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Conferenze di Michele Bakounin

Michail Bakunin · 1921 · Free in the US

13,555 words · about 57 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Michail Bakunin
Language
Italian
Published
1921
Length
13,555 words · about 57 min
Sections
5 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (5)
  1. Front matter under 1 min
  2. Premessa about 1 min
  3. Prima conferenza about 13 min
  4. Seconda conferenza about 16 min
  5. Terza conferenza about 27 min

Continue:

Front matter

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Indice

Premessa

Il 28 aprile 1871, proveniente da Locarno, Bakounine giungeva a Sonvillier villaggio della Valle di Saint-Imier nel Giura Bernese..... per poter seguire più da vicino gli avvenimenti di Parigi..... Veniva per concertarsi coi suoi amici, senza sapere nulla di ciò che si sarebbe potuto fare; e fissava nelle Montagne del Giura il suo quartier generale perchè contava di trovarvi degli uomini di azione, mentre a Ginevra, all’infuori di un manipolo di amici avrebbe raccolto solo ostilità e chiacchiere.

Egli rimase a Sonvillier fin verso il 15 maggio....

Durante il suo soggiorno nella Valle di Saint-Imier, tenne dinanzi ad un uditorio di operai, tre conferenze o meglio tre letture, nelle quali, dopo aver tracciato la storia della borghesia francese e la sua azione rivoluzionaria nel secolo decimottavo espose la missione storica del proletariato nel secolo decimonono. Quelle che seguono sono le tre suddette conferenze nel loro testo completo e corretto, secondo il manoscritto originale che io possiedo.....

Prima conferenza

fi

Compagni,

Nessuno dei grandi avvenimenti accaduti in Europa dopo la grande rivoluzione (1789-1793) ha l’importanza e la grandiosità di quelli che stanno svolgendosi oggi, dei quali è teatro Parigi.

Due fatti storici, due rivoluzioni memorabili, avevano dato origine alla società che noi chiamiamo moderna, la società della civiltà borghese. Una, conosciuta col nome di Riforma, sul principio del secolo sedicesimo, aveva infranto l’onnipotenza della Chiesa, chiave di volta per l’edificio feudale; col distruggere questa potenza essa preparò la rovina dell’autorità indipendente e quasi assoluta della quale godevano i signorotti feudali, perchè questi, benedetti e protetti dalla Chiesa, proprio come i re e spesso contro i re, facevano derivare i loro diritti direttamente da un favore divino; sì produsse così un impulso nuovo anche per l’emancipazione della classe borghese, lentamente preparata, durante i due secoli che avevano preceduta questa rivoluzione religiosa, dallo sviluppo sempre crescente delle libertà comunali, del commercio e dell’industria, sviluppo che l’aveva resa possibile e del quale era stata conseguenza necessaria.

Ebbe origine da questa rivoluzione una autorità nuova, non ancora quella della borghesia, ma quella dello Stato, monarchico, costituzionale ed aristocratico in Inghilterra, monarchico, assolutista, nobile, militarista e burocratico in tutto il resto del continente Europeo, eccezione fatta di due piccole repubbliche: Svizzera e Paesi Bassi.

Lasciamo da parte queste repubbliche, ed occupiamoci delle monarchie. Esaminiamo i rapporti fra le varie classi, e la loro situazione sociale e politica dopo la Riforma.

E poiché vanno resi al più potente gli onori più grandi, convinciamo con la classe dei preti; e con questa parola intendo i preti della Chiesa cattolica, i ministri protestanti, e in breve, tutti quelli che vivono col culto divino, e ci vendono il buon dio all’ingrosso ed al minuto. In quanto alle differenze teologiche che li distinguono, esse sono così astruse e tanto assurde che sarebbe un perder tempo occuparsene.

Prima che avvenisse la Riforma, la Chiesa e i preti, col papa in testa, erano i veri padroni del mondo. Infatti, secondo le dottrine della Chiesa, le autorità temporali di tutti i paesi, i monarca più potenti, gli imperatori ed i re, in tanto avevano dei diritti in quanto questi erano loro riconosciuti dalla Chiesa. Si sa che gli ultimi due secoli del medio-evo furono di lotta continua, sempre più appassionata e trionfante, dei sovrani coronati contro il papa, degli Stati contro la Chiesa. La Riforma mise fine alla lotta proclamando l’indipendenza dello Stato di fronte alla Chiesa. E venne riconosciuto che il diritto sovrano derivava direttamente da dio, senza il tramite di nessun papa e di nessun prete; e in forza di una simile origine essenzialmente divina, è naturale che tale diritto sia stato dichiarato anche assoluto. Così sulla rovina del despotismo della Chiesa, fu costruito il despotismo monarchico. La Chiesa da padrona diventò ancella dello Stato, strumento di governo nelle mani del monarca.

