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Al Gran Cardinal di Trento
ct ct ORA eccovi Signor mio un vero pegno, tal qual egli si sia, della mia osservanza, che dall’ammiratione dell’infinite vostre virtu nata, et dalla somma cortesia nutrita, tanto durera, quanto quelle et questa che per se sono immortali, etiamdio dall’honorate fatiche de scrittori celebrate, saranno al mondo in memoria eterna, le quali poscia che io non voglio, per non gli scemar le sue giuste lodi, ne posso per la debolezza dell’ingegno in carte spiegare, mi è pero forza, voglia, ó non voglia, che per mostrare in parte la devota mia servitu, col nome et titolo dell’altezza et splendor vostro, si essalti et illumini cio che da noiosi studi ritolto, tallhor per diporto meco et con le muse ragiono, così come hora di queste mie ciancie amorose che vi appresento et consacro far mi conviene, del che, se per aventura da alcuno saro ripreso, che a si gran Prencipe così fatte cose, et così infime ma terie habbia indegnamente indrizzate, da cotal morso altramente non intendo di difenderme, se non, che non volendo in tutto vivere et morir ingrato, et essendo io per me uno asciuttissimo terreno, se non quanto sono dalla dolce acqua della gentilezza vostra rintenerito, che che da me si nasce, bisogna che a voi s’invii, benche ne si guardo di scrivere la sua architettura ad Augusto, ne i suoi pesci ad Antonino, ne la grammatica a Commodo, ne Diophane l’agricoltura a Deotaro Re, cose in vero, se dritto istimo, a cotali huomini tanto sconvenevoli, quant’alla benigna et clemente natura vostra, favole et simile cortesie d’amore. Ma mormori chi voglia, et con velenoso dente m’assaglia chi volendo tutto saper nulla ne sa, che io fidato nella grandezza et magnanimita vostra, appresso della quale ogni bassezza si puo inalzare, et sicuro della ottima mia conscienza, sono et saro di questo animo (fin che altro non ne sento, et le mie annotationi nella Metamorphosi d’Ovidio con altre cosette lattine sotto ’l medesimo nome escano in luce) che queste mie tre damigelle piu per vostra infinita bonta, che per merito loro, debbiano esser a grado a’ V.S. Illustrissima, alla quale humilmente m’inchino.
La favola di Pyti
ENTRE lontan dal dolce almo mio bene
Frá diversi pinsieri hor temo hor spero, Et hò di tai desir tal soma al cuore. Che non sostengo alcun giogo men grave, Per serenar le pioggie et le procelle (S’esser mai può) del tempestoso affanno, Ch’a mille à mille (ahi fiero amor che’l fai) Sento surger nel volto, et ne la mente, Canta musa leggiadra et amorosa Erato santa, et la dorata cetra, Presso quest’arborscel mai sempre verde Che’l chiaro Mintio le fresch’acque adombra, Muovi, et col dolce suon almo et celeste Fà che la voce anchor conforme accordi. Cosi gia consolasti il grande Achille Doglioso per la tolta amata Donna, Cosi fosti ad Orpheo dolce ricorso Mentre perduta Euridice due volte Le selve ombrose à se trahendo, e i sassi Fece al grave dolor seconda uscita, Gia non intendo di Pelide l’ira Ne gran gesti cantar con toschi versi. Ma sol di Pyti l’infelice fine, Di Pyti, á cui si nocque l’esser bella, Che dal fiero Aquilon fu spinta à morte, Onde è ben dritto che sua fama occolta
Et chiara à pochi gia fuor ch’al Peneo Homai nota si faccia al Tebro e à l’Arno. Pyti già figlia de l’antica madre, Bella, quanto altra, à cui piu largo dono Fè del ben di la sù l’alta natura, Era da Pan, dio de l’Arcadia, amata Con si nuovo cocente immenso ardore, Che simil fuoco le midolle interne A puochi arse gia mai, si in mezzo il core, Ei stampate tenea le pellegrine Fattezze à quelle (oime) simili, i credo Di ch’Amor la memoria ogni hor me informa, Et vuol che l’alma ad adorare inchini, O quante volte udi per lei Liceo Sospirare il suo dio, quante lo vide, Seguir di Pyti le vestigia sparse? Tronco non era in quercia alpestra, o’n faggio, In cui non fosse il suo bel nome impresso Et chiaro à nimphe à Fauni, e l’alma Pale. Ma non molto dapoi che lei seguendo Il Dio Cornuto si struggea d’intorno, Era la vaga Nimpha in se raccolta Con romito pensier sott’un Cipresso, L’ardor fuggendo con che Sirio acceso Facea per le campagne espresso oltraggio, Onde pel viso candido et gentile.
