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Novella I
ct Recitata a’ 27 Dicembre 1750 nell’, giorno della prima apertura della medesima sotto il Reggimento del mio Enea, Primo Fondatore di essa.
O Donne, e Cavalier di virtù ornati, Che ad ascoltar me spinse cortesia, Cui non videro pari i tempi andati, Tanto gli altri vincete in leggiadria, A me i vostri pensier non fien celati, Poiché narrato avrò la Storia mia. Ch’io, se per voi pulisco il rozzo stile, Vo’ ch’odan vostri nomi e Battro, e Tile.
Fu già, non ha molto, in una villa vicino di Vicenza Messer Jacopo di Gianlorenzo, uomo alquanto scemo, ma molto dedito ad accumular danajo; il quale, siccome costume era in quel contado di fare due volte la settimana mercato d’uova, s’invogliò anch’egli d’accattarne buona quantità; ma, avvegnaché prima di colorire un disegno costumanza sempre mai ebbe di comunicarlo alla Donna sua - che fuor d’ogn’altra cosa molto cara ad ogn’ora si tenne, come quella che l’amore del marito coll’avvenenza non solo del volto, ma più col bel modo di trattare e comperare e tuttavia mantener si seppe - ad essa perciò andonne, la quale, tosto che venire a sé lo vide piacevolmente salutatolo, ne lo dimandò, che cosa dall’opra sua bramar sapesse: alla cui richiesta soggiunse Messer Jacopo: «O Livia mia (che tale appunto era il nome di questa valente Donna, e piacevole), se in mal grado a te ancora non fosse, ora che e galli, e galline di molte, come ben sai, io tengo, vorrei al più vicino mercato andarmene per ivi in buona copia d’uova gallate farne compera, e posciachè ragunate in cesta le avrò, quanto più tosto io mi sappia, vedrò a casa ritornare, affine tu, colla molta diligenza tua, sotto qual gallina più ti piaccia, a covare le ponga, e guari non andrà, io ti giuro, che tu ed io stupefatti uscire ne vedremo del guscio altrettanti pulcini, i quali, come avverrà, che grandicelli alquanto sieno, se galli saranno, io vo’ che capponi li faccia, se galline, le chiuda in capponaja, nelle quali a sua stagione galleranno l’uova, ed a questa foggia la famiglia de’ nostri polli vo’ si moltiplichi in infinito». Allora Madonna Livia a cotesta proposta così rispose: «Qualor a te di fare questo in grado il ti pur sia, io sono contenta; e perciò tu te ne puoi spacciare, e colla buona mercè di Dio andartene alla ventura»: lo che non sì tosto ebbe Jacopo inteso che, trattesi in disparte le vecchie brache, ed il giubbetto di dosso, e come se a solenne banchetto ad andare avuto avesse, da capo a piè nuove cose vestissi; preso indi in mano un grosso bastone per cacciare da sè le mosche, e tafani - che caldo essendo, la maggior parte dell’aria di simili insetti ingombra era - e ad una grande cesta dato di piglio, lieto il cammino prese verso il destinato loco. Dove, posciaché felicemente arrivato fu, di ben quattrocent’uova fece compera, delle quali non così tosto entrato era in tenuta che alla volta di Mad. Livia sua ansioso ritornar volle. Ora avvenne, mentre per la via andava mettendo piede innanzi piede ed in mente fra sé ravvolgendo tuttavia le faccende che in casa a suo tempo Esso e Madonna a fare avrebbono, e fitto teneva nelle cervella il giusto numero delle acquistate uova, attentamente guatando se dal guscio - guata sciocco pensiero - pulcino alcuno, pel soverchio caldo che il sole da cocenti raggi per essere di meriggiana tramandava, non isbucasse, in fallo un piede pose e sdrucciolando cadde, ed in questa caduta mise tanto strepito e fracasso, avvegnadioché omaccio grande e grosso si era, che tale al precipitar d’un alta rupe udito non avrebbesi. Quinci il mal suo maggiore non istimò fosse la caduta, ma bensì l’intiero schiacciamento di tutte l’uova le quali, non poche essendo, per ogni lato della cesta tramandavano strabocchevolmente la broda anzi che no gialla, senza alcun riparo; per la qual cosa in pochi istanti ne furono le brache ed il giubbetto dall’alta cima al basso fondo tutte acconcie pel dì da festa, e Messer Jacopo parea a vedere la più succida e lorda Massaja del mondo. Della qual disavventura non così presto avvisato si ebbe che a piangere e a battersi il petto, e di capo a strapparsi i capelli scioccamente si diede, come se mal peggiore accaduto gli fosse. Ma in questo, o fosse a studio o a sorte, incontrossi in Lui Messer Barbarigo Brigoso, suo amicissimo il quale, essendo uomo da bosco e da riviera, così acconcio per questo modo come veduto se lo ebbe, mal potendo raffrenare le risa disse: «Domine! ch’è Messer Jacopo che rattristato alquanto ti veggio?». Al quale, dopo aver lo strano suo caso minutamente narrato, poiché molto ad esso M. Jacopo premeva di comparire innanzi a Mad. sua senza uova e così male in arnese, ordinò che ad essa significando per parte sua n’andasse come la bisogna andata si fosse; e che uccidere essa potea e galli e galline che dell’opra di questi e quelle più non ne avrebbe d’uopo. Laonde Barbarigo frettolosamente a casa da Mad. Livia andossene, ed ogni cosa al meglio che Dio volle espostale, ne la pregò che a conforto del marito n'uscisse; la quale, come la dolente novella intesa ebbe, tutta palpitante ad incontrare Mes. Jacopo suo venne, e con bello e piacevole modo a scordarsi d’ogni noja esortandolo per via il venne; poscia arrivati che furono alla casa loro, prestamente di saporiti cibi a ristorarlo si diede, e così per quella volta M. Jacopo, benché a malincorpo, sputò la voglia delle uova e de’ pulcini.
