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Il Governo Pontificio o la Quistione Romana

Edmond About · 1859 · Free in the US

49,336 words · about 3 h 27 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Edmond About
Language
Italian
Published
1859
Length
49,336 words · about 3 h 27 min
Sections
22 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (22)
  1. Front matter under 1 min
  2. Prefazione about 1 min
  3. Capitolo I about 8 min
  4. Capitolo II about 5 min
  5. Capitolo III about 7 min
  6. Capitolo IV about 9 min
  7. Capitolo V about 11 min
  8. Capitolo VI about 13 min
  9. Capitolo VII about 14 min
  10. Capitolo VIII about 15 min
  11. Capitolo IX about 8 min
  12. Capitolo X about 6 min
  13. Capitolo XI about 11 min
  14. Capitolo XII about 8 min
  15. Capitolo XIII about 6 min
  16. Capitolo XIV about 14 min
  17. Capitolo XV about 10 min
  18. Capitolo XVI about 13 min
  19. Capitolo XVIII about 14 min
  20. Capitolo XIX about 19 min
  21. Capitolo XX about 11 min
  22. Conclusione about 4 min

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ct ct ct ct ct ct ct ct ct ct

Indice

Prefazione

La questione romana ho io studiato nei pontificii dominii: cercando per ogni dove il paese: accontandomi con uomini di svariate opinioni: disaminando le cose da presso, i ragguagli ho attinto alla fonte.

Scrivendo cotidianamente, su due piè, le impressioni accolte nell’animo, ne posi dipoi a parte il lettore nelle pagine del Monitore Universale, fattovi alcun voluto raffazzonamento. Era un lavorietto coscienzioso, alquanto scucito, ma imparziale così, da lasciar trasparire ove una contraddizione ed ove un’inconseguenza. Gl’irosi latrati del governo papale mi obbligarono a sostare; ed io feci di vantaggio; gettai nelle fiamme l’opera mia; ed in quella, ho dettato il libro che presento come frutto di un anno di meditazioni.

Le ultime cose divolgate in Italia, lette da me attentamente, mi furon bordone, massime le accurate memorie del marchese Pepoli e la calzante risposta d’altro illustre Pubblicista italiano al signor di Rayneval, di che mi sono, come di buone armi, aggiovato. Arroge gli schiarimenti avuti a voce o per iscritto da illustri italiani, i cui nomi bene ingemmerebbono queste pagine, se temenza di recar loro nocumento non me ne sconsigliasse.

L’aspettazion grande della vertenza italiana è stata causa, perchè io scrivessi più avacciatamente di quanto avrei voluto. La pressa che mi caccia ha dato alle mie idee meglio appurate non so che di vivace e d’irruente. Divisavo pubblicare una memoria; ma temo mi appuntino di aver pubblicato un libello. Mandimisi buono alcun guizzo di stile, chè all’emendare mi fallì tempo: e leggete, che Dio v’aiti, fino alla pagina estrema: qui giace Nocco.

È opera di giusta guerra, ma leale: nè pretendo aver giudicato i nemici d’Italia senza passione; ma sì di non averne calunniato veruno.

Sono ito a cercarmi un editore a Brusselle, anzichè a Parigi, non perchè il regime della stampa o rigor dei tribunali francesi mi facesse sgomento; sì perchè il Papa, che ha lunghe braccia, avria potuto agguantarmi in Francia; ed io ho indietreggiato alcuni chilometri, per dirgli a fidanza alquante verità.

Capitolo I

ct ct La Chiesa cattolica romana, cui sinceramente rispetto, componsi di centrentanove milioni d’individui, non compreso il garzonetto Mortara.

Essa governano settanta cardinali, o prenci della Chiesa, che fan riscontro ai dodici Apostoli.

Il vescovo di Roma, appellato umilmente Vicario di G. C., Santo Padre o Papa, gode sconfinato potere su centrentanove milioni di cattolici.

Ei nomina i cardinali; questi, lui. Dallo istante di sua elezione il Papa diviene infallibile, a peggio andare, nella sentenza del e de’ più cimati ortodossi. E se il non fu di cotesto avviso, bene lo furono i Papi, e bazza a cui tocca. Or, se il sovrano Pontefice dogmatizza che Maria Vergine nacque scema di macchia originale, i centrentanove milioni cattolici hanno a crederlo a man baciata, siccome avvenne testeso.

