’Autore non ne diede il documento alle stampe, non posso prender per buona moneta le sue dubbie notizie.

[689]

Roma nec explorat, cui jura favent pociora, Sed quis majora dona det absque mora.

(GOTFRIED, De Gestis Frid., p. 30).

[690] Lettera di questi Vittoriani, in RADEV. II, 52. — Rolando ebbe il maggior numero di voti: il suo partito voleva contare quattordici Cardinali, e attribuirne agli avversarî due soli, Guido e Giovanni: due altri dei Vittoriani erano assenti. Però i Vittoriani affermarono di aver avuto nove voti. In tutto devono esser stati in Roma da venti a ventidue Cardinali. Vedi le lettere nel MANSI, XXI, nel PERTZ, Leges, II, nel BARONIO ecc. Inoltre un’importante scrittura de’ Rolandisti trovasi nel THEINER, Disquisit. Criticae, p. 212, n. XXIII. Quasi tutte le chiese e i conventi di Roma riconobbero Ottaviano per papa: vedi le sottoscrizioni agli Atti del Concilio di Pavia (MANSI, XXI, 1113); fra le altre: Magister fratrum templi Hierosolymitani in monte Aventino cum suis fratribus obedivit. Dunque fino da allora quest’ordine possedeva la sua casa sul monte Aventino.

[691] A questo tempo appartiene il Decretum Ottonis Comitis Palatini pro congruis alimentis praestandis a Rustico abbate Farfensi etc., dato nell’anno 1159 a Farfa (sulla fine della Cronica): vi si sottoscrivono Petrus Praefectus Urbis, Jonathas Comes Tusculanus, Otto Comes Monticellensis, Octavianus Comes Palumbariae, Rainerius Comes Tyburtinus, Stephanus Tebaldi, Raynerius et Gentilis illustres. Se ne ricava notizia quai fossero i Conti della provincia romana aderenti dell’Impero. È difficile che l’antico Conte di Tivoli conservasse ancora la sua podestà.

[692] Di già Adriano IV da Anagni aveva conchiuso la lega coi Lombardi: SIR RAUL, De Rebus gestis Friderici, p. 1183, C. — Vedi la Epistola Concilii (Papiensis) alla Cristianità, nel WATTERICH, II, 483.

[693] Chron. Fossae Novae; ad a. 1160: Hic venit Anagniam, et acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure. Nella scrittura dei Rolandisti (nel THEINER) è detto che Ottaviano corruppe i primi Senatori colla moneta di dugento libbre, ma che i nuovi eletti li costrinsero a depositare quel denaro in Campidoglio: in Capitolium deportata, et qualiter de communi voce populi muri urbis exinde repariantur.

[694] Venne nella Città ai 6 di Giugno, e ai 27 era tornato a Preneste. MANSI, XXI, 1036: lettera di Alessandro ad Enrico di Grado: Nos — VIII Id. Junii Urbem tenuisse et a clero et pop. Rom. apud eccl. de S. M. Novae cum psalmis, hymnis — fuisse receptos. Alla domenica successiva egli avrebbe celebrato pacificamente la messa in Laterano: Data Romae apud S. M. Novam XVIII Kal. Junii. — CARD. ARAGON., p. 451: Quia vero diutius ibidem propter magnam schismaticor. seditionem quiete non potuit remanere, precibus P. Romani seductus, ad partes Campanie remeavit.

[695] Gli Annali di Erfurt (Mon. Germ., XVI): de Urbe quinque Senatores missi a Romanis erant.

[696] Cum omne patrimonium S. Petri — ab Aquapendente usque ad Ceperanum (confini che allora aveva lo Stato della Chiesa) per Imp. et schismaticos occupatum vidisset: CARD. ARAG., p. 451; BERN. GUIDONIS, p. 446. — E Federico stesso dice: Rollandus — propter fideles nostros circa Romam non habet — ubi caput suum reclinet; perlochè egli sarebbe fuggito: ed eziandio dice che era indebitato fino agli occhi. GOLDAST, Constit Imp., I, 279.

[697] Vedi J. FICKER, Rainaldo di Dassel, cancelliere dell’Impero e arciv. di Colonia (1156-1167), giusta le fonti storiche, Colonia, 1850.

[698] A. 1162: Nos Senatores pro justitia cuique tribuenda a reverendo atque magnifico populo Romano in Capitolio constituti — (GALLETTI, Del Prim., n. LXI). — Ai 14 di Ottobre 1163 v’è questa data: Anno. Pontif. Dompni Victoris IV pape (GALLETTI, n. LXII).

[699] Noto che Federico agli 8 Novembre 1163 diede una lettera di franchigia per Gubbio: Dat. VI yd. Nov. A. D. J. MCLXIII Ind. XII — Act. Laud. in d. n. fel. Am. — Ego Rainald etc. L’originale non esiste più nell’Archivio di Gubbio.

[700] Roma fu da Cristiano messa a gravi strette; vedi la lettera 33 di GIOVANNI DI SALISBURY a san Tomaso (ediz. di LUPO, Oper., T. X, 81). Questi avvenimenti sono dell’anno 1165. Sotto la data di Indict. XIV, ne narra la Cronica di Fossa Nova. — SIGEB., Cont. Aquicinct., li registra all’anno 1165, e il CARD. ARAG., scombuiato in fatto di cronologia, li pone dopo il ritorno del Papa.

[701] CARD. ARAGON., p. 456: Pecunia non modica mediante — et Senatum juxta voluntatem et arbitrium ejus innovando constituit.

[702] Acta sunt haec A. D. Inc. MCLXV Ind. XIII IX Kal. Dec. Pontif. vero ipsius Papae [=an]. VI: così dicono gli Atti nel CARD. ARAG., p. 457. Vi concorda ROMUALDO, p. 205; e la stessa data pone Alessandro nella lettera ad Enrico di Reims, Lateran. VIII Kal. Dec. (24 Novemb.): MANSI, XXI, 1042.

[703] Cum illo populo habitamus, qui tempore omnimodae pacis, nedum turbationis, ad Romanor. pontif. consuevit manus respicere: lettera all’Arcivescovo di Reims, Laterani XV Kal. Febr. (Ep. 96, nel MARTENE, II, 721). Qua e altrove egli si duole dei suoi debiti e degli usurai: tanta namque sunt onera debitorum et creditorum instantia, ut nisi ecclesiae dei a tua fuerit modo liberalitate subventum, vix aut numquam nobis statum urbis in ea pace, in qua nunc est, poterimus conservare. Soltanto in grazia del denaro Roma aderiva ai Papi. Vedi eziandio l’Ep. 109 del Papa allo stesso Arcivescovo.

[704] L’Ep. 140 di GIOVANNI DI SALISBURY dice che Guglielmo morendo mandò 40,000 lire sterline al Papa: altrettante il figlio di lui (LUPUS, Op., T. X, 150).

[705] Et quia Roma, si inveniret emptorem, se venalem praeberet — nihil cum eo (populo) potuit efficere, qui se utrique parti simulabat placere, et cum nulla fideliter ambulabat: CARD. ARAGON., p. 457.

[706] Alcuni documenti fanno apparire che, prima Gionata, indi Raino fossero signori di Tusculo. In CENCIO trovasi nel 1155 Gionata che conchiude un patto concernente Tusculo, ed ancora nel 1150 ei sottoscrive a Farfa il decreto di Ottone conte palatino; nel 1163 l’Abate di santo Alessio gli dà in feudo Astura (NERINI, n. XIII). Nel 1167 si nomina il solo Raino come conte di Tusculo; nel 1171 è Raino che cede Tusculo al Papa: pertanto Gionata morì prima del 1167. Io non credo col CURTIUS che Gionata e Raino formassero una persona sola; i documenti non confondono i nomi.

[707] I trattati concernenti Tusculo sono nel MURATORI (Ant. It., III, 777), che li trasse da CENCIO: quello conchiuso con Odone de Columpna è dato ai 10 Dicembre 1151. Addì 28 Dicembre 1152 Odone Frangipane fa quitanza di trenta libbre ricevute dal Papa per la liberazione del pegno. Ai 9 Luglio 1155 Jonathas fil. quond. Ptolomei de Tusculana giura fedeltà al Papa excepto contra Imperatorem — hanc fidelitatem facio quia dedisti mihi in feudum totam partem vestram supradicte civitatis Tusculanae. Ed a cauzione del Papa gli consegna Montisfortini e Faiola, usque in terminum duor. annor. incipiendor., postquam vera pax fuerit facta inter vos et Romanos (CENCIUS, fol. CXII).

[708] La Cronica del MARANGONE narra questo fatto sotto la data dell’Ind. XV. A Civitavecchia erano Pietro Latro e quaranta Romani: furon fatti prigionieri. Ottimo chiarimento di questi casi dà la lettera di Rainaldo al Coloniensi e al duca Enrico di Limburg: Nos cum sola et domini cancellarii Philippi militia Tusculanum ingressi sumus, ne civitas illa, imperio summe necessaria, perderetur (SUDENDORF, Regist., n. LXII). ROMUALDO (p. 208) nomina oltre a Rainaldo anche l’esiliato Andrea de Rupe Canina. Vedi anche OTTONE DE S. BLASIO, c. 20. Che fosse Raino a chiamar gli Imperiali lo dice soltanto il CARD. ARAGON.

[709] OTTONE DE S. BLASIO conta 500 milites et 800 Caesarianos, e trecento uomini a Tusculo. ACERBO MORENA udì da’ combattenti che tutta l’oste tedesca non giungeva a mille cavalieri. Con Cristiano, dic’egli, erano eziandio Roberto di Bassavilla (esiliato dalle Puglie), il Conte dei Marsi, et Braibenzones, qui erant fortissimi (p. 1143, sq.). Se si stia a SIGB., Auctar. Aquicinct., vi si trovava presente anche Alessandro vescovo di Liegi. Gli Annal. Coloniens. Maximi (Mon. Germ. XVII, 766) non danno a Cristiano che cinquecento uomini.

[710] Della battaglia di Monte Porzio: SICARDO (Chron., p. 599, nota 18): Theotonici — apud Montem Portum invadunt; GOTTFRIED (De Gestis Frider., p. 41): in monte de Porcu; Chron. Urspergens., p. 224: apud Montem Porcum. Anche GIOV. VILLANI scrive: Monte del Porco. Del giorno, 4 Kal. Junii, dies lunae Pentecostis oppur Feria 2, danno conferma la lettera di Rainaldo, la Cronica del MARANGONE, le postille marginali del Cod. Farf. Vatican. 6808, gli Acta Pontif. in CENCIO, gli Annali di Erfurt, di Magdeburgo ecc. I Romani uscirono la domenica di Pentecoste a porsi in ordine di battaglia. Gli Annal. di Magdeburgo dicono che fu fatto prigioniero filium cujusd. Ottonis Frangepanis quem multis pecuniis redimere volentibus non reddiderunt. Rainaldo scrive: Romani miserabiles a Tusculano usque Romam per omnes vias, per omnes agros, sicut pecora, tanta strage jugulati sunt, ut occisorum numerus supra IX aestimetur millia. Egli e l’Arcivescovo di Magonza avrebbero fatto soltanto cinquemila prigionieri; e i Romani medesimi avrebbero detto: de XXX millibus vix duo millia in urbem rediisse. Gli Imperialisti (come OTTONE DE S. BLASIO e SIGEB., Auct. Aquicinct.) esagerano il numero de’ morti fino a quindicimila. Sono più esatti gli Italiani, i quali variano dai sei ai duemila.

[711] ACERBO MORENA dice sprezzevolmente: vilissimi sunt — non sicut sui majores fecere faciunt. Il CARD. ARAGON.: in primo congressus Popul. Rom. irrecuperabiliter corruit, et per campestria, atque convallium devia ita impie contritus, atque delapsus est, quod de tanto agmine tertia vix pars evasit. Il contemporaneo GOTTFRIED, de Gest. Frid.:

Roma cadit fugiens, cecedit pars magna Senatus — Hii duo presbiteri, quos pretulit ordine Cesar, Tam male cantabant requiem super agmina cesa, Cesa per arva necant et tumulanda vetant. Milia bis bina per prata jacent resupina, Pluraque captiva retinent in carcere viva.

