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Lo stampatore a chi vorrà leggere
LO STAMPATORE
A chi vorrà leggere.
L gradimento, dimostrato dal pubblico per l’edizione delle Opere di M. , le quali io diedi testè in luce in tre Volumi in 12. m’ha fatto ardito d’intraprendere la stampa di qualche altro Poeta Toscano egualmente, o più, che l’Ariosto eccellente e ricercato. Escono pertanto di presente da’ miei torchj l’elegantissime Rime di M. FRANCESCO PETRARCA in sul medesimo modello e figura dell’Ariosto, la quale ho io trascelto siccome la più comoda e maneggevole. Scorgerete in questa mia edizione una decenza che non eccede, essendo stato mio intendimento di renderla con l’onestà del prezzo, quanto più per me si potesse universale. Per passare a rendervi minuto conto di quanto s’è operato, e dell’ordine da me tenuto, rinvenirete in questa mia tutto quello che si ritrova nella seconda edizione de’ chiarissimi Sigg. Volpi di Padova, trattone il catalogo di tutte le edizioni, in vece del quale vi do un rimario de’ versi interi, il quale dal felicissimo aureo secolo decimosesto, in cui fiorivano per così fatto modo le belle arti, non fu poi fino a’ giorni nostri, che io sappia, pubblicato. Il perchè io di tutti il primo ho l’onore di provedere la gioventù studiosa, e che di poetare prende diletto, di questo presidio veramente illustre: siccome quello che non pure torna loro a memoria le desinenze tutte, ma mostra altresì il leggiadro che ha fatto di esse il massimo nostro Poeta. Alla pubblicazione del Petrarca succederà quella dell’, Poema del Co: e rifatto tutto da M. , in due tomi in 12. Voi porgete mano alla mia buona volontà di giovare al pubblico, approfittandovi di queste mie utili fatiche, e vivete felici.
Vita del Petrarca
VITA
DEL
PETRARCA
SCRITTA DA MONS.
LODOVICO BECCATELLI
Arcivescovo di Ragusi, al Signor’
ANTONIO GIGANTE
DA FOSSOMBRONE.
’Ozio dilettevole ch’abbiamo, Messer’ Antonio mio, in questa dolce Isola di Giupana, ove il sollione senza noja passiamo, con vaghissimo prospetto di terra, e di mare, m’invita a pagare il debito che già buon tempo vi son tenuto, cioè di mettere in scrittura quello che partitamente altre volte vi ho ragionato della vita, costumi, e studj del nostro Messer Francesco Petrarca; intorno a che m’affaticai già sono venti anni con molto mio piacere, quando con monsignor Illustrissimo Polo fui in in Provenza, ed a Carpentrasso, ove tornando di Spagna ci fermammo sei mesi, ritenuti dall’amorevolez- za di Monsignor Reverendissimo Sadoleto, e di Monsignor Paolo suo nipote, Eletto di quella città. Nel qual tempo io, com’ozioso ch’era, visitando più d’una volta quelle contrade, e spezialmente la fonte di Sorga in Valchiusa, dove il Petrarca con tanto studio lungamente si trattenne, ebbi comodità di discorrere tutte ‘l Opere sue Latine, che quivi da un’amico mi furono prestate, nelle quali molti luoghi notai degli accidenti de la vita sua, che dagli scrittori di quella non erano stati avvertiti, avendo solamente discorso, ed assai leggermente, come s’innamorò, e visse, e finalmente morì.
Perchè, parendomi che gran torto venisse fatto a quel bello ingegno, ed a quella buona natura di che Dio gli fece grazia, raccolsi intorno a ciò molti capi, com’alle volte vi ho ragionato. Ed ora, poichè tanto me n’avete fatto instanza, con l’occasione di questa quiete, tenterò per quanto sarà in poter mio di soddisfarvi. E se forse non avrò scelto ogni cosa delle sue molte virtuti, voi per quella medesima strada camminando ch’io già discorrendo passai, cioè attentamente leggendo l’Opere sue Latine, e Volgari, potrete far crescere il volume; che piena autorità ve ne dò; come quello che in Ragusi siete più ozioso di me, e su questo fiore della gioventù vostra potete a simili studj onestamente attendere: dove io e per l’età, e per il debito dell’offizio sono a pensieri più gravi chiamato, da che al presente la piacevolezza del luogo, com’ho detto, per pochi giorni m’assolve. Nell’Isola di Giupana del dominio di Ragusi, addi 28. di Luglio 1540.
