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In risaia

Maria Antonietta Torriani · 1890 · Free in the US

31,008 words · about 2 h 10 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1890 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=In_risaia&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Maria Antonietta Torriani
Language
Italian
Published
1890
Length
31,008 words · about 2 h 10 min
Sections
33 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (33)
  1. Front matter under 1 min
  2. I about 1 min
  3. II about 2 min
  4. III about 3 min
  5. IV about 3 min
  6. V about 2 min
  7. VI about 3 min
  8. VII about 2 min
  9. VIII about 3 min
  10. IX about 5 min
  11. X about 4 min
  12. XI about 5 min
  13. XII about 3 min
  14. XIII about 6 min
  15. XIV about 3 min
  16. XV about 3 min
  17. XVI about 4 min
  18. XVII about 3 min
  19. XVIII about 5 min
  20. XIX about 4 min
  21. XX about 6 min
  22. XXI about 3 min
  23. XXII about 4 min
  24. XXIII about 3 min
  25. XXIV about 4 min
  26. XXV about 7 min
  27. XXVI about 4 min
  28. XXVII about 3 min
  29. XXVIII about 4 min
  30. XXIX about 8 min
  31. XXX about 4 min
  32. XXXI about 5 min
  33. XXXII about 10 min

Continue:

Front matter

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I

ct C’era un cascinale tra Novara e Trecate, con un tenimento annesso coltivato ad orto.

Ci si giungeva per un viale senz’alberi costeggiato da una siepe viva di robinie, che metteva nella corte. In fondo alla corte c’era la casa; dietro la casa si stendeva l’orto.

A destra di chi entrava in corte passava una fonte, canale scoperto che serviva ad irrigare il terreno, a lavare erbaggi e panni, a far diguazzare le oche.

La casa rassomigliava a tutte le case coloniche del basso Novarese. Dalla parte della

fonte, c’era un fienile, e sotto il fienile la stalla. Nel corpo della casa, ai due lati, s’aprivano due usci a terreno, che mettevano a due cucine. Quella a destra aveva annessa un’altra camera, delle stesse dimensioni, che era stata divisa a metà da un tavolato, per farne un forno sul di dietro della casa, ed una stanza da letto sul davanti. Questo alloggio occupava due terzi del piano terreno. L’altro terzo era formato dalla seconda cucina a sinistra.

Una scala di legno, all’aperto, conduceva ad un ballatoio, di legno anch’esso, sul quale aprivano due usci, sovrastanti a quelli del piano terreno. L’uscio a sinistra metteva in una camera da letto unica, come la cucina di sotto. L’uscio a destra metteva a due camere da letto, una sopra la cucina, l’altra sul forno e sulla cameruccia terrena.

Quel cascinale s’affittava in due lotti. Il primo, che comprendeva la cucina e la camera di sopra con un terzo dell’orto, era passato in parecchie mani, perchè era me- schinuccio, e non ci si cavava da vivere. Nell’altro più grande, abitava da tempo immemorabile una famiglia Lavatelli, omai ridotta al babbo ed alla mamma, con un figlio ed una figliola.

II

ct La Nanna, la figliola dei Lavatelli, aveva passata l’infanzia a custodire le oche. Ne aveva dodici, e davano della bella piuma, che la Maddalena, come tutte le buone mamme, metteva da parte ad ogni spennatura, ed accumulava per farne poi il letto nuziale della sua figliola.

E la Nanna andava superba delle sue oche, e di quegli apparecchi fatti per lei.

Quando la ragazza ebbe poco più di dieci anni, la mamma disse al marito:

“Bisogna cercare un’altra piccina per condur fuori le oche. I fanciulli che custodiscono le vacche, e le fanciulle che guidano i paperi, si scontrano nei campi, e si baloccano . E questo si può tollerare soltanto nell’età dell’innocenza; ma la Nanna ha dieci anni, l’età dell’innocenza è passata.”

Martino trovò tutta la profondità di giu- dizio dei sette Savi della Grecia in quelle sentenze della sua massaia. Le oche vennero affidate ad una bambina di otto anni, poi, cresciuta quella, ad un’altra. Erano custodite dall’aprile al novembre per 50 centesimi ogni oca. Facevano sei lire all’anno, che la famiglia spendeva per evitare alla Nanna la comunanza dei giuochi coi piccoli mandriani.