Colesta pieghevolezza delle intelligenze onora per bene il secolo nonodecimo; e i posteri, se ameranno giustizia, ce ne sapran grado: perchè, al far de’ conti, invece di accapigliarci per piati teologici, noi abbiamo appianato e ferrato le vie, collocato aerei fili telegrafici, foggiato macchine a vapore, gittato in mare vascelli a vite, dichiuso gl’istmi, creato scienze, svecchiato leggi, rammansato parti, nutricato poverelli, inurbato barbari, rinsanato paduli e acquitrini, dissodato brojere, senza prender lite, neppure una volta, intorno all’inerranza di un uomo.

Ma cotesto secolo sì faccendiero e sì usuraio del tempo, può esser forzato a negligere per un pochissimo le sue bisogne, e sostare. Se, a mo’ d’esempio, scorge agitazion violenta nei dintorni di Roma e del suo vescovo, agitazione cui nè arti sparvierate di diplomatici, nè sforzi di armati valgono a calmare; se scopre in un cantuccio di una penisola fuoco senza fiamma, e pur non estinto, che ha possanza d’incenerire in sole ventiquattr’ore tutta Europa; cotesto secolo, cui prudenza è dovere, grave essendo il cómpito che gli spetta, all’agitazion romana si agita, e vuol conoscere che cosa sia.

Che sia? Egli è che que’ buoni messeri del medio evo, Pipino il breve, Carlomagno e la contessa Matilde, sono andati liberali e scialacquati col Papa. Gli han donato terre ed uomini, come portava usanza; chè l’uomo riputato essendo mobile vivente della terra, entrava come giunta nel contratto, quasi giunco della carne. E furono sì generosi, non ch’ei credessono, col signor Thiers, che Papa indipendente vuol esser Papa re, avendolo scorto in sua povertà più indipendente e più donno di qualvuoi monarca terreno: ma eglino il vollero dovizioso per ragion di amistà, di calcolo, di riconoscenza, ed anche per diseredare le proprie famiglie, come accade tuttodì, con le quali erano in iscrezio. Dall’epoca di Madonna Matilde inuzzolito della proprietà, il Papa cominciò aver di catti, e le voglie sue rinverdirono impronte. Acquistò città per capitolazioni, tale che Bologna; n’ebbe a colpi di cannone, tale che Rimini; alcuna pure per tradigion secreta, tale che Ancona. E così il vescovo di Roma è il monarca temporale di quattro milioni di ettari di terreno, e domina sopra tre milioni cenventiquattromila seicensessantotto uomini, che dolorano rosi fino all’osso dalle marmeggie pretesche.

Or perchè son dessi nel duol si vinti? Ascoltateli, chè n’avete d’onde.

Eglino dicono: «Che l’autorità cui sono sommessi, senzachè abbianla nè dimandata nè accettata, è la più sostanzialmente assoluta fra quante n’abbia ideate : che i poteri legislativi, esecutivi e giudiciarii sono unificati, confusi, amalgamati nella mano istessa a marcio dispetto degli Stati civili e delle teoriche del ; ch’eglino fanno ciecamente a fidanza con la pontificale infallibilità, ove di religion si favelli; ma nelle civili bisogne nè sanno nè possono piegarvi il collo; che non rifuggono dal prestare obbedienza, avvegnadiochè l’uom non viva quaggiù per aver libito rotto ad ogni appetito, e vorrebbono ubbidire a leggi, ove leggi fossero; che la buona voglia altrui, per buona che sia, val manco che il Codice Napoleone, che il Papa regnante non è uom tristo; ma che reggimento arbitrario di prete, fosse ei anche infallibile, sarà sempre reggimento fra i mediocri cattivo.

«Che seguendo la vecchia costumanza (barbacane dell’edifizio papale), il Papa associa al governo temporale degli Stati suoi capi, sotto-capi, ed impiegati spirituali di sua Chiesa; che cardinali, vescovi, canonici e preti scorrazzano commisti lo Stato; che una sola e medesima casta ha diritto di ministrare sacramenti e provincie, confermare garzoncelli col crisma, e giudicii in prima istanza nei tribunali, ordinare suddiaconi ed arresti, spacciare agonizzanti e patenti di capitani. Che in cotesto amalgama di spirituale e di terrestre cercansi uomini per ogni maniera di rilevanti magistrature, i quali bene visi all’occhio di Dio onniveggente, riescon paurosi, come la peste, alla debil veduta del popolo; estranii sovente al paese, talvolta agli affari, mai sempre alla vita della famiglia, che è perno d’ogni socievolezza; senz’altre conoscenze che le sopraterrestri; senza figliuolanza, di che la loro incuria per lo avvenire della Nazione; senza mogli, onde è lubrico lo sdrucciolare di presente; ultimamente senz’attitudine al discorso, chè, con cervelli scemi di uno spicchio e mezzo, è facile invanire della partecipanza alla pontificale infallibilità.

