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La stazione estiva di Montepiano

Francesco Bettini · 1897 · Free in the US

25,154 words · about 1 h 46 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Author
Francesco Bettini
Language
Italian
Published
1897
Length
25,154 words · about 1 h 46 min
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24 reader sections
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Contents (24)

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Front matter

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Dedica

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Due parole al Lettore

ct

L’importanza sempre crescente nella Stazione estiva di Montepiano ci ha posto in cuore di farci qualche studio ulteriore, e conseguentemente abbiamo estese le nostre ricerche a tutto il Comune di Vernio.

Il compianto Prof. , nella sua , ha ben trattato di questa materia; ma sparsamente. Noi dell’opera sua e di altre abbiamo tratto profitto; ma abbiamo voluto fare un lavoro speciale, ispirandoci, così per la parte storico-geografica, come per la scientifica, a quei criteri che regolano ai nostri giorni un simil genere di studi.

A molti andiamo debitori di incoraggiamenti e di notizie: e tutti cordialmente li ringraziamo, sperando che il nostro lavoro, per quanto piccolo, sia ad essi di soddisfazione, e di giovamento a chi ama gli studi storici, geografici e scientifici sul Bel Paese.

Per quanto da noi dipendeva, non abbiamo risparmiato nè tempo, nè fatica, onde riuscire nell'intento di far meno peggio. Ad ogni modo il lettore benevolo saprà compatirci.

4

§ 1 — Val di Bisenzio

fi ct Presenta belle e svariatissime forme la valle del Bisenzio e, dal piede dei monti che la cingono sino alle loro vette, vi si riscontrano quasi tutte le zone della vegetazione italiana.

A seconda dell’altitudine, della esposizione e della positura, vi abbiamo grani, frumenti, legumi, oliveti, vigne, foreste di pini e di acacie, di annosi e ben tenuti castagni; più oltre il faggio dalle foglie colorate a toni svariati e abetie, che, quantunque abbastanza belle e vaste, sono pur nonostante un ben misero avanzo di quelle che un tempo doveano ombreggiare quei luoghi ermi ed alpestri. Non è di grande estensione questa vallata posta sulla linea destra dell’Arno, ma oltrechè per l’industria agricola, è importante anche per quella manifatturiera.

Ha molti ragguardevoli edifici industriali cui dà moto e vita l’onda benefica del Bisenzio.

Vi sono ferriere, lavorazioni di rame. Vi son pure moltissimi lanifici idraulici, che mentre tengono occupate migliaia di persone, lungo il percorso del fiume, servono eziandio a tener viva l’industria lanifera di Prato, città che, se non fu chiara per l’origine della gente, è tale certamente per le arti, per i commerci e l’indole viva, intraprendente, degli abitanti.

La parte superiore del Bisenzio (e per questa intendiamo quel tratto di territorio che dallo spartiacque appenninico si estende fino a dove si apre il piano fiorentino) appartiene a quattro comuni: Cantagallo a ponente, Barberino di Mugello a levante, Prato a mezzogiorno, Vernio a settentrione.

La posizione geografica della vallata è fra 43° 51' e 44° 5' 28" di latitudine nord; cioè dalle estreme pendici di Pizzidimonte alla sommità del monte della Scoperta; e fra 1° 16' e 1° 25' 3" di longitudine ovest dal meridiano di Roma; cioè dai fianchi più verso oriente della Calvana, al monte sopra la Cascina di Spedaletto, nel cui dorso settentrionale scorrono le due Limentre.

Certamente i Romani, popolo colonizzatore per eccellenza, non poterono trascurare queste belle e fertili pendici appenniniche; tanto più che i militi Sillani mandati in colonia ad aggiungersi ai Fiesolani, si distesero pel piano, fondarono o almeno accrebbero Firenze, si stanziarono a Prato e dettero ai paesi della valle i loro propri nomi. Fabio, Popigliano, Luciana, Logomano, Vernio stesso hanno nei loro nomi una etimologia di famiglie e di vocaboli latini.

Nel Medio Evo vi furono eretti in buon dato monasteri, specialmente di Benedettini o di ordini derivati da essi.

Ricordo i più noti.

La Badia di S. Salvatore a Vaiano fondata dai Monaci Cluniacensi fino dal 1073 e da questi ceduta poi ai Vallombrosani.