E la Nanna andava superba anche di questo, che le dava una certa superiorità sui suoi compagni.

Quando li scontrava, o li vedeva passare al di là della siepe, e le gridavano:

“Oh! Nanna! Non vieni più fuori colle oche?” lei rispondeva:

“La mamma non vuole più, perchè non ho più l’età dell’innocenza.”

Ma ci metteva un orgogliuzzo come se dicesse: “perchè sono una principessa.” E soggiungeva dandosi importanza:

“Noi paghiamo la Margheritina perchè stia a curare le mie oche;” ed ancora aveva l’aria di dire: “Abbiamo della servitù.” Non ci metteva malizia; punta. Era quel tantino d’orgoglio che è comune ai figlioli, i quali vedono i genitori continuamente occupati di loro. Pensano: “Se si danno tanta briga per me, vuol dire che sono un piccolo personaggio di conto.”

Del resto l’orgogliuzzo della Nanna non le impediva di lavorare nell’orto nella misura delle sue forze e della sua capacità. Non le veniva nemmanco in mente che si potesse sdegnare il lavoro. Mondava le aiuole, raccoglieva erbaggi, li lavava alla fonte, aiutava a disporli nei panieri che la mamma portava poi sul mercato di Trecate o di Novara.

In quel cascinale, quando la Nanna aveva dieci anni, non c’erano altre bambine; e gli inquilini dell’alloggio a sinistra, appena vedevano la fanciulletta, le gridavano in tuono vezzeggiativo:

“Hai sradicate le carote?” oppure: “Stai lavando l’insalata, Nanna? Oh la brava bimba! Sembri una donnina.” E se scontravano il suo babbo o la mamma:

“Buon dì, Martino; buon dì, Maddalena; e la Nanna?”

E la sera, che si passava, d’estate in corte, sulla trave stesa contro il muro di casa a guisa di panca, e d’inverno nella stalla, era sempre la Nanna che girellava intorno, un po’ accanto all’uno, un po’ accanto all’altro. Interrompevano i discorsi per ischerzare con lei; le coprivano gli occhi colla mano per farle indovinare chi le facesse quella burla; le narravano fole, s’intrattenevano dei suoi trastulli e dei suoi piccoli interessucci da bimba. Il fratellino, tra perchè era un maschio, tra pel suo carattere taciturno e selvatico, non attirava i vezzi, stava in disparte.

Così la Nanna si avvezzò ad occupare la gente di sè. Era naturalmente amorosa; e quell’attenzione esclusiva che le accordavano, le creava intorno un’atmosfera d’affetto nella quale si trovava bene ed era contenta.

III

ct Il tempo passò. La Nanna venne su grande, e si fece bella. Non aveva una robustezza esuberante; ma era sana e forte assai, per una fanciulla cresciuta in quelle pianure contornate da risaie, sepolte nei vapori malsani delle praterie.

Era magrina ma aggraziata; alta, con un visetto tondo, due occhi grigi larghi larghi, una boccuccia stretta; ed il labbro superiore troppo corto lasciava sempre scoperti i denti incisivi.

Aveva i capelli di quel biondo opaco, gialliccio, senza riflessi, che è generale nelle contadine, le quali bagnano il capo coll’acqua nel pettinarsi, e stanno esposte al sole. Ma erano folti, lunghi, e quando, la sera del sabato, la mamma glieli scioglieva per pettinarli, le facevano uno splendido mantello che le ricadeva fin sotto le ginocchia. E sebbene, a pettinatura compiuta, fossero stretti sulla nuca in due trecce serrate come corde, non si poteva a meno di notare che formavano un grosso volume, e che, disposti altrimenti ed altrimenti curati, sarebbero stati meravigliosi.

La carnagione era come i capelli. Avrebbe potuto essere bellissima. Era di natura bianca, liscia, fine; ma il sole e l’aria l’avevano abbrunita un pochino, di un bruno lieve e dorato.

Ad onta di questi nèi, però, la Nanna era bella, e certo non figurava male accanto alle altre fanciulle, perchè nessuna era più bianca e meglio bionda di lei. Le contadine dal volto fresco di latte e di rosa, e dalle chiome d’oro, sono roba da Arcadia.

Una sera d’inverno, mentre la famiglia radunata in cucina, stava cenando prima di andare nella stalla a veglia, la mamma disse:

— Ora la Nanna è una giovane da marito.

