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I due Gentiluomini di Verona

William Shakespeare · 1859 · Free in the US

17,395 words · about 1 h 13 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Language
Italian
Published
1859
Length
17,395 words · about 1 h 13 min
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Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Interlocutori under 1 min
  3. Atto primo about 12 min
  4. Atto secondo about 21 min
  5. Atto terzo about 16 min
  6. Atto quarto about 15 min
  7. Atto quinto about 9 min

Continue:

Front matter

ct ct

ct

Indice

Interlocutori

ct

Il duca di Milano, padre di Silvia.

VALENTINO | Gentiluomini di Verona.

PROTEO

ANTONIO, padre di Proteo.

TUBIO, specie d’idiota, rivale di Valentino.

EGLAMOUR, agente di Silvia, che protegge la di lei fuga.

SPEED, domestico buffone di Valentino.

LAUNZIO, domestico di Proteo.

PANTINO, domestico di Antonio.

L’Oste presso cui alberga Giulia in Milano.

Banditi.

GIULIA, signora di Verona, amata da Proteo.

SILVIA, figlia del Duca, amata da Valentino.

LUCIETTA, cameriera di Giulia.

Servi e Musici.

ct

Atto primo

ct ct

ct

ct ct ct Val. Cessa da’ tuoi discorsi, mio amato Proteo; la gioventù che non esce dal suo paese, non ha mai che uno spirito ristretto. Se l’amore non incatenasse i tuoi giovani anni ad una donna assai degna di essere amata, ti esorterei ad accompagnarmi per vedere le meraviglie di un mondo sconosciuto, piuttosto che startene qui in una stupida indolenza, logorando la gioventù nella inerzia che sfibra d’ogni vigore: ma poichè tu ami, abbandonati alle tue inclinazioni, e cerca di essere così felice, come vorrò esserlo io stesso, allorchè comincierò sentire le passioni tenere.

Prot. Tu vuoi dunque lasciarmi? Addio, mio caro Valentino; pensa al tuo Proteo. Se per avventura vedi ne’ tuoi viaggi qualche oggetto degno di ammirazione, desidera d’avermi teco per dividere la tua felicità: se poi i pericoli ti minacciano raccomandati alle sante preghiere dell’amicizia, ed io sarò tuo intercessore.

Val. Amare per non raccogliere altro frutto de’ propri gemiti che disprezzo, un freddo e sdegnoso sguardo per le angoscie di un cuor straziato; comprare un momento di gioia colle noie, le pene e l’insonnia di venti notti; se anche trionfate, avere una vittoria che costa lunghi pentimenti: se a nulla riescite, non essersi procacciato che pene crudeli; l’amore che termina sempre con una follìa comprata con tutte le pene dello spirito; o lo spirito che va perduto, vinto ed oppresso dalle insensataggini dell’amore... no, tutto ciò non mi piace.

Prot. Così udendoti io non sono che un pazzo.

Val. Temo bene ascoltandoti che se nol sei lo divenga.

Prot. Dell’amore tu sparli, ed io non sono l’amore.

Val. L’amore ti è signore; e quegli che si lascia soggiogare da uno stolto non dovrebbe i’ dico esser collocato fra i savi.

Prot. Gli scrittori nondimeno affermano che l’amore abita nelle più belle anime come il verme divoratore nel bottone della più bella rosa.

Val. Ma gli scrittori dicono eziandio che quel bottone che più promette è spesso fracido internamente prima di espandersi, e che del pari l’amore conduce alla follìa gli spiriti giovani; che essi appassiscono, perdono la loro freschezza di primavera, e il frutto d’ogni più dolce speranza. Ma a che gittare qui il tempo dandoti consigli, quando già tu sei tutto divoto all’amore? Anche una volta, addio. Mio padre mi aspetta nel porto per vedermi salire sopra il vascello.

Prot. Io ti vuo’ condurre da lui, Valentino.

Val. No, amico Proteo, è meglio che ci lasciamo qui. Allorchè sarò a Milano, scrivimi intorno a’ tuoi successi amorosi e di tutto quello che ti accadrà durante l’assenza del tuo amico; io pure colle mie lettere verrò spesso a conversare con te.

Prot. Possa tu trovare a Milano ogni felicità.

