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Filologie medievali e moderne 3 Serie orientale 1 — La metrica araba Studio della tradizione antica Oriana Capezio Edizioni Ca’Foscari filologie medievali e moderne serie orientale
Filologie medievali e moderne Serie occidentale Editor Eugenio Burgio Comitato di lettura Massimiliano Bampi, Saverio Bellomo, Marina Buzzoni, Serena Fornasiero, Lorenzo Tomasin, Tiziano Zanato Serie orientale Editor Antonella Ghersetti Comitato di lettura Attilio Andreini, Giampiero Bellingeri, Paolo Calvetti, Marco Ceresa, Daniela Meneghini, Antonio Rigopoulos, Bonaventura Ruperti Questo volume è pubblicato dopo il parere favorevole di un revisore scelto all’interno del Comitato di lettura, e di un revisore esterno scelto per la sua specifica competenza sull’argomento. La valutazione si è svolta secondo i criteri della peer review, e nel rispetto del reciproco anonimato tra revisori e autore.
Oriana Capezio La metrica araba Studio della tradizione antica prefazione di Giovanni Canova
Parte i La scienza metrica عِلْم العَرُوض
ORIANA CAPEZIO 15 La metrica araba e i suoi elementi La metrica si occupa dello studio della versificazione basandosi su dei precetti che variano in base alla natura di ciascuna lingua e secondo delle convenzioni che poggiano su determinate idee estetiche. La metrica araba è fondata su un sistema quantitativo, implicitamente sillabico, anche se i prosodisti arabi non elaborarono il con - cetto di sillaba ma basarono la loro riflessione sulla lettera ( ḥarf), vocalizzata o quiescente. 1 La natura sillabico-quantitativa della me - trica araba fu postulata dai primi studiosi occidentali quali W . Jones (1777), G. Ewald (1825), G.W . Freytag (1830). Successivamente fu messa in discussione da quanti assegnarono, con teorie differenti, un ruolo fondamentale all’accento ritmico (ictus) come G. Weil (1958), 2 i cui studi furono condivisi da R. Blachère. 3 La presenza dell’accento nei versi arabi è stata questione controversa e dibattuta negli ultimi decenni del xx secolo, quando viene ribadita la natura esclusivamen - te quantitativa da parte di alcuni studiosi quali W . Stoetzer (1989). Il recente volume di G.J. van Gelder (2012) affronta con grande dovizia di esempi e acutezza di analisi i tre aspetti fondamentali del verso arabo: metro, rima e suono. 1. Sulla difficoltà di applicare il concetto di sillaba, in particolare quella breve, si veda Stoetzer, Theory and Practice in Arabic Metrics , pp. 121-123. Paoli sostiene che le ḥurūf sono unità sia fonologiche (fonemi non sillabici) che grafiche (grafemi rappresentanti questi fonemi non sillabici), cfr. Paoli, De la théorie à l’usage, p. 375. 2. Si veda in particolare il quinto capitolo di Weil, Grundriss und System der altarabischen Metren, pp. 60-84. 3. «Weil a posé et, croyons-nous, résolu le problème de l’ ictus ou ‘accent prosodique’ dans le système d’al-Ḫalīl; il a mis en lumière un fait qui, jusqu’ici, n’avait pas été dégagé: les métriciens iraquiens de l’École ḫalīlienne, tout en ignorant la syllabe isolée et l’accent prosodique, avaient néanmoins été conduits à faire état, inconsciemment, de leur existence» (cfr. Blachère, Métrique et prosodie arabes à la lumière de publications récentes , p. 225).
16 ORIANA CAPEZIO Per affrontare lo studio della metrica araba è utile procedere per livelli come proposto da D. Frolov ,4 dalle unità minime sino a giungere alle forme più complesse contenute nei metri e graficamente espresse nei cerchi. Il punto di partenza è senz’altro rappresentato dalla lettera (ḥarf) vocalizzata (mutaḥarrik) o quiescente (sākin), utilizzata per la segmentazione della parola in unità metriche elementari.5 Il secondo livello è dato da quelle che Frolov ha definito «unità prosodiche elementari»:6 sabab, watid e fāṣila. Un sabab è composto di due lettere (ḥurūf); un watid di tre lettere e una fāṣila di quattro o cinque lettere.7 Al terzo livello troviamo i piedi (ǧuz’ o taf‘īla), rappresentati in una sequenza di simboli (ه lettera vocalizzata, ا lettera quiescente) e «sillabe metriche», espresse in forma paradigmatica basata sulla radice f‘l. La lunghezza massima di un piede è di sette lettere e in ognuno di essi si trova un solo watid, uno o due sabab e una fāṣila. La formazione dei piedi porta a quella dei metri (baḥr), quarto livello d’analisi. Al-Ḫalīl distinse quindici metri8 e li inserì in cinque cerchi che rappresentano graficamente la teoria metrica araba (quinto livello).
