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A' leggitori
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Areva conveniente, che dopo la produzione da questi torchi delle Opere Poetiche di tanti Uomini illustri, si desse il luogo anche ad alcune di Donne, che nella medesima facoltà si segnalarono; e siccome VITTORIA COLONNA tiene tra queste il primo luogo, così avesse anche l’anzianità delle nostre fatiche. Sono già alcuni anni, che n’era preparata l’edizione, ma non so per qual fatalità, gli originali si smarrirono in Venezia, e l’Autore della Vita, che non n’avea conservata copia, ha dovuto ritessere la tela, e fare doppia fatica. Ecco per tanto l’edizione ora compita. La tardanza tuttavia non è stata senza il suo frutto. Il tempo ha dato luogo al diligente e pulito Scrittore della Vita a far nuove scoperte, onde riuscisse più accurata e copiosa. Vi è pure stata aggiunta una scelta Raccolta di giudiziose Testimonianze. Abbiamo in oltre procurato il Ritratto col benefizio di una Medaglia favoritaci dall’incomparabile gentilezza del Signor Conte , sagace Raccoglitore di simili supellettili Letterarie, giacchè il Ritratto del è ideale, e di sua invenzione. Ci siamo serviti per testo della sua edizione, ed abbiamo del tutto separate le Rime spirituali dalle altre, cosa non osservata da lui esattamente. Finalmente abbiamo usata la maggiore diligenza, che ci fu possibile, per renderla singolarmente corretta, e degna del pubblico favore, e compatimento per que’ falli, che dalla nostra umanità sono inseparabili.
La vita di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara
ct ct ct ct ct ct ittoria Colonna Marchesana di Pescara, la più illustre tra le Donne, che segnalarono il sedicesimo Secolo, nacque, non già in Roma, come hassi da alcuni Scrittori; ma nel Castello di Ma- rino l’anno 1490. di gran Conestabile del Regno di Napoli, uno de’ più saggi Capitani, di cui facciano menzione le Storie di que’ tempi, e di figlia di . Si ammirarono in lei, ancora fanciulla, accoppiate ad una rara bellezza di corpo alcune di quelle doti dell’animo, le quali furono poscia la meraviglia del suo Secolo, di guisa che venuta al quarto anno del- l’età sua Don Marchese di Pescara, chiaro per le sue militari imprese la chiese per isposa di suo figliuolo , fanciullo di altrettanta età, cui dal Colonna venne promessa, mosso dalle istanze di Re d’Aragona e dal desiderio di unire il vincolo del parentado a quello dell’amicizia, per cui a Don Alfonso egli era strettamente congiunto.
Posero ogni cura i genitori di nel coltivare il di lei animo, indirizzandola, per quanto l’età sua il sostenea, nella via delle Lettere, ed all’acquisto delle morali virtù, cui essendo ella per natura disposta, vi riusciva con gran lode, ed oltre l’aspettazione d’ogn’uno. Venne frattanto crescendo in costumi, in sapere, ed in bellezza, non meno che in persona, ed in età, di guisa che in lei vedeasi raccolto quan- to di pregevole appena ritruovasi sparso fra molte altre.
A tali prerogative molto aggiugnea di pregio la chiarezza del sangue, e sì in lei risplendeano venuta nell’età da marito, che trassero ad amarla, ed a desiderare le sue nozze i Duchi di Savoja e di Braganza, allora appunto, che il giovine Marchese di Pescara si apparecchiava a darle l’anello; ma fosse, che il Papa, il quale si era frammesso nell’affare, si mostrasse parziale dello Sposo; o non isperassero, che ad altri rivolgesse l’amore, che sino dalla prima e tenera sua giovinezza ella avea al Marchese, giovine avvenente, ed il meglio costumato che fosse; da ciò si ritrassero, e questi lieto d’essere venuto a fine del suo in- tento, celebrò con isplendido apparecchio e con gran festa le nozze, da amendue gli Sposi desiderate, correndo l’anno diciassettesimo dell’età loro.