Val. Così incontri a te pure qui. Addio. (esce)

Prot. Egli seguita l’onore, ed io l’amore; egli abbandona i suoi amici per onorarli di più, ed io abbandono tutti i miei amici e me stesso per l’amore. Quale strano cambiamento tu hai in me operato, Giulia! Tu mi fai trasandare i doveri, sperdere il tempo, combattere i più savi consigli, contar tutto per nulla, logorare il mio spirito fra sogni chimerici, e macerarmi il cuore fra le più crudeli . (entra Speed)

Sp. Messer Proteo, Iddio vi salvi; vedeste il mio signore?

Prot. Ei partì di qui dianzi, e andò ad imbarcarsi per Milano.

Sp. Venti contr’uno ch’è di già imbarcato; ed io son stato una capra perdendolo.

Prot. La capra infatti devia spesso se il pastore se ne allontana solo per un istante.

Sp. Così volete conchiudere che il mio padrone è un pastore, ed io una capra. Prot. Appunto.

Sp. Allora dunque le mie corna sono le sue corna, sia io svegliato o dormiente.

Prot. Sciocca risposta, e ben degna di una capra.

Sp. Capra dunque rimango?

Prot. Sì; e il tuo padrone pastore.

Sp. Potrei impugnarlo valendomi di una circostanza.

Prot. Sarebbe difficile, ma io tel proverei con un’altra.

Sp. Il pastore cerca la capra, e non la capra il pastore; io cerco il mio padrone, e il mio padrone non cerca me; dunque non sono una capra.

Prot. La capra per l’alimento segue il pastore, il pastore per l’alimento non segue la capra; tu per danaro segui il tuo padrone, il tuo padrone per danaro non segue te: dunque una capra sei.

Sp. Codeste le non son prove.

Prot. Fine alle ciancie: hai dato la mia lettera a Giulia?

Sp. Sì, signore: io monton perduto diedi la vostra lettera a lei monton trovato; ed ella monton trovato non diede a me monton perduto nulla per la mia fatica.

Prot. Qui vi è troppo piccolo pascolo per così grande armento.

Sp. Se il terreno è troppo ingombro, farete bene non occupando entrambi che un posto.

Prot. No, sarebbe meglio sospender te per aria, e lasciar libero il campo.

Sp. Chi porterebbe allora le vostre lettere, messere?

Prot. Di tali messaggieri è dovizia in ogni parte.

Sp. Lo credete: l’onor mio vuole ch’io ne dubiti.

Prot. Ma alle corte: che ti disse?

Sp. Aprite la vostra borsa onde i segreti e il danaro scorrano nel medesimo istante.

Prot. Eccoti per le tue fatiche: or che diss’ella?

Sp. In verità, signore, credo che difficilmente la vincerete.

Prot. Perchè? Che cosa vedesti?

Sp. Non vidi nulla: neppure un soldo per averle recato la vostra lettera, ed essendosi mostrata così dura verso di me che le aprivo la vostra mente, temo che nol sia del pari con voi per averle una tal mente aperta. Non le fate doni che di selci, perocchè ella è dura come l’acciaio.

Prot. E nulla disse?

Sp. No, neppure: prendi questo pel tuo disagio. Per mostrarmi la vostra generosità, e ve ne ringrazio, voi mi avete dato una moneta da sei soldi: perciò per l’avvenire potrete portare le vostre lettere voi stesso: e così, signore, io mi raccomanderò al mio padrone.

Prot. Va, parti per salvare il tuo vascello dal naufrago che non può perire capendoti: sendo tu designato per una morte più secca in terra. Mi sarà forza mandare qualche miglior messaggiere perchè temerei che la mia Giulia non isdegnasse le mie lettere, ricevendole da così indegno mariuolo. (escono)

ct ct ct Giul. Dimmi, Lucietta, ora che siamo sole, mi consigli ad amare?

Luc. Sì, madonna; purchè vi apponiate a retta scelta.

Giul. Di tutti i vaghi gentiluomini che mi corteggiano, quale stimi tu il più degno d’amore?

Luc. Vogliate ripetermene i nomi, ed io vi aprirò la mia mente, leggera com’ella è.

Giul. Che dici tu del vago Eglamour?

Luc. È un aggraziato cavaliere, nobile, elegante e che ben favella; ma s’io fossi voi nol vorrei.

Giul. Che pensi del ricco Mercanzio?

Luc. Bene delle sue ricchezze; di lui non tanto.

Giul. Quale ti sembra il gentil Proteo?

