Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO
DAL SECOLO V AL XVI
DI FERDINANDO GREGOROVIUS
PRIMA TRADUZIONE ITALIANA SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA DELL’AVV. RENATO MANZATO.
VOLUME IV.
VENEZIA, GIUSEPPE ANTONELLI 1873.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL MEDIO EVO.
LIBRO SETTIMO.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO UNDECIMO.
CAPITOLO PRIMO.
§ 1.
Stato che la città di Roma tiene nella storia universale durante il secolo undecimo. — Influenza che gli elementi civici esercitano sopra il Papato. — I Lombardi eleggono Arduino a loro re; i Romani eleggono Giovanni Crescenzio a patrizio. — Silvestro II muore nel 1003. — Giovanni XVII e Giovanni XVIII. — Tusculo e i suoi Conti. — Sergio IV. — Fine di Giovanni Crescenzio, nel 1012.
Il secolo undecimo fu una delle età che ebbero massimo rilievo nella storia del Papato; in nessun altro luogo fece mai mostra di sè un contrapposto così vivo di decadenza profonda e di repentino risorgimento di una stessa podestà. Spenti gli Ottoni, si rinnovellarono in Roma condizioni di cose pari a quelle che s’erano composte dopo la caduta dell’Impero de’ Carolingi; la potenza pontificia decadde nell’ordine morale e in quello politico, e la Città si adoperò con gran lena affine di levarsela di dosso per sempre. Non arrivò essa peraltro a questo intento, poichè il Papato non cedè pur di un passo, ma durò principio indestruttibile ed ostile allo svolgimento degli elementi cittadini; soltanto di qualche tratto passeggiero se ne potè reprimere la forza, ma a rimuoverlo non si giunse mai, avvegnachè il Papato col soccorso di potenze straniere tornasse sempre a sollevarsi gagliardo. In Roma non v’aveva una cittadinanza che prestasse solide fondamenta ad una costituzione civica; solo v’erano ancor sempre le possenti famiglie di nobili, i capitani ossiano i grandi vassalli feudali della Chiesa, sedenti nella Città e nella provincia, i quali strappavano ai Pontefici il potere, e per ragione di questo combattevano gli uni contro gli altri. Nella prima metà del secolo undecimo imperarono costoro da patrizî su Roma, elessero papi del grembo di loro famiglie, ridussero la santa Sede a loro retaggio famigliare, ed il Pontificato precipitò in una barbarie tanto orribile da far sembrare che fossero tornati i tempi dei più infamati Imperatori dell’antichità. Tuttavolta, a questo stato di cose succedette tosto quella reazione memoranda, che con meravigliosa prestezza rialzò la Chiesa romana dal suo decadimento, e fece di essa una potenza dominante nel mondo.
Le attenenze civiche cooperarono a ciò assai efficacemente, giacchè la Città medesima ministrava le più prossime cause a’ moti della storia universale: le continue relazioni in cui la Città si trovava cogli Imperatori e coi Papi, financo gli avvenimenti che accadevano entro la cerchia ristretta delle sue mura, la contrarietà che opponeva contro la signoria pontificia, la pressura che i Pontefici sofferivano da parte della nobiltà cittadina, il loro bisogno perdurante di ajuti, la incessante distretta che gli angustiava e la vigilanza con cui dovevano spiare i loro nemici; in una parola tutte queste cose unite insieme produssero conseguenze che influirono fino sui luoghi più remoti, e diedero origine ad amplissimi rapporti politici. Ei v’ha ragione di affermare, che se non fosse stata quella costante opposizione che la città di Roma mosse contro il reggimento pontificio, la storia del Papato non sarebbe entrata nelle vie per cui procedette prima e dopo di Gregorio VII.
Posteriormente all’inizio del secolo undecimo il concetto del Patriziato romano conseguì rilevanza nella storia universale: quando i Re tedeschi ebbero tolto questo Patriziato alle mani dell’aristocrazia di Roma e l’ebbero aggiunto alla corona germanica, esso fu che diede, unitamente alla podestà sulla Città, anche il diritto di disporre della cattedra santa; fu giusto perciò che il Patriziato diventò la più prossima causa della pugna la quale si combattè fra la Chiesa che si andava liberando e la podestà dello Stato. Quella ebbe posto appena il piede nel sentiero della riformazione interna, che si sforzò con tutta la sua energia a scuotere il giogo dei Patrizî. Non più dovevanvi essere Papi nobiliari, nè Papi regi; l’elezione pontificia doveva esser libera, e appartenere soltanto al clero. Così avvenne che il Patriziato della Città diede cagione alla celebre legge di Nicolò II sulla elezione pontificia, e alla creazione del Collegio cardinalizio; così, alla fine, avvenne che la lotta dei Papi contro al Patriziato si allargò massimamente in quella universale del diritto d’investitura.
La grande controversia delle investiture domina eziandio la storia della Città nell’ultima metà del secolo undecimo. Roma continua ad essere l’origine di quella disputa, e si serba teatro dove il genio di Ildebrando svolge la sua ammirabile operosità, non soltanto per fondare un nuovo Stato della Chiesa con province vassalle, ma per plasmare il Pontificato, fatto libero dal Patriziato, in una potenza signoreggiante il mondo. Guerre civili lunghe e sorti terribili sofferse Roma sventurata in conseguenza della grande battaglia che si accese fra la Chiesa e l’Impero; e noi vedremo prolungarsene le lotte anche nel secolo duodecimo, fino a che la Città stessa, all’età delle Republiche cittadine d’Italia sorgenti in fiore, esce da così grandi tempeste in forma nuova di republica.
Morto Ottone III, Italia si vide liberata dal suo Re, Roma dal suo Imperatore. Non v’era erede alcuno che potesse pretendere ai titoli del primo Ottone, laonde sarebbe stato questo un momento prospero per gli Italiani a dichiarare estinta nella loro terra la potenza regia e imperiale dei Tedeschi, e a conseguire la loro independenza. L’Italia settentrionale dava tosto la corona dei Lombardi ad un Principe del suo paese, sì come fatto aveva al tempo di Berengario; chè omai il giorno 15 di Febbraio dell’anno 1002, si levava a re Arduino, margravio d’Ivrea, un potente signore che Ottone III aveva messo al bando dell’Impero.
I Romani ponevano il diadema di patrizio in capo al figlio del celebre Crescenzio, e d’allora in poi Giovanni imperò dieci anni da signore della Città[1]. La famiglia di lui, nemica della signoria tedesca, era cara ai Romani, come quella che si era sacrificata a pro della libertà cittadina; perciò il popolo si distolse dai Conti di Tusculo e si diede ai Crescenzî. I parenti del Patrizio, Giovanni e Crescenzio figliuoli di Benedetto e di Teodoranda, dominavano da conti sulla Sabina; e Giovanni benanco si appellava duca e margravio, forse perchè reggeva anche Spoleto e Camerino. Il Patrizio creava un altro Crescenzio a prefetto della Città[2], e la sorella sua Rogata, adesso senatrice dei Romani, aveva egli congiunta in matrimonio con Ottaviano, figlio di Giuseppe, che era un duce longobardo nel Sabinate[3].
Frattanto, ancor per lo spazio di un anno il vecchio Silvestro lamentava l’abbandono in cui era lasciato nel solitario Laterano, dove può darsi ch’ei cercasse il conforto dell’animo fra le sue dilette pergamene: finalmente la morte, e forse era violenta, lo toglieva di pena, addì 11 di Maggio dell’anno 1003. Il suo terzo succeditore gli eresse un monumento in san Giovanni, ed oggidì ancora puossi ivi leggere l’elogio dell’illustre Pontefice, e rammemorare le leggende molte, di cui il medio evo ha ornato la vita di questo «mago», che sedette sulla cattedra di san Pietro[4].
L’epitaffio ivi posto deplora che, morto lui, la pace sparve dal mondo, e la Chiesa precipitò nella confusione di tutte cose. Però il reggimento di due Papi succeduti a Silvestro, è involto in profonda oscurità; Giovanni XVII dal nome di Sicone, moriva sette mesi dopo la sua esaltazione; indi, nel 25 Dicembre 1003, Giovanni XVIII saliva alla cattedra santa: furono uomini romani ambidue, parenti o per lo meno creature del Patrizio, che li levò in potere[5].
Alcuni documenti soltanto tengono in Roma memoria del reggimento di Giovanni XVIII[6]. Durante il suo pontificato, che durò più di cinque anni, rimase egli suddito al Patrizio, e appena fu se osò di volgere qualche timido sguardo al lontano Re di Germania. Enrico duca di Baviera, che ivi era pervenuto al trono, si struggeva di desiderio di rinnovare l’Impero della nazione tedesca, ma di mezzo alla corona imperiale e lui s’inframmetteva tuttavia il lombardo Arduino, che era re, se non altro, nelle sue Alpi. Nell’anno 1004 Enrico II lo aveva cacciato indietro, ma non lo aveva disfatto per sempre; nella ribelle Pavia, che tosto dopo faceva dare alle fiamme, s’aveva egli bensì preso la corona d’Italia, ma era tornato indietro ad Alemagna, lasciando Roma al reggimento dei Crescenzî. Può darsi che la sconfitta di Arduino, la coronazione di Enrico e l’aspettazione ch’egli movesse contro Roma ispirassero qualche forza al partito tedesco della Città e che allentassero la fede nei Crescenzî. Quella fazione stava allora sotto la capitananza dei Conti di Tusculo, avvegnachè costoro, in odio dei Crescenzî, fingessero di nutrir simpatie verso il regno germanico.
Quindici miglia distanti da Roma, più sopra di Frascati, durano oggidì ancora le meste ruine di Tusculo antico e medioevale. La vecchiezza di questa città aveva superato quella di Roma, perocchè l’origine sua si perda fra i miti di Ulisse, il cui figlio Telegono, nato di Circe, dicevasi esserne stato il fondatore. Terra della gente latina, aveva essa pugnato a luogo contro Roma; il capo suo Mamilio Ottavio aveva dato entro a quelle mura un asilo all’ultimo dei Tarquinî suocero suo, ed era caduto dappoi nella battaglia combattuta presso il lago Regillo, lasciando alla città la tradizione gloriosa e durevole del suo nome. Da Tusculo erano derivate alcune celebri famiglie, i Mamilî, i Fulvî, i Fonteiani, gli Juvenzî e soprattutti i Porcî, avvegnaddio quel tetro castello fosse stato culla dei severi Catoni[7]. A chi visita le rovine di Tusculo sembra che da esse si rizzino le ombre di parecchi uomini celebrati al florido tempo della sapienza romana, e il pellegrino ricerca il luogo ove si elevavano l’accademia di Cicerone e la sua villa, dove furono scritte le «Disputazioni tusculane». Marco Bruto, Ortensio, Lucullo, Crasso, Metello, Cesare, alcuni Imperatori de’ tempi più tardi, ebbero posseduto colà loro ville, poichè la fiorente pendice di quel monte era, a’ tempi de’ Romani, coperta di magnifiche case di campagna, similmente come oggidì ancora i grandi di Roma possedono loro ville bellissime a Frascati, vaga terra edificata nel medio evo, ancor prima che Tusculo cadesse[8]. Nel secolo decimo Tusculo durava in vita ed aveva fama di città quasi inespugnabile, piena di ruine della magnificenza antica. Chi ne possedeva il castello dominava i monti Latini ed una parte della Campagna; e la positura dava a Tusculo importanza maggiore di quella che potesse aver mai qualunque altra rocca del territorio romano.
La famiglia di Conti che ivi dominava (de Tusculana) discendeva da Marozia e da Teodora, ed il nome famigliare di Teofilatto che in essa si manteneva dimostra che il «Senatore dei Romani» era stato uno degli antenati di quella casa. Può darsi che Alberico figlio di Marozia avesse posseduto Tusculo per eredità venutagli dalla madre, però nessun documento ne discorre. Noi potremmo con qualche arditezza far derivare i Tusculani da Teofilatto, ma disdegniamo di darci ai balocchi di alberi genealogici, i quali ci farebbero risalire nientemeno che a Mamilio Ottavio[9]. Decorato del titolo de Tusculana, ai tempi di Ottone III per la prima volta nella storia, fa sua comparsa Gregorio, senatore de’ Romani, favorito di quell’imperatore, e senza dubbio conte di Tusculo[10]. La Biografia di santo Nilo lo descrive per un despoto dovizioso, astuto, destro in opere di violenza, e ne narra che allorquando il Santo venne a Roma nell’anno 1002, Gregorio gli donò un pezzo di terra sopra cui fu edificato il convento basiliano appellato di Grotta Ferrata[11].
Gregorio, figlio o nipote che fosse di Alberico, aveva sposato Maria, ed era padre di tre figli, Alberico, Romano e Teofilatto. Questi feroci baroni tenevano loro residenza sull’erta di Tusculo, e di là, come falchi predatori, intendevano lo sguardo in giù su Roma, dove adesso Giovanni Crescenzio dominava da patrizio, e dove il loro avo Alberico, cinquant’anni prima, aveva signoreggiato da re. Pertanto essi volgevano l’animo a impadronirsi di Roma, come se s’avesse trattato di un possedimento di loro famiglia: nè l’occasione propizia si fece molto aspettare; probabilmente, allorquando Giovanni XVIII venne a morire nel Giugno 1009, riuscì ai Tusculani di condurre a buon fine un’elezione pontificia secondo che meglio loro giovava[12]. Succeditore di quel Pontefice fu Sergio IV, vescovo di Albano, forse tusculano egli medesimo, durante il cui reggimento i Crescenzî sempre più perdettero terreno di sotto al piede[13]. Tuttavolta Giovanni Crescenzio continuò a tenere il governo, e gli atti di quel tempo ci fanno conoscere che l’epoca di lui, senatore dei Romani e patrizio, continuava ancor nell’anno 1011 ad essere registrata con nota officiale[14]. I documenti cel mostrano con veste di magistrato supremo di Roma e del territorio della Città, quando raccoglie «placiti» nel suo palazzo (parimenti come in antico aveva fatto Alberico), circondato dei suoi giudici che si appellavano senatori, e con accosto Crescenzio, prefetto della Città[15].
Però la ricordanza delle sorti che avevano colpito lo sventurato padre suo era il tormento di Giovanni, e sul capo di lui pendeva minacciosa la spedizione che Enrico II meditava su di Roma. Il Papa faceva voti che a Roma venisse; cercava il Patrizio di tenernelo lontano, ed i suoi messaggeri trattavano con Arduino ed anche con Boleslao di Polonia, affichè di là delle Alpi dessero faccenda al Re[16]. In quello che Crescenzio dominava in Roma colla violenza, che derubava il san Pietro, che incamerava beni ecclesiastici, adulava egli re Enrico come a signor suo, e se lo ingraziava per via di lettere e di donativi; però in ogni maniera cercava di impedire che scendesse a torsi la corona. Il suo reggimento, che poteva mantenere soltanto finchè un Imperatore non v’era, riempiè l’intervallo di tempo che trascorse fino alla prossima coronazione imperiale: però Crescenzio morì nella primavera dell’anno 1012, innanzi che Enrico movesse in Italia, e la sua morte ridonò al Papato qualche libertà, in quello che spianò al Re tedesco la via di Roma[17]. Ella è colpa unicamente dei Cronisti manchevoli di notizie se possiamo dir così poco di un Patrizio, il quale per dieci anni possedette la signoria della Città, tenne lontani i Papi dal poter temporale e restituì a Roma per tempo sì lungo la sua libertà civile. Il figlio dell’illustre Crescenzio deve essere stato uomo di spiriti gagliardi, ma nulla sappiamo delle istituzioni che desse alla Città. La morte di lui (tosto dopo avvenne quella di papa Sergio) gettò nel precipizio i Crescenzî[18]. Questa famiglia, che nel ferreo medio evo si adorna di splendore, similmente ad una stirpe di Gracchi o di Bruti imbarbariti, ed ebbe ognor dato uomini che furono campioni di libertà e guerrieri animosi contro a Papi e ad Imperatori, durò ancora gran tempo nel Sabinate; ma in Roma, dove tuttavia per un buon secolo s’incontra spesso il nome Crescenzio, più non tenne alto luogo[19]. Questa famiglia lasciò padroni del campo i Conti di Tusculo, i quali tosto adesso si levano a tiranneggiare lungamente su Roma, ed a tramutare la cattedra di san Pietro in loro possedimento ereditario.
§ 2.
Gregorio eletto papa, è cacciato da Teofilatto ossia Benedetto VIII. — Enrico si dichiara in favore del Papa tusculano. — Enrico II viene a Roma ed è coronato imperatore (1014). — Condizioni di Roma e del suo territorio, in cui sono sorti Conti ereditarî. — La nobiltà romana in qualità di Senato. — Romano, senatore di tutti i Romani. — Tribunale imperiale. — È repressa una sollevazione dei Romani. — Enrico II ritorna. — Fine di Arduino re nazionale.
Il partito dei Crescenzî elevava bensì un Gregorio romano alla cattedra pontificia, ma il candidato che i Tusculani vi opponevano contro, ne lo sbalzava abbasso. Teofilatto, figlio di Gregorio di Tusculo, penetrava coi suoi fratelli nella Città; le due fazioni venivano a combattimento, disputandosi il possedimento della tiara e della podestà cittadina, e finalmente Teofilatto discacciava il suo emulo, s’impadroniva colla violenza del Laterano, e per mano di un laico si faceva consecrare papa, con nome di Benedetto VIII. Tutto questo avveniva nel Maggio dell’anno 1012.
Da dopo che non v’era più Imperatore alcuno la nobiltà romana si aveva ripigliato il diritto di elezione; ma l’espulso Gregorio s’affrettava di andarne al Re in Alemagna, per chiedere giustizia del suo diritto, a lui come a giudice supremo di Roma. Enrico si prendeva le sue insegne pontificie, e lo confortava accertandolo che sarebbe andato a Roma, e colà avrebbe ordinato che in forma canonica si sottoponesse ad esame la controversia[20].
Messaggi di Benedetto VIII erano omai giunti alla corte del Re, poichè quel Pontefice tusculano non chiudeva in petto sentimento alcuno della libertà di Roma o d’Italia; più gli stava a cuore di rendersi securamente padrone della cattedra di san Pietro, offerendo di bel nuovo la sua patria al giogo degli stranieri. A ricompensa della confermazione sua prometteva ad Enrico il Patriziato e la continuazione dell’Imperium nella nazione tedesca. Non è forse dissennatezza di ingiuriare i Re germanici perchè si prendevano quello che gli Italiani stessi loro andavano sempre nuovamente offerendo?
Enrico II abbandonò al suo destino Gregorio, che forse era stato eletto giusta il rito dei canoni, e consentì che un Conte tusculano continuasse ad esser papa[21]. Egli stesso assunse allora nome di «Re dei Romani», e con questo novello titolo, onde si fregiarono, di quel tempo in poi, tutti i Re di Germania, pronunciò spettarsi alla corona tedesca l’Impero e la signoria suprema su di Roma[22]. Benedetto VIII si afforzò per conseguenza di ciò nel pontificato, discacciò i Crescenzî; il Prefetto urbano di questo nome fu deposto, e il suo officio dato ad un altro romano Giovanni; gli officî più rilevanti cascarono in mano della fazione tusculana[23]. Soltanto la dignità di patrizio niuno osava più di arrogarsi, poichè essa competeva al Re alemanno; però il Pontefice poneva i suoi fratelli a capo delle cose di amministrazione e di giustizia. «L’eminentissimo console e duce» Alberico, che di già sotto di Ottone III era stato maestro del «palazzo» imperiale, dimorava nelle case del suo antenato in vicinanza dei santi Apostoli, e colà teneva tornate giudiziarie, come prima aveva fatto il patrizio Giovanni[24].
Frattanto Enrico ponevasi in cammino alla volta di Roma, celebrava a Pavia le feste natalizie dell’anno 1013, e costringeva Arduino a ritirarsi nella sua marca d’Ivrea. Mentre in Roma colla morte del Patrizio il partito nazionale soccombeva l’animoso Piemontese s’ornava tuttavia della porpora di re d’Italia. Questo illustre titolo aveva corrisposto al suo concetto, soltanto allora che la bella contrada era stata veramente unita sotto allo scettro dei Goti, ma tutti i Re che dappoi se ne decorarono s’appellarono così da uno Stato che intero non possedevano. Tuttavolta il fiero Arduino, il quale non d’altro poteva dirsi padrone che di un paio di città e di poche montagne, può pretendere alla gloria di essere stato l’ultimo re nazionale che Italia abbia avuto fino a Vittorio Emanuele II di Sardegna. Fece egli il tentativo glorioso di chiudere Italia in faccia agli stranieri, ma questa terra lacerata di divisioni, era allora (e lo fu fino alla ricostituzione violenta che s’ebbe ai giorni nostri) incapace di ispirarsi a pensiero di nazione. Arduino vide il Re tedesco muovere a Roma, e impedirnelo non potè.
A Ravenna Enrico s’incontrò col Papa e deliberò con lui di restaurare l’Impero germanico; indi s’incamminò a Roma, dove l’altro lo precedette. Qui la fazione dei Crescenzî era tuttavia numerosa e aveva per capitani Giovanni e Crescenzio, nipoti del Patrizio. Per verità, gli agenti di Arduino eccitavano il popolo affinchè si opponesse alla rinnovazione dell’Impero che pur da soli quindici anni avevasi bandito da Roma, ma la vista delle corazze d’Enrico reprimeva gli sforzi del partito nazionale romano, e le voci dell’odio erano coperte dai cantici di lode officiale, con cui il Re tedesco alla sua venuta era salutato, secondo la costumanza antica[25]. Presso alla porta della città Leonina le Scuole erano andate ad accogliere lui e la sua consorte Cunigonda; li toglievano in mezzo a sè dodici Senatori, sei dei quali portavano lunga barba, gli altri avevano raso il volto, e tutti incedevano «misticamente», recando in mano bastoni[26]. Addì 14 di Febbraio dell’anno 1014, si celebrò nel san Pietro la coronazione di Enrico e della sua sposa colle forme solite. Il novello Imperatore consecrò al Principe degli Apostoli la corona regale di cui fino allora s’era cinto il capo, e dedicò al convento di Cluny un donativo che aveva ricevuto dal Pontefice a simbolo della sua podestà d’impero. Era un pomo imperiale composto in oro, sormontato di croce e ornato di diamanti; secondo il mistico intendimento di quell’età, il globo significava il mondo, le pietre preziose collocate ai quattro lati esprimevano le virtù cardinali, la croce denotava i doveri che l’Imperatore avea assunto verso Cristo ed eziandio verso il Papa che, come vicario suo, si attribuiva la podestà di promuovere i Re a imperatori[27]. Un convito tenuto nel Laterano poneva fine alla festività, e da entrambe le parti potevano andarne contenti; Enrico aveva restaurato nella sua nazione l’Imperium, Benedetto ne aspettava la restaurazione dello Stato ecclesiastico.
Durante la torbida età di Ottone III, le terre di san Pietro, quante di esse ancora possedeva la Chiesa, erano state abbandonate a nuovi saccheggi, e la dominazione del patrizio Giovanni aveva anche da ultimo strappato ai Pontefici ogni briciola di potenza politica. Da un lato e dall’altro del Tevere erano sorti dei Conti, con possedimenti ereditarî[28]. I Tusculani dominavano nei monti Latini; nella Campagna signoreggiavano i Conti di Ceccano o di Segni, appellati, a preferenza di altro nome, conti della Campagna; nella Sabina imperavano i Crescenzî; la casa dei Conti di Galeria espandeva la sua potenza nella Tuscia; dalle terre Marsie fino a Subiaco s’andava omai dilatando la famiglia franca di Trasimondo, di Berardo e di Oderisio[29]. Il sistema feudale metteva in pezzi lo Stato antico della Chiesa; i Vescovi avevano conseguito diritti di conti, e del dominio che un tempo i Carolingi avevano fondato a pro di loro, i Pontefici possedevano poco più che le ingiallite carte di donazione, conservate nei loro archivî. Benedetto VIII accrebbe quelle pergamene con una scrittura di confermazione, data dall’imperatore Enrico, che nella serie dei Privilegî va conosciuta sotto il nome di diploma di Enrico I. Questo documento somiglia per tutto a quello di Ottone, se si faccia eccezione di alcune addizioni concernenti Fulda e Bamberga; la scritta originale peraltro non può esibirsi a mostra, e la copia, che desta non pochi dubbî, manca di data; per molte ragioni poi si rende verosimile che il Diploma non appartenga all’anno 1014[30].
Più rilevante sarebbe per noi se avessimo notizia della costituzione onde allora si reggeva la città di Roma, della quale Benedetto VIII riprendeva il possedimento temporale. Ma un buio fitto ricopre anche in questa epoca l’organamento di Roma. Poichè in documenti romani compare il nome di «Senatori», preso in modo collettivo sebbene nol sia in singolare; poichè dodici uomini fregiati di quel titolo ebbero parte a salutare solennemente Enrico, ciò solo può dimostrare che la ricordanza del Senato antico erasi fatta, da dopo di Ottone III, sempre più viva, fino a che condusse alla sua effettiva ripristinazione. I nobili di Roma che continuavano a ornarsi di un titolo illustre, formavano tuttavia fin d’allora un ceto senatorio da cui gli altri erano esclusi, e possedevano le cariche della magistratura e gli officî giudiziari della Città.
La nobiltà pretendeva al diritto di elezione dell’Imperatore parimente di quella pontificia, e, fuor di dubbio, prima che avenisse la coronazione di Enrico II, s’avevano guadagnati e uditi i voti dei Senatori. Nessuna novella abbiamo dei comizî che tenessero, o dello stato politico onde si reggessero questi rozzi nobiluomini, che sull’incominciamento del secolo undecimo andavano con titolo senatorio aggirandosi in mezzo alle ruine di Roma. Di qua e di colà nei documenti giunsero fino a noi gli elenchi dei loro nomi, ed in essi incontriamo alcune note famiglie del tempo degli Ottoni; ma d’altra parte non ci occorre di trovare pur un solo Romano che si sottoscriva «Senatore». Infatti, la dignità speciale di «Senatore dei Romani» durava anche adesso, e dimostra che gli istituti di questa età erano rimasti eguali a quelli del secolo decimo. Fossero i Papi o no signori del Dominium, Roma temporale era pur sempre una republica nobiliare sotto la presidenza di un capo, che, a seconda delle circostanze, i Romani stessi si eleggevano, o che era imposto loro dal Pontefice.
Benedetto VIII pose il fratel suo Romano alla testa di questa Republica, e lo creò senatore di tutti i Romani; o forse fu l’Imperatore che volle lusingare il Tusculano impartendogli quella dignità, egli che era patrizio di Roma, sebbene con questo nome non si appellasse[31]. Il Senatore dei Romani era principe della nobiltà che congregava in assemblea, i voti della quale indirizzava o forzava quando avveniva di eleggere il Papa; era altresì condottiero delle milizie e, soprattutto, capo della giustizia civile. Vedemmo Alberico essere stato nell’anno 1013 console e duce, e lo vedemmo tenere giudizî da presidente di tribunale civile; però, due anni dopo il fratello suo compare investito della magistratura civica con dignità «di senatore di tutti i Romani», ed Alberico invece ci si fa innanzi semplicemente da console; soltanto più tardi ripiglia a far mostra di sè con qualità di conte palatino[32]. Infatti qualche tempo ancora durarono in Roma e nel territorio romano i titoli antichi di console e di duce.
Del rimanente, l’Imperatore poneva il suo proprio tribunale nella Città, sì come fatto avevano i suoi predecessori. Innanzi a quello Ugo di Farfa denunciò il conte Crescenzio, che tuttavia sempre importunava l’Abazia, come era stato suo costume di fare al tempo di Ottone III. Durante la signoria del Patrizio aveva egli rapito nuovamente al monastero alcune castella, e Giovanni fratel suo s’irrideva del Pontefice dalla sua rocca di Palestrina, che le milizie di Benedetto VIII vanamente cingevano d’assedio. Sedette dunque l’Imperatore a giudizio, e secondo la consuetudine del tempo aggiudicò all’Abate querelante le castella, dandogli un bastone in simbolo del suo diritto; indi richiese il Papa affinchè riunisse la milizia romana alle sue soldatesche, e movessero assieme nella Sabina. Però una sollevazione che avveniva in Roma faceva scampare dall’aula del tribunale le parti litiganti[33]. L’odio dei Romani, i quali probabilmente se l’erano intesa con Arduino e coi Margravî di Este, scoppiava violentemente l’ottavo giorno dacchè erasi celebrata la coronazione: speravano essi di trucidare i Tedeschi o di cacciarli cogliendoli con assalimento improvviso, e il ponte di Adriano diventava il campo di una feroce carneficina, colla quale tutto, come al solito, finì. Da dopo il tempo di Ottone I questi tumulti si ripeterono quasi ad ogni coronazione, per modo che avrebbero potuto considerarsi come l’ultima scenata della festività. Le quante volte gli Imperatori designati entravano in Roma, erano salutati cogli inni officiali, ma non appena si allontanavano dal san Pietro o dalla mensa del Laterano, che il popolo romano si levava furibondo per discacciare dalla Città gli stranieri; e gli Imperatori di Roma soventi volte ne partivano a precipizio come gente fuggitiva, dopo di aver trascinato la loro recente porpora in mezzo a torrenti di sangue[34].
Enrico fece condurre in catene al di là delle Alpi i caporioni del tumulto, ed egli stesso fece ritorno in Alemagna carico delle maledizioni e dei tesori delle città italiche, o dei beni tolti a’ suoi nemici. Molti Conti dell’Italia media e settentrionale sostenne in ostaggio, e molti di loro aveva posto sotto custodia in Roma dove erano stati invitati ad assistere alla coronazione: però, non sì tosto egli fu partito, che si apersero le loro prigioni, e quei vassalli sitibondi di vendetta sguainarono nuovamente la spada per combattere, uniti ad Arduino, contro l’Imperatore straniero. Sennonchè a nulla approdarono gli sforzi di quel partito degli Italiani che intendeva a rovesciare la podestà imperiale tedesca, dappoichè l’Italia settentrionale, frastagliata in piccoli e in grandi margraviati, in contee ed in vescovati forniti di immunità, non possedeva adesso più la forza che aveva avuto a’ tempi di Berengario. L’ultimo Re nazionale d’Italia si vide ristretto ad un angusto dominio in Piemonte, sostenne la guerra di Conti e di Vescovi parteggianti per Alemagna, e finalmente, abbandonato dai suoi vassalli, sprezzato dall’Imperatore, gettò la spada e vestì la cocolla di san Benedetto per isparire dietro la soglia del convento Fructuaria (1015)[35].
§ 3.
Benedetto VIII domina robustamente in Roma. — Sua impresa contro i Saraceni. — Pisa e Genova vengono in fiore. — Italia meridionale. — Ribellione di Melo contro a Bisanzio. — Prime bande di Normanni (1017). — Fine sventurata di Melo. — Benedetto VIII esorta l’Imperatore ad una guerra nell’Italia inferiore. — Spedizione di Enrico II nelle Puglie (1022).
Anche in Roma Benedetto VIII conseguiva forza e sicurezza dal suo partito che ivi adesso dominava. Mentre divideva colla famiglia sua la podestà civica, gli riusciva di assoggettarsi gli ottimati romani ed i capitani, ossiano i vassalli feudali della Campagna. Romano, per lungo tempo capo del governo cittadino, ajutò il fratello a conservarsi il possedimento della cattedra apostolica[36]. I Crescenzî nella Sabina si sottomisero al Pontefice, il quale in persona condusse contro a loro le sue milizie, ed a lui obbedirono come a principe del territorio. Benedetto era uomo massimamente fornito d’intelletto e di gagliardia; viveva in lui l’indole guerriera della sua casa, e, al paro di Giovanni VIII e di Giovanni X, possedeva egli altresì abbastanza mente politica per sollevare novellamente al grado di potenza italica il Pontificato, che i suoi predecessori avevano ristretto ad una cerchia angustissima di operosità.
In questo tempo i Saraceni erano di bel nuovo divenuti formidabili; nell’Italia inferiore tenevano in pressura Salerno, e nel mare Tusco flagellavano il continente e le isole; sbarcavano in Toscana e vi incendiavano Pisa; indi s’impadronivano di Luni. Nell’anno 1016 Benedetto VIII si dava cura di raccogliere un naviglio di collegati, ed egli stesso in persona guidava un esercito contro gli Infedeli. Si conseguì una grande vittoria e si raccolse un ricco bottino; tuttavia poichè il condottiero dei Musulmani (Istorie arabe lo appellano Abu Hosein Mogêhid, Istorie cristiane gli danno nome di Musetto) s’era, dopo della battaglia di Luni, ricoverato in Sardegna, il Papa si fe’ mediatore di una lega colle città marittime di Pisa e di Genova: Mogêhid fu cacciato dall’isola, e questa tosto dopo diventò colonia pisana[37].
Tempo innanzi, allorquando minacciava pericolo da parte dei Saraceni, i Papi avevano stretto alleanza colle Republiche meridionali di Amalfi, di Napoli e di Gaeta; ora col secolo undecimo emergono tutt’a un tratto Pisa e Genova, uscendo fiorenti da una lunga tenebra di loro infanzia; e se ancor non sono pienamente libere, nondimeno iniziano ormai l’età splendida delle Republiche cittadine dell’Italia settentrionale[38].
In pari tempo, nell’Italia meridionale si andavano preparando avvenimenti che dovevano esercitare una influenza gravissima sul Papato e su Roma. La dominazione antichissima di Bisanzio, retaggio di Belisario e di Giustiniano, doveva ivi finalmente spegnersi; e doveva altresì sgomberarsi il terreno dalle rovine che il vecchio ducato dei Longobardi aveva seminato a Benevento, a Capua ed a Salerno: occorreva che questi ruderi cedessero il luogo ad uno Stato costituito da alcuni avventurieri predoni, chiamati a congiungere per la prima volta in unità politica quelle belle provincie. Dopo la sconfitta di Ottone II i Greci s’erano nuovamente impadroniti delle Calabrie e delle Puglie, e vittoriosi s’erano avanzati nella Campania. Il loro governatore, chiamato «katapan», risiedeva in Bari, ed era un vampiro che dissanguava quelle terre sventurate, languenti nella disastrosa miseria cui le avevano ridotte le eterne scorrerie dei Musulmani e le eterne battaglie combattute fra questi, i Greci, i Longobardi e le città marittime.
Però la gente longobarda, che viveva nell’Italia meridionale, faceva uno sforzo repentino, inteso a scuotere il giogo dei Greci. Melo, un longobardo illustre di Bari, si sollevò unitamente a Datto, genero suo, nell’anno 1010[39]. Andò cercando guerrieri e alleati contro a Bisanzio; presso al monte Gargano trovò dei pellegrini di Normandia, fe’ lor vedere in che stato fosse ridotta la terra, e gli invitò a prendere stipendio coi loro prodi compatriotti sotto il suo stendardo ribelle: pari voto espressero i cittadini di Salerno, che quaranta pellegrini ed eroi normanni avevano liberata dall’assedio mossovi contro dai Saraceni. Così accadde che Melo nell’anno 1017 potè condurre in campo contro a’ Greci una schiera di Normanni di fresco assoldata. Questi avventurieri erano venuti sotto la capitananza di Gisalberto, un cavaliere che aveva emigrato dal suo paese a cagione di un assassinio commesso; Benedetto VIII avevali accolti assai orrevolmente in Roma, e gli aveva confermati nel proposito di servire sotto di Melo, contro a’ Greci. Così per un evento casuale dava egli omai principio a quella associazione di Roma e dei Normanni, che più tardi doveva essere feconda di tante conseguenze.
Quanto a Melo, neppur egli presagiva che in quei valorosi da lui arrolati aveva chiamato altrettanti conquistatori nella sua patria; e la sua ribellione fervidamente favorita dal Pontefice cadde a vuoto, ad onta della più eroica prodezza. Sull’incominciamento dell’Ottobre 1019 fu egli disfatto completamente da Bugiano «katapan», in vicinanza dell’antico Canne, lasciò Italia, corse in fretta dall’Imperatore a Bamberga chiedendogli ajuto, e morì colà «duca d’Italia», nell’Aprile dell’anno 1020[40].
I progressi dei Greci, al cui fianco s’era adesso schierato anche Pandolfo IV, principe longobardo di Capua, sbigottirono il Papa, il quale temeva la restaurazione della potenza bizantina, pericolosa alla independenza del Papato e ai disegni che questo volgeva sull’Italia inferiore. Anch’egli andò a Bamberga nella Pasqua dell’anno 1020, ed esortò Enrico a discendere in Italia, a respingere i Greci dalle frontiere di Roma ed a ristabilire la podestà dell’Impero nella Longobardia meridionale. Compiute le splendide festività che si tennero per la consecrazione del suo duomo favorito, Enrico congedò il Pontefice promettendogli che sarebbe fra breve venuto, e dandogli un diploma in cui confermava alla Chiesa i suoi possedimenti.
Frattanto Benedetto invocava la venuta dell’Imperatore con insistenza sempre maggiore. Di già il «katapan» minacciava di entrare nella Campagna e di castigare il Pontefice, che aveva con tanto ardore secondato la ribellione di Melo. Assistito da Atenulfo abate di Monte Cassino, fratello di Pandolfo di Capua, assalì egli all’improvviso, nel Giugno dell’anno 1021, la torre prossima al Garigliano, nella quale il Papa aveva collocato a presidio gli avanzi della legione normanna, sotto gli ordini di Datto; e questo capitano fu condotto prigioniero a Bari, e, chiuso in un sacco, fu gettato in mare[41]. Pareva che i Greci avessero affermato la loro signoria nelle Puglie: i Principi longobardi professavano di essere vassalli di Bisanzio; in vicinanza di Benevento i Greci perfino edificavano una città munita, cui davano il nome immortale di Troja, e Benevento istesso, dove aveva signoria Landolfo V, minacciava di cadere in loro balìa. Con un movimento ardito i Bizantini sarebbero giunti nientemeno che a Roma, se la loro mente fosse stata capace di accogliere un pensiero di genio; per lo contrario, il generale greco sostò presso al Garigliano, e nell’autunno Enrico comparve in Italia.
La spedizione contro il mezzogiorno, cui l’Imperatore diè opera al principio del successivo anno 1022, fu presta e vittoriosa. Entrò egli in persona dalle Marche col nerbo maggiore dell’esercito; altre schiere condotte dai vescovi Pilgrimo di Colonia e Poppone di Aquileja vennero dalla via di Roma e dal territorio Marsio nella Campania; le città e le fortezze dei Greci e dei Longobardi, ed eziandio Troja, cui l’Imperatore in persona cinse di assedio, si arresero. Pandolfo di Capua fu mandato in esilio in Alemagna, in vece di lui fu messo Pandolfo di Teano, e l’abazia di Monte Cassino fu data a Teobaldo abate che era aderente di Germania, dopo che Atenulfo ebbe trovato morte fuggendo per mare. Anche la piccola schiera dei Normanni sopravvissuti, che stavano sotto il comando di Torstaino, ricevette ricompensa con beni posti nella Campania, in quello che i nipoti del duca Melo erano nominati conti e vassalli dell’Impero. Dopo di avere così restaurata la podestà imperiale in una parte delle Puglie, e dopo di avere impreso un pellegrinaggio sul Gargano e fattevi preghiere, Enrico ritornò in quel medesimo estate in Germania passando da Roma; però lo seguivano soltanto scarsi avanzi del suo esercito, avvegnachè le febbri e la pestilenza lo avessero quasi tutto distrutto[42].
§ 4.
Principî della riforma sotto di Benedetto VIII. — Muore (1024). — Suo fratello Romano si prende la tiara con nome di Giovanni XIX. — Enrico II passa di vita nel 1024. — Stato d’Italia dopo la morte di lui. — Giovanni XIX chiama Corrado II di Germania a Roma. — Spettacolo che presentano le spedizioni di Roma a questa età. — Coronazione imperiale (1027). — I Romani si sollevano con gran furore. — Re Canuto a Roma.
Benedetto VIII fe’ vedere di essere un papa fornito di fortezza d’animo non comune. Contraddicendo alle tradizioni della sua casa, aveva egli ristabilito una stretta lega del Papato coll’Impero, affine di raffermare sè medesimo nel possedimento di Roma, e di vincere le potenze che gli erano ostili in Italia. Per opera di quest’uomo il Pontificato riconquistò le sue attenenze col mondo, e si studiò di recuperare la influenza perduta sulle Chiese provinciali. La Storia ecclesiastica può eziandio celebrare Benedetto VIII come uno dei primi riformatori che operarono secondo le idee di Leone IX e di Nicolò II; fu egli infatti che incominciò ad opporsi con decreti sinodali contro al concubinato dei cherici e contro alla simonia, ossia commercio delle dignità ecclesiastiche[43]. Tuttavolta, il vigore che egli ispirò alla Chiesa romana fu dovuto soltanto alla fortezza personale sua; e non appena trapassò di vita, che Roma ed il Papato precipitarono in istato di gravissima barbarie.
Come morte lo ebbe rapito nella primavera dell’anno 1024, il possedimento della cattedra pontificia non uscì di mano della sua famiglia. Romano fratello di lui, che fino a questo tempo era stato «senatore di tutti i Romani», si spogliò delle vestimenta laicali, e indossò gli abiti pontificî, dopo che ebbe comperato o imposto per violenza i voti della sua elezione: così quel Conte tusculano fu ordinato nella primavera dell’anno 1024, con nome di Giovanni XIX[44]. Ei sembra che anche da papa abbia conservato la dignità di senatore sì come prima l’aveva tenuta; ed infatti non v’ha documento alcuno da cui si paia che ne venisse investito il fratel suo Alberico, quantunque a questo avrebbe dovuto essere trasmessa: Alberico continuò come dianzi ad appellarsi soltanto conte palatino e console[45].
Pareva che il novello Pontefice non avesse in mente alcun concetto dei doveri che il ministero suo gli imponeva. Era uomo di animo tanto semplice od altrimenti sì avaro che, avendogli l’Imperatore di Bisanzio spediti a Roma dei ricchi donativi, intendeva di accordare al Patriarca greco il titolo di vescovo ecumenico. Ma i Vescovi d’Italia e la Congregazione di Cluny si sollevarono vivamente contro siffatto proposito, e si fu allora soltanto che il Papa riuscì a comprendere la gravità di ciò che era stato in procinto di fare: nella sua beata ignoranza il Senatore di tutti i Romani non aveva conosciuto più in là che di nome l’esistenza delle Decretali pseudo-Isidoriane, ed aveva avuto assai poca opportunità di studiare le decisioni conciliari dei suoi predecessori[46].
Tosto dopo la sua esaltazione moriva Enrico II ai 13 Luglio nell’anno 1024. Non si sapeva a chi sarebbe toccata la corona tedesca, e questa incertezza per brevi istanti rialzò le speranze d’Italia. Però gli ottimati non osavano più di eleggere dal loro seno un re nazionale; e, senza risultamento alcuno, offerivano la corona ad Ugo, figlio di Roberto re di Francia, e financo a Guglielmo duca di Aquitania. Infatti, il matrimonio che questo Principe possente aveva contratto con Agnese, nipote di Adalberto antico re d’Italia, dava a lui una sembianza di diritto legittimo. Italia era frastagliata in tante signorie e in tante fazioni, che non poteva più indirizzarsi all’intento di un’utilità generale della nazione. La parte tedesca durava gagliarda anche in Lombardia, dove trovava aderenti nei Vescovi, creature o favoriti degli Imperatori; d’altro canto gli ottimati che gli Imperatori avevano reso deboli per la cresciuta potenza vescovile, erano fra sè disuniti, al paro delle città che allora venivano in bel fiore, che odiavano bensì l’Impero tedesco, ma non peranco potevano liberarsene unendosi in lega fra loro.
Pertanto, Corrado II il Salico, eletto re dei Tedeschi agli 8 di Settembre, si ebbe subito gli omaggi dei Vescovi lombardi, e, sopra tutti, quelli del potente Eriberto di Milano: Corrado teneva alta in mente sua l’idea fondamentale che ciascun Re tedesco fosse altresì signore d’Italia e designato imperatore dei Romani; ed in siffatta idea i Vescovi lo confermavano. Anche Giovanni XIX lo chiamò a Roma, e gli mandò il Vescovo di Porto e Berizone, nobile romano della Marmorata, col vessillo di san Pietro, perchè lo inalberasse nella guerra che combatteva in Ungheria; e le lettere del Pontefice lo facevano certo del possedimento pacifico della corona imperiale, che lo stava attendendo[47]. Italia dunque mentre non aveva potenza di opporre contrarietà alcuna alle pretese di Re stranieri, si condannava da sè medesima ad essere provincia soggetta ad Alemagna.
Nella primavera dell’anno 1026 Corrado II ricevette in Milano la corona di ferro dalle mani di Eriberto. Per vendicarsi, secondo la durezza barbarica di quel tempo, dell’animosa Pavia che aveva distrutto il «palazzo» di Enrico II e chiuse a lui in faccia le porte, ne poneva a guasto il territorio: andato indi a Ravenna, ivi il popolo si sollevava con gran furore per trucidare gli odiati stranieri, ma quello scoppio di odio era soffocato in mezzo a fiumi di sangue. Nel nostro secolo neppure i Tedeschi possono considerare con ischietta gioia lo spettacolo delle spedizioni colle quali i loro avi movevano su di Roma; essi devono dar compianto a Italia che di quelle imprese ebbe sì la colpa, ma ne sofferse il danno per più di trecento anni. Allorquando i Re alemanni scendevano dalle Alpi coi loro eserciti e colle loro splendide comitive le città erano condannate a nutrire e ad alloggiare quelle moltitudini, e a far le spese della corte imperiale; financo la giurisdizione dei tribunali ordinarî cessava tosto che compariva il giudice supremo. Dentro ai vuoti forzieri dell’Imperatore colavano, a titolo di donativi o per violenza di estorsioni, i tesori delle città, il sudore dei coloni angariati dai vassalli ecclesiastici e laicali, e le sostanze incamerate di centinaia di ribelli. La soldatesca imperiale composta di rozzi uomini d’arme, raccolti da’ paesi settentrionali e financo dalle terre slave, era il terrore dei sobrî Italiani, che la natura meridionale dotava di più finezza, e che in ogni età superarono tutti i popoli per pulitura di costume. Non deve far meraviglia se mirando le orgie di quei soldati che tenevano Italia in conto di provincia schiava del loro Re, gli Italiani chiedevano a sè medesimi con ira amara perchè mai la loro contrada dovesse essere condannata a eterna servitù sotto gli stranieri; nè fa stupore se con odio feroce si sollevavano ad ogni momento nelle città per cui passava l’esercito che s’incamminava su Roma. Però la maestà brutale di un Imperatore del medio evo a mala pena degnava di volgere uno sguardo di compassione alle città fumanti d’incendio, ai poveri campi devastati, alle vie coperte di cadaveri, alle carceri riboccanti di rei di tradimento. Reputava piuttosto essere necessità inseparabile dalle imprese di Roma vedere i cittadini più ragguardevoli di una città prostrarsi innanzi al suo trono, tremanti, a piè scalzi, con appesa una spada nuda al collo, di quello che il riflesso delle fiamme onde ancora ardeva la loro città, ne illuminava i pallidi volti.
Innanzi alle armi del valoroso Corrado si piegavano finalmente le città nemiche e Pavia stessa; i Margravî di Este, di Susa e di Toscana aveva egli ridotti a obbedienza, e senza trovare impedimento alcuno entrò in Roma. Addì 26 di Marzo dell’anno 1027 Giovanni XIX celebrò nel san Pietro la coronazione di lui e della sposa sua con grandissima pompa e alla presenza di due Re, che furono Rodolfo III di Borgogna e Canuto d’Inghilterra e di Danimarca[48]. Tuttavia la solennità fu conturbata dall’ambizione puerile degli Arcivescovi di Milano e di Ravenna, ciascuno dei quali pretendeva di avere la preminenza; la dissensione di quegli altieri prelati si appiccò alle loro comitive, e Roma fu messa a terrore da una mischia che fu combattuta per le vie fra Ravennati e Milanesi, senza che ancora vi avesse preceduto l’ultima scenata onde per solito si poneva termine alle feste dell’incoronazione. Nè mancò pur essa: una rissa accidentale, che s’accendeva per una miserabile pelle di bue fra un Romano ed un Tedesco, bastò a mettere in furia il popolo. Però, dopo un massacro orribile di «innumerevoli» Romani, i più eletti uomini della Città tornarono innanzi al trono dell’Imperatore, che dimorava nel palazzo prossimo al san Pietro, e tremanti, a piè scalzi, tenendo una nuda spada al collo, pregarono ai piedi di lui misericordia[49].
Può darsi che la vista di cotali orrori mettesse sbigottimento nel cuore pio del grande re Canuto, non già perchè la cultura di lui si levasse al di sopra di quel suo tempo, ma perchè ne andava distrutto un bel sogno che egli aveva accolto in mente. Indotto da lungo desiderio e da un voto pio, era venuto alla Città santa pellegrinandovi con bisaccia e bordone, ed in vece di un asilo di amore e di pace, come Roma avrebbe dovuto essere a seconda del suo concetto ideale, trovava soltanto una sede selvaggia di tumulti aperti a tutte le fazioni ed a tutte le furie: la città di Roma, occorre pur dirlo, non fu durante il medio evo che la orribile sconciatura di una idea sublime. Nella sua lettera indiritta di colà al popolo inglese, Canuto lasciò un ingenuo ricordo del soggiorno che tenne in Roma. Vi annunciava con molta letizia di averne venerato tutti i santuarî, e di essere stato tanto più avventurato, dacchè i savî (ossiano i preti) lo avevano ammaestrato qualmente Pietro avesse ricevuto dal Signore la podestà di legare e di sciogliere; perlochè molto profittava all’uomo di avere il guardiano delle chiavi celesti a suo avvocato appo Dio. Con gioia infantile narrava le onorevoli accoglienze ricevute da tutti i Principi che dal Gargano al mar Tusco erano convenuti attorno al Pontefice ed all’Imperatore; e diceva che gli era stata concessa immunità di pedaggio per tutti gli Inglesi e i Danesi, pellegrini e mercanti, che fossero andati a Roma. L’intelligente Principe affrancava altresì gli Arcivescovi dei suoi Stati dalle gravi contribuzioni che ne erano dovute per ragione del Pallium; egli poi prometteva da parte sua che sarebbe stato puntualmente pagato a Roma il denaro di san Pietro[50]. Neppure gli orrori di cui era stato co’ suoi proprî occhi testimonio riuscirono a diminuire la venerazione di un barbaro Re per la santa Città. Nel religioso fervore dell’animo suo protestava ai suoi sudditi, che in Roma aveva fatto voto di governare i suoi popoli con giustizia, e di espiare i falli della giovinezza coll’intelletto de’ suoi anni maturi. Lettera eccellente e dimostrazione memoranda della immensa potenza morale, che il concetto di Roma esercitava in quell’età. Se una pari influenza benefica si fosse appresa all’animo di tutti i despoti che peregrinavano alla eterna Città, questa avrebbe conseguito, nella credenza de’ popoli riconoscenti, diritti ancor maggiori alla venerazione della gente umana.
§ 5.
Rescritto di Corrado II sull’uso del diritto romano nel territorio pontificio. — Sua impresa gloriosa nell’Italia meridionale; suo ritorno. — Muore Giovanni, e si eleva al pontificato Benedetto IX, fanciullo della famiglia tusculana. — Vita scellerata di quest’uomo. — Condizioni orribili del mondo tutto. — La Treuga Dei. — Benedetto IX fugge presso l’Imperatore a Cremona. — Notevole rivolgimento sociale che avviene in Lombardia. — Eriberto di Milano. — L’Imperatore riconduce a Roma Benedetto IX. — Muove nell’Italia inferiore, e passa di vita nell’anno 1039.
Nel breve soggiorno tenuto in Roma Corrado non si ristrinse a dare soltanto dei soliti privilegî, quali leggiamo di lui, a favore di monasteri[51]. Probabilmente a questo stesso tempo appartiene un rescritto imperiale, nel quale, a cagione della continua lotta che durava fra’ giudici longobardi e quelli romani, l’Imperatore statuiva che d’allora in poi, così in Roma che nello Stato romano, dovessero giudicarsi secondo il codice di Giustiniano tutte le controversie alle quali fin là s’era applicato il diritto longobardico. Così cessò di avere esistenza la Costituzione imperiale data da Lotario nell’anno 827, e il giure romano si elevò quindi a vera legge territoriale: fu una vittoria completa che la nazione romana riportò sopra gli elementi germanici che si erano infiltrati entro di essa; massimamente in quest’età, cominciarono siffatti elementi a disciogliersi dappertutto in Italia, in quello che le forme romane dell’antichissimo municipio risorgevano sotto a consoli eletti annualmente, e cacciavano in bando le istituzioni franche e longobarde[52].
Corrado lasciò Roma sul principio del mese di Aprile, per andarne nell’Italia inferiore, dove rassodò la reverenza all’Impero che ivi ricominciava a vacillare. Indi fece ritorno, passando per Roma, e di già ai 24 di Maggio fu a Verona. Il suo braccio potente in guerra, la sua severità imperatoria, la sua giustizia costringevano Italia ad avere temenza ed estimazione del dominatore, la cui rapida impresa era stata pari al trionfo di un Cesare. Lo stesso popolo suo lo accolse coll’orgoglioso sentimento che la turbolenta Italia era diventata provincia suddita all’Impero[53].
Da allora in poi Giovanni XIX signoreggiò tranquillamente in Roma. Il Papato e la Città furono dominio della famiglia di lui, la quale, anche dopo la morte di Giovanni, occupò la cattedra santa con uno dei suoi: però la Cristianità dovette essere indotta a spavento, mirando un fanciullo che l’arbitrio del padre fasciava nelle vestimenta pontificie, che era coronato solennemente dai Cardinali vescovi e adagiato sul seggio dell’Apostolo, da vicario di Cristo. L’infame Giovanni XII era diventato papa a dieciotto anni; Benedetto IX della sua stessa famiglia lo fu appena a dodici. Che mondo doveva essere allora quello, se i popoli tolleravano in buona pace un ragazzo per reggitore della Chiesa, se i Re lo riverivano per tale, e i Vescovi non avevano rossore di riceverne la consecrazione, e le insegne della loro dignità, e le bolle! Pareva che si smarrisse il concetto ecclesiastico del Papato, e che la cattedra vescovile di san Pietro si tramutasse nello scanno di un conte: per lo meno, nulla v’era più che la distinguesse da quella vergognosa costituzione che reggeva i Vescovati di questo tempo in tutti i paesi, sulle cui cattedre le grandi famiglie di principi e di nobiluomini ponevano uomini di loro stirpe o loro creati, e talvolta perfino dei giovanetti, veri bambini. Una fitta tenebra morale scendeva a coprire la Chiesa. Se in addietro erano stati tempi nei quali Cristo aveva dormito nel suo tempio, sembrava adesso che egli fosse fuggito a volo dal suo santuario profanato, e lo avesse lasciato in balìa dell’audace Simon Mago.
Teofilatto era nipote dei suoi due predecessori, e figlio di Alberico conte palatino e console[54]. Il padre suo, tosto che fu morto Giovanni XIX, si affrettò ad assicurare alla sua casa le due somme podestà: armi e denaro facilmente lo ajutarono a venirne a capo in Roma, dove tutto era venale, dove il clero, per dirla colle parole di papa Vittore III, viveva immerso in una barbarie senza limite. Il fanciullo Benedetto IX tolse, senza alcun impedimento, possesso del Laterano sul principio dell’anno 1033[55]. Aveva tre fratelli, Gregorio, Pietro e Ottaviano; il primo dei tre doveva essere più attempato di lui, perciocchè tosto si prendesse la podestà di patrizio. Potrebbesi far le meraviglie perchè papa non diventasse Gregorio, ma forse può darsi che i Romani sofferissero più facilmente di riverire un ragazzo per loro Vescovo, anzichè per capo del loro reggimento civile. Gli stessi Conti di Tusculo facevano sì poco conto dell’officio pontificale, che credevano potesse reggerlo un bimbo ancora ineducato; però questa audacia fu il precipizio della potenza di loro casa, che un Papa fanciullo non potè tener sollevata a convenevole altezza. Gregorio fratel suo fu pertanto posto alla testa del reggimento civico; ad ogni modo, per temenza dell’Imperatore, non prese egli nome di Patricius, ma si appellò soltanto Consul, e probabilmente eziandio «senatore di tutti i Romani»[56].
Tosto che il giovane Papa sentì ribollire nel sangue quelle forze e quegli istinti che andavano svegliandosi in lui seduto sulla cattedra di san Pietro, diè principio a una vita svergognata. Uno dei suoi successori nel pontificato, Vittore III, narra che Benedetto IX empiè Roma di ruberie e di assassinî, e confessa di raccapricciare a dover dire quanto scellerata e laida fosse stata la sua vita. Un altro contemporaneo, Rodolfo Glaber, monaco di Cluny, dipinse l’esosa figura di questo mostro nel fondo del quadro che ei colorì della sua età, in cui peste e fame andarono devastando Europa intiera. Il mondo era infermo di un’epidemia morale del paro che fisica; per farsene un’idea occorre leggere i Cronisti di quell’età. Fra quegli orrori peraltro, appunto allora ebbe origine la umana legge della pace di Dio, la Treuga Dei, che fu primamente promulgata dai Vescovi della Francia meridionale. Questo trovato benefico, conforto massimo degli uomini di quell’età, torna a bellissima gloria della Chiesa, la quale diè prova così, che anche in mezzo a condizioni tanto terribili di cose non s’era spento sul suo altare il fuoco sacro della carità e dell’amore. Però l’abbondanza dei ricolti che succedevano dopo l’anno 1033 fece sì che i popoli dimenticassero abbastanza presto i flagelli sofferti; e il buon frate deplora la fralezza dell’umana natura che, appena uscita delle prove onde con giustizia l’aveva punita il Signore, ritornava alle crapule e agli assassinî, agl’incesti e ai delitti, nei quali i Principi e il Papa erano i più operosi fra tutti[57].
Con Benedetto IX il Papato toccò nel costume quell’apice estremo di decadimento che, secondo le leggi della morale natura, genera il ritorno a condizioni migliori. La barbarie in cui Roma era involta a questo tempo probabilmente mitigherebbe il giudizio che cade sull’età di Giovanni XII, o supererebbe d’infamia quella più tarda dei Borgia, se l’una epoca colle altre esattamente si paragonasse. Però, soltanto un incerto chiarore scende a dar luce su questo tempo disastroso, in cui un Papa, fanciullo del taglio di Caligola, e vizioso come Eliogabalo, faceva da vicario di Cristo. Vediamo in confuso i capitani di Roma congiurare di uccidere il giovane scellerato nella festa dell’Apostolo presso all’altare, ma nel momento stabilito oscurarsi il sole, ed il terrore che se ne spandeva impedire forse che il fatto si compiesse: Benedetto così aveva tempo di scamparne dandosi alla fuga[58]. Può essere che in questo tumulto la fazione dei Crescenzî s’avesse adoperato più di tutte le altre[59]; ma l’intendimento falliva, ed il Pontefice sfuggitone doveva vivere ancora lunghi anni a danno di Roma e a vitupero della Chiesa. Quindi nell’anno 1037 correva egli presso l’Imperatore a Cremona per assicurarsi della protezione sua.
Corrado era infatti disceso in Italia nell’inverno dell’anno 1036, dappoichè qui lo richiamava un gravissimo moto che ribolliva in Lombardia. Il sistema feudale subiva un rivolgimento interiore. I piccoli vassalli, ossiano valvassori, che avevano avuto i loro beni in feudo dai maggiori signori, Duchi, Conti, Vescovi e Abati, si ribellavano contro l’arbitrio e la tirannide di costoro, chiedendo uno stabile ordinamento della proprietà. Ad essi si associavano i piccoli signori, che senza vincolo feudale liberamente sedevano sopra beni di loro retaggio ma la cui libertà era continuamente minacciata dai Vescovi, entro le cui giurisdizioni immuni dimoravano. Il lombardo Eriberto, arcivescovo di Milano, era il principe più potente dell’Italia settentrionale, e signore feudale di città e di vassalli molti: uomo superbo e d’indole ferma, era cagione che scoppiasse questa rivoluzione sociale, la quale si propagava bentosto fra tutti i ceti, e traeva nella lotta l’Impero tedesco. Gli uomini liberi e i cavalieri feudali si sollevavano contro all’Arcivescovo e conchiudevano una lega lombarda; Eriberto alla fine faceva appello all’Imperatore. Può darsi che Corrado da lunghissimo tempo vagheggiasse di trovare un’opportunità per umiliare il gran Vescovo, il quale possedeva in Lombardia una potenza tanto grande, che all’Impero poteva diventare più perniciosa di quello che fosse stata la potenza del re nazionale Arduino. Nella Dieta di Pavia Eriberto si rifiutò di obbedire alla sentenza di Corrado, e l’Imperatore, preso d’imprudente collera, fece incarcerare lui e tre altri Vescovi, senza sottoporli nemmanco a inquisizione. Il repentino imprigionamento del maggiore prelato d’Italia destò un chiasso incredibile, e inasprì profondamente gli animi contro l’Imperatore, la cui opera adesso parve agli Italiani esser efferatezza di tiranno. Il prigioniero potè fuggire a Milano, e l’odio che questa e altre città nutrivano contro alla podestà dell’Impero tedesco lui prese tosto a rappresentante della idea di nazione. Di tal guisa ebbe origine la prima guerra vittoriosa che con intento nazionale la città di Milano e le sue collegate mossero contro ai Re tedeschi.
Fu durante questo moto dell’Italia settentrionale, e dopo che Corrado ebbe promulgata la legge feudale che ai vassalli concedeva la trasmissione ereditaria dei loro beni, fu allora che Benedetto IX venne a lui a Cremona[60]. Il primo monarca dell’Occidente dovette scender tanto basso da prestare onore ad un ragazzaccio scapestrato, poichè era papa, e poichè egli di un Papa abbisognava. Benedetto, ossiano i suoi consiglieri, esortarono l’Imperatore a venire a Roma e a rimetterlo sulla sedia pontificia: in ricambio di questa domanda, ben poteva Benedetto pronunciare la scomunica contro il proscritto Arcivescovo milanese, sì come Corrado richiedeva. Non erano soltanto le cose di Roma che inducevano l’Imperatore all’impresa, ma altresì il malo ordine che dominava nelle Puglie, dove Pandolfo IV di Capua, che era stato restituito nel principato, soggiogava da ogni parte città, metteva a sacco il convento imperiale di Monte Cassino, e minacciava la Campagna di Roma.
Corrado pertanto mosse nell’inverno dell’anno 1037 più verso mezzogiorno; di Parma, che s’era ribellata e ch’ei lasciava dietro ai suoi passi cumulo di ruine fumanti, andava a Perugia, e celebrava la Pasqua dell’anno 1038 a Spello in compagnia del Papa. È incerta cosa se Benedetto IX, dopo di essere partito di Cremona, tornasse a Roma, oppure se, giusto allora scacciato, andasse in cerca dell’Imperatore, oppure se già fuggitivo lo aspettasse. Ci basta sapere che Corrado lo riconduceva, ovvero lo rimandava a Roma[61]. Se l’Imperatore avesse avuto orecchio da comprendere il peso delle querimonie che i Romani levavano contro di Benedetto IX, avrebbe dovuto rifiutarsi di prestare il suo braccio a questo giovane malvagio, ma egli era ben lungi dal pensiero di liberare la Chiesa romana da condizioni di cose tanto desolate: era tutto assorto negl’intendimenti politici; massimamente gli tornava a buon conto che il partito dei Tusculani favorevole a Germania mantenesse il suo potere su Roma, e assai più gli premeva di giovarsi a’ suoi scopi della marionetta papale. Benedetto, come lo induceva riconoscenza, scagliò un anatema sul capo dell’orgoglioso Eriberto, il quale, tenendosi a riparo delle trecento torri di Milano, si rise di quello scherzo puerile: Corrado poi, il quale forse lasciava un presidio a protezione del miserabile Papa, procedette innanzi fino a Monte Cassino. Addì 13 di Maggio fu a Capua, donde Pandolfo era fuggito; diede questo ducato a Guaimaro principe di Salerno, e infeudò al normanno Rainolfo la contea di Aversa. Questa città, fondata nell’anno 1030 da quel condottiero di bande venute agli stipendî di Sergio duca di Napoli, diventò l’embrione dello Stato normanno, che venne sorgendo nell’Italia inferiore. La peste scoppiò nell’esercito di Corrado, e fece sì che nell’estate istesso l’Imperatore movesse a ritorno: egli medesimo portò con sè in Alemagna il germe della morte, ed ivi passò di vita ai 4 di Giugno dell’anno 1039.
CAPITOLO SECONDO
§ 1.
I Romani cacciano via Benedetto IX, e fanno papa Silvestro III. — Benedetto a sua volta lo discaccia. — Egli vende la cattedra santa a Gregorio VI. — Roma ha tre Papi. — Un Sinodo romano delibera di chiamare Enrico III, perchè ne liberi Roma.
Parecchi anni trascorsero prima che il novello Re tedesco venisse in Italia: questo Re era Enrico III succeduto al padre, giovane, energico, pio, principe magnifico; a lui, come a Carlo magno e ad Ottone il grande, si spettava la missione di restaurare Roma a dignità, di purgarla dalla barbarie e di introdurre riforma nella Chiesa che era lì lì per sommergere. Infatti Benedetto IX continuava pur sempre ad essere il disonore del Papato; pareva che un demonio d’inferno, sotto la maschera del prete, sedesse sulla cattedra di san Pietro, e colle sue arti oscene profanasse i misteri santi della religione.
Benedetto IX, riposto sulla sedia pontificia nell’anno 1038, protetto da Gregorio fratello suo, che, da senatore dei Romani, reggeva ossia malmenava la città, conduceva senza impedimento in Laterano la vita di un sultano turchesco; egli e la famiglia sua empievano Roma di ruberie e di assassinî; ogni ordine giuridico cessato aveva[62]. Finalmente, ai 7 Gennaio 1044, il popolo si levò a furibonda rivoluzione; il Papa fuggì, ma i suoi vassalli si sostennero nella città Leonina contro gli assalimenti dei Romani. Al Pontefice aderivano le genti del Trastevere, ed egli chiamava suoi amici e partigiani dalla Campagna; Gerardo conte di Galeria veniva con molti cavalieri alla porta dei Sassoni, e respingeva i Romani battendoli, in quello che un terremoto si univa ad accrescere la desolazione della ribellata Città. La Cronica antica che narra di questi fatti non dice se dopo tre giorni di battaglia il Trastevere fosse preso di assalto; essa offre soltanto notizia che i Romani concordemente dichiararono di non volerne saper più di Benedetto, ed a loro papa elessero Giovanni vescovo della Sabina, che prese nome di Silvestro III[63].
Anche questi dovette la sua esaltazione alla forza dell’oro con cui seppe corrompere i sediziosi e il loro capitano Girardo de Saxo. Questo potente Romano con grande astuzia aveva dapprima promessa in moglie a Benedetto IX la sua figliuola, indi gliela aveva negata[64], avvegnaddio il Papa non avesse provato ritegno di qualunque cosa per grave che fosse, pur di conseguire la mano di quella Romana cui era congiunto di parentela. Il padre di lei lo sedusse colla speranza di farla sua, e poichè gli ebbe chiesto che primamente deponesse la tiara, Benedetto, il quale bruciava di desiderio della donzella, non si oppose, e durante la rivolta di Roma fecelo. Lo agitava il demonio della lussuria, e fra il popolo superstizioso si andava vociando che nel cupo delle foreste avesse commercio coi diavoli, e con arti magiche inducesse le donne a fare il piacer suo; si voleva che in Laterano si fossero trovati i libri d’incantesimi coi quali egli scongiurava i demonî[65]. Frattanto la cacciata di lui faceva inviperire l’orgogliosa famiglia sua, e l’odio del Papa vieppiù bramava di vendicarsi del giuoco onde l’aveva falsamente raggirato Girardo; la sua fazione numerosa teneva ancor fermo nel castel Sant’Angelo, e il suo magico oro ammaliava Roma; dopo quarantanove giorni Silvestro III era gettato giù della cattedra apostolica, e vi risaliva il Tusculano anelante vendetta: questo accadeva ai 10 di Aprile dell’anno 1044[66].
Dappoi Benedetto IX dominò ancora per il periodo di un anno e ventun giorno, mentre Silvestro III trovava riparo in una rocca nel Sabinate, se pure non si ricoverava entro qualche ben munito monumento di Roma, e continuava ad appellarsi papa. Una tenebra per noi benefica ci tien celati gli orrori che s’ebbero visti in quest’anno. Odiato dai Romani, malsicuro del trono, angustiato continuamente dalla paura che la rivoluzione nuovamente scoppiasse, Benedetto si trovò costretto ad abdicare. Bartolomeo abate di Grotta Ferrata lo esortò a farlo, ma egli, senza sentirne scrupolo o vergogna, vendette il Papato a denaro, tal quale fosse stato una balla di mercanzia. Stipulò un contratto formale, in cui per il prezzo di un cospicuo reddito, e precisamente del denaro di san Pietro proveniente dall’Inghilterra, cedette, addì 1 Maggio 1045, la sua dignità di pontefice a Giovanni Graziano, che era il ricco arciprete della chiesa di san Giovanni, posta presso a porta Latina[67]. Poteva mai la profanazione dell’officio santissimo della Cristianità andar più in là di quello cui fosse tratta con questa vendita? eppure il commercio delle dignità ecclesiastiche era divenuto di uso così universale in Roma e nel mondo tutto, che non potè reputarsi troppo grave enormezza se alla fin fine anche un Papa vendeva la cattedra di san Pietro.
Giovanni Graziano, ossia Gregorio VI, si gettò dietro le spalle i canoni, e fecelo con arditezza di animo tale, che forse fu compresa da pochissimi dei suoi contemporanei; uomo degno di ricordanza, comperò il Papato per torlo da mani inique, eppure in quel suo orribile tempo fu tenuto per idiota, laddove forse ebbe mente capace di serî intendimenti e magnanimi. Tuttavolta è difficile cosa che Pier Damiani, il quale fu in quell’età il monaco più di tutti fervente del bene, avesse contezza di quel mercato allorquando, dopo l’esaltamento di Gregorio VI, scrivevagli giubilando, che finalmente fosse tornata all’arca santa la colomba recante il ramo d’ulivo[68]. Può darsi che il Santo pio lo conoscesse di persona e avesse in lui notato qualche virtù; financo le aride Croniche del tempo, le quali certamente a torto lo dipingono per rozzo e inesperto, tanto che dovette torsi un vicario, non hanno saputo attribuirgli a colpa vizio alcuno. I Cluniacensi di Francia e le congregazioni d’Italia salutarono tutti il suo avvenimento al pontificato come principio di giorni migliori; e in quella bujissima epoca di Roma tutt’a un tratto si colloca a’ fianchi di questo Papa simoniaco un frate giovine e ardito che, dopo eroici sforzi di un’intiera età d’uomo, rialza il Papato caduto in tanto stremo ad una grandezza che non s’avrebbe potuto presagir mai. Per la prima volta esce adesso fuori della sua oscurità Ildebrando, che vediamo a lato di Gregorio VI diventarne cappellano; e questo solo dimostra che Gregorio non era un idiota. Non sappiamo fino a che punto fin d’allora si estendesse l’operosità di Ildebrando, e s’egli abbia avuto parte alla illegale esaltazione di Gregorio; però nel «vicario», di cui parlano i Cronisti, può darsi facilmente che si celasse quel giovane frate pieno di genio e di ambiziosi disegni che fu consigliero di Gregorio VI, e che più tardi, in grata memoria di lui, si appellò Gregorio VII. Del resto un fatto così straordinario come fu l’innalzamento di Gregorio VI al soglio pontificio non era troppo repugnante all’indole di Ildebrando.
Mentre adesso Benedetto IX continuava in Tusculo, oppure in Roma, a menare la sua scapigliata vita di piaceri, Gregorio VI fu papa per quasi due anni colla buona volontà di salvare la Chiesa, che chiedeva una riformazione fondamentale e che tosto dopo la ebbe. Il Papato, che fino adesso era stato un feudo ereditario dei Conti tusculani era andato tutto a soqquadro; il Dominium Temporale, dono fatale dei Carolingi che in mano dei Pontefici diventò un vero vaso di Pandora, donde si rovesciarono mille e mille malanni a ruina di Roma, questo Dominium era scomparso, poichè appena era se la Chiesa imperava ancora sulle più prossime castella, poste nel territorio della Città[69]. Cento piccoli signori, capitani ossiano vassalli della Chiesa appartenenti all’alta nobiltà, stavano pronti a dare l’assalto a Roma; tutte le vie erano infestate di masnadieri, tutti i pellegrini erano spogliati d’ogni loro roba; dentro la Città le chiese erano in ruina, in quello che i preti tripudiavano in loro baccanali. Non v’era giorno che non avvenissero assassinî a rendere mal sicure le strade; nobili romani si scagliavano financo dentro il san Pietro colla spada in pugno per rubarne i donativi che mani pietose andavano forse ancora deponendo su quell’altare. Il Cronista che descrive questo stato di cose celebra a gloria di Gregorio che egli vi pose un argine. I capitani feroci cinsero bensì di assedio la Città, ma egli ragunò animosamente la milizia, vi ristabilì qualche ordine, e perfino conquistò molte castella nel territorio della Città: ed è verosimile che Silvestro avesse osato di tentare un’impresa contro Roma, ma soccombesse di contro all’energia spiegata da Gregorio. Tumultuario e orribile fu il breve e oscuro periodo del pontificato di quest’uomo, e ben presto, a cagione della severità da lui usata contro la ladronaja, venne in odio degli ottimati ed eziandio dei Cardinali, che non meno di quegli altri erano avidi di predare[70].
Per quanto pur Gregorio VI facesse sotto l’influenza di monaci francesi e italiani affine di torre la Chiesa da così barbarico abbrutimento, non v’era tuttavia che la dittatura germanica la quale potesse salvarla, sì come era avvenuto a’ tempi di Ottone magno. Poco andò che gli sforzi del Papa non ebbero più alcun risultamento; esaurite erano le sue forze, e i suoi avversarî poco a poco presero il sopravvento. Tanto insanabile anarchia durava in Roma, che si narra qualmente tutti e tre i Pontefici vi risiedessero ad un tempo, l’uno in san Pietro, l’altro nel Laterano, il terzo in santa Maria Maggiore. Alla fine gli sguardi dei migliori uomini romani si volsero al Re di Alemagna; l’arcidiacono Pietro, senza pur consultare Gregorio, congregò un Sinodo in Roma, ed in esso fu risoluto di muovere fervente istanza ad Enrico perchè venisse a prendere la corona imperiale, e a resuscitare la Chiesa dalla sua ruina[71].
§ 2.
Enrico III scende in Italia. — Raccoglie a Sutri un Concilio (1046). — Gregorio VI abdica. — Enrico III eleva al papato Suidgero di Bamberga con nome di Clemente II: questi lo corona imperatore. — Descrizione della coronazione imperiale. — Traslazione del Patriziato a Enrico III ed a’ suoi succeditori.
Enrico III venne nell’autunno dell’anno 1046 alla testa di un grande esercito, con fervida volontà di diventar signore di Roma e di farsi riformatore della Chiesa romana. Il decadimento di essa, che omai trascendeva ogni limite, era cagione che crescesse anche in tutti gli altri paesi la corruttela del clero; la sua restaurazione doveva essere pertanto un beneficio per l’universale. Nessuno fuvvi che si levasse da nemico contro il Re; Vescovi e Duchi (fra i quali Bonifacio, potente margravio di Toscana) gli prestarono omaggio; Gregorio VI, anch’egli, mossegli incontro fino a Piacenza, nella speranza di guadagnarlo alla sua causa: però il Re lo congedò, protestando che il destino di lui e degli Antipapi sarebbe deciso da un’assemblea della Chiesa, che avrebbe giudicato a tenore dei canoni.
