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Capitolo I. L'offerta
La verdeggiante visione della pianura lombarda e della Brianza gentile, quella azzurra del lago sembrano lenemente offuscarsi nell’anima mia: una bellezza più maschia ed una visione più forte mi prendono.
Però, mentre la vaporiera, spinta dalla forza elettrica, lasciato il lago di Colico, muove incontro alla città di Sondrio, m’accorgo che le due visioni, diversamente magnifiche, sono fra loro unite; che un cantico ampio, solenne, unico le pervade; che un’onda sola raccoglie, fonde, sa i misteri, le dolcezze dell’una e dell’altra. Il canto e il fiotto dell’Adda.
Il pensiero che il gorgo del fiume porterà giù, attraverso la pianura lombarda, questo foglietto volante ch’io libero dal finestrino del treno, dopo d’averci scritto in matita ciao, con tanto di firma, mi mette allegria: e, forse perchè la Valtellina mi appare così congiunta al mio piano ubertoso, sento di volerle bene: il suo principio mi dà l’impressione del vestibolo di una bella casa amica, dove sono aspettato, dove ci sarà festa per il mio arrivo.
Ma io amo gli angoli solitari, perduti!
Addio, Valtellina, tu sei troppo vasta per me!
Da Sondrio, per le rive incassate del Mallero, fi io risalgo tutta la valle Malenco. Lascio l’Adda per seguirne l’affluente selvaggio che balza fra i macigni e spumeggia, lascierò anche l’affluente, dopo Chiesa, per seguire un’altra onda più veemente e più secreta, il Lanterna. E dalle sue rive, perduto nella contemplazione dei monti, dei paesi, della tranquillità che vi regna, ritornando dalle escursioni alpine, piena l’anima di poesia e di grandezza, parlerò delle meraviglie godute ed intraviste.
Valmalenco, io voglio farti conoscere farti amare come io ti conosco e ti amo! La verdeggiante asperità delle roccie, la bianchezza delle tue nevi, l’orrore di certe tue coste precipitanti, l’immensità dei tuoi panorami, che hanno esercitato una fascino grande sopra di me, che m’hanno aperta l’anima alla comprensione vera del bello, purificandola con la neve delle cime, fortificandola per l’asprezza delle rocce, meritano un ricordo, una lode.
Valmalenco, io, come so e come posso, ti ricordo, ti lodo e ti offro queste reminiscenze, troppo pallide, ma che ti saranno tanto care. Le offro pure a chi mi è stato compagno di escursioni e di riposi; a chi mi fu utile di consiglio e di aiuto; a chi mi ospitò e si commosse per le mie parole che volevano dire la bontà, la bellezza, la forza della sua terra natale: offro queste pallide reminiscenze a chi divise con me il suo pane di segale, la sua polenta nera e bevve il vino nell’anfora rustica degli avi, dopo che io aveva già sorseggiato; a chi mi tenne come amico e mi raccontò le sue pene, dinnanzi il capitello della Vergine che guardava; a chi rise e giocò nelle sere a briscola con me intorno alla tavola zoppa; a chi nelle notti, bianche di luna, unì la sua voce alla mia e la canzonetta popolare dilagò per l’aria serena; a chi seppe ispirarmi sentimenti forti e gentili; a tutti gli abitanti di Valmalenco, sparsi sui monti, ad Acquanera, a Felleria, allo Scerscen, a Musella; a quelli raggruppati intorno alle poetiche chiesette, o agli oratorii delle frazioni; a voi che rattenendo il singhiozzo partite per guadagnarvi il pane, a voi che rimanete per coltivare le vostre viti e le vostre castagne, a voi che ponete l’officina agli angoli delle vie, stagnando allegramente gli utensili domestici; a tutti, a tutti di Valmalenco offro queste reminiscenze sgorgate dal cuore.
