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VERSI SCIOLTI
Dell’ Abate
CARLO INNOCENZIO FRUGONI.
AL SIG. CO: ARTASERSE BAJARDI
AL SIG. CO: ARTASERSE BAJARDI
Sopra la di lui lontananza dalla Patria.
A la sempre frondosa arbor vivace Già dolce pena, ed or sott’altre forme Cara al divino Apollo ombra, e ghirlanda Non mai più volentier questa ritolsi 5Soave cetra, che in mia man talora Con felice ardimento i modi, e il suono Del mio buon Savonese emola tenta. Ben sordo a le sue note il Vulgo ignaro Rado intese, e non mai qual sieda, e dentro 10I sacri ornati carmi alto s’avvolga Saper, che ad arte a gli occhi suoi si vela; E ben sovente con profana lingua Folle accusar s’udio l’aurea, ch’io parlo, Favella, che in Ciel parlano gli Dei: 15Ma perche basso sguardo indarno cerchi, Nè veggia, come in preziosa pietra Lucido parto d’Eritrea Conchiglia Purghi, ed affini, e in dure tempre stringa Saggia Natura le cadenti stille,
20Che rinascendo la rosata Aurora Scote dal lembo de le azzurre vesti, Non però mai gemma scemò di pregio, Nò dotto Fabbro meno a lei d’intorno Stancò l’industre man, nè cara meno 25Femmineo collo, o regal fronte l’ebbe Raro ornamento, nè da stranio lido Su l’onde prime del natio suo Mare Men destra, e cheta a depredarla corse D’accorto Pescator avida prora. 30Per teco ragionar questa, che grata Suona agli orecchi tuoi, fé dritto estimo, Cetra or ripresi, o buon Bajardi, a cui Nè per lentezza di non ben temprate Imbelli fibre, nè per abil cura 35Negata a i buon principi in capo dorme La miglior parte, che a l’Uom’desse il primo Facitor de le cose; e mentre teco Muovo parole, che lung’arte, e lungo Studio mi detta, le vulgari strida 40Rauche importune da portar ne l’acque De l’iracondo mar consegno a i Venti. Quanto, ahi quanto perdeo quest’alma Terra,
Tua gentil Patria, da poiche tua sorte Ti trasse al fianco de l’eccelsa Donna, 45Che il Reno inchina, e Trebbia, e Taro adora, E a Te commessa fu la nobil cura Di quella Vita, che a l’eterno fuso Tra i nostri Voti, e tra il favor de Numi Tutta d’elette fila d’or s’intesse! 50Certo non dee tanto Città dolersi Se memorabil arco, o se d’antiche Note segnata trionfal colonna, O vasto immenso popolar Teatro, Al fiero, e spesso urtar de’ rapid’anni 55Caggia, e lasciando lei d’un fregio ignuda Non poco spazio di deserto piano D’inonorata ampia rovina ingombri, Quanto, se il piè da lei lontano volga Uom prode, e saggio, che al suo bene intende, 60E nobiltate estima inutil dono, Che solo và de’ non suoi pregi, come De le altrui penne insano augel, superba. Non Roma stese di se l’alto grido Su quanta Terra il Sol girando scalda 65Per Terme, e Templi, o per marmoreo Circo
Opre ammirande, in cui contender viste Furo tra lor Magnificenza, ed Arte; Queste son’ora o poca polve, o pochi Per lunga età mezzo sepolti avanzi. 70Ma i buon Fabrizj, i buon Cammilli, e i Curj, L’un Scipio, e l’altro, e l’invincibil Cato, E cent’altri, ch’i’ taccio, a i secol tardi, E a quante sorgeran lontane etadi Grande ammirabil del Tarpeo mandaro 75Ne i fatti de la Pace, e de la Guerra Il Nome, e il vanto, e togli questi a Roma, Su i rotti sassi, e su le sparse membra De le cadute moli a i nostri ignota, E agli altri tempi or sederia negletta. 80Buon Artaserse, d’onor vivo specchio, Teco lasciar de la beata Parma Le belle Rive, quante son le sante Virtudi a l’Uom, come suoi proprj beni Dal Ciel concesse, in cui non hanno gli Avi, 85In cui non ha parte Colei, che Dea Fan sciocche genti, e su volubil rota Sognan, che i lieti, ed i sinistri eventi A suo piacere alterni, e tutto regga
