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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni (part 1 of 3)

Part 1 of 3 · Alessandro Manzoni · Public domain text

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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI

LE TRAGEDIE GL’INNI SACRI E LE ODI

DI ALESSANDRO MANZONI

NELLA FORMA DEFINITIVA E NEGLI ABBOZZI, CON LE VARIANTI DELLE DIVERSE EDIZIONI E CON GLI SCRITTI ILLUSTRATIVI DELL’AUTORE,

A CURA DI MICHELE SCHERILLO

PRECEDE UNO STUDIO SUL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA DEL MANZONI

ULRICO HOEPLI EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO 1907

PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano, Tipografia Umberto Allegretti, via Orti, 2.

ALLA GLORIOSA MEMORIA DI RUGGIERO BONGHI CON REVERENZA D’ITALIANO CON AFFETTO DI CONCITTADINO DEDICA QUESTA PRIMA EDIZIONE CRITICA DELLE POESIE DEL SOMMO LOMBARDO MICHELE SCHERILLO

IL DECENNIO DELL’OPEROSITÀ POETICA

DI

ALESSANDRO MANZONI

I.

Giova fissare alcune date. Il Carme in morte dell’Imbonati, la prima delle sue opere che il Manzoni reputasse degna della stampa, fu pubblicato a Parigi nel 1806. L’Urania, a Milano nel 1809. Poi, dopo un intervallo di sei anni, a Milano nel 1815, i primi quattro Inni sacri: la Resurrezione, composta il 1812, il Nome di Maria e il Natale, del 1813, la Passione, del 1815. Dopo altri cinque anni, la prima tragedia: Il Conte di Carmagnola, Milano 1820; e nel 1822, la seconda, l’Adelchi. Nello stesso anno, il quinto ed ultimo inno sacro, la Pentecoste. Intanto era venuto componendo: il proclama di Rimini, aprile 1815; lo scherzo L’ira d’Apollo; l’ode Marzo 1821, e il Cinque maggio. Dagli ultimi mesi del 1821 agli ultimi del 1827, il Manzoni fu tutto preso dalla composizione, correzione e stampa del Romanzo. Versi, dopo la Pentecoste, o non ne scrisse più o ne scrisse di tali (l’Epigramma sotto il ritratto del Monti e le Strofe per una prima comunione) che mutano in certezza il sospetto, che la bella e limpida vena si fosse presto essiccata.[1]

L’Imbonati e l’Urania sono, per così dire, i documenti ufficiali di quello che io ebbi a chiamare «il noviziato poetico» del Manzoni[2]: rappresentano autorevolmente il periodo dell’incertezza e delle titubanze, dei passi ricalcati sulle orme altrui, dell’imitazione tra pariniana e alfieriana, soprattutto montiana. L’Urania non era ancora pubblicata (solo il 5 ottobre il Manzoni avvertiva d’aver ricevuto da Milano i primi esemplari della stampa), e già il poeta se ne mostrava scontento. All’amico Fauriel, che aveva voluto prender copia di quel poemetto (a lui forse anche più caro, dacchè Urania, tra i frequentatori della Maisonnette, era chiamata la dea del luogo, la bella Sofia vedova del Condorcet), egli scriveva da Parigi il 6 settembre 1809:

«Vous avez donc voulu copier cette petite rapsodie? Vous! Si j’avais à présent l’envie et l’indiscrétion de vous occuper de ces balivernes, je dirais que je suis très mécontent de ces vers, surtout pour leur manque absolu d’intérêt. Ce n’est pas ainsi qu’il faut en faire; j’en ferai peut-être de pires, mais je n’en ferai plus comme cela».

Di versi così, con tutto quel lusso di evocazioni e di fantasie mitologiche, con quelle eleganze corinzie nel disegno e quelle sonorità attiche o alessandrine nell’espressione, ne avrebbero, sì, continuato a fare il Monti e il Foscolo; ma la sua via, la via nuova che oramai egli aveva intravista, era un’altra: e per quella ei si sarebbe messo, risoluto di percorrerla tutta. Via erta ed arta, nè prima tentata; ma meglio cadere nell’ardimentosa ascesa verso l’alta cima agognata, che ricalcare l’ampia strada tanto e da tanti battuta:

S’io cadrò su l’erta, Dicasi almen: su l’orma propria ei giace[3].

E, proprio com’egli aveva sentenziato nell’Urania (versi 191-93),

baldanza a quel voler non tolse Difficoltà, che a l’impotente è freno, Stimolo al forte.

[1] Il Manzoni medesimo confessava, con l’usata modestia ed arguzia, il singolare fenomeno, scrivendo, verso la fine del 1859, alla signora Collet aver egli messo da parte l’Inno Ai Santi, «sitôt que je me suis aperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais à courir après elle». Vedi più avanti, pag. 486-88.

[2] Cfr. il I volume di questa ristampa hoepliana delle Opere di A. Manzoni.

[3] Si ricordi Orazio (Epist. I, 19, 21-2):

Libera per vacuum posui vestigia princeps; Non aliena meo pressi pede....

II.

L’Urania è un inno, ricalcato sul modello di quelli che vanno sotto il nome d’Omero. Il poeta implora dalle Grazie («chieggo a le Grazie») che lo facciano riuscir gradito anche a Firenze. Ma nè chiama Firenze tranquillamente Firenze, nè chiama Milano semplicemente Milano: non sarebbe stato un proceder degno di chi ambiva al «nome che più dura e più onora»! Uno che se n’intendeva, il Monti, il caposcuola, aveva difatto insegnato: «Occorre parecchie volte al poeta di dover nominare una cosa, il cui semplice nome o non ha tutta in sè stesso la poetica dignità, o ripugna alle leggi del metro, o desta un’idea non abbastanza sublime e maravigliosa.... Nè senza l’aiuto di questi favolosi amminnicoli la lingua poetica si sosterrebbe».[4] Il novizio Manzoni proemia dunque, con perifrasi solenni e sonore, così:

Su le populee rive, e sul bel piano Da le insubri cavalle esercitato, Ove, di selva coronate, attolle La mia città le favolose mura, Prego, suoni quest’Inno: e se pur degna Penne comporgli di più largo volo La nostra Musa, o sacri colli, o d’Arno Sposa gentil, che a te gradito ei vegna Chieggo a le Grazie.

E continua. Fin dai primi anni, quando il Desiderio ci è compagno crudele nel cammino della vita, ho nutrito una cara speranza: che l’Italia annoverasse me pure tra’ suoi poeti. L’Italia, che da lungo tempo è ospizio delle Muse; non già la culla, poichè esse nacquero in Grecia. Ma quando queste dive lasciarono i laureti achei, esse sdegnarono di porre la nuova dimora altrove che qui. È vero che vi rimasero mute durante tutto quel tempo che i barbari recaron l’oltraggio, non ancor vendicato, alla donna latina, «dal barbaro ululato impäurite»; non però abbandonarono l’infelice amica. Che anzi, la Poesia italiana,—questa vergine bella ed aspettata dalle genti, le quali, tacendo essa, mancarono di qualunque sorriso—, si sollevò poi ad alte cose, rinascendo più vigorosa da le turpi unniche nozze.

E tu le bende e il manto Primo le désti, e ad illibate fonti La conducesti; e ne le danze sacre Tu le insegnasti ad emular la madre, Tu de l’ira maestro e del sorriso, Divo Alighier, le fosti.

Ognuno intende che siamo nel pieno rifiorire di quell’arte paganeggiante, il cui più insigne sacerdote fu Antonio Canova. Codesto divo Alighieri (oh il busto donatelliano del Museo di Napoli, dall’espressione così severa ed arcigna, e con le bande del cappuccio cadenti sugli orecchi!), che conduce la mirabil virgo a bagnarsi e a dissetarsi alle illibate fonti, e l’ammaestra ne le danze sacre,[5] ricorda molto da vicino il canoviano Napoleone di Brera, nudo e formoso come un Apollo e con le insegne e i simboli d’un Cesare Augusto, conquistatore dei Germani o dei Britanni. Ma come al Canova, di tra le carezzose modellature d’una Psiche o delle Grazie, sfuggiva quasi di mano la maravigliosa e vivente testa di papa Rezzonico; così al giovinetto Manzoni, ricercante sulla lira accordi e armonie achee, sbocciavan dalle labbra accenti come questi, che prenunziano il poeta novello:

In lunga notte Giaceva il mondo, e tu splendevi solo, Tu nostro: e tale, allor che il guardo primo Su la vedova terra il sole invia. Nol sa la valle ancora e la cortese Vital pioggia di luce ancor non beve, E già dorata il monte erge la cima.[6]

Alle Muse dunque, alme d’Italia abitatrici, io intendo, continua il poeta, intrecciare un serto di lodi in pria non colte: dacchè una vile parola odo vagare tra il volgo,

Che le Dive sorelle osa insultando Interrogar, che valga a l’infelice Mortal del canto il dono.

Ebbene, io celebrerò gli antichi beneficii prodigati agli umani da quelle Immortali. Urania li cantò una volta al suo diletto Pindaro; io dirò perchè la dea accordasse all’alto poeta un tanto privilegio,

indi i celesti accenti Ricorderò, se amica ella m’ispira.[7]

Non so quanta fede meriti quell’aneddoto, raccontato da qualche biografo, che il Monti, dopo d’aver letta l’Urania, esclamasse: «Costui comincia dove io vorrei finire». Questo tuttavia mi par certo, che nel nuovo poemetto il Manzoni mostrò di sapere oramai da maestro mischiare «al bello e vigoroso colorito», di cui già il Monti lo lodava a proposito dell’Adda, quella «virgiliana mollezza» che il vecchio poeta ancor desiderava nell’idillio del 1803. E non mi parrebbe nè un’eresia nè una sconvenienza quella di chi volesse vedere nell’esclamazione montiana, bensì un giudizio amabile e deferente, non un vano complimento. L’Urania è, coi Sepolcri del Foscolo, il più bel fiore di quel rinnovamento classico della poesia, che tra noi mette capo al Monti; e sta di mezzo fra il Prometeo di questi e le Grazie foscoliane. Lo ha già osservato il D’Ancona: «il concetto del poemetto del Manzoni è quello stesso che informa il Prometeo del Monti e le Grazie del Foscolo; molto probabilmente il primo ha comunicato qualche cosa di proprio all’Urania, e le Grazie qualche cosa hanno tolto da questa».[8]

Secondo un certo suo proprio «sistema poetico», le Grazie sono per il Foscolo «deità intermedie fra il cielo e la terra, e ricevono da’ Numi tutti que’ doni che esse vanno poi dispensando a’ mortali»; e secondo un suo «sistema storico», quelle deità «diffusero i loro benefizi più particolarmente alla Grecia antica dov’ebbero origine, e all’Italia dov’hanno trasferita la loro sede». Cantando dei loro eterei pregi e della gioia che, vereconde, esse danno alla terra, il poeta chiede a quelle belle vergini

l’arcana Armoniosa melodia pittrice Della vostra beltà; sì che all’Italia, Afflitta di regali ire straniere, Voli improvviso a rallegrarla il carme.

Il Foscolo, che dimorava allora in Toscana, non ha bisogno, come il Manzoni, di chiedere alle Grazie che faccian risonare il suo Inno nella nuova Atene; anzi egli può invitare il Canova al vago rito e agl’inni, proprio

Nella convalle fra gli aerei poggi Di Bellosguardo,

tra quei

cento colli, onde Appennin corona D’ulivi e d’antri e di marmoree ville L’elegante città, dove con Flora Le Grazie han serti e amabile idioma.

Quei colli, che la luna o l’alba scoprivano agli occhi di Galileo, che qui sedeva in compagnia delle Grazie «a spiar l’astro della loro regina»; dacchè

era pur lieta Urania un dì, quando le Grazie a lei Il gran peplo fregiavano.

Lo ha pur accennato il Manzoni: le Muse, fuggitive dalla Grecia natia, cercarono asilo in Italia; ma il Foscolo compie quell’accenno, e ridice la cosa più fastosamente:

Però che quando su la Grecia inerte Marte sfrenò le tartare cavalle Depredatrici, e coronò la schiatta Barbara d’Ottomano, allor l’Italia Fu giardino alle Muse.

E non dimentica—e non l’avrebbe potuto!—Dante.

Un mirto Che suo dall’alto Beatrice ammira, Venerando splendeva: e dalla cima Battea le penne un Genio disdegnoso, Che, il passato esplorando e l’avvenire, Cieli e abissi cercava, e popolato D’anime, in mezzo a tutte l’acque, un monte; Poi, tornando, spargea folgori e lieti Raggi e speme e terrore e pentimento Ne’ mortali; e verissime sciagure All’Italia cantava.

In verità, codesta figurazione di Dante, che, a guisa d’un Genio disdegnoso (o d’un’Aquila sdegnosa, com’è nel rimaneggiamento dell’Orlandini), appollaiato sopra un mirto, starnazza le ali sotto gli occhi della sua donna «beata e bella» che guarda dall’alto; e intanto, cerca cieli e abissi e monti sorgenti dalle acque, e sparge folgori e raggi e speme e terrore e pentimento, e canta sciagure quasi un novello Calcante: non è nè perspicua nè cospicua. Come del resto non è ben chiara la poetica perifrasi indicante Milano; che nemmeno essa manca. La compagna della sonatrice d’arpa «viene ultima al rito, a tesser danze all’ara»: dicono fosse al secolo la signora milanese, molto bella, Maddalena Marliani Bignami.

Pur la città, cui Pale empie di paschi Con l’urne industri tanta valle, e pingui, Di mille pioppe aeree al sussurro, Ombrano i buoi le chiuse[9], or la richiama Alle feste notturne[10], e fra quegli orti Freschi di frondi e intorno aurei di cocchi, Lungo i rivi d’Olona.....

In una lettera, non si sa a chi diretta ma scritta, pare, nel febbraio del 1809, il Foscolo si confessa tutto preso dall’idea di comporre e menar a termine i suoi Carmi: un genere poetico che vantava tutto suo proprio. Scriveva:

«Quanto all’Omero e a’ Carmi, io dormo in vista, sed cor meum vigilat. E non distolgo mai la mente dai Carmi: non ch’io n’attenda onore, nè ch’io creda che la fama giovi a far men vana e più prudente l’umana vita; ma da que’ Carmi (genere di poesia ch’io, tortamente forse, credo nato da me) mi pare che ne’ miei scritti sgorghi pienamente ed originalmente, senza soccorso straniero, quel liquido etere che vive in ogni uomo, e di cui la natura ed il cielo hanno dispensata la mia porzione a me pure. Però li vagheggio sempre con tutti i pensieri; nè passerà quest’anno senza ch’io n’abbia compiuto uno almeno; nè ristarò finchè mi sentirò battere il cuore ad ammirare ed amar la natura. Ma queste forti e soavi palpitazioni s’indeboliscono presto, ed ho quasi toccata la mèta della fredda meditazione».

Una tanta compiacenza del Foscolo per un genere di poesia ch’egli, tortamente forse, credeva nato da lui, derivava dalla festosa accoglienza fatta ai Sepolcri. «L’oscillazione che produsse questa creazione nel cervello di Foscolo», ha osservato il De Sanctis,[11] «fu così potente, che per lungo tempo gli tenne agitate le fibre, quasi armonia già muta che si continua ancora nel tuo orecchio. E altri Sepolcri vi fermentavano sotto altri nomi, e uscivano fuori a frammenti,... senza che gli fosse possibile venire ad una compiuta formazione.... Da quei frammenti, insieme connessi e aggiustati, uscirono ultimamente le Grazie». Un’opera mancata: non più una poesia, ma «una lezione con accessorii poetici»; un concetto ancor esso vichiano, ma che rimane nell’astrazione e cerca la sua espressione in una forma «raggomitolata, incastonata, lucida e fredda come pietra preziosa».

Gli è che il Foscolo era, senza che se n’accorgesse, fuori della corrente, divenuta impetuosa, dei tempi nuovi. Il secolo decimonono lo aveva investito mentr’egli aveva ancora lo sguardo rivolto al passato, e aveva gettato «il disordine nella sua coscienza». La nuova onda religiosa travolge il suo scetticismo, le nuove idealità politiche rendon vacillante la sua fede repubblicana, il forte vento del nord, che portava di qua dalle Alpi le nuove idee d’arte poetica, turbava il suo classicismo, già compromesso dalle Lettere di Jacopo Ortis e dal Carme sepolcrale. Amico del Pellico, il quale aspirava a pieni polmoni le aure dei tempi nuovi, ammiratore del giovane Manzoni, stanco del Monti e dell’arte sua, egli «avrebbe forse avuto la forza di ricreare in sè l’uomo nuovo, se la sua educazione fosse stata più moderna e meno classica; ma lo spirito moderno era appena una vernice appiccicata sopra il vecchio classicismo». Così, fra tanto rinnovamento morale e letterario, filosofico e politico, il poeta pariniano delle Odi e alfieriano delle Tragedie, l’artista canoviano delle Grazie, il classicista cosciente dei Sepolcri ma incosciente romantico dell’Ortis, «finì chiudendosi nella sua toga come Cesare, e morì sul suo scudo, uomo del secolo decimottavo». Il poemetto delle Grazie chiude, in ritardo, quel secolo; il secolo nuovo è dischiuso dagl’Inni sacri di Alessandro Manzoni. Curioso a rilevare: il Manzoni era stato presentato al mondo letterario dal Foscolo, con quella noticina ai Sepolcri dov’era proclamato «un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor patrio». Ebbene, tra quel Carme e gl’Inni è un abisso. L’uno è come la voce «dell’umanità senza l’anima e senza Dio»: gli altri son come le voci desiose e sospiranti dell’umanità angosciata al Cielo, per chieder la pace, la giustizia, la redenzione; per implorare da Dio, poichè gli uomini s’eran mostrati inetti, il riconoscimento e l’attuazione «tra i nati all’odio» di quei principii di libertà, d’uguaglianza e di fraternità, che avevan fatto versare, pur di recente, nuovo sangue e nuove lagrime.

[4] MONTI, Del cavallo alato d’Arsinoe, lettera terza.

[5] Anche più giù (vv. 326-7) il poeta dirà che, senza le Grazie, «nè gl’Immortai son usi Mover mai danza o moderar convito». E senza danze, non pareva possibile una poesia di sapore classico!

[6] C’è, nel concetto e nel concento di questi versi, qualcosa che ricorda il magnifico brano del Mezzogiorno pariniano (v. 285 ss.): «Alfin sul dorso tuo sentisti, o Terra....». Cfr. la mia edizione, la 2ª, delle Poesie di G. Parini, Milano, Hoepli, 1906, pag. 273.

[7] Già nel Parini (Mezzogiorno, v. 882 ss., pag. 290) era un notevole accenno a Urania, confortatrice de’ suoi «irti alunni, smarriti, vergognosi, balbettanti», a opere grandiose di civiltà: le piramidi, gli obelischi, le dighe.

[8] Poesie di A. Manzoni scelte e annotate ad uso delle scuole da A. D’ANCONA; Firenze, Barbèra, 1892; pag. 17.—È degno di ricordo che il Monti si proponesse, in una prima forma vagheggiata della Musogonia, «di ricondurre in terra le Muse a beneficare il genere umano, traendo gli uomini dalla vita selvaggia, congregandoli in società, e insegnando loro la virtù, la giustizia, e tutte le arti e tutte le scienze». Così egli scriveva nell’Avvertimento premesso al poema nell’edizione veneziana del 1797.—Codesto era un tema poetico di moda. Anche il Gray aveva, nel Progress of the Poesy, adombrato lo stesso concetto. Cfr. B. ZUMBINI, Sulle poesie di Vincenzo Monti; Firenze, Le Monnier, 1886, pag. 198 ss.

[9] Il Foscolo stesso nella versione dell’Iliade (II, 848): «e la vallea di Mileto Cui pingui ombrano i buoi».

[10] L’alta regina Amalia Augusta di Baviera, regia sposa di Eugenio Beauharnais, consacrava un candido cigno alle Grazie, «grata agli Dei del reduce marito Da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni».

[11] Nuovi saggi critici; Napoli, 1879, pag. 160.

III.

Il periodo veramente fecondo dell’operosità poetica del Manzoni va dal 1812, in cui egli scrisse La Resurrezione, al 1822, in cui pubblicò La Pentecoste: un decennio glorioso per la nostra letteratura, del quale ogni anno è contrassegnato da un capolavoro. Un inno sacro apre la serie, un altro inno sacro la chiude.

A chi non ripugna l’immaginoso e il romanzesco nella vita dei grandi uomini, il colpo di scena, il miracolo, piace di vedere una barriera, o un sipario, tra il Manzoni dei due carmi paganizzanti e il Manzoni degl’Inni. E piace di prestar fede all’aneddoto raccontato da qualche biografo, che fa del Manzoni dinanzi alla chiesa di San Rocco a Parigi un quissimile di Paolo sulla via di Damasco. Narrano ch’ei fosse, lì vicino, colto da un malore repentino, ed entrasse. Imbruniva, e nel tempio si pregava. Quei canti sacri che parean lamento lo avrebbero profondamente commosso; e in un subito, l’indurito miscredente e volterriano si sarebbe trasformato—taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio!—in un convinto e fervente cattolico. «Ma così», ha esclamato il D’Ovidio[12], «si convertono forse le nature fantastiche e sentimentali! Ben altro ci volle, certamente, per ismuovere quel giovane che dovea presto mostrare un animo, ricco bensì di potente fantasia e di vivace sentimento, ma capace di dominar l’una e l’altro con una riflessività ed una razionalità senza pari!»[13].

Il vero è che, proprio a giudizio del Manzoni, il ricorrere al miracolo per ispiegare certe conversioni o rivoluzioni o evoluzioni psicologiche, è da menti ristrette e da fantasie volgari. Si ripensi a quel vero miracolo d’analisi ch’è la conversione dell’Innominato. Chi prima, allora, gridò al miracolo, fu il sarto, il buon uomo che aveva in gran parte formata la sua cultura sul Leggendario dei Santi. A Lucia, che viene ospite gradita in casa sua, egli non esita un momento a dire (P. Sposi, cap. 24): «Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto!». La sicurezza gli veniva dai suoi studi: «perchè non ho mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo bene». Così quel singolare ravvedimento era giudicato colle norme del Leggendario, ed era consacrato autorevolmente con quel nome che doveva riuscire meglio accetto a chi avrebbe potuto dire, rinarrandolo,—io c’ero! «Ma è però una gran cosa», soggiunge, rimuginando con nuova compiacenza quel ravvicinamento mentale da lui consumato, «d’aver ricevuto un miracolo!». Onde il romanziere, con arguta malizia: «Nè si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell’avvenimento, perchè aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt’i contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s’attaccarono, non gli poteva convenire altro nome».

Sono le frange appunto che possono far parere fuori dell’ordine naturale, cose che un occhio disnebbiato ed esperto riconosce naturalissime. Ci vuole la cultura del sarto, per riguardare il cardinale come quell’«uomo tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano»; e per sentire la necessità d’immaginare il miracolo. Ma nulla di meno manzoniano. L’artista psicologo ha, con la sua analisi mirabile, inteso a spiegare umanamente quella conversione che nel Seicento potè parere miracolosa.

E si può, anzi si deve ammettere, che al romanziere sia di molto giovato l’avere sperimentato in sè medesimo una evoluzione psicologica molto affine a quella che doveva rappresentare; ma l’insistenza stessa con cui ha voluto sfrondare la corona del soprannaturale onde le plebi avevan redimita quell’antica conversione, moveva forse dal desiderio di sgombrare d’intorno a sè quella nebbia di leggenda agiografica, che non poteva non dargli noia. Oltre il resto, egli, da buon cattolico, doveva pensare che le conversioni dove interviene troppo palesemente il dito di Dio, non sono edificanti, e non stimolano l’imitazione o l’emulazione. Al Manzoni, osserva il D’Ovidio, «seguiva quel che suole ai fedeli più colti e più discreti, di credere cioè e voler assolutamente credere ai miracoli antichi e, per dir così, storici, del cristianesimo; ma di proceder con molta circospezione quanto ai miracoli recenti e non sanciti dalla Chiesa.... Così è che negli Inni sacri i miracoli sono con sincera fede cantati, e dai Promessi Sposi con ischifiltosa critica eliminati».[14]

Pur troppo a noi non è dato di conoscere le fasi di quel dramma intimo, per cui il Manzoni passò dallo scetticismo alla fede ardente e incrollabile. Egli fu anche in questo diverso da quei letterati di Francia e d’Italia che intrattenevano, e intrattengono, con molto compiacimento proprio, il pubblico dei lettori narrando di sè stessi. Oggettivo nell’arte, più e meglio di qualunque altro nostro scrittore, non esclusi il Boccaccio e l’Ariosto, rimase, quanto agli affetti e ai movimenti della sua anima, un uomo chiuso; uno di quelli, ha detto il Negri, «che, tutto assorti nel sentimento della propria responsabilità, e guidati da una specie di pudore intellettuale, sanno custodire gelosamente dentro di sè tutto quanto non vogliono, di proposito deliberato, comunicare agli altri». Il Manzoni «sta sempre in guardia, e non ha mai permesso ad alcuno di penetrare nel fondo della sua coscienza più in là di quanto egli volesse». Si può, ricercando tutta la varia opera sua, e guardandosi intorno, tirare a indovinare. Non sentiamo forse il sapore acuto, proprio di chi descriva sensazioni provate, nelle parole che ci ritraggono la formazione ed educazione dell’animo eminentemente cristiano di Federigo Borromeo? (Promessi Sposi, cap. 22).

«Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla puerizia a quelle parole d’annegazione e d’umiltà, a quelle massime intorno alla vanità de’ piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e a’ veri beni, che, sentite o non sentite ne’ cuori, vengono trasmesse da una generazione all’altra, nel più elementare insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma delle azioni e de’ pensieri quelle che erano il vero».

Una simile indagine è possibile e lecita; ma a patto che essa sia compiuta

Con occhio chiaro e con affetto puro.

E chi forse, nello scrutare i riposti motivi della così detta conversione manzoniana, s’è più da presso accostato al vero, è l’insigne critico, del quale poco più sù abbiam riferite alcune parole. Egli continua:

«La generazione successa in Francia a quella che aveva fatta la rivoluzione, era tutta imbevuta dello spirito del Voltaire. E il giovane Manzoni fu egli pure un discepolo del terribile dileggiatore. Ma egli doveva essere insieme una di quelle nature che hanno sempre davanti a sè la visione del mistero ultimo delle cose, e sono da quella visione profondamente turbate. Il mistero di uno stato che, com’egli stesso più tardi scriveva, «è così naturale all’uomo e così violento, così voluto e così pieno di dolori, che crea tanti scopi di cui rende impossibile l’adempimento, che è un mistero di contradizione, in cui l’ingegno si perde se non lo si considera come uno stato di prova o di preparazione per un’altra esistenza»; questo mistero, io dico, gli si affacciava troppo minaccioso, perchè egli potesse acconciarsi ad una filosofia la quale, priva affatto di critica, non distruggeva che col dileggio, e aveva la radice assai più in un impulso politico che in un concetto veramente razionale. Un’anima come quella del Manzoni, che non poteva vivere nell’incertezza sul più grande ed oscuro dei problemi, un problema in cui l’ingegno umano, abbandonato a sè stesso, si perde, doveva cercar l’uscita da quell’abbandono, e sentendosi come arrenata nelle acque basse della filosofia del Voltaire, doveva presto o tardi ritornare alle acque profonde e al gran mare della fede, e ritornando sentirsi attratta dal cattolicismo, il quale, data che sia la premessa, è il sistema più serrato e più logico che esista, un sistema che offre veramente un riparo sicuro a chi vi arriva dalle battaglie del dubbio»[15].

[12] Saggi critici; Napoli, 1878, pag. 50.—E del D’OVIDIO si vedano ancora: Discussioni Manzoniane, Città di Castello, 1886, pag. 24; e Due parole sull’Innominato, nell’Illustrazione Italiana del 27 maggio 1894.

[13] E il BONGHI: «....se nell’animo della madre, naturalmente entusiasta, fervido, immaginoso, questa mutazione fu subitanea, nell’animo invece del Manzoni, in cui il poeta s’accompagnava col ragionatore freddo, sottile, acuto, la mutazione fu lenta, effetto di lunga meditazione sulle cose e d’un faticoso lavoro sopra sè medesimo». La conversione della famiglia Manzoni, nelle Horae subsecivae, Napoli. A. Morano, 1888, pag. 148.

[14] Chi sa se tra i motivi del disdegno manzoniano ad ammettere e descrivere conversioni miracolose, non ce ne fossero anche di letterarii! Certo, a lui così sincero e schietto come credente e come artista, dovevan far nausea le ipocrisie religiose e artistiche del Voltaire e dello Chateaubriand. Il primo di essi, a chi osava biasimare l’apparizione dell’Ombra di Nino nella sua Semiramide, opponeva con un candore e un ardore di catecumeno davvero commoventi: «Quoi! notre Religion aura consacré ces coups extraordinaires de la Providence, et il serait ridicule de les renouveler?». (Cfr. la mia Storia d’uno spettro, nell’Illustrazione Italiana del 25 marzo 1906).—L’altro, lo Chateaubriand, nel Génie du Christianisme (parte 4ª, libro VI, capitolo 2), aveva narrato d’un capitano Caraffa napoletano qualcosa di simile a quel che si vociferava intorno al Manzoni. «Un jour», racconta, «comme il se rendait au palais, il entre par hasard dans l’église d’un monastère. Une jeune religieuse chantait; il fut touché jusqu’aux larmes de la douceur de sa voix: il jugea que le service de Dieu doit être plein de délices, puisqu’il donne de tels accents à ceux qui lui ont consacré leurs jours. Il retourne à l’instant chez lui, jette au feu ses certificats de service, se coupe des cheveux, embrasse la vie monastique, et fonde l’ordre des Ouvriers pieux, qui s’occupe en général du soulagement des infermités humaines».—E altrove (pt. 4ª, IV, 1) va tutto in solluchero, nel descriver il modo tenuto dai gesuiti per convertire gl’Indiani del Paraguay. Narra: «ils avaient remarqué que les Sauvages de ces bords étaient fort sensibles à la musique: on dit même que les eaux du Paraguay rendent la voix plus belle. Les missionaires s’embarquèrent donc sur des pirogues avec les nouveaux catéchumènes; ils remontèrent les fleuves en chantant des cantiques. Les néophytes répétaient les airs, comme des oiseaux privés chantent pour attirer dans les rets de l’oiseleur les oiseaux sauvages. Les Indiens ne manquèrent point de se venir prendre au doux piége. Ils descendaient de leurs montagnes, et accouraient au bord des fleuves pour mieux écouter ces accents: plusieurs d’entre eux se jetaient dans les ondes, et suivaient à la nage la nacelle enchantée. L’arc et la flèche échappaient à la main du Sauvage; l’avant-goût des vertus sociales, et les premières douceurs de l’humanité, entraient dans son âme confuse; il voyait sa femme et son enfant pleurer d’une joie inconnue; bientôt, subjugué par un attrait irrésistible, il tombait au pied de la croix, et mêlait des torrents de larmes aux eaux régénératrices qui coulaient sur sa tête».—Questi gesuiti missionarii avevan dunque i modi e le attrattive delle Grazie; chè, dice il Foscolo (inno I), «solo

Quando apparian le Grazie, i predatori L’arco e ’l terror deponeano, ammirando!».

Si può immaginare come arricciasse il naso il Manzoni, dinanzi a codesto stracco paganesimo larvato e a codesto barocchismo sentimentale!

[15] GAETANO NEGRI, Segni dei tempi; 3ª ediz., Milano, Hoepli, 1903, pag. 67.—Il Fabris, che fu intimo del Manzoni, narrò (Memorie Manzoniane; Milano, Cogliati, 1901, pag. 131) «che l’origine della sua incredulità fu l’esser entrato in uno dei collegi ecclesiastici dove egli veniva allevato, un ragazzo d’una precoce empietà, il quale sedusse parecchi de’ suoi compagni, fra cui il Manzoni». Soggiunge: «così egli stesso mi raccontò; e quindi chiamava la sua una incredulità ignorante».

IV.

Or chi guardi serenamente, che qui vuol dire senza preconcetti confessionali, nelle opere del Manzoni che precedettero il suo ritorno alla fede, non può, a me pare, non riconoscere che l’uomo nuovo trovava già pronta e disposta nell’antico una forma, in cui adagiarsi senza veri urti o resistenze. A buon conto, ateo egli non era mai stato; e son versi appunto di quel Carme in morte dell’Imbonati, contro cui i critici ortodossi inveleniscono sì fieramente, questi, che hanno del dantesco e del petrarchesco insieme:

Mestamente sorrise, e: se non fosse Ch’io t’amo tanto, io pregherei che ratto Quell’anima gentil fuor de le membra Prendesse il vol, per chiuder l’ali in grembo Di Quei ch’eterna ciò che a Lui somiglia.

Dove fin le maiuscole al Quei e al Lui son del poeta, che dovrebb’essere stato miscredente. E son di quel Carme pur questi altri versi, che riaccennano alla città di Dio e alla vita beata che i buoni vi condurranno in eterno:

al mio Pianto ei compianse, e: non è questa, disse, Quella città, dove sarem compagni Eternamente.

E non insisterò qui ancora sui precetti e sulle massime morali che in quello stesso Carme vengono, con severità e schiettezza di forma e di pensiero che ricordano il Parini dell’Educazione, inculcate e proclamate. Esse sono bensì quali ogni onesto e probo razionalista accetta e rispetta, ma altresì quali nessun credente rifiuta, o dovrebbe rifiutare. Vi si bandisce una morale profondamente ed eternamente umana, al di fuori e al di sopra d’ogni fede o contingenza religiosa.