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Anche a te queste memorie, fanciulla irrequieta e bionda, che ho baciato fra le ultime piante del bosco, di un bacio che voleva essere scherzevole e tremò invece per un desiderio vivo di amore; a te, che, discendendo sotto il grande arco di verde, ho desiderato compagna in una casetta sopra il dosso di Primolo, in mezzo a un bisbiglío di bimbi e a un tintinnio di stoviglie: anche a tutte le comitive, spensierate, che si fermano ai piedi del monte, guardando in su e scolorando, anche alle altre, ferrate, che trasvolano sui picchi, a chi vinse le tue montagne, o Valmalenco impareggiabile, a chi fu vinto da esse riescano grate queste memorie, in cui ho voluto la forza, la dolcezza, la poesia, i fiori e tutta l’anima tua.
Capitolo II. Fra Primolo ed il Lanterna
Sopra un poggio verde, screziato dalle zone gialle della segale matura, si adagia mollemente il villaggio di Primolo, che per la sua posizione domina tutta la Valmalenco; in fondo ad essa, rotto da macigni, corre irruente e candido il Mallero col suo affluente Lanterna.
Perchè il paese sia stato chiamato Primolo e la correntía, sulle cui rive mi trovo, Lanterna, non si sa; ricercando un perchè logico ci interniamo in una infinità d’ipotesi e ci perdiamo in un mare di tradizioni.
C’è chi assicura che Primolo deve il suo nome simpatico al fatto d’essere il primo paese veduto da chi entra nella valle; qualcuno m’accerta che fu chiamato così, perchè costrutto prima d’ogni altro; uno studioso e forse un po’ fantastico abitatore di qui mi narrò invece che, in un inverno rigidissimo, perduto nella caligine del passato, in mezzo alla neve ed ai ghiacci che ricoprivano il poggio, era fiorita per improvviso incanto primaverile, una pianticella di primule, intorno alla quale, per altro miracolo inesplicabile, s’erano sciolti i ghiacci ed erano apparsi, fra zolla e zolla, i primi fili di un’erba tenera e chiara.
Accorsero allora i conterranei, si benedisse il poggio, si costrusse la chiesa, e, mano mano, intorno ad essa sorsero le cascine, le baite, le casupole, ed ora Primolo biancheggia sopra lo sfondo della montagna, da cui si stacca la propaggine che lo regge, come se fosse fatto di neve.
Dal suo greppo sembra sporgersi a guardar giù nella valle i due fiumi, specialmente il Lanterna, che, bianco, forse più del villaggio, croscia gonfio nei margini e porta con la sua acqua una frescura delicata e si nasconde spesso frammezzo al fogliame dei boschi e, talvolta, schiaffeggia le pile di un etico ponte.
Sull’origine del nome Lanterna, dato ad un torrente, ho chiesto senza nulla sapere; si sbizzarrisca pure il lettore o la gentile lettrice, nelle più cervellotiche ricerche, poichè, a proposito di questo corso d’acqua, le tradizioni mancano e tutti siamo liberi della nostra fantasia: tant’è il Lanterna si trova così lontano da casa nostra e corre così incassato fra le rive, che non potrà mai vendicarsi a suo modo, di un nostro pensiero che gli sembri troppo offensivo.
Credo però che una ragione estetica del nome sia dovuta alla bianchezza della sua spuma, che, battuta verso mezzogiorno dal sole, dà uno scin- tillamento originalissimo, diventa luminosa così da non poterla troppo a lungo fissare. Forse gli abitanti della valle trovarono necessario affermare l’esistenza di questa luce, e, perchè non ci fossero degli scettici, anzi per mostrarla loro, quando fosse necessaria, la rinchiusero nella....lanterna.
Io sono proprio venuto a finire fra Primolo ed il Lanterna: precisamente a Lanzada, paese lanciato, come dice il nome, nell’ultima parte della Valmalenco e, dalla terrazza della mia camera, abbraccio, al di là del torrente, tutta una ripida salita sulla quale si arrampicano, si aggrovigliano, qualche volta investiti dal vento, mareggiano i frassini, i pini, i noccioli, le betulle e gli onizzi.
Più su, dove la Gembrana, chiamata così da gembro (pino), fa morbida l’erta in una curva erbosa, appare, con la tinta rossastra che lo caratterizza, con i tetti d’ardesia neri forse per il fumo, Caspoggio: e, dietro tutta la Gembrana, più alta e scoscesa sta la Cavaia, che ci nasconde la cima Painale e il Pizzo Scalino, lanciato snello e diritto nel cielo con la sua punta nevosa.
