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Ai lettori
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Ogni studioso che acquista un’edizione nuova di un libro vecchio, ha il diritto di sperare che questa nuova edizione vinca di pregio tutte le precedenti; ed ha pure il diritto di conoscere quali cure vi siano state spese attorno, perchè la sua giusta speranza non fosse delusa. È mio dovere pertanto di soddisfare a questo secondo diritto, per indurre nell’animo dei lettori la persuasione che anche al primo si è cercato di soddisfare.
Da un attento esame delle più pregiate fra le molte edizioni di questo libro, mi venne fatto di scorgere che qua e là in più luoghi esse discordavano essenzialmente; tanto che a voler dare un’edizione più genuina che fosse possibile, era mestieri di risalire alle fonti; cioè all’edizione principe, fatta in Venezia dal Giunti l’anno 1581, ed assistita da , nepote di . Ma per mala sorte cotesta fonte era avuta in conto di molto impura dagli uomini di lettere; onde il ritornare ad essa, e riprodurla tal quale, non sarebbe stato altro che un ripristinare gli errori. Volli nondimeno toccar con mano, e mi avvidi che il giudizio dei letterati non era ingiusto. Ma insieme conobbi che ciò era bastato per isbrigliare l’arbitrio degli editori, la cui licenza erasi andata esercitando in molti e molti mutamenti, suggeriti ora dal desiderio di far troppo bene, che torna a male, e ora dall’ignoranza della nostra lingua e di certe sue forme invecchiate. La fama di scorretto nuoce ad un libro, come la fama di bugiardo ad un uomo: «Anche se dice il ver non gli è creduto». Tale mi è sembrata la sorte di questa edizione Giuntina; che se non è delle più accurate, ha veduto però nascer da sè figlie molto più trascurate di lei. Quanto a me, io non ho voluto che questa sua mala fama facesse velo alla più severa imparzialità; e dove l’errore non era manifesto, alla Giuntina mi sono attenuto piuttosto che ad altra qualunque edizione. Ma come discernere il vero dal falso? In ciò appunto credo che consista l’ufficio e lo studio di chi invigila ad una ristampa. Il riscontro dell’originale latino, l’esame del contesto, l’investigazione delle proprietà di nostra lingua, sono stati i miei criteri. Ma questi criteri qualche volta sono fallaci, e spessissimo insufficienti; onde io posso bene essermi ingannato. Il lettore ne giudichi da qualche saggio:
Libro I, verso 123, G.: Eolo a rincontro: a te, regina, disse, Conviensi che tu scorga i tuoi desiri; Al.: scopra. Che scorgere significhi anche scoprire, manifestare lo dice anche il vocabolario, e chi al vocabolario non credesse troverà in (Trad. di Plutarco, Vita di Aristide, § 3) Si scorse in senso di Si palesò, si manifestò, avendo il greco la voce ἐφαίνετο. — I, v. 144, G.: Le sarti; Al.: le sarte. Quantunque non vi sia alcuna difficoltà a credere che il Caro scrivesse le sarti, come il disse le pianti, il le spesi, il le erbetti, ed infiniti altri similmente, pure il leggersi poi sempre sarte in tutto il resto dell’ mi ha fatto forse pentire di aver lasciato le sarti. — I, v. 328, G.: Per vari casi e per acerbi e duri Perigli è d’uopo a far d’Italia acquisto; Al.: è d’uopo far d’Italia acquisto. Quell’a pare abbia dato molta noia agli editori, perchè tutti la vollero bandita, e con questo ci regalarono un verso molto cadente e slombato. Supponendo, quel che essi doveron supporre, che quell’a faccia le veci di per, a fine di, certamente non se ne cava senso: ma supponiamo che stia invece della particella di; nessuno avrà difficoltà d’intendere queste parole: È d’uopo di far acquisto d’Italia per vari casi e pericoli. Resta però sempre a provare che l’a stia invece del di, e che si possa indistintamente dire: È d’uopo a fare una cosa. Io credo che una tal prova si abbia in questi esempi dello stesso , VI, v. 1115: Indi a venir n’è dato Negli ampi elisii campi; e XII, v. 1167: Stan dubie a cui di lor marito e donno Sia de l’armento