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GIACOMO ZANELLA
SERMONI GIOVANILI
INEDITI
Sermone I - Introduzione
Se non degni guardar, ma passi e taci, In che m’offendi? Dell’oscuro nome Nulla ti cale, e del non chiesto dono, Che cade come goccia d’acqua cade 5In traboccante e torbida fiumana, E travolta dileguasi con essa. O punto forse da pietà gentile Le mie cure compiangi indarno spese Nel rivestir di numeri sonanti 10Ardui concetti, ardimentosi e gravi, Degni di miglior vena e d’altro stile. Al benigno lettor venia si chiede Fin dalla prima pagina del libro, Che il benigno lettor forse non legge. 15Ma nol condanni, o sè medesmo a torto Più ch’altri offende. Chi varcar le soglie Di mia magion ricusa, ospite mio
Non chiamerò; nè chi dentro vi stampi, Da ignota parte penetrando, l’orma 20Tacito, lento, avvolto in bianco lino, Ad aperti occhi con pupille immote Infermo sognator, che tutte affisa Ad una ad una le segrete stanze: Par che vegli e che guardi, e nulla vede; 25Ma benchè dorma, e a caso il passo muti, Un tremito mi fa correr per l’ossa. Altri, vegliando, di un dipinto vetro Le luci s’arma, e colorate in giallo, Come colui che d’itterizia langue, 30Mira sprezzando le diverse cose, Che rifrangon del Sol raggi diversi. Qui del lettor la favola ragiona; Ma di chi scrive e allo sbadiglio invita Le note istorie ricordare è vano. 35Nè l’uffizio di giudice severo S’addice a me, che volontario ai colpi Di sentenza fatal chino la fronte. Quali discolpe con blandizie false Andrò cercando a guisa di mendico, 40Ch’umile in vista il non merlato pane Chiede, ed afferra con superbo piglio? O se il dineghi, guata biecamente Come a carpita ed agognata preda, E al tuo rifiuto bestemmiando impreca? 45S’altri turi le orecchie e poi percota Nulla giova il gridar: batti ed ascolta. Al chiaro Sol le dispiegate carte Mute saran, se il sonito di tuba Non desti a riguardar? Il lucid’oro 50Della celeste vampa ai raggi tratto Novo acquista fulgor: luce non dánno,
Ma pèrdono di luce ogni vestigio Le vane lucciolette, appena albeggi. A chi non vede, ogni tuo lampo è scarso; 55E l’infido bagliore il guardo appanna, Turba o irrita alle veggenti schiere. Ma quale a poetar voglia ti punse? — Breve rispondo. Di poeta il vanto Chi al raggio nacque di benigna stella 60S’abbia; o la turba garrula ne usurpi, Affaticando l’eco lamentosa Con vuote ciance venerando il nome. Fosse elezïon, fosse ventura, La cara memoria di quei giorni 65Quando la giovinetta anima apprende A palpitar per l’itala canzone, Od altro fosse io non dirò. Con verso Languido e sciolto vo significando Ciò che più nella mente entro mi suona 70Allor che il vezzo od il cortese invito A far m’appella di lontan tenore Debole e fioco agli alternati canti. Di pedestre sermone il metro tenni; Deh! l’ombre mi perdonino de’ padri, 75Che fur duci e maestri; e al metro imposi, Od alla intenzïon, nome conforme. Nè di verbo garrir piacquemi, ignaro Benchè non fossi (e l’ignoranza fòra Di scusa indegna) omai, che più dell’opre 80E delle cose il titolo si pregia. Togli i nomi ed i ciondoli, che resta? Ma della scorza e delle incise note, Che al popolo non fan dolce richiamo, Se non gravi il tacer, tacciasi. Quale 85Ne fia il midollo e l’intima sostanza?
