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Storia della geografia e delle scoperte geografiche esposta da Luigi Hugues (parte seconda - la geografia nel medio evo)

Luigi Hugues · 1891 · Free in the US

83,103 words · about 5 h 49 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1891 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Storia_della_geografia_e_delle_scoperte_geografiche_(parte_seconda)&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Hugues
Language
Italian
Published
1891
Length
83,103 words · about 5 h 49 min
Sections
87 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (87)
  1. Front matter under 1 min
  2. Capitolo I under 1 min
  3. Le invasioni barbariche about 7 min
  4. La propagazione del Cristianesimo about 7 min
  5. Ammiano Marcellino (320-396 di C.) about 4 min
  6. Macrobio about 4 min
  7. Marciano Capella under 1 min
  8. Procopio di Cesarea e Stefano di Bisanzio about 2 min
  9. La Geografia patristica about 6 min
  10. La Geografia esploratrice. Zemarco e Cosma Indopleuste about 3 min
  11. Capitolo II under 1 min
  12. Colonizzazione dell'Islanda about 3 min
  13. Scoperta della Groenlandia about 2 min
  14. Navigazione dei Normanni ad occidente della Groenlandia about 1 min
  15. Scoperta dei paesi orientali dell'America del Nord about 3 min
  16. Viaggi di Other about 4 min
  17. Viaggi di Vulfstano about 2 min
  18. Alfredo il Grande about 3 min
  19. Cronacisti tedeschi dei secoli XI e XII about 13 min
  20. Capitolo III under 1 min
  21. La Geografia matematica presso gli Arabi about 8 min
  22. Le navigazioni degli Arabi about 8 min
  23. L'Africa interna about 4 min
  24. La costa orientale d'Africa about 1 min
  25. Asia about 5 min
  26. Europa about 3 min
  27. Geografia generale about 4 min
  28. Capitolo IV. I missionari cristiani in Asia under 1 min
  29. Considerazioni generali about 1 min
  30. Ascelino. Giovanni di Piano Carpini (1245-47) about 4 min
  31. Guglielmo Rubruk (1253-55) about 15 min
  32. Haitho di Armenia about 2 min
  33. Capitolo V. I viaggi di Marco Polo under 1 min
  34. Matteo e Niccolò Polo about 2 min
  35. Riassunto dei viaggi da Acri alla Corte di Kublai about 1 min
  36. Soggiorno in Cina about 1 min
  37. Ritorno in Europa about 1 min
  38. Capitolo VI. I viaggi di Marco Polo (Continuazione) under 1 min
  39. Asia Occidentale about 11 min
  40. Asia Centrale about 6 min
  41. Cina propria about 10 min
  42. Tebet e Giappone about 3 min
  43. Indie Orientali about 6 min
  44. Africa orientale about 3 min
  45. Conclusione about 3 min
  46. I paesi del Nord about 1 min
  47. Giovanni da Montecorvino about 2 min
  48. Andrea da Perugia about 1 min
  49. Ricoldo da Montecroce about 1 min
  50. Odorico da Pordenone about 5 min
  51. Altri missionari about 4 min
  52. Le repubbliche italiane del Medio Evo about 3 min
  53. Balducci Pegolotti about 2 min
  54. Nicolò de’ Conti about 14 min
  55. Giosafatte Barbaro about 3 min
  56. Giovanni Mandeville about 7 min
  57. Viaggi di Madoc about 1 min
  58. Nicolò ed Antonio Zeno about 10 min
  59. Pietro Quirini about 3 min
  60. I fratelli Vivaldi about 3 min
  61. Scoperta delle Canarie about 2 min
  62. Scoperta di Madeira e delle Azore about 2 min
  63. Nicoloso da Recco about 3 min
  64. Jayme Ferrer about 2 min
  65. I Francesi alla costa occidentale d'Africa about 5 min
  66. I viaggi del Frate Mendicante about 4 min
  67. Considerazioni preliminari about 3 min
  68. Giovanni Gonçalves Zarco e Tristano Vaz Teixeyra about 2 min
  69. I Portoghesi giungono alle Azore about 2 min
  70. Gil Eannes about 1 min
  71. Navigazioni dei Portoghesi dall'anno 1434 all'anno 1446 about 3 min
  72. Alvise Cadamosto. Antoniotto Usodimare about 8 min
  73. Antonio di Nolle o Noli about 2 min
  74. Diogo Gomes about 1 min
  75. Esplorazioni portoghesi dal 1462 al 1487 about 4 min
  76. Bartolomeo Diaz about 4 min
  77. Pedro de Covilham e Alfonso de Payva about 1 min
  78. Capitolo XII. La Cartografia nel Medio Evo under 1 min
  79. Il Mappamondo di Cosma Indopleuste about 1 min
  80. Altre carte quadrilatere about 7 min
  81. Le carte circolari about 10 min
  82. Carte ellittiche about 10 min
  83. Le carte nautiche about 30 min
  84. Le terra e le acque sulla superficie della Terra about 6 min
  85. Rilievi del suolo about 3 min
  86. Osservazioni meteorologiche e idrografiche about 4 min
  87. Indice about 1 min

Continue:

Front matter

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Capitolo I

Le invasioni barbariche ― La propagazione del Cristianesimo ― Ammiano Marcellino ― Macrobio ― Marciano Capella ― La geografia patristica ― La geografia esploratrice. Zemarco e Cosma Indopleuste.