Novella II
Recitata a’ 4 Febbraio 1751 nella tornata seconda dell’Accademia sotto il Reggimento di Messer Ottone.
Giovanni Kupfenstäin abbandonata la medica Arte, concede ogni suo recipe a Pietro di lui cameriere, che preghiera gliene porge, ed alla ventura il lascia andare; dopo alcuni anni gravemente inferma, e scoprendo tra molti medici, che a consulto vengono, Pietro, incomincia si sguaccheratamente di ridere che per tal riso ricupera la salute.
Molt’anni per avventura scorsi non sono dacché, in Vienna, Capitale dell’Austria Superiore, Città fuori d’ogn’altra illustre e magnifica, poiché intorno allo spazio di ben tre secoli servì di culla, sede, e tomba agli Austriaci Imperadori, nostri Clementissimi Padroni, fu un valente medico detto per nome Giovanni Kupfenstäin, uomo assassino accreditato, perché d’anni non meno che di dottrina molto ben fornito a cui, per aumentare di non poco la buona voce, serviva l’aver egli, mercé sua piacevole fortuna, innumerabili persone, co’ suoi recipi secondo il germa= nico uso assai possenti, ritenute in vita; e la buona grazia eziandio, della quale e’ n’andava ornato, accresceva ad esso stima alla giornata e, per mezzo di lei, vie più la facoltà; per la qual cosa, egli avvisando sé essere ricco e rinomato a sufficienza, più oltre coll’arte sua proceder non volle. Teneva questi pertanto a suo servizio in figura di cameriero un pulitissimo giovane, e bello, nomato Pietro Hals, il quale a sé un giorno fatto venire, come più gli piacque, imperciocché al parer di costui molto s’atteneva, così gli disse: «Sappi, Pietro mio, ch’io carico d’anni al mondo essendo, e molto più di meriti e facoltà - come tutti sanno -, rissoluto io sono di abbandonare quest’arte a me ormai divenuta nojosa ed interamente darmi pace e quiete, godendomi ora quel po’ di sustanze che tanto e sì sudatamente hommi ragunate».
Il giovane servo, a cui la nuova rissoluzion del Padrone, quanto saggia paruta era, altrettanto la estimò per sé profittevole, non poté se non altamente commendargliela, dicendogli: «Quantunque a voi più degli anni il peso che di qualunque altra cosa dolga, e v’impedisca di proceder più oltre nell’onorata medica arte, per voi al sommo pervenuta, tuttafiata, se con notabile discapito di quella volete desistere dall’impresa, i riflessi, che fatti n’avete, non si ponno che al Cielo celebrare. Io nulla ostante, pria che a pensiero tale diate opera e che forse de’ virtuosissimi recipi vostri ne facciate baldoria - se mai per la fedele servitù mia alla signoria vostra prestata tanto vaglio - di special grazia voglio che mi facciate, che quelli a me tutti si donino, niuno eccettuato».