crisse Giovanni Villani storico fedele delle cose di Firenze, il qual visse a’ tempi del Petrarca, che del 1302. a’ 4 d’Aprile fu scacciata di Firenze la parte de’ Bianchi; che così allora si domandavano i Ghibellini in quella città; della qual fazione si trovò essere Petracco di Parenzo, uno de’ cittadini di quella, e persona di buon giudizio, nè senza lettere. Era il detto Petracco maritato in una cittadina pur Fiorentina, che fu, secondo alcuni, de’ Canigiani, nominata Eletta; con la quale trovandosi in esilio, si raccolse in Arezzo, per esser vicino alla patria, dandosegli occasione di ritornarvi. Nel detto luogo fu concetto, e nacque il Petrarca; che fu, com’esso medesimo scrive, alli venti di Luglio in aurora in lunedì del 1304. in una casa posta nella Via dell’Orto; la quale poi per sua memoria fu conservata dagli Aretini, gloriandosi che ‘l Petrarca fosse tra loro nato. Stette il padre dopo l’acquisto del figliuolo, che nominò Francesco, con la famiglia circa sette mesi in Arezzo; di poi, essendo permesso alla moglie di ritornare alla patria, Petracco se n’andò a Pisa, e la moglie col figliuolino si raccolse ad una loro possessione all’Ancisa, luogo in Val d’Arno di sopra, ed ivi dimorò per sei anni.
Da questo credo, che gli Scrittori poco accurati abbiano tratto che l’origine del Petrarca era dall’Ancisa; dove per quello ch’egli medesimo scrive, fu de’ cittadini di Fi-
renze, di non grande, nè vile, ma antica famiglia. Fa memoria d’un suo bisavo detto Garcio, il quale visse 104. anni sano, narrando quanto fosse buono, e prudente, e come gli amici, e la repubblica si valessero del suo consiglio. Donde chiaramente si vede che fu per antico lignaggio di Firenze.
Cresciuto fino alli sette anni, nè aprendosi la via a Petracco suo padre di tornare alla patria, la madre si ridusse ad abitare col marito a Pisa, ove teneva casa, e quel viaggio fece non senza gran pericolo di perdere il figliuolo in Arno, per lo sinistro occorso al servitore che lo portava a cavallo, com’esso ha lasciato scritto.
A Pisa dimorò il padre un’anno ancora; poi stretto da necessità, per sostentar meglio la famigliuola che gli soprastava, passò alla Corte del Papa, ch’allora si riteneva in Avignone in Provenza. E pervenuto il figliuolo all’età di 11. anni, e vedendolo di buon’ingegno, e molto atto alle lettere, lo mise in casa d’un maestro di quei tempi dotto, e buono, che stava a Carpentrasso, città vicina ad Avignone 12. miglia; dove il Petrarca si portò in modo, che ‘l maestro l’amò sempre sopra gli altri. Dopo che giunto alli 15. anni, vedendolo il padre disposto agli studj, pensò di mandarlo alle scuole generali, acciocchè imparasse leggi, ch’erano in gran prezzo e molto a proposito de’ bisogni suoi. E così lo inviò a Monpelieri, ove stette quattro anni; e di poi in Italia a Bologna, ove fra gli altri eccellenti dottori leggevano M. Cino da Pistoja, e M. Gio: Andrea Calderino. Il Petrarca per ubbi-
dire al padre studiò le leggi, e con grande speranza, e maraviglia di chi lo conosceva.
La qual’impresa però fece contra l’animo suo, che mal volentieri spendeva il tempo in istudio così maltrattato; avendo l’animo volto alla rettorica, e poesia: pure non osava disubbidire, essendo per natura, e buoni documenti del padre, modesto, e religioso. Vero è che buona parte del tempo rubava alle leggi, e di nascosto lo dava agli studj d’umanità. Della qual cosa avvedutosi il padre, gli tolse un giorno quei libri, che teneva nascosti, e in sua presenza li arse; di che piangendo il giovane, il padre mosso a compassione gli diede il , e la Rettorica di , com’esso riferisce .