Indice

Le invasioni barbariche

1. Le invasioni barbariche. ― Nel crescere eccessivo della popolazione sta, secondo , una delle cause principali delle migrazioni. «I popoli, egli dice sul principio delle , i quali nelle parti settentrionali di là del fiume Reno e del Danubio abitano, sendo nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine spesse volte crescono, che parte di loro sono necessitati abbandonare i terreni patrii, e cercare nuovi paesi per abitare». Non è però necessario che l’aumento della popolazione assuma delle grandi proporzioni perchè ciò avvenga, imperocchè, mentre un popolo agricoltore e commerciante vive agiatamente in angusto spazio, vastissime contrade sono insufficienti alle orde pastorali, e si può asserire in generale, che tanto maggiore è lo spazio necessario alla vita materiale, quanto minore è il grado di cultura dei popoli. La storia delle migrazioni ci avverte eziandio che, una volta cominciato il movimento di migrazione, tribù e nazioni intere persistono, per secoli, in una certa inquietezza che le conduce, alla minima scossa, ad abbandonare le loro nuove dimore. Il fatto del quale ci informa (IV, 24), che gli Sciti Nomadi, mentre abitavano l’Asia, essendo

con la guerra molestati dai Massageti, trapassato l’Arasse, entrarono nella Cimmeria, non fu che il principio — se pure non era stato preceduto da altri consimili — di mutamenti ben più importanti, giacchè quelle medesime regioni della Russia meridionale si veggono, nei tempi posteriori, occupate successivamente dai Sarmati, dagli Avari, dagli Unni, dai Tatari e dai Turchi; per cui la origine prima di questi spostamenti di popoli è a ricercarsi nell’Asia Centrale, direttamente unita colle vaste pianure steppose dell’Asia occidentale, e quindi colla pianura Sarmatica dell’Europa Orientale, mediante il paese, relativamente depresso, che si estende tra i gruppi montagnosi dell’Altai e del Tien-Scian, ed è comunemente noto sotto il nome di Zungarìa.

Talora le migrazioni sono volontarie, ossia fatte nello scopo di migliorare condizione. Per causa dell’abbassamento lentissimo cui vanno soggette le coste occidentali della Scandinavia, questa penisola e le isole adiacenti perdettero di molto, in tempi antichissimi, della loro estensione superficiale. La distruzione dei terreni adatti alla coltura od alla pastorizia, cagionata dalla irruzione del mare nella direzione dell’est, condusse gli abitanti di quel paese settentrionale, cioè i Cimbri e i Teutoni, a cercare in altri paesi più stabile e più sicuro asilo. E così ne avvenne che questi popoli, i più settentrionali della famiglia germanica, furono appunto quelli che, dopo lunghe scorrerie, vennero, per primi, in contatto coll’elemento romano, tanto nel Noricum (anno 113 av. C.), quanto nella Gallia meridionale (anno 102 av. C.).

Le migrazioni sono sovente cagionate dallo incalzare e dal soverchiare di popoli più forti: ce ne offrono esempi, il fatto, citato da , della emigrazione degli Sciti dall’Asia in Europa, ed i mutamenti avvenuti nelle regioni del Ponto per lo irrompere successivo, nella direzione da oriente ad occidente, dei Sarmati, degli Avari, degli Unni, dei Tatari e dei Turchi. Notiamo anche, tra le cause che hanno potuto alimentare la emigrazione, la inclinazione alla guerra ed alle grandi imprese, l’avidità di bottino, le dissensioni intestine, il desiderio di un clima più dolce, ecc.

Una osservazione importante, fatta dal nella sua opera citata, è questa, che nelle grandi migrazioni storiche la popolazione si divide, quasi sempre, in due parti, l’una che rimane fedele all’antica dimora, l’altra composta dagli emigranti. riferisce che dei Germani già stabiliti nella Scandinavia, il terzo rimase colà: , parlando della migrazione dei Vandali della Slesia, dice che i rimasti in paese conservarono ed ebbero cura dei terreni appartenenti agli emigranti, ed aggiunge che questi non vollero rinunciare ai loro diritti sulla terra natìa malgrado tutte le sollecitazioni fatte dai primi al re per ottenere una tale rinuncia. Duecento anni erano già trascorsi dalle prime migrazioni dei Longobardi dal bacino inferiore dell’Elba, quando essi si rivolsero, per aiuti, ai loro antichi amici, i Sassoni, i quali vennero di fatti in Italia lasciando il loro paese in balìa degli Svevi settentrionali. Importantissime sono queste divisioni per le loro conseguenze nella distribuzione geografica dei popoli, in quanto che non raramente si manifestarono durante il movimento stesso di migrazione. Solo per questo modo si spiega la straordinaria diffusione di certe famiglie: così degli Alemanni nei bacini della Mosa e della Mosella, nei dintorni di Maastricht, di Colonia, di Jülich e nella valle della Nahe; dei Chatti nella Lorena, nelle contrade dell’Odenwald e nell’Alsazia; dell’antica confederazione Sveva nella Fiandra, nel Saalgau e nella Moravia; degli Angli nella penisola del Jütland, nelle regioni del Reno inferiore, nella Turingia e nell’Inghilterra.

