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GIOVANNI RABONI POETA E LETTORE DI POESIA (1953-1966)
EVREN ZIE mm 200106
PREMIO RICERCA CITTÀ DI
Capitolo 1. L’urgenza della realtà 1. Il primo tempo
. La riscrittura del Vangelo
. Giustificare la poesia
. L’esperimento della Passione
. Le poesie «post-passione»
. Notizie, grumi di realtà»
. Oggetti come simboli
. L’abbozzo su Pound
O 0% 4 S\ UL RAUN
. Le poesie del settembre 57 10. «Una poesia milanese»
Capitolo 2. Costruirsi una storia
1. Il «musicomane passivo»
. Ancora sulla biblioteca di Raboni
. Verso la realtà
. Sul realismo
. Fenomenologia della poesia italiana nel dopoguerra . Alcune note su Raboni critico
. Una poesia inclusiva o n ANAU BB UU N
. Linea lombarda?
Capitolo 3. Mostrare la corda della parola 1. Raboni lettore di Gadda
2. Altre riflessioni su lingua e stile
3. «L’eterna storia del consistere umano»
4. Dare forma all’informale
5. Poesia e industria
Anna Chella, Giovanni Raboni poeta e lettore di poesia (1953-1966), ISBN 978-88-6453-581-4 (print), ISBN 978-88-6453-582-1 (online) © 2017 Firenze University Press
103 112 115 127
135 135 142 151 157 165
6. Visite in fabbrica 169 7. Materiali di costruzione 176 Capitolo 4 . «La poesia che si fa» 183 1. Perché «Questo e altro» 183 2. «Cominciare dal presente» 190 3. Gli spigoli della realtà 198 4. «l’altro nella poesia» 206 5. Sui poeti delle nuove generazioni 210 6. Informale e realtà 215 7. I libri degli altri 219 8. Notizie e questioni di poesia 227 Capitolo 5. Nel cantiere delle Case della vetra 237 1. Le carte, gli archivi 237 2. La storia della raccolta: le plaquette 243 3. Dall’abbozzo al titolo 249 4. Lavori in corso 255 5. Tagli e finali sospesi 260 6. Storie e fantasmi 266 7. La città invisibile 272 8. Da un libro all’altro 276 9. Oltre la realtà? 283 Conclusioni 291 1. In viaggio verso la realtà 291 2. La poesia nella critica 295 3. Critica e poesia: bilanci 300 Appendice 307 Nota al testo 359 Abbreviazioni 361 Bibliografia 363 Ringraziamenti 381
Introduzione
Poeta, critico, traduttore, intellettuale, Giovanni Raboni (1932-2004) è una delle voci più importanti del secondo Novecento italiano. Questo volume è dedicato alla prima fase del suo lungo percorso, certamente la più delicata, forse la più importante. Il punto di partenza sono i suoi primi tentativi poetici, risalenti all’inizio degli anni ?50; quello di arrivo il suo esordio ufficiale come poeta in una delle sedi più prestigiose dell’epoca, la collana dello Specchio della casa editrice Mondadori. Grazie all’interessamento di Vittorio Sereni, dal ’58 direttore letterario di via Bianca di Savoia, Raboni pubblica nella primavera del °66 Le case della Vetra, una raccolta dal titolo manzoniano e milanese, che non pochi critici considerano, ancora oggi, il suo libro più bello!. Sono anni difficili ma straordinariamente fecondi per la poesia italiana: in breve tempo escono Nel magma di Mario Luzi, L’osso, l’anima di Bartolo Cattafi, La vita in versi di Giovanni Giudici, Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee di Giorgio Caproni, Gli strumenti umani di Vittorio Sereni, per ricordare soltanto alcuni titoli”. Nel turbine delle profonde, e talvolta traumatiche, mutazioni sociali ed economiche che caratterizzano gli anni ’60, «la poesia — ha osservato Enrico Testa — interviene con una radicalità che forse non ha precedenti»3. Le case della Vetra nasce da un confronto coraggioso con le urgenze del proprio tempo, da una lunga e meticolosa ricerca stilistica e formale, da un dialogo appassionato con quella che Raboni ha sempre amato definire la «poesia in carne e ossa», la «poesia che si fa».