Poco tempo prima del Natale dell’anno 1046 congregò egli infatti a Sutri, in mezzo alle buone lance del suo esercito, un concilio solenne di Vescovi: ivi Silvestro III fu deposto dal pontificato e condannato a far penitenza in un chiostro, ma quanto a Gregorio VI il Concilio stette dubbioso se avesse autorità di giudicarlo. Gregorio, che era uomo sincero od altrimenti s’affidava alla coscienza de’ suoi buoni intendimenti, accondiscese a narrare in publico la storia del suo esaltamento, e pertanto fu tratto a giudicarsi di sua propria bocca colpevole di simonia ed indegno del papato[72]. Egli allora depose le insegne di quella dignità, e siffatta abnegazione di sè tornò a grande onore suo. Allora Enrico, insieme coi Vescovi e con Bonifacio margravio, mosse alla Città, la quale non gli chiuse in faccia le porte, perciocchè Benedetto IX si fosse nascosto a Tusculo, e i suoi fratelli non osassero di opporre resistenza. Roma, stanca degli orrori dei Tusculani, accolse giubilando il Re tedesco come suo liberatore. Mai più da quel tempo in poi Re alcuno di Germania fu ricevuto dal popolo romano con sì liete acclamazioni; non mai altro Re operò cose parimente grandi di quelle ch’ei fece, nè fu apportatore di eguali mutazioni di cose. Colla spedizione di Enrico III su Roma incomincia un’epoca nuova nella storia della Città e massimamente in quella della Chiesa; sembra che le acque del diluvio si ritraggano, e che, approdata l’arca al monte di san Pietro, uomini ne scendano che ad un nuovo mondo diano genti nuove e nuove leggi. Che significato poi abbia nelle cose umane la legge, potenza terribile e severa che uccide, lega e raccoglie ad unità, ben poche età ne fecero esperienza al paro di quelle che adesso si verranno succedendo.
Un Sinodo tosto adunato dichiarò ancora una volta destituiti tutti e tre i Papi[73]; pertanto era necessario eleggere un Pontefice canonicamente.
Come già aveva fatto Ottone III prima della sua coronazione, così anche Enrico conduceva con sè l’uomo che doveva conseguire la tiara, e che a lui doveva porgere la corona. Avrebbe bastato un cenno di comando per far crear papa il Vescovo di Bamberga, ma Enrico non volle offendere nessuna delle forme legali. Come re di Germania non possedeva egli alcun diritto sulla Città, nè sulla elezione pontificia; perciò primamente dovette farsi attribuire questo diritto, e la cosa senza dubbio avvenne per via di un trattato, che fin da Sutri aveva conchiuso coi Romani. «Signori romani», disse l’accorto Enrico con accento di sprezzo nel parlamento che convocò in san Pietro addì 24 di Dicembre, «Signori romani, per quanto insensati sieno sempre stati finora i vostri comportamenti, io vi lascio tuttavia libertà di eleggere il Pontefice secondo il costume antico; fra i qui congregati prendetevi quel Papa che più vi grada». Ed i Romani sommessamente risposero: «Quando è presente la maestà del Re non ci compete decidere dell’elezione; quando essa non è presente, fatevi Voi rappresentare dal Vostro Patrizio. Questi infatti non del Papa, ma dell’Imperatore è patrizio nelle cose della republica. Noi confessiamo di essere stati abbastanza malaccorti da aver creato papi degli uomini idioti. La regia autorità vostra è quella cui si spetta di dare alla Republica romana il beneficio delle leggi e l’ornamento dei costumi, e di prestare alla Chiesa braccio di difensore[74].»
I Senatori dell’anno 1046, che con tanta umiliazione cedevano al Re tedesco il preziosissimo dei diritti, serrarono gli occhi per non vedere le ombre di Alberico e dei tre Crescenzî, avvegnachè questi loro Patrizî gli avrebbero accusati di tradimento verso di Roma. I Romani di quei giorni, miserabili e indegni, malvagi e divisi, masnada piuttosto che popolo, meritavano più che mai di essere gli schiavi di una volontà straniera: d’altronde erano parati ad ogni sacrificio, pur di liberarsi dalla tirannide dei Tusculani. Nulla dimostra l’estremo esaurimento di loro forze e le gravissime loro sofferenze, più di questa facile rinunzia di un diritto, che altra volta aveva costato tanta fatica a Ottone magno, quando lo aveva voluto torre alla Città. Roma faceva vergognosa confessione di non avere fra’ suoi alcun ecclesiastico il quale fosse degno o capace del Papato, perocchè il clero cittadino fosse rozzo e tutto impeciato di simonia. Oltracciò tutte le altre circostanze di cose esigevano che si eleggesse a papa un uomo che non fosse romano e neppure italiano. I Romani richiesero Enrico che loro desse un buon Papa, ed egli presentò alla consenziente adunanza Snidgero vescovo di Bamberga, e lo condusse alla sedia apostolica, quantunque quegli accettar non volesse. Clemente II, consecrato nel giorno di Natale dell’anno 1046, pose tosto la corona imperiale in capo di Enrico e della moglie sua. V’erano ancora a sufficienza Romani che coi loro proprî occhi avevano anticamente visto, ai giorni di Ottone III e di Gregorio V, succedersi immediatamente il simigliante avvenimento di un’elezione pontificia e di una coronazione imperiale: adesso che il secondo Papa di nazione tedesca saliva alla cattedra di san Pietro può darsi che in cupo odio ricordassero, come il primo avesse vissuto pochi e tristi anni in Roma, e sventurato fosse morto[75].
La coronazione di Enrico III si compiè fra condizioni di cose tanto rilevanti e con calma sì perfetta, che qui ne si offre la più acconcia opportunità di descrivere in brevi tratti la solennità che in generale occorreva per le coronazioni imperiali. Da dopo di Carlo magno queste ripetute ceremonie formarono il più splendido spettacolo che in Roma si celebrasse, accosto alle coronazioni o processioni lateranensi dei Papi che avvenivano con maggiore frequenza, e delle quali più tardi daremo un’idea[76].
Quando l’Imperatore eletto moveva colla moglie sua e colla sua comitiva alla coronazione, era accolto dal clero e dalle corporazioni della Città presso a santa Maria Traspontina, in vicinanza di un monumento denominato Terebinthus di Nerone[77]. Ivi, prossimamente al castel Sant’Angelo, era la Porta Castelli, dove il Re romano soleva giurare ai Romani di voler mantenere in vigore le leggi e le consuetudini della Città: questo stesso giuramento ei prestava fin da quando giungeva ad un piccolo ponte che era nei prati di Nerone[78]. Dalla porta il corteo procedeva fino alla scalea del duomo; alcuni Senatori camminavano a’ fianchi del Re; lo precedeva il Prefetto della Città recando la spada nuda, e i suoi valletti andavano gettando denaro. Giunto alla gradinata, scendeva di cavallo, e saliva col suo seguito sulla piattaforma, dove sedeva il Papa circondato dell’alto clero, aspettandolo: il Re gli baciava il piede e faceva sacramento che sarebbe retto difensore della Chiesa; riceveva dal Papa l’osculo di pace ed era da lui adottato per figliuolo della Chiesa. In mezzo a cantici solenni entravano ambidue nella chiesa di santa Maria in Turri, che era presso alla scalea del san Pietro, ed ivi il Re era formalmente ordinato canonico della basilica[79]. Indi, condotto dal Conte palatino del Laterano e dal Primicerio dei giudici, veniva fino alla porta d’argento del duomo, vi faceva preghiera, e il Vescovo di Albano pronunciava su di lui la prima orazione. Anche dentro del san Pietro un numero infinito di mistiche ceremonie era preparato al Re. Colà, non lungi dall’ingresso, si trovava la Rota Porphyretica, ossia una pietra di porfido di forma circolare, infissa nel pavimento; lì presso sedevano il Re ed il Papa, ed il candidato imperiale vi pronunciava la sua professione di fede; dipoi il Cardinale vescovo di Porto si collocava nel mezzo della Rota, e diceva la seconda orazione. Fatto ciò, il Re veniva coperto di nuovi abiti, e dentro della sacristia era creato cherico dal Papa e vestito della tunica e della dalmatica, del piviale, della mitra e dei sandali; indi era condotto all’altare di san Maurizio dove lo seguiva la sua consorte, che aveva anch’ella compiuto ceremonie simiglianti ma meno faticose. Colà il Vescovo di Ostia ungeva del crisma l’Imperatore sul braccio destro e sulla nuca, e diceva la terza orazione solenne[80].
Se il Principe che s’incoronava era compreso veramente della eccellenza della sua missione, certo è che la solennità della funzione, la pompa mistica e pesante, la grandiosa monotonia delle preci e dei cantici che risonavano sotto il soffitto dell’antichissimo duomo santificato di sublimi ricordanze, dovevano scuoterlo nel più profondo dell’anima. La meta sublime di tutte le ambizioni umane, la corona di Carlo magno posava sull’altare del Principe degli Apostoli e mandava raggi di luce all’occhio ansioso di lui. Ma prima il Papa metteva in dito del Re consecrato l’anello d’oro, a simbolo della fede, della costanza e della potenza del suo reggimento cattolico; con simile significato lo cingeva della spada, e allora finalmente gli poneva in capo la corona. «Ricevi», diceva, «il segno della gloria, il diadema del regno, la corona dell’impero, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo; sgombra l’animo dal nemico capitale e da ogni sorte di peccata; sii giusto e pietoso; vivi in amore pio, così che un giorno tu possa ricevere la corona eterna dalla mano del Signor nostro Gesù Cristo, in unione dei beati.» La chiesa allora risonava del «Gloria» e della laude: «Vita e vittoria sia all’Imperatore e agli eserciti di Roma e di Germania»; e rimbombava delle grida giubilanti e senza fine dei fieri uomini d’arme che salutavano imperatore il loro Re nelle barbariche favelle tedesche, slave e romanesche[81].
L’avventurato Imperatore deponeva indi le insegne dell’impero, e serviva in officio di suddiacono la messa che il Papa celebrava: finita questa, il Conte palatino gli traeva di piede i sandali e gli calzava i rossi stivali usati dagl’Imperatori, cogli sproni di san Maurizio: allora tutto il corteo usciva col Pontefice dalla chiesa e moveva al Laterano lungo la via appellata Trionfale, per Roma tutta addobbata a festa, in mezzo allo scampanio di tutte le chiese[82]. Presso certe stazioni eranvi preti che cantavano laudi, e le Scuole ossiano corporazioni ivi stavano disposte a salutare l’Imperatore che passava. Innanzi e dietro di lui andavano i valletti spargendo a larghe mani il denaro, e parimente tutte le Scuole e tutti gli officiali del palazzo ricevevano il Presbyterium, ossia consueto donativo di denaro. Si chiudeva la solennità con un banchetto servito nel palazzo pontificio. Se le circostanze lo consentivano, il dì seguente l’Imperatore andava processionalmente a udir la messa in Laterano; nel terzo giorno veniva coronato al san Paolo; nel quarto giorno a santa Croce in Gerusalemme.
Questi che abbiam dato non sono che i tocchi più scarsi di una coronazione imperiale di quell’età; le ceremonie derivate dalle pompe bizantine s’erano stabilite da dopo di Carlo magno, e nell’essenziale rimasero sempre eguali, sebbene col procedere del tempo molto vi si mutasse e di nuovo si aggiungesse. Non v’ha alcuna pompa dell’età nostra che giunga più allo splendore ed alla grandezza di quegli spettacoli. La moltitudine di duchi e di conti, di vescovi e di abati, di cavalieri e di signori che vi assistevano colle loro comitive, la ricchezza dei loro abiti, la stranezza de’ loro volti e delle loro lingue, le schiere marziali degli uomini di guerra, la mistica magnificenza del Papato romano con tutti i suoi ordinamenti di forma pittoresca, le fogge dei Romani laici, dei giudici, dei senatori, dei consoli, dei duci, delle milizie raccolte sotto i loro gonfaloni, le vestimenta mirabili, variopinte, fantastiche, finalmente, teatro sublime del dramma, Roma severa, tetra, piena di ruine, traverso cui il corteo della coronazione incedeva solennemente; tutto questo doveva presentare un quadro sì poderoso e seducente nei suoi colori attinti alla storia mondiale, che perfino un Romano avvezzo alle magnificenze dei tempi di Trajano, lo avrebbe mirato con occhio attonito. Le coronazioni tornavano a dare a Roma il carattere di città universale. Allorchè i Romani di quel tempo ne erano spettatori, potevano ben dire a sè medesimi che Roma aveva ancora Imperatori eletti o acclamati da essa, e coronati da’ suoi Vescovi, affinchè in nome di Roma, almeno nel dominio dell’idea, signoreggiassero il mondo. Le migliaia di stranieri che accorrevano alla Città vi lasciavano oro in gran copia, e il popolo affamato poteva satollarsi qualche settimana col guadagno fatto nella coronazione. Ma se patriotti degli spiriti di Alberico e di Crescenzio pensavano che questi Imperatori, i quali entravano con tanta pompa, non erano romani, nè italiani, ma tedeschi, che neppure intendevano motto di loro lingua, che a proprio arbitrio creavano i loro Papi, che, mentre venivano con loro eserciti a Roma, lasciavano dietro di sè in ceneri le città d’Italia, furibondi cacciavano tutt’a un tratto le spade celate di sotto ai fiori, e la plebaglia inferocita si scagliava sul Vaticano per trucidarvi l’Imperatore poc’anzi coronato: così il quadro bellissimo e imponente della storia universale in pochi istanti si tramutava nel tumulto della battaglia che si appiccava per le vie, e che alla fine era soffocata in mezzo a fiumi di sangue.
Però Enrico III, in mezzo a condizioni di cose tanto fauste per lui, non doveva temere questo consueto scoppio di odio nazionale. Ben anzi, subito dopo della coronazione, i Romani lo investirono eziandio di quella podestà di patrizio che tenuta avevano Carlo ed Ottone: financo, dovevano andarne per sempre forniti i suoi succeditori nell’Impero. Nobili, cittadini e clero con romorosa acclamazione confermarono questo importante decreto, mercè cui la Città e la Sedia apostolica andavano assoggettate onninamente alla corona germanica. Senza muovere contrarietà di sorte, i Romani si spogliarono dell’esercizio della volontà loro propria, e tutt’al più provarono il vano contentamento che una sì alta podestà fosse attribuita all’Imperatore, per mandato del popolo romano. Con solenne ceremonia Enrico fu coronato patrizio nel san Pietro; una clamide di color verde, un anello e un aereo diadema furono le insegne della sua podestà cittadina[83]. Il potente Imperatore accondiscese a fregiarsi dei segni di una magistratura che ottimati romani avevano prima di lui tenuto, e benanco si espose alla censura di essere disceso a livello dei Conti di Tusculo[84]. Tutta volta potè egli acconciamente paragonarsi ad Augusto, il quale s’aveva fatto attribuire la podestà tribunizia ed altre cariche della Città; d’altronde ben sapeva egli eziandio che agli occhi di Roma il Patrizio rappresentava le prerogative sovrane del Senato e del popolo. Per tal guisa, quella dignità acquistò rilevanza maggiore di quanta ne avesse avuto ai tempi di Ottone III; ed è massimamente degno di nota considerare come nel medio evo un titolo romano antico ottenesse forza sì grande, da diventare finalmente una delle maggiori cagioni delle guerre lunghe e terribili che furono combattute nell’Impero fra la podestà civile e quella ecclesiastica. Lo stesso Cronista, che mirava di mal genio il Patriziato di Enrico, avvertiva che questo titolo vano non si trovava nei fasti di Roma pagana, e neppure in quelli di Roma cristiana, ma derivava dal bizantino Narsete; e aggiungeva che i capitani di Roma si erano di esso serviti per arrogarsi il diritto della elezione pontificia. Da dopo del secolo decimo vi si era più efficacemente associata l’idea che racchiudesse in sè la podestà di eleggere Papi; sennonchè questa podestà si faceva discendere non già dagli Esarchi, ma da Carlo magno, cui, anticamente, Adriano insieme col Patriziato avrebbe ceduto la elezione e la investitura de’ Pontefici e de’ Vescovi. Perciò nelle rivoluzioni di Roma, i capi temporali della Città si nomavano tosto anche patrizî, e, come tali, eleggevano eziandio Pontefici[85]. Ora il forte Enrico, il quale oltracciò comprendeva che avrebbe potuto condurre a salvamento la Chiesa soltanto allora che avesse sottoposto del tutto al voler suo la Sedia pontificia e la Città, non disdegnava di riunire all’Impero quella podestà con legittimo vincolo. Nè arrossir doveva di un titolo, onde lo stesso Carlo magno aveva fatto uso in alcuni diplomi, avvegnaddio anzi così ragguardevole paresse al tempo suo quel titolo di patrizio dei Romani, che Enrico III in documenti romani si denota effettivamente con esso[86].
Il popolo romano aveva ceduto al Re tedesco il solo diritto che possedeva. Forse che non avrà avuto sua parte anche il clero per indurlo a far ciò? Infatti, tanto grande reputavasi il vero servigio che Enrico aveva prestato alla Chiesa con distruggere la tirannide nobiliare e con far cessare lo scisma, che a quel tempo non pareva di averlo comperato troppo caro al prezzo estremo della libertà di elezione del Pontefice. I pochi uomini generosi che si trovavano in mezzo al clero dicevano senza reticenze, avere Enrico conseguito quella podestà in compenso dei meriti suoi, parimenti come Davide, in premio di aver vinto Golia, aveva ottenuto la mano della figlia del re[87].
Tornava la Chiesa a respirare: in questo momento di liberazione sembrava che essa si rallegrasse soltanto dei dì presenti, nè pareva che scorgesse i danni venturi di quell’altra tirannide che essa medesima aveva evocato. Pochi soltanto erano quelli che nel dubbio e nella costernazione prevedevano un fosco avvenire. La podestà imperatoria s’era restaurata in Roma senza limiti, sì come al tempo di Ottone I; il diritto di elezione e d’investitura era per sempre trasferito all’Impero tedesco, e il capo di questo riceveva giuramento di sudditanza dai Romani di tutti i ceti. Tuttavolta, grandi rivoluzioni e lotte che dovevano agitare in tutte le viscere il mondo, furono le conseguenze di questo patriziato attribuito alla corona germanica. Può darsi che il presentimento di esse si facesse strada nell’animo di Ildebrando, oscuro cappellano del deposto papa Gregorio VI, allorquando vide coronarsi la fronte di Enrico III col serto di patrizio; però è difficile cosa che egli a questo tempo presagisse qualmente, trentun anno più tardi, il figliuolo del potente Imperatore, deposta la corona nella polvere, piegherebbe le ginocchia innanzi a lui, divenuto Gregorio VII.
§ 3.
Incomincia la riforma della Chiesa. — Enrico III muove nell’Italia inferiore, indi per Roma torna in Alemagna. — Clemente II muore (1047). — Benedetto IX s’impadronisce della santa Sede. — Bonifacio di Toscana. — Enrico innalza Damaso II al pontificato. — Fine di Benedetto IX. — Morte di Damaso. — Brunone di Toul è nominato papa.
Non appena che un Vescovo tedesco fu salito alla cattedra di san Pietro, uno spirito di riformazione incominciò ad alitare nella Chiesa; infatti dai Pontefici germanici ebbe principio il grande riorganamento di cui a quest’epoca Gregorio VII fu l’eroe. Quel medesimo Enrico III, il quale assoggettava all’arbitrio suo la elezione pontificia, e poneva un dopo dell’altro quattro Pontefici tedeschi sulla cattedra apostolica, apriva con zelo fervente le vie a questa riforma. Alemagna e Italia dovevano adesso andar purgate della piaga onde le travagliava il commercio degli officî ecclesiastici.
Colla cooperazione di Enrico Clemente II tenne, di già nel Gennaio dell’anno 1047, il suo primo Concilio contro gli abusi della simonia; indi, sul finire di quel mese stesso, accompagnò nell’Italia meridionale l’imperatore. Mosse questi per la via Latina nella Campania, dove, nel suo cammino, ridusse a obbedienza alcuni capitani, senza che però si assoggettasse i Tusculani[88]. Noi seguiremo nella sua andata a monte Cassino, a Benevento e a Capua; ivi dappertutto il gran Principe colla sola sua presenza ristabilì l’autorità dell’Impero. Omai sul principio della primavera fece ritorno per Roma, e qui tolse con sè Gregorio VI, cui Ildebrando seguì nel suo esilio in Alemagna. Non fu senza buona ragione che il Papa deposto venne allontanato di Roma, perocchè la sua dimora colà avrebbe potuto diventar fomite di divisioni nuove. Anche Clemente andò col seguito dell’Imperatore, il quale volle condurre seco in Germania il suo servigevole Vescovo perchè vi operasse la riforma ecclesiastica. Se il Papa tedesco sfuggì alla sorte di Gregorio V, lo dovette alla sua lontananza; avvegnaddio i Romani, quantunque per necessità si fossero sottomessi all’autorità imperiale, continuassero a odiarla come si odia la pressura di un giogo; neppure il più potente fra gli Imperatori giunse a domare una città in cui non teneva residenza, in cui non lasciava presidio, che gli si ribellava non appena che l’aveva perduta di vista.
Nel frattempo Benedetto IX teneva sua dimora a Tusculo, di dove mirava con rabbia la mutazione di cose avvenuta in Roma. I suoi agenti in gran segreto andavano preparandogli il terreno fra il popolo venale. Odio e invidia lo spingevano ad aspirare novellamente al manto pontificio, e, «mago alleato del diavolo», faceva mescere a Clemente II un veleno: così almeno narrano i Cronisti, e il dubitarne sarebbe follia. Il Papa tedesco morì repentinamente a Pesaro nel giorno 9 di Ottobre 1047, forse mentre tornava di Germania a Roma[89]. Allora Benedetto IX corse tosto nella Città, e con ghigno di scherno si assise nuovamente sulla cattedra apostolica.
Bonifacio di Toscana aveva sotto mano ajutato la sua restaurazione. Questo despota ambizioso, il più potente dei signori che allora fossero in Italia, aveva a furia di ruberie raccolto insieme un dominio di terre che lui, creatura di Germania, doveva render nemico degli intenti tedeschi. L’opera cavalleresca di Azzo, castellano di Canossa e avo suo, che ivi aveva accolta e protetta la fuggente regina Adelaide, aveva dato origine alla prosperità della sua famiglia longobarda, che s’adoperò a sollevarsi in alto luogo, ma fiorì breve tempo. Il figlio di Azzo, che fu Tedaldo margravio, era diventato padrone di Mantova, di Ferrara, di Brescia, di Reggio e di Modena, e godeva il favore di Enrico II, come quegli che era stato suo vassallo fedelissimo in Italia duranti le lotte combattute con Arduino re nazionale[90]. Così Tedaldo potè lasciare ricchi possedimenti in retaggio al suo figliuolo Bonifacio, il quale sulle prime si tenne aderente a Germania non meno strettamente del padre. Posto dall’imperatore Corrado nel luogo del ribelle Rainerio margravio di Toscana, Bonifacio d’allora in poi dominò anche su questa Marca, e così aggiunse province a province, e ammassò dovizie immense. Mortagli poi la moglie Richilda senza avergli lasciato figliuoli, sposò egli Beatrice figlia di Federico, duca dell’alta Lotaringia, e celebrò in Italia le sue nozze con pompa più che regia.
Beatrice partorì al marito, che già invecchiava, Federico e Beatrice, e, nell’anno 1046, Matilde, quella che più tardi diventò sua erede, e celebre contessa di Toscana, e proteggitrice della gerarchia romana.
Enrico mirava con sospetto la grande potenza del Margravio; infatti essa gli era minacciosa di pericolo più che non fosse la potenza di Milano, la quale, morto Eriberto, aveva fatto sommessione ed accolto l’arcivescovo Guido, creatura regia. Nel suo ritorno l’Imperatore fe’ tentativo di impadronirsi del Margravio, ma questi gli si sottrasse fuggendo. Odiava egli il regime tedesco, tendeva a ottenere durevole influenza su Roma, vagheggiava il Patriziato, e sapevagli male che Enrico si fosse preso anche questa podestà. Tuttavolta, in Roma aveva egli incensato la potenza regia, largheggiando di omaggi, e può darsi che l’Imperatore, per guadagnarlo alla sua causa e per porre sotto la protezione di lui il papa suo Clemente se lo avesse effettivamente nominato vicario nelle cose di Roma. In antico i Duchi di Spoleto erano stati i Missi dei Carolingi per Roma, ed Enrico, dopo la sua coronazione, deve aver concesso al margravio Bonifacio la medesima autorità, quantunque non v’abbia documento alcuno il quale provi che lo fregiasse del titolo di patrizio dei Romani.
Bonifazio dunque favorì il rivolgimento di Roma affine di ferire al cuore la influenza tedesca, e tollerò che per la terza volta Benedetto IX togliesse possedimento del Papato. Però alcuni ambasciatori romani forniti di pieni poteri erano di già andati celeremente all’Imperatore, per richiedergli quali fossero le sue volontà nella novella elezione, e gli facevano proposta di Alinardo arcivescovo di Lione, che in Roma era amato e possedeva una rara cognizione della lingua italiana. Tuttavolta, trovandosi addì 25 Dicembre 1047 in Pölthe, Enrico fece eleggere a papa il vescovo Poppone di Bressanone, e lo mandò a Bonifacio, ordinando a questo Missus suo di condurre a Roma il designato Pontefice. Il Margravio rifiutossi di farlo, Poppone dovette ritornarsene all’Imperatore, e non ci volle altro che la minaccia risoluta di Enrico per indurre il vecchio Bonifacio all’obbedienza. Le sue soldatesche cacciarono allora Benedetto IX fuor di Roma, ed egli stesso guidò il Papa tedesco in Laterano, dove Damaso salì, ai 17 di Luglio dell’anno 1048, sulla cattedra santa[91].
Dopo di essere stato papa un’ultima volta, occupando la sedia apostolica per il periodo di otto mesi e nove giorni, Benedetto IX si ritrasse nel suo castello di Tusculo. Ignoto è il modo in cui finisse. Vien detto che sazio fino alla nausea della vita, ei si chiudesse nel convento di Grotta Ferrata, e quivi, di quel gran pagano che era, si convertisse a santo costume: chiunque conosca l’indole di quei tempi non terrà la cosa per impossibile; però altri racconti meno benevoli dichiarano che egli continuasse a vivere «da bestia» fino a’ suoi ultimi giorni[92]. Con lui ebbe termine la tirannide dei Conti di Tusculo, ma questa famiglia, che ebbe dato a Roma cinque e forse più Papi, Giovanni XI, Giovanni XII, Benedetto VIII, Giovanni XIX, Benedetto IX, conservò ancora, fin giù nel secolo duodecimo, influenza sulla storia della Città, a cagione della ricchezza onde la sua casa era potente.
Il novello Papa tedesco abbandonò la Città, non appena che s’ebbe fatto vedere ai Romani. Sia che lo affannasse il calore estivo o che lo travagliasse angustia dell’animo, il povero Damaso sentì bisogno di uscirne, dacchè più felice s’era trovato vivendo da vescovo in una cittaduzza del Tirolo, vero luogo d’idillio, di quello che esser potesse felice papa in Roma imbarbarita. Si ricoverò dunque a Palestrina, ossia Preneste. Questa città era tuttavia un feudo della Chiesa, posseduto dai successori di Benedetto e di Stefania senatrice; morto era il margravio Giovanni, ma il feudo era adesso tenuto da Emilia sorella di lui[93]. Sopite erano le controversie colla curia romana, i posseditori di Palestrina erano dei Crescenzî, cioè nemici dei Tusculani; laonde Damaso II poteva abitarvi con gran sicurezza. Sennonchè morte repentina lo toglieva del mondo, addì 8 Agosto del 1048, ventitre soli giorni dopo la sua ordinazione[94].
Può darsi che morisse di febbre, ma la rapidità della sua fine, come di quella del suo predecessore, destò dei sospetti giustamente concepibili[95]. Forse che il terribile Benedetto IX gli aveva propinato un veleno? o i Romani avevano assassinato il Papa tedesco? Quando i loro legati andarono nel Natale a Frisinga, per chiedere al Patrizio di Roma il suo terzo Pontefice, i Tedeschi li mirarono con occhio di avversione, e non fuvvi alcun Vescovo che agognasse alla mortifera tiara. Finalmente il Vescovo di Toul trasse Enrico di difficoltà, perocchè quell’uomo illustre sentisse non tanto un desiderio ambizioso, quanto uno zelo pio di cimentare la sua vita per la riformazione della Chiesa. Egli accettò la dignità che gli veniva offerta, ma a patto che la sua elezione dovesse compiersi in Roma, affinchè non gli si potesse dar rimprovero di intrusione.
Brunone, figlio di Eberardo conte, nativo dell’Alsazia e prossimo congiunto di Corrado imperatore, viveva nel suo vescovato una vita quale veramente a sacerdote si addiceva, e per rare virtù apostoliche e per cultura si era acquistato rinomanza. Questo quarto Pontefice di nazione tedesca fu uno dei più splendidi ornamenti della cattedra santa, e sgombrò la via ad un periodo nuovo della storia di Roma. Avvenne infatti una riformazione che foggiò a novello stato la Chiesa e le sue attenenze colla podestà civile; e il tempo che adesso succedette, grande e memorando per mutazioni politiche e sociali d’Italia, rialzò il Papato dal suo deplorevole decadimento, e con rapidità quasi vertiginosa lo ridusse a potenza universale del mondo nell’ordine spirituale.
§ 4.
Leone IX sale alla cattedra apostolica (1049). — Sua operosità riformatrice. — Corruttela della Chiesa. — Libro del Damiani intitolato Gomorrhianus. — Simonia. — Ildebrando. — Il Papa difetta di redditi. — Macbeth viene a Roma. — L’Italia meridionale. — Leone IX s’impadronisce di Benevento. — Combatte contro i Normanni. — È sconfitto presso a Civita; muore (1054).
Allorchè, nel Febbrajo dell’anno 1049, i Romani videro il loro novello Papa entrare nella Città con poca accompagnatura, a piè scalzi ed in preghiera, dovettero meravigliare di una così insolita vista. Pareva che nella imbarbarita Roma entrasse un Apostolo. Non armate schiere di Tedeschi o di Toscani, non ottimati potenti conducevano questo Vescovo, che in aspetto di pellegrino bussava alla porta della Città, per chiedere ai Romani se in nome di Cristo lui volessero accettare per papa. Però lo accompagnava un uomo che più pregio aveva della possanza di un Re, un genio ancora ignoto al mondo, che si celava sotto la tonaca modesta di frate cluniacense. Questi era Ildebrando, quel desso che era stato cappellano dell’esiliato Gregorio VI. Il novello Papa lo aveva tolto in Francia con sè, e vien detto che per sollecitazione sua Brunone di Toul avesse indossato abito di pellegrino e protestato di non salire alla cattedra santa, se prima non l’avessero eletto in Roma colle forme volute dai canoni. Ildebrando, che silenzioso e senza pompa entrava in Roma al fianco del Papa designato, era veramente il genio di un’età novella che adduceva dentro della Città eterna il Papato, guidandolo per vie affatto nuove.
I Romani andarono con processioni a levare presso porta Leonina lo straniero pellegrino. Questi, venuto in san Pietro, disse loro che l’Imperatore lo aveva scelto a papa, ma ch’egli farebbe ritorno al suo vescovato, se la elezione concorde del popolo non gliene conferisse la dignità[96]. Siffatta elezione non poteva essere che cosa di mera apparenza; però il principio che egli professava publicamente guadagnò alla sua causa il popolo e gli guarentì anni tranquilli in Roma. Poichè chiedeva l’assentimento dei Romani, pareva che anch’egli condannasse la dittatura imperiale, e d’ora in poi doveva essere continuo intendimento della Chiesa riconquistarsi la libertà della elezione pontificia.
Appena che Leone IX, uomo pio ma tenace di propositi, si fu seduto (da dopo il giorno 12 di Febbraio) sulla cattedra di san Pietro, tutta la Chiesa sentì spirare un vento acuto e settentrionale, apportatore di stagione nuova e di riformazione severa. Gli annali della storia ecclesiastica descrivono l’operosità quasi febbrile con cui Leone attese a purgar la Chiesa per via di Concilî che flagellavano la simonia e il concubinato dei preti, per via di pratici ordinamenti di amministrazione, per mezzo finalmente dell’Episcopato che rialzava in dignità[97]: ma la storia della Città non può volgere più che una occhiata passeggiera a quegli sforzi del Papa ed alla celebre controversia della eucarestia, combattuta a lungo coll’intelligente eretico Berengario. Se, vinta la repugnanza, un moralista volesse scendere nella lordura di quell’età, ei troverebbe bastante argomento per dipingere i delitti del clero di Roma; e a tal’uopo potrebbe prendere in mano il libro intitolato Gomorrhianus, in cui un Santo di quell’istesso tempo, Pier Damiani, descrisse con generosa ira, ma con nauseabonda schiettezza, i quattro peccati contro natura onde s’imbrattavano i preti: ed era a Leone IX medesimo che il Santo dedicava il suo scritto[98]. Tutti i contemporanei rappresentano coi più oscuri colori la immoralità del clero; nè più corrotto poteva essere nella voluttuosa Milano, di quello che fosse in Roma imbarbarita. Tuttavolta il Baal di Sodoma e di Gomorra era forse alla Chiesa meno pernicioso che Simon Mago, avvegnachè quest’ultimo incatenasse il clero alla balìa dei potenti laici, dai quali esso comperava a contanti le sue dignità.
In questo tempo s’erano vendute quasi tutte le cariche ecclesiastiche che recavano lucro. Ne avevano tolto possesso le famiglie di nobili, e a forza di denaro ne avevano investito i loro figliuoli o i loro congiunti, tutta rozza gente. All’età dei Patrizî o dei «Senatori di tutti i Romani», gli officî ecclesiastici, a cominciare da quello di lettore e salendo fino alla dignità di cardinal vescovo, erano stati posti in commercio al migliore offerente, e alla perfine lo stesso Papato era stato barattato al prezzo di una rendita annuale. Allorchè dunque, nell’Aprile dell’anno 1049, Leone IX tenne il suo primo Concilio, ebbe egli di che spaventarsi quando gli venne in chiaro che le chiese di Roma sarebbero rimaste vuote di preti, se avesse voluto procedere con rigore. Ed i preti si rivoltarono violentemente contro le deliberazioni del Concilio, e costrinsero il Papa ad usare indulgenza e mitezza; ma parecchi Vescovi e cherici furono puniti colla destituzione dal loro officio. Dietro di Leone IX s’alzava a sorreggerlo, quasi che fosse il genio della riforma, Ildebrando, il monaco e priore di Cluny, quegli che lo aveva accompagnato nel suo pellegrinaggio a Roma, e adesso era diventato suddiacono suo e abate di san Paolo: da questo tempo in poi, durante il reggimento di sei Papi, fu egli in Roma onnipossente ministro, ossia, se ci corra la dicitura moderna, segretario di Stato.
Le lotte che gli toccava sostenere per cagione della riforma, e il suo continuo andare e venire d’Italia e Germania, impedirono sulle prime che Leone IX desse opera alle cose politiche dello Stato ecclesiastico. Diventato papa, trovava ridotti al verde gli scrigni; e, se pur ancora erano affluiti alla camera pontificia proventi dei patrimonî o redditi di altra maniera, Benedetto IX se gli aveva mangiati fino all’ultimo quattrinello. Leone IX pertanto sofferse grande penuria di finanze, a tale da non sapere in che modo cibare la sua piccola corte, da dover financo pensare a vendere le sue vesti: e se non fosse stato un inaspettato donativo di denaro che gli capitava da Benevento, quelli del suo seguito se ne sarebbero fuggiti in Alemagna[99]. Grande era la miseria di Roma; il popolo infingardo non aveva industria; i poveri numerosissimi erano avvezzi a ricevere elemosina dalla Chiesa o ad andar questuando dai pellegrini stranieri, sì come anche ai dì nostri accade. I Cronisti notano che nell’anno 1050 veniva a Roma in pellegrinaggio Macbeth re di Scozia, e vi dispensava generose elemosine. Così dunque anche in questo tempo Re carichi di delitti continuavano a venir peregrinando in Roma, dove alleggerivano il fardello della loro coscienza ossia dei loro sacchetti di denaro; e l’avida Città accoglieva tutti questi stranieri con onori e con mani sporte. Nell’accorrenza di quei tiranni pellegrini, chi pensa alla venuta di Macbeth a Roma vi trova non poca attrattiva[100].
La Città rimase cheta, poichè Leone fe’ sussistere le forme del reggimento civico. Il buon accordo che regnava fra lui e l’Imperatore teneva i Romani in timore, e la verace religione del Papa li costringeva a venerarlo. Benedetto IX aveva fatto del Laterano un ridotto di disonestà; Leone IX lo tramutò in ospitale. Però di buon grado ei lasciava spesso Roma solitaria, e solo ad intervalli di tempo vi si soffermava; viaggiava instancabile per l’Italia, per le Gallie, per l’Alemagna, raccogliendo Concilî, sempre intento al grande scopo di risollevare la Chiesa al buon costume e di raffermare la potenza della santa Sede. Tuttavia, una volta che aveva indossato la porpora, neppure quest’uomo così dedito alle cose sacerdotali, poteva tenersi remoto dalle bisogne temporali. Andato in pellegrinaggio a monte Gargano, di quell’altezza aveva tosto gettato l’occhio suo, con intendimenti di statista, sull’Italia del mezzodì; ed un giorno doveva venire in cui lo avrebbe colpito la censura di alcuni Santi, perciocchè anch’egli, come Giovanni VIII, sarebbe entrato in quel paese alla testa di un esercito: in sì strane contraddizioni la miscela della podestà spirituale e di quella temporale trascinò quelli stessi che furono i più religiosi fra i Pontefici. Sennonchè sarebbe follia di vituperarli per ciò, o di riprovare la Chiesa perchè possedeva lo stato temporale, se quello era un tempo in cui una signoria cotale possedeva ogni Vescovato, in cui la Chiesa aveva bisogno di un corpo politico per serbarsi in vita.
Da dopo di Carlo magno la Curia romana aveva agognato al possedimento della Campania e delle Puglie. Le pretese degli antichi dominî che il Vescovo di Roma aveva ivi perduto durante la controversia delle imagini, il Vescovo aveva ampliato in veri diritti sulle province; ed a siffatta estensione gli avevano servito di fondamento la così appellata donazione di Costantino ed altri diplomi falsificati. I Papi, gli Imperatori d’Oriente, quelli di Occidente pretendevano tutti alla signoria sull’Italia inferiore; però, mentre gli Imperatori ivi pugnavano colla spada alla mano, i Papi non potevano far altro che guizzarvi dentro di soppiatto, industriandosi a loro pro in mezzo ai leoni combattenti. In pari tempo i Principi longobardi continuavano ad esser signori nel paese, e continuavano le città marittime a godere di libertà quasi assoluta, in quello che i Normanni alla loro volta servivano tutte le parti, per tradirle tutte. Al tempo di Leone IX in Salerno dominava Guaimaro IV principe magnifico; in Capua imperavano Pandolfo IV e Pandolfo V padre e figliuolo; signoreggiavano in Benevento Pandolfo III e Landolfo figlio suo. Da loro canto, dopo eroiche lotte contro a’ Greci, sostenute sotto la capitananza di Guglielmo braccio di ferro, figlio di Tancredi di Hauteville, i Normanni avevano, fino dal 1043, fondato una republica militare nelle Puglie, con Melfi a città capitale, e, prima ancora, altri di loro, sotto il comando di Rainolfo, s’erano stabiliti in Aversa. Le due bande dapprincipio avevano riverito il Principe di Salerno per loro signore feudale; ed Enrico III, per vendicarsi di Benevento che un tempo gli si era ribellata, aveva dato ai Normanni eziandio alcune parti di quel Ducato. Però, giusto al possesso di Benevento aspiravano da lunga pezza i Papi. Leone IX vi andava in persona omai nell’anno 1050, vi negoziava con quei cittadini, e poteva accertarsi co’ suoi proprî occhi dei guasti barbarici che i Normanni davano a quel territorio. I Beneventani, ristucchi dei loro Principi longobardi, temevano di cadere in balìa di quelle bande che avrebbero distrutto il loro municipio; invece pareva ad essi che di tutti i signori il Papa sarebbe stato per loro il più sopportabile, a cagione di sua lontananza. Cacciarono pertanto i loro Principi, che allora si gettarono in braccio ai Normanni, e addì 25 di Giugno dell’anno 1051 si elessero a signore territoriale il Pontefice.
Nell’anno seguente l’Imperatore lo confermò nel governo di quella città, perciocchè Enrico gliene cedesse il reggimento in cambio del vescovato di Bamberga, che in tempo passato Enrico II aveva donato alla Chiesa romana. Di tal guisa i Papi colla loro accortezza si conquistarono la città antica e celebre di residenza dei signori Longobardi, e se la conservarono fino al tempo nostro[101].
Di già nell’estate dell’anno 1051 Leone IX aveva tentato di tenere i Normanni lontani da quel gioiello prezioso di paese; perciò aveva affidato la tutela di Benevento al principe Guaimaro ed eziandio a Drogone, che era successo a Guglielmo nella contea delle Puglie: sperava così di renderlo devoto a’ suoi servigi. Ma Drogone e Guaimaro caddero poco tempo dopo sotto pugnali assassini, e i Normanni avidi di preda continuarono ad assediare Benevento e a devastare il territorio circostante. I Vescovi e le città scongiuravano il Papa affinchè li liberasse da omicidî stranieri, che di soldati s’erano tramutati in despoti veri dell’Italia meridionale. Il pio Leone accoglieva fiducia di giungervi a capo, e a quest’uopo ne andava all’Imperatore, nell’estate dell’anno 1052.
Tuttavolta non altro gli fu dato che di assoldare qualche centinaio di Tedeschi e di raccozzare una torma di avventurieri d’ogni maniera: li condusse con sè di qua delle Alpi nel Febbraio del 1053, quando tornò accompagnato da Goffredo di Lotaringia e dal fratel suo Federico, che era cancelliere della Chiesa. Ragunò altresì l’eribanno di alcune province d’Italia, andò indi a Roma e mosse nella Campania, dove parecchi Dinasti longobardi e Conti delle Puglie condussero sotto alle sue bandiere i loro vassalli[102]. Gli Italiani del suo esercito stavano sotto gli ordini dei figliuoli di Burello conte, di Trasimondo e di Azzo, che erano i due conti del territorio de’ Marsi; però tutta la soldatesca, che giungeva a un numero di uomini non dispregevole, era posta sotto la capitananza di due cavalieri tedeschi, dello svevo Guarniero e di Rodolfo. Sa di strano vedere il pio Leone IX cambiarsi in duce d’eserciti; tuttavolta nella sua giovinezza, quand’era ancor diacono, egli aveva condotto in Italia, nel nome di Corrado II, i vassalli del Vescovo di Toul; d’altronde scendeva egli di una stirpe di Conti guerrieri, e, massimamente, or che si trattava di difendere o di ampliare il suo dominio temporale, neppur questo Papa poteva rinnegare il duplice carattere di prete e di principe, che i Vescovi di quel tempo riunivano in sè. Le imprese guerriere dei Pontefici delle epoche feudali non possono pertanto essere giudicate che alla misura datane dall’indole del loro tempo.
Leone se l’era intesa anche coi Greci, il cui «katapan» era a quel tempo Argiro, figliuolo di Melo, entrato adesso ai servigî di Bisanzio, e adorno dei titoli pomposi di duca d’Italia, delle Calabrie, di Sicilia e di Paflagonia[103]. Leone aveva sperato di giungere all’intento che altra volta Giovanni X aveva conseguito, di riunire cioè una lega dei due Imperatori, degli Italiani e dei Longobardi, e di esterminare così i temuti Normanni. Fallì nulladimeno il suo proposito, giacchè Argiro non gli fe’ giungere mai un soldato. Ad ogni modo la forza della spedizione impensierì i Normanni, e gli angustiò la presenza personale del Pontefice, che loro aveva scagliato l’anatema. Mandarono perciò messaggeri, e richiesero che in buona pace si dessero loro in feudo le terre che aveva già loro concesso l’Imperatore; in cambio promisero che presterebbero omaggio e tributo alla Chiesa romana. Conquistatori arditi, avrebbero potuto pretendere al possedimento delle città che si avevano guadagnato mercè la lama delle loro spade, con ben maggiore diritto di quello che i Papi derivavano da’ Diplomi, o che gli Imperatori tedeschi traevano dal titolo astratto della signoria dello Stato. Ma il Papa acciecato fidava nel numero dei suoi soldati, e prestava troppo inclinevole orecchio alle grida dei prodi Svevi, i quali irridevano alle minute corporature dei Normanni e contavano di sperdere tutti quei masnadieri senza lasciar pur traccia di un solo di loro. I Normanni si ritirarono costernati della ripulsa subita, e si prepararono a combattere il Padre santo, come si conveniva con un capitano nemico.
La battaglia che fu combattuta a Civita nella Capitanata il 18 di Giugno dell’anno 1053, è forse la più memoranda che registrino gli annali del Papato temporale. Oggidì ancora, e sono scorsi ottocento sette anni da quel giorno[104], la sua ricordanza vive scolpita nella mente degli uomini, e va paragonata alla disfatta di Castel Fidardo avvenuta ai 18 Settembre 1860, quando gli scomunicati Piemontesi (arditi conquistatori dei patrimoni di san Pietro, sì come furonlo i Normanni colpiti di anatema al tempo di Leone IX) hanno schiacciato, nel nome dell’unità d’Italia, le deboli legioni straniere raccolte da Pio IX sotto gli ordini del Lamoricière. Così è: lo Stato della Chiesa ha durato fino ai giorni nostri; fino ai giorni nostri è rimasto sempre eguale a sè stesso negli assalimenti che gli hanno mosso i Principi, e nella difesa che i Papi hanno opposto con mercenarî stranieri e con bolle di scomunica; fino ai giorni nostri il medio evo ordì sempre a nuovo le istesse fila dei suoi casi.
Le schiere dei Normanni si ordinarono sotto il comando di tre valenti eroi, che furono Riccardo conte di Aversa, e i figliuoli di Tancredi di Hauteville, Umfredo conte delle Puglie e Roberto Guiscardo, l’Ulisse di quell’età eroica. La loro forza di guerra non contava che tremila cavalli e qualche poco di fanteria, ma quei piccoli e destri cavalieri erano veri demonî in sella, fulmini alla carica e presti alla ritirata. Quando il Papa, dai merli di Civita, benedisse il suo esercito, il suo animo non trepidava, ma aveva fede di certa vittoria. I Tedeschi, imbracciando forte lo scudo colla sinistra e brandendo la spada di battaglia colla dritta, ributtarono trionfalmente l’assalto dei Normanni condotti da Umfredo, che si scagliarono su di loro saettandoli colle frecce e impugnando le aste[105]; per lo contrario gli Italiani, smarritisi al primo assalimento di Riccardo, si gittarono in fuga scompigliata, e Guiscardo prese allora di fianco i pochi Tedeschi. Questi valorosi Svevi si serrarono in battaglia quadrata, pugnarono e caddero fino all’ultimo uomo[106]. Allora i vincitori cinsero il castello di Civita, dove il Papa e i Cardinali in grande angustia si tenevano chiusi. Il sobborgo era in fiamme, di fuori i Normanni venivano furibondi all’assalto, di dentro i terrazzani saccheggiavano le salmerie pontificie, minacciavano di dare il Papa in mano ai nemici, e finalmente lui e i Cardinali cacciavano fuori della città. In tanta difficoltà Leone mandò a negoziare coi Normanni, e questi vennero reverenti a invitare il santo prigioniero che accettasse la loro protezione. Di buon diritto avrebbero essi potuto trascinare in una delle loro castella quella preziosa preda di guerra, ma il dolente Leone era difeso dall’usbergo di Pietro santo. Cambiò quindi le parti di cattivo capitano in quelle del buon pastore, e i feroci guerrieri piegarono le ginocchia innanzi al loro prigioniero, e umilmente gli baciarono i piedi apostolici[107]. Indi, con garbo cavalleresco lo presero in mezzo di loro, e gli promisero di condurlo liberamente a Benevento.
Il Pontefice avvilito stette in orazione due giorni pregando pei morti in battaglia, e li fe’ seppellire con solennità. Sebbene il suo Biografo ci assicuri che si confortasse poichè trovava i cadaveri dei suoi guerrieri illesi da insulto di animali rapaci, laddove i corvi avevano divorato gli occhi dei morti Normanni, tuttavolta la vista del campo di battaglia dovrà avergli predicato in cuore, non essere il Papa chiamato a versare, per intendimenti politici, il sangue dei credenti; non essere missione sua di cambiare la palma dei Santi colla spada dei capitani. La furba superstizione di quella età bandì che dal suo letto di morte Leone IX scorgesse i caduti di Civita, vestiti di abiti d’oro, fargli cenno colle palme che tenevano in mano; ma in verità questi «martiri», fra cui del resto si trovava buon numero di assassini e di ladroni, erano accusatori della sua coscienza apostolica, e trassero in breve alla tomba l’uomo generoso afflitto di rimorso[108]. O si dovrebbe credere che i Papi, per ciò che erano eziandio principi temporali, avessero due nature e due coscienze?
La novella della accaduta battaglia corse rapida come il vento per tutte le terre. Un Papa santo e venerato, dicevasi, aveva sguainato la spada non contro a’ Saraceni, ma contro a credenti cristiani, ed era caduto in potere dei nemici. Se in quella guerra egli avesse esterminati i Normanni, tutto il mondo lo avrebbe celebrato liberatore d’Italia da quelle bande brigantesche; poichè invece aveva soccombuto diventò oggetto di acerbo biasimo. Alcune voci s’alzarono altamente a dichiarare che la sua sorte era stata castigo di Dio, «avvegnachè al sacerdote convenga combattere soltanto colle armi dello spirito, e non sguainare una spada di ferro per cose mondane: non ebbe il Salvatore comandato ai successori suoi di assalire i popoli alla paro di Principi secolari, ma di far guerra alle loro peccata mercè di ammonimenti pii[109]». Se poi i difensori di Leone IX avessero voluto disarmare queste giuste accuse, obiettando che erano stati i Normanni a muover assalimento contro il territorio della Chiesa, uomini pii avrebbero imposto loro silenzio con queste parole di san Girolamo: «Se la colomba vede un altro augello che toglie nutrimento dal suo nido, non gli strappa essa le piume, o il becco, o le zampe, e neppure ne mormora. Parimenti la Chiesa di Dio, colomba vera, non chiede la restituzione di ciò che le fu rapito, ma simile ad agnella, offre essa il suo vello a chi la tosa: così la Chiesa non deve ritogliere al ladro la roba sua, ma pazientemente lasciargliela. Per fermo di quanto essa perde in beni terreni, d’altrettanto si arricchisce in quelli del cielo[110]».
Non sappiamo se quel gran Padre ecclesiastico avrebbe pronunciato cotale sentenza, ove uno Stato della Chiesa ai suoi giorni fosse esistito. Una massima di pietà spinta a questo estremo è troppo angelica per uomini di qualunque fatta, così che diventa malpratica nella vita, e casca nel ridicolo. Tuttavolta, il concetto formatosi ai tempi di Leone IX sul rapporto in cui la Chiesa stava col dominio temporale era ancora assai remoto dal punto di veduta sotto cui oggidì si considera quella grave questione. Il santo Damiani biasimò con franchezza e acerbamente l’opera del Pontefice, che pure era amico suo. Come prima di lui aveva fatto sant’Agostino, come dappoi fece Dante, anch’egli stabilì un confine tra lo Stato e la Chiesa, tra il pastorale e la spada. «Se nella causa della fede», sclamava, «per la quale la Chiesa universale vive, non è lecito ad alcun uomo privato di brandire la spada, in che modo è mai permesso che pei possedimenti temporali e transitori della Chiesa una soldatesca coperta di corazza infellonisca, impugnando le spade? Com’è lecito che per la perdita di vilissimi beni il Cristiano uccida il Cristiano? Si lesse mai che Gregorio intraprendesse o comandasse cosa alcuna di simigliante, egli che pur sofferse tante violenze e depredazioni dai Longobardi feroci? Un Papa santo si è mai levato in arme? Le controversie della Chiesa ben possono essere decise colla legge del foro o con editto dei Concilî, ma quel che appartiene a tribunale giudiziario od a sentenze pontificie non può, ad obbrobrio della Chiesa, venir deciso con violenza di armi[111].» Ben si vede che il Damiani non aveva peranco alcuna idea di quel che si fosse lo Stato della Chiesa o il regno temporale del Papa; la sua mente non si faceva altro concetto che di possedimenti mondani e caduchi, di vilissimi beni, in paragone di quegli eterni pei quali il Papa veramente era papa.
Colla loro vittoria i Normanni si ebbero conseguito la consistenza giuridica delle loro conquiste. Leone gli assolse della scomunica, ed è probabile che promettesse di riconoscere i possedimenti che erano venuti in loro padronanza; la sua sconfitta pose il primo fondamento di posteriori investiture feudali, donde i Papi (così meravigliose erano le loro fortune) ottennero la signoria feudale del reame di Napoli.
Con cavalleresca cortesia e con accortezza pratica i vincitori condussero i loro prigionieri a Benevento, dove il Papa giunse cinque giorni dopo della battaglia, infermo di corpo e affranto di dolore. Lo splendido accoglimento ch’ei s’ebbe in quella città non potè confortarlo; ma ei rimase colà tutto l’inverno, mentre i Normanni forse lo sollecitavano all’adempimento di patti che ci sono ignoti[112]. Del resto l’idea di conchiudere con loro un trattato durevole entrava sì poco nel pensiero di Leone IX, che piuttosto ei pensava di raccogliere una nuova lega contro di loro. Da Benevento spedì egli a Bisanzio i cardinali Federico di Lotaringia e Umberto con una sua lettera, nella quale, in modo velato e con dissimulazione dei fatti avvenuti, narrava al greco Imperatore la sua sventura, lo eccitava a combattere i Normanni procedendo di conserva coll’imperatore Enrico, e in pari tempo gli richiedeva che restituisse alla Chiesa romana i suoi antichi dominî nell’Italia meridionale, od anzi che le desse tutto ciò che donato le avevano Costantino e i successori di lui[113]. Per tal guisa, anche questo Papa invocava a suo pro una donazione favoleggiata, che alla santa Sede avrebbe dato in possedimento Roma, Italia e l’Occidente.
Umfredo conte gli fu scorta nel dì 12 Marzo del 1054 a Capua, di dove, ai 3 dell’Aprile successivo, Leone fe’ ritorno a Roma, non trionfante come in antico Giovanni X era tornato dal Garigliano, ma da uomo avvilito che non ebbe più un’ora lieta di vita. Tosto infermò gravemente, e comprendendo che s’appressava la sua fine, si fece trasportare, addì 13 di Aprile, nel san Pietro: appena n’ebbero i Romani contezza, che corsero al Laterano per volervi dare saccheggio, ma i meriti di Leone, dice un credulo Cronista, tanto grandi erano, che quei ribaldi uomini, giunti innanzi al palazzo, non poterono più muover passo, come se i loro piedi avessero profondata radice nel suolo. Leone IX morì ai 19 di Aprile, quando aveva raggiunto soltanto il suo cinquantesimo anno di età. Il dominio temporale della Chiesa fu causa della sua morte immatura, come fullo di molti Pontefici. La sventura di Civita oscura lo splendore della sua persona che fu ornamento della cattedra santa; essa per verità non cancella l’aureola di santità onde la Chiesa riconoscente ha retribuito i grandi meriti di quel pio riformatore, ma, come avviene di tutte le virtù umane, molto vi mesce di natura terrena[114].
CAPITOLO TERZO.
§ 1.
Genio politico di Ildebrando. — Piano di lui. — L’Imperatore elegge Gebardo di Eichstadt a pontefice. — Goffredo di Lotaringia sposa Beatrice di Toscana. — Enrico III viene in Italia. — Vittore II, papa. — Muore l’Imperatore (1056). — Reggenza dell’imperatrice Agnese. — Vittore II, vicario dell’Impero in Italia. — Potenza di Goffredo. — Il cardinale Federico, fratello suo. — Muore Vittore II. — Stefano VI, papa.
Il grande moto in cui si travaglia a questa età la Chiesa, mette nell’ombra anche la storia della città di Roma, o per lo meno vi predomina. Da lungo tempo la Città era stata teatro e centro delle battaglie combattute fra la Chiesa e lo Stato, laonde soltanto con gravissima difficoltà poteva essa costituire le sue proprie forme di municipio, e cadeva in servitù or del Pontefice or dell’Imperatore, dividendosi in fazioni che seguivano l’uno o l’altro dei due.
Trascorsa l’età degli Ottoni, la nobiltà romana s’aveva reso suddito il Papato, e non senza tumulti aveva tenuto un tratto il Patriziato; ma la sua potenza cittadina, che non aveva ottenuto ordinamento durevole, decadde le quante volte l’Impero oppure il Papato presero ad operare con impulso vigoroso. Enrico III, che abbattè la tirannide dei Tusculani, trasferì a Germania insieme col Patriziato anche la elezione pontificia, e coi suoi Papi tedeschi ispirò una novella forza vitale alla Chiesa; ma non appena, coll’ajuto di Alemagna, s’ebbe essa affermato nuovamente a gagliardìa, ridomandò al suo salvatore il diritto di elezione e finalmente pienezza di libertà. Ildebrando fu allora non soltanto l’uomo di maggior intelletto che vivesse in Roma, ma fu eziandio uno dei più grandi ingegni politici che abbiano fiorito fra tutti i popoli ed in tutti i tempi. Con questo statista in cocolla, Cesare benanco e Ottaviano alla loro età sarebbero stati costretti a entrar in lizza, per disputargli il massimo luogo. Guidatore del moto di riformazione, ridusse ben presto tutti gli altri uomini a non essere dappiù che stromenti in mano sua: tali furono i santi e i frati di cui egli infiammava il fervore fanatico, i Papi cui dava indirizzo, i Paterini di Lombardia che con intento democratico spingeva a combattere l’aristocrazia e l’Episcopato arrogante, le fantastiche e potenti Contesse di Toscana di cui s’acquistava l’amicizia, i predatori Normanni, nei quali si guadagnava altrettanti vassalli e difensori della Chiesa romana. Sulla bandiera che quel prete audace inalberava, stavano scritte dapprincipio due sentenze attinte al canone di disciplina, la condanna del concubinato e quella della simonia: entrambe mettevano al nudo due vere piaghe di quell’età, ma alla fine con grande accortezza tramutavansi in armi, che spalancavano una breccia dalla quale il Papato penetrava entro ai campi dell’autorità dello Stato, e ritoglieva alla corona tedesca il Patriziato, e si conquistava la dominazione morale del mondo.
Nei suoi disegni, Ildebrando non poneva allora peranco in primo luogo quella libertà di elezione pontificia, che da tempo antico la podestà civile aveva saputo restringere ad angusti limiti. Infatti la temenza in cui s’era di un Imperatore potente, e le condizioni mal secure di Roma, dove la nobiltà si sarebbe nuovamente impadronita dell’elezione, costringevano la parte sacerdotale a chinare il capo pazientemente sotto al diritto imperiale. Così eziandio era pensiero lontano dalla mente di tutti di romperla con Alemagna.
Se Ildebrando, cui Leone IX morendo aveva raccomandato di provvedere al bene della Chiesa, avesse ambito la tiara, l’avrebbe egli ben conseguita, perocchè tutti gli occhi fossero omai volti a questo solo frate, e lui gli zelatori ad alta voce richiedessero pontefice. Per lo contrario, egli andava alla corte dell’Imperatore, affine, se eragli possibile, di trarre di Germania un nuovo Papa, che ajutato dall’Imperatore, sincero e fervido promotore della riforma, fosse utile a’ suoi piani. Gli ottimati della corte d’Enrico guardavano con gran meraviglia quel monaco che veniva, deputato del clero romano, ad immischiarsi nella elezione pontificia; ma non tutti coloro potevano fin d’allora imaginare che quell’uomo sarebbe divenuto capo di una lega sacerdotale ampiamente diffusa, potente e ostile a Germania. Dopo che alla corte del Patrizio furono giunti anche i legati romani del partito nobiliare aderente ad Alemagna, Enrico, indottovi dalle urgenti istanze di Ildebrando, elevò il Vescovo di Eichstädt al papato[115]. Gebardo che apparteneva alla famiglia dei conti di Calw, congiunta di parentela coll’Imperatore, era uomo esperto nelle cose di Stato, quantunque ancor giovine fosse, e consigliere fidato di Enrico; perciò a quest’ultimo costava grave sacrificio il partirselo del fianco, ma sperava che l’accorgimento d’un amico fedele gli tornerebbe di buon profitto in Italia, dove adesso aveva conseguito stato potente un uomo ribelle all’Impero.
Bonifacio di Toscana era caduto, addì 6 di Maggio dell’anno 1052, per mano di un assassino; e due anni dopo, Beatrice vedova di lui aveva sposato Goffredo duca di Lotaringia. Nemico dell’Impero era questi, e, venuto esulando in Italia, ora s’impadroniva, a dispetto dell’Imperatore, delle grandi province prima soggette a Bonifacio, e le governava in nome dei tre figliuoli che il morto aveva lasciato ancora in età minore. Così diventava il principe più forte che fosse in tutta Italia. Questa terra teneva porta sempre aperta alle fortune degli stranieri: stranieri erano i suoi Imperatori e i suoi Duchi, stranieri i suoi Papi e molti de’ maggiori Vescovi suoi, stranieri erano i Normanni che giusto adesso raccozzavano a forza di ruberie il loro Stato nell’Italia meridionale. Se un uomo prode e astuto come era Goffredo, si fosse unito con loro, se fosse giunto a riunire sotto il suo scettro tutta l’Italia di mezzo, non avrebbe egli forse potuto conquistarsi la corona d’Italia e di Roma, ed elevare al Papato chi più gli fosse talentato?
Fu per questa ragione che Enrico scese in Italia; condusse a Verona il Papa designato, e di là lo mandò a Roma, dove Gebardo di Eichstädt salì con nome di Vittore II alla cattedra apostolica: da un anno essa vacava, poichè erasi omai giunti al dì 13 Aprile del 1055. L’Imperatore non venne a Roma; ordinò colla solita energia le cose dell’Impero nell’Italia superiore, ed ivi prestamente i maggiorenti gli si sottomisero a obbedienza. Anche Beatrice comparve innanzi a lui per patrocinare la causa del matrimonio che aveva contratto con uno, il quale anticamente s’era ribellato contro la tirannica legge di Stato. L’Imperatore irritato la sostenne prigioniera insieme con Matilde figlia di lei; ma il suo sposo fuggendo si sottrasse alla collera del Principe che raggiungerlo non potè, ed anzi costrinse l’Imperatore a far subito ritorno, poichè riprese le armi in Lotaringia. Enrico andò tuttavia insieme col Pontefice al Sinodo congregato a Firenze, indi riprese la via di Germania, dopo di aver conferito a Vittore II pienezza di poteri, come a suo vicario nelle cose d’Italia; qui il Papa doveva tenere in riga Goffredo duca. Federico, fratello di questo, s’era posto al servigio della Chiesa ancora a’ tempi di Leone IX, affine di sgomberarvisi la via ad alto stato, e quel Papa lo aveva sollevato alle dignità di cardinale diacono e di cancelliere, e da ultimo lo aveva mandato da legato suo a Bisanzio, dove Federico si era acquistato rinomanza per suo ingegno diplomatico e per grande fortezza di animo. Ritornato adesso con dovizie molte, l’Imperatore aveva comandato al Papa che lo ritenesse in custodia, ma Federico posto sull’avviso scampava alla disgrazia, ricoverando a Monte Cassino dove vestiva cocolla, ed ivi, oppure nell’isola di Tremiti, si celava al corruccio del lontano Imperatore.
Vittore II visse un anno in Roma, tutto consecrandolo alla riforma della Chiesa. Anch’egli come i predecessori suoi provava gran disagio a rimanere colà, e si struggeva di desiderio della sua Germania[116]. A questo paese andò nell’estate dell’anno 1056, chiamatovi dalle cose della Chiesa e della sua patria; ma presto, presso al cadavere dell’Imperatore suo amico, ebbe il dolore di vedere innanzi a’ suoi occhi spente gloria, vigoria di forze, potenza di dominio, fortuna. Il grande Enrico III morì addì 5 Ottobre del 1056, quando aveva soltanto trentanove anni, e con lui finì la serie dei potenti Imperatori di stirpe franca che avevano elevato Germania all’apice della sua potenza universale. La morte immatura di questo Principe scosse, trasformò il mondo, e fu massima sventura eziandio per Alemagna. Vicino alla sua tomba rimanevano un bambino re e una donna tutrice sua; le terre tedesche e Italia piombavano nel disordine dell’anarchia, ma la Chiesa, che intendeva ad elevare sè stessa, si vedeva tutt’a un tratto libera dalla dittatura imperiale. Mentre Vittore II piangeva presso la bara del suo amico, sì come un tempo Silvestro II aveva pianto accanto al letto di morte di Ottone III, il monaco Ildebrando aveva di che predire a sè stesso i trionfi che riporterebbe sul derelitto erede dell’Imperatore di Alemagna e d’Italia.
L’imperatrice Agnese, figlia di quel grande duca Guglielmo di Aquitania cui in passato i Lombardi avevano offerto la loro corona, tenne la reggenza a pro del figliuol suo Enrico IV, che toccava appena i sedici anni; però fecelo con maggiori difficoltà e con minor ingegno di quello che anticamente avesse avuto Teofania. Consigliere suo doveva anzi tutti essere papa Vittorio, perciocchè a lui l’Imperatore morendo avesse raccomandato lo Stato e il suo erede: pieno di buona volontà diè egli opera a ordinare le cose di Germania, e raffermò la successione del giovinetto Principe, ma ben presto dovette tornarsene a Roma, dove fu mandato da vicario imperiale d’Italia. Quivi in nome dell’Imperatore il Papa governò (strano caso!) tutti i territorî appartenenti alla corona, e fin tanto che visse resse eziandio Spoleto e Camerino con pienezza di autorità ducale[117]: non v’era adesso altro che la potenza di Goffredo, che tenesse in bilico una podestà di cui a mala pena s’era mai visto la maggiore. Vittore dovette pertanto non frammettere indugio a guadagnarlo a sè, chè anzi, omai nella dieta tenuta a Colonia nel Dicembre dell’anno 1056, lo ebbe riconciliato coll’Imperatrice.
Goffredo potè ricondurre in Italia la moglie sua e la figliastra Matilde, riconosciuto dall’Impero per posseditore di tutti i feudi di Bonifacio margravio. La sua potenza pari a quella di un Re, gli concesse d’allora in poi un’influenza grande sulle cose della Chiesa, maggiore di quella che in antico avessero avuto i Duchi di Spoleto. Egli teneva sè medesimo in conto di patrizio di Roma, cui spettava di indirizzare la elezione pontificia o di addurvi i Papi; e senza dubbio l’imperatrice Agnese a Colonia gli aveva veramente conferito se non titolo di patrizio, almeno autorità durevole di Missus per Roma e la tutela del Papato: tempo prima il duca Bonifacio aveva esercitato pari officio[118].
Allorquando Vittore II, nella primavera dell’anno 1057, venne una seconda volta a Firenze tentò di rendere a sè affezionata questa famiglia lotaringia. Federico fratello di Goffredo era già stato da lui confermato ad abate di Monte Cassino, e adesso, al 14 di Giugno, da Firenze lo creava eziandio cardinale prete di san Crisogono nel Transtevere. Ildebrando aveva disposto che il Lotaringio sarebbe futuro papa; frammezzo a Roma ed a Germania poneva egli questa famiglia potente, che soltanto d’apparenza s’era conciliata coll’Impero tedesco, e col soccorso di essa sperava di conquistare la independenza della Chiesa.
Con grande pompa venne il novello Cardinale a Roma, dove ricevette orrevoli accoglienze, come al fratello del primo Principe d’Italia si conveniva: tolse possedimento della sua chiesa titolare, e pose dimora sul ruinoso Palatino, nella chiesa ossia nel monastero di santa Maria in Pallara, dove fin d’allora avevano loro residenza Benedettini di Monte Cassino[119]. Appena era arrivato, che capitava novella della morte di Vittore II: cadeva così il solo appoggio che l’Impero avesse in Italia, e la casa lotaringia tutt’a un tratto si vedeva presso all’apogeo di sua potenza. Adesso, morto l’ultimo Papa imperiale mentre durava la reggenza di una debole donna, potevasi osare di mettere a prova la libertà dell’elezione pontificia; e, com’è ben naturale, questa non poteva cadere che sul Cardinale lotaringio, poichè egli solo era l’uomo potente che fosse da tanto di sfidare la corona germanica.
Federico, nato al principato, aveva animo prudente, severo, vigoroso; lui tutt’a un tratto e ad una sol voce Roma chiedeva per papa, quantunque Ildebrando, che l’altro, per serbare convenevoli apparenze, aveva proposto a candidato, non fosse ancor giunto. Nobili, clero, popolo corsero impazienti nel giorno 2 di Agosto al Palatino; ne condussero il potente uomo a san Pietro in Vincula, dove con massima prestezza lo si elesse e proclamò papa con nome di Stefano IX; quindi fu tratto trionfalmente a prender possesso del Laterano, e, omai ai 3 di Agosto, ordinato in san Pietro. Così i voti di molti Romani si raccolsero di buon grado sopra un uomo di spiriti principeschi, perseguitato dall’Imperatore tedesco; con lui poterono compiere di bel nuovo liberamente un atto di elezione pontificia, il primo dopo tanto tempo dacchè fu loro dato poterlo fare[120].
L’esaltamento di Stefano sciolse anche dell’ultima pastoia l’influenza dei Lotaringi in Italia. Il Margravio di Toscana si prendeva adesso anche Spoleto e Camerino, e riuniva pertanto sotto il suo dominio quasi tutte le terre che si stendono da Mantova e da Ferrara fin giù basso al territorio romano. Che cos’è più naturale del pensiero che il novello Papa avesse destinato di dare al fratel suo la corona imperiale, e che soltanto con questo scopo Goffredo lo avesse levato alla dignità pontificia?
Con dolore la corte tedesca udì della morte di Vittore, con ira udì della libera elezione di Stefano; ma troppo debole era dessa per rivendicare colla forza i perduti diritti del Patriziato, che ad ogni modo il popolo romano non soltanto ad Enrico III, ma eziandio ai suoi succeditori aveva trasferito. Qualche tempo dopo, Stefano IX mandò a Germania, da nunzio suo, Ildebrando, dove questo valente diplomatico doveva giustificarlo e ottenerne pacificazione. Il Papa lo aveva eletto ad arcidiacono (già era abate di san Paolo presso di Roma), e gli aveva così impartito il primo officio della curia; poichè poi vedeva pendere imminente la discordia fra la corte alemanna e la santa Sede non frapponeva tempo a radunare intorno a sè campioni animosissimi. Ildebrando fu il vero capitano del partito che voleva la riforma, e Pier Damiani, che Stefano trasse a Roma facendolo cardinal vescovo di Ostia, fu suo profeta zelantissimo. L’indole di questo monaco, il suo indirizzo e le sue opere ben si meritano qualche attenzione, perocchè rappresentino un grande elemento di vita, da cui non può tenersi separata nemmanco la storia della Città, quale fu a questo tempo.
§ 2.
Gli eremiti e san Pier Damiani. — Disciplina di penitenza. — Stefano IX raccoglie intorno a sè uomini illustri, eleggendoli a cardinali.
Le quante volte si corruppe la disciplina ecclesiastica, sempre abbiamo veduto sorgere uomini santi, e porre un argine alla ruina della Chiesa. Di tal fatta persone vedemmo quando parlammo di Odone di Cluny, di Romualdo e di santo Nilo, e la serie di lor gente continuò nel secolo undecimo. Per necessità naturale delle cose Benedetto IX trovò l’antitesi di sè in santi della sua medesima età, e la storia del monacato a quel tempo è ricca di meravigliosi rilievi. Mentre Vescovi dimentichi di Dio celebravano loro orgie pagane, monaci convulsamente assorti in devozioni pie dimoravano entro a celle romite in montagne inaccessibili, e anacoreti ferventi, nell’abnegazione di sè stessi, intraprendevano a espiare le colpe degli uomini peccatori con penitenze di sè incolpevoli. In quelle celle ossiano caverne del pietismo viveva la famiglia ignota al mondo dei minori profeti, del cui zelo di vita, condotta nelle campagne e nelle foreste, erano soli testimoni gli abitatori dei monti e de’ campi. Però queste migliaia di eremiti non formano che i bassi gradini di una piramide; a quelli superiori s’elevano uomini di più eletta indole, che in cerchia sociale più ampia si acquistarono potenza, e dirizzarono l’animo e i patrimonî degli uomini alle fonti, donde scendevano i rivi che andavano poi nutrendo la Chiesa di Roma. La stessa età vide fiorire Domenico di Sora, Brunone di Segni, Gualberto di Vallombrosa, Guido di Pomposa e Pier Damiani; quest’ultimo, intelletto eccellente nel monacato, non ingegno creatore e pratico secondo il genio antico, ma fornito di grandi forze di mistica fantasia: e di queste accortamente seppe giovarsi Ildebrando per accendere di estasi il mondo, in quello che egli con freddo raziocinio e con prudenti calcoli poneva le fondamenta del suo sistema gerarchico.
Lo spirito di Romualdo sembra aver continuato a vivere in petto di Pier Damiani. Al pari del primo, nato anch’egli a Ravenna (nell’anno 1007), ebbe sventurata fanciullezza, e dovette attendere a guardia dei majali, fino a che alcuni parenti suoi lo tolsero a educare. Datosi agli studî della grammatica diventò uomo erudito, e financo insegnò a Ravenna, ma il suo animo inclinevole alla mestizia lo trasse ai silenzî della vita solitaria. Si fece monaco e finalmente eremita a Fonte Avellana, che era un convento di solitarî istituito da Romualdo, nelle vicinanze di Gubbio. In tempi andati l’ordine di Benedetto, republica monastica socievole e dedicata al lavoro, aveva esercitato influenza benefica sulla barbarie; più tardi s’era abbandonata l’idea cardinale che quello s’aveva preso a legge, e da dopo di Romualdo erano venuti sorgendo i romitaggi. Intorno alla metà del secolo undecimo per tutta Italia si trovavano sparsi anacoreti, ma ordinati erano in congregazioni, come in quella di Romualdo a Camaldoli e nell’altra ancor più severa di Gualberto a Vallombrosa. Quei solitarî, alleati nello stesso principio di mistica penitenza rivolta a combattere la corruttela della Chiesa, rappresentavano un esercito sparpagliato, eppur combattente di conserva, che si trincerava in campo non per la riformazione della società, ma per quella della Chiesa e per la signoria di Roma. L’influenza che gli eremiti esercitarono su tutte cose, financo sulle condizioni politiche di quell’età, tocca quasi il mistero, e forse non può paragonarsi altrimenti che colle scuole dei Profeti dell’antico Testamento.
Al pari di Romualdo, anche san Pier Damiani fondò romitaggi, raccolse discepoli che da apostoli della vita solitaria mandò nelle province; e la rinomanza del priore di Fonte Avellana si sparse per tutta Italia. Bentosto diventò egli uno dei più operosi campioni che facevano guerra ai vizî ecclesiastici della sua età, alla vita immodesta del clero e alla simonia. Se qualche scrittore di satire avesse voluto dipingere un quadro della Chiesa, ne avrebbe allora trovato tema più abbondante di quello che avuto aveva san Girolamo; e lo stesso Pier Damiani in alcune scritture, sì come prima di lui fece Raterio, descrisse la lussuria dei Cardinali e dei Vescovi, degna di altrettanti satrapi[121]. Anzi tutto cominciò egli a correggere il costume del monacato, ma la sua riforma ebbe natura diversa dalla regola di Benedetto che s’inspirò a principî liberali e pratici. Sua intima sostanza si era la penitenza; essa dava pertanto origine ad un sistema di mortificazione, che oggidì parer deve puerile e mette repugnanza.
