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Duemila leghe sotto l'America

Emilio Salgari · 1888 · Free in the US

45,275 words · about 3 h 10 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1888 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Duemila_leghe_sotto_l'America&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Emilio Salgari
Language
Italian
Published
1888
Length
45,275 words · about 3 h 10 min
Sections
28 reader sections
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Public domain in the United States

 

Contents (28)

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Indice

II. Il tesoro degli Inchi

ct ct Tornò alzarsi, bevette alcune sorsate d’acqua zuccherata, poi, prendendo le mani dell’ingegnere e fissando su di lui gli occhi che a poco a poco si appannavano, con voce rotta e rantolosa, fece la seguente narrazione.

— «Or sono molti anni, al principiare del mese delle foglie pendenti, mio padre, che era un gran sachem della tribù dei Shawani, mi chiamava nella sua capanna. Aveva ricevuto tre colpi di scure nel petto in un combattimento contro alcuni guerrieri e stava per spirare.

«Al suo fianco stavano due cassette di ferro molto vecchie, coperte di ruggine, che senza dubbio fino a quel giorno aveva tenute sepolte sotto terra.

«Figlio mio, mi disse, fra poco io comparirò dinanzi al Grande Spirito. Ti lascio i miei cavalli, il mio fedele tomahawack, il mio fucile e queste due cassette che custodirai gelosamente.

«Esse contengono dei documenti molto vecchi lasciatimi da mio padre che gli ebbe pure da suo padre. Se un giorno la nostra tribù soffrirà la miseria, li leggerai e se tu farai quanto ti indicheranno avrai tanto oro da comperare capanne, cavalli, armi e viveri per tutti i nostri fratelli rossi dell’America.

«Ciò detto chiuse gli occhi nè più gli riaprì. La sua anima era volata in grembo al Grande Spirito.»

Giunto a questo punto Smoky si arrestò per riprendere forza. La sua voce era diventata ancora più fioca e un abbondante sudore viscoso scendevagli sulla fronte e sulle gote.

— Non proseguire, amico, gli disse l’ingegnere. Affretterai la tua morte.

— Bisogna che parli, rispose l’indiano con fermezza. Io lo voglio.

— Riposa un po’ almeno.

L’indiano fece un gesto negativo e proseguì:

— Ciò che mio padre aveva previsto, accadde. La mia tribù, perseguitata dai nemici, depredata dai bianchi e dai rossi, cadde nella più estrema miseria ed ora va ramingando sulle rive del Mississippi e su quelle dell’Ohio incalzata dalla fame e dal freddo. Se nessuno la soccorre in breve gli ultimi Shawani scompariranno.

— E le cassette? chiese l’ingegnere. Non le hai aperte tu?

— Sì, e parecchie volte.

— Cosa contenevano?

— Dei documenti in doppia copia, ma che non riuscii mai a decifrare.

— Dove sono queste cassette?

— Una, che tenevo celata in questa capanna, mi fu rubata dagli uomini che mi cacciarono in petto le due palle. L’altra è nascosta nel bosco.

L’indiano tornò ad arrestarsi, ma dopo pochi istanti ripigliò: — Fratello, quello che io non ho fatto potete farlo voi.

— Io!...

— Sì, voi. Io vi dirò dove si trova la cassetta, esaminerete il documento, andrete a scoprire il tesoro, darete la metà alla mia tribù e l’altra la terrete voi.

— Rifiuto, Smoky.

— Perchè rifiutare? chiese l’indiano con dolce rimprovero.

— Non ho bisogno di denaro, Smoky. Però ti prometto che se scoprirò il tesoro lo darò intero alla tua tribù.

L’indiano scosse il capo.

— Mio fratello mi ascolti. Da voi ebbi sempre degli aiuti, lasciate quindi che vi regali anch’io qualche cosa.

— Ma forse la somma che tu vuoi regalarmi è immensa.

— La dividerete con Burthon, O’Connor e Morgan. Anch’essi mi hanno fatto del bene.

— Accetteranno essi?

— Sono poveri cacciatori che affrontano ogni giorno la morte per vivere. Fratello, giuratemi che compirete le mie ultime volontà.

— Ebbene, lo giuro.

— Grazie, grazie, mormorò Smoky. Ora ascoltatemi attentamente.

Cercò di alzarsi un po’, ma ricadde senza forze mandando un sordo gemito.