Il vasto moto de le umane cose, 90Le quai van come alta cagion suprema, De i lati Mari, e de’ stellati Cieli, De le Terre Signora, e degli Abissi Giusta, e possente, e del futuro certa, Ne i gran Decreti suoi prescrive, e segna. 95Teco porti l’intatta Fè velata Di schietto ammanto, e più che neve puro, Che macchiarsi paventa, aurea Virtude, Cui vanno avanti gli onorati Genj, E candide promesse, e i fermi patti, 100E i giuramenti, che mentir non sanno. Teco Prudenza, che d’un occhio guarda Le andate cose, e l’avvenir d’un’altro, E frenando i desir, che ne lor ciechi Impeti primi mai non disser vero, 105Fatti, e consigli a le stagioni adatta Ad arte pigra, e da le incaute menti Spesso derisa, finchè il buon successo Folgoreggiando d’improvvisa luce Le venga a fianco, e a lei recando lode 110Le mal intese sue dimore assolva. Teco quell’altre, che con lor congiunte
Van d’insolubil nodo, e che mi giova Tacendo trapassar, perche intra loro Di più vivo rossor quella non arda 115Che austera, e schiva i tuoi senfier governa. Ma perch’i’ taccia, meno a dito mostre Non andran esse, nè men chiare, e conte. Rose, che al bel ringiovenir de l’anno Apriro in colta, e ben guardata piaggia, 120Mal puon celarsi, che per l’aure sparso Il vagabondo odor tragge al secreto Felice cespo l’innocente mano Di Verginella, che le ammira, e poscia Per vaga pompa del bel crin le coglie. 125Dov’or n’andò Colei, che già s’udia Su queste sponde dal tuo dotto labbro Salubri, e rette di non falso onore Dettar dottrine, e a ciascun dar suo dritto? Avanti a cui le immaginette offese 130Sparian, qual nebbia al Sole, e a la vendetta Cadean l’ire dal cor, cadean dal torvo Ciglio l’aspre minacce, e in un cadea Di man repente il mal nudato ferro; E le civili, e le divine leggi,
135Che mal disgiunse l’ingannata Turba D’error maestra, e di ragion nemica, Ne givan liete, e più che mai concordi Ad onta del furor godean vegliando Sul comun bene ribaciarsi in fronte. 140Pur Ella Teco da noi torse il piede, E noi lasciò, come repente in mezzo A scura notte d’intricata selva Fra gli ambigui sentier, pavido incerto Pellegrin lascia, e fra maligne nubi 145Luna nasconde il bell’argenteo raggio Scorta de i passi, e de la via conforto. E lo sapran l’altre Città, che un tempo Pendean ne i dubbj lor da’ tuoi consigli, E questa tua per Te nomata tanto 150Patria Contrada guarderan, qual pianta Defforme, e scema del più nobil ramo, E che non vede altro spuntarne uguale Riparator del danno. Io non Ti voglio Lungamente mostrar, come coperte 155Di tacito squallor l’alme Pareti, Che in tua Magione a i miglior usi elette D’aurei Volumi, e di erudite carte
Tutte sen van per la tua cura adorne, Te sembrin richiamar, Te che solevi 160Il lor sacro silenzio, a i dolci intento Utili studj visitar si spesso, E da gli antichi, e da i moderni scritti Raccorre il meglio, ed in tua mente farne Conserva, come per le piagge Iblee 165Sagace Pecchia gli odorosi Timi Sugge, e deliba, e il depredato succo Poi fa tesoro de’ suoi biondi favi. Ben avrian esse nel tuo buon Germano Di che riconsolarsi, e men gir meste 170De l’abbandono tuo, se in Lui fìorisse Amabil sanità, ma crudo morbo Co i duri artigli l’affannato petto Implacabil gli preme, e da le gravi Prime scienze lo scompagna, e rompe 175Il buon lavor, che se, qual merta, avesse Fati migliori, non fors’anche incolto, E mal contento degli ingrati indugi Si giaceria su l’oziosa incude. Bajardi, quanto in su l’amica Lira 180Finor t’ornai di non usati detti
E di vivi colori, il tuo potrebbe Dolce ritorno accelerare a questo, Che Tu lasciasti sconsolato suolo; E pur Ti tacqui il Giovinetto Figlio 185Tua crescente speranza, a cui nel corso Che con ardite, e ben spiegate vele Accompagnato da’ fecondi augurj Pel faticoso Pelago tentava De le bell’arti, al maggior uopo tutta 190L’aura mancò del più vicino esempio. Ma Te ne’ suoi dorati lacci avvolse Splendida servitù, come segnato Di tue vicende stà ne l’alto giro; Nè disciorten vorrà, benche non sorda 195Al nostro lamentar. Non però fia Ch’io ne l’ascose tue venture il guardo Pieno di deità spesso non metta, E lor mirando da sovrane Grazie Comporsi, e crescer le nov’ali a tergo, 200Me spesso non conforti, altrui celando I fausti Arcani, che celar si denno.