Questi diversi frastagliamenti parziali dovettero favorire in sommo grado le commistioni di famiglie etnograficamente diverse, sia perchè quelle rimaste in paese non potevano, per la poca forza numerica, opporre grave ostacolo alla introduzione di elementi stranieri, sia perchè gli emigrati venivano necessariamente a porsi in contatto con popolazioni appartenenti ad altri gruppi etnografici.

Un altro importante fatto che accompagna le grandi migrazioni o ne è la conseguenza è, che ben sovente ai popoli emigranti si uniscono, in cammino, altre famiglie. È noto, ad es., che insieme coi Vandali condotti da giunsero in Africa molti Alani. Così pure, quando nell’inverno dell’anno 406 una delle orde più numerose tra quelle ricordate nella storia delle migrazioni tedesche passò dalla destra alla sinistra del Reno, si sa dagli scrittori di quel tempo che essa si componeva di molte famiglie, tra cui primeggiavano gli Svevi, i Vandali e gli Alani; che alla medesima si unirono poscia i Burgundi, e che più tardi ebbe nuovi rinforzi da altre popolazioni germaniche. Nelle grandi scorrerie dei Mongoli ebbero parte importantissima tutte le famiglie dell’Asia Centrale.

Nelle migrazioni che caratterizzano in grado così eminente la storia dell’Europa nei primi secoli dell’êra cristiana è necessario in fine non perdere di vista la influenza esercitata sulla direzione di quei grandi movimenti dalle condizioni naturali dei diversi paesi, tra cui principalmente la forma del terreno, se piano o montuoso, e le valli dei grandi fiumi, come sarebbero quelle del Danubio e del Reno. Così pure i luoghi in cui si combatterono le più sanguinose e decisive battaglie erano, per così dire, a ciò predestinati dalle loro particolari posizioni, talchè non pochi tra essi acquistarono rinomanza anco maggiore dagli avvenimenti militari di cui furono sovente il teatro in tempi recenti. Valgano, ad esempio, i dintorni di Lützen, le pianure della Fiandra e della Lombardia.

Dai popoli barbari, i quali, di origine asiatica o da lunga pezza stabiliti nell’Europa centrale e settentrionale, irruppero, in diversi tempi, nelle contrade ad occidente del Reno e a mezzogiorno del Danubio, non dobbiamo attenderci alcuna notizia geografica. Ma, per altro lato, la storia delle loro guerre e conquiste getta non poca luce sulle condizioni d’allora di quasi tutte le contrade d’Europa, specialmente in ciò che si rapporta alla etnografia, alla linguistica ed alla corografia. È inoltre a notare che l’introduzione dell’elemento germanico nel seno della società romana ebbe per conseguenza una radicale trasformazione, non solo in tutto il mondo politico dell’Europa centrale e meridionale, ma eziandio nella vita e nei costumi delle stesse popolazioni barbare, le quali, da nomadi che esse erano da principio, si condussero gradatamente a stabile dimora e fondarono innumerevoli città e villaggi; per la qual cosa, come bene osserva , senza una cognizione ben fondata di quelle grandi migrazioni la conformazione geografica della moderna Europa riesce, sotto molti aspetti, inintelligibile.

Se non che la violenta immistione di popolazioni a mezzo selvaggie fu cagione di un generale abbassamento nel livello del sapere e delle idee, e, come già si è avvertito, i 400 anni compresi tra la prima irruzione degli Unni al di qua del Volga (anno 374) e il termine delle invasioni barbariche dovuto alle vittorie di sugli Avari delle contrade del Danubio e del Tibisco e sui popoli Sassoni dell’Europa centro-settentrionale, segnano un periodo di decadenza pressochè completa nella geografia, specie nella parte scientifica, che i lavori di , di , di , di e di avevano condotto ad un alto grado di perfezione. Di questi e di altri geografi della Scuola Alessandrina e del Periodo Romano va, quasi del tutto, perduta ogni traccia nel mondo occidentale, ed appena sono ricordati in (468-565) ministro di , in (570-639), il quale confonde però Tolomeo con uno dei re egiziani della dinastia dei Lagidi; in che nella sua opera mette a profitto le geografie di e dell’Alessandrino; nell’, il quale cade, a proposito di , nella medesima confusione di . Gli autori più in voga erano , e , specialmente i due primi. Quasi negletta era la parte fisica della scienza, e questa si riduceva per la maggior parte, ad un’arida serie di nomi locali colla indicazione delle distanze dall’uno all’altro luogo, similmente al sistema adottato negli antichi Itinerari.