La Chiesa prese questo aspetto non solo nei paesi protestanti, Inghilterra compresa, nei quali e specialmente dalla Chiesa anglicana, il monarca venne dichiarato il capo della Chiesa; ma questo aspetto la Chiesa prese anche in tutti i paesi cattolici, compresa la Spagna.

Spezzata dai colpi terribili che la Riforma le aveva inferti, dopo d’allora, l’autorità della Chiesa romana non potè più sostenersi da sola. Per poter continuare ad essere ebbe bisogno dell’appoggio dei sovrani temporali dello stato. Ma i sovrani, come si sa, non danno mai per niente il loro appoggio. Essi non hanno religione più sincera e culto diverso da quello della loro autorità e delle loro finanze, che sono insieme e causa e scodo di quella. Quindi per comprare l’appoggio degli stati monarchici la Chiesa dovette dar prova di essere non solo capace, ma desiderosa anche di servirli. E se molte volte prima della Riforma, essa aveva sollevato i popoli contro i re, dopo la Riforma, in tutti i paesi ed anche nella Svizzera, la chiesa divenne l’alleata del governo contro il popolo, (una specie di polizia nera nelle mani degli uomini di Stato e delle classi governanti), con la missione di predicar alla massa la rassegnazione, la pazienza, l’obbedienza più cieca e la rinuncia ai beni ed ai godimenti terrestri, che il popolo doveva lasciare ai fortunati ed ai potenti della terra, se voleva assicurare per se i tesori del regno dei cieli. E voi sapete che oggi ancora tutte le Chiese cristiane, cattoliche o protestanti, continuano a predicare sullo stesso tono. Per fortuna esse vengono sempre meno ascoltate, e giorno verrà nel quale saranno costrette a chiudere bottega per mancanza di credenti o di minchioni, che è poi lo stesso.

Vediamo ora le trasformazioni susseguitesi nella classe feudale, nella nobiltà, dopo la Riforma. Essa era rimasta ancora padrona privilegiata e quasi esclusiva della terra; ma aveva perduto tutta la sua indipendenza politica. Prima della Riforma, proprio come la Chiesa, anche la nobiltà era stata la rivale e la nemica dello Stato. Ma dopo questa rivoluzione, divenne anche essa come Chiesa, una serva, ed una serva privilegiata. Tutte le cariche militari e civili ad eccezione delle meno importanti, vennero occupate dai nobili. Essi affollarono tanto le corti dei grandi che quelle dei piccoli sovrani dell’Europa. I più grandi signorotti feudali, un tempo così liberi e tanto fieri, divennero i servitori titolari dei sovrani. Essi perdettero la loro fierezza e la loro libertà; ma non la loro arroganza; che anzi essa aumentò, dato che è la prerogativa di tutti i lacchè. Vili, striscianti e servili di fronte al sovrano, i nobili divennero ancora più insolenti coi borghesi e col popolo, e continuarono a saccheggiarlo, non più in loro nome e per diritto divino come prima, ma questa volta col permesso e in servigio dei loro padroni e con la scusa di un amore sviscerato per il bene dello stato.

Questo carattere e queste condizioni particolari della nobiltà si sono quasi integralmente conservate ancora ai nostri giorni in Germania, un paese strano davvero; che sembra avere il privilegio di immaginare le cose più belle e più nobili, per non realizzare poi che le più vergognose e le più infamanti. Ciò provano le atroci ignobili barbarie dell’ultima guerra e la formazione recentissima di questo orribile impero knouto-germanico, che senza contestazioni possibili è una minaccia alle libertà di tutti i paesi di Europa; è una sfida all’umanità tutta, lanciata dal despotismo brutale di un imperatore sbirro e guerraiolo e dalla stupida tracotante insolenza della canagliesca sua nobiltà.

