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Indice
Introduzione
La , più che la Lombardia, assicurò al Piemonte libertà d’azione, mediante il pattuito principio del non intervento. Il accorto politico, che per mezzo dei suoi luogotenenti avea fomentata e favorita la rivoluzione nei ducati, non volea, finita allora la guerra, perdere il frutto dell’opera sua, e per eludere il , profittando dell’entusiasmo dei popoli, a cui si facea già sentire il concetto dell’Unità nazionale, proclamando il principio del , sottopose alla corona Sabauda colla formola dell’annessione i ducati di Parma, di Modena, e la Toscana. L’Emilia s’era già staccata dagli Stati ponteficï, e i piemontesi l’aveano senza scrupolo, militarmente occupata, concentrandosi a Bologna per guardare il passo, del Po, di fronte alle trup- pe austriache, e l’Europa taceva, frenata dalla volontà dell’imperatore dei Francesi. Ma qui non s’arrestavano gli ambiziosi disegni del Piemonte, alleatosi colla rivoluzione, non potea frenarla a mezza via, dovea vincere, o soccombere con lei, e fin d’allora guardava alla conquista delle Marche e dell’Umbria, che certamente non poteano contrastargli i deboli battaglioni del , e al Napoletano, che pur possedeva oltre a centomila uomini d’esercito, e poderoso naviglio. Il giovane salito allora sul Trono, cioè quando l’eco delle vittorie di e , destava forti speranze nelle calde fantasie meridionali, e il desiderio d’un’agognata costituzione, tenea sordamente agitati gli animi dei suoi popoli, non seppe far meglio, che chiamare al potere l’uomo, che la pubblica opinione designava, e che godea puranco le simpatie dei potentati stranieri, il . La giovinezza del Sovrano nuovo al Governo, ma volenteroso del bene, l’apparire della , che colla franchezza del suo agire avea saputo ispirare a tutti simpatia, la nomina del Filangieri a Presidente dei Ministri, fece a tutti sperare bene, e più che altro l’attuazione del patto federale fermato a Zurigo. Ma ben altre idee avea il Filangeri, e le mostrò chiare quando si negò alle calde richieste del , inviato straordinario piemontese, che gli facea le più premurose istanze, perchè l’esercito napoletano avesse concorso a combattere il tedesco, o che almeno un sol battaglione lo avesse rappresentato in quella guerra nazionale. E invece, ei concentrò forte nerbo di truppe negli Abruzzi, quasichè, facea sospettare, avesse voluto coadiuvare gli Austriaci, nel caso che la fortuna sorrideva anco una volta alle loro armi. Bandì dappoi un’illusoria amnistia, e mentre ordinò con decreto, che fossero cancellate le liste degli attendibili, con circolare segreta preveniva gl’Intendenti, a non tener conto di quel decreto, e quando poi s’aspettavano provvedimenti amministrativi degni d’un uomo di Stato, cacciò fuori decreti di pulizia urbana, ormai troppo storici riguardanti le inondazioni serotine, e le lavandaie. Con tale condotta egli tradì l’aspettazione universale non solo, ma perdè l’opinione acquistatasi in Sicilia, e quando lasciò il potere cadde innosservato, ma a discapito del Sovrano, che discreditato dai suoi nemici, perdea l’affezione dei sudditi.
