Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni (part 3 of 3)
Egli è sorto, per Dio! Sì, per Colui Che un dì trascelse il giovinetto ebreo Che del fratello il percussor percosse; E fattol duce e salvator de’ sui, Degli avari ladron sul capo reo L’ardua furia soffiò dell’onde rosse; Per quel Dio che talora a stranie posse, Certo in pena, il valor d’un popol trade; Ma che l’inique spade Frange una volta, e gli oppressor confonde; E all’uom che pugna per le sue contrade L’ira e la gioia de’ perigli infonde.
Con Lui, signor, dell’Itala fortuna Le sparse verghe raccorrai da terra, E un fascio ne farai nella tua mano ................
[1298] greve?
[1299] dispetto
POESIE NON ACCOLTE DALL’AUTORE
NELLA SUA EDIZIONE DELLE “OPERE VARIE„
NOTA.—Il sonetto, ove il Manzoni fece il ritratto di sè stesso, è del 1801. Corse manoscritto tra le mani degli amici e ammiratori del Manzoni, e non fu stampato se non dopo la sua morte. Nella Introduzione al vol. I di queste Opere, ne riproduciamo l’autografo.
Il sonetto al Lomonaco fu stampato alla pag. 4 del I volume dell’opera: Vite degli eccellenti Italiani, composte per FRANCESCO LOMONACO, Italia, 1802, con l’intestazione: «A Francesco Lomonaco. Sonetto per la Vita di Dante, di Alessandro Manzoni, giovine pieno di poetico ingegno ed amicissimo dell’autore».—Mi attengo a questo testo.
L’idillio Adda fu mandato dal Manzoni al Monti con una lettera del 15 settembre 1803. Fu stampato nel 1875, postumo.
Gli sciolti In morte di Carlo Imbonati furono la prima volta stampati a Parigi, coi tipi di P. Didot il maggiore, nel 1806. Alla pag. 15, dove la poesia finisce, è detto: «Tirato a 100 esemplari». Questa è l’unica edizione dell’autore; ed è quella che seguiamo.
Gli sciolti A Parteneide son della fine del 1807 e il principio del 1808. Rispondono a un’Ode del poeta danese Jens Baggesen, intitolata Parteneide a Manzoni, che il BONGHI (Op. ined. o rare, I, 136-7) dà tradotta. Un brano di questi versi stampò prima il SAINTE-BEUVE, nel saggio sul Fauriel, il 1845 (Portraits contemporains, Paris, 1889, vol. IV, pag. 200); li stamparon poi tutti il DE GUBERNATIS (Il Manzoni e il Fauriel, p. 40-2) e il BONGHI.
L’Urania fu la prima, e l’unica, volta pubblicata dal poeta in Milano, dalla Stamperia Reale, nel 1809. Su questa è esemplata la presente ristampa.
L’Ira d’Apollo fu pubblicata la prima volta nell’Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri, di lunedì 16 novembre 1829 (Milano, a. II, n.º 137). Vi furon premesse queste parole: «Allorchè si cominciò a quistionare tra i romantici e i classicisti, certo Grisostomo pubblicò una lettera semiseria, in cui fra le altre cose volle escludere dalla poesia la mitologia greca. Mentre molti gridavano contro quella temerità, si vide venire, senza saper d’onde, una canzone che fu molto lodata. Eccola, come fu rinvenuta fra le carte di un galantuomo che morì tre settimane sono». Le varianti che dà il Bonghi (Op. ined. o rare, I, 153 ss.) son molte; ma mi è parso superfluo ridarle qui.
I versi pel ritratto del Monti furon la prima volta pubblicati dal Tommaseo, nell’edizione fiorentina delle Opere del Manzoni, presso i fratelli Batelli, 1828-29.
I versi latini Volucres furono stampati nella Perseveranza del 29 maggio 1868; con un’avvertenza in cui, tra altro, era detto averli il Manzoni «fatti passeggiando, come suole ogni giorno, nei Giardini pubblici. Gli uccelli, chiusi nella gabbia del Bignami, hanno risvegliato, nell’animo verde e giovanile di quel venerando canuto, il pensiero e il desiderio della libertà».
Pei due distici al prof. Michele Ferrucci, dell’Università di Pisa, vedi la noterella del Bonghi (I, 294).
RITRATTO DI SÈ STESSO
SONETTO.
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace, Naso non grande e non soverchio umile, Tonda la gota e di color vivace, Stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;
Lingua or spedita, or tarda, e non mai vile, Che il ver favella apertamente, o tace; Giovin d’anni e di senno, non audace; Duro di modi, ma di cor gentile.
La gloria amo e le selve e il biondo Iddio[1300]; Spregio, non odio mai; m’attristo spesso; Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
A l’ira presto, e più presto al perdono; Poco noto ad altrui, poco a me stesso: Gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
[1300] Di riposo e di gloria insiem desio.
A FRANCESCO LOMONACO
PER LA VITA DI DANTE
Come il divo Alighier l’ingrata Flora Errar fea, per civil rabbia sanguigna, Pel suol, cui liberal natura infiora, Ove spesso il buon nasce e rado alligna,
Esule egregio, narri; e Tu pur ora Duro esempio ne dai, Tu, cui maligna Sorte sospinse, e tiene incerto ancora In questa di gentili alme madrigna.
Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi Che pro se piangi, e ’l cener freddo adori, E al nome voto onor divini fai?
Sì da’ barbari oppressa opprimi i tuoi, E ognor tuoi danni e tue colpe deplori, Pentita sempre, e non cangiata mai.
ADDA
IDILLIO.