Luc. Dio! Dio! come la follìa s’impossessa talvolta di noi!

Giul. Che vuoi tu dire? Perchè siffatta commozione al di lui nome?

Luc. Perdonatemi, cara signora; ma è vergognoso che io, così piccola come sono, giudichi con tanta arditezza così amabili signori.

Giul. Perchè non parli di Proteo come parlasti degli altri?

Luc. Perchè lo credo il migliore.

Giul. E la tua ragione?

Luc. Non ho che quella di una donna: credo così perchè credo così.

Giul. Mi consiglieresti dunque ad amarlo?

Luc. Sì, e non potreste por meglio il vostro amore.

Giul. Ma egli è il solo fra tutti che non abbia mai fatto alcuna impressione su di me.

Luc. Pure è fra tutti, io credo, quello che più vi ama. Giul. Le sue poche parole mostrano che il suo amore è ben piccolo.

Luc. Il fuoco più compresso è quello che brucia di più.

Giul. Non amano coloro che non fanno apparire il loro amore.

Luc. Ma anche meno aman quelli che un tal amore fanno apparire agli occhi di tutti.

Giul. Vorrei conoscere i suoi sentimenti.

Luc. Leggete questo foglio, signora.

Giul. A Giulia. Da chi viene?

Luc. Il contenuto ve lo chiarirà.

Giul. Di’, di’; chi te lo diede?

Luc. Il paggio di ser Valentino, mandato, io credo, da Proteo: voleva darlo a voi stessa, ma avendolo io incontrato, lo ricevei in vostro nome; vogliate perdonarmelo.

Giul. In verità per la mia modestia, siete un’eccellente negoziatrice! Come ardite voi ricevere lettere amorose, fermare segrete intelligenze e cospirare contro la mia gioventù? Credetemi, scegliete un bell’uffizio che a meraviglia vi si addice! Su via, ripigliate questa lettera; pensate a restituirla, o non venite mai più dinanzi a me.

Luc. Quando si serve l’amore si merita una ricompensa migliore che non è l’odio.

Giul. Volete uscire?

Luc. A fine che possiate meglio pensarvi. (esce)

Giul. E nondimeno vorrei aver letto quel foglio. Sarebbe ora vergognoso per me il richiamarla e il pregarla di commettere un fallo di cui l’ho garrita. Ma come è insensata! Sa che sono fanciulla, e non mi sollecita, non mi sforza a leggere quella lettera! Perocchè le fanciulle per pudore dicono no a ciò che più volentieri accetterebbero: oh Dio, qual vergogna! Quanto l’amore è fantastico e bizzarro! Ei somiglia ad un fanciullino capriccioso che bistratta la sua nutrice, e un istante dopo bacia la mano che l’ha punito. Con qual crudeltà ho cacciata Lucietta allorchè avrei desiderato che rimanesse qui! Con qual barbarie mi sono studiata di mostrarle una fronte torva, quando una gioia interna costringeva il mio cuore a sorridere! Ebbene il mio castigo sarà di richiamarla, e di chiederle perdono della mia follìa. — Olà! Lucietta! (rientra Lucietta)

Luc. Che desidera Vossignoria?

Giul. È vicina l’ora del pranzo?

Luc. Vorrei fosse, onde poteste sfogare la vostra collera su le vivande, e non su la vostra fante. Giul. Che cosa è che raccogliete così dolcemente?

Luc. Nulla.

Giul. Perchè vi siete dunque chinata?

Luc. Per prendere un foglio che mi era caduto.

Giul. E un foglio lo chiamate nulla?

Luc. Nulla che mi risguardi.

Giul. Lasciate dunque che lo raccolgano coloro a cui spetta.

Luc. Signora, temo che non restasse sempre per terra.

Giul. Sarà qualche vostro amante che vi avrà scritto per le rime.

Luc. Così potrò cantare i suoi versi, signora, se mi insegnate un motivo, voi che ne sapete tanti.

Giul. Credo che potreste cantar sull’aria: luce di amore.

Luc. È troppo grave per così amabile tema.

Giul. Grave? Avrete gran soggetto dunque di stare allegra?

Luc. Sì, signora; e voi pure l’avreste, imparando questa canzone.

Giul. Perchè non me la dite?

Luc. È troppo alta per le mie corde.

Giul. Vediamo questi versi. — Ebbene, fraschetta?

Luc. Mantenete questo tuono, e canterete a meraviglia, sebbene parmi che tal tuono non mi piaccia.