Il monaco pio, che si flagellava a furia di disciplina, riusciva a mitigare il dolore delle percosse, poichè nel suo vaneggiamento credeva che gli angeli plaudissero dal cielo ad ognuno de’ suoi colpi; ma le sue battiture certo non contribuivano alla felicità sociale, sì come invece avrebbe fatto un lavoro fornito con opera intelligente. Lo spirito umano s’era nuovamente abbuiato così tanto, fino ad illudersi che l’uomo si avvicinasse massimamente all’imagine di Dio in quella forma di dolorosa imbecillità. Il Damiani stesso ci ha abbozzato il ritratto di siffatto genere di penitenti. «In una delle nostre celle», così narra egli, «abbiamo un selvaggio idiota, che balbetta cinquanta salmi, e li ripete sette volte al giorno. Sono quindici anni che egli non esce della sua cella; i capelli gli sono cresciuti fino alla caviglia, la sua barba è tutta irta che mette paura. Per tre giorni alla settimana non accosta alla bocca cibo di sorte, per tre altri prende qualche po’ di pane e di acqua. Alla domenica ei si cuoce una vivanda che dovrebbe essere una specie di ghiottoneria; il gustarla o soltanto l’annasarla teniamo essere una buona prova di penitenza. La sua cella ammorba di puzzo, l’acqua che ei beve somiglia a feccia, e d’abito non muta mai. Sollazzo dei suoi giorni e delle sue notti sono due serpi, i quali, mentre canta i suoi salmi, accarezzandolo gli cingono il capo[122]». Noi che viviamo a questi nostri giorni guardiamo al povero idiota Martino Storace con un senso di penosa compassione qual’è quella che desta la vista di un pazzo; anche il Damiani dichiara non essere buona questa specie di mortificazione; la sua coltura e lo spirito della musa poetica che gli scaldava il petto gliene mettevano repugnanza, ma non gli impedivano di raccomandare la disciplina come strumento essenziale di santificazione; laonde diventò quasi maestro e padre dei flagellatori.
Fin da’ tempi antichi una delle armi più potenti che la Chiesa abbia tenuto in mano sua si furono le penitenze che essa imponeva al peccatore. Una generazione ineducata di uomini non vergognava di sottomettersi alla pena dei proprî trascorsi, sostenendola nella forma puerile di castighi corporali; benanco un Imperatore, qual si fu Enrico III, soventi volte adoperò sulle sue carni il flagello, e per il corso di alcuni secoli, genti di tutti i ceti e di tutte le famiglie, financo nobili donne, offerivano il dorso nudato ai colpi di disciplina che loro somministrava qualche monaco o qualche diacono dalla fronte fanatica o dal labbro sorridente. Nel secolo undecimo s’era introdotto un formale computo aritmetico in riferimento al numero ed al valore dei colpi di flagello. Ad ogni peccato corrispondeva un periodo di tempo di penitenza, ma le colpe, delle quali la natura umana si caricava, assai più erano che le epoche di penitenza onde potevasi disporre; laonde parecchi peccatori avevano notato a taccuino tanto grave numero di debiti, che avrebbero dovuto vivere dei secoli per mondarsi e diventar giusti secondo il canone di penitenza. Or dunque la Chiesa veniva loro in ajuto, concedendo alla gente ricca di commutare il numero degli anni di penitenza in somme di denaro destinate a pii scopi ed ai poveri, accordando di sostituirvi corrispondenti colpi di disciplina, digiuni e canto dei salmi. Un patrimonio veramente immenso di denaro, di possedimenti e di terre, che offerto era per il riscatto dell’anima (pro redemptione animae), affluiva di tal maniera negli scrigni della Chiesa, fino a che il rimborso a moneta contante, che contro all’insegnamento cristiano si faceva della colpa morale, diè occasione alla riforma di Lutero. Nel medio evo l’anima dell’uomo era serva assoluta del sacerdozio e dipendenza della Chiesa (ecclesiae adscripta), la quale sopra questo rapporto di colpa e di espiazione fondò quel suo potere, che pare quasi meraviglioso.
Giusta il canone, un anno di penitenza era pari a solidi ventisei, ossiano talleri trenta pei ricchi, e a solidi tre pei poveri; però un giorno di penitenza corrispondeva eziandio a venti colpi somministrati sulla palma della mano, oppure a cinquanta salmi; un anno di penitenza si parificava con conto tondo a tremila colpi di frusta, purchè vi si accompagnasse per soprappiù il canto de’ salmi. Pertanto il peccatore poteva fornire in termine corto, mercè di determinati esercizî, alcuni secoli di penitenza. La bravura tutto propria del Damiani era superata dalla maestria del corazzato Domenico, il quale con furibonda prestezza sapeva mediante la frusta purgarsi di secoli. Costui indossava costantemente sulla nuda persona una corazza di scaglie di ferro, armatura che lo muniva nella lotta contro gli impuri spiriti della lussuria; nè la svestiva se non quando prendeva in ciascuna mano un flagello, e cantando salmi si batteva quel tanto che corrispondeva ad un secolo e più di penitenza. Dapprincipio il Damiani compieva in un anno l’opera di un secolo, ma il corazzato lo accertava che poteva giungerne a capo in sei brevi giorni. Infatti tremila colpi fanno un anno; nel canto di dieci salmi (così ne aveva fatto esperto conto) si occupa uno spazio di tempo durante il quale con gran comodità un uomo può somministrarsi mille colpi; il salterio ha cencinquanta salmi e quindi inchiude cinque anni di penitenza; questi cinque moltiplicati per venti fanno cento; dunque chi recita venti volte il salterio accompagnandosi con colpi di disciplina, compie un secolo di penitenza[123]. Il Damiani propose a modello l’energia del suo amico, e difese fervidamente il valore della disciplina contro un altro monaco Pietro, il quale ebbe il coraggio e l’intelletto di condannare lo spaventoso istituto della flagellazione[124].
Se si guardi al ributtante spettacolo che presentano siffatti martiri di un delirio, senza tener conto dell’oscuro tempo in cui eglino vivevano, non si può che metterli in derisione come vere figure da baia; ma se si pongono in relazione colla loro età diventano anch’essi vere persone di tragica natura, al pari di tutte quelle altre vittime che, sebbene in forma differente, la gente umana in ogni epoca deve sagrificare per conseguire la sua libertà morale.
Però se il Damiani non avesse avuto altri meriti, fuor di un cotal zelo per la sferza, nessuna celebrità avrebbe acquistata a sè stesso. Per lo contrario ei fu dappiù che un semplice asceta. Romualdo era stato uomo ignorante; il Damiani fu erudito, tenne relazioni con tutti i personaggi più cospicui del suo tempo, e sui grandi e sui piccoli esercitò influenza con sue lettere. La corruttela del clero lo accorava sinceramente e nel profondo dell’anima: Ildebrando era la testa politica della Chiesa, ma il Damiani era il cuore che con sentimento d’amore batteva in petto ad essa. Aveva intelletto debole, ma grande semplicità monastica, natura lirica, fantasia che si pasceva di imagini mistiche: appunto per tutto questo esercitò influenza sulla moltitudine del popolo. Ingegno cotale, in cui esuberava l’entusiasmo della fede, non era fatto per rimanersi sepolto nella solitudine, e Stefano IX lo costrinse a venire a Roma. L’eremita si dibattè contro alla vita che era costretto a condurre in mezzo ai Cardinali ed a’ maggiorenti; chè, per quanto allora nell’universale l’alto clero mancasse di cultura, tuttavia, da dopo di Leone IX, contava esso in Roma alcuni uomini illustri per dottrina e per intelligenza. Le attenenze di Roma col mondo, parimenti come il grande còmpito ecclesiastico che loro si spettava, davano fin d’allora a questi Cardinali una maestà quasi principesca. «Allorchè mi trovo», così deplorava il Damiani, «in mezzo a quei Vescovi, mi si sopraffà di facezie e di sali attici, di urbane parole e di mille questioni che fanno di noi preti altrettanti retori o buffoni. E se a tutto questo oppongo un viso ingenuo o vergognoso, mi si dà dell’inumano, dello zelante, della tigre ircana, dell’uomo di sasso»[125]. Il frate severo aveva sufficienti ragioni di tenere il broncio ai Cardinali che col falcone in pugno correvano a caccia per la campagna, o come altrettanti lanzichenecchi sedevano giocando ai bossoli; ed eglino alla loro volta avevano di che celiare della sua ruvidità anacoretica, quando vietava loro benanco l’innocente giuoco degli scacchi[126]. Il Damiani obbedì al comando che lo chiamava ad Ostia e a Roma, e dappoi fu adoperato in servigio della Chiesa da nunzio, da paciero, da mediatore di partiti, da apostolo del celibato e da oratore popolare.
Oltre a lui vivevano allora altri ingegni forniti di maggior senso pratico e di più grande energia, che Stefano IX chiamò intorno a sè, oppure trovò di già in Roma. Umberto borgognone, cardinale vescovo di Silva Candida, Stefano cardinale di san Crisogono e monaco di Cluny, Anselmo di Badagio vescovo di Lucca, Desiderio abate di Monte Cassino e cardinale di santa Cecilia, finalmente Ildebrando, erano a quel tempo gli uomini che alla Chiesa imprimevano più o meno forti impulsi di vita nuova. Da tempo lungo Roma non aveva raccolto entro di sè tanti illustri Cardinali, e questo collegio di consiglieri del Pontefice andava pertanto procedendo verso un nuovo e splendido avvenire. Roma civile rimaneva qual era, ma Roma ecclesiastica in brevissimo tempo s’era tanto mutata da non potersi più riconoscere. Uomini di gran levatura attorniavano un Papa di gran levatura; al pari di questo erano anch’essi stranieri ed educati nell’ordine di Cluny e nella regola di san Benedetto. Forse che la Chiesa poteva sommergere sì come sarebbe avvenuto di uno Stato temporale, essa che all’esausto suolo di Roma non era ristretta con angusto legame, ma assorbiva forze fresche e rigogliose da tutti i paesi della terra per ringiovanirsi sempre novellamente?
§ 3.
Progetti di Stefano IX e sua morte. — Benedetto X è elevato dai nobili al pontificato. — Gerardo di Firenze, con nome di Nicolò II. — Ildebrando trae soccorso dai Normanni. — Nuovo decreto sulla elezione. — Progressi dei Normanni. — Eglino prestano al Papa giuramento di vassallaggio. — Caduta di Benedetto X.
Mentre Stefano IX con tutte le sue forze dava opera alla riforma, andava egli in pari tempo ravvolgendo in mente disegni arditi di ordine temporale. Voleva cacciare d’Italia la dominazione tedesca, fondare un impero italico sotto di Goffredo, ampliare lo Stato della Chiesa. La mente principesca di Stefano si mostra chiara nella leggenda Felix Roma, che è incisa sopra una delle sue bolle di piombo: così, dopo lungo periodo di tempo, un Papa tornava ad ornare la canuta Roma di quel titolo onde per l’ultima volta la aveva decorata il goto Teodorico[127]. Stefano odiava i Normanni, perciocchè fosse stato compagno di Leone IX a Civita e ne avesse divisa la sventura; sperava egli di poterne torre vendetta colle armi del fratel suo, e di conseguire indi il compimento delle pretese che la Chiesa moveva sull’Italia meridionale. Sennonchè egli difettava di nerbo di denaro, e perciò chiedeva che gli fossero restituiti i donativi che aveva ricevuti dall’imperatore Costantino e, portati con sè da Bisanzio, lasciati in deposito a Monte Cassino; benanco gli stava a cuore di impadronirsi del tesoro dell’Abazia e lo domandava. I monaci piagnucolando portarono a Roma il loro argento e il loro oro; tuttavia il Pontefice non toccò queste ricchezze del monastero e le restituì. Il concitamento dell’animo suo, che si travagliava in giganteschi progetti, limò la sua vita; volle andare dal fratel suo a Firenze, e, prima di partire, si fe’ promettere dai Romani che, in caso di sua morte, non imprenderebbero ad eleggere chicchessia se prima Ildebrando non fosse tornato di Germania. E appena fu giunto a Firenze, vi passò di vita ai 22 di Marzo dell’anno 1058[128]. Se Stefano IX, uomo d’indole eletta, avesse retto più a lungo il pontificato, facilmente sarebbe egli giunto a capo, in unione col fratel suo, di dare un assetto differente all’Italia. Con lui si chiuse la serie di cinque Papi tedeschi che, da dopo di Clemente II, furono ascesi alla cattedra di san Pietro[129].
Questa morte diè tosto opportunità ad una reazione della nobiltà nella Città e nel suo territorio. La fazione tusculana afferrò l’occasione propizia per trarre a sè novellamente il patriziato e la elezione pontificia; financo i Crescenzî si allearono con quella; tutti i partiti, cui la severità riformatrice dei Papi stranieri aveva chiamato in vita, tutti gl’instizziti nemici d’Ildebrando, schierandosi sotto gli ordini del clero donnaiuolo e simoniaco, si sollevarono in pari tratto. A capo della famiglia tusculana era allora tuttavia Gregorio, figlio di Alberico e fratello di Benedetto IX; a lui si aggiunsero Gerardo conte di Galeria e figlio di Rainero, i figliuoli di Crescenzio conte di Monticelli (presso a Tivoli), e illustri Romani in gran numero. Costoro penetrarono nottetempo nella Città, e sollevarono con grande violenza Giovanni Mincio, cardinale vescovo di Velletri, alla sedia pontificia con nome di Benedetto X[130]. I Cardinali volsero in fuga con Pier Damiani alla loro testa, nè potendo altro fare, scagliarono il loro anatema contro agli invasori; Roma risonò di tumulto in mezzo a quell’assalimento armato e il popolo, letificato coll’oro ed eziandio col sacco dato allo scrigno di san Pietro, prestò nuovamente omaggio al Papa della nobiltà tusculana[131].
Per tal guisa l’opera laboriosa di tanti Concilî cadeva tutt’a un tratto distrutta; nuovamente i capitani della Campagna erano tornati in possesso della podestà patrizia, Benedetto X sedeva sulla cattedra santa tutto l’anno 1058 senza che alcuno lo combattesse, ed era riverito papa in Laterano. Goffredo di Toscana non gli opponeva impedimento di sorta, ma nell’Aprile l’imperatrice Agnese mandava Ildebrando a Firenze da suo legato, fornito di pieni poteri; e questi in un Sinodo tenuto a Siena ai 18 Dicembre, conveniva con Goffredo e con Beatrice nella scelta di Gerardo vescovo di Firenze. La necessità di quel tempo costringeva il partito clericale a implorare la confermazione della Reggenza tedesca; e financo la nobiltà romana che apparteneva alla fazione ostile dei Tusculani aveva mandato ambasciatori a Germania, e protestato di volere in ogni circostanza serbar ligia fede al giuramento prestato in antico ad Enrico III[132]. L’Imperatrice allora incaricava Goffredo di condurre l’eletto a Roma; il Margravio armava a tal uopo un esercito, ma, come era avvenuto al tempo di Enrico III, dovevasi primamente tenere un Concilio in Sutri.
Guiberto, cancelliere dell’Impero e, dopo la morte di Vittore II, vicario imperiale in Italia, accompagnò il Duca a Sutri, dove, sulla fine dell’anno, fu pronunciata la deposizione di Benedetto, e per papa fu riconosciuto con tutte le valide forme Gerardo. Tosto dopo si mosse contro a Roma, dove i capitani erano risoluti a difendere prodemente il loro Pontefice. Però Ildebrando riusciva a corrompere una parte dei Romani e benanco alcuni dei Conti ribelli, laonde ancor prima che l’esercito si avvicinasse alla Città, le fazioni erano colà venute a lotta fra loro con rabbia feroce. I Transteverini, ossia il loro capo Leone de Benedicto Christiano, uomo di origine ebrea, apersero la porta, per modo che le soldatesche di Goffredo occuparono la città Leonina e l’isola[133]. Ildebrando di sua propria autorità espulse dall’officio Pietro, che fin adesso era stato prefetto, e ne affidò la carica ad un nobile di Transtevere, appellato Giovanni Tinioso, in quello che le milizie del Margravio cingevano di assedio il Laterano[134]. Allora Benedetto X se ne fuggì al castello di Passarano, possedimento di Regetello, figlio di Crescenzio prefetto; e poco tempo dopo, partendo di colà, si ricoverò presso il Conte di Galeria[135].
Fu conseguenza di tutto ciò, che Gerardo di Firenze, oriundo borgognone salì alla cattedra santa nel Gennaio dell’anno 1059 con nome di Nicolò II, senza che chicchessia gli movesse contrarietà: nel tempo istesso Ildebrando andava affrettatamente nella Campania, conchiudeva una lega temporanea coi Normanni, e conduceva indi con sè a Roma trecento dei loro cavalieri. Si congiunsero questi coi soldati pontificî, e assalirono l’Antipapa in Galeria, ma dovettero levar l’assedio per tornarsene più tardi con rinforzi[136].
Il rovescio repentino che il suo sistema aveva subìto per opera della nobiltà cittadina fece sì che il partito riformatore raddoppiasse di energia sotto la capitananza di Ildebrando, che adesso era ministro onnipossente in Roma. Or dunque volevasi affermare la libertà della elezione pontificia, in modo da sottrarla a qualsiasi influenza della nobiltà romana, e (se si poteva giungerne a capo) anche a quella della corona germanica. Pertanto Nicolò II congregò, nell’Aprile del 1059, centotredici Vescovi al suo primo Concilio solenne: in esso il Papa dei nobili, Benedetto X, fu condannato; si rinnovò il divieto del concubinato dei preti e della simonia; finalmente una novella legge si promulgò sulla elezione pontificia.
Questo decreto celebre, che fu creazione della mano e della mente di Ildebrando, elevò il collegio dei Cardinali romani a vero senato ecclesiastico, dal cui seno solamente, col procedere del tempo, dovevano uscire i Papi. Nel decreto si statuiva che la vera e propria elezione avrebbe spettato ad essi, i quali, a seconda de’ loro gradi, erano vescovi del territorio della Città, e preti e diaconi delle chiese titolari di Roma; ordinavasi che alla loro scelta, d’allora in poi, clero e popolo non avrebbero potuto far altro che assentire[137].
Mentre dunque la nobiltà cittadina pretendeva di esser essa pur sempre il Senato romano, il Papa contrapponeva a quei Consoli e a quei Senatori il Collegio cardinalizio, e omai, dopo di quel decreto sull’elezione, il Damiani paragonava i sette Cardinali vescovi del Laterano al Senato di Roma antica[138]. Uno spirito di monarchia s’apprendeva alla Chiesa, la quale, più e più sempre, assunse forma esclusiva di corporazione politica. Per verità il decreto non bandiva tutto affatto dal diritto di elezione i tre antichi ordini elettivi (Clerus, Ordo, Populus), ma il loro assentimento tenuto per accessorio altro non fu quindi in poi, che una forma tradizionale. Il popolo fu escluso dall’elezione; l’antichissimo fondamento democratico ne andò demolito, e la nomina del Vescovo massimo diventò privilegio di una minoranza aristocratica di preti residenti in Roma. Finalmente, all’uopo di sottrarre la elezione pontificia alla violenza di rivoluzioni cittadine, fu statuito non esservi più obligo che avvenir dovesse entro le mura della Città, ma fu consentito che eziandio un piccolo numero di Cardinali potesse eleggere con rito canonico il Papa in qualche luogo diverso: si dichiarava che il Papa potrebbe benanco appartenere a qualche chiesa fuori di Roma.
Non si osò dar di frego al diritto patriziale della corona tedesca, poichè Guiberto cancelliere nol volle lasciar attenuare; però con accortezza se ne restrinse il limite, fino a ridurlo soltanto un diritto onorifico personale. Con parole ambigue fu detto, che l’elezione avverrebbe per opera dei Cardinali, «salvo il debito onore e la reverenza già assicurata al nostro diletto figlio Enrico, attuale Re, e, così Dio conceda, futuro Imperatore, ed ai successori di lui che avranno conseguito personalmente questo diritto dalla Sede apostolica[139]».
Dopo che col proceder del tempo la cerchia degli eligenti s’era andata ognor più restringendo, l’elezione del maggior Vescovo della Cristianità venne posta di tal maniera in mano di pochi Vescovi e preti elettori, di uomini cioè che allora non peranco indossavano la porpora, ma col correr del tempo dovevano dividere la signoria temporale del Papa in qualità di pari suoi, e, più orgogliosi dei Senatori antichi, pretendere alla dignità di nati principi. Fra tutte le metamorfosi che la Chiesa subì, la costituzione di questo Collegio fu forse ciò che massimamente ne fece deviare l’organamento dalla sua origine evangelica. Quantunque un principio naturale suffraghi l’idea che il diritto elettivo debba essere esteso all’universale, tuttavolta il pratico adempimento di siffatta regola presuppone condizioni di popolo primitive od altrimenti intelligenza diffusa anch’essa all’universale; effettivamente però quelli che veramente eleggono ed anche imperano saranno in tutti i tempi i pochi potenti o i pochi savî. Un buon Patrizio, ossia un buon Imperatore come era Enrico III, avrebbe potuto eleggere dei Papi buoni; un’intelligente aristocrazia elettrice avrebbe potuto fare lo stesso: in breve, il decreto sull’elezione promulgato da Nicolò II, non potè premunire la Chiesa d’avere Papi cattivi, ma fu d’immensa rilevanza per la libertà del Papato. Esso tolse per sempre il più considerevole fattore della storia cittadina di Roma dalle mani del popolo romano, e presto assai anche da quelle della podestà imperiale. Finchè visse Enrico III nessun Papa avrebbe saputo arrischiarne il grave passo, ma i Cardinali, con maggiore accortezza dei Patrizî e dei Senatori di tutti i Romani, seppero profittare di ogni periodo di assopimento dell’Impero tedesco; e il sistema ammirabile della gerarchia somigliò ben presto ad una fortezza gigantesca munita di cento muri concentrici, che a vicenda si coprivano l’un l’altro.
L’arditezza del disegno avrebbe reso più trepidi Nicolò e Ildebrando, se omai non si avessero assicurato soccorso di alleati. In questo tempo la Chiesa romana capiva di dover combattere una battaglia di vita e di morte col reame tedesco, e trovavasi in condizioni pari a quelle cui erano venute le cose durante la controversia con Bisanzio per ragione del culto delle imagini. Affine di resistere ai Longobardi ed agli Esarchi, la Chiesa un dì aveva confermato sul loro trono Pipino e Carlo, uomini nuovi e usurpatori, gli aveva chiamati in Italia e costituiti avvocati della santa Sede. Adesso che sono minacciati in pari tempo dai Patrizî tedeschi e dalla nobiltà romana, i Papi ripongono le loro speranze precisamente in quei Normanni che ancora sono legati nell’anatema della Chiesa. L’occhio perspicace di Ildebrando vedeva infatti bene addentro che questa stirpe, la quale mirava ad alzarsi in potenza, avrebbe formato in Italia una dinastia, e che da essa, se la si avesse riconosciuta sotto certe condizioni, si avrebbe tratto di due maniere guadagno; se ne avrebbe avuto uno Stato vassallo della Chiesa ed un ajuto potente contro la città di Roma e contro l’Impero tedesco.
Dopo la loro vittoria riportata su di Leone IX i Normanni avevano fatto rapide conquiste, e già ad essi prestavano obbedienza quasi tutte le Puglie e le Calabrie. Il progetto di Stefano IX, che mirava a cacciarli d’Italia, fallì colla sua morte; l’anarchia che travagliava il Papato favorì le imprese dell’ardito Roberto Guiscardo; e costui, sorto dai bassi inizî di predare lungo le strade, reggeva da dopo il 1056 la republica militare normanna in qualità di conte, essendovi succeduto ad Umfredo fratel suo, i cui figli aveva soppiantato contrariamente ad ogni fede. La impotenza di Bisanzio, la debolezza in cui Germania era caduta sotto la reggenza, le necessità del Papato, quelle proprie dei Normanni, tutto s’accordava per farne costituire uno Stato. Nell’anno 1058 Riccardo di Aversa toglieva la celebre città di Capua a quell’ultimo Principe longobardo, che fu Landolfo V[140]. Poco dipoi Roberto Guiscardo s’impadroniva della forte Troja su di cui il Papa levava sue pretese; e Nicolò II lo colpiva d’anatema come spogliatore di beni della Chiesa. I Pontefici, che rade volte avevano potenza di difendere con milizie i loro possedimenti, dopo il secolo nono cominciarono a metter mano alla inesauribile armeria lateranense delle scomuniche; e le pene spirituali che colpir dovevano soltanto le colpe morali, conversero arditamente in armi della loro politica mondana. Sebbene una scomunica non sempre fosse pari ad un cherubino che colla spada fiammeggiante si ponesse a guardia del patrimonio minacciato, tuttavolta essa metteva spavento all’assalitore, perocchè fra le genti di questo tempo la sua mistica efficacia recasse angustia d’animo per lo meno eguale a quella che destava un’eclisse di sole[141]. Sennonchè un eroe guerriero, avido di dominare, meno forse temeva per la salute dell’anima sua, che per la sicurezza delle province rapite e riluttanti al suo giogo, le quali il Papa avrebbe potuto facilmente commovergli contro, se avesse da parte di Dio posto fuor del diritto il rapitore. Oltracciò, le conquiste di Roberto erano grandi abbastanza perchè se ne costituisse uno Stato, cui, secondo la fede di quell’età, il riconoscimento pontificio imprimeva carattere di validità e di giure divino. Entrambi le parti pertanto andarono in cerca l’una dell’altra, e si raccostarono. I vincitori di Civita, Riccardo di Aversa e Roberto Guiscardo, si presentarono a Nicolò in Melfi, dove questo Papa nell’anno 1059 raccolse un Concilio; entrambi uomini audacissimi, senza fede e coscienza, capitani di ladronaie, tutto coperti di sangue, predoni grandi, sani e salvi a dispetto di molti anatemi ecclesiastici, eroi invincibili. Colà eglino ricevettero in feudo dalla santa Sede le terre conquistate, eccezion fatta di Benevento. Si tennero così in non cale i diritti dei principi spodestati, parimenti come non si diè bada alla così detta sovranità suprema dell’Impero tedesco; fu vista così un’autorità legittima d’impero sparire e un’altra sorgere da una ladreria. In tutti i tempi la legittimità ha dovuto chinare il capo e cedere all’interesse personale, e lo stesso Stato della Chiesa è sorto soltanto per ciò che i Pipini calpestarono i diritti dei Merovingi ed i Papi soppiantarono quelli dei Bizantini: unicamente ciò che può parere strano si è la fidanza di un Papa, il quale a stranieri dispensò province straniere come se fossero roba sua, e financo confermò preventivamente in loro possedimento terre che erano ancora da conquistare[142]. Riccardo fu riconosciuto per principe di Capua; il Guiscardo con titolo di conte e di duca fu infeudato delle Puglie e delle Calabrie, e gli fu eziandio promessa la Sicilia, una volta ch’egli avesse tolta l’isola di mano degli Arabi e dei Greci. I Normanni prestarono al Papa giuramento di vassallaggio coll’obligo di un annuo tributo; giurarono di soccorrere la Chiesa affinchè conservasse i suoi possedimenti, e di ajutare nelle cose del pontificato i Papi eletti giusta i canoni dai migliori Cardinali[143]. Per tal guisa il decreto di Nicolò II circa la elezione venne posto sotto la tutela armata dei Normanni, e fu riconosciuto da questi nuovi principi primamente che da altri.
Fu in conseguenza del trattato di Melfi, che Nicolò e Ildebrando condussero con sè a Roma un esercito di Normanni. I Conti di Tusculo, di Preneste e della Sabina furono tosto ridotti a obbedienza, e l’Antipapa fu per la seconda volta assediato in Galeria[144]. Questo castello, discosto quindici miglia da Roma, stava presso al fiume Arrone nella diocesi di Silva Candida, e dal secolo undecimo in poi era possedimento di Conti, i quali se ne avevano fatto un dominio ereditario[145]. Gerardo conte, che ivi dava ricetto a Benedetto X, era uno dei più potenti tirannelli della Tuscia romana; capo del partito avverso a Ildebrando, era stato scomunicato da parecchi Papi, e per ultimo anche da Nicolò colle maledizioni più tremende. Ei si difese prodemente nella sua rocca, e soltanto dopo parecchi assalti fu costretto a consegnare l’Antipapa. Benedetto X venne a’ negoziati dall’alto delle mura; trenta nobili romani gli giurarono che sarebbe rispettata la sicurezza della sua persona, ed egli venne nella Città e vi pose dimora nelle case della madre sua, che erano in vicinanza alla santa Maria Maggiore. Un Concilio, sopra del quale Ildebrando esercitò le sue arti d’intrigo volte a precipitare Benedetto, depose ancora una volta quest’ultimo, lo espulse dall’ordine sacerdotale, e lo confinò per tutta la vita nel monastero di sant’Agnese presso a Roma[146].
§ 4.
Irritazione che desta in Roma il decreto sull’elezione. — I nemici del sistema d’Ildebrando cospirano. — Nicolò II muore nel 1061. — I Romani ed i Lombardi domandano a re Enrico che elegga un papa. — Condizioni di Milano. — I Paterini. — I Cotta e Arialdo. — In Roma la fazione di Ildebrando elegge Anselmo di Lucca a pontefice. — La corte germanica solleva al papato Cadalo di Parma.
Lo scisma era superato e vinta la contrarietà dell’aristocrazia. D’ora in poi, in istrettissima vicinanza, la spada normanna s’avrebbe librato minacciosa su di Roma, laonde, non appena s’ebbero di ciò accorto i Romani, che diventarono partigiani risoluti della corte germanica. S’aveva questa offeso del decreto sull’elezione e della infeudazione che il Papa s’era arrogato di dare ai Normanni; pareva che i diritti dello scettro tedesco e i diritti della città di Roma fossero stati parimente e d’un istesso tratto lesi. Gli interessi dell’una e dell’altra parte convenivano ad associarsi in una lotta comune contro il novello Papato, e da ora avanti, per tre secoli, Roma si scisse in fazione imperiale e pontificia. Ildebrando raccolse intorno al suo vessillo tutti gli aderenti della riforma, ma il partito avverso era più numeroso. A questo appartenevano i Conti di Tusculo, di Galeria, di Segni e di Ceccano, i discendenti dei Crescenzî, antichi nemici di Tusculo, e quasi tutti i capitani d’origine germanica che erano nella Tuscia e nel Lazio: nel tempo medesimo la nobiltà cittadina era guidata dal feroce Cencio figlio di Stefano prefetto, e fra il clero stesso si accoglieva una fazione nemica, la quale aveva per duce Ugo Candido, cardinale di san Clemente, alsaziano di nascita. La unione con Alemagna e la grande scissura che tosto scoppiava nella Chiesa davano alla nobiltà romana una forza momentanea; molti di quei signori scendevano di origine germanica, e perciò tenevano le parti dell’Impero tedesco; altri, sebbene di razza latina, combattevano con eguale fervore la signoria del Papa sulla città di Roma. Tanto minor potenza finalmente avevano i Pontefici di vincerla su quei Baroni, perocchè da tempo lungo i primi non uscissero più delle grandi famiglie di Roma, e perciò in queste più non trovassero alcun sicuro appoggio: per tenersi soggetta Roma erano costretti di servirsi del braccio di odiati stranieri, dei Normanni[147].
Come Nicolò II fu morto a Firenze nel giorno 27 Luglio del 1061, le cose volsero alla catastrofe. Tutti i nemici della riforma si strinsero insieme; volevasi adesso tor vendetta della spedizione dei Normanni che molte nobili castella avevano distrutto, volevasi abolire il decreto sull’elezione, rinnovare il Patriziato. I Conti della Campagna, i nobili della Città, Cencio co’ suoi fratelli, i figli di Baruncio, Cencio e Romano, Berizone ed altri, Ugo cardinale con alcuni Vescovi si raccolsero a parlamento in Roma, e si accordarono di conferire formalmente al giovine re Enrico il Patriziato e i diritti consueti dell’elezione pontificia[148]. Pertanto i congiurati contro il nuovo Papato avevano intendimenti conservativi, e nutrivano sentimenti contrarî all’idea nazionale. Al Re mandavano i simboli del Patriziato, la clamide di color verde, la mitra, l’anello e il diadema, e, riferendosi in pari tempo al decreto di Nicolò II sull’elezione, giusta il quale non potevasi eleggere alcun papa senza la cooperazione di Enrico, lo richiesero che desse a Roma un pontefice[149]. Ad istigazione di Guiberto cancelliere s’aggiunsero ai Romani molti Vescovi di Lombardia e ambasciatori di Milano, i quali sollecitarono l’Imperatrice affinchè non permettesse che al figliuol suo si rapissero i diritti della corona, e chiesero per Papa un uomo delle terre lombarde, del paradiso d’Italia, come essi le appellavano, ed un tale che fosse aperto avversario del celibato.
Il profondo commovimento destato dalla riforma, non fu in nessun luogo maggiore di quello che agitava Milano. Questa città ricca di traffichi superava allora per isplendore tutte le altre, e la sua importanza politica per qualche tratto di tempo gettò nell’ombra eziandio Roma. Non peranco infatti Roma s’era elevata all’altezza di vere lotte sociali, così come era avvenuto di Milano, dove esisteva una cittadinanza media potente, e dove s’era ordinata una costituzione republicana[150]. Già in secoli anteriori quegli Arcivescovi avevano combattuto gagliardamente la podestà assoluta del Papato: il diritto cui pretendevano di coronare i Re d’Italia li rendeva omai emuli dei Pontefici, i quali coronavano questi Re a imperatori. Il clero milanese era immensamente ricco, e «innumerevole come le arene del mare»[151]. Pertanto giusto là i decreti di riforma avevano cagionata la più acerba irritazione, poichè ivi gli officî ecclesiastici andavano a compera dei figli della nobiltà, e nel maggior numero i preti vivevano accasati con donne. Ma la dissolutezza del clero nobile per contrapposto educava il più ardente fervore della riforma nella parte democratica del popolo, e la controversia ecclesiastica vieppiù veemente diventava, perocchè in pari tempo sortisse indole politica e sociale.
Guido di Velate, da dopo il 1045 succeditore di Eriberto nell’arcivescovato e creatura dell’Impero, tornò perciò in odio dei riformatori: intorno a lui si schierarono tutti gli aderenti del sistema antico, mentre dall’altro canto, il partito della riforma, che appellavasi dei Paterini, trovò suoi capi anche in alcuni nobiluomini[152]. Due fratelli della nobile famiglia dei Cotta, Landolfo e Erlembaldo, diventarono un dopo dell’altro capitani del popolo, e, presso a loro, il fanatico diacono Arialdo conseguì rinomanza con sue prediche[153]. Questi uomini avevano stretto relazioni vivissime con Ildebrando, per guisa che Milano, parimente come Roma, venne a dividersi in due fazioni, l’una delle quali teneva per l’Imperatore, l’altra per il Pontefice; l’una voleva mantenere gli abusi nella Chiesa, l’altra intendeva a introdurre la riformazione senza badare a checchessia. Per verità Guido arcivescovo era stato costretto da decisioni conciliari a far sommessione, allorchè Nicolò II nell’anno 1059 avea mandato da suoi legati in quella città il Damiani e Anselmo di Badagio, vescovo di Lucca e milanese di nascita. Però la conciliazione non fu di lunga durata; la scissura dei partiti eruppe di bel nuovo, e la morte di Nicolò II precipitò Milano e Roma in eguali guai di disordine.
Gli Imperiali di Lombardia si collegarono pertanto coi Romani affine di levare a papa un uomo che non fosse della parte di Ildebrando. I riformatori romani da canto proprio mandarono il cardinale Stefano alla corte tedesca; ma quando questo legato, che ivi non ottenne accoglienze, si fu tornato a Roma senza risultamento alcuno, Ildebrando si fe’ cuore di farla del tutto finita colla corte di Germania. Congregò egli i Cardinali addì 1 Ottobre del 1061, e, conformemente a quel che disponeva la legge nuova sull’elezione, fece eleggere a pontefice il Vescovo di Lucca. Sebbene questo zelante prelato fosse uno dei patroni dei Paterini, tuttavia stava egli da lungo tempo in rapporti di buona amicizia colla corte germanica, perlochè Ildebrando poteva ancora sperare di giungere per mezzo suo ad un equo accomodamento. La elezione di Anselmo non avrebbe violato il decreto di Nicolò II, se dal Re si avesse per lo meno ricavato la confermazione; ma questo non avvenne, e così Ildebrando aizzò apertamente la podestà regia. Uno scisma lungo e guerre civili sanguinose dovevano essere le conseguenze di questo fatto audace.
Anselmo di Lucca, nominato Alessandro II, fu posto sulla sedia pontificia colla forza delle armi di Riccardo di Capua: infatti, Desiderio abate aveva guadagnato questo Principe affinchè conducesse il novello Papa a Roma, dove alcuni nobili, Leone de Benedicto, Cencio Frangipane e Giovanni Brazuto stavano a’ fianchi di Ildebrando[154]. Però, soltanto dopo una violenta battaglia cogli Imperiali Anselmo potè di notte tempo e per rigiri di vie meno frequentate mettersi dentro al Laterano.
Mentre adesso Riccardo, da vero Normanno, s’era fatto di casa a Roma, e vi mozzava parecchie teste di Conti o di Consoli suoi nemici, giungeva alla Città la novella che in Alemagna s’era eletto un Papa. I Vescovi tedeschi e alcuni di Lombardia, sotto la presidenza dello zelante Guiberto, s’erano congregati a Basilea; ivi gli ambasciatori dei Romani, con Gerardo di Galeria e con Cencio alla loro testa, avevano formalmente coronato a patrizio il decenne re Enrico. Il Concilio poi aveva cassato i decreti di Nicolò II e la elezione di Alessandro II come illegali, ed in unione coi deputati romani, addì 28 di Ottobre, aveva eletto a pontefice il veronese Cadalo, vescovo di Parma[155]. Sciaguratissimo errore fu l’esaltamento di questo prelato; un uomo che avesse avuto genio, energia e rigido costume avrebbe potuto mandare facilmente a vuoto i disegni di Ildebrando; invece l’animo fiacco di Cadalo non seppe giungerne a capo.
Ancora una volta stavansi di fronte due Papi, l’uno in Roma, l’altro di là dalle Alpi, donde si apprestava a scendere in armi per discacciare il suo avversario dal Laterano. Rare fiate il mondo aveva atteso con pari ansietà ad una lotta simigliante, avvegnaddio le parti, che si schieravano dietro ai due Papi, non più fossero semplicemente di uomini faziosi, ma fossero le due podestà mondiali, la Chiesa romana e l’Impero romano.
CAPITOLO QUARTO.
§ 1.
Alessandro II. — Cadalo scende in Italia. — Benzone viene a Roma con un’ambasciata della Reggente. — Parlamenti tenuti nel Circo e sul Campidoglio. — Cadalo, ossia Onorio II, conquista la città Leonina. — Muove a Tusculo. — Goffredo di Toscana impone un armistizio. — Repentino mutamento delle cose in Alemagna. — Per opera di Annone di Colonia Alessandro II è riverito per papa (1062). — Entra in Roma.
Prima che Cadalo movesse contro Roma, Ildebrando attese con instancabile operosità ad acquistarsi aderenti, ed a negoziare con Goffredo di Toscana, cogli ottimati di Lombardia e coi Normanni. Alessandro II, animo fiacco cui mancava independenza di volontà, si rincantucciava dietro la persona del suo Arcidiacono, in cui riponeva tutta la fiducia, e ch’egli tosto elevava alla dignità di cancelliere. Accanto di Ildebrando stava il Damiani, della cui penna enfatica quegli si giovava a combattere con opuscoli acconci, in pro della causa di Roma. Cadalo non diè bada alla focosa filippica con cui l’eremita lo scongiurava a desistere dalla sua usurpazione, e gli vaticinava (fu però falso profeta) che sarebbe morto nel termine di un anno. Il Vescovo di Parma, dapprima cancelliere dell’Impero sotto di Enrico III, era uomo di corte di qualche ingegno, nè raccapezzava motivo alcuno per credersi un usurpatore, chè anzi trovava egli a sufficienza motivi di chiamar così l’avversario suo. Le doti personali di lui troppo scarse erano perchè mettessero in temenza il partito d’Ildebrando, ma le sue dovizie erano di principe, laonde sperava di schiudere con chiavi d’oro il san Pietro, facilmente sì come le porte di Roma venale. Armava soldatesche, e nella primavera dell’anno 1062 scendeva in Italia, dove il partito imperiale con grandi onori lo conduceva di città in città, mentre Beatrice di Toscana indarno gli frapponeva ostacoli nel suo cammino. Fece sosta a Parma per afforzare il suo esercito coi vassalli del suo Vescovato, per congiungersi coi Romani ribelli e per muovere indi contro la Città.
Benzone, vescovo di Alba in Piemonte, gli era stato posto a’ fianchi perchè andasse ambasciatore della Imperatrice a’ Romani. Questo furibondo nemico di Ildebrando e de’ suoi Papi, contro i quali aveva armeggiato con satire abbastanza efficaci di punta, non si faceva scrupolo di calunnia o di menzogna; l’audacia con cui assaliva le persone de’ suoi avversari, la sua arguzia e il suo ingegno potevano fare impressione sugli Italiani, se per soprassello ei loro avesse promesso monti d’oro in compenso della parte che prendessero a pro di Cadalo[156]. Cominciò egli dunque con fargli degli aderenti in Toscana, indi andò fra i Romani per indurli ad abbandonare la causa di un Papa eletto contrariamente alla legge. I partigiani della corte germanica andarono a levare presso alla porta di san Pancrazio il vivace ambasciatore, e festanti lo addussero in Campidoglio, dove fu albergato nel palazzo di Ottaviano[157]. Al Vescovo compiacentesi della magnificenza pomposa sembrò d’essere eguale al legato di un qualche Imperatore antico; i rozzi Consoli di Roma e gli officiali del palazzo con loro alte e bianche mitre in capo gli parvero altrettanti Patres conscripti, e allorchè si fece a parlare dai ruderi del Campidoglio può darsi che paragonasse sè stesso per lo manco a Cicerone[158]. La nobiltà si radunò a parlamento fra gli avanzi di un circo, ossia ippodromo. Il Circo massimo (se ne torna ad incontrare qualche volta menzione ne’ documenti) aveva perso la figura antica, chè la ruina era andata rodendolo per cinquecento anni, dacchè un Re dei Goti ivi dentro aveva dato gli ultimi giuochi di carri. I suoi due obelischi giacevano a terra franti, i suoi archi di trionfo erano fatti a pezzi, e nel mezzo dell’arena cresceva l’erba, sì come avviene anche oggidì: però i suoi ordini di gradini potevano pur sempre servire da sedili ad un’assemblea. Questo antichissimo teatro dei più splendidi sollazzi di Roma si rianimò di nuova vita nell’anno 1062, quando vi entrarono a frotte i barbarici nepoti, ispidi d’armi; e là dove un tempo le fazioni dei Verdi e degli Azzurri s’erano accapigliate per i loro guidatori di cocchi, altre fazioni venivano adesso ad azzuffarsi con pari fanatismo pei loro Papi[159]. Ei può parere cosa degna di nota per la Roma di quel tempo, che un parlamento si congregasse in luogo profano; e questo giova ad apprenderci che gli elementi cittadini erano sorti vieppiù gagliardi, dopo che la costituzione di un Senato ecclesiastico e i disegni monarchici del Papato gli avevano massimamente allettati a resistenza più fiera. Benzone destramente diede all’adunanza il carattere di comizio del popolo romano; papa Alessandro si vide costretto a presentarsi ivi in persona, e questo fu un trionfo per il partito laicale. Allorquando il Pontefice entrò a cavallo entro l’arena, circondato di Cardinali e di suoi partigiani armati, fu accolto con tumulto, e Benzone ebbe la bella ventura di potergli scagliar contro un’orazione tonante. Lo chiamò traditore spergiuro della corte tedesca cui andava debitore del Vescovato di Lucca, lo appellò intruso che aveva assalito Roma con armi normanne, e finalmente in nome del Re gli comandò di scendere dalla cattedra di san Pietro e di chiedere perdonanza a’ piedi di Enrico. Applausi romorosi accolsero il suo discorso; invece grida feroci fecero seguito alla risposta di Alessandro, il quale protestò che per fedeltà al Re aveva accettato la elezione, e che a lui avrebbe mandato un’ambasceria. Tosto dopo il Papa cavalcò fuori del circo colla sua fazione, e Benzone fu ricondotto da’ suoi al palazzo di Ottaviano.
Al dì vegnente Benzone convocò un’altra volta il partito imperiale: di questa «tornata del Senato» egli ci ha dipinto un pomposo quadro parlamentare, e ci ha registrato alcuni discorsi dei Padri congregati, i quali presero posto a seconda che alla loro dignità si spettava; primo Nicolò, maestro del «sacro palazzo», illustre e dovizioso Romano, discendente (così almeno a creder suo) dei Trebazî antichi; indi Sassone de Helpiza presidente de’ giudici, Giovanni figlio di Berardo, Pietro de Via, Bulgamino e il fratel suo, Berardo de Ciza, Gennario, Cencio Francolini, Bonifilio, e ottimati altri di ordine senatorio[160]. Nicolò, maestro del «palazzo», analizzò con quali mezzi Ildebrando avesse elevato Anselmo al papato[161]; indi con un’ambasceria spiccata «dal Campidoglio» si fe’ invito a Cadalo affinchè venisse prestamente a tor possedimento del pontificato; e Benzone, che stava aspettandolo, si diè vigile cura di tener raccolti i Romani sotto la sua bandiera, perocchè gli avesse trovati più mutabili di «Proteo».
Cadalo, ossia Onorio II, accompagnato da Guiberto cancelliere, compatriota suo, che come capo del partito imperiale era stato propriamente quello che lo aveva creato papa, partì di Parma; per Bologna s’avviò a Sutri, dove giunse addì 25 Marzo e dove trovavansi a salutarlo Benzone, molti nobili romani ed i Conti di Galeria[162]. Mossero indi tutti verso Roma, e posero campo presso a Monte Mario. Dopo che si ebbe senza alcun profitto negoziato con Leone de Benedicto, che aveva pieni poteri da Alessandro, gli aderenti di Ildebrando uscirono ad assalto; la battaglia fu fiera e sanguinosa, ma Cadalo entrò da vincitore nella città Leonina addì 14 di Aprile. I prati di Nerone furono coperti di centinaja di morti, molti Romani annegarono nel fiume, la Città risonò di lai dolenti, in quello che i vincitori strombazzavano lietamente che, da Evandro in poi, Roma non aveva subìto una sconfitta eguale. Anche il Damiani, che tosto dopo indirisse a Cadalo una lettera tutta acre di collera, fu tratto a invocare le reminiscenze delle guerre civili combattute fra Cesare e Pompeo, e rammentò eziandio la mitezza di Totila che, presa Roma, aveva risparmiato i cittadini: così la memoria di un Re goto trovò ancora onoranza in un’età, nella quale delle sue geste obliate leggevasi novella soltanto nel Libro Pontificale.
Però Cadalo non potè entrare in Roma per il ponte di Adriano o dal Transtevere; e neppure ardì di soffermarsi nella città Leonina, ma riprese quartiere nei prati di Nerone. Cinque giorni rimase egli colà, poi, udendo che Goffredo era in cammino, levò atterrito le tende, e, traghettato il Tevere presso al castello Flajano[163], ricevette un sussidio di mille uomini che gli vennero condotti dai figliuoli del conte Burello della Campania; indi si congiunse ai Conti di Tusculo e pose campo presso a quella rocca, di cui era allora a capo uno dei figli o dei nipoti di Alberico, appellati Gregorio, Ottaviano o Pietro e Tolomeo. Questi signori continuavano ad attribuirsi diritti legittimi su di Roma, e perciò s’appellavano sempre consoli o senatori dei Romani[164].
Colà venivano anche legati dell’Imperatore greco a rianimare le speranze di Onorio II: il Bizantino lo riveriva, e avidamente coglieva l’occasione dello scisma romano perchè intendeva a cacciare dalle Puglie i Normanni, alleati di Alessandro, coll’ajuto dell’antagonista suo. Ancor prima, Costantino Ducas aveva negoziato, per mezzo di Pantaleone prefetto di Amalfi, coi Romani ossia con Benzone, e gli aveva richiesti che inducessero la Reggenza tedesca ad associarsi in una comune impresa contro ai Normanni. E adesso rinnovava quelle sue proposte, ma indarno, poichè la venuta di Goffredo recava una subita mutazione di cose.
Se lo sposo di Beatrice fosse stato uomo di genio, egli si sarebbe giovato di quelle opportunità propizie per impadronirsi del Patriziato e per fondare un regno italico; ei si restrinse invece a far le parti di mediatore autorevole, perocchè a lui, così dichiarava, si competesse di condurre a Roma i Papi. Venuto presso a ponte Milvio, impose ai partiti di dar tregua alle armi, indi da Tusculo dettò un accomodamento, giusta il quale i due Papi dovevano tornarsene ai loro Vescovati, finchè egli fosse andato in persona alla corte tedesca per farvi pronunziare sentenza di loro controversia. Cadalo si rallegrò di aver potuto comperare a prezzo di una grande moneta questa intromissione e l’agio di ritirarsi a Parma; Alessandro anch’egli docilmente se ne andò a Lucca[165].
Il Duca pose presidio in Roma, ma la fazione di Cadalo teneva in poter suo la fortezza di san Paolo e la città Leonina, dove Cencio figlio di Stefano era padrone del castel Sant’Angelo. D’ambo le parti si cercò adesso di guadagnar in proprio favore la corte di Germania; colà andò Goffredo, e il cardinale Damiani mandò una scrittura apologetica. Ristucco della vita che menava in Roma, questo santo aveva rinunciato al Vescovato di Ostia e s’era ritirato a Fonte Avellana; però non cessava di servire alla Chiesa, che parecchie volte usonne da suo legato[166]: e quando Goffredo era entrato in negoziati collo scomunicato Cadalo, il Damiani gli aveva scritto una lettera donde schizzava lo sdegno; adesso poi difendeva la causa della Chiesa romana con una scrittura dettata in forma di dialogo[167].
Frattanto i casi che di repente avvenivano in Germania, e nei quali non era estranea l’arte politica di Ildebrando, favorivano la causa di Alessandro II. Annone arcivescovo di Colonia, d’intesa col duca Goffredo, giusto in quello cacciata l’Imperatrice dal governo, aveva con violenza trascinato seco il giovine Enrico nel suo Vescovato, e usurpato la reggenza. Quel prelato, anima avara e falsa, era nato a far la disgrazia di Alemagna e dell’Impero; sperdette i diritti della corona facendo accettare il decreto promulgato da Nicolò II sull’elezione, e ottenne facilmente che un Concilio, raccolto ad Augusta nel dì 28 di Ottobre del 1062, riprovasse la elezione di Cadalo, e dichiarasse Alessandro II essere pontefice legittimo. Completa fu la vittoria del partito di Ildebrando, il quale potè trionfare soltanto per opera di Annone, chè anche Guiberto, il più intelligente uomo che la parte imperiale contasse fra i suoi e di cui era l’anima, fu cacciato, e l’officio di cancelliere d’Italia affidato a Gregorio vescovo di Vercelli. In pari tempo il doca Goffredo fu nominato Missus per Roma, dove egli fu incaricato di ricondurre Alessandro II, che andò a levare da Lucca. In conseguenza di ciò la parte d’Ildebrando ricevette con molta allegrezza il Papa suo nel Gennaio del 1063; le soldatesche di Goffredo si congiunsero coi Normanni e tennero occupate Roma, la Sabina e la Campagna, dove assediarono o devastarono le castella dei Conti, ma non furono capaci di sgombrare la Giovannipoli e la città Leonina dai Romani che parteggiavano per l’Impero: Alessandro II venne in possedimento soltanto della Città propriamente detta, e con animo trepidante pose dimora nel Laterano.
§ 2.
Annone è rovesciato in Germania. — Cadalo ritorna a Roma. — Scoppia nella Città una seconda guerra a cagione del Papato. — Cadalo cade. — Alla fine si riconosce Alessandro II per papa.
I Tedeschi avevano rinunciato a Cadalo, ma i Romani si mantenevano costantemente fedeli alla sua bandiera, e indirizzavano fervide istanze all’imperatrice Agnese, chiedendo che il loro papa Onorio tornasse. Questo sventurato pretendente che s’aveva visto tradire dalla stessa corte di Germania, dava fondo in Parma ai suoi tesori per assoldare milizie con cui voleva tentare una nuova impresa contro Roma. Molti Vescovi lombardi gli davano appoggio, ed una reazione che succedeva alla corte tedesca gli dava benanco promessa di presto vincere. Il traditore Annone perdeva il favore del giovine Re, presso al quale lo soppiantava il magnifico e ambizioso vescovo Alberto di Brema, e il partito dell’Imperatrice s’impadroniva di bel nuovo del reggimento. Allora Alberto cercava di minare anche in Roma l’opera di Annone, esortava i Romani a perseverare con coraggio, incorava Cadalo a porsi in possesso della cattedra pontificia, e dava incarico a Benzone di ricondurlo a Roma.
Lo scisma scoppiava una seconda volta; il mondo cristiano mirava con gran malcontento queste ripetute lotte che si combattevano fra due Papi per cagione della tiara, lotte che insozzavano Roma di sangue, ma che erano sostenute con sì povere forze d’armi da destare più meraviglia che sollecitudine. Riccardo di Capua e Roberto Guiscardo avevano continua faccenda nell’Italia inferiore; non potevano mandare a Roma forti soldatesche, nè soprattutto lo volevano fare, perciocchè dall’anarchia di Roma quei Principi astuti avessero tutto da guadagnare, e già intendessero cupidi sguardi alla Campagna romana. Goffredo di Toscana seguiva un pari indirizzo politico, nel tempo istesso che d’altra parte la confusione delle cose di Germania e la giovinezza del Re impedivano che s’imprendesse una spedizione su Roma. Pertanto Cadalo poteva contare soltanto sui suoi vassalli e sulle genti da lui stipendiate, che egli riuniva co’ suoi aderenti romani.
La guerra civile si riappiccò nell’anno 1063, allorchè Cadalo comparve innanzi a Roma. Di nottetempo s’impadronì egli del san Pietro, e pose sede nel castel sant’Angelo sotto la protezione di Cencio[168]; indi le sue soldatesche tentarono di aprirsi la via al Laterano, e si pugnò con furore. La salvezza di Alessandro II, «idolo dei Normanni», era riposta nelle spade di quei cavalieri, dei quali Ildebrando animava il coraggio, ma eglino, dopo una violenta mischia combattuta per le vie, venivano ricacciati sul Celio. Sperò adesso Cadalo di insignorirsi veramente del Laterano, ma l’esaurimento di forze fece sì che le armi posassero per un lungo mese, in capo al quale i Conti della Campagna osarono finalmente di muovere all’assalto contro il palazzo pontificio. Però l’impresa fallì, quantunque i Normanni subissero gravi perdite a cagione di una imboscata in cui davano dentro dappresso all’opus Praxitelis, nelle terme di Costantino, là dove erano i due colossi di marmo. L’Antipapa con grato animo presentò i Conti di pellicce preziose e di abiti di seta, regalò le milizie splendidamente, e i Romani giubilando intrecciarono danze intorno a Cadalo, che per loro faceva da vitello d’oro. Or disponevasi che le città circostanti dovessero a vicenda fornire Roma di un presidio di armigeri[169], ma dall’altra parte rinforzi di Normanni ed eziandio di Toscani venivano a dar nerbo alla fazione di Ildebrando. La battaglia ardeva senza fine e acerbamente per le strade. Nessun altro luogo al mondo più di Roma offeriva così grande opportunità per le guerre cittadine; ivi i monumenti degli antichi erano altrettante fortezze formate tali per loro natura o tali ridotte coll’arte. Infatti, da più di un secolo maggiorenti e abati avevano edificato torri, od a munimento di torri avevano elevato edificî romani: se potessimo dare un’occhiata a ciò che Roma era in quel tempo vedremmo un labirinto di oscuri palazzi saldamente fortificati e una foresta di torri alzate ad ogni ponte, e in piazze e in vie molte.
Più di un anno Roma sofferse di questa orrenda guerra civile, in quello che i due Papi, a cui beneficio era combattuta, sedevano l’uno nel Laterano, l’altro nel castel Sant’Angelo, ambidue tremanti, e intenti a cantar messe, a promulgar bolle e decreti, ed a scagliarsi l’uno contro l’altro anatemi. I Conti della Campagna che derivavano da origine tedesca (fra loro era Rapizo di Todi), avevano promesso a Cadalo di sostenere a vicenda per ogni mese l’officio di capitano in Roma, ma egli rabbrividiva al solo pensare che l’incostanza dei Romani potesse tradirlo; perciò senza posa dispensava oro a piene mani, e acconciamente il Damiani poteva paragonare lui a Giove, Roma a Danae, nel cui grembo scendeva in figura di pioggia d’oro. Cadalo, «tribolo della Chiesa, ruina della disciplina apostolica, nemico del genere umano, radice di peccato, araldo del diavolo, apostolo dell’Anticristo, freccia dell’arco di Satana, verga di Assur, naufragio della castità, uomo di fango, fango del secolo, pasto ammannito per l’inferno», Cadalo in una parola, «verme orribile e ravvolto nelle sue spire», s’appiattava nel sepolcro di Adriano, e a proprio beneficio poneva il mondo a soqquadro, in quello che Alessandro, o, come Benzone lo appellava, Asinandro, accoglieva nel Laterano i Paterini, continuava a compilare decreti contro il concubinato dei preti, e seminava il mondo di «ortiche e di vepri». Con questo garbo grottesco i partiti avversi si pungevano a furia di opuscoli[170].
Frattanto una fresca milizia di Normanni assediava porta Appia e il san Paolo. Perciò Benzone in nome dei Romani scriveva a re Enrico e ad Alberto lettere piene di querimonie, nelle quali rammentava loro le gloriose imprese compiute dagli Ottoni, da Corrado e da Enrico, quando questi Principi erano venuti a Roma[171]. «Gli apostoli Pietro e Paolo», diceva lo stravagante Vescovo, «hanno conquistato Roma, rocca del romano Impero, strappandola ai pagani, l’uno armato di croce, l’altro di spada; l’hanno data ai Greci, ai Galli ed ai Longobardi, ma da ultimo e per sempre l’hanno posta in mano ad Alemagna. E voi, consiglieri dell’impero tedesco, voi tradite ora questo possedimento che non volete conservare all’Impero; invece di mantenervi padroni d’Italia come hanno fatto i padri vostri, la lasciate alla balìa dei Normanni, e voi, Tedeschi, biascicate questa strana orazione:
Ab omni bono libera nos Domine, Ab arce imperii libera nos Domine, Ab Apulia et Calabria libera nos Domine, A Benevento et Capua libera nos Domine, A Salerno et Malfia libera nos Domine, A Neapoli et Gerentia libera nos Domine, A felice Sicilia libera nos Domine, A Corsica et Sicilia libera nos Domine[172]».
Il messaggiero apportatore di queste lettere tornò colla inane parola che si imprenderebbe una spedizione contro a Roma. Fu un andirivieni continuo di negoziatori e di ambascerie. Anche Costantino Ducas promise un naviglio e un esercito; deputati dei Greci e dei Longobardi di Bari, furono condotti da Pantaleone di Amalfi dentro del castel sant’Angelo, e a Cadalo parvero messaggieri del cielo. Tosto dopo egli mandò a Quedlinburg Benzone, che parlava il tedesco, affinchè scongiurasse il giovine Re di venire a Roma. Benzone andò, tornò con mari e monti di promesse, e con magniloquenza ampollosa ne fece annunzio ai Romani nel san Pietro: ma che giovava che gli adulasse con accertarli che degnissimi erano dei loro avi, che Scipione e Catone e Fabio e Cicerone erano risorti in mezzo a loro, che il Re eleggerebbe senatori d’infra i loro militi, e principi d’infra i loro Senatori[173]? Continuavano le condizioni disperate di Onorio II; la parte d’Ildebrando ripigliava il sopravvento anche in Alemagna, Annone discacciava Alberto, e i Romani, che inutilmente erano stati aspettando la venuta di Enrico, si staccavano finalmente da un Papa di cui erano sazi fino alla noia. Per più di un anno Cadalo s’ebbe soffermato dentro il sepolcro di Adriano a riempierlo di suoi sospiri, ma dovette finalmente partirne in fuga con miserabile accompagnatura, dopo che in ultima era stato per giunta svaligiato dal suo protettore Cencio[174].
Annone riportò vittoria completa sui suoi avversarî. In un Concilio tenuto in Germania aveva chiesto che si ponesse fine allo scisma, e adesso domandava ad Alessandro II che per formalità comparisse innanzi ad un Sinodo raccolto a Mantova, dove era citato anche Onorio II. Questi dapprima non si presentò, e più tardi fallì un assalto da lui mosso contro Mantova, laonde (addì 31 Maggio 1064) fa deposto, ed Alessandro II conseguì reverenza di pontefice legittimo. Onorio II visse ancora alcuni anni da vescovo di Parma. Fu così posto fine alla divisione della Chiesa; Alessandro II sotto la protezione di Goffredo venne a Roma, e il partito avverso chinò il capo sotto il reggimento d’Ildebrando[175].
§ 3.
Cresce la potenza di Ildebrando. — Sforzi di riforma. — I Normanni. — Defezione di Riccardo che muove contro Roma. — Goffredo e il Papa conducono un esercito contro di lui. — Nuovo trattato. — L’imperatrice Agnese prende il velo in Roma. — Lotte a Milano. — Erlembaldo Cotta, milite di san Pietro. — Arialdo muore.
Ildebrando aveva raggiunto lo scopo che s’era prefisso in mente: or che si prestava reverenza ad Alessandro, ne andavano delusi i deboli tentativi che la Reggenza tedesca aveva fatto per conservare il Patriziato; adesso con più energia di prima potevansi combattere le pretensioni che la corona di Germania moveva sull’elezione pontificia. Il mirabile frate fu dai suoi contemporanei paragonato a Mario, a Scipione od a Cesare; stupivano essi che quell’uomo sorto di basso stato, avesse animo sì potente, e lo celasse in una personcina minuta[176]. Pier Damiani, spirito fiacco e privo di intelletto politico, innamorato di un concetto di Chiesa che non era l’idea di Ildebrando, sollevava a lui «suo santo Satana» lo sguardo pieno di rispettoso timore; diceva di essere più obbediente a quest’uomo che non a Dio e a san Pietro, anzi lui appellava signore e dio del Papa istesso, che gli andava debitore della tiara[177]: e la Chiesa pendeva dal cenno di quell’uomo misterioso il quale spirava in essa una vita nuova.
Frattanto il divieto del matrimonio de’ preti precipitava tutta Cristianità in una rivoluzione sociale. Troncavansi i legami del sodalizio civile, per istrapparne al suo corpo umano la moltitudine del clero, e per foggiarla in esercito monastico ai servigî del Papa. Il Pontefice scagliava anatemi sopra anatemi contro ai Vescovi ed ai preti ribelli, i quali un po’ alla volta andavano sottomettendosi, parimenti di quello che faceva eziandio l’incostante cardinale Ugo Candido, il quale, come gli suggeriva l’interesse suo proprio, tornava in seno alla Chiesa. Mai più s’aveva visto nel Laterano un’operosità eguale a questa; il palazzo pontificio riboccava di legati di tutto il mondo cristiano, di Vescovi, di Principi, di uomini della più alta rinomanza e dei primi gradi, che vi accorrevano per assistere ai Concilî. Dopo che Roma, all’età dei Crescenzî e dei Tusculani, aveva cessato di essere centro della Cristianità, tutt’a un tratto la vigoria di Ildebrando le restituiva il valor suo di città capitale del mondo.
La nobiltà romana per adesso non osava più maneggiarsi affine di riprendere la podestà temporale; schiacciati erano i Crescenzî e i Tusculani; ogni tentativo di rivolta era imbrigliato dalla temenza dei Normanni e di Goffredo. Questo Principe, ossia la moglie sua, proteggeva Roma dalla parte di settentrione; al mezzodì dovevano servirle di baluardo i vassalli normanni. Grandi servigî avevano essi ormai prestato alla Chiesa; per opera di loro s’era condotta a termine la prima elezione pontificia tornata a libertà, nè senza le buone lame delle loro spade, Alessandro II avrebbe potuto resistere a Cadalo. Pertanto i Pontefici avevano grandi oblighi di riconoscenza verso queste genti vassalle, e l’obligo era maggiore del sentimento che per loro ne provavano. Forse la ricompensa data a Riccardo di Capua non era stata pari alle fattegli promesse, forse si ponevano impedimenti alle sue mire; certo è che del tempo dello scisma egli aveva saputo accortamente profittare a sue ruberie, e i prosperi risultamenti ottenuti in breve tempo lo rendevano più audace. Tutto a un tratto (nell’anno 1066) ruppe egli il suo giuramento di vassallaggio, e di protettore si mutò in nemico della Chiesa. Può darsi che lo avessero secretamente chiamato i Conti della Campagna ed i Romani, i quali, colla caduta di Onorio II, avevano perduta la speranza di una intervenzione tedesca. Rapidamente passava egli il Liri, prendeva Ceperano, traversava e devastava il Lazio, poneva campo in vicinanza di Roma, e chiedeva per sè la dignità di patrizio: senza dubbio questa podestà gli era stata promessa dagli avversarî di Ildebrando[178]. Tanto oltre erano venuti i Normanni nei soli tredici anni trascorsi dalla battaglia di Civita!
Le conquiste di Riccardo nella Campania, dove nell’anno 1063 aveva diggià assalito all’improvviso Gaeta, mettevano del resto grande spavento alla corte di Germania, cui erano tornati inutili gli ammonimenti onde finora l’avevano esortata Cadalo e Benzone. Il giovine Enrico s’era messo in cammino alla volta d’Italia, ancor prima che udisse della spedizione di Riccardo contro a Roma; ma, giunto in Augusta, tornavasi indietro, perciocchè Goffredo non si fosse ivi congiunto con lui, sì come era stato stabilito[179]. Però il Margravio di Toscana, che teneva sè stesso in conto di patrizio di Roma, scese in gran fretta chiamato da Ildebrando; e con lui andò la giovine contessa Matilde figliastra sua, che forse per la prima volta entrava nelle mura di Roma, e prestava così il primo suo servigio alla Chiesa[180]. All’avvicinarsi di Goffredo, i Normanni diedero di volta; Riccardo si gettò dentro di Capua, e Giordano figliuol suo si accampò nella pianura di Aquino per tagliare la strada ai nemici. Allorquando Goffredo, accompagnato dal Papa e dai Cardinali, mosse nel Maggio 1067 con grande oste contro di Aquino, sembrò che certa fosse la disfatta dei Normanni, ma Giordano con gran valore tenne fermo dieciotto giorni presso a quella città[181]: la fame e la febbre menarono grande strage nell’esercito di Goffredo, e finalmente l’oro operò quello che stava nei voti degli accorti Normanni. L’avaro Margravio tradì di buona voglia le speranze della Curia romana; negoziò con Giordano presso al ponte di sant’Angelo di Todici, in vicinanza di Aquino, e, con grande doglianza del Papa, voltate le fronti dell’esercito tornò indietro. Certo che egli aveva restituito alla Chiesa la Campagna e costretto i Normanni a conchiudere un nuovo patto feudale, ma Roma non otteneva guarentigie che la premunissero da un nuovo assalimento di questi pessimi vicini suoi[182].
Come fu abbonacciata questa tempesta, Ildebrando potè nuovamente ripigliare il corso dei suoi disegni, senza che cosa alcuna ne lo disturbasse. In questo istesso anno 1067 ebbe financo il contento di veder venire a Roma l’imperatrice Agnese in aspetto umile di penitente. La madre di Enrico, quella donna che aveva messo sossopra il mondo cristiano con uno scisma, era stata tocca nel fondo della coscienza dagli ammonimenti di monaci cluniacensi. La lotta onde s’erano combattuti i partiti per ragione della Reggenza la aveva spossata; aveva perduto ogni influenza sul suo figliuolo datosi al libertinaggio, e la vita le era venuta a nausea. La caduta Imperatrice giunse a Roma, coperta di vesti di tela, tenendo in mano un libro di preghiere e cavalcando un triste ronzino. Volle cambiare il diadema col velo monastico, si prostrò con pianti presso alla tomba dell’Apostolo, e si confessò a frate Damiani, il quale con gran letizia sclamò che la regina Saba era andata a Gerusalemme per apprendervi da Salomone la sapienza, ma che l’imperatrice Agnese veniva a Roma per impararvi la semplicità del pescatore. Il pio Cardinale confortò con avvertimenti la illustre donna, usando lo stile di san Girolamo; parecchie lettere le scrisse che noi possediamo ancora; le citò ad esempio le tragiche sorti di Imperatori romani, il breve regno o la fine spaventosa de’ quali ci insegna qual sia la labilità di tutte le cose umane, e le additò lo stesso sposo di lei, che nel bel fiore delle sue forze era precipitato dal trono nella sepoltura[183]. La penitenza e la venuta dell’Imperatrice a Roma furono però qualche cosa di più che un argomento di trionfo e di pia edificazione per gli uomini fanatici; chè Ildebrando potè servirsi dell’antica Reggente, facendosene uno strumento politico influente su di Enrico e di Germania.
A questo tempo le battaglie della riforma divamparono con nuova veemenza a Milano. Due uomini ardimentosi tenevano colà le parti di Roma; però, mentre il diacono Arialdo zelava unicamente per il compimento della riformazione, il fratello di Landolfo coltivava eziandio intendimenti politici. Erlembaldo Cotta, animo saldamente temprato, uno degli uomini di maggior rilevanza che siano stati a questa età, era acceso di furibondo odio contro i preti licenziosi che avevano oltraggiato il suo letto nuziale: tornato di un pellegrinaggio a Gerusalemme, avrebbe voluto vestire la tonaca, ma Arialdo lo induceva a servire la Chiesa colle armi in pugno, sì come aveva fatto Giuda Maccabeo[184]. Erlembaldo entrò pertanto nel luogo del suo defunto fratello Landolfo; dopo che i nobili ebbero fatto cadere Lanzo de Curte, il popolo milanese (che sembra si avesse allora dato una costituzione democratica) lo elesse a capitano: ed egli si levò a signore della città, e in mezzo ad eroiche lotte coll’arcivescovo Guido, colla nobiltà e col clero maggiore, la dominò per alcuni anni con mano robusta.
Stretti in amicizia con Alessandro II, anch’esso milanese, Erlembaldo e Arialdo andavano spesso a Roma e ne tornavano per concertarsi nei comuni disegni. Il Papa diede appoggio alla tirannide dell’ambizioso Capitano, il cui pietismo monastico non gli impediva di sfoggiare una pompa magnifica, come se fosse stato un potente duca. Ove Erlembaldo avesse potuto, con pari fortuna de’ Normanni, farsi signore dell’Italia settentrionale, il Pontefice avrebbelo tollerato, purchè soltanto da vassallo suo gli avesse tratto a soggezione il clero e i nobili lombardi. Nell’anno 1066, Alessandro II accolse quei due uomini a Roma in pieno concistoro, quivi creò Erlembaldo a cavaliere della Chiesa, e gli affidò un bianco vessillo adorno di croce rossa[185].
L’età nostra, in cui sempre più rari si vanno facendo i bollori delle indomite indoli primitive e la ragione individuale scolpita di maschia fortezza dell’animo dura fatica a formarsi il concetto di siffatte nature fiere, e potentemente infiammate agli odî e agli amori. In quelle indoli risiede uno dei caratteri che rende attrattivo il medio evo; e nella grande lotta che ora incomincia fra la Chiesa e l’Impero emergono molte e strane persone di questa maniera. A capo di tutte vengono Erlembaldo e Arialdo, eroe che ha del monastico il primo, diacono fanatico l’altro. Entrambi giunsero a capo che il Pontefice scomunicasse l’arcivescovo Guido, e, appena che furono tornati a Milano, succedette un’acerrima lotta, nella quale cadde vittima Arialdo. Questo entusiasta pio fu colto dalla parte avversa mentre fuggiva, e con crudelissime barbarità martirizzato; presto però Erlembaldo riprese il sopravvento, tanto che discacciò l’Arcivescovo, e benanco pose un altro in sua vece. Tali erano le condizioni di Milano a questo tempo; ne abbiamo parlato, perchè molte cose che avvennero in Roma sarebbero incomprensibili se delle prime non si avesse contezza.
§ 4.
Debolezza del Papa in Roma. — Dissoluzione dello Stato della Chiesa. — La Prefettura urbana. — Cencio, caporione de’ malcontenti in Roma. — Cinzio, riformatore fervente, diventa prefetto della Città. — Goffredo di Toscana muore; Beatrice conserva il possesso dei feudi imperiali. — Muore Pier Damiani. — L’Abazia di Monte Cassino. — Festività magnifica della dedicazione della sua basilica, nuovamente edificata da Desiderio (1071).
Le lotte per cagione della riforma commossero tutto intiero il reggimento di Alessandro II con travaglio febbrile; massimamente da dopo la controversia delle imagini il Papato non era passato per età alcuna più torbida di questa. Il Pontefice volgeva continuamente la sua operosità fuor di Roma, principalmente in Toscana e nel suo vescovato di Lucca, cui, neppur dopo di esser diventato papa, aveva rinunciato, per non perderne i redditi. Quantunque s’avesse messo il bavaglio alle fazioni aristocratiche di Roma, tuttavolta lo stato della commossa Città era mal sicuro, e Alessandro di buon grado ne partiva le quante volte poteva farlo. La sua podestà temporale era ristretta a minimi termini, ed il Papato mancava di forze per lottare contro i Conti della Campagna. Laddove, al tempo dei Carolingi, i Papi avevano mandato i loro Rettori, i loro Consoli e Duci da giudici, da generali, da officiali delle finanze nelle più remote castella, fino nella Pentapoli e nella Romagna, a questa età invece appena era se una siffatta autorità di comando possedessero nelle vicinanze di Roma[186]. Lo Stato della Chiesa, nell’ampiezza che aveva avuto sotto a’ Carolingi, s’era sfasciato; Conti che in antico erano stati officiali o fittavoli della Chiesa erano diventati signori ereditarî delle città, nelle quali ponevano loro Vicecomites; nei Vescovati e nelle Abazie forniti di esenzione, i prelati possedevano financo banno di conti, ed eleggevano loro proprî officiali nelle cose dell’amministrazione e loro giudici[187]. Tutto quello che s’aveva potuto allora conservare dello Stato ecclesiastico, il Lazio, la Marittima, una parte della Sabina e della Tuscia romana, era dominio della Chiesa soltanto nel campo dell’idea; in realtà queste province s’erano frastagliate in cento piccole baronie e in cento dinastie.