Questa ragguardevole Coppia non ebbe forse pari in Italia di que’ tempi, perciocchè siccome per le accennate sue doti sollevavasi sopra tutte l’altre del suo sesso; così il Marchese suo Sposo, oltre che in costumi, ed in ogni maniera di buone Lettere avea pochi eguali tra’ suoi coetanei; datosi ne’ primi suoi anni all’esercizio dell’armi, diede sì certe e belle speranze del suo valore, che ancor giovinetto ascese ai supremi gradi nella milizia, ed allorchè morte lo colse nella sua più bella età, era già salito in riputazione del più saggio, e prode Capitano del suo tempo.
La sua generosa natura, che lo inclinava a sì fatti esercizj, non lo lasciò lungamente in riposo dopo le sue nozze, dalle quali per qualche tempo avea indarno aspettato d’aver figliuoli; poichè svegliatasi in Italia la guerra Francese, non volle trascurare sì bella occasione, onde dar saggio del suo valore, nè mancare in sì grave urgenza al debito di fedele Vassallo verso il suo Re. Benchè a dolesse oltre modo di dover vivere lontana da lui, pure, oltre al costume delle femmine, non cercò mezzi di ritrarlo da così fatta risoluzione: ricordogli soltanto, che così non si lasciasse accendere dal desiderio della gloria, e dalla speranza dell’immortalità, che si scordasse della propria salute. Come fu vicina l’ora, che da lui dividere la dovea, gli fe dono di un superbo Padiglione, e di un Camerino ornato di ricamo, sopra la cui porta leggevasi ciò, che giustamente fu detto di Vespasiano. Nunquam minus otiosus, quam cum otiosus erat ille: utilissimo avvertimento spezialmente ad un Capitano, e poichè ella ebbegli presentato alcune palme in segno di felice augurio, preso da lei congedo assai onorevolmente in famiglia, in cavalli, ed in arnesi trasserissi all’esercito.
Se ciò le fosse cagione di dolore, certamente non è da chiedersi. Tuttavia ben presto ebbe di che rallegrarsi, poichè il Marchese appena arrivato al campo avea di se date tali speranze, che quantunque giovinetto d’anni ventuno, venne scelto alla carica importante di Capitan Generale de’ Cavalleggieri.
Pochi mesi appresso ebbe nuova cagione di attristarsi, perciocchè il Marchese coraggiosamente combattendo nella giornata di Ravenna, soverchiato da’ nemici venne in loro potere. Fu poscia condotto a Milano, ed ivi guardato in assai onesta prigione, donde fu tratto dopo breve tempo per intercessione del Triulzi suo Zio materno. In questo mezzo egli scrisse un piacevolissimo Dialogo d’Amore, ed indirizzollo alla Marchesana sua Sposa, nel quale molto vivamente espresse l’amore, che le portava, e quanto gli dolesse l’essere da lei lontano; dal che ella prese motivo di farne una divisa, racchiudendo un amorino in un cerchio formato da un serpente, con questo verso: ct volendo in tal guisa mostrare, che la prudenza dovea rendere indissolubile il bel nodo, che stretto avea la virtù.
Rimasa sola del marito, come abborriva sommamente il di lei genio dallo starsi in darno, e dal passar la vita tra’ vani sollazzi, nè avea cosa, che la dilettasse quanto lo studio delle buone lettere; così i disegni e pensieri suoi erano allora, più che mai fossero, volti alle medesime, ed a fine di potervisi applicare con tutto l’agio, venne a Napoli da Ischia, dove trovavasi col marito, allorchè questi lasciolla per passare al campo, e dove usavano di portarsi sovente a godere in riposo le delizie della campagna.
Venuta a Napoli ella si dimorava quasi sempre in casa, per non isviarsi dallo studio uscendone, mettendo a conto di vita quel tempo solamente, che in esso spendeva. Oggetti principali de’ suoi studj erano l’erudizione antica, e l’Italiana Poesia, nella quale versò ella gran parte del suo sapere, e per la quale era già salita in grandissima riputazione. Le imprese di suo marito erano l’ordinario argomento de’ suoi poetici componimenti, e secondo che scrive il Bullart, Elle chantoit ses Victoires par des vers Toscans si relevez, & si dignes de leur sujet, qu’elle sembloit être une nouvelle Muse destinée pour publier la renomée de ce gran Capitaine, & pour inspirer les louvanges, que l’on doit a la vertu guerriere.