— Quanti anni ha? domandò il capo di casa, che, nella sua superiorità da uomo, non si curava di tenere il conto esatto di quei particolari.

— Ne ha due più di Pietro. Fate il vostro conto. Alla seminagione del riso saranno diciassette. Vi ricordate che quell’anno non ho potuto andar in risaia perchè ero nei quaranta giorni?

— Che cosa sono i quaranta giorni, mamma? domandò Pietro.

— I quaranta giorni sono... quaranta giorni! disse la Maddalena coll’aria furba di chi ha trovata una scappatoia ingegnosa; e soggiunse:

— Non si dovrebbe mai parlar di nulla davanti all’innocenza.

Così non c’era più pericolo che Pietro, a quattordici anni, non indovinasse che là sotto c’era un mistero. Poi riprese il discorso interrotto:

— Dicevo che la Nanna ha diciassette anni a momenti, e bisognerà comperarle gli spilloni d’argento. Questo carnovale potrebbe an- dare a marito; ma, se non ha l’argento in capo, nessun giovine si presenterà.

Questo era vero; quella brutta e fredda aureola di metallo, è l’armatura di cui si rivestono le fanciulle delle nostre campagne per entrare nella lizza amorosa. Vi sono parecchi uccelli che, all’epoca dei loro amori, si ricoprono di penne eccezionalmente splendide; le nostre contadine mettono gli spilloni nelle trecce; sono le loro penne d’amore.

Era vero; ma le annate non correvano buone. Gli orti rendevano pochino; l’affitto era gravoso, ed il proprietario metteva una esattezza desolante nel riscuoterlo.

La massaia sottopose alle savie riflessioni del marito questi due fatti indiscutibili:

1.° Che gli spilloni costavano almeno tre lire ciascuno; 2.° Che, per farne un bel giro, ce ne volevano ventiquattro.

— Settantadue lire! disse la Nanna che aveva già fatto e rifatto a sazietà quel conto sulle dieci dita, e, da circa un anno, si ad- dormentava ogni sera verificandolo, poi lo sognava la notte.

— Settantadue lire! gridò Pietro al colmo della stupefazione. Ci sarebbe da comperare tre maialini e mezzo! e guardò con una specie di ammirazione quella sorella, che doveva portare tre maialini e mezzo intorno alle trecce bionde.

— Settantadue lire! sospirò la mamma chinando più e più volte il capo come per dire:

“Sì, è proprio questa somma enorme che ci occorrerebbe.”

E il babbo gemette anch’esso:

— Settantadue lire! Come si fa?

IV

ct Nell’inverno, quando la Maddalena e la figliola stavano a filare nella stalla colle vicine, vi capitava qualche giovinotto, e fra gli altri vi capitava Gaudenzio, un carrettiere che faceva trasporti di calce, ghiaia e letame pei proprietari dei dintorni; e qualche volta comperava piccoli carichi di legna da ardere, e li rivendeva poi per suo conto al mercato di Novara.

Quel Gaudenzio era l’ammirazione di tutte le fanciulle del circondario.

“Sembra proprio un cittadino,” dicevano.

Ed ecco perchè la Nanna pensava e sognava gli spilloni d’argento.

Quando vedeva Gaudenzio camminare, colle mani in tasca, i gomiti indietro; respingendo una spalla poi l’altra, o piegandovi dietro la testa a misura che avanzava l’una poi l’altra gamba, la Nanna diceva tra sè:

“Ah! come cammina! Ecco; è così che debbono camminare i signori di Novara.”

Gaudenzio portava la capigliatura divisa sulla tempia sinistra, e rialzata sulla destra in un enorme ciuffo di setole, ritte come tanti pugnali che sfidassero il cielo. E proprio sulla discriminatura, posava un cappellino minuscolo, che non aveva la menoma proporzione colle dimensioni spropositate del suo capo e della zazzera. Lo schiacciava là, con un’estremità della tesa sull’orecchio sinistro, e l’altra ritta in su, in linea verticale. Era prodigioso che quel cappello stesse là sospeso tra cielo e terra. No; non c’era altri come Gaudenzio per sapersi vestire e farsi bello; la Nanna ne era profondamente convinta. E Gaudenzio poi! Si credeva affatto irresistibile. Si presentava nelle stalle dinanzi a gruppi di belle ragazze, con aria spavalda, dondolandosi sui fianchi, e sorridendo beata- mente. E da tutta la persona s’indovinava la fatuità de’ suoi pensieri. “Eccomi qui, son bello eh! A voi! chi mi piglia? Mi vorreste tutte, nevvero?”

