Parte I
Le cose erano andate come la famiglia Barcai sperava. Il fratello maggiore, Basilio, scapolo ma padre di un figlio illegittimo, era morto senza lasciare testamento. Così i suoi beni tornavano al fratello minore Zebedeo; il patrimonio Barcai si ricomponeva come ai tempi del vecchio nonno il quale aveva costretto due suoi figliuoli a farsi preti e una figlia a non prendere marito perchè i suoi beni non andassero divisi.
E la tradizione prometteva di continuare perchè Zebedeo non aveva che un figlio e la gente diceva che quel figlio era rimasto unico per volontà dei genitori nella speranza appunto che lo zio morisse scapolo.
Le cose erano dunque andate come si prevedeva e la gente, data la tradizione dei Barcai, non si meravigliava della poca coscienza di Basilio, il quale non aveva lasciato nulla al figlio, e che d’altronde era morto d’improvviso d’un male al cuore da lui sempre trascurato.
Nonostante l’eredità la sua morte aveva impressionato profondamente il fratello, col quale si amavano sempre come da bambini e si aiutavano negli affari e nelle vicende della vita. Abitavano la stessa casa divisa in due parti eguali col cortile in comune: una parente povera faceva i servizi a Basilio e poichè era molto vecchia la moglie di Zebedeo l’aiutava.
La sera dopo il funerale Zebedeo uscì di casa tutto incappucciato e andò dall’amica del fratello.
Il suo pensiero fisso era di aiutare in qualche modo lei e il ragazzo: la sua coscienza glielo imponeva nettamente.
La donna abitava non troppo distante, in una casetta di proprietà del morto: anzi Zebedeo ricordava che la relazione peccaminosa era nata appunto dal fatto che lei e il marito, fabbro ferraio, tenevano da molti anni la casa in affitto; un giorno l’uomo decise di andare in America in cerca di fortuna e durante la sua assenza la moglie si consolò col padrone di casa.
Avvertito da lettere anonime il fabbro era tornato col proposito di spaccare la testa col suo martello ai due amanti; ma in viaggio lo aveva colto una paralisi alle gambe; la gente diceva per opera d’una malia della moglie.
Il fatto sta ch’egli s’era fermato nel paese di sbarco dove con l’aiuto dei quattrini portati dall’America aveva aperto un negozio di ferramenta che gli rendeva molto.
Di tanto in tanto scriveva lettere violente alla moglie minacciando di ucciderla, poi non si faceva più vivo.
Parte II
Zebedeo pensava a tutte queste cose camminando rasente i muri per non farsi riconoscere dai pochi passanti. La notte era chiara, illuminata da una vivissima luna: quando attraversava qualche spazio libero egli vedeva la sua ombra disegnarsi sul terreno con contorni nettissimi come una figura dipinta in nero, una figura diabolica, con quel profilo del cappuccio del cappotto corto stretto alla vita, le gambe lunghe chiuse dalle ghette di lana.
Le sue scarpe erano pesanti; tuttavia egli camminava lieve, agilissimo com’era, tutto muscoli e nervi; se nemici l’avessero assalito si sentiva capace di difendersi con le sue sole mani afferrandoli e atterrandoli in gruppo. Ma egli non aveva nemici e nessuno pensava ad assalirlo in quella mite notte di aprile.
Eppure aggrottava le sopracciglia e stringeva i pugni istintivamente come se un
pericolo occulto lo minacciasse. Pensava alla morte del fratello: ecco, uno se ne va tranquillo per la sua strada sicuro di sè e degli altri e allo svolto un fantasma lo aspetta, gli dà un colpo, lo fa stramazzare.
Il suo viso era così corrucciato e scuro fra il nero della barba e dei capelli che la donna venutagli ad aprire provò un senso di paura: o almeno lo finse.
Tuttavia lo fece entrare subito con premura silenziosa, e con voce turbata lo invitò a sedere.
Egli sedette, rigido con le grandi mani nere sulle ginocchia.
