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Mastro Zaccaria

Jules Verne · 1874 · Free in the US

11,431 words · about 48 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Italian
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1874
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11,431 words · about 48 min
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Contents (5)

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I - Una notte d’Inverno

La città di Ginevra è situata alla punta occidentale del lago a cui dà o da cui riceve il nome. Il Rodano, che la traversa uscendo dal lago, la spartisce in due quartieri distinti ed è esso stesso diviso nel centro della città da un’isola che sorge fra le due sponde. Siffatta disposizione topografica si riproduce sovente nei gran centri di commercio o d’industria. Senza dubbio i primi indigeni furono sedotti dalle agevolezze di trasporto che offrivan loro i rapidi rami dei fiumi, codeste «vie che camminano da sè», secondo la frase di Pascal, e che nel Rodano sono vie che corrono.

Nel tempo in cui edifici nuovi e regolari non sorgevano ancora su quest’isola ancorata come una chiatta olandese in mezzo al fiume, il meraviglioso cumulo di case addossate le une alle altre offriva all’occhio una confusione piena di fascino. La poca estensione dell’isola aveva costretto alcuno di questi edifici ad inerpicarsi sopra palafitte cacciate nelle forti correnti del Rodano. Quei grossi panconi anneriti dal tempo, corrosi dalle

acque, assomigliavano alle zampe d’un granchio immenso e producevano un effetto fantastico. Alcune reti ingiallite, vere tele di ragno, tese in seno alla secolare substruzione sotterranea, si agitavano nell’ombra quasi fossero il fogliame di quelle vecchie quercie, ed il fiume passando in mezzo a quella foresta di palafitte schiumava con lugubre muggito.

Una delle abitazioni dell’isola impressionava per il suo carattere di bizzarra vetustà. Era la casa del vecchio orologiaio mastro Zaccaria, di sua figlia Geranda, di Aubert Thun suo apprendista e della vecchia serva Scolastica.

Che uomo singolare codesto Zaccaria! La sua età pareva indecifrabile. Nissuno dei più vecchi di Ginevra avrebbe potuto dire da quanto tempo la sua testa magra ed aguzza gli vacillasse sulle spalle, nè in qual giorno per la prima volta lo si vedesse camminare per la città lasciando sventolare la capigliatura bianca. Quest’uomo non viveva, ma oscillava alla maniera dei bilancieri de’ suoi orologi. La sua faccia asciutta e cadaverica aveva tinte scure; come i quadri di Leonardo da Vinci egli si era fatto nero.

Geranda abitava la più bella camera della vecchia casa, d’onde, per una stretta finestra, il suo sguardo andava melanconicamente a posarsi sulle cime nevose del Giura. Ma la camera da letto e l’officina del vecchio occupavano una specie di cantina situata quasi al livello del fiume ed il cui pavimento riposava proprio sulle palafitte. Da tempo immemorabile mastro Zaccaria non ne usciva fuorchè alle ore dei pasti e quando andava a regolare i diversi orologi della città. Passava il rimanente del tempo presso ad un banco coperto di molti strumenti d’orologieria in gran parte da lui stesso inventati. E in vero egli era uomo abile. I suoi lavori erano molto stimati in tutta la Francia ed in tutta la Germania, ed i più industriosi operai di Ginevra riconoscevano palesemente la sua superiorità; anzi era un onore per la città che lo mostrava dicendo:

«A lui spetta la gloria d’aver inventato lo scappamento.»

In fatti da codesta invenzione, che i lavori di Zaccaria fa- ranno comprendere più tardi, data l’origine della vera orologiera.

Ora dopo di aver lungamente e meravigliosamente lavorato, Zaccaria rimetteva lentamente i suoi utensili a posto, copriva di campane i pezzi dilicati che aveva accomodati e ridonava il riposo alla ruota affaticata del tornio; poi sollevava uno spiraglio aperto nel pavimento del ridotto, e colà curvo per ore intere mentre il Rodano si precipitava rumorosamente sotto i suoi occhi, si inebbriava dei brumosi vapori.