Giul. Non piace a voi?

Luc. No, signora, è troppo stridulo.

Giul. Voi, donzelletta, siete troppo sfacciata.

Luc. Così adoperando sbandirete ogni armonia: se la voce del tenore non ci soccorre, il nostro concerto è fallato.

Giul. Tal voce non varrebbe a rendervi tollerabile.

Luc. Eppure giuocherei di sì, se il tenore fosse Proteo.

Giul. Questa cianciatrice non m’infesterà più e suggellerò con quest’atto la mia protesta. (straccia la lettera) Escite e lasciate lì quei brandelli di carta che col solo toccarli mi fareste andare in collera.

Luc. (a parte) Ella fa la sdegnata; ma sarà contenta mettendosi in collera per una seconda lettera simile a questa. (esce)

Giul. Ah foss’io adirata davvero contro quella lettera! Oh odiose mani che laceraste quegli amati caratteri! Io vi assomiglio, o ingrate vespe, che vi nutrite del mele più dolce, e trafiggete coi vostri dardi l’ape che ve li porge. Per espiare il mio fallo vuo’ coprire di baci tutti i brani di questa lettera. Ecco, qui sta scritto tenera Giulia; oh di’ piuttosto; Giulia crudele! Per punirmi della mia ingratitudine vuo’ porre il mio nome su questa pietra e calpestarlo con isdegno: poi qui si legge Proteo ferito d’amore; povero nome che le mie mani han ferito, il mio seno come letto t’accoglierà fino che sii sanato; le mie labbra intanto cerchino di guarirti. Ma il nome di Proteo era scritto in varii luoghi. — Rattieni il tuo alito, buon zeffiro, non rubarmi una sola parola ond’io ritrovi ogni sillaba in questi brandelli sparsi, eccetto il mio nome: questo sia da te trasportato per rupi e deserti, e sommerso infine nel mare gonfio di sdegno! Ecco, in una sola riga il suo nome è scritto due volte: il povero abbandonato Proteo, il tenero amante Proteo... alla dolce Giulia, metterò in piccolissimi pezzi queste ultime parole. — E nondimeno, no. Egli ha così ben saputo unirle allo sfortunato suo nome, che tutte nel mio seno vuo’ riporle. Ora baciatevi, abbracciatevi, contendete, fate quello che vi piace. (rientra Lucietta)

Luc. Signora, il desinare è pronto e vostro padre vi aspetta.

Giul. Ebbene andiamo.

Luc. Debbono quei brani di carta, giacersi lì per terra per narrare le vostre avventure?

Giul. Se voi li rispettate, raccoglieteli.

Luc. Fui garrita per averlo voluto fare: ma nondimeno non li lascierò qui per tema che non incappino in un raffreddore.

Giul. Veggo bene che avete voglia di ripigliarli.

Luc. Sì signora, potete ben dire quello che vedete: ma molte cose che veggo io, sono da me dissimulate.

Giul. Venite, venite; vi piace di seguitarmi? (escono)

ct ct ct Ant. Dimmi, Pantino, qual fu il grave discorso che mio fratello ti tenne nel convento?

Pan. Versò sul suo nipote Proteo, figlio vostro.

Ant. Che disse di lui?

Pan. Maravigliò forte che Vossignoria permettesse ch’ei sperdesse qui il suo tempo intantochè altri padri di un grado e di un nome ben meno cospicuo fanno partire i loro figliuoli in cerca di fortune, sia col mezzo delle guerre, o di più miti studii. Dice che vostro figlio Proteo sarebbe riescito nella maggior parte delle imprese in cui fosse posto, e mi scongiurò perchè v’importunassi onde nol lasciate più a lungo inoperoso, e in una inespe- rienza, di cui si risentirebbe ad ogni passo in età più matura. Un viaggio gli sarebbe necessario.

Ant. Tu non hai bisogno di infestarmi perch’io consenta a ciò; è più d’un mese che ci penso. Ho bene notata la rovina del suo tempo; e come, senza lo studio e la cognizione del mondo, ei non possa giammai diventare uomo perfetto; ma l’esperienza s’acquista collo studio e l’applicazione, e si perfeziona col volgere degli anni. Dimmi dunque dove sarebbe più conveniente di mandarlo.

Pan. Credo che Vossignoria non ignori come il suo amico, il giovine Valentino, sia partito per la Corte dell’imperatore.