Il fuoco era ancora acceso nel camino e un certo senso di benessere si avvertiva intorno, in quella cucina pulita ove ogni oggetto era a posto e la tavola lavata sembrava nuova. Una sedia bassa accanto al focolare aspettava un visitatore che non doveva arrivare mai più; e poichè Zebedeo s’era seduto lontano dal camino quasi avesse paura o sdegno della luce e del calore del fuoco, i grandi occhi neri della donna corsero a quella sedia vuota subito illuminandosi di lagrime: il suo viso però non si scompose, sottile acuto, con qualche cosa che ricordava a Zebedeo la faccia della faina.
Egli la guardava in silenzio. Tu non mi imbrogli con le tue lagrime, pensava, osservando ch’ella era vestita completamente di nero come una vedova, con un giubbettino che dava risalto alle forme procaci del seno.
— E il ragazzo? — domandò poi bruscamente.
— È già a letto: non sta molto bene.
— Cos’ha? — egli insistè con premura esagerata. — Se sta male devi curarlo. Chiama il dottore. Il dottore è obbligato a venire, quel mangia tutto, che lo possano ammazzare entro otto giorni.
La sua voce era squillante sebbene egli parlasse a denti stretti scandendo le parole, con pause profonde fra un periodo e l’altro, come suonasse una campana e per il primo desse ascolto ai rintocchi.
Anche il suo sdegno contro il dottore era ostentato: la donna ebbe un fugace sorriso cattivo.
— Non occorrerà, il dottore, che il fuoco lo bruci, — disse anche lei con accento di malevolenza; — a me non garbano le sue visite, e ne faccio sempre a meno. Il ragazzo lo curo da me, quando occorre; chi è che non sa curare un ragazzo! E anche un grande, se occorro. Se....
«Se Basilio si fosse confidato con me, se fosse stato qui al momento del male forse lo avrei salvato» voleva dire, ma non lo disse: aveva un certo pudore a pronunciare quel nome davanti a Zebedeo e anche lui d’altronde pareva volesse evitare di ricordarlo.
— Il ragazzo studia? L’ho veduto un giorno che tornava di scuola e continuava a leggere per strada. Ha due occhi neri che parlano e ridono da soli.
— Il ragazzo studia, — ella confermò con voce bassa e sorda; e sospirò profondamente. — Povero Salvatore! Mamma, mi dice sempre, quando ero nella culla tu mi cantavi una canzone che diceva: cresci e diventa studente, gioiello mio, che la tua fama si spanda dalla Corte di Roma alla Corte di Spagna. Ecco perchè mi sono messo in mente di studiare e diventare dottore.
Ella si piegava e si dondolava un poco quasi stesse ancora a cullare il suo bambino; ma si raddrizzò ostile nel sentire le parole di Zebedeo.
— Il mio Bellia invece non ha voluto sentirne, di studiare; fatta la terza disse: basta oh adesso, anche se mi mandate a scuola io me ne vado nel podere e mi metto a zappare.
— Il tuo Bellia ha ragione: che se ne fa dello studio lui che ha tanta roba a cui badare?
Richiamato allo scopo per cui era venuto, l’uomo aggrottò le ciglia e chiuse un po’ gli occhi come per guardare dentro sè stesso e ascoltare meglio la sua coscienza: e si fece forza per pronunziare finalmente il nome del fratello.
— Lia, — disse con tristezza — tu sai che Basilio non ha lasciato nessuno scritto. Abbiamo cercato da per tutto inutilmente: indosso non aveva nulla e nulla si è trovato a casa. A te, Lia, non ha mai consegnato qualche carta?
— A me nulla, Zebedeo, ma mi diceva sempre, fino alla vigilia della sua morte, che avrebbe provveduto a me e al ragazzo come fossimo legati a lui dalla legge.