Tredici anni prima, nel 1953, un Raboni poco più che ventenne aveva partecipato a un concorso per giovani scrittori indetto a Roma (presidente di giuria era Giuseppe
! Le opere di Giovanni Raboni e i principali archivi, che ne conservano lettere e materiali inediti, saranno citati secondo la tavola delle Abbreviazioni, riprodotta in coda al volume. Degli articoli firmati da Raboni, si indicheranno soltanto titolo e sede di pubblicazione.
2 La prima edizione di Nel magma di Mario Luzi esce presso l’editore Scheiwiller nel 1963 (la raccolta sarà poi ristampata in forma accresciuta nel °66 da Garzanti); Losso, l’anima è pubblicato da Mondadori l’anno successivo; La vita in versi, Gli strumenti umani e il Congedo del viaggiatore cerimonioso appaiono tutti nel 1965 (i primi due per Mondadori, il terzo per Garzanti).
3 E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi, Torino 2005, p. V.
4 La poesia che si fa è il titolo di un noto intervento di Raboni pubblicato su «L’Approdo letterario» nel 1963, che Andrea Cortellessa ha preso in prestito per il titolo dell’antologia postuma di scritti sulla poesia, uscita nel 2005 presso Garzanti, La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004 (d’ora in poi POE). Anche quella di «poesia in carne e ossa» è una definizione ricorrente negli scritti di Raboni (si veda, per un esempio, proprio la Premessa a POE, che riproduce un articolo uscito sul «Corriere della Sera» nel 2004).
Anna Chella, Giovanni Raboni poeta e lettore di poesia (1953-1966), ISBN 978-88-6453-581-4 (print), ISBN 978-88-6453-582-1 (online) © 2017 Firenze University Press
Ungaretti) e si era aggiudicato il primo premio con un corposo dattiloscritto intitolato Gesta Romanorum in omaggio a una delle sue letture predilette, il Doctor Faustus di Thomas Mann. Quest’opera giovanile, in parte rimasta inedita, rappresenta la prima testimonianza pubblica di una tenace vocazione alla poesia, coltivata attraverso letture fluviali e con una sorprendente maturità.
Degli anni dell’infanzia e della gioventù, Raboni ha sempre ricordato il periodo dello sfollamento in campagna durante la guerra come un’epoca di quiete e di grandi incontri letterari. «Ho cominciato a leggere allora, e mi sembra di aver letto soprattutto in quegli anni», ha raccontato”. Più volte ha rievocato anche l’emozione del ritorno a Milano dopo la Liberazione («è stata una riscoperta ed è stato anche un innamoramento»), il susseguirsi di una serie di esperienze nuove — le librerie, il teatro, il cinema — e il fervore dell’estate del 1950, in cui, a casa dell'amico Arrigo Lampugnani Nigri, preparò da privatista gli esami di maturità. Gli insegnanti privati di Lampugnani Nigri si chiamavano Enzo Paci, per la filosofia, e Vittorio Sereni, per l’italiano: sono due incontri fondamentali per la vita di Giovanni. È su suggerimento di Paci, che sarebbe diventato di lì a poco uno degli esponenti più importanti della scuola fenomenologica italiana, che i due liceali (il vero «allievo» Lampugnani e lo «studente abusivo» Raboni) si buttano nella lettura del Faustus di Mann, ed è ancora grazie a Paci che il futuro poeta, nella stessa estate, affronta la Recherche di Proust”.
Nell'archivio privato di Raboni, in via Melzo a Milano, si conservano alcuni frammenti di un diario giovanile, un piccolo journal intellettuale, in cui ricorrono i nomi di Rilke, Mann e Gide, intrecciati ad appassionate riflessioni sulla filosofia e la teologia. Si tratta di una trentina di fogli sparsi, non datati ma certamente risalenti alla fine degli anni ’40. In varie pagine Raboni si interroga anche sulla lettura e la critica, e già si attribuisce non lo sguardo distaccato del filosofo ma l’ottica «parziale e gelosa» del poeta. In uno dei suoi appunti annota per esempio:
Vedere fino a che punto un lettore opera inconsciamente, mentre legge, un’opera di critica. Per me è impossibile stabilirlo perché mi sembra d’aver sempre letto come un poeta (anche se non lo ero e non lo sono ancora): cioè con speranza di profitto e quasi con un desiderio di appropriarmi delle cose più vere. Un poeta che legge è probabilmente esposto a tentazioni molto forti di questo genere. (Desiderio di far entrare tutte le cose vere in ciò che si dice: dunque non solo le cose vere del proprio spirito e della natura ma anche quelle degli altri spiriti).