Tuttavia, se il movimento scientifico nel Medio Evo, anzichè procedere senza alcuna o ben poche discontinuità, come si è veduto succedere nella parte che tratta della Geografia presso gli antichi, non solo si rallenta, ma anzi manifesta una notabile tendenza retrograda, specialmente nel ramo matematico o cosmografico, non ci pare conveniente lasciare in disparte, od anche non toccare che di passaggio l’esame di quegli scrittori che si occuparono, più o meno direttamente, di cose geografiche. Imperocchè, come dice il , anche nel seno di questo triste decadimento, ferveva un lavoro di rinnovazione, latente, insensibile, inosservato, dal quale, a un dato momento, doveva sorgere lo spirito ritemprato delle società moderne. Il germe era soffocato, ma non distrutto. È il privilegio delle razze occidentali quello di avere in sè questo principio di vita interna, questa forza di espansione morale che è la condizione ed il punto di partenza delle alte civilizzazioni. E così la società moderna uscì dal seno delle rovine, più grande, più forte, e animata da più nobili aspirazioni che non lo fosse qualunque delle civiltà antiche»..

La propagazione del Cristianesimo

2. La propagazione del Cristianesimo. — Al rinascimento di cui parla l’illustre geografo or ora citato, contribuirono in sommo grado i progressi della Religione del Vangelo nei tempi posteriori all’Editto di Milano (anno 313 di C.). Di questi progressi è necessario tener qui breve parola, giacchè lo estendersi delle nozioni geografiche durante il Medio Evo è intimamente collegato collo espandersi delle missioni cristiane nei paesi più lontani dal bacino del Mediterraneo.

Nell’anno 354 i missionari ed Edesio introducono il Cristianesimo nelle alte regioni dell’Etiopia conosciute più tardi col nome di Abissinia, le cui popolazioni, da tempi antichissimi, professavano il giudaismo. Intorno allo stesso tempo le famiglie dell’Iberia (Transcaucasia), dell’Arabia meridionale e dell’Armenia abbracciano la nuova religione. I progressi più importanti, nell’Asia Centrale e nella Cina occidentale, sono però dovuti ai Nestoriani. Secondo i Nestoriani eressero due sedi vescovili, l’una in Samarcanda, l’altra in Sina — probabilmente Kan-ciu-fu, ove per interessi commerciali grande era la tolleranza religiosa — : e dalla famosa Tavola Nestoriana sappiamo che nell’anno 635 il missio-

nario nestoriano portò nella Cina i libri santi i quali furono poi tradotti in lingua cinese, e che alla fine del secolo VII esistevano chiese cristiane in tutte le provincie dell’Impero Celeste.

Anco prima di abbandonare le loro sedi al nord del Danubio, i Goti erano stati convertiti al Cristianesimo da , vescovo ariano (311-381), il quale tiene pure un posto eminente nella Storia della scienza del linguaggio come traduttore della Bibbia in lingua gotica.

Se si vuole prestar fede alle tradizioni locali, le prime predicazioni cristiane nella Provenza risalirebbero al I secolo, e già nel III secolo si sarebbero estese alla maggior parte della Gallia: nella seconda metà del secolo IV anche gli abitanti delle campagne abbracciano il Cristianesimo, per l’opera zelante di , vescovo di Tours ed apostolo delle Gallie; presso i Franchi, invasori del Nord, il battesimo di , dopo la battaglia di Tolbiac (anno 496), suggella definitivamente il dominio del paganesimo nelle contrade settentrionali della regione francese.

Nell’Irlanda (Ierne dei Greci, Hibernia dei Romani), convertita, nel secolo V, al Cristianesimo da (Patrik), fondatore e vescovo della città di Armagh, gli stabilimenti religiosi si succedono così rapidamente e tanto numerosi, che l’isola diventa ben presto il più attivo centro dell’Europa per la propagazione della Fede, e riceve il nome di Isola dei Santi (Sanctorum Insula) che ricorda quello di Isola Sacra già datole dagli antichi, secondo la relazione del cartaginese . E , nato nel 521, dopo aver fondato parecchi monasteri, istituisce sopra uno scoglio delle Ebridi a Iona una famiglia di uomini poveri e laboriosi al pari di lui, la quale in breve salì a grande celebrità; nè per trent’anni restò mai di valicare il mare col suo burchiello di vimini per recarsi a predicare il Vangelo agli Scoti ed ai Picti. Nei secoli VII ed VIII gli Irlandesi penetrano nell’Europa centrale fra i Germani e gli Slavi, riconquistando quanto era stato perduto dalla civiltà romana, occupano la Caledonia, le Orcadi, le Ebridi, le Shetland, le Färoer, e finalmente, nell’anno 795, la lontana Islanda.