E come nel Carme, così nell’Urania. Quel Giove, che qui ancor siede ne’ palagi d’Olimpo, ma così insolitamente pietoso dei mali ond’è afflitta e dolente l’umana stirpe, non ha che da mutar nome per diventare il Dio degl’Inni sacri. Sembrandogli oramai piena la vendetta dell’ardimento di Prometeo, del rapito foco, egli accolse più mite consiglio; e fermò di richiamar dalla terra le Furie, che vi avean fatto troppo empio governo:

assai ne’ petti umani Commiser d’odj, e volser prone al peggio Le mortali sentenze.

A ricondurre l’amore tra gli uomini, quel Padre misericordioso mandò in mezzo ad essi le Virtù. Le quali, nella reggia olimpica, gli alitavan d’intorno.

Di felici Genj una schiera al Dio facea corona, Inclita schiera di Virtù: chè tale Suona qua giù lor nome.

Una novità mitologica codesta; dacchè i vecchi poeti ci avevan, sì, qualche volta riferito che presso al trono di Giove eran Temide o Dike, ma solo i Padri della Chiesa avevano immaginato intorno al Dio Padre tutto un corteo di Virtù, come la Verità e la Pace, la Misericordia e la Giustizia. Queste—e dalla poetica figurazione trasse partito il Milton—non avean rifinito di perorare pro o contra la redenzione dell’uomo, prima che il Verbo s’incarnasse; e avevan percorso il cielo e la terra, cercando chi potesse degnamente, e volesse, addossarsi le colpe dell’umanità, e riscattarla col sacrifizio di sè stesso.

Anche le Virtù dell’inno manzoniano, spirti obbedienti, discesero nel basso mondo, per attirare a sè gli occhi e le menti degli uomini inselvatichiti; e lo ricercarono tutto, ma in vano,

chè non levossi A tanto raggio de’ mortali il guardo; E di Giove il voler non s’adempia.

Del Giove, s’intende, misericordioso e virtuoso; chè invece l’alto consiglio dell’iroso e tirannico Giove omerico, il quale, corrucciato, volle sacrificate all’ira di Achille «molte generose alme d’eroi», s’era bene adempito! (Iliade, I, 5).

Ma il Giove buono non si diede per vinto. Al suo desco sedevano, movendo «una concorde d’inni esultanza» che inebriava «le menti degli Dei», le Muse: egli levò la destra, accennando;

e la crescente Del volubile canto onda ristette Improvviso.[16]

Il Padre le esortò a tentar esse, con le loro arti blandamente persuasive, di schiuder le ardue menti.

«La forza sol de l’arti vostre il puote. Là giù dunque movete: a voi seguaci Vengan le Grazie; e senza voi men bella Già la mia reggia il tornar vostro attende».

Le Muse ritrovaron nel mondo le Virtù, le quali erravano solette e dolenti. Prima Calliope mosse «i bei precetti ad avverar del Padre», e s’accostò all’orecchio di Orfeo, susurrandogli dolci parole; la imitarono le altre sorelle, ciascuna eleggendo un mortale, cui ispirare gli armoniosi ammaestramenti:

L’alme col canto ivan tentando, e l’ira Vincea quel canto de le ferree menti.

Gli uomini, raggentiliti, assistettero a spettacoli non prima veduti:

Ove furente Imperversar la Crudeltà solea, Orribil mostro che ferisce e ride, Vider Pietà che mollemente intorno A i cor fremendo, dei veduti mali Dolor chiedea; Pietà, de gl’infelici Sorriso, amabil Dea.

Le personificazioni le aveva rimesse di moda il Monti. Ma codesta amabile Dea, degl’infelici sorriso, presso che sconosciuta al mondo classico, era stata negletta dai nuovi poeti del classicismo napoleonico. Essi, come quegli uomini primitivi, conoscevano bensì l’Offesa, la quale passeggiava con alta fronte, feroce e stolta, e provocatrice; non quel mite Genio che il Manzoni immagina le si opponesse:

Lo spontaneo Perdon, che con la destra Cancella il torto, e ne la manca reca Il beneficio, e l’uno e l’altro obblia.

Qui siamo in pieno mondo evangelico, e il poeta dell’Urania dà la mano a quello della Pentecoste. Sui passi del Perdono, veniva Nemesi, «seguace lenta ma certa»; la quale, quando s’accorge che le voci del Perdono non sono ascoltate, «non fa motto ed aspetta».

Un giorno al fine Ne gl’iterati giri, orba dinanzi Le vien l’Offesa: al tacit’arco impone Nemesi allor l’alata pena; aggiunge L’aërea punta impreveduta il fianco, E l’empio corso allenta.

Chi non ricorda il Coro del Carmagnola?

Beata fu mai Gente alcuna per sangue ed oltraggio? Solo al vinto non toccano i guai; Torna in pianto dell’empio il gioir. Ben talor nel superbo viaggio Non l’abbatte l’eterna vendetta: Ma lo segna; ma veglia ed aspetta; Ma lo coglie all’estremo sospir.

Videro, quegli uomini primitivi, la Fatica che rimaneva in un cantuccio, inonorata e inascoltata; e a lei si avvicinava, amabile compagno, l’Onore, cercando di renderla più cara.

Vider la Fede, immota Servatrice dei giuri, e l’arridente Ospital Genio che gl’ignoti astringe Di fraterna catena; e tutta in fine La schiera dia ne l’opra affaticarsi. Videro, e novo di pietà, d’amore, Ne gli attoniti surse animi un senso, Che infiammando occupolli.

Codesto senso novo prenunzia, a me pare, molto vicino l’Inno del poeta, che, più risolutamente cristiano e sfranchito di quel ciarpame neoclassico, magnificherà ai «tementi dell’ira ventura» il rinnovato sacrifizio de

L’ostia viva di pace e d’amor.

Così, a quelle nuove aure di pietà e d’amore, la società umana sorrise come, dopo uno squallido inverno, la terra ai tepori primaverili. Le Muse, «de’ lieti principii in cor secure», donarono agli uomini «il plettro e l’arte sacra del plettro», e le amiche Grazie «il dilettar denaro e il suader potente»:

al suon che primo Si sparse a l’aura, dispogliò l’antico Squallor la terra, e rise.

Era l’ultima aetas virgiliana, il sospirato ritorno dei Saturnia regna, ovvero un’età novissima, che si rannodava a quella ch’ebbe già ad annunziare

L’Angel che venne in terra col decreto Della molt’anni lagrimata pace?

Era un’utopia, per così dire, retrospettiva, a cui forse spingevano pur le dottrine sociali del Rousseau; o una meditata riconciliazione con la più santa utopia della fratellanza evangelica? A ogni modo, il poeta, che voleva ostentare uno spensierato neopaganesimo, ecco che rivelava, nel fondo del suo cuore, un ardore di neofita e una sete d’idealismo cristiano, che male celavan le ceneri della miscredenza volterriana. In questo Carme, così classicamente drappeggiato, il paganesimo non è che al di fuori, nella forma. La Musa ispiratrice, l’Urania del nuovo poeta, «di caduchi allori non circonda la fronte in Elicona»; e le Grazie, che ne allietano il canto, non mendicano estranei fregi da intessere al vero, o profani diletti. La Musa manzoniana è severa e pudica, e caste e immacolate le Grazie che le fanno corona.

Da lor sol vien se cosa in fra i mortali È di gentile; e sol qua giù quel canto Vivrà che lingua dal pensier profondo Con la fortuna de le Grazie attinga.

Il Manzoni ha già trovata persino la formola della nuova arte sua; così che più tardi, Apollo, irato contro i Romantici milanesi, non avrà se non da ripetere, nella terribile sua sentenza:

«Tutto ei deggia da l’intimo Suo petto trarre e dal pensier profondo, E sia costretto lasciar sempre in pace L’ingorda Libitina e il veglio edace».

[16] Cicerone chiamò volubilis l’orazione facile, Brut. 28; e il Tasso, Gerus. lib., XX, 13, disse: «Così correan volubili e veloci Dalla sua bocca le canore voci»; e il Monti, Prometeo, I: «Nè della lingua all’imperfetto guizzo Permise la volubile parola».

V.

Dopo la pubblicazione dell’Urania, nel 1809, il genio del Manzoni tacque, fino al 1815, quando vennero fuori i primi quattro Inni sacri. Che cosa era avvenuto in questi sei anni, che vanno dal ventiquattresimo al trentesimo del poeta, e son quelli dunque della virilità operosa? Ce lo dicono soprattutto le preziose lettere a Claudio Fauriel; a quell’amico «cortese»,

Di cui cara l’immago ed onorata Sarammi infin che la purpurea vita M’irrigherà le vene,

come protestava il Manzoni, negli sciolti A Parteneide.

Le lettere al Fauriel a noi pervenute sono cinquantaquattro,[17] e di esse la prima è datata da Susa, 17 febbraio 1807. Parecchie son quelle di quest’anno e dei successivi fino al 20 aprile 1812; poi succede un lungo silenzio di circa due anni. Il 9 febbraio 1814, ecco che il Manzoni si rifà vivo, per dar conto all’amico della sua felicità domestica e dei lavori che aveva tra mani. Comincia:

«Si je voulais m’engager à vous expliquer comment il s’est fait, qu’avec le plus vif et le plus constant souvenir d’un ami tel que vous, j’ai laissé passer tant de tems sans me rappeler à vous....., je ne saurais comment m’y prendre, et j’espère que vous voudrez concilier avec votre indulgente amitié ces deux faits, dont l’un n’est que trop indubitable, et sur l’autre desquels je désire bien ardemment que vous n’ayez jamais eu de doutes. Je romps enfin ce silence que je me suis si souvent reproché, ne sachant pas si quelque circonstance ne viendra pas me le faire garder forcément pour quelque tems, et me priver de la consolation d’avoir une lettre de vous».

Se si pensa ch’eravamo alla vigilia dell’abdicazione di Napoleone, s’intenderà facilmente come il timore di torbidi politici non era davvero campato in aria. Un tal Mantovani, antico servitore dell’Austria e molto devoto alla Chiesa, buon uomo del resto e smanioso dell’ordine, annotava in un suo diario, ora alla Biblioteca Ambrosiana, sotto la data del 1º gennaio di quell’anno:

«Incomincia il nuovo anno con un apparato assai lodevole, cioè non più colla speranza di esser liberati dal nostro governo, ma colla certezza di avere a giorni un grosso corpo di Austriaci a Milano. Questo pensiero ci fa tollerare le gravi e quotidiane contribuzioni, delle quali per la settima volta siamo aspramente angustiati». I sudditi, «gementi per l’orribile scorticazione», frenano le querele in attesa del vicino rimedio. «Milano ha un aspetto brillante, perchè avvivata dalla certezza di finirla».[18]

Occorre ricordare che il Ministro responsabile di quelle «quotidiane contribuzioni» e di quella «orribile scorticazione» era il Prina?

Fin dalla metà del dicembre 1813, l’esercito austriaco, sotto gli ordini del feld-maresciallo conte Bellegarde (di famiglia di condottieri, sul tipo del Conte di Carmagnola), aveva occupata la maggior parte della terraferma veneziana; e si buccinava che il re di Napoli, Gioacchino Murat, trattasse con lui ai danni del vicerè Eugenio. Certo, il 28 gennaio, il quartier generale dell’esercito napoletano era già a Bologna; e il 4 febbraio, Bellegarde occupava Verona. Di qui egli emanò un proclama, che strideva con quelli che il generale Carascosa e il procuratore Poerio venivan pubblicando, in nome del re Gioacchino, nell’ex-ducato di Modena e Reggio e nella provincia pontificia di Ancona. L’uno diceva: «Voi piemontesi, voi nobili toscani, e voi sudditi dell’antica Casa d’Este, tornerete nelle vostre felici condizioni d’una volta; la capitale del mondo cattolico cesserà di essere la seconda città di uno Stato straniero»; gli altri promettevano l’unità e l’indipendenza di tutta l’Italia, sotto l’unico loro re. E il giorno avanti che il Manzoni riprendesse la penna per iscrivere al Fauriel, l’8 febbraio, l’esercito austriaco, a cui il napoletano, venendo meno alle promesse, non s’unì, s’incontrò sul Mincio col franco-italiano condotto da Eugenio. Si combattè con ardore e bravura dall’una e dall’altra parte; ma nè gli Austriaci riusciron nell’intento di porre il piede sulla riva lombarda, nè i Francesi a respingere il nemico di là dall’Adige. E che sarebbe avvenuto tra qualche giorno?

Il Manzoni aveva da poco comperata una casa, nella «contrada del Morone», al n.º 1171: quella stessa in cui poi passò tutta la lunga sua vita, e dove, fra tante altre, ebbe la visita di Cavour e di Garibaldi e del principe Umberto, e rifiutò garbatamente quella dell’arciduca Massimiliano (il povero Massimiliano!). Ad essa era congiunto, ed è ancora un piccolo giardino: «où il y a un grand jardin», scriveva egli scherzosamente, «d’à peu près un dixième d’arpent». Poichè negli ozii di Brusuglio era diventato un giardiniere meglio che dilettante, ora si affretta a piantar qui le sue amate robinie[19] e abeti e rampicanti:

«où je n’ai pas manqué de planter des liquidambars, des sophora, des thuya et des sapins, qui, si je vis assez, viendront quelque jour me trouver par la fenêtre».

E intanto gli cresceva la famiglia. Il 21 luglio dell’anno avanti, gli era nato un secondo figliuolo (la primogenita, la Giulietta che poi andò sposa a Massimo d’Azeglio, era nata a Parigi, sul Boulevard des Italiens, al n.º 23, il 23 settembre del 1808; ed era stata tenuta a battesimo dal Fauriel, «homme de lettres, agé de 35 ans», e da Gaetano Boldoni, «homme de lettres, de 45 ans»): un maschietto questa volta, in cui aveva rinnovato il nome di suo padre. Veniva sù bene.

«....après avoir bien fait souffrir mon Henriette pendant la grossesse, il la dédommage à présent, et nous console presque à chaque instant par sa bonne santé, par sa tranquillité, par son hilarité et sa sagesse. Henriette le nourrit, et s’en trouve très bien. Il était né faible, et presque malingre, d’une mère qui était dans le même état; mais peu à peu tous deux se sont remis en force, au point qu’Henriette (à part des petites incommodités dont elle n’a jamais été bien libre) est une excellente nourrice, et mon petit Pierre est un des enfants mieux portants que l’on puisse voir».

La buona signora Enrichetta scriveva, alla sua volta, a una cugina che il neonato era «un bellissimo bambino e rassomigliava intieramente alla sua piccola sorella:... i suoi due primi nomi», aggiungeva, «sono Pietro Luigi, ma noi lo chiamiamo Pedrin». Un vero idillio domestico; e il babbo giardiniere, tra il sorriso dei bambini e le cure agricole, non dimenticava i versi. «Quant à moi», diceva, «je suis entre la famille, les arbres et les vers».

[17] Per codeste lettere, vedi: Il Manzoni ed il Fauriel studiati nel loro carteggio inedito da ANGELO DE GUBERNATIS; 2ª edizione, Roma, 22 maggio 1880.—Sul Fauriel (nato a Saint-Étienne, il 21 ottobre 1772) e sulla sua corrispondenza col Manzoni, son da rileggere i due saggi del SAINTE-BEUVE, da prima apparsi nella Revue des deux mondes del 1845 e 1846 (il Fauriel era morto il 15 luglio 1844), poi nei Portraits contemporains, t. IV, Paris, 1889.—Scrissero anche del singolare letterato francese il RENAN, nella Revue des deux mondes del dicembre 1855, e il FORTOUL, nella stessa rivista, maggio 1846.

[18] Cfr. G. DE CASTRO, La restaurazione austriaca in Milano (1814-1817); nell’«Archivio storico lombardo», a. XV. s. II. fasc. 3, 30 settembre 1888; pag. 597.

[19] Con la nipotina Vittoria, figlia di Pietro e moglie poi del senatore Brambilla, egli amava, più che del Romanzo, vantarsi d’essere stato «il primo introduttore delle robinie in Italia!».

VI.

Mette conto d’indugiarsi un momento a considerare il Manzoni sotto questo nuovo aspetto, di agricoltore e di giardiniere. Una simile simpatia per gli esperimenti agricoli mostrò prima di lui, tra i nostri grandi poeti, il Petrarca.[20]

In una lettera da Brusuglio, 20 luglio 1810, il Manzoni, ch’era tornato pochi giorni prima, dopo una sosta più o meno lunga a Lione e a Torino, da Parigi, informa gli amici, che con tanto rimpianto aveva lasciati alla Maisonnette, dei risultati ottenuti dalla seminagione del cotone, e dei tentativi fatti a Lecco pel caffè.

«En vérité le climat est bien meilleur ici; le soleil y donne de bonne foi, je suis déjà devenu tout-à-fait cultivateur. J’ai vu le coton dont j’ai envoyé de Paris la graine....: quelques plantes ont déjà plus d’un pied, de sorte que j’espère en cueillir, quoiqu’il ait été planté à la fin de mai. Si cela réussit, il me paraît qu’on pourra ne plus douter de celui qu’on plantera à la moitié d’avril. J’ai demandé compte de celui que j’avais planté moi-même il y a deux ans, et on m’a présenté un panier de cocons, dont une partie bien mûris; que sais-je si ç’a été cueilli à temps? Il y a mieux: c’est qu’on m’assure dans la maison d’avoir pris du café planté et cueilli a Lecco: nous verrons l’année prochaine. J’ai semé de la luzerne; le sainfoin vient ici naturellement dans les blés et parmi les buissons».

Il 21 settembre riscrive, con maggior calore e meglio addottrinato, al suo Fauriel, «à ce divin Fauriel»:

«.... je suis dans les projets d’agriculture jusqu’au cou. J’ai trouvé ici beaucoup d’excellents livres, dont je ne savais pas même l’existence: ce m. Re entr’autres en a écrit plusieurs avec une sagesse, une expérience et une étendue de connaissances qui font vraiment plaisir. Les cotons sont flambés pour cette année, excepté le nankin dont je ferai quelques graines; mais ça ne me décourage nullement....».

In un’altra lettera, del febbraio 1811, discorre ancora lungamente di cotone e di trifoglio, e sollecita una larga spedizione di semi. Soggiunge:

«Pour les graines de fleurs, soyez le plus généreux que vous pourrez; et si on pouvait en avoir d’arbres ou arbrisseaux exotiques, que vous pourrez conjecturer n’être pas encore multipliés en Italie, je me recommande à vous. J’ai le Bon-Jardinier, Dumont-Courset, et Miller. Le professeur Re a publié Il Giardiniere avviato nella sua professione, que je crois un très bon livre.—À-propos, j’ai demandé ici au pépiniériste de la graine de robinier; il m’a dit que cette année en avait donné très peu, que lui n’en avait qu’en petite quantité, et il a ajouté que celle venue ici levait très difficilement; cher et bon ami, ajoutez à votre envoi un bon paquet de cette graine, qui, je crois, se trouve à Paris très facilement. La Datura arborea se multiplie-t-elle par graines? Si cela est, que j’en aie. Et peut-on en avoir du cèdre du Liban? Je ne crois pas vous avoir parlé de mon dattier; il a peut-être six pouces à présent (il a été semé en juillet passé), mais le Dictionnaire d’Agriculture me dit qu’il lui faut vingt ans pour avoir je crois deux ou trois pieds: c’est encourageant».

E ancora, il 6 marzo 1812:

«.... il vaudra mieux vous prier de m’écrire pour me donner avis de votre départ, et pour me parler par anticipation de votre Dante, qui doit à présent être bien avancé.[21] Vous trouverez ici un jardin aussi bien avancé; vous trouverez une montagne qui a déjà presque dix pieds de hauteur, et que les géologues de la postérité assureront avoir été formée par le Seveso, qui est un torrent qui passe a peu de distance de la dite montagne. Vous trouverez aussi des forêts; mais avant qu’elles soient achevées, il faudra que vous ayez la bonté de me procurer les graines dont je joins la note a cette lettre».

Il Fauriel non avrebbe dovuto e potuto resistere a un invito, che presentava tante attrattive! E il Manzoni non si stanca d’insistere: «Venez! venez donc! J’ai mille projets de plantations que nous exécuterons ensemble». E poi: «J’ai trouvé (c’est-à-dire, je sais où trouver) une fameuse pièce pour votre travail; ce n’est rien moins qu’une lettre inédite de Vico sur Dante: Cuoco[22] l’a donnée à Bossi, qui me l’a promise». Attendeva con impazienza nuove spedizioni di semi, e intanto si scusava pei fastidii che con simili richieste egli arrecava agli amici della Maisonnette: «des longues et fatigantes recherches que ces graines vous ont coûté». In quell’aprile egli andava a Brusuglio quasi ogni giorno, per attendere e sorvegliare ai lavori del giardino. «Croiriez-vous», scriveva il 20, «que nous plantons encore? et que nous planterons la semaine prochaine? tant la saison est arriérée!».

Ora, pur codesto infatuamento georgico, come gli entusiasmi per la poesia romantica e per la storia medievale, s’erano accesi nell’animo del Manzoni negli anni di Auteuil e della Maisonnette. La dea di quei ritrovi intellettuali, l’amabile e amata signora Condorcet, era stata, e continuava ad essere, un’appassionata studiosa di botanica; e l’amico preferito, il Fauriel, non lo era meno. Negli anni, che anche ora ricordava con inestinta nostalgia, trascorsi a Saint-Étienne e a Tournon, questi aveva alternate le ardenti discussioni d’arte e di politica con lunghe passeggiate attraverso i campi o su per le montagne donde sgorga la Loira. La flora, i muschi soprattutto, avevan meglio attirata la sua simpatia; ed egli, secondando il bisogno del suo spirito, non s’era contentato d’una vaga ammirazione da dilettante, ma aveva approfondito quanto la scienza ne era venuto scrivendo. E quell’amore di gioventù e di provincia s’era confuso più tardi, nella capitale, con un amore che avrebbe poi tenuta avvinta tutta la sua vita. Un giorno dell’inverno 1801, quand’egli era addetto quale segretario particolare presso il Gabinetto del famoso ministro di polizia Fouché, aveva incontrato al Giardino delle Piante la signora Condorcet. Divennero presto amici; e il Fauriel nelle conversazioni di Auteuil e della Maisonnette trovò un appagamento più pieno de’ suoi gusti di scienziato e di storico, che non nel salotto della Staël, dove di preferenza s’agitavano questioni d’alta politica. Dopo, quando la colta signora rimase vedova, egli si era rifugiato con lei nella campagna presso Meulan; dove appunto li avevan ritrovati la Giulia Beccaria e il suo vénéré Charles, e dove venne a ricercarli Alessandro Manzoni.

Il quale conservava religiosamente un caro ricordo agricolo della gentile ospite. In una lettera al Fauriel del maggio 1821, esce a dire:

«Veuillez dire à madame de Condorcet que toutes les fois que je puis m’occuper d’agriculture ou de jardinage, je consulte de préférence l’Almanach du Bon Jardinier de 1820, et que je ne manque jamais de donner un coup d’oeil au frontispice».

Vi era, par facile l’intenderlo, una dedica della donatrice.

Occorre aggiungere che, in Lombardia, di quel tempo, i signori gareggiavano a piantare nelle loro ville begli alberi esotici e a coltivarvi bei fiori: ne aveva dato l’esempio l’abate Crivelli, nel magnifico parco di Mombello. Così che, anche nel Manzoni, si confondevano due amori: quello avito del signore lombardo, e quello nuovo del figlio dell’Enciclopedia e della Rivoluzione.[23]

[20] Vedi nel volume del DE NOLHAC, Pétrarque et l’humanisme, Paris, 1892, il curioso «excursus» Pétrarque jardinier, pag. 385 ss.

[21] Soltanto nella Revue des Deux Mondes dell’ottobre 1834 il Fauriel pubblicò poi la sua Vita di Dante. Le lezioni su Dante e le origini della lingua e della letteratura italiana furon pubblicate postume, dal Mohl, nel 1854, in due volumi.

[22] Vincenzo Cuoco, l’illustre autore del Platone in Italia e fondatore a Milano del Giornale Italiano, ebbe rapporti d’amicizia col giovane Manzoni. Rimase a Milano dalla metà del dicembre 1800 ai primi d’agosto 1806.—Cfr. l’eccellente studio di ATTILIO BUTTI, La fondazione del “Giornale Italiano„ e i suoi primi redattori, nell’«Archivio Storico Lombardo», 30 settembre 1905; pag. 121 ss.

[23] Scrivo queste pagine nella villa Negri alla Cassinetta, sul Naviglio grande, presso Abbiategrasso; dove appunto, tra maestosi tigli ed ippocàstani e noci d’India e gestroemmie e platani e magnolie e ailanti e thuie e abeti, piantati suppergiù nel primo decennio del secolo scorso, torreggiano due magnifici cedri del Libano. Quasi ad illustrazione del giardino, c’è poi una biblioteca ricca di libri d’agricoltura e di giardinaggio: dagli Elementi d’agricoltura di Ludovico Mitterpacher di Mitternburg tradotti da Carlo Amoretti, Milano 1794, in tre grossi volumi, alle Memorie dell’Accademia d’agricoltura commercio ed arti di Verona, 1807; dalla Coltivazione dei bigatti del prete Antonio Abate, 1803, al saggio Dei letami del conte Filippo Re, 1815; dall’opuscolo sulla Coltivazione delle patate e loro uso di Carlo Amoretti, bibliotecario dell’Ambrosiana, 1801, ai Saggi di agricoltura pratica del conte Carlo Verri, 3ª ediz., 1818; dall’École du jardin potager del De Combles, 6ª ediz., 1822, a Le bon jardinier pour l’année 1827, ventottesima edizione!

VII.

Il Fauriel era stato messo a parte dell’evoluzione religiosa che si veniva compiendo nell’animo del Manzoni: «il già sì fiero Alessandro», come, non senza enfasi e compiacimento d’apostolo, lo chiamava monsignor Luigi Tosi. Il quale era un po’ come il Sarto dei Promessi Sposi: avendo avuto mano a quella conversione, gridava volentieri al miracolo. Scriveva da Milano all’abate Dègola, genovese (n. 1761, m. 1826), il 26 agosto 1810:

«Buon per me... che il Signore ha fatto tutto in questa famiglia. Egli ha data a tutti tre tanta semplicità e docilità, quanta non ne ho mai trovata in vent’anni di ministero, nemmeno nelle persone più rozze e più basse. Oh qual miracolo è questo della Divina Misericordia! Non la sola Enrichetta, che è un angelo di ingenuità e di semplicità, ma Madama, ed anche il già sì fiero Alessandro, sono agnellini che ricevono con estrema avidità le istruzioni più semplici, che prevengono i desiderii di chi dovrebbe dirigerli, che dànno coraggio a chi loro parla onde parli liberamente, che tutto mettono a profitto di loro santificazione. Intanto il sistema di famiglia è ordinato nel modo più savio; l’unione dei cuori è mirabile; e tutti cospirano ad animarsi vicendevolmente, a rinfrancarsi, a disprezzare tutti i rispetti umani. La città nostra è sommamente edificata da questo prodigio della destra del Signore; i buoni sono inteneriti, e presagiscono grandi beni alla causa della Religione da un tratto di grazia così straordinario ed inaspettato... Alessandro ha intrapresa la carriera con estrema docilità e sommessione; domani avremo ancora una lunga conferenza, e se il Signore conserva ed accresce in lui le sue benedizioni, egli pure sarà per fare gran passi»[24]

Non pare di riconoscere, nella pomposa eloquenza di questo monsignore, quella non meno calda e colorita del diacono Martino, nell’Adelchi?

Il Manzoni, dal canto suo, convinto d’essersi rimesso sulla buona via, tentava d’attirarvi, con quella signorilità di garbo che in lui era natura, anche l’amico del cuore. E gli scriveva da Brusuglio, il 21 settembre di quello stesso anno 1810:

«Quant à moi, je suivrai toujours la douce habitude de vous entretenir de ce qui m’intéresse, au risque de vous ennuyer. Je vous dirai donc qu’avant tout je me suis occupé de l’objet le plus important, en suivant les idées religieuses que Dieu m’a envoyé à Paris, et qu’à mésure que j’ai avancé, mon coeur a toujours été plus content, et mon esprit plus satisfait. Vous me permettez bien, cher Fauriel, d’espérer que vous vous en occuperez aussi. Il est bien vrai que je crains pour vous cette terrible parole: Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et revelasti ea parvulis. Mais non, je ne le crains point, car la bonté et l’humilité de votre coeur n’est pas inférieure ni à votre esprit ni à vos lumières. Pardon du prêche que le parvulus prend la liberté de vous faire».

A buon conto, ora ha smesso l’idea di tradurre il poema del Baggesen; come invece n’aveva fatto solenne promessa in quella epistola A Parteneide, del 1807-08, che termina:

Che se l’evento il mio sperar pareggia, Se nè la vita nè l’ardir mi falla, Forse, più ardito condottier già fatto, Ti piglierò per mano; e come io valgo, Meraviglia gentile a la mia sacra Italia io mostrerotti: a quella augusta D’uomini madre e d’intelletti, augusta Di memorie nutrice e di speranze.

Tra’ letterati di Lombardia, quando il Manzoni diffuse codesto poema nella traduzione del Fauriel, esso non era piaciuto. E non tanto per difetti suoi propri, quanto pel genere idillico cui apparteneva, che qui riusciva insopportabile. Il febbraio del 1811, il Manzoni riscriveva all’amico:

«Il ne faut cependant pas que je ne vous dise rien de Parthénéide. Vous savez que j’avais le projet de la faire lire à tous ceux de ma connaissance qui savent lire. Je l’ai fait; mais, entre nous, avec beaucoup moins de succès que je ne l’espérais. Baggesen n’en saura rien: mais voilà ce qui le consolerait s’il en était informé: c’est qu’on dit qu’au moins Parthénéide est plus passable qu’Hermann et Dorothée. Je dis que ça le consolerait, parce qu’il verrait que ce n’est pas contre son Poème, mais contre le genre, qu’on est prévenu. Difatti on a plaint beaucoup son beau talent de s’être exercé sur des niaiseries».

Alla versione il Fauriel aveva premesso un suo dotto, assennato e arguto Discorso preliminare, dove faceva man bassa su tutti i trattati di rettorica, ed inaugurava una critica filosofica, che guardava nell’intimo dell’opera d’arte. «C’est une critique au vrai sens d’Aristote, qui parle chez nous pour la première fois», sentenziava un giudice che se n’intendeva, il Sainte-Beuve.[25] E il Discorso sì, era stato gustato anche qui, da tutti.

«Mais votre discours», continuava il Manzoni, «a été goûté extraordinairement par tous. On admire la sagesse et la nouveauté des principes que vous posez; on est enfin enchanté: mais on dit que le genre Idyllique est insipide, sans variété, sans intérêt, sans vraisemblance: que ces poèmes le prouvent. Arrangez-moi cela. Au reste, ne prenez pas tout cela à la lettre, car il pourrait se faire que j’eusse entendu cela d’une manière plus exagérée qu’on n’a voulu le dire».

Il Manzoni ora aveva per il capo qualcosa di radicalmente diverso dal viaggio delle tre giovani sorelle a traverso l’Oberland fino alla Jungfrau: il dio della Vertigine e il dio dell’Inverno, troneggianti sui ghiacciai alpini, nè lo attiravano, nè lo commovevano più. Nel suo ardore di neofito, egli veniva vagheggiando l’idea di comporre una serie di Inni sacri, e fissava sulla carta dodici soggetti: 1. Il Natale.—2. L’Epifania.—3. La Passione.—4. La Risurrezione.—5. L’Ascensione.—6. Le Pentecoste.—7. Il Corpo del Signore.—8. La Cattedra di San Pietro.—9. L’Assunzione.—10. Il nome di Maria.—11. Ognissanti.—12. I Morti. Dall’aprile al giugno 1812, ne aveva già composto uno, La Risurrezione: quel forte aveva finalmente scosso e gettato via il logoro bagaglio neoclassico, che ne impacciava i movimenti;

Come a mezzo del cammino, Riposato alla foresta, Si risente il pellegrino, E si scote dalla testa Una foglia inaridita, Che dal ramo dipartita, Lenta lenta vi ristè.

L’intonazione morale e qualche procedimento artistico permangono pariniani. Le interrogazioni onde l’Inno comincia («Or come a morte La sua preda fu ritolta? Come ha vinte...? Come è salvo...?»); le figurazioni scultorie («dall’un canto Dell’avello solitario Sta il coperchio rovesciato»; «Un estranio giovinetto Si posò sul monumento...»); il colorito realistico («Non è madre che sia schiva Della spoglia più festiva I suoi bamboli vestir»); i precetti morali e sociali, inculcati con bonaria autorità («Sia frugal del ricco il pasto....»): fanno pensare agli ammirati modelli dell’austero predecessore. Ma qui la morale, che vorrei dire stoica, del cittadino abate è pervasa e sublimata dalle essenze più pure ed eterne del Vangelo. Col fiero laico, già volterriano, rifiorisce la poesia che spera e prega, che accenna «al premio che i desidèri avanza», che, sconfortata dell’impotenza dell’umana Ragione, ridispiega fiduciosa le ali verso quel «Dio che atterra e suscita, Che affanna e che consola».

Con la lettera, onde siamo mossi, del 9 febbraio 1814, il Manzoni informa il Fauriel d’aver condotti a termine altri due degl’Inni: certamente Il nome di Maria, che fu composto dal 9 novembre 1812 al 19 aprile 1813, e Il Natale, dal 13 luglio al 29 settembre 1813.

«J’ai écrit deux autres Inni, avec l’intention d’en faire une suite: le premier de ceux-ci, qui ne sont que manuscrits, a eu tout le succès que je pouvais désirer; le second n’a pas été si approuvé, ce qui m’a fait croire que tous ceux qui en ont jugé avaient perdu le sens commun, eux qui avaient tant de pénétration quand ils ont trouvé les autres bons! Quand les temps seront un peu plus tranquilles, je les soumettrai à votre jugement, qui est pour moi la plus grande autorité».