Ed ogni volta che volgeva il discorso ad una ragazza, il suo povero cervellino pensava:

“Ecco una fanciulla fortunata; ed eccone delle altre che la invidiano!”

E dire che era proprio così! Quelle donne amavano la spavalderia del Don Giovanni rusticano.

“Ah! se avessi l’argento!” sospirava La Nanna nel suo giovine cuore.

Ma, l’avesse pure avuto, Gaudenzio non era uomo da apprezzare la bellezza delicata di quella giovinetta. Il bello ideale era arabo o sanscrito per lui. Ammirava le spalle tarchiate, i fianchi sporgenti, le gambe grosse come colonne, i petti turgidi da squarciare il corsetto, le guancie infiammate.

“Che bel pezzo di donna!” esclamava quando vedeva qualcuna di quelle contadi- notte massicce che scoppiano di salute. “Che petto! Che fianchi! Quella è ben piantata! Forte come un tronco! Bella donna, per bacco!”

E la Nanna, poveretta, che aveva una fede cieca nel gusto del carrettiere, desiderava quel petto spropositato, e quei fianchi volgari, guardava con rincrescimento la sua personcina snella, e sospirava umiliata, guardando le rotondità rosee ma appena lievemente ricolme del suo seno verginale.

Intanto però, il lungo riposo dell’inverno, lo stare continuamente rinchiusa al riparo dalle esalazioni malsane di quelle pianure, ed il freddo salutare che rinvigorisce l’appetito, riescirono a dare una floridezza tutta nuova alla persona della Nanna, che si vedeva, con gioia indicibile, arrotondata e colorita come non era stata mai.

Quell’anno il carnovale era lunghissimo; durò fino ai primi di marzo. L’ultima sera i giovinotti giunsero mascherati nella stalla, ed uno aveva la fisarmonica per far ballare.

Gaudenzio s’era fatto dei calzonacci alla turca colla vecchia gonnella d’una massaia, ed aveva attorcigliato intorno al capo uno scialle di lana a foggia di turbante. Aveva il volto coperto da una pezzuola. Ma lo riconobbero all’andatura, ed alla maniera meravigliosa di posare il turbante sull’orecchio.

Tutte le fanciulle gli furono intorno; ed avrebbero giurato sul Vangelo della parrocchia, che in tutta la Turchia non c’era un turco più bello di quello là.

La Nanna al vederlo ripensò con delizia che quel giorno il suo vestito da festa s’era trovato un po’ stretto all’altezza del seno, e si assicurò colla mano, che rimaneva proprio aperto un palmo sotto la pezzuola.

Lei pure si fece innanzi impettita a salutare il bel turco il quale le dimostrò la sua approvazione facendole danzare una polka, e le disse:

— Ora sì che va bene. Cominciate a met- tervi un po’ di carne intorno. I vostri gomiti non pungono più, le gonnelle non vi cadono più dai fianchi.

Ma, dicendo soltanto questo per rispetto alla modestia, fissava gli occhi sulla pezzuola che le copriva l’apertura dell’abito sul petto.

— È tutta fatica de’ miei denti, rispose la Nanna con piglio indifferente. Ma quei commenti indiscreti sulla sua persona, sebbene la facessero arrossire come una fragola, scesero dolci nel suo cuore; le parvero note d’amore, e più e più volte se le ripetè nel pensiero, e ne fu inebbriata.

V

ct Dopo il discorso fatto in principio d’inverno alla cena dei Lavatelli, e chiuso penosamente da un “Come si fa?” sospirato dal capo di casa, non s’era più parlato di mettere alla Nanna gli spilloni d’argento.

Ma, finito il carnovale, si cominciarono a commentare i matrimoni combinati nelle stalle per celebrarsi poi alla Pasqua.

E la Maddalena disse:

— La tale ha l’età della Nanna; e la tal’altra ha appena un anno di più; e la sorella della Menichina ha sei mesi di meno; e nessuna ha da parte una provvista di piuma come la nostra Nanna; se avesse avuto l’argento l’avrebbero domandata in moglie anche lei.