In una sera d’inverno la vecchia Scolastica servì la cena, a cui, secondo gli antichi usi, essa pigliava parte col giovane operaio. Sebbene cibi preparati con gran cura gli venissero offerti in bei piatti azzurri e bianchi, mastro Zaccaria non mangiò, rispose a mala pena alle dolci parole di Geranda, cui la più cupa taciturnità del padre inquietava visibilmente, e non badò nemmeno alle ciancie della stessa Scolastica più che ora non badasse al brontolio del fiume. Dopo il pasto silenzioso, il vecchio orologiere lasciò la tavola senza abbracciare la figlia e senza dare la buona sera a tutti, come solea fare. Sparve per la stretta porta che conduceva al laboratorio facendo gemere sotto i passi pesanti la scalinata.

Geranda, Aubert e Scolastica rimasero alcuni istanti senza parlare. In quella sera il tempo era tenebroso, le nuvole si trascinavano pesantemente verso le Alpi minacciando di sciogliersi in pioggia. La severa temperatura della Svizzera empiva l’anima di melanconia, mentre i venti del mezzodì ronzavano intorno mandando fischi sinistri.

«Sapete, signorina cara, disse finalmente Scolastica, che il nostro padrone è tutto chiuso in sè stesso da qualche giorno? Vergine Santa, comprendo che non abbia avuto fame perchè le sue parole gli son rimaste nel ventre e sarebbe un bulo chi gliene cavasse alcuna.

— Mio padre ha qualche segreto motivo di affanno che io non posso neanco sospettare, rispose Geranda mostrando nel volto una dolorosa inquietudine.

— Signorina, non permettete che tanta tristezza invada il vostro cuore. Voi conoscete le singolari abitudini di mastro Zaccaria. Chi può leggergli in fronte i segreti pensieri? Qualche noia gli è senza dubbio toccata, ma domani non se ne ricorderà più e si pentirà in fede mia d’essere stato cagione d’affanno alla sua figliola.

Era Aubert che così parlava, fissando gli sguardi nei begli occhi di Geranda. Aubert, il solo operaio che mastro Zaccaria avesse mai ammesso nell’intimità de’ suoi lavori poichè ne apprezzava l’intelligenza, la discrezione e la bontà d’animo. Aubert si era affezionato a Geranda con quella fede misteriosa che presiede ai sagrifici eroici.

Geranda aveva 18 anni. L’ovale del suo viso ricordava quello dell’ingenue madonne che la venerazione sospende ancor oggi alle cantonate delle vie delle vecchie città di Bretagna. I suoi occhi respiravano un’infinita semplicità; la si amava come la più soave incarnazione del sogno d’un poeta. Le sue vesti avevano colori poco appariscenti, ed i colletti che le si piegavano sulle spalle avevano quella tinta e quel profumo proprio delle biancherie da chiesa. Essa viveva d’un’esistenza mistica in quella città di Ginevra che non si era ancora data all’aridità, del calvinismo. Allo stesso modo che sera e mattina essa leggeva le preghiere latine nel messale a fermaglio, Geranda aveva letto un sentimento nascosto nel cuore di Aubert Thun, l’affetto profondo che il giovane operaio aveva per lei.

In fatti agli occhi di costui il mondo intero si condensava in quella vecchia casa dell’orologiere, e tutto il suo tempo lo passava presso alla giovinetta, quando finito il lavoro lasciava l’officina del babbo di lei.

La vecchia Scolastica vedeva ciò, ma non ne diceva verbo e preferiva esercitare la propria loquacità sulle disgrazie del suo tempo e sulle piccole miserie di casa. Non si cercava già di arrestarla, avveniva di lei come di quelle scatole da musica che si fabbricavano a Ginevra, una volta montata sarebbe stato necessario spezzarla perchè ella non ripetesse tutte le sue ariette. Trovando Geranda in una dolorosa taciturnità, Scolastica lasciò la vecchia sedia di legno, fissò un cero sulla punta del candeliere, l’accese e lo collocò presso ad una piccola vergine di cera che stava entro la sua nicchia di sasso. Era uso d’inginocchiarsi dinanzi a questa madonna protettrice del focolare domestico domandandole di estendere la grazia benevola sulla prossima notte; ma in quella sera Geranda stette silenziosa al suo posto.

«Ebbene! cara signorina, disse Scolastica stupita, la cena è terminata ed ecco l’ora della buona notte. Volete affaticare la vista nelle veglie prolungate, ah, santa Vergine! bisogna pur dormire e trovare un po’ di gioia nei vaghi sogni. In questi tempi maledetti in cui viviamo, chi può permettersi una giornata di felicità?