Da sì fatti studj ella volgeasi spesso allo scrivere sensate, ed affettuose lettere al marito, il quale non ostante che fosse tutto nelle cose della guerra, aveala sempre tra’ suoi pensieri, nè per che che si fosse dimenticò giammai l’amor suo, e perciò soleva visitarla benchè lontana, quando egli si vedea tempo di farlo, senza mancare ai doveri dell’importante sua carica.
Lontana dall’ardor della gloria, quella soltanto riputava essere onesta ed immortale, che da lodevoli e virtuose azioni suol nascere. Di questa sua virtù diede assai chiaro argomento allora quando, dopo la battaglia di Pavia, memorabile per la prigionia di Francesco I. Re di Francia, nella qua- le il Marchese di Pescara rimase ferito in molte parti della persona, ed ebbe quasi tutta la gloria de’ considerabili vantaggi dagl’Imperiali riportati sopra de’ Francesi; ella intese, che varj Principi uniti in lega contro Cesare, tentavano di farvi entrare ancora suo marito, offerendogli il Regno di Napoli in ricompensa della sua infedeltà; poichè temendo non forse egli abbagliato dallo splendore del Diadema accettasse l’offertà; scrissegli che volesse ricordarsi della solita sua virtù, con la cui riputazione e lode egli avanzava la fortuna e la gloria di molti Re. Perciocchè non con la grandezza de’ Regni e de’ titoli, ma per la via della virtù l’onore s’acquista, il quale sempre con chiara lode arriva a’ Discendenti; che ella non desiderava d’esser moglie di Re, bensì di quel gran Capitano, il quale non solamente in guerra col valore; ma ancora in pace con la magnanimità avea saputo vincere i Re più grandi. Questa lettera svegliò tali pensieri nell’animo del marito, che rinunziò apertamente alle speranze del trono, anzichè far cosa contraria alla virtù, in cui al primo invito de’ Collegati parea, che egli cominciasse a vacillare.
Non molto dopo la giornata di Pavia, seguita nel Febbrajo del 1525., ella conobbe non avere la fortuna cangiato verso di lei il suo costume, e la sua natura, avendole costei apparecchiato nuove sciagure. Ritrovavasi il Marchese in Milano assai debole, e disagiato della persona per il soverchio bere d’acqua, non meno che per i molti disastri e fatiche in guerra sostenute, a cura della quale infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, anzi ogni giorno più andava scemando di forze. Di tale malattia tenendosi egli spacciato, ne diede avviso alla moglie, perchè senza indugio si portasse a Milano, bramoso di vederla prima di morire. In pochi giorni così egli andò di cattivo in peggiore stato, che venne sfidato da’ Medici, e sentendosi venir meno lo spirito, e vicino alla morte, fatto chiamare a se il Marchese del Vasto suo cugino, gli raccomandò con quell’affetto, che potè maggiore, l’amatissima sua Moglie, di cui non avendo avuto figliuoli in diciannove anni di matrimonio dichiarollo e- rede delle ricchissime sue facoltà. non sì tosto intese il marito essere preso da grave infermità, che partitasi da Napoli con onorevole seguito passò a Roma, dove fu accolta con istraordinarj onori, e continuando poscia con ogni sollecitudine il suo viaggio alla volta di Milano, come fu giunta a Viterbo, ebbe la nuova funestissima della di lui morte.
Non poteva certamente la fortuna percuoterla di maggior colpo, e parve, che in questo suo gran bisogno ella venisse abbandonata ancora dalla propria virtù, perciocchè non dando luogo a’ conforti, in guisa si abbandonò al dolore, che ne perdè i sensi. Ritornati poscia ai loro ufficj il sentimento e gli spiriti, allargò il freno alle lagrime, le quali non si rasciugarono se non dopo parecchi anni, e ne nacquero le più eleganti ed affettuose poesie, che di questa eccellente Rimatrice ci siano rimase. Potrei con lungo catalogo ricordare molti Scrittori, i quali con grave errore affermarono, che Vittoria poco dopo la morte del marito, accaduta nel Novembre del 1525., si ritirasse in un Monistero, ed ivi finisse i suoi giorni; ma ciò esser falso appar manifestamente e dalle di lei Opere rimasteci, e dalle Lettere da varj personaggi ad essa scritte a Ferrara, a Roma, a Napoli, e ad Ischia nel corso di parecchi anni dopo tale epoca, come più sotto osserverassi.