Sparger non altramente il sol vedeasi Il vermiglio color da i raggi suoi, che Porpora faria, mentre distesa Fosse tra bianche mura, ù riflettendo Convien ch’ombra vi stampi à se conforme, Ma ben per lei dannoso il sol’allhora Giunse á tanta beltà troppo alto honore, Che bella piu che mai subito apparve O ne Borea in quel punto ivi girato Havesse gli occhi à rimirala mai, Borea crudel, che dopo fatto in mare A mille legni periglioso danno, Uscito del suo regno horrido et freddo Tosto che vide il bel sembiante odorno, Cosi parve che in lui nuova Orithia L’antiche fiamme rinovasse in tutto, Più volte fiso rimirolla, et tanto Che se l’amar non fu pria che’l vedere, Con la vista l’amor nacque ad un tempo. Sorse ad un tempo il fuoco, poi che ei vide Le Bellezze presenti, et gia per fama Conte ne boschi, ove piu volte udito Haveva il Nume Semicapro ir lei Lodando sopra quante il mondo ha belle. Oime (prese indi à dir) dunque ė pur vero Ch’arda colui per tal beltade et tanta?
Colui che già di me non è maggiore, Benche de vil pastor l’idolo sia? Ah quanto egli à ragion arde et agghiaccia? Quanto a ragion sospira? et quelle chiome, A cui stringer il cor non son possenti? Possenti son pur elle à pormi in fuoco Bench’ad arte neglette hora le avolga, Che si ad arte ella ornasse, hor non porriano Gli Scithi in fuoco et gli Ethiopi in ghiaccio Solamente in mirar l’oro forbito? Ah che vaghi occhi poi son quegli à cui Sereno ciel non ha stelle simili, Et quella man et quei bei schietti diti. Hor non torriano à Marte et l’elmo et l’alma, Torriano à Giove anchor l’arbitrio intero, Come à me tolto veggio or che conosco Che l’ascose bellezze assai migliori Mi vieta l’honestà ch’in lei non miri, Et così detto da l’ardor convinto Posti quasi in oblio gli usati voli L’arse penne senti ne l’aria meno Venir, ne piu sapea dove ne gisse Da la maga beltà preso et in tuto Trasformato in stupor, che parve come, Chi vide Alcide dal tartareo chiostro Con catene à se trar Cerbero avinto,
Onde il timor per cio non pria lasciollo, Che repente cagiar sentisse in sasso. Ma’l cieco Amor che sa di morte in vita Far rinascer il cor con dolci speme, Fè che ripreso ardir tosto in se stesso Borea s’accolse et à l’incendio giunto Nudrimento maggior dispose il core A seguirla mai sempre et di scoprirle Prese consiglio il caldo ardor, mà prima (Benche sia sconsigliato il suo furore) Cerca adorno apparir, onde la Barba, Hispida et poi la chioma in gielo avolta, Compone, et stringe et l’ali humide et gravi Piu volte scuote, e in se vagheggia poi Hor’una, hor l’altra; come lieto suole Far augelletto al sol bramato, allhora Che dopo pioggia ruggiadosa scose Le penne a i raggi, il suo pennuto manto, Va col becco asciugando, et tutto gode Con vezzoso cantar nel farsi adorno. Ma poi che non puo il rigido sembiante Con maniere velar che la fierezza Natia non scuopra nel suo volto impressa, Crede al men con bel dir d’affetti pieno, Et con caldo pregar vincer che avinta Tra Speranza et timor l’alma gli havea,