Diva di fonte umil, non d’altro ricca Che di pura onda e di minuto gregge, Te, come piacque al ciel, nato a le grandi De l’Eridano sponde, a questi ameni Cheti recessi e a tacit’ombre invito. Non feroci portenti o scogli immani, Nè pompa io vanto d’infinito flutto O di abitati pin; nè imperïoso Innalzo il corno, a le città soggette Signoreggiando le torrite fronti; Ma verdi colli, e biancheggianti ville, E lieti colti in mio cammin vagheggio, E tenaci boscaglie a cui commisi, Contro i villani d’aquilone insulti, Servar la pace del mio picciol regno, E con Febo alternar l’ombre salubri. Nè al piangente colono è mio diletto Rapir l’ostello e i lavorati campi, Ad arricchir l’opposta avida sponda, Novo censo al vicin; nè udir le preci Inesaudite e gl’imprecanti voti De le madri che seguono da lunge, Con l’umid’occhio e con le strida, il caro Pan destinato a la fame de’ figli, E la sacra dimora e il dolce letto. Sol talor godo con l’innocua mano Piegar l’erbe cedenti, e da le rive Sveller fioretti per ornarmi il seno E le trecce stillanti. Nè gelosa Tolgo agli occhi profani il mio soggiorno, Ma dai tersi cristalli altrui rivelo La monda arena. Anzi sovente, scesi Dai monti Orobj i Satiri securi, Tempran nel fresco mio la siria fiamma, Col piè caprino intorbidando l’onda. Ben al par d’Aretusa e d’Acheloo Vanta natal divino e sede arcana, Sacra ai congressi de le aonie suore; Pur soave ed umil vassi Ippocrene Su la libètride erba mormorando. Ben so che d’altro vanto aver corona Pretende il re de’ fiumi; e presso al Mincio, Del primo onor geloso, ancor s’ascolta Sonar l’onda sdegnosa armi ed amori; E so ch’egli n’andò poi de la molle Guarinia corda, or de la tua, superbo. Ma non vedi con l’irta alga natìa Splendermi il lauro in su la fronte? Salve, Vocal colle Eupilino; a te mai sempre Rida Bacco vermiglio e Cerer bionda: Salve, onor di mia riva! A te sovente Scendean Febo e le Muse eliconiadi, Scordato il rezzo de l’Ascrea fontana. Quivi sovente il buon cantor vid’io Venir trattando con la man secura Il plettro di Venosa e il suo flagello, O, traendo l’inerte fianco a stento, Invocar la salute e la ritrosa Erato bella, che di lui temea L’irato ciglio e il satiresco ghigno; Ma alfin seguialo, e su le tempie antiche Fea di sua mano rinverdire il mirto. Qui spesso udillo rammentar piangendo, Come si fa di cosa amata e tolta, Il dolce tempo de la prima etade; O de’ potenti maledir l’orgoglio, Come il genio natìo movealo al canto E l’indomata gioventù de l’alma. Or tace il pletto arguto, e ne’ miei boschi È silenzio ed orror. Te dunque invito, Canoro spirto, a risvegliar col canto Novo romor cirreo. A te concesse Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi E le immagini e l’estro e il furor sacro E l’estasi soavi e l’auree voci Già di sua man rinchiuse. A te venturo Fiorisce il dorso brïanteo, le poma Mostra Vertunno, e con la man ti chiama. Ed io, più ch’altri di tuo canto vaga, Già mi preparo a salutar da lunge L’alto Eridano tuo, che al novo suono Trarrà meravigliando il capo algoso; E tra gl’invidi plausi de le Ninfe, Bella d’un inno tuo, corrergli in seno.
IN MORTE DI CARLO IMBONATI.
VERSI A GIULIA BECCARIA SUA MADRE.
Ch’ambo i vestigi tuoi cerchiata piangendo. CASA.
Se mai più che d’Euterpe il furor santo, E d’Erato il sospiro, o dolce madre, L’amaro ghigno di Talia mi piacque, Non è consiglio di maligno petto. Nè del mio secol sozzo io già vorrei Rimescolar la fetida belletta, Se un raggio in terra di virtù vedessi, Cui sacrar la mia rima. A te sovente Così diss’io: ma poi che sospirando, Come si fa di cosa amata e tolta, Narrar t’udia di che virtù fu tempio Il casto petto di colui che piangi; Sarà, dicea, che di tal merto pera Ogni memoria? E da cotanto esemplo Nullo conforto il giusto tragga, e nulla Vergogna il tristo? Era la notte; e questo Pensiero i sensi m’avea presi; quando, Le ciglia aprendo, mi parea vederlo Dentro limpida luce a me venire, A tacit’orma. Qual mentita in tela, Per far con gli occhi a l’egra mente inganno, Quasi a culto, la miri, era la faccia. Come d’infermo, cui feroce e lungo Malor discarna, se dal sonno è vinto, Che sotto i solchi del dolor, nel volto Mostra la calma, era l’aspetto. Aperta La fronte, e quale anco gl’ignoti affida: Ma ricetto parea d’alti pensieri. Sereno il ciglio e mite, ed al sorriso Non difficile il labbro. A me dappresso Poi ch’e’ fu fatto, placido del letto Su la sponda si pose. Io d’abbracciarlo, Di favellare ardea; ma irrigidita Da timor da stupor da reverenza Stette la lingua; e mi tremò la palma, Che a l’amplesso correva. Ei dolcemente Incominciò: Quella virtù, che crea Di due boni l’amor, che sian tra loro Conosciuti di cor, se non di volto, A vederti mi tragge. E sai se, quando Il mio cor ne le membra ancor battea, Di te fu pieno; e quanta parte avesti De gli estremi suoi moti. Or poi che dato Non m’è, com’io bramava, a passo a passo Per man guidarti su la via scoscesa, Che anelando ho fornita, e tu cominci, Volli almeno una volta confortarti Di mia presenza. Io, con sommessa voce, Com’uom, che parla al suo maggiore, e pensa Ciò che dir debba, e pur dubbiando dice, Risposi: Allor ch’io l’amorose e vere Note leggea, che a me dettasti prime, E novissime furo; e la dolcezza De l’esser teco presentia, chi detto M’avria che tolto m’eri! E quando in caldo Scritto gli affetti del mio cor t’apersi, Che non saria da gli occhi tuoi veduto, Chiusi per sempre! Or quanto, e come acerbo Di te nutrissi desiderio, il pensa. E come il pellegrin, che d’amor preso Di non vista città, ver quella move; E quando spera che la meta il paghi Del cammin duro e lungo, e fiso osserva Se le torri bramate apparir veggia; E mira più da presso i fondamenti Per crollo di tremuoto in su rivolti, E le porte abbattute, e fori e case Tutto in ruina inospital converso; E i meschini rimasti interrogando, Con pianto ascolta raccontar de i pregi E disegnar de i siti; a questo modo Io sentia le tue lodi; e qual tu fosti Di retto acuto senno, d’incolpato Costume, e d’alte voglie, ugual, sincero, Non vantator di probità, ma probo: Com’oggi al mondo al par di te nessuno Gusti il sapor del beneficio, e senta Dolor de l’altrui danno. Egli ascoltava Con volto nè superbo nè modesto. Io rincorato proseguia: Se