Con la Riforma la borghesia fu completamente libera dalla tirannia e dalla rapina dei signorotti feudali, i quali fino ad allora erano stati banditi e predoni indipendenti e per loro interesse; si trovò invece abbandonata ad una forma diversa di tirannia, ad un metodo nuovo di saccheggio, che poi diventò consuetudinario; quello che sotto i1 nome di imposte ordinarie e straordinarie dello Stato, veniva operato dagli stessi signorotti feudali, i quali però, per essere divenuti servitori dello Stato, erano naturalmente divenuti predoni e briganti riconosciuti. E in principio parve quasi contenta, la classe media, di essere passata dalle ladrerie feudali a quelle più regolari e sistematiche dello Stato. E in origine questo mutamento fu un vero sollievo per la sua situazione economica e sociale. Ma il proverbio dice che l’appetito vien mangiando. In principio abbastanza modeste, le imposte degli Stati cominciarono ad aumentare ogni anno, in proporzioni sempre più inquietanti, non però così enormi come quelle degli odierni Stati monarchici. La guerra quasi continua che col pretesto di un equilibrio internazionale, questi Stati divenuti assoluti, si fecero da dopo la Riforma sino alla Rivoluzione del 1789; il bisogno di mantenere degli eserciti permanenti grandissimi, dai quali principalmente dipendeva la salvezza dello Stato; il lusso ognora crescente delle corti dei sovrani, trasformate in luoghi di orgia continua, nelle quali andavano a mendicare pensioni la canaglia nobilitata e il servitorame titolato e gallonato; la necessità infine, di nutrire l’enorme folla di privilegiati che occupava le più alte cariche dell’esercito, della burocrazia e della polizia, tutto ciò richiese spese enormi.

E naturalmente, in principio, queste spese furono sostenute dal popolo ed anche dalla classe borghese, che proprio come il popolo, e fino alla Rivoluzione, fu solo considerata come una vacca da latte con missione di mantenere insieme al sovrano anche la folla tutta, dei funzionari privilegiati. Inoltre con la Riforma la classe media aveva finito col perdere in libertà quasi il doppio di quanto aveva acquistato in sicurezza. Prima della Riforma, era stata generalmente l’alleata e l’appoggio indispensabile ai re nella loro lotta contro la Chiesa e contro i signorotti feudali; e di questa sua posizione aveva abilmente approfittato per conquistare un certo grado di indipendenza e di libertà. Ma quando la Chiesa e tutti i signorotti feudali si furono sottomessi allo Stato, i re non ebbero più bisogno dei servigi della classe media, e così poco per volta le ritolsero tutte le libertà che le avevano anticamente concesso.

E se queste furono le condizioni nelle quali venne a trovarsi dopo la Riforma la classe borghese, potete bene immaginare quale dovette essere quella delle masse popolari, dei contadini e degli operai delle città. Sappiamo che nei primi anni del sedicesimo secolo e dal principio della Riforma, i contadini del centro dell’Europa, in Germania, in Olanda e in parte della Svizzera, iniziarono un movimento grandioso, al grido di “Guerra ai castelli e pace alle capanne„ per emanciparsi. Ma questo movimento, tradito dalla classe borghese e maledetto dai capi del protestantismo borghese, Lutero e Mélanchton, fu soffocato nel sangue di diverse decine di migliaia di contadini insorti. Da allora più che mai i contadini si videro una cosa sola con la gleba, servi di diritto e servi di fatto, e in questo stato restarono fino alla rivoluzione del 1789-1793 in Francia, fino al 1807 in Prussia e fino al 1848 in quasi tutto il resto della Germania. E in molte parti del nord della Germania e principalmente nel Mecklemburgo, la schiavitù, esiste ancor oggi, che ha cessato di essere persino in Russia.

Nemmeno il proletariato delle città ebbe a godere maggiori libertà del contadini. Esso si divideva in due categorie, quella degli operai che facevano parte delle corporazioni, e quella del proletariato in nessun modo organizzato. La prima era trattenuta, vincolata nei suoi movimenti e nella sua produzione da una quantità di regolamenti che la mettevano in balia dei capi delle maestranze, dei padroni. La seconda, priva di qualsiasi diritto era oppressa e sfruttata da tutti. E come sempre la parte più grande delle imposte cadeva necessariamente sul popolo.

