I
Nel millenovecento, Remigio Selmi aveva venti anni; ed era aiuto applicato alla stazione di Campiglia. Da parecchio tempo stava in discordia con il padre e non sapeva che al suo piede bucato da una bulletta delle scarpe era ormai venuta anche la cancrena.
Invece, credeva che stesse meglio; senza sospettare che, se non gliene facevano sapere niente, volevano tenerlo lontano da casa più che fosse possibile.
Ma una sera ricevette una cartolina dal chirurgo che lo curava; nella quale era scritto che la malattia non dava più da sperare.
La fece leggere al capostazione; ed ebbe il permesso di partire subito, con il diretto che era per passare. Arrivò alla Casuccia la notte: tre miglia da Siena, fuor di Porta Romana; e trovato l’uscio aperto, entrò nella camera del padre senza che prima nessuno lo vedesse.
Giacomo era desto e appoggiato a quattro guanciali; mentre due delle assalariate, Gegia e Dinda, gli sostenevano le braccia lungo la coperta, attente a mettergliele in un altro modo quando non poteva stare più nella stessa positura. Sopra il canterano, una lucernina di ottone con tutti e quattro i beccucci accesi.
Remigio salì in ginocchio sul letto. Ma Giacomo, che aveva la testa ciondoloni sul petto e gli occhi chiusi, non se ne accorse nè meno. Allora gli chiese:
— Non mi riconosci?
Dinda disse sottovoce:
— Lo lasci stare, padroncino! Soffre troppo e non le può rispondere.
— Mi risponderà, spero.
— Ha fatto male ad entrare senza avvertire.
Ma Remigio non badò a quel rimprovero; e disse, sebbene sapesse che non gli credevano:
— Vorrei che mi riconoscesse.
Giacomo alzò, a poco a poco, faticosamente, il volto; e guardò il figlio ma non se ne fece caso: le sue labbra si erano affloscite e screpolate, deformando la bocca; gli occhi non erano più neri; ma, con le sclerotiche gialle e segose, le pupille pare- vano vizze. Le mani, che le due donne avevano lasciato, appoggiate dalla parte del dorso e aperte, cercavano di chiudersi senza riuscirci.
Remigio, perchè non lo brontolasse di essergli andato così vicino, gli chiese un’altra volta, pur non avendo più voglia, per quell’indifferenza che, a rivederlo, gli era tornata:
— Non mi riconosci?
Il malato, come se avesse voluto fargli capire che non gliene importava nulla, rispose:
— Non ti devo riconoscere? Non sei Remigio?
E ricominciò subito a gridare. Allora, le due donne lo voltarono di fianco, strascinandolo in proda.
— Quanto soffro! Così non posso stare! Alzate le coperte!
In quel mentre entrò Luigia, la sua seconda moglie: prima si era fermata ad ascoltare il figliastro; e, senza salutarlo, ficcò le mani sotto le lenzuola per tenerle alzate.
— Mettetemi le gambe fuori del letto!
— Ti farà freddo.
— Non importa: obbeditemi.
Allora, Gegia e Dinda gli cavarono le gambe fuori del letto, con i due piedi gonfi fasciati che avevano un esasperante e triste odore d’iodioformio. Quell’odore toccò l’animo di Remigio. Luigia esclamò:
— Poveretto! Tu, Remigio, non hai visto le sue gambe sfasciate!
Gegia fece un gesto di orrore; Dinda si asciugò gli occhi. Allora, Remigio appoggiò la testa ai ferri del letto e stette zitto: mentre quel che facevano dinanzi a lui gli pareva di vederlo da tanto tempo.
Giacomo era abbastanza ricco. Nato da un fattore, che gli aveva lasciato circa ventimila lire, era riuscito a triplicarle. Mortagli la moglie, madre di Remigio, prese con sè una ragazza di campagna facendola passare per serva. Poi, per mettere in pace i pettegolezzi, sposò Luigia, che allora era una zitella piuttosto matura: doveva ereditare un poderetto ed era stata la sarta della prima moglie. Prese anche, perchè gli avrebbe fatto comodo, la figlia d’una sua nipote: aveva allora dodici anni e si chiamava Ilda.