— Non bisognerebbe mandar a cercare qualche medico per il babbo? domandò Geranda.

— Un medico! esclamò la vecchia domestica. Forse che mastro Zaccaria ha mai prestato orecchio a tutte le loro fantasie ed alle loro sentenze? Vi possono essere dei medici per gli orologi, ma non pei corpi umani.

— Che fare, mormorò Geranda, si è egli rimesso al lavoro, od è andato a riposare?

— Geranda, rispose dolcemente Aubert, qualche contrasto morale affligge mastro Zaccaria, ecco tutto.

— E vi è noto, Aubert?

— Forse, Geranda.

— Raccontateci codesto, esclamò vivamente Scolastica spegnendo parsimoniosamente il cero.

— Da molti giorni, Geranda, disse il giovane operaio, accade un fatto assolutamente incomprensibile. Tutti gli orologi che vostro padre ha fabbricati e venduti da qualche anno, si fermano d’improvviso. Gliene furono portati un gran numero.

Egli li ha smontati, ed ha visto che le molle erano in buon stato e le ruote perfettamente in ordine; li ha rimontati colla massima cura, ma, malgrado la sua abilità, non hanno più camminato.

— C’è il diavolo là sotto, esclamò Scolastica.

— Che vuoi dire? domandò Geranda, questo fatto mi pare naturale, tutto è limitato in terra, e l’infinito non può uscire dalle mani dell’uomo.

— Non è men vero, rispose Aubert, che vi ha in ciò qualche cosa di straordinario e di misterioso. Ho aiutato io stesso mastro Zaccaria a ricercare la causa dei guasti de’ suoi orologi, ma non potei trovarla e più d’una volta gli utensili mi caddero di mano per disperazione.

— Dunque, soggiunse Scolastica, perchè darsi a tutto questo lavoro da dannati? Vi par naturale che uno strumentuccio d’ottone possa camminar da solo e segnar le ore? Si avrebbe dovuto accontentarsi dei quadranti solari.

— Non parlerete così, Scolastica, quando saprete che il quadrante solare fu inventato da Caino.

— Signore Iddio! che cosa mi dite?

— Credete voi, soggiunse ingenuamente Geranda, che si possa pregare il cielo di ridonare la vita agli orologi di mio padre?

— Senza dubbio, rispose il giovane operaio.

— Buono! Preghiere inutili, borbottò la vecchia domestica, ma il cielo ne perdonerà l’intenzione.

Fu riacceso il cero. Scolastica, Geranda ed Aubert s’inginocchiarono sui mattoni della camera, e la giovinetta pregò per l’anima della mamma, per la santificazione della notte, per i viaggiatori e per i prigionieri, per i buoni e per i cattivi e sopratutto per le tristezze incognite del padre suo.

Poi le tre divote persone si risollevarono con un po’ di confidenza in cuore, avendo versato la loro pena nel seno d’Iddio.

Aubert se ne andò nella sua camera; Geranda sedette tutta pensosa presso alla finestra, intanto che gli ultimi bagliori si spegnevano nella città di Ginevra, e Scolastica dopo d’aver versato un po’ d’acqua sui tizzoni accesi e spinto gli enormi catenacci della porta, si buttò sul letto dove non tardò a sognare che moriva di paura.

Frattanto l’orrore di quella notte d’inverno era aumentato. A volte, insieme coi turbini del fiume, il vento s’inabissava sotto le palafitte e la casa tremava tutta, ma la giovinetta, immersa nella tristezza, non pensava che al padre. Dopo le parole di Aubert Thun, la malattia di mastro Zaccaria aveva preso agli occhi suoi proporzioni fantastiche e le pareva che quella cara esistenza, divenuta puramente meccanica, si movesse a fatica sui logori perni.

