Al Signor Bernardo di Fontenelle
E gli spiritosi vostri Dialoghi indirizzaste voi già all’Illustre Morto, che di tal’Opera somministrato aveavi l’idea, e per ciò doveroso credeste di scendere a cercare il vostro Eroe fin nel voto Regno dell’ombre, e nell’oscurità della Tomba; con quanto maggior ragione non debbo io indirizzar questi miei ad un’Illustre Vivo, qual siete voi, a cui io pure della primiera loro idea son debitore, e che fra noi amenità spirante ancora e giovanezza di spirito mi si offrite naturalmente dinnanzi nel seno della vivacità e della pulitezza, e in questo splendor di Parigi? Voi foste il primo ne’ vostri Mondi a richiamar la selvaggia Filosofia da’ solitarj Gabinetti, e dalle Biblioteche de’ Dotti per introdurla ne’ circoli, e alle Tolette delle Dame. Voi primo interpetraste alla più amabil parte dell’Universo que’ Geroglifici, che non erano altra volta, che per gl’Iniziati, e trovaste il modo di ornare e di sparger di fiori ciò, che parea pieno di difficoltà, e di spine. Si potrebbe dire, che voi avete commesso la cura di muovere i Cieli alle Grazie, ed alle Veneri in luogo di quell’intelligenze, a cui l’Ignoranza aveva altre volte addossato un tale ministero.
Corrispose il buon’esito della vostra Opera alla bellezza, e novità dell’impresa. Quella metà del nostro Mondo, che rapisce sempre seco i suffragj dell’altra, â dato i suoi al vostro Libro, e lo â consagrato nella più lusinghevol maniera alla Posterità.
Ardirei io lusingarmi, che la mia Luce dovesse aver la sorte de’ vostri Mondi? Se la brama di piacere a ciò, che piace tanto a noi, a far la sua fortuna bastasse, nulla mi resterebbe ad invidiarvi. Ma io conosco troppo le molte cose che mi mancano, ne potrei farmi lecito di non desiderarle; poichè senza parlare de’ vostri talenti, e dell’Arte di festevol rendere, & amabile tutto ciò, che voi trattate; egli pare, che il soggetto della Pluralità de’ Mondi da voi scelto, sia quello, che più d’ogn’altro somministra immagini vaghe e leggiadre, e che è perciò il più convenevole a’ vostri Interlocutori fra quanti potea fornirvene il vasto campo della Filosofia. Le cose ch’egli offre all’animo nulla men sono, che le Stelle, e i Pianeti, i più brillanti e i più vasti oggetti dell’Universo, poche sono le sottili ricerche di Scienza, in cui siete obbligato di entrare; e gli argomenti, co’ quali stabilite la vostra opinione non ânno una tal certezza, che la vivacità del Dialogo ne venga ad essere offesa.
Io ô intrapreso di far piacere la Verità accompagnata da tutto ciò, che necessario è per dimostrarla, e di farla piacere a quel sesso, che ama più tosto di sentire, che di sapere. Il soggetto de’ miei Dialoghi è la Luce, e i Colori; il quale per quanto bello, e ridente sia, non è però per se stesso nè così vago, come il sono i vostri Mondi, nè così esteso. Molte sono, e difficili le minuzie, e le particolarità di Scienza, a cui io sono stato obbligato di discendere; ed i miei argomenti sono per isventura sperienze incontastabili, e che vogliono essere esposte con tutta la precisione immaginabile. Giusto era bene, che le Dame, le quali s’accorsero anch’esse per opera vostra del gran cangiamento, che nel Mondo pensante introdotto aveva il , del novello pure s’accorgessero, e naturalmente omai l’ultimo, di cui il gran è Autore; ma egli era malagevole di ammansar di nuovo questa Fie- ra, che sulle tracce de’ calcoli, e della più recondita Geometria all’antica sua selvatichezza più che mai ritornava. Voi avete abbellito il Cartesianismo: io ho procurato di domar, per così dire, il Newtonianismo, e di rendere aggradevole la sua medesima austerità.
