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La cà dei cani

Carlo Tenca · 1849 · Free in the US

44,945 words · about 3 h 9 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Carlo Tenca
Language
Italian
Published
1849
Length
44,945 words · about 3 h 9 min
Sections
12 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (12)
  1. Front matter under 1 min
  2. Ai lettori about 5 min
  3. I about 12 min
  4. II about 18 min
  5. III about 17 min
  6. IV about 14 min
  7. V about 21 min
  8. VI about 20 min
  9. VII about 23 min
  10. VIII about 24 min
  11. IX about 18 min
  12. X about 19 min

Continue:

Front matter

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Ai lettori

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“. . . . Et sconjuriamo ogni uno che si faciessero a leggere questa historia di ajutare credentia alle nostre parole, et di honorarla di cortese indulgentia. Con che poniam fine nel nome del Signore.” Le quali parole che chiudono la cronaca del canattiere di Bernabò, noi abbiamo stimato opportuno mettere in cima al nostro libro, quasi a perorare la nostra causa presso i lettori, e chieder loro quella credenza e benignità che il buon cronista domandava a’ suoi.

E invero non è senza un segreto sgomento che osiamo per la prima volta srugginire e mondar dalla polvere una vecchia pergamena, in questi tempi in cui tanti illustri ci precedettero sul difficile cammino e si accaparrarono intera l’attenzione del pubblico. Se il pensiero di esser puntello al pericolante edifizio delle lettere e di recare singolar giovamento alla società non ci avesse sospinto all’arrischiata impresa, forse noi avremmo lasciato dormire quel prezioso manoscritto fino al dopo pranzo del dì del giudizio, a gran tripudio dei topi e delle tignuole. Ma la santità della nostra missione la vinse sul natural timore: il bisogno dei tempi è troppo altamente annunziato dal succedersi degli almanacchi e delle strenne, il Cicca berlicca, l’Ara bell’ara, il Minin minell, il Cicciorlanda e tali altri riputatissimi libri dovevano avere un confratello. Ed ecco che la nostra buona ventura ci condusse a scoprire fra le carte d’un pescivendolo la cronaca del canattiere di Bernabò, la quale se non elevasi alla sublimità di quei primi modelli, non è priva di certa importanza ed ha in se tutti gli elementi che richiedonsi a fare un racconto storico. In essa trovammo le violenze, le prigioni, i rapimenti, le carnificine, le stregherie, le morti, e tutto ciò col condimento d’un po’ d’amore e di qualche scena burlesca: solo mancavano i tornei e le feste, e di questo difetto, più dei tempi che nostro, domandiamo generoso perdono ai lettori. Ben è vero che abbiam posto a tortura il nostro cervello, e abbiamo sudato le intere settimane per trovar modo a tirarvi pe’ capegli almeno un pajo di tali episodii, non tanto per seguitare il costume, quanto per rimpinzare con essi il racconto senza molto studio nè fatica; ma questo non ci venne mai fatto stante la gramezza dei tempi che tornei e feste non comportava. Invece, perchè gli episodii sono pur necessarii, anzi costituiscono la parte principale di un racconto storico, vi abbiamo introdotto la esecuzione di cento cittadini impiccati sulla pubblica piazza, quella di due frati abbruciati vivi, l’apparizione d’una cometa, tutte descrizioni che valgono per quelle di cento tornei e che hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale.

Per questo lato il nostro racconto non è privo di una certa importanza e può stare non ultimo fra molti romanzi storici contemporanei. Oltre di che l’erudizione vi è sparsa a piene mani essendoci stato d’ajuto in ciò il nostro cronista, il quale pare che sia andato razzolando tutte le memorie de’ suoi tempi e ne abbia fatto tesoro nella sua storia. Anzi fu sì grande questa sua smania di narrare fatti, che raccolse in una sola epoca avvenimenti di cinque o sei anni: il che noi abbiamo fedelmente osservato non solo per una cotal venerazione alle cronache, ma confortati in ciò dall’esempio di alcuni scrittori pei quali anacronismo è parola vota di senso.