Tornata a Napoli di Viterbo si ritirò nuovamente a’ suoi studj, l’unico conforto, che le fosse rimaso dopo la morte del marito. Era allora giovine d’anni trentacinque, di fresche bellezze, e celebre per la sua letteratura; aspiravano perciò varj Principi alle sue nozze, cui cerca- vano di disporla ancora i proprj fratelli , i quali si aspettavano di far di lei alcun gran parentado; ma ella ben lontana dal darci orecchio, a chiunque di ciò le faceva parole usava di rispondere, che il suo Sole , quantunque dagli altri fosse riputato morto, appresso di Lei sempre vivea : sopra di che ella scrisse un Sonetto sì ingegnoso e leggiadro, che da Alessandro Zilioli venne trascelto per dar saggio della sua eccellenza nell’Italiana Poesia. Conviene in fatti, che altamente avesse fisso nel cuore il Marchese suo marito, se nel corso de’ primi sette anni della sua vedovanza non seppe colle sue Rime, se non piagnere la morte di lui. Certamente ella lasciò a’ posteri un raro esempio di costanza e fedeltà conjugale.
Soleva dire, che anzi avrebbe scelto di morire, che sopravvivere al marito; invidiare perciò la sorte di Lodovico e Bartolommea genitori di , i quali si morirono nel medesimo giorno, intorno a che abbiamo di lei tre elegantissimi Sonetti, che ella inviò a questo celebre Poeta. Erale oltre modo grato ancora il soggiorno d’Ischia, perocchè quivi ebbe già in costume di trattenersi con esso lui gran parte dell’anno; andava perciò ella dicendo di voler passare in quest’Isola il rimanente de’ suoi giorni, dove mille oggetti ad ogn’ora le ricordavano le passate sue felicità.
Questi ed altri sì fatti pensieri ella esprimeva nella più affettuosa maniera colle sue Rime, ingegnosamente spargendole delle lodi di suo marito, il cui nome desiderava di rendere immortale; e perciò ebbe a dire un erudito Scrittore, che colle sue rare, e meravigliose Rime ella fece un Sepolcro così onorevole al nome di suo marito, che finchè il mondo duri, sarà perciò sempre celebrato ed illustre tra noi. Le molte Poesie, che la nostra Marchesana compose intorno a sì fatti argomenti ne’ primi anni di sua vedovanza esprimono sì vivamente gli affetti del di lei animo, che potè dir giustamente il che ella non pure andò del pari con ogni più rinomato Poeta, ma nel maneggio degli affetti tolse per avventura a’ contemporanei la palma.
Ella perciò in quel tempo, che era il fiore della sua giovinezza, acquistossi l’amicizia, e l’applauso di quanti in Italia facevano professione di belle lettere, fra’ quali, per tacere di parecchi altri, sono spezialmente da annoverarsi , da cui le vennero indirizzati i sette Libri della Vita e Fatti del Marchese di Pescara suo marito, e , il quale in morte del medesimo le inviò alcune Stanze consolatorie. Ebbe commerzio di Lettere e di Rime con , e con , ed ebbe altresì stretta amicizia con , da cui mentre ella vivea, ed anche in morte fu encomiata nelle sue Poesie latine. Ancora il si pose a scrivere i quattro per far cosa grata a lei, non meno che per soddisfare ai voleri di Luigi XII. Re di Francia, e di Alfonso Ariosto suo carissimo amico. Tra i principali amici ed ammiratori di questa eccellentissima Donna debbono pure aver luogo Giovanni Guidiccioni Vescovo di Fossombrone, ed il Cardinal , ai quali soleva ella di quando in quando inviare le sue Rime, da loro avute in grandissimo pregio, ed a’ quali ella mandò ancora il proprio ritratto, di cui l’aveano richiesta. Il Bembo spezialmente ebbe di lei grandissima opinione, come può agevolmente comprendersi, se si osservi, essersi lui riputato a gloria, che ella avesse dato onorevole giudizio delle sue Poesie, sopra le quali ragionando ella in una sua Lettera, diede tale saggio di dottrina e d’ingegno, che questo dottissimo Uomo così ebbe a scriverne al Giovio. Ella a me pare vie più sodo, e più fondato giudizio avere, e più particolare e minuto discorso far sopra le mie Rime, di quello che io veggo a questi dì avere e saper fare gran parte de’ più scienziati, e maggiori maestri di queste medesime cose. E se io fossi fuori del giuoco, sicchè non si paresse, che io dicessi a favor mio, direi ancora molto più avanti che io non dico. Ella è sicuramente quella gran Donna, che voi avete ed al mondo più d’una volta dipinta con l’onorato inchiostro delle vostre prose, ed a me molte fiate disegnata con le parole. Nè penso giammai d’aver cotanto guadagnato quanto ora, poichè ella così onoratamente di me scrive.