Dimorò in Bologna dal 1323. fino al 1326. del qual tempo fa dolcissima memoria lodando Bologna, e lo stato di quegli anni; e fu per la bontà del suo ingegno, e delle bella maniera caro a tutti.
Ma sopravvenutagli la morte del padre, d’età d’anni 22. tornò in Avignone, andando le facoltà paterne a male per colpa de’ curatori, che male quella eredità trattarono; e liberato dal peso di quello studio, si diede liberamente alle lettere che più gli piacevano, ancorachè da molti sollecitato fosse a continuare l’incominciata impresa delle leggi; a che fatto sordo attese ad ornarsi di costumi, e lettere; nelle quali avendo già nome, fu per la dolcezza dello stile suo volgare tra gli altri grandemente amato da Giacomo Colonna (cardinale XIII secolo) Vescovo Lomberiense, e fratello di Giovanni Colonna (cardinale XIV secolo) Cardinale, il quale ad un tempo medesimo era stato col Petrarca allo studio in Bologna discepolo di M. Gio: Andrea, benchè domestichezza non avessero insieme, se non di poi ritornato in Avignone. E dice il Petrarca che ’l detto Vescovo caramente l’amava come fratello: Delectatus meo vulgari stilo, in quo tunc juveniliter multus eram. E di questa loro amicizia, e carità n’ha fatto testimonio in più luoghi delle sue Rime, ed Opere Latine in versi, ed in prosa. Scrive ancora che, volendo il prefato Signore visitare la sua Chiesa Lomberiense in Guascogna, ch’oggidì da’ paesani Lombes si chiama, lo pregò ad andar seco: ove passò l’estate; della quale con molta dolcezza si ricordava. Allora fece amicizia con un giovane, famigliare del detto Vescovo, oltramontano, di gentilissima natura, il quale poi nelle scritture sue nomina Socrate, ancorachè per nome proprio Lodovico si chiamasse; e durò quella benevolenza con la vita, che furono più di 30. anni, come scrive.
Tornato in Avignone si ritenne in casa di Giovanni Cardinale Colonna; che così volle il Vescovo, acciocchè abitassero insieme; ove non manco fu dal Cardinale, che dal Vescovo amato.
In quel tempo, come Dio permise, cadde il Petrarca d’età di 23. anni ne l’amore di Madonna Laura, del quale poi nacquero tante belle composizioni.
Chi fosse Madonna Laura, ed in che luogo, e come di lei s’innamorasse, molte cose da al- tri sono state dette. Io non ne dirò se non quello medesimo che ’l Petrarca n’ha lasciato scritto, cioè che Laura fu di sangue nobile, nata però fuor d’Avignone in un luogo ch’esso picciol borgo chiama, di che anco fanno testimonio quelle rime, quali ch’elle si siano, che furono trovate già 25. anni nella sepoltura di Madonna Laura in S. Francesco in Avignone, come appresso si dirà; le quali di lei parlando dicono: Nata in borgo d’Avignone. Donde potemo pensare che fosse qualche picciol luogo, non lontano d’Avignone. E però nei capitoli della Morte il medesimo Petrarca fa dire a Madonna Laura, ch’a lei dispiaceva esser nata in umil terreno ec.. E di ciò non è maraviglia, essendosi a quel tempo, per la corte che in Avignone cresceva, ridotte le famiglie de’ cittadini a’ luoghi vicini. Ma nata dove si volesse, la prima volta che la vide, e di lei s’innamorò, fu in Avignone del 1327. a’ sei d’Aprile nella chiesa di Santa Chiara, come lasciò scritto di sua mano dopo i libri di in una Epistola Latina, che comincia: Laura propriis virtutibus illustris, & meis longum celebrata carmibus &c. la qual’è poi stata stampata in alcuni libri delle sue Rime, e sarà anco nel fine di questa scrittura. E per quello ch’esso nel terzo Colloquio ragiona con S. Agostino, di molti anni non era maggior di lei. Tal che credere si può ch’ella fosse intorno alli 18. anni. Ora come si sia, di lei acceso sentiva gran pena, e per l’età, e per la natura sua disposta a simile passione. Ed ancorachè fino a quel tempo alcuni pensassero ch’egli più tosto fingesse, per aver soggetto da scrivere, che veramente sentisse tanto fuoco; nientedimeno noi non ne dovemo voler saper più di quello ch’egli n’ha in più luoghi scritto, cioè ch’ardentemente l’amasse. Perchè oltre alle Rime, che sono tante, e così infiammate, ne fa nei suoi Colloqui lunga scusa con Santo Agostino, confessando il suo errore, e come non solo nel cuore, ma anco col pennello dipinta portava seco l’immagine di lei; e ne scrive al Vescovo Colonna, e ad altri.