Uno degli abati titolari di questa Badia fu , il quale se non rifulse di bella luce per le sue attitudini monastiche, che sembra davvero non fossero il suo forte, dette mostra però di colto, di vivo e svariatissimo ingegno.

Molti nomi di luoghi e posizioni da lui predilette in Val di Bisenzio, come Meletto, Filettole, Cantagrillo, Rimaggio, si trovano mentovati in quel gioiello d’arte letteraria che è «». Nacque nel 1493, da una famiglia Giovannini, si chiamò Firenzuola, dal luogo nativo, Firenzuola del Santerno. Mancò ai vivi circa il 1545.

La Badia di Roti, tra Luicciana e Fossato, ove, dicono, vivesse santamente esercitando umilissimi uffici uno dei conti Alberti di Vernio. Sui ruderi di questa il Conte Ferdinando Guicciardini ha costruito una elegante e graziosa abitazione estiva.

La Badia di Montepiano, sulla sinistra della Setta, celebre negli annali dell’ordine di Vallombrosa.

Del pari che monasteri, vi furono edificati rocche e turriti castelli, come quello di Vernio, di Luciana e specialmente quello più rinomato della Cerbaia che sog- gioga per gran tratto val di Bisenzio ed i cui ruderi si veggono ancora torreggiare su un contrafforte al disopra di Usella, quasi minaccia, imbelle telum, di tempi che furono, contro i moderni.

Da questi castelli i feudatari spargevano, se buoni, i loro beneficî; se cattivi, il terrore e la desolazione.

Sventuratamente i buoni furono pochi!

Gli Alberti, detti Conti Rabbiosi, usciti dal sangue degli antichi marchesi di Toscana ed estinti in Firenze nel 1686, vi dominarono per oltre tre secoli. Fierissimi, crudeli, molti di essi gravarono la mano sui miseri servi della gleba e lasciarono trista fama di sè.

ricorda, nel , Napoleone ed Alessandro degli Alberti, i quali furono di cuore così perverso che per tôrre l’uno all’altro le fortezze che avevano in val di Bisenzio, vennero a tanta ira e malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme circa il 1258 morirono.

Cerbaia fu testimone dell’orrendo fratricidio. Questi sciagurati vengono dipinti immersi nel ghiaccio fino alla cintola, insieme cozzantisi le teste rabbiosamente, e il poeta si fa dire da uno degli abitatori di quella bolgia:

«Se vuoi saper chi son cotesti due «La valle onde il Bisenzio si dichina «Del padre loro Alberto e di lor fue.

«D’un corpo usciro e tutta la Caina «Potrai cercare e non troverai ombra «Degna più d’esser fitta in gelatina.»

Narra la leggenda che ricevesse da questa nobil famiglia un’azione degna di loro. — Calcava gli amari passi dell’esilio; stanco, affamato, giunse a sera inoltrata, alle porte del Castello; chiese fidente l’ospitalità. Gli fu negata, ed il poeta, gloria d’Italia e del mondo, dovè passar la notte a ciel sereno, ovvero ricoverato da qualche misero operaio, che aveva il cuore più gentile dei malvagi blasonati.

Condannato a una notte di gelo da essi, se ne vendicò condannandoli al gelo eterno, li marcò d’una nota d’infamia, che durerà finchè sarà letto il divino poema, ossia finchè nei petti umani durerà il senso del vero e del bello.

Tali discordie fraterne furon seme di altri delitti, poichè il Conte Alberto di Celle, figlio dell’ucciso Alessandro, tolse di vita nel dì delle nozze, 15 febbraio 1286, il cugino Conte Orso, figlio di Napoleone.

Spinello, bastardo, a sua volta uccise lui suo zio nel Castello di Mangona il 19 Agosto 1325. Giustizia di Dio!

§ 2 — Bisenzio

ct Il Bisenzio, riunione di due correnti (bis amnis), che dà il nome alla valle omonima, prende tale appellazione là dove il Bacuccio e la Trogola confondono insieme le loro acque, sotto il romito, alpestre paesello di Cantagallo, nel luogo detto Molin della Sega.

Dopo un corso di circa 4 Cm. riceve la Carigiola che scende dall’Appennino tra il monte delle Scalette ed il monte della Scoperta, e piegando poi da ponente a levante passa sotto il borgo di Mercatale, e quivi a lui si unisce la Fiumenta che dai gioghi di Montepiano e di Mezzana gli porta acque abbondanti.