[24] Cfr. Eustachio Dègola, il clero costituzionale e la conversione della famiglia Manzoni; spogli da un carteggio inedito di ANGELO DE GUBERNATIS; Firenze, Barbèra, 1882; pag. 494-95.

[25] Portraits contemporains; Paris, 1889. IV, pag. 196.

VIII.

In grazia degl’Inni, il Manzoni aveva messo da parte—per poco tempo, come immaginava, nella certezza di riprenderlo poi più tardi (sono illusioni di cui si può esser vittima anche senza esser «letterati grandi»!)—un altro suo poemetto; che, a giudicarne dagli scarsi indizi, sarebbe riuscito d’ispirazione, anch’esso, tra virgiliana e pariniana.

«Il s’en faut bien que j’aie mis de côté mon petit poème, quoique depuis quelque temps je n’y ai pas mis la main; mais j’ai tout mon plan fait, et quelques morceaux d’écrits».

Di codesto disegno generale e di codesti brani il Bonghi dichiarò di non aver ritrovata traccia nè tra i manoscritti manzoniani, nè presso gli amici del poeta. Non è improbabile che altri, in grazia di più diligenti ricerche, possa essere più fortunato. Ad ogni modo, da una lettera precedente, del 5 ottobre 1809, scritta a Parigi e diretta alla Maisonnette, apprendiamo che il soggetto del poema era la vaccinazione.

«Je suis plus heureux que je ne le mérite, pour ma Vaccine. Je réçois de Milan un extrait d’un ouvrage que l’on va imprimer, et dans lequel il est dit que non seulement on a trouvé la petite vérole dans les vaches en quelques endroits de la Lombardie, mais que dans la Valle di Scalve, qui est dans les montagnes de la Bergamasque, il y avait une tradition, que l’on conduisait les vaches infectes dans les maisons de ceux qu’on voulait preserver de la petite vérole naturelle. Ainsi, voyez, j’ai vaccine, Lombardie, montagnes et tradition!».

Si trattava dunque d’una specie d’ampliamento, sul modello delle Georgiche, con variazioni didascaliche, descrittive e narrative, della famosa ode al dottor Bicetti? A buon conto, oramai il poeta aveva già sotto mani, sulla tavolozza, quel che di meglio, anzi d’essenziale, l’arte sua pretendeva: l’ambiente storico o leggendario della sua Lombardia, e quei monti, quella pianura a perdita d’occhio, quei colli «beati e placidi», quei laghi incantevoli, quei fiumi e quei ruscelli, che son già nello sfondo delle sue tragedie, e son tanta parte del suo romanzo.

Vero è che il momento buono di mettersi intorno a codesto poema non veniva mai. Aveva, sì, fatto un altro passino avanti. Per quanto egli fosse un grande ammiratore del Giorno, e di quel verso sciolto che ha tutta la squisita e snella eleganza d’una clamide, onde gli scultori greci rivestivan le Giunoni o le Minerve, le Flore o le Muse; e ammirasse, anche in questo d’accordo col Fauriel, la stupenda versione montiana dell’Iliade[26]: si era dovuto convincere che, per un poema un po’ ampio, il verso sciolto dovesse riuscire a stancare. Altro è un poemetto, come il Carme all’Imbonati e l’Urania, come il Prometeo del Monti e I Sepolcri; e altro, poniamo, un poema come L’Italia liberata dai Goti o Le Api del Ruccellai o La Coltivazione dell’Alamanni. Il metro veramente acconcio per componimenti di tanta ampiezza, nella nostra poesia, è l’ottava: quella dell’Orlando Furioso, se non anche quella della Gerusalemme Liberata, e della Coltivazione de’ Monti di Bartolomeo Lorenzi.[27]

Il 6 marzo del 1812, il Manzoni riscriveva da Milano:

«Je vous dirai aussi un mot de ce travail dont je vous ai parlé à Paris. Je n’y ai pas trop pensé, ainsi je n’ai fait jusqu’à présent que le plan et le commencement du premier chant. Il est en octaves, auxquelles je me suis decidé par la crainte qu’une suite trop longue de vers blancs ne devint assommante, et je m’en trouve très content. Mais je pense bien vous consulter là-dessus, si vous avez la patience de m’écouter».

Il 20 aprile, si era ancora allo stesso punto: il poema stava molto in mente del poeta, ma quanto al tradurlo sulla carta non sembra fosse progredito. Anzi si direbbe, a giudicarne dalla risposta del Manzoni, che le assennate osservazioni del Fauriel non dovessero contribuir molto a confortare e spingere il poeta a quella traduzione. Riscriveva da Brusuglio:

«Un mot de mon ouvrage; que l’intérêt que vous y prenez m’est cher! Je suis plus que jamais de votre avis sur la poésie; il faut qu’elle soit tirée du fond du coeur; il faut sentir, et savoir exprimer ses sentiments avec sincérité: je ne saurai pas comment le dire autrement. Quel dommage qu’après avoir prétendu faire de la poésie sans ces qualités, on se soit avisé à présent de la gâter dans ces qualités-là même! J’ai bien des choses à vous dire là-dessus, et j’espère que j’en aurai davantage à entendre, car c’est toujours pour moi un grand plaisir et un grand profit».

Certo, anche un poema sulla vaccinazione può dar luogo a poesia sentita, cavata dal fondo del cuore, e può essere espressa con sincerità; ma insomma, non è proprio un poema didascalico-narrativo quel che si sia meglio disposti a comporre, quando si è in quell’ordine d’idee circa la poesia! Il Manzoni non ne aveva però smesso il pensiero, anzi fa, sul proposito, nuove risoluzioni. Continua a dire:

«Vous avez deviné que j’ai agrandi mon plan; je l’ai même bien établi à présent, et j’en vois déjà beaucoup de détails. J’ai cependant pensé de ne pas trop m’occuper de ceux-là que quand j’y serai. Quant au style et à la versification, après m’être un peu tourmenté là-dessus, j’ai trouvé la manière la plus facile, c’est de ne pas y penser du tout. Il me parait qu’il est impossible d’appliquer dans le moment de la composition aucune des règles, ou qu’on peut avoir apprises, ou que notre expérience peut nous fournir; que de tâcher de le faire, c’est réussir à gâter sa besogne, et qu’il faut bien penser, penser le mieux qu’on peut, et écrire. Je me suis souvenu alors du verbaque provisam rem non invita sequentur [HOR., A. Poetica, v. 311], que je trouve être la seule règle pour le style, sans vouloir mettre en doute l’utilité réelle et très grande qu’il y a dans les recherches sur les causes des beautés du style, ni les bons effets de ces études sur l’esprit de celui qui fait des vers, et sur ses vers par conséquent».

Qui ci si affaccia già il critico audace della mirabile Lettera sulle Unità di tempo e di luogo, e il poeta spregiudicato delle tragedie; qui lo scrittore più meditativo, o uno dei due più meditativi, dell’Italia nuova (giusti son duo; ma non sembra vi siano ora molto intesi, dacchè altre faville hanno i cori accesi!), annunzia già il suo programma del pensarci sù!

Dal naufragio, che pare travolgesse il poemetto, furon salvati due versi soltanto, la chiusa d’un’ottava, mercè l’indiscrezione del più intimo degli amici del Manzoni. Scrivendo al Giusti, Tommaso Grossi venne fuori a dire:

«....Quando parli del concetto che si presenta splendido alla mente, e che costa tanto sforzo a tradurlo sulla carta, e riesce sempre monco, mi tornano alla memoria due versi del nostro Alessandro, che si trovano in una certa filastrocca inedita e non compita, che lavorò da giovane, e che avea per titolo: L’innesto del vaiuolo. Volendo anch’egli significare in versi quello che tu significhi in prosa, finiva una ottava così:

E sento come il più divin s’invola, Nè può il giogo patir della parola».

[26] «Monti a été enchanté du jugement favorable que vous faites de son Iliade». Lettera del Manzoni al Fauriel, febbraio 1811.

[27] Non è forse inopportuno ricordare che il Parini aveva scritto un sagace Parere su codesto poemetto del Lorenzi. Cfr. la mia edizione 2ª delle Poesie di G. Parini, 1906, pag. 70.

IX.

Le vicende politiche venivano a turbare tanto idillio domestico, e tanta operosa pace di studi e di poesia. Ricordo ancora due date: il 20 dicembre del 1813, gli Alleati avevan passato il Reno, e invaso il territorio francese; il 25 gennaio 1814, Napoleone aveva con un nuovo esercito lasciato Parigi, e andava loro incontro. Il 9 febbraio, come ho detto, il Manzoni rompeva il lungo silenzio con l’amico della Maisonnette, per riparlargli della famiglia, del giardino, del poemetto sulla vaccinazione, degl’Inni sacri. Soggiungeva:

«Ne trouvez-vous pas un peu extraordinaire qu’au milieu de tout ce tapage je vous parle de ces affaires? Mais vous savez que c’est un des plus grands mérites des poètes, fra tanti e tanti a lor dal ciel largiti, de trouver toujours le moyen de parler de leurs vers».

L’11 febbraio, la guarnigione francese di Verona, stretta dagli Austriaci, non potè più resistere, e s’arrese. Il 7 marzo, ottomila tra Inglesi e Siciliani, condotti da lord William Bentinck, il quale diceva di propugnare la costituzione di uno Stato libero italiano, sbarcarono presso Livorno; e il 14, l’ammiraglio vi proclamò d’esser venuto a stendere la mano agl’Italiani «per liberarli dal ferreo giogo dei Bonaparte». I Napoletani, con propositi non occulti di raggruppar la Penisola in un’unica monarchia indipendente, si fortificavano in Ancona e venivano via via occupando le altre città delle Marche. Sulle lagune, sul lago di Garda, sulle rive dell’Adige e del Mincio, avvenivano frequenti scontri degli Austriaci coi franco-italiani, con varia fortuna. Tra il quartier generale di re Gioacchino, il gabinetto dell’imperatore Francesco e lord Bentinck, era un vivo scambio di lettere. Nonostante le promesse e le belle parole, si capiva che l’Austria intendeva soprattutto alla restaurazione delle antiche dinastie: e il suo esercito, a buon conto, era entrato in Roma e vi aveva occupato il castel Sant’Angelo; e il conte Starkemberg s’era insediato in Firenze; e il conte Nugent creava, nei dipartimenti del Panaro e del Crostolo, un governo militare provvisorio, in nome dell’arciduca Francesco d’Austria-Este, erede di Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca del Brisgau.

La Lombardia, dal Mincio al Ticino, costituiva ancora il Regno d’Italia, e il vicerè Eugenio n’era tuttavia a capo. Sennonchè si presentivan prossimi, e generalmente si auguravano, possibili e più o meno radicali mutamenti. Il Beauharnais non v’era propriamente odiato, ma neanche amato. «Allevato ne’ campi di vincitori e di capitani, ma più d’ogni altro sotto la verga del loro maestro, aveva imparato a guerreggiare, e a temere d’acquistarsi regno da sè. A dirne il vero», soggiunge il Foscolo[28] «pareva nato solo a regnare in tempi tranquilli, dotato com’era di forte senso comune; di cuore perplesso a chi non sapeva incalzarlo; amorevole, non però liberale nè confidente; poco magnifico, se non in cose che potevano fruttare o rivendersi a un tratto; e prontissimo a sentirsi predominare dalle menti e dalle anime superiori alla sua». Amata invece, e da tutti, era la viceregina, la soave Augusta Amalia di Baviera, «bellissima fra le giovani, e d’indole angelica, e madre di principi nati in Italia».[29] Il Foscolo, che la definisce così, disegnava di celebrarla nell’Inno secondo delle sue Grazie; dove aveva abbozzato per lei questi versi:

O di clementi Virtù ornamento nella reggia insubre! Finchè piacque agli Dei, o agl’infelici Cara tutela, e di tre regie Grazie Genitrice gentil, bella fra tutte Figlie di regi, e agl’Immortali amica! Tutto il Cielo t’udia quando al marito, Guerregiante a impedir l’Elba ai nemici, Pregavi lenta l’invisibil Parca Che accompagna gli eroi, vaticinando L’inno funereo e l’alto avello e l’armi Più terse, e giunti alla quadriga i bianchi Destrieri eterni a correre l’Eliso.

Rispettato tuttora, ma reso poco valido dagli acciacchi, era il cancelliere Francesco Melzi duca di Lodi, il quale aveva varcata la sessantina. Odiati invece, per la loro arroganza, erano il conte Méjean, segretario del Principe, e il Darnay, zelante direttore delle Poste, che voleva dire efferato intercettatore di corrispondenze: e basterebbe sentire il Manzoni, per farsi un’idea del ludibrio a cui era ridotto il servizio postale. Mal tollerati erano altresì alcuni dei ministri: i conti Vaccari e Paradisi, in ispecie, anche perchè, dice il Foscolo, l’uno essendo bolognese e l’altro modenese, eran «nominati forestieri in Milano».[30] Odiatissimo poi era il novarese conte Prina, ministro delle Finanze, una delle più implacabili sanguisughe che mai abbiano servito alle dispendiose ambizioni del conquistatore. L’oculato duca Melzi lo aveva segnalato come agente pericoloso fin dal 1802, in un rapporto al Primo Console; ma codesti biasimi sonavano elogi all’orecchio del monarca, che della pietà non sapeva cosa farsi. Al cancelliere del piccolo Regno italico, questi avrebbe potuto rispondere quel che più tardi non si peritò di ribattere al Metternich: «Vous n’êtes pas soldat, et vous ne savez pas ce qui se passe dans l’âme d’un soldat. J’ai grandi sur les champs de bataille, et un homme comme moi se soucie peu de la vie d’un million d’hommes!»[31].

Napoleone era ancora «in solio», ma non più «folgorante»: la «reggia» rovinava, e il fantasma del «triste esiglio» si faceva ogni giorno più minaccioso; alle voci di «servo encomio» succedevan quelle di «codardo oltraggio». Anche in Milano gli scontenti levavano il capo. E mentre gli Austriaci premevan di fuori, e richiamavano il Principe e le sue milizie al confine, di dentro gli austriacanti, per la più parte aristocratici o burocratici, e i così detti Italici, ch’eran gli zelatori di ordinamenti nuovi, facevan leva insieme per rimuovere quel governo prepotente e rapace. Le simpatie del giovane Manzoni erano, s’intende, per gl’Italici; tra’ quali, com’egli si segnalava, oltre che per il resto, per la eccessiva prudenza, così si poneva in vista, con pericolosa imprudenza, il giovane conte Federico Confalonieri. Non so se già allora, certo di poi, nelle tragiche vicende di codesto audace cospiratore, il Manzoni gli si mostrò affezionato estimatore; e non esitò a manifestare, sotto gli occhi sinistri e sospettosi dell’aquila grifagna, la sua ammirazione per la eroica compagna del martire, la contessa Teresa Casati. Pel sepolcro di lei, morta di ansie e di crepacuore il 26 settembre del 1830, quando ancora il marito era imprigionato allo Spielberg, egli dettò una delle poche sue epigrafi, che fu scolpita nella tomba della famiglia Casati a Muggiò presso Monza; dove tra l’altro diceva: «Maritata a Federico Confalonieri il 14 settembre 1806—ornò modestamente la prospera sorte di lui—l’afflitta soccorse con l’opera e partecipò con l’animo—quanto ad opera e ad animo umano è conceduto.—Consunta ma non vinta dal cordoglio—morì sperando nel Signore dei desolati...—Vale intanto, anima forte e soave!». E al Confalonieri medesimo egli non si peritò di dare una esplicita prova dell’immutabile suo attaccamento, mandandogli allo Spielberg il libro dell’abate Ph. Gerbet, Considérations sur le Dogme générateur de la piété catholique (Paris 1833), che, in quei tempi di rinnovato fervore religioso, meritò al suo autore il nome di Platone cristiano. Vi scrisse sulla prima pagina:

A Federigo Confalonieri.

Che può l’amicizia lontana per mitigare le angosce del carcere, le amarezze dell’esiglio, la desolazione d’una perdita irreparabile? Qualche cosa, quando preghi: chè, se sterile è il compianto che nasce nell’uomo, e finisce in lui, feconda è la preghiera che vien da Dio e a Dio ritorna.

ALESSANDRO MANZONI.

Milano, 23 aprile 1836.

[28] Lettera apologetica, nelle Prose; Firenze, Le Monnier, 1850, pagina 556.

[29] A proposito di codesti principi, m’è caro rimandare all’interessante articoletto dell’amico prof. GIOVANNI BOGNETTI, Nascite sovrane in Milano (1773-1830), nella miscellanea nuziale Da Dante al Leopardi; Milano, Hoepli, 1904, pag. 652 ss.—Il Bognetti riferisce (p. 659) un brano di lettera del Melzi ad Eugenio, scritta dopo la partenza della viceregina, in cui poteva dirgli senza tema di cortigianeria: «Je puis assurer aussi à mon tour que tout est tranquille à Milan, mais bien triste, surtout depuis le départ de la Princesse, qui a réellement affecté toutes les classes de la population».

[30] Non so quanta fede meriti qui il Foscolo. Egli è di umor nero contro i Milanesi, ora. Comunque, se questi, e allora e poi, peccarono di eccessivo municipalismo, è certo che il maggiore tra essi, e allora e poi, aborrì da un cotal sentimento, perniciosissimo ai suoi ideali di patria. Ricordo un solo episodio. Al genero G. B. Giorgini, che gli aveva mandato da leggere gli stampini del suo opuscolo Dell’unità d’Italia in ordine al diritto e alla storia (Milano, Redaelli, 1861), egli scriveva l’11 marzo 1861: «L’esserti fatto tanto umile, mi fa esser tanto temerario. T’avverto dunque che se non mi viene un tuo avviso in contrario, a posta corrente, farò sulle prove del torchio... un piccolo cambiamento... A un calabrese sostituirò un Fabrizio Maramaldo. E questo perchè non m’avendo tu scritto d’aver trovato che tale fosse veramente la patria di quel colui, posso credere che l’osservazione ti sia sfuggita. E ad ogni modo mi par ben fatto di scansare ogni nome di provincia italiana nei fatti odiosi». Cfr. D’ANCONA. VI lettere di A. Manzoni a G. B. Giorgini (per nozze), Pisa, 1896, p. 9-10: e anche D’OVIDIO, Saggi critici, Napoli, 1878, p. 76.—Pel sentimento antiregionalista del Manzoni, si vegga pure la mia Introduzione al volume I di queste Opere, pag. XLIII.

[31] Cfr. Mémoires inédits du prince de Metternich, Paris, Plon, 1879; e cfr. «Revue des deux mondes» del 1º dicembre 1879, pag. 490.—Lo spunto delle parole di Napoleone alle prese con quel volpone della diplomazia, ricorda quelle dal Manzoni messe in bocca al Carmagnola tra i volponi del Consiglio dei Dieci (a. V, sc. [1ª]): «Giudice del guerrier solo è il guerriero; Voglio scolparmi a chi m’intenda.....». E la somiglianza, del tutto casuale, tra ciò che disse l’uom fatale e ciò che pensava il poeta del Cinque maggio, non è priva d’interesse!

[32] Dicon dettata dal Manzoni l’ultima supplica, del 12 febbraio 1830, che la Teresa diresse all’Imperatore, perchè le fosse «concesso di terminare i suoi giorni accanto a quello che la Provvidenza le aveva dato per compagno». L’ha pubblicata il D’ANCONA, nel volume sul Confalonieri.

X.

Se si vuol prestar fede al Cantù, il Manzoni così avrebbe giudicato, parecchi anni dopo, dei precedenti e delle conseguenze di quelle agitazioni e di quei moti, che segnaron la caduta del primo regno italico.

«—La forza non ha mai fatto bene. In ogni secolo troverai pochi anni di pace, ne’ quali gli uomini progrediscono: tutt’a un tratto si rompe la guerra; chi aveva interesse a conservare il vecchio, torna allo stato di prima, e al fin della guerra si è ancora alla condizione antica, e si deve ricominciare la lotta del vero.

—La rivoluzione francese giovò veramente! Da gran tempo le menti avevano preso in fermento, una spinta verso il meglio. Le opinioni grandeggiando venivano ad imporre alle istituzioni... Poichè non avvennero, è impossibile dire appunto quali avvenimenti sarebbero nati dalla pace: ma i quarant’anni, in cui fosse seguitato quel progresso, senza interromperlo col volgerlo sopra fantasmi o vanità splendide, chi sa dove avrebbero portata l’umanità. All’incontrario, quando la rivoluzione finì nel 1814, si trovò che tutta Europa, stanca, amava di vero amore i rappresentanti del despotismo: primo, perchè pareano rimetterla in quiete; secondo, perchè son ben pochi che sappiano odiare uno senza amare il nemico di esso. Questo dai popoli. Dai re venne stabilito un diritto assoluto, un regnare per la grazia di Dio, per diritto sopra o extra-umano, che prima non v’era. Difatto non v’avea paese (quando forse non se ne eccettui la Lombardia) dove non vi fossero istituzioni indipendenti dal re. Tant’è vero che ogni re, quando veniva eletto, prestava un giuramento: il che suppone che credevano anch’essi qualche cosa superiore a sè, da cui tenevano l’autorità. Di ciò nulla dopo il 1814....

Si dice che in Lombardia non v’era idea di nazionalità prima che venissero i Francesi. Falso. Quando s’è in possesso d’una cosa, meno se ne discorre: d’indipendenza non parlano tanto gl’Inglesi p. es., quanto gl’Italiani. Nazionalità v’era sì, e mostravasi a mille atti aperto l’attaccamento al proprio paese, alle leggi, alle consuetudini; e quando i principi austriaci le violassero, se ne sentiva il lamento comune, si mandavano deputati a richiamarsene. Questa nazionalità è vero ch’era lombarda. Vennero i Francesi, che con manifesto despotismo la conculcarono, facendo tutto venir di fuori, leggi, armi ecc. ecc. Allora ci si pensò di più. E poichè trattavasi di rinnovare il principio, e l’idea di nazionalità lombarda era un assurdo evidente, si prese un simbolo più vero, più esteso: la italiana».[33]

Gl’Italici eran d’accordo nel vagheggiare un ideale d’autonomia e d’indipendenza; ma circa i modi e la via da tenere per conseguirlo, i pareri eran diversi o contrarii. I più reputavan possibile e desiderabile la conservazione di quell’effimero ed assurdo Regno d’Italia;[34] magari con un principe di Casa d’Austria, magari col Duca di Clarence, terzogenito del re Giorgio III d’Inghilterra. Il Manzoni era dei pochi che mirassero, con magnanima e incrollabile persistenza, alla unificazione monarchica di tutta quanta la Penisola,

Che natura dall’altre ha divisa, E ricinta con l’alpe e col mar.

Egli era convinto come assai spesso «sia più ragionevole chiedere il molto che il poco».[35] E se il supremo benefizio dell’unità avessimo dovuto riconoscerlo da un principe francese, si chiamasse Beauharnais o Murat, viva, per il momento almeno, anche Eugenio o Gioacchino!

Nello scartafaccio del Cantù gli sono altresì attribuite queste osservazioni:

«—Nel 1814 la maggior parte erano abbagliati dal fantasma della gloria passata: molti, per le circostanze delle cose, desideravano ardentemente gli Austriaci; cioè, dopo diciotto anni di tanti casi, desideravasi restituito quell’ordine di cose che allora, per voce di filosofi e confessione dei principi stessi, si era conosciuto disadatto. Pochi, i più quieti, dicevano:—Ma che volete mai fare? lasciate un po’ fare a loro! Volete andare contro tante baionette? ecc. ecc.—Allora si stabilì la pace.....

—Nessuna nazione ha diritto d’intromettersi negli ordinamenti interni delle altre, giacchè ciascuna deve conoscere il proprio meglio, e a questo provvedere di voto comune.....

—Non è mica ben intesa neppure la questione di straniero. Questa è affatto accidentale. Se straniero è chi parla diversa lingua, sono dunque sotto padrone straniero l’Alsazia e i dipartimenti tedeschi?[36] Questa è qualità accidentale, giacchè potrebb’essere qui un governo tedesco, senza le cancellerie auliche, ed esser buono, purchè eletto o voluto dalla nazione ecc. Tanto è vero che v’è paesi in Italia sotto principi italiani, ove si sta peggio che sotto gli Austriaci. La questione dunque è più giustamente posata col dire: Governi buoni e Governi cattivi».

E quanto all’Austria, e a quel nefasto bigotto della restaurazione che fu il Metternich, s’affrettava a soggiungere:

«—Libertà, dicono, è obbedire solo alle leggi. Questa definizione potrebbe piacere anche a Metternich, giacchè le leggi le fa lui! Importa sapere da chi e come sono fatte, e se buone o cattive. Era una legge anche quella degl’imperatori romani di adorare gl’idoli; e i cristiani credeansi in dovere di disobbedirla».

La restaurazione cieca, il mantenere o risuddivider l’Italia negli antichi e ridicoli staterelli, rinnegando quei principii, respingendo quegli ammonimenti, rinunziando a quei vantaggi che costavan sì enormi sacrifizii di sangue e di sostanze, questo era il peggio. E poichè il re di Napoli dava non dubbii segni di voler proclamare la guerra santa dell’unificazione, egli, il Manzoni, aveva simpatia per l’avventuriero Murat. Che importava che questi non fosse re per la grazia di Dio? Lo sarebbe stato pel volere concorde del popolo; ch’era un modo più conforme alle conquiste intellettuali della Rivoluzione. E in quella simpatia il poeta non era solo. A Milano passavano per murattisti il conte Giacomo Luini, direttore generale della polizia, e il generale Teodoro Lechi, il cui fratello Giuseppe già militava nelle file dell’esercito napoletano; e fino si buccinava che il generale Domenico Pino, a cui di lì a qualche giorno sarebbe stato affidato il comando militare di Milano, partecipasse agli audaci disegni del re.

[33] Cfr. CANTÙ, A. Manzoni, reminiscenze; 2ª ediz., Milano, Treves. 1885, vol. II, pag. 311 ss.

[34] Assurdo anche per la sua configurazione. S’immagini che chi avesse voluto dalla capitale recarsi a Bologna, la terza città del Regno, per la più corta, doveva traversare il dipartimento francese del Taro, l’antico ducato di Parma! Tutti sanno che Giuseppe Verdi nacque (il 10 ottobre 1813) in questo dipartimento, così che qualche allegro biografo d’oltr’Alpi ha voluto farne un francese!

[35] Nella Prefazione al Conte di Carmagnola; pag. 157 di questo volume.—Nella lettera a Giorgio Briano, da Lesa il 7 ottobre 1848, il Manzoni chiamava quella dell’unità nazionale «una causa che è stata il sospiro di tutta la sua vita».

[36] Dopo Sédan codesto argomento di fatto ha perduto tutto il suo valore! E non credo che il Manzoni aspettasse il 1870 per mutar d’opinione. Ciò che gl’Italiani migliori pensassero poi pur della signoria o protezione francese, si può vederlo nello scritto del DE SANCTIS, L’Italia e Murat, pubblicato a Torino nel 1855, e ora ristampato negli Scritti varii inediti o rari; Napoli, Morano, 1898, vol. I, pag. 181 ss.

XI.

Il 3 marzo, il Manzoni cominciò a mettere in carta il quarto dei suoi Inni, La Passione. Scrisse:

Cheti e gravi in dimessa figura Oggi al tempio, fratelli, moviamo. Come gente che pensi a sventura Che repente s’intese annunziar...;

e andò oltre per tutta la seconda strofa:

S’ode un carme: l’intento Isaia Profferì questo sacro lamento, In quel dì che un divino spavento Gli affannava il fatidico cuor.

Ma l’Isaia novello non seppe proseguire, per allora: il trambusto e lo strazio temuto di questa sua nuova Gerusalemme voleva per sè tutti i suoi pensieri e le sue cure.

Le notizie che venivan d’oltr’Alpi avvertivano che la catastrofe napoleonica era imminente. «Di quel securo il fulmine» scoppiava ancora pauroso a Brienne, a Champaubert, a Montmirail, a Montereau, a Vauchamp; ma le file di quell’ultimo esercito di adolescenti scemavan via via, senza che per il momento fosse possibile rinvigorirle. E intanto gli eserciti degli Alleati s’accavallavano e rinnovavano, e si stringevano ogni giorno più intorno a Parigi. Il 30 marzo, quando Napoleone con una suprema audacia disegnò di portarsi alle spalle del nemico, e raccogliere le guarnigioni lasciate nella Francia orientale e l’esercito d’Italia, gli Alleati precipitarono su Parigi, sconfissero re Giuseppe e Marmont, e il giorno 31 entrarono nella città e vi si accamparono. Napoleone tornò in furia da Rheims, ma comprese che tutto era perduto e si attendò a Fontainebleau, aspettando. Il 5 aprile si seppe anche a Milano della presa di Parigi; e il 15, che a Fontainebleau l’uomo fatale[37] era stato costretto a firmare la sua abdicazione. Il formidabile di ieri si avviava, sotto scorta, al risibile staterello dell’Elba, lasciatogli come per elemosina.

Giorgio Byron, che nel gennaio di quell’anno, pubblicando il Corsaro, aveva espresso il proponimento di non più poetare per lungo tempo, e che il 9 aprile, al mattino, ancora scriveva: «Non più versi oramai; io ho dato le mie dimissioni»; la sera, all’annunzio dell’abdicazione, diffuso da un supplemento della Gazzetta, si sentì invaso da irrompente furore poetico, e il giorno appresso l’Ode to Napoleon Bonaparte era già composta. Essa fu subito stampata e pubblicata, senza il nome dell’autore. L’intonazione e parecchi spunti ricordano molto da vicino il Cinque maggio[38]. Comincia:

’Tis done—but yesterday a King! And arm’d with Kings to strive— And now thou art a nameless thing: So abject—yet alive! Is this the man of thousand thrones, Who strew’d our earth with hostile bones, And can he thus survive? Since he, miscall’d the Morning Star, Nor man nor fiend hath fallen so far.[39]

Ripiglia alla IV strofa, con un movimento che somiglia al manzoniano La procellosa e trepida..., e riconduce all’epigrafico Ei fu:

The triumph, and the vanity, The rapture of the strife— The earthquake voice of Victory, To thee the breath of life; The sword, the sceptre, and that sway Which man seem’d made but to obey, Wherewith renown was rife— All quell’d!—Dark Spirit! what must be The madness of thy memory![40]

Napoleone era stato «the arbiter of others’ fate»: i popoli gli si volsero «come aspettando il fato». Incatenato al tronco che vanamente egli aveva voluto abbattere,—solo—, quali sguardi non gettò egli intorno a sè?

Chain’d by the trunk he vainly broke— Alone —how look’d he round?

Novello Milone, lo attenderà una sorte ancora più terribile: quegli morì divorato dalle bestie feroci; ma lui divorerà il suo proprio cuore:

He fell, the forest prowlers’ prey: But thou must eat thy heart away!

Napoleone («the Thunderer of the scene», lo dirà poi nel Childe Harold’s Pilgrimage, III, 36) aveva avuto nelle sue mani «il fulmine»; che ora gli era stato strappato a viva forza.

But thou—from thy reluctant hand The thunderbolt is wrung— Too late thou leav’st the high command To which thy weakness clung; All Evil Spirit as thou art, It is enough to grieve the heart To see thine own unstrung; To think that God’s fair world hath been The footstool of a thing so mean.[41]

...........

Thy triumphs tell of fame no more, Or deepen every stain.... But who would soar the solar height, To set in such a starless night?[42]

Weigh’d in the balance, hero-dust Is vile as vulgar clay; Thy scales, Mortality! are just To all that pass away: But yet methought the living great Some higher sparks should animate, To dazzle and dismay: Nor deem’d Contempt could thus make mirth Of these, the conquerors of the earth.[43]....

Then haste thee to thy sullen Isle, And gaze upon the sea; That element may meet thy smile— It ne’er was ruled by thee!....[44]

...........

What thoughts will there be thine, While brooding in thy prison’d rage? But one:—«The world was mine!».... Life will not long confine That spirit, pour’d so widely forth— So long obey’d—so little worth![45]

Se Napoleone avesse saputo ritirarsi in tempo! Ma no! egli volle esser re, come se la porpora onde si camuffava potesse soffocare «il sovvenir»:

But thou forsooth! must be a king, And don the purple vest.— As if that foolish robe could wring Remembrance from thy breast.[46]

Or come mai un tal uomo, il protagonista d’una si grande tragedia, non aveva preferito morire da eroe e da re, gettandosi sulla propria spada come un eroe di Plutarco, al sopravvivere a sè medesimo e alla sua gloria, quasi un povero re da commedia? Fa paura di quella morte, ch’egli aveva seminata nel mondo con tanta prodigalità, ovvero speranza segreta di rilevare il capo minaccioso sulla plebe de’ sovrani per la grazia di Dio, che ora gli facevan da carcerieri? Il superbo poeta, compatriotta di Nelson e di Wellington, non vuol soffermarsi a indagarlo; egli ama meglio rinfacciare al nemico sconfitto e umiliato pur quell’ultima sua coraggiosa viltà.

Is it some yet imperial hope That with such change can calmly cope? Or dread of death alone? To die a prince—or live a slave— Thy choice is most ignobly brave!....

And Earth hath spilt her blood for him, Who thus can hoard his own!...