Alla qual ridicola domanda, dopo avere non poco riso il Padrone, così rispose: «Checché d’essi far tu ne vogli, io volentieri te li concedo; ma per mia fé, credimi, ch’e’ non ti faranno medico, quando per l’addietro stato nol fossi, che per tale io mai non ti tenni». A cui Pietro: «Deh nolla mi negate, e con essa la libertà d’andarmene pe’fatti miei, poiché se voi non fate il medico, io non mi starò accerto più con voi, che non penso trovar la fortuna in altro cantuccio che a lato d’un medico; perciò nuovamente vi priego, e voi non siate restìo in compiacermi». «Volentieri, soggiunse il Padrone, prendili, ch’io te li dono», e fatto in sua camera altro servo minor a sé chiamare, contar a Pietro di molto danajo gli fece; indi presa fra le dita una penna sopra d’una carta a lettere di cupola schiccherò un benservito, e rivolto a Pietro: «Poiché richiesto tu m’hai e libertà e recipi, io tutto t’accordo, e con quella e questi, di danajo e benservito, ti munisco, te molto commettendo a Domeneddio, assicurandoti ch’e’mi si fa tardi d’udire di te novella, e della fortuna cui se’ per incontrare». Toltasi adunque da Pietro ogni cosa pel Padrone donatagnene, somme grazie gli rese, e lietissimo di sua sorte da Lui prese comiato. E pensando cosa opportuna portarsi in altro paese, ove sconosciuto fosse, tutto a piè da Vienna partì, e tanto durante quel giorno e la notte vegnente camminò che pervenne finalmente ad un grosso villaggio; là dove arrivato, seco medesimo stabilì non voler più oltre proseguire; laonde prese abitazione in una delle migliori vie, e rassettate le robe sue alquanto, ma in particolare gli scritti, incominciò per mezzo de’ nuovi suoi amici quivi acquistati a farsi far peduccio, spargendo fama sé essere medico atto a guarire ogni sorta di malattie. Per la qual cosa guari non andò che in molte faccende occupato si vide, alle quali con ogni accurata diligenza studiava d’intendere, sempre però religiosamente osservando nel proferire quelle parole - nel trarre che faceva a sorte dall’armadio i recipi - «Dio te la mandi buona», tanto maggiormente infervorando nel dirle, quanto più vedeva ricavarne egli non mediocre profitto, a tale che in meno di due lustri ricco e famoso medico divenne. Intanto il Padrone suo - che col passar degli anni non ringioviniva - cadde infermo da penosa malattia di petto oppresso, e da questa presso che al lumicino fu condotto; il perché i domestici di lui stimarono essere fatto il meglio di non pochi medici della città e sue vicinanze a consulta chiamare: si mandarono dunque avvisi a più di diece, affine di comperare all’amalato la salute, per mezzo de’ quali si sparse fama assai lunge di maniera che pervenne all’orecchie di Pietro, il quale, ricordandosi ogni beneficio ricevuto, stimò opportuno dover esso ancora a soccorso del Padrone venire, e così fece. Il giorno della medica unione essendo perciò venuto, quelli della Città ed i terrieri ad una medesima otta e nella stessa camera ove l’amalato giaceva furonsi ritrovati, e Pietro ancora tra questi faceva di sé vantaggiosa mostra. Quando al Padrone, che molto più sana la vista avea dello stomaco, gli occhi girando intorno mirando ciascheduno della brigata, appunto veduto gli venne Pietro, e non altrimente che desso parendogli, incominciò forte a dubitare; e finalmente stabilì di volerlo a sé far accostare, che che avvenire ne potesse, e fattogli cenno, così dissegli: «Potenza in terra! Signor Medico, e’ mi sembra ch’io vi conosca». Pietro allora per temenza di non essere dalla brigata tutta ravvisato - che ben di leggieri accader poteva - mentre a tutta la Città era notissimo per mezzo del Padrone che solea ad ogni suo passo tenerselo a lato, quasi cucito al fianco l’avesse, e talora giugnea fino a partir seco del grato odor de’ pitali che annasar e’ dovea - in confirmazione gli fece un piccol moto al capo; dove che fatto già certissimo il Padrone d’ogni suo dubbio, principiò così smascellatamente ed alla sbardellata a ridere che sembrava fuor de’ gangheri uscito, alla qual improvvisa scena que’ medici spettatori incominciarono di temere di sua vita; perciò tutti fattisi attorno del letto attendevano il momento di dover, l’arte loro lasciata, esercitar quella del Parroco confessore, raccomandando quell’anima sbuccante al Creatore. Ma la pensata loro a questo punto andò fallita, mentre quel soverchio ridere molto più gli ebbe giovato che fatto non avrebbono le loro medicine, per modo che rompendosegli il catarro a sputarlo per bocca, e scaricarlo per altre parti si diede che non furono appena due ore passate, del male di petto si trovò libero, e più per quella fiata non ebbe uopo de’ medici. Laonde ritrovandosi, la Dio mercè, rissanato, lietamente dopo avere ognuno ringraziato, fece loro una sberrettata, ed accomiatandoli di non pochi fiorini li fece regalare. Pietro solo trattenne e, volendolo sempre seco avere fin all’ultimo di sua vita, non gli mancò poi tempo di farsi da lui narrare ogni suo avventurato successo.
Filen che solea un tempo co’ pie’ pronti, più che non segue il Sol Espero bella, seguir Tirrena saggia pastorella, quando l’agne menava ai prati, ai fonti. Filen, che tra i pastor splende più conti, qual luce in fosco orrore vaga stella, sì quel, poiché arde omai d’altra facella, più sua greggia non pasce in questi monti. E a Tirrena già sua volte or le spalle, Mirar lei sdegna, e prende sol diletto Di seder sotto un faggio in erma valle. Qui vagheggia di Lisa il dolce aspetto: Qui intreccia a Lei ghirlande or perse, or gialle. Tanto può in Lui virtù di nuovo affetto.