Da Mercatale volge il suo corso da Nord a Sud e spumante discende fra le balze di macigno sino al piè delle rupi serpentinose di Montecuccoli. Angustiato fra le serre dello stesso monte e dell’opposto poggio di Gricigliana, si svincola serpeggiando per quella gola e quindi più libero e meno furioso prosegue il cammino per Usella, Vaiano e Popigliano, fiancheggiato da una duplice linea di poggi sin presso le mura di Prato.

È molto pescoso: alle sue duplici sorgenti del Bacuccio e della Trogola, ombreggiate da piante annose, nelle acque purissime e fresche, nel fondo delle strette, scoscese gole, abbondano le saporose e delicate trote; più in basso lasche, broccioli squisiti e barbi. Ha vari affluenti, tanto sulla destra che sulla sinistra, ma i più importanti gli abbiamo già ricordati. È traversato da varî ponti e il suo percorso dal Molin della Sega, ove prende il nome, fino al ponte di Porta Mercatale a Prato è di circa ventisei chilometri e mezzo.

§ 3 — Vernio (cenni storici)

ct Gli appennini liguri e toscani, specialmente, erano disseminati, e lo furono sino alla rivoluzione Francese, di molti dominii feudali.

Taluni di questi dipendevano da Genova, la superba repubblica, in cui l’elemento aristocratico ebbe quasi sempre il predominio; altri da Firenze, in cui mutati i costumi di quando ella si stava in pace sobria e pudica, i negozianti e i banchieri ambivano blasoni e titoli: la più parte infine dipendevano dal Sacro Romano Impero.

Interessante e pittoresca per la spessa mutazione della sua ampiezza, per la svariata coltivazione, per la struttura e l’aspetto gradevole che presentano i monti che le fanno corona, è la parte di val di Bisenzio che appartiene al Comune di Vernio.

Un castello di cui ancora si vedono gli avanzi — e più e meglio si vedevano un sessant’anni indietro, prima che la mano dell’uomo ne affrettasse la rovina — posa sul risalto di un poggio che scende a ostro dall’Appennino di Montepiano, a cavaliere di S. Quirico sulla sinistra, a valle, della Fiumenta.

Questo castello è Vernio, che dette il titolo ad una contea imperiale ed ora lo dà al Comune omonimo.

Da che l’etimologia di questo nome? Deriva forse tal parola dalla voce latina vernus — primaverile?

Esposte queste terre sul versante mediterraneo, vi spirano i caldi venti meridionali; vi si struggono presto le nevi, il clima non vi è tanto rigido, ed hanno molti vantaggi in fatto di temperatura sui monti della vicina

Emilia, posti sul versante adriatico. Altri opinano che il nome di Vernio tragga le sue origini da Hiberna — quartieri d’inverno dei soldati romani.

Rimpetto al camposanto di Mercatale, al di là del fiume, vi ha un luogo detto «Le Bernie». Vuole la tradizione che ivi Manlio, seguace di , si fermasse alcun tempo, con un nucleo di armati, poco prima della battaglia di Campo di Tizzoro. La temperatura vi è assai mite: le nevi vi si sciolgono presto: non poteavi essere un quartiere d’inverno per le milizie, onde uscire a fronteggiare le prossime popolazioni galliche?

La prima famiglia baronale che si vede dominare su Vernio è quella degli Alberti, famiglia a que’ tempi potentissima, che aveva feudi in tutta Toscana e da cui uscirono i fratricidi resi tristamente famosi dai roventi versi del Ghibellino fuggiasco.

Nel 1164, alla 2.ª dieta di Roncaglia, nell’epoca della maggiore potenza imperiale, cede in libera signoria, non in feudo, Vernio, al Conte Alberto degli Alberti da Prato.

Prese poi carattere feudale perchè l’accrescersi dei Comuni vicini e delle nascenti Democrazie consigliò gli Alberti, come tanti altri signorotti, a ripetere il loro libero dominio da quella autorità somma che era l’Imperatore, acquistandone così, secondo le idee di quei tempi, un diritto legale. E l’ingrandirsi della Repubblica Fiorentina, le sue ricchezze, il valore dei cittadini, le vittorie e più la sete di far sue tutte le terre vicine a guisa di Roma, opprimendo perciò i tirannelli, onde eran piene tutte le terre d’Italia, doveva aver incusso non poco timore agli Alberti.