Onde senza indugiar trahendo fuori Un vento di sospir, deh Nimpha (dice) Nimpha de boschi honor et gloria degna, Anzi degna di haver del mondo il freno, Non ti spiaccia per dio s’ardito i vengo A salutarti et à ferir le chiome; Le chiome che stringendo il cor mi vanno. O bellezza qua giu chiara et suprema; O fuoco del mio cor dolce, e immortale, O laccio degno à queste piume intorno Farmi catena che ’l furor mio vinca. Prendi à grado per dio l'amor di tale Che Pyti sopra ogn'altra adora et Pyti Sola seguir promette et solo à Pyti Consacra gli anni, e i suoi futuri ardori, Vedi che se non sai chi sia son io Borea, Borea sono io del cui valore Mille pruove son chiare et ne fan fede I boschi et tutti i mar, dove le rotte Ancore et sarte et le disperse merci Son miei proprij trophei alti et sublimi Di che Eolo adorna la real sua corte. Borea ò Pyti sono io, che solo scaccio Le trite nubi, che per Cecia accolte Fanno à Phebo tener suoi lumi ascosi, Io le nevi congelo, io quelle nevi
Che la tua bianca mano avanza, et io Se cruccioso del ciel’occupo il giro Del cielo, ch’a me solo è campo aperto, Tutti vinco color che meco a gara Giostrano uniti, et con discorde sdegno, Tal che non altri, ch’io fa de le cave Nubi percosse uscir splendenti fuochi, Et pur non altri ch’io se per gli interni Forami de la terra entro et le spalle Sommetto à si gran peso, il mondo tutto, Et le montagne immobili muovendo Fo con danno temer fiera ruina, Qual hor gonfiando l’humil terra inalzo, O gli alti colli à le pianure adeguo, O de citta faccio infernal baratro. Non ha’l Circio di me piu forza, avenga Che sterpi l’alte quercie, e schianti i rami, Ne’l Coro occidental puo meco à prova Giostrar per l’aria, non Vulturno irato Non Africo, non Euro, non pur quanti, Spiran d’intorno al mondo, et tiene à freno Ne la cava spelunca il re de venti. Vuoi tu Pyti veder s’il vanto è vero Del mio sommo valor, mira quel’Elce Et quella Pioppa si ramosa, hor ecco Ch’al mio primo soffiar, vedrai del fondo
Mostrar la sterpe lor squallida al sole. Cosi Borea dicendo, in un momento Caddero à terra le mostrate piante Con romor disusato onde tremando, Al subito spirar la bella Pyti Mirava tutta aversa, et pallidetta L’acceso Borea,che dapoi seguendo Il gia preso sermon, deh Pyti, (aggiunse) Questo è Pyti il menor di quei sospiri, Che da la bocca mia versar mi face Il fuoco, che per te mi tiene in ghiaccio. Sorrise Pyti allhor pel caldo affetto Del freddo Borrea, et gli occhi à terra chini Di schernirlo mostrava, havendo scorte Le tempre sue che di canuto gelo Tutte fiorite eran segnal aperto Che mal conviense al bianco pelo amore. Cosi a fuggir disposta in dolce sdegno, Come il candido pie per l’herba verde Borea visto hebbe et ondeggiar disciolte Sù gli humeri le chiome, à lei rivolto Soggiunse tutto in fiamma. Hor che mi giova Che mi giova crudel cotanto ardore, Se tu crudel et al mio amor ritrosa, Ad altrui forse hai gia donato il core. Ma ad altrui certo del tuo core hai fatto
Si caro dono, et chi felice è tanto? Felice (oime) se pur la fama è vera, E Pan indegno del tuo amor, indegno Come à veder deforme, horrido, incolto, Cornuto et sempre nudo el destro lato Sempre di capra forma, et d’huomo essempio, Al sol nemico, poi che ascoso il giorno Fassi notturno augello, uscendo fuori Del mal bosco fronzuto, allhor che tutte Mostra Cinthia nel ciel sue lampe accese, Et fosse almen gradito il suon di quella Roca sua canna che pendente al collo Porta, assordando hor quel bel monte, hor questo, Fosse almen di valor; come son io Armato ė invitto. Ma tu forse ò Pyti Non sai si come un giorno ei con Amore Postosi, con Amor fanciullo ignudo Abbracciato à luttar, lasciossi à terra Dal picciolo fanciul, con molto scorno, Et con publico riso al vulgo tutto Gettar, l’herba donando al vincitore, Al vincitore amor dicendo io cedo, Io mi sento da te prostrato et vinto, All’hor che s’ei come io, fosse si forte, Havrebbe di colui per pruova fatto Quel che Tirinthio fe del grande Anteo,