[712] Ab eo tempore, quo Annibal Romanos apud Cannas devicit, tantam Romanorum stragem nullus recolit extitisse: CARD. ARAGON. — Il VILLANI, lib. V, c. I, registra la leggenda che la battaglia andasse perduta per il tradimento dei Colonnesi, i quali perciò sarebbero stati cacciati di Roma. Il MATTEI, Memorie di Tusculo, s’inventa di suo capo i nomi dei duci romani: che i morti si seppellissero a san Lorenzo e a san Sebastiano, è cosa probabile; però nessuna iscrizione funeraria ne giunse fino a noi. Solamente SICARDO, p. 599, dice: quorum multi apud S. Stephanum sepulti sunt, et habent hoc epitaphium: Mille decem decies et sex decies quoque seni.

[713] Il CARD. ARAG. nota al 19 di Luglio l’arrivo di Federico; il MORENA, testimonio oculare, più determinatamente: in die lunae, quae fuit IX die ante Calendas Aug. de Ind. XV in Monte Gaudio — castrametatus est. Il monte è dai Cronisti chiamato Gaudius oppure Malus. Il MARANGONE ha questa data: XI Kal. Aug.

[714] Sopra queste porte, a lettere d’argento, era fatto nota della donazione di Costantino. Il MALLIO, nella Descrizione del san Pietro, n. 160 (intorno al 1180), dice: Argenteis literis (sicut nos vidimus, et cum fratribus saepissime legimus) adnotata fuere, videlicet Perusium, Fesulae, Clusium, Bulsinum, Assisium etc. Nell’anno 1200 i Viterbesi furono costretti a restituire le porte. — ACERBUS MORENA, p. 1149: exarsa est — mirabilis imago — in muro ipsius Ecclesiae versus eccl. S. Petri super atrium ipsius Eccl. S. Petri, ex auro purissimo atque splendidissimo decorata, cujus similis in Italia nunquam fuit amplius visa: rappresentava Cristo e san Pietro. Il MORENA chiama la S. Maria in Turri anche col nome de Laborario. Molti altri Cronisti parlano dell’incendio, e il Chron. MAGNI PRESBITERI (Mon. Germ., XVIII, 489) ne rovescia la colpa sulla plebaglia che era nell’esercito dell’imperatore (per viles personas).

[715] Infesta signa usque ad altare ferentes, occisione multorum polluerunt (OTTO DE S. BLASIO, c. 20). — Et replevit aedem interfectis: ELMOLD, Chron. Slavor., II, c. 10.

[716] Se si stia ad ACERBO MORENA, il duomo fu preso di sabato, poichè egli pone in martedì il giorno 1 Agosto. Del 30 Luglio, ch’era domenica, è il Diploma dato da Federico (apud S. Petrum) a ricompensa della gloriosa vittoria riportata sui Romani da Rainaldo e dai vassalli del Vescovo di Colonia; gli fa dono dei redditi di Andernach, specialiter quia deo auctore, Romanis in conflictu publico per invictam ejus et illustris Coloniensis ecclesie militie virtutem gloriosissime superatis, sacratissimum nostrum imperium inexplicabiliter est exaltatum (BOHMER, n. 2526). Pochi dì dopo Rainaldo moriva.

[717] Vedi il REUTER, Storia di Aless. III, Lipsia 1860, II, 262.

[718] Una galea — usque ad romeam ripam prope pontem cum vexillis multis erectis applicuit: MARANGONE. La riparmea ossia ripa romana sarebbe quella che più tardi ebbe nome di «ripa grande».

[719] ... quod Senatum non nisi per eum vel per nuntium suum ordinabunt. — D. Imp. confirmabit Senatum perpetuo in eo vigore, in quo nunc est, et augebit cum tali tenore, ut Senatus — ei subjectus fiat, et faciet inde privilegium cum sigillo auri, in quo contineantur haec, videl. confirmatio Senatus, et quod faciet salva omnia justa testamenta populi Romani: GODEFRIDI MONACHI Annal., a. 1167; GOLDAST, I, 283; Annal. Colon. Maximi (Mon. Germ., XVII, 781).

[720] Di queste particolarità narra soltanto la vecchia Cronica del MARANGONE: CCCC obsides, quos Imp. antea habere non poterat, ei dederunt, et L Senatores ex praecepto Augusti constituerunt. Tuttavia dovettero pur essere cinquantasei Senatori.

[721] GOFFREDO, testimonio oculare (De Gestis Frid.), ne la descrive (sic ubi Roma tacet, gloria nostra jacet), e parimenti fa il MORENA. La Cronica Piacentina (ediz. dell’HUILLARD, Parigi 1856): descendit pluvia, quae appellatur Basobo mense augusti. La mal’aria (intemperie aëris) parve allo Scrittore degli Ann. Cameracens. (Mon. Germ., XVI) esser simile ad un’immane nube nera, che di repente coperse la vallata vicina a Monte Mario: in quella valle sarebbero morti Rainaldo (passò di vita al 14 di Agosto, e gli Annales Egmundani, a. 1167, gli dedicano un eccellente elogio) e settemila Tedeschi; in Roma ne sarebbero morti ventimila. Anche gli Annal. Palidenses dicono: Innumeram moltitudinem praecipue Romanor. stravit, quippe muris inclusi. Alla siccità dell’estate susseguì un inverno tanto crudo, che ne gelò il lago Fucino (Chron. Fossae Novae).

[722] Fra gli altri morirono Daniele vescovo di Praga, Eberardo di Regensburg, Goffredo di Spira, Alessandro di Liegi, Erminio di Verdun, Enrico conte di Nassau, Burcardo conte di Alremont, Enrico conte di Lippa, il duca Federico di Rothenburg, Guelfo duca, Berengario di Sulzbach, Rainaldo di Colonia, i maggiori capitani e consiglieri dell’Imperatore. Vedi il REUTER, II, 267.

[723] «E ’l Signore mandò un Angelo, il quale distrusse ogni valente uomo ed ogni capo e capitano ch’era nel campo del Re degli Assiri: laonde egli se ne ritornò svergognato al suo paese» (2, Chroniche, XXXII, 21). A questo passo della Bibbia s’inspirava TOMASO DI CANTERBURY allorquando si congratulava con Alessandro III che Sennacheribbo se ne fosse andato, e Dio ne avesse distrutto l’esercito: consumpsit eos morte famosissima (Ep. XXII, lib. II in LUPO). Quasi tutti i Cronisti, massimamente quando sono preti, la prendono per una punizione divina. CARD. ARAG.: Tunc idem Fridericus divina se manu percussum fore intelligens, cum Romanis utcumque composuit, et VIII Id. Aug., non sine manifesta confusione, recessit. Sto in dubbio della data, 6 di Agosto. A quel giorno l’Imperatore ancor detta una scrittura juxta Romam in Monte Gaudii (STUMPF, II, 364). Ai 4 di Settembre era a Pontremoli. GIOVANNI DI SALISBURY (Ep. 159, in LUPO): Imperator — quasi torris raptus de incendio, confusus ab Urbe recessit.

[724] «Beato Alessandro, che non vide Italia: felice me, se in Asia fossi trapassato»: RICOBALDO DI FERRARA, p. 372, citato dal RAUMER.

[725] La lega Lombarda si conchiuse nell’anno 1167. Vedi i recentissimi studî e i documenti della sua storia, in CESARE VIGNATI, Storia diplom. della Lega Lombarda, Milano 1866.

[726] Cod. Farfensis Vatican. 6808: [=an]. dni MCLXVIII V Idus Aprilis Albanensis civitas destructa est a Romanis. Il Catalogo in CENCIO: Albanum a Romanis concrematum est VI Idus Aprilis. Più esattamente nel Chron. Foss. Nov., ad [=an]. 1168, e nel CARD. ARAGON., p. 460.

[727] Clausus est in turre Stephani Theobaldi, nec audet egredi, timetque usq. ad mortem innovationem Senatorum, qui in Cal. Novembr. Urbis regimen accepturi sunt: Ep. 108, Lib. II, di GIOVANNI DI SALISBURY, nel Tom. X di LUPO. Vedasi anche la Ep. 66.

[728] Chron. Fossae Novae, ad [=an]. 1168. È meraviglioso veder combattere l’un contro l’altro nel Lazio due arcivescovi di Magonza, Cristiano e Corrado.

[729] CARD. ARAGON., p. 462, e ROMUALDO, p. 210, il quale erroneamente scrive Gionata a vece di Raino. Raino aveva prima ricevuto in permuta Monte Fiascone e san Flaviano da Giovanni prefetto, cui tempo innanzi gli aveva dati in pegno il Papa: ma in quelle terre Raino non fu accolto. Il documento degli 8 Agosto 1170 (in CENCIO, fol. 261) dice: Ego Rayno fil. quond. Tholomei de Tusculana — dimitto vobis d[=no] meo Alex. Pp. — et S. R. E. — civitatem Tusculanam cum arce ejusdem civitatis — Et ab hac hora in antea potestatem habeatis in ea intrandi, tenendi, possidendi, disponendi, laborandi, fruendi, placitandi, infeudandi. Vedi anche il WATTERICH, II, 415. — Nell’anno 1174 lo stesso Raino diede il Castrum Algidi in ipoteca al Papa che gli aveva dato duecento libbre a prestito (CENCIO, fol. 115). Si noti quanto prestamente cadde in rovina la casa dei Tusculani.

[730] Domno vero Papae obtulit, quia data pecunia liberaret eum ab exactionibus omnium Romanorum — repulsam passus est: Ep. 80, lib. II, in LUPO, Tom. X, e più addietro nell’Ep. 79.

[731] Hoc autem [=ano] misit Imp. Constantinopolitanus nepotem suam cum Episcopis Grecis et cum comitibus, et cum multis militibus — ut daret eam in conjugio Odoni Frajapanis de Roma, qui (Alexand.) apud Verulas eum conjugavit, et tunc ipse Odon cum ea reversus est Romam: Chron. Foss. Nov., ad [=an]. 1170. Alessandro venne a Veroli ai 18 Marzo. Delle altre trattattive vedasi il CARD. ARAG., p. 461.

[732] Cod. CENCII, fol. 262: Celebrata nativitate b. Mariae cum fratribus suis de Verulis exiens — in Vigilia Sct. Lucie (s. Luce, vedi il JAFFÉ, p. 735) cum gloria et honore civitatem ipsam (Tuscul.) intravit, et in palatio ipsius arcis tamquam dominus per XVI (leggi col JAFFÉ XXVI) menses resedit.

[733] Sull’impressione che Alessandro risentì dall’assassinio del Becket, e sulle ambascerie inglesi venute a Tusculo, vedi il REUTER, III, 116

[734] CENCIO e ROMUALDO ad [=an]. 1171. Cronologicamente più esatto è senza dubbio il Chron. Foss. Nov. ad [=an]. 1172: Ind. V Alexand. P. fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis Tusculanae mense Nov. Vedi la Vita Alexand. nel WATTERICH, II, 417. Il JAFFÉ fa conoscere che sulla fine del Gennaio 1173 Alessandro andò da Tusculo a Segni. Quivi, addì 4 Febbraio, canonizzò Tomaso di Canterbury.

[735] La pace di Venezia, conchiusa il giorno 1 di Agosto fu confermata solennemente in san Marco ai 15 di quel mese (gli Atti ne sono registrati nel MURAT., Antiq. Ital., IV, 285 e nel PERTZ, Leges, II). Il trattato colle città fu raffermato soltanto nella pace di Costanza, ai 25 Giugno 1183.

[736] Su di ciò vedasi la profonda analisi che ne fa il FICKER, nei suoi Studî sulla storia dell’Impero e della Chiesa, Inspruck, 1869, II, p. 307, ecc., p. 469. Nel Pactum Anagninum (PERTZ, Leges, II, 147) gli ambasciatori promettono al Papa che l’Imperatore praefecturam Urbis et terram comitisse Mathildae restituet, ossia ciò che si comprendeva nel concetto di Patrimonium.

[737] Totius populi Romani consilio et deliberatione statutum est, ut Senatores qui fieri solent, fidelitatem et hominium D. Papae facerent, et B. Petri Ecclesiam, atque regalia, quae ab eis fuerunt occupata, libere in manibus et potestate sua restituerunt: CARD. ARAGON., p. 475.