Le cose astruse però, che m’è convenuto trattare, non sono che necessarie, e frammescolate sempre di qualche cosa, che possa di tratto in tratto sollevar lo spirito e l’attenzione ch’esigono. Per quanto delizioso un passeggio sia, si ama però di trovar di tratto in tratto qualche erboso sedile per riposarsi talora. Le linee e le figure sono affatto sbandite, come quelle, che darebbono a questi Discorsi un’aria troppo dotta, e che mettrebbon paura a coloro, a’ quali si vuol piacere per istruirli. Vi si sfuggono, quanto si può il più, i termini di Matematica; e se ve n’â alcuno, egli è spiegato per via di cose le più familiari nella vita. Delle difficoltà, che sono state mosse a qualche sperienza, la Storia delle invenzioni Ottiche, de’ dubbi metafisici, la diversità delle opinioni di varj Filosofi, levano alla materia ciò, ch’ella potrebbe per la troppa uniformità sua aver di nojoso. Non ô tralasciato di renderla, per quanto ella il per- mette, gioconda, e tale, che vi si prenda, se è possibile, quell’interesse, che in una composizion di Teatro prender si suole. V’â egli cosa, in cui il cuore (parlando massimamente alle Dame) debba essere lasciato da parte? Il maraviglioso cotanto amico di questo cuore, che vuol esser sempre ricercato & agitato, nasce per fortuna nella buona Filosofia da se medesimo, e senza aver bisogno di macchine. O’ posto una maniera di cangiamento o di catastrofe nelle opinioni e nella Filosofia della mia Marchesa, che Cartesiana in sul principio divien poi Mallebranchista, ed è ultimamente forzata di abbracciare il sistema di quell’Uomo, che dovrebbe essere alla testa del genere umano, se la forza dell’ingegno e del sapere dovesse tra gli uomini della superiorità e del rango decidere. Il sistema generale dell’Attrazione di questo Filosofo non v’è ommesso, come quello, che â una natural connessione col sistema dell’Attrazione particolare, che tra i corpi e la luce si osserva; talchè questi Dialoghi ponno esser riguardati come un corpo intero di Filosofia Newtoniana. Il Santuario del Tempio sarà sempre riserbato a’ Sacerdoti e a’ favoriti della Divinità: il vestibulo e le altre parti di esso saranno aperte ancora per li profani.
Lo stile, che io ô procurato di seguitare, è quale io ho creduto convenire al Dialogo, netto, chiaro, preciso, interrotto, e sparso d’immagini e di sali. O’ schivato più che ô potuto quegl’intralciati e lunghi periodi col verbo in fine nemici de’ polmoni e del buon senso, che sono, assai meno, che non si pensa, del genio della nostra Lingua, e che non devono essere guari del genio di quelli, che vogliono essere intesi. Gli ô lasciati affatto a coloro, che ânno abbandonato il Saggiatore per la Fiammetta, insieme colle parole antiche e rancide, che fanno una gran parte del lor sapere e delle loro delizie. Il Conte di Castiglione dugento anni fa osò scrivere per esser’ inteso da’ suoi contemporanei, e abbandonando nel suo Cortegiano i Gotici rancidumi seguì nello scrivere l’uso del parlare delle persone pulite e colte del suo tempo, l’uso quel supremo Giudice in tutte le altre lingue, fuorché per isventura nella nostra, e ci arricchì quanto allo stile del più bel libro, di cui l’Italia possa vantarsi. Per qual ragione dovrei io credere, che la Predica, che un Fraticello balbettò quattrocento anni fa in S. Maria Novella servirmi dovesse di modello in un’Opera di Filosofia e di gentilezza. E perchè amerei io più tosto che favellar colle Dame del nostro secolo: i miei parlamenti parlare alle Monne del mille e trecento?
Questo minuto ragguaglio, in cui io sono entrato, vi era in certa maniera dovuto, acciocchè vedeste quanto poco un genere di Opera io abbia negletto, che come vostro si può riguardare. Io lo doveva a’ miei Compatriotti ancora, nella cui lingua originale, qual’ ella siasi, si può dir quest’Opera. I giovani Geometri nel dar la soluzione d’un Problema sogliono indicar i mezzi, de’ quali si sono serviti per arrivarvi. Egli non è lecito, che a’ gran Geometri di una riputazion già fatta di darne semplicemente la soluzione, e di lasciare cercar agli altri in qual maniera vi sien giunti.
