Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 (part 2 of 3)
La famiglia di lui sperava di vedergli posare in capo la corona pontificia; dei voti di numerosi clienti egli era omai certo in grazia delle sue dovizie; financo il cardinale Pietro di Porto capitanava nel sacro Collegio il partito che a lui era favorevole, laddove gli avversarî suoi, condotti da Aimerico cancelliere e da Giovanni di Crema, scrivevano sulle schede dell’elezione il nome di Gregorio di Sant’Angelo. Dapprincipio s’aveva deliberato di rimettere l’elezione all’arbitrato di otto Cardinali, e fra questi era anche Pietro, che da tempo lungo intendeva al papato. Sennonchè, era spirato appena Onorio, che cinque degli elettori si unirono con gran secretezza in san Gregorio sul Clivus Scauri, ed ivi, ai 15 di Febbraio, convennero di far papa il cardinale Gregorio con nome di Innocenzo II: subito dopo il suo partito, ch’era in tutto e per tutto composto soltanto dei sedici Cardinali più giovani, di alcuni cittadini, dei Frangipani e dei Corsi, lui acclamò pontefice[499]. Gli avversarî a buona ragione istizziti, corsero di lì a poche ore nel san Marco; il maggior numero de’ Cardinali, la parte più grande de’ cittadini e quasi tutta la nobiltà, i Tebaldi, gli Stefani, i Berizoni, i Sant’Eustachio, i giudici «del palazzo», presieduti dal decano de’ Cardinali, elessero il figlio di Pier Leone con nome di Anacleto II[500].
I due pretendenti stavano uno di contra all’altro, come Giacobbe ed Esaù disputanti pel diritto di primogenitura. Il cardinale Gregorio aveva strappato alla fazione sua la benedizione del primogenito, ma quasi tutta Roma e le terre prestavano omaggio ad Anacleto II[501]. Non sapeva di novità lo spettacolo di due Papi fra sè nemici, che un dopo l’altro si siedevano sulla cattedra santa, non appena che l’uno oppur l’altro aveva dovuto scenderne a precipizio: si venne dunque con grande ira alle armi. Innocenzo II, che per verità in gran fretta era stato messo dentro nel Laterano, si ricoverò, il giorno stesso della sua elezione, nel Palladio, ossia nella chiesa di santa Maria in Pallara, che era difesa dalla fortezza dei Frangipani presso al Palatino[502]. Anacleto II, assistito da’ suoi fratelli Leone, Giordano, Rogero, Uguccione, e da numerosi clienti, mosse al san Pietro, ne schiuse con violenza le porte, si fece consecrare papa da Pietro di Porto, prese d’assalto il Laterano, si sedette sulle cattedre papali che erano in quella chiesa, andò a santa Maria Maggiore e sequestrò i tesori della Chiesa. Tutta Roma risonò dello strepito della guerra civile in quello che migliaia di mani si facevano avidamente sporte per raccogliere nel loro cavo stille di quel ben di Dio che faceva piovere Anacleto, vera meteora d’oro. E nelle tumultuose processioni ch’ei celebrò da papa il nostro occhio può discernere la Sinagoga degli Ebrei, postata vicino al favoloso palazzo di Cromazio, avendo a capo il suo rabbino col gran volume velato del Pentateuco; e ci possiamo imaginare se i figliuoli d’Israello avranno mai come allora salutato il Papa con inni tanto sinceri di voti maligni, ovverossia con tante maledizioni borbottate a bassa voce[503].
Anacleto si aveva guadagnato Roma, ed anzi l’adesione che a lui facevano tanti e così illustri Cardinali e ottimati gli dava pieno diritto di essere papa. Per fermo fallì l’assalto dato al Palladio, ma Innocenzo vide l’oro del suo nemico penetrare dai pertugi di quelle muraglie: perlochè nell’Aprile o nel Maggio fuggì in Transtevere, dove si nascose nelle torri della sua famiglia, mentre Anacleto tranquillamente celebrava nel san Pietro le feste di Pasqua, scomunicava il suo antagonista, deponeva i Cardinali che gli erano avversi, ed altri in loro vece ne creava. L’aperta defezione dei Frangipani lasciò Innocenzo allo scoperto e senza difesa; nessun’altra via a scegliere gli restava fuor della fuga. Egli s’imbarcò pertanto con gran mistero sul Tevere, e per Pisa e per Genova fuggì a Francia, come aveva fatto Gelasio[504].
Ei si trattava adesso vedere quale dei due pretendenti sarebbe riconosciuto per pontefice. Innocenzo (transteverino di origine come il nemico suo, ma discendente dell’antica casa de’ Papareschi, cardinale legato a’ tempi di Urbano II e mediatore della pace di Worms) si raccomandava per bella nominanza di uomo erudito e culto, e per religione sincera[505]. L’anteriorità della sua elezione lo avvantaggiava sopra di Anacleto; la sua fuga nell’asilo de’ Papi cattolici dava apparenza a lui di uomo discacciato, all’altro di usurpatore: senza lunghe titubanze, Alemagna, Inghilterra, Francia, una gran parte d’Italia, tutti gli ordini monastici riverirono Innocenzo II. Tutt’a un tratto il mondo si risovvenne con isprezzo della semenza dei Pierleoni, e dimenticò i meriti che costoro s’avevano acquistato verso la Chiesa romana: eppure le fattezze ebraiche del viso non avrebbero dovuto tornare a disdoro di un Papa, per poco che si avesse pensato che Pietro e Paolo avevano avuto faccia di ebreo più di Anacleto. Del resto, può darsi financo che il favore della città di Roma, cui egli aveva senza dubbio offerto grandi franchigie, tornasse piuttosto a sua condanna che a commendazione. Leggiamo ancora le lettere che in ogni verso del mondo egli mandò affine che lo si accettasse per pontefice[506]; di già nel primo giorno di Maggio scrisse a Lotario[507], ma il Re non rispose; sperò guadagnarselo pronunciando la scomunica contro a Corrado antirè, ma anche questo fallì; il Re non rispose[508], nè alcuna bada diede agli accalorati scritti dei Cardinali e dei Romani.
E i Romani con molta urbanità pregarono acciocchè si desse la confermazione al loro Papa, ma biasimarono il Re che a quello non avesse porto risposta, e protestarono che gli negherebbero la corona imperiale se più a lungo avesse tentennato a riconoscere Anacleto per pontefice. «Se tu», così gli scrivevano, «se tu voglia ricevere i gloriosi fasci del romano impero devi acconciarti alle leggi di Roma, non già turbare la concordia de’ cittadini tuoi. E per fermo non è ancor sì grande la nostra affezione per te da far che si attribuisca tanta rilevanza alla coronazione tua: solamente perciocchè abbiamo conosciuto la benevolenza del Papa per la tua persona, anche noi ti vogliam bene, e desideriamo di decorare la tua porpora con degne onoranze»[509]. I Romani avevano la coscienza di parlare da uomini liberi a un Re tedesco, che non per eredità era succeduto alla casa Salica, e cui un antirè tuttora combatteva: a vero dire lo riconoscevano per «Re dei Romani», chè questo omai era divenuto titolo tradizionale, mercè cui i monarchi germanici giungevano ad acquistare la corona imperiale, ma affermavano con risolutezza che soltanto la elezione del popolo romano conferiva quella corona. Di già il loro linguaggio orgoglioso s’inspirava al genio republicano, che andava diventando sempre più poderoso nelle città lombarde, e cominciava ad alitare anche in Roma.
Allorchè il silenzio freddo del mondo ebbe fatto accorto Anacleto che aveva di quello le repulse, ei guardò tutt’intorno a sè per cercarsi qualche confederato potente. Dopo del Concordato di Worms i partiti antichi subirono un mutamento strano: il re di Germania e i suoi antichi aderenti d’Italia si schierarono intorno al vessillo cattolico e francese; i Normanni, che un tempo ne erano stati sostenitori, lo disertarono, essendo eglino nemici naturali dell’impero. Però Anacleto seguitò il vecchio indirizzo dei Papi, facendo lega col duca delle Puglie. Alla monarchia di Rogero non mancava altro fuorchè si desse sanzione a quel titolo di reame, che già le avevano attribuito i suoi parlamenti: or dunque Anacleto, a patto che lo riconoscesse per pontefice, offerse al duca la consecrazione pontificia; e Rogero accettò di gran cuore l’offerta, perocchè le idee di quel tempo facessero credere necessaria una confermazione tale. Nel Settembre Anacleto conchiuse con lui a Benevento e ad Avellino un’alleanza difensiva ed offensiva; indi un cardinal legato andò tosto a Palermo, e nel giorno di Natale dell’anno 1130 consecrò Rogero I a re di Sicilia, della quale Roberto di Capua gli porse la corona. Così, cooperante un Papa scismatico, fu composto il regno di Sicilia: quel bel principato durò settecento trent’anni in mezzo alle più meravigliose mutazioni di fortuna, finchè ai dì nostri cadde in quella stessa guisa avventurosa con cui in antico eroi normanni lo avevano fondato[510].
§ 2.
Bernardo di Chiaravalle s’adopera in Francia affinchè Innocenzo II sia riconosciuto per papa. — Lotario promette di condurlo a Roma. — Il Papa e Lotario muovono a Roma. — Coraggio di Anacleto II. — Lotario è coronato imperatore. — Torna in patria. — Innocenzo è cacciato una seconda volta. — Concilio di Pisa. — Rogero I mette a dovere le Puglie. — Seconda impresa di Lotario in Italia. — Controversie fra il Papa e l’Imperatore. — Lotario torna in patria e muore.
Nel frattempo Innocenzo II stavasene in Francia, dove quasi dappertutto lo si riveriva come pontefice; ed ivi aveva a protettore un santo di nominanza chiara nel mondo, Bernardo abate di Chiaravalle. A buona ragione la Chiesa può ire superba della gagliardia delle forze che essa seppe spiegare le une dopo le altre per condurre a compimento il laborioso edificio della sua gerarchia; e massimamente Bernardo, il genio che a quel tempo ne fu l’anima, appartiene a’ suoi uomini maggiori. Trascorso il periodo di Cluny, il monacato trovò in lui un novello riformatore, e ciò avvenne in una età nella quale, per via degli ordini cavallereschi di Palestina, il monachismo diventò eziandio una potenza politica. Bernardo nacque nell’anno 1091 a Fontaine, presso Digione; nel 1113 vestì cocolla nel prossimo convento dei Benedettini di Citeaux ossia Cistercium, che era stato fondato intorno all’anno 1098. L’austerità ascetica dei Cisterciesi si confaceva all’animo del giovane, ed egli contribuì ad erigere il chiostro di Chiaravalle presso a Chalons sulla Marna; nel 1115 ne diventò abate, e d’allora in poi, venerato come taumaturgo, diventò l’oracolo e l’apostolo del monacato più rigido. In progresso di tempo andò istituendo centosessanta monasteri della sua regola in tutte le terre di Europa; ma il suo ingegno vivace non potè seppellirsi in solitudine selvaggia, laonde con operosità pratica esercitò influenza su tutti i negozî del mondo politico ed ecclesiastico dell’età sua[511].
Fu Bernardo che guadagnò il favore di Luigi di Francia alla causa di Innocenzo; ed eziandio il Re tedesco, che questo Papa andò a trovare a Liegi nel Marzo dell’anno 1131, gli concesse dopo qualche incertezza l’adesione sua. Un Principe che fosse stato fornito di ambizione e di genio avrebbe dovuto andare a rilento prima di riconoscere Innocenzo per papa, chè egli si sarebbe assiso arbitro fra due Pontefici e avrebbe ridotto la santa Sede in quelle stesse condizioni, che in addietro Gregorio VII aveva apparecchiato alla monarchia: uno statista sottile avrebbe profittato di questa opportunità per impadronirsi di bel nuovo delle investiture che Lotario s’era lasciato menomare dai Vescovi tedeschi, fin oltre a quello che stabilivano gli articoli di Worms. Ma il Re non fece suo pro delle tradizioni della casa di Franconia a lui ostile; non volle cimentarsi a lotta contro la gerarchia, promise anzi al Papa di condurlo a Roma, e, in ricambio, Innocenzo lo fe’ sicuro dei titoli della podestà imperatoria[512]. Nel Concilio tenuto in Ottobre a Reims Innocenzo ebbe omaggio dall’Inghilterra e dalla Spagna, ed Anacleto vi fu solennemente scomunicato. Non senza corrucciarsene le chiese di Francia apprestarono i modi di far ritorno a lui che era affatto al verde di moneta, dopo di che, nella primavera dell’anno 1132, egli partì per Lombardia. Quasi tutti i vescovi e i signori di questa terra lo riconobbero per pontefice nel Concilio celebrato a Piacenza il giorno 10 di Aprile; non così Milano. Tuttavia l’avvicinarsi di Lotario, che scese in Italia nel Settembre del 1132, costrinse l’antirè Corrado a partirsi di Lombardia, dove prestamente ei si vide lasciato in abbandono. Allora Innocenzo andò a Pisa, la riconciliò con Genova, e indusse entrambe quelle republiche a prestargli i loro navigli per sottomettere Roma. Nella primavera successiva Lotario e il Papa mossero da Viterbo, per Orta e per Farfa, contro di Roma, mentre i Pisani e i Genovesi conquistavano Civitavecchia, e sottomettevano la Marittima tutta quanta[513].
Ambasciatori di Anacleto erano andati a trovare il Re a Viterbo, e gli avevano chiesto che un Sinodo con consiglio imparziale dovesse giudicare qual dei due Papi fosse stato eletto in buona regola. I Principi tedeschi s’erano ben capacitati della giustizia di questa domanda, e avevano compreso i vantaggi ch’essa offriva, affidandone al Re l’arbitrato. Nè Lotario poteva esser dimentico che i suoi predecessori di casa Salica avevano primamente citato i Papi contendenti a comparire davanti un Concilio raccolto a Sutri, e dopo che da questo era stato pronunciato giudizio, aveano condotto a Roma quello dei Pontefici che ne aveva ottenuto omaggio: sennonchè san Norberto, arcivescovo di Magdeburgo, e insieme con lui i Cardinali, dissiparono le dubbiezze del Re, appellandosi alle deliberazioni già prese a Reims ed a Piacenza; così l’impacciato Lotario cedette alle loro rimostranze, e si lasciò fuggir di mano un’occasione che poteva dargli una formidabile potenza contro alla Chiesa[514]. Anacleto trovavasi minacciato di pericolo gravissimo, perocchè quegli che era suo solo alleato non gli potesse prestare assistenza di sorta, avendo egli una matassa arruffata a sbrogliare per conto suo proprio nelle Puglie: ed invero qui era avvenuta un’insurrezione in cui ne avevano avuto la meglio i sediziosi; e Roberto di Capua, Rainolfo di Alife e altri baroni molti stavano in arme e afforzavano adesso la parte di Innocenzo. In condizioni tali di cose Anacleto pareva perduto; tuttavia ne andò salvo, poichè teneva in mano sua quasi tutte le fortezze di Roma, propizio luogo a chi si difendeva, e poichè scarse erano le forze dell’esercito nemico: infatti Lotario era venuto in Italia con sì poche soldatesche, che le città si beffarono di lui, ed a Roma giungeva seguito solamente da duemila cavalieri[515].
Sulla fine di Aprile egli pose campo presso a santa Agnese, fuor di porta Nomentana; e tosto si presentarono a fargli omaggio alcuni ottimati romani, aderenti antichi di Innocenzo o traditori nuovi di Anacleto, i Frangipani, Teobaldo prefetto, Pietro Latro della famiglia de’ Corsi[516]. Lotario entrò nella Città addì 30 di Aprile 1133 senza trovare opposizione alcuna; condusse Innocenzo nel Laterano, pose dimora sull’Aventino (che da dopo di Ottone III non aveva più albergato un Imperatore), e fece che le sue milizie piantassero le tende presso al san Paolo, intanto che le navi pisane risalivano il Tevere. Nondimeno Innocenzo fu deluso nella sua speranza di superare prestamente lo scisma in buona pace oppure colla forza delle armi, avvegnaddio Anacleto, che si vedeva già condannato prima d’essere giudicato, rifiutasse con maschio coraggio di far dedizione delle sue rocche: allora fu che la Curia di Lotario lo pose al bando come nemico dell’Impero. Ad onta di ciò, munito sicuramente dietro il Tevere, Anacleto potè dal castel Sant’Angelo ridersi dei fiacchi assalimenti dei suoi nemici, ed ebbe ragione di motteggiarne, dacchè il Re tedesco fu costretto, contrariamente a quello che disponeva il rito, a torre la corona nella basilica Lateranense. La processione festiva dovette stavolta incamminarsi soltanto per la via che s’apriva fra l’Aventino e il Laterano; le accoglienze solenni avvennero sulla scalea lateranese, e il solito giuramento non potè essere prestato che fuor delle porte di questa basilica. Innocenzo II coronò Lotario e Richenza moglie di lui, addì 4 Giugno 1133, con pompe modeste, alla presenza di vescovi e maggiorenti molti d’Italia[517]. Il novello Imperatore fece qualche debole tentativo di riacquistare il diritto d’investitura, ma, se non altro, un trattato concernente gli allodî della contessa Matilde afforzò la pace colla Chiesa, chè Innocenzo diede a vita quelle terre in feudo a Lotario e al genero suo Enrico di Baviera della casa dei Guelfi[518].
Fu questo il povero frutto che s’ebbe a risultamento la impresa di Lotario contro Roma. Invano vennero a lui Roberto di Capua e Rainolfo di Alife, chiedendo che loro prestasse soccorso contro a Rogero, cui soltanto adesso eglino avevano ricacciato in Sicilia. L’Imperatore soffriva penuria di denaro e di altre cose, per cui dovette tornarsene al settentrione; partiti i Tedeschi, Innocenzo e Anacleto capirono che le loro condizioni non s’erano in essenza mutate da quelle che erano state nell’anno 1130.
Anacleto però riprese bentosto vigore, perciocchè Rogero sbarcasse nelle Puglie e la vittoria tornasse a lui; laonde, omai nell’Agosto, Innocenzo fuggì di Roma, e fu accolto una seconda volta ospitevolmente da Pisa, poichè questa città florida di commerci mirava con occhio di gelosia la crescente potenza marittima di Sicilia, e, al paro di Genova, durava nemica della monarchia normanna[519]. Il tempo passava, e non si veniva a un fine di cosa alcuna: Roma, che in mezzo a circostanze così favorevoli era governata dai nobili con independenza assoluta, aderiva in gran parte ad Anacleto, ma il Concilio tenuto a Pisa nel Maggio dell’anno 1134 assodava la podestà d’Innocenzo, e financo Milano disertava la causa del suo avversario. La conquista pacifica di questa città era opera di Bernardo, e splendidissimo de’ suoi trionfi. Le accoglienze che a lui si apprestarono colà, è uno degli spettacoli più insigni di questa età, e dà prova della immane influenza che esercitavano allora sul mondo le idee religiose. Tutto il popolo di Milano andò ad incontrare il santo diplomatico a qualche miglio fuor della città; gli baciarono i piedi, fecero ressa per portarsi via brandelli della sua tonaca; poco mancò che a furia di carezze non lo soffocassero[520]. Tutta Italia fino al Tevere prestava adesso reverenza a Innocenzo II; soltanto Roma, la Campagna e le terre del mezzodì stavano dalla parte di Anacleto, laonde, se prima non s’infrangeva la potenza di Rogero, neppure si poteva sperare di spazzare fuor della via l’antipapa, che sempre vittorioso resisteva in Roma contro ai Frangipani. Il fondatore della monarchia sicula aveva represso con ferocia da barbaro e con mano poderosa la sollevazione delle Puglie; Roberto di Capua, discacciatone, si ricoverava a Pisa, e induceva questa Republica ad armare una flotta contro di Rogero. Si combattè poco e senza risultati decisivi. Per verità i Pisani nell’anno 1136 fecero la conquista di Amalfi, loro antica rivale, e distrussero una volta per sempre l’ultimo fiore di questa celebre città mercantile; ma Roberto fu costretto tornarsene ad Innocenzo, senza d’altro aver fatto guadagno, che del bottino ond’erano cariche le navi. Allora Anacleto nominò re Rogero ad avvocato della Chiesa ed a patrizio dei Romani, e in quelle sue strettezze gli fece larghe concessioni di diritti, che nocquero alla independenza del Papato[521].
Per lo contrario, Innocenzo II da altro non aspettava salute fuorchè da una nuova spedizione dell’Imperatore contro di Roma; e Lotario fu tanto dabben uomo da servire a intenti che a’ suoi interessi tornavano estranei. Ai legati pontificî che andarono in Germania si accompagnò anche l’ultimo Duca di Capua, e tutti domandarono all’Imperatore che movesse contro il nemico comune, il quale adesso assediava anche Napoli con molta gagliardia. Le instanze del Papa e dei Principi pugliesi furono avvalorate da quelle di san Bernardo, il quale gli diè a credere che fosse dover suo di torre l’Italia meridionale ad un usurpatore, e di riunirla all’Impero[522]: in tal modo, ogni volta che le tornava il conto, la Chiesa riconosceva per giuste le pretensioni dell’Impero sulle Puglie e sulle Calabrie; le negava quando le tornava il conto di negarle. Fu stabilito di intraprendere una guerra di distruzione contro la monarchia di Sicilia; nè Rogero aveva potenza di resistere a questa formidabile lega dell’Imperatore e del Papa, dei Pisani, dei Genovesi e dei Principi delle Puglie. Lotario, riconciliato adesso cogli Hohenstaufen, potè condurre di qua delle Alpi un grande esercito. Alcune città lombarde seppero ora di che filo fosse aguzzata la lama della sua spada; altre impaurite si chinarono a prestargli omaggio, ed egli, nella primavera dell’anno 1137, passando dalle Marche e costeggiando il mare, venne nelle Puglie, in quello che Enrico suo genero con un’oste minore giungeva a Viterbo, passando per Firenze. Quei due eserciti, assediando o schiacciando città, devastando terre, sgomberandosi il sentiero col ferro e col fuoco, rassomigliarono (come sempre fu delle imprese che mossero contro di Roma), a torrenti di lava che scorressero crepitando attraverso Italia, per indi prestamente fermarsi e affreddare. Enrico il superbo, che aveva adesso titolo di duca di Toscana, condusse Innocenzo, per Sutri, nel Lazio, in mezzo a continua desolazione dei luoghi che parteggiavano per Anacleto[523]. Ma l’Antipapa, dai merli del castel Sant’Angelo, vide con gran meraviglia quelle soldatesche minacciose passar oltre senza far sosta a Roma; il suo antagonista, che or tornava dopo quattro anni di esilio, non poteva perder tempo nelle pastoje che gli avrebbe opposto la Città; non fece che mandar Bernardo abate, perchè colla sua religiosa eloquenza gli conquistasse Roma; quanto a sè, procedette innanzi col duca Enrico per Albano e per la Campagna, che gli si sottomise, e capitò a San Germano e a Benevento, dove pose il piede ai 23 di Maggio[524]. Dopo breve resistenza questa città gli si diede a soggezione; Capua riaperse le porte al suo legittimo signore, ed Enrico, Innocenzo, Lotario poterono lietamente stringersi la mano dentro a Bari inondata di sangue.
Indarno Rogero offerse pace a buoni patti; fu respinta in allora che egli non poteva più impedire la caduta di quasi tutte le città delle Puglie, avvegnaddio i vascelli di Pisa e di Genova dessero man forte agli eserciti di terra. Rogero fuggì a Sicilia, e i trionfi momentanei di Lotario estesero la podestà imperiale per la prima volta veramente su tutta l’Italia del mezzodì. In Capua si restaurò il principato di Roberto; il prode Rainolfo fu fatto duca delle Puglie, e Sergio trasse nuovamente respiro di libertà in Napoli. Tutta volta i più trionfali successi di Imperatori tedeschi non potevano essere in Italia che cosa di durata passeggiera, perocchè queglino facessero presto ritorno alle terre loro, nè lasciassero presidî di milizie: il profitto de’ loro sforzi lo raccoglieva tutt’al più l’accortezza de’ Papi, posto che gli Imperatori con sì poco raziocinio facevano da avvocati d’arme in pro di essi. I valorosi soldati tedeschi capirono l’abuso che di loro si faceva; chiesero impetuosamente di ritornare alle proprie case, e ad alta voce e con parole aperte imprecarono il malanno addosso del Papa, le cui sole utilità avevano dato occasione a questa guerra omicida e infruttuosa. Abbastanza Lotario aveva fatto per Innocenzo, e di già nelle Puglie e a Salerno (su cui il Papa pretendeva ad esclusiva signoria feudale), aveva capito che nessun titolo di riconoscenza si avrebbe potuto appresso di quello accaparrare, poichè il Pontefice voleva servirsi di lui non altrimenti che di un capitano devoto a’ suoi interessi[525]. Fu soltanto per temenza di Rogero se non ne venne a rottura; ad ogni modo, omai nel mese di Settembre l’Imperatore mosse a Farfa, passando da Monte Cassino, da Ceperano, da Palestrina e da Tivoli. In Roma non pose piede; però la fazione imperiale era andata a San Germano, recandogli le insegne del Patriziato, e Tolomeo di Tusculo, potentissimo dei signori del Lazio, aveva fatto omaggio a lui ed al Papa, ed in ricambio ne era stato riconosciuto per principe dell’Impero, ottenendo la confermazione dei suoi possedimenti. Quanto al Papa, l’Imperatore lo raccomandò alla Provvidenza, e proseguì il cammino suo verso il settentrione[526].
Aveva Lotario voltato appena le fronti, che re Rogero tornò di Sicilia col sangue bollente di vendetta, e i suoi armigeri saraceni si gettarono sulle Puglie e sulle Calabrie con devastazioni orribili: in quel primo sbigottimento gli si arresero Capua, Benevento, Salerno, Napoli e molte castella; Roberto di Capua fuggì; Sergio di Napoli giurò fede di vassallo; l’eroico Rainolfo pugnò ancora qualche tempo con coraggio e con buona fortuna, ma, ad onta della splendida vittoria che riportava ai 30 di Ottobre presso di Ragnano, ei non potè mantenersi padrone che di alcune città forti del suo Ducato. La gloriosa impresa dell’Imperatore fu simile ad un uragano che passa e non dura; le vittorie, comperate a sì caro prezzo, furono opera perduta appena che fatta, e solamente ornarono la generosa vecchiezza di Lotario con verdi ma infecondi allori. Questo Imperatore, di cui amici e nemici laudarono la mansuetudine, la saviezza e il valore, portò con sè d’Italia il germe della morte, parimente di quello che avvenne di parecchi altri Tedeschi predecessori e succeditori suoi, e passò da questa vita in una capanna delle Alpi tirolesi, addì 3 Dicembre dell’anno 1137.
§ 3.
Innocenzo II torna a Roma. — Anacleto II muore. — Vittore IV antipapa. — Roma si sottomette ad Innocenzo II. — Il convento dei Cisterciensi ad Aquas Salvias, monumento di san Bernardo a Roma. — Concilio Lateranense dell’anno 1139. — Innocenzo II guerreggia contro Rogero I. — Fatto prigioniero, approva la monarchia sicula. — Operosità del Pontefice a Roma dopo la pace. — I Romani guerreggiano contro Tivoli. — Innocenzo raccoglie Tivoli sotto la protezione della Chiesa. — I Romani si sollevano, restaurano in Campidoglio il Senato, e Innocenzo II muore.
Innocenzo trovò Roma veramente ben disposta a favor suo per influenza di san Bernardo; bensì Anacleto possedeva sempre il san Pietro e il castel Sant’Angelo, ma il suo partito si scemava e si sperdeva. Non v’era che Rogero il quale non volesse riconoscere Innocenzo II per papa. L’accorto Principe si prendeva la parte che Lotario aveva rifiutato; e, per trarre a profitto suo lo scisma che egli solo teneva ancor desto, si assideva giudice dei due Pontefici. Ascoltava a Salerno con esemplare pazienza le esortazioni di san Bernardo, faceva che per una serie di giorni i Cardinali delle due fazioni alla presenza sua disputassero accaloratamente; quanto a sè teneva le sue deliberazioni in serbo. Però adesso la morte di Anacleto liberava Innocenzo dalle sue difficoltà: il figliuolo di Pier Leone trapassò ai 25 Gennaio del 1138, dopo di aver coraggiosamente occupato per quasi otto anni la cattedra di san Pietro, e dopo di aver benanco resistito a due imprese mosse dal settentrione contro a Roma, l’ultima delle quali era stata uno dei più splendidi trionfi degli Imperatori alemanni. I seguaci di san Bernardo fecero allegrezze grandi della sua morte; tuttavia non udiamo pur una voce d’uomo imparziale, la quale rimproveri ad Anacleto le peccata che disonorarono molti Papi legittimi: e il pontificato di lui, legale nella sua origine, sebbene stato non lo sia secondo il rigore dei canoni, era trascorso in mezzo ai terrori ed alle angustie[527].
La fazione di Anacleto non tardò a chiedere che Rogero le desse un novello Antipapa; e col suo consenso levò a tale, nel Marzo, il cardinale Gregorio, con nome di Vittore IV: però lo scisma non posava più su solide basi. L’esaltamento di un Antipapa servì ai Romani solamente di ragione per cui ottenere potessero condizioni di pace più favorevoli; poco andò che santo Bernardo potè condurre quel Cardinale da peccatore penitente ai piedi del protetto suo; e, omai a Pentecoste, i fratelli di Anacleto, istessamente di tutti gli altri Romani, presi all’esca di molto denaro, fecero omaggio a Innocenzo II come a loro papa e signore[528]. Colla famiglia de’ Pierleoni fu conchiusa una pace durevole; conservò essa il suo ragguardevole grado e la sua potenza alla corte pontificia, e Innocenzo medesimo la illustrò con onoranze e con officî[529]. Bernardo potè adesso partir di Roma in trionfo; era per massima parte merito suo se si aveva vinto lo scisma dei Pierleoni, domato la rabies leonina, restaurato la unità della Chiesa; laonde i suoi devoti lo appellarono, come Cicerone, padre della patria. A monumento di questo celebre Santo può in Roma vedersi, dietro al san Paolo, il convento detto ad Aquas Salvias, chè Innocenzo II lo edificò a nuovo, e vi pose entro Cisterciensi di Chiaravalle, sotto il governo di Bernardo abate, discepolo del grande mistico[530]. Poco tempo dopo i Cisterciensi misero loro sede anche nella Campagna di Roma, dove tolsero possedimento del convento di Casamari, in vicinanza del Liri[531].
Nella prima settimana di quaresima dell’anno 1139, un Concilio ecumenico lateranese annunciò solennemente che finito era lo scisma; si annullarono gli atti di Anacleto; Rogero di Sicilia fu novellamente scomunicato, e condannate furono le dottrine di Arnaldo da Brescia, che presto doveva far sua comparsa sulla scena di Roma[532]. Tuttavia la pace della Chiesa non poteva essere completa fino a tanto che non vi dava suggello il poderoso Re di Sicilia. Nessun altro nemico dava molestia ad Innocenzo fuor di questo accorto Principe, la cui ostinatezza mandava a vuoto d’ogni specie trattative. Egli librava la sua spada su di Roma affine di strappare al Papa la parola che desse accoglienza alla sua monarchia; falliva la speranza che un ultimo moto di reazione potesse fare a pezzi la potenza sicula, perocchè Rainaldo duca, uno dei più chiari uomini di quella età, solo avversario che potesse per ragione di natali competere col Re, moriva repentinamente in Troja ai 30 di Aprile 1139. Tosto Rogero si gettò sulle città di Rainolfo; queste tutte, fino a Troja ed a Bari, fecero a lui dedizione, ed Innocenzo allora deliberò di romper guerra. Raccolto un esercito, e accompagnato dal profugo Roberto di Capua mosse il Papa a San Germano, più sconsigliato di Leone IX e di Onorio II, cimentandosi ad una lotta disuguale. E sorti pari di quei suoi antecessori ebbe Innocenzo; sentenza stupenda che la mano di Nemesi scrisse nella storia dei Pontefici, le cui imprese mondane così ebbero giustissima punizione[533]. Da San Germano trattò il Papa con Rogero, ma questi ricusò di ristorare i Principi di Capua nei loro dominî, e finalmente si propose di por termine alle lunghe discussioni mercè un colpo maestro, alla foggia di quello che Enrico V aveva fatto. Mentre i Pontificî cingevano Galuzzo d’assedio, egli comandò a suo figlio Rogero di tendere un agguato a Innocenzo con un mille de’ suoi cavalieri, e l’evoluzione riuscì presto e bene. Dopo una scena fiera di saccheggio, di fuga e di cattura, il Papa fu condotto con Eimerico cancellier suo e con molti nobili romani e Cardinali, nella tenda di Rogero; solo Roberto di Capua si potè salvare grazie alla velocità del suo buon cavallo[534]. Il Re e i suoi figli con umiltà tutto normanna si gettarono a’ piedi del loro prigioniero, e, componendo a sorriso la faccia, impetrarono pietà e pace; laonde, dopo una breve lotta che s’appiccò fra la vergogna restia e la paura maestra di persuasione, il Papa confermò nel regno «l’illustre e chiarissimo Re di Sicilia» ed i suoi eredi, e, fatta eccezione di Benevento, confermò il possedimento di tutte le terre da lui conquistate: questo avvenne addì 27 Luglio del 1139[535]. In tal guisa il Papa di bocca propria bandì insania essere stati i valorosi sforzi di Lotario, che avevano pur inteso alla distruzione dell’usurpato reame di Sicilia; e pertanto il solo atto di Anacleto, che Innocenzo riconobbe per valido, fu la fondazione di quella nuova monarchia. Indarno vi oppose proteste l’ultimo e legittimo Duca di Capua; il suo bel principato toccò ad Anfuso figlio di Rogero; le Puglie furono date in feudo a Rogero erede del trono; e, dopochè anche l’antichissimo Ducato bizantino di Napoli s’ebbe arreso, un Principe savio e fortunato imperò sulle magnifiche di tutte le province d’Italia, che per lui, la prima volta dopo del tempo de’ Goti, furono ridotte ad unità di regno[536]. La costituzione di questa monarchia fece grande impressione nel mondo; poichè con tanta astuzia e con tanta energia s’avevano distrutto interamente degli Stati vissuti un tempo con loro propria autonomia, se ne dedusse la conseguenza che l’usurpatore aguzzasse l’ingegno a disegni ancor maggiori. Nei paesi di fuori si salutò l’audace conquistatore col voto che eziandio all’«infelice Toscana» potesse toccar la bella sorte di unirsi al dominio di quel Re[537]; tuttavia nel resto d’Italia non una voce s’udì che motivasse il desiderio di annettersi alla monarchia di Sicilia. Se l’esistenza dello Stato ecclesiastico romano abbia mai potuto essere un beneficio per Italia, lo fu in quell’età, perciocchè opponesse un baluardo al genio di conquista de’ Re normanni. Italia presentava uno spettacolo strano di acerbe contraddizioni politiche: spente le antiche Republiche marittime di Amalfi, di Gaeta, di Napoli, di Salerno e di Sorrento, il mezzogiorno cadeva per sempre negli ugnoli di una monarchia feudale, e diventava vittima della tirannide, nel tempo istesso che al settentrione, rilassatosi felicemente il legame che avvinceva quelle terre all’Impero, le Republiche cittadine venivano in fiore rigoglioso, e davano a Italia una seconda civiltà e una seconda vita di ricordanza imperitura.
Al suo ritorno Innocenzo fu accolto in Roma, come un tempo Leone IX, con onoranze sì, ma eziandio con censure. Non mancarono istanze affinchè si dichiarasse esser nullo il trattato che Rogero gli aveva strappato; sennonchè il Papa umilmente s’acchetò al pensiero, che a Dio era piaciuto di comperare questa pace a prezzo della vergogna di lui Pontefice[538]: nè il suo avvilimento era affatto scevro di frutto, avvegnaddio il reame di Sicilia sè stesso riconoscesse d’ora in poi per feudo non dell’Imperatore, ma del Papa.
Innocenzo II, riverito adesso in santa pace come capo della Chiesa, protetto da Rogero I financo in Roma, potè per la prima volta attendere a cura della Città. Egli diè opera a restaurare i rapporti della proprietà che erano andati tutti scombussolati, a ristabilire l’ordine nell’amministrazione della giustizia, a raffermare la pace di Dio; in breve, fu il benefico Principe di Roma, dove, durante lo scisma, si aveva disimparato dal credere all’autorità temporale del Papa[539]. Tuttavolta quella unica voce che s’ode lodare le felici condizioni di Roma, o disse una parola di adulazione, o abbastanza presto fu messa a silenzio dall’insorgere di avvenimenti, che, tutto al rovescio, con rapidità meravigliosa addussero un’epoca nuova nella storia della Città[540]. Una guerra cittadina ve ne diede occasione.
La piccola Tivoli animata a spiriti di libertà, e dotata di fermo coraggio, faceva sbassare a Roma per rossore la faccia: da lunghissimo tempo il Vescovo di Tivoli aveva conseguito esenzione dal banno del Conte, e soltanto, a tutela dei diritti signorili del Papa, in quell’antico Comitato vegliava un Rettore eletto da lui, istessamente come usavasi per Benevento. I Tivolesi possedevano omai una costituzione civica abbastanza independente; sostenevano financo guerre coi loro vicini, segnatamente coll’Abate di Subiaco, ed è difficile che ciò sempre avvenisse sotto l’autorità del loro Vescovo[541]. Durante la controversia delle investiture vedemmo questa città schierarsi dalla parte degli Antipapi; Pasquale II non la aveva assoggettata che a fatica; Innocenzo II la aveva tolta ad Anacleto probabilmente colle armi di Lotario, e nondimeno essa ben presto di nuovo si sollevava. Allorchè i figliuoli di Rogero, nell’anno 1140, mossero negli Abruzzi, e sottomisero le città del confine sul Liri, i Tivolesi afforzarono il loro territorio di munimenti per difendersi da un assalto[542]. Tuttavia Innocenzo n’ebbe rassicurazioni pacifiche da Rogero, e i figliuoli di lui non oltrepassarono la frontiera; ma nell’anno 1141 troviamo Tivoli in piena rivolta contro del Papa e in furibonda guerra con Roma.[543]. Ignote ne sono le cause; forse il Papa aveva desiderato di collocare in Tivoli un presidio romano, e certamente egli a ciò pretendeva, affine di infrenare gli impulsi di libertà republicane, che andavano facendosi vivi in Roma, del paro che in tutte le città dello Stato ecclesiastico.
Le guerre di città, che in Lombardia e in Toscana riarsero con furia incessante, trovarono adesso loro imitazione anche nelle terre romane; sennonchè la fu poco onorevol cosa per la città capitale del mondo vedersi tratta in lotta con piccole terre latine, siccome era avvenuto nella sua infanzia, al tempo di Coriolano e di Decio; e fu per essa una grave onta d’essere perfino battuta dai Tivolesi. Gli assediati erano protetti dalla saldezza della loro città, posta sopra la gran gola formata dall’Anio; e una coraggiosa sortita fatta contro il campo de’ Romani, dove forse trovavasi Innocenzo in persona, mise in vilissima fuga gl’illustri Consoli che scrivevano di sì orgogliose lettere agli Imperatori. Colla perdita di moltissima preda che lasciava dietro a sè, la milizia romana fu inseguita dai cittadini di Tivoli fin sotto le mura di Roma[544]. Furiosi del vitupero subito, e frementi d’ira, tornarono i Romani all’attacco nell’anno seguente, e lo stesso Innocenzo II rinfocolò i loro sforzi contro il castello ribelle[545]. Cinti d’ogni parte e sotto la pressura degli assalti, i Tivolesi finalmente si arresero, ma non ai Romani, bensì al Papa, parimenti di ciò che un tempo avevano fatto con Silvestro II; però anche adesso si ripeterono i fatti accaduti all’età di Ottone III. Ci si conserva ancora l’istromento di pace, nel quale i cittadini di Tivoli giurarono di mantenere fede a san Pietro ed ai Papi canonici; di non contribuire col consiglio nè colle opere a che il Papa perdesse vita, membra, libertà; di svelare le male congiure che contro di lui si ordissero; di custodire il secreto dei suoi messaggi; di volergli prestare ajuto per la conservazione del Papato in Roma, della città di Tivoli e degli aggiuntivi dominî, della fortezza prossima a Ponte Lucano, delle castella di Vicovaro, di San Polo, di Boverano, di Cantalupo, di Burdello, di Ciciliano e di altre regalie di san Pietro; di dare finalmente il Comitato e il Rettorato di Tivoli in podestà dei Papi[546].
Come i Romani ebbero contezza di questo trattato, si accesero a impetuosissima collera; il Papa toglieva loro di mano una città da essi conquistata, a imperar sulla quale aveva diritto il popolo romano: che più? egli si arrogava colà il potere di conte. Volevano essi far pagar cara la loro sconfitta anteriore, mettendo Tivoli a distruzione; chiedevano pertanto che Innocenzo lasciasse far la loro volontà, ma quegli coraggiosamente negava. Allorchè, centoquarantatre anni prima, Silvestro II aveva rejetto la eguale domanda dei Romani, ne era stata conseguenza una ferocissima ribellione di cui erano cadute vittime la podestà imperiale e quella pontificia: conseguenza del rifiuto di Innocenzo era adesso un’insurrezione ancor più fiera di Roma, nella quale andava a rotoli la signoria temporale dei Papi. In nessun luogo di questa Storia deploriamo noi che si sieno inaridite tutte le fonti di notizie, più che noi facciamo a questo punto, in cui si tratta di una mutazione tanto memoranda di cose. Nessun Annalista romano vi ha gittato sopra un sol filo di luce; la Storia di Monte Cassino s’interrompe coll’anno 1138; la Cronica del notaio Falcone termina coll’anno 1140; Romualdo di Salerno, il Cronista di Fossa Nova non fanno pur motto di questi avvenimenti di Roma; e soltanto alcuni Storici narrano con cenno fuggevole, che i Romani in gran furia corsero al Campidoglio per restaurarvi il Senato, il quale da lungo tempo aveva cessato di esistere, e tosto dopo ripigliarono la guerra contro Tivoli. E raccontano che il Papa, pauroso di perdere per sempre la podestà temporale tramandatagli da dopo il tempo di Costantino, adoperasse minacce, preghiere e oro per acchetare l’insurrezione, e che morte lo togliesse di pena in mezzo al tumulto della indomabile sollevazione popolare[547].
Innocenzo II, dopo di aver passato mezzo il suo pontificato nell’esilio, oppure da capitano in imprese di guerra, vide ruinare la signoria terrena di san Pietro: lo scettro di Roma cadde della sua mano irrigidita dalla morte, ed egli trapassò ai 24 Settembre dell’anno 1143, causa la concitazione dell’animo o il dolore, in quello che il vecchio Campidoglio risonava delle grida festanti dei Republicani. Con questo Papa ebbe fine il periodo della storia cittadina di Roma, che puossi chiamare epoca di Gregorio: una di nuova e di insigne se ne apre adesso; descriverne i caratteri sarà còmpito del Capitolo che succede[548].
CAPITOLO QUARTO.
§ 1.
Condizioni interiori della città di Roma. — Ceto dei cittadini. — I gonfaloni della milizia. — Nobiltà popolana. — Nobiltà patrizia. — Nobiltà della provincia. — Decadimento dei Conti della provincia romana. — Oligarchia dei Consules Romanorum. — Il ceto dei cittadini sale in potenza. — Fondazione del Comune civico. — La grande nobiltà feudale tiene le parti del Papa.
L’instaurazione del Senato era conseguenza della libertà omai fiorente di città lombarde, parimenti che delle condizioni proprie di Roma. Fino dal secolo undecimo, a poco a poco si avevano quelle acquistato la loro autonomia, all’ombra della Chiesa che da principio le aveva tenute in sua tutela. Di già gli Ottoni, e più ancora gli Imperatori di casa Salica, erano andati via via trasfondendo nei Vescovi la podestà di Conti, ed in pari tempo avevano donato privilegî parecchi alle città; dappoi queste tolsero ai Vescovi la giurisdizione di Conti, e diventarono Comuni con loro proprî magistrati. Gli abitatori di città agiate e saldamente munite fecero loro pro della lotta combattuta fra la Chiesa e lo Stato, che indebolì i Vescovati e allentò eziandio il vincolo all’Impero: così in mezzo alle due podestà scrollate sorsero essi, terza potenza dotata di robustezza giovanile. In sull’incominciamento del secolo duodecimo la più parte delle città in Lombardia, in Tuscia, nelle Romagne, nelle Marche, si reggeva sotto il governo di due Consoli eletti ad ogni anno, ed ai quali adesso era venuto in mano l’antico banno dei Conti, colla massima parte delle publiche entrate[549].
I Romani s’invaghirono dell’esemplare di Republiche libere e potenti. Roma trovavasi ancora soggetta al diritto di signoria di un Vescovo, quando già tante altre città ne avevano scosso il giogo: trattavasi dunque che lo scotesse anch’essa del pari. Senonchè questo vescovo era il Papa; la sua signoria territoriale non era sorta, come quella vescovile in altre città, da privilegî di esenzione, nè come quella era cosa di fresca data; essa per lo manco faceva derivare sè medesima dalle costituzioni franche. Guerre di fazioni, scismi, esilî lunghi l’avevano indebolita al paro della podestà imperiale; eppure, ad onta di ripetute perdite subìte nelle cose temporali, il Vescovo di Roma poteva sempre nuovamente schierare in campo difensori potenti del suo dominio politico: tali erano la santità del suo pontificato, le imprese degli Imperatori contro di Roma, i Normanni, il denaro della Cristianità. Per tal ragione, città lombarde diventarono libere e Roma no, quantunque prima di quelle abbia essa combattuto, sotto di Alberico e dei Crescenzî, per le sue libertà.
Abbiamo notato eziandio gl’impedimenti interiori che si opponevano a ciò che la Città conseguisse la sua autonomia. Milano, Pisa, Firenze, Genova, attingevano libertà e ricchezza da una nobiltà amatrice della patria, e dalla forza di un grande ceto di cittadini minori, i quali costringevano i nobili a cercare il loro posto d’onore, assidendosi con essi loro negli ordini consultivi. In Roma i laici erano distinti in due moltitudini, nobiltà e popolo; quella partecipava insieme col clero agli onori e alla potenza; questo, colpa la natura non industre della Città, era condannato ad una vita estranea alle cose politiche. Nel secolo duodecimo non esisteva alcuna associazione difensiva di liberi cittadini romani, come si dava in altre città. Vediamo da documenti esservi stati maggiorenti che caricavano bastimenti e conchiudevano contratti di commercio, ma un ceto di mercanti non compare ancora; soltanto che di trafficanti e di banchieri si fa cenno nelle carte di tutti i tempi, e si denotano col predicato triviale di Magnificus[550]. Per verità continuavano ad esistere le scuole di artigiani colle antiche forme, ma esse stavano pur sempre sotto la clientela dei maggiorenti[551].
La sola associazione politica defensiva che unisse i cittadini di Roma era la milizia coi suoi sodalizî di armigeri raccolti a mo’ di maestranze, e co’ suoi vessilliferi[552]. La cittadinanza atta alle armi, fornita di proprietà libere e della naturalità secondo la pienezza del diritto romano, era ripartita per Regioni: dodici della Città, ed una decimaterza, e un’altra decimaquarta evidentemente dell’isola e del Transtevere, esclusa essendone la città Leonina, ch’era pontificia[553]. Noi possiamo tenere per fermo che soltanto questi gonfaloni avessero diritto di dare voto nelle faccende publiche; prendevano parte all’elezione del Prefetto, acclamavano all’elezione del Papa, e tratto tratto la nobiltà dominante ed anche il Pontefice li congregavano nel Campidoglio ad assemblea, affinchè in qualità di Populus Romanus aderissero col loro suffragio alle deliberazioni. In una città povera il cittadino non poteva ottenere preponderanza per ricchezza di patrimonio, ma soltanto colle armi; ed in un’età così travagliata di guerre com’era questa, anche la milizia romana era una vera potenza. Da questi sodalizî raccolti sotto una bandiera, il ceto de’ cittadini mediocri (bandus) trasse diritti politici e forza di resistere contro il reggimento feudale della nobiltà. Oltracciò, fin d’adesso emergevano dalla moltitudine dei liberi cittadini alcune famiglie che per antica origine e per agiatezza rivaleggiavano colla nobiltà: formarono una più eletta classe di cittadini, e poco a poco vennero frammettendosi all’aristocrazia, ossia diventando famiglie senatorie nuove. Poichè la nobiltà romana non fu mai, come quella di Venezia, racchiusa entro un grembo che serrava le sue file agli altri uomini, così è massimamente impossibile di distinguer sempre illustri case popolane dalle famiglie patrizie. E infatti famiglie antiche cadevano; di nuove venivan su, e d’un tratto, come avvenne dei Pierleoni, prendevano posto nell’ordine dei Capitani e dei Principes. Così ancora oggidì va la cosa in Roma; qui era ed è il feudo che creava uno, e tuttavia adesso lo crea, duca e barone.
In Roma v’aveva dunque un’aristocrazia vecchia ed una più recente di case molte, le quali coi loro clienti e coi loro famigliari formavano ciascuna una gente strettamente congiunta. Non era più che quei Patrizî mostrassero ai loro ospiti i simulacri in cera di illustri antenati; nondimeno pretendevano sempre di derivare le loro origini dagli Anicî e dai Massimi, da Giulio Cesare e da Ottaviano: ma forse può darsi che pochi di essi fossero ruderi trasposti di antiche famiglie romane, simili alle moli marmoree di ruinati palagi del vecchio tempo, dai quali erano state rappezzate le tetre torri di questi barbari Consoli. Le famiglie patrizie che avevano maggior nominanza nel secolo duodecimo erano queste: i Tusculani e i Colonna, i Crescenzî, i Frangipani, i Pierleoni, i Normanni, i Sassi, i Latroni e i Corsi, i Massimi; le famiglie dei Sant’Eustachio, fra cui i Franchi e i Saraceni; gli Astaldi, i Senebaldi, i Duranti, gli Scotti, gli Ursini; le case lentamente sorte dal ceto della media cittadinanza, i Buccapecora, i Curtabraca, i Bulgamini, i Boboni, i Berardi, i Bonfilioli, i Boneschi, i Berizoni; nel Transtevere i Papa, i Papazurri e i Muti, i Barunzî e i Romani, i Tebaldi e gli Stefani, i Tiniosi, i Franculini, i Brazuti ed altri[554]. I nomi rivelano che molte famiglie avessero tratto origine da’ Longobardi, da’ Franchi e dai Sassoni, discesi cogli Imperatori: poco a poco il tempo e il diritto comune avevano cancellato le differenze di stirpi; tuttavia può essere che il partito, il quale fra’ Romani aderiva all’Impero, posasse in principio il suo fondamento su quella nobiltà che era di razza germanica e venuta immigrando, laddove la parte devota a sentimento di nazione (e che più tardi fu la republicana), capitanata un tempo da’ Crescenzî, aveva conservato la coscienza del suo sangue romano. Non più era usato il titolo antico di Dux; però sempre gli ottimati si appellavano «Consoli», e precisamente nel secolo duodecimo questo antico titolo romano era tenuto con gran lustro. Adesso essenzialmente significava la magistratura giudiziaria e dominatrice, ma nemmeno remotamente era tolto ad imitazione de’ Consoli lombardi, perocchè di esso, aggiuntovi il nome Romanorum, personaggi si fregiassero ad ogni tempo in Roma, ancor prima che in altre città italiche si adoperasse: con quel titolo la nobiltà chiamava i potentissimi suoi, i capi della Republica aristocratica[555]. Eziandio del predicato di Capitaneus, che era consueto nell’Italia settentrionale, trovansi in Roma ornati i maggiorenti che avevano feudi del Papa. I Capitani erano la grande aristocrazia della provincia, i Comites e i Vicecomites della Campagna, cui il giuramento di vassallaggio obbligava all’eribanno del Papa[556]. Però anche la nobiltà cittadina entrava nell’ordine dei Capitani, una volta che il Papa la infeudava di castella; più si noti che essa aveva escluso dalle cose civiche la nobiltà di provincia, la quale altra volta era stata di tanto potente: i Conti di Nepi e di Galeria, i Crescenzî nella Sabina, i Conti della famiglia di Amato nella Campagna, financo i patrizî Tusculani erano adesso decaduti, o se ne rimanevano rincantucciati in bando nella loro città di provincia, laddove più recenti famiglie consolari, come i Frangipani e i Pierleoni, venute su in guerre di fazioni, s’erano impadronite della potenza politica.
Presso a’ capitani v’era finalmente il ceto dei feudatarî minori (milites), vassalli dei maggiorenti o delle chiese. In Roma, e massime nelle città della Campagna dove la maggior parte dei beni allodiali era venuta in mano delle chiese, formavano quelli una nobiltà di cavalieri, che può paragonarsi a ciò che in Lombardia e in Romagna erano i Valvassori[557].
Pertanto la nobiltà, che aveva fondato famiglie al paro dei Patrizî di Roma antica, teneva in poter suo (omai fino dal secolo undecimo e specialmente dopo la controversia delle investiture) il reggimento della Città. Cornelî e Claudî avrebbero con intenta meraviglia guardato questi uomini che dimoravano entro ad archi di trionfo ed a portici muniti di torri, e appellavansi Consoli de’ Romani, e in forma di Senato si radunavano ad assemblea in mezzo delle ruine del Campidoglio. Qui infatti si congregava la nobiltà ancor prima che si componesse il nuovo Senato del popolo; e, uscendo del grembo di quella nobiltà, i Consules Romanorum erano i presidî di un’oligarchia, la quale, senza ordine di costituzione ma con moti di tumulto, reggeva ossia angariava Roma[558]. Alla fine il popolo sbalzava d’arcione la onnipotenza di questi ottimati, e in ciò sta la importanza della rivoluzione avvenuta nell’anno 1143. Laddove in Lombardia i Consoli erano sorti insieme coi Comuni, il Comune, che soltanto adesso si veniva formando in Roma, distruggeva il reggimento consolare della nobiltà, e nel luogo di questa metteva il consiglio comunale, e gli imponeva il nome romano di Senato (Sacer Senatus).
Alla rivoluzione del resto avevano dato impulso i nobili allorchè erano venuti, per cagione di Tivoli, a dissenso col Papa; e fu soltanto durante quell’insurrezione che la cittadinanza mediocre alzò il capo. Per quanto repentina possa parerne la sollevazione, era questa da lunga mano preparata, giacchè le bandiere della milizia, acquistatasi forza duranti le lotte del secolo undecimo, formavano omai proprie corporazioni politiche, agognavano di prendersi la loro parte nel reggimento, e meditavano costituire una Republica democratica. La tirannide delle fazioni aveva reso intollerabile al popolo la signoria feudale, che il Papato per sua fiacchezza era andato favorendo. E fra gli aristocratici v’era un partito papale che ostilmente avversava quello imperiale, e teneva il Pontefice in conto di signore territoriale, anzi di principe vero di Roma, cui si spettava di concedere ai Re l’Impero. La nobiltà ispirata a questi sentimenti era la vera aristocrazia feudale dei Papi, loro sostegno politico in Roma, splendore laicale della loro corte: a questi vassalli devoti e cortigiani i Pontefici dispensavano beni dello Stato e gabelle, e conferivano cariche di prevosti, dignità della Curia, officî giudiziarî ossiano Consolati nella Città e nella provincia; peraltro destramente ne compartivano i vantaggi, vale a dire, tenevano quelle genti fra sè divise colla gelosia; e preferivano le infedeltà dei «Consoli», piuttosto che essere costretti a cercare un appoggio in mezzo alla cittadinanza, nella quale i Papi temevano che si destasse vaghezza delle istituzioni comunali. Ed in vero, ove ciò fosse avvenuto, la sorte dei Pontefici sarebbe stata pari a quella di tutti gli altri Vescovi, che col sorgere dei Comuni avevano perduto la loro podestà civile.
Poca scintilla bastò alla fine per accendere la grande fiamma di quel rivolgimento civico, che forse per secrete fila, a noi ignote, aveva stretto relazioni coll’Italia settentrionale. Nell’anno 1143 Roma fece tentativo di accomunare le varie classi, ciò che Milano, Pisa, Genova ed altre città avevano omai tratto ad effettuazione. La nobiltà minore, per l’invidia che nutriva contro a’ «Consoli», si associò coi cittadini; il novello Comune s’impadronì del Campidoglio, si costituì da Senato vero, e combattè, ossia discacciò tutti quei maggiorenti che non vollero entrare nel Comune. Allora fu che i Capitani, quelli eziandio di parte imperiale, si schierarono sotto il vessillo del Papa, e Roma si partì in due campi politici combattenti uno avverso l’altro; l’antico consolare dell’aristocrazia, il senatorio nuovo del Comune popolare, raccolto in Campidoglio.
La fondazione di una cittadinanza libera ben meritò di denotare da sè un’êra novella di Roma: lo studioso, che con tranquilla mente svolge le pagine della storia, contempla con occhio meravigliato le ruine del Campidoglio, divenuto cosa leggendaria, dove tumultuosamente si asside un popolo fiero e ignorante, e chiama i suoi capi con nome di Senatori: uomini questi che nulla ne sanno più delle orazioni di Cicerone e di Ortensio, di Catone e di Cesare, ma, come i plebei antichi, combattono anche essi una razza orgogliosa di Patrizî discesi di origini o di mescolanze barbariche; e strappano la corona temporale dal capo del sommo sacerdote di Roma, domandano che l’Imperatore di nazione tedesca confessi sè esser tale perciocchè la maestà del popolo romano lo abbia investito della sua autorità, e dai ruderi di vetusti templi romani bandiscono che l’aurea Roma è regina dell’orbe.
§ 2.
Il Campidoglio nei secoli bui. — Suo graduale risorgimento politico. — Uno sguardo alle sue ruine. — Dov’era posto il tempio di Giove. — Santa Maria in Araceli. — Leggenda della visione di Ottaviano. — Il Palatium Octaviani. — Il primo palazzo senatorio del medio evo in Campidoglio.
È cosa per noi attrattiva di volgere uno sguardo al tragico mondo di ruine che si raccoglieva nel Campidoglio, e di scorrere la storia che s’ebbe nei secoli bui questa residenza veneranda del vecchio Impero romano. Però in un periodo di più che cinquecento anni una tenebra spaventosa ravvolge nella sua cupa oscurità il sublime di tutti i luoghi che abbiano avuto una storia; e questo è il più mesto fatto onde ci offra esempio il decadimento non soltanto di Roma, ma di ogni terrena grandezza. Dopo l’ultimo Senatore di Roma antica, Cassiodoro, nessuno storico ha fatto più menzione del Campidoglio. Solamente l’Anonimo di Einsiedeln ne ha registrato nota fuggevole; solamente tradizioni e leggende discorrono in confuso di questa meraviglia del mondo, e nel secolo nono, in mezzo ai ruderi di templi senza nome, vi si erige, strano contrapposto! il monastero della Vergine Maria in Capitolio. Le ruine di tanti templi e di tanti portici non furono mai adoperate a formare una rocca della Città; nè s’ode che l’Arce antica colle sue rupi tarpee si usasse da arnese di maggior fortezza, com’era del Septizonio e del castel Sant’Angelo. Il Campidoglio non dominava più alcuna delle grandi vie animate un tempo di tanta vita operosa, chè quel quartiere, soprattutto il Foro antico, s’era fatto deserto, e la popolazione sempre più fittamente si andava addensando nel Campo di Marte, giù verso il Tevere, che diventava importante anche dal punto di vista strategico. Fu solamente la incancellata tradizione della significanza che un tempo aveva avuto il Campidoglio venerando, la quale nuovamente lo suscitò dal suo silenzio sepolcrale, e ancora una volta lo pose a capo politico della Città, non appena che s’ebbe ridestato il sentimento della libertà municipale: così è che omai nel secolo undecimo il Campidoglio compare esser la sede, entro cui si compongono tutti i negozî d’indole puramente civica. Al tempo di Ottone III e dei Patrizî nobili, era risorta la ricordanza del luogo santo ove s’avevano tenute le assemblee del romano Impero; i ruderi del Campidoglio si rianimarono a vita colle adunanze dei nobili e del popolo, e presero allora le veci dei Tria Fata. Ai tempi di Benzone, a quelli di Gregorio VII, poi al tempo di Gelasio II, nei tumulti per l’elezione del Prefetto, all’assentimento dell’elezione di Calisto II, fu daccapo il Campidoglio, dove si chiamarono a parlamento o alle armi i Romani. Probabilmente sul Campidoglio dimorava eziandio il Prefetto urbano, chè risiedeva colà il Prefetto di Enrico IV, per opera del quale Vittore III fu discacciato di Roma; e forse un palazzo che ivi era serviva di luogo in cui raccoglievansi i tribunali, dappoichè i loro atti erano segnati con questa formula: actum civitate Romana apud Capitolium[559].
Per quanto ardente imaginativa uomo posseda, ei non potrà mai riuscire a pingersi in mente la melanconica grandezza di quelle rovine, intorno cui l’edera s’attortigliava. Sulle crollate colonne del tempio di Giove, o sotto le volte dell’Archivio publico, in mezzo a frammenti di statue o di pietre epigrafiche, ben poteva assidersi qualche monaco del convento capitolino, o qualche Console rapace, o talun Senatore ignorante, e far le meraviglie di quei ruderi, e meditare ai capricci mutevoli della fortuna. E la vista di quei luoghi di rovina avrebbe potuto richiamargli alla memoria quel verso di Virgilio, in cui dice del Campidoglio:
Aurea nunc, olim silvestribus horrida dumis;
ma adesso, che il Campidoglio era ricaduto nello stato desolato delle origini primitive, ben avrebbe potuto inverterne l’idea, sclamando: Aurea quondam, nunc squallida spinetis vepribusque referta[560]. Tuttavolta il numero maggiore dei Romani di allora non conosceva Virgilio per altri che per un mago, il quale in antico era fuggito di Roma a Napoli, ed aveva avvolto le due città nelle sue arti di stupenda magia. I Senatori, che adesso movevano attraverso quelle rovine, coperti il capo di alte mitre e vestiti di mantelli di broccato, sapevano soltanto in confuso che ivi un tempo gli uomini di Stato avevano composto le leggi, e gli oratori tonato colle loro arringhe, che ivi s’erano celebrati i trionfi conseguiti su’ popoli, che di là decise s’erano le sorti del mondo. Ironia non v’ha di tutte le cose sublimi più acerba di questa, che in Roma v’ebbe un tempo, nel quale il suo Campidoglio fu donato in proprietà a monaci, i quali sopra i suoi ruderi piantavano cavoli, pregavano, cantavano salmi, e si flagellavano le schiene a suon di frusta. Anacleto II confermava il possedimento del colle capitolino all’abate di santa Maria in Araceli; e la Bolla di lui gitta uno scarso filo di luce in questo labirinto di grotte e di celle, di cortili e di giardini, di case ossia di capanne, di ruine di muraglie, di marmi e di colonne[561].
Ancora ad esso si saliva per l’antico Clivus, chè durante il medio evo, quanto fu lungo, il Campidoglio tenne la fronte volta verso il Foro; fu soltanto dopo il 1536, quando Michelangelo edificò il suo ingresso da settentrione (apposta per l’entrata fattavi da Carlo V), che il Campidoglio volse il suo prospetto dalla banda del Campo di Marte, ov’era la città nuova di Roma. Le sue ruine, cresciute negli assalti dati da Enrico IV, dal Guiscardo e da Pasquale II, giacevano nel più selvaggio abbandono; del paro che sul Palatino, vi si coltivavano orti, e di già mandre di capre si andavano inerpicando erranti fra quei ruderi di marmo: ragione per cui una parte del Campidoglio ha ricevuto il nome triviale di «Monte Caprino», alla stessa guisa che il nome del Foro si mutò in quello di «Campo Vaccino». Ancor tuttavia nella piazza del Campidoglio esistevano botteghe di rivenditori, e da lungo tempo il popolo romano vi teneva il suo mercato[562]. Ma fuor dei frati di santa Maria, dei preti de’ santi Sergio e Bacco, o degli abitatori delle torri de’ Corsi, scarsissima era la popolazione che colà aveva residenza: per lo contrario, strade antiche rigiravano attorno del monte; così era del Clivus Argentarius (salita di Marforio), e benanco del Vicus Jugarius; più in là poi stavano la Cannapara e il Forum Olitorium (l’odierna piazza Montanara), laddove chiese e cappelle, edificate sopra le ruine, coronavano a tondo tutta quella montagna di frammenti di marmo[563].
I ruderi de’ templi e de’ portici che coprivano le cime del Campidoglio, oggi sono scomparsi; sopra del clivo esistono ancora soltanto gli ultimi avanzi dei templi di Saturno e di Vespasiano, le fondamenta di quello della Concordia, le volte indestruttibili dell’Archivio, le camere della Schola Xantha, il resto della tribuna degli oratori e della colonna miliare, finalmente l’arco di Settimio Severo, che nella sua tranquilla robustezza trionfò di tutte le tempeste delle età. Ma nel secolo duodecimo tutti quei monumenti ed altri ancora mostravano tuttavia il magnifico aspetto di un’acropoli deserta, e dai suoi cumuli di rottami maestosamente s’ergeva sopra Roma una foresta di colonne schiantate. La fugace descrizione che ne danno i Mirabilia tocca di questi ruderi soltanto con lume indistinto, pari al chiarore dei rosati crepuscoli della sera; nè di quel tempo abbiamo altre notizie. Egli è dunque prezzo dell’opera udire ciò che essi ne dicono:
«Del Campidoglio di Roma.»
«Capitolium ha nome perciocchè fosse il capo (caput) di tutto il mondo, e vi dimorassero i Consoli ed i Senatori a governare la Città e il mondo. La sua faccia era coperta di mura alte e forti, rivestite di vetro e d’oro, e di opere mirabilmente intarsiate. Entro alla rocca era un palagio, il più fatto di oro, e adorno di gemme, che solo avrebbe bastato a comprare la terza parte del mondo; e ivi erano statue tante, quante sono del mondo le province, e ciascuna aveva un campanello appeso al collo. Arte magica aveva disposto la cosa in maniera, che se una qualche regione nell’Impero romano si ribellava, tosto il simulacro suo mutava di fronte; allora sonava il campanello che la statua teneva al collo, e allora gli spettori del Campidoglio, che ivi facevano da guardiani, ne riferivano al Senato... Colà erano eziandio parecchi templi; ed invero nell’alto della rocca, sopra del Porticus Crinorum, s’ergeva il tempio di Giove e della Moneta, e dalla parte del Foro, il tempio di Vesta e di Cesare: e colà conservavasi la cattedra dei pontefici pagani, su cui i Senatori facevan vedere assiso Giulio Cesare, il sesto giorno del mese di Marzo. Dall’altra parte del Campidoglio, sopra della Cannapara, era il tempio di Giunone, e in vicinanza il Foro publico di Ercole: nel Tarpejo v’aveva il tempio dell’Asilo, in cui Giulio Cesare fu trucidato da’ Senatori. Dov’è adesso santa Maria esistevano due templi uniti ad un palazzo; erano dedicati a Febo ed a Carmente, e colà era apparsa ad Ottaviano imperatore la visione del cielo: presso la Camelaria sta il tempio di Giano, che era il guardiano del Campidoglio. Aureo Campidoglio appellavasi, perciocchè sopra tutti gli altri Imperi del mondo per sapienza e per bellezza splendesse[564]».
La Bolla di Anacleto, documento singolare e curioso, alletta la nostra fantasia più di quello che soddisfaccia alla nostra brama di sapere[565]. Ancora oggidì lo studio degli antiquarî è messo a disperazione da un problema pienissimo di attrattiva e oscurissimo della topografia di Roma, ed è di investigare in qual luogo fosse posto il tempio di Giove Capitolino: ma così difettiva è la nostra scienza, che quel celeberrimo monumento rimane un enigma per gli eruditi, ad onta delle indagini più pazienti. Dopochè i Vandali ebbero saccheggiato questo santuario e derubatone il tetto, esso s’avvolge in un silenzio tale, che non s’ode più storico alcuno nominarlo. Una maledizione del cielo sembra essere discesa sul Campidoglio; perfino il Cristianesimo, che nel corso delle età era penetrato entro a tanti delubri pagani, ebbe raccapriccio di tor possesso del tempio di Giove Capitolino, e di edificare una chiesa nelle sue ruine. Solamente i Mirabilia tornano a rammentare questo tempio, dopo che omai la leggenda ha reso sacro il Campidoglio con una delle più vaghe e meste poesie; però rimarrà sempre cosa meravigliosa che il tempio maggiore di Roma, residenza da centinaia di anni del culto de’ numi pagani, non fosse di buon’ora, e ancor prima del Panteon, tramutato in una grande basilica del Dio cristiano; mirabile fatto, quando pure lo si voglia spiegare dalle contrarietà patriottiche degli ultimi Senatori, dall’abbominio in cui i Cristiani tenevano il sito in cui il Paganesimo romano s’era raccolto come nella sua sede maggiore, e dal diritto di proprietà che di quel luogo avevano gl’Imperatori bizantini. Il culto che meglio di ogni altro avrebbe cacciato in bando la divozione del Giove antico, sarebbe stato il culto del Salvatore; e la chiesa madre Urbis et Orbis che in origine era stata a lui consecrata, la Lateranense, avrebbe avuto il suo posto più acconcio nel Campidoglio.
Allorchè la Graphia dice: «Nella cima della rocca, sopra del Porticus Crinorum, esisteva il tempio di Giove e della Moneta, dove la statua d’oro di Giove stavasene assisa sur un trono d’oro», noi non possiamo più determinare i luoghi ond’essa intende parlare. Nomi medioevali suffragano, fievolmente a dir vero, l’opinione che il tempio di Giove s’ergesse sull’altura che emerge dalla parte di ovest (Caffarelli); e un pajo di chiese sembra esser indice che probabilmente la postura della rupe Tarpea e financo la località del tempio fossero dalla banda di ovest: così credevasi di già nel secolo decimoquinto[566]. Poichè la ricordanza del Saxum Tarpeum si raccomandò alla chiesa di santa Caterina sub Tarpeio, andossi cercando il tempio di Jupiter Maximus nella chiesa di san Salvatore in Maximis, oppure nelle sue vicinanze[567]. Ad ogni modo altri sostenne che nel luogo di quello sia sorta la chiesa di santa Maria in Ara Coeli, e giacchè questa è la sola chiesa che siasi edificata sul Campidoglio, e vi sorge in una posizione che tutto lo domina, cotale opinione non manca certo di assai attrattiva. La nominazione sua antichissima che ci sia nota, quella di Monasterium S. Mariae Dei Genitricis Virginis in Capitolio, rimonta soltanto all’anno 882, ma ciò non ne torrebbe di credere che omai prima d’allora esistesse[568]. Tuttavolta, se anche potessimo ammettere una tale origine anteriore, rimarrebbe pur sempre strano che non se ne facesse cenno nel diligente catalogo delle chiese e dei conventi del tempo di Leone III (compilato intorno all’850); laonde se ne rileva che, sotto il pontificato di quel Papa, o la chiesa non esistesse, o fosse un oratorio dappoco.
Il predicato aggiuntovi, che significa «nell’altare del cielo», non s’ode accennare prima del secolo decimoquarto, ma è associato ad una leggenda antica, d’origine greca, che è registrata nei Mirabilia e nella Graphia di Roma. Allorquando i Senatori, compresi di ammirazione della bellezza eletta di Ottaviano, ebbero visto il suo avventurato dominio spandersi in tutto il mondo, dissero a lui: «Adorarti vogliamo, poichè in te alberga un Dio». Costernato, l’Imperatore domanda che attendano, fa venire a sè da Tivoli la Sibilla, e le rende noto il divisamento del Senato. Ella chiede tre giorni a rispondere, e dopo di averli passati in digiuni, così vaticina ad Ottaviano: «V’hanno segni che giustizia sarà fatta; presto di sudore si bagnerà la terra, e dal cielo scenderà il Re dei secoli». E mentre Ottaviano sta con orecchio intento ad ascoltar la Sibilla, ecco che di repente si spalanca il cielo, e balenano raggi che lo abbarbagliano, ed egli scorge la Vergine nel cielo, vestita di luce, posare sopra un altare con Cristo bambino fra le braccia. E una voce del cielo esclama: «Quest’è la Vergine, che accorrà in grembo il Salvatore del mondo!» Ed un’altra: «Quest’è l’altare del figliuolo di Dio!» Allora Ottaviano si prostra al suolo in preghiera; narra indi ai Senatori della visione; e quando un altro dì il popolo lo chiama «sire», ei gli impone silenzio col cenno della mano e colla voce. Infatti, egli non volle mai esser appellato così da’ suoi figli, perocchè dicesse: «Uomo mortale son io; e perciò non mi si addice il nome di Signore»[569].
L’arguta leggenda continua a narrare che Ottaviano erigesse sul Campidoglio un altare al «primogenito figlio di Dio»; laonde nel secolo duodecimo la chiesa di santa Maria fu denotata con aggiungervi questa dizione: ubi est ara filii Dei, donde più tardi sembra esser derivato il nome «Araceli»[570]. Tuttavolta ella è cosa assai sorprendente che la vecchia leggenda non abbia in alcuna guisa posto l’altare in relazione col tempio di Giove, ma soltanto narri che Ottaviano erigesse quell’altare sul Campidoglio, ossia sopra un’altura che ivi era. Pertanto noi restiamo sempre nello stesso buio per riguardo al sito, e dobbiamo far le meraviglie che, pur parlandosi della chiesa di Araceli (se veramente sia subentrata nel luogo del tempio antico), non si faccia mai cenno nella leggenda, nè nella storia vera del tempio Capitolino[571].
Così è che nel medio evo non rompono il silenzio sepolcrale del Campidoglio altre voci che lo squillo della campana di un convento e l’eco di una leggenda poetica. Sul vôto palco scenico delle geste e dei trionfi, degli Scipioni e dei Gracchi, di Mario e di Silla, di Pompeo e di Cesare, or non prendono posto altri che le persone fantastiche della Vergine Maria con Gesù bambino, di Ottaviano orante, e di quella canuta Sibilla cui un tempo il Campidoglio aveva custodito i libri misteriosi!
Omai nel secolo undecimo la leggenda onde dicemmo si associava a quel luogo: ne toglie qualsiasi dubbiezza ciò che si narra, che Benzone ponesse dimora nel «palazzo di Ottaviano», e questo devesi cercare non in altro sito che sul Campidoglio. Sarebbe pregevolissima cosa se si potesse determinare con precisione dove e cosa fosse questo tale «palazzo», il quale ad ogni modo devesi reputare che esistesse in vicinanza del convento di Araceli. Nella breve analisi che fanno dei palazzi i Mirabilia non ne annoverano pur un solo nel Campidoglio[572], ma più innanzi tengono discorso indeterminato di un palazzo del Campidoglio che «aveva esistito» dentro della rocca, preziosamente ornato di oro e di gemme, e dove erano le statue sonanti, simulacri delle province. Espressamente poi vi si parla di un Palatium, «dove Ottaviano ebbe la visione del cielo», e viene dai Mirabilia messo in riferimento colla chiesa di santa Maria, per modo da far conchiudere che formasse una parte dell’edificio del convento. Finalmente nel Summarium dei colli di Roma si trova fatta speciale menzione del «palazzo dei Senatori posto sopra il Campidoglio o Tarpeo»; e precisamente il compilatore dice che esisteva al tempo in cui egli scriveva[573]. È cosa difficile che discorrendo di questi tre palazzi si volesse denotarne uno solo ed unico, avvegnachè molte ruine coprissero il Campidoglio, e nel medio evo si desse nome di Palatium alle più differenti specie di ruderi. Se ancora nel secolo duodecimo si conservavano gli avanzi del tempio di Giove Capitolino, può darsi che allora si denotassero col nome di Palatium; ma che la cosa veramente fosse così non ci è più dato di poter giudicare. Pertanto dei tre palazzi onde parlano i Mirabilia, il Palatium del Campidoglio era già perito e diventato argomento di mito; il Palatium di Ottaviano, abitazione di Benzone, era una parte del convento di Araceli, costruito su ruderi antichi; finalmente il Palatium dei Senatori esisteva veramente, ed è il solo che noi possiamo determinare, essere stato il palazzo senatorio del medio evo. Delle ruine di monumenti antichi, su cui l’occhio si posava nel Campidoglio, non v’erano le più poderose degli avanzi (oggidì ancora sì mirabili) dell’antico archivio di Stato ossia del così detto Tabularium del tempo republicano, colle loro gigantesche muraglie costruite in peperino, coi loro magnifici portici e colle camere fatte a vôlta. L’erudito, che nel secolo duodecimo descrisse la Città, e nella breve enumerazione de’ suoi colli tenne nota, per rispetto al Campidoglio, soltanto del Palatium dei Senatori, non potè intendere di specificare con questo nome altra cosa fuor di quel grande edificio. Alla vista di un’opera tanto meravigliosa, la fantasia del popolo poteva farsi l’idea che ivi avessero abitato i Consoli od i Senatori antichi; e la nobiltà del secolo duodecimo, oltre alla chiesa di Araceli, non trovava luogo più opportuno di quello alle sue tornate, nè uno più acconcio trovonne il popolo allorquando restituì in vita il Senato. Laonde noi pensiamo che fin d’allora il così detto Tabularium (che diventò più tardi il vero palazzo senatorio) fosse composto, come chiedeva il bisogno, a quell’uopo: ivi fu dove nell’anno 1143 risorse l’ombra della Republica romana, librandosi a volo con fantastiche forme sopra que’ ruderi; ed essa medesima non altro era che leggenda o visione dell’antichità, la cui ricordanza scaldava i petti dei fiacchi nepoti[574].