AL SIG. CO. AURELIO BERNIERI
AL SIG. CO: AURELIO BERNIERI
Ornatissimo Cavaliere.
Pensa in quanti modi tentino i Poeti di acquistar fama, e difficoltà dell’impresa.
Ernier, fu quest’Aurora, i’ non so, come Desto mi son, che il Cacciator non lungi Romoreggiando per le secche stoppie Giva inseguendo, e ne le tese reti 5Cacciando le pedestri, incaute quaglie Immemori de l’ali, e de la fuga: Nè so, perche di buon mattin mi sia Desto oltre l’uso. Su le mie palpebre Vapor tenace di soave sonno 10Dai papaveri suoi Morfeo diffonde, E rado, anzi non mai rinascer veggio La nimica de i Ladri, e degli Amanti Ridente Sposa, che de i fior nudrice Del rugoso Titon lasciar s’affretta 15I vani amplessi, e le infeconde piume. Pur non potendo le vegghianti ciglia Più ricomporre in placida quiete Presi a pensar sotto le molli coltri
A me si care, or che sentir si fanno 20A i dilicati, ed a i Poeti infeste Le fresche mattutine aure d’Autunno, Presi, dico, a pensar per quante vie Desiosa d’onor schiera d’ingegni Poggiar s’affanni sul canoro Monte 25Per aver colassù, se pure a Febo Sarà in grado, e a le Dee, dotta ghirlanda Di sacro Lauro, e d’amoroso Mirto. Questi tentando su le dubbie scene Di murate fortune illustri esempli 30Grave si calza il Sofocleo Coturno, E quando estima in Teatrale Arena Del taciturno Popolo, che ascolta Di secreto terror compunger l’Alme, E di pietade, che furtiva i volti 35D’inaspettate lacrime cosperga, Vede nojosa, e come marmo fredda L’accolta Gente, che su i folti scanni Si torce sbadigliando, e lassa chiede Che d’alto in giù la mal sospefa tela 40Caggia, e l’ingrato recitar finisca. Quegli in cor volge, e ne le lunghe notti,
E su le chete, e limpide mattine Va meditando, se pur possa a i fonti Ber del culto Petrarca, e gentilmente Com’egli feo, filosofar d’amore. 45Altri poi schivo di servil catena Prova, se col favor de l’alma Euterpe Possa emulando il Savonese ardito Nove liriche vie, novi colori Crear cantando, e su le proprie penne 50Libero, e novel Cigno a i Numi alzarsi; Ma chi di Sorga a i puri rivi attinga Raro è assai più, che sul dorato Gange L’augel che ardendo in odoroso rogo Incontro al Sol dal cener suo rinasce: 55So ben, che imitatrice immensa turba Del maggior Toseo pochi sensi, e poche Ricerche parolette, e scelti modi Mal ne’ suoi versi dilombati, e d’arte Voti, e di genio a gran fatica intesse, 60E povera del suo, mal fra suoi cenci, Senza rossor del disadatto furto, Par s’argumenta, e d’ostentar non pave Splendenti strisce di purpureo panno.
