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II I TOSCANI
II.
I TOSCANI.
Mentre la coltura siciliana si spiegava con tanto splendore e lusso d’immaginazione, e attirava a sè i più chiari ingegni d’Italia, ne’ comuni dell’Italia centrale oscuramente, ma con assiduo lavoro, si formava e puliva il volgare. Centri principali erano Bologna e Firenze, intorno ai quali trovi Lucca, Pistoja, Pisa, Arezzo, Siena, Faenza, Ravenna, Todi, Sarzana, Pavia, Reggio.
Gittando uno sguardo su quelle antichissime rime, non ritrovi la vivacità e la tenerezza meridionale, ma uno stile sano e semplice, lontano da ogni gonfiezza e pretensione, e un volgare già assai più fino, per la proprietà de’ vocaboli ed una grazia non scevra di eleganza.
Trovo una tenzone di Ciacco dall’Anguillara, fiorentino, sullo stesso tema trattato da . Nella cantilena di costui hai più varietà e più impeto, e concetti ingegnosi in forma rozza. Nella tenzone di Ciacco tutto è su uno stampo, in andamento piano, uguale e tranquillo, e in una lingua così propria e sicura, che non ne hai esempio ne’ più tersi e puliti siciliani. Comincia così:
Amante — O gemma leziosa,
Adorna villanella,
Che sei più virtudiosa Che non se ne favella: Per la virtude che hai, Per grazia del Signore, Ajutami, che sai, Ch’io son tuo servo, amore.
Donna — Assai son gemme in terra
Ed in fiume ed in mare,
Che fanno virtude in guerra, E fanno altrui allegrare: Amico, io non son dessa Di quelle tre nessuna: Altrove va per essa, E cerca altra persona.
Con questa precisione e sicurezza di vocabolo e di frase, che ti annunzia un volgare già formato e parlato, si accompagna una misura e una grazia ignota alla nudità molle e voluttuosa della vita meridionale. E vaglia per prova la fine di questa tenzone, di una decenza amabile, così lontana dal plebeo, allo letto ne gimo, di Ciullo.
Donna — Tanto m’hai predicata,
E sì saputo dire,
Ch’io mi sono accordata: Dimmi: che t’è in piacere?
Amante — Madonna, a me non piace
Castella, nè monete:
Fatemi far la pace
Con l’amor che sapete.
Questo addimando a vui, E facciovi finita. Donna, siete di lui, Ed egli è la mia vita.
Questi dialoghi sono una pretta imitazione della lingua parlata, e sono i più acconci a mostrare a qual grado di finezza e di grazia era giunto il volgare in Toscana, massime in Firenze. Ecco alcuni brani di un altro dialogo di Ciacco:
— Mentr’io mi cavalcava,
Audivi una donzella:
Forte si lamentava, E diceva: - ahi madre bella, Lungo tempo è passato, Che deggio aver marito, E tu non lo mi hai dato. La vita d’esto mondo Nulla cosa mi pare.
— Figlia mia benedetta,
Se l’amor ti confonde
De la dolce saetta, Ben te ne puoi sofferere.
— Per parole mi teni,
Tuttor così dicendo;
Questo patto non fina, Ed io tutta ardo e incendo; La voglia mi domanda Cosa che non suole, Una luce più chiara che il sole, Per ella vo languendo.
In queste rappresentazioni schiette dell’animo, e non astratte e pensate, ma in casi ben determinati e scritti il poeta è sincero, vede con chiarezza istintiva quello s’ha a fare, e dire, come fa il popolo, e non esprime i suoi sentimenti, perchè non ne ha coscienza, tutto dietro alle cose che gli si presentano, dette però in modo che ti suscitano anche le impressioni provate dal poeta. A lui basta dire il fatto e la sua immediata impressione, senza dimorarvi sopra, parendogli, che la cosa in sè stessa dica tutto: semplicità rara ne’ meridionali, dov’è maggiore espansione, ma che è qualità principale del parlare fiorentino. Uno stupendo esempio trovi in questo sonetto della fiorentina, la divina Sibilla, come la chiama Maestro Torrigiano:
Alla stagion che il mondo foglia e fiora, Accresce gioja a tutt’i fini amanti: Vanno insieme alli giardini allora Che gli augelletti fanno nuovi canti, La franca gente tutta s’innamora, Ed in servir ciascun traggesi innanti, Ed ogni damigella in gioi’ dimora, E a me ne abbondan smarrimenti e pianti. Chè lo mio padre m’ha messo in errore, E tienemi sovente in forte doglia: Donar mi vuole a mia forza Signore. Ed io di ciò non ho desio, nè voglia, E in gran tormento vivo a tutte l’ore: Però non mi rallegra fior, nè foglia.