La sera stessa del matrimonio, Luigia si raccomandò a Remigio di volerle bene e di dirle tutta la verità delle chiacchiere che si facevano; e il figliastro le confermò i sospetti su Giulia. Ella pianse e si fece promettere da Giacomo che l’avrebbe mandata via; ma, invece, dopo pochi mesi, Giulia prese sempre di più il sopravvento; e Giacomo si divise di letto dalla moglie.
Ma come poteva piacergli quella ragazza? Magra e gialla, quasi rifinita; con i denti guasti e lunghi; un’aria stupida e gli occhi del colore delle frutta marce. E, a venti anni, già vecchia e logorata.
Erano più di sette anni che Remigio la sopportava; ma, sempre di più, la sua avversione cresceva; e d’altra parte, l'odio di Giulia faceva altrettanto; perciò, quasi tutti i giorni, Giacomo e Remigio questionavano. Alla fine, il figlio dovette andarsene; e, dopo aver patita anche la fame, era riescito ad avere quel piccolo impiego.
Tali cose, con la sonnolenza e la stanchezza, gli ritornavano a memoria, rapidamente; mentre pareva che il moribondo non lo vedesse nè meno. Allora, si scostò dal letto; e si mise a sedere nell’ombra che faceva una scatola vuota accanto alla lucernina.
Una grande tristezza lo invase, sentendo confusamente quanta ambiguità gli era attorno; e come, tra qualche giorno soltanto, egli si sarebbe trovato a contrasti violenti e insoliti.
Infatti, Giacomo aveva promesso a Giulia di lasciarle tutta la parte del patrimonio che la legge avrebbe consentito di togliere al figlio.
La ragazza, quand’egli senza rimedio peggiorò della gamba, portò via, aiutata dalla zia, quanto le fu possibile: lenzuola che non erano state adoprate mai, strumenti agricoli, il letto dove avrebbe dovuto dormire Remigio, le posate, i gioielli della prima moglie, i vestiti; e vendè perfino tre botti piene.
Luigia, che s’avvedeva soltanto in parte di queste cose senza avere mai coraggio di verificare i suoi sospetti, anche per paura del testamento, seguitava a non dirne parola, obbedendo anzi a Giulia; specie quando il suo dolore sincero le fece perdere la testa.
Remigio, sentendosi straziare, e vergognandosi di non saper fare niente si alzò, riuscendo abbastanza ad essere calmo, perchè voleva comportarsi come se tra lui e suo padre non fosse accaduto mai niente. E, non avendo incontrato Giulia, ne provò quasi piacere; quantunque indovinasse che ella stessa non aveva voluto farsi vedere.
Egli aveva gli occhi di un castagno chiarissimo e limpido, che non somigliava a nessun altro, quasi sbiadito; qualche volta, pareva che tremassero e si accendessero come quelli dei conigli. I baffi, meno biondi dei capelli, d’un colore bruciato, erano attaccati con le punte alle guance; il mento un poco tondo e forato nel mezzo. Il suo viso, quasi sempre rassegnato, era ora doventato febbrile.
Non stava più a capo basso, e gli sussultavano i muscoli della mandibola. Si riavvicinò al capezzale, e disse al padre:
— Tornerò domattina.
Gegia rispose, in modo molto significativo, a cui egli non fece caso:
— Lo assistiamo noi.
Giacomo, guardatolo, gli disse, come se non ce lo volesse:
— Addio!
Remigio, allora, rientrò in città, e dormì ad un albergo.
Perchè il padre, prima di morire, non voleva riconciliarsi? Si domandò se avrebbe dovuto farglielo dire da Luigia; ma non osò, per timidezza e per paura che il padre, invece d’avere questo sentimento, gli rispondesse magari qualche parola che gli sarebbe restata sempre a mente.