Sembra quasi di vederlo: un giovanissimo Raboni che sfoglia «con speranza di profitto» libri come La barca di Mario Luzi, Realtà vince il sogno di Carlo Betocchi e
5 Intervista tratta dal videodocumentario J futuro della memoria di Egidio Bertazzoni (1999). Cito dalla trascrizione di Rodolfo Zucco in G. Raboni, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di R. Zucco e uno scritto di A. Zanzotto, Mondadori, Milano 2006 (d’ora in poi OP), p. LXXIII.
6 Le ragioni della vita, videointervista registrata per la trasmissione «Pantheon» (in onda su Rai Nettuno Sat il 18 settembre 2004), ora in OP, p. LXXVI, trascrizione di R. Zucco.
1 Raboni ha rievocato il legame con Paci e questo straordinario periodo di studio e di letture in Quell’estate del 1950, «Aut Aut», n.s., 214-215, luglio-ottobre 1986, p. 32.
«le Poesie di Sereni nell’edizione Vallecchi del ’42»*, volumi scovati negli ultimi mesi di guerra in una libreria di Varese e conservati tra i più cari e preziosi della propria biblioteca. In questo desiderio di fare proprie le «cose più vere» è difficile non intravedere il bisogno che innerverà tutta la ricerca poetica e critica di Raboni: rendere la poesia uno strumento della «verità umana», mettere la «vita in versi» (per citare un ammirato compagno di strada, Giovanni Giudici) con il preciso intento di comunicare con un linguaggio «più ricco, più completo, più compiutamente umano»!° qualcosa «che ci riguarda da vicino»!!.
Tra il 1953 di Gesta Romanorum e il 1966 delle Case della Vetra, si dipana una vicenda delicata e, per molti versi, avvincente: la tenace ricerca della propria voce portata avanti da un giovane poeta con singolare precocità, limpida perseveranza e una mite, ma al tempo stesso fermissima, chiarezza d'intenti. È stupefacente la rapidità con cui Raboni arriva a certe soluzioni: una poesia come Meditazione nell orto, dal dattiloscritto del °53, giunge praticamente senza varianti nell’ Appendice 1951- 1954 alle Case della Vetra del ’66. Al tempo stesso, sono molte le difficoltà con cui il giovane poeta deve fare i conti. La poesia del secondo ’900, scriverà Raboni anni dopo, nasce sulle rovine di una «grazia rifiutata»!?. A metà degli anni ’50 i poeti devono, in gran parte, ancora risolvere il problema dell’esaurimento del codice ermetico, dell’uscita da quel «lirismo degli anni trenta»!* su cui anche Raboni si era formato.
Il giovane poeta intuisce rapidamente che, per ritrovare il filo di una scrittura poetica possibile e praticabile, per definire una nuova immagine convincente di poesia, è bene seguire due strade, parallele l’una all’altra. Da una parte, conviene cercare in «altro loco» e rivolgersi in particolare alle esperienze della poesia straniera (per Raboni soprattutto Ezra Pound e Thomas Stearns Eliot!4); dall’altra serve meditare certe evoluzioni «dall’interno»!5 avvenute nella poesia italiana stessa: non le brusche e irrisolte istanze di rottura portate avanti nella breve stagione del neorealismo, ma le aperture — più sofferte, e per questo decisive — di poeti come Mario Luzi, Carlo Betocchi e Vittorio Sereni che avevano esordito tra le file degli ermetici e che, nella
8 Mario Luzi, gioventù di poeta, «Corriere della Sera», 10 ottobre 2001 (cito da OP, p. LXXIV).
° Si ricordi il manifesto programmatico della rivista «Questo e altro»: «La letteratura può essere [...] una forma di conoscenza del mondo; ma è anche un aspetto, e dei meno trascurabili del conoscibile, una ricchezza, un valore, della realtà, un itinerario che ognuno ripercorre dall’inizio, ma anche un punto di arrivo, un luogo della verità umana» (Perché «Questo e altro», «Questo e altro», I, 1, 1962, p. 55).
!! L’espressione ricorre, come vedremo, in molti scritti di Raboni: a mo’ di esempio si veda una pagina dedicata a Bertolucci, Caproni, Luzi e Sereni in POE, p. 189.