Era il settimo anno da che il Marchese di Pescara era salito a miglior vi- ta, quando Vittoria avendo sperimentato vano ogni mezzo per isgombrare dal proprio animo la tristezza ed il dolore, conobbe assai chiaro, essere troppo misera la condizione di chi vive secondo le inclinazioni della guasta natura, ed essere i beni di questa terra simili alla rosa, con cui nascono e crescono, e cui stanno inseparabilmente congiunte le spine; si pose perciò in animo di alzarsi colla mente sopra le cose terrene, e di fissarla nelle divine, certa, che questa fosse la sola maniera di scioglier l’anima da quegli affetti, onde hanno cagione le mondane amarezze. In fatti ella adoperò per modo nella via dello spirito, e così accostossi coll’intelletto alle cose celesti, che interamente dimentica del terreno amore tutta si accese del divino, e da quel tempo innanzi ella si pose a scrivere sopra argomenti sacri, lasciando quasi del tutto le Rime profane, le quali erano state per l’addietro l’ordinario soggetto de’ suoi componimenti. Applicatasi con fervore alla vita spirituale ed all’esercizio delle virtù, il suo esempio era altrui di eccitamento alla pietà, e ben può dirsi, che sossero i suoi costumi un raro modello di vita cristiana, se persone di buona vita richiedevanla di consiglio, intorno alla maniera di ben incamminarsi all’eterna salute; siccome fecero la Regina di Navarra , la Duchessa d’Amalfi, e , il quale nella risposta ad una Lettera di lei piena d’amore e di carità, che gli aveva destato nell’animo spiriti di virtù e di religione, le dice: Voi, che siete in grazia di Dio, continuando in quest’ufficio, mostratemi la strada, per la quale così secura camminate all’eterna salute; e pregate Colui, che vi scorge per questo cammino, che con la voce della sua pietà mi chiami; e non vi sdegnate se per l’orme della vostra virtù, seguitando i vostri passi, vi verrò dietro.
Nella primavera del 1537. ella fece una gita a Lucca, e quindi passò a Ferrara con disegno di trattenervisi lungamente. In quale stima e riputazione fosse quivi la nostra Marchesana, può agevolmente comprendersi da ciò, che il scrive di Roma a Camillo suo figliuolo a Bologna a’ 24. di Maggio di quest’anno. Io credo, che molto faccia al proposito nostro la venuta della Signora Marchesa di Pescara in Ferrara, nè saprei io immaginarmi persona, che in questa nostra causa ci potesse essere di maggior giovamento cagione: ella con l’autorità sua, e con la buona volontà, che sempre mi ha dimostrato, potrà forse quello che io penso, che nè Lettere di Papa, nè di Cardinali abbiano potuto a quest’ora. Mentre ella dimoravasi in Ferrara, andava rivolgendo tra se di fare un viaggio a Gerusalemme, mossa dal desiderio di visitare que’ santi luoghi, e certamente sarebbe ella venuta all’effetto, se il Marchese del Vasto, cui non sofferiva l’animo di vederla esporsi ai pericoli di sì lungo viaggio, non avesse cercato di ritrarla da sì fatto proponimento, e di disporla a passare a Roma, siccome ella fece verso il fine di quest’anno.
