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A chi legge
Gli studî che abbiamo modestamente compiuti intorno la storia della città nostra, non isdegnano certo l’appendice del presente volumetto, il quale raccoglie i modi di dire proprî del dialetto vastese, e li illustra spiegandone il significato e narrando come scaturirono quasi tutti spontanei dalla vena arguta e sagace del popolo.
Studiare quindi questo popolo nelle sue facoltà inventive, nell’attitudine alla satira, nel piacere che prova volgendo in ridicolo anche le cose serie, nella beffa bonaria che non scende a trivialità, nella prontezza di afferrare le situazioni, intuendole ed esprimendole con un motto, con una frase, qualche volta scultorî, evi- dentissimi sempre, non è certo inutile passatempo; ma bensì un contributo non spregevole che si porta alla storia generale.
Ed è con tale convinzione che ci siamo accinti a pubblicare questo lavoro, nella fiducia che i nostri concittadini vi faranno buon viso.
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I - La lènga uaštaréule
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In un libro che, come questo, è destinato ad essere venduto a benefizio del monumento che verrà innalzato al Vasto a , è giusto lasciare il primo posto ad un aneddoto che al grande poeta e patriotto si riferisce.
Il vastese Gabriele Smargiassi, rinomato pittore dei suoi tempi, malgrado che da giovanetto avesse abbandonata la sua patria per recarsi prima a Napoli e poscia a Roma, dove godette la protezione della regina Ortensia e del figlio, che fu poi Napoleone III, non aveva dimenticato il dialetto del suo paese nativo.
Quando nel 1838 andò a Londra, per esporvi alcuni suoi quadri, non mancò di visitare l’esule concittadino Gabriele Rossetti, del quale era amicissimo; ed al cameriere, che trovò in anticamera, domandò in dialetto vastese:
— «Šta Grabbijèle?» (Ci sta Gabriele?)
Il cameriere, un Inglese, naturalmente non capì nulla; ciò che fece indispettire lo Smargiassi, il quale, alzando la voce, ripetè:
— «Li capësce ca vajje truvànne Grabbijèle Rusciätte?» (Lo capisci che vado trovando Gabriele Rossetti?)
E chi sa quanto altro tempo sarebbe durata la comica scena, se il Rossetti, che tutto aveva udito, non avesse risposto da una camera vicina:
— «Trasce, frate sê’, ca šting’aècche.» (Entra, amico mio, chè sto qui.)
Dopo essersi abbracciati e baciati affettuosamente, i due amici, che da tanti anni non si rivedevano, incominciarono a ricordare i bei tempi della loro gioventù passati insieme in Napoli; e perchè il pittore parlava il suo solito vastese, il poeta, per secondarlo, rispondeva anch’egli in dialetto.
Francesca Polidori, moglie del Rossetti, che era presente a quell’incontro, stupì, ascoltando da suo marito un linguaggio che altre volte non aveva parlato; onde curiosità la spinse a domandargli che specie di lingua fosse quella.
— «La lènga uaštaréule,» — rispose il Rossetti sorridendo. E, perchè poi comprendesse, aggiunse:
— Il dialetto vastese.
II - Ha date di cule a lu támmule
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Così si indica oggi al Vasto il negoziante fallito, al quale, anticamente, veniva rimesso ogni debito, allorchè denudato si esponeva al pubblico seduto sulla misura del tommolo, che sorgeva in mezzo alla piazza dello stesso nome.
Di tale piazza si fa menzione la prima volta in un Privilegio di Giovanna II del 26 aprile 1426, che concedeva al Vasto un mercato ogni domenica «da tenersi ne la Piazza del Tommolo;» e la misura in grossa pietra incavata, che ivi si vedeva, fu di poi impiegata come vasca della fontana di Porta Castello.
III - Šta a lu qualle gne Turzarille!
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Verso la prima metà del nostro secolo, in una botteguccia di Via Bebbia, vi era un povero rivendugliolo, certo Filippo de Guglielmo, soprannominato «Turzarille,» il quale, benchè piccolo e mingherlino, teneva per moglie Rosa Piccirilli, un donnone dalle forme mastodontiche.
E perchè costui aveva la cattiva abitudine di vendere pane cattivo e di non giusto peso, in seguito a denunzia del Primo eletto, Don Saverio Roberti, era stato condannato ad un mese di carcere.
Volle combinazione che egli si trovasse in bottega con la moglie, quando i gendarmi andarono per arrestarlo; di che accortosi, non vedendo altro scampo, alzò le sottane della sua colossale metà, e lì sotto, al calduccio, comodamente si appiattó.