[738] Exierunt obviam sibi in longum Clerus Romanus cum vexillis et crucibus, quod nulli Romanorum Pontifici recolitur factum, Senatores et Magistratus, Populi cum concrepantibus tubis, nobiles cum militia in apparatu decoro, et pedestris populositas cum ramis olivarum, laudes Pontificis consuetas vociferans: CARD. ARAG., p. 475. — ANDREA DANDOLO (Chron., pars 36) dice che i Romani gli andarono incontro cum tubis argenteis, et octo vexillis diversorum colorum; e questi il Doge avrebbe mandato al Papa, in memoria del suo trionfo.

[739] San Bernardo avrebbe detto al trionfante Alessandro ciò che scrisse a papa Eugenio III: In his successisti, non Petro sed Constantino. — Petrus sic est, qui nescitur procesisse aliquando, vel gemmis ornatus, vel sericis, non tectus auro, non vectus equo albo; nec stipatus milite, nec circumstrepentibus septus ministris: De Consideratione, lib. IV, cap. 3.

[740] Così era anche delle città vescovili del Lazio, dove i Papi tenevano corte. Nell’anno 1164 il Vescovo di Anagni si duole che quel Comune aggravi d’imposta le genti vescovili al paro dei cittadini; risponde il Papa che lo proibirà: vestra petitio continebat, quod potestas, concilium, populus civitatis Anagninae familiares et servientes vestros ad solvendum, contribuendum cum aliis civibus Anagn. in datiis, collectis, angariis et parangariis, expensis, et aliis oneribus supradictae civitatis propria temeritate compellunt in vestrum prejudicium — — dat. Anagn. Id. Junii pont. nostri an. V (LABBÉ, Concil., XII, col. 252). In Anagni vediamo dunque esistere le tre podestà civiche, ed è assai notevole che ivi nell’anno 1164 compaia il Podestà. — Fino una terra piccola e decaduta com’era la vescovile Ostia aveva il suo municipio. In un documento dell’anno 1159 il populus Ostiensis si obliga di dare al Papa annualmente due platratae di legno; vi interviene il Procurator del Comune coi boni viri cives Ostienses (MURAT., Ant., I, 675).

[741] Vedi più addietro a carte 620, nota 1, dove è detto di questa famiglia.

[742] ROMUALDO, ad a. 1178 (p. 241); il tempo fu prima dell’Agosto. Ad pedes Alessandri Papae accedens, confirmata sibi Praefectura, ejus homo devenit. Il REUTER (III, 763) nota a questo argomento che, conformemente ai patti di Anagni e di Venezia, l’Imperatore restituisse al Papa la Praefectura solamente salvo omni jure imperii, e dichiara non potersi credere che cessasse ogni rapporto di obligo del Prefetto verso l’Imperatore.

[743] Calisto si sottomise a Tusculo nel dì 29 Agosto: ANON. CASINENS., ad a. 1178; Chron. Foss. Nov.; ROMUALDO sulla fine della Cronica.

[744] 3 Kal. Oct. quidam de secta schismatica — Landum Pitinum elegerunt in Pap. Innocentium: Chr. Foss. Nov., ad an. 1178. — SIGEB., Auctar. Aquicinct., reputa erroneamente che Lando fosse un Frangipani: da documenti si rileva che i Landi erano baroni del Lazio. — ANON. CASIN., a. 1180: apud Palumbariam cum sociis captus. Lo stesso Continuatore di SIGEBERTO non fa parola di Palombara, ma dice che protettore di Lando, in un castello prossimo a Roma, sia stato un fratello di Ottaviano antipapa. Signori di Palombara erano Filippo e Odone, figli di quell’Ottaviano comes Palumbariae, che è nominato in una carta Farfense dell’anno 1159. Intorno a Palombara ed a quei Baroni, vedi l’Analisi del NIBBY. Lando fu consegnato al Papa sull’incominciamento del 1180, in quello che un’inondazione del Tevere devastò Roma e vi scoppiò una pestilenza (Chr. Foss. Nov., ad [=an]. 1180).

[745] Cujus obitu quidam insipientes Romani audito, ei non, ut debuerant, obviam cum ad urbem deferretur venerunt; et ei maledicentes, luto etiam et lapidibus lecticam, in qua portabatur lapidantes, vix eum in patriarchio Lateranensi sepeliri permiserunt: SIGB., Cont. Aquicinct., ad [=an]. 1181. Perì il suo mausoleo.

[746] Tres tantum praecesserunt eum in numero annorum, quo Roman. Eccl. praefuerunt, b. Petrus sed. 25 annis, Silvester I 23, Adrianus totidem: ROBERTUS DE MONTE, ad [=an]. 1181. — Dopo di Alessandro III solamente Pio VII toccò i ventitrè anni di reggimento. È noto che nessun Papa aveva raggiunto i venticinque anni (cui si favoleggiò aver durato il pontificato di san Pietro), ma Pio IX li superò, essendo pervenuto oggidì ai suoi ventisette anni di regno in mezzo ai grandissimi avvenimenti ch’ei vide compiersi.

[747] La storia migliore e più profonda del pontificato di Alessandro III è data nell’Opera più volte citata del REUTER (Lipsia, 1864, in 3 vol.). Vedasi segnatamente nell’ultimo volume il capitolo che tratta delle idee gerarchiche e delle conquiste di questo Pontefice.

[748] Mostra il JAFFÈ che ai 2 Novembre 1181 egli era in Laterano, e che vi rimase fino al Marzo 1182. Ai 13 Marzo era di nuovo a Velletri.

[749] Ortum est grave dissidium inter Romanos et P. Lucium super consuetudinibus quibusdam, quas praedecessores sui facere solebant, quos supradictus Papa juravit, se nunquam facturum: ROGERO HOVEDEN, Annales, pars poster., p. 621 (citato dal CURTIUS, p. 271).

[750] Chron. Foss. Nov., ad an. 1183. Esso pone a Kal. Julii l’assedio di Tusculo fatto da’ Romani. Più esattamente una postilla marginale nel Cod. Vat. 1984 dice: in vigilia b. Petri apostolici a[=n]o 2 Lucii III papae Ind. I. Lo stesso Codice: interea Roma a XXV senatoribus administrabatur; ma non si può guarentire che questo numero sia giusto.

[751] ROGERO HOVEDEN, p. 62, dice che i Romani avessero ucciso Cristiano avvelenando una fontana. — Papa Lucio invitò mediante un Breve, il clero tedesco a fare orazioni pel defunto (SCHANNAT, Vindem. liter., II, 118, nel MANSI, XXII, 480). Il Papa lo chiama vir valde providus et magnificus. Della morte di Cristiano parla anche il Chron. Mogunt. CONRADI EP., p. 573 (nell’URSTISIUS). Il suo elogio fanno gli ANNALES STADENSES (Mon. Germ., XVI, a. 1173): disertus extitit et facundus, vir largus et illustris. Parlava parecchie lingue. Nulla civitas, nulla urbs ei resistere audebat. Nel suo esercito i somieri erano pasciuti meglio che le genti di servizio dell’Imperatore.

[752] ROGERO HOVEDEN (p. 622) dice erroneamente che il Papa, mercè di questo denaro, ottenesse di far pace coi Romani.

[753] Chr. Foss. Nov., a. 1184: 13 Kal. Maji incenderunt Palianum, et Serronem, Penestrum, et sic Romam reversi sunt.

[754] Lo narra SIGEB., Auct. Aquicinct., ad [=an]. 1184: Romani Lucium papam parvipendentes — in contumeliam cardinalium excogitant inauditum flagitium. E parimenti gli Annales Stadenses, a. 1183, i quali dicono che i Romani fecero crudele trattamento di ventisei Tusculani ridotti prigionieri: cose che ricordano gli orrori delle venture guerre contro gli Albigesi.

[755] Chron. Foss. Nov: postea dom. Papa ivit in Lombardiam, et misit Comitem Bertoldum legatum Imperatoris Fried. pro defensione Tusculanae, et ad recolligendam Roccam de Papa, quam ipse callide et dolose expugnavit; prima volta che si menzioni Rocca di Papa, fondazione pontificia. — Affine di completare i Regesti di Federico faccio nota del suo Privilegium per Fuligno cui egli dona Bevania e Cocoratium. Fra i testimonî sono Gottfrid. patriar. Aquil. Conradus Archiep. Mogunt. Otto eps. Babenberg. Gerardus com. de. hon. Heinr. comes de Altendorf. Olricus de Lucelinhardt... Dat Tervisii A. D. J. MCLXXXIIII Ind. III. VIII. Kal. Dec. fel. Amen. Originale senza suggelli nell’Archivio comunale di Fuligno, credenza IV, n. 3.

[756] Il LA FARINA (Storia d’Italia, IV, 138) dice egregiamente che questo Concilio di Verona piantò le fondamenta della mostruosa Inquisizione. Il Decreto di Lucio III (Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, quae in plerisq. mundi partibus, modernis coepit temporibus pullulare) è più feroce degli editti di Alessandro III: ordina che si denunci e si stermini per opera del braccio secolare tutte le eresie, sotto minaccia delle più gravi censure ecclesiastiche: MANSI, XXII, 476.

[757] Delle ragioni di questo mal animo fra Federico e i papi Lucio ed Urbano parla chiaro il Chronicon Slavorum di ARNOLDO, III, c. 10, c. 16, sqq. Vedasi inoltre la monografia dello SCHEFFER-BOICHORST: Ultima controversia dell’imperatore Federico I colla Curia, Berlino, 1866.

[758] Rex H. subjugavit sibi totam Campaniam praeter Fummonem, et castrum Ferentinum obsedit per novem dies, et ivit super Guarcinum: Chron. Foss. Nov., ad [=an]. 1186. Anche coi Frangipani Enrico se l’era intesa, chè in uno dei suoi Diplomi (A. 1186 Ind. IV die Dominico, qui fuit Sestus intrante mense Julii) si sottoscrive Otto Frangenspanem in qualità di praefectus Romae. MURAT., Ant. It., IV, 471 — actum sub temporio Regis H. feliciter, quando erat in obsidione Urbis Veteris.

[759] Il Cod. Vat., fol. 200 b, porge notizie di Urbano III e di Gregorio VIII. — Mox dictus pontifex cum tota curia praecedentibus Leone Monumenti et Anselmo ad Pisanam civitatem pervenit. Leone di quel cognome s’incontra già prima dell’anno 1177; chè il Chron. Altinate (Arch. Stor., VIII, 183) annovera nel catalogo dei presenti alla pace di Venezia: Leo de Monumento, Romanus Princeps, cum hominibus XVIII. I Gesta Innocenti III, c. 23, lo chiamano parente di Ottaviano vescovo di Ostia, che (secondo l’UGHELLI, I, 67) era della famiglia Poli e congiunto di Innocenzo III. Indi ne parla, nell’anno 1207, il testamento del cardinale Gregorio de Crescentio (GALLETTI, Prim., p. 335). Un casale dava il cognome alla famiglia de Monumento, ma l’origine ce n’è ignota. Nel 1226 trovasi il Comes Octavianus de Monumento nella Bolla data da Onorio III pel Vescovato di Ostia, dat. Lateran. Nov. April. A. X (Mscr. Vat. 6223). Lo stesso Onorio concede nell’anno 1217 al convento di san Tomaso sul Celio, Turrim quae dicitur Monumentum, ubi dicitur Statuarium (ch’era vicin Sette Bassi, presso la via Appia): Bullar. Vat., I, 100 sgg. Il TÖCHE, l’imperatore Enrico VI, Lipsia 1867, p. 61, conchiude da un Diploma di Enrico VI, dato a favore di Leone de Anguillara, che questi formi una sola persona con Leone de Monumento; ma è un’asserzione non comprovata: i documenti non confondono mai i nomi. I De Monumento erano una famiglia a sè. Così nell’anno 1221 vien detto: Petrus Frajapanis Romanor. Consul Almae Urbis, et Maria de Monumento quond. Enrici Frajapanis uxor (BORGIA, Velletri, p. 263). Ancora nel 1279 io trovo Angelus de Monumento (Archiv. Flor. Rocc. di Fiesole).

[760] Sanctiss. Patri et Dom. Clementi dei gr. summo Pontif. et univers. Ppe. S. P. Q. R. salutem et fidele cum subjectione servitium — — Sulla fine è detto, che nessuno osasse di rompere quella pace, alioquin iram amplissimi Senatus et metuendi populi Romani gravissimi incurrat et odium. Actum XLIIII [=ano] Senatus Ind. VI mense Madii die ultimo, jussu Senatorum: seguono le sottoscrizioni. Questo atto fu stampato la prima volta dal BARONIO che lo trasse da CENCIO; indi, più correttamente, dal MURATORI, Ant. It., III, 785: trovasi anche nel CURTIUS, nel VITALE, nel VENDETTINI ecc.

