Indice
I genitori
La fanciullezza e l’adolescenza
Studi giovanili
Le prime relazioni con Pietro Giordani
I primi amori
Le due prime Canzoni
Lo Zibaldone e gli Appunti e Ricordi
Gli Idilli, la Canzone al Mai, La Telesilla
Disperazione e rassegnazione
Le nuove Canzoni
Giacomo Leopardi a Roma
Le Operette morali
A Bologna
Sempre a Bologna
Da Recanati a Firenze
A Pisa e a Firenze
L’ultima dimora a Recanati
Il sussidio fiorentino e il sodalizio col Ranieri
La fine dell’ultimo amore
I due sodali a Napoli
La Palinodia e La Ginestra
Gli ultimi scritti e la morte
Ai miei Figliuoli
Miei cari Figliuoli,
Quando cominciai questo libro, dubitavo forte se lo avrei potuto finire. Giunti ad una certa età, non si ha più diritto di fare assegnamento sul tempo, il quale non appartiene a noi, ma al destino. Sapendo ciò, e tenendomi pronto alla chiamata di questo misterioso Signore delle cose umane, stavo sempre con un po’ di paura di sentirla prima d’aver finito. Per ciò sarebbe stato meglio non cominciare; ed anche per isfuggire al pericolo di sentirmi rimproverare la dimenticanza dell’ammonimento oraziano:
Solve senescentem mature sanus equum, ne Peccet ad extremum ridendus, et ilia ducat.
La scusa di non essermi saputo acconciare in questi tardi anni all’ozio, non vale; perchè non è lecito, per risparmiare noia a sè, procurarla altrui.
Ma voi, figliuoli miei, che mi volete bene, e siete assuefatti, non dirò a sopportare con pazienza, ma ad ascoltare volentieri le mie parole, anche quando non sono all’unisono colle idee e coi gusti correnti; voi, che fin da bambini mi avete sentito esaltare l’ingegno e la bontà del , recitarne con entusiasmo i versi e le prose, deplorare l’infelicità onde la natura e il mondo afflissero quel nobile spirito, a voi non parrà strano che, avendo io cominciato nel nome di lui ad amare le lettere, abbia sentito il bisogno di dedicare a lui l’ultima opera mia di scrittore.
Questo libro è, voi già lo capite, il mio testamento letterario; e perciò spetta a voi.
⁂
Io era quasi un ragazzo quando, intorno al 1850, mi vennero la prima volta alle mani le poesie del Leopardi in una brutta e scorretta edizione di Napoli. Le comperai per poche crazie da un venditore ambulante, che veniva a mettersi tutti i giorni con un barroccino davanti alla porta delle Scuole Pie di Firenze. Ne ebbi una forte impressione: le lessi e rilessi tanto, che in breve ne sapevo gran parte a memoria. Mi nacque naturalmente il desiderio di leggere tutte le opere; e, trovatele in Magliabechiana, andavo tutte le sere a deliziarmi con gran trasporto in quella lettura; quando una sera il distributore mi disse che, per ordine del signor bi- bliotecario, non poteva più darmi quei libri. Il signor bibliotecario era un povero prete, il quale aveva per consegna di difendere la coscienza dei giovani dai libri pericolosi; e la osservava con tanta scrupolosità e intelligenza, che una volta mi negò la Congiura dei baroni di Napoli di Cammillo Porzio, sospettando in quel titolo qualche cosa di diabolicamente rivoluzionario.
Quando, un anno dopo, potei possedere i due volumi delle Opere del Leopardi nella edizione Le Monnier, fu una mia grande felicità, la più grande che avessi provato fino allora nella mia vita. Per quanto conoscessi già quasi tutte le poesie e le prose, seguitai a leggerle e rileggerle; e in quella bella edizione, e in quell’esemplare ch’ era mio, mi parvero sempre più belle; mi parve d’intenderle, e cominciai realmente ad intenderle meglio. Custodivo quei due volumi come un tesoro; ne portavo sempre uno con me anche quando andavo a letto e quando uscivo di casa. Qualcuno potrebbe ridere, ma voi non riderete se vi dico che il sentirmi sotto il guanciale o sotto il braccio quel volume, mi dava un piacere indicibile. Andando a trovare alcuni miei conoscenti, leggevo e declamavo loro alcuni pezzi, specialmente delle poesie, e mi arrabbiavo se non le ammiravano al pari di me. Nella mia ammirazione io non faceva diffe- renza fra le une e le altre; erano tutte belle egualmente, cioè bellissime.