Sacra Narrazione
ct Letta nella Tornata Terza dell’Accademia li 28 Febbraio sotto il Reggimento di me medesima col nome di Atalia.
ct Avvegnadioché a questa fiata piaciuto è a voi, Leggiadri Compagni, che la sublime ed orrevole carica di Agiatissimo immeritamente sostenga, io non so dell’onor che a me fate se non assaissimo pregiarmene. Ma poiché il decorosamente sostenerla non estimo io per avventura una buccia di porro, converrà che, per corrispondere all’espettazioni vostre, anzi per non defraudar quelle, io ci ponga un pocolin più di studio che per l’addietro fatto non hommi; ed ora per non vi ristuccare con più lunga dicieria, tostamente la mia novella a narrarvi mi faccio. E poiché cotesta Tornata né di nero e tutto mestizia spiranti accade si faccia, appunto convenevole cosa i’ penso essere che ella tessuta sia di «Mestizia da coturni, e non da scocchi». Fu Jefte, siccome narrano le Sacre Carte, figliuolo di Galaad e d’una Cortigiana, amendue della Città di Masfa abitatori, il quale, dalla paterna casa pel mortale astio de’ fratelli a lui maggiori d’età poiché ne fu scacciato, venne a starsi nel paese di Tob, dove di gente ragunaticcia capo essendosi fatto, attendeva a vivere di rubagione. Avvenne di quel tempo che il Re di Ammone, come uomo di torbido animo, mosse guerra agli Israeliti i quali, esanimati dal poco valore che in ogni persona della Tribù loro scoprivano, si avvisarono d’avere opportun rimedio all’imminente pericolo ritrovato, quando a Jefte ricorso si facesse. Perciò ad essi inviarono degli Ambasciatori, affine volesse soccorrerli a intendimento che, quando tenuto avesse lo invito, creato l’avrebbono Giudice di tutto Israello. Jefte a sì orrevole proposta, ch’essi gli fecero, in lungo pansier fu e, dubitando forte non eglino lo ingannassero, disse loro così: «E d’onde hommi io caparra di prestar orecchio alle lusinghiere promesse, od acconsentire a queste vostre richieste? e come? non vi siete voi quelli, che sbandeggiato m’hanno dalle paterne abitazioni? e forse tutta fiata non vivete a me inimici? se voi bramate nulla ostante me quel vostro Giudice, e difensor avere, giuratemi ora pel vostro e mio Dio che adempirete ogni promessa». Lo che inteso dissero: «Il Signor Iddio che ci ascolta, sia fra voi e noi, e verace testimonio egli sia che saremo per attendere le promesse, che fatte ora v’abbiamo». Allora Jefte pose in ordine la sua masnada, e prese cammino alla testa di essa verso gl’Israeliti, i quali tutti festevoli l’accolsero, e ad una voce lo esclamarono loro Giudice e Capitano. Salito di questo grado, non volle in modo veruno marciare contro degli Ammoniti prima d’essere della cagione certo, per la quale da essi al suo popolo venisse intimata la guerra; imperché scelti alcuni anziani d’Israele, inviolli al Re di Ammone, affine ad esso ne la addimandassero. Andarono questi a fargliene ricerca, ed intesala si furono bentosto a Jefte di ritorno, il quale in udendo essere da quel Re il Popolo d’Israele di molti reati a torto accagionato, altro espediente non gli ebbe paruto buono che quello di prender l’armi contro esso; ripieno perciò dello spirito di fortezza e di prudenza, scorse tutto il paese oltre il Giordano, che dagli Israeliti era abitato, e ragunò un numeroso esercito, ove anche fece voto al Signore, quando conceduta gli avesse vittoria sopra gli Ammoniti, di sacrificargli in vittima la prima persona, che dalla sua casa ad incontrarlo uscita ne fosse; per la qual cosa il Sommo Iddio mosso dai suoi prieghi gliela concesse. Ma allora che Jefte vittorioso, qual mai altro duce stato fosse, dall’esercito circondato e dal suo Popolo, ricolmo di gioja il petto tra liete grida dei “viva” che d’ogn’intorno l’aria fendeano, da Masfa alla propria casa faceva ritorno, l’unica sua Figliuola tutta giuliva e festante, d’allegrezza piena a suono di tamburelli, danzando e cantando coll’altre sue compagne amiche se gli fece innanzi, la quale egli non prima ebbe veduta che, laceratesi le vestimenta, coprissi di polvere il capo, e cangiato il sommo giubbilo in estrema doglia, sgorgandogli d’improvviso dagli occhi quasi da due fontane copiose lagrime, diè manifesto indizio dell’interno cruccioso affanno, prorompendo in tai detti: «Ahi povero di me! ahi Padre diserto! o infelice mia Figliuola! e sarà pur vero, che tu abbi or ora a finire i giorni tuoi? il tuo aspetto mi ha abbattuto più che fatto non avrebbono i fortissimi eserciti; ah sventurata! quanto meglio sarebbe che, mentre eri ancor pargoletta, chiusi avessi i lumi in sul breve tuo letto! qui raccolti gli ultimi tuoi respiri imprimendoti sulle tenere guance mille baci prestato io t’avrei