a divenir concesso; nei quali casi ora diremmo, ne è dato di venire, o, ne è dato venire; concesso di divenire, o concesso divenire: mentre invece lo stesso , VII, v. 433, ha detto: Incominciava d’alzar gli alberghi e di fondar le mura, ove noi ora comunemente diremmo, Incominciava ad alzar gli alberghi e a fondar le mura. — I, v. 596, G.: O Dea, se da principio i nostri affanni Io contar ti volessi e tu con agio Udiste una da me si lunga istoria, Non finirei, che fine avrebbe il giorno. Nella parola udiste a tutti gli editori è sembrato di scorgere un errore, ed anche a me sembra; poichè, supponendo pure che udiste sia in luogo di udisti, non è questo il modo e il tempo del verbo che il contesto richiede. Gli altri editori vi hanno sostituito udir; io, per osar meno, ho mutato il t in s, e ne ho fatto udisse. – I, v. 1031, G.: Enea, cui la paterna tenerezza Quetar non lascia, a le sue navi innanzi Spedisce Acate; Al.: Enea, la cui paterna tenerezza Quetar non lascia, ec. Una tale trasposizione, oltrechè dà un verso fiacchissimo, distrugge a mio credere la sintassi. – III, v. 698, G.: Sovr’a tutto io l’assenno, ti predico, Ti ripeto più volte e ti rammento; Al.: ....t’accenno; Virg.: Unum illud tibi, nate dea, proque omnibus unum Praedicam, et repetens iterumque iterumque monebo. – III, v. 895, G.: È.... capace Di molti legni il porto ove sorgemmo; Al.: ove giugnemmo. Il verbo sorgere ha il significato di approdare, e glielo danno anche i vocabolarietti ad uso delle scuole. Eppure qui gli editori hanno creduto di negarglielo, mentre poi glielo hanno concordemente concesso al L. VI, v. 1042: A la riva Del mar Tirreno il mio navile è sorto. — IV, v. 733, G.: Or poi che la meschina Fu da tanto dolor da tanto affanno Appresa e vinta; Al.: Oppressa; Virg.: Ergo ubi concepit furias evicta dolore. — V, v. 1016: E tu de’ tuoi Ciò che t’avanza.... a lui si lasci. Così leggono tutte le edizioni; e noi per dar sintassi al periodo eravamo tentati di scrivere a lui qui lascia, o, a lui si lascia: ma non abbiamo osato. — VII, v. 975, G.: tirar lame d’acciaio fila d'argento; Al.: d’acciar. Come noia, gioia e simili sono monosillabi nei versi di molti poeti, e fin del , così acciaio qui è bisillabo, quantunque in altri luoghi il Caro stesso lo faccia trisillabo. — VII, v. 1018, G.: Con la madre il poderoso iddio Quivi si mescolò quando di Spagna, Da Gerione estinto (cioè, dopo avere estinto Gerione) ai campi venne Di Laurento; Al.:... Di Spagna, Estinto Gerione, ai campi venne ec. Io non so se possa farsi mutazione più temeraria. - IX, v. 177, Quante.... Eran le navi, tante di donzelle Si vider per lo mar sereni aspetti. Così, dietro alla Giuntina, tutte le edizioni: io ho creduto di dover mutare il tante in tanti. - IX, V. 986, G.: tonò dal manco Sereno lato; Virg.: De parte serena Intonuit lævum; Al.: Tonò dal manco Sinistro (!) lato. - IX. v. 1117, G.: Il grave sasso.... Da l’alto ordigno, ov’era dinanzi appreso, Si spicca e piomba; Al.: appeso. Mi pare che il testo dia ragione alla Giuntina: Saxea pila cadit, magnis quam molibus ante constructam ponto iaciunt. - X, v. 1249, G.: E ’l tuo fatto; Al.: E ’l tuo fato: VIRG.: Factaque.
L’addurre i molti altri esempi che potrei, e l’additare i luoghi in cui ho creduto dovermi scostare dalla Giuntina e seguire le altre edizioni, riuscirebbe non meno grave al let- tore che a me. E già le mie parole son troppe. Mi occorre però ancora di dire che non m’è piaciuto d’imitare l’esempio degli altri editori, i quali hanno ammodernato molti vocaboli. Ed ho lasciato il suffocare, il Bora, il fulgurò, il vertú, lo sbergo, l’occisione, l’occiso, l’effigi, il profetezza, le redine, il sossidio, l’essequire, il Volcano e moltissimi altri. Ma come l’uso di queste forme non era costante della Giuntina, così anche qui si è mantenuta la stessa incostanza e vi si legge pure sussidio, uccise, folgorare, Vulcano ec. ec. Queste minuzie mi pare che giovino alla storia delle parole.