Un sonetto di è similissimo a questo di concetto e di condotta, con minor movimento e grazia e freschezza, ma superiore d’assai per arte e perfezione di forma.
Quando l’aria rischiara e rinserena Il mondo torna in grande dilettanza, E l’acqua surge chiara dalla vena, E l’erba vien fiorita per sembianza,
E gli augelletti riprendon lor lena, E fanno dolci versi in loro usanza, Ciascun amante gran gioi’ ne mena, Per lo soave tempo che s’avanza. Ed io languisco ed ho vita dogliosa: Come altro amante non posso gioire, Chè la mia donna m’ è tanto orgogliosa. E non mi vale amar, ne ben servire: Però l’altrui allegrezza m’è nojosa, E dogliomi ch’io veggio rinverdire.
In questi due sonetti è grande semplicità di pensiero e di andamento, e una perfetta misura. Si ha aria di narrare quello si vede o si sente, senza riflessioni ed emozioni, ma con una vivacità ed un colorito, che suscita le più vive impressioni. Il secondo sonetto è cosa perfetta, se guardi alla parte tecnica, ed accenna a maggior coltura; non solo la nuova lingua è pienamente formata, ma è già elegante, già la frase surroga i vocaboli proprii: a me piace più la perfetta semplicità del sonetto femminile, con movenza più vivace, più immediata e più naturale.
La proprietà, la grazia e la semplicità sono le tre veneri che si mostrano nel volgare, come si era ito formando in Toscana: qualità che trovi ancora dove è più difficile a serbarle, quando per una impazienza interna si rompe il freno e si dicono i secreti più delicati dell’animo con tanta più audacia, quanto maggiore è stata la compressione, e con la sicurezza di chi sente che non ha torto, ma ragione; è una violenza raddolcita da una grazia ineffabile, e che per una naturale misura rimane ipotetica nel seguente madrigale di Alesso di Guido Donati:
In pena vivo qui sola soletta Giovin rinchiusa dalla madre mia, La qual mi guarda con gran gelosia. Ma io le giuro, alla croce di Dio,
S’ella mi terrà più sola serrata, Ch’io dirò: fa con Dio, vecchia arrabbiata. E gitterò la rocca, il fuso e l’ago, Amor, fuggendo a te, di cui m’appago.
Questa bella forma, in tanto spirito e vivacità così castigata, propria e semplice e piena di grazia, si andò sviluppando non perchè il suo contenuto voleva così, ma in opposizione ad esso contenuto, vuoto ed astratto. Anzi che qualità del contenuto, o di questo e quel poeta, sembra il progresso naturale dello spirito toscano, dotato di un certo senso artistico, che lo tirava alla forma, nella piena indifferenza del contenuto. Perciò queste qualità spiccano più, dove il poeta non è impedito da un contenuto convenzionale, ma si abbandona a rappresentare i fatti e i moti dell’animo, come gli si affacciano in situazioni ben determinate, e come sono nella lealtà della vita. Allora contenuto e forma sono una cosa stessa ed hai ciò che di più perfetto ha prodotto a quel tempo lo spirito toscano: come è in parecchie poesie già citate. Potremmo desiderare che la lingua e la poesia italiana si fosse ita formando per un movimento ingenito, naturale e popolare, com’è stato presso altri popoli. Ma sono desiderii sterili. Il fatto è che mentre la lingua si formava, il contenuto era già formato e meccanizzato e convenzionale: la lingua si moveva, il contenuto rimaneva stazionario, lo stesso ne’ più puliti scrittori, tutti del pari dimenticati, perchè quello solo sopravvive, che ha una forma prodotta da un contenuto attivo e reale, vivente della vita comune.