Ant. Lo so.

Pan. Sarebbe bene, penso, che lo inviaste colà, onde avesse occasione d’esercitarsi nelle giostre e nei torneamenti, nel bel conversare coi nobili, e in ogni altro esercizio degno della sua nascita.

Ant. Mi piace il consiglio; bene ti apponesti: e per mostrarti quant’io t’approvi, vuo’ che tosto tal disegno vada in esecuzione, e che mio figlio parta.

Pan. Dimani, se vi piace, ei potrà accompagnare don Alfonso, ed altri egregi valentuomini che vanno a salutare l’imperatore, e ad offrirgli i loro servigi.

Ant. Ottima compagnia; Proteo andrà con essi: e in buon tempo giunge perch’io gliene dica. (entra Proteo)

Prot. Dolce amore! Dolce scritto! Dolce esistenza! Ecco la sua mano interprete del suo cuore; ecco il suo giuramento di amarmi, e i pegni della sua anima. Oh vogliano i nostri padri approvare la nostra inclinazione, e suggellare questa felicità col loro assentimento! Divina Giulia!

Ant. Che lettera state leggendo?

Prot. Piaccia a Vossignoria, son poche parole d’amicizia che mi scrive Valentino, e che mi furono consegnate da uno che venne pur ora.

Ant. Datemi quella lettera; ch’io vegga quali novelle reca.

Prot. Non vi son novelle, signore; ei mi scrive soltanto che è felice, amato e beneficato dall’imperatore e desidera d’avermi compagno delle sue fortune.

Ant. E che dite di tale desiderio?

Prot. Nulla più di quello che debbo dire un figlio obbediente al proprio genitore, soggetto alle voglie di questo, prima che a quelle dell’amistà.

Ant. Ebbene i miei desiderii concordano perfettamente coi suoi; non vi meravigliate di questa mia subitanea risoluzione perchè voglio ciò che voglio, e tutto è detto. Sono risoluto a farvi star qualche tempo con Valentino alla Corta dell’imperatore; e quello che la sua famiglia gli dà per sussistere onorevolmente, voi pure l’avrete da me. Domani apparecchiatevi ad andare, non vi son parole; lo voglio.

Prot. Signore, non potrò provvedermi così subito di quanto m’è necessario: piacciavi concedermi un giorno o due.

Ant. Quello che ti manca, ti sarà mandato: non più dimore; domani convien partire. — Venite, Pantino; voi attenderete ad affrettare il suo viaggio. (esce con Pant.)

Prot. Così ho evitato il fuoco per tema d’abbraciarmi e mi son gettato nel mare in cui ora annego. Non volli mostrare a mio padre la lettera di Giulia per paura ch’ei non s’opponesse al mio amore, ed è della mia scusa stessa ch’ei si prevale contro l’amor mio. Oh come questa primavera d’amore somiglia alla luce incerta d’un giorno d’aprile, che ora mostra tutte le bellezze del sole, e un istante dopo è da una nabe lasciato in profonda oscurità! (rientra Pantino)

Pan. Messer Proteo, vostro padre vi chiama; egli ha gran pressa, onde vi prego di andare.

Prot. Oh, che è ciò? Il mio cuore vi consente, e nondimeno mille volte mi dice di no. (escono)

Atto secondo

ct

ct ct ct Sp. Messere, il vostro guanto.

Val. Non è mio; i miei guanti gli ho nelle mani.

Sp., Questo potrebbe ben nonostante esser vostro, quantunque unico.

Val. Ah! lasciami vedere: sì, dammelo, è mio; dolce ornamento che fregia una cosa divina! Oh Silvia, Silvia!

Sp. (gridando) Madonna Silvia, madonna Silvia!

Val. Che fai, mariuolo?

Sp. Ella non può udirci, signore.

Val. Chi ti comandò di chiamarla?

Sp. Vossignoria, se non m’ingannai.

Val. Tu fosti sempre troppo ardito.

Sp. E nondimeno fui, non ha molto, ripreso per essere stato timido.

Val. Basta di ciò; dimmi, conosci Silvia?

Sp. Quella che Vossignoria adora?

Val. Come sai tu che l’adoro?