E come le poesie, le prose.
⁂
Quella lettura mi aveva aperto dinanzi tutto un mondo d’idee per me nuovo; il quale, nonostante la sua tristezza, anzi appunto per la sua tristezza, mi rapiva e mi esaltava. Di mezzo a quel mondo io vedeva sorgere luminosa e raggiante la figura dello spirito che lo aveva evocato; una figura dolce e dolorosa, eppur fiera e ardita.
Era la figura d’un uomo che in corpo piccolo e deforme chiudeva un’anima grande e bella; di un uomo nel cui gracile petto bollivano le più ardenti passioni, l’amore della patria, della gloria, della bellezza: di un uomo sotto la cui fronte ampia e severa si addensavano, lampeggiando e tuonando, i più terribili e coraggiosi pensieri.
Quell’uomo, nato in tempi di servitù e di bassezza, in un paese devoto al peggiore dei governi, il governo del Papa, da una famiglia asservita alla peggiore delle educazioni, l’educazione gesuitica; orbato del latte della tenerezza materna, non compreso dal padre; cresciuto dagli insegnamenti e dall’esempio all’errore, al pregiudizio, alla falsità; aveva d’un tratto, per virtù della sua mente, spezzati, nel limitare della giovinezza, i lacci che dovevano tenerlo avvinto per sempre; e datosi alla ricerca del vero, si era addimostrato, con grande spavento de’ suoi e meraviglia dell’universale, prosecutore e banditore ardito, appassionato, di tutte le idee che dovevano rinnovare il vecchio mondo e condurre gli uomini alla conquista di quei beni che si compendiano nella parola civiltà. Tristo compenso alle sue virtù, quell’uomo, quell’eroe, quel martire del pensiero, era dalle stesse condizioni sue fisiche e familiari condannato ad essere il più grande infelice del secolo; condannato a sentire le strette della povertà nell’agiatezza de’ suoi, a vedersi contesa e lesinata quella gloria, alla quale sentiva d’avere diritto, a vedersi ributtato e schernito dall’amore, a cui aspirava con tutte le forze dell’anima. Condotto dalla sua smisurata infelicità a disperare di tutto, a maledire la vita e considerare come il supremo dei beni la morte, serbò tuttavia fino agli ultimi giorni vivo e fervente in fondo al cuore il culto della virtù.
L’incisione posta in fronte al primo volume delle Opere del Leopardi rappresenta molto fedelmente, per me, l’immagine dell’uomo e dello scrittore. Quella nobile testa, che riposa serena sul guanciale di morte, mi pare il ritratto più vero e parlante dell’autore dei Canti e delle Operette morali. Fino dalla prima volta ch’io la vidi, mi fece così forte impressione, che, allora e poi sempre, leggendo gli scritti di Giacomo, me la vedevo dinanzi.
Qualche anno dopo le Opere, lessi l’Epistolario: e quella lettura, pur mettendo qualche cosa più di umano nel concetto ch’io m’era fatto dello scrittore, non lo diminuì nè lo cambiò. E nemmeno lo cambiò sostanzialmente, anzi lo accrebbe e compì, la lettura, che venni facendo più tardi, degli altri non pochi scritti di lui e dei moltissimi intorno a lui.