E quale il frutto, che allegar non faccia Il dente pel savor agro, e diverso Pur nell’agrezza sua? Leggi, se tanto Di speranza o timor recano i fati, 90Leggi e risolvi. Ne t’ascondo il mio Recondito pensier, che gli altri avanza, Fra le discordi imagini seguendo L’imagine d’un ben che mi sorride, E a un mesto sospirar anco mi sforza. 95Di alteri vanti e di rampogne amare E di frementi grida odi un confuso Rumoreggiar, che da contrarie parti T’introna sì che non discerni il vero. — Dunque dal bene al meglio il mondo corre, 100Anzi vola e precipita? — T’inganni. Dal male al peggio va precipitando, Altri ripiglia; che non basta il piede Al correr, nè al volar bastano l’ali. Oh! chi recide di cotanta lite 105L’avviluppato nodo, che reciso, Novellamente aggruppasi con mille Intrecci novi, varïati e strani? Di sofistiche scole il mondo è pieno; E chi nol sa? Ma timida e schernita 110La verità nel mezzo siede, e parla Cose d’eterna ricordanza degne. Dato a me fosse di ritrarne in parte, Dietro la scorta di fidato lume, I candidi responsi. È dell’Eterno 115Legge, che il corpo all’intelletto serva; Che allo spirto immortal serva la morta Volubile materia; e che di polpe Insieme e d’ossa e d’anima temprati, A doppio di bisogni ordine certo
120Soggetti siamo. Sulla cima stassi Il nobile desio, che spande l’ali Oltre la polve che si preme e calca. Ma di scherzoso zeffiro, che spiri E lamba e fugga, non si pasce il nostro 125Senso vitale; e l’affamato ventre Troppo contende il bene, e il mal consiglia. Al duplice problema indi rivolgo Questi che t’offro, di pungente sale Ad ora ad ora aspersi, umili carmi. 130Un gregge innumerabile nel fondo Tutto s’ingolfa di letal palude, Misero, e cieco e di speranza privo. Il fremito già n’odi, e già paventi Che fuor sbucando con foga improvvisa 135Empia il mondo di stragi e di ruine. Infelice presagio! Argini e dighe Non conterran la piena furïosa. Se minacci, se incalzi, e si rovesci Nei sottoposti campi, e i solchi lieti 140Copra d’un monte d’infeconda arena. Altero fiume ognor più ricco d’acque Per ampio letto volgasi alla foce, Le sue sponde baciando. Alla crescente Onda di altero fiume il popol folto 145Simile è in parte. Invan pace chiedendo Andrà con fioca voce e paventosa, Finchè giustizia e libertà non regni In tutte cose; e noi, credula razza, Alle querele pronti e all’opre tardi, 150Non ci scotiam dal sonno, e non siam vivi.
Sermone II - L’economia sociale
Forse m’accingo a temeraria impresa, Col fioco verso ricordando in parte Quale dall’economica sentenza Vero discenda a far chiaro alle genti 5Come nasca, s’accresca, e si propaghi Quella fonte gentil, che di ricchezza Il nome s’ebbe. Da quel nome sorse, D’invidia obbietto e di rampogne amare E di cupide voglie e fatti acerbi, 10Tale un error, che all’intelletto offesa Recò più volte nelle dotte carte, Ove l’ordine arcano a noi riveli, Che la divina Provvidenza impose All’alternar delle fatiche umane; 15Sì che l’opra de’ singoli risponda Al ben di tutti. Dell’ignaro volgo Le voci note indarno a sensi novi Volger presumi allor che delle cose, Che anco del volgo pungono il desio, 20Onde la lingua al favellare è pronta, La riposta cagione e il vario intreccio E gli effetti mirabili discopri A servigio comune. All’arduo tema Del tuo volume fuggono le incerte 25Timide schiere; e la maligna turba, Cui giova più della volubil nebbia
Una immota caligine profonda, In suo secreto gongolando coglie Frutti non tocchi, e altrui serba le fronde. 30Già de’ sofisti la mendace scuola, Fantasticando colla mente inferma, Su cardini librar novi presume, E a nove seste ricomporre il mondo; Onde alla plebe povera e delusa 35Il dinegato farmaco prepari Che da lunga stagione attende e spera: E la sentenza tua, quasi nemica E ad ogni senso di pietà restia, Accusa e danna con maligno riso; 40Poichè a giustizia e a libertà divoto Serbarne intendi invïolato il dritto; E i pazzi sogni e le lusinghe false Ed i conati miseri sprezzando, In esse poni la speranza cara, 45Che poi di bella carità si adempia. Ma di più antica e livida congrega, Che in basse note mormorando anela Ai facili guadagni, e in un contende Agli altri il passo nel serrato campo, 50Udrai di nove e flebili querele Intronarti gli orecchi. A un lieve soffio, Che del ramo spiccar l’aride foglie Appena accenni, pallida e tremante O accesa in volto di fallace zelo 55Accorre e grida All’arme, all’arme, all’arme, Per la difesa delle patrie leggi E per l’augusta maestà degli avi, A cui guerra s’indice incauta od empia Dai cervellini torbidi, e digiuni 60Del senno nostro, che di senno antico