Anche in Roma le grandi famiglie irridevano alla signoria territoriale del Pontefice. La nobiltà, ossia Senato, esercitava nelle forme tradizionali l’amministrazione delle faccende cittadine e teneva gli officî degli ordini giudiziarî, sebbene per certo adesso come per lo passato, ancor si vedesse il Papa occupare la presidenza nei giudizi civili, o mandarvi chi lo rappresentasse. Il Prefetto urbano a questa età non soltanto aveva una gran parte nelle cose della giustizia civile, ma possedeva la giurisdizione punitiva in Roma e nel territorio della Città, come presidente dei giudizî criminali[188]. L’officio suo era più rilevante che mai; gli ottimati facevano cupidamente ressa per ottenerlo, e Roma di consueto s’empieva di tumulto allorquando trattavasi di surrogare taluno in quella dignità. I Romani, nobili e plebei, ai quali da dopo di Nicolò II era stata tolta la elezione del Pontefice, conservarono ostinatamente il diritto di elezione alla massima delle loro magistrature cittadine; eleggevano essi in un loro parlamento il Prefetto; ma l’Imperatore, quante volte poteva far valere la sua autorità di patrizio, all’eletto dava l’investitura, o consentiva che gliela concedesse il Papa in vece sua. Naturalmente che i Pontefici facevano ogni sforzo per ridurre la Prefettura urbana di officio imperiale in officio papale; per lo meno riuscì loro a questo tempo di porre spesse volte in carica alcuni Prefetti senza prendersi riguardo alcuno della investitura imperiale.
Negli ultimi anni del reggimento di Alessandro II l’elezione di questo magistrato diede occasione ad una scissura gravissima. Il romano Cencio, ch’era figlio di un Prefetto, aveva continuato, anche dopo la caduta di Cadalo, a provocare con sue braverie il Papa: quell’uomo doveva essere uno della famiglia dei Crescenzî, in cui possedimento era pervenuto il castel Sant’Angelo (detto torre dei Crescenzî); però non teneva egli più in mano sua questa fortezza importante, avvegnachè dopo la sconfitta di Cadalo gliela avessero tolta. S’agitava Cencio con grandi maneggiamenti per conseguire la podestà civica, ma non aveva ereditato la forza, nè le buone fortune, tuttochè passeggiere, dei suoi antenati. Il padre di lui, Stefano, era stato prefetto della Città; nè il partito d’Ildebrando lo aveva espulso dell’officio, chè anzi, giunto a morte, aveva desiderato che in quello gli succedesse il figliuolo: sennonchè la fazione della riforma elevava alla prefettura un religiosissimo uomo, Cencio ovvero Cinzio, figlio di quel Giovanni Tinioso che Ildebrando aveva creato prefetto nell’anno 1058[189]. Le narrazioni contemporanee dipingono in Cencio, figliuolo di Stefano, nè più nè meno che un mostro morale, un empio, assassino e ladro e adultero, un Catilina redivivo; ed è probabile che esse non aggravino di tinte fosche più del vero le malvagità di questo capo della fazione di Cadalo. Poichè dunque colui non riesce a ottenere la prefettura, che fa? sbarra dalla parte della Città il ponte di Adriano per via di una torre che vi edifica, e vi colloca guardiani i quali levano pedaggio da tutti i passanti[190]. Se un ottimate romano, seguendo il costume de’ Conti malandrini, poteva taglieggiare lungo la via, proprio alle porte del san Pietro, ei si può di leggieri giudicare quanto poca forza possedessero i Pontefici nella Città. Se eglino avessero potuto rendere presta ai loro servigî la milizia, avrebbero spazzato la Città da quei nobili briganteschi; per lo contrario non sempre della milizia erano eglino padroni, ma queste soldatesche cittadine spesso trovavansi in condizione di independenza assoluta, e servivano agli intendimenti delle loro fazioni, ovverossia ai maggiorenti che ne rappresentavano le idee. Il Pontefice non teneva in mano sua le briglie di un reggimento disciplinato ed energico, chè anzi Roma, precisamente come Milano, trovavasi divisa in due grandi campi, e scissa in parti di illustri famiglie, attorniate da’ loro vassalli. I Papi non avevano altri aderenti fuor di quelli che con buone persuasioni o a forza d’oro attiravano dalla loro, o fuor dei vassalli cui davano in feudo i beni ecclesiastici: e poichè i patrimonî di san Pietro, a questa età erano andati pressochè tutti mangiati, così anche il numero dei loro Milites parati a combattere non poteva esser che minimo.
È probabile che Ildebrando avesse posto in opera ogni mezzo, affine di metter la Prefettura della Città in mano di un amico della riforma. Cinzio, figliuolo di Giovanni, era destinato a fare in Roma le parti di cavaliere della croce, quello che Erlembaldo faceva a Milano; miles della Chiesa doveva tenere in riga la nobiltà e il popolo, e sgombrare la via alla riformazione. Laddove Cencio avversario di lui vien dipinto come un vero demonio, i contemporanei del suo partito lo hanno invece azzimato delle virtù di un santo[191]. Il pio Prefetto era stretto di intima amicizia con Ildebrando, con Alessandro e coi due campioni milanesi della riforma: al paro di questi ferveva di zelo, ma non ne aveva l’oscuro fanatismo, avvegnachè Roma fosse, per i martiri, un suolo infecondo. I Romani miravano con occhio stupito il loro Prefetto urbano, che nel san Pietro publicamente predicava penitenza al popolo; fino il Damiani era costretto a meravigliare che un officiale laico della Republica predicasse e restituisse in onore la dottrina dei primi cristiani, i quali avevano reputato che ogni cristiano fosse anche sacerdote; massima che difficilmente si conciliava col sistema di Ildebrando[192]. Di quello strano predicatore diceva il Damiani che era un duplice operaio nella vigna del Signore, Mosè ed Aronne ad un tempo istesso; ma aggiungeva che il popolo voleva un Prefetto che gli desse sentenze, non un giudice che attendesse a edificarlo nelle cose di religione; e il generoso frate era costretto ad ammonire l’amico che, per salute dell’anima sua, non negligesse il bene temporale del popolo, poichè, sclamava, il rendere giustizia non è altro che fare orazione[193]. Nulla dipinge meglio i contrapposti che s’accoglievano in Roma a quell’età, più del contrasto in cui vediamo posti due uomini romani; Cencio da una torre vicina al ponte di Sant’Angelo ruba e assassina, Cinzio predica in san Pietro e dimentica di render giustizia.
L’ultimo tempo di Alessandro II fu illustrato da altri notevoli avvenimenti. Due celebri uomini, Goffredo di Toscana e Pier Damiani precedettero quel Papa nella tomba. Il Margravio morì in Lotaringia nell’anno 1069. Erede dei suoi dominî lorenesi fu il suo figliuolo, natogli di un primo matrimonio, Goffredo il Gobbo; però questi sposò Matilde, figlia unica di Beatrice, per guisa che perdurarono in mano della stessa famiglia la Lotaringia e il retaggio italico del margravio Bonifacio[194]. Così grande era la debolezza del Re tedesco che non fe’ valere il diritto che gli competeva di riprendersi il margraviato di Toscana; tacitamente dunque fu consentito il principio che la eredità si trasfondesse anche nella linea femminina; alla vedova rimasero i titoli e i feudi imperiali del suo primo marito, e più tardi li trasmise alla sua figliuola: quanto alla Chiesa romana, cui sarebbe riuscito assai pernicioso un Margravio di Toscana, di Spoleto e di Camerino che fosse stato aderente di Alemagna, continuò essa accortamente a godere della protezione delle due eminenti donne Beatrice e Matilde.
In quest’età così grandemente commossa a’ sensi religiosi emersero in Italia alcune illustri femmine. Un secolo addietro abbiamo notato le persone di una Teodora e di una Marozia, di una Berta e di una Irmengarda, le quali, alla testa di fazioni, contribuirono a decidere delle sorti d’Italia e di Roma. Sulla metà del secolo undecimo torniamo a vedere alcune donne che esercitano una grande influenza sul loro tempo, ma la cui rilevanza differisce nel fondo da quella delle femmine che le precedettero. Oltre a Beatrice e alla figlia sua, e omai da tempo più lungo, la marchesana Adelaide di Susa splende in Piemonte, per ingegno, per ricchezza e per potenza[195]. Parimenti come Beatrice, aveva anch’ella preso due volte marito, e tutte le due volte era rimasta vedova, primamente di Erminio duca di Svevia, indi di Odone margravio; nell’anno 1065 aveva sposato sua figlia col giovane Enrico. Sazio di lei, voleva questi più tardi ripudiarla, ma la Chiesa romana impedì che la separazione avvenisse; Pier Damiani andò nell’anno 1069 da legato suo a Worms, ed il Re, per la prima volta, chinò il capo al comando pontificio.
Fu questa l’ultima ambasceria che il Damiani sostenne fuori d’Italia in servigio di Roma. Morì a Faenza, addì 22 di Febbrajo dell’anno 1072, a sessantasei anni di età, lasciando fama di essere stato il più religioso uomo della Chiesa a questa età sua, ed uno dei più fervidi campioni della riforma, cui dedicò tutto sè stesso colle più pure intenzioni[196]. Poco tempo innanzi di morire aveva assistito alla più splendida festività ecclesiastica che finora fosse stata celebrata in Italia: infatti al 1 di Ottobre dell’anno 1071 si era consecrata la basilica di Monte Cassino, cui Desiderio aveva dato l’ultimo compimento.
Quell’Abazia era allora la magnifica d’Italia. Vivevano in essa raccolti duecento monaci, molti dei quali coltivavano assiduamente gli studî di scienze profane non meno che di sacre discipline; e il convento aveva dato degli uomini celebri. Ivi Stefano IX era stato abate nell’anno 1057, ma Desiderio successore suo splendette più chiaramente di lui per il suo ingegno letterario, ovvero per la dottrina di quegli eruditi che egli congregava nella sua accademia monastica. Mentre gli Stati longobardi andavano decadendo, Monte Cassino ricettava tuttavia nel suo seno l’ultimo fiore degli intelletti di quella nazione germanica. Desiderio stesso, altrimenti detto Dauferio, discendeva della casa longobarda di Benevento. La più parte dei monasteri d’Italia impoveriva, laddove smisuratamente grandi erano le dovizie di Monte Cassino, e il dominio territoriale di questa republica monacale che sedeva come in trono sopra uno sterile monte di suolo calcareo, era un vero Stato fiorente nel mezzo dei giovani Stati dei Normanni e di quelli morenti degli ultimi Longobardi. Sebbene e Longobardi e Normanni di quando in quando mettessero a sacco i patrimonî dell’Abazia, eglino erano tuttavia costretti di restituirli, e gli audaci conquistatori meno forse temevano le censure del Laterano di quello che tremassero della scomunica dell’Abate che la brandiva in mano, simile ad un piccolo Giove, dall’alto del suo monte Cassino o Cairo, per iscagliarla tratto tratto sulle loro teste «indegne a nomarsi». Monte Cassino era la Mecca così dei Longobardi meridionali che dei fieri Normanni; eglino derubavano san Benedetto, ma lo veneravano nel profondo del cuore, e cantando salmi peregrinavano alla sua tomba. Colà accorrevano per purgarsi di tutte le loro colpe d’ordine morale e politico, e cambiavano in oro e in argento i secoli di penitenza, il cui cumulo pesava sulla loro coscienza: per tal guisa il convento accortamente ammassava nelle camere arcuate in cui custodiva il suo scrigno le costose peccata di loro e di altri Principi, insieme coi donativi degli Imperatori greci[197]. I Pontefici e i Cardinali non potevano che guardare con occhio invidioso i forzieri da cui rigurgitavano i bizantini d’oro, o che ammirare le pietre preziose ed i tappeti damaschini i quali erano ivi conservati: e con gran dolore dovevano paragonare l’impoverimento del Laterano con questa ricchezza favolosa, per via della quale Desiderio in cinque anni aveva tirato su la nuova basilica, meraviglia dell’Italia meridionale di quella età.
Principi, signori e prelati convennero d’ogni parte alla festa della consecrazione. Vi andò il Papa con Ildebrando, col Damiani e con molti altri Cardinali; e vi furono presenti dieci Arcivescovi dell’Italia meridionale e quarantaquattro Vescovi. V’intervennero anche i Conti normanni e gli ultimi Principi longobardi; vi furono Riccardo di Capua col figliuol suo Giordano, e Rainolfo suo fratello, poco prima nemici di Roma, adesso vassalli riconciliati con essa; Gisulfo di Salerno, Landolfo, che era pur sempre signore di Benevento, Sergio duca di Napoli, Sergio di Sorrento, i Conti de’ Marsi, innumerevoli cavalieri e nobiluomini: non vi mancarono che Rogero e Roberto Guiscardo, perocchè giusto in quei giorni fossero occupati ad assediare Palermo. La splendida assemblea somigliò ad un grande parlamento di Roma e dell’Italia meridionale, quale rade volte si fu raccolto in tanta moltitudine di personaggi così illustri. Lo sguardo di tutti poteva qui saziarsi ad ammirare gli eroi della lotta ecclesiastica, i cui decreti tenevano ancora il mondo in fiamme; e l’uno poteva di leggieri susurrare all’orecchio dell’altro, che fra non molto all’infermo Alessandro sarebbe succeduto nel pontificato il grande Ildebrando: tuttavolta difficilmente avrebbe alcuno mai potuto presagire che eziandio all’abate Desiderio sarebbe toccata la tiara.
La festività durò otto giorni; Italia non aveva mai veduto cosa alcuna di simile, ed oggidì ancora lo studioso non può scansarsi da un senso di pietà, allorchè a Monte Cassino, dove non dura più in piedi la basilica celebre di Desiderio, prende in mano la grande pergamena, sulla quale, nel giorno della dedicazione, Alessandro II, Pier Damiani, Ildebrando, Desiderio, Riccardo di Capua, Giordano, Rainulfo, Landolfo di Benevento, Gisulfo di Salerno apposero i loro nomi, in parte scrivendoli di loro mano[198].
La solennità di Monte Cassino fu una festa di politica alleanza conchiusa fra Roma e i Normanni, e in pari tempo una festa della Chiesa nazionale italica: in qualunque modo fu un segno di grave significazione contro l’Impero tedesco. In essa gl’intendimenti d’Ildebrando celebrarono, come in un simbolo, i primi trionfi dell’età nuova che aveva posto i suoi inizî nella storia della Chiesa romana[199].
CAPITOLO QUINTO.
§ 1.
Alessandro II muore. — Ildebrando sale alla cattedra pontificia. — Sua vita, sua meta. — È ordinato papa, addì 29 Giugno 1073.
Alessandro II passò di vita nel giorno 21 di Aprile dell’anno 1073; a lui succedette il celebre Ildebrando. In quest’uomo, che ebbe genio vero e forte di monarca, rivissero gli spiriti serii, arditi, grandiosi, stoici dei Romani antichi, ed egli s’asside in luogo, dove s’alza la pietra di confine di due epoche sociali, l’una che tramonta, l’altra che sorge. Nel fondo, l’animo suo non ha indole ecclesiastica ma politica; a mala pena pare che il vestimento sacerdotale si attagli al suo dosso, e la rilevanza di lui sta in questo, che con una delle maggiori rivoluzioni, di cui la storia conosca, foggiò a nuovo le attenenze che fin adesso s’erano composte fra la Chiesa, il mondo e la podestà civile. Fu il Cesare di Roma pontificia; sua meta politica fu la onnipotenza del Papato.
Ildebrando però non fu romano nè latino di nascimento. Vuolsi che Bonizone, padre di lui, sia stato un povero falegname di Saona, paese tosco, laonde il massimo Papa di Roma uscì di quella stirpe longobardica, onde Toscana era fittamente popolata[200]. Fanciullo, venne a Roma sotto le cure di un suo zio, che era abate del convento di santa Maria sull’Aventino; e qui può darsi che vestisse l’abito dei Benedettini, poichè diventò monaco, e più tardi entrò nell’ordine di Cluny, alle cui idee gerarchiche il suo genio diede vita di dominio. Tuttavia la sua indole fervida non si seppellì nel misticismo ascetico di quell’età; la sua anima ne emerse ribollente di una forza fanatica, ma sana e robusta; imparò a sprezzare il mondo, ma gliene rimase l’ambizione di dominarlo.
L’idea gretta di una santità claustrale non alitava nello spirito d’Ildebrando, ch’era nato a stringere rapporti operosi col mondo nell’ordine politico. La vista di una società profondamente corrotta aveva messo schifo nell’animo lirico del Damiani e l’aveva spinto alla vita eremitica; più gran dolore provò l’anima di fuoco di Ildebrando, scorgendo il decadimento gerarchico della Chiesa di Roma. Occorre pensare che durante la sua giovinezza, in quell’età quando più l’uomo è smanioso di farsi strada, aveva veduto un mostro morale assiso sulla cattedra di san Pietro; occorre pensare che la Chiesa romana era allora discesa al basso grado di un vescovato provinciale, ed una feroce famiglia di Conti la teneva in conto di investitura de’ suoi figliuoli cadetti. Uno spirito riflessivo, invasato del compito che si spettava al Papato nella storia universale, doveva ben presto farsi ragione delle cause della sua ruina, e cercare i modi della sua restaurazione. Cause ne erano la preponderanza della podestà civile sopra il clero diventato corporazione feudale, e la dissoluzione della disciplina ecclesiastica; per ripararvi faceva mestieri riformare quella disciplina, unificar tutta la Chiesa sotto l’autorità suprema di Roma, svincolare il Papato primieramente dalla supremazia della nobiltà cittadina, indi dal Patriziato regio, affrancare finalmente il clero dalla investitura laicale.
Nei tempi in cui più s’aggravava la loro pressura per ragioni di scismi e di fazioni cittadine i Pontefici erano soliti di chiamare a Roma i Re tedeschi, e di coronarli a imperatori; ed ogni volta ne pagavano il servigio passeggiero, rinnovando il proprio vassallaggio sotto la podestà dell’Impero. Il giovane Ildebrando era stato spettatore del Sinodo di Sutri, in conseguenza del quale Enrico III aveva avvilito il Papato riducendolo a un vescovado, ed investendone i suoi favoriti Tedeschi, istessamente come usava fare per le diocesi di Bamberga o di Magonza. Quell’Imperatore dietro sè aveva tratto prigione Gregorio VI; e Ildebrando, intanto che seguiva in esilio a Colonia quel suo Pontefice, aveva avuto agio di meditare quanto dura fosse la servitù in cui il Papato era stato travolto dall’Imperatore liberator suo. Occorreva dunque trasportare la battaglia fuor del recinto della Città, combatterla sopra un campo universale, farne teatro tutto quanto l’Impero. Volevasi liberare il Papato dalla podestà imperiale, e questo poteva conseguirsi soltanto allora che la Chiesa si fosse svincolata dalla legge dello Stato. Da secoli il feudalismo aveva in modo strettissimo intrecciato fra loro i due ordinamenti; volevasi dunque proibire che le investiture fossero concedute dalla mano dei laici, e liberare così la Chiesa dalle pastoje feudali dell’Impero; il celibato doveva separare tutto il clero dalla società laicale, dai suoi doveri, da’ suoi interessi; oblighi il clero non doveva averne verso altri che il Papa, e allora soltanto questi, sollevato sopra tutti i Metropoliti e sopra tutte le Chiese provinciali in qualità di loro capo imperante, avrebbe potuto tentar di fiaccare eziandio la podestà regia e di renderla sua vassalla.
Questi grandi disegni andarono poco a poco assumendo forma e figura nell’intelletto d’Ildebrando. Abbiamo veduto l’infaticabile operosità che egli mise in moto dopo l’esaltamento di Leone IX; divenuto cardinale e cancelliere dopo il decreto sull’elezione, lo abbiamo veduto conquistare passo passo libertà e potenza al Pontificato. Le anime grandi nascono e si educano in mezzo a rivoluzioni violente, e Ildebrando, prima di diventar papa, formò sè stesso nel lavorio della riformazione, durante il reggimento di sei Papi. Lungo e difficile fu il tirocinio della sua dominazione; però mai nessun monarca prese come lui le redini dell’autorità con tanto profonda cognizione delle cose del mondo, degli uomini e delle sue proprie forze, nè ebbe mai una sì chiara coscienza della meta cui doveva raggiungere.
Il partito della riforma aveva bello e stabilito il piano della nuova elezione pontificia, nè in esso era rimasta estranea Beatrice di Toscana. In foga tempestosa, qualmente Iddio ispirasse il popolo, dovevasi elevare l’arcidiacono al pontificato. Non ancora, ai 22 di Aprile, il morto Alessandro era stato calato nel suo sepolcro in Laterano, che voci entusiastiche gridarono papa Ildebrando; i Cardinali lo tolsero in mezzo a sè con gran giubilo, e lo condussero fra grida popolari di gioia in san Pietro in Vincoli, dove fu eletto ossia acclamato papa. I Cardinali lessero il decreto elettivo già in precedenza compilato, e il popolo ivi raccolto in fitta calca, potè giustamente plaudire alle lodi, che, senza ombra di adulazione, celebravano le virtù dell’eletto[201].
Il primo Gregorio, allorchè era stato creato papa, aveva tentato di scansare colla foga la missione che gli era affidata; a Gregorio VII, all’abile ministro di Stato di cinque Papi, non s’avrebbe acconciato un’umiltà restìa. Egli non brogliò per la elezione; della sua riuscita viveva sicuro, e senza temenza poteva rispondere all’appello, al paro di un capitano vincitore di venti battaglie, che le legioni salutano imperatore. Eppure quest’uomo dalle grandi fortune s’arretrò per un istante, spaventato di quel culmine di potenza che, spesse volte, anime volgari avevano salito con gioconda fretta, inette com’erano di misurarne la fatale altezza[202].
Gli avversarî di Ildebrando, ai quali molto stava a cuore di poter mostrare che l’elezione di un tal Papa era macchiata di simonia, sorsero a dire che era stata il parto del raggiro e della corruzione. Il detto era menzogna: la gran moltitudine dei Romani aveva votato per lui, perciocchè fosse l’uomo voluto dal tempo; la sua vita irreprensibile metteva rispetto, ammirazione il suo genio. E nella sua previdente accortezza Ildebrando s’avrebbe forse preso la tiara, se un’elezione contraria ai canoni lo avesse immantinente esposto alle frecciate de’ suoi innumerevoli nemici?
Il nuovo decreto sull’elezione aveva espressamente serbato a Enrico il diritto di confermazione; nè Gregorio poteva farne senza. Egli die’ pertanto l’annuncio della sua elezione anche al Re; non ne ricercò il consentimento, ma con prudenza differì la sua consecrazione finchè di quello si fosse assicurato o avesse potuto farne senza. La severità con cui un tal uomo doveva senza riguardi umani condurre a compimento i decreti della riforma poneva in angustie i Vescovi simoniaci delle Gallie e di Alemagna, laonde si consigliò ad Enrico che non confermasse l’elezione. Se, invece di un giovine Principe traviato dalle passioni, un uomo energico fosse seduto sul trono tedesco, non avrebbe ei tollerato l’esaltamento di Gregorio, ma, prima che acquistasse potenza, avrebbe rovesciato uno che inevitabilmente gli sarebbe stato avversario. Però questo Papa, al pari di molti grandi reggitori, ebbe la felice ventura di salire a potenza in un’età, nella quale i forti uomini erano morti, e i nemici viventi erano gente debole. Le sue grandiose vittorie, che oggidì ancora formano la meraviglia dei posteri, poterono avverarsi soltanto perchè il reame tedesco era sbalestrato nel disordine; e così durò la cosa, fino a tanto che un giovine scapestrato occupò il trono di Alemagna.
La sedizione dei popoli di Sassonia opponeva ogni maniera di ostacoli alla podestà regia di un Principe immaturo al governo, nè Enrico osava di peggiorare le sue condizioni mal secure, provocando contro di sè il più terribile di tutti i nemici. Mandò pertanto il conte Eberardo a Roma, perchè tutelasse il diritto della corona e disaminasse il procedimento tenuto nella elezione; ma questa fu una formalità di convenienza, nulla più. Gregorio VII fu consecrato papa addì 29 di Giugno, che era il giorno del principe degli Apostoli: intervennero alla ceremonia il cancelliere imperiale d’Italia, la marchesana Beatrice e l’imperatrice Agnese[203].
§ 2.
Gregorio VII riceve giuramento di vassallaggio dai Principi di Benevento e di Capua. — Roberto Guiscardo rifiutasi di prestarlo. — Disegni di Gregorio rivolti a rendere i Principi e i loro regni vassalli della Chiesa romana. — Bandisce una crociata universale. — Matilde di Toscana e Gregorio VII. — Suo primo Concilio in Roma; suoi decreti di riforma.
La Storia ecclesiastica narra diffusamente delle lotte che Gregorio VII sostenne per procacciare onnipotenza al Papato; la Storia nostra deve restringersi a più sobrî limiti. Quantunque non possa fare a meno di gettare uno sguardo all’indirizzo generale di quest’età ed alle sue attenenze prese in grandi proporzioni, essa deve tuttavia attenersi soltanto alle cose di ordine politico, e mostrare quali sorti subisse la città di Roma in mezzo alla contesa che divampò fra la corona e la tiara; quale fu la sua parte in questa controversia che agitò l’universo mondo: avvegnaddio anche l’opera della Città non vi restasse estranea; le relazioni che tenne a ciascun tempo cogli Imperatori e coi Papi fecero di essa una potenza vitale nella storia del mondo.
Prima di congregare il suo primo Concilio Gregorio andò nelle Puglie per definire nuovamente i doveri che i Normanni avevano verso il Papato; capitano prudente, voleva innanzi d’ogni altra cosa assicurarsi un buon terreno di battaglia. Poichè riuscì loro impossibile di scacciare i Normanni, i Papi cercarono se non altro di distogliere quei pericolosi vicini dagli obblighi feudali che gli avvincevano all’Impero, di adoperarli in servigio della Chiesa, e in pari tempo, usando l’arte politica di Roma antica, d’indebolire quei vassalli colla scissura e colle gelosie. Nell’Agosto dell’anno 1073 Gregorio ricevette giuramento di sudditanza dal longobardo Landolfo VI di Benevento, e nel Settembre ottenne l’omaggio del Principe di Capua. Riccardo si fece tributario, promise di non prestare giuramento di vassallaggio all’Impero, se non ne avesse il beneplacito del Papa, e si obligò di difendere lo Stato della Chiesa e la validità della legge sull’elezione[204]. Il Guiscardo non volle seguire l’esempio di un rivale; il vincitore di Sicilia si scansò eziandio di ricevere in feudo dal Papa quelle terre che egli già possedeva per propria conquista; capiva quali ne fossero gl’intendimenti monarchici; pretendeva patti migliori e maggior guadagno di territorî. Non giurò dunque vassallaggio, e allora Gregorio con astuta arte tenne diviso lui da Riccardo[205]: nè destava più meraviglia l’affaccendarsi con cui il Papa tentava di far dell’Italia meridionale una provincia vassalla di Roma; però meravigliosa era la schiettezza con cui prestamente manifestava altre e maggiori pretensioni della santa Sede.
Se oggidì un Pontefice promulgasse che Principi stranieri gli devono vassallaggio, tutto il mondo lo guarderebbe collo stesso stupore onde si guarda un pazzo; eppure fu un tempo in cui i Papi con gran serietà affermarono di essere eziandio signori supremi politici di mezzo il mondo; e popoli udirono queste pretese senza impensierirsene, e Re li temettero, oppure bassarono la testa innanzi a loro. La donazione di Costantino fu il suolo da cui in origine germogliarono idee così audaci; più tardi i feudi normanni servirono di titolo ulteriore a richieste più ample. Appena fu divenuto papa, che Gregorio mise a terrore i Re, esprimendo l’intendimento suo di fondare una seconda dominazione universale romana. Le terre dell’Occidente dovevano diventare Stati vassalli di Roma ecclesiastica; i loro Principi, uomini feudali di san Pietro. I predecessori di Gregorio avevano esaurito le loro forze per riconquistare i patrimonî perduti, ma quest’uomo potente mirò assai più in là che ai brandelli dello Stato ecclesiastico, mirò alla signoria del mondo; laonde è ancora con istupore che leggiamo le sue lettere, scritte in buona parte subito dopo il suo esaltamento al pontificato, nelle quali chetamente dichiara a’ Principi stranieri che i loro regni sono proprietà della santa Sede.
Queste idee tanto esagerate derivavano eziandio dal concetto che Cristo fosse signore del mondo, e che il Papa, da vicario suo, partecipasse al suo privilegio: però i Pontefici non avrebbero osato di esprimere quelle pretese, se non ve li avessero incoraggiati il concetto mistico in cui si teneva la natura del Papato e la confusione immane che sconvolgeva i rapporti politici degli Stati. Conquistatori accorrevano a Roma per imprimere alle loro ruberie un titolo giuridico, per chiedere al Vicario di Cristo che a prezzo del giuramento di vassallagio loro concedesse la «grazia di Dio»; pretendenti offerivano al Papa in feudo i loro regni, perchè così mettevano al sicuro la loro corona. Furberia e sentimento religioso spingevano i Principi a porsi sotto la protezione morale della Chiesa; Re coperti di delitti o animati di spiriti pii le offerivano annue contribuzioni, spremendole dalle tasche dei loro popoli che nulla sapevano del negozio, e il Laterano di Roma tramutava i donativi pii in tributi obbligatorî. La Chiesa era avvezza che proprietarî angariati da maggiori potenti le donavano i loro beni allodiali, e da essa li riavevano in feudo ecclesiastico; parimenti dunque la Chiesa cercava di estendere gli stessi rapporti giuridici, dalle piccole proprietà ampliandoli ai reami, e intendeva a rendersi tributarî tutti questi. I suoi titoli erano innumerevoli, e spesse volte dei più stravaganti: Gregorio VII pretese alla signoria feudale sulla Boemia, perciocchè Alessandro II avesse accordato al duca Wratislao l’uso di una mitra; sulla Russia, perchè il principe di Nowogorod, venuto fuggitivo a Roma, aveva visitato la tomba di san Pietro e gli aveva offerto in feudo il suo paese; sull’Ungheria, perchè Enrico III aveva appeso in san Pietro qual dono votivo la lancia regia e la corona di quella contrada conquistata. Appena fu eletto papa, Gregorio mandò in Ispagna il cardinale Ugo acciocchè vegliasse a guardia della signoria suprema della Chiesa, dacchè su quel regno il Pontefice vantava diritto fino da tempo antico[206]. Eguali esigenze professò sulla Corsica e sulla Sardegna, sulla Dalmazia e sulla Croazia, sulla Polonia, sulla Scandinavia, sull’Inghilterra, e colla più grande serietà tenne tutte queste terre in conto di proprietà di Pietro santo[207].
L’audacia prettamente romana di siffatte pretensioni ci parrebbe oggidì cosa incredibile, se essa precisamente non avesse posato sopra di un criterio religioso onde allora si concepivano le cose del tempo e del mondo; essa pertanto vuol essere considerata secondo lo spirito che dominava nel medio evo. La calma convinzione con cui Gregorio VII esprimeva quei vanti, adorna perfino di una certa grandiosità il mistico pensiero ch’ei si foggiava in mente, sul rapporto che intercedeva fra le cose passeggiere e caduche della terra e il principio eterno della religione. Per lui il mondo non era che la forma dell’idea cristiana, forma transitoria e accidentale nella sua figura politica, eterna invece nella Chiesa che reputava essere l’ordinamento mondiale, ossia il regno di Dio, il quale raccoglieva in sè tutti gli altri instituti, da stromenti destinati a servirlo.
Tuttavolta il regno della realità non corrispondeva a quello ch’ei s’era figurato secondo le idee che primamente cercò di mandare a compimento nell’Italia meridionale. Travagliava egli l’intelletto in serî disegni di guerra contro a’ Normanni; temeva la crescente grandezza di Roberto Guiscardo, il quale, ardito e accorto, procedeva verso il bello intento di riunire in un reame l’Italia meridionale. Gregorio VII non poteva tollerare che un conquistatore di tanto genio gli stesse dappresso come nemico; bisognava o annientarlo o ridurselo vassallo. Dapprima sperò di esser più fortunato di Leone IX, e di poter condurre a buon termine una lega meridionale, ma il suo animo, soverchiamente esaltato dal possedimento della tiara, fu trascinato ben presto fuor degli scopi veri dell’impresa. Se uno di più prossimo raggiunse, questo non fu che parte di un intiero sistema grandioso. Aveva infatti composto disegno di porsi a capo di un esercito europeo, e di cacciare in prima d’Italia Normanni, Greci e Saraceni, indi di salvare Bisanzio dalla mezzaluna, di assoggettarla alla Chiesa romana, e finalmente di piantare la croce a Gerusalemme. Così scrisse lettere a’ Principi d’Italia, a Guglielmo di Borgogna, e (ancor nel Dicembre dell’anno 1074) ad Enrico, cui diceva che voleva prendere la capitananza della crociata, e lasciare a lui la difesa della Chiesa romana[208]. Progetto fantastico, e in che tempi! Ciò che avrebbe dovuto avvenire alla fine del suo pontificato egli pose arditamente a suo incominciamento come se, presagendo le formidabili lotte che lo aspettavano in Italia, avesse pensato di evitarle, trascinando dietro di sè in Oriente il mondo infervorato. Sperava forse con una spedizione violenta, favorita dagli entusiasmi della Cristianità, di compiere i suoi progetti gerarchici in Europa con minori impedimenti? o con quel piano voleva egli celare il suo vero intendimento di rendersi soggetta l’Italia meridionale? chè ei doveva pur comprendere di non potersi cacciare a capo fitto nella guerra religiosa d’Oriente, se prima la Chiesa non avesse conseguito independenza nell’Occidente. In tal caso Gregorio VII s’avrebbe posto a capo della crociata, e forse avrebbe rapito la sua nominanza immortale a Goffredo di Buglione, che a questo tempo era ancor giovinetto. Però, nella storia universale restò vuota una pagina, che avrebbe descritto il maggiore di tutti i Papi movere alla testa di miriadi d’uomini fanatici, simile ad un entusiastico Alessandro o Trajano coronato di tiara.
Fallì l’idea della crociata; il piano colossale sfumò cambiandosi in una meschina parodia. Per verità si raccolsero cinquantamila uomini di soldatesche italiane ed eziandio ultramontane, e il Papa (il quale nel Sinodo tenuto in Marzo dell’anno 1074 aveva scomunicato Roberto) li passò in rassegna, insieme con Gisulfo di Salerno, in vicinanza di monte Cimino, presso a Viterbo: tuttavia poco stette che le Contesse di Toscana rimasero sole nel loro fervore. Può darsi che Roberto Guiscardo, a cui danno Gregorio aveva aizzato Riccardo di Capua e Gisulfo di Salerno, mandasse a vuoto con sue arti siffatta alleanza: così andò a monte anche la spedizione contro ai Normanni[209].
In tal guisa Gregorio non ebbe ancora la bella ventura di assicurarsi completamente il vassallaggio dell’Italia meridionale; ma per compenso trovò in Toscana devozione senza limite. Potè egli tenere questa terra in conto di una ben munita trincera, che dalla parte di settentrione lo copriva dagli assalimenti di Alemagna; ivi volse dunque i suoi sguardi con miglior senno pratico; il sogno di dominazione universale svanì in aria; ma Gregorio del retaggio di Matilde compose ai Papi uno Stato ecclesiastico. La Contessa, allevata alla scuola di sua madre, donna pia e coraggiosa, diventò amica sua, e fu l’anima proteggitrice della gerarchia pontificia. La celebre Principessa aveva comune con Gregorio la nazione, imperocchè anch’ella fosse discesa da’ padri di origine longobarda[210]: aveva allora ventotto anni. Era come se non fosse maritata, causa la continua assenza del suo sposo, Goffredo il Gobbo, il quale, uomo valoroso e prudente, non divideva i fanatismi religiosi, nè le idee politiche della moglie: sempre si tenne egli stretto alla bandiera di Enrico, in quello che Gregorio s’avvantaggiava dell’antipatia di Matilde per il marito, affine di incatenarla corpo e anima ai suoi disegni. Le dava a consigliero spirituale il pio vescovo di Lucca, Anselmo cluniacense, e rade volte mai un confessore ha raccolto i voti confidenti di un’anima sì timorosa di Dio, e nel tempo stesso così energica, com’era quella di Matilde. Il rapporto di amicizia personale che si contrasse fra Gregorio e lei esercitò grave efficacia nella storia universale, ed è in essa eziandio esempio unico, avvegnachè nessun’altra volta si abbia visto un Papa stringere vincoli così rilevanti con una donna giovane e di forte volontà. Invano l’odio e la sospettosa malignità ebbero cercato di contaminare i legami di quelle due anime: chi giudica con calmo intelletto rifiuterà sempre di strappare un Gregorio VII fuor della cerchia sublime del suo animo che comprendeva il mondo, per immergerlo nei piaceri di un amorazzo; peraltro facilmente può darsi che nella sua amicizia ammiratrice la Contessa mettesse tutto il sentimento onde il suo cuore di donna era capace. Matilde, dotata di spiriti gagliardi, orgogliosa, superiore per cultura al suo tempo, ebbe animo compiutamente regio, ma, ammaliata dal genio di Gregorio, servì a’ disegni di lui, dedicandovi mente virile, cuore di donna, e fede sincera nell’ideale che di lui s’era formata. Non aveva figli, e questo basta a spiegar tutto. Se ella non fosse stata altro che una monachella fanatica, una Marcella o una Scolastica del suo secolo, tutt’al più la avrebbe posta in rilevanza l’amicizia di un Gregorio: ma invece, questa Debora guerriera del Papato avrebbe, per pratiche virtù di governo, pareggiato in ogni tempo le poche regine che per grandezza furono illustri[211].
Matilde volle consecrare la sua operosità a pro delle idee di Gregorio intervenendo al primo Concilio, in cui il Papa (nella prima settimana di quaresima dell’anno 1074) congregò molti Vescovi e Principi. Ivi con grande energia egli promulgò nuovamente i decreti di riformazione banditi dai suoi predecessori, e destituì senza remissione i preti ammogliati e simoniaci. Con sue lettere comandò ai Vescovi di tutto Occidente di adempiere, ogni eccezione rimossa, a quelle deliberazioni, e omai l’Episcopato s’era avvezzato ai dettami dittatorî del Papato romano. Parimente come Leone l’Isaurico aveva voluto con un solo editto mondare la Chiesa dai simulacri idolatri, così Gregorio voleva finalmente mondarla dai sacerdoti ribelli ai canoni; così adesso come allora, tutta Cristianità ne andò commossa profondamente. Nel secolo ottavo un despota bizantino aveva inalberato il vessillo della sana ragione, e un Papa, per nome Gregorio, si era frapposto in mezzo a lui ed alle imagini de’ santi; adesso, nel secolo undecimo, un Papa sorgeva in nome della legge morale e della disciplina ecclesiastica, e un Imperatore tedesco si frapponeva in mezzo a lui ed alle passioni umane: però sventuratamente dietro al suo scudo regio si ricoveravano troppi abusi e troppi vizî. Ogni qual volta la Chiesa venne a lotta contro l’Impero, vi si mescolarono sempre scopi di politica mondana; ma nel secolo undecimo non era più il debole avanzo del despotismo romano contro cui la Chiesa, avida di sorgere a potenza, conquistasse l’autonomia dogmatica e il dominio temporale; erano invece due sistemi omai divenuti grandi e antichi, i quali combattevano l’un contro all’altro; seguivano entrambi un errato indirizzo, in quanto ciascuno di essi voleva conseguire la supremazia, tuttavolta uno di ragionevole entrambi ne avevano, in quanto miravano a delimitare i confini che loro naturalmente competevano. La feudalità aveva intrecciato quasi inestricabilmente i limiti della podestà ecclesiastica e della podestà civile; era uno stato di cose reso omai intollerabile; l’ordinamento ecclesiastico cercava con una rivoluzione violenta di svincolarsi da quello politico, ma questo non poteva nè voleva prosciogliere l’altro dall’obbligo feudale. Una guerra più lunga e più terribile di quella dei trent’anni, una guerra che ne durò cinquanta, fu la conseguenza di questa rivoluzione, e Roma, sede dei Papi, fu parecchie volte sventurato teatro di questa lotta di varia fortuna, continuò sempre ad esser l’origine donde essa scaturì, e si mantenne santuario in cui si conservavano i due simboli della pugna combattuta, la corona imperiale e la tiara.
§ 3.
Condizioni di Roma. — Gli avversarî di Gregorio. — Guiberto di Ravenna. — Enrico IV. — Contrarietà che si oppone in Alemagna contro a’ decreti di Gregorio. — Suo decreto che proibisce ai laici di dare le investiture. — Il romano Cencio attenta contro la vita di Gregorio.
Anche in Roma era grande la contrarietà che si opponeva a Gregorio. Colà centinaja di preti, in onta alle decisioni dei Sinodi, vivevano in concubinato; i loro figliuoli o i loro nepoti erano avvezzi ad arricchire coi beni della Chiesa, e ad ereditare le prebende dei padri o degli zii. Un Cronista, in quello che dà una sguardata alla basilica di san Pietro, ci descrive le condizioni di tutta la Chiesa romana. V’erano in quella basilica sessanta mansionarî, laici conjugati, guardiani del tempio; di giorno solevano ingannare i forestieri celebrando la messa travestiti da cardinali e beccandosi le offerte dei gonzi; di nottetempo poi gavazzavano nella chiesa in orgie sfrenate, e i gradini degli altari erano profanati di turpezze, di ruberie e di assassinî. Gregorio durò fatica a cacciarne quell’immondo sciame[212].
Tutti i preti deposti, i loro clienti e la loro parentela lo odiavano a morte, e perciò si alleavano colla nobiltà cittadina che gli era avversa. Anche l’Arcivescovo di Ravenna se la intendeva in secreto coi malcontenti. Era insignito allora di quella dignità Guiberto, antico cancelliere e vicario d’Italia, ch’era stato anima dello scisma di Cadalo, oppositore dichiarato d’Ildebrando e de’ suoi progetti, uomo giovine, pieno di ambizione, accorto e coraggioso. Sulla fine del pontificato di Alessandro II era giunto con finissimi artificî a ottenere la cattedra arcivescovile di Ravenna; aveva assistito personalmente al Sinodo dell’anno 1074, e, fatta in apparenza sottomessione, aveva acconsentito a riceverne il seggio, che a lui di già competeva, per concessione giuridica del nuovo Papa da lui odiato. Però ei si rifiutava di armare i suoi vassalli alla guerra progettata contro a’ Normanni, nè volle fornirli per punire il Conte di Bagnorea che s’era ribellato; teneva misteriosi convegni con Cencio, e probabilmente la corte tedesca gli aveva dato incarico di informarla su quali e quanti partigiani potesse fare assegnamento in Roma[213].
Era a prevedersi una rottura col Papa. Finchè trionfò la ribellione dei Sassoni il giovine Enrico fece l’umile, e promise a Gregorio di sottomettersi ai decreti di riforma, ma la compassionevole lettera che in questi sensi scriveva era dettata soltanto dalla necessità onde in quel momento era angustiato[214]. Da altra parte, svelatamente e senza riguardo alcuno, continuava a vendere gli officî ecclesiastici; la Chiesa di Germania, come quelle di tutti gli altri paesi, era bruttata di simonia, e nella massima parte i preti vivevano accasati con donne. Perciò ella doveva sembrare veramente opera temeraria l’impresa di ridurre ad obbedienza sotto i decreti di Roma tanti prelati che avevano potenza di principi, tante migliaia di sacerdoti che erano sparsi nell’Impero. Allorchè dunque, dopo il suo primo Concilio, Gregorio mandò suoi legati in Germania in compagnia dell’Imperatrice madre, i suoi decreti sollevarono colà una tempesta indescrivibile. L’opinione publica era costretta a condannare il commercio degli officî ecclesiastici; i Vescovi non raccapezzavano ragione alcuna per iscusare la simonia, ma a sufficienza ne trovavano per combattere il divieto monastico del matrimonio, dicendo che era contrario alla dottrina cristiana[215]. In questa tragica lotta, nella quale l’istituto del matrimonio diventò argomento che travagliò la storia universale, la ragione di natura soccombette, e vinse l’oscuro spirito del monachismo: a favor suo combattevano le mistiche idee del secolo, ed il decreto del celibato fu molto abilmente associato col salutifero divieto della simonia.
I legati pontificî (giova considerare che l’uso dei legati dall’età di Gregorio assunse un carattere affatto nuovo, poichè adesso, pari a’ proconsoli di Roma antica, questi nunzî andavano per le province della Chiesa universale), i legati pontificî chiesero ad Enrico che dimettesse i consiglieri già scomunicati da Alessandro II, ai quali massimamente si dava colpa del commercio di officî spirituali, e gli intimarono comando che fosse data esecuzione in Alemagna alle decisioni sinodali. Tuttavolta l’animoso Liemaro, arcivescovo di Brema, fu quegli che salvò l’onore della Chiesa germanica, rifiutando, insieme con altri Vescovi, di riconoscere per autorevole un Sinodo che doveva celebrarsi in Germania davanti a legati romani.
Alemagna, Francia e Italia erano tutte in fiamme, pro e contro del Papa. La immane lotta che vedeva dichiararsegli contro riempì Gregorio stesso di inquietudini[216]. I nemici che aveva in Roma, i Vescovi di Lombardia, i Normanni gli davano gravi pensieri; cercò alleanze, e nelle difficoltà disperate in cui si trovava involto indirizzò i suoi voti financo alla Danimarca, ed esortò quel re Sueno di venire in ajuto alla Chiesa, promettendogli in ricambio il possedimento di una provincia nell’Italia meridionale. Similmente come gli Imperatori bizantini toglievano a’ loro stipendi genti del settentrione, Sarmati e Unni, per adoperarli nelle loro guerre d’Italia, così Gregorio avrebbe voluto trascinare i campioni del Jutland e del Seeland contro i Normanni, loro affini di stirpe, e contro altri nemici, e, senza scrupoleggiare di amore per l’Italia patria sua, avrebbe loro dato in feudo le costiere da questi ultimi occupate[217].
Nel suo secondo Concilio (tenuto sulla fine di Febbraio dell’anno 1075) proibì che il clero ricevesse investitura dai laici; d’ora in poi nessun Vescovo o Abate avrebbe potuto più essere insignito da Re o da Imperatori, da Duchi o da Conti, di anello e di pastorale: così gettava arditamente il guanto di sfida a tutte le podestà civili. Quando i Papi riformatori avevano divietato il traffico degli officî ecclesiastici, avevano colpito un condannevole abuso, ma adesso Gregorio dava di cozzo contro un privilegio antichissimo dei Re, i quali decoravano i Vescovi, prima ancora che fossero consecrati, dell’anello e del pastorale, a distintivo dei beni che ricevevano in feudo dallo Stato. Quel rapporto feudale fra laici e preti, che era divenuto istituzione di diritto publico, doveva adesso tutt’a un tratto disciorsi; il clero doveva uscire del sistema feudale. Fu questo celebre decreto la favilla che accese una guerra di cinquant’anni; e in tal modo la Cristianità pagò la pena di quelle religiose debolezze per cui s’aveva donato alle Chiese beni e città, e di quella insania per cui i Re avevano dotato i preti di potenza principesca. Per verità il possedimento di beni regî inoculò orribili mali nella Chiesa; chè senza riguardo a intelligenza dell’eletto, perfino senza preventiva elezione, la podestà civile vendeva o donava officî ecclesiastici alle più sozze creature del favore di corte. Spesse volte il Re nominava Vescovi e Abati seguendo il capriccio che gli frullava in un breve istante pel capo, e lo faceva mettendo loro in mano un bastone; diventavano allora vassalli della corona, servivano da capitani nelle guerre e in persona combattevano nelle battaglie: appena era se il vestimento sacerdotale li distingueva da’ Duchi o da’ Conti, coi quali avevano nello Stato comunanza di diritti e di doveri, di bisogni e di ogni sorte di vizî. Occorreva mondare il clero da condizioni secolaresche tanto contrarie alla missione apostolica; così esigevano religione e umanità. Gregorio VII volle svincolare la Chiesa da quella dipendenza in cui lo Stato la teneva, eppure volle conservarne gli immensurati possedimenti; nè avrebbe compreso verità di ragione, se qualche pensatore di buone intenzioni gli avesse detto che la più diritta via per liberare il clero dalla soggezione all’autorità politica, sarebbe stata quella di ridurlo nuovamente povero e religioso, sì come erano stati gli Apostoli[218]. Il suo pensiero audace questo era: guarentire alle Chiese di tutti i paesi il loro dovizioso dominio temporale, affrancarle dovunque del loro obligo feudale verso la corona, assoggettarle soltanto al Pontefice, tramutare così mezza Europa in uno Stato ecclesiastico romano.
Pareva che fosse giunto il tempo propizio per togliere ai Re il diritto di investitura, chè infatti Enrico trovavasi in male strette, premuto com’era dai Sassoni. Però la vittoria ch’ei ne riportava nel Giugno 1075 presso la Unstrut gli lasciava libere le mani, e adesso cominciava a sentirsi re. Milano, Ravenna, Roma, i Normanni gli offerivano un’alleanza naturale; e un buon indirizzo che s’avesse dato alle cose, meglio di quello che sapessero fare Cencio, Guiberto e Ugo cardinale (il quale aveva nuovamente disertato la causa della Chiesa), avrebbe riunito una lega formidabile a danno di Gregorio. La podestà regia s’era restaurata a Milano. Dopo che per lunghi anni questa città era stata dilaniata dalla guerra dei Paterini, nobili e popolo s’erano sollevati contro alla tirannide insopportabile di Erlembaldo. Questo capitano era caduto combattendo per le vie di Milano, col gonfalone di san Pietro in pugno; i Milanesi avevano chiesto ed ottenuto da Enrico un arcivescovo, e Gregorio, alla cui corte erasi ricoverato il discacciato arcivescovo Attone, non potè impedire che Tedaldo ne ricevesse l’investitura[219]. Lo destituì dell’officio, ma non pertanto, insieme colla caduta di Erlembaldo, ruinò l’influenza di lui a Milano.
Il suo nemico più operoso era Cencio, capo di tutti i malcontenti di Roma. Il Prefetto della Città ebbe il coraggio di sottoporre questo prepotente uomo a inquisizione, ma non si osò di eseguire la sentenza di morte pronunciata su di lui; Matilde stessa perorò a suo favore. Cencio diede ostaggi; la sua torre fu smantellata, ed egli rimase un tratto di tempo tranquillo[220]: era la calma di chi medita vendetta. Allorchè la rottura con Enrico fu resa inevitabile, Cencio combinò il suo piano per rovesciare Gregorio; richiese il Re in nome dei Romani, che assumesse la podestà cittadina, e gli promise di dargli in suo potere il Papa prigioniero[221]. Un attentato contro la vita o contro la podestà del Pontefice, similmente che al tempo della prima controversia delle imagini, doveva (così almeno si sperava) metter un termine alla lotta. È incerto se Enrico prendesse parte in ciò; ad ogni modo, la cospirazione non ebbe effettivo ajuto dai Lombardi, nè dai Normanni, nè dal Re, e si ridusse solamente ad un atto di violenza di un bandito, la cui odiosità s’accrebbe per circostanze di luogo e di tempo.
Ciò che avvenne nel Natale dell’anno 1075 è uno dei più lucenti episodî che emergano fuor della storia di Roma nel medio evo. Nella vigilia di quel giorno santo il Papa celebrava, come di solito, la messa presso all’altare del presepio in santa Maria Maggiore: tutto ad un tratto s’alza tumulto di grida e d’armi, e Cencio si scaglia entro la chiesa colla spada in pugno seguito dalla nobiltà congiurata. Va all’altare, afferra il Papa per le chiome, lo trascina seco sanguinoso di percosse, lo gitta sul suo cavallo, e via lo porta per Roma in mezzo alla tenebra notturna, e lo serra nel suo palazzo ch’era posto nella regione detta Parione[222]. La Città si commuove, le campane suonano a stormo, il popolo brandisce le armi, i preti con gemiti velano gli altari, le milizie sbarrano le porte, si corrono le vie portando fiaccole: nessuno ha visto il Papa. Al mattino successivo il popolo si raccoglie sull’antico Campidoglio per consultare che sia a farsi; paiono tornati i giorni della congiura di Catilina. Finalmente si ha avviso che il Papa è prigioniero nella torre di Cencio. Ivi infatti Gregorio si trovava ferito e solo. Lo si aveva sottoposto a gravi maltrattamenti; il malandrino, che non aveva potuto condurlo fuori della Città, aveva chiesto d’essere infeudato dei migliori beni della Chiesa; i suoi vassalli avevano coperto il Papa di scherni, le sue feroci sorelle simili a furie lo avevano subissato di un torrente d’invettive, nelle quali probabilmente non era risparmiato il nome di Matilde: però Gregorio in mezzo a tutto questo non aveva ismarrita la sua dignità[223]. Se anche la fazione di Cencio avrà tentato di suscitare Roma a libertà, la sua voce non fu intesa; la sua breve resistenza fu prestamente domata, e il popolo diede furibondo assalto al palazzo per liberare Gregorio.
Come Cencio si vide perduto, supplicò grazia, od a spada tratta la impose; gli perdonò il Papa, e promise che gli avrebbe concesso assoluzione, se dopo di aver peregrinato a Gerusalemme, fosse tornato pentito a’ suoi piedi[224]. Forse mai in nessun’altra occasione più chiaramente che in quella notte e dopo il suo salvamento, Gregorio rivelò il suo coraggio e la generosa indole sua; mantenne fede financo al suo assassino che protesse dal furore popolare. Lo si ricondusse in trionfo a santa Maria, dove l’uomo meraviglioso, più avventurato di Leone III, ripigliò a dire la messa interrotta. Il popolo distrusse le case di Cencio e della sua fazione, e frattanto il feroce capitano co’ suoi parenti pigliava il largo[225], ma era appena giunto alla prima pietra miliare, che gli sbolliva l’idea di peregrinare a Gerusalemme, e preferiva di gettarsi ghignando in uno de’ suoi castelli nella Campagna; vi raccoglieva vassalli e uomini malcontenti, e devastava impunemente i dominî della Chiesa[226].
Questo destino irto di contrasti subì il maggiore di tutti i Papi; innanzi a lui tremava il mondo, a’ suoi piedi si prostravano Re, ma i ribelli Romani ponevano le mani su di lui e lo trascinavano pei capelli. Egli seppe umiliare i suoi nemici coronati, ma non giunse a punire i più disprezzabili de’ suoi avversari, onde nel silenzio del cuor suo dovette ripensare alle considerazioni di Salomone, quando meditava sulla vanità di tutte le umane grandezze.
Gregorio uscì del bujo di quella notte collo splendore di uomo invitto e di martire. Anche il popolo aveva splendidamente dato prova che lo amava e che venerava il genio suo; e questa era per lui cosa di grave rilievo e lo innalzava molto. Può darsi che i suoi nemici accusassero Enrico di complicità nel delitto; certo è che solo frutto del forsennato attentato si fu di mandare a vuoto anche l’ultima speranza di una conciliazione. Gregorio, concitato a ira, gettò adesso lungi da sè anche l’ultimo rispetto di timore umano, se qualche cosa pur v’era che ancor lo rattenesse, e volle mover tosto in campo contro il massimo de’ suoi nemici fra’ Principi. Trattavasi adesso di far curvar la podestà civile dell’Impero romano sotto ai decreti della Chiesa; e la lotta che si combattè fra Enrico IV e Gregorio VII, rappresentanti della Chiesa e dello Stato, è forse il più gran dramma cui la storia politica abbia mai dato vita.
§ 4.
Gregorio VII la rompe con Enrico IV. — Il Re fa deporre il Papa in un Concilio raccolto a Worms. — Lettere di lui a Gregorio. — Enrico IV è scomunicato e deposto in un Concilio raccolto a Roma. — Agitazione che se ne sparge nel mondo. — Rapporti fra i due antagonisti. — I ventisette Articoli attribuiti a Gregorio VII.
Poichè Enrico, giovine e imbaldanzito della vittoria riportata sui Sassoni, non adempieva più ad alcuna delle sue promesse, e adesso come per lo innanzi andava vendendo officî ecclesiastici, e teneva alla sua corte i consiglieri scomunicati, l’animo impetuoso di Gregorio ne traeva ragione di operare in modo, che spingeva il Re agli eccessi estremi. L’ultima lettera che il Papa indirizzava ad Enrico, era la provocazione di un avversario accorto e prudente, che nella quiete e nel silenzio s’era armato in guerra: chiedevagli che facesse una penitente confessione delle sue peccata, esigeva financo la malleveria di qualche Vescovo che attestasse essere sincero il pentimento del Re, ed arditamente faceva capire ad Enrico che avrebbe potuto toccargli la fine di Saule[227]. Legati romani erano anche partiti per Goslar ad ammonire il Re di far ammenda delle sue colpe e de’ suoi vizî, e gli annunciavano l’anatema della Chiesa se si fosse rifiutato di obbedire.
Con giusta ira il figlio di Enrico III, che era il primo principe della Cristianità, raccolse quella intimazione; sennonchè, in vece di opporre al Pontefice un’ironia temperata, il suo bollore giovanile scoppiò in furie, e diè di contra al suo avversario con veemenza e con grosse armi. Rimandò vergognosamente i legati, e con gran collera convocò a Worms un Concilio: in esso, ai 24 di Gennaio, i Vescovi tedeschi, senza molto pensarci su, dichiararono esser il Papa deposto. Ogni statista di soda mente avrebbe dovuto condannare il giovine Re, che con questo comportamento malaccorto manifestava una così grande mancanza d’intelletto politico. Credeva egli che il Papa fosse debole, perciocchè coi suoi decreti avesse concitato contro di sè tutti i maggiorenti laici ed ecclesiastici dell’Impero; ma s’ingannava della forza che credeva di avere pronta a’ suoi servigi, e i nemici di Gregorio lo ingannavano, dandogli a credere che il Papa si trovasse in condizioni disastrose a Roma, per ciò solo che il cardinale Ugo, scomunicato e irrequieto, erane il più acerbo accusatore innanzi al Sinodo di Worms, cui si dava l’aria di assistere con autorità di ambasciatore dei Romani[228]. Può darsi che delle lunghe e puerili litanie di delitti che si apponevano a carico di Gregorio dubitassero gli stessi più fieri nemici del Papa; nondimeno il sentimento di libertà commoveva la Chiesa nazionale tedesca contro a un Papa avido d’impero, che privava l’Episcopato dell’ultimo avanzo di sua independenza, destituiva Vescovi senza inquisizioni sinodali, eccitava le comunità stesse a ricusar loro obbedienza ecclesiastica; a un Papa che fuor della sua persona pareva non iscorgere nel mondo altro che sudditi. Prima d’ogni altra cosa dunque Enrico chiamò in armi contro il Pontefice la Chiesa nazionale minacciata ed i Vescovi.
Oggidì il Papato non è che la ruina di quello che fu: la sua podestà teocratica sopra i Re ci sembra una leggenda meravigliosa; eppure oggidì ancora, quando leggiamo gli atti di quel tempo, noi, freddi e calmi spettatori dei fatti delle età trascorse, respiriamo qualche poco dei suoi bollori, delle sue passioni. Il Re scriveva così al Papa:
«Enrico, re non per usurpazione ma per volontà santa di Dio, a Ildebrando non papa, ma infinto frate.
»Questo saluto ti meriti, seminatore di zizzania, tu che maledici ogni gente della Chiesa, invece di benedirla. Ti dirò brevi parole: gli Arcivescovi, i Vescovi e i preti calpestasti sotto a’ tuoi piedi, come schiavi privi di volontà. Li tratti tutti da ignoranti, te solo tieni per sapiente. Ogni cosa tollerammo per reverenza della cattedra apostolica; ma tu scambiasti reverenza per tema, e ti ribellasti perfino contro la podestà regia che Dio ci concesse, e minacciasti torcela, quasi che la signoria e l’impero stessero non nelle mani di Dio, ma nelle tue. Cristo chiamò noi all’Impero, non te al Papato. Te lo guadagnasti con cabale e con falsità; disprezzasti la tua tonaca monastica, e con denaro ti procacciasti favore, con favore armi, con armi la cattedra di pace, e la pace ne bandisti, poichè armasti i sudditi contro ai signori, predicasti lo sprezzo contro ai Vescovi ordinati da Dio, e desti facoltà perfino agli uomini secolari di deporli e di condannarli. E tu vuoi deporre me, re incolpevole cui Dio solo giudica, se i Vescovi dichiararono che a Dio solo si spettava di pronunciare sentenza sopra un Giuliano apostata? Non è Pietro, pontefice vero, che dice: Temete Iddio, riverite il Re? Ma tu non temi Dio, e perciò non riverisci me che sono ordinato da lui. Te colpisce l’anatema di san Paolo, te condanna il giudizio di tutti i nostri Vescovi, e ti dice: Scendi della sedia apostolica che usurpasti, acciocchè altri la occupi che non faccia violenza alla religione, ma insegni la pura dottrina di Pietro. Io, Enrico, re per grazia di Dio, ti grido con tutti i nostri Vescovi: scendi, scendi»[229]!
Così diceva Enrico a Gregorio in quella lettera che è prezioso documento di quest’età. La deposizione del Pontefice decretata da un Sinodo tedesco, illegale perocchè pronunciata da una sola parte senza che l’altra si ascoltasse, fu un fatto inaudito negli annali della Chiesa; tutto l’Occidente ne fu commosso. Frattanto i legati regî valicavano le Alpi; gli ottimati e i Vescovi lombardi gli accoglievano con giubilo grande, si congregavano a Piacenza, aderivano alle deliberazioni di Worms, e anche da parte loro deponevano il Papa.
Rolando, ch’era un prete del basso clero di Parma, fu incaricato di recare a Roma i decreti di Worms e di Piacenza: quanto ai Romani, eziandio ad essi Enrico aveva indiritto un bando, in cui, da loro patrizio, gli ammoniva a disertar la fede di Gregorio e ad eleggere un novello papa[230]. E giova considerare che, sebbene Enrico non fosse imperatore, la dignità del Patriziato romano gli offeriva un apparente fondamento giuridico a procedere contro il Papa, perocchè, anche nella deposizione che faceva promulgare contro di Gregorio egli facesse appello a quella sua podestà. Il messaggiero arrivò il giorno innanzi alla riunione (addì 22 Febbraio) di un Concilio, che s’aveva ordinato raccogliersi in Laterano. Aperta la sua prima tornata col solito canto di un inno, si presentò Rolando, e impavidamente disse al Papa: «Il signor mio, il Re, e tutti i Vescovi di là dai monti, ti comandano di scendere incontanente dalla cattedra usurpata, avvegnaddio senza la volontà di loro e dell’Imperatore nessuno possa pervenire a siffatta dignità. Voi tutti, o fratelli», e qui l’oratore si rivolse al clero, «cito a comparire per le future Pentecoste al cospetto del Re, e ivi dalla sua mano riceverete un Pontefice, poichè questi qui presente non è papa, ma lupo vorace.» Cotali parole furono accolte da grida d’indignazione; i congregati s’alzarono furibondi dai loro scanni; il Cardinale di Porto gridò che si pigliasse il mariuolo; e il Prefetto della Città si scagliò colla spada nuda su Rolando. Forse un fanatico colpo di spada avrebbe mandato a rotoli l’audace edificio di Gregorio, ma il Papa si frappose prestamente, e impedì l’uccisione dell’ambasciatore.
Tornata la calma, il Sinodo si mise all’opera con energia. I Vescovi lombardi e tedeschi, che avevano sottoscritto i decreti onde dicemmo, furono scomunicati, e Gregorio, fin da quando incominciò il Concilio, ebbe il contento di accogliere alcuni di quei prelati tedeschi, che pieni di temenza erano corsi di qua delle Alpi a gettarglisi ai piedi. Quanto al Re, il Sinodo chiese che si punisse colla massima pena della scomunica ecclesiastica; e frattanto l’imperatrice Agnese assisteva nella basilica alle sessioni di un Concilio, di cui ogni parola che v’era pronunciata, parve scendere grave grave a trafiggerle il cuore. La vedova del forte Enrico, allontanatasi dal suo figliuolo, s’era data in balìa dei preti romani; però il fumo degl’incensi che ella respirava in Roma, non poteva averle intieramente assopito i suoi sentimenti di madre[231].
L’anatema di Gregorio corse il mondo come un fulmine vero, e come fulmine colpì la testa del primo monarca della Cristianità. Giammai la folgore di una scomunica operò effetto pari. Tutte le censure de’ Papi sono state inerte cosa rimpetto a questa di Gregorio ch’ebbe tanta efficacia nella storia universale, da metter in fuoco l’Occidente: spettacolo orribilmente sublime di quel tetro medio evo, e diverrà sempre più meraviglioso quanto più la gente umana, progredendo nel suo cammino, si discosterà da quell’età.
La fede universale poneva in grembo al capo della Chiesa la podestà di benedire e di maledire, e nessuna potenza mondana gli contestava il diritto delle censure ecclesiastiche. I Re, come tutti gli altri laici, erano soggetti alla disciplina della Chiesa, e il superbo Gregorio poteva sclamare: «Quando Cristo disse a Pietro, pasci le mie pecorelle, ne ha forse eccettuato i Re?» Anatemi erano le armi dei Pontefici reputate legittime; or doveva un Gregorio tenere a schivo di adoperarle contro un Principe che con abusi metteva a soqquadro la Chiesa, e aveva deposto il Papa? Tuttavolta l’audacia inaudita di questo anatema commosse il mondo. Infatti non s’era ancora sollevata tanto alto l’idea dell’autorità del Papa che non mettesse spavento l’opera sua onde aveva scomunicato il Re dei Romani; e più meraviglia metteva l’arroganza, finora senza esempio, per cui il Vescovo romano promulgava essere il capo dell’Impero decaduto delle sue corone, e ne scioglieva i sudditi del loro giuramento, e seminava così per le terre odio e ribellione[232]. Potranno i secoli venturi farsi un’idea adeguata che furonvi tempi in cui il Papa derivò da un pacifico e poveretto Apostolo una potenza così simile a quella di Dio? L’età nostra, che in qualche modo non si discosta ancor molto dal medio evo, omai stupisce gravemente allorchè pensa che usurpazione tanto enorme della maestà divina s’arrogò un meschino mortale, figlio fugace di un’ora brevissima, un uomo che benedicendo o condannando vuole imperare all’eternità, lui, l’uomo che il soffio di un minuto incerto può schiacciare, senza che pur traccia ne resti. La è pur mostruosa la grandezza di quel sacerdozio dei tempi di mezzo, che si elevò così temerariamente sopra i limiti del finito!
La novella che il Re romano era deposto destò per tutto Occidente una sensazione grande, da non potersi credere. Tutto l’Impero romano (dice un Cronista di quell’età) ne tremò; il giudizio degli uomini andò stravolto da un’azione così inaudita, in quello che i preti rovistavano gli annali del Papato per trovarne di che giustificare Gregorio con somiglianti avvenimenti dei tempi trascorsi, e speravano di acchetare il malcontento e le meraviglie con qualche esempio di autorità vescovile, che per verità a questo caso mal si acconciava[233].
Enrico e Gregorio, adesso nemici a vita e a morte, erano entrambi entrati nella stessa lizza per assalirsi; entrambi s’erano l’un l’altro deposti; entrambi avevano abbandonato il terreno del diritto, e s’erano arrogata un’autorità che non avevano. Però non combattevano ad armi eguali. Un Re di quel tempo, se anche impugnava una spada di eroe, era un inerme contro un Papa che impugnava il dardo della scomunica. Un Re che combatteva contro un Papa, era un uomo di forze ordinarie alle prese con un mago. Enrico s’era cacciato in questa mischia con impeto cieco; Gregorio invece aveva combinato con savia arte il suo piano di guerra; e il Papa, che apparentemente non aveva alleati, poteva alla fine schierarne in campo più, e più forti che il suo regale nemico.
Entrambi avevano indole despotica; ma l’arbitrio del Re si frangeva di contro all’opposizione costituzionale che gli movevano gli Stati dell’Impero, laddove la possanza gerarchica che il Papa esercitava su’ Vescovi e su’ Concilî, non avea più limiti. L’animo leggiero di un Principe vizioso attenua la sollecitudine che sentiremmo delle sue sorti; ed i veri abusi onde la Chiesa verminava e ch’egli proteggeva rendevano desiderato il trionfo del Pontefice, fino a tanto che ei prendeva quelli di mira. Tuttavolta l’intemperante disegno dell’infallibilità e dell’onnipotenza pontificia che Gregorio scriveva sul suo vessillo, è cosa che spaventa la mente di chi deve giudicarne, e affievolisce la nostra sollecitudine per quella salutare riforma, anche se sia duopo riconoscere che era necessità di liberare la Chiesa dalla servitù politica. Sebbene v’abbiano dei dubbî sul vero tenore dei ventisette Articoli che furono inseriti nei Regesti di Gregorio, ad ogni modo ci giova fermarci sui più notevoli, avvegnachè corrispondano in tutto e per tutto allo scopo che Gregorio VII si propose, e a ciò che egli stesso professò apertamente nelle sue lettere.
«Dio solo fondò la Chiesa romana. Non altri che il Papa ha diritto di promulgare nuove leggi, di fondare nuove comunità, di deporre Vescovi senza bisogno di decisioni sinodali. Egli solo ha diritto di servirsi delle insegne imperiali. Ei solo porge il piede al bacio di tutti i Principi. Soltanto il suo nome è invocato in tutte le Chiese. Il suo nome, papa, è uno al mondo. Ha diritto di deporre Imperatori. Ei può sciogliere i sudditi dalla loro fede verso reggitori ingiusti. Senza della sua autorità nessun capitolo, nessun libro è canonico. Le sue sentenze non ammettono sindacato. A nessuno è lecito di giudicarlo. La Chiesa romana non errò mai, nè fallirà mai in tutta la eternità, come attesta la sacra Scrittura. Tosto che il Papa è consecrato secondo i canoni, diventa santo pei meriti di san Pietro. Quegli soltanto è cattolico che crede colla Chiesa romana»[234].
§ 5.
Gli Stati dell’Impero in Germania si staccano da Enrico IV. — Egli si sveste della podestà regia. — Valica le Alpi per mendicare l’assoluzione dalla scomunica. — Suo suicidio morale a Canossa (1077). — Grandezza morale di Gregorio VII. — I Lombardi disertano il Re. — Questi si riaccosta ad essi. — Muore Cencio. — Muore Cinzio. — Muore in Roma l’imperatrice Agnese.
Enrico ricambiò l’anatema coll’anatema, ma presto conobbe quale e quanta fosse la potenza del suo avversario romano, che destramente gli seminava nella stessa sua terra la ribellione, offeriva ai maggiorenti la prospettiva attraente del trono, armava fanatismo e superstizione, quei due alleati formidabili della podestà sacerdotale, seduceva clero, nobili e popolo di Alemagna a disertare la bandiera di un despota scomunicato, ed a scegliersi un altro Re, cui egli, papa, tostochè l’avesse trovato uomo degno, voleva impartire la consecrazione apostolica. Se Enrico avesse posseduto forza vera di monarca avrebbe sopportato senza gran danno l’anatema; per lo contrario la sua podestà d’impero non riposava che sopra il fondamento mal securo della feudalità, ed era soltanto a questo organamento che i Papi andavano debitori della buona riuscita dei loro disegni[235].
La storia dell’Impero tedesco descrive qualmente Principi, Vescovi e non tutto ma molto popolo abbandonassero un Re ch’era temuto e odiato se non pure sprezzato; a noi basta osservare che fu precisamente il partito tedesco a lui avverso, che gittò nell’obbrobrio umiliante di Canossa questo Re fornito di alti pregi e valoroso in guerra, ma roso da passioni scapigliate. Alemagna, ribellantesi per motivi politici, gli era per due buoni terzi ostile, e parteggiava per Roma; i suoi nemici potenti, Guelfo di Baviera, Rodolfo di Svevia e Bertoldo di Carinzia disprezzavano l’invito con cui gli aveva chiamati a Worms, ed anzi eglino stessi convenivano a Treviri coi legati pontificî. I Principi s’impaurivano dei suoi intendimenti monarchici, e questa temenza e la sciagurata loro smania di parteggiare gli alleavano a Roma. A nulla valevano le istanze del Re, che gli scongiurava affinchè nella sua persona non insultassero alla dignità della patria e dell’Impero. L’assemblea di Treviri tradì la patria, poichè riconobbe come di buon diritto le audacie del Pontefice che aveva scomunicato il Re, e conseguentemente riverì in lui la podestà di farsi giudice e arbitro dell’Impero. Essa protestò che Enrico sarebbe destituito se per il giorno 2 Febbraio 1077 non fosse prosciolto dalla scomunica; in quel dì un parlamento raccolto in Augusta sotto la presidenza del Papa avrebbe pronunciato giudizio di lui: fino a quel tempo doveva egli vivere a Spira in condizione di uomo privato. Il Principe scoraggito subì un vitupero quale appena un Carlo il Calvo avrebbe tollerato; ritrattò i decreti pronunciati contro il Papa, e si ritirò a Spira.
Gregorio, che i Tedeschi avevano invitato ad andare ad Augusta, annunciò loro che si sarebbe ivi recato. Ma mentre quegli attraversava le terre della sua amica, Enrico veniva a cerca dell’assoluzione, e con poca accompagnatura, arrampicandosi per sentieri battuti dai banditi, valicò i ghiacciai del Moncenisio, orrenda via in quella stagione invernale. Il Re era uomo cui mancava fermezza di propositi, laonde si buttava d’uno in altro eccesso: trovatosi abbandonato, gettò lungi da sè le armi, e dal culmine della superbia regia si lanciò nel vortice della più profonda vergogna, nè più nè meno di un suicida, e si prostrò alle ginocchia del nemico suo, che, stupefatto egli stesso di quel che avveniva, gli impose il piede sul collo. Udendo che Gregorio era in procinto di venire in Germania, il suo intelletto gli suggerì di impedirnelo: un uomo di cuore avrebbe raccolto un esercito e si sarebbe gettato fra il Pontefice e l’Alemagna, ma Enrico avea dell’astuzia, non genio. La prima spedizione che imprendeva in Italia il figliuolo di quell’Enrico III, le cui soldatesche coperte di ferro avevano fatto tremar tutto il paese, offre il gramo spettacolo di un esule scomunicato, di un peccatore mendico che viene in pellegrinaggio penitente; è il trionfo della superstizione che la vince sull’intelletto e sul sentimento di onore, però è eziandio una grande vittoria che la forza morale, rappresentata dalla Chiesa, consegue sopra despoti rozzi. Quel po’ di bello che si mesce in tanto brutto a mitigare il vitupero della venuta di Enrico si è la commovente tenerezza della sua sposa, la ripudiata di un tempo, che adesso con grande amore divide seco lui le traversie e i pericoli.
Come Enrico comparve in Italia, Lombardia lo salutò con gran giubilo. Gli Italiani del settentrione avevano veduto Re tedeschi scender dalle Alpi soltanto per muovere a Roma da prepotenti a intronizzarvi o a deporvi Papi, ed a prendersi l’Impero; laonde eglino credettero ch’ei fosse venuto per rovesciare dalla sua cattedra Gregorio «nemico dell’uman genere». Da molte città dell’una sponda e dell’altra del Po numerosi vassalli accorsero a lui, e Gregorio, facendo sosta a Mantova, si ricoverò a Canossa, che era un castello di Matilde, e vi si rinchiuse. Frattanto il Re ascoltava i discorsi dei Conti e dei Vescovi, e il suo cuore trambasciato ondeggiava fra l’orgoglio e la paura che in pari tempo se lo disputavano. Però, indicibile cecità era la sua; e, simile ad uomo accalappiato dagli incantesimi di un mago, il giovine ributtò i Lombardi, e si gettò in braccio ad una vera morte morale. Lo spaventava la Dieta di Augusta che era prossima a radunarsi; la vergogna gli inceppava il piede, ma l’angustia lo spronava a correre a Canossa, le cui torri fatali finalmente gli apparivano in vista. Colà, dietro una triplice cinta di mura, stavansi un prete che lo aveva maledetto, e una femmina che copriva quel prete sotto lo scudo della sua protezione, nel tempo stesso che ogni giorno Vescovi di Germania, affranti dai rimorsi, arrivavano al castello per implorare la assoluzione. Enrico entrò in negoziati per ottenerla; e alcune donne, la contessa Matilde e la contessa Adelaide suocera di lui, si frapposero paciere da sorelle pietose.