Non vorrei però che si credesse, che io apprezzar volessi quest’Opera più ch’ella per avventura non sarà stimata; o che io pensassi di aver pienamente risoluto questo difficil Problema. Io conosco assai e me medesimo, e la difficoltà dell’impresa. Io ô veduto forse ciò, che far si dovea, e forse non l’ô fatto. Rafaello e il Guercino vedevano appresso a poco egualmente ciò, che s’avea a fare per ben disegnare una figura; e ben diseguale tuttavia in questi due Pittori ne fu l’esecuzione.
Come che sia però, le nostre Dame, per cui quest’Opera è principalmente fatta, dovranno sapermi buon grado se avrò loro almeno procurato un nuovo genere di piacere, che sia poi da altri molto meglio, che da me condito, e se avrò recato in Italia la moda di coltivarsi lo spirito più tosto che la presente momentanea foggia dell’arricciarsi i capelli. I Viaggiatori dovrebbono essere i Trafficanti dello spirito, e degli scambievoli vantaggi, che ânno anche in questo genere le Nazioni, le une sopra le altre. Felice quella Società, in cui l’immaginazione Italiana, al buon senso Inglese, ed alla Francese dilicatezza innestar si potesse!
Noi dovremo aver l’obbligo alla vostra Nazione, ed a voi in particolare d’averci dato l’esempio di render comune ciò, che altra volta era misterioso, e di scriver nella sua lingua ciò, che per una certa superstiziosa riverenza era riserbato al Latino, non senza imbarazzarlo di Greco, la più terribil’ arme del Pedantesimo. Si potrebbe fare agl’Italiani appresso a poco in questo genere il rimprovero, che si fa agl’lnglesi per lo Teatro nel bel Prologo al Catone: Egli è vergognoso, vi si dice, che la nostra Scena non sussista, che di ariette Italiane, o di qualche tra- duzion Francese. Finiamo una volta di più prendere i nostri sentimenti a prestanza. La gloria del nostro Teatro risorga, ed i nostri petti non sieno, che del proprio nativo fuoco riscaldati. Se si eccettua la traduzione di qualche libro Francese, non si vedon da noi, che Canzonieri e raccolte di Rime, incomodi del Secolo, che inondan tutto giorno. Tra i libri moderni in Italiana favella scritti, le Dame non ânno da leggere, che Sonetti pieni d’un amor Metafisico e Platonico, il quale io penso debba far loro quell’effetto, che l’espressioni fanno de’ vecchi Cicisbei. Il Secolo delle cose venga una volta anco per noi, e il sapere non ad irruvidir l’animo, o a piatire sopra una vecchia e disusata frase, ma a pulir serva, se è possibile, e ad abbellir la Società. Io avrò almeno fatto la strada a qualche cosa, che non sarà nè Gramatica, nè Sonetto, e mi lusingherò di aver fatto molto più, se voi approverete ciò, che le Dame m’ânno inspirato.