E lunga esperïenza si suggella. O di zucche vuote, o sol del vento piene Di lambiccati e frivoli sistemi, A che sull’ali del pensier volate 65Dietro l’infido balenar di un raggio Di novitade, che a novelle brame Gl’irrequïeti popoli ridesta? Ed a più ardite prove apre la via, Sì che crollando la superba mole 70Degli ordini vetusti infranta cada? — Oh! sapïenza, che (se al detto credi) Salvar presume la sdruscita barca Mentre le aggrava più l’infermo fianco; Talchè in fondo precipiti dell’acque. 75Chi dalle viete usanze o dalla norma Mutabile de’ casi, o da segreto Studio di parte il suo consiglio prende, Al lume di ragione il guardo chiude. Spesso il pubblico ben vanta chi cela 80Ben altro in petto, e con accorti giri, All’ombra delle leggi, a poco a poco La cieca moltitudine dispoglia. Altri le turbe, invidïando, incalza A ristorarsi delle lunghe offese, 85Quasi carpendo le carpite prede. Dal fondamento tremano commossi Del consorzio civile i primi e veri Saldi sostegni; e di cui fia la colpa? Non già di chi la voce nel deserto 90Per lunga etade al vento disperdeva, Questi spregiati moniti dettando: Nasce l’uomo al lavor come l’uccello Al volo nasce; è stimolo il bisogno, E degno premio il godimento certo,
95Che la speme rinfranca e il petto allegra. Diversamente il ciel nel vario clima Ai varii ingegni i suoi doni comparte, Perchè libero ognuno all’opre intenda, A cui l’appella l’indole nativa 100Della mente e del loco, e agli altri porga, Da nodi indissolubili congiunto, E servigio maggiore insiem riceva. Poiché tacque la fame, alle ribelli Forze non siamo di natura schiavi; 105E il culto ferve dell’eterna idea, Che a non mentita civiltade è madre. Se per volare a me tarpi le penne, il varco chiudi sì che al segno arrivi Solo chi va col pie lento di piombo; 110a me divieti i facili compensi. Di mie fatiche dimezzando il frutto A ristoro di chi nell’ozio dorme; Oh! dall’eterna idea quanto discorda A’ danni nostri il pubblico decreto. 115Che di fraudi si fa ministro e duce. Indi le invidie bieche e il mal celato Odio e l’opinion falsa e bugiarda Nel volgo inconsapevole fomenta, Che in alto guarda e susurrando aspetta 120Che la pioggia conversa in oro cada. Il volgo sappia, e l’infinita schiera Che gli oracoli suoi dispensa al volgo, Che spesso, ahi troppo! l’ignoranza è madre Di colpe, di vergogne e di sciagure; 125Sappia che all’ozio la viltà consegue, La miseria, il delitto; e sappia come Dai padri ai figli e ai memori nepoti, Quasi ruscello di feconda vena,
Integro passi il prezïoso acquisto, 130Che di protratte veglie e lungo amore, Di accorto ingegno e vigile risparmio È frutto certo e ricompensa degna. Finche giovi di tacite rapine, Senza tema di ceppi e di mannaia, 135Vivere i giorni neghittosi e lieti Sotto l’usbergo di una legge insana, Che anco l’infamia ed il rimorso attuta; Le tenebre cacciare indarno speri, Onde s’infosca questa notte tetra, 140Senza che da più lati a te le spalle Feriscan dardi nel veleno intinti. Altri minaccia traboccar nell’ira Forte tonando, simile a colui Che a pieno gozzo predica il digiuno, 145Contro la rinnegata arte o scïenza, Che di profana e misera ricchezza Maestra è fatta. Di parole vane Cessi il vano garrire; e maledetta, Non che spregiata, ai posteri trapassi 150La memoria di lui che al mondo insegni Ciò sol che il senso tocchi, aver per Dio. O rigido censor, dimmi (se il libro Oltre la prima pagina leggesti Che il nome porta di ricchezza in fronte), 155Dimmi in qual parte le tue caste offende Orecchie? Bada all’intima sostanza Della scïenza più che al magistero Incerto e scarso delle menti umane, Da cui nulla scïenza od arte uscio 160Matura a un tratto, qual del capo a Giove Armata uscì la vergine Minerva. Finche il mancipio, vil bestia da soma,