— La morte si avvicina, rantolò. Ascoltatemi, ascoltatemi.... Dietro la mia capanna... c’è un sentiero che mena... nella foresta.... Lo percorrerete tutto... finchè troverete un acero tagliato a mezza altezza... piegherete a destra... conterete quindici passi...; ascoltatemi... ascoltatemi...: poi troverete un altro acero con tre... tagli profondi... scavate... ai piedi.... la cassetta è... è... là!...

Si rizzò un’ultima volta, afferrò le mani dell’ingegnere, le strinse fortemente, stralunò gli occhi, aprì le aride labbra come volesse pronunciare un’altra parola, poi piombò giù e rimase immobile.

— È morto! esclamò l’ingegnere appoggiando una mano sul cuore del disgraziato indiano. — Burthon?

Il meticcio e la vecchia negra, che stavano seduti presso la porta, accorsero. Indovinarono entrambi di che si trattava.

— Povero Smoky, disse Burthon levandosi il berretto. Sian maledetti i suoi assassini.

Nell’interno della capanna regnò un breve silenzio rotto solo dai singhiozzi della vecchia negra.

— Accendete dei ceri, disse l’ingegnere.

Burthon levò da una specie di sacco due candele e le accese collocandole presso il cadavere.

— Ora, continuò sir John, prendi una zappa e una vanga e seguimi.

— Andiamo a scavare la buca per seppellirlo

— No, dobbiamo recarci nel bosco. E tu, vecchia, non piangere. Ho una casa che è molto più bella di questo abituro; te la darò e vedrai che non ti mancherà il necessario per vivere. Andiamo, Burthon.

Uscirono dalla capanna, le girarono intorno e presero un sentieruzzo che scompariva in mezzo al bosco di aceri.

Ad oriente cominciava a biancheggiare. Pel cielo correvano nuvoloni di un color piombo, ma non pioveva più. Qualche uccello cinguettava sui più alti rami degli alberi, e in lontananza, verso Munfordsville, s’udiva abbaiare qualche cane. Sir John e Burthon avevano percorso alcune centinaia di metri, quando un fischio acutissimo risuonò presso l’orlo del bosco.

— Un segnale? chiese l’ingegnere arrestandosi.

— Sono i miei due compagni che tornano, rispose Burthon. Devo chiamarli?

— Sì, perchè mi sono necessari.

Burthon accostò due dita alle labbra ed emise un fischio stridulo, ma così forte, da poter essere udito a mezzo miglio di distanza.

Subito due uomini, Morgan e O’Connor, si slanciarono sul sentiero.

Il primo era alto, un po’ magro, di portamento nobile, con occhi nerissimi e una barba pure nera tagliata all’americana; l’altro era invece piuttosto basso ma tarchiato, con larghe spalle, la carnagione un po’ abbronzata e con una foresta di capelli rossi. Entrambi vestivano come Burthon ed erano armati di carabina e di solidi bowie-knife.

Scorgendo l’ingegnere si scoprirono rispettosamente il capo.

— Come stai, Morgan? E tu irlandese? chiese sir John avvicinandosi ai due cacciatori e stringendo le loro mani.

— Stiamo bene, signore, rispose O’Connor.

— Avete ucciso nulla?

— Con una notte così orribile era impossibile scoprire le tracce dell’orso. E Smoky come sta?

— Il povero vecchio è morto.

— Morto! esclamarono i due cacciatori con tristezza.

— Avete qualche impegno? chiese l’ingegnere.

— Nessuno, signore, rispose Morgan.

— Seguitemi allora.

— Ma dove andiamo sir John? chiese Burthon. — A dissotterrare un documento che ci guiderà alla scoperta di un gran tesoro.

— Alla scoperta di un tesoro! esclamarono il meticcio e l’irlandese.

— Sì, amici.

— Ma di chi è questo tesoro?

L’ingegnere in poche parole li informò di quanto gli aveva confidato Smoky.

— In cammino, amici, diss’egli quando ebbe terminato.

Si riposero in via, seguendo sempre il sentieruzzo, e poco dopo giungevano dinanzi ad un acero tagliato a mezza altezza. L’ingegnere piegò a destra, contò, come gli aveva detto l’indiano, quindici passi e si arrestò dinanzi ad un altro acero sul quale vedevansi tre profonde incisioni.

— Scava qui, Burthon, disse.