S’io discendo invece sulla strada, volgendo le spalle al lucente andare dell’acqua, l’occhio mio batte contro la Cima Sassa, così chiamata per le sue roccie di calce; al di là, non visibile però da Lanzada, c’è un bel lago alpino, il Palù, circondato da un vero giardino inglese tutto a boschetti di mirtilli e di conifere; alla mia destra s’allarga il bacino del Mallero, che si ripiega girando, i corni di Primolo e par chiuso in fondo dal Pizzo della Disgrazia.
Questa, a grandi e vaghe linee, la limitazione della valle che mi ospita e dalla quale ricevo un’infinità di sensazioni nuove; sono sperduto nel verde, godo d’arrampicarmi sui picchi come un camoscio, non mi sazio di ammirare le bellezze che mi si svelano dinnanzi, siano esse orride od incantevoli, ed ora mi fermo davanti un macigno, precipitato giù dalla montagna, che, mosso da una forza iniziale formidabile, saltò il Lanterna in tutta la sua larghezza e venne a sprofondar fra le zolle; un’altra volta osservo col binoccolo una baita lontana, pensando alla vita del pastori, lassù, frammezzo a ghiacci e pericoli, oppure m’interesso delle cave d’ardesia o d’amianto, dove lavorano affaccendati minatori gagliardi; o, per ultimo, come stamane, mi faccio narrare le peripezie di due pittori, miei carissimi amici, trovati proprio in Valmalenco a rendere sulle tele le superbe maestà di queste vette e l’oscura nebulosa profondità degli anfratti.
Così godo la vita!
Cantano un inno maraviglioso ad essa il largo stormeggiare dei boschi, il rotto irrompere del Lanterna, il cinguettio col volo delle rondini nell’azzurro, il rincorrersi quasi dei tocchi maestosi o tinnuli delle campane, il rombar delle mine ripercosso dalle montagne; qua poi circondano la vita di una poesia ideale il profumo dei larici e dei pini, l’odore acuto dei papaveri e le rose in fiore e il verde con tutte le sue gradazioni.
E in queste regioni e con queste bellezze che l’uomo, anche il più indifferente, scopre in se stesso un palpito e lo studia e lo analizza, maravigliandosi della sua genesi e terminando col classificarsi troppo tenero o troppo impressionabile. Invece non è tenerezza o impressionabilità; è il fascino della vallata, che ha ridestato o fatto nascere in lui qualche cosa di assopito o di nuovo, che gli ha fatto capire d’avere un’anima, che gli ha dato una visione novella di bellezza, con apprezzamenti e pensieri e dolcezze nuove. Non parliamo poi del poeta e del pittore; essi trovano qua, reale, un sogno tante volte perseguito e si lusingano di informarlo, forse forse di miniarlo o cesellarlo, in un distico o sopra una tela, così maraviglioso come è loro comparso.
Ma, il più delle volte, riescono a sciupar la natura.
Non importa: qualche cosa di queste bellezze naturali è rimasta nella loro anima e l’ha inalzata, l’ha profumata, l’ha resa certamente migliore: perché la semplicità e la bontà della madre terra entrano, per vie segrete, in noi, quando ci soffermiamo a lungo nella contemplazione delle sue grazie diverse.
Ammiriamo dunque!
Ma la visione così non è che superficiale, incompleta: io voglio internarmi nella valle, visitarla nelle sue particolarità più salienti e descriverla.
Forse non dirò nulla di nuovo e non riuscirò nell’intento; però mi sembrerà d’aver già otte- nuto abbastanza se alcuno, leggendo queste impressioni soggettive, si sentirà attratto a visitare il paese che abbozzo e comprenderà che anche in Italia abbiamo maraviglie naturali che non si devono trascurare, e che, prima di visitare i decantati fascini stranieri, è dovere di italiano conoscere i propri.
Ho fatto mio un concetto dello e mi auguro ch’esso debba ispirare agli altri, come ha ispirato a me, vero amore al bel paese che ci ha data la vita.
Capitolo III. Com'è duro calle Lo scendere e il salir
Ho temuto, per il troppo cammino e per il salire ed il scendere, di dover logorare mezzo le gambe per via.