— Lia, — egli riprese dopo un momento di silenzio, — mi hanno riferito che tu oggi saputo che non si è trovato nessuno scritto, ti sei buttata per terra strappandoti i capelli, e che gridavi chiedendo giustizia a Dio; gridavi in modo che una vera folla si è accumulata intorno a casa tua e molti volevano fare una colletta per il tuo Salvatore. Idioti e mendicanti lebbrosi che essi sono, — egli ringhiò ancora sdegnato, — che credono essi? Che i Barcai non abbiano un’anima e un onore?
La donna ascoltava intensamente; i suoi occhi si facevano più vivi, il suo viso più acuto; e pareva guatasse nell’ombra fissando l’uomo come una preda.
— Chi ti ha raccontato tutto questo esa- gerava, Zebedeo. C’è sempre gente che prende gusto e seminare zizzania. Io piangevo, è vero, ed è da tre giorni che piango; ma piango lui, non la sua roba. Egli non tornerà più qui, questo solo mi fa urlare, per il resto c’è Dio. Per allevare mio figlio e farne un uomo basto io sola con le mie braccia. Andrò a spaccare pietre se occorre ma nulla mancherà alla mia creatura. Per il resto c’è Dio, — ripetè; e le sue parole avevano qualche cosa di nascosto, di misterioso.
— Che cosa vuoi dire con questo?
— Che Dio vede tutto. Se Basilio ha creduto di far così, vuol dire che Dio voleva castigarmi per mezzo suo. Tu hai peccato, mi dice, e tu alleverai il figlio della colpa fra il dolore e la povertà. Dio è giusto; è la giustizia stessa.
— Tu non mancherai di nulla. La casa ce l’hai, le provviste non ti mancheranno. Se tuo figlio non potrà diventare maestro o dottore diventerà contadino o pastore; ma nulla ti mancherà.
— Se Basilio fosse vissuto mio figlio non diventava nè contadino nè pastore, — ella disse con fierezza; e subito Zebedeo intese ch’ella pretendeva si facesse continuare a studiare il ragazzo; ma egli aveva ben altre idee e in fondo era geloso dell’intelligenza e delle buone disposizioni del piccolo Salvatore: perchè Salvatore doveva diventare un dottore mentre Bellia rimaneva un contadino?
Lì per lì non seppe dunque rispondere sebbene sentisse lo sguardo di Lia penetrargli fino all’anima: e aveva l’impressione che ella gli leggesse nel pensiero e indovinasse tutto di lui: ma lui non era un uomo debole e quello che voleva voleva. Riprese:
— Io non so che intenzioni avesse Basilio riguardo al ragazzo; non me ne parlò mai. Eravamo molto legati, molto fratelli, ma riguardo ai suoi fatti intimi era molto chiuso. So però una cosa: che egli non amava la gente che va fuori del paese. Diceva: se Dio ci ha fatto nascere in questo posto vuol dire che dobbiamo viverci; più si sta raccolti in una casa o in un ovile più si sta bene e tranquilli. Era un uomo di senno, Basilio.
— Era un uomo di senno — confermò la donna: — ma a me diceva che non bisogna farsi padroni della volontà altrui. Dio ci ha messo in un posto, sì: ma se uno vuole camminare e andar lontano è segno che Dio comanda così. Gesù e gli apostoli sono andati lontano, fino al mare e fino a Roma; ed erano chi erano.
L’uomo parve colpito da questa osservazione; subito però scosse la testa con evidente sdegno: che forse la donna voleva paragonare suo figlio a Gesù o ad alcuno degli apostoli?
— Quanti anni ha adesso tuo figlio? — domandò brusco.
— Mio figlio compie adesso dieci anni, il Signore lo benedica e lo faccia arrivare a cento.
— Non avrebbe intenzione di farsi prete?
Nonostante il suo dolore la donna ebbe un lieve riso sincero.
— Mio figlio è religioso, ma i suoi occhi non dicono no in verità ch’egli pensi a farsi prete.
— Eppure è l’unico posto buono, per un uomo, — egli disse convinto. — Mi fossi fatto prete, io. Vivevo bene in questo mondo e salvavo l’anima mia per l’altro.