Il meticcio afferrò la zappa e cominciò a scavare, mentre O’Connor, armatosi della vanga, gettava via la terra. Ad un tratto la zappa urtò contro un corpo molto duro il quale diede un suono metallico.

Burthon si chinò sulla fossa, cacciò le mani entro la terra e facendo uno sforzo poderoso tirò su una cassetta di ferro lunga un piede e larga sei pollici e coperta da un fitto strato di ruggine.

Sir John l’esaminò attentamente sperando di trovare qualche molla che permettesse di aprirla, ma nulla vide. Prese la zappa e percosse le cerniere con tal violenza che si spezzarono di colpo.

Burthon strappò via il coperchio e apparve un rotolo di cartapecora, giallo assai, legato con una catenella d’oro.

— Il documento! esclamarono i cacciatori con viva emozione. Sir John lo levò, lo svolse e lo esaminò con profonda attenzione.

— Cosa contiene? chiese Burthon.

— Vedo un disegno, dei numeri e delle parole spagnuole.

— Potete decifrarlo? chiese O’Connor.

— Lo spero.

Ad un tratto un’esclamazione di stupore gli uscì dalle labbra.

— Che leggo!... che leggo!... esclamò con voce rotta. Morgan!... Burthon!... O’Connor!... il tesoro degli Inchi!...

— Che?... il tesoro degli Inchi! gridò Morgan. Il tesoro degli Inchi avete detto signore?...

— Sì, Morgan, sì, il tesoro degli Inchi. Amici miei, sono centinaia di milioni quelli che andremo a trovare.

— Ma siete certo di non ingannarvi, signore?

— No, non m’inganno, Morgan. Questo documento ci insegna la via per giungere alla caverna che cela i famosi tesori di .

— Traducete quelle scritture, signore.

— Lasciami cinque minuti di tempo.

Si sedette sul tronco di un albero atterrato, trasse una matita e un libriccino e si mise al lavoro. Morgan, Burthon e O’Connor divoravano cogli occhi le parole che trascriveva. Pareva che tutti e tre fossero stati improvvisamente presi da una potentissima febbre poichè le loro membra tremavano fortemente.

Anche l’ingegnere non era calmo. Frequenti esclamazioni gli uscivano dalle labbra, e sul suo viso, di mano in mano che traduceva il documento, dipingevasi il massimo stupore.

Dopo dieci minuti alzò il capo e fissando i cacciatori disse con voce alterata. — Non mi sono ingannato, si tratta proprio del tesoro degli Inchi.

— Ditemi, sir John, disse Burthon. È grande questo tesoro?

— È immenso, Burthon, così immenso da comperare New-York con tutti i suoi vascelli.

— Di chi era questo tesoro? chiese O’Connor.

— Ascoltatemi, amici. Intorno al 1525, moriva Huayna-Capac imperatore del Perù, lasciando a suo figlio Huascar l’impero e a suo figlio Atabalipa il reame di Quito.

«Per cinque o sei anni i due fratelli andarono d’accordo, poi nacquero delle gelosie che li condussero ad una sanguinosissima guerra fratricida.

Huascar, geloso della popolarità acquistatasi dal fratello e assetato d’ambizione, gli intimò di cedergli il reame di Quito. Atabalipa si rifiutò e la guerra scoppiò accanitissima d’ambe le parti. Il re di Quito, giovane, bello, generoso e capitano abilissimo, ruppe le truppe imperiali in varie battaglie, espugnò una ad una le città e riuscì da ultimo di impadronirsi di suo fratello mandandolo prigioniero a Cassamasca.

Il disgraziato imperatore possedeva dei tesori immensi lasciatigli da suo padre e li aveva fatti nascondere in un luogo conosciuto solamente da lui e da alcuni suoi fedelissimi curachi, avendo fatto uccidere gli uomini che li avevano seppelliti, ond’è che quando Soto e Barca, capitani di Francesco Pizzarro conquistatore del Perù, lo visitarono, egli offrì a loro quei tesori in cambio della sua libertà. Sfortunatamente Atabalipa aveva avuto sentore di quell’offerta e temendo che Hua- scar appena liberato si rimettesse in campo, lo fece segretamente strangolare dal generale Quiezquiez.

Invano gli avidi Spagnuoli cercarono quei tesori; invano tormentarono parecchi curachi sperando di carpir a loro il segreto; i tesori non furono trovati nè le spedizioni intraprese in diverse epoche da audaci avventurieri ebbero miglior sorte.