«Che cotesti servi di un Dio, nel quale dolcezza e severità sono medesimamente al superlativo, abusano dell’una e dell’altra; e indulgentissimi per gli uomini di poca levatura, per gli amici loro e soprattutto per sè stessi, sono come la campana del bargello che non suona se non a vitupero contro chi sorge contro al potere; e smenticano anzi il fellone il quale uccide a ghiado il prossimo, che il poco accorto che leva la voce contro gli abusi.

«Che il Papa e i preti che gli fan corona, nulla conoscendosi di conti, male governano la finanza; che l’amministrazione balorda o predatoria delle comuni ricchezze poteva portarsi in pace dugento anni addietro, allorquando centrentanove milioni di ortodossi sopperivano le spese del culto e della corte; ma che ora è mestieri, fatti scorti dall’esperienza, prenderne pensiero, sendochè tre milioni ceoventiquattromila seicensessantotto uomini denno quello che già tutto il mondo cattolico provvedeva.

«Che eglino non lamentano la gravezza delle imposizioni, sendo quest’uso passato in costume universale; ma che ben si terrebbero paghi se la terrestre loro pecunia in cose di questa terra vedessero impiegata. Le basiliche, le chiese, i conventi edificati o mantenuti a spese loro ne giocondano la vista come cattolici, ma ne attoscano il cuore come cittadini; imperò questi edifizii a pezza non suppliscono le strade ferrate, le comunali, l’inalveamento dei fiumi, le dighe contro le innondazioni; che la fede, la speranza e la carità sono meglio invalorite od incoraggiate di quello sia la agricoltura, il commercio, l’industria; che la universal dabbenaggine ringagliardisce, e gli animi abbiosciano a danno della pubblica istruzione.

«Che la giustizia e la polizia hanno occhi di Argo per vegliare alla salute delle anime; ma si danno a veder talpe per riguardo alla salute dei corpi; che si impedisce alle genti oneste di andar perdute mercè cattive letture, frequenti bestemmie, o accostarsi e tenere il sacco ai liberali; ma non alla canaglia di pugnalare un inerme. Le proprietà non sono in miglior condizione delle persone; e assai dura cosa è null’altra speranza poter accogliere in cuore che quella di una scranna in paradiso.

«Che versano i dolorosi meglio che dieci milioni ogni anno per sagginare un esercito digiuno dell’arte militare e indisciplinato, che in quanto a coraggio e onore ciurla nel manico; cui il destino non chiama alle armi, se non sia per insozzarle di cittadino sangue; perchè triste e pestilente è, quando di necessità si ha ad esser battuti, pagare a contanti l’aguzzino e la sferza. Che per arrota denno dare ricetto a malincuore a stranieri soldati, massime agli Austriaci dal braccio pesante, nella loro qualità di Tedeschi-lurchi. «Ultimamente ci dicono: or son coteste le promesse date dal Papa nel suo motu-proprio del 12 settembre? Ahi! che gl’infallibili falliscano ai loro più sacri impegni

Punto dubito che le riferite doglianze non abbiano alcun che di troppo, sendomi impossibile pensare che una nazione abbia così fondato motivo di piato contro i reggitori suoi. Veggiamo i fatti ad uno ad uno; appresso giudicheremo; chè va sano chi va piano.

Voi avete udito il linguaggio di tre milioni centoventiquattro mila seicento sessantotto individui, certo dei più intelligenti, dei più svegliati, dei più eminenti della nazione. Ponete da banda la parte dei conservatori, ciò val dire, gl’interessati nell’amministrazione della cosa pubblica, e gl’invigliacchiti da essi; non rimangono che malcontenti.