Tale non è il contenuto in tanta moltitudine di rimatori a quei tempi. In Toscana, come in Sicilia, ci era già tutto un mondo poetico, non formato a poco a poco insieme col volgare, ma già fissato con lineamenti precisi e costanti. C’era già una poetica, e c’era anche un vocabolario comune. Concetti e parole sono in tutt’i vatori gli stessi. Come più tardi avemmo le maschere, cioè caratteri comici con lineamenti tradizionali, che nessuno si attentava di alterare, così ci era allora Madonna e Messere.
Madonna, l’amanza o la cosa amata, era un ideale di tutta perfezione non la tale e tale donna, ma la donna in genere, amata con un sentimento che teneva di adorazione e di culto. Messere era l’amante, il meo Sere, che avea qualche valore solo amando. Uomo senz’amore è uomo senza valore. Amare è indizio di cor gentile. Chi ama, è cavaliere, ubbidiente alle leggi dell’onore, difensore della giustizia, protettore de’ deboli, umile servo o servente d’amore, e soffre volentieri ove a sua Madonna piaccia, e amato sta allegro, ma senza vanitate, senza menar vanto e spregia le ricchezze, perchè chi è amato, è ricco. Amore è di due voleri una voglienza, ed è senza fallimento o villania, senza peccato, e sta contento al solo sguardo; nello stesso paradiso la gioja dell’amante è contemplare Madonna, e senza Madonna non vi vorria gire. Il codice d’amore descrive i concetti e i sentimenti degli amanti fini e cortesi. Il codice della cavalleria descrive le leggi dell’onore, i doveri di cavaliere leale e franco. Come si vede, amore era tutta la vita ne’ suoi varii aspetti, era Dio, patria e legge; la donna era la divinità di quei rozzi petti. Chi cerca nelle memorie della prima età, troverà questo ideale della donna nella sua purezza e nella sua onnipotenza, l’universo è la Donna. E tale fu negl’inizii della società moderna in Germania, in Francia, in Provenza, in Spagna, in Italia. La storia fu fatta a quella immagine, Trojani e Romani erano concepiti come cavalieri erranti, e così Arabi, Sarraceni, Turchi, lo Soldano e Saladino. Paris e Elena, Piramo e Tisbe sono eroi da romanzo, come Lancillotto e Ginevra; Tristano e Isaotta la bionda. In questa fraternità universale, si trovano gli Angioli, i Santi, i coli, il Paradiso in istrana mescolanza col fantastico e il voluttuoso del mondo orientale, tutto battezzato sotto nome di cavalleria. Le idee generali non sono ancora potenti di uscire nella loro forma, e sono ancora allegorie. Le idee morali sono motti e proverbii. La letteratura di questa età infantile sono romanzi e novelle e favole e motti, poemi allegorici e sonetti nel loro primo significato, cioè rime con suoni: canti, e balli, onde la canzone e la ballata.
La cavalleria poco attecchì in Italia. Castella e castellane col loro corteggio in giullari, trovatori, novellatori e bei favellatori doveano aver poco prestigio presso un popolo che avea disfatte le castella, e s’era ordinato a comune: Vinto Federico Barbarossa, e abbattuta poi casa sveva, quella vita di popolo fu assicurata, e le tradizioni feudali e monarchiche perdettero ogni efficacia nella realtà. Rimasero nella memoria, non come regola della vita, ma come un puro gioco d’immaginazione. Nessuno credeva a quel mondo cavalleresco, nessuno gli dava serietà e valore pratico: era un passatempo dello spirito, non tutta la vita, ma un incidente, una distrazione. Ora quando un contenuto non penetra nelle intime latebre della società, e rimane nel campo dell’immaginazione, diviene subito frivolo e convenzionale, come la moda, e perde ogni sincerità e ogni serietà. Ma la stessa immaginazione era inaridita innanzi a un contenuto dato e fissato, come si trovava in una letteratura non nata e formata con la vita nazionale, ma venuta dal di fuori per via di traduzioni. Perciò niente di nazionale e di originale, nessun moto di fantasia o di sentimento; nessuna varietà di contenuto; una così noiosa uniformità che mal sai distinguere un poeta dall’altro.