12 Ipotesi su una ristampa, «Paragone», XX, 230, aprile 1969, p. 158. L'articolo si legge ora in PAS alle pp. 374-377; il passo citato è a p. 374. La sigla PAS indica la raccolta di saggi critici Poesia degli anni sessanta, pubblicata nel 1976 presso Editori Riuniti e ora ristampata in OP; essendo questa prima edizione difficilmente reperibile, i numeri di pagina fanno riferimento alla ristampa di OP.
14 Cfr. per esempio Discorsi magici e politici sopra la tradizione, «Paragone», XX, 238, dicembre 1969, p. 138: «per tanti di noi [...] negli ultimi venti o trent'anni, frequentare i poeti stranieri (soprattutto gli inglesi e gli americani) è un modo per cercare di rompere con una tradizione che ci andava (o credevamo ci andasse) troppo stretta» (il passo citato non è incluso né in PAS né in POE).
seconda metà degli anni ’50, stavano intraprendendo, con modi e risultati diversi, un vero e proprio «viaggio verso la realtà»!.
Raboni riesce ad attraversare gli impoetici decenni che si aprono nel secondo dopoguerra senza mai spezzare il filo della tradizione, sorretto da una limpida fiducia nel valore della poesia e nell’efficacia dei suoi strumenti. Non solo, come ha rilevato Guido Mazzoni, «è l’unico poeta importante della sua generazione a non aver mai attraversato una fase dichiaratamente sperimentale»!7, ma è anche uno dei pochi a non aver mai corteggiato il silenzio, a non aver mai dubitato che il linguaggio contenga una carica di verità, per quanto parziale, contraddittoria e imperfetta. La sua fiducia nella poesia consente a Raboni di alterare, mascherare e in parte disinnescare la propria voce lirica, di abbracciare in pieno le istanze antiermetiche e l’urgenza di realtà che animano la poesia degli anni ’50 e 60, scavandosi però una propria autonoma direzione. Da una parte, si tiene saldamente al riparo da ricadute nell’ Arcadia liricizzante; dall’altra prende nettamente le distanze anche dai tentativi sperimentali dei Novissimi. Il fil rouge che attraversa i suoi scritti critici degli anni ’60 è quello della ricerca di un «bersaglio umano»!8, ossia di esperienze poetiche capaci di accogliere l’opacità, l’impurità e la resistenza delle cose («oggetti negativi non trasfigurati»!°) mantenendo intatta la «positività dell’oggetto poetico totale che li racchiude»?°. Sono parole, queste, che non fanno parte di un teorico programma poetico, ma si riferiscono a un esempio, vivo e concreto, della «poesia che si fa»: il Sereni delle poesie pubblicate in rivista nel 1960, i futuri Strumenti umani.
Nel 1964, rispondendo a un questionario della rivista «Nuovi argomenti», Raboni spiegherà ancora:
Per riuscire a sopravvivere nella poesia e farsi, in essa, significato, la fede umanistica di uno scrittore o di una generazione di scrittori passa [...] attraverso delle strozzature, delle crune; i momenti in cui ci appare più fragile e appiattita, più vicina a dissolversi, sono in fondo i più importanti perché è allora che essa sta passando di là”.
Tra la metà degli anni ’50 e i ’60, anche Raboni «passa la cruna»: riesce a uscire da una delle più profonde crisi del linguaggio letterario con cui la contemporaneità abbia dovuto fare i conti, mantenendo intatta un’idea di poesia alta, classica e positiva. Questo lavoro di ricerca muove dal proposito di illuminare l’intreccio, davvero esemplare nel caso di Raboni, tra la critica e la poesia, particolarmente fecondo nei suoi primi anni di attività saggistica e pubblicistica. Tra la metà degli anni ’50 e Pinizio dei ’60, Raboni pubblica, infatti, i suoi pezzi meno occasionali e più compromessi
!6 POE, p. 83. !7 G, Mazzoni, Per una storia di Raboni, «allegoria», n.s., XVII, 49, 2005, p. 119.
18 Così nell’intervento a due voci scritto con Giorgio Cesarano per la puntata delle Questioni di poesia dedicata alle Lotte secondarie di Giancarlo Majorino («Paragone», XVI, 186, agosto 1965, p. 122).