Grandemente dunque l’amò e in vita di lei, che furono anni 21. e dopo morte per fin ch’egli visse, che furono 26 come di poi diremo.
E fu detto amore senza dubbio casto, e buono, moderatisi gli appetiti giovanili di lui con la virtù della donna amata. Tal che di quel fuoco ardente uscì una fiamma così chiara, che tutti due loro fece illustri in vita, e dopo morte, con grandissimo onore delle Muse Toscane, le quali ha mostro, com’altamente, e santamente (per dir così) possano cantar d’amore senza mescolarvi lascivia alcuna; cosa che forse sino a qui alcun’altro poeta in qualunque altra lingua non ha fatto.
Ma per tornare alla storia della sua vita, dico che, tocco dal detto fuoco, e sentendosi ogni dì più infiammare, già d’età d’anni 28. per moderare, com’esso scrive, l’affanno che sentiva, e tornare in libertà, deliberò partirsi d’Avignone, e visitare parte d’Europa, acciocchè con la vista di nuove genti, e paesi desse anco nella sua mente luogo a nuovi pensieri. Ed ottenuta buona licenza da Giovanni Cardinale Colonna, e dal Vescovo
suo fratello, coi quali si riteneva, com’è detto, se n’andò a Parigi, ed in Fiandra, e poi lungo il Reno per l’Alemagna vide molte città, e paesi, e passò per la selva d’Ardenna, e dopo non pochi mesi ritornò verso Lione per la via del Rodano; ove giunto, intendendo la gita del Vescovo Colonna a Roma, fermatosi in Lione, ebbe lettere da quello che lo invitavano a seguitarlo; e giunto a Capranica, ivi si fermò col Signor’ Orso padron del luogo, non assicurandosi d’andar più avanti per esser a quei tempi le strade mal sicure, rispetto alle nimicizie che erano tra’ nobili Romani. Ma intesa la sua venuta al detto luogo dalli Signori Colonnesi, il Vescovo medesimo con cento cavalli, e col Signore Stefano suo fratello andò a levarlo, e salvo lo condusse alle sue case in Roma, ove dal Signore Stefano, padre del Cardinale, e di sei altri figliuoli maschi, fu come l’ottavo raccolto, e da tutta Roma onorato per la fama già sparsa della sua virtute.
Stato alcuni mesi in Roma, desideroso di seguire gl’incominciati studj si risolse tornare in Avignone, ed indi si raccolse alla solitudine di Valchiusa, per istar fuor della frequenza della Corte, e non così vicino al fuoco che sentiva dell’amore di Madonna Laura; e tutto fece con buona grazia del Cardinale Colonna.
La stanza di Valchiusa continuò circa 10. anni, e con gran frutto nelle lettere, colle quali fece quel luogo famoso, ed ivi compose, o cominciò la maggior parte dell’Ope-
re sue ed in prosa, ed in verso, e tra l’altre l’Africa con gran lode del nome suo.
Fece ancora di molte Rime secondo ch’amore lo sospingeva: di che parlando in una sua Epistola dice: Flamma cordis erumpente, miserabili, sed, ut quidam dicebant, dulci murmure vellescalumque complebam. Hinc illa vulgaria juvenilium laborum meorum cantica, quæ eodem morbo affectis, ut videmus, sunt acceptissima.