Quanto all’ortografia ho tenuto questa regola, che, trattandosi di versi, mi è sembrata la più sicura: se l’uso odierno non induceva alcuna variazione di armonia, di accenti, di suoni o di consonanze, ho seguito l’uso odierno: e così di a i, de i, ne i, e simili ho fatto ai, dei nei; ma dove per seguire quest’uso era mestieri aggiungere o togliere una qualche lettera, onde ne usciva qualcuna delle dette variazioni, l’uso antico mi è parso da preferire: e però di si come, di poi che, di a le, di ne la, non ho fatto siccome, poiché, alle, nella.
Dirò per ultimo che ad utilità degli studiosi è stato fatto precedere il poema dagli argomenti che dettò in latino Dübner per la elegantissima edizione del Virgilio di Didot, e che tradotti e così riuniti in principio del libro, formano una succinta narrazione dei fatti d’Enea. Si è creduto pure di provvedere al comodo dei lettori mettendo nel margine superiore di ciascuna pagina la numerazione dei versi italiani, e nell’inferiore quella dei versi latini corrispondenti.
1860.
Argomenti
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NB. — Le cifre notate in questi Argomenti richiamano la numerazione dei versi latini che è a piè di ogni pagina del libro.
Protasi ed invocazione della Musa 1-11. Giunone a danno dei Troiani domanda ed ottiene da Eolo che scateni una violentissima tempesta contro di loro, che navigano dalla Sicilia in Italia, 12-123. Nettuno sorge a sedare la burrasca; e i Troiani, balestrati dal mare e dai venti verso la Libia, vi approdano, 124-158. Enea, preso terra, fa preda, alla caccia, di sette grossi cervi, che distribuisce, uno per ciascuna, alle sette navi campate dal naufragio; quindi cerca di rianimare i suoi compagni, già stanchi del lungo errare, colla speranza del vicino riposo, 159-222. Frattanto Venere patrocina appo Giove la causa del suo Enea e de’ Troiani: e Giove, svelatole l’arcano dei fati, consola il dolore della figlia colla speranza di una felice posterità, e della futura grandezza di Roma, 223-296; e intanto nascostamente manda Mercurio per disporre a mitezza verso i nuovi arrivati l’animo de’ Peni, 297-304. Quindi Venere si fa incontro ad Enea che ignaro de’ luoghi andava attorno per esplorarli, gli annunzia che le navi disperse erano salve, e in pari tempo gli mostra Cartagine, cui poco lungi di là stava fabbricando Didone, 305-489. Enea, per favore della madre nascosto con Acate dentro di una nube, entra in Cartagine; quivi ammira le opere a cui si dà mano, e vede i suoi compagni amorevolmente accolti da Didone, 490-585. S’apre la nube: e Didone stupisce alla vista e all’avventura d’Enea, lo conduce alla reggia, manda per Ascanio con doni, ed invia gran copia di vettovaglie ai compagni d’Enea, 586-656. Ma Venere diffidando di un’ospitalità concessa in terra devota a Giunone, ed anco dell’indole fiera de’ Peni, rapisce Ascanio ai boschi d’Idalia, e in sembianza di lui manda il suo Cupido, perchè fra gli abbracciamenti e i baci della regina, le inspiri insensibilmente focoso amore d’Enea, 657-722. Gran convito nell’aula. Didone prega Enea che le narri l’eccidio di Troia, i suoi casi, i suoi lunghi errori, 723-756.