Il giorno dopo, le donne chiamarono il prete: un giovane muscoloso, bruciato dal sole, con gli occhiali turchini e la tonaca troppo stretta per il suo grasso. E, siccome il malato, quantunque lo conoscesse e fosse religioso, non voleva farlo passare, Remigio si provò a persuaderlo. Ma, fino alla sera, non volle confessarsi. Gli sembrava di allontanare la morte, se non desse retta a nessuno; e voleva morire senza lasciarsi vincere. Così, fino all’ultimo, non aveva voluto chiamare il medico; e, ora, lo curavano per forza, troppo tardi; contro la sua volontà. La cancrena gli si spargeva nel sangue, ma si ostinava a ritenersi più forte di essa; con una fiducia, quasi superstiziosa, soltanto in se medesimo. E troppo sdegno aveva sentito contro Remigio; perchè, proprio in punto di morte, si disponesse a mostrarglisi grato d'essere tornato appositamente alla Casuccia! Del resto il suo cervello si alterava con il male, e il suo discernimento si faceva indeterminabile.
Intanto venne il chirurgo Umberto Bianconi; uno dei più reputati a Siena; ma non valeva gran che: aveva fatto carriera presto perchè suo padre insegnava all'università. Piccolo e magro, una barbetta castagna, brutta, quasi cappuccinesca, con gli occhi neri, dov'era un sorriso di astuzia, da scimmia, un poco miopi, mai fermi, quand'egli parlava si baloccava a lisciare con l'unghia d'un pollice quella dell'altro, e non guardando mai in viso, ma sempre intorno. Maligno e maldicente, anche senza ragione, a motivo della sua falsa gentilezza, s'era fatto nome di buono e di modesto, e faceva pagare tali conti che gli procuravano un rispetto sempre maggiore.
Quando c'era un moribondo abbastanza ricco, magari come Giacomo, non aveva nessuno scrupolo a raddoppiare le visite; ordinando rimedi che non servivano a niente. Sapeva che il disgraziato doveva morire; ma egli mostrava di sperare sempre, proponendo cure costosissime, chiamando a consulto altri medici con i quali fingeva le più coscienziose preoccupazioni.
Aveva avvertito Remigio perchè a Siena quasi tutti sapevano quale pasticcio era in casa di Giacomo, e non voleva trovarsi a qualche responsabilità. E perchè, dovendosi far pagare il conto da lui, voleva renderglisi simpatico.
Si tolse il pastrano turchino, con il bavero di velluto, mettendo dentro una delle tasche i guanti di pelle, foderati di lana, prima di consegnarlo a Dinda; che l'attaccò. Dietro a lui, entrò Giulia; e, siccome s'era sfogata tutta la notte e la mattina con la zia contro Remigio, studiando come doveva fare, riescì a comportarsi come se Remigio non ci fosse stato. Messasi un grembiule bianco, da infermiera, aprì subito, con una chiavettina che teneva in tasca, la cassetta degli strumenti chirurgici; poi, mentre il Bianconi tastava il polso al malato, vuotò un fiasco di lisoformio dentro una catinella. Si fermò un poco, con le mani su i fianchi, perchè Giacomo la cercava con gli occhi fino da quando era entrata; poi, mise in fila, sopra un tavolincino, i rotoletti delle fasce accanto alla garza e alla bacinella.
Luigia cominciò a sfasciare i piedi tenuti fermi da Gegia e da Dinda. Poi, il Bianconi sollevò, con una pinzetta, l'ultima strisciolina attaccata alla pelle.
Le dita s'erano gonfiate fino a scoppiare, aprendosi; mentre il rimanente delle gambe erano magrissime, senza più carne.
Il Bianconi si voltò a dietro, e disse a Remigio:
— Venga a vedere. Qui, ho tagliato; cercando d'impedire che il male si propagasse. Ma l'infezione era già troppo dentro.
Poi, medicò e rifasciò; aiutato sempre da Giulia.
Remigio, accompagnandolo fino al cancello della strada, gli chiese:
— Quanto potrà vivere?
Il chirurgo, guardando un cipresso per non far vedere il sorriso che gli era spuntato su le labbra, rispose:
— Fino a domattina, forse.
Quando il giovane rientrò nella camera, le due assalariate e Luigia mettevano il malato in un'altra positura. Giulia, richiusi i ferri dentro la cassetta e giunta a metà della stanza accanto, disse a Dinda che veniva dalla cucina con un recipiente d'acqua calda:
— Io voglio che il padrone parli in faccia a due testimoni. Se muore senza che sia qui il notaio?