⁂
Sono passati più di cinquanta anni dal tempo che cominciai ad ammirare ed amare il Leopardi, e quell’ammirazione e quell’amore durano ancora. Allorchè, tornato, in questo scorcio della vita, con più fervore e con maggiore agio ai miei studi, volli dedicare quel po’ di operosità, di cui mi sentivo ancora capace, ad un lavoro intorno all’autore mio prediletto, mi parve che la sola cosa da tentare fosse una storia della sua vita, cioè una narrazione semplice e compiuta dei fatti di essa. Oramai il campo degli studi leopardiani era stato dissodato, frugato, lavorato, in ogni parte, per ogni verso. Erano state prese in esame e discusse le opinioni filosofiche dello scrittore, messi sulle bilancie e pesati i suoi lavori di filologia, di erudizione e di critica, analizzati i suoi principii e metodi d’arte nella poesia e nella prosa; non c’era angolo così riposto della mente e del cuore del pensatore e del poeta, ove l’occhio della critica non avesse cercato di penetrare. Nè solamente i letterati (critici, filosofi, poeti), ma anche gli scienziati erano scesi in campo, a tentar di spiegare con le loro teoriche e i loro sistemi il fenomeno portentoso di questo ingegno forte e sano imprigionato in un corpo debole e malaticcio.
Fra tanti studi non mancavano le biografie; ma quella narrazione semplice e compiuta dei fatti della vita, o io m’inganno, o non c’era; e poichè mi parve che i materiali per farla abbondassero; mi lasciai dal mio grande amore al soggetto persuadere a provarmici. Non mi nascosi le difficoltà della esecuzione; perchè l’intendimento mio era che da quel semplice racconto della vita dovesse balzar fuori viva e vera l’immagine dell’uomo e dello scrittore: intendimento superbo, del quale penserà a castigarmi l’indifferenza del pubblico.
⁂
Nè io mi dorrò del castigo; perchè la mia letteratura (voi lo sapete, o figliuoli) non ha mai cercato l’approvazione e gli applausi della folla. La mia letteratura ha avuto sempre desiderii più modesti: Home, sweet-home è stata la sua divisa. E fra le pareti domestiche cerca prudentemente riparo ora che piglia congedo dal mondo.
Può darsi che ci sia qualche leopardiano, a cui non dispiaccia leggere questo libro; benchè leopardiani veri, come ce n’era ai tempi nostri, oggi non ci son più, specie fra i giovani; oggi i giovani leggono il Leopardi nella scuola, ma non lo amano e non lo sentono, come l’amammo e lo sentimmo noi; e se fecero un po’ di chiasso per il centenario del poeta, lo fecero più per amore del chiasso che del poeta; sopra tutto per mettersi in mostra, al che tutte le occasioni per la gioventù d’oggigiorno son buone. Ad ogni modo quei lettori leopardiani (me ne dispiace pel mio editore), se ci saranno, saranno pochi. Io me ne consolerò pensando che il libro non sarà affatto inutile, se lo leggerete voi, figliuoli miei, poi quali principalmente l’ho scritto; voi che siete la miglior parte di me; voi che cercherete in ogni pagina di esse un po’ dell’animo mio.
E lo leggeranno i figliuoli vostri. Un libro del nonno dice sempre ai nipoti molte buone e dolci cose, che non può dire agli altri; e perciò i nipoti lo hanno caro, e lo custodiscono come una cosa preziosa.
Io fra poco non ci sarò più; e voi la sera, dopo pranzo, sedendo a tavola, rammenterete talvolta il mio nome. Allora qualcuno dei figliuoli più grandi (forse il tuo Piero, o Nella, o la tua Gina) si leverà, andrà a prendere il libro del nonno, e ne leggerà ad alta voce qualche pagina, che tutti ascolteranno in silenzio. Durante quella lettura vi parrà d’udire la mia voce; vi parrà ch’io sia con voi e prenda parte ai vostri discorsi, come in quei giorni, fra i più belli della mia vita, nei quali io veniva a trovarvi, o voi venivate a trovare me e la mamma nella casa paterna.
Non posso dunque pentirmi d’avere scritto questo libro, pel quale vivrò fra voi anche quando le mie ossa saranno sotterra.
Roma, 10 maggio 1905.
Capitolo I
Capitolo I.
I GENITORI.
Sommario: Il paese di Recanati. — Monaldo Leopardi. — Suo matrimonio con la marchesa. Adelaide Antici. — Invasione francese negli Stati del Papa. — Passaggio dei francesi da Recanati. — La repubblica a Recanati. — Gl’insorti abbattono gli alberi della libertà e fanno governatore Monaldo. — Tornano i francesi e Monaldo con la famiglia fugge. — Paura delle pulci. — Decreto di morte contro Monaldo.— Assedio d’Ancona. — Monaldo e la moglie assistono all’assedio. — Danni recati dall’inesperienza di Monaldo al suo patrimonio. — La moglie accorre al riparo. — Monaldo spodestato dalla moglie. — Una madre cristiana. — Rigida amministrazione della contessa. — Contradizioni di Monaldo. — Sue massime in politica. — Desiderio di possedere una biblioteca. — Monaldo scrittore. — I Dialoghetti e La Santa Casa di Loreto.