L’anno 420, nel quale i Romani incominciarono ad abbandonare i loro dominii nella Bretagna, segna il principio di un nuovo periodo nel governo, nelle condizioni sociali, nella lingua e nella geografia politica di quella grande isola. Le cronache monastiche riferiscono che i Sassoni ed altri popoli della Germania settentrionale, i quali facevano loro principale occupazione della pirateria, erano stati richiesti dai Britanni perchè venissero in loro difesa contro gli attacchi delle tribù semibarbare stanziate a settentrione delle opere di fortificazione costrutte sotto , e . Il primo arrivo dei Sassoni alla imboccatura del Tamigi risale all’anno 449, e da quel tempo sino alla fine del secolo VI quei popoli germanici, insieme cogli Angli e gli Iuti, giungono a frotte nell’isola, e riescono a fondare, dall’angolo sud-est alle parti settentrionali ed alle regioni del centro, i sette regni conosciuti nella storia col nome complessivo di Eptarchia.

Nel 597, undici anni dopo l’ultima invasione degli Angli, sotto il pontificato di , giungono nella Bretagna i primi missionari sotto la direzione del monaco . Il re anglo-sassone si converte alla Fede, l’antico tempio pagano di Canterbury è ridotto a chiesa cristiana, ed in breve tempo tutti gli abitanti dell’isola, dalla Manica al Northumberland, abbracciano la nuova religione, il Cristianesimo. Una nuova luce si diffonde sulla geografia dell’Inghilterra, della Scozia e dell’Irlanda, quantunque, come nota il , questa geografia si limiti, quasi unicamente, ad enumerazione di diocesi, di stabilimenti religiosi, di chiese, di abbazie, ecc. Nella Storia Ecclesiastica del (morto nell’anno 735) si ha la prima geografia, alquanto particolareggiata, della Bretagna.

L’irlandese fonda le abbazie francesi di Luxeuil e di Fontaine, distrugge i rimasugli del paganesimo nei paesi dei Vosgi e del Giura, e converte i Sassoni e gli Alemanni stabiliti nei dintorni del lago di Costanza. Il più celebre dei suoi discepoli, , si conduce a vita romita in una foresta sulle rive della Steinach, ed in questo umile luogo sorge, circa cinquant’anni dopo la morte del pio monaco (anno 640), e sotto gli auspicii di , il monastero di San Gallo, primo fra tutti i centri scientifici e letterari dell’Europa nei secoli VII, VIII e IX.

Le prime predicazioni cristiane nei paesi del medio Danubio risalgono alla seconda metà del secolo V. In esse va specialmente ricordato (morto nel 482), fondatore di molte chiese e conventi nell’Austria propriamente detta, e raccoglitore delle prime notizie geografiche sopra questo paese.

Gli abitanti della Baviera (Boiari, Bavarii) sono convertiti al Cristianesimo da missionari franchi, tra cui (m. nel 654) e (m. nel 718). L’anglosassone , nel suo ritorno dal pellegrinaggio a Gerusalemme (nell’anno 730?), del quale egli stesso lasciò una minuta relazione, inizia le prime missioni cristiane nella valle dell’Altmühl, coadiuvato nel suo ministero da alcuni monaci Benedettini dell’abbazia di Monte Cassino, e fonda la chiesa di Eichstadt, che fu per molto tempo uno dei principali centri della cultura tedesca nell’Alemagna meridionale.

Furono pure missionari cristiani quelli che fecero meglio conoscere le contrade marittime della Frisia, già note agli antichi col nome di Insula Batavorum. , nato nel Northumberland verso la metà del secolo VII, fonda la prima chiesa olandese nel luogo detto dai Romani Traiectum (moderna Utrecht): a lui debbonsi anche i primi tentativi per introdurre il Cristianesimo in Danimarca. Ma sopra tutti i missionari della Germania va distinto l’anglosassone Vinfredo, comunemente conosciuto col nome di (680-755), le cui predicazioni si estesero, a cominciare dall’anno 719, nella Turingia, nella Frisia, nella Sassonia, nell’Assia ed in Baviera. A lui ed a , uno de’ suoi più fedeli discepoli, è dovuta la fondazione del monastero di Fulda, centro principale delle lettere e delle scienze in tutta la Germania centrale durante i tempi di mezzo.

Sottomessi dalle armi franche i popoli Sassoni dei bacini inferiori del Weser e dell’Elba, e condotti dall’esempio del duca e degli altri loro capi ad abbracciare il Cristianesimo, sorsero in quei paesi i vescovadi di Bremen, Halberstadt, Hildesheim, Minden, Münster, Osnabrück, Paderborn, Verden e la famosa scuola di Corbia (Corvey), così detta dalla Corbeja Vetus della Gallia, illustrata dalle prime missioni di , l’apostolo del Nord (826-872). Questo grande missionario può essere considerato come lo scopritore della Scandinavia, appena menzionata dagli scrittori del periodo romano; per suo mezzo furono eziandio meglio conosciuti i paesi dell’Holstein, dello Schleswig e la penisola del Jütland (antica Chersonesus Cimbrica).