Chi poi vago di gir per anco intatte 65Da poetico piè strade, che primo Pindaro tenne, e con felice ardire Flacco poi corse, e ricalcò di poi Il Savonese mio, che primier seppe Pien d’immagini vive, e caldo d’estro 70Armar di Greche, e di Latine corde L’Itala cetra, oh come a i passi incerti In sul duro cammin sente, che in breve Manca lena, e consiglio, e come tardi Scorge, che a pochi da le Muse è dato 75Stampar perenne, e memorabil’orma Su quei sentier ricchi di luce, e sparsi Di velato saper, che de l’ignaro Vulgo fugge gli sguardi, e i Saggi suole Ferir di meraviglia, e di diletto! 80Io più ch’altri, mel so, che mal soffrendo Soverchie leggi al poetar prescritte Solo feconde d’abborrito stento, Non senza studio, di natura volli, Come de la miglior Maestra prima 85Ir secondando i buon principj, e i moti; E quasi nuotator, che usato, ed atto
Senza corteccia a contrastar con l’onda Fra ’l nautico favor si lascia addietro Lo stuol seguace, e l’arenosa riva, 90Ne le nervose gambe, e ne l’esperte Braccia affidato, e ne l’audace petto, Senza sostegno, e guida anch’io credei Franco poter per l’Apollineo Regno Prender, qual mi piacea, lunge da gli altri 95Novo viaggio, e forse il presi, e forse, Quando, me fatto già invisibil’ombra, Vivo il mio nome prenderassi a scherno La gelid’urna, e le ragion di morte, Ne farà fede ogni lontano tempo 100Giudice più sincero, e ne’ miei carmi Non solo certa esterior vaghezza Di forme, e di fantasmi, e certo dono Facile di cantar, ma pur fra i lumi Del difficile stil, come fra belle 105Adorne vesti signoril Matrona Troverà involte quell’egregie cose, Che acconciamente trae Poeta accorto Da le scienze, e dir s’udrà: Costui Vide, e conobbe ancor le illustri scole.
110Come poi raro sia, chi dopo Plauto Padre del riso, e de i giocosi sali, E il candido Terenzio agguagli il prisco Menandro, e a i nostri dì pregio a le Tosche Poche leggiadre auree Commedie accresca, 115Bernier, tei vedi. A talun facil sembra Cingersi l’umil socco, e sul Teatro Condur malvagio servo, o troppo dolce Credula Madre, o simulante Figlia, Che di secreto Amor pungol già sente, 120O indocile garzon, che al ben rinchiuso, E riposto tesor del Padre avaro Tende incessanti insidie, e a goder dato L’ore presenti, l’avvenir non cura; Ma quando in questo faticoso guado 125Poi mette i pronti remi, oh quanti incontra Non preveduti, sventurati inciampi D’occulte secche, dove urtando rompe, Che malagevol è, senza dolore Turpezza rinvenir, che riso desti, 130Ed imitando con piacer corregga Il guasto, e vario popolar costume. Infin pensai, ch’altri salire in grido
Potria per la sublime Epica tromba, Che un novo Achille, o un redivivo Ulisse, 135O l’insigne pietà d’un’altro Enea, E d’un’altro Goffredo al Cielo ergesse; Ma, se il Meonio, o se il Cantor di Manto, O se non alza da l’augusto Avello Il gran Torquato l’onorata fronte, 140Penderà muta da quel santo alloro, Dove di tai Maestri assai contenta Di propria mano la sospese Apollo. Questi, ed altri pensier, che per la mente Come di Maggio ad Alveare intorno 145Ronzanti pecchie, a me giacente in piuma L’un dopo l’altro si moveano a prova, Ruppe, e disciolse abil Coppier, che lieto D’Indiche Droghe, e d’odorata spuma Largo conforto mi recava in Nappo 150Di Cinese lavoro. Io la man porsi Al Nettare beato, e poiche a sorso A sorso l’ebbi delibato, or s’abbia, Dissi fra me, quante col calcio aperse Il pennuto destriero acque in Parnaso. 155E quaggiù sol questa Oriental bevanda
Sia l’Aganippe, o l’Ippocrene mio: Giurando il dissi per l’intonsa, e bionda Chioma di Febo, per cui dir non oso, Diletto Aurelio mio, se pur mel credi, 160Menzogna, e il letto abbandonai d’un salto.
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A SUA ECCELLENZA IL SIG. ANTONIO RAMBALDO DEL S.R.I. CO. DI COLLALTO
A SUA ECCELLENZA IL SIG.
ANTONIO RAMBALDO
DEL S.R.I. CO: DI COLLALTO
Nelle nozze della Sig. CONTESSA D. GIULIANA sua Figlia.