Gli emigrati, accolti e mantenuti dal Piemonte, che aveano numerosi affiliati nel regno, e quel ch’è più godeano opinione d’intelligenti e onesti, se pria del 1859 lavoravano per , tanto da venire ad accordi col pretendente francese, allora aveano tutti adottato il programma unitario ― Italia Una con Vittorio Emmanuele ― Attenti a profittare degli errori del Governo, ne commentavano gli atti, fomentando così il malcontento, e poterono fin dai primi giorni dell’ascensione al trono del Re, segnare una vittoria nella procurata sedizione dei reggimenti svizzeri, che domò colla mitraglia, ma che il giorno appresso furono sciolti, e si perdè un forte antemurale contro la rivoluzione. L’invio in Napoli dell’uomo, ch’era stato compagno al Conte di Cavour nel famoso , il , era un significato abbastanza ostile per la Corte Napoletana, era il principio di quella guerra disleale con che il Governo Sabaudo ottenne il suo scopo. Di fatti il Ministro piemontese si mostrò assai più abile cospiratore che diplomatico, e abusando della sua qualità dirigeva i comitati, dava opera ad estendere le fila d’una vasta cospirazione nel regno, e a fomentare il malcontento ed il disprezzo contro il Governo, preparando nel tempo istesso la pubblica opinione, perchè il movimento da scoppiare riuscisse annessionista, non già mazziniano. A lui si unì ben presto il , che defezionò dalla famiglia, e che dappria sperando in una conciliazione mercè il patto federativo, diresse una lettera al suo nipote e Re, consigliandolo a stendere la mano al loro parente . Tali consigli com’era a supporsi non furono accolti, anzi per punire il Conte fu esiliato il segretario di lui, l’archeologo . La stampa clandestina riusciva a mera- viglia nelle mire del comitato divulgando inventate notizie, che trovavano appiglio nella fervida fantasia dei napolitani, e fatti calunniosi, che colpivano gli alti funzionari dello Stato, e la persona stessa del re. Nell’esercito non solo tra gli uffiziali, ma tra’ generali, e tra quelli che più avvicinavano, anzi consigliavano il Sovrano, v’erano caldi fautori dell’idea piemontese, che lavoravano per affezionarsi tanto i graduati, che la bassa forza, onde imitare, in caso di movimento, l’armata toscana. Nella marineria erano più numerosi i proseliti, più estese le fila, gli uffiziali erano quasi tutti compromessi col ministro piemontese.
Il giovane re, malignamente consigliato da gente, che poi si smascherò, mal comprese le condizioni dei suoi tempi, che bisognava contrastare al Piemonte la preponderanza, che già si avea acquistata in Italia, e invece di dare una forte spinta alle condizioni economiche del regno coll’iniziare lavori colossali, e dare uno sviluppo ai prodotti del suolo, si limitò a parziali concessioni nelle diverse provincie. Del suo soccorreva e largamente, si studiò a tutt’uomo di essere giusto, d’accontentare quelli, che a lui ricorrevano, e d’inviare cereali e grani in quelle provincie, ove per la scarsezza del ricolto più faceasi sentire la miseria. Non prevedendo la guerra non volea aumentare balzelli, e cercò migliorare l’esercito e il naviglio colle sole risor- se del paese, nella convinzione, che un governo paterno bastasse a tener contenti i suoi sudditi.
Intanto la diplomazia proponeva d’accomodare con un congresso la quistione italiana, ma l’opuscolo comparso in Francia col titolo »» abortì quel disegno. Quello scritto infiammò tutte le menti, perchè si dicea ispirato da , e nel napoletano diffuso clandestinamente, si leggea da per tutto non ostante i rigori della polizia, che resa più arbitraria, presentendo l’avvicinarsi della rivoluzione, esasperava maggiormente colle persecuzioni, senza colpire nel segno, o togliere la causa del male. ― La preparata rivoluzione a Palermo, 4 Aprile, nel convento della Gangia, e mentre a Napoli il Re nel Giovedi Santo, 1860, insieme alla regina, e accompagnato da splendidissimo corteo reale, visitava i S.i Sepolcri in mezzo alle benedizioni del popolo affollatissimo, nella capitale della Sicilia, s’era già innalzata la bandiera della rivolta. Ma in Palermo erano stati arrestati e fucilati i promotori del moto, arrestati i capi del Governo provisorio, e poi a Carini sorprese e disfatte interamente le bande insurrezionali, ivi raccoltesi. La rivoluzione era già doma, quando lo , rinvigorì le speranze dei Siciliani. — Il moto si propagò da per tutto, e una seguela di tradimenti preparati e diretti da a Napoli, Ca- latafimi, portarono lo sgombro dei napoletani dall’isola in seguito a vergognose capitolazioni. Il Re stretto dal succedersi degli avvenimenti, tradito dai suoi più fidi, abbandonato dai parenti, domandò consigli all’imperatore dei francesi, il quale come la Sibilla, pronunziò le storiche parole »presto, molto, di buona fede.» Onesti e leali consiglieri partigiani delle riforme, consigliavano il re a non dare la costituzione, che sarebbe stata fatale per lui, ma quel giovine sovrano, cedendo a false e maligne insinuazioni, e più d’ogni altro ai consigli del , che s’atteggiava a liberale, la concesse. Con ciò dette le armi in mano ai suoi nemici, il Generale chiamato al Ministero della Guerra, compì l’opera, che Nunziante avea cominciata. Suo primo atto si fu, dichiarare innoncenti i Generali, che aveano comandato a Palermo, e che il Re avea sottoposti ad un consiglio di guerra. Lo sgombro di Catania, ove s’era combattuto e vinto, la , l’abbandono di Messina avvennero per opera sua, e poi i fatti di Calabria, per cui venne in Napoli Garibaldi senza colpo ferire. Narrerò i fatti, successi in Calabria interi e minuti, per come li ho raccolti da individui, che ne furono testimoni o parte, a solo scopo di esporre il racconto di avvenimenti finora travisati, o ignorati, che serviranno di documenti alla Storia. Tentai di mantenermi imparziale, per quanto lo possa chi scrive cose contemporanee e recenti, più che dei fatti avvenuti, degli uomini, che n’ebbero parte ne giudichi chi legge, per me, mi terrò sodisfatto, se sarò riuscito a scrivere con imparzialità, queste poche pagine di Storia patria.