Or, like the thief of fire from heaven, Wilt thou withstand the shock? And share with him, the unforgiven, His vulture and his rock! Foredoom’d by God—by man accurst, And that last act, though not thy worst, The very Fiend’s arch mock; He in his fall preserved his pride, And, if a mortal, had as proudly died![47]

È verosimile che, se «il massimo Fattor» fosse anche uno scrittore di tragedie sul tipo classico, avrebbe chiusa la terribile catastrofe di Fontainebleau come, poniamo, l’Alfieri il Saul. All’«empia Filiste» del Danubio, Napoleone avrebbe, passandosi il cuore, detto, con un gesto e un atteggiamento che ricordasse il repubblicano Catone (che importava la fede politica di questo antico? forse che l’imperialista Dante s’era peritato di piegare davanti a lui «le gambe e il ciglio», pur dopo d’aver visto Bruto e Cassio nel peggior luogo dell’Inferno, nella sola compagnia di Giuda Iscariota?):

«Me troverai, ma almen da re, qui.... morto!»[48]

Ma Napoleone, nonostante le sue pretese artistiche e i suoi ukasi estetici, aveva preferito comportarsi, magari a dispetto del corifeo dei nuovi poeti romantici,[49] come un eroe romantico. Anche Macbeth s’era rifiutato di seguire i nobili esempi che pure a lui, barbaro caledone, additava la magnanima storia di Roma. Chè quando codesto efferato ambizioso si vede inseguito com’una belva e senza speranza di scampo, esclama, con nuovo scatto di ferocia:

«Why should I play the Roman fool, and die On mine own sword? whiles I see lives, the gashes Do better upon them».[50]

Il Manzoni, da buon filosofo della storia, e poco tenero oramai dell’arte classicheggiante e dei critici dittatori del buon gusto, dedusse dal mancato suicidio del desolator desolate, del victor overthrown, la conseguenza che la necessità ineluttabile del suicidio negli eroi e nelle situazioni tragiche sia del tutto posticcia, e punto rispondente alla realtà. Nella sua Lettre à m. C*** egli tocca, con una punta d’arguta canzonatura, di quei tragediografi che si sbarazzano degli eroi malencontreux con un sollecito colpo di pugnale; e riferisce, a dileggio, i due versi celebri nei quali «un poëte a donné la formule morale du suicide». Il poeta è, chi non lo sappia, il Voltaire; il quale mise in bocca alla sua Merope, in fine dell’atto secondo della tragedia omonima, queste parole:

«Moi vivre, moi lever mes regards éperdus Vers ce ciel outragé que mon fils ne voit plus! Sous un maître odieux, dévorant ma tristesse, Attendre dans les pleurs une affreuse vieillesse! Quand on a tout perdu, quand on n’a plus d’espoir, La vie est un opprobre, et la mort un devoir».

In verità, osserva il Manzoni, l’esperienza e la storia mostrano che nella vita i suicidii non sono così frequenti come sulla scena, e specialmente non avvengono nelle occasioni in cui i poeti tragici v’han ricorso.

«On voit des hommes qui ont subi les plus grands malheurs ne pas concevoir l’idée du suicide, ou la repousser comme une faiblesse et comme un crime. Certes l’époque ou nous nous trouvons a été bien féconde en catastrophes signalées, en grandes espérances trompées; voyons-nous que beaucoup de suicides s’en soient suivis? non; et si la manie en est devenue de nos jours plus commune, ce n’est pas parmi ceux qui ont joué un grand rôle dans le monde, c’est plutôt dans la classe des joueurs malheureux, et parmi les hommes qui n’ont ou croient n’avoir plus d’intérêt dans la vie dès qu’ils ont perdu les biens les plus vulgaires: car les âmes les plus capables de vastes projets sont d’ordinaire celles qui ont le plus de force, le plus de résignation dans les revers.»[51]

Una delle catastrofi contemporanee più segnalate, anzi la più grandiosa e memorabile, non era appunto stata quella di Fontainebleau; anche più insigne dell’altra che seguì, di Waterloo, benchè questa avesse conseguenze più definitive?

Il poeta, fedele al suo programma d’arte, di non tradir mai il santo Vero, s’attenne a codesti insegnamenti della storia: così quando, nell’Adelchi, non permise che il protagonista, cuor del suo cuore nonostante la solenne dichiarazione di rammarico per averlo messo al mondo[52], desse volontaria e violenta fine ai suoi giorni; come quando, nel Romanzo, lasciò cader di mano all’Innominato, a codesto piccolissimo Napoleone secentesco della Valsassina, la pistola con la quale aveva pensato un momento di «finire una vita divenuta insopportabile» (cap. XXI). Shakespeare, il «savio gentil» che seppe meglio di qualunque altro leggere nel cuore umano, era, anche questa volta, una guida molto sicura. Vero è che la critica interessata di certi poeti, ambiziosi di dittatura, parlava di costui «come d’un genio selvaggio, d’un capo strano, con de’ lucidi intervalli stupendi: una specie di montagna arida e scoscesa, dove un botanico, arrampicandosi per de’ massi ignudi, poteva trovare un qualche fiore non comune». Ma il Manzoni nè aveva i secondi fini del Voltaire, nè era un caparbio o un parvenu letterario come l’Alfieri; e non si fece scrupolo di riconoscere subito in lui il «grande e quasi unico poeta», e a darglisi tutto, come Dante a Virgilio, per sua salute[53]. I due stupendi monologhi, di Adelchi e dell’Innominato, in cui è descritta nei più minuti particolari la storia di quelle due anime agitate, che accolgon prima come una liberatrice l’idea del suicidio e poi la respingono come una vile lusingatrice, son rimodellati su quello celebre di Amleto[54]. S’intende; del Manzoni possiamo ripetere ciò ch’ei disse del Goethe: si mise sulla strada «segnata dal genio selvaggio,... come accade ai grandi ingegni, senza intenzione e senza paura d’imitare»[55].

Sennonchè, quando, sullo scorcio del 1819 e il principio del 1820, il Manzoni scrisse la Lettre a m. C***, sapeva forse che davvero il vinto di Fontainebleau aveva tentato, e meglio che tentato, di farla finita con una esistenza che oramai gli era insopportabile? E se non allora, lo seppe egli quando componeva l’Adelchi, o almeno quando descrisse la tormentosa notte dell’Innominato? Manca il modo di accertar nulla. Comunque, sono assai rilevanti e significative le affinità che si scorgono tra codeste immaginazioni poetiche e quell’episodio storico, rivelatoci poi da testimoni oculari.

L’imperatore aveva, il 4 aprile, segnato un primo atto d’abdicazione, riservando i diritti di suo figlio e quelli della imperatrice reggente, e il mantenimento delle leggi dell’Impero. Ma il 7, costretto dalla diserzione di Marmont, s’era dovuto piegare a rinunciare per sè e i suoi figliuoli a qualunque diritto sui troni di Francia e d’Italia. Non bastava. Il 12, tre generali gli portaron da firmare il trattato di pace che il giorno prima gli Alleati e il governo provvisorio avevan concluso a Parigi. Napoleone, divenuto cupo, lo respinge e reclama il suo atto d’abdicazione del 7. Che cosa mulinava? Gl’intimi s’eran potuto accorgere che sinistri propositi attraversavano la sua mente. Il conte di Turenne gli aveva sottratte e scaricate le pistole; ma egli le aveva reclamate, rimproverandolo. Poi, aveva parlato con calma della sua nuova condizione. La morte, disse averla bensì cercata sul campo di battaglia, per esempio ad Arcis-sur-Aube («anch’io credea morir sul campo!»); ma il pensiero del suicidio sarebbe stato indegno di lui. Egli era cosciente e geloso della sua dignità imperiale; «Se tuer», aveva soggiunto, «c’est la mort d’un joueur!». E ancora, scoprendo tutto un abisso di meditazioni e di speranze: «Il n’y a que les morts qui ne reviennent pas!».—Solo Shakespeare avrebbe forse saputo leggere in una simile anima, in un simile momento; e queste frasi son degne di lui.

Quel giorno, sul punto di apporre la sua firma alla sentenza capitale dell’Impero, Napoleone era così sprofondato in sè stesso, che, narra il generale De Ségur, «il semblait habiter un autre monde». Alle dieci di sera, andò a letto; a mezzanotte, chiamò il servo fedele perchè ravvivasse il fuoco, e gli preparasse da scrivere presso il caminetto. Poi lo mandò via. Si levò agitatissimo, percorse la stanza a passi concitati, si fermò di botto, scrisse, ghermì il foglio e lo buttò sul fuoco; tornò a passeggiare, a sedere, a scrivere, a gettare il foglio sul fuoco. Poi, s’accostò al comodino, vuotò nel bicchiere il sacchetto del veleno che gli aveva preparato il dottore Yvan, e ch’ei portava sempre con sè dopo la guerra di Spagna, e bevve. Si rimise a letto. Per una lunga mezz’ora il cameriere, trepidante, rimase dietro la porta a spiare. Napoleone, maravigliato di vivere ancora, aspettava impaziente gli effetti del veleno. Poichè questi tardavano, ricorse a un altro veleno, già preparatogli dal Cabanis. Soffriva molto, ma non era la morte. Stanco, fece chiamare il medico, per chiedergli un veleno più decisivo. Yvan, atterrito, supplica l’imperatore di prendere invece un contravveleno: non voglia esporlo a terribili sospetti! Napoleone cede, si lascia curare e s’assopisce. Le tenere prove d’affetto di chi lo circondava gli ridanno la forza di vivere. Esclama: «Dieu ne le veut pas!»; domanda il trattato degli 11 aprile, e vi appone il suo nome[56].

La tragedia, che pareva giunta alla catastrofe, era solo alla fine del quarto atto: mancavano ancora l’Elba, Waterloo, Sant’Elena.

[37] Fatal guerriero l’aveva già, nel Beneficio, chiamato il Monti.

[38] Nel 1832 il dott. Amadio Christiano Federico Mohnike (n. 1781, m. 1841) pubblicò, col titolo di Voci di Napoleone dal settentrione e dal mezzogiorno, tradotte in tedesco le Odi napoleoniche degli svedesi Nikander e Tegner, del Byron e del Manzoni. Questi gli scrisse, ringraziando, il 22 agosto: «Il far soggetto d’un Suo lavoro un mio componimento, e il collocarlo in così degno luogo, era già per sè un alto favore; aggiungendovi quello del dono, e d’una gentilissima lettera, Ella ha colmato la Sua bontà e la mia riconoscenza....». Non sembra verosimile che, anche prima d’allora, il Manzoni non conoscesse direttamente l’ode del poeta che fu dai contemporanei proclamato (vedi nel Don Juan, c. XI, 55)

The grand Napoleon of the realms of rhyme.

Se un altro, di quell’ode avrebbero potuto parlargli il Pellico e il Berchet, che del Byron furono ammiratori, traduttori ed apostoli in Lombardia.

[39] «Tutto è finito! Ed ieri ancora eri re! e armato per combattere coi re. Oggi sei una cosa senza nome; così abbietta eppure vivente! È questo l’uomo dai mille troni, che seminava la terra di ossa nemiche; e può sopravvivere così? Dopo colui che venne chiamato a torto la Stella Mattutina, nè uomo nè demonio era mai caduto tanto in basso». —Circa le censure all’Ei fu, cfr. D’OVIDIO, Discussioni manzoniane, pag. 200. Che quell’esordio riecheggi il ’Tis done byroniano, nessuno pare l’abbia notato.

[40] «Il trionfo e l’orgoglio, la gioia della lotta» [certaminis gaudia, aveva fatto dire Cassiodoro da Attila, prima della battaglia di Châlons], «il grido tonante della vittoria, per te alito di vita; la spada, lo scettro, e quell’impero a cui l’uomo sembrava creato per obbedire e che riempiva di sè la fama—tutto è sparito!—Spirito tenebroso! quale sarà per te il tormento delle memorie!».

[41] «Ma tu—dalla tua mano riluttante il fulmine venne strappato a forza—troppo tardi tu lasciasti il supremo potere, a cui s’attaccava la tua debolezza. Benchè tu sia lo Spirito del Male, noi ci sentiamo stringere il cuore mirandoti così smarrito, pensando che la terra, questa bella opera di Dio, ha potuto esser lo sgabello di un essere così debole». (Strofa IX).

[42] «I tuoi trionfi non aggiungon più nulla alla tua fama, o ne rendon più intense le macchie.... Ma chi vorrebbe spaziare all’altezza del sole, e precipitar poi in una notte sì cupa?». (Strofa XI).

[43] «Messa nella bilancia, la polvere degli eroi è vile quanto l’argilla comune; i tuoi pesi, o Morte, misurano esattamente tutti quelli che spariscon dalla terra. Eppure pensavo che qualche scintilla sublime dovesse animare quei grandi, che ci abbagliano e ci riempiono di trepido stupore; nè avrei creduto che il Dispregio potesse farsi gioco di costoro, i conquistatori della terra». (Strofa XII).

[44] «Affrettati dunque alla tua malinconica isola, e lancia lo sguardo sul mare: quest’elemento può sfidare il tuo sorriso—non ha preso mai la legge da te!». (Strofa XIV).

[45] «E colà che pensieri saranno i tuoi, assorto in una rabbia impotente contro la prigione?—Uno solo: “Il mondo fu mio!„... La vita non potrà trattenere a lungo quello spirito, che voleva essere così largamente e lungamente obbedito—e n’era così poco degno!». (Strofa XV).

[46] «Ma tu davvero hai voluto esser re, e vestire il manto di porpora; come se quell’abito da mascherata potesse strapparti dal cuore il ricordo». (Strofa XVIII).

[47] «Gli è forse un resto delle speranze imperiali che ti fa sopportare con calma un tal cambiamento? o è solo la paura della morte? Morir sovrano—o vivere schiavo: la tua scelta è ignobilmente coraggiosa». (Str. V).—«E la Terra ha versato il suo sangue per lui, che è tanto avaro del proprio!». (Str. X).—«O, simile al rapitore del fuoco celeste, vuoi tu resistere al colpo? e dividere con lui, col maledetto, il suo avoltoio e la sua rupe! Punito da Dio, proscritto dall’uomo, e, per quest’ultima azione, che pur non è delle tue peggiori, deriso dallo stesso Satana: questi, nella sua caduta, serbò intatto il suo orgoglio, e, se fosse stato mortale, avrebbe saputo morire da prode!». (Str. XVI).—La frase The very Fiend’s arch mock è tolta di peso da Shakespeare; che la mette in bocca a Jago (Othello, a. IV, sc. I, v. 71).

[48] Occorre tuttavia osservare che l’Alfieri non reputava molto tragica questa catastrofe, che gli era suggerita dalla Bibbia (Reg. I, 31, 4: «arripuit Saul gladium, et irruit super eum»). Scrive nel Parere sul Saul: «un re vinto, che uccide di propria mano se stesso per non essere ucciso dai soprastanti vincitori, è un accidente compassionevole sì, ma per quest’ultima impressione che lascia nel cuore degli spettatori, è un accidente assai meno tragico, che ogni altro dall’autore finora trattato».

[49] Il quale, del resto, dopo Waterloo, finì coll’ammirare il superbo disdegno con cui il conquistatore andò incontro all’avversa fortuna. Nel canto III del Childe Harold’s Pilgrimage (st. 39), che è del 1816, esce a dire: «Eppure la tua anima ha sopportato i rovesci con quella innata filosofia che non s’impara, e che, frutto di saggezza, di freddezza o di profondo orgoglio, è fiele e assenzio pel nemico. Quando tutta una massa d’odio ti si assiepava intorno, per spiare e beffare la tua fiacchezza, tu hai sorriso con un occhio calmo e rassegnato; quando la Fortuna fuggì via dal suo favorito e viziato pupillo, ei rimase ritto ed in piedi sotto le disgrazie accumulate sul suo capo».

[50] «Perchè lo stolto Romano imiterò, morte cercando Sulla mia stessa spada? Infin ch’io veggo Altri vivi, su lor cadano i colpi!».—A. V, sc. 8ª, v. 1-3. Traduzione del Carcano.

[51] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 301-2, 361-2.

[52] Vedi più avanti, in questo volume, a pag. 12.

[53] Cfr. Del romanzo storico, parte II, in fine: e il mio scritto: Ammiratori ed imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni, nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892.

[54] Cfr. SCARANO, Amleto e Adelchi, nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1892; e SCHERILLO, Il monologo nella tragedia alfieriana, nella «Rivista d’Italia» dell’ottobre 1903.

[55] Qualche accento alfieriano può tuttavia sentirsi nel monologo di Adelchi. Per esempio, l’apostrofe alla spada: «Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo... e in un momento Tutto è finito».—richiama e quella di Saul: «Ma, tu mi resti, o brando: all’ultim’uopo, Fido ministro, or vieni», e l’altra di Carlo, nel Filippo: «Oh ferro!... Te caldo ancora d’innocente sangue, Liberator te scelgo». Ma anche Shakespeare aveva messo in bocca a Giulietta: «O ferro amico! ecco la tua guaìna: Arrugginisci qui; morte mi dona!...».—Il quale Shakespeare aveva altresì fatto esclamare a uno dei suoi personaggi, al vecchio Gloucester del Re Lear (a. IV, sc. 6ª), sul punto che si getta dalla rupe: «O voi numi potenti! Io rinunzio a questo mondo, e davanti a voi scuoto pazientemente dalle spalle la mia grande afflizione. Se potessi sopportarla più a lungo, senza contrastare ai vostri invincibili voleri, lascerei consumare la spregiata e abborrita mia parte mortale». E gli aveva fatto dar sulla voce da Edgardo, il figliuolo calunniato (a. V, sc. 2ª): «Gli uomini devono sopportare il loro andare colà nello stesso modo che la loro venuta qui: tutto consiste nell’esser maturi». (Men must endure / Their going hence, even as their coming hither: / Ripeness is all.)

[56] Cfr. SAINT-RENÉ TAILLANDIER, Le général Philippe de Ségur, sa vie et son temps, nella «Revue des deux mondes» del 1º maggio 1875, pag. 138-41.

XII.

Or che sarebbe avvenuto dell’Italia, dopo che il colosso era stato gettato «nella polvere»? che cosa di questo che fu detto, e pareva nome di buono augurio, Regno d’Italia? Il 16 aprile [1814], fu concluso, nel castello di Schiarino Rizzino presso Mantova, un armistizio tra l’esercito franco-italiano di Eugenio e l’austriaco di Bellegarde, in attesa che le Potenze decidessero della sorte di queste contrade. Si compiva ancora una volta l’avito destino del Lombardo:

L’altrui voglia era legge per lui; Il suo fato, un segreto d’altrui; La sua parte, servire e tacer.

Il momento era solenne; ma gli uomini non si mostraron pari al bisogno. Il solo cancelliere Melzi pare si rendesse conto della gravità dei pericoli; e s’arrogò, nell’assenza del vicerè, l’autorità di convocare il Senato. Oh questo non era più l’antico Senato milanese, che Giuseppe II aveva abolito; e del quale il Manzoni notava, non senza amarezza verso i governanti stranieri:

«Il Senato era una vera rappresentanza nazionale: le leggi dovevano passare per quello, e non divenivano esecutive se non le avesse interinate. È vero ch’era degenerato, divenuto nulla meglio che un tribunale, e le sue decisioni troppo sovente erano goffe o triste. Ma per questo aveva diritto Giuseppe II di distruggerlo? Finchè sussisteva, poteva ringiovanirsi: se egli intendeva far bene, doveva restituirlo alla condizione primitiva, e non già cassarlo».[57]

Il Senato del 1814 era quello creato da Napoleone col decreto 21 marzo 1808, col nome di «Senato Consulente»; e i senatori erano stati scelti parte dai Collegi Elettorali, parte dall’Imperatore, seguendo i suggerimenti del Melzi. Il quale, dunque, ora li convocò d’urgenza, per provocarne un voto alle Potenze: facessero cessare del tutto le ostilità sul territorio italiano, e riconoscessero l’indipendenza del Regno d’Italia e la sovranità di Eugenio. Era risaputo che lo zar Alessandro nutriva una certa predilezione per codesto principe; il quale aveva altresì un naturale protettore nel suocero, Massimiliano Giuseppe re di Baviera. Pareva poi lecito sperare che pur le provincie traspadane (Modena, Bologna, Ravenna, Ancona) si sarebbero dichiarate per la conservazione del Regno. Si trattava, insomma, di sventare abilmente, e senza provocazioni, i disegni ferocemente conservatori dell’imperatore d’Austria e del suo onnipotente e prepotente cancelliere. Ma tutto volse al peggio. Il Melzi, assalito durante la notte dai suoi acciacchi, non potè intervenire alla seduta del Senato; e dovè limitarsi a un messaggio in iscritto. Così, l’opposizione austriacante, diretta dal conte Diego Guicciardi, ebbe agio di sollevare meschine questioni di forma e cavilli di procedura; e non si decise se non di sospender la seduta, per permettere ai senatori Guicciardi, Carlo Verri e Dandolo di recarsi a casa del Melzi e discuter con lui. Alle otto della sera di quello stesso giorno 17 aprile, il Senato si radunò nuovamente; e dopo un nuovo interminabile dibattito, si prese una di quelle deliberazioni insulse ma rovinose, a cui troppo di frequente conducono le chiacchiere boriose e saccenti delle assemblee: d’inviare bensì alle Potenze una deputazione che sollecitasse la conservazione del Regno, ma col divieto di raccomandare comunque la candidatura di Eugenio! Il Verri s’era affrettato a proclamare: il popolo di Milano non volerne sapere d’un re Eugenio, il quale da vicerè lo aveva spogliato e spregiato! «Il me semble», aveva avuto già occasione d’osservare il Montesquieu, «que les têtes des plus grands hommes s’etrécissent lorqu’elles sont assemblées; et que, là où il y a plus de sages, il y ait aussi moins de sagesse. Les grands corps s’attachent toujours si fort aux minuties, aux vains usages, que l’essentiel ne va jamais qu’après».[58]

Nessuno a Milano seppe esattamente quel che il Senato avesse deciso, ma tutti se ne mostrarono scontenti: tanto quell’alto consesso era caduto in discredito! I fautori del passato ne presero coraggio per preparare una sommossa che giustificasse l’intervento delle milizie imperiali; e gl’Italici lasciaron fare, quasi che essi in quel torbido fossero stati acconci a pescare. Per proprio conto compilarono una nobile e dignitosa quanto ingenua protesta, con la quale si sconfessava il voto, qualunque esso fosse, del Senato, e si domandava l’immediata convocazione dei Collegi Elettorali, «nei quali solamente», dicevano, «risiede la legittima rappresentanza della nazione». E provvidero che codesto documento fosse sottoscritto da quanto di meglio Milano vantava nell’aristocrazia del blasone, del censo, dell’ingegno, dell’industria. La prima firma fu quella del general Pino; seguirono i Porro, i Trivulzio, i Confalonieri, i Borromeo, i Visconti, i Greppi, i D’Adda, i Cicogna, i Sormani, i Trotti, gli Arese, i Giovio, i Castelbarco.....Firmarono il conte Gian Luca della Somaglia, presidente del Consiglio comunale, e il conte Antonio Durini, podestà, con tutti i Savii (gli Assessori). Firmò il poeta Carlo Porta, e l’architetto Luigi Cagnola, e, centoduesimo nella lista, Alessandro Manzoni.

Il Giornale Italiano del 19 pubblicò la convenzione militare del giorno 16, e insieme il proclama del vicerè che congedava le milizie francesi. «Soldati francesi», diceva, «voi ripiglierete il cammino pei vostri focolari!». Carlo Porta mandò dietro a quelle soldatesche, che al focolare francese portavano un grosso bottino,[59] un sonetto riboccante d’amarezza e di una, purtroppo, non ingiustificata sfiducia. La poesia rimaneva la nostra sola arma d’offesa!

Paracar che scappée de Lombardia, Se ve dan quaj moment de vardà indrée, Dée on’oggiada e fée a ment con che ’legria Se festeggia sto voster sanmichèe. E sì che tutt el mond sa che vee via Per lassà el post a di olter forestée, Che per quant fussen pien de cortesia Vorraran anca lor robba e danée. Ma n’havii faa mo tant violter balloss, Col ladrann e copann gent sora gent, Col pelann, tribolann, cagann adoss, Che infin n’havii redutt al punt puttanna De podè nanca vess indiferent Sulla scerna del boja che ne scanna.

Sull’imbrunire di quello stesso giorno 19, furon visti entrare in città drappelli di contadini, in ispecie del Novarese, dall’aspetto e dal contegno sospetti. Intanto, una parte della guarnigione ne era fatta uscire, col pretesto che fossero da rinforzare alcuni punti a Varese e a Sesto Calende, che nessuno minacciava! S’avvicinava, per i reazionarii e i liberali —stranissimo connubio!—, la gran giornata.

[57] In CANTÙ, Reminiscenze ecc., II, 312-13.

[58] Lettres persanes, lettera 109ª.

[59] Milano era provata alle furibonde depredazioni delle milizie francesi. Che non avevan rubato nel 1796, per ammenda dell’entusiastica accoglienza avutavi! Il generale Dupuy scriveva a un amico: «Ici, tout le monde vole!»; e il Melzi: «Jamais armée plus brutale et plus rapace n’était descendue en Italie, depuis les Lansquenets!».—Cfr. BOUVIER, Bonaparte en Italie; Paris, 1902, pag. 591.

XIII.

Quel che avvenne è notissimo.[60] Pioveva, e un pubblico insolito aspettava, la mattina del 20, sotto gli ombrelli,[61] i senatori che si recavano all’adunanza; e li accoglieva con fischi ed urli, se sospetti di amore per i Francesi, con evviva e battimani, se avversi. Carlo Verri ebbe una vera ovazione; ed egli medesimo raccontò d’aver visto Federico Confalonieri darne il segnale. Il conte Benigno Bossi, capitano della Guardia Civica e uno dei firmatarii della protesta, chiese all’intimorito Senato di rimandare i dragoni di servizio, e d’assumere egli la custodia della sala e del cortile. La folla tumultuava, e il Verri tentò di arringarla; ma invano. Essa cresceva di numero e di audacia. Non riuscendo a farsi ascoltare, chiamò a nome il Confalonieri, perchè esponesse i desiderii dell’assembramento. Fu risposto: Non vogliamo il vicerè; si convochino subito i Collegi Elettorali; si richiami la deputazione senatoriale!—Un urlo formidabile fece da coro: Abbasso il vicerè; abbasso il Senato; scioglietevi!—Il Confalonieri si strinse al fianco del Verri, per proteggerlo; e la turba irruppe furiosa e vandalica nell’aula. Un senatore scrisse, e il Presidente firmò, quest’ordine del giorno, che senatori e segretarii ricopiarono e gettaron tra la folla: «Il Senato richiama la deputazione, e convoca i Collegi Elettorali; la seduta è tolta».

Una voce sciagurata gridò: Alla casa del Prina! a San Fedele! —E quell’onda di popolo si rovesciò nella piazzetta avanti alla chiesa,—che il Manzoni da vecchio frequentava tutte le mattine,—e nei vicoletti che s’aprivano tra il palazzo Marino, allora Ministero delle Finanze (ora palazzo municipale), la bella casa del conte Sannazari (residenza del ministro) e quella degl’Imbonati (allora dei Blondel, ora Teatro Manzoni). Ciò che vi accadesse è stato narrato da molti, e variamente: anche dal Foscolo, con intenti apologetici; anche dal Maroncelli, con le abituali inesattezze, nelle Addizioni alle Mie Prigioni. Ma nessuno è forse valso a dare una fedele dipintura di quelle scene selvagge o grottesche, di quell’eccitazione suggestiva che invase alcuni e dell’inerte titubanza di chi avrebbe dovuto prevenire o impedire, meglio del Manzoni medesimo, là dove, nel Romanzo (capp. XII e XIII), narra della rivolta contro l’affamatore Vicario di provvisione. Questo «sventurato vicario» era, curioso a esser notato, un Melzi, Lodovico Melzo.[62] Ma in codesto malcapitato, che, mentre nella strada si urlava al tiranno e all’affamatore, «girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare....; poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta....»,—non è presumibile il romanziere intendesse ritrarre l’austero e fin temerario Prina. Il quale, potendo, non si seppe risolvere a mettersi in salvo. Vero è che il Manzoni lancia poi un’arguzia, che potrebbe mirare a qualcuno degli storici che s’è mostrato troppo informato degli ultimi tragici momenti del povero ministro. «Del resto», egli soggiunge, «quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza!».

La casa del Manzoni era non molto discosta dalla scena dove si svolgeva la sconcia tragedia: anzi il giardino confinava coi giardini di quelle case dove ancor semivivo fu spinto e nascosto il Prina da alcuni generosi. Questi non mancarono nemmeno nella sollevazione secentesca.

«Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica!...». (Promessi Sposi, c. XIII).

Ma nel caso del Prina, i generosi furon sopraffatti dagli altri, che, inferociti, minacciarono d’incendiar la casa, e vi ammucchiavano sotto già panche e fascine, se non si riconsegnasse loro la vittima. Dalla casa Manzoni si udivano quegli urli di iena. La signora Enrichetta scriveva, di lì a qualche mese, a una sua cugina:

«Voi avete senza dubbio inteso tutto ciò che accadde in Milano, e la trista e miseranda fine del disgraziato Prina. La vicinanza della casa nostra alla sua ci tenne per parecchie ore in una pena ed in un’angoscia terribile».

Quattro giorni dopo la sommossa, Alessandro medesimo ebbe occasione di scriverne al Fauriel. E pur accennando con rammarico a qualche deplorevole eccesso della folla, egli di quella rivolta unanime, saggia e pura, non si mostra punto disgustato; anzi ha il cuore pieno di speranza. Scrive (il 24 aprile):

«Mon cousin [il marchese Giacomo Beccaria] vous racontera la révolution qui s’est opérée chez nous. Elle a été unanime, et j’ose l’appeler sage et pure, quoiqu’elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c’est la plus grande et la meilleure partie de la ville) n’y ont point trempé: rien n’est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme chargé de la haine publique, le ministre des finances, qu’ils out massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait pour le leur arracher».

E qui esce in una di quelle osservazioni, così spiritose e piene di senso storico, ond’è ingemmato il Romanzo.

«Vous savez d’ailleurs», egli continua, «que le peuple est partout un bon jury et un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance».

Da poi qualche notizia più intima: del pericolo, cioè, che avevan corso anch’essi, e dello spavento della madre e della moglie.

«Notre maison est justement située très près de celle où il [Prina] habitait, de sorte que nous avons entendu pour quelques heures les cris de ceux qui le cherchaient; ce qui a tenu ma mère et ma femme dans des angoisses cruelles, parce qu’aussi elles croyaient qu’on ne se serait pas arrêté là. Et réellement quelques mal intentionnés voulaient profiter de ce moment d’anarchie pour le prolonger; mais la Garde civique a su l’arrêter avec un courage, une sagesse, et une activité très dignes d’éloge».

Nous avons entendu stando in casa: mi sembra lecito dedurne che quel giorno il Manzoni non era fra i tumultuanti o fra gli spettatori sulla piazza San Fedele. Vi fu invece chi sparse questa voce, e chi la raccolse e la registrò. Il barone Pietro Custodi novarese, che durante la vice-presidenza del Melzi era stato a capo della divisione di Polizia al Ministero dell’Interno e nel 1814 era Segretario generale del Ministero delle Finanze, lasciò scritto in certe sue Note biografiche di Alessandro Manzoni, riboccanti di fiele e di malevoglienza:

«Assicurasi che Alessandro Manzoni siasi trovato tra i nobili spettatori che nel giorno 20 aprile 1814 applaudivano, su la piazza di S. Fedele di Milano, agli sforzi de’ tumultuanti, i quali finirono coll’assassinio del ministro Prina; e che egli, commosso da quel funesto esito, abbia poi concepito tali rimorsi di avervi indirettamente partecipato, fino ad essere per molto tempo afflitto da veglie notturne agitatissime, che diedero grave timore per la sua salute».

Il mite Manzoni qui è camuffato da Macbeth! In verità, i mali nervosi, onde fu e prima e poi travagliato, ebbero un’origine diversa. Narrava egli stesso che n’era stato colto la prima volta a Parigi, quando, in una festa popolare pel secondo matrimonio di Napoleone, nell’aprile o nel maggio del 1810, furon come travolti, egli e la moglie, da un’ondata della folla; e n’era stato riassalito con maggiore violenza a Milano, nel giugno del 1815, quando, trattenendosi in una bottega di libraio, ebbe la terribile notizia della disfatta di Waterloo. «Noi allora, cogli Austriaci in casa, non si poteva più sperare che in Napoleone», egli chiosava: e ogni speranza era oramai strozzata![63]. Ma il Custodi, nel giorno del tumulto, non era a Milano: nella qualità di Commissario straordinario per le requisizioni, tre giorni prima egli si «era restituito al quartiere generale di Mantova». E la catastrofe lo colpiva in pieno petto; «fra i mucchj delle carte d’ogni sorta, ch’erano state gittate dalle finestre del palazzo del Ministro», un amico raccolse un documento che lo riguardava: la lettera cioè con cui il suo superiore e concittadino lo raccomandava al Vicerè per una sovvenzione straordinaria di lire quattromila, «onde pagare alcuni debiti contratti ne’ passati anni per onestissime cause».