Questo documento, amici, ci addita la via per giungere ad uno di quei nascondigli forse il principale e fors’anche l’unico.»

— Allora bisogna trovare questi tesori, disse Burthon.

— Ma dove si trovano? chiese Morgan.

— Ascoltatemi, amici, disse l’ingegnere spiegando il prezioso documento. Il punto di partenza sarebbe, come lo indica questo disegno, la Caverna del Mammouth.

— Ma allora il tesoro è vicino, disse Burthon.

— Pare anzi che sia molto lontano. Conosci la caverna?

— Come Louisville.

— Tu sai allora che all’estremità di una galleria trovasi un abisso al quale fu dato il nome di Maelstroom.

— Lo so. È un abisso che non fu ancora esplorato e che credesi molto profondo.

— Ebbene, là in fondo, se si deve credere a quanto dice il documento, esiste una galleria che mena ad un fiume sotterraneo e navigabile.

— Ed è sotto questo fiume il tesoro?

— No, il documento dice che bisogna percorrere tutto il corso d’acqua, il quale è lunghissimo, indi procedere attraverso a molte gallerie. Il tesoro si troverebbe in una grande caverna circolare sostenuta da immense colonne scolpite. — Ma a quale distanza dal Maelstroom? chiese Morgan.

— Il documento non lo dice, ma parla di molti giorni di navigazione e di molti altri di marcia.

— È sorprendente, disse il cacciatore. Come mai la caverna del Mammouth mette nella caverna ove celansi i tesori degli Inchi?

— Infatti c’è da stupirsi, quando si pensa alla grande distanza che separa il Kentucky dal Perù, disse l’ingegnere.

— Che esista sotto l’America una gigantesca galleria? Avete mai udito parlarne?

— Mai, Morgan.

— Ma come quel documento si trovava depositato presso i capi Shawani?

— Chi mi dice che la tribù dei Shawani non sia una frazione degli Inchi?

— L’osservazione è giusta, signore. Ma come questi Inchi sono giunti nel Kentucky?

— Per la grande galleria accennata dal documento.

— Una galleria di duemila leghe!

— Per fare questo disegno bisogna che qualcuno abbia fatto quel meraviglioso viaggio.

Morgan lo guardò con stupore. Era stato colpito da quel ragionamento che trovava più che giusto.

— Questa galleria esiste adunque, disse.

— Deve esistere, Morgan. Una banda di Inchi ha senza dubbio intrapreso il lungo viaggio chiudendo poi il pozzo che mena nella caverna del Mammouth.

— Che decidete, signore? Se si tentasse il viaggio?

L’ingegnere non rispose. Senza dubbio egli pensava agli immensi pericoli che presentava una simile impresa. — Signore, disse Morgan con voce alterata. Io so che voi non siete solamente un abile cacciatore e un uomo coraggioso, ma so pure che voi siete uno dei più distinti ingegneri che vanti il Kentucky e uno dei più valenti scienziati degli Stati Uniti. Mettetevi alla nostra testa e noi vi seguiremo dove vorrete condurci. Se scoprirete i tesori avrete salvato noi dalla miseria e i Shawani da certa morte.

— Il viaggio mi tenta, Morgan. Ma avete voi pensato ai pericoli che dovremo affrontare?

— I pericoli non ci fanno paura, disse Burthon.

— Forse qualcuno di noi ci lascierà la vita.

— Non importa, disse O’Connor.

— Ebbene, accetto di essere vostro capo. Dovete però fare due giuramenti.

— Parlate, disse Morgan.

— Giuratemi che mi obbedirete ciecamente, prima di tutto.

— Lo giuriamo, dissero i cacciatori.

— Poi giuratemi di versare nelle mani dei capi Shawani la metà del tesoro.

— Lo giuriamo, ripeterono i cacciatori con voce solenne.

— Ebbene, domani io tornerò a Louisville onde preparare tuttociò che occorre per l’audace spedizione e per sbrigare i miei affari. E voi vi recherete nella caverna del Mammouth, stringerete amicizia colle guide e studierete la via che mena al Maelstroom. Silenzio, sopratutto; tutti devono ignorare il nostro viaggio.

— Quanto tempo vi occorrerà pei preparativi? chiese Burthon.

— Venti giorni, calcolo.