— E chi ti impedisce di viver bene e di salvarti l’anima? Non dispero di salvarla io, che ho peccato e dato scandalo, e pensi di perderla tu? Che hai fatto di male? Delitti non ne hai commesso, e neppure ti sei preso la roba altrui.
Ella lo fissava; ma pareva più che altro vivamente curiosa di sapere in che egli poteva peccare.
Egli disse fra l’aspro e l’umile:
— Siamo tutti soggetti all’errore e quello che non s’è fatto finora si può fare in avvenire. E non tutti i peccati consistono nel rubare.
— Questo è vero; e puoi portarmi l’esempio del tuo stesso fratello. Era un uomo saggio eppure peccò. Dio lo perdonerà per le sue buone intenzioni poichè dopo tutto se egli non ha potuto saldare il suo conto in vita è perchè c’era ostacolo. Tante volte noi pecchiamo contro la nostra volontà. Egli stesso lo diceva. Del resto egli viveva con me come fossi la sua moglie legittima e Dio lo avrà perdonato, lo sento nel profondo dell’anima.
E d’un tratto ella piegò la testa profondamente come stroncata dai ricordi e dalla pena, e pianse forte.
Ogni parola di lei era una frecciata per Zebedeo, e quel pianto invece di commuoverlo lo irritò: credeva di capire le allusioni di lei sempre tese allo stesso scopo; che cioè i parenti di Basilio la escludessero dall’eredità nonostante le disposizioni del morto; ma era un nomo di coscienza, lui, e voleva chiarire le cose.
— Sono un uomo di coscienza, Lia — disse con calma; — e ti ripeto che non aggraverò i peccati di Basilio davanti al Signore. Sono qui per questo. Ascoltami: è inutile continuare con chiacchiere vane. Appena passato il primo grande dolore per la morte di Basilio tutti noi abbiamo pensato subito a te e al ragazzo animati dalle migliori intenzioni. Mia moglie sopratutto si preoccupava di questo; ma poi vennero a riferirci della tua scena, dei tuoi gridi, delle tue accuse, e i parenti tutti ti divennero ostili. Lasciamola quale nemica che è, — dissero. Vuoi sapere una cosa, Lia? Io sono venuto qui stasera di nascosto a insaputa della mia famiglia; e sono qui per dirti: Lia, fa il tuo dovere; rimani a casa tua a fare le tue faccende e non chiacchierare non dare ascolto nè soddisfazione ai vicini ed ai lontani. Io penserò e provvederò a te ed a tuo figlio; vedrai che sarai contenta. Che vuoi fare altrimenti? una lite non puoi intentarla; è meglio quindi che tu accetti la mia buona volontà.
La donna piangeva.
— Non m’importa di nulla, — disse con voce cavernosa; — nessun bene del mondo può compensarmi del bene perduto.
Parte III
Zebedeo s’alzò un poco infastidito. Nel venire da Lia egli s’era aspettato urli improperi e maledizioni; nel vederla così piegata e rassegnata al suo destino provava un certo malessere; l’avrebbe preferita violenta e accusatrice; ma la sapeva già, sebbene la conoscesse poco, donna lusinghiera e finta, di modi insinuanti; giusto per questo aveva abbindolato il povero Basilio.
Dritto davanti a lei con una mano appoggiata aperta sulla tavola la guardava dall’alto aspettando che ella finisse i suoi lamenti.
— Coraggio, — disse infine, come le facesse le sue condoglianze. — Siamo nati per soffrire. E anch’io non dovrei continuare a piangere? Era mio fratello, dopo tutto. Il tempo guarirà il nostro dolore. Addio.
S’avviò senza porgerle la mano. Ella si alzò di scatto e vide che egli aveva lasciato
sulla tavola un biglietto da cento lire: e sulle prime ebbe voglia di afferrare il foglio e buttarglielo dietro; poi tremò e si irrigidì in pari tempo come un cavallo frenato e raggiunse a lunghi passi l’uomo fin sulla porta salutandolo umilmente.