I miei giovani amici pittori erano discesi dalla montagna per incontrarmi e Prada, il giorno dopo la visita, aveva lasciato che il compagno s’incamminasse verso l’Alpe di Felleria, ed era rimasto presso di me, sacrificando qualche giornata di lavoro, al piacere di rivedermi e di accompagnarmi nelle escursioni che avessi voluto intraprendere.
Fra una chiacchiera e l’altra, non ricordo come, fu buttata là ed accettata la proposta di partire entrambi, il più presto, possibilmente di notte, con la luna, per raggiungere sull’alpe il pittore Omio che ci aveva preceduti.
Chi seppe questa mia decisione mi incoraggiò e se ne compiacque, per cui, felici, io d’avere accettato, l’altro di avere proposto, la mattina dopo, col primissimo biancore dell’alba, caricate sulle spalle dell’amico due coperte con le munizioni da bocca, armato io di un alpenstok e di una minuscola botticella ripiena di vino, s’usciva dalla casa del curato avviandoci verso la frazione di Tornadri.
Il cielo era di una purezza diafana, colorata sottilmente d’azzurro; verso oriente però una lunga striscia di bianco ne rompeva il cobalto; le montagne, sotto quella tinta fredda e chiara, acquistavano un colore più oscuro e spiccavano nerastre ai due lati della strada e nel fondo.
Noi battevamo un passo discreto e, tratto tratto, io, poco abituato alla brezza del mattino, m’accomodavo l’alpenstok sotto l’ascella e mi nascondevo la mano nella tasca per riscaldarla; dinanzi a me, a passi lunghi e calmi, procedeva il pittore somigliante per l’abito ad una guida francese.
Berretto bleu alla Van-Dick dal quale uscivano dei gran ciuffi di capelli castani, spalle quadre coperte da una giacca di fustagno, in origine gialla, che gli cascava giù a sacco; calzoni del medesimo colore, ampi alla coscia e stretti stretti al piede, scarpe da montanaro: nell’insieme una figura alta e ben fatta, alla quale avevano dato un’impronta speciale di robustezza la fatica, la montagna, il sole.
Si camminava in silenzio, le labbra strette, il respiro faticoso, perchè dopo Tornadri la strada monta per un buon tratto sul fianco della montagna.
S’arriva così alla salita della Lua, ripida, sassosa, tutta andirivieni fino alla cima: bisogna raccomandarsi al bastone ferrato e camminare adagio, respinti qualche volta dal vento freddo e impetuoso che soffia dalla gola. Costretti a soffermarci ogni tanto per bere l’acqua delle sorgenti, e per ripigliare le forze, si guarda d’intorno il paesaggio che non s’è per nulla modificato: soltanto aumentano gradatamente i pini e nell’aria si diffonde il profumo della resina che gemica dai tronchi.
E si continua ancora: dopo la salita c’è un bel tratto di strada piana, quindi si discende per giungere a Campo Franscia, piccola estensione di terreno non accidentato, alla cui destra sorge la caserma delle guardie di finanza. Ed è proprio in tal luogo, a dieci passi dalla caserma, che il pittore ferma un giovane montanaro, piuttosto piccolo ma solidissimo, e si fa raccontare le vicende della notte.
È un contrabbandiere: le notizie sono tutt’altro che buone. che aveva già passato il confine con alcuni compagni, carichi come lui di tabacco, di cioccolata e di zucchero, e si trovava vicino a Campaccio, posizione difficile sulla montagna, quando si sentono improvvisamente, dinanzi e di dietro, due comandi gridati con voce sonora, e da una parte e dall’altra, uniche vie possibili al piede dell’uomo, ecco apparire nel chiaror della luna i berretti a liste gialle dei finanzieri, che col fucile alla mano irrompono sopra di essi:
“Ferma, ferma, lascia la bricolla!„ urlano i sopraggiunti. Dei contrabbandieri, sono cinque, nessuno risponde; tre si slanciano nella forra che cade loro a picco dinanzi, s’aggrappano agli arbusti, ai sassi, rotolano giù, graffiandosi le mani, il viso, i piedi; gli altri due invece si arrampicano sulla montagna che pende loro sul capo, scomparendo fra macigno e macigno senza però abbandonare la carica.