§ 3.
Arnaldo da Brescia. — Sua vita prima; sue relazioni con Abelardo. — Dottrina di lui sulla secolarizzazione degli Stati ecclesiastici. — Il Papa lo condanna. — Fugge e scompare. — Celestino II. — Lucio II. — Il Papa e i Consoli combattono contro il Senato. — Giordano Pierleone, patrizio. — L’êra senatoria. — Lucio II e Corrado III. — Fine sventurata di Lucio II.
La restaurazione del Senato non fu assolutamente un fantasima, fu un fatto di verità, e pei Romani del medio evo glorioso tanto, quanto pei loro antenati era stata la secessione sul monte Sacro. Un celebre riformatore vissuto a questo tempo, Arnaldo da Brescia, è a torto considerato come eroe maggiore di una rivoluzione, la quale doveva necessariamente avvenire, causa gli impulsi che agitavano nell’universale quella età, causa poi le condizioni particolari di Roma. Far cadere il despotismo de’ nobili, torre al clero i suoi possedimenti di terre, strappare al Papa il principato, trasferire nel Comune popolare i diritti sovrani di quello: tali erano gli intendimenti storici del tempo, chiari tanto da non abbisognare che uomo alcuno gli insegnasse con precetti di dottrina. Da dopo la controversia delle investiture la cittadinanza media aveva combattuto contro il sistema feudale laico e ecclesiastico; l’amore appassionato di libertà che ferveva nelle Republiche italiche aveva divorato il feudalismo dell’antico Impero franco, e il soffio della ragione critica degli eretici commoveva la morta gora della scienza monacale. Però insania massima sarebbe, voler affermare che il secolo duodecimo coltivasse l’intento (assumendolo ad altezza di principio) di distruggere la feudalità, o pretendere che demagogo alcuno di quell’età sognasse formare di Europa una republica federale[575].
Taluno, ignaro dell’indole del medio evo, attribuì siffatte idee ad Arnaldo da Brescia, il quale per fermo ha esercitato una grande influenza in qualche cerchia della vita politica di allora. Arnaldo, Abelardo, san Bernardo sono contemporanei insigni, e attori di un grande dramma che s’agitò nella storia della civiltà. Tosto che sorsero le giovani democrazie, ancor dubbiose e mal secure di sè, ancora avvolte nell’ombra della Chiesa e dell’Impero, era destino che pur sorgesse precisamente in Lombardia un uomo tale quale Arnaldo fu, amatore sviscerato delle pratiche libertà cittadine, demagogo e tribuno di popolo: e tuttavia egli vestì la tonaca di frate, perciocchè il suo spirito severo vagheggiasse l’idealità di mondare la Chiesa dalle cose secolaresche che la traviavano fuor del suo sentiero, e di rinnovare l’insegnamento antico del Cristianesimo. Abelardo eretico in filosofia, Arnaldo eretico in politica, si trovavano d’accordo colla cittadinanza che veniva conquistando le sue libertà. Dopo le tetre persone degli eroi che ebbero combattuto per la onnipotenza dogmatica, dopo Papi come Gregorio, dopo Imperatori come Enrico, ricrea l’animo veder sorgere martiri di libertà che sollevano nelle loro mani il vessillo di più generose idee umane, e brandiscono l’arma incruenta, ma potentissima, del libero esame e del libero volere.
Assai buia è la vita di Arnaldo: nato a Brescia in sul principio del secolo decimosecondo, emigrò giovinetto e cherico in Francia, vi studiò dialettica e teologia avendo Abelardo a maestro, e per alcuni anni gli fu compagno. Tornato a Brescia egli si fece canonico regolare, e poi prese parte con gran fervore alla lotta che i cittadini combattevano contro il loro vescovo Manfredo. I consoli Rebaldo e Persico erano guidatori del popolo, e l’animo ardente di Arnaldo, tutto ispirato alle dottrine dei Paterini, lo seppe infiammare con discorsi nei quali flagellava la vita secolaresca onde il Papa ed i Vescovi contraddicevano alla dottrina apostolica. Poneva per canone, essere non cristiana cosa che il clero possedesse terre; diceva ogni podestà civile competere a’ Principi ed alle Republiche; il clero doversi ridur nuovamente a vivere di decime. Si ripeterono gli avvenimenti di Milano, e l’accalorato orator popolare faceva ricordare la persona di Arialdo, sebbene di questo egli non seguisse l’indirizzo. Invero anche adesso il clero era corrotto tanto, da parere che infruttuosamente Gregorio VII fosse venuto al mondo. La lunga controversia delle investiture, e scismi e fazioni nei quali Vescovi avevano combattuto contro Vescovi, or parteggiando per Roma, or per Germania, avevano educato i prelati a tal costume fiero, che mancano parole atte a descriverlo. Chi cercasse argomento di satira, udendo le querimonie dei santi di quell’età, potrebbe chiedere motteggiando in che avessero consistito le riforme per le quali un secolo intiero s’era andato travagliando, se san Bernardo o sant’Anselmo, ancor nell’anno 1140, erano costretti a torre a prestito dal Damiani i più vivi colori per dipingere i vizî dei preti. «Potessi almeno», sclamava l’Abate di Chiaravalle, «potessi prima di morire, veder la Chiesa qual fu ai tempi antichi, allora che gli Apostoli gettavano le loro reti, non per pigliar oro o argento, ma per far presa di anime!»[576]
Da lunghissimo tempo gli uomini di chiaro intelletto avevano capito in che stesse la radice di cosiffatti mali; non Concilî, nè istituzioni di ordini monastici potevano esserne medicina che li guarisse; ogni rimedio di salute si compendiava in poche parole: dimettessero i Vescovi i loro possedimenti temporali. La scoperta di questo grande principio fu uno dei risultamenti delle lotte avvenute per ragion delle investiture, e benanco un Papa, messo alle strette da massime necessità, lo aveva tradotto in un suo decreto. Arnaldo da Brescia fece sua la idea di Pasquale II, e arditamente andò predicandola per le strade di libere città con discorsi attinti all’indole del suo tempo e del popolo. In ciò stette il progresso che in pratica aveva fatto quella disputa antica, perocchè dalle aule regie fosse essa trapassata nelle curie civiche e discesa nelle piazze.
Grandi assai erano i passi che la società umana aveva fatto nel suo cammino, grazie massimamente alle lotte dello Stato contro la gerarchia della Chiesa gregoriana; il commovimento politico e sociale de’ popoli; l’impulso che svegliava a vita le industrie, i traffici, la scienza; l’amore che tornava a fervere per l’antichità classica, trascinarono tutt’a un tratto il mondo in un antagonismo acerbo colla Chiesa romana; e i Romani, che nel secolo duodecimo combatterono il dominio temporale dei Papi, ne giudicarono chiaramente e con eguale fermezza di quello che ai dì nostri fecero i loro nepoti.
L’eco delle dottrine di Arnaldo risonò possente in Lombardia e a Roma, avvegnaddio ciò ch’ei predicava, la secolarizzazione degli Stati ecclesiastici, fosse un bisogno sentito da quell’età[577]. Ma il popolo di Brescia non sempre con buona fortuna combattè le forze associate del clero e dei capitani; Manfredo denunciava innanzi al concilio lateranense i principî sovversivi di Arnaldo, e Innocenzo II, comprendendo di che danno potessero esserne le conseguenze per Roma (dove la parte republicana non aspettava che l’opportunità propizia per prorompere), condannò Arnaldo come eretico, e gli impose silenzio: ciò avvenne nell’anno 1139[578]. Cacciato di Brescia, il frate andò ad Abelardo, il quale nella primavera dell’anno 1140 si proponeva di vincere il mistico Bernardo in una disputazione scolastica che dovevasi sostenere a Sens. Quivi Arnaldo difese in publico il suo maestro, onde si vide poi involto anch’egli nella inquisizione che contro di quello si instituì. La condanna del Concilio romano lo aveva messo in rinomanza, la sua amicizia con Abelardo lo rendeva ancor più odiato al clero, e Bernardo adesso si armava delle armi della disciplina per ischiacciarlo. Eppure v’erano alcuni punti nei quali anche il Santo si trovava d’accordo col suo abborrito nemico; chè, con veemenza non minore di quella del demagogo bresciano, Bernardo flagellava i vizî mondani dei Vescovi, e, nel suo libro «De Consideratione», chiariva ad un Papa discepolo suo, di essere anch’egli fermamente avverso allo stato politico del clero. Egli poneva a fondamento delle sue dottrine evangeliche quel motto dell’Apostolo che dice: Chi serve il Signore non può impacciarsi di brighe secolaresche. E rammentava al Pontefice che la sua dignità era un officio religioso non un principato; che gli faceva mestieri maneggiare il sarchio del coltivatore, non impugnare lo scettro di re; che il dominio suo forse era di diritto mondano, ma non di diritto apostolico, perocchè agli Apostoli fosse stata interdetta qualsiasi dominazione. E ispirato ai sentimenti del Cristianesimo antico, lamentava che Vescovi e Papi con mondano orgoglio pompeggiassero vestiti di seta e di porpora e d’oro, tutte cose che Pietro santo non aveva saputo di che colore fossero fatte; e finalmente diceva al Papa che, con quell’abito secolaresco in dosso, non di Pietro era successore ma di Costantino[579]. Se il Santo perseguitò un riformatore di costume illibatissimo, di cui non poteva condannare ma approvare doveva le idee sulla signoria temporale del clero, ciò avvenne perchè Arnaldo non quella soltanto combatteva, ma altresì l’autorità della cattedra romana e la gerarchia gregoriana; perciò Bernardo lo teneva in conto di eretico degno di abbominazione. Il grande Abate deplorava che la Chiesa, giglio purissimo in mezzo alle spine, fosse tutta attorniata da settarî, e che pur mo strappata alle zanne del leone (Pierleone), fosse incappata negli ugnoli del dragone (Abelardo). Scrisse dunque Bernardo al Papa, dicendogli che Arnaldo era l’armigero di Abelardo, novello Golia, ed entrambi accusò di eresia[580]. Il Papa comandò che si chiudessero in un convento; l’amico di Eloisa, infiacchito e stanco della vita, trovò un asilo cui ricoverarsi in pace, si riconciliò colla Chiesa, e due anni dopo morì tranquillamente a Cluny[581]; laddove Arnaldo, dotato di più viril tempra, ardito e d’indole battagliera e pronta ad operare, rimase in Parigi da professore di teologia, continuandovi a combattere la correzione del clero. Ma le instanze di san Bernardo tanto commossero il re di Francia, che, dietro un suo comando, l’eretico dovette lasciare Parigi[582]. Arnaldo fuggì traendo pel mondo una vita randagia. L’ostello che lo raccolse fu la piccola Zurigo, la quale perciò, quattrocent’anni prima dell’età di Zuinglio, ne conseguì un bel titolo alla riconoscenza degli uomini amanti del libero pensiero. L’Abate di Chiaravalle chiese al metropolita di Costanza che prendesse l’eretico, e lo tenesse prigione; però nella sua lettera piena di unzione dovette confessare che Arnaldo conduceva vita costumata e severa, ed era «uomo», per dirla colle sue parole, «che non mangia, nè beve, ma in compagnia del demonio patisce fame, nè d’altro ha sete che del sangue delle anime»[583].
Il tribolato trovò protezione ancor più potente presso il cardinale Guido, che era allora legato in Alemagna, avvegnachè questo culto prelato fosse stato un tempo suo condiscepolo a Parigi. Lo ricoverò egli a Costanza od anche in Zurigo stesso, fino a che l’infaticabile uomo, che dalla rupe di san Pietro spiava i passi degli eretici, scrisse incollerito anche a Guido: «Arnaldo da Brescia», diceva, «la cui parola è mele, ma la dottrina è veleno, che ha di colomba il capo ma di scorpione il pungiglione, l’uomo cui Brescia vomitò, Roma abborrì, Francia cacciò, Germania maledisse e Italia si rifiuta d’accorre, quell’uomo (così si narra) trovasi appo te: bada che questo non nuoca alla dignità del tuo officio; farsi benevolo a lui è lo stesso che contraddire al comando del Papa e di Dio»[584]. Non sappiamo che effetto producesse questa esortazione; ignoriamo se Arnaldo andasse nuovamente errando, forse nelle silenziose vallate delle Alpi, nido di mistici Catari, oppure se a lungo continuasse a guadagnarsi il pane da maestro di scolastica a Zurigo, ovvero se si celasse in Alemagna: fatto è che per alcuni anni egli sparisce di vista, finchè tutt’a un tratto ricompare in mezzo ai Republicani di Roma[585].
Frattanto alla cattedra di san Pietro saliva Guido di Castello, cardinale, probabilmente altr’uomo dal Guido legato, che fu patrono di Arnaldo: era quegli fornito di non comune cultura, e lo dimostra l’onorifico titolo di Magister che Guido aveva conseguito in Francia[586]. Addì 26 Settembre 1143, ascendeva egli dunque alla santa Sede con nome di Celestino II, ma il suo pontificato durava cinque soli mesi; e poichè si nota che morì nel Palladio, è facil cosa che neppur egli stesse coi Romani in buona concordia, ed anzi che fosse costretto, duranti violente battaglie, a porsi sotto la protezione dei Frangipani[587].
Addì 12 di Marzo, con nome di Lucio II, gli succedette Gerardo Caccianemici di Bologna, che era stato un tempo cancelliere di Innocenzo. Breve e sventurato fu il reggimento di lui, che cadde vittima della rivoluzione. Mentre il nuovo Comune andava nel Campidoglio costituendosi in mezzo a lotte sanguinose, il mal consigliato Pontefice si gettò fra le braccia dei suoi grandi feudatarî, e cercò benanco l’ajuto dei Re di Sicilia, di cui nei tempi andati era stato amico. Rogero I, che omai con Celestino II aveva appiccato controversia pei diritti d’investitura concessigli da Innocenzo II, volle con Lucio aggiustarsi; s’abboccarono insieme a Ceperano, ma invece d’intendersi vennero a dissenso: allora il Re comandò a suo figlio di entrare nel Lazio, ed il Papa fu costretto a conchiudere un trattato, nel quale Rogero da canto suo s’impegnò di dargli soccorso contro a’ Romani[588]. Coll’ajuto del Re e dei nobili sperò Lucio di abbattere il Comune di Roma, chè quasi tutti i Consoli si posero dalla sua banda, avvegnaddio comprendessero che, caduto lo Stato ecclesiastico, il Comune s’avrebbe preso anche i loro feudi. Da allora in poi le nobili famiglie patrizie formarono una parte Guelfa contro al popolo; financo i Frangipani, capi antichi della fazione tedesca, fecero lega col Papa; e un documento dimostra in qual modo Lucio II abbia tentato di guadagnare alla sua causa questa famiglia. Con frasi adulatrici lodandone la fedeltà, egli raccomandò alla guardia di essa il Circo Massimo; i Frangipani raccolsero quel monumento entro la cerchia della rocca che possedevano sul Palatino, e così, oltre al Circo, tennero in loro mano il Colosseo, il Septizonio, gli archi di Tito e di Costantino, omai muniti da torrioni elevati, il Janus Quadrifrons, e altre torri della Città[589].
Premuto di angustie, il Comune cercò frattanto di dare maggior nerbo a sè stesso, ed a capo della Republica innalzò un Patrizio. Conseguì tale dignità Giordano Pierleone, uno de’ fratelli di Anacleto antipapa, solo della sua famiglia che per ambizione o per diversi motivi avesse sposato la causa del popolo. Perciò il Comune di Roma non andò imitando altre città; non si diede dei Consoli, perciocchè questo titolo fosse essenzialmente aristocratico, e i maggiorenti avversarî suoi continuassero a fregiarsene. Da altro canto, poichè allora non v’era Imperatore alcuno, neppure il Patrizio poteva aver sembianza di vicario di questo, e la parte popolare, come prudenza politica richiedeva, accettava l’alta signoria del Re romano. La prima costituzione della Città fu raffermata sotto di Giordano Pierleone nell’anno 1144, e da quella si cominciò a contare l’êra senatoria[590]. Fu allora che il Comune decretò, essere il Pontefice decaduto dalle cose temporali, poichè gli fe’ richiesta che dimettesse tutti i suoi diritti di principato nelle mani del Patrizio, e vivesse di decime ovvero di una pensione che gli avrebbe pagato lo Stato[591]. La Città rinnovò il tentativo di detronizzare il Papa, sì come era avvenuto a’ tempi di Alberico, e un siffatto tentativo da allora in poi essa andò ripetendo spessissime volte, fino al trionfo che se n’ebbe riportato ai dì nostri. Non è egli vero che Roma può dirittamente chiamarsi città eterna, dappoichè le sue sorti rimasero così immutabilmente le stesse?
Nelle sue distrette Lucio II si rivolse per ajuto a Corrado III re romano, con cui la grande famiglia degli Hohenstaufen era salita al trono di Alemagna, nel giorno 22 Febbrajo del 1138. Anche i Romani mossero instanze a Corrado affinchè accettasse la loro Republica; ma egli neanche rispose loro, forse perchè teneva ancora il broncio alle città d’Italia che lo avevano così obbrobriosamente abbandonato, allorchè da antirè era venuto combattendo contro di Lotario. Quanto ai legati del Papa, i quali gli chiesero che confermasse alla Chiesa il suo Stato, gli accolse con molte finezze, ma lasciò che l’Italia e Roma provvedessero come potevano a sè medesime.
Lucio II volle fare uno sforzo disperato di riconquistarsi la sua podestà civile: e allora si vide un Papa, da pari di Brenno o di Vitellio, assediare il Campidoglio e darvi assalto; ma i Senatori del medio evo, alla cui fantasia accesa avrà forse paruto di vedere le ombre degli antichi sorgere dalle ruine del Tarpeo, lo difesero con eguale valore de’ loro antenati. Un fiero colpo di sasso stese a terra ferito il Vicario di Cristo, ond’è che la storia associa a Manlio ed a Gracco eziandio un Pontefice che cadde bagnato nel suo sangue sul clivo capitolino.
Pochi dì dopo, ai 15 Febbrajo 1145, Lucio II morì nel convento di san Gregorio sul Celio, dove lo si aveva trasportato[592].
§ 4.
Eugenio III. — Fugge la prima volta da Roma. — Si abolisce l’officio della Prefettura. — Arnaldo da Brescia. — È costituito l’ordine de’ cavalieri. — Influenza che gli avvenimenti di Roma esercitano sulle città di provincia. — Eugenio III accetta la Republica. — Indole della costituzione civica romana. — Seconda fuga di Eugenio. — Il popolo combatte contro la nobiltà. — Il clero inferiore si ribella contro ai maggiorenti ecclesiastici. — San Bernardo scrive lettere a’ Romani. — Attenenze di Corrado III con Roma. — Eugenio III a Tusculo.
I Cardinali si raccolsero paurosamente nella chiesa di san Cesario, e, con voto concorde, a papa elessero Bernardo, abate di santo Anastasio ad Aquas Salvias: così le idee del Santo di Chiaravalle vennero con quel discepolo suo a prender possedimento della cattedra pontificia. Bernardo di Pisa non era uomo di genio; lo stesso maestro di lui in sulle prime sentì rossore e dispetto che in tempi tanto fortunosi si avesse posto un frate semplicetto sul trono della Cristianità. Però può darsi che gli elettori avessero scoperto in lui sufficiente intelligenza ed energia di volere; la grazia soccorritrice di Dio (così dissero gli amici suoi) infuse al semplice fortezza di spirito, dolcezza, eloquenza; e il maestro santo intitolò al suo timido discepolo, cui adesso con vera abnegazione baciava i piedi apostolici, l’aureo libricciuolo De Consideratione, che oggidì ancora è il più utile catechismo de’ Papi, se vogliano reggere il loro officio con umiltà e con prudenza[593].
I Senatori impedirono al neo-eletto Papa la via del san Pietro, dove avrebbe dovuto essere consecrato, e gli domandarono che rinunciasse alla podestà civile ed accettasse la Republica. Roma tumultuava in armi; al terzo giorno dopo della sua elezione il Papa fuggì, e si ricoverò nel castello di Monticelli nel Sabinate, dove lo seguirono i Cardinali: mossero indi tutti a Farfa, ed Eugenio III vi fu consecrato nel Febbrajo dell’anno 1145.
Egli pose sua residenza a Viterbo, dove rimase otto mesi, mentre Roma era turbata da fierissime zuffe. Si saccheggiavano e si ruinavano palazzi e torri dei maggiorenti e dei Cardinali, la plebaglia s’abbandonava ad eccessi di ferocia, perfino s’aggredivano pellegrini, e il san Pietro era nuovamente munito con macchine di guerra[594]. Adesso il reggimento popolare abolì eziandio la Prefettura urbana; e poichè quest’officio rappresentava in Roma la podestà imperiale, l’abolizione sua non poteva esser d’altro indizio fuor di questo, che i Romani, irritati dello sprezzo di Corrado, minacciavano di sciorsi dai vincoli dell’Impero. Soltanto il Patrizio doveva rappresentare la maestà del popolo romano, laonde si cacciarono tutti i nobili che a lui rifiutarono reverenza[595].
Giusto adesso venne a Roma Arnaldo, uscendo del suo oscuro esilio. Se si voglia prestar fede a quel che asserisce l’Autore della Historia Pontificalis, egli sarebbe tornato in Italia dopo la morte di Innocenzo II, e avrebbe fatto sottomissione alla Chiesa e a papa Eugenio in Viterbo, giurandogli solennemente obbedienza, e dappoi sarebbe andato a Roma, per visitarvi i luoghi sacri, in atto di penitenza. Nulla di tutto questo dice Ottone di Frisinga, il quale però afferma, esser venuto Arnaldo a Roma nei primordî del pontificato di Eugenio III. Ve lo attraeva certamente l’avvenuta mutazione di cose; amici suoi lo esortavano affinchè dedicasse la sua opera alla causa del popolo, ed egli accorreva tutto fervore per mandare ad effetto la sua idea sociale, mercè la distruzione del dominio temporale. Cosa non v’era che più potesse allettarlo della fondazione del Comune romano; se a questo riusciva fatto di torre al Pontefice la podestà civile, la sarebbe stata finita anche per tutti gli altri principati ecclesiastici, e l’umana società si sarebbe riaccostata alle condizioni democratiche della Chiesa primitiva, ch’era stata estranea alle cose politiche. Ei doveva pertanto essere còmpito massimo di Arnaldo erigere in Roma una Republica sopra fondamenta di costituzione municipale; sennonchè, sventuratamente una fitta tenebra ravvolge quello ch’egli abbia operato. Forse la avvedutezza pratica del Lombardo si smarrì in mezzo ai ruderi di Roma, e si immerse troppo profondamente in tradizioni antiche. Lo studio rinascente della legislazione giustinianea si associava con monumenti e con reminiscenze tali, che tenevano serrati i Romani entro un circolo magico, donde non era loro fattibile di uscire. E laddove le altre democrazie ottenevano uno svolgimento conforme all’ordine naturale delle cose, i Romani si davano gran faccenda di restaurare ruine, e si perdevano in sogni di dominazione universale. Arnaldo stesso dava loro consiglio di riedificare il Campidoglio, di rinnovare l’antico ordine senatorio e financo la classe de’ cavalieri: tuttavolta nella fondazione di un cotale ordine equestre non puossi ravvisare cosa alcuna che avesse del fantastico; anche altre città creavano allora cavalieri, e intendimento di Arnaldo si era di raccozzare una nobiltà minore, amica del popolo, per contrapporla come forza d’armi all’aristocrazia de’ Consoli e de’ Capitani[596].
Eugenio III frattanto raccoglieva a Viterbo i vassalli della Chiesa, chè la maggior parte dei Conti della Campagna erano ostili alla Città, cui nessun vincolo li congiungeva. In alcune città risiedevano ancora, fino dal tempo antico, de’ Comites; altre erano governate da delegati del Papa, che si fregiavano del titolo romano di Presidi e di Rettori; e Roma intendeva a soggiogare Conti e città di provincia, in pari guisa che Milano ed altre Republiche sottomettevano al loro dominio le terre di loro vicinato. A propria volta le città pontificie pretendevano conquistarsi anch’esse libertà, ma pochissime di loro avevano forza bastante per imitare l’esempio di Roma; ebbela Corneto, dove nell’anno 1144 trovasi eretto un Comune con suoi Consoli[597]. Eziandio i nobili della provincia cercavano di ottenere independenza, in quello che il Senato romano faceva tutti gli sforzi per costringerli a ricevere l’investitura feudale in Campidoglio anzi che in Laterano, ad abitare nella Città ossequienti alle leggi della Republica, o, se non altro, a riverire quest’ultima. Eugenio III potè prestamente raccogliere molti vassalli che a Narni gli avevano prestato omaggio, potè unirli insieme cogli acerbi nemici di Roma, i Tivolesi, e farli muovere contro la Città, dove in pari tempo il partito pontificio combatteva contro al Senato[598]. Può darsi che esercitasse influenza altresì la scomunica da lui scagliata contro Giordano patrizio; fatto è che, finalmente stancatosi, il popolo chiese che tornasse il Papa, cui prestar voleva omaggio[599]. Aderì Eugenio accortamente ad un aggiustamento, poichè forse ei diceva a sè stesso, meglio essere per lui di ridurre la Republica romana sotto l’autorità della santa Sede, anzichè l’Imperatore la raccogliesse sotto la sua. Fu in conseguenza di ciò che i Romani disfecero il Patrizio, riposero in officio il Prefetto, e rinnovarono la reverenza alla signoria suprema del Papa, mentre questi accondiscendeva che il Comune continuasse ad esistere sotto la investitura sua. Così, innanzi al giorno di Natale dell’anno 1145, Eugenio III potè fare la sua entrata in Laterano[600].
Il Comune civico aveva strappato al Papa la sua approvazione, e questi per propria parte aveva conservato il principio della sua signoria, perocchè dal Pontefice il Senato ricevesse la investitura[601]. Nondimeno quel simulacro meraviglioso de’ vecchi tempi non era romano che di nome; l’indole sua era nuova. L’antichissimo documento che conserviamo degli Acta Senatus del medio evo su venticinque Senatori ci dà quasi tutti nomi di cittadini mediocri, che nei tempi passati appena notammo in questa nostra Istoria; fra essi v’ha perfino uno di professione pittore[602]. Il ceto medio, che adesso per la prima volta otteneva preponderanza, dava al Senato un’impronta plebea, quantunque fin da allora molti nobili fossero entrati a far parte del Comune. Ad ogni anno, nel mese di Settembre o in quello di Novembre, rieleggevasi il Senato; e probabilmente quest’elezione si faceva alla presenza di legati pontificî forniti di pieni poteri. Ignoto è il numero di membri che in origine lo componessero, ed anche più tardi fu variabile; tuttavia, siccome tosto dopo l’anno 1144 fu assunto per norma il numero di cinquantasei Senatori, se ne chiarisce che Roma fosse, come ne’ tempi antichi, divisa in quattordici circondarî, per ciascuno de’ quali si eleggevano quattro Senatori, laonde il Senato era tratto dai quattordici gonfaloni ossiano Regioni[603]. Il Senato completo formava il maggior Consiglio o Consistorium, e una giunta di Consiliatores, ossiano procuratori della Republica, era posta alla sua testa. Consiliatori troviamo a Genova e a Pisa in qualità di consiglio aggiunto a’ Consoli, ma in Roma, mentre il Senato teneva il potere legislativo, eglino avevano la podestà esecutiva da Consiglio supremo di governo; erano eletti d’infra i Senatori, e si mutavano di carica parecchie volte all’anno[604]. I Consiliatores e il Consistorium formavano dunque il Consiglio minore e quello maggiore, e tutti i cittadini liberi ed elettori del Senato costituivano il comizio popolare, che si congregava in Campidoglio per approvare le deliberazioni, e per udire la relazione che rendevano i magistrati uscenti d’officio. Difficil cosa è poter dire quali redditi possedesse il Senato e quali regalie esso si prendesse. Fin da allora ei convien dire che avesse tolto al Papa il diritto di zecca, laonde, dopo un’interruzione di lunghi secoli, per le mani de’ Romani tornavano a correre denari d’argento, sui quali era inscritta la leggenda antica Senatus Populusque Romanus; però adesso vi si vedeva impressa l’effigie di un Apostolo colle parole: «Principe de’ Romani»[605].
Al Senato spettava la giustizia nelle cose civili; ma la corte giudiziaria Capitolina (Curia Senatus), composta di Senatori e di uomini periti nel diritto, si riuniva spesso in comune coi tribunali ordinarî pontificî, perciocchè, in qualità di «assessori», raccogliesse nel suo grembo i giudici Palatini e i Dativi, e in parecchi Placita si trovino accoppiati insieme gli ordini giudiziarî del Senato e del Papa. E il Senato tentò di trarre alla competenza del suo tribunale, al Forum Senatorium, anche i negozî civili di natura ecclesiastica, nei quali cioè, attori o convenuti fossero preti, ma contro a questo intendimento i Pontefici si opposero con gran gagliardia[606]. Infatti, oltre al Senato, continuava ad esistere la Curia papale, e in litigî di chiese trovansi pur sempre i Placita che essa pronunciava, tolta qualsiasi dependenza dagli ordini giudiziarî del Senato: e delle sentenze di questo i partiti spesse volte appellavano al Papa, come per altro verso delle sentenze pontificie ricorrevano al Senato[607]. Sono questi i punti cardinali della costituzione che allora i Romani si diedero: ed essa torna ad onore della loro energica operosità cittadina, perocchè, sebbene in via di principio riverissero la signoria suprema del Papa, tuttavolta eglino affermarono la loro autonomia politica; Roma quindi in poi diventò di diritto una Republica che si governava a forme democratiche, e imprendeva guerre, e stipulava paci senza darsi mente d’interpellare la volontà del Papa.
Tuttavolta, il trattato conchiuso con Eugenio III non acchetò il profondo commovimento che ribolliva nella Città e nel territorio suo. Nobili e clero miravano astiosamente il Senato che cercava di estendere la sua autorità sopra tutta la Campagna. Tivoli dava occasione di tumulti nuovi; i Romani domandavano che quella città si smantellasse, e il Papa messo fra l’uscio e il muro tollerava che si abbattessero i suoi bastioni, ma neppur questo bastava ai Romani. Eugenio III si sottrasse ai suoi tribolatori, ricoverandosi nel Transtevere, ossia nel castel Sant’Angelo, che i Pierleoni tenevano del continuo in loro mano. Nauseato della vita, anch’egli come Gelasio, lamentava le angustie che gli conveniva sopportare, e colle parole di san Bernardo deplorava che in Roma il pastore fosse destinato a pascere non già le agnelle di san Pietro, ma lupi, draghi e scorpioni. Nella primavera dell’anno 1146 se la battè a Viterbo, indi a Pisa; e per Lombardia, nel Marzo del 1147, se ne andò a Francia, dove re Luigi stava armandosi per la seconda Crociata[608].
Eugenio III fuggì di sua volontà, non fu cacciato con violenza d’armi; e invero i Romani, anche durante l’assenza di lui, che durò due anni, continuarono ad osservare i patti con lui stipulati, e considerarono il Senato come investito del suo officio dal Pontefice[609]. Sennonchè eglino si sentivano adesso libere affatto le mani; diedero tosto assalto a Tivoli, e la punirono col supplizio di molti cittadini[610]. Roma, per via del suo Senato, pareva tornata ai suoi vetusti tempi, ed eziandio sembravalo per le guerre che adesso come allora moveva contro a terre latine e tusche, le quali di bel nuovo facevano fra sè lega contro la Città: e adesso anche la grande nobiltà dava l’assalto a parecchi patrimonî della Chiesa, tanto per uscirne pari di danni; ognuno rubacchiava tutto quanto gli capitava sotto mano[611]. Lo Stato ecclesiastico si frastagliava in piccole baronie, che, ostili in egual tempo al Papa e al Senato, indebolivano l’autonomia di Roma, o ne le mettevano impedimento. Quei tirannetti della nobiltà facevano alto e basso massimamente nel Lazio, sventurato paese dove non erano ricchi Comuni, come nella Tuscia e nell’Umbria, che loro opponessero un contrappeso. Così la forza del popolo romano si estenuava nella lotta contro città e contro Capitani, in quello che Roma stessa era dilaniata da guerra interiore. Qui Giordano Pierleone, da gonfaloniere, teneva in mano sua la podestà cittadina, e Arnaldo da Brescia metteva la sua facondia a servigio della Republica, perciocchè paja che egli approfittasse massimamente dell’assenza di Eugenio per predicare ai Romani le sue nobili dottrine. Un uomo vestito di tonaca monastica, pallido e scarno da’ digiuni, posava come un fantasima sui ruderi del Campidoglio, e arringava i Patres Conscripti in quel luogo medesimo, di dove un tempo avevano tenuto discorso Senatori crapuloni, padroni di cento ville e di cento palazzi: e il suo fervido parlare, la cui sostanza era un miscuglio attinto dai Padri ecclesiastici e da Virgilio, dai Codici di Giustiniano e dalla Bibbia, risonava in un corrotto latino, lingua rustica o contadinesca. Se l’avessero udito, quell’eloquio avrebbe messo raccapriccio a Cicerone e a Varrone, eppure, un secolo più tardi, Virgilio doveva con ammirazione ascoltarlo nel linguaggio della «Divina Commedia». Arnaldo inveiva coraggiosamente contro i vizî dei Cardinali, che il tempio del Signore avevano tramutato in una bottega da cambî, in una spelonca di ladri, mentre lo stesso Papa (diceva) si era fatto uomo rapace e sanguinario, tiranno delle chiese, oppressore dell’innocenza: e protestava non dover più i Romani tollerare fra di sè una gente, la quale non mirava ad altro, che a porre in servitù la città di Roma, sede dell’Impero e sorgente della libertà[612].
Parimente come la nobiltà minore era entrata nel Comune, sì anche il clero inferiore s’inspirava alle idee democratiche dell’eguaglianza dei preti, sì come Arnaldo gli andava predicando. Da ogni banda e in tutti i modi possibili si assaliva la gerarchia Gregoriana, e vi si contrapponeva l’esemplare del Cristianesimo primitivo, da lunga pezza traboccato in ruina. Il chericato delle chiese minori si ribellava contro l’aristocrazia de’ Cardinali, i quali (al paro della grande nobiltà, delle cui famiglie spesse volte uscivano) possedevano nella Città palagi turriti, ed erano avvezzi a tener vita con splendidezze da principi. Eugenio fu spaventato delle conseguenze di questo inaudito commovimento, e perciò indirizzò una lettera al clero di Roma[613].
Mentre Arnaldo, i cui aderenti si chiamavano la setta dei Lombardi, infiammava popolo e minor clero per la democrazia, Bernardo, il suo vecchio avversario, era tutto in faccenda per ismorzare quell’incendio. Il Santo avrebbe dovuto andarne grato ai Romani che mettevano in pratica le sue dottrine, ond’egli, togliendo a modello l’insegnamento antico del Cristianesimo, aveva protestato male acconciarsi ai Vescovi la signoria politica; sennonchè il Santo, per quanto pur gli tornassero indifferenti le forme del governo, difficilmente poteva formarsi della città di Roma idea diversa da ciò che ella fosse possedimento legittimo del Papa. Dopo la seconda fuga di Eugenio, scrisse Bernardo a’ Romani; chiese indulgenza all’«illustre e preclaro» popolo, se egli, ometto dappoco, osava indirizzargli lettere, ma protestò (parimenti come oggidì non v’ha Vescovo alcuno che non protesti egualmente), che la violenza fatta al Pontefice offendeva tutto il mondo cattolico. «I padri vostri», diceva, «hanno sottomesso alla Città il mondo, ma voi volete farne la favola del mondo. Avete espulso il Papato fuori della Città; ma non vedete che Roma ne diverrà un tronco senza testa, una faccia orbata degli occhi? Pecorelle smarrite, tornate al vostro pastore, al vostro Vescovo! Illustre città di eroi, torna a riconciliarti con Pietro e con Paolo, tuoi principi veri»[614]. Così con acerbezza, ma con diplomatico rispetto del nome di Roma, parlava a quest’occasione il Santo; peraltro, dentro dell’animo, disprezzava i Romani; e infatti, altrove sbozzandone il ritratto, quell’«illustre» popolo appellava superbo, avaro, vano, sedizioso, inumano, falso. «Hanno gran parolone, ma ad opere son piccini. Promettono tutto, e mantengono nulla. Ti adulano con discorsi melati, ma sono calunniatori pungenti; in una parola, traditori indegni»[615].
Eugenio III non doveva andar riconoscente al Santo, maestro suo, di ciò che in altri tempi gli aveva dovuto gratitudine Innocenzo II; e neppur in Corrado trovò il Papa un Lotario. Da ambe le parti si chiedeva al Re che venisse a Roma; entrambe adoperavano lo stesso motto: venisse Cesare a torsi quello che era di Cesare; però diversi ne erano i significati e l’intenzione[616]. Corrado III era trattenuto lungi d’Italia dalla malaugurata Crociata, cui indotto lo avevano le instanze e le false profezie del santo Abate, ma allorchè, sul principio dell’anno 1149, ebbe, per la via di Aquileja, fatto ritorno in patria, decise di muovere a Roma. Ve lo chiamava urgentemente l’alleanza di Rogero col ribelle Guelfo duca di Baviera, in quello che d’altro canto Rogero, memore delle vittorie di Lotario, metteva ogni molla in moto per tenerlo lontano[617]. Corrado aveva stretto lega con Emanuele imperatore greco, e i Pisani anche stavolta dovevano prestare il loro naviglio: per lo contrario il Papa aveva da Sicilia bisogno di ajuto contro ai Romani, e temeva che Corrado accettasse il trattato che questi ripetute volte erano andati offerendogli.
Reduce di Francia nel Giugno del 1148, Eugenio, verso la fine di quest’anno, si recò primamente a Viterbo, contro cui i Romani avevano di già intrapreso delle spedizioni guerresche; indi, sull’incominciamento del 1149, venne nelle vicinanze di Roma. Tolomeo conte lo ricettò a Tusculo, dove il Pontefice ricevette i saluti di Luigi di Francia, allorquando questo Re vi passò, tornando dalla Crociata. Colà il Papa raccolse i vassalli della Chiesa; vi mandò soldatesche anche Rogero, e Roma adesso venne in durissime angustie[618].
§ 5.
Lettere del Senato a Corrado III. — Idee politiche de’ Romani. — Ritorna Eugenio III. — Suo nuovo esilio. — Proposte dei Romani a Corrado. — Questi si appresta a muovere a Roma, e muore. — Federico I sale al trono di Germania. — Lettera che un Romano scrive a questo Re. — Roma, il diritto romano e l’Impero. — Patti di Costanza. — Irritazione dei democratici in Roma. — Eugenio torna nella Città. — Muore.
Il Senato a questo tempo mandava lettere sopra lettere a re Corrado, invitandolo a che venisse a Roma per torvi autorità di comando sull’Impero e sulla Città. Sisto, Nicolò e Guido, che erano allora consiliatori della Republica, gli significarono di aver cacciato i Frangipani ed i Pierleoni, e lo esortarono affinchè concedesse la sua protezione al Comune di Roma[619]. Non vedendone risposta e crescendo le difficoltà, il Senato gli scrisse nell’anno 1149 una nuova lettera. Degno di nota ne è il tenore, e dimostra che l’abisso il quale separava i Romani del secolo duodecimo dal Papato temporale, s’era omai fatto profondo, e palesavasi con chiara consapevolezza delle cose: nè maggiormente lo fu ai nostri giorni, quando i nepoti venuti tanti anni dopo, adesso disarmati e silenziosi, andavano pur sempre congregandosi in mezzo gli stessi ruderi antichissimi del Foro e del Campidoglio, e, pur sempre protestando contro la podestà civile del Pontefice, di nottetempo appiccavano pei canti delle vie manifesti che finivano col grido: «Viva il Pontefice non Re!»[620]
Seicentosettantre anni erano passati dacchè i Senatori, postergata la lor dignità, s’erano presentati a Bisanzio davanti a Zenone, e vi avevano dichiarato che Roma non bisognava più di un Imperatore d’Occidente, ma era contenta che Odoacre comandasse sull’Italia, in qualità di patrizio bizantino: seicentoquattordici ne erano trascorsi dacchè il Senato aveva indirizzato la sua ultima lettera a Giustiniano, supplicandolo di non torre la sua grazia a Roma e al goto re Teodato: e adesso innanzi al trono di un Re tedesco comparivano Romani non più togati, cui l’ignoranza, il vestimento, il linguaggio davano un’impronta barbarica; e venendo dalle deserte ruine del Campidoglio, e dandosi ancor nome di Senatori, significavano di avere restaurato il vetusto Senato romano, e invitavano il Re d’Alemagna a voler essere il successore di Costantino e di Giustiniano.
«Al preclaro Signore della Città e del mondo, a Corrado, per grazia di Dio, Re dei Romani sempre Augusto, il Senato e il popolo di Roma, salute, e felice e gloriosa dominazione dell’Impero romano! Alla Eccellenza Vostra noi abbiamo con parecchie lettere significato ciò che facemmo; protestammo volervi restare fedeli, e desiderio d’ogni giorno nostro essere il lustro ognor più fulgido della Vostra corona. Però ci fa meraviglia che Voi non abbiate degnato di darne mai risposta. Intendimento concorde di tutti noi questo è: restituire l’Impero de’ Romani, che Dio confidò al Vostro governo, alla potenza che esso possedette sotto di Costantino e di Giustiniano, i quali, per mandato del Senato e del popolo romano, ebbero signoreggiato il mondo. A tal uopo abbiamo, coll’ajuto del Signore, restaurato il Senato, e abbattuto molti dei nemici Vostri, affinchè di Voi sia quel che a Cesare s’appartiene. Noi abbiamo gettato solide fondamenta. Noi malleviamo giustizia e pace a tutti quelli che ne hanno buona volontà. Le rocche dei nobili, i quali insieme con Sicilia e con papa Eugenio speravano di resistere a Voi, abbiamo conquistato, ed a ragion Vostra teniamo, oppur demolimmo. Per le quali cose, d’ogni parte ci premono il Papa, i Frangipani, i figli di Pierleone (Giordano eccettuato, che è il nostro gonfaloniere), ed eziandio Tolomeo, ed altri parecchi. Essi vogliono impedirci di coronar Voi a imperatore; e frattanto soffriamo molte avversità per amor Vostro, perocchè nulla sia grave cosa a chi ama; e Voi darete ricompensa degna di padre a noi, pena meritata ai nemici dell’Impero. Chiudete l’orecchio Vostro ai calunniatori del Senato; costoro gioiscono di mettere dissensione fra Voi e noi, perchè intendono alla ruina Vostra e nostra. Memore siate di quanti mali la corte Pontificia e quei nostri concittadini di un tempo abbiano fatto agli antecessori Vostri, e rammentate come adesso con ajuti di Sicilia coloro tentassero di nuocere ancor più alla Città. Nondimeno, coll’assistenza di Cristo, noi perduriamo virilmente nella fede Vostra, e di già abbiamo cacciati della Città i nemici pessimi dell’Impero. Affrettatevi di venire a noi colla Vostra Imperiale potenza; la Città è agli ordini Vostri; Voi potrete poderosamente dimorare in Roma capo del mondo, e di qua imperare, con maggior balìa di quasi tutti i predecessori Vostri, sulle terre tutte d’Italia e d’Alemagna, dappoichè ogni impedimento di pretume sia sgombrato. Noi Vi preghiamo di non tardare; degnatevi con lettere e con messaggieri di rassicurare della salute Vostra, noi che siamo Vostri servitori di buona volontà. Siamo intenti adesso con grande alacrità a restaurare il ponte Milvio, che da tempo lungo giacque distrutto a danno degli Imperatori, e abbiamo speranza di compiere prestamente il lavoro con opere di salda muratura. Così potrà passare di là il Vostro esercito, e scansare il castel Sant’Angelo, dove i Pierleoni, d’accordo con Sicilia e col Papa, meditano a nocumento Vostro.
Rex valeat, quidquid cupit obtineat super hostes, Imperium teneat, Romae sedeat, regat orbem, Princeps terrarum, ceu fecit Justinianus. Caesaris accipiat Caesar quae sunt, sua Praesul, Ut Christus jussit, Petro solvente tributum.
Poniamo fine chiedendovi di far buone accoglienze ai nostri ambasciatori, e di prestare ad essi fede, chè tutto scriver non possiamo. Sono eglino nobiluomini; Guido senatore, Giacomo figliuolo di Sisto procuratore, e Nicolò loro compagno»[621].
Gli è pur un fenomeno raro del medio evo questa magica influenza che esercitava la tradizione dell’antico Impero de’ Romani! Una grande reminiscenza bastava da sola a diventare potenza politica; gli Imperatori romani dal trono di Alemagna, i Papi romani dalla cattedra di san Pietro, i Senatori romani dai ruderi del Campidoglio, sognavano tutti di aver legittimi diritti alla dominazione del mondo! Corrado III or vedeva combattersi fra loro due parti che pretendevano aver ciascuna diritto di dispensare la corona imperiale; però senza titubare egli preferiva riceverla dalle mani del Pontefice romano, anzi che da quelle di un Senatore romano[622]. Ma se anche abbia riso dei sogni de’ romani, egli dovette pur capire che, da dopo di Enrico III, non s’era offerta ad alcun Re occasione più propizia di questa per restaurare in Roma la podestà imperiale, e per torre al Papato ogni frutto delle vittorie di Gregorio VII, distruggendone il dominio temporale. Anche uomini privati Romani gli scrissero ammonendolo, che accortezza gli comandava di farsi mediatore fra il Papa e Roma, e di porre la novella Republica sotto il patronato dell’Impero: se così avesse fatto, gli dicevano, nell’avvenire egli avrebbe tenuto in mano sua la elezione pontificia[623].
Sennonchè Corrado, trattenuto dalle cose di Germania, nè avendo un chiaro concetto delle condizioni di Roma, non diè bada ai desiderî del Senato romano. L’influenza che parecchi amici della libertà romana esercitavano alla sua corte era vinta da quella del celebre Guibaldo, abate di Stablo e di Corveia; chè Eugenio III aveva guadagnato alla sua causa questo onnipotente Cancelliere dell’Impero, il quale guidava le idee del Re. Così avvenne che, sulla fine dell’anno 1149, i Romani furono costretti a riaccogliere il Papa nella Città[624]. Essi però stavano saldi nelle promesse fatte ad Arnaldo, giacchè il generoso propugnatore della libertà di Roma rimase libero ed illeso nella Città, ivi protetto dal Senato e dal popolo romano. Si conchiuse dunque pace col Papa, ma non poteva avere che corta durata, e difatti, omai nel Giugno dell’anno 1150, Eugenio III tornò nel Lazio, dove pose dimora or nella munita Segni ed ora a Ferentino. Tre anni la corte pontificia andò girovagando per la Campagna, in vicinanza di Roma, ma pur sempre in esilio[625]. Temeva adesso Eugenio che Corrado accettasse la democrazia romana, e che la lega del Re col Comune, con Pisa e con Bisanzio abbattesse il trono temporale dei Papi; però Guibaldo lo confortò rassicurandolo, che nulla egli aveva a temere[626].
Rinnovarono i Romani le loro proposte anteriori, e offersero a Corrado la podestà imperiale. Dall’Impero non sapevano liberare la mente; necessità imponeva ai Republicani di riverire il diritto storico de’ Re tedeschi su Roma[627]. Ed or che la disfatta di Guelfo, avvenuta nell’anno 1150, gli lasciava le mani sciolte, il Re volle infatti muovere veramente a Roma. Le pressanti rimostranze di Guibaldo dissiparono le sue primitive titubanze; la spedizione di Roma fu deliberata nel Settembre 1151 in due Diete dell’Impero, ed allora fu che Corrado degnossi rispondere ai Romani: ad arte tacque del Senato, ma la sua lettera indiritta al Prefetto della Città, ai Consoli, ai Capitani ed al popolo romano, significava loro con parole cortesi che accettava il loro invito, e ch’egli sarebbe venuto per ricomporre a pace le città d’Italia, per dar ricompensa ai fedeli e punizione ai ribelli[628]. Mandò ambasciatori così ai Romani, che al Papa, il quale, nel Gennaio dell’anno 1152, gli accolse a Segni. Furono subito d’accordo; Eugenio III abbandonò la causa di Rogero, ed ora financo esortò i Principi d’Alemagna, affinchè con tutte le loro forze assistessero il Re nella sua impresa di Roma[629].
Però la sorte risparmiò una pagina oscura alla storia del primo degli Hohenstaufen, nella quale egli avrebbe fatto comparsa di nemico inglorioso della Republica romana, e di uomo ligio ai servigi del Papa. Quel forte Principe morì nel dì 15 Febbrajo dell’anno 1152, mentre stava allestendosi alla spedizione: da dopo di Ottone I fu il solo Re tedesco che non abbia portato la corona imperiale; nè questo scemò per nulla la potenza sua. Le migliaia di morti che la nazione tedesca solè sempre sacrificare ad ogni coronazione d’imperatori a Roma furono invece questa fiata immolate nei deserti di Siria. E in tal guisa gli Italiani amanti della patria potranno, almeno una volta, celebrare a gloria di un Re tedesco che, ad onta delle pressanti instanze d’Italia (d’ordinario si dimenticano siffatti inviti), non sia disceso dalle Alpi, Attila devastatore: ed eglino potrebbero congratularsi colla loro terra, che in quindici anni nei quali nessun esercito tedesco la attraversò, avesse goduto di felice stato, se sventuratamente non dovessero essi stessi confessare, che mai Italia non fu così disunita e travagliata da feroce guerra civile, quanto in questi quindici anni di storia prettamente italiana[630].
Morto Corrado, al trono tedesco salì, nel giorno 5 di Marzo, il nipote suo Federico, quell’immortale eroe Barbarossa, che diventar doveva gloria di Alemagna, spavento d’Italia. Così Eugenio che i Romani furono pronti a sollecitare l’amicizia del nuovo Principe, ma la Republica tosto vide con occhio geloso che al solo Pontefice erano mandati ambasciatori regî. Una lettera espresse il malumore dei Romani e le idee che essi si facevano delle attenenze giuridiche esistenti fra l’Imperatore e Roma. «Io mi rallegro», così scriveva a Federico un aderente di Arnaldo, «che Voi siate stato eletto dal Vostro popolo a re, ma lamento che seguiate i consigli di preti e di frati, le cui dottrine hanno sconvolto ogni divina e umana cosa, e che della elezione Vostra non interroghiate, come pur dovreste fare, la mente della Città santa, signora del mondo, fattrice di tutti gl’Imperatori». Chi scriveva, deplorava che Federico volesse ricevere, come avevano fatto i suoi antecessori, la corona imperiale dalle mani di fratacci infinti, eretici, apostati, cui chiamava seguaci di Giuliano; e colle sentenze di san Pietro e di san Girolamo alla mano, gli dimostrava che il clero non s’aveva ad impacciare di diritti secolari; sbertava la donazione di Costantino, stupida fiaba, di cui ridevano fin le vecchie comari; dichiarava che l’Impero e ogni officio di magistrati erano emanazione della maestà del popolo romano, cui solo pertanto si spettava di creare Imperatori; gli chiedeva finalmente che mandasse a Roma suoi ambasciatori insieme a dei giureconsulti, per comporvi l’Impero sulla base del diritto, conformemente alla legge di Giustiniano, e per impedire che vi avvenisse una rivoluzione[631]. Gran passi per buona ventura aveva pur fatto l’intelletto umano nelle vie del progresso!
I Romani de’ nostri giorni, combattendo la signoria temporale del Papa, ricavarono le loro ragioni dalla maestà della nazione italiana, di cui Roma doveva essere la città capitale, e innanzi al cui diritto naturale doveva cedere quello puramente storico de’ Pontefici: queste ragioni anch’eglino, come i loro antenati, suffragarono argomentando, che il Papato doveva essere soltanto un officio spirituale, e ciò affermarono coll’autorità della Bibbia e dei Padri ecclesiastici. Ma i loro avi dell’età di Arnaldo non ci capivano verbo del principio di unità della nazione; eglino si assidevano sul piedistallo dell’antichità. Per loro la maestà del popolo romano era la fonte di ogni specie di podestà; l’Impero romano, un’idea indestruttibile; l’Imperatore, il magistrato della Republica, eletto dal popolo, e da questo messo in officio. Rigettato come una fandonia, che Costantino avesse trasferito nei Papi la podestà imperatoria, misero in derisione quel che si diceva, che i Pontefici misticamente derivassero da Cristo o da san Pietro il loro diritto d’investitura; e, seguendo l’ampio progredimento delle idee democratiche, pronunciarono questa verità di ragione: non darsi reame alcuno per la grazia di Dio; la podestà della corona essere soltanto officio che emana dal popolo. Tuttavolta, i Romani del secolo duodecimo composero l’Impero sul fondamento tradizionale, e per loro legittimo, del giure romano: e accarezzarono i gusti di un monarca spasimante di dominazione, allorchè gli vennero dicendo che, conforme al diritto Giustinianeo, l’Imperatore era la massima podestà legislatrice del mondo; però chiesero che questa podestà ei tenesse di averla per mandato del Senato e del popolo. In tal guisa crearono una mescolanza del despotismo cesareo di Giustiniano e dei diritti fondamentali della democrazia.
Federico I doveva pertanto scegliere quale dei due, Papa o Comune romano, ei volesse avere per iscaturigini del suo Impero: approvò egli tutte le ragioni che avevano i Romani contro il sommo diritto d’investitura che il Pontefice attribuiva a sè stesso; si beffò dell’arroganza del Senato che gli parve assurda cosa, e, come tutti i suoi predecessori, deliberò anch’esso di farsi, «per la grazia di Dio», coronare dal Papa. Negli inizî del suo regno si attenne a prudenza e ad un indirizzo conservativo; senza darsi per inteso della nuova Republica di Roma, proseguì nei negoziati cominciati da Corrado, e, di già nella primavera dell’anno 1153, un trattato fu conchiuso a Costanza col Papa: Federico in quello si obligò di non far senza di lui pace con Roma, nè colla Sicilia, ma di voler dar opera che la Città tornasse suddita alla santa Sede, quel tanto che eralo stata cent’anni addietro. Promise che conserverebbe al Pontefice il dominio temporale, ed in cambio Eugenio lo fe’ certo che lo coronerebbe imperatore, e che presterebbe ogni specie di aiuti al trono di lui[632].
Questi trattati destarono un commovimento veemente a Roma. Il partito de’ moderati soccombette; i democratici non vollero saperne più di autorità del Papa, nè di quella dell’Imperatore, ma chiesero che si abolisse la costituzione convenuta con Eugenio, e che si componesse un Senato di cento membri, con due Consoli da eleggersi ad ogni anno. Eugenio mise Federico a parte di questi fatti, e vi diè colore che fossero tumulti della plebe, la quale da sè volesse eleggersi adesso un Imperatore. E per fermo i Romani minacciavano di respingere l’Impero tedesco come un’usurpazione, e di darsi un Imperatore loro proprio e nazionale; sennonchè evvi soltanto una lettera di Eugenio che sopra questi notevoli avvenimenti getta una fievole luce[633].
Tuttavolta, omai nell’autunno del 1152, il Papa potè muovere di Segni a Roma, e sulla fine di quell’anno entrare nella Città, dove gli eccessi dei democratici avevano reso tutti i moderati inclinevoli ad un aggiustamento con lui. Senato e popolo lo accolsero con dimostrazioni d’onoranza, dopochè egli, così vuolsi supporre, ebbe accettato il Comune[634]. E può darsi che si concedesse anche ai nobili discacciati di fare ritorno; però questi maggiorenti continuarono ad avversare il Senato, dacchè erano consoli dei Romani e cortigiani del Papa[635]. Eugenio III potè finire in pace i suoi giorni a Roma, e coll’ajuto del popolo financo soggiogare alcuni Baroni ribelli nella provincia[636]. La mitezza accorta giunse a ottenere ciò che colle armi non avrebbesi potuto conseguire. «Con beneficî e con donativi Eugenio s’affezionò tutto il popolo, in modo tale che egli governò la Città quasi a suo volere assoluto; e se morte non l’avesse rapito, coll’ajuto del popolo avrebbe tolto ai Senatori di nuovo impianto la dignità da loro usurpata»[637].
Eugenio III morì a Tivoli il dì 8 di Luglio 1153, e con magnifiche festività fu sepolto nel san Pietro. Questo discepolo non fastoso, ma prudente, di san Bernardo (anche il Santo morì poco dopo di lui, addì 20 di Agosto) non cessò mai di vestire sotto alla porpora il cilicio di Chiaravalle: le stoiche virtù del monacato gli furono compagne nella sua vita tempestosa, e gli infusero quella forza di resistenza passiva, che sempre fu l’arma più efficace de’ Papi[638].
CAPITOLO QUINTO.
§ 1.
Anastasio IV. — Adriano IV. — Questi scaglia su Roma l’interdetto. — Arnaldo da Brescia è discacciato. — Federico I viene a Roma per torsi la corona. — Prigionia di Arnaldo. — Controversia della staffa. — Discorso dei Senatori al Re, e risposta di questo. — Il Re muove a Roma.
Corrado, cardinale della Sabina, romano della Suburra, salì alla cattedra pontificia nel giorno 12 Luglio dell’anno 1153, con nome di Anastasio IV: concordi furono tutti nella sua elezione, nè il Senato la turbò con inciampi. Sebbene i Senatori assistessero colla loro presenza agli atti elettivi, non per questo si ingerirono nelle cose di ordine ecclesiastico; però i Papi, che s’avevano tolto dai piedi la confermazione imperiale, videro contro a sè estollersi una potenza nuova, la quale rifiutava di riconoscer loro per pontefici, se eglino non riconoscevano quella per autorevole. Pare che il vecchio Anastasio non si prendesse licenza di attaccar briga colla costituzione di Roma: egli visse tranquillo nella Città, e in essa morì, ai 3 Dicembre 1154[639].
Papa diventò allora un uomo di rara energia, Nicolò Breakspear, anglosassone, nativo di Sant’Albano in Inghilterra. Nato di un povero prete, fame, vergogna della sua miseria, desiderio d’istruirsi lo avevano costretto ad andarne in Francia, e colà finalmente, dopo casi molti, era diventato priore di san Rufo, vicino ad Arles[640]. La sua coltura, i suoi talenti oratorî, la bella persona avevano attirato su di lui gli occhi di Eugenio III, allorchè per negozî del suo convento Nicolò era venuto a Roma; il Papa lo aveva fatto cardinale di Albano, e lo aveva mandato da suo legato in Norvegia. Nicolò ordinava con molta fermezza gli affari ecclesiastici di quel paese, e, tornato proprio adesso dalla sua missione, era eletto pontefice con voti unanimi, per guisa che ai 5 Dicembre 1154 saliva alla santa Sede con nome di Adriano IV. Una sol volta gli Inglesi tennero la cattedra di san Pietro con uno di lor gente, e questo unico loro Papa fu uomo che da fanciullo aveva peregrinato in terra straniera, per torsi all’onta di andare elemosinando nella sua patria. Anni trascorsero, e l’accattone di Sant’Albano salì tanto alto da scrivere al Re d’Inghilterra, che Irlanda ed altre isole a buon diritto erano proprietà di sè, pontefice.
Adriano IV s’inalberò tosto con aria di padrone contro al Comune romano; il Senato negò a lui reverenza, egli negolla al Senato. Volle il Papa rovesciare la costituzione del Campidoglio e sperò giungerne a capo colle armi di Federico, che omai nell’Ottobre era sceso in Italia. Chiese che Arnaldo fosse bandito, sì come i suoi antecessori avevano domandato, senza che mai fosse loro riuscito di ottenere. Il più pericoloso di tutti gli eretici aveva potuto per una serie di anni predicare le sue dottrine per le chiese e per le vie di Roma, in faccia dei Papi, perocchè il Senato lo proteggesse ed il popolo lo idolatrasse. Confidava Adriano IV che, colla caduta di quel solo demagogo, sarebbene ita spacciata e sepolta la Republica; e i Romani, che poco potevano aspettarsi da Federico, si volgevano in secreto a Guglielmo I, il quale nel Febbraio dell’anno 1154 era succeduto al suo celebre padre Rogero sul trono di Sicilia, ed era tosto venuto a controversia col Papa: può darsi che lo si invitasse ad occupare colle armi lo Stato della Chiesa prima che a Roma venisse il Re tedesco[641].
Non peranco Adriano aveva potuto prender possesso del Laterano, ma dimorava nel san Pietro munito di castello. Ciò che ai dì nostri si propose al Papa, che stesse contento della città Leonina, e come un grande abate vi abitasse in libertà monastica, i Romani a quel tempo avevano effettuato; ed invero Adriano IV era ristretto al possedimento della Leonina sola. Cresceva l’odio contro ai preti, e le necessità civili dei Romani venivano a dar di cozzo nella contrarietà che quelli opponevano loro: le cose precipitarono ad una catastrofe; un Cardinale era preso nella via Sacra a pugnalate e ferito a morte, e Adriano, tenendo questo fatto in conto di un delitto perpetrato contro la maestà della Chiesa, scagliava su Roma l’interdetto. Quantunque altri Papi fossero stati insidiati da’ Romani nella persona, tutta volta non uno d’essi, prima di Adriano, aveva osato di adoperare contro la Città quella ch’era la più formidabile di tutte le spaventose armi usate a quell’età[642]. Non se ne arretrò il risoluto Inglese, e gettò la sua maledizione su di Roma, affine di strappare alle angustie superstiziose del popolo la cacciata di Arnaldo. L’interdetto era, per così dire, un modo di affamare moralmente il popolo, e convien pensare agli effetti che esso produceva sugli animi credenti d’allora, per darsi un’idea della sua influenza. L’interdetto faceva cessare tutte le ceremonie del culto; non più s’udiva squilla di campana; non più messe, non sacramenti, se si eccettuino il battesimo e la comunione data ai moribondi, e anche questi cinti di forme terribili. I morti non si seppellivano più in terra consecrata, e la benedizione nuziale s’impartiva nei cimiteri. Mai la scaltrezza umana non ha saputo inventare un’arma sì incruenta e pur sì terribile di potenza come questa fu; nè in età di superstizione v’ebbe alcun altro modo più di questo efficace a domare financo Principi poderosi, poichè una parola pronunciata dalla bocca di un prete possedeva la forza di commuovere a sommossa i popoli messi a disperazione. Prima del secolo duodecimo, si aveva posto in opera l’interdetto soltanto rarissime volte; dappoi i Pontefici lo pronunciarono sovente contro a città ed a paesi intieri: sennonchè il crudele partito di punire pochi rei col tormento d’innumerevoli innocenti, si ritorse a danno della Chiesa stessa, giacchè diminuì l’amore per essa e ne ebbero fomite le eresie; alla fine l’efficacia scemò collo spesso uso e colla cultura crescente[643].
Poco tempo i Romani affrontarono l’interdetto con braveria sprezzante; la gente pia e debole, le donne ed i preti misero fine alla resistenza, massime dacchè correva il quarto giorno della settimana santa senza che si celebrasse la messa. Al mercoledì, il popolo si sollevò con grida tempestose; i Senatori messi alle strette da quel tumulto, si gettarono ai piedi del Papa invocandone mercè[644], ed egli consentì a levare l’anatema, purchè Arnaldo fosse subito discacciato. Lo sventurato riformatore subì la sorte di tutti i profeti; il popolo ch’egli aveva ammaliato per sì lungo tempo, lo rinnegò all’istante; ed egli fuggì di Roma dopo di avervi per nove anni dedicato tutto il suo ingegno a pro della libertà cittadina. Ramingando dal ricovero di uno a quello di un altro aderente, di castello in castello, sperava il proscritto di giungere a rifuggirsi presso una delle Republiche dell’Italia di mezzo, dove giungerlo non potesse il braccio del Papa. Nel mercoledì santo, che fu il giorno 23 di Marzo, Adriano tolse l’interdetto; si rimosse da Roma la tenebra morale, e con processioni festanti fu condotto il Papa per la prima volta in Laterano.
Frattanto Guglielmo I premeva di guerra la Chiesa; il suo esercito assediava primamente Benevento, indi passava il Liri, incendiava Ceperano, Babuco, Pofi ed altre castella del Lazio, ma tosto dopo con orribili devastamenti tornava indietro da Frosinone ad Aquino, poichè il Re tedesco veniva avvicinandosi, e Roma se ne stava cheta. Già Federico I era in Toscana, ed esortava Pisa ad allestire la sua flotta per la guerra che egli pensava di rompere adesso contro a’ Normanni, mettendosi in lega col Papa, coi fuorusciti Pugliesi e coll’imperatore Emanuele. Precedeva i passi di Federico lo spavento delle geste di guerra che egli aveva compiuto in Lombardia; veniva, più formidabile di Enrico V, dalla via Tusca, nè il Papa sapeva se in lui gli sarebbe per capitare un amico o un nemico. La sorte di Pasquale aveva fatto un’impressione incancellabile sulla Curia, e nessun trattato bastava ad attenuare le diffidenze che duravano fra la podestà civile e quella ecclesiastica. Allorchè i Re tedeschi si avanzavano contro di Roma, ne tremavano i Papi inermi, come innanzi a nemici che venissero per trucidarli; quanto ai Re, li turbava il pensiero se forse non era loro serbata la sorte di perire a Roma di coltello o di veleno: e sotto ai palii di seta ed ai fiori si celavano omai le spade affilate, che i Romani senza fallo avrebbero brandito per dare addosso al nemico di lor nazione. Quando poi la coronazione si celebrava, i Papi erano altrettanti Danielli nella fossa dei leoni; sennonchè eglino sapevano destramente cingere di un incantesimo morale i corrucciati Re romani, e lieti finalmente respiravano, una volta che quei terribili avvocati della Chiesa, ottenuta la corona, lasciate pergamene, combattuta la solita pugna che nella città Leonina succedeva alla coronazione, si partivano di Roma.
Sui primi di Giugno andò Adriano a Viterbo, accompagnandolo Pietro prefetto, Odone Frangipane e altri maggiorenti della sua corte. Lo poneva in angustia la venuta di Federico che s’avanzava a passi rapidi oltre l’usato; laonde mandava ad incontrarlo tre Cardinali che s’avvennero col Re presso a San Quirico in Toscana. Volle il Papa tastarne l’animo, e perciò chiese che gli si desse in mano l’eretico Arnaldo. Questo sventurato, poco tempo prima, a Bricole in Val d’Orcia, era caduto in potere di Odone cardinale, ma i Visconti di Campagnatico lo avevano liberato, e, condottolo in buona sicurezza ad un castello, quivi lo onoravano «come profeta»[645]. Desiderava Federico di rimuovere qualsiasi ostacolo alla sua coronazione, e pertanto non esitò di dar prova del suo buon volere; mandò soldatesche contro quella rocca, fece imprigionare uno dei Visconti, e, costrettolo a dargli in balìa Arnaldo, l’amico di Abelardo fu consegnato ai legati del Papa, per esser giudicato a Roma come ne fosse venuto tempo.
Con trepide cautele si negoziò della coronazione: Adriano, diffidando, s’era ritirato a Civita Castellana, ma tranquillavalo Federico, facendogli nuovamente giurare che adempirebbe al patto di Costanza. L’esercito tedesco s’era attendato a Campo Grasso vicin Sutri, e là il Papa doveva scendere da Nepi, e scambiare i saluti coll’Imperatore. Allorchè Adriano, nel giorno 9 di Luglio, cavalcò verso il padiglione del Re avvenne uno stranissimo caso al cospetto di tutto l’esercito. Il Monarca, giovine e orgoglioso, non mosse un sol passo incontro al Papa, volendo iscansare l’umiliazione di tenergli la staffa, perciocchè da lungo tempo i Pontefici pretendessero a siffatto omaggio, e parecchi Principi prestato lo avessero. Per verità, a ricordanza della umiltà di Cristo, i Papi s’appellavano «servi dei servi di Dio», ma in pari tempo esigevano che gl’Imperatori servissero loro da staffieri. La è cosa comica vedere il terror panico che l’inosservanza di una siffatta ceremonia spargeva fra i Cardinali; voltate le briglie dei loro cavalli, essi se la batterono a Civita Castellana, piantando il loro Papa solo in quell’imbroglio. Sbigottito, discese questi di sella per porsi a sedere sopra una scranna; soltanto allora gli venne innanzi il giovine eroe, e gli si prostrò a’ piedi, ma il Pontefice, punto dell’offesa, negò di dargli il bacio della pace. Una miserabile staffa diventò l’argomento di lunghe e serie discussioni fra i due sommi capi della Cristianità, fino a che alcuni Principi, i quali nei tempi andati avevano accompagnato Lotario a Roma, indussero il Re a cedere in quella disputa puerile. Il dì dopo, il poderosissimo Imperatore si mutò nello scudiere del Vicario di Cristo, poichè per uno spazio di via quanto misura un trar di pietra, camminò presso al palafreno dell’antico mendicante di Sant’Albano, e gli resse fortemente la staffa[646].
Non ancora Federico aveva adito la voce della città e del popolo dei Romani, seconda podestà che aveva diritto legittimo di prender parte all’elezione dell’Imperatore. Ancor stavasi in dubbio da una banda e dall’altra del comportamento che dovessero tenere, ed incerto era se Roma avesse ad aprire le porte oppur a chiuderle: soprattutto nessun Re era peranco stato coronato imperatore, dacchè in Campidoglio s’era costituito il Senato, nè Imperatore alcuno aveva finora dato al Senato la conferma. Di qua di Sutri ambasciatori della Republica si presentarono a Federico. Le loro richieste, il loro discorso, la risposta che vi diede l’Hohenstaufen, sono preziosi documenti di quell’età.
«Noi, ambasciatori della Città», così dissero superbamente quei Romani del Campidoglio, «uomini di Roma non minimi, siamo spacciati dal Senato e dal popolo alla eccellenza tua, o Re ottimo. Ascolta benevolo quel che ti offre l’illustre signora del mondo, di cui tu, coll’ajuto divino, presto sarai imperatore. Se vieni recando pace, ne godo. Tu chiedi l’impero dell’orbe, ed io mi levo lieta, e ti corro incontro a portartene la corona. Perchè infatti non dovresti venire con pace e con grazie al popolo tuo, che, inteso a scuotere l’indegno giogo dei preti, ha avuto così lunga e ansiosa aspettazione della tua venuta? Torni lo splendore dei tempi vetusti, torni libertade alla Città illustre; riprenda Roma sotto un tanto Imperatore le briglie della dominazione universale sul mondo ribelle; accoppii il suo reggitore insieme col nome anche la gloria di Augusto! Tu sai come la città di Roma colla saviezza del suo Senato e col valore dei suoi cavalieri ebbe steso il braccio poderoso dall’uno all’altro mare, fino agli ultimi confini delle terre, che dico? fino alle isole oltre l’orbe. Non le onde dell’Oceano, non le Alpi inaccessibili poterono proteggere i popoli; la prodezza romana tutti loro conquise. Ma ahimè! (così la colpa punisce sè stessa), la gloriosa nobiltà principesca del nostro vecchio tempo (dico del Senato) sparve d’infra noi, sonnecchiò in pigrizia non più valida alle armi, e insieme colla cadente saviezza perì anche la forza. Allora assursi io; per rinnovare la gloria tua e quella della divina Republica restaurai il Senato e l’ordine equestre, affinchè, col consiglio di quello e colle armi di questo, al romano Impero e a te ritornasse la maestà antica. Non dovrà sentirne letizia l’eccellenza tua? un’opera tanto gloriosa e profittevole alla tua dignità, non ti parrà degna di ricompensa? Odi dunque, o Principe, con benigna pazienza quel poco che devo dirti dei tuoi e dei miei doveri; ma prima de’ tuoi che de’ miei: Ab Jove principium! Mio ospite eri, ed ora cittadino mio ti ho fatto. Ciò che mio era di diritto, a te diedi. Perciò obligo hai primieramente di mantenere le mie buone consuetudini, e di giurare le vecchie leggi sancite con istromenti scritti da’ tuoi predecessori, affinchè furore barbarico ad esse non nuoca. Ai miei officiali, cui si spetta gridarti imperatore dal Campidoglio, pagherai cinquemila libbre; a prezzo del tuo sangue impedirai che sia tesa insidia alla Republica: tutto ciò convaliderai con giuramento e con scritture»[647]. A questo punto Federico fieramente sdegnato troncò la parola in bocca agli oratori, i quali con magniloquenza italiana proseguivano ad arringare. Sbigottiti tacquero, e, mentre tutto ciò avveniva, l’uomo il quale aveva acceso nel loro animo gli spiriti arditi espressi nel discorso, stava incatenato dentro di una tenda, aspettando la decisione del suo destino, che un’orazione di questa specie doveva render più presta.
Infiammato di collera, il giovine Principe si rizzò davanti ai Senatori; udendo l’ampolloso discorso di quegli uomini di una città decaduta e oppressa da’ preti, che si arrogavano un linguaggio quale l’antico Senato non aveva mai osato di adoperare innanzi ai Cesari, forse ei credette vedersi innanzi dei forsennati o degli spettri sorti dai sepolcri di Roma. Non v’era contrapposto più vivo di quello in cui un Imperatore di nazione tedesca, massime Federico I, si trovava coi Romani; nè l’Hohenstaufen, tronfio della coscienza della sua forza, capiva che cosa fosse il sentimento nuovo che inspiravano le città d’Italia: tuttavolta, il nome di Roma imponeva ancora così tanta reverenza, che egli degnossi di rispondere[648].
«Molto», diss’egli con accento di sprezzo, «molto udii celebrare il valore dei Romani, ma più assai la loro saggezza. Perciò mi reca meraviglia che il vostro discorso sia tanto rigonfio di sciocca arroganza e tanto scipito di buon senso. Tu mi poni davanti agli occhi la nobiltà della tua vecchia Città, ed esalti fino alle stelle il passato della tua Republica. Lo so, lo so, e col tuo Storico dico anch’io: un dì v’ebbe virtù in questa Republica. Ma Roma conobbe quanto mutino le sorti delle cose sotto la luna; forse che questa sola Città poteva scampare al destino che regge tutte le cose umane? Noto è al mondo che primamente il fiore della tua nobiltà, di questa Città nostra, fu trasportato a Bisanzio, ed è noto quanto a lungo il Greco degenere abbia succhiato le tue midolle preziose. Più tardi su di essa piombò il Franco, per geste preclaro come lo dice il nome; ed egli ti tolse fin l’ultima reliquia che ti avanzava di nobile ed eletta natura. Vuoi tu sapere dove si ricoverarono la gloria antica della tua Roma, la dignità severa del Senato, la valorosa disciplina dei cavalieri, l’arte della guerra, l’invitto coraggio nelle battaglie? Appo noi Tedeschi adesso tutto questo si trova; a noi venne tutto questo insieme coll’Impero. Da noi sono i tuoi Consoli, da noi il tuo Senato, nostre sono le tue legioni. Alla saviezza dei Franchi ed alla spada dei suoi cavalieri devi andar grata se vivi. Dica la storia se i nostri defunti illustri, Carlo ed Ottone, ricevessero la Città per grazia di uomo qualsiasi, oppure se mercè la loro spada la togliessero col resto d’Italia di mano ai Greci ed ai Longobardi, e indi la annettessero all’Impero de’ Franchi. Lo seppero i tuoi tiranni Desiderio e Berengario; vecchi morirono in prigionia de’ Franchi, e la nostra terra ne serba ancora le ceneri. Ma tu dirai: i novelli Imperatori furono da me chiamati. Furono; e che perciò? te opprimevano nemici, e nemmanco dei molli Greci potevi col solo tuo braccio liberarti. Allora chiedesti l’ajuto dei Franchi; e supplichevole invocazione fu, non richiesta: misera, invocasti chi era felice; debole, invocasti il forte; angustiata, supplicasti il potente securo di sè. Così chiamato venni anch’io. Il tuo signore diventò mio vassallo, e tu fino ad oggi fosti mia suddita. Legittimo possessore sono. Or chi oserà strappare all’Ercole la sua clava? Forse il Siciliano in cui tu speri? Siagli maestro il passato, perciocchè il braccio dei Tedeschi non si sia fatto debole. Tu mi chiedi di tre specie giuramento; ma odi: o la tua domanda è giusta, o no: se non è, nè tu chieder puoi, nè io accordare; se è, io non farei che confessare un obligo assunto di mia spontanea volontà; dunque superfluo sarebbe legarlo ad un giuramento[649]. Com’è che io potrei ledere il giusto, io che mallevarlo voglio ai più meschini uomini? Com’è che non dovrei difendere la sede del mio Impero, io che ho risoluto di restaurarne l’ampiezza? Lo prova la Danimarca testè soggiogata, e ancor più terre ne farebbero fede, se quest’impresa di Roma non me ne avesse distolto. Tu chiedi per ultimo promessa di moneta. Ma Roma non si vergogna di tirar mercato col suo Imperatore come si suol fare con un sensale? Dunque ei deve essere pagatore del primo che capita, piuttosto che dispensatore di grazie? Alla gente minore si chiede l’adempimento di un obligo; i maggiori non fanno che largire beneficî. Perchè dovrei io non mantenere ai tuoi cittadini l’usanza tramandata dai miei padri illustri? No! la mia entrata dev’essere festa di gioia per la Città, ma a coloro che ingiustamente chiedono ingiuste cose, io per giustizia tutto ricuserò»[650].