Benchè a malincuore, Enea così racconta i luttuosissimi eventi, 1-13. I Greci, affranti dalla decenne guerra e diffidando del proprio valore, ricorrono all’inganno: facendo vista di fuggire, veleggiano a Tenedo, e dietro quell’isola si nascondono, dopo aver lasciato sul lido un cavallo di legno, in cui aveva rinchiuso i più eletti fra i capi dell’esercito, e che avevano costruito di tanta grandezza, da non lo potere accogliere entro le porte di Troia. I Troiani parte indotti dalle frodi di Sinone, parte atterriti dal supplizio di Laocoonte, demolita una parte del muro, trascinano il cavallo fin sulla ròcca, 14-249. A notte avanzata i Greci rivenuti da Tenedo invadono la città, le cui guardie erano già state uccise dai guerrieri usciti dal cavallo, 250-267. Intanto Ettore apparisce in sogno ad Enea e lo esorta di provvedere al suo scampo colla fuga, e di salvare dall’incendio gli Dei patrii, 268-297. Ma egli, anteponendo alla fuga una morte onorata, corre alle armi; e in sul primo far impeto la fortuna arride ai Troiani; onde, seguendo il consiglio di Corebo, indossano le armi dei nemici uccisi: ma poi riconosciuti dai Greci e presi in iscambio dagli amici, finiscono oppressi dalle armi degli uni e degli altri, 298-437. Frattanto si dà l’assalto alla reggia di Priamo, che muore miseramente trucidato da Pirro figlio di Achille, 438-558. Tentata indarno ogni prova, Enea, vedendo gli stessi numi dar mano alla distruzione di Troia, affida al padre suo Anchise gli oggetti sacri, e toltosi lui su le spalle, preso Ascanio per mano, ingiunto alla moglie Creusa di seguirlo da presso, si dà alla fuga, 559-729. I Greci l’inseguono. Nel tumulto si smarrisce Creusa; ed egli a ricercarla mentre invano ritorna e s’aggira per gl’incendi della città, vede farglisi incontro l’ombra della consorte che gli fa vaticinii intorno all’Italia, e gli raccomanda Ascanio, 730-794. Allora ritorna al luogo ov’erano i compagni, e vede che vi s’è accolta gran moltitudine di uomini e donne, pronti tutti a seguir la sua sorte, 795-804.
Caduta Troia, Enea raccoglie i superstiti e messa in assetto, presso Antandro, un’armata di venti navi, fa vela, ed approda primieramente nella Tracia. Quivi mentre sta gettando le fondamenta di una città, è atterrito dal prodigio di Polidoro, ucciso già da Polimestore: onde salpa di nuovo e prende terra a Delo, 1-77; dove consultando l’oracolo di Apollo, ne ha il responso che «dee ritornare all’antica madre della sua gente:» il quale oracolo male interpretato da Anchise fa volgere i Troiani a Creta, 78-120. Ivi, quando già sorgevan le mura, una fierissima pestilenza li flagella. Onde Enea, ammonito in sogno dai Penati, abbandona Creta e si dirige verso l’Italia, 121-269. In questa navigazione colti da improvvisa tempesta, son gettati alle isole Strofadi, di dove respinti dalle offese delle Arpie e dai tristi presagi di una di esse, Celeno, riparano ad Azzio, e vi celebrano i giuochi in onore di Apollo, 270-290. Di là si tragittano a Corcira, e nell’Epiro, che allora era soggetto all’indovino Eleno, un figlio di Priamo. Il quale dopo le accoglienze oneste e liete espone ed Enea tutti i pericoli di terra e di mare che gli restano a correre, e gli apre l’arcano dei fati, 291-505. Lasciatosi dietro l’Epiro, Enea, costeggiando Taranto in sulla punta d’Italia, arriva in Sicilia, in luogo non lontano dal monte Etna: dove raccoglie Achemenide, un Greco abbandonato da Ulisse nell’antro del Ciclope: alle preghiere e alle notizie di costui intorno all’immanità dei Ciclopi, Enea scioglie di nuovo, 506-683; e memore degli avvisi di Eleno, per cansare Scilla e Cariddi, fa il lungo giro della Sicilia, finchè, giunto a Drepano, ivi perde Anchise, che se ne muore per vecchiezza, 684-711. Di là, mentre naviga verso Italia, è sbalzato in Affrica da quella bufera che è narrata nel primo libro. — Qui finisce la narrazione di Enea, 712-718.