Nè questi sono battuti tutti egualmente ad un conio. Ve ne ha che supplicano a mani giunte, ma inutilmente, il Padre-santo di risecare gli abusi: ed è il partito moderato. Altri si avvisa di riformare tutta per intiero la amministrazione dello Stato: e costoro si addimandano radicali, rivoluzionarii o mazziniani, lo che equivale, anzichè ad una cilecca, ad un’ingiuria. Cotesta categoria non si pèrita gran fatto sulla scelta dei mezzi, seguendo in questo i casuisti gesuiti, che asseriscono, la santità del fine santificare parimente il mezzo. Essa vi dirà, senz’ambagi, che se Europa lasciassela a qualtro occhi col Papa, ella gli reciderebbe d’un colpo netto la testa.

I moderati parlan chiaro; i mazziniani la impongono alta: ei saria mestieri che Europa in un medesimo fosse stolta per non comprendere quelli, sorda per non intender questi.

Che segue da ciò? Che gli Stati pei quali pace, ordin pubblico, civiltà non sono vani nomi, priegano il Papa di por mano a cessare gli abusi. «Pietà prendavi, vannogli dicendo, se non dei soggetti a voi, almeno dei vicini che paventano le fiamme dell’incendio che divampa in casa vostra.»

Ed ogni volta che tale preghiera si rinnovella, il Papa chiama il secretario di Stato, che è un cardinale che domina il Padre-santo nelle terrestri bisogne, a quel modo che questi i cento trentanove milioni di ortodossi nelle spirituali, ed apertogli il cuore, chiede che cosa abbia a fare, sgomento ch’egli è.

Il secretario di Stato, ministro di tutti i ministeri papali, senza por tempo in mezzo, così risponde al vegliardo sovrano: «Innanzi tutto, non vi ha abusi; e quando ve ne avesse, dovremmo ben bene guardarci dal toccarli. Riformare alcuna cosa, gli è calare agli accordi tanto quanto co’ malconienti; la qual cosa addimostra altrui paura, e confessare che si ha paura, egli è come a dire addoppiar la potenza dell’inimico, dischiudere i cancelli alla rivoluzione, e porsi fra le gambe la via per a Gaeta, ove si alloggia anzi male che no. Non muoviam passo; conosco la casa; non è nuova, ma starà in piè più lungamente di vostra Santità, senza che le si aggiunga una cazzuolata di calcina. Dopo noi il diluvio; quanto rileva? Non abbiam figliuoli.»

— « Ben di’ tu, risponde il Papa; ma il prence che a far mi sprona è un primo nato della Chiesa. Ne ha reso segnalati servigi, ne protegge tuttodì, e se ei ne abbandonasse, ove andremmo noi a parare?»

— «Cessate l’affanno, soggiunge l’uomo in porpora, appianerò diplomaticamente la bisogna.» — E ratto, impugnata la penna, in istil contorto ei verga una Nota che può così compendiarsi:

«Abbiamo uopo dei soldati, non dei consigli vostri, avvegnadiochè siamo inerranti, nè mai al falso ci apponiamo. Che se farete bocchi come un miscredente farebbe, e se vaghezza vi prenderà di ordinarci alcun che, fosse pure la salvezza nostra, noi delle nostre ali cherubiche veleremo la faccia, scuoteremo le palme del martirio, e divenuti obbietto di commiserazione a tutti i credenti dell’universo, indureremo le orecchie a mo’ di mercatanti. Contiam di vantaggio quarantamila de’ nostri appo voi, in casa vostra, che hanno diritto di sfringuellare come loro talenta, a questo da voi di ogni loro bisogna provveduti, affinchè levino la voce in nostro pro. Dessi ai creduli vostri soggetti diranno in tuon di lamento adoperar voi tirannide verso il Padre-santo, e così alla chetichella getteremo la face della discordia nella regioni vostre senza punto parere.

Capitolo II

ct ct «Non havvi indipendenza pel pontificato se non se nella sovranità stessa. Bisogna rilevante, innanzi a cui gl’interessi delle peculiari nazioni non han voce in capitolo, a quel modo che nello Stato il ben pubblico sta sopra al bene degli individui.»