Questo contenuto non può aver vita, se non si move, trasformato e lavorato dal genio nazionale. Quello stesso senso artistico, che avea condotta già a tanta perfezione la lingua, dovea altresì risuscitare quel contenuto e dargli moto e spirito.
L’Italia avea già una coltura propria e nazionale molto progredita: l’Europa andava già ad imparare nella dotta Bologna. Teologia, filosofia, giurisprudenza, scienze naturali, studii classici aveano già con vario indirizzo dato un vivo impulso allo spirito nazionale. Quel contenuto cavalleresco dovea parer frivolo e superficiale ad uomini educati con ed , che leggevan San Tommaso e , nutriti di pandette e di dritto canonico, ed aperti a tutte le maraviglie dell’astronomia e delle scienze naturali. Le tenzoni d’amore doveano parer cosa puerile a quegli atleti delle scuole, così pronti e così sottili nelle lotte universitarie. Quella forma di poetare dovea parer troppo rozza e povera a gente già iniziata in tutti gli artificii della rettorica. Nacque l’entusiasmo della scienza, una specie di nuova cavalleria che detronizzava l’antica. Lo stesso impeto che portava l’Europa a Gerusalemme, la portava ora a Bologna. Gli storici descrivono co’ più vivi colori questo grande movimento di curiosità scientifica, il cui principal centro era in Italia.
E la scienza fu madre della poesia italiana, e la prima ispirazione venne dalla scuola. Il primo poeta è chiamato il Saggio, e fu il padre della nostra letteratura, fu il bolognese , il nobile, il massimo, dice Dante, il padre:
Mio e degli altri miei miglior che mai, Rime d’amore usâr dolci e leggiadre.
Guido nel 1270 insegnava lettere nell’Università di Bologna. Il volgare era già formato e si chiamava lingua materna, l’uso moderno, in opposizione al latino. Egli vi gittò dentro tutto l’entusiasmo di una mente educata dalla filosofia alle più alte speculazioni, e commossa dai miracoli dell’astronomia e dalle scienze naturali. E il mondo nuovo della scienza, che si rivela con le sue fresche impressioni nella sua canzone sulla natura dell’amore. In generale, le poesie de’ trovatori sono una filza di concetti addossati gli uni agli altri senza sviluppo. Qui non ci è che un solo concetto, ed è il luogo comune de’ trovatori espresso nel celebre verso:
Amore e cor gentil sono una cosa.
Ma questo concetto diviene tutto un mondo innanzi a Guido, e si mostra ne’ più nuovi aspetti. Risorge l’immaginazione, e attinge le sue immagini non da’ romanzi di cavalleria, ma dalla fisica, dall’astronomia, da’ più bei fenomeni della natura, con la compiacenza, con la voluttà e l’abbondanza di chi addita e spiega le sue scoperte. I paragoni si accavallano, s’incalzano, ti par di essere in un mondo incantato, e passi di maraviglia in maraviglia. Citerò alcuni brani:
Siccome augello in selva alla verdura; Nè fe’ amore anti che gentil core, Nè gentil core anti che amor, Natura. Che adesso com’fu il Sole, Sì tosto fue lo splendor lucente, Nè fu davanti al Sole. E prende amore in gentilezza loco Così propriamente, Come il calore in chiarità di foco. Foco d’amore in gentil cor s’apprende Come virtude in pietra preziosa: Chè dalla stella valor non discende, Anzi che il sol la faccia gentil cosa.
Amor per tal ragion sta in cor gentile, Per qual lo foco in cima del doppiero. Amore in gentil cor prende rivera, Com’ diamante dal ferro in la miniera. Fere lo sollo fango tutto il giorno; Vile riman: nè il Sol perde calore. Dice un altier: gentil per schiatta torno: Lui sembra il fango; e il Sol gentil valore: Che non dee dare uom fè Che gentilezza sia fuor di coraggio In dignità di Re, Se da virtute non ha gentil core: Com’acqua, ei porta raggio, E il ciel ritien la stella e lo splendore.