Didone, accesa d’amore per Enea, scopre la sua passione alla sorella Anna, e seguendo il consiglio di lei volge l’animo all’idea delle nozze, 1-39. Allora Giunone, per potere più agevolmente allontanare Enea dall’Italia, tratta con Venere perchè anch’essa consenta a queste nozze; ed a lei stessa commette di trovarne il modo e l’opportunità, 90-128. La dimani Enea con Didone usciti ad una gran caccia sono sorpresi da un turbine mandato da Giunone: onde la numerosa comitiva è dispersa, ed Enea con sola Didone riparano ad una caverna: quivi seguono le infauste nozze, 129-172. Jarba re de’ Getuli, alla notizia che gli reca la fama di questo amore, mal sopportando di vedersi da Didone posposto ad un forestiero, ne chiede vendetta a Giove; il quale spedito ad Enea Mercurio, gli ingiunge di abbandonar subito l’Affrica e navigare verso l’Italia, 173-278. Al cenno di Giove, Enea dà ordine che di nascosto si mettano in punto le navi, 279-295. Ma Didone, insospettita di questa preparativi, ne muove gravi querele ad Enea, e pregando e piangendo si affanna per istornarlo da’ suoi propositi; quindi per intercessione della sorella tenta d’impetrare che almeno si trattenga ancora per poco, 296-449. Tutto è nulla. Sicchè la regina, non reggendo a tanto dolore, decreta di morire, 430-473: e fatta alzare nell’alto della reggia una gran pira, finge di voler celebrare certe cerimonie magiche per liberarsi di quell’amore, 474-521, il quale invece, diventando furore, la fa dare in ismanie, 522-553. Intanto Enea, novamente avvisato in sogno da Mercurio, nottetempo si mette in mare, 553-583. Didone, la mattina, vedendo i Troiani già in alto, impreca ogni male ad Enea, consacrandolo alle furie, 584-629; poscia per allontanare da sè anche Barce, la nutrice del primo suo marito Sicheo, la manda con un pretesto dalla sorella, e in quel tempo si dà la morte, 630-705.
Enea mentre veleggia verso l’Italia è trasportato in Sicilia dalla violenza d’una procella, 1-34. Quivi amorevolmente accolto da Aceste, celebra l’anniversario solenne ai Mani di suo padre Anchise, cui lo stesso giorno dell’anno precedente aveva seppellito a Drepano, e gli consacra il tumulo e i giuochi, 35-103. Nella corsa delle navi vince Cloanto, 101-285; in quella a piedi vince Eurialo per inganno di Niso, 286-362. Il vecchio Entello al pugilato abbatte Darete, che menava giovanili iattanze, 363-484. Nel trar d’arco supera tutti Eurizione, ma per un prodigio il premio viene aggiudicato al vecchio Aceste, 485-544. Quindi Ascanio in compagnia di nobili fanciulli rallegra tutti dello spettacolo di giuochi equestri in finta battaglia, 545-603. In questo mezzo le donne troiane, stanche della lunga navigazione ed istigate da Iride, appiccano il fuoco alle navi, e ne incendiano quattro; le altre salva Giove con una pioggia improvvisa, 604-699. La notte seguente Anchise apparisce in sogno ad Enea, ed a nome di Giove lo avverte di lasciare donne e vecchi in Sicilia; e che egli col forte dei giovani prosegua alla volta d’Italia; e là che si rechi nell’antro della Sibilla, la quale deve condurlo ai campi Elisi per udire da lui stesso il resto de’ fati, 700-740. A queste ingiunzioni obbedisce Enea dopo aver fabbricato in Sicilia una città, cui diè neme Acesta, 741-778. Mentre è in mare, Nettuno a preghiera di Venere gli fa sicuro il viaggio, 779-834. Ma Palinuro il pilota, vinto dal sonno, cade in mare e con esso il timone, 835-871.
Sorto a Cuma, Enea va nell’antro della Sibilla; e celebrato secondo il rito un sacrificio nel tempio di Febo, dall’invasata Sibilla apprende gl’imminenti pericoli e i casi della vicina guerra, 1-97. Seguono le istruzioni per impetrare il permesso di scendere in Inferno, 98-155. Trovato sul lido il cadavere di Miseno, lo bruciano, e gli dan sepoltura ai piedi del vicin monte, che da ciò prende il nome di Miseno, 156-235. Quinci, còlto il ramoscello d’oro e sacrificate le vittime, Enea guidato dalla Sibilla, per le grotte d’Averno discende all’Inferno, di cui si descrive l’ingresso, 236-336. Palinuro errante intorno alla palude Stigia, perchè il suo corpo è privo di sepoltura, desidera tragittare insieme con loro; ma la Sibilla lo impedisce, e lui consola con la speranza di un cenotafio e di esequie, 337-383. Passata la Stige e assopito Cerbero con focacce medicate, Enea trascorre per le sedi degl’infanti e dei condannati per falso delitto: e di là giunge ai violenti contro sè per insofferenza d’amore, e fra questi parla a Didone, che sdegnosa non gli risponde, ma gli si toglie dinanzi, 384-476. Passando oltre, scorge Deifobo fra le ombre dei valorosi in arme, tutto malconcio da molte ferite, e da lui gli è narrato il misero modo della sua morte, 477-534. Lasciatosi quindi a sinistra il Tartaro, e sapute dalla Sibilla le pene dei malfattori, 535-627, va alla reggia di Plutone, e sulla soglia di essa configge il ramoscello d’oro, 628-636. Dopo ciò perviene alle sedi de’ boati, e là Museo lo con- duce al cospetto del padre. 637-678. Allora Anchise spiega ad Enea l’origine, la purgazione e l’ultima sorte delle anime, 679-755; gli fa l’enumerazione dei re di Alba e di Roma, e ricordati alcuni nomi d’illustri Romani, viene alle lodi di Giulio Casare e di Augusto, 756-859; e finisce, levando a cielo Marcello, figlio di Ottavia, colpito da immatura morte, 860-888. Enea, uscito all’aria per la porta d’avorio, rivede i compagni, ed arriva a Gaeta, 889-902.