Fremè dannato ai colpi della verga, E furon l’arti misero retaggio 165Ed abborrito dello schiavo armento; Od il livido servo e bieco, al piede Le sue catene lento trascinando, D’infecondo sudor bagnò la gleba; O l’ignudo vassallo al suo signore 170Offrì tributo delle notti insonni, L’acqua battendo a discacciar la rana, Che dell’alto signore i lunghi sonni Coll’importuno gracidar turbava; Forse poteva balenare il raggio 175Che ora ne guida a rintracciar la via, Ch’entro la cerchia delle industri prove Iddio segnava ai popoli diversi? Mutano i tempi, e mutano le forme, Ma il cieco istinto e la fidanza dura 180Di chi a potenza e a nobiltà di stato, II suo vicino dispogliando, agogna. Ai sanguinosi e barbari conquisti Succedetter le barbare tariffe Non sempre, il credi, d’uman sangue monde. 185Disciolti i ceppi del servaggio antico, E le merlate torri al suol cadute, Una larva famelica d’intorno, Che monopolio o privilegio è detta, Copertamente aggirasi, le vene 190Senza pietà succhiando e senza posa. Contro la guerra dell’error la pugna Breve non è, se a verità contrasta Dei costumi, del tempo e di fortuna Il prepotente imperio. Al tuo volume 195Ricorro e noto, che la sua dottrina Sempre a giustizia e ad onestà si attempra,
Sia che l’ingorde larve in bando cacci, O dell’emule gare il varco additi; Sia che l’inerzia molle o l’importune 200Spese condanni e gli avidi tributi; O sia che i danni a prevenire insegni, Onde una turba misera si duole Senza lume e consiglio e senza guida; O ricordando alle discordi genti, 205Come necessità prima maestra, Indi l’uso civile a certo pegno Di aiuti vicendevoli le sproni, Mostri che è stolta e scellerata impresa Fondar sua speme sull’altrui rovina. 210Così ragiona la sentenza nostra, Che tutta abbraccia la famiglia umana, E dell’alpe e del mare oltre varcando Gli opposti segni, ha per confine il mondo. Sì, l’umana famiglia e il mondo io dissi; 215E del mio dire il vero manifesto Fan del lavoro il pregio e la possanza, L’alterno cambio e il variato uffizio Dell’ingegno, dell’arte e di natura, Che ad ogni novo tremolar di stella 220A se medesma egual mai non sorride. Se più che al loco e all’uom, guardi all’obbietto, Entro a più angusto limite si chiude L’industre studio, onde il principio vero, Ed il concerto armonico mi sveli. 225Ma di scïenza il titolo si nega Indarno all’economico problema, Che l’occulta ragione ed i palesi Effetti e il naturale ordine indaga E scopre e spiega dei commerci umani. 230L’arte, che andò vagando a caso in pria,
Allo specchio di lei si riconsiglia A poco a poco, e le sue leggi scrive. Alla scïenza l’arte si marita Nella pagina stessa, allor che giova 235Che all’astratto pensier l’esempio parli. L’una si aiuta delle sue sorelle Al par dell’altra, nè il dominio usurpa Serbato a quelle con diverso metro. Fede, giustizia, libertade e pace 240Vi chiede, o regi, nè lo scettro vostro Osa temprar; chè a più sublime sfera De’ popoli e de’ regi il patto è scritto. Dell’ozïoso improvvido costume Si lagna, e vede che alla colpa dietro 245Corre la pena; ma tacendo prega, Prega che il sacro foco intorno avvampi E le menti rischiari e i petti accenda. Vola la nave al desïato lido, Nove merci recando a genti nove: 250A te giova saper come l’offerta Adeguisi al bisogno; e ad altri come L’ago si volga al vedovato polo, Ed al nocchier fra l’onde il corso additi. L’acqua gorgoglia entro al bollente rame 255Nel vapore mutandosi, che a forza Compresso, a poco a poco entra con furia Pel sottil foro nel capace tubo, Su e giù spingendo l’agile rotella, Che in alto e in basso per l’un capo spinge 260E tira l’asta in bilico sospesa. Che scende e sale dall’opposto capo Alla sua volta premendo e levando Il penzolante braccio, a cui si affida La manovella che alle rote imprime
265Infaticabil moto; e in un con essa La poderosa macchina si move, Che cento e cento indomiti cavalli Con incessante foga adegua e vince. L’altera meraviglia il guardo abbaglia, 270sinistri presagi al volgo adduce. Tu dissipa l’error, tu la speranza Nell’alma infondi, e a benedir conforta Agli ardimenti dell’umano ingegno. Alla nova possanza, ai novi doni.