È degno di nota però che fin d’allora (le Note biografiche portano in fronte la data del 20 ottobre 1827) il Custodi osservasse:

«È assai probabile che le reminiscenze di quella orribile scena gli abbiano somministrato più colori per rappresentarci, ne’ Promessi Sposi, con maggior verità, i tumulti che per cagione della carestia precedettero in Milano la peste del 1630».[64]

Potrebbe darsi che le informazioni del Manzoni provenissero da fonti un po’ troppo ottimiste: forse dal Confalonieri stesso o da qualche altro dei capoccia degl’Italici; ma è anche certo che fu poi cura dei fautori della restaurazione austriaca e dei difensori del cessato governo francese di dipinger quegli avvenimenti con le tinte più fosche. Un altro testimone, degnissimo di fede nonostante il suo prossimo carbonarismo, Silvio Pellico, scriveva il 23 aprile a un amico che si trovava a Piacenza:

«Tutto è quieto; lo scopo era buono; i disordini inevitabili furono tosto repressi; l’esito ha secondate le intenzioni. Milano ha scosso il fango sotto cui giaceva. Un sola vittima è tacitamente compianta da tutti, benchè fosse segnata dall’odio di tutti».[65]

La Guardia civica si segnalò per zelo ed abnegazione, e meritò gli elogi di tutti gli onesti d’ogni partito. Si mormorò invece circa il contegno sospetto dei comandanti delle poche milizie regolari rimaste in città. Qualcuno riferisce che una Compagnia «stazionò, tutto il tempo che durò lo strazio del Prina, sulla piazzetta del teatro de’ Filodrammatici..., nè mai fu chiamata a difesa della vittima del furore della bordaglia, come quella milizia avrebbe desiderato».[66] Se così è, il Manzoni potrebbe aver avuto l’occhio appunto ad essa, quando descrive quel drappello di soldati spagnuoli che, rimasti titubanti ed inerti durante il fermento della rivolta, vennero poi incontro a Ferrer come «il soccorso di Pisa», e al cui ufiziale questi «disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: beso a usted las manos; parole che l’ufiziale intese per quel che volevano dir realmente, cioè: m’avete dato un bell’aiuto!».

[60] Cfr. CUSANI, Storia di Milano; Milano, 1873, vol. VII.—BONFADINI, Sulla fine del primo Regno d’Italia, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. VIII, f. 2, giugno 1881.—DE CASTRO, La caduta del Regno italico; Milano, 1882.—VON HELFERT, La caduta della dominazione francese nell’Alta Italia; traduz. di L. G. Cusani-Confalonieri; Bologna, 1894.—LEMMI, La restaurazione austriaca a Milano nel 1814; Bologna, 1902.—MARCHESI, Il podestà di Milano conte Antonio Durini, nell’«Archivio Storico Lombardo», a. XXX, 1903, vol. 20.º—CHIATTONE, Nuovi documenti su F. Confalonieri, ibid., a. XXXIII, 1906, vol. 5.º

[61] Onde poi il titolo del libello anonimo, che si vuole attribuire al Méjean, Le roi Pino à la bataille des parapluies.

[62] Chi sa mai se qualche lineamento del Duca di Lodi il Manzoni non abbia ritratto nel «gran cancelliere Antonio Ferrer»: il quale pure, a ragione o a torto, «era gradito alla moltitudine»!

[63] Cfr. FABRIS, Memorie Manzoniane; Milano, 1901, pag. 42-3, 99-100. Dove è erroneamente asserito che, durante i cento giorni, il Manzoni si trovasse a Parigi.

[64] Desumo queste notizie circa il Custodi e i suoi appunti, dal prezioso volumetto di LUCIEN AUVRAY, La Collection Custodi à la Bibliotheque Nationale; Bordeaux-Paris, 1906, pag. 114-15, 118-21, 128-29.

XIV.

Milano rimaneva senza governo: il vicerè lontano e dimissionario, il Consiglio dei Ministri annullato, oltre che per la morte del Prina, per la fuga del Vaccari e del Fontanelli; il Senato disciolto. Una dittatura militare non era possibile, per la scarsezza delle milizie. La notte dello stesso giorno 20, il podestà Durini trovò in sé l’energia di convocare il Consiglio Comunale; il quale decise la convocazione, pel 22, dei Collegi Elettorali e la nomina immediata d’una Reggenza Provvisoria. Tra i sette reggenti, nessuno apparteneva agl’Italici, e solo uno non era sospettabile di soverchio zelo per l’Austria, Carlo Verri; e questi fu, per prudenza o ipocrisia politica, scelto a presidente. Al general Pino, però, fu affidato il comando delle forze militari.

La Reggenza provvide a ristabilire l’ordine pubblico, ad alleggerire le tasse più odiose, ad abolire quelle leggi che peggio avevano irritati gli animi. E proclamò, su per le cantonate, ai buoni Milanesi: «Collo spirito di quiete che va felicemente a ristabilirsi, voi potrete darvi quel governo che desiderate, giacchè la vostra libera volontà sarà manifestata ai Collegi Elettorali». Questi s’adunarono il giorno fissato, il 22, a mezzogiorno, nel palazzo di Brera. Il consigliere di Stato Lodovico Giovio fu delegato a presiederli; e ne inaugurò i lavori con un elaborato ed enfatico discorso. Accennò all’abdicazione provvidenziale ed insperata di «quell’uomo che tutta avea riempiuta l’Europa di temuta meravigliosa rinomanza», e alle speranze riposte, ohimè, nelle «gesta magnanime delle Alte Potenze Alleate» e nei «principii sociali che i lumi del secolo hanno resi necessarii pel governo delle nazioni incivilite»; ed augurò che «anche la nostra Italia, pesta e sfigurata da replicati oltraggi, possa brillare sull’orizzonte dell’Europa». Continuava:

«La fermezza del carattere, la costanza nelle sciagure, la prudenza nei consigli, la rettitudine nelle amministrazioni, sono i caratteri indelebili dell’Italia, che, dopo essere stata la dominatrice del mondo, fu miseramente oppressa. Risorga essa alfine per la generosa gara delle Potenze Alleate, e si assicuri la felicità dei popoli. A così bello intento domandino i Collegi Elettorali istituzioni politiche liberali, un capo indipendente, che nuovo, non conosciuto da noi, diventi italiano, e che accolga i nostri voti e le nostre benedizioni. Assicurato della nostra lealtà, regni su cuori sensibili, generosi e fedeli, e ne faccia dimenticare la recente dominazione. La storia, maestra di tutte le cose, ci ha infallantemente provato che i regni cominciati coll’inganno finirono nei fondatori o nei figli, con vitupero e danno. Una crisi violenta è scoppiata; terribile ne fu la catastrofe, spaventoso e terribile l’esempio; ma che ne accerta come gli uomini più con l’amore che con la forza si governino».

E concludeva, esclamando:

«Possano le Alpi, le une sopra le altre ammassate, separarci per sempre da quella nazione, che sempre portò l’infortunio e la desolazione nella patria nostra!».

Le ceneri di Vittorio Alfieri avranno esultato, se gli echi lontani di Santa Croce ripercossero questa perorazione misogallica.

Certo, n’esultò il poeta di via Morone. Il quale, in quel giorno medesimo, intonò una canzone, che qua e là ricorda l’alfieriana del 1789, Parigi sbastigliato. Trattandosi d’un primo getto, preferisco riprodurla qui come un documento storico, anzi che darle posto tra le Poesie.

APRILE 1814

CANZONE

22 aprile 1814.

Fin che il ver fu delitto, e la Menzogna Corse gridando, minacciosa il ciglio: «Io son sola che parlo, io sono il vero», Tacque il mio verso, e non mi fu vergogna.[67] Non fu vergogna, anzi gentil consiglio; Chè non è sola lode esser sincero, Nè rischio è bello senza nobil fine.[68] Or che il superbo morso Ad onesta parola è tolto alfine, Ogni compresso affetto al labbro è corso; Or s’udrà ciò che, sotto il giogo antico, Sommesso appena esser potea discorso Al cauto orecchio di provato amico.

Toglier lo scudo de le Leggi antique E le da lor create, e il sacro patto Mutar come si muta un vestimento; O non mutate non serbarle, e inique Farle serbar benchè segrete, e in atto Di chi pensa, tacendo, al tradimento; E novi statuir padri alla legge, E, perchè amici ai buoni, Sperderli a guisa di spregiato gregge: Questi de’ salvatori erano i doni; Questo dicean fondarne a civil vita; Qual se Italia, al chiamar d’esti Anfioni, Fosse dei boschi e de le tane uscita.

Anzi, fatta da lor donna e reina La salutaro, o fosse frode o scherno: D’armi reina, io dico, e di consigli; Essa che ai piè de la imperante inchina Stavasi, e fea di sue ricchezze eterno Censo agli estrani, e de gli estrani ai figli; Che regger si dovea con l’altrui cenno; Che ogni anno il suo tesoro Su l’avara ponea lance di Brenno. È ver; tributo noi dicean costoro, Men turpe nome il vincitor foggiava. Ma che monta, per Dio! Terra che l’oro Porta, costretta, allo straniero, è schiava.

E svelti i figli ai genitor dal fianco, E aprir loro le porte, ed esser padre Delitto, e quasi anco i sospir nocenti; E tratti in ceppi, e noverati a branco, Spinti ad offesa d’innocenti squadre Con cui meglio starieno abbracciamenti. Oh giorni! oh campi che nomar non oso! Deh! per chi mai scorrea Quel sangue onde il terren vostro è fumoso? O madri orbate, o spose, a chi crescea Nel sen custode ogni viril portato? Era tristezza esser feconde, e rea Novella il dirvi: un pargoletto è nato!

Nè gente or voglio cagionar dei mali Che lo stesso bevea calice d’ira, Nè infonder tosco ne le piaghe aperte; Ma dico sol ch’è da pensar da quali Strette il perdono del Signor ne tira, Perchè sien maggior grazie a Lui riferte. Chè quando eran più l’onte aspre ed estreme, E, al veder nostro, estinto Ogni raggio parea d’umana speme; Allor fuor de la nube arduo ed accinto, Tuonando, il braccio salvator s’è mostro: Dico che Iddio coi ben pugnanti ha vinto; Che a ragion si rallegra il popol nostro.

Bel mirar da le inospite latebre Giovin raminghi al sospirato tetto Correr securi, ed a le braccia pie; E quei che in ferri astrinse ed in tenebre L’odio potente, un motto od un sospetto, Ai soavi tornar colloquj e al die; E un favellar di gioja e di speranza, E su le fronti sculta De’ concordi pensier l’alma fidanza; E il nobil fior de’ generosi a scolta Durar ne l’armi e vigilar, mostrando Con che acceso voler la patria ascolta Quando libero e vero è il suo dimando;

E quei che a dir le sue ragioni or chiama Lunge da basso studio e da contesa, Parlar per lei com’ella è desiosa, E l’antica far chiara itala brama: Che sarà, spero, a quei possenti intesa Cui par che piaccia ogni più nobil cosa. Vedi il drappello che al governo è sopra, Animoso e guardingo, Al ben di tutti aver rivolta ogni opra; E i ministri di Dio dal mite aringo Nel dritto calle ragunar la greggia. Molte e gran cose in picciol fascio io stringo; Ma qual parlar sì belle opre pareggia?

Il poeta è interprete genuino del sentimento popolare. Aveva taciuto fin allora, perchè a nulla sarebbe valso l’ardire; infranto il bavaglio, egli leva alta la voce contro l’ipocrita dominatore, che ci teneva schiavi nel sacro nome della libertà. Chè schiava era l’Italia, costretta ogni anno a deporre il suo tesoro (esecutore il Prina) «sull’avara lance di Brenno»![69] E i figli erano strappati ai genitori, noverati a branco, spinti contro eserciti innocenti di fratelli; e morivano lontano,

Non per li patrii lidi e per la pia Consorte e i figli cari!

Ora tutto, d’improvviso, è mutato: «quando eran più l’onte aspre ed estreme», ecco, di tra le nubi, s’è mostrato il braccio salvatore di Dio, a soccorrere i «ben pugnanti». Ed ha vinto; così che «a ragion si rallegra il popol nostro». Ora son tornati alle loro case sospirate, agli abbracciamenti pii, ai soavi colloquii («i fidati colloqui d’amor», del primo coro dell’Adelchi), quei giovani costretti a ramingare per greppi senz’orma, o tenuti, dall’odio potente del tiranno, in carceri tenebrose; ora è tutto un «favellar di gioia e di speranza», e «il nobil fior de’ generosi» ora veglia nelle armi,

mostrando Con che acceso voler la patria ascolta Quando libero e vero è il suo dimando.

Il poeta è anch’egli pieno di fiducia, che l’itala brama sarà da «quei possenti intesa Cui par che piaccia ogni più nobil cosa». E accompagna coi suoi voti i delegati che i Collegi Elettorali inviarono a Parigi, perchè la secolare brama facessero nota a quei possenti.

I delegati furono Federico Confalonieri, Alberto Litta, il marchese Gian Giacomo Trivulzio e il conte Della Somaglia, milanesi, i conti Marcantonio Fè di Brescia e Serafino Sormani di Cremona, il banchiere Giacomo Ciani e Pietro Ballabio; segretario, il marchese Giacomo Beccaria, figlio d’un fratello di Cesare. Quest’ultimo si sarebbe presentato al Fauriel con una commendatizia del cugino Manzoni. Il quale così scriveva, il 24 aprile, all’amico della Maisonnette:

«Je profite d’une bonne occasion qui se présente pour rénouer avec vous ma correspondance, qui heureusement n’a pas été très longtemps interrompue, au moins par des obstacles extérieurs. M. Beccaria mon cousin part cette nuit en qualité de secrétaire d’une députation que nos Collèges Electoraux envoyent au quartier-général des Alliés; c’est lui qui vous portera cette lettre, et qui vous donnera de nos nouvelles, si vous voulez bien l’accueillir».

Risolutamente avverso, come i suoi amici francesi, all’autocrazia napoleonica, il Manzoni si compiace con essi della piega che gli avvenimenti avevan presa in Francia. Soggiunge:

«Vous pouvez vous imaginer la part que nous avons pris aux inquiétudes dans lesquelles vous avez dû vous trouver, et à la joie qu’a dû vous causer un dénouement aussi heureux et aussi tranquille. Connaissant l’affection que vous avez pour votre pays, et pour tout ce qui est généreux, sage et utile, je vous félicite de votre noble Constitution».

Una Costituzione simile anche per l’Italia era ciò che vivamente sospiravano quei nostri nobili patrioti del ’14:

Ferito e stanco Il vincitor; vôti gli erari; oppressi Dal terror, dai tributi i cittadini Pregan dal ciel sull’armi loro istesse Le sconfitte e le fughe........ ........A molti in mente Dura il pensier del glorioso, antico Rivolgon di desio là dove appena D’un qualunque avvenir si mostri un raggio, Frementi del presente e vergognosi.[70]

Ma il loro sogno doveva spezzarsi dinanzi alla realtà del domani, qual era voluta e preparata dalla grettezza feroce e goffa del principe di Metternich; di codesto saccente idolatra di quella politica ciecamente conservatrice

Che del passato l’avvenir fa servo.

[65] La lettera è diretta a Carlo Trombetti. Fu pubblicata nella Cronaca, periodico di Ignazio Cantù, anno 1858, pag. 167.—Cfr. DE CASTRO, La caduta ecc., pag. 156-7.

[66] Cfr. F. CALVI, Il Castello Visconteo-Sforzesco: 2ª ediz., Milano 1894, pag. 459-60.

[67] Cfr. PARINI, Vespro, v. 344-5: «A tal clamore Non ardì la mia Musa unir sue voci»; e Il Cinque Maggio.

[68] Cfr. Il Conte di Carmagnola, I, 5ª (pag. 191): «Ma tra la noncuranza e la servile Cautela avvi una via; v’ha una prudenza Anche pei cor più nobili e più schivi......»

[69] I Francesi avevano cominciato per tempo. Nel 1796, Massena entrò in Milano il 14 maggio, e il 23 scriveva al Direttorio, «avec une certaine fierté, que le tableau général des contributions en pays conquis ne s’élevait pas à moins de 35,571,400 francs».—Cfr. BOUVIER, Bonaparte en Italie, pag. 607.

[70] Il Conte di Carmagnola, I, 2ª (pag. 184).

XV.

Se il Manzoni era il sincero interprete dei sentimenti della parte più eletta del popolo lombardo, un altro poeta, anch’esso amico di libertà, si ribellava a quei sentimenti, in preda a un’agitazione incomposta. Che cosa precisamente volesse ed auspicasse quell’edizione economica dell’Alfieri che fu il Foscolo, nè seppero allora i suoi amici, nè in verità si riesce a comprendere dalla sua Lettera apologetica, scritta in Inghilterra circa il 1823 e pubblicata molto più tardi, a Lugano, nel 1844. Con un dispetto e un’acredine, che fa vivo contrasto col fiducioso compiacimento di uomini come il Manzoni ed il Pellico, ei vi narra:

«I moltissimi trucidatori d’un solo, e il Podestà e i consiglieri municipali e le spie tedesche e i primati della congiura crearono una Reggenza del Regno, e un’assemblea di legislatori. Deputarono ambasciatori agli Alti Alleati in Parigi a perorare i diritti dell’Indipendenza Italiana; ma per agevolare il trattato, e mostrarsi discordi deboli ed imbecilli, e meritarsi l’indipendenza, fecero legge che dal Regno fossero esclusi tutti quanti i paesi che non erano appartenuti al ducato di Milano. Così di sei milioni di abitatori, lo ridussero a poco più d’uno. Cassarono da’ ruoli gli ufficiali tutti quanti dell’esercito ch’erano nati in Francia, o fuori de’ confini di quel nuovo regnetto, e che non per tanto da vent’anni avevano versato sangue e procreato figliuolanza legittima; e solo per essi gl’Italiani cominciarono a non essere nominati codardi fra le nazioni. I collegj degli elettori, composti de’ notabili fra’ possidenti di terra e di denaro e sapere nel Regno; stabiliti per fondamento di tutte le leggi a rappresentare il popolo tutto, ed eleggere i senatori, i giudici, ed ogni magistratura, e il re ove mancasse la successione; indipendenti dalla corona: non eletti che da’ loro pari; e non revocabili, nè mai pagati: erano fatti radice vera di tutte le costituzioni. Pur nondimeno anche i collegj furono in quella notte pervertiti, mutilandoli di quanti membri rappresentavano i dipartimenti e le città del Regno che non parlavano il puro dialetto lombardo. Finalmente con legge acclamata fu decretato doversi inibire ogni ingerenza e consiglio nelle faccende pubbliche agli uomini dotti, come adulatori venali, inettissimi a tutti diritti ed ufficj di cittadinanza».

Son periodi che hanno la risonanza e l’apparente concettosità di quelli di Tacito o di Sallustio; ma in verità essi velano quel medesimo sentimento rancoroso che male ispirò, qualche mese dopo, i reazionarii senatori Veneri e Guicciardi, ex-presidente ed ex-cancelliere del Senato, a presentare al commissario imperiale una protesta contro le deliberazioni dei Collegi Elettorali. «E se», vi si diceva, «non avrebbero potuto ciò fare tutti gli elettori legalmente riuniti in numero di millecentocinquantatre, tanto meno una frazione di centosettanta elettori di otto soli dipartimenti». Il fatto cui si accenna stava così. Dalla Reggenza s’era discusso sulla convenienza d’invitare o no «gli elettori dei dipartimenti occupati dalle truppe nemiche: alcuni di essi si trovavano a Milano per impiego o casualmente. Si temeva», riferì poi il Verri, «d’irritare gli Alleati con una rappresentanza d’elettori di paesi già da essi occupati: vennero quindi circoscritti i Collegi agli otto dipartimenti ancora liberi: Olona, Mincio, Alto Po, Agogna, Lario, Adda, Serio, Mella».

Può esser curioso sentire che cosa il Manzoni pensasse dalla Lettera apologetica. Il Bonghi narra d’avergliela data lui da leggere, e d’averlo trovato un giorno con essa tra le mani. «Gli domandai come avesse fatto a leggerne tanto. Lui m’ha risposto: Sono arrivato sin qui cercando qualcosa di chiaro e di netto, e un periodo che avesse a che fare con quello che lo precede e che lo segue.—Aprii a caso lo stesso libro...., e lessi il primo periodo...., osservando come non mi riusciva d’intenderlo.—E già, mi rispose, son come quei ripieni d’organo senza nessun motivo (fece il suono dell’organo: oh! oh! oh!), e gira e gira e non sen cava nulla!».—E il Bonghi stesso riferisce quest’altro aneddoto. «Un giorno», racconta, «questionavamo Broglio ed io sul merito di Foscolo come scrittore in prosa. Lui, senza aver sentita la quistione, ci disse: Fate decidere a me, che sono nel giusto mezzo, imparziale.—Io, risposi, sostengo che Foscolo è uno scrittore insopportabile.—Queste cose, riprese lui, io non fo che pensarle!».[71]

[71] Pensieri inediti di Ruggiero Bonghi, ecc.; Lucera, 1899, pag. 89 e 84.—Nella VI delle sue Lettere critiche, da Stresa, 30 aprile 1855 (nell’edizione milanese del 1873, pag. 67), il Bonghi lasciò un pubblico ricordo del giudizio manzoniano. Notata «l’imperfezione grandissima delle facoltà discorsive e ragionative» del Foscolo, «imperfezione tanta e tale da non riuscirgli di ragionare neppure le cose ragionevoli che dice», ripigliava: «Questo difetto insieme cogli altri è molto meno evidente nelle prose scritte in inglese che non in quelle che ha scritto in italiano, e tra le ultime, l’è molto meno nelle prose letterarie che nelle politiche. Le quali sono così sconnesse, che, come diceva un uomo di molto spirito, non si leggono se non per la curiosità di trovarci un periodo che abbia che fare col seguente e col precedente; quantunque non sarei lontano dal concedere che ci possa parere un pregio quella certa vibratezza e concisione con cui sono talora espressi alcuni concetti che fermano».—Dei suoi fini e intendimenti politici poi, il Bonghi così giudicava: «Quanto a me, amo il Foscolo; ho simpatia per lui; le sue sventure m’addolorano; ho per quest’Italia tutto quell’amore che aveva lui; e se non l’amo proprio alla sua maniera, è perchè non mi riesce d’intendere quale fosse propriamente questa sua maniera». E a un tapinello che volle mostrarsi scandalizzato e sdegnato di questo giudizio, il Bonghi replicava (pag. 285): «Mi farebbe, invece, grazia ad insegnarmi cosa il Foscolo sperasse per questa Italia che amava, quale avvenire, quali ordini? Questo è quello che non m’è parso d’intendere da’ suoi scritti».

XVI.

Il 23 aprile, mentre a Mantova il principe Eugenio firmava una seconda convenzione militare, con la quale si consegnava all’Austria il territorio che già costituì il Regno d’Italia, «insino a che sarà conosciuta la sorte definitiva del paese»; qui a Milano i Collegi Elettorali formulavano l’indirizzo che i loro delegati dovevan presentare, in Parigi, agli Alleati. Vi chiedevano: «l’assoluta indipendenza del nuovo Stato Italiano; la maggiore estensione di confini del nuovo Stato; una Costituzione liberale...., che ammetta una rappresentanza nazionale a cui spetti esclusivamente formare le leggi...; un governo monarchico ereditario, primogeniale, ed un principe che per la sua origine e per le sue qualità ci possa far dimenticare i mali che abbiamo sofferti durante l’ora cessato governo».

Ah sì! Il 26, l’avanguardia austriaca occupava Pizzighettone, e il commissario imperiale, generale marchese Annibale Sommariva lodigiano, giungeva a Milano, a «prendervi possesso, in nome delle Alte Potenze Alleate, dei dipartimenti, distretti, città e luoghi tutti che nel Regno d’Italia non sono ancora stati conquistati dalle truppe alleate». Il giorno stesso, la Reggenza provvisoria pubblicava un proclama al popolo, per esortarlo a ricevere «come veri liberatori» i soldati dell’Austria, «che hanno esposta la vita», diceva, «per la vostra salvezza»; e perciò «accoglieteli coll’ospitalità loro dovuta, aprendo loro le domestiche mura». E a buon conto insisteva, per paura di non esser frantesa: «La Reggenza, fidente nel carattere italiano e assicurata dalle intenzioni dei vostri liberatori, vi avverte che le loro truppe entreranno domani nella capitale, e che il debito e le circostanze esigono che alloggi privati siano posti a disposizione degli ufficiali».

Povero «carattere italiano»! Di buona o cattiva voglia, soprattutto di cattiva, bisognò schiuderle «le domestiche mura» a quelle sudice masnade di tedeschi e di boemi, di croati e di panduri. E anche al Manzoni toccò di vedersi invase, da quegli ospiti così poco gradevoli e graditi, la casa di città e le due di campagna: «un nuovo flagello»! La signora Enrichetta scriveva, il 24 maggio, alla cugina Carlotta:

«Ebbi i miei due bambini malati nei giorni scorsi.... La mamma anch’essa fu malata per un mese... Ora noi siamo ingombri di soldati. Le nostre case in città ed in campagna ne furono e ne sono ancora occupate, e non si sa troppo come bastare alla spesa».

Più tardi, il 26 luglio, la signora Giulia dava qualche nuovo particolare allo zio Michele:

«Ho avuto tanti malati in casa..... Sospiriamo tutti di andare in campagna, ma avevamo tutte le nostre case piene zeppe di soldati. Il nostro Lecco è rovinato intieramente dal soggiorno di otto mesi di soldati, di donne e figli; anche adesso è tutta ingombrata. A Brusuglio avevamo quaranta soldati; ho ottenuto che partissero, perchè per la salute nostra, e massime d’Enrichetta che deve prendere i bagni, necessita la nostra andata colà. Difatto altro non occorrendo, vi andiamo domani. Le spese straordinarie e forzose di questo inverno ci hanno impedito di ultimare la nostra casa nuova; bisogna che abitiamo la vecchia in pessimo stato, perchè non ci conviene riadattarla. Qui fa caldissimo, Milano è piena di gente, perchè i militari vi formicolano...».

E il 6 gennaio 1815, ritornati a Milano dalla villa di Lecco, soggiungeva:

«Grazie a Dio, si sono rimessi tutti [i bambini], mediante la buon’aria di Lecco; chè, a forza d’impegni, ci è stato permesso di andarvi; dico per impegni, giacchè la nostra povera casa era da un anno occupata intieramente da soldati, così che abbiamo dovuto far lavare tutta la casa, dai materazzi, e rimontar tutto, inclusivamente gli utensili di cucina, con una spesa non indifferente. Eravamo bene colà; ma dovemmo presto ritornare qui, perchè ci volevano occupare le nostre proprie stanze con alloggi; e notate che non ne abbiamo una che non ci sia necessaria. Venimmo dunque a Milano.... Alessandro è un po’ affaticato per gli affari».

Disingannato anch’egli come i suoi generosi amici di Milano, Alessandro, in quell’angoscioso trambusto, tacque con gli amici lontani. Dopo la lettera del 24 aprile 1814, ei non riscrive al Fauriel fino al 25 marzo 1816. E quante cose non ebbe da osservare, e quante meditazioni non ebbe da fare, in quei due anni!

Il 28 aprile, l’avanguardia del Neipperg entrò in Milano, alle 4 del pomeriggio, da porta Romana. Una doppia fila di circa ottocento militi della Guardia Civica, «armati e ben montati», faceva ala. Le milizie austriache, cenciose e polverose, sfilarono a suon di musica, tra un silenzio reso più solenne e significativo dagl’isolati evviva interessati o prezzolati.[72] Si sperava ancora che quella soldataglia un giorno o l’altro sarebbe dovuto sloggiare; e si sollecitava perciò la decisione delle Potenze Alleate.

I delegati dei Collegi Elettorali erano in via. Il primo a giungere a Parigi fu il Confalonieri, che aveva compiuto in sei giorni (un tempo che parve assai breve) il viaggio. Era lui il Beccaria. Le notizie che potè raccogliere non furon molto confortanti. Pare che allora gli sorridesse l’idea d’una Confederazione degli Stati italiani, stretta intorno alla dinastia di Savoia, «già la più forte dell’Italia nordica»; rinunziava per suo conto anche al piacere di conservar la capitale a Milano. Ma c’era ben altro a cui quei generosi avrebbero dovuto rinunziare! Gli altri delegati tardavano: il Trivulzio e il Sommi giunsero il 3 maggio, il Litta e il Somaglia, il 4; il conte Fè, che fu l’ultimo, il 13. Fin dal 3 maggio il Confalonieri scriveva intanto alla moglie: «Il Veneziano e la Lombardia sono assolutamente devoluti all’Austria: possa questa corona esser posta sulla testa d’un principe da sè, e i nostri voti avranno esito; ma l’orizzonte su di ciò mi fa tremare!». E il giorno appresso: «L’Austria è l’arbitra, la padrona assoluta dei nostri destini.... Non trattasi più di domandare alle Alleate Potenze: Costituzione libera, indipendenza, regno ecc. ecc.; trattasi d’implorare ciò che un padrone ci vorrà accordare!».

Pure, essi intrapresero con coraggio la via crucis. Chiesero ed ottennero d’esser ricevuti, il giorno 7, dall’imperatore Francesco. Il quale dichiarò, con decantata benevolenza: «Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista; vi amo come miei buoni sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore della vostra salvezza e del vostro bene». E non volle sentir parlare di condizioni o di concessioni; e quando uno dei delegati si lasciò sfuggire il nome di Regno Italico, il delicato sovrano interruppe: «Regno Italico no, perchè io non spingo le mie mire a quel che dev’esser d’altri!».—Metternich fu, se fosse stato possibile, anche più esplicito.—L’imperatore Alessandro fece sapere che li avrebbe ricevuti solo come illustri italiani, non potendo loro riconoscere nessuna veste ufficiale; e li congedò, dopo un discorsetto sul bel paese e sul bel tempo, ringraziandoli d’avergli procurato le plaisir de faire votre connaissance individuelle.—Il ministro di Prussia, Guglielmo di Humboldt, fece intendere abbastanza chiaramente che al suo paese non dispiaceva che l’Austria s’ingrandisse in Italia, lasciando così alla Prussia il modo d’allargarsi in Germania.—Rimaneva un’ultima speranza, nel Gabinetto Inglese; e la Reggenza, da Milano, spingeva i Delegati a quest’ultimo passo, con la fiducia della disperazione. Gli ammiragli e i generali inglesi, venuti in Italia, s’eran tanto piena la bocca di libertà e di costituzioni liberali!.... Ma lord Aberdeen e il visconte di Castlereagh osservarono che a godere il benefizio delle istituzioni inglesi bisognava esser già preparati; e l’Italia non lo era, tanto che in Sicilia la Costituzione aveva fatto cattiva prova; si rassegnasse perciò la Lombardia al governo dell’Austria, che a buon conto non era più la Francia, che anzi era ottimamente disposta a far la felicità degl’Italiani!

Intanto, l’8 maggio, era entrato in Milano, con altri dodici mila uomini (a cui ne seguirono subito altri cinquemila), il maresciallo Bellegarde, investito, com’egli proclamò, «di pieni poteri nelle provincie del Regno d’Italia ora distrutto, e già appartenenti alla Lombardia austriaca»: questo richiamo storico non era inopportuno! Nello stesso giorno, il conte Bubna entrava in Torino come governatore militare del Piemonte, alla testa di altre milizie austriache.—Una commissione dei Collegi Elettorali, con a capo il presidente Giovio, si presentò al Bellegarde per raccomandargli: «Voi tanto vicino al monarca, che con tanta gloria siede sul trono di Carlomagno e degli Ottoni, dovete esser nostro intercessore presso le Potenze Alleate, e procurare al nostro paese l’indipendenza garantita da savie leggi e da un principe che meriti le benedizioni di noi tutti». Ma se il Maresciallo non pensava ad altro!... Che cosa essi intendevano per indipendenza?...

Il 13 maggio, monsignor Rivarola plenipotenziario di Pio VII entrava in Roma, a prepararvi l’arrivo di Sua Santità, che n’era scappato la notte del 6 luglio 1809. —Il 17, sbarcò a Genova, proveniente dalla Sardegna, Vittorio Emanuele I; e, a riceverlo come sovrano, si trovò quel medesimo lord Bentinck, che aveva destate tante speranze repubblicane.—E tra il 17 e il 20, il commissario imperiale conte Strassoldo prese possesso, in nome di Maria Luigia, dei già dipartimenti di Parma, Piacenza e Guastalla. —Il 22, giunse a Milano un messo del Confalonieri, ad avvertire la Reggenza che le Potenze avevano oramai deciso circa la nuova configurazione politica della Penisola.—Il 25, vi si vide su per le cantonate il primo avviso in cui ricomparve l’aquila bicipite.—Il giorno dopo, venivan disciolti i Collegi Elettorali, soppressi il Senato e il Consiglio di Stato. Fu conservata la Reggenza, ma decapitata dell’unico liberale, il Verri: il Commissario imperiale ne assunse egli la presidenza!—Così, dopo solo nove anni di vita, promettente se non rigogliosa, era trucidato il bello italo regno. Quella gente che si era creduta risorta, veniva scissa nuovamente in volghi spregiati,

E, a ritroso degli anni e dei fati,

risospinta ai prischi dolor.

Il 12 giugno, i banditori del comune percorrevano Milano annunziando, nei crocicchi, a suon di tromba, essere i Lombardi sudditi dell’Austria, in forza del trattato di pace concluso a Parigi il 30 maggio, tra S. M. Francesco I ed i suoi alleati. Il Maresciallo proclamò: «Popoli della Lombardia! Una sorte felice vi è destinata! Le vostre provincie sono definitivamente aggregate all’Impero d’Austria. Voi rimarrete tutti uniti ed egualmente protetti sotto lo scettro dell’augustissimo imperatore e re Francesco I, padre adorato dai suoi sudditi, sovrano desideratissimo dagli Stati che godono la felicità di appartenergli». Sarebbe stato più prudente aspettare che i nuovi sudditi esprimessero spontaneamente una tanta gioia; ma il Commissario si dichiarava così sicuro d’interpretarne fedelmente i sentimenti!.... «Noi siamo convinti», egli soggiungeva, «che gli animi vostri saranno pieni di gioia nel contemplare un’epoca felice del pari che avventurata, e che la vostra riconoscenza trasmetterà alle remote generazioni una prova indelebile della vostra devozione e fedeltà!». L’Italia, dunque, riconquistava, come non riconoscerlo?, la tanto desiderata indipendenza: non voleva essa forse l’indipendenza.... dalla Francia? Ah l’ipocrisia diplomatica!