Dialogo Primo
Uella stessa ragione che ad un Concerto di Musica, ad una allegra e dilicata cena, a una Galleria, o ad un Teatro tutto dì mi conduce, quella stessa a scriver m’ha condotto la Storia d’una Villeggiatura, che io feci colla Marchesa di E... questa State trascorsa, e mi â in cotal modo di uomo nella Società ozioso ed inutile eretto in Autore; E il natural desiderio, che ogni Autore à di farsi imprimere, che che ci dican tuttavia questi Signori nelle loro lunghe Prefazioni, fa che io ponga ora alla luce del Pubblico questa Storia, la quale per altro sarà tutta Filosofica, e composta di alcuni discorsi, che io ebbi con quella gentil Signora sopra la luce e i colori. Non mancherà forse taluno di rimproverarmi ciò, che per altro mi son rimproverato io medesimo, d’aver così male speso il mio tempo con una Dama. Ma se e’ conosces- sero quali maniere questa abbia per obbligar le persone a far ciò ch’ella vuole, son certo che mi perdonerebbono, quand’anche le avessi letto la Guerra di Pisa del , se ella l’avesse potuto desiderare. Questo mio errore però, per iscusabile ch’egli fosse, io cercava quanto più poteva di emendarlo, quando la luce e i colori mi davano un po’ di tregua. E certamente che e il gentile aspetto della Marchesa invitava a parlar di tutt’altro che di Filosofia, e la qualità del luogo altresì, che parea fatto a posta per nutrire ciò, che la Marchesa avria per altro fatto nascer per tutto. La Penisoletta di Sirmione Patria, del vezzoso Catullo, e i Monti che tante volte ripeterono i bei versi di Fracastoro, due punti dirò così tanto famosi nella Carta Poetica faceano di lontan prospetto all’elegante Palagio sù di gentil Collina piantato; cui lavavano il piede le chiare acque del Benaco, che per la sua ampiezza, e per lo fremito delle sue onde emula il Mare. L’odor degli aranci che le rive d’intorno, e l’aere gentilmente profuma, la frescura de’ Boschetti, il mormorio delle fontane, il veleggiar su pel cristallino Lago delle pronte barchette, ogn’una di queste cose m’avrebbe di mano in mano a se rapito, se la Dea di questo ameno luogo mi avesse lasciato sensi per esso loro.
Allo Spirito, e all’Immaginazione la più gentile ella accoppiava una non ordinaria sodezza d’ingegno, e a’ sentimenti i più delicati una dotta curiosità. Superiore alle altre senza curarsi di mostrarlo di nastri parlar sapeva e di cuffie se bisognava, e far quistioni per averne la risposta. Una naturale negligenza e una disaffettazione non istudiata condiva tutto ciò, ch’ella diceva. Del resto assai bella per acquistare a suo marito degli amici, ed insieme assai giudiziosa per non acquistargliene un solo alla volta. E queste cose non trovandosi per lo più insieme che in un libro, e nella immaginazione degli Autori, ciò è cagione, cred’io, che la dottrina nelle Dame non â quell’universale applauso appresso al Mondo, che â la bellezza.
Quando noi eravam soli, e che gl’importuni ci lasciavan respirar dal giuoco, ripiego e flagello insieme delle società, noi spendevamo qualche parte della giornata nella lettura di libri ora antichi, or moderni, facendo ella grazia contra l’opinione di quel Re, che voleva ogni cosa di vecchio a’ nuovi libri, così come a’ nuovi amici. La Poesia era il principale oggetto della nostra lettura, parendo ella confacevole più d’ogn’altra cosa alla campagna, in cui ella secondo tutti i Genealogisti delle bell’Arti prima ch’ogn’altra ebbe già l’origin sua. Questo però si faceva in modo che nè men quella Poesia, che è (per così dire) affatto cittadina, come la Commedia, l’Epica, e la Satira era esclusa; acciò in ogni cosa un certo spirito di libertà dominasse, che il fondamento era della nostra società. Questo spirito più che in altro ne’ nostri giudizj dominava, per cui un Italiano, un Francese, un Antico, un Moderno era da noi riguardato col medesimo occhio. La saggia elevazione e la sceltezza dell’, la varietà e l’evidenza dell’, la nobil finitezza della , la verità, lo spirito Filosofico, e le bellezze particolari dell’, l’invenzione della , i caratteri del , la dolcezza de’ numeri del , la felice negligenza del , tutte queste cose erano da noi comparate in modo, che nè la lontananza de’ tempi ci facea apparire più armonioso un verso, nè la diversità de’ paesi men sublime o men gentile un pensamento. Si mescolavano episodj a tutto ciò e distrazioni, delle quali la Marchesa non mi sapeva più mal grado, che se io le avessi detto ch’ella era bella.
Un episodio, in cui io le parlai della forza e de’ vantaggj della Poesia Inglese, le fece venir volontà di assaggiarne alcuna cosa, stimando ella per altro che quella Nazione, a cui Minerva â cotanto de’ suoi doni profuso, non dovesse poi essere stata scarsa di quelli di Apollo.