Sermone III - L’agricoltura
Chi pria domò delle selvagge glebe Il sen ritroso, e i fecondati campi Cinse intorno di fosse e di ripari, Ei fu maestro primo e primo autore, 5Che l’uman gregge dal ferino pasto, Dall’incerto vagar, dai sanguinosi Orridi scontri alla civile usanza Del viver compagnevole compose, Fidato all’ombra di secure leggi 10In santi nodi di giustizia e pace. Lascio le zolle squallide ed incolte. Se la speranza della bionda mèsse Nei seminati campi a me non rida:
Ma germi eletti di feconde piante 15Al suol confido, ripensando ai cari Figli e nipoti, che i giocondi frutti Ne coglieranno alla mia vecchia etade Forse negati. Il tenero virgulto Con amorosa cura educo e cresco, 20Finche mutato in arbore robusto Al ciel protenda i verdeggianti rami Coronati di fiori. O voi diletti, Quali vi siate del mio nome eredi E più dell’opre, a questo arbore intorno 25Lieti venendo de’ suoi ricchi doni, Dell’antico cultor, che altrove posi, L’opre emulate; e il nome benedetto Nella cara memoria vi ragioni. Dall’arte vostra, che d’ogni arte è madre 30E benigna de’ popoli nutrice, Oh! qual si chiede al braccio ed alla mente Contender lungo, variato e novo, Perchè al lavoro la materia appresti, E il corpo macro e livido per fame 35E per freddo, di cibo riconforti E di un manto protegga. Il volgo accusa La rustica progenie che s’indura L’orme seguendo che i canuti padri A lei segnaro, alle novelle tracce 40Bieca negando o sospettosa il piede. Ma tu rammenta quale ordine e modo Tengan diverso per diversa tempra L’arte, che mille negli aperti campi Gravi commette ed alternati uffici 45Al villano, che zotico si appella Quando s’inurba colle ciglia in arco; E l’arte, che dispensa ad uno ad uno
Fra l’umili officine e le superbe Gl’industri studi ad acconciare adatti 50Le rozze cose trasformando agli usi Della vita mutabili. L’obbietto, Che dagli altri per forma o per sostanza Per infiniti gradi si diparte, A sè chiama l’ingegno, a sè la mano 55D’una schiera che solo ad esso intende Con unico pensiero, e in poco d’ora Della perfezïon tocca la cima. Questi le chiome a carminar del lino Curvato vedi sul pungente cardo. 60Quegli in filo il ritorce, altri ne intesse La finissima tela, altri la imbianca Od al candor la lucidezza aggiunge; Finchè l’ago e la forbice lasciando, All’onor salga delle altere mense, 65O sulle piume morbide si stenda, Od al pudico sen d’una gentile Sposa donzella porga il casto velo, Cui profan occhio indarno invidia porti. Di loco in loco misurando il passo 70Il tuo candido drappo alfin raccogli Quasi tributo da più mani offerto. Ora il fianco riposa ove la mèsse Ondeggia, e co’ suoi pampani la vite Uve promette rubiconde e liete. 75Odi il muggito del racchiuso armento, Che anela scapestrar pel verde prato; Odi il ronzio della solerte pecchia, Che l’essenze odorifere libando Vola a deporre entro ai cerati favi 80Il dolce miele. Tacito ed oscuro Intanto il verme di farfalla nato,