[761] Ad praesens reddimus vobis Senatum, et Urbem, et Monetam. — — I Pontefici riacquistarono il diritto di batter moneta; tuttavia di quell’età non possediamo un solo denaro che mostri aver eglino esercitato un tale diritto.

[762] Il VENDETTINI, p. 175 (traendola dall’Archivio del castel Sant’Angelo), registra una quietanza dei 27 Ottobre 1188, riferibile a risarcimento di danni dato ad alcuni Senatori: così il VITALE, che erroneamente pone il documento all’anno 1187. Quello che ne dice l’OLIVIERI non è che parole e parole.

[763] Dabitis Senatoribus — beneficia et presbyteria (donativi in occasione di grandi festività) consueta. Stando all’Ord. Roman., XII, n. II, il Prefetto riceveva 40 Solidos den.; ogni Senatore, giudice, avvocato, unum melequinum e qualche solidi. Un malachino valeva 8 grossi, il grossus corrispondeva a 6 denarii; così dice una valuta del tempo di Innocenzo VI, che è registrata sur una delle prime pagine del Cod. CENCII (nella Riccardiana, n. 228). Invece che dare presbyterium usavasi anche dire: dare manum, donde è venuta la parola «mancia». La spesa ne era assai rilevante, perocchè tutti i preti e molte scholae ricevevano il presbyterium (Ordo Roman., XII, n. 16). Nelle grandi solennità la metà dei Senatori desinava dal Papa (ibid., p. 170). Però egli era solamente obligato a far donativi ai cinquantasei Senatori; se erano in numero maggiore, quello ch’ei faceva di più era mera liberalitas. Lo dicono gli stessi Senatori in un istromento dei 28 Maggio 1191 (MURAT., Ant. It., IV, 36).

[764] Pro restauratione murorum hujus excellentissimae urbis centum libras bonorum provenientium.

[765] Quodst hinc usque ad Kal. Jan. dictum Tusculanum ad manus nostras non venerit, tunc excommunicabitis Tusculanum. Non si può concepire abuso delle censure ecclesiastiche che fosse più obbrobrioso di questo per il Papa. Delle condizioni di Tusculo dà ampia notizia ROGERO HOVEDEN, p. 689: ci è d’uopo attingere le nostre notizie da un Cronista inglese, poichè tacciono le fonti romane.

[766] De Capitaneis sit salvum urbi et populo Romano, quicquid ab eis conventum est, et promissum Romae per scriptum et juramenta, ac plenaria et stajarias, ac presones: vocaboli inesplicabili; plenariae (meglio così che plejariae) significano forse «mandato di piena facoltà.»

[767] Di simiglianti patti giurati da moltitudine di popolo trovasi un esempio notevole nella convenzione conchiusa fra Pisa e Genova l’anno 1188, ai 13 di Febbrajo (FLAMINIO DAL BORGO, Diplomi Pisani, 114).

[768] Tengo fermo il numero di cinquantasei, sebbene dai testi ne emergano cinquantasette o cinquantotto: mancando le interpunzioni, poterono facilmente farsi, di uno, due nomi. Vi è detto primamente: Jussu Senatorum Consiliariorum: Angeli Ser Romani de Pinea; Bobonis Stephani de Octaviano; Petri Stephani de Transtisberim; Romani Senebaldi; Rainerii Rinaldi de Ranucio; Johannis de Schinando; Cafari Bartholomei; Petri Nicolai Fusconis de Berta; Bobonis Donnae Scottae, et Ilperini Donnici. Di questi, i Boboni, gli Stefani, i Tebaldi, i Romani, i Rainerii appartenevano a famiglie antiche. Seguono i Senatori, fra’ quali non evvi uno solo de’ Pierleoni, de’ Frangipani, dei Colonna, ma un Petrus Leonis. Ei si può così poco comporre la storia de’ fasti del Senato medioevale, come di quelli dell’antico. Se ne fece un tentativo di già nel secolo decimosettimo: GIACINTO GIGLI (caporione di Campitelli intorno al 1655) scrisse una Cronologia dei Consoli, Priori e Magistrati di Roma (mscr. nella Bibliot. di Santa Croce in Gerusalemme); ma il suo lavoro privo di luce critica è quasi senza valore: tuttavia ancora il VITALE ebbe accettato le sue notizie. Un’altra Series Senatorum (1220-1712) raccolse il CRESCIMBENI da una Storia del Senato di CARLO CARTARI (mscr.) e da un Catalogo dei Senatori negli Statuti dei Mercatanti di panni (del sec. XVI, nella Bibl. Chigi), il quale comincia coll’anno 1296 (Basilica di santa Maria in Cosmedin nel 1719, c. IV).

[769] Vedi la lettera Domno Papae Theobaldus praefectus et Petrus Leonis (in RADULFO DE DICETO, p. 648), dove descrivono la battaglia di Acri, combattuta ai 4 Ottobre 1189.

[770] ROGERI DE WENDOWER, Chronica, ed. Coxe, III, 26.

[771] Il viaggio di Riccardo è descritto con nomi storpiati da ROGERO HOVEDEN, p. 667. Da Pisa a Talemude (capo Telamone), a Porte Kere (Cere), avanti a Cornet Civitatem (Corneto) a Senes la veile (significa Civitavecchia, quantunque sia mal chiamata con quel nome, onde il VILLANI appella Siena), a Le far de Rume (faro di Roma), poi nel Tevere. Alla sua foce il Cronista tiene nota di una bella torre solitaria e di grandi ruine di mura antiche (di Ostia e del porto di Trajano). — Ai 26 di Agosto, per terra, lungo un bosco quod dictur Selve dene (di Ardea); lo attraversa per ventiquattro miglia, una via marmorea ad modum pavimenti facta (la via Severiana, che a quel tempo era ancora conservata in buono stato): indi il viaggio prosegue per Castel Lettun (Nettuno e Anzio) dov’è un porto che in antico fu coperto di rame: poi vicin Cap de Cercel (Circello) sulla cui cima è una rocca di pirati; finalmente a Terracene ed a Garilla (Castel Garigliano) ed al Castel Le Cap del Espurun (forse Sperlonga). Hic est divisio terrae Romanorum, et terrae regis Siciliae in illa parte, quae dicitur principatus Capuae. Pertanto a quel tempo lo Stato della Chiesa si spingeva dentro nel Napoletano più di ciò che fosse negli ultimi tempi.

[772] ROGERO HOVEDEN, p. 680: H. — misit nuntios suos ad Clementem Papam, et ad Cardinales, et Senatores urbis: petens Romanum imperium, et promittens, se in omnibus leges et dignitates Romanorum servaturum illaesas.

[773] I Filii Ursi, quondam Coelestini Papae Nepotes, s’incontrano nella Vita Innoc. III (MURAT., Antiq. It., III, 784). Anche il GRIMALDI (Cod. Vat. 6437, fol. 175) fa conoscere la parentela che passava fra i Boboni e gli Ursini.

[774] Romani supplicarunt D. Coelestino, ut antequam Regem in Imp. ungeret, obtineret ab ipso, ut civit. Tusculanensium sibi redderet — Ad ipsum enim se converterant — ex quo Clemens exposuit — illos Romanis: ROGERO HOVEDEN, p. 690. Espressamente dice GODEFRID. MONACH. (nel FREHER, I, 259): Consecratio procedere non potuit, donec Imp. castrum Tusculanum in potestatem Papae et Romanorum contradidit. SIGEB., Cont. Aquicinct., ad [=an]. 1191. — ARNOLDO DI LUBECCA, Cron. Slavor., IV, c. 4, narra che il Papa avrebbe voluto trarre in lungo la coronazione, ma che i Romani mandassero dire al Re: Fac nobis justitiam de castellis tuis, quae sunt in Tusculano, — et erimus pro te ad D. Papam, ut coronam Imperii super caput tuum ponat; e così sarebbe avvenuta la cosa.

[775] Ai 2 Aprile 1191, H. VI juxta locum Anguillariae ratificò il giuramento di sicurtà prestato in sua presenza dai Principi dell’Impero al Papa ed ai Cardinali: Rouleaux de Cluny, nei Notices et extraits des Manuscrits de la Bibl. Imp., t. XXI, p. 326 (riferito dall’HUILLARD-BRÉHOLLES).

[776] Il MURATORI ha sbertato la fiaba onde ROGERO HOVEDEN narra che il Papa, tenuta prima la corona fra’ piedi, la gettasse poi col calcio giù di capo dell’Imperatore. ROGERO dice: Romani vero clauserunt portas urbis, et custodierunt eas in manu forti et armata, non permittentes eos intrare. La descrizione del rito ceremoniale della coronazione è nei Mon. Germ. Leges, II, 187, e nel VATTERICH, II, 711, che la trassero da CENCIO. Ivi, e nel TÖCHE, p. 187, è significato che l’Imperatore e il Papa mossero al Laterano, attraversando tutta Roma.

[777] Se si stia a ROGERO HOVEDEN, l’Imperatore la cedette al Papa il dì dopo della coronazione, e il Papa ai Romani il terzo giorno da quella: atque a Romanis destructum ita quod lapis supra lapidem non remansit. Il BÖHMER, n. 2761, dimostra che Enrico, ai 17 di Aprile, era in campestribus inter Urbem et Tusculanum; ai 19, in silva Libertina (vicino Ferentino); ai 29, in Ceperano. — TÖCHE, App. I. — RADULFO DE DICETO, Ymagines Histor., p. 659: Paschali feria IV Romani civit. Tuscul. funditus diruerunt. — SICARDO, p. 615: Tusculanos alios excaecantes, et alios deformiter mutilantes. Similmente l’ABBAS URSPERG., p. 232: Pro qua re imperatori improperatum est a multis. GODFRIED, Annal., p. 259: Quod illi statim expulsis et caesis habitatoribus destruxerunt. — ANON. CASIN. Chron. — Il MATTEI, Memorie di Tusculo, p. 194, favoleggia che i Romani colle pietre di Tusculo restaurassero il Campidoglio: di pietre ne avevano a Roma il bisogno. Più probabile è quello che narrano il PLATINA, il BLONDUS (Hist. Decad. II, lib. VI, 264) e il SIGONIO, che i Romani trasportassero alcuni ruderi di Tusculo, e li collocassero come trofei in Campidoglio. Le chiavi di Tusculo avrebbero appeso all’arco di Gallieno. Queste e simiglianti cose narrano gli Storici di Tivoli, che peccano d’inesattezza (VIOLA, II, 173).

[778] Quasi tutte quelle ruine appartengono all’antichità romana. Della rocca e delle chiese medioevali non rimase traccia.

[779] Agli 11 Ottobre 1179 Raino cedette Lariano al Pontefice, e n’ebbe in cambio Norma e Vicolo (MURATORI, Antiq. It., I, 141). I Tusculani perdettero anche Astura, chè già intorno al 1193 ne erano signori i Frangipani (CENCIO, fol. 121). Il GIGLI vuol avere, nell’anno 1197, scoperto il figliuolo di Raino, in Ottolinus Domini Rainonis Tusculani de S. Eustachio Senator: non è credibile che ciò sia una trovata di suo capo, ma non me ne fido, giacchè non vidi documenti che parlino di Ottolino. Un ramo dei Tusculani aveva residenza a Gavignano, nella terra dei Volsci, e discendeva da Giordano, figliuolo di Tolomeo di Tusculo (docum. dell’a. 1181, nel BORGIA, Histor. di Velletri, p. 247).

[780] Lo dichiara in un documento il Senato ai 19 Aprile 1191. Actum XLVII [=ano] Senatus Ind. IX mense Aprili die XIX (MURAT., Antiq. It., III, 788). Vi si sottoscrivono Senatores Consiliarii e ventotto Senatori.

[781] Il BORGIA (St. di Velletri, p. 253) reputa che in allora si popolassero La Molara, Rocca di Papa, Rocca Pergiura (oggidì Priora) e Castel di san Cesario. È omai confutata quella bubbola che Frascati sorgesse dalle capanne coperte di frasche, sotto cui riparassero i Tusculani privi di tetto. Frascati esisteva di già nel secolo ottavo.