2! 10 domande su «Neocapitalismo e letteratura», «Nuovi Argomenti», XIII, 67-68, marzo-giugno 1964, p. 95 (ora in PAS, pp. 303-312; il passo citato è alle pp. 306-307).
con la propria scrittura poetica. Uno dei temi centrali e ricorrenti è la ricerca e la definizione di una «poesia nuova», interrogata (mai teorizzata a priori) sul tavolo della critica, e rincorsa e tentata con gli strumenti della scrittura in versi.
L’ampia e appassionata produzione saggistica di Raboni è confluita solo in parte nel volume Poesia degli anni sessanta, da lui stesso curato nel 1976, e nell’antologia postuma La poesia che si fa, di cui si è occupato Andrea Cortellessa. Per costruire l’antologia del ’76, Raboni ha dovuto di necessità compiere un lavoro di taglio e rielaborazione dell’ampio materiale a sua disposizione, che ha illuminato certi nodi e passaggi e ne ha lasciati in ombra altri. Poesia degli anni sessanta è giustamente considerata dalla critica una summa del pensiero critico di Raboni nella fase che va dal 1958 al ’74, ma la sfida di questo lavoro di ricerca è stata quella di considerarlo anche un libro da smontare, che manifesta molte cose, ma ne tace o attenua altre??.
In molti casi, tornare alle prime versioni dei saggi pubblicate in rivista si è rivelato assai prezioso. Il contributo sui Cantos di Ezra Pound pubblicato nel ’59 su «Letteratura», per esempio, rappresenta nella sua forma originale una straordinaria riflessione del giovane poeta sulle ragioni del proprio fare poesia, da leggersi in parallelo con gli importantissimi testi composti nell’autunno del ’57. L’aveva intuito l’amico e maestro Carlo Betocchi che, presentando sulla rivista di Bonsanti cinque poesie di Raboni, scriveva:
a intendere meglio le ragioni di questa poesia gioverebbe moltissimo conoscere l’acutissimo saggio che Raboni ha scritto, e anche riscritto e ampliato da tempo, sui Cantos di Pound, e sui rapporti della poesia di Eliot con quella del «miglior fabbro» americano: il quale saggio, o meglio Appunti per una lettura dei Cantos, come l’ha chiamato l’autore, anche affido a «Letteratura» augurandomi che possa pubblicarlo a seguito delle poesie, o in uno dei numeri successivi”.
Anche l’importante riflessione di Raboni sulla poesia del secondo dopoguerra, sviluppata in una serie di lunghi articoli sul periodico «Aut Aut», diretto da Enzo Paci, compare solo in frammenti in Poesia degli anni sessanta. Rileggere su «Aut Aut» la versione integrale dei saggi degli anni ’50 e °60 aiuta a comprendere come, in questi anni, il pensiero critico di Raboni evolva e vada chiarendosi grazie al profondo influsso della filosofia fenomenologica. In uno di questi contributi?4, una nota a piè di pagina, successivamente rimossa, richiama un fondamentale saggio di Eliot, La musica della poesia che Raboni aveva letto con profondo entusiasmo e i cui echi sembrano rifrangersi in vari luoghi della sua riflessione sulla lingua della poesia: dalla formula di
22 Anche la figura di Carlo Betocchi, al quale a metà degli anni 70 Raboni restava legato da un profondo affetto ma che non rappresentava più un punto di riferimento come nei decenni precedenti, appare piuttosto tenue nell’antologia critica del °76.
23 Notizia, Annata cattiva, Una volta, Dialogo sul risanamento, A mia madre, con presentazione di C. Betocchi, «Letteratura», V, 33-34, maggio-agosto 1958. Il saggio sarà pubblicato nel numero 39-40 dell’anno successivo.
24 Esempi non finiti della storia di una generazione, «Aut Aut», 61-62, gennaio-marzo 1961 (solo in parte riprodotto in PAS e POE). La nota è a p. 86.
25 T. S. Eliot, La musica della poesia, in Id., Sulla poesia e sui poeti, traduzione di A. Giuliani, Bompiani, Milano 1960 (poi ristampato da Garzanti nel 1975).
«poetico parlato»? proposta per Sereni alla difesa della parola immersa nella storia del noto intervento su Clemente Rebora”.