C’è qui una certa oscurità alcuna volta e un certo stento, come di un pensiero in travaglio, e n’escono vivi guizzi di luce che rivelano le profondità di una mente sdegnosa di luoghi comuni e per lungo uso speculatrice. Il contenuto non è ancora trasformato internamente, non è ancora poesia cioè vita e realtà; ma è già un fatto scientifico, scrutato, analizzato da una mente avida di sapere, con la serietà e la profondità di chi si addentra ne’ problemi della scienza, e illuminato da una immaginazione, eccitata non dall’ardore del sentimento, ma dalla stessa profondità del pensiero. Guido non sente amore, non riceve e non esprime impressioni amorose; ma contempla l’amore e la bellezza con uno sguardo filosofico, quello che gli si affaccia non è persona idealizzata, ma è pura idea, della quale è innamorato con quello stesso amore che il filosofo porta alla verità intuita e contemplata dalla sua mente, quasi fosse persona viva. Così amava le sue idee; l’amore platonico non era altro che amore d’intuizione e di contemplazione, una specie di parentela tra il contemplante e il contemplato: io ti contemplo e ti fo mia. Guido ama la creatura della sua meditazione, e l’amore gli move l’immaginazione e gli fa trovare i più ricchi colori, sì ch’ella par fuori pomposamente abbigliata. L’artista è un filosofo, non è ancora un poeta. A quel contenuto cavalleresco, frivolo e convenzionale, così fecondo presso i popoli dove nacque, così sterile presso noi dove fu importato, succede , la contemplazione filosofica. Non ci è ancora il poeta, ma ci è l’artista. Il pensiero si move, l’immaginazione lavora. La scienza genera l’arte.
La coltura cavalleresca, se giovò a formare il volgare, impedì la libertà e spontaneità del sentimento popolare, e creò un mondo artificiale e superficiale, fuori della vita, che rese insipidi gl’inizii della nostra letteratura, così interessanti presso altri popoli. Quel contenuto stazionario comincia a moversi presso Guido, di un moto impresso non da sentimento di amore, ma da contemplazione scientifica dell’amore e della bellezza: che se non riscalda il core, sveglia l’immaginazione. Questo dunque si ricordi bene, che la nostra letteratura fu prima inaridita nel suo germe da un mondo poetico cavalleresco, non potuto penetrare nella vita nazionale, e rimaso frivolo e insignificante, e fu poi sviata dalla scienza, che l’allontanò sempre più dalla freschezza e ingenuità del sentimento popolare, e creò una nuova poetica, che non fu senza grande influenza sul suo avvenire. L’arte italiana nasceva non in mezzo al popolo, ma nelle scuole, fra e , tra e .
La poesia di Guido ha il difetto della sua qualità: la profondità diviene sottigliezza, e l’immaginazione diviene rettorica, quando vuole esprimere sentimenti che non prova. Vuol esprimere il suo stato quando fu colpito dal dardo di amore, e dice che quel dardo
Per gli occhi passa, come fa lo trono,
Che fer per la finestra della torre E ciò che dentro trova, spezza e fende. Rimagno come statua di ottono, Ove spirto, nè vita non ricorre, Se non che la figura d’uomo rende.
Queste non sono certo le insipide sottigliezze di . Ci si vede l’uomo d’ingegno e la mente che pensa. Ma non è linguaggio d’innamorato questo sottilizzare e fantasticare sul suo amore e sul suo stato.
Immensa fu l’impressione che produsse questa poesia di Guido, se vogliamo giudicarla da quella che ne ebbe Dante, che lo imitò tante volte, che lo chiamò padre suo, che la magnifica terza strofa scelse a materia della sua Canzone sulla Nobiltà, che ebbe la stessa scuola poetica, che nota la celebrità a cui venne l’uno e l’altro Guido e aggiunge:
E forse è nato Chi l’uno e l’altro caccerà di nido.
Guido oscurò tutt’i trovatori e salì a gran fama presso un pubblico avido di scienza, e pieno d’immaginazione, di cui Guido era il ritratto, un pubblico uscito dalle scuole, per il quale poesia era sapienza e filosofia, verità adorna, e che non pregiava i versi, se non come velame della dottrina.
Mirate la dottrina che s’asconde Sotto il velame delli versi strani.
Tal poeta, tal pubblico. E si andò così formando una scuola poetica, il cui Codice è il Convito di Dante.