[782] A complemento del BÖHMER, noto il Diploma in cui Enrico assolve Gubbio: Acta sunt haec A. D. MCXCI Ind. IX Reg. D. Henrico Sex. invict. A. Reg. ejus XXII Imp. primo Dat. ante Neapolim per man. magni Henrici prothonot. Nonas Junii. L’originale con bolla d’oro è nell’Archivio di Gubbio.

[783] Le maestranze non si costituirono da corpi politici che soltanto più tardi; prima degli altri forse i mercatanti. Nos Pallo judex mercatorum Urbis et Thomas de Oderiscis ejus consilarius... (Mscr. Vat. del GALLETTI, n. 8051, p. 35). Il GALLETTI pone quell’istromento senza data, alla fine del secolo duodecimo. Qui Judex corrisponde a quello che in altre città era il Consul mercatorum.

[784] Se in alcune castella v’erano ancora dei signori ereditarî, i debiti e altre necessità presto li riducevano a vassallaggio della Chiesa: si ricordi Tusculo. Altro esempio ne dà Falbateria, vicino al confine meridionale del Lazio. Agli 11 Gennaio 1178 quei signori, Adinolfo e Landolfo, cedono tutti i loro diritti al Papa, che loro accorda per ventinove anni quel castello in feudo, al prezzo di trecento libbre. Così di signori diventavano fittavoli a tempo. CENCIO, fol. 113.

[785] Gli Atti fanno conoscere che a quell’età la più parte de’ Senatori erano di famiglie antiche: Sassoni, Astaldi, Astolfi, Anibaldi, Oddi, Tebaldi, Senebaldi, Franconi, Rainerii, Gulferani, Farulfi, Berardi, Roffredi, Gerardi, Bulgamini (tutti questi sono di origine germanica); Mancini, Sarraceni, Romani, Rustici, Sergii (forse di derivazione bizantina); Boboni, Ursini, Scotti, Cafarelli, Curtebraca, Muti, Tosti, Ottaviani, Parenzii, Buonfiglioli, Capoccia, Manetti, Papazurri, Pierleoni, Frangipani, Stefani, Malebranca, Latroni, Paparoni, Crescencî, Cencî. Soltanto non v’è cenno nei documenti che facessero parte del Senato a quell’età i Corsi, i Massimi, i Normanni ed i Conti; ma noi reputiamo che ciò sia un puro caso. Fino dal 1188 i Frangipani riverirono il Senato; del 1191 trovasi fra’ Consilatori Petrus Johannis Frajapane.

[786] Senatoribus, qui sunt supra numerum quinquaginta sex Senatorum. Qui numerus in fine praedecessorum ejusd. Coelestini summi Pont. diffinitus continetur: istrom. dei 28 Maggio 1191 (MURAT., Ant. It., IV, 36).

[787] Et status Rom. Eccl. pessimus erat pro eo, quod a tempore Benedicti Cariscum (sic!) Senatum Urbis perdiderat, et idem Benedictus, se ipsum faciens Senatorem, subtraxerat illi Maritimam et Sabiniam, suos Justiciarios in illis constituens: Gesta Innoc. III, nel BALLUZIO, I, c. 8. Oltracciò l’Ep. Innoc., lib. II, n. 239: saepefatus enim B. cum seipsum intruserit in senatoriam dignitatem, nec apost. sedis favorem habuerit, ad quam institutio pertinet Senatorum, — tamen ab ea fuit tempore procedente receptus.

[788] Questo emerge, come considera il VENDETTINI, dalle parole della lettera di Innocenzo citata più sopra: Dictus autem B. Carosomi, quoniam statutum quoddam emiserat, a populo Rom. approbatum... e segue il tenore dello Statuto, concernente un caso giuridico: senza dubbio v’era di quelli una serie. Genova possiede Statuti dal 1143; quelli di Pistoja sono forse ancora più antichi. Vedi i Mon. Historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parma, 1855, I, Prefaz., o la Prefazione del RAGGI agli Statuti di Genova, nei Mon. Histor. Patriae, Leggi Municipali, p. 236. I primi Statuti dei Consoli di Pisa datano dal 1162: BONAINI, Statuti inediti della città di Pisa dal XII al XIV secolo, Fir. 1859, Tom. I e III; non fu ancor publicato il II.

[789] Dum se magnificentius ageret, invidiam contra se excitat Romanorum — in Capitolio obsidetur et capitur, captusque diu in custodia tenetur (Racc. XVIII, ex Chronologia Rob. Altissiodorensis ad S. Maxian. Canonic., p. 260).

[790] Ei fa da testimonio ai 28 Ottobre 1196 in Monte Fiascone ad un Diploma di Enrico VI, ove c’entra Petrus alme urbis Praefectus. È sottoscritto: Joannes Capuaheus (leggi Capoccius) Senator Romanus. Vedi le Memorie civili di Città di Castello del MUZZI, I, 19.

[791] ROG. HOV., p. 746: Benedictus Carushomo, qui regnavit super eos duobus annis, et deinde habuerunt alium Senatorem, qui vocatus est Johannes Capuche, qui similiter regnavit super eos aliis duobus annis, in quorum temporib. melius regebatur Roma, quam nunc temporib. 56 Senatorum. — Il Mscr. Vat. 7934 contiene la storia dei Capocci, scritta da GIOVANNI VINCENZO CAPOCCIO nel 1623; per i primi tempi poco giova. In Roma non compare prima del 1073 quella famiglia, che l’Autore dice oriunda di Firenze.

[792] Che a Capoccio sia succeduto Pierleone si può argomentare dall’Ep. 239 Innocentii III, dove si parla in siffatta stretta connessione dei tempora Johannis Petri Leonis Senatoris Urbis. Secondo la istessa lettera, a Pierleone succedettero parecchi Senatori: ejus jurisdictio erat in proximo desitura, supplicatum fuit ob eandem causam successoribus ejus Senatoribus jam electis.

[793] Inesattamente ROGERO HOVEDEN pone all’anno 1194 la restaurazione de’ cinquantasei Senatori: Eodem [=ano] cives Romani elegerunt 56 Senatores, et constituerunt eos supra se. Indi avvenne ben presto una nuova mutazione, e fu posto un solo Senatore; infatti i Gesta Innoc., c. VII, dimostrano che allorquando fu ordinato Innocenzo III v’era un solo Senatore: Comitantibus praefecto et Senatore cum magnatibus et nobilibus urbis.

[794] Si può ammirare la grandezza dei disegni e l’energia di Enrico VI, senza per questo modificare il giudizio morale sul giovine Imperatore. Infatti, anche scrittori amanti della patria, come il Tüche, furono costretti a giudicarlo così. Nè il Tüche stesso può purgare Enrico VI dalla correità nell’assassinio del vescovo Alberto, e deve notare di infamia l’orribile modo ond’ei trattò Salerno (a. 1194) e i Siciliani (ne fu spinta a sedizione la stessa moglie dell’Imperatore), e l’immane comportamento che contro lealtà cavalleresca tenne con re Riccardo. Enrico VI operava soltanto secondo quella dottrina, onde il fine giustifica i mezzi. Del turpe trattamento usato a Riccardo, fra gli altri discorse diffusamente e con molta discrezione CARLO LOHMEYER, De Richardo Angliae Rege cum in Sicilia commorante, tum in Germania detento, Konigsberg, 1857.

[795] Gesta Innoc. III, c. 8: Henricus — occupaverat totum regnum Siciliae, totumq. patrimonium Eccl. usque ad portas Urbis, praeter solam Campaniam, in qua tamen plus timebatur ipse quam Papa. — ROGERO HOV., p. 773, sa di una guerra fra i Romani e Markwaldo nella Marchia Guarnerii (all’anno 1197). — Già fin dal 1185 trovasi in documenti Conradus Dux Spoleti et Comes Assisii (vedi il FATTESCHI, Mem. di Spoleto, p. 124). Così lo chiama un’iscrizione nel duomo di Terni dell’anno 1187, e parla di Consules Terannenses (ANGELONI, Historia di Terni, p. 85).

[796] Vedi la pace conchiusa fra loro e Terracina ai 28 Giugno 1185 (docum. dell’Archivio di Terracina nel CONTATORE, II, c. 1): per verità vi è detto salva fidelitate et mandato Domini Papae et Romanae Curiae videlicet Cardinalium; ma erano parole senza gran significato. I Terracinesi: nos Terracinenses juramus vobis Domino Leoni, et D. Roberto, et D. Henrico, et D. Manueli et vestris haeredibus quod ab hoc die in antea erimus vestri recti fideles. — — Il CONTATORE, I, c. 6, dimostra che Enrico VI conservò i Frangipani nella signoria di Terracina. Pare che quei Consoli dei Romani fossero allora Conti palatini ereditarî del Laterano; così eglino si sottoscrivono in alcuni documenti.

[797] Ai 16 di Novembre egli era a Tivoli; ai 27, a Palestrina; ai 4 Dicembre, a Ferentino: TÖCHE, App. I. Nel 1191 prefetto era Pietro (MIRAEUS., Op. diplom., I, c. 68, dove Petrus Urbis Romae Praef. si sottoscrive a un Diploma di Enrico VI dato ante Neapolim XV Kal. Julii). Se si stia a GODEFRID. MONACH., nel 1192 prefetto era Ottone, poichè quegli dice che Costanza per Ottonem illust. Romanor. praefectum Imperatori redditur. Di già nel 1186 si nota che prefetto era Ottone Frangipane. Nella Crociata del 1189 trovammo il prefetto Teobaldo; lui dell’officio aveva investito il Papa nel 1188, e Ottone rimaneva da antiprefetto nel campo di Enrico. Nel 1195 torna ad essere prefetto Pietro (MURAT., Ant. It., II, 809), il quale compare nel Diploma di Enrico VI, del 1 Novembre 1196, apud Fulgineum: Petrus praef. urbis et Tebaldus frater ejus, et Marquardus dapifer Marchio Anconae (Memorie Lucchesi, III, 134). — A fianco di Tancredi guerreggiò Giordano Petri Leonis da capitano contro Bertoldo conte (Chron. Foss. Nov., a. 1190): forse era quello stesso Petrus Leonis che combattè vicino ad Acri. Nobili romani incominciavano a militare agli stipendî di paesi forestieri.

[798] TÖCHE, p. 436.

[799] Colla morte di Celestino III tocca fine l’opera gigantesca degli Annali del BARONIO, dal quale prendo commiato. — Comincierò il Volume quinto con Innocenzo III. Poichè potei scrivere tutte le pagine di quest’Opera nei profondi silenzî di Roma, io mi estimo beato di averlo fatto precisamente in questo tempo memorabile, che diè un indirizzo nuovo alle sorti della illustre Città.

[800] Roma tibi tuos docendos trasmittebat alumnos, ei quae olim omnium artium scientiam solebat infundere, sapientiorem te esse sapiente etc.: così scrive FULCO ad Abelardo (nel TIRABOSCHI, III, 275). E lo stesso è anche pei tempi successivi.

[801] Concil. Lateran., a. 1179, Capit. XVIII (TIRABOSCHI, III, 248).

[802] GRAZIANO compilò la Concordia discordantium Canonum nel convento di san Felice a Bologna; e vi raccolse le vecchie e turpi menzogne della donazione di Costantino e le Decretali pseudo-Isidoriane, insieme con altre favole di tempi posteriori e dell’età sua. Predecessori di lui erano stati REGINO, BURCARDO DI WORMS, IVONE DI CHARTRES e i gregoriani DEUSDEDIT e ANSELMO DI LUCCA. Vedi il SARTI, De Claris Archigymnas. Bononiensis professoribus, I, 247. BERNARDO DI PAVIA, al tempo di Alessandro III, vi aggiunse i Decretalia Pontificum; finalmente alla Collezione diede compimento Gregorio IX.

[803] Gesta pauperis Scholaris ALBINI (Cod. Ottobonianus 3057, bella scrittura in pergamena). Egli aveva raccolto nove libri di Canones a completamento di Graziano, quando, venuto a Roma, Lucio III lo fece diacono, com’egli stesso dice sul principio della sua Opera. Su di lui vedasi il CENNI, Monumenta, t. I, praefat., n. 25, e tom. II.