La poesia è per gli arabi un «discorso mawzūn con una rima finale, che racchiude un senso compiuto ed è composto da più di un verso». 9 L’‘arūḍ secondo i trattati di metrica è lo «strumento di misura», mīzān, della poesia. Il frequente rimando alla radice wzn indica l’importanza per gli studiosi di metrica del peso-misura nella composizione poetica.10 4. Frolov , Classical Arabic Verse, pp. 84 sgg., e Meter, pp. 208-215. 5. Semah osserva che «The mere distinction between long and short syllables does not reveal the rhythms underlying the Arabic verse. Arabic poetry is quantitative only in a very specific sense. Syllable length is a factor of rhythmical significance only insofar as it is considered within the context of the Khalīlian units called sabab, watid and fāṣila» (Semah, The Rhythmical Function of the watid and the fāṣila, p. 423). 6. «Means of the segmentation of speech into elementary prosodic units (epus) produced by the alternation of vocalized and unvocalized ḥurūf» (cfr. Frolov , Meter, p. 208). 7. Alcuni studiosi hanno postulato la presenza solo di sabab e watid poiché la fāṣila sarebbe già da considerarsi un sistema complesso formato da due sabab consecutivi. Su questi concetti si veda par. 2.1. Tale teoria si legherebbe leggendariamente a uno šayḫ che chiese a un giovane di comporrre un verso indicando i piedi sulla base di na‘am (tre lettere) lā (due lettere), cfr. Abū Bakr M. al-Qudā‘ī, al-Ḫitām al-mafḍūḍ ‘an ḫulāṣat ‘ilm al-‘arūḍ, cit. da al-Baḥrāwī nell’introduzione ad al-Aḫfaš, Kitāb al-‘ Arūḍ, p. 14. 8. Al-Aḫfaš ne aggiunse un sedicesimo. 9. Ibn Fāris, al-Ṣāḥibī, p. 265. Cfr. al-Suyūṭī, al-Muzhir, vol. 1, p. 328. 10. La parola wazn (lett. «peso») è qui tradotta con «misura metrica». Freytag usa il termine latino mensura, «quantità prosodica nella metrica»; nelle fonti arabe studiate è
LA METRICA ARABA E I SUOI ELEMENTI 17 La tradizione araba lega il termine naẓm a un componimento in versi; letteralmente il vocabolo indica «filo di perle» ed è con tale immagine che prende forma l’insieme dei versi di cui si compone una poesia. La sua articolazione secondo un ordine preciso è materia dell’‘ilm al-‘arūḍ: la scienza metrica araba.
Ibn Fāris (m. 395/1004) ricorda che il termine ‘arūḍ indica il mīzān della poesia con cui si distingue il sano dall’infermo; chi conosce le sue minuzie, i suoi segreti e i suoi arcani sa insegnare ciò che serve a co - loro che ne ostentano conoscenza.11 In epoca successiva Ibn Rašīq (m. 463/1071) nel suo al-‘Umda sostiene che un tempo esisteva solo la prosa. Quando gli arabi sentirono la necessità di cantare le proprie virtù – la nobiltà, le battaglie (negli ayyām al-‘arab), la nostalgia – e di immortalare i propri eroi e uomini illustri, teorizzarono delle norme su cui basare i metri: tale forma fu chiamata poesia.12 Alcuni secoli prima dell’Islam gli arabi erano già soliti recitare poesie in alcuni metri; il poeta non aveva bisogno di conoscere le regole della metrica poiché possedeva un do - no naturale (ṭab‘) e un istinto creativo (ḏawq) che gli permettevano di comporre in versi senza alcun ausilio.13 La forma con cui componevano rimase inalterata nei secoli successivi.
Gli elementi di cui si compone la metrica araba sono definiti con una terminologia che possiede un valore metaforico, ben sottolineato da Ibn Ǧinnī,14 che trae ispirazione dal vissuto in epoca preislamica e si nutre dell’esperienza beduina nel deserto. È noto, infatti, che gli studiosi arabi, cui va il merito di aver elaborato un primo vocabolario prosodico, fre - quentassero il mondo beduino. Così al-Marzubānī (m. ca. 384/994) nella sua opera al-Muwaššaḥ tramanda, sull’autorità di Muḥammad ibn Yazīd al-Naḥwī e di al-Ǧarmī, le parole di al-Ḫalīl ibn Aḥmad (m. 175/791), il primo teorico della metrica araba: posta in relazione alla misura del ritmo musicale ( Freytag, Darstellung der arabischen Verskunst, p. 62). Weil (Grundriss und System der altarabischen Metren , p. 23) e Heinri - chs (Poetik, Rhetorik, Literaturkritik, Metrik und Reimlehre, p. 193) rendono awzān al-ši‘r con Versmasse, «quantità del verso»; Stoetzer con pattern (Theory and Practice in Arabic Metrics, p. 92); Frolov con model-pattern (Classical Arabic Verse, p. 83); Paoli la definisce mètre (De la théorie à l’usage, p. 15). 11. Il passo è citato da al-Suyūṭī, al-Muzhir, vol. 1, p. 328. Con wazn si fa riferimento anche alla forma di un piede. 12. Ibn Rašīq, al-‘Umda, ed. Qarqazān, vol. 1, p. 74. 13. Bencheikh, Bencheikh, Poétique arabe, p. 229. 14. Cfr. Ibn Manẓūr, Cfr. Ibn Manẓūr, Lisān al-‘arab, s.v . «rml», vol. 3, p. 1724. Il passo è analizzato da Paoli, Nouvelle contribution à l’histoire de la métrique arabe, p. 83.