Quanto a Martino, pover’uomo, non la vedeva così male che la sua figliola rimanesse ancora un po’ di tempo in casa. Ci aveva gu- sto a guardare quel volto chiaro e quella testa bionda, che risaltava come una bella pittura sul fondo grigio della cucina. E quando la vampa sorgeva impetuosa nel focolare, e trovando nella pentola un ostacolo a salire, le guizzava intorno, l’avvolgeva tutta come per divorarla, e la Nanna si piantava dinanzi al camino armata della mestola per impedire alla minestra di traboccare, Martino godeva un bel momento seguendo coll’occhio le linee eleganti di quella macchietta scura in quella cornice fiammante.

Non ne diceva nulla; non era uomo da espansioni; ma gongolava tutto di dentro, al pensare che quella bella grazia di Dio era la sua figliola.

Tuttavia la sua donna pareva così mortificata che la Nanna, a diciassette anni, non avesse ancora trovato marito, ed anche la Nanna se ne mostrava così avvilita, che il babbo ricominciò i suoi calcoli.

— Ecco; fino a trenta lire potrei arrivarci, disse. La moglie crollò le spalle, e la figliola si mise a gridare:

— Cosa possiamo fare con trenta lire?

— Ma, se non ne ho di più! Volete che vada a rubare?

Pover’uomo. Trenta lire! Trenta giornate di sudore; trenta gocce del suo sangue! Le dava, là, sulla tavola, per comperare degli spilli; lui, che viveva di legumi e di cattivo pane di gran turco, e mangiava appena un po’ di carne nelle grandi solennità, e beveva acqua tutta la settimana, e lavorava da un capo d’anno all’altro come un condannato! Era magnifico nella sua abnegazione; era generoso; era grande. E disprezzavano il suo dono! Se avesse potuto misurare tutta l’immensità di quell’ingiustizia, avrebbe detto che le sue donne erano ingrate e crudeli.

Ma non disse nulla. L’uso rendeva quella spesa così indispensabile, che l’esigenza delle donne era giustificata ai suoi occhi; era crucciato soltanto di non poter dare di più. Tornò a borbottare: — Se non ne ho!...

— Io potrei andare a zappare i risi quest’aprile, disse la Nanna.

— Non potresti fare più di trenta giornate, osservò la Maddalena, perchè alla metà di maggio la zappatura dev’essere finita. Trenta giornate, a settantacinque centesimi al giorno....

— Farebbero ventidue lire e cinquanta centesimi, disse la Nanna, che aveva il bernoccolo del calcolo. Mancherebbero ancora venti lire.

— Se non mi avete bisogno a casa, posso andare in risaia anch’io, propose Pietro.

— Sicuro! appoggiò il babbo, contento di trovare quella soluzione, relativamente facile, al difficile problema. Hai quindici anni, puoi guadagnare anche tu settantacinque centesimi; la paga d’una donna.

Pietro era felice di contribuire alla grande spesa dell’argento. Era buono come suo padre.

VI

ct I due fanciulli andarono un martedì con Martino sul mercato di Novara, e trovarono subito un proprietario che li accordò per settantacinque centesimi al giorno, come aveva previsto la Maddalena. Del resto era la paga ordinaria. C’era da lavorare dalla metà di aprile fino alla metà di maggio, e senza scostarsi molto dal paese. Il fondo da zappare era sul territorio novarese, presso Galliate. Il proprietario forniva anche la minestra due volte al giorno, e due ettogrammi e mezzo di pane di gran turco.

Sul mercato la Nanna e Pietro scontrarono vicini e conoscenti, che erano venuti a cercar lavoro come loro; e parecchi furono accordati dallo stesso proprietario.

— Possiamo fare la strada insieme quando s’andrà in risaia, dissero parecchie fanciulle di Trecate, ci saranno anche la Teresa di Menico, e la Margherita.

— Sicuro, disse la Nanna. Voi altre che siete più lontane, entrerete a pigliarci nel passare.

— Ti piace lavorare in risaia? domandò alla Nanna una compagna.

— Non ci sono mai stata; e neppure Pietro. Ci si va per guadagnare i quattrini da comperarmi l’argento; il babbo non può fare quella spesa.

