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SENZA FAMIGLIA.
ETTORE MALOT
(OPERA PREMIATA DALL’ ACCADEMIA FRANCESE)
II. La compagnia del signor Vitali
Senza dubbio dormii tutta la notte sotto l’ impressione del dolore e del timore, perchè la mattina dopo al-destarmi, il mio primo atto fu quello di tastare il letto e di guardare intorno, per essere certo che non mi avessero portato via.
Per tutta la mattina, Barberin non mi disse nulla, ed io incominciai a credere che il progetto di mandarmi allo spedale fosse stato messo da parte. Senza dubbio la Barberin aveva parlato e lo aveva fatto decidere a tenermi.
Ma allo scoccare di mezzogiorno, Barberin mi disse di mettermi il berretto e seguirlo.
Spaventato, volsi Io sguardo alla Barberin per implorare il suo aiuto, ma alla sfuggita ella mi fece un cenno col quale mi esortava ad obbedire, e al tempo stesso un gesto della sua mano mi assicurò : non c’ era da temer nulla.
Allora, senza fiatare, mi misi in cammino dietro a. Barberin.
Dalla nostra casa al villaggio la strada è lunga; è un’ ora buona di cammino. Quell’ ora trascorse senza. che egli mi rivolgesse una sola volta la parola.
Andava innanzi pian piano, zoppicando, senza che la sua testa facesse alcun movimento, e ogni tanto si rivoltava tutto d’ un pezzo per vedere se io lo seguivo.
Dove mi conduceva ?
Questa domanda mi metteva in apprensione, malgrado il gesto rassicurante della Barberin, e per sottrarmi a un pericolo che presentivo senza conoscerlo, pensavo a scappare.
A tal uopo, cercavo di restare indietro; quando fossi stato lontano abbastanza, mi sarei gettato nel fosso, ed egli non avrebbe potuto raggiungermi.
Sulle prime si limitò a dirmi di camminare sulle sue orme; ma poco dopo, indovinando senza dubbio la mia intenzione, mi prese per mano.
Non mi restava che seguirlo, e lo feci.
In tal modo entrammo nel villaggio, e tutti al nostro passaggio si voltavano indietro per guardarci, perchè io avevo l’ aria di un can ringhioso tratto a guinzaglio.
Mentre passavamo dinanzi al caffè, un uomo che era sul limitare chiamò Barberin e lo invitò a entrare.
Questi, presomi per un orecchio, mi fece andare innanzi, e quando fummo entrati richiuse l’ uscio. Mi sentii sollevato, il caffè non mi pareva un luogo pericoloso, e inoltre da gran tempo avevo molta voglia di entrarvi.
Il caffè, il caffè dell’ albergo di Nostra Donna! Che poteva essere ?
Quante volte mi ero fatto questa domanda!
Avevo veduto persone uscire dal caffè, scarlatte in viso e traballando ; nel passare dinanzi all’ uscio avevo spesso udito grida e canzoni che facevano tremare ì vetri.
Che vi facevano lì dentro? Che accadeva dietro quelle tendine rosse ?
Finalmente lo avrei saputo.
Mentre Barberin si metteva a un tavolino col pa-
®. i i | | i - - . A < : SÙ i . È drone del caffè, che.lo aveva invitato a entrare, andai
a sedermi presso il fuoco e guardai intorno.
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» Nel.canto opposto a quello che occupavo, eravi un vecchione con la barba bianca, vestito in una bizzarra maniera e quale io non avevo mai veduto. Sui suoi capelli, che ricadevano a lunghi ricci sulle spalle, aveva un cappello alto di feltro bigio, adorno. di penne verdi e rosse. Una pelle di montone, con la lana dalla parte interna, lo stringeva alla vita. Quella pelle era senza maniche, e da due buchi aperti sulle spalle, uscivano le braccia ricoperte d’ una stoffa di velluto, che un tempo doveva essere stata turchina. Grosse ghette di lana gli salivano sino alle ginocchia, . ed erano strette con nastri rossi che s A MRAGCIAMANO . più volte attorno alle gambe. É
Stava allungato sulla sedia, col mento appoggiato nella mano destra; il gomito riposava sul ginocchio ripiegato. *
Non avevo mai veduto persona viva in un atteg- ‘giamento sì quieto; somigliava ad uno dei santi di legno della nostra chiesa. |
Accanto a lui tre cani accucciati sotto la sua se- | dia, si riscaldavano senza muoversi. Un cagnolino nero, un barboncino bianco, ed una cagnolina bigia d’aspetto malizioso e dolce; il cagnolino aveva sul capa un vecchio berretto militare da strapazzo, fermato sotto il mento con una cinghia di pelle.