D’improvviso l’imposta della finestra, spinta impetuosamente dalla raffica, urtò contro le vetrate. Geranda diè un sussulto e si levò di botto senza comprendere la cagione di quel rumore che la toglieva al suo torpore. Come la commozione fu calmata, aprì la finestra. Le nuvole si erano squarciate, ed una pioggia dirotta crepitava sui tetti circostanti. La giovinetta si chinò di fuori per afferrare l’imposta ballottata dal vento, ma ebbe paura. Le parve che la pioggia ed il fiume, confondendo le loro acque tumultuose, sommergessero la fragile abitazione, i cui panconi scricchiolavano da tutte le parti. Volle fuggire la sua camera, ma vide sotto di lei il riflesso d’una luce che doveva venire dal ridotto di mastro Zaccaria, ed in una di quelle calme momentanee durante le quali tacciono gli elementi, il suo orecchio fu percosso da suoni lamentevoli. Essa tentò di richiudere la finestra, ma non vi potè riuscire; il vento la respinse con violenza come un malfattore che si introduce in un’abitazione. Geranda credette di impazzire pel terrore. Che faceva dunque il padre suo? Aprì la porta che le sfuggì di mano e battè rumorosamente sotto l’impeto della tempesta. Geranda si trovò allora nella sala da pranzo oscura, riuscì tentoni a giungere alla scalinata che metteva nell’officina di mastro Zaccaria e vi si lasciò scivolare pallida e morente.

Il vecchio orologiaio era ritto in mezzo alla camera invasa dal muggito del fiume. I capelli irti gli davano un sinistro aspetto. Parlava, gesticolava senza vedere, senza intendere! Geranda rimase sulla soglia.

«È la morte, diceva mastro Zaccaria con voce sorda! È la morte!... che cosa mi rimane da vivere ora che ho disperso la mia esistenza nel mondo? Perchè io, mastro Zaccaria, sono pure il creatore di tutti questi orologi che ho fabbricato! Gli è bene una parte della mia anima che io ho chiuso in ciascuna di queste scattole di ferro, d’argento o d’oro! Ogni volta che si ferma uno di questi maledetti orologi, sento il cuore che cessa di battere, perchè io li ho regolati sulle sue pulsazioni.

E parlando a questo bizzarro modo, il vecchio gettò gli occhi sul banco. Quivi si trovavano tutte le parti d’un orologio che aveva smontato con cura. Prese una specie di cilindro cavo, chiamato tamburo, nel quale si chiude la molla, e ne levò la spirale d’acciaio che, invece di distendersi secondo le leggi della elasticità, rimase arrotolata sovra sè stessa come una vipera addormentata.

Sembrava annodata a guisa di quei vecchi impotenti il cui sangue si è, a lungo andare, coagulato. Invano mastro Zaccaria cercò di svolgerla colle dita magre, il cui profilo si allungava a dismisura sulla muraglia, non vi potè riuscire, e poco dopo, con un terribile grido di collera, la buttò dallo spiraglio nei turbini del Rodano.

Geranda, coi piedi inchiodati a terra, se ne stava senza fiato e senza movimento. Voleva e non poteva accostarsi al padre. Provava allucinazioni vertiginose. D’un tratto ella intese nel l’ombra una voce che le mormorava all’orecchio:

«Geranda, mia cara Geranda, il dolore vi tiene ancora desta! Rientrate, ve ne prego, la notte è fredda.

— Aubert, mormorò la giovinetta a bassa voce; voi, voi!

— Non dovevo io inquietarmi di quel che vi inquieta? rispose Aubert.

Queste dolci parole fecero tornare il sangue al cuore della giovinetta, la quale si appoggiò al braccio dell’operaio e gli disse:

«Il babbo è molto ammalato, Aubert, voi solo potete guarirlo, poichè questa affezione dell’anima non cederebbe alle consolazioni della figlia. Egli ha lo spirito percosso da un accidente naturalissimo, e lavorando con lui, accomodando i suoi orologi, lo farete risanare. Aubert, non è già vero, aggiunse ella ancora tutta impressionata, che la sua vita si confonde con quella de’ suoi orologi?

Aubert non rispose.

«Ma sarebbe adunque un mestiere riprovato dal cielo, questo del babbo? disse Geranda rabbrividendo.

— Non so, rispose l’operaio riscaldando colle proprie mani le mani agghiacciate della fanciulla, ma tornate nella vostra camera, mia buona Geranda, e ripigliate col riposo un po’ di speranza.

Geranda se ne tornò lentamente nella propria camera senza trovar sonno, nel mentre mastro Zaccaria, sempre muto ed immobile, guardava il fiume che scorreva rumorosamente ai suoi piedi.