Enio, ch’ami le cetre, e le ghirlande, E i Nuziali riti, e l’alme faci, Che il buon Figliuol d’Urania in Cielo alluma, Scorgimi in Pindo, e dove lungo un fonte 5Diletto a Citerea giovane Mirto L’aure d’odor cosperge, e d’ombra il suolo. Siediti meco, e meditiamo un canto, Che le Contrade de la bella Parma Di nova, o dolce maraviglia ingombri. 10Non osa, ove tu sei, l’aspra fatica Mostrar l’ingrato volto. Ovunque vai, Te de gl’ingegni, Te signor de l’arti Seguono il facil’ estro, e l’aurea copia, E il favellar, che splendido s’avvolge 15Tra le felici immagini del vero. Tu me nascente in riva al Mar di Giano, Tu me guardasti con sereno ciglio:
Sento il tuo Nume, e già la dotta lira Degna, che in sì buon dì d’alto si mova, 20 Ecco da se fra le mie man discende. Chi non sà, quanto mai possente Amore, E quanto industre sia, l’acque, e le terre E l’aer vasto col pensier discorra. Vedrà, che quanto è Vita, e quanto è bella 25Cura di riprodur, ciò che nascendo Sotto il fatal di Morte antico impero Cade, e vien manco, è d’Amor opra, e dono. Amore a i pinti augei, che lieve piuma Atta a i diversi voli orna, e sostiene, 30I bei fecondi amplessi, e i cari nidi, Amore a i muri abitator de l’onde I dolci furti, e i molli scherzi insegna. Amor le valli, Amor le dure rupi, Amor i campi, Amor le selve incende, 35E le placide belve, e le silvestri Soavemente accompagnando, adempie L’eterna legge, che a i suoi forti strali La lunga fede, e il provido riparo Quaggiù fidò de le create cose. 40Però chi vegga di qual’almo nodo
Amor distringe, e a propagarsi invoglia L’umana gente, che del sommo Fabbro L’aura divina in cor racchiude, e volge, Dirà maravigliando: Ah sola questa 45L’eterna man distinse, e questa sola A i doni augusti, e al gran retaggio elesse. Quei, che insiem lega marital catena, Duo più non sono, e più non son tra loro Dissimili, e diverti. Ecco in due salme 50Par, ch’una sola volontà concorde Uno spirito solo abiti, e viva. Grazia celeste il bel legame infiora, E d’ambrosia l’asperge, e lo dà in guardia Al saggio, natural, dolce disio 55Di certa prole, che poi faccia intorno Quasi propago di novelle olive, A le paterne mense ombra, e corona. Sel vede l’Alma Fè, che intatti gode I talami serbar, sel vede, e priega, 60Perchè colei, che tutto rompe, e solve Tardi il recida, e tardi lo contristi Di sospiroso, vedovile affanno. Saggio Rambaldo, che le Tosche Muse
Teco chiamasti ad abitar su l’Istro, 65Nobil Cultor di Pindo, e de le prische Storie, Maestre de la vita, amico, Non io di quanti, per sì caro, e santo Nodo trasser quaggiù beati giorni Farò memoria; perche in ampia Messe 70Scerre mi giova sol due spiche elette, Che d’aureo gruppo novamente avvinte Veggio or lungo la Parma empier di speme E di gioconditate i patrj solchi. Veggio il Melio Garzon, che ne le vene 75Non tralignante mai volve il buon sangue Succo regal: Veggio l’eccelsa Donna, Cui lo accoppiar gli Dei, Donna, che vero, E degno germe del Collalto ceppo, Venne per lungo onor d’Avoli egregi 80Dei Longobardi Re da l’alta stirpe. Qual’altra vide, o qual vedrà più lieta Altra copia di poi l’Italo Cielo? Dì, se dal ver mi parto, e se i miei detti, O Dio Febo, di lusinga aspergo. 85Forse tu cinto di purpuree rose, Novo in sul Taro celebrato Sposo