I gendarmi, non sospettando l’esistenza di quella nuova specie di nascondiglio, dopo aver frugato inutilmente tutta la bottega, se ne uscirono con le pive nel sacco, accompagnati dalle risa di quanti erano spettatori di quella comica scena.
IV - Cand'è llonghe nu porche 'n zi po' 'ppurè 'na virità'!
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Mentre Alessandro Bacchetta un sabato mattina usciva fuori Porta Castello per fare la sua solita passeggiata, s’incontrò con un amico che tornava dal mercato seguito da un maiale e dal contadino che a lui lo aveva venduto.
Curiosità lo spinse a domandare all’amico quanto avesse speso, e questi, per far vedere che sapeva comprare, gli disse un prezzo minore di quello sborsato.
Sembrandogli impossibile che un animale così grosso e ben nutrito l’avesse pagato tanto poco, appena l’amico per con- tinuare il suo cammino si fu alquanto da lui allontanato, domandò anche al contadino che conduceva il maiale per quale somma l’avesse venduto; e costui alla sua volta, per far la figura di persona accorta, che sapeva far bene i proprî interessi, disse invece un prezzo maggiore.
Onde spontanea uscì dalla bocca del Bacchetta la frase: «Cand’è llonghe nu porche ’n zi po’ ’ppurè ’na virità’!»
V - Facète la limósene a Zia Ddate, che li chînde à sbajjàte
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Vuole la tradizione che una certa «Zia Ddate,» in età di sessant’anni, si trovasse in possesso di mille ducati; e pensando che la sua vita non potesse prolungarsi più di altri dieci anni, stabilì di spendere il suo peculio in ragione di cento ducati all’anno.
Ma, passato questo tempo, la morte aspettata non venne; onde, rimasta senza il becco di un quattrino, si vide costretta a stendere la mano ai passanti, a cui ri- peteva dolorosamente: «Facéte la limósene a Zia Ddate, che li chînde à sbajjate!»
VI - Paese cogion, i gati se vende, l’aseo se dona
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Sin dal secolo XV, come ricordano le cronache patrie, era fiorente l’industria dell’aceto nel Vasto; e se ne fabbricava di qualità così eccellente che negli acquisti di pesce marinato, che venivano fatti a Venezia ed a Comacchio, si esigeva nei contratti la dichiarazione che dovesse detto pesce essere marinato «con aceto del Vasto.»
Però l’abbondanza di tale prodotto e la mancanza di strade, che non permetteva l’esportazione per via di terra, contribuivano a mantenerne sempre basso il prezzo; e ciò a vantaggio dei negozianti veneti, che ne monopolizzavano l’industria.
Uno di questi negozianti, che trovavasi nel Vasto a caricare l’aceto nella cantina del Sig. Pasquale Calabrese, stupì vedendo che il Calabrese dava gratuitamente un po’ di aceto a tutte le donnicciuole del vicinato che gliene facevano richiesta; e quando, poco dopo, da una ragazza che portava due gattini in un cesto, apprese che li andava vendendo, non potette trattenersi dall’esclamare: «Paese cogion, i gati se vende, l’aseo se dona!»
VII - Esse la hatte e esse lu päsce
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Don Mattia Mattioli aveva una serva che lo derubava sulla spesa; e una volta, a fine di appropriarsi il denaro ricevuto per comprare due rotola di pesce, essa cercò di dare ad intendere al padrone che il gatto lo avesse mangiato.
Don Mattia, poco soddisfatto della spiegazione, ebbe una luminosa idea: prese il gatto incriminato e, postolo sulla bilancia, con grande sua meraviglia, vide che pesava cinque libbre, cioè una libbra meno del pesce che mancava. Della qual cosa chiedeva spiegazione alla serva, conchiudendo: «Esse la hatte e esse lu päsce.»
Questa frase fece fortuna; ed è usata tutte le volte che con argomenti validi si vuol dimostrare l’esistenza di una frode in una qualche faccenda.
VIII - Lu vole di Do Mummurijàne
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Visse nel Vasto, e molti anche oggi lo ricordano, Don Numeriano S..., un prete che negli ultimi suoi anni era affetto da mania religiosa.
Un giorno, mentre insegnava la dottrina nella chiesa di S. Francesco, gli venne la matta idea di volare; e, rivolto ai bambini che aveva dintorno, disse loro:
— Fanciulli miei, con la fede tutto si ottiene; e perchè io sento d’averla questa fede, vedrete che ora sarò capace anche di volare.
E, arrampicatosi con vigore giovanile sino al punto più alto dell’altare, spiccò un salto nel vuoto, gridando:
— Vola, vola, anima mia!