Poi che si fu dell’arbore pasciuto Che d’infelici amori un dì fu segno, Nella serica stanza s’imprigiona, 85Onde il varco schiudendo all’aura torna Rivestito dell’ali di farfalla. L’agricoltor colla famiglia a lato Alla mèsse, alla vite, al pingue armento, All’ape industre, al baco redivivo 90Intento veglia, ed al mutar del tempo Sempre in nove fatiche si trasmuta. Ora all’aratro aggioga il lento bue E il suo campo dirompe, or gli ridona Cogli addensati succhi il vital nerbo, 95Onde rampolli dagli sparsi semi Con orgoglio maggior la sua speranza. Ora alle sonnacchiose acque la via Apre, rincalza i vacillanti fusti. Qui le male erbe toglie, e là de’ tralci 100La lascivia corregge, e al vicin olmo Con felice presagio li marita. Qui schermo oppone d’innocenti insidie Agi’ importuni augelli. Oh! così fosse Atto le voglie a sgomentar del ladro, 105Che baldo per gli altrui cólti si aggira E pesta e guasta al fulgido meriggio; Il favor delle tenebre lasciando Al masnadier che getta a terra ignudo Il vïandante, o scassina le porte 110Con raddoppiate sbarre indarno chiuse. Dalla prim’alba al morïente giorno Ferve l’opra de’ campi. Or della falce L’occhio ti abbaglia il luccicar benigno: Or della scure i noverati colpi 115Eco riporta. L’avida maciulla,
Rumoreggiando col percosso dente, La macerata canapa dissolve Dalla legnosa fibra. Il tardo autunno Invita al vendemmiar, e con allegri 120Canti risponde la giocosa turba. Chi spreme il latte dalle irsute mamme, E l’addensa, lo stringe e lo figura In varie forme, sì che la sembianza Ed il vario sapore i sensi punge: 125Chi l’intatta giovenca al poderoso Toro concede, o l’importuno gallo Dalla chioccia rimove. Io parlo o taccio Dell’immondo animai, cui rassomiglia La rinnovata razza di Epicuro, 130Che, se alla scorza lucida ti arresti, All’occhio move ed alla mente inganno? L’ingentilito secolo ricusa Nello specchio mirar, che in sè ritragga Le turbe che al grugnir fatte son mute, 135Ma che il grugnito, il raglio ed il belato Ad un tempo ricordano. Felici Tre e quattro volte voi, che dalle mura Di corrotta città lungi traete I dì sereni, dall’impuro soffio 140Mai non turbati della magra invidia, O della stolta ambizïon che pasce Delle fraterne lagrime e del sangue I duri petti dei fratelli insani. A voi sorride liberal natura 145Colle schiette bellezze, onde più cara Nella natia semplicità risplende. Con libero aleggiar l’aura rinfranca Il capace polmone, e il capo grave Per torbido vapor, che ad esso salga,
150Fatto non è dalla indigesta mensa. Nei riposati sonni si rintegra A novi sforzi il nerboruto braccio; Nè con larve terribili la fame Fa del letto balzar, pane chiedendo 155Pei cari figli che domandan pane Là sulla terra maceri ed ignudi. Un nembo sorge e con lampi e con tuoni Devastatrice grandine minaccia. Voi chinate la fronte a lui, che solo 160I turbini governa e le tempeste. La beffa no, la noncuranza nuoce Di chi ozïando nelle aurate sale Al rustico garzon scioglier non degna Veraci detti e coll’esempio e l’opra 165Porre ai detti suggello. Io so che l’arte Ai campi nega il facile compenso Dell’officina, che ad ognun misura, Entro a breve confin, di cento parti Quella parte che a ognun meglio si attempri. 170L’arte in colpa chiamare io non presumo; Ma voi condanno, che il cultor lasciando Nelle tenebre sue, biasmo gli date E mala voce, allor che un improvviso Raggio ne offende la pupilla incerta. 175Voi co’ rigidi patti, a cui s’inchina In vista, ribellando in suo segreto, Non di umano signor che il pondo libra E il sacrifizio alla mercede adegua, Ma di superbo vincitor, che il piede 180Calca sul vinto e la sua legge impone, Modo tenete. Oh! dura legge e stolta, Onde col danno la vergogna resta. Tanto l’alma vigor al braccio infonde,