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Proclamata la costituzione, si tentarono dal governo gli accordi col Piemonte, il quale affettando indifferenza, per quanta premura avea mo strata di stringere alleanza col napoletano nel 1859, facea domandare dalla diplomazia lo sgombro delle regie truppe dalla Sicilia, in pegno della buona fede, con cui s'iniziava il nuovo sistema costituzionale nel regno.
Il Re, stretto dal procedere degli avvenimenti, cedette, tanto più, che dietro promessa del , s’era mandato a Messina il Capitano Conte Giulio Litta Modignani, Uffiziale d’ordinanza del Re Vittorio Emmanuele, latore d’una sua lettera, onde persuadere a rispettare il continente. E Cavour ciò prometteva, non solo nella certezza, e colla volontà di non riuscire, ma quasi nel tempo stesso che mandava altri tremila volontarî in Sicilia, fucili colla regia squadra a Napoli, e scriveva a Persano..... »si lasci fare Garibaldi. La impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia, deve risalire il regno, ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, finchè ricopra la regina del mare» e poi con altra sua gli dava istruzione; di aiutare la rivoluzione, ma far si, »che al cospetto d’Europa appaia, come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia, e l’Inghilterra sono con noi.» Ad ogni modo, profittando delle condizioni del regno, ottenne lo sgombro totale dei napoletani dall’isola, salvo la guarnigione della cittadella. Però ben presto si conobbe qual fu lo scopo del Cavour, a domandare simili concessioni, quando dagli atti di Garibaldi, dalle masse ch’ei radunava a Messina, dai suoi proclami, si fecero chiare le sue intenzioni, cioè che si preparava ad invadere le Calabrie, per divamparvi la rivoluzione, trionfata in Sicilia. Allora dal Governo si pensò alla difesa, e fu spedito buon nerbo di truppe nelle Calabrie, onde contrastare all’invasore la preda, a cui mirava.
Queste truppe formavano dapprima una divisione, accresciuta poi di forti sussidî, e fu scelto a comandarla il Maresciallo di campo Giambattista Vial, il quale, oltrechè si reputava onorato e fedele, per molti titoli dovea esser grato alla casa Borbone. Non avendo avuto parte ai fatti d’armi, sostenuti dalla truppa in Sicilia da Calatafimi a Melazzo, se non avea reputazione di sperimentato generale, almeno non portava un nome macchiato di tradimento, o di vigliaccheria.
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, punto centrale delle tre Calabrie, fu scelto a quartier generale, quivi tenendo concentrato un forte presidio di truppa, potevasi accorrere ovunque il bisogno lo richiedesse, e in circostanze d’interrotte comunicazioni, potea ricevere soccorsi anche per mare dal , o dal . Il piccolo forte ivi esistente, restaurato verso la fine del 1859, bastava con poca guarnigione a tenere in freno la città nel caso, che la truppa avesse dovuto allontanarsi. Ivi, e nei magazzini del Pizzo, erano accumulati abbondanti materiali da guerra, e da bocca.
La truppa, scaglionata da Reggio a Cosenza così fu divisa.
Monteleone ― Comando in capo ― Maresciallo Vial col suo Stato maggiore, ch’era composto dal Capo-Colonnello Bertolini, e due capitani De Blasio, e Winspear, più l’aiutante di campo del Maresciallo. Un Commissario di Guerra, ordinatore De Leonardis, Commissario De Dominicis, ed una cassa di campagna con corrispondenti impiegati.