Inutile dire che lo raccolsero pesto e malconcio; e che grondante di sangue fu portato nella sua casa, dove rimase in letto parecchio tempo prima che guarisse.
IX - U li zèppe, u ni li zèppe, sembre nove sáume fa la vegna mä'
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Proprietario della vigna miracolosa, che sì nella buona come nella cattiva annata dava sempre la medesima quantità di prodotto, era un certo Cesario Pracilio, soprannominato «Cianerde,» il quale, poco tenero osservatore del settimo comandamento, si rifaceva sulle vigne dei vicini allorchè il raccolto era per lui poco abbondante. E perchè manesco e prepotente, di questa sua poco lodevole abitudine non faceva mistero; anzi se ne vantava pubblicamente allorchè diceva: «U li zèppe u ni li zèppe, sembre nove sáume fa la vegna mä’.»
X - Lu mezzijurne di Zi Livéine, cumenże doppe e firnësce préime
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Il mezzogiorno, nel Vasto, viene suonato dalla campana maggiore di ogni chiesa con tredici tocchi, divisi in quattro tempi: tre tocchi nel primo tempo, quattro nel secondo, cinque nel terzo ed uno nell’ultimo.
Il campanaro di Sant’Antonio, certo Levino Izzi, o per la fretta di andare a pranzo, o per altra sua particolare ragione, nel disimpegno di questa incombenza aveva l’abitudine di far passare così breve intervallo fra un tocco e l’altro che in men che si dica il suo mezzodì era bello e suonato.
La sveltezza del battaglio di Zio Levino, ispirò ad un bello spirito i due versi, che rimasero poi popolari nel nostro dialetto.
XI - Mare màjje, ca m’àjj’arricchéite!
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Dal giorno 2 febbraio al 1° marzo durò nel Vasto il periodo rivoluzionario del 1799; e la plebaglia, rotto ogni freno, commise stragi, incendî e rapine.
Nel saccheggiarsi la bottega del negoziante Gaetano Celano, uno dei rivoltosi si ebbe per bottino alcuni rotoli di chiodi; ma, nel portarseli via in fretta, glie ne cadde uno, dal quale, anzichè uscirne chiodi, rotolarono varie doppie di sei ducati. I compagni diedero tosto addosso al malcapitato per fargli rilasciare la preda; e costui, fug- gendo, ad ogni colpo di randello da cui veniva percosso, gridava disperatamente: «Mare màjje, ca m’àjj’arricchéite!»
XII - Cámisce spirdíute e aritruvate, quarandacinghe rane
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Nel 18... era amministratore della chiesa di San Pietro un tale che, pur di fare il proprio vantaggio, non guardava tanto pel sottile ai mezzi necessarî.
Fra l’altre bricconerie una volta pensò di segnare nel libro degli esiti della congrega la somma di 45 grana, data come compenso ad un tale che aveva ritrovato un camice disperso.
E perchè questo fatto era insussistente, e per altre marachelle che in seguito gli vennero provate, allorchè oggi si vuol fare intendere che c’è imbroglio in qualche affare, s’usa dire: «Cámisce spirdíute e aritruvàte, quarandacinghe rane.»
XIII - Sacce jë' chi ttinghe 'n gurpe
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Il più delle volte, da chi crede custodire un gran segreto, si sente ripetere con aria di mistero: «Sacce jë’ chi ttinghe ’n gurpe.»
Qual’è l’origine di questa frase? Ve lo diciamo in poche parole.
Antonio Capparossa, per la morte di un suo nipotino, doveva recarsi alla chiesa di S. Pietro allo scopo di prendere gli opportuni accordi pel trasporto del cadavere. Ma, passando per la strada del Lago, fu fermato da alcuni amici, i quali, malgrado la sua riluttanza, l’obbligarono ad entrare nella cantina di Nasci, dove erano preparati certi cavatelli da far proprio leccare le dita.
O fosse effetto dell’appetito, o del sugo di maiale, che aveva dato ai cavatelli un sapore delizioso, certo è che il Capparossa ne fece tale una scorpacciata da dover incaricare un’altro perchè andasse alla chiesa; mentre egli a stento potette ridursi alla sua abitazione.
Quando poi alla sera i parenti, come è uso nel Vasto, fecero il consòlo, cioè mandarono la cena in casa di lui, per quanto lo pregassero non furono capaci di fargli mangiar nulla; egli a tutti rispondeva singhiozzando: «Sacce jë’ chi ttinghe ’n gurpe.»