Giacomo Leopardi nacque il 29 giugno del 1798 in Recanati, «piccola terra, scrive il , che il Papa chiama città; vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d’ignobili superstizioni.... Ivi tutti i mali d’Italia e nessuna consolazione.»
La piccola città sorge e si distende sul dorso pianeggiante di un colle alto sul mare circa trecento metri. Ha tutto intorno ubertose e ridenti campagne; e domina dall’alto un immenso panorama: a nord-est, per una serie di colli digradanti al mare e sparsi di paeselli e di case campestri, l’occhio, quando il cielo è puro, dal monte d’Ancona si spinge a traverso l’Adriatico fino ai monti della Dalmazia; da ovest chiudono l’orizzonte le lontane cime degli Appennini, lasciando spaziare la vista verso nord fino al monte Sanvicino, dal lato opposto fino ai monti della Maiella; un’ampia distesa di colline, di pianure, di valli, verdeggianti di boschi, ridenti di campi coltivati e di ville.
Da questo ameno e variato paesaggio ebbe Giacomo Leopardi le prime impressioni della vita e del mondo, dolci impressioni, delle quali consacrò i grati ricordi nelle poesie. Chi vuol mettere a riscontro del vero quei ricordi, chi vuol vedere Recanati nel suo bello, deve andarci nella primavera. E sentirà la verità di quei versi:
Primavera d’intorno Brilla nell’aria e per li campi esulta, Si ch’a mirarla intenerisce il core.
D’inverno è un’altra cosa; d’inverno, quando il tempo è buono, Recanati è quasi sempre avvolta da un triste velo di nebbia. Ciò che forse, insieme all’aria mutabilissima, umida, salmastra, che il poeta disse crudele ai nervi, contribuì ad alimentare, con tante altre cause più gravi, la congenita e immedicabile malattia di lui.
La città e tutta, si può dire, in una strada, la strada principale, che la traversa da un’estremità all’altra, ed alla quale metton capo molte vie e viuzze trasversali. All’estremità sud-ovest sorge il vecchio palazzo Leopardi, che fu la triste prigione ove stoltezza e malvagità condannarono il povero poeta a dibattersi per oltre due terzi della sua misera vita, meditando e cantando il dolore umano. Parecchie altre famiglie nobili, una quarantina circa, avevano in Recanati il loro palazzo, e vi dimoravano, ai tempi della fanciullezza di Giacomo. Tenevano tutte car- rozza, avevano appartamenti riccamente mobiliati, servitori in livrea, davano ricevimenti nei quali si osservava la più rigida etichetta.
In tutte le case c’era almeno un prete, l’aio o il maestro dei signorini. In casa Leopardi, quando nacque Giacomo, ce n’erano due.
⁂
La famiglia dei conti Leopardi è delle più antiche d’Italia, le memorie di essa rimontando fino al 1200. E quasi egualmente antica è la famiglia Antici, nella quale il conte Monaldo, padre di Giacomo, si scelse la moglie.
, nato il 16 agosto 1776, primo di quattro figli, dal conte Giacomo e dalla marchesa Virginia Mosca, rimase a quattro anni privo del padre; e a diciotto, coll’assenso degli zii e della madre, e mediante il pagamento di una tassa al Governo del Papa, divenne padrone di sè e del suo, assunse, cioè, l’amministrazione del patrimonio e il regime assoluto della famiglia; ciò che, secondo la volontà del padre espressa nel testamento, avrebbe dovuto avvenire soltanto quando egli avesse compiuto i venticinque anni.