Il 13, in tutte le chiese della città e del suburbio, fu cantato—e fin dall’alba intermittenti colpi di cannone chiamarono i fedeli al sacro rito—un solenne imperial Te Deum. La sera dopo, al teatro della Cannobiana, «fu dato per tema», narra il Mantovani, «ad un improvvisatore La battaglia di Lipsia. Verseggiando egli, come doveva, in lode degli Alleati, sorse un forte susurro, ed in mezzo ai fischi non si lasciò continuare. Il teatro fu sgombrato per ordine superiore». Il diarista soggiunge, accorato: «Pessimi preludii!». Certo, non era per rinato amore al vinto di Lipsia; ma al governo austriaco conveniva di crederlo. E fece correre e diffuse le più sconce ed ingenerose satire e caricature del paventato coatto dell’Elba; e s’affrettò a cancellare, in città, le orme del vincitore di Marengo, ribattezzando quello che già fu, ed è tornato, Foro Bonaparte,[73] e quella che era stata chiamata Porta Marengo ed ora è Porta Ticinese, e la Contrada della Riconoscenza ora Corso Venezia, e la Piazza del Tagliamento ora Piazza Fontana.[74] Benchè incatenato, e in gabbia, il leone metteva paura.

Anche la casa mezzo guasta del Prina dava fastidio per le memorie che destava: la sorte che ieri toccò a quel ministro, sarebbe potuta domani toccare ad altri; non c’è forse l’epidemia o la suggestione dei ricordi? E fu deciso di ampliare e regolare la Piazza San Fedele; che voleva dire spazzar via, coi rottami, ogni segno visibile della rivolta. Il 25 maggio, fu pubblicato il primo avviso d’asta per la demolizione; il 6 giugno, il secondo: e furon subito iniziati i lavori. Il 26 luglio, la madre del Manzoni scriveva allo zio Michele:

«Sono appresso a formare una piazza, atterrando la casa del fu ministro delle Finanze: siccome questa è nelle nostre vicinanze, così ve ne parlo».

Oggi, nel bel mezzo della tranquilla piazzetta; con la fronte rivolta a quella che fu la casa degl’Imbonati e poi dei Blondel, e che ospitò dal 1830 al 1834 Massimo d’Azeglio, e ora è il Teatro Manzoni; sorge la statua del grande poeta, opera egregia del Barzaghi, inaugurata il 22 maggio 1883, dieci anni dopo la morte. Dietro, è la chiesa di San Fedele, dove il vecchio venerando si trascinava tutte le mattine; al lato destro, il palazzo del Comune; al sinistro, lo sfondo di quella che fu la casa del Prina, ove poi, nel 1848, dimorò Giuseppe Mazzini. «Ah!», esclamerebbe forse anche qui don Abbondio, «se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male....; ma guarire, ve’!».

[72] Il diarista MANTOVANI, austriacante, se ne mostra tuttavia contento. Narra che le truppe furono ricevute «con incessanti evviva: nessuna confusione, nè incidenti clamorosi: tanto è vero che l’allegria sincera e cordiale non è mai disgiunta dalla giusta moderazione anche tra il basso popolo!».

[73] Napoleone primo console, con decreto 23 giugno 1800, ordinò che si radessero al suolo i baluardi circondanti il Castello sforzesco, detto allora di Porta Giovia; e il Governo della restaurata Repubblica Cisalpina, con legge del 30 nevoso dell’anno IX (20 gennaio 1801), stabilì: «L’area del demolito castello di Milano e del suo spalto, viene denominata Foro Bonaparte». Con le pietre degli spalti demoliti, si costruì, nel 1805, su disegni di Luigi Canonica, l’anfiteatro che fu detto l’Arena.

[74] Furono anche sospesi i lavori, deliberati dalla città nel 1806, per ricostruire in modo duraturo l’arco trionfale, ideato dal Cagnola per l’ingresso di Eugenio e di Amalia; e alle composizioni scultorie e alle iscrizioni esaltanti Napoleone, ne furono sostituite altre che ne ricordavan la caduta. Così l’arco napoleonico prese il nome, che ancora conserva, di Arco della Pace; benchè ora le epigrafi inneggino all’entrata di re Vittorio e di Napoleone III.

XVII.

L’11 luglio [1814], il Manzoni riprese tra mani l’inno, che aveva lasciato alla seconda strofa, sulla Passione. Ne scrisse ancora due strofe; e lasciò di nuovo, e non lo riprese che il gennaio successivo, per nuovamente interrompersi e nuovamente riprenderlo nel settembre, e compierlo, finalmente, nell’ottobre. Decisamente le Muse pudiche si rifiutavano di dimorare in una città così ingombra di soldataglia esotica; e il poeta non le poteva ospitare in campagna, perchè le due sue ville v’eran divenute caserme!

Fra tanti danni, questo vantaggio ci fu di sicuro: che quando, pochi anni dopo, il romanziere imprese a descrivere i saccheggi e gli orrori che, due secoli prima, altre e più brutali soldatesche esotiche seminarono in quelle care borgate che s’inerpicano su pei monti o si nascondono nelle valli, intorno al San Martino e al Resegone, ei non ebbe a lavorar molto di fantasia! Quel Bellegarde secentesco e spagnolesco che fu Don Gonzalo, aveva anche lui protestato, in nome del suo re, «di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino alla sentenza dell’imperatore»; e il buon popolo ambrosiano, mentre le grandi potenze erano in armi per disputarsi la ghiotta preda, s’era anche allora sfogato con una sedizione, la quale, anche allora, non valse se non a richiamare nuova marmaglia straniera; e allora pure, mentre l’un esercito ci stava sul collo, un altro, francese, era venuto a «inondare i nostri dolci campi». E poi, «mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello di Ferdinando [II, d’Austria] si avvicinava dall’altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese». Codeste «truppe alemanne» eran guidate dal conte Rambaldo di Collalto, un condottiero meno incivilito del Bellegarde. Mal pagate, esse avevano già «desolata la Germania» sotto il comando del Wallenstein; e ora venivano, come uno sciame di cavallette, giù lungo «tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po», e lungo un buon tratto di questo fino al Mincio. Il giorno che dalla Valsàssina quei demòni «sboccarono nel territorio di Lecco», che spavento per quella povera gente, e che danni!

«Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l’astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili; qualche volta portavano danni maggiori. I soldati, gente più pratica degli stratagemmi anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano, diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro nascosto».

Sono scene non solo verosimili, ma vere forse. I nipoti di quei lanzichenecchi il romanziere li aveva veduti, anzi avuti per casa! E aveva pur visto i nipoti di que’ cappelletti, che mettevan nuova paura in corpo al già tanto impaurito don Abbondio. Chi non ricorda?

«Il territorio bergamasco non era tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata: ma si sapeva ch’era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelletti, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, nè più nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano».[75]

Sicuro: perchè anche il 29 giugno del 1814, il Bellegarde, per reprimere quel vero brigantaggio che i malcontenti d’ogni genere, soldati disertori e impiegati licenziati, esercitavano su larga scala in tutto il territorio e fin presso le mura di Milano, aveva dovuto mandare in perlustrazione uno squadrone di ottocento cavalieri; e quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini!

Oh non era punto un bel vivere a Milano, durante l’imperversare della reazione austriaca; ci si stava press’a poco come durante la guerra per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga! Il Bellegarde riferiva al suo imperatore che se la nobiltà, il clero, la popolazione del contado avevano conservato un certo attaccamento alla Casa d’Austria, le classi medie, i militari e gl’impiegati, le si dimostravano ostinatamente avverse: forse, diceva, la vicinanza di Napoleone e il contegno del Re di Napoli alimentano le loro segrete speranze. Un poliziotto mandato a posta da Vienna, il 26 giugno scriveva al suo governo: «Facendo nuove conoscenze, ho già dovuto rilevare con rammarico che noi Tedeschi siamo quasi generalmente odiati; vi assicuro che il malcontento eccede ogni limite, e che ci caccerebbero precisamente collo stesso piacere con cui ci hanno accolti or fanno sette settimane»[76]. Al Commissario imperiale occorreva procedere con una grande prudenza; la quale poi dava noia, come suole, ai reazionari arrabbiati, che gli mutarono il nome in Belletardi. Si buccinò anche d’una congiura militare, che per il 5 agosto doveva mettere a fuoco e fiamme tutta la Lombardia: le logge dei Frammassoni e le vendite dei Carbonari avevan tutto preparato, si diceva, per la proclamazione della Repubblica Italiana. Il Bellegarde sarebbe stato disposto a non prestar fede a simili fandonie; ma il Gabinetto imperiale voleva indagare, avere liste di proscrizioni, reprimere esemplarmente. Alcuni cavalieri d’industria, un Comelli von Stuckenfeld e un Esquiron de St. Agnan, specularono su quella paura e pescarono in quel torbido. Il 5 agosto passa tranquillo; non importa, la sollevazione si seppe esser rimandata all’ottobre. Anche l’ottobre passò tranquillo; ma.... c’era stato un contrattempo. Finalmente, il St. Agnan fa il colpo; ruba alcuni documenti, e nella notte dal 3 al 4 dicembre consegna ai gendarmi il medico Rasori, l’avvocato Lattuada ed altri ardenti e imprudenti complici della terribile trama. Dell’inesorabile imperatore era alfin paga la «terribil ira!».

Fu una sconcia tragicommedia; ma che strazio assistere a un tanto avvilimento della patria, dopo tante illusioni e speranze!

E questa donna di cotanto lido, Questa antica, gentil donna pugnace,

tornava a essere avvinta da

Genti che non vorrian toccarla unita, E da lor scissa la pascean d’offese.

Povera, diseredata, avvilita e derelitta Italia![77]

Essa in disparte, e posto al labbro il dito, Dovea il fato aspettar dal suo nemico, Come siede il mendico Alla porta del ricco in sulla via; Alcun non passa che lo chiami amico, E non gli far dispetto è cortesia.[78]

Sennonché, tra quella folla di sovrani, «tutti anelanti a farle oltraggio», ce n’era pur uno, a cui gli occhi dei patrioti si volgevano con desiderio e fiducia. Era, sì, nato di là dalle Alpi, ma la fortuna e la virtù militare gli avean posto in mano il freno delle più belle contrade della Penisola. Baldo, insofferente, generoso, perchè non avrebbe egli osato finalmente di proferir quella parola «che tante etadi indarno Italia attese?».

In te sol uno un raggio Di nostra speme ancor vivea, pensando Ch’era in Italia un suol senza servaggio, Ch’ivi slegato ancor vegliava un brando.

[75] Promessi Sposi, capp. XXVII, XXVIII e XXIX.

[76] VON HELFERT, La caduta della dominazione francese ecc., pag. 161-62.

[77] Per siffatte figurazioni dell’Italia, rimando a quanto già ebbi a scriverne per illustrare il primo dei Canti leopardiani. (Cfr. I Canti di G. Leopardi ecc., Milano, Hoepli, 1900, pag. 230 ss.). Qui richiamo la prosa prima del Misogallo, in cui l’Alfieri, dedicando quell’operuccia alla Venerabile Italia, le dice: «Onde, ed a quella augusta Matrona, che ti sei stata sì a lungo, d’ogni umano senno, e valore principalissima sede, ed a quella che ti sei ora (purtroppo!) inerme, divisa, avvilita, non libera ed impotente; ed a quella che un giorno (quando ch’ei sia) indubitabilmente sei per risorgere, virtuosa, magnanima, libera ed una....».

XVIII.

Gioacchino Murat è, dopo Napoleone, il personaggio forse più interessante della immane tragedia ch’ebbe il suo prologo il 21 gennaio 1793, in quella piazza di Parigi dove il carnefice della Rivoluzione troncò il capo d’un re per diritto divino, e il suo epilogo il 5 maggio 1821, nella remota isola del Pacifico, dove i principi di diritto divino avevan confinato l’audace figlio della Rivoluzione, che s’era incoronato re e imperatore con le sue proprie mani. Nato di popolo, bello, sveglio, manesco, Murat era un seducente tipo di soldato e d’avventuriero. Amava la sua lucente uniforme e il suo cavallo quanto la sua stessa persona; della quale era vano, anche perchè essa valeva a conquistargli subito le più ambite simpatie. Non aveva né principii morali né convinzioni politiche molto salde: così che urlò da prima coi lupi della Rivoluzione, e persino alterò il suo nome in Marat; e poi, quando volle cattivarsi l’animo del despota, diè la caccia a quei lupi, e si compiacque d’esser chiamato Gioacchino Napoleone.

Bonaparte non vide in lui un possibile rivale, e gli agevolò l’ascesa. Lo condusse con sè in Italia, nel 1796; e dopo l’armistizio di Cherasco, ne propose la promozione a generale di brigata. Gli affidò anche missioni militari e diplomatiche a Genova, in Toscana, nella Valtellina, a Roma; lo volle poi in Egitto, dove l’impareggiabile generale di cavalleria manifestò tutta la sua bravura; e lo ebbe a fianco, tra’ più fidi e gagliardi, in Parigi, nei foschi giorni di brumaio. Gioacchino richiese, quasi in compenso di tali servigi, la mano di Carolina, l’ultima sorella del Primo Console, che questi vagheggiava di maritare a Moreau. Il cuore già lo possedeva: lo aveva preso d’assalto qui, quattro anni prima, nelle sale e nei boschetti della villa Crivelli-Serbelloni a Mombello, dove ora è il manicomio. Quelle nozze, in forma puramente civile, furon celebrate il 20 gennaio 1800; ma due anni dopo, esse furon benedette dal cardinal Caprara. Per convenienza politica, questi napoleonidi sollecitarono ciò che, otto anni dopo, i coniugi Manzoni avrebbero compiuto per rinata convinzione religiosa.

Al Murat, in quella eroica primavera, fu assegnato il còmpito di condurre, attraverso il San Bernardo, il grosso nerbo di cavalleria di quell’esercito della riserva, che Napoleone, rinnovando in sè gli ardimenti di Annibale e di Carlomagno, riversava in Italia. Quali ansie, tra quei monti

Erti, nudi, tremendi, inabitati Se non da spirti: ed uom mortal giammai Non li varcò!

Come gli saranno parse lunghe quelle quindici ore, che i suoi seimila e duecento cavalieri spesero su per gli aspri sentieri e i balzi dirotti, che separano la gola di Minouée dalla capanna della Vaccheria! La fanteria precedeva per la Valle d’Aosta, ed aveva ricacciata a Châtillon una colonna nemica, quand’ecco si trovò di fronte alle formidabili posizioni di Bard. La natura pareva avesse preparato il campo al nemico: «gli abissi intorno gli scavò per fossati», e i monti eran «le sue torri e i battifredi».

Ogni più picciol varco Chiuso è di mura, onde insultare ai mille Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne.

Ma non mancò neppur questa volta chi additò all’esercito invasore un sentiero, onde girare in largo e piombare alle spalle dei difensori. E mentre una divisione asserragliava il forte, la fanteria, e dietro di essa la cavalleria, sfilaron per greppi senz’orma, e giù per Ivrea sboccarono «in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’ frutteti Carchi di poma».

Non è possibile che il poeta, il quale una ventina d’anni dopo intendeva a ricostruire, sugli scarsi accenni dei cronisti, il dramma della più remota discesa dei Franchi, e metteva sulle labbra del diacono Martino la immaginosa narrazione del suo singolare viaggio attraverso le Alpi ignote[79], non avesse l’occhio e la mente al memorando passaggio che s’era compiuto, per così dire, sotto i suoi occhi. Chi sa quanti racconti di testimoni, con quanti particolari, non gli sarà toccato d’ascoltare! E quanti colori non vi avrà attinto, anche per la magnifica scena che segue, dei Longobardi sorpresi, sconfitti, messi in fuga! Essa è così viva e mossa, come nessun’altra del nostro teatro tragico; anche più di quella, pur tanto ricca d’azione e d’affetti, in cui Saul, sopraffatto dai fuggenti e in cospetto dell’irrompente oste vittoriosa, soccombe.

Quel brillante ufficiale, che i Milanesi avevan già ammirato quattro anni avanti, rientrò il 2 giugno, alle 4 del pomeriggio, per porta Vercellina (ora Magenta), nella metropoli cisalpina, preceduto da gran fama, anche pei più recenti prodigi di valore e d’audacia compiuti nel traversare la Sesia e il Ticino, e con nuovo fasto principesco. Ma non ci si fermò se non due giorni: e poi via, a capo dei suoi cavalieri, per Piacenza, dove passò, con temerità sbalorditiva, il Po; per Voghera, dove sfilò al trotto sotto gli occhi sorridenti di Napoleone e quelli sorpresi del parlamentario austriaco; per i piani di Marengo. I Consoli, quando egli potè ritornare a Parigi col glorioso cognato, gli decretarono una spada d’onore. —Nel dicembre, conduce in Italia, pel Piccolo San Bernardo, un nuovo esercito; e occupa Ancona e la Toscana, e si stabilisce a Firenze, per trattare col Papa e col Re di Napoli, e costituire il Regno d’Etruria. Fa un colpo di testa, che gli riesce e gli attira nuove simpatie tra’ cisalpini: chiama «esercito d’Italia» quello che Napoleone aveva battezzato «corpo d’osservazione del Mezzogiorno». Benchè gli utopisti gli tengano il broncio, per non aver egli proclamata la repubblica a Firenze, a Roma, a Napoli; i patrioti meglio ispirati riappuntano in lui, francese, quegli sguardi di desiderio che Campoformio aveva stornati dal Corso fedifrago. Murat se ne compiace; e il 2 agosto, nel proclamare l’atto costituzionale della nuova monarchia, pronunzia un discorso, in cui accenna agli splendori medicei, ed esorta i Toscani a considerare i Francesi come un popolo amico, «il quale sa rispettare presso le nazioni straniere i principii monarchici, al modo stesso che sa mantenere in patria i principii repubblicani». Napoleone lo lascia fare e dire; anzi lo mette a capo di tutte le milizie francesi che si trovavano nella Penisola. Ed egli viene a stare a Milano. Indignato per le malversasazioni dei commissarii repubblicani, affretta la costituzione della Repubblica Italiana, con Napoleone presidente; e il 14 febbraio 1802, dopo d’aver passate in rivista, nella piazza tra il Duomo e la reggia, le sue belle truppe, tiene nella sala delle cariatidi un altro discorso, augurando le sorti più liete al nuovo Stato italiano che si costituiva sotto gli auspici tutelari di Bonaparte.

Pur troppo, il popolo lombardo aveva ivi stesso, sei anni innanzi, ascoltate proprio dalla bocca di costui parole anche più promettenti. «Vous serez donc libres», egli aveva detto nel fervore di quei primi entusiasmi liberaleschi, «et vous serez plus sûrs de l’être que les Français; Milan sera votre capitale, l’Oglio et le Serio seront vos barrières; la Romagne vous écherra et d’autres provinces encore; vous embrasserez les deux mers, et vous aurez une flotte!». Allora Vincenzo Monti—che fra que’ rapidi mutamenti politici non sapeva che pesci pigliare, o meglio, cercava di pigliarli tutti, ma l’un dopo l’altro gli sguisciavan di mano—aveva mutata, anzi capovolta, la fine della sua Musogonia. Dove prima, nel 1793, aveva inneggiato a Francesco d’Austria, italiano perchè nato a Firenze (il 12 febbraio 1768), invocando sul suo biondo capo il favore dei numi:

Voi che tutta dell’italo destino Mai non volgeste la potenza in basso, Contro il Gallo fellon che varca il monte Destatevi e levate alto la fronte.

Pietà d’Ausonia, a cui di pianto un rio Bagna la guancia delicata e casta, E nel sen v’addimostra augusto e pio Il solco ancor della vandalic’asta....

Tu, germanico eroe, che in biondo pelo Mostri, invitto Francesco, alto consiglio, Tu ricomponi alla piangente il velo, Ch’ella t’è madre, e madre prega al figlio. Vien, pugna, e salva la ragion del cielo, Chè ben per Dio si corre ogni periglio; Vieni, e al furor del seme empio di Brenno Il petto opponi di Cammillo e il senno....;

ora, nel 1797, si rivolge al «magnanimo eroe» (il Gallo fellon!) che riconduceva di qua dalle Alpi il «furor del seme empio di Brenno», per esortarlo a farsi «d’Ausonia l’Alessandro e il Numa»:

Ma di leggi dotarla, e le disciolte Membra legarle in un sol nodo e stretto....; E l’aquila frenar che l’ugne ha volte Contro il suo fianco e l’empie di sospetto, Sia questa, o salvator forte guerriero, La tua gloria più cara e il tuo pensiero.

Anche Ugo Foscolo aveva, in quell’anno, intonata la sua ode A Bonaparte liberatore, esclamando fiducioso:

Italia, Italia,.... I desolati lai Non odi più di vedove dolenti, Non orfani innocenti Che gridan pane ove non è chi ’l rompa; Ve’ ricomporsi i tuoi vulghi divisi Nel gran popol che fea Prostrare i re col senno e col valore, Poi l’universo col suo fren reggea....

Ma l’eroe gridato «liberatore»; il quale ai Milanesi aveva promesso: «Si l’Autriche revient à la charge, je ne vous abandonnerai pas!», e aveva soggiunto, con l’enfasi propria del tempo, «Un jour peut-être vous tomberez, mais alors je ne serai plus là, et d’ailleurs Sparte et Athènes aussi ont succombé après s’être inscrites dans les fastes du monde!»; di lì a poco aveva patteggiata Venezia

Come fanno i corsar dell’altre schiave.

Onde i disperati sconforti di Jacopo Ortis. Il quale, tra imprecazioni che ricordano il Misogallo, ha pur una frase che richiama l’idea intorno a cui s’impernia il primo Coro dell’Adelchi[80]. «Moltissimi de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro», scrive nella lettera del 17 marzo dell’anno I, «presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia». Strana e assurda presunzione!

E il premio sperato, promesso a quei forti, Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, D’un volgo straniero por fine al dolor?...

«Ma i Francesi», ripiglia l’Ortis, «che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? Moltissimi intanto si fidano del giovine eroe nato di sangue italiano, nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace?...».

E i moltissimi ebbero torto!

A frangere il giogo che i miseri aggrava, Un motto dal labbro dei forti bastava: E il labbro dei forti proferto non l’ha![81]

E in chi dunque oramai fidare e sperare? Non era possibile che tutta la nazione, e non era neanche da consigliare, si appigliasse al partito a cui Jacopo—non Ugo—s’immolò! E poi, non era stato Napoleone a dare un corpo alle vaghe aspirazioni italiane di libertà e d’indipendenza? Ch’egli, in un certo momento della sua vita, vagheggiasse un’Italia tutta unita, era un fatto; che sognasse, un quarto di secolo prima del poeta, una Italia «libera tutta tra l’Alpe ed il mare»,

Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor;

ce lo hanno rivelato quelle poche tra le «eterne pagine», in cui l’imperiale recluso «ai posteri narrar sè stesso imprese». Gli è che opposto a quell’ambita fusione egli aveva visto un ostacolo politico e morale, che la configurazione topografica della Penisola rendeva più grave, anzi insormontabile. Napoleone lasciò scritto:

«L’Italie, isolée dans ses limites naturelles, séparée par la mer et par de très hautes montagnes du reste de l’Europe, semble être appelée à former une grande et puissante nation.... Quoique le sud de l’Italie soit, par sa situation, séparé du nord, l’Italie est une seule nation. L’unité de langage, de moeurs, de littérature doit.... réunir enfin ses habitants dans un seul gouvernement.... Elle a dans sa configuration géographique un vice capital, que l’on peut considérer comme la cause des malheurs qu’elle a essuyés et du morcellement de ce beau pays en plusieurs monarchies ou républiques indépendantes: sa longueur est sans proportion avec sa largeur».[82]

Di qui la difficoltà d’un centro unico, che tutti volessero riconoscere e accettare, e che fosse rispondente a tutti i bisogni. Ve n’è, sì, uno: il nostro capo, Roma; ma vi sedeva il successore del maggior Piero. Al generale Bonaparte non sembrava possibile rimuoverlo. E se dopo, alla mente e alla fantasia dell’imperatore Napoleone tutte quelle condizioni topografiche, storiche, politiche, teocratiche, delle regioni e delle nazioni, si presentarono come fin troppo malleabili ed elastiche, e fin trascurabili; allora gli parve anche trascurabile l’ideale d’un’Italia unica, imperniata su Roma laica. Il padre del Re di Roma vagheggiava oramai un’epopea virgiliana; non poteva quindi più sorridergli il modesto idillio romantico, che ebbe il suo poeta in Alessandro Manzoni, la sua prima vittima in Gioacchino Murat.

[78] Il Manzoni riprese poi quest’immagine nell’ode Marzo 1821:

Con quel volto sfidato e dimesso, Con quel guardo atterrato ed incerto, Con che stassi un mendico sofferto Per mercede nel suolo stranier, Star doveva in sua terra il Lombardo; L’altrui voglia era legge per lui; Il suo fato, un segreto d’altrui; La sua parte, servire e tacer.

[79] Ebbi già (prima nel numero unico Vesuvio ed Etna, agosto 1892; poi nella Biblioteca delle Scuole italiane, gennaio 1900) occasione di segnalare un curioso riscontro. Nell’ultimo canto, del poemetto autobiografico Il poeta di teatro, Filippo Pananti, descrivendo un suo viaggio nel paese di Galles, esce a dire (st. 14 e 15):

Siegui il cammin che a Bangor ti conduce, E la scena vedrai farsi alta, tetra; Aprirsi a destra un gran campo di luce, Levarsi a manca un gran monte di pietra; Alto silenzio da una banda stare, Dall’altra il tempestoso urlo del mare.

Nero campo di sacre ombre coperto, Immense solitudini profonde, Silenzio maëstoso del deserto; Qui non s’ode che il fremito dell’onde, Il tuon che sopra i monti alto passeggia, E il vento che fra gli antri romoreggia.

E il poeta stesso annotò: «Questo deserto, di cui qui si parla, s’appella Cum. Qui non s’incontra traccia di vivente, non un albero, non una fronda; un raggio di sole non illumina la deserta via; non si sente altra voce che l’urlo dei torrenti e i gridi dolorosi dei neri uccelli del Nord. La Solitudine sembra il suo trono aver posto nelle caverne delle montagne, e nella orrida maestà degli aspri e nudi macigni; le nubi sono il suo manto, e sono i cupi recessi l’oscuro suo padiglione».—Non si può non risentirvi un’eco della descrizione manzoniana. Non intendo però d’insistere sulle somiglianze e sulle dissomiglianze. In fatto d’imitazioni letterarie, chi ha avuto la buona ventura di scovarne e fintarne una, è facilmente corrivo ad esagerare l’importanza dei tratti rassomiglianti; e chi per contrario è chiamato a osservare e giudicare, tende, quasi mal consigliato da una incosciente ed innocente invidiuzza, ad ingrandire le proporzioni delle divergenze. L’uno guarda le linee che lo seducono con una lente d’ingrandimento; l’altro, quasi seccato, rovescia il cannocchiale, e guarda dispettoso dalla parte opposta. E poi, ciascuno, in queste inezie, tien molto a un suo proprio e speciale senso del limite, a una sua propria e particolare maniera di vedere e d’intendere; così che non riesce facile l’accordo nemmeno tra compagni di studio. A buon conto, che tra i versi del Manzoni e la noterella del Pananti una qualche somiglianza ci sia, non mi pare si possa, senza cedere a un’acuta voglia di contradire, negare. Sta il fatto che io pensai spontaneamente a quelli mentre leggevo, con tutt’altro in mente, il poemetto del Mugellano. Se poi l’incontro sia del tutto casuale; o se invece si tratti d’inavvertite reminiscenze di letture altre volte fatte; o se addirittura è da ammettere che il tragediografo lombardo desumesse consapevolmente qualche tinta al paesaggio nordico, disegnato e colorito con l’abituale e naturale vivacità della sua lingua materna dal commediografo toscano: son questioni diverse, e ben più difficili e delicate da risolvere.—Conviene avvertire che Il poeta di teatro fu edito la prima volta a Londra nel 1808, e ripubblicato poi a Milano nel 1817 (ed io ho tra mani giusto questa più recente edizione); e ricordare che l’Adelchi venne alla luce solo cinque anni più tardi, nel 1822.

[80] Cfr. ZUMBINI, Werther e Jacopo Ortis; Napoli, 1905, pag. 18 n.

[81] Versi cancellati dalla Censura nel primo Coro dell’Adelchi. Vedi a pag. 145 e 147.

[82] Campagnes d’Italie. Cfr. BOUVIER, Bonaparte en Italie, pag. 116.—Al generale Bertrand, a Sant’Elena, Napoleone diceva «qu’il voulait formellement créer indépendante et libre la nation italienne».

XIX.

Firmata la pace d’Amiens, Murat sollecitò d’esser mandato a Roma e a Napoli, per sorvegliarvi il ritiro delle guarnigioni francesi; e sul Tevere ebbe accoglienze e doni principeschi, sul Sebeto una spada con l’elsa tempestata di diamanti. Il re Borbone prese le sue misure perchè i giacobini napoletani non gli facessero le feste che avevan preparate. Qualcosa i conservatori fiutavano, e l’avevano in uggia. A Milano essi s’erano stretti intorno al Melzi, e profittavano d’ogni occasione per porre Gioacchino in sospetto presso il despota. Insinuavano ch’egli alimentasse le ubbie unitarie, e tollerasse che fin nell’esercito codeste idee fossero diffuse e inculcate. Per parare il colpo, Murat denunziò alcuni ufficiali, e si mostrò scandalizzato che il vicepresidente avesse sofferto che dei brigands applaudissero in teatro La congiura dei Pazzi e La morte di Cesare (forse il Bruto secondo?). Ma c’ebbe la peggio. Napoleone lo costrinse a rappattumarsi col Melzi; e, profittando d’un nuovo suo congedo, lo trattenne presso di sè, nominandolo governatore di Parigi.

E per la causa italiana l’allontanamento di Murat fu una vera iattura. Eugenio e Giuseppe eran troppo ligi al re ed imperatore, e la loro principale virtù consisteva nell’obbedienza e nella remissione più completa. Valevan poco più di due mediocri prefetti. E quando, nell’agosto del 1808, a Gioacchino fu concesso di ripassare le Alpi, e d’assidersi sul trono di Napoli, era forse un po’ tardi: così per lui, che vi tornava di malavoglia, dopo d’avere invano sperato il trono di Polonia e quello di Carlo V; come pei popoli, disingannati circa l’égalité dei fratelli transalpini, e stanchi, sfiduciati, esausti.

Pure, le festose accoglienze che i Napoletani fecero e a lui e poi alla regina, gli ridiedero lena. Benchè sfornito di una vera flotta, egli, improvvisato ammiraglio, scacciò con un audace colpo di mano gl’Inglesi, che s’eran nientemeno che appollaiati a Capri. E poco appresso, li sloggiò nuovamente da Procida e da Ischia. Represse, con inusitata energia, il brigantaggio politico negli Abruzzi e nelle Calabrie. E intanto iniziò un illuminato riordinamento delle amministrazioni civili e militari. Aprì scuole d’ogni genere, dalle universitarie alle primarie, e non solo nella capitale ma fin nei borghi delle provincie. Si circondò di ministri paesani, non conservando che due soli francesi. Oh dunque, era mai vero che laggiù, in quelle terre così benedette da Dio e così maltrattate dai governi (si pensava che il governo nazionale avrebbe cangiato stile!), quel cavalier che tutta Italia aveva onorato e ammirato, quel signor valoroso, accorto e saggio, veniva creando uno Stato liberale? Alla bella aurora, che annunziava il nuovo sole di libertà presto a sorgere di dietro la rutilante vetta del Vesuvio, i magnanimi pochi rivolsero sospirosi lo sguardo.

Ma codesto appunto inquietava Napoleone. Murat lascia châtrer le code, accarezza il clero, prodiga decorazioni, persino fait des singeries pour Saint Janvier: cosa dunque egli macchina con quell’ambiziosa di sua moglie? Per tagliar corto con ogni loro velleità unitaria, un decreto imperiale del 17 maggio 1809 annette gli ex-Stati della Chiesa all’Impero; ma ne pone le milizie agli ordini del Re di Napoli. Murat vede chiaramente che così si vuol renderlo inviso agl’Italiani, e cerca di far comprendere ch’ei non si sente disposto alla parte di gendarme. Nasce intanto il Re di Roma, e Napoleone invita Carolina a esserne madrina. Non è possibile sottrarsi all’insidioso onore, e Murat accompagna la regina a Parigi; ma non aspetta il giorno del battesimo, e torna a precipizio, per riaffermare in modo solenne l’indipendenza sua e dello Stato napoletano. Il 14 giugno (1811) decreta «che tutti gli stranieri, i quali abbiano un ufficio civile nel Regno, sono obbligati a farsene cittadini non più tardi del prossimo 1º d’agosto». Napoleone, inviperito, contrappone al regio un decreto imperiale del 6 luglio: il Re di Napoli, essendo francese e messo sul trono dai Francesi, non può avere inteso di rivolgersi anche ai Francesi residenti nel Regno; chè anzi tous les citoyens français sont citoyens des Deux-Siciles! E richiede diecimila soldati per la guerra contro la Russia. Murat risponde risolutamente di non potere sfornire, senza certo pericolo, i presidii napoletani; ma quanto a sè, riman titubante se debba o no partire pel campo. Napoleone riscrive, facendo appello al suo cuore di soldato; e Murat si lascia vincere. S’incontrano a Danzica. Il maggiore dei due da prima rimprovera, poi s’intenerisce e apre le braccia al figliuol prodigo, che vi si getta commosso. La sera stessa, l’imperial commediante si vantò d’aver molto ben recitata la parte dell’imbronciato e del sentimentale; car il faut tout cela, disse, avec ce Pantalon italien. Soggiunse: «Au fond, c’est un bon coeur: il m’aime encore plus que ses lazzaroni...; il subit l’ascendant de sa femme, une ambitieuse: c’est elle qui lui met en tête mille projets, mille sottises; il en est a rêver la souveraineté de l’Italie entière». Sicuro; ed egli invece sognava la sovranità su tutta la terra! E il rêve di Murat era bello, dacchè collimava coi desiderii e con gl’interessi del paese; il suo era solo il delirio della perniciosa febbre, già contratta dormendo, come diceva, nel letto dei re. Torna a singolare onore di Murat, che, regnando in Italia, amasse tanto i suoi lazzaroni da destare la gelosia dell’incoronato e cosmopolita sans-culottes!