La risposta di Federico (nella forma che le dà lo storico Ottone di Frisinga, zio di lui) era tale da schiacciare i Romani sotto il suo peso; era l’espressione dell’orgoglio nazionale tedesco giunto all’apogeo di splendore dei suoi trecento anni di dominazione del mondo: però eccessiva cosa sarebbe stato, se il Re lo avesse indiritto soltanto ai deboli Senatori di Roma; piuttosto era il manifesto in cui l’Hohenstaufen prima della coronazione bandiva le sue idee di regno. L’Ercole, colla clava della sua podestà despotica, sfracellava le pretensioni di tutti gli altri; atterrava a un tratto anche il Papa, che affermava sè essere solo e vero facitore di Imperatori. Ed invero non s’aveva forse osato dipingere in Laterano il condiscendente Lotario che ginocchioni riceveva la corona dalle mani del Papa? e intorno al quadro s’era posta questa audace scritta:
Rex stetit ante fores jurans prius urbis honores, Post homo fit Papae, sumit quo dante coronam[651].
L’imprudenza dei Senatori di provocare con tanta millanteria un potente s’addiceva tutta al concetto fanatico che di Roma eglino si avevano foggiato. Ma se allora, dentro alla tenda imperiale, si fosse trovato un uomo maggiore per intelletto delle idee di quell’età sua, avrebbe dovuto far le risate che eziandio Federico coltivasse in mente, con pari esaltazione dei Senatori, il fantastico concetto che l’Imperatore romano tenesse podestà legittima sul mondo[652].
Gli ambasciatori romani montarono a cavallo e tornarono stizziti a Roma; nè Federico altro adesso poteva aspettarsi fuorchè la Republica gli chiuderebbe in faccia le porte della Città, e si difenderebbe. Il Papa lo consigliò che alla chetichella facesse occupare il san Pietro e la città Leonina da milizie scelte, le quali vi sarebbero state accolte dalle genti pontificie. E consigliò che a quella schiera si aggiungesse il cardinale Ottaviano favorevole alla parte tedesca, e ambizioso rivale suo: in tal modo egli lo allontanava dalla tenda dell’Imperatore. Furono così pertanto mandati innanzi mille uomini a cavallo, i quali, senza contrarietà, sull’alba del giorno 18 di Giugno, presero possedimento della città Leonina[653].
§ 2.
Coronazione di Federico I. — Il popolo romano si solleva. — Battaglia nella città Leonina. — Supplizio di Arnaldo da Brescia. — Indole e influenza di lui. — Federico si ritira nella Campagna. — Ritorna in Germania.
In quel dì stesso Federico mosse in ordinanza di battaglia, e, senza che i Romani venissero a salutarlo, da Monte Mario entrò nella città Leonina, dove lo attendeva il Papa che ve lo aveva preceduto. La coronazione si celebrò subito nel san Pietro che era occupato dalle milizie. Le grida di giubilo dei Tedeschi risonarono come scrosci di tuono per l’alto duomo, allorchè il Barbarossa, eroe favorito del popolo alemanno, ricevette la spada, lo scettro e la corona dell’Impero[654]. Ma Roma non lo riconosceva per suo imperatore; la città teneva sbarrate le porte, e il popolo romano stava raccolto in armi sul Campidoglio. L’Impero del medio evo era una ombra vana anche in Roma, e nulla lo dimostra meglio di queste coronazioni che in fretta e in furia si compievano nel sobborgo pontificio, mentre con grande ansietà si aspettava che i Romani (dai quali gl’Imperatori traevano il loro titolo) piombassero con ispade sguainate di qua del Tevere. Un abisso profondo nelle opinioni, nei bisogni, nell’origine di stirpe, separava gl’Imperatori di nazione germanica dai Romani. Benchè questi odiassero lo straniero Adriano IV come loro principe territoriale, tuttavia lo potevano ancora come papa rispettare, laddove per Federico, giusto in questo tempo, non potevano avere che acerba antipatia. Le leggi della Città, che tutti gl’Imperatori solevano promettere di riverire, egli non aveva giurato; i voti dei Romani non aveva ascoltato, nemmeno udito le consuete loro acclamazioni, nè con donativi le aveva pagate: a buona ragione eglino si sentivano lesi nei loro diritti[655]. Giusta era la domanda che egli confermasse la loro costituzione; non avervi accondisceso era stato malcauto, e tempo venne in cui l’Imperatore se ne pentì, e a quei disprezzati cittadini prestò giuramento. Dopochè i Papi avevano cessato di essere candidati del voto elettivo del popolo romano il popolo si era visto rapire anche la parte che gli spettava nell’elezione del suo Imperatore; e in questa età, in cui le idee dell’antichità romana erano venute innestandosi in tutti i concetti giuridici delle cose civili e politiche, i Romani non si potevano indurre a confessare che Roma non fosse più altro che il luogo in cui l’Imperatore ed il Papa celebrassero la ceremonia della loro inaugurazione. Mentre altre città splendevano per ricchezza e per potenza, unico orgoglio della povera Roma questo era: essere Roma. Durava come tradizione il concetto universale ch’essa fosse la città capitale del mondo; in Roma Gregorio VII aveva assegnato al Papato il còmpito di rappresentare l’unità del mondo, e adesso i Romani fantasticavano di fare lo stesso per via della maestà del popolo e della magistratura imperiale dal popolo istituita.
La pretensione continua de’ Romani di possedere ancora l’importanza antica di Senato e di popolo, le loro contese contro ai Papi, i quali intendevano a cancellare il concetto politico e civile di Roma, tutto questo impresse per secoli lunghi nella storia della Città un’orma profonda di stile tragico, che il pari non si diede in tutta la vita della gente umana. In questa lotta (continuò fino ai dì nostri, e sotto le sue impressioni stemmo scrivendo questa Storia) in questa lotta contro un destino sempre eguale, soli alleati dei Romani furono le mura Aureliane, il Tevere, la mal’aria, le ombre e i monumenti degli avi. Solamente al nostro tempo, poichè Roma non altro desiderò che discendere alle condizioni ordinarie di metropoli di un paese, d’Italia, la Città ebbe trovato la sua confederata nella nazione italiana.
L’imperatore Federico, tenendo in capo il diadema di Carlo, si recò con poca accompagnatura al suo campo posto nei prati di Nerone, mentre il Papa rimase in Vaticano. Ma poco andò che, subito dopo il meriggio, i Romani fieramente si scagliarono contro la città Leonina, valicando il ponte del Tevere. Quanti nemici alla spicciolata trovarono, tanti uccisero; assaltarono il Vaticano, e piombarono sul campo di Federico, dove forse speravano riporre il loro profeta in libertà. L’Imperatore e l’esercito sorsero dalle mense, cui assisi festeggiavano la coronazione: corse il grido che Papa e Cardinali fossero caduti in mano del popolo[656]; Enrico il Leone passò per la breccia che un tempo Enrico V aveva aperto nelle mura, entrò nella Leonina, e si gettò in men che non dico alle spalle dei Romani. Tuttavia a quel valorosissimo esercito costò non poca fatica di mettere a dovere i cittadini romani; la loro prodezza dimostrò che la costituzione del nuovo ordine dei cavalieri non era stata cosa puramente fantastica. Vicino al ponte Sant’Angelo, e coi Transteverini presso all’antica Piscina, si combattè fino a notte con varia fortuna; finalmente gli sventurati Romani soccombettero schiacciati dalla forza maggiore. «Bisognava», scrive lo Storico tedesco, «bisognava vedere i nostri con che eroismo, con che ardimento picchiavano addosso ai Romani, quasi volessero dire: Qua su, pigliati, o Roma, ferro tedesco in cambio di oro arabico; di tal moneta Alemagna si compra l’Impero!» Pressochè mille Romani furono uccisi od annegarono nel fiume; più furono i feriti; da dugento caddero prigionieri; gli altri in rapida fuga si salvarono dentro al castel Sant’Angelo ed alla Città[657].
Notizie di origine romana dichiarano che il Papa intercedesse a pro dei prigionieri, i quali erano dati in custodia di Pietro prefetto, rabido nemico della Republica. Tacciono quelle del supplizio di Arnaldo; pure puossi metter pegno che si compiesse subito dopo della battaglia combattuta nella città Leonina, mentre l’Imperatore era ancor bollente dell’ira. La fine del celebre Republicano è più oscura che quella di Crescenzio, perciocchè i contemporanei vi passino oltre lesti lesti, come se gli stimoli vergogna ovvero paura. Dopo che Arnaldo era stato consegnato in mano del Papa, questi lo aveva affidato alla guardia del Prefetto urbano, il quale colla sua potente famiglia di Capitani, ricca posseditrice di beni nella contea di Viterbo, aveva a lungo sostenuto guerra contro il Comune romano, e, gravi danni avendone sofferto, odiava fieramente Arnaldo[658]. Come ribelle, il Prefetto lo condannò, dopo che forse un tribunale ecclesiastico aveva su di lui pronunciato sentenza di eresia; e lo sventurato morì sul rogo, dove prima fu appiccato ad un palo, poi arso. Le sue ceneri si sparsero nel Tevere, poichè non si volle che i Romani se ne facessero reliquie e le venerassero; e questo dimostra fino a che segno il popolo lo adorava. Non v’è alcuno che dica del luogo ove il supplizio si eseguisse; tuttavolta devesi supporre che, piuttosto di altri siti, avvenisse nei prati di Nerone presso al Tevere, dove era stato ucciso anche Crescenzio[659].
Il fumo che s’alzò dal rogo di Arnaldo bruttò la maestà dell’Imperatore, giovine ancora ma omai macchiato di sangue: il Lombardo cadde vittima delle necessità momentanee e dell’errato indirizzo politico di lui; ma di quell’uomo vivevano i vendicatori, i cittadini delle città lombarde, i quali avrebbero un dì costretto l’Imperatore a curvare il capo dinanzi alla gloriosa opera della libertà, cui lo spirito di Arnaldo aveva infuso così gagliardo impulso. Spesso la mano del potente, senza pur che la sua mente lo preveda, spezza le molle di grandi commovimenti, che lui stesso più tardi travolgono e signoreggiano. Però agli occhi di Federico Arnaldo da Brescia non si mostrava in quel rilievo ond’egli compare oggidì avanti noi, e può darsi che poco di lui avesse udito parlare. Che poteva calergli della vita di un eretico? E, se anche sarà stato ben informato dei fatti suoi, entrato una volta in lotta colle città dell’Italia settentrionale ed eziandio con Roma, poteva Federico dar favore a questo Lombardo, novatore politico e republicano? Comunque sia, Federico distrusse una forza rigogliosa che più tardi gli avrebbe potuto prestare di grandi servigi. Poca previdenza mostrò a Roma l’Imperatore: invece di comporre con serio benvolere la democrazia romana ad una giusta misura (e ciò gli sarebbe stato agevol cosa di fare), invece di ritorla poi all’influenza del Papa e di ridurla sotto l’autorità dell’Impero, egli la respinse da sè con disprezzo cieco, e si inimicò molte altre città; però all’ultima fine vide disfarsi e crollare tutti i suoi stravaganti disegni.
Con Arnaldo da Brescia s’apre la schiera di quei martiri illustri della libertà che morirono sui roghi, ma i cui spiriti arditi sempre resuscitarono come la fenice dalle fiamme, per vivere di continua vita attraverso i secoli. Ben potè egli chiamarsi profeta, tanto chiaramente discernè l’indole del suo tempo, tanto lungi seppe prevedere una meta che Roma e Italia poterono raggiungere soltanto settecento anni dopo di lui. La sua età che aveva conseguito coscienza omai matura de’ suoi bisogni e delle sue forze, s’incarnò in lui, persona geniale di riformatore; così fu che il primo eretico politico del medio evo sbucciò dalla semenza che aveva posto la controversia delle investiture. La lotta delle due podestà e la forma nuova onde si costituirono le città, furono i grandi fenomeni pratici che a lui servirono di piedistallo storico[660]. Un impulso intimo della sua coscienza doveva attrarlo là dove s’accoglieva la radice di tutti i mali; se Arnaldo da Brescia non fosse stato a Roma, se a Roma non avesse finito la vita, ei sarebbe stato soltanto una persona incompiuta del suo tempo. Ma Roma non aveva un patrimonio di operosità popolare, continua e grande; ell’era sopraffatta dalla grandezza antica e in pari tempo premuta dalla soma delle due massime podestà del mondo, nè poteva a lungo mantenere la sua libertà civica. Tuttavia, ancora gran tempo dopo di Arnaldo, durò in Roma la costituzione cui può darsi che anch’egli abbia preso molta parte come legislatore; nè colà si spense mai la scuola degli Arnaldisti ossia de’ politici. Le quante volte in tesi filosofica o in ordine pratico s’ebbe combattuto lo stato secolaresco del clero, sempre fu Arnaldo che vi prestò un esempio di idealità storica; e questo a più forte ragione avvenne, dacchè il forte volere di lui non si lordò mai di bassi intenti[661]: invero gli stessi nemici suoi confessarono che quel che egli operò fece soltanto perchè convinzioni entusiastiche lo ispiravano. Per la grandezza del suo tempo, come per la potenza sociale delle idee, Arnaldo eccelse sopra tutti coloro che sorsero dopo di lui nel medio evo a combattere per la libertà di Roma. Fu paragonato al Savonarola; ma ogni animo temprato a sensi virili sente repugnanza dell’indole monastica del domenicano e delle tendenze sue alle visioni ed al meraviglioso, laddove non oracoli, non portenti si narrino dell’amico di Abelardo; chè anzi egli pare d’intelletto sano e gagliardo, e di mente lucidissima, sia perchè egli veramente fu tale, sia perchè molto di lui ha taciuto la storia. Le sue dottrine erano rigogliose di tanta vita, che ancora si sarebbero attagliate all’indole di questi nostri giorni; ancora oggidì Arnaldo da Brescia sarebbe il più popolare uomo d’Italia. Avvegnaddio le barriere alzate dal medio evo abbiano durato così ostinatamente a tener cinte Roma e Italia, che appena adesso potè trovar pace l’irato spirito di un eretico del secolo duodecimo, laddove l’ombra di Gregorio VII nulla possa più con ragione legittima chiedere al mondo[662].
Il supplizio dell’uomo che era stato loro profeta, uomo di Stato, e legislatore, dovette accrescere smisuratamente l’odio dei Romani contro i due stranieri Adriano IV e Federico I. Però così incompleta fu la vittoria sanguinosa di Federico, che anche questo grande Imperatore, il quale sè medesimo teneva in conto di padrone legittimo dell’Occidente e dell’Oriente, dovette partirsi senza pur aver posto piede in Roma. I Romani a questo tempo si mostrarono veramente degni della loro libertà; con animo virile resistettero all’Imperatore, rifiutarono di vendergli viveri e volevano continuare la lotta; perciò Federico levò il campo omai nel giorno 19 di Giugno. Presi con sè Papa e Cardinali fuggiaschi, mosse a monte Soratte, tragittò il Tevere presso a Magliano, e, come Enrico V aveva fatto, passando da Farfa, giunse al ponte Lucano. Quivi con gran pompa celebrarono nelle tende la festività dei santi Pietro e Paolo, e il Papa vi assolse le soldatesche alemanne di ogni peccato del sangue sparso in Roma. Le città della Campagna furono pronte a prestare all’Imperatore il gravissimo tributo del foderum; altre gli fecero omaggio per ottenerne la protezione, e Tivoli (la quale per l’astio che nutriva contro a’ Romani s’era posta dalla parte del Papa) sperò adesso di potersi affrancare eziandio della podestà pontificia. Il Comune (alla cui testa adesso erano per certo dei Consoli) mandò infatti un’ambasceria che prestò omaggio all’Imperatore e gli consegnò le chiavi della città, come a suo principe: e Federico, per vendicarsi di Roma, coltivava in mente di render forte una terra che era fieramente avversa al Senato romano; ma Adriano reclamò invocando i diritti della Chiesa, e l’Imperatore, prosciolti i Tivolesi dal giuramento di sudditanza che testè prestato gli avevano, restituì la città al Papa[663]. La reddizione di Tivoli fu meschino ristoro dato al Pontefice, verso cui Federico non adempieva la prestatagli promessa di farlo signore di Roma.
L’Imperatore, procedendo più in là, giunse a Tusculo, e fino alla metà del Luglio soggiornò ancora insieme con Adriano nei monti di Albano[664]. Di là ei davasi aria di voler combattere contro a Roma, ma la sua impresa tentennava senza uno scopo prefisso: non poteva acconsentire alle instanze che gli si facevano di muovere nelle Puglie contro di Guglielmo I, perocchè a ragione i suoi grandi vassalli si rifiutassero di secondarlo in quella guerra; nè alla stagione che correva poteva egli imprendere cosa alcuna contro di Roma. Le febbri estive scoppiarono nel suo campo; i soldati mormoravano di malcontento; laonde Federico abbandonò il Papa al suo destino, gli diè in mano i prigionieri, si congedò da lui a Tivoli, e per la via di Farfa tornò addietro. Nel suo cammino al settentrione ridusse in cenere con atrocissima ferocia Spoleto, la città longobarda di vetusta rinomanza: come l’antichità aveva chiamato Demetrio, così anche questo grande Hohenstaufen potè a ragione essere appellato lo «sterminatore di città»[665].
§ 3.
Adriano IV guerreggia contro re Guglielmo. — È costretto ad accordargli l’infeudazione. — Orvieto diventa città pontificia. — Adriano fa la pace con Roma. — Disaccordo fra il Papa e l’Imperatore. — Le città lombarde. — Adriano negozia con esse, e si disgusta con Federico. — I Romani si raccostano all’Imperatore. — Adriano IV muore. — Sua operosità. — Lamenta la sventura di esser papa.
La partenza dell’Imperatore deluse il Papa in tutte le sue speranze. Non gli si aveva conquistato Roma, sì come stabilito s’era nel patto di Costanza; andava esule, e financo era fallita l’impresa di Sicilia. Presa dunque una forte risoluzione, Adriano raccolse vassalli e genti mercenarie, e nell’autunno andò a Capua e a Benevento. Di già aveva egli scomunicato Guglielmo I e sciolti del loro giuramento i popoli delle Puglie, e adesso veniva in persona ad afforzare la loro ribellione, e univasi ai Baroni sediziosi ed ai fuorusciti che capitavano a Benevento per prestargli omaggio[666]. La sollevazione di tutte le province, i moti vigorosi dei Greci, la fortuna che in breve tempo favoriva i Baroni, l’attività di un Papa avido di conquiste, che era l’anima della ribellione e ne raccoglieva i frutti, tutto questo indusse il fiacco figliuolo di Rogero a fare offerte favorevolissime al Papa; fra le altre v’era questa ch’ei si obligava di ridargli Roma a soggezione[667]. Però la pace non si conchiuse, avvegnachè vi ponesse impedimento la contrarietà di quelli fra i Cardinali che avevano sposato le parti dell’Impero; e allora, datosi tutt’a un tratto animo di sforzi vigorosi, riusciva a Guglielmo di portar via quasi di foga le Calabrie e le Puglie ai Greci ed ai Baroni; indi il Re moveva a Benevento, dove i profughi s’erano ricoverati presso al Papa. Fu la terza volta che la fortuna arrise ai Normanni cogli stessi prosperi risultamenti; Adriano in quelle angustie dovè abbandonare i suoi alleati e implorare pace. Dettolla il vincitore (era il Giugno dell’anno 1156) nei dintorni di Benevento, e quivi egli ottenne la triplice investitura di Sicilia, delle Puglie e di Capua; la ottenne bensì nuovamente come in feudo pontificio, ma molti diritti si riservò, per patto espresso, verso la Chiesa[668]. La pace fu conchiusa senza l’intervento dell’Imperatore che v’era interessato, ed il Papa infeudò un nemico dell’Impero con terre di cui Federico protestava esser sovrano: se ne irritò questi, e presto sorvennero altre ragioni ad aumentare la ruggine che già fra lui e il Pontefice s’era intromessa[669].
Nell’estate Adriano tornò nello Stato della Chiesa, ma non risicò di andare a Roma. Egli accrebbe la potenza pontificia concludendo trattati con grandi vassalli e financo con città; così nell’Ottobre ei prese formalmente possesso di Orvieto[670]. Indi andò a Viterbo, dove d’allora in poi i Papi tennero frequente e gradita dimora, e nel Novembre entrò in Laterano[671]. La sua pacificazione con Roma era conseguenza del trattato stabilito con Sicilia; a forza di oro e di minacce re Guglielmo indusse i Romani ad arrendevolezza, ed eglino, sì come li sospingeva il loro odio contro Federico, vennero ad un aggiustamento. Anche questa pace fu atto arbitrario del Papa, e dovette mettere la stizza in corpo all’Imperatore: era appunto quello che gli astuti Romani bramavano. Ignoto è il tenore del patto conchiuso con Roma, ma certamente esso aveva le stesse fondamenta che erano state poste nell’anteriore convegno con Eugenio III[672].
Poco stante, il cozzo cui vennero fra loro le pretensioni che accampavano (ciascuno per parte propria) il Papato, l’Impero e il Senato, fu ragione di una scissura profonda fra l’Imperatore e Adriano. Da dopo di Ottone magno nessuna mano più vigorosa di quella di Federico I aveva brandito la spada dell’Impero. Conscio della forza di Germania, per via soltanto della quale protestava che sua era la corona di Costantino, egli fiaccò le corna alla tracotanza del Papa, il quale gli opponeva le idee esagerate di Gregorio VII. Il principio della monarchia despotica s’inalberò rudemente di contra a quello della Chiesa despotica. Il contrasto di due anime energiche, quali erano quelle di Federico e di Adriano, minacciava pericolo che si rinnovellasse la lotta antica, perciocchè ad un Imperatore grande ed eroico stesse di fronte la superbia eccessiva di un prete, nella cui persona s’incarnava l’idea smoderata del Papato. A ciò contribuivano d’ogni specie cause, il retaggio della contessa Matilde, i rapporti delle investiture, la pace conchiusa dal Papa con Sicilia, le condizioni di Roma e dello Stato ecclesiastico. Nei tempi andati non s’era mai scambiato fra i Papi e gl’Imperatori un linguaggio così violento come adesso; e con discorso aperto e chiaro, e senza ambagi entrambe le parti posavano la questione in quegli stessi termini che una lotta mondiale aveva definito nettamente. Avveniva per un caso che alcuni cavalieri borgognoni svaligiassero un Vescovo svedese; l’Imperatore non li puniva, e questo fatto dava opportunità ad Adriano IV di ammonire Federico che soltanto alla buona grazia del Papa egli andava debitore del suo diadema. E poichè usava della parola beneficium che aveva duplice significato (in linguaggio giuridico voleva dir feudo), se ne accendevano a collera l’Imperatore e la sua corte. Poco mancò che a Besanzone i Cardinali legati, latori delle lettere pontificie, non fossero ammazzati dai cavalieri tedeschi; cacciatine vituperevolmente, tornarono queglino a Roma[673]. Federico fece appello al suo Impero, dichiarò che la superba idea onde i preti spiegavano le attenenze dell’Impero e del Papato era arroganza e mendacio, protestò aver ricevuto la podestà imperiale soltanto da Dio per la elezione fattane dai Principi, disse voler morire piuttosto che invilir la sua dignità sotto ai preti[674]. Non erano più i tempi di Enrico IV; per tutto l’Impero tedesco sonarono con eco di giubilo le parole dell’Imperatore; i Principi e i Vescovi, infervorati di amor di nazione, si dichiararono concordi contro al Papa; e Adriano, cui toccava lottare contro un partito tedesco financo nel Collegio dei Cardinali, dovette prestamente chetare la collera dell’Hohenstaufen: una novella ambasceria con modestia addicevole recò una lettera di scusa, nella quale Adriano con sottigliezze degne di un grammatico pedante, asseriva, il concetto di beneficium non avere adoperato nella significazione di feudo.
Quei nunzî trovarono Federico di già arrivato in Augusta, donde, nel Giugno dell’anno 1158, egli era in procinto di tornare con grandi forze in Italia per ischiacciarvi le città reluttanti al suo dominio, e per ridurre tutta la contrada sotto la sua spada imperiale. L’eroica Milano prestò soggezione nel mese di Settembre, ed allora l’Impero celebrò nella Dieta di Roncaglia il più decisivo dei suoi trionfi; ma fu anche l’ultimo. Financo i celeberrimi giureconsulti di Bologna, adulatori e schiavi della loro idolatria per l’antico giure imperiale romano, accrebbero l’orgoglio del potente, perciocchè la monarchia degli Hohenstaufen eglino vestissero di tutto il manto despotico di Giustiniano, e protestassero in esso risiedere per diritto legittimo la signoria universale del mondo. In questa età, nella quale le cose civili e politiche, rimutandosi in un ordinamento nuovo, andavano cercando un solido fondamento giuridico, così le città che l’Imperatore facevano ricorso alle leggi romane, e pertanto venivano fra sè a veementissimo cozzo. Ma il mondo è commosso da forze vive e cammina; e perciò le città, ad eccezione di Roma sola, si svincolarono con poderoso sforzo dalle tradizioni dell’antichità, laddove l’Imperatore si appigliava con ambo le mani al passato, or prendendo ad esemplare il despotismo romano ed or l’Impero teocratico di Carlo; nella sua cecità reputava di poter impedire le tendenze democratiche del secolo, stringendone i polsi colle manette della tirannide onnipotente di Giustiniano. Nell’acre lotta che si dichiarava fra la cittadinanza e l’autorità imperiale non si poteva lungamente dubitare, che colla prima avrebbe fatto sua alleanza il Papato. La questione delle investiture (quest’è il concetto politico che domina una intiera epoca storica) fu l’idea mediatrice fra entrambi; vale a dire, la controversia antica, dopo che il Concordato di Worms la ebbe pacificata dentro della Chiesa, riarse con nuova foga nella cerchia delle cose civili. Anche per le città or si trattava di torre all’Imperatore i diritti regali, l’amministrazione della giustizia, la elezione de’ magistrati: così avvenne che la celebre lotta di Federico I contro le città lombarde fu la seconda controversia delle investiture, ma di ordine civile; e da essa alla fine le Republiche uscirono vincitrici, sì come era stato della Chiesa, e conseguirono la loro independenza giuridica nelle cose di Stato.
Omai Adriano IV in gran segreto andava annodando negoziati colle città, nel tempo medesimo in cui zelava a stringersi meglio nell’amicizia della monarchia feudale di Sicilia: del principio di libertà la Chiesa non si impacciava[675]. Dopo tanti trionfi, anche Federico, come Carlo Magno, intendeva a comandare su di Roma e dei Vescovi dell’Impero, tenendoli in conto di altrettanti vassalli; laonde egli mandava suoi legati per le terre di Italia, affinchè, con asprezza scevra d’ogni riguardo, levassero il tributo del foderum e di altri diritti fiscali, anche nelle province ond’era composto il retaggio della contessa Matilde, e nello Stato della Chiesa[676]. In una lettera accalorata il Papa si dolse che Federico esigesse oneri feudali da’ Vescovi, e che impedisse l’adito nelle province ai Cardinali legati. Rispose l’Imperatore con tono sprezzevole, la Chiesa non aver posseduto diritti principeschi prima di Costantino; ogni possedimento della santa Sede esser dono dei Re; nondimeno, i Vescovi (che soltanto dovrebbero essere eredi delle cose di Dio) possedere eccelsi officî temporali dello Stato: dirittamente aver eglino pertanto oblighi feudali verso l’Imperatore, perciocchè anche Cristo avesse per sè e per Pietro pagato tributo all’Imperatore[677]. E proseguiva Federico dicendo che pertanto, o i Vescovi si spogliassero dei loro beni temporali, o dessero all’Imperatore ciò che dell’Imperatore era; che se ai Cardinali s’avevano serrate in viso le porte delle chiese, lo si aveva fatto per proteggere le comunità dalla loro avidità depredatrice; che il Papa faceva oltraggio alla umiltà cristiana una volta che al cospetto del mondo discuteva di vantaggi terreni, i quali nulla avevano a fare colle cose di religione. Protestava avergli dovuto dichiarare tutto questo, perciocchè ei vedesse che la abbominanda bestia della superbia s’era accovacciata fin sulla cattedra di san Pietro[678].
In tal guisa Federico faceva risorgere la controversia delle investiture dal lato delle cose temporali: adesso parlava colle parole dei Romani, e pareva essersi tramutato in quell’Arnaldo da Brescia, che pochi anni prima egli aveva fatto morire. Almeno per un momento la podestà imperiale era entrata in un periodo di restaurazione; quella pontificia s’era invece infiacchita. Punto sul vivo, Adriano IV mandò a Federico suoi legati per vedere ciò che potesse aspettarsi di guadagnare con negoziati. Le sue richieste intemperanti significarono che il Papato si ergeva contro l’Impero colle stesse idee che le città coltivavano: domandava che gli si desse emancipazione completa dall’Impero nelle bisogne temporali, ovverossia che a lui si cedessero i diritti regali. Chiedeva che i Vescovi d’Italia dovessero prestare all’Imperatore soltanto in generale il giuramento di fedeltà, ma non essergli tenuti di oblighi feudali: non potesse l’Imperatore esigere il foderum nello Stato della Chiesa, eccettuato il caso di coronazione; alla santa Sede si attribuissero i redditi del retaggio di Matilde e di tutte le terre che si estendono da Aquapendente a Roma, i redditi di Spoleto, della Sardegna e della Corsica, di Ferrara e di Massa; nessun messaggio potesse l’Imperatore mandare a Roma senza il beneplacito del Papa, avvegnadio colà appartenessero alla santa Sede la magistratura e le regalie di ogni specie. Ma se di questo modo Adriano domandava di serrare lo Stato ecclesiastico in faccia alla podestà imperiale, e di essere riconosciuto per sovrano assoluto, rispondevagli di rimando l’Imperatore: «Poichè per volontà Divina imperatore romano sono e mi appello, non terrei che un titolo vano, se mi lasciassi fuggir di mani la signoria della città di Roma»[679].
Ambasciatori del Senato romano furono presenti a questi negoziati, chè i Romani, allorchè ebbero visto l’Imperatore torcere fermamente contro al Papa le dottrine di Arnaldo, a lui si ravvicinarono. Lo riconobbero adesso per imperatore, gli mandarono, nella primavera dell’anno 1159, dei messaggi di riconciliazione; e poichè a questi Federico ebbe fatto in publico orrevoli accoglienze, il Senato gli spedì una legazione di uomini ragguardevoli, i quali vennero al campo che l’Imperatore aveva posto innanzi a Crema. I Romani, fatti più moderati, gli chiesero la sua buona grazia imperiale, domandarono che concedesse indulto, promisero di restaurare la podestà dell’Impero in Roma; e Federico trattò col Comune, e dichiarò di voler accettarne il Senato, ma con certe norme che egli stesso prefiggerebbe, e che sarebbero state pari alle condizioni imposte a Milano assoggettatasi. Congedò così gli ambasciatori con ricchi donativi, e in loro compagnia mandò a Roma Ottone di Wittelsbach conte palatino, Guido conte di Blandrate e il prevosto Eriberto di Aqui: colà costoro avrebbero dovuto intendersela sull’ordinamento del Senato e sulla investitura del Prefetto, e in pari tempo (se la cosa avesse potuto condursi a buon fine) conchiudere un Concordato col Papa. I messaggieri furono ricevuti in Roma con molti onori, ma le superbe esigenze del Senato, che adesso assunse un atteggiamento baldanzoso, resero impossibile che si conchiudesse cosa alcuna: frattanto insorgeva un altro ostacolo; era la morte del Papa[680].
Adriano IV passò da questa vita nel dì 1.º Settembre dell’anno 1159, ad Anagni, in piena discordia coll’Imperatore, e mentre gli tenzonava in mente il pensiero di scomunicarlo. Questo prete, sorto di basso stato, ebbe animo maschio e forte, e stette avverso al potentissimo dei Monarchi con tanto orgoglio, come se non soltanto gli fosse stato pari, ma superiore. Pregevolissima energia di volontà, grandezza conseguita per meriti suoi proprî, scienza esperta della vita, accrebbero in lui le doti naturali dell’animo, cui in mezzo all’orgoglio non fe’ difetto, a tempo debito, l’accorta moderatezza: Adriano fu uomo prudente, di pratiche idee e di tempra indomita, come sogliono essere gli Anglosassoni. Pari a Gregorio VII, volle condurre a effettuazione l’idea della signoria universale pontificia[681]; però in mezzo ai suoi sogni arditi non neglesse di coltivare quegli intenti meno remoti, che gli capitarono sotto la mano. Fortificò eziandio a nuovo con munimenti alcune città, come fece di Orta e di Radicofani; altre ne acquistò, e gli Atti del Dominium Temporale fanno fede delle cure attente ch’ei diede a conservare patrimonî alla santa Sede o a fondarne, a indebolire i signori della Campagna, a renderli pronti a’ suoi servigî. La nobiltà della provincia era allora caduta in basso, causa le guerre cogl’Imperatori e col Comune civico; i Baroni, in conseguenza della rivoluzione democratica, avevano perduto il loro potere, erano impoveriti e carichi di debiti; laonde molti cedettero del tutto o per una metà le loro castella ad Adriano, che le restituì loro quali feudi della Chiesa: per tal guisa, nobiluomini diventarono tributarî (homines) del Pontefice. Precisamente in questo grandissima fu l’operosità di Adriano IV[682]. Soltanto la Republica di Roma egli non aveva potuto abbattere: durava in Campidoglio il Senato, e Federico, invece di essere per Adriano un imperatore benevolo, erane divenuto nemico violento, che mandava rotoloni tutti i suoi piani. «Ah! non avess’io», così un uomo del suo paese udì Adriano dolersi, «non avessi io mai abbandonato l’Inghilterra patria mia, od il convento di san Rufo! In qual luogo del mondo evvi uomo sventurato come il Papa? Sulla cattedra santa ho trovato tante angustie, che tutte le amaritudini della mia vita passata mi paiono dolcezze al paragone. Sia pur l’eletto pontefice ricco come Creso; domani ei sarà povero e indebitato a innumerevoli creditori. Rettamente il Papa si chiama servo de’ servi, perocchè l’avarizia cupida lo renda schiavo delle servili anime romane, e, s’egli non le attalenta, gli è pur mestieri che lasci trono e Roma, e se ne vada fuggiasco»[683]. Così Adriano IV descriveva le condizioni del Papato, tal quale era allora; ed è la confessione di un savio esperto del mondo, che morì in esilio.
Di quel valoroso uomo straniero Roma non conserva altro monumento che la sua urna custodita nelle grotte del Vaticano; un’arca antica cui la solidità indestruttibile tramandò fino a noi. E acconciamente quel grossolano sarcofago di rosso granito, spoglio di fregi, racchiude le ceneri del solo Pontefice che sia stato di nazione inglese, ed ebbe indole vigorosa e soda come granito.
§ 4.
Scisma fra Vittore IV e Alessandro III. — Il Concilio di Pavia riconosce Vittore IV per papa. — Resistenza animosa di Alessandro III. — Egli s’imbarca per Francia. — Distruzione di Milano. — Vittore IV muore nel 1164. — Pasquale III. — Cristiano di Magonza. — Alessandro III torna a Roma. — Guglielmo I muore. — L’Imperatore greco. — Federico viene di nuovo in Italia. — Lega delle città lombarde. — Rainaldo di Colonia s’avanza in prossimità di Roma.
Alla morte di Adriano tenne subito dietro uno scisma. Da lungo tempo il Collegio de’ Cardinali era diviso in due fazioni, aderente l’una alla gerarchia, l’altra all’Impero; ma ancora in Anagni le due parti avevano fra sè pattuito di eleggere uno che raccogliesse i loro voti concordi. Sennonchè il partito di Adriano, capitanato da Bosone nipote del Papa, aveva in secreto fatto occupare il munito palazzo che era presso al san Pietro, ed ivi congregava sue adunanze[684]: nel tempo medesimo la minor fazione tedesca s’era messa con gran calore in accordi cogli ambasciatori imperiali che tuttavia trovavansi a Roma, e a forza di denaro si aveva guadagnato aderenti in Senato.
Nel san Pietro si riunirono per l’elezione i Cardinali, gli ambasciatori dell’Imperatore, il clero, i nobili, il popolo e i Senatori, i quali ultimi s’erano tolto l’incarico della guardia del duomo, e ne tenevano chiuse le porte. In tre giorni non giunsero a intendersi, e alla fine, nel dì 7 Settembre, il partito più forte acclamò papa il cancelliere Rolando Bandinelli, sanese. Stavano per porre il manto rosso sulle spalle di lui, che se ne schermiva restìo, quando il cardinale Ottaviano, capo della parte tedesca, gli strappa di dosso la porpora; un Senatore indignato gliela toglie di mano, ma il cappellano del Cardinale accorre con un altro manto; Ottaviano se lo gitta sugli omeri, e nella esaltazione che lui tremante tutto invade, lo indossa a rovescio[685]. Però l’assemblea non aveva pur tempo di ridere della goffa figura del Cardinale il quale con tanta ansietà s’era ammantellato, chè il tumulto si fece grande. Colla spada in pugno entrarono nel san Pietro genti d’arme che già stavano preste; la parte di Ottaviano lui salutò papa; il clero minore (massime il Capitolo del san Pietro), il popolo, il numero maggiore de’ Senatori, molti Capitani gli diedero con voci di plauso il loro beneplacito; s’intonò il Te Deum, e l’acclamato, assunto nome di Vittore IV, fu subito condotto processionalmente al Laterano[686].
Frattanto Rolando e i suoi s’erano ricoverati nel Vaticano abbertescato. Quivi entro stettero serrati nove giorni dal Senato, che l’altra parte si aveva con corruzione guadagnato; indi furono tradotti in più stretta prigionia nel Transtevere, di dove, tre dì dopo, li liberò Odone Frangipani, il quale da lungo tempo era il più illustre vassallo della Chiesa e acerbissimo nemico della Republica. Subentrò un moto di reazione; Rolando fu condotto per Roma in mezzo a un grande scampanìo e colle bandiere delle chiese spiegate al vento; ma poi, seguìto da tutto il clero a lui devoto, da molti del popolo e della nobiltà in armi, dal collegio dei giudici, e dalla scuola dei cantori, immantinente si partì per la Campagna. Secessioni mirabili di quei Romani; strani spettacoli che dava di sè l’elezione pontificia a quell’età!
A’ piedi de’ monti Volsci, presso al margine delle paludi Pontine, è posta Ninfa, allora mediocre città, oggi incantevole Pompei del Cristianesimo, colle sue annerite mura che stanno ancor ritte, colle sue vie, colle sue leggendarie chiese cadute, cui l’edera tutte ricopre, e par che quasi soffochi nelle sue braccia. In quella terra, ai 20 di Settembre, uno dei più valorosi Pontefici che sieno stati, il grande avversario dell’imperatore Barbarossa, fu consecrato con nome di Alessandro III; poi egli si recò a Terracina, in prossimità dello Stato siculo, il cui Re più presto che in fretta gli prestò reverenza[687].
Per un momento, Ottaviano fu padrone di una gran parte della Città. Quel Cardinale apparteneva alla nobiltà romana; era de’ Conti di Monticelli e discendeva dai Crescenzî: bello di persona e liberale di mano, poteva contare su numerosa aderenza in Roma. Pietro prefetto della Città, il nipote di lui, i Tebaldi e gli Stefani, alcuni dei Gaetani, i Pierleoni ed altri ottimati potenti stavano dalla sua parte[688]. Anche ai vantaggi del Senato pareva che fosse desiderabile un Pontefice devoto a’ Tedeschi; quanto al popolo romano, non credeva egli mai qual fosse il Papa legittimo, ma soltanto qual era che prodigasse di più denaro[689]. Lo avevano, come lo bramavano, romano; e il basso clero, che da dopo di Arnaldo astiava i Cardinali seguaci delle dottrine antiche, quasi tutto si dichiarò per lui. Del clero maggiore però Ottaviano contava fra i suoi fautori soltanto il Vescovo di Ferentino, Imaro vescovo di Tusculo che aveva rinnegato Rolando, l’Abate di Subiaco, e quattro Cardinali, dei quali Guido di Crema e Giovanni erano stati quelli che lui veramente avevano sollevato al trono[690]; oltre a loro, Ottone conte palatino e Guido di Blandrate erano stati gli operosi a farlo eleggere. Sotto la protezione di questi ultimi, anche Ottaviano si partì di Roma che tempestava in tumulto; ai 4 di Ottobre fu consecrato a Farfa dal Vescovo di Tusculo, assumendo nome di Vittore IV[691], e di lì se ne andò a Segni nei monti Volsci. Per tal guisa entrambi i Papi avevano stanza nella Campagna, l’uno in faccia dell’altro, perciocchè da Segni ad occhio nudo si scerna chiaramente, giù basso nella valle, Anagni dove adesso aveva residenza Alessandro III.
Non era pur dubbio di quale fra i due pretendenti avrebbe l’Imperatore accettato; se Rolando, l’orgoglioso Cardinale legato che, un tempo, Ottone conte palatino era stato là là per uccidere, oppure Ottaviano, l’antico rivale di Adriano IV. Entrambi gli emuli fecero appello al mondo cristiano, e Federico colse questa buona occasione per assidersi arbitro da avvocato della Chiesa. In una lettera scritta dal suo campo innanzi a Crema, l’Imperatore comandò al «cardinale Rolando» di presentarsi in persona davanti a un Concilio, che egli aveva bandito raccogliersi a Pavia, e che su di lui pronuncierebbe sentenza: l’esempio d’Imperatori antichi e moderni gli conferiva il diritto di congregarlo. Ma Alessandro III, che aveva omai scomunicato Ottaviano, teneva sè stesso in conto di papa legittimo, e però respinse l’ammonimento, siccome quello che era contrario ai canoni. Il Concilio si riunì nel Febbrajo dell’anno 1160, breve tempo dopo che Federico aveva schiacciato l’eroica Crema. Comparve Ottaviano, baldo e sicuro della vittoria; molti testimoni, sopra tutti il Capitolo del duomo di san Pietro, anzi la parte maggiore di Roma ecclesiastica e laicale, si chiarirono in favore di lui; il Sinodo, che soggiaceva all’influenza imperiale, dichiarò agli 11 di Febbrajo, che Vittore IV era papa legittimo, e tosto l’Imperatore lo venerò per tale, facendogliene publico omaggio. Rolando fu scomunicato come cospiratore contro l’Impero e come scismatico; a quest’ora avevasi potuto mettere facilmente in chiaro la stretta lega che il suo partito aveva conchiuso con Sicilia, con Milano, con Brescia e con Piacenza[692].
Coraggioso al pari di Gregorio VII, Alessandro III entrò in guerra con un formidabile avversario: e la lotta equivaleva a quella dell’independenza della Chiesa, che Federico voleva far curvare sotto ai Concilî dei suoi Vescovi, e sotto al giogo imperiale. La partita del giuoco era grave, poichè aveva per posta tutto quanto s’era guadagnato all’età di Gregorio e di Calisto. E in questa seconda grande controversia del Papato coll’Impero, si ripeterono molti de’ casi antichi, anche per quello che concerne la città di Roma, sebbene ella avesse assunta una forma così nuova: però, laddove Gregorio VII aveva avuto per alleati il fanatismo religioso, la ribellione dei Paterini, la potenza famigliare di una femmina pinzochera, l’arte politica di un usurpatore, adesso invece il Papato doveva avere per confederata la libertà, a cui conquistare alcune città strenuamente combattevano. Nel giovedì santo, ai 2 di Marzo, Alessandro dal duomo di Anagni scagliò l’anatema contro il grande Imperatore; oramai la scomunica non significava altro che dichiarazione di guerra. E mandò legati ai Re della Cristianità, sperando che alcuni, tementi la grandezza di Federico, lui riconoscerebbero per papa; nè s’ingannò: esortò i Lombardi a tener forte resistenza, ma il suo comportamento politico verso le Republiche tenne sempre in limiti di accortezza e di circospezione. Fu sua buona ventura che all’Imperatore desse molto a fare la guerra veemente con Milano; e mentre Vittore IV se ne andava in compagnia della corte imperiale, Alessandro III, ajutato dai Siciliani, riusciva a soggiogare il Lazio: financo nella incostante Roma cresceva il partito per lui, avvegnaddio l’Antipapa non venisse nella Città[693]. A favore di Alessandro difatti dichiararonsi i Senatori di nuova elezione; e i Frangipani disposero le cose in modo che di già nel Giugno dell’anno 1161 ei potè entrare in Roma; quivi consecrò la chiesa di santa Maria Nova attigua alle rocche di quella famiglia, che erano poste vicino all’arco di Tito; sennonchè, forse un quattordici giorni dopo, egli abbandonò la mal secura Città, per tornare a cercarsi ricovero a Preneste e a Ferentino[694].
La potenza di Federico mandò così a rovescio le speranze di Alessandro; e Vittore IV potè celebrare ai 19 di Giugno un numeroso Concilio a Lodi, cui assistettero eziandio cinque Senatori romani[695]: ad Alessandro, che si vide abbandonato da quasi tutto lo Stato della Chiesa, non rimase altro a scegliere che l’esilio[696]. Intorno al Natale egli s’imbarcò a Capo Circeo su galee siciliane, toccò Genova ai 21 del Gennaio 1162, e, come i suoi antecessori, andò ad invocare l’ospitalità di Francia.
Mentre egli riceveva in questa terra l’omaggio dei maggiorenti, Federico tripudiava nei suoi spaventosi trionfi di Lombardia. Ai 26 di Marzo egli fece la sua entrata nella vinta Milano che ordinò si smantellasse; ed al cenno suo i terrieri di altre città italiche si gettarono con insana rabbia di vendetta su quella vittima magnanima, la cui caduta scosse di un tremito tutta quanta Italia. Anche a Roma egli incusse terrore; la Città riverì il Papa imperiale, ma Federico (che nel Giugno s’era avanzato fino a Bologna) ad Agosto partì per la Borgogna, passando da Torino, e dietro a sè lasciando un paese devastato, che adesso non aveva che un santo dovere da compiere: riscattarsi da un despota straniero. Conformemente ad un patto convenuto con Luigi VII, voleva egli raccogliere a Besanzone un Concilio, innanzi cui avrebbero dovuto comparire i due Papi e udire la loro sentenza; però l’arte di Alessandro ed altri ostacoli mandavano a monte la cosa. Senza aver raggiunto il suo intento l’Imperatore dovette tornarsene in Germania, e poichè quivi Vittore IV non trovava simpatie, egli lo rimandò tosto in Italia ponendogli ai fianchi, come da vicario, Rainaldo, eletto arcivescovo di Colonia. Quest’uomo di forte animo, che dall’anno 1156 era cancelliere dell’Impero, s’ispirava ad un indirizzo differente da quello che un dì aveva seguito Guibaldo: più imperiale dell’Imperatore, era entusiasta della monarchia di nazione germanica, cui voleva nuovamente rendere suddito il Papato. L’intelletto sagace e l’ardita energia di questo Arcivescovo, che vestiva corazza ed era ministro dell’Impero, s’accordavano pienamente coll’eroica grandezza del Barbarossa[697].
Mentre adesso Alessandro, sicuro che Francia e Inghilterra lo riconoscevano per pontefice, dimorava il più del tempo a Sens, il Senato governava Roma in pace. Gli Atti di quella università, «costituita in Campidoglio dal venerando e magnifico popolo dei Romani», non fanno più menzione del Pontefice, e in carte giudiziarie di allora viene posta nelle date l’êra di Vittore IV[698]. Frattanto questo Papa moriva a Lucca ai 20 Aprile dell’anno 1164, e Rainaldo, senza pur interpellarne la mente dell’Imperatore, faceva che i Cardinali scismatici eleggessero Guido di Crema con nome di Pasquale III. Federico, il quale trovavasi a Pavia, approvò tosto l’opera che il suo Cancelliere aveva compiuto di suo arbitrio[699]; tuttavolta neanche Pasquale giunse a insignorirsi di Roma: qui il magnifico Ottaviano, da quel nobile romano ch’egli era, ben aveva avuto moltissimi aderenti, ma Guido non si guadagnava alcun partito. Piuttosto avveniva una mutazione di cose favorevole ad Alessandro, poichè i Romani sentivano di che danno fosse per loro la perdita dei vantaggi che ad essi concedeva la presenza della Curia pontificia, e poichè il reggimento tentennante mutava di andazzo politico col cambiare di magistrati. Per verità nella primavera dell’anno 1165 sembrò che la fortuna sorridesse a Pasquale, ma non fu che un’apparenza menzognera. Egli aveva posto residenza a Viterbo. Questa città, secondo i disegni dell’Imperatore, doveva essere la base di tutte le imprese contro di Roma; e, dopo le deliberazioni da lui decretate a Würzburg nella Pentecoste dell’anno 1165, non si dovevano prendere più mezze misure; volevasi procedere dirittamente all’intento di sottomettere il Papato all’autorità dell’Imperatore, nè più nè meno di ciò che s’era fatto a’ tempi di Ottone I. Cristiano di Magonza e Gotelino conte avevano la capitananza degl’Imperiali; eglino si misero bene addentro nel Lazio, e angustiarono con tanta gravezza i Romani, che questi comperarono una tregua d’armi e protestarono esser pronti a riconoscere Pasquale per papa se Alessandro (che avevano invitato a tornare) tornato non fosse. Le soldatesche di Cristiano devastarono Anagni, ma rifecero indi la via di Tuscia, ed allora milizie sicule e romane occuparono per qualche momento il Lazio[700].
Frattanto Giovanni cardinale, nuovo vicario di Alessandro in Roma, aveva con grande accortezza lavorato a pro del Papa suo; ed era riuscito a guadagnargli con denaro i Romani, irritati delle esterminazioni cui Federico metteva le città e stizziti dei devastamenti che le imprese di Cristiano avevano menato per le loro terre: e Giovanni aveva benanco potuto ficcar lo zampino della sua influenza nella novella elezione dei Senatori, s’era impadronito del san Pietro, e aveva restituito la Sabina al suo obligo di soggezione verso il Papa[701]. Quasi tutta Roma si dichiarò a favore di Alessandro, nelle mani del suo vicario prestandogli giuramento di fedeltà; ambasciatori erano corsi a Francia, lo avevano invitato in nome di Roma a farvi ritorno, e Alessandro s’imbarcava nell’Agosto dell’anno 1165 a Maguelonne. La galea su cui egli navigava sfuggì felicemente alle insidie dei pirati e dei Pisani, e lo condusse in terra amica, a Messina, di dove re Guglielmo lo fece per Salerno condurre a Roma. Il giorno in cui ricorreva la festa di santa Cecilia egli arrivò alla foce del Tevere, e accompagnato dal Senato, che ve l’era andato a levare, tenne la sua solenne entrata in Laterano addì 23 Novembre del 1165. In tal maniera i Papi ebbero a Roma, fino ai dì nostri, sorti tanto irte di contraddizioni, fatti essendo segno or di odii feroci, or di saluti festanti[702].
Tuttavolta erano ben tristi le condizioni del Papa, gravato com’ei si trovava di debiti: elemosine e imprestiti tolti in Francia (massime dall’Arcivescovo di Reims) non gli davano che da vivere in Roma a stecchetto; ed aveva intorno a sè un popolo avido, il quale, per dirla colle sue parole, anche in tempo di pace non guardava ad altro che alle mani del Pontefice[703]. La morte di Guglielmo I il Malvagio (avveniva nel Maggio dell’anno 1166), e l’esaltamento al trono di Guglielmo II figliuol suo, che ancor era in età minore, rendevano ad Alessandro assai dubbio l’ajuto di Sicilia, eccetto in ciò che ei di là traeva denaro[704]. Pericoloso da altro canto tornavagli un novello alleato che or gli si offeriva: era questi Emanuele di Bisanzio, che venuto in nimicizia con Federico, proponeva al Papa una lega. Come tanti altri Imperatori greci, anche Emanuele sperava ricavar vantaggio dallo scisma per restaurare la sua signoria in Italia, dove aveva già posto piè forte in Ancona. Fe’ dunque egli balenare agli occhi del Papa la prospettiva di ricomporre ad unione le due Chiese, gli profferse ricchi sussidî, promise di ridurgli in sudditanza Roma e Italia, e in cambio chiese la corona romana. Bisanzio ad ogni momento ricordava le sue pretensioni su Roma, e infatti non v’ha gente che abbia buona memoria più dei legittimisti. Alessandro ricevette con molte onorifiche accoglienze l’ambasciatore greco, che fu il sebasto Giordano, figlio dello sventurato Roberto di Capua; però, se fece le viste di aderire ai voti bizantini e se mandò suoi legati a Bisanzio, fecelo soltanto per incutere timore all’Imperator tedesco, e per tenersi in qualunque ventura sgombrata la via ad un’alleanza greca.
Di già nel mese di Novembre 1166 Federico tornava in Italia; la Lombardia ribolliva di odio contro lo straniero e ferveva di amore della libertà, ed omai le città (che l’Imperatore così incautamente aveva ridotto in servitù) si collegavano fra loro per combattere a vita e a morte: in esse fu che il Papa trovò i suoi veri alleati. Non prevedeva l’Imperatore che formidabile destino gli si preparasse in Lombardia; suo progetto era discacciare d’Ancona i Greci, di Roma il Papa, installare Pasquale III nel san Pietro, farla finita a Roma con qualche colpo maestro, incatenare tutta Italia. Intanto che egli, sul principio di Gennaio dell’anno 1167, moveva di Lodi, per conquistar prima di tutto Ancona (locchè reputava agevol cosa) e per incamminarsi poi a Roma, Rainaldo di Colonia con un’oste minore doveva venire dalla parte di Tuscia, e sgombrare la via a Pasquale III. Rainaldo s’avanzò vittorioso fino in vicinanza di Roma, e quasi tutte le castella disertarono la parte di Alessandro, il quale profondeva ammonimenti e tesori per tenere il popolo stretto alla sua bandiera: il popolo granciva allegramente oro da ambe le parti[705]. Tuttavia il numero maggiore dei Romani stava per Alessandro; uno dei motivi ne era l’odio quasi puerile che nutrivano per alcune cittaduzze loro vicine, come erano Albano, Tivoli, Tusculo, le quali non volevano riverire l’autorità del Senato, e si collegavano cogli Imperiali. Tutto questo doveva partorire una catastrofe.
§ 5.
Tusculo. — Decadenza del Conti di quella famiglia. — Rainaldo di Colonia entra in Tusculo. — I Romani lo assediano. — Cristiano di Magonza muove a liberarlo. — Battaglia presso Monte Porzio. — Gravissima sconfitta de’ Romani. — Federico assedia la Leonina e la prende di assalto. — Assalimento del san Pietro. — Negoziati coi Romani. — Alessandro III fugge a Benevento. — Pace fra l’Imperatore e la Republica di Roma. — La peste miete l’esercito di Federico. — Questi parte di Roma.
Signore di Tusculo era allora Raino, uno dei figliuoli di quel Tolomeo II ch’era morto nell’anno 1153[706]. La casa dei Tusculani omai s’avvicinava alla sua caduta; divisioni del patrimonio famigliare, debiti, guerre, la costituzione del Comune romano avevano sbassato la potenza antica di questa famiglia. Neppur Tusculo era più in mano di un sol padrone: ai tempi di Eugenio III Odone Colonna aveva dato in pegno a Odone Fragipane la parte che gliene spettava, fino a che quel Papa ne aveva fatto compera e l’aveva affrancata dell’ipoteca; in tal guisa i Pontefici erano giunti ad acquistar dei diritti su di un castello il quale aveva per sì lungo tempo tiranneggiato la santa Sede. Adriano IV aveva concesso in feudo a Gionata, figlio maggiore di Tolomeo II, la parte ch’era dei Pontefici, e lo aveva ridotto così vassallo suo[707]. Ma il Senato romano aveva visto di mal animo che la Chiesa facesse da patrona di quel castello che rifiutava obbedienza e tributo alla Città, e Alessandro III aveva predicato al deserto, quando aveva dissuaso il Senato da che assalisse Tusculo. Raino, premuto da’ Romani, chiamò in ajuto gl’Imperiali; venne il pro’ Rainaldo, che giusto ai 18 Maggio col soccorso dei Pisani aveva conquistato Civitavecchia, ed entrò colle genti Coloniensi dentro di Tusculo, dove i Romani inferociti lo assediarono[708]. Così il grosso della guerra si addensò tutto su Roma.
I Romani armarono un’oste numerosa; si fece una levata delle milizie civiche e di tutti i vassalli della Tuscia e del Lazio ch’erano fedeli al Senato od al Papa; e fu questa la prima volta che cittadini e Capitani s’unirono insieme. Allora Rainaldo e Raino mandarono a chiedere soccorsi al campo di Ancona, e Cristiano di Magonza, raccolti milletrecento uomini d’arme di gente tedesca e di feroci mercenarî brabanzesi, corse in assistenza dei suoi amici[709]. Cristiano conte di Buch (che l’Imperatore nell’anno 1165 aveva fatto arcivescovo di Magonza mettendolo in luogo di Corrado di Wittelsbach) era uno dei migliori generali di Federico. Con provvido accorgimento egli pose campo presso Monte Porzio in vicinanza di Tusculo, e, per concedere ai suoi guerrieri un giorno di riposo, mandò messaggi ai Romani; risposero questi con disprezzo, e, usciti della Città con tutte le loro soldatesche, diedero addosso al nemico nel lunedì della Pentecoste, essendo, così vien detto, in numero di quarantamila uomini. Nessun Cronista nota chi fosse il duce del massimo esercito che da secoli i Romani schierassero in campo; forse ei fu Odone Frangipani, il più ragguardevole ottimate di Roma a quell’età. Quantunque i Romani stessero contro a’ Tedeschi nella proporzione di venti contr’uno, questi valorosi guerrieri non disperarono; l’inno tedesco di battaglia rinvigorì gli spiriti della loro piccola schiera; Cristiano spiegò la bandiera imperiale, e la disuguale battaglia incominciò. I Brabanzesi furono tosto ricacciati indietro dalla forza maggiore nemica, ma la cavalleria dei Coloniensi, poca sì ma robustamente serrata nelle sue ordinanze, sortì a tempo opportuno da Tusculo con una carica veemente, ed uno squadrone di cavalli che Cristiano teneva in pronto, colse le milizie nemiche di fianco: un urto ferrato e irresistibile squarciò nel centro la fronte di battaglia dei Romani; la gente a cavallo diè volta, la fanteria si sciolse in fuga scompigliata, e i Brabanzesi si gettarono sul campo romano. Inseguiti colle spade alle reni, i fuggenti furono uccisi o si arrendettero; appena una terza parte di tutto l’esercito giunse nella sgomentata Città, e soltanto le salde mura di Aureliano e la notte che cadeva obligarono i persecutori a far sosta. I campi e le strade erano sparsi di cadaveri e di armi; a migliaia erano stati i massacrati; altre migliaia venivano condotte prigioniere a Viterbo, e fra questi trovossi anche un figlio di Odone Frangipane, per il quale il padre inutilmente offerse un ricco riscatto. Fu il giorno 29 Maggio dell’anno 1167, che si combattè questa memoranda battaglia fra Monte Porzio e Tusculo[710].
Coloro che in faccia del Papa avevano ottenuto questa gloriosa vittoria sopra una forza tanto preponderante, erano, meraviglioso caso! due Arcivescovi tedeschi, nobilissimi uomini per natali, per doti dell’animo, per coraggio. La loro piccola oste era formata dei più valorosi soldati del mondo, gente che aveva appreso il mestier della guerra in Lombardia: quanto ai Romani, che erano avvezzi a combattere dietro a’ monumenti e sotto il riparo delle mura, o solevano da quelle far loro sortite, perdettero il primo combattimento, che, a prova delle armi del loro governo di fresca data, avessero appiccato in campo aperto contro le soldatesche imperiali: e doveva pur esser gravissima la loro vergogna, al memore pensiero dei loro gran padri, di cui vaneggiavano aver rinnovata in Campidoglio la Republica[711]! La tradizione andò divulgando leggende di quella sconfitta, ma in Roma non v’ha più pietra che indiscretamente narri di cotale orrenda giornata, che potè dirsi la Canne del medio evo[712].
Infatti il terrore, i pianti, le angustie furono nella Città grandi, come dopo della vittoria di Annibale. Per le vie, vecchi e matrone alzavano lunghe voci di gemito, o con strida lamentose ricevevano i convogli dei morti, cui alla fine il nemico concesse che si seppellissero. Il Papa ne pianse di dolore; e, vivendo in sospetto, si ricoverò sotto la protezione de’ Frangipani presso al Colosseo, con attenta cura provvedendo che si vigilasse alle mura e che venissero in Città milizie, avvegnaddio i Tedeschi già avessero posto campo innanzi a Roma, afforzati di genti levate nelle città della Campagna. Chi avesse dato libero volo alla fantasia avrebbe potuto credere di esser tornato a’ tempi di Manlio Torquato o di Coriolano, allorquando s’erano alleati contro Roma Ernici ed Equi, Latini e Volsci, ed avevano rizzato le loro tende sulle falde dell’Algido. Erano pur sempre quelle stesse antiche città, Tivoli, Alba, Tusculo, Viterbo ed altre, che nuovamente assediavano Roma, tornata per gran vecchiezza fanciulla. Quelle piccole terre speravano adesso di dare addosso all’avvilita Città, parimente come Cremona e Pavia avevano assalito Milano. E adesso Cristiano esortava l’Imperatore a venire, per dar l’ultimo crollo alla cadente Roma: s’affrettava Federico, dopo aver conchiusa una capitolazione con Ancona, e poteva, ai 22 di Luglio, piantare le sue aquile imperiali in prossimità di Monte Mario[713].
Alessandro III si vide ridotto alle dure condizioni di Gregorio VII, e senza neanche speranza di ajuti normanni; chè un esercito siciliano, cui la Reggente aveva mandato contro di Federico, era stato ributtato. I Romani difendevano Alessandro come avevano difeso Gregorio, o, per dir meglio, il Papa stava sotto la protezione di loro, fino a tanto che la necessità o il loro profitto non li costringesse a trattare con Federico. Un assalto mosso contro porta Viridaria sgombrò all’Imperatore l’ingresso della città Leonina, dove Romani non trovavansi, ma soltanto genti pontificie che prodemente tennero ancor fermo nel san Pietro. Il duomo era cinto tutt’all’intorno di trincee; il suo atrio e il campanile di santa Maria in Turri, sopra la scalea maggiore, erano muniti come fortezze; sul tetto s’avevano piantate macchine fromboliere; l’interno, fino la tomba in cui il santo Apostolo dormiva il suo sonno senza che ne lo destasse lo strepito di questi orrendi tumulti, era tutto irto di arnesi bellici e di serragli, nè più nè meno che se fosse stato una rocca. E poichè il castel Sant’Angelo, causa le sue mura laterali, era staccato dalla Leonina, e serviva di testa di ponte alla città di Roma, a questo tempo non più il castello, ma il san Pietro era della Leonina cittadella vera.
Otto giorni la Mecca della Cristianità resistette agli assalti di Tedeschi arnaldisti e di soldatesche viterbesi. Muraglie, torri, il portico restaurato da Innocenzo II caddero infranti; tutto il borgo traboccò al suolo, cumulo di rovine. Soltanto il duomo teneva ancor fermo, però a un tratto era gettato fuoco nel suo atrio; santa Maria in Turri ne arse, e un testimonio oculare potè deplorare la distruzione di un magnifico musaico che sopra dell’atrio decorava il muro di quella chiesa: nè perdevano tempo i Viterbesi, ma ne strappavano via le porte di bronzo, per recarle, secondo il costume di quell’età, in patria, da spoglie opime della vittoria[714]. Il san Pietro minacciava di andar tutto in fiamme, allorchè il presidio abbassò le armi. Fu Federico di Rotenburg, figlio dell’imperatore Corrado, il più bel cavaliere dell’esercito, che durante il fiero assalto fe’ abbattere a colpi di ascia le porte del duomo. Il sangue degli uccisi insozzava gli altari polluti e la stessa tomba dell’Apostolo; sul pavimento di marmi finamente lavorati del tempio, come sopra un campo di battaglia, giacevano distesi i cadaveri degli estinti, chiusi nelle loro armature[715]. Poteronsi chiamare empi i Musulmani del secolo nono, se, tre secoli dopo di loro, battagliarono alla conquista di quella medesima basilica l’Imperatore della Cristianità e i suoi Vescovi coperti di corazze d’acciaio? Il duomo fu preso il sabato 29 di Luglio; e lo si ebbe appena nettato del sangue, che sotto ai suoi portici s’intonò a Dio il canto del Tedeum, orazione no, ma canzone di scherno. Al dì seguente l’Imperatore mise dentro al san Pietro il Papa suo ch’era venuto di Viterbo, istessamente come aveva fatto Enrico IV dopo la presa della città Leonina. Anche Federico in quella festività cinse il serto d’oro di patrizio in segno di protesta così contro ai Romani che al Papa; indi, addì 1 di Agosto, che era il giorno in cui si celebrava la festa delle catene di san Pietro, ei fece che Pasquale III coronasse a imperatrice la moglie sua Beatrice: egli assistette alla ceremonia col diadema in capo[716].
Quelli dei Romani che parteggiavano per l’Impero gli si fecero attorno, ma ogni successo suo rimase ristretto alla Leonina. Il popolo romano, ancora istizzito della sua disfatta, teneva testa nella Città, e ivi esso era più formidabile che sul campo di Tusculo. Nel frattempo Alessandro III, crucciandosi nei suoi pensieri, dimorava nelle torri dei Frangipani presso l’arco di Tito; due galee siciliane vennero fino al san Paolo per torlo seco, se avesse voluto fuggire; ma il Papa, preso il denaro che i Siciliani gli portavano, lo distribuì ai Frangipani, ai Pierleoni ed alle guardie che vigilavano alle porte, e rimandò indietro le navi. Ancora i Romani resistettero virilmente, tuttavia nè essi nè il Papa potevano schivare di venire a trattative. A Roma trovavasi Corrado conte palatino e parente di Federico; era egli stato arcivescovo di Magonza, ma avendo abbracciato le parti di Alessandro III, della sua dignità l’Imperatore aveva investito Cristiano: Corrado dunque fu spacciato al campo di Federico. Imitando l’esempio di Enrico IV, anche questi tentò di tirare i Romani dalla sua, protestando che solo ostacolo alla pace era il Papa. Propose lor dunque così: abdicassero entrambi i Papi; un terzo si eleggesse colle forme canoniche; non volere indi egli pretendere più all’elezione pontificia, voler dar la pace alla Chiesa, ristorare i Romani delle loro perdite. Com’è naturale, Alessandro e i suoi Cardinali respinsero proposte cotali, ma i Romani le accettarono: per salvare le sue pecorelle, sclamavano, il Papa è tenuto a far maggiori sacrificî che non sia quello di deporre la tiara. Il popolo tumultuò, si chiese che il Papa rinunciasse alla sua dignità, ed allora egli sparve della Città. Tre dì dopo lo si vide in abito di pellegrino sedere presso al Capo Circeo, e co’ suoi compagni dividere il mesto pane del fuggiasco accosto a una fonte, che più tardi ne fu chiamata fontana del Papa. A Terracina vestì di bel nuovo la porpora, e mosse poi a Benevento, dove entrò nel mese di Agosto.
La sua fuga tolse all’Imperatore la speranza di un aggiustamento colla Chiesa, ma agevolò la pace colla Città, e in ciò diede una vittoria decisiva all’Imperatore, poichè quei medesimi Romani, i quali avevano sì lungamente difeso Alessandro III, adesso discacciato lo avevano di Roma[717]. Intorno a questo tempo i Pisani avevano con otto galee risalito il corso del Tevere; distruggevano le ville poste sulle due sponde, ed uno dei loro bastimenti giungeva fino alla Ripa Romea[718]. I Romani caddero d’animo, e Federico, il quale nella stagione che correva, poco poteva operare, nè aveva speranza di conquistare le torri dei nobili, quando pure Roma gli avesse aperte le porte, era inchinevole ad equi patti. I suoi ambasciatori, fra’ quali fu il notaro e storico Acerbo Morena di Lodi, conchiusero la pace con Roma: Senato e popolo giurarono all’Imperatore di essergli fedeli e di difendere i diritti della corona romana dentro della Città e fuori; l’Imperatore confermò il Senato nell’autorità che allora aveva, ma come se investito ne fosse da lui; confermò con una Bolla d’oro la validità de’ testamenti e di tutti i contratti d’affittanze de’ Romani; finalmente concesse franchigia da ogni specie di imposte e di gabelle[719]. Così dopo guerre sanguinose si giunse a quello che Federico avrebbe dovuto fare al momento della sua coronazione; la Republica romana fu posta sotto la dipendenza immediata dell’Impero. I suoi messi forniti di pieni poteri ricevettero da Roma giuramento di vassallaggio; però egli non pose mai piede nella Città, avvegnaddio quivi i grandi Capitani non avessero preso parte al trattato, ma stessero minacciosamente in armi nelle loro torri. Federico adesso ripristinò la Prefettura come officio imperiale, e ne investì Giovanni, figlio dell’antico prefetto Pietro; indi fe’ eleggere il novello consiglio comunale, e tolse quattrocento statichi de’ Romani[720].
In questi giorni era egli pervenuto al culmine della sua potenza; aveva restaurato in Roma i diritti dell’Impero, messo in san Pietro il suo Papa, abbattuta la gerarchia gregoriana, e adesso, coll’assoggettamento completo d’Italia, poteva di bel nuovo costituire l’Impero universale romano. Sennonchè in mezzo a tutti questi fausti successi, d’un tratto apparvero gli angeli sterminatori, armati del flagello delle febbri: a creder dei Santi, vennero per salvare il Pontefice, ma a creder nostro fu Nemesi che sorse a fermare il braccio dell’oltrepotente monarca, per dar tempo e forza alle città di spezzare le loro catene. La mano del destino colse Federico parimenti come ebbe colto Serse e Napoleone; spettacolo triste e sublime, che par simile a un turbine orrendo, incalzante, che si spande attraverso la natura, e la devasta. Roma di repente si tramutò in Gerusalemme, e l’imperatore Federico fu annientato come Sennacheribbo. Negre nubi calarono ai 2 di Agosto su di Roma, e si sciolsero in diluvii di pioggia; indi succedette un’ardente caldura, e la mal’aria, che a Roma nell’Agosto è mortifera, produsse febbri pestilenziali. Morte ingloriosa mietè il fiore dell’esercito invitto; cavalieri, fanti, scudieri caddero oscuramente, spesso morivano di repente, cavalcando o camminando per le vie: poco andò che non si potè più dar sepoltura ai morti. In sette giorni Federico vide un dopo l’altro morire i suoi migliori eroi, Rainaldo di Colonia, Goffredo di Spira, Eberardo di Regensburg, i Conti di Nassau e di Lippa, Federico di Rotenburg; Vescovi e signori molti; innumerevoli nobiluomini e soldati volgari furono rapiti dalla moria. L’angelo di Gregorio magno non fu visto ricomparire sul castel Sant’Angelo, e ringuainare la spada; sembrava anzi che ei si librasse a volo sopra il duomo profanato dell’Apostolo, agitando irato il suo dardo fiammeggiante. Anche Roma fu desolata orribilmente dal morbo; gli uomini morivano a migliaia, e ai loro cadaveri si dava tomba nel fiume. Da secoli la Città non aveva sofferto più spaventose sorti della battaglia di Monte Porzio, e subito dopo, della peste[721]. I Tedeschi ne ebbero terrore, come se la mano di Dio li castigasse di aver tormentato la Città santa, incendiato le chiese, polluti di sangue i templi della Cristianità.
Ai sei di Agosto l’Imperatore levò le tende, e sbigottito partì col resto dell’oste, che aveva l’aspetto di un esercito di ombre. Lasciò a Viterbo Pasquale III e gli ostaggi romani, e andò avanti a Pisa; ma per via gli caddero ancora più di duemila uomini, ed altri, esangui e sparuti come altrettante larve, portarono con sè in Germania la morte, oppure passarono di vita in Italia: così avvenne di Acerbo Morena e del giovine duca Guelfo, ultimo della casa di Este che avesse ereditato i possedimenti di Spoleto, di Toscana e di Sardegna, del patrimonio della contessa Matilde[722].
Questa orribile fine sortì la guerra di Federico intorno alla fatale Roma, presso le cui mura, dai Goti in poi, intieri popoli di Alemagna piombarono nelle loro tombe senza nome. E allorquando l’uomo tedesco cammina lungo quelle alte mura di Aureliano, gli è con grave dolore che egli rimembra le sventure orrende di Roma e tutto il sangue sparsovi dai suoi padri, di cui s’imbevve ogni zolla di quel terreno[723].
CAPITOLO SESTO.
§ 1.
Guerra delle città lombarde contro di Federico. — Pasquale III in Roma. — Calisto III. — Tusculo s’arrende alla Chiesa. — I Romani non lasciano entrare Alessandro III nella Città. — I Lombardi vincono a Legnano. — Negoziati di Federico col Papa. — Congresso e pace di Venezia. — Alessandro III conchiude pace con Roma. — Sua entrata trionfale in Laterano.
Tanti colpi fatali non piegarono l’animo eroico dell’Imperatore, ma ne fransero la potenza. Degno di ammirazione è il coraggio indomito con cui Federico I, subito dopo la sventura toccata in Roma, proseguì la sua guerra contro le città: però deplorevole fu il suo acciecamento, e di lì a non molto avvenne che l’eroe con parole dolenti invidiasse la sorte di Alessandro magno, cui reputava beato perchè non avea mai visto Italia, e si rammaricasse di non aver piuttosto combattuto per la remota Asia[724]. Omai nella primavera dell’anno 1168 gli conveniva partirsi di Lombardia come un fuggiasco, e mentre esauriva le forze dell’Impero lottando contro gli impulsi del suo tempo, che di lui erano più forti, con quelli il Papa si alleava. Uno strano accordo di circostanze poneva la libertà delle Republiche sotto il patrocinio della Chiesa, sì come la libertà di questa adduceva sotto la protezione delle Republiche. Sarebbe eletta gloria della Chiesa se ella, di sua spontanea opera e per principio religioso, avesse promosso le libertà civili: ma i Papi combattevano a Roma la democrazia, perchè là questa cercava soccorsi dall’Imperatore contro il Papato, ed in pari tempo la favorivano in Lombardia, avvegnaddio quivi essa trovasse nel Pontefice un appoggio contro all’Imperatore. La potenza morale della Chiesa afforzò l’energia delle città, e la vittoria gloriosa della democrazia salvò il Papato, nemico di tutte le libertà, dallo scisma e dalla dittatura imperiale[725].
La lotta della lega Lombarda contro di Federico è uno dei più magnifici episodî della storia; per lunghi secoli essa ebbe ornato Italia di uno splendore vivissimo, che ha qualche cosa del nobile genio ellenico. Dopo età così buie trascorse, il fiore rigoglioso della libertà civile è bello e confortevolissimo fenomeno del medio evo. Soltanto la città di Roma rimase condannata a voltolare il sasso di Sisifo, e a pugnare dolorosamente contro un destino che era di lei più possente. Se si paragonano ai Lombardi intenti all’eroica loro lotta, è cosa che fa pena vedere i Romani combattere del continuo contro le cittaduzze del loro vicinato, sulle quali volevano tor vendetta della sofferta sconfitta, il cui obbrobrio era una spina al loro cuore. Nell’Aprile 1168 distruggevano Albano, e ve li ajutavano Cristiano di Magonza e il Prefetto imperiale[726], perocchè entrambi questi uomini, ad onta delle disgrazie sofferte in Agosto, capitanassero ancora il partito tedesco in Roma, dove l’Antipapa, lasciato Viterbo, aveva fatto ritorno. Pasquale III potè dimorare per qualche tempo nel Vaticano; i Senatori gli avevano prestato reverenza, tanto per ottenere la liberazione degli ostaggi romani, ma ponendogli divieto di entrare nella Città: ed egli era costretto a cercar ricovero in Transtevere, nelle torri di Stefano Tebaldi, poichè stava in grande paura della rinnovazione del Senato, le cui nuove elezioni dovevano avvenire al primo giorno del Novembre 1168[727]. Però nel frattempo moriva egli in Vaticano ai 20 di Settembre, e Giovanni abate di Struma subentrava in vece di lui, con nome di Calisto III.
I Romani s’irridevano di un Papa e dell’altro; pure, quantunque vedessero volontieri Alessandro III in esilio, tolleravano che il Cardinale vicario di lui abitasse nella Città. Questi si dava faccenda a guadagnargli la benevolenza dei Romani, in pari tempo che Corrado di Wittelsbach, generale di Alessandro, minacciava da Benevento il Lazio[728], e prendeva Tusculo per meta della sua impresa. Al solo udir pronunciare il nome di quel paese i Romani montavano in furore, e pertanto vollero distruggerne il castello, come avevano fatto di Albano. Corrado, respinto dai Conti di Ceccano, non potè giungere a gettarvisi dentro, ed allora Raino, ultimo dei signori di Tusculo, consegnò la angustiata città in mano di Giovanni prefetto, e la permutò con altre terre senza darsi un pensiero al mondo dei diritti del Papa. Giovanni ne prese possesso, ma i Romani assaltarono fieramente il castello. Fuggì il Prefetto e volle tornarvi Raino; però i cittadini di Tusculo, non ve lo accolsero più, e preferirono far dedizione di sè al Papa, che, speravano, gli avrebbe protetti contro ai Romani: in pari tempo anche Raino con una publica scrittura cedette tutti i suoi diritti alla Chiesa. Per tal guisa, agli 8 di Agosto 1170, il celebre Tusculo venne in proprietà del Pontefice[729].