18 ORIANA CAPEZIO Ho definito il verso della poesia (al-bayt min al-ši‘r) basandomi su una tenda di pelo (bayt min buyūt al-ša‘r) degli arabi.15 In metrica sono molti i termini che traggono diretta ispirazione dalla tenda, tra questi: bayt (pl. buyūt – abyāt), ‘amūd (‘imād), sabab (asbāb), watid (awtād), fāṣila e ‘arūḍ.
Al vocabolo bayt si associa sia il significato di tenda che di verso. Nella nota espressione bayt ša‘r, «tenda di pelo» abitata dai beduini, e bayt ši‘r, «verso della poesia», si ritrova la stretta connessione tra i due elementi fondamentali della vita nel deserto.16 Su questa duplice accezione i poeti preislamici hanno spesso giocato nelle loro composizioni. Nel Lisān al-‘arab Ibn Manẓūr (m. 711/1311) sottolinea l’idea di raccoglimento e condivisione affermando a proposito di bayt: Come il verso contiene molte parole, allo stesso modo la tenda raccoglie tutta la famiglia.17 Il plurale di bayt è buyūt per indicare la tenda ma con lo stesso ter - mine si faceva riferimento in epoca antica anche ai versi. Al-Ǧāḥiẓ (m. ca. 225/868), nell’opera al-Bayān, utilizza buyūt con questo doppio si - gnificato.18 Solo in seguito sarebbe prevalso l’uso di abyāt per i versi e buyūt per le dimore.
Al termine bayt si affida anche un’idea di sacralità, tanto da designare con lo stesso vocabolo la Ka‘ba, luogo su cui si presta giuramento, così come recita un verso di Zuhayr ibn Abī Sulmā (m. ca. 609):19 Giuro su al-Bayt, i Qurayš e i Ǧurhum vi girano attorno. ‘ Amūd (pl. ‘imād) è il palo che sostiene la tenda su cui poggiano i teli intessuti di pelo di capra; metaforicamente ‘amūd rappresenta il capo della famiglia. Ibn Manẓūr tramanda alcuni esempi di come il termine possa riferirsi sia alla tenda che alla propria gente. 15. Al-Marzubānī, al-Muwaššaḥ, p. 13. 16. Blachère (Deuxième contribution à l’histoire de la métrique arabe, p. 133) per il termine ši‘r ricorda il passo di Ibn Hišām nella biografia del Profeta, dove il vocabolo indica già poesia (Ibn Hišām, al-Sīra al-nabawiyya, vol. 1, p. 283). 17. Ibn Manẓūr, Lisān al-‘arab, s.v . «byt», vol. 1, p. 392. 18. Al-Ǧāḥiẓ ribadisce che nei versi (buyūt) si possono trovare proverbi, detti straordinari, testimonianze e poesie note a tutti (Al-Ǧāḥiẓ, al-Bayān wa-l-tabyīn, vol. 1, p. 140, e vol. 2, p. 9). Cfr. Blachère, Deuxième contribution à l’histoire de la métrique arabe, p. 133. 19. Zuhayr, Mu‘allaqa, rec. al-Zawzanī, Šarḥ al-mu‘allaqāt al-sab‘, v . 16, p. 184.
LA METRICA ARABA E I SUOI ELEMENTI 19 Si dice che le tende stanno dritte, piantate nel terreno e sorrette da numerosi pali (a‘mida). Quello per la nostra famiglia è un pilastro (‘amūd).20 Il numero dei pali presenti è indicativo della maggiore o minore prosperità e del prestigio di chi abita la tenda. Nelle poesie beduine il termine è utilizzato spesso, così leggiamo nella mu‘allaqa di ‘ Amr ibn Kulṯūm (vi sec.): Quando il palo delle tende della tribù crolla sulle masserizie, difendiamo i vicini.21 Il termine ‘arūḍ è etimologicamente incerto; l’evoluzione semantica riportata da Blachère pare sia stata: ‘arūḍ = ultimo piede del primo emistichio > metro prosodico > prosodia. 22 Il vocabolo potrebbe derivare da «cammella indocile» come anche da «regione piatta», «strada che oltrepassa un valico», o ancora «il territorio di Mecca». Pur essendo possibile trovare un legame con questi ultimi, appare più verosimile la relazione tra ‘arūḍ-metrica e ‘arūḍ-cammella indocile: difatti la metrica sarebbe una materia indomita al pari di una cammella ricalcitrante. Il grammatico arabo Abū Isḥāq al-Zaǧǧāǧ (m. ca. 311/924) cercò un’altra relazione per ‘arūḍ e la trovò nell’associazione con l’asta che sostiene la tenda. In effetti, come l’‘arūḍ è il supporto del verso (bayt) così lo è della struttura della tenda stessa (‘āriḍa). Negli stessi termini si esprime Ibn Ǧinnī che, a proposito di ‘arūḍ, non ha alcuna esitazione a collegarlo direttamente alla tenda, affermando che è il legno (ḫašaba) posto al suo centro.23 Tra i termini riconducibili alla tenda, prosodicamente considerati «difetti» della rima, troviamo ikfā’, che rimanda al pezzo di stoffa che forma la parte posteriore del telo, e iqwā’, che secondo quanto attestato da Abū ‘Ubayda si accosta al verbo aqwā, «cucire insieme dei fili». Entrambi chiari riferimenti al lavoro, spesso femminile, di unire e cucire i teli della tenda.