Quel che del finto et simulato Tauro. Ahi de le selve infamia et de pastori De pastori gran Re, che per Amore Bel vanto porta, et per Amor die morte Col temerario ardir sempre molesto A la bella Siringa, anchor che’n vita (Malgrado del suo fermo empio desire) Torni tra l’altre piante à l’anno nuovo. Et posto che pur Dio sia de pastori, Che però aggradi il suo divino impero, E gli tien signoria sol tra coloro Che piu vili ne i boschi han fermo albergo, Di munger capre, et di menare al pasco Gregge, et armento studiosi, e avenga Di Nimphe vaghe, i lor amor divulghi La forma favolosa, assai sovente, Da lascivo desio nativo indotti Creder si puo, ch’a disfogar si vanno, Ove sfrenato ardore gli adduce, et tira. Gia ben si sa per ogni mandra, come Crathi pastor le mal ingorde voglie Con la capra sfogava, et sassi anchora, Come dal capro poi di quella gregge Per geloso furor fu spinto in fiume, Mentre dormendo in china ripa stava, Ne son gia sogni i miei, che pur è chiaro,
Come la capra poi gravida fatta Partori quel Silvan, che de le selve Si noma dio, benche i direi chè il parto Fosse questo tuo Pan come altri crede Ahi Pyti, et sdegni poi che Borea t’ami? Et vuoi che Pan sol t’ami, sol ti segua, Ne sai ne pensi come puo tal frutto Seguir da l’amor mio, che giunta meco Nel giogo marital potrai vederti, E qual marito ti potria donare La pronuba Giunon, che piu honorata, Più felice, piu ricca ti facesse? Et qui prometto con solenne fede, Che s’amata mogliera essermi hai caro, Gia ti apparecchio nel Settentrione Dal grande impero la real corona, Lo scettro, il manto, et cio che tengo in quelle Parti, dove reina essendo andrai Altera di te stessa, mentre il vulgo, Qual nuova dea dal cielo ivi discesa, Adorandoti humil altari et tempi Ti fara sacri, et maschi incensi, et tori Uccidendo et ardendo in honorarti, Te sola ai voti havra propitio nume, Senza quei doni anchor, senza gli honori, Che dal mio genitor, et da congiunti Havrai, che’l tuo desio lieto faranno,
Et ch’io contar non posso ad uno ad uno. Quanta gloria ti fia tra l’altre poi Esser matrigna di duo sacri spirti, Calai et Zeto io dico, alati heroi Di fama conta, che compagni eletti Fur dal magno Iason nel’Argo nave Degnati á tanta impresa dal valor Con cui vinser l’Harpie, ch’altro potere Torzer non puote mai dal vezzo usato Di l’or le mense in preda al buon Phineo, Et chi sa forse (s’Himeneo sia mai Tra noi chiamato) che piu chiari figli, Piu valorosi figli il tuo bel parto Non mi produca anchor piu bei gemelli, Che di gloria et d’honor vincano i primi? Tutto potra voler Giove, volendo Nel mio regno venir nuova Reina, Ne temer che’n si longa et strana via Dal sol si faccia offesa al volto vago, Al volto ond’hai di te tanta vaghezza. Il sol nulla potra nel bel sembiante Col calor offuscar tuoi chiari raggi, Ne si longo camin potra stancare I bei pie ch’à fuggirmi hor son si presti, Io Pyti saro quel, che’n queste braccia Stretta terrotti, et con quest’ale al volo Facendo aura soave et dilettosa,
(Piu che non son nel dir presto et veloce) Al mio regno faro vederte giunta. Et tu sai ben che non si rato vola, Com’io, saetta, che per arco è pinta, Ne gia com’io, spiegar si vede augello, Le penne al ciel benche timor lo sproni, Et sia pur quegli, che piu d’altri al sole Fisa suoi lumi et ne le piaggie d’Ida Fe del garzon gentil l’alta rapina, Ah Pyti et pur tu fuggi, gia non sono Fera io vorace, che si come á Tisbe A te morte minacci, io non sono angue, Che morder cerchi le tue vaghe piante, Amante io son, che per amarti io vengo Dietro l’orme, che lassi à gli occhi stanchi, Stanchi dal pianto homai, ma de la vista Di si ricco thesor non stanchi mai. Qui Borea piu s’accese et benche certo Le speranze d’amor vane et fallaci Piu farsi all’hor che certe huom crede e estima, Non pero si ritien, ma s’avicina, (Appresso piu che mai crescendo il fuoco) A lei quanto si puo, non senza speme Che piu se aviva à chi piu forte muore, Ma perche dove è gran bellezza, alberga Superbo sdegno, et orgogliosa mente,