Gli astanti compassionavano il Capparossa, credendo che egli tenesse in corpo non altro che l’acerbo dolore per la disgrazia toccatagli. Nessuno andò all’idea che volesse alludere ai cavatelli, di cui gli riusciva difficile la digestione.
XIV - E agnîtte, Pippîcce!
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Giuseppe D..., che la vecchiaia aveva rimbambito, era geloso della moglie, vecchia al pari di lui; ed in ogni uomo che la guardava, egli vedeva un insidiatore del suo onore.
Quando poi per tormentare la consorte, incominciava ad enumerare tutte le infedeltà che imaginava avesse la poveretta commesse, dopo il racconto di ognuna, era solito di aggiungere, come conclusione: «E agnîtte, Pippîcce!»
Modo di dire che è rimasto nel nostro dialetto, e che si suole ripetere allorquando siamo obbligati ad ingollare un’ingiuria senza poterla vendicare.
XV - Li štipute è mmurt'a lu dicissette!
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«Li štipute è mmurt’a lu dicissette!,» esclama con aria canzonatoria chi si accorge che gli si vuol dare a bere qualche fandonia. E dicendo così non ha poi tutti i torti.
In quel disgraziato anno 1817 scoppiò nel Vasto il tifo petecchiale; e perchè i medici lo combattevano con gli eccitanti e con la cura antiflogistica energica, metodi che la scienza moderna ha riconosciuti sbagliati, sopra 3000 attaccati ne guarirono appena 500, e propriamente coloro che durante il corso della malattia rifiutarono di prendere qualunque medicina.
Il popolo, che in tutte le case dove vedeva entrare il dottore vedeva poco dopo entrare anche i becchini, sospettò che gl’infermi venissero avvelenati; da ciò il titolo di stupido a chi, in quella triste ricorrenza, per giovarsi dell’assistenza del medico, se ne andava al Creatore.
XVI - Mala nuttate e cítela fámmene
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Sarà un’ingiustizia, una crudeltà, chiamatela come volete, ma il fatto è che allorquando tra noi una donna sopra parto dà alla luce una bambina, tutti fanno il muso lungo nella casa, non esclusa la levatrice, che, anch’essa, avrebbe preferito un maschio, per aver diritto a più generoso compenso.
Ad Angelo de Paola dunque, giocatore di professione, accadde una volta di far nottata intorno ad un tavolino di Zecchinetto; e quando al mattino, dopo aver perduto sin l’ultimo spicciolo, si accingeva a ritornare in casa, vennero a dirgli che la moglie aveva in quel momento partorita una bambina.
E fu all’annunzio di questa nuova disdetta capitatagli, che il De Paola esclamò: «Mala nuttate e citela fámmene!»
XVII - Surelle e fratelle cindurate, dicète ’na terza di Rusarie pi chi l’alma trapassate
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Nella Chiesa di S. Giuseppe, e propriamente nel secondo altare a sinistra, uffiziava, sino dal secolo XV, la congrega di Maria SS. della Cintura.
Per antica consuetudine, allorchè un affigliato di essa veniva a morire, lo scaccino della chiesa medesima, vestito con camice e cappuccio, e con un campanello in una mano ed un lanternone nell’altra, andava di notte in giro pel Vasto, fermandosi ad ogni canto di strada, per gridare lamentosamente:
Surelle e fratelle cindurate, dicète ’na terza di Rusarie pi chi l’alma trapassate.»
Scuoteva quindi tre volte di seguito il campanello, e continuava il suo cammino sino a che non aveva percorso tutte le vie della città.
Questa barbara usanza durò sino al 1866, epoca in cui l’autorità di pubblica sicurezza la proibì.
XVIII - Poche casce e poche Sand'Andonie
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Ad Andrea Marchesani un tale diede l’incarico di fare una statuetta di Sant’Antonio, con l’intesa che avrebbe compensato il lavoro con alcune forme di cacio.
Qualche giorno dopo, infatti, egli mandò anticipatamente in casa dell’artista il formaggio promesso; ma in così poca quantità, che questi, per restituirgli la pariglia, modellò un Sant’Antonio tanto piccolo che l’avresti nascosto in un pugno.
E siccome colui che aveva ordinato il santo protestava, vedendolo eseguito in così meschine proporzioni, il Marche- sani per giustificare il suo lavoro rispondeva: «Poche casce e poche Sand’Andonie.»
XIX - Pur'a mma', ca so di la famèjje!
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Verso la fine del XVIII secolo, prima però che la rivoluzione francese desse il crollo ai privilegî dei tanti signorotti che felicitavano il nostro paese, il Barone Alessandro Muzii, succeduto al padre nel possesso del feudo di Dogliola, si recò, insieme al fratello Gennaro, in quella piccola terra, e da quei poveri montanari ebbe oneste e festose accoglienze.