Alessandro III risiedeva allora a Veroli nella Campagna, e per cagione di Tomaso arcivescovo di Canterbury era entrato in veemente controversia col Re d’Inghilterra; infruttuosamente questi aveva corrotto a forza di denaro i maggiorenti romani affinchè gli acquistassero il favore del Papa, e non meno vane erano state le profferte che aveva fatto a lui dei suoi tesori e di ajuti valevoli ad assoggettargli Roma[730]. A Veroli riceveva Alessandro messaggieri dell’Imperatore che bramava la pace, e delle città Lombarde di cui il Papa aveva invocato il soccorso. Anche legati greci vennero rinnovandogli proposte di alleanza, ed Emanuele Comneno spingeva tant’oltre la degnazione fino a dare una sua nipote in moglie al maggior vassallo del Papa, a Odone Frangipane. Le feste nuziali si celebrarono a Veroli con sontuosa magnificenza, tuttavolta Alessandro III non aderì alle offerte dei Greci[731]. A nulla approdarono neanche i suoi negoziati con Federico, ma il Papa sperò adesso di ottenere accoglienza a Roma. Ai 17 di Ottobre dell’anno 1170 entrò con genti d’arme in Tusculo; però il grande Pontefice dovette restar più di due anni rimpiattato in quella meschina rocca montana, proprio dirimpetto a Roma, perciocchè i Romani nol lasciassero entrare nella Città[732]. Ivi, a Tusculo, gli capitò la novella (e penosissima impressione fece al suo animo) che l’arcivescovo Tomaso Becket era stato assassinato a Canterbury: presto quel fatto di sangue doveva diventare potentissima leva della sua podestà pontificia; nondimeno in quello stesso tempo, in cui a Tusculo riceveva i messaggi del clero inglese e di re Enrico, e si occupava di questioni assai rilevanti della Chiesa e della gerarchia, Alessandro trovavasi confinato in quel castello latino, involto egli stesso in difficoltà gravissime, che formavano un acerbo contrasto colla sua dignità e coi negozî che aveva per mano[733]. Lo angustiava Cristiano di Magonza, di cui i Tusculani comperavano la ritirata a peso di denaro; lo angustiavano i Romani, irritati che il Papa tenesse Tusculo sotto il suo patrocinio. Alla fine costoro maliziosamente gli proposero un aggiustamento; accondiscendesse a ciò che si smantellasse una parte delle mura di quella rocca, e allora sarebbe a Roma il bene accolto. Ottocento Romani giurarono il patto, ma, contro il suo chiaro tenore, il furente popolo romano distrusse affatto tutti i munimenti dell’odiato castello. Il Papa ingannato non volle tornare a Roma; rimase a Tusculo ch’era così ridotto una terra aperta, indi, sul principio dell’anno 1173, ne partì, e senza speranza alcuna che lo confortasse, andò a continuare il suo esilio a Segni[734].
Così trascorsero ancora alcuni anni, ma finalmente una grande vittoria dei Lombardi fe’ mutar faccia a tutte le cose. Nel Settembre del 1174 Federico era tornato a guerra contro le città, e stavolta doveva questa esser la lotta decisiva: l’eroica difesa di Ancona e quella della nuova Alessandria infiammarono gli arditi cittadini all’entusiasmo, infino a che una battaglia di ricordanza imperitura assicurò ad essi la libertà. La giornata di Legnano (combattuta ai 29 Maggio dell’anno 1176) nella quale le milizie cittadine alleate sconfissero il poderoso Imperatore, fu la Maratona delle Republiche lombarde; le giovani città celebrarono uno dei più splendidi trionfi che registri la storia; sè liberarono e la patria. Primo frutto di quella vittoria fu certo la convenzione secreta che fra loro conchiusero l’Imperatore ed il Papa, cui Federico mandava messaggi di pace ad Anagni, sperando staccarlo dalla causa delle città. Ad ottener ciò il Barbarossa rinunciò ai più vitali diritti dell’Impero su di Roma, ossia concesse tutto quello che ei s’era rifiutato di cedere in tempo andato ad Adriano IV. Così avvenne che alla podestà imperatoria su Roma (l’autorità ne era già andata decadendo da dopo di Lotario) fu rinunciato da quel grande Imperatore medesimo che s’era preteso di voler restaurare i confini dell’antico Impero romano. Non fu pigro Alessandro di trarre tutti i possibili vantaggi da una vittoria cui per nulla aveva contribuito, laonde le città sospettarono un tradimento. Dopo di essere andato a Venezia sopra navi siciliane, il Papa le acchetò in una Dieta raccolta a Ferrara, e vi die’ promessa solenne che non conchiuderebbe senza di loro la pace definitiva. I Consoli lombardi avrebbero potuto cantargli a chiare note che egli aveva combattuto il potente nemico a parolone ed a Bolle, laddove eglino lo avevano vinto per virtù di geste insigni; tuttavia fu necessità che per adesso si accontentassero di aver tratto un mezzano vantaggio dai loro eroici conati.
Allora fu conchiuso il primo dei Congressi che sopra tutti sia di nota degnissimo e confortevole a chi lo ricorda; nè peranco diplomatici, assisi intorno a una tavola coperta del solito panno verde, vi arbitrarono le sorti dei popoli, ma per la prima volta, ambasciatori di libere città, da uomini independenti, trattarono alla paro coll’Imperatore e col Papa. Nel famoso Congresso di Venezia, addì 1 Agosto 1177, fu conchiusa la pace fra Alessandro III, Federico I, le città, l’Imperatore greco e Guglielmo di Sicilia[735]. Calisto III fu deposto, Alessandro III riverito per papa, assicurato a lui il possedimento dello Stato ecclesiastico. Rinunciò l’Imperatore alla Prefettura, e così ammise che d’allora in poi il Pontefice sarebbe stato principe independente di Roma e del Patrimonium; e questo, nella estensione che allora aveva lo Stato della Chiesa, da Aquapendente a Ceperano, l’Imperatore restituì al Papa: quanto a Spoleto, alla marca di Ancona, ed alla Romagna, il Pontefice da parte sua dichiarò che erano terre indubbiamente pertinenti all’Impero[736]. Alle collegate città lombarde fu acconsentita una tregua di sei anni, che precedette la conferma del loro stato di diritto publico. La pace di Venezia segnò una grande epoca nella storia d’Italia, dove la cittadinanza venne in fiore rigoglioso; decise anche della sorte di Roma, ma precisamente le condizioni di questa Città posero le attenenze del Papa e dell’Imperatore in un assetto di cose meno favorevoli di quello che sortissero in Lombardia. Federico, posto in non cale qualsiasi riguardo, sacrificò la Republica che aveva dianzi accettata, e il suo generale Cristiano di Magonza senza ombra di pudore prestò adesso le sue armi alla Chiesa per assoggettarle, conformemente ai patti, la Città e il Patrimonium. Abbandonati a sè soli in un tempo in cui tutta Italia invocava pace, i Romani non ebbero coraggio di combattere più a lungo contro il Papa, cui l’Imperatore riconosceva adesso per padrone di Roma. Alessandro III, coperto di gloria, era tornato intorno alla metà di Dicembre ad Anagni; omai egli sapeva che il suo esilio sarebbe finito. Sette nobili romani gli recarono lettere del clero, del Senato e del popolo per invitarlo a far ritorno. Diffidando, e memore dei torti patiti, il Papa procrastinò, e spedì a Roma Cardinali e uomini del medio ceto affinchè conchiudessero trattati col popolo. Dopo negoziati lunghi si venne ad accordi: i Senatori da eleggersi ogni anno al dì primo di Settembre presterebbero giuramento di fedeltà al Pontefice; sarebbersi restituiti alla Chiesa il san Pietro e i redditi d’ogni maniera; sarebbe mallevata sicurezza a tutti i vegnenti a Roma. Raffermate queste condizioni, ambasciatori romani andarono ad Anagni, si prostrarono ai piedi del Papa, e giurarono il patto[737].
Dopo un esilio lungo di dieci anni, che aveva trascorsi ramingando nella Campagna, Alessandro III finalmente andò per la via di Tusculo a Roma. Vi giunse addì 12 Marzo del 1178, che era la festa di san Gregorio: con grandissima pompa uscirono ad incontrarlo le processioni del clero, il Senato e i magistrati, i cavalieri e le milizie, a suono di tromba, fra i saluti del popolo, che recava in mano rami d’olivo e cantava inni a onore di lui. Il suo bianco palafreno non potè muovere che a lento passo in mezzo alla gente che gli si serrava addosso per baciare le piante al Vicario di Cristo; soltanto sull’imbrunire Alessandro toccò porta Lateranense, indi fra gli applausi del popolo entrò nella residenza antichissima dei Papi, di dove diede ai Romani la benedizione. Così le feste pasquali si chiusero con uno dei più splendidi trionfi che Pontefice alcuno abbia mai celebrato[738].
In nessun altro luogo del mondo si videro spettacoli pari a questi, che abbiano avuto così tragiche attenenze colla natura umana, colle sue debolezze, coi suoi bisogni, colla sua instabilità, colla sua perseveranza. Le fughe dei Papi in mezzo allo strepito d’armi di fazioni feroci, si alternavano colle accoglienze che ricevevano fra cori di giubilo; e la ripetizione continua di questo andare e venire dei Pontefici veste la storia della Città di un’indole severa, componendone una grande epopea: e qual potrebbe esserne maggiore? Pareva adesso che Roma tornasse a cambiarsi in Gerusalemme, e che il Papa, il quale vi entrava, fosse simile al Salvatore di cui si appellava vicario: però la mescolanza di umiltà sacerdotale e di magnificenze mondane non poteva cancellare di mente l’idea che quel Vicario di Cristo rinnovasse i trionfi pagani degl’Imperatori antichi[739]. Nel giorno 12 Marzo 1178 Trajano o Severo, se fossero tornati in vita, avrebbero stupito vedendo l’aspetto così cambiato del Senato romano e del popolo, plaudenti ad un trionfatore che veniva cavalcando un bianco muletto, un trionfatore che non era dappiù di un prete vestito in lunghi abiti di seta a foggia donnesca, e che al fianco non portava spada. Eppure quel prete, come un generale d’eserciti, tornava da guerre lunghe; i potenti del mondo s’erano prostrati alle sue ginocchia più umilmente che Principi non avessero fatto genuflessi davanti agli Imperatori antichi. Un Re di terre remote aveva per suo comando chinato le spalle ai colpi di frusta che frati gli avevano assestato sulla tomba di un Vescovo assassinato; e fin l’Imperatore romano, un eroe della taglia de’ vecchi Cesari, toccando colla fronte il suolo, aveva baciato i piedi di Alessandro, confessando che quel prete lo aveva vinto.
§ 2.
Continua lo scisma per conto dei Baroni della provincia. — Giovanni prefetto della Città tiene le parti di Calisto III. — Guerra de’ Romani contro Viterbo. — Calisto III fa soggezione. — Lando di Sezza antipapa. — Concilio in Roma. — Alessandro III muore (1181).
Di tutto i Papi potevano fidarsi, eccetto che delle allegrezze di questa città di Roma: oggi i Romani spargevano fiori sul loro sentiero, e stendevano tappeti sotto le zampe del loro cavallo; domani si rimpiattavano nuovamente con un cachinno schernitore nelle tetre rovine dell’antichità, o correvano fieramente alle armi. Popolo e Senato avevano riconosciuto Alessandro III per papa, giacchè ve li spronavano cupidigia di denaro e necessità; ma insieme colla costituzione municipale durava il contrasto fra i diritti della Republica e quelli del suo Principe sacerdote. Si odiava la podestà pontificia senza temerla; correva tutt’intorno un mormorio, e già ogni uomo era pronto ad una nuova rivoluzione, non soltanto nella Città ma in tutta quanta la provincia. Ciascuna terra romana ferveva di desiderio di imitare i Lombardi; ciascuna aveva un municipio suo proprio, con Consoli o con altri magistrati alla testa del Consiglio comunale[740]. Molti Baroni scismatici della Tuscia e della Sabina, quasi abituati a independenza, s’atteggiavano con aria di sfida; non volevano riverire il Senato romano, nel quale dopo della pace entravano ognor più nobiluomini a farne parte, nè volevano assoggettarsi al Papa: pertanto essi continuavano per conto proprio lo scisma. L’Antipapa, primo di tutti, ricusò obbedire ai decreti pronunziati a Venezia; Viterbo, focolare adesso della scissura ecclesiastica, come un tempo era stato Sutri o Tivoli, gli serviva di residenza; e difesa aveva dalla famiglia dei Prefetti di Vico, cui apparteneva Giovanni prefetto urbano[741]. Questi, che aveva ricchi possedimenti in quei dintorni ed era nemico di Alessandro III, non voleva cambiarsi di magistrato imperiale in officiale pontificio, sebbene nei trattati di Anagni fosse stata ceduta al Papa la investitura del Prefetto della Città. Ma il partito popolare di Viterbo alla fine si stancò di servire all’ambizione dei nobili, e dichiarò di accettare la pace di Venezia. Come dunque Cristiano di Magonza, fornito di pieni poteri dall’Imperatore, ebbe ricevuto in nome di Alessandro il giuramento di sudditanza dei Viterbesi, gli si fe’ contro la nobiltà aizzata dal Prefetto; ed essa negoziò con Corrado, figlio del Margravio di Monferrato, cui voleva dar la podestà di Viterbo, e alzò le armi contro il popolo e l’Arcivescovo di Magonza. Messi a mal punto, que’ Baroni di provincia (così li consigliava il Prefetto) invocarono il soccorso della Republica romana, che già parecchie volte aveva guerreggiato contro di Viterbo; e i Romani, ridendosi del trattato conchiuso col Papa, mossero contro la terra, che al Papa giusto in adesso aveva reso omaggio.
Allora Alessandro comandò all’Arcivescovo di Magonza e ai Viterbesi di schivare ogni battaglia, e conseguenza ne fu che i Romani, dopo aver devastato le campagne, se ne tornarono a casa loro, nè altro rimase al prefetto Giovanni di fare, fuorchè di prestare reverenza al Papa, e di prendersi da lui l’investitura[742]. Allora anche al protetto suo Calisto III cadde il coraggio; per verità ei tenne fermo ancora un tratto di tempo a castel Monte Albano vicino Nomentum, ma le soldatesche di Cristiano lo costrinsero a far sommessione. A Tusculo (dove Alessandro s’era nuovamente ritirato) l’Antipapa si gittò a piedi del suo nemico: si mostrò questi più grande di lui; gli perdonò, com’era stato pattuito nella pace di Venezia, e più tardi gli diede il Rettorato di Benevento per ristorarlo di ogni danno[743].
Eppure, omai nel mese di Settembre, i Conti della provincia levarono un novello Antipapa, Lando di Sezza, che nasceva di una delle famiglie germaniche dei tanti tirannelli della Campagna; ed egli si appellò Innocenzo III. A Palombara presso Tivoli trovò dapprima riparo, indi finì tradito, perocchè i signori del castello, congiunti prossimi dell’antico antipapa Ottaviano, ossia Vittore IV, lo vendettero per una somma di denaro, ed ei fu confinato nel convento della Cava[744]. Già nel mese di Marzo 1179, Alessandro aveva congregato trecento Vescovi della Cristianità in un Concilio ecumenico in Laterano, per rimarginare le piaghe onde il lunghissimo scisma aveva esulcerato la Chiesa; ed ivi s’era decretato che da allora in poi la maggioranza di due terzi dei Cardinali avrebbe bastato a decidere dell’elezione pontificia. Ancora una volta si pronunciò come legge della Chiesa, che la elezione del Papa dovesse essere indipendente da qualsiasi podestà temporale, e avvenir dovesse per opera del solo collegio cardinalizio: questa indipendenza Alessandro aveva di nuovo conquistato effettivamente combattendo contro lo scisma e l’Imperatore.
Così, dopo lotte lunghe, Alessandro III era riconosciuto per solo capo della Chiesa; soltanto che a Roma e nello Stato ecclesiastico ei continuava ad essere impotente come prima. Più e più sempre lo premevano i capitani; questi baldanzosi vassalli combattevano la santa Sede, con cui conchiudevano patti feudali, e parimenti osteggiavano la Republica romana, che non aveva forza bastevole da costringerli a farsi cittadini romani ed a vivere sotto le leggi municipali di Roma. Da altra parte il Senato non riceveva che di solo nome l’investitura dal Papa; veramente erane indipendente, e lo proteggevano le armi della sua milizia, la quale costantemente combatteva contro Cristiano di Magonza, che sempre accampava in Tuscia o a Camerino, e, per ragione di Viterbo, guerreggiava contro Corrado di Monferrato, di cui era anzi tenuto lungo tempo prigioniero. Un Papa come Alessandro III, cui la fortuna aveva concesso così meravigliose vittorie, rimase in Roma perpetuamente attendato come in terra nemica. Omai nell’estate dell’anno 1179 egli aveva lasciato la Città, e quindi era vissuto nelle terre del Lazio, oppure a Tusculo in nuovo esilio. Di là, nel Giugno 1181, andava a Viterbo per trovarvisi col suo protettore Cristiano di Magonza, e poco tempo dipoi, ai 30 di Agosto, moriva a Civita Castellana. La plebaglia romana, che al trionfatore vivente aveva sparso fiori lungo la sua via, gittò adesso sulla bara di lui morto maledizioni, pietre e fango; soltanto a fatica i Cardinali poterono conquistare una tomba in Laterano a quello che fu uno dei maggiori Pontefici[745].
Da dopo di Adriano I nessun Papa ebbe seduto sulla cattedra santa più lungo tempo di Alessandro III; ma dei suoi ventidue anni di reggimento egli ne passò diciotto in mezzo allo scisma della Chiesa, e più della metà in esilio[746]. La sua lunga lotta con Federico lo ornò di eletta gloria; rese egli secure ed ampliò le conquiste di Gregorio VII e di Calisto II, fiaccò ancor più l’Impero la cui stella impallidì, e se lo vide genuflesso a’ piedi nella persona di un eroe implorante pace. Dopo del Congresso di Venezia e delle penitenze cui si assoggettò Enrico d’Inghilterra la reverenza del mondo crebbe pel Papa oltre la misura fin qui usata; e ciò a più forte ragione poichè Alessandro III fu uomo che possedette dignità vera. La persona di questo Pontefice fu irradiata eziandio bellamente dalla luce mattutina delle libertà civiche d’Italia: tutto fortuna di lui, non merito! Le necessità del tempo combinarono la non naturale associazione della libertà e del sacerdozio; comunque sia, rallegra che la Chiesa (quasi sempre alleata del despotismo) possa almeno una volta essere vista a capo dell’uman genere, lungo le vie della libertà morale e della coltura: così avrebbe dovuto sempre essere, se la Chiesa avesse adempiuto al suo officio! E solo quante volte lo fu, splendette essa di una luce celeste e sublime, laddove, quando per iscopi di ambizioni e di avidità pretesche combattè i generosi impulsi dei popoli, essa raccolse l’odio in vece dell’amore del mondo. Alessandro III ebbe animo più temperato e più tranquillo di Gregorio VII: se non fosse stato il suo dissidio colla Republica romana, lo si avrebbe potuto chiamare felicissimo di tutti i Papi[747].
§ 3.
Lucio III. — Guerra dei Romani contro Tusculo. — Cristiano di Magonza muore. — Lucio III viene a dissidio coll’Imperatore, e muore a Verona. — Urbano III. — Matrimonio di Costanza di Sicilia. — Enrico VI si avanza nella Campagna. — Gregorio VIII. — Clemente III. — Pace colla Republica romana (1188).
Il fatto che tre succeditori di Alessandro dovettero passar la vita in esilio significa di che fatta relazioni continuassero ad esistere fra i Papi e la Città. Perciò la persona del grande avversario di Federico si solleva con taglia poderosa di eroe sopra le meschine figure di questi tre Papi, i quali, atterrati dal soffio della sventura, piombarono prestamente nella tomba. Al flusso succede il reflusso; quest’è legge ricorrente nella storia del Papato.
Lucio III, Ubaldo Allucingoli di Lucca, finora cardinale vescovo di Ostia e di Velletri, non fu eletto in Roma, ma levato alla santa Sede dal Collegio cardinalizio raccolto a Velletri; e fu ordinato addì 6 Settembre 1181. Però, dopo un convegno conchiuso co’ Romani, egli venne in Novembre nella Città, dove gli fu concesso dimorare alcuni mesi[748]. Alitava in Roma sempre lo spirito di Arnaldo da Brescia; colà ogni Pontefice o doveva conquistarsi una condizione tollerabile di cose, od altrimenti partirne in bando. Sembra che i Romani tosto si inimicassero con Lucio, avvegnaddio egli non volesse dar loro ciò che Papi suoi antecessori avevano accordato[749]. Continuo pomo della discordia era Tusculo, poichè i Romani perseguitavano quel castello con un astio tale che toccava la manìa; così forse i Fiorentini avevano odiato Fiesole prima che nell’anno 1125 distruggessero questa città loro vicina. Indarno i Tusculani avevano cercato ripararsi sotto al vessillo del Papa; a furia di sforzi riedificarono eglino le loro mura, e si difesero disperatamente contro gli assalti ripetuti dei loro nemici. Ai 28 di Giugno 1183 i Romani cinsero nuovamente Tusculo con forza molta di soldatesche; Lucio III, che si teneva chiuso in Segni, chiamonne di Tuscia Cristiano di Magonza per ajuto, e questi venne, e bastò la ricordanza della battaglia di Monte Porzio perchè i Romani dessero addietro due volte[750]. L’Arcivescovo guerriero s’avanzò fin sotto le mura della Città, ma la febbre dell’Agosto che aveva ucciso il suo celebre socio Rainaldo, lui pure colpì. Quell’uomo valoroso, un tempo veementissimo nemico della santa Sede, poi suo difensore, recò seco nella tomba la benedizione del Papa; e morì nel luogo delle sue geste, a Tusculo, dove ebbe anche sepoltura[751]. Cristiano di Magonza, uno de’ Principi maggiori del suo tempo, era la satira vivente di tutti quei religiosi sforzi onde s’aveva inteso a spogliare i Vescovi del repugnante carattere di uomini secolari: infatti egli, arcivescovo di Magonza (e per tale era stato riconosciuto dopo la pace di Venezia), tenne fino al termine de’ suoi giorni gioconda vita di cavaliere; aveva un aremme di belle donne, montava cavalli di gran valore, vestiva una corruscante armatura, e col robusto braccio roteava nelle zuffe la sua mazza, sfracellando elmi e cranî ai nemici.
La morte di lui fu un fiero colpo pel Papa, che adesso invocò a suo soccorso i Principi, ma non ne conseguì che buone parole e qualche denaro[752]; e i Romani con cresciuta audacia si volsero adesso contro tutte le terre della Campagna, che ancora erano aderenti del Papa. In Aprile del 1184 devastarono nuovamente il territorio di Tusculo, e fecero una punta nel Lazio, devastandolo[753]. Fiero e barbaro era il loro odio contro il clero; colto un dì uno stuolo di preti nella Campagna, strapparono gli occhi a tutti, fuor d’uno; li misero a bisdosso di tanti asini, e poste loro in capo delle mitre di carta con suvvi scritti nomi di Cardinali, comandarono a quello che avevano risparmiato di condurre al Papa quel triste corteo[754]. Lucio III, non trovando più sicurezza in alcuna terra romana, fuggì chiedendo protezione all’Imperatore, il quale trovavasi a Verona, dopo di aver conchiuso a Costanza, nel dì 30 Aprile 1183, la pace definitiva colle città. Venuti lui ed il Papa ad abboccamento, in questo si sollevò più d’una controversia per ragione dell’investitura e dell’eredità di Matilde; d’altronde Lucio ricusò di dar la corona imperiale a re Enrico, figliuolo di Federico, con che s’avrebbe rinnovellata una costumanza dei Carolingi. Della richiesta dell’Imperatore si discusse con calore a Verona, e finalmente Federico si partì dal Papa con gran collera: ad ogni modo, tempo già prima, quegli aveva eletto il conte Bertoldo di Künsberg da comandante nella Campania, sostituendolo nell’officio di Cristiano; e Bertoldo era anche andato in quel paese per difendere Tusculo contro a’ Romani[755]. Lucio scomunicò questi ultimi nel Concilio di Verona, perocchè i ribelli contro il dominio temporale, come Arnaldisti, fossero messi tutti a un fascio colle sette di eretici che a quel tempo si facevano ognor più poderose, co’ Valdesi, co’ Catari, cogli Umiliati, coi Poveri di Lione e con altri; come tutti costoro, furono eglino colpiti di solenne anatema[756]. Poco tempo dopo, ai 25 Novembre 1185, moriva a Verona Lucio III. I mesti e arguti distici che si scrissero sul suo sepolcro, dipingono mirabilmente le sorti di lui e dei Papi d’allora:
Lucius, Luca tibi dedit ortum, Pontificatum Ostia, Papatum Roma, Verona mori. Immo Verona dedit verum tibi vivere, Roma Exilium, curas Ostia, Luca mori.
Il suo succeditore, persona di meste sembianze come quelle di Lucio, rimase a Verona esule; fu egli Umberto Crivelli arcivescovo di Milano, nemico dichiarato di Federico; fu consecrato il giorno primo del Dicembre 1185, con nome di Urbano III. Il mal’animo coll’Imperatore si mutò in aperta nimicizia[757]; e massima delle ragioni funne il rifiuto che oppose Federico di restituire i beni contesi dell’eredità di Matilde. Oltracciò la Curia romana era sgomentata dello splendido successo che l’arte politica dei Tedeschi aveva ottenuto in Sicilia. Quivi, dopo breve ma rigoglioso fiore, la dinastia di Rogero era prossima a spegnersi; Guglielmo II non aveva figliuoli, e perciò acconsentiva che Costanza erede e zia sua, figlia di re Rogero, si sposasse con Enrico VI figliuolo di Federico. Senza che si togliessero pensiero del Papa, signore feudale di Sicilia, e ad onta delle sue proteste, il matrimonio fatale fu conchiuso a Milano, addì 27 Gennaio 1186; e colà Federico formalmente creò Cesare il figlio suo. Negò il Papa di dare ad Enrico la corona imperiale, e siccome continuava ad essere arcivescovo di Milano, rifiutò di porgergli eziandio il diadema dei Lombardi; Federico fece allora che quella ceremonia si celebrasse per mano del Patriarca di Aquileja. Sicilia, quel feudo così ansiosamente vigilato della santa Sede, cui tanto spesso aveva servito di ajuto contro ai Re tedeschi, doveva pertanto, alla morte di Guglielmo, capitare precisamente in balìa di questo Impero alemanno. Il gravissimo avvenimento era la maggiore sconfitta che potesse toccare la politica romana, e per allora fu splendidissima vittoria della corte tedesca, avvegnaddio Germania avesse or conseguito con trattati diplomatici ciò che fin là tanti Imperatori inutilmente s’erano sforzati di ottenere colle armi. L’acquisto di Sicilia era destinato a ristorare la perdita di Lombardia fatta libera, ed ivi e nelle terre di Matilde avevasi a fondare la potenza famigliare degli Hohenstaufen. Però questi grandi guadagni dovevano fra breve esser la maledizione d’Italia ed eziandio di Alemagna, condannata ad espiare così amaramente la politica non nazionale degli Hohenstaufen.
Enrico adesso, per comandamento del padre suo, entrò da nemico nello Stato della Chiesa, dove i Romani di buon grado si congiunsero a lui: le terre del Lazio che tuttavia erano fedeli alla santa Sede furono messe a guasto, e tolta venne al Papa ogni speranza di far ritorno[758]. In questo, Urbano III moriva a Ferrara, il giorno 20 Ottobre 1187: onorevole fu la causa della sua fine; ai 2 di Ottobre Gerusalemme era caduta in potere di Saladino, e siffatta novella fulminava con ambascia da morirne il cuore di un Pontefice, che portava il nome di quel suo avventurato predecessore, sotto il cui reggimento la santa città aveva conseguito liberazione. La caduta di Gerusalemme scosse Europa con tali un’angustia e un dolore, che la nostra generazione data più al sodo può a mala pena farsene un’idea. Quel solo avvenimento impose silenzio ad ogni più grave negozio che si discuteva nell’Occidente, e indirizzò ancora una volta verso Oriente l’attività del Papa e dell’Imperatore, di Re e di Vescovi.
Subito ai 25 Ottobre dell’anno 1187 Alberto di Mora, beneventano, cancelliere della Chiesa, fu consecrato pontefice a Ferrara, con nome di Gregorio VIII: questo vecchio non altro desiderava che far la pace coll’Impero e mandare una crociata a Gerusalemme. Dopo le guerre combattute sotto Alessandro III spossato era il Papato, salito in forze l’Impero; la pace di Venezia e quella di Costanza avevano posto fine alla guerra delle città; l’alleanza con Sicilia aveva d’un tratto accresciuto la potenza imperiale. In tutta Italia nessun nemico s’erigeva contro a Federico, laddove i Papi banditi di Roma si crucciavano in esilio amaro. Perciò neppur Urbano III aveva osato di scagliar l’anatema contro l’Imperatore, e il mite Gregorio VIII non metteva tempo in mezzo a patteggiare con re Enrico. Gli promise che non porrebbe inciampi alle sue pretensioni sulla Sicilia, e massimamente che rispetterebbe di buon animo tutti i diritti imperiali in Italia: Enrico VI sospese pertanto le ostilità, e mandò Anselmo conte e Leone De Monumento console dei Romani a negoziare col Papa. Costoro lo accompagnarono a Pisa, dove Gregorio andò per riconciliare quella Republica con Genova e per infervorarla alla Crociata; ma ivi egli morì ai 17 Dicembre 1187[759].
Allora, cooperante Leone console, i Cardinali elessero a papa il Vescovo di Palestrina; e questi, Paolino Scolari, romano della regione detta della Pigna, fu consecrato nel duomo di Pisa, ai 20 Dicembre 1187, con nome di Clemente III. A lui, romano di nascita, riuscì fatto di conchiuder pace col Campidoglio, che Gregorio VIII aveva omai scomunicato. Dopo trattative coronate di prospero risultamento Clemente III, accompagnato da Leone console, venne a Roma nel Febbrajo dell’anno 1188, e vi fu accolto con ogni specie di onori. Da quarantaquattr’anni dacchè esisteva il Senato romano i Pontefici erano stati quasi incessantemente vittime di questa rivoluzione civica; vedemmo Innocenzo II e Celestino II finir tristemente la vita; Lucio II morir di una sassata, Eugenio, Alessandro, Lucio, Urbano III, Gregorio VIII passar la vita raminghi, esuli. Adesso finalmente Clemente III riconduceva felicemente il Papato a Roma, ma pur conchiudeva una pace in tutte le regole colla Città, come con una potenza autonoma che egli per tale riconosceva. Quest’era il frutto delle vittorie lombarde ed eziandio dell’energica resistenza opposta da’ Romani contro l’Imperatore e contro il Papa. La confermazione della democrazia romana è un avvenimento rilevante di questa età; ed infatti, quantunque mancassero delle buone fortune e dei solidi ordinamenti che conseguito avevano città di Lombardia o di Toscana, tuttavia i Romani d’allora diedero prova di dignità, di fortitudine e di circospetta accortezza.
Nel complesso, Roma si pose col Papa in quelle medesime attenenze che le città lombarde avevano stabilito fra sè e l’Imperatore, ossia si tornò ai trattati conchiusi nel tempo di Eugenio III e di Alessandro III. L’istromento che compilò e giurò il Senato nell’anno quadragesimo quarto dalla sua istituzione, l’ultimo giorno di Maggio del 1188, ci fu per buona ventura conservato[760]. Negli articoli di quella pace decretata con robusto linguaggio per autorità del sacro Senato, il Papa fu riconosciuto per principe supremo; ed egli investì nel Campidoglio della dignità sua il Senato, che dovette prestargli giuramento di fedeltà. Si riprese il Pontefice il diritto di coniar moneta, ma la terza parte di essa fu assegnata al Senato[761]: tornarono al Papa tutti i redditi che in antico erano stati proprietà pontificia; solamente il Senato si tenne il ponte Lucano, di cui abbisognava alle sue guerre con Tivoli. Per la restituzione di tutto ciò che competeva giuridicamente alla santa Sede fu stabilito che si stipulerebbero altri istromenti. Inoltre c’era quest’altro: il Papa ristorava i Romani dei danni sofferti nella guerra[762]; assumeva obligo di fare i soliti donativi di denaro ai Senatori, agli officiali del Senato, a’ giudici ed a’ notai[763]; prometteva pagare cento libbre all’anno per la restaurazione delle mura della Città[764]; si statuiva che la milizia romana avrebbe potuto adoperarsi dal Papa alla difesa dei suoi patrimonî, purchè egli le facesse le spese. Non v’era alcun articolo che definisse se la Republica avesse il diritto di far guerra o pace co’ suoi nemici, senza intervento del Papa; ma questo s’intendeva di per sè, chè Roma era libera e il santo Padre nella sua città trovavasi in condizioni eguali a quelle di altri Vescovi nelle città libere, sebbene con gran reverenza gli fossero tributati titoli e onori di podestà temporale. Una formale convenzione fu conchiusa anche per rapporto alle città di Tusculo e di Tivoli, che adesso erano divenute di ragione pontificia; infatti l’astio de’ Romani contro di quelle era il motivo essenziale del loro patto col Papa. Al prezzo del suo ritorno pacifico a Roma Clemente III sacrificò inonestamente Tusculo che s’era ricoverata sotto le ali della Chiesa. Non soltanto die’ libertà ai Romani di muover guerra contro quel castello, ma promise loro di ajutarli co’ suoi vassalli; anzi si obligò di scomunicare i Tusculani se entro il giorno primo di Gennaio non si fossero arresi ai Romani loro carnefici. La sventurata città doveva smantellarsi; i suoi beni e il suo popolo li conserverebbe il Papa[765].
Uno speciale trattato co’ Capitani stabilì le loro relazioni col Comune romano. Del tenore de’ suoi articoli non abbiamo precisa notizia, ma senza dubbio le grandi famiglie della nobiltà furono costrette a riverire il Senato, a far parte del Comune in qualità di Cives, ed a contribuire così a formare in grande l’istituto municipale[766].
Il Papa scelse dieci uomini per ogni «contrada» di ciascuna Regione di Roma, e cinque di quelli su dieci giurarono la pace; tutto il Senato giurò l’osservanza de’ patti raccolti nell’istromento[767]. Se ne rileva che il Senato era composto di cinquantasei membri, alcuni de’ quali componevano la giunta reggitrice dei Consiliarii[768].
In tal guisa la costituzione dell’anno 1188 segnò un rilevante progresso del Comune romano; fu così spazzata via la podestà imperatoria dell’età de’ Carolingi, parimenti della podestà patriziale del tempo dei Franchi. A’ diritti imperiali non si dava più bada. Sciolto era ogni vincolo di Roma coll’Impero, dacchè i Papi avevano conseguito libertà di elezione. Federico I nell’elezione sua propria aveva disprezzato i voti dei Romani, ma finalmente nel trattato di Anagni, con rinunciare alla Prefettura, aveva eziandio rinunciato alla podestà imperatoria. La Città era uscita dalla cerchia delle attenenze antiche; in essa il Papa non aveva più potere di governo nè di legislazione; il suo stato temporale era ristretto al possedimento di regalie e di beni ecclesiastici, ed a’ rapporti feudali. Potente era il Pontefice, perchè continuava ad essere il maggior possidente di terre, perchè dispensava i maggiori feudi, perchè poteva chiamare in armi numerosi vassalli. Ma la sua autorità di principe territoriale consisteva soltanto nella investitura ch’egli impartiva ai magistrati della Republica, liberamente eletti dal Comune, e nella associazione dei suoi ordini giudiziarî con quelli civici, nelle controversie di natura mista. Pertanto la cessazione della podestà pontificia, che avvenne mercè la sola forza del Comune romano, è uno dei fatti più gloriosi nella storia di Roma a’ tempi di mezzo; soltanto adesso la Città potè nuovamente pretendere all’estimazione del mondo civile.
§ 4.
La Crociata. — Riccardo Cuor di Leone passa davanti a Roma. — Federico I muore. — Celestino III. — Enrico VI chiede la corona imperiale. — È coronato. — I Romani distruggono Tusculo. — Caduta de’ Conti tusculani. — Attenenze della nobiltà colla Republica di Roma. — Mutamento di costituzione. — Benedetto Carushomo, senatore. — Giovanni Capoccio, senatore. — Giovanni Pierleone, senatore. — Enrico VI distrugge la dinastia normanna in Sicilia. — Sua morte immatura. — Muore Celestino III.
Clemente III volse tutta la sua attività alle cose della grande Crociata, cui diede opera dapprima il solo vecchio imperatore Federico, indi presero parte il re Filippo Augusto di Francia e Riccardo re d’Inghilterra. Anche nobiluomini romani questa volta erano andati in Oriente, un Pierleone ed eziandio Teobaldo prefetto, i quali ambidue combatterono con Corrado di Monferrato ad Acri contro di Saladino[769]. Non uno degli eserciti crociati passò per Roma; il solo Riccardo Cuor di Leone, sul principio dell’Agosto 1190, imbarcatosi a Marsiglia, toccò terra ad Ostia, ma colà congedò con un rifiuto il Cardinale che era andato officiosamente a invitarlo in nome del Papa, affinchè onorasse con una sua visita la città capitale della Cristianità. Secoli prima nessun Re avrebbe ricusato di obbedire a quella esortazione; ciascuno s’avrebbe estimato beato di entrare in abito dimesso di pellegrino per le porte della santa Città e di muovere alle tombe degli Apostoli; ma i tempi s’erano, e quanto! mutati, e il fiero Riccardo, successore di religiosissimi Re anglossassoni, che in antico avevano toccato il colmo della felicità vestendovi la cocolla, protestò sprezzevolmente al Cardinale, che non francava la spesa di andare alla corte pontificia, dove null’altro si trovava che avarizia e corruttela[770]. Per la via di terra il suo esercito passò davanti a Roma, e procedette fino a Terracina luogo la costiera coperta di boschi e di paludi[771]; indi veleggiò a Messina, dove s’impacciò in fieri negozî coi Siciliani. Infatti, ai 16 Novembre 1189 era morto Guglielmo II, marito di Giovanna ch’era sorella di Riccardo, ed allora quel partito siciliano, che s’inspirava a sentimento di nazione, aveva dato la corona al conte Tancredi, figlio naturale di quel Rogero di Puglia, che era stato primogenito di Rogero re. Enrico VI marito di Costanza si era armato per discacciare quell’«usurpatore», cui del resto il Pontefice aveva dato l’infeudazione: però alcuni torbidi che avvenivano in Alemagna e l’annunzio della morte del padre suo ne l’avevano impedito di dar seguito all’impresa. Il vecchio Federico, il quale un tempo s’era augurato che il destino lo avesse tratto, come Alessandro magno, in Asia anzichè in Italia, moriva colà in un fiume di Siria, ai 10 di Giugno dell’anno 1190.
La memoria dell’eroe Barbarossa, vero colosso degli Imperatori del medio evo, dura splendidissima nella storia di Germania, che la tiene ad orgoglio di sua nazione, nè mai perirà: le leggende popolari degli Alemanni lo celebrano come principe che simboleggia la maestà dell’Impero tedesco da ripristinarsi nell’avvenire; ma in Italia le sue imprese devastatrici e le ruine di generose città sono altrettanti titoli di odio contro di lui, quand’anche l’astio potesse diminuirsi, se si pensasse all’indole di quel suo tempo ed alla sua eroica persona. L’ostinata lotta dell’Impero contro le città, ossia la controversia delle investiture civiche, non fu meno rilevante, nè meno benefica della controversia delle investiture ecclesiastiche che combatterono gli Enrichi. Se non fossero stati gli intenti despotici e le guerre di Federico la libertà delle città non s’avrebbe svolto mai così rapidamente; nè sì presto la si avrebbe accettata negli ordinamenti di diritto publico. Se non fu altro, il Barbarossa, contro intenzion sua, prestò un siffatto servigio ad Italia, che lo combattè così prodemente. Al lungo e fatale legame che avvinse Germania e Italia per via dell’«Impero» imprecherà soltanto chi considera la storia mondiale colle grette vedute di una specie di felicità casalinga e patriarcale; ma fuor di quell’angusto orizzonte ogni lamento è senza valore ed insano. Questo solo può dirsi, che, dopo la pace di Venezia, Italia e Alemagna erano omai giunte ad abbastanza maturità perchè potessero disgiungersi l’una dall’altra; però sventuratamente Federico col matrimonio della Siciliana riannodò un vincolo che in ordine di principî s’era sciolto: così l’unità e la fortezza di Germania furono sacrificate senza pro alla politica dinastica degl’Imperatori, e condannate a sostener lunghe lotte di quà dalle Alpi.
Il giovine Enrico VI si struggeva del desiderio di ottenere la corona imperiale; e perciò i suoi ambasciatori corsero al Papa ed eziandio al Senato, di cui or nuovamente dovevasi attendere al voto, e cui il Re prometteva di riconoscere giuridicamente[772]. Clemente III, sgomentato dalle minacce di Enrico, il quale se l’era legata al dito che avesse concesso Sicilia in feudo a Tancredi, stabiliva che la coronazione dovesse avvenire nelle prossime feste di Pasqua, ma egli moriva sulla fine del Marzo 1191.
Tosto i Cardinali elessero a papa il vecchio cardinale Giacinto, figlio di Pietro Bobone, romano della famiglia degli Orsini: e l’eletto assunse nome di Celestino III[773]. Già s’avvicinava Enrico con grande oste, già era prossima la Pasqua, e il novello Pontefice procrastinava la sua ordinazione per menare in lungo la coronazione, intorno cui ancor si negoziò. Potevala eziandio impedire l’atteggiamento ostile del Senato, laonde Enrico VI ne faceva ricerca con grande pressura, perchè gli tardava muovere prestamente contro Sicilia. Di queste circostanze accidentali s’approfittarono i Romani per ridurre finalmente Tusculo in loro balìa. La tribolata città s’era per tre anni difesa contro gli assalimenti del Papa e del Senato uniti; nella sua estrema angustia ella si era rivolta ad Enrico che venivasi avvicinando, gli aveva chiesto soccorso, e ottenutone un presidio tedesco che il Re di gran cuore le concedeva. Ma gli ambasciatori romani protestarono a Enrico che si opporrebbero alla sua coronazione se loro non desse in mano Tusculo; che, per lo contrario, se così avesse fatto, avrebbero eglino costretto da parte loro il Papa a coronarlo immantinente. Enrico accondiscese all’obbrobriosissimo mercato, ma scaricò ogni colpa sul Pontefice, il quale si lasciava vincolare da patti inonesti: subito dopo della coronazione Enrico avrebbe consegnato Tusculo al Papa, e questi l’avrebbe data ai Romani[774].
Soltanto allora che Enrico VI s’ebbe avvicinato con grande oste a Roma Celestino III si fece ordinar papa ai 14 di Aprile nel san Pietro, per potere all’indomane, sebbene di contraggenio, compiere la ceremonia della coronazione[775]. Dai prati di Nerone mosse il Re alla città Leonina; ai 15 di Aprile, nel san Pietro, Celestino pose il diadema in capo di Enrico e di Costanza moglie sua[776], e il dì dopo i Tedeschi piantarono il loro campo sulle pendici di Tusculo. La sventurata città ebbe presto una tragica fine; restituita al Papa, fu da questo abbandonata ai carnefici suoi, e i Romani con furore da demoni si scagliarono sulla vittima inerme; a Tusculo non rimase pietra su pietra; senza coscienza nè fede si scannarono i cittadini o si cacciarono in miserando stato. Fu questa una sconcia e scellerata imitazione delle celebri distruzioni di Lodi, di Milano e di Crema; tratto che denota l’indole di quel tempo di liberazione di città e di loro sterminî. Causa il duplice tradimento dell’Imperatore e del Papa perì per sempre una delle città antichissime del Lazio: il fatto avvenne ai 17 Aprile dell’anno 1191[777]. Nell’età antica Tusculo aveva donato a Roma (tanto più giovine di essa) quegl’illustri cittadini che furono i Catoni; nel medio evo le aveva dato a tiranni i Conti tuscolani, quei suoi fieri consoli e patrizî e papi; tutti uomini che per la più parte erano stati malvagi, ed alcuni d’intelletto e di fortezza grandi. Il nome di Tusculo si associa strettamente coll’epoca più oscura di Roma medioevale; nè su quella sua altura sempre benedetta di sole si possono mirarne le meste ruine senza che la mente sia ricondotta alle memorie di Marozia, degli Alberici e dei Teofilatti[778]. Sparve la potente famiglia dei Conti de Tusculana, ossia, più esattamente, si propagò nella Campagna e a Roma in rami di famiglie, fra le quali fu celeberrima la casa dei Colonna. Questi signori vennero in possesso dell’antichissimo palazzo che la famiglia stipite dei Tusculani aveva posseduto in Roma, prossimamente ai santi Apostoli, e dove quei Conti, da consoli de’ Romani, avevano un tempo, tanto spesso tenuto il loro tribunale[779].
I beni della distrutta città andarono, secondo il patto, al Pontefice[780], le reliquie degli abitanti si dispersero ad ingrossare Frascati, oppure ad accrescere le popolazioni dei luoghi circonvicini[781].
Il novello Imperatore, senza far sosta, andò di Roma nelle Puglie per sbalzarvi re Tancredi dal trono; e il debole Celestino non oppose che impotenti preghiere a quel suo proponimento. Lo affannava la unione di Sicilia coll’Impero, che mandava a rovescio tutta la politica tradizionale dei Papi, ma impedir la cosa non poteva. Dopo rapide vittorie, conseguite peraltro a prezzo di perdite gravi nelle Puglie, Enrico VI fu costretto a tornarsene nel Settembre dell’anno 1191 ad Alemagna, e il Papa, che ne ebbe gran contentezza, osò ancora meno di ledere il trattato conchiuso coi Romani[782]: dopo tanti anni Celestino III fu pertanto il solo Pontefice che passasse in Roma l’intiero tempo del suo pontificato. E in Roma tutte le attenenze esteriori favorivano la durata della Republica, ma le condizioni interne impedivano che si rafforzasse con robusto svolgimento. Roma cristiana non fu capace che di ribollimenti passeggieri in ogni cosa che fosse libertà e grandezza; alle vere e forti virtù civiche fu essa ad ogni tempo inetta. Città dominata dai Papi, non produsse mai più un sol cittadino che avesse la taglia degli antichi. A quel popolo sfortunato ed ozioso, che in un anno contava più feste di chiesa che giornate di lavoro, mancava coll’attività la proprietà; coll’una e coll’altra difettavano la forza e la dignità conscia di sè. Manifeste sono le ragioni dello stato deplorevole dei Romani, e nessun popolo del mondo sarebbe stato tanto forte da potere alla lunga resistere a quelle influenze funeste. Il ceto de’ cittadini mediocri di Roma, povero e debole troppo, non aveva associazioni di maestranze che gli desse fortezza, o, se ne aveva, erano soltanto cosa di pochissima rilevanza: pertanto non potè mettere briglia ai Patrizî ed ai Capitani, che, uniti al Papa o soli, presto indebolirono la Republica, e presto la fecero a pezzi[783]. Se la nobiltà avesse avuto l’animo di quella di Genova o di Venezia, allora sì che di contra ai Pontefici s’avrebbe potuto comporre un durevole governo aristocratico; ma gl’innumerevoli nobiluomini romani, che non accudivano a negozî di commerci, nè si occupavano di agricoltura nella selvatica Campagna, erano per la massima parte illustri accattoni, ossiano uomini feudali del Papa, dei Vescovi e dei luoghi pii di Roma. Poco a poco la Chiesa aveva ridotto quegli ottimati a suoi vassalli, e, per quanto poteva fare, essa impediva che accumulassero o rendessero stabili le proprietà famigliari[784]. Perlochè i patrimonî dei maggiorenti erano sempre di durata incerta, passavano da mani a mani; e quando si leggono le carte di quell’età convien meravigliare, vedendo quanto spesso feudi e castella cambiassero padrone per ragione di permute. Soltanto a un pajo di famiglie, ai Colonna ed agli Orsini, riuscì fatto di fondare nella Campagna dei veri patrimonî liberi di loro case.
Allorchè le paci di Venezia, di Costanza e di Roma ebbero fatto accorta la nobiltà che il Comune romano otteneva consistenza, mutò essa il sistema che fino allora aveva adottato. I Consoli entrarono allora nel Comune per cambiarlo in aristocratico; la nobiltà empiè de’ suoi il Senato, e le fu agevole cosa farveli eleggere. Da dopo l’anno 1143 in poi la preponderanza nel Senato era stata dei plebei; indi, poco a poco, v’erano entrati i maggiorenti; dal tempo di Clemente III e di Celestino III vi si trovarono più patrizî di antiche stirpi, che cittadini o cavalieri[785]. La pressa di entrare in Senato diventò tanta, che presto quel corpo superò il numero di cinquantasei membri che era stato il normale, ossia stabilito per patto[786].
Ell’era conseguenza di queste attenenze nuove, se omai nell’anno 1191 avveniva una mutazione di cose; il popolo si sollevava contro l’aristocrazia, rovesciava la costituzione, e, come ne’ primi tempi, poneva un sol uomo a capo del governo. Può darsi che ciò si facesse ad imitazione di altre città, le quali verso la fine di questo secolo, a vece dei Consoli che finora erano stati loro governatori, avevano affidato il potere in mano di un solo reggitore. Non più i Romani diedero nome di Patricius al capo della loro Republica, e nemmanco quello di «Podestà» usato nelle città italiane, ma chiamaronlo Senator o Summus Senator; e di questa dignità investirono Benedetto Carissimus o Carushomo, uomo di stirpe ignota e certo cittadinesca, il quale durante una sommossa s’impadroniva del potere. Il governo poliarchico s’era mostrato debole; il reggimento d’un solo diè subito saggio di fortezza, perocchè il senatore Benedetto togliesse al Pontefice tutti i redditi nella Città e fuori, e ponesse suoi giudici (Justitiarii) anche nelle terre di provincia[787]. Da principio il Papa nol volle riconoscere, indi cedette, e accondiscese al mutamento della costituzione. Tuttavia neppur col governo di un solo Senatore l’ordinamento republicano ebbe cessato, e il Senato e il parlamento del popolo continuarono ad esistere come prima.
Forse a quel Senatore Roma andò debitrice del suo primo statuto municipale che da lui emanò e l’intiero popolo confermò[788]; sennonchè dell’attività di Benedetto non pervennero a noi che poche notizie, e mozze anche queste, laddove egli, chi il sa? fu uomo valente e ben meritevole forse, che la sua memoria si conservasse anche oggidì a Roma in una iscrizione monumentale. Il suo officio durò all’incirca due anni; indi ei cadde, precipitato da una sollevazione, e lungo tempo fu sostenuto prigioniero in Campidoglio[789], solo Senatore facendosi allora Giovanni Capoccio[790]. Questo Romano era di una famiglia di nobili minori che possedevano le loro torri presso ai santi Martino e Silvestro, dove una oggidì ancora ne avanza ritta in piedi. Anch’egli tenne man forte di governo[791]. Uscito di carica, gli succedette Giovanni di Pierleone[792], ma, intorno all’anno 1197, una nuova mutazione restituì l’antico ordinamento di cinquantasei Senatori colla giunta esecutrice dei Consiliatori: e, poichè in quel tempo il Senato era essenzialmente composto di Capitani, l’innovazione non potè venire da altri che dalla nobiltà feudale[793].
La lotta delle fazioni combattentisi nel Comune e la smania di novità (vizio comune di tutte le democrazie) erano la sola speranza del Papa, il quale accortamente lasciò che i Romani si sbizzarrissero a lor talento. Giusto in questo tempo il Papato era seriamente minacciato, chè, morto re Tancredi, Enrico VI nell’anno 1194, aveva soggiogato la Sicilia. La perfidia con cui questo Principe avaro e senza coscienza sterminò gli ultimi discendenti della dinastia de’ Normanni e la nobiltà normanna irritò il sentimento nazionale degli Italiani[794]. I Lombardi, minacciati di un nuovo despotismo imperiale, andavano a pericolo di veder crollare la loro libertà, conquistata a forza di eroismi. Enrico VI, come già aveva fatto suo padre, investiva Tedeschi dei publici officî; suo fratello Filippo veniva chiamato duca di Toscana ed otteneva in feudo i beni della contessa Matilde; ancor prima Corrado Lützelhard aveva avuto Spoleto, e al generale Markwaldo erano state date in feudo la Romagna e le Marche. La potenza di Enrico cingeva tutto lo Stato della Chiesa come dentro a un cerchio di ferro; ed egli occupava il patrimonio della Chiesa quasi fino alle porte di Roma[795]. Il figlio del Barbarossa concepiva l’idea dell’Impero con baldanza giovanile; sognava già restaurare la dominazione imperiale sul mondo, sottomettere Italia al suo comando, distruggere il Papato gregoriano. In Roma voleva ripristinare i diritti imperiali cui il padre suo aveva rinunciato; e senza dubbio colla sua potenza d’animo grande ed energica Enrico VI sarebbe riuscito in questo intento, se più a lungo avesse vivuto. Il Prefetto urbano continuamente resisteva al Pontefice, di cui non acconsentiva ad essere l’officiale; l’investitura imperiale fino adesso gli aveva dato uno stato libero, illustre e temuto troppo, perchè egli ne potesse tollerare facilmente la perdita; laond’è che, giusto adesso, vediamo tanto spesso i Prefetti mettersi al codazzo di Enrico, cui eglino con gran fervore aderivano. Anche i Frangipani Enrico VI traeva dalla sua. Quei vassalli della Chiesa, allora potentissimi, bravavano del continuo i Papi che erano costretti a lasciar loro il possedimento della marittima città di Terracina, dove la facevano da despoti, e con cui tratto tratto si rappacificavano mercè di trattati conchiusi con quel Comune, che ripetutamente si ribellava contro di loro[796].
Nel Novembre dell’anno 1196 l’Imperatore mosse alla sua ultima impresa in Sicilia: seguito da Pietro prefetto, da Markwaldo e da Corrado di Spoleto passò per le terre romane, e venne a Tivoli, a Palestrina e a Ferentino[797]. Roma non toccò, ma da Tivoli trattò col Papa, cui chiese che coronasse il bambino Federico suo figlio[798]. Contro la sua abbominevole tirannia si sollevarono in Sicilia la nazione maltrattata e la stessa moglie di lui che passò dalla parte dei sediziosi. L’Imperatore soffocò la ribellione con una ferocia e con un’inumanità, di cui non si possono trovare esempî che nella storia de’ Sultani asiatici; però egli stesso, dopo che ebbe ridotto la ridente Sicilia a un deserto, fu rapito da fatal morte. Enrico VI, nella cui indole si accoppiavano grandi qualità di statista e di principe con disonestà senza fede nè coscienza, con avarizia e con crudezza, morì a soli trentadue anni di età, ai 28 Settembre 1197, in Messina. Addì 8 di Gennaio dell’anno 1198, anche Celestino III lo seguì nella tomba. Erede della formidabile potenza dell’Imperatore fu un fanciullo abbandonato alla tutela di una bigotta femmina siciliana; ma erede del debole Papa fu uno dei maggiori uomini che la Chiesa abbia avuto.
Le buone fortune del Papato non avevano limite[799].
CAPITOLO SETTIMO.
§ 1.
Roma nel secolo duodecimo difetta di coltura. — Diritto giustinianeo. — Diritto canonico. — Collezione di Albino. — Il Liber censuum di Cencio. — Continuazione del Liber Pontificalis. — Non v’hanno storiografi romani. — Descrizione del san Pietro compilata da Pietro Mallio; descrizione del Laterano di Giovanni Diacono.
Anche durante tutto il secolo duodecimo la vita intellettuale di Roma continuò ad essere mezzo barbarica, come a’ tempi prima era stata: le perpetue lotte della Chiesa cogl’Imperatori o col popolo romano, e l’esilio quasi costante dei Papi, in quello che veementissime rivoluzioni agitavano la Città, danno sufficiente spiegazione di un tal fatto.
Nel secolo decimosecondo sedettero sulla cattedra di san Pietro alcuni uomini illustri; ma di sedici Papi (che tanti ne contò questo periodo di anni) quattro soli, e non i maggiori, furono romani di nascita. Parecchi di essi avevano ricevuto educazione in paesi forestieri, e precisamente in Francia, dove Parigi, al tempo di Abelardo, era divenuta la reputatissima delle scuole di dialettica e di teologia. Fin dall’età di Urbano II, francese, abbiamo notato lo stretto vincolo che associava Roma con Francia: se tempi innanzi erane stato anello di congiunzione l’ordine di Cluny, il grande riorganamento del monacato che avveniva per opera di Bernardo di Chiaravalle, lo rendeva nel secolo duodecimo ancor più sodo e durevole. Relazioni politiche ed ecclesiastiche univano di stretti nodi il Papato con una terra che del continuo prestava a quello un asilo ospitale; tutta Italia, ostilmente avversa ad Alemagna, era in commercio intellettuale con Francia, e per quest’epoca è cosa assai significativa che il massimo fra gli Italiani, Pietro Lombardo, teologo scolastico, non soltanto studiasse e poi insegnasse a Parigi, ma colà ne morisse vescovo (1160).
In Roma abbiamo veduto l’influenza che esercitarono le tendenze fra sè ostili di due Francesi di questa età: un discepolo di san Bernardo saliva alla cattedra santa, ed uno scolare di Abelardo prestava ai Republicani della Città i suoi lumi e il suo entusiasmo di nuove idee politiche. Se tempo addietro un Cardinale lamentava che la povertà impedisse ai Romani di andare a studio in paesi stranieri, e che perciò fossero privi di coltura, la cosa si era fatta ben diversa nella prima metà del secolo duodecimo: infatti molti Romani, chierici e laici e giovani della nobiltà, andavano a Parigi per erudirsi a quelle scuole[800]. Ma di tal fatta influenze in Roma erano cosa d’indole accidentale. Non la presenza dell’erudito Bernardo, non la fondazione del suo monastero ad Aquas Salvias, non la coltura francese di parecchi Pontefici seppero infondervi uno spirito di vita scientifica. Gli Atti de’ Concilî e tutte le notizie di altra specie, in tutto intiero questo secolo nulla significano che espressamente si facesse per dare impulso alla dottrina delle lettere; ed ha caratteri troppo generali un commendevole Decreto che Alessandro III promulgava nel concilio Lateranense dell’anno 1179, dove ordinava che in ogni chiesa cattedrale si fondassero scuole gratuite pei preti e pei discepoli poveri[801].
Da un Pontefice culto e di animo principesco, qual si fu Calisto II, potevasi aspettare che provvedesse ad istituti letterarî, ma nulla questo udiamo neanche di lui; e si può imaginar di leggieri che egli trovasse Roma immersa in una barbarie tale, da doverlo mettere a disperazione. Altri Papi eruditi, come lo furono quasi tutti insino alla fine del secolo, ebbero impedimento o dalla brevità del loro pontificato o dall’esilio o dalle condizioni di Roma, di volgere cure un po’ durevoli a discipline di istruzione. Fin dal tempo de’ Papi riformatori la santa Sede si era circondata delle forze migliori della Chiesa; il Collegio cardinalizio contò sempre nel suo seno uomini che per scienza teologica furono nella loro età facilmente principi, ma pochissimi di quei Cardinali furono romani. Nessun chiaro ingegno, in nessuna classe di cultura, la Città educò nel corso del secolo decimosecondo, nè vi fiorì scuola alcuna di rinomanza.
Quest’epoca diventò insigne, perchè in essa rivisse la scienza del giure romano. Certo è una novella che i Pisani conquistassero ad Amalfi nell’anno 1135 quell’unico codice delle Pandette che in Italia si conservasse, e che una siffatta scoperta desse opportunità a far restaurare lo studio del diritto romano. In Italia non s’erano mai smarriti nè la contezza delle leggi di Giustiniano, nè l’uso del giure romano; tuttavia, fino dal secolo undecimo e compiutamente durante il decimosecondo, la novella costituzione delle città destò un grande fervore per gli studî di giurisprudenza. Abbiamo veduto Imperatori e Republiche far appello alle leggi di Giustiniano per suffragarne i loro diritti; ed eziandio l’ordinamento dei municipî italiani (che però soltanto nell’apparenza toglievano ad imitare l’antichità) rinnegava la sua origine istorica, per andar cercando la sua fonte nel diritto romano. Converrebbe credere che Roma avesse dovuto essere, secondo l’ordine naturale delle cose, il suolo dove lo studio di questa scienza mettesse più forte radice; eppure fu altrimenti. Giusto nella Città la invasione germanica non aveva mai dato di frego al diritto romano; la Costituzione di Lotario dell’anno 824 aveva raccolto entro di quello la cittadinanza romana; sotto gli Ottoni le leggi nazionali straniere avevano perduto nella Città ognor più di vigore, finchè, al tempo di Corrado imperatore, il diritto romano era divenuto il solo che prevalesse. Il Judex Romanus riceveva il suo nome appunto dal diritto romano; forza era dunque che del continuo questo si insegnasse nelle scuole, ma il suo studio si faceva sopra alcuni scarsi compendî compilati fino da tempi antichi: ed è meraviglioso il pensare, che Roma, scaturigine della giurisprudenza, venisse a condizioni siffatte, che nelle sue biblioteche non si conservasse un solo codice delle Pandette, o neppur si sapesse della sua esistenza. Se altre città italiche davano opera fervidissima allo studio delle leggi di Giustiniano, non avrebbe dovuto offrirne maggiore opportunità il Senato che s’era restaurato in Campidoglio? Forse che all’età di Arnaldo da Brescia non avrebbe dovuto questa scienza prender voga proprio in Roma? I Senatori che scrivevano all’imperatore Corrado mostravano di essere bene addentro negli antichi concetti giuridici; senza dubbio la giurisprudenza si coltivava adesso in Roma con maggiore zelo; e par quasi impossibile che ivi allora non fossero degli eruditi glossatori eziandio delle Pandette, se omai sul principio del secolo duodecimo in quelle dottrine rifulgeva Irnerio di Bologna. Però di tal fatta erano le condizioni di Roma, che ivi non si venne formando nemmanco una grande scuola di giuristi. La città dei Romani ne lasciò la gloria a Bologna, dove omai nel secolo duodecimo si fondò un’università cui diede protezione Federico I: v’insegnarono gl’insigni dottori Bulgaro, Martino, Jacopo ed Ugo, e attrassero scolari da tutti i paesi, e diedero vita ad una scienza nuova.
La recisa divisione di Roma in due corpi giuridici, civile l’uno, canonico l’altro, potrebbe far credere che il grande predominio degli elementi ecclesiastici e il cozzo cui quelli venivano colla cittadinanza, tenessero in luogo angusto la scuola del diritto romano; sennonchè, ad onta eziandio della protezione de’ Papi, Roma non educò nemmanco una scuola di diritto canonico. Anche questo si insegnava a preferenza a Bologna, dove frate Graziano, toscano, aveva composto intorno al 1140 la più completa compilazione dei Canones, ossiano leggi ecclesiastiche. Ai dì nostri, che la ragione critica ne ha da lungo tempo smascherato le favole e le menzogne, quel Codice celebre del medio evo pare essere il colosso giuridico della barbarie e delle tenebre, in mezzo alle quali l’uman genere andò per lunghi secoli errando tentoni. Fu quel libro di leggi che gli gravò le spalle di pondo opprimente; esso falsò i concetti giuridici della Chiesa e dello Stato, e annebbiò il giudizio di tutte le età, sol per l’intento di assicurare al sacerdozio, e soprattutto al Papato, la signoria del mondo[802].
Altre collezioni di natura diversa tornano a grande importanza per farci conoscere le condizioni della signoria temporale della Chiesa. Giusto allora si provava vivamente il bisogno di determinar con certezza tutto quello che apparteneva alle regalie della santa Sede, che da tante parti le si contrastavano. I Papi fecero raccogliere insieme tutti i documenti che si riferivano al loro Dominium Temporale, incominciando dalla sua fondazione sotto di Pipino. Gli Archivî del Laterano, e collezioni antiche e moderne lasciavano per certo fra quei documenti delle grandi lacune, perocchè molte carte fossero scomparse, altre falsate. Degli antichissimi registri dell’amministrazione de’ dominî ecclesiastici, a’ tempi prima di Pipino, nulla s’era conservato: notammo la prima collezione di quella specie che ebbe compilato il cardinale Deusdedit; e poichè adesso (causa la controversia per il retaggio di Matilde e le pretensioni della città di Roma sulle regalie di san Pietro) il Papato vedeva messo in pericolo il suo possedimento, si riunirono in maggiori proporzioni i documenti su cui fondavansi i diritti della cattedra pontificia: ad opera siffatta diè mano primamente un chierico nominato Albino, all’età di Lucio III[803].
Il suo ampio lavoro fu ripigliato nell’anno 1192 da Cencio, romano della famiglia dei Savelli, che fu camerario della Chiesa sotto di Clemente III e di Celestino III, e diventò più tardi papa Onorio III. La sua compilazione è un’arida raccolta, la quale poco a poco si accrebbe, e tratta di materie di varia natura. Primieramente egli compose il registro delle rendite della Chiesa, dove sono notate tutte le entrate che la «Camera» lateranense ricavava da tutte le province: istessamente l’antico Liber Censuum di Albino incominciava col Provinciale, ossia col catalogo geografico delle province e delle città del vecchio Impero romano, per guisa che l’Orbis Romanus della Notitia si tramutava nell’Orbis Ecclesiasticus, e il Laterano pontificio veniva continuando i registri geografici dell’antica Roma imperiale[804].
Dal «Libro delle entrate» si rileva qualmente i canoni fossero meravigliosamente tenui; però il numero stragrande di quelli che erano obligati a pagare il tributo, rendeva ragguardevole la somma. Il Papa ricavava la massima parte delle sue rendite dirette dalle chiese e dai monasteri di tutto il mondo che erano tenuti sotto lo speciale patronato e diritto di lui, e perciò ne pagavano una pensio annua; rendite poi traeva da Vescovi, da Principi, da signori, che per differenti titoli erano tenuti a soddisfargli canoni. Pertanto il grande registro di siffatte imposte dirette è in massimo grado instruttivo[805].
Oltracciò il Liber Censuum trascrive contratti di fitti a cominciare dal secolo ottavo, raccoglie la serie delle donazioni e dei privilegi dai Carolingi in poi[806], i giuramenti feudali dei Normanni, patti stabiliti con Principi, con signori, con città, trattati de’ Papi cogli Imperatori e colla città di Roma, formule parecchie di giuramenti de’ Vescovi, di officiali, di giudici, di senatori, di prevosti di castella; contiene l’Ordo Romanus, ossia il Libro rituale di tutte le ceremonie e di tutte le statuizioni che hanno riferimento a feste di chiesa, all’elezione ed alla consecrazione de’ Papi e de’ Vescovi, alla coronazione degli Imperatori e dei Re[807]; riporta passi dei Regesti de’ Papi; vi aggiunge una Cronica de’ Pontefici: finalmente Benedetto, Albino e Cencio danno posto, nelle loro raccolte, ai Mirabilia ossiano descrizioni della città di Roma.
Pertanto in cotali lavori di archivisti si contiene una gran dovizia di materie; spesse volte queste sono malamente copiate, mancano di un criterio di trattazione ordinata, e vanno accumulate insieme in un ammasso informe. Ma per la storia di Roma cosiffatte compilazioni sono di valore inestimabile: dacchè andarono perduti i Regesti dei Papi di que’ secoli, e dacchè anche questi (come ne fanno dimostrazione le lettere di Gregorio VII) non si occupavano che di argomenti di chiesa, ne viene che, senza la collezione onde parliamo, i rapporti del Papato collo Stato ecclesiastico sarebbero rimasti per la massima parte al buio. Soltanto per via di quella ci è posto in aperto come fosse ordinata l’economia del palazzo pontificio, quali fossero gli organamenti dell’amministrazione e gli ordini feudali; per via di essa molte altre cose di soggetto pratico e storico ci sono chiarite. Laonde le collezioni di Albino e di Cencio prestano le fondamenta più rilevanti al codice diplomatico del Dominium Temporale dei Papi, e perciò sono di massimo pregio, tale che non verrà mai meno[808].
Anche in questo secolo a Roma non si discorre di proprî storiografi suoi; tutto si restringe alla continuazione officiale dei noti Cataloghi dei Papi. Tuttavia, quantunque grettamente vi sieno descritte le vite dei Pontefici del secolo duodecimo, quei lavori sono preziosa cosa in grazia della loro compilazione officiale, cui tratto tratto diedero opera testimonî oculari, oppure uomini della Curia ch’ebbero parte agli avvenimenti onde raccontano. Talvolta i grandi casi inspirano la mente di questi storiografi pontificî, per modo che eglino abbandonano il metodo tradizionale dei cataloghi, e danno maggiore ampiezza alle loro scritture. Le vite dei Papi da Vittore III ad Onorio II, furono narrate da Pietro e da Pandolfo di Pisa, loro contemporanei, i quali di gran lunga stan sopra a tutti i loro predecessori che posero mano al Liber Pontificalis: segnatamente le Biografie di Pasquale II e di Gelasio II, se anche non s’elevano a vero spirito storico, sono pur illustrate da un gran numero di date, e talvolta nella loro semplice concisione hanno tratti veramente drammatici e assai attrattivi, avvegnaddio gli autori si commovano alla memoria dei fatti di cui discorrono[809].
Lo scisma di Anacleto II pose un termine ai lavori di que’ due istoriografi, perciocchè eglino abbracciassero la causa dell’Antipapa[810]. Laonde con Innocenzo II, anche la continuazione del Liber Pontificalis riprende il suo antico carattere di catalogo; e solamente la vita di Adriano IV e il reggimento tanto notevole del successor suo Alessandro III (soltanto però fino alla pace di Venezia) sono descritti con maggior diffusione da un loro contemporaneo ben noto[811].
La storiografia romana in tutto il secolo duodecimo non produsse dunque altro che questi frammenti di un’età agitata di tanti e sì fieri casi. Nè i conventi di Roma, nè quelli del territorio romano (fatta eccezione del monastero di Fossa Nuova nel paese dei Volsci e di quello di Subiaco) composero allora cronica alcuna; e Goffredo di Viterbo, che in un suo poema cantò delle geste di Federico e scrisse una Cronica universale con titolo di Pantheon, come nato tedesco si schiera fra i letterati di Alemagna. Ei deve perciò gravemente deplorarsi che un periodo di tempo così fecondo di avvenimenti, e massime la rivoluzione avvenuta nella Città, non abbiano trovato pur un Romano che ne dettasse gli annali[812]. E vieppiù oscurata di barbarie Roma si pare in questa età, dacchè il rimanente d’Italia produsse importanti opere di storia, lavori in parte di culti uomini di Stato, che vissero nelle città allora sorgenti in fiore. Intorno al 1140 il giudice Falcone scriveva la Cronica di Benevento; il console Caffaro per incarico della sua Republica compilava i celebri Annali di Genova; Bernardo Marangone componeva la Cronica antichissima di Pisa; due giudici di Lodi, Ottone ed Acerbo Morena, e il milanese Sir Raul raccontavano le geste di Federico; Ugo Falcando si faceva autore di un prezioso frammento della storia normanna di Sicilia (dal 1154 al 1169). A Roma nessun laico emulò quegli uomini, nè la gloria di Ottone di Frisinga e di Romualdo di Salerno allettò ecclesiastico alcuno a scrivere la storia di questo tempo.
Preti composero invece delle scritture storiche, o a meglio dire, raccolsero documenti intorno ad alcune chiese di Roma. Le antichissime basiliche della Città nel corso del tempo ebbero trovato loro storiografi, nè più nè meno che reami ne ebbero; e quali di esse dovevano offrir attrattiva ad uno scrittore più del san Pietro e del Laterano? Pietro Mallio, canonico del san Pietro, dettò una descrizione di questa basilica, e la intitolò ad Alessandro III. Un esatto lavoro che ci desse ragguaglio di questo tempio, quale esso era nel secolo duodecimo, sarebbe preziosissima cosa, ma il componimento del Mallio non è che una arida collezione di notizie. Egli rimonta alla storia della fondazione del san Pietro sotto di Costantino, e con gran predilezione si ferma a dire di Carlo magno e della sua donazione dello Stato ecclesiastico. L’intento maggiore del Mallio si fu suffragare per via di documenti i diritti del suo duomo e quelli del paro dell’enumerazione di edificî e di doni votivi ch’egli trasse dalla Cronica e dai Regesti dei Papi. La sua scrittura di piccola mole raccoglie insieme memorie storiche e statistiche, rituali, descrizioni, specificazione dei sepolcri dei Papi (di cui egli ci ha conservato le epigrafi); ed anche nella sua imperfezione è degna di nota e instruttiva, come quella che è la prima monografia che tratti del san Pietro e stia da sè[813].
Ad essa fa riscontro l’antichissima descrizione della basilica Lateranense, dettata da Giovanni, canonico di quella chiesa: anch’egli la compose per comandamento di Alessandro III, ed ha gran pregio per la storia del Laterano, segnatamente dopo la riedificazione cui attese Sergio III[814].
Queste monografie del resto hanno fondamento in un duplice genere di componimenti letterarî di quell’età, negli Ordines Romani, ossiano Libri rituali della Chiesa e nei Mirabilia. Il Mallio attinse dagli uni e dagli altri, e sulle loro tracce descrive il borgo Vaticano e il sepolcro di Adriano. «Nella Naumachia», dic’egli, «presso a santa Maria in Transpontina, evvi la tomba di Romolo che si appella Meta; era tutta rivestita di marmi magnifici, coi quali fu costruita la scalea del san Pietro. Tutt’all’intorno, per una misura di venti piedi, aveva essa un pavimento di pietra travertina, con una cloaca e col suo giardino. In vicinanza il Terebinthus di Nerone si alzava tant’alto, quant’è il castello di Adriano imperatore, ed era incrostato di finissimi marmi. L’edificio aveva figura rotonda a due cerchi, come il castello; i suoi orli erano coperti di lamine di pietra che facevano officio di gocciolatoi del tetto. Vicino a questo edificio fu crocifisso l’apostolo Pietro.»
«Ivi si trova eziandio il castello che fu la Memoria di Adriano imperatore, come può leggersi nell’omelia che il santo pontefice Leone compose per la festività di san Pietro, dove dice: la Memoria dell’imperatore Adriano. È un tempio di meravigliosa grandezza, tutto rivestito di pietre, e ornato di parecchie istorie; all’intorno lo circondano sbarre di metallo, con grandi pavoni e con un toro di bronzo; due di quei pavoni oggi si trovano nel pozzo del «Paradiso»[815]. Ai quattro angoli del tempio eran posti quattro cavalli di bronzo dorato; ad ogni facciata v’aveano porte di bronzo; in mezzo al cerchio stava la tomba di porfido che oggidì è custodita in Laterano, e nella quale fu deposta la salma di papa Innocenzo II. Il suo coperchio è nel «Paradiso del san Pietro, sopra il sepolcro del Prefetto» (ossia di Cinzio, l’amico di Gregorio VII).
Quasi alla lettera il Mallio trascrisse questa descrizione dai Mirabilia.
§ 2.
I Mirabilia Urbis Romae.
Il secolo duodecimo favorì i primi studî di archeologia romana. I Senatori, che deliravano di avere restaurato in Campidoglio la Republica antica, si risovvennero eziandio della magnificenza monumentale della vecchia Roma, e nella loro fantasia si ricomposero la città di meraviglie dei loro antenati. Ad onta di tutto il rovinio violento recatovi dall’opera devastatrice di secoli, Roma era la terra più vetusta del mondo, e, sebbene anch’esso ruinoso, alitava in petto ai Romani uno spirito antico, che in mezzo al popolo veniva acquistando una viva coscienza di sè, e rompeva veementissima guerra contro la Chiesa. Al tempo in cui si rinnovellò il Senato la Graphia e i Mirabilia assunsero la forma sotto cui pervennero fino a noi; d’allora in poi si diffusero essi ognor più per via di copie che se ne ricavarono, quantunque ignoranti scrivani li deturpassero coi più assurdi farfalloni. E l’una e gli altri in sostanza sono la stessa cosa, ma ebbero compilatori diversi; e se anche non facciano a bella posta di escludere da sè le cose di Roma ecclesiastica, certo è che trattano a preferenza con fervido amore della Città pagana. E questo carattere di antichità repugnava tanto poco in Roma cristiana, che precisamente gli Archivisti pontificî, come furono Benedetto, Albino e Cencio, innestarono i Mirabilia nelle loro collezioni officiali. La menzione che vi si fa della tomba d’Innocenzo II e di quella di Anastasio IV, delle torri dei Frangipani e dei Pierleoni, finalmente del palazzo dei Senatori in Campidoglio, dimostra che questa Descrizione della Città ebbe compimento nella seconda metà del secolo duodecimo. Per riguardo poi alla Graphia, sebbene vi siano aggiunte delle parti più antiche, e cioè il Libro ceremoniale degli imperatori all’età degli Ottoni, nondimeno anche la sua composizione appartiene a quello istesso tempo; nè abbiamo codice alcuno dei Mirabilia che risalga più in là del secolo decimosecondo[816].