Se Bologna si gloriava del suo Guido, Arezzo avea il suo , Todi il suo e Firenze il suo .
Dante mette Guittone tra quelli che sogliono sempre ne’ vocaboli e nelle locuzioni somigliare la plebe. Alla qual sentenza contraddicono alcuni sonetti attribuiti a lui, e che per l’andamento e la maniera sembrano di fattura molto posteriore. Se guardiamo alle sue canzoni e alle sue prose, non sarà alcuno che non stimerà giusta la sentenza di Dante. In Guittone è notabile questo che nel poeta senti l’uomo: quella forma aspra e rozza ha pure una fisonomia originale e caratteristica, una elevatezza morale, una certa energia d’espressione. L’uomo ci è, non l’innamorato, ma l’uomo morale e credente, e dalla sincerità della coscienza gli viene quella forza. E c’è anche l’uomo colto, una mente esercitata alla meditazione e al ragionamento. I suoi versi sono non rappresentazione immediata della vita, ma sottili e ingegnosi discorsi, che doveano parer maraviglia a quel pubblico scolastico. Venne perciò a tale celebrità che fu tenuto per qualche tempo il primo de’ poeti; ma nella sua vecchia età si vide oscurato da’ nuovi astri, onde dice il Petrarca:
Guitton d’Arezzo Che di non esser primo par ch’ira aggia.
Nondimeno gli rimasero ammiratori e seguaci, con grande ira di Dante, che esclama: «cessino i seguaci dell’ignoranza che estollono Guittone d’Arezzo».
Guittone non è poeta, ma un sottile ragionatore in versi, senza quelle grazie e leggiadrie che con sì ricca vena d’immaginazione ornano i ragionamenti di Guinicelli. Non è poeta e non è neppure artista: gli manca quella interna misura e melodia, che condusse poeti inferiori a lui di coltura e d’ingegno a polire il volgare. È privo di gusto e di grazia.
Degne di maggiore attenzione sono le poesie di , come quelle che segnano un nuovo indirizzo nella nostra letteratura. Sono le poesie di un Santo, animato dal divino amore. Non sa di provenzali, o di trovatori, o di codici d’amore: questo mondo gli è ignoto. E non cura arte, e non cerca pregio di lingua e di stile, anzi affetta parlare di plebe con quello stesso piacere con che i Santi vestivano vesti di povero. Una cosa vuole, dare sfogo ad un’anima traboccante di affetto, esaltata dal sentimento religioso. Ignora anche teologia e filosofia, e non ha niente di scolastico. Si capisce che un poeta così fuori di moda dovea in breve esser dimenticato dal colto pubblico, sì che le sue poesie ci furono conservate come un libro di divozione, anzi che come lavoro letterario. E nondimeno c’è in Jacopone una vena di schietta e popolare e spontanea ispirazione, che non trovi ne’ poeti colti finora discorsi. Se i mille trovatori italiani avessero sentito amore con la caldezza e l’efficacia, che desta tanto incendio nell’anima religiosa di Jacopone, avremmo avuta una poesia meno dotta e meno artistica, ma più popolare e sincera.
Jacopone riflette la vita italiana sotto uno de’ suoi aspetti con assai più di sincerità e di verità che non trovi in nessun Trovatore. È il sentimento religioso nella sua prima e natia espressione, come si rivela nelle classi inculte, senza nube di teologia e di scolasticismo, e portato sino al misticismo ed all’estasi. In comunione di spirito con Dio, la Vergine, i Santi e gli Angeli, parla loro con tutta dimestichezza, e li dipinge con perfetta libertà d’immaginazione, co’ particolari più pietosi e più affettuosi che sa trovare una fantasia commossa dall’amore. Maria è soprattutto il suo idolo, e le parla con la familiarità e l’insistenza di chi è sicuro della sua fede e sa di amarla.
Di’, Maria dolce, con quanto disio Miravi il tuo figliuol Cristo mio Dio.