Increbbe senza fine a me, che null’altro che far piacere cercava a colei, che tanti a me ne faceva ognora, di non poterle dare che una manchevole ed imperfetta idea dell’armoniosa fecondità di , della soave mollezza di , del vario e pieghevole stile di , dell’arguto spirito e del brio de’ , e de’ , della corretta maestà dell’, degli arditi e robusti tratti del , e della gigantesca sublimità . Parlare del merito d’un Poeta è lo stesso che voler descriver la bellezza d’un volto, che bisogna co’ suoi propri occhi ve- dere, e il citarne anche nella sua lingua originale alcun particolar passaggio separato da ciò, che l’accompagna, saria lo stesso che mostrare un occhio, un labbro, una pozzetta d’un viso, che si vuol vedere non a parte a parte, ma tutto insieme, e in cui mille cose concorrono a comporne la simmetria e la bellezza. Mi consolai tuttavia alcun poco sovvenendomi di avere per ventura tra alcune carte, che io aveva recate meco alla campagna, l’ del Signor , il cui nome a coloro solamente è ignoto, a’ quali è ignoto, che v’à Poesia Inglese. La seguente mattina la portai meco in un boschetto destinato alle nostre conferenze Poetiche, e ch’era divenuto il Parnasso di tutte le Nazioni. Dimandato ch’ebbi perdono alle Muse Inglesi gliela cominciai a leggere, traducendogliela il meglio che io potei. Ella l’ascoltava con un’attenzione, da cui generalmente le Belle sogliono dispensarsi; ed essendo io giunto a quel passo della prima Strofe:
Ella m’interruppe, non saziandosi di lodare la sceltezza e proprietà di quegli aggiunti, i quali dipingono talmente quello strumento, che io l’odo, diss’ella, veramente suonare. Non so se voi l’udiate altresì, ma e’ mi pare di poterlo argomentare da un certo piacere, che avete dimo- strato forse senza accorgervi, recitandomi questo passo. Voi intendete così bene, o Madama, rispos’io, tutt’i miei movimenti anche i più dilicati, che non vi potete ingannare; e voi rilevate certamente una cosa, che rende le immagini, onde la Poesia si nudrisce, vive al sommo e parlanti. Gli aggiunti di questa maniera son le pennellate, che dan l’anima al quadro. La mano bianca, la fronte serena, gli occhi soavi non ne sono al più che l’abbozzo.
E la luce settemplice, replicò la Marchesa, che io vidi alcuni mesi fa in una Canzonetta, fatta in onore della Bolognese Filosofessa, non sarebb’egli un geroglifico della Cina? Almeno egli lo è per me e per molti altri ancora, a’ quali ne ho dimandato indarno la spiegazione. Voi volete dire, ripigliai io:
Se voi sapeste la forza di questi aggiunti, voi vi vedreste un quadro Newtoniano un po’ troppo filosofico forsè per la Poesia, ma infine un quadro Newtoniano in luogo d’un geroglifico della Cina. Come? diss’ella interrompendomi e in atto di maravigliarsi, voi sapete questo passo così bene, come se e’ fosse d’un Inglese. Io credo, rispos’io, o Madama, che un passo d’un Italiano, e che â di voi una stima infinita, vaglia bene un passo d’uno sventurato Inglese nato mille miglia lontano dal vostro Cielo. Io v’intendo, soggiuns’ ella, io non potrei desiderare un miglior comentatore di voi, s’egli è vero, che nessuno meglio intende la mente d’un autore dell’autor medesimo. Or via dunque Signor Autore liberatemi dalla pena, che mi dà quel settemplice, e tutto il resto del vostro quadro Newtoniano, che fa ben credere, che avendo voi lodato in questa Canzonetta una Donna, abbiate in ogni modo procurato di non essere inteso dalle Donne. Egli è stato, diss’io, quella stima infinita di voi, che senza dubbio â fatto l’agnizione. Indi riflettendo io ch’egli era impossibile di dichiararle in poche parole una cosa, di cui ella non avea la menoma idea, siccome era l’Ottica del Signor Newton, a cui quei versi fanno allusione; non sarebb’egli meglio, soggiuns’io, o Madama, di farla alla maniera del Teatro, in cui si suole per lo più finirla coll’agnizione? Senza che noi dobbiam pur terminar la Canzone del Signor Pope, che vi darà certamente più piacere di qualunque comento sulla mia. No no, soggiuns’ella, questa la termineremo poi, e questa volta noi la faremo al rovescio del Teatro; se non che noi non ci scorderemo della catastrofe: ed io mi ritrovo pure essere nella medesima ignoranza di prima.