Fugge Pyti sdegnosa et piu che prima Altera in vista, à prieghi altrui si mostra Qual dura selce d’è piu alpestri monti, Fugge et veloce piu che cerva udendo Can che la segua, ò come suol colomba Timida volta in fuga, et era homai Stanca dal corso faticoso, quando Ad un sasso non troppo indi lontano L’infelice s’ ssise, e ’n se sicura Come ascosa ne stava, udendo quete Per li boschi le frondi, e in guisa tale Si mostrava al tacer e à gli atti veri, Qual si crede veder, quando ancho fugge Il gran Libico Augel, che ’l cacciatore Non si tosto iterar le grida sente, Che per scampo trovar le calde arene Ratto trascorre, et fatto in giro un volo, Che di polvere intorno ombra ne lassa, Timido à terra ponsi, et in oblio Posta la fuga de le penne, gli occhi Chiude, et Con riso di che ’l vede, il capo, Mentre ch’ascoso tien, crede che poscia Celi a l’altrui veder quel ch’ei non vede. Ma Borea che in seguir la havea distese Per l’aria le grand’ali, et dal sospetto De la rabbia gelosa ha ’l cor commosso,
Ah (furiso comincia) non potrai Pyti Pyti fuggir, ch’io non raggiunga La vana fuga ch’e nel far contrasto Col corso a i venti, ah se tu Pan tanto ami Quanto credo et conosco, hor che me fuggi, Pan, Pan non amerai, non amerai Piu Pan, ne Pan potra piu viva amar te, Morta potrati amar, morta amarate Il deforme caprar, de boschi il rozzo Cittadin, poi ch’è ver che viva t’ama. Et dicendo cosi, vinto da questo Furor il fiato che da l’Orse spira, Mosse là ver la Nimpha, (o man che scrivi Come scriver mai poi si horribil caso) Et lei che Pan gridava, et da la madre, Soccorso con parlar fioco chiedea, Prese tra l’hirte braccia, et hor stringendo, Hor ne l’aria levando, à tutte forze Da la cima d’un monte alto et superbo A terra scuosse, et à la terra rese Il suo bel corpo, prenda homai la madre (Disse) nel grembo, s’egli ver che l’ami La figlia, et sia di lei urna et sepolcro. Al cader de l’eccelsa et bella pianta, Altro dir non s’udi Quell’innocente Salvo, soccorri ò Madre al caso ingiusto,
Et me, s’ivi son nata, accogli anchora Ne lei viscera tue, pregando humil L’alta Giunon che poi che ’l regno tiene De l’aria, et vede il torto indi à me fatto Dal nemico spietato, hora proveggia Por inanzi al mio corpo, e ’l suo favore Mi presti si che non distempri mai Le reliquie de l’ossa, ò caldo, ò gielo. Molti furo i dolor molte l’angoscie, Che la madre mostro, molti i lamenti Ch’udir di lei Giunone et Phebo, à quali Si spiacque il caso rio, che non cessaro Di consolarla de la morte viva De la chara figliola, medicando Col dire l’animo, infermo et l’egra mente Con quanto si potea per lor soccorso. O, gelosia d’amanti aspro veneno Di speranze nemica alme et leggiadre, D’ombre pallide amica, et di mentite Larve cella ripiena, ond’escon fuori Sospetti, et quel Fantasma ch’ad amore Gli occhi ciechi apre, et nel veder Linceo Fa che vinca d’assai, vedendo sempre Quel ch’ei non vede, et quello udendo insieme Che giamai non udi. Quanti aspri mali Sorgon da te fontana di dolore?