Alla domenica i due fratelli andarono a messa nell’unica chiesetta del paese, dove era stato loro preparato un posto distinto; e, come costumavasi allora in simili circostanze, ad un certo punto il celebrante si avvicinò al Barone, e col turribulo lo incensò tre volte.
Dopo di che si accingeva a ritornarsene all’altare, quando venne fermato da Don Gennaro, il quale, offeso per la preferenza usata al fratello, bruscamente gli disse: «Pur’a mma’ ca so di la famèjje!»
In quei tempi con i feudatarî c’era poco da scherzare; ed il prete, per risparmio di noie, diede di mano nuova mente al turribulo, e contentò anche Don Gennaro, incensandolo a tutto pasto.
XX - La halléine di lu paitane nin gapësce sciò
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Domenico Rodomile, detto «lu paitàne» perchè nativo di Paglieta, si trovava da parecchi anni nel Vasto a coltivare il podere di Antonio Suriani in contrada Colle delle Mandorle; e colà allevava una gallina a cui dava però poco becchime.
Appena quindi la povera bestiuola riusciva a poter scorrere libera nelle vigne dei vicini, giacchè «lu paitàne» stava bene attento a non farla entrare nella sua, con tale avidità si dava a mangiar l’uva che avevi voglia a gridarle: sciò, essa fingeva di non sentire.
Onde, a chi fa il nesci per proprio tornaconto, si dice che assomiglia a «la halléine di lu paitàne, che nin gapësce sciò!»
XXI - T'àjj'arimässe 'n dréune, mo pínżice tî'!
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Nicola Cianci, soprannominato «Nerone,» fu uno dei capi più feroci della celebre rivoluzione scoppiata nel Vasto il 2 febbraio 1799; quando la plebe sollevata, col pretesto di abbattere il governo repubblicano per ristabilire quello dei Borboni, commise nella città nostra devastazioni, incendî ed eccidî.
Fra i tanti episodî di tale periodo rivoluzionario, che durò sino al primo marzo dello stesso anno, giorno in cui il generale francese Luigi Gouthard arrivò con mille uomini nel Vasto, i nostri vecchi raccontano anche che alla sera del 2 febbraio «Nerone,» fatto inalzare un trono davanti la chiesa di San Giuseppe, allora dedicata a Sant’Agostino, su quello andò egli stesso a collocare il ritratto di Ferdinando IV, esclamando: «T’àjj’arimässe ’n dréune, mo pínżice tî’!»
XXII - 'Mbárete, cojjone, a durmë̆' n'addra vodde nghi la finestre arrapèrte
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All’eremita della Madonna delle Grazie capitò una sera di alzare il gomito più del dovere; e, alticcio com’era, andò a dormire senza chiudere la finestra della sua cella.
Era di Gennaio, e, per la tramontana che soffiava, il poveretto, assiderato dal freddo, la mattina seguente fu ritrovato stecchito nel suo letto.
Il fratello di lui, Tommaso Pietrocola, che in gioventù era stato un vero rompicollo e che poi aggravato dagli anni si era dato a Dio e viveva ritirato nel- l’eremitaggio della Madonna dell’Incoronata, appena ebbe notizia della disgrazia andò nell’abitazione del defunto; e quando fu alla presenza del cadavere, anzichè sciogliersi in lagrime, lo apostrofò bruscamente così: «’Mbarete, cojjone, a durmë̆’ n’addra vodde nghi la fineštre arrapèrte!»
XXIII - Sa' Mmarch'a fforze
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Tra i Capitoli delle chiese di Maria e di S. Pietro nel Vasto, non corse mai buon sangue per quistioni di religiose preminenze; e delle secolari discordie cittadine, a cui questo dualismo diede origine, troviamo tristi ricordi nelle cronache patrie.
, il primo fra gli Arcivescovi di Chieti che esercitò la giurisdizione spirituale sul Vasto, per far cosa grata al Marchese Innico d’Avalos, protettore del clero mariano, in data del 26 maggio 1626 emanò alcuni suoi decreti, confermati poscia da Benedetto XIII, i quali, fra l’altro, ordinavano che nella processione di S. Marco il Capitolo di S. Pietro dovesse cedere il posto d’onore a quello di S.ª Maria.
Perduta ogni speranza di primeggiare sulla chiesa rivale, il clero petronio col sorriso sulle labbra ed il veleno nel cuore era obbligato a prender parte ogni anno alla processione di S. Marco; ciò che spiega il motto: «Sa’ Mmarch’a fforze,» rimasto popolare nel nostro dialetto.