II - L’orgoglio della scienza

La severità del mercante ginevrino nei negozi è divenuta proverbiale. Egli è d’una rigida probità e d’una eccessiva rettitudine. Pensate qual dovesse essere l’onta di mastro Zaccaria quando vide gli orologi che egli aveva montato con sì gran sollecitudine, ritornargli da tutte le parti.

Ora era certo che questi orologi si arrestavano d’improvviso e senza alcuna ragione apparente. Le ruote erano in buon stato e perfettamente in ordine, ma le molle avevan perduto ogni elasticità. Invano l’orologiaio tentò sostituirle, le ruote stavano immobili. Codesti guasti inesplicabili fecero gran torto a mastro Zaccaria. Le sue magnifiche invenzioni avevano più d’una volta svegliato sospetti di stregoneria che quindi innanzi ripigliarono consistenza. Ne giunse la voce fino a Geranda, la quale tremò spesso per il babbo, quando sguardi mal intenzionati si fissavano sopra di lui. Nondimeno al domani di quella notte d’angoscia, mastro Zaccaria parve rimettersi al la- voro con una certa confidenza. Il sole del mattino gli ridonava un po’ di coraggio, Aubert non tardò a raggiungerlo nell’officina e ne ricevette un buon giorno pieno di affabilità.

«Sto meglio, disse il vecchio orologiaio. Non so qual bizzarro mal di capo m’avessi ieri, ma il sole ha cacciato tutto, insieme coi nugoli della notte.

— In fede mia, padrone, a me non piace la notte, nè per voi nè per me.

— Ed hai ragione, Aubert; se mai tu diventerai un uomo superiore, comprenderai che la luce ti è necessaria come il pane! Uno scienziato di gran merito deve sè stesso agli omaggi del resto degli uomini.

— Maestro, ecco il peccato d’orgoglio che vi ripiglia.

— Orgoglio, Aubert! distruggi il mio passato, annulla il mio presente, dissipa il mio avvenire ed allora mi sarà concesso di vivere nell’oscurità. Povero giovane, che non comprendi le sublimi cose alle quali si connette tutta la mia arte. Non sei tu dunque altro che uno strumento in mie mani?

— Pure, mastro Zaccaria, rispose Aubert, io ho più d’una volta meritato i vostri complimenti per il modo con cui accomodavo i pezzi più delicati dei vostri orologi?

— Senza dubbio, Aubert, rispose mastro Zaccaria, tu sei un buon operaio a cui voglio bene; ma quando tu lavori non credi di aver fra le dita altro che ottone, oro ed argento, e non senti codesti metalli, che il mio genio anima, palpitare come carni vive! E perciò tu non morrai della morte delle tue opere.

Mastro Zaccaria stette silenzioso dopo queste parole, ma Aubert cercò di ripigliare la conversazione.

«In fede mia! padrone, disse egli, mi piace vedervi lavorare così senza riposo! Voi sarete pronto per la festa della nostra corporazione, giacchè vedo che il lavoro di questo orologio di cristallo procede spedito.

— Senza dubbio, Aubert, esclamò il vecchio orologiaio, e non sarà picciolo onore per me l’aver potuto tagliare e modellare questa materia che ha la durezza del diamante. Ah! Luigi Berghem m’ha fatto servigio perfezionando l’arte di lavorar le pietre dure; così ho potuto pulire e forare queste!

Mastro Zaccaria così dicendo teneva in mano pezzi d’orologeria di cristallo tagliato e di lavoro squisito. Le ruote, i perni, il tamburo erano della medesima materia, ed in quel lavoro di massima difficoltà aveva dato prova d’un talento da non dirsi.

— Non è vero, soggiunse egli facendosi di porpora in volto, non è vero che sarà bello veder palpitare questo orologio attraverso il suo invoglio trasparente, e poter contare i battiti del suo cuore?

— Scommetto, padrone, rispose il giovane operaio, che non varierà d’un secondo all’anno.

— E scommetteresti a colpo sicuro! Non ho io forse messo là dentro il meglio di me medesimo? E forse che il mio cuore varia?

Aubert non osò levare gli occhi in volto al maestro.