Col regno di imperatore (937-973) incominciarono i grandi progressi della geografia nelle contrade ad oriente dell’Elba, grandemente favoriti dalle vittorie di Ottone sulle popolazioni slave dei Sorbi e dei Vendi, dalla fondazione di vescovadi che diventarono altrettanti focolari di propaganda religiosa attraverso paesi e popoli dianzi affatto sconosciuti nell’Occidente, e, per ultimo, dallo stabilimento, nelle contrade assoggettate, delle così dette Marche, poste sotto la giurisdizione di Margravi.

Le predicazioni di (997-1000), vescovo di Praga, procacciano le prime notizie positive sulla geografia dei paesi appartenenti ai bacini dell’Oder, della Varta e della Vistola; la scuola di Griesen diventa, a guisa di quelle occidentali di Fulda e di Corvei, il principale nucleo degli studi religiosi e scientifici nei paesi più orientali dell’Europa allora conosciuta.

Ampie notizie geografiche sulle contrade degli Slavi trovansi nell’opera Chronicon Slavorum composta dal sacerdote di Lubecca (secolo XII) compagno al vescovo nei suoi viaggi in quelle contrade.

, vescovo di Bamberg (prima metà del secolo XII) è considerato, a buon diritto, come l’apostolo della Pomerania. Nelle sue numerose missioni egli percorse la massima parte dei paesi tra la Vistola e l’Elba, la regione corrispondente al moderno Meklenburgo, la Pomerania e l’isola di Rügen. Pare che prima di intraprendere il suo viaggio nella Pomerania egli non avesse notizia del mar Baltico, poichè si manifesta sommamente sorpreso dalla estensione di questo bacino marittimo, tanto grande che «dal mezzo di esso le rive opposte sembrano quali nuvole all’orizzonte». Al medesimo Ottone debbesi la introduzione della coltura della vite nelle campagne di Stettino, di Cammin e di Colberg, luoghi della Pomerania.

Cinquantatre anni, dal 1230 al 1283, durò la conquista e, con essa, la scoperta della Prussia propria, cioè della regione tra la Vistola inferiore ed il Memel. Nel 1239 cade la fondazione del primo stabilimento cristiano in Elbing; nel 1250 quella di Königsberg. Anco più lenta fu la propagazione del Cristianesimo nella Lapponia e nella Lituania; le prime missioni cristiane penetrarono in Lapponia nell’anno 1330, e la conversione dei Lituani non è anteriore all’anno 1386.

Nei paesi al sud del Danubio inferiore, cioè nel regno di Bulgaria fondato nella seconda metà del secolo VIII, molte famiglie sono già convertite alla nuova religione nell’anno 860; lo stesso è, pochi anni dopo, dei Russi stabiliti nel bacino medio del Dnjepr (Ucrania) per opera di missionari Greci. E la prima geografia della Russia meridionale adiacente al mar Nero si fonda per l’appunto sopra notizie radunate da scrittori greco-bizantini, e particolarmente sull’opera De Thematibus scritta dall’imperatore (secolo X), nella quale è una completa descrizione delle provincie e delle prefetture dell’Impero Bizantino.

e , della scuola di Cherson, introducono il Cristianesimo nella Boemia (anno 895), e quando gli Ungheri o Magiari, sconfitti da nella sanguinosa battaglia di Lechfeld presso Augusta (anno 955), si ridussero definitivamente a stabile dimora nelle pianure del Danubio e della Theiss, la fede cristiana trovò anche presso quelle popolazioni, dianzi barbare e feroci, facile accesso, specialmente sotto il regno di , apostolo e legislatore dell’Ungheria.

Ammiano Marcellino (320-396 di C.)

3. Ammiano Marcellino (320-396 di C.).— Se ora ci facciamo ad esaminare le opere di quegli autori che trattarono di cose attinenti alla geografia tra il IV ed il X secolo dell’Era Cristiana, primo ci si presenta, in ordine cronologico, il greco di Antiochia, le cui storie, Rerum Gestarum, libri XXXI, sono assai ricche di notizie geografiche, in parte tolte da e da altri scrittori, in parte dedotte dalle osservazioni fatte dall’autore in molti viaggi nell’Egitto, nella Siria e nelle altre parti dell’Oriente, nella Bretagna e nelle Gallie. Il loro maggiore interesse sta in ciò, che esse ci fanno assistere al principio del movimento delle tribù nomadi e guerriere, le quali, uscite dal fondo delle contrade germaniche o dalle regioni occidentali dell’Asia, dovevano condurre, in meno di cento anni, alla rovina della metà occidentale dell’impero romano. In questa parte, che diremmo etnografica, le storie sono un lavoro veramente originale, e giustificano quanto si è detto da alcuno, con alquanta esagerazione ma non senza un fondo di vero, che è l’ della storia moderna.