— Infatti, è tempo che tu abbia l’argento. Non c’è male, sai, laggiù in risaia. Tutto sta ad avvezzarcisi. Si va sul lavoro alle sette del mattino; poi c’è mezz’ora per far colazione; poi di nuovo si lavora fino a mezzodì, ed allora c’è un’ora pel desinare. Danno la minestra di riso e fagioli, ed il pane; e se hai del tuo da mangiare insieme, bene, altrimenti mangi il pane solo; ma alla fine della settimana è duro assai, ed acido il pane; è meglio che tu badi a serbare la pietanza, se ce l’hai, pel venerdì ed il sabato; con un po’ di formaggio insieme, l’acido del pane si sente meno. Dopo il pranzo si lavora fino alle sei del pomeriggio. Poi si cena, e tutto il rimanente della sera si è in libertà.

— Grazie tante! Dopo esser state nove ore e mezza colla zappa in mano, disse la Nanna.

— È lungo, sì; ma si sta allegramente. Abbiamo messo il patto che ci sia l’organetto. S’era in nove noi di Trecate, e ci siamo posti d’accordo di domandare l’organetto. Il padrone lo ha concesso, e dopo cena, una volta o due la settimana, si ballerà.

La Nanna, a dir vero, sebbene laboriosa, non aveva mai fatto giornate di nove ore e mezza; ma la gioventù è ardimentosa.

— Quello che fanno le altre potrò farlo anch’io, pensò.

La comitiva dei giornalieri partì da Trecate nel pomeriggio d’una domenica dopo i vesperi, e ad ogni cascinale si andò ingrossando. Quando giunse dai Lavatelli era già numerosa. In capo al viale giovani e fanciulle smisero di cantare. Alcuni si fecero innanzi nella corte gridando:

— Nanna! Pietro! Siete pronti?

Gli altri si fermarono a gruppi, parte sulla strada, parte lungo il viale, chi in piedi, chi seduto in terra, ciarlando o canticchiando a mezza voce.

I due giovinetti erano in punto per la partenza, vestiti da festa.

Portavano un involtino di abiti da lavoro e qualche cosuccia da mangiare col pane; ecco tutto il loro bagaglio.

Era la prima volta che si separavano per qualche tempo dai genitori. Eppure, checchè sentissero dentro, i saluti non furono teneri. I nostri contadini esagerano il pudore dei sentimenti, anche dei più legittimi. Ai loro occhi l’espansione è qualche cosa di signorile, una superfluità smorfiosa che disdice colla rozzezza delle loro abitudini. Le carezze le lasciano ai bambini ed agli sposi. Ed anche gli sposi, dinanzi alla gente, nascondono la loro tenerezza con un mondo di male grazie.

— Addio babbo! Addio mamma! gridarono i fanciulli sgusciando lesti dall’uscio della cucina.

— Addio, ragazzi! disse il babbo. State sani e di buona voglia.

— E non dimenticate le orazioni mattina e sera, soggiunse la mamma.

E l’uno e l’altra uscirono dietro ai figlioli, e li accompagnarono lungo il viale fin sulla strada.

Là tutta la brigata si raggruppò. Le donne davanti a braccetto, allineate, che prendevano tutta la strada. I giovani dietro.

La Nanna prese gli zoccoletti in una mano come le compagne, per camminare più lesta, e corse ad unirsi alle altre.

Pietro si schierò coi giovani.

— Addio figlioli! Che il Signore vi assista, gridarono ancora i vecchi.

— Addio babbo! Addio mamma! ripeterono un’ultima volta i ragazzi. E la Nanna agitò in alto i zoccoletti in segno di saluto, poi tutti si avviarono ripigliando in coro la canzone interrotta.

Quella sera la casa parve triste a Martino. E la Maddalena si lagnò che il camino faceva molto fumo e le dava il bruciore agli occhi.

Aveva gli occhi rossi e gonfi davvero, povera donna, ma di fumo non se ne vedeva punto. E Martino, che se ne avvide, disse con un sospiro penoso, come se avesse un’incudine sul petto:

— Ma? E cosa ci vuoi fare? Quando si è poveri ci vuol pazienza!

VII

ct Il lunedì, fino dalle sette del mattino, il vasto piano della risaia era gremito di giornalieri. Le donne in gonnellina corta, coi piedi scalzi, ed una pezzuola dai colori vivi sul capo; i giovani coi calzoni rimboccati, e la camicia bianca. Facevano delle belle macchiette; era una scena vivace; ma gli attori sudavano a grosse gocce.