Rispetto allo stile e alla lingua, che tengono oggidì primato d’importanza in un racconto qualsisia, ci siamo sforzati di stare più strettamente che per noi si potesse vicino alla verità. La qual verità noi riputammo consistere nel far parlare ciascheduno secondo la sua condizione e tutti secondo i tempi. Ond’è che al signore o al principe abbiamo posto in bocca un linguaggio fiorito e sentenzioso adorno di frasi studiate e peregrine, e al popolo un parlar basso e ruffianesco misto di solecismi e di arzigogoli d’ogni fatta. Anche in ciò i nostri lettori troveranno quella varietà e diremmo quasi screziatura che tanto piace nella comune dei romanzi. Pel colorito locale e contemporaneo poi ci fu modello la cronaca medesima, alla cui narrazione semplice e concisa attingemmo la maggior parte dei modi di dire, non in guisa però da non poter giurare di aver creato lo stile.

Inoltre, per accrescere curiosità ai lettori e per dare certa vaghezza al libro, abbiamo avuto cura d’interrompere qua e là il racconto e di saltare da un fatto all’altro, lasciando lacune che la mente dei lettori non riempirà mai. A questo uopo abbiamo religiosamente abbruciato alcuni fogli della nostra cronaca, per poter asserire con fondamento ch’essa è difettosa in alcune parti, e proprio là dove il racconto ha maggior bisogno di essere rischiarato. Tali lacune saranno abbellite da una falange di puntini, i quali oltre al far vaga mostra all’occhio, hanno il pregio di non istancare la pazienza dei lettori. Ben è vero che ove quelle lacune fossero veramente esistite, sarebbe stato facile supplirvi colla nostra imaginazione e compire la narrazione; ma poichè nessun romanziero, per quanto sappiamo, ha mai fatto ciò, noi pure ci siamo trattenuti dal farlo. I lettori poi sono pregati di credere che quelle pagine perdute contenevano le più belle e mirabili cose del mondo, al cui confronto sono uno zero quelle narrate nel restante del libro.

Il racconto abbiamo diviso in capitoli, e a ciascun capitolo abbiam posto in cima un motto od epigrafe per vieppiù invogliare i lettori a scorrerne le pagine. Queste epigrafi poi le abbiamo rubacchiate qua e là dovunque ci capitavano sott’occhio senza badar molto se si acconciavano o no alla narrazione; e quando non ne trovammo, le abbiamo fabbricate a bella posta spacciandole per brani di canzoni inedite o di poemi manoscritti che non esistettero mai. Il qual segreto insegnatoci già da un nostro confratello, abbiam trovato comodissimo e pieno di utilità. Solamente non volemmo dare alcun titolo ai capitoli, e ciò per un capriccio, che preghiamo i lettori di perdonarci. Quelli tra essi che non potessero far senza di questa oziosa nomenclatura, piglino l’ultimo romanzo da essi letto e ne applichino i titoli al nostro racconto, che vi si adatteranno a maraviglia. Perchè alla fine son sempre le medesime scene che si riproducono in tutti i romanzi, e i capitoli di ciascheduno hanno tanta analogia tra loro come le messe d’una chiesa rassomigliano a quelle d’un’altra.

Ora ci rimarrebbe a dire del lusso dell’edizione, degl’intagli, e di tutte le vaghezze tipografiche. Ma di questo faccian ragione i lettori. Tanto più che troppe pagine abbiamo speso intorno al libro; e vogliamo che i giornalisti, se mai alcuno piglierà a lodarlo, possano far senza delle parole dell’autore e scrivere del proprio.... almeno circa la carta e i caratteri. Del resto chi sa che la cronaca del canattiere di Bernabò non pigli posto tra breve fra le edizioni illustrate.

Se ne sono vedute tante!