[804] Il Codice di CENCIO principia: Incipit liber censuum Rom. Eccl. a Centio Camerario compositus, secundum antiquorum patrum Regesta et memorialia diversa. Anno incarn. dni MCXCII Pont. Celestini Pp. III [=ano] II. — Il Liber Censuum di ALBINO (De redditibus omnium Provinciarum et Ecclesiar., qui debentur Rom. Eccl.) insieme col Provinciale fu edito dal CENNI nel tom. II dei Monumenta; il Liber Censuum di CENCIO fu stampato dal MURATORI, Antiq. It., V, 852-908. Non si die’ opera mai ad un’edizione completa di Cencio.

[805] La sola Inghilterra pagava ad ogni anno trecento marchi de denario b. Petri. — Svezia e Norvegia: Singuli lares, monetam ejusdem terre. — Rex Sicilie debet pro Apulia, Calabria et Marcia 1000 scifatos. — Genova pagava per Corsica una libbra d’oro all’anno. — Il regno di Aragona, cinquecento mancusi d’oro. — I redditi che paga Roma sono assai tenui; non si tien nota che del censo pagato da cinque chiese, e di un Marabotinus che deve la torre vicina al Pons Judaeorum. — Nella Campagna (Campania Terra Domini Papae) i Vescovi di Anagni, di Ferentino, di Alatri e di Veroli soddisfanno ad ogni coronazione del Papa, sessanta braccia di panno e dugento scodelle (Scutellas): anche oggidì la sola industria che v’abbia colà è quella dei panni e delle stoviglie d’argilla. — Ostia fornisce due carichi di legname. — I terrieri di Anticoli hanno obbligo di cinquanta prosciutti, di venti solidi e di cinquanta focacce a Natale (L Scapulae porcinas, et solidos XX, et L placentas in festo Nativitatis). Molte chiese d’Italia pagano (in natura) cera, pepe, panno, legno, focacce, incenso, olio: erano le calendae pontificie in grande. Non si tiene qui nota delle rendite provenienti dai feuda dei Baroni: anch’esse erano poca cosa.

[806] Vi si pone incominciamento col noto: Hadrianus papa optinuit a Karolo rege Francorum et patricio Romanor. — La donazione di Costantino viene per ultima: nè manca la donazione di Matilde.

[807] Parecchi di questi Libri rituali furono editi dal Mabillon nel Museum Italicum, e sono di altissimo pregio per la storia del rito ecclesiastico: sopra tutti sta massimamente l’Ordo di BENEDETTO, che fu un canonico di san Pietro ai tempi di Innocenzo II. Vengono soltanto dopo gli Ordines di ALBINO e di CENCIO.

[808] La Collezione di ALBINO non oltrepassa il tempo di Adriano IV; quella di Cencio continua fino al secolo decimoquarto; fu il CARDINALE DI ARAGONA (morto nel 1362) che ne ripigliò il lavoro. — Il Codice originale di Cencio non si trova più; l’antichissimo e migliore è il Riccardiano n. 228, a Firenze, del secolo decimoterzo, con addizioni del secolo decimoquarto; ivi se ne conserva un secondo, che data dal 1388. — Roma possiede tre Codici di Cencio. — Il Cod. Diplom. Dominii Temporalis S. Sedis del THEINER (incominciato nel 1861, in tre volumi) fu fatto per simili necessità di tempi, e principia dalla donazione di Pipino. Quantunque incompleto, esso offre l’inestimabile vantaggio che per la prima volta ordina cronologicamente una gran serie di documenti; infatti un simile lavoro intrapreso dal PLATINA all’età di Sisto IV rimase inedito.

[809] Vedi il Giorn. mens. univ. di scienza e letterat. (Aprile 1852), nel quale il GIESEBRECHT in un eccellente articolo ha trattato di queste fonti della storia de’ Papi.

[810] PAPEBROCH, l. c., p. 207. PIETRO DI PISA fu uno dei tre cardinali che difesero Anacleto innanzi a re Rogero. Più tardi Bernardo lo riconciliò con Innocenzo: MANRIQUE, Annal. cisterciens., ad a. 1137, 1138, c. 1.

[811] Per la prima volta il BARONIO stampò queste Vitae nei suoi Annali, con titolo di Acta Vaticana (Cod. Vatican. 1437); ed è quell’istesso libro pontificale che il MURATORI ebbe edito sotto il nome del CARDINALE DI ARAGONA: è un lavoro che sta da sè, in continuazione della Storia dei Papi, da Stefano V fino ad Alessandro III. Una parte di esso fu trascritta da CENCIO con titolo di Chronica Romanor. Pontificum. Il GIESEBRECHT ha dimostrato esserne autore l’inglese BOSONE, nipote di Adriano IV, che scrisse la biografia di quel Papa e di Alessandro III: nell’anno 1159, Bosone fu cardinale dei santi Cosma e Damiano e Magister Camerarius (MURAT., Antiq., I, 675). Il CARDINALE ARAGONENSE (siccome dimostra la Vita Adriani) ne continuò l’opera ma incompletamente. Dopo di Alessandro III il Liber Pontificalis torna ad interrompersi.

[812] Gli Annal. Romani, che il PERTZ publicò nei Mon. Germ., VII, traendoli dal Cod. Vat. 1984, sono opera di scrittori in parte aderenti all’Impero, e meritano a mala pena che vi si dia nome di Annali. Non toccano pur della rivoluzione di Roma, massime dopo il tempo di Calisto II, all’infuori di un frammento che concerne il Barbarossa. Intorno a questo Codice vedasi il BETHMANN, Archiv. della società di stor. tedesca, XI, 841.

[813] Per primo il DE ANGELIS pubblicò la scrittura del MALLIO col titolo di Descriptio Basil. Veteris Vaticanae, Roma, 1646; indi più correttamente il JANNING col titolo di Historia Basil. Antiquae S. Petri Apost. in Vat. (T. VII, mens. Jun. Acta. Sctor., p. 37-56). Soltanto nel secolo decimoquinto la descrizione del san Pietro fu continuata da MAFFEO VEGIO, De Rebus antiquis memorabil. Basilicae S. Petri Romae. D’allora in poi le scritture composte intorno a quel duomo son tante, che potrebbero riempiere gli scaffali di una piccola biblioteca.

[814] JOHANNIS DIACONI, Liber de ecclesia Lateranensi (MABILLON, Mus. Ital., II, 560). Vi furono aggiunte alcune appendici fino al secolo decimoterzo, e vi si inserì anche una Descrizione della santa Maria Maggiore: probabilmente Alessandro III avrà fatto compilare di questi libri per tutte e cinque le basiliche. In molte cose concorda col MALLIO; così è nell’enumerazione dei Cardinali preti, delle Diaconie e delle Abazie. Secondo il MALLIO v’erano allora queste diciotto Diaconie: S. Adrian.; Agatha in equo Marmoreo; S. Angelus; Cosma et Damianus; Eustachius; Georgius; Lucia in Circo juxta Septa solis; Lucia in capite Suburae (ovvero juxta Orphea); Maria Nova, in Dominica, in Scola Greca, in Porticu, in Aquiro, in Via Lata; Nicolaus in Carcere; Quiricus, Sergius et Bacchus; Theodorus. Delle Abazie ve n’erano venti: Alexius; Agatha in Subura; Anastasius; Basilius juxta Palatium Trajani Imp.; Blasius, in Cantu secuta; Caesarius in Palatio; Cosma et Damianus in Vico Aureo (Trastevere); Gregorius in Clivo Scauri; Laurentius in Panisperna; S. Maria in Aventino, in Monasterio ad S. Petr. ad Vinc., in Capitolio, in Pallara, in Castro Aureo; Pancratius in Via Aurelii; Saba; Silvester inter duos hortos; Thomas juxta Formam Claudiam; Trinitatis Scottorum; Valentinus in Via Flaminia. Oltracciò v’erano conventi minori, che trovansi specificati nell’Ordo Rom. XII, perlochè, sulla fine del secolo duodecimo, in tutto v’erano a Roma da trecento circa fra chiese e monasteri.

[815] La pigna di bronzo e due dei pavoni vedonsi ancora oggidì nel giardino degli aranci in Vaticano.

[816] Il testo originale dei Mirabilia non esiste più: tutti i codici che di essi possediamo sono copie, e spesso assai scorrette; scorretti sono anche i Mirabilia raccolti in BENEDETTO, in ALBINO e in ROMUALDO.

[817] Sembra che GUGL. DI MALMESBURY (De gestis reg. Anglor., III, c. 2) non abbia avuto conoscenza dei Mirabilia. Egli riferisce soltanto di un vecchio Catalogo dei sepolcri de’ Martiri, sotto la rubrica delle quattordici porte e delle vie; e già questi luoghi si erano tutti rimutati nella prima metà del secolo duodecimo, quand’egli scriveva. — Il concetto Mirabilia reputo che sia assolutamente peculiare del secolo duodecimo; è cosa popolare, laddove il concetto Graphia è cosa di eruditi e affatto scolastico.

[818] Uno di questi lettucci era anche presso il ponte sant’Angelo. In certe chiese s’apprestava un bagno, perchè il Papa rinfrescasse le piante. Vedasi l’Ordo Romanus.

[819] Subintrat arcum Nerviae inter templum ejusdem Deae et templum Jani. Vuolsi dire del tempio di Minerva nel Forum di Nerva, cui aveva dato incominciamento Domiziano. La grande rovina di quel tempio fu smantellata soltanto ai giorni di Paolo V. Ivi era un arco di Giano edificato da Domiziano, e il popolo lo chiamava «Arca di Noè.» Il BUNSEN, Descr. della Città, III, ha dimostrato che l’Ordo Rom., pel Forum di Trajano intende dire di quello di Nerva: ed è certo così.

[820] Ordo Rom. XI, auctore Benedicto (MABILLON, Mus. It., II, 143). Questo passo è una delle più preziose notizie dell’archeologia medioevale. La processione doveva muoversi a zigzag pei Fora, e questo dimostra che alcuni tratti non potevano percorrersi a cagione dei cumuli di ruine. Il tempio di Romolo, che il BECKER, I, 377, spiega per aedes Penatium, e il BUNSEN con più verosimiglianza pel tempio di Venere e di Roma, può significare qui la Basilica nova di Costantino.

[821] Ad S. Stephanum in Piscina palatium Chromatii praefecti. Templum quod dicebatur olovitreum, totum factum ex crystallo et auro per artem mathematicam, ubi erat astronomia cum omnibus signis coeli... Questo i Mirabilia (Cod. Vat. 3973) trassero dagli Acta S. Tiburtii Martir. ac Chromatii: vedi gli Acta Sanctor., 11 di Agosto, t. II, 622, e 23 Febbrajo, p. 372, dove Cromazio dice: Habeo cubiculum holovitreum, in quo omnis disciplina stellarum ac mathesis est mechanica arte constructa, in cujus fabrica pater meus Tarquinius amplius quam ducenta pondo auri dignoscitur expendisse. Quando si demolì la chiesa di san Sebastiano nella via Santa Lucia, si scopersero avanzi di questo antico palazzo: Descriz. della città di Roma, III, 3, 84.

[822] Murus civitatis Rome habet turres 361, castella 49, propugnacula 6900, portas XII sine Transtiberim. Posterule V (ALBINO, e Cod. Vat. 3973): circuito, ventidue miglia; locchè è errore. I numeri variano da quelli dell’ANON. DI EINSIEDELN e di BENED. DI SORATTE, ma concordano quasi in tutto colla Graphia. L’esemplare di Praga, di tempo posteriore (edito dall’HÖFLER, nel PAPENCORDT, Storia della città di Roma nel medio evo), inserisce il catalogo dei Campi, delle Basilicae, delle Viae e delle statue, con varianti dalla Notitia e con appendici. I compilatori dei Mirabilia erano a conoscenza dei breviarî antichi.

[823] Il numero dei palazzi romani cresce di assai nelle Continuazioni dei Mirabilia, compilate al secolo decimoquinto. I Mirabilia non tengono conto di tutti gli Arcus triumphales.

[824] Sicut reperitur in marthirologio Ovidii de fastis. Il copista di ALBINO dice: marthirologio ovidii de faustis; e quell’altro in ROMUALDO storpia così: marthiplogio ovidii de faustis. Ei si vede che anche di là di questi migliori esemplari deve esistere un originale più corretto. La goffaggine spesse volte induce al riso, massime nelle spiegazioni che vi son date dei nomi. I Mirabilia illustrano così la Porta septimiana: ubi septem laudes fuerunt factae Octaviano. La Graphia: septem Naydes juncte Jano (parimenti i Mirab. di ALBINO). La Graphia dà questa etimologia del nome Laterano: In palatio Neronis, quod ex latere et rana dicis Lateranum; e una copia aggiunge alla rana: quam latenter peperit Nero. Del nome Quirinale: quia ibi stabant Quirites. Di Nerva si foggiava una dea Nervia.