Quanto la speme del merlato premio 185Le baleni dinanzi. Abborro l’uso Di chi la tronchi o pur la tocchi in fiore, Imitando la facile rapina Dell’importuna passera che vola I primi semi a decimar sull’aia. 190Tu che non basti a misurar col guardo Il mal diretto solco, al tuo vicino Bada, che doppia dall’angusto giro Del ben diretto vomere ritrae Mèsse, che stimol novo e novo polso 195Con novo premio a faticar gli dona. Di picciolo poder quanto si piace L’orto, la vigna ed ogni gentil pianta De’ suoi frutti cortese o delle foglie, Onde il drappo si tinga e si colori, 200pel celato farmaco la smorta Guancia e l’infermo corpo si ravvivi! Ma l’umile poder mai non aspiri Ad impresa maggiore, in cui prevalga Il vasto imperio, che la sua possanza 205Or pei fioriti pascoli dilata, Or per un lago di natanti biade; E ovunque alle minute opre sottili, Che il pazïente ingegno o compie o veglia, Prevalgano le grandi opre, che molta 210Ghiedon facil secura e ricca vena, Che pel tranquillo letto in vario giro Libera scorra a fecondare il piano. Fra le opposte sentenze il mezzo tiene L’accorto ingegno, che dal loco prende 215E dall’opra e dal fine il suo consiglio. Del censo avito e non del senno erede Tu confida il tesor, che si nasconde
Nell’ampie terre, alla più dotta mano Di lui che a fondo lo ricerchi, e nove 220Ignorate dovizie al mondo arrechi, E nova appresti salutar vivanda A popol novo; se a lui basti il tempo, Che pel discreto canone gli assegni. Già scocca un’ora e l’ultima s’avanza: 225E tu con fioca voce e moribonda Per infiniti secoli presumi Delle cose fermare il moto eterno? L’uno il frutto raccolga, all’altro lascia La borïosa pianta, e il tuo decreto 230Saldo rimanga come in rupe scritto. Oh! dalla tomba sollevare il capo Dato un giorno ti fosse, e le deserte Ville mirare, e le cadenti case, E da infami paludi il suol coperto 235Non più lieto di mèssi e di felici Abitatori, che l’aure omicide Ad uno ad uno spensero col lento Avvelenato sorso. Orrido e muto In tetra solitudine converso 240Lo sterminato campo i tuoi divieti Ricorda al mondo che s’adira e piange; Mentre, all’orgoglio degli estinti i vivi Sagrificando, i posteri condanni All’inerzia de’ vivi, al debil nerbo 245Od al corto veder: chè il tuo decreto All’intelletto un raggio non infonde, Ma le torpide voglie rassicura, Le pronte arresta e le gagliarde fiacca. Langue la pianta cogli aridi rami, 250O di maligno umore il dente allega, Se a chi nell’arte dell’industre taglio
O dell’innesto è sperto il passo nieghi. Tu del cultore improvvido fomenti L’ozio codardo, se non manchi il frutto 255Quando cessi lo studio e la fatica. E a lui che giova faticando i sonni Anzi tempo turbar, se lo ridesti Dell’erede non suo la immagin bieca, Che in atto quasi di carpir la preda 260Attende e freme dal desio sospinta? Del baldanzoso figlio, a cui l’avito Retaggio scende pel giurato patto Che i nomi lega e le virtù discioglie, Odi gl’insulti che il paterno cenno 265Male in vita a frenare e peggio basta Dopo morte a punir. Del nascer primo Egli tripudia, ed al minor fratello Delle sue mense le reliquie serba, Se il fratello minor non volge altrove, 270Mendico illustre e pur superbo, in cerca Di spoglie opime. A glorïosa impresa Forse corre talor, se il cielo arrida Ai sublimi concetti; e tu non segui L’esempio che ad altrui vanto prescrivi? 275Ognun coltivi libero e securo La nativa sua pianta; e maggior frutto Di lui, de’ figli e della intera gente Le speranze consoli e i voti adempia.