Mentre guardavo il vecchio con attonita curiosità, Barberin ed il padrone del caffè discorrevano sottovoce e udii che parlavano di me.
Barberin diceva che era venuto al villaggio per condurmi dal sindaco, affinchè questi chiedesse agli spedali di farmi un assegno per tenermi.
Questo era quanto la comare Barberin aveva dunque potuto ottenere da suo marito, e compresi subito che se Barberin avesse trovato vantaggioso il tenermi, non avrei avuto più nulla da temere.
Il vecchio, senza parerlo, ascoltava anche lui quello che dicevano; tutt’ ad un tratto stese la destra verso di me, e rivoltosi a Barberin :
— È questo il ragazzo che vi dà impaccio ? — disse con accento straniero.
— Precisamente. |
— E credete che l’ amministrazione degli spedali vi passerà di che mantenerlo ?
— Caspita! siccome non ha genitori ed è a carico mio, bisogna bene che qualcuno paghi per lui; mi pare che sia giusta.
— Non dico di no, ma credete che tutto quel che è giusto si faccia?
— Cotesto no.
— Ebbene, io credo che non otterrete mai l’ assegno che domandate.
— Allora, anderà allo spedale; non c’ è legge che lo costringa a restare in casa mia, se io non voglio tenerlo.
— Un tempo avete acconsentito a riceverlo, era un impegnarsi a tenerlo.
— Ebbene, non lo terrò; e quand’anche dovessi metterlo in mezzo ad una strada, me ne disfarò.
— Ci sarebbe forse un mezzo di disfarvene subito — disse il vecchio dopo avere un poco riflettuto — ed anche di guadagnarvi qualchecosa.
— Se mi procurate cotesto mezzo, vi pago una bottiglia e di buon cuore.
‘ — Comandate la bottiglia, ed è cosa fatta.
— Di certo?
— Di certo.
Il vecchio, alzandosi dalla sua sedia, andò a sedersi di faccia a Barberin. Cosa strana! mentre si alzò la sua pelle di montone fu sollevata da un movimento ch’ io non seppi spiegarmi; pareva che avesse un cane sul braccio sinistro.
Che avrebbe detto ? Che sarebbe accaduto ?
Lo avevo seguìto con lo sguardo e con una crudele ansia.
— Desiderate, non è vero — disse — che quel ragazzo non mangi più a lungo il vostro pane; ovvero, di esserne pagato, se continua a mangiarne ?
— Precisamente, perchò....
— OR! del motivo non me ne importa; anzi non voglio conoscerlo; mi basta sapere che non volete più il ragazzo; quand’ è così, datemelo, me ne incarico io.
— Darvelo!
— Perbacco! Non volete disfarvene ?
— Darvi un ragazzo come quello, un sì bel ragazzo.... perchè è un bel ragazzo, guardatelo.
— L’ho guardato.
— Remigio, vien qui.
Mi avvicinai alla tavola tremando.
— Via, non aver paura — disse il vecchio.
— Guardate — continuò Barberin.
— Non dico che sia un brutto ragazzo. Se fosse brutto non lo vorrei; i mostri non mi fanno.
— AN! se fosse un mostro con due teste, od anche un nano...
— Non parlereste di mandarlo allo spedale. Sapete bene che un mostro ha del valore e che si può trarne partito, sia col darlo a nolo, sia col farne traffico da sè. Ma questo non è nè un nano nè un mostro; conformato come tutti, non è buono a nulla.
— È buono a lavorare.
— È molto gracile.
— Gracile? Eh! via, è forte come chiunque altro, e solido e sano; a voi, guardategli le gambe, ne avete mai vedute di più diritte? |
Barberin alzò i miei pantaloni.
— Troppo sottili — disse il vecchio.
— E le braccia? — proseguì Barberin.
— Le braccia sono come le gambe; può andare; ma non reggerebbe nè alle fatiche nè alla miseria.
— Non resistere lui! Ma tastatelo, via, tastatelo voi stesso.
Il vecchio mi passò la scarna mano sulle gambe, palpandole, crollando il capo, e mostrandosi scontento.