Fatta questa domanda, ch'era piuttosto una riflessione, tornò lesta in camera e vociò con un'aria risoluta e indispettita; senza nè meno avvicinarsi al letto:
— Vuol chiamare due persone, perchè non mi sia negato quel che mi si spetta?
Giacomo, dopo un urlo che fece capire quanto fosse atroce il suo spasimo, le rispose:
— Io farò testamento. Chiama il notaio per stasera. Il Pollastri: lo sai.
Allora, ella, data prima un'occhiata arrogante alle tre donne, uscì.
Ma il Pollastri era a fare un altro testamento; parecchie miglia distante dalla città; e fino al giorno dopo, forse, non sarebbe tornato: Giulia l'attese invano, fino a buio, seduta sopra una seggiola, morsicandosi le labbra.
La mattina dopo, Giacomo era già in agonia; e quando tentava di dire qualche parola, nessuno lo intendeva.
Da tutte e due le finestre aperte, l'aria odorosa della primavera entrava nella camera. Le anatre schiamazzavano, sguazzando nel fango del fontone; e le galline, che nessuno s'era ricordato di governare, crocchiolavano forte. Un lungo suono di campane scivolava per il cielo; da Siena alta, già verso la Val d'Arbia. Un mucchio enorme di nuvolette rosee si radunò sopra i pioppi della Tressa, come richiamato da quel suono.
Passavano i barrocci e le diligenze.
Giacomo aveva gli occhi chiusi, con le palpebre quasi trasparenti e violacee; dalla bocca mezzo aperta, respirava affannando e interrompendosi quando il rantolo gli chiudeva la gola. Le narici doventavano sottili e ceree.
Allora, gli dettero un tubo di ossigeno. Remigio sorreggeva il cannello di gomma; da cui il gasse esciva con un sibilo sottile; e il morente protendeva le labbra, si scoteva e inghiottiva. Una volta sola, aprì la bocca: la lingua e il palato erano chiazzati di rosso scuro. Luigia disse:
— Ha arsione. Guarda che asciuttore!
Gli accostarono alla bocca un bicchiere, credendo che potesse bevere, ma gli rovesciarono l'acqua giù per la barba e la camicia. Remigio avvolse a un fuscello un poco di cotone idrofilo bagnato e glielo mise su la lingua. Il morente lo strinse; come per succhiarlo.
Poi il respiro doventò più grave e più rado, le mani gli si gonfiarono; si scosse, lamentandosi.
Mentre le donne piangevano, guardandosi l'una con l'altra, entrò Giulia: ma, fermatasi su la soglia e capito che non c'era più tempo, escì come il vento.
Remigio, andato dagli assalariati, che non conosceva nè meno, a dire che smettessero di caricare un carro di letame, perchè non facessero chiasso, tornò in punta di piedi. Ilda lo guardò fisso, con le lagrime che le scappavano dalle palpebre bionde come l'oro. Allora, chinata la faccia, si avviò verso la camera; ma Giulia, che non se lo aspettava, attraversò accanto: non era più vestita da casa; e dal cappello le dondolavano un mazzetto di rosine tutte volte in giù.
Remigio, presala per un braccio, la fece camminare all'indietro fino alle scale; e ve la spinse.
Poi, tremando tutto, ma dominandosi, con le mani entro le tasche della giubba, andò nella camera. Un cero, cadendo, s'era rotto. E siccome non poteva stare più infilato nel ferro del candeliere di legno, lo legò con uno spago alla spalliera del letto.
Il cadavere era doventato, come improvvisamente, d'un giallo spaventevole; e gli sparsero sopra, dopo avergli messo un vestito, che Giacomo non aveva mai voluto rinnovare, pochi fiori di campo, portati da Dinda, la moglie di Picciòlo.
II
Remigio, svegliandosi, sentì ch’era sudato. Un senso di scontento, quasi di rimpianto, gli invadeva l’anima; e, ricordandosi, come un peso improvviso, che suo padre era stato sotterrato la sera innanzi, richiuse gli occhi: credendo di poter dormire ancora. Ma, sbadigliato, due o tre volte, andò ad aprire la finestra.
Lontano, dalla Montagnola, bubbolava; e le nuvolette primaverili attraversavano il cielo, come se sobbalzassero. Il ciliegio, dinanzi alla finestra, aveva messo le foglie; e i tralci delle viti, le gemme. I grani, d’un pallore quasi doloroso, luccicavano; perchè la notte era piovuto.