Ma quando fu sola prese il biglietto e lo spiegò fra tutte e due le mani guardandolo come per esaminare se era buono; e subito dopo sollevò e scosse le braccia in direzione della porta maledicendo l’uomo e tutta la sua generazione.
Parte IV
E Zebedeo, di fuori, sentiva ch’ella faceva così e aveva un po’ di paura perchè infine, pensava, Salvatore era figlio di Basilio e aveva diritto naturale, se non per legge, all’eredità.
Dio dispone così. Ma il mondo ha quasi sempre più ragione di Dio; il mondo non permette che un figlio illegittimo prenda l’eredità paterna, e dopo tutto le leggi sono fatte da uomini saggi che forse e senza forse sono inspirati da Dio.
Se la legge dispone così vuol dire che un certo castigo deve pesare sul figlio del peccato. Questo poi l’ha detto proprio Dio: che i figli devono scontare le colpe dei genitori.
— Noi camminiamo guidati da Lui, se Lui vuole che io faccia così è segno che devo far così.
Ma intanto aveva paura della maledizione della donna ed anche delle sue fattucchierie. Sapeva per esempio che in quegli ultimi tempi per quanto lei adesso mostrasse tanto dolore non correvano più buonissimi rapporti fra lei e Basilio; ed essa gli augurava del male: forse lo aveva fatto morire lei.
Che vada dunque al diavolo anche lei. Ed egli fece le fiche per scongiurare il malaugurio, ma guardava per terra e gli pareva che di tanto in tanto il terreno si spaccasse per lasciar intravedere una misteriosa profondità d’acqua e di fuoco. Erano pezzetti di vetro che scintillavano alla luna.
Parte V
Finalmente le visite di condoglianze erano terminate e le donne si affaccendavano a rimettere in ordine la casa.
La serva, una ragazza che rassomigliava a Lia ma molto giù giovane e acerba, aveva riacceso il fuoco e rimesso la caffettiera a bollire, sapendo che questo era il maggior conforto delle sue padrone e anche suo: e pensava con sollievo che finalmente il padrone anziano se ne sarebbe andato in campagna come già se n’era andato il padrone piccolo.
Erano autoritari e pretensiosi, gli uomini, quando stavano in casa. Il padrone anziano voleva che la serva gli versasse anche l’acqua da bere e gli lavasse i piedi come una schiava.
Quei giorni poi era più inumano che mai: il dolore per la morte del fratello pareva lo inasprisse e lo rendesse malvagio, invece di ricordargli che tutti dobbiamo morire.
Ecco che seduto ancora al posto dove da tre giorni riceve le condoglianze degli amici e dei conoscenti, ancora fermo e rigido dentro il suo cappotto come un diavolo in penitenza, grida alla ragazza che vada a prendere il cavallo dalla stalla e lo conduca all’abbeveratoio.
— E non montarci su, non farlo bere in fretta.
— L’ho fatto già bere qui, con l’acqua del pozzo pulita come l’argento.
— Oh!
Un oh, solo; ma urlato in modo tale che la ragazza balzò come sotto una sferzata e corse via.
Il fatto è che il padrone voleva per qualche momento liberarsi di lei e della sua curiosità; voleva parlare alle donne, prima di andarsene in campagna, alleggerirsi di un peso che gli gravava sull’anima e sul corpo.
— Zia Annia, — disse non senza una certa trepidazione, — bisogna che parliamo di una cosa; e tu, Maria Caterina, mettiti a sedere finalmente.
La moglie non se lo fece ripetere; era una piccola donna pingue e remissiva che sarebbe rimasta tutta la sua vita a sedere senza far niente, felice solo di quello. Sedette accanto a lui e riprese istintivamente l’atteggiamento composto e tragico di quando riceveva le condoglianze.