In epoca successiva, per sottolineare il duplice significato cui i termini metrici alludevano, Badr al-Dīn al-Damāmīnī (m. 827/1424) introduce il suo commento alla Ḫazraǧiyya con le seguenti parole: 20. Ibn Manẓūr, Lisān al-‘arab, s.v . «‘md», vol. 4, p. 3097. 21. ‘ Amr ibn Kulṯūm, Mu‘allaqa, rec. Zawzanī, Šarḥ al-mu‘allaqāt al-sab‘, v . 41, p. 247. Sull’uso di alcuni termini in prosodia e in poesia si veda Jacob, Altarabisches Beduinenleben, pp. 41-43. 22. Blachère, Blachère, Deuxième contribution à l’histoire de la métrique arabe, p. 134. 23. Cfr. Ibn Manẓūr, Cfr. Ibn Manẓūr, Lisān al-‘arab, s.v . «rml», vol. 3, p. 1724.
20 ORIANA CAPEZIO Lode a Dio che ha aperto i nostri cuori sul cammino dell’ampia piana (‘arūḍ/ metrica) dell’Islam, e ha fatto sì che i nostri pensieri seguano le tracce (qāfiya/ rima) dei più nobili sapienti, tenendosi stretti nei loro affetti alle più salde delle corde (asbāb/unità metriche), gratificandosi del loro ampio (wāfir/nome del metro) merito che solo i sapienti dal cuore generoso possono percepire.24 I nomi dei metri traggono invece ispirazione dalle loro principali qualità. Ibn Rašīq riporta il dialogo intercorso tra al-Ḫalīl (m. 175/791) e il suo allievo al-Aḫfaš (m. 215/831) in cui si evidenziano proprio le carat - teristiche dei metri stessi: Chiesi ad al-Ḫalīl dopo che questi aveva terminato il Kitāb al-‘ Arūḍ: Perché hai chiamato così il ṭawīl? Rispose: Perché si allunga in tutti i suoi piedi (aǧzā’ihi). E il basīṭ? Perché si estende lungo tutto il ṭawīl e perché la sua parte mediana e l’ultima sono di forma fa‘ilun. E il madīd? Perché il piede di sette lettere si estende sul piede di cinque. E il wāfir? Perché le sue parti sono ricche di watid. E il kāmil? Perché ha trenta vocali, come non si trovano assieme in altri versi. E lo hazaǧ? Perché vibra come la voce di un canto (hazaǧ). E il raǧaz? Perché trema come le gambe di una cammella quando sta ritta. E il ramal? Perché assomiglia a un tessuto le cui parti sono unite da cucitura. E il sarī‘? Perché la sua recitazione è veloce [lett. è veloce sulla lingua]. E il munsariḥ? Perché è rapido e semplice. E il ḫafīf? Perché sono leggere le sue sette parti. E il muqtaḍab? Perché è ridotto dal sarī‘. E il muḍāri‘? Perché è anch’esso ridotto. E il muǧtaṯṯ? Perché è sradicato, cioè gli è stata recisa una parte della lunghezza del suo cerchio. E il mutaqārib? Perché le sue cinque parti sono vicine e son tutte uguali.25 24. Al-Damāmīnī, al-‘Uyūn al-ġāmiza, p. 12. 25. Ibn Rašīq, al-‘Umda, vol. 1, pp. 270-271.
Poesia sui metri di Ṣafī al-Dīn al-Ḥillī1 1 Un ṭawīl rispetto agli altri metri ha dei meriti fa‘ūlun – mafā‘īlun – fa‘ūlun – mafā‘īlu 2 Il madīd della poesia secondo me ha delle qualità fā‘ilātun – fā‘ilun – fā‘ilātu 3 Certo il basīṭ alimenta la speranza mustaf‘ilun – fā‘ilun – musta‘ilun – fa‘ilu 4 Tra i metri della poesia, il wāfir è bello mufā‘alatun – mufā‘alatun – fa‘ūlu 5 La bellezza più completa è nel kāmil mutafā‘ilun – mutafā‘ilun – mutafā‘ilu 6 I versi in hazaǧ sono semplici mafā‘īlun – mafā‘īlu 7 Nel raǧaz, il metro è facile mustaf‘ilun – mustaf‘ilun – mustaf‘ilu 8 I versi in ramal son trasmessi da rāwī fidati fā‘ilātun – fā‘ilātun – fā‘ilātu 9 Il baḥr (metro/mare) sarī‘ ha un lido mustaf‘ilun – mustaf‘ilun – fā‘ilu 1. Componimento di Ṣafī al-Dīn al-Ḥillī (m. ca. 750/1349); i versi contengono un riferi - mento semantico e l’indicazione del piede. La poesia è riportata in al-Suyūṭī (attr.), al-Kanz al-madfūn, pp. 27-29. Al-Ḥillī è autore di qaṣīde e muwaššaḥāt e di un trattato sulla poesia popolare del suo tempo (zaǧal, mawāliyā, kān wa-kān, qūmā).