Tutte queste cose le aveva viste anche i giorni innanzi; ma, quella mattina, capì che gli sarebbero piaciute per la prima volta; e che doveva amarle, perchè non c’era altro per lui.
Vestitosi in fretta, scese le scale; evitando di parlare con quelli di casa; e si trovò con Berto.
Il saluto dell’assalariato gli destò simpatia per tutti gli altri; e, perchè si sentiva arrossire d’essere ormai il padrone, non gli rispose. L’assalariato, credendo che fosse per superbia, gli voltò le spalle; e se n’andò nel campo, fischiettando. Quando fu in fondo allo stradone, tra i due filari delle viti più belle di tutte le altre, si fermò; e, guardando Remigio, sorrise di scherno; poi, prese lungo una fossacciola. Berto era curioso di conoscere come Remigio si sarebbe comportato e avrebbe fatto; sapendo che non s’intendeva di agricoltura; e che, secondo le voci di tutti, purtroppo vere, si trovava senza denaro e con parecchi debiti del padre.
Intanto, Berto e gli altri due assalariati avevano capito che potevano non obbedirgli; perchè egli, dovendosi rimettere ai loro pareri, almeno che non avesse preso un fattore, non avrebbe potuto nè meno rimproverarli. Così, le prime volte che egli aprì bocca per arrischiare qualche osservazione, gli risposero, ridendogli in viso, che sarebbe stato impossibile fare differente da come avevano fatto.
Stando su l’aia, dove mancava poco che non sdrucciolasse per via della pàtina di fango e dell’erba spuntata tra mattone e mattone, vide Tordo uscire dalla stalla; e gli disse:
— Bisogna dare subito lo zolfo alle viti. — Ma che le pare! È presto. Ci vorranno altri quindici giorni; e, poi, è bene aspettare che il tempo si rimetta. Del resto, io faccio come lei vuole; ma senta pure anche gli altri, e vedrà che le dico bene.
— Dove sei stato ora?
— Dove sono stato? A governare i bovi. O non lo capisce da sè?
— E non avevi ancora finito?
Tordo non gli rispose più; ma chiamò la moglie, e le chiese se gli aveva fatto abbrustolire il pane. Gegia, che aveva ascoltato le parole di Remigio, rispose da dentro casa:
— Che ti affatichi tanto tempo nella stalla? Diranno che perdi tempo. Facevi meglio a venir prima, a mangiare.
— Stai zitta!
Remigio, che lo aveva seguito con lo sguardo, arrossò un’altra volta e non ebbe il coraggio di dire altro; anzi, pensò che era bene aspettare qualche giorno sperando che avrebbe potuto scegliere uno degli assalariati per fidarsene. E tornò in casa.
In cucina, c’erano, a prendere il caffè, Ilda e la matrigna; e quando entrò, abbassarono gli occhi entro la tazza.
La matrigna disse a Ilda, picchiandole il cucchiaino sopra una spalla:
— Spicciati; c’è da fare.
Egli allora sentì il bisogno di dire qualche cosa, che facesse piacere a loro; preso da un desiderio di tranquillità. Ilda, asciugandosi le mani, perchè aveva già lavata la sua tazza, gli sorrise e andò via. Luigia gli disse:
— Quando credi di sistemare bene tra noi?
Egli alzò la voce, ma sempre con dolcezza:
— A pena che sarà possibile, ho detto.
— Ma quando? Mi pare che tu non ci pensi.
— Ho dato l’incarico, ieri sera, al notaio Pollastri di parlare con il suo avvocato: che io non so nè meno chi è!
Luigia non rispose. Allora, Remigio la rimproverò:
— Perchè vuol tenermelo nascosto? Le cose si faranno sempre più lunghe.