Sia Poesia degli anni sessanta sia La poesia che si fa — i titoli sono espliciti — hanno, infine, giustamente privilegiato i contributi sulla poesia e, in particolare, sulla poesia italiana. Inevitabile che dalle due sillogi dovessero restare esclusi alcuni articoli che sono invece importantissimi nella riflessione critica di Raboni, come quello dedicato, nel ’60, a Carlo Emilio Gadda. Nelle pagine sullo scrittore del Pasticciaccio, non compare soltanto il concetto di epochè, fondamentale nella pratica critica di Raboni, ma fa anche una delle sue prime apparizioni (forse la prima in assoluto) una categoria centrale del suo pensiero critico come quella di «inclusività»?8.
I primi anni della storia poetica e critica di Raboni si sono rivelati, in definitiva, più ricchi di zone inesplorate di quanto si potesse prevedere. Questa ricerca ha potuto avvalersi di molti materiali poco noti o completamente nuovi: saggi di remota pubblicazione di cui si erano perse le tracce, preziosi nuclei epistolari e alcuni significativi inediti poetici. Attraverso un accurato lavoro di ricerca bibliografica, esteso anche oltre il ’66, è stato possibile integrare le bibliografie esistenti con alcuni titoli pressoché dimenticati ma spesso molto significativi. Tra questi, il breve articolo dedicato a Carlo Betocchi comparso sulla «Fiera letteraria» nel °56, che rappresenta probabilmente il primo scritto di Raboni dedicato alla poesia?9, i contributi apparsi sulla rivista milanese «Poesia e critica» (tra i quali si è rivelato particolarmente interessante, per le analogie che stabilisce con le esperienze pittoriche informali, ? Omaggio a Dylan Thomas), e, in anni più recenti, i numerosi interventi usciti sulle pagine culturali dell’ «Avvenire», di cui dal °68 al ’71 Raboni fu soprattutto — ma non solo — critico cinematografico. Alcuni tra i testi più interessanti, scarsamente conosciuti e di difficile reperibilità, sono stati riprodotti in una Appendice in fondo al volume.
Le carte e gli epistolari, consultati presso vari archivi pubblici e privati, hanno portato alla luce molti materiali preziosi. I documenti più interessanti sono stati consultati presso l’ Archivio privato di Raboni nella casa di via Melzo a Milano, presso P Archivio contemporaneo Alessandro Bonsanti del Gabinetto Vieusseux di Firenze (dove è conservato il Fondo Carlo Betocchi), e presso il Fondo Alessandro Parronchi della Biblioteca Umanistica dell’Università di Siena. Alcune lettere di grande interesse sono state reperite anche tra le carte dei poeti Vittorio Sereni e Mario Luzi, e fruttuose si sono rivelate le visite agli archivi dei primi editori di Raboni, Scheiwiller e Mondadori. I materiali inediti, o solo in parte editi, provenienti dagli archivi sono stati preziosi per ricucire la figura del critico con quella del poeta, per colmare lacune o chiarire alcuni punti incerti. Dai faldoni e dalle carpette degli epistolari, non sono emerse soltanto utili indicazioni cronologiche e bibliografiche ma soprattutto testimonianze di profondi dialoghi umani, cui talvolta sono affidate alcune rare, ma davvero straordinarie, dichiarazioni di poetica. In particolare, è emerso quanto, nella forma-
27 Gli spigoli della realtà, «Questo e altro», I, 1, 1962, ora in PAS, pp. 254-260.
28 Principio di una discussione su C. E. Gadda, «Aut Aut», 60, novembre 1960, pp. 370-371. 2° Poeta difficile, «La Fiera letteraria», XI, 25, 17 giugno 1956.
30 Omaggio a Dylan Thomas, «Poesia e critica», II, 5, dicembre 1963.
zione di Raboni, sia stata preziosa la figura del poeta fiorentino Carlo Betocchi, conosciuto proprio nel ’53 in occasione del concorso vinto con Gesta Romanorum. Betocchi, ricorderà Raboni a molti anni di distanza, è «il primo poeta in carne e ossa» che egli abbia «avuto la fortuna di incontrare». I due si conoscono proprio in occasione della consegna del riconoscimento:
Andai a Roma per ritirare il premio. Betocchi faceva parte della giuria, che era presieduta da Ungaretti. Io avevo vent'anni, ero timido e spaesato, avevo voglia solo di tornarmene a casa. Al ricevimento che precedette la premiazione cercavo di nascondermi dietro i camerieri e, se qualcuno mi guardava, facevo finta di essere lì per caso. Ma mi sentii di colpo a mio agio quando venne verso di me un omino con gli occhi allegri e pungenti, uno strano incrocio fra un folletto da fiaba e un artigiano da racconto verista toscano. Mi tese la mano con un sorriso acutamente buono: «Tu devi essere Raboni», mi disse3!.