[825] De judicibus Imperatorum in Roma: non è che il frammento di un maggior capitolo della Graphia. I Mirabilia non hanno raccolto, come cosa antiquata, l’ultima parte della Graphia, che è un rituale imperiale del tempo degli Ottoni.

[826] Palatium majus in Pallanteo monte; e la Graphia: Palatium magnum monarchie orbis: in quo sedes et caput totius mundi est, et palatium Caesarianum in Palanteo. Di tutti i colli di Roma il Palatino è quello che meno sofferse dal medio evo; e colà hannovi ancor molte scoperte a fare, come ci lascia sperare la sollecitudine di Pietro Rosa, intendente di questi escavi sul Palatino.

[827] Forse era quello che oggidì si noma tempio di Vesta ovvero della Fortuna Virilis. Il templum Lentuli (la Graphia dice Lentis) era l’arco di Publio Lentulo Scipione, fra il Tevere e l’Aventino; così tuttavia POGGIO ve ne lesse sopra l’iscrizione.

[828] Il templum Jovis e il Severianum facevano parte del Porticus di Ottavia. In altro luogo ho già tenuto nota delle rovine vicine al san Nicola in Carcere Tulliano.

[829] Si purus erat a crimine ille qui electus erat Consul, confirmabatur ei Consulatus. Il mscr. di Praga aggiunge, ed è notevolissima cosa: propter quod factum multi adhuc consules romanorum vocantur.

[830] Parimenti anche la Graphia. Un grande bacino antico, ossia Conca, esisteva allora, come in altre piazze, ad ornamento di quella di santo Eustachio. È noto eziandio della Conca Parionis presso il teatro di Pompeo.

[831] Questo periodo, che manca nella Graphia ed in altri esemplari, leggesi nel Cod. Vat. 3973: haec et alia multa templa et palatia imperatorum, consulum, senatorum, praefectorumque tempore paganorum in hac romana urbe, sicut in priscis annalibus legimus et oculis nostris vidimus, et ab antiquis audivimus: quantae etiam essent pulchritudinis auri et argenti, heris et eboris pretiosorum lapidum, scriptis ad posterum memoriam quanto melius potuimus reducere curavimus. I Mirabilia del MONTFAUCON nol contengono.

[832] Io comparai e in parte copiai i migliori Codici dei Mirabilia, ma mi astengo da investigazioni archeologiche. Il signor DE ROSSI, profondamente versato in cotali studî, promette di fare un lavoro critico dei Mirabilia in un Codex Topographicus Urbis: è opera che manca affatto e sarà di gran merito. — Le edizioni di quell’antica descrizione della Città incominciarono con quella fattane a Roma sulla fine del secolo decimoquinto; indi essa fu stampata innumerevoli volte e in parecchie lingue. L’edizione, tanto consultata, del MONTFAUCON è dell’anno 1702; indi v’ebbe quella delle Effemeridi literarie di Roma, I, e le altre del GRAESSE e dell’HÖFLER. L’ultima romana fu publicata nel 1864. Più tardi GUSTAVO PARTHEY, dell’Accademia delle scienze di Berlino, ne diede la recentissima delle edizioni: Mirabilia Romae e codicib. vaticanis emendata, Berlino 1869. Poichè il signor PARTHEY volle farmi l’onore di intitolarla a me, tengo a dover mio di esprimere qui la riconoscenza che sento per quel benemerito e infaticabile erudito, e mi congratulo che la sua edizione abbia ridotto il testo dei Mirabilia alla ottima delle lezioni che possediamo. — Il migliore esemplare dei Mirabilia contengono i Codices romani di BENEDETTO canonico (Liber Politicus nella Vallicellana), il Cod. Vatican. n. 3973 (Cronica di ROMUALDO), il Cod. Ottobon., n. 3057 (ALBINO, donde CENCIO attinse). Secondo l’opinione del DE ROSSI, fra quelli dovrebbe esistere il primo esemplare del libro, ma io sono costretto di affermare che eziandio i detti Codices accennano ad una migliore scrittura originale che non troviamo più. — Ve ne hanno eziandio molti altri Codici, anche fuori d’Italia, massime di tempo posteriore al secolo decimoterzo. L’ANONIMUS MAGLIABECCHIANUS del secolo decimoquinto, edito da L. MERKLIN, Dorpat 1852, è una compilazione tratta dal Regionarium, dai Mirabilia e da altre notizie topografiche.

[833] La narra con molta grazia GUGLIELMO DI MALMESBURY, De Gestis reg. Anglor., II, c. 13. La favola diede argomento al melodramma Zampa, ossia la «Fidanzata di marmo.»

[834] GUGL. DI MALMESBURY, c. 10. Gerberto scavò nel luogo dove si disegnava sul suolo l’ombra del dito, e discese in un incantato palagio sotterraneo. La leggenda ha un’audacia pagana, poichè spoglia i Papi della loro aureola, e li veste dell’abito di negromanti.

[835] Palatium Romuli inter S. Mariam Novam et S. Cosmatem, ubi sunt due edes Pietatis et Concordie, ubi posuit Romulus statuam suam auream dicens: Non cadet, donec virgo pariet. Statim ut peperit virgo, statua illa corruit (Mirabilia, ed. PARTHEY, p. 5). Nei Mirabilia, sotto nome di palazzo di Romolo or s’intende la Basilica Nova (così è manifestamente nel passo citato, conforme alla positura accennatavi), ed or il duplice tempio di Venere e di Roma, che nel medio evo propriamente chiamavasi aedes pietatis et concordiae.

[836] Ad S. Mariam in fontana (sull’Esquilino) fuit templum Fauni, quod simulacrum locutum est Juliano et decepit eum. Non so che di questa leggenda si parli altrove. I Mirabilia del Cod. Vat. 4265 (assai scorretti) contengono la leggenda che il simulacro della Veronica parlasse a Carlo Magno.

[837] Fuor di Roma, nel secolo decimoterzo ed anche prima, si componevano dei florilegi raccogliendo passi di Virgilio, di Ovidio e di Orazio, e si appellavano flosculi. Vedine nel tom. IV della Bibl. Mundi o nello Speculum Historiale, lib. VI, c. 63, di VINCENTIUS BURGUNDUS (in sul 1240).

[838] GUGL. DI MALMESB., II, c. 13: Tunc corpus Pallantis filii Evandri, de quo Virgilius narrat, Romae repertum est illibatum ingenti stupore omnium — Hiatus vulneris quod in medio pectore Turnus fecerat, quatuor pedibus et semis mensuratum est. Se ne rinvenne fin l’epitaffio:

Filius Evandri Pallans, quem lancea Turni Militis occidit, more suo jacet hic.

Però l’Annalista pensava che l’inscrizione non appartenesse all’età di Pallante, ma a quella di Ennio o di qualche altro poeta. Si imagini quanta fosse la moltitudine delle antichità allora scoperte in Roma, e come si maltrattassero. Soltanto i metalli o i marmi preziosi non si gettavano via. In un contratto di affittanza di santa Maria in Transtevere, a. 1175, si poneva ai fittavoli questo patto: et si aliquod metallum sive de majoribus lapidibus plus valens XII denarios [=pp]. ibi inveniens, devano darne medietatem dicte nostre ecclesiae etc.

[839] Sono quei celebri versi dell’Egloga IV:

Ultima Cumaei venit jam carminis aetas; Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. Jam redit et Virgo: redeunt Saturnia regna, Jam nova progenies coelo demittitur alto...

Dicendo della virgo, Virgilio intendeva parlare di Astrea ossia della giustizia, e il puer era il figliuolo di Asinio Pollione suo protettore, che il poeta adula con tanto sfarzo. Di già DANTE disse: Virgo namque vocabatur Justitia, quam et Astraeam vocabant (De Monarchia, I, c. 10). Anche Cola di Rienzo riprovò l’interpretazione che quei versi alludessero al Messia: quanquam hoc carmen nonnulli magistrones erronei Apostolicas prophetias deserentes, pro virgine matre Dei a Hieronymo in proemio super Genesi redarguti, duxerunt fore dictum (Nicolai Tribuni Romani ad Guidon. Bonon. Card. Oratio, nel PETRARCA, Op., p. 1126).

[840] Ei sa di strano che nessuno dei grandi pittori abbia impreso a dipingere questa visione. Che soggetto sarebbe stato per Raffaello!

[841] MARANGONI, Memorie dell’Anfiteatro Romano, p. 51. La Salvatio Romae è conosciuta per opera dei «Sette savî maestri», oppure del «mago Virgilio». I Mirabilia nulla dicono assolutamente di Virgilio, ma registrano soltanto la vecchia leggenda dell’ANON. DI SALERNO (vedi nel Vol. III, pag. 631, nota 1, di questa Storia). Anche ELINANDO, nello Speculum Historiale, T. IV, s’attiene quasi parola per parola all’ANONIMO, e non fa pur cenno del Campidoglio. Intorno alla leggenda vedasi il GENTHE, Vita e memoria durevole di Virgilio poeta e mago, Lipsia, 1857, pag. 72. Il RUFINI (Dizionario delle strade di Roma) erroneamente associa la «Via di Tor dei Specchi» vicina al Campidoglio, colla torre dello specchio di Virgilio. Io son persuaso che quella strada tragga il nome dalla famiglia De Speculo o De’ Specchi, la quale forse colà aveva le sue torri. Le sue case antiche esistono ancora oggidì in un’altra «Via Specchi», non lungi dal palazzo Santa Croce.

[842] Nel romanzo francese Virgilius l’effigie è un serpente di bronzo; però nei Dialoghi ameni, Francoforte, 1503, la cosa si narra come viene detto nella posteriore leggenda romana: «Virgilio ha composto in Roma un’imagine, e vi si mettono a prova coloro che prestano giuramento. E colà l’uomo deve porre la mano dentro della bocca. Se uno ha giurato il falso la faccia gli tronca col morso la mano» (GENTHE, p. 75).

[843] Viminalis ubi est ecclesia S. Agathes, ubi Virgilius captus a Romanis, invisibiliter exiit, ivitque Neapolim; unde dicitur: vado ad Napulum (nel Breviario de montibus; può darsi che sia una glossa: si trova soltanto nell’esemplare del MONTFAUCON). Ho già dato spiegazione del nome della via Magnanapoli (vedi il vol. III, a carte 658). Vorrebbesi che in quel luogo avesse dimorato Virgilio, e colà si andò in cerca dei giardini di Mecenate.

[844] GERVASIUS, Otia Imperialia (LEIBN., Rer. Brunsvicar., I, 963, nel Capitolo: mirabilia unius cujusque provinciae, donde si vede la universalità che allora aveva assunto il concetto mirabilia). Egli scrisse intorno al 1211, e narra di aver veduto questi portenti a Napoli nell’anno 1191. Il LEIBNITZ, sdegnato di lui, dice senza alcun intelletto delle leggende popolari: Vixit eo seculo, quod ego cum proximo omnium seculorum post Christum natum ineptissimum esse comperi.

[845] Vidimus etiam operosum opus Virgilii Neapolin, de qua nobis mirabiliter Parcarum pensio dispensaverunt, ut muros civitatis ejusd., quos tantus fundavit et erexit philosophus, imperialis jussionis mandato destruere deberemus. Non profuit civibus illis civitatis ejusd. imago, in ampulla vitrea magica arte ab eodem Virgilio inclusa — quam ampullam sicut et civitatem in nostra habemus potestate — sed quia ampulla modicum fissa est, civitati nocuit. Oggidì il palladio di Napoli è l’ampolla col sangue di san Gennaro. — Dei serpenti: quam solam (sc. portam ferream) — destruere timebamus, ne serpentes inclusi de carcere egredientes, terram et indigenas molestarent: lettera di Corrado al Prevosto di Hildesheim (in ARNOLDO, Chron. Slavor., IV, c. XIX).