Pretesto e scopo dichiarato della disgrazia e della generale oppressione nella quale versavano le masse operaie e in parte anche la classe borghese, erano la grandezza, la potenza, la magnificenza dello Stato monarchico, nobiliare, burocratico e militare, che aveva preso il posto della Chiesa nell’adorazione ufficiale, ed era proclamato istituzione divina. Vi fu dunque una morale di Stato, completamente diversa dalla morale privata degli uomini, ed anzi addirittura opposta. Nella morale privata, fin tanto che non è stata falsata dai dogmi religiosi, è sempre un principio, un fondamento eterno, più o meno riconosciuto, più o meno accetto, più o meno compreso dalle varie società umane. Questo principio altro non è che il rispetto umano, il rispetto alla dignità umana, del diritto e della libertà di tutti gli individui umani. Rispettare, ecco il dovere di tutti; amarli, favorirli, ecco la virtù; costringerli, ecco il delitto. La morale dello Stato è in opposizione completa a quella umana. Lo Stato si impone da solo, a tutti i suoi sudditi, come il fine supremo. Servire la sua potenza, la sua grandezza, con tutti i mezzi possibili ed impossibili, e magari contrariamente a tutte le leggi umane e al bene stesso dell’umanità, ecco la virtù. Poichè è bene tutto ciò che contribuisce alla potenza ed all’ingrandimento dello Stato; ma tutto ciò che gli è contrario, fosse la più virtuosa delle azioni, la più nobile dal punto di vista umano, esso è male. Ed è proprio per questo che gli uomini di Stato, i diplomatici, i ministri, e tutti i funzionari governativi, hanno sempre usato delitti, menzogne e tradimenti infami per servire lo Stato. Per il semplice fatto che una bassezza è commessa in servizio dello Stato, essa diventa una azione meritoria. Tale è la morale dello Stato. Essa è la vera negazione della morale umana e dell’umanità.

La contraddizione risiede nel concetto stesso di Stato. Non si è mai potuto realizzare uno Stato universale; perciò ogni Stato è un organismo ristretto che in un territorio limitato comprende un numero di sudditi più o meno grande. Quindi la grande maggioranza dei viventi resta fuori di ogni singolo Stato, e l’umanità è tutta quanta divisa in una quantità di Stati grandi, medii e piccoli.

Ognuno di questi, nonostante non comprenda che una piccolissima parte della razza umana, si dichiara e si comporta come il rappresentante legittimo dell’umanità tutta intera, e come qualche cosa di assoluto. Ne consegue che tutto ciò che è fuori di lui, e quindi tutti gli altri Stati, compresi i loro sudditi, e le proprietà dei loro sudditi, sono considerati dallo Stato singolo come organizzazioni prive di qualsiasi sanzione, di qualsiasi diritto, che egli può per conseguenza assalire, conquistare, massacrare e saccheggiare, nella misura che i suoi mezzi e le sue forze gli permettono. Voi sapete, compagni carissimi, che non è stato mai possibile stabilire un diritto internazionale, e non si è mai potuto farlo, precisamente perchè dal punto di vista di uno Stato, tutto ciò che è fuori di lui è privo di diritto. E basta che uno Stato dichiari la guerra ad un altro perchè permetta, ma che dico?, perchè comandi ai suoi sudditi di commettere contro i sudditi dello Stato nemico ogni sorta di delitti: assassinii, violenze, ruberie, distruzioni, incendi, saccheggii. E ciascuno degli Stati in guerra considera benedetti da dio tutti questi delitti, perchè considera e proclama dio suo partigiano esclusivo, ciò che deve metterlo in un bell’imbarazzo, questo povero buon dio, nel cui nome sono stati commessi e continuano ad essere commessi sulla terra i più grandi delitti. Ed è proprio per questo che noi siamo nemici del buon dio, e consideriamo come una delle fonti principali di tutti i malanni che tormentano gli uomini, questa finzione, questo, fantasma divino.

Noi siamo gli avversari convinti dello Stato e di tutti gli Stati. Perchè l’umanità non sarà possibile fino a quando vi saranno degli Stati; e fino a che gli Stati dureranno, vi sarà sempre la guerra con tutti gli orribili delitti che da essa derivano; e da essa conseguirà sempre la rovina e la miseria dei popoli.