Pertanto una lacuna di secoli s’inframmette tra il Curiosum Urbis (od almeno l’Anonimo di Einsiedeln) e i Mirabilia; nè ci si conservò alcun anello intermedio, prima che quel Curiosum, onde non si perdette mai contezza in Roma, si trasmutasse nei Mirabilia. Certamente che questa ampliata Descrizione della Città gittò le sue fondamenta poco a poco; alcune delle sue parti erano note al Cronista di Soratte, e può darsi che finalmente nel secolo duodecimo tutte si congiungessero insieme ad unità. Negar non si può per lo meno che i Mirabilia venissero su raffazzonati a forza di frammenti; ma tuttavolta ci manca la loro scrittura originale; nè prima del secolo duodecimo si trovano autori romani e italiani (il canonico Benedetto, Albino, Cencio, Goffredo di Viterbo, Pietro Mallio, Romualdo di Salerno e più tardi Martino Polono), che abbiano attinto dai Mirabilia, o li abbiano intieramente raccolti nelle loro compilazioni[817].
In quel componimento, che un ignoto scolastico dettava intorno alle «cose meravigliose della città di Roma», l’archeologia romana, la quale ai dì nostri ebbe raggiunta un’ampiezza che può dirsi spaventosa, fa sbocciare il suo primo fiore da germi già svolti in tempi addietro; e lo fa usando di forme barbariche e rozze, e di un latino ruinoso sì come il soggetto che descrive. Il buon senso e le assurdità, la retta scienza e i perdonabili errori che colà dentro si mescolano insieme, non hanno di che arrossire soverchiamente innanzi alla pretensiosa erudizione di Archeologi venuti più tardi (ed anche di quelli dei nostri giorni), i quali, se si raccolgano tutte insieme le loro opinioni, fanno di Roma un vero labirinto che mette nausea a chi la contempla con occhio di storico. Ella è cosa sommamente attrattiva pensarsi qual dovesse esser l’aspetto di Roma nel secolo duodecimo, quando le sue ruine maestose non erano peranco ridotte a scheletri illustrati dalla scienza, ripulite artisticamente, dissotterrate e incorniciate, ma erano tramutate in torri gravide d’armi di consoli feroci, e in case dalle forme pittoresche, oppure si celavano alle indagini dello studioso, abbandonate allo stato selvaggio di natura, misteriose, leggendarie, e vagamente coperte di edera. Molte rovine, che oggidì sparvero o che hanno perduto l’ornato dei loro marmi, nel secolo duodecimo stavano ritte in piedi nel mezzo delle vie, e il popolo le appellava con nomi or tratti dalla leggenda ed ora storicamente esatti. Chi legge il libro dei Mirabilia, deve stupire che tanto grande fosse il loro numero anche dopo l’incendio appiccato dai Normanni; chè, quantunque la descrizione della città parli ancora di luoghi e di monumenti che nel secolo duodecimo avevano cambiato di forma od erano periti, pure assai spesso ne dipinge e ne denomina di quelli che veramente tuttavia esistevano.
Della esattezza dei Mirabilia possiamo a più luoghi aver prova col raffronto dei Libri rituali contemporanei; infatti anche questi danno precisamente gli stessi nomi popolari ai monumenti. I Rituali ci descrivono una volta il cammino che solevano seguire i Papi quando percorrevano Roma in processione, e lo denotano chiaramente dagli edificî presso cui passavano e dalle strade che battevano. A quel tempo, allorchè ricorrevano certe feste, i Papi movevano per la città, non trascinati in cocchi d’oro, ma umilmente pedestri e scalzi; e quei vecchi deboli solevano riposare la persona stanca a certe stazioni fisse, dove era loro apparecchiato, alla vista di tutti, un lettucio (lectus)[818]; oppure, circondati dalle pompe della loro corte, procedevano coronati del Regnum, a cavallo di un bianco muletto (albus palafredus), che aveva il freno d’argento ed era coperto di gualdrappe di porpora.
L’Ordo di Benedetto canonico, scritto nell’anno 1143, e nel cui codice si trovano aggiunti i Mirabilia, fa conoscere così la via che la processione seguiva: «Il Papa esce per il campo (Lateranense) vicin san Gregorio in Martio, passa sotto l’arco dell’acquedotto (l’Aqua Martia, da cui il san Gregorio riceveva nome), prende per la via grande, costeggia a man destra il san Clemente, e piega a sinistra verso il Coliseum. Traversa l’Arcus Aureae (un arco che metteva al Forum di Nerva), trascorre innanzi al Foro di Trajano (ossia quello di Nerva), e giunge fino a san Basilio (oggidì delle Annunziatine); indi sale il monte presso alle Militiae di Tiberio (Torre delle Milizie), viene giù per santo Abbaciro, passa davanti ai santi Apostoli, piglia a mancina per la via Lata, gira per la via Quirinale, muove a santa Maria in Aquiro fino all’arco della Pietà, capita al campo di Marte, tocca san Trifone presso le Posterulae e arriva al ponte di Adriano. Traghetta il ponte, esce per la porta Collina lasciandosi addietro il tempio e il castello di Adriano, passa avanti dell’obelisco (vuol dire a questo luogo del Terebinthus) di Nerone, attraversa il Porticus presso al sepolcro di Romolo, indi sale al Vaticano e alla basilica dell’apostolo Pietro.
»Finita la messa, il Papa cinge fuor della basilica la corona, monta a cavallo, e, coronato, fa ritorno in processione per questa «sacra via»: traversato il Porticus, valicato il ponte detto di sopra, e superato l’arco trionfale degl’imperatori Teodosio, Valentiniano e Graziano, viene rasente il palazzo di Cromazio dove gli Ebrei cantano le laudi; poi percorre il Parione fra il Circo di Alessandro (oggidì piazza Navona) e il teatro di Pompeo, scende per il Porticus di Agrippina (vicino al Panteon), risale per la Pinea (Regione o piazza della Pigna) vicino alla Palatina (il luogo antico detto ad Pallacenas presso il san Marco), passa dal san Marco; indi per l’arco della «mano di carne» (Manus Carneae) e per il Clivus Argentarius fra «l’isola» di quello stesso nome (Basilica Argentaria) ed il Campidoglio, tira giù innanzi alla carcere Mamertina (privata Mamertini); viene per l’arco trionfale (di Severo) in mezzo al Templum Fatale (l’arco di Giano) e il tempio della Concordia, procede oltre tra il Foro di Trajano (di Nerva) e il Foro di Cesare; passa sotto l’arco della «Nervia,» in mezzo al tempio di quella Dea e il tempio di Giano[819]: rimonta innanzi all’«Asilo» per la via lastricata dove cadde Simon Mago (l’antica via Sacra), vicino al tempio di Romolo (basilica di Costantino); poi trascorre dall’arco trionfale di Tito e di Vespasiano, che ivi è chiamato VII Lucernarum; discende fino alla Meta Sudans innanzi all’arco trionfale di Costantino, piega a manca davanti all’anfiteatro, e per la via santa (Sancta Via) vicino al Colosseo torna al Laterano[820].»
Di questa maniera s’era formata anche una novella «via sacra» dei pomposi cortei cristiani che movevano per Roma; e la sua ultima parte, dal Colosseo al Laterano, era appellata Sancta Via: così è che le processioni pontificie con ispeciale accorgimento movevano attraverso gli antichi archi di trionfo del Paganesimo. Lungo la «via santa» pontificia, monumenti cristiani si alternavano con ruine pagane; ma anche i Libri rituali allora tenevano nota con decisa predilezione di queste ultime. Non una v’ha di esse che il libro dei Mirabilia non registri, nè vi manca avvertimento del palazzo del prefetto Cromazio nella Regione detta Parione, dove si postavano gli Israeliti. Descrive quell’edificio romano, che allora durava tuttavia in istato ruinoso presso a santo Stefano in Piscina, e lo appella Templum Olovitreum, ossia «tutto composto di musaico, tutto fatto di cristalli e di oro con magica arte, e ornato di un’astronomia coi segni del cielo»; e sa che Sebastiano, unito a Tiburzio figlio del prefetto Cromazio, aveva distrutto quelle case meravigliose[821].
L’Ordo Romanus mette pertanto in rilievo la esattezza topografica dei Mirabilia; e, anche senza di ciò, questa Descrizione della Città, ad onta del suo stile barbarico, dimostra nella massima parte una giustezza di vedute che l’odierna archeologia è costretta a confermare. Il suo compilatore, oltre che dalle tradizioni locali, attinse da fonti parecchie. Le antichissime informazioni gli ebbero porto il Curiosum e la Notitia; egli non toglie a seguirne la ripartizione regionale, come quella che ai suoi tempi non poteva adoperarsi più, ma egli passa ancora in rassegna le mura, le porte, i colli ed i ponti di Roma, in ciò seguendo le tracce di quelle vecchie indicazioni[822]. Soltanto nelle rubriche, pur sempre importanti, dei palazzi, delle terme, degli archi trionfali e dei teatri, lo scrittore non registra dati numerici, e tratta l’argomento con molto amore, ma con gran confusione[823]. Indi, forse soltanto per giovare e per compiacere ai pii desiderî dei pellegrini, vi compone il catalogo dei cimiteri e dei luoghi di Roma che sono celebri per istorie di martiri, ricavandone le notizie dai Libri delle «Stazioni», dal Pontificale e dai Martirologî: ed uno degli ingenui copisti del libro dei Mirabilia, approfonditosi nello studio dei Calendarî dei Santi, scambiava financo i Fasti di Ovidio per un martirologio di Ovidio[824]. Seguono dappoi alcune appendici, e, secondo i varî esemplari, sono in diverso ordine disposte: parlano «della pigna che era in Roma», «del Campidoglio di Roma», «del tempio di Marte in Roma», «dei cavalli marmorei in Roma», «dei giudici imperiali in Roma»[825], «della colonna di Antonino in Roma». Finalmente in quella congerie aridamente raccolta insieme e azzeppata di ripetizioni parecchie, viene data la descrizione del Vaticano e del castel Sant’Angelo, del sepolcro di Augusto, del Campidoglio, dei Fora, del Palatino e di altri colli; e vi si aggiungono le storie del cavallo di bronzo ch’era innanzi al Laterano, dell’edificazione del Panteon e della visione di Agrippa.
Per dare un’idea della forma che in generale usano i Mirabilia nelle loro descrizioni basteranno questi brani che ne togliamo: «Qui (di fianco al Forum) è il tempio di Vesta, entro cui vuolsi che dorma il drago, sì come leggiamo nella Biografia di san Silvestro; e colà stanno il tempio di Pallade e il Forum di Cesare e il tempio di Giano, il quale dal principio e dalla fine è indovino dell’anno, siccome dice Ovidio nei Fasti; ma adesso si appella torre di Cencio Frangipane.» Delle ruine del Palatino, che chiamavasi eziandio Palatinus mons, viene detto brevemente: «Dentro del Palatium è il tempio di Giulio; nella fronte del Palatium, il tempio del Sole; sovra dello stesso Palatium, il tempio di Giove, che ha nome di Casa major»[826]. Del Circo Massimo: «Il Circus di Prisco Tarquinio era di bellezza meravigliosa, e così veniva giù degradando che nessun Romano impediva all’altro la veduta: sulla cima posavano archi che erano rivestiti di vetro e di giallo oro; in alto erano le case del Palatium, dove a tondo sedevano le donne per mirare il giuoco ai 14 di Maggio, quando si celebrava; nel mezzo stavano due guglie (obelischi); la minore aveva ottantasette piedi; la più grande, centoventidue. Sul vertice dell’arco di trionfo, che è vicino alla porta d’ingresso, era collocato un cavallo di bronzo dorato, che pareva slanciarsi alla corsa, quasi volesse trascinare con sè un guerriero; sull’arco che si erige all’estremità vi aveva un secondo cavallo di bronzo dorato. Nell’alto del Palatium, donde si miravano i giuochi, erano gli scanni dell’Imperatore e della Regina.» — «Innanzi al tempio di Trajano, là dove oggidì ancora ne durano le porte, era il tempio di Giove.» — «Vicino alla Schola Graeca era il tempio di Lentulo; dall’altro lato, ove s’alza adesso la torre di Centius de Origo, trovavasi il tempio di Bacco[827]. Nell’Elephantus erano il tempio della Sibilla, e il tempio di Cicerone in Tulliano, e il tempio di Giove dov’era il pergolato d’oro, e il Templum Severianum»[828]. — Nel campo di Marte era il tempio di Marte, dove alle calende di Luglio eleggevansi i Consoli che duravano fino alle calende di Gennaio; se l’eletto Console era mondo di delitti, lo si confermava nel consolato[829]. In questo tempio i vincitori romani deponevano i rostri delle navi, de’ quali componevansi opere a spettacolo di tutti i popoli. — «Sulla cima del frontone del Panteon posavano due tori di bronzo dorato. Davanti al palazzo di Alessandro erano due templi di Flora e di Febo. Dietro al palazzo, dove adesso è la «conca», esisteva il tempio di Bellona, e v’era scritto:
Roma vetusta fui: sed nunc nova Roma vocabor; Eruta ruderibus culmen ad alta fero»[830].
Spesso i Mirabilia denotano opportunamente gli edificî antichi dalle chiese che erano state costruite nei ruderi di quelli, ma ei si scorge che quasi esclusivamente si occupano dei vecchi monumenti, per modo che il libro racchiude addirittura quanta scienza in fatto di archeologia Roma possedeva a questa età, nella quale Italia pose mano all’ardita impresa di affrancarsi tutt’ad una volta dalla barbarie del medio evo, dalla signoria dei preti e dalla dominazione straniera. Pertanto con una stretta e bella coincidenza il libro dei Mirabilia pare essere la ricostruzione archeologica della vecchia Roma, giusto nel tempo in cui si restaura a libertà il municipio; e possiamo credere che quello scritto fosse allora la lettura favorita dei Senatori. Il suo compilatore non potè essere altr’uomo che romano. Egli infatti esprimeva con chiara consapevolezza lo scopo essenzialmente archeologico del suo lavoro, così dicendo: «Questi ed altri molti templi e palagi degli Imperatori, de’ Consoli, de’ Senatori e dei Prefetti, esistettero al tempo dei Pagani, siccome negli annali antichi leggemmo, e cogli occhi nostri abbiam visto, e da’ vecchi udimmo: e di quanta bellezza d’oro e d’argento, di bronzo e di avorio e di preziose pietre fossero ornati, curammo manifestare con questa scrittura, il meglio che potemmo, a memoria dei posteri»[831].
Laonde è che ancora oggidì lo studioso dell’antichità deve serbar gratitudine a quell’ingenuo scolastico. Da quel libro di barbarico stile egli può ritrarre profitto vero, purchè non si sgomenti di andar laboriosamente cercando la verità, mondandola dalla scorza dell’errore e dalle scipitaggini che la involgono. Quello stranissimo di tutti i libri somiglia ad una caverna entro cui sta sepolto un tesoro, e dove conviene entrare con in mano la lampada della critica per trarne tuttavia molte cognizioni. Ed anche l’Autore dei Mirabilia, precursore di Flavio Biondo, fu uno studioso che, ispiratone di mesta vaghezza, fece il primo e audace tentativo di andar a cerca di Roma in mezzo ai cumuli delle sue ruine e di mettere in mostra i suoi monumenti storici. Però (e, confessiamolo pure, così è anche in tutti gli altri libri di archeologia), la maestosa realtà dell’antica città dei Romani si trova nei Mirabilia quasi velata tetramente da un pallido raggio di luna. Quel libro c’insegna quanto sia grande la tragica potenza del tempo, che nell’animo umano abbuia tutte le grandezze della storia, e agguaglia a un racconto di leggende, e copre di grossi strati di polvere tutti gli splendori delle età passate. Più tardi la gente umana, che ne conserva una vaga ricordanza, scava e scava tutt’intorno; e a forza di fatiche immani, plaudendo arrogantemente alle sue scoperte, non giunge a conoscer la metà di quello che ogni bambolo ai tempi andati e sulla faccia del luogo sapeva a menadito[832].
§ 3.
Leggende delle statue romane. — Virgilio nel medio evo. — Virgilio profeta e negromante. — Il mago Virgilio a Roma e a Napoli. — Racconti che se ne foggiarono sulla fine del secolo duodecimo. — Descrizione di Roma che il rabbino Beniamino di Tudela compone nel secolo duodecimo.
Il libro archeologico di Roma medioevale porge opportunità eziandio di altre considerazioni. Fa stupore che ad un’età di leggende romantiche e di poesie predomini nei Mirabilia il carattere archeologico; difatti in essi la leggenda poetica è tenuta in poco conto. La Chiesa di Roma coltivava massimamente le storie dei martiri, ma non si curava delle leggende profane; soprattutto poi occorre notare che l’ingegno dei popoli italici non è inchinevole ai racconti favolosi, perocchè il loro suolo sia stracarico di storia, e la luce chiara del loro cielo non blandisca quella vita di sogni che è propria della leggenda. I Mirabilia contengono tanto poche leggende che par quasi strano; a poche vi si accenna di volo; poche altre sono sbozzate a metà; alcune sono storie di Chiesa; quasi tutte (e questo notevole carattere è prettamente romano) si riferiscono a statue.
In un tempo nel quale l’arte statuaria s’era spenta erano propriamente le sue nobili reliquie che commuovere dovevano ad ammirazione gli uomini: segnatamente i pellegrini stranieri, se possedevano la coltura d’Ildeberto di Tours vescovo poeta, ne erano tratti ad un entusiasmo quasi pagano; se poi erano gente grossa le statue dovevano ai loro occhi parere opere di magica arte, cui un demone arcano aveva infuso la vita. Più strettamente e più vivamente di tutti gli altri avanzi dell’antichità erano soltanto le statue che davano un’idea del mondo classico al popolo, il quale aveva obliato l’antica poesia e non l’intendeva più. Non v’era in alcuna terra del mondo un artista che avesse saputo plasmare una figura di marmo pari a quelle che, cittadine di un mondo diverso e geniale, erano rimaste in mezzo a’ ruderi di terme e di templi. Con occhi misteriosi le divinità di Grecia dalle loro statue solitarie parevano guardare e ammaliare quegli uomini barbari del medio evo, che s’erano infervorati delle Crociate e dell’Oriente, e che al tempo in cui risorgevano il diritto romano e la republica romana tornavano a ricordarsi con timidi desiderî delle bellezze del paganesimo. Di questa tendenza dà un’idea assai espressiva quella leggiadra novella della Venere di marmo, cui un giovinetto scherzando poneva in dito un anello, ed ella sel riteneva, e lo serrava forte come fosse anello suo nuziale. Favola preziosa, che tutt’a un tratto manifesta quella consapevolezza, che s’accoglieva dormiente nei petti umani, del nesso indestruttibile che associava l’età nuova alla cultura antica; vaticinio di un tempo lontano in cui s’avrebbe fatto fervido ritorno alla scienza ed alle vaghe forme dell’arte pagana[833]. Però le leggende che correvano sulle statue di Roma altro allora veramente non significavano se non che quelle figlie smarrite del genio greco non trovavano fra gli uomini imbarbariti chi le comprendesse più. Vedersene allora non si poteva che a Roma, perocchè in nessun altro luogo, prima che si cominciasse a fare escavi, non vi fossero tante statue di marmo e di bronzo, quante là erano. Le favole delle statue romane possono essere state invenzioni così dei Romani che di stranieri, e in parecchi casi fu certo la fantasia fervente e più poetica dei pellegrini nordici che ne compose le novelle. Per fermo era un pellegrino che sognava di tesori magici nascosti sotto il suolo di Roma, quegli che inventava la storia portentosa della statua di bronzo nel Campo di Marte: col dito accennava essa a terra; sul capo teneva scritte queste parole: hic percute!, e il celebre papa Gerberto ne scioglieva l’enigma[834]. In verità questa leggenda addita con senso arguto e bello ai misteri onde nelle profondità del suolo di Roma si celava il mondo caduto dell’antichità; e oggidì ancora chi s’aggira per Roma potrebbe spesso fermarsi sopra i ruderi del Foro, o nel Campo di Marte, o nelle terme deserte, e sclamare: hic percute! Giacchè anche adesso dormono ivi sotto innumerevoli statue dell’antichità, e aspettano la magica parola che le risvegli dal loro sonno, oppure il caso che sollevi il pesante coperchio della loro sepoltura.
I Mirabilia notano una fiata che Romolo collocasse nel suo palazzo una statua d’oro in cui egli era effigiato, con questo motto: «Non cadrà fino a tanto che una vergine non partorirà»; e dicono che il simulacro traboccò al suolo allorchè la Vergine ebbe partorito[835]. E fanno menzione dell’arguta e bellissima leggenda di un’altra statua che parlò all’apostata imperatore Giuliano, e tanto seppe ammaliarlo ch’egli ritornò al Paganesimo[836]. Anche le loro maggiori leggende profane si riferiscono a statue; e il leggitore di questa storia conosce omai i portentosi racconti della statua equestre di Marc’Aurelio, dei due colossi di marmo e delle statue equestri del Campidoglio.
L’antica favola delle statue del Campidoglio fu più tardi associata col ciclo leggendario del «mago Virgilio», e ci fa stupore che l’Autore dei Mirabilia abbia sdegnato di raccogliere nelle sue scritture le leggende che di Virgilio narravansi. Non più si recitavano fra i ruderi del Foro di Trajano i versi del massimo poeta di Roma, che (lungo tempo ancora dopo la caduta dell’Impero romano) retori erano andati declamando in publico: L’uso della lingua italiana di già rendeva difficile l’intelligenza di quei versi; la musa latina, fin l’epigramma, nel secolo duodecimo era quasi morta in Roma, laddove nei paesi di fuori metteva fiori olezzanti, come nei carmi degli scolastici vaganti. Noi dovremmo fare grande fatica a scaturir fuori la scuola celata di qualche grammatico che spiegasse ai suoi discepoli l’Eneide o le Egloghe; tuttavia non abbiamo punto dubbio che sempre in Roma si conservasse la conoscenza di Virgilio, ed eziandio di Ovidio che era peranco noto all’Autore dei Mirabilia; laddove Orazio, troppo elegante e vissuto nella società del bel mondo, s’era fatto meno intelligibile a quella rozza gente[837]. Scoperte degli antiquarî si decifravano a Roma con Virgilio alla mano; lo dimostra ciò che racconta Guglielmo di Malmesbury, che intorno al 1045 s’era rinvenuto a Roma il sepolcro di Pallante, figliuolo di Evandro. Il corpo del gigante, così dic’egli, fu trovato ancora incorrotto, con una ferita larga quattro piedi che gli aveva aperta in petto re Turno. E nella tomba ardeva tuttora una torcia, nè spegnerla si era potuto che facendo una fessura sotto la fiamma. Sarebbe stato impossibile che si desse in cotal forma notizia all’Annalista inglese di questa scoperta, se non fossero stati gli stessi antiquarî romani che avessero proposto una siffatta spiegazione alla tomba rinvenuta[838].
Ai nostri giorni si tenne dietro con grande amore alla memoria che durò di Virgilio nel medio evo; se ne studiarono le ragioni, e s’interpretarono. Convien sapere che dopo il tempo di Costantino alcuni passi delle poesie di Virgilio, massime dell’Egloga quarta, si ebbero in conto di vaticinî cristiani. A questo poeta vissuto sul limitare di due epoche mondiali la musa aveva dettato alcuni versi geniali, che per uno strano caso ebbero apparenza di essere la predizione ispirata della nascita di Gesù Cristo[839]; nè mai come in Virgilio la fina adulazione di un poeta, o la sua speranza ideale di una futura età dell’oro, conseguirono più splendida ricompensa. Quel pagano fu levato al grado di profeta del Messia, diventò il poeta favorito della Chiesa e del credulo medio evo; e per secoli lunghi si andò aprendo a sorte i suoi libri per cercarvi gli oracoli di un veggente sibillino, nello istesso modo che suolsi oggidì sfogliare le carte della Bibbia in cerca pur di oracoli. La trasfigurazione poetica della musa virgiliana è uno dei più singolari fatti della storia dello spirito umano, ed è dimostrazione notevole della stupenda concatenazione mercè cui la potenza della poesia intreccia fra loro le epoche intellettuali. Vi fa accompagnatura la più leggiadra di tutte le leggende, che uniscono l’una coll’altra le due età; quella visione, dico, del patrono di Virgilio, di Ottaviano imperatore, cui la Sibilla, sul punto di prendere commiato dagli uomini, mostra la Vergine che tiene in braccio Gesù bambino[840].
Mentre la Chiesa onorava Virgilio come una specie di Jesaia cristiano, il popolo invece (e questo già era avvenuto in tempo mirabilmente antico) lo mutava in filosofo, in matematico ossia in un mago di prima forza. In forma siffatta ei doveva esser noto anche ai Romani del tempo dei Mirabilia; però la leggenda del mago Virgilio non sbucciò dal suolo di Roma; quivi fu solamente trapiantata. È cosa sorprendente che i Mirabilia non facciano parola di Virgilio, là dove narrano della visione di Ottaviano; e neppur la leggenda delle statue sonanti, di cui toccano soltanto di volo, non è in verun modo associata con lui. La Salvatio Romae in Campidoglio, dove le statue collo squillo di loro campanelli manifestavano la ribellione di ogni provincia, non compare assolutamente in Roma con quelle forme che ebbe assunto più tardi. Infatti il romanzo francese Virgilius narra che l’incantatore, a salvamento di Roma fabbricasse una torre con istatue di quella specie: e un’altra leggenda descrive l’edificio per modo, che durante il giorno fosse tutto scintillante d’oro, e di nottetempo una lampada luminosa lo segnalasse alla vista dei naviganti; e inoltre aggiunge che uno specchio posto ivi dentro svelasse tutto ciò che avveniva nel mondo ed ogni moto ostile a Roma. Questa favola dello specchio magico che si trova nelle epopee cavalleresche, com’è nel «Percivallo,» non ha origine romana, ma può darsi che a Roma fosse nota nell’età dei Mirabilia. E antiquarî affermano, che gli avanzi della torre dei Frangipani posta sull’arco di Tito, dopochè Gregorio IX l’ebbe fatta demolire nel secolo decimoterzo, erano dal popolo chiamati «torre di Virgilio»[841].
Ai portenti di Virgilio in Roma apparteneva eziandio la così detta «Bocca della verità», ma non furono i Romani che posero Virgilio in relazione con questa leggenda, che aveva il suo luogo a santa Maria in Cosmedin; può anzi essere che nel secolo duodecimo i Romani neppure avessero contezza d’intreccio siffatto. Nell’atrio di quella basilica esiste ancora oggidì una grande maschera di cloaca, e il popolo diceva nel medio evo, che i Romani antichi, allorchè pronunciavano un giuramento, dovevano ficcar la mano nella sua bocca aperta, la quale avrebbe azzannato lo spergiuro: tanto sarebbe durata la cosa, finchè lo scaltrimento di un’adultera femmina distruggeva la potenza portentosa di quell’effigie[842].
Di tutte queste opere portentose di Virgilio tacciono i Mirabilia, e una sola volta fanno parola di lui a questo modo: «Sul Viminale è la chiesa di sant’Agata, donde Virgilio imprigionato dai Romani prese forme invisibili, uscì e andò a Napoli; da ciò derivò il detto: vado ad Napulum»[843]. Ei sembra che ciò si riferisca a quella favola la quale raccontava come l’Imperatore incarcerasse Virgilio a causa della bizzarra vendetta che ei si toglieva di una sdegnosa Romana, e come il poeta, montando su un aerostato, se la battesse nelle Puglie: la notizia che ne danno i soli Mirabilia mette in aperto che i Romani dei secoli duodecimo e decimoterzo sapevano non soltanto di questa ma eziandio di altre leggende virgiliane.
Tuttavia la patria vera del «mago Virgilio» fu Napoli, sua città prediletta e suo mitico sepolcro; e noi seguiteremmo colà con grande onoranza il negromante sul suo pallone, se non temessimo di allontanarci soverchiamente dal suolo storico di Roma. Il serio amico di Asinio Pollione, il poeta che ebbe natura sì timida da sbassare gli occhi davanti ogni sguardo curioso o scrutatore, sarebbe rimasto di stucco se avesse potuto presagire di che novelle, in gran parte puerili, la fantasia degli imbarbariti Napoletani avrebbe circondato la sua memoria. Ed è infatti meravigliosa cosa vedere con che fede ingenua gli stessi uomini più gravi, sulla fine del secolo duodecimo, ricantavano cotai favole. L’inglese Gervasio di Tillbury, maresciallo del regno di Arles, nella sua opera intitolata: Otia Imperialia dedicata a Ottone IV imperatore, registra con ispeciale predilezione fra i molti mirabilia del mondo eziandio i portenti che fece Virgilio a Napoli. Chi sa che il poeta dell’epopea nazionale romana avesse potuto in qualche modo compiacersi che lo si onorasse come mago per la sua edificazione della Salvatio Romae (quello che era l’officio generale di polizia dell’Impero), ma a Napoli certamente non avrebbe tenuto per cosa lusinghiera il vedersi attribuite le arti di un Cagliostro o propriamente di un ciarlatano: ei vi inventa una mosca di bronzo fatta con bell’arte che pone in fuga tutte le mosche vive; serra dentro di porta Capuana tutti i serpenti; con un cavallo di bronzo divezza i cavalli che sbassino le terga; con un pezzo di carne apprestato con magiche virtù tiene costantemente ventilato e fresco il mercato delle carni; sul monte delle Vergini riduce un giardino di erbe mediche, dove la pianta di Lucia ridona la vista alle pecore cieche; con una statua di bronzo di un trombettiere o di un arciero piglia in rete il vento di mezzodì, oppure accheta il Vesuvio. Cose più degne di lui forse potevano essere queste: aver costruito sopra una base di uova il castel dell’Uovo, traforato la grotta di Posilippo, scoperto i bagni curativi di Puteoli, l’uso dei quali gli invidiosi medici di Salerno mandarono a male, cancellando le epigrafi che ne denotavano il sito[844].
Però alle mura di Napoli non giovò l’artificiosissimo palladio che Virgilio aveva con magica virtù chiuso entro ad un’ampollina di vetro; chè Enrico VI, senza averne alcun impedimento, le fe’ smantellare nell’anno 1196. Corrado, cancelliere suo ed eletto vescovo di Hildesheim, che accompagnò l’Imperatore come legato del reame di Sicilia, afferma con credula serietà che, ad onta di quel palladio, le mura di Napoli furono atterrate dai prodi Tedeschi, ma protesta pieno di reverenza pel grande negromante, che una fessura aveva nociuto alla magica fiala; e confessa che gli Alemanni non osarono di abbattere la così detta «porta di ferro», per paura che ne uscissero i serpenti cui Virgilio con suoi sortilegi aveva chiuso lì entro[845]. E quell’uomo posto in luogo insigne accertava con profonda convinzione (onde certo partecipava anche l’imperatore Enrico) di aver posto a prova i portenti di Virgilio, e di aver visto coi suoi proprî occhi che quando si esponevano all’aria le ossa del poeta oscuravasi di repente il cielo e il mare si agitava in burrasca. La sua romanzesca lettera indiritta ad Erbordo di Hildesheim (e incastonata come una gemma preziosa nella «Cronica degli Slavi» scritta da Arnoldo) schiude la serie immensa di quelle relazioni che fino ai dì nostri vennero componendo i Tedeschi dei loro viaggi in Italia. È cosa assai amena vedere quante cose apprendeva nell’Italia meridionale la fantasia del Cancelliere, scaldata allo spettacolo di un mondo nuovo e bello, e nutrita di studî classici. Colà egli scopriva financo il Parnasso e l’Olimpo, si rallegrava che il fonte ispiratore d’Ipprocrene venisse allora a scorrer dentro dei confini dell’Impero tedesco, navigava con mitologico ribrezzo fra Scilla e Cariddi, passava con gran letizia davanti a qualche luogo appellato Sciro, dove Teti aveva tenuto nascosto l’eroico figliuolo suo Achille, con sommo diletto vedeva nel teatro di Tauromenio lo spaventoso labirinto del Minotauro, e in Sicilia faceva la conoscenza dei Saraceni, i quali possedevano l’invidiabile potenza, ereditata dall’apostolo Paolo, di ammazzare col solo sputo i serpi velenosi[846].
Lasciamo queste sollazzevoli leggende, che avvivano di un colorito tanto vivace l’età credula di portenti, nella quale venne in fiore appo i Tedeschi la poesia cavalleresca, e conchiudiamo questi mirabilia registrando le notizie di un altro viaggiatore, che prima dell’anno 1173 vide e brevemente descrisse quella Roma, dove Corrado non ebbe posto il piede. Ai mirabilia di Roma aggiunse qualche cosa Beniamino di Tudela, ebreo spagnuolo, il quale, precursore di Giovanni di Mandeville, scrisse, in lingua ebraica e secondo il genio del suo secolo, una relazione favolosa del viaggio che egli fece fin giù nelle Indie e in China[847].
L’erudito Rabbino vide Roma soltanto con occhio d’ebreo, giacchè naturalmente quel che più lo allettava si erano le attenenze della città mondiale con Israello e colla caduta di Gerusalemme avvenuta sotto di Tito e di Vespasiano. Diamo accoglienza qui alla sua meravigliosa descrizione, avvegnaddio essa sia la sola narrazione di un viaggio a Roma, che noi possediamo dell’epoca medioevale fino ad ora percorsa.
«Roma», dice Beniamino, «consta di due parti che il fiume Tevere traversa per modo, che l’una, stando dall’altra, si vede. Nella prima è il massimo tempio, che romanamente si appella il san Pietro; e colà havvi eziandio il palazzo del grande Giulio Cesare, con molti edificî ed opere che assai diversi sono da quelli del rimanente mondo[848]. La Città qua ruinosa, là abitata, ha un circuito di ventiquattro miglia. Contiene ottanta palazzi degli ottanta re, che tutti appellansi imperatori, dall’impero di Tarquinio all’impero di Pipino padre di Carlo, che per il primo tolse le Spagne agli Ismaeliti e le assoggettò al suo giogo. Ivi, fuor di Roma, è il palazzo di Tito, cui i trecento senatori non vollero fare accoglienze perchè disobbedì al loro comando; infatti, invece che in due anni di tempo, solamente dopo il terzo egli conquistò Gerusalemme. Oltracciò mirasi il palazzo di re Vespasiano, edificio poderoso e saldo che pare un tempio[849]. Di più evvi il palazzo di re Galbino con trecentosessanta portici; tanti sono quanti ha giorni un anno, e misurano tre miglia di circuito. E un tempo in cui vennero fra loro a guerra, più di centomila Edomei furono uccisi in quel palazzo, e le loro ossa ancora oggidì si vedono colà appese. E il re fece da ogni parte ritrarre in iscultura tutta quella guerra; battaglie e battaglie, uomini con armi e con cavalli, tutto vi fu inciso in marmo: così egli volle che anche dopo lunghi secoli quella guerra antica stesse raffigurata innanzi agli occhi dei posteri[850]. Là evvi la grotta sotterranea dove siedono il re e la regina in trono, e all’incirca cento principi dell’Impero, tutti scolpiti in simulacri; e vengono giù fino ad oggi. Nella chiesa di santo Stefano, vicino la sua statua dentro del santuario, sono due colonne di bronzo, opera di re Salomone, che dorme in pace. Su ciascuna colonna sta scritto: Salomone figlio di Davide; e mi raccontavano gli Ebrei che ivi sono, qualmente ogni anno, ai 9 di Luglio, ne trasuda un umore che par acqua. Havvi colà la spelonca dove Tito figlio di Vespasiano depose i sacri vasi del tempio, che egli trasportò con sè di Gerusalemme. Nel monte, vicino al Tevere, v’è ancora un’altra grotta, dove riposano i dieci giusti (benedetta ne sia la memoria!) che furono uccisi sotto il regno dei tiranni. Arrogi che innanzi al tempio dell’imagine Lateranense è rappresentato Sansone, il quale tiene in mano il globo di marmo; e v’è Assalonne figlio di Davide, e Costantino che edificò Costantina, da lui Costantinopoli appellata. La sua statua e quella del cavallo sono di bronzo, ma in antico erano coperte d’oro»[851].
Anche in Beniamino si rivela lo spirito dei Mirabilia, ed è cosa amena imaginare il Rabbino, che, vestito della lunga veste talare ed accompagnato dai suoi correligionari di Transtevere timidi ma servizievoli, va girando per la solitaria città, e se ne fa narrare le meraviglie leggendarie. Anche il ghetto di Roma aveva i suoi archeologi e la sua archeologia, la quale raccontava di attenenze favoleggiate od anche isteriche, che la Città aveva avuto col popolo di Davide. Simiglianti leggende erano abbastanza antiche: di già nel sesto secolo Zaccaria vescovo armeno pretendeva sapere che Vespasiano avesse rizzato in Roma venticinque statue in bronzo dei re ebrei; e la Graphia narra che in Laterano si custodiva l’Arca santa dell’alleanza, il candelabro dalle sette braccia, e reliquie di Mosè e di Aronne. Però Beniamino passa tutto questo in silenzio, e gli archeologi ebrei gli mostravano soltanto una mitica grotta, nella quale sarebbero stati deposti gli arredi del tempio. Del resto, anche pei Romani erano divenute cosa di alta rilevanza le relazioni con Gerusalemme, segnatamente dopo le Crociate; e i Mirabilia affermano che, vicino san Basilio (nella muraglia del Foro di Augusto), fosse infitta una gran tavola di bronzo, sulla quale a caratteri greci e latini era scritto il patto d’amicizia che in antico i Romani avevano conchiuso con Giuda Maccabeo[852]. Beniamino non si sofferma neanche su di questa tradizione locale; e noi deploriamo massimamente che egli s’abbia trattenuto a Roma soltanto breve tempo, e che ancor più brevemente egli abbia narrato di ciò che vi vide. Se egli ci avesse lasciato della Roma di quel tempo tante notizie, quante di Palermo ne tramandò Ibn-Djobeïr contemporaneo suo, forse sarebbero state di gran pregio. Ma la grandezza della Città e delle sue rovine intorbidava la vista financo a’ cristiani educati negli studî classici; e assai acconciamente il Rabbino di Tudela poneva fine ai suoi abbozzi con queste parole: «In Roma vi sono ancora altri edificî ed opere, che nessun uomo è capace di numerare».
§ 4.
I monumenti e i loro proprietarî nel secolo duodecimo. — Il Senato romano incomincia a dare provvedimenti per la loro conservazione. — La colonna di Trajano. — La colonna di Marc’Aurelio. — Architettura degli edificî privati nel secolo duodecimo. — La torre di Nicolò. — Le torri di Roma.
Allorchè abbiamo parlato degli sventurati avvenimenti del secolo undecimo abbiamo anche fatto la storia delle rovine della Città: ed eziandio nel duodecimo Roma fu così piena di guerre, ch’ei si può di leggieri imaginare quanti vetusti monumenti ne andassero distrutti. Le battaglie avvenute al tempo di Enrico IV e l’incendio devastatore appiccato da Roberto Guiscardo annientarono una gran parte dei monumenti dell’antichità. Allorchè poi Roma risorse da quelle ceneri gli avanzi di edificî provvidero materiali per la sua restaurazione. Nessun magistrato vegliava più per la conservazione delle vecchie fabbriche, donde si strappavano pietre sopra pietre, in quello che allora, come in passato, marmi squisiti e perfino statue si gettavano nelle fosse da calce. Roma continuava a far da miniera di preziosi materiali; chi ne voleva ne pigliava, anche la gente forestiera; e, come un tempo Desiderio aveva portato a Monte Cassino colonne tolte a Roma, lo stesso anche adesso per certo facevano Principi e Vescovi stranieri. Venivano nella Città, miravano con occhi desiderosi magnifici ornati dell’antichità, e l’abbandono in cui erano lasciati gli allettava a servirsi di essi. Il celebre Sugero, abate di san Dionigi e contemporaneo di san Bernardo, confessa di aver visto nei bagni di Diocleziano e nelle altre terme di Roma delle colonne meravigliose, e di avere avuto bramosia di portarle per nave in Francia, dove, giusto allora, egli era affaccendato a riedificare la sua Abazia: e se la difficoltà del trasporto ed altre circostanze a lui impedivano di farlo, ei si può facilmente argomentare che altri Vescovi e città non trovassero di cosiffatti ostacoli[853].
Tuttavolta gli edificî pubblici appartenevano di diritto allo Stato; e trovansi documenti di questo tempo, in cui Pontefici concedono a uomini privati od a chiese il possedimento di monumenti. Nella massima parte le rovine antiche erano trapassate in possesso cotale; così poterono salvarsi dalla distruzione completa che le avrebbe colpite se fossero state senza padrone; e lo stesso uso che ne facevano i loro proprietarî le danneggiava sì ma non le annientava. Un esempio del modo come andava la cosa ce lo porge l’arco trionfale di Settimio Severo. Nell’anno 1199 Innocenzo III conferma alla chiesa dei santi Sergio e Bacco il possesso di una parte di esso. «Confermiamo», così dice la sua Bolla, «in possesso vostro la metà dell’arco trionfale, che consta di tre archi, dei quali uno fra’ minori sta presso alla vostra chiesa (sopra v’è edificata una torre), e la metà di tutto l’arco di mezzo, colle camere vicine all’arco minore;» e vi si soggiunge che l’altra metà del monumento appartiene agli eredi di un tal Cimino. Perciò l’arco trionfale spettava a due proprietarî; sopra e tutt’all’intorno v’avevano fabbriche; era fortemente munito, e sulla sua piattaforma posava una torre[854].
I Pontefici continuavano pertanto a tenere antichi edificî in conto di beni dello Stato; si ricorderà che Lucio II dava ai Frangipani il Circo Massimo, e che la Chiesa pretendeva eziandio alla proprietà del castel Sant’Angelo e del Panteon. Ma come i Romani ebbero conseguito la loro libertà, anche la Città pretese essere proprietaria dei monumenti publici, quanti di essi famiglie romane non avevano omai tramutato in loro turriti palagi. Il Senato si tolse cura di mantenere in assetto le mura della Città, ed anzi il Papa fu costretto a contribuirvi con una moneta annuale. Perciò è che sulle venerande mura di Aureliano, presso ai nomi di Imperatori e di Consoli antichi, leggonsi quelli di Senatori del medio evo, proprio del tempo del Barbarossa. Nell’anno 1157 il Senato restaurò una parte delle mura che era prossima alla Porta Metronis; ed oggidì ancora sulla torre «della Marana» vedesi una lapide commemorativa, che discorre di quel restauro, e registra i nomi dei Senatori allora in reggimento, senza pur fare menzione del Pontefice[855].
Nessuna iscrizione annuncia che Senatori ovvero Papi restaurassero un solo acquedotto; un profondo silenzio ricopre queste grandi e preziose opere di Roma antica. Ma il nome di un Senatore del medio evo fa tuttavia bella mostra di sè sopra uno dei ponti dell’isola. Sul ponte Cestio leggesi questa scritta: «Benedetto senatore eccelso dell’illustre Città restaurò questo ponte quasi ruinato;» senza dubbio fu Benedetto Carushomo che compiè quel lavoro[856]. Anche ponte Milvio, che i Romani avevano distrutto al tempo di Enrico V, fu riparato dal Comune; lo si rammenterà pensando alla lettera che il Senato indirisse a Corrado.
Ancor più glorioso è un documento dell’alacrità onde si curava questa specie d’imprese. Ai 27 Marzo 1162, un giorno dopo l’entrata che il Barbarossa fece nella sventurata Milano, e, vedi caso! precisamente il dì stesso in cui cominciò la barbara distruzione di quella città, il Senato romano decretò provvedimenti per la conservazione della colonna di Trajano, «affinchè non vada distrutta nè mutilata, ma, finchè duri il mondo, si mantenga intera e senza danno, nella figura che adesso si trova avere, ad onore di tutto il popolo romano. Chi tenterà recarvi guasto sarà punito di morte, e i suoi beni saranno confiscati»[857]. Quello splendido monumento delle grandi geste belliche di Trajano apparteneva allora (veh! ironia delle cose umane) alle vergini monache di san Ciriaco; e il Senato romano, neppur pensando alla sconvenevolezza di cosiffatta cosa, confermò precisamente a quel monastero il possedimento della colonna e della piccola chiesa di san Nicolò posta ai suoi piedi. Anche la colonna di Marco Aurelio spettava pur sempre ai frati di san Silvestro in Capite. Un’iscrizione posta nell’atrio di questo convento dice così: «Poichè la Columna Antonini, pertinente al monastero di san Silvestro, e la sua attigua chiesa di sant’Andrea passarono da lungo tempo per ragione di affittanze in altrui mani, insieme colle oblazioni onde i pellegrini presentano l’altare superiore e quello inferiore; affinchè questo fatto non s’abbia mai più a ripetere, per autorità di Pietro principe degli Apostoli e dei santi Stefano, Dionisio e Silvestro, malediciamo e con vincolo di anatema leghiamo l’Abate e i monaci, le quante volte si arrogassero di dare la colonna e la chiesa in affittanza o in beneficio. Se poi taluno con violenza fosse per togliere la colonna al nostro monastero maledetto sia in eterno come predone di templi; anatema eterno lo avvinca. Così sia. Questo fu decretato per podestà dei Vescovi, dei Cardinali e di molti preti e laici intervenuti. Pietro per la grazia di Dio, umile abate di questo cenobio, coi fratelli suoi, fece e confermò nell’anno del Signore 1119, indizione XII»[858].
Insieme colla libertà crebbero l’amore per l’antichità, la venerazione dei suoi monumenti e il sentimento dello splendore imperituro, che Roma conseguiva dalle opere d’arte degli avi. Omai anche i maggiorenti provavano il bisogno di acquistarsi decoro con edificazioni e di accrescere l’ornamento della Città. A cotale intento fu fabbricata la torre vicina al ponte dei Senatori (ponte Rotto), alla quale più tardi nel medio evo si diè nome di Monzone, e che il popolo, da quel novellatore ch’egli è, ancora oggidì appella «casa di Pilato», oppure «di Cola di Rienzo». Questo mirabile edificio, testa di ponte, donde si esigeva tributo di pedaggio (e presso ai ponti di Roma, quasi tutti, erano erette torri), ebbe a quell’età la pretesa di palazzo sontuoso. Le sue rovine di solida muratura a mattoni sono ancora oggidì il più notevole monumento della bizzarra architettura delle fabbriche private di Roma medioevale. Era tutto disposto a cornici ed a piccoli loggiati, e vi si entrava dalla via per una porta fatta a volta. Nell’interno aveva stanze fatte con solide volte a crociera, e dal pianterreno si saliva ad un appartamento superiore per una scala di pietra. L’esterno era ornato di frammenti antichi; mezze colonne di rozzo ammattonato sostenevano un fregio rappezzato di varî ornati, dove fanno comparsa qua rosette di marmo, là arabeschi e piccoli rilievi di figure mitologiche. Il busto del suo costruttore (tornavasi dunque in Roma a scolpire ritratti in marmo) era in origine collocato in una nicchia, presso la porta; sparve esso, ma rimase il distico pomposo che vi si accompagnava[859]. Un’altra iscrizione lunga e di stile barbarico in versi leonini dice il nome dell’edificatore e della sua famiglia. La sua tronfiezza prettamente romana fa risovvenire dei discorsi ampollosi dei Romani a Corrado e a Federico, ma la cristiana mestizia che in stile d’epigrafe deplora il nulla di ogni grandezza terrena non manca certo di poetica leggiadria. Vi è detto: «Nicolò, padrone di questa casa, seppe bene che inane è la gloria del mondo. A edificarla, non tanto lo indusse ambizione vana, quanto il desiderio di rinnovare la magnificenza antica di Roma. Dentro di una bella magione non ti scordare del sepolcro; rammenta che non vi devi dimorar lungo tempo. La morte ha le ali. Nessun uomo eternamente vive; il nostro soggiorno in terra è breve, e la nostra corsa rapida come leggera è piuma. Guardati pur dal soffio dell’aria, serra pur la tua porta a cento giri di chiavi, falla guardare da mille scolte; tanto e tanto la morte siede al tuo capezzale. Se anche tu ti chiudessi in un castello che toccasse il cielo, la morte non farebbe che più ratto coglier te, preda sua. Sublime s’eleva alle stelle questa casa. Dalle fondamenta alle cime la eresse il primo fra i primi, Nicolò magno, per rinnovellare le glorie de’ suoi avi. Il padre suo ebbe nome Crescente; Teodora, la madre. Questa casa famosa edificò per il suo diletto figliuolo; a David lasciolla egli, padre»[860].
Senza fondamento di sorta, nell’edificatore si volle ravvisare uno dei Crescenzî, anzi il celebre Crescenzio dell’età di Ottone III, laddove, a nostra saputa, in quella famiglia non v’ebbe alcuno di nome Nicolò. L’arte romana, che creò un edificio sì strambo di forme, era a tanta distanza da quella che costruì la torre fiorentina di Giotto, quanto la Cronica di Benedetto da Soratte si discosta da quella di Dino Compagni. Della fabbricazione è incerto il tempo; però, senza dire dei rapporti storici, lo stile dell’inscrizione palesa il secolo undecimo oppure il duodecimo[861]. Il gusto di quel palazzo baronale pare cosa tanto più barbarica, quanto che vicinissimo esistono due piccoli templi romani ben conservati e di semplice bellezza. Se a questi avesse paragonato il suo lavoro, l’architetto del medio evo avrebbe dovuto sentirsi vergognato; eppure può darsi che l’opera sua quando fu compiuta, fosse reputata la magnifica di tutta Roma, e che non mancasse di un’apparenza di pompa grandiosa: quest’è certo, che un tal quale effetto pittoresco doveva avere. Del sontuoso edificio, che il Console romano provvide di un’iscrizione, la quale si avrebbe acconciato ad un’opera di Rampsinito, non esiste oggidì che un piccolissimo avanzo, la rovina della torre; e alla vanità dell’edificatore fa insulto una stalla ed un fenile, che ora sono collocati nella sublime magione del «primo fra i primi.»
Se oggidì durassero in Roma i palazzi dei Pierleoni e dei Frangipani avremmo davanti a’ nostri occhi fabbriche fantastiche di eguale specie. Giusto in questa età sorgevano a Roma d’ogni parte torri, o edificate a nuovo dalle fondamenta, oppur costruite a muratura di mattoni sopra monumenti antichi. Non v’era più un arco di trionfo, che non fosse reso turrito. I soli Frangipani avevano adoperato a loro fortezze gli archi di Tito e di Costantino, e parecchi archi di Giano. Vicin l’arco di Tito era la maggior torre della loro rocca palatina, la Turris Cartularia, della quale i Mirabilia dicono che fosse stata edificata sul tempio di Esculapio[862]. Anche il Circo Massimo sarà stato irto delle lor torri, ed un arco colà esistente, che eglino in simil modo guarnivano, diede a un ramo di loro famiglia il nome De Arco.
In tutte le città d’Italia dominava allora il fervore (facilmente se ne comprende la ragione) di edificare di queste torri. Pisa ne possedeva tante, che Beniamino di Tudela poteva esagerarne il numero fino a diecimila. Monumenti di quel tempo di libertà e di guerre di città, durano ancora l’alto campanile di san Marco a Venezia; la celebre torre degli Asinelli e quella inclinata che è detta la Garisenda a Bologna; la magnifica torre pendente della cattedrale di Pisa. Gli architetti Buonanno e Guglielmo il Tedesco riempierono Italia della loro nominanza e delle loro opere; a Roma invece non si parla di alcun architetto rinomato. Le torri che qui si fabbricavano avevano or qua, or là degli ornati eccellenti o di forma pretensiosa, come è di quella di Nicolò; ma generalmente erano costruzioni di rozzi mattoni, tirate su in fretta, facili a distruggersi, e facili con altrettanta prestezza a restaurarsi. In parecchi quartieri della Città si vedono torri medioevali ancora abbastanza conservate; sono tutte composte di pietra cotta, quadrangolari, non rastremate in cima, senza compartimenti; ora erano isolate, or s’alzavano da palazzi che dirsi potevano vere castella. Se sia vero che le mura della Città, giusta il conto dei Mirabilia, avessero più di trecentosessanta torri; se si aggiungano gl’innumerevoli campanili delle chiese, e le torri dei palazzi famigliari, e i pinnacoli delle ruine antiche, ei si può imaginare che mirabile veduta dovesse produrre di sè questa città di Roma, che anche oggidì par tanto bella e maestosa all’occhio di chi la contempla, nell’ammasso di tutte le sue cupole grandiose. Quella foresta di oscure torri, che levavano il loro capo con un aspetto minaccioso, le dava allora un carattere selvaggio, melanconico, guerriero, che doveva commuovere di grave impressione anche l’animo dei potentissimi Imperatori.
Però nel secolo duodecimo la città di Roma mostrava uno spettacolo confuso di ruina, di disordine e di stato barbarico, cui la più vivace fantasia non ha forza sufficiente di ideare. Dopo l’incendio dei Normanni, i colli diventavano ognor più deserti; presto la rigogliosa vegetazione del mezzodì li ricopriva di piante e di erbe; antichi quartieri della Città diventavano terreni campestri. La popolazione si andò addensando dalla parte del Tevere e del Campo di Marte, appiedi del Campidoglio mesto nell’aspetto, ma or nuovamente fatto libero: e colà, in labirinti di regioni e di chiassuoli, ne’ quali i cumuli di ruine, e templi, e monumenti crollati interrompevano ad ogni tratto il passaggio, sedeva il fiero popolo dei Romani, scarso di numero, ma pur forte abbastanza per discacciare i Papi e per ributtare gli Imperatori dalle vetuste mora di Aureliano.
§ 5.
Architettura ecclesiastica. — Suo risorgimento nel secolo duodecimo. — Santa Maria in Cosmedin. — Santa Maria in Transtevere. — La pittura in Roma. — Incominciamenti della scultura. — I primi Cosmati. — Eugenio III e Celestino III danno principio all’edificazione del palazzo Vaticano.
Come fu posto fine alla controversia delle investiture, Roma ebbe un periodo di calma, nel quale la Città potè lentamente sollevarsi dalla sua ruina. Ma troppo breve fu quel tempo di quiete, e grande troppo l’inopia di Roma perchè i Pontefici riuscissero a restaurare la Città, quand’anche posseduto ne avessero il buon genio e il fervore di Calisto II. Quando si dice di opera che i Papi diedero a restaurazioni, non si può intendere d’altro che della edificazione di chiese; vi si provvedeva con denaro publico, e per necessità que’ lavori s’imprendevano, dappoichè il culto esigeva che si riparassero le basiliche danneggiate dai guasti di così orribili guerre. L’esempio di magnifiche opere di architettura che altre città andavano erigendo allettava ad emulazione, e col secolo duodecimo l’arte si risvegliava in Italia a nuova vita. Però un’attività siffatta in Roma fu lenta lenta, e andò tanto alla cheta che appena la si avvertì. Laddove nella più parte delle republiche italiane si costruivano chiese sontuose di uno stile ch’era nuovo in parte, l’architettura romana per qualche secolo si restrinse a rinnovare e a rendere adorne quelle che già esistevano.
La chiesa di santa Maria in Cosmedin porge testimonianza che omai sul principio del secolo duodecimo s’era fatto vivo un più fervido sentimento del bello. Quel vago tesoretto dell’arte medioevale fu restaurato sotto di Calisto II, e con pio amore Alfano camerario di questo Papa lo rese abbellito. La chiesa conserva ancora molti ornati di quell’età, sculture di stile semplice che egregiamente denotano un’epoca nella quale, in mezzo a una ferrea barbarie, la musa comincia a far capolino con leggiadro viso infantile e con timidi vezzi. Chi visita la chiesa sente spirarsi pel volto un alito di quel secolo allorchè vi mira il grazioso e variopinto musaico del pavimento, gli eleganti amboni di marmo, i pilastri della porta, la cattedra vescovile a musaico che è nell’abside, e parecchie altre opere del tempo di Alfano[863].
Già più addietro notammo che Calisto II edificò nel san Pietro e nel Laterano, dove fece rappresentare con povere pitture le vittorie della Chiesa. Salvo qualche interruzione, anche i suoi succeditori ripresero l’alacre opera di lui; segnatamente vi si illustrò Innocenzo II. Il vero monumento del pontificato di questo Papa è la santa Maria in Transtevere. L’antichissima basilica, che oggidì ancora è una di quelle che destano più attrattiva in Roma, fu da lui riedificata a nuovo dopo la morte di Anacleto. Il Papa era transteverino di nascita, e le torri della sua famiglia si erigevano nel circondario di quella parrocchia. Però egli non giunse a compiere la chiesa; fecelo soltanto Innocenzo III, ma, ad onta di parecchi mutamenti introdottivi nel corso dei tempi, essenzialmente essa è pur sempre monumento di lui. Colle sue ventiquattro colonne di granito bruno, i cui capitelli contengono ancora tanto classicismo pagano, coll’antica travatura che posa su di esse, col vecchio suo pavimento, col tabernacolo sostenuto da colonne di porfido, co’ suoi musaici, questa chiesa è tuttavia ripiena del vetusto spirito cristiano che proprio era del medio evo di Roma[864]. Molti dei musaici dell’abside e dell’arco, quantunque restaurati, appartengono a quel tempo. Non hanno gusto tutt’affatto barbarico, e mentre pure s’attengono alle vecchie tradizioni palesano un fare più sciolto. Massimamente le figure del Cristo e della Vergine, sedenti sopra un trono dorato, sono imagini degne della maestà di un tempio, nè hanno stile soverchiamente pesante. Gli altri quadri collocati di sotto sono di età più moderna, ma il notevole musaico della nicchia vicino alla fronte della basilica (rappresenta la Madonna con dieci vergini donne) risale alla metà del secolo duodecimo, e dimostra che l’arte del musaico tornava a fiorire. Forse, gli artisti che vi lavorarono vennero di Monte Cassino[865].
Allorchè Desiderio edificò la bella chiesa del suo convento, ei se ne procacciò materiali in Roma, ma non ne tolse alcun maestro, perciocchè ivi si fosse infiacchita ogni attività di arte. La Cronica di Monte Cassino espressamente dice, che egli andò a cercare musaicisti a Bisanzio, e indi fondò una scuola di quell’arte nel suo monastero, acciocchè essa non perisse in Italia, dove da cinquecent’anni non la si coltivava più[866]. Sennonchè la durata dell’arte de’ musaici in Italia confuta quel detto, che è un’esagerazione del Cronista; questo solo è verosimile che la scuola di Monte Cassino esercitasse molta influenza in Roma; e all’età nella quale si composero le strette relazioni coi Re di Sicilia, edificatori di duomi magnifici, può darsi che venissero artisti da Palermo e che lavorassero per conto dei Papi. Però nè la pittura a fresco, nè il musaico cessarono mai di aver cultori a Roma. Nella chiesa dei «Quattro Coronati», rifabbricata da Pasquale II, trovansi mirabili affreschi che adornano le pareti della cappella di san Silvestro in Porticu, che Innocenzo II fe’ erigere. Anche nella basilica di san Clemente (può darsi che la restaurasse Pasquale II, il quale eravi prima stato da cardinale), essendosi fatti nell’anno 1862 escavi nella chiesa sotterranea, vi si rinvennero pitture che devono appartenere al secolo undecimo od al duodecimo[867].
Pertanto la pittura era al servizio delle chiese, e pare che omai i suoi artisti ne traessero uno stato di agiatezza e di estimazione dal momento che nell’anno 1148 fra i Senatori trovasi un Bentivenga pittore. E sulla metà del secolo duodecimo si tiene nota dei Cosmati, famiglia romana di artisti, i quali con molte opere in marmo, che fornirono per Roma e pel suo territorio, s’ebbero acquistato grande rinomanza. A vero dire, la scultura di quel tempo si restringeva soltanto a comporre sepolcri, cattedre ossiano amboni, giganteschi candelabri di marmo destinati ai cerei pasquali, e tabernacoli, dei quali Roma può mostrarne alcuni di quel vecchio stile nel san Clemente, nella santa Maria in Cosmedin e nel san Lorenzo fuori delle mura[868]. Già da lungo tempo sulla piazza lateranense trovavasi collocata la statua equestre di Marco Aurelio, chè ve la vide anche Beniamino di Tudela; innanzi ad essa Clemente III faceva costruire una fontana, dal che ebbe origine quell’errore onde fu detto, facesse egli fondere una statua equestre di bronzo e la collocasse nel Laterano. Come mai l’arte a questa età avrebbe saputo produrre in Roma cotali opere in metallo[869]?
In mezzo ai tumulti guerreschi della Città artisti sedevano dunque nelle loro solitarie officine, proprio in quei primi albori dell’arte, e orgogliosamente appellavansi «maestri romani» (doctissimi magistri Romani), e con fervore pio prestavano la loro opera per le chiese che ad essi allogavano commissioni. Dai padri l’arte si tramandava ai figli e ai nepoti, e veniva così formando delle scuole. Dalla metà del secolo duodecimo in poi quei maestri romani avevano ognor più a lavorare, perocchè or più quasi non vi avesse un solo Papa, che non restaurasse chiese o che non le abbellisse.
Lucio II costruì a nuovo quella della santa Croce; Eugenio III restaurò la basilica di santa Maria Maggiore, e la provvide di portico. Papi e Cardinali incominciarono a innalzare palazzi: uno ne erigeva Anastasio IV vicino al Panteon, ed Eugenio III fabbricava a Segni una casa di residenza pontificia. Ampliò egli eziandio il Vaticano, e probabilmente rizzò un edificio nuovo, di cui Celestino III continuò la costruzione. Infatti i detti due Pontefici sono reputati per quelli che posero le fondamenta del palazzo vaticano[870].
Clemente III e Celestino III edificarono anche presso al palazzo lateranense. Dal primo ha origine eziandio il chiostro del san Lorenzo, la più antica opera di quella specie che v’abbia in Roma; ed esso ormai accenna allo stile del secolo seguente, nel quale si seppe comporre chiostri graziosi con piccoli portici rivestiti di mosaici[871].
Sulla fine del secolo duodecimo pertanto anche in Roma si scorge un’alacrità operosa per l’arte, che si accorda coll’impulso universale che ne commuove tutta Italia. Però a Roma l’arte non conseguì mai uno splendore nazionale. Piuttosto essa andò in cerca del suolo vergine di quelle città, nelle quali non era angustiata dalle leggi tiranniche della tradizione: e nell’anno 1200 nasceva quel Nicola Pisano, genio meraviglioso di una nuova epoca di coltura, che venne in fiore nel secolo decimoterzo.
FINE DEL VOLUME QUARTO.
INDICE DEL QUARTO VOLUME[872]
LIBRO SETTIMO.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO UNDECIMO.
CAPITOLO PRIMO. — § 1. Stato che la città di Roma tiene nella gloria universale durante il secolo undecimo. — Influenza che gli elementi civici esercitano sopra il Papato. — I Lombardi eleggono Arduino a loro re; i Romani eleggono Giovanni Crescenzio a patrizio. — Silvestro II muore nel 1003. — Giovanni XVII e Giovanni XVIII. — Tusculo e i suoi Conti. — Sergio IV. — Fine di Giovanni Crescenzio, nel 1012 Facc. 3
§ 2. Gregorio eletto papa, è cacciato da Teofilatto ossia Benedetto VIII. — Enrico si dichiara in favore del Papa tusculano. — Enrico II viene a Roma ed è coronato imperatore (1014). — Condizioni di Roma e del suo territorio, in cui sono sorti Conti ereditarî. — La nobiltà romana in qualità di Senato. — Romano, senatore di tutti i Romani. — Tribunale imperiale. — È repressa una sollevazione dei Romani. — Enrico II ritorna. — Fine di Arduino re nazionale » 17
§ 3. Benedetto VIII domina robustamente in Roma. — Sua impresa contro i Saraceni. — Pisa e Genova vengono in fiore. — Italia meridionale. — Ribellione di Melo contro a Bisanzio. — Prime bande di Normanni (1017). — Fine sventurata di Melo. — Benedetto VIII esorta l’Imperatore ad una guerra nell’Italia inferiore. — Spedizione di Enrico II nelle Puglie (1022) 30
§ 4. Principî della riforma sotto di Benedetto VIII. — Muore (1024). — Suo fratello Romano si prende la tiara con nome di Giovanni XIX. — Enrico II passa di vita nel 1024. — Stato d’Italia dopo la morte di lui. — Giovanni XIX chiama Corrado II di Germania a Roma. — Spettacolo che presentano le spedizioni di Roma a questa età. — Coronazione imperiale (1027). — I Romani si sollevano con gran furore. — Re Canuto a Roma » 37
§ 5. Rescritto di Corrado II sull’uso del diritto romano nel territorio pontificio. — Sua impresa gloriosa nell’Italia meridionale: suo ritorno. — Muore Giovanni, e si eleva al pontificato Benedetto IX, fanciullo della famiglia tusculana. — Vita scellerata di quest’uomo. — Condizioni orribili del mondo tutto. — La Treuga Dei. — Benedetto IX fugge presso l’Imperatore a Cremona. — Notevole rivolgimento sociale che avviene in Lombardia. — Eriberto di Milano. — L’Imperatore riconduce a Roma Benedetto IX. — Muove nell’Italia inferiore, e passa di vita nell’anno 1039 » 45
CAPITOLO SECONDO. — § 1. I Romani cacciano via Benedetto IX, e fanno papa Silvestro III. — Benedetto a sua volta lo discaccia. — Egli vende la cattedra santa a Gregorio VI. — Roma ha tre Papi. — Un Sinodo romano delibera di chiamare Enrico III, perchè ne liberi Roma » 57
§ 2. Enrico III scende in Italia. — Raccoglie a Sutri un Concilio (1046). — Gregorio VI abdica. — Enrico III eleva al papato Suidgero di Bamberga con nome di Clemente II: questi lo corona imperatore. — Descrizione della coronazione imperiale. — Traslazione del Patriziato a Enrico III ed a’ suoi succeditori 65
§ 3. Incomincia la riforma della Chiesa. — Enrico III muove nell’Italia inferiore, indi per Roma torna in Alemagna. — Clemente II muore (1047). — Benedetto IX s’impadronisce della santa Sede. — Bonifacio di Toscana. — Enrico innalza Damaso II al pontificato. — Fine di Benedetto IX. — Morte di Damaso. — Brunone di Toul è nominato papa » 80
§ 4. Leone IX sale alla cattedra apostolica (1049). — Sua operosità riformatrice. — Corruttela della Chiesa. — Libro del Damiani intitolato Gomorrhianus. — Simonia. — Ildebrando. — Il Papa difetta di redditi. — Macbeth viene a Roma. — L’Italia meridionale. — Leone IX s’impadronisce di Benevento. — Combatte contro i Normanni. — È sconfitto presso a Civita; muore (1054) » 89
CAPITOLO TERZO. — § 1. Genio politico di Ildebrando. — Piano di lui. — L’Imperatore elegge Gebardo di Eichstädt a pontefice. — Goffredo di Lotaringia sposa Beatrice di Toscana. — Enrico III viene in Italia. — Vittore II, papa. — Muore l’imperatore (1056). — Reggenza dell’imperatrice Agnese. — Vittore II, vicario dell’Impero in Italia. — Potenza di Goffredo. — Il cardinale Federico, fratello suo. — Muore Vittore II. — Stefano VI, papa » 109
§ 2. Gli eremiti e san Pier Damiani. — Disciplina di penitenza. — Stefano IX raccoglie intorno a sè uomini illustri, eleggendoli a cardinali » 119
§ 3. Progetti di Stefano IX e sua morte. — Benedetto X è elevato dai nobili al pontificato. — Gerardo di Firenze, con nome di Nicolò II. — Ildebrando trae soccorso dai Normanni. — Nuovo decreto sulla elezione. — Progressi dei Normanni. — Eglino prestano al Papa giuramento di vassallaggio. — Caduta di Benedetto X » 129
§ 4. Irritazione che desta in Roma il decreto sull’elezione. — I nemici del sistema d’Ildebrando cospirano. — Nicolò II muore nel 1061. — I Romani ed i Lombardi domandano a re Enrico che elegga un papa. — Condizioni di Milano. — I Paterini. — I Cotta e Arialdo. — In Roma la fazione di Ildebrando elegge Anselmo di Lucca a pontefice. — La corte germanica solleva al papato Cadalo di Parma 145
CAPITOLO QUARTO. — § 1. Alessandro II. — Cadalo scende in Italia. — Benzone viene a Roma con un’ambasciata della Reggente. — Parlamenti tenuti nel Circo e sul Campidoglio. — Cadalo, ossia Onorio II, conquista la città Leonina. — Muove a Tusculo. — Goffredo di Toscana impone un armistizio. — Repentino mutamento delle cose in Alemagna. — Per opera di Annone di Colonia, Alessandro II è riverito per papa (1062). — Entra in Roma » 155
§ 2. Annone è rovesciato in Germania. — Cadalo ritorna a Roma. — Scoppia nella Città una seconda guerra a cagione del Papato. — Cadalo cade. — Alla fine si riconosce Alessandro II per papa » 165
§ 3. Cresce la potenza d’Ildebrando. — Sforzi di riforma. — I Normanni. — Defezione di Riccardo che muove contro Roma. — Goffredo e il Papa conducono un esercito contro di lui. — Nuovo trattato. — L’imperatrice Agnese prende il velo in Roma. — Lotte a Milano. — Erlembaldo Cotta, milite di san Pietro. — Arialdo muore » 172
§ 4. Debolezza del Papa in Roma. — Dissoluzione dello Stato della Chiesa. — La Prefettura urbana. — Cencio, caporione de’ malcontenti in Roma. — Cinzio, riformatore fervente, diventa prefetto della Città. — Goffredo di Toscana muore; Beatrice conserva il possesso dei feudi imperiali. — Muore Pier Damiani. — L’Abazia di Monte Cassino. — Festività magnifica della dedicazione della sua basilica, nuovamente edificata da Desiderio (1071) » 181
CAPITOLO QUINTO. — § 1. Alessandro II muore. — Ildebrando sale alla cattedra pontificia. — Sua vita, sua meta. — È ordinato papa, addì 29 Giugno 1073 195
§ 2. Gregorio VII riceve giuramento di vassallaggio dai Principi di Benevento e di Capua. — Roberto Guiscardo rifiutasi di prestarlo. — Disegni di Gregorio rivolti a rendere i Principi e i loro regni vassalli della Chiesa romana. — Bandisce una crociata universale. — Matilde di Toscana e Gregorio VII. — Suo primo Concilio in Roma; suoi decreti di riforma » 202
§ 3. Condizioni di Roma. — Gli avversarî di Gregorio. — Guiberto di Ravenna. — Enrico IV. — Contrarietà che si oppone in Alemagna contro a’ decreti di Gregorio. — Suo decreto che proibisce ai laici di dare le investiture. — Il romano Cencio attenta contro la vita di Gregorio » 214
§ 4. Gregorio VII la rompe con Enrico IV. — Il Re fa deporre il Papa in un Concilio raccolto a Worms. — Lettere di lui a Gregorio. — Enrico IV è scomunicato e deposto in un Concilio raccolto a Roma. — Agitazione che se ne sparge nel mondo. — Rapporti fra i due antagonisti. — I ventisette Articoli attribuiti a Gregorio VII » 226
§ 5. Gli Stati dell’Impero in Germania si staccano da Enrico IV. — Egli si sveste della podestà regia. — Valica le Alpi per mendicare l’assoluzione dalla scomunica. — Suo suicidio morale a Canossa (1077). — Grandezza morale di Gregorio VII. — I Lombardi disertano il Re. — Questi si riaccosta ad essi. — Muore Cencio. — Muore Cinzio. — Muore in Roma l’imperatrice Agnese » 236
§ 6. Enrico IV prende animo a restaurare la dignità del regno. — Rodolfo di Svevia, antirè. — Enrico torna ad Alemagna, Gregorio a Roma. — Entrambi cercano l’amicizia di Roberto Guiscardo. — Cadono gli ultimi Dinasti longobardi nell’Italia meridionale. — Uno sguardo al passato del popolo longobardo. — Roberto presta in Ceperano giuramento di vassallaggio a Gregorio VII. — Guglielmo il Conquistatore e Gregorio VII. — Il Papa riconosce Rodolfo per re, e scomunica una seconda volta Enrico IV. — Guiberto di Ravenna, antipapa. — Mutazione di fortuna 246
CAPITOLO SESTO. — § 1. Gregorio VII s’arma contro a’ suoi nemici che s’avvicinano. — Enrico IV per Ravenna muove su Roma (1081). — Assedia per la prima volta la Città. — Dopo quaranta giorni ne leva le tende. — Assedia Roma per la seconda volta nella primavera del 1082. — Si ritira a Farfa. — Va a Tivoli, dove Clemente III pone residenza. — Devasta le terre della grande Contessa » 259
§ 2. Enrico IV assedia Roma per la terza volta (1082-1083). — Prende la città Leonina. — Gregorio VII fugge in castel Sant’Angelo. — Enrico IV tratta coi Romani. — Fermezza del Papa. — Giordano di Capua presta omaggio al Re. — Desiderio si fa mediatore di pace. — Trattato segreto fra Enrico e i Romani. — Il Re va in Toscana. — Malo esito del Sinodo di Novembre raccolto da Gregorio. — I Romani rompono il giuramento fatto al Re » 266
§ 3. Enrico muove nella Campania. — I Romani disertano Gregorio, e fanno la dedizione della Città (1084). — Gregorio si chiude nel castel Sant’Angelo. — Un parlamento romano lo depone, ed eleva Clemente III al papato. — L’Antipapa corona Enrico IV. — L’Imperatore prende d’assalto il Septizonium e il Campidoglio. — I Romani assediano il Papa nel castel Sant’Angelo. — Pressura di Gregorio. — Il Duca dei Normanni viene a liberarlo. — Enrico si ritira. — Roberto Guiscardo prende Roma. — Ruina orribile della Città » 275
§ 4. Ildeberto lamenta la caduta di Roma. — Ruina della Città al tempo di Gregorio VII » 290
§ 5. Gregorio VII lascia Roma, e va esulando. — Sua caduta. — Muore a Salerno. — Rilievo della sua persona nella storia universale » 296
CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Desiderio, eletto papa, rifiuta la tiara. — È per forza elevato in Roma al pontificato, con nome di Vittore III. — Fugge a Monte Cassino. — Riprende a Capua la dignità pontificia (1067). — È consecrato in Roma. — Condizioni della Città. — Vittore III fugge a Monte Cassino, e vi muore (1087). — Ottone di Ostia è eletto e ordinato a Terracina con nome di Urbano II (1088) 305
§ 2. Urbano II. — Incominciamento della sua vita, suo stato. — Clemente III è in possesso di Roma. — Urbano II si gitta in braccio ai Normanni che lo conducono a Roma. — Sue condizioni infelici nella Città. — Matilde sposa Guelfo V. — Enrico IV torna in Italia (1090). — Sue nuove lotte. — I Romani chiamano di nuovo Clemente III nella Città. — Ribellione del giovine Corrado. — Condizioni infelici dell’Imperatore. — Urbano II s’impadronisce di Roma. — Uno sguardo a ciò che erano il Papa e l’Imperatore in questa età » 314
§ 3. Condizioni cui è ridotto il mondo, causa la controversia fra la Chiesa e lo Stato. — Le Crociate. — Il loro commovimento universale infonde fortezza al Papato. — Urbano II predica la crociata a Piacenza e a Clermont (1095). — Attenenze della città di Roma colle Crociate e colla cavalleria. — I Normanni d’Italia prendono la croce. — L’esercito crociato, condotto da Ugo di Vermandois, passa per Roma, donde è cacciato Clemente III. — Urbano II ritorna nella Città » 325
§ 4. Attenenze di Enrico IV colla prima Crociata. — Il Papa si pone a capo del movimento universale. — Guelfo V si separa da Matilde. — I Guelfi passano dalla parte di Enrico; nonpertanto la causa di questo è perduta in Italia. — Enrico IV ritorna in Alemagna (1097). — Conchiusione delle sue tragiche lotte. — Muore Urbano II (1099). — Muore re Corrado (1101). — Enrico IV muore miseramente (1106). — La persona di lui innanzi al giudizio dei posteri 339
§ 5. Coltura di Roma nel secolo undecimo. — Il clero romano è inoperoso. — Guido di Arezzo inventa le note musicali. — Condizioni delle biblioteche in Roma e fuori. — La Pomposa. — Monte Cassino e gli Istoriografi che vi fioriscono. — Farfa. — Il Registrum di Gregorio di Catino. — Subiaco. — Principiano le collezioni di Regesti romani. — Deusdedit. — Continuazione difettosa delle Storie de’ Pontefici. — I Regesti di Gregorio VII. — Pier Damiani. — Bonizone. — Anselmo di Lucca. — Scritture polemiche sulla questione delle investiture » 347
LIBRO OTTAVO.
STORIA DELLA CITTÀ DI ROMA NEL SECOLO DUODECIMO.