— Signore, disse Morgan, costeranno molto gli oggetti che ci saranno necessari? — Senza dubbio, ma non dartene pensiero. Ho di che pagare venti volte tutto quello che ci occorrerà. Se non mi inganno, sei macchinista tu.

— Ho navigato sei anni sui piroscafi della Compagnia del Pacifico.

— E tu O’Connor sei stato marinaio?

— Sì signore e per molti anni.

— Basta così. Ritorniamo, amici.

L’indomani il cadavere di Smoky veniva seppellito nella stessa fossa ove era stata trovata la preziosa cassetta e qualche ora dopo l’ingegnere e la vecchia negra partivano per Louisville e i cacciatori per la caverna del Mammouth.

III. La caverna del Mammouth

ct ct Nessuna caverna del vecchio mondo, per ampiezza, per profondità e per bellezza può gareggiare colla caverna del Mammouth del Kentucky.

Quest’immenso antro che s’addentra nei fianchi di una montagna e che scende nelle viscere della terra trasformando il suolo in una spugna colossale, dovuto chissà mai a quale spaventevole cataclisma, trovasi a breve distanza dal Green-River, quasi nel cuore del Kentucky.

Parrebbe che una simile caverna dovesse avere un’apertura smisurata, invece tutt’altro. Vi si penetra per una specie di pozzo di quaranta piedi di profondità e largo a malapena tre metri, il quale riceve, verso uno degli angoli, le acque di un ruscello che vi si precipitano dentro con un fragore diabolico, udito, là sotto, a grande distanza. La più vigorosa descrizione non può dare che una pallida idea di questa caverna della quale gli americani del nord vanno superbi.

È un caos di tenebrosi corridoi che salgono nel monte, che scendono nelle viscere della terra or dritti, or spezzati, or vasti e alti, or stretti e tanto bassi da urtarvi colla testa; è un caos di cupole splendide, di antri bizzarri, di celle e cellette, di vôlte immense interrotte da mille rientramenti e da mille sporgenze, di archi spaven- tevoli, di colonne smisurate, traforate, tagliuzzate, le cui cime si smarriscono sovente nella profonda tenebra, di abissi orribili, di cavi strani, misteriosi, entro i quali vivono bianchi grilli che metton ribrezzo, di torrenti limpidi che scorron su letti di bianche pietre, or con lieve mormorio, or con foga irresistibile empiendo i sotterranei di mille fragori, di mille muggiti che l’eco ripete incessantemente di caverna in caverna; è infine un caos di meravigliose cristallizzazioni, di minareti turchi, di alberi, di spirali, di fiori superbi tagliati nel più puro alabastro, di stalattiti e di stalagmiti di mille forme e dimensioni che irradiano fantastici bagliori e di centomila specie di marmi, bianchi gli uni, verdi come lo smeraldo gli altri, rossi come rubini, gialli come topazi, cilestri come zaffiri, venati d’argento, costellati, scintillanti. Si direbbe che una fata ha dato convegno in quei tenebrosi antri a tutte le gemme della terra!

E là sotto quella montagna minata, sventrata in centomila guise che ammirasi il Gabinetto di Cleveland che pare, colle sue meravigliose cristallizzazioni, lavorato o costrutto dalle mani di mille artisti; è là che ammirasi la caverna delle Palle di neve scavata in un blocco immenso di candido marmo e sparsa di ammassi di palle che mettono i brividi; è là che ammirasi la Culla di Pereva le cui pareti sembrano coperte da una panneggiatura di pietra gialla e le cui pieghe maestose presentano alla vista le pitture d’un telone da teatro; la Sala delle Ombre, tomba degli antichi indiani e al cui centro giganteggia il bianco scheletro di un mastodonte; la Cupola di Yung tanto alta da non essere possibile distinguerne la vôlta nemmen colle più potenti lampade; la Valle dell’Eco le cui ripercussioni sorprendono, spaventano e fan quasi credere che una legione di folletti si nasconda nei bui antri: la Dimora degli Invalidi entro la quale vegetano i malati di petto, la Cupola Stellata, immensa, superba, costellata di migliaia e migliaia di faccette che scintillano stranamente ai chiarori delle fiaccole; è là infine che ammirasi il Mar Morto, nera e tranquilla superficie d’acqua che perdesi sotto cupe vôlte e che all’estremità di una spaventevole galleria apresi il misterioso Maelstroom, il gran baratro che doveva menare l’ingegnere e i cacciatori alla scoperta dei famosi tesori degli Inchi.