«Parlami schietto, soggiunse melanconicamente il vecchio, non m’hai tu preso mai per un pazzo? Non mi credi tu talvolta in balia delle più disastrose mattezze? Sì, non è vero? Negli occhi di mia figlia e ne’ tuoi io ho letto spesso la mia condanna! Oh! esclamò dolorosamente, non essere nemmeno compreso dagli esseri che più si amano al mondo! ma a te Aubert, proverò vittoriosamente che ho ragione. Non crollare il capo, perchè sarai stupefatto. Il giorno in cui tu saprai ascoltarmi e comprendermi, vedrai che ho scoperto i segreti dell’esistenza, i segreti dell’unione misteriosa dell’anima e del corpo.

Così parlando, mastro Zaccaria si mostrava superbamente fiero. Gli brillavano gli occhi d’un fuoco soprannaturale e l’orgoglio gli scorreva abbondante nelle vene. In vero se mai vanità avesse potuto essere legittima, sarebbe stata quella di mastro Zaccaria. In fatti l’orologeria, infino a lui, era rimasta quasi nell’infanzia dell’arte. Dal giorno in cui (400 anni prima dell’èra cristiana) inventò l’orologio notturno, specie di clepsidra che indicava le ore della notte col suono d’un flauto, la scienza rimase quasi stazionaria. I maestri lavorarono meglio negli ornamenti che nella meccanica, e fu il tempo dei begli orologi di ferro, di ottone, di legno, d’argento, scolpiti finamente come un vasoio di . Si aveva un capolavoro di cesello che misurava il tempo molto imperfettamente, ma si era paghi di aver un capolavoro.

Quando l’immaginazione dell’artista non si volse più alla perfezione plastica, s’ingegnò a creare quegli orologi a personaggi mobili, a sonerie melodiche regolate in molte piacevoli maniere; ma chi allora si dava pensiero di regolare il movimento del tempo? I termini di dritto non erano inventati, le scienze fisiche ed astronomiche non stabilivano i loro calcoli sopra misure scrupolosamente esatte; non vi erano nè stabilimenti che chiudessero ad ora fissa, nè convogli che partissero al minuto preciso; alla sera si suonava il coprifoco e nella notte si gridavan le ore nel silenzio. Certo si viveva meno, se l’esistenza si misura dalla quantità dei negozi fatti, ma si viveva meglio. Lo spirito si arricchiva di quei nobili sentimenti nati dalla contemplazione dei capilavori e l’arte non andava di corsa. Si costruiva una chiesa in due secoli; un pittore non faceva che pochi quadri in tutta la vita; un poeta non componeva che un’opera eminente, ma erano altrettanti capilavori destinati alla stima dei secoli.

Quando le scienze esatte fecero finalmente dei progressi, l’orologeria seguì il loro movimento, benchè fosse sempre arrestata da una insuperabile difficoltà, la misura regolare e continua del tempo.

Ora fu in mezzo a quello stagnamento che mastro Zaccaria inventò lo scappamento il quale permise di ottenere una regolarità matematica, assoggettando il movimento del pendolo ad una forza costante. Quest’invenzione aveva fatto girar la testa al vecchio orologiaio. L’orgoglio, salendogli al cuore come il mercurio nel termometro, aveva raggiunto la temperatura delle follie trascendenti. Per analogia, egli si era lasciato andare a conseguenze materialistiche, e fabbricando i suoi orologi, immaginava di aver colto il segreto dell’unione dell’anima col corpo.

E però in quel giorno, vedendo che Aubert lo ascoltava attento, gli disse con accento d’uomo convinto:

«Sai tu che cosa è la vita, fanciullo mio? Hai tu compreso l’azione delle molle che producono l’esistenza? Hai tu guardato entro di te medesimo? No, eppure cogli occhi della scienza avresti visto il rapporto intimo che esiste tra l’opera di Dio e la mia, poichè è dalla sua creatura che io ho copiato la combinazione delle ruote de’ miei orologi.

— Maestro, rispose vivamente Aubert, potete voi paragonare una macchina d’ottone o d’acciaio a quel soffio di Dio, chiamato anima, che avviva i corpi, come la brezza comunica il moto ai fiori? Possono forse esistere ruote impercettibili che facciano muovere le nostre gambe e le nostre braccia? E qual meccanismo potrebbe generare in noi il pensiero?