Truppa — 12.° di linea, comandato dal colonnello Guerini — 1.° Battaglione del 2.° di linea, comandato dal colennello König, uno squadrone di gendarmeria, una batteria d’Artiglieria, co- mandata dal capitano Brigante, e questa brigata dal Generale Ghio.
Cosenza — Una brigata comandata dal generale Caldarella, composta dall’ottavo reggimento di linea, colonnello Palumbo, dal reggimento dei carabinieri a piedi, colonnello Donati, una batteria di campagna, capitano Abate. Uno squadrone di gendarmeria.
Catanzaro — Il secondo battaglione del 2.° di linea, comandato dal Maggiore De Francesco, sotto gli ordini del Comandante la Provincia, Colonnello Lo Cascio.
Reggio ― 13.° di linea, colonnello Torrebruna, due squadroni di lancieri, comandati dal Maggiore Conte Capasso, ed una batteria di campagna, capitano Carascosa, questa brigata dal Generale Bartolo Marra.
Ma a queste truppe vennero aggiunti nuovi rinforzi, a Reggio le otto compagnie del centro del 1.° di linea, comandate dal colonnello Michereux, ed il 15.° di linea Colonnello Ruiz in Bagnara, spingendo distaccamenti a Scilla e Villa San Giovanni, poggiando la sua sinistra fino a Mileto, presidiato dal 1.° battaglione del 4.° di linea, sotto gli ordini del colonnello Andrea Marra ― Il 4.° ed il 1.° di linea formanti una sola brigata, ubbidivano agli ordini del Generale Melendez.
In tutto quattro brigate con otto reggimenti di fanteria, quattro batterie, e due squadroni di lancieri, oltre i gendarmi a cavallo, della forza di quattordici, a quindici mila uomini. Ma in seguito avvenne cambiamento, tanto nei reggimenti, che nei comandanti le brigate.
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Così disposta la truppa, se ben comondata; era pronta a valida difesa, non ostante che vi esistesse fermento rivoluzionario, apertamente pronunziato, quando si proclamò la costituzione, con cui, perchè fuori tempo data, Francesco 2.° segnò la sua decadenza. In ciascun capoluogo, e nei centri più popolosi delle tre Calabrie esisteva un comitato, che, nel malcontento delle masse, esasperate dagli arbitrî della polizia, trovavano grande elemento per seminarvi l’odio contro il Governo. La speranza di un miglioramento, la credenza, che colla libertà avrebbe seminata dovunque l’abbondanza, l’idea di compiere la sperata Unità italiana, il pensiero d’un nuovo sistema, mercè cui si sarebbero ottenuti immensi vantaggi, come ad arte si diceva, fra l’altro l’abolizione della leva, e la diminuzione delle imposte, tutto ciò facea molti adepti al partito rivoluzionario, specialmente nella studentesca, e nella classe degli artigiani. Prima del 25 Giugno, i comitati agivano circospetti e nel segreto, ma pubblicatasi la costituzione, si dichiararono autorità costituite. Le novelle autorità costituzionali, o erano membri usciti dai comitati istessi, o ciechi istrumenti, che doveano ubbidire alla volontà di costoro. Le persone devote alla dinastia, o liberali autonomisti, che accettavano la costituzione del Re, erano perseguitate col titolo di reazionarî, e fatti segno alla pubblica avversione.
La polizia era affidata a persone nemiche al Governo, che rappresentavano. Così il partito, che per lo passato diceasi Governativo, interamente sgominato e perseguitato, fu incapace di organizzarsi lealmente costituzionale, ciascuno pensò a sè, parecchi si gettarono in braccio alla rivoluzione per salvarsi, i più aspettarono rassegnati la tempesta. Le guardie urbane, che sarebbero state di valido appoggio alla truppa, e in quell’occasione aveano avuti molti fucili militari, e custodivano con attenta vigilanza il littorale, furono disarmate dal Ministro , e armate invece le Guardie nazionali, dichiarate apertamente per Garibaldi.