Fedeli agli ordini ricevuti da sir John, Morgan, Burthon e O’Connor, venduti quei pochi oggetti che possedevano, alloggiavano da quindici giorni in uno di quei numerosi alberghi che sorgono nelle vicinanze della meravigliosa caverna.

Avevano stretta intima amicizia colle guide, alle quali pagavano spesso qualche bottiglia di wiscky o di gin e fingendosi appassionati geologi, avevano visitato minutamente la caverna e specialmente la galleria che metteva capo al Maelstroom.

Il sedicesimo giorno, nel momento che Morgan scendeva le scale dell’albergo per recarsi nella caverna, s’imbatteva nell’ingegnere Webher allora allora giunto.

— Di già, signore? chiese Morgan, stringendo vigorosamente la mano che sir John gli porgeva.

— Conducimi nella tua stanza, poi parleremo.

Morgan lo fece entrare in una stanza arredata con eleganza e gli offerse una comoda sedia.

— Tutto è pronto, disse sir John. A due miglia da qui, sull’orlo di un bosco, c’è il carico.

— È pesante? — Cinquemilatrecento chilogrammi.

— Cinquemilatrecento chilogrammi! esclamò il cacciatore sbarrando gli occhi. In che consiste questo carico?

— In un battello a vapore, tutto d’acciaio, per salire o scendere il fiume segnato dal documento.

— Ma come faremo a calarlo nel Maelstroom?

— È a pezzi e ogni pezzo non pesa più di sessanta o settanta chilogrammi. Anche la macchina è smontata.

— E il resto del carico?

— È formato dai viveri, carbone, olio per le lampade, armi, vesti, apparecchi ...

— Apparecchi Rouquayrol?

— Nel nostro viaggio dovremo forse affrontare certi luoghi ove l’aria non sarà respirabile.

— Avete pensato a tutto, signore. E chi ci aiuterà a far scendere il carico e a trasportarlo sull’orlo dell’abisso?

— Le guide e cinquanta negri che ho fatti venire dalla piantagione di un mio amico ci presteranno man forte. Ora va a chiamarmi il capo delle guide.

Un’ora dopo il capo delle guide della caverna si presentava all’ingegnere e aveva con questi un lungo colloquio, dopo di che si recavano tutti e due a visitare il misterioso abisso e a collocare alcuni paranchi che dovevano servire a calare il carico.

La stessa sera l’ingegnere offriva alle guide e ai cacciatori un lauto pranzo in un elegante salotto di uno dei migliori alberghi. Alle 9 la brigata lasciava la tavola e si recava alla caverna presso la quale stava fermo un gran forgone tirato da sei vigorosi cavalli e circondato da cinquanta robusti negri. In quel forgone c’era l’in- tero carico che doveva servire agli audaci cercatori dei tesori degli Inchi.

— Al lavoro, disse l’ingegnere. Prima dell’alba bisogna che tutto sia finito onde nessuno sappia che noi entriamo nelle viscere della terra.

— E non parleranno le guide? gli chiese Morgan in un orecchio.

— Mi hanno giurato che manterranno un silenzio assoluto e io li credo uomini d’onore.

Burthon, Morgan, il capo delle guide con dieci dei suoi uomini e venti negri muniti tutti di torcie e di lampade si calarono nella caverna; l’ingegnere, Morgan e gli altri, fissati numerosi paranchi cominciarono a scaricare il forgone e a far scendere i colli ognuno dei quali non pesava più di sessanta chilogrammi.

In meno di due ore i pezzi del battello, la macchina, le provviste, gli istrumenti, le vesti, le armi, tuttociò insomma che l’ingegnere aveva acquistato, giacevano nel fondo del pozzo. Non restava che di trasportarli sull’orlo del Maelstroom.

Sir John fece riposare un po’ i suoi uomini, li rinforzò con un’abbondante razione di wisky, poi, distribuite parecchie torcie, diede il segnale di mettersi in marcia.

I cinquanta negri, le guide e i tre cacciatori, carichi come muli, intrapresero animosamente il primo viaggio conservando il più assoluto silenzio.