Quanto sanguigne morti? ah tu crudele A borea fosti sprone e’l sospingesti A dar morte à Giacinto all’hor che Phebo Seco al disco giocando il disco all’hora In aria tratto, col suo fiato iniquo, Col suo fiato mortal rivolse al capo Del donzello gentil, non senza pianto Di Phebo doloroso, et solo avenne Dall’inivido dolor c’hor pur l’ha indotto Con invido furor dar morte à Pyti, Ma Pyti pur vivra come Giacinto, Che se fior venne quei, questa fie pianta, Pianta ch’ognhor levando al Ciel le chiome Nel sen de la gran madre ha nutrimento, Et è quella arbor alta et immortale, Che dal suo proprio nome se deriva. Cosi Borea sfogato il fiero cruccio Non pero cessa per buon spatio, et come Hebbe al primo furor i vanni avolti Di grandine noiosa, così anchora L’ira micidial regnando in lui Manda pioggia et procelle, et queste et quelle Cime percuotte, et hor abbatte un Faggio, Hora uno Acero sterpa, hora una gregge. Col custode pastor disperde, et hora Di Fonti et di ruscei turbida mischia
Fa, che nel tempestar de l’aria desti Non pur fuor gli animai de i lor ovili, Ma tutti habitator di boschi al Cielo Levar la vista,rimirando il fine Del turbato seren, et Pan tra gli altri Sventurato destossi, et gia per sogno Gran parte del suo mal veduto havea, Veduto havea per tristo augurio svelta Pianta dal fondo in mille parti rotta, Ripercossa dal vento et poi bagnata Di molta acqua cader, qual tronco suole Che da stello natio ferro recida. Onde svegliato e ’l Ciel visto confuso, Quasi dal sogno fatto in ver presago Del suo danno mortal, da gli occhi il sonno Sonnachioso con man prese à levarsi, Et la dove il tumulto ognun trahea, Corse egli anchor, si come Can che spia La fiera in odorar le stampe impresse, O come tigre che de cari pegni Voto il letto trovato, piu leggiera Del Zephiro marito la grande ira Sparsa mostrando in volto et ne la pelle, L’accorto rubator fugace apprende, Se da la propria forma non beffatta, Ch’egli piu volte le appresenta et porge
Nel vetro impressa, non ritarda il corso O che strano tumulto era à sentire Pan accecato dal dolor ir fuori Con la voce col viso, et con l’andare Et con la sua ritorta horribil tromba A lontani e à vicin dando spavento, Dicessi che i terror che’egli sol muove Sono i maggior di quanti il mondo senta, Onde quando à lui piaccia, ancho à l’abisso Reca paura di peggior inferno, Non è in somma terror, ne fiero suono Che pari aggiunga quel che da lui viene, Et gridi pur Gradivo à Gara, et doglia Da Titide percosso il lato anchora, Sentassi come prima, Etna sfogare L’usate fiamme, all’hor che piu la scuote Encelado sepolto, et sieno irate Scylla et Cariddi, che ben picciol grido Faranno, dove Pan la forza horrenda Del terribil terror mostrar s’approva: Ma tanto fiera et piu ne mai sentita Voce intonava allhor, quanto perduto Il lume di ragion, l’ampie sue forze Gli accrebbe Amor oltra il poter usato. Luogo intanto non lascia ove ei non vada, Et dove ò Pyti non richiami, ò Pyti,