cura, Se pensier di quaggiù vince l’avello, Certo so ben che il duol t’aggiunge e il pianto Di lei che amasti ed ami ancor, che tutto, Te perdendo, ha perduto. E se possanza Di pietoso desio t’avrà condotto Fra i tuoi cari un istante, avrai veduto Grondar la stilla del dolor sul primo Bacio materno. Io favellava ancora, Quand’ei l’umido ciglio, e le man giunte Alzando in ver lo loco onde a me venne, Mestamente sorrise, e: Se non fosse Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto Quell’anima gentil fuor de le membra Prendesse il voi, per chiuder l’ali in grembo Di Quei, ch’eterna ciò che a Lui somiglia. Che fin ch’io non la veggo, e ch’io son certo Di mai più non lasciarla, esser felice Pienamente non posso. A questi accenti Chinammo il volto, e taciti ristemmo: Ma per gli occhi d’entrambi il cor parlava. Poi che il pianto e i singulti a le parole Dieder la via, ripresi: A le sue piaghe Sarà dittamo e latte il raccontarle Che del tuo dolce aspetto io fui beato, E ridirle i tuoi detti. Ora, per lei Ten prego, dammi che d’un dubbio fero Toglierla io possa. Allor che de la vita Fosti al fin presso, o spasimo, o difetto Di possanza vital feceti a gli occhi Il dardo balenar che ti percosse? O par ti giunse impreveduto e mite? Come da sonno, rispondea, si solve Uom, che nè brama nè timor governa, Dolcemente così dal mortal carco Mi sentii sviluppato; e volto indietro, Per cercar lei, che al fianco mio si stava, Più non la vidi. E s’anco avessi innanzi Saputo il mio morir, per lei soltanto Avrei pianto, e per te: se ciò non era, Che dolermi dovea? Forse il partirmi Da questa terra, ov’è il ben far portento, E somma lode il non aver peccato? Dove il pensier da la parola è sempre Altro, e virtù per ogni labbro ad alta Voce lodata, ma nei cor derisa; Dov’è spento il pudor; dove sagace Usura è fatto il beneficio, e brutta Lussuria amor; dove sol reo si stima Chi non compie il delitto; ove il delitto Turpe non è, se fortunato; dove Sempre in alto i ribaldi, e i buoni in fondo. Dura è pel giusto solitario, il credi, Dura, e pur troppo disegual, la guerra Contra i perversi affratellati e molti. Tu, cui non piacque su la via più trita La folla urtar che dietro al piacer corre E a l’onor vano e al lucro; e de le sale Al gracchiar voto e del censito volgo Al petulante cinguettìo, d’amici Ceto preponi intemerati e pochi, E la pacata compagnia di quelli Che, spenti, al mondo anco son pregio e norma, Segui tua strada; e dal viril proposto Non ti partir, se sai. Questa, risposi, Qualsia favilla, che mia mente alluma, Custodii, com’io valgo, e tenni viva Finor. Nè ti dirò com’io, nodrito In sozzo ovil di mercenario armento, Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto De l’insipida stoppia, il viso torsi Da la fetente mangiatoia; e franco M’addussi al sorso de l’Ascrea fontana. Come talor, discepolo di tale, Cui mi saria vergogna esser maestro, Mi volsi ai prischi sommi; e ne fui preso Di tanto amor, che mi parea vederli Veracemente, e ragionar con loro. Nè l’orecchio tuo santo io vo’ del nome Macchiar de’ vili, che oziosi sempre, Fuor che in mal far, contra il mio nome armaro L’operosa calunnia. A le lor grida Silenzio opposi, e a l’odio lor disprezzo. Qual merti l’ira mia fra lor non veggio; Ond’io lieve men vado a mia salita, Non li curando. Or dimmi, e non ti gravi, Se di te vero udii che la divina De le Muse armonia poco curasti. Sorrise alquanto, e rispondea: Qualunque Di chiaro esemplo, o di veraci carte Giovasse altrui, fu da me sempre avuto In onor sommo. E venerando il nome Fummi di lui, che ne le reggie primo L’orma stampò de l’italo coturno: E l’aureo manto lacerato ai grandi, Mostrò lor piaghe, e vendicò gli umili; E di quel, che sul plettro immacolato Cantò per me: Torna a fiorir la rosa. Cui, di maestro a me poi fatto amico, Con reverente affetto ammirai sempre Scola e palestra di virtù. Ma sdegno Mi fero i mille, che tu vedi un tanto Nome usurparsi, e portar seco in Pindo L’immondizia del trivio, e l’arroganza, E i vizj; lor; che di perduta fama Vedi, e di morto ingegno, un vergognoso Far di lodi mercato e di strapazzi. Stolti! Non ombra di possente amico, Nè lodator comprati avea quel sommo D’occhi cieco, e divin raggio di mente, Che per la Grecia mendicò cantando. Solo d’Ascra venian le fide amiche Esulando con esso, e la mal certa Con le destre vocali orma reggendo: Cui poi, tolto a la terra, Argo ad Atene, E Rodi a Smirna cittadin contende: E patria ei non conosce altra che il cielo. Ma voi, gran tempo ai mal lordati fogli Sopravissuti, oscura e disonesta Canizie attende. E tacque; e scosse il capo, E sporto il labbro, amaramente il torse, Com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo. Gioja il suo dir mi porse, e non ignota Bile destommi; e replicai: Deh! vogli La via segnarmi, onde toccar la cima Io possa, o far, che s’io cadrò su l’erta, Dicasi almen: su l’orma propria ei giace. Sentir, riprese, e meditar: di poco Esser contento: da la meta mai Non torcer gli occhi: conservar la mano Pura e la mente: de le umane cose Tanto sperimentar, quanto ti basti Per non curarle: non ti far mai servo: Non far tregua coi vili: il santo Vero Mai non tradir: nè proferir mai verbo, Che plauda al vizio, o la virtù derida. O maestro, o, gridai, scorta amorosa, Non mi lasciar; del tuo consiglio il raggio Non mi sia spento; a governar rimani Me, cui natura e gioventù fa cieco L’ingegno, e serva la ragion del core. Così parlava e lagrimava: al mio Pianto ei compianse, e: Non è questa, disse, Quella città, dove sarem compagni Eternamente. Ora colei, cui figlio Se’ per natura, e per eletta amico, Ama ed ascolta, e di filial dolcezza L’intensa amaritudine le molci. Dille ch’io so, ch’ella sol cerca il piede Metter su l’orme mie; dille che i fiori, Che sul mio cener spande, io gli raccolgo, E gli rendo immortali; e tal ne tesso Serto, che sol non temerà nè bruma, Ch’io stesso in fronte riporrolle, ancora De le sue belle lagrime irrorato. Dolce tristezza, amor, d’affetti mille Turba m’assalse; e da seder levato, Ambo le braccia con voler tendea A la cara cervice. A quella scossa, Quasi al partir di sonno io mi rimasi; E con l’acume del veder tentando, E con la man, solo mi vidi; e calda Mi ritrovai la lagrima sul ciglio.