Aspra era la via, ora ascendente ed ora discendente, interrotta di quando in quando da furiosi torrenti che si precipitavano da alte rupi entro profondi crepacci, da macigni enormi, da vie sdrucciolevolissime ove era difficile a tenersi in piedi, ma quegli uomini possedevano delle gambe di ferro ed erano forti come ercoli. Ad un’ora del mattino la carovana giungeva sull’orlo dell’abisso, dal cui fondo salivano certi fragori da mettere indosso un certo timore.

L’ingegnere rimandò cinquanta uomini a prendere il resto del carico, poi si curvò sull’abisso calando una lampada appesa ad una funicella.

— Si vede nulla? chiese Burthon.

— Assolutamente nulla, rispose l’ingegnere.

— Da che proviene questo fragore?

— Da una cascata d’acqua, rispose l’ingegnere. Il documento la segna. Chi scende pel primo?

— Io, disse Morgan.

— Io, disse Burthon.

— Se fossi certo di non imbattermi in qualche spettro scenderei anch’io, borbottò O’Connor che non era meno superstizioso dei suoi compatriotti.

— Dò la preferenza a Morgan, disse l’ingegnere.

Il cacciatore si assicurò alla cintura una lampada di sicurezza e si mise a cavalcioni di una sbarra di ferro sospesa a due solide funi.

— Hai paura? gli chiese l’ingegnere, che provò una stretta al cuore. L’ignoto spaventa anche i più coraggiosi, Morgan.

— Non ho paura, rispose il cacciatore.

— Calatelo, disse sir John alle guide.

La fune cominciò a svolgersi lentamente scorrendo nel boscello e l’audace cacciatore principiò la spaventevole discesa in quella gola misteriosa che forse gli preparava delle terribili sorprese.

L’ingegnere, pallido assai, seguiva collo sguardo Morgan che si teneva aggrappato alla fune con ambe le mani, e trepidava ad ogni oscillazione della sbarra. La sua voce di quando in quando dominava i sordi boati che salivano dal baratro.

— Hai paura? chiedeva. — No, rispondeva invariabilmente Morgan.

Era scorso un minuto, lungo per quegli uomini quanto un secolo, quando la fune improvvisamente deviò. L’ingegnere, che s’era tirato indietro, ritornò rapidamente sull’orlo dell’abisso e guardò giù.

— Ferma! comandò con voce soffocata.

— Che succede? chiesero, fremendo, i cacciatori e le guide.

— Non vedo più la lampada e la corda non è più tesa, rispose sir John.

— È impossibile! esclamarono Burthon e O’Connor che si sentirono bagnare la fronte d’un gelido sudore.

— Zitto, disse l’ingegnere. Odo la voce di Morgan.

Si curvò nuovamente sull’abisso e tese gli orecchi rattenendo il respiro. Fra i sordi muggiti che salivano udì la voce di Morgan.

— Ferma! gridava l’intrepido cacciatore.

— Sei giunto al fondo? domandò sir John.

Sia che la sua voce non potesse giungere laggiù pel fragore delle acque o che, non ottenne risposta, però, a quaranta piedi di profondità scorse improvvisamente la lampada che pareva uscisse dalla parete e sentì la fune tendersi e ondeggiare.

— Lascia scorrere! s’udì gridare nell’abisso.

La fune continuò a svolgersi altri cento piedi, poi tornò a perdere la sua tensione. L’ingegnere guardando giù scorse un punto luminoso appena visibile.

— È giunto, diss’egli.

Aspettò cinque minuti poi ritirò la corda, all’estremità della quale vide appeso un foglietto di carta piegata in quattro e inzuppato d’acqua. L’aprì e lesse le seguenti parole scritte con una matita: «Sono giunto senza malanni. Potete scendere senza timore.» — A te, Burthon, disse l’ingegnere.

— Eccomi, signore, rispose il meticcio.

Si pose a cavalcioni della sbarra e discese felicemente, in meno di due minuti. O’Connor, dopo aver un po’ esitato, seguì i compagni.

— Ora, disse l’ingegnere volgendosi alle guide, caliamo il carico.

IV. Il Maelstroom

ct ct I boscelli e le funi erano a posto. Le guide, sotto la direzione dell’ingegnere, legarono i colli e a quattro alla volta li calarono in fondo all’abisso dove Morgan, Burthon e O’Connor gli slegavano e li disponevano in bell’ordine.