XXIV - Pascale Zaccaria, te chiamma Giesu Cristo — ’N gi vujje minë̆’!
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Nella quaresima del 1828 vennero in missione nel Vasto i Padri Passionisti, per ravvivare negli animi la fede intiepidita, dicono alcuni; mandati dalla polizia borbonica a scrutare nella coscienza del nostro popolo, dicono altri.
Fra le tante opere meritorie, quei buoni padri spiegavano tutto il loro zelo per ottenere ai colpevoli il perdono degli offesi; e le riconciliazioni avvenivano coram populo, in chiesa, dopo la predica, fra il pianto e le benedizioni dell’innumerevole codazzo di pinzochere e beghine.
Al contadino Pasquale Zaccaria avevano ammazzato il figliuolo Pietro, e l’uccisore, Tommaso Scè, scontata la pena, cercò anch’egli di ottenere il perdono dal padre della vittima.
La chiesa di S.ª Maria era quella sera più gremita del solito, quando il frate passionista dal pergamo, in vicinanza del quale l’omicida aspettava per essere perdonato, con marcato accento napoletano incominciò a gridare:
— Pascale Zaccaria, te chiamma Giesù Cristo!
Un silenzio perfetto tenne dietro a queste parole. Ed il missionario allora nuovamente:
— Pascale Zaccaria, te chiamma Giesù Cristo!
Lo stesso silenzio.
Quando finalmente per la terza volta il frate ripetè quella frase, in mezzo alla folla dei fedeli si mostrò Pasquale Zaccaria, che con accento sdegnoso rispose:
— «’N gi vujje minë̆’!»
E volgendo dispettosamente le spalle al passionista uscì fuori della chiesa.
XXV - Si futre è bbèune, futre a mmàjje e futre a ttàjje; si è malamende, fútrite tî', mámete, pètte e canda cchiù ni tì'!
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Quando il giorno 1º marzo 1799 giunse nel Vasto il generale francese Luigi Gouthard con mille uomini per sedare la rivolta scoppiata in questa città, ad un tale tocco di alloggiare un sottuficiale dei dragoni, il quale, perchè aveva l’intercalare del foudre, (fulmine) in ogni frase che pronunziava trovava sempre il modo di farci entrare questa parola, vi fosse o no a proposito.
Il padrone di casa, che di tale intercalare non comprendeva il significato, e che doveva sentirselo ripetere ogni momento, finì per esserne seccato; onde, stizzito, disse al militare: «Si futre è bbéune, futre a mmàjje e futre a ttàjje; si è malamende, fútrite tî’, mámete, pètte e canda cchiù ni tì’!»
XXVI - Accuscë̆’ piace a mma’!
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Giuseppe Cieri, soprannominato «lu vicchiarelle,» era un originale.
Una mattina del primo giorno di quaresima, forse perchè non aveva ancora digerito il vino bevuto la sera di carnevale, si vestì da pulcinella, e messosi a cavallo di un asino, in modo però da guardare la coda anzichè la testa dell’animale, incominciò a girare per le vie della città. Portava tra le braccia un gatto, che di quando in quando lisciava; e per prevenire le domande del pubblico, il quale non sapeva trovare la spiegazione di quella stravaganza, ripeteva continuamente: «Accuscë̆’, piace a mma’!»
XXVII - E va pi ciäppe!
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A Don Gennaro Suriani, curato della chiesa di Santa Maria, quella mattina non glie ne andava una buona. Con un tempo da lupi, l’avevano svegliato alle cinque per portare una comunione alle Croci, una bagattella di due chilometri fra andata e ritorno; e mentre era intento a rasciugare le vesti bagnate dalla pioggia intorno al braciere della sagrestia, venivano ora a chiamarlo perchè un giovane contadino, che doveva prender moglie, aspettava per essere confessato.
Ognuno può imaginare quanta buona voglia tenesse il curato di ascoltare in quel momento i peccati altrui; pure do- vette rassegnarsi, e così incominciò la confessione:
— Sentiamo il Confiteor, figlio mio.
— Ni li sacce. (Non lo so.)
— Diciamolo allora insieme — replicò il prete. E incominciò il Confiteor, che il contadino ripeteva parola per parola.
— Ora dimmi il Pater noster.
— Manghe li sacce, patre me’! (Nemmeno lo so, padre mio.)
— Ebbene, diciamo insieme anche questo.
E dopo il Pater noster, il curato domandò:
— Che peccato hai fatto?
— Dicèmele ’nzimbre (Diciamolo insieme) rispose il contadino.