A PARTENEIDE
E tu credesti che la vista sola Di tua casta bellezza innamorarmi Potente non saria, che anco col suono Di tua dolce parola il cor mi tenti, Vergine Dea? Col tuo secondo Duca[1301] Te vidi io prima, e de le sacre danze O dimentica o schiva; e pur sì franco, Sì numeroso il portamento, e tanto Di rosea luce ti fioriva il volto, Che Diva io ti conobbi, e t’adorai. Ed ei sì lieto ti ridea, sì lieto D’amor primiero ti porgea la destra, Di sì fidata compagnia, che primo Giurato avrei che per trovarti ei l’erta Superasse de l’Alpe, ei le tempeste Affrontasse del Tuna, e tremebondo De la mobil Vertigo, e da l’ardente Confusion battuto, in sul petroso Orlo giacesse. Entro il mio cor fean lite Quegli avversarj che van sempre insieme, Riverenza ed Amor; ma pur sì pio Aprivi il riso, e non so che di noto Mi splendea ne’ tuoi sguardi, che Amor vinse, E m’appressai securo. E quel cortese, Di cui cara l’immago ed onorata Sarammi infin che la purpurea vita M’irrigherà le vene, a me rivolto, Con gentil piglio la tua man levando, Fea d’offrirmela cenno. Ond’io più baldo La man ti stesi; ma tremò la mano E il cor: chè tutto in su la fronte allora Vidi il dio sfolgorarti, e tosto in mente Chi sei mi corse, ed in che pura ed alta Aria nutrita, ed a che scorte avvezza.
Mesto allor la tua vista abbandonai; Ma l’inquïeto immaginar, che sempre Benchè d’alto caduto in alto aspira, Sovra l’aspro sentiero a vol si mosse Del tuo vaggio, e a te fidato, al sommo Stette de l’Alpe, e si librò securo Sovra i vestigj e i desiderj umani. Poi riverito il tuo celeste nido, Di pensiero in pensier, di monte in monte, Seguitando il desio, ver la mia sacra Terra drizzai le penne, ed i cognati Reti giganti valicando, alfine Vidi l’Orobia valle. Ivi un portento Al mio guardar s’offerse: una indistinta Aeria forma or si movea qual pura Nuvoletta d’argento, ed or di neve Fiocco parea che un bel cespuglio vesta. Ma pur l’immagin bella e fuggitiva Tanto con l’occhio seguitai, che vera Alfin m’apparve, a te simile alquanto, Vergine intatta, e non veduta ancora, E d’immortal concepimento anch’ella. Non tenea scettro, non cingea corona Se non di fiori; e sol di questi vaga, Fra i color mille onde splendea distinta La verdissima piaggia, or la viola, Or la rosa coglieva, or l’amaranto, Tal che Matelda rimembrar mi feo, Qual la vide il divin nostro Poeta Ne l’alta selva da lui sol calcata. Ed ecco, alfin del mio venire accorta, Volger le luci al pellegrin parea, Piene di maraviglia; e la rosata Faccia levando, mi parea guardarlo, E sorridere a lui come si suole Ad aspettato. E quando io, de la diva Bellezza innebriato e del gentile Atto, con l’ali de la mente a lei Appressarmi tentai, se udir potessi Come in cielo si parla, affaticate Caddero l’ali de la mente, e al guardo Tacque la bella vision. Ma sempre Da quel momento la memoria al core Di lei ragiona. E quando in sul mattino Lieve lo spirto dal sopor si scioglie (Allor per l’aria de’ pensier celesti Libero ei vola, e da le basse voglie De la vita mortal quasi il divide Un deserto d’obblio), sempre in quell’ora, Più che mai bella quell’eterea Virgo Mi vien dinnanzi. Or d’oro o d’onor vani Nessun mi parli; un solo amor mi tenta, Sola una cura: degli Orobj dorsi Rivisitar l’asprezza, e questa Diva, Deh mel consenta! accompagnar primiero Per le italiche ville pellegrina. Che se l’evento il mio sperar pareggia, Se nè la vita nè l’ardir mi falla, Forse, più ardito condottier già fatto, Ti piglierò per mano; e come io valgo, Meraviglia gentile a la mia sacra Italia io mostrerotti, a quell’augusta D’uomini madre e d’intelletti, augusta Di memorie nutrice e di speranze.[1302]
[1301] Il Fauriel, che aveva tradotto in prosa francese il poema idillico in dodici canti, e in tedesco, del danese Baggesen, «Parthénäis». La traduzione fu pubblicata solo più tardi, nel 1810.
[1302] Postilla del Manzoni: «Quando ai due illustri amici [il Baggesen ed il Fauriel] non pajano affatto cattivi, mi studierò di farli ancor men cattivi, avendo già notate varie cose da levarsi, e pensatene alcune che si potrebbero più opportunamente aggiungere».