I

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Un mattino del novembre dell’anno 1374, la città di Milano erasi levata quasi a rumore, e gli abitanti accorrevano a torme di tre, quattro, fuori delle case accalcandosi per le contrade che mettono alla piazza della Vetra. Dappertutto era un correre, un affannarsi, un domandare, un parlar sommesso che dava indizio di qualche grave avvenimento. Chi avesse osservato da vicino siffatto trambusto non avrebbe detto certamente esser quello un giorno di festa o di pubblica allegrezza; anzi avrebbe cavato cattivo augurio dall’aspetto umile e rassegnato de’ cittadini e meglio ancora dai loro visi pallidi e sparuti. Lacere le vesti e sudicie, gli occhi infossati nell’orbita e tristissimi, le guance informate dalla pelle livida e gialliccia, il respiro affannoso additavano generale la miseria e la fame. Gli uomini parlavan piano tra loro e sfogavansi in amare lamentazioni, le donne alzavano gli occhi al cielo e piangevano: dei fanciulli, soliti sempre a far baldoria e schiamazzare in tali occasioni, pochi o nessuno se ne vedeva. Tutti poi avevano in fronte l’indignazione e più che l’indignazione il terrore, e guardavansi sospettosi da certe facce sinistre, che aggirantisi qua e là per mezzo alla moltitudine, scostavansi da loro come dalla peste.

E invero chi avesse veduto in quel torno la città di Milano avrebbe chiesto dov’era la splendidezza delle case, la chiassosa allegria dei cittadini, l’eccellenza delle arti, la frequenza di una plebe numerosa e felice. Fin dal principiare di giugno erasi appiccato di nuovo il contagio in Lombardia più fiero e più crudele che nel passato; tanto che quasi due terzi degli abitanti n’erano periti. Al qual numero se si aggiungano i morti nella peste dell’anno antecedente, di leggeri si farà ragione dello squallore e della miseria di questa città. I provvedimenti dati dal duca Bernabò Visconti, anzichè scemare, accrebbero di gran lunga la desolazione di Milano, perocchè nell’anno avanti, appena si ebbe indizio di contagio, fuggissi tostamente nelle sue castella presso Marignano, e nella città comandò che fossero diroccate le case di tutti coloro che eran morti di contagio, senza riguardo per gli ammalati o pei sani che vi potevano essere. Poscia, quando la peste si riprodusse più forte, diè ordine che tutti quelli i quali fossero tocchi dal male, dovessero portarsi fuori della città o del paese ove abitavano, e andassero nei boschi, nelle campagne a morirvi; nè alcuno, che avesse assistito un contagioso potesse ritornare a casa prima di dieci dì dalla morte di esso. I preti e i parrochi di ciascun luogo erano obbligati di visitare gl’infermi e di additare agl’Inquisitori, trascelti a tal uopo, ogni ammalato sotto pena del fuoco: del pari i beni di ciascuno erano dati al fisco fino a nuovo avviso. Le quali misure, giudichi ognuno quanto fossero atte a riparare a cosiffatta disgrazia, e come non dovevano immiserire questo bel paese, già gramo per una prepotente dominazione. Basti il dire che il Petrarca, ospite caro a Milano, il quale aveva stabilito di terminarvi i suoi di tra le carezze della figlia e del genero, partissi al primo infierire del morbo nel 1361, nè più vi fece ritorno.

E quasichè non bastasse la morìa a spopolare e a far misera Milano, cominciò il cielo a imperversare in sull’aprirsi della primavera, e a cader una pioggia non mai interrotta fin presso al finire di luglio; talchè le biade ne rimasero al tutto guaste e distrutte. Da ciò nacque un’orribile carestia che condusse una moltitudine di persone a morir di stento, e attirò in Milano gran parte de’ contadini e dei montanari, i quali cacciati dalla fame versavansi a frotte nella città già ridotta allo stremo. Nè le limoşine di Galeazzo Visconte, che furono molte e generose, nè quelle di Bernabò, valsero a trarre il paese da sì profondo abbattimento; e nel mese di novembre, in cui ebbero luogo gli avvenimenti che imprendiamo a narrare, quantunque il contagio fosse cessato d’un tratto, e la carestia avesse dato luogo alquanto, profonde erano tuttavia le tracce della desolazione e della morte.