I finanzieri, urlando e bestemmiando, li inseguono, ma, impacciati dal fucile, dal sacco, dalla rivoltella, dall’alpenstok non possono continuare in condizioni favorevoli la caccia, anche perchè i contrabbandieri conoscono palmo a palmo la montagna, corrono come martore, balzano come camosci di greppo in greppo, sanno nascondersi in mille modi; poi, messa al sicuro la carica, per vie traverse, passano sotto il naso delle guardie con un risolino sulle labbra, cercando di scoprirne le intenzioni e i sospetti.
Il giovane parlava con calore, senza nessuna diffidenza, anche trovandosi dinanzi a me che vedeva per la prima volta in sua vita: quando lo lasciammo, per riprendere la strada momentaneamente interrotta, ci salutò con la mano che sanguinava.
La salita si era fatta non eccessivamente faticosa, ma continuava a girare e rigirare sul dosso della montagna, minacciando di rendersi interminabile.
Ci sedemmo a far colazione.
Bondiola e pane di segale raffermo, inaffiato col vinello di Valtellina portato nella botticella, ci sembrò più squisito di qualunque manicaretto; così che ci alzammo animati da forza nuova, promettendo a noi stessi di riposarci soltanto alla Foppa.
E si arrivò anche alla Foppa e si discese a Campo Moro, spianata verde circondata da ogni parte di monti di tutte le forme e di tutte le dimensioni. Si camminava da cinque o sei minuti nell’erba satura di rugiada, quando il mio compagno di viaggio, toccandomi nel gomito, si volse.
Mi volto anch’io e rimango maravigliato a guardare.
In fondo, spiccatissimo nel cielo, signoreggiando due cime verdi cupe, dominava il Pizzo della Disgrazia, fulgido nel candore dei suoi ghiacciai baciati dal sole.
L’effetto era imponente, grandioso; un pittore, che fosse stato capace di riprodurre in tutta la sua bellezza il paesaggio, avrebbe certo fatta la sua fortuna e assicurata la sua immortalità.
Lo dissi alla mia pseudo-guida francese.
“Lascia andare„ mi rispose Prada ridendo “se diventerò un altro Segantini, forse!...„
E si marciò ancora innanzi e, cosa incredibile e faticosa, si tornò ad issarci:
poi si tornò a scivolar giù fino alla Gera e per ultimo si dovè ascendere sull’Alpe di Felleria, sotto il sole, per un sentierucolo da capre, men- tre, per ironia maggiore, pareva che la cima, ad ogni nostro sforzo per avvicinarla, si allontanasse.
Non ne potevo più, camminavo da sette ore e l’ultima parte della strada m’aveva terribilmente stancato. Quando, in alto, fra le roccie e la poca erba apparve il tronco rozzo della croce, sentii un sollievo indefinibile e corsi su, anelante, quasi spinto dalla smania di precipitarmi fra le braccia di un amico, che m’attendesse da tempo.
Non guardai e non vidi nulla di quello che mi circondava; feci i pochi passi che mi separavano dalle baite per forza d’inerzia ed entrai. Pareva che Omio ci aspettasse, perchè scodellò allora allora una fumante polenta cucinata alla bergamasca.
Io l’inghiottii quasi senza sentirla nella bocca, poichè la sfinitezza era entrata anche nei nervi mascellari e i miei poveri denti non sapevano masticar più.
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Capitolo IV. Cielo, sassi, ghiaccio.
Sono venuto a farmi un’idea dei luoghi sopra una piccola conca, verde per uno straterello di erba che ha allignato fra i massi, e macchiettata, qua e là, da fiori alpestri.
D’intorno e sopra di me non ho visto che cielo, sassi e ghiaccio.
Il paesaggio sarà certamente bello, ma di un bello orrido, che non piace, che mette anzi nell’anima una nostalgia indefinita.
A che cosa pensavo? che cosa volevo? che cosa sognavo io stamattina, guardandomi d’intorno, come chi si sveglia improvvisamente per riprendere la vita abituale, e si trova trasportato lontano, in un ambiente ignoto, chiuso in un circolo di catene acuminate e selvaggie, in un silenzio che ha pure del pauroso, come se in esso dovesse maturare un mistero?!