Quando tu il partoristi senza pena, La prima cosa, credo, che facesti, Si l’adorasti, o di grazia piena, Poi sopra il fien nel presepio il ponesti: Con pochi e pover panni l’involgesti, Maravigliando o godendo, cred’io. O quanto gaudio avevi e quanto bene, Quando tu lo tenevi fra le braccia! Dillo, Maria, che forse si conviene Che un poco per pietà mi satisfaccia. Baciavil tu allora nella faccia, Se ben credo, e dicevi: o figliuol mio! Quando figliuol, quando padre e signore, Quando Dio, e quando Gesù lo chiamavi; O quanto dolce amor sentivi al core, Quando in grembo il tenevi ed allattavi! Quanti dolci atti e d’amore soavi Vedevi, essendo col tuo figliuol pio! Quando un poco talora il dì dormiva, E tu destar volendo il paradiso, Pian piano andavi che non ti sentiva, E la tua bocca ponevi al suo viso, E poi dicevi con materno riso: Non dormir più che ti sarebbe rio.
Sotto l’impressione del sentimento religioso Jacopone indovina tutte le gioie e le dolcezze dell’amor materno. Jacopone non concepisce il divino nella sua purezza, come un teologo o un filosofo, ma vestito di tutte le apparenze e gli affetti umani. Questa è una scena di famiglia, colta dal vero, con una franchezza di colorito e con una grazia di movenze, tutta intuitiva. Preghiere, sdegni, follie d’amore, fantasie, estasi, visioni, tutto trovi in Jacopone al naturale e come gli viene di dentro, ciò che ci è più semplice e commovente, e ciò che ci è più strano e volgare. La forma è il sentimento esso medesimo: ed ora è soave, efficace, quasi elegante, ora vagante e plebea. Ha una facilità che gli nuoce, ed un impeto di espressione che non dà luogo alla lima. Ma ne’ suoi impeti gli escono forme di dire così fresche e felici, che non disdegnarono d’imitarle e il . Nè è meno terribile che soave: e vagliano a prova alcuni tratti:
Andiam tutti a vedere Jesù quando dormia La terra, l’aria, il cielo Fiorir, rider facia: Tanta dolcezza e grazia Dalla sua faccia uscia.
La faccia di Gesù Bambino, il Natale, la Vergine, il volo dell’anima al paradiso, gli Angioli sono visioni piene di grazia e di efficacia. Nascendo Gesù,
Le gerarchie superne Eran dal ciel discese: Lucean come lucerne D’ardente foco accese Le loro ale distese.
Gesù ha un corteggio di donne, che gli danzano intorno, Verginità, Umiltà, Carità, Speranza, Povertà, Astinenza; è qualche cosa di simile alle tre sorelle di Dante nella sua celebre canzone. Ecco in che modo Jacopone descrive l’Umiltà:
E questa era gioconda, Onesta e mansueta E con la treccia bionda E a cantar la più lieta; D’ogni virtù repleta A me il capo chinava: Tanto m’assicurava Ch’io presi a favellare.
Quella stessa immaginazione che dipinge con tanta zia, rappresenta con evidenza terribile i terrori dell’anima peccatrice nel giudizio universale:
Chi è questo gran Sire, Rege di grande altura? Sotterra io vorrei gire, Tal mi mette paura. Ove potria fuggire Dalla sua faccia dura? Terra fa copritura, Ch’io nol veggia adirato.
Non trovo loco dove mi nasconda, Monte, nè piano, nè grotta o foresta Chè la veduta di Dio mi circonda, E in ogni loco paura mi desta.
Tutti li monti saranno abbassati, E l’aire stretto e i venti conturbati, E il mare muggirà da tutt’i lati. Con l’acque lor staran fermi adunati I fiumi ad aspettare. Allor vedrai dal Ciel tromba sonare, E tutt’i i morti vedrai suscitare; Avanti al tribunal di Cristo andare, E il foco ardente per l’aria volare Con gran velocitate.