Caro a l’intonso Apollo, e caro a Marte, O se t’armi di plettro, o se pur tratti Ne gli Ungarici Campi Asta guerriera, 90Seguace de l’invitte Aquile Auguste, Dimmi, tu forse di letizia acceso Non dai grazie ad Amor, ch’a sì sublime Sposa gentil Te destinò, Te scelse? Dacchè Tu seco anzi in Lei vivi, e spiri, 95Veggio, veggio ben’io, che ne’ tuoi lumi Altra luce miglior scintilla, ed arde; Tutto mutato sei: suonan dolcezza Le tue parole, e d’ogni parte fai L’interno gaudio trasparir, qual fuori 100Di schietto permeabile cristallo Chiuso tralucer suol tremolo raggio. Tu sai, quali in cor nudre, e al vulgo cela Rare doti Costei, Costei, ch’or bea Le tue tranquille notti, unico segno 105De i saggi desir suoi. Ferma in lei stanza Poser somma onestate, amabil grazia, Celere accorgimento, e grave senno. Questa è beltà verace. Ah mal s’accende Chi una fedel del Talamo compagna
110Cercando, al volto lusinghier s’arresta, Ove di fresca gioventù, che piace, Per poco ride fior caduco, e breve, Nè stolto cerca, qual le vaghe forme Regga, e per entro non veduta avvivi 115Alma, fonte de l’opre, e de i costumi, E de gli affetti, e de i pensier Reina; E tardi poi sul mal pensato, e stretto Vincolo, d’ira, e di dolor si strugge, Favola de le genti. Anche l’incauto 120Pastor, che vinto da stanchezza fida La destra, e il fianco a l’erba molle, e verde, Dipinta di viole, e di ligustri, Senza osservar, se insidiosa serpe Alberghi, e copra, invan se stesso accusa, 125E la vaghezza del ridente prato, Punto dal dente reo, tardi detesta. Veder conviensi di qual pianta tagli Ramo, che innestar vuoi. Passa ne’ figli L’indole patria, e tra gli esempli cresce, 130E si fa ferma, e si avvalora in modo, Che niun consiglio, niuno studio ha forza, E niun corso d’età, perche s’ammendi. Ben tel vedesti Tu, vivo de i Meli,
E de la Patria onor, Garzon bennato, 135Ed in buon punto ardesti al puro foco Di quelle luci, che ver Te pietose L’inclita Giuliana alfin converse. Mira qual ben disposto, ed agil corpo Avvolga in ricchi manti, e come i passi 140In leggiere volubili carole Vezzosamente maestosa intrecci. Odi in quante non sue culte favelle Schiuda gl’interni sensi, e, quasi vena Di presto mele ibleo, versi tesoro 145Di peregrini accenti. In Lei ravvisa Le materne virtù; ravvisa in Lei Trasfufo il Genitor, che tanto accresce, E tanto illustra lo splendor de gli Avi. Mestier certo io non ho di pormi a tergo 150Immaginate penne, e gir nel grembo Caliginoso de i futuri tempi, E là dentro veder, qual deggia questo Nobile Par d’Amanti al secol nostro Dar generosi Figli, ond’abbian grido 155Le Toghe, e gli Ostri, e le onorate spade, E l’Italico nome in pregio torni;
Perocché senza ricercar de’ fati Le custodite, favolose sedi Possonsi i prodi argumentar da i prodi, 160E su le cetre presagir, mirando Le lor sorgenti, ove, qual pianta in seme, Vicini a pullular stannosi avvolti. Orna adunque i tuoi Tetti, e di fior spargi Le vie, che pregan, che il leggiadro piede 165Le prema, e segni, e la superba Rocca, Seggio de i prischi Lupi, empi di festa, E di solenne, inusitata pompa, Bella Soragna, e al bel Connubio applaudi, Che ben ragion tu n’hai. Candide, e terse 170Intanto io quinci avventurose rime, Scelte fra mille in su l’Ascree pendici Mando su l’Istro a l’immortal Rambaldo, Perche il cortese suo favor le scorga, Laddove l’alma Euterpe i degni Nomi, 175E i degni versi in auro incide, e serba.
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A Camillo Marazzani
ALL’INCOMPARABILE PRELATO MONSIG.
CAMMILLO MARAZZANI
VESCOVO DI PARMA & c.
Loda le Virtù e le azioni di lui, e gli raccomanda di proteggere le belle Arti.