Per il giovane poeta milanese, Betocchi si rivela una guida paterna e generosa, un solido punto di riferimento. «Era un lettore veramente straordinario — ricorderà ancora Raboni —, non ho mai incontrato nessuno che leggesse con tanta generosità, con tanta finezza e serenità»??. Le lettere, che anno dopo anno Raboni gli ha inviato con affettuosa costanza, rappresentano uno dei documenti più preziosi per ricostruire la storia della sua prima poesia. Sebbene le risposte di Betocchi siano consultabili solo in parte}, i suoi scritti (le affettuose note firmate per «La Fiera letteraria» e «Letteratura», le lettere di presentazione stese in favore del giovane amico per Alessandro Bonsanti prima, per l’editore Vanni Scheiwiller poi) mostrano con quanta delicatezza e onestà egli abbia saputo guidare i primi passi nel mondo letterario di un poeta che, per molti aspetti, gli era e gli si sarebbe rivelato piuttosto lontano.
Fin dagli esordi, il giovane Raboni appare un critico e un poeta rigoroso, pratico, saldamente ancorato alle vicende del proprio tempo, insofferente verso etichette, semplificazioni e luoghi comuni interpretativi; un intellettuale che anche gli studi giuridici hanno allenato all’ascolto attento e alla decostruzione del punto di vista altrui. Le riflessioni, che egli compie sulle pagine e i libri d’altri, nascono sempre da un contatto diretto con i testi, letti il più delle volte in maniera operativa, trasformando cioè l’atto critico in una verifica dell’efficacia degli strumenti, delle scelte stilistiche e tecniche, delle strategie di restituzione della realtà del mondo messe in campo dall’autore o dagli autori presi in esame. «Per me valgono solo gli esempi», spiega in una delle sue prime lettere a Betocchi34, e negli anni il bisogno di ancorarsi alla concretezza del fare poetico diviene sempre più profondo e consapevole. «Alle volte mi domando — scrive
31 Isolato nella melodia, «Il Messaggero», 27 maggio 1986 (POE, pp. 87-90; il passo citato è a p. 88).
32 Vivere almeno al 50 per cento, intervista a D. Piccini, «Poesia», XVI, 168, gennaio 2003 (cito da OP, p. LXXXVI).
33 Nel Fondo Betocchi dell’ Archivio Alessandro Bonsanti (d’ora in poi FB) si conservano alcune minute di mano di Betocchi. Gli originali delle lettere spedite a Raboni, al momento della stesura di queste pagine, non erano disponibili per la consultazione.
34 FB, lettera di Raboni del 31 marzo 1954.
nel ’63 — se non sia venuto il momento, ormai, di parlare della poesia che si fa, che si sta facendo e non più, o non soltanto, della poesia che si dovrebbe fare»5*.
La costante attenzione, il profondo dialogo con ciò che avviene al di fuori del suo privato laboratorio di poeta giustificano il doppio binario seguito nel presente lavoro: il percorso critico di Raboni e la cronologia dei suoi incontri più importanti, reali e letterari, vengono fatti costantemente reagire con le tappe della sua produzione poetica, anche se, fra critica e poesia, è la scrittura in versi il punto d’arrivo della ricerca, l’oggetto centrale dell’interpretazione. Il restringimento cronologico agli anni 1953- 1966, che si è imposto di necessità per garantire la coerenza del discorso, ha comportato alcuni sacrifici, che si è cercato di compensare con frequenti aperture anche sulla produzione poetica e critica posteriore al °66. Molti sono i temi che sarebbe interessante approfondire ancora: la riflessione sul romanzo e il racconto intrapresa alla fine degli anni ’60, per esempio, e il suo intrecciarsi agli esperimenti in prosa di Economia della paura (se ne dà conto, pur molto brevemente, nelle Conclusioni); o i rapporti tra la scrittura di Raboni e la sua lunga consuetudine di appassionato e recensore di cinema. Pur penalizzante per alcuni aspetti, il taglio cronologico ha consentito di lavorare in profondità, di compiere uno scavo puntuale e ravvicinato che ha finito per rivelare come, già nella prima fase del suo percorso, emergano molte, forse quasi tutte le linee essenziali della storia di critico e di poeta di Giovanni Raboni.