Dove Pyti gia sei? chi mi t’ha tolta, Chi tolta mi t’asconde? ahi Pan dolente Ma ecco che fiaccato al fin’arriva Ove il crudel rival havea gia fatto De la gelosa doglia essempio, et trova Mille bifolchi uniti a rimirare Quivi una pianta mai non vista et vaga Quant’altra che la terra unqua produsse Ahi come Pan la vide, et udi poi Chiamarla Pino così tosto certo Fù nel cor di veder le spoglie altiere Di Pyti sua cangiata in altra vita. Vede la Madre à un tempo, et perche tutta Di rugiadose erbette era coperta, Quinci pur segno del suo pianto prende, Del pianto, che gia sparso, havea le stille Per testimon del suo dovuto humore. Vede come ella poi l’abbraccia, et tiene Entr’l suo seno con materno affetto, Et questo pur gli addita che l’amore De la diletta figlia ancho la stringe, Al fin compreso il fortunoso caso Che tacer non potea la fama, in mezzo I selvaggi pastori ivi presenti Tosto à l’arbor s’appressa, et mentre sente, Nella novella scorza il vivo tronco,
Quasi sembiante del bel corpo, ir dentro Con spirto ascoso se movendo, et vede Le ramose sue braccia indi spuntare, Et l’alte chiome sempre à venti sparse Mostrar che con i venti han ferma guerra, Ratto il misero Pan tre volte et quattro L’arbor abbraccia, et occoltare il pianto Cerca col fren de la vergogna, et mira Fiso la terra, ahi sconsolata madre Madre infelice (con sospiri ardenti A pena dice) hor s’hai tu pianto il danno Ch’è gia comune, et mi convenne in parte. Ecco ch’io pur lo piango, et ne vedrai Il dritto da quest’occhi, da quest’occhi, Che come tanto bon mi furno duci, Hor compagni mi fieno in tanto male. Ah madre universal, tu pur havrai Nel ventre il corpo suo, dond’egli uscio, Et à lei verde ministrando vita Potrai nel fiero duol pace trovare. Ma qual pace trovare poss’io gia mai, Se tutti gli amor miei vanno ad un fine, Siringa amai, divenne Canna, amai Pyti che piango hor lasso in pianta volta, Ma se nel primo duol mi fu conforto Far sampogna di lei, che pianga et canti,
Che di te far potro pianta gradita, Perche come l’amor, viva il ricordo? Dunque il fido baston di questa vita Dolce sostegno, per amor caduca, De tuoi rami farò, perche s’appoggi Ne le braccia gentil mio corpo lasso, Dunque de l’alte chiome, che gia bionde, Hor verdi scorgo, potro farmi spesso Anzi à le tempie mie ferma ghirlanda, Et nel’ombra beata haver ristoro, Ma ristoro ben fia picciolo, et salda Rimembranza del mal, mentre ne boschi Pan il Pino amera, che eternamente Di Natura vorra la certa lege. Cosi piagne il dolente, e al fermo pianto Piu lo spingne il veder l’amata Pino Mandar dal tronco lahrimose stille, Et gelato liquor, vero segnale Del sangue che dal corpo si diparte, Et mentre cio, nuovo dolor gli aggiunge, A palme il volto suo battendo, e al petto Squarciando che’l ricopre, al fin la Canna Getta vilmente per gli herbosi campi, Et torna à gridi, et dice, ahi Canna, ahi Cetra, Non sperar di cantar piu liete cose Se mai piu lieto esser non posso, ahi Pyti
Perche mia vita oime, perche non lice Deponer teco questa grave salma? Perche, s’è morta lei, per cui vivea, Non muor quest’alma sconsolata homai? Come senza il mio cor viver mai posso? Come, l’aura vital perduta spiro? O perche almen de boschi horridi mostri Orsi, Lupi, Leon, non vi è concesso Di fare esca il mio corpo à vostri morsi? Acciò che per innanzi piu non senta Del presente dolor conformi tempre? Dunque à me noce l’essere Dio, se questo Mi tien di morte l’uscio chiuso, aperto A felici mortai, che morir ponno (Il Ciel che maggior dono altro sa dare?) Serrar volendo i sensi à doglia alcuna, Ahi Pyti à me crudel che nuovo modo Trovato di morire, con un sol colpo Duo corpi hai tu percossi, et fai la morte Immortale ne l’un, ma son’io sciocco Ad incolparne te, quando io crudele, Io del tuo mal cagion son stato et io Per troppo amarti à quel furor ho spinto, Chi per troppo furor t’ha spinto à tale, Ah ch’almen lo dovea piegar la bella Sembianza, atta à piegar un marmo, un Tigre,