CAPITOLO PRIMO. — § 1. Pasquale II. — Guiberto muore. — Antipapi nuovi. — Nobiltà sediziosa. — Origine della famiglia Colonna. — Ribellione dei Corsi. — Maginolfo antipapa. — Guarnerio, conte di Ancona, muove contro Roma. — Pasquale II negozia con Enrico V. — Concilio di Guastalla. — Il Papa va in Francia. — Nuova sollevazione nello Stato della Chiesa 365
§ 2. Enrico viene a Roma. — Condizioni misere di Pasquale II. — Difficoltà di risolvere la questione delle investiture. — Il Papa prende la risoluzione disperata di obligare i Vescovi a restituire i possedimenti avuti dall’Impero; in cambio l’Imperatore deve rinunciare al diritto d’investitura. — Si negozia e si conchiudono trattati. — Enrico V entra nella città Leonina; suo audace colpo di Stato » 378
§ 3. I Romani insorgono per liberar Pasquale. — Si dà l’assalto alla città Leonina e si appicca battaglia. — Enrico V si ritira col suo prigioniero. — Pone campo presso a Tivoli. — Costringe il Papa ad accordargli il privilegio dell’investitura. — Coronazione Imperiale. — Enrico V parte di Roma. — Svegliarsi orribile di Pasquale II nel Laterano 895
§ 4. I Vescovi si rivoltano contro Pasquale II e contro il Privilegio. — Un Concilio raccolto in Laterano annulla quest’ultimo. — I legati scomunicano l’Imperatore. — Alessio Comneno e i Romani. — Infeudazione data a Guglielmo duca normanno. — Muore la contessa Matilde. — Donazione di Matilde » 407
CAPITOLO SECONDO. — § 1. Pasquale II condanna il Privilegio. — I Romani si sollevano, causa l’elezione del Prefetto urbano. — Pier Leone. — Sua rocca presso al teatro di Marcello. — La diaconìa di san Nicola in Carcere. — Defezione della Campagna. — Enrico V viene a Roma. — Pasquale fugge. — Burdino di Braga. — Tolomeo di Tusculo. — Pasquale II ritorna e muore. — Monumenti di lui nella Città » 419
§ 2. Elezione di Gelasio II. — I Frangipani prendono di assalto il Conclave. — Prigionia e salvamento del Papa. — Enrico V viene a Roma. — Gelasio fugge. — L’Imperatore eleva al pontificato Burdino, con nome di Gregorio VIII. — Fa ritorno al settentrione. — Gelasio II viene a Roma per chiedervi protezione. — I Frangipani lo assalgono una seconda volta. — Egli fugge in Francia. — L’infelice vecchio muore a Cluny » 433
§ 3. Calisto II. — Negoziati con Enrico V. — Concilio di Reims. — Calisto viene in Italia. — Entra in Roma. — L’Antipapa cade a Sutri. — Mostruose pompe trionfali del medio evo. — Il Concordato di Worms. — Influenza salutare che la controversia delle investiture esercitò sul mondo. — Calisto II regna pacificamente in Roma. — Monumenti in Laterano eternano la definizione della grande controversia. — Calisto II muore » 448
§ 4. Discordia per ragion dell’elezione. — La famiglia dei Frangipani. — Onorio II è fatto papa. — Enrico V muore. — Il Papa riconosce Lotario per re di Germania. — Gli Hohenstaufen prendono le armi. — Rogero di Sicilia s’impadronisce delle Puglie. — Costringe Onorio a concedergli l’infeudazione. — Onorio II muore 463
CAPITOLO TERZO. — § 1. I Pierleoni. — Loro origine ebraica. — Sinagoga degli Israeliti in Roma nel secolo duodecimo. — Pietro Leone e il figliuol suo Pietro cardinale. — Scisma fra Innocenzo II e Anacleto II. — Innocenzo fugge in Francia. — Lettera dei Romani a Lotario. — Anacleto II concede a Rogero I il titolo di re di Sicilia » 473
§ 2. Bernardo di Chiaravalle s’adopera in Francia affinchè Innocenzo II sia riconosciuto per papa. — Lotario promette di condurlo a Roma. — Il Papa e Lotario muovono a Roma. — Coraggio di Anacleto II. — Lotario è coronato imperatore. — Torna in patria. — Innocenzo è cacciato una seconda volta. — Concilio di Pisa. — Rogero I mette a dovere le Puglie. — Seconda impresa di Lotario in Italia. — Controversie fra il Papa e l’Imperatore. — Lotario torna in patria e muore » 490
§ 3. Innocenzo II torna a Roma. — Anacleto II muore. — Vittore IV antipapa. — Roma si sottomette ad Innocenzo II. — Il convento del Cisterciensi ad Aquas Salvias, monumento di san Bernardo a Roma. — Concilio Lateranense dell’anno 1139. — Innocenzo II guerreggia contro Rogero I. — Fatto prigioniero, approva la monarchia sicula. — Operosità del Pontefice a Roma dopo la pace. — I Romani guerreggiano contro Tivoli. — Innocenzo raccoglie Tivoli sotto la protezione della Chiesa. — I Romani si sollevano, restaurano in Campidoglio il Senato, e Innocenzo II muore » 504
CAPITOLO QUARTO. — § 1. Condizioni interiori della città di Roma. — Ceto dei cittadini. — I gonfaloni della milizia. — Nobiltà popolana. — Nobiltà patrizia. — Nobiltà della provincia. — Decadimento dei Conti della provincia romana. — Oligarchia dei Consules Romanorum. — Il ceto dei cittadini sale in potenza. — Fondazione del Comune civico. — La grande nobiltà feudale tiene le parti del Papa 521
§ 2. Il Campidoglio nei secoli bui. — Suo graduale risorgimento politico. — Uno sguardo alle sue ruine. — Dov’era posto il tempio di Giove. — Santa Maria in Araceli. — Leggenda della visione di Ottaviano. — Il Palatium Octaviani. — Il primo palazzo senatorio del medio evo in Campidoglio » 533
§ 3. Arnaldo da Brescia. — Sua vita prima; sue relazioni con Abelardo. — Dottrina di lui sulla secolarizzazione degli Stati ecclesiastici. — Il Papa lo condanna. — Fugge e scompare. — Celestino II. — Lucio II. — Il Papa e i Consoli combattono contro il Senato. — Giordano Pierleone, patrizio. — L’êra senatoria. — Lucio II e Corrado III. — Fine sventurata di Lucio II » 550
§ 4. Eugenio III. — Fugge la prima volta da Roma. — Si abolisce l’officio della Prefettura. — Arnaldo da Brescia. — È costituito l’ordine de’ cavalieri. — Influenza che gli avvenimenti di Roma esercitano sulle città di provincia. — Eugenio III accetta la Republica. — Indole della costituzione civica romana. — Seconda fuga di Eugenio. — Il popolo combatte contro la nobiltà. — Il clero inferiore si ribella contro ai maggiorenti ecclesiastici. — San Bernardo scrive lettere a’ Romani. — Attenenze di Corrado III con Roma. — Eugenio III a Tusculo » 565
§ 5. Lettere del Senato a Corrado III. — Idee politiche de’ Romani. — Ritorna Eugenio III. — Suo nuovo esilio. — Proposte dei Romani a Corrado. — Questi si appresta a muovere a Roma, e muore. — Federico I sale al trono di Germania. — Lettera che un Romano scrive a questo Re. — Roma, il diritto romano e l’Impero. — Patti di Costanza. — Irritazione dei democratici in Roma. — Eugenio torna nella Città. — Muore 583
CAPITOLO QUINTO. — § 1. Anastasio IV. — Adriano IV. — Questi scaglia su Roma l’interdetto. — Arnaldo da Brescia è discacciato. — Federico I viene a Roma per torsi la corona. — Prigionia di Arnaldo. — Controversia della staffa. — Discorso dei Senatori al Re, e risposta di questo. — Il Re muove a Roma » 599
§ 2. Coronazione di Federico I. — Il popolo romano si solleva. — Battaglia nella città Leonina. — Supplizio di Arnaldo da Brescia. — Indole e influenza di lui. — Federico si ritira nella Campagna. — Ritorna in Germania » 616
§ 3. Adriano IV guerreggia contro re Guglielmo. — È costretto ad accordargli l’infeudazione. — Orvieto diventa città pontificia. — Adriano fa la pace con Roma. — Disaccordo fra il Papa e l’Imperatore. — Le città lombarde. — Adriano negozia con esse, e si disgusta con Federico. — I Romani si raccostano all’Imperatore. — Adriano IV muore. — Sua operosità. — Lamenta la sventura di esser papa » 629
§ 4. Scisma fra Vittore IV e Alessandro III. — Il Concilio di Pavia riconosce Vittore IV per papa. — Resistenza animosa di Alessandro III. — Egli s’imbarca per Francia. — Distruzione di Milano. — Vittore IV muore nel 1164. — Pasquale III. — Cristiano di Magonza. — Alessandro III torna a Roma. — Guglielmo I muore. — L’Imperatore greco. — Federico viene di nuovo in Italia. — Lega delle città lombarde. — Rainaldo di Colonia s’avanza in prossimità di Roma » 643
§ 5. Tusculo. — Decadenza dei Conti di quella famiglia. — Rainaldo di Colonia entra in Tusculo. — I Romani lo assediano. — Cristiano di Magonza muove a liberarlo. — Battaglia presso Monte Porzio. — Gravissima sconfitta de’ Romani. — Federico assedia la Leonina e la prende di assalto. — Assalimento del san Pietro. — Negoziati coi Romani. — Alessandro III fugge a Benevento. — Pace fra l’Imperatore e la Republica di Roma. — La peste miete l’esercito di Federico. — Questi parte di Roma 659
CAPITOLO SESTO. — § 1. Guerra delle città lombarde contro di Federico. — Pasquale III in Roma. — Calisto III. — Tusculo s’arrende alla Chiesa. — I Romani non lasciano entrare Alessandro III nella Città. — I Lombardi vincono a Legnano. — Negoziati di Federico col Papa. — Congresso e pace di Venezia. — Alessandro III conchiude pace con Roma. — Sua entrata trionfale in Laterano » 675
§ 2. Continua lo scisma per conto dei Baroni della provincia. — Giovanni prefetto della Città tiene le parti di Calisto III. — Guerra dei Romani contro Viterbo. — Calisto III fa soggezione. — Lando di Sezza, antipapa. — Concilio in Roma. — Alessandro III muore (1181) » 687
§ 3. Lucio III. — Guerra dei Romani contro Tusculo. — Cristiano di Magonza muore. — Lucio III viene a dissidio coll’Imperatore, e muore a Verona. — Urbano III. — Matrimonio di Costanza di Sicilia. — Enrico VI si avanza nella Campagna. — Gregorio VIII. — Clemente III. — Pace colla Republica romana (1188) » 694
§ 4. La Crociata. — Riccardo Cuor di Leone passa davanti a Roma. — Federico I muore. — Celestino III. — Enrico VI chiede la corona imperiale. — È coronato. — I Romani distruggono Tusculo. — Caduta dei Conti tusculani. — Attenenze della nobiltà colla Republica di Roma. — Mutamento di costituzione. — Benedetto Carushomo, senatore. — Giovanni Capoccio, senatore. — Giovanni Pierleone, senatore. — Enrico VI distrugge la dinastia normanna di Sicilia. — Sua morte immatura. — Muore Celestino III » 709
CAPITOLO SETTIMO. — § 1. Roma nel secolo duodecimo difetta di cultura. — Diritto giustinianeo. — Diritto canonico. — Collezione di Albino. — Il Liber censuum di Cencio. — Continuazione del Liber Pontificalis. — Non v’hanno storiografi romani. — Descrizione del san Pietro compilata da Pietro Mallio; descrizione del Laterano, di Giovanni Diacono 729
§ 2. I Mirabilia Urbis Romae » 745
§ 3. Leggende delle statue romane. — Virgilio nel medio evo. — Virgilio profeta e negromante. — Il mago Virgilio a Roma e a Napoli. — Racconti che se ne foggiarono sulla fine del secolo duodecimo. — Descrizione di Roma nel secolo duodecimo data dal rabbino Beniamino di Tudela » 760
§ 4. I monumenti e i loro proprietarii nel secolo duodecimo. — Il Senato romano incomincia a provvedere per la loro conservazione. — La colonna di Trajano. — La colonna di Marco Aurelio. — Architettura degli edificî privati nel secolo duodecimo. — La torre di Nicolò. — Le torri di Roma » 778
§ 5. Architettura ecclesiastica. — Suo risorgimento nel secolo duodecimo. — Santa Maria in Cosmedin. — Santa Maria in Trastevere. — La pittura in Roma. — Incominciamenti della scultura. — I primi Cosmati. — Eugenio III e Celestino III danno principio all’edificazione del palazzo vaticano » 789
NOTE:
[1] Mortuo vero ipso Imp. Johannes Crescentius fil. ordinatus est patricius, qui Johannem et Crescentium filios praedicti comitis (Benedicti) ut dilectos consanguineos amare coepit: Chron. Farf., p. 541. Egli compare da Patricius Urbis Romae nell’anno 1003 (Reg. Farf., n. 649). Quasi tutti i moderni credono, che Ottone III eleggesse questo Crescenzio a prefetto, per amore della madre di lui; nulla v’ha però che dia conferma a tal cosa.
[2] Ancor nell’anno 1002 Stefano era prefetto (Docum. da santo Cosma, Mscr. Vatican. 7931, p. 30). Crescenzio prefetto emerge in documenti da dopo il 1003. CONTELORIUS, de Praefect. Urb., lo chiama erroneamente col predicato de Turre; così si appella invece il fratello di lui: Marinus qui vocor de Turre... Crescentio olim prefecto germano meo: a. 1036, 15 Nov., Reg. Farf., n. 620. Crescenzio prefetto non era fratello di Giovanni patrizio, chè altrimenti Marino avrebbe celebrato a suo onore di essere fratello del Patrizio anzichè del Prefetto.
[3] Ve n’ha due notevoli documenti nei Reg. Farf., n. 504 (Ottobre 1007) e n. 523 (Ottobre 1013). Il primo incomincia: In nom. D. D. Salv. N. Jesu Chr. Temporib. Dni Johis Summi Pontif. et XVIII PP. et Dni Johis Patricii Romanor. et Ven. Rainerii Epi, et Dni Oddonis et Crescentii inclitorum Comitum Territor. Sabine. In Mense Octbr. Ind. V. Constat nos dom. Octavianum Vir. magnif. filium cujusd. Joseph, seu et Domna Rogatam illustrem jugalem filiam cujusd. Crescentii bone mem. — pro anima Dni. Crescentii genitoris mei, et Domne Theodore genitricis mee supte Rogate, et pro anima Johannis Patricii Romanor. germani mei et Senioris nostri... Nel n. 523 Ottaviano nomina Dominam Rogatam Senatricem conjugem meam. Intorno al 1024 Oddo e Crescenzio, figli di Ottaviano, erano conti della Sabina, e questa contea durò nella loro famiglia fino al principio del secolo duodecimo. Noto che l’albero genealogico di questa casa, composto dallo Sperandio (Sabina Sacra, p. 131) è affatto contrario alla esattezza storica; da’ documenti risulta piuttosto essere il seguente:
Crescentius Dux † 998 — Theodora | | Rogata — Octavianus figlio di Joseph Dux nella Sabina | | | | Oddo Comes marito a Doda (1022) | | | | | | Johannes . Crescentius (a. 1049) | | | | | | | | Octavianus . Oddo (a. 1093) | | | | Crescentius marito | | a Theodora vedova | | nel 1060 | | | | | | Johannes . Cencius . Guido | | | | Marozia moglie a Gregorius | | figlio di Amatus Comes Campaniae | | Joh. Crescentius Patricius † 1012
[4]
Iste locus mundi Silvestri membra sepulti Venturo Domino conferet ad sonitum...
Vedi i miei Sepolcri dei Pontefici romani. — Vorrebbesi che Stefania o Teodora, avvelenatrice di Ottone III, lui eziandio avesse avvelenato; e di già Sigberto (m. 1113) credeva che il diavolo s’avesse portato a casa sua il negromante. ORDERICO VITALE, GUGLIELMO DI MALMESBURY, MARTINO POLONO, GUALTIERO MAP, de nugis curialium, Dist. IV, c. 11, ecc. hanno narrato di Silvestro le più preziose leggende.
[5] Cod. Vatican. 3764: Johs qui vocatur Sicco nat. Rom. de regione biberatica sed. m. V d. XX V. — Johs qui voc. Fasanus de regione secus porta metrovi sed. a. I, locchè il Cod. Vatican. 1437 corregge in V. La Regio Biberatica devesi cercare nella Regio Montium.
[6] La sua epoca prima è data in un istromento da santo Cosma in Mica Aurea (Mscr. Vat. 7931, p. 33): Anno Pontif. Dn. Johis octabidecimi pape in sede anno primo mense madius Ind. II; dunque nell’anno 1004. Della sua epoca ultima fa menzione il Reg. Sublacense, fol. 88: anno VI Johis XVIII Ind. VII mense Januar. die XI; dunque nell’anno 1009.
[7] Tuttavolta, il nome medioevale del prossimo Monte Porzio deriva da’ majali. Montem Porculi, documento dell’anno 1151, Cod. Albini Vatican. 3057, fol. 1151. Così anche nell’anno 1074 (NIBBY, Analisi, II, 357).
[8] Da dopo il 269 compajono i Vescovi di Tusculo, che indi fecero parte de’ Cardinali vescovi del Laterano: UGHELLI, Italia S., I, 225. La storia di Tusculo e di Frascati fu scritta dal MATTEI, Memorie Istoriche dell’antico Tusculo oggi Frascati, Roma 1711: questo autore vi diede accoglimento a tutte le favole narrate dallo ZAZZERA, dal KIRCHER, da ARNOLDO VION, ecc.
[9] Nel Reg. Petri Diaconi (n. 257 di Monte Cassino), sul principio del secolo duodecimo un Conte di Tusculo scrive, forse per celia, al nipote suo: Ptolemaeus Julia stirpe progenitus romanorq. consul excellentiss. Petro nepoti. Se fin dai suoi dì Alberico abbia preteso a questo albero genealogico, a buon diritto potè egli dar nome di Ottaviano al figliuol suo Giovanni XII. Il più antico istromento che io mi conosca concernere Tusculo contiene il contratto di un mulino dato in affitto da Alberico conte palatino (a. 1028): pergamena da santa Maria Nova (Mscr. Vat. 8043). Vengono dopo alcuni documenti della metà del secolo undecimo nel Reg. Petr. Diac.; del secolo duodecimo sonvene in ALBINUS ed in CENCIUS.
[10] Primamente menzionato con nome di Dom. Gregorius Romanor. Senator. a. 986 (Mscr. Vat. 8042); indi nell’a. 999: Gregorio excell. viro, qui de tusculano, atque praefecto navali (Reg. Farf., n. 470). Il GALLETTI confessa non sapere di chi Gregorio fosse figliuolo. Il COPPI (Mem. Colonn.) lo dichiara figlio del celebre Alberico; altri gli dà a padre Deodato. Non è dappiù che una finzione il testamento di un Patricius Romanor. Albericus, raccolto dallo SPERANDIO nella Sabina S., p. 327.
[11] Mscr. Vatican. 8042. Da un’inscrizione il GALLETTI trasse l’idea di studiare la storia dei Conti di Tusculo; i documenti ne esistono nella Vaticana.
Aurea progenies iacet hic vocitata JOHS...
(Vol. III, a pag. 399 di questa Storia). Il fanciullo morto nell’anno 1030, vien chiamato nepos ossia discendente del gran principe Alberico, ma il padre suo Gregorio era nipote di Gregorio di Tusculo (secondo documenti morto prima del 1012). Suo zio fu Giovanni XIX.
[12] Catalog. ECCARDI: Phasianus Cardinalis s. Petri, qui et Johannes de patre Urso Presbytero, matre Stephania, post annos V et dimidium in S. Paulo monachus discessit. Forse che dalla cattedra santa sia stato cacciato e rinchiuso nella cella di un convento?
[13] Il JAFFÉ dimostra che egli fu consecrato fra il 20 di Giugno e il 24 di Agosto. Il suo nome famigliare era Bucca Porci. — Catalog. ECCARD.: ex patre Petro, matre Stephania, cognomento Bucca porca. Il Bucca si trova assai spesso nel composto di nomi romani del secolo undecimo e di quello duodecimo: Bucca di pecora, Buccalupo, Buccafusco, Buccacane, Buccamazza, Buccapiscis, Buccazonca, Buccamola, Buccabella. — THIETMAR., Chron. VI, c. 61: Sergius, qui vocabatur buccaporci, atque Benedictus, ambo preclari et consolidatores nostri, ossia della parte tedesca.
[14] Reg. Farf., n. 651: Temporib. Sergii IV Pp. et Johannis patricii Romanor., et Crescentii et Ottonis insimul comitum rectorumq. territor. Sabin. m. Aug. per Ind. IX, e Reg. Sublac., fol. 115: Temporib. Domni. Johis Senat. Rom. patricii.
[15] Reg. Farf., n. 649, 689, 690. Nel n. 649 il Patrizio comanda al Prefetto di citare le parti litiganti. Un memoratorium viene ordinato per patricialem preceptionem; tutto questo dum resideret infra domum suam predictus dom. patricius una cum... domino prefecto, simulque cum eis optimates et judices Romanorum. Primo si sottoscrive Johannes Dni gra. Romanor. patricius, indi Crescentius Dni gra. Urbis rome prefectus. I Judices sono gli ordinarii, inoltre havvene dei dativi, poi sonovi Conti e nobili in qualità di assidenti. Nel n. 689: In presentia domni patricii et judicum atque nobilium Senatorum.
[16] Vedi gli Annali dell’Impero tedesco sotto di Enrico II, di SIGFREDO HIRSCH, Vol. II, reso completo da ERM. PABST, Berlino 1864, p. 383.
[17] THIETMAR, VII, c. 51, narra che egli mandò al Re (seniori suo) dell’olio miracoloso. Lo appella apost. sedis destructor... qui cum non longe post obiret... papae securitas, regi nostro amplior potestas asseritur. Al 1 di Giugno 1011 (Reg. Farf., 649) e agli 11 Dicembre 1011 (Reg. Farf., 689) si fa per l’ultima volta menzione di Giovanni patrizio. Ai 27 Marzo 1012 (Reg. Farf., 690) di lui non si parla più, ben compare invece il prefetto Marino, fratello suo.
[18] L’epitaffio di Sergio IV, senza indicazione di data, leggesi ancora nel Laterano. Un documento di lui (investitura del Castrum Scuriae), dat. III Kal. Aprilis A. MX (nel THEINER, Cod. Diplom. Domini Temp. S. Sedis, I, n. VI), dimostra che anche sotto il reggimento del Patrizio, i Papi continuavano ad amministrare i beni ecclesiastici.
[19] V’hanno parecchie iscrizioni sepolcrali di Crescenzî di quest’età; così havvene una dai santi Cosma e Damiano dei 6 di Aprile 1000 (GALLETTI, Inscr. III, 271); un’altra da Araceli: Hic jacet in parvo magnus Crescentius antro etc., che al morto figliuolo poneva, nell’anno 1028, Mizina moglie di Orazio console (NERINI, p. 326; CASIMIRI, p. 272). Il magnus è giuoco di antitesi rispetto al parvus; nè occorre che perciò si pensi trattarsi del Prefetto della città. Di un Orazio Crescenzio non si fa mai nome in altro luogo. La iscrizione di Mizina, tolta da santo Alessio, è nel NERINI, p. 325.
[20] THIETMAR, VI, c. 61. È già noto l’equivoco che si prende dal BARONIO e dal MURATORI, scambiando Benedetto col fuggente Gregorio: anche la cronologia ne fu corretta dal PAGI e dal MANSI. L’opinione del JAFFÉ, che Benedetto VIII fosse consecrato addì 22 di Giugno, non è sostenibile, sebbene un diploma di Sergio IV sia dato ancora ai 16 Giugno del 1012 (nel BARON.). In alcuni atti di Subiaco Benedetto VIII fa sua comparsa da pontefice di già nel Maggio 1012: Bened. VIII A. 1 m. Madio d. V; e nel 1016: A. V Bened. VIII Ind. XIV m. madio d. XXI (Cod. Sessor., CCXVII, p. 263). Nel Reg. Farf., n. 670, il suo anno secondo è omai fissato ai 23 Maggio del 1013: Bened. VIII Pape in S. Sede II Ind. XI mense Maji d. XXIII. — Il Chron. Farf., p. 542, dice: Patricio... mortuo, ordinatus est dom. Benedictus papa, qui contrarius extitit filiis Benedicti comitis.
[21] I Cataloghi dei Papi denotano Benedetto VIII per frater Alberici majoris, oppure natione tusculanus ex patre Gregorio. — BENNO, vita Hildebr., 83: Bened. VIII, laicus frater Albrici Tusculanensis, patruus Theophylacti (ossia Benedetto IX). Tuttavia il Catal. Eccard. dà anche a Benedetto VIII il nome di Teofilatto: Theophilactus qui et Benedictus ex patre nobili Gregorio tusculano, matre Maria. Un documento dei 2 Agosto 1014 (Reg. Farf., n. 525) è sottoscritto così: T h f p f k l b c t k c qui Benedictus papa vocor interfui et subscripsi; ed il MURATORI a buona ragione legge in quelle lettere il nome Theophylactus.
[22] Henricus divina favente clementia Rex Romanorum: dat. 17 Kal. Jan. Ind. XI, nel CURTIUS, de Senatu, p. 207: le sue considerazioni sono assai giudiziose.
[23] Ai 4 Dicembre 1015, accanto ad Alberico console, compare un Joh. dni gr. Urbis Romae praefectus (Reg. Farf., n. 535); ma nel 1017, ai 20 di Agosto, torna un Crescenzio in qualità di prefetto (Reg. Farf., n. 537). Io non posso reputarlo fratello di Marino. Addì 9 Giugno 1019 si sottoscrive: Marinus german. Crescentii olim urbis rome prefecti (Reg. Farf., n. 557), laddove un documento dei 23 Novembre 1019 dice: Crescentius dni gr. urbis rome praefectus (MITTARELLI, I, n. CIV). Ai 17 Giugno 1036 compare nuovamente un Crescenzio da prefetto della Città (Reg. Sublac., fol. 73), mentre anche ai 15 Novembre 1036, Marino dice precisamente come nell’anno 1019: Crescentio olim prefecto germano meo (Reg. Farf. n. 620). V’aveva, proprio a quest’età, una moltitudine innumerevole di Crescenzî.
[24] Reg. Farf. n. 670; lite sostenuta da Farfa, ai 23 Maggio 1013, _intra domum Alberici eminentissimi Consulis et Ducis juxta Ss. Apostolos_ (dove esiste oggidì il palazzo Colonna).
[25] Ivit obviam tota civitas; licet dissono voto, tamen, ut par erat, suo domino dant laudum praeconia, extollentes ad sidera: Annal. Quedlinb., a. 1014 (Mon. Germ., V).
[26] A Senatoribus duodecim vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa mistice incedebant cum baculis: THIETMAR, VII, c. 1. Io reputo che gli sbarbati fossero dignitarî cherici del «palazzo», poichè allora i preti andavano rasi; i barbuti appartenevano all’aristocrazia laicale. BENZO, ad Henr. IV, 1, c. 9 (Mon. Germ., XIII, 602) nota in mezzo alla gente della processione imperiale quinque viri, diversa clamide et patricialibus circulis redimiti.
[27] RODOLPHUS, Historiar., I, c. 5 (DUCHESNE, Tom. IV). Il pomo imperiale vedesi di già inciso sui suggelli degli Ottoni; era da lunghissimo tempo in uso a Bisanzio, ed anche presso ai Longobardi. Nel Registro di Farfa io vidi un Sigillum Haistolfi Regis, nel quale questo Re porta scettro e pomo imperiale (senza croce sovrapposta).
[28] Quasi ogni terra considerevole ha adesso il suo conte. Qua e colà il Conte s’appellava ancora Consul et Dux; così nella Campania: Roffredo Consul et Dux Campanie — habitatori de Civitate Berulana (Veroli), a. 1012 (Reg. PETRI DIACONI, n. 273). Nel 1013 Ubertus Consul et Dux, e Amatus Comes Campanie. Nel 1015 Ubberto Comes (ibid. n. 331, n. 268). In LEONE DI OSTIA, II, c. 32 (a. 1015): Landuino et Raterio consulibus Campanie. Il titolo di Consul durava ancora a Gaeta oltre a quello di Dux; così anche in Fundi. Istromenti dati dal Lazio, da Ceccano, da Veroli, da Ferentino, da Pofi, da Ceperano (conservati a Monte Cassino) fanno conoscere che nel secolo undecimo pur sempre esistevano molti Longobardi nel Lazio: tali erano Umberto, Rofredo, Lando, Landolfo, Grimone, ecc.
[29] La Cronica di Farfa nomina spesso, da dopo il secolo undecimo, i Conti dei Marsi. Erano franchi, e favoleggiando si facevano derivare da Berardo o Bernardo primo re d’Italia, nipote di Carlo magno. Portavano per loro stemma sei verdi monti in campo d’oro. Vedi MUTIUS PHOEBONIUS, Historiae Marsorum, Napoli 1678; CORSIGNANI, Reggia Marsicana, Napoli 1737 (lib. II, 262); e ANTINORI, Memorie Storiche degli Abruzzi, Napoli 1781. La terra de’ Marsi antichi, detta in prima Valeria, indi Abruzzo, apparteneva al ducato di Spoleto. — I Comites Campaniae datano già dal tempo di Alberico; intorno al 1010 Amato era Comes Campaniae (Reg. Farf., n. 649). La sua famiglia s’imparentò con quella dei Crescenzî, chè suo figlio Gregorio sposò Maroza, figlia di Ottaviano e di Rogata (testamento di Maroza del Novembre 1056, dov’ella lega a Farfa i suoi beni positas in comitatu campaniae: Reg. Farf., n. 960). — V’erano Conti di Tuscana, di Civitavecchia, di Civita Castellana, di Galeria, dove, nel 1027, Comes era Johannes Tocco (MARINI, n. 45).
[30] Il diploma Ego Henricus (in DEUSDEDIT, in ALBINO, in CENCIO e da ultimo nel THEINER, Cod. Diplom. Dominii Temp., I, n. VII) fu giustamente riferito dal CENNI all’anno 1020. Vedi anche Mon. Germ. Leges, II, 173. BONIZONE (nell’OEFELE, p. 800) dice: Romanae Eccl. privilegia multa concessit et dona amplissima dedit.
[31] THIETMAR, VI, sulla fine: m. Februario in Urbe Romulea cum ineffabili honore suscipitur, et advocatus S. Petri meruit fieri: senza dubbio corrisponde a Patricius.
[32] Alberico compare da conte palatino nell’anno 1027 (MARINI, n. XLV) e nel 1028 (Istrom. da santa Maria Nova, Mscr. Vat. 8043, senza numerazione di pagine). La Graphia dice non senza buon fondamento: comes autem Cesariani palatii dictator Tusculanensis est. I Tusculani si arrogarono questo officio da dopo il tempo di Ottone III. Ai 4 Dicembre dell’anno 1015, nella lite fra Ugo abate et Dom. Romanum Cons. et Ducem, et omn. Rom. Senatorem atque germanum Dom. Pontificis, intervengono nel tribunale Albericus Consul e Johannes dni gr. Urbis Rome Praefectus.
[33] Così narra UGO abate nel Chron. Farf., p. 519.
[34] THIETMAR, VI, 61. Tre fratelli lombardi che erano nell’esercito imperiale, Ugo, Azzo, Ezzelino, furono i promotori del tumulto. Può darsi, come cerca di stabilire il PROVANA che eglino fossero i figliuoli (di egual nome) di Uberto II di Este: così ebbe reputato anche il LEIBNITZ, Rer. Brunsvicar., III, 26. Il MURATORI, Antich. Esten., I, c. 13, 14, non li pone in siffatto rapporto.
[35] Sarebbe cosa di grande attrattiva se in Arduino si potesse scorgere un antenato di Vittorio Emanuele II, il quale, 860 anni dopo di quell’antico, fu eletto dagli Italiani a loro re nazionale: ma la genealogia della famiglia, certo franca, di Arduino, risale soltanto fino al padre suo Dado, che fu un piccolo Conte nelle terre di Piemonte. Vedi il PROVANA, Studî critici sovra la storia d’Italia a’ tempi del re Ardoino (Torino, 1844) e il PABST, Sulla famiglia di Arduino, negli Ann. dell’Imp. tedesco, II, 458.
[36] Il MABILLON, Annal., IV, riferisce una lettera di Alinardo abate di Digione: Domno illo s. palatii vestarario primo senatori nec non unico Romanorum Duci Equivoco: presso a poco la lettera appartiene all’anno 1030. Il CURTIUS crede perciò che un Equivocus fosse succeditore di Romanus senatore, e il GALLETTI, del Vestar., p. 54, registra arditamente un Equivocus vestararius. Entrambi non compresero il senso dello scrittore, il quale volle esprimere così il nome Romanus (aequivocum de’ Romani). La lettera è indiritta a Romanus, fratello del Papa, vestarario di palazzo e capo della Republica nobiliare di Roma.
[37] AMARI, Storia dei Musulmani in Sicilia, Vol. III, 2 e segg. Secondo le fonti arabe Mogêhid (rinnegato cristiano) fu cacciato di Sardegna nel Giugno del 1016. Dopo d’allora, così dichiara l’AMARI, i Saraceni non hanno più occupato questa isola.
[38] Ha grande esattezza THIETMAR, VII, c. 31. La Cronica antichissima di Pisa (BERNARDI MARANGONIS vetus Chron. Pisan., Archiv. stor., VI, p. 1) dice: A. 1016 fecerunt Pisani et Januenses bellum cum Mugieto in Sardiniam, et gr. Dei vicerunt illum. Del Papa nemmanco parola. Si paragoni il TRONCI, Annali Pisani, la Cronaca Pisana del SARDO, e il RONCIONI edito dal BONAINI (Archiv. stor., VI, 1, 2).
[39] Intorno a questa notevole rivoluzione vedasi la diligente scrittura del napoletano DE BLASIIS, intitolata: La insurrezione Pugliese e la conquista Normanna nel sec. XI, Napoli, 1864, Vol. I, 45 segg.
[40] Annal. Barens.; LUPUS PROTOSPATA, ad a 1019. Sulla venuta dei Normanni vedasi RODOLFO GLABER (III, c. 1) e sopra tutti l’AIMÉ, l’Ystoire de li Normant, c. 17 e segg.: Giselberto venne con quattro fratelli Raynolfe, Aséligime, Osmude et Lofulde; eglino aderirono all’invito del Principe di Salerno... et passèrent la cité Rome, et vindrent à Capua etc. Secondo il documento n. 279 (nel Vol. IV Monum. Regii Neapolit. Archivii) v’avevano però fino dal 1008 dei Normanni residenti nella Campania: Sansguala dominus planisi qui sum ex genere normannorum.
[41] LEONE DI OSTIA, II, c. 37, 38, che trasse giovamento da AMATO. La Turris de Gariliano era stata edificata da Pandolfo di Capua dopo la disfatta dei Saraceni. Così diceva la iscrizione ivi posta: Princeps hanc turrim, Pandulfus condidit heros etc. — Heros, in significato di signore, è spesso adoperato in Croniche dell’Italia meridionale.
[42] HERM. CONTR., a. 1022: LEONE DI OSTIA, II, 39. Atenulfo abate sommerse presso Hydruntum. Degli eroi normanni ne sopravvissero ancora ventiquattro, sotto ai loro capitani Gosman (Guzman), Stigand, Torstain, Balbo, Gualtiero di Canosa e Ugo Fallucca: AMATUS, I, c. 28.
[43] Così nel Concilio di Pavia, dell’anno 1018 o del 1022. MANSI, XIX, 343. Mon. Germ. Leges, II, 561. Di già il Sinodo di Nicea aveva condannato il concubinato dei preti.
[44] Quasi tutti i Cataloghi denotano Giovanni XIX per fil. Gregorii patricii, oppure per frater Alberici majoris. BONIZO, ad Amic., p. 801: uno eodemque die praefectus fuit et Papa. Il praefectus è un errore. — Uno eod. die et laicus fuit et Pontifex: ROMUAL. SALERNIT., p. 167. — GLABER, IV, c. 1: Largitione pecuniae repente ex laicali ordine neophytus constitutus praesul. Il JAFFÉ pone la sua consecrazione fra il 24 di Giugno ed il 25 di Luglio, ed eziandio il Pagi s’appiglia al Giugno. Io so di un documento che omai conta il suo nono anno al dì primo di Maggio del 1032: anno Joh. XIX in sede IX Imp. Chuonrado a. VI Ind. XV mense madio die I (Monte Cassino, Ex dipl. Princ., Caps. 12, n. 24).
[45] Nell’anno 1027, Bolla di Giovanni XIX per Silva Candida: Fratre nro Dno Alberico Comite Palatii: MARINI, n. XLV; MANSI, XIX, 487. Nel notato istromento del giorno 8 Gennaio 1028: Albericus ill. et clar. comes s. Lateran. Palatii. Non pertanto i Cataloghi dei Papi lo appellano impropriamente Patricius, parimenti che Gregorio padre di lui.
[46] Su di ciò, all’anno 1024, dice RODOLFO GLABER, IV, c. 1: At licet pro tempore Philargyria mundi regina queat appellari, in Romanis tamen inexplebile cubile locavit. Ivi trovasi eziandio la lettera di Guglielmo, abate di san Benigno di Digione, indiritta a Giovanni XIX.
[47] BONIZO, p. 801: Belinzo nobilissimus Romanus de Marmorata; ne’ documenti il nome suona Berizo oppure Belizo.
[48] Vita Meinwerci Ep., p. 153. Mon. Germ., XIII. WIPO, Vita Chuonradi, n. 16. ARNULFO, Gesta Archiep. Mediol., II c. 3, e nota 70. Mon. Germ., X, 12. La basilica apostolorum qui non può esser altro che il san Pietro, il quale era altresì consecrato ai due Apostoli.
[49] WIPO, Vita Chuonr., n. 16. Berengario, figlio di Liutboldo conte, cadde in battaglia. L’Imperatore lo fece seppellire accanto a Ottone II.
[50] Et denarii, quos Romam ad s. Petrum debetis: lettera di Cnuto Rex in WILH. MALMSBUR., de gest. Reg. Anglor., II, c. XI. L’odierna penuria delle finanze di Roma ha richiamato in vita l’imposta e il nome del «denaro di san Pietro» in forma di un pio contributo di moneta. La commissione che in Roma è destinata a raccoglierlo fu nel Novembre dell’anno 1860 elevata da Pio IX a dignità di Archiconfraternitas, e Roma ha insaccato a quest’ora (1860) tre milioni di scudi raccolti dai paesi di tutto il mondo come obolo di san Pietro. Lo Storico ha ragione di meravigliare vedendo con quanta ostinatezza si conservino le tradizioni ecclesiastiche.
[51] Nel Cod. Amiatinus, p. 646 (Sessoriana di Roma) il Privilegio concesso a Monte Amiata è dato ann. D. Incarn. MXXVII Regni vero Dom. Chuonradi secundi regnantis III Imperii ejus primo Ind. X Acta in civitate Leonina Non. April. Egli dunque dimorava nel palazzo prossimo al san Pietro.
[52] Mon. Germ. Leges, II, 40: Chuonradus Aug. Romanis judicibus: Audita controversia quae hactenus inter vos et Langobardos judices versabatur, nulloque termino quiescebat, sancimus, ut quaecumque admodum negotia mota fuerint, tam inter Romanae urbis menia, quam etiam de foris in Romanis pertinentiis, actore Langobardo vel reo, a vobis dumtaxat Romanis legibus terminentur, nulloq. tempore reviviscant. Vedasi anche da ciò come l’Imperatore avesse piena podestà di dominio supremo sopra lo Stato della Chiesa. Nonostante, i giudici longobardi non cessarono di esistere, e di qua e di là nella provincia alcuni Conti conservarono il giure franco.
[53] HERM. CONTRACTUS dice concisamente e bene: Subactaque Italia tota reversus: ad a. 1027.
[54] Cod. Amiatin., p. 652, a. 1036: Tempore S. Papae Benedicti nati de Tusculana ex patre Alberico. La Cronica Romanor. Pontif. in CENCIO, i Cataloghi dei Papi e BONIZONE determinano parimenti la origine di lui. RODOLFO GLABER, IV, c. 5, lo chiama una fiata perfino puer fere decennis, e aggiunge tutti i governanti essere stati allora fanciulli. Senza dubbio un ragazzo era stato fatto arcivescovo di Reims.
[55] VICTOR III, Dialog., lib. III. dice: non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. — Incerto è il giorno in cui fu consecrato. Che Benedetto IX fosse papa di già nel Marzo dell’anno 1033 lo prova un documento dato da Fabriano (anno deo propiciu pontificatu Domno Tufelatu: MITTARELLI, II, app. XXII, 48).
[56] Cum successisset ei (sc. Johanni XII) Theophylactus Gregorius frater ejus nomen sibi vendicabat Patriciatus. BONIZO, ad Am., p. 801. È difficile che egli si fregiasse di questo titolo; documenti lo chiamano soltanto Consul Romanor., ed altresì lateranensis et tusculanensis comes: COPPI, Memor. Colonn., p. 18 e segg.
[57] GLABER, Histor., IV, c. 5. La Treuga Dei fu, nell’anno 1041, fissata dal tramonto del mercoledì al levar del sole del lunedì; in quell’intervallo di tempo niuno poteva sguainare la spada sotto pena di scomunica. — PAGI, Critica, ad a. 1034.
[58] R. GLABER, IV, c. 9, lo narra come avvenuto ai 29 di Giugno. — Le date sono tutte confuse. La Vita Benedicti ex AMAL. AUGER., MUR. III, 2, 340, accoglie perfino il racconto di una cacciata post suam promotionem.
[59] Noto omai, qualmente in documenti posteriori al 1017 si rilevi che i Crescenzî sorgono in potenza. Ai 17 di Giugno del 1036 Crescenzio ed altri nobili di sua parentela cedono il Castrum Apolloni (Empulum presso Tivoli) al monastero di Subiaco. Per figliuoli di Crescenzio sono nominati Regetellus e Raino o Rainuccius (Reg. Sublac., 73).
[60] HERM. CONTR., a. 1037, e WIPO, Vita Conradi, il quale dice: Papa Cremonae occurrebat Imperatori, et honorifice receptus et dimissus, Romam reversus est.
[61] R. GLABER sembra rappresentare così la cosa, là dove parla della cospirazione dei Romani...: a sede tamen propria expulerunt. Sed — tam pro hac re, quam aliis insolenter patratis, Imperator illuc proficiscens propria sedi restituit. È incerto se l’Imperatore andasse in persona a Roma; la moglie di lui Gisela aveva peregrinato alla Città (WIPO, c. 37).
[62] In un documento romano dei 22 Agosto 1043 si sottoscrive Gregorius Consul, frater supradicti Dni Pape, interfui: NERINI, p. 387.
[63] Cod. Vat. 1984, fol. 201: Cum ejecissent pontificem — orta est inter Romanos et Transtiberinos grandis seditio — VII die m. Jan. Romani in fugam versi sunt propter comites qui veniebant per montanam sc. Girardo rainerii et ceteri cum multis equitibus, qui erant fideles dicti pontificis. Le notizie barbaramente scritte in quell’importante Codice furono edite dal PERTZ (Mon. Germ., VII, 468-480) con titolo di Annales Romani. Io cito dal Codice. Gli avvenimenti sono narrati eziandio da HERM. CONTR., a. 1044, da VICTOR, III, Dialog. III, da BONIZO, ad Amic., p. 801, il quale vuole che la esaltazione di Silvestro III derivasse dalla elezione di Girardo de Saxo e di altri Capitani. — LEONE DI OSTIA, II, c. 79.
[64] Gerardus Rainerii era conte di Galeria; persona diversa era Girardo de Saxo. A’ tempi di Silvestro II un Rainero era vescovo ed un Gerardo conte della Sabina (FATTESCHI, Serie, p. 253): nel 1003 Rainerius e Crescentius erano conti e rettori della Sabina (ibid., p. 254); di quello sarà stato figliuolo Gerardo. Era una famiglia franca dimorante nella Sabina.
[65] BENNO, Vita Hildebrandi, p. 82. Gli dà per maestro nelle arti magiche l’arcivescovo Lorenzo di Amalfi, che sarebbe stato discepolo di Silvestro II. Da loro anche Gregorio VII avrebbe imparato la magia.
[66] MURAT., III, 2, 341. Il Cod. Vat. 1984 dice di Silvestro III: Obtinuit pontificatum diebus XLVIII, quo ejecto benedictum pont. reduxerunt in sede sua. BONIZO, p. 801: Gregorius Patricius et Petrus germani Theophylactum spe conjugis deceptum ad Pontificalia iterum sublevant fastigia.
[67] Un documento dell’anno 1013 lo chiama Dn. Johannes Archicanonicus s. Johannis intra portam Latinam (NERINI, app. n. V, 388). Cod. Vat. 1984: per cartulam refutavit Johanni archipbr. s. Johis ad portam latinam suo patrino in die kal. Majas, cui posuerunt nomen Gregorius, qui etiam pontificatum tenuit ann. I et m. VIII minus d. XI. BENNONE, Vita Hildebr., p. 83, determina il prezzo di vendita in libbre 1500; il Cod. Vat. 1840 lo stabilisce in libbre 2000. Anche VITTORE III dice: non parva ab eo accepta pecunia. Il PAGI si riferì, di contro al BARONIO, all’Epitome di BONIZONE, senza conoscerne il Liber ad Amicum. Nefando ambitu seductus (dice qui BONIZONE) per turpissimam venalitatem omnemq. Rom. popul. ingentibus pecuniis datis sibi jurare coegit (p. 801). BONIZONE fu contemporaneo, sebbene più giovine; fu vescovo di Sutri nel 1075. Contemporanee sono eziandio le notizie del Cod. Vat. 1984.
[68] Nunc aureum Apostolorum saeculum, et praesidente vestra prudentia, ecclesiastica reflorent disciplina: DAMIANI, Ep. I a Gregorio VI (sonvene due delle lettere), Oper. Tom. I Ep., lib. I. Nel lib. VIII sono raccolte anche due lettere senza importanza (la quarta e la quinta), indiritte Dom. Alberico Senatoriae dignitatis viro e D. Petro Senator, dign. viro. Il frate trovavasi dunque in corrispondenza eziandio coi Tusculani. La moglie di Alberico nomavasi Ermilina.
[69] S. R. Ecclesia — terrenas opes majori ex parte amisit: così lamentava Gregorio VI. Per restaurare le chiese di san Pietro e di san Paolo si raccoglieva denaro in Aquitania. Vedi la lettera di Gregorio nel MANSI, XIX, 611.
[70] GUGL. MALMESBUR., II, c. 13, che lo chiama uomo magnae religionis et severitatis. — Catalog. ECCARDI: Fuit factus homo armorum. Le narrazioni confondono insieme storia e leggende. ROD. GLABER, V, c. 5: Cujus bona fama, quidquid prior foedaverat, in melius reformavit. Gli Annali del BARONIO per quest’epoca oscura sono incompleti, e mancano di ragione critica.
[71] OTTONE DI FRISINGA (Chron., VI, 32) si fe’ in Roma narrare che tutti e tre i Papi avessero risieduto dentro della Città. Tuttavolta v’ha in ciò poca somiglianza di vero.
[72] BONIZO, p. 801. Addirittura lo appella idiota et mirae simplicitatis vir. VICTOR III, Dial., III. BENZO ad Heinr. IV, VII, 671. HERM. CONTR. a. 1046. Chron. S. Benigni Divion. (D’ACHERY, VI, 446). Cod. Vat. 1984.
[73] Annal. Corbeiens., a. 1046 (Mon. Germ., V); nella terza e nella quarta feria innanzi al Natale.
[74] BENZO VII, p. 670: Seniores (ossiano signori) Romani, licet hactenus sive salsum sive insulsum degistis — Ecce solito more sit in vestra electione etc. Il passo intiero spiega qual fosse il concetto del Patriziato a’ tempi di Enrico III e di Enrico IV, e chiarisce, per via del Liber Pontificalis, il diritto regale della elezione pontificia.
[75] Vedi la lettera di congedo che il novello Papa rivolge a Bamberga: è nel PAGI (a. 1046), il quale ritorce contro il BARONIO il passo explosis tribus illis quibus idem nomen papatus rapina dederat.
[76] La più completa descrizione è data dal noto Ordo Coronationis in CENCIUS, che il CENNI (Mon., II, 261) riferisce a Enrico III, e il PERTZ (Mon. Germ., IV, 187) riferisce ad Enrico VI. Tuttavia esso contiene delle parti assai più antiche di quello che sia il tempo di Enrico VI. Mi giovo eziandio dell’Ordo del secolo decimoquarto, che è nel MABILLON, Mus. It., II, 397. Del tempo franco e di quello degli Staufen v’hanno parecchi Ordines. Vedi MURATORI, Ant. It., I, 99; HITTORP, nella Biblioth. max. Patr., XIII; MARTENE, RAYNALD, CENNI e PERTZ. Vedi altresì nel Chron. Altinate juxta Cod. Dresd., Archiv. storico, App. V, e BENZO, ad Heinr. IV, 1, 9.
[77] Il Terebinthus Neronis dei Mirabilia, di PIETRO MALLIO, degli Ordines, sepolcro assai grande e antico, era situato presso la Meta Romuli, che era una piramide come quella di C. Cestio. Usque in Meta, quae vocatur Memoria Romuli (Bullar. Vat., I, 27, Bolla di Leone IX, a. 1053). Reputavasi che la piramide di Cestio fosse la tomba di Remo.
[78] Ego N. futurus Imperator juro, me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas tercii generis, et libelli sine fraude et malo ingenio (Ordo nel CENNI). Il Cod. Vat. 1984 narra della coronazione di Enrico V: Duo juramenta ex more fecit, unum juxta ponticulum, alterum ante porticus portam; nè questa può essere altra che la porta Castelli, di cui gli Ordines del medio evo, secondo la consuetudine del linguaggio popolare, hanno fatto una Porta Collina. Cum Rex in Imp. electus pervenerit ad portam Collinam, quae est juxta castellum Crescentii: così l’Ordo Coronationis dell’anno 1311, nel RAYNALD, n. X. Forse, il ponte prossimo a Monte Mario segnava il confine della Città.
[79] La piazza di san Pietro era detta platea, quae vocatur Cortina (Bullar. Vat., p. 31, a. 1053). La santa Maria in Turri, che sorgeva accosta alla gradinata del san Pietro, apparteneva al convento di santo Stefano presso il san Pietro. Sembra però che non prima di Federico I fosse consuetudine di compiervi la detta ceremonia.
[80] Le orazioni che si pronunciavano sul Re e sulla Regina sono piene di grandiosa dignità, ed hanno veramente elevatezza di stile.
[81] Talvolta negli Ordines havvi divario nella successione delle funzioni: così eziandio per gli altari, poichè sembra che la coronazione non sempre avvenisse innanzi all’altare di san Pietro, ma talora davanti quello di san Maurizio, nella navata a sinistra. Assai commoventi dovevano essere le formule usate: Accipe anulum, signaculum s. Fidei, soliditatem Regni, augmentum potentiae, per quam scias triumphali potentia hostes depellere, haereses destruere, subditos coadunare, et catholicae Fidei perseverabilitati connettere. — Accipe hunc gladium cum Dei benedictione tibi collatum, in quo per virtutem Spiritus Sancti resistere, et ejicere omnes inimicos tuos valeas, et cunctos s. Ecclesiae Dei adversarios, Regnumque tibi commissum tutari, ac protegere castra Dei per auxilium invictissimi triumphatoris D. N. J. Christi, qui cum Patre in unitate Spiritus Sancti vivit, et regnat in saecula saeculorum. Amen. — Accipe signum gloriae etc. Le parecchie formule variano secondo l’epoca.
[82] Non sempre avveniva la processione lateranense. Più tardi, allorchè i Papi non risiedettero più nel Laterano, il corteo, compiuta la coronazione, andava soltanto fino alla piazza di santa Maria Traspontina, dove l’Imperatore si separava dal Papa. Però l’Ordo raccolto nel CENNI (e il CENNI stesso non ne fece attenzione) fa che il corteo muova ancora fino al Laterano, poichè ivi soltanto devonsi cercare il Palatium majus (la Casa major di papa Zaccaria) e la Camera Juliae Imperatricis.
[83] Indutus igitur rex viridissima clamide, desponsatur patriciali anulo, coronatur ejusd. prelaturae aureo circulo. BENZO, l. c.:... decretum est (da tutte le classi dei Romani) ut rex H. cum universis in monarchia imperii sibi succedentibus fieret patricius, sicuti de Karolo factum legimus. DAMIANI, Disceptatio synodalis (Op., t. III, 23, ed. Paris, 1663): H. Imp. factus est patricius Romanorum, a quibus etiam accepit in electione semper ordinandi pontificis principatum. LEONE DI OSTIA, II, c. 77. Tutto ciò dovette essersi convenuto in Sutri.
[84] BONIZO, p. 802: Rumoribus populi illectus — tyrannidem Patriciatus arripuit, quasi aliqua esset in laicali ordine dignitas constituta, quae privilegii possideret plus imperatoria majestate. Egli tuttavia conosce per bene le ragioni cui s’inspirava Enrico: Credidit per Patriciatus ordinem se Romanum posse ordinare Pontificem.
[85] Così il Cod. Vat. 1984 denota la podestà di patrizio tenuta da Enrico: Ordinationem pontificum ei concessit et eorum episcoporum regalia abentium: ut a nemine consecretur nisi prius a rege investiatur, almus pontifex una cum romanis et religiosis patribus sicut s. Adrianus papa et alii pontifices confirmaverunt per privilegij detestationem in potestate regis H., qui in praesentia habetur et futurorum regum patriciatum et cetera, ut supra dictum est, sancivit et firmavit et posuit.
[86] Benanco alcuni Tedeschi lo appellano Romanorum patricius: Vita Annonis, Mon. Germ. XIII, 469. Ancor nell’anno 1049, durante la vacanza della sede, un documento romano nota: Ann. dei prop. domno Henrigo rex francorum et patritio Romanorum Ind. II m. Jan. d. XV: Reg. Sublac., fol. 81.
[87] Il DAMIANI con ingenuità antipolitica lo loda nel Lib. Gratissimus, c. 36 (Op., I, ed. Cajetani): Hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit — ut videlicet ad ejus nutum S. R. E. nunc ordinetur, ac praeter ejus autoritatem Ap. Sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. E più indietro: Post Deum scilicet ipse nos eo insatiabilis ore draconis eripuit.
[88] HERM. CONTR.: Imp. vero Romae egressus nonnulla castella sibi rebellantia cepit. Uno dei suoi diplomi a favore della Casa aurea è dato: Kal. Januarii actum ad Columna Civitatem, che è l’odierna Colonna nei monti Latini. BÖHMER, 1552. Dubito dell’esattezza della data, perciocchè l’Imperatore rescriva nuovamente da Roma ai 3 di Gennaio.
[89] ROMUALDO e LUPO tutti e due d’una sol voce: Benedictus per poculum veneni occidit P. Clementem. HERM. CONTR.: In Romanis partibus nono mense promotionis suae diem obiens, ad episcopatum suum Babenberg reportatus tumulatur. — È il solo de’ Papi che sia sepolto in Alemagna. Il MURATORI, Annal., ad a. 1047, significa che morisse in vicinanza di Pesaro, e il JAFFÉ accoglie per data il dì 9 di Ottobre.
[90] Il Codice di DONIZONE (esiste in Vaticano) contiene imagini miniate di persone di tutta la famiglia; le riproduce in bella incisione a colori l’edizione fattane dal BETHMANN, nei Mon. Germ. Non vi si può cercare esattezza di ritratti, ma giovano assai per conoscere le fogge. Azzo e Ildegarde moglie sua sono sepolti a Canossa, dove Tedaldo tenne quasi sempre residenza.
[91] Esatta notizia ne dà il Cod. Vat. 1984, che per questa età è una fonte di grande importanza. Il Papa fu ordinato ai 17 di Luglio, Ind. I, e sedette in cattedra ventitre giorni. Sull’ambasceria dei Romani, vedasi BONIZONE, p. 803. Esso dice eziandio che Bonifacio condusse il Papa a Roma, ma soltanto il Cod. Vat. sa dei raggiri del Margravio.
[92] Un viandante vide il morto Papa correre i monti Latini in figura di mostro: AMAL. AUGER. — Il PLACENTINI (de Sepulcro Bened. IX, Romae 1747) vuol dimostrare che appartenga a quel Papa un sepolcro trovato a Grotta Ferrata. Io ne vidi colà la tavola sepolcrale, che è una curiosità senza pregio. — Terzo succeditore di santo Nilo nella dignità di abate fu il discepolo suo (vedine la Vita nel MARTENE, Vet. Script., VI, 933). Nel convento v’hanno ancora parecchie cose antiche che ricordano di quel tempo. Sopra la porta sta scritta quest’antica sentenza:
Οῖκου Θεοῦ μέλλοντες. εἰσβαίνειν πύλην ἴξω γένοισθε τῆς μέθης τῶν φροντίδων ἰν’ εὐμενῶς εὖροιτε τὸν κριθτὴν ἔσω.
In quel chiostro continuarono a vivere lingua e uomini greci; così nell’anno 1153 l’Abate sottoscrive un documento romano: † εγο νηκολαως ηγουμενος Κρηπτα Φερρατ ἠπεγραφψα: GALLETTI, Del Prim., app. n. 59, dall’archivio di santa Prassede.
[93] Istromento dell’anno 1053, Reg. Subl., fol. 78, nel PETRINI, p. 400. Anno Leonis IX in sede IV m. Decbr. Ind. VII. Quoniam certum est me domina Imilia nobil. Comitissa que olim Dni Donadei conjunx fuit habitatrice in Palestrina: ella dona dei beni a Subiaco pro redemptione animae meae, et quond. Johannis qui vocabatur de Benedicto, et Donadei, et Domina Itta (giusta documenti moglie del marchio Johannes) et de Joanne filio, et — pro heredibus nostris etc. Il PETRINI (p. 111) ha notato i rapporti in cui stavano fra loro i membri della famiglia.
[94] LEONE DI OSTIA, II, c. 81. — Il Pontefice fu sepolto in san Lorenzo fuori le mura, in un sarcofago degli antichi tempi cristiani, che ivi ancor si vede.
[95] Sulla febbre romana, che oggidì ancora è crudelmente mortifera, il DAMIANI compose questo tetrastico:
Roma vorax hominum, domat ardua colla virorum, Roma ferax febrium, necis est uberrima frugum. Romanae febres stabili sunt jure fideles; Quem semel invadunt, vix a vivente recedunt.
Opuscul., XIX, cap. 5.
[96] Vedi il WATTERICH, I, 102.
[97] A quo omnia ecclesiastica studia renovata ac restaurata, novaque lux visa est exoriri: così dice papa Vittore III di lui (Dial., III, lib. 3).
[98] Liber Gomorrhianus, de diversitate peccantium contra naturam etc. Op., t. I, colla dedicazione a Leone IX e colla lettera in cui questi ne lo ringrazia: è un componimento nauseante della letteratura di quella età. Alessandro II condannò il libro, e ciò fece assai stizzire l’autore. I vizî del clero dovevano essere laidi per benino, una volta che si reputava necessario di interrogare ogni Vescovo, prima della consecrazione, se era mondo di quattro delitti: Id est arsenochita q. e. masculo; pro ancilla Dei sacrata, quae a Francis Nonnata dicitur; pro quatuor pedes; et pro muliere viro alio conjuncta; aut si conjugem habuit ex alio viro, quod Graecis dicitur deuterogamia. Et dum nulli horum ipse vir conscius fuerit, evangeliis ad medium deductis jurat ipse electus Archidiacono: Ordo Roman., VIII; MABILLON, Mus. Ital., T. II, 86.
[99] WIBERT, II, c. 3. Da Benedetto VIII (m. 984) fino a Leone IX non ci fu conservata alcuna moneta pontificia: non è che un puro caso, giacchè dovettero pure essersene battute. Infatti leggo in un istromento dell’anno 1021 (Reg. Sublac., fol. 127): Denarios bonos novos Romane monete. Di Leone IX abbiamo un solo denaro: † HENRICVS IMP. ROMANORV; dal rovescio: † SCS PETRVS LEO P. Più sorprendente ancora si è, che nessuna moneta di Gregorio VII sia pervenuta fino a noi.
[100] MARIAN. SCOTUS, ad a. 1050: Rex Scotiae Macbeth ad Romae argentum pauperibus seminando distribuit. Il nome di questo Re suona in diversa maniera: Rex Maccabaeus, Macbothus, Macbetka, Mabbetha.
[101] Salto a piè pari un periodo di ottocento dieci anni, e noto la relazione in cui il dì odierno si trova coll’anno 1051. Addì 25 Ottobre 1860 un Prodittatore del Garibaldi per Napoli, decreta: «L’antico ducato di Benevento è dichiarato provincia del Regno Italiano. Napoli 25 Ottobre 1860.» — I Papi non possedettero mai tutto intiero il ducato di Benevento. Soltanto nel 1077 andarono eglino al possesso della città e del suo territorio. — Sulla permuta fatta coll’Imperatore vedansi LEONE DI OSTIA, II, c. 84 ed HERM. CONTR., ad a. 1053.
[102] HERM. CONTR., ad a. 1053, specifica come fosse composto l’esercito di Leone IX: Plurimi Theutonicorum, partim jussu dominorum, partim spe quaestus adducti, nonnulli etiam scelerati et protervi, diversasque ob noxias patria pulsi. GUILL. APULUS, lib. II, conta settecento valorosi Svevi, inoltre Romani, Sanniti, Capuani, Spoletini, Sabinati, Fermani, e il vigliacco popolo della Marca (gens Marchana probis digne reprobata latinis... his erat innatus pavor et fuga luxuriesque). LEONE DI OSTIA numera cinquecento, e AMATUS soltanto CCC Todesque. Da lui si pare (III, c. 25) che ancor prima Leone conducesse contro ai Normanni un piccolo esercito, e che questo si sbandasse nella Campania.
[103] Leggiamo tuttora una sua lettera indiritta al convento di Farfa, nel quale si fece accogliere da confrater verso un donativo di tremila bizantini. Argiros pronia theu Magistros Bestis, Kae Dux Italias, Calabrias, Sichelias, Kae Paphlagonias, Kae Cabeon, Kedulon, Ematon ti Despini Kae agia Theotoco Maria ti en ti agemoni tis Farfa etc. (così allora pronunciavasi il greco): Chron. Farf., p. 620.
[104] L’Autore scriveva questa pagina sulla fine dell’anno 1860. (N. del T.)
[105] Et li Thodeschi se metent l’escu en bras et crollent l’espée; et li Normant hardi coment lyon prenent la haste... AMATUS, III, c. 37.
[106] Facto tamen de se quasi muro in modum corone (in quadrato), mortem expectantes... Vita Leonis IX, nel BORGIA, Mem. di Benev., II, 318. Al pari di ROMUALDO, la Vita chiama la città con nome di Civitas. La Chronique de ROBERT VISCARD scrive Civite; GOFFREDO MALATERRA scrive Civitata. In vicinanza era situata Dragonara.
[107] Denotement o grandissime plor et larmes: Chronique de ROBERT VISCARD, c. XI. Cum magna devotione ejus provolvuntur pedibus, veniam et benedictionem ejus postulantes: MALATERRA, I, c. 14.
[108] La Vita nel BORGIA descrive il campo di battaglia e le esequie; la Vita negli Acta Sctor., Aprile, II, 666, dice che i morti apparvero in aspetto di martiri. Ottocento sette anni dopo quell’età fu visto un simile campo di battaglia, su cui, fuggiti con pari rapidità gli Italiani, la legione straniera di Tedeschi e di Belgi si immolò per il dominio temporale: ed oggidì ancora i caduti di Castel Fidardo son detti «martiri» (Civiltà Cattolica dei 20 Ottobre 1860). In fatto è che le condizioni di Roma sono eternamente le stesse.
[109] Così giudicò il pio Herm. Contractus, essere morti i Tedeschi occulto Dei judicio — sive quia tantum sacerdotem spiritalis potius quam pro caducis rebus carnalis pugna decebat, oppure perchè tanta gente infame s’era raccolta sotto allo stendardo pontificio. Similmente dice ROMUALDO, e quasi colle istesse parole la Cron. di Amalfi (MURAT., Ant. It., I, 212): Non enim dominus discipulis suis et successoribus suis praeceperat ut seculares veluti principes secuti materiales gradus, in populum corruerent, sed verbo et dicto monerent pie etc. Anche il contemporaneo BRUNONE DI SEGNI biasima il Papa: Super Normannos praeliaturus vadit, zelum quidem Dei habens sed non fortasse scientiam; e deplora che in persona movesse alla guerra.
[110] Quanto terrenis ecclesia minuitur, tanto spiritualibus augetur. È tal motto che parrebbe uscito della bocca del Cavour. WIDO FERRARIENSIS compendia il passo di san Girolamo insieme con altre sentenze dei Padri ecclesiastici che indirizza contro Gregorio VII: Mon. Germ., XIV, 169.
[111] Al dì d’oggi è cosa assai istruttiva di por mente al giudizio datone dal DAMIANI (Ep. IX, lib. IV, indiritta ad Ulrico di Fermo): Si ergo pro fide... nusquam ferrea corripere arma conceditur: quomodo pro terrenis et transitoriis Ecclesiae facultatibus loricatae acies in gladiis debacchantur? — Quomodo ergo pro rerum vilium detrimento fidelis fidelem gladio petat. Di riscontro a questa sentenza del Cardinale piacemi porre il giudizio che oggi si fa in Roma di siffatte cose. La Civiltà Cattolica, organo dei Gesuiti, dice (Disp. dei 20 Ottobre 1860; I morti per la Chiesa a Dragonara il 1053 e nel Piceno il 1860): «All’età di Leone IX poteva per avventura esser degna di scusa l’opinione che il dominio temporale della Chiesa fosse soltanto di ordine mondano, ma oggi sarebbe stolidezza arbitrare che la sua causa sia altro che causa della religione e di Cristo. Forse nemmeno a’ tempi delle Crociate non si è venuto alle armi da militi cristiani per causa più supremamente divina di quella in cui pro caddero i soldati del Lamoricière.» — Precursore della Civiltà Cattolica è stato di già il BARONIO, che in questo argomento marchia il Santo di tal censura come farebbe di un grande eretico. — È pur cosa assai meravigliosa di vedere adesso rinnovarsi dopo ottocento anni le antichissime controversie per ragione del piccolo Stato della Chiesa; in questo periodo di tempo tutto il mondo si trasformò, all’infuori di Roma.
[112] Stando alla Cronique de ROBERT VISCARD, Leone diede al conte Unfroi et à li subcessor toute Puille et Calabre de la fin de Granière jusque à lo Faro. Il Conte tornò a Melfi, raccolse i Normanni e Longobardi, et fist dui de ses frères console. Vedasi anche il DE MEO, Annali di Napoli, ad a. 1054, che ancor non conobbe i libri di AMATO. — Gli Annales LAMBERTI dicono, ad a. 1053: Leo IX cunctos dies, quibus supervixit tantae calamitati, in luctu et moerore egit.
[113] Leo Ep. serv. Servor. Dei glorioso et religioso Imp. novae Romae Constantino Monomacho dilecto filio salutem. Egli allega la donazione di Costantino in termini di convinzione recisa. Tu ergo magnus successor Magni Constantini sanguine, nomine, et Imperio factus, ut fias etiam imitator devotionis ejus erga Ap. sedem, exhortamur: et quae ille mirabilis vir post Christum eidem sedi contulit, confirmavit, atque defendit; tu juxta tui nominis etymologiam constanter adjuva recuperare, retinere, et difendere: BARON., ad a. 1054.
[114] Historia Mortis Leonis IX Acta Sctor., April., II, 666. Il popolo sempre tenero del meraviglioso, accorse ben presto a venerare la tomba di Leone: HERM. CONTR. ad a. 1054. Leone IX fu di bella persona e di nobile aspetto. Cestui Lion estoit moult bel et estoit rouz, et estoit de stature seignoriable, et estoit de letre bon maistre: AIMÉ, III, c. 15. Sulla sua tomba leggevasi questo buon distico:
Victrix Roma dolet nono viduata Leone, Ex multis talem vix habitura patrem.
[115] Lo STENZEL ha omai confutato la notizia data da BONIZONE, che Enrico per ammonimento di Ildebrando rinunciasse al patriziato.
[116] I Romani gli amareggiarono la vita. RADULPHI vita S. Lietberti (BOUQUET, Reg., XI, 481): Victore, qui pro causis papatus per Romanos male tractatus apud ipsum (Imper.) conquesturus venerat (Jul. 1056). Nel JAFFÉ.
[117] DAMIANI, Ep. I ad Vict., dov’egli fa che Cristo dica: Sublato rege de medio, totius Romani Imperii vacantis tibi jura permisi (citato dal GIESEBRECHT, II, 597). — Documenti assai errati per quel che riguarda la cronologia trovansi riferiti nel MURATORI, Annal., a. 1056; nel FATTESCHI, p. 112 segg., e nell’UGHELLI, I, 352 segg. Uno dato da Fabriano: Ab Incarn. D. N. J. Christi sunt anni Mille quinquaginta octo, et regnante domnu Enrigo Imp. et Papa Victore Dux Marchio etc. Da dopo il 1057 Goffredo era Dux e Marchio di Spoleto e di Camerino.
[118] Il GFRÖRER, Gregorio VII, I, p. 10, afferma affatto di sua testa che Goffredo avesse ricevuto a Colonia, nel 1056, il patriziato per opera di Annone. Non v’ha un solo istromento che certifichi la cosa.
[119] A vece di Pallara dicevasi eziandio Palladio. Corrisponde oggidì al san Sebastiano sul Palatino (Vedi il Vol. III di questa Istoria, a pag. 652). Abbacia scor. martirum Sebastiani et Zosimi, quae vulgariter Pallara solet nuncupari; così un Privilegium dato da Alessandro II (Reg. PETRI DIACONI a M. Cassino, fol. XX). Questo Pontefice cedette il convento a Monte Cassino, ricevendone in cambio santa Croce in Gerusalemme, la cui abazia Leone IX aveva concessa all’Abate di M. Cassino (LEONE DI OSTIA, II, c. 81).
[120] LEONE DI OSTIA, II, c. 92. Annales LAMBERTI ad a. 1057: Uno animo pari voluntate in electione consenserunt Friederici. — Nec quisquam sane multis retro annis laetioribus suffragii majori omnium expectatione ad regnum processerat R. E.
[121] Sua epistola indiritta ai Cardinali vescovi (BARON., a. 1061, n. L). La dissolutezza non era dammeno in Germania; perfino nel pellegrinaggio che Sigfredo di Magonza ed altri Vescovi fecero nell’anno 1056 a Gerusalemme, questi signori si trassero dietro un lusso, di cui l’eguale è appena credibile. WILKEN, Storia delle Crociate, I, 39.
[122] PETR. DAM., De vita eremitica, opusc. LI, c. 5.
[123] Ibid., c. 8. Domenico entrò una volta nella cella del Damiani orrendamente stravolto in viso, tamquam si pila fuerit ptisanarum more contusus, e sclamò con aria di trionfo, che in quella serata era giunto alla fine nientemeno che di otto salterî. Però il Damiani confessa che il corazzato recitava i salterî soltanto mentalmente. Il santo gli eresse un monumento in una breve biografia che ne scrisse (tom. II, 483). Davasi nome di disciplina eziandio alla flagellazione; i colpi sulla mano dicevansi palmatae, i flagelli scopae.
[124] Ep. 27, lib. VI. Petro cerebroso monacho Petrus peccator et monachus. Con fanciullesca fantasia paragonava la pelle umana ad un timpano sul quale deesi picchiare ad onore di Dio, secondo che dice il salmo 150: «lodate il Signore al suon del timpano». Quia tympanum est pellis arida, ille juxta Prophetam, in tympano Dominum veraciter laudat, qui confectum jejunio corpus per disciplinam verberat. Vedasi altresì l’Opuscul. XLIII, de laude flagellorum, indiritto ai Benedettini di Monte Cassino.
[125] Ecce sales, ecce facetiae, lepores, urbanitates, dicacitates, volumina questionum... Lettera del DAMIANI ad Alessandro e a Ildebrando, nel BARON. ad a. 1061, n. XI.
[126] Alearum insuper furiae, vel scachorum, quae nimirum de toto quidem sacerdote exhibent mimum: Ibid. Egli stesso narra, che avendo un vescovo giocato a scacchi (ludo praefuerat schacorum), e difendendosi con dire che questo giuoco era diverso da quello dei dadi, gli impose la disciplina di tre salterî e l’obligo di lavare i piedi a dodici poverelli.
[127] MURATORI, Ant. It., V, 975; Bolla di piombo di Stefano IV: v’è incisa la figura di una porta di città; sopra è scritto FELIX ROMA.
[128] Il Cod. Vat. 1984 favoleggia che i Romani gli mandassero dietro dei sicarî: Direxerunt post eum Braczutum Transtiberinum Johannem, qui in dicto itinere, ut fertur, venenum dedisse.
[129] AMATO, III, c. 50, dice sdegnosamente dei Pontefici che vennero dopo: Or non parlons plus de la fama et de la subcession de li pontefice de Rome, quar l’onor défailli à Rome puiz que faillirent li Thodesque, quar se je voill dire la costume et lo élection lor, ou me covient mentir, et se je di la vérité, aurai-je l’yre de li Romain.
[130] Cod. Vat. 1984, fol. 201 b: Comites — Gerardo Raynerii filio comes galeriae, et Albericus comes tusculanense et filii Crescentii de monticelly. LEONE DI OSTIA e BONIZONE nominano i medesimi Conti. LAMBERTO: Adjutus factione popularium, quos pecunia corruperat. — Cod. Vat. 3764: Natione Romanus ex Patre Guidone; Cod. Vat. 1984: De regione S. Maria Majoris. Parmi che Benedetto sia stato romano della Città; la madre sua si nota per dimorante in vicinanza della santa Maria Maggiore.
[131] Autentica notizia ne è data dal DAMIANI, Ep. IV, 90 (dal CAJETANI erroneamente riferita a Cadulo). Forse con linguaggio esagerato egli chiama Benedetto X homo stolidus, deses ac nullius ingenii. Leone IX aveva eletto Mincio nell’anno 1050 a cardinale, siccome pone in rilievo il BORGIA. È cosa degna di considerazione che Benedetto X nel secolo decimoterzo fu reputato papa legittimo. Il THEINER (Cod. Dipl. Domin. Temporalis, I, Prefaz., p. V, e n. VIII e IX) registra due delle sue infeudazioni, alle quali Onorio III si riporta così: In autentico b. m. Benedicti Pape predecessoris nostri perspeximus contineri etc., e segue il documento di Benedetto X. Per un anno fu papa senza che trovasse opposizione, e i suoi acta di ordine temporale furono tenuti per validi. Il suo ritratto (fatto a invenzione) è posto fra i medaglioni dei Papi collocati nel san Paolo.
[132] LAMBERTO, ad a. 1059. BENZO ad Heinr. IV, lib. VII, 671, dice che Ildebrando, senza che i Romani ne sapessero cosa alcuna, imprese la elezione del Papa, d’intesa con Beatrice: Erexit alterum idolum — legavit illum miserrimum, quod nil ageret, nisi per ejus jussionis verbum. Tutte esagerazioni fuor di misura. — Alcuni documenti contenuti nel Reg. Farf. (n. 904, 906) hanno la data di Benedetto X all’anno 1058. Nel Luglio 1059 vien detto soltanto: ab Incarnatione etc. (n. 905).
[133] Nella edizione degli Annales Romani, fattane nei Mon. Germ., che li trassero dal Cod. Vat. 1984, è scritto erroneamente a comite de Benedicto Christiano; il codice dice a Leoni. Lo scrittore era bene informato; lo dimostra un documento dell’anno 1060, dove si sottoscrive Leo de Benedicto Christiano (Reg. Farf., n. 935). Quel codice descrive con esattezza gli avvenimenti. Anche qui l’isola Tiberina è tuttavia chiamata insula Lycaonia.
[134] Addì 28 Aprile 1060 Giovanni era ancora prefetto; nel Reg. Farf., n. 935 si sottoscrive: Johanne dom. gr. Romanorum praefectus.
[135] Ad castellum Passarani apud regem qui fuit fil. Crescentii praefecti: Cod. Vat. 1984. Il GFRÖRER (Gregorio VII, I, c. 21) se ne crea «un luogotenente del Re nominato dall’Imperatrice». Sennonchè, giusta documenti, a quest’epoca il figlio di un Crescenzio prefetto si chiamava Regetellus, il qual nome alcuni istromenti accorciano in Rege. Così il Reg. Subl., fol. 71 Rege et Rainuciu germanis filii de domno Crescentio... Seniores, i quali nel 1038 tenevano Sant’Angelo presso Monticelli in affitto dal convento di Subiaco. Anche a fogli 73, nell’anno 1036, i figli di Crescenzio prefetto sono appellati Regetellu e Raino. Vedasi con che facilità possa falsarsi la storia. Cosa somigliante accadde al GFRÖRER col nome romano Petrus de Imperatore o Imperiola, di cui egli si foggiò un Imperatore cittadino. — Passarano, non molto distante da Palestrina, apparteneva, del paro che Monticelli, al monastero di san Paolo, da cui i Crescenzî l’ebbero in feudo. In un catalogo dei beni che il san Paolo possedeva al tempo di Gregorius de Tusculana, vien detto: Castellum Passarani cum rocha sua (Archiv. S. Pauli de Urbe, Vol. 241, fol. 4; copia ne contiene il Mscr. Vatic. 7930, p. 203-207).