— Non è questa la quistione, rispose dolcemente mastra Zaccaria, coll’ostinazione del cieco che cammina verso il precipizio; per comprendermi ricordati lo scopo dello scappamento da me inventato. Quando ho visto l’irregolarità degli orologi, ho compreso che il movimento chiuso in essi non bastava e che bisognava sottommetterlo alla regolarità d’un’altra forza indipendente. E pensai che il bilanciere potesse rendermi questo servigio, dove riuscissi a regolarne le oscillazioni. Ora non la fu forse un’idea sublime questa di fargli restituire la forza perduta, col movimento medesimo dell’orologio che era incaricato di regolare?

Aubert fece cenno di sì.

«Ora, Aubert, proseguì il vecchio orologiaio accalorandosi, volgi uno sguardo sopra te stesso, non comprendi tu che vi hanno due forze distinte in noi, quella dell’anima e quella del corpo, vale a dire un movimento ed un regolatore? L’anima è il principio della vita: dunque è il movimento. Sia prodotto da un peso, da una molla o dalla influenza immateriale, risiede sempre nel cuore. Ma senza il corpo, questo movimento sarebbe disuguale, irregolare, impossibile! Onde il corpo viene a regolare l’anima, e, come il bilanciere, è soggetto ad oscillazioni regolari. E ciò è tanto vero, che si sta male quando il bere, il mangiare, il sonno, in una parola le funzioni del corpo non sono convenientemente regolate. Allo stesso modo che ne’ miei orologi, l’anima rende al corpo la forza perduta dalle sue oscillazioni. Ebbene, chi produce adunque quest’unione intima del corpo e dell’anima se non uno scappamento meraviglioso, per il quale le ruote dell’uno vengono ad ingranarsi nelle ruote dell’altro? Or ecco ciò che io ho indovinato, applicato, e per me non v’hanno più segreti in questa vita, che dopo tutto non è se non un’ingegnosa meccanica.

Mastro Zaccaria era sublime in questa allucinazione, che lo trasportava fino agli ultimi misteri dell’infinito. Ma la sua figliola Geranda, ferma sul limitare della porta, intese ogni cosa e si precipitò nelle braccia del babbo, il quale se la strinse convulsivamente al seno.

«Che hai tu, figlia mia? le domandò mastro Zaccaria.

— Se io non avessi altro che una molla qua dentro, disse la fanciulla mettendosi una mano sul cuore, non ti amerei tanto.

Mastro Zaccaria guardò fisso la figliuola e non rispose.

D’un tratto mandò un grido, si portò vivamente la mano al cuore e cadde svenuto sul vecchio seggiolone di cuoio.

— Babbo, che hai?

— Aiuto! gridò Aubert; Scolastica! Scolastica!

Ma Scolastica non accorse subito.

Si era picchiato all’uscio d’ingresso, ed ella era andata ad aprire; quando tornò all’officina, prima ancora che avesse aperto bocca, il vecchio orologiaio, tornato in sè, le disse:

— Indovino, mia vecchia Scolastica, che tu mi porti ancora uno di quei maledetti orologi che si è fermato.

— Gesù! È proprio vero, rispose Scolastica consegnando un orologio ad Aubert.

— Il mio cuore non può ingannarsi, disse il vecchio con un sospiro.

In questo mentre, Aubert aveva rimontato l’orologio con gran cura, ma esso più non camminava.

III - Una visita bizzarra

La povera Geranda avrebbe visto la propria vita spegnersi con quella del padre, senza il pensiero di Aubert che la congiungeva al mondo. Il vecchio orologiaio se ne andava a poco a poco. Le sue facoltà tendevano evidentemente ad affievolirsi concentrandosi sopra un pensiero unico. Per una funesta associazione di idee, egli riferiva tutto alla propria monomania, e la vita terrestre pareva essersi ritirata da lui per lasciar posto a quella esistenza extranaturale delle potenze intermediarie; onde alcuni rivali mal intenzionati ravvivarono le dicerie diaboliche che erano state sparse intorno ai lavori di mastro Zaccaria.