— Insieme?... che cosa posso saper io dei peccati tuoi?.... Ma insomma — aggiunse il curato incominciando ad uscir dei gangheri — tu che mestiere fai?
— Vàjje pi ciäppe a la sälve. (Vado per ceppe alla selva).
— E va pi ciäppe — (E va per ceppe) gridò stizzito Don Gennaro, alzandosi dal confessionario e piantando in asso il suo penitente.
XXVIII - Ti vu truvà' béune? Fatte la cràuce di lu Greche!
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La croce di «lu Greche,» il quale pare abbia in questo caso il significato di eretico, schismatico, veniva fatta nel seguente modo. Avvicinando la mano destra alla fronte, si diceva.
— ’N di ni ’ngarica’. (Non te ne incaricare.)
Scendendola sul petto:
— ’N di ni ’mbiccià’. (Non te ne impicciare.)
Portandola sulla spalla sinistra:
— ’N avè’ pë̆ite. (Non essere compassionevole.)
E quindi su quella destra:
— Pi n’avè’ huà’. (Per non aver guai.)
É una croce da egoisti, come ognuno vede; però l’esperienza deve averla accreditata, una volta che il popolo ammonisce: «Ti vu truvà béune? Fatte la cràuce di lu Greche!»
XXIX - Crešte, 'n zi' Crešte, si nin fe' ritruvà' lu Crešte!
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Come rimanessero male i petronî allorchè la mattina del 13 marzo 1818 si accorsero che dall’altare maggiore della loro chiesa mancava il bel crocifisso d’argento, è più facile imaginare che descrivere.
Apertamente davano la colpa ai mariani di aver giuocato loro il brutto tiro; e più desolato di tutti era l’amministratore Calamarillo, che non si stancava di andar ripetendo: «Crešte, ’n zi’ Crešte, si nin fe’ ritruvà’ lu Crešte!»
Ma Cristo, per dimostrare di essere veramente Cristo, appagò subito i suoi voti, facendo scoprire l’autore del furto in persona del farmacista Cristofaro Mancini, il quale, appena arrestato, trovò il modo di ingoiare una soluzione di arsenico, per sfuggire con la morte al meritato castigo.
XXX - Lu Marchese vicchie
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Incontrando un individuo allampanato, scheletrito, un vastese dirà subito che assomiglia a «lu Marchese vicchie.»
In una soffitta della chiesa di Sª Maria Maggiore, pasto ai topi che ne hanno rosa buona parte la spoglia incartapecorita, sta in una cassa di legno deposto il cadavere mummificato di Innico III d’Avalos, V Marchese del Vasto.
I monelli, che lo chiamano «lu Marchese vicchie,» tutte le volte che riescono a deludere la vigilanza del sagrestano, cosa del resto non molto difficile, prendono a ludibrio quel povero corpo, che da circa tre secoli aspetta invano dalla pietà degli uomini di godere quella pace che non dovrebbe esser contesa agli estinti.
XXXI - Murime pi cummunijènze!
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Antonio dei Conti Ricci si trovava Sindaco del Vasto allorchè nel 1817 scoppiò il tifo petecchiale in questa città; e perchè era sempre tra i primi ad accorrere per prestare soccorsi agl’infermi, fu ben presto anch’egli colpito dal morbo.
Come già abbiamo detto, in tale triste ricorrenza i medici curavano quel male con eccitanti ed abbondanti salassi; ciò che contribuì ad accrescere notevolmente il numero dei morti.
Antonio Ricci quindi, sebbene profano dell’arte salutare, pure comprese che un simile metodo di cura doveva essere sbagliato; onde, con tutte le forze che gli rimanevano, cercò di opporsi ai dottori che ad ogni costo volevano cavargli sangue. Ma messo alle strette dalle preghiere dei parenti e dalle insistenze dei dottori medesimi, pur prevedendo la triste fine che sarebbegli toccata, fu obbligato a cedere; e, presentando il braccio al medico, che aspettava con la lancetta in mano, disse: «Murime pi cummunijènze!»
Ed infatti, appena praticato il salasso, cadde in tale stato di prostrazione che poco dopo spirò.
XXXII - San Bitre lu fafaréule
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Che San Pietro in vita sua non abbia portato fortuna a nessuno, Gesù Cristo ne sa qualche cosa; ma che la sua iettatura siasi mantenuta costante anche diciotti secoli dopo la sua morte, si può spiegare solamente col fatto che egli dovette averne di così grosse sulla coscienza, che non gli furono perdonate nemmeno dal suo Divino Maestro.