[136] Cod. Vat. 1984. Ildebrando andò tosto nelle Puglie ad Riczardum agarenorum comitem et ordinavit eum principem et pepigit cum illo foedus — Tunc dictus princeps misit tres comites suos cum nominato archidiacono rome cum 300 militibus agarenorum in auxilium Nykol. pont. — Come talvolta fa BENZONE, così lo scrittore di questi Annali, partigiano dell’Impero, chiama per bile i Normanni con nome di Agareni. La loro prima spedizione puossi col JAFFÈ fissare giustamente al Febbrajo.
[137] I sette Cardinali vescovi (Episcopi collaterales) di Ostia, di Porto, di santa Rufina o Silva Candida, di Albano, della Sabina, di Tusculo e di Preneste celebravano funzione nel Laterano; sette Cardinali preti erano ripartiti nelle basiliche di san Pietro, di san Paolo, di santa Maria Maggiore e di san Lorenzo. Gli Abati di san Paolo e di san Lorenzo erano altresì cardinali. Oltracciò, su dieciotto Diaconie v’avevano allora dodici Cardinali diaconi e sei Diaconi palatini. Vedi il Registro rituale nel BARONIO, Annal., ad a. 1057, n. XIX, e il frammento nel MABILLON, che di qualche poco se ne discosta (Mus. It., II, 574).
[138] Ep. ad Card. Episcopos, nel BARON., ad a. 1061, n. L: ita nunc ap. sedis aeditui, qui spirituales sunt universalis Eccl. Senatores, huic soli studio debent solenter insistere, ut humanum genus veri Imperatoris Christi valeant legibus subjugare. Nell’Ep. XX, lib. I, indiritta a Cadulo egli pone i sette Cardinali vescovi al di sopra di tutti i Patriarchi della Chiesa.
[139] Salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui in presentiarum rex habetur, et futurus imp. Deo concedente speratur, et sicut jam mediante ejus nuntio Longobardie Cancellario Wiberto concessimus, et successoribus illius, qui ab Ap. Sede personaliter hoc jus impetraverint. Il decreto è riportato completamente nel Chron. HUGONIS, II, 408, indi con qualche divario nel Chron. Farf., p. 645. MANSI, XIX, 903; Mon. Germ. Leges, II, 177, app. Può darsi che il decreto fosse publicato soltanto dopo avvenuta l’infeudazione normanna. Contrariamente affatto alla verità storica, nel privilegio onorifico del Re tedesco il GFRÖRER, p. 581, ravvisa il diritto esclusivo di proporre i candidati all’elezione.
[140] Riccardo ottenne il completo dominio della città soltanto ai 26 Maggio del 1062 (DE MEO, Annali di Napoli). Vittore III vide i figli dell’ultimo Principe longobardo di Capua andar mendicando per la campagna. — GIANNONE, lib. IX, sulla fine. Landolfo (m. 842) aveva tolto a Salerno l’antico castaldato di Capua: suo figlio Lando nell’anno 856 edificò Nuova Capua presso al Pons Casilinus. Sotto a Pandolfo «testa di ferro» Capua era diventata principato.
[141] Il GIANNONE (lib. X, 190) si meraviglia della grande efficacia che avevano le scomuniche a quell’età, e chi scrive questa Storia della città di Roma le vide usate anche oggidì ai medesimi intendimenti. Vedi la Bolla di Pio IX contra invasores et usurpatores aliquot provinciarum pontificiae ditionis. Datum Romae apud S. Petrum d. 26 Martii A. 1860.
[142] I Pontefici derivarono il loro diritto dalle donazioni degli Imperatori, da Costantino ad Enrico II, e il MURATORI pensa che precisamente in quest’età s’introducessero nei Diplomi di Lodovico, di Ottone e di Enrico le addizioni riguardanti Benevento, le Calabrie e la Sicilia.
[143] DEUSDEDIT, ALBINO e CENCIO riferiscono, senza data, il giuramento di Roberto. Un secondo giuramento, più lungo, registrato da ALBINO, incomincia: Ego Robertus Dei gr. et sci. Petri Dux Apulie et Calabrie et utroque subveniente futurus Sicilie ab hac hora et deinceps ero fidelis S. R. Eccl. et Tibi Domino meo Nicol. Ppe. etc. etc. — Era allora in uso la formula: Fidelis ero S. R. E. et Dno. meo N. N. Ppe. suisque successoribus qui meliorum cardinalium electione intraverint. Così giurava ogni uomo feudale, ogni rettore di un Patrimonium. ALBINUS, Vatican. fol. 136 a, e CENCIUS, Riccardian., fol. CXX: Juramentum Rectoris patrimonii.
[144] Nam non solum Tusculanorum, et Praenestinor. et Numentanor. superbiam calcaverunt, sed et Romam transeuntes Galeriam et omnia castra Comitis Gerardi usque Sutrium vastaverunt, quae res Romanam urbem a Capitaneorum liberavit dominatu: BONIZO, p. 806.
[145] Il conte Gerardo morì prima del 1068. Il suo figliuolo, mi cred’io, fu Comes della Marittima, come allora s’appellava il tratto della costiera tusco-romana. Ego Girardus inclitus comes filius bon. mem. Gyrardi incliti comitis, habitator in Territorio Maritimano (Reg. Farf., n. 995, a. 1068). Ei vi dona a Farfa la chiesa, il castello e mezzo il porto di santa Severa.
[146] Cod. Vat. 1984, il cui barbarico compilatore è meglio informato di quello che siano LEONE DI OSTIA e BONIZONE. È pertanto da accogliersi per vero che la sottomissione assoluta di Benedetto X avvenisse nell’autunno dell’anno 1059. I Cataloghi dei Papi gli attribuiscono nove mesi e venti o ventidue giorni di reggimento, e ne pongono la fine al Gennaio 1059, quando Nicolò lo cacciò di Roma. Il JAFFÉ conta la sua assoluta cessazione (a mio credere è errore) di già nell’Aprile: così fa eziandio il GIESEBRECHT.
[147] È prezzo dell’opera di conoscere quali fossero i Romani più ragguardevoli di questa età. Un placito di Nicolò II per Farfa, dei 28 Aprile 1060, gli specifica in qualità di giudici o boni homines. Alcuni di loro erano signori di campagna; pochissimi abitatori di città. Si sottoscrivono dopo del Papa, dopo dei Cardinali e dei Vescovi, e dopo di Giovanni prefetto della Città e dei giudici palatini. Eccoli: † Cencius de Pf. (Praefecto). † Leo de Benedicto Christiano, † Albertus de Otto Curso, † Johannes Braciuto. † Conte de Johanne Guidone. † Bertramo frater ejus, † Benedictus de episcopo. † Cencius Frajampane subscripsi, † Petrus de Beno de Maroza. † Berardus de Rainerio de Curte, † Johannes de Balduino subscripsi. † Leo de Azo. † Petrus de Alberico. † Octavianus filius Alberici. † Gregorius filius Gregorii (questi tre sono tusculani). † Bernardus de Torena. † Johannes de Tusculano. † Ratterius Adulterinus. † Genzo de Siginulfo. † Monticellus. † Piro de Hermerardo. † Johannes de Faida. † Durantus de Johannis de Atria. † Petrus de Anastasio. † Johannes de Petro Vitioso. † Berardus filius Johannis de Berardo. † Johannes de Stefano Rifice (forse Orefice). † Baroncellus gener de Maiza. † Petrus Obledanus. † Guittimanus. † Conte Tigrinus de Tuscana. † Guido neptus ejus. † Sarracenus de Sancto Eustatio. † Ego Defranco de Sancto Eustatio. † Bonofilius Lanista. Ego Alexius scrinarius S. R. E. complevi et absolvi (Reg. Farfa, 935, edito dal GALLETTI, Gabio, p. 154). Il maggior numero di questi nobiluomini è di parte decisamente pontificia, quantunque nell’istromento compajano Cencius de Praefecto e alcuni Tusculani. Non si dimentichi che la carta rimonta all’anno 1061, quando Roma era in istato tranquillo.
[148] Il Cod. Vat. 1984 nomina questi Romani partigiani dell’Impero; alla loro testa trovasi Cencius, il quale, tempo prima, aveva sottoscritto l’istromento più sopra detto: Cencius Stephani praefecti cum suis germanis, nec non et Cencio et Romano germani, Barunci filii, hac Belizzon Titonis de Caro, et Cencio Crescentii Denilla erant cum dicto Cadulo, eo quod erant fideles imperatoris. Da quest’epoca il nome Cencius diventa così usato, come per lo innanzi era stato quello di Crescentius, di cui il primo è l’abbreviazione.
[149] Mittunt ei clamidem, mitram, anulum, et patricialem circulum per episcopos, per cardinales, atque per senatores, et per eos qui in populo videbantur praestantiores: BENZO, ad Heinr. IV, lib. VII, 672. Cod. Vat. 1984; BERTHOLDI Annal., ad a. 1061; BERNOLDI, Chron.
[150] Gli incominciamenti republicani di Milano possono prender partenza dall’anno 1056, quando avvenne la morte di Enrico III; e il GIULINI, Memorie di Milano (lib. XXIII), dice: «non comparisce mai più dopo quest’anno l’epoca reale o imperiale nelle carte milanesi.»
[151] Multitudo clericorum quae in ead. Eccl. innumerabilis ut harena maris: BONIZO, p. 805.
[152] Eisque paupertatem improperantes Paterinos i. e. pannosos vocabant: BONIZO, pr. 805. Il nome significa, presso a poco, canaglia di straccioni, ma BONIZONE gli appella gloriosum genus Paterinorum. Il concetto ricompare nei Gueux dei Paesi Bassi. Sugli incominciamenti dei Paterini vedasi il GIESEBRECHT, Storia dell’Impero germanico, III, c. 2.
[153] Il PURICELLI (de SS. Martyr. Arialdo et Herlembaldo) ha dedicato un capitolo alla famiglia dei Cotta (p. 168 e segg.). Adesso per la prima volta campeggia essa in Milano, dove, secondo la tradizione, avrebbe immigrato con santo Ambrogio, venendo di Roma. Quando i Re d’Italia si coronavano a Milano, era consuetudine che due dei Cotta di Porta Nuova induti cottis albis debent imperatorem ponere super cathedram marmoream, quae est post altare S. Ambrosii. In che tempo i Cotta siano migrati in Germania, m’è ignoto. Questo nome antico, romano e milanese, adorna il frontespizio di questa «Storia della città di Roma» (a).
(a) Il suo testo originale escì in Germania coi tipi di J. G. COTTA, rinomato editore e libraio di Stuttgardt. (N. del T.)
[154] BENZONE, VII, 672, dice che Riccardo di Capua ricevesse un migliaio di libbre, e al lib. II, c. 3, cita per nome i Romani che aderivano alla parte di Ildebrando: Cum Leone procedenti de judaica congregatione, simulque cum Cencio Frajapane atque Brachiuto Johanne (Braciuto, Braczutus, uomo di Transtevere: Reg. Farf., n. 935 e Cod. Vat. 1984). Qui per la prima volta emerge la famiglia Frajapane. Nei documenti principia a trovarsi nel 1014 con Leo qui vocatur Frajapane: sottoscrizione apposta ad un istromento riportato nel MITTARELLI, n. XCIII, e nel MURATORI, Ant. It., IV, 797.
[155] BERNOLDI Chron., ad a. 1061: Chadelo Parmensis Ep. 7 Kal. Nov. Papa eligitur et Honorius appellatur, papatum nunquam possessurus. Sed vicesima septima die ante ejus promotionem Lucensis Ep.... ordinatus. La Discept. Syn., (DAM. Op.., III, 28) dichiara essere stato presente all’elezione di Onorio anche l’Abate di santo Andrea Clivi Scauri. PAOLO BERNRIED, Vita Gregor. VII, c. 46, nomina Cencio, Nicolò, e Bertramo quali ambasciatori dei Romani. — Sulle condizioni in cui trovavasi a quel tempo Parma vedasi IRENEO AFFÒ, Storia della città di Parma (Parma, 1792, II, 76).
[156] Benzone era un adulatore della corte tedesca, come prima di lui vedemmo essere stato Liudprando, la cui Legatio forse gli stava fitta in mente a modello. È un ampolloso e triviale spaccone, ma il suo latino, barbaramente misto di prosa e di versi, riesce sì comico e spesso anche inventore di nuove forme di lingua, da far ricordare il RABELAIS. Forse che sarebbero sue alcune delle poesie raccolte fra i Carmina Burana? BENZONIS Episcopi Albensis ad Heinricum Imp. libri VII, Mon. Germ. XIII, 591-681. Vedi su di ciò le ricerche del LINDERER, nel Vol. VI degli Studî di storia tedesca.
[157] Ad palacium Octaviani (BENZO, II, c. 1). Lo STENZEL colloca inesattamente il palazzo sull’Aventino, e nello stesso errore cade anche il WATTERICH, I, 271. Era posto sul Campidoglio, vicino a santa Maria in ara Coeli, dove aveva suo luogo la leggenda di Ottaviano e della Sibilla.
[158] Anche officiali laici, benanco Conti e Duchi portavano allora in capo mitre alte simili a quelle dei Vescovi. La loro forma può vedersi nelle miniature del Codice di DONIZONE, dove Tedaldus Marchio, rappresentato in atto di sedere, tiene una mitra rotonda in testa: la contessa Matilde ne porta una alta che ha la forma di un pan di zucchero.
[159] Ad quoddam hypodromium, quia ibi regiae mandatelae videbantur esse competens auditorium. Non ho cosa alcuna da opporre se qui, a vece del Circo Massimo, voglia credermi che fosse quello Flaminio, poichè era situato sotto al Campidoglio. Intorno a questo stesso tempo l’antico teatro dei Milanesi era il luogo dove si raccoglievano i loro parlamenti cittadini: GIULINI, II, XXI, 314.
[160] BENZO, lib. II, c. 3: Nicolaus magister s. Palatii, oriundus de genere antiquo Trebatii. Sebbene il Trebatius possa essere una trovata per accontentare la rima, è tuttavia meravigliosa la smania crescente dei Romani di voler discendere da famiglie antiche. Alcuni di questi nomi, come quelli Saxo, Bulgaminus (BENZONE scrive erroneamente Bulgamenes), Berardus, Bonfilius s’incontrano in documenti; e questi guarentiscono l’esattezza del racconto di BENZONE, il quale di cose romane è bene informato.
[161] Dove s’udì mai, dic’egli, che l’elezione pontificia sia riposta in mano di frati accattoni? heri venerunt mendicantes — eorum panniculi erant sine utraque manica, in dextro latere pendebat cucurbita, in sinistro mantica, barbata vero genitalia nesciebant sarabara (brache): et hodie coram elevato simulacro resonantibus tubis perstrepunt taratantara (II, 4)? È veramente un RABELAIS in diminutivo.
[162] L’editore di BENZONE, nei Mon. Germ., dichiara in nota erroneamente, che questa Galeria etrusca, presso all’Arrone, sia lo stesso che ponte Galera fra Ostia e Roma.
[163] Transivimus Tyberim ad portum Flaiani, dice BENZONE. Il GIESEBRECHT (Annales Altahens., p. 217, not. 1) corregge malamente in portam Flaminii. È il guado del Tevere presso a Castrum Flajanum (il Flavianum antico), ventisei miglia distante da Roma. Chron. Farf., p. 618: S. Mariae quae est ad pontem de Flajano in territorio Collinesi infra Castellum, quod dicitur Flajanum (p. 559, 574). Il Territorium Collinense era posto suptus montem Soractem (Reg. Farf., n. 702 e fol. 1197). Da Flajanum derivò l’odierno Fiano in vicinanza del Tevere.
[164] Così sono registrati i loro titoli nel Reg. PETRI DIACONI, che appartenne alla famiglia medesima. Gregorio, figlio di Alberico III e fratello di Benedetto IX, si appella nel 1063 consul romanor. In un documento del 26 Dicembre 1066 (nel COPPI, Memor. Colonn., p. 24, tolto dal GATTULA, Hist. abbat. Casin., I, 235), il fratello suo si chiama Dom. Petrus excellentiss. vir Consul et Dux atque omnium Romanor. Senator. Non si può conchiudere col CURTIUS che egli effettivamente avesse podestà nella Città: quel titolo era ereditario nei Tusculani.
[165] Il FIORENTINI, Memorie di Matilde, I, 72, non descrive del tutto esattamente questi avvenimenti, perocchè taccia dei negoziati corsi fra Goffredo e Cadalo, che pur sono fatti manifesti dalla lettera di Pier Damiani indiritta al Duca.
[166] Secondo gli Annal. Camald., II, XVII, 236, il Damiani tornò alla vita eremitica nell’Ottobre 1060. Nella sua Apologetica ad Ildebrando e ad Alessandro egli dipinge con amara arguzia, ma con grandissima verità l’animo dispotico del primo: blandus ille tyrannus, qui mihi Neroniana semper pietate condoluit, qui me colaphizando demulsit — hanc querulus erumpet in vocem: Ecce latibulum petit, et sub colore poenitentiae Romae subterfugere quaerit etc. Il bizzarro frate fabbricava cucchiai di legno, che mandava in dono al Papa con questi versi:
Dent alii fulvum trutina librante metallum; Sed mundus vivit, quia ligno vita pependit; Sic modicum magno lignum pretiosius auro...
(IV, p. 49).
[167] Dom. Godefredo excell. Duci et Marchioni Petrus peccator monachus, zeli ferventis obsequium; dal BARONIO erroneamente registrata all’anno 1064. La sua scrittura apologetica sulla elezione di Alessandro è intitolata: Disceptatio synodalis inter Regis advocatum et S. E. Defensorem. Qui sofisticando rinnega l’opinione anteriormente professata sul diritto regio di Enrico III.
[168] BONIZO, ad Am., p. 807: Adjuvantibus Capitaneis et quibusd. pestiferis Romanis noctu civitatem Leoninam intravit et Ecc. b. Petri invadit — consilio Cencii cujusd. pestiferi Romani castrum s. Angeli intravit, ibiq. se tutatus est.
[169] Decretum est post hec ex consulto senatus, ut per vices custodirent urbem ex contiguis civitatibus sufficiens comitatus: BENZO, II, c. 18. Ogni podestà in Roma era tenuta allora dai capitani, ossia dall’alta nobiltà de’ feudatari pontificî che erano nella provincia e nella Città: doveva essersi costituita una republica formale con parlamenti della nobiltà.
[170] Il DAMIANI ad Annone, Ep. VI, lib. III; e al giovine Re, Ep. III, lib. VII: Serpens lubricus, coluber tortuosus, stercus hominum, latrina criminum, sentina vitiorum, abominatio coeli, naufragium castitatis etc. I Santi sapevano muover a forbice la lingua, e imitavano per bene il Pulcinella BENZONE, il quale (V, 648) diceva:
Sed Prandelli Asinander, asinus haereticus, Congregavit Patarinos ex viis et sepibus, Et replevit totam terram urticis et vepribus.
[171] Ep. III, c. 1. E dice argutamente: Romani perdiderunt unum ex Apostolis. Normanni enim — castrum s. Pauli, altera pars imperii, aspirant sibi subjicere — et cito perventuri in Capitolium, quod erit Suevis in alterum obprobium.
[172] Se egli vivesse oggidì, in quest’anno 1862, nel quale sta per iscomparire l’ultima reliquia dell’Impero tedesco in Italia, Benzone udrebbe risonare in Germania anche questa invocazione: a Lombardia et Venetia libera nos Domine.
[173] Dignus est ergo, ut de militibus Romanis faciat dominus noster rex senatores, de senatoribus exaltet ad principum honores (III, 24). A meno che queste parole non siano altro che pure frasi, potrebbero esse dimostrare che l’Imperatore continuava ad eleggere Romani a dignità cittadine.
[174] BONIZO, ad Am., p. 807: Unoque clientulo contentus, unius jumenti adjumento inter oratores Bercetum aegre pervenit. Questo avveniva nell’anno 1066.
[175] Cotali avvenimenti sono descritti negli Annales Altahens., p. 105, 183 segg. (ed. GIESEBRECHT). Cadalo viveva ancora addì 5 Aprile 1071. Vedi i documenti n. 29 e 30 nel Vol. II della Storia di Parma dell’AFFÒ.
[176] Homuncionem exilis staturae, despiciabilis parentelae: GUGL. DI MALMSB., III, de gest. Anglor., nel BARONIO Annal., ad a. 1061, n. 31. Residens in palatio, militiam Romanam quasi imperator regebat, dice LANDOLFO, Hist. Med., III, c. 15. ALFANO, arcivescovo di Salerno, cantò di lui in un’ode, nella quale esclama:
Roma quid Scipionibus Caeterisque Quiritibus Debuit mage quam tibi? Cuius est studiis suae Nacta via potentiae.
A questo può paragonarsi il carme panegirico di BENZONE su Enrico IV (IV, lib. 6), che non è meno azzeppato di reminiscenze romane:
Tantus es, o Caesar, quantus et orbis; Cis mare vel citra tu leo fortis, Presso namque tua calce dracone, Victor habes palmam cum Scipione.
[177] Ad Hildebrandum.
Papam rite colo, sed te prostratus adoro: Tu facis hunc dominum, te facis ipse deum.
Vivere vis Romae, clara depromito voce: Plus domino Papae, quam domno pareo Papae.
(Carmina, nel tom. IV.)
[178] LUPUS PROTOSPATA, ad a. 1066. LEONE DI OSTIA, III, c. 23: cum — subjugata Campania, ad Romae jam se viciniam porrexisset, ipsiusque jam urbis patriciatum omnibus modis ambiret.
[179] LEONE DI OSTIA, III, c. 25.
[180] Et hoc primum servitium excellentissima Bonifacii filia b. Apostolor. Principi obtulit: BONIZO, ad Am., p. 809.
[181] Aquino, terra nativa di Giuvenale, appartenne fin dal secolo decimo a Conti longobardi della famiglia di Landolfo. Nell’anno 1045 Gaeta scelse per duce quel conte Adenolfo. Riccardo era signore supremo di Aquino; però vi rimanevano i Conti, dalla cui discendenza sortì i natali Tomaso di Aquino. Il Cod. Diplom. Aquinas, che si conserva a Monte Cassino, va dal 950 al 1548. La storia di quella città fu scritta da D. PASQUALE CAIRO (Storia sacra e profana d’Aquino, Napoli 1808).
[182] BONIZO, ad Am., p. 809. AMATUS, III, c. 10. LEONE DI OSTIA, III, c. 25. La Cronica di Amalfi (MURAT., Antiq. It., I, 213) dice perfino: Riccardus fugavit Gotfridum. Gli Annales Beneventani: A. 1066 Dux Cottefrydus venit in Campania, ma gli Annal. Cavenses registrano esattamente all’anno 1067: Gotfridus dux cum valido exercitu in Campaniam venit usque Aquinum.
[183] Lettera prima del DAMIANI a lei indiritta: Opuscul. 50, tom. III, 854. Agnese andò a Roma soltanto nell’anno 1067. Vedi la nota 31 al Chron. di Sigberto, a. 1062, nei Mon. Germ., VIII, 361. Nell’anno 1072 tornò ella a Germania per breve tempo.
[184] LANDULF. SENIOR., III, c. 14, ne dipinge la persona: Herlembaldus — ex magna prosapia capitaneorum oriundus, miles ut natura dabat strenuissimus, barbam ut usus antiquus exigebat, quasi purpuream gerens, tenui vultu, oculis aquilinis, pectore leonino, anima admirabili.
[185] Acta Sctor. 27 Jun., p. 291: Alexander in pubblico Consistorio vexillum s. quod nominavit vexillum s. Petri, Herlembaldo dedit; eumque Romanae et universalis Ecclesiae vexilliferum fecit. Il milanese ARNOLFO a questo soggetto nota malignamente, che san Pietro non aveva mai inalberato una bandiera assassina di quella fatta, ma per sua impresa aveva tolto questo motto: Qui vult post me venire abneget se ipsum. Gli Acta Sctor., p. 279, tengono memoria di un quadro antico esistente in san Babila a Milano, dove accanto a santo Ambrogio era raffigurato Erlembaldo da miles armatus, col vessillo in pugno.
[186] Parecchie volte il Papa delegava tuttavia de’ giudici per luoghi lontani, affinchè vegliassero ai diritti della Camera pontificia. Così nel DAMIANI (De vita s. Rudolphi, II, 497) compare un romano Stefano da judex s. Palatii in Osimo: la cosa certo rimonta al tempo di Vittore II, quando questi governava Spoleto, Fermo e la marca di Ancona in nome dell’Imperatore.
[187] Così in Ostia, il banno di Conte spettava al Vescovo. Il Damiani, che aveva in animo di rinunciare al suo Vescovato, ringrazia Alessandro II di averlo già sbarazzato del comitato: Vos Ostiensem comitatum mihi subtraxisse et alii tradidisse ecc. (Ep. XV, 30).
[188] Il Reg. Farf., n. 935 (28 Aprile 1060) dimostra che il procedimento dei giudizî era pari affatto a quello del secolo decimo. Ivi Nicolò II restituisce a Farfa i beni rapiti dai Crescenzî, dopo di avere incaricato il prefetto Giovanni di esaminare i titoli giuridici. Un istromento degli 8 Ottobre 1072 (Reg. Farf., n. 1010) ci fa conoscere che il tribunale era composto di Ildebrando in qualità di Viceregens del Pontefice, assidentibus episcopis et presbyteris, cardinalibus nec non praefecto, judicibus ac Romanor. majoribus. La sentenza è pronunciata secondo il giure giustinianeo; de’ giudici longobardi di Farfa non si discorre più.
[189] Se si stia a BONIZONE, p. 811, Stefano fu prefetto al tempo di Alessandro II; del figliuol suo Cencio dice poi che voleva diventare prefetto, defuncto patre temporibus Papae Alexandri (non Nicolai, come crede lo STENZEL, p. 203). Nel Reg. Farf., n. 935, Cencio si sottoscrive coll’addiettivo de Praefecto. LAMBERTO (Annal., ad a. 1076) lo chiama generis claritate et opum gloria eminens, però erroneamente lo appella prefetto. BERTOLDO una volta lo denota non inesattamente col nome Crescentius, e BENNONE (Vita Gregorii VII, 78) lo nomina Cencius judicum primicerius, locchè può essere giusto. Il candidato avverso a lui è da BONIZONE espressamente appellato suo _aequivocus, Cencium cujusd. Johannis Praefecti filiu_s. LAMBERTO e BERTOLDO scrivono Quintius; PAOLO BERNRIED, Cencius; il DAMIANI, Cinthius, come io vo’ denominarlo, soltanto per distinguerlo da quell’altro.
[190] Nam in s. Petri ponte turrim mirae magnitudinis aedificans omnes transeuntes reddidit tributarios: BONIZO, ib. — PAOLO BERNRIED, c. 46: Ut in ipsa turri, quam mirae magnitudinis supra pontem s. Petri construxerat viros sicarios poneret. Non già per questo deesi credere che la torre fosse rizzata proprio sopra del ponte.
[191] BONIZONE paragona Cinzio, prefetto della Città, ad Erlembaldo.
[192] Constat ergo quemlibet christianum esse per gratiam Christi sacerdotem: così il DAMIANI osava ancora di dire. V’hanno due lettere di lui indiritte a Cinthio Urbis praefecto, e dice: Dum concinaremur ad populum, ita locutus es, non ut praefectum reipublicae, sed potius ut sacerdotem decebat ecclesiae.
[193] Multas siquid. advers. te fieri querelas audio ab his, qui negotiorum causas habent; quia videlicet legalis judicii sanctionem a te obtinere non praevalent. — Justitiam ergo facere, quid est aliud quam orare: Ep. II.
[194] Sembra che Beatrice, la quale non ebbe figli da Goffredo, sia vissuta in casta continenza. A lei scriveva il DAMIANI: De mysterio mutuae continentiae, quam inter vos, Deo teste, servatis etc.; e Goffredo, presso alla tomba dell’Apostolo, gli avrebbe fatto conoscere esser suo desiderio pudicitiae perpetuo conservandae (Ep. 14, lib. 7). La storia arcana delle due donne rivelerebbe di molti intrighi. Se si stia al FIORENTINI, p. 103, il matrimonio di Matilde non sarebbe avvenuto prima del 1069 o del 1070.
[195] Anche a lei scriveva il DAMIANI: Adelaidi excellent. Duci, Opusc. XVIII, 412, e la paragona a Debora. Dice che Dio ama soltanto tre specie di donna, virgines cum Maria, viduas cum Anna, conjuges cum Susanna. — BENZONE, V, 11, le scrive financo: Domnae Adelegidae Romani Senatus Patriciae, di che fa omai le meraviglie il CURTIUS, de Senatu, p. 217. Questo titolo, che dopo di Marozia era divenuto inusato, è forse un trovato dell’adulazione di BENZONE? oppure i Romani accoglievano nella loro aristocrazia nobili donne?
[196] Fu egli stesso che compose il suo epitaffio (Opera, T. IV, p. 51):
Quod nunc es, fuimus; es, quod sumus, ipse futurus. His sit nulla fides, quae peritura vides. Frivola sinceris praecurrunt somnia veris, Succedunt brevibus secula temporibus. Vive memor mortis, quo semper vivere possis; Quidquid adest transit, quod manet, ecce venit...
[197] Le porte in bronzo della chiesa (appartengono al tempo di Desiderio) sono coperte dei nomi delle terre che allora possedeva l’Abazia. Fra gli altri io vi lessi questi: S. Angelus de Algido, S. Agata de Toscolana, in Roma S. Maria de Palava cum pertinentiis illorum. Per tutto il resto basta scorrere nella Cronica il catalogo dei donativi d’oro e d’argento che vi affluirono di mano del Guiscardo e della eroica sua moglie Sigelgaita, la quale si fece ivi seppellire. Anche l’imperatrice Agnese visse colà un sei mesi, esercitandosi in opere di penitenza.
[198] Ho veduto coi miei occhi la pergamena originale (stampata nel TOSTI, I, p. 408). Alessandro II dichiara in essa che gli fu mostrato il corpo di san Benedetto, trovato durante la riedificazione della chiesa, illeso da qualsiasi danno. Per tal modo i frati contestarono la credenza che i Franchi lo avessero rubato. Gregorio scriveva con caratteri netti e belli: Ego Yldibrandus qualiscumque Romanae Ecclesie Archidiaconus ss.; egualmente vidi anche in una bolla di Vittore II, la quale ei segna tuttavia in qualità di cardinale suddiacono: Heldibrandus cardinalis subd. sce. romane eccle. dando consensit et subscripsit. Pertanto scriveva egli il suo nome in forma varia.
[199] LEONE DI OSTIA descrive minutamente la edificazione e la consecrazione della novella basilica (III, c. 28). ALFANO, amico di Desiderio, intervenuto anch’egli alla festa, magnificò l’avvenimento in un poema (edito dall’OZANAM, Documents inédits etc., p. 261, segg.); altri poeti non furono meno affaccendati a cantarne (Cod. Mont. Casin., 47, fol. 22).
[200] I Cataloghi dicono: nat. Tuscus; il Cod. Vat. 1437 aggiunge: Patria suanensis opido Ronato; le Biografie pontificie scrivono; Patria Suanensis oppido Rovaco (vedansi il WATTERICH, I, 293 e 308, e il GIESEBRECHT, III, 1049): soltanto UGO FLAVIGN., Chron., II, 122, lo appella erroneamente romano di Roma. Il nome Ildebrando trovasi spesso usato fra i Longobardi; Bonizone è un abbreviato di Bonifacio ossia Boniperto. Sono speciali d’Italia, nel secolo undecimo, i diminutivi di nomi longobardi, colla terminazione izo a vece di quella bert: così troviamo Rapizo, Roizo, Berizo, Albizo, Gepizo, Guinizo, Gunizo, Ingizo, Herizo (Heribert). Le famiglie longobardiche di Gregorio VII e di Napoleone (Bonipert) appartengono allo stesso paese, istessamente come si somiglia la specie dell’indole loro. La leggenda bandì che Ildebrando facesse portenti fin da fanciullo; dalla sua testa divampò fuoco, e, bambino, avrebbe composto con fuscelli di legno queste parole: Dominabitur a mari usque ad mare.
[201] WIDO DI FERRARA, nemico di Gregorio, descrive vivacemente la scenata dell’elezione, che s’aveva prima di lunga mano combinato: Concursus factus est populi, Ildebrandus capitur, Ild. discerpitur, Ild. distraitur, Ild. eligitur. Il decreto di elezione trovasi al principio dei Regesti di Gregorio. Gli aderenti di Enrico, quali sono WIDO, BENZO ecc., attribuiscono la sua elezione a broglio, e LANDOLFO SENIORE, Hist. Mediol., III, c. 31, dice che fu opera di Matilde: Pacto secretissimo cum Oldeprando — nec non qui plurimis Romanis ossibus Albini et Rufini sparsis etc. (espressione bernesca usata a quel tempo per significare l’argento e l’oro).
[202] Terribilis, terribilis iste locus, disse Bernardo a Eugenio III, quando questi salì alla santa sede. — Nimis expavit, et quasi extra se raptus cucurrit ad pulpitum, cupiens populum ipsum frequentem sedare, et a sua intentione retrahere: CARD. ARAGON, p. 304.
[203] È quasi fuor di dubbio che Gregorio non ricercò l’assentimento di Enrico. Che questi l’abbia dato lo afferma soltanto BONIZONE; altri lo negano. Vedi FLOTO, Storia di Enrico IV, Vol. II, nel principio. Di un formale assentimento non puossi pur pensare.
[204] Constitutio inter D. Gregorium Pp. VII et Landulphum Beneventanum Princip. dei 12 Agosto: Reg. Greg. I, ep. 18 a, ed. JAFFÉ nella Bibl. rer. German., II, Monumenta Gregoriana. LANDOLFO professa di essere assolutamente vassallo, e protesta che, se non manterrà obbedienza al Papa, amittat suum honorem. — L’altro trattato di Capua ai 18 Kal. Octbr., è contenuto nel Reg. Greg. I, ep. 21 a, ibid. p. 36.
[205] Reg. I, ep. 25, ad Erlembaldo: Normanni, qui ad confusionem et periculum reipublicae et S. E. unum fieri meditabantur, in perturbatione in qua eos invenimus nimis obstinate perseverant, nullo modo, nisi nobis volentibus, pacem habituri.
[206] G. in Rom. Pontif. electus omnib. Principib. in terram Hispaniae proficisci volentibus... non latere vos credimus, regnum Hyspaniae ab antiquo proprii juris S. Petri fuisse: Reg. I, ep. 7.
[207] Per la Boemia, Reg. I, 38; II, 7. Per la Sardegna, Reg. I, 29, 41. — Così ammonisce egli Salomone re di Ungheria: Sceptrum regni quod tenes, correcto errore tuo, apostolicae non regiae majestatis beneficium recognoscas. Chi legge crede appena a’ proprii occhi. Reg. II, 13. — A Geisa, Reg. II, 63, 70. — A Demetrio (rex Ruscorum), quod regnum illud dono s. Petri per manus nostras vellet obtinere eidem Petro ap. principi debita fidelitate exhibita, devotis precibus postulavit; locchè sarebbe anche avvenuto: Reg. II, 74. — Demetrio re di Croazia e di Dalmazia prestò alla Chiesa giuramento di vassallaggio, e diede un annuo tributo di duecento bizantini de mihi concesso regno. Il giuramento, dell’Ottobre 1076, Ind. XIV, è registrato nel Cod. Albin., fol. 133, donde CENCIO lo trasse.
[208] A Guglielmo di Borgogna, dei 2 Febbrajo 1074: Reg. I, 46. — Alla Cristianità, del dì 1 Marzo 1074: Reg. I, 49. — Agli Ultramontani, dei 26 Dicembre 1074: Reg. II, 37. — Ad Enrico, dei 7 Dicembre 1074; Reg. II, 31: Si illuc, favente deo, ivero, post Deum tibi Rom. Eccl. relinquo, ut eam et sicut sanctam matrem custodias, et ad ejus honorem defendas: così il testo registrato nel JAFFÈ, ut supra, pag. 145. La lettera è zeppa di proteste d’amore. Ricordevole del biasimo inflitto a Leone IX, Gregorio diceva di non volere spargere il sangue de’ cristiani, ma di voler con terrore indurre i Normanni a pace.
[209] BONIZO, p. 812. Il Reg. I. 84, è dato: in expeditione ad montem Cimini, 2 Id. Junii, Ind XII. — Il Reg. I, 85 all’Imperatrice: data in expeditione ad s. Flavianum 17 Kal. Julii Ind. XII. — AMATUS, IV, c. 13: Et un lieu qui se clame mont Cymino fu assemblé lo pape, et Gisolfe prince de Salerne... Intorno a queste cose dell’Italia meridionale vedasi fra altro la Dissertazione di G. WEINREICH, De conditione Italiae inferioris Gregorio VII Pont., Königsberg, 1864, n. II.
[210] Che i padri di Matilde fossero longobardi, lo si apprende da documenti (nel BACCHINI e nel FIORENTINI). Da parte del padre professava ella diritto longobardico; da parte di suo marito Goffredo professava legge salica: Ego qui supra Matilda Marchionissa professa sum ex natione mea legem vivere videor Lantgobardorum, sed nunc modo pro parte suprascripti Gottifredi qui fuit viro meo legem vivere videor Saligam (docum. dell’a. 1079, nel FIORENTINI, app. VII).
[211] Sua madre morì ai 18 Aprile del 1076 in Pisa: in quel Camposanto se ne vede il sarcofago, con suvvi un rilievo che rappresenta Ippolito e Fedra, e con questa iscrizione:
Quamvis peccatrix sum domna vocata Beatrix; In tumulo missa iaceo quae comitissa.
ALFREDO REUMONT, Tavole cronologiche e sincrone della Storia Fiorentina, all’anno 1076. In questo stesso anno Goffredo fu in orribil guisa assassinato, e Matilde d’allora in poi governò da sola i suoi dominî. Spesso presiedette in persona a’ tribunali, parimente come aveva fatto Teofania. I suoi suggelli hanno questa scritta: MATHILDA DEI GRATIA SI QUID EST.
[212] BONIZO, p. 811. Anche i Cardinali sapevano rubare per benino. L’officiatura settimanale del san Pietro era ripartita fra i Cardinali di s. Maria, di s. Crisogono, di s. Cecilia, di s. Anastasia, di s. Lorenzo, di s. Marco e dei ss. Martino e Silvestro. Bolle pontificie avevano regolato la distribuzione delle offerte che pervenivano all’altare di san Pietro. Le oblazioni che ivi si deponevano, non fosse altro quelle che si raccoglievano in tempo di Pasqua, erano tanto grandi, che alcuni Re avrebbero potuto invidiarne ai preti il reddito. Bolle di Vittore II e di Leone IX, nel Bullarium Vaticanum, I.
[213] BONIZO, p. 811, e il CARDINAL ARAGON., che copia dal primo. Dei Conti di Galeria adesso non si fa più nota.
[214] Reg. I, 29 a.
[215] Melius est nubere, quam uri dicevano i Vescovi tedeschi coll’Apostolo, e affermavano: Violenta exactione homines vivere cogeret ritu angelorum, et dum consuetum cursum naturae negaret; fornicationi frena laxaret. Chiamavano il Papa hominem plane haereticum et vesani dogmatis. LAMBERT, Annal., a. 1074. In Francia e in Ispagna divampava la stessa lotta violenta contro il celibato.
[216] Ancor leggiamo le sue lettere concitate, scritte a quel tempo: una a Ugo di Cluny, da Roma, ai 22 Gennaio, Reg. II, 49, dove esamina lo stato sconfortante del mondo: Si non sperarem ad meliorem vitam, et utilitatem S. E. venire, nullo modo Romae, quam coactus, Deo teste, jam a viginti annis inhabitavi, remanerem. Crederebbesi di udire le lamentazioni di Gregorio I. Così anche la lettera indiritta a Beatrice ed a Matilde, 18 Kal Nov Ind. XIII (Reg. II, 9).
[217] Reg. II, 51: Est etiam non longe a nobis provincia quaedam opulentissima juxta mare, quam viles et ignavi tenent haeretici, in qua unum de filiis tuis, si eum sicut quidam episcopus terrae tuae in animo tibi fore nuntiavit, apostolicae aulae militandum dares, cum aliquanta multitudine eorum qui sibi fidi milites essent, ducem ac principem et defensorem christianitatis fieri optamus. Dat. Romae 8 Kal. Feb. Ind. XIII (intendeva dire della Sicilia, di Napoli o della Sardegna?)
[218] Gli Atti di questo notevole Sinodo (dai 24 ai 28 Febbraio) andarono perduti; il breve sommario di essi (MANSI, XX, 443) non fa cenno della questione delle investiture; però di già il PAGI ha indicato il decreto che vi è concernente (ad a. 1075), traendolo dal Reg. III, 10: così giusta quanto dicono UGO FLAVIN., Chron Verdunense, ad a. 1074, ed ARNULFO, Hist. Med., IV, c. 3: palam interdicit Regi jus deinde habere in dandis Episcopatibus; omnesque laicas ab Investituris ecclesiarum summovet personas.
[219] Nel Luglio o nell’Agosto dell’anno 1075. GIULINI, XXVI, 525.
[220] Io ripongo questi fatti all’anno 1074, al tempo del primo Sinodo. BONIZONE, p. 814, dice che Cencio ebbe grazia per istanza di Matilde, e questa fu presente al primo Concilio. P. BERNRIED, c. 45 e segg., è il più diffuso a parlare di Cencio. BENNONE favoleggia che il Romano imprigionato fosse sottoposto a orrendi tormenti.
[221] Promittens eundem Patrem regio conspectui repraesentandum: P. BERNRIED, c. 48.
[222] BERTHOLD, Annal., ad a. 1076: ab altari rapuit, vulneratum cepit, et in turrim suam tanquam latronem sacrilegum cum maximo ludibrio tractum, et miserabiliter coartatum incarceravit. Così anche BONIZONE, p. 814; LAMBERTO; ARNOLFO, Gest. Med., V, c. 6. Se si stia a PANDOLFO PISAN. (MURATORI, III, 1, 305), la casa di Cencio era situata in loco qui vocatur Parrioni; e infatti ancora ne’ tempi posteriori ci sarà dato incontrarvi la «Torre di Cencio». P. BERNRIED, c. 49, narra nientemeno che si avesse voluto mozzare la testa al Papa: quorum unus educto gladio caput ejus abscindere voluit — percussum tamen in fronte (a).
(a) L’illustre Autore ci fornì una breve aggiunta a questa nota. (N. del T.)
[223] BERTOLDO descrive Cencio nè più nè meno che un brigante di qualche romanzo: gladio super collum illius furialiter stricto, torvus, minax, et omnifariam terrificus(!) Thesaurum et firmissima s. Petri castella in beneficia sibi extorquere non cessavit ab eo; sed omnino non potuit. Buona assai è la descrizione delle due furiose sorelle, e sicuramente conforme a verità. P. BERNRIED, c. 51.
[224] P. BERNRIED colora enfaticamente la predica del Papa. Però tutta la cosa sarà andata più per le brevi e con meno commozioni.
[225] P. BERNRIED, c. 52. BERTOLDO: Noctu urbe fuga lapsus evasit.
[226] BERTOLDO: Castellum — ibi contiguum occupavit, ubi — rapinis et sanguine victitabat. Dacchè Gregorio incaricava il Vescovo di Preneste di scomunicare Cencio, il castello era forse quello di Preneste stesso. Se si creda a LAMBERTO ed a P. BERNRIED i Romani devastarono i beni di Cencio, e giustiziarono i suoi partigiani: nove di loro appiccarono per la gola davanti al san Pietro. BENNONE perciò ingiuria il Pontefice chiamandolo spergiuro; ma ciò sa di ridicolo.
[227] In mente habeas, quid Sauli post adeptam victoriam — de suo triumpho glorianti, et ejusd. prophetae monita non exequenti acciderit, et qualiter a Domino reprobatus sit: Reg. III, 10 (di Roma, agli 8 Gennaio 1076, o più esattamente agli 8 Dicembre 1075). Gli Ebrei insultano sempre al despotismo gerarchico della Chiesa romana, eppure del continuo essa altro non fece che torre a prestanza i simboli dal loro sacerdozio.
[228] Secondo P. BERNRIED, c. 67, egli vi andò con lettere false sub omnium cardinalium, senatusque, ac populi nomine titulatis — ubi etiam continebantur postulatio novi pontificis, et abjectio legitimi pastoris. LAMBERTO, Annal., a. 1076: Deferens secum de vita et institutione papae scenicis figmentis consimilem tragediam (ossia una solenne pasquinata). Sul Concilio di Worms vedasi HUGO FLAVIN., II, 431.
[229] H. non usurpatione, sed pia Dei ordinatione Rex Hildebrando jam non apostolico, sed falso Monaco. — La lettera, che io compendio, leggesi nel Cod. Udal. (ECCARD, II, n. CLXIII), in BRUNONE, De bello Saxon., n. 66 e segg., e fu spesso stampata anche altrove.
[230] Diceva che soltanto potevano risparmiare la vita di Gregorio: Exsurgite igitur in eum, fidelissimi, et sit primus in fide primus in ejus damnaptione: BRUNO, n. 66. Enrico fe’ nota ai Romani la lettera da lui indiritta al Papa, ma compilata diversamente, come in compendio.
[231] His omnibus Agnes Imp. mater regis intererat, cujus animam ipsius gladius damnationis non parum sauciaverat: BERTOLDO, a. 1076. Ella stessa annunciò la scomunica del suo figliuolo, scrivendone ad Altmann di Passavia, con brevi parole e senza rivelare qual fosse il suo sentimento (HUGO FLAV., Chron., II, 435). Ella vi narrava che i legati di Enrico erano stati imprigionati dai Romani; ed Enrico scriveva ad Annone di Colonia del barbaro trattamento che ne avevano ricevuto (URSTISIUS, I, 393).
[232] Depositio Regis H., in P. BERNRIED, c. 76. MANSI, XX, n. 467. Il Papa dice a san Pietro: Mihi tua gratia est potestas a Deo data ligandi atque solvendi in coelo et in terra — per tuam potestatem et auctoritatem, H. regi filio H. Imp., qui contra tuam Ecc. inaudita superbia insurrexit, totius regni Teutonicor. et Italiae gubernacula contradico, et omnes Christianos a vinculo juramenti, quod sibi fecere vel facient, absolvo, et nullus ei sicut regi serviat interdico...
[233] HUGO FLAV., Chron., II, 437: Prae admiratione se ipsos non capiebant, impossibile hoc esse proclamabant. BONIZO, p. 815: Postquam de banno regis ad aures personuit vulgi, universus noster Romanus orbis tremuit. Il celebre vescovo OTTONE DI FRISINGA, Chron., VI, c. 35, dice: Lego et relego Romanor. Regum et Imperatorum gesta, et nusquam invenio quemquam eorum ante hunc a Romano Pontifice excommunicatum, vel regno privatum. Gregorio medesimo, scrivendo ai Tedeschi, analizzò il suo diritto di scomunicare il Re (BERNRIED, c. 78). Lettera di lui a tutti i fedeli, nel Reg. III, 6. Vedi anche il Reg. VIII, 21.
[234] Dictatus papae (oggi direbbesi Syllabus) nel BARONIO, ad a. 1076, e altrove stampato spesse volte; Reg. II, 55 a. Vi si confronti quello che il VOIGT (Ildebrando ecc., p. 172) ha raccolto dalle lettere del Papa. Noto di buon grado che la descrizione dell’epoca di Gregorio VII, data dal PLANK (Costituzione della società cristiano-ecclesiastica, IV, 1), mi sembra essere quanto di più eccellente possediamo intorno a quest’argomento. Dopo di lui, il GIESEBRECHT (nel Vol. III della sua Storia dell’Impero germanico) ha con ottima critica illustrato nuovamente questa stessa epoca, con quella dovizia di documenti e di scienza ond’egli poteva disporre.
[235] Il FLOTO ha analizzato egregiamente queste condizioni di Enrico IV.
[236] P. BERNREID, c. 81, descrive l’irritazione che nell’universale si aveva contro Gregorio, il quale giungeva a dire: Ut pro eo precibus intercedentes, omnes quidem insolitam nostrae mentis duritiam mirarentur, nonnulli vero in nobis non apostolicae severitatis gravitatem, sed quasi tyrannicae feritatis crudelitatem esse clamarent: Reg. IV, 12, lettera ai Tedeschi, cui dice in aria di trionfo: Rex humiliatus ad poenitentiam.
[237] Subditus Romano Pontifici semper, dictoque obtemperans foret: LAMBERTO, il quale, da frate qual è, non isvela pur un briciolo di indignazione patriottica.
[238] LAMBERTO descrive vivacemente lo stato degli animi in Lombardia. Malauguratamente questa egregia fonte storica cessa coll’anno 1077.
[239] Cencio è una di quelle persone caratteristiche di cospiratori, che sempre ricompajono nella storia d’Italia. Della sua fine dice BERTOLDO, ad a. 1077: Rege non viso et insalutato, in puncto celerrimus descendit ad inferna. Però BONIZONE narra che il Re lo ricevette di nottetempo: Cencius amara morte mortuus est, cujus funus Guibertus cum aliis excommunicatis mirabili pompa celebravit.
[240] BONIZO, p. 817: Per insidiam Stephani fratris Cencii — occisus est, e precisamente pochi dì prima che Gregorio tornasse a Roma (nel Settembre). P. BERNRIED, c. 92: Occisus est ab apparitoribus Henricianae persecutionis; e BERTOLDO diffusamente narra della sua morte, delle sue virtù, delle esequie che ebbe, e de’ miracoli che fece.
[241] BERTOLDO: In medio ipsius paradysi — devotissime est tumbae marmoreae impositus. Quest’è il Sepulcrum Prefecti di cui parlano i Mirabilia, e che erroneamente fu tolto per il sepolcro di Ottone II. La Graphia: Cujus coopertorium (cioè il coperchio di porfido della tomba di Adriano) in paradiso b. Petri super sepulcrum prefecti: così scrive eziandio PIETRO MALLIO.
[242] La iscrizione che, stando a MAFFEO VEGIO, avrebbe appartenuto al sepolcro dell’Imperatrice (non lo si trova più), leggesi nel BARONIO, ad a. 1077, ma non può aver appartenuto a quel tempo.
[243] Vedi il FLOTO, II, 137 e 138: legati pontificî furono presenti all’elezione dell’Antirè, e si maneggiarono eziandio affinchè fosse riconosciuto per tale nell’Impero.
[244] Quotquot enim Latini (laici) sunt, omnes causam Heinrici, praeter admodum paucos laudant ac defendunt: così Gregorio medesimo ai Tedeschi, a. 1078, Reg. VII, 3; e nell’anno 1081: cui ferme omnes Italici favent: Reg. IX, 3.
[245] AMATO descrive Gisulfo come se fosse stato un secondo Nerone. _Et lo pape qui amoit Gisolfe sur touz les autres seignors, pourceque Gisolfe amoit tant lo pape et lui estoit tant obédient_ (VIII, c. 7).
[246] LEONE DI OSTIA, III, 45. ROMUALDO, a. 1075 (è un errore, sì come è errata la cronologia degli Annal. Benev.). Ancora nel Maggio dell’anno 1077, alcuni documenti sono denotati coll’epoca di Gisulfo (MARIA DE BLASIO, Serie Principum — Salerni, app., n. VIII). Il principato di Salerno incominciò con Siconolfo nell’anno 840, e finì con Gisulfo ai 16 Dicembre 1077. AMATO descrive il modo onde il fuggitivo fu ricevuto dal Papa: Lo rechut come amor de père et monstra à li Romain et toute manière de gent coment lui vouloit bien, et lo fist prince de toutes les choses dell’Eglise, et lui comist tout son secret et tout son conseill, et disponist les toutes de l’Eglise les choses à soe libéralité et volonté (VIII, c. 30). Il DE BLASIO dubita tuttavia del rettorato di Gisulfo, poichè nell’anno 1088 si torna a trovare questo Principe da duce di Amalfi (p. 117).
[247] Vedansi i molti documenti raccolti nel DE BLASIO, nei Monum. Regii Archiv. Neap., ed a Monte Cassino. I nomi longobardi nella Sabina, nelle Umbrie e nella Tuscia, tal quali li conserva il Reg. Farfense del secolo undecimo e del duodecimo, tornano a contenere qualche particolarità loro propria.
[248] Il BACCHINI, Istoria di S. Ben. di Polirone, p. 5, chiama la razza de’ Longobardi «il sangue più nobile dell’Italia, il seminario delle case più illustri quindi originate». Le maggiori famiglie d’Italia derivano da’ Longobardi e da’ Tedeschi immigrati più tardi. Sulla durata di famiglie longobardiche nel reame di Napoli, vedasi il GIANNONE, X, c. 3. È cosa notevole che oggidì ancora perdurino in Sicilia quattro delle colonie longobarde ivi trapiantate da Roberto e da Rogero; sono Piazza, Nicosia, san Fratello e Aidone, e nel dialetto, che è ancora tutto ad esse speciale, dicono: Parduoma à dumbard (lombardo). Vedasi LIONARDO VIGO, Canti popolari siciliani, Catania, 1857, p. 47.
[249] Sinodo di Marzo del 1078: Excommunicamus omnes Northmannos, qui invadere terram s. Petri laborant, videlicet Marciam Firmanam, Ducatum Spoletanum, et eos qui Beneventum obsident, et qui invadere et depraedari nituntur Campaniam, et Maritima, atque Sabinos, nec non et qui tentant Urbem Romanam confundere. Similmente nel Sinodo di Marzo del 1080, dove vi si aggiunge eziandio il comitatus tiburtinus (PANDOLFO PISANO, p. 310). Il lungo registro degli scomunicati da Gregorio è repugnante a leggersi. Del continuo malediva uomini nel corpo e nell’anima: Et non solum in spiritu, verum etiam in corpore, et omni prosperitate hujus vitae apostolica potestate innodamus; così sonava la formola. Tutto il mondo coperse egli di maledizione, chè uno scomunicato doveva scansarsi come un appestato. Perciò dovette promulgare statuizioni più miti; si eccettuarono donne, fanciulli, schiavi, servitori; ed ai pellegrini fu concesso di comperare viveri nelle terre di scomunicati. Quel tempo ha per noi, uomini di oggidì, qualche cosa di strano, come se leggessimo di cose egiziane.
[250] Ai 29 di Giugno è dato il giuramento (in ALBINO, in CENCIO, nel MANSI, XX. 313): Ego Robertus, Dei gr. et s. Petri, Apuliae et Calabriae, et Siciliae Dux, ab hac hora et deinceps ero fidelis S. R. E. et Ap. Sedi... actum Ciprani III Kal. Julii. E la investitura: Ego G. Papa investio te, Roberte Dux, de terra quam tibi concesserunt antecessores mei sanct. mem. Nicolaus et Alexander. De illa autem terra, quam injuste tenes, sicut est Salernus, et Amalphia, et pars marchiae Firmanae, nunc te patienter sustineo... Actum ut supra. Roberto promise un censo di dodici denari per ogni paio di buoi del suo dominio.
[251] Fin l’indirizzo della lettera fa capire qual fosse lo spirito del Re: Excellentissimo S. E. Pastori Gregorio, gratia Dei Anglorum Rex et Dux Northmannorum Willelmus salutem cum amicitia. Sulla fine: Fidelitatem facere nolui, nec volo: quia nec ego promisi nec antecessores meos antecessoribus tuis id fecisse comperio. Leggasi nel THIERRY (Histoire de la conquête de l’Angleterre par les Normands, II, 279 segg., 4 ed.) delle cabale di Roma, e in qual modo l’interesse personale de’ Papi si comportò colla legittimità dei Re anglo-sassoni.
[252] Vedasi lo STENZEL, I, 431, e la esposizione moderata e chiara ch’ei ne dà nel Capitolo successivo; e vedasi in ispecialità il GIESEBRECHT., III, 480 e segg. Il secondo anatema pronunciato contro di Enrico, è riferito da P. BERNRIED, c. 107, e da HUGO FLAVIN., Chron., II, 451. — MANZI, XX, 534. La scritta posta all’ingiro della corona mandata a Rodolfo (Petra dedit Petro, Petrus diadema Rodulpho) è cognita a SIGBERTO, ad a. 1077.
[253] La lettera di sfida che l’assemblea di Magonza indirisse al Papa, è registrata nel Cod. Udalrici, n. 162.
[254] Dell’elezione di Guiberto parla la Vita Anselmi Ep. Lucensis, c. 19 (Mon. Germ., XIV), cavata quasi parola per parola da BONIZONE, p. 817. WIDO FERRAR. lo loda, dicendolo virum nobilem non moribus minus quam genere. Anche DONIZONE lo chiama doctus, sapiens et nobilis ortus. Il decreto di deposizione pronunciato a Bressanone (Cod. Udal. I, 164) ripete contro a Gregorio le puerili accuse che fosse un mago e che avesse assassinato i suoi predecessori. Dopo l’elezione, Enrico adorò Guiberto, e il cardinale BARONIO ne dice malignamente: Adoratur bestia.
[255] Rodolfo morendo sollevò il moncherino del suo braccio, e sclamò: ecce haec est manus, qua domino meo Henrico fidem sacramento firmavi (EKKEHARDI Chron., a. 1080). Io stetti presso al monumento dello sventurato Antirè nel duomo di Merseburg, e colà ne vidi l’ossea mano, orrenda, nera.
[256] BONIZO, ad Am., p. 818: In vigilia Pentecostes in prato Neronis castra metatus est. Enrico indirizzò ai Romani un manifesto, che fu stampato dal GIESEBRECHT, III, n. 14, in appendice.
[257] Fecit novam Romam ex tentoriis, dice BENZONE, che torna a venire a galla (lib. VI) ... creavit novos centuriones, tribunos ac senatores, praefectum et nomenclatorem, aliasq. dignitates, secundum antiquum morem. Nessun documento fa cenno di centurioni e di tribuni; non sono che concettini di BENZONE.
[258] ANNA COMNENA, figlia di Alessio e di Irene (Alexiad., III, 93) narra di questi negoziati, e registra la lettera scritta da suo padre ad Enrico.
[259] Gli istromenti raccolti nel Reg. Farf., da dopo il 1080, non sono segnati nella data coll’epoca di Gregorio VII; talvolta vi è detto: Regnante henrico rege. — Chr. Farf., p. 616. Più tardi Enrico promulgò, a favore di Farfa, un Diploma assai completo, datum A. MLXXXIV; Chron. Farf., p. 605. — Le ceremonie pel ricevimento di un Imperatore sono specialmente determinate nell’Ordo Farf. (Cod. Vat. 6808).
[260] DONIZO, Vita Math., II, v. 268 sq. e v. 300:
Mittere cui gratis crebro solet in Lateranis Xenia multa nimis; quam papa pie benedicit Bis centum libras domus argenti canusina Tunc misit papae: quam debet papa beare.
[261] Henricus rex — Romam tendens, castra posuit ubi et prius, ad occidentalem partem castelli s. Petri: EKKEHARDI, Chron., ad a. 1083.
[262] Dux hoc anticipans, direxit plus quam 30,000 solidorum Romanis, quatenus sibi eos papaeque reconciliaret, quod et factum est: LUPUS PROTOSPATA; e, stando a lui, tutto questo avveniva prima che si prendesse la città Leonina.
[263] LANDULFO, Hist. Mediol., IV, 2; e dice che Enrico aveva preso ad abitare in palatio Caesariano, ossia in vicinanza al san Pietro.
[264] Nel modo più deciso lo afferma EKKEHARDO, Chron., ad a. 1083: Captaque est urbi 4 non. Junii, feria 6 ante octavam pentecostes. Gli Annal. Benevent.: Cepit porticum s. Petri 3 die m. Junii. Gli Annal. Cavenses: Porticum s. P. per vim cepit, et ex magna parte destruxit; e così la Cronica di M. Cassino. BENZONE (VI, 6) si stropiccia le mani, parlando della fuga di Gregorio, che nel suo gergo triviale chiama coi nomi di Stercutius e di Stercorentius:
Devolavit moriturus ad Crescentis jugulum, Quod indigne appellant Adriani tumulum.
Benzone fa l’arlecchino, e dà maggior rilevanza alla grandezza di Gregorio. — Dalla caduta della città Leonina Enrico segnò la data di una carta indiritta a Liemaro di Brema: X Kal. Julii ann. D. Incarn. MLXXXIII Ind. V ann. autem ordinat. D. Heinrici IV Regis XXIX regni XXVII actum Romae post urbem captam, feliciter. Amen (nel LINDENBROG, Scriptor. Rer. Germ., I, 144). L’espressione urbem captam non è certamente acconcia. Un documento per Farfa: XVII Kal. Jun. A. D. Inc. MLXXXIII Ind. V A. aut. ordin. D. H. IV regis XXVIIII Regni XXVII actum rome feliciter (nel Cod. Farf., n. 1099).
[265] ANNA COMNENA, V, 130. I Greci appellavano pur sempre l’Italia meridionale con nome di Λογγεβαρδία.
[266] Però egli minacciò di scomunica tutti quelli che farebbero causa loro la causa del Re. Così interpreto io quello che dice il Chron. Casin., III, 49: Hoc ubi Gregorio Papae nuntiatum est (cioè le trattative fra’ Normanni e Desiderio), Imperatorem cum suis fautoribus ab Ecclesiae communione separavit.
[267] Questo trattato è registrato in BERNOLDO, e in EKKEHARDO, ad a. 1083. Del luogo e dei mediatori pontificî è detto nella nota al Chron. HUGONIS, Mon. Germ., X, 460.
[268] Tibi dicimus, rex Henrice, quia nos infra terminum illum, quem tecum ponemus ad 15 dies postquam Romam veneris faciemus te coronare papam Gregorium si vivus est, vel si forte de Roma non fugerit... HUGO, Chron., ibid.
[269] BERNOLDO: Juxta s. Petrum quemdam monticulum nomine Palaceolum incastellavit. Anche LUPO sa di quel castello. Del Palaciolo fa parola la Bolla di Leone IX dei 20 Marzo 1053, appresso ai Burgura Frisonorum et Saxonorum: Bullar. Vatican., I, 25.
[270] Greg. Ep. Serv. Servor. Dei clericis et laicis qui non tenentur excommunicatione... Reg. IX, 28; VIII, 51 nel JAFFÉ, dal BARONIO riferita erroneamente all’anno 1082. BERNOLDO, ad a. 1083, dice: Papa omnes religiosos Episcopos et Abbates ad synodum literis suis vocavit.
[271] BERNOLDO: Unde Romani mandaverunt Heinrico, ut veniret ad accipiendam coronam cum justitia, si vellet; sin autem, de castello S. Angeli per virgam sibi dimissam a papa reciperet.
[272] BERNOLDO, ad a. 1084, narra che causa della defezione di Roma fu l’oro bizantino: H. acceptam pecuniam non in procinctum supra Roubertum, quod juramento promisit, sed ad conciliandum sibi vulgus Romanum expendit, cujus adjutoria Lateranense palatium feria V ante palmas cum suo Ravennate Guiberto intravit. Soltanto pochi degli ottimati avrebbero disertato la fede del Papa; tutti gli altri gli avrebbero dato quaranta ostaggi. Anche la Vita Anselmi Lucensis Ep., c. 22, dice: permanserunt quoque nec corrupti nec decepti aut devicti nobiliores quidam Romani. Gli Annales Parchenses (M. Germ., XVI): R. Urbis Senatus et populus cum tota fere R. aecclesia Imperatori ejusq. pontifici manus tradunt; locchè è esagerato come questo detto di EKKEHARDO: Papam unanimiter abdicarunt. Se si stia ad EKKEHARDO, ad a. 1084, i messaggieri romani andarono ad Enrico veramente nelle Puglie, e ANNA COMNENA, V, p. 132, dice: ἤδη τὴν Λογγεβαρδίκν ἠπείγετο.
[273] GAUFRID. MALATERRA, Hist. sicula, III, c. 38. Reprehensio Romanorum:
Roma quondam bellipotens toto orbe florida — — In te cuncta prava vigent, luxus, avaritia, Fides nulla, nullus ordo, pestis simoniaca Gravat omnes fines suos, cuncta sunt venalia — Non sufficit Papa unus, binis gaudes infulis; Cum dat ipse, pulsas illum, hoc cessante revocas. Illo istum minitaris, sic imples marsupias etc.
[274] La lettera manca di data (Gesta Treveror., M. Germ., X, 815): Romam in die S. Benedicti intravimus. È scritta omai dopo la ritirata da Roma, ma Enrico tace dell’entrata dei Normani. Erroneamente lo STENZEL (I, 486) la riferisce all’anno 1083. Il SUDENDORF (Registr., Vol. I, 55, n. XVII) riporta un carme che si compose sulla presa di Roma, ma è privo affatto di valore.
[275] Papa autem in castellum S. Angeli se recepit, omnesq. Tiberinos pontes et firmiores Romanor. munitiones in sua obtinuit potestate: BERNOLD., a. 1084. — Il PAGI, il MURATORI ed altri interpretano erroneamente questo passo, quasi che Enrico, e non il Papa, avesse in suo potere queste fortezze.
[276] Enrico al Vescovo di Verdun: Nosque a papa Clemente ordinatum et consensu omnium Romanor. consecratum in die s. paschae in imp. totius populi Romani exultatione. — Chron. SIEGBERTI: H. rex patricius Romanor. constituitur; e parimenti gli Annal. Parchenses.
[277] Così subito ai 29 Aprile 1084, Reg. Farfa, n. 1098: più tardi un documento da santa Maria in Campo Marzo, dei 7 Giugno 1086: A. II Clementis III Ind. IX (Mscr. Vat. 7931, pag. 99). Clemente elesse Ugo Candido a cardinale vescovo di Preneste.
[278] Una Bolla di Eugenio III, dei 18 Marzo 1145, si esprime così: Locamus trullum unum in integr. quod dicitur Septisolia. Il disegno del monumento, quale era poco prima che Sisto V lo facesse demolire, si contiene nel GAMUCCI, Antichità di Roma, fol. 81.
[279] Septisolia in quibus Rusticus nepos praedicti Pontificis considebat, obsidere cum multis machinamentis obtentavit, de quibus quam plurimas columnas subvertit: PAND. PISAN., p. 313.
[280] Rex Capitolium ascendit, domos omnes Corsorum subvertit: PAND. PISAN. Alcune famiglie romane portavano nome di nazioni; tali erano i Sassi, i Franchi, i Saraceni, che leggonsi in carte dei secoli decimo ed undecimo. Oggidì ancora sonvi in Roma popolani chiamati Corsi.
[281] Notevole è la carta data dal Campidoglio ai 29 Aprile 1084, in cui il conte Sasso di Civitavecchia cede a Farfa la metà di questa città. Ann. D. prop. Pontif. D. Clementis summi Pont. et univers. Pp. I. Et imperante D. Heinrico a D. coronato summo Imp. ann. I Imperii ejus m. April. d. XXIX Ind. VII. Vi si sottoscrivono Conti palatini imperiali: Ego Guillielmus judex s. Palatii. Ego Johannes judex. Seniorictus jud. dom. Imps. Ego Britto jud. Caro Urbanae causidicus prefecturae quia interfui subscripsi. Ego Cencius urbis causidicus hoc transactionis instrumentum confirmo. Di uomini della nobiltà: Sign. manus Sarramcini a s. Eustatio testis. Sign. m. Carbonis de Gregorio Latro. Astaldi filius Astaldi. Gregorii. Adulterini. Horrigeni a s. Eustathio. Actum Civitate Romana apud Capitolium (Reg. Farfa, n. 1098).
[282] Il CARD. ARAG., p. 313, dice perfino: Ad obsidionem Castri Crescentii universos Romanos conduxit, locchè è ricavato parola per parola da BONIZONE.
[283] LANDOLFO, Hist. Med., III, c. 33: Gente coadunata immensa et Saracenis omnibus, quos habere potuit. GUILL. APULUS (IV, 271) novera 6000 cavalieri e 30,000 pedoni. WIDO (c. 20): 30 millia bellatorum.
[284] CARD. ARAG., p. 313: Domo Capitolina, et Leoniana civitate destructa, vale faciens Romanis, cum eodem Guiberto non sine multo rubore aufugit; e così narrano AMALR., AUGER., PTOLOM. LUCENSIS e il DANDOLO, venuti più tardi, che attinsero tutti da BONIZONE — P. BERNRIED nulla dice della lotta sostenuta da Enrico per impadronirsi di Roma, nulla di Matilde, che nomina una sola volta, nulla del Guiscardo: se non fosse poi stato il Biografo di Gregorio! — PIETRO DIACONO, III, c. 53, racconta che Enrico andò a Civita Castellana. La Chronique de ROBERT VISCART, II, c. 6: Et puiz que li empéreor de Rome sot sanz doute que venoit lo duc, pour la fausseté de li Romain, qui jamoiz non sont ferme à lor signor — ot grant paor et se parti de Rome. — La data della partenza è notata dagli Annal. Cavenses e dal Chron. Fossae Novae, che si copiano a vicenda: H. rex a Romanis intromissus Romam 12 Kal. Aprilis, et stetit usque 12 Kal. Junii. Et venit Robertus dux. — Ai 23 di Maggio è data una carta pel duomo di Pisa, da Sutri: BÖHMER, n 1908.
[285] MALATERRA, III, c. 37: Ante portam qua via Tusculana porrigitur, juxta aquaeductum castra metatur, ubi triduo commoratur. — WIDO FERRAR., c. 20: castra metatus foris muros urbis prope Lateranense palatium in loco qui dicitur ad Arcus.
[286] WIDO denota la P. Pintiana; PAND. PISANO nomina, e GAUFRIDO intende quella Flaminia, poichè egli fa che l’esercito attenda vicino a un ponte (P. Molle). — Il MONTFAUCON, Diar. It., p. 336, riferisce la glossa di un Codice di Grotta Ferrata: Ann. Christi 1084 Ind. VII m. Maji 29 Feria III hora III ingressus Dux Romam, ipsam depopulavit. Per lo contrario una glossa marginale apposta alla Cronica pontificia di CENCIO (Cod. Riccardian., fol. LVII) dice: Normanni intraverunt Romam m. Madii d. XXVIII, locchè meglio s’accorda con GAUFRIDO. La Cronique de R. VISCART, c. 27, ha questo solo: et quant li Thodesque s’en furent fouy, li duc rompi le mur par force et entra en Rome, et contre la volonté de li Romain o grant hardiesse traisi lo pape Gregoire de la tor de Crescience.
[287] Multa millia Romanor. vendidit ut Judaeos, quosdam vero captivos duxit usq. Calabriam, dice BONIZONE, contemporaneo e partigiano di Gregorio (p. 818). — Mulieres conjugatas et simplices, vinctis post tergum manibus, violenter prius oppressas ad tabernacula adduci praecepit: WIDO, c. 20. PAND. PISAN.: vendens plurimos etc.
[288] WIDO dice che si era pentito quod tantis urbem affecisset injuriis, primum simulans emendationem: anche il normanno GAUFRIDO, che tace di quegli orrori, si commove della ignominia di Roma (III, c. 38):
Ni cessassent bonae artis in te prima studia Nulli regi de te cessisset victoria, Miles quidem est Normannus, qui te victam superat.
[289] Fu solo ORDERICO VITALE, nel secolo duodecimo, a raccontare che il Guiscardo voleva distruggere da capo a fondo Roma venale, ma che il Papa, gettandosi a’ suoi piedi, lo rimoveva da quel proposito: Hist. Eccl., lib. VII, 643.
[290] Ildeberto fu a Roma intorno all’anno 1106. La elegia è riportata nel BEAUGENDRE, Op. Hildeb., col. 1334. GUGL. MALMSB. la riferisce (De gestis Anglor., III, 134), e vi aggiunge questa considerazione: Roma, quae quondam domina orbis terrarum, nunc ad comparationem antiquitatis videtur oppidum exiguum. Indi fa susseguire un compendio dei Mirabilia della Città.
[291]
Vix scio, quae fuerim, vix Romae Roma recordor; Vix sinit occasus vel meminisse mei.
Idee da poeta vero; ma nel suo terzo carme esclama:
Roma nocens, manifesta docens exempla nocendi, Scylla rapax, puteusque capax, avidusque tenendi.
[292] Quasi tutti i monumenti considerevoli erano ridotti allora a luoghi muniti. Nel decreto di destituzione, dato da Bressanone, si parla degli archi di trionfo, mettendoli a mazzo colle torri: portas Romanae urbis et pontes, turres, ac triumphales arcus, armatorum cuneis munivit (Cod. Udalrici, 164).
[293] Ancora a’ tempi di Leone IX e di Alessandro II Roma era stata desolata da incendî; ne danno notizia i Cataloghi che trovansi in CENCIO. Sotto di Leone IX, magna pars urbis cremata est in festo s. Eustachii. Al tempo di Alessandro II fuit incendium a parione usque ad s. Felicem in pincis.
[294] PAND. PISAN., p. 313: totam regionem illam, in qua eccles. S. Silvestri et S. Laurentii in Lucina sitae sunt, penitus destruxit et fere ad nichilum redegit.
[295] Stando a PANDOLFO PISAN., p. 313, andarono incendiate le regioni circa Lateranum et Coliseum; secondo ROMUALDO, bruciò dal Laterano fino al castel Sant’Angelo: se si creda a BONIZONE divampò l’incendio in quasi tutte le regioni: quanto a GOTFRIEDO (Panteon) ei dice che arse una parte di Roma: hinc Lateranensis porta perusta sonat. GUGLIELMO APULO parla soltanto di alcuni edificî; LUPO tace. — GAUFRIDO: Dux ignem exclamans, urbe accensa... urbs maxima ex parte incendio, vento admixto accrescente, consumitur. — L’Anon. Hist. Sicul. (MURAT., VIII, 772): civitate in magna sua parte collisa. — PETR. DIACON., III, c. 53: Ex consilio Cencii Romanor. consulis ignem in Urbem imisit; e questo sarebbe avvenuto in vicinanza dei Quattro Coronati. — La Chron. de ROB. VISCART, c. 7: une grant part de la cité fu arse, et puiz mandèrent pour paiz à lo duc. — LANDOLFO, Hist. Med., III, c. 33, dice tre parti della Città essersi bruciate. BERNOLDO e WIDO: maximam urbis partem incendit.
[296] FLAV. BLONDUS, Hist. Decad. II, lib. III, 204: Ea nos et alia Henrici temporibus gesta considerantes, conjicimus urbem Romam — tunc primum ad hanc quae nostris inest temporibus rerum exiguitatem esse perductam.
[297] Dice ALFANO, nel suo poema sull’edificazione di Monte Cassino:
Hic tamen haud facile Ducta labore vel arte rudi Omnis ab urbe columna fuit.
La urbs è Roma, poichè LEONE DI OSTIA (III, 28) dice espressamente che Desiderio comperò in Roma columnas, bases ac lilia (ossiano capitelli), nec non et diversorum colorum marmora. Questi materiali furono trasportati per barca sul Tevere.
[298] Assai chiaramente lo dice HUGO, Chron., II, 462: At quia Normannorum insatiabilitas urbe capta et praedae data multa mala perpetraverat, nobilium Romanor. filias stuprando — nullumq. modum — in rapina, crudelitate, direptione habentes: perciò il Papa impaurito andava a Salerno.
[299] Secondo WIDO, Roberto assaltò Tivoli, maxime ob injuriam Clementis apostolici, qui tunc temporis morabatur in illa: di questo si deve per certo dubitare, quantunque ROMUALDO accetti il fatto. Più esattamente dice BERNOLDO, a. 1084, senza far menzione di Tivoli: Ipse ad recuperandam terram s. Petri cum papa Gregorio de Roma exercitum promovit, iterum Romam in festivitate s. Petri reversurus etc.
[300] Dilexi justitiam, et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio.
[301] Il suo terribile grido di battaglia contro la tirannide secolare (in luogo di cui egli avrebbe posto la tirannide sacerdotale) diceva: maledictus homo, qui prohibet gladium suum a sanguine, e rivela la sua indole inflessibile. In una cerchia minore fu questo il grido dei Giacobini e di Robespierre.
[302] Vicario di Dio, potrebbesi dire «Vicedio», come veramente appellaronsi i Papi. Così in una solitaria chiesa, che è presso a Guadagnolo e chiamasi Mentorella, less’io, sotto di un quadro che rappresenta il battesimo di Costantino imperatore, questi versi:
con l’acque battesimal il Vicedio lava l’imperator el rende pio.
[303] Il faut le dire, le vice radical des relations de l’Eglise avec les peuples, c’est la séparation des gouvernants et des gouvernés, la non-influence des gouvernés sur leur gouvernement, l’indépendence du clergé chrétien à l’égard des fidèles: GUIZOT, Civilisation en Europe, VI leçon, p. 52.