La vecchia zia Annia continuava invece ad andare e venire appoggiando l’altissima persona scarna e curva a un bastoncino che non lasciava mai: le sue lunghe vesti nere strascinavano per terra, tutte di lana glossa, e pure di lana era il fazzoletto che le circondava il viso grande terreo col lungo labbro sardo e gli occhioni scuri cerchiati.
Andava e veniva; aveva sentito e forse anche capito il richiamo di Zebedeo, ma fingeva il contrario, occupata a riempire d’olio i lumi d’ottone disposti sopra il camino, e una lanterna che serviva alla notte per andare nel cortile o nella stalla.
— Zia Annia, — ripetè Zebedeo sforzandosi a parer gentile, — venite a sedervi qui, per piacere. Ho da chiedervi un consiglio.
Ella depose l’oliera, si pulì le mani, tutto con lentezza, assorta in un suo pensiero dal quale nulla valeva a distoglierla.
Quando finalmente le piacque andò a sedersi anche lei in fondo alla stanza, dove questa si svolgeva in una specie di abside con una finestra adesso chiusa, come tutte le altre della casa, per il lutto.
— Si tratta di quella donna, — disse Zebedeo, — di Lia, dell’amica del beato Basilio insomma.
La vecchia rispose secca.
— Se tu sei uomo di fegato devi trovare subito il modo di farla tacere.
— E come? — egli domandò piccato; — ditelo voi, il come.
— Sai quello che hanno fatto a donna Maria Deliperi, sebbene nobile e ricca. Aveva la lingua lunga e amava gli scandali: ebbene, tu sai quello che gli avversari le hanno fatto. Tu lo sai.
Egli lo sapeva. A questa Donna Maria Deliperi gli avversari avevano fustigato il sedere nudo con una corda di pelo sino a farlo sanguinare; e sulle piaghe vive sparso il sale, in modo che la donna dalla lingua lunga era stata in pericolo di vita.
— Gli avversari di donna Maria Deliperi avevano ragione di farle quanto le hanno fatto. Eppoi erano altri tempi. Io non mi sento da tanto.
— Ma c’è anche il giudice, — propose timidamente la moglie. — Egli condanna le persone diffamatrici.
— Io, — riprese con accento di odio la vecchia, — ho sempre avuto il presentimento che quella demonia ci portasse la sventura in casa. Sempre ce l’ha portata del resto, fin dal malaugurato giorno che fissò gli occhi di serpente sul nostro povero Basilio. Lo aveva incontrato, lo aveva legato a sè con malìe infernali. Ci fu un tempo in cui lo spronava anche al delitto: posso dirvelo in coscienza, perchè qualche volta il povero morto aveva momenti di confidenza con me. E mi diceva: zia Annia, forse mangerò il pane del re: vale a dire, forse andrò in prigione. Perchè la vipera lo consigliava ad ammazzare il marito non riuscendovi lei con le sue fattuc- chierie. E il marito lo sapeva e lo sa, disgraziato; per questo, per paura, non è ritornato in paese. Un’altra cosa devo dire....
— Aspettate, — interruppe Zebedeo, infastidito da quel torrente di parole; — tutte queste sono chiacchiere; il fatto è che la donna ci diffama; qualcuno può non credere alle sue storie, ma i più vi credono. Bisogna farla tacere, questo è l’importante.
— Accoppala, ti ripeto; oppure ha ragione tua moglie, diamole querela.
— Oh donna di Dio! — egli sospirò; — il rimedio è peggiore del male.
— Perchè?
— Perchè se andate a molestare una vipera, questa vi morde con più furore.
— E allora che vuoi fare? Dillo tu.
— Io direi di prenderla con le buone; di aiutarla a campare.
— Ah, Zebedeo! E tu, dunque, te la vuoi mettere in seno, la vipera? Prova, prova: prova e vedrai.
— Infine, non è per lei, è per il bambino. È figlio del povero morto, e dobbiamo aiutarlo.