E fino a che dureranno gli Stati anche nelle repubbliche più democratiche, le masse popolari schiave di fatto, perchè esse non lavoreranno con la prospettiva della propria felicità e della propria ricchezza da raggiungere, ma per la potenza e per la ricchezza dello Stato. Ma cosa è dunque lo Stato? Alcuni pretendono che esso sia la realizzazione dell’utilità, del benessere, del diritto e della libertà di tutti. Ebbene quelli che pretendono ciò sono dei mentitori, al pari di quelli che sostengono che il buon dio protegge tutti. Da quando nell’immaginazione degli uomini, si è formata la fantasia di un essere divino, dio e tutti gli dei, ma sopra tutti il dio dei cristiani, ha sempre preso le parti dei potenti e dei ricchi contro la massa ignorante e diseredata. Per mezzo dei suoi preti ha benedetto i privilegi i più disgustosi, le oppressioni e gli sfruttamenti più infami.

E così lo Stato non è altro che la salvaguardia di tutti gli sfruttamenti a beneficio di un piccolo numero di fortunati privilegiati ed a detrimento delle masse popolari. Ed esso usa la forza collettiva di tutti quanti, per assicurare la felicità, la fortuna, e i privilegii di pochi, a detrimento del diritto umano di tutti gli altri. Esso è una istituzione nella quale la minoranza fa da martello mentre la maggioranza è l’incudine.

Fino alla grande Rivoluzione anche la classe borghese aveva fatto da incudine, per quanto in grado minore che non le masse popolari. Ed è proprio per questo che fu rivoluzionaria.

Sì, essa fu veramente rivoluzionaria. Essa osò ribellarsi contro tutte le autorità, divine ed umane; e mise in discussione e dio, e i re, e il papa. E odiò a preferenza la nobiltà, che occupava nello Stato un posto che era impaziente di poter occupare alla sua volta, Ma non voglio essere ingiusto, e perciò non pretendo affatto che nelle sue magnifiche proteste contro la tirannia divina ed umana solo un pensiero egoista abbia guidata e spinta la borghesia. Per forza di cose, per la natura stessa della sua intima organizzazione, la borghesia fu instintivamente spinta ad impadronirsi del potere. Ma essa non aveva ancora coscienza dell’abisso che la divide dalle classe operaie che essa sfrutta; e questa coscienza non s’era ancora svegliata nemmeno in seno al proletariato; così avvenne che la borghesia rappresentata dai suoi più nobili ingegni e dai suoi più ferrei caratteri in questa lotta contro la Chiesa e contro lo Stato, credette in buona fede di combattere per l’emancipazione di tutti.

I due secoli che separano le lotte della Riforma religiosa da quelle della grande Rivoluzione furono l’età eroica della classe borghese. Divenuta con la ricchezza e con l’intelligenza potente, essa audacemente attaccò tutte le istituzioni fino ad allora rispettate, della Chiesa e dello Stato. Ed in principio minò tutto con la letteratura e con la critica filosofica, e più tardi tutto rovesciò con aperta rivolta. Fu essa che fece la Rivoluzione del 1789-1793. Non è da porre in dubbio che essa potè farla perchè si servì della forza popolare; ma fu essa che organizzò questa forza, e la diresse contro la Chiesa, contro la sovranità e contro la nobiltà.

E fu essa che concepì ed iniziò tutte le sommosse che poi il popolo eseguì. La borghesia aveva fede in sè, e si sentiva potente perchè sapeva di avere dietro di sè e con sè il popolo.

Se noi paragoniamo i giganti del pensiero e dell’azione sortiti dalla classe borghese nel diciottesimo secolo, con le più grandi celebrità, con quei piccoli nomi di vanitosi che la rappresentano oggi, potremo persuaderci della decadenza e della rovina spaventosa, che si è prodotta in questa classe. Nel diciottesimo secolo essa era intelligente audace, eroica. Oggi si dimostra vile e stupida. Allora, piena di fiducia, osava tutto e poteva tutto. Oggi tormentata dal dubbio e demoralizzata dalla propria ingiustizia che più che alla sua volontà è da ascriversi alla sua condizione, ci offre il quadro di una vergognosa impotenza.

Gli avvenimenti ultimi in Francia non lo provano che troppo. La borghesia si dimostra assolutamente incapace di salvare la Francia. Essa ha preferito l’invasione prussiana alla Rivoluzione popolare che solo poteva operare questa salvezza. Essa ha lasciato cadere dalle sue mani indebolite la bandiera del progresso umano, quello dell’emancipazione universale. Ed il proletariato di Parigi prova oggi che i lavoratori solo, sono ormai capaci di portarla.