URANIA
POEMETTO.
Su le populee rive e sul bel piano Da le insubri cavalle esercitato, Ove di selva coronate attolle La mia città le favolose mura, Prego, suoni quest’Inno: e se pur dégna Penne comporgli di più largo volo La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno Sposa gentil, che a te gradito ei vegna Chieggo a le Grazie. Chè da i passi primi Nel terrestre viaggio ove il desio Crudel compagno è de la via, profondo Mi sollecita amor che Italia un giorno Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga, Italia, ospizio de le Muse antico. Nè fuggitive dai laureti achei Altrove il seggio de l’eterno esiglio Poser le Dive; e quando a la latina Donna si feo l’invendicato oltraggio, Dal barbaro ululato impäurite Tacquero, è ver, ma l’infelice amica Mai non lasciâr; chè ad alte cose al fine L’itala Poësia, bella, aspettata, Mirabil virgo, da le turpi emerse Unniche nozze. E tu le bende e il manto Primo le désti, e ad illibate fonti La conducesti; e ne le danze sacre Tu le insegnasti ad emular la madre, Tu de l’ira mäestro e del sorriso, Divo Alighier, le fosti. In lunga notte Giaceva il mondo, e tu splendevi solo, Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo Su la vedova terra il sole invia, Nol sa la valle ancora e la cortese Vital pioggia di luce ancor non beve, E già dorata il monte erge la cima. A queste alme d’Italia abitatrici Di lodi un serto in pria non colte or tesso; Chè vil fra ’l volgo odo vagar parola Che le Dive sorelle osa insultando Interrogar che valga a l’infelice Mortal del canto il dono. Onde una brama In cor mi sorge di cantar gli antichi Beneficj che prodighe a l’ingrato Recâr le Muse. Urania al suo diletto Pindaro li cantò. Perchè di tanto Degnò la Dea l’alto pöeta e come, Dirò da prima; indi i celesti accenti Ricorderò, se amica ella m’ispira.
Fama è che a lui ne la vocal tenzone Rapisse il lauro la minor Corinna. Misero! e non sapea di quanto Dio L’ira il premea; chè a la famosa Delfo Venendo, i poggi d’Elicona e il fonte Del bel Permesso ei salutando ascese; Ma d’Orcomene ove le Grazie han culto, Il cammin sacro omise. Il dévio passo Vider da lunge e il non curar superbo Del fatal giovanetto le Immortali, E promiser vendetta. Al meditato Inno di lode liberato il volo Pindaro avea, quando le belle irate, Aërie forme a mortal guardo mute, Venner seconde di Corinna al fianco. Aglaja in pria su la virginea gota Sparse un fulgor di rosea luce, e un mite Raggio di gioja le diffuse in fronte: Ma la fragranza de’ castalj fiori Che fanno l’opra de l’ingegno eterna, Eufrosine le diede; e tu pur anco, Dolce qual tibia di notturno amante, Lene Talia, le modulasti il canto. Di tanti doni avventurata in mezzo Corinna assurse: il portamento e il volto Stupìa la turba, e il dubitar leggiadro E il bel rossor con che tremando al seno Posò la cetra; e, sotto la palpebra Mezza velando la pupilla bruna, Söave incominciò. Volava intorno La divina armonia che, con le molli Ale i cupidi orecchi accarezzando, Compungea gl’intelletti, e di giocondo Brivido i cori percotea. Rapito L’emulo anch’ei, non alito non ciglio Movea, nè pria de’ sensi ebbe ripresa La signoria, che verdeggiar la fronda Invidïata vide in su le nere Trecce di lei, che fra il romor del plauso Chinò la bella gota ove salia Del gaudio mista e del pudor la fiamma. Di dolor punto e di vergogna, al volgo L’egregio vinto si sottrasse, e solo Sul verde clivo onde l’äeria fronte Spinge il Parnaso, s’avvïò. Dolente Errar da l’alto Licoreo lo scòrse Urania Dea cui fu diletto il fato Del giovanetto, e di blandir sua cura Nel pio voler propose. È nei riposti Del sacro monte avvolgimenti un bosco Romito opaco, ove talor le Muse, Sotto il tremolo rezzo esercitando L’ambrosio piè, ringioviniscon l’erbe Da mortal orma non offese ancora. A l’entrar de la selva, e sovra il lembo Del vel che la tacente ombra distende, Balza l’Estro animoso, e de le accese Menti il Diletto, e, ne la palma alzata Dimettendo la fronte, il Pensamento Sta col Silenzio che per man lo tiene. Bella figlia del Tempo e di Minerva V’è la Gloria, sospir di mille amanti: Vede la schiva i mille, e ad un sorride. Ivi il trasse la Diva. A l’appressarsi, De l’aura sacra a l’aspirar, di lieto Orror compreso in ogni vena il sangue Sentia l’eletto, ed una fiamma leve Lambir la fronte ed occupar l’ingegno. Poi che ne l’alto de la selva il pose Non conscio passo, abbandonò l’altezza Del solitario trono, e nel segreto Asilo Urania il prode alunno aggiunse. Come tal volta ad uom rassembra in sogno, Su lunga scala o per dirupo, lieve Scorrer col piè non alternato a l’imo, Nè mai grado calcar nè offender sasso; Tal su gli äerei gioghi sorvolando, Discendea la celeste. Indi la fronte Spóglia di raggi, e d’ale il tergo, e vela D’umana forma il dio; Mirtide fassi, Mirtide già de’ carmi e de la lira A Pindaro mäestra; e tal repente A lui s’offerse. Ei di rossor dipinto, A che, disse, ne vieni? a mirar forse Il mio rossore? o madre, oh! perchè tanta Speme d’onor mi lusingasti in vano? Come la madre al fantolin caduto, Mentre lieto al suo piè movea tumulto, Che guata impäurito e già sul ciglio Turgida appar la lagrimetta, ed ella Nel suo trepido cor contiene il grido, E blandamente gli sorride in volto Perch’ei non pianga; un tal divino riso, Con questi detti, a lui la Musa aperse: A confortarti io vegno. Onde sì ratto «L’anima tua è da viltate offesa?» Non senza il nume de le Muse, o figlio, Di te tant’alto io promettea. Deh! come, Pindaro rispondea, cura dei vati Aver le Muse io crederò? Se culto Placabil mai degl’Immortali alcuno Rendesse a l’uom, chi mai d’ostie e di lodi, Chi più di me di preci e di cor puro Venerò le Camene? Or se del mio Dolor ti duoli, proseguia, deh! vogli L’egro mio spirto consolar col canto. Tacque il labro, ma il volto ancor pregava, Qual d’uom che d’udire arda, e fra sè tema Di far parlando a la risposta indugio. Allor su l’erba s’adagiaro: il plettro Urania prese, e gli accordò quest’Inno Che in minor suono il canto mio ripete.