Io volendo pur darle qualche idea del Sistema, a cui i versi alludono, e stimando per altro che la Marchesa volesse essere una volta come le altre, che si fan sovente un impegno di mostrar d’aver compreso ciò, cui non sono ne men tenute di aver immaginato, le dissi il più brevemente ch’io seppi, che qualunque raggio di luce secon- do l’opinion del Signor , o più tosto secondo ciò che è, è composto d’infiniti altri raggi, de’ quali alcuni sono rossi, alcuni aranci, altri gialli, altri verdi, altri azzurri, altri indachi, ed infine altri violetti; e da questi sette colori mescolati insieme, com’essi sono, in un raggio diretto del Sole, ne risulta il color bianco o più tosto aureo della luce. Che se questo raggio diretto di Sole è rifratto da un certo vetro, che si chiama Prisma, sendo che i raggi diversamente colorati, ond’esso è composto, sono altresì diversamente rifrangibili — . La Marchesa, ben lungi da quel ch’io credeva, io veggio, disse interrompendomi, che questo vostro Comento â più bisogno di comento egli, che non avea per avventura il Testo medesimo; e la colpa è pur mia, cui dan pena quella rifrazione, diversamente rifrangibili, e tali altre cose, che spargon d’oscurità le idee, che io m’avea cominciato a formare. Ma voi fate, vi prego, che io non debba più da ora innanzi accusar voi d’oscurità, nè me della colpa della oscurità vostra.
Voi non siete contenta, replicai io, se non avete per lo meno un comento così lungo, come è quello della Muffa nel Malmantile, che io vi diceva l’altro giorno parer dettato dal piacevol Matanasio, in cui trovaron già i Comentatori il lor Moliere. Almeno, diss’ella, il Newton entrerà più a proposito in questo, che non fa in quello il , le cui scoperte non doveano certamente servire ad illustrar la Muffa di quel Poema. E poi, soggiuns’ella, voi dicevate tutte quelle vostre cose con una certa serietà e franchezza, non dubitando di dire secondo l’opinione del Signor Newton, o più tosto secondo ciò che è, che mi avete fatto nascere un grandissimo desiderio di divenir Newtoniana. Ecco la maniera, soggiuns’io, di propagare ben presto e di metter alla moda il Newtonianismo. Il Pemberton, lo Willem 's Gravesande, il Dunch, e tanti altri zelanti propagatori di questo Sistema potrebbono intorno a ciò rimettersi a voi. Ma che dirà egli il Signor (mostrandole il libro che io teneva ancora in mano) d’esser così da voi lasciato sul bel principio di una Canzone per una voglia, che v’è venuta, non so perchè, di luce e di colori? Egli non si potrà dolere, rispos’ella, d’esser posposto ad un Filosofo e Filosofo qual è il Signor Newton, e che è finalmente di sua nazione. Non sapete voi, rispos’io sorridendo, che i Poeti si credon sacri, e quando l’estro monta loro al capo, e’ non badan nè a nazion, nè a famiglia, e si stiman più di qualunque Filosofo, avesse ben egli trovato in che cosa consiste l’unione tra l’anima e il corpo? Ringraziamo Iddio, diss’ella, che i Poeti ne’ libri son più discreti.
Io ebbi un bel dire, e un bel servirmi de’ luoghi della insufficienza e della incapacità, che non si sogliono ommettere in sì fatti casi, e che da se stessi in questo s’offrivano a me. La Marchesa volea pure ch’io le facessi vedere, com’ella diceva, il mio quadro Newtoniano. Io la pregai almeno d’aspettar fino alla sera, dicendole che la notte da un tempo in quà era consecrata alle materie scientifiche; che così pure avea adoperato il più gentil Filosofo della Francia in una congiuntura somigliante alla mia, e ormai non si facea più scrupolo di parlar di Filosofia a una bella Dama alle cinque ore di notte in un boschetto. Tanto meno, ella mi rispose, che se ne dovea far il giorno, il qual per altro par più acconcio che la notte a parlar di luce e di colori; e soggiunse con quel tuono di autorità, che rende la legge amabile, e dolce l’ubbidire:
Queste selve oggi ragionar di Luce S’udranno in nova guisa.