Sp. Per questi segni: prima perchè avete imparato, come messer Proteo, ad incrociare le braccia, a mo’ degli uomini malcontenti, poi a piacervi in una canzone d’amore come un pettirosso, e a passeggiar solo quasi foste un appestato, e a sospirare come uno scolaro che ha perduto il suo A. B. C., e a piangere come una giovinetta che ha veduto morire sua nonna, e a digiunare come un malato a cui è stata imposta la dieta, e a vegliare come chi teme d’esser derubato, e a parlare con tuono lagrimevole come un mendico alla porta d’una chiesa. Voi eravate avvezzo quando ridevate a cantare come un gallo; quando passeggiavate a passeggiare come un leone; non digiunavate che dopo un buon pranzo; non eravate mesto che per mancanza di danaro: ed ora la vostra amante v’ha tanto mutato, che quando vi contemplo, dubito che siate il mio padrone. Val. Si veggono elle tutte queste cose in me?

Sp. Si veggono al di fuori di voi.

Val. Al di fuori di me? Non può essere.

Sp. Sì, al di fuori di voi, nulla è più vero; perocchè voi siete così fuori di voi che nulla vi rimane all’interno. Le vostre follìe veggonsi traverso al vostro corpo come l’urina in un pitale; talchè nessun occhio può guardarvi senza divenir tosto un abile medico, e indovinare la vostra malattia.

Val. Ma dimmi, conosci tu la mia Silvia?

Sp. Quella su cui fermate sempre gli occhi durante la cena?

Val. Hai tu notato ciò? Sì, quella.

Sp. Ebbene, signore, non la conosco.

Val. La osservasti pel mio guardarla, e non la conosci?

Sp. Non è ella una fanciulla rozza, signore?

Val. Gentile, più che bella.

Sp. Questo io ben sapeva.

Val. Che cosa?

Sp. Che non è tanto bella quanto gentile per voi.

Val. Intendo che la sua bellezza è eccelsa e la sua bontà infinita.

Sp. È perchè l’una è dipinta, e l’altra non si può misurare.

Val. Che vuoi tu dire?

Sp. Ch’ella si è tanto studiata di parer bella, che ha imparata la lezione a memoria.

Val. E che cosa giudichi di me che la reputo divina?

Sp. Voi non l’avete mai veduta dacchè divenne brutta.

Val. Da quanto tempo è ch’è divenuta brutta?

Sp. Dacchè l’amate.

Val. Io l’ho amata dacchè l’ho veduta, e l’ho veduta sempre bella.

Sp. Se l’amate non potete vederla.

Val. Perchè?

Sp. Perchè l’amore è cieco. Oh se aveste i miei occhi; o se i vostri avessero la luce che solevano avere quando rampognavano Proteo per la sua cecità...

Val. Che cosa vedrei?

Sp. La vostra presente follìa, e la sua poca bellezza: perocchè quegli che ama non ci vede neppur tanto da allacciarsi le calze, e voi amando, siete sepolto in dense tenebre.

Val. Tu pure dunque ancora sei innamorato, perocchè ieri mattina non fosti da tanto da affibiarmi le scarpe.

Sp. È vero, signore; ero innamorato del mio letto: vi ringrazio di questa sferzata che mi date pel mio amore, essa mi farà più ardito a garrirvi del vostro.

Val. Infine, io l’amo.

Sp. Me ne duole.

Val. La scorsa notte ella mi comandò di scrivere una lettera ad uno che le è caro.

Sp. E voi la scriveste?

Val. Sì.

Sp. Andaste dritto nelle righe?

Val. Feci quanto potei: ma silenzio, eccola. (entra Silvia)

Sp. (a parte) Meravigliosa bambola! Meravigliosa affè! Ei le serve d’interprete.

Val. Amabile donzella, mille saluti.

Sp. (a parte) Datele, datele una buona sera! È meglio d’ogni altro complimento.

Sil. Messer Valentino, ve ne ricambio con due mila.

Sp. (a parte) Egli dovrebbe pagarle i frutti, ed è invece lei.

Val. Come imponeste, ho scritto la lettera al fortunato vostro amico che non avete voluto nominare; avrei avuta molta ripugnanza a farlo, se non riputassi un dovere l’adempiere ai vostri ordini.

Sil. Vi ringrazio, gentil cavaliere: siete un ottimo segretario.

Val. Credetemi, la scrissi con molto dolore; perocchè non sapendo a cui fosse indiritta, le frasi escivano dalla mia penna timide e monche.

Sil. Forse pensate che ciò sia stato troppo faticoso?