In molti fatti d’arme di quella guerra disastrosa, l’insigne generale di cavalleria diè nuove prove del suo coraggio. Qualche episodio vale a richiamarci ancora a mente l’Adelchi. Narrano che, dinanzi a Semenowskoë, un reggimento francese fosse preso da panico sotto l’improvvisa gragnuola delle palle nemiche; e il colonnello stesse per ordinarne la ritirata, quando si vide addosso il Re. «Che fate?», gridò, prendendo l’ufficiale pel colletto. «Voi vedete», questi rispose mostrando il suolo coperto di feriti, «che qui non è possibile rimanere».—Eh! j’y reste bien moi!—E il colonnello, guardandolo ammirato: C’est juste! Soldats, face en tête! Allons nous faire tuer!—Sennonchè la fortuna era stanca d’assecondare le stolte avventure, e l’imperatore stesso si vide costretto a ordinare una ben più vasta ritirata. Il difficile comando ne fu dato proprio a quel generale, glorioso per le sue avanzate! Il quale, quand’ebbe ricondotto l’esercito presso che al sicuro sulla linea dell’Oder, volle, sordo a ogni scongiuro, tornare al suo regno. Napoleone lo fulminò con una nota del giornale ufficiale: l’esercito, disse, è affidato al viceré Eugenio; «ce dernier a plus d’habitude d’une grande administration; il a la confiance entière de l’Empereur». Murat doveva tenersi certo oramai che un nuovo trionfo dell’imperatore avrebbe segnato la sua rovina. E cominciò a pencolare verso la diserzione. Nella sua anima, un’ambizione regale degna di Macbeth s’infrangeva tra le oneste titubanze d’Amleto; e non riusciva a sospingerlo fuori degli scrupoli l’assillo della sua lady Macbeth. Ancora una volta accorse, in Germania, in aiuto di Napoleone, e gli rese segnalati servigi a Dresda e a Lipsia; ma ancora una volta, e fu l’ultima, le cattive notizie della Penisola ve lo richiamarono in fretta. I due antichi compagni d’armi si separarono con presaga tristezza.

Murat ripassò per Milano il 31 ottobre (1813). Eugenio, l’aborrito rivale, cedeva dinanzi agli Austriaci: se Napoleone non avesse annientato gli Alleati con una delle sue più clamorose vittorie, questi avrebbero finito col riconquistare l’Italia. Ma il tempo di quelle epiche vittorie pareva finito per sempre. La sera del 4 novembre, Murat rientrava in Napoli; e pochi giorni dopo, avviava trentamila uomini per Roma e le Marche. Che cosa tentava? Per chi quegli uomini avrebbero combattuto? Metternich adopera promesse e minacce perchè Murat si accosti all’Austria: il Regno di Napoli gli sarebbe assicurato; anche gl’Inglesi vi si sarebbero acconciati. Ma il Re non sa rinunziare al sogno d’un regno d’Italia dalle Alpi ai tre mari; ed è convinto che, con l’Austria in casa, quel sogno non si sarebbe mai potuto tradurre in una realtà. I patriotti sono impazienti, e non sanno spiegarsi gl’indugi. Perché Murat non libera al vento il vessillo dell’indipendenza e dell’unità? I generali e i soldati dell’esercito di Eugenio non aspettano che quel segno per correre a lui, e parecchi battaglioni di volontarii son pronti a Bologna!... Il napoletano Amleto esita ancora. L’eroico gregario attende dal generale un cenno, per gettarsi nell’azione: non gioverebbe forse anche all’imperatore d’avere alle spalle e di lato un’Italia sgombera del secolare nemico? d’avere qui, dietro le Alpi, non più «volghi spregiati» ma un popolo «d’un sol voler, saldo, gittate in uno Siccome il ferro del suo brando», e tenerlo «in pugno come il brando»?...

Il momento propizio trascorre. Quando il Re si decide a varcare il Taro, il suo Rubicone, e ad assalire l’esercito d’Eugenio, è troppo tardi: tre giorni dopo, cessano le ostilità. E mentre il vinto imperatore è imbarcato per l’Elba, per quest’isola che egli, il generale Murat, aveva conquistata alla Repubblica Francese all’alba del 1º maggio 1801; il re Amleto rientra, il 2 maggio del 1814, nella capitale del suo piccolo Stato, scontento di tutti, e più ancora di sè stesso.

XX.

L’Italia tornava più serva e più derisa a gemere sotto l’orrida verga. Eppure, il glorioso fianco di tal madre non languiva infecondo; nè essa aveva le vene scarse del latte antico; nè nutriva figli a cui fosse grave per essa il sangue donar! Gli è che

eran le forze sparse, E non le voglie; e quasi in ogni petto Vivea questo concetto: «Liberi non sarem se non siamo uni;[83] Ai men forti di noi gregge dispetto, Fin che non sorga un uom che ci raduni».

Quell’uomo volle esser Murat. Evaso dall’Elba il 26 febbraio del 1815, Napoleone era sbarcato tre giorni dopo, coi suoi Mille, sul suolo francese; e il 10 marzo, entrava in Lione. Il 15, Murat s’affrettava a dichiarare, per conto suo, guerra all’Austria; e il 17, mosse, alla testa di quaranta mila uomini, alla volta di Roma. Luigi XVIII e Pio VII si salvaron con la fuga. Mentre l’imperial cognato veniva accolto trionfalmente a Parigi, Murat invadeva le Marche; e il 30 marzo, da Rimini, dalle falde di quel monte Titano ch’è quasi simbolico baluardo di libertà e d’indipendenza, diffuse il magnifico proclama agl’Italiani, scritto forse da Pellegrino Rossi. Esordiva:

«Italiani! L’ora è venuta che debbono compirsi gli alti destini d’Italia. La Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: l’indipendenza d’Italia!».

Gli stranieri han preteso di togliervela questa indipendenza, continuava; ma «a qual titolo signoreggiano essi le vostre più belle contrade?... Invano adunque levò per voi Natura le barriere dell’Alpi? Vi cinse invano di barriere, più insormontabili ancora, la differenza de’ linguaggi e de’ costumi, l’invincibile antipatia de’ caratteri?».

«No, no; sgombri dal suolo italico ogni dominio straniero! Padroni una volta del mondo, espiaste questa gloria perigliosa con venti secoli d’oppressioni e di stragi.... Ogni nazione dee contenersi ne’ limiti che le diè Natura. Mari e monti inaccessibili: ecco i limiti vostri.... Trattasi di decidere se l’Italia potrà essere libera, o piegare ancora per secoli la fronte umiliata al servaggio. La lotta sia decisiva, e vedremo assicurata lungamente la prosperità d’una patria sì bella, che, lacera ancora ed insanguinata, eccita tante gare straniere....».

E lasciando intendere che i governi liberali d’Europa, soprattutto l’Inghilterra, avrebbero applaudito alla nobile intrapresa, Gioacchino concludeva giustificando le sue esitazioni dell’anno avanti.

«Italiani! Voi foste lunga stagione sorpresi di chiamarci in vano; voi ci tacciaste forse ancora d’inazione, allorchè i vostri voti ci sonavano d’ogn’intorno. Ma il tempo opportuno non era peranco venuto; non peranco avea io fatto pruova della perfidia de’ vostri nemici, e fu d’uopo che l’esperienza smentisse le bugiarde promesse, di cui ne erano sì prodighi i vostri antichi dominatori nel riapparire tra voi. Sperienza pronta e fatale!.... Italiani! Riparo a tanti mali; stringetevi in salda unione; ed un governo di vostra scelta, una rappresentanza veramente nazionale, una costituzione degna del secolo e di voi, garantiscano la vostra libertà e proprietà interna, tosto che il vostro coraggio avrà garantita la vostra indipendenza. Io chiamo d’intorno a me tutt’i bravi per combattere. Io chiamo del pari quanti hanno profondamente meditato sugl’interessi della loro patria, a fine di preparare e disporre la costituzione e le leggi che reggono oggimai la felice Italia, la indipendente Italia».

La tanto attesa parola era dunque stata finalmente proferita! Le terre d’Italia risonaron di carmi: nella Romagna e nelle Marche, le canzoni di Giulio Perticari, di Dionigi Strocchi, di Francesco Cassi[84]; nella Toscana e nel Lazio, di Francesco Benedetti e di Luigi Biondi; nel Napoletano, di Francesco Salfi, del colonnello Gabriele Pepe, di Gabriele Rossetti. Il quale, novello Tirteo, seguiva l’esercito:

Tirteo d’Italia chi sarà nel campo? Son io, son io!.... O sol d’Italia, che sì vivo sfoggi Tutta la pompa de’ tuoi raggi ardenti, Quanti qui siamo ci vedrai quest’oggi Liberi o spenti![85]

Ai primi d’aprile, l’avanguardia napoletana sloggia gli Austriaci da Cesena, inseguendoli per Imola fino a Bologna, dove entra e aspetta il grosso della spedizione. Il 4, li ricaccia dietro la Samoggia e il Panaro, e occupa Modena; intanto che altre legioni prendon Ferrara, Cento, San Giovanni. Un passo ancora, ed invade Reggio e Carpi, e si spinge fino alla Secchia. Sospinto dalla sua «indole impetuosa» e dalla necessità di ottenere «sollecite vittorie», il re investe furiosamente il ponte d’Occhiobello sul Po; ma non riesce a passarlo. Quest’episodio sfortunato viene ad arte strombazzato come l’inizio della catastrofe. Tornato a Bologna, Murat vi apprende che la divisione mandata a sollevar la Toscana ha commesso irreparabili errori, e che gl’Inglesi minacciano Napoli. Di più, «le speranze ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse svanite, perocchè», narra il Colletta, «gli editti e i discorsi del re non altro avean prodotto che voti, applausi, rime pubblicate, orazioni al popolo, ma non armi e non opere: si aprì registro di volontari, e restò quasi vuoto; i tenuti in prigione dai Tedeschi per colpe o sospetti di Stato, fatti liberi da noi, tornarono queti alle case, ammaestrati non irritati dal carcere». Al re comincia a mancar la lena; e il nemico ne profitta per assalire e riprender Carpi, e ricacciare i Napoletani di là dal Panaro. Il 15, sorprende e riguadagna Spilimbergo; e Gioacchino si ritrae dietro al Reno, dove ottiene ancora una vittoria. Ma oramai egli non pensa che a ritirarsi. Discende indisturbato a Imola, a Faenza, a Forlì, a Cesena; infligge una nuova sconfitta agli Austriaci sul Ronco; ma discende tuttavia a Rimini, a Pesaro, a Fano, a Sinigaglia, e il 29 giunge ad Ancona. Gli eserciti son quasi al contatto, e nei primi di maggio, tra Macerata e Tolentino, avviene l’urto, che fu terribile e sanguinoso. Il re fece prodigi di valore, e si moltiplicò in quelle giornate decisive; ma fu sopraffatto. E lasciando al Colletta e al Carascosa la cura di trattare col generale nemico (ahimè! era un italiano anche lui, il Bianchi d’Adda!), egli quasi solo, e da privato, rientrò in Napoli, sull’imbrunire del 18 maggio. Fu però «dal popolo scoperto e salutato come re e come ancora felice». Andò alla reggia, negli appartamenti della regina, «e giunto a lei, l’abbracciò, e con voce ferma disse: La fortuna ci ha tradito, tutto è perduto!». Prepararono insieme la partenza, e si congedarono dai più fidi e più cari. Poi, «provvide co’ ministri a molte cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; fu sereno, discreto, confortatore della mestizia de’ circostanti; ed a’ Francesi che partivano ed ai servi che lasciava, liberale così come principe che ascende al trono».

Al Manzoni le notizie del rovescio giunsero mentr’egli intonava la quinta strofa della sua petrarchesca canzone. Invocato quel Dio che trascelse Mosè tra’ giovinetti ebrei e lo fece duce e salvatore del suo popolo; che «all’uom che pugna per le sue contrade L’ira e la gioia de’ perigli infonde»; il poeta, fiducioso, incuorava il baldo capitano:

Con Lui, signor, dell’itala fortuna Le sparse verghe raccorrai da terra, E un fascio ne farai nella tua mano....

Ma la parola gli fu stroncata sulle labbra. Pure, egli che condannò senza rimpianto tutta la sua opera poetica giovanile, non facendo grazia nemmeno al Carme per l’Imbonati lodatogli dal Foscolo e all’Urania invidiatagli dal Monti, volle conservato quel frammento; e non appena gli fu possibile, all’aurora delle belle «giornate del nostro riscatto», nel 1848, lo pubblicò insieme con l’ode Marzo 1821, e poi, nel 1860, lo aggiunse alle tragedie e agl’Inni sacri, nel volume già fin dal 1845 stampato delle sue Opere varie[86]. Gli è che l’impresa tentata dall’infelice principe era, fra quante a lui parevan suscettibili di poema, quella che più faceva palpitare il suo cuore d’uomo, di cristiano, d’italiano, di poeta. Gioacchino, de’ signori cui la sorte commise il freno delle belle contrade, fu il primo, e rimase lungamente il solo, che avesse coscienza dei doveri del principe e dei diritti del popolo italiano; fu il primo che rivolgesse l’animo a

Sanar le piaghe c’hanno Italia morta;

e consacrò col martirio il tentativo generoso. Fu una dannosa ubbia quella che consigliò tanti patriotti a non assecondarne lo sforzo. Se verso Napoleone ei poteva parer macchiato d’ingratitudine, toccava forse a noi, raggirati e disingannati dal geniale megalomane, di fargliene carico? Anche Manfredi svevo era accusato d’orribili peccati; ma così avesse vinto lui a Benevento, invece del nasuto paladino delle sacrileghe ambizioni teocratiche! Il Manzoni, checchè una critica partigiana sia venuta arzigogolando, riprese la grande tradizione poetica e religiosa di Dante; e non si peritò mai di manifestar tutta la sua più cordiale simpatia a principi che, per amore dell’unità politica, ritolsero a Pietro quel che è, e dev’esser, di Cesare. E la musa schifiltosa e sagace, la quale aveva assistito in silenzio al tripudio che accompagnò il singolare capitano sino ai fastigi d’ogni mondano potere, sciolse subito un cantico d’incitamento e d’encomio al baldo gregario che, pur contro il volere dell’arbitro supremo, s’accinse alla santa opera di ridarci una patria:

O delle imprese alla più degna accinto!....

E quel suo cantico, pur così monco, il poeta non permise che morisse.

[83] Il FABRIS, Memorie Manzoniane, pag. 98-99, riferisce che il poeta solesse dire scherzosamente d’aver fatto «per l’Italia il più gran sacrificio che possa fare un poeta, quello di far per essa un brutto verso»: ch’è questo, di suono e di vigore alfieriano. Il Manzoni soggiungeva: «Già, se l’Italia è risorta, essa lo deve a’ suoi poeti, che di secolo in secolo hanno sempre avuto dei versi per lei».

[84] Il diciassettenne Leopardi preferì invece di esercitarsi in quella innocua Orazione agl’Italiani, in cui è un ibrido connubio dello spirito misogallico del conte Alfieri con quello misoitalico del conte Monaldo. Essa fu pubblicata dal Mestica tra gli Scritti letterarii di G. L., Firenze, Le Monnier, 1899, vol. II, p. 357 ss.

[85] Cfr. SCHERILLO, Gabriele Pepe e Gabriele Rossetti, nella «Lettura» del luglio 1905: D’ANCONA. Il concetto dell’unità politica nei poeti italiani, in «Studi di critica e storia letteraria», Bologna 1880, e Unità e federazione, nelle «Varietà storiche e letterarie». Milano 1885, vol. II.

[86] Vedi in questo volume la nota bibliografica a pag. 492.

XXI.

«È un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati», osserva il Manzoni nel Romanzo (c. 28), a proposito dell’Achillini, il quale con un celebrato sonetto aveva esortato il re di Francia «a portarsi subito alla liberazione di Terra Santa»; e soggiunge: «se nella storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch’eran cose risolute prima». Forse l’umorista pensava un po’ anche a ciò ch’era accaduto a lui; ma fu un bene che non si stancasse di dar suggerimenti. L’impresa del Re di Napoli era finita male soprattutto perchè la grande maggioranza degli Italiani non ne aveva compreso il valore: la missione del poeta doveva dunque essere di diffondere l’idea unitaria, d’inculcarla con opere che parlassero al cuore e alla fantasia[87]. Un insigne maestro di poesia e di libertà, il vate nostro, aveva, con «memorando ardimento»[88], tolto di mano a Melpomene «l’odiator dei tiranni pugnale», e s’era avventato, sulla scena, contr’ogni tirannia. Lo aveva, con scarsa fortuna, seguito il Foscolo; con insperato successo, un novizio, Silvio Pellico.

Qualcosa circa la nuova tragedia che la Carlotta Marchionni avrebbe recitata per la sua beneficiata al teatro Re, era di certo trapelata; e l’aspettativa era grande. Quella sera, il 18 agosto 1815—proprio quando più l’Italia sembrava umiliata dalla reazione straniera,—un «uditorio formidabilissimo» s’assiepava per ascoltare la Francesca da Rimini dell’ignoto e innominato poeta (un’altra ne aveva perpetrata, nel 1801, un Edoardo Fabbri). Era forse l’abate Caluso? Forse il Di Breme? Il Pellico se ne stava mezzo nascosto nel palchetto di questo suo amico, «tacito, pieno di speranza, e pur alquanto palpitante». Si tira sù la tela. L’attore che fa da Lanciotto, «atterrito da quell’udienza, stroppia tutti i versi della prima scena». Ma la Marchionni riesce a tenere a sè avvinta l’attenzione. Ed ecco Paolo che, dopo il lungo e doloroso esilio, rimette il piede nella casa paterna. Non vi ritrova più il padre; e si getta nelle braccia del fratello, esclamando:

Qui t’abbracciai l’ultima volta.... Teco Un altr’uomo io abbracciava; ei pur piangea.... Più rivederlo io non doveva!

LANCIOTTO. Oh padre!

PAOLO. Tu gli chiudesti i moribondi lumi. Nulla ti disse del suo Paolo?

LANCIOTTO. Il suo Figliuol lontano egli moria chiamando.

PAOLO. Mi benedisse?—Egli dal ciel ci guarda, Ci vede uniti e ne gioisce.........

Io non so se quella sera il Manzoni fosse in teatro; ma mi pare di scorgere una somiglianza tra questa scena e l’altra, tanto più commovente e appropriata e tanto più finamente cesellata, della ripudiata Ermengarda che torna alla casa paterna, dove più non ritrova la madre. «Nelle braccia del fratel suo», quella gentile sospirerà:

. . . . Oh dolce madre! Qui ti lasciai: le tue parole estreme Io non udii; tu qui morivi—ed io.... Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi: Quella Ermengarda tua....... . . . . . . . . vedi qual torna! E benedici i cari tuoi, che accolta Hanno così questa reietta.

E storicamente ciò non rispondeva al vero. Nelle Notizie storiche premesse al’Adelchi (pag. 12), è avvertito che questa è l’una delle «due sole alterazioni essenziali» fatte dal poeta «agli avvenimenti materiali e certi della storia»! Non soltanto Ansa non era «morta prima del momento in cui comincia l’azione», ma «in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì».

La tenera scena fra i due fratelli, nella Francesca, conquistò meglio i cuori; ma l’entusiasmo proruppe al voto di Paolo che, stanco di spargere il suo sangue «debellando città che non odiava», usciva nella celebre tirata, la quale anticipò di tre anni il serventese del Simonide recanatese:

Per chi di stragi si macchiò il mio brando? Per lo straniero! E non ho patria forse Cui sacro sia de’ cittadini il sangue? Per te, per te che cittadini hai prodi, Italia mia, combatterò se oltraggio Ti moverà la invidia. E il più gentile Terren non sei di quanti scalda il sole? D’ogni bell’arte non sei madre, o Italia? Polve d’eroi non è la polve tua?...

«L’entusiasmo che questa parlata mosse è indicibile», narra il Pellico; «... il carattere generoso di Paolo, e le sue poche righe sull’Italia, m’hanno resa benevola molta gioventù: egli piace per lo meno quanto Francesca; e tal era il mio intento»[89]. Sicuro; dacchè il suo intento era di servirsi del palcoscenico come di tribuna politica, e di lanciar da esso parole che fossero scintille, atte a riaccendere o a tener desto nell’animo degli oppressi il sentimento dell’indipendenza e della riscossa. La Censura milanese, non ancora ammaliziata, aveva lasciato correre quel brano lirico, solo pretendendo «una leggiera correzione», forse di pura forma; ma il Pellico avrebbe a suo tempo scontata la patriottica imprudenza, e nemmen l’Eufemio di Messina, nonostante le sue proteste, gli sarebbe stato concesso di veder recitato[90].

Da un pezzo Silvio rimuginava soggetti tragediabili, per così dire, a doppio fondo. Aveva pensato a un Turno; e l’abbozzo porta la data del 16 aprile 1814. Vi si parla a tutto andare di patria e di stranieri; e dalla regina dei Latini si fa proclamare:

Italo spirto Non ha chi mira, e nel suo cor non freme, Da stranieri calcata e vilipesa Degli avi suoi la veneranda polve; E non afferra l’asta, e non rintuzza I vilissimi scherni entro lor fauci. Morte a’ Troiani!

Poi, sempre meglio convinto che la poesia drammatica «debba servire a celebrare gli eroi della patria», aveva ideato un Dante, «tragedia di genere nuovo». Poi, sospinto forse dal desiderio d’emulare il Tiberio di Giuseppe Chénier, immaginò un Nerone: poi, forse per emulare il Saul, un Davide, tragedia, quest’ultima, «non politica e recitabile»; poi, a mezza strada, s’era lasciato sedurre da «un argomento trovato nel Sismondi, tutto italiano». Ne buttò giù alla lesta due atti; ma il 18 luglio del 1815 annunzia d’averlo piantato lì, perchè «questo nuovo argomento era politico, e di più, un maligno lo ha creduto allusivo all’impresa del Re di Napoli». Per la quale e pel quale, egli, stordito dai paroloni e ammirato degli atteggiamenti ribelli dell’amico Foscolo, non sentiva se non disdegno e dispetto. Il 25 aprile, aveva scritto al fratello:

«Io ti diceva che Foscolo era sparito da Milano per non dare il giuramento, ed alcuni aggiungono perchè credeva che sarebbe arrestato. È andato in Svizzera. Ha fatto bene di non andare da Murat, in cui ha sempre avuto poca fiducia, e con ragione, a quanto pare. Il fiasco che ha fatto questo Re ha calmato la testa dei Milanesi. Ora si vede che Murat senza l’aiuto dei Francesi non può far nulla, e pare che questi ultimi faranno la guerra difensiva nel loro paese, invece di attaccare. Che guerra terribile sarà questa!».

E il 5 maggio, sospettando che una lettera del fratello fosse stata intercettata, soggiungeva:

«Vi può infatti essere stato un momento di rigore, quando i Napoletani ci minacciavano. Ora essi hanno provato che a loro non è destinato il mutar forma all’Italia, e che l’Italia tutta non è suscettibile di fanatismo nazionale. Se l’Italia può essere considerata come una nazione, non può aver altro legame che il federativo».

Dannose ubbie, in ispecie se predicate da un animo profondamente ingenuo e ardente d’amor patrio. Ma il buon Pellico aveva, in politica, «la veduta corta d’una spanna»; e fu un bene che, per un pezzo, frenasse la mania di scriver tragedie tribunizie. Ma il fortunato successo della Francesca lo trasse dal suo riserbo. Nuovi soggetti gli s’affollarono alla mente: una Beatrice d’Este, una Pia dei Tolomei, e da ultimo una Contessa Matilde. Questo soggetto lo affascina e l’entusiasma. Ricerca «quei brutti noiosi del Villani, del Varchi e del Guicciardini», rilegge il diletto Sismondi, e si mostra molto lieto d’essersi «fatto un bel caratterone» di quel nuovo Costantino in gonnella».[91] Scrive nel settembre del 1816:

«La mia Matilde è sempre più grande ai miei occhi». E, dopo di aver accennato alla leggendaria narrazione delle origini di lei, fatta dal Villani, ripiglia con ingenua compiacenza di romanziere e di romantico: «Da questa unione romanzesca, ma storica,... nacque, com’era ben naturale, una creatura tutta amore, tutta fantasia e tutta spirito cavalleresco. Questa è Matilde.... Quell’anima ardentissima era troppo elevata al di sopra del suo secolo per contentarsi d’avere un nome fra i piccoli regnanti d’Italia, o per porre il suo cuore in uno di loro. Dio e la gloria divennero la sua passione. Nella mano destra una spada e nella sinistra una croce, inebbriò d’entusiasmo e d’amore tutta la valorosa gioventù italiana, e proclamò come voluta dal cielo l’indipendenza dei popoli italiani, i quali allora venivano assaliti da Arrigo IV, re di Germania». Papa Ildebrando aveva proclamato: «Dio non ha posta nessuna nazione sotto il giogo d’un’altra, bensì tutte devono piegare la fronte dinanzi al trono di Cristo, ch’è in Roma». Onde Matilde, «fatta primo campione d’un Pontefice perseguitato e nello stesso tempo d’una nazione oppressa, è un carattere singolarmente luminoso... Dio e l’Italia erano la passione eroica di Matilde; ma un’eroina è anche donna, e la donna ha un cuore proclivo alla pietà e all’amore. Intrepida in mezzo ai pericoli della morte, ella pur tremava nascostamente al cospetto del suo giovine prigioniero [il principe Corrado, figlio dell’imperatore Arrigo!].... Immutabile ne’ suoi proponimenti, ella ha giurato la perdita de’ Tedeschi e la liberazione dell’Italia».... Le vicende della guerra son tali, che l’imperatore giunge a dichiararle: «Io son pronto a rinunziare al miei diritti all’Impero di Roma; purchè questo titolo sia d’ora innanzi abolito; dell’Italia si faccia un regno; si distruggano i tanti disprezzevoli scettri che la governano; e Corrado sia teco incoronato Re indipendente di tutta la penisola».

È agevole comprendere come non fosse possibile che uno spirito quale il Manzoni si lasciasse trascinare a simili anacronismi e delirii romantici. Se la causa d’Italia era santa, non doveva esser permesso di tradire la storia per giovarle! Silvio mostra un debole proprio per quelle utopie che più infastidivano Alessandro. All’uno par bella l’idea della confederazione italiana; all’altro parve sempre brutta, anche quando vide farsene apostolo il suo Rosmini. All’uno sorrise quell’ibrido ideale neoguelfo, ch’ebbe poi un così eloquente patrocinatore nel Gioberti; all’altro ripugnò sempre che fosse «giunta la spada col pastorale». L’uno ragionava così: Matilde «era una calda difenditrice della Chiesa, il che io posso interpretare difenditrice dell’Italia»; l’altro: «Non so se il Rosmini sia della mia opinione, ma avrebbero, pare a me, fatto assai bene i Papi a rimanere in Avignone: l’Italia deve loro la condizione in cui è»[92].

È vero che qualche critico partigiano non si peritò di dire che nell’Adelchi il poeta imprecasse contro la «rea progenie» dei Longobardi in grazia di Carlomagno e de’ Franchi, paladini della Chiesa e delle sue ambizioni temporalesche. Ma basta legger quella tragedia, per accorgersi che, caso mai, il poeta è stato parziale per quello dei due popoli, a cui appartennero Ermengarda, Adelchi e il prode e leale Anfrido[93]. Di Carlomagno invece, a dispetto della tradizione chiesastica cui anche Dante s’inchinò e della poetica che assomma nell’Ariosto, egli ha fatto il tipo d’un fortunato ipocrita. Il Fauriel ne ritrae così il carattere:

«Il est religieux, mais non autant qu’il faudrait, ni surtout comme il faudrait l’être pour avoir quelques scrupules sur la justice ou la sainteté des moyens de satisfaire son ambition; les coups de sa bonne fortune sont, a ses yeux, les marques les plus certaines de la faveur du ciel. Magnanime toutes les fois qu’il peut l’être sans compromettre son pouvoir, généreux quand il n’y a pas d’imprudence à la générosité, il est toujours également prêt à encourager par des récompenses ou des promesses la bassesse qui se vend à ce prix, et à flatter l’orgueil désintéressé de la loyauté et de la bravoure».

Comparisce sulla scena, dopo che v’è passata la gentile vittima della sua brutale lussuria e della sua ambizione. Egli è sgomento della resistenza del «fiero Adelchi», di codesto prode il cui nome i suoi non proferiscon che con terrore: «ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote, e fugge»; una vera «scola di terror» per i Franchi. Carlo è deciso a tornare indietro, a più facili imprese. Il legato papale adopera tutta la sua arte oratoria, tutte le blandizie, perchè l’invitto non rimetta nella guaina il brando che il Signore aveva suscitato in pro del Pastor santo. Ma le belle parole non sarebbero valse a nulla, se non fosse arrivato in buon punto il diacono Martino. Solo allora, l’«eletto a strugger gli empi» riprende coraggio, riparla con ostentata affezione del «santo avel di Piero» e del «desiato amplesso del gran padre Adrian», e ai due prelati intima:

E voi, le mani Alzate al ciel; le grazie a lui rendute Preghiera sian che favor novo impetri.

Pure, ei non riesce a intimar silenzio alla sua coscienza; e rimasto senza testimoni, si abbandona a considerazioni e a scuse che mettono a nudo tutta la sua profonda abbiettezza. Ancora una volta su quel regale sepolcro imbiancato proietta la sua candida e rivelatrice luce lunare la casta figura dell’innocente reietta. Essa s’affaccia come un fantasma:

Tacita, in atto di rampogna, afflitta, Pallida, e come del sepolcro uscita.

Tragico commediante, a codesto Carlo manca, nella sua perversità, quel non so che di leonino che rende terribili ma non disgustose le colossali figure di Macbeth e di Saul; anzi di lui, come del dantesco Guido Montefeltrano, potrebbe ripetersi che le opere «non furon leonine, ma di volpe». Ha, egli pure, del «cordigliero» e dell’«uom d’arme» insieme. Vuol persuadere a sè stesso che il rimorso che lo assilla («e perchè dunque / Ostinata così mi stavi innanzi....?») sia «un fantasma d’error», che sia bugiarda la voce che gli grida in cuore: «No mai, no, rege esser non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda!». Volgare e sacrilego sofista, egli denunzia complice delle sue infamie, anzi mandatario, Dio stesso («Dio riprovata ha la tua casa; ed io / Starle unito dovea?»)[94]: quel «Dio de’ santi», al quale la vittima s’appresta ad ascendere «santa del suo patir». Davvero nel perverso suo cuore di re «loco a gentile, Ad innocente opra non v’è»; e il suo nome il novissimo poeta ha voluto trasmetterlo a noi accompagnato dall’«imprecar de’ tribolati».[95]

Dicono che in Carlomagno il Manzoni abbia inteso ritrarre il despota che all’alta ragion di regno aveva pur allora sacrificata Giuseppina Beauharnais[96]. Potrebbe essere; e certo converrebbero perfettamente a Napoleone pur quelle parole che con sì cruda verità ritraggono un cuore dove il vento secco della più inesorabile ambizione ha spazzato fin le ultime reliquie della gentilezza e della pietà umana:

Se minor degli eventi è il femminile Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria Colui che tutti, pria d’oprar, volesse Prevedere i dolori? Un re non puote Correr l’alta sua via, senza che alcuno Cada sotto il suo piè.

[87] A un certo passo dello Schlegel, il Manzoni postillò: «Un poeta drammatico deve, al pari d’ogni altro, desiderare tutto ciò che tende al perfezionamento della società, qualora egli riguardi, com’è giusto, l’arte sua come un mezzo e non come un fine....». Cfr. BONGHI, Opere inedite o rare di A. Manzoni, II, 441.

[88] Non so che altri abbia avvertito che codesta espressione il Leopardi desunse da un passo (III, 1) del Principe e le lettere. Dov’è detto: «Voi dunque, o Socrati, Platoni, Omeri, Demosteni, Ciceroni, Sofocli, Euripidi, Pindari, Alcei, e tanti altri incontaminati e liberi scrittori, ispiratemi or voi non meno che salde ragioni, virile e memorando ardimento». Il ricordo letterario mi pare che accresca vigore alla parentesi leopardiana.

[89] Desumo i particolari della prima rappresentazione della Francesca dalle lettere stesse del Pellico, recentemente pubblicate (ohimè, in che malo modo!) dal p. ILARIO RINIERI, nel vol. I Della vita e delle opere di S. P., Torino, 1898. Ho però tenute sott’occhi le diligenti note che il prof. EGIDIO BELLORINI è venuto facendo a quella trascuratissima pubblicazione. Cfr. Intorno ad alcune lettere di S. P., Cuneo, 1902.

[90] Cfr. BELLORINI, Intorno ad alcune lettere ecc., pag. 12-16.—Del BELLORINI mi giunge in buon punto, perchè io possa qui registrarlo, anche lo scritto intorno alle Idee letterarie di S. Pellico (dal «Giornale Storico d. Lett. Ital.», 1906, vol. XLVII).