E a Te non vengon le Celesti Muse, Dove altronde splendor, dove conforto Altronde in questa Età, Signore, avranno? Non io, dirollo pur, non io le fonti, 5Che il liberal tuo signoril talento, Emulando i migliori, apre, e diffonde Su i non vulgari ingegni, unqua trovai Scarse di buon favor, di grazia vote. Però sai Tu, Signor, quaggiù che sei? 10Raro sei del Ciel Dono a noi concesso, E tutto certo sei Celeste cosa, Te divin senno, Te divino regge Mentre noi reggi, di prudenza lume; Teco è consiglio, e antiveder felice, 15E dolce di parlar divina copia, E divin’uso di pensar diritto, Penetrator de le riposte menti,
Che ne’ giudizj suoi saggio non erra. Teco è beata di tranquillo petto 20Degna d’Eroe, degna di Te fermezza, A i lieti tempi, ed a gli avversi invitta; E tutto è Teco de le vere, eccelse Virtudi a Dio dilette il divin Coro; Quindi a tutti svelata, e in alto posta 25Del bell’animo tuo la grande immago, Ancorché taccia de i severi Editti L’imperioso suon, fassi Ella a tutti Viva, e soave in un censura, e legge. Non Te forse, Signor, (soffri, che il dica, 30E ragion renda al ver ) Te non conobbe, Te non guardò, come tra noi Tu fussi Celeste cosa, chi ne i dubbj tempi A l’agitata da i discordi voti Santa Nave di Pier, da l’aura mosso, 35Che fervida movea da Monti eterni, Novo, Supremo Te Nocchier propose? Signor, Tu sei sì di Te stesso adorno, Che se non anco sul sacrato crine Ti splende, qual dovria, di tanti pregi 40Il giusto guiderdon, non però meno
Te il Mondo onora, nè il valor tuo tace, Anzi più questa tua grand’Alma ammira, Che magnanima, e forte, e di se paga La miglior sua mercede in se chiudendo 45Più meritar, che conseguir desia. Ben ha, Signor, ben ha di che più altero Girsen per Te, sebben si chiaro, e terso, Sì per richezze, e titoli sublime Sì d’opre illustri, e sì d’Eroi fecondo 50L’alto de’ Marazzani antico Sangue. Qual è del Mondo omai parte, che ignori Il Nome tuo? Te, come volle il fato De l’Italiche cose, e come volle Col variar de i dì, de le vicende 55Tessuta in Ciel l’universal catena, Te lungo Parma Condottiero egregio D’eletta Greggia, la Germana in armi Infaticabil Gente, a Marte cara, Te il prode Sardo, Te l’accorto Ibero, 60Te il culto Gallo vide; e qual non venne A Te da tante sì di Ciel discoste, Genti, e di genio, e di pensar diverse Nata da i Merti tuoi lode concorde?
Piacesti a tutti. Ah se lassù mai sorda 65Non è l’alta Bontate a i giusti prieghi, Te al Popol tuo, Te al nostro ben, Te a quella, Incontro a cui non prevarran d’abisso Le nere porte, Te pietosa serbi, Te, Signor, viver faccia i dì, che visse 70De l’intatta su i flutti Arca notante Il santo Fabbro, e, se sia d’uopo scemi Parte dei nostri giorni, e a i tuoi l’aggiunga. Vivi, eccelso Signor, vivi, e quand’ami Di respirar da le tue gravi cure, 75Queste, che t’offro, d’un tuo sguardo degna Non ignobili Rime, e le bell’arti Languenti, e meste, e me, cui forse Apollo Diè gentil cetra, a l’Ombra tua raccoglia.
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Ad Aurelio Bernieri
AL NOBILE SIGNORE
IL SIG. CO: AURELIO BERNIERI
In Sue Nozze
E da l’almo Elicona a cento eccelse Itale spose già d’eletti fiori, Spiranti eterno Chiabreresco odore Fresche ghirlande, o mio Bernier, recai, 5Or che Tu, luce mia, Tu mio conforto, Delizia de le Muse, onor di quanta Ornata Gioventù Parma oggi illustra, A innamorata Vergine vezzosa Per beata d’Amor legge t’annodi, 10Mi starò cheto su l’erbose sponde, Che sempre liete d’odoroso Mirto, Ombra, e corona mia, bagna Ippocrene? Ma sin dal primier dì, che dolcemente Teco m’avvinse al basso vulgo ignota, 15Vera Amistà, cui precedea soave Somiglianza di studi, e di costumi, Mirando l’età tua fiorir, qual campo, Che il novo April di gioventù riveste. Felice età, che di fanciulle intatte
20Gli sguardi adesca, e ne deliba i primi Timidi Voti, e la secreta fiamma! Dissi ad Euterpe: Queste Idalie rose, Che fè su i gioghi germinar di Pindo Il Savonese mio, Dea, se ’l concedi, 25Del tuo diletto Aurelio, onde han più grido Le Tosche rime, ed i purgati inchiostri, Saranno al fausto Talamo serbate. Sorrise a i detti miei l’alta Maestra De le canore corde, e lampeggianti 30Fin da quel giorno di serena gioja Girò le belle luci, ond’Ella suole A i sommi Vati, e di sua vista degni Versar ne l’alma, ed agitare in petto Gli estri divini, e le Febee faville. 35Ed oggi lieta, e rilucente in manto Aspro di gemme, e col nettareo grembo Pien di corone, e con la cetra in mano Non Ella forse in sul mattin m’apparve, E vive, e pronte a i Nuziali carmi 40Non mi spirò nel seno aure celesti? Bernier, qual resta di bennata Pianta Talora unico germe, onde poi novi
Sorgon rampolli a riparar possenti I lunghi danni de l’annoso tronco, 45Solo restavi del tuo nobil sangue Pregiato avanzo; ed a Te nova vita Ne i buon Nepoti omai chiedean pensose Laggiù fra i Mirti de l’Elisia Valle L’Ombre de gli Avi Tuoi, che chiari rese 50Gemmata Mitra, e bellicosa spada. Libero intanto Tu dal bel legame Condur godevi fra leggiadre cure, L’allegra gioventù, di cui non hanno, Credilo a me, dono miglior gli Dei. 55Tu ne i fertili Autunni, allorchè spuma Di largo mosto, e di protervo riso La festosa Vendemmia empie le Ville, Sciolto ten givi a riveder le pingui, Colte Campagne, da Colui nomate, 60Che contro lo squamoso, immenso Mostro, Viva peste dei campi, armato corse Su l’ardente cavallo, e ne l’orrenda Gola confisse l’invincibil’Asta, Ch’ or su le stelle, che a i guerrier del Cielo 65Fan pavimento, folgorar si vede.