Per giudicare del carattere e delle qualità di Monaldo, abbiamo, oltre i suoi scritti e le lettere sue e dei parenti, la sua , che va fino al 1802, ed appare scritta con sufficiente sincerità. Egli stesso vi parla della sua tendenza, fin da ragazzo, a sovrastare, non però, dice, a soverchiare; del suo bisogno d’imporre agli altri la propria volontà; della bestiale istruzione che gli fu data; della sua timidità con le donne; dei molti e gravi errori nei quali cadde per la sua inesperienza.
Ragazzo di sedici anni, si innamorò perdutamente di una contessina Teresa Ondedei Zongo, della sua stessa età, con la quale trovavasi spesso insieme, e che gli pareva lo corrispondesse; ma non ebbe mai il coraggio di manifestarle l’amor suo; anzi una volta che un amico di casa gli disse alla presenza di lei: «Poichè tutti lo sanno, confessami qui che tu fai all’amore con la contessina Teresa,» egli, con le brace nel volto, disse: «Non è vero,» e fuggì. «La giovane, soggiunge egli, se ne offese, e quel momento, che poteva legarci per sempre, fu la tomba della nostra corrispondenza.» Nel 1796, a venti anni, corse pericolo di sposare, per intromissione d’altri, una giovane di Bologna, figlia del marchese Camillo Zambeccari, che aveva più età di lui, e non gli piaceva. Liberatosi miracolosamente dal pericolo (ma la liberazione gli costò più di ventimila scudi), l’anno appresso, assistendo il 15 giugno alla messa solenne per la festa di San Vito, vide la marchesina Adelaide Antici, se ne innamorò, ne parlò pochi giorni dopo al fratello di lei, amico suo fin dall’infanzia, e il 27 settembre la sposò, contro il volere di sua madre e dei parenti. Ma il giorno stesso delle nozze fu fatta la pace; e la marchesina Adelaide divenuta contessa Leopardi fu da quel giorno donna e madonna, e in breve, padrona assoluta e dispotica della casa.
⁂
Erano i tempi della invasione francese negli Stati del Papa; e n’ebbero i loro guai anche Recanati o la famiglia Leopardi. Alla prima notizia dell’avvicinarsi delle truppe francesi a Bologna (giugno 1796), lo spavento dei Recanatesi fu tale, che il clero e il popolo si recarono a visitare processionalmente la Santa Casa di Loreto, e fecero un triduo solenne al Crocifisso nella chiesa di Sant’Agostino; di che nacque un subbuglio, volendo alcuni che il Crocifisso fosse portato in processione per tutta la città, ed altri no. Monaldo riuscì a calmare il subbuglio; ed egli stesso fece poi fare a sue spese in Recanati un triduo solennissimo nella chiesa di San Vito. Intanto il Governo del Papa, non volendo questi assentire alle esorbitanti domande della Francia, risolve di apparecchiare la guerra; e Monaldo, secondando gli ardori bellicosi di suo fratello Vito, che aveva allora diciassette anni, consentì che si arrolasse nell’esercito papale, lo accompagnò a Roma, offrì all’erario trecento scudi all’anno durante la guerra, e di cquipaggiare e mantenere a sue spese il fratello ed un altro volontario in un corpo di cavalleria.
Dopo la battaglia di Faenza e la presa di Ancona (febbraio 1797), alcuni soldati francesi andarono a Loreto, e di lì a Recanati, dove pernottarono, per ripartire la mattina dipoi alla volta di Roma. Al conte Monaldo, come rappresentante del Municipio e incaricato delle armi, toccò provvedere gli alloggi ed i viveri e sodisfare alle altre domande del generale francese: ed egli, salvo un po’ di paura, se la cavò non male. Alcuni giorni dopo passò da Recanati Napoleone Bonaparte, allora generale in capo dell’esercito francese in Italia. « Io non lo vidi, scrive Monaldo, perchè, quantunque stessi sul suo paesaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l’onore che un galantuomo si alzasse per vederlo. »
Senza parlare delle forti contribuzioni, altri danni e disturbi toccarono alla famiglia Leopardi durante l’invasione francese: il più grave di tutti fu questo.