Sermone IV - Le arti
La felice lodando arte de’ campi, Non io vorrò che dispregiata e vile L’officina rimanga, o sia che appresti I validi strumenti, onde le pingui 5Zolle domate, i fecondati semi Moltiplicando, colla mèsse lieta Dell’avaro cultore empiano i voti; O sia che l’irte spiche in bianco pane Converta, o renda accomodati agli usi 10Della vita diversi i rozzi doni Dell’agreste natura, ignoti in parte, Ingrati o vani finchè manchi il nerbo Delle arti industri; nè l’amica mano Si stendano fra lor quasi sorelle, 15Che l’una all’altra porga, e insiem riceva L’una dall’altra il ricambiato aiuto. Errò dapprima per le selve oscure L’uomo cacciando le belve selvagge; E spesso dal sentier aspro tornando 20Dopo lungo vagar col dente asciutto. Indi gli armenti al cenno della verga Docili apprese per l’erboso piano Pascolando guidare, e di più largo E certo pasto e di più ricchi velli 25Fu lieto. Se non che presto veniva Manco il fiorito pascolo all’acuto
Avido morso, e per novello prato Di pascol novo in cerca ad ora ad ora Il gregge tramutavasi, nè ferma 30Avea stanza il pastor. Nè l’ampio giro Della valle e del monte ognor bastava Al governo del gregge unica speme E del mite pastor cura diletta, Che del poco vivevasi contento 35Quasi solingo là dove di molte Biade la terra, poi che il sen dischiuse Al duro aratro, biondeggiar fu vista Al novello cultore e a cento e a cento Non invidi compagni, onde ciascuno 40Ebbe certa dimora e vitto certo Entro ai confini del tracciato solco. Degno d’invidia allor che le fabbrili Arti cresciute i rusticali arnesi E le semplici vesti gli apprestaro 45Ed i fidati alberghi; e al carro grave Dischiusero un sentier facile, e novi Gli porsero tributi, un valor novo Alla materia dando all’uopo scarsa Un tempo e sorda. Del civil costume 50A poco a poco intorno si diffuse Il benefico raggio, e già le folte Genti fra lor cogli alternati cambi Alternano gli uffici, onde partita Fra molti l’opra al desïar risponde 55Meglio di tutti. I villereschi borghi, L’ampie castella e le città superbe, Circondate di mura, indizio danno E fede e pegno dell’eterna legge, Onde l’umana schiatta in suo cammino, 60Di numero possente e di virtude,
S’avanza, e acquista faticando il regno, Che ad essa il cielo più largo destina Sulle create cose, allor che il braccio Meno si stanchi e più ferva l’ingegno. 65Da sofistiche scole il campo in due Parti diviso, delle opposte schiere Il lungo vaneggiar fe manifesto; Mentre l’una negava all’arti il vanto Delle dovizie nostre, e l’altra chiusi 70Gli occhi teneva con amaro inganno Della natura al verginal sorriso, Che le sue grazie dispensar ricusa, Quasi pudica donna altera e bella, Onde con lungo studio e lungo amore 75Altri non vinca la ritrosa tempra. All’uom che bagna di sudor la fronte Sempre soccorre liberal natura, Sia che la marra tratti e ne ridesti Le pigre glebe, o col premuto mantice 80Il fuoco attizzi, all’aure fuggitive O all’onda che precipita spumando Di volubili rote il corso affidi, O di stridenti seghe il moto alterni; Sia che per l’ampio pelago dispieghi 85Le vele ai venti, o l’impeto governi Che dilatata per sopposta vampa L’acqua bollendo e vaporando acquista; di placata folgore sull’ali E per terra e per mar, dietro la traccia 90Del metallico filo, imponga il volo Alla parola, che qual lampo arrivi, Anzi del lampo la prestezza vinca. Nasce da doppia fonte e si propaga Quella che l’universo in sè racchiude,
95O l’umana fatica al Sol dispiega Mirabile dovizia. Al senso parla Dapprima, il so, con varïate e nuove Imagini che al ben dello intelletto Scala son fatte, allor che il cieco volgo 100Sì non disperda a vagheggiarle il tempo, Che un’ombra vana delirando abbracci. Della ricchezza il pregio si misura Dal servigio che l’uomo attende e spera, Ottiene e reca, stimolato ai fianchi 105Dal bisogno mutabile, che tregua Mai non gli lascia e per la via l’incalza, Che a più nobile meta il varco addita. Il rigido censor, che i nomi danna E i frutti coglie con discorde metro, 110Indarno accusa la sentenza nostra, Che un felice di cose ordine in questa Di bisogni di sforzi e di compensi Vicenda interminabile lodando, Della crescente civiltà si allegra. 115Il debole mortal, che al mondo nasce Povero ignudo e di se stesso ignaro, Trarre non può dal nulla un gran di polve; Ma scorto al raggio d’immortal favilla Combatte e vince, e le ribelli forze 120Degli elementi indocili domando, Il suo trionfo e la possanza estende. Fra l’umile officina e la superba Villa si tace la querela antica: Un dì superba, ora modesta e bella, 125Poi che del basso loco in cui giacea, Pane chiedendo in atto di mendica, Levossi in alto la fedel compagna A confortarla di novella aita,
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The end
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