La matrigna, debole e sospettosa, gli dette un’occhiata; che gli fece capire come ne sapeva più di lui e chi sa con quali precauzioni si faceva aiutare anche dai parenti. Egli, che voleva comportarsi lealmente con lei, e riteneva inutile ricorrere agli avvocati e ai notai, provò una delusione cattiva. Infatti, gli dispiaceva a essere trattato con una diffidenza maliziosa; della quale non c’era bisogno. A quale scopo, poi? Non era disposto ad accomodarsi nel miglior modo possibile; tenendola in casa, anche se la legge gli consentisse di mandarla via? E, quantunque fosse abituato a non essere nè amato nè rispettato, gli rincresceva, proprio ora quando avrebbe voluto non provare nessun odio, a non sentirsi sicuro in mezzo agli altri.
Riflettendo a queste cose, guardò le mani della matrigna; e, senza alzare gli occhi al suo viso, e senza più parlare, se n’andò.
Attraversando il salotto, rivide il ghiro imbalsamato, quel ghiro che suo padre aveva tenuto due anni dentro una gabbia; rivide anche gli uccelli. Uno specchio antico, screpolato, in una cornice la cui indoratura s’era scrostata e rotta, li rifletteva; ed egli, allora, si mise a guardarli nello specchio. Girò gli occhi per tutta la stanza: era rimasta quasi nuova, e si ricordò bene di quando il pittore l’aveva rifatta; gli parve perfino di riavere nel naso l’odore della calce spenta dentro i secchi di latta. Quelle righe rosse, che in tutti e quattro gli angoli s’intrecciavano con svolazzi ripiegati, e d’un altro colore, gli parvero come staccate da tutta la parete e animate d’una vita propria. In camera, i cassetti erano ancora chiusi con le chiavi che egli non aveva; e non sapeva nè meno quel che contenessero. Il letto stava di traverso alla stanza; i campanelli elettrici pendevano con i fili attorcigliati.
Aprì l’uscio della stanza accanto, dove era morto Giacomo; e stette un poco a respi- rare l'odore rimastovi: il letto alto era stato rifatto, e sopra non vi restava nessun segno del cadavere. Il sole, entrando dalla finestra aperta, gli fece venire un brivido che lo scosse nel cuore.
Il pavimento, ancora umido di aceto aromatico e di acido fenico, pareva che non potesse più prosciugarsi. Qualche ragnatela s'era stesa fra i travicelli; e il tralcio di una rosa rampichina veniva sul davanzale della finestra.
A un tratto, l'altro uscio della stanza si aprì; e Luigia, in punta di piedi, senza lasciare il croccino, sporse la testa e le spalle; ma, veduto il figliastro, tornò in dietro e richiuse.
Perchè, invece, non era entrata?
III
All’ora del pranzo, Luigia mandò Ilda a chiamarlo. Mangiarono la minestra quasi senza parlarsi; evitando d’irritarsi subito. Anzi, Remigio fu sinceramente pieno di garbo. Ma la matrigna sospirava, e s’occupava più d’Ilda che di lui. Dopo il lesso, egli chiese:
— Non c’è altro?
Ella rispose:
— Quanti denari ti ritrovi? Se tu vuoi, c’è rimasto, d’una settimana fa, un pezzetto di parmigiano: l’avevo messo da parte io.
— Me lo dia.
Ella fece scostare Ilda dalla tavola, mandandole in dietro la sedia; e, senza alzarsi da sedere, aprì il cassetto; poi, siccome il suo braccio non arrivava a frugarci, disse:
— Guardaci da te!
Il formaggio, una fettuccina dura accanto alla crosta nera, era doventato verde e asciutto, come quello che si mette nelle trappole dei topi; ma egli lo mangiò lo stesso.
Luigia, guardatolo un poco, gli chiese:
— Perchè non andiamo insieme dal notaio Pollastri?
— Lasci che prima venga a fare l'inventario.
— Io ho fretta soltanto allo scopo di fare le cose bene in regola; e in modo che fra me e te non ci sia mai niente da ridire.
Egli s'impazientì.
— Ho capito! Ho capito! Ed io voglio fare lo stesso.
Ma ella cominciò a lagrimare, guardandolo fisso: con gli occhi spalancati. Egli abbassò la testa, per dire:
— Mi pare impossibile che della mia povera mamma non ci sia rimasto nè meno un anello! E pure mi pare che mio padre non avesse dato niente a lei di quelle cose!
— No; non voleva nè meno che toccassi il cassetto. Mi regalò una catena d'oro quando ci sposammo; ma la comprò proprio allora, a posta; e poi, non ho avuto altro.