Nella storia del Papato vivranno eternamente splendidi due episodî, monumento della grandezza spirituale dei Pontefici; Leone innanzi cui indietreggia Attila terribile conquistatore, e Gregorio avanti cui s’inginocchia Enrico IV in abito di penitente. Però chi consideri questi due avvenimenti celebri nel mondo, ne proverà sentimento diverso; il primo lo indurrà a venerazione di una grandezza morale purissima, il secondo non gli desterà altro senso che di meraviglia di un animo quasi sovrumano. Tuttavolta la vittoria del monaco inerme ha più diritti all’ammirazione del mondo che tutte le vittorie di Alessandro, di Cesare o di Napoleone. Le battaglie che i Papi del medio evo combatterono non furono guadagnate con ferro e con piombo, ma con potenza morale; ed è appunto l’uso o l’efficacia di mezzi così sottili e morali che talvolta rendono il medio evo più grande dell’età nostra. Rincontro a Gregorio Napoleone non è che un barbaro.
Tre giorni stette lo sventurato Re aspettando fuor della porta più riposta della rocca, a piè nudi nella neve, coll’abito di penitente gettato sulle sue vestimenta, supplicando di essere accolto, e amaramente piangendo. Gregorio traeva in lungo, non fidandosi di un Principe incostante; ed era cosa naturale: tuttavolta l’umiliazione che subiva, rendeva il Re oggetto di commiserazione, e la durezza del Papa dovette sembrare crudele financo a Matilde[236]. Finalmente il Pontefice assolse l’avvilito Re (questo avvenne a’ 18 di Gennaio), ma in quell’istesso punto ne fece a brani la dignità regia: comandò che deponesse nelle sue mani la corona, vivesse da uomo privato fino a tanto che un Concilio lo giudicasse, promettesse con giuramento che, ove fosse riposto in trono, sempre avrebbe obbedito al volere del Papa[237]. Gregorio comprendeva che il Papato per mezzo suo celebrava in quell’istante un fasto imperituro nella storia del mondo; tuttavia gli è in cosiffatti momenti di trionfo che un animo ben fatto rammenta la inanità di ogni grandezza, onde lo incoglie un sentimento mesto di pietà e di perdono. Un dì Ottone I aveva versato lagrime vedendo un Papa dappoco, che supplichevole gli tendeva le braccia; ed anche Gregorio pianse di commozione vedendo il Re dei Tedeschi, il capo supremo dell’Occidente, gettarsi lacrimoso ai suoi piedi sul nudo terreno. Però nell’animo di bronzo del frate romano le tenerezze non durarono che un volger di ciglia, e la calma maestosa in cui si ravvolse compiendo il suo giudizio su di Enrico, lo circonda di sublimità tremenda.
«Se io», diceva mentre spezzava l’ostia, «se io son colpevole di quel che mi si accusa, mi uccida in questo istante quest’ostia»; e la consumò fra le grida di giubilo del popolo commosso a fanatismo; e freddo e calmo offerse l’altra metà al Re perchè si assoggettasse a pari giudizio di Dio. Dinanzi questa orribile prova che sostenne senza dignità, Enrico si accasciò in un deplorevole nulla. Buon per lui che non diventò spergiuro come Lotario; e forse tuttavia la vergogna di questo istante risvegliò nel fondo del suo cuore spiriti virili, e moralmente lo ritemprò.
Tutte le cose umane hanno un limite di altezza e di decadenza, donde poi scendono e si rialzano. Quello stesso momento vide Gregorio all’apogeo della sua fortuna, Enrico nella profondità della sua miseria; quegli lentamente andò declinando a proporzioni ordinarie, questi lentamente andò risorgendo. Come uomo che si risveglia da un sogno spaventoso, il Re uscì di quel castello in cui aveva spogliato la dignità dell’Impero e la grandezza de’ suoi padri, ed un silenzio glaciale come di tomba, fu tutto quel che trovò in Lombardia. I prodi Lombardi che erano ancora in armi, si distolsero da lui con isprezzo; i Conti, i Vescovi gli voltarono le spalle o lo accolsero freddamente; le città in cui germogliavano vigorosi gli spiriti republicani, si rifiutarono di dargli albergo, ovvero con lentezze sprezzanti gli sporsero provvigioni fuor delle loro mura. Un sentimento di mal animo serpeggiava per l’Italia settentrionale; Enrico aveva esposto la corona a un obbrobrio incancellabile; essi erano stati pronti a combattere il nemico comune uniti con lui, ed egli aveva traditorescamente fatto la sua pace vergognosa: volevasi dunque porre il piccolo Corrado nel luogo del suo imbelle padre, con quello volevasi muovere a Roma, coronarvelo imperatore, discacciare Gregorio, eleggere un altro Papa[238].
Enrico aveva appena lasciato Canossa, che diventò lo zimbello di un nuovo conflitto. Se egli, come protestò ai Lombardi, abbia cercato l’assoluzione non per altro che per riacquistar libertà e vendicarsi del Papa, non v’ha alcuno che non deva condannarne la falsità e scusare la severità del Pontefice. Soltanto che un profondo conoscitore del cuore umano qual si era Gregorio, doveva predire a sè medesimo che egli avrebbe potuto bensì infliggere la massima onta ad un Principe fervido di passioni, ma non costringerlo a tollerarla per tutta la vita: la intemperanza della vittoria si ritorse naturalmente a danno di Gregorio. Colla sua buona ragione rifiutò al Re ciò che questi gli chiedeva, di torre in Monza la corona d’Italia; Enrico tenne ancora un tratto i Lombardi lontani da sè, indi cercò di riconciliarsi con loro, ed a Piacenza ricevette i suoi partigiani che con maschia dignità avevano respinto l’assoluzione che il Papa loro aveva offerto da Canossa. Guiberto di Ravenna gli si avvicinò, e così anche Cencio. Questo Romano doveva meravigliare d’un Re che s’era gittato nella polvere innanzi a quello stesso Papa, che egli poco tempo prima aveva trascinato per i capelli fuor di una chiesa; e adesso ei veniva a Pavia per ritentare la sua buona fortuna contro Gregorio, ma Enrico, così almeno pare, si faceva scrupolo di accoglierlo. Il Romano sitibondo di vendetta si poneva a sentinella fuor delle porte di Canossa, ed era infaticabile a combinar piani e a ordire congiure, quando di repente moriva a Pavia. I Gregoriani fecero grandi allegrezze che l’inferno s’avesse inghiottito Catilina, ma i banditi dal Papa, coll’arcivescovo Guiberto alla testa, accompagnarono con ostentazione di pompe il loro amico alla sepoltura[239].
Se l’inferno avrà fatto un boccone dell’empio Cencio, il paradiso avrà dischiuso le sue porte al pio Cinzio. Il Prefetto della Città, cui Gregorio durante la sua assenza aveva confidato il governo di Roma, morì sul finire dell’estate di questo stesso anno 1077, trucidato in un agguato che Stefano, fratello di Cencio, gli aveva teso nella Campagna. I Romani del suo partito lamentarono la morte del loro Prefetto e la vendicarono; presero d’assalto la rocca di Stefano, s’impadronirono di lui, piantarono innanzi al san Paolo la sua mozza testa, e i socî che lo avevano ajutato a commettere l’assassinio, punirono di morte o di bando[240]. Così Cinzio divise la sorte di Arialdo e di Erlembaldo, amici suoi. Anche alla tomba di lui accorsero in gran folla i credenti, e il Prefetto, che vivente gli aveva talvolta edificati con prediche, operò adesso in morte miracoli, come a un martire si conveniva. I suoi avanzi mortali, deposti in un sarcofago di marmo nel «paradiso» del san Pietro, furono colà venerati per tempo lungo[241].
Addì 14 Dicembre, lo seguì nella fossa la sventurata madre di Enrico. Ella morì in Laterano, angosciata del figliuolo ch’era caduto in tanto profonde miserie. Il suo cadavere fu sepolto presso al san Pietro, nella cappella di Petronilla; ella ed Ottone II furono i soli Re di nazione tedesca che abbiano avuto tomba in Roma[242].
§ 6.
Enrico IV prende animo a restaurare la dignità del regno. — Rodolfo di Svevia, antirè. — Enrico torna ad Alemagna, Gregorio a Roma. — Entrambi cercano l’amicizia di Roberto Guiscardo. — Cadono gli ultimi Dinasti longobardi nell’Italia meridionale. — Uno sguardo al passato del popolo longobardo. — Roberto presta in Ceprano giuramento di vassallaggio a Gregorio VII. — Guglielmo il Conquistatore e Gregorio VII. — Il Papa riconosce Rodolfo per re, e scomunica una seconda volta Enrico IV. — Guiberto di Ravenna, antipapa. — Mutazione di fortuna.
Il maschio pensiero di restaurare nuovamente la dignità del regno si afforzò nell’animo di Enrico, dai cui occhi cadde adesso il magico velo. Ei comprese chiaramente qual fosse la missione sua, e la intraprese con coraggio di eroe, laonde vediamo questo Principe nella seconda metà della sua vita lottare da guerriero valoroso contro la podestà del Pontefice romano, sì come dopo di lui la combatterono gli Hohenstaufen, alla cui celebre famiglia fu egli che concesse la duchea di Svevia.
I ribelli tedeschi avevano invitato il Pontefice ad andarne a Forcheim, dove, nel mese di Marzo, volevasi pronunciare giudizio sul Re. Lui pertanto Gregorio ammoniva che si presentasse, e che gli desse salvocondotto a Germania, conformemente al patto conchiuso a Canossa. Ma Enrico, rispondendo in termini ambigui, cercò di impedire quell’andata, e il Pontefice spedì allora legati suoi proprî ad Alemagna. Intenzione di lui doveva essere non già di schiacciare il Re umiliato, bensì di farne un vassallo della santa Sede, di costringerlo a rinunciare al diritto di investitura ed a riverire tutti gli altri comandamenti di Roma. Però la repentina elezione di un Antirè sconvolgeva tutti i suoi piani; chè, ai 13 di Marzo dell’anno 1077, Rodolfo di Svevia era eletto re di Germania alla presenza dei legati pontificî, e promulgavasi essere Enrico destituito. L’esaltazione dell’Antirè, alla quale Gregorio più tardi con giuramento solenne protestò di non aver avuto parte alcuna, addusse un’imprevista mutazione di tutte cose, e restituì un novello impulso di corrente agli avvenimenti che fin qua s’erano arrestati ristagnando. Quell’elezione mandò a monte il trattato di Canossa, e fece che gli avversarî di Enrico in Germania si tramutassero in gente ribellata a quel Re, che il Papa aveva pur dianzi assolto[243]. Prudenza imponeva per certo a Gregorio di tenersi qualche tratto indeciso, affine di trar profitto di quella condizione privilegiata di arbitro fra due Re, nessuno dei quali egli riconosceva per tali: così infatti un cambiamento quasi meraviglioso di potenza, aveva tratto l’Impero tedesco in quelle stesse condizioni nelle quali s’era trovato il Papato a’ tempi di Enrico III. Enrico fu costretto a correre in Alemagna, a combattervi per difendere la sua corona; pose Tebaldo arcivescovo di Milano e Dionisio di Piacenza da suoi vicarî in Italia, e nell’Aprile valicò le Alpi per tornarsene al suo paese. Questa patria che aveva lasciata con sì poca dignità regia, rivide adesso da re, ed è mirabile cosa contemplare quest’uomo scapestrato rialzarsi dell’umiliazione sofferta in Italia, rifatto forte guerriero. La sua persona bella e maestosa, i suoi modi regî, la sua energia e il suo ardimento si rivelano adesso per la prima volta, uscendo dell’oscurità in cui s’erano occultati, e provano che nelle sue vene scorreva il sangue dei più gloriosi Principi dell’Impero tedesco.
Frattanto dalle castella di Matilde, Gregorio udiva le grida di battaglia e di sfida che gettavano i Lombardi, coi quali Enrico s’era del tutto pacificato. Privilegî dati da lui rafforzavano le giovani libertà delle città, e Italia temeva l’ambizione di regno di un grande Pontefice, più che la supremazia d’impero di un Re indebolito. I Lombardi di ogni città e tutta Romagna inalberarono la bandiera di Enrico[244], interchiusero a Gregorio i passi delle Alpi, imprigionarono i suoi legati, e ormai nel Maggio poco mancò che in una dieta di Roncaglia rinnovassero i decreti pronunciati a Piacenza, e deponessero il Papa. Soltanto le soldatesche di Matilde impedirono che colle armi lo assalissero.
Gregorio rimase ancora qualche mese nell’Italia settentrionale, indi conobbe che gli era impossibile di toccare il suolo di Germania. Tornato nel Settembre a Roma, dovette capire d’aver posto il piede in un avvillupato labirinto, e che soltanto adesso sarebbe cominciata quella lotta colla monarchia germanica, che egli aveva sperato in sì breve tempo di condurre a termine. Per verità trovava la Città tranquilla, ma quello che lo angustiava era il progredire de’ Normanni. Enrico faceva a tutt’uomo di ridurlo a mal punto con questi formidabili nemici, ma l’astuto Roberto Guiscardo con grande abilità non si dichiarava per lui, nè per il Papa. Non imprese del Re su di Roma, non spedizioni guerresche del Papa turbavano più i suoi disegni, laonde imprendeva a sottomettere la Campania, dove Amalfi gli dava opportunità di volgere le sue armi contro Gisulfo di Salerno suo cognato, ch’era un despota crudele e amico fervidissimo di Gregorio[245]. Indarno cercò il Papa di impedirne la caduta, chè Roberto strinse alleanza con Riccardo di Capua, fin adesso rivale suo, indi nel Maggio 1077 assediò Salerno, conquistò la città, e costrinse eziandio Gisulfo, ch’era chiuso nella cittadella, ad arrendersi. L’ultimo Principe longobardo, figlio di quel Guaimaro che in antico era stato un sì magnifico signore, ne trasse salve la miserabile vita e la libertà; il Papa con gran dolore lo ospitò in Roma; quivi lo adoperò a’ suoi servigi, e, come vien detto, lo pose da rettore della Campagna romana[246].
In siffatto modo scomparvero gli Stati longobardi dell’Italia meridionale, dove per trecento anni avevano tenuto testa agli Imperatori d’Oriente e d’Occidente, ai Papi ed ai Saraceni. Meravigliosa fu la tenacia con cui si mantenne la razza del popolo longobardico; quantunque la sua lingua antica si perdesse nell’idioma romano, il suo sangue si conservò tuttavia in alcune famiglie, che con grande orgoglio derivarono la loro origine dai conquistatori discesi con Alboino. Ancor giù nel secolo duodecimo, i documenti dell’Italia meridionale sono pieni di questi nomi longobardi antichi, Machenolfo, Landolfo, Pandolfo, Adenolfo, Gisulfo, ovvero di questi altri, Maraldo, Castelmanno, Romualdo, Audoaldo, Musando, Ademaro, Litto, Arechi, Radelgrimo, Adelberto, Adelfaro, Radelchi, Guiselgardo, Roderico[247]. È bella gloria del popolo longobardo di aver avuto una nobile ed efficace parte a comporre la nazione italiana. La sua razza s’ebbe ostinatamente conservata da dominatrice, e per un cinquecento anni fu la veramente libera d’Italia, protetta dal giure longobardico, che Re savî in mezzo alla barbarie, diedero un tempo all’Italia a vece del codice di Giustiniano: quella legislazione non cessò che dopo la prima metà del secolo duodecimo. Nei libri di questa Storia abbiamo spesse volte notato che in un periodo lungo di tempo furono pur sempre uomini longobardi i quali stettero a capo degli avvenimenti e della cultura d’Italia; e la cosa durò fino alla contessa Matilde, a Gregorio VII ed a Vittore III, illustri ornamenti del popolo longobardico in questa sì tarda età[248].
Roberto volle adesso far suo anche il pontificio Benevento, in quello che Riccardo, conformemente a’ patti, cingeva Napoli di assedio. Gliene dava pretesto l’asilo che Gisulfo aveva trovato a Roma; e la morte di Landolfo VI, ultimo principe che non lasciava discendenza e che avevane tenuto il trono solo perchè era stato vassallo feudale del Papa, lo allettava a conquistare la città. Sulla fine dell’anno 1077 pose campo innanzi a Benevento, e mandò sue milizie di scorridori nella Campagna romana, nella Marca di Ancona, sulle coste di Tuscia, nel territorio de’ Marsi, nella Marca di Spoleto. Però la resistenza gagliarda di Benevento gli fu d’intoppo; lui non iscosse la scomunica di Gregorio, sibbene l’arte politica del Papa rese vacillanti i Principi di Capua[249]. Riccardo morì davanti a Napoli nell’Aprile 1078, riconciliato colla Chiesa; il figliuol suo Giordano capì ciò che il Papa gli fece rappresentare, che alla fine i buoni successi di Roberto lui pure avrebbero precipitato in ruina; quindi fu che egli levò l’assedio di Napoli, giurò in Roma vassallaggio al Papa, si alleò coi Beneventani, pose il guasto al campo di Roberto, chiamò a rivolta i Baroni delle Puglie e delle Calabrie, e costrinse così il Guiscardo a venir col Papa a’ patti. Gregorio, da quell’uomo prudente ch’era, si fe’ vedere condiscendente, chè gli bisognava adesso la protezione de’ Normanni contro ad Enrico, avvegnachè proprio adesso fosse apertamente venuto con lui a una seconda rottura, ed il Re già s’apparecchiasse a muovere contro di Roma. Non è che una favola che egli adescasse il temuto Normanno colla prospettiva della corona imperiale; ad ogni modo gli conferiva abbastanza vantaggi. Andò in persona a Ceperano sul Liri, ed ivi ricevette, addì 29 Giugno 1080, il giuramento feudale di Roberto Guiscardo. Il Duca si staccò di Benevento, che adesso diventò per sempre possedimento pontificio, ma Gregorio non insistette per la restaurazione di Gisulfo, ed anzi lasciò provvisoriamente in mano del conquistatore le città di Salerno e di Amalfi, ed anche alcune parti della Marca di Fermo, tutti possedimenti di san Pietro; poi lo infeudò delle Puglie, delle Calabrie e di Sicilia. In cambio, Roberto si obbligò di pagare un tributo annuo, e di difendere la Chiesa, sì come aveva giurato tempo prima a Nicolò II[250].
Di tal guisa, Gregorio in mezzo alle sue condizioni difficili, s’era fatto di un inimico un amico e un avvocato della Chiesa. L’orgoglio del Normanno cedette alla ragione politica ed ai suoi grandi disegni indiritti alla conquista di Grecia; egli si sottopose alla investitura pontificia che gli fu concessa «per grazia di Dio e di san Pietro»; e da quell’ora, per più di seicent’anni, i Re delle due Sicilie dovettero confessarsi vassalli della santa Sede. Gregorio chiese una simile professione di vassallaggio anche a Guglielmo il Conquistatore, re d’Inghilterra, il quale, nel tempo medesimo in cui le genti di sua istessa stirpe s’impadronivano dell’Italia meridionale, aveva fatto sua la Britannia. Speravano i Papi di guadagnare in Inghilterra la partita, parimenti come in Italia la avevano vinta, perocchè volessero che anche ivi i predatori normanni conquistassero la terra, per riceverla indi da Roma in feudo. Guglielmo aveva assalito Inghilterra col beneplacito pontificio, inalberando il vessillo di san Pietro; di qui la Curia romana faceva derivare i suoi diritti di alta signoria su quel paese, ma il Re si rideva delle pretensioni di Gregorio, e in una lettera laconica le mandava come stracci all’aria[251].
Nel frattempo il Papa era stato costretto a prendere una risoluzione rispetto ad Enrico, che Bernardo cardinale, legato in Germania, aveva novellamente scomunicato nel Novembre 1077. I Sassoni inveleniti avevano assediato d’istanze il Papa affinchè riconoscesse una buona volta Rodolfo per re, e ripudiasse finalmente Enrico. Così dunque ei fece nel Sinodo tenuto a Roma nel Marzo 1080; bandì che Enrico era decaduto dell’Impero di Germania e d’Italia, maledisse le sue armi come avrebbe fatto un incantatore, riconobbe solennemente Rodolfo come re, e invocò gli apostoli Pietro e Paolo affinchè mostrassero al mondo che possedevano la potenza non soltanto di legare e di sciogliere in cielo, ma eziandio di dare e di torre anche in terra, imperi, principati, contee e d’ogni maniera possedimenti. L’intemperanza della passione disfigura omai le fattezze di Gregorio[252].
Sennonchè l’efficacia di questo secondo anatema non fu eguale a quella del primo, chè Enrico adesso, da principe ferrato in guerra, raccolse lo strale della scomunica sul suo scudo, mentre tutta l’Italia settentrionale si sollevava in favor suo. Raccolse i diecinove Vescovi del suo partito, a Magonza, nel dì 13 di Maggio, ed ivi eglino dichiararono per la seconda volta destituito Pontefice[253]. Così da una parte e dall’altra si ripetevano gli stessi fatti d’altra volta; soltanto che Enrico con buona ragione andava adesso più oltre, ed ai 25 di Giugno 1080, faceva che molti Vescovi d’Italia, congregati a Bressanone, eleggessero Guiberto di Ravenna a pontefice. La sua lotta contro di Gregorio assumeva eziandio indole di controversia ecclesiastica; nell’istesso modo che il Papa lo insidiava in Alemagna con un Antirè, parimenti da parte sua traeva in campo a combatterlo un Antipapa. Oltracciò Ravenna era paese tale che grande reverenza poteva trarne un Antipapa. Da dopo del secolo decimo, quei Patriarchi, nemici antichi de’ Papi, avevano conseguito potenza degna di principi; l’Esarcato, provincia ricca e vecchissima dello Stato ecclesiastico, qual era composto all’età dei Carolingi, s’aveva nel corso del tempo svincolato completamente da Roma; era diventato possedimento degli Arcivescovi ravennati, e questi nelle singole città ponevano Conti loro proprî, e presto infeudavano terre a vassalli ereditarî, mentre eglino stessi tenevano in feudo l’antico possedimento dei Papi, non per investitura di questi, sibbene degli Imperatori.
Un avversario così antico di Gregorio, qual era Guiberto di Ravenna, iniziato profondamente in tutti i rapporti allora esistenti fra la Chiesa e lo Stato, doveva necessariamente scendere in lizza da antipapa, ed era più pericoloso di quello che un tempo avesse potuto esser Cadalo. Nascita illustre, dottrina, intelletto politico lo rendevano chiaro; da lungo tempo la sua ambizione aveva inteso alla tiara e pensato di torla a Gregorio; e adesso aveva titolo di papa e doveva conquistarsi dal lontano san Pietro consecrazione e potenza[254]. Di Bressanone andò diffilato in Lombardia; e il Re, che pel venturo anno aveva deliberato di imprendere la sua spedizione su Roma, si volse dapprima contro ai Sassoni. Nell’Ottobre perdette la sanguinosa battaglia combattuta sull’Elster, ma fu in pari tempo liberato dal suo avversario. Rodolfo cadde morto; l’inverno passò, e la primavera dell’anno 1081 vide Enrico calare dalle Alpi con un esercito, per venire a Roma a castigarvi il suo nemico[255].
Qui accade una grande mutazione di sorti nella storia fortunosa di Enrico e di Gregorio. Imperocchè al flusso del destino che finora aveva sollevato al sommo dell’onda l’audace Pontefice, succedano adesso un tragico reflusso, la lunga e grave pressura che Gregorio sofferse in Roma, la sua caduta, la sua morte in esilio. Però il genio meraviglioso di quest’uomo eroico, se non ha più la potenza di prima, rifulge forse di luce più viva nel periodo della decadenza, fino a che la sua stella scompare dall’orizzonte della storia per tuffarsi solitaria e grande nel mare del tempo.
CAPITOLO SESTO.
§ 1.
Gregorio VII s’arma contro a’ suoi nemici che s’avvicinano. — Enrico IV per Ravenna muove su Roma (1081). — Assedia per la prima volta la Città. — Dopo quaranta giorni ne leva le tende. — Assedia Roma per la seconda volta nella primavera del 1082. — Si ritira a Farfa. — Va a Tivoli, dove Clemente III pone residenza. — Devasta le terre della grande Contessa.
La città di Roma diventò il teatro della guerra lunghi anni combattuta fra i due acerbi nemici, Imperatore e Papa; in quei frangenti essa quasi sommerse, e piombò in siffatta ruina, che se ne segna un’epoca nuova nella storia del suo decadimento. Questa battaglia memoranda, di cui Roma fu l’oggetto, non isplende per gesta eroiche come le anteriori di egual fatta, chè le forze e gli eserciti messi in moto non erano grandi; tutta volta la importanza della pugna, i casi del Principe che vi dava assedio e la grandezza morale dell’uomo che era assediato, le danno un’insolita attrattiva. Enrico IV, Gregorio VII, Roberto Guiscardo, la grande Contessa sono gli eroi di questa tragedia medioevale.
Fino dall’estate dell’anno 1080 Guiberto fu a Ravenna dove raccolse milizie, in quello che Gregorio faceva a tutt’uomo per riunire prestamente una crociata contro di lui. Ma i Normanni lo lasciarono in asso. Quantunque Guiscardo rifiutasse di unirsi in lega con Enrico, non pure per questo dava bada agli ammonimenti del Papa, anzi andava armandosi ad una spedizione contro di Grecia, dove voleva condurre un impostore bizantino sotto la maschera del detronato Michele Ducas; ed il Papa per necessità era costretto ad approvare siffatto proposito, sebbene proprio adesso lo privasse dell’ajuto dei Normanni. Giordano di Capua si metteva dalla parte di Enrico, laonde Gregorio non poteva contare che sul solo soccorso di Matilde.
Però, all’avvicinarsi del suo nemico, il Pontefice stette aspettandolo con cuore intrepido degno di un Belisario, e dietro le vecchie mura di Roma volle imitare l’esempio di quell’antico. Caduto l’Antirè si aveva sollecitato Gregorio a conciliarsi con Enrico; gli si diceva che di Germania nulla poteva sperare, e che i vassalli della Contessa reputavano follia la resistenza di lei; tuttavia egli non cedette, esortò i Tedeschi ad eleggersi un novello Re, ma ricordò loro che questo esser doveva vassallo obbediente della Chiesa.
Enrico discese nella primavera dell’anno 1081, dietro a sè lasciando la patria non ancora messa a dovere; ad ogni modo il suo partito era colà abbastanza forte per tener testa alla fazione romana. Tre anni di battaglie combattute con armi di guerriero e di politico, avevano temprato a virtù d’uomo questo Principe fornito di grandi pregî; e adesso ei veniva a lavar l’onta di Canossa, a torsi la corona imperiale, a rendere il Papato nuovamente prono a’ servigi dell’Impero. Facevano mestieri tre altri anni di acre lavoro, perchè egli giungesse ai suoi intenti; soltanto l’ultimo di essi non potè condurre a compimento, avvegnadio il Papato, che il genio di Gregorio aveva affrancato dalla podestà imperiale, non ricadesse mai più sotto il giogo di quella.
Aveva il Re un esercito scarso; sperava di afforzarlo a Ravenna e di guadagnare alla sua causa il Guiscardo, ma gliene fallì la speranza, giacchè l’astuto Duca, sordo eziandio alle instanze di Gregorio, fece vela, dopo la Pasqua dell’anno 1081, per Durazzo. Tuttavolta Enrico cinse la corona d’Italia, ottenne che in un Concilio radunato a Pavia i Lombardi riverissero Guiberto per papa Clemente III, e finalmente mosse su Roma, senza che la Contessa potesse impedirnelo.
Quando ai 22 di Maggio ei pose campo nei prati di Nerone Gregorio potè benedire alla saviezza dei suoi predecessori che avevano munito la città Leonina[256]. Normanni, Toscani, milizie cittadine stavano a guardia dei suoi baluardi; d’altronde il partito regio era in Roma debole, o mancava di condottiero. Dopo di Totila Roma non aveva sofferto più ostinato assedio di quello onde Enrico veniva adesso a cingerla; però le esigue forze di lui non erano degne d’imperatore, e la sua prima impresa cadde vuota di buon risultamento. Nel suo campo raccolse i Romani dell’antica fazione di Cadalo, ed insieme con loro Benzone; a lui vennero alcuni Conti del territorio romano, massime i Tusculani, ed egli compose un senato o curia che rivaleggiasse con quello di Roma; dispensò officî palatini, ed elesse nuovi giudici ed un Prefetto nuovo. Questo faceva col suo bravo scopo, poichè in siffatta maniera metteva saldo fondamento al suo partito; nondimeno la Città restava fedele a Gregorio e respingeva le sue profferte[257]. I Pontificî avevano di che far grosse risate, mirando le processioni con cui Enrico celebrava le feste della Pentecoste nel suo campo, guidandole egli stesso col diadema in capo; tanto egli che il Papa suo figgevano senza speranza i loro sguardi al san Pietro, entro cui stavano rinchiuse le due corone che a vicenda bramavano di porgersi. Quaranta giorni dopo Enrico levò le tende e s’avviò a Toscana. Mancava di forze, laonde aveva per adesso mostrato al suo avversario il lampo della sua spada, nulla più.
Le floride città di Pisa, di Lucca e di Siena non indugiarono a scuotere il giogo della Marchesana, e convalidarono le loro libertà civiche con autorità di diplomi imperiali; sola Firenze respinse gli assalti di Enrico. In Ravenna, dove svernò, il Re ricevette messaggi di Alessio imperatore che, premuto dal Guiscardo, sperava indurlo con grandi donativi di denaro a recargli pronto soccorso[258]. Con lui Enrico conchiuse un trattato di alleanza, e i sussidî bizantini gli furono i benvenuti, poichè Roma pareva più espugnabile coll’oro che non col ferro. Ma neanche nella primavera dell’anno 1082 la sorte sorrise al Re innanzi a Roma. I Pontificî tenevano fermo nella città Leonina; non si cavò profitto di una breccia aperta; un incendio, che uomini traditori avevano appiccato al san Pietro, fu in pochi momenti spento. Enrico dovette ritirarsi nella Campagna, voltò dietro monte Soratte, traghettò ivi con molta difficoltà il Tevere, e addì 17 di Marzo posò a Farfa.
Quest’Abazia, che stava in dipendenza immediata dell’Impero, era bensì decaduta dall’antico stato, ma serviva al Re di eccellente punto d’appoggio nella Sabina. I frati erano sempre in cozzo coi Crescenzî della famiglia di Ottaviano, dal cui figliuolo Crescenzio (natogli del suo matrimonio con Rogata) discendevano Giovanni, Guido, Cencio e Rustico: e i frati vivevano in nimicizia co’ Papi, perocchè questi intendessero a ferire le libertà, che al monastero competevano per forza di documenti. Berardo abate rimase fedele ad Enrico, celebrò l’arrivo del suo Principe supremo con festività e con cuore sincero, e lo soccorse di provvisioni e di denaro[259].
La mossa con cui Enrico entrò nella Sabina doveva coprirlo da quella parte contro gli attacchi della Marchesana e condurlo più vicino al Lazio, dove i Tusculani gli guardavano la via Latina. Egli occupò Tivoli, poichè ivi l’Antipapa doveva porre sua residenza per bloccare Roma e nel tempo medesimo per fomentare la sollevazione che s’era desta nelle prossime terre normanne. I nemici di Roberto profittavano della sua assenza per isbocconcellarsi i suoi dominî italici; colà i Longobardi si dolevano sotto il pugno dei loro aguzzini normanni, e vivevano in uno stato parimente misero di quello che gli Anglosassoni sofferivano sotto la tirannide di Guglielmo il Conquistatore; speravano in Enrico, ed egli si prendeva l’oro greco, ma ciò non ostante non andava più oltre di Tivoli. L’Imperatore bizantino non vedeva di meglio che d’indurre il Re suo alleato ad un’impresa nelle Puglie la quale gli togliesse di dosso Roberto, però, da canto del Re, questi nulla vedeva di meglio che il Duca stesse lontano, e si trattenesse in Grecia. Ciascuno dei due alleati cercava che l’altro gli servisse di parafulmine, laonde Enrico da parte sua nulla operava. Frattanto la ribellione che scoppiava nelle Puglie, attizzata caldamente da Giordano di Capua, assumeva grandi proporzioni; il Guiscardo erane costretto a ritornare, e pertanto, lasciato all’eroico figliuol suo Boemondo l’incarico della guerra greca, veniva nelle Puglie, e riusciva, sebbene a forza di lunghe fatiche, a padroneggiare la rivolta.
Trascorsa la Pasqua, Enrico andò in Lombardia. Per quanto fu lunga la sua vita, volle il destino che fosse costretto a combattere contro un prete ed un’amazzone. Infatti, nell’Italia superiore era sempre di nuovo Matilde che lo costringeva a sostenere una guerra minuta e difficile negli Apennini e sul Po, dove ella possedeva molte fortezze. Ed ivi pure non si venne a cosa alcuna di decisivo; le città furono devastate, arse le chiese, il fanatismo scoppiò colle furie di una guerra di religione. Un Cronista di quell’età potè paragonare il palazzo della grande Contessa ad un porto entro cui si ricoverava tutto il mondo cattolico; chè in esso correvano a rifugio preti, monaci, esuli di ogni ceto che scampavano alla spada del Re; e il patrimonio di lei, cui mezza Italia pretendeva, era sempre abbastanza grande per torre anche Gregorio VII dalle sue angustie[260].
§ 2.
Enrico IV assedia Roma per la terza volta (1082-1083). — Prende la città Leonina. — Gregorio VII fugge in castel Sant’Angelo. — Enrico IV tratta coi Romani. — Fermezza del Papa. — Giordano di Capua presta omaggio al Re. — Desiderio si fa mediatore di pace. — Trattato segreto fra Enrico e i Romani. — Il Re va in Toscana. — Mal’esito del Sinodo di Novembre raccolto da Gregorio. — I Romani rompono il giuramento fatto al Re.
Stanca seguire le mosse che di qua e di colà andò facendo Enrico: sulla fine dell’anno 1082 lo troviamo innanzi a Roma per la terza volta, incaponito a volerla prendere, sì come il suo angustiato avversario era ostinato a resistergli.
Ei trovava le cose allo stato di prima, giacchè durante l’estate Clemente III, suo papa ed eziandio suo generale, aveva bensì da Tivoli tribolato Roma con assalimenti e devastato la Campagna, ma senza conseguirne effetto alcuno. Nuovamente il Re s’accampava nei prati di Nerone, e la sua pazienza era ancor posta a prova per sette lunghi mesi[261]. Nulla forse dimostra la influenza che il genio di Gregorio esercitava sugli uomini, più splendidamente che non lo provi la devozione mantenutagli dai Romani in quei tre anni di assedio, sebbene egli pur fosse loro papa e loro principe.
Fastidito di più aspettare, il suo nemico investiva adesso con gran vigore il Vaticano e la fortezza del san Paolo, ma i suoi assalti fallivano. Però nel frattempo le necessità durate da lunga pezza diventavano insopportabili tanto, che Gregorio impediva la defezione di Roma soltanto a furia dell’oro che il Guiscardo gli aveva mandato, in vece di soccorso di uomini d’arme[262]. Alla fine, approfittando che le scolte cadevano di stanchezza, il Re potè prendere la città Leonina; alcuni Milanesi vassalli di Tedaldo, e Sassoni condotti da Wigberto di Turingia, scalarono le mura, uccisero le sentinelle addormentate, e s’impadronirono di una torre[263]. Gettando grida di gioia, le milizie di Enrico calarono dal muro smantellato nella città Leonina, e vien detto che Goffredo di Buglione fosse il primo ad entrarvi (addì 2 di Giugno 1083). Allora si combattè con furore per conquistare il san Pietro; ivi fuggivano i Gregoriani, ivi contro facevano impeto i Tedeschi, e il sacro tempio diventava il teatro di un massacro sanguinosissimo. I Romani premuti tennero ancor fermo trincerandosi nel portico, e al dì vegnente i vincitori diedero l’assalto anche a questo. Irritati e anelando vendetta cercavano di Gregorio, avvegnaddio farlo prigioniero sarebbe stato il gran trionfo di quella giornata, il termine di tutta la guerra; ma il Papa sotto la protezione di Pierleone si era ricoverato nel castel Sant’Angelo[264].
Così, dopo tanto lunghi sforzi, Enrico entrò nel san Pietro, sapendo che vicinissimo a lui il suo formidabile nemico stava serrato nel castello, dalle cui feritoie ei forse guardava il penitente di Canossa, allorchè circondato di cavalieri, di vescovi e di nobili romani, con a fianco l’Antipapa, moveva trionfalmente alla basilica, passando in mezzo a ruine ancor fumanti. I canti del «Te Deum» ricrearono l’anima di Enrico; dolce era quel suono alla sua vendetta, ma non lo contentava che a metà. Il Papa suo (una marionetta che ad ogni istante ei poteva rovesciare con un buffetto) non era stato peranco consecrato, nè s’era egli peranco posto in capo la corona imperiale. Bene avrebbe potuto prendersela in san Pietro, ma prudenza glielo divietava, chè per farlo gli occorreva il voto favorevole della città di Roma, con cui stava negoziando; oltracciò sperava adesso di costringere Gregorio stesso a coronarlo, ed a conchiudere una pace vantaggiosa al regno.
Colla Leonina il Re teneva in mano la chiave della Città, dove la sua vittoria aveva fatto impressione profonda. L’assedio senza fine, la fame che incominciava a far sentire i suoi guai, la collera minacciosa di Enrico, erano altrettanti terrori per il popolo; ogni adito era guardato; niuno osava entrare nè uscire. I patti che Enrico offeriva sembravano accettabili; da quell’astuto che era, pensando alienare gli animi dei Romani dalla fede del Papa, diceva loro di voler ricevere la corona soltanto dalle mani di Gregorio, con lui voler riconciliarsi, dovere eglino ajutarlo a questo buon intento, un Sinodo poter metter buon fine alla lotta che pendeva per aria. Con ferventissime rimostranze i Romani e financo i suoi più fidi partigiani del clero scongiurarono a ginocchi Gregorio, affinchè in quelle condizioni disperate di cose volesse entrare in trattative col Re, e salvare la patria; ma Gregorio si chiudeva muto nella sua calma impassibile. La sua anima pareva di bronzo; non timore umano, non capriccio di fortuna lo piegava; uomo ammirabile, con cuore di eroe sfidava il destino nel sepolcro di Adriano, sì come lo aveva sfidato altra volta nella torre di Cencio. Non voleva riconoscere Enrico per re nè per imperatore; lasciarsi vincere non voleva; insistette pertanto affinchè quegli si sottomettesse ai comandamenti che gli darebbe, giusta il patto conchiuso a Canossa; dichiarò finalmente di voler congregare a Novembre un Sinodo ecumenico.
I Romani nella Città, Enrico nella Leonina, Gregorio nel castel Sant’Angelo formavano in Roma tre campi separati; ivi le armi avevano tregua e si negoziava con gran calore. Venivano anche ambasciatori di Alessio ad esortare Enrico che movesse alla promessa spedizione nelle Puglie; e propizio abbastanza pareva esserne il momento[265]. Giordano di Capua, che non cessava di combattere coraggiosamente e con buona fortuna contro il reduce Guiscardo, sperava adesso di scacciare il suo rivale e d’impadronirsi del trono ducale delle Puglie; laonde, dappoichè la caduta di Roma pareva certa, volle senza indugio prestar reverenza al Re, e chiese con insistenza all’abate di Monte Cassino che con lui si accompagnasse a frapporsi paciero in mezzo al Re ed al Papa. Anche Enrico desiderava che ciò avvenisse, e Desiderio, quantunque non ne avesse punto voglia, dovette cedere a’ suoi ripetuti inviti. Con animo disperante partiva l’abate assieme col Principe di Capua, e dopo lunga titubanza si presentava in Albano al Re scomunicato. Ivi Giordano fece atto di omaggio, pagò una grande moneta di tributo, e ricevette Capua in feudo imperiale; ma l’intrepido abate protestò che ne avrebbe potuto ricevere l’investitura da Enrico, sol quando questi fosse stato coronato imperatore. Il Re però accondiscese alle istanze di Giordano, e quanto a Desiderio, gli confermò benevolmente con una bolla d’oro i possedimenti del suo magnifico monastero. Quantunque fosse riconoscente di tal favore, il cocciuto abate non vedeva l’ora di uscire della tana di quegli eretici; tuttavolta dovette per lunghi dì trattenersi in corrispondenza con loro, e perfino disputare coll’anticristo Guiberto intorno alle ardenti questioni del giorno. Gregorio, che avrebbe dovuto scomunicare l’amico suo, come quello che s’era infetto del contatto di scomunicati, fu costretto a chiuder un occhio su ciò che dai canoni sarebbe stato imposto[266].
I deputati dei Romani, del Papa e di Enrico si riunirono a negoziati nella chiesa di santa Maria in Pallara sul Palatino. Si giurò un patto, giusta cui il Papa nel mese di Novembre avrebbe congregato un Sinodo che decidesse della causa del Re, e questi prometteva con sacramento di non impedire a qualsiasi Vescovo di assistervi[267]. Però fuvvi un convegno secreto, nel quale i Romani s’impegnarono di ajutare Enrico, affinchè entro un tempo determinato venisse coronato, sia che Gregorio fosse fuggito, sia che fosse morto. In quest’ultimo caso lo avrebbe coronato un Papa che sarebbesi eletto nuovamente, ed il popolo romano gli avrebbe giurato fedeltà[268].
Lieto di tenere i Romani nel laccio Enrico si prese loro statichi e andò in Toscana; una parte delle mura leonine aveva fatto atterrare, e lasciava non più di quattrocento cavalleggieri sotto gli ordini di Ulrico di Godesheim, chiusi entro una trincera eretta sul monte Palaciolo, nella città Leonina[269]. In Toscana la Marchesana brandiva pur sempre le armi per la causa di Gregorio. La angustiavano i consigli degli stessi Vescovi de’ suoi dominî, le rimostranze della contessa Adelaide, e le grida di dolore delle sue città devastate; tutto le diceva di cedere, poichè inevitabile era la caduta del Papa. Ella stette dubbiosa un istante, poi respinse ogni accomodamento. La coraggiosa donna non volle aver di che arrossire dinanzi al suo grande amico, che, circondato di nemici e di traditori, mirava dal castel Sant’Angelo con occhio impavido il suo destino. Matilde provò un gran dolore di non poter liberare Gregorio; a fatica potè difendersi dagli attacchi di Enrico, e fu contenta che il Re, dopo di aver corso le sue terre, per punizione mettendole a guasto, tornasse nei paesi romagnuoli: infatti s’avvicinava il tempo per cui era bandito il Sinodo.
Gregorio aveva invitato ad intervenirvi tutti i Vescovi che non erano stati colpiti di scomunica; nella sua lettera circolare aveva dichiarato che voleva smascherare i veri autori della malaugurata controversia e distruggere le mossegli accuse, che sperava di comporre pace coll’Impero. Aveva invocato Dio a testimonio che Rodolfo era stato eletto re contro sua volontà; finalmente la colpa d’ogni male aveva rovesciato su Enrico, perciocchè costui avesse rotto i patti di Canossa[270]. Non poteva il Papa invitare al Concilio altri Vescovi fuor di quelli che erano mondi di anatema; non poteva d’altra parte Enrico acconciarsi alla sentenza che dessero questi tali, necessariamente partigiani di Gregorio, senza dar vinta la sua causa prima ancora che si giudicasse. Comprese quale fosse l’intenzione del Papa, e infranse il trattato; impedì ai Vescovi di andare a Roma, massime ai più zelanti seguaci di Gregorio, come erano Ugo di Lione, Anselmo di Lucca e Reginaldo di Como; fe’ metter sotto custodia anche i legati dell’Antirè tedesco, e imprigionò Ottone cardinale di Ostia, che a quello era spacciato come messaggiero di Gregorio.
Pochissimi vennero al Concilio di Novembre, il quale pertanto non conseguì lo scopo desiderato; e Gregorio ne fu siffattamente irritato che poco mancò non iscomunicasse un’altra volta Enrico; però scagliò l’anatema contro tutti coloro che mettevano inciampo all’andata dei Vescovi.
Verso il Natale dell’anno 1083 Enrico si avvicinò nuovamente a Roma, dove la sua causa sembrava volgere a male. Le febbri avevano fatto strage del presidio lasciato a Palaciolo, e n’era morto anche il prode Ulrico di Godesheim; da canto loro poi i Romani avevano minato la trincera, chè Gregorio se li aveva riguadagnati con oro normanno. S’avvicinava il termine entro cui avevano promesso la corona al Re, e questi possedeva i loro ostaggi: pertanto eglino si videro costretti di manifestare al Papa il patto secreto. Si scusarono con una bugia, asserendo che al Re avevano promesso, non già che Gregorio lo consecrerebbe solennemente, ma che gli porgerebbe soltanto la corona. Però un uomo di serio intelletto avrebbe mai accondisceso alla puerile commedia di cui i Romani facevano la bella trovata? Enrico respinse la loro proposta, giusta cui pretendevano che egli si prendesse la corona con una solennità in cui avrebbe fatto comparsa di servitore devoto del Papa, od altrimenti che se la lasciasse porgere dai merli del castel Sant’Angelo, appesa ad una pertica[271]. Così ogni trattativa si sciolse in aria, fallirono i negoziati pacifici, e il Re potè protestare ai Romani che non egli, il quale era stato inchinevole a pace, ma l’ostinazione del Papa e il tradimento della nobiltà erano cagione che la guerra proseguisse.
§ 3.
Enrico muove nella Campania. — I Romani disertano Gregorio, e fanno la dedizione della Città (1084). — Gregorio si chiude nel castel Sant’Angelo. — Un parlamento romano lo depone, ed eleva Clemente III al papato. — L’Antipapa corona Enrico IV. — L’Imperatore prende d’assalto il Septizonium e il Campidoglio. — I Romani assediano il Papa nel castel Sant’Angelo. — Pressura di Gregorio. — Il Duca dei Normanni viene a liberarlo. — Enrico si ritira. — Roberto Guiscardo prende Roma. — Ruina orribile della Città.
Se Enrico avesse potuto spargere maggior copia d’oro, egli s’avrebbe prestamente guadagnato la Città, giacchè tutto stava che traesse nuovamente il popolo dalla sua. Mentre gli agenti di lui erano a Roma in gran moto, dispensandovi oro bizantino, il Re moveva in persona nella Campagna (era la primavera dell’anno 1084) e la devastava, indi imprendeva sul serio una spedizione nelle Puglie. Ma aveva appena oltrepassato la frontiera normanna, che gli capitavano da Roma messaggi, e lo invitavano a torre possedimento della Città, la quale, volte le spalle a Gregorio, desiderava ardentemente di vederlo coronare e di levare Clemente III al pontificato. Questa repentina mutazione delle cose non tanto veniva dai nobili, quanto dal popolo che desiderava por fine alle sue tribolazioni, e già cominciava con maggiore independenza a mostrar la faccia al ceto de’ capitani[272]. Da lungo tempo i Romani s’avevano battuto prodemente per il Papa, ma adesso, che nessuna speranza di pace loro sorrideva, erano stufi di sacrificarsi per gli intendimenti proprî di lui, i quali non facevano il vantaggio di loro. Il maggior dolore di Gregorio fu veder che lo abbandonavano; la sua caduta era adesso irreparabile, ma la forte anima del Papa durò inconcussa in mezzo alle ruine della sua fortuna. Tempo prima già udimmo che il concorde giudizio degli uomini infliggeva a Roma il marchio di città venale; fin dall’antichità tutto il mondo gettava il suo oro nella voragine di questa Città insaziata sempre, nella quale tutto a peso d’oro si comperava. È a meravigliarsene? Roma era povera e mancava di autonomia; tutto l’Occidente del continuo correva alle sue mura, non più ad offrirle tributi, ma a recarle donativi, coi quali la corrompeva per ottenere mille intenti grandi e piccini. Un frate normanno di questa età, il quale non volle aver occhi per vedere le orrendità che poco tempo dopo commise in Roma il Guiscardo, s’arrogò il diritto di colmare di contumelie questi avidi Romani, vittime del Papa e dell’Imperatore: però non per questo li calunniava, sì come non li aveva calunniati Giugurta in antico. «Roma», esclamava Gaufrido, «tu marcisci nella tua dispregevole perfidia: niuno ti teme, e tu presenti il dorso ad ogni frusta che s’alza su di te. Spuntate sono le tue armi, le tue leggi falsate. Sei tutta piena di menzogna, di crapule e di avarizia. Non fede, non modestia hai, nulla che simonia pestifera non sia. In te tutto è venale. Invece d’uno, hai bisogno di due Papi; finchè uno dà, tu cacci l’altro; quando quegli smette di dare, e tu richiami questo. Coll’uno minacci l’altro, e così empi le tasche. Origine un giorno di tutte le virtù, oggi sei baratro di tutti i vituperî. Non hai più nobili costumi, ma con fronte che non sa arrossire corri dietro a spregevoli artificî di guadagno[273].»
Enrico a grandi giornate tornò a Roma; addì 21 di Marzo dell’anno 1084 entrò, come Totila, da porta san Giovanni, e adesso coll’Antipapa pose residenza nel Laterano; aveva seco la sposa e molti Vescovi e signori tedeschi e italiani. Quanto poco avesse sperato di ottenere un sì prospero risultamento cel dimostra la lettera che dopo la sua coronazione scriveva a Dietrich vescovo di Verdun: «Nel giorno di san Benedetto entrammo in Roma, è vero; ma pur mi pare un sogno: potrei dire che con dieci uomini di noi Dio ha operato ciò che i nostri antenati non avrebbero fatto con diecimila. Disperando di prendere Roma io era in procinto di tornarmene in Alemagna, quando i messaggieri romani ci appellarono nella Città, la quale ci accolse festante[274].»
L’addolorato Gregorio avrebbe voluto morire piuttosto che piegarsi innanzi al Re; ma fino a tanto che sedeva nel castel Sant’Angelo, difeso dagli scudi e dalle lance di un manipolo d’uomini risoluti e fedeli, tutto non era peranco perduto. Ancora una gran parte della nobiltà stava per lui, i luoghi più muniti di Roma duravano tuttavia in suo potere; Rustico, nipote suo, teneva il Celio ed il Palatino, la famiglia dei Corsi era padrona del Campidoglio, i Pierleoni s’accampavano nell’isola Tiberina, tutti i ponti massimamente erano occupati dai Gregoriani[275]. Però adesso Enrico, senza por tempo in mezzo, intese a schiacciare in Roma medesima il suo nemico per via di un atto politico: raccolto un parlamento dei Romani, degli ottimati e dei Vescovi del suo campo, questa assemblea diffidò Gregorio a comparire a sè innanzi, e, poichè non si presentò, lo dichiarò deposto e riconobbe con tutte le forme Guiberto per papa. Nella domenica delle Palme Clemente III fu messo dentro in Laterano, e consecrato da alcuni Vescovi lombardi; indi, nel giorno di Pasqua, che cadde ai 31 di Marzo, dopo una fiacca resistenza del partito di Gregorio, egli coronò Enrico e Berta sua moglie nella chiesa di san Pietro: in pari tempo i Romani conferirono al loro Imperatore anche la podestà di patrizio[276]. Imperatore e Papa diedero indi tosto assestamento all’amministrazione delle cose ecclesiastiche e temporali; fu costituito un ministero lateranense ed un tribunale di giudici, e fu nominato il Prefetto; Clemente III si circondò di un senato di anticardinali, ed elesse a nuovo i sette Vescovi del Laterano. Quasi dappertutto Roma e il suo territorio obbedirono al comando di lui, ed atti giudiziarî furono segnati colla data del suo pontificato[277].
Allora Enrico strinse prestamente di assedio le fortezze di Roma; cadere dovevano, e il castel Sant’Angelo abbandonare la preziosissima preda: forse che anche Ottone III non aveva conquistato il castello? Il nipote di Gregorio si difese disperatamente nel Septizonium, monumento dell’imperatore Settimio Severo, situato all’estremità del Palatino dalla parte di mezzogiorno, che i frati del convento di san Gregorio sul Clivo Scauro avevano tramutato in fortezza saldissima[278]. Enrico lo assediò con tutte le regole di guerra, come se fosse stato una rocca; ed infatti tanto grandioso era tutto quello che i Romani antichi avevano edificato, che perfino le loro opere di arti belle superavano in solidità le castella della gente nuova. Gli ordini di colonne magnifiche sovrapposte le une alle altre caddero in frantumi sotto l’urto delle macchine belliche, ed uno dei più bei monumenti di Roma ne andò mezzo distrutto; finalmente Rustico si arrese[279]. Fu preso d’assalto anche il Campidoglio, dove entro a torri si appiattavano i Corsi, una famiglia partigiana di Gregorio, la quale forse derivava dalla colonia di gente corsa, ch’era stata fondata ai tempi di Leone IV[280]. Ne furono smantellate e bruciate le case, ed Enrico con un senso di orgoglio potè per breve tempo prendere albergo sul Campidoglio venerando di antichità[281].
Ora al castel Sant’Angelo, dove si nascondeva il Papa! I Romani stessi lo assediarono e lo cinsero di muro per isolarlo e per affamarlo; ma frattanto i messaggeri di Gregorio correvano a perdifiato traverso la Campania, per andarsi a gettare a’ piedi di Roberto Guiscardo, ed esortarlo che s’affrettasse a portargli liberazione[282]. Nello stesso castello, dove novant’anni prima un Romano aveva difeso la libertà della Città contro un Imperatore, adesso un Imperatore stringeva d’assedio un Papa, che combatteva per riscattare la Chiesa dalla podestà civile. Può darsi che innanzi all’animo dolente di Gregorio trasvolassero come fantasime le ricordanze della tragica storia di questo sepolcro di Adriano, e che gli sovvenisse dei tempi di Belisario e di Totila, di quelli di Alberico e di Marozia, di Crescenzio e dei Papi che ivi dentro erano stati uccisi: forse cotali lugubri imagini gli passavano per la mente in quello che stavasi rimpiattato nelle oscure stanze arcuate del castello, e dal di fuori risonavano le grida furibonde dei Romani e dei Tedeschi. Che sorte lo aspettava se fosse caduto fra le mani di Enrico? Come un tempo il padre di questo aveva fatto di Gregorio VI, così il vendicatore di Canossa lo avrebbe trascinato dietro a sè di là delle Alpi, e il massimo di tutti i Papi avrebbe finito prigione in qualche torre della Selva Nera, o sulle rive del Reno. Dall’alto dei merli di quel sepolcro Gregorio mirava le rovine della città Leonina e Roma venale; indi affisava lo sguardo per la pianura toscana, e non vedeva indizî che giungessero soldatesche della sua amica; allora si volgeva con petto ansante dalla parte della Campagna latina, e guardava, guardava se apparissero gli squadroni del Duca normanno: finalmente un giorno vide luccicare le loro lancie di là di Palestrina. Come il Guiscardo ebbe udito della pressura del Papa, deliberò di muovere incontanente a liberarlo; chè, caduto Gregorio, Enrico contro di lui avrebbe rivolto le armi, e ne sarebbe conseguita una terribile colleganza di tutti i nemici suoi. Sul principio di Maggio si pose dunque in cammino con seimila cavalli e trentamila fanti, fra’ quali si trovavano genti calabresi avide di saccheggio, e Saraceni di Sicilia ancor più feroci delle prime[283]. Dell’avvicinarsi di lui Desiderio diè annuncio al Papa, ma ne informò altresì l’Imperatore; comportamento ambiguo che lo espose a severa censura, perocchè fosse giudicato che l’abate accortamente facesse da servitore a due padroni nemici fra loro. La fortuna non aveva per Enrico che ironici sorrisi; questo Tantalo del medio evo non conseguì mai completo trionfo. Non poteva scagliarsi contro all’oste che veniva, composta dei più formidabili guerrieri di quel tempo, giacchè egli aveva esercito esiguo; non poteva tenersi fermo in Roma, dappoichè i Romani erano gente mutabile e i Gregoriani tenevano tuttavia in mano alcune fortezze della Città. Poichè dunque era costretto a cederla prima ancora di esservi assediato, fe’ smantellare le torri del Campidoglio e le mura della Leonina; raccolse un parlamento dei Romani, sì come aveva fatto Vitige all’appressarsi di Belisario; dichiarò ad essi che le cose dell’Impero lo richiamavano in Lombardia, esortò quegli uomini costernati a resistere, fe’ loro sperare che sarebbe presto ritornato, e gli abbandonò alla loro sorte. Addì 22 Maggio si mise in via con Clemente III per la strada Flaminia, e andò a Civita Castellana, per muovere indi ancor più verso settentrione[284].
Intanto che Enrico se ne andava i cavalieri del Guiscardo picchiavano omai alla porta lateranense. Il Normanno era venuto a passo forzato dalla via che un tempo aveva preso Belisario, passando per la valle del Sacco; ed ai 24 di Maggio giungeva innanzi Roma, tre dì dopo che l’Imperatore ne era partito. Ei pose primamente il suo campo presso all’Aqua Martia, dove prudentemente sostò tre giorni, avvegnaddio non fosse certo se Enrico, ritirandosi, avesse fatto che una finta, per piombargli d’un tratto alle spalle[285]. I Romani tenevano la città barricata, e la loro virile resistenza opposta contro Roberto Guiscardo empie splendidamente un breve capitolo della loro storia medioevale. Forse la loro incostanza attenua la pietà onde potrebbero avere diritto; però le loro angustievoli necessità erano pur degne di vero compianto; l’Imperatore, cui avevano reso la Città, gli aveva lasciati in balìa del loro destino, e Roma sventurata, dopo i tormenti di un assedio di tre anni, si vedeva esposta all’avidità depredatrice di genti normanne e saracene chiamate dal Papa. Roberto trattò coi traditori e coi Gregoriani che erano nella Città, ed a capo de’ quali stava il console Cencio Frangipane. Sull’alba del 28 Maggio i suoi cavalieri salirono da porta san Lorenzo; entrati corsero a porta Flaminia, la abbatterono, e per di là penetrò in Roma l’esercito che stava in sull’avviso. Allorchè i Romani udirono risonare dentro delle mura il terribile grido di battaglia: Guiscardo! Guiscardo! si gettarono con grande impeto contro i Normanni; ma il Duca, venendo dal Campo di Marte in preda alle fiamme, passò di gran corsa il ponte del Tevere, liberò il Papa fuor del castel Sant’Angelo, e fra le acclamazioni de’ suoi soldati lo condusse in Laterano[286].
La liberazione del Papa e la presa di Roma, gloria della quale sol pochi eroi si adornarono, risplendono chiari nella storia del celebre Principe guerriero, cui più di Cesare e di Pompeo fu fida la fortuna. In Albania aveva distrutto gli eserciti dell’Imperatore d’Oriente, ed aveva pur testè fugato l’Imperatore d’Occidente e riposto sul trono della Cristianità il massimo di tutti i Pontefici. Meraviglioso spettacolo, di quei tali onde pochissimi la storia mostra di eguali, è vedere Gregorio VII accanto al Guiscardo salvatore suo. Allorchè il Papa riconoscente strinse fra le sue braccia l’eroe di Palermo e di Durazzo può darsi che egli scorgesse farglisi innanzi lo spirito pacificato di Leone IX: e il Guiscardo da parte sua poteva riflettere con mente attonita alla instabilità delle sorti umane, ricordando il campo di battaglia di Civita dove s’era genuflesso innanzi a un Papa che aveva fatto prigioniero, mentre adesso s’inginocchiava innanzi ad un altro Papa che aveva salvo dalle mani dei suoi acerbi nemici.
Ma Roma infelice, abbandonata al saccheggio degli uomini d’arme normanni, fu teatro di orrori che non si possono descrivere, e tali da superare tutte le efferatezze de’ Vandali. Al terzo giorno i Romani si sollevarono, e con rabbia furibonda si scagliarono sui barbari vincitori; il partito imperiale si tornò a raccozzare e tentò liberarsi con un assalto impetuoso, sennonchè il giovane Ruggero corse dal campo con mille cavalieri e venne in soccorso del padre che era ridotto a male strette. La Città combattè con gran furia, ma non a lungo, e soccombette; il tentativo disperato dei Romani fu soffocato nel sangue e domato col fuoco, chè Roberto per salvarsi fe’ incendiare una parte della Città. Chetate le fiamme e la strage, Roma apparve agli occhi di Gregorio cumulo di macerie fumanti; dalle chiese bruciate, dalle rovine che s’ammonticchiavano per le vie, dai cadaveri de’ Romani, mille voci si alzavano ad accusarlo; e Gregorio avrà dovuto torcer la faccia per non vedere i Musulmani trarre al campo i Romani, cacciandoseli dinanzi a stormi, legati con funi. Donne vituperate, uomini che si ornavano del nome di senatori, fanciulli, giovani, erano publicamente venduti in ischiavitù come si fa del bestiame; altri, fra’ quali il Prefetto imperiale, conducevansi nelle Calabrie prigionieri di Stato[287].
Tuttavolta, Goti e Vandali erano stati più avventurati dei Normanni del Guiscardo, poichè quelli avevano trovato Roma ancor piena di tesori immensi, laddove il bottino che facevano i Maomettani venuti agli stipendî del Duca non pareggiava più pur quel tanto che, dugento trent’anni prima, i loro antenati avevano raccolto nel san Pietro e nel san Paolo. Roma era caduta adesso in gravissima povertà, e perfino le chiese erano vuote di ornamenti. Statue mutilate e senza pregio erano abbandonate per le vie ingombre di rottami, o giacevano atterrate nella polvere in mezzo a ruderi giganteschi di terme e di templi, entro cui appena era se il nemico poneva il piede, avvegnachè ne lo respingesse un senso di orrore, o la temenza d’esservi ucciso a tradimento. Tratto tratto, entro a chiese, le quali andavano anch’esse ruinando, si rinvenivano bruttissimi simulacri di Santi, e il Saraceno ne strappava sghignazzando l’oro dei doni votivi, che forse v’erano ancora appesi.
I conquistatori sbramarono per alcuni giorni la loro libidine bestiale di ruba e di sangue, finchè i Romani, con una corda ed una spada nuda al collo, si gettarono a’ piedi del Duca: e il corrucciato vincitore sentì pietà di essi, ma non potè più in alcun modo riparare alle loro perdite[288]. La devastazione di Roma deturpa di più oscura macchia la storia di Gregorio, che quella del Guiscardo; era Nemesi che aveva costretto questo Papa, se anche abbrividendo o di malincuore, a fissare lo sguardo sulla fiamma onde Roma ardeva. Forse che Gregorio VII in mezzo all’incendio di Roma (ed era per cagion sua che bruciava) non pare uomo fatale e terribile, pari a Napoleone che tranquillo cavalca lungo i campi di battaglia bagnati di sangue? Che contrasto fra lui e la bella immagine di Leon magno che salva dal ferro di Attila la santa Città, e ne addolcisce le sorti contro alla collera di Genserico! Non uno dei suoi contemporanei nota che Gregorio abbia tentato di salvare Roma dal saccheggio, o che abbia sparso una lacrima pietosa sulla caduta della Città[289]. Tuttavolta può darsi che chi lo avvicinava abbia raccolto i sospiri che egli versasse in quei terribili giorni; ma d’altronde per quest’uomo del destino, che cos’era la distruzione di mezza Roma in paragone all’idea per cui aveva sacrificato la pace del mondo?
§ 4.
Ildeberto lamenta la caduta di Roma. — Ruina della Città al tempo di Gregorio VII.
Lacrime versò, alcuni anni dopo, un Vescovo straniero, Ildeberto di Tours. Ecco il commovente carme di lai, che egli dedicò alle ruine di Roma deserta:
«Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina, Quam magna fueris integra, fracta doces. Longa tuos fastus aetas destruxit, et arces Caesaris, et superum templa palude jacent. Ille labor, labor ille ruit, quo dirus Araxes Et stantem tremuit, et diruisse dolet. Quem gladii Regum, quem provida jura Senatus, Quem superi rerum constituere caput, Quem magis optavit cum scelere solus habere Caesar, quam socius, et pius esse socer. Qui crescens studiis tribus, hostes, crimen, amicos Vi domuit, secuit legibus, emit ope. In quem dum fieret vigilavit cura priorum, Juvit opus pietas, hospitis unda locum. Expendere duces thesauros, fata favorem, Artifices studium, totus et orbis opes. Proh dolor! urbs cecidit, cujus dum specto ruinas, Penso statum, solitus dicere: Roma fuit. Non tamen armorum series, non flamma, nec ensis Ad plenum potuit hoc abolere decus. Tantum restat adhuc, tantum ruit, ut neque pars stans Aequari possit, diruta nec refici. Confer opes, ebur et marmor, superumque Artificum vigilent in nova facta manus. Non tamen aut fieri par stanti fabrica muro, Aut restaurari sola ruina potest. Cura hominum potuit tantam componere Romam, Quantam non potuit solvere cura deum. Hic superum formas superi mirantur et ipsi, Et cupiunt fictis vultibus esse pares: Non potuit natura deos hoc ore creare Quo miranda deum signa creavit homo. Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur Artificum studio, quam deitate sua. Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret, Vel dominis esset turpe carere fide»[290].
Ildeberto di Tours fu a Roma sull’incominciamento del secolo duodecimo, vide la devastazione della Città, le sue ruine antiche e nuove, e trovò ancor fresche le tracce dell’inimico. Il buon cantore si sgomentò delle idee pagane che Roma gli faceva rampollar per la mente, laonde le cancellò con una seconda elegia, nella quale mette in bocca alla mesta Roma parole di conforto. «Quand’io», così fa dire alla sventurata Sibilla, «quand’io mi allegrava degl’idoli, mio orgoglio erano i miei eserciti, il mio popolo, la magnificenza dei miei marmi. Crollarono gli idoli, crollarono i palazzi, popolo e cavalieri caddero in servitù, ed appena è che Roma ancor si ricordi di Roma; però adesso io ho cambiato l’aquila colla croce, Cesare con Pietro, la terra col cielo»[291].
Tutte belle idee, ma non potevano confortare i Romani della rovina della loro Città, traverso cui si trascinavano tapini, accattoni. Roma s’era stremata di parecchie migliaia di abitatori, causa la guerra, le fughe, le morti e le schiavitù. Da secoli essa non aveva sofferto un guasto così orrido come a’ tempi di Gregorio VII. I ruderi onde s’era sparsa per vent’anni di guerre combattute fra le fazioni, per assalti sofferti di dentro e di fuori, per incendî, crescevano adesso in questa devastazione nemica, la prima che veramente subisse da dopo che Totila aveva atterrato le sue mura. Possiamo noverare una serie di monumenti che allora caddero distrutti.
Gli assalti dati da Enrico al san Paolo fecero probabilmente in pezzi il portico antico che adduceva dalla porta alla basilica; quanto al portico vaticano, esso ruinò allorchè fu preso il borgo. Il fuoco aveva devastato la città Leonina, e il san Pietro stesso ebbe a risentirne danno. Nella Città andarono in guasto il Palatino e il Campidoglio; altri monumenti muniti dovettero aver diviso la sorte del Septizonium, che allora era parte bellissima dei palazzi imperiali[292]. Tuttavolta il danno recato da Cadalo e da Enrico fu di poco rilievo, se si paragoni con quello dell’incendio appiccato dai Normanni[293]. Infatti il Guiscardo gettò due volte il fuoco nella Città, primamente quando entrò da porta Flaminia, indi quando i Romani lo assalirono. L’incendio devastò il Campo di Marte forse fino al ponte di Adriano; perirono gli avanzi dei portici di questo quartiere e molti altri monumenti; soltanto il mausoleo di Augusto andò illeso, grazie alla sua struttura, e la colonna di Marco Aurelio fu salva per via del luogo isolato in cui era collocata, sopra una piazza d’ogni lato aperta[294]. Le fiamme distrussero tutto il quartiere ancora inabitato, che si stendeva dal Laterano al Colosseo, e la stessa porta Lateranense d’ora in poi ebbe nome di porta «bruciata.» La chiesa antica dei «Quattro Coronati» cadde in cenere; il Laterano e molte chiese forse ne soffersero gravemente; difficilmente ne saranno rimasti immuni il Colosseo, gli archi trionfali, gli avanzi del Circo Massimo[295]. Quanti sono Cronisti, che con narrazione fugace e con noncurante apatia descrivono questa orribile catastrofe, tutti ad una voce affermano che una gran parte della Città ne andò distrutta; ed uno Storico del secolo decimoquinto a ragione pronunciò giudizio che, massimamente fra tutto, l’ira normanna ebbe gettato Roma nello stato deplorevole in cui al tempo suo era ridotta[296]. Il Celio (la regione del Colosseo), altra volta fittamente popolato, continuò bensì ad essere abitato, ma ognor meno, finchè diventò deserto; egual sorte subì l’Aventino, che ancora al tempo di Ottone III era abbellito di tanta splendidezza. Chi oggidì, visitando Roma, trascorre per questi due colli sepolti nei loro silenzî profondi, e non vi vede sparse che chiese antichissime e ruine romane dall’aspetto malinconico, può ben dire a sè stesso che il deserto deriva dai guasti normanni. Poco a poco quei luoghi di Roma furono abbandonati, e il popolo gradatamente andò addensandosi nel Campo di Marte, là dove sorse Roma nuova.
La ruina della Città cresceva del resto a questa età rapidamente, anche per cause interiori. Se più in antico vi aveva contribuito massimamente l’edificazione di chiese, or vi recava gravissima ragione il costume che s’era preso di tramutare monumenti antichi in rocche e in torri. Per giunta, anche città forestiere mandavano a Roma, come ad una miniera, per raccoglierne marmi e colonne. Il bel duomo di Pisa edificato nel secolo undecimo, e la celebre cattedrale di Lucca consecrata da Alessandro II, furono senza dubbio adorni di colonne che s’avevano avuto da Roma in dono o a vendita. Quando Desiderio costruì la sua basilica, comperò in Roma colonne e marmi che fece trasportare per mare dalla via di Porto, e ben può darsi che fra il bottino da Roberto tratto con sè a Salerno, si trovassero, se non statue pagane, certamente ornati preziosi e colonne che il Duca adoperava nell’edificazione del duomo di san Matteo in quella città[297]. Tuttavia anch’egli, sì come Genserico aveva fatto, avrebbe potuto condur seco dei veri capolavori d’arte, chè alcune considerazioni di Ildeberto nella sua prima elegia fanno conchiudere qualmente in Roma restassero statue di marmo o di bronzo, anche dopo del guasto datole dai Normanni.
§ 5.
Gregorio VII lascia Roma, e va esulando. — Sua caduta. — Muore a Salerno. — Rilievo della sua persona nella storia universale.
Gli orrori commessi dai suoi liberatori condannarono Gregorio VII a perpetuo esilio, e questa, se guardar si voglia ai destini umani da un punto di vista elevato, ne fu sorte meritata: la sua vita politica finì fra i ruderi di Roma. Quantunque i Romani gli avessero promesso soggezione, ei si doveva però imaginare che sarebbe caduto vittima della loro ira, tosto che i Normanni fossero partiti[298]. Roberto prese ostaggi, pose un presidio nel castel Sant’Angelo, e nel mese di Giugno partì col Papa per la Campagna, dove assalì inutilmente Tivoli, ma distrusse altre castella[299]. Con gran dolore Gregorio avrà gettato da qualche altura per l’ultima volta lo sguardo su Roma, e avrà preso commiato dal teatro delle sue lotte, dalla Città che abbandonava in ruine. Egli poteva ben dire a sè stesso che, da eroe, non aveva soccombuto, ma altresì che vinto non aveva; e tristissimi pensieri dovevano essere i suoi allorchè correva colla mente ad Enrico, che dal Po faceva ritorno trionfalmente in patria, dopo di aver conquistato la Città, preso la corona imperiale, elevato al soglio il suo Antipapa, costretto Gregorio a caricarsi della maledizione di Roma, ed a fuggire in esilio. Mentre l’uno dei due avversarî moveva a settentrione, l’altro era costretto a volgere verso il mezzogiorno, condannato alla riconoscenza verso un vassallo, che seco lo conduceva in terra straniera, seguito da turbe di Romani prigionieri e di carri carichi di bottino. La partenza di questo gran Papa da Roma devastata, la comitiva che gli fanno le torme di Normanni e Saraceni, contro i cui correligionari altra volta egli aveva predicato la croce, la sua triste andata a Monte Cassino ed a Salerno, il pane dell’esilio che ivi gli porge l’amico suo Desiderio, tutto questo pone un tragico termine al dramma della sua vita: e qui, come nella fine di Napoleone, che muore solitario a sant’Elena, la giustizia eterna celebra uno de’ suoi magnifici trionfi.
Mentre a Salerno volgeva in mente il progetto di tornare a Roma alla testa di un esercito, Gregorio vi passò di vita, addì 25 Maggio dell’anno 1085, senza che neppur morte curvasse la sua tempra indomita. Nell’agonia sclamava: «Amai la giustizia e odiai la colpa, perciò muoio in esilio»[300]: parole rivelatrici di questa mestissima verità, che gli uomini veramente grandi non trovano che martirio e solitudine; e in bocca di Gregorio mettevano in rilievo le più riposte fibre dell’indole sua grande e fiera. Ma quella forza di potentissimi spiriti, quell’animo vasto che quasi non ha pari, non tiene suo luogo nella bella schiera dei savî e dei riformatori, cui tutti i popoli senza distinzione onorano come benefattori del mondo. La ricordanza di lui sveglia ammirazione, ma non accende il fuoco dell’entusiasmo, quale è quello che desta un ideale creatore, nè conforta, colla dolce simpatia che s’accompagna agli uomini i quali composero a pace il mondo. A lui compete un posto fra i potenti della terra che hanno commosso il mondo con opera violenta ma salutare; solo l’elemento religioso lo sublima ad una sfera assai più elevata di quella che è propria dei monarchi secolari. Accosto a lui Napoleone cade in una grande povertà d’idee.
Anche Gregorio VII fu l’erede di antichi intendimenti del Papato. Però tutto suo è l’incomparabile genio di dominatore e di statista, e nessun uomo di Roma antica o del tempo moderno ebbe le sue audacie rivoluzionarie[301]. Questo mirabile frate non tremò al pensiero di scardinare l’ordinamento che fino alla sua età aveva retto Europa, e di elevare su quei ruderi il trono del Papa. Però la sua vera grandezza fu prima che giungesse al pontificato; da papa travalicò, perocchè nel fugace momento della sua potenza abbia voluto raccogliere insieme l’opera cui sarebbero occorsi dei secoli. Chi vuol giungere l’impossibile, non può parere che un visionario, e tale fu il suo tentativo di signoreggiare il mondo politico.
Stupenda è la potenza di genio con cui Gregorio VII conquistò la libertà della Chiesa, e fondò la dominazione della gerarchia. Il regno de’ preti, che non brandivano altre armi fuor di una croce e di un vangelo, di una benedizione e di un anatema, merita più ammirazione che tutti i regni insieme uniti de’ conquistatori romani od asiatici. Questo impero spirituale potrà condannarsi, potrà odiarsi, ma, finchè duri la terra, sarà sempre un fenomeno di potenza morale che non ha riscontro d’esempî. Gregorio VII fu eroe soltanto in siffatto regno sacerdotale. La sua mente per verità non concepì il genere umano che sotto la forma della Chiesa, e la Chiesa solamente in forma di monarchia pontificia. Strana e spaventosa, e tale che desterà le meraviglie anche delle generazioni venture, fu l’idea di porre avanti gli occhi del mondo peccaminoso un uomo mortale che fosse infallibile e simile a Dio, di mettergli in mano le chiavi del cielo e dell’inferno, di assoggettare il mondo al dominio assoluto di questo sol uomo, apostolo di umiltà, ma in pari tempo vicario di Dio[302]. Quell’idea fu il sogno mistico di un’età di schiavitù, d’ignoranza, e di necessità violente, in cui il genere umano, non peranco tratto dalla scienza in discordia con sè stesso e col mondo, ma puerilmente credulo, voleva, a conforto suo, vedere e toccare l’eterno principio del bene incarnato in una persona. Forse il più sorprendente fatto che la storia conosca è questo, che ad un uomo fu conferita la podestà di legare e di sciogliere nell’ordine morale; ma la cosa si spiega quando si sappia che per tempo lungo la Chiesa fu passione suprema, podestà santissima, idea universale della gente umana. Solo dalla sua cornucopia scaturiva tutto ciò che di profondo v’aveva nelle cose di fede e di scienza; da essa avevano origine l’armonia, la bellezza, tutte le felicità dell’anima nelle cose celesti e terrene. Fu per la prima volta, dopo le lotte che ebbero principio con Gregorio VII, che anche le classi secolaresche, fino allora rozze, materiali, abbrutite, incominciarono a fiorire nella coltura dello spirito.