E la non è mia; è di peso del signor Thiers nella sua Relazione di ottobre 1849 all’Assemblea legislativa. Nè mi pèrito a credere che cotesto santo Padre della Chiesa temporale non abbia nella sua sentenza espresso il voto di centrentanove milioni di ortodossi. E come a dire, l’intero cattolicismo che conforta i tre milioni centoventiquattromila seicentosessantotto Italiani con la voce dell’orrevole relatore: «Datevi mani e piè legati in braccio al Papa: non splenderanno i raggi mosaici sul fronte augusto di lui, nè sarà egli indipendente, se scettro dispotico non istringa sopra di voi. Se non cingesse le tempia di aurea corona; se assiso in trono non avesse privilegio di far leggi e, a suo talento, violare; se voi smetteste per poco dalla laudabile costumanza di recargli in mano fino all’ultimo obolo che possedele, sì ch’ei possa spendere scialacquato per la edificazione e

gloria nostra, tutti i monarchi dell’universo tosto l’avriano in quel concetto che gli scaccini del Duomo: che le bisogne ed interessivostri punto non se ne immischino; le son fisime prette. »

Io mi do a credere di non cederla di un passo al signor Thiers in fatto di ortodossia, è se mi saltasse fantasia di piatir secolui, fareilo come campione di nostra fede comune.

Sia con Dio, direigli, che il Papa abbia ad essere sciolto d’ogni dipendenza: ma non potrà essere, senza che noi versassimo sangue a catinelle? Gli è proprio scritto, nè si può stingere, che tre milioni cenventiquattromila seicensessantotto individui abbiano a far sacrifizio di loro libertà, sicurezza e beni più caramente diletti per porre in sodo cotesta indipendenza, onde si mena cotanto vampo? Gli Apostoli con minor spendio avevano indipendenza a josa, nè recavano ad altrui nocumento. E per fermo, chi più indipendente di colui che nulla può perdere? Ei cammina dritto, nè guarda a ritta o a stanca se sia potente da piaggiare, avvegnadiochè il più avido conquistatore non avrebbe cosa a rapirgli.

Le più sterminate conquiste del cattolicismo avvennero allorquando i Papi non cingevano corona; ma da che s’imbrancarono co’ re, il terreno acquistato alla Chiesa è conteso palmo a palmo.

I primi Papi che non erano monarchi non avevano, come ora direbbesi, bilanci e lista civile, nè deficit da appianare al cader d’ogni anno: quindi non dovevano protendere braccia supplichevoli al signor di Rothschild; non eran dessi più indipendenti dei Papi coronati?

Dal giorno che in mostruoso connubio lo spirituale, desiando gli amplessi del temporale, ad esso si congiunse, disonestò sua formosità, e scadde dalla goduta indipendenza. Ad ogni piè sospinto, trovasi il Pontefice Sovrano infra due di scerre fra gli interessi generali della Chiesa e gli interessi speciali di sua corona. Or, chi crederà ch’ei vada sì rimesso e svogliato nelle cose di quaggiù, da immolare con eroico sacrifizio la terra che gli è da presso, al cielo che di tanto gli si dilunga? Novelle. Leggete nella storia: nè vi arrestate in quei Pontefici-re i quali l’avrebbero detta marchiana per un’ettara di terreno; cotesto sarebbe accorgimento di sleale strategia; e noi ci vantiamo leali atleti, nè vogliamo illaidire i Papi mediocri versando sopra di loro le ribalderie dei pessimi. Ma il Papa allo spergiuro di Francesco I, dopo il trattato di Parigi, dicendo: Ammenne; ha inteso imporre rispetto alla moralità della Santa Sede, o accender lo incendio di guerra che tornava utile alla sua corona?

E facendo delle indulgenze vilissimo mercato, di che mezza Europa fu sospinta nella resìa, volle per avventura distendere il lembo del cattolicismo sopra più gran numero di regioni, o procacciar ricca dote ad una pulcella? Se entrò in alleanza co’ protestanti della Svezia, durante la guerra dei Trent’anni, ebbe in mente di chiarire le genti del disinteresse della Chiesa, o di raumiliare casa d’Austria?

Se scomunicò Venezia nel 1606, fu per ribadire i vincoli di amistà fra la repubblica e la Chiesa, o per rinfocolare le ire spagnuole a danno dei migliori alleati di Arrigo IV?

Se rivocò l’istituto dei gesuiti, volle ritemprare l’esercito della Chiesa, o gratificare la Francia che dominavalo a sua posta?

Se cessò ogni commercio con le provincie dell’America Spagnuola nel giorno in cui proclamaron desse la loro indipendenza, fu per lo migliore della Chiesa, o per approdare alla Spagna?

Se ha fatto roteare la folgore della scomunica sul capo ai Romani, i quali recavano la loro pecunia nelle banche straniere, era nell’intendimento di ricondurre i loro cuori alla Chiesa, o i loro scudi al tesoro?