. Avevo già assistito ad una scena simile, quando il mercante era venuto per comprare la nostra vacca. Anche lui l'aveva tastata e palpeggiata; anche lui aveva crollato il capo con aria scontenta: non era una buona vacca, gli sarebbe stato impossibile rivenderla; e nondimeno l’ aveva comprata e poscia condotta via.
Il vecchio mi avrebbe comprato e condotto via; ah! mamma mia, mamma mia!
Disgraziatamente la comare Barberin non era lì a difendermi. |
Se avessi osato avrei detto che il vecchio Barberin mi aveva appunto fatto rimprovero di essere delicato e di non avere nè braccia nè gambe; ma compresi che quella interruzione non avrebbe giovato ad altro che ad attirarmi una strapazzata, e tacqui.
— È un ragazzo come ce ne sono tanti — disse il vecchio — questo è il fatto, ma è un ragazzo di città; quindi è certo che non sarà mai buono a nulla per il lavoro della terra; mettetelo un po’ dinanzi all’ aratro a punzecchiare i buoi, e vedrete quanto durerà.
— — Dieci anni.
— Neanche un mese.
— Ma guardatelo un po’.
— Guardatelo voi, dico!
Ero in capo alla tavola fra Barberin e il vecchio, spinto dall’ uno, respinto dall’ altro.
— Insomma — disse il vecchio — lo prendo qual è. Senonchè, ben inteso, non lo compero, lo prendo a nolo. Vi do venti franchi all’ anno.
— Venti franchi?
— È un buon prezzo, e anticipati; intascate quattro belle monete da cinque franchi e vi siete liberato del ragazzo.
— Ma se lo tengo, lo spedale mi darà più di dieci franchi al mese.
— Mettetene sette.... mettetene otto, lo conosco il prezzo, e di più bisognerà che lo nutriate.
— Lavorerà.
— Se fosse capace a lavorare non lo rimandereste. I ragazzi dello spedale non si prendono già per quel. po’ di danaro che vien loro assegnato, ma per il loro lavoro ; se ne fa dei domestici che pagano e non sono pagati. Ve lo ripeto, se costui fosse in grado di rendervi servizio, lo terreste.
— In tutti i casi avrei sempre i dieci franchi.
— E se lo spedale, invece di lasciarvelo, lo dà a un altro, non avrete nulla; mentre con me nessun rischio da correre; non avete da far altro che stendere la mano.
Si frugò in tasca e ne trasse una borsa di cuoio nella quale prese quattro monete d’ argento che stese sulla tavola facendole sonare.
— Ma pensate — esclamò Barberin — che questo ragazzo un giorno o l’altro avrà dei genitori?
— Che importa?
— Ci sarà del guadagno per quelli che lo avranno allevato; se non ci avessi fatto assegnamento, non me ne sarei mai incaricato.
Quelle parole di Barberin: « Se non avessi fatto assegnamento sui suoi genitori, non me ne sarei mai incaricato », me lo fecero prendere anche più in odio. Che cattiv’ uomo!
— E siccome non sperate più sui suoi genitori — disse il vecchio — lo mettete alla porta. Infine a chi si rivolgerebbero quei genitori se mai comparissero ? A voi, non è vero, e non a me che non conoscono. ì
— E se li ritrovaste voi?
— Allora conveniamo che se un giorno ci fossero dei genitori, divideremo il guadagno, e metto trenta franchi.
— Mettetene quaranta.
— Per i servigi che mi renderà non è possibile.
— E quali servigi volete che vi renda? Quanto alle gambe e alle braccia le ha buone, non mi disdico da quello che ho detto; ma infine a che vi pare adatto ?
Il vecchio guardò Barberin con aria ironica e vuotando a centellini il suo bicchiere :
— A terermi compagnia — disse. — Invecchio, e talvolta la sera, dopo lunghe giornate di fatiche, quando fa cattivo tempo, ho idee tetre; mi distrarrà.
— È certo che per cotesto le gambe saranno sempre abbastanza solide.
— Ma non troppo, perchè bisognerà ballare, e poi saltare, e poi camminare, e poi dopo aver camminato, risaltare; infine sarà addetto alla compagnia del signor Vitali.
— E dov'è la vostra compagnia ?
— Il signor Vitali sono io, come dovete esservene accorto; la compagnia ve la mostrerò, poichè desiderate di conoscerla.
E ciò dicendo, aprì la sua pelle di montone, e prese in mano un animale strano che teneva sotto il braccio sinistro, stretto al petto.