Però, la curiosità, che fu primo retaggio dell’umana schiatta, e poscia principale attributo della plebe e delle femmine, aveva anche adesso fatto mostra del suo potere; ond’è che in onta alla peste ed alla carestia, in onta al dolore che struggeva l’animo de’ cittadini superstiti, la maggior parte di essi traeva alla piazza della Vetra per essere testimone di uno spettacolo miserando, d’una sventura più grande dei due flagelli mandati dal Signore. Bernabò Visconti, non appena tornato dal suo castello, ove passava il tempo cacciando, aveva pubblicato un editto, col quale minacciava fierissime pene a chi avesse ucciso cinghiali od altre salvaggine, ch’egli amava sopra modo. Nè pago di ciò, comprese nel medesimo editto tutti coloro che fossero accusati di averne ucciso alcuno nel periodo di quattro anni addietro; e si diè con ogni cura a cercare i rei. È facile immaginarsi che non mancarono le accuse, in parte vere, in parte anche false, perchè in ogni tempo e in quello specialmente, non mancarono tristi personaggi ed odiosi, che stimarono innalzar sè sulla caduta degli altri. Il perchè più di cento, tra plebei e cit- tadini, furono convinti, Dio sa come, di codesto delitto di lesa salvaggina, e condannati alla perdita degli occhi, poscia ad essere appiccati. La qual crudeltà, non nuova in quei tempi di barbarie e di dispotismo, ma terribile in un’epoca di tanta pubblica calamità, doveva certamente accrescere e l’abbattimento de’ poveri milanesi e l’odio a così strana oppressione. E tuttavia per quanto universale fosse lo squallore e unanimi le maledizioni per sì feroce atto, la moltitudine, fedele al suo istinto, non poteva privarsi di uno spettacolo favorito, e col fiele nell’animo trascinavasi al luogo del supplizio. La prima condanna era già stata eseguita il giorno innanzi nel palazzo dello stesso duca: ora rimaneva soltanto l’appiccatura, per la quale erasi eretto un gran palco capace non che di cento, mille persone, se alcuno vi fosse stato, avesse fatto gola un ballo all’aria.

Sull’angolo della contrada degli Spadari, dove sbocca dritto negli Armorari, un uomo di forse quarant’anni, robusto della persona e franco, sebbene macilento in viso, preparavasi ad uscire della bottega in compagnia di un suo amico, e detto ai giovani che badassero al di dentro e non si lasciassero vincere dalla curiosità, cacciossi il berretto in capo, e in due passi fu in istrada. Quand’ecco al disopra della bottega, proprio rasente l’insegna, che era un elmo irrugginito posto a cavalcione d’un’alabarda, aprissi una finestra ed una voce malinconica ma pur gentile esclamò:

— Perchè vuoi tu uscire, Stefano? Ti pare una bella cosa l’andar a vedere quattro manigoldi metter il capestro al collo a tante brave persone, che alla fine sono nostro prossimo? Via, rimani in casa. E voi, signor Franciscolo, che avete più giudizio di lui, persuadetelo a restare. —

— Eh, mia buona signora Agnese, non sono già io che ha indotto questo capo sventato di Stefano ad uscire: è lui che vuol andarvi a tutti i modi, ed io per non lasciarlo solo ho dovuto acconciarmi ad andarne con lui. Ma state cheta che non ci accadranno disgrazie. —

— Disgrazie, tu dici? — rispose l’armajuolo. Che diamine ci può accadere di peggio? La scomunica del papa, la peste, la carestia, la corda, l’impiccatura, e che so io. Sai tu, Franciscolo, che vi sia qualche cosa d’altro da mettere appresso? —

— Sì; quattro carezze dei cani del Duca, — gli disse Franciscolo all’orecchio — e se non tieni la lingua fra i denti... —

— Maladetti i cani! — mormorò Stefano, poi guardando all’insù — moglie mia — disse — bada che non accada nulla a quella sguajata bestiaccia, se no mal per noi, mettile innanzi da far colazione, e fa in guisa che non fugga di casa.

— Vi ubbidirò — rispose la moglie — siete proprio ostinato di voler andare a quella bella festa. In nome del Signore, guardatevi almanco dal parlar troppo, abbiate l’occhio a quelle facce sinistre di que’ canattieri, di quegli sgherri, di quegli stipendiati del duca, che mettono la terzana solamente a guardarli. Io non so che pro’ vogliate cavarne di questo vostro andare. —

— Che pro’ ne caverò? Dove non fosse altro, imparerò come impicchino i manigoldi del duca, e se il caso volesse che un qualche dì... Ma via, via, non isgomentarti Agnese, io porto il berretto fuori degli occhi. In ogni modo è bene l’andarvi, perchè la presenza di facce da cristiani come noi, conforta alquanto negli estremi momenti... Ah! non mi ricordava che quei poveretti sono senz’occhi! Uf. Andiamo Franciscolo, addio Agnese. —