[846] Vidimus ibidem saracenos, qui solo sputo venenosa interficiunt animalia. Vi si rivela l’età della Cronica di Turpino, dei viaggi del duca Ernesto, del cavaliere Tundalo, di Apollonio di Tyrland, della Cronica imperiale ecc. Omai v’ha gran copia di scritture intorno al Virgilio del medio evo. Se ne consulti F. PIPER, Virgilio teologo e profeta, Berlino 1862. Lo ZAPPERT, Vita di Virgilio nel medio evo (Accademia delle scienze, vol. II, Vienna 1851), induce confusione a causa delle strabocchevoli citazioni; ed il lettore potrà bastevolmente erudirsi nel GENTHE, in L. ROTH, Virgilio mago, Vienna 1859, e massimamente nella dotta e più recente opera di DOMENICO COMPARETTI, Virgilio nel medio evo, Livorno 1872, in due volumi.

[847] BENJAMINI DE TUDELA Itinerarium, Lugduni 1633, Elzevir; in ebraico colla versione latina.

[848] Precisamente come nei Mirabilia: palatium Julii Caesaris. Vi s’intende l’obelisco vaticano, con intorno i ruderi del Circo ed altri avanzi.

[849] Ibi extra Romam est palatium Titi, ossia il Circo di Massenzio, che anche in un esemplare dei Mirabilia appellasi palatium Titi et Vespasiani foris Romam ad catacumbas. Il Palatium di Vespasiano è il Colosseo. È un tratto notevole che l’Ebreo nulla dica dell’arco di trionfo di Tito.

[850] Palatium Galbini ([lettere ebraiche] nel testo).

[851] Stando alla Graphia, erano veramente in Laterano gli avanzi del colosso dell’anfiteatro, cujus caput et manus nunc sunt ante Lateranum: e i Mirabilia stampati nel 1511 dicono, che Silvestro avesse fatto distruggere il colosso di Febo: caput vero et manus praedicti idoli cum pomo ad palatium in Laterano fecit poni — quae palma et caput Sampsonis falsae vocantur a vulgo. Oggidì quella mano colossale si vede nel cortile del palazzo del Conservatori. — BENIAMINO non tien nota della leggenda secondo la quale Noè venne a Roma, ma sa della guerra ch’ei ruppe contro a Romolo, ed è a giorno di altre leggende che trovansi nel falso Gioseffo (Goriodines, un ebreo di Gallia del tempo forse dei Carolingi): a credere di questo, Romolo per temenza della venuta di Davide, fe’ cinger Roma di mura: JOSEPHUS HEBRAICUS etc., Lipsiae 1710, I, c. 4.

[852] In muro S. Basilii fuit magna tabula erta infixa, ubi fuit scripta amicitia in loco bono et notabili, que fuit inter Romanos et Judeos, tempore Jude Macchabaei (Mirab., Cod. Vat., n. 3973). S’interpreta col Lib. I de’ Maccabei, c. VIII, 22: «E fecero (i Romani) incidere il rescritto su tavole di bronzo, e lo mandarono a Gerusalemme, affinchè ivi fosse monumento della conchiusa pace» Per certo gli esemplari romani del documento erano custoditi nell’archivio di Stato.

[853] Hoc solum mente laborantibus et animo supererat, ut ab urbe (Romae enim in Palatio Diocletiani, et aliis termis saepe mirabiles conspeximus) ut per mare mediterraneum tuta classe — conductu haberemus: SUGERIUS, De Consecratione Eccl. S. Dionysii (DUCHESNE, IV, 352), in GIACOMO BURCKHARDT, La cultura del rinascimento in Italia, Basilea 1860. — Le magnifiche colonne di granito, che l’Abate per buona ventura non portò via, adornano oggidì la santa Maria degli Angeli nelle terme di Diocleziano.

[854] Medietatem arcus triumphalis, qui totus in tribus arcubus constat, de quo unus de minoribus arcubus propinquior est vestrae ecelesiae, supra quem una ex turribus aedificata esse videtur — Ep. Innoc. III, lib. II, n. 101, dat. VI Non. Julii A. 1199.

[855] R . . . S. AG. (sigle cassate) † A[=NO] MCLVII INCAR[=NS] D[=NI] N[=RI] I[=HV] XR[=I] SPQR HEC MENIA VETVSTATE DILAPSA RESTAURAVIT SENATORES SASSO JO[=HS] DE ALBERICO ROIERI BVCCA CANE PINZO FILIPPO JOHS DE PARENZO PETRVS D[=S] TESALVI CENCIO DE ANSOINO RAINALDO ROMANO NICOLA MANETTO. È iscrizione unica di questo genere in Roma.

[856]

BENEDICTVS ALME VRBIS SVMM’ SENATO R RESTAVRAVIT HVN C. PONTEM FERE DIRV TVM.

[857] Restituimus salvo jure parochiali ecclesie SS. Apostolorum Phil. et Jacobi et salvo honore publico urbis eidem colomne, ne unquam per aliquam personam obtentu investimenti hujus restitutionis diruatur aut minuatur, sed ut est ad honorem ipsius ecclesie et totius populi Romani integra et incorrupta permaneat dum mundus durat, sic ejus stante figura. Qui vero eam minuere temptaverit persona ejus ultimum patiatur supplicium et bona ejus omnia fisco applicentur... Actum a dom. incarn. MCLXII, Ind. X etc. (docum. da santa Maria in via Lata, nel GALLETTI, Primic., n. LXI).

[858] QM. COL[=VP]NA ANTONINI JVRIS MÕN SC[=I] SILV[=RI] ET ECC[=LA] S ANDREE Q: CIRCA [=EA] SITA [=E] [=CV] OBLATIONIBVS.... MALEDICIMVS ET VINCVLO LIGAMVS ANATHEMATIS ABBATE ET MONACHOS Q[=CV]Q. COL[=VP]NA ET ECC[=LA]M LOCARE [=VL] BENEFICIO DARE [=P]S[=V]PSERIT.... PETRVS DĨ G[=RA] HVMILIS ABBAS HVIVS S[=C]I CENOBII [=CV] FR[=IB]. SVIS FECIT ET CONFIRMAVIT ANN. DNĨ MĨL CXVIIII INDĨC XII.

[859]

Adsum Romani grandis honor populis. Indicat effigies qui me perfecerit auctor.

TEODORO AMEIDEN, De Rom. Famil., § 100 (Mscr. nella Bibl. Casanatens., n. 283), notò un altro distico:

Vos qui transitis secus optima tecta Quirites, Hac pensate domo, quis Nicolaus homo.

[860]

Non fuit ignarus cujus domus haec Nicolaus Quod nil momenti sibi mundi gloria sentit. Verum quod fecit hanc non tam vana coegit Gloria quam Rome veterem renovare decorem.

Sulla fine:

Surgit in astra domus sublimis — Culmina cujus Primus de primis magnus Nicolaus ab imis Erexit Patrum decus ob renovare suorum. Stat patris Crescens matrisque Theodorae nomen. Hoc culmen clarum caro pro pignere gessit. Davidi tribuit qui pater exhibuit.

All’intorno dell’iscrizione sono stranamente poste molte sigle enigmatiche, che si vollero spiegare in modo ridicolo. L’intiera iscrizione è registrata nel NERINI, p. 318, e in altri luoghi.

[861] Per amore di brevità non m’accingo a confutare quelli che danno a quest’edificazione un tempo or troppo antico, or troppo moderno. Coloro che s’appigliano alla prima opinione potrebbero appellarsi al costume ancor più antico, secondo cui i padri dedicavano edificî ai loro figliuoli. Giovanni duce di Gaeta, nel secolo nono edificò una torre, e vi scrisse sopra: Hanc venerabilem inclitam domum etiamdiu turre dilecto filio meo Docibili Ypata donavi (FEDERICI, Duchi di Gaeta, p. 154). Il GIESEBRECHT ha fatto alcune ipotesi assai giuste sul Monzone (SCHMIDT, Gazz. univers. di Storia, VII, 137). Io non ispreco tempo in queste cose, che tornano qui soltanto accessorie.

[862] Ideo dicitur Chartularium, quia fuit ibi bibliotheca publica, de quibus XXVI fuere in Urbe. Gli avanzi di questa torre durarono fino all’anno 1829. Ancora ne sono visibili le antiche fondamenta.

[863] La chiesa ha gran dovizia di iscrizioni medioevali. Nell’atrio, sulla tomba di Alfano (opera di quella età), è scritto:

Vir probus Alphanus cernens quia cuncta perirent, Hoc sibi sarcofagum statuit ne totus obiret. Fabrica delectat pollet quia penitus extra Sed monet interius quia post hec tristia restant.

Sul parapetto dell’altar maggiore (una vasca di rosso granito): a[=n]o D. MCXXIII Ind. I. dedicatum fuit hoc Altare per manus DD. Calixti Papae Secundi V sui Pontif. A[=n]o M. Maio die VI Alfano Camerarius plurima dona largiente.

[864] Da dopo l’anno 1868 santa Maria in Transtevere ebbe a ricevere un restauro fondamentale. Sparve il pavimento antico, ne furono rimossi sepolcri e monumenti; e pitture a gran colori, condotte sulle pareti della navata di mezzo, hanno per sempre distrutto la mesta severità di questa basilica antica.

[865] Il soggetto del musaico della nicchia s’interpreta col passo di SAN MATTEO, c. 25, 1-23. Sventuratamente ebbe a subire un pesante restauro. Anche lo SCHNAASE, Storia delle arti del disegno, IV, 2, loda i musaici, specialmente quelli dell’abside.

[866] Chron. Casin., c. 29; passo ben noto.

[867] Sotto un affresco che rappresenta parecchi santi è posta quest’iscrizione: EGO BENO DE RAPIZA C[=V] MARIA VXORE MEA PRO AMORE DEI ET BEATI CLEMENTIS PGRFC. Il priore Mullooly, che diresse gli escavi della chiesa sotterranea, vuole che il quadro appartenga all’epoca delle catacombe; ma l’iscrizione contraddice a quell’opinione. Il nome longobardo Rapizo (Radpert) trovasi assai di sovente ai secoli undecimo e duodecimo nel Registro di Farfa; al tempo di Gregorio VII, un Rapizo era comes di Todi. — Di questi importanti escavi e degli affreschi numerosi che ne vennero alla luce vedasi J. MULLOOLY, Notice of the ancient paintings — of S. Clement in Rome, Roma 1866.

[868] Un Nicolaus de Angelo e Pietro Fassa di Tito fecero pel san Paolo il grande candelabro di pesantezza barbarica. — Sul tabernacolo che è nel san Lorenzo (dell’anno 1148) è scritto a bei caratteri: Jo[=hs] Petrus Angelus et Sasso Filii Pauli marmorarii hujus operis magistri fuerunt. Di tale fatta sono gli inizî della nuova scultura, che poco a poco venne sorgendo dalle opere di chiesa. — L’antichissima menzione che sia fatta dei Cosmati è dell’anno 1180: Jacobus Laurentii fecit has XIX columnas cum capitellis suis (Descriz. della città di Roma, III, 3, 572). — Sopra un ambone in Araceli: Laurentius cum Jacobo filio suo hujus operis magister fuit. La genealogia dei Cosmati è data dal GAYE (Giorn. di arti, 1839, n. 61, sgg.). Rivista delle «Notizie epigrafiche degli artefici marmorarii romani dal X al XV secolo, di Carlo Promis» (Torino 1836).

[869] Questa erronea notizia dà RICOBALDO, Histor. Pontif. Rom., p. 178 (MURATORI, IX).

[870] Il CARD. ARAGON., p. 439, dice di Eugenio III: Hic fecit unum palatium apud S. Petrum, et Signiae alterum. — PLATINA, Vita Celestini III.

[871] PLATINA, Vita Clement. III: claustrum S. Laurentii extra muros aedificavit, et Laterani aedes non mediocri impensa restituit: templumque vermiculato opere ac musivo exornavit. — Celestino III consecrò il san Giovanni a Porta Latina, il santo Eustachio (1196) e il san Lorenzo in Lucina, come qui ancora ne dice l’inscrizione antica. Del tempo di Adriano IV è il portico dei santi Giovanni e Paolo sul Celio. Meravigliosa cosa è, che del lungo reggimento di Alessandro III non si menzioni alcun edificio.

[872] L’illustre Autore si compiacque di rivedere la versione di questo Volume, e in alcuni luoghi ritoccò il testo originale, in altri introdusse importantissime aggiunte. Ne facciamo nota come di cosa che torna a gran pregio della nostra edizione italiana. (N. del T.)

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us