Soggiornando ella in questa Città, di que’ tempi fioritissima di buone lettere e d’ingegni, riceveva spesse visite da’ primi Letterati, da varj Principi, e da’ Cardinali, tratti dal desiderio di conoscere, e conversare con questa gran Donna, tenuta la più dotta, e meglio costumata dell’età sua. Tra i molti il Cardinal Polo, ed il Cardi- nal Contarini, amendue non meno pii che dotti, la ebbero in grandissima stima, così per la sua insigne pietà, che per l’universale sua letteratura, dalla qual simiglianza di costumi e di genio nacque una sì perfetta e santa amicizia, che da altro caso che da morte non fu separata. Certamente è da credersi, che Vittoria si avesse acquistata la stima e benevolenza ancora del Papa, se ella fu in gran parte cagione che questi innalzasse il Bembo al Cardinalato, siccome raccogliesi da una Lettera di lui, scrittale da Venezia nell’Aprile del 1539. Quivi ella attese spezialmente a sollevare molti dotti Uomini dall’indigenza, ordinaria disgrazia de’ Letterati. Furono di questo numero Bernardo Tasso, Marco Cavallo, , ed il Molza già suo maestro nella Poesia.
Tanti e sì fatti motivi di distrazione non ebbero forza di sviarla giammai dalla contemplazione delle cose celesti, alle quali sempre più colla mente accostandosi, venne in deliberazione di togliersi interamente alle brighe del Secolo, del quale abbastanza conosciute avea le vanità e gl’inganni. Nel Marzo del 1541. ella mise ad effetto sì saggia risoluzione, ritirandosi in un Monistero di Suore in Orvieto, e di questo ivi a pochi mesi passò a quello di S. Caterina di Viterbo, dove menando esemplare e santa vita, era altrui di eccitamento e di norma alla cristiana perfezione.
Del tempo, in cui ella lasciasse questo ritiro, non si trova indizio tra le memorie di quel secolo; egli è certo soltanto, che nell’Agosto del 1542. ella fosse tuttavia tra quel- le Religiose, siccome è chiaro da una Lettera di lei, scritta da S. Caterina di Viterbo, ed indirizzata a Suor Serafina Contarini a Venezia, in cui piagne la morte del Cardinal Contarini di lei fratello, di questo tempo accaduta. Egli è certo altresì, che ella ritornasse a Roma, dove sul cominciare dell’anno 1547. cinquantesimottavo dell’età sua, nel Palazzo Cesarini detto Argentina, infermò gravemente. Sfidata da’ Medici, veggendosi venir alla morte, fece il suo testamento a’ 15. di Febbrajo, verso il fine del quale, spargendo di se odore di santità, , venne a quel passo, al quale ogn’uno una volta perviene.
Salì questa illustre Donna a tale grado di riputazione colle elegantissime sue Poesie, e così le ebbero in pregio i Dotti dell’età sua, che nella prima edizione fattane in Parma nel 1538. le diedero il titolo di Divina, e nella seconda fatta in Venezia nel
In morte di lei compose due Ode Marcantonio Flaminio, delle quali una ne indirizzò a Marcantonio Faita; l’altra a Girolamo Torriano. Di questa piacemi di trascriverne alcuni pochi versi, ne’ quali l’Autore seppe ingegnosamente raccogliere molte sue lodi.
Cui mens candida, candidique mores, Virtus vivida, comitasque sancta, Caeleste ingenium, eruditioque Rara, nectare dulciora verba, Summa nobilitas, decora vultus Majestas, opulenta, sed bonorum Et res, & domus usque aperta ad usus, Illa carminibus suis poetas, Quotquot saecula multa protulerunt, Longe vicerat. . . . . . . . . . . . . .
Carm. Lib. 5.