Jacopone non è un’apparizione isolata; ma si collega a tutta una letteratura latina popolare, animata dal sentimento religioso. Là trovi il , e l’, e il , e drammi e vite di Santi scritte da uomini eloquenti e appassionati. Anche in volgare comparivano già Cantici e Laudi: di Bonifazio papa c’è rimasto un breve e rozzo cantico alla Vergine. I fatti della Bibbia, la passione e morte di Cristo, le visioni e i miracoli de’ Santi, i lamenti e le preghiere delle anime purganti, le mistiche gioie del paradiso, i terrori dell’inferno, erano il tema comune de’ predicatori e rappresentazioni nelle chiese su per le piazze, sotto il nome di misteri, feste, moralità. È rimasta memoria di una visione dell’inferno, con la quale Gregorio VII quando era predicatore atterriva l’immaginazione de’ suoi uditori: ed è visione di un fantastico e di una crudezza di colori che mette il brivido. In Morra, mio paese nativo, ricordo che nella festa della Madonna, quando la processione è giunta sulla piazza, comparisce l’Angiolo, che fa l’annunzio. Ed è ancora la vecchia tradizione dell’Angiolo, che allora apriva la rappresentazione, annunziando l’argomento. È nota la grande rappresentazione dell’altro mondo in Firenze, che, rottosi il ponte di legno sull’Arno, costò la vita a molte persone. Questa materia religiosa, che ispirò tanti capilavori di pittura e di scultura e di architettura, era efficacissima fonte di poesia, congiungendo in sè il fantastico e l’affetto, il divino e l’umano, e nelle sue gradazioni dallo inferno al paradiso facendo vibrar tutte le corde dello spirito. La sua tendenza troppo ascetica e spirituale era vinta dal grosso senso popolare, che paganizzava e umanizzava tutto. In questa storia religiosa, il cui proprio teatro è l’altra vita, a cui questa è preparazione, l’uomo mescolava le sue passioni terrene, le sue vendette, i suoi odii, le sue opinioni, i suoi amori. Maria era l’anello che giungeva la terra al cielo, e il devoto le parla con tutta familiarità, e le ricorda che la è stata pur donna. dice:
Ricevi, donna, nel tuo grembo bello Le mie lagrime amare. Tu sai che ti son prossimo e fratello, E tu nol puoi negare.
Lei implora il Trovatore nel suo colpevole amore, a lei si raccomanda anche oggi il brigante nelle sue scellerate spedizioni. Maria, Gesù, i Santi, gli Angioli, fero non bastano; l’immaginazione popolare personifica le virtù, e ne fa un corteggio di figure allegoriche alla Divinità, rappresentandole con ogni libertà, come fa Jacopone, e come si vede ne’ bassirilievi e in tante opere di scoltura e di pittura. E come il paganesimo ne’ suoi ultimi tempi era interpretato allegoricamente, anche le figure pagane entrano in questo mondo, torte dal senso letterale, e volte a significato generale come Giove, Plutone, Amore, Apollo, le Muse, Caronte. Come il Papa aspirava a far sua tutta la terra, la storia religiosa assorbiva in sè tutt’i tempi e tutte le storie. In questa mescolanza universale, opera di una immaginazione primitiva e ancor rozza non hai luce uguale e non fusione di tinte: domina un fondo oscuro, il sentimento di un di là della vita, di un infinito non rappresentabile, superiore alla forma, che riempie lo spazio di grandi ombre: e quelle mescolanze di divino e di terreno, di antico e di moderno, di serio e di comico non sono ben fuse, anzi stannosi accanto crudamente, e in luogo di armonizzare producono un’impressione irresistibile di contrasto, di cose che cozzano. Quel difetto di luce è il gotico, e quel difetto di armonia è il grottesco; e però il gotico e il grottesco sono le prime forme artistiche di quel mondo, com’è nella sua prima ingenuità, non ancora vinto e domato dall’arte. Il sublime del gotico si sente nel giudizio universale di Jacopone, dove la veduta di Dio ti circonda, senza che tu lo veda, chiarissimo al sentimento, inaccessibile all’immaginazione. Il peccatore vede suonar le trombe, turbati i venti, l’aria immobile, e i fiumi fermarsi, e il mare muggire, e il fuoco volare per l’aria; dappertutto si sente inseguito dalla veduta di Dio, ma non lo guarda, non gli dà forma: non è una immagine, è un sentimento senza forma, che riempie della sua ombra tutto lo spettacolo. Di qui il grande effetto di due versi stupendi, che sono veri decasillabi, sotto apparenza di endecasillabo, pieni di movimento e di armonia:
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