Che cosa si svolgesse nella mia anima non so. Rimasi in ascolto, come per persuadermi, per abituarmi al silenzio; e sentii venire, dal profondo della gran valle che mi si apriva dinnanzi, un brusio indistinto, la voce del torrente che gli abitanti m’avevano assicurato essere il Mallero, ma che invece è il Cormor il quale, unendosi allo Scerscen in campo Franscia, dà origine al torrente Lanterna che conosciamo.
Quella voce, quel brusio che proveniva dal muoversi, dal correre, dall’agitarsi dell’acqua; che indicava quindi una specie di vita, mitigò la mia prima impressione; ed io guardai l’orrore e la bizzarria dei pizzi e delle roccie con occhio più sereno, quasi con benevolenza, poichè qualcuno, qualche cosa viveva, forse si lamentava con me.
Però tutta la grandiosità e la cupezza del paese non s’impicciolì per il nuovo sentimento, essa rimase e rimarrà sempre nel mio pensiero come vi si stampò nella prima visione, così che anche lontano, anche fra molti anni io la saprò ricostruire nel suo caotico orrore.
Un’altra cosa che non potrò dimenticare, perchè vista per la prima volta, e perchè mi ha data l’immagine inversa della vita umana, è la caduta delle valanghe.
Da uno dei ghiacciai, che mi stanno di faccia, s’eleva d’un tratto una piccola nube, poi s’ode, come se venisse da una viscera remota della montagna, un fievole scoppio; quindi un rumore che va mano mano crescendo col crescere della nube che s’allarga, e, finalmente, un rombo poderoso che scuote gli echi degli acrocori come un tuono; per ultimo, frammezzo al fumo denso e chiaro, prodotto dallo sfregamento e dal polverizzarsi delle nevi, si vede avanzarsi, calmo, un torrente bianco terroso, il quale rotola giù, aumentando sempre di velocità, con uno scroscio continuato, che riempie di sè tutto il silenzio della valle e fa tremare l’anima di chi guarda.
Fenomeno inverso alla vita umana, come diceva più su; perchè, mentre la valanga precipita cinta di fumo, l’uomo, cinto pure di fumo e di chiasso, sale, e tutta la sua vanagloria, tutti i suoi sogni si sciolgono, come la neve della valanga ai piedi del monte.
Questo paragone filosofico, ispiratomi dalla montagna, mi fa sorridere.
Cessato l’ultimo boato e dissipato l’ultimo fumo, guardo a destra della vedretta il ghiacciaio: esso occupa quasi tutto il versante, tranne qualche dosso più irto degli altri, che appare roccioso e del color della ruggine in mezzo alla neve.
Si chiama Ghiacciaio di Felleria ed è diviso in tre parti: due nel piano inferiore, per chiamarlo così, proprio in faccia a me, l’altro nel piano superiore: però, in tutti i seni della montagna, nei crepacci, la neve ivi annidata, è diventata ghiaccio; e, dalla vetta fino giù dove può giungere l’occhio, si vedono delle macchie, delle striscie biancastre, alle quali il sole non dona nessuna luminosità; sono fredde come tutta la montagna che mi circonda.
Il ghiacciaio inferiore, diviso in due dal sentiero sabbioso percorso e formato dalle valanghe, è fatto a scaglioni, ed ogni gradino è tutto a fenditure verticali; fra l’una e l’altra c’è un culmine, così che nel complesso sembra di vedere una riunione minuscola di ambe, disposte sopra una grande scalinata.
Anche dietro la cresta rossigna, che io supero lasciando la piccola conca nella quale faccio le mie osservazioni, trionfa il bianco: ha mille sfumature ed è venato dai fili nerastri dei crepacci fin verso metà montagna; più sotto c’è pietra, poi incomincia a pullulare qualche filo d’erba.
Là si vedono arrampicarsi le vacche, le capre, ma non si ode il concento delle loro campanelle; sono troppo lontane, si avviano forse verso la bocchetta di Togno, ove il pascolo è migliore; poi ridiscenderanno, perchè dopo di essa la strada continua solo fra sassi e ghiaccio fino alla capanna Marinelli, appollaiata fra le nevi dello Scerscen e della Bernina.