Ciò detto, pigliò pel braccio Franciscolo, che parve seguirlo a rilento, ed entrambi scantonarono per avviarsi al luogo dell’esecuzione. Quantunque la moria fosse di fresco cessata, e non al tutto deposto lo spavento; quantunque, un pò per la fame, un pò per la peste la popolazione di Milano fosse ridotta a meno di un terzo, tuttavolta le case non erano tanto deserte che non potessero uscirne un diecimila persone. E tante, e forse più se ne trovavano sulla piazza della Vetra, allorchè vi giunsero per la via del Carrobbio Stefano e Franciscolo. L’esecuzione era già incominciata, alla spiccia e senza molti preliminari, talchè una dozzina di quegl’infelici erano belli e spacciati. La moltitudine stava commossa e timorosa, e in tanto subbuglio di gente era un silenzio tale che udivansi chiaro le preghiere e le ultime parole dei condannati. Tra questi erano giovani e vecchi e sacerdoti e cittadini d’ogni classe, alcuni venerandi per canizie, altri stimati per probità e per valore; desiderio grandissimo della patria in quell’epoca di desolazione. La maggior parte non reggevasi sulle gambe e minacciava ad ogni istante di uscir di vita; e questi erano spacciati per i primi. Gli altri più giovani, più baldi e pieni ancora di vigoria, sebbene doloranti per la perdita degli occhi, favellavano, volgevansi al popolo gridando, invocavano il Signore, e morivano pregando tempi migliori allo sfortunato loro paese. Invano gli sgherri or colla voce, or con punzoni e minacce tentavano di contenerli, di farli tacere: le bravate non valevano a nulla per essi, che avevano a due passi la morte, ond’è che stimarono più acconcio lasciarli dire. Tra gli altri erano due giovani, belli della persona e del volto, per quanto l’un e l’altro avessero sfigurato e malconcio: stavano sul davanti del palco, e tenevansi abbracciati in un amplesso così tenace, che pareva non se ne potessero più sciogliere. Dal muoversi convulso delle labbra e dallo stringersi così da vicino scorgevasi un immenso struggimento di non potersi mirare in viso, e un amore, una tenerezza, un abbandono non facile a trovarsi tra uomo e uomo. Quei due giovani erano fratelli, pellicciai di mestiere, tra i più facoltosi cittadini di Milano, citati siccome modello di fraterna amicizia. Il più giovine, debole e malaticcio, fu tra i primi ad esser colto dal contagio, e il maggiore portatolo fuor di città, com’era prescritto, non scostossi un istante da lui finchè non l’ebbe veduto salvo. Allora, siccome lo sfinimento prodotto dal morbo richiedeva cibi più succolenti e la carestia aveva fatto ascendere i mangiari a un prezzo enorme, vendette, come meglio potè, le sue pelliccie e perfino le masserizie per cavarne danaro; ma presto ridotto al verde, usciva il mattino intanto che il fratello dormiva, e con certi lacciuoli ingegnavasi di pigliar qualche lepre spinta dalla fame fin sotto le mura della città. Così erano campati entrambi fino al finir dell’ottobre, nel qual tempo pubblicatosi l’editto, vennero presi e condannati, l’uno per aver cacciato, l’altro per aver mangiato quelle lepri. Ora il fratello maggiore, che accusava sè della morte di entrambi, addoloravasi oltremodo e veniva sostenendo e confortando quell’altro colle più soavi parole, e quando furono al punto di dover essere divisi, pregò che gli concedessero di accompagnarlo fino a piè del patibolo. Dove giunti, furono tanti e sì teneri gli abbracci, e le parole così tristamente affettuose, che la moltitudine commossa non potè più contenersi e si diè altamente a singhiozzare. Forse in altri tempi quello spettacolo avrebbe de- stato una subita indignazione e levato il popolo a sommossa; ma allora gli animi infiacchiti dalle calamità e dall’oppressione non potevano dare altro che lagrime. Tanto più che gli alabardieri di Bernabò circondavano a doppie file la piazza, e non sarebbero stati gran fatto malcontenti di picchiar coll’asta nelle reni a quella sozza canaglia, com’essi chiamavano il popolo, e di mandarne porzione a far compagnia ai ranocchi nella fossa che gira quasi tutto all’intorno.