Era in quel luogo dalli signori, ed amici della Corte alle volte visitato, ed alcuni di lontani paesi mossi dalla gloria del nome suo mandarono a posta, ed andarono per vederlo, come fra gli altri fu Pietro Pittaviense, Vir insignis, com’esso dice, religione & literis. E gran cosa fu che in un giorno medesimo da Parigi dal Cancelliere di quello studio, e da Roma dal Senatore ebbe lettere che lo invitavano d’andare a coronarsi Poeta tra loro: parendo a ciascuno di non poco onore alle città, ed accademie sue, se a persona così virtuosa donassero la corona. Il qual’onore nei tempi buoni dagli antichi poeti fu stimato assai: di poi con la rovina dell’Imperio Romano, e delle lettere era ito in obblivione. Onde parendo che ’l Petrarca fosse il primo dopo tant’anni che rinnovasse la poesia, per questo l’invitavano. Il qual’invito a quel tempo fu di grand’onore, nè a lui dispiacque, come quello che di gloria era vago, e ne fece quella bella Canzone:
, ec.
Affetto che facilmente cade nei belli ingegni, se ben poi il mondo per la goffezza de’ compositori, e la malignità de’ secoli, ha ridotto quest’onore della corona, com’altre cose buone, in poca stima. Non era così allora; e fu il Petrarca il primo, e solo che dopo tanti anni lo rinnovasse in Italia: anzi il Boccaccio in alcuni versi Latini, che di sotto riferirò, scusa Dante, se per la malvagità della fortuna del suo esilio fu senza corona.
Ora, per tornare al proposito, egli, avute le lettere, stette in dubbio a quale dovesse andare, per la gran fama dello studio di Parigi, e per la riputazione, ed il nome di Roma. E consigliatosi col suo amorevole Signore il Cardinale Colonna, si risolse andare a Roma; e stimando molto quell’atto del coronarsi, volle sopra ciò il parere di Roberto_d%27Angiò Re di Napoli, il quale a quel tempo era non solo dotto, ma riputato savissimo, e lo splendore de’ Signori d’Italia. Onde del 1341. imbarcatosi a Marsiglia se n’andò a Napoli, ove amorevolmente fu raccolto da quel magnifico Re, il quale non solo un giorno, ma tre continui fu con M. Francesco, ed udì li versi suoi; di che sopra modo rimase contento, pregandolo a’ voler pigliare la corona per sua mano in Napoli; della qual cosa si escusò il Petrarca, per la risoluzione già fatta di Roma. Onde il Re volle che gli promettesse d’intitolargli i versi dell’Africa, della quale già gran parte avea scritto, e per la quale il mondo lo stimava tanto. Il che promise, ed attese di
poi, ancorachè prima quel buon Re morisse. Ma era il Petrarca più della virtute, che della fortuna degli uomini amatore, e però non si dimenticò la promessa. Sul partire suo da Napoli, il Re gli disse che, se così vecchio stato non fosse, gli avria volentieri fatto compagnia, per trovarsi in quella festa in Roma. Ma poi ch’andare non vi potea, vi mandò alcuni personaggi, e scrisse in raccomandazione di M. Francesco al Senatore di Roma, ed a quei Signori con largo testimonio della sua virtute. Giunto in Roma il Petrarca, essendo Senatore il Signor’ Orso dell’Anguillara, suo amorevolissimo, e conoscente, e dovendo tosto finire il magistrato; per coronarlo di sua mano, si ordinò che nelle feste della Pasqua di Resurrezione, che venne alli 8. d’Aprile del detto anno 1341. si facesse la coronazione; della qual vista tutta Roma era desiderosa. Onde con gran concorso, ed allegrezza si fece in Campidoglio: di che esso scrive in più luoghi, e nei versi Latini, e nelle Prose. Dopo che portò, o mandò quella corona a S Pietro; la quale ivi fu conservata molti anni.