Cosi fu d’uopo in ogni maniera cominciare: ma il maggior imbarazzo era d’onde, non avendo ella, si può dire, la menoma tintura di Fisica, di cui era pur bisogno darle una idea generale prima di parlarle della luce e del sistema Newtoniano. In fine dopo averle un’altra volta ma in darno ricordato il Signor , e qualche altra cosa anche di minor’ applicazione e di maggior piacere, entrati che fummo in casa per l’ardor del Sole, che già presso al meriggio ascendeva, io incominciai in questa maniera.
Egli è naturale, che dachè la Società fu assai bene stabilita tra gli uomini perchè vi fossero tra di loro degli oziosi; il che io riguardo come l’Epoca della sua perfezione, questi tra per la curiosità, che naturalmente abbiamo anche delle cose, che ci appartengono meno, e forse per la paura d’esser chiamati dagli altri oziosi, si met- tessero a considerare la varietà delle cose, che compongono questo Universo, le loro differenze e i lor effetti. Egli è naturale altresì che una delle prime considerazioni di questi oziosi, che si fecero chiamar dopoi Filofosi, forse intorno alla Luce, che è certamente la più bella e la cospicua cosa che veggiamo, anzi quella per cui veggiamo tutte le altre cose, e per conseguente intorno a’ colori da essa luce sugli oggetti dipinti, e che spargono di tanta varietà e di tanto diletto questo nostro Mondo. Così io credo, che l’Ottica, che è quella parte di Fisica, che appartiene alla luce e ai colori, e generalmente tutta la Fisica sia nata tra gli uomini insieme coll’ozio, posteriore in vero a qualche sorta di Morale e di Geometria, necessarie di buon’ora agli uomini per li più stringenti bisogni loro, contemporanea, se volete, alla Poesia, e anteriore alla Metafisica, per cui vi voleva ancora maggior ozio.
Piacemi, disse la Marchesa, che la Poesia e la Fisica abbiano un’Epoca comune, che in tal modo questo passaggio, che noi abbiam fatto per cagion mia dall’una all’altra, non parrà per avventura nè meno a voi così strano. Fu ben più strano, soggiuns’io, il passaggio, che fecero sul bel principio i nostri Filosofi da una leggiera cognizion delle cose al volerne spiegar la natura ed indovinar gli effetti; il che si chiama far de’ sistemi in Filosofia. Egli è comi se alcuno, dopo aver parlato una volta o due del buono, o mal tempo con un profondo Ministro di stato, volesse farne il carattere, e pretendesse averne penetra- to i più cupi misterj. Bisognava cominciare da un attento esame delle cose per via di replicate osservazioni e di diligenti sperienze prima di avventurare il menomo sistema; fare, s’era possibile, come quegli antichi Filosofi, de’ quali l’uno per iscrivere della natura delle Api si ritirò ne’ boschi per meglio considerarle, l’altro le osservò per lo spazio di sessanta anni. Ma il male si è, che le osservazioni e le sperienze vogliono, come vedete, pazienza e tempo, e molte volte le più utili tra loro e le più belle, egli è il caso, che le fa nascere: e d’altra parte gli uomini an fretta di sapere, o di mostrare almeno di sapere.