Era un animale che aveva più volte fatto sollevare la sua pelle di montone: ma non era un cagnolino come dapprima avevo pensato.
Qual bestia poteva essere ?
Ed era poi una bestia?
Non trovavo un nome da dare a quella creatura bizzarra che vedevo per la prima volta, che guardavo con stupore.
Indossava un giubbettino rosso orlato di un pas-
samano dorato, ma aveva le braccia e le gambe ignude; perchè quelle che aveva erano braccia e gambe, non già zampe, ricoperte però da una pelle nera e non bianca o carnea.
E nera pure era la testa, grossa quasi come un pugno chiuso; la faccia era larga e corta, il naso arricciato con narici dilatate, le labbra erano gialle; ma quello che mi colpì più di tutto il resto, furono due occhi vicinissimi 1’ uno all’ altro, di un’ estrema mobilità, rilucenti come specchi.
— Ah, la brutta scimmia! — esclamò Barberin.
Questa parola mi trasse dalla mia stupefazione, perchè, se non avevo mai veduto scimmie, ne avevo almeno udito parlare; dunque quello che avevo dinanzi non era un bimbo nero, ma una scimmia.
— Questo è il primo soggetto della mia compagnia — disse Vitali — è il signor Bel-Cuore. Bel-Cuore, amico mio, salutate gli amici.
Bel-Cuore portò la mano chiusa alle labbra e ci mandò a tutti un bacio. |
— Adesso — proseguì Vitali, stendendo la mano verso il cagnolino bianco — passiamo a un altro: il signor Capi avrà l’ onore di presentare i suoi amici all’onorevole compagnia qui presente.
A quel comando il cagnolino, il quale sino allora. non aveva fatto il benchè menomo movimento, si alzò subito, e rizzandosi sulle zampe di dietro, incrociò le zampe anteriori sul petto, poi salutò il suo padrone sì umilmente che il suo berretto militare da strapazzo toccò terra.
Compiuto quel dovere di urbanità, si volse ai suoi compagni e con una zampa, mentre teneva sempre. l’altra al petto, accennò loro di avvicinarsi.
I due cani che tenevano gli occhi fissi sopra il loro: compagno, si rizzarono tosto e dandosi ciascuno una. delle zampe anteriori, come s’ usa in famiglia darsi la. mano, fecero con gravità sei passi innanzi, poi dopo, tre passi indietro, e salutarono tutti.
— Quello che chiamo Capi — proseguì Vitali — altrimenti detto Capitano, è il capo dei cani, è lui che, come il più intelligente, trasmette i miei ordini. Questo giovane elegante di pelo nero è il signor Zerbino, il che vuol dir galante, nome che merita sotto tutti i rapporti. Quanto poi a questa giovanetta di modesto aspetto, è la signora Dolce, graziosa inglese che non ha rubato il suo nome di Dolce. Con questi soggetti che si distinguono per diversi titoli, ho il vantaggio di viaggiar per bene, secondo i casi della buona o dell’avversa sorte. Capi!
. Il cagnolino incrociò le zampe.
— Capi, venite qui, amico mio, e abbiate la gentilezza, ve ne prego (sono persone bene educate alle quali parlo sempre con urbanità) abbiate la gentilezza di dire a quel giovanetto che vi guarda con un par d’occhi tondi come palle, che ore sono.
Capi sciolse le braccia, si avvicinò al suo padrone, aprì la pelle di montone, frugò nella tasca della sottoveste, ne trasse un grosso orologio d’ argento, guardò il quadrante e abbaiò per due volte consecutive; poi dopo quei due latrati pronunziatissimi, con voce forte e chiara, ne mandò altri tre più fiochi.
Infatti erano le due e tre quarti.
— Va bene — disse Vitali — vi ringrazio, signor Capi, e adesso, vi prego d’ invitare la signora Dolce a farci il favore di ballare un po’alla corda.
Capi frugò tosto nella tasca della giacchetta del suo padrone e ne trasse una corda. Fece un cenno a Zerbino e questi andò tosto a collocarsegli dirimpetto. Allora Capi gli gettò un capo della corda, e tutt’ e due si misero con gravità a farla girare.
Quando il movimento fu regolare, Dolce si gettò nel circolo e saltò leggermente, tenendo i suoi begli occhi teneri fissi su quelli del suo padrone.