Il lavoro durò tre buone ore, durante le quali giunsero i negri col restante del carico che fu pure calato nel Maelstroom. Alle sei del mattino tutto era terminato. L’ingegnere consegnò al capo delle guide duemila e altrettanti al capo dei negri, si fece giurare da tutti di conservare il più assoluto silenzio, poi, fatti levare i paranchi e stretta la mano a quanti gli erano vicini, si mise a cavalcioni della sbarra che aveva servito di discesa ai suoi compagni.

— Signore, disse il capo delle guide prima di dare ordine ai suoi uomini di svolgere la fune. Dovrò ritirare anche questa corda?

— Sì rispose l’ingegnere.

— E se sarete costretto a ritornare pel Maelstroom?

— Odimi attentamente. Se non ti rincresce ti recherai ogni giorno, verso il mezzodì, sull’orlo di questo abisso e se udrai dei colpi di fucile calerai una fune. — Vi prometto che lo farò.

— Grazie, e se tornerò vivo alla superficie della terra ti ricompenserò largamente.

— Addio signore e che Dio vi protegga.

— Addio amico. Dà il segnale.

La corda cominciò a svolgersi e l’ingegnere scese nell’orribile abisso che schiudevasi sotto i suoi piedi.

Le pareti erano scabrose, screpolate in mille guise, ora rientranti ed ora sporgenti in modo tale che l’ingegnere vi urtava contro lacerandosi le vesti. Dal fondo veniva su dei sordi boati che man mano discendeva diventavano ognor più formidabili. Quantunque possedesse un coraggio più che straordinario, nel trovarsi sospeso a quella fune, circondato da una fitta tenebra che la lampada appena appena rompeva e stretto fra quelle roccie aguzze, provò un brivido.

Guardò giù. In fondo in fondo tre punti luminosi brillavano ed attorno ad essi scorse tre forme umane appena distinte e immobili. Erano senza dubbio i suoi compagni che seguivano ansiosamente la spaventevole discesa.

A quaranta passi di profondità i suoi piedi si posarono su di una specie di piattaforma che avanzavasi nel mezzo del pozzo. Quattro oscure grotte erano scavate nel fondo e ne uscivano strani rumori: pareva che dei torrenti impetuosi scorressero là entro. Con un piede si spinse al largo e continuò a scendere. A cento altri piedi di profondità vide uscire da un immane crepaccio una colonna d’acqua la quale slanciavasi furiosamente nel fondo dell’abisso. Il fracasso era tale che pareva che le rupi si sprofondassero e l’impeto così violento che la fiamma della lampada minacciava di spegnersi. Assordato, flagellato dalla spuma che arrivava fino a lui, scese parallelamente alla cateratta ponendo piede su di una rupe scoscesa sulla quale tenevansi ritti i suoi tre compagni.

— Bravo signor Webher, gli gridò Burthon in un orecchio.

L’ingegnere a mala pena lo udì pel muggito formidabile delle acque. Afferrò la mano del compagno e la strinse vigorosamente.

I quattro audaci uomini si cacciarono in una galleria e s’arrestarono in una piccola caverna il cui suolo era formato d’un terriccio nerissimo sparso di conchiglie bianche come la neve. Là dentro si poteva parlare liberamente.

— Tutto va bene, disse Morgan.

— Hai trovato l’apertura che mette nella grande galleria? chiese l’ingegnere.

— Seguitemi, signore.

Morgan appoggiò le mani contro un macigno, il quale scivolò in una specie d’incanalatura lasciando un’apertura circolare di quattro piedi di diametro.

— Guardate, disse, alzando la lampada.

L’ingegnere vide schiusa dinanzi a lui una galleria immensa, la cui vôlta, senza dubbio altissima, celavasi fra le tenebre. Nel mezzo, fra due rive tagliuzzate, minate, sventrate, scorreva una negra ed impetuosa fiumana dirigendosi verso il sud-ovest. Là sotto circolava un’aria fresca, umida, più compressa dell’aria esterna ma respirabile.

— È questo certamente il fiume accennato dal documento, disse l’ingegnere.

— Si vede nessuno? chiese O’Connor con inquietudine.

— Chi vuoi che ci sia? domandò Burthon. — Mi hanno detto che nelle caverne abitano gli spettri.

— Frottole, mio caro.

— Ritorniamo, disse l’ingegnere. Le guide aspettano una mia risposta.

— Una domanda sir John, disse Burthon. Avete detto alle guide che noi andiamo a cercare i tesori degli Inchi?

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