— Questo è vero. Ma non si potrebbe toglierlo alla donna e prenderlo noi? Basilio gli voleva molto bene, — disse la moglie.
La vecchia non rispose, ma sorrise con compatimento: aveva molto rispetto per Maria Barcai e la considerava come sua padrona; non la contraddiva, ma la compativa per le sue ingenuità. D’altronde anche Zebedeo diceva:
— Non è il caso neppure di parlarne; e non sarebbe coscienzioso il tentare di farlo. Eppoi mi dicono che il ragazzo è molto intelligente e attaccato alla madre.
— E la madre ne farà un nostro nemico, non dubitarne.
— Non ne dubito, no, se non procureremo di evitarlo.
— Ma che cos’è, dunque, che tu vuoi fare? E cedi dunque a quei due l’eredità, — disse la vecchia con ironia rabbiosa.
— Se Basilio avesse disposto così, io sarei pronto ad eseguire la sua volontà, — affermò Zebedeo con grave tristezza.
— Per fortuna Basilio ha lasciato a Dio la cura di provvedere a quella vipera. E Dio provvederà: non provvede a tutte le vipere della terra?
— Zia Annia! questo non è parlare degno di voi. Siete vecchia e vi ho conosciuta sempre saggia e timorata di Dio. Tutti possiamo avere del veleno in cuore; ma sotto il cuore c’è la coscienza.
— È vero, — approvò la moglie.
Anche la vecchia parve colpita dalle parole di lui.
— E di’ tu, allora, Zebedeo.
— Io ho detto. Bisogna aiutare la donna e il fanciullo. Bisogna non dare ascolto alle chiacchiere della gente: la gente ha gusto a spandere zizzania. Chiudete la porta alle donne sfaccendate, che vadano all’inferno a chiacchierare con Lucifero. Date retta; chiudete la porta.
La vecchia lo guardava fisso fra curiosa e beffarda: infine domandò:
— Per caso, ci sei stato anche tu nella tana della vipera?
Ed egli arrossì; ma parve un rossore di dispetto, o almeno per tale egli lo finse.
— E se ci fossi stato? Sono forse un uomo che deve aver paura dello vipere? No ho ammazzate millanta e una con la punta del mio bastone.
— E ti ripeto che faresti bene, non dico ad ammazzare, ma a pestare la lingua a questa.
— E, perdio, non è quello che dico? — egli gridò. — Ma con le donne bisogna parlare tre ore prima di intendersi. Infine, il fatto è questo: bisogna far tacere la donna aiutandola. Mandiamoci della roba in casa, anche perchè il mondo veda. Altrimenti provvederò io: provvederò, anche perchè la coscienza così mi detta: ma poi non venite a farmi delle chiacchiere.
Egli alzava sempre più la voce e pareva provasse gusto a gridare, più per gridare, dopo tutti i bisbigli e le parole false di quei giorni, che per affermare la sua volontà.
La moglie aveva chinato la testa e si guardava le mani grasse incrociate sul grembo: per lei la volontà del marito era la sua, eppure non le dispiaceva in quel momento che zia Annia contrastasse con Zebedeo: perchè in fondo sentiva anche lei una paura superstiziosa di Lia: per troppo tempo poi aveva nutrito il terrore che l’eredità di Basilio andasse al bastardo invece che al suo Bellia.
La vecchia diceva dunque, senza alzare la voce, senza scomporsi:
— Se tu credi di placarla con poco t’inganni, Zebedeo; quella è un vampiro che non ti darà mai pace, e più le farai del bene più lei ti farà del male. Ti voglio ripetere il mio sospetto che Basilio sia morto per opera sua: anche lui aveva paura di questo.
— Zia Annia, perchè parlate così?
— Tu lo hai detto; perchè nel cuore possiamo tutti avere del veleno, ma sotto il cuore c’è la coscienza. Tu osserverai: quella vipera non aveva interesse che il povero Basilio morisse; anzi con lui tutto doveva perdere. Ed io ti rispondo: ma lei non credeva così; lei era certa di mettere le mani sulla roba di Basilio; lei era convinta che esistesse un testamento di lui in favore del figlio.