— E dove è sparita, dunque, la roba? Vuol dire che è stata rubata.
— Chi vuoi che te l'abbia rubata? È impossibile.
— Giulia, forse.
Ma la matrigna alzò subito la voce; e gli disse:
— Io non ne so niente: bada di non comprometterti.
— Allora, che cosa ne pensa? Crede che l’abbia venduta lui?
— Ah, no, di certo! Tuo padre non l'ha venduta.
Remigio perdeva sempre di più la pazienza, e battè i pugni sul dorso della sedia. Ella gli disse:
— Non c'è bisogno che tu t'inquieti. Quando fai così, non ci si parla più con te.
— E con lei ci si parla, forse? Mi pare, scusi se glielo dico, che non capisca niente.
— Ah, già, io non ho capito mai niente!
Egli sbuffò e si mise a camminare su e giù per la stanza, deciso a offenderla di più; ma ella, fatto il nodo al suo tovagliolo, escì.
La cugina, voltandogli sempre le spalle, lavava i piatti; e, intanto, stava ad ascoltare.
Che poteva ricavare dai discorsi di una donna a quel modo?
IV
Giulia, la notte innanzi che Giacomo morisse, buttatasi vestita sul letto, non aveva dormito. Tendeva l’orecchio ad ogni rumore della strada e a ogni tramestio della casa; ma la rabbia la sfiniva sempre di più, e la mattina non aveva forza di reggersi in piedi. Allora, rinfrescatosi il viso con l’acqua, andò ad assicurarsi da sè che il moribondo ormai non avrebbe potuto più dire niente al notaio; anche se fosse venuto prima dell’alba.
Tornò nella sua camera, si racconciò alla meglio il vestito che sul letto le si era spiegazzato; e pensò di correre subito a farsi consigliare da qualcuno.
Scacciata da Remigio, andò in casa della zia; e, con lei, dall’avvocato Renzo Boschini, che ambedue conoscevano da prima, per un’altra faccenda.
E scelsero bene; perchè il Boschini non sentiva scrupoli; o, per lo meno, li sapeva quietare. Quando gli riesciva, si faceva pa- gare prima; e poi i clienti dovevano rimettere la causa nelle mani di un altro, perchè era difficile che egli non si adoperasse ad imbrogliarla anche di più; accordandosi magari con i suoi avversari di tribunale. Dagli altri avvocati non solo era tollerato ma scusato; perchè a vincere una causa sostenuta da lui non ci voleva gran talento, quando avessero pensato d'offrirgli, senza averne l'aria, una parte dei loro guadagni. Tutto consisteva nel farlo con decenza e con dignità; o con qualche pretesto raffinato che era un capolavoro di malizia e di cultura legale. E, poi, ridevano di lui e di come si lasciava adoprare.
Le due donne lo trovarono, per l'appunto, nella stanza d'ingresso dello studio, mentre accendeva una sigaretta alla pipa del suo scrivano; un vecchio sudicio che portava il mantello anche d'estate, con i baffi sempre sporchi di saliva e di tabacco.
Il Boschini le guardò, come soleva, alzando la fronte, dove stavano appiccicati due riccioli neri: pareva che i suoi occhi sguisciassero dentro gli occhiali.
Fosca, la zia di Giulia, una donna che aveva partorito dieci figliuoli, gongosi o tisici, soffriva di male al cuore; e, avendo salito in fretta le scale, per tener dietro alla nipote, si reggeva una mano su la bocca, perchè si sentiva scoppiare; e avrebbe luto appoggiarsi a una sedia. Ma sedie, all'infuori di quella dove stava il vecchio scrivano, non ce ne erano. Da un rettangolo sul muro, meno polveroso e meno sudicio, si capiva che ci doveva essere stato, qualche volta, un canapè.
Giulia aveva da vero un poco di febbre, e le era venuta una bolla sotto il labbro.