Nella prossima riunione cercherò di dimostrarvelo.

fi

Seconda conferenza

Compagni Cari,

Vi ho detto la volta scorsa che due grandi avvenimenti storici formarono la potenza della borghesia: la rivoluzione religiosa del decimosesto secolo meglio conosciuta col nome di Riforma, e la grande rivoluzione politica del secolo decimottavo. Ed ho aggiunto che, se senza dubbio, questa fu condotta a fine per la potenza dell’aiuto popolare, tuttavia era stata ideata e diretta esclusivamente dalla classe borghese. Debbo ora ancora provarvi che è stata proprio la classe media che ne ha esclusivamente approfittato.

A prima vista, il programma di questa rivoluzione appare immenso. Non si è essa forse compiuta nel nome della Libertà, dell’Eguaglianza, e della Fratellanza del genere umano? tre parole che sembra comprendano tutto quello che nel presente, e nel futuro l’umanità può volere e realizzare! E allora come è avvenuto che una Rivoluzione annunciata con un programma così largo sia miseramente finita con l’emancipazione esclusiva, limitata e privilegiata di una sola classe e a danno dei milioni di lavoratori che dalla prosperità insolente ed ingiusta di questa classe si vedono oggi schiacciati?

Ah! gli è che questa Rivoluzione è stata sola una Rivoluzione politica. Essa aveva audacemente abbattuto ogni barriera, ogni tirannia politica, ma aveva lasciate intatte — e di più le aveva proclamate sacre ed inviolabili — le basi economiche della società, che sono state sempre la origine e il fondamento primo di tutte le ingiustizie politiche e sociali, e di tutte le assurdità presenti e passate. Essa aveva proclamata il diritto di ognuno e di tutti di essere liberi. Ma essa aveva dato solo ai proprietari, ai capitalisti ed ai ricchi i mezzi di realizzare questa libertà e di goderla.

“La pauvretè, c’est l’esclavage„ Ecco le parole terribili che con la sua voce simpatica che viene dall’esperienza e dal cuore, l’amico Clemente ci ha già ripetuto più volte da quando ho il piacere di essere tra voi, cari compagni ed amici. Sì, povertà significa proprio schiavitù; significa la necessità di vendere il proprio lavoro e col lavoro la propria persona al capitalista che vi dà la possibilità di non morire di fame. E bisogna davvero aver l’animo interessato a mentire come lor signori i borghesi, per osare parlare di libertà politica per le masse operaie. Bella libertà, che le sottomette ai capricci del capitale e che con la fame le incatena alla volontà del capitalista. Non è certo necessario cari amici, che io provi a voi, a cui una lunga dura esperienza ha insegnato a conoscere le miserie del lavoro, come fino a che il capitale resterà da una parte e il lavoro dall’altra, il lavoro sarà schiavo del capitale e i lavoratori resteranno i sudditi di lor signori i borghesi, che quasi per deridervi vi danno tutti i diritti politici, tutte le apparenze della libertà, per conservare invece ed esclusivamente per loro la realtà.

Il diritto alla libertà senza i mezzi per realizzarla è solo una chimera. E noi l’amiamo troppo la libertà, è vero? per contentarci di una chimera. Noi ne vogliamo la realtà. Ma cosa è mai che costituisce il fondamento reale, e la condizione positiva della libertà? E’ che ognuna possa sviluppare completamente e godere appieno di tutte le facoltà corporali, intellettuali e morali. E per conseguenza sono tutti i mezzi materiali necessari all’esistenza umana di ognuno; e inoltre l’educazione e l’istruzione. Un uomo che muore di inedia, che è oppresso dalla miseria, che ogni giorno deve sentirsi morire pel freddo e per la fame, e che vedendo soffrire tutti coloro che ama, nemmeno può venir loro in aiuto, ma questo non è un uomo libero, bensì uno schiavo. Un uomo condannato a rimanere per tutta la vita un essere rozzo per mancanza di educazione umana, un uomo privo di istruzione, un ignorante, è per forza uno schiavo; e se per caso esercita dei diritti politici potete essere sicuri che in un modo o nell’altro finirà sempre per esercitarli a suo danno ed a profitto invece dei suoi sfruttatori e dei suoi padroni.