Questa cosa a M. Francesco portò gloria, ed invidia; la qual sempre nelle cose virtuose si mescola volentieri; ed esso medesimo lo ricorda dicendo: Hac laurea hoc mihi prastitit, ut noscerer, ac vexarer. ed altrove: Hæc laurea scientiæ nihil, invidiæ vero * mihi quæsivit. La qual’invidia, o malignità più tosto, fino a’ nostri giorni ha steso le radici. Imperocchè non ha molti anni che fu data al- la stampa una Lettera sotto nome di , amicissimo del Petrarca, scritta al Signor di Verona, della detta incoronazione, piena di tante inezie, e cose indegne, ed impertinenti, ch’è una vergogna. E per questa facilità, e licenza delle stampe cresciuta oggidì tanto, non solo la detta Lettera ho veduto, ma delle altre ancora sotto nome d’antichi autori, come Dante, M. Cino, ed altri, pubblicate solo per far carico o a signori, o a privati, con iscorno di questo secolo, che cose tali, e peggiori comporta. Nè fu così accorto l’inventore di quella favola, che s’avvedesse che non s’accorda il suo tempo della festa con quello che ne scrive il Petrarca medesimo, facendola esso far di Maggio il giorno dell’Ascensione, dove che fu d’Aprile, com’è detto. Nè s’avvide anco dicendo che perciò fu data la pieve d’Arquato al Petrarca, ch’esso non ebbe, nè volle mai beneficj curati, come si dirà di sotto. E lo stile pur troppo, senza parlarne più, mostra ch’è farina di questo tempo, e non di quello del Petrarca; come facilmente giudicherà chi ha qualche pratica delle scritture antiche. Queste cose ho voluto dire per lo stomaco che mi fa la vana, e sciocca malignità di simili presuntuosi.
E tornando alle cose di sopra, dico che onorato della corona il Petrarca in Roma, se ne passò in Lombardia, ove da tutti quei Signori era amato grandemente, e giunto a Parma, signoreggiata allora da Da Correggio, e dove esso era Archidiacono, fu dalli detti Signori ritenuto; e ridottosi secondo l’uso suo a una solitudine in luogo
detto Canossa sopra il fiume Lenza, tornò all’opera della sua Africa, ed agli altri studj.
Qui non voglio tacere una cosa assai notabile, ch’egli scrive essergli in questa dimora avvenuto, e ciò fu, ch’essendo, nel tempo ch’egli prese la corona a Roma, il Vescovo Colonna suo carissimo Signore andato alla visita della sua Chiesa Lomberiense in Guascogna, ivi se ne morì; ed in quel tempo appunto appunto che ’l Petrarca era ito a Parma; e dice che in quella notte medesima lo vide in sogno venire a se solo, ed in fretta, e domandatolo ove andava, e perchè così solo, rispose ridendo: Son partito di Guascogna, e vado a Roma; e dicendogli il Petrarca di volergli far compagnia, disse mezzo turbato: Va, che non ti voglio ora per compagno. Al qual’atto, scrive che si avvide ch’era morto; ed ebbe tanto dolore, che si svegliò, e di lì a 25. giorni sopraggiunse l’avviso della morte; e fatto il conto del tempo, trovò ch’era stato quel giorno medesimo che gli apparve: cosa certo notabile; e dopo alcuni mesi fu trovato tra le scritture del Vescovo, e mandato al Petrarca un Sonetto, il quale gli scriveva, allegrandosi della sua coronazione in Roma; e ne fece particolar ricordo, e rispose a lui così morto com’era, e tutt due sono stampati.
Mentre Petrarca in Lombardia dimorava passò Carlo IV del Sacro Romano Impero in Italia, e giunto a Mantova lo mandò a chiamare da Milano, ove era a quel tempo, e fecegli grandissima accoglienza.
Di poi il Petrarca tornò ad Avignone, ed al solito ricetto di Valchiusa; ove scrisse, come si vede, quei tre Colloquj fatti con , che fu dal 1343. nel qual tempo essendo morto il Re Roberto a Napoli, e successagli la nipote detta Giovanna I di Napoli, . ch’era in Avignone, mandò il Petrarca a Napoli per alcune faccende, e per visitare la Sancha d'Aragona (1285-1345) già moglie al Re defunto. E indi per la via di Roma, visitato il Signore Stefano Colonna, ritornò in Avignone, ed all’ozio de’ suoi studj.