Dopo l’occupazione di Roma per parte dei francesi e la proclamazione della Repubblica romana (1798), anche in Recanati, come in tutti gli altri paesi delle Marche, si era stabilito il governo repubblicano, del quale molti erano scontenti e indignati. E già, profittando delle poche forze francesi rimaste nella Romagna e nelle Marche, s’eran formate delle bande d’insorti, per abbattere il governo repubblicano e ristabilire l’antico. Nel giugno del 1799 una grossa mano di quei briganti (li chiama così anche Monaldo) entrò in Recanati, sollevò il popolo, abbattè gli alberi della libertà, e andata alla casa Leopardi trascinò con sè Monaldo, e lo fece, contro sua voglia, governatore. Egli si adoperò più che altro a salvare dalle mani di quei furibondi qualche galantuomo in voce di liberale, che volevano massacrare.
All’entrare degli insorti i pochi francesi che si trovavano in città erano fuggiti: ma all’alba del giorno dipoi fuggirono alla loro volta gl’insorti con quei di dentro unitisi a loro, appena ebbero sentore che i francesi tornavano. Monaldo, avvisato del loro avvicinarsi dal fratello Vito e consigliato da lui, si rifugiò colla moglie e il resto della famiglia presso alcuni suoi contadini fuori della città.
Giacomo stava per compiere un anno, e la contessa Adelaide, incinta di un altro figliuolo, era vicina al parto.
I francesi, tornati in numero di circa dugento, stavano per entrare in città, quando, intimoriti da alcuni colpi di facile sparati da pochi giovani appiattatisi dietro le siepi lungo la strada, retrocedettero: allora i briganti rientrarono, e vi furono sette od otto giorni di tale anarchia, che i saggi, scrive Monaldo, desideravano il ritorno dei francesi come una redenzione.
È curioso, e merita di essere riferito con le parole stesse del conte, questo aneddoto. « Nella prima notte che dormii in campagna, scrive egli, la mia povera moglie fu divorata dalle pulci. La sua gravidanza le rendeva intollerabile quel tormento e la privazione del sonno, e volle onninamente tornare in città, finchè si ripulisse affatto la casa. Io fremevo, e non sapevo persuadermi che si avessero a temere le pulci più dei francesi. Dovetti cedere e condurla a casa, finchè, purgato affatto l’asilo nostre da quelli animali terribili, vi ritornammo tranquillamente. »
La mattina del 25 giugno i francesi, in numero di cinque o seicento, rientrarono in Recanati: i briganti erano fuggiti tutti, e insieme con essi la maggior parte dei cittadini. Il comandante appena arrivato al Municipio scrisse un decreto di morte contro Monaldo e comandò che la sua casa e due altre venissero smantellate e incendiate. II decreto, per la intromissione di un commissario francese, Lantelme, che conosceva il conte e avea ricevuto da lui qualche piacere, fu revocato; e la famiglia Leopardi potè senza rischio tornare in città e nel suo palazzo; mala trepidazioni e le paure non erano finite. Appena arrivati e messisi a tavola per pigliare un po’ di ristoro, un biglietto del cognato Antici avverte Monaldo di recarsi subito da lui. Va e sente che si trattava di nuovo, per un equivoco, d’incendiare la sua casa. Anche questo pericolo fu scongiurato, ed eccoti subito dietro una imposizione di guerra, nella quale il conte era tassato per mille scudi. Parendogli averne avute assai per quel giorno, disse fra se: ci penseremo domani. Ma intanto viene una pattuglia ad arrestarlo, con grande spavento della famiglia. Tanto lui che gli altri, ai quali era stata imposta la contribuzione, tentavano schermirsi dal pagarla; e appunto da ciò gli arresti. Bisognò almeno in parte pagare. Non per questo cessarono le paure. Monaldo si ritirò per quattro o cinque giorni a Loreto in compagnia della moglie, a cercarvi un po’ di riposo: tornato, corse pericolo di essere prese con altri, e mandato in Ancona per ostaggio ai francesi.
Proprio in que’ giorni la contessa si era sgravata del secondo figliuolo, che ebbe nome Carlo.
In mezzo a questi ed altri disagi e paure il conte e la contessa vollero prendersi un po’ di spasso; uno spasso abbastanza singolare.