L’esercito solo, potentemente avversato dalla pubblica opinione, dovea difendere il trono, e l’indipendenza del regno. Se lealmente comandato in Calabria avrebbe potuto vincere Garibaldi, e la rivoluzione. La truppa, nelle Calabrie, era comandata dal Generale Vial, fermo in Monteleone e inceppato dal Ministro , che da Napoli volea regolarne i movimenti. Degli uffiziali superiori, o subalterni, taluni erano antecedente- mente venduti, o cospiratori, altri in omaggio alla pubblica opinione, credettero transigere col loro onore, i più furono vittime innocenti del loro dovere. Nella bassa forza, i soldati erano accanitamente partigiani del Re, invano tentarono di stancarli colle continue ed inutili marce, e contromarce nei mesi più caldi, e financo colla fame, stettero sempre fermi al loro posto, e quando traditi, dovettero cedere le armi senza combattere, attraverso mille pericoli, raggiunsero le bandiere. Dei sottuffiziali, i più, ligi al loro dovere, erano affezionati al Sovrano, che giovinetto, tante volte aveano visto con loro ai campi d’istruzione, ma parecchi adescati dalle speranze di future ricompense, disertarono, e per quanto era in loro promoveano la diserzione trai soldatî.
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Il Generale Marra, da militare accorto, comprese la difficile posizione, in cui si trovava in Reggio, comprese, che colla poca forza, di cui disponeva (un reggimento di fanteria, due squadroni di lancieri, ed una batteria) mal potea sostenersi in una città, in cui il partito contrario alla dinastia, era apertamente pronunziato. Vide che le autorità, anzichè appoggiare il Governo, favorivano la rivoluzione, appurò le intenzioni e i maneggi del partito Garibaldino, e percorren- do il littorale potè osservare, specialmente da Altafiumara gran numero di barche sull’opposta riva sicula, certi preparativi per lo sbarco, e la non curanza della regia squadra, che pure incrociava nel canale.
In Reggio poi il Comitato operava pubblicamente, ed allora s’era detto d’essersi formato un piccolo campo ad Aspromonte, ma realmente il campo, così pomposamente chiamato, si formò verso i primi di Agosto, e consisteva nell’unione di pochi giovani intorno al Sig. Plutino Agostino. Questi, prima di ritornare in patria dall’esilio, aveva in data 9 Luglio scritto a Garibaldi, incitandolo a dargli istruzioni, se dovesse in Reggio attendere il movimento, o fare sui monti, alla testa dei suoi amici, una dimostrazione di rivoluzione. Egli domandava un migliaio di fucili, ed altrettanti uomini per iniziare il movimento, ma in tutto non ottenne, che poco soccorso d’armi, e d’armati. La prima sera si contarono trentuno individui, e poi aumentatosi questo numero coll’arrivo di altri giovani, colla compagnia di Scilla e coi, garibaldini di Musolino e Missori poterono assommare a poco più che trecento, e ciò perchè era difficile, se non impossibile trovar contadini, che si sollevassero contro il legittimo re. Taluni giovani furono visti partir da Reggio perfettamente abbigliati, e dicevano pubblicamente di andare al Campo d’Aspromonte, nè per questo l’autorità politica, si dava pensiero d’im- pedirneli. Le armi erano inviate continuamente da Messina, e si ripostavano in un casino, situato in riva al mare al Fortino, poco discosto dalla città, quivi si consegnavano ai giovani volontarî. In Reggio, i membri del comitato sottoscrissero per somme vistose, onde preparare l’insurrezione, e mantenere il così detto Campo di Aspromonte, i dipendenti da esso poi uscivano a questuare per lo stesso scopo anche nei paesi vicini, ove molti largirono danaro per sentimento, moltissimi per necessità.
Il Generale Marra era tenuto ad operare in caso di ribellione, spettava all’autorità politica amministrativa, d’impedire questi preparativi, ma non perciò potea soffrirli in pace. All’oggetto fece forti rimostranze al comandante in Capo in Monteleone, e al Ministro della Guerra in Napoli, tanto più che si tentava a persuaderlo di transigere col suo dovere, anche con vistose offerte di denaro. Egli soldato vide, che in tali condizioni era impossibile sostenersi in un paese, pronto ad insorgere, domandò al Ministro della Guerra un Vapore per trasferirsi in Napoli, e conferire con lui di cose di sommo rilievo, per ritornare poi collo stesso mezzo al suo posto. Ma Pianell non volea certamente essere informato di cose, che egli ben sapea, nè volea riparare, e per dispaccio negò a Marra l’invocato favore, dicendo che egli dovea rimanere alla testa della sua brigata, per difendere l’integrità del suolo, di stare alle istruzioni inviategli, e che, in caso di sbarco, avesse dovuto assumere il comando di tutte le truppe, comprese quelle, che si manderebbero da Napoli. Marra non potea al certo rimaner contento delle vane promesse del Ministro, ed insisteva d'essere inteso, tanto che da Napoli gli s’inviò il Capitano Bellucci dello Stato maggiore, a cui affidò un memorandum di 13 articoli, che fu consegnato al Re, nel quale si esponeva il vero stato delle cose, e si profetizzava la perdita delle Calabrie, se non si riparava urgentemente agl’inconvenienti designati.