Fra le tazze d’ambrosia imporporate, Concittadine degli Eterni e gioja De’ paterni conviti eran le Muse Ne’ palagi d’Olimpo, e le terrene Valli non use a visitar; ma primo, Scola e conforto de la vita, in terra Di Giove il cenno le invïò. Vedea Giove da l’alto serpeggiar già folta La vaga mortale orma, e sotto il pondo Di tutti i mali andar curvata e cieca L’umana stirpe: del rapito foco Piena gli parve la vendetta; e a l’ira Spuntate avea l’acri säette il tempo. Alfin più mite ne l’eterno senno Consiglio il Padre accolse, ed, Assai, disse E troppo omai le Dire empio governo Fer de la terra; assai ne’ petti umani Commiser d’odj, e volser prone al peggio Le mortali sentenze. Di felici Genj una schiera al Dio facea corona, Inclita schiera di Virtù (chè tale Suona qua giù lor nome). A questi in pria Scorrer la terra e perseguir le crude De l’uom nemiche ed a più miti voglie Ricondur l’infelice, impose il Dio. Al basso mondo ove la luce altérna, Sceser gli spirti obbedïenti, e tutto Ricercârlo, ma in van; chè non levossi A tanto raggio de’ mortali il guardo; E di Giove il voler non s’adempia. Però baldanza a quel voler non tolse Difficoltà che a l’impotente è freno, Stimolo al forte; essa al pensier di Giove Novo propose esperimento. Al desco Del Tonante le Muse una concorde Movean d’inni esultanza; inebrïate Tacean le menti degli Dei; fe’ cenno Ei la destra librando; e la crescente Del volubile canto onda ristette Improvviso. Raggiò pacato il guardo A le Vergini il Padre; e questo ad elle D’amor temprato fe’ volar comando. Figlie, a bell’opra il mio voler ministre Elegge or voi. Non conosciute ancora Errar vedete le Virtù fra i ciechi Figli di Pirra: d’amor santo indarno Arder tentaro i duri petti, e vinte Farsi de l’ardue menti aprir le porte: La forza sol de l’arti vostre il puote: Là giù dunque movete: a voi seguaci Vengan le Grazie; e senza voi men bella Già la mia reggia il tornar vostro attende. Tacque a tanto il Saturnio; e su gli estremi Detti, dal ciglio e da le labra rise Blandamente. Al divino atto commossa Balzò l’eterea vetta, e d’improvviso Di tutta luce biondeggiò l’Olimpo. Nel primo aspetto de la terra intanto Il lungo duol de le Virtù neglette Vider le Muse; ma di lor la prima Chi fu che volse le propizie cure I bei precetti ad avverar del Padre? Calliope fu che fra i mortali accorta Orfeo trascelse; e sì l’amò che il nome A lui di figlio non negò. Vicina A l’orecchio di lui, ma non veduta, Stette la Diva, e de l’alunno al core Sciolse la bella voce onde si noma. Il bel consiglio di Calliope tutte Imitâr le sorelle; e d’un eletto Mortal mäestra al par fatta ciascuna, L’alme col canto ivan tentando, e l’ira Vincea quel canto de le ferree menti. Così dal sangue e dal ferino istinto Tolser quei pochi in prima; indi lo sguardo Di lor, che a terra ancor tenea il costume, Che del passato l’avvenir fa servo, Levâr di nuova forza avvalorato. E quei gli occhi giraro, e vider tutta La compagnia degli stranier divini, Che a le Dire fea guerra. Ove furente Imperversar la Crudeltà solea, Orribil mostro che ferisce e ride, Vider Pietà che mollemente intorno A i cor fremendo, dei veduti mali Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici Sorriso, amabil Dea. Feroce e stolta Con alta fronte passeggiar l’Offesa Vider, gl’ingegni provocando, e mite Ovunque un Genio a quella Furia opporsi, Lo spontaneo Perdon che con la destra Cancella il torto e ne la manca reca Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia. Blando a la Dira ei s’offeria: seguace Lenta ma certa, l’orme sue ricalca Nemesi, e quando inesaudito il vede, Non fa motto ed aspetta. Un giorno al fine Ne gl’iterati giri, orba dinanzi Le vien l’Offesa; al tacit’arco impone Nemesi allor l’alata pena; aggiunge L’äerea punta impreveduta il fianco, E l’empio corso allenta. Inonorata La Fatica mirâr, che gli ermi intorno Campi invano additava, a cui per anco Non chiedea de la messe il pigro ferro Gli aurei doni dovuti: a lei compagno L’Onor si fea; se forse a la sua luce Più cara a l’occhio del mortal venisse L’utile Dea. Vider la Fede, immota Servatrice dei giuri, e l’arridente Ospital Genio che gl’ignoti astringe Di fraterna catena; e tutta in fine La schiera dia ne l’opra affaticarsi. Videro, e novo di pietà, d’amore Ne gli attoniti surse animi un senso, Che infiammando occupolli. E già de’ lieti Principj in cor secure, il plettro e l’arte Sacra del plettro a i figli lor le Muse Donâr, le Grazie il dilettar donaro E il süader potente. Essi a la turba Dei vaganti fratelli ivan cantando Le vedute bellezze. Al suon che primo Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico Squallor la terra, e rise: e tu qual fosti, Che provasti, o mortal, quando sul core La prima stilla d’armonia ti scese? Quale a l’ara de’ Numi allor che il sacro Tripode ferve, e tremolando rosse Su le brage stridenti erran le fiamme, Se la man pia del sacerdote in esse Versi copia d’incenso, ecco di bruno Pallor vestirsi il foco, e dal placato Ardor repente un vortice