Il signor Thiers in questa bisogna ne sa dire tanti più di me: or, non vide egli che unificando il monarca spirituale della Chiesa col temporale di picciol reame adagiava la monarchia spirituale, sto per dire, sopra letto di rose, la temporale sopra un pettine da lino? Noi vogliamo che sia indipendente il capo della religione, e bene sta; e poi il facciamo captivo di un gramo principuzzo d’Italia, sottoponendo per tal maniera le ragioni della religione alle povere bisogne municipali e, come dicesi, alle questioni di campanile.

Non solamente indipendenza va in fascio, ma dignità papale scàpita nella unione dei poteri, i quali tallirebbero rigogliosi ove fossero separati. Triste necessità di governo costringelo a por mano ove insozzala. E non è laida cosa che il bargello staggisca magione e possessi in nome del Padre-santo? Che giudici dannino malfattori in nome del Capo della Chiesa? Che il carnefice mozzi il capo in nome del Vicario di Gesù Cristo? Non vi suonano disarmonici all’orecchio i due vocaboli: Lotteria Pontificia? E che cosa pensano i centrentanove milioni di ortodossi sapendo che il loro capo spirituale, per lo ministerio del prelato ministro della Finanza, è satisfatto del progresso del vizio, il Lotto avendo fatto ingordi guadagni?

Ai sudditi papalini coteste mostruosità le son bisciole, tanto vi han fatto il callo: ma un povero straniero, un cattolico, una sola unità di fra que’ centrentanove milioni ne rimane smemorato, ed insieme inuzzolito di assumere la difesa della indipendenza e dignità della Chiesa. E gli abitanti di Bologna o Viterbo, di Terracina od Ancona prendono maggior cura degli interessi nazionali che non dei religiosi, parte perchè non sono ortodossi cimati e bagnati quali vorrebbeli il signor Thiers; parte perchè il governo della cherisìa è giunto a far loro venire in uggia il cielo. Cattolici mediocri, ma cittadini ec- cellenti, gridano a piena gola l’affrancamento di loro patria. Stimano i Bolognesi sè non essere necessarii alla indipendenza del Papa, la quale si passerebbe di Bologna come si passa di Avignone: e ciascuna città ricanta la stessa canzone, e se tutte fossero ascoltate, il S. Padre, sgravato dal pesante fardello dell’amministrazione, potria anima e corpo darsi alle bisogne della Chiesa ed agli abbellimenti di Roma. I Romani nell’infrattanto, purchè non sieno nè principi, nè preti, nè servi, nè mendici, affermano di essere da lunga pezza riverenti, e il signor Thiers ne potrebbe accrescere le falangi.

Ma guardiamci di prestar fede ad ogni ghiribizzo. Non proferirei verbo in loro vantaggio, se non avessi da presso veduto.

Capitolo III

ct ct Gli Stati del Papa non han limite naturale e sembrano campati sopra la carta a casaccio, cui la bonarietà europea ha giunto sanzione. Separati da Modena e da Toscana per mezzo di una linea ideale; la parte meriggiana s’addentella nel reame napolitano, e la provincia di Benevento siede, quasi di straforo, fra gli Stati di re Ferdinando, come già il contado Venosino nel suolo francese, quando Berta filava. Il Papa a sua volta accoglie in sul proprio la repubblica di San Marino, vero ghetto di democrazia. Non riguardai mai la carta del classico Stivale sbrandellato, come Dio vel dica, in tanti tocchi e sì disuguali, secondo l’altrui ghiribizzo, senzachè mi spuntasse nella mente un lieto riflesso.

La natura che nel mettere al mondo gl’Italiani s’è quasi sconciata per loro apprestare la sede, si è piaciuta di cingerla degli altissimi baluardi alpini, e separarla da ogni altra terra col mare, dandole così forma scolpita e quasi personale esistenza. Nè alcuno interno spartimento fu cagione agli Italiani di scindersi in varie popolazioni; e l’Appennino, che tutta corre la penisola, non è ostacolo insormontabile agl’inquilini de’ due versanti di porgersi la destra. Le divisioni che esistono, sono tutte a capriccio, segnate o dal talento brutale dell’età di mezzo, o dalla mano tremante della diplomazia, che disfà ciascun giorno il lavoro compiuto ieri. Qui solo una famiglia nutrìca il suolo ferace; un linguaggio risuona da notte a meriggio; pugne tutti egualmente amor di gloria derivata dai gesti dei loro maggiori e dalla rimembranza della conquista romana, che giovineggiano nella loro fantasia e ne scaldano il cuore a cento doppi più che i rancori del secolo quartodecimo.