Gaeta è così detta dal nome della nutrice di Enea che ivi fu sepolta, 1-4. Da Gaeta l’eroe vedendo i lidi della dimora di Circe, col vento in poppa imbocca nel Tevere, e vogando contr’acqua approda nell’agro Laurente, 5-36. Invocata di nuovo la musa, il poeta narra quale fosse in quel tempo lo stato del Lazio, e da quali prodigi fosse stato anche quivi annunziato l’arrivo dei Troiani, 37-106. Enea si accorge esser venuto il termine del luogo viaggio dal cibarsi che i suoi fanno delle mense: adora gli Dei, e manda oratori con doni al re Latino per domandare tanto spazio di terreno da fabbricare una città. Quindi s’accampa, 107-159. Latino accoglie favorevolmente gli ambasciatori, e concedendo più che non gli si chieda, offre in sposa ad Enea la sua figlia Lavinia. 160-285. Ma Giunone, irritata ai prosperi successi dei Troiani, evoca dall’inferno la Furia Aletto por disturbare la pace, 236-340. Aletto infonde le sue furie prima in Amata, moglie di Latino, poscia in Turno, a cui era già stata promessa in matrimonio Lavinia, 341-474; e finalmente con sue frodi mette lite fra la gioventù troiana e i contadini del Lazio, 476-510. Essa stessa dall’alto di un luogo dà fiato alla tromba di guerra; onde ne nasce un combattimento. Riportati i morti in città, Turno ed Amata eccitano il re Latino a prender le armi e vendicare l’ingiuria, 511-590. Ma poichè Latino, memore dei fati e della giurata alleanza, resiste costantemente, Giunone stessa apre le porte della Guerra, 591-622. «Allor l’Ausonia tutta, ch’era dianzi pacifica e quieta, s’accese in ogni parte.» — Lunga e stupenda rassegna delle genti e dei capitani d’Italia, 623-817.
Alzato il segnale di guerra sulla ròcca di Laurento, l’esercito italiano si raduna intorno a Turno. Venulo è mandato ad Argirippa o Arpi per invitare Diomede alla comune lega, additandogli il comune pericolo, 1-17. A queste gravi minacce Enea, vedendosi mal difeso per lo scarso numero de’ suoi, a consiglio di Tiberino va, su pel fiume e per quei luoghi dove poi fu fabbricata Roma, e dove allora regnava Evandro, al monte Palatino in una città chiamata Pallanteo. 18-100. Evandro, benignamente riceve Enea, che gli domanda soccorso, 101-183. Lo fa assistere ai sacrifici di Ercole che allora stava celebrando; glie ne spiega l’origine, che fu l’uccisione di Caco, 184-267; glie ne dimostra il rito, e gli addita i luoghi più famosi per quelle imprese di Ercole, 268-389. Intanto Vulcano allettato dalle carezze di Venere si prepara a fabbricare le armi per Enea. Si descrive la sua officina, 390-454. Il giorno di poi Evandro, chiamato Enea in disparte, gli espone come sia volere dei fati che i Tirreni prestino soccorso ai Troiani, 455-519. Venere dal cielo mostra ad Enea lo armi e i segni della vicina guerra; onde egli con cerimonie si di- spone a partire per recarsi fra i Tusci; e il vecchio Evandro commosso dice un amaro addio all’unico figlio Pallante, che parte capitano di quattrocento de’ suoi cavalieri, 520-596. In un bosco vicino al campo dei Tirreni, Venere porta le divine armi al figlio, che ne ammira la stupenda bellezza, 597-625, e massime dello scudo, in cui sono scolpite le future glorie di Roma e di Casare Augusto, 626-731.