Nel secolo decimo troviamo negli annali nominati come signori di Vernio gli Alberti.

A Cavarzano però dominavano i Carolingi di Fucecchio, il cui potere si offuscò dinanzi alla potenza dei primi, e dopo il secolo decimo non vengono più ricordati, avendo essi ceduto il loro dominio feudale in questi paesi agli Alberti.

Questi perdettero alcun tempo il feudo per avere, stretti da necessità o da mutabile ingegno, favoreggiato i pontefici riconoscendone il dominio diretto, mentre fino allora erano stati ghibellini accaniti.

Per ragione del maritaggio tra Margherita degli Alberti e Benuccio Salimbeni i diritti feudali passarono in questa famiglia.

I Salimbeni erano una nobilissima famiglia senese, ancora esistente e degnamente rappresentata, scesa in Italia, a quanto narrano gli storici, coll’Imperatore .

Rimasta vedova Margherita, per la morte di Benuccio, ucciso a Torrenieri, Vernio fu venduto a Palla di Jacopo Strozzi e Chiavello di Boninsegna Macchiavelli, e per essi a Piero di Gualterotto de’ Bardi, valoroso e gentile cavaliere fiorentino, genero di Margherita, il quale entrò effettivamente in possesso del feudo nel gennaio del 1336. I Bardi erano una delle più potenti e più ricche famiglie di Firenze, grandi banchieri come i Peruzzi.

Il primo atto nel quale apparisce l’autorità imperiale a favore de’ Bardi è quello di , dato in Pietrasanta nel Luglio 1355. In esso si dichiarano Sozzo e gli altri figli di Pietro de’ Bardi, ed i loro discendenti in stirpem, Vicari Generali e speciali dell’Impero e del Re dei Romani. Vi si confermano le concessioni e i diplomi ottenuti da e da .

Furono i Bardi gelosissimi dell’indipendenza del loro dominio, e la difesero a viso aperto talora, più spesso colla scaltrezza e il saper fare.

Vediamo nella cronaca riguardante Vernio ed i Bardi, tralucere anche la losca figura del duca d’Atene, il quale nomina alcuni giureconsulti a giudicare di vertenze insorte tra i Conti Alberti ed i Bardi, e fa richiamar dall’esilio quel fierissimo Piero che tanto dovea contribuire poi alla sua ignominiosa cacciata.

Mantennero con varie sorti il dominio feudale di Vernio, ora espulsi per ribellione contro Firenze, ora in guerra, ora in pace con la patria città, quasi sempre in discordia coi feudatari vicini.

Nel 1482 Vernio fu assalito dalle bande armate di , e, nonostante lo difendesse bene Filippo de’ Bardi, pure il castello fu espugnato il 17 Luglio e dato al saccheggio e alla soldatesca licenza.

Quando, contro le armi di e di papa , Firenze combattè con tanta gloriosa audacia e dovette soccombere al tradimento, all’immensa superiorità de’ nemici, alle civili discordie, i Bardi non parteggiarono per i nemici della patria.

Essi eransi assicurato il dominio feudale di Vernio, procurando di collegare il diploma di Federigo I con- cesso nel 1164 al Conte Alberto degli Alberti con quelli da essi ottenuti dall’Imperatore nel 1535.

Son celebri gli sforzi fatti da per annettere alla Toscana il dominio di Vernio, ma il Consiglio Aulico decise esser questo sotto al dominio diretto del Sacro Romano Impero e perciò indipendente dal Granducato.

Cadde la dinastia de’ Bardi alla calata de’ Francesi in Italia. La rivoluzione francese tolse via quei principotti come molti e molti altri. Era il prodromo di quello che dovea succedere tredici lustri appresso: senonchè dalla servitù paesana si cadde allora nella servitù straniera e fu peggio....

Sarà forse pedanteria, ma ho voluto riportare questi versi del , nella sua apostrofe a , e che alludono appunto quei tempi.

Vi furono proconsoli che, come in Sicilia, spazzarono da Vernio quasi tutto quello che vi era di buono.