Nessuna meraviglia dunque che la forza e la grandezza della Chiesa militante assumessero siffatta natura audace in Gregorio. Ma la storia non ha confermato l’idea che ei s’era foggiata contrariamente alla dottrina cristiana, perciocchè essa andasse a ritroso del concetto più grande cui il genere umano s’inspira. Gli insegnamenti degli Apostoli durano; per lo contrario il tempo, da un pezzo, ha roso i principî gerarchici di Gregorio, od altrimenti la coltura fatta universale li mette in derisione come sogni antiquati di gente retrograda e fanatica. A Gregorio può farsi rimprovero che egli ebbe diviso la Chiesa in due campi; la Chiesa profana, dei laici privati del loro diritto di elettori, e la Chiesa sacra, casta dei preti elettori di sè stessi: e invero il grande concetto della republica cristiana fu falsato dai principî di Gregorio, avvegnaddio la gerarchia usurpasse il luogo della Chiesa[303]. Gli avanzi della forma antichissima che avevano avuto le comunità cristiane andarono distrutti per opera di Gregorio VII; nell’istituto gerarchico della Chiesa egli introdusse uno spirito di burocrazia, nel Papato infuse uno spirito cesareo. Quantunque questo sistema in sè perfetto riunisse nella sua costituzione tutte le forme politiche, democrazia, aristocrazia, monarchia, nondimeno il suo meccanismo posto in moto dalla volontà di un uomo solo, e l’accentramento di tutte le forze dogmatiche in una casta, educarono i mali tutti dell’arbitrio religioso e della tirannide: quindi è facile comprendere che l’opera di Gregorio VII doveva trarre dietro a sè la riforma tedesca. Poichè Ildebrando per primo separò veramente la Chiesa dal popolo, fu egli che distrusse il concetto evangelico; più tardi dal suo principio derivò, come conseguenza necessaria, anche la sua separazione dalla civiltà, e contro di questa la Chiesa, che è soltanto gerarchia, oggidì combatte con repugnanza ostile, sempre intesa al difettoso passato del medio evo, sempre incapace di accogliere entro di sè lo spirito di libertà, che è spirito di giovinezza novella.
Il meglio che Gregorio abbia fatto (ed egli non lo presagì) fu di aver rotto nel mondo il sonno delle menti, mercè una lotta che per la prima volta ricercò tutte le intime fibre della vita morale. Da quest’unico uomo sparse in ogni cerchia della Chiesa e dello Stato un impulso immenso. La lotta gigantesca di queste due forme che rappresentano l’universo sociale, la miscela barbaramente feudale in cui dapprima si confusero, la loro separazione progressiva, il loro antagonismo durevole, composero la grandiosa vita morale del medio evo. E oggidì ancora si fatica a volere ordinare la Chiesa e lo Stato completamente liberi l’uno dall’altro, a guarire la Chiesa dall’ultima sua rigidezza gerarchica, a guidarla ai principî universali della libertà e dell’amore, a renderla socievole, a comporre una volta finalmente il regno universale della cultura e della pace. Nell’età della barbarie, quando valeva il diritto del più forte, gli uomini non furono capaci di comprendere il concetto sublime del Cristianesimo. Forse che la Chiesa di Gregorio VII e del medio evo attuò gli insegnamenti del Cristianesimo? forse che le chiare idee di questo, espressione della natura eterna dell’uomo e della società, sono attuate oggidì? Finì lo Stato feudale franco, sparve la potenza della Chiesa gregoriana, ma dopo la loro caduta non ha che incominciato ad albeggiare l’aurora di una stagione novella nella vita degli uomini. I nostri occhi vedono i ruderi ancor giganteschi del medio evo, un dopo l’altro smuoversi e cadere nel gran fiume dell’armonia sociale, che dopo innumerevoli impedimenti scorre attraverso questo duro e pigro mondo, e ci avvia verso una felicità, il cui solo presagio fa beate le anime generose[304].
CAPITOLO SETTIMO.
§ 1.
Desiderio, eletto papa, rifiuta la tiara. — È per forza elevato in Roma al pontificato, con nome di Vittore III. — Fugge a Monte Cassino. — Riprende a Capua la dignità pontificia (1087). — È consecrato in Roma. — Condizioni della Città. — Vittore III fugge a Monte Cassino, e vi muore (1087). — Ottone di Ostia è eletto e ordinato a Terracina con nome di Urbano II (1088).
Caduto Gregorio, Roma somiglia ad un palco scenico vuoto, che soltanto a rilento va nuovamente popolandosi di personaggi minori. Le opere ed eziandio la caduta di un uomo grande esercitano influenza anche dopo che egli è scomparso dal mondo, e lasciano segno nel mare del tempo in mille cerchi di onde che vanno facendosi sempre più chete, e finalmente si perdono nella vastità. Attorno al feretro di Gregorio stavano ritti gli uomini della gerarchia, che avevano incanutito nelle lotte per essa combattute; così forse in antico i generali di Alessandro magno avevano fatto cerchio al suo cadavere. Chi doveva raccogliere l’eredità dell’impero religioso? le piccole passioni della gelosia e dell’ambizione dovevano adesso mandarlo in ruina? Questo sarebbe accaduto di uno Stato secolare, ma nel regno de’ preti, i quali non avevano dinastie famigliari da fondare, era ad ogni tempo erede l’eguale spirito gerarchico, che si conservava principio indestruttibile.
Gregorio, morendo, aveva designato quattro candidati all’elezione pontificia, ed erano Desiderio di Monte Cassino, cardinale di santa Cecilia in Transtevere, Anselmo di Lucca, Ottone di Ostia, Ugo di Lione. I voti dei Cardinali si raccolsero su Desiderio. La ricchezza dell’abate, la reverenza in cui lo tenevano i Principi di quell’età, le sue attenenze coi Normanni, financo i suoi rapporti coll’imperatore Enrico, rendevano desideratissima la elezione di lui. Giusto adesso la morte di Roberto Guiscardo privava il papato di un appoggio potente; quell’uomo straordinario, sorto come Gregorio dalla polve, come lui ornamento e splendore eroico della storia d’Italia, moriva a Cefalonia poco tempo dopo del Papa, addì 17 di Luglio[305]. Credevasi dunque non esservi adesso altri che Desiderio, il quale potesse scongiurare le calamità minaccianti nel caso in cui gli eredi del Duca fossero venuti a dissidio e avessero mancato di fede. Ma l’ambizione dell’abate avrebbe dovuto essere immane, se in questo tempo gli fosse parsa gradevole la tiara. La pace onde godeva a Monte Cassino lo ammoniva che v’avrebbe potuto finire i suoi giorni tranquillo e felice, rallegrato dalle dolcezze delle muse, sfogliando manoscritti adorni di miniature porporine, o disputando lietamente con uomini dotti; capiva che sarebbe stata follia voler mutare il bello e ricco monastero con Roma selvaggia, gettarsi in lotte senza fine col mondo, mettersi in balìa delle cabale di Cardinali tutti invidia e ambizione, stuzzicare, in una parola, il destino a farlo segno de’ suoi colpi mortali. I due anni che succedettero tosto dopo la morte di Gregorio offrono lo spettacolo di una vera contesa che si combattè per ragione della corona papale, non per farne conquista, ma per iscansarla. Si può dire che questo fatto mirabile sia il migliore elogio funebre della grandezza di Gregorio; pareva che il morto Papa stendesse la mano fuor della sua sepoltura, e vi tenesse inchiovata la tiara. Desiderio, uomo di sangue principesco (scendeva della casa longobarda di Benevento), ripetutamente sospinto verso il trono pontificio da Cardinali e da Principi, ne indietreggiava, ne tremava, come se in quello avesse veduto qualche cosa di orribile. Bello era il sentimento umano della sua repugnanza, se anche fosse indizio di debolezza; però la natura dell’uomo è sempre e dappertutto eguale a sè stessa, e anche qui non manca un prelato, il quale pieno di invidiosa avidità, dietro alla spalla di Desiderio, fa l’occhiolino alla corona dei Papi.
L’anno 1085 trascorse senza che potessero mettersi d’accordo: l’abate dichiarò il suo rifiuto a Giordano principe di Capua, alla contessa Matilde, ai Cardinali, e protestò volere influire affinchè un Concilio si raccogliesse in Roma a nominare un pontefice degno del grande officio. Tuttavolta ei venne a Roma col principe Gisulfo soltanto alla Pasqua dell’anno dopo. La deserta Città era pur sempre divisa in due campi armati, gli Imperiali uniti fra loro, i Gregoriani angustiati e in aspettative, condotti dal console Cencio Frangipane, capo della Republica[306]. Sperava Desiderio che s’avessero tutti acchetati al suo rifiuto; per lo contrario i Cardinali e gli ottimati, congregatisi in santa Lucia presso il Septizonio, gli si gettarono a’ piedi, pregandolo di esser papa. Egli si consultò con Cencio, propose il Vescovo di Ostia, offerse, fino a tanto che la Chiesa riavesse pace, di mantenere del proprio il Papa, chiunque ei fosse. Ma il popolo proruppe in grida furiose acclamando al suo nome, i Cardinali irritati proclamarono lui pontefice (ai 24 maggio), e disperato vide gettarglisi sulle spalle la porpora, con nome di Vittore III; soltanto non fu possibile d’indurlo a indossare il bianco vestimento, detto alba[307].
Non pertanto l’elezione di Vittore III non avvenne senza contrasto; un tumulto che s’appiccava nella Città gli era lezione di ciò che a lui, papa, si aspettava. Il partito di Enrico, che possedeva pur sempre fortezze parecchie in Roma, aveva da qualche tempo trovato il suo capitano nel Prefetto imperiale. Costui era stato condotto prigione da Roberto Guiscardo, ma ne lo aveva liberato Ruggero, succeduto nella duchea, poichè era venuto in gran collera contro al collegio de’ Cardinali che aveva rifiutato di confermare l’Arcivescovo di Salerno. Tostochè il suo proprio vantaggio glielo suggerì, il vassallo della santa Sede cessò di darle assistenza; il Prefetto di Enrico venne, raccolse armi in Campidoglio, ed impedì che Vittore fosse consecrato in Vaticano. Il neo-eletto Papa, quattro soli giorni dopo, scivolò di mano ai nemici e agli amici con una partenza che seppe di fuga; e poichè i Conti della Campagna parteggiavano per l’Imperatore, dovette tor la via di mare da Ardea, arrivò a Terracina, vi spogliò le insegne del papato, e corse di botto a chiudersi nel suo diletto convento[308].
Qui rimase un intiero anno, sordo alle instanze dei Vescovi e de’ Principi e alla voce di san Pietro che lo ammoniva di prendere il governo della sua nave senza nocchiero, sbattuta dalle procelle dei tempi. Cardinali, nobili romani col loro capo Cencio, e Vescovi dell’Italia meridionale, vennero a Capua nella quaresima dell’anno 1087 per provvedere all’elezione pontificia, e si raccolsero intorno al principe Giordano, che era stato creato avvocato della Chiesa. V’erano presenti anche Ruggero, duca delle Puglie, e il detronato principe Gisulfo. Parvero ambigui la condotta ed i sentimenti dell’abate, e il partito gregoriano, a lui fortemente nemico, con Ugo di Lione e Ottone di Ostia alla testa, cercò di impedirne la rielezione. Bastò questo perchè Desiderio (addì 21 di Marzo) riprendesse volontariamente le insegne pontificie. Se v’aveva ambizione umana che potesse scuoterlo gli era il pensiero insopportabile di vedere la tiara posarsi in capo di uno dei suoi avversarî, massime di Ugo di Lione[309].
Passata Pasqua, Vittore III si mise in cammino per Roma colla accompagnatura di Giordano e di Gisulfo. Il piccolo esercito venne per mare, da Ostia risalì il Tevere, e s’accampò fuor della città Leonina, giacchè il san Pietro, entro cui dovevasi consecrare il Papa, era in potere dell’inimico. Infatti, fuggito Vittore, il Prefetto imperiale s’era impadronito di Roma, e in gran fretta aveva richiamato Clemente III. Però la continua anarchia non consentiva a questo di sperare gran fatto bene; universale era la spossatezza, Enrico lontano, Roma indisciplinata, straziata, piena di ruina, e le soldatesche di Matilde stavano ancora in armi. Che aspetto presentasse allora la Città, e quali fossero le sue condizioni, si può più presto imaginare che dire. Clemente III venne, raccolse i suoi partigiani, e pose residenza in Vaticano. È meraviglioso il pensare che la basilica di san Pietro d’allora in poi servì di propugnacolo vero alle fazioni; la basilica santissima della Cristianità fu nei secoli undecimo e duodecimo assediata e difesa alla paro del Septizonium o del castel Sant’Angelo; sotto a’ suoi portici il soldato combattè ferocemente come dai merli di qualunque rocca. I Normanni presero d’assalto la basilica; Clemente fuggì e riparò nella Città, dove si trincerò in un’altra chiesa fortissima, nel Panteon antico, e Vittore III fu consecrato addì 9 Marzo in san Pietro dal cardinale vescovo di Ostia. Chi avrebbe potuto biasimare Desiderio, quando sbigottito rifiutava di ascendere al papato?
Solo otto giorni dopo, ei lasciò Roma, tratto da ardente desiderio di rivedere il suo convento, ma era colà appena arrivato, che messaggieri della contessa Matilde vi capitavano a richiamarlo, perocchè ella fosse venuta coll’intento di rendere forte la signoria del Papa in Roma. Sospirando, Vittore assecondò al loro invito, e le milizie della Contessa gli sgombrarono financo l’entrata in una parte della Città, dove egli pose dimora insieme con Matilde nell’isola Tiberina: però non possedeva che il Transtevere, il castel Sant’Angelo, il san Pietro, Ostia e Porto. Il maggior numero dei Romani teneva dalla parte di Clemente e ferveva di odio contro il papato gregoriano, come quello che aveva dovuto gettarsi in braccio de’ Normanni, e traeva sempre novellamente questi demoni devastatori nella sventurata Città. Oltracciò la venuta di un legato imperiale infondeva novello coraggio ai partigiani di Guiberto; in mezzo ad orribili battaglie or si perdeva, or si riconquistava il san Pietro, e Vittore III, caduto infermo, partiva di Roma nel Luglio per la terza volta. Ancora nell’Agosto raccoglieva a Benevento un Concilio nel quale confermava i decreti di Gregorio e scomunicava di bel nuovo Clemente III; indi, sentendosi presso a morire, si faceva trasportare al suo monastero. Colà nominò Oderisio ad abate, chè anche da papa aveva continuato a tenere il governo del convento; raccomandò che si eleggesse a suo successore nella sedia apostolica Ottone cardinal vescovo di Ostia, e addì 16 di Settembre passò di vita, vittima tragica del papato, al cui pondo invano aveva tentato di scampare. Desiderio abate fu uomo grande e di nominanza imperitura; papa Vittore III non fu che un’ombra ingloriosa. Come egli aveva desiderato, i frati diedero sepoltura al restauratore della loro abazia nell’abside della sala del «Capitolo», e colà sulla pietra sepolcrale gli scrissero un bello e toccante epigramma[310].
Di tutti i più celebri campioni della riforma, che un tempo si avevano raccolto intorno al vessillo di Gregorio, Desiderio è l’ultimo che sparisce del mondo: infatti un anno prima di lui era morto Anselmo di Lucca. Sorgono adesso una novella generazione di uomini e tendenze nuove, in mezzo alle quali Matilde, Enrico e Clemente, superstiti di una grande età passata, incominciano a trovarsi soli e a disagio.
Ottone di Ostia era stato dapprima rivale di Vittore III, indi s’era con esso lealmente pacificato. La voce del morente aveva eletto lui a papa, e d’altronde era stato uno dei quattro candidati designati da Gregorio VII. Ugo di Lione, sebbene anch’egli di quei quattro, non poteva più gareggiare con Ottone, avvegnachè Vittore III lo avesse scomunicato, come nemico della Chiesa. Però l’elezione di Ottone s’andò procrastinando; Roma si trovava in potere dell’Antipapa, i Cardinali venivano fra loro a disputa, ed erano dispersi chi da una banda, chi dall’altra. Messaggi dei Tedeschi seguaci della parte gregoriana, e messaggi di Matilde li richiedevano ripetutamente che dessero un capo alla Chiesa abbandonata nell’anarchia: alla fine parecchi di loro, che s’erano raccolti intorno a Oderisio abate, bandirono un Concilio per l’elezione.
Addì 8 Marzo 1088 quaranta fra Vescovi, Cardinali ed Abati si congregarono a Terracina; Giovanni di Porto rappresentava il clero romano, Benedetto prefetto pontificio ne rappresentava il popolo, e vi intervenivano legati di Germania e della contessa Matilde[311]. Ai 12 di Marzo Ottone fu gridato papa con nome di Urbano II. Fu il primo pontefice, che, conformemente al decreto di Nicolò II, ricevesse l’ordinazione fuori di Roma, in una città di provincia.
§ 2.
Urbano II. — Incominciamento della sua vita, suo stato. — Clemente III è in possesso di Roma. — Urbano II si gitta in braccio ai Normanni che lo conducono a Roma. — Sue condizioni infelici nella Città. — Matilde sposa Guelfo V. — Enrico IV torna in Italia (1090). — Sue nuove lotte. — I Romani chiamano di nuovo Clemente III nella Città. — Ribellione del giovine Corrado. — Condizioni infelici dell’Imperatore. — Urbano II s’impadronisce di Roma. — Uno sguardo a ciò che erano il Papa e l’Imperatore in questa età.
Urbano II, francese, era nato a Chatillon, in vicinanza di Reims, ed era stato monaco di Cluny: lo zelo della riforma e la soda coltura teologica apparati in quel convento gli avevano procacciato la cattedra di Ostia. Enrico IV lo aveva sostenuto qualche tratto di tempo prigioniero, ma pare che il Re non trovasse in lui un’opposizione troppo acerba. Era stato in Germania, da legato, nel tempo in cui Gregorio VII aveva potuto uscir libero di Roma, e in quel suo officio s’era iniziato profondamente in tutti i rapporti delle cose ecclesiastiche e politiche: possedeva intelletto più potente di Desiderio, abilità grande di oratore e finezza diplomatica molta; in lui il partito cattolico vedeva l’uomo che avrebbe battuto le vie di Gregorio VII, e con accortezza trovato nuovi modi di combattimento, or che esauriti s’erano gli antichi. Così annunciò tosto egli stesso alla Cristianità che voleva reggere il Papato secondo le idee di Gregorio[312]: però trovavasi in condizioni difficili; in Germania, dove dopo il ritorno di Enrico la guerra civile non aveva mai posato, era morto testè (nell’anno 1088) Erminio secondo antirè, dopo di aver fatto sottomessione all’Imperatore; i Sassoni, ed eziandio quasi tutti i Vescovi di parte pontificia, s’andavano sempre più accostando a quest’ultimo. Dal 1087 il giovine re Corrado, figlio di Enrico, trovavasi in Lombardia; finalmente l’Imperatore minacciava di tornare in persona, di schiacciare Matilde e di affermare il potere di Clemente III durevolmente in Roma.
Clemente teneva in suo possesso la Città, venale a tutti i partiti; durante questo tempo di governo di antipapi e di antiprefetti vi dominava la più spaventosa anarchia; non v’era giorno che per le vie di Roma non si combattesse; la Città era quasi una montagna di ruine, entro cui non si scorgeva che tirannide di ottimati feroci, e miseria di popolo mendico.
Pareva che Gregorio VII avesse lasciato sorti di esilio in retaggio ad una lunga serie di successori suoi, chè dopo di lui molti di essi troviamo quasi sempre fuggenti ed esuli da Roma: strano caso di cui finora non s’era mai visto l’eguale nella storia de’ Papi. Urbano II dovette trattenersi quasi tutto intiero l’anno 1088 nell’Italia meridionale, dove i fratelli Ruggero e Boemondo erano venuti a un’acerba guerra di successione, fino a che riusciva fatto al loro zio Ruggero di Sicilia ed al Papa di comporli a pace. Il papato trascinava la vita sotto la dubbia protezione di Principi normanni; ed era altresì un esercito normanno che nel Novembre 1088 conduceva Urbano II a Roma. Così la Città tornava ad essere il campo di battaglia di due Papi che per le vie combattevano l’un contro l’altro, scambievolmente si maledicevano, e con voce alterna si discacciavano.
Urbano pose dimora nell’isola Tiberina, difeso da Pierleone: impotente era e povero tanto che le matrone di Roma gli mandavano elemosine; però con sottili accorgimenti e senza posa tesseva trame d’inganni, entro cui faceva cadere i suoi nemici. Clemente, per lo contrario, dominava la massima parte della Città, ma doveva deplorare il suo destino sventurato che lo condannava a sostenere un titolo a prezzo di sforzi sovrumani[313]; e forse in cuor suo faceva voti sinceri di poter finire i giorni che gli rimanevano di vita nella modesta cerchia del suo arcivescovato. Urbano II, Enrico IV, Matilde, il mondo desideravano pace, pace; ma la forza della fatalità che pesava sul capo di tutti i partiti, e che senza tregua aveva messo sossopra un’intiera generazione, li spingeva ciecamente avanti nel loro sentiero, e cumulava astuzie sopra astuzie, colpe su colpe. Enrico stesso sarebbe stato omai inchinevole a pacificarsi colla Chiesa, e soltanto i Vescovi scomunicati, i quali non potevano che sostenersi in piedi o cadere con Clemente III, gliene mettevano impedimenti: frattanto casi di gran rilevanza lo costringevano perfino a scendere nuovamente a guerra in Italia.
Come Urbano II conobbe che il partito di Matilde, fatto debole, diventava più propenso a patteggiare con Enrico, e come ebbe ragion di temere che l’Imperatore fosse per tornare e per vincere, mise in moto tutte le sue astuzie, e giunse destramente a dare alla Contessa un novello marito, alla Chiesa un campione ispirato a intendimenti egoisti. Guelfo IV, figlio di Azzone II margravio di Este e di Conigonda sorella dell’ultimo Duca svevo della famiglia de’ Guelfi, era diventato nell’anno 1055 l’erede di quella casa, e aveva cambiato la sua patria Italia con Alemagna, mentre colà Fulco fratel suo continuava la linea d’Este. Guelfo aveva sposato la figlia di Ottone duca di Baviera, e nell’anno 1071 aveva ricevuto in feudo da Enrico questa duchea, tolta al suocero suo che s’era ribellato. Però aveva più tardi disertato le bandiere dell’Imperatore, ed era divenuto uno dei più fervidi seguaci di Gregorio: fino negli ultimi tempi era stato il caporione e l’anima del partito romano in Germania, e agli 11 Agosto 1086, a Bleichfeld, non lungi da Würzburg, aveva battuto Enrico. Tuttavia anche quel valoroso guerriero, affranto della lotta, sarebbe venuto ad un accomodamento coll’Imperatore, se tutt’a un tratto non s’avesse dato esca alla sua ambizione, che mirava a ingrandire la potenza della sua famiglia in Italia. Il suo giovine figliuolo Guelfo V fu scelto ad essere vittima dell’arte politica di un padre, avido di possedimenti, e di un furbo Papa, chè entrambi lo destinarono sposo della contessa Matilde. Non erano i vezzi della Principessa, giunta ai quarantadue anni, ma i suoi beni che destavano desiderio, e benanco Roberto, erede di Guglielmo d’Inghilterra, vagheggiava la mano della donna: ella la porse al giovine Guelfo. Lo sponsalizio si celebrò nell’anno 1089; Guelfo infuse tosto novelle forze nel partito cattolico d’Italia, ed Enrico fu costretto a discendere ancora una volta in questa contrada[314].
Quando quest’uomo dalle cento battaglie, accompagnato dai due Hohenstaufen, Federico e Corrado, calò dalle Alpi nella primavera del 1090, ei trovò contro a sè quella stessa contessa Matilde, cui aveva combattuta da sì lunghi anni. La grande Principessa, la cui bandiera teneva adesso in mano un giovinetto diciottenne sposo suo, era, come l’Imperatore, condannata a una vita irrequieta, sempre in guerra; e se ci desta meraviglia vedere l’operosità istancabile di un Principe che pugnava per il suo Impero, ci riesce quasi un mistero la tenacia fanatica di una donna che non aveva figli. Non andremo descrivendo le guerre energiche che Enrico sostenne in Lombardia, nè la resistenza ostinata di Matilde, la quale, quantunque i suoi vassalli mormorando la sollecitassero a far pace, con caparbietà femminile sdegnolla: l’attenzione nostra è rivolta alla città di Roma, sebbene le sue condizioni non escano della solita monotonia. Clemente III era stato discacciato dai Romani incostanti; ma Urbano non poteva tuttavia diventar signore della Città, ed anzi era costretto ad andar girovago nell’Italia meridionale, dove cercava conservarsi l’amicizia dei Normanni[315]. Anche Giordano di Capua profittava del disordine per farsi padrone di terre romane, e quando morte il colpiva a Piperno, nel paese de’ Volsci, s’era impossessato di quasi tutta la Campagna[316]. Frattanto, mentre Urbano raccoglieva Sinodi a Melfi, a Troja e a Benevento, eziandio i Romani si staccavano da lui: infatti, fallito un tentativo di pace cui aveva inteso il vecchio Guelfo, Enrico veniva avanzandosi, e i Romani, subendo la sua influenza, si voltavano alla sua parte. Nell’anno 1091 s’impadronivano con assalimento repentino del castel Sant’Angelo, ne cacciavano il presidio pontificio, e soltanto a gran fatica s’impediva che radessero al suolo la rocca: indi nella Città chiamavano nuovamente Clemente III, che si trovava al campo di Enrico[317].
Le quante volte era in Roma, l’antipapa aveva agio di congregare alcuni Cardinali scismatici e i Vescovi suburbani da lui eletti, per celebrarne Sinodi che nondimeno restavano privi di efficacia. Antivescovi desolavano il territorio di Roma, e quasi tutti i Conti della Campagna riverivano Clemente III, perciocchè quei signori profittassero dello scisma per rubacchiare a man salva la Chiesa[318]. Nel frattempo l’amministrazione delle cose ecclesiastiche e secolari per la massima parte trovavasi in mano di Guiberto: per verità anche Urbano aveva i suoi ministri, i suoi giudici, i suoi prefetti, ma loro difettava potenza, e di dentro e di fuori della Città, atti giudiziarî venivano pur sempre segnati coll’epoca di Clemente III. Urbano dovevasi star contento a scomunicare il suo avversario da Benevento, dove nel Marzo dell’anno 1091 riuniva un Concilio, ma nella Città non poteva entrare, e in questo anno e nel successivo era costretto a celebrare fuori delle sue mura le feste Natalizie, laddove Clemente pontificava in san Pietro.
La caduta di Mantova (avvenne in Aprile dell’anno 1091) e di altre città, lo scoraggiamento del partito di Matilde, la defezione di Roma, misero sbigottimento nell’animo dei Cattolici, laonde lambiccarono il cervello a sollevare contro l’Imperatore un nemico nuovo e formidabile. Le astuzie dei preti, l’odio di una femmina degenerato adesso in vero fanatismo, e l’avarizia del vecchio Guelfo, combinarono il più malvagio di tutti i disegni. Da parecchi anni il giovine Corrado, maggiore dei figli di Enrico, era suo vicario in Italia: dissimile per indole dal padre, ne aveva ereditato soltanto la tempra incostante, non la foga appassionata. Tutti i contemporanei lo dipingono bello della persona, d’animo mite, propenso alle arti di pace. Può darsi che da lungo tempo i preti avessero avviluppato nei loro lacciuoli il cuore del giovine, che, atterrito di quella lotta smisurata, sentiva repugnanza dei rozzi uomini onde Enrico si circondava, e crucciavasi dell’anatema della Chiesa. Probabile è che il figliuolo non approvasse i principî del padre, e le dissolutezze, cui questi si dava in braccio, distruggevano il rispetto figliale che l’altro gli avrebbe dovuto. Corrado si lasciò sedurre a ribellione; il padre ebbe sentore del suo proponimento, e lo fece imprigionare, ma il giovine scappò, e si rifuggì presso Matilde, che l’accolse con gran gioia. La ribellione cui ella lo sospinse spogliò la illustre donna di tutto lo splendore che fino a questo momento ne aveva abbellito la vita. Spenti s’erano i sentimenti geniali, inspiratori della sua giovinezza: a Canossa, a fianco del suo amico Gregorio, quando intercede a pro dell’avvilito re Enrico, Matilde è un profilo di donna che induce a reverenza; sedici anni più tardi, a fianco del suo sposo, che non è dappiù di un ragazzo, mentre ricovera sotto le sue «grandi ali» il figlio ribelle di quello stesso re Matilde non è che una femmina fanatica[319]. Ella mandò Corrado al Papa, e questi assolse il giovine traditore del padre. Nel tempo stesso Guelfo non oziò, ma intese a raccogliere una lega lombarda contro di Enrico; la defezione di Corrado trasse con sè quella di molte città; Milano, sede un dì del partito imperiale, Lodi, Piacenza, Cremona si dichiararono a favore di lui, e conchiusero una lega di vent’anni col giovine duca Guelfo e colla contessa Matilde: indi, nell’anno 1093, Corrado fu coronato a Milano re d’Italia[320].
Allorchè sull’animo dello sciagurato re scese il cumulo di tanti dolori, la fuga, la deserzione e la coronazione del suo figliuolo, colto di mestizia si chiuse in un solitario castello, e disperato brandì un ferro, e fu per uccidersi[321]. Qualunque siano stati i falli che commise (i suoi fieri nemici molto senza dubbio inventarono ed esagerarono), qualunque colpa abbia avuto della defezione del figliuolo, la sua sorte fu delle più crudeli. Anche la sua seconda moglie, Prassede o Adelaide di Russia, fuggì di Verona, corse a Matilde, e adescata dai preti, da quella povera barbara ch’ella era, in due adunanze ecclesiastiche svelò innanzi all’universo mondo, senza vergogna, ma non senza colpa, i misteri del suo letto nuziale[322].
L’avvenuta mutazione delle cose concedeva agio ad Urbano II di venire adesso a Roma, sulla fine di Novembre del 1093. Il suo antagonista non si trovava più nella Città, ma s’era ricoverato nel campo di Enrico; tuttavia le genti di Guiberto tenevano in loro mano il Laterano, il castel Sant’Angelo ed altri luoghi muniti; perciò Urbano era costretto a rinchiudersi nelle case dei Frangipani. Questa famiglia aderiva costantemente ai Pontefici legittimi; essa aveva fortificato di munimenti il suo palazzo in prossimità di santa Maria Nova, sulle ruine della «Casa aurea» di Nerone, e vi aveva eretta una torre, che si appellava Turris Cartularia: l’arco di Tito era compreso dentro di quella fortezza baronale, ed apriva ovvero chiudeva il suo ingresso dalla via Sacra[323]. Ivi dunque pose dimora Urbano sotto la protezione di Giovanni console, figlio di Cencio e nipote di quel Leone Frangipane, che intorno al mille aveva dato origine alla celebre famiglia. In deplorevoli condizioni stavasi il Papa, poichè era crivellato di debiti; l’abate Goffredo di Vendôme, venuto in questo tempo nella Città per faccende del suo convento, fu commosso a pietà delle sorti di lui, vendette tutto ciò che possedeva, lo trasse di difficoltà e gli diede copia di denaro con cui potè corrompere Ferrucio, che Clemente III aveva posto da comandante del Laterano. In sulla Pasqua dell’anno 1094 Urbano entrò nella residenza dei Pontefici, e per la prima volta sedette sul trono lateranense, che, secondo la sentenza dell’Abate, da tempo lungo era stato vedovo di Papi cattolici[324].
Una tetra imagine del decadimento di Roma offre Urbano II, afflitto vecchio, che compera la residenza pontificia col denaro di un Abate straniero, e siede nel deserto Laterano, circondato da partigiani rozzi e da Vescovi, che per barbarie non sono da meno di quelli: di là guarda al cumulo di ruine cui, monumento di Gregorio VII, son ridotte chiese e vie, e contempla Roma desolata e squallida, abitata da un popolo immerso nelle miserie e agitato da passioni fiere. Nella storia v’hanno forse molti esempî di sventure quali son quelle che pesano sul capo di Enrico IV a questo medesimo tempo? divorando l’affanno del figliuolo ribelle, e coltivando in mente pensieri suicidi, ei vive obliato in un castello lombardo, mentre tutto all’intorno le province sono devastate dal ferro e dal fuoco, sì come all’età delle guerre gotiche: e tutto questo è conseguenza della controversia delle investiture, e monumento del settimo Gregorio.
§ 3.
Condizioni cui è ridotto il mondo, causa la controversia fra la Chiesa e lo Stato. — Le Crociate. — Il loro commovimento universale infonde fortezza al Papato. — Urbano II predica la crociata a Piacenza e a Clermont (1095). — Attenenze della città di Roma colle Crociate e colla cavalleria. — I Normanni d’Italia prendono la croce. — L’esercito crociato, condotto da Ugo di Vermandois, passa per Roma, donde è cacciato Clemente III. — Urbano II ritorna nella Città.
La lunga guerra che s’era combattuta fra la corona e la tiara aveva precipitato tutto l’Impero in miserie così grandi che non si possono descrivere; il furore dei partiti aveva riempiuto tutti i ceti sociali di odii contro natura, di divisioni, di colpe. La ribellione di Corrado contro al padre non era che il simbolo chiarissimo in cui la gente umana di quell’età scorgeva riflettersi lo stato suo proprio, chè nel mondo vedevansi padri combattere contro figliuoli, fratelli contro fratelli, Principe contro Principe, Vescovo contro Vescovo, Papa contro Papa. Una divisione così acerba della vita sociale, quale dapprima non s’era vista mai nella storia, sembrava dilaniare lo stesso Cristianesimo, e distruggere la veneranda maestà dei suoi misteri. La tenebra di una maledizione mortifera aveva velato la faccia del mondo; dov’era il Salvatore, tutto benedizione e carità? Se in quel tempo Cristo fosse tornato in terra, avrebbe visto con gran meraviglia che la religione d’amore fondata da lui s’era sviata dalle fonti purissime della sua origine fino a non riconoscersi più; e Pietro con istupore avrebbe trovato che i suoi successori nell’officio apostolico erano affaccendati ad erigersi un trono di Cesari sulle ruine di Roma, sul sepolcro di lui, e appellavansi «pontefici massimi,» come s’erano in antico chiamati gli Imperatori di Roma.
Sul finire di questo secolo il mondo europeo somigliava ad un campo di battaglia su cui era calata l’ombra della notte; gli eserciti, spossati di forze, ma non satolli di odio; desideranti in cuore la pace, ma condannati da colpe ancora inespiate a continuare la guerra fratricida, aspettavano il novello mattino per iscagliarsi ferocemente l’uno contro all’altro. Però, all’albeggiare del giorno, credevano di vedere un cherubino librarsi nel cielo, accennar loro di seguirlo verso Oriente, e comandare che conchiudessero la pace di Dio e muovessero in armi alla santa Gerusalemme, dove si conveniva che presso al sepolcro del Redentore facessero penitenza delle peccata loro e del mondo.
Ei si vede chiaro che il fenomeno meraviglioso delle Crociate riceve spiegazione dall’indole di questo tempo. Se anche molte altre cause v’abbiano avuto loro parte, la controversia delle investiture fu certo una delle leve di questo moto smisurato. Tutti i risultamenti della storia sono conseguenza dell’occulto lavorìo degli impulsi e delle necessità degli uomini; colpe, follie, errori, istessamente che virtù, intelletto e genio, sono le ragioni che rimestano la storia e la spingono innanzi nel suo cammino. Dopo la corruzione profonda del secolo decimoquinto, di cui caddero martiri Giovanni Huss, Geronimo e il Savonarola, gli uomini arsero del desiderio di farne espiazione, e dalle sacre Scritture la Riforma resuscitò Cristo di cui si aveva perduto la memoria. Nel secolo undecimo, la gente umana era di quattro interi secoli più fanciulla e più rozza, ed essa andò a cercare il Salvatore nella sua tomba materiale. Laonde le Crociate rappresentarono il ritorno degli uomini alle fonti della salute, in una spedizione vera che s’avviò all’Oriente, culla della religione cristiana.
Non era Cristo quasi obliato nel mondo? Il culto della Vergine, degli Apostoli, e di una legione di Santi non l’aveva cacciato in bando? Roma non aveva vestito il simulacro di un principe degli Apostoli col manto di patrizio secolaresco? di lui, nel secolo ottavo, un Papa non aveva potuto dire che tutto Occidente lo venerava come Dio in terra? Pietro era simbolo della gerarchia romana, dell’unità della Chiesa universale, ma non della salute che ogni anima cristiana invocava. Non era forse meglio di andare a cerca del figliuolo di Dio, anzichè di volgersi al portinaio del cielo? Dalle porte di Roma (così s’aveva insegnato al mondo di credere) passava la via che conduceva diritta al paradiso, ma di quelle porte era pure uscita e s’era rovesciata per le terre la maledizione di Gregorio VII, e le aveva riempiuto di flagelli. I vizî del clero, molti Papi di vita riprovevole, gli orrori di guerre partigiane eterne, avevano diminuito la venerazione di Roma, e nell’età di Enrico IV appena era se pellegrini giungevano ancora alla Città, e appena se entravano nel profanato san Pietro, ch’s’era tramutato in fortezza delle genti di Guiberto. Mentre da tempo omai lungo schiere sempre più rade di pellegrini venivano al sepolcro del principe degli Apostoli, sempre più numerose erano quelle che movevano alla tomba di Cristo; e Roma aveva trovato un’emula di santità in una città israelitica situata nella remota Asia[325].
Se ci avranno pensato un po’ sopra, può darsi che i Romani abbiano maledetto le Crociate che traevano i pellegrini pii e fiumi di denaro ad un indirizzo diverso da quello della loro Città; però se questa dovette far amara esperienza che quelle fonti di guadagno s’erano inaridite, la Chiesa romana attinse invece forze nuove dal nuovo entusiasmo. In un tempo nel quale le loro sorti erano ancor dubbie nella lotta che tuttavia durava con Enrico IV i Pontefici si misero, senza frapporre indugio, alla testa di un immane movimento, e progredirono colle idee del tempo; dalle divisioni a minuzzoli e dagli interessi meschini, cui era discesa la controversia della riforma, si levarono ad un’idea cristiana universale, ad un subbietto sublime di religiosa fantasia; si tolsero di dosso nemici remoti e prossimi, e argomenti di eresia e di scisma, e li cacciarono in Siria; congiunsero nuovamente la Chiesa ad unità in una grande passione che scaldava tutta Europa, e così si crearono una novella altezza nella storia universale.
La nostra generazione contempla con meraviglia un secolo nel quale un eremita in luride vesti, a cavalcione di un asino, correva il mondo, ed era accolto come messaggiero di Dio; un’età in cui la descrizione dei mali ond’erano oppressi i Cristiani nella remota Gerusalemme infiammava mezzi i popoli a furore religioso, e dalla loro patria li traeva nella tomba spalancata che gli aspettava in Asia. L’oppressione dei Cristiani di Siria non era dura oltre misura, nè gli Storici di quella età hanno potuto riferire di massacri di venticinquemila persone, quale fu quello che avvenne a Damasco nell’anno di civiltà 1860. Se avesse avuto un simil fatto a predicare, Pietro di Amiens avrebbe probabilmente spinto mezza Europa contro Asia; oggidì invece lo si avrebbe per un cervel malato e sarebbe accolto con beffa. La gente umana per buona ventura non è più capace d’imprendere guerre omicide per idee religiose, ma forse ha anche perduto il sentimento bollente e giovanile per ciò che v’ha di grande e di sublime nell’umanità. Dopo otto secoli sarebbe insania affermare che le Crociate sieno state conseguenza di una follia religiosa; furono una manifestazione dell’idealità di quei tempi, un parto della intiera indole del medio evo, una grande epoca nella vita stessa degli uomini. Chi pensa all’efficacia elettrica di quell’impulso, ed alla forza operosa che dentro di esso riuniva popoli di schiatte diverse, i quali prima non s’erano mai congiunti in uno scopo comune, vi ravvisa lo spettacolo di una grandezza che umilia le divisioni e le ingenerose debolezze della moderna arte politica[326].
Urbano II ornò di gloria il suo pontificato colla prima Crociata che egli stesso predicò. Invitato dalla contessa Matilde ad andare in Toscana, indisse un Concilio a Piacenza. Le allegrezze con cui lo accolse Lombardia, la moltitudine di chierici e di laici che si riunirono colà (in sul principio di Marzo del 1093), gli diedero a divedere che la causa di Enrico era perduta, che egli aveva vinto la sua. Non vi fu chiesa abbastanza grande per capire la moltitudine accorsa a quel parlamento; fu duopo congregarsi a cielo aperto. Una commozione profonda agitava il mondo, che Gregorio VII aveva scosso in tutte le fibre; un nuovo spirito lo animava. Innanzi al Concilio si presentò la prima ambasceria di Bisanzio che venisse a chieder soccorso, e fu confortata con promessa di assistenza: però una seconda assemblea universale fu bandita a Clermont per il mese di Novembre, dove un Papa francese avrebbe fatto appello ai Franchi cavallereschi di muovere a sostegno della guerra di Oriente. Prima che Urbano andasse colà, ricevette a Cremona l’omaggio del giovine Corrado, e, a patto che rinunciasse al diritto d’investitura, gli fe’ balenare la prospettiva che otterrebbe l’Impero. Il ribelle acciecato andò indi a Pisa ad incontrare la sua ricca fidanzata ch’era figliuola di Rogero di Sicilia; quanto al Papa, egli partì per Francia, ov’era aspettato al Concilio.
Nella pianura di Clermont lo salutarono tredici Arcivescovi e dugento cinque Vescovi commossi a fervore, gli prestarono omaggio molti maggiorenti delle terre francesi, e lo applaudirono le grida febbrili delle migliaia di uomini accorsi che accampavano intorno alla città, simili a una nube gravida di forze elettriche, la quale attendeva la scintilla della sua parola per divampare in fuoco e in fiamme. Tutti gli oratori di Grecia e di Roma avrebbero portato invidia ad Urbano non soltanto per la grandiosissima delle missioni, ma eziandio per la simpatia che trovava negli uditori convenuti a questo parlamento celebre nella storia universale: appena v’ha altro luogo da questo in fuori, in cui la parola abbia sortito pari potenza di affascinare le moltitudini. Ancora in tempo sì tardo la lingua di Cicerone prestava all’oratore la sua magnifica e sonante maestà per infiammare turbe, nella cui bocca da lunghissima età s’era corrotto il latino antico. Altrove, quando parlatori vollero infervorare i loro uditorî in una grande idea, adoperarono l’adulazione, lodandone le più belle virtù, di cui per lo meno facevano supposto che fossero forniti i loro ascoltatori; l’oratore sacerdote vedeva invece quei mille e mille composti per massima parte di ladri e di assassini, e questi predicati ben lungi che attenuarne l’entusiasmo, gliene davano una foga più vigorosa. Strano contrasto! una meta sublime è additata al sentimento del mondo; e ladri e assassini, appunto perchè tali, sono chiamati a salirne le cime eccelse. Urbano non tenne un discorso, ma una predica, e la più potente spinta s’ebbe quella moltitudine udendo parlare della penitenza dei peccati, della Crociata considerata come opera di disciplina, e volta a ottener di quelli l’assoluzione. Il Papa dipinse in brevi parole la cattività della remota città del Re dei Re, dov’egli aveva operato, sofferto la passione ed era morto: per dar poi maggior peso a’ suoi ammonimenti, Urbano trasse in suo soccorso lacrime, gemiti e sentenze dei Profeti, ed esortò la Cristianità a cingere tutta concorde la spada, e a liberare Cristo dalle catene turchesche. «Levatevi, volgete le vostre armi, intrise di sangue fraterno, contro i nemici della fede cristiana. Voi oppressori di orfani e di vedove, voi uccisori e profanatori di chiese, voi predoni degli altrui beni, voi che ricevete denaro per isparger sangue cristiano, voi che simili ad avoltoi correte dietro al lezzo dei campi di battaglia, affrettatevi: se amate l’anima vostra, movete con Cristo duce alla difesa di Gerusalemme. Voi tutti che foste rei di tai delitti che vi dividono dal regno di Dio, riscattatevi a questo prezzo; così vuol Dio...»
Spesse volte la più focosa eloquenza non giunse a capo di indurre una moltitudine al partito conforme a’ suoi più prossimi vantaggi: invece Urbano trasse a entusiasmo il parlamento di Clermont per lontani confratelli di fede, e per una lontana città, che terre e mari e mille anni di età separavano d’Europa. Il suo uditorio, stretto in fitta calca (poca gente onesta poteva contarsi in esso) interruppe spesse volte il Papa col grido fanatico: Deus lo volt, Deus lo volt[327]. Principi, cavalieri, vescovi, servi attaccarono con mani tremanti di fretta una rossa croce all’abito; ambizione, genio di avventure, delitti di ogni maniera potevano ricoverarsi sotto di quel segno; tutti gli uomini di stato servile, genti oppresse, delinquenti, banditi potevano raccogliersi intorno alla bandiera dell’impresa, coll’animo fidente di guadagnarne assoluzione delle peccata in vita, paradiso in morte, e, prima, d’impadronirsi in Siria di monti d’oro. L’esito fu ancor più completo di quello che Urbano avesse potuto aspettarsi. Sebbene alcuni Vescovi lo spronassero a mettersi lui stesso alla testa della spedizione, egli se ne scansò, ma nominò Ademaro vescovo di Puy a suo vicario.
Lo Storico della città di Roma guarda intorno a sè per cercare quai Romani sieno accorsi a schierarsi sotto il vessillo del Redentore, e a portare un contingente romano nel campo storico delle Crociate, chè sarebbe suo còmpito di descrivere i Gesta Dei per Romanos: però neppur uno ei ne discerne. Probabilmente il Senato e il popolo avrebbero fatto le grasse risate, se Urbano avesse loro chiesto di animarsi a santo furore, di abbandonare le rovine di Roma, di muovere alla liberazione della città di Gerusalemme, che in antico Imperatori romani avevano distrutta: era pur della sua caduta che l’arco di Tito serbava ancora ricordanza, e il Laterano celebrava a sua gloria di custodirne l’arca dell’alleanza, e i tardi nepoti di quel popolo israelita fin dai tempi di Pompeo abitavano presso il ponte del Tevere, disprezzata scuola di stranieri. Rade volte i Romani s’accesero di entusiasmo per idee grandi, e al sentimento romantico della cavalleria stettero tutti muti. Ovunque alitò lo spirito dei Germani e dei Normanni, la cavalleria spiegò la sua potenza d’eroismo coi suoi arbitrii, coi suoi sollazzi, colle sue violenze, colla sua operosità che la traeva errante per terre e per mari; al contrario, in questo periodo di tempo la massima parte d’Italia non ebbe indole che la ponesse a paro di quelle altre genti. Le città operose trassero dalle Crociate una fonte di guadagni con traffichi e con navi da trasporto; Roma n’ebbe ragione di decadenza più grande. Nè in questa Città la cavalleria poteva acquistar forma e figura; la Chiesa, che tarpava lo svolgimento d’ogni floridezza secolaresca (e molto per essa contribuiscono le donne), non concesse che quella mettesse radice; e del resto le tradizioni dell’antichità facevano dei nobili romani altrettanti senatori e consoli, ma cavaliere nessuno. Ad un torneo che s’avesse dato in Roma nell’arena del Circo antico tutta sparsa d’erba, avrebbero fatto contorno, vicinanza piena di contrasti acerbi, chiese e chiostri e rovine della vecchia Roma; e sui gradini del Colosseo s’avrebbero dovuto congregare a mirarne lo spettacolo, più monache piagnolose che donne sorridenti, più frati e preti che nobiluomini e cittadini. Per verità il feudalismo era penetrato dentro delle terre romane, ma il sistema del vassallaggio, composto di parecchi elementi che posavano sull’ordinamento della cavalleria, poteva aver vita soltanto in una corte secolare, non in una corte di ecclesiastici. I nobili romani di questa età erano genti rozze, dimoravano fra monumenti antichi, divisi in fazioni, combattenti in lotte continue fra di sè, coi Papi e cogl’Imperatori, tutti avidi d’oro, poveri tutti. Da altra parte nella Campagna albergavano Conti, predoni grandi e piccoli, annidati in castella, sopra greppi montani, la cui vista era orrida allora come è oggidì, avvegnachè nessuna opera di coltivazione, in nessun tempo, abbia avvivato le terre, antiche residenze di Conti, quai sono Segni, Ceccano, Monterotondo, Palestrina, Civita Castellana, Galeria. Non trovatori vaganti visitavano i manieri di quei signori feroci; nè in essi, nè in Roma si radunava mai una corte di dame leggiadre a coronare di fiori un cavaliere vincitore della lizza. La vaga poesia del medio evo non raccolse mai il volo sulle meste ruine di Roma, dove, sopra le riverse colonne di granito, pareva che sedessero le ombre severe di Senatori antichi, ploranti la caduta della loro Città.
La cosa andò diversamente alla corte dei Principi normanni dell’Italia meridionale. Nati cavalieri, avevano conquistato arditamente le loro belle contrade dov’erano venuti da avventurieri; colle loro robuste lance avevano discacciato di Sicilia i Musulmani, e incusso spavento all’Imperatore greco: perciò allo squillo della tromba santa saltavano in piedi lietamente, correvano all’armi per compiere nuove imprese, per conquistar paesi nuovi; e l’Italia normanna decorava la prima Crociata colle geste di Tancredi e di Boemondo, eroi immortali. Tancredi, fiore della cavalleria, seguì le bandiere di Boemondo congiunto suo, poichè questo figliuolo del Guiscardo, maggiore di età, ma posposto al suo più giovane fratello Rogero, rovesciava la tenda che spiegava innanzi ad Amalfi assediata, e moveva anche egli nell’anno 1096 a Gerusalemme. Sotto quei due capitani si raccolsero genti italiane, forse anche delle province romane, ma il Cronista che, poeta precursore del Tasso, ne passa in rassegna l’esercito, non fa menzione di uomini di Roma, che fossero in mezzo a loro[328].
Il passaggio di un esercito crociato diede impulso ai Normanni di prendervi parte. I Francesi settentrionali, i Normanni francesi ed inglesi venivano sotto la capitananza di Ugo di Vermandois fratello del re di Francia, di Roberto di Fiandra, di Roberto di Normandia figlio di Guglielmo il Conquistatore, e di Stefano di Chartres e Blois: passavano di Toscana, e per Roma andavano nelle Puglie, poichè ivi dovevano imbarcarsi a Bari[329]. Quei Principi s’incontrarono a Lucca col Papa, il quale tornava a Roma; colà egli li benedì, affidò ad Ugo il gonfalone di san Pietro, e potè indi servirsi di loro, facendosene conquistar Roma e cacciare le genti di Guiberto fuor del san Pietro. Colle fresche memorie del sacco che avevano sofferto per opera di Guiscardo, può darsi che i Romani stessero in gran trepidanza vedendo avvicinarsi i Normanni di Francia e d’Inghilterra; e fortunati potevano reputarsi che quell’esercito magnificamente armato fosse composto di soldatesche disciplinate, cui comandavano i più splendidi Principi dell’Occidente. Se i Cronisti ci avessero detto qualche cosa di più sul soggiorno che quei Crociati fecero a Roma, noi forse li vedremmo dar l’assalto ad alcuni monumenti dove si appiattavano a riparo i Guibertisti. Le soldatesche di Francia e d’Inghilterra meravigliarono di dovere, nel loro cammino a Gerusalemme, sguainare le spade in mezzo di Roma santa contro i fieri nemici del Papa, e intriderle nel sangue di scismatici che neppur giungevano a domare: e dovettero sentire un brivido di spavento omai in Roma trovando i Turchi, e vedendo Cristiani omicidi minacciar loro, i sacri pellegrini, perfino dentro del santuario di san Pietro, mentre oravano presso alla «confessione» dell’Apostolo. «Quando fummo entrati nella basilica», così narra un testimonio oculare che fu fra quei Crociati, «vi trovammo le genti dell’imbecille papa Guiberto colla spada in pugno; ed eglino si ciuffavano le offerte votive che noi deponevamo sugli altari; si arrampicavano sulle travi della chiesa e di là ci scagliavano addosso pietre, in quello che noi ce ne stavamo ginocchioni in orazione, perocchè volessero trucidare chiunque loro sembrava che parteggiasse per Urbano.» Fulchero confessa che i Crociati mirarono con orrore lo stato spaventoso della città capitale della Cristianità, ma lasciarono a Dio di farne le vendette; chè molti di essi di Roma se ne tornarono vilmente alle loro case, e gli altri continuarono il loro cammino alla volta di Bari, passando da Monte Cassino[330].
Queste furono le attenenze che la città di Roma s’ebbe colle Crociate: l’energica dipintura che dà Fulchero risparmia allo Storico di dire una sola parola di più. Del rimanente, Urbano trovò il suo profitto nel passaggio che fecero i Crociati. Eglino obligarono Guiberto ad abbandonare la Città; probabilmente conquistarono qualche torre e fortezza; e il Papa, che entrò in Roma in coda ad essi, potè almeno celebrarvi tranquillamente le feste natalizie. Adesso egli era padrone di quasi tutta la Città, chè soltanto il castel Sant’Angelo (ad assediare il quale i Crociati non avevano voluto far sosta) restava ancora in potere dei Guibertisti[331].
§ 4.
Attenenze di Enrico IV colla prima Crociata. — Il Papa si pone a capo del movimento universale. — Guelfo V si separa da Matilde. — I Guelfi passano dalla parte di Enrico, nonpertanto la causa di questo è perduta in Italia. — Enrico IV ritorna in Alemagna (1097). — Conclusione delle sue tragiche lotte. — Muore Urbano II (1099). — Muore re Corrado (1101). — Enrico IV muore miseramente (1106). — La persona di lui innanzi al giudizio dei posteri.
La prima Crociata fe’ palese la debolezza dell’Impero, il quale restò al di sotto della missione che era propria di esso. Non si spettava forse a còmpito dell’Imperatore, come capo secolare della Cristianità, di porsi alla testa di questo grande commovimento, di spiegarne lo stendardo, e di guidare Principi e popoli alla guerra santa? Per colpa delle circostanze e di Enrico IV, l’Impero lasciò trascorrere e perdette un momento di tanta rilevanza, che l’eguale non fece più ritorno. In tutta la storia del medio evo non v’è altro tempo pari a questo del cominciamento delle Crociate, donde possa vedersi, meraviglioso fatto, il fenomeno di una corrente spirituale che invade e trascina tutta la gente umana; in nessun’altra occasione mai si sente tanto grande ammirazione della potenza degl’impulsi religiosi, e delle fortune o del genio dei Papi. Mentre il Pontificato toglieva in mano sua la missione che incombeva all’Impero, esso balzava quest’ultimo dalle cime della storia universale, e vi si assideva esso. Gregorio VII aveva chiaramente compreso la rilevanza della pugna che si doveva accendere fra Europa ed Asia, e aveva inteso a farsene duce; questo pensiero ei lasciava ai suoi succeditori in eredità, e il sottile Urbano la raccoglieva. Non importava che il Papa in persona si prendesse o no la capitananza della spedizione, chè il mondo è dominio delle idee, e di queste i Papi erano guidatori. Poichè le Crociate erano creazione della Chiesa, la Chiesa mostrava al mondo sè esser quella che riuniva i popoli ad unità. Enrico IV oscuramente s’accovacciava in un castello dell’Italia superiore, in quel mentre che, senza di lui, i parlamenti di Piacenza e di Clermont iniziavano nella storia universale un’epoca nuova: Enrico IV, che se ne fa spettatore inoperoso, ci pare quasi caduto più in basso di quello che fosse allorchè correva penitente a Canossa; l’anatema del Papa lo ebbe, per così dire, scomunicato fuor del grembo della storia.
Abbiamo veduto Enrico accasciarsi in Italia sotto il peso della rivolta del suo figliuolo; colà la sua causa pareva perduta, e altresì in Germania volgeva a grave pericolo. Ma il capriccio del destino che lo palleggiava, lo rialzò tutt’a un tratto dalla sua caduta. Una discordia famigliare forma uno strano episodio della gran guerra fra la Chiesa e lo Stato, che proprio adesso pareva andarsene smarrita in mezzo al maggiore movimento delle Crociate. Le idee spingono il mondo verso un avvenire remoto, laddove sono gli interessi che guidano i più prossimi fatti degli uomini; e la «sacra fame dell’oro,» la quale nelle cose umane ha la sua brava parte come i più idealistici impulsi di religione, ci farà mai sempre ricordevoli che metà della storia è dominata dalla materia. Il matrimonio di Matilde con Guelfo era forse stato un legame puramente platonico, e ciò era avvenuto per volontà della donna e per arte politica di Roma; la Contessa non aveva voluto un marito, ma un uomo che impugnasse la sua bandiera nella lotta contro Enrico; non un erede dei suoi dominî, ma un servitore dei suoi intenti. I meriti conseguiti e la più matura età davano però al giovine Guelfo il coraggio di uscire della sommessione in cui s’era fino adesso tenuto verso la moglie sua, laonde le faceva capire di voler egli governare e possederete sue terre: sennonchè Matilde gli rispondeva trattandolo da ragazzo arrogante. Probabilmente questo dissenso fe’ venire in aperto ciò che ai due Guelfi s’era tenuto celato, ossia che il retaggio di Matilde era omai donato alla Chiesa, avvegnadio la Contessa in un istromento avesse promesso tutte le sue terre al suo amico Gregorio[332]. Quantunque le più prossime ragioni della rottura fra i due sposi ci restino buie, ei si può tuttavia accogliere per vero, che quella donazione v’avesse grande influenza. Dopo il Concilio di Piacenza il giovane Guelfo si divise apertamente da Matilde, ed è difficile che ciò avvenisse senza la cooperazione di Urbano; il furbo Papa discioglieva un matrimonio che di tale non aveva che l’apparenza, dopochè da quel legame s’era avvantaggiato a servigio suo; anzi gli tornava il conto che ciò accadesse, perchè così s’allontanava uno che pretendeva ai beni di Matilde. Il mondo aveva testè udito le rivelazioni di una Regina che accusava il marito delle più abbominevoli colpe conjugali, ed ora ascoltava le confessioni di un Principe, il quale o avrà accusato la sua illustre moglie per ciò che non adempieva al debito conjugale, o avrà messo in piazza un cotale platonismo, qualunque di esso fossero le ragioni, per velare i veri motivi della separazione[333].
Il vecchio Guelfo venne a fretta e a furia in Italia: come vide che del suo figliuolo non s’era fatto che un fantoccio di marito, e che lo si aveva giuntato del retaggio di Matilde, lo prese seco, e andò, smaniante d’indignazione, al campo di Enrico. L’avarizia dei Guelfi si gettò d’un tratto dietro alle spalle qualunque rispetto religioso e politico; lo scomunicato nemico diventò ad un volger d’occhi l’amico più caro. Allora Enrico uscì della solitudine per tornar a combattere contro Matilde, e i Guelfi corsero a Germania dove, con meraviglia di tutti, rafforzarono con gran fervore il partito dell’Imperatore.
Tuttavia Italia andò perduta per Enrico. La grande Contessa ebbe la gloria durevole di aver resistito dodici anni contro le armi dell’Imperatore, e di avere efficacemente difeso sotto il suo scudo il Papato. L’Imperatore dovette lasciarla padrona del campo, poichè, nell’anno 1097 tornò in Alemagna, e questa volta per sempre; per vero dire il papa suo Clemente III continuò ad opporre una debole resistenza dalle sue castella, ma rimase uomo impotente nel suo arcivescovato di Ravenna, mentre Urbano II finalmente veniva in possesso di tutta Roma. Pierleone protettor suo s’impadroniva, ai 24 di Agosto 1098, del castel Sant’Angelo, che prendeva a tradimento; e allora il Papa potè dirsi padrone vero di Roma[334]. Urbano fu più astuto e più fortunato di Gregorio VII; se questi può paragonarsi a Cesare, Urbano rispetto a lui fu Augusto: dopo tempeste cotanto violente, dopo una vita trascorsa in esilio ossia in peregrinazioni occupate in grandissima operosità, questo Papa potè finalmente godere di un breve periodo di quiete e di trionfo. Nell’Italia meridionale egli avvalorò la sua alleanza coi Normanni, coi quali era in rapporti di intima amicizia, e benanco (da Salerno ai 5 Luglio del 1098) nominò il conte Rogero di Sicilia e i suoi successori a legati apostolici nell’isola[335]. Dopo la Pasqua dell’anno 1099 congregò a Roma un grande Concilio, ed in questo rinnovò tutti i decreti suoi e dei suoi predecessori[336].
Dopo di aver riferito delle tragiche battaglie che Enrico IV combattè contro i Papi, allo Storico non resta quasi altro a dire, fuorchè informare della morte degli uomini maggiori. Urbano passò di vita addì 29 di Luglio del 1099. Se sia giunta al suo orecchio la novella che Gerusalemme era caduta, ai 15 del Luglio, in mano dei Crociati, ben potè egli chiudere con letizia gli occhi all’ultimo sonno. Non morì in Laterano, chè il palazzo pontificio era allora in ruina, e la Città era pur sempre piena di scismatici ardenti di fanatismo e di nemici omicidi[337]. Il Papa avventurato, che ebbe dato principio alle Crociate, fu costretto a dimorare nelle tetre case di uno dei suoi difensori; morì nel munito palazzo di Pierleone in vicinanza della chiesa di san Nicola in Carcere, e financo il suo cadavere dovette trasportarsi al san Pietro per rigiri di vie solitarie del Transtevere[338].
Anche Clemente III doveva in breve, e prima di Enrico, essere sciolto dalle cure della vita, laddove la grande Contessa sopravvisse a tutti i suoi illustri contemporanei: quanto al giovine Corrado morì disprezzato e in abbandono a Firenze, omai nell’anno 1101. La Storia della Città non può seguitare più oltre in Alemagna i passi del suo infelice padre; non le è consentito descrivere le sue nuove lotte, nè la scellerata sedizione di Enrico suo secondo figliuolo, nè finalmente la sua tragica fine; maledetto dalla Chiesa, deposto dai Principi tedeschi, maltrattato dallo snaturatissimo figliuolo, morì a Liegi, addì 7 Agosto dell’anno 1106, fra le braccia di alcuni amici che gli rimasero a tutta prova fedeli[339]. Non faremo altro che volgere un mesto sguardo al sarcofago di Enrico, la cui salma, dissotterrata da preti fanatici nella chiesa di Liegi dov’era stata deposta, fu tramutata in un’isola deserta della Mosa, dove vediamo un solitario frate, pellegrino di Gerusalemme, sedervi accanto e recitargli le preci dei morti. L’uomo deposto in quella tomba era stato un peccatore geniale, ma altresì un prode guerriero; e chi giudica spassionatamente deplora che la prima metà della sua vita sia stata quella di uno scapestrato e di un despoto, ma la ragione de’ suoi falli in parte spiega da sventuratissimi casi in cui fu travolta la sua giovinezza orbata della guida di un padre, e che lo fecero subbietto di contrasto delle fazioni e delle loro abiette avidità. La lotta che sostenne contro il più violento dei Papi manifesta tutte le contraddizioni di un animo tentennante; se cadde a Canossa non bisogna accusarlo troppo feramente, perciocchè occorra riflettere all’indole di quell’età di superstizione, paurosa degli anatemi ecclesiastici, reverente degli esercizî esterni di penitenza; età di avvilimento della dignità umana che si curvava sotto alla sferza dei preti. Mancò di fermezza contro alla calma energia di Gregorio, e questo è insegnamento a’ Re ed anche a’ cittadini che l’uomo somiglia ad una nave sbattuta qua e là da’ venti, se non si afforzi proponendosi nell’intima coscienza una legge del diritto e del dovere, e se uno scopo determinato non indirizzi l’uomo alla conseguenza delle sue proprie opere. Senza dire di tutte le altre armi che gli mettevano in pugno l’indole dell’animo, il suo genio, la forza della Chiesa, ciò che diede a Gregorio VII una grande superiorità, si fu lo scopo fermo e tradizionale cui mirò; tardi soltanto a re Enrico diventò pienamente chiaro lo scopo cui doveva mirar egli; e anche allora gli restò sempre oscurato da condizioni tali di cose, in cui la potenza della fede religiosa gli opponeva ostile contrarietà. Tuttavolta grande e gloriosa fu la sua lotta instancabile contro il despotismo romano, e gli fruttò eterna gratitudine del suo paese natìo, chè, senza il suo eroico coraggio, Alemagna sarebbe caduta vassalla della tirannide ecclesiastica. Enrico IV fu precursore degli Hohenstaufen; grande e tragico atleta, vivrà immortale nei fasti della nazione tedesca[340].
§ 5.
Coltura di Roma nel secolo undecimo. — Il clero romano è inoperoso. — Guido di Arezzo inventa le note musicali. — Condizioni delle biblioteche in Roma e fuori. — La Pomposa. — Monte Cassino e gli Istoriografi che vi fioriscono. — Farfa. — Il Registrum di Gregorio di Catino. — Subiaco. — Principiano le collezioni di Regesti romani. — Deusdedit. — Continuazione difettosa delle Storie de’ Pontefici. — I Regesti di Gregorio VII. — Pier Damiani. — Bonizone. — Anselmo di Lucca. — Scritture polemiche sulla questione delle investiture.
Porremo termine alla storia della Città nel secolo undecimo, dando un’occhiata allo stato in cui vi si trovava a quel tempo la coltura dello spirito: però poco in verità ne avremo a dire.
Nel secolo decimo non riuscimmo a scoprire in Roma un sol uomo fornito d’ingegno letterario; neanche in tutto il secolo undecimo uno solo ne troviamo che si elevi fra quei cittadini. Un sì lungo deserto nelle cose scientifiche ha qualche cosa di spaventoso, seppur vogliasene trovare spiegazione nei casi di un’età tanto bruttata di sangue. Quantunque, dopo la prima metà del secolo undecimo, nel resto d’Italia si svolgano i germi della coltura nuova, Roma sola continua ad avvolgersi in un solitario silenzio. Le città incominciano a fiorire di libertà, e queste spronano i cittadini all’opera intellettuale; le scuole di scienze profane fanno le loro prime armi per svincolarsi dalla Chiesa; si attende allo studio delle discipline giuridiche; i commerci creano e diffondono cognizioni, i grandi avvenimenti fanno sentir bisogno di chi ne dia narrazione. Non v’ha che Roma su cui non iscendano cosiffatte influenze a fecondarla; qui tutte le forze sono assorbite nella grande lotta della riformazione; i Papi che ne sono alla testa, educati in Alemagna o nelle Gallie, si affaticano a mondare chiese e conventi dalla corruttela dei costumi, ma non hanno tempo di allevare un clero colto. La serie dei Papi, in parte degni di riprovazione, che si succedono fino al Sinodo di Sutri (benanco i Romani ebbero ad appellarli «idioti»), può denotare il periodo della barbarie più profonda, insino a che Roma si rianima a vita nuova per l’influenza della coltura germanica e gallica, istessamente di quel che avvenne al tempo di Silvestro II e di Gregorio V. I Papi riformatori sono stranieri, e straniero è il meglio dei Cardinali che li circondano.
Nulla sappiamo delle condizioni in cui fossero le scuole romane a questo tempo. Negli altri paesi documenti ci fanno conoscere che v’erano dottori di leggi, scolasti e maestri; non così a Roma. Guipone richiedeva ad Enrico III che s’imitasse l’esempio degl’Italiani, e che s’ordinasse ai nobili tedeschi di mandare i loro figliuoli alle scuole; però è difficile che un tal costume lodevole egli avesse appreso in Roma[341]. Qui la nobiltà e il ceto de’ cittadini mediocri erano meno istruiti che quelli di Bologna e di Pisa, di Pavia e di Milano, quantunque in Roma dovessero pur sempre esservi scuole di grammatica, nelle quali si apparava la dottrina degli scrittori antichi: infatti lo studio della grammatica era allora in Italia diffuso assai, e molto si pregiava uno stile artificiato e composto con colori rettorici[342].
Nelle belle lettere e nelle scienze profane Roma restava addietro della restante Italia; duravano le condizioni stesse che abbiam visto nel secolo decimo. Le Croniche rimate di frate Donizone da Canossa, che descrisse in versi (quantunque per certo sieno barbara cosa) la vita della grande contessa Matilde, le altre di Guglielmo pugliese, in cui le geste eroiche di Roberto Guiscardo trovarono, se non un Virgilio, almeno un narratore intelligente, non invaghirono alcun frate romano a farsene imitatore: e neppur giovò l’esempio delle poesie liriche del Damiani e di Alfano di Salerno; a questa età perfino non v’hanno che poche epigrafi od epigrammi. Però il canto ecclesiastico avrebbe potuto venire in nuovo fiore, dopo che Guido di Arezzo, benedettino nel convento della Pomposa presso a Ravenna, ebbe trovato le note della musica, e dischiuso così la serie di quelle invenzioni di genio, che dalla fronte della gente umana cancellarono la barbarie. L’invidia de’ suoi confratelli tonsurati cacciò Guido fuor del chiostro, laonde quest’uomo, da cui deriva la prima scoperta che si celebri nella storia della civiltà umana, ne fu anche il martire, e potè paragonare sè medesimo a quell’artefice che Tiberio mandò a morte perchè aveva trovato un vetro che nessun urto riusciva a infrangere. Tedaldo, vescovo di Arezzo, gli diè ricetto presso di sè, e presto Giovanni XIX, quantunque ignorante fosse, lo chiamò a Roma. Il Papa si fe’ dare la spiegazione dell’Antifonario di Guido, imparò in breve tempo a cantare una strofa, e comandò che quel metodo meraviglioso s’introducesse nella scuola di canto ch’era in Laterano. Ancor leggiamo la lettera in cui Guido narra beatamente del suo trionfo; e il monaco partì di Roma, ma promise ritornarvi, per dare insegnamento della sua invenzione[343]. Forse Roma non si diè cura di trattenere l’illustre uomo, od altrimenti fu egli (come per verità confessa) che fuggì di quel deserto desolato di febbri. Fra le cause dell’ignoranza de’ preti romani un Cardinale del tempo di Gregorio VII reputava che, oltre alla povertà la quale impediva loro di andare a studio in iscuole straniere, v’entrasse eziandio l’insalubrità di Roma che ne teneva lontani i maestri forestieri: infatti la ruina in cui erano caduti molti quartieri della Città doveva averla ridotta una catacomba vera[344]. Oltre a questo, era povera, piena di fazioni, e la corte pontificia non si curava allora di scienze. Nè Lanfranco di Pavia, precettore di Alessandro II, nè Anselmo di Aosta, discepolo di Lanfranco, più celebre del maestro e padre della teologia scolastica, furono tratti ad andare a Roma. Dal convento di Bec in Normandia quegli astri massimi del secolo decimo, lombardi amendue, gettarono, un dopo l’altro, il loro lume in Francia e nell’Occidente, e si succedettero nell’Arcivescovato di Canterbury, dove morirono.
Neppur dei Papi riformatori si tiene nota, che promulgassero decreti, i quali espressamente togliessero cura delle scuole; soltanto Gregorio VII nell’anno 1078 rinnovò il comandamento che presso ad ogni chiesa si fondassero scuole per il clero[345].
Le biblioteche di Roma a quest’età sono per noi un ignoto; tuttavia può darsi che si desse provvedimento alla loro conservazione, avvegnachè neppur nel secolo undecimo s’interrompa la serie dei bibliotecarî, laddove neppur uno di questi ci venga citato per nome nel secolo successivo e in quello decimoterzo[346]. La decadenza degli studî scientifici tarpava il fervore a ciò che si desse compimento alla biblioteca Lateranense, e in conventi romani appena v’erano monaci, i quali s’intendessero di scrivere codici. Il Damiani deplora perfino la mancanza di copisti, e dichiara pochi essere stati quelli che sapessero leggere correntemente le scritture ch’ei metteva in carta[347]. Roma del continuo aveva ragione di coprirsi il volto per vergogna, se poneva sè stessa a raffronto con monasteri italiani che di qua e di colà attendevano a discipline scientifiche. Di quell’età pervenne a noi un catalogo dei libri che si conservavano nella biblioteca della Pomposa, e il compilatore si fa tutto tronfio, considerando che essa era più ricca di quella di Roma. Guido e Geronimo abati vi avevano, a forza di grave dispendio, raccolto libri da ogni parte del mondo, e il numero di essi per quel tempo era grande assai. A vero dire erano poche le opere di soggetto profano; ed Eutropio e la Historia Miscella, Plinio, Solino e Giustino, Seneca, Donato e Livio (omai mutilato) sono posti a mazzo cogli scrittori di teologia[348].
Ancor più pregevole fu l’operosità dei frati di Monte Cassino ad ammassare ed a trascrivere codici. L’età d’oro di questa abazia si associa al nome di Desiderio; molti codici ei fece raccogliere e compilare, e fra questi si potevano colà rinvenire più autori profani che in tutti gli altri luoghi: oggidì ancora lo studioso sfoglia con reverenza religiosa parecchi bei codici in pergamena a caratteri longobardi, che l’abate fece copiare. Monte Cassino si adorna di elettissima gloria nella storia letteraria dei secoli undecimo e duodecimo; delle poesie di Alberico, di Alfano, di Desiderio, di Oderisio e di Amato potremmo senza alcun pregiudizio far senza, ma, per lo contrario, sono grandi e imperituri i meriti che si acquistò Amato (intorno al 1080) colla sua storia dei Normanni, e quelli che si ebbe conseguito Leone Marsicano (più tardi cardinale di Ostia, sotto a Pasquale II) colla sua Cronica di Monte Cassino[349]. Benanco la medicina, che per influenza degli Arabi fioriva nella prossima Salerno, era studiata nel convento, e come uno dei suoi più caldi cultori vi splendeva l’africano Costantino, che tradusse in latino scritti arabici e greci, vero portento di sapienza caldaica, che aveva appreso viaggiando in Oriente.