i paterni estremi uffizi, e ministro ora non sarei della tua morte, perciocché ho fatto un voto al Signore, e non debbo oppormi». A tal inaspettato tragico cangiamento di cose, ed a sì fatto ragionar di Jefte svenne la misera fanciulla per alquanto di tempo; ma poscia, ritornati gli abbandonati spiriti all’uffizio loro, tutta palpitante così rivolta al Genitore a ragionar riprese: «Padre sebben il morir vergine di questa età immatura forte mi pesa, trattatemi pure secondo l’estensioni di vostre promesse; ma prima ch’io colaggiù nella magion sotterranea a star co’ morti discenda, sostenete vi priego almeno che coll’altre mie compagne in sul più vicin monte per lo spazio di due Lune mia virginità troppo obbrobriosa a calde lagrime pianger ne vada, e indi sopra di me si faccia ciò che al Signore per voi fu promesso: morirò contenta tra le vostre braccia dopo avervi degl’inimici vostri glorioso trionfatore veduto; se per sì bella cagion io moro». Jefte mirando il coraggio invitto della Figliuola, l’animo suo divenne qual misero legno che, nel mar agitato e sconvolto, aspra mortal guerra da impetuosi contrari venti sostenga, quinci la memoria de’ favori immensi da Dio ricevuti l’obbliga, quindi gli fanno aspro contrasto il paterno dolce affetto e le pregevoli maniere dell’unica amata Figliuola; ed ora da superno impulso desto al suo Dio il voto rinova, e quando a ricordarsi di lei fa ritorno, e pallido e tremante amutolisce; ma finalmente la memoria de’ celesti benefizi fra i due ha vinto; intantoché novellamente da essa confortato, preso cuore, le concede quanto di tempo richiesto gli ebbe; passato il quale ritornò a casa il Padre, che sopra di essa eseguì il voto che a Dio fatto avea.
La bella libertà che da te ebb’io A te or la ritorno, tutta umile, Signor, e tu accetta il voto mio. Deh pietoso Signor, non ti sia vile Questa volontà mia, questo intelletto, Che con amor ti rendo non servile. E poiché a te rivolsi ogni mio affetto, Dona ancor tu, Signor, alla tua Ancella Un sol tuo raggio, che le infiammi il petto; Così andrò paga di mia sorte bella: Qual uom, che posta sol in te ogni speme, Non cura il mar in calma, od in procella, Che questo nol lusinga, e quel non teme.
Novella III
ct
O Voi, che foste a novellare eletto Il primo, e siete nel più orrevol loco, Né superbia v’accechi né diletto, Che alfin fortuna instabil dura poco: Veggane chi nol crede in me l’effetto, E poi s’egli ha ragion, si prenda giuoco; ch’io qual Gonfalonier già licenziato, D’Agiatissimo or son semplice Agiato.
Egli non è passato ancora molto che in Milano, eccellente Città Capitale di Lombardia, fuvvi un valente Cavaliere assai bel parlatore ma più del dovere bruttamente avaro il quale, avvegnaché di molti beni al sole avesse e ben fornito a danajo e’fosse, tutta fiata mai rifinava di ogni suo studio porre in accrescere l’arca; anzi, per mandare ad effetto quella ingordigia dell’oro, a servizio non teneva che uno staffiere ed una fante, amendue persone che di poco o nulla eran satolli. Soleva ancor cibarsi una sola volta il dì, e l’ordinarie vivande eran poche erbe, due lumache, una frittata d’un pajo d’uova, poco pane ed altrettanto di vino, tutto per risparmio con aceto condito; che olio e burro se alcuno de’ due servi durante l’anno in casa il Padrone annasarono, non voglia. Tutte queste vivande non erano recate sulle tavole pel solo Cavaliere, ma eziandio d’esse aveano a vivere lo staffiere e la fante. Accattava talvolta il sale ed il lume dal vicinato per non aver a spendere quattrini. Il suo vestire poi era sì misero che mettea compassione a vederlo. E talora degli amici - benché pochi n’avesse - venendo dall’intollerabile sua avarizia proverbiato, con dirgli: «Messere, chi ha il cavallo in istalla può andare a pié», soleva loro come Socrate rispondere, «È [che] non si vive a un bel bisogno - come voi fate a credere - sol per mangiare; ma bensì è [che] mangiasi per vivere. E s’io altresì non vesto poi tanto pomposamente come altri, fo da un par mio usando umiltà, cui dovrebbono tutti da me apparare». Il verno poi, affine di non abbruciar legne, godeva starsi tutto solo alla stufa di Diogene, come tuttora fanno le genti d’Iberia. E allorché di casa uscire faceva pensiero, ordini pressanti alla fante imponeva che, quando alcuno di fuoco od acqua ad imprestanza ne la chiedesse, tutto tutto negar gli dovrebbe, l’uno come spento, l’altra perché rasciugata nella fonte, e soggiungeale che, on pur essere picchiato l’uscio della buona fortuna, non pativa che esso le fosse aperto. Queste ed altre vergognosissime cose soleva questo unguento da cancheri alla giornata usare, che s’io a