22 ORIANA CAPEZIO 10 Sul munsariḥ si conia il proverbio mustaf‘ilun – maf‘ūlātu – mufta‘ilu 11 O ḥafīf, con te le ḥarakāt [vocali/movimenti] si alleggeriscono fā‘ilātun – mustaf‘i lun – fā‘ilātu 12 I versi in muḍāri‘ sono da tener in considerazione mafā‘īlu – fā‘ilātu 13 Muqtaḍab, sii breve così come chiedono! fā‘ilātu – mufta‘ilu 14 Se dal muǧtaṯṯ elimini le vocali mustaf‘ilun – fā‘ilātu 15 Sul mutaqārib al-Ḫalīl disse: fa‘ūlun – fa‘ūlun – fa‘ūlun – fa‘ūlu 16 Le vocali (movimento) del ḫabab si spostano fā‘ilun – fā‘ilun – fā‘ilun – fā‘ilu
Ṣafī al-Dīn al-Ḥillī, Fī buḥūr al-ši‘r.
ORIANA CAPEZIO 25 I trattati classici Il Kitāb al-‘arūḍ1 attribuito ad al-Ḫalīl ibn Aḥmad 2 non è mai stato rinvenuto, pur trovando attestazioni della sua esistenza nelle opere posteriori. I primi trattati arabi sulla metrica giunti sino a noi 3 risalgono al ix secolo, quando furono redatti il Kitāb al-‘arūḍ (pervenuto in forma parziale) e il Kitāb al-qawāfī di al-Aḫfaš al-Awsaṭ (m. 215/831). Nelle epoche successive furono composte numerose opere sulla me - trica araba, che hanno portato alla formazione di un vero e proprio corpus letterario cui attingere per ricostruire la storia dell’ ‘Ilm al- ‘arūḍ dalle origini e per scoprire le fasi della formazione di una scienza nuova. La catena di trasmissione che si è creata nel corso del tempo si estende su un ampio arco temporale e comprende numerose gene - razioni di eruditi, rappresentanti per la maggior parte della scuola di Baṣra prima e di Baġdād poi.4 La ricostruzione cronologica dei trattati sull’‘Ilm al-‘arūḍ apre nuove prospettive che offrono diverse possibilità di conoscenza e interpretazione. Nel suo studio, Paoli si sofferma sui diversi tipi di trattati pervenuti. Riprendendo ed estendendo la teoria di Stoetzer sulle varianti metriche, egli conferma la presenza di due tipologie di approccio allo studio della metrica: uno teorico o «generativo» e l’altro pratico o «estetico», il primo puramente descrittivo mentre 1. Sulla composizione del Kitāb al-‘ Arūḍ di al-Ḫalīl si trovano opinioni differenti. Per gli autori andalusi come Ibn ‘ Abd Rabbihi e al-Šantarīnī il trattato è diviso in due parti: la prima teorica (kitāb al-farš) e l’altra composta da esempi (kitāb al-miṯāl). Per gli autori orientali invece si tratta di un’unica opera (cfr. Paoli, De la théorie à l’usage, p. 34). 2. Sulla vita e le opere di al-Ḫalīl ibn Aḥmad si veda più avanti. 3. Per informazioni sulla storia della metrica araba si veda il trattato di Paoli, De la théorie à l’usage, in cui figura un’ampia sezione dedicata alla ricostruzione cronologica dell’‘ilm al-‘arūḍ (pp. 25-42). 4. Cfr. Paoli, De la théorie à l’usage, p. 27.
26 ORIANA CAPEZIO il secondo più analitico. 5 Sull’analisi delle varie opere lo studioso non esita ad affermare: Les traités génératifs sont de loin les plus nombreux. En fait, presque tous les ouvrages qui nous sont parvenus comportent une partie descriptive. Mais seuls quelques-uns lui adjoignent une analyse esthétique.6 L ’ampio materiale di cui disponiamo è rappresentato per la maggior parte da trattati specifici sulla metrica araba come il Kitāb al-‘ Arūḍ di al-Zaǧǧāǧ, al-Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī di Abū al-Ḥasan al-‘ Arūḍī (m. 342/953-954), il Kitāb al-‘ Arūḍ di Ibn Ǧinnī (m. 392/1002) ma anche il Kitāb al-Kāfī fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī di al-Tibrīzī (m. 502/1109). A questi si affiancano opere più generali che dedicano una sezione all’‘ilm al-‘arūḍ. Prima fra tutte figura la grande antologia al-‘Iqd al-farīd di Ibn ‘ Abd Rabbihi (m. 329/940), l’enciclopedia Mafātīḥ al-‘ulūm di al-Ḫwārizmī (m. 387/997), le Rasā’il Iḫwān al-ṣafā’ (iv-v sec. egira) e la fondamentale opera al-‘Umda fī maḥāsin al-ši‘r di Ibn Rašīq al-Qayrawānī (m. 456/1064).7 Procedendo in ordine cronologico, troviamo in primo luogo il trattato di al-Aḫfaš al-Awsaṭ, 8 discendente della tribù degli Azd, allievo del grammatico Sībawayh (ii/viii secolo) al quale sopravvisse trasmettendo la sua opera. Il Kitāb al-‘ Arūḍ9 si presenta ricco di informazioni, seppur 5. Stoetzer analizza le varianti metriche dimostrando che l’approccio «generativo» si basa sulla catalogazione delle possibili combinazioni metriche, mentre l’approccio «este - tico» si sofferma sulle qualità e sui difetti delle varianti precedentemente inventariate (cfr.