Nel 1797 i francesi lo riunirono alla repubblica cisalpina e vi mandarono tra gli altri, come commissario, l’avvocato Raimondo Leoni da Poppi, che doveva ordinare il Distretto del Bisenzio. Costui, appoggiato alle baionette franco-polacche, volle imitar l’esempio del romano proconsole: si ricordò che aveva ammassato tesori, goduto i piaceri della vita, gustate le delizie più care, vendendo la giustizia, conculcando ogni diritto, rubando a man salva per sè e pei suoi oro, argento, gioie, oggetti preziosi, statue bellissime di greco scalpello, dipinti stupendi.

L’alpestre vallata non offriva al Leoni quel che offriva a Verre la bella Trinacria baciata dalle onde ioniche, quel che gli offriva Siracusa bagnata dall’Anapo, coll’incantevole Ortigia, Siracusa giacente ora desolata madre d’un morto impero, sulle mine della quale mosse dall’aratro, oggi biondeggian le spighe.

Nondimeno il Verre del Bisenzio fece del suo meglio per seguir l’orme del vecchio maestro. E gli uffici venduti; le sostanze pubbliche sprecate fra conviti, balli e piaceri; le donne sedotte ed altre cose della medesima stampa mostrano che, se avesse avuto luogo e tempi adatti alle estorsioni ed alle rapine, il cisalpino avrebbe di gran lunga superato il romano.

Vernio, dipoi, fece parte del Regno Italico e nel 1811 fu annesso al dipartimento dell’Arno. Si stancarono le ali dell’Aquila francese, si oscurò l’astro napoleonico, e Vernio, crollato definitivamente il colosso, dopo l’impero dei cento giorni, fu per l’atto di recesso di Vienna, 9 Giugno 1815, unito al Granducato di Toscana.

Da questo tempo fino alla pacifica rivoluzione del 1859 e sino a noi, è corso per Vernio e per la vallata un periodo di quiete operosa e di progresso continuo, del quale si poterono avvantaggiare l’agricoltura e l’industria manifatturiera.

§ 4 — I Conti Bardi

ct Qui si affaccia spontaneamente il pensiero: Fu buono e vantaggioso a Vernio il governo feudale dei Conti Bardi?

La risposta che possiamo dare è in massima negativa.

Il Conte in un suo bel lavoro sul feudo di Vernio, edito da non gran tempo, difende i propri antenati come può, specialmente per quel che riguarda i fatti che chiusero il tempo del regime feudale e il passaggio di Vernio a Francia e poi a Toscana.

I Conti, scrive il , sempre arditi e coraggiosi, furono spesso feroci, malvagi e dissoluti.

Così, per tacer d’altri, Sozzo figlio di Piero, che avea tanto combattuto per cacciare Jacopo Gabrielli d’Agobbio, fattosi tiranno di Firenze, e tanto contribuito alla cacciata di Gualtieri duca d’Atene, fu condannato alla pena del fuoco dalla Repubblica, per aver protetto falsi monetari. Eppure era un prode e difese arditamente i varchi dell’Appennino quando l’ambizione di Giovanni Visconti cercò di soggiogare Firenze.

Così Jacopo figlio di Sozzo fu nel 1489 evirato per opera di Tommaso de’ Bardi con la partecipazione d’altri parenti di lui. E questi si bruttò anche d’altre violenze e d’altri delitti.

Giovan Francesco di Jacopo fu dagli Otto di Guardia, con sentenza del 22 Giugno 1517, confinato a Livorno

per aver rapito una fanciulla pratese, di nome Diana, e feritane la madre che la voleva difendere.

Sozzo di Roberto fu condannato alla pena di morte e dichiarato ribelle, perchè il 23 Giugno del 1533, resistendo al Podestà di Prato ed ai suoi berrovieri, gli pose in fuga, dopo averli malconci e tolto loro di mano un suo sgherro, Lillo da Vernio, che era stato arrestato.

Suo figlio Matteo fu condannato a morte per omicidio, assoluto e poi a sua volta ucciso da Cammillo de’ Bardi, congiunto suo.

Valentino di Gualterotto perì a Bologna per mano del carnefice nel 1548, come capo di malfattori; Pompeo confinato con sentenza degli Otto per cinque anni a Livorno per l’uccisione di una donna di cui era geloso.

L’ultimo Conte poi, il Conte Flaminio che, nato nel 1736 assunse il potere nel 1772, cavaliere di Malta, Abate di Montepiano, fu un vero tirannello medioevale, prepotente, vendicativo, usurpatore di lasciti pii, vasel d’ogni froda. Sebbene apportatrice d’altri danni, fu una fortuna che la rivoluzione francese lavasse le stalle d’Augia.