narrar tutte imprendessi, troppo più del dovere sarei stucchevole; laonde piacendomi ora di passarle in silenzio, vengo a certo caso che a cotesto cavaliere avvenne, il quale - come udiste - quanto avarone il vi mostrai, altrettanto ricco erasi. E perciò tutti gli anni dell’entrate proprie empiva il granajo di ogni sorte di biade, per l’esito delle quali attendeva con sollecita divozione la stagion novella a intenzione di ricavarne maggior prezzo che in altra riuscire non gli avrebbe potuto; e sempre questa sollecitudine gli tornava in bene: imperché oltremodo superbiva, e per questi suoi raggiri molto più si reputava di Cicerone, quasi che la maggior scienza degli uomini consistesse in quella di mercantantare a solo pensiero di divenir ricchi, asciugando le borse altrui senza punto di compassione. Accadde perciò che un anno, essendo al raccoglimento il grano fuor del costume in vantaggioso prezzo montato, egli sulla speranza che sempre più ad aumentare avesse, divisò seco stesso serbarne la vendita al solito tempo, avvisandosi di farne gran mercato; venuto il quale sempre impensierito si stava sull’incertezza ed empiva per ogni dove l’aria ed il palagio d’incre- sciosi sospiri, pe’ quali amendue i servi oltremodo erano crucciosi e dolenti non sapendo cica della ragione. Ora un dì mentre questa pittima cordiale era tuttavia nella sua beva, venne a lui un certo suo castaldo portandogli non so che danajo, e d’uno in altro discorso passando con esso, costui innavvedutamente incominciò la provvidenza di Domeneddio a benedire, che il formento avea a buonissimo prezzo ridotto, aggiungendo a ciò mill’altre cose a sé favorevoli. Il qual ragionare udito il Cavaliere ed andandosene preso alle grida, mancò poco che non isvenisse di dolore e di rabbia; pur si trattenne, ma partito alquanto che fu da Lui il castaldo, più non poté raffrenar il dolore; laonde, senza altro volersi del fatto chiarire, andò a socchiudersi nella stanza sua, ove quasi lupo arrabbiato si diede a stridere ed urlare, mandando voci di compassione fino al Cielo e disperato imperversando come se ogni suo tesoro a perdere avuto avesse per lo scapito che fatto avea, sebben a paragone delle molte sue ricchezze non era che un bel nulla, intantoché di lui la fiera passion tiranna avendo preso possesso, il fece pigliar partito d’appiccarsi. Era ivi nella stanza per mala ventura un architrave, che secondo la vecchia usanza dall’uno all’altro lato delle pareti passando l’altre a sé minori travi sosteneva, fitto alla quale dall’uno de’ canti spenzolava una lunga corda forte di pelle bovina, che a sostenere qualunque s’è gran peso atta era; addocchiata perciò che l’ebbe, incominciò di farle tanti nodi fino che la ridusse di quella lunghezza che al suo intento gli parve opportuna; indi adattatovi sotto uno scanno, vi salì sopra e, rassettatosi al collo la corda aggiustata a mo’ di laccio, diede de’ piedi nello scanno e, cacciandosel di sotto, mise grandissimo fracasso, a cui il servo prestamente accorrendo e trovando il Padrone stranamente ivi appeso, fattosi coraggio, diede di piglio a non so che fosse di tagliente, e recisa la corda, non sostenne per quella volta che e’ dovesse dar beccare a’ polli del Prete, e recatolo sul letto e riscaldandolo attese a richiamare con aceto ed acqua fresca quell’anima rea ad abitare novellamente nella sua sede; la qual, come poco stette a ritornarvi, l’indiavolato avaronaccio boja, poiché ebbe gli occhi strabuzzati al cielo rivoltosi allo stalliere: «Chi fu, chi fu – gridò - che me tolse al riposo?»; a cui il servo: «A questa fiata l’aveste a buon mercato, Messer lo Cavaliere, onde a me si conviene fare buona mancia, che oltre l’avervi io all’ignominia tolto, alla morte eziandio vi ho rubato». Al che con torvo ciglio nuovamente soggiunse l’avarone: «La mancia, che a te s’aspetta, ella è che tu mi pagherai la corda che di tagliar osasti, la quale, bella e nuova essendo, non vale quel poco che tu ti dai scioccamente a credere». Il servo, che a somma fortuna a sé avea attribuito quel colpo, come s’udì dall’avaro Padrone tirare gli orecchi, anziché d’esserne premiato, «Diavol è – disse -, tenetevi tanto di mia pensione ch’in mano avete, che ben vaglia a comperarvi altra corda che da dovere vi strozzi»; e toltosi via dispettosamente dal Padrone, andonne come disperato alla ventura e voto solenne fece di mai più soccorrer uomini di tal fatta, confessando che il far del bene a cotestoro egli è appunto un lavare il capo all’asino. Ora andate voi a dire che la passion invecchiata non sappia farci perdere il senno, se condusse fino de’ più valenti uomini a darsi in preda della morte.