Mentre Monte Cassino si procacciava benemerenze tante, per nessuno di siffatti pregi splendevano i Benedettini di Farfa e di Subiaco, che dimoravano in vicinanza di Roma. Monte Cassino tenne con fervore grande le parti di Roma, ed anzi due Pontefici riformatori uscirono del suo convento; Farfa invece difese costantemente i diritti della podestà imperiale. L’operosità letteraria dei frati farfensi ebbe soltanto indole locale e monastica. Notammo già a’ tempi di Ottone III lo zelante operare di Ugo abate, del quale possediamo alcune scritture che descrivono il decadimento del suo chiostro[350]: difendere le libertà di questo fu l’intendimento continuo e massimo dei suoi successori. In corrispondenza a questa necessità ebbe pertanto origine, sulla fine del secolo undecimo, il celebre Registrum dei documenti giuridici che Farfa possedeva. Frate Gregorio di Catino, nobile sabinate, fu richiesto dall’abate Berardo II di raccogliere in una collezione tutti gl’istromenti concernenti Farfa, ed egli fornì questa laboriosa opera fra l’anno 1092 e il 1099; il suo discepolo Todino men bene la proseguì fino al 1125, nel quale anno ebbero anche fine i documenti, e l’abazia cadde in podestà del Papa. Quella pregiata raccolta di Regesti è una fonte delle maggiori per la storia del medio evo romano; ed ivi essa attinge notizie fin per le cose del secolo antecedente, e ne ha attinto anche questa nostra Storia della Città[351]. Degna di ammirazione è la cura onde i monaci riunirono insieme e trascrissero in pergamena i diplomi di Principi, di Imperatori e di Papi, i registri dei loro possedimenti, gl’istromenti di enfiteusi, gli atti di liti, carte tutte che s’erano andate ammassando da più di tre secoli. Quello stesso Gregorio archivista raccolse in un codice separato i contratti di affittanze, e oltracciò accumulò ancora diplomi, istromenti e date istoriche nella informe, anzi mostruosa «Cronica di Farfa»[352]. Non alle considerazioni dello storico si appartengono tutti questi lavori, ma a quelle degli studiosi d’archivî e dei giureconsulti, perocchè Gregorio non abbia voluto comporne un’opera storica, ma piuttosto documentarne i diritti di Farfa: e con buona ragione a lui si attribuì eziandio un componimento intitolato: «Difesa dei diritti imperiali,» che si riferì alla questione delle investiture, ed è uno degli scritti polemici che furono compilati all’età della controversia sulla riformazione[353].
Anche Subiaco compose nel secolo undecimo un Registrum eguale, ma senza convertirlo in una cronica[354]. Questo monastero antichissimo non salì in rilevanza, quantunque arricchisse e poco a poco assoggettasse al suo dominio le terre circostanti. Al tempo di Leone IX l’abate Umberto, francese, abbellì il convento con edificî, ne costruì il cortile, e ne incominciò la mirabile cripta detta il «Santo Speco»[355]. Però l’abazia si spossò di forze, causa divisioni continue, e sostenne eterne lotte col vescovato di Tivoli, coi Conti delle terre de’ Marsi, coi Crescenzî della Sabina, e con altri tirannelli che erano nel suo vicinato.
Se quei conventi raccoglievano con cure tanto assidue i loro Regesti, maggior ragione di fare il somigliante, avrebbe dovuto avere la chiesa in Roma. Gli archivî dei conventi delle città erano zeppi di documenti, eppure niuno li trascrisse in collezione. Duranti i torbidi del secolo decimo e dell’undecimo, senza dubbio una parte dell’archivio Lateranense periva, ma anche quello che ne avanzava avrebbe ricompensato ad usura le fatiche di un raccoglitore. Effettivamente sulla fine del secolo undecimo a un cotal lavoro si diede incominciamento, avvegnachè si volesse avvalorare con documenti i diritti di libertà della Chiesa romana contro alla podestà imperatoria. Deusdedit, cardinale di parte gregoriana, nativo di Todi e in origine monaco, riunì nella sua Collezione di Canoni, i diplomi degl’Imperatori, le scritture di donazioni, le carte d’investiture feudali, financo vecchi contratti di locazioni ancor dei tempi dei primi Gregorî e cataloghi di Papi[356]. Tuttavia questi Regesti romani ricevettero forme più perfette soltanto dopo la fine del secolo duodecimo, allorquando i cardinali Albino e Cencio v’ebbero rivolto cure diligenti.
Poichè il Papato rifioriva, sembra che avrebbe dovuto rianimarsi anche la lena di chi ne dettasse la storia; per lo contrario, anche in questo secolo la continuazione fatta a Roma delle Storie de’ pontefici, consiste soltanto in cataloghi officiali e barbarici, oppure in notizie informi a modo di croniche[357]. Nulla v’ha che tanto sveli la barbarie crassa del clero romano, quanto il fatto che esso non fu capace di tramandare ai posteri la narrazione dei grandi eventi di quell’età. Roma dovette lasciare ai paesi forestieri la cura di tessere le biografie dei maggiori Papi riformatori; un Arcidiacono di Toul scrisse la Vita di Leone IX, e per desiderio di Gregorio VII la scrisse eziandio san Brunone di Segni, il quale tuttavia non potè farne che una meschina cosa: un Tedesco, canonico a Regensburg, Paolo di Bernried, compilò la Biografia di Gregorio VII, quantunque anch’egli non ne abbia fatto che un’opera difettosa e goffa[358].
In un’età nella quale la Storiografia italiana dava vita alle opere dei milanesi Arnolfo e Landolfo, alle Storie di Amato, alle Croniche di Gaufrido Malaterra, di Guglielmo di Puglia e di Leone Marsicano, in questa età sarebbe rimasta buja una delle più rilevanti epoche della storia pontificia, se non si fossero per buona ventura conservate le numerose lettere di Gregorio VII. Questa celebre collezione, appellata Registrum di Gregorio VII, che fa riscontro all’epistolario di Gregorio I, fu a diritta ragione considerata come vera opera della letteratura romana del secolo undecimo. Chi scrive di storia letteraria può cavarne un giudizio dello stile latino che in questo tempo era usato dalla cancelleria romana; lo storico delle cose politiche ne trae materia inapprezzabile, e il biografo vede riflettersi in quello specchio fedele l’intelletto grande, inflessibile, freddo di un monarca, la cui anima non iscaldò, nè abbellì mai spiro alcuno di poesia[359].
Il contrapposto di Gregorio fu Pier Damiani, ma quest’uomo che ebbe talento vivace, sebbene sia degli ingegni di secondo ordine, non appartenne a Roma che di tratto passeggiero. Di quel che operò abbiam detto, e de’ suoi scritti ci siam giovati parecchie volte; in essi si trovano associati il sentimento mistico e un generoso spirito cristiano. Il Damiani raccolse in sè gran parte della cultura del secolo decimo; le sue scritture, omelie, trattati teologici ed esegetici, biografie di Santi, apologie del monachismo, lettere ai contemporanei, poesie, rivelano un uomo che aveva ricevuto una soda istruzione grammaticale e teologica, un amabile sognatore, ma non mai un pensatore filosofo[360].
Appena è se nella angusta cerchia della storia letteraria di Roma possiamo comprendere un altro scrittore che abbia avuto nominanza all’età di Gregorio: questi è Bonizone, che intorno al 1075 fu vescovo di Sutri. Partigiano di Gregorio dei più zelanti, sofferse persecuzione da Enrico, e, dopo casi che ci sono ignoti, vuolsi che fosse ucciso dagli Imperiali. Egli fu benemerito della storia pontificia a lui contemporanea. Nella sua maggiore opera intitolata: «Della persecuzione della Chiesa», egli ne abbozzò alla breve e con nessuna scienza gli eventi fino ad Enrico II, indi ne descrisse diffusamente i fatti fino alla morte di Gregorio VII. La sua dicitura è abbastanza chiara; ombra non ha di fanatismo; ad onta di errori non pochi e di fatti travisati, l’opera sua è inestimabile; nei suoi libri abbiamo il primo tentativo che s’abbia fatto di scrivere la storia del Papato, se pur sia come lavoro di tendenze partigiane. Le notizie di Bonizone trapassarono in molte altre raccolte di Biografie pontificie e di Croniche[361].
Eziandio l’erudito Anselmo, vescovo di Lucca, direttore spirituale di Matilde, non appartenne a Roma, della cui causa fu tanto zelante e operoso. La grande controversia della riforma infuse massimamente un impulso gagliardo e di lunga durata nella letteratura di Alemagna e d’Italia: anche ai dì nostri in cui, dopo quasi otto secoli, la rivoluzione italiana del 1859 trascinò il Papato in una lotta mortale contro il sentimento di nazione, vedemmo sorgere una letteratura di opuscoli (brochures) di egual fatta, la quale per parecchi rispetti ci fa sovvenire del tempo in cui s’agitò la controversia delle investiture. Ma, anche oggidì, la città di Roma fu quella che meno d’ogni altro paese contribuì a quel torrente di libricciatoli e di scritture, prò e contro all’unità d’Italia, prò e contro al dominio temporale, prò e contro alla sovranità mondana dei Papi, ossia al diritto di possedere Roma città capitale, che Italia, riunita adesso a nazione per la prima volta dopo la caduta dell’Impero romano, ebbe conseguito opportunità di rivendicare a sè medesima[362].
LIBRO OTTAVO.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DUODECIMO.
CAPITOLO PRIMO.
§ 1.
Pasquale II. — Guiberto muore. — Antipapi nuovi. — Nobiltà sediziosa. — Origine della famiglia Colonna. — Ribellione dei Corsi. — Maginolfo antipapa. — Guarnerio, conte di Ancona, muove contro Roma. — Pasquale II negozia con Enrico V. — Concilio di Guastalla. — Il Papa va in Francia. — Nuova sollevazione nello Stato della Chiesa.
Successore di Urbano II fu Rainero, nativo di Bleda in Tuscia, monaco cluniacense, che Gregorio VII aveva fatto cardinale di san Clemente: in questa chiesa lo si elesse, e lo si consecrò, addì 14 di Agosto dell’anno 1099, con nome di Pasquale II[363]. Avvenimenti rilevanti fuor dell’ordinario, dovevano illustrare il suo reggimento tempestoso. Lo scisma durava tuttavia, nè a Clemente III, il quale era sopravvissuto a tre celebri Papi suoi avversarî, mancò il cuore di combattere anche contro questo quarto. Clemente pose dimora in Albano sotto la protezione dei Conti della Campagna, ma ben presto Pasquale, coll’ajuto di soldatesche normanne, potè discacciarnelo[364], e l’Antipapa fuggì a Civita Castellana, dove morì nell’autunno dell’anno 1100. I suoi stessi nemici dovettero confessare ch’ebbe doti pregevoli, e serbò fermezza d’animo in mezzo alla sventura; quanto agli amici, lo piansero altamente come un santo, e si divulgò che sulla sua tomba avvenissero miracoli (quantunque scismatici fossero), istessamente che miracoli cattolici s’erano compiuti sul sepolcro di Gregorio VII o su quello di Leone IX[365].
Frattanto la fazione imperiale continuava ancora a levare degli Antipapi, e ciò avveniva anche dentro di Roma, dove quella teneva in mano sua il san Pietro; ma cotali idoli di un quarto d’ora, primamente Teodoro di santa Rufina, indi Alberto vescovo sabinate, ruzzolarono in breve tempo giù del trono usurpato[366]. Di così rapidi risultamenti Pasquale andò debitore alle spade de’ Normanni e alla potenza irresistibile dell’oro; però l’eterna guerra minuta che contro di lui movevano i piccoli ribelli fece a minuzzoli le sue forze. I Papi d’allora, alla paro di tutti gli altri Vescovi, erano costretti a difendere il loro dominio temporale da mille avidi nemici, e allorquando Pasquale, ch’era un frate di mite animo, pensava alla parte che doveva sostenere il santo capo della Chiesa in quelle continue lotte combattute per ragioni di beni mondani, gli conveniva deplorare che se ne fossero iti i tempi apostolici, in cui i Vescovi non avevano posseduto sulla terra che le cose del cielo.
Non andremo citando per nome tutte le castella, nè tutti i baroni contro ai quali il Papa guerreggiò; bensì diremo che con Pietro Colonna, nell’anno 1101, fa sua prima comparsa nella storia la famiglia di nobili che in Roma medioevale fu celeberrima di tutte[367]. Il nome dei Colonna non deriva, come si voleva far credere, dalla famosa colonna di Trajano, ma proviene da un castello che ancora oggidì si eleva nei monti Latini, di sopra della via Labicanense[368]. Il castello Colonna era distante cinque sole miglia da Tusculo; può darsi che fino dal tempo antico avesse appartenuto ai Conti di quelle terre, e fu esso che diede ad un ramo di loro famiglia il nome de Columpna, ossia de Colonna. Pietro che nominammo di sopra, fu probabilmente un figliuolo di Gregorio di Tusculo, fratello di Benedetto IX[369]; e quell’antenato di Martino V si faceva notare come un barone del Lazio che saccheggiava Papi e Vescovi, e predava lungo le vie. I fondatori delle case patrizie medioevali non s’acquistarono gloria o potenza sui campi di battaglia o nelle curie giudiziarie, ma come falchi vivevano annidati in loro torri, e come quegli uccelli rapaci assassinavano e rubavano; indi, a forza di orazioni biascicate in compagnia di monaci regalati riccamente, pregavano e ripregavano, che non fossero loro serrate in faccia le porte del paradiso. Pietro de Colonna possedeva eziandio Monte Porzio e Zagarolo, e cercava di ampliare i suoi possedimenti in quelle belle terre del Lazio: così può darsi che la parentela ond’era congiunto cogli ultimi signori di Palestrina, della famiglia di Stefania senatrice, gli desse di che pretendere a quella città; ma più antichi erano i diritti del Papa, e questi seppe farli valere colle armi[370].
In tal maniera Pasquale s’affaticò per anni ed anni a domare la nobiltà feroce. In Roma gli erano di martello i Corsi, amici un tempo, avversarî adesso della Chiesa, e la loro famiglia si rimpiattava ancora fra le ruine che stavano presso al Campidoglio. Allorchè Pasquale ne fece demolire le torri, Stefano Corso s’impadronì della fortezza del san Paolo, e di là, non dissimile da un Saraceno, imprese scorrerie brigantesche contro di Roma: cacciatone finalmente, si afforzò nella Marittima superiore, dove s’impadronì di città pontificie. Nel medio evo, un Sallustio avrebbe giorno per giorno scovato fuori il suo Catilina, dappoichè Roma null’altro era che un’oscura catacomba in rovina, entro cui nobili e popolani cospiravano a far cadere uno Stato, di cui il più povero tribuno militare dell’antichità avrebbe forse ripudiato la signoria.
La sedizione dei Corsi si associava coll’esaltamento di un terzo Antipapa, che era eletto dagli ostinati Guibertisti. La famiglia dei Normanni (ond’era a capo un altro Stefano), i Baruncî, i Romani, i Sant’Eustachio, i Berizoni di Santa Maria in Aquiro, trassero nel loro complotto il margravio Guarnerio, che in quel tempo era signore di Spoleto e di Ancona. Un Conte svevo, che altra volta era stato da capitano di Leone IX a Civita, si aveva avventurosamente conquistato una bella signoria sul mare Adriatico, e financo poteva lasciare in eredità ai suoi discendenti la Pentapoli, ora dal nome suo appellata Marca di Guarnerio. Enrico IV aveva favorito le sue buone fortune, e infatti, come gli avi di quel Principe avevano fondato la potenza di Tedaldo, parimenti egli sollevava ben alto la famiglia di Guarnerio, acciocchè gli fornisse appoggio nella lotta contro Matilde: ed al figliuolo del primo Margravio di Ancona dava in investitura anche i feudi imperiali di Spoleto e di Camerino, che in vecchio aveva posseduto la casa della grande Contessa[371].
Nel Novembre dell’anno 1105 Guarnerio venne con milizie tedesche a Roma, chiamatovi da’ cospiratori, che dentro del Panteon avevano eletto a papa un arciprete Maginolfo; ed allora Pasquale si ricoverò nell’isola Tiberina[372]. Silvestro IV, idolo tremante di paura, fu condotto a mano armata nel Laterano; colà lo assediarono i Pontificî condotti da Pietro prefetto, e lo difesero gli Imperiali guidati da Bertone capitano di milizia, e soccorsi da Guarnerio. Si combattè sul Celio, presso al Septizonio e financo dentro del Circo Massimo[373]. Però Maginolfo stava male a quattrini, laonde pochi giorni dopo si vide abbandonato e solo; fuggì a Tivoli dove Guarnerio era accampato, e il Margravio, che tornò a casa sua senza aver conseguito risultamenti di sorta, se lo prese seco e lo condusse a Osimo.
Pasquale, molestato ma non discacciato da antipapi di questa fatta, potè di già sulla fine di Novembre dell’anno 1105, ripigliar dimora nel Laterano. Una parte della nobiltà era ritornata a soggezione, nondimeno il Papa trovavasi ridotto a condizioni insopportabili di cose. Se mai v’abbia avuto al mondo un trono fatale al Principe che lo possedette, tal fu la cattedra di marmo del san Pietro su cui sedevano i Papi tenenti in mano quel segno di croce che non avrebbe dovuto mutarsi mai in iscettro: colà fra ruine decrepite di vecchiezza, fra chiese divenute antiche come le ruine, volevano reggere un popolo incorreggibile, che era ancor più superbo e più feroce di quello che fossero stati i suoi antenati a’ tempi di Silla e di Mario. La storia civile de’ Pontefici venuti dopo di Gregorio VII, è una scena meravigliosa di stile altamente tragico, sulla quale eternamente si ripetono gli stessi fatti, gli stessi conturbamenti; scoppi d’ira popolare, fughe ed esilî di Papi, loro ritorni trionfali, loro cadute nuove e più tristi, loro nuovi ritorni. Pasquale si partì di quella tremenda Roma, e andò a congregare un Concilio sotto la protezione della contessa Matilde. Avvenimenti occorsi in Alemagna facevano giusto in adesso creder probabile la fine dello scisma, chè l’Imperatore era stato rovesciato del trono per la ribellione del suo secondo figliuolo, e questi, Enrico V, fingeva ipocritamente di piegare il capo al divieto pontificio delle investiture: perciò i legati romani avevano dato appoggio alla sua sedizione; il Papa stesso lo proscioglieva del giuramento che prima aveva prestato in Aquisgrana di esser fedele al padre e di non voler aspirare mai, come aveva fatto Corrado, alla corona di quello[374]. Nel Gennaio del 1106 la Dieta di Magonza aveva invitato Pasquale ad andare a Germania, dove s’avrebbe posto termine alla divisione della Chiesa; e già la morte dello sventurato Enrico IV sembrava sgomberare le vie alla conciliazione. Sennonchè nel Concilio di Guastalla (tenuto nell’Ottobre del 1106), Pasquale poteva rilevare dal fermo contegno di ambasciatori tedeschi intervenutivi, che il novello re non si avrebbe lasciato mai strappare la rinuncia al diritto d’investitura. Infatti, tosto che Enrico V s’ebbe rafforzato sul suo trono, egli trasse in campo risolutamente i diritti della corona, e il Pontefice, che non aveva voluto assolvere l’infelice imperatore, si vide presto ripagato, con ricompensa meritata, dell’egual trattamento che Enrico IV aveva ricevuto dal suo scellerato figliuolo.
A Guastalla si promulgarono decreti che confermarono il divieto delle investiture; tuttavia si fece benigna accoglienza ai Vescovi eletti contrariamente ai canoni, ai Guibertisti, purchè lealmente si riconciliassero colla Chiesa: e questa fu arrendevolezza che i Gregoriani severi non seppero perdonare a Pasquale[375]. Enrico V mostrò indi desiderio che si raccogliesse nel Natale un Sinodo ad Augusta, e che in quello si definisse la controversia tuttora accanita delle investiture; ma il Papa, che avrebbe voluto recarsi colà, temette di un tradimento, e andò in Francia per chiedere che quel re Filippo e Lodovico suo figliuolo si facessero mediatori. Si negoziò cogli ambasciatori di Enrico che s’abboccarono nell’anno seguente a Chalons col Papa, ma non si venne a capo di cosa alcuna; insisteva il Re a voler conservare il diritto d’investitura, e Pasquale, raccolto nel Maggio un Concilio a Troyes, vi rinnovava la proibizione che chierici ricevessero feudi di mano de’ laici. Alla fine, malcontento dei risultamenti del suo viaggio, il Papa deliberò di tornarsene in Italia, e ormai nel Settembre dell’anno 1107 fu a Fiesole vicin Firenze.
Durante la sua assenza Pietro prefetto, i Pierleoni, i Frangipani, uniti a Gualfredo nipote del Papa, avevano con gran fatica tenuto alta in Roma un’ombra di autorità. La nobiltà romana non aveva che una passione sola, crescere la sua potenza famigliare a spese della Chiesa; laonde ad ogni Papa che tornava a Roma s’aspettava sempre l’istesso compito meschino, condurre vassalli e milizie assoldate a combattere i predoni dei beni ecclesiastici. Appena reduce, Pasquale fu costretto a guerreggiare contro Stefano Corso nella Marittima tusca, dove, a Montalto, questo Romano s’era fortificato[376]; ma il Papa a nulla riusciva, e, per confessione del suo Biografo, Roma durò ad essere covo di sedizioni, che si ripetevano ad ogni nuovo dì che scendeva in terra.
Ei sarebbe un tema desolato se volessimo tener dietro a Pasquale per gli avvolgimenti delle ribellioni continue che miseramente dovette sopportare. Andato nell’anno 1108 a Benevento, affidò il reggimento della Città ai consoli Pierleone e Leone Frangipani; diede a Gualfredo la capitananza suprema delle soldatesche, e lasciò Tolomeo di Tusculo a guardia della Campagna. Di questa maniera la necessità dei tempi poneva la podestà politica in mano delle nobili famiglie romane, che adesso formavano la oligarchia dominatrice. Poichè il Papa era lontano, nelle Puglie, i nobiluomini ne trassero tosto vantaggio per insorgere; la Sabina ed il Lazio disertarono dall’autorità del Papa, e Tolomeo, rompendo fede e collegandosi con Beraldo abate di Farfa e con Pietro Colonna, piantò la bandiera della rivolta financo a Tusculo. Pasquale capitò allora accompagnato da lance normanne che gli veniva prestando Riccardo di Aquila, duca allora di Gaeta; entrò in Roma, conquistò castella ribelli, e Tivoli stessa, sede antica dei Guibertisti, gli si arrese dopo una resistenza ostinata, mentre paura e oro facevan cadere le armi di mano a Roma venale. Pasquale si recò in persona al Campidoglio dove il Senato della nobiltà soleva congregarsi, e chiese a questo parlamento che proscrivesse Stefano Corso; finalmente le milizie romane costrinsero i Corsi nella diroccata Montalto a sottomettersi. Così i Papi di quel tempo erano costretti a conquistar con gran fatica piccole rocche annidate su dirupi, e spesso a muover qua e là da capitani, alla testa di genti assoldate. Nell’Agosto dell’anno 1109 Pasquale assediò Ponzia e Affile, antichissime colonie romane nella diocesi di Subiaco, e le infeudò a questa abazia[377]; e, intorno a questo istesso tempo, può darsi ch’egli abbia preso d’assalto Ninfa, in vicinanza di Velletri. Le servitù, di cui queste terre avevano debito verso la Chiesa, consistevano in prestazioni dipendenti da accordi stabiliti, e in ispecie si nota l’obligazione di fornire armigeri le quante volte il Papa lo comandasse; chè anche i Pontefici, come tutti gli altri Vescovi, ricavavano le loro genti d’arme soltanto da’ luoghi che per ispecial patto erano soggetti all’eribanno[378].
§ 2.
Enrico viene a Roma. — Condizioni misere di Pasquale II. — Difficoltà di risolvere la questione delle investiture. — Il Papa prende la risoluzione disperata di obligare i Vescovi a restituire i possedimenti avuti dall’Impero; in cambio l’Imperatore deve rinunciare al diritto d’investitura. — Si negozia e si conchiudono trattati. — Enrico V entra nella città Leonina; suo audace colpo di stato.
Breve era il respiro di pace che Pasquale s’aveva conquistato con tanta fatica; durò fino a tanto che venne il Re tedesco. Questi fu preceduto dall’apparizione di una cometa, fenomeno apportatore di spaventi, nuncio agli uomini pii e superstiziosi, di guerra, di peste e di ruina. L’Impero già profondamente avvilito, risorgeva adesso col figliuolo di Enrico IV a vendicare l’onta della sua sconfitta, e a soggiogare il Papato gregoriano. Dopo lunghi negoziati Enrico V, nell’anno 1109, aveva ottenuto che l’angustiato Papa gli concederebbe la corona imperiale senza imporgli altre condizioni, fuor di questa, che usasse pietà religiosa alla Chiesa. Pasquale non potè impedire la spedizione cui per decreto di una Dieta tedesca s’era ordinato movere su di Roma, ma in un Concilio lateranense, celebrato ai 7 Marzo 1110, rinnovò il divieto del diritto d’investitura: gli era soltanto sopra questa base che dovevasi comporre la pace. Indi il Papa andò a Monte Cassino, e scongiurò i Principi normanni, affinchè, se ne avesse bisogno, accorressero ad ajutarlo contro di Enrico V; poi, tornato a Roma, radunò quegli ottimati e li fe’ giurare che in tanto pericolo gli presterebbero soccorso.
L’impresa di Enrico V su di Roma mise in mostra il magnifico apparato di forze onde Alemagna, ad onta di lunghe guerre civili, poteva disporre: per l’Italia e pel Papato fu cosa di grave umiliazione. In quel formidabile esercito contavansi trentamila uomini a cavallo, vassalli di cento province di favelle tedesche, slave e romanesche, ed erano condotti da Vescovi e da Principi, che di mal animo oppur volonterosi s’erano raccolti intorno al Re: a lui si accompagnavano financo giurisperiti e letterati, i primi per commentarne i diritti, gli altri per eternare colla loro penna la memoria delle sue geste. Le città dell’Italia settentrionale, che duranti le guerre delle investiture s’avevano dato costituzione di republica, mirarono con isguardi d’odio quelle soldatesche straniere che discesero dalle Alpi nell’autunno dell’anno 1110, ed alle quali loro toccava dare fodero e albergo, e far donativi. Novara ridotta in cenere espiò la sua disobbedienza, e altre castella furono schiacciate con egual ferocia. Se ne spaventarono i Lombardi, e i loro Consoli corsero al Re, offerendogli tributi; soltanto Milano non mandò doni, non soprattutto ambasciatori: se l’odio di parte non le avesse nimicate le une contro le altre, le città più deboli avrebbero trovato in quella fiorente l’appoggio di lor comune libertà[379]. Dei vassalli italici dell’Impero non uno fuvvi che ad Enrico non prestasse omaggio, allorchè egli per tre settimane s’attendò nei campi di Roncaglia, dove tenne la solita Dieta, e, pari a un Serse, vi passò in rassegna il suo splendido esercito, ostentando disprezzo per le città. Fin la contessa Matilde si curvò innanzi alla potenza di lui; molti Principi dell’accompagnatura di Enrico visitarono la illustre donna, gloria del suo tempo, e ne partirono compresi tutti di reverenza. Ma la Principessa non andò in persona dal figliuolo del suo nemico; trattò soltanto cogli ambasciatori di Enrico in uno dei castelli che ella possedeva vicino Canossa; gli giurò vassallaggio in quanto s’avesse trattato di combattere i nemici dell’Impero, ad eccezione del Papa; nè il Re osò di chiedere che la proteggitrice de’ Pontefici unisse i suoi vassalli all’esercito di lui per muovere a Roma.
Che cosa poteva aspettarsi il Papa da un giovine Principe che aveva ereditato l’astuzia del padre, ed aveva saputo ingannare questo padre istesso coll’astuzia sua? da un Principe che con molto maggiore energia aveva risoluto di continuare la lotta a pro dei diritti della corona, poichè la sorte di Enrico IV gli poneva in chiaro che dessa era condizione indispensabile dell’esistenza dell’Impero? Come i suoi messaggieri ne avevano fatto minaccia a Chalons, Enrico V veniva per affermare colla spada il diritto d’investitura, e per ischiantare l’audace edificio d’Ildebrando. Le condizioni di Pasquale II erano più difficili che non fossero state quelle di Gregorio; ed invero, indebolimento interiore e paura mettevano inciampo ai Normanni di dargli ajuto; Matilde era invecchiata e restava neutrale; le passioni religiose, un tempo alleate vigorose della gerarchia, erano sbollite, e la Cristianità chiedeva che a qualunque costo si ponesse fine alle discordie.
Da Arezzo scrisse Enrico ai Romani, dicendo, essere stato fino allora impedito di prestare onoranza alla città capitale del suo Impero; venire adesso; mandassero eglino ambasciatori ad incontrarlo[380]. Suoi messaggi andarono a Roma per trattar della coronazione, e colà s’abboccarono in santa Maria in Turri, presso al san Pietro, con Pier Leone, cui il Papa aveva fornito di facoltà piene. La coronazione doveva essere l’ultimo atto che suggellerebbe un accomodamento; però gran difficoltà trovavasi a conchiudere questo primo di tutti i Concordati. Enrico doveva insistere in quel diritto d’investitura che tutti i suoi predecessori avevano esercitato; doveva il Papa insistere nei decreti degli antecessori suoi che avevano proibito le investiture di mano dei laici, e de’ quali aveva egli stesso solennemente confermato le decisioni. Poteva il Re concedere che il Papa solo desse l’investitura ai Vescovi, dappoichè questi ricevevano principati in feudo dall’Impero? Se i potenti Vescovi ed Abati si fossero compiutamente svincolati dallo Stato, se fossero diventati vassalli della Chiesa romana, forniti da essa dell’investitura, non sarebbe cresciuto il loro potere all’infinito? Non avrebbe dappoi questo potere inghiottito lo Stato, sì come Gregorio VII s’era proposto? Le conseguenze della investitura di diritto regio erano d’altra parte ruina della Chiesa che continuava ad essere la vassalla della corona, ma questo male innegabile avrebbe potuto guarirsi una volta che i Vescovi avessero rinunciato alla potenza temporale, e massimamente ad ogni grado politico[381].
La questione delle investiture era cinta a quel tempo di altrettante difficoltà, quante a’ nostri giorni, in mezzo all’Italia unita, resero avviluppata la questione del dominio temporale dei Papi, ultimo avanzo del corpo che la Chiesa vestì nel medio evo. Infatti entrambe le controversie si rassomigliarono nell’indole loro; in entrambe dominò l’eguale concatenazione di elementi morali e politici; entrambe furono pertanto nodi gordiani che si sciolsero soltanto colla spada. Degno di ricordanza eterna sarà ad ogni modo questo fatto, che un Papa del secolo duodecimo con grandioso ardimento bandì un principio, la cui attuazione avrebbe infuso alla Chiesa più elette forze morali: sennonchè quell’idea aveva troppo dell’etereo in una età che era dominata dall’arbitrio del potente. Pasquale II conobbe che il diritto della corona era chiaro come la luce del sole; e confessò che, senza il privilegio d’investitura, l’Impero non avrebbe potuto sussistere, dappoichè esso aveva prodigato alle Chiese il dono di redditi così immensi. Mentre il giovine e sleale figliuolo di Enrico IV procedeva nel cammino verso Roma, lasciando dietro i suoi passi città smantellate, può darsi che al Papa tremante ei facesse l’istesso effetto di un animale di rapina, la cui ferocia dovesse ammansarsi a furia di pasto. In quelle estreme necessità ei gli gettò dunque fra le ugne i beni della Chiesa per salvar di questa la vita e la libertà, e fece proposta così: i Vescovi restituirebbero all’Impero tutti i loro beni provenienti dalla corona, e vivrebbero di decime; rinunciasse l’Imperatore per sempre al diritto d’investitura, e desse di tal modo alla Chiesa in ricambio (beneficio superiore ad ogni pregio) libertà dallo Stato[382]. Se Pasquale II avesse condotto a compimento questa idea pura ed apostolica, ben sarebbe egli stato più grande di Gregorio VII, e riformatore vero fra tutti i Pontefici. L’intelletto di un monaco virtuoso, assiso sul trono dei Papi e aborrente dalle cose mondane, avrebbe dovuto comprendere che la corruttela del clero e la schiavitù della Chiesa erano soltanto conseguenze della sua secolarizzazione contraria alle dottrine apostoliche; ma Pasquale diè a divedere di non essere pur egli stato uomo di animo così grande, che il suo disegno si possa attribuire ad una idea riformatrice improntata di genio: esso piuttosto era dettato dalla disperazione[383]. Il secolo duodecimo non poteva possedere maturità per cotale idea anticipata della libertà della Chiesa; questo istituto santo, che avrebbe dovuto solamente essere regno incorporeo di luce, di amore, di virtù, continuava, a pari di un sole offuscato da vapori e velato da nubi terrene; e forse i suoi raggi, se avessero dardeggiato in tutta la loro purezza, sarebbero discesi senza frutto, od anche con danno, sul suolo selvaggio di secoli mezzo barbarici. L’associazione feudale della potenza secolare e di quella ecclesiastica gravò ancora per secoli le spalle alla società, e soltanto nel decimosesto risorse poderosa e con coscienza matura quell’idea che in Pasquale II non era forse stata altro che l’espressione dell’ingenua semplicità del suo animo.
La proposta di lui dovè parere condanna di privazione enorme pel clero che era avvezzo al potere ed alle splendidezze; i prelati avrebbero dovuto dimettere dominî immensi, città, diritti di gabella, di mercati, di zecca, podestà giudiziaria, autorità di margravî. Certo che non per questo sarebbero diventati sì poveri come erano stati gli Apostoli, avvegnachè ogni vescovato possedesse ancora patrimonî privati, e financo avrebbero bastato le decime e le offerte a formar doviziose fonti di uno stato assai agiato[384]. Ma colla perdita della potenza principesca, i Vescovi cadevano senza riparo in balìa della podestà politica e perdevano rilevanza nel mondo, dove si rispetta solamente il potere, come quello che può dare e può torre, e in mezzo alle magnificenze diffonde timore. Ogni Vescovo si sarebbe rifiutato di scendere del grado ragguardevole che aveva nel parlamento dell’Impero per cambiarsi in servo di Dio, libero e virtuoso sì, ma modesto; e tutti loro avrebbero potuto rimproverare a Pasquale che egli facesse da uomo disinteressato a spese altrui, poichè, papa, non pensava a deporre lo scettro del suo Stato ecclesiastico, ed anzi espressamente prefiggeva condizione ad Enrico che lo restaurasse nell’ampiezza delle donazioni antiche[385]. Se la signoria secolaresca non si acconciava a’ Vescovi, era forse più convenevole al Papa? Se ad un Abate non si confaceva muovere alla testa de’ suoi vassalli, tutto chiuso nella corazza e montato sopra un cavallo di battaglia, non era ancor più contrario alla dottrina cristiana vedere il Padre santo sui campi di guerra? I possedimenti dei loro feudi imperiali traevano i Vescovi in continui commercî col mondo, ma che non era da secoli la storia dello Stato ecclesiastico romano? Tuttavolta, la esistenza di uno Stato tale, benanco in così misero assetto, era a quel tempo condizione essenziale della independenza spirituale del Papa. L’ironia fatale che s’avviticchiava senza posa al principio suo rendeva il dominio temporale in pari tempo scudo e tallone di Achille del Papa, e lui faceva in pari tempo re e martire, possessore di uno Stato ed esule. Era piccola ma sempre ribelle la zolla di Roma, e invischiando il piede del sommo sacerdote della Cristianità aveva bastante peso per impedirgli di sollevarsi a regioni troppo sublimi, dove, fatto quasi divino, si sarebbe sottratto alle idee del suo tempo, oppure, tiranno del mondo morale, inaccessibile alle cose mondane, si sarebbe sottratto alle esigenze di quello. Pasquale a mala pena indirizzava a sè medesimo la domanda, se in lui fosse salutare la mescolanza di prete e di re; e se un qualche Vescovo malignando avesse mosso dubbio del principio su cui si fondava lo Stato di san Pietro, egli gli avrebbe a miglior ragione risposto ciò che Pio IX oggidì risponde agli usurpatori teorici e pratici dei dominio temporale, e v’avrebbe aggiunto che le province di san Pietro non erano feudi dell’Impero. Da dopo l’anno 1862, dacchè una delle più meravigliose rivoluzioni andò distruggendo il vecchio e fragile Stato della Chiesa, è cosa attrattiva pensare, che l’assentimento a quella rinuncia, di cui Pasquale con sì grande ingenuità faceva richiesta ai Vescovi, avrebbe avuto per conseguenza eziandio la fine dello Stato pontificio: e ben si può stupire che, ancor settecent’anni dopo di Pasquale, tutta Europa si sia affaticata a discutere di cotali questioni antichissime con fervore pari a quello del loro tempo remoto[386].
Se Enrico V avesse accettato la proposta del Papa, ne avrebbe potuto raddoppiare tutto d’un tratto la dovizia della corona; un monarca avaro avrebbe, senza pur pensarci su, steso il braccio a prendersela, ma un Principe prudente doveva prima riflettervi sopra per bene. Rinunciando all’investitura, la monarchia perdeva massimamente tutta la sua influenza sulla Chiesa, grandissima delle podestà che allora vi avessero nel mondo. I beni restituiti dalla Chiesa, sarebbe pure stato necessario di nuovamente concedere in feudo ad altri; alla fin fine sarebbero colati ad accrescere la potenza famigliare di maggiorenti ereditarî; le città, che erano tenute dai vescovati soltanto in un lasso legame, avrebbero ottenuto pienezza di libertà. Ma soprattutto poteva Enrico credere che Vescovi e Principi avrebbero consentito alla proposta del Papa? che specialmente sarebbe stato possibile, senza una immane rivoluzione dei rapporti della proprietà, di riprender possesso di tanti beni, che mille vassalli alla lor volta tenevano in feudo dalle Chiese?
Enrico desiderava veracemente di far pace colla Chiesa; accettò dunque il patto, senza però confidare che fosse possibile di condurlo ad effettuazione.
Furono compilati due trattati; l’uno della rinuncia del Re al diritto d’investitura; l’altro della rinuncia che per decreto pontificio il clero avrebbe fatto dei beni della corona: dopo lo scambio delle pergamene, il Re sarebbe stato coronato. Le gelose cautele che vi furono introdotte fan parere il Re ed il Papa simili a due nemici che negoziassero, di cui l’uno temeva tradimento e assassinio dall’altro. Non si dee dirittamente chiamar barbara un’età, in cui il capo secolare dell’Occidente doveva giurare per patto che non s’impadronirebbe a tradimento del sommo sacerdote della Cristianità, che non lo mutilerebbe nel corpo, nè lo ucciderebbe[387]? Ambasciatori s’affrettarono di andare a Sutri, fin dove era giunto il Re; approvò questi i due istromenti, ma sotto condizione che tutti i Vescovi e i Principi dell’Impero aderirebbero a quella rinuncia, la qual cosa (così nota il Cronista che ne dà il racconto) si reputava essere impossibile[388]. Addì 9 di Febbraio Enrico e i suoi ottimati, i Duchi e i Conti di Baviera, di Sassonia e di Carinzia, Alberto cancellier suo, Federico di Svevia suo nipote e il Vescovo di Spira giurarono sicurtà al Papa e adempimento del trattato, purchè il Papa da canto suo vi desse esecuzione entro il prossimo giorno di domenica: indi l’esercito si avviò alla volta di Roma, e il sabato 11 di Febbraio pose campo in vicinanza di Monte Mario.
Enrico V trovavasi a fronte della città Leonina e del castel Sant’Angelo, dove, ventisette anni prima, il padre suo aveva assediato l’autore della formidabile controversia. L’ombra melanconica di Enrico IV doveva turbare l’animo di un tal figliuolo, e comandargli vendetta: il cadavere di quell’Imperatore stava ancora insepolto, chiuso com’era da sett’anni in una cappella non consecrata del duomo di Spira, poichè Pasquale con durezza romana avea respinto la preghiera che gli si concedesse tumulo cristiano. Possiamo imaginare che sentimenti provassero i cavalieri orgogliosi di Germania in vista di Roma, o di che cuore stessero i Romani sulle cui teste pendeva quella nube gravida di tempesta, o a che meditasse il Papa il quale sapeva di esser preso nei lacciuoli di un nemico spergiuro, nel tempo istesso che messaggieri suoi, come in passato quelli di Gregorio VII, correvano la Campania in cerca di un novello Guiscardo. Il domani avrebbe potuto esser giorno di una grande opera di pace o di orrenda ruina.
Ambasciatori de’ Romani andarono al campo di Enrico, e vi chiesero ch’egli giurasse le leggi di Roma: il Re romano fecelo, ma sprezzantemente pronunciò la promessa in lingua tedesca, di che offesi, molti de’ maggiorenti se ne tornarono alla Città. Vennero i legati del Pontefice, si scambiarono ostaggi, ed Enrico nuovamente giurò al Papa sicurtà e conservazione dello Stato della Chiesa.
Il dì dopo, ai 12 di Febbraio, dovevasi compiere la ceremonia della coronazione. Le corporazioni di Roma, i collegî di giudici, le scuole della corte pontificia, le milizie coi loro segnacoli di draghi, di lupi, di leoni, e di aquile inalberati sull’asta delle lance, il popolo con fiori e con palme, andarono a levare il Re presso a Monte Mario. Il figliuolo di Enrico IV entrò a cavallo nella città Leonina colla sua magnifica comitiva, fra le acclamazioni, sincere o adulatorie che fossero, onde lo salutavano mille e mille voci, gridando: «Pietro santo elesse Enrico a re.» Secondo l’uso di tradizione, prima presso ad un piccolo ponte, indi vicino alla porta, Enrico giurò che obbedirebbe alle leggi di Roma; sorrise con disprezzo agli inni degli Ebrei, e accolse con ciera di ostentata degnazione gli applausi della scuola de’ Greci. Nella città Leonina lo ricevettero cori di frati e di monache con cerei accesi in mano, e letanie di preti, i quali anch’essi gridavano: Heinricum Regem Sanctus Petrus elegit. Così lo splendido corteo procedette a lenti passi fino alla scalea del san Pietro. Non s’aveva mai aspettato con dubbiezze tanto grandi un Imperatore designato, come avveniva adesso del figliuolo di Enrico IV; la pompa solenne delle accoglienze, degli omaggi e dell’adozione da parte del Papa non potevano che lievemente palliare le gravi diffidenze in cui si stava, ed Enrico prudentemente non volle entrare nel san Pietro, se le sue soldatesche non l’ebbero prima occupato[389].
Il Re ed il Papa avevano preso posto sulla Rota di porfido nella basilica parata a festa; colà doveva compiersi la grande opera di pace, dovevansi giurare i trattati e scambiarsi le pergamene. Fu letto il Pactum del Re e l’altro del Papa, ma i Vescovi e i Principi accolsero con mormorii la lettura del documento pontificio, il quale diceva: essere contrario ai canoni il grado politico del clero; illecito essere che i preti prestassero servigio negli eserciti, perchè la era cosa inseparabile dalle uccisioni e dalle rapine; non poter i servi dell’altare fare altresì da servitori della corte; voler necessità che eglino diventassero cortigiani fino a tanto che ricevessero beni in feudo dalla corona: così esser nato che Vescovi eletti conseguissero la consecrazione soltanto dopo di avere ottenuto la investitura regia, e questo averlo proibito i decreti di molti Concilî; egli, Pasquale, comandare sotto pena di scomunica che i Vescovi restituissero per sempre all’imperatore Enrico i feudi della corona, quanti di essi erano pervenuti alle Chiese da Carlo magno in poi[390].
Il malcontento scoppiò colla violenza di un turbine. Dovevano i Vescovi assoggettarsi ad un semplice decreto del Papa, e riconoscer questo per signore assoluto e padrone della Chiesa? Contro il professato principio evangelico si ribellava l’orgoglio mondano di preti, i quali, di nuncî del Vangelo ai popoli, s’erano tramutati in loro baroni; e se Cristo fosse apparso all’assemblea per sorreggere l’autorità del suo vicario con quel suo detto: «Date a Cesare ciò ch’è di Cesare», la voce di lui sarebbe stata soffocata da grida furibonde. Convien mai credere che Pasquale confidasse che Principi e Vescovi avrebbero accettato il suo decreto? Non è possibile: egli poteva soltanto sperare di venire ad un aggiustamento momentaneo coll’Imperatore; il resto sarebbe stato argomento da trattarsi con negoziati e nei Sinodi. Re e Papa, sedenti sulla Rota di porfido e tenenti in mano ciascuno la scrittura sua, senza che alcun di loro credesse alla possibilità di recarne in essere il patto, rassomigliano a due attori di un gran dramma, dei quali l’uno fa la sua parte tutta astuzie e violenze, l’altro recita la sua di soggezione disperata. Sennonchè, accosto a Pasquale v’era una riforma prematura al suo tempo, laddove non si può disconoscere che Enrico coltivava l’idea di un colpo di Stato: e infatti tosto ei lo compieva in modo che rimarrà esempio di uno dei più arditi e violenti onde tenga ricordanza la storia.
Il Papa faceva una concessione tanto grande e tanto ampia, che Enrico v’intravvide soltanto un laccio con cui quegli intendesse d’impadronirsi della sua rinuncia, per lasciarlo poi in balìa delle contrarietà dei Vescovi e dei Principi. Nel san Pietro ancora una volta protestò che da lui non derivava il progetto di torre alle Chiese i loro beni; così ne lasciò al Papa solo la responsabilità, e già in Sutri egli aveva posto a condizione del suo trattato, che tutti i Principi dell’Impero vi dessero il loro assentimento. Chiestagli dal Papa la rinuncia al diritto d’investitura, il Re si ritirò per consultarsi coi Vescovi; ed i suoi ottimati, sclamando a voci alte, che l’idea del Papa era eresia e spogliazione delle chiese, recisamente si rifiutarono di dar accoglienza al trattato[391]. Così discutendo si venne a sera; Pasquale domandò che si ponesse fine al lungo consigliare, ma i Vescovi strillarono che il trattato non si poteva mandare ad esecuzione; il Re allora chiese che lo si coronasse, ma il Papa rispose negando. Un cavaliere infiammato di collera, si fe’ avanti, e: «A che occorrono», proruppe, «tante ciarle? alle corte, il signor mio vuol esser coronato, come Lodovico e come Carlo!» Alcuni Cardinali impauriti proposero che si coronasse il Re, e che si differisse alla dimane la conchiusione del Concordato, ma i prelati non vollero più saperne di trattati. Alcuni Vescovi, segnatamente Burcardo di Münster e Alberto cancelliere, soffiarono nelle ire fiammeggianti del giovine Re, e lo indussero a rompere il suo giuramento e ad impadronirsi della persona del Papa. Armigeri si postarono intorno al Papa e all’altar maggiore, e aveva quegli finito appena di celebrar la messa, che i cavalieri, i quali lo tenevano d’occhio, minacciandolo colla punta delle loro spade, lo costrinsero a collocarsi nella tribuna. Ne nacque un gran tumulto; Norberto cappellano di Enrico si gittò piangendo a’ piedi del Papa, e Corrado di Salisburgo gridò forte al Re, che l’azione sua era un empio delitto. Soldati colle spade nude si gettarono sull’ardito Vescovo; querele e grida di preti e di signori, strepito d’armi, grida d’ajuto, preti atterriti che fuggivano od erano presi a picchiate, misero a fierissimo scompiglio la basilica già ottenebrata: intanto il Papa e i Cardinali, insieme raccolti, tremavano sotto le alabarde dei soldati; turbe di genti ansiose di vendetta s’accalcavano nel san Pietro, e di là del Tevere tutta la Città andava omai commovendosi a furore.
Scese la notte, e Pasquale e la sua corte furono tradotti in un edificio prossimo al san Pietro, e confidati alla guardia di Udalrico patriarca di Aquileja. La prigionia del Papa sciolse qualunque freno di disciplina; preti e laici senza distinzione furono spogliati e atterrati a colpi di spada; si rapirono i vasi sacri e i paramenti della chiesa: chiunque poteva fuggire correva alla Città gettando grida di spavento.
§ 3.
I Romani insorgono per liberar Pasquale. — Si dà l’assalto alla città Leonina e si appicca battaglia. — Enrico V si ritira col suo prigioniero. — Pone campo presso a Tivoli. — Costringe il Papa ad accordargli il privilegio dell’investitura. — Coronazione imperiale. — Enrico V parte di Roma. — Svegliarsi orribile di Pasquale II nel Laterano.
Due Cardinali vescovi, Giovanni di Tusculo e Leone di Ostia (l’istoriografo di Monte Cassino) erano fuggiti di là del ponte Sant’Angelo, travestiti. Raccolgono il popolo; da ogni torre si suona a stormo; il più fiero fermento agita Roma da un capo all’altro; quanti Tedeschi senza alcun sospetto sono venuti nella Città cadono uccisi: quest’è la scena di terrore in cui si tramuta ancora una volta la festa di una coronazione imperiale. Dacchè un governatore bizantino aveva tratto in esilio papa Martino il Pontificato non aveva subìto violenze così gravi come questa da parte della suprema podestà dello Stato. I Romani si sentirono punti di quel vitupero, dimenticarono le loro nimistà contro ai Papi, si sovvennero del giuramento che avevano prestato a Pasquale, e, uniti nel sentimento comune dell’odio contro la podestà imperiale straniera, allo spuntar del sole entrarono nella città Leonina per liberare il Papa. Un orgoglioso disprezzo aveva fatto sì che il Re non s’avesse tenuto in guardia, perlochè poco mancò che l’assalimento non gli costasse vita e trono. Spoglio di vestimenta e scalzo, saltò a cavallo nell’atrio della basilica, e, gettatosi di un lancio giù dei gradini di marmo della scalea, si scagliò ove più ferveva la zuffa: cinque Romani caddero sotto i colpi della sua asta, ma anch’egli ferito precipitò di sella. Ottone viceconte di Milano gli prestò il suo cavallo sacrificandogli la vita, chè quel suo magnanimo salvatore fu preso, trascinato nella Città e fatto a pezzi. Grande era il furore de’ Romani; il loro assalto si tramutò in vera battaglia, e le milizie di Enrico, battute e cacciate fuori del portico, stavano per soccombere[392]. Il valore de’ Romani, di cui non avevano dato mai così splendida prova, avrebbe meritato in ricompensa che eglino potessero liberarsi dall’Impero, ma l’avidità di saccheggiare tolse loro di mano la vittoria, più presto che non avrebbero fatto gli sforzi de’ Tedeschi; alla fine, in mezzo a orrendo massacro, furono ricacciati di là del ponte, ossia furon volti in fuga; soltanto poterono proteggerli alcune sortite che fecero le genti del castel Sant’Angelo.
Considerevoli perdite subirono gli Imperiali; si capì che una città sollevata diventava formidabile anche contro ad eserciti ordinati, laonde Enrico di nottetempo partì della Leonina. Due giorni rimase egli nel campo sotto alle armi, in quello che i Romani, spossati ma pur ansiosi di vendetta, si raccoglievano insieme di nuovo. Il Cardinale di Tusculo, che faceva adesso da vicario del Papa, gli scongiurò di tornare alle armi. «Romani», diss’egli, «si tratta di combattere per la vostra libertà, per le vostre vite, per la gloria vostra, per la difesa della Chiesa. Il santo Padre, i Cardinali, i vostri fratelli, i figli vostri languiscono nei ceppi dello sleale nemico; mille generosi cittadini giacciono distesi morti sotto il portico; la basilica dell’Apostolo, il duomo venerando della Cristianità, ammorba del lezzo di cadaveri e di sangue; la Chiesa profanata vi sta appiedi lacrimosa, e a mani giunte chiede pietà e soccorso al popolo romano, il quale solo può salvarla.» Tutta Roma giurò di combattere a vita e a morte[393], ma nella notte dai 15 ai 16 di Febbraio Enrico levò le tende e mosse nel Sabinate. Mentre egli conduceva con sè prigionieri il Papa e sedici Cardinali, i suoi soldati traevano avvinti in ceppi Consoli romani e preti, e da cavallo, picchiandoli colle aste delle loro lance, se li cacciavano innanzi per le vie fangose in cui si sprofondavano a mezza gamba: era uno spettacolo che faceva ricordare del tempo dei Vandali[394]. A Fiano l’esercito guadò il Tevere, e finalmente s’accampò in vicinanza di ponte Lucano, sotto di Tivoli. Enrico aveva intendimento di unirsi coi Conti tusculani, e di tagliar fuori, se mai venissero, le milizie normanne, che Giovanni cardinale con ferventi istanze aveva chiamato in ajuto: lasciava il Papa con alcuni Cardinali nel castello di Trevi, e gli altri prigionieri confinava a Corcodilum, tenendo tutti in custodia strettissima[395].
In tal guisa, il figliuolo di Enrico IV infliggeva a quella Chiesa stessa che un tempo lo aveva confermato nella sua empia ribellione, un’onta quale essa non aveva sofferto mai neppur dal quarto Enrico. In qualunque modo si voglia considerare l’audace colpo di Stato da lui commesso, esso fu giustizia di Nemesi che se ne fece esecutrice; le intemperanze di Canossa trovarono adesso in Roma il loro riscontro. Il massimo degli anatemi avrebbe dovuto colpire il Re che caricava di catene il Vicario di Cristo, od anzi, simile a Salmanassar, traeva in cattività la Chiesa romana; invece Pasquale non fe’ che piangere e tacque. Sappiamo del commovimento che agitò il mondo ecclesiastico, ma non di quello che possa avere scosso il mondo politico quando udì della prigionia del Papa; certo che esso si die’ tanto poca briga di liberarlo, quanto poco se ne curò settecent’anni più tardi, allorchè Napoleone ebbe imitato l’esempio di Enrico V. La contessa Matilde dovè sentire dolore dell’avvenuto, come della più grave sconfitta che ella avesse tocca; eppure non si mosse. Messaggi sopra messaggi erano corsi nelle Puglie; eppur nessun Guiscardo comparve. Soltanto Roberto di Capua mandò trecento cavalieri nelle terre romane, tanto per darsi apparenza di soddisfare al suo dovere di vassallaggio, ma a Ferentino quelle genti diedero di volta, perciocchè trovassero il Lazio disposto a favore dell’Impero, e fra loro e Roma si frapponesse l’esercito di Enrico. La morte repentina di Rogero duca delle Puglie e di Boemondo fratel suo, aveva messo a scompiglio gli Stati normanni; temevasi che i Longobardi si sollevassero e che Enrico vi imprendesse qualche spedizione, per lo che i Principi di quelle terre erano costretti a spacciar in gran fretta ambasciatori al Re, e per mezzo di loro gli prestavano omaggio[396].
Sessantaun giorno Enrico sostenne Cardinali e Papa in durissima prigionia, primamente nelle castella di cui dicemmo, indi nel suo campo. Contemporaneamente minacciava egli ogni giorno di assalto la Città; con fame, con devastazione di terre, con crudel trattamento de’ carcerati, volle piegar tutti al voler suo. Però stavolta i Romani resistettero financo all’oro, e dichiararono che non accondiscenderebbero ad aprir le porte se prima non fossero stati riposti in libertà i prigionieri. Sennonchè, per far questo, Enrico esigeva che il Papa lo coronasse, e senza condizioni di sorta riconoscesse che le investiture erano dritto della corona: e poichè quegli rispose con un rifiuto, spazientito minacciò che farebbe passare a fil di spada tutti i prigionieri, se Pasquale non avesse ceduto. I maggiorenti del Re, i prigionieri, i Romani dalla Città, gli afflitti Cardinali si gettarono a’ piedi del Pontefice, e lo scongiurarono che acconsentisse, per riguardo della sventura universale, per amore della oppressa Città e della Chiesa deserta, per impedire lo scisma che romoreggiava per aria. È bello a imaginare che, invece di Pasquale II, prigioniero fosse stato Gregorio VII, e chiedersi se quest’uomo eroico, che nel castel Sant’Angelo aveva risposto un calmo no a coloro che lo supplicavano ginocchioni di più mite consiglio, neppur in questi frangenti avesse ceduto. «Ebbene», sclamò lo sventurato Pasquale con gran sospiri, «per la liberazione della Chiesa sono costretto ad accordare ciò che altrimenti non mi si avrebbe strappato neanche a prezzo della mia vita»[397]. Nuovi trattati si compilarono, ma il conte Alberto di Blandrate non volle saperne che l’adempimento del giuramento da parte del Papa si vincolasse ad alcuna condizione scritta; e Pasquale, volgendosi al Re con dolcezza piena di rimprovero e con un sorriso amaro, gli disse: «Io presto questo giuramento affinchè voi adempiate al vostro.» Il campo tedesco trovavasi di là dell’Anio, nella «pianura dei sette fratelli», mentre di qua di ponte Mammolo stavano i Romani[398]. Ivi sedici Cardinali con sacramento dichiararono in nome del Papa che si concedeva amnistia di quanto era avvenuto, promisero che re Enrico non sarebbe mai scomunicato, che sarebbe coronato imperatore, che gli si presterebbe soccorso nelle cose dell’Impero e del Patriziato, che finalmente non si recherebbe mai molestia al suo diritto d’investitura. Quattordici maggiorenti del Re giurarono per conto di lui che, entro un tempo determinato, il Papa, tutti i prigionieri e gli ostaggi sarebbero condotti liberi in Transtevere, che non si torcerebbe pur un capello ai partigiani pontificî, che si darebbe sicurtà alla città di Roma, al Transtevere ed all’isola Tiberina, che si restituirebbero alla Chiesa i suoi beni[399].
Il Re insistette affinchè il privilegio della investitura si confermasse prima di entrare nella Città; perciò la scrittura ne fu compilata da un notajo che in gran fretta si fe’ venire di Roma. Il dì dopo l’esercito si pose in via, e, poichè allora ponte Milvio era in ruina, si traghettò il Tevere non lungi dallo sbocco dell’Anio, e si pose campo presso la via Flaminia. Qui il memorabile documento fu messo in ordine, e il Papa sventurato con grevi sospiri vi appose la sua sottoscrizione.
«Così volle Iddio che il Tuo Impero sia in ispecial modo associato colla Chiesa, laonde i predecessori Tuoi ottennero colla potenza e colla saviezza la corona della città di Roma e il regno imperiale. A questa dignità di diadema e d’impero la Maestà di Dio per l’officio Nostro sacerdotale elevò benanco la Tua persona, o amatissimo figlio Enrico. Perlochè i privilegi dell’Impero, che i predecessori nostri accordarono ai Tuoi antecessori, imperatori cattolici, Noi accordiamo anche alla Dilezion Tua, e li confermiamo con questo Privilegio, siccome segue: Tu impartirai l’investitura coll’anello e col pastorale ai Vescovi ed agli Abati del Tuo Impero che saranno eletti, mondi di violenza e di simonia; e dopo la loro installazione canonica eglino riceveranno la consecrazione dal Vescovo, cui si compete di darla. Chi sarà eletto dal clero e dal popolo senza l’assenso Tuo non potrà esser da chicchessia consecrato, se da Te in prima non abbia ricevuto l’investitura; ai Vescovi ed agli Arcivescovi sarà concesso di consecrar canonicamente Vescovi e Abati investiti da Te. Siccome poi i Tuoi antecessori hanno dotato le Chiese dell’Impero con tanti beneficî dei loro diritti regî, così è necessario che si contribuisca alla solidità dell’Impero stesso, massimamente coll’assistenza dei Vescovi e degli Abati, e che si sopiscano per opera della Maestà regia i dissensi che potessero intromettersi nel popolo a causa delle elezioni. Pertanto la Tua prudenza e la Tua podestà devono provvedere affinchè col soccorso Divino s’abbiano a conservare per via di feudi e di grazie regie la grandezza della Chiesa romana e la floridezza di tutte le altre. E se podestà o persona alcuna ecclesiastica o secolare oserà disprezzare questo Privilegio nostro o contraddirvi, cada su quella l’anatema, e sia privata de’ suoi onori. Chi poi lo rispetterà, benedetto sia dalla pietà Divina, la quale voglia concedere alla Maestà Tua un Impero felice»[400].
Allorchè Enrico tenne in mano questa Bolla, che faceva in pezzi tutti i divieti pronunciati da Gregorio VII e dai suoi successori contro il diritto d’investitura, a stento potè egli stesso credere alla vittoria conseguita, e lasciò tosto andarsene il Papa che gli impartì la benedizione: così fu che un arguto Cronista tedesco potè paragonare il poderoso Principe al patriarca Giacobbe, il quale non levò le mani dall’angelo con cui lottava, finchè questi non l’ebbe benedetto[401]. Addì 13 di Aprile Enrico rifece il suo ingresso nella città Leonina, ma la coronazione avvenne in fretta e in furia, e non fu salutata da alcun accento di gioia. Tutte le porte di Roma rimasero sbarrate, così che la moltitudine dei Romani non prese parte alla ceremonia; vi assistettero soltanto i loro deputati, ed Enrico V, anch’egli come l’avo suo, fu vestito delle insegne del Patriziato[402]. Il Re costrinse il Papa a riprendere in mano la scritta del Privilegio acciocchè indi alla vista di tutti gliela porgesse nuovamente, in prova che quell’atto non gli era stato imposto, ma che lo aveva dettato di sua libera volontà. Lo scherno ferì sul vivo il clero, tuttavia il Papa volle lealmente mantener pace; spezzò l’ostia per sè e per Enrico, e mentre entrambi la consumavano, disse con accento d’intimo convincimento: «Sia separato dal regno d’Iddio chi vuol frangere questo patto.»
Enrico V fu primo di tutti gli Imperatori romani che ricevesse in Roma la corona, senza aver posto piede nella Città propriamente detta. Di là delle mura di questa i Romani accompagnavano la coronazione sua con maledizioni e con voti di vendetta; e ben potevano essi paragonarlo a un ladro che erasi cacciato dentro al san Pietro e, appuntato il coltello al petto del Papa, era fuggito in gran furia, portandone via il diadema rubato. Appena coronato, Enrico, sempre diffidente, si prese statichi, andò al suo campo, levò le tende, trionfalmente mosse verso Tuscia per la stessa via che un tempo avevano battuto suo padre e l’avo suo, lasciò dietro di sè Roma che non aveva conquistato, ma che pur aveva domato al voler suo, e lasciò il clero vituperato e sbigottito, con sè recando il bottino della sua rapina, la pergamena pontificia che confermava il diritto di investitura. L’audacia di questo colpo di Stato spicca con luce chiara dal fondo tetro e oscuro della storia del quarto Enrico, ma non monda il suo figliuolo dalla macchia di spergiuro. Invertì egli le parti di Enrico IV e di Gregorio VII; il figlio di colui che meschinamente s’era prostrato nella polvere innanzi a un prete, avvinghiava il Papa con mano armata, lo sforzava a curvare il collo sotto la maestà regia, e in un breve istante otteneva ciò cui Enrico IV non aveva potuto giungere in sessanta battaglie. Per quanto la sua opera di violenza paia essere stata un fatto meramente casuale, essa fu invece conseguenza logica di ragioni istoriche; tuttavolta risultamenti in così rapido modo conseguiti non potevano essere di lunga durata, e l’avvilimento che Pasquale sofferse, non ebbe, come quello di Enrico IV, indole morale.
Allorchè il misero Papa, ancora sbalordito di quanto era avvenuto, rientrò nella Città, il popolo lo salutò con gioia fanatica, perocchè la testa di lui fosse cinta dell’aureola di martirio sofferto per la causa nazionale: così similmente, settecento anni più tardi, i Romani salutarono il loro Papa, allorquando tornò libero dalla prigionia in cui lo aveva tenuto un conquistatore straniero. Tanto fitta moltitudine di gente ingombrava le vie, che Pasquale giunse appena verso sera al Laterano[403]. Lo sventurato poteva confortarsi di quell’apparenza ingannatrice che faceva credere a un rappacificamento di Roma col governo pontificio[404]; ma quando fu rinsensato dal suo stordimento, nelle facce meste o imbroncite di coloro che lo circondavano lesse scritto l’avviso della lotta formidabile che adesso lo aspettava nel grembo istesso della Chiesa.
§ 4.
I Vescovi si rivoltano contro Pasquale II e contro il Privilegio. — Un Concilio raccolto in Laterano annulla questo ultimo. — I legati scomunicano l’Imperatore. — Alessio Comneno e i Romani. — Infeudazione data a Guglielmo duca normanno. — Muore la contessa Matilde. — Donazione di Matilde.
Un turbine d’indignazione si sollevò nel partito gregoriano. Vedeva esso crollata, per debolezza di un Papa, la grande opera che Gregorio VII aveva tirato su a forza di tante fatiche; i Cardinali, che non avevano diviso la prigionia di Pasquale, lo disprezzavano perciocchè non avesse preferito morire da martire anzichè sottomettersi al comando dell’Imperatore; addirittura chiamavano eresia ciò che il Pontefice aveva fatto, quantunque egli pur non fosse uscito della cerchia della disciplina ecclesiastica; chiedevano finalmente che si rompesse il trattato. Pasquale vide sorgere tutt’intorno a sè una discordia funesta; gli uomini zelanti lo minacciavano col dito teso, come se fosse stato un traditore di Dio, laonde l’infelice andava a nascondere il suo disperato dolore nelle solitudini di Terracina e dell’isola di Ponza.
La Chiesa trovavasi rispetto a Pasquale nelle eguali condizioni in cui sarebbe uno Stato moderno di contro a un Principe che rompesse fede alla costituzione del regno; però nessun popolo ha mai combattuto le infrazioni commesse dal suo Re contro lo Statuto della nazione con pari energia e con forme rigidamente costituzionali e concesse dalla legge, sì come allora fecero la Chiesa e i suoi parlamenti. Giovanni di Tusculo e Leone di Ostia congregarono a Roma un Sinodo, nel quale si rinnovarono i decreti di Urbano e di Gregorio, e si protestò che il Privilegio dato ad Enrico V era nullo: a questo giudizio si associò con grande veemenza Brunone vescovo di Segni, che allora era in pari tempo abate di Monte Cassino[405]. Si chiese a Pasquale che ritrattasse il Privilegio e che scomunicasse il Re; Vescovi forestieri alzarono incolleriti le loro voci; Giovanni di Lione bandì un Concilio della Chiesa gallica; i Legati pontificî congregarono Sinodi, e l’irritazione giunse a tanto veleno, che già si teneva discorso di destituire il Papa. Minacciava uno scisma, giacchè Pasquale non soltanto aveva per difensori tutti que’ Cardinali che avevano avuto parte ai suoi casi ed all’opera sua, ma tutti gli aderenti dell’Imperatore e finalmente quelli dei Vescovi, che pur essendo ortodossi, avevano animo temperato a moderazione: alla loro testa stava il celebre Ivone di Chartres[406]. Pasquale, debole, impaurito, mal securo di sè stesso, scriveva lettere ai Vescovi fiammeggianti di zelo, procurando di ridurli alla calma; biasimava gli attacchi che Cardinali fanatici volgevano contro il capo supremo della Chiesa, e protestava penitente che stava studiando il modo di poter cancellare tutto quello che era avvenuto.
Addì 18 Marzo del 1112 radunò in Laterano un Concilio; descrisse ciò che sofferto aveva, disse come fosse stato astretto ad accettar quella transazione; confessò che il Privilegio era stato cosa contraria al giusto, ma protestò che ei doveva lasciare al Concilio le cure di porvi riparo, avvegnaddio egli non iscomunicherebbe mai l’Imperatore, nè a cagion delle investiture gli darebbe molestia. Nell’ultima tornata ei si purgò eziandio della taccia che gli veniva data di eresia, facendo una solenne professione di fede e riconoscendo per giusti i decreti dei suoi antecessori: allora il Sinodo ad una sol voce, lui silente, protestò che il Privilegio era contrario ai canoni, e lo dichiarò annullato[407].
La storia di Enrico V e di Pasquale II offre un notevolissimo esempio della facilità con cui nelle cose politiche si conchiudono e si infrangono i patti, quand’anche sieno muniti di tutti i suggelli della religione. Non v’ha che la preponderanza di forza, la quale possa mantener fermo un trattato che sia dannoso all’una od all’altra delle parti contraenti, laonde, perchè abbia saldo cemento, si converrà sempre ch’esso possa ad entrambe recar profitto. Chi giudica con severa sentenza si chiederà quale fosse azione più biasimevole del Papa, se la prima in cui per paura o per compassione si lasciò strappare un trattato contrario ai canoni, oppure la seconda in cui paura e contrizione lo obligarono a infrangerlo. Se prima di far quest’ultima cosa Pasquale fosse disceso del trono, ei sarebbe stato pontefice men grande, ma più grand’uomo: rimasto papa, seguì la via più decorosa, ma che era cinta di pericoli gravissimi; diede al Concilio l’arbitrio di deliberare, e all’autorità di quello sottomise il Papato. Più non possiamo legger dentro al cuore di Pasquale per vedere qual miscela vi si contenesse di umiltà cristiana, di vergogna, di contrizioni, di debolezze umane, di collere; tuttavolta questo sappiamo, che egli resistette lunga pezza alle seduzioni del fanatismo, per il quale nessun giuramento è sacro. Il comportamento scevro di odio che adoperò verso lo spergiuro Enrico, durante la sua prigionia e dopo, gli dà diritto al titolo, ed è così raro! di sacerdote vero; laonde noi osiamo credere che quel suo comportamento derivasse altresì da sentimento cristiano, non soltanto da paura[408]. I decreti del Concilio furono trasmessi all’Imperatore coll’invito che prestasse rinuncia alle investiture; Enrico V si rifiutò di darla, e nondimeno Pasquale si tenne lungo tempo in corrispondenza epistolare con lui[409].
Ciò che Pasquale ricusò di fare, fecero i suoi nunzî. I legati a latere, che i Pontefici mandavano da loro alter ego in tutte le province della Chiesa, conseguirono, da dopo di Nicolò II e di Gregorio VII, una potenza inaudita. Temuti da tutti, da’ Principi del paro che dai Vescovi e dalle comunità, superbi e avari, furono (secondo l’aperta confessione che ne fa san Bernardo) il flagello de’ paesi, dai quali smungevano denaro, istessamente di quello che avevano fatto i Proconsoli di Roma antica; ma ajutarono i Papi ad assoggettarsi le corti dei Re e i Concilii delle Chiese nazionali. Il loro officio diventò scuola della finissima arte politica di Roma, ed eglino furono i veri e propri uomini di Stato di quella età. Conone di Preneste, appena che a Gerusalemme ricevette nuova dei casi di Roma, ebbe, nella sua dignità di legato pontificio, la temerità di scomunicare l’Imperatore. Guido, arcivescovo di Vienne e vassallo di Enrico, congregò nell’Ottobre 1112 un Concilio, dichiarò che la concessione delle investiture per mano de’ laici era cosa ereticale, condannò il privilegio, scagliò l’anatema contro Enrico V come contro un novello Giuda, e chiese a Pasquale che confermasse siffatte decisioni, se no minacciando rifiutargli obbedienza[410]. L’irritazione del clero contro di Enrico, alla quale prendevano parte anche molti Romani, incoraggì in questo tempo l’Imperatore greco a tentare di trar nuovamente in campo le pretese antiche di Bisanzio. Alessio Comneno, monarca avventurato e prudente, vedeva consolidato adesso il suo Impero per opera delle Crociate, le quali, colla fondazione del Regno di Gerusalemme e di altri Stati di Siria, gli avevano eretto un baluardo di difesa contro a’ Turchi: mandò dunque suoi ambasciatori a Roma, si dolse della disgrazia del Papa, felicitò i Romani della loro resistenza contro un ladro usurpatore, ed espresse il desiderio che gli fosse conferita la corona secondo il diritto antico. I Romani vollero dare un segno di protesta politica contro ad Enrico, mandando effettivamente a Bisanzio con magnificenze grandi un’ambasceria, affine di trattarvi della coronazione: però il Papa non prese parte a questo atto, e fu soltanto la nobiltà romana, ancora independente e dominatrice, la quale colse questa opportunità per far mostra pomposa di sè[411]. .
Pasquale II del resto potè godere in Roma di qualche anno di tranquillità; solamente andò parecchie volte nelle Puglie, per vigilare colà a guardia dei diritti della Chiesa. Addì 15 Ottobre 1114 tenne un Concilio a Ceperano, e in questo luogo, dove Gregorio VII aveva un tempo investito di possedimenti Roberto Guiscardo, egli diede le Puglie, le Calabrie e la Sicilia in feudo a Guglielmo duca, ch’era succeduto a Rogero di Puglia[412]. Di questa guisa la Chiesa, nelle sue condizioni ognor più malagevoli, cercava di conservarsi l’appoggio dell’Italia normanna, di cui continuava ad essere sovrana territoriale, e frattanto la morte che avveniva della grande Contessa le sgombrava la prospettiva di tor possedimento di altre terre che già le erano state lasciate in legato.
Nel giorno 24 Luglio dell’anno 1115 Matilde morì a’ suoi sessant’anni nel castello di Bondeno dei Roncori, vicin Canossa, avendo fatto erede de’ suoi beni il Pontefice. La celebre donazione di Matilde, uno dei più fatali doni di cui la storia registri ricordanza, fu a’ suoi tempi il pomo della discordia che una femmina gittò fra i Papi e gli Imperatori. Da dopo di Pipino nessun’altra donazione ha avuto importanza eguale di questa; e sull’una e sull’altra si avvolge un egual buio. Mai non si giunse a capo di definire i suoi veri confini geografici o politici, e a buona ragione induce a meraviglia il fatto che il documento in cui s’ebbe compilato la donazione di Matilde non contenga pur una sola determinazione di luoghi, laddove negl’istromenti di donazione di quel tempo i territorî sieno descritti con esattezza scrupolosa[413]. Una prima donazione Matilde aveva fatto a Gregorio VII, ma la seconda scrittura nota che quella antica carta era andata smarrita, e perciò Matilde, ai 17 Novembre dell’anno 1102, in Canossa, consegnava in mano di Bernardo, cardinale legato, una nuova pergamena, nella quale lasciava alla Chiesa romana tutti i beni che ella possedeva di qua e di là dei monti, a suffragio dell’anima sua e di quelle de’ suoi parenti[414]. La critica assennata ha da lunghissimo tempo ripudiato la opinione che Matilde abbia potuto tenere in non cale tutti i concetti giuridici che dominavano al tempo suo, e ch’ella donasse al Papa anche i grandi feudi imperiali che i suoi antenati avevano posseduto, quali erano i Margraviati di Tuscia, di Spoleto e di Camerino, e Mantova, Modena, Reggio, Brescia, Parma[415]. Ma se la donazione si sia pur soltanto ristretta ai soli beni allodiali di lei, che si stendevano dal Po fin giù basso al Liri, non era a quel tempo sempre possibile di definire i limiti che distinguevano allodio da feudo; laonde la Chiesa potè ben giovarsi di siffatte incertezze per dar maggiore ampiezza ai suoi titoli.
L’accortezza di Gregorio VII aveva destinato ai Papi il retaggio di Matilde; nè soltanto doveva con esso restaurarsi il decaduto Stato della Chiesa, ma dovevasi, per via di quello, porre una larga base alla sua signoria sull’Italia. Se i Papi, che avevano fatto dell’Italia meridionale un feudo di san Pietro, avessero potuto porsi eziandio in possesso dei beni di Matilde, e far trasmettere a sè anche i suoi feudi imperiali, pressochè tutta Italia sarebbe diventata loro vassalla, e il dono di Costantino si sarebbe quasi tramutato di favola in realtà. La donazione di Matilde, qualunque abbia potuto esserne il tenore, sarà sempre un capolavoro dell’arte politica de’ Papi; sennonchè lunghi anni trascorsero prima che eglino potessero impadronirsi soltanto della più piccola parte di quella eredità. Tre pretendenti ne disputarono ad essi la successione. Anzi tutti furono le città che avventuratamente conseguirono la loro autonomia; quelle di Tuscia, Pisa, Lucca, Siena, Firenze, Arezzo (che ancor durante il reggimento di Matilde erano giunte a darsi costituzione di republica) diventarono più tardi pienamente libere; nè Papa alcuno mosse pretensioni su di esse, nè vantò diritti sopra Modena, Reggio, Mantova, Parma, laddove Ferrara continuò ad essere feudo vero della Chiesa, dacchè questa ne aveva investito Tedaldo avo di Matilde. Gli altri pretendenti furono Guelfo V di Baviera, come marito di Matilde, ed Enrico V, come imperatore e parente della casa di Lotaringia. Appena Enrico ebbe l’annunzio che la Contessa era morta, egli si apprestò a scendere in Italia per prendersi i beni di lei: quanto a Pasquale, non potè egli impadronirsi mai di una sol zolla delle terre di Matilde, e l’eredità della celebre Contessa per lunga pezza continuò ad essere fra i successori di quel Papa e gli Imperatori il subbietto pratico della lotta, nella quale la grande controversia combattuta fra la podestà spirituale e la podestà civile, trovò indefessamente esca novella[416].