1540. quello di Diva; titoli, che di que’ tempi non solevano dispensarsi, che a uomini eccellentissimi. Non v’ha dubbio, che lo stile giudizioso ed affettuoso delle sue Rime, e la dottrina e l’erudizione, di cui sono sparse, non solamente superano d’assai la condizion femminile; ma tolgono per avventura il vanto alla maggior parte de’ Poeti, che in gran copia fiorirono in quel felicissimo secolo, di guisa che Giammatteo Toscano non ebbe difficoltà d’affermare, che ella fosse nulli post Petrarcam secunda. Il Crescimbeni assai ritenuto nel lodare la pareggia ai migliori seguaci di quello, dicendo, che ella adoperò con tanta felicità e dottrina nel maneggio delle liriche Muse, che innalzossi sopra tutte le Donne, e potè gloriarsi di camminare a paro co’ maggiori seguaci del Petrarca, da’ quali ricevè il titolo di Divina.
Il guardarsi, siccome ella fece in tutte le sue Rime, da ogni detto o parola, che onestissima non fosse; egli è costume tanto più da commendarsi, quanto è meno seguito da’ Poeti, perciò il sopra mentovato Giammatteo Toscano prese argomento di lodarla spezialmente da questa sua virtù, e di biasimare il brutto vizio, che a questa si oppone.
Oltre all’esser soverchio, sarebbe ancora troppo lungo l’annoverare le molte lodi, colle quali da parecchi Scrittori venne encomiata la nostra Eroina, così per la sua erudizione, dottrina, ed ingegnosa maniera di poetare, che per l’integrità de’ suoi costumi, e meravigliosa fermezza nell’amor del marito; perciocchè, siccome afferma Francesco Agostino della Chiesa nel suo Teatro delle Donne letterate, non v’è Scrittor Italiano di quel tempo, che in prosa o in verso non l’abbia celebrata e commendata sopra tutto il sesso donnesco, intorno a che è spezialmente degno di esser letto ciò, che con molta eleganza scrissero Agostino Bevazzano, e l’Ariosto suoi principali ammiratori.
Il Cardinal Pompeo Colonna, volendo anch’esso onorare questa sua parente, le dedicò un Volume de Laudibus Mulierum, che egli scrisse a tale oggetto, e che a multis priscæ virtutis exemplis atque orationis jucunditate est eruditorum lectione dignissimum. An- cora il Cardinal Gasparo Contarini le indirizzò il suo Trattato del Libero Arbitrio, Adamo Fumano fece lo stesso degli Scritti morali ed ascetici di S. Basilio traslatati da lui dal greco nel latino idioma, e così fece ancora il Giovio de’ sette Libri della Vita e Fatti del Marchese suo marito, siccome di sopra abbiamo osservato.
Attese non solamente alla Poesia, ma alle scienze tutte, e scrisse non senza lode intorno a varie materie. Pochi de’ suoi componimenti però sono arrivati sino a noi, benchè per avventura i migliori; cioè buon numero di Sonetti, parte sopra la morte di suo marito, e parte sacri, se si eccettuino alcuni pochi in lode degli amici; due Canzoni, ed il Trionfo della Croce in elegantissimi terzetti, che ella compose il settimo anno della sua vedovanza, allorachè applicatasi alla vita spirituale, il suo amor verso Dio divenne il soggetto de’ suoi poetici componimenti.
Testimonianze onorevoli di varj illustri autori intorno alla persona ed agli scritti di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara
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Quasi che fino allora al Pescara, che vagiva in culla, avendo egli ad essere col favor delle stelle unico Capitano dell’età sua, la fortuna promettesse tal moglie, la quale come dono dotale portasse in casa del marito il nome fatale di Vittoria, ed essa Donna fra tutte le altre elettissima di Religione, di bellezza, di Lettere, e di Nobiltà, con certa rara felicità di scambievole sorte si avesse a congiungere a invittissimo marito.
E se egli si convenisse dopo le Reine nominar le private non vorrei tacere della mia Città, la quale pudica Donna fu talmente dotta, che più volte disputò pubblicamente con grandissimo onore, e fra le Epistole del una ve ne ho già letta scritta a lei.... ma che mi bisogna discendere alle private avendo innanzi due illustri esempj l’uno della Signora Vittoria Colonna Marchesa di Pescara, l’altro della Signora Contessa di Correggio, ambedue dotte nelle umane, e nelle Divine lettere, ed ambedue esemplari di Religione, e di castità insieme.