Lo stesso non si può dire delle parti del lavoro che trattano di geografia positiva, giacchè ben sovente l’autore vi cade in gravi e poco scusabili errori. Del Tanai è detto che, nascendo dalle rupi Caucasie, cade per sinuosi sentieri e, dividendo l’Asia dall’Europa, si perde nella palude Meotide (XXII, 8). Il Ponto Eussino ha, secondo Ammiano, la forma di un arco scitico congiunto dalla sua corda; i due Bosfori, il Tracio ed il Cimmerio, occupano le due estremità dell’arco, l’una occidentale, l’altra orientale, e sono perciò situati l’uno rimpetto all’altro nella direzione da occidente ad oriente. Lo stesso mare è chiuso dalla Palude Meotide da quella parte donde il sole sorge dall’Oceano orientale (XXII, 8). Le Gallie sono limitate verso occidente dall’Oceano e dalle alture dei Pirenei (XV, 10), per cui saremmo condotti a ritenere che Ammiano desse a questo gruppo di montagne una direzione meridiana, similmente a quanto diceva . Il lago detto dai Reti Brigantia (lago di Costanza) è lungo 460 stadi e largo quasi altrettanto, ed è paragonato ad una mistura fangosa (XV, 4). Affatto sbagliata è l’orientazione dell’Egitto (XXII, 15): «La nazione egizia, dice Ammiano, è chiusa a mezzogiorno dalle Sirti maggiori, dai Garamanti e da altre varie genti; donde guarda all’Oriente le si stendono intorno Elefantina e Meroe città degli Etiopi e i Catadupi e il mar Rosso, e quegli Arabi Sceniti che noi chiamiamo Saraceni; dalla parte settentrionale confina con quell’immenso spazio di terra donde hanno principio l’Asia e le provincie della Siria: a ponente è terminata dal mare Issico denominato da alcuni Partenio». Ed altri esempi di simili inesattezze potremmo qui addurre se non lo vietasse la economia del lavoro.

Non mancano tuttavia nelle Storie di notizie che danno indizio di un certo progresso, specialmente nella geografia dell’Asia centro-occidentale. Così, tra gli scrittori dei primi tempi del Medio Evo, egli è l’unico che alluda all’esistenza del lago di Aral, nel seguente passo che si legge nel capitolo 6° del Libro XXIII: «Ai piedi dei monti chiamati Sogdii stanno i Sogdiani: fra i quali scorrono due fiumi attissimi ad essere navigati, l’Araxates e il Dymas, che per gioghi e per valli precipitando discorrono in una campestre pianura e formano l’ampia palude chiamata Oxia».

Lo storico di Antiochia si dimostra anche molto famigliare coi vari e molteplici argomenti della geografia fisica. «Nelle parti del Ponto che sono esposte all’aquilone ed alle brine indurisce il ghiaccio per modo, che nè i fiumi, per quanto si crede, scorrono sott’esso, nè però sull’infido e labile suolo possono fermare il passo e gli uomini e le bestie: difetto cui non soggiacciono i veri mari, ma quelli soltanto ai quali frammischiansi troppe acque di fiumi» (XXII, 8). In questo fatto è chiaramente espressa la differenza tra i gradi termometrici corrispondenti al congelamento delle acque dolci e a quello delle acque marine. Circa alle piene del Nilo, l’opinione, che gli pare

la più accreditata, è quella che «traendo i venti così detti Prodromi, e poi per quarantacinque giorni continui gli Etesii, ne contrariano il corso per modo, che l’onda risospinta si gonfia e straripa; e per quel soffio contrario crescendo ogni più, e da una parte resistendo la forza dei venti, dall’altra incalzando il corso delle sorgenti perenni, il fiume sollevasi altissimo e copre ogni cosa, e facendo disparire la terra si allarga sui campi e rende sembianza di un mare» (XXII, 15). Quanto alle sorgenti del fiume egiziano, egli pensa che «rimarranno ignote anche all’età avvenire, come si ignorano dalla presente»: tuttavia ammette ciò che diceva il re Giuba «che il Nilo nasce da un certo monte situato nella Mauritania e riguardante all’Oceano, perchè nelle paludi mauritane trovansi pesci, erbe e mostri simili a quelli del Nilo» (Ibid.)..

ci ha conservate le opinioni già manifestate da e da intorno alle cause dei terremoti. Secondo Anassagora questo fenomeno è prodotto da che «i venti entrando con forza nelle parti della Terra, traggono contro massi indurati, e non trovandovi luogo da uscirne, sommovono quelle parti del suolo, nelle quali è penetrata la umidità. Laonde il più delle volte si osserva, che nei terremoti non sentesi vento che soffi, perchè tutti sono occupati nei reconditi nascondigli del globo». E Anassimandro dice, che «la terra, o troppo inaridita dalla troppa siccità della state, o troppo bagnata dalla pioggia, apre grandi crepature, per le quali cacciandosi poi l’aria esterna e troppo, e con troppa forza, la scuote con soffi violenti nelle sedi sue proprie. Perciò questi terribili fenomeni sogliono accadere nei tempi di grande siccità, o di pioggie eccessive» (XVII, 7). Lo storico passa quindi a trattare delle specie di tremuoti, tra cui le brasmazie, che sommovono fortemente la terra e slanciano in alto moli stragrandi; le climazie, che vengono oblique e da lato, ed appianano città, edifizi e montagne; le casmazie, per cui si spalancano delle voragini, che inghiottiscono parti di terreno; finalmente i micemazii, cioè i terremoti nei quali gli elementi, sciogliendosi i loro legami, da sè medesimi si sollevano e ricadono abbassandosi la terra (Ibid.) .