Stoetzer, Theory and Practice in Arabic Metrics, p. 48). 6. Sulle differenti tipologie di trattati metrici, in relazione alle possibili varianti, cfr. Paoli, De la théorie à l’usage, p. 28. 7. Secondo l’autore del Fihrist, Ibn al-Nadīm (m. ca. 380-388/990-998), tra i principali trattati di metrica si annoverano quelli di al-Aḫfaš, al-Ǧarmī (m. 225/840), al-Māzinī (m. 249/863), al-Mubarrad (m. ca. 285/898), al-Zaǧǧāǧ e Abū al-Ḥasan al-‘ Arūḍī. Di tutti questi ci sono giunti solo il Kitāb al-‘ Arūḍ di al-Zaǧǧāǧ e il Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī di Abū al-Ḥasan al-‘ Arūḍī. Le relazioni tra gli studiosi citati da Ibn al-Nadīm sono note: risalendo da al-‘ Arūḍī sino ad al-Aḫfaš e al-Ḫalīl, essi sono quasi tutti legati tra loro da un rapporto docente-discente. Al-‘ Arūḍī fu allievo di al-Zaǧǧāǧ, che ebbe a sua volta come maestro al- Mubarrad, discepolo di al-Ǧarmī e al-Māzinī ma anche di al-Kisā’ī (m. 189/805) e al-Siǧistānī (m. 255/869), il quale aveva appreso la scienza metrica da al-Aḫfaš al-Awsaṭ, allievo diretto di al-Ḫalīl. Ibn al-Nadīm, Al-Fihrist, ed. Taǧaddud, pp. 49 sgg.; The Fihrist of al-Nadim , Engl. trans. Dodge, vol. 1, pp. 67 sgg. La cronologia del Fihrist è stata ripresa da Paoli, De la théorie à l’usage, pp. 25-27. 8. Cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «Sa‘īd ibn Mas‘ada», vol. 4, pp. 242-244. 9. Il trattato di al-Aḫfaš è di tipo «estetico» più che «generativo», poiché l’autore si dilunga proprio sul grado di accettabilità delle varianti metriche, mentre non fa menzione, nella parte a noi giunta, della teoria dei cerchi (cfr. Paoli, De la théorie à l’usage, p. 30).
I TRATTATI CLASSICI 27 mancante della teoria dei cerchi, che probabilmente si sviluppò in for - ma scritta solo in epoca successiva. Nella prima parte l’autore affronta tematiche specifiche della scienza metrica, in particolare dedica una sezione, giuntaci incompleta, alle licenze poetiche (ḍarūra, pl. ḍarūrāt). Ai quindici metri individuati da al-Ḫalīl, al-Aḫfaš, secondo la tradizione, aggiunge un sedicesimo10 e prosegue con la descrizione delle principali varianti (ziḥāf, pl. ziḥāfāt). Nel Kitāb al-Qawāfī l’autore traccia le caratteristiche della rima (qāfiya). Questo secondo trattato sembra pervenuto nella sua forma completa ed è stato un testo di riferimento importante nella scrittura del presente studio.
Nel secolo successivo si trovano le prime testimonianze scritte sulla teoria dei cerchi, omessa o andata dispersa nell’opera di al-Aḫfaš. Il Kitāb al-‘ Arūḍ del grammatico e lessicografo al-Zaǧǧāǧ (311/924)11 presenta un’ampia introduzione in cui si trovano esposti i fondamenti della metrica. L ’opera di al-Zaǧǧāǧ segna un punto di svolta fondamentale perché, come ha ricordato il suo allievo al-‘ Arūḍī,12 è il primo studioso a far riferimento alla teoria dei cerchi di al-Ḫalīl, che da questo momento non mancherà in quasi nessun’altra opera successiva.