I cinque capitoli, seguendo il filo della cronologia, ruotano ciascuno attorno a un nodo essenziale della riflessione e della scrittura poetica di Raboni. Il capitolo 1, intitolato L urgenza della realtà, ricostruisce il primo tempo della sua scrittura, la ricerca di una propria voce e di una giustificazione al fare poesia. Decisive sono, in questi primi anni, le letture dei poeti stranieri, e in particolare la scoperta di Eliot e Pound. Per tutta la sua vita, Raboni ha sempre indicato i due poeti anglosassoni come le radici del proprio mondo poetico. «Io non avrei mai scritto poesie se non avessi conosciuto la poesia inglese e americana», scrive a Betocchi il 14 febbraio 1956. Il debito verso i due autori è un dato ormai acquisito dalla critica, che le testimonianze offerte dalle lettere a Betocchi hanno permesso di leggere in maniera più chiara. Ampio spazio, poi, è stato dedicato all’esperienza di riscrittura del Vangelo. Prima in alcune poesie del Gesta Romanorum del ’53, poi in un’ambiziosa composizione rimasta inedita, la Passione secondo San Luca, Raboni utilizza il testo sacro, e in particolare la vicenda della passione di Cristo, come un grande correlativo oggettivo — un serbatoio di storie, figure e aneddoti — attraverso il quale raccontare in modo obliquo la storia del proprio tempo. «Era — spiegherà molti anni più tardi — [...] uno stratagemma, un modo di parlare di me, finalmente, e del mio tempo e di quello che vedevo intorno a me, senza tuttavia ancora espormi a una esplorazione diretta della realtà»}°.
Nella Passione secondo San Luca prende forma la poetica che caratterizzerà gran parte delle Case della Vetra: una scrittura antilirica e polifonica, attraversata dalla volontà di scrutare il male umano nelle sue incarnazioni più quotidiane e familiari, in
35 La poesia che si fa, «L’ Approdo letterario», n.s., IX, 22, aprile-giugno 1963, p. 67 (l’intervento si legge in PAS, pp. 283-287).
36 Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003, in M. Biondi, Su «Le case della Vetra» di Giovanni Raboni, tesi di laurea, Università di Firenze, Facoltà di Lettere e Filosofia, a. a. 2002/2003 (traggo la citazione da OP, p. 1398).
cui la voce del poeta appare costantemente camuffata e nascosta, senza alcuna concessione alle trappole dell’espressione lirica. L’io poetico adottato da Raboni si apparta in posizioni marginali e si presenta come un personaggio impacciato e non troppo perspicace, incapace di pronunciare condanne e di fornire giudizi o interpretazioni di una realtà sempre più sfuggente e complessa («tutto si complica, anche il male», recita un verso delle Case della Vetra). Talvolta il poeta cede la parola a voci anonime o a personaggi che raccontano da soli la propria storia; più spesso la tecnica adottata è uno straniante sdoppiamento: all’io si affianca un vago tu, rappresentante della pubblica opinione o improbabile alter ego del soggetto stesso. L'esame di alcune lettere indirizzate a Betocchi e ad Alessandro Parronchi, cui la Passione era stata inviata in lettura, ha confermato la centralità di questo tentativo, che solo molto di recente è stato portato all’attenzione della critica?”. Pochi mesi dopo l’esperimento della Passione, seguendo gli incoraggiamenti di Betocchi, Raboni comincia a poco a poco ad abbandonare l’esperienza di riscrittura del Vangelo e comincia cautamente ad avvicinarsi alla quotidianità della sua esperienza: il mondo della fabbrica e del capitale (dal ’55 lavora nell’industria come consulente legale), le radici lombarde, la città e i suoi abitanti. Nell’estate del °56 Raboni intraprende anche il suo primo, importantissimo, lavoro critico: il saggio, che con Betocchi definisce «autobiografico»35, dedicato ai Cantos di Ezra Pound. Le poesie che Raboni spedisce a Betocchi nell’autunno del ’57 — testi che cominciano a esplorare l’ambiente lombardo e lo spazio della memoria familiare — riscuotono per la prima volta l’approvazione completa del poeta fiorentino: nasce così il progetto di un libro e l’editore prescelto è il milanesissimo Vanni Scheiwiller.
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The end
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