Le rivoluzioni poi degli stati, la ferocia de’ popoli, il carattere delle nazioni, e la profession di coloro, presso a’ quali fiorì ne’ passati tempi la Filosofia, ne ritardarono non poco i progressi. Dalla Tradizione Indiana, che fra i loro Sacerdoti con egual gelosia, che la purità della lor razza conservavasi, e da’ Tempi degli Egizi, dove fra misteri e geroglifici lunga pezza era stata nascosa, a’ Portici & a’ Giardini passò della Grecia, dove da allegorie e da favole, e da tutti i fiori dell’Eloquenza fu ben presto adornata e guasta. Poco profonde radici adunque le lasciò porre in questo suolo l’immaginazione, carattere dominante del Clima; e queste ancora tentò estirparle la gravità da certo tepore, anima della persuasione, condita in un’uomo riputato dall'Oracolo il più saggio di tutti i mortali, che ciò, che è sopra di noi, a noi non appartenere predicava, che dalle naturali cose, alle umane richiamar voleva la cu- riosità, e lo studio, dalle grandi combinazioni dell’Universo, al picciol Caos delle stravaganze di questo Globo, dal rapimento con cui ci trasporta la considerazione de’ vasti, e remoti oggetti, al tristo rifletter sopra il voto di noi medesimi. E quest’uomo, che più funesto di Pandora rivolse il genere umano a considerare senza speranza di guarigione i mali, che dal suo fatal vaso erano in folla usciti, fu venerato come Padre d’una nuova Filosofia, chiamata Morale, la più trattata di tutte, e la meno intesa.
Colle delizie poi, colle frutta, e colla corruzion dell’Asia tragittata di mano in mano la Filosofia in Roma, poco felicemente potè allignare in mezzo ad un popolo, le cui arti erano di perdonare a’ soggetti, e debellare i superbi. Ne’ primi secoli della Cristianità ella porse l'armi per combattere il Paganesimo, e distrutto questo, tante guerre civili e tante dissensioni suscitò fra coloro, che con essa avean trionfato di Giove e dell’Olimpo, che videsi quasi all’uscir del porto vicina a perire la Navicella. A questa fatal guerra di parole si aggiunse quella, che all’Impero Romano e alle Lettere mossero i Barbari, e che l’uno distrusse, e oppresse l’altre, finchè nella profonda notte che seguì da poi riaccesesi tra gli Arabi alcune scintiile dell’antico sapere, la dottrina d’Aristotele risorse, che per l’Oriente sparsa fu poi da’ Monaci volontieri abbracciata, come quella che al genere della loro vita era di tutte la più confacente. Quanta fatica e quanto studio nella buona Filosofia, alla cui formazione non men che a quella d’una di queste vostre stoffe migliaja di viventi e di mani concorrer debbono! Laddove quella loro, in cui il nome di Aristotele di ragion serviva, non disturbava gran fatto la Monastica quiete. Questo Filosofo cacciato già da Atene dagli antichi Sacerdoti, fu di buona voglia adunque, con qualche varietà però di fortuna, accolto da’ nostri, che se talora come pernicioso Autore il condannarono, giunsero però altre volte per fino a crederlo non ignaro di cose, a cui non è lecito all’umana ragion di poggiare. S’innestò allora più che mai colla Religion la Filosofia; la qual cosa (poichè la loro indole, e il loro fine differentissimi sono) non potè produrre che somma confusion nell’una, ed ignoranza nell’altra.
Un Caos di vane quistioni, ed inutili, una filza di inintelligibili definizioni, un cieco ardor per la contesa, ed una più cieca divozione verso Aristotele, che assolutamente il Filosofo, o una seconda Natura chiamavano, e sopra tutto un certo linguaggio di termini vaghi, oscuri, e difficili a proferirsi, o voti d’idee, o pieni di confusione, inondò a guisa di sterminatore diluvio la faccia della Terra, ed usurpò per molti secoli il fastoso nome di Scienza; così che siccome tra i Cinesi è stimato più dotto colui, che sa leggere, e scrivere più parole, o cifere degli altri: così tra noi era stimato più dotto chi sendo vestito d’un certo abito, sapea proferire in certi luoghi, e con certi gesti, e mostrava d’intendere un maggior numero di termini di quel loro vano e pedantes- co gergo. Chi avesse scartabellato un poco i loro repertorj potea preveder le lor diatinzioni e le lor risposte; come si preveggono i passaggj de’ musici dozzinali, e le rime de’ cattivi poeti. Tali erano i veli, co’ quali nascondevano alla faccia del Mondo quell’ignoranza, che non doveano ben sovente poter nascondere a se stessi. L’orgoglio delle Scuole si sosteneva collo strepito di vane parole, e colla tirannia de’ nomi. Si credeva che realmente combattessero, ma vecchi fanciulli non combattevano in fatti che con bolle d’aria.
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