In questo mezzo più volte fu invitato con lettere dal Signor Jacopo II da Carrara, Signore a quel tempo di Padova, a voler trasferirsi a lui, chè lo desiderava grandemente; ed in guisa lo stimolò, che ’l Petrarca si deliberò soddisfarlo, e così passò in Lombradia, ed a Padova del 1347. scrivendo esso che fu due anni avanti la morte del detto Signore, il quale come nota il Corio, fu ucciso del 1349. Dal qual Signore fu accarezzato, ed onorato; e perchè più volentieri seco si ritenesse, lo fece creare Canonico di Padova.
In questo tempo sopravvenne l’anno 1348. che portò gran calamità per la peste universale, che corse quasi tutto il mondo, come descrive il nel principio del suo ; e quell’anno medesimo in Avignone morì Madonna Laura, tanto da lui amata, e celebrata, di che fa ricordo nell’Epistola ri-
ferita di sopra: Laura propriis virtutibus illustris &c. dicendo che ebbe la nuova in Italia, ed a Verona, ove a quel tempo per caso si ritrovava: e fu sepolta, come in detta Epistola scrive, alla Chiesa de’ Frati Minori in Avignone. E così in effetto si ritrovò gli anni passati al tempo di aprendosi a caso quell’arca, nè sapendosi di chi fosse; nella quale tra quell’ossa trovarono una cassetta di piombo con un Sonetto dentro scritto in cartapecora, che diceva così: Qui giacciono quelle caste ec. E fu composto da qualche giovane di quel tempo, che lo volle con essa seppellire per la fama grande ch’aveva; ed io l’ho veduto nella sagrestia de’ detti frati in Avignone. E senza questo, M. , che fu ai tempi del Petrarca, e comentò le sue Egloghe, lo dice chiaramente nell’Egloga XI. sopra quei versi: qua nodosis impexa capistris Colla boum &c. Di che ho fatto ricordo, perchè si sappia certo, ove morì, e fu sepolta Madonna Laura, acciocch’altri non s’immagini riporla in Lilla, o Cavaglione, com’hanno fatto alcuni.
Stette il detto anno del 48 ed il seguente il Petrarca in Lombardia fino alla morte ✝ del predetto Sig. Giacomo, che seguì del 49 per dispiacere della quale si partì da Padova, e d’Italia, ancorachè dal Signor Francesco I da Carrara, figliuol, ed erede del morto, fosse cortesemente invitato a restar seco; e tornossi a Valchiusa.
Ma già non solo Madonna Laura, ma anco
il Cardinale Colonna, e molti altri amici suoi erano morti. Per lo che la piacevolezza che soleva prendere della vista d'Avignone, e di quella valle cominciò ad essergli non grata, anzi noiosa, e dice egli: Quicquid dulce erat, uno naufragio amisimus: quodque sine suspirio dici nequit, virentissima olim Laurus mea vi repentinæ tempestatis exaruit, quæ una mihi non modo Sorgiam, sed Druentiam Ticino fecerat carsorem. Velum quo oculi mei obtegebantur, ablatum est.
Sopravvenne l'anno 1350. nel quale fu il gran Giubbileo a Roma; onde per devozione il Petrarca andò a Roma, così caro al Signore Stefano Colonna, già vecchissimo, come se gli fosse stato figliuolo; e seco quel buon Signore si dolse della morte delli figliuoli, a' quali tutti era sopravvissuto, e dissegli che ciò avea molto innanzi previsto.
Indi partito fece la via d'Arezzo, e fu in quella città onoratissimo da tutti, e gli mostrarono la casa dove era nato, dicendogli che per amor suo volevano che in quello stato si conservasse.
Ritornò in Avignone, e, per quel che si vede, chiamato dal Papa; dolendosi in molti luoghi di quella stanza, e della sua occupazione.
Scrisse a Valchiusa i quattro libri d'Invettive contra il Medico, nel tempo che succedette a che fu
del 1352. E finalmente sazio della stanza di Provenza, si deliberò quel resto di vita che gli avanzava, farla in Lombardia, ove da tutti li signori era onorato, desiderato, e massime dalli Visconti.
E per questo, lasciata la Corte d’Avignone, si ridusse a Milano, vivendo ancora il Signor Giovanni Visconti (arcivescovo), Arcivescovo di Milano, e tanto potente Signore in Italia, da quale fu accarezzato, e adoperato, mandandolo a Venezia al tempo del Serenissimo Andrea Dandolo, per comporre la pace tra quella Signoria, e Genovesi, che guerra crudele facevano insieme. E dopo la morte dell’Arcivescovo, che fu del 1354. d’Ottobre, continuò la stanza con li nepoti, e successori suoi, che furono Matteo II Visconti, Bernabò Visconti, e Galeazzo II Visconti.