Bello è quivi mirar tra l’ardue ripe Correr Enza fremente, e quasi cerchio Far con ritorto corso a i Campi tuoi. Colà qual manca de i piaceri onesti, 70Onde nojata da le urbane stanze L’alma si disattristi, e si ricrei? Evvi bella Magion, su le cui porte Siede indefessa Cortesia custode, Cui stanno a lato lusinghiere in atto, 75Grate accoglienze, che mentir non sanno. Colà i dolci Conviti, e colà sono I dolci sonni, e libertà, che in oro Vi vergò di sua man quell’aurea legge, Che a suo grado a ciascun viver consente. 80Così al buon Padre tuo, così a tuoi prodi Incliti Zii diletta, ambo splendenti Di maturo consiglio, e d’onor vero, Ed ambi amanti de l’erranti cacce, Che con sagaci, ed a fallir non use, 85Acute nari, e con alato piede, Che il cenno mai del suo Signor non scorda, Candido, come avorio, invitto scorre Il predator Giordano, egregio Veltro,
Cui la stessa talor Dea de le selve 90Palpar gode per vezzo i lunghi orecchi, E il terso collo, che di fior silvestri Treccia da lei contesta indi riporta. Neve non tocca da nemico fiato D’Austro piovoso, e fragola dipinta 95D’Ostro di primavera eran tue gote, Che poca giovanti lanugin bionda Velava in parte, e le tue ferme membra Nudria saldo vigor d’alma salute. Se ad abile destriero in vasta arena 100Lodato Cavalier premevi il tergo, O se ne l’arte di ferir maestro Vibravi il ferro in simulata pugna, O se accorto reggevi in lieve danza L’agili Ninfe del tuo patrio fiume, 105Qual v’era mai si ben difeso, e schivo Cor d’amabil Donzella ad arder lento? Ma sopra tutto fin dal primo instante, Che ancor acerbo garzoncel ti vide, Arse per Te di sconosciuto foco 110Quella, che in suo pensier solo fra tutti Ti pose, e solo quasi gemma, elesse.
Per Te quanto desio, quanti sostenne Taciti affanni, ch’or ne l’ore mute, Propizie a i sonni, e a gli amorosi furti 115Soavemente rammentar le giova. Questa ben sai di qual esimia gente Discese piena del valore avito. Pendon da l’Arbor prisca, ond’Ella uscìo Polverose loriche, elmi, e bandiere, 120E pacifiche Toghe, in cui quel saggio Immortal Pier Luigi, Alma sublime, Lume, e sostegno del Farnesio scettro, Cotanto in Patria, e innanzi a i Re rifulse, E ne pendono ancor famose penne, 125E celebrate Croci, ed auree Bende, Che de i Pastori a le canute fronti Fermo in sua gloria il Vatican circonda. Potrei di sua beltà scioglier parola, Che risonasse ne’ lontani tempi: 130Perocchè sotto il nereggiante ciglio Le vidi sfavillar due così vivi Begli occhi neri, che men bello, e vivo Scintilla in Ciel l’Astro del dì foriero, L’Astro foriero de le gelid’ombre;
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The end
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