Di che ho preso argomento a ficcarmi in capo che le itale popolazioni emancipate da ogni altra, per ragion geografica e per ragione storica (due potenze più dell’Austria poderose e indomabili), un dì o l’altro unificherannosi. Ma riedo alle mie pecorelle, che riconoscono mandriano il Papa.

Il reame dei cherici si distende in una superficie di quattro milioni cenventinovemila quattrocensessantasei ettare, secondo la statistica pubblicata per monsignor Milesi, oggidì cardinale. In cifre rotonde possiam dire che i capi della Chiesa amministrano temporariamente quattro milioni di ettare o, che torna ad un medesimo, quarantamila chilometri quadrati.

Nessuna regione di Europa può contenderle il primato della ricchezza, nè può stimarsi più atta all’agricoltura, alle industrie ed ai commerci.

Corsa, or dicevamo, dagli Appennini che la partono in due metà quasi pari, il dominio dei Papi si accliva dolcemente di quindi all’Adriatico, di quinci al Mediterraneo; ed in essi mari ha porti eccellenti, Ancona a mattino, Civitavecchia a sera. Se Panurgo avesse posseduto coteste città, avrebbe creato una flotta: i Fenici ed i Cartaginesi non ne avevano di vantaggio.

Famoso fiume noto col nome di Tebro o Tevere ne bagna il piovente occidentale quasi in tutta la sua distesa. E ai bei tempi romani ed etruschi era grande arteria dell’interno commercio: gli storici latini il videro veleggiato fino a Perugia; ed oggidì a malapena si lascia risalire fino a Roma: ma se lo si inalveasse a modo, e gli si risparmiasse l’ufficio di cloaca di tutte immondezze e brut- ture, il Tebro tornerebbe vantaggioso, e più rado gl’irritati fiotti allagherebbono le circostanti campagne. Il piovente dell’Adriatico è allietato da parecchi corsi di acque, che volgerebbonsi in torrenti di ricchezza ove l’Amininistrazione se ne desse un pensiero al mondo.

La distesa delle pianure è a maraviglia fertilissima: il fromento vi attecchisce rigoglioso nella quarta parte; e già di presente rende quindici per centinaio nelle terre migliori, tredici nelle mezzane, nove nelle magre e povere. I campi incolti si convertono di per sè, senza aiuto di opera umana, in pascoli ubertosi; e solo che vi si spenda un pochissimo di cure dattorno, la canape sorge a maravigliosa altezza. La vite ed il gelso talliscono dovunque; i colli e i monti sono lieti di oliveti producenti le migliori olive d’Europa; imperocchè il clima vario, ma dolce, vi matura i prodotti di svariatissime latitudini: il palmizio e l’arancio bene adoperano nella metà dello Stato. Ricche mandrie di armenti maravigliose a vedere formicolano lunghesso le pianure nel verno, popolano i monti la state. E a sì lieta e mite guardatura di cielo cavalli, vacche e pecore moltiplicano all’aperto aere, senz’uopo di presepi. Le maremme sono abitate da torme di bufoli d’India. Checchè all’uom necessita per lo vitto e vestito rampolla spontaneo o con lieve cura in cotesto suolo favorito e prediletto alla natura: e se gli uomini hanno distretta di pane o di camicie, la natura non può esserne appuntata, e manco la provvidenza che li ha serviti di coppa e coltello.

Incredibile abbondanza di materie prime forniscono alle industrie i tre regni: canape ai fonaiuoli, ai filatori, ai tessitori; vino ai distillatori; olive ai fabbricanti olii e saponi; lana pei pannainoli e tappetai; cuoio e pelli pei conciatori, calzolai e guantai, e seta a isonne per le industrie di lusso. Scarse per avventura le miniere di ferro; ma a quattro passi ve ne approvigionate all’isola d’Elba, che è di qualità eccellente. Le miniere di rame e di piombo, che gli antichi coltivavano a grande utilità non sono forse esauste. Sette ad otto centinaia di migliaia ettare di foreste e selve forniscono abbondevole combustibile: e le navi che solcano l’oceano non hanno a trasportar per lo mare nespole mature, ma lignite da Newcastle. Zolfo tirasi dalle viscere del suolo vulcanico di parecchie provincie, e l’allume della Tolfa è il più prezioso del mondo. Civitavecchia ne porge il quarzo di che trarremo kaolino per i prodotti manifatturati di porcellana. Le cave ne provvedono materiali di costruzione, non escluso marmo e pozzolana, che è cemento romano quasi bello e fatto.