A fianco della cresta rossigna, sul lato sinistro, continua, con piccole conche e piccole alture, l’Alpe di Felleria, quasi sempre alla medesima altezza, duemila e cinquecento metri: nello sfondo sembra battere contro la Spondaccia, altra montagna piena di anfrattuosità e di paure, che s’abbassa quasi per facilitare l’entrata nella valle di Poschiavo.
Ma si rialza poi di nuovo, sempre fredda e rocciosa, per dar luogo ad un altro avvallamento chiamato passo Siguretta; da questo punto la montagna corre parallela a Felleria, fino che, piegandosi ad arco, s’unisce al ghiacciaio, ricordato più sopra e troppo pallidamente descritto.
In tal modo ho tentato di rendere il circolo vette che mi serra, ch’io domino in parte e dalle quali sono in parte dominato. Non vorrei che l’arida enumerazione avesse stancato il lettore; se ciò non è avvenuto e se la topografia dei luoghi fu resa con una certa evidenza, chi mi ha seguito fin qua ascolti un consiglio, che oserei dire d’amico.
S’accontenti della piccola idea acquistata leggendo, risparmi la fatica di una malagevole strada, che, per quanto offra dei punti di vista maravigliosi, non lo compensa in ultimo con un panorama adeguato al sudore, al caldo, al freddo patito salendo.
Rimanga, se è possibile, comodamente sdraiato nella sua poltrona, magari con uno zigaro profumato in bocca, e lasci ad altri la cura di informarlo, di commuoverlo, e forse forse d’annoiarlo.
Però, se sente un pochettino solo l’entusiasmo e la poesia della montagna, salga a Felleria nel tempo della pastura, e, verso il tramonto, quando l’ultimo sole fa rosseggiare le cime e dà una penombra violacea alla valle, rendendola più lontana e più poetica, sentirà il concento indescrivibile delle campanule vaganti avvicinarsi mano mano, e nell’anima sua si formerà un altro concento di ricordi, di dolcezze, di estasi: l’orrore delle rocce, la freddezza dei ghiacci, saranno mitigati, raddolciti anzi dalla penombra, e in essa, melodiosa come una sinfonia non udita mai, si effonderà, con languore dolcissimo, la musica tinnula delle campanelle, triste e cara, forse perchè è l’ora in cui volge il desio e s’inteneriscono i cuori.
Capitolo V. Bohême sui monti.
La baita, onorata dalla mia e dalla presenza dei giovani pittori, non ha sei metri quadrati d’area: è costruita di sassi sovrapposti, e, fra commessura e commessura, serve da cemento lo sterco delle greggi; è scavata nel pendio della montagna, così che solo la facciata ed il tetto liscio, con un poco di pareti laterali, sono visibili a chi guarda; si entra per un piccolo vano, dinnanzi al quale è appostato una specie di uscio girante su un grosso palo, aguzzo alla base, che fa l’ufficio di cardine. Internamente, quando l’occhio si sia avvezzato a scrutare nella semioscurità, si intravede un tronco, che, Ercole nuovo, deve sostenere il cielo affumicato della catapecchia.
Unici mobili una panca di legno, sucida, untuosa e una specie di larga mangiatoia che serve da letto: in un angolo quattro pietre, un po’ di cenere e della legna carbonizzata indicano il posto dove s’accende per solito il fuoco; a destra dei semplicissimi alari, sopra alcuni sassi, acco- modati a sedile, s’apre un armadietto a muro, ed al suo fianco, quasi per logico compenso, sporge una mensola massiccia.
Il tetto, che ha la sua massima altezza nel centro della baita, è spiovente ai due lati come quello di una soffitta: su tutto il fumo, che non avendo altra uscita che la porta e gli interstizi fra pietra e pietra, ha deposto una patina oleosa e nerastra.