Ma questa è invece la condizione senza la quale non può esservi libertà: Nessun uomo è tenuto ad obbedire ad un altro uomo; ed egli è libero a condizione che i suoi atti sieno determinati non dalla volontà di altri uomini ma dalla volontà propria e dalle proprie convinzioni. E invece, un uomo che per fame è costretto a vendere il suo lavoro, e col lavoro la sua persona, ed al prezzo più basso possibile al capitalista che si degna di sfruttarlo; un uomo che la rozzezza e l’ignoranza abbandonano alla mercè di accorti sfruttatori, questo sarà sempre uno schiavo.

E non è tutto. La libertà degli individui non è un fatto individuale, ma un fatto e un prodotto collettivo. Nessun uomo potrebbe essere libero senza il concorso di tutta la società umana. Gli individualisti, questi falsi fratelli che noi abbiamo combattuto in tutti i congressi di lavoratori, hanno sostenuto unitamente ai moralisti ed agli economisti borghesi, che l’uomo poteva essere libero e che l’uomo poteva essere uomo anche restando appartato dalla società, affermando che la società era stata fondata per libero contratto di uomini anteriormente liberi.

Questa teoria, bandita da , lo scrittore del secolo scorso che ha fatto il maggior male, il sofista al quale si sono inspirati tutti i rivoluzionari borghesi, questa teoria rivela una ignoranza completa della natura, e della storia. Non è nel passato e non è nel presente che noi dobbiamo cercare la libertà delle masse, — è in un avvenire prossimo; è in quel prossimo domani che, noi stessi dobbiamo preparare, con la potenza del nostro pensiero, della nostra volontà e anche con quella delle nostre braccia. Prima di noi non c’è mai stato un libero contratto, ma c’è stato solo brutalità, stupidità, ingiustizia e violenza — e oggi ancora, e voi lo sapete fin troppo bene, questo che dicono libero contratto, si chiama invece il patto della fame: la schiavitù delle masse per fame e lo sfruttamento per fame da parte delle minoranze che ci divorano e ci opprimono.

Ed anche dal punto di vista della natura è falsa la teoria del libero contratto. L’uomo non crea la società di propria volontà: Egli vi nasce involontariamente. Egli è per eccellenza un essere socievole. Né può diventare un uomo, cioè un animale capace di pensare, parlare, e volere che in società. Immaginate un uomo che la natura abbia dotate delle facoltà più geniali, abbandonato nella più giovane età lontano da ogni consorzio umano, in un deserto. Se egli non finisce miseramente, ciò che è assai probabile, non sarà altro che un bruto, una scimmia priva di parola e di pensiero: nessuno può pensare senza il linguaggio. Anche quando perfettamente isolati, voi vi trovate soli con voi stessi, se volete pensare dovete usare la parola; voi potrete avere egualmente bene delle immagini che rappresentino cose, ma appena vorrete pensare ecco che voi dovete servirvi della parola, perchè le parole soltanto precisano il pensiero e danno alle rappresentazioni fugaci ed agli istinti, il carattere del pensiero.

E non è prima il pensiero della parola o la parola del pensiero; queste due forme di uno stesso atto del cervello dell’uomo nascono insieme. Quindi impossibilità di pensare senza parola. Ma che cosa è la parola? È il mezzo che ha l’individuo di comunicare e di conversare con molti altri individui. L’uomo animale si trasforma in essere umano, e cioè pensante, solo con questa conversazione e per mezzo di questa conversazione. La sua individualità in quanto umana, e la sua libertà sono perciò il prodotto delle collettività.

Solo col lavoro collettivo l’uomo riesce ad emanciparsi dalla pressione tirannica che la natura esterna esercita su ognuno; perchè il lavoro individuale, impotente e sterile, non saprebbe vincere mai la natura. Il lavoro produttivo, quello che ha creato tutte le ricchezze e tutta quanta la nostra civiltà è stato sempre un lavoro sociale collettivo; solo che fino ad oggi esso è stato ingiustamente sfruttato da parte di alcuni individui a danno delle masse operaie. Allo stesso modo, l’educazione e l’istruzione che formano l’uomo, questa educazione e questa istruzione della quale lor signori i borghesi sono così fieri, e che essi spandono con tanta parsimonia tra le masse popolari, sono anche esse il prodotto della società tutta intera. Il lavoro, e dirò di più, il pensiero istintivo del popolo le creano, ma fino ad oggi le hanno create a solo profitto degli individui borghesi.