Stefano e Franciscolo non poterono più oltre patire la vista di quello spettacolo, e si volsero per uscire di là fieramente combattutti da mille diversi sentimenti. Quando furono davanti alla porticina della chiesa di s. Lorenzo, dove la moltitudine diradavasi e lasciava luogo a camminare alquanto più liberamente, Stefano, tratto un grosso sospiro, disse piano al compagno:

— Poveretti, come fanno compassione. E a vedere quei ribaldacci di stipendiati del duca come gavazzano e si tengono a festa. Maladetti! S’io rimaneva più là, avrei commesso qualche sproposito: mi pareva d’aver i piedi sulle brage, e qui nelle mani poi mi sentiva certi pizzicori... Che la Madonna e san Lorenzo mi ajutino. —

— Amen, rispose una voce grave a poca lontananza da lui.

Il povero Stefano, che tenevasi solo, e credeva che nessuno l’avesse udito, si volse pieno di sospetto, e vide due frati minori che si erano ritratti dalla folla e stavano rincantucciati presso alla porta della chiesa col viso quasi interamente coperto dalla cocolla. Sopra di costoro ei cacciò due occhi a guisa di due punti d’interrogazione; ma poichè il frugare e l’osservarli minutamente non giovò a nulla, si trasse Franciscolo in disparte e accennò di andarsene. Allora uno dei frati scopertosi il viso gli mosse un passo all’incontro, e lo chiamò per nome.

— Che? Siete voi padre Teodoro, e voi padre Andrea? — disse Stefano riconoscendoli entrambi — che il cielo vi benedica, m’avete fatto una paura da non dirsi. E perchè appiattarvi qui come lepri in un cespuglio... Ah! mio Dio, l’ho detta grossa. Basta, fu così per un paragone, e spero non mi vorrete tradire; se no, povero il mio collo. —

— Noi siamo venuti a mirare l’opera della distruzione, a veder compiuto l’olocausto, a raccogliere i gemiti di tutte queste vittime e offrirli al trono del Signore: chi sa che il giorno dell’espiazione non sia presto maturo. —

— Oh: se tutti questi poltroni che stan qui a piangere come donnicciuole avessero un cuore come il mio, que’ manigoldi non riderebbero lungo tempo alle nostre spalle; e lo stesso duca ci farebbe di berretto se ci scontrasse per via, invece di farci inginocchiare come i pagani davanti all’idolo di Belo. —

— Lo scampo sta nelle mani del Signore — ripigliò il padre Teodoro — e non in quello degli uomini. Che potreste fare voi altri, branco di pecore, deboli e sommesse, che la voce del padrone manda quando vuole al macello? Al Signore tocca salvarvi, ed egli solo lo può. Finora ci ha dato le prove dell’ira sua castigandoci con ogni sorta di flagelli: ma egli è misericordioso e alla fine si placherà. Che, credete che possa esser lieta una città ov’egli non abita? una città ricetto di scomunicati, senza guida, senza pastore, nella quale lo stesso arcivescovo rifiuta di porre il piede? —

— Sopra di ciò ha ragione l’arcivescovo — entrò a dire Franciscolo — egli avrà davanti agli occhi quel che fece il duca con Roberto Visconti suo antecessore, quando gli diè del poltrone e del ribaldaccio, e se lo fe’ inginocchiare a’ piedi. —

— Roberto Visconti fu uomo e debole, rispose il padre Teodoro, ma il vero ministro di Dio non teme le minacce dei superbi, anzi le sfida e le soggioga. Forse verrà tempo, nè è molto lungi, in cui Bernabò udrà dirsi la verità in nome del Dio che castiga, e può darsi ch’ei torni a miglior vita. Notte e di noi preghiamo il Signore che ci accordi questa grazia, e se l’otterremo sarà il più gran miracolo che possa avvenire in questi tempi di depravazione. Però non disperiamo del cielo: tra breve vedrete gli effetti della grazia divina.