L'avvocato Boschini fece passare le due donne in un'altra stanza; e, informatosi con poche parole, all'incirca, di quel che si trattava, disse disfacendo tra le dita la sigaretta insalivata:
— Se non c'è testamento in suo favore, è impossibile ottenere niente; almeno che — proseguì, invogliato di fare una causa come non gli capitava più da qualche tempo — ella non porti qui due testimoni che possano dire, per esempio, che il signor Giacomo Selmi, prima di morire, un dato giorno, ha dichiarato in faccia a loro di essere debitore verso di lei di una certa somma prestata, e che ha obbligato a pagarla il suo erede... Come si chiama?
— Remigio!
Egli si rivolgeva sempre a Giulia, e mai a Fosca; che, del resto, s'era distratta pensando: «Anche gli avvocati, con noi poveri, si comportano come tutti gli altri. Questo non ci dà nè meno da sedere!»
Ma il Boschini, dopo aver suggerito sto mezzo, deliziandosi a vedere se l'avrebbe preso subito, continuò:
— Ci sono o no questi due testimoni? Ci pensi bene, perchè bisogna portare cose concrete e non chiacchiere. Altrimenti, lei mi farebbe compromettere per una causa non giusta del tutto; che io mi rifiuterei di fare. Perchè, sopra ogni cosa, devono stare la verità e la giustizia.
E con le mani pareva che volesse collocare la verità e la giustizia sopra qualche piedistallo.
— Che forse io faccio l'avvocato per quel pezzo di pane che me ne può venire?
Giulia, quasi inebriata del suggerimento, sorrise:
— I due testimoni ci sono.
Ella rispose così, pur sentendo, quasi immediatamente, che non avrebbe più potuto tornare a dietro; ma l'avvocato non le dette tempo a pentirsene; e le chiese:
— Si ricorda come si chiamano o me lo vuol dire domani, a mente più riposata?
— Domani, domani!
— Bene! Si vede che lei non farà questa causa per avidità. E... quanti sono stati i denari prestati da lei al signor Selmi? Badi che la somma sia verosimile, perchè se anche gli avesse prestato, poniamo il caso, ventimila lire, il giudice, per quanto fosse vero, potrebbe sospettare. Bisogna che questa somma sia molto più piccola. Se ne ricorda?
Egli voleva far le cose con una certa saggezza e non esagerare troppo. Giulia si trovava impacciata; ma credette che, a non rispondere subito, l'avvocato avrebbe voluto forse non prendere più la causa. Poi, a passare da bugiarda in quel momento, non ci sarebbe stato più rimedio. Soltanto un'altra bugia la toglieva d'imbarazzo. E, perciò, disse:
— Siccome non tengo conto di cento lire più o cento lire meno, sono nel giusto se mi faccio restituire tremila lire.
— Bene. È una somma conveniente. Ed altri crediti non potrebbe vantarli? Per esempio, le ha pagato sempre il salario? Mi sembra che, se ella gli ha dovuto prestare tremila lire, il signor Selmi non avrà sempre potuto essere puntuale a pagare lei!
Ella riflettè un poco e disse:
— Mi promise trenta lire al mese, e non ho mai riscosso niente.
— Quanto tempo è?
Giulia riflettè più a lungo; e rispose:
— Sei anni.
— Non potremo chiederne che cinque. La legge non ne consente di più. E cinque anni, se non sbaglio, importano mille e ottocento lire, che con le altre arrivano a quattromila e ottocento. Ossia, possiamo dire, cinquemila. E, siccome è probabile che dobbiamo venire a una transazione, perchè bisogna prepararsi anche al peggio, è prudente, direi, chiederne ottomila!
Quando le due donne uscirono dallo studio, tremavano dalla gioia. Anche l'avvocato si sentiva meglio, più allegro, quasi faceto e soddisfatto; intelligente.
Del resto, dovutosi pochi mesi prima separare dalla moglie infedele, e presa in casa una giovane di cui era innamoratissimo, provava simpatia anche per Giulia; e a lui non importava molto accertarsi se Giulia mentisse interamente o a mezzo: durante la causa, se avesse avuto ragione Remigio, la verità sarebbe venuta a galla da sè. E questa, scusando la coscienza con il trovarsi messa su dall'avvocato, che sapeva meglio di lei quel che doveva essere deciso, non esitò più. Pigliare con le buone Remigio era impossibile; e, se non andava fino in fondo, avrebbe avuto il danno e le beffe. Bisognava che gli rendesse pane per focaccia!
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The end
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