Nell’assenza di Enea, Turno, istigato da Giunone per mezzo di Iride, accosta l’esercito agli accampamenti dei Troiani, che si tengono entro la fossa e le mura, 1-46. Sdegnato che nessuno venga in campo, tenta d’incendiare le navi troiane, 47-76. Ma la Madre Idea, nel cui bosco furono tagliati i legni di quelle navi, ottiene da Giove di poterle salvare dalle fiamme e convertirle in ninfe marine, 77-125. Turno vuol persuadere che questo portento sia contro ai Troiani, perchè così Giove toglie loro ogni mezzo di fuga; onde investe sempre più la città, 126-167. Mentre i condottieri troiani sono a consulta per trovar modo di spedire un messo ad Enea, che lo istruisca del pericolo de’ suoi, Niso ed Eurialo, due giovani amicissimi, si offrono a questo rischio, 168-245. Applauditi da Alete e da Ascanio, e accompagnati dal più fervidi voti di tutti, i due giovani escono e fanno strage delle sentinelle sepolte nel vino e nel sonno; e indossano le loro spoglie, 246-369. Ma nel ritirarsi, scoperti al raggio della luna dai cavalieri latini, corrono ad una vicina selva, dove Eurialo sopraggiunto, malgrado le preghiere di Niso che si offre a morte in luogo dell’amico, è trucidato da Volscente. Niso, dopo aver vendicata valorosamente la morte dell’amico, trafitto anch’esso da tante punte cade sul cadavere del caro compagno, 367-449. Le loro testo portate in punta a due picche sono riconosciute dai Troiani che amaramente se ne addolorano, e la madre d’Eurialo ne manda disperati lamenti, 450-502. Turno intanto muove all’assalto con tutte le forze: grande strage da ambe le parti. Primo fatto di Ascanio in guerra: Apollo però gli ordina di ritrarsi dalla zuffa, 503-663. Pandaro e Bizia, troppo fidando alla propria forza, aprono la porta della città troiana, e Turno con molti nemici irrompe nel mezzo dei Troiani, e ne mena ampia strage, 664-777; finalmente circondato dal numero, a poco a poco è costretto di retrocedere verso quella parte della città che è bagnata dal fiume, dove gettatosi a nuoto, ritorna salvo ai compagni, 778-818.
Giove, convocati gli Dei a concilio, li esorta alla concordia. Venere, dopo essersi lagnata del pericolo a cui si trovano esposti i Troiani e dell’odio implacabile di Giunone, domanda un qualche termine a tante calamità; ma Giunone rimanda la colpa di tanti mali ai Troiani e a Venere stessa, 1-99: onde Giove, non trovando maniera di por fine alle contese, dichiara di non voler favorire nessuna delle due parti, e di rimettersi in tutto ai fati, 100-117. Intanto i Rutuli con tutte le forze assalgono, e i Troiani difendono la città, 118-145. Mentre questo si fa nel Lazio, Enea, dopo aver ottenuto in Etruria quanto desiderava, con sussidi di molti popoli alleati ritorna ai compagni, seguito da un’armata di trenta navi, 146-214. Nel tragitto gli si fanno incontro le ninfe nate dalle navi arse; ed una di esse, Cimodocea, gli espone lo stato delle cose, 215-257. Enea, giunto in vista de’ suoi, fa prender terra agli armati; quando i Rutuli, desistendo dall’assalto, tentano d’impedire lo sbarco. Grande strage da ambe le parti, 258-361. Pallante, dopo stupende prove di valore, viene ucciso e spogliato da Turno, 362-500. Enea per dolore e vendetta del morto amico fa eccidio de’ Rutuli. Ascanio, con una sortita, unisce le sue forze a quelle del padre, 510-605. A questi fatti Giunone commossa, temendo per la vita di Turno, ottiene da Giove la grazia di salvarlo da estremo pericolo, e mostrandoglisi in forma di fantasma somigliante ad Enea, si lascia inseguire da lui, e così lo trascina lontano dalla zuffa sopra una nave, 606-6S8. Mezenzio intanto, per volere di Giove, rinfranca la battaglia atterrando gran numero di Troiani e di Etruschi, 689-761; finchè piagato da Enea, è costretto, per fasciare la ferita, di ritirarsi dalla mischia, in ciò proteggendolo il figlio Lauso, 762-795; che, mentre cerca di far le vendette del padre, è ucciso da Enea, 796-832. All’annunzio di questa morte, Mezenzio, così ferito, monta a cavallo, e ritorna al combattimento per vendicare l’uccisione del figlio; ma cade sotto i colpi della medesima destra, 833-908.