Altro trattato importante è al-Iqnā‘ fī al-‘arūḍ wa-taḫrīǧ al-qawāfī del vizir-letterato al-Ṣāḥib ibn ‘ Abbād (m. 385/995).13 La grande fama di cui godette al suo tempo gli consentì di attrarre alla propria corte poeti, letterati e filologi tra cui Abū al-Faraǧ al-Iṣbahānī (m. ca. 863/972) e Ibn Fāris. Al-Ṣāḥib ibn ‘ Abbād compose opere di carattere religioso, filologico e letterario con una netta predisposizione per la prosa rispetto alla poesia. Il suo trattato di metrica si apre con la seguente affermazione: « L’‘arūḍ è la misura (mīzān) della poesia come la grammatica (naḥw) è la misura (mi‘yār) del discorso»; prosegue poi con la descrizione dei 10. La sezione sui metri comincia dal wāfir, è dunque presumibile che nella parte mancante fossero esposti i primi tre metri ṭawīl, basīṭ e madīd. Il sedicesimo metro sarebbe stato teorizzato da al-Aḫfaš, tuttavia, in base alle opere giunte, se ne trova riferimento solo nel trattato di al-‘ Arūḍī. Egli definisce il metro ġarīb e lo fa derivare dal mutaqārib. Pur non dedicandogli un capitolo specifico, al-‘ Arūḍī lo inserisce nella sezione dedicata ai cerchi (al-‘ Arūḍī, al-Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī, pp. 257-260). Cfr. al-Mar‘ī, al-Mutaqārib am al-qarīb?, introduzione. 11. Su al-Zaǧǧāǧ cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «Ibrāhīm ibn al-Sirrī al-Zaǧǧāǧ», vol. 1, pp. 47-59; Ibn Ḫallikān, Kitāb Wafayāt al-a‘yān, s.v . «Ibrāhīm ibn Muḥammad ibn al-Sirrī», ed. ‘ Abd al-Ḥamīd, vol. 1, pp. 31-33 (n. 12); Engl. trans. De Slane, vol. 1, pp. 28-29. 12. Cfr. al-‘ Arūḍī, al-Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī, p. 34. 13. Su al-Ṣāḥib ibn ‘ Abbād cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «Ismā‘īl ibn ‘ Abbād», vol. 2, pp. 273-343; Ibn Ḫallikān, Kitāb Wafayāt al-a‘yān, s.v . «Ismā‘īl ibn ‘ Abbād», ed. ‘ Abd al- Ḥamīd, vol. 1, pp. 206-210 (n. 93); Engl. trans. De Slane, vol. 1, pp. 212-217. Si veda anche Dīwān al-Ṣāḥib ibn ‘ Abbād, ed. Āl- Yāsīn, 1974; Rowson, al-Ṣāḥib ibn ‘ Abbād.
28 ORIANA CAPEZIO principi della metrica, la presentazione grafica e teorica del sistema dei cerchi, per terminare con un’ampia sezione sulla qāfiya. Dello stesso periodo fa parte al-Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī di Aḥmad ibn Muḥammad al-‘ Arūḍī.14 La storia di questo trattato è un po’ con - troversa, nonostante sia uno dei più completi sia da un punto di vista descrittivo che estetico. Inizialmente ritenuto opera di al-Zaǧǧāǧī (m. ca. 337/949), che ebbe tra i suoi maestri al-Zaǧǧāǧ autore di un libro sulla metrica, successivamente fu attribuito ad al-Sīrāfī (m. 368/979) e solo in seguito si giunse alla reale identificazione dell’autore.15 L ’opera presenta la teoria metrica in maniera molto dettagliata: si apre con un’introduzione in cui l’autore espone l’utilità della conoscenza dell’‘ilm al-arūḍ, prosegue poi con l’elencare le diverse parti di cui tale scienza si compone. Alla rappresentazione grafica dei cerchi di al-Ḫalīl e alla loro spiegazione è dedicato un intero capitolo: bāb fakk al-dawā’ir.16 Nella sezione sulla qāfiya l’autore si sofferma prima di tutto sui nomi della rima, per poi proseguire con la descrizione delle lettere e delle vocali che ne sono coinvolte con le loro molteplici possibilità. Ibn Ǧinnī (m. 392/1002)17 fu una delle personalità più affascinanti del suo tempo. Figlio di uno schiavo greco, divenne presto allievo di al-Fārisī e fu autore di un Kitāb al-‘ Arūḍ. Durante la sua vita si trasferì ad Aleppo dove strinse amicizia con al-Mutanabbī (m. 354/965), sulla cui poesia scrisse due commenti. Si occupò di filologia coranica, ortografia e fo - nologia araba. Il suo trattato di metrica si caratterizza per una grande precisione nella scrittura e chiarezza nell’esposizione. Il sistema dei cerchi teorizzati da al-Ḫalīl assume notevole importanza e presenta un diverso sistema di rappresentazione simbolica delle lettere quiescenti e vocalizzate. In esso sono esposte le principali regole della prosodia, la presentazione dei metri e la spiegazione dei cerchi. Si tratta di un trattato completo per la parte dei metri, in cui ogni verso è accompagnato dalla scansione e da un’ulteriore aggiunta in cui si indicano i piedi sani e quelli che non lo sono. Si conclude con il quinto cerchio, mentre manca la sezione relativa alla qāfiya. 14. Su al-‘ Arūḍī si veda al-Qifṭī, Inbāh al-ruwāh, vol. 1, pp. 160 sgg. 15. Sull’attribuzione del testo si veda Paoli, De la théorie à l’usage, pp. 36-37. 16. Al-‘ Arūḍī, al-Ǧāmi‘ fī al-‘arūḍ wa-l-qawāfī, pp. 237-260. 17. Su Ibn Ǧinnī cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «‘Uṯmān ibn Ǧinnī», vol. 2, pp. 273- 343; Ibn Ḫallikān, Kitāb Wafayāt al-a‘yān, s.v . «‘Uṯmān ibn Ǧinnī», ed. ‘ Abd al-Ḥamīd, vol. 2, pp. 410-412 (n. 385); Engl. trans. De Slane, vol. 11, pp. 191-193. Tra le opere di Ibn Ǧinnī: Kitāb al-Ḫaṣā’iṣ fī al-naḥw, ed. al-Naǧǧār, al-Qāhira, 1952-1957; al-Luma‘ fī al-naḥw , ed. Kechrida, Uppsala, 1976. Si veda inoltre Carter, Ibn Jinnī.