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Ma le promesse rimanevan vaghe parole, egli agitato per la dura posizione, in cui si lasciava, volle anche darne avviso al Maresciallo Vial, a cui con telegramma del 2 Agosto gli facea noto, che sbarchi alla spicciolata succedevano tanto lungo il littorale, che a Reggio, che egli si trovava impotente ad agire, giacchè »non ho truppe leggiere, diceva, non ho cavalleria, non zappatori, non ambulanza, non sussistenze, non trasporti, ec.
E nel giorno appresso gli delineò più francamente la posizione, col seguente dispaccio = »Come appendice al mio telegramma di ieri, mi do l'onore farle noto, che quì il comando della truppa in atto dipende dal comandante la provincia, da me, e da lei. Nelle gravi circo- stanze l’unità di comando è condizione indispensabile, se veramente si vuole agire.
Sulla linea da Villa San Giovanni a Scilla ci sono otto compagnie, e non da me piazzate, io Signor Maresciallo, sono per i corpi compatti, per le forze riunite, non per lo sperperamento. Noi facciamo uno studio per disseminare la gente, e renderla debole su tutt’i punti. Conseguenza di tale sistema, trovarsi fiacchi per impedire uno sbarco, dissestati per viveri ed alloggiamenti, ed astretti a lunghe marce, per riunirci se le circostanze il richiedono. Bisogna stare sul luogo per disporre le difese, e per tutt’altro.
Le circostanze del momento influiscono potentemente sulle operazioni militari. Si meraviglia che in Reggio gli animali della batteria sono astretti stare al bivacco, ma se per poco riflette, che nelle attuali circostanze, sarebbe imprudente non tenerli vicini ai pezzi, e questi in acconcio sito per garentirli da un colpo di mano, se si consideri lo stato del paese, prontissimo ad insorgere, al primo segnale, che verrà dalla riva opposta, cesserà, ne son certo, la meraviglia.
Il Ministro della guerra mi avverte, che spedirà il capitano Bellucci per conferire con me! Tempo inutilmente sprecato. Questo è un mezzo termine, un palliativo. Intanto il tempo stringe. Ma che! non si hanno occhi per vedere? Che, son tutti ciechi? Io sono ancora senza quelle tali istruzioni, che avrei dovuto qui trovare al mio arrivo. Non ho aiutante di campo, non capo, né ufficiale aggiunto allo stato maggiore. Ignoro i dettagli topografici di questi intrigatissimi terreni, ove dovrei agire presentandosene il bisogno. Ho chiesta la carta di Smit all’ufficio topografico, e si tace, sto infine in Reggio, ed ivi tassativamente inchiodato per oppormi ad uno sbarco, che si può tentare da questo Capoluogo a Scilla, sul punto opposto al Capo delle Armi, ed anche dietro marina. Da Napoli mi dice l’Eccellentissimo della Guerra, che avrò soccorsi appena succederà uno sbarco! Ed Ella, anche mi ripete, che sarò appoggiato dalla brigata Melendez, che si metterà sotto i miei ordini, se lo sbarco si avvera. Mi duole dirlo, tali soccorsi, se verranno, quando si verificherà uno sbarco giungeranno troppo tardi, perchè uno sbarco si esegue in un’ora e mezzo, ed i monti sono vicini alla spiaggia!
Mi si risponde alle mie premurose domande, che avrò tutto, ma sfortunatamente nulla vedo ancora, e conoscendo, per lunga esperienza, l’andamento delle cose nostre, dubito, e fortemente, che le promesse non avranno, che lontano adempimento, e forse quando sarà inutile. Dal modo come le faccende di quì, sono incaminate, scorgendo, che un generale non può con onore onninamente uscirne, mi son deciso a scrivere al Ministro della Guerra, che mi dimetterò dal comando, se, per questo giorno, non mi giungono le istruzioni promessemi, e non sarà regolarizzato il servizio in tutte le sue parti.»