Però la panca di legno, il sedile di pietra, il vano nel muro, il medesimo pavimento s’indovinano più che non si vedano; perchè sopra di essi, e, dove è possibile sotto, sono disseminati gli oggetti i più diversi in un disordine incredibile. Fanno capolino dovunque boccette, scatole di sardine, scarpe di panno alla montanara, coperte da letto, pane di segale e burro spalmato di polvere, inchiostro, pennelli, tele incominciate o greggie, paiolo ripieno d’acqua perchè rammollisca la crosta della polenta, abiti e cappelli nei quali si nascondono le posate e le matite; sacchi e sacchetti di tutte le dimensioni con le bocche aperte o strettamente serrate; legna verde e secca; salami che sgusciano da miseri pezzi di carta; bastoni ferrati... e, nei due angoli non occupati dal letto-mangiatoia o dal focolare, ecco mostrarsi un mucchio alto di cose, che sfuggono ad una descrizione minuziosa e che si abbracciano, che si confondono, forse per raccontarsi le peripezie della loro vita avventurosa e bislacca...
Entrando non sapete dove mettere i piedi, e, anche le mani, allungate per appoggiarsi alle pareti, incontrano le forme più strane, fanno cadere un preistorico lumicino ad olio, oppure un cencio più colorato dell’iride, od anche una pipa o un gomitolo di filo.
L’aria poi è impregnata dagli odori più opposti; sembra d’essere in una posteria, dove si sposano il cacio e le salsiccie, spandendo intorno un che di rancido e di sgradevole.
Però sopra questo odore, e più sensibile di esso, un altro vi solletica la mucosa interna del naso, costringendovi a starnutire; è l’odor di fumo, che fa coi primi un’amalgama, la cui risultanza credo non abbia nella lingua italiana e nelle straniere una parola che la renda e che la scolpisca.
Ma non si può rimaner troppo li dentro!
Bisogna uscire all’aria libera, respirare a pieni polmoni, liberarsi dal principio di affumicazione che vi fa lagrimare gli occhi: allora vi volgete per infilare la porta, ma date del piede in una padella fessa o in una ciotola da latte, oppure battete la testa contro la trave superiore dell’uscio.
Una volta fuori poi, sparsi fra i sassi, dinnanzi la baita, vedete la legna che si essica all’aria, i pantaloni e le camicie che asciugano, le tavolozze sporche ancora di mille colori, gli avanzi dell’ultima polenta che s’accartoccia sotto il raggio del sole.
Tutto questo disordine non è certo artistico, ma bisogna perdonarlo ai due giovani pittori, uno dei quali in ispecie, abituato signorilmente a Milano, ha fatto sacrificio di tutti i suoi comodi, ha incontrato opposizioni e disagi, pur di seguire quell’arte nobilissima che, prima e sola, gli aveva dato fiamme nel cuore.
Bisogna perdonare, anzi bisogna render loro giustizia.
Lontani sei e forse più ore di cammino da Tornadri, costretti a provvedersi di legna, ad accendere il fuoco (e non è poca difficoltà e perdita di tempo), a cucinarsi in qualche modo le vivande, a lavarsi e rattopparsi i vestiti, a portar erba per il letto, a riattare la baita che spesso si sganghera sotto l’urto di una bufera; e, più che tutto, costretti a sacrificare le ore migliori della giornata allo studio degli effetti luminosi e dei quadri incominciati, non possono certo perdersi a trovare od a fissare un posto per ogni cosa, come farebbe la miglior massaia del mondo.
Non c’è quindi da maravigliarsi se... nello studio artistico dei miei giovani amici regna il guazzabuglio descritto: qualche cosa di simile ho visto in parecchi studii, a Milano, dove speravo proprio di trovare ordine e misura: su questo anzi ho fatto una strana osservazione. Ho notato come tutto il miscuglio eterogeneo d’oggetti, che circonda quasi sempre un artista, sia lo specchio dei pensieri, dei desideri, degli affetti, delle visioni che si accapigliano nella sua testa, che fremono e si sviluppano e si sciolgono nella sua anima, intenta sempre a cogliere quel che c’è di pittorico nelle cose.
Perciò, credo di non essere lontano dalla ve- rità, affermando che, in generale, l’uomo si crea e si modifica d’intorno l’ambiente, secondo le proprie intime convinzioni, e, specialmente, secondo lo stato dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi affetti, delle sue visioni, come diceva più su, nel caso particolare dei miei due giovani amici.
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The end
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