Appena aveva terminato di parlare, che le campane delle chiese circonvicine, che prima sonavano a tocchi lenti e misurati, come suolsi per gli agonizzanti, rumoreggiarono alla distesa e annunziarono compiuta la tremenda cerimonia. La moltitudine più sparuta e più avvilita di prima si volse ed avviossi lentamente mormorando alla volta delle case, con uno sgomento, una stretta al cuore, come se il dì appresso dovesse toccare a ciascuno la medesima sorte. I due frati si tirarono di nuovo la cocolla sul viso, e toccata la mano a Stefano e salutato il compagno, s’internarono per una stradicciuola che metteva dritto al loro convento che era degli Umiliati in Mirasole, posto non molto lungi di là. E i due nostri conoscenti senza muover parola tornarono un passo dopo l’altro sull’angolo degli Spadari, nella bottega d’ond’erano usciti.

II

ct

Prima di tirar innanzi il nostro racconto è d’uopo che preghiamo i lettori, quando non si siano nojati coll’esordio, a intrattenersi alquanto per fare la conoscenza coi personaggi da noi posti in iscena, e specialmente coll’armajuolo che ne dev’essere l’eroe. Stefano Baggi era un uomo in sui trent’otto anni, più tarchiato che alto, al quale però il portamento robusto e sicuro dava un buon pollice di più: due occhi nerissimi di sotto a folte sopracciglia e una spessa barba accrescevano vigoria alla sua persona già maschia e bella. Fin da ragazzo egli era stato avvezzo a trattare spade e pugnali e manopole ed elmi; perchè i suoi da tempo immemorabile esercitavano il mestiero d’armajuolo allora uno dei più onorati e profittevoli. Valentissimo nell’arte sua, nella quale era salito in grido anche in lontani paesi, era del pari destro e forte in ogni esercizio della persona, e ne aveva date frequenti prove nelle giostre e ne’ giuochi popolari che ebbero luogo in Milano fino dai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti, quand’egli era ancor giovinetto. Nella sua officina vedevansi appese ad una parete i premii da lui riportati nelle diverse lotte, e soprattutto una corona che il buon armajuolo accennava con singolare compiacimento, quella che gli aveva valsa per moglie la più bella fanciulla di Milano. La sua Cecilia, che ad onta de’ suoi ventinove anni e di una cotal pienezza di forme quasi matronale era detta dal popolo la bella Cilia, era sette anni addietro il più fresco bottoncino di rosa che fosse sbucciato all’ombra della contrada dei Mercanti d’Oro. Quand’ella stavasi nella sua bottega da pellicciajo, e ciò accadeva sovente a cagione dei viaggi che il fratello era costretto fare, i garzoni dei dintorni vi si trattenevano dinanzi e gettavano occhiate malinconiche e sospiravano a guisa di mantici, e studiavano ogni modo di darle nell’occhio. Ma ella stava salda al suo banco e mostrava di non badare a quelle dimostrazioni, anzi in cuor suo le dispregiava, perchè aveva spesso udito dire dalla madre sua che la gioventù è fatta come le mosche, le quali accorrono dappertutto dove trovano il dolce, ma presto anche volano via. La qual morale della buona femmina, chi vuole, può trovar modo d’applicarla anche a questi dì, in cui tanto mutarono le cose, specialmente in fatto di amore. Tra gli altri amatori era pure il nostro armajuolo, il quale non passava mai davanti alla bottega di Cecilia senza trarre un sospiro ed esclamare — Per dio! darei la più bella manopola d’acciajo della mia fabbrica, e con essa la mia mano sinistra per ottenere un’occhiata benigna da questa furfantella di Cecilia. — Ma l’affare non era sì lieve. Non già che la fanciulla vedesse di mal occhio l’armajuolo, che anzi lo sceverava da tutta quella turba di vagheggini, essa era troppo austeramente educata, e, dobbiam dirlo, impeciata anche un pocolino di quel difettuzzo che tutte le donne ere- ditarono dall’antica loro genitrice, quel pò di orgoglio che in molte tien luogo di modestia; del resto però eccellente figliuola, buona, amorosa, e, quel che è più, ottima massaja. Stefano avrebbe voluto chiederla al padre, ma oltrecchè poca o nessuna relazione esisteva tra loro, trattenevalo il pensiero d’un rifiuto, perchè di solito accadeva che i matrimonj si facessero tra persone della stessa corporazione, e quanto a ciò, armajuolo e pellicciajo erano come diavolo e acqua benedetta. Tuttavia il caso volle che Stefano rendesse un piccolo servigio al padre della Cecilia; sicchè inanimito si fè coraggio a chiedergliela in isposa. Alla qual domanda il padre rispose più mansueto di quel che sarebbesi aspettato, ch’egli era vecchio e omai presso a morire, che i tempi erano grami e tristi e più favorevoli all’armi che al commercio, e la sua figliuola aveva bisogno di uomo che sapesse proteggerla contro le violenze dei signori; perciò l’avrebbe data a colui che nella vicina prova avesse guadagnato tutti i premii. Udito ciò, l’armajuolo partì giubilante e tutto pieno di speranza, e preparossi alla giostra. In que’ dì appunto si facevano grandi feste in Milano pel matrimonio di Marco Visconti con Elisabetta di Baviera, e il popolo siccome era uso di quei tempi, oltre i soliti spassi, soleva darsi quello dei giuochi pubblici e delle giostre, spasso che costava molte volte a chi un occhio, a chi un braccio, a chi perfino la vita. L’armajuolo presentossi tra i primi nello steccato, leggero e brioso come un puledro, e memore delle tante prove da cui era già uscito vincitore. La fortuna gli arrise dal principio alla fine, talchè gridato vincitore di bel nuovo, potè ricevere dalla mano stessa della Cecilia la corona guadagnata, e stamparle un bacio in fronte, il qual bacio fece arrossire come bragia la fanciulla. La sera medesima la figlia interrogata dal genitore se acconsentiva ad aver per marito l’armajuolo, aveva abbassato gli occhi e mormorato un sì inintelligibile a tutti fuorchè al solo Stefano che, pigliatala per mano, giurò che avrebbe vegliato sopra di lei e l’avrebbe amata fino alla morte. In tal guisa essi furono marito e moglie.