s’innalza Tacito, e tutto d’odorata nebbia Turba l’etere intorno e lo ricrea; Tal su i cori cadea rorido, e l’ira V’ammorzava quel canto, e dolce, in vece, Di carità, di pace vi destava Ignota brama. A l’uom così le prime Virtù fur conosciute onde bëata, Quanto ad uom lice, e riposata e bella Fassi la vita. Allora in cor portando Il piacer de l’evento, e la divina Giocondità del beneficio in fronte, A l’auree torri de l’Olimpo il volo Rïalzar le Camene. Ivi le prove De l’alma impresa e le fatiche e il fine Dissero al Padre; e pieno, in ascoltarle, Da la bocca di lui scorrea quel dolce Canto a l’orecchio dei miglior, la lode. Ma stagion lunga ancor volta non era, Che ne le Nove ritornate un caro De la terra desio nacque; chè ameno Oltre ogni loco a rivedersi è quello Che un gentil fatto ti rimembri: e questa Elesser sede che secreta intorno Religïon circonda, e, l’arti antiche Esercitando ancor, l’aura divina Spirano a pochi in fra i viventi, e dánno Colpir le menti d’immortal parola. E te dal nascer tuo benigna in cura Ebbe, o Pindaro, Urania. E s’oggi, o figlio, Tanto amor non ti valse, ell’è d’un Nume Vendetta: incauto, che a le Grazie il culto Negasti, a l’alme del favor ministre Dee, senza cui nè gl’Immortai son usi Mover mai danza o moderar convito. Da lor sol vien se cosa in fra i mortali E di gentile, e sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna de le Grazie attinga; Queste implora coi voti, ed al perdono Facili or piega. E la rapita lode Più non ti dolga. A giovin quercia accanto Talor felce orgogliosa il suolo usurpa, E cresce in selva, e il gentil ramo eccede Col breve onor de le digiune frondi: Ed ecco il verno le dissipa; e intanto Tacitamente il solitario arbusto Gran parte abbranca di terreno, e, mille Rami nutrendo nel felice tronco, Al grato pellegrin l’ombra prepara. Signor così degl’inni eterni, un giorno, Solo in Olimpia regnerai: compagna Questa lira al tuo canto, a te sovente Il tuo destino e l’amor mio rimembri.
Tacque, e porse la cetra: indi rivolta, Candida luce la ricinse: aperte Le azzurre penne s’agitâr sul tergo, Mentre nel folto de la selva al guardo Del suo Poëta s’involò. La Diva Ei riconobbe, e di terror, di lieta Maraviglia compunto, il prezïoso Dono tenea: ne l’infiammata fronte Fremean d’Urania le parole e l’alta Promessa e il fato: e la commossa corda, Memore ancor del pollice divino, Con lungo mormorar gli rispondea.
L’IRA D’APOLLO
PER LA LETTERA SEMISERIA DI GRISOSTOMO
Vidi (credi, se il vuoi, volgo profano!), Vidi, là dove innalzasi E nel Lario si specchia il Baradello, Il delfico calar Nume sovrano, E su la torre aerea Ristar dell’antichissimo castello; Gli spirava dal volto ira divina, E da la chioma odor d’ambrosia fina.
Sperai che, quale in su la rupe ascrea O sul giogo parnassio, Dolce suono ei trarria da la sua cetra: Ma il Nume che tutt’altro in testa avea, Piegando il braccio eburneo, Volse la man sul tergo a la faretra; Con due dita ne colse acuto strale, L’arco tese: fremè l’arco mortale.
Ove su l’ampio verdeggiar de’ prati, Fra i balli de le Najadi, Sorge l’alta Milan, la mira ei volse. Mi comprese terror pei Lari amati, E da le labbra tremule La voce a stento ad implorar si sciolse: «Ferma, che fai? Deh! non ferir, perdona, Santo figlio di Giove e di Latona!»
Al dardo impazïente il vol ritenne, E a me rivolto in placido Sembiante, a dir mi prese il dio di Delo: «Fino a noi da que’ lidi il grido venne D’uomo a sfidar non pavido Tutti gli Dei, tutte le Dee del cielo: E l’audacia di lui resta impunita? Pera l’empia città che il lascia in vita!»
«Deh! per Leucotoe», io dissi, «e per Giacinto, Per la gentil Coronide, Per quella Dafne sovr’ogni altra amata De la cui spoglia verde il capo hai cinto, Poni lo sdegno orribile, Frena la furia de la destra irata: Pensa, o signor di Delfo, almo Sminteo, Che se enorme è la colpa, un solo è il reo.
«Un solo ha fatto ai numi vostri insulto, Spinto da l’atre Eumenidi, Egli è il solo fra noi che non vi adora: Non obbliar per lui degli altri il culto; Vedi l’are che fumano, Vedi il popolo pio che a voi le infiora; Ascolta i preghi, odi l’umil saluto Che il Cordusio ti manda e il Bottonuto.
«Tutto è pieno di voi. Qual rio cultore Non invocata Cerere I semi affida a l’immortal Tellure? A dubbia impresa chi rivolge il core Se a la cortina delfica Il vel non tenta de le sorti oscure? Qual è il nocchier che sciolga al vento i lini Pria di far sacrificio a’ Dei marini?
«Voi, se Fortuna a noi concede il crine O volge il calvo, amabile E perenne argomento ai canti nostri! Così le greche genti e le latine Voi regnator cantavano E degli olimpj e dei tartarei chiostri; E noi, che siam credenti al par di loro, Non sacreremo a voi le cetre d’oro?
«Sommo Tonante, occhi-bendato arciero, De la donzella sicula Buon rapitor, che regno hai sopra l’ombre; Tu che dal suolo uscir festi il destriero; Giunon, Gradivo, e Venere; Tu che il virgineo crin d’ulivo adombre: Io per me mi protesto, o Numi santi, Umilissimo servo a tutti quanti.