Anche in questo caso si tratta dello sfruttamento di un lavoro collettivo da parte di individui che nessun diritto hanno di fare monopolio del prodotto.

Tutto quanto vi è di umano nell’uomo, e più di ogni cosa la libertà, è il prodotto di un lavoro sociale, collettivo. L’essere libero in un isolamento assoluto è una delle assurdità inventate dai teologi e dai metafisici, i quali hanno sostituito la società degli uomini con quella della loro fisima, di dio. Ognuno, dicono, essi, si sente libero alla presenza di dio, del vuoto assoluto cioè del nulla; è dunque la libertà del niente o meglio il niente di libertà la servitù. Dio, l’invenzione di dio, è stata storicamente la causa morale o meglio immorale, di ogni servaggio.

In quanto a noi che non vogliamo fantasmi e non vogliamo il nulla bensì la realtà umana, vivente, noi riconosciamo che l’uomo non può sentirsi e sapersi libero — e per conseguenza non può realizzare la propria libertà — che in mezzo agli uomini. Io non sono libero che quando la mia personalità, riflettendosi come in tanti specchi, nelle coscienze egualmente libere di tutti gli uomini che mi circondano, mi ritorna rafforzata dal riconoscimento di tutti. La libertà di tutti lungi dall’essere di intralcio alla mia come sostengono gli individualisti, ne è invece la conferma, la realizzazione, l’estensione infinita. Volere la libertà e la dignità umana degli uomini tutti, vedere e sentire la mia libertà confermata, sanzionata e infinitamente estesa pel consenso di tutti, eccola la felicità; il paradiso umano sulla terra.

Ma una simile libertà non è possibile che nell’eguaglianza. Se un essere umano gode di una libertà maggiore della mia, io divento per forza il suo schiavo; e se è la mia, la libertà più grande, egli sarà mio schiavo. L’eguaglianza è dunque la condizione indispensabile per la libertà.

I borghesi rivoluzionari del 1793 l’hanno ben capita questa necessità logica. Ed è per questo che la parola Eguaglianza occupa il secondo posto della loro formula rivoluzionaria: Libertà, Eguaglianza, Fratellanza. Ma quale eguaglianza? L’eguaglianza dinanzi alla legge, l’eguaglianza nei diritti politici, l’eguaglianza come cittadini ma non come uomini; perchè lo stato non riconosce affatto gli uomini; egli non conosce che i cittadini. Per lo stato l’uomo non esiste che in quanto esercita, — o è supposto per una finzione che eserciti — , i diritti politici L’uomo che è annientato dal lavoro obbligatorio, dalla miseria, dalla fame; l’uomo che socialmente è oppresso, che economicamente è sfruttato, schiacciato, e che soffre, non esiste per lo stato che ne ignora la sofferenza e la schiavitù economica e sociale, asservimento reale che si cela sotto l’apparenza, di una menzognera libertà politica. Questa eguaglianza è dunque politica ma non sociale, Voi tutti, sapete per esperienza, cari amici, quanto sia fallace questa pretesa libertà politica che non si basa sull’eguaglianza economica e sociale. Ad esempio, in uno Stato molto democratico, tutti gli uomini che hanno raggiunta la maggiore età e che non sono stati colpiti da una condanna per reato comune, hanno il diritto e meglio hanno il dovere di esercitare tutti i loro diritti politici e occupare tutte le cariche alle quali potrebbe chiamarli la fiducia dei loro concittadini. Il più abbietto del popolo l’uomo il più povero, il più ignorante, può e deve anzi esercitare tutti questi diritti ed occupare tutte queste cariche: possiamo immaginare una eguaglianza più estesa di questa? Sì, perchè egli deve ed egli può solo legalmente; ma in realta ciò gli è impossibile. Il suo, per l’uomo che appartiene alle masse popolari, è solo un potere facoltativo, e non potrà mai diventare per lui una realtà senza una trasformazione radicale delle basi economiche della società, — e diciamola la parola — , senza la Rivoluzione sociale. Quindi tutti questi diritti esercitati dal popolo non sono infine che vana finzione.

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