Per opera di una grossa banda d’insorti, Recanati ed altre città delle Marche erano state per poco liberate dai francesi, i quali ridottisi in Ancona erano ivi stretti d’assedio dagli insorti stessi, in aiuto dei quali vennero indi a poco gli austriaci. « II Governo degli insorti, scrive Monaldo, ci trattava bene; e vedendo che i francesi stavano pazientemente in Ancona, ci accostumammo a quell’ordine di cose, cominciammo a respirare e a ridere, e al rischio della nostra situazione non si pensava più. Anzi tutti correvano all’assedio di Ancona, per vederlo e divertirsi, e quel campo diventò una villeggiatura per la provincia intera. »
Monaldo, che n’aveva anche lui una gran voglia, si risolve d’andare quando seppe lo sbarco degli austriaci a Sinigaglia. Andò, e come sentì che la piazza di Ancona si arrenderebbe, cercò alloggio alla meglio nella casuccia d’un villano, alquanto lontana dalla piazza, ma sotto il tiro del cannone.
« Le palle e le bombe, scrive egli, strisciavano e cigolavano non raramente al fianco nostro e sopra di noi. Resto ancora meravigliato come mai essendo io cautissimo e timidissimo potessi espormi a quel pericolo; ma l’esempio seduce, e l’abitudine rende famigliare qualunque situazione. Inoltre per la tanta allegria di vederci liberi dai francesi eravamo tutti ubriachi e non pensavamo ad altro. Dormivamo tranquillamente sotto la bocca del cannone, come sotto l’ombra di un olivo pacifice. » II conte e la contessa ammirarano il campo degli assedianti, nel quale quasi ogni parte d’Europa era rappresentata, ammirarono il concorso dei forestieri che rendeva quel soggiorno deliziosissimo, ammirarono il contegno degli austriaci sommamente cortese e morigerato; e dopo tutte queste ammirazioni Monaldo conclude: « Vivemmo colà alquanti giorni allegrissimamente, e quel poco di bene ci ristorò delle angustie passate. » Indi, racconta come una mattina un turco passò sotto le loro finestre, tenendo per i capelli la testa di un francese tagliata di fresco. « Quella povera testa aveva ancora un resto di vita, e contorceva la bocca e gli occhi. II turco la guardava schernendola, e diceva: — Ride franciusa. — »
Pur lodando il governo austriaco di aver trattato bene le popolazioni delle Marche, appena liberatele dai francesi, Monaldo si lagna che non le avesse restituite subito, com’esse desideravano ardentemente, alla dominazione e alle leggi della Chiesa. Ma indi a poco la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) rimise tutta l’Italia in potere della Francia: e così il benestare per il conte Monaldo finì. E finchè durò negli Stati del Papa il governo francese, egli si tenne lontano da qualsiasi ufficio pubblico.
Come tutti i figli di famiglia che, giovani ed inesperti, si trovano a un tratto padroni di un ricca censo, Monaldo aveva creduto che le sue rendite fossero inesauribili; e nei bisogni, veri o presunti, della famiglia, aveva, senza misura e discernimento, ricorso al credito. La rottura del suo matrimonio bolognese gli era costata, sappiamo, più di ventimila scudi; altre spese pazze aveva fatte: ci erano poi state le contribuzioni di guerra. Che pensò? — Lui aveva fatto il male, lui troverebbe il rimedio; e si mise a speculare. L’anno dopo il suo matrimonio, parte a debito, parte con un po’ di denaro della dote, comprò una grossa partita di grano, per rivenderlo quando fosse cresciuto di prezzo; ciò che, secondo lui, non poteva, per la difficoltà dei tempi, mancare. Fatti i conti, ci avrebbe guadagnato un sessanta o settantamila scudi; coi quali avrebbe pagato i debiti, che molti e gravi oberavano il suo patrimonio, e investito il resto in nuovi acquisti. Ma il prezzo del grano calò, e il povero conte dove contentarsi di rivenderlo scapitando qualche migliaio di scudi.
Poco appresso gli misero in testa una grande impresa agraria. Credendosi intelligente e pratico nella materia, si lasciò facilmente persuadere, e in compagnia d’altri prese a livello una grande tenuta nella provincia romana, per bonificarla con la cultura delle Marche: ma avevano fatto i conti senza l’oste, cioè senza la malaria. Le famiglie dei poveri contadini delle Marche trasportate nella campagna romana vi morivano; e Monaldo dove abbandonare l’impresa con una perdita rilevante.