Misero lo stato dei vassalli, perchè spogliati da un regime di tirannia e d’estorsione, che solo avea in mira di dissanguarli a più potere.

Dopo aver tanto faticato sulle sudate glebe, reduci nella sera alla loro casipola, non avevano di che saziare sè e la grama famigliuola. I Conti eran padroni quasi assoluti di tutte le terre del feudo e non solo delle terre, ma spesso, quando dessi erano malvagi, per i sudditi neppure la quiete domestica, neppure l’onore e la vita andavan sicuri. Quindi i Verniotti, perchè la tirannia rende diffidenti, sospettosi, vendicativi, erano tutt’altro che d’animo educato a mitezza. I poveri vassalli, co- stretti a intollerabili fatiche, a patimenti inauditi, onde pagare l’annuo di grano o di danaro al loro signore, avean tutt’altro agio che darsi ai belli studi, tutt’altro agio che curare l’ingentilimento dell’animo! Come l’Inghilterra è solita darsi vanto di generosità, tutelando la libertà dei rifugiati politici che s’affidano a lei; così a Vernio si faceva allora pei delitti comuni, con questa differenza che l’Inghilterra agiva da forte per vanto di politica libertà, nè le riusciva pericolosa una gente straniera di lingua e di costumi che non si mescolava col popolo, ma viveva da sè contenta di trovare un asilo di sicurezza; mentre a Vernio, colpa de’ Conti Bardi, si ricettavano persone colpevoli dei più odiosi delitti, che di là esercitavano ruberie e contrabbandi, e fermavasi così in paese una gente che parlava la stessa lingua del popolo, con lui si mesceva e lo demoralizzava. Quel mostrarsi i Verniotti sì inquieti nel loro vivere, specialmente negli ultimi tempi della dominazione feudale e sì facili a cospirare, ci fa conoscere che la loro vita non era soltanto d’agricoltori e pastori qual’era proprio alla natura del luogo.

Certamente però alle agitazioni popolari furono non piccolo incentivo la mala signoria che sempre accora e le prepotenze dei Conti. Molto purtroppo influiscono ed hanno sempre influito sopra l’educazione ed i costumi di un popolo le qualità buone o cattive di coloro che lo governano.

Non deve negarsi però che nella famiglia dei feudatari di Vernio, i quali vi dominarono per bene 462 anni, non sorgessero menti gagliarde e animi nobili e generosi.

Piero, il primo dei feudatari, ebbe cura di munire di leggi scritte il popolo da lui governato.

si rese celebre nell’ultima metà del secolo XVI colla sua svariatissima coltura, e fu membro dell’Accademia della Crusca e di quella degli Alterati.

Prese parte alla lotta fra i partigiani dell’ e quelli del : a lui fu indirizzato un «Discorso» dall’anima buona e gentile di Torquato.

Fu dei primi a promuovere che si musicassero alla maniera dei Greci e dei Latini le drammatiche composizioni.

Questo si attesta anche da una epigrafe collocata in Via de’ Corsi, prossima alla Chiesa di S. Gaetano, in Firenze:

Lasciò anche un pregiato «» ed altri lavori.

, nato in Firenze nel 1544, prima monaco Camaldolense, poi parroco di San Mattia e Samuele a Venezia, ci lasciò una pregevole «».

, figlio di Giovanni, fu pure accademico della Crusca e letterato insigne.

, al dir del , fu di poco inferiore al Maestro delle sentenze; menò vita castigatissima e morì a Parigi nel 1349.

, religiosa del secolo XV, fu gentile poetessa. Una sua canzone «», scritta giocosamente, si trova inserita in molte antologie.

Ma quelli che tra i Conti Bardi furono maggiormente meritevoli di lode, e il cui nome è ben degno sia tramandato ai più tardi nipoti, sono il Conte Ridolfo, Istitutore dell’Opera Pia di S. Niccolò, e il Cardinale Girolamo che fondò il piccolo ma utilissimo nosocomio di Mercatale.

Il Conte Ridolfo nacque in Firenze da Alessandro e Francesca de’ Bardi il 15 Luglio 1618.

Anima serena e tranquilla, cresciuto ed educato nella casa degli avi, ebbe bello l’aspetto, bella la mente, più bello il cuore.