Durante la novena di San Pietro, sino a pochi anni sono, vi era l’uso di esporre sull’arco di Porta Nuova una grossa effigie del santo medesimo, dipinta sul legno, che ogni sera veniva illuminata.
A questa effigie il popolo aveva dato il nome di «San Bitre lu fafaréule;» appunto perchè durante il tempo in cui rimaneva esposta, cioè dal 19 al 29 giugno, rientravano in città le fave avute dalla raccolta.
Ma, per una combinazione strana, tutte le volte che quel quadro veniva affisso sull’arcale di Porta Nuova, incominciava a soffiare un libeccio così ardente ed impetuoso che mandava a male tutto il grano seminato.
Accertata per più anni di seguito l’influenza nefasta di «San Bitre lu fafaréule,» per consenso unanime venne relegato sulla soffitta della chiesa, perchè meditasse, in compagnia dei topi, sulla opportunità di usare più cristiano trattamento verso i proprî fedeli.
XXXIII - Pópele di Sande Lurenze, arrinnète la fame a la màjje di Cutunelle!
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Vi fu un tempo a S. Lorenzo, piccola borgata nelle vicinanze del Vasto, un curato che, a detta delle male lingue, se la intendeva con la moglie del suo sagrestano.
Sebbene i mariti siano sempre gli ultimi a sapere certe cose, pure arrivò il tempo che sulla fedeltà della consorte si giunse a mettere una pulce nell’orecchio del povero «Cutunelle,» il quale, lagnandosene col curato, ebbe da questi formale assicurazione che ben presto avrebbe luminosamente provata la propria innocenza.
Ed infatti la domenica seguente, dopo la spiega del Vangelo, il reverendo, dall’altare, pronunciò un discorsetto ai suoi filiani per smentire quelle ch’egli chiamava voci calunniose; e, presentando la donna accusata come il modello delle mogli, conchiuse: «Pópele di Sande Lurenze, arrinnète la fame a la màjje di Cutunelle!»
La cronaca aggiunge che alle parole del prete spregiudicato anche l’imagine di S. Lorenzo, esposta sull’unico altare della chiesetta, arrossì. Fu però difficile provarlo; giacchè l’artista, per ricordare forse gli effetti della graticola, aveva dipinto le carni del santo del più acceso colore carminio.
XXXIV - Nin ere lu Crešte noštre quälle, ere lu Crešte di Sanda Marèjje, lu Crešte nimméiche!
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Come l’ira di parte ottenebri l’intelletto sino al punto da far dire ad un cristiano che Cristo è il suo nemico, è quanto si apprenderà dal seguente racconto.
Nell’anno 1798, per le solite quistioni di preminenze religiose, si erano nel Vasto risuscitate le antiche discordie tra i Capitoli di Sª Maria e di S. Pietro; perchè un bando del Ministro uditore Di Blasio, minacciando pene severissime ai trasgres- sori, richiamava in vigore il capitolo sesto della Bolla di Benedetto XIII, che prescriveva dovesse il clero di S. Pietro cedere il posto d’onore a quello mariano nella processione di S. Marco.
Questo bando inasprì in tal modo gli animi dei petronî, che la mattina di S. Marco, allorchè la solita processione arrivò nei pressi della chiesa di San Pietro, fu accolta con sassi e tegoli, lanciati dal campanile e dai tetti delle case vicine; tanto che, con molti feriti, fu obbligata a retrocedere disordinatamente.
Fra coloro che per ciò vennero arrestati, vi fu pure una donna, certa Agata De Nicolis, convinta di aver gettato da una finestra olio bollente sopra colui che nella processione portava il Cristo; ed al giudice, che la rimproverava dell’atto sacrilego, per sua giustificazione rispondeva: «Nin ere lu Crešte noštre quälle, ere lu Crešte di Sanda Marèjje, lu Crešte nimméiche!»
XXXV - Lu furláune di la Furnarelle déice: A ch'attocch'attocche!
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Durante l’anno 1816, per la terribile carestia che affliggeva il Vasto, il prezzo del pane era così alto che la povera gente per sfamarsi mangiava scorze e radici di alberi.
E fu appunto in questo tempo che una fornaia della strada Portanuova, certa Mariacinta Ialacci soprannominata «la Furnarelle,» alle rimostranze dei compratori, che protestavano perchè si vedevano defraudati sul peso del pane, cinicamente rispondeva: «Lu furláune la Furnarelle déice: A ch’attocch’attocche!»
Infatti, ripetendo più volte di seguito questa frase dialettale, il suono che si emette rassomiglia al rumore che produce il frullone quando girando cerne la crusca dalla farina.
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The end
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