— Vedete bene — disse questi — che i miei allievi sono intelligenti, ma l'intelligenza non si apprezza al suo giusto valore che mediante il confronto. Ecco perchè scritturo nella mia compagnia questo giovanetto : egli farà la parte di bestia, e lo spirito dei miei allievi sarà certo meglio apprezzato.
— Oh! per fare la bestia — interruppe Barberin.
— Bisogna avere dello spirito — proseguì Vitali — e credo che a questo giovanetto non ne mancherà quando avrà preso alcune lezioni. Del resto, lo vedremo. E per incominciare ne avremo adesso subito una prova. Se è intelligente comprenderà che col signor Vitali si ha la sorte di andare a spasso, di girare la Francia ed altri siti, menare una vita libera invece di star dietro ai buoi, camminare per tutto il giorno nello stesso campo, da mattina a sera. Mentre che se non è intelligente, piangerà, griderà, e siccome al signor Vitali non piacciono i ragazzi cattivi, non lo condurrà seco. Allora il ragazzo cattivo anderà allo spedale ove bisogna lavorar molto e mangiar poco.
Ero intelligente abbastanza per comprendere quelle parole, ma dal comprendere all’ eseguire c’era una bella distanza.
Certamente gli allievi del signor Vitali erano molto bizzarri e divertenti, e doveva anche essere un gusto l'andare sempre in giro; ma per seguirli e andare a zonzo sempre con loro, bisognava abbandonare la vecchia Barberin.
È vero che se ricusavo, non sarei ugualmente rimasto con la vecchia Barberin, mi avrebbero mandato allo spedale.
Siccome stavo lì turbato e con le lacrime agli occhi, Vitali mi picchiò pian piano con la punta di un dito sulla guancia.
— Orsù — disse — il ragazzo comprende, poichè. non grida, la ragione entrerà in quella testolina, e domani...
— Ah! signore — esclamai — la mamma Barberin, ve ne prego!
Ma prima di averne detto di più, fui interrotto da un tremendo latrato di Capi.
Al tempo stesso il cane si slanciò verso la tavola ove Bel-Cuore era rimasto seduto.
Questi, approfittando di un istante in cui tutti gli sguardi eran vòlti verso di me, aveva adagio adagio preso il bicchiere del suo padrone, che era pieno di vino, e si accingeva a vuotarlo. Ma Capi, che faceva buona guardia, aveva veduto quella marachella della scimmia, e, da fido servitore qual era, aveva voluto impedirla.
— Signor Bel-Cuore — disse Vitali con voce severa — siete un ghiotto e un briccone ; andate a mettervi laggiù, nel canto, col naso volto al muro, e voi, Zerbino, montate la sentinella dinanzi a lui; se si muove, dategli uno sculaccione. Quanto a voi, signor Capi, siete un buon cane; qua la zampa che ve la stringa.
Mentre la scimmia obbediva mandando leggiere grida soffocate, il cane, lieto e altero, stendeva la zampa al suo padrone.
‘ — Adesso — proseguì Vitali — torniamo ai nostri affari. Vi do trenta franchi.
— No, quaranta.
Sorse una discussione; ma quasi subito Vitali la troncò.
— Quel ragazzo — disse — deve annoiarsi qui;
che vada un po’ a passeggiare per il cortile dell’ albergo e divertirsi.
E al tempo stesso faceva un cenno a Barberin.
— Sì, è vero — disse questi — va’nel cortile, ma non ti muovere se non ti chiamo, se no vado in collera.
Non mi restava che obbedire, il che feci.
Andai dunque nel cortile, ma non avevo cuore di divertirmi. Sedetti sopra un sasso e stetti lì a riflettere.
In quel punto stesso decidevasi la mia sorte. Quale sarebbe stata? Il freddo e l'angoscia mi mettevano il tremito addosso.
La discussione fra Vitali e Barberin durò a lungo, perchè passò più di un’ ora prima che questi venisse nel cortile.
Finalmente lo vidi comparire: era solo. Veniva a cercarmi per consegnarmi a Vitali?
— Orsù — mi disse — andiamo a casa.
A casa! Dunque non avrei lasciato la vecchia Barberin ?
Avrei voluto interrogarlo, ma non l’osai, perchè sembrava di pessimo umore.
Camminammo in silenzio.
Ma circa dieci minuti prima di arrivare, Barberin, che andava innanzi, si fermò.
— Sappi — mi disse prendendomi duramente per un orecchio — che se tu racconti una sola parola di quello che oggi hai udito, la pagherai cara; dunque, attento!
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The end
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