Fu principe mite, preveggente, pieno di saviezza e di generosità nel lungo tempo che governò il feudo. Anzi fu piuttosto padre che principe.

Dopo lunghi anni di meditazione e di studi incarnò il filantropico e veramente cristiano disegno d’aiutare i suoi vassalli, testando solennemente il 17 Febbraio 1693 e istituendo colle sue disposizioni testamentarie l’Opera Pia di S. Niccolò, grandioso monumento della sua munificenza.

Con questa Opera umanitaria provvide alla misera condizione de’ suoi sudditi, disponendo fosse distribuita loro la rendita di quasi tutto il suo vasto patrimonio, con sagge cautele, onde vicissitudini di tempi, o malignità di uomini non dovessero render vana la sua volontà.

I malvagi, gli indegni, sono dalla sua beneficenza finchè non si sian riabilitati e non abbiano dato prova di ammenda. Volle provvedere non solo al bene materiale ma anche al morale.

Ora l’Opera Pia, se non ha più il primitivo patrimonio di un milione, ha però tuttora il considerevole reddito di lire diciottomila circa. Di questa beneficenza partecipa il Municipio per una somma annua assegnatagli, onde sopperire in parte alle spese pel Maestro di San Quirico e pel Medico-Condotto.

Si conferisce poi un posto di studio, si distribuiscono doti alle ragazze delle famiglie partecipanti, si fa una maggiore o minore distribuzione ai discendenti dei vassalli del testatore. Pur troppo le savie disposizioni del Conte Ridolfo non bastarono a salvar da unghie rapaci il vasto censo lasciato ai poveri; gli eventi superano l’espettazione.

L’uomo generoso spirò l’anima nella grave età di 84 anni il 24 Dicembre 1702.

, suo nipote ed emulo nel ben fare, nacque dal Conte Flaminio il 31 Gennaio 1685; fu poi Cardinale col titolo di S. Maria degli Angeli e rese lo spirito a Dio il 31 Gennaio 1761. Anima nobile e generosa, fondò per testamento, scritto già nel 1758, un piccolo ospedale per i suoi sudditi, da erigersi in Mercatale.

E qui non è giusto sia dimenticata la memoria della gentil donna Anna Marietta Bourbon del Monte nei Bardi, la quale non volle in liberalità esser da meno dei suoi congiunti e lasciò alcune doti da estrarsi annualmente a favore delle fanciulle povere.

Non v’ha nella vecchia Contea chi non ricordi con amore i nomi di questi filantropi. I figli del popolo non sono ingenerosi, non hanno bile, non hanno fiele; sentono la riconoscenza.

Parlo però del popolo vero, di quello che canta il :

§ 5 — II Comune di Vernio

ct L’antico feudo forma l’odierno Comune omonimo la cui superficie è Ettari 548979. Ha molto bosco, castagneto, pastura, e nelle parti più esposte a Mezzodì e meno elevate prosperano la vite e l’ulivo. È circoscritto a Nord dai Comuni di Castiglione e Camugnano, ad Est da quello di Barberino di Mugello ed a Sud-Ovest da quello di Cantagallo. La viabilità in generale è buona; è traversato dalla strada interprovinciale di Val di Bisenzio, che staccandosi da Prato sbocca in Val di Setta ponendolo in comunicazione diretta colla provincia di Bologna.

Vi sono sei scuole comunali, un Ufficio postale e due collettorie, un Ufficio telegrafico e quattro fiere annuali. Rara avis! è un Comune senza debiti. Sia lode ai solerti ed onesti amministratori!

La sua popolazione di fatto secondo il censimento del 1861 contava abitanti 3954 (maschi 1940, femmine 2014), di diritto era di 4361.

Gli abitanti nel 1830 erano:

Cavarzano, S. Pietro, Cura | R|720

S. Ippolito a Vernio, Pieve | R|468

Mercatale, S. Antonio, Rettoria | R|291

Montepiano, S. Maria, già Badia | R|605

Poggiole e Luciana, S. Michele, Rettoria | R|486

S. Quirico, S. Leonardo e Quirico | R|1046

R|Totale | R|3616

Addì 31 Dicembre 1895, la popolazione effettiva accertata era di 5801 abitanti.