Scrive il Petrarca al , che stette in Milano dieci anni, de’ quali in Santo Ambrogio ne fece cinque continui. E fu di tanta grazia appresso tutti i Signori di quei luoghi, che per inimici che fossero insieme, era da tutti ben visto.
Scrive esso che, dovendo da Pavia partir per Venezia, e volendosi imbarcare per far il viaggio per Pò, fu molto disconsigliato a non mettersi a tal rischio, essendo a quel tempo ogni cosa piena d’arme, e le rive del Pò ad ogni passo secondo la diversità de’ Signori guardate. Tuttavia confidato nell’innocenzia, e buon’animo suo volle andare; e dice che da tutti fu accarezzato, e che gli dicevano ch’altri ch’esso non saria stato lasciato passare: di maniera che a Venezia giunse non
solo salvo coi suoi, ma carico di presenti ricevuti.
Quanto dalli Signori Veneziani fosse amato, oltre l’altre cose che si leggono, gran segno ne fa lo avergli per decreto pubblico, com’anco nei libri dei Signori appare, concesso una casa comoda per sua abitazione; e negli spettacoli solenni che si fecero in piazza di S. Marco per la ricuperazione di Candia del 1364. in preferenza di tutto il popolo, e di molti Signori, il Serenissimo Lorenzo Celsi, allora Principe, volle che sedesse a sua man destra. Tal che da tutti, e per tutto fu sempre onorato.
Piacque a Barnabò Visconti che tra gli altri Signori al Battesimo di Marco Visconti di Parma suo primogenito il Petrarca fosse compare; di che se ne vede una sua Epistola in versi; e Galeazzo Visconti alle nozze che fece di Violante Visconti sua figliuola in Lionello di Anversa, I duca di Clarence, e figliuolo del Edoardo III d'Inghilterra, che furono magnificentissime, volle che M. Francesco si trovasse, ed a tavola con quei Signori sedesse per onorare la sposa, chiamatolo da Padova, ove allora già vecchio s’era ridutto.
Dimorò, com’è detto, tornato di Provenza circa dieci anni a Milano, e luoghi vicini, come Pavia, ed altri; andando alle volte a Venezia, ed a Padova, secondo l’occorrenze. Di poi sentendosi invecchiare, e desiderando ozio al corpo, ed alla mente, per pa- scere più l’anima che i sensi, volle ridursi a Venezia, vedendo tuttavia continuare le guerre in Lombardia, senza speranza di pace.
In Venezia avea, com’è detto, casa, ed a Padova un Canonicato, e dall’uno all’altro luogo andava senza discomodo, e piacevagli starsi alle volte in Arquato, villa su i colli di Padova, ove s’aveva a suo gusto fabbricata una casa per godere la solitudine, conforme al desiderio suo naturale: e buona parte del tempo stava in Venezia; e continuò quella vita fino a tanto che tra i Signori Veneziani, e il Signor Francesco da Carrara si ruppe la guerra; al qual tempo parve al Petrarca, per torre ogni sospetto che qualche maligno avesse potuto pigliare, di ridursi ad Arquato, e servire, come poteva, alle volte al suo Canonicato in Padova. Ed ancorachè in quel tempo passasse d’Avignone a Roma, ed invitasse con grandissima instanza il Petrarca ad esser seco, non per affaticarlo, come scriveva, ma solo per onorarne la Corte, e trattarlo bene; nientedimeno, essendo già vecchio, e mal sano, non si partì; e ne fece scusa col Papa: attendendo tuttavia alle lettere sacre, ed a morire, come diceva, in porto, essendo vissuto in tempesta. E così tra’ suoi santi pensieri, e con gli amici suoi cari, ch’alle volte lo visitavano in Arquato, tra’ quali era il Signor medesimo di Padova, andava verso la fine, sentendo ogni dì il corpo più fiacco, e dalle malattie, com’esso dice, assediato; che tanto più di
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