Questa nobilissima Donna, che è stata in ammirazione appresso i dotti del suo tempo, così degnamente ha poetato nella nostra lingua, che le sue Rime sono stimate al pari di quelle de’ primi compositori della passata età; e Rinaldo Corso da Correggio vi fece sopra il Commento, e lo stile suo giudizioso, ed affettuoso, e con ornamenti tali di dottrina, e di erudizione, che superano d’assai la condizione femminile.
Vittoria Colonna, Marchesa di Pescara fu virtuosissima in lettere; compose alquante opere in varie materie, tra le quali il Trionfo della Croce in elegantissimi Terzetti.
In tanta stima quest’eccellente Donna salì all’età sua, che nella prima edizione delle sue Rime fatta in Parma 1538. in 8. le fu dato il titolo di Divina, e nella seconda seguita in Venezia per Comin da Trino nel 1540. in 8. quello di Diva, titoli, che ne’ tempi andati si dispensavano ad Uomini eccellentissimi in qualunque genere.
Io non credo che la barbarie dell’antecedente secolo avesse maggior colpo, e più sensibile di quello che una valorosa Donna le diede, nella quale non solamente le Muse, ma le Scienze tutte parve, che il Cielo trasfondesse, e come in proporzionato, e sicuro luogo ponesse in serbo i suoi più singolari tesori. Egli è questa maravigliosa Donna, Vittoria figliuola di Fabbrizio Colonna, di cui Roma, anzi il Mondo tutto vide, e vede rarissime pari, e nella chiarezza de’ natali, e nella bellezza del corpo, e in quella dell’animo. Ma se unica non seppe appellarla il Mondo in queste cose, ben tale la riconobbe la Toscana Poesia nel maneggio delle sue Liriche Muse, nelle quali con tanta felicità, e dottrina adoperò, che innalzossi sopra tutte le Donne, e potè gloriarsi di camminare a paro a paro co’ maggiori seguaci del Petrarca, dai quali ricevè il titolo di Divina, che poi le fu confermato universalmente. Nè senza ragione; perciocchè nelle sue Rime sparse, e nascose tai semi di Scienze, che il Canzoniere, che produs- se, può dirsi miniera inesausta di finissimo oro, e di gemme più preziose; allo scoprimento del qual tesoro intese con grande studio, e fatica il dottissimo Vescovo di Strongoli Rinaldo Corso, che stimò sua fortuna di ornar con pienissimi Commentarj le Rime di sì gran Donna.
Basterebbe questo Sonetto per farci fede, se già non ne fossimo certi, del felice ingegno della Marchesana di Pescara. Certo che noi possiamo quì ammirare una sodissima architettura, che ingegnosamente lega insieme l’encomio sì del Bembo, come del defunto Marchese. Lo stile è nobilmente chiaro, modestamente acuto, ed il componimento tutto sì giudiziosamente condotto, che gli ingegni mezzani un somigliante non ne farebbero, e i sublimi si pregierebbero d’averlo fatto.
Vittoria figliuola di Fabbrizio Colonna, e moglie di Ferdinando Francesco Marchese di Pescara non pure andò del pari con ogni più rinomato Poeta, ma nel maneggio degli affetti tolse per avventura a’ coetanei la palma. Tutti gli Scrittori, che di queste materie favellano, hanno fatta giustizia al merito di questa castissima, e gloriosissima Poetessa. Noi non sapremmo come meglio lodarla, che dicendo col Gesuita Possevino, che le Rime di essa spirano universalmente dignità, religione, e grandezza.
Vittoria Colonna fu dottissima, e compose molti Sonetti bellissimi.
O di pudico amor esempio chiaro, Donna, che al nome egual valore avete, Onde senza esser vinta mai, vincete, Quanto il servo desir ha dolce e caro.
Il proprio Sol, il divin Spirto, il raro Sposo vostro, di cui morto anco ardete, In puro stile or dolce voi piangete, Sovra quanti altamente già cantaro. Ben cortese destin, che udir ne diede Sì chiara tromba, e sì lodato canto; Dove amor vivo, e morto arder si vede. Beata voi; e lui per voi; ch’ei quanto Dura il Ciel, fia di vera gloria erede, E voi viva terrà la fiamma, e il pianto.
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