— Ma allora avrebbe cercato di tenerlo lei, questo testamento.
— E chi ti dice che non l’abbia? — Voi sragionate. L’avrebbe tirato fuori subito.
— È vero, — approvò la moglie, che s’era animata ed anzi aveva un lieve brivido d’inquietudine.
— Non si sa mai il pensiero delle donne come quella, — riprese la vecchia. — Aspettiamo qualche giorno. Questo di certo posso dirti, che un testamento lui lo aveva fatto. E lo teneva sempre con sè: e, quando gli accadde la disgrazia, sabato scorso, ricordati, Zebedeo, io venni qui gridando; e tu sei accorso e lo hai tirato su, lo hai messo sul letto, mentre la serva correva a chiamare il dottore. Le vesti del povero Basilio le ho messe io, sulla sedia, e nessuno le ha più toccate finchè dopo qualche ora si guardò se aveva carte in tasca; e ne aveva sì, ma non quella.
Zebedeo ascoltava attento come se le cose che sentiva gli fossero nuove: aspettava il particolare che gl’indicasse come la vecchia sapeva del testamento e tardando questo particolare a venire s’irritò.
— Ma, infine, avete voi veduto il testamento? Questo importa sapere, tutto il resto sono chiacchiere.
— Veduto non l’ho, ma so di certo che lo aveva. Del resto io non so leggere e non frugavo nelle carte del povero Basilio.
— Può darsi che il testamento fosse a favore nostro e che la vipera glielo abbia sottratto, — arrischiò l’ingenua Maria Caterina Barcai.
— Macchè, macchè! — gridò il marito. — Non era uomo da lasciarsi beffare così, mio fratello. E voi donne fareste bene a tener la lingua in bocca, perchè ogni vostra parola è un mal seme gettato al vento.
Zia Annia non protestò; anche per lui aveva un certo rispetto, una soggezione istintivamente servile; ma non potè nascondere un risentimento silenzioso e ostile che le indurì maggiormente il viso.
E l’uomo se ne accorse e alzò ancor più la voce come s’ella gli avesse risposto male.
— Il fatto è questo, che se voi chiacchierate così davanti alla gente, la gente che è maligna può dire: il testamento lo hanno fatto sparire i parenti. Ed è questo che urlava ieri quella donna che voi chiamate la vipera.
— Io non sono donna da gettare le parole al vento, Zebedeo; non ho mai chiacchierato con le vicine di casa. Se adesso ho parlato è perchè tu stesso lo desideravi.
— Io non desideravo questo, veramente; io vi ho chiamato qui per dirvi il mio pensiero, che nonostante tutte questo divagazioni rimane lo stesso: bisogna sovvenire la donna perchè il figlio è figlio di Basilio. Se poi lei risponderà male, peggio per lei: è affar suo: noi non abbiamo bisogno della sua gratitudine.
— È vero, è vero, — ripeteva la moglie, guardando ora lui ora la vecchia.
La vecchia serbava nel viso le pieghe del suo risentimento, poichè le parole di Zebedeo l’avevano punta a fondo: e qualche cosa di ostile, una sfumatura di diffidenza reciproca, un’ombra indefinibile era già sorta fra loro. Egli sentì bisogno di alzarsi, di mettere fine al colloquio: eppure aveva voglia di gridare ancora, di provocare la vecchia: andò su e giù sbuffando in cerca di qualche cosa che non trovava, infine uscì sbattendo l’uscio.
Le due donne continuarono a parlare della cosa, e la moglie adesso propendeva per le idee del marito, anche perchè sapeva che dopo tutto egli avrebbe fatto il piacer suo, mentre la vecchia pur dichiarando di non voler più impicciarsi nell’affare gettava nel suo discorso frasi misteriose che davano un oscuro senso di paura alla mite Maria Caterina Barcai.
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The end
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