Ma pietà non poteo piegar gia mai Quel fiero Borea, per cui mai non rieda (Prego) volgendo le stagioni, il verno, Si che poco il crudel regni, ch’apena Merta in Scithia regnare, et ne Riphei Monti, la dove State et Primavera Han dal gelo indurato eterno essilio, Ma poi che di tua morte io son l’autore, Et la mia forza t’ha trafiitto il corpo, E i miei sospir t’han gettata à terra. Come presente almen non son’io stato, Presente al tuo destin? certo t’hevrei Dato al’uopo maggior picciola aita, O le piaghe adolcite, ò ver’un segno, Mostrato del mio amor, mentre eri viva, Men doglia portarei, mentre sei morta, Ah che pur forse col voler di Giove Ne la medesma scorza avrei potuto Chiudermi teco, et ricoperto in questa Scorza gentil, mi trovarei congiunto Teco in quel nodo, onde disgiunto vivo. Ah che ne questo vuol voler il cielo, Che se il ciel lo volesse, ancho non fora Intempestivo il rimanermi teco In si dolce union, dolce mia Pyti. O Niobe felice, che felice
Dir se poteo, benche si fiera stragge Vidi di tanti figli, se la doglia Per non farla doler, mutolla in sasso. Aventurose pur con lei le figlie Di Climene chiamar si denno, s’elle Pianto il morto fratel quanto lor piacque, Per rifugio mutorno in mezzo il pianto In bianche pioppe la corporea veste. Io dunque, io sol, sol l’infelice sono Che chiedendo esser pietra, in darno il chieggio, Et bramando esser legno, in vanno il bramo. Sol perche in questa vita, in c’hor mi struggo, Non si cangi il destin per cangiar vita, Sol perche piu di Pan non tenga il nome, Se rotta è al mezzo mio speranza, et resta Gia l’avanzo di me tronco è imperfetto. Qui tacque pe ’l dolor che gli vietava Le parole compir, mentre i singulti Vedea troncar la voce à parte parte, Ma muggendo nel cor, indi le strida Si possenti trahea, che parea accolto Quivi il furor di Marte et di Bellona, Mentre nuovi pastor correano al grido, Mentre Satiri et Nimphe in Schiere unite, Per la pietà del sfortunato caso Con lui piangendo, à consolarlo in vano
Ponean lor forze, et cio parer voleva Per le concave valli, ov’ha ricetto, Seco dolendo Echo pietosa fare, Iterando le voci egre et funeste, Ma Pan che lasso homai, gia non lassava D’abbracciar il suo Pin, in questo avezzo D’abbracciar lo imparo, si come irato Borea non cessa, ove piu forte fiede, Per vendetta di lei, che lo scherniva, Di percuotere il Pin, non pur ne i boschi, Ove le chiome innalza, et mostra il vento Spreggiar anchor, ma sempre ch’ei lo scorge Di Amphitrite solcar l’alto reame. Questo fine hebbe ò lagrimosi Amanti L’Amor di Borea, et quel di Pan, e à tale L’un mosse Gelosia, l’altro la doglia, Che quel geloso pur, questo dolente In eterno vivra, peroche eterna E la piaga, ond’Amore fere una volta, Et morte sola è medicina al fine: Ma quanto viva Pan misero ogni hora, Quei troppo il sanno, che come ei, da morte, Orbi rimangon del thesor Amato, Questo non vuol’insin ad hor ch’io provi, Il mio lieto destin, ne voglia prego, Finche gli occhi mi chiuda il sonno estremo,
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