Il catasto del 1847 ragguagliava a meglio di ottocensessanta milioni le proprietà rurali sottomesse al Papa; e nel conto mancava Benevento, che non è lieve giunta. Arroge, che messere do ministro del commercio e dei lavori pubblici in buon punto ne avvisa che la tassa delle possessioni non agguaglia a pezza il terzo del valore reale. Di che esce spontanea conseguenza che la dovizia agricola dello Stato somma a due miliardi seicento dieci milioni. Capitale cotesto che se rendesse ciò che dee rendere, se le industrie ed i commerci aumentassero il reddito, secondo ragione, col movimento e col lavoro, il signor di Rothschild torrebbe il danaro pontificio al sei per centinaio, e se ne terrebbe.

Ma non è tutto; e poichè mi vi trovo, la vuo’ dire. Alle naturali dovizie conviene arrogere l’eredità degli antichi. I poveri pagani di Roma la grande han lasciato il proprio retaggio al Papa, che li danna; acquidotti giganteschi, prodigiosi cunicoli ed emissarii, vie tuttodì in uso in più luoghi dopo venti secoli di servigio; han dessi legato al Papa il famoso Coliseo, affinchè lo convertisse in bigoncia e pulpito da cappuccini; hannogli legato l’esempio di ordini amministrativi ai quali niun riscontro può fare la storia: ma il Papa redò sì bene, ma con benefizio d’inventario.

Nè vo’ dissimulare che cotesto suolo maraviglioso m’è paruto in sulle prime coltivato all’uso de’ barbari. Da Civitavecchia a Roma, per l’estensione di sessantanove chilometri, la coltura faceva di sè quella comparita che nei deserti dell’Africa le rare oasi: alcun prato fra incolti terreni, fra boscaglie e bur- roni alcun campo arato da buoi; gli è questo lo spettacolo che s’offre allo sguardo di chi transiti cotesti luoghi sconsolati nell’aprile. Diresti che l’uomo vi è passato come la folgore o l’uragano, per abbattere e schiantare, e che gli armenti ne han tolto possessione dopo di lui.

I dintorni di Roma sono getto del medesimo stampo. Ampia zona di incolti, ma non isterili campi cinge cotesta metropoli; e la cultura che dappresso è nulla, o v’entra di straforo e a scappellotti: man mano che mi dilungavo dalle mura dell’eterna Città facea capolino, timida prima, dipoi ricca, comecchè inelegante. Direbbesi che Cerere e Pale, e tutta la famiglia delle campestri divinità non facciano a fidanza con S. Pietro, e si tengano da essolui lontane. Le vie che presso Roma hanno sembianza di letto di torrenti scemi di umore, vannosi a grado a grado immegliando, e la solitudine malinconica della campagna romana cede il campo a spessi agricoltori che attendono ai lavori in giolito. Le taverne meglio arredate, sì che ne trasecolai. Insomma, finchè m’aggirai nel versante del Mediterraneo, che ha Roma per centro, e che più accoglie degl’influssi suoi, l’aspetto della regione era triste e ad ogni passo alcun che era a riprendere. Immaginai financo che quei poveri agricoltori si peritassero di far troppo rumore, e di destare i frati al suono dei badili.

Ma superato a gran mercè l’Appennino, e perduta di vista la cupola di Michelangelo, cominciai a respirare un’atmosfera allietata dal lavoro e dal buon volere, sì che ne fui consolato. Non solamente zappate apparivano le terre, ma alletamate e, che più monta, piantate. L’odor dei concimi mi solleticò piacevolmente l’olfato, chè n’aveva perduta ogni traccia, non essendo sistema di concimazione nell’opposto versante. L’aspetto degli alberi e l’uso cui erano destinati mi andava a sangue. In un campo seminato a canape o a frumento od a trifoglio, vaghi olmi distesi in linea erano coronati da ubertosa vendemmia; tal fiata degli olmi tenevano luogo i gelsi. Quanta dovizia accolta in breve spazio! Qui avete pane e vino; qui camicie e vestimenta seriche per madonna; qui vettovaglia pe’ buoi, chè anche l’olmo provvede il foraggio! Bella chiesa è San Pietro; ma campo ben coltivato è cosa maravigliosa.

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