L’accertamento degli inesplicabili guasti de’ suoi orologi fece un prodigioso effetto fra gli orologiai di Ginevra. Che cosa significava codesta improvvisa inerzia delle loro ruote e d’onde i bizzarri rapporti che sembravano avere colla vita di Zaccaria? Codesti sono misteri a cui non si pensa mai senza un segreto terrore. Nelle diverse classi della città, dall’apprendista fino ai ricchi che si servivano degli orologi del vecchio orologiaio, non fu chi non potesse giudicare per sè stesso della singolarità del fatto. Si volle, ma invano, giungere fino a mastro Zaccaria. Costui cadde gravemente malato, la qual cosa permise alla figliuola di sottrarlo a quelle visite incessanti che degeneravano in rimproveri e recriminazioni. Medici e medicine furono impotenti a petto di quel deperimento organico, di cui non si comprendeva la causa. Pareva talvolta che il cuore del vecchio cessasse di battere, poi i suoi battiti ricominciavano con inquietante irregolarità.

Era uso fin d’allora di esporre le opere dei maestri al giudizio del pubblico. I capi delle diverse maestranze cercavano di segnalarsi per la novità o per la perfezione dei loro lavori e fu fra costoro che lo stato di mastro Zaccaria incontrò la più chiassosa pietà, ma una pietà interessata. I suoi rivali lo compiangevano tanto più volontieri quanto meno lo temevano. Rammentavano sempre i trionfi del vecchio orologiaio quando egli esponeva i magnifici orologi a figurine mobili ed a sonerie, che formavano l’ammirazione generale ed acquistavano prezzi tanto elevati nelle città di Francia, Svizzera e Germania.

Nondimeno, grazie alle cure costanti di Geranda e di Aubert, la salute di mastro Zaccaria parve rassodarsi un poco, e nella quietudine lasciatagli durante la convalescenza, riuscì a staccarsi dai pensieri che lo assorbivano. Non appena potè camminare, la figliuola lo trasse fuor di casa, dove affluivano di continuo gli avventori malcontenti. Quanto ad Aubert, egli se ne stava nell’officina montando e rimontando inutilmente gli orologi ribelli, ed il povero giovinotto, non comprendendoci più nulla, si pigliava talvolta la testa fra le mani per paura di impazzire come il suo maestro.

Geranda dirigeva allora i passi del padre verso le più ridenti passeggiate della città; a volte sorreggendo il braccio di mastro Zaccaria, essa andava dalla parte di S. Antonio, d’onde la vista si stende sul poggio di Cologny e sul lago; a volte nelle belle mattine, si potevano vedere i giganteschi picchi del monte Buet ergersi all’orizzonte. Geranda dava il loro nome a tutti quei luoghi quasi dimenticati dal babbo, la cui memoria pareva sviata, e costui provava un piacere fanciullesco apprendendo tutte quelle cose, la cui ricordanza si era smarrita. Mastro Zaccaria si appoggiava alla figliuola e le due capigliature, la bianca e la bionda, si confondevano nel medesimo raggio di sole.

Così avvenne che il vecchio orologiaio si avvide finalmente di non essere solo in questo mondo. Vedendo la figliuola giovane e bella e sè stesso vecchio e sfinito, pensò che dopo la propria morte ella rimarrebbe sola, senza appoggio, e, si guardò intorno.

Molti giovani operai di Ginevra avevano già fatto la corte a Geranda, ma nessuno era entrato nell’impenetrabile ridotto in cui viveva la famiglia dell’orologiaio. Fu dunque naturalissimo che, durante questa luce del suo cervello, la scelta del vecchio si arrestasse sopra Aubert Thun. Una volta messo in quest’ordine d’idee, egli notò che i due giovani erano stati allevati nelle stesse opinioni e nelle stesse credenze, e le oscillazioni dei loro cuori gli parvero isocrone, come egli disse un giorno a Scolastica.

La vecchia domestica, assolutamente ammaliata da questa parola, sebbene non la comprendesse, giurò per la sua santa patrona che tutta la città saprebbe la cosa fra un quarto d’ora. Mastro Zaccaria durò gran stento a calmarla ed ottenne finalmente da lei che serbasse il silenzio su questa comunicazione promessa che essa non serbò mai.

Tanto è vero, che, senza saputa di Geranda e di Aubert, in tutta Ginevra si parlava già delle loro prossime nozze. Ma avvenne pure che in queste conversazioni si intendesse spesso un ghigno singolare ed una voce che diceva:

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