Vial, inchiodato a Monteleone, e impotente anch’egli a sviare gl’inconvenienti, a cui questo Generale accennava, prometteva vagamente ciò, che da Napoli a lui si prometteva. Ma Marra non intendeva essere sagrificato alle mire settarie del , e persuaso che egli nulla avrebbe ottenuto, perchè capì, che non si volea la difesa delle Calabrie, segnalò al Ministro, e in termini assai più energici, che per lo innanzi non avea fatto »4 Agosto »Al Ministro della Guerra. Vedo compromesso il mio onore, se più rimanessi al comando di questa brigata, la interesso spedire chi deve rimpiazzarmi, se non vuole, che passi la firma al Colonnello più anziano. Nessuna delle fattemi promesse è stata ancora attuata. Mancano le istruzioni sul da farsi, i commissarî di Guerra, gli ufficiali di Stato maggiore, manca il danaro pel genio ed artiglieria, il pane pei soldati, il vestiario, la gente adatta a far fronte al servizio, che si pretende, ed infine, a quanto mi sembra, manca la buona fede, onde mi decido al passo di chiedere l’esonerazione d’un così lusinghiero comando. Se i miei onorati servizi, meritano una considerazione spero una seconda classe, se ciò non si crede, la mia di missione.»
Ma Pianell non si dava per vinto, egli mascherando le sue intenzioni con simulata energia militare così rispose nel dì seguente »Non il ritenere il comando, ma l’abbandonarlo compromette il suo onore.
Le farò render conto innanzi un consiglio di guerra del suo indegno procedere, e delle conseguenze, che può produrre sulla truppa, che da lei dipende. I futili pretesti, che espone sono in via d’essere dissipati. Io incontro ostacoli di gran lunga maggiori.
Marra alla sua volta non potea sopportare tanta albagia indegna, perchè bugiarda, ed insistè »L’indegno procedere è di chi non ha saputo, o voluto disporre le cose, come si doveano, di chi provvede agli urgenti e vitali bisogni con parole, non già coi fatti. Replico nuovamente, che senza commissarï di guerra, il servizio non può andare, senza uffiziali di stato maggiore, è lo stesso, che essere privo di braccia e d’occhi. Io basterei, se la zona del mio comando cadesse sotto i miei occhi, ma sembrami che costà non si conosce lo stato del paese, nè nel senso topografico, nè in quello politico. In ultimo Vostra Eminenza mi permet- terà che le minacce con un uffiziale come me, sono argomenti da non usarsi. Metta in esecuzione, e lo desidero ardentemente, il suo pensiero, e spero provare che l’onore mi è stato sempre unica guida nella mia non breve carriera (benchè sempre mal compensato) cosa, che non da tutti può dirsi, e me ne appello alla memoria di Vostra Eminenza»
Il Ministro superbo e intollerante, si meravigliò d’un parlare così franco e leale, e anzichè riparare urgentemente agl’inconvenienti esposti, nel giorno 7 Agosto spedì a Reggio un apposito vapore, il Pompei, impose gli arresti al generale Marra, e lo rinchiuse, giungendo a Napoli, nel , passandolo alla terza, classe. Del suo richiamo in Napoli, il Marra ne era stato avvertito sin dal giorno sei da un suo parente, il quale l’avea saputo da persona proveniente da Messina, che diceva averlo inteso dallo stesso , lo che dimostra, come di ogni disposizione, che il Ministero emanava ne era, prima d’ogni altro, informato il nemico.
Questo generale poi, ad intercessione del fratello Pasquale Marra, fu richiamato in attività, e il Re nel partire da Napoli gli affidò la custodia del palazzo reale, per consegnarlo a Garibaldi.
Il 13.° di linea, rilasciato nella disciplina, fu mandato in Puglia, il suo colonnello Torrebruna, che poi in Napoli sconsigliava i suoi com- pagni a seguire il Re dietro il Volturno, alla seconda classe, il 14.° di linea, comandato dal colonnello Dusmet fu spedito in Reggio, e il colonnello d’artiglieria Brigante, quello stesso, che avea bombardato Palermo, promosso a brigadiere a 4 Agosto, fu mandato ad occupare il posto lasciato dal Marra.
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Il generale Vial, fisso in Monteleone si contentava delle vane promesse del Ministro, tenea disseminata la truppa in piccoli distaccamenti sul littorale per impedire gli sbarchi minacciati, questo sistema sindacato da Marra, oltre che stancava il soldato con continue marce, contromarce e bivacchi, rendeva deboli le forze regie su tutt’i punti.