CAPITOLO SECONDO.
§ 1.
Pasquale II condanna il Privilegio. — I Romani si sollevano, causa l’elezione del Prefetto urbano. — Pier Leone. — Sua rocca presso al teatro di Marcello. — La diaconia di san Nicola in Carcere. — Defezione della Campagna. — Enrico V viene a Roma. — Pasquale fugge. — Burdino di Braga. — Tolomeo di Tusculo. — Pasquale II ritorna e muore. — Monumenti di lui nella Città.
La pace fu rotta in Roma di già nell’anno 1116: Enrico V calò in Lombardia, e Pasquale, premuto dalla contrarietà di tutti quanti i Vescovi, nel Concilio tenuto in Laterano addì 6 di Marzo, condannò con solenne anatema il Privilegio delle investiture, protestando che gli era stato sorretto colla violenza[417]. Fallì la conciliazione cui l’Imperatore aveva cercato di giungere colla mediazione di Ponzio abate di Cluny: per vero dire il Papa ricusò di far sì che il Concilio scomunicasse Enrico, ma non si oppose che i suoi legati gli scagliassero contro l’anatema, e tollerò che Giovanni arcivescovo di Milano annunciasse nel duomo di questa città che l’Imperatore era scomunicato: per parte sua non fe’ che dichiarare come soltanto un Concilio potrebbe cancellare quelle censure dei Vescovi[418].
Mentre adesso gli ambasciatori di Enrico negoziavano col Papa, eglino in gran secreto se la intendevano coi Romani, i quali (tanta era l’incostanza di questo popolo!) facevano voti che l’Imperatore venisse. I Romani erano presi da accessi momentanei di collera contro l’Impero, laddove eterno era il loro maltalento contro la podestà pontificia; e la morte del Prefetto urbano offeriva loro, giusto in adesso, opportunità di venire ad aperta ribellione. I maggiorenti romani a questa età intendevano con avido occhio alla Prefettura, sì come i loro antenati avevano ambito il Consolato, avvegnaddio il giudice criminale di Roma fosse persona fornita di influenza massima. Gli occhi di tutti si figgevano sul Prefetto della Città, allorquando nelle processioni solenni, circondato da’ suoi giudici, moveva a’ fianchi del Papa, vestito con abiti di foggia fantastica, dalmatica di seta rossa ad ampie maniche, mantello magnifico trapunto in oro, mitra di velluto porporino in capo, brache che da una gamba erano di panni d’oro, dall’altra di panni rossi[419]. Per solito l’elezione di quel magistrato, come quella del Papa, dava occasione a furibonde lotte di partiti. Dopo che l’eletto s’era fatto vedere dall’alto di una cattedra al popolo plaudente, ed aveva giurato le leggi di Roma, era costume di condurlo processionalmente al Papa, il quale lo confermava; finalmente un legato dell’Imperatore, fornito di pieni poteri, gli concedeva l’investitura, dandogli per insegne l’aquila imperiale e la spada nuda. L’imperatore lo teneva in conto di vicario suo nella Città, ma eziandio i Papi avevano il diritto di confermarlo; desideravano essi fervidamente di togliere all’Imperatore l’investitura del più importante officio cittadino, e ogni qual volta i tempi ne diedero loro agio, nominarono il Prefetto di loro propria autorità[420].
Quando, sulla fine di Marzo dell’anno 1116, venne a morte Pietro prefetto della Città, Pasquale volle dare quella dignità a un figliuolo di Pier Leone, ma la fazione imperiale e il popolo, il quale odiava questo ricco ottimate, levò a prefetto il figliuolo di Pietro, ch’era in pari tempo nipote di Tolomeo di Tusculo[421]. Il Papa si prese le insegne della Prefettura e volle mettere in carica il suo candidato; ma nel giovedì santo, mentre Pasquale pontificava in Laterano, il partito popolare si cacciò dentro della chiesa, gli presentò Pietro suo giovine candidato, e con alte grida chiese che lo confermasse. La audace invasione sturbò la santa funzione, e una fiera disputa si appiccò tutt’all’intorno di un ragazzo arrogante vestito a gramaglia, il quale domandava di diventar prefetto di Roma. Il Papa congedò i tumultuanti rimettendoli a un altro dì; eglino uscirono del Laterano con rumori e con minacce, e Roma si divise in due fazioni, per le quali presero parte financo i Conti della Campagna[422]. La sollevazione crebbe duranti le feste, e si tramutò in guerra civile. Allorquando il Papa nella domenica di Pasqua stava movendo al san Pietro, incontrò presso al ponte di Sant’Angelo i Romani, che con grandi clamori gli presentarono nuovamente il figliuolo del Prefetto e ripeterono la domanda che gli desse l’investitura. Accesi di furore, minacciarono di scagliarsi sulla comitiva del Pontefice, e la processione, tornando al Laterano, donde era partita, fu dal Campidoglio perseguitata a sassate. Il giovine candidato vestì i distintivi della Prefettura[423]; s’attaccò zuffa per le vie; torri e case furono distrutte, chiese saccheggiate; eccessi d’ogni fatta furono commessi[424].
Il popolo pose assedio alla rocca di Pier Leone, ma essa era una delle più salde della Città. Il grande teatro di Marcello, nella cui strettissima vicinanza stavano le torri dei Pierleoni, s’acconciava mirabilmente ad uso di castello, e la prossimità del Tevere, e i ruderi di grandi portici, precisamente di quello chiamato Octavia, rendevano ancor più munito quel luogo, ch’era situato fra il fiume e il Campidoglio[425]. È cosa degna di nota che i Pierleoni, uomini nuovi di origine ebraica, avessero conservato od altrimenti avessero posto le loro residenze nel Transtevere, presso l’antico ghetto, accanto del ponte che univa la Città all’isola ed era appellato Pons Judaeorum dagli Israeliti i quali allora abitavano vicino di quello. Nocciolo di mezzo della loro rocca era il teatro, ma le loro case edificate a foggia di torri, si stendevano lungo il fiume fino a san Nicola in Carcere, diaconia antica, che era stata costruita sopra ruine di un bellissimo tempio[426]. Questa chiesa dura ancora oggidì, ma i palazzi dei Pierleoni sparvero; le loro torri si tramutarono in case di abitazione, e nelle parti che tuttavia ne avanzano trovansi oggidì collocati il macello di bufali e i fondachi di ferravecchi che vi tengono gli Ebrei del prossimo ghetto. Così le dimore di una famiglia di superbi Senatori e di Consoli dei Romani tornarono (mirabile ironia della sorte!) all’uso cui quel luogo aveva in origine servito; e là, dove sotto la protezione di signori potenti, ebrei di origine, morì il celebre Papa che predicò le Crociate, là dove dalla casa stessa dei Pierleoni uscì un Pontefice, oggidì gli Israeliti tornano ad ammonticchiare la loro mercanzia di ciarpami, parimenti di quello che ebbero fatto gli antenati di Pietro Leone e di Anacleto II: così ei sembra che oggidì ancora quelle genti tolgano vendetta dell’antica famiglia la quale ebbe rinnegato la fede del loro popolo[427].
Pier Leone con grandi instanze invocò il Pontefice che tornasse, affine di aiutarlo: infatti dopo una seria sconfitta toccata al suo partito, Pasquale era fuggito ad Albano, e in quelle sue difficoltà aveva profuso beni ecclesiastici, regalandone i Baroni, e specialmente dando Aricia in feudo a Tolomeo[428]. Le milizie del Papa pertanto entrarono adesso in Roma; la fazione avversa fu battuta, si fece prigioniero il giovine Prefetto, e già lo si aveva tratto a Castel Fumone, quando l’infido Tolomeo repentinamente prendeva d’assalto sull’Algido i Pontificî, riponeva in libertà il nipote, e faceva prigioniere le genti stesse del Papa. Le defezione di Tolomeo diè il segno della insurrezione alla Campagna; i Romani con nuovo accanimento posero assedio alla rocca di Pier Leone, e papa Pasquale cercò sicurezza nelle torri di Sezza, sui monti Volsci. Gli ottimati ribelli invitarono allora Enrico a venirsene a Roma, ed egli mandò loro lettere e regali, sperando che, in tanta angustia, il Pontefice si sarebbe fatto più pieghevole verso di lui. La sollevazione di Roma fu veramente così impetuosa, che si dee meravigliare come allora non venisse fatto ai Romani di darsi una costituzione di libertà; per lo contrario la guerra delle fazioni cessò col finire dell’estate, e Pasquale, che era venuto di Benevento con soldatesche, potè, se non altro, entrare nel Transtevere[429]. È incerto se conchiudesse un accordo coi Romani, poichè riconobbe Pietro per prefetto; certo si è che la città di Roma, ossia la nobiltà che vi teneva dominio, s’era allora in sostanza resa independente dal Papato.
Però adesso veniva l’Imperatore, e l’afflitto Papa, simile ad una fiera che senza posa è perseguitata in caccia, dovette prendere nuovamente la fuga. Enrico V, irritato per ciò che gli sforzi dei suoi ambasciatori erano caduti a vuoto, voleva ancora una volta costringere il Pontefice a prestargli obbedienza, avvegnaddio Pasquale avesse chiesto che l’Imperatore si assoggettasse alla sentenza di un Concilio, e il figliuolo di Enrico IV fosse ammaestrato abbastanza per bene di quel che valessero cotali artificî. Sulla Pasqua dell’anno 1117 capitò egli, ma non coll’aspetto di nemico della Chiesa, sibbene di uno che con grande umiltà cercava di porre termine in buona amicizia alla controversia dell’investitura; tuttavolta il Papa sbigottito se la diè a gambe, ricoverandosi a Monte Cassino e a Benevento. Beraldo abate di Farfa, Giovanni Frangipane e Tolomeo si posero subito dalla parte di Enrico; egli conquistò alcune città pontificie, e i Romani, festanti o impauriti che fossero, spalancarono le porte al loro nemico d’altro tempo. I suoi aderenti gli avevano preparato un vero ingresso trionfale; e l’Imperatore a cavallo traversò colla moglie sua le vie di Roma messe a feste, plaudito dal popolo, accolto da processioni scismatiche: però non un Cardinale, non un Vescovo solo furono a salutarlo[430].
Fece egli ogni sua possa per guadagnare a sè il clero: alcuni Cardinali e Bardino arcivescovo di Braga, legato di Pasquale, vennero con lui a negoziati, ma ogni conciliazione fallì, poichè egli si rifiutò di dar rinuncia al diritto di investitura. Nel giorno di Pasqua l’Imperatore si recò al san Pietro, ma non passò dal ponte di Adriano, di cui il castello era tenuto dai Pontificî, sibbene traghettò il fiume per barca. Congregò un parlamento, cui intervennero eziandio alcuni Cardinali; si dolse dell’assenza del Papa, e manifestò i voti che egli faceva, acciocchè si ricomponesse pace fra la Chiesa e lo Stato. Con un discorso magniloquente celebrò i beneficî che recherebbe la concordia fra i due Principi della Cristianità; la gloria dell’uno, diceva, sarebbe gloria dell’altro; l’unione delle loro forze incuterebbe terrore a tutti; a loro volgerebbero lietamente lo sguardo il Senato, i Consoli, la nobiltà, tutti i buoni abitatori della Città e del mondo; «i Goti, i Galli, gli Spagnuoli, gli Africani, i Greci, i Latini, i Parti, gli Indi, gli Arabi, o ci temerebbero o ci amerebbero. Ma ahimè! d’altra fatta sono le azioni nostre, e d’altra specie frutto ne raccogliamo»[431]. Risposero i Cardinali con un coraggioso discorso, nel quale contrapposero come veramente stessero le cose, e tratteggiarono il quadro delle violenze da lui commesse. Detto ciò, ricusarono di coronarlo per la festività, avvegnachè giovi sapere che le quante volte gli Imperatori erano a Roma nei giorni delle maggiori feste religiose solevano farsi mettere in capo dal Papa il diadema, per andare indi in processione attraverso la Città. Sennonchè Burdino, come l’ambizione lo sospingeva, compiè, da legato pontificio, una tale ceremonia, ed Enrico potè festeggiare la Pasqua con grandissima pompa. Quasi tutta Roma ei si guadagnò a forza d’oro, confermò nell’officio il giovine Prefetto[432], e financo avvinse a sè con vincoli di parentela la più potente famiglia del ceto de’ Capitani. Tolomeo tenne ad alto onor suo, che l’Imperatore gli desse in moglie la sua illegittima figliuola Berta. Quel Conte, figlio di Tolomeo I di Tusculo, mirava con orgoglio ai duecento anni di gloria della sua famiglia, la quale, come attestava Pietro nipote di lui, diacono a Monte Cassino, discendeva per diritta linea dalla gente Giulia e dagli Ottavî[433]. Enrico confermò al Conte, mercè una pergamena imperiale, il possedimento di tutti i beni che egli aveva avuto in eredità dal suo avo Gregorio; lo pose quasi sotto la dipendenza diretta dell’Impero, e di tal maniera collocò minaccioso alle porte del Papato il Tusculano avversario antico di questo. Grande era la potenza di Tolomeo rispetto allo Stato della Chiesa, chè il suo dominio si stendeva dalla Sabina al mare, per modo che il «Dittatore di Tusculo», duca e console di tutti i Romani, ha apparenza di principe vero del Lazio. E i Tusculani guerreggiarono per loro proprio conto contro i cittadini di Gaeta, e da principi independenti conchiusero indi con essi de’ trattati, giusta i quali concessero a quella Repubblica sicurezza di traffici nel loro territorio[434].
Frattanto Pasquale teneva a Benevento un Concilio, in cui scomunicava Burdino. A sue instanze, il Principe di Capua mandò milizie nelle terre romane; ma quantunque, omai intorno alle Pentecoste, l’Imperatore fosse partito per la Toscana, bastarono i vassalli di Tusculo ed alcuni Tedeschi a far voltar loro le calcagna[435]. Soltanto nell’autunno Pasquale potè muovere di Benevento con un esercito maggiore, e avanzarsi fino ad Anagni. Il Papa, vecchio e infermo, celebrò le feste di Natale a Palestrina, sotto la protezione di Pietro Colonna, cui può darsi che, costrettovi da necessità, avesse confermato il possesso di quella città. Il suo partito andò rafforzandosi, e alcuni Baroni ch’egli si amicava lo ricondussero a Roma, dove le fazioni ferocemente combattevano le une contro alle altre[436]. Al giungere di lui, che entrò in Transtevere con milizie fresche, n’ebbero spavento l’Abate di Farfa e Tolomeo; i Romani stesero le braccia a Pasquale, e già si aveano volte le macchine di guerra contro il san Pietro, nel quale il Prefetto stavasi trincerato con molti Consoli, allorquando il Papa sentì mancarsi le forze, e venne in fin di vita[437].
E morendo, esortò i Cardinali alla concordia, alla prudenza, ed a resistere contro le «oltracotanze dei Tedeschi»; indi, nella notte del 21 Gennaio 1118, otto dì dopo il suo ritorno, esalò l’ultimo fiato: morì in un edificio prossimo alla porta di bronzo del castel Sant’Angelo[438], e poichè i nemici s’accampavano nel san Pietro come in una trincea, il morto dovette esser sepolto in Laterano. Il pontificato di Pasquale II fu pieno di miserie, e sconvolto di tumulti tali, onde furono funestati pochi reggimenti prima del suo: non soltanto egli venne tratto in lotta contro l’Imperatore, ma sofferse costantemente di ribellioni, e vide financo sollevata contro di sè tutta la Chiesa. Nessun mausoleo serba più ricordanza dello sventuratissimo Papa, il quale fu angustiato fin nella tomba dal figliuolo di quell’Imperatore, che Gregorio VII aveva cacciato entro la fossa colla sua maledizione in fronte. A monumento di lui esiste oggidì ancora in Roma qualche chiesa che egli restaurò: san Bartolomeo nell’isola Tiberina e santo Adriano nel Foro (pur sempre chiamato anche a questo tempo in tribus Fatis). Vi si aggiunge santa Maria in Monticelli, e probabilmente eziandio san Clemente, di cui Pasquale era stato cardinale. La sua opera migliore fu la rinnovata chiesa dei Quattro Coronati sul Celio, che l’incendio normanno aveva distrutta; ed egli la consecrò ai 20 di Gennaio, poco tempo prima che fuggisse davanti a Enrico V: tuttavia, la forma che essa ha odiernamente deriva da tempo più tardo.
Di tal guisa Pasquale, ad onta di tante difficoltà che lo premettero, fu il primo Pontefice che, dopo un periodo lungo di inoperosità, intraprendesse a edificare in Roma in un tempo nel quale non andava giorno che la guerra delle fazioni non devastasse monumenti antichi e chiese[439].
§ 2.
Elezione di Gelasio II. — I Frangipani prendono di assalto il Conclave. — Prigionia e salvamento del Papa. — Enrico V viene a Roma. — Gelasio fugge. — L’Imperatore eleva al pontificato Burdino, con nome di Gregorio VIII. — Fa ritorno al settentrione. — Gelasio II viene a Roma, per chiedervi protezione. — I Frangipani lo assalgono una seconda volta. — Egli fugge in Francia. — L’infelice vecchio muore a Cluny.
Il Cardinale di santa Maria in Cosmedin fu in gran fretta chiamato di Monte Cassino a Roma, per esservi fatto papa. Giovanni di Gaeta, nato di illustre famiglia, monaco sotto il governo di Oderisio abate, si era ornato di sì eletta dottrina in quella scuola di Benedettini, e vi aveva conseguito tanta fama di eloquenza e di bello stile, che Urbano II l’aveva fatto venire a Roma e tolto per suo cancelliere: al tempo di Pasquale II era stato nominato arcidiacono. Colla sua temperanza d’animo aveva difeso questo Papa dai zelatori, e forse fu egli il quale impedì che scoppiasse lo scisma, e che si venisse ad un’aperta rottura coll’Imperatore; tuttavolta dalla fortezza di un uomo che s’era educato all’insegnamento dei grandi tempi di Gregorio VII e di Urbano, il partito cattolico poteva confidare che nella controversia delle investiture avrebbe sostenuto a spada tratta il principio della libertà di elezione[440]. Il Conclave si raccolse in santa Maria in Pallara, sul Palatino: questo convento, che era a tiro della rocca dei Frangipani, apparteneva alla Curia, la quale lo aveva concesso a Monte Cassino; ed in esso dimorava Giovanni di Gaeta, sì come prima di lui vi aveva abitato Federico di Lotaringia, innanzi che fosse assunto a papa[441]. L’elezione avvenne in gran secreto; volevasi mandare a esecuzione ciò che aveva prescritto il decreto di Nicolò II; l’elezione doveva avvenire per opera dei Cardinali, nè si doveva aver riguardo a diritti imperiali qualsiansi.
Ai 24 Gennaio dell’anno 1118 Giovanni fu acclamato papa, unanimi tutti, e ricevette nome di Gelasio II. Invano il vecchio infermiccio fe’ tutto quanto stava in lui per iscansare la tiara, chè essa era cosa poco ambita in un tempo nel quale non vi aveva quasi un sol Papa che non diventasse persona di tragedia: però egli non potè venir subito consecrato, poichè, essendo diacono, dovevano prima ordinarlo prete, e, per far questo era mestieri che trascorressero le tempora di Marzo. Il neoeletto aveva appena rivolto la mente a meditare tristamente sulle sciagure cui andava incontro, che già le porte del Conclave cadono abbattute; Romani furibondi si cacciano dentro di quelle stanze colle spade nude in mano; un novello Cencio afferra il vecchio per la gola, lo atterra, lo calpesta colle calcagna armate di sproni, e fra oscene bestemmie lo trascina fuor della chiesa, intanto che i suoi vassalli accalappiano con funi Cardinali fuggenti, oppure li gettano abbasso dei loro muletti. Il Conclave s’era raccolto proprio dentro il covo della belva; forse meglio gli elettori avrebbero fatto a porsi sotto la protezione di Pier Leone, ma essi non si fidavano più di questo potente Console, poichè può darsi che fin d’allora egli vagheggiasse di por la tiara in capo del figliuol suo. Nessuna famiglia di nobili si manteneva lunga pezza fedele ad una stessa bandiera; nemici acerbi del Papa, si tramutavano in vassalli suoi fervidissimi, e in breve tempo, con altrettanta prestezza, già dimenticavano di esserlo mai stati. Forse i Cardinali avevano promesso ai Frangipani, aderenti dell’Impero, che eleggerebbero un candidato della loro fazione; e conseguenza di vedersene ingannata era l’opera brutale che una famiglia di Consoli romani compieva, ad imitazione del colpo di Stato di Enrico V[442].
Gelasio fu gettato in una torre di Cencio Frangipane, carico di catene, tutto sanguinoso, più morto che vivo: e forse l’afflitto vecchio avrà invocato veramente la morte. Ma il popolo si sollevò, le milizie delle dodici Regioni, le genti del Transtevere e dell’isola corsero all’armi: il prefetto Pietro, che or s’era riconciliato con Pier Leone, questi colla sua numerosa famiglia, Stefano dei Normanni, ed altri nobiluomini parteggianti pel Papa, si congregarono in Campidoglio, seguiti da’ loro clienti[443]. Chiesero che Giovanni fosse loro reso, ed allora il malandrino sciolse i ceppi del suo prigioniero, gli si gettò a’ piedi e ne ottenne l’assoluzione. Si ripetè così quasi a pennello la scena selvaggia della vita di Gregorio VII, e rapidamente come allora era avvenuto, la tragedia si cambiò in giorno di esultanza. Roma si parò a festa; fecero montare sopra un bianco muletto il Papa liberato, e fra grida di giubilo lo condussero in Laterano, dove ricevette gli omaggi dei Romani. Ne avrà egli pianto di commozione, o ne avrà sorriso con amarezza[444]? la storia ha essa mai registrato di qualsiansi altri Principi un accoppiamento eguale di debolezza e di onnipotenza, com’è questo che si incontra nei Papi del medio evo?
Dopo di un cominciamento così orribile del suo pontificato, Gelasio II godette appena di un mese di pace in Roma. I Frangipani non posero tempo in mezzo, fecero noto all’Imperatore che, senza il consentimento suo, era stato assunto un Papa, e gli chiesero che venisse a Roma. Enrico V, cui per tutte le ragioni premeva di affermare precisamente adesso la efficacia del suo diritto regio nell’elezione pontificia, cui stava molto a cuore di porre sulla cattedra apostolica uno che avesse riconosciuto per valido il Privilegio di Pasquale, partì in fretta e in furia del suo campo del Po con poca soldatesca, e nella notte dei 2 di Marzo Gelasio si destò in sussulto all’annunzio che il formidato Imperatore era smontato nel portico del Vaticano[445]. Un panico terrore s’impadronì della Curia, e il Papa che in passato aveva diviso anch’egli con Pasquale la prigionia, ora si vedeva minacciato di pari sorte. Lo si adagiò a cavallo, ed egli fuggì del Laterano, e corse a nascondersi nella torre del romano Bulgamino, posta a santa Maria, nella Regione di Sant’Angelo[446]. Messaggieri di Enrico lo andarono a cercare, ma egli, non fidandosi di loro inviti, decise di ricoverarsi a Gaeta sua patria, e la sua corte, i Cardinali, i Vescovi lo accompagnarono[447], imbarcandosi in due navi sul vicin Tevere. Però contro dei fuggenti si sollevava anche la furia degli elementi; un uragano impediva che le barche potessero entrare in mare presso a Porto, e dalle sponde i Tedeschi, che davano loro la caccia, bersagliavano di dardi le galere sbattute dall’onde, e, in mezzo allo scoppio dei tuoni ed al chiarore de’ lampi, con bestemmie gridavano che le incendierebbero con palle di bitume, se non s’avesse dato loro in mano il Papa[448]. Tutta volta le tenebre della notte e l’imperversare del turbine salvarono i fuggenti, e impedirono che Enrico V facesse la presa di un secondo Papa. Sbarcarono non visti; il Cardinale Ugo di Alatri, tornato in quel mentre dal Capo Circeo, dov’era stato da prevosto di Pasquale, si prese, nuovo Enea, sulle robuste spalle il debole Gelasio, e in mezzo al diluviare e al vento impetuoso lo portò di peso al castello di San Paolo, vicino Ardea[449]. Quando al mattino appresso i Tedeschi frugarono le barche e non vi trovarono entro il Papa, se ne tornarono a Roma, ma la notte stessa le galee accolsero di bel nuovo i fuggitivi, e per Terracina condussero a Gaeta quella afflitta turba di Cardinali affranti dal mal di mare: colà alla fine Gelasio potè trovar riposo. E allora le sorti subito mutarono; chè tostamente i Vescovi e i maggiorenti dell’Italia meridionale, Guglielmo di Puglia, Roberto di Capua, Riccardo di Gaeta, e cavalieri e Conti molti accorsero ivi pieni di reverenza, e appena che Gelasio fu (addì 10 di Marzo) ordinato Papa, gli prestarono omaggio di vassalli[450].
La fuga di lui aveva deluso l’intenzione di Enrico, e n’era stata così troncata la via dei trattati; perciò l’Imperatore levava un Antipapa. Gelasio aveva rifiutato l’invito di venire a un accordo con Enrico e di farsi consecrare in presenza sua nel san Pietro; e al rifiuto aveva aggiunto dichiarazione che, per definire la controversia tuttavia pendente, sarebbesi raccolto in Settembre un Concilio a Milano oppure a Cremona. Or queste città erano nemiche dell’Imperatore; e se questi adesso protestava che la elezione di Gelasio era stata nulla, ed eleggere faceva un Papa nuovo, egli non varcava per nulla le facoltà che su di ciò a quel tempo gli davano i diritti della corona imperiale. Congregati pertanto in san Pietro i Romani, fe’ loro conoscere la risposta data dal fuggitivo, ed allora s’alzò fra quelli un grido d’indignazione, vera che fosse o infinta, dicendosi che Gelasio voleva trasferire a Milano la sede del Papato: si finì reclamando un’elezione nuova. Giurisperiti che Enrico aveva con sè condotti (fra essi era il celebre Irnerio di Bologna) spiegarono dalla cattedra l’ordine di costituzione onde si reggeva la elezione pontificia: dopo di ciò Maurizio Burdino, arcivescovo di Braga in Portogallo, fu acclamato papa, e condotto in processione al Laterano. Nel dì seguente, ch’era il 10 di Marzo, preti scismatici lo consacrarono con nome di Gregorio VIII[451].
Così, nel luogo istesso che era stato teatro della loro accanita battaglia contro Enrico V, i Romani ricevevano adesso dalle mani di lui un Antipapa, straniero di nazione. La storia di Roma nel medio evo mette brivido colla ferocia de’ suoi avvenimenti, ma più ancora induce a meraviglia per l’incostanza senza esempio del suo popolo. Perciò è che in mezzo al fluttuare sempre vario e sempre agitato delle fazioni, il Papato offre uno spettacolo unico al mondo, e tale che non avrà mai più ripetizione di eguali casi, avvegnaddio la roccia di san Pietro, l’immobile saxum, vi sia rimasta per mezzo sempre salda e incrollabile. Tuttavia ingiustizia sarebbe se si volesse biasimare i Romani per loro mancanza di fermi propositi, senza che la ragione se ne spiegasse: e infatti soltanto l’autonomia politica inspira vita e dignità ad un popolo, laddove la Republica di Roma, vera chimera, non faceva che ondeggiare ad altalena fra il Papato e l’Impero. Un solo sentimento costantemente durava nella Città, ed era la repugnanza contro la podestà civile del Pontefice.
Burdino era uomo ambizioso, ma probo e di bella mente; il partito cattolico aveva bel dire che egli era soltanto un creato dell’Imperatore, e Gelasio l’eletto di tutti i Cardinali; l’Antipapa si appoggiava al diritto imperatorio, e presto era riverito da molte province d’Italia e di Alemagna e perfino di Inghilterra. Gelasio confortava sè medesimo perciocchè appena fosse se due o tre preti cattolici avevano abbracciato la parte di Burdino, ma egli vedeva Roma piena di Guibertisti, e la Chiesa ricaduta nelle miserie antiche, come a’ tempi di Clemente III[452]. Continuava a durare il principio politico della orribile divisione, e i modi di combattimento erano pur sempre eguali a quelli di un tempo. Gelasio, il quale sette anni prima aveva sottoscritto al Privilegio dato ad Enrico, lo scomunicava adesso da Capua, nella domenica delle Palme; scongiurava i Principi normanni acciocchè lo riconducessero a Roma e discacciassero i «Barbari», che avevano con sè pochissima forza di soldatesche. Enrico s’era omai avanzato fin verso a Ceperano, e assediava il castello di Torrice, vicin Frosinone, allorchè gli giunse novella che i Normanni si avvicinavano[453]; allora battè in ritirata, lasciò a Roma Burdino, e andò in Lombardia. Peraltro i Principi normanni, che avevano fatto scorta al Papa fino a Monte Cassino, qui lo abbandonarono a sè solo, forse perchè egli non accontentavali in tutte le loro richieste[454]. Gelasio, per poter passare dalla Campagna, dovette comperarsene la licenza da que’ Conti, e in sul principio del Luglio attraversò le sue proprie terre non dissimile da un povero pellegrino: entrato in Roma, dovette picchiare alle porte di alcuni Consoli che gli erano amici, implorando la loro protezione. Egli dimorò in vicinanza di santa Maria in Secundicerio, fra le torri di Stefano Normanno, di Pandolfo fratello di questo, e di Pietro Latro che era della famiglia de’ Corsi[455]. Roma pertanto stava in attesa che si ripetesse lo spettacolo di due Pontefici che a vicenda si maledicessero, e l’un contro all’altro pugnassero, scambievolmente chiamandosi, secondo il rude linguaggio di quell’età, plasma, statua fabbricata con mani lorde di sangue, idolo di argilla, bestia dell’Apocalisse[456].
Burdino teneva in possesso suo la maggior parte della Città; più che mezza Roma lo riconosceva per pontefice, ed egli senza impedimento occupava la chiesa di san Pietro, propugnacolo de’ Papi scismatici: da parte sua Gelasio poteva tutt’al più farsi franco di andare al san Paolo, dove i suoi partigiani stavano in armi. Ma su di questo Papa il martello della sventura senza posa avventava colpi sopra colpi. Invitato dal Cardinale del titolo di santa Prassede ad assistere alla festa di quella patrona, la cui solennità cadeva ai 21 di Luglio, egli vi andava, sebbene la chiesa fosse situata in prossimità delle torri dei Frangipani: Stefano de’ Normanni, e Crescenzio Gaetano nipote del Papa, uomini di gran valore, ve lo accompagnavano con una mano di armigeri[457]. La messa non era ancor pervenuta al suo termine, allorchè i feroci Frangipani si cacciarono nella chiesa con impeto, empiendola di una gragnuola di sassi e di saette; la quiete del tempio si tramutò tutt’a un tratto in tumulto di battaglia; il Papa non visto fuggì, intanto che i suoi fieramente continuavano ad azzuffarsi cogli Imperiali. «Che fate o Frangipani?», proruppe alla fine Stefano, «dove correte? Il Papa che voi cercate fuggì. Volete anche la ruina nostra? non siamo al paro di voi Romani, e vostri congiunti di sangue? Indietro! indietro! che anche noi, lassi, ce ne possiamo tornare alle nostre case!» Il truce Cencio, e Leone Frangipani, entrambi figliuoli di donna Bona ch’era sorella di Stefano, cedettero alla voce dello zio; ringuainarono con repressa rabbia le spade, e le due parti si separarono[458]. Allora si andò frugando per tutta Roma, e fuor delle porte, in cerca del Papa. Alcune donne lo avevano visto montare a cavallo, mezzo spoglio delle sue vesti pontificie, e fuggire seguito soltanto dal suo crocifero. In sulla sera lo si rinvenne. Lo sventurato vecchio, diserto come Edipo, stava seduto nel prato del san Paolo, circondato da pietose femmine: chi se lo imagina in quello stato, vede disegnarsi uno dei quadri più commoventi cui la storia del Papato metta in rilievo[459].
«Fratelli e figli miei», disse Gelasio nel dì seguente, «noi dobbiamo andarcene di Roma, poichè qui è impossibile viver più a lungo. Fuggiamo di questa Sodoma, di questo Egitto, di questa Babilonia, città di sangue. Lo dico innanzi a Dio che vede il dolor mio: meglio vale un Imperatore che tanti di costoro; ed invero un cattivo distruggerà i peggiori, fino a che anche lui coglierà colla sua punizione l’Imperatore di tutti gli Imperatori»[460]. Nominò Pietro di Porto a suo vicario, Ugo cardinale a legato per Benevento, confermò Pietro nell’officio di prefetto, e fece Stefano dei Normanni gonfaloniere della Chiesa in Roma[461]. Con sè prese sei Cardinali, fra’ quali quel figliuolo di Pier Leone che presto doveva diventar celebre, ed alcuni Consoli, fra cui furono Pietro Latro e Giovanni Bello fratello del Prefetto[462]: indi, addì 2 di Settembre, s’imbarcò per andarne a Francia, dove in passato Pasquale e Urbano avevano tratto a sicuro porto la navicella di san Pietro. Con gran solennità lo accolse Pisa, la città ricca di traffichi, ed egli elevò quel Vescovato a Chiesa metropolitana cui rese soggetta la Corsica, ne consecrò il magnifico duomo, e vi predicò con eloquenza degna di «un Origene»: per fermo la sua sventura gli doveva essere ispiratrice di sagge considerazioni. Nell’Ottobre fece vela per Genova, e alla fine toccò terra non lungi dalle foci del Rodano, presso al convento di santo Egidio nell’Occitania.
I Vescovi, i Principi di Francia, e ambasciatori di re Luigi vennero a salutare con loro solenni omaggi il venerando esule, a Maguelone, a Monpellieri, ad Avignone e in altre città: nella Francia meridionale, calda ancora dell’entusiasmo delle Crociate, fuvvi ressa di gente che a gran torme accorreva sul suo sentiero per vedervi il Vicario di Cristo, cui non i Saraceni ma i Romani avevano discacciato dalla tomba di san Pietro: e offerte spontanee e oboli di san Pietro piovvero a soccorrerne la povertà[463]. I Pontefici di quel tempo dovevano partire di Roma e muovere ne’ paesi forestieri, se volevano acquistare la consapevolezza che ancora si prestava loro reverenza vera di vicarî di Cristo. Re detronati, in qualunque luogo cercassero asilo, perdevano insieme colla corona anche l’onoranza che a quella va congiunta; per lo contrario la persona di un Papa era cinta di splendore tanto meraviglioso, che la fuga e l’inopia mendica non facevano altro che porlo in maggiore rilievo ed esaltarlo ognor più. Le emozioni che or provava in Francia si aggiunsero alle angustie sofferte in Roma, per accorciare la vita del vecchio. Gelasio II morì, addì 29 Gennaio dell’anno 1119, nel convento di Cluny, circondato da monaci, da Cardinali e da Vescovi, vestito di una povera tonaca, disteso sul nudo terreno. Non più di un anno e quattro giorni aveva durato il suo pontificato, e in questo breve tratto di tempo si erano accumulati sopra di lui i dolori d’una lunga e intiera vita d’uomo. Allorquando vien detto che, sulle eccelse cime della grandezza umana, i Papi non sono che martiri, la vita di Gelasio, più di quella di ogni altro, può far fede di cosiffatta parola. Per lo meno non vi è uomo di animo pietoso, il quale, volgendo il pensiero a quel vecchio sventurato, ultima vittima della controversia delle investiture, non si senta tratto a gravi e serie meditazioni.
§ 3.
Calisto II. — Negoziati con Enrico V. — Concilio di Reims. — Calisto viene in Italia. — Entra in Roma. — L’Antipapa cade a Sutri. — Mostruose pompe trionfali del medio evo. — Il Concordato di Worms. — Influenza salutare che la controversia delle investiture esercitò sul mondo. — Calisto II regna pacificamente in Roma. — Monumenti in Laterano eternano la definizione della grande controversia. — Calisto II muore.
Voto di Gelasio era stato che gli succedesse nel pontificato il Cardinale di Palestrina, ma Conone proponeva che si facesse papa l’Arcivescovo di Vienne. In così grande difficoltà di tempi non v’era uomo alcuno che ne fosse adatto più di questo prelato, principe vero. Guido, figlio del conte Guglielmo Testardita, discendente della casa di Borgogna, congiunto in parentela col Re francese e altresì coll’Imperatore, era il più magnifico Vescovo di Francia; orgoglioso, accorto, d’animo fermo, celebre dappertutto per l’arditezza dimostrata nella questione delle investiture. Era cosa naturale che in Francia, asilo dell’esule Pontefice, si eleggesse un Francese, ed era manifesto che questi troverebbe protezione da Luigi VI. Per conseguenza avvenne un caso strano; i sei Cardinali che avevano accompagnato Gelasio, e con loro i pochi altri Romani, da terra straniera elessero a papa uno straniero. Questo atto si compiè nel celebre convento di Cluny sull’incominciamento del Febbraio; peraltro Guido ricusò di vestire la porpora, se prima i Cardinali non avessero dato in Roma conferma all’elezione. Al Cardinale vicario, Pietro di Porto, fu dunque mandata di Francia la scrittura dell’elezione; egli congregò i Romani nella chiesa di san Giovanni nell’isola Tiberina, indi nel Campidoglio; ed i Cardinali, i maggiorenti di parte cattolica (segnatamente Pier Leone, il cui figliuolo era stato uno degli elettori dell’arcivescovo Guido), il Prefetto, il clero ed il popolo approvarono tutti concordi. I grandi vantaggi che prometteva il pontificato di Guido temperarono nei Romani il sentimento dell’orgoglio offeso; tuttavia nella lettera di risposta aggiunsero nota, che l’elezione avrebbe dovuto essere fatta nella Città, ovvero nel suo territorio, e per opera dei Cardinali romani[464].
Guido, riconosciuto per papa quasi in ogni luogo, fu consecrato in Vienne, sulla fine di Marzo dell’anno 1119, con nome di Calisto II[465]. Tosto in Francia manifestò egli una grande energia; scopo suo si era di por fine allo scisma e al lungo piatire sulle investiture. Con Papi deboli o mal destri Enrico V aveva avuto buon giuoco, ma la cosa correva differente con Calisto II che stava all’altezza sua: infatti questi era l’ardito legato che da Vienne aveva scomunicato lui e minacciato papa Pasquale che gli disdirebbe obbedienza; era uomo infine di spiriti principeschi in tutta l’estensione della parola. Disordine travagliava le terre di Alemagna, e la sedizione de’ principi e del clero (alla testa dei quali erano l’Arcivescovo di Magonza, l’ingrato Alberto, Federico di Colonia e Corrado di Salisburgo) sembrava prendere proporzioni tanto ampie, quanto ai tempi di Enrico IV. Minacciava una seconda dieta di Treviri; un’assemblea di principi colà raccoltasi riveriva Calisto per papa, e abili negoziatori s’impadronivano dell’indirizzo della controversia, la cui pacificazione era desiderio di tutto il mondo: Enrico V pertanto, vista la mala parata, fece capire che era disposto a conchiudere un accordo sopra basi pratiche. Tuttavolta, sempre pieno di astuzie, l’Imperatore trasse la cosa in lungo, nè intervenne al grande concilio che in Ottobre si celebrò a Reims, e nel quale, secondo l’intesa, ogni dissensione doveva esser sopita: quel nemico raggiratore stavasi nelle vicinanze di Reims, tendendo agguati, perocchè ei volgesse in mente una nuova caccia di Papi. Così fallirono anche questa volta i negoziati, ed allora, ai 29 di Ottobre, Calisto II confermò il divieto delle investiture, innanzi a quattrocentoventiquattro vescovi della Cristianità, congregati a Reims: il dì dopo si bandì la scomunica ancora una volta contro di Enrico V e del Papa suo, e, pronunciandola, i quattrocentoventiquattro prelati rovesciarono a terra i cerei ardenti che tenevano in mano, quali con ira fiera, quali a malincuore, quali ghignando. Fu questa l’ultima fiamma che divampò dalla celeberrima controversia che fra non molto doveva spegnersi[466].
Nella primavera successiva Calisto potè imprendere il suo viaggio a Roma. Di Provenza e dalle Alpi scese in Lombardia, e passò per Tuscia, salutato con festività grandi lungo tutta la via. Anche in Roma il partito cattolico gli aveva apparecchiato un grande ingresso trionfale. Ivi con istento Gregorio VIII aveva tenuto testa contro il vessillifero della Chiesa, suo solo sostegno essendo Brunone di Treviri, che l’Imperatore gli aveva posto a fianco con una schiera di Tedeschi. E quell’Arcivescovo insieme coi Frangipani aveva difeso virilmente Roma contro i Normanni di Roberto di Capua, ma poichè l’oro colava a centellini troppo minuti nelle mani sporte dei Romani, il partito imperiale, dopo alcuni assalti, era costretto a ritirarsi nel Transtevere: nè altro suolo che questo più rimaneva a Gregorio VIII[467]. Finalmente, all’avvicinarsi di Calisto, egli partì di Roma traditrice per irne a chiudersi nella ben munita Sutri; prima di andarsene scongiurò i suoi partigiani di tener fermo nel castel Sant’Angelo e nel san Pietro, ma Pier Leone con una chiave d’oro riuscì ad aprirne le porte[468].
Addì 3 Giugno 1120 Calisto II tenne la sua entrata solenne in Roma, ed è strana cosa, subito dopo del debole Gelasio, imagine della sventura, vedere ergersi la persona maestosa di un Re vero, che incede per Roma, vestito degli abiti pontificî: di cosiffatti contrasti non potevano darsi che a Roma, dentro della Chiesa. Le milizie gli andarono incontro a tre giornate di distanza dalla Città; fuor di questa lo salutarono i fanciulli romani recanti fiori e palme; alle porte lo aspettavano i nobili, il popolo ed il clero. Il Papa, montato sopra un bianco palafreno, mosse coronato al Laterano, per le vie che erano addobbate di palii di seta, di corone e di arredi preziosi[469]. Queste feste straordinarie ben s’acconciavano a fare accoglimento all’avventurato successore di due Papi umili e senza fasto, perciocchè in lui l’origine principesca e la ricchezza sublimassero ancor più lo splendore della ecclesiastica dignità. Ben potè Calisto andar contento di Roma; la fazione di Burdino fu guadagnata facilmente colla corruzione, e la nobiltà accorse desiderosa a porgere i suoi omaggi[470].
Frattanto il Papa andò subito nel mezzogiorno; chè da tempo omai lungo erasi fatta consuetudine che i neo-eletti Papi visitassero le Puglie, per affermarsi nel possesso del loro prezioso Benevento, per far rinnovare il giuramento di vassallaggio ai Normanni, e, le quante volte erane bisogno, per tornarne con un esercito. Due mesi rimase Calisto a Monte Cassino; addì 8 di Agosto ricevette professione di vassallaggio da Benevento, e tosto dopo il giuramento feudale dei principi delle Puglie[471]. Raccolse soldatesche, e, prima della Pasqua dell’anno 1121, tornò a Roma, dove ne celebrò le feste con magnificenze splendide oltre all’usato; indi mandò Giovanni di Crema, cardinale, a stringere d’assedio Sutri, e poco stante mosse egli stesso a raggiungerlo. Burdino, caduto d’ogni speranza, dopo di aver sostenuto una guerra minuta nella Campagna e assediato le vie che mettevano a Roma, non potè difendersi che per soli otto giorni. L’idolo imperiale fu lasciato in abbandono più presto ancora di quello che in tempi anteriori fosse avvenuto di Cadalo; e dopo i primi assalti, omai ai 22 di Aprile, i cittadini di Sutri diedero Burdino in mano a’ suoi nemici. I mercenarî di Giovanni di Crema maltrattarono il prigioniero con feroce brutalità, ed il Papa abusò di una vittoria ingloriosa, facendo che l’Arcivescovo di Braga con buffonesco ingresso precedesse la entrata sua in Roma. Gregorio VIII, avviluppato in una villosa pelle di becco, e posto a rovescio sopra il cammello che trasportava gli arnesi di cucina del Papa, fu tratto come bestia feroce per le strade di Roma, in mezzo alla plebaglia, sotto una tempesta di frustate e di sassate: chiuso in carcere nel Septizonio, fu dappoi condannato a eterno esilio, e, da una all’altra torre della Campagna, fu trascinato a Passerano, alla rocca di Gianula presso a San Germano ed al convento della Cava, finchè ivi o a Fumone, trovò la fine dei suoi giorni. Erano queste le brutali pompe di trionfo che il Papato del medio evo celebrava in Roma[472].
La caduta dell’Antipapa recò con sè la conseguenza che molti capitani facessero soggezione. I conti potenti di Ceccano e di Segni (discendevano di origine germanica), Lando, Goffredo e Rainaldo si sottomisero; e dopo che Calisto ebbe anche in Roma fatto abbattere le torri di Cencio Frangipane, un Papa, dopo tempo sì lungo, potè nuovamente chiamarsi padrone della Città e dimorarvi in pace[473]. Questi rapidi risultamenti esercitarono influenza anche in Germania; il trionfo riportato sopra il Pontefice imperiale fu un greve colpo eziandio per l’Imperatore e per le pretensioni sue di eleggere o di confermare i Papi. La mostruosa caduta di Gregorio VIII fu additata agli occhi del mondo, come se caduto fosse Simon Mago, e fu essa che affrettò la fine della controversia delle investiture.
Enrico V, che serbava ricordanza della sorte del padre, volle finalmente comporre a pace l’Impero fremente di malcontento, e deliberò di cedere: Calisto II dall’altra parte era uomo di vedute più larghe dei suoi predecessori grettamente ligi a idee fratesche; come il suo avversario, faceva anch’egli tesoro degli ammaestramenti dei casi andati, e come lui era inclinevole a conciliazione. Le basi di una pace fra l’Impero e la Chiesa vennero poste in parecchie conferenze tenute in Germania fra i Principi e i Cardinali legati, i quali furono Lamberto di Ostia, Gregorio e Sasso. Come già a’ tempi di Pasquale, si compilarono anche adesso due trattati: l’Imperatore rinunciò a dare l’investitura coll’anello e col pastorale, assentì alla libertà di elezione e di ordinazione del clero, e promise la ristorazione di tutti i beni ecclesiastici: per parte sua il Papa aderì acciò che nell’Impero tedesco l’elezione dei Vescovi avvenisse alla presenza dei messi dell’Imperatore; che in Germania l’eletto ricevesse l’investitura dei beni della corona col simbolo dello scettro; che, fuori di Germania, dovesse prima avvenirne la consecrazione, indi, entro i sei mesi successivi, fosse a darsi la investitura collo scettro[474]. La Chiesa riportò una vittoria più decisiva di quello che ne ritraesse vantaggio lo Stato, il quale per forza aveva dovuto lasciarsi imporre la gran legge della libera elezione del clero. Soltanto la Chiesa non si immischiò più nel rapporto secolaresco di sudditanza dei vescovi; la Chiesa gli installava nell’officio ecclesiastico, e il Sovrano li poneva in possesso del principato, ossia della signoria di ordine feudale[475].
Allorchè, ai 23 Settembre 1122, i due documenti compilati con intendimento leale, furono letti presso a Worms sul Reno, innanzi a immensa moltitudine di popolo, e allorchè Lamberto cardinale riaccolse solennemente nel grembo della Chiesa il figliuolo dello sventurato Enrico, grandissima gioja si diffuse da questo avvenimento; rimarginavansi le ferite di una guerra mortifera, il mondo desolato recuperava pace. Se bello e toccante era stato lo spettacolo delle migliaja d’uomini di razza romana, che accesi d’entusiasmo avevano preso vicino a Clermont la croce, non è meno commovente contemplare quelle migliaja di Tedeschi, che presso a Worms accolsero festanti la pacificazione della disputa sulle investiture. La loro fantasia eccitata avrebbe potuto scorgere le ombre de’ caduti in quella guerra perturbatrice del mondo, cercarsi l’una l’altra nel campo di Worms, e avvicinarsi a riconciliazione; e avrebbe potuto veder vagare lì in mezzo quei celebri defunti, che erano Enrico IV, Gregorio VII coi suoi sventurati successori, Guiberto cogli sventurati suoi, Matilde, Guelfo, Rodolfo di Svevia, Corrado e tutta la tragica gente che s’era schierata intorno a que’ capitani. Mezzo secolo durò la controversia delle investiture; ferocemente del paro che la guerra dei trent’anni, desolò Germania e Italia, e sacrificò il fiore del popolo di quell’età. Potrà forse qualche ingegno mordace levar alto colla mano due bollate pergamene e mostrarle al mondo come unico risultamento di cinquant’anni di una guerra di distruzione? Potrà egli forse dar la berta alla gente umana, che aveva davanti a’ suoi occhi una soluzione (in apparenza tanto facile) dei suoi ardui problemi, ma che nel suo furor cieco non ebbe saputo vederla, e vi incappò dentro soltanto dopo un orrendo delirare di mezzo secolo, durante cui si smarrì per vie tortuose e lunghe? Che sì che bisognava sparger tanto sangue per cambiare l’anello e il pastorale collo scettro? o per discoprire questa semplice verità, che le ingerenze dello Stato toccar dovevano soltanto le cose dello Stato, quelle della Chiesa soltanto gli affari di Chiesa? Tristissima verità è questa, che il mondo, l’animale politico di Aristotele, debba conquistarsi il suo lento progresso per via di scosse violente di guerra, e che quello che si guadagna a forza di secoli, altro non paia nel cosmo umano che un frammento dappoco: tuttavolta le pergamene sottoscritte a Worms non furono i soli risultamenti della controversia delle investiture. Nelle grandi lotte che agitano il mondo l’oggetto primitivo della disputa scompare di vista, ed uno più morale e più eletto subentra a quel primo con tutta la vigoria della giovanezza. Come lotta dei due principî che componevano l’anima della umanità, quella grandissima controversia del medio evo fu uno dei commovimenti più salutari che Europa abbia provato mai. Colla potenza de’ contrasti e col fervore appassionato che costringeva ogni ordine di gente a prendervi parte essa ebbe veramente liberato da’ ceppi lo spirito degli uomini, bandì la rigida grettezza e l’apatia dell’età barbarica, pose benanco fine a questa età, e, associata alle Crociate, aperse le vie di una civiltà nuova. Ei fu durante questa lotta che si destò il pensiero indagatore in filosofia, protestante ed eretico in religione; per essa la scienza del diritto romano risorse coll’amore all’antichità, venne in fiore la libertà republicana dei comuni, e la società civile assunse una forma nuova, autonoma e umanamente più mansueta. Così è che Enrico IV e Gregorio VII, eroi di tragiche sorti, ed Enrico V e Calisto II, avventurati fondatori di pace in questa lotta onde vivrà eternamente memoria, ebbero ottenuto splendidissimo luogo negli annali della storia.
Calisto II, al Marzo dell’anno 1123, fece annunciare e confermare la conchiusione della pace nel primo Concilio ecumenico lateranense: Roma da secoli non aveva visto una così grande assemblea conciliare, e questa pose suggello alla vittoria della Chiesa ed alla attuazione della riforma gregoriana. Il Papato s’aveva conquistata la sua independenza giuridica dall’Impero, e adesso, sopra questo sodo fondamento dei suoi diritti accettati da Europa, ben poteva essa svolgere la sua podestà ecclesiastica, e farne una potenza del mondo. La pace di Worms (allora alcun uomo non lo presagì) fu soltanto un armistizio fra i due principî dello Stato e della Chiesa, che la prima volta allora si riconobbero vicendevolmente per le due podestà cardinali su cui il mondo posava.
Nè da secoli sulla cattedra di san Pietro era seduto Papa alcuno, che fosse e sentisse di essere così avventurato come Calisto: e merito ne aveva la sua prudenza del paro che la sua energia. La Città obbedì reverente all’autore della pace; s’acchetarono le lotte dei partiti, e, finchè ei visse, per le ruinose vie di Roma non sonarono più grida di battaglia[476]. In questo bel periodo di pace il Pontefice potè perfino pensare al bene della Città, chè dopo tempo tanto lungo torniamo a udire di restaurazione di acquedotti e di mura, e di edificazione e di ornamento di alcune chiese[477]. Deplorevole era la condizione di Roma dopo la lotta delle investiture; la Città era mezzo in ruina; i templi di pace e di amore s’erano con massima profanazione tramutati in castella belliche, e di veri arnesi di guerra avevano provato le sorti. Calisto in un Concilio dovette espressamente proibire che chiese si munissero come altrettante rocche; vietò ai laici di spiccare le offerte votive dagli altari, e bandì anatema a chi maltrattasse le genti che venivano a Roma peregrinando[478]. Forse con una solenne festività avrà purificato il duomo del principe degli Apostoli dal suo orrendo passato; lo abbellì di novelli doni votivi, ne fece il pavimento, restaurò l’altar maggiore, e dotò di possedimenti di terre la basilica.
In pari decadenza, fino dal tempo di Roberto Guiscardo, era andato il Laterano. Da dopo di Leone IV non vi era stato più Papa alcuno che avesse atteso a edificare in quel palazzo; soltanto Calisto II incominciò a recarvi riparazioni, e vi costruì una nuova cappella dedicata a san Nicolò di Bari, nella cui tribuna fece dipingere a colori le imagini dei celebri suoi predecessori, che da Alessandro II in poi erano stati i campioni della gran pugna. Quell’oratorio poteva servire di monumento di tutti i Papi che avevano combattuto contro all’Impero, ma Calisto rappresentò il trionfo della Chiesa eziandio in una nuova sala delle case lateranensi destinata alle udienze, nella quale si vedevano dipinti lui, Gelasio, Pasquale, Urbano, Vittore III, Gregorio VII e Alessandro II, con sotto gli Antipapi che facevano da sgabello ai loro piedi. Alcuni distici di cattivo stile illustravano le pitture, nel tempo stesso che sulla parete si leggeva scritto il tenore degli articoli del Concordato Wormacense. Da secoli l’arte non aveva tolto a trattare soggetto sì grandioso com’era questo della guerra dei cinquanta anni e della sua pacificazione; tuttavia era ancor troppo presto perchè all’altezza dell’argomento riuscisse pari la potenza della pittura di storia, la quale prima di Giotto pose appena i germi primi: quel quadro pomposo poteva soltanto denotare la barbarie di un’età, nella quale i Papi si tenevano contenti di vedere rappresentate le grandissime geste della Chiesa medianti figure di dimensioni pigmee e in dipinti di fattura bruttamente rozza[479].
Fortunato anche in questo, Calisto II morì poco tempo dopo della sua vittoria; la febbre romana lo portò via ai 13 di Dicembre dell’anno 1124 nella sua dimora in Laterano. Acconciamente fu sepolto presso a Pasquale II, l’autore della pace presso alla vittima della guerra: e cinque mesi dopo di lui ebbe tomba in luogo acconcio anche Enrico V, allorchè lo si seppellì nel duomo di Spira a fianco del padre, trattato sì crudelmente da lui che era anch’egli ridotto adesso sterile polvere. E questi due Imperatori, entrambi travolti e sopraffatti dal turbine delle passioni che ebbero agitato quell’età fiera e grande, appartengono massimamente agli uomini più memorabili del medio evo.
§ 4.
Discordia per ragion dell’elezione. — La famiglia dei Frangipani. — Onorio II è fatto papa. — Enrico V muore. — Il Papa riconosce Lotario per re di Germania. — Gli Hohenstaufen prendono le armi. — Rogero di Sicilia s’impadronisce delle Puglie. — Costringe Onorio a concedergli l’infeudazione. — Onorio II muore.
Tutto a un tratto la novella elezione fu a un pelo di porre Roma a divisione, avvegnaddio i Frangipani cercassero adesso di far salire al papato un Cardinale amico dell’Imperatore: e dopo il Concordato di Worms la cosa non soltanto era possibile, ma naturale. Così si rileva che quegli audaci capitani non avevano rimesso un punto delle loro antiche arti di violenza, e che il castigo inflitto loro da Calisto non aveva per nulla diminuito la loro influenza. I Papi non possedevano tanta potenza da cacciare quei maggiorenti in bando; tratto tratto facevano loro guerra, tratto tratto ne smantellavano le torri, ma di bel nuovo venivano dipoi sempre conchiudendo con essi pace e trattati. D’altronde l’odio che un Pontefice nutriva contro nemici i quali lo avevano maltrattato non poteva nell’impero papale, ch’era elettivo, trasmettersi in eredità ai successori di quello. Il rapido mutarsi de’ Papi, ciascuno de’ quali seguiva un suo proprio indirizzo politico ed era costretto di guadagnare a favor suo le famiglie nobili, dà sufficiente spiegazione di cotale stato di cose.
Per la prima volta in documenti dell’anno 1014 incontrammo, nel suo antenato Leone, la famiglia dei Frangipani, fin d’allora potente. Il nome strano di essa, che suona «rompere il pane», vollesi illustrare mercè una leggenda, la quale narrava che in tempi antichi uno degli avi di quelle genti aveva dispensato pane ai poverelli, in momenti di grandissima carestia: e lo stemma della famiglia rappresenta due leoni rampanti in campo rosso, che tengono un pane nell’artiglio e sono volti l’uno verso l’altro[480]. Cencio, figlio di Leone, fu un potente Console a’ tempi di Gregorio VII, e Giovanni, figliuolo di Cencio, sposò donna Bona, sorella di Stefano Normanno, e fu padre di quell’altro Cencio che vedemmo assalire papa Gelasio. Anche de’ suoi fratelli Leone e Roberto abbiamo fatto menzione[481], e notammo altresì che le loro torri e i loro palazzi erano situati presso all’arco di Tito, vicino al Palatino e al Colosseo[482].
I Frangipani e i Pierleoni erano dunque le due case che si disputavano l’una all’altra il Patriziato, e, caporioni delle parti imperiale e pontificia, tenevano in loro potere il Collegio de’ Cardinali. Si aveva stabilito d’accordo che procederebbesi all’elezione, tre giorni dopo la morte di Calisto, senza proporsi prima in mente candidato alcuno. Tuttavolta i Frangipani avevano designato Lamberto di Ostia per papa, laddove il popolo desiderava che assunto fosse il cardinale Sasso di Anagni: entrambi quei prelati erano gli uomini del Concordato di Worms. Però, a forza di astuzie, essendo riuscito a Leone Frangipane di far sì che tutti i Cardinali intervenissero all’elezione, e nell’assemblea congregata avendo una voce buttato fuori che Teobaldo Boccadipecora fosse fatto papa con nome di Celestino, quelli dei congregati che erano di parte neutrale, accondiscesero. Ma Roberto Frangipane furiosamente gridò il nome di Lamberto di Ostia, e la sua fazione lo proclamò pontefice e lo mise dentro in Laterano. Inutilmente si opposero gli altri; Teobaldo, sia che ve lo consigliasse paura o generosità d’animo, svestì la porpora, e Lamberto fu riconosciuto per papa Onorio II. Però, comprendendo egli che la sua esaltazione non era avvenuta validamente secondo il rito canonico, depose le insegne del pontificato, nell’intento di farsi con voti unanimi confermare; ed infatti i Cardinali avversarî, come prudenza loro suggeriva, desistettero dalla loro contrarietà. Or vedasi qualmente i decreti di Nicolò II e dei suoi successori non avessero punto affrancato l’elezione pontificia dall’influenza della nobiltà cittadina; i Re romani avevano bensì rinunciato al loro diritto antico, ma i Consoli romani continuavano ad elevar papi a furia di astuzie o di violenze[483].
Lamberto vescovo di Ostia, fatto cardinale al tempo di Pasquale, aveva accompagnato Gelasio nel suo esilio, e, abilissimo ministro di Calisto II, aveva conchiuso la pace di Worms: questo eletto merito gli dava buon diritto di diventar papa, ed ai 21 di Dicembre 1124 fu consecrato tale, con nome di Onorio II. Soltanto la bassa origine, da cui aveva avuto nascimento nella piccola terra di Fagnano presso Imola, era una macchia agli occhi di coloro che in Calisto avevano pregiato la stirpe principesca. «Io non so», diceva l’abate di Monte Cassino ai messaggieri del novello Papa, «non so di chi Sua Santità sia figlio; questo solo so che è nutrito di belle lettere dal capo alle piante»[484].
Nondimeno Onorio, da uomo accorto, seppe acquistarsi tostamente rispetto. Nessuna insurrezione turbò in Roma il suo pontificato, che durò cinque anni, giacchè la sua stretta alleanza coi Frangipani gli procacciava buona sicurezza. Il Papato prese nuove forze dalla morte di Enrico V, che partì del mondo senza lasciar figliuoli; ed infatti, spenta adesso la forte casa Salica, non si levò al trono alcuno degli Hohenstaufen eredi suoi, ma per influenza romana si fece re il sassone Lotario, che, addì 13 di Settembre, fu anche coronato. Per verità, Corrado e Federico, come figli di Agnese che era sorella del morto Enrico, impugnarono le armi, ma non giunsero a capo di far trionfare le loro pretese. Anche Onorio non fu lento a riconoscere Lotario II per re romano, e di tanto s’erano andate intieramente rimutando le opinioni nel corso dei tempi, che il Papa, la cui elezione dapprima era stata soggetta al beneplacito della monarchia, adesso poteva torsi il diritto di dar conferma al Re romano ossia tedesco: così si converrà massimamente notare come e quanto, per opera di Gregorio VII, il Papato fosse salito in concetto di sublime giudice morale, eziandio nelle cose del mondo politico.
Onorio II scomunicò gli Hohenstaufen, chè già egli presentiva come quei principi avrebbero raccolto eziandio l’eredità della controversia sulle investiture: e una seconda volta pronunciò l’anatema nell’anno 1128, perocchè allora Corrado fosse venuto a Milano da pretendente della corona. Molte città lombarde prestarono omaggio a questo Principe, e ai 29 di Giugno fu benanco coronato a Monza dall’arcivescovo Anselmo; però il regno di lui non ebbe consistenza, e non fece che sconvolgere per brevi istanti le cose dell’Italia settentrionale: quanto ai Romani, di cui egli aveva cercato acquistarsi il favore, non ne vollero sapere, e, insieme con Onorio, invitarono Lotario affinchè venisse a coronarsi in Roma[485].
Più rilevanti casi avvennero nell’Italia meridionale, dove vi erano precedute gravi mutazioni di cose. Guglielmo, figlio di Rogero e duca delle Puglie, era morto a Salerno nel Luglio dell’anno 1127, fra il rammarichìo di tutto il popolo; e anch’egli, come Enrico V, non lasciava figli. Rogero conte di Sicilia, congiunto di lui, poteva tener sè stesso in conto di naturale erede suo, ed infatti affermava che Guglielmo lo aveva riconosciuto per tale. Quel principe giovane e ardito, che, fanciullo ancora, era fino dal 1101 succeduto a Rogero I padre suo, colse l’occasione per raccogliere ad unità tutta l’Italia del mezzodì, avvegnaddio di tutti gli Stati di un tempo avessero ivi conservato autonomia soltanto Capua sotto di Giordano II, e Napoli governata da Sergio duca[486]. Come dunque il conte Rogero s’affrettò a venire nelle Puglie, e s’insignorì di Salerno e di Amalfi, e ricevette l’omaggio di molte città, il Papa deliberò di impedire la fondazione di una monarchia dell’Italia meridionale: e alle pretese di Rogero oppose la sovranità feudale che ne aveva il Pontefice, protestando che le terre di Guglielmo tornate erano nel pieno dominio della santa Sede. In questo intento andò Onorio sollecitamente a Benevento, e Rogero, da lui scomunicato, essendosi acceso di grande ira che gli si negasse d’investirlo delle Puglie, fosse pure come vassallo della Chiesa, mise a guasto il territorio beneventano. Allora il Papa, nel Dicembre dell’anno 1127, congregò in Capua i Vescovi e i Baroni a parlamento; investì di quel principato Roberto II, figlio di Giordano che giusto in questo tempo era morto, e chiese a quei congregati che movessero guerra contro l’usurpatore siciliano.
Nondimeno questo Principe, ch’era uomo di genio, potè prendersi in giuoco la crociata che Onorio predicò contro di lui, e attese chetamente finchè l’esercito dei Baroni s’ebbe sbandato[487]. Si ripeterono i casi di Leone IX; Rogero inseguì alle calcagna il Papa abbandonato che si ritirò a Benevento, gli offerse pace, costrinse il Padre santo a uscir delle mura della città, e venuto insieme con lui sul ponte del fiume Calore (correva allora l’Agosto dell’anno 1128), ne ricevette in feudo il Ducato delle Puglie e delle Calabrie[488].
Così fu che la Chiesa non potè impedire la fondazione della monarchia napoletana; fu questo un avvenimento importante, il quale, come in seguito vedremo, mutò l’indirizzo politico d’Italia e dei Papi; tuttavia Onorio raccolse dalla sua pace con Rogero il profitto, per quanto momentaneo fosse, di conservarsi la signoria feudale sull’Italia meridionale.
Queste furono le bisogne che tennero il Papa in faccenda continua, ed egli non fece che andare e venire di Roma nelle Puglie, e s’ingolfò in negozî mondani e in affari politici, per modo che si deve chiamarlo piuttosto uomo di Stato che prete. I Frangipani provvedevano in Roma alla sua sicurezza, e gli davano modo di tenere in rispetto i capitani della Campagna, massime i Conti di Segni e di Ceccano[489]. Anche Onorio II, non meno di Pasquale, seppe per prova di che pondo gravassero le spalle del Papa i possedimenti temporali; e noi dovremmo dipingere un quadro stucchevole e repugnante, se volessimo descrivere le minute guerre che ripetutamente ei mosse contro i castellani e i Conti di campagna nel Lazio. Venuto in fin di vita, lo si trasportò al convento di san Gregorio, fortemente munito, ch’era posto sul Clivus Scauri: i Papi di quei tempi morivano rimpiattati entro torri, fra le spade dei loro partigiani. Da una finestra, presso cui lo si aveva adagiato, il morente sporse il suo pallido volto, e con gran dolore guardò ancora una volta il popolo che di sotto tumultuava e lo credeva di già morto; e vide i partiti azzuffarsi per la sua corona pontificia prima ancora che gli fosse caduta di capo: così, gravemente angustiato, trapassò ai 14 Febbraio dell’anno 1130. Quando moriva un Papa non avrebbe potuto eleggersi il suo successore prima che quegli fosse sepolto; però spesse volte le sommosse che avvenivano nel regno pontificio elettivo ponevano impedimento che siffatta consuetudine si osservasse. Il cadavere di Onorio era ancor tiepido, che a fretta e a furia lo si gettò in una fossa, la quale trovavasi apparecchiata nel convento, tanto perchè la fazione quivi raccolta potesse procedere all’elezione; indi a precipizio si trasportò quella salma al san Giovanni, e il Papa morto e il Papa nuovamente eletto entrarono in pari tempo nel Laterano[490].
CAPITOLO TERZO.
§ 1.
I Pierleoni. — Loro origine ebraica. — Sinagoga degli Israeliti in Roma nel secolo duodecimo. — Pietro Leone e il figliuol suo Pietro cardinale. — Scisma fra Innocenzo II e Anacleto II. — Innocenzo fugge in Francia. — Lettera dei Romani a Lotario. — Anacleto II concede a Rogero I il titolo di re di Sicilia.
Uno scisma di origine e d’indole puramente civiche doveva far conoscere al mondo che delle divisioni ecclesiastiche non sempre avevano colpa i Re tedeschi. La ricchezza e la potenza dei Pierleoni, e più ancora i meriti grandi che avevano conseguito verso la Chiesa, davano ad essi buona speranza di levare al papato uno della loro famiglia. Scendeva questa, or divenuta illustre tanto, di origine ebraica, e cotal fatto strano ci porge opportunità di dare un’occhiata alla sinagoga di Roma.
La comunità degli Israeliti aveva, fino da’ tempi di Pompeo, posto sue dimore nel Transtevere e intorno ai ponti dell’isola; in mezzo a tutti gli uragani della storia essa aveva durato in Roma, dove una piccola congregazione di Ebrei si tollerava quasi a simbolo monumentale delle radici che il Cristianesimo teneva nel vecchio Testamento. Quelle genti non s’erano mescolate con Romani o con Barbari, e, maritandosi fra loro, avevano trasmesso il puro sangue della loro razza ai loro figli e ai figli dei figli: intorno a sè avevano visto disfarsi in polvere l’antica Republica romana, e la monarchia romana dei Cesari, e la immensa città marmorea di Roma, e un secondo Impero franco; ma eglino, più incrollabili delle statue di bronzo, erano sopravvissuti alla Nemesi formidabile dei secoli; ed oggidì ancora, nei vicoli vicini al Tevere, innalzano le loro orazioni a Gehova, al dio di Abramo e di Mosè. Il numero di essi (che dal tempo delle persecuzioni spagnuole avvenute sotto di Filippo II fino ad oggidì è salito in Roma a cinquemila anime) giungeva nel secolo duodecimo a soli duecento di sesso maschile; chè tanti ne contò il rabbino Beniamino di Tudela, allorquando visitò Roma all’età di Alessandro III: però egli accerta che fra’ suoi socî di religione aveva trovato uomini di influenza grande benanco alla corte pontificia, e rabbini sapientissimi, quali erano Daniele, Geiele, Joab, Natano, Menahem, ed altri Ebrei di Transtevere[491]. Fuor del bujo che involge questa scuola di Israeliti, noi la vedemmo uscire soltanto all’occasione di cantare i suoi inni di laude nelle festività di omaggio; e una sol volta ci si narra che gli Ebrei sofferissero in Roma persecuzione[492]. Quella razza ridotta in servitù seppe difendersi contro i suoi tribolatori mercè di astuzia, d’ingegno e della potenza dell’oro ammassato in segreto: i migliori medici, i più ricchi banchieri erano ebrei; e nelle loro meschine case prestavano denaro a usura, e fra i loro debitori scrivevano nei loro libracci i nomi degli illustrissimi Consoli dei Romani e financo dei Papi angustiati a pecunia.
Or da quella disprezzata sinagoga ebraica uscì una famiglia senatoria, che alle laute usure andava debitrice della sua fortuna e della sua potenza. L’avo di quel Petrus Leonis, che durante la controversia delle investiture sostenne in Roma una parte tanto ragguardevole, aveva fatto negozî di banchiere colla corte pontificia, ne aveva spesse volte soccorso le strettezze finanziarie, e da ultimo s’era fatto battezzare, prendendo nome di Benedictus Christianus. Ben presto il figliuol suo Leone, che aveva tolto il nome di battesimo da quello di papa Leone IX, potè aprirsi una splendidissima via, come si conveniva a uomo ricchissimo, fornito d’ingegno, audace, ambizioso. Egli s’imparentò con ottimati romani che ambivano di dare le aurate figlie d’Israello in mogli ai loro figliuoli, o che sposavano le lor proprie figlie coi battezzati figliuoli d’Ebrei[493]. L’usurajo Leone si strinse a Ildebrando ed ai Papi riformatori col fervore che gli davano il suo fanatismo di rinnegato e l’accortezza politica; e il vigoroso figlio suo, Petrus Leonis ossia Pierleone, diventò dappoi in Roma uomo di altissima influenza politica, tanto che di lui non si poteva far senza[494]. Oltre alla sua rocca posta presso al teatro di Marcello (indubbiamente la aveva di già eretta il padre suo Leone), egli dominava eziandio la prossima isola Tiberina: Urbano II gli aveva confidato financo la guardia del castel Sant’Angelo, e quel Papa moriva nelle case del creditore e protettor suo, ed i successori di Urbano si sbracciavano per ottenere il patrocinio del potente Pierleone. Ma il popolo lo aborriva perchè era un usurajo, la nobiltà lo odiava perchè uomo nuovo, e noi vedemmo che questo forte amico di Pasquale non potè ottenere la Prefettura per il suo figliuolo. L’amicizia de’ Pontefici, lo splendore delle parentele, le dovizie e la potenza cancellarono tanto presto la macchia dell’origine ebrea di questi signori potenti, che in brevissimo tempo i Pierleoni furono celebrati come il più illustre dei casati principeschi di Roma; omai da dopo di Leone si fregiarono del titolo di «Console dei Romani», e lo sostennero con orgoglio e con maestrevole dignità, quasi che fossero dei patrizî antichissimi[495]. Vennero quindi in cozzo coi Frangipani, perocchè questi fossero adesso ghibellini ossia di parte imperiale, eglino guelfi ossia di parte pontificia; ed è cosa mirabile vedere in Roma l’una presso dell’altra queste due famiglie, entrambe le quali avevano per istipite uno di nome Leone, ed erano sorte in fiore intorno allo stesso tempo. Poichè poi anche i Frangipani s’imparentarono coi Pierleoni, si favoleggiò più tardi che entrambe le famiglie traessero origine dalla gente Anicia: nel secolo decimoquinto si narrò che due fratelli di un Pierleone Massimo, così detti Conti dell’Aventino, fossero emigrati in Germania, e colà avessero fondato la casa di Absburgo; e benanco gli Imperatori d’Austria tennero ad onor loro di esser congiunti dei Pierleoni, infino a che scoversero che, in caso tale, eglino avrebbero dovuto andar cercando i loro avi nel ghetto di Roma[496].
Pietro Leone morì addì 2 di Giugno dell’anno 1128, coperto di onoranze che più non avrebbe potuto capirne un Console di Roma antica. Perirono i sepolcri de’ Papi di quel tempo, ma il caso tenne saldo in piedi il mausoleo di questo Crasso israelita, con pari cure di quelle che il destino prodigò a conservare il sarcofago di Cecilia Metella. Nel chiostro del san Paolo dura una grande arca di marmo del pessimo tempo romano, ed è adorna di figure che rappresentano Apollo, Marsia e le Muse: fu questa la tomba di Pier Leone, e l’epigrafe, di gusto veramente ebreo, lo pregia come «uomo senza pari, immenso di ricchezze e di figliuolanza»[497]. Molta discendenza ei lasciò, e così meravigliose, e come di favola, furono le fortune di questi rampolli del ghetto, che uno dei suoi figliuoli diventò papa, un altro fu fatto patrizio dei Romani, ed una figlia, vien detto, andò sposa di Rogero di Sicilia.
Il figlio suo Pietro aveva quel potente signore destinato ad un officio di Chiesa. Forse che a lui si poteva negare la cappa violetta di cardinale? forse che il rosso paludamento pontificio era desiderio troppo temerario per il ricco figliuolo di Pier Leone? Il giovine Pietro fu mandato a Parigi perchè compiesse di erudirsi, e ivi senza dubbio fu degli uditori di Abelardo; finiti gli studi, vestì a Cluny la tonaca monastica, che pur sempre era il più commendevole abito per i candidati pontefici. Accondiscendendo al desiderio del padre suo, Pasquale se lo chiamò a Roma, e lo fece cardinale dei santi Cosma e Damiano. Insieme col fratello Pietro accompagnò dappoi Gelasio in Francia, tornò con Calisto e divenne cardinale prete di santa Maria, in quello stesso Transtevere dal quale la sua famiglia aveva tratto l’origine: indi sostenne l’incarico di legato in Francia dove congregò Concilî, e in Inghilterra dove, accolto solennemente da re Enrico, entrò con magnificenza da principe. Al figliuolo del potente Pier Leone non difettarono dignità, cultura, ingegno, e se, come gli rimproverarono gli avversarî suoi, da nunzio s’abbia grancito immensi tesori, egli non avrà fatto che seguire l’esempio di quasi tutti gli altri suoi colleghi Cardinali legati. I fieri nemici di lui lo colmarono più tardi di contumelie, ma nulla v’ha che giustifichi la mala dipintura che eglino fecero dell’indole sua[498].