Tutto ciò non fece che aggravare le condizioni già minacciose del patrimonio del povero conte e mettere lui in grande apprensione.
Probabilmente la contessa Adelaide, appena entrata in casa Leopardi, dovette accorgersi che le faccende dell’amministrazione domestica andavano male. Uscita da una famiglia meno ricca, ma più savia nel commisurare le spese all’entrate, avrà subito cercato di rimediare con un po’ d’ordine e d’economia; ma nei primi anni, un po’ per la novità, un po’ per la trepidazione continua in cui tutti vivevano in quelle vicende pubbliche, non credò forse il male così grave, e non vide la necessità di provvedimenti serie radicali. Questa necessità non tardò però a manifestarsi. Non poterono restarle interamente nascoste le cattive speculazioni del marito; le giunsero all’orecchio le domande, le pressioni, le minaccie dei creditori, ch’erano molti ed ingordi: allora ella aprì gli occhi; e li fece aprire al marito; e tutti e due videro il baratro nel quale la famiglia stava per precipitare. II patrimonio rendeva circa seimila scudi all’anno; e i debiti, ammontanti a quarantottomila, assorbivano per interessi poco meno che l’intera rendita; la rovina era dunque irreparabile, ed imminente: per evitarla non ci volevano mezzi termini; e non c’era tempo da perdere.
Donna d’animo forte e duro, fredda, calcolatrice, educata alla scuola dei gesuiti, prese subito una risoluzione eroica: persuase, o piuttosto impose a Monaldo, reo convinto d’ inettitudine amministrativa, di lasciare interamente a lei il governo della famiglia; e Monaldo si rassegnò; e fece egli stesso domanda che l’amministrazione de’ suoi beni venisse affidata ad un economo. Fu nominato l’economo, e fatto nel 1803 un concordato coi creditori. L’economo, s’intende, c’era di nome; chi faceva tutto era la contessa Adelaide; la quale (dice la contessa Teresa Teia Leopardi, autorità non sospetta) trattò il marito da pupillo bene sorvegliato e privo di denaro.
Il povero conte, il quale forse solamente allora aveva misurato la gravità del male da lui fatto, dove trarre un grande respiro quando ne vide scongiurate le terribili conseguenze; ma dove anche rimanere molto umiliato e scontento. Egli aveva una grande opinione di se; si credeva una testa quadra, e non sapeva, dice egli stesso, adattarsi alle seconde parti. « Tutto quello che mi ha avvicinato, scrive nella Autobiografia, ha fatto sempre a mio modo, e quello che non si e fatto a modo mio, mi e sembrato mal fatto. » Onde ci dove volere una gran forza d’animo sua e d’altri per piegarlo a tanta sottomissione. Più d’una volta si lamentò, fin coi figliuoli, della tirannia della moglie; ma non ebbe, non che la forza, nemmeno la velleità, di ribellarsi. Quando queste cose avvenivano, i coniugi Leopardi avevano tre figli: oltre i due già nominati, Giacomo e Carlo, era nel 1800 nata Paolina. I poveri ragazzi probabilmente non seppero mai niente delle faccende di casa, e cresciuti non riuscirono a rendersi ragione dello stato della famiglia, dove la madre era tutto, il padre niente. Paolina, non più giovinetta, scriveva nel 1831 ad un’amica: « Si dette il caso quando io era piccina piccina, e anche forse quando non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s’intrecciò fra le gambe di mio padre, non so come. Ebbene non e stato mai più possibile ch’egli abbia potuto distrigarsene. » Fino a qual punto arrivasse la soggezione di Monaldo alla moglie lo dicono alcune parole di lui nella Autobiografia: quando egli fece la famosa speculazione del grano, dovendo recarsi ad Ancona, addusse alla moglie un pretesto qualunque, ch’essa accettò per buono: « In quelli anni giovanili il persuaderla era facile; adesso mi leverebbe le lettere dalle tasche, mi farebbe un processo, metterebbe a rumore tutto il paese, s’io le tacessi la causa di un sospiro. »
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