Novella IV
ct La picciola Città nostra di Rovereto, che il chiaro Leno dall’uno de’ canti rapidamente correndo dall’antico Borgo di S. Tommaso diparte, fu, come ognuno di voi dee sapere, ad ognora abbondante nutrice di persone quanto amanti del forestiero, altrettanto piacevoli e risvegliate. Il perché noi la vedemmo da esso più che non voleva abitata, e mercé le sue prerogative bene spesso la udimmo ancora assaissimo commendare. Qui perciò un successo leggiadro, che nella persona d’un Giovane Cavaliere a’ tempi nostri accadde, mi piace brevemente narrarvi; il quale, come che gran viaggiatore e’ fosse, tutta volta del costume de’ nostri Gentiluomini e Gentildonne invaghito, volle fermarsi alquanto; e fattosi amico di certo piacevole Medico, in casa di esso prese alloggio. Era questi pertanto un ricco ed accostumato giovane, bello della persona, quanto virtuoso ed avvenente; ed un piccolo diffettuccio solo solo notar si seppe in Lui, il qual era talvolta una cert’aria di mattana che soffiava, la quale rendevalo sì stucchevole che niente più, quantunque da se stes[so] accorgendosi fugisse le persone, e durante questa passione tutto solo in camera rinchiuso si stasse. Il primo pertanto che sen’ avvide fu il Medico Padrone di casa, il quale presa compassione di Lui si cacciò in testa di volerlo rissanare; laonde, quando tempo gli parve opportuno, trattolo in disparte destramente, acciò la moglie non udisse il loro ragionare, così gli prese a dire: «Gentilissimo Cavaliere, che ben tale voi siete, io da che hommi la sorte di vedere dalla persona vostra cotanto onorata la casa mia, mai non ebbi in voi difetto, non che ombra di ciò scoperto, onde avviene ch’io non posso se non celebrare le molte vostre prerogative che, oltre alla nobiltà del sangue, di gran lunga ancor più chiaro vi rendono. Quindi è che, la menoma di queste possedendo, io a grandissimo capitale mi terrei d’essere. Un solo neo però che talvolta, secondo il corto mio intendimento, alcuna parte del vostro bello adombra, egli è quel troppo dar beccare all’umore, che in voi conobbi, della qual cosa, s’io ne sapessi la cagione, e’ mi sembra di aver in pronto il rimedio, che mi sia mozzo quanto capo io ho, se ad onore non ne riesco poi. Io già non era sì ardito di farvi intorno ciò parola se voi, molte fiate scoprendomi l’animo vostro, aperto non mi aveste il varco; perciò me non abbiate a sdegno perché tanto mi sono esteso, e qualor troppo di molestia non siavi per essere, narratemi, vi priego, le cagioni, che sì stare vi fanno impensierito». A cui il Giovane rivolto con lieto viso rispose: «Dell’amore che a me, quantunque di meriti privo, dimostrate, gentil Messere, assai prove già mi deste voi; ma questa io la considero per maggiore di tutte l’altre, intantoché, fino che quest’ossa reggeranno, vi sarò sempre tenuto, e mai non fia che dimentico ne viva; ma poiché piacevolmente più oltre di mie passioni mi sforzate a dire, ed eziandio rimedio per esse pensate avere, io a puntino, come sta la bisogna, a raccontarvi mi faccio, se sanabile il male sia o no, al Cielo e a voi ne rimetto poi la cura. So che la origine vi parrà strana; ma uditela, e ne stupite ancora poscia. Voi a sapere avete dunque ch’io allora, quando ancor fanciulletto la scuola incominciai di frequentare, solea co’ miei amici condiscepoli andarmene a diporto, quando pe’ vialetti del giardino con bastoni dietro a vipistrelli correndo e quando stanco sedermi sopra l’erbe molli d’un ameno pratello, ove degli stridenti grilli copiosissima caccia si faceva, che poi in picciole gabbie racchiusi meco godeva alle paterne case recare. Ora in questo loco mi ricorda appunto (ahi misero a me! quale spiacevole ricordanza è mai questa!) mi ricorda, io dissi, che una fiata sull’imbrunire della notte, stanco più del costume essendo, sulla nuda terra mi posi a sedere, e addormentaimi. I Genitori miei, che la cura riposta aveano nello staffiere, come quelli che menavano vita cavalleresca, nulla o poco di me avendo ricerco, per quella notte all’aria fosca riposarmi lasciarono. Ora, appena il Pianeta maggiore spandeva sull’alte montagne, gl’infocati raggi alle stelle già togliendo il lume, ch’io desto dal canto de’ vaghi