Cavarzano | R|1100

S. Ippolito | R|810

Mercatale | R|570

Montepiano | R|1021

Poggiole, ecc. | R|650

S. Quirico | R|1650

R|Totale | R|5801

, che pure è tanto insigne nella statistica, porge alcuni dati sulle industrie di questo Comune, ma non sono troppo precisi. Ad onta delle difficoltà ognor crescenti del commercio italiano, si vanno costruendo dei nuovi edifici industriali, pei quali viene adibita la forza motrice del Bisenzio.

La popolazione è dedita più che altro all’agricoltura, ma non è trascurata affatto l’industria e in taluni luoghi, come Montepiano, Cavarzano specialmente, la pastorizia. Il suolo è generalmente ben coltivato, sebbene non corrisponda adeguatamente alle fatiche dell’agricoltore: tenuto magnificamente il bestiame. Il vino che si raccoglie fra questi monti è delicato, apprezzatissimo, saporose le frutta, reputatissimo il burro di Montepiano.

L’industria principale cui anche ora, sebbene langua mortalmente il commercio, sono dediti i valligiani, è quella della lana. Vi sono diversi stabilimenti idraulici nei quali la lana vecchia si straccia, e tutta, vecchia e nuova, si carda, si fila. Nel Comune, attualmente, non vi sono telai mossi da forza idraulica, ma vi sono non pochi individui molto abili nel tessere a mano. Si contano poi valenti falegnami, fabbro-ferrai, muratori: San Poto, ricco di buona arenaria, ha bravi scalpellini.

Negli abitanti di questi paesi si riscontra il tipo del montanino toscano. Non d’alta statura, ma forti, sani, sprezzanti del pericolo, avvezzi alle più dure fatiche: animi saldi in salde membra.

Il linguaggio che parlano non è terso, puro, elegante come quello dei Senesi e dei montanini Pistoiesi, ma non è disadorno: ha in generale anche nella pronuncia, i difetti del vernacolo pratese, meno accentuati però.

Di costumi son semplici ed onesti: il lavoro che nobilita l’uomo, li tiene lontani dai vizi, e come ne fortifica il corpo, così ne fortifica, rendendolo buono, il cuore. Su per i monti che sovrastano alla valle del Bisenzio e dove essa più e più si ristringe e più si mostra silvestre, vedi quà e là, ad assai distanza le une dalle altre, delle casupole di contadini, o pastori i quali se la vivono alla buona, o diremo anzi alla patriarcale, lontani quasi affatto da ogni commercio co’ centri popolosi delle città e delle borgate e contenti come pasque della loro condizione.

Tenaci della fede dei padri, di mente sveglia, pronti all’apprendere, come quelli che, nati in luoghi alpestri e necessitati la maggior parte ad emigrare fin da giovinetti nelle maremme toscane e in Sardegna, son costretti ad aguzzare l’ingegno onde procurarsi da vivere.

A proposito dei Verniotti, dei quali moltissimi emigrano periodicamente, mi sembra si attagli a capello quel che dice il in una sua lettera sui montanini pistoiesi:

«Gli abitanti son vispi, sani, segaligni, astuti e serviziati; togline pochi che si guastano nell’anima e nel corpo giù nel buglione delle maremme toscane e romane. Vanno a svernare nel piano, emigrano a stormi coi bestiami, lasciando lassù solamente i vecchi, le donne e i bambini; e chi va al taglio delle legna e dei boschi per farne carbone e potassa; chi a tendere i lacci agli uccelli; e i grandi arrosti di beccaccie, di merli e di tordi che trangugiano i mangiapani a desinari illustrissimi, son frutto delle fatiche di quella povera gente che s’arrabatta per tre o quattro mesi nel cuor dell’inverno, per riportare a casa venti francesconi. Tornano a casa riunti di borsa, smunti di salute, e spesso intaccati da’ vizi, che lassù in quei luoghi lontani da serbatoi di corrutela ti dànno nell’occhio tanto più quanto meno te l’aspetti, come la virtù nelle città grandi.»

§ 6 — S. Quirico

ct ct Capoluogo del Comune, cui sta a cavaliere la rocca, antica abitazione dei feudatari, è una borgata posta quasi per intero sulla sinistra della Fiumenta, che scende a sbalzi pecipitosi dall’appennino di Montepiano.

Il Palazzo Comunale costrutto dagli Alberti, fu abbellito dal Conte Rodolfo de’ Bardi ed ornato di specchi, d’arazzi, di dipinti in guisa da parere una reggia.

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