Ormai erano scorsi sette anni da quel dì, e la domestica tranquillità dell’armajuolo non era mai stata turbata da verun tristo avvenimento: solo la morte del padre di Cecilia, avvenuta due anni dopo, aveva cagionate alcune lagrime, le quali furono facilmente asciugate dalle carezze di un fanciullino, cui l’armajuolo aveva posto nome Marco in onore del Visconti sotto i cui auspicii aveva inaugurato la sua felicità. E Stefano poteva dirsi compiutamente felice, se fosse stato men uomo di quello che era, e se avesse potuto chiuder sempre un occhio a tempo e luogo. Ma troppo spesso ricordavasi di essere il primo fra i campioni milanesi e di aver fatto mordere la polve a molti di quegli spavaldi che andavano ora con aspetto tronfio e superbo e guardavano in cagnesco i poveri cittadini. Oltrecchè era di cuor buono e generoso e le miserie della sua città gli mettevano una rabbia nello stomaco che prorompeva ad ogni istante e che la sola Cecilia valeva a frenare. Nel forte della pestilenza, egli aveva soccorso molti cittadini con ogni maniera d’ajuto, e vantavasi che il cielo l’avesse risparmiato, anzi che lo facesse sempre più prosperare in salute. E ciò, diceva egli, a dispetto di que’ rozzi manigoldi del duca, che l’avrebbero voluto infilzato sulle coltella. Tuttavia, siccome per lo imperversar della peste ogni industria era scemata e poco men che perduta, e nessuno poi pensava a provvedersi di arme quando mancavagli il pane da mangiare, così egli pure si vide ridotto a cattivo partito e, tanto per cavarsi il bisogno, fu costretto, a grande suo malincuore, di accogliere in casa sua uno dei cinquemila cani che Bernabò teneva distribuiti fra i cittadini, e il cui mantenimento largamente ricompensava. La qual industria, veramente barbara e crudele, porgeva però da campare a un gran numero di famiglie che forse sarebbero morte di fame. Così un po’ bene, un po’ male, il nostro Stefano era vissuto fino a quel dì, in cui erano stati appiccati i cento cittadini, avvenimento che gli aveva fatto ribollire il sangue nelle vene, e che nel tornarsene lo faceva uscire nelle più sanguinose imprecazioni, checchè gli andasse susurrando il compagno, al quale pareva d’avere le budella in un catino.

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