Al secondo battaglione del 4.° di linea, che erasi recato in Catanzaro a rilevare il 2.° di linea fu imposto di ritornare in due tappe a Monteleone, e quello stesso battaglione del 2.° di linea, che dal 4.° era stato rilevato, fu rimandato a Catanzaro. Il secondo battaglione del 4.° poi, nel mentre era per giungere a , ebbe avviso per telegrafo, che tre compagnie colà avesse lasciate sotto gli ordini del Maggiore Anguissola, e le altre tre, comandate dal Tenente Colonnello si fossero recate a .
Quì come da per tutto regnava una sorda agitazione, foriera di vicini avvenimenti. avea fatto sentire prossimo il suo sbarco, sicchè i capi più influenti del partito nelle Calabrie, sostenuti dagl’Intendenti, e Sotto-Intendenti locali davano opera a facilitarlo con tutt’i loro mezzi. Il Sotto-Intendente di quel distretto Signor Poerio, creatura del Ministro Romano, giovine d’età, e avverso al governo, che rappresentava, secondava a tutta sua possa il movimento. Allo giungere della truppa in Palmi, egli stesso fè noto al comandante di essa tenente colonnello Morisani, che in caso di sbarco qualunque resistenza da parte sua era inutile, giacchè era tutto convenuto con i comandanti superiori della truppa nelle Calabrie. Aggiungeva non potersi compromettere della guardia Nazionale, che anelava il momento di salutar Garibaldi. N’ebbe in risposta, ch’egli avrebbe adempito al suo dovere, e colla poca forza di che disponeva, era al caso di tenere in freno la guardia Nazionale ed il paese.
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In , pubblicatasi la costituzione, era rimasto a reggere la provincia il Segretario generale Signor Cammarota. Liberale, e condiscendente all’idea di unificare la penisola, ma mancante di risoluzione, e d’energia nella difficile posizione, in cui si trovava non sapeva a qual partito appigliarsi. Darsi apertamente alla corrente rivoluzionaria contro il governo, o per dir meglio la dinastia, non gli sembrava onesto, combatterla, credette mancargli la forza, e il sentimento. Allora si rivolse a domandar consigli al Ministero, ma questo volea esser compreso senza spiegarsi, Cammarota non volle contrariare il Governo, nè il partito rivoluzionario, e lasciò fare fingendosi ammalato. In sua vece, il Ministro con decreto del 10 luglio, avea nominato il Cav. Giuseppe Dentice d’Accadia, allora Sotto-Intendente a Gaeta. Costui era onesto liberale, devoto alla costituzione, e perciò deciso a sostenere il Re, e l’autonomia del regno. Un tal’uomo avrebbe dissestati i piani dei rivoluzionarï reggini non solo, ma dei compromessi tutti del regno, per cui il comitato, saputane la nomina, spedì appositamente da Reggio a Napoli il Sig. Salvadore Rognetta negoziante, onde far rilevare al Ministro Romano quali danni avrebbe potuto soffrire il partito unitario, se una tale persona, si fosse inviata al governo della Calabria Ultra prima. Intanto il Ministro, prevenito della lealtà dei principï del Cav. Dentice d’Accadia, con decreto del 27 luglio lo mandò al ritiro, nominando in sua vece l’Avvocato Ignazio La Russa di Catanzaro, il quale non accettò, e fu nominato Consigliere presso la Corte Suprema in Napoli, in missione di Procurator Generale presso la Gran Corte Civile di Catanzaro. Vacando così il posto d’Intendente il Sig. Rognetta si diresse al pittore di Reggio, antico emigrato, uno dei più accaniti fautori dell’Unità italiana, che avea lavorato, con dapprima, col Marchese poi, a far proseliti a questo concetto, cioè, che l’Italia dovesse unificarsi sotto lo scettro di . Egli avea potentemente contribuito nell’anno innanzi, che i liberali reggini avessero fatta adesione al principio da lui propugnato, giacchè di liberali ve n’erano e molti, tra’ quali pochissimi repubblicani, mentre i più tendevano per una costituzione, gl’intelligenti aspiravano anche alla confederazione. Il Sig. Salazaro adunque, anche come Capo di un Comitato, era al caso di far accettare dal Ministro, un individuo capace di comprendere la posizione del tempo, ed in fatti col Rognetta si recò da D. Liborio, gli espose la situazione politica della provincia, e chiese che non già un Consigliere provinciale, come volea il Ministro, dovea nominare Intendente, ma il Sindaco della Città, di cui gli fe noti i meriti.
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The end
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