I TRATTATI CLASSICI 29 Ismā‘īl ibn Ḥammād al-Ǧawharī (m. 393/1003?) 18 fu un grande lessicografo. Dopo aver studiato a Baġdād con Abū ‘ Alī al-Fārisī e al-Sīrāfī, fece ritorno in Persia dove restò sino alla morte. A lui si deve l’impor - tante dizionario Tāǧ al-luġa wa-ṣiḥāḥ al-‘arabiyya. Il trattato di metrica a lui attribuito si intitola ‘ Arūḍ al-waraqa. Paoli ha evidenziato l’im - portanza di quest’opera, riportando la posizione di Ibn Rašīq il quale sostenne che con il trattato di al-Ǧawharī si pose fine alle polemiche nate tra i vari studiosi in merito a quanto le loro ricerche comportano di innovazione.19 La più antica testimonianza di un’opera non dedicata alla prosodia ma che le riserva un’intera sezione è al-‘Iqd al-farīd di Ibn ‘ Abd Rabbihi20 a cui il presente studio deve molto, in particolare per i versi riportati nella spiegazione dei metri. L ’andaluso Ibn ‘ Abd Rabbihi dedicò la sua opera alla raccolta del materiale sulla cultura araba: storia, religione, musica, educazione, scienza, poesia e altro ancora. La sezione sulla metrica si presenta suddivisa in due parti. La prima definita Muḫtaṣar al-farš (Riassunto dell’esposizione teorica) riprende la teoria prosodica e, dopo una breve ma completa introduzione sulle componenti della metrica, introduce i cinque cerchi teorizzati da al-Ḫalīl.21 Ogni metro è presentato con le sue caratteristiche principali e le numerose varianti. La seconda parte è dedicata agli esempi ( al-amṯāl). I versi scelti sono suddivisi in base alle specifiche caratteristiche del metro22 e sono spesso completati dalla poesia da cui sono stati tratti. Non manca infine una sintetica ma scrupolosa sezione dedicata alla qāfiya.
Del v/xi secolo fa parte il Kitāb al-‘arūḍ di ‘ Alī ibn ‘Īsā al-Raba‘ī (m. 420/1029).23 Al-Anbārī ci ricorda che fu uno dei grammatici più eminen- 18. Su al-Ǧawharī cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «Ismā‘īl ibn Ḥammād al-Ǧawharī», vol. 2, pp. 266-272; si veda anche Carter, al-Jawharī; Blachère, Al-Ǧawharī et sa place dans l’évolution de la lexicographie arabe. 19. Il passo è tradotto da Paoli, De la théorie à l’usage, pp. 35-36. 20. Su Ibn ‘ Abd Rabbihi cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «Aḥmad ibn Muḥammad ibn ‘ Abd Rabbihi», vol. 2, pp. 67-72; Ibn Ḫallikān, Kitāb Wafayāt al-a‘yān, s.v . «Ibn ‘ Abd Rabbihi», ed. ‘ Abd al-Ḥamīd, vol. 1, pp. 92-94 (n. 45); Engl. trans. De Slane, vol. 1, pp. 92-94. Si veda anche Cowell, Ibn ‘ Abd Rabbih and His Ghazal Verse; Jayyusi (ed.), The Legacy of Muslim Spain, pp. 328-330. 21. Nel quinto cerchio Ibn ‘ Abd Rabbihi riporta solo il metro mutaqārib (Ibn ‘ Abd Rabbihi, al-Iqd al-farīd, ed. Tarḥīnī, vol. 6, p. 289). 22. Per esempio le divisioni per ḍarb, ‘arūḍ e ziḥāfāt. 23. Su al-Raba‘ī cfr. Yāqūt, Mu‘ǧam al-udabā’, s.v . «‘ Alī ibn ‘Īsā al-Raba‘ī», vol. 5, pp. 283-287; Ibn Ḫallikān, Kitāb Wafayāt al-a‘yān, s.v . «Abū al-Ḥasan ‘ Alī ibn ‘Īsā al-Raba‘ī», ed. ‘ Abd al-Ḥamīd, vol. 3, p. 23 (n. 425); Engl. trans. De Slane, vol. 11, pp. 277-278.
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