La Nanna si provò a cantare, ma non le riescì. Lo sforzo di maneggiare la zappa e d’incidere il terreno, la faceva sussultar tutta di dentro ad ogni colpo.

— Non si può cantare, disse.

— No; rispose una fanciulla di Trecate, che lavorava accanto a lei. Sai pure che zappando non si canta. Non hai mai provato a zappare?

— Sì; infatti non cantavo; ma non zappavo neppure tante ore. — È alla mondatura che si canta, ed anche alla mietitura, riprese la Teresa, la vicina della Nanna.

— Ora è uggioso il lavoro, sospirò la fanciulla.

— Sì, è triste; ma questa sera si ballerà sull’aia per inaugurare la zappatura.

— Conosci Gaudenzio il carrettiere? domandò ad un tratto la Nanna, a cui l’idea di ballare aveva suggerita quella più attraente di ballare con Gaudenzio.

— No, non lo conosco, disse la Teresa.

— Ah! quello è un ballerino! Va come l’olio.

— Ma qui non c’è.

— Può darsi che ci capiti. La mia mamma mi ha detto che, se avrà da fare dei trasporti da queste parti, lo manderà qui a portarmi qualche cosa da mangiare col pane. Allora lo vedrai.

— È il tuo innamorato?

— Oh no! Non ho ancora l’argento. E la La Nanna si sentì tutto il sangue salire alle gote a quella domanda della compagna; ma non poterono arrossire di più. Lo sforzo del lavoro le aveva infiammate come due belle foglie di peonia. Lasciò quel discorso e continuò a zappare in silenzio. Ma la giornata non le parve troppo gravosa, e passò lesta assai. Essere l’innamorata di Gaudenzio! Era un tema sul quale c’era un’infinità di motivi da ricamare: tornare insieme dai vespri la domenica, ed andare adagio lungo la via, uno accanto all’altra, e dirsi tante cose....

La Nanna non le sapeva le cose che si dicono gli innamorati; ma era certa che dovevano esser belle; al pensarci si commoveva come alla musica delle litanie. E poi, le gomitate confidenziali, e le occhiate lunghe lunghe.... Oh, quelle le aveva vedute spesso tra innamorati!

La sera però, malgrado la compagnia di quei pensieri belli, che le avevano alleviato il lavoro, la Nanna era stanca a morte, e disse:

— Non ho voglia di ballare. Starò a vedere gli altri; ed andò a sedere sulla trave dinanzi alla fattoria, mentre i giornalieri ballavano là davanti, sull’aia.

Tutt’intorno, sopra i terreni coltivati, si vedeva una nebbia fitta, bianca, sollevarsi fino all’altezza d’un uomo. Pareva che quelle pianure fumassero, o che fossero un vasto lago, e che la corte ci stesse nel mezzo come un’isola. Da lontano si sarebbe veduta la stessa nebbia, appena meno densa, avvolgere anche la corte, e la casa, e l’organetto e ogni cosa.

Infatti la Nanna sentì un umidiccio penetrarle fino alle ossa; ed il freddo la prese tutta; aveva i brividi.

— Stanca o no, bisogna ballare, disse. A star qui ferma il gelo mi va fino al midollo. E si mise a ballare colle compagne, che sudavano ed ansimavano come soffietti.

VIII

ct Il giovedì, mezz’ora circa prima del desinare, la Nanna udì il rumore d’un carro sulla strada maestra che fiancheggiava la risaia. Piantò la zappa in terra, se ne pose il manico sotto il braccio come una gruccia, e si voltò a guardare.

Le parve di riconoscere il carro ed il cavallo di Gaudenzio; ma non vide nè davanti, nè di dietro, nè ai lati, la figura meravigliosa del carrettiere. Ad un tratto si udirono due o tre colpi di frusta strepitosissimi, ed in certa maniera modulati. Erano colpi di mano maestra. Non poteva essere che la mano di Gaudenzio.

La Nanna sussultò tutta quanta, e rimase col collo teso, e la bocca aperta in un sorriso di beata ammirazione, che le rischiarava tutto il volto. Quel Gaudenzio aveva tutte le attrattive!