Ucciso Mezenzio, Enea vincitore inalza un trofeo a Marte; poscia rimanda con gran pompa funebre il corpo di Pallante alla città di Evandro, dove lo ricevono con universale cordoglio, 1-99. Intanto ambasciatori latini domandano dodici giorni di tregua: i quali essendo concessi, e Troiani e Latini ricercano i cadaveri dei suoi, e rendono ad essi gli ultimi onori, 100-224. Frattanto Venulo, che sul principio della guerra era stato mandato dai Latini a Diomede per indurlo a far lega, ritorna dicendo, essergli stati negati i soccorri per combattere una gente cara agli Dei, 225-295. Latino, in assemblea consultando intorno a questa guerra, propone che si mandino oratori ad Enea per trattar della pace, 296-335. Ivi Drance e Turno, per odio inveterato che era fra loro, a vicenda si caricano d’ingiurie, 336-444. Frattanto Enea, diviso l’esercito in due, manda innanzi per le vie aperte la cavalleria leggiera; ed egli per luoghi selvosi e montuosi cerca di riuscire verso la parte più elevata di Laurento. A tal notizia, l’adunanza si scioglie, e si provvede alla difesa della città, 445-485. Turno, scoperto per mezzo degli esplora- tori il disegno d’Enea, divide anch’egli l’esercito in due; ordinando che la cavalleria guidata da Messapo e da Camilla si faccia incontro alla cavalleria nemica: ed egli coi fanti si mette in agguato in certe gole, per dove Enea necessariamente doveva passare, 486-531. — Narrazione che fa Diana intorno alla vergine Camilla, nel raccomandarla alla ninfa Opi, 532-596. — Scontro delle due cavallerie e vittoria lungamente indecisa, 597-647. La vergine Camilla, i cui splendidi fatti accrescono per qualche tempo il coraggio nei Latini, è uccisa insidiosamente da Arunte, 643-835; il quale poco appresso è trafitto da una freccia di Opi, 836-867. I Rutuli sgomentati per la morte di Camilla si danno alla fuga; i Troiani si dispongono a dar l’assalto, 868-895. Di che Acca, una compagna di Camilla, recando la notizia a Turno, questi abbandona lo gole ove si teneva in agguato, e vola in aiuto de’ suoi. Enea gli tien dietro; e poichè pel sopraggiungere della notte non si può venire alle mani, l’un esercito e l’altro si mette a campo dinanzi a Laurento, 896-915.
Turno vedendo l’abbattimento dei Latini, e che omai solo in sè stesso poteva riporre ogni speranza, malgrado le rimostranze di Latino e le molte lacrime della regina che lo scongiurano a porsi giù dall’impresa, delibera di venire a singolar tenzone con Enea, e gli manda la sfida, 1-106. Enea l’accetta; e le condizioni sono solennemente giurate da una parte e dall’altra; ma la ninfa Iuturna, sorella di Turno, eccitata da Giunone, subito le disturba, 107-243. Ad istigazione dello stesso augure Tolumnio, di qua e di là si viene a sanguinoso conflitto, nel quale Enea ferito è costretto di abbandonare il combattimento, 244-323. Di ciò accortosi Turno fa dei Troiani intorno a sè un monte di cadaveri, 324-382. Intanto Venere con dittamo cretico guarisce la piaga del figlio, 333-429. Il quale, dopo una breve esortazione ad Ascanio, accorre di nuovo in aiuto de’ suoi, e provoca Turno a battaglia, chiamandolo a nome. Ma questi per frodi della sorella Iuturna è vòlto altrove, 430-485. Perlochè Enea, fatta molta uccisione di Rutuli, avvicina tanto l’esercito alla città, da appiccare il fuoco agli steccati e ai primi edi- fizi, 486-592. Allora la regina Amata, credendo che Turno fosse spento, s’impende a un laccio, 593-613. Turno, sapute queste cose, vedendo che non può esimersi di combattere da solo a solo con Enea, se pur non voglia permettere che sotto i suoi occhi quella città alleata venga in potere de’ nemici, provoca Enea, secondo il patto, a duello, 614-696. Enea vincitore in questo combattimento, mentre alle preghiere del caduto rivale sente già quasi commuoversi a pietà di lui, venendogli a un tratto veduto il balteo di Pallante sugli omeri del nemico, preso da subita ira, gli immerge la spada nel petto, 697-952.
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The end
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