Val. No, signora; se voi lo desiderate, ne scriverò mille e nondimeno...

Sil. Un bel periodo! ho indovinato il resto; e quantunque non lo dica... nondimeno potrei... ma riprendete questa lettera: ve ne ringrazio, e non v’importunerò più per l’avvenire.

Sp. (a parte) Eppur lo vorrete; e chi sa quant’altre volte.

Val. Che volete dire? Non vi piace la lettera?

Sil. Sì, è benissimo scritta: ma poichè la faceste con dispiacere, riprendetela. — Riprendetela dico.

Val. Signora, fu scritta per voi.

Sil. Voi la scriveste a mia inchiesta, ma io non la voglio, ella è per voi: avrei voluto che fosse scritta con maggior sentimento.

Val. Se lo desiderate ne farò un’altra.

Sil. E quando sarà fatta, leggetela per amor mio come addirizzatavi da me: se vi piacerà, bene; se no, ne comporrete una terza.

Val. Se mi piacerà, signora? Che cosa? Sil. Se vi piacerà, dico, tenetela per premio delle vostre fatiche: per ora buon giorno, signore. (esce)

Sp. Oh astuzia! oh enigma inesplicabile! oh arte invisibile come il naso in mezzo al volto, o un pavone sulla punta di un campanile! Il mio padrone sospira per lei, ed ella ha insegnato al suo schiavo, al suo pupillo, a divenir suo precettore. Oh eccellente stratagemma! Ne fu mai trovato un migliore? Il mio padrone è segretario della sua amata, e scrive a se stesso le lettere ch’ella gli indirizza.

Val. Ebbene, malandrino? Che stai dicendo fra te?

Sp. Facevo rime; ma avete ragione.

Val. In che?

Sp. In servire da interprete alla vaga Silvia.

Val. Verso di chi?

Sp. Verso di voi: ella vi amoreggia sotto figura rettorica.

Val. Sotto figura?

Sp. Sotto traslato: con una lettera, voglio dire.

Val. Ma ella non mi ha scritto?

Sp. Che bisogno ne ha quando voi vi siete assunto di farlo? Non vi avvedete della beffa?

Val. No in verità.

Sp. Non notaste la sua aria grave?

Val. Udii che mi rimproverò.

Sp. Non vi diede una lettera?

Val. Fu una lettera che scrissi ad un suo amico.

Sp. Ma la lettera è ora andata al suo indirizzo.

Val. Vorrei che non avessi torto.

Sp. Vi assicuro che mi appongo. Voi le avete spesso scritto, ed ella per modestia o per mancanza di tempo non poteva rispendervi; fors’anche temendo che un messaggiere non la tradisse, ha insegnato al suo amante a scrivere al suo amante. — Questo ch’io dico è vero come una cosa stampata: che in istampa trovai tale ammonizione. — A che pensate, messere? È ora di desinare.

Val. Ho desinato.

Sp. A meraviglia; ma uditemi, signore: sebbene il camaleonte ancora si nutra d’aria, io mi pasco di vivande, e mi diletto di cibi più materiali. Oh imitate la nuova scuola degli amatori: mangiate, mangiate. (escono) ct ct ct Prot. Abbi pazienza, gentil Giulia.

Giul. Forza è bene, poichè non vi è rimedio.

Prot. Appena potrò, ritornerò.

Giul. Se non mi dimenticate ritornerete presto; abbiate intanto questo pegno per ricordarvi dell’amore di Giulia. (dandogli un anello)

Prot. Faremo un cambio; eccovi il mio.

Giul. E suggelliamo questo patto con un santo bacio.

Prot. Prendi la mia mano che ti giura una eterna fede, e se mai scorre un’ora del dì in cui io non sospiri d’amore per la mia Giulia, l’ora che la consegue mi arrechi qualche gran sventura per punirmi d’avere dimenticata la mia amante! Mio padre mi aspetta: non mi dir più nulla! È l’ora della maréa: non sparger lagrime. Le tue lagrime mi farebbero fermare più che non debbo. Addio, Giulia. (Giul. esce) Oh ella mi lascia senza dirmi una parola! Così adopera il vero amore: esso non ha detti; e la sua sincerità vien meglio provata dalle azioni che dai discorsi. (entra Pantino)

Pant. Messer Proteo, siete aspettato.