La Nanna non potè frenare il suo entusiasmo. Si volse alla vicina e le susurrò con accento giulivo:

— Oh, Teresa! È Gaudenzio!

— Dov’è? domandò l’altra.

— Laggiù sulla strada. Non vedi quel carro? È il suo. Lui dev’essere steso sopra la legna....

In quella si ripetè il piccolo concerto di frusta, e la Nanna, ridendo di gioia, riprese:

— Che demonio! Anche per maneggiar la frusta, non c’è che lui!

E mentre rideva e rideva, una voce tremenda gridò:

— Ooh! Nanna! Ooooh!

— Oooooh! rispose la Nanna con quanto fiato aveva in corpo facendosi un portavoce colle mani intorno alla bocca. Siete voi Gaudenziooo!?

— Siii! Vado ad aspettarvi sull’aiaaaaa! Quel resto di mezz’ora fu lungo a passare. Se fosse stata a lavorare sul suo, la Nanna avrebbe buttata là la zappa, e via!

Ma lavorava per altri, e dovette tirar innanzi fino all’ora del desinare. Finalmente, se Dio vuole, suonò il mezzodì, e tutti i lavoranti si raccolsero sull’aia.

La Nanna ci andò cogli altri, affettando di camminar lenta, come se non avesse punta premura.

Il bel Gaudenzio si fece innanzi dimenando i fianchi, e le disse:

— Come va, Nanna? Ed intanto girava gli occhi sulle zappatrici, ed ammiccava alle più prosperose ed ardite.

— Bene, e voi Gaudenzio? E la mia mamma, e il mio babbo?

Stavano bene tutti e due. La mamma aveva mandato un pane fresco pei figlioli, del formaggio ed un salame, colla raccomandazione caldissima di non mangiarlo nei giorni di magro. Pietro venne a raggiungere la sorella, ed a prendere la sua parte di doni e di nuove.

Intanto si distribuì la minestra ai giornalieri. Le donne sedettero tutte da un lato, chi in terra, chi sulla trave addossata al muro. Gaudenzio si messe d’accordo colla massaia, pagò pochi soldi, ed ebbe anche lui una scodella di minestra.

Ah! allora bisognava vederlo! Si pose a mangiare in piedi davanti alle donne, appoggiato sulla gamba destra, col piede sinistro innanzi, ed il busto respinto indietro come se stesse per partire a passo di valzer. Teneva alzate le dita della mano sinistra in cerchio a foggia di coppa, e sulla punta delle cinque dita reggeva il fondo della scodella. Pareva un giocoliere in atto di slanciarla nello spazio, per afferrarne poi il centro sulla punta d’una bacchetta, e farla roteare.

La Nanna era al colmo dell’entusiasmo. Guardava lui, poi si voltava a destra ed a sinistra a guardare le giornaliere per godere della loro meraviglia. Ed i suoi occhi, animati e curiosi come due punti interrogativi, parevano dire:

“Eh? Che giovane questo! Ebbene, sono io che lo conosco; e, se è qui, c’è venuto per me.”

E, come per affermare questa superiorità sulle altre, gli gridò:

— Buon appetito, Gaudenzio.

— Buon appetito alla compagnia, rispose Gaudenzio, a cui la vanità non permetteva di fare o dire una cosa che non richiamasse su lui l’attenzione di tutti.

Quella sera Gaudenzio non potè rimanere a ballare sull’aia, perchè gli premeva di condurre un carico di legna a Borgovercelli, ma promise di ripassare al ritorno, e di fermarsi la sera della domenica.

Per tutto il resto della giornata, benchè partito, il carrettiere tenne un gran posto tra quella gente. Le fanciulle non osavano far commenti, ma ci pensavano, sia per confron- tarlo col loro damo, sia per augurarsene uno a quel modo. E le donne, meno vergognose, che non si consideravano parte interessata, ne parlavano con ammirazione.

— Quello lì non ha paura di nessuno, diceva una, pare un puledro.

— Con che garbo teneva la scodella! osservò una giovane sposa. Pareva il bambino Gesù che regge il mondo.

A cena i giovinetti, che erano tutti dell’età di Pietro o giù di lì, si provarono a mangiare atteggiati come il carrettiere, ed a reggere la scodella come lui. Vi fu una grande rottura di scodelle, e le donne dissero:

— Cattivo segno! Quando si rompono le scodelle, disgrazie o liti.

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