[304] Anche il cadavere di Gregorio VII rimase in esilio a Salerno. Roma non ha di lui monumento alcuno; egli nulla edificò. Quando fu rettore del san Paolo ne restaurò la basilica, e Pantaleone di Amalfi la ornò di porte che furono fuse a Bisanzio. L’incendio dell’anno 1823 distrusse questo monumento del tempo di Gregorio, il cui disegno si trova nell’Agincourt. Del resto io vidi gli avanzi di queste porte raccolti in due casse di legno nel chiostro del san Paolo; le figure ivi incise e le iscrizioni si mantengono illese, ma manca il niello in metallo, non già a cagione dell’incendio, ma dell’avidità depredatrice dei Romani, venuti dopo il tempo normanno. Ogni iscrizione che ancora ci si conservi dell’età di Gregorio VII è oggidì preziosa. Una dopo l’altra ho frugato per tutte le chiese di Roma, ma, che parli di Gregorio VII, trovai una sola pietra in santa Pudenziana, murata nella parete di una cappella. Vi è detto:
Tempore Gregorii Septeni Praesulis Almi Presbiter Eximius Praeclarus Vir Benedictus Moribus Ecclesiam Renovavit Funditus Istam...
[305] Roberto fu sepolto a Venosa, dove si scrissero questi superbi distici sul suo sepolcro:
Hic terror mundi Guiscardus. Hic expulit urbe Quem Ligures, Regem, Roma, Alemannus habent. Partus, Arabs, Macedumque phalanx non texit, Alexim, At fuga; sed Venetum nec fuga, nec pelagus.
[306] Questo console Cencio, cui le Croniche non hanno aggiunto il nome famigliare, era, senza alcun dubbio, Cencio Frangipane.
[307] Cappam quidem rubeam induit, alba vero induere eum numquam potuerunt. La descrizione che ne dà PIETRO DIACONO, III, c. 66, è vivace e drammatica.
[308] PETR. DIACON., III, c. 66, 67. Del Prefetto dice: Die noctuque cum aliquantis aere iniquo conductis in Capitolium contra eumdem electum conveniens, persecutiones ei maximas intulit.
[309] HUGO FLAV. (II, 466) descrive Desiderio per un raggiratore; dice che si facesse eleggere colla violenza, che censurasse le opere di Gregorio, e si gloriasse di aver procurato ad Enrico la coronazione. Vedasi la veemente lettera che Ugo di Lione scriveva a Matilde (HUGO, Chron., II, 466). Egli e l’Abate di Marsiglia furono scomunicati da Desiderio: deplorevoli discordie sorte dopo morto Gregorio.
[310] Secondo la Cronica di M. Cassino, ei morì ai XVI Kal. Octobr. Il suo epigramma dice:
Quis fuerim, vel quid, qualis, quantusque doceri Si quis forte velit, aurea scripta docent. Stirps mihi magnatum, Beneventus patria, nomen Est Desiderius, tuque Casine decus...
Vedansi i miei Sepolcri dei Pontefici romani. Della vita e dell’operosità di Desiderio tratta diffusamente F. HIRSCH, Desiderio di M. Cassino da papa Vittore III (Vol. VII degli Studî di storia tedesca, 1867).
[311] Ex urbe vero Rom. — — Benedictus praefectus universor. laicor. fidelium consensum unanimem attulerunt: PETR. DIACON., IV, c. 2. Vi avevano antiprefetti, al paro di antipapi. Nell’anno 1080 trovasi ancora Pietro prefetto imperiale (Reg. Farfa, n. 1134). Il CONTELORIO, le cui inesattezze spesse volte ho potuto correggere, si crea nell’anno 1099 il prefetto Petrus de Vico, oppure trae in iscena questa famiglia omai nell’anno 1080.
[312] I Regesti di Urbano II andarono perduti, ad eccezione di poche lettere; e questa è grave perdita.
[313] I Tedeschi composero un arguto epigramma su questi due Papi (Cod. Udalrici, n. 2):
Nomen habes Clemens, sed clemens non potes esse, Tradita solvendi cum sit tibi nulla potestas. Diceris Urbanus, cum sis projectus ab Urbe, Vel muta nomen, vel regrediaris ad Urbem.
[314] BERNOLDO, ad. a. 1089: In Italia nobil. Mathildis — Welfoni duci filio Welfonis ducis conjugio copulatur — non tam pro incontinentia, quam pro Rom. Pontificis obedientia, videl. ut tanto virilius S. R. E. contra excommunicatos posset subvenire. Guelfo IV fu lo stipite della casa di Brunswig.
[315] Guibertus — a Romanis turpiter expellitur, et ne amplius ap. sedem invadere praesumat, juramento promittere compellitur: BERTOLDO, ad a. 1089.
[316] PETR. DIACONUS, IV, c. 10: cum universam fere Campaniam a jure sedis Ap. subductam in deditionem accepisset, apud Pipernum vita decedit.
[317] Il Catalogo in CENCIO: Tpe. Urbani PP. et Henrici Imps. terremotus fuit Rome in festo sce. agnetis et castrum sci. Angeli a Romanis captum est. BERNOLDO, a. 1091: Romani quoque turrem Crescentii, quae eatenus d. papae obediebat, dolo captam diruere temptaverunt. — Romani quoque Guibertum haeresiarcham, quem jamdudum expulerunt iterum Romae intrare permiserunt.
[318] Un Conte di Sutri fu nipote di Guiberto: Odo — Comes Sutriae nepos ejus erat, et ecclesiasticae pacis fautores pluribus pressuris coercebat (ORDERICUS, VIII, nel PAGI, Critica, a. 1086). Ancor nell’anno 1093, Ugo Candido, da vescovo di Preneste, consecrò un altare con questa iscrizione: Romano Pontifice III Clemente ab Hugone Praenestino Ep. dedicatum (CECCONI, Storia di Palestrina, p. 141).
[319] DONIZONE, con freddo cinismo celebrò questo fatto di Matilde (II, v. 848):
Se dominae largis Mathildis subdidit alis; Quae veluti dignum valde carumque propinquum Mox suscepit eum, laudans ut rex vocitetur. Illus tractat patrem sic, Hister ut Aman; Abstulit uxorem sibi primitus, et modo prolem.
[320] Conradus — patri suo rebellans, venit ad P. Urbanum, et solutus ab excommunicatione, in Longorbardia regnavit contra Patrem. DODECHIN., a. 1093 (nel PISTORIO, I).
[321] Nimioq. dolore effectus, se ipsum, ut ajunt, morti tradere voluit, sed a suis praeventus ad effectum pervenire non potuit: BERNOLDO, Chron., a. 1093.
[322] Il FLOTO reputa che i vizî attribuiti ad Enrico IV sieno menzogne inventate da preti fanatici e da ribelli; certo che non aveva fondamento tutto quello che si andò divulgando. Il GIESEBRECHT crede che l’imperatore sospettasse di un adultero amore fra la sua donna e il figliuolo.
[323] BERNOLDO, a. 1094: D. Papa Romae prope S. Mariam novam in quadam firmissima munitione morabatur; e più esattamente la lettera dell’Abate di Vendôme (VIII, lib. I; SIRMOND, Op., III, 641): Audivi — dom. P. Urbanum in domo Joannis Fricapanem latitare, et contra Guitbertistam haeresim viriliter laborare. Da santa Maria Nova sono date alcune Bolle di Urbano: JAFFÉ, p. 459.
[324] Il celebre Abate ne scrive: Eum pene omnibus temporalibus bonis nudatum, et alieno aere nimis oppressum inveni; e si paragona a Nicodemo che in secreto visitò il Signore. In ricompensa ebbe il cappello cardinalizio del titolo di santa Prisca, e per tre secoli gli Abati di Vendôme si appellarono cardinali. Vedansi anche le Ep. IX e XIV.
[325] Fra i pellegrini che visitarono in questo tempo Roma, si tien nota, nell’anno 1092, di Erico re di Danimarca. Ma egli non venne per impulso religioso, bensì per una sua lite contro l’arcivescovo di Amburgo: BARON., ad. a. 1092.
[326] È cosa sollazzevole, oggidì, attendere alla serietà e alle elaborate ragioni con cui il GIBBON afferma la inanità delle Crociate. Assai bene dice il MILMAM in una nota che egli appone a quel passo: the crusades are monuments of human folly! but to which of the more regular wars of civilised Europe — will our calmer reason appeal as monuments either of human justice or human wisdom...
[327] I brevi e disadorni discorsi di Urbano sono raccolti nel MANSI, XX, 821. Per l’importanza del loro argomento, onde andò commossa la storia universale, superano le orazioni di Demostene e di Cicerone.
[328] Quest’è il poema Histor. Gestorum Viae Hierosol. (DUCHESNE, IV, 892). Molti dei popoli italiani ivi citati non sono che figure poetiche, e la rassegna dell’esercito vi è imitata sul modello di Virgilio. Quantunque anche genti lombarde abbiano seguito il vessillo di Raimondo, nessuno di nazione italiana ottenne nominanza nella Crociata, e il Tasso inventò di pianta il Rinaldo per adulare Alfonso di Este. LUPO annovera sotto la bandiera di Boemondo alcuni Conti e più di cinquecento cavalieri, e in una dubbia lettera di Urbano ad Alessio, vien detto che Boemondo fosse partito cum septem millibus delectae juventutis italicae (MANSI, XX, 660).
[329] PETR. DIACON., IV, c. 11, descrive il cammino di questa terza spedizione. FULCHERO, nel DUCHESNE, IV, 820. TUDEBODUS, Histor. de Hierosol. Itinere, ibid. p. 778, e Belli Sacri Historia, c. 5.
[330] FULCHERI CARNOTENSIS Histor. Hierosolymitana, I, 820: satis proinde doluimus, cum tantam nequitiam ibi fieri vidimus. Sed nil aliud facere potuimus, nisi quod a Domino vindictam inde fieri optavimus. Il WILKEN è assai inesatto quando narra di questa spedizione.
[331] BERNOLDO, ad a. 1097: D. Papa — nativitatem Dom. Romae cum suis cardinalibus gloriosissime celebravit, quippe tota urbe Rom. pene sibi subjugata, praeter turrim Crescentii, in qua adhuc latitabant Wibertini. Vedasi eziandio l’ANON. ZWETLENSIS, nel PETZ, Thesaurus, I, p. III, 386.
[332] Ne fa oscuro cenno DONIZONE; e PIETRO DIACONO, IV, c. 49, ne ebbe conoscenza: Math. comitissa, H. Imperatoris exercitum timens, Liguriam et Tusciam provincias Gregorio papae et S. R. E. devotissime obtulit. Unde in primis cauta seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit.
[333] BERNOLDO. a. 1095. La leggenda che raccoglie il VILLANI (lib. IV, c. 21) intorno a Guelfo ed a Matilde, ha assai dell’ameno, ma anch’egli direbbe essere stata Matilde a ripudiar Guelfo.
[334] BERNOLDO, a. 1099 (egli comincia l’anno dal Natale): D. Papa nativitat. Dom. cum magna pace celebravit; nam et castellum s. Angeli cum aliis munitionib. in sua potestate detinuit, omnesq. emulos suos in civitate — satis viriliter aut placavit aut vi perdomuit. Il Catalogo di CENCIO dice: castrum sci. Angeli a Romanis captum est in festo s. Laurentii; castrum ipsum traditum est Petro Leonis in vigilia s. Bartholomaei: dunque ai 24 di Agosto.
[335] La Bolla è data: Salerni 3 Non. Junii, Ind. VII (piuttosto dev’essere VI) Pont. D. Urbani II, XI (MANSI, XX, 659). Da essa deriva la così detta monarchia di Sicilia, che, com’è noto, fu soggetto di controversia fra i Papi ed i Re di Napoli e di Spagna.
[336] FLORENTII WIGORNIENSIS Histor. (M. Germ., VII, 565): Urbanus P. 3 hebdomada paschae magnum concilium tenuit Romae — Eos quoque anathematis vinculo colligavit, qui pro ecclesiasticis honorib. laicor. hominum homines fierent. Egli divietò dunque qualsiasi rapporto feudale ai cherici. I canoni del Sinodo sono raccolti nel MANSI (XX, 962).
[337] Nonnullos cives urbis, quorum ingens multitudo propter fidelitatem Imperatoris ipsi Papae erat infesta: così dice (BARONIO, ad a. 1098) Eadmero, compagno di Anselmo di Canterbury, il quale fu a Roma negli ultimi tempi di Urbano, e alla cui vita i Romani attentarono in odio al Papa.
[338] PAND. PISAN., p. 352; Urbanus — apud eccl. s. Nicolai in carcere in domo Petri Leonis IV Kal. Aug. animam deo reddidit, atque per Transtyberim propter insidias inimicorum in eccl. B. Petri — corpus ejus delatum est.
[339] Liemaro di Brema, Dietrich di Verdun, Rapotone conte palatino di Baviera, il boemo Wratislao, Bennone di Osnabrück sono questi amici, i cui nomi la storia registra con menzione gloriosa. Vedi lo STENZEL, I, 609.
[340] La fedeltà tedesca dedicò alle sue tristi sorti un toccante lamento nella ben nota Vita Heinrici IV (ed. WATTENBACH, Mon. Germ., XIV).
[341] Nel Tetralogus WIPONIS (M. Germ., XIII, 251; WATTENBACH, Fonti storiche di Germania, p. 223):
Tunc fac edictum per terram Teutonicorum, Quilibet ut dives sibi natos instruat omnes Litterulis, Legemque suam persuadeat illis — Hoc servant Itali post prima crepundia cuncti, Et sudare scholis mandatur tota juventus.
[342] DAMIANI, Ep. 8, lib. VIII, ad Bonumhominem legis peritum Caenatensem: non ignoro quia cum mea epistola grammaticorum saecularium manibus traditur... rhetoricae venustatis color inquiritur, et capitosos syllogismorum atque enthymematum circulos mens curiosa rimatur. Ben potrebbe questo solo dimostrare, che la rettorica e la dialettica non erano studî ignoti agli Italiani di quell’età.
[343] Ep. beatissimo fratri Michaeli Guido per anfractus multos dejectus et anctus, nel MABILL., Annal. Bened. IV, 324, e nel MITTARELLI, Annal. Camald., II, p. 4, App. — Tedaldo vescovo, che die’ ricetto a Guido, era fratello di Bonifacio margravio.
[344] Guido dice: Roma morari non poteram vel modicum, aestivo fervore in locis maritimis ac palustribus nobis minante excidium. E un Cardinale scriveva: scio — quod duae causae sunt ignorantiae vestrae, una quod aegritudo loci extraneos, qui vos doceant, hic habitare non sinit, alia quod paupertas vos ad extranea loca ad discendum non permittat abire (ATTO CARD., prooem. Capitularis ad canonicos eccl. s. Marci, nel MAI, Scriptor. vet. nov. Collect., VI, 60, II, e nel GIESEBRECHT, de Litter. stud., p. 17).
[345] Concil. Harduin., T. VI, p. I, 1580: ut omnes episcopi artes litterarum in suis ecclesiis doceri faciant. TIRABOSCHI, III, 248.
[346] TIRABOSCHI, III, 255: egli lo dimostra fondandosi sull’ASSEMANNO, Praefat. ad vol. I Catal. Bibl. Vatican. LVI. Nel secolo undecimo trovasi il primo Tedesco che sia stato bibliotecario della Chiesa romana: fu Pilgrimo arcivescovo di Colonia, nel 1026.
[347] Deest antiquarius (con questo nome di già Cassiodoro appellava i copisti) qui transcribat. Sed cur — queror incuriam, cum non modo quispiam quae scribo transferre, sed nec celeri quidem vacet lectione percurrere... BARON., ad a. 1061, n 47.
[348] Ep. Henrici Clerici ad Stephanum: nel MONTFAUCON, Diar. Ital., p. 81.
[349] Amato, che fiorì sotto Desiderio, scrisse la Storia dei Normanni, conservatasi soltanto in una traduzione di francese antico, ed edita dal CHAMPOLLION-FIGÈAC, a Parigi, nel 1835, con questo titolo: L’ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par Aimé moine de Mont-Cassin. Di tale opera si giovò Leone, che, nato della casa dei Conti de’ Marsi, fu frate sotto di Desiderio, e morì da cardinale vescovo di Ostia, dopo il 1115. Per suggerimento di Oderisio abate, egli scrisse la Cronica di Monte Cassino, dagli incominciamenti fino al 1075. La publicò per primo ANGELO DELLA NOCE (a. 1665); indi fu edita dal MURATORI, finalmente con grande accuratezza dal WATTENBACH, Mon. Germ., IX.
[350] Destructio Farfensis; De diminutione Monasterii; Quaerimonium ad Imperatorem: furono scampate dal BETHMANN nelle Historiae Farfenses, Mon. Germ., XIII.
[351] Quest’è il celebre Codice (Vatican. 8487), che, caduto Napoleone, tornò felicemente di Parigi. Per valore istorico non v’ha che lo pareggi se non se il Registrum di PIETRO DIACONO che si conserva a Monte Cassino; diffusamente tratta di esso il BETHMANN (l. c.). La Sessoriana di Roma ne possiede copie imperfette di mano del FATTESCHI. Questo abate, che insieme col GALLETTI fu assai benemerito della storia di Roma nel medio evo, vi attinse in parte la sua opera eccellente sui Duchi di Spoleto.
[352] La Chronica Farfensis (il cui originale esiste a Farfa parimenti del Liber Emphiteuseos seu Largitorium) trovasi nel MURATORI, II, 2. Gregorio la condusse fino all’anno 1105.
[353] Orthodoxa defensio imperialis, de investitura, scripta nomine congregationis Farfensis sub Heinr. Imp. (BETHMANN l. c., p. 558. Egli ne vide la scrittura soltanto in un Cod. Saec. XV).
[354] Il Registrum Sublacense conservasi in quell’abazia: La Sessoriana di Roma ne possiede un apografo del FATTESCHI. I frati di Subiaco non sono gente amica delle scienze, e da dopo la rivoluzione del 1859 il loro archivio è tornato del tutto inaccessibile, perocchè essi abbiano rimpiattato tutti i loro documenti.
[355] Fecit in specu ecclesiam pulcherrimam et firmam cooperta cripta: Chron. Sublacense, p. 932; MURAT., Scriptor., XXIV.
[356] Cod. Vatican. 3833 (unicum) dell’incominciamento del secolo duodecimo. In otto pagine comprende la prefazione già stampata dal BALLERINI: beatissimo atque aplico viro Pont. D. Papae Victori III. Deusdedit exiguus prbr. titulus apostolorum in eudoxia. Questo Codice fu testè edito da monsignor PIO MARTINUCCI, secondo prefetto della Vaticana: Deusdedit presbyteris cardlis Tit. apostolor. in Eudoxia Collectio canonum e cod. Vat. edita, Venet., 1869.
[357] Cataloghi in mscr. parecchi; e di essi per la maggior parte ho già fatto nota nel Vol. III. Il Cod. Vatican. 1984 torna di maggior giovamento per il principio del secolo duodecimo. Su di esso vedasi il PERTZ, Archiv., V, 80 e diffusamente il BETHMANN, Archiv., XI, 841. Le sue varie parti derivano da compilatori partigiani dell’Impero de’ tempi di Enrico III, di Enrico IV e di Enrico V, che difesero i diritti della corona. — Di gran pregio è il lavoro del WATTERICH, il quale ha nuovamente edito le Vitae Pontificum Romanor., dalla fine del secolo nono al termine del secolo decimoterzo (Lipsia, 1862).
[358] Vita Gregorii PP. VII, con note del MABILLON (ed. MURATORI, III, p. I, 314-351). L’Autore, discacciato di Regensburg da Enrico IV, visse in Roma, ma scrisse soltanto intorno al 1128; il suo componimento è cosa assai mediocre. La scrittura dello scismatico cardinale BENNONE, intitolata Vita et Gesta Hildebrandi (del principio del secolo duodecimo), non è che un opuscolo (pamphlet).
[359] L’originale dei Regesti di Gregorio è conservato nell’archivio Vaticano. Stampati da dopo l’anno 1591, ricevettero soltanto al tempo nostro emendamenti critici per opera del GIESEBRECHT; indi furono corretti su quel fondamento colla egregia edizione che ne fece il JAFFÈ, nel Vol. II della sua Bibliotheca. I Regesti di Gregorio VII non sono che il piccolo avanzo delle sue lettere, e ne comprendono quattrocento. — Dei Regesti dei Papi fino ad Innocenzo III si conservarono soltanto quelli di Leone I, di Gregorio I, di Giovanni VIII e di Gregorio VII.
[360] Il Damiani medesimo condannò, come Gregorio I, le regole di Donato, e ammonì i monaci che non istudiassero la grammatica. Vedi gli Opuscula, XIII, c. II; Ep. VIII, lib. VIII, dove dice: mea grammatica Christus est; e sì ch’egli era un grammatico addottrinato.
[361] BONIZONIS ad Amicum sive de persecutione ecclesiae libri 9, edito dall’OEFELE, Rer. Boicar. Scriptor., II, 794, indi dal JAFFÈ, nel Vol. II della sua Bibliotheca rer. Germanicar. BONIZONE raccolse anche le Decretali in dieci libri, cui prepose come introduzione uno schizzo della storia pontificia, che lo ZACCAGNI (Mscr. Vatic. 7143) erroneamente intitolò Chronica de Rom. Pontif. Gestis, donde il MAI ne fece publicazione. Su di BONIZONE hanno scritto diffusamente lo STENZEL e il GIESEBRECHT.
[362] La lettura di opuscoli (brochures) del tempo nostro (da dopo il 1859) servirà di documento a’ nostri nepoti, sì come per l’epoca della controversia delle investiture noi usiamo delle scritture intorno a quella compilate. Dopo l’opuscolo Le Pape et Le Congrès videro la luce di tali libricciatoli a centinaja, la più gran parte in Francia. Nessuno di quegli scritti potè dir cosa alcuna che sapesse di novità.
[363] Ingiustamente il partito avverso tacciò Pasquale di simonia. Le accuse ne sono contenute nell’Excerptum Epistolae directae Heinrico Imp. a Guarnerio principe Anconitano (nella Cronica di SIGBERTO, a. 1105).
[364] Vita di Pasquale scritta da PIETRO PISANO (PAPEBROCH, Propyl. Maji, VI, c. 6, p. 203): expulit eum ab Alba; defectio Albae exterruit eum ab urbe. Intendasi Albano, non già Alba nel Piceno, ed anche PIETRO PISANO manifestamente vuol dire di Albano, e non di Alba. Nel duomo di Albano si conserva il frammento di un’iscrizione, in cui è detto che Pasquale die’ premio alla città per la sua fedeltà: è stampato nel RICCI, Memorie di Albano (Roma, 1787, p. 198) e nel GIORNI, Storia di Albano (Roma, 1844, p. 232). Parimenti Urbano II ricompensò Velletri confermando la giurisdizione della Città sul suo territorio (Bolla segnata: Rom. VIII Id. Julii Ind. XII, A. 1089; trovasi nel BORGIA, Velletri, p. 204).
[365] Documenti raccolti nel Reg. Farf. segnano l’era di Clemente III ancor nel mese di Gennaio 1100; nell’Ottobre non più. In ORDERICO VITALE (DUCHESNE, Histor. Normannorum Scriptores, p. 762) sono riferiti questi versi che Pietro Leone, cardinale, componeva contro di Guiberto:
Nec tibi Roma locum, nec dat Wiberte, Ravenna; In neutra positus, nunc ab utraque vacas. Qui Sutriae vivens male dictus Papa fuisti, In Castellana mortuus urbe jaces. Sed quia nomen eras sine re, pro nomine vano Cerberus inferni jam tibi claustra parat.
Il Cardinale non pronosticava allora che sarebbe anch’esso divenuto antipapa (Anacleto II). AMADESI, Chronotax., II, 193. — La scrittura De miraculis Wiberti Papae qui et Clemens trovasi nel Cod. Udalrici, in EKKARDO, n. 173. Più tardi Pasquale II fece dissotterrare le ossa di Guiberto e gettarle nel Tevere, per farla finita co’ suoi miracoli: DODECHINI, Appendix, nel PISTORIO, I.
[366] Cod. Vat. 1984. Alberto fu dapprima difeso dal romano Johannes Ocdoline filius e dal cardinal Romano, in un palazzo presso a san Marcello; indi fu tradito. Questi fatti avvennero durante la prima metà dell’anno 1101. Uno de’ due Antipapi fu tradotto in bando alla Cava, l’altro a san Lorenzo presso Aversa.
[367] Petrus de Columna Cavas oppidum de jure b. Petri invaserat (PETRUS PISANUS, c. 8, p. 203).
[368] Di questo castello è fatta menzione primamente in un Diploma di Enrico III, a. 1047. In una carta di donazione data da Pietro di Tusculo, ai 26 Dicembre 1066, v’è questa sottoscrizione: Amato vir magnus judex de Castello de la Colonia (GATTULA, Hist. Casin., I, 235). — Nel 1074, ai 13 di Marzo, Gregorio VII cedette al convento di san Paolo medietatem Castelli quod vocatur Columpna (Bullar. Casin., T. II, 108). Il NIBBY reputa che l’odierno Colonna sia l’antico Labicum, ma il signor PIETRO ROSA di Roma, che è il più profondo conoscitore della topografia del Lazio, onde egli sta componendo una carta eccellente, m’assicura che Labicum deva essere l’odierna Rocca Compatri. — L’UGHELLI (T. X, 119) registra i Vescovi di Labicum dall’anno 619 fino all’anno 1111 soltanto, ma il GIORGI, De Cathedra Episcopali Setina (p. 18) afferma, che il Vescovato di Labicum fu unito a quello di Tusculo soltanto nel 1231.
[369] Il COPPI lo spiega acconciamente (Mem. Colonn., p. 28) valendosi di un documento dei 24 Settembre 1078 (GATTULA, I, 236), in cui Petrus fil. Dom. Gregorii nobiliss. Romanor. Consulis piae memoriae dona a M. Cassino una chiesa prossima a Monte Porzio; ed egli dimostra che Colonna e M. Porzio appartenevano ad un solo signore. È manifestamente questo Pietro, cui Pasquale tolse Colonna.
[370] Dom. Papa Cavas recepit: Columna et Zagarolum oppida juris illius (cioè Petri) sapienter expugnata, prudenter sunt capta: PETR. PISAN., c. 8. — Il PETRINI (p. 111) si vale di un documento dell’anno 1053 (Reg. Subl., fol. 78), in cui la contessa Imilia, habitatrix in Palestrina, dona dei beni a Subiaco per la salute spirituale dei suoi eredi, del suo defunto sposo Donadeo, del quondam Joannis qui vocabatur de Benedicto, e della domina Hitta (già moglie di quel margravio Giovanni). Il detto scrittore crede, senza alcun fondamento, che Imilia fosse sorella di Giovanni, e la fa madre di Pietro Colonna, che le sarebbe nato di un secondo marito: di ciò il COPPI dubita. Stando a documenti conservati a Subiaco, Donadeo era della famiglia di Crescenzio prefetto (a. 1036). Con Giovanni margravio, nipote di Stefania (morto prima del 1053) si sciolse il Pactum conchiuso nel 970 (Vol. III, pag. 454). Certamente Pietro Colonna, qual parente di Emilia, vantò pretese su di Palestrina, di cui più tardi s’impadronì. — In tempi posteriori si favoleggiò che i Colonna venissero di Germania a Roma: in un manoscritto che si conserva nella biblioteca Chigi (n. II, 31, p. 154) il favoloso capostipite della famiglia riceve nome di Stefano, e il compilatore dice: «la contessa Emilia donna de Palestrina sello piglio per marito.»
[371] Nicolò II aveva scomunicato gli Anconetani, che nel 1060 erano già iti in decadenza, e il Damiani implorò che si assolvessero (Ep. I, VI). Sulla signoria di Guarnerio vedasi il PERUZZI, Storia di Ancona, I, 267, 275. Il FATTESCHI fa vedere che Guarnerio nell’anno 1095 era duce di Spoleto e margravio di Camerino. — Reg. Farf., fol. 1177: anno IV Heinrico IV imperante et Guarnerio Marchione mense Jun. Ind. IV (deve dire VII, A. 1114). Al fol. 1179, l’abate Beraldo ricorre al Dux et Marchio Guarnerius contro rapitori di beni del monastero. Viene poi un editto di Guarnerio; il suo suggello lo rappresenta a cavallo, armato di spada e col berretto frigio. I suggelli degli antichi Duces longobardi di Spoleto li rappresentano per la più parte che impugnano la bandiera.
[372] La Cronica di Fossa Nova (nel Lazio) dice (ad an. 1105, Ind. XIII): Marchion venit Romam consentientibus quibusd. Romanis, et elegit Adanulphum in Papam Silvestrum ad S. M. Rotundam infra Octavam S. Martini, sed sine effectu reversus est. EKKEHARDO, ad a. 1106, cade in errore, e di poco s’accorda SIGBERTO (a. 1105), il quale però offre buone notizie particolareggiate, riportando il frammento di una lettera di Guarnerio. Esattissimo è il Cod. Vat. 1984, il quale sa anche dell’elezione di «Maginulfo», avvenuta nel Panteon. Giusta la lettera di Pasquale indiritta ai Francesi, in data dei 26 Settembre, dal Laterano (Cod. Udalr., n. 239), il JAFFÈ dimostra che Maginulfo fu eletto ai 18 di Novembre, e fuggì ai 20.
[373] Berto caput et rector Romanae miliciae, dice SIGBERTO, ed è quegli stesso che il Cod. Vat. 1984 chiama Berizone. Ad occasione di questa pugna, si tien nota del templum romuly ante domum judicis Mathilde (che probabilmente è la basilica di Costantino), dell’arcum aure (secondo l’Ordo Romanus è un arco di entrata nel foro di Nerva), dell’arcum triumfale (di Costantino), della sedem solis — circlo majore.
[374] Callidus Papa, Henricum adolescentem filium Henrici Imp. adversus patrem concitat, et ut Ecclesiae Dei auxilietur admonet: HERIMANUS in narratione restaurationis Abbatiae S. Martini Tornacensis (D’ACHERY, Spicileg., XII, n. 83; PAGI, Critica, a. 1106, n. 1).
[375] Si sottomise anche Parma donde erano sorti due Antipapi. Affine di indebolire l’arcivescovo di Ravenna, furono tolti alla sua giurisdizione i cinque Vescovati dell’Emilia, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena e di Bologna. La potenza di Ravenna cadde con Guiberto, quantunque Gelasio II nell’anno 1119 abrogasse il decreto di Guastalla (RUBEUS, Hist. Rav., V, 321). Nel FANTUZZI (IV, 247) trovasi un notevole documento del 1130, in cui l’Arcivescovo di Ravenna ricompare nella pienezza della sua autorità sopra del Vescovo di Bologna.
[376] PIETRO PISANO, c. 11. Quelle città erano Ponte Celle e Montalto (vicin Corneto nella Maritima superior). Fu grave errore andar cercando quest’ultima sul mare Adriatico, invece che sul mare di Tuscia.
[377] Il Chron. Sublacense (MURAT., XXIV, 939) scrive Effidis a vece di Affile. Intorno ad Affile (in PLINIO e in FRONTINO) vedasi l’Analisi del NIBBY. Nel Cod. Albini, fol. 138, e in CENCIO, fol. 115, vi si riferisce un compendio dei perduti Regesti di Pasquale: contratto di cessione di pontie et effides, dato ai 7 Id. Sept.; testimonî: Raynaldus Senebaldi. Octavianus. Oddo fil. Johis de Oddone (entrambi Crescenzî discendenti di Ottaviano e di Rogata). Petrus de Rofrido. Rofridus de Ceperano. Romanus de Scotto. Huguizon fil. Petrus de Leone. Cincius Johis de Crescentio.
[378] Dai Regesti di Pasquale, CENCIO trasse il pactum cum Ninfesinis, senza data. Ne tengo nota a causa de’ rapporti feudali dei quali vi si parla: Hec sunt que facient Nimphesini. Fidelitatem scil. B. Petro et Dno PP. Paschali ejusq. Successoribus. — Hostem et parlamentum, cum Curia preceperit. Servitium quod assueti fuerunt facere, et placitum et bannum faciant B. Petro et PP. Pagano la Quarta a misura del Modius romano; a san Martino son soggetti al Glandaticum (servitù di pascolo pei majali); alla festa di san Tomaso contribuiscono bonos bradones (pagnotte di sugne e di grasso). De carico uniuscuiusque Sandali solvant denarios VI. Fidantiam (tributo) in unoquoque anno in mense Madji libr. XXX de papia bonas. Vengono dopo statuizioni sul plateaticum o tributo di mercato, che gli stranieri devono pagare alla Curia (del ministero pontificio); indi sul Foderum ecc. Devono demolire le mura, nè possono costruirne di nuove senza permesso della Curia. Testimoni: Petrus Leonis. Petrus de Franco. Leo de dno petro Leonis. Ubicio. Seniorictus. Benincasa piscatore. Constantinus dapifer. Zoffo de caiaze. Gisalfo. Romanus de Calvo. Vgizzonius de Joha[=n]e Tinioso. Paganus. — A torto questo documento non fu registrato nel Cod. Diplom. del THEINER.
[379]
Nobilis urbs sola Mediolanum populosa Non servivit ei; nummum neque contulit aeris (DONIZO II, 18).
[380] Heinricus Dei gr. Romanorum Rex Consulibus et Senatui, Populo Romano, majoribus et minoribus gratiam suam cum bona voluntate: Cod. Udalr., n. 257.
[381] La lettera di Federico arcivescovo di Colonia, indiritta a Ottone di Bamberga, analizza assai bene le conseguenze delle investiture: Cod. Udalr., n. 277.
[382] Il trattato dato ai II Non. Febr. in atrio B. Petri in eccl. b. Mariae quae dicitur in Turri (Cod. Vat. 1984) denota così le regalie: civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetam, teloneum, mercatum, advocatias regni, jura centurionum et curtes que manifeste regni erant cum pertinentiis suis, militia et castra regni. Similmente il Cod. Udalr., n. 262, 263, e il Chron. EKKEHARDI, a. 1111. Il Cod. Vat. 1984 trasse le Cartulae Conventionis dal Registro di Pasquale, e quasi testualmente le riferì PIETRO DIACONO. Parimenti ALBINO, CENCIO e il Card. Aragon. compendiarono tutti questi istromenti.
[383] Per suggerimento dell’Autore, abbiamo ommesso, nella traduzione di questa pagina, una nota che trovasi qui posta nell’originale. (N. del T.)
[384] Dimittat ecclesias liberas cum oblationibus et possessionibus, quae ad regnum manifeste non pertinebant. Il Papa chiedeva dunque a quel tempo «libera Chiesa» accanto allo Stato; oggidì vien detto: «libera Chiesa in libero Stato.» Il secondo Pactum è registrato nel Cod. Vat. 1984, e nel Cod. Udalr., 263.
[385] Patrimonia et possessiones b. Petri restituet et concedet sicuti a Carolo, Lodovico, Heinrico et aliis imperatoribus factum est, et tenere adjuvabit secundum suum posse: ibid.
[386] Senza saperlo, il conte Cavour ha indiritto contro a Pio IX le ragioni di Pasquale II: «Se la Chiesa potrà una buona volta liberarsi da tutte le pastoie delle cose secolari, e separarsi mediante certi confini dallo Stato, non solo la sua indipendenza diverrà meglio assicurata, ma la sua autorità più efficace, poichè non sarà più vincolata dai molteplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finchè il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla podestà spirituale, l’autorità temporale. Il principio della reciproca indipendenza della Chiesa e dello Stato deve essere inscritto in modo formale nel nostro Statuto, deve far parte integrante del patto fondamentale del nuovo regno di Italia.» Discorso del CAVOUR, detto ai 25 Marzo 1861, ad occasione di un’interpellanza sulla questione romana.
[387] Non erit in facto aut consilio, ut dom. Papa perdat papatum romanum vel vitam, vel membra, vel capiatur mala captione, aut per se aut per submissam personam: formula d’uso, a quel tempo, nei trattati con Principi, con città, con vassalli, come lo dimostrano le formule giuratorie raccolte in CENCIO. Mallevadori del Papa furono Gualfredo, nipote suo, e i Pierleoni.
[388] Praebuit rex assensum, sed eo pacto, quatinus haec transmutatio firma et autentica ratione, consilioque vel concordia totius ecclesiae ac regni principum assensu stabiliretur; quod etiam vix autem nullo modo fieri posse credebatur: EKKEHARDO. — Quod tamen nullo modo posse fieri sciebat, dice Enrico del Papa in una lettera raccolta nel Cod. Udalr., n. 261 (DODECHINI, Append., p. 668).
[389] Deliberata est itaque ei ecclesia, et omnes munitiones circumquaque sitae: PETR. PISAN., c. 14. — Il san Pietro era munito di trincee; il castel Sant’Angelo era sempre in mano dei Pontificî.
[390] SIGBERTO, a. 1111; DODECHINI Append. p. 668. Cod. Udalr., n. 263: Privilegium Pascalis Papae. Et divinae legis etc.
[391] Lectis publice privilegiis, tumultuantibus in infinitum princibus pre aecclesiarum spoliatione ac pre hac beneficiorum suorum ablatione: EKKEHARDO. E vedasi la vivace descrizione che ne dà la Cronica di Reichersberg, p. 239 (nel LUDEWIG, T. II). Così essa, quanto SIGBERTO, OTTONE DI FRISINGA (Cron., VII, 14), la Ep. Heinrici (Cod. Udalr., 262) e DODECHINO non fanno menzione che de’ soli Vescovi: Universis in faciem ejus resistentibus, et decreto suo palam haeresim inclamantibus, scil. episcopis, abbatibus, tam suis quam nostris et omnibus ecclesiae filiis.
[392] Habent enim aliquid simile cum nivibus suis; nam statim ut tacti calore fuerint, in sudorem conversi deficiunt, et quasi a sole solvuntur, dice a questo proposito PIETRO DIACONO (IV, c. 39) dell’indole germanica, con giudizio strano e contrario al vero. Per lo contrario i Tedeschi si pregiano di tempra virile e ferma nei propositi.
[393] PETRUS DIACON., c. 39. MANSI, XXI, 59. Lettera di Giovanni cardinale (agens vice Domini Pascalis Papae vincti Jesu Christi) a Riccardo vescovo di Albano: post haec omnes unanimes contra eum juraverunt, uno animo, una voluntate pugnare.
[394] Così ne lo descrive con vivi colori la Cronica di Reichersberg: Clerici tenere educati funibus trahebantur ab equitibus, quos illi, ut poterant, sequebantur per plateas, luto profundo ac tenaci vix emergentes. È senza dubbio un’esagerazione quel che dice PIETRO DIACONO, che il Papa fosse tratto in catene.
[395] PETR. DIACON. e il Cod. Vat. 1984, che lo ricavano dal Registro di Pasquale: aput castellum Trebicum; aput Corcodilum, che certo è Corcollo o Corcurulum, l’antica Querquetula, Corcotula, nel Lazio. Vedi il NIBBY, Analisi.
[396] PETR. DIAC. — Non è che una favola la narrazione di ORDERICO VITALE (X, 762) che duemila Normanni venissero in aiuto di Roma, e battendo Enrico lo cacciassero. In questo tempo principi de’ Normanni erano Roberto di Capua (1106-1120) succeduto a Riccardo II fratel suo, e Guglielmo di Puglia figlio di Rogero, che era morto a Salerno in Febbraio dell’anno 1111. In Sicilia era morto nel 1101 il gran conte Rogero, fratello del Guiscardo, e gli era successo Rogero II.
[397] En cogor — pro Ecclesiae pace ac liberatione id perpeti, quod ne paterer, vitam quoque cum sanguine profundere paratus eram. In condizioni pari Pio IX s’avrebbe anch’egli doluto cogli stessi lamenti? o avrebbe continuato a ricantare il suo non possumus?
[398] In agro juxta pontem Mammeum: Cod. Vat. 1984. Di già nell’anno 1030, questo ponte aveva nome di pons Mammi (NIBBY, Analisi, II, 579); ed è incerto se si chiamasse così da Mammea, madre di Alessandro Severo. Ivi è il confine fra il Lazio e la Sabina. Il campo Septem Fratrum deve corrispondere all’odierno Castell’Arcione, nove miglia distante da Roma, dove un tempo esisteva la chiesa di santa Sinforosa, madre di sette figliuoli ch’ebbero martirio al tempo dell’imperatore Adriano. ESCHINARDI, Agro romano, p. 236; VIOLA, Storia di Tivoli, II, 125.
[399] Actum 3 Idus Aprilis 3 feria post Octava Paschae Ind. IV. Entrambe le formule giuratorie, tratte dal Registro di Pasquale, sono riferite nel Cod. Vat. 1984, in CENCIO, nel CARD. ARAG., nel Cod. Udalr. n. 264, nei Mon. Germ. Leges, II, 71. Fra i mallevadori del Re si trova eziandio Guarnerius comes. Et regnum et Imperium officii sui auxilio tenere bona fide adjuvabit. PIETRO DIACONO, c. 40. vi aggiunge benanco patriciatum.
[400] Regnum vestrum sanctae Ecclesiae singulariter cohaerere, dispositio divina constituit. — Cod. Udalr., n. 265; Mon. Germ. Leges, II, 72; MANSI, XXI, 65. OTTONE DI FRISINGA dichiara addiritura che il Privilegio fu extortum per vim.
[401] In exemplum patriarchae Jacob dicentis ad angelum: Non dimittam te nisi benedixeris mihi: EKKEHARDO. Sembra che la comparazione fosse tolta dalla perduta Istoria di DAVID SCOTO, come si rileva da GUGLIELMO MALMESBURY (De Gestis Reg. Anglor. V, 166); infatti egli usò delle notizie date da DAVID, dicendo però che questi non fu dappiù di un semplice panegirista. A tale proposito il BARONIO grettamente sbriglia la sua stizza contro il vivace Cronista. — Enrico adesso volle ed ottenne che fosse data sepoltura cristiana al padre suo: EKKEHARDI Chron.
[402] Romani patricii occurrerunt cum aureo circulo, quem imposuerunt imperatori in capite et per eum dederunt sibi summum patriciatum Romanae urbis, communi consensu omnium. W. MALMSB. v. 167.
[403] Ne abbiamo notizia da questo documento: Actum Idibus Aprilis 5 feria post octavas Paschae, Ind. IV. Haec sicut passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus. Così dal Registro di Pasquale nel Cod. Vat. 1984, donde lo ricavò il CARD. ARAGON., 363.
[404] PIETRO PISANO esagera: discedente — Henrico Romam pax rediit — viguit autem pax annis plus minus novem, posteris vix credenda, quam profecto vidi tantam, quantam et timidus bubulcus exoptat, et audax perhorrescit latro, ut quisque locum depositum tueretur. Questi furono anni di tranquillità per Italia, ma non per Roma che presto tornò in fiamme.
[405] Lettera violenta di Brunone a Pasquale, in PIETRO DIACONO, c. 42, e nel BARONIO, ad a. 1111, n. 30. Ivi è registrata anche la sua lettera al Vescovo di Porto. Pasquale lo costrinse a deporre la sua dignità di abate. Brunone morì a Segni nel 1123, ed è sepolto in quel duomo.
[406] Il mansueto Ivone respinse l’opinione che l’investitura fosse eresia, poichè non era error in fide. Difese il Papa contro di Giovanni di Lione, ricordando argutamente di Noè: Potius pudenda patris nostri nudabitis, quae publicanda non essent in Gath, nec in compitis Assalonis, deridenda exponetis, quam post dorsum ea velando benedictionem paternam nobis acquiratis — — Sic Petrus trinam negationem trina confessione purgavit, et Apostolus mansit: Cod. Udalr., n. 281: MANSI, XXI, 78.
[407] Gerardo di Angoulême, che compilò la sentenza definitiva, protestò il Privilegium essere un pravilegium. Gli atti ne sono registrati nel MANSI, XXI, 50. FLORENTII VIGORN. Hist. (Mon. Germ., VII, 566). Notizie staccate v’hanno nel PAGI, a. 1112, n. II. — FALCONE dice senza sutterfugi: Papa Paschalis faciens Romae synodum fregit pactum, quod fecerat cum Henrico Rege. Soltanto il Concilio non osò di pronunciare la scomunica.
[408] Pasquale pensava più nobilmente del BARONIO, il quale non gli sa perdonare che non ispergiurasse subito: Apostolicae constantiae succisis nervis — nimis tenax custos praestiti, immo per vim et metum extorti, juramenti — magnam ipse sibi notam inussit.
[409] Addì 3 Maggio, lamenta che Civita Castellana, Corcollo, Montalto, Montacuto, Narni rifiutassero obbedienza, e spera che gli sieno ristorati Perusia, Gubbio, Tuder, Orvieto, Castellum Felicitatis, il Ducato di Spoleto e la Marca di Fermo (Cod. Udalr., n. 266). Ai 26 Ottobre 1111 si duole de’ suoi persecutori: Cervicem adversus nos erexerunt, et intestinis bellis viscera nostra collacerant, et multo faciem nostram rubore profundunt: biasima le violenze di Enrico contro alle Chiese, e il modo tirannico onde si trattavano gli ostaggi. Questa lettera dà una chiara idea delle lotte che si combattevano nell’animo del Papa: Cod. Udalr., n. 271.
[410] Il Concilio di Vienne senza tanti riguardi dà del sempliciotto al Papa: Scriptum illud, quod rex a vestra simplicitate extorsit, damnavimus. La epistola sinodale mette in aperto tutta la collera infiammata de’ Vescovi: BARON., ad a. 1112
[411] È una fiaba che i Romani mandassero seicento ambasciatori a Bisanzio; il tempo fu nel Maggio dell’anno 1112: PIETR. DIACON., IV, 46. Della legazione fa cenno anche la lettera dell’Abate di Farfa, in cui questi avvisa Enrico delle astuzie del Papa: Cod. Udalr., n. 256.
[412] Primamente andò nell’inverno del 1112 a Benevento, dove elesse Landolfo de Graeca a contestabile. Qui è la prima volta che nelle terre pontificie s’oda menzionare il titolo di Comestabulus. FALCONE dà a questo officio anche nome di Rectoraticum, aut aliquam Baliam publicam (p. 84). — Riguardo alla infeudazione normanna vedansi il Chron. Fossae Novae, a. 1114, e ROMUALDO, ad a. 1115: apud Ciperanum in eccl. S. Paterni Guilielmus Dux devenit ligius homo Papae Paschalis. Se si stia a FALCONE, l’infeudazione si estese al Ducatus Apuliae, Calabriae et Siciliae: PIETRO DIACONO, c. 49, non parla più di Sicilia, ma probabilmente il Duca delle Puglie teneva ancora quest’isola in conto di feudo suo.
[413] Le terre di Matilde erano state per la massima parte già comprese nella donazione di Pipino. Da dopo di Carlo la Chiesa pretese a Spoleto, ed al tempo de’ Carolingi possedette la Tuscia romana, ma questa nel secolo decimo fu per la maggior parte congiunta al Margraviato di Toscana. Corneto e Tuscana appartenevano omai all’Impero, dacchè i Margravî e Matilde, o loro Missi, tennero dei Placita in quelle terre. Reg. Farf., n. 579 e n. 799: in castello et turre de Corgnito in finibus maritimanis territorii et comitatus Tuscanensis. Anche Civitavecchia fu soggetta al governo di Goffredo di Toscana (ANNOVAZZI, Storia di Civitavecchia, Roma, 1853, cap. II, 224). Soltanto nel secolo decimoquarto si usò il nome Patrimonium per denotare la Tuscia romana, ma in prima, col nome di Patrimonium S. Rom. Eccl. era appellato tutto il territorio da Radicofani a Ceperano (CENNI, Monum., II, 210). Erroneamente si fecero derivare dall’eredità di Matilde quelle terre, che più tardi furono chiamate Patrimonium. Chi soprattutto sa dire che cosa fosse siffatta eredità?
[414] Fuor di DONIZONE, in alcuni versi di concetto indeterminato, e di PIETRO DIACONO (III, c. 49), in una fugace considerazione, nessun contemporaneo fece nota di questa donazione, della quale d’altronde non si può muover dubbio. PETR. DIACON., ann. 1077 — Mathilda comitissa — Henrici imp. exercitum timens Liguriam (così puranco chiamavasi la Lombardia) et Tusciam provincias Gregorio papae et R. E. devotissime obtulit. Unde inprimis causa seminandi inter pontificem et imp. odii initium fuit. — Il documento della donazione fu stampato in prima dal LEIBNITZ, Rer. Brunsw., I, 687, indi diligentissimamente dal CENNI (Mon., II, 238), che lo trasse da ALBINO e da CENCIO, e lo illustrò con una dissertazione di aridissima erudizione. L’originale non esiste, ma nelle cripte del Vaticano si conserva il suo frammento marmoreo, chè la donazione fu incisa in una lapide, e questa collocata nel san Pietro. L’importante frammento fu ricomposto egregiamente dal SARTI e dal SETTELE (App. a DIONISIO, Sacrar. Vat. Basilicae Criptar. Monum., Tab. VII). Il SARTI crede che la inscrizione in marmo abbia servito di originale non soltanto al codice di ALBINO (è nella biblioteca Ottoboni), ma a tutti gli altri esemplari di scritto.
[415] La Bolla di Innocenzo II, degli 8 Giugno 1133, che investì Lotario II, sua vita durante, dei beni componenti la eredità di Matilde, parla soltanto dell’allodium bon. mem. Comitisse Mathildae, quod utique ab ea b. Petro constat esse collatum. E soltanto agli allodî (chiamati Terra, Domus, Podere, Comitatus) deesi riferire la donazione.
[416] Solamente più tardi i Papi osarono di muover pretesa sui feudi imperiali. Ancor prima Spoleto e Camerino erano stati dall’Imperatore dati in feudo a Guarnerio II. Rabodone per primo ottenne il Margraviato di Toscana; indi, nel 1119, lo ricevette Corrado di Svevia (CIANELLI, Memorie e documenti del Principato lucchese, I, 159). Nel 1136 ebbelo in feudo Enrico il Superbo della casa de’ Guelfi; coll’assentimento del Papa, egli ricevette anche gli allodî di Matilde.
[417] Feci autem ut homo, quia sum pulvis et cinis! sclamò lo sventurato Papa nel Concilio. Ma Brunone di Segni si sdegnò perciocchè egli svelasse la nudità del Papato, e incollerito gli diè dell’eretico. Allora Giovanni di Gaeta, che più tardi diventò Gelasio II, proruppe con grande ira: Tunc hic et in concilio, nobis audientibus, Romanum Pontificem appellas hereticum? — Ad hoc patientia domini Papae, horrendo heresis nomine pulsata, expergefacta est. — In EKKEHARDO.
[418] Gli atti del Concilio sono registrati in EKKEHARDO. Il Papa fu trattato prettamente da simplex. Il tragico stato di lui ch’era avvinto da un giuramento e le cabale o le collere dei Cardinali che lo attorniavano, ne formano uno dei più commoventi episodî della storia del Papato.
[419] Praefectus — indutus manto precioso, et calceatus zanca una aurea, i. e. una caliga, altera rubea — juxta dom. Papam collateraliter nullo medio equitante incedit: Ordo Roman. di CENCIO, nel MABILLON, p. 170. Qui si usa dei nomi di zanca e di caliga, in pari senso di calzatura e di panni di gamba, nella foggia che spesso si vede usata in quadri fiorentini antichi. Riguardo al vestimento del Prefetto vedasi il CONTELORIUS, de Praefecto urbis, p. 3. La figura che è disegnata sulla tomba di Petrus de Vico, a Viterbo, porta in capo una mitra che somiglia ad una pina.
[420] Dell’importanza della Prefettura a questo tempo discorre GEROH DI REICHERSBERG: Grandiora urbis et orbis negotia — spectant ad Rom. Pontificem sive illius vicarios — itemque ad Rom. Imperatorem sive illius vicarium urbis Praefectum, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet Dominum Papam, cui facit hominum et Dom. Imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium (BALLUZIUS, Miscell., V, 64. GEROH scriveva intorno al 1150).
[421] Stando a FALCONE ed a PIETRO PISANO, il Prefetto morì nel Marzo; soltanto una glossa marginale di antica data, apposta al Cod. Vat. 1984, dice: A. XVII Pontif. Paschalis secundi PP. Ind. VIII (piuttosto IX) mense aprilis die II obiit Petrus prefectus.
[422] PIETRO PISANO, c. 18, narra vivacemente di cotali fatti, come quegli che vi prese parte. E FALCONE, p. 90: Praefectus urbis Romae mense quidem Martio obiit, post cujus mortem civile bellum terribiliter exortum est, eo quod Romani audierant, quod Petrus filius Leonis Apostolici consilio filium suum Praefectum ordinare vellet. ORDERICO VITALE (XII, 861) dice che il vecchio Pierleone era odiatissimo (quem iniquissimum foenatorem noverunt, cioè i Franchi nel Sinodo di Reims).
[423] At ille non contentus termino, ea die Praefecturalia, a quibus potuit, in se compleri fecit: ossia si fece installare in officio da’ Magistrati (PETR. PISAN., c. 19); e così si parla di laudes praefectoriae e di applausus comitiorum.
[424] Scene eguali di quelle che DINO COMPAGNI descriveva avvenire a Firenze, Cod. Vat. 1984: unde orte fuerunt pugne multe et omicidia et pestilentiae magne, turres a fundamentis dirute; hac plures domora dissipate, et ecclesiae depredate, ac clerici capti. PETR. DIACON., IV, c. 60, e FALCONE DI BENEVENTO.
[425] Del teatro di Marcello ho fatto nota anche in documenti del secolo decimo (Vol. III, pag. 461): durava ancora il Forum Olitorium, e financo ivi esisteva tuttavia l’elefante di bronzo o di marmo.
[426] In queste ruine si cerca il tempio della Pietà, che Roma republicana ebbe edificato ad onore di una donna romana, la quale nutrì col suo petto il padre condannato. PLINIO, VII, c. 36: Et locus ille eidem consecratus Deae C. Quinctio, M. Acilio Coss. Templo Pietatis exstructo in illius carceris sede ubi nunc Marcelli theatrum est. BECKER, Manuale ecc., p. 603. — Il NARDINI, il VENUTI, il NIBBY, il CANINA, il BUNSEN hanno fatto studio della antichità di quel luogo, fra loro disputando. — La diaconia era appellata in Carcere dalla prigione di Stato del decemviro Appio Claudio. Diggià sul principio del secolo duodecimo si disse in carcere Tulliano, e ciò erroneamente, avvegnachè la prigione edificata da Servio Tullio fosse in vicinanza del Campidoglio. La Storia di questa diaconia compilata dal CRESCIMBENI (è in manoscritto che si conserva dal Cardinale di quel titolo) mi ha prestato di poco ajuto.
[427] La Graphia: In elephanto templum Sibille, et templum Ciceronis, ubi nunc est domus filiorum Petri Leonis. Ibi est carcer Tullianus, ubi est Eccl. s. Nicholai. Ivi nelle vicinanze evvi il ponte dell’isola (pons judaeorum); al di là esisteva il ghetto antico. In questo vecchio quartiere dei Pierleoni s’entra per un arco d’ingresso che è di fronte al palazzo Savelli; la strada «Porta Leone» è forse così appellata dal nome dei Pierleoni. La fornace che trovasi in quel sito (sta scritto sopra alla sua porta: n. VIII, Prioratus del sole) era in origine una torre, ed ha ancora una finestra medioevale. Nelle case si rilevano tracce di torri antiche; così in quelle ai numeri 122, 137, 130, dove oggidì gli Ebrei macellano bufali.
[428] Ptolemaeo donavit Ariciam, caeteris aurum et argentum: PETR. PISAN., c. 19. Il JAFFÈ (n. 3489 a) dice che Alessandro II infeudasse Aricia ai Malabranca, ma quest’è un errore. Fu Alessandro III che, nel dì 9 Giugno 1178, a Conrado Gregorio et Petro fidelibus nostris filiis bone memorie Malebrance, confermò l’investitura di Aricia, già posseduta dal padre loro: THEINER, Cod. diplomat. dominii Temporal., I, n. XXXI.
[429] Sicque Apostolicus ipse tranquillitate inventa Romam securus habitavit, dice FALCONE DI BENEVENTO: su di che possono vedersi le considerazioni del GIESEBRECHT, III, p. 1164.
[430] È degnissimo di nota ciò che narra PIETRO PISANO (c. 21): Plebs, populusque Rom. triumphum tibi instituit. Coronata urbe Rex et Regina transivit per medium: magnus apparatus, parva gloria. Huic nullus Patrum, nullus Episcoporum, nullus catholicus sacerdos occurrit; fit ei processio, empta potius, quam indicta.
[431] PIETRO PISANO (c. 22), che toglie frasi a prestito da Sallustio e da Livio. — Egual concetto dell’Impero ebbe il Barbarossa.
[432] Et praefecturam per aquilam confirmavit dudum nominato praefecto: Cod. Vat. 1984. Il giovine Prefetto, come il padre suo, aveva nome Pietro, e durò in carica fino al tempo di Onorio II (Papa Honorio et Petro tunc temporis urbis prefecto: documento dell’anno 1148, n. 57, nel GALLETTI, del Primic.). È assai strano caso che tanti Prefetti si chiamassero tutti con nome Pietro.
[433] PETR. DIACON., IV, c. 61: Ptolemaeo illustr. Octavia stirpe progenito, Ptolemei magnific. consulis Romanor. filio, Bertam filiam suas in conjugio tradidit. Nessun Cronista del resto narra di questo maritaggio, quantunque PIETRO non possa averselo inventato di suo capo. Tuttavolta, nell’anno 1141, Leone figliuolo di Petrus Leonis compare da suocero di Tolomeo (NERINI, n. 8, App.: Dns Tholomeus Curie se representavit cum Dno Leone Petri Leonis socero ejus...): dunque Berta doveva a quel tempo essere omai morta. Più tardi vedremo un Imperatore bizantino dar la sua figliuola in isposa a un Frangipane.
[434] Documento di Tolomeo I, dato per Gaeta, dei 9 Febbraio 1105 (FEDERICI, p. 463). A Monte Cassino ne vidi l’originale che è notevole per la duplice scrittura che contiene. Tolomeo II accordò anche al monastero, libertà di traffici nei suoi possedimenti. _In nom. Dom. anno ab Incarn. ejus 1130 mens. Jun. Ind. VIII. Ego Ptolemaeus dei gr. Romanorum consul filius quondam bone mem. Ptolemaei — concedo — ut cassinenses fratres et res eorum et homines pro utilitate monasterii secure atque quiete eant atque redeant per terram et per mare hiis locis, in quibus dominium habeam, et in portibus nostris ut secure ibi applicare possint — — _(Reg. PETRI DIACONI, n. 604 nell’archivio di M. Cassino). Uno dei porti di Tolomeo era Astura, che egli aveva tolta al convento di san Bonifazio in Roma (NERINI, p. 190, 394).
[435] Trecento cavalieri normanni occuparono Pylium (Piglio), furono respinti nel Castrum Acutum (Monte Acuto presso Anagni) e tornarono a casa malconci: PIETR. DIAC., VI, c. 61; PIETR. PISAN., c. 24.
[436] Cod. Vat. 1984: Postea vero fideles dicti pontificis insimul cum comites scil. Petro Columpnae ac Raynaldo Sinebaldi clam revocaverunt illum, sed non fuit ausus manere in civitate. Il partito avverso era padrone del Campidoglio, di dove era dato assalto alla Ripa (case dei Pierleoni presso al Tevere), e teneva in poter suo il san Pietro, donde si moveva all’assalto del castel Sant’Angelo.
[437] Cod. Vat. 1984: cum festinatione perrexit per transtiberim aput castellum S. Angeli et cepit pugnare contra basil. S. Petri, quia praefectus cum consules illam retinebat cum balistis...: PETR. PISAN., c. 25.
[438] PETR. PISAN., c. 25: ut caverent dolos in execratione Guibertinorum ac enormitatis Teutonicae. — Cod. Vat. 1984: octavo die sue reversionis — obiit apud cast. S. Angeli in domum juxta eream portam et sepultus est in basilica constantiniana, quia consules non permiserunt eum in bas. b. Petri sepeliri — Obiit in vigilia b. Vicentii et Anastasii nocti temporis, ossia ai 21 di Gennaio.
[439] PIETRO PISANO enumera alcuni edificî di Pasquale, fra cui S. Maria in regione Areolae (Arenolae, riva di sabbia, donde ebbe origine il nome Regola), che si mutò nell’odierno in Monticelli. I musaici del san Clemente e della santa Maria in Monticelli sono ancora del tempo di Pasquale.
[440] Vita Gelasii II scritta da PANDOLFO PISANO, nel MURATORI, III, 1, colle aride postille di COSTANTINO CAJETANI; edita indi più correttamente dal PAPEBROCH, Propyl. Maji, VI. Se si stia al CAJETANI, padre di Gelasio fu Crescenzio duce di Fundi; egli fa risalire la famiglia fino a Docibile di Gaeta, e avventuratamente ancor più in su, fino agli inevitabili Anicî ed ai Giulii.
[441] Credentes locum tutissimum, veluti qui Curiae cedit, in monasterio quodam, quod Palladium dicitur, infra domos Leonis et Cencii Frangipanis — convenerunt: Vita, c. 5.
[442] PANDOLFO fu testimone di questo fatto, e lo descrisse vivacemente. Cencio, sbuffante come un drago, more draconis immanissimi sibilans — accinctus tetro gladio — valvas ac fores confregit, ecclesiam furibundus introiit: inde custode remoto Papam per gulam accepit, distraxit, pugnis calcibusque percussit, et tamquam brutum animal intra limen ecclesiae acriter calcaribus cruentavit; et latro tantum dominum per capellos et brachia, Jesu bono interim dormiente, detraxit, ad domum usque deduxit, inibi catenavit et clausit (c. 6). Probabilmente nella turris cartularia, presso l’arco di Tito.
[443] Eccone il passo degno di nota: Petrus Praefectus Urbis, Petrus Leonis cum suis, Stephanus Normannus cum suis, Stephanus de Petro cum suis, Stephanus de Theobaldo cum suis, Stephanus de Berizone cum suis, Stephanus Quatrale cum suis, Bucca Pecorini cum suis, Bonesci cum suis, Berizasi cum suis, Regiones XII Romanae civitatis, Transtiberini et Insulani arma arripiunt cum ingenti strepitu Capitolium ascendunt (Vita, c. 6).
[444] S. Papa levatur, niveum ascendit equum, coronatur, et tota Civitas coronatur: per viam sacram (la odierna via Lateranense che sale dal Colosseo) gradiens, Lateranum ascendit... (c. 7). Cencio se la levò liscia, pedes ejus amplexans, clamat irremissius: Domine miserere. Et sic peccatis nimiis exigentibus, ut iterum ecclesiam elatis cornibus ventilaret, evasit.
[445] FALCO, a. 1118. — Cod. Vat. 1984: cum festinatione Romam petit cum paucis militibus, die veneris ante quadragesima misit nuntios ad consules ut exirent obviam ei. Sabbatum vero ante quadragesima ingressus est porticum S. Petri. L’iscrizione posta sulla tomba di Gelasio dice assai giustamente dell’Imperatore:
Sed quia rege fuit non praecipiente levatus Horrendum fremuit princeps... (MURAT., III, I, 416).
[446] L’antica famiglia dei Bulgamini deve per conseguenza aver dimorato in uno dei portici che erano in quel luogo. Epitaffî di persone De VVLGAMINEIS trovansi ancora in S. Barbara Librariorum, dell’anno 1496, e nel Panteon, dell’anno 1530 (GALLETTI, Inscript. Class., XVI, 8, 48).
[447] Ed anche nobiluomini romani, fra’ quali PIETRO DIACONO (IV, c. 64) nomina financo il Prefetto della Città: di questo io dubito.
[448] Pregevolissima è a questo punto la descrizione che dà PANDOLFO, il quale da Ostiarius accompagnò il Papa; nell’angustia del suo animo, ei credette che i Tedeschi avessero avvelenato il ferro delle frecce. Ad portum usque descendimus. Coelum et terra et mare ubique — adversum nos conjuraverunt — mare ac Tiberis — Petri vicario rebellabant — Alamanorum barbaries tela contra nos mixto toxico jaciebant: minitabantur etiam, nos intra aquas natantes pinnaci (piceo?) igne cremare, nisi Papam et nos in eorum manibus redderemus.
[449] Cepit Dom. Hugo Cardinalis — Papam nostrum in collo, et ad castrum S. Pauli Ardeam de nocte sic portavit. L’antica Ardea di re Turno apparteneva adesso per una metà all’Abazia di san Paolo: nel 1130 Anacleto II la cedette a questo convento per intiero.
[450] Settecentoventinove anni dopo tale fuga a Gaeta si ripetè anche da Pio IX.
[451] Stando a LANDULPH. JUNIOR, Hist. Mediol., c. 32, Burdino fu eletto addì 9 Marzo. Gelasio, nella sua lettera ai Vescovi delle Gallie (MANSI, XXI, 166), dice che fullo quarantaquattro giorni dopo l’elezione di sè scrivente, locchè corrisponderebbe ai 10 di Marzo. Questo giorno (VI Id. Martii) è fissato eziandio dal Chron. Fossanovae. — Cod. Vat. 1984: consecrarunt eum romanum antistitem in die veneris de quatuor tempora quae sunt de mense martio. — Burdino era probabilmente nativo di Limoges in Aquitania. Vedi la Vita di lui scritta dal BALLUZIO (Miscell., III, 471), pregevole apologia di un Antipapa: GUGL. MALMSB. (V, 169) loda le doti del suo animo.
[452] PANDOLFO gli pone in bocca questo lamento: ecce de recidivo vulnere recidimus in typum antiquum. Leggasi la lettera che Gelasio scriveva a Conone di Preneste. dat. Capuae Id. April, Cod. Udalr., 293; MANSI, XXI, 173.
[453] PIETRO DIACONO e PANDOLFO scrivono Turricula (così indubbiamente trovasi nel Cod. Vat. 3762, fol. 165): io reputo che sia Torrice presso a Frosinone, e non già Torricella nella Sabina o vicino al Trasimeno, siccome suppone il WATTENBACH in nota alla Cronica di Monte Cassino (Mon. Germ., IX, 792). Anche il PLATINA lesse in alcune antiche Croniche che l’Imperatore pose a guasto la Campagna latina, ed in questo luogo egli trapiantò Turriculum. La mossa di Enrico non potè toccare che il Lazio, dove andava per incutere temenza ai Normanni.
[454] Io credo che in ciò avesse parte la questione riguardante la rocca Circea. Gelasio aveva comandato ad Ugo cardinale di restituirla a quelli di Terracina. Ma LANDOLFO a questo proposito dice: Tunc Papa vellet multum, quam reddi nimis inconsulto praecepit, Circaeam arcem habere. Igitur dux et principes cum baronibus rediere. Probabilmente il Duca di Gaeta aveva voluto impossessarsi della rocca.
[455] Latuit dom. Papa melius quam hospitatus est in ecclesiola quadam, quae S. Maria in Secundocerio dicitur, intra domos illustr. viror. Stephani Normanni, Pandulphi fratris ejus, et Petri Latronis Corsorum (c. 12). Quella chiesa era situata nella Regione detta Ponte; però il GALLETTI (del Prim., p. 89) la pone nei pressi di santa Maria in Gradellis, non lungi dal Palatino, dappoichè così sembri denotarlo un documento che è nel NERINI, n. 27.
[456] Predicati di Papi scismatici erano questi: statua in Ecclesia; monstrum in cathedra Petri; testaceum idolum in cruentis manibus plasmatum; bestia de apocalypsi...
[457] Il padre di questo Crescenzio era (se si stia a COSTANTINO CAJETANI, p. 370) Marino duce e console di Fundi, fratello di Gelasio. Il JAFFÉ inesattamente determina l’Agosto o il Settembre per il tempo in cui avvenne l’assalimento. La festa di santa Prassede cade precisamente ai 21 di Luglio.
[458] PANDOLFO fa che le fazioni combattano intorno al povero Papa, come i Greci e i Trojani attorno al cadavere di Patroclo: Papam cupit iste tenere, iste tuetur eum: miles utrumque cadit. Turbae ruunt, pedites saliunt muros... (c. 13).
[459] Le donne avevano visto il Papa solum, tamquam scurram, per campos — quantus equus poterat, fugientem. — Demum intra campos S. Pauli Ecclesiae adiacentes fessus tristis, et ejulans inventus est et reductus.
[460] Nota il BARONIO a questo proposito, che i Papi, trovandosi in angustie, furono sempre soliti a fuggire in Francia: adeo ut si quis dicat, portum Rom. Ecclesiae fluctuantis naviculae Petri Galliam esse, non mentietur.
[461] Princeps et clypeus omnium pariter Curialium, Stephanus Normannus, collaudantibus omnibus Protector et Vexillifer — nimis efficaciter ordinatur, et ad urbis custodiam cum jam dictis aptatur (c. 15). Vedasi come d’un tratto l’acerbo nemico di Pasquale si fosse mutato da quello di un tempo; nè per fermo tal cosa accadde senza che lo si satollasse con molti beni della Chiesa.
[462] Questo stesso Bello torno a trovare nella notevole Charta plenariae securitatis inter Cajetanos et Bellum Romanum, a. 1124: ma di ciò più tardi.
[463] FALCONE DI BENEVENTO dice essere stata immensa la copia d’oro e d’argento che in Francia gli fu donata. — Anche oggidì non passa giorno, che, sotto nome di denaro di san Pietro, non affluisca oro ed argento nei forzieri di Pio IX; e molto di quello contribuisce la Francia meridionale, che è di parte legittimista.
[464] Le lettere del clero romano sono registrate nel Cod. Udalr., 294-299, e nel MARTENE, Veter. Scriptor. Collectio, I. 644 segg., massimamente al 647. Gli avvenimenti sono narrati nella Vita Calixti di PANDOLFO (PAPEBROCH, c. 1) e da FALCONE, p. 92: Illico cardinales cum eo (ossia con Pietro vicario) manentes, pluresque Romanorum fidelium convocans, Capitolium ascendit, ibique literas missas ostendit, et legi praecepit. Mandarono la loro adesione anche Ugo cardinale, legato a Benevento, e quell’arcivescovo Landolfo.
[465] Il PAGI e il JAFFÉ credono che la consecrazione avvenisse di già ai 9 di Febbraio, come per fermo dicono i Cronisti: ma può essersi mai data una tal cosa, se prima si aspettarono i messaggi da Roma?
[466] La relazione del Concilio, compilata da HESSONE SCOLASTICO, fu da ultimo edita nei Mon. Germ., XIV, 422. Il Papa sciolse financo i sudditi dal loro giuramento.
[467] Lettera di Brunone all’Imperatore (nel BOWER, Annal. Trevir., II, lib. XIII, 14): Jam vero cum urbe relicta ad oppida Romani territorii tu arma transtulisti, et Robertus Capuae princeps pro Gelasio armatus Romam iniisset, ego cum Domino meo Maximo (Burdino) noctes et dies excubans, in tuo servitio, sub armarum pondere steti... Roberto non può essere entrato in Roma che dopo fuggito Gelasio.
[468] Cod. Vat. 1984: Accepta pecunia tradiderunt eam (basilicam S. Petri) Petro Leonis, qui fidelis erat Calixti pape, cum omnibus ejus munitionibus. Ne è incerta la data.
[469] Così ne è descritta l’entrata da Egino abate di santo Ulrico in Augusta, che accompagnò il Papa da Rosella a Roma (CANISIUS, Antiquae Lection., II, 240). Jam enim quis illius terrae concursus? Quantus omnis sexus et aetatis apparatus — Caesar, si superesset indignans miraretur, Tullius forsitan attraheretur — Coronatus — per medium deducitur civitatis, plateis auro, gemmis pretiosissimis undique adornatis. La data è dei III Nonas Junii, come nella lettera di Calisto, indiritta a Stefano suo legato a Treviri (BROWER, II, 16), nella quale il Papa in brevi tratti descrive il ricevimento che ebbe. Anche FALCONE parla del giubilo di Roma, e ANSELMO, Contin. Sigeberti, dice: Ab omni Senatu et populari turba gloriose excipitur.
[470] Nella lettera detta di sopra Calisto nomina fra coloro che prestarono omaggio a lui e alla Chiesa (clientelaribus sacramentis), queste persone: Petrus Leonis in magno hominum omnis ordinis coetu, il Prefetto e i suoi fratelli, Leone Frangipani, Stefano Normanno. Neque ab horum sese studiis impigra parendi voluntate, Petrus Columna, caeterique nobiles Romanorum secrevere.
[471] FALCONE vide e descrisse l’entrata del Papa a Benevento. I ricchi Amalfitani avevano ornato tutte le vie di tappeti e di cose preziose: infra ornamenta vero thuribula aurea et argentea cum odoribus et cinnamomo posuerunt. E facevasi gazzarra con tympana, cymbala, lyras sonantes.
[472] Cod. Vat. 1984. FALCONE, a. 1121, pone per data i IX Kal. Majas. La lettera con cui Calisto annuncia ai Vescovi di Gallia la caduta di Burdino, è data da Sutri, ai 27 di Aprile. SUGERII, Vita Ludovici Regis (DUCHESNE, IV, 310). ANON. CASSINENSIS, Chron., a. 1121. La Vita Calixti ex CARD. ARAG. dice esplicitamente che Burdino, montato sul cammello, precedette il Papa; però EKKEHARDO celebra a gloria di questo, che salvasse la vita del prigioniero. Da Janula, Onorio II, nell’anno 1124, lo fe’ tradurre a Fumone: PIETRO DIACONO, IV, 86. Non è probabile che Gregorio VIII tuttavia promulgasse Bolle dalla sua prigione; è poi affatto dubbia la cronologia di quelle che sono riferite dal LIVERANI, Opere, vol. 4, 467.
[473] Hic pro servanda pace turres Centii, domus tyrannidis et iniquitatis, diruit et ibidem non reparari praecepit; Vita di Calisto scritta da PANDOLFO, c. 4. Dei Conti di Ceccano egli parla al c. 5.
[474] I due celebri documenti: Ego Henricus — dimitto; Ego Callistus — concedo, sono registrati nel Cod. Udalrici, 305, 306, nella Cronica di EKKEHARDO, a. 1122, nel BARONIO (con qualche variante; però egli trasse la carta imperiale dall’autografo vaticano, sul quale da ultimo la stampò il THEINER, Cod. Diplom. Temp., I, n. XII), ed in molti altri luoghi.
[475] Potrebbesi chiedere quale delle due parti fosse la vincente, ma ben deesi rispondere coll’HALLAM: It is manifest from the events that followed the settlement of this great controversy about investitures, that the see of Rome had conquered (Europe during the middle ages, I, c. 7). La storia della questione delle investiture fu per la prima volta scritta dal celebre ex gesuita MAIMBOURG, nella sua Histoire de la decadence de l’Empire après Charles Magne et des differends des Empereurs avec le Papes au sujet des Investitures (Paris 1679): e a confutarlo in seguito di tempo il NORIS, che fu più tardi cardinale, compilò la sua Istoria delle Investiture (Mantova 1741).
[476] Comperivi tale, tantumque pacis firmamentum infra Romanam urbem temporibus praedicti Apostolici advenisse, quod nemo civium, vel alienigena arma sicut consueverat, ferre ausus est: FALCO, p. 99. Così similmente ROMUALDO, a. 1121, e GUGLIELMO DI MALMESBURY, lib. V, 169.
[477] Hic etiam derivavit aquam de antiquis Formis, et ad portam Lateranensem conduxit, ibique lacum pro adaquandis equis fieri fecit: Vita ex CARD. ARAGON. Quanto meschine fossero in Roma a questo tempo le opere di lavori publici si pare da ciò, che vien qui celebrato come impresa grande l’aver costruito fuor di porta Lateranense una vasca da abbeverar cavalli. Il solo PLATINA dice: moenia urbis instaurat.
[478] Concil. Lateran. I, Canon. XIV (Ecclesias a laicis incastellari). Canon. XVI (Si quis Romipetas): MANSI, XXI, 285.
[479] Non erano che figure isolate, senza che avessero fra loro un’azione composta. Il PANVINIO (de 7 Ecclesiis Urbis, pag. 173) chiama addirittura foedissima pictura i dipinti della cappella: così parimenti nella sua inedita Descrizione del Laterano, Mscr. Vatican. 6110. Tutte le notizie relative a questa cappella furono raccolte insieme dal GATTULA, Hist. Cassin., I, 362. I versi posti sotto di Burdino, dicevano così:
Ecce Calixtus honor patriae, decus imperiale, Burdinum nequam damnat, pacemque reformat.
[480] Così le favole raccolte nel Mscr. Vatican. Ottobon. n. 2570 (del sec. XVI), che contiene un opuscolo di CASTALLO METALLINO, De nobilibus Romanis. Quell’autore si giovò del mscr. del PANVINIO, De Gente Fregepana lib. IV (di cui esiste un esemplare nella bibl. Angelica). Anche il PANVINIO gitta via il suo tempo a voler dimostrare che i Frangipani scendevano dalla gente Anicia; e ALBERTO CASSIO, uomo d’altra parte pregevole per assai meriti, ha con ridevole audacia compilato l’albero genealogico degli Anicî, dai primissimi inizî fino giù a Mario, ultimo dei Frangipani (1654). Vedansi le sue Memorie di S. Silvia, cap. VI.