«Fa luogo, o biondo Nume, al mio riclamo; Non render risponsabile Per un sol che peccò tutto un paese; Lascia tranquilli noi, che rei non siamo; E le misure energiche Sol contra l’empio schernitor sien prese». Tacqui, e mi avvidi al suo placato aspetto Che il biondo Dio gustava il mio progetto.
Lo stral ripose nel turcasso, e disse: «Poi che quest’empio attentasi Esercitar le nostre arti canore, Queste orribili pene a lui sien fisse: Lunge dai poggi aonii Sempre dimori, e da le nove Suore; Non abbia di castalia onda ristauro; Nè mai gli tocchi il crin fronda di lauro.
«Salir non possa il corridor che vola, Non poggi mai per l’etera, Rada il basso terren del vostro mondo; Non spiri aura di Pindo in sua parola: Tutto ei deggia da l’intimo Suo petto trarre e dal pensier profondo; E sia costretto lasciar sempre in pace L’ingorda Libitina e il Veglio edace.
«E perchè privo d’ogni gioja, e senza Speme si roda il perfido, Lira eburnea gli tolgo e plettro aurato!» Un gel mi corse a la feral sentenza; E sbigottito e pallido, Esclamai: «Santi Numi, egli è spacciato! E come vuoi che senza queste cose Ei se la cavi?»—«Come può», rispose.
Tacque il Nume, e ristette somigliante A la sua sacra immagine Che per greco scarpel nel marmo spira; Dove negli atti e nel divin sembiante Vedi la calma riedere, E sul labbro morir la turgid’ira: Spunta il piacer de la vittoria in viso, Mirando il corpo del Pitone anciso.
VERSI DA SCRIVERSI SOTTO IL RITRATTO DI VINCENZO MONTI.
Salve, o divino, a cui largì Natura Il cor di Dante, e del suo Duca il canto! Questo fia ’l grido dell’età futura: Ma l’età che fu tua, tel dice in pianto.
VOLUCRES[1303]
Fortunatæ anates, quibus æther ridet apertus, Liberaque in lato margine stagna patent!
Non hic intexto concludunt retia ferro, Et superum prohibent invida tecta diem.
Cernimus, heu! frondes et non adeunda vireta, Et queis misceri non datur alitibus.
Si quando immemores auris expandimus alas, Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores, Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis, Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Crudeles escæ, vestra dulcedine captæ, Ducimus æternis otia carceribus!
[1303] Parlano gli Uccelli chiusi nelle gabbie dei Giardini pubblici di Milano, alle Anitre diguazzanti nel laghetto.
AD MICHAËLEM FERRUCIUM V. CL. ALEXANDER MANZONI[1304]
Sunt qui fidenter, venia vix hercule dignis, Deposcunt laudum praemia carminibus: Tu, pro laudandis, veniam, Vir docte, precaris: Error utrimque; sed hic nobilis, ille miser.
Mediolani, a. d. VII calend. Januar., A. MDCCCLXX.
[1304] Questi versi rispondono a quelli che il Ferrucci, mutuandoli da Orazio, scrisse su un esemplare dei suoi distici latini a stampa, che mandò al Manzoni:
Gaudes carminibus, carmina possumus Donare et veniam poscere muneri.
INDICE
Dedica a Ruggiero Bonghi pag. V
Il decennio dell’operosità poetica di Alessandro Manzoni, studio di Michele Scherillo » IX
Avvertenza per la presente edizione, di M. Scherillo CLXIII
AL LETTORE (prefazione del Manzoni alla sua edizione delle Opere varie, Milano, 1845) » 1
ADELCHI, tragedia » 3 Notizie storiche » 7 Tragedia » 18 Appendice—Il primo getto dell’Adelchi » 119
IL CONTE DI CARMAGNOLA, tragedia » 149 Prefazione » 153 Notizie storiche » 165 Tragedia » 178 Appendice—Il primo getto del Conte di Carmagnola » 263
LETTRE À M. C*** SUR L’UNITÉ DE TEMPS ET DE LIEU DANS LA TRAGÉDIE » 293 Avvertenza alla Lettre à m. C***, di M. Scherillo » 295 Lettre à m. C***, ecc. » 309 Appendice—Materiali estetici » 385 (Dei due sistemi tragici moderni più conosciuti, pag. 388.—Della Unità di Tempo, pag. 414). Della moralità delle opere tragiche » 429 (Di alcuni oppugnatori del Teatro, p. 429.—Traccia del Discorso, pag. 433.—Dello scopo morale e della perfezione estetica della Tragedia, pag. 436). Sopra una staffilata del Monti ai Romantici (Dialogo con un amico) » 438
INNI SACRI » 443 Il Natale » 445 La Passione » 449 La Risurrezione » 453 La Pentecoste » 457 Il nome di Maria » 462 Strofe per una prima Comunione » 466 Appendice—Il primo getto degl’Inni sacri » 471 (Il Natale, pag. 473.—La Passione, pag. 474.—La Risurrezione, pag. 474.—La Pentecoste, pag. 475.—Il nome di Maria, pag. 484). Frammento d’un Inno (A Lui che nell’erba del campo) » 486
ODI » 489 Il Cinque maggio » 493 Marzo 1821 » 497 Il Proclama di Rimini (frammento di canzone) » 501
POESIE NON ACCOLTE DALL’AUTORE NELLA SUA EDIZIONE DELLE “OPERE VARIE„ » 503 Ritratto di sè stesso (sonetto) » 507 A Francesco Lomonaco, per la Vita di Dante (sonetto) » 508 Adda (idillio) » 509 In morte di Carlo Imbonati (versi sciolti) » 512 A Parteneide (versi sciolti) » 519 Urania, (poemetto) » 523 L’ira d’Apollo per la Lettera Semiseria di Grisostomo (ode) » 533 Versi da scriversi sotto il ritratto di Vincenzo Monti » 536 Volucres (epigramma latino) » 537 Ad Michaëlem Ferrucium (distici latini) » 538
=NB.=—Alla pag. 119 è occorso uno svarione tipografico. Il visto della Censura per l’“Adelchi„ ha la data =2 maggio 1822=, e non, com’è facile intendere, =1882=!