augelletti gli occhi aprii tutto confuso, e con certo stridore in testa mi svegliai sì noioso che a capello assomigliava a quello de’ grilli. Il perché ben tosto m’avvidi che per que’ bucolini dell’orecchie del capo mio di molti grilli entrati erano: quindi è che d’ora in poi sì le nere bestiole per entro le cervella si son fitte, ed hanno tanto e poi tanto rifigliato, che rimedio io già non ispero ritrovarci più; e voi, caro Medico, stupisco che udite mai non l’abbiate, che pure strillano bene spesso e saltellano, come tante indiavolate: queste sono le cagioni d’ogni mia melancolia; quest’è quel neo che voi in me tanto accortamente avete notato». Il Medico udita la strana faccenda, poiché uomo scaltrito quanto mai altro era, avvisato essendosi d’onde quel male immaginario procedesse, anzi di contradire, gli diede il gambone prestamente così rispondendo: «Holli io ben spesso uditi sì questi vostri grilli; ma giuocato ci avrei del mio che fosseron dissotto del focolare annidati, oppure dietro a qualche anticaglia di armadio; ma se ho a dire il vero, la voce fuor del costume alquanto più gentile parendomi, nascer mi fece talvolta mille dubbi, che alla perfine da me medesimo non sapea che mi credere. Ora veggo ben che non hanno più loco le meraviglie, poiché ogni albero ancorché alpestre, se giammai in culto terreno trap= piantato viene, tosto a noi le frutta più delicate rende. Questo non pertanto vi dee molestare ch’io, se il Ciel m’aita, voglio prestamente rendervi libero e sano con certo rimedio che molto non sarà per recarvi noia». Laonde pregatolo che per lo spazio di due ore dovesse a occhi bendati starsi coricato sul letto in quella guisa che egli sarebbe per metterlo, ed il Cavaliere piacevolmente acconsentendo, recar si fece Messer lo Medico tutto affaccendato una nera benda, e legatagli la testa strettamente, sembiante fece d’ungergli le orecchie con unto, io non so, di che erbe, ed aggiustatolo sopra un cantuccio del letto, vicino al capo gli mise un cupo piatto con acque odorate ed alcuni tra piccioli grilli e grandicelli per entro, senza che il paziente nulla sapesse. Poscia qui solo nella stanza il rinchiuse ordinandogli che giammai quella positura non iscomponesse, con dire: «qui giace nocco; qui consiste la virtù di trarvi le brutte bestie di testa»; il che di fare gli promise. Quindi passate che furono le due ore prescritte, ritornò il Medico alla camera e, picchiato l’uscio forte, stando al di fuori gridò: «Vi dormite voi Signore?». A cui il Cavaliere: «Ma no che non mi sono potuto dormire, avvegnaché troppo in capo mi saltellavano i grilli, che mai sì fattamente non udii io già»; ed il Medico, affettando gravità, soggiunse: «Ora statevi chetto, ch’io verrò a vedere che mi par di voi; ed entrando con un paio d’occhiali su quel suo sperticato naso, venne al letto e, presosi in mano quel piatto, incominciò sì alla rifinita di gridare: «Portenti, portenti! Come fin qui vi siete potuto vivere voi? O stelle! Grilli, grilli, udite, mirate!». Al qual romore la moglie del Fisico accorrendo, «grilli grilli» gridava, senza saperne il perché; poscia tutti della casa «grilli grilli!»; talché il Cavaliere, sbendatisi gli occhi, saltando di letto e grilli tanti veggendo, non puoté se non farne anch’egli gran festoccia dicendo: «Ahi vedete, caro Messere, s’io n’avea di quelle bestie abbondanza? Oh sì che ora, vostra mercè, mi sento essere in tutto altro di quel di pria cangiato»; e presolo per mano disse: «Quanto cortesissimo uomo a voi la persona mia dee, poiché altri che voi non prestarono mai fede a’ miei mali, o perché strani, e non forse più intesi, o perché poco pratichi dell’arte loro», e fattogli mille ringraziamenti, si trasse di saccoccia un oriuolo d’oro bellissimo, ed in segno di aggradimento glielo donò. Ed il Medico lietissimo dell’evento, molto lodando il Cavaliere della lunga sofferenza in male tanto penoso, si prese il dono e, partito alquanto che fu da lui, cogli altri suoi amici, come quello che uomo faceto di molto era, raccontando loro il fatto, attese a farne le maggiori risate del Mondo.
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The end
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