Prot. Va; vengo, vengo. Oimè queste separazioni rendono muti i poveri amanti. (escono)

ct ct ct Laun. No; anche quest’ora passerebbe prima che avessi finito di piangere; tutta la razza dei Launzii ha questo difetto: io ne ho ricevuta la mia parte, come il figliuol prodigo, e vado con messer Proteo alla Corte dell’imperatore. Credo che il mio cane Crab sia il cane di cuor più duro che esista: mia madre piangeva, mio padre sospirava, mia sorella gridava, la fante gemeva, il gatto si travolgeva le zampe, e tutta la casa era sossopra, e nondimeno questo cane dal cuor di roccia non spargeva una lagrima: egli è una pietra, una vera pietra, e non sente in sè più pietà che non ne senta un cane. Un giudeo avrebbe pianto vedendo quella nostra separazione: la mia avola, quantunque cieca e senz’occhi, pure lagrimò. Vuo’ descrivere come ciò accadde. Supponiamo che questa scarpa sia mio padre; no; questa scarpa a sinistra è mio padre: no, no; questa scarpa a sinistra è mia madre; no; non può essere;... pure è così, è così; perchè ha il tomaio più cattivo. Questa scarpa sdrucita è mia madre; e questa, mio padre. Ch’io sia appeso se non è vero: poi questo bastone è mia sorella; perocchè ella è bianca come un giglio, e piccola come una verga: questo cappello è Nanne, nostra serva; io sono il cane... no; il cane è lui stesso, ed io son io: così sta bene. Ora vado da mio padre; padre, la vostra benedizione! Ecco che la scarpa piange tanto che non può proferire una parola; adesso debbo baciare mio padre; ebbene ei piange anche di più. Eccomi alfine da mia madre: oh se ella potesse ora parlare! Ma è frenetica e disperata. Bene, l’abbraccierò: oimè! ha perduta la respirazione: ora vado da mia sorella; udite come geme: e il cane durante tale scena non versa una lagrima, non proferisce un lamento: io invece fo della polvere fango coll’umore de’ miei occhi. (entra Pantino)

Pan. Launzio, alla nave, alla nave; il tuo padrone è imbarcato, e devi raggiungerlo coi remi. Che v’è? Perchè piangi? Via, asino; perderai il flusso se ti fermi ancora.

Laun. Che me ne cale, se è il flusso più villano che mai gonfiasse?

Pan. Perchè lo chiami villano?

Laun. Perchè mi obbliga ad abbandonare queste amate sponde.

Pan. Poni fine alle ciance, o non farai più il viaggio; non facendo il viaggio perderai il padrone; perdendo il padrone, perderai il servigio; perdendo il servigio... perchè mi chiudi la bocca?

Laun. Per tema che tu non perda la lingua.

Pan. Dove dovrei perder la lingua?

Laun. In mezzo al tuo racconto. — Perderò il padrone, il viaggio e il servizio? Non sai che se il mare fosse asciutto lo empirei colle mie lagrime? e che se il vento più non soffiasse, farei andar la barca co’ miei sospiri?

Pan. Vieni, vieni; fui mandato per chiamarti.

Laun. Chiamami fin che vuoi.

Pan. Ti piace seguirmi?

Laun. Sia pure, verrò. (escono) ct ct ct Sil. Mi fido...

Val. Madonna?

Sp. Padrone, messer Turio vi guarda bieco.

Val. Ne è cagione l’amore.

Sp. Non di voi.

Val. Della mia amante dunque.

Sp. Sarebbe bene che lo correggeste.

Sil. Mi fido, voi siete malinconico.

Val. Davvero, signora, lo sembro.

Tur. Sembrate voi quel che non siete?

Val. Forse.

Tur. Dunque fingete?

Val. Così fate pur voi.

Tur. Che! Sembro io quel che non sono?

Val. Sembrate savio.

Tur. Che prova avete dell’opposto?

Val. La vostra follìa.

Tur. E come osservate la mia follìa?

Val. L’osservo nel vostro giubbone.

Tur. Il mio giubbone è da uomo posato.

Val. E rende più vivo il contrasto della vostra insensatezza.

Tur. Come?

Sil. Siete in collera, messer Turio? Cangiate colore.

Val. Lasciatelo fare, signora; egli è una specie di camaleonte.

Tur. Che ha molta più volontà di nutrirsi del vostro sangue, che della vostra aria.

Val. È detto, signore.

Tur. E sarà anche fatto.

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