Macrobio

4. . ― La esistenza di una grande Terra meridionale divisa, per mezzo dell’Oceano, dalla parte della superficie terrestre corrispondente al Mondo Antico, era già stata ammessa da e da . Tale era la opinione generale degli Alessandrini, eccezione fatta da e da’ suoi seguaci, e la si ritrova più tardi in , in , in ed in , scrittore greco della prima metà del secolo V. Quest’ultimo, analizzando la teoria Aristotelica, secondo la quale le due masse continentali abitabili sono l’una dall’altra separate per mezzo di un Oceano che occupa tutta la zona calda, aggiunge che questo Oceano è circondato da quattro altre terre divise da canali che conducono nel nostro emisfero le acque del mare esterno. Molto acutamente osserva Ales- , che se avesse conosciuto il Commentario di — di cui prima dell’anno 1492 erano già state pubblicate tre edizioni — sarebbe stato certamente colpito da questa Terra quadrifida, di cui due parti erano situate nell’emisfero settentrionale, a guisa di quanto supponeva (Lib. I, Cap. IV, 6); imperocchè un navigante che, partendo dalle coste dell’Iberia, si fosse diretto verso occidente, avrebbe necessariamente incontrato sul suo cammino la massa continentale invisibile per quelli che dimoravano nella nostra Terra abitabile. Se si immagina l’Africa settentrionale separata dalla meridionale per mezzo di un Oceano equinoziale, e l’istmo di Panama surrogato — come forse lo era nei tempi preistorici — da un canale marittimo, la Terra quadrifida di Macrobio sarebbe rappresentata dall’America del Nord, dall’Asia coll’Europa sua appendice peninsulare, dall’Africa e dall’America meridionale.

È singolare la spiegazione che Macrobio dà delle maree. Il letto principale dell’Oceano, formante la divisione tra la coppia settentrionale e la coppia meridionale della Terra quadrifida, si scompone, ad oriente, in due rami, l’uno dei quali si dirige a settentrione, l’altro a mezzodì; lo stesso avviene nella direzione di occidente. I due rami settentrionali si incontrano al nord della prima coppia, e i due rami meridionali si incontrano al sud della seconda coppia: da questi urti sono prodotti il flusso ed il riflusso, e, se in alcun luogo del Mediterraneo si notano questi due movimenti, essi debbonsi considerare come una dipendenza del movimento generale dell’Oceano.

Quantunque nel sistema geografico di Macrobio prevalga la regolarità che forma uno dei tratti più caratteristici della geografia presso gli antichi Greci, non si può tuttavia arguire, dalle cose che si leggono nel Commentario, che egli adottasse la teoria dei quattro golfi, quale è espressa, tra gli scrittori anteriori a , in , in , ed in . Nel primo di questi scrittori si legge: «Quindi col fiore del suo esercito egli () discese in Ircania, e veggendo quel seno di mare che, a quel che appariva, non era minore del Ponto, ma che più dolce era dell’altro mare, per quanto indagasse non potè mai rilevare nulla di certo intorno ad esso; ma più di tutto s’avvisò che fosse un ristagno della palude Meotide. Non fu occulta per altro ai fisici la verità della cosa, i quali molti anni prima di quella spedizione di Alessandro avevano già scritto, che di quattro seni che son nella terra, e che vi penetrano dal mare esteriore, il più settentrionale si è questo che mare Ircano e Caspio si appella». Gli altri tre golfi o seni erano il mare nostro (Mediterraneo), il mar Rosso ed il golfo Persico. Del resto anche considerava il mar Caspio come formato dall’Oceano a somiglianza del mar Rosso e del mare Indico, quantunque dichiari di non ignorare che alcuni geografi assicurassero il contrario, cioè facessero di quel mare un bacino a sè e affatto indipendente dall’Oceano mondiale.

Macrobio ammette, per la circonferenza massima della sfera terrestre, lo sviluppo di 252.000 stadi: il diametro terrestre è adunque di 80.000 stadi (Lib. I, Cap. XX). La lunghezza dell’ombra proiettata dalla Terra si ottiene, secondo il medesimo autore, moltiplicando per 60 la lunghezza del diametro, ed è pertanto di 4.800.000 stadi, i quali rappresentano inoltre il raggio della circonferenza descritta dal Sole (Ibid.). Ma il diametro solare equivale alla 216a parte di questa circonferenza, ed è perciò di quasi 140.000 stadi (). Il rapporto del diametro della Terra al diametro solare è adunque come quello di 8 a 14, o, all’incirca, come quello di 1 a 2, e la sfera del Sole risulta otto volte maggiore della sfera terrestre.

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