[91] La chiama così il D’OVIDIO, Studii sulla Divina Commedia, Palermo, 1901, pag. 374.

[92] Nei Pensieri inediti del BONGHI, pag. 88.

[93] Curioso da notare: già l’Alfieri, nell’unica sua tragedia tratta dai «secoli bassi», la Rosmunda, s’era abbandonato alla creazione d’un tipo di guerriero ideale, scegliendolo tra i Longobardi! Adelchi ha un precursore in Ildovaldo! Questi, postilla l’Altieri (nel Parere dell’autore ecc.), «è un perfetto amatore e un sublime guerriero. Le tinte del suo carattere hanno però un non so che di ondeggiante fra i costumi barbari dei suoi tempi, e il giusto illuminato pensare dei posteriori, per cui egli forse non viene ad avere una faccia interamente longobarda. Ma in ogni secolo ci può nascere degli uomini che non siano dei loro tempi, e massimamente nei barbari e oscuri. A me pare, che questo picciolo grado d’inverosimiglianza, allorchè non eccede, possa prestare infinite bellezze; ma che non si possa pure scusare dell’esser difetto». Si rilegga quel che di simile il Manzoni scrisse del suo Adelchi, a p. 12.

[94] Adelchi gli manda a dire, con un accento che fa ripensare a padre Cristoforo (I, 5; p. 33): «E digli ancora, / Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta / Che al debole son fatti, e ne malleva / L’adempimento o la vendetta, il Dio, / Di cui talvolta più si vanta amico / Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente / Mette una smania, che alla pena incontro / Correr lo fa».

[95] Comunicando al Fauriel un’aggiunta fatta al testo, il Manzoni scriveva (12 sett. 1822) con una cert’aria canzonatoria: «Ainsi vers la fin du discours de son Eximiété Charles roi des Francs, ou de France, homme illustre,....j’ai ajouté....». C’era dunque un’intesa, fra i due insigni studiosi della storia medioevale, contro il povero re Carlone!

[96] Cfr. V. WAILLE, Le romantisme de Manzoni, Alger, 1890, p. 125: «Dans Adelchi il trace un portrait de Charlemagne, satire transparente de Napoléon, faisant ressortir l’homme sans entrailles, le comédien».

XXII.

Perchè potessimo formarci un concetto esatto dei fini letterarii, morali e politici a cui il Manzoni diresse la sua opera poetica, occorrerebbe che ci rendessimo conto delle titubanze, delle contradizioni, delle audacie e dei pentimenti di quei primi nostri romantici, tanto minori di lui. Egli è un atleta, che dissimula gli sforzi e i tentennamenti; i quali, in lui, furon anche di corta durata. Gli altri invece, il Pellico in ispecie, finirono con lo smarrirsi tra le mille incertezze, prima di toccar la meta, anzi prima ancora d’aver trovata la via che potesse condurvi.

Ricordo un magnifico spettacolo, al quale mi fu dato assistere in una indimenticabile giornata d’autunno. Eravamo a Capri, su quel rialzo a guisa di sella, dove s’annida la bianca borgata, tra le altezze superbe del monte Solare, su cui s’inerpica Anacapri, e del Salto di Tiberio. Un forte vento di tramontana aveva spazzata via la nuvolaglia e i vapori nebbiosi dei giorni scorsi; e il cielo era tutto una volta di lapislazzuli, e i monti della penisola sorrentina e del golfo di Salerno, il promontorio di Miseno, le isole d’Ischia e di Procida si disegnavan nitidamente all’orizzonte. L’immenso anfiteatro di Napoli, da Baia a Castellammare e a Sorrento, con in fondo il Vesuvio che allungava verso di noi il pennacchio superbo, si dispiegava luminoso ai nostri sguardi. Pure, sull’ampio specchio delle acque del Golfo, d’un turchino intenso, spuntavano e trepidavano innumerevoli e grossi batuffoli come di candida bambagia: quasi un immane gregge di giganteschi ermellini, gettati a nuoto; e sulla costa, dov’è l’approdo e dov’è scavata la Grotta Azzurra, s’avventavano, con terribile impeto e fracasso, inseguendosi, mostruosi cavalloni, che pareva volessero scovare e rapire dai loro ripari le barche impaurite. Ebbene, rivolgendo gli occhi indietro, la scena mutava. Il mare si stendeva ampio e tranquillo, liscio, senza una ruga, fin laggiù laggiù dove si confondeva col cielo. Sotto l’Arco naturale, ai piedi dei ciclopici Faraglioni, tra gli scogli della Marina piccola, all’imboccatura della Grotta Verde, l’onda, qui come di zaffiro liquefatto, più là come di topazio o di smeraldo «allora che si fiacca», susurrava carezzosa, quasi mormorasse una inarticolata ecloga piscatoria. Le barchette s’accostavan sicure al piroscafo, ch’era venuto a gettar l’ancora qui; e pareva che nessuno ricordasse più la tramontana che rendeva inospitale l’altra riva.

L’arte manzoniana, che dissimula, sotto la superficie levigata e iridescente, le agitazioni della tempesta, l’assomiglierei all’alto mare; al Golfo che, fra tanta festa di colori, ancor risente l’impeto del vento di nord, l’arte dei romantici minori. Per convenirne, basta ascoltare il Pellico, in una lettera al fratello Luigi, da Milano l’11 dicembre 1815.

«Ti ricordi l’effetto che produsse in noi la lettura di Shakespeare e di Schiller; come l’orizzonte si facea più vasto davanti a noi? La fredda riflessione, il rimbombo della voce de’ pedanti, mi ha spesso fatto dire: questo mio fervore sarà egli un delirio d’inesperta gioventù? verrà il tempo in cui arrossirò delle mie sfrenate teorie, e discernerò quanto inerente al vero bello sia la saviezza delle regole così dette aristoteliche? La coscienza risponde di no.—Quando lessi la Letteratura del Mezzogiorno di Sismondi e il Corso drammatico di Schlegel, mi riaccesi dello stesso foco che Shakespeare e Schiller m’avevano messo nel cuore. Lessi tutte le critiche francesi contro Schlegel e Sismondi, e ne scopersi con isdegno i sofismi. Giorni sono, Breme comprò una raccolta di opere drammatiche tedesche tradotte in francese: l’Emilia Galotti di Lessing, Goetz di Berlichingen di Goethe sono cose che sforzano l’ammirazione».

Ammiratore dell’Alfieri, del Monti, del Foscolo, vorrebbe rimaner fedele anche ai pregiudizii critici di costoro; ma quella ventata del nord, ch’egli ha lasciato entrare dalla finestra aperta, lo trasporta verso l’eterodossia. Spera in un ravvedimento; ma intanto medita un tranello. Nel luglio di quel medesimo anno aveva scritto:

«Converrà esser noto per tre o quattro produzioni ortodosse, prima d’aver suffragi abbastanza per osar di tentare innovazioni, violazioni di regole, ecc. Tanto quelle foggiate alla Schiller, come le essenzialmente politiche, devono essere modeste, e lasciare la primogenitura alle altre».

Shakespeare, Goethe, Lessing, anche Kotzebue (ne cita Misantropia e pentimento, e attesta che l’Andromaca di Racine «non farà mai spargere tante lagrime», nonostante che sia «enorme la differenza di merito»), lo entusiasmano, e, appena può, egli cerca d’imitarli (la Francesca da Rimini risente del Romeo e Giulietta, l’Ester d’Engaddi dell’Otello, il Tommaso Moro del Giulio Cesare); ma il poeta che più lo commuove e lo affascina è lo Schiller, il tenero e appassionato creatore di quelle delicate creature che si chiamano Amalia, Tecla, Luisa Miller. «Oh divino Schiller!», esclama in una lettera del 20 gennaio 1820; «Don Carlos e Fiesco sono due tragedie inimitabilmente belle. V’è una forza d’immaginazione che spaventa. Perchè mai Schiller non è riconosciuto per uno dei più grandi ingegni che la repubblica letteraria abbia avuto?». Verso quel nuovo dramma così schiettamente romantico, egli è sospinto dalla sua indole generosa e fantasiosa e dal suo carbonarismo bianco. Nelle sue tragedie è facile sorprenderne l’influsso un po’ da per tutto: nell’Eufemio di Messina e nell’Iginia d’Asti, nella Francesca da Rimini e nella Gismonda da Mendrisio. E insomma la sua Matilde di Canossa, senza che forse egli ne avesse precisa coscienza, non tendeva a conformarsi sempre meglio alla Vergine d’Orléans?[97]

Un tempo, anche il Manzoni aveva partecipato a siffatti entusiasmi, e collocato Schiller tra Shakespeare e Goethe. Discorrendo di quel genere di tragedie che a parer suo era «superiore ad ogni altro»; il quale, «partendo dall’interesse che i fatti grandi della storia eccitano in noi, e dal desiderio che ci lasciano di conoscere o d’immaginare i sentimenti reconditi, i discorsi ecc., che questi fatti hanno fatto nascere e coi quali si sono sviluppati (desiderio che la storia non può nè vuole accontentare), inventa appunto questi sentimenti nel modo il più verosimile, commovente e istruttivo»; il Manzoni, in certi suoi appunti di critica, saltava sù a dire: «La pratica di quest’ideale drammatico si vede portata al più alto grado in molte tragedie di Shakespeare; ed esempj notabilissimi ne sono pure le tragedie di Schiller, del signor Goethe, per non parlare che di quelle ch’io conosco». Anzi, subito dopo, alla Rodogune e all’Héraclius di Corneille e al Bajazet di Racine, egli preferiva contrapporre appunto la Maria Stuarda[98]: quella cioè che, a giudizio della Staël, è «de toutes les tragédies allemandes la plus pathétique et la mieux conçue»[99].

Quanto alla moralità di quelle tragedie, gli rimaneva, sì, qualche dubbio; e ad ogni modo, non gli pareva che, per tal riguardo, ci fosse miglioramento o progresso sul teatro classico. «Noi», egli osserva, «abbiamo una inclinazione a seguire più il nostro giudizio che le leggi divine ed umane»; e «i poeti drammatici hanno assecondata questa inclinazione, rappresentando casi in cui mille inconvenienti si trovino nella esecuzione della legge, e mille vantaggi e mille sentimenti virtuosi nella trasgressione. Esempj: Héraclius, Tell». E un po’ più giù, adduce ed esamina la prima scena dell’atto IV del Guglielmo Tell appunto, quella del pescatore che «osserva con un suo figliuoletto la barca dov’è Gessler con Tell, agitata dai venti», come un cospicuo «esempio del pericolo di far partecipare lo spettatore alla passione del personaggio». Riferite le parole del pescatore:

«Knabe, bete nicht, Greif nicht dem Richter in den Arm!».

e la risposta del fanciullo:

«Ich bete für den Landvogt nicht—Ich bete Für den Tell, der auf dem Schiff sich mit befindet»,

egli ripiglia:

«Questo sentimento orribile è espresso senza disapprovazione; nè io voglio credere che uscisse dal cuore di Schiller, ma egli avrà voluto rappresentare al vivo l’abbominio di quegli uomini per Gessler. Ma egli ha errato, mettendosi a rischio di far sentire lo spettatore come il suo personaggio. Del resto, mi sembra che, poichè egli ha immaginato di far pregare il fanciullo, ha perduto l’occasione di una scena bellissima. Se il padre invece (il che è nella natura d’un uomo pio e retto) dicesse al figlio di pregare anche per Gessler, che commozione non ecciterebbe! Quanti sentimenti non risveglierebbe di quella Religione che insegna a chi l’ascolta di pregare per Gessler e per Tell, per l’oppresso e per l’oppressore; a riguardare gli uomini i più scellerati come creati anch’essi per la virtù, come capaci di emendarsi e di seguirla, e sè stesso come capace dei più grandi errori, qualora Dio lo abbandoni; che insegna a riguardar tutti gli uomini come fratelli, e se gl’iniqui vogliono rompere questo santo vincolo, c’impone di tenerci stretti a loro, con quella carità che ha per fondamento non il merito loro, ma i precetti e gli esempj di Gesù Cristo!—Quanto più Gessler è stato dipinto scellerato, più pericoloso è questo sentimento, perchè lo spettatore è disposto a riceverlo. Certo, v’è una simpatia in ciò; ma dev’egli, il poeta, secondare questa inclinazione nostra? No, certamente; e se il diletto è il fine della poesia, io m’immagino che dall’aver vinto questo impeto d’odio, e dall’avere accolti in sè i sentimenti sublimi che ho accennato poco sopra, ne debba nascere un vivo, soave ed alto piacere, e questo deve il poeta trasfondere nello spettatore. Questi può avere piaceri viziosi e piaceri virtuosi: i secondi sono i più poetici».[100]

Ancora nella Lettre à m. C***, ch’è dell’inverno 1819-20, il Manzoni ricordava, nel manoscritto, «les pièces historiques» di Schiller insieme con quelle di Shakespeare e di Goethe. Sennonchè il 29 maggio del 1822, tornando sul suo giovanile entusiasmo, pregava l’amico Fauriel di cancellare il nome del poeta würtemberghese, dacché ei v’era citato «d’une manière qui fait supposer une idée beaucoup plus haute que je ne l’ai réellement de l’importance de cet écrivain au point de vue dramatique»; e soggiungeva: «Vous vous souviendrez peut-être des discours que nous avons tenus sur ce sujet; vos idées ont donné aux miennes là-dessus plus d’étendue et de courage; en rélisant les tragédies de Schiller, je me suis confirmé dans ces idées; enfin, je ne mérite ni n’ose le nommer»[101].

Tuttavia non era ugualmente agevole di fare sparire ogni traccia dell’antica ammirazione nella prima delle sue due tragedie, concepite mentr’essa era fervida. E s’intende: il soggetto medesimo del Conte di Carmagnola avea dovuto richiamare ogni tanto il pensiero del poeta novello a quella trilogia del Wallenstein che fece credere ai Tedeschi di possedere anch’essi uno Shakespeare. La Staël ne aveva discorso con molta lode; e Beniamino Constant l’aveva costretta e disciplinata in un unico dramma di fattura classica, tra le più vive censure dei romantici[102]. In fondo, anche il Manzoni aveva fatto qualcosa di simile: l’atto secondo del Carmagnola, di cui la prima parte si svolge nel Campo ducale e la seconda nel Campo veneziano, è quasi una minuscola riproduzione del Wallensteins Lager, donde sia stato potato tutto ciò che a un poeta educato alla scuola di Virgilio e di Vittorio Alfieri doveva parer superfluo. L’ispirazione schilleriana era, e si capisce, ancor meglio evidente nel primo getto di quell’atto[103]. Il Manzoni v’introduceva francamente il popolo, nei cui discorsi la bella figura del Condottiero e i pericoli che l’attorniavano venivano lumeggiati più al vivo. E alle altre che son rimaste, faceva precedere una notevole scena tra due minori capitani di ventura, i fratelli Micheletto e Lorenzo di Cotignola, e una scenetta fra costoro e il Carmagnola, dov’eran chiarite ottimamente e le condizioni degli eserciti a fronte, e il fascino che su quegli uomini rotti alla guerra esercitava il protagonista, colla sua valentìa sicura e con le sue schiette ed affabili maniere, e le noiose difficoltà tra cui questi era costretto a muoversi, per ogni passo dovendo prima consultarsi coi Provveditori della Repubblica[104].

Veramente, se codeste scene furon poi messe in disparte, ciò non avvenne per paura che il poeta avesse di passare per imitatore dello Schiller: anzi, gli esempi dello Shakespeare, e i goethiani dell’Egmont e del Goetz von Berlichingen, avrebbero dovuto dargli animo a rimanere nella via per cui s’era, con tanta fortunata baldanza, incamminato. Il novizio fu invece colto, in mal punto, dallo scrupolo della verosimiglianza storica. E allo Chauvet, che, pur dal suo punto di vista classico, gli fece un carico della completa assenza del popolo nella tragedia, egli ebbe a replicare che dall’opinione pubblica non s’era creduto lecito trarre alcun partito, pel fatto che nella Venezia del quattrocento un’opinione pubblica non esisteva. Anche il Byron, nella seconda delle sue tragedie veneziane, I due Foscari, che scrisse a Ravenna tra il giugno e il luglio del 1821 e che pubblicò nel dicembre dello stesso anno, faceva replicare dal Doge a chi ipocritamente gli parlava ancora d’un’autorità popolare:

The people!—There’s no people, you well know it, Else yon dare not deal thus by them or me. There is a populace, perhaps, whose looks May shame you; but they dare not groan nor curse you, Save with their hearts and eyes.[105]

Ma fu, nell’interesse dell’arte, un eccesso di rigore; e forse il poeta spinse il suo scrupolo storico anche di là dal limite che la storia medesima gli avrebbe consentito. Nelle notizie premesse al dramma, è pur additata «qualche traccia di una opinione pubblica, diversa da quella che la Signoria veneta ha voluto far prevalere», circa il preteso tradimento. E non si sarebbero potute mettere in bocca a qualcuno del popolo quelle voci che ci sono state tramandate dai cronisti? Un bolognese, per esempio, riferisce e la diceria che il Senato condannasse lealmente il Conte «perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano», e l’altra, che quella ragione di tradimento fosse escogitata per disfarsi d’un pericoloso e potente capitano che oramai aveva nelle sue mani lo Stato. Una differente versione fu raccolta dal Poggio, che di quella morte fosse cagione la superbia del Carmagnola, «insultante verso i cittadini veneti e odiosa a tutti»; e un’altra diversa dal Corio, che alla Signoria facesse gola «il valsente di più di trecento migliaia di ducati», che, in grazia della non serena condanna, passò dalle casse del Condottiero a rinsanguare l’erario della Serenissima[106].

E ancora una scena, di schietta ispirazione schilleriana, il Manzoni sacrificò alla verità storica: quella d’un povero mandriano, venuto apposta a Venezia per parlare, nel giorno della partenza solenne, al Carmagnola, e che si rivelava pel padre di lui. Egli s’imbatte in alcuni cittadini che attendono il corteo, e chiede loro:

BARTOLOMEO Di grazia, o cittadini, ella è ben questa La via per cui deve passare il Conte Di Carmagnola?

1º CITTADINO È questa; egli non puote Indugiar molto.

BART. Lode al Cielo, io fui Ben avviato.......................... ..................................... ..............Io vengo assai da lunge Per riveder quest’uomo, e favellargli.

1º CITT. Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo; ...............ma parlargli è cosa Da levarne il pensiero.

BART. Ov’ei mi scorga, Avrò campo a parlargli.

1º CITT. Egli è col Doge, E con tal compagnia, da non tenersi Così a bada per via. Ma voi, mi sembra Siate suo paesano?

BART. Il sono, ed anche Assai più che paesano: io son suo padre.

1º CITT. Il Conte è vostro figlio?

BART. Io ve l’ho detto.

2º CITT. Poss’io darvi un consiglio?

BART. Un buon consiglio Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai Ne ha mestier chi si trova in strania terra.

2º CITT. S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi; E poi che al campo assai difficil cosa Saria vedere il Conte, attenderei Il suo ritorno, onde parlar con esso Privatamente.

BART. Egli saria fidarsi Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra, Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto Più assai di quel che a viver mi rimane. Ma perchè questo indugio?

2º CITT. Tolga il Cielo Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro Figlio è patrizio veneziano e conte, E sgradir gli potrà che innanzi a tutti, E cotai testimonj, gli facciate Risovvenir ch’ei non è nato tale.

BART. Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora, Gli si affacci suo padre, esser non puote Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco![107]

In verità, non mi sembra possibile non ammettere che qui il Manzoni intendesse far qualcosa di simile a quelle scene del IV atto della Jungfrau von Orleans, dove al trionfo di Giovanna vengono ad assistere il padre, le sorelle e gli amici contadini. Beninteso che l’effetto ch’ei se ne riprometteva era diverso, anzi opposto. L’incontro del festeggiato signore col suo umilissimo padre avrebbe dovuto dare ancor più risalto alla nobiltà d’animo del protagonista, e ancor meglio dissipare le accuse di superbia ond’era fatto segno. Sennonchè una tale scena gli era poi consentita dalla storia? E quell’episodio era verosimile nell’aristocratica Repubblica? Un poeta più lesto, come Shakespeare, anzi pur come Goethe o Schiller, non avrebbe esitato un momento a cavarne partito. E che importava che i cronisti più fededegni non se ne mostrassero informati? Nel cinquecento, all’incontro del Carmagnola col padre si prestava fede; e un umanista, ch’era anche un uomo di chiesa, il canonico veronese Adam Fumano, raccolse quella tradizione dalla bocca del popolo, e la espose, con una certa pompa, in un epigramma,[108] ch’ebbe la ventura d’esser riferito e illustrato dal Giovio, e la disgrazia d’esser rattrappito e mutilato in un sonetto, un vero letto di Procuste, da Lodovico Domenichi[109]. Or, di fronte a una tradizione siffatta, abbastanza antica se pur non autentica, ma così feconda di effetti poetici, doveva un poeta credersi in obbligo di far tanto lo schizzinoso?

[97] Il Bellorini (Spigolature Pellichiane, Saluzzo, 1903, p. 25-8) ebbe già a notare che la cantica Tancreda ha molte somiglianze con codesto dramma dello Schiller.—Ognuno ricorda come il Pellico noti che avesse il medesimo nome del «grand’uomo» l’umile e bonario carceriere dello Spielberg. Cfr. Mie Prigioni, cap. 58.

[98] Vedi nei Materiali estetici, a pag. 389 di questo volume.

[99] De l’Allemagne, II pt., ch. 18.

[100] Vedi, in questo volume, il saggio Della moralità delle opere tragiche, alle pagine 433-36.

[101] Vedi, in questo volume, a pag. 302-03 e 336.

[102] Cfr. M. DE STAËL, De l’Allemagne, II pt., ch. 18; e B. CONSTANT, Mélanges de littérature et de politique, Bruxelles, 1838, p. 216 ss.

[103] L’episodio gentile e commovente del giovinetto Pergola (sc. 3ª, p. 221-22), che a quel ch’io so non ha fondamento nella storia, è bensì d’ispirazione omerica, ma la maniera ond’è ricolorito si direbbe modellata su Schiller. Come pure, il senatore Marco rassomiglia, nell’eccessiva perfezione morale, specialmente al Marchese di Posa; nonostante che di quei caratteri un po’ rigidi sia altresì popolato il teatro del nostro Alfieri.

[104] Vedi in questo volume, a pag. 281 ss.

[105] «Il popolo!... Qui non c’è popolo, voi lo sapete bene; altrimenti voi non osereste trattarci così, lui e me! Qui c’è una plebe, forse, i cui sguardi vi farebbero vergognare; ma essi non ardiranno nè gemere nè maledirvi, salvo che col loro cuore e con gli occhi». (Atto V).—Conobbe il Byron la tragedia manzoniana, pubblicata l’anno avanti? Non lo credo impossibile, in ispecie se si tien conto degli accenni al processo del Carmagnola, la cui innocenza qui è data per sicura, verso la fine dell’atto IV. Il senatore Barbarigo dice del doge Francesco Foscari, che fu quegli che lo condannò: «Eppure egli sembra un uomo così aperto!...». E il patrizio Loredano: «Così anche sembrava, poco tempo fa, al Carmagnola!—L’accusato e straniero traditore?—Proprio così!.... E il valoroso Carmagnola è morto!...—Carmagnola era vostro amico? —Egli era la difesa della città. Nella sua giovinezza, era stato suo nemico; ma nella sua virilità, prima il suo salvatore e poi la sua vittima.—Ah questa pare sia la pena che tocca a chi salva le città!».

[106] Anche altre voci si potrebbero raccogliere. Un ser Gherardini de Fulgineo per esempio, citato dal BATTISTELLA (Il Conte di Carmagnola, studio storico con documenti inediti, Genova, 1889, p. 394), scriveva da Firenze al Marchese d’Este, il 15 maggio 1432: «....Et la prexa et la morte del Carmagnola è ogni dì più vituperata et biasemata qui. Et dicese largo che questo acto, oltra la vergogna, è la desfactione de la liga».—Il GIOVIO attesta ch’ei fu giustiziato «ea fama, ut nonnulli eum indignissime damnatum dicerent, quod avaritia praecipitique malignitate maturatum ei exitium arbitrarentur. Nam ex damnati opibus supra ducenta milia aureorum nummum ad Fiscum redibant.... Auxit autem invidiam atrocis inexpectatique supplicii spectaculum interdiu populo editum, quum indigne tantus imperator ad Columnas rubras ubi noxii plecti solent, inserto in os ligneo lupato ne vociferari posset, traheretur; multis aut insontis calamitatem, aut aequo severius ingrati Senatus decretum detestantibus; quum egregie fortiterque rerum bello gestarum recens memoria spectantium animos, excitis fere lachrymis, ad misericordiam permoveret».—Per quel ch’è poi della vera o presunta reità del Carmagnola, a me pare, pur dopo il tanto arrabattarsi degli apologisti del Senato Veneto, che rimanga inesorabilmente giusto il giudizio del Machiavelli, nel Principe (cap. XII, § 7, ediz. Lisio), al quale il Manzoni sembra essersi ispirato: che cioè i Veneziani, veduto «el Carmignola.... virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el Duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con lui non potere più vincere, perchè non voleva, nè potere licenziarlo per non riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo».

[107] Vedi, in questo volume, a pag. 282 ss.—Il Conte, nel primo getto (pag. 280), accennava anch’egli amorevolmente a suo padre; quando al fido Marco esponeva quel che avrebbe fatto dopo la vittoria:

«Se vincitor ritorno, E non solo,.....qui finalmente Restarmi; il vecchio genitor con noi Qui trarre....».

[108]

Sedula apis velati maturis advolat uvis Ut liquido vacuas distendat nectare cellas, Ad te sic mea se celeri tulit impete Musa. Bellica quem ad magnos virtus evexit honores, Francisce, aeternum pietas per secula nomen Cui peperit, cuncto Procerum cum astante Senatu Ac magnis una tecum de rebus agente. Ad Scabrum haud veritus confestim exire parentem es Fortiaque infirmo circumdare brachia collo Illicet hoc unum malit, quam mille referre Gesta tua praeclara, et devicto ex hoste trophaea. Magnorum decus Insubrum, dux inelyte, tandem Orta licet subito, fractum te attriverit ingens Tempestas, Caurique, importunaeque procellae, Ne dubita; tua te pietas, tua maxima virtus Venturo meritis cumulabit honoribus aevo.

Il Fumano fu eletto canonico di Verona nel 1544, e morì in «felice vecchiaia» nel 1587.—Il Manzoni chiamò Bartolomeo il padre del Carmagnola, seguendo la tradizione; ma da qualche documento milanese risulterebbe chiamarsi egli Giacomo. In un istrumento degli 8 dicembre 1415, è scritto: «....Virum magnanimum et strenuae probitatis fama decoratum Franciscum de Buxonibus dictum Carmagnolam, filium condam spectabilis vivi domini Jacobi....».

[109] Nella sua traduzione degli Elogi del Giovio: Vinegia, De’ Rossi, 1557, pag. 115. Il sonetto è questo:

Ben fu degno d’honor l’atto gentile, Che verso il padre tuo mostrasti, alhora Che colmo di pietà dentro et di fuora D’ire abbracciarlo non avesti a vile. Fu questo ufficio d’animo virile, Et più, che le tue prove assai t’honora: Tal che per ciò fia vivo, et chiaro ogn’hora Il nome illustre, onde non hai simile. Da sì bella pietà merti più lode, Che da mille atti d’armi, et di valore, De’ quali ancor la tua memoria gode. Sopra ciò non potrà l’empio furore Del tempo, non l’invidia, che sì rode; Quella che già ti spinse a l’ultime hore.

XXIII.

Non posso indugiarmi qui a rilevare quant’altro il Manzoni, nelle sue tragedie, può aver derivato dallo Schiller, e in che modo e in quali limiti ha seguito gli esempii del Goethe e i modelli di quello Shakespeare, che ai suoi occhi diveniva via via sempre più immenso[110]. Tramontarono, nella sua ammirazione, e Monti, e Alfieri, e Schiller; ma l’altissimo tragediografo ascendeva sempre. E di lui egli avrebbe potuto ripetere quel che il curato amico di Don Chisciotte disse dell’Ariosto: «lo pondré sobre mi cabeza!».[111]

Questo ed altro spero di fare la prossima volta. Per ora, poichè «piene son tutte le carte Ordite a questa cantica seconda», soggiungerò alcune poche note, a compimento delle iniziate o accennate dianzi.

Negli appunti di critica, il Manzoni asseriva che la teoria del nuovo genere drammatico, pur da lui preferito, era «negli scritti del signor Schlegel, di mad.ᵉ di Stäel, del signor Sismondi, nel Discours des préfaces premesso alla traduzione di Shakespeare»: sono i libri medesimi che mettevan tanto scompiglio nella fantasia del povero Pellico. E continuava: «dei tratti nuovi e luminosi se ne trovano pure in varj recentissimi scritti di nostri Italiani, principalmente negli estratti ragionati di opere drammatiche che stanno nel Conciliatore». Codesti estratti, o ristretti con osservazioni critiche, eran dovuti in parte a Ermes Visconti, al De Cristoforis, a Giuseppe Niccolini, al Berchet; ma soprattutto al Pellico. Il quale nel «foglio azzurro» del settembre 1818 aveva dissertato, con larghezza d’idee nuova tra noi, dell’Alfieri e del Corneille, del Voltaire e del Racine, del Cervantes e dello Shakespeare; e nei numeri del febbraio e dell’aprile del 1819, del Philippe II di Giuseppe Chénier, comparandolo al Don Carlos di Schiller e al Filippo di Alfieri, dell’Henri VIII e del Charles IX del medesimo poeta, e della Maria Stuarda di Schiller, toccando dei Masnadieri, della Vergine d’Orléans, del Wallenstein. Il critico vi proclamava con giovanile baldanza:

«Le sane regole in ogni arte vanno sentite e trovate da per sè colla potenza dell’intelletto, e non ricevute ciecamente per tradizione. Tale era l’opinione di Schiller, e quindi risultò che in ciascuno de’ suoi poemi egli sempre calcasse una nuova strada. Non solo non è vero che per giungere al bello si debba porre servilmente il piede sovra orme già segnate; ma è anzi irrefragabile che ogni soggetto che un poeta assume a trattare deve essere condotto con leggi particolarmente proprie; perchè se l’ingegno umano, simile alla natura, nulla crea mai d’identico ad alcuna opera già esistente, identiche non potranno mai essere le regole da seguirsi nelle diverse creazioni».[112]

Giustissimo; ma non è da tutti lo scoprire e il calcare nuove vie, nè basta a ciò la sola buona volontà. E quando il Pellico riuscì con uno sforzo a staccarsi dalla via consolare, andò subito a cascare in altre, aperte e inaugurate più di recente. Insieme con lo Schiller e con lo Shakespeare, uno dei suoi modelli preferiti fu Giuseppe Maria Chénier. Il quale, come si sa, aveva voluto essere, sul teatro tragico, l’epigono di Voltaire: la rivoluzione e l’epurazione che questi aveva compiuta nel campo morale e religioso, egli intese ad attuarla nel campo politico. Così che in una Epître aux manes de Voltaire si vantò:

Tes succès de bonne heure ont agrandi la scène. Plein d’amour pour la gloire, avec moins de talens, Voltaire, ainsi que toi, dès mes plus jeunes ans J’offris des voeux à Melpomène. Les obstacles nombreux ne m’ont point arrêté; J’ai voulu rappeler la Melpomène antique; Et dans les premiers jours de notre liberté, J’attachai sur son front, avec quelque fierté, La cocarde patriotique.

E l’Epistola, che l’enfatico poeta aveva pubblicata nel 1790 in fine della sua prima ed anche più famosa tragedia, Charles IX ou l’école des rois, era andata molto ai versi del Pellico; che nel Conciliatore del 7 febbraio 1819 scriveva:

«La sua Epistola a Voltaire è uno dei poemi che, dal 1800[?] in poi, sono stati accolti in Francia con maggiore applauso: essa fruttò all’autore un decreto di destituzione, e un’infinità di mercenarie invettive in tutti i fogli periodici; ma queste, come sempre avviene delle persecuzioni, non diedero fuorchè un più vivo risalto al perseguitato».

Il futuro narratore delle Mie Prigioni sentiva ribollirsi in petto quei medesimi spiriti impazienti di libertà; e non lesina davvero la lode al poeta che Beniamino Constant giudicava «le plus beau talent de son époque, comme auteur dramatique»[113]. Si esalta quando, nel Charles IX, l’ode, con accento alfieriano, inveire contro i tiranni di diritto divino, e, nel Caio Gracco, levare il grido, contro la non meno abbominevole tirannia della plebe ubriaca, Des lois et non du sang!; quando, nel Timoleone (1794), ne ascolta l’alfieriana protesta contro i nuovi decemviri del Terrore, e, nel Tiberio (1810), lo vede disegnare «coi tratti più veri l’uomo, di cui tutti guardavano l’immagine venerandola o tremando». Eppure, un così ardente rivoluzionario nelle idee politiche era perseverantemente stato, com’ebbe a notare il Constant, «le partisan le plus zélé de toutes les entraves léguées par Aristote et consacrées par Boileau». Ma non fu tale anche il liberissimo Alfieri? Anzi, non anche il Foscolo, pur sospettato di aver voluto coll’Ajace alludere, nel carattere del protagonista «all’esilio del generale Moreau, e nella spregiata santità di Calcante alle sciagure di Pio VII, e nell’ambizione d’Agamennone alla fraudolenta onnipotenza di Napoleone»?[114] E forse appunto lo Chénier fornì al Pellico l’esempio di quell’improvvisa tirata lirica di Paolo, nella Francesca, ch’è un anacronismo storico e una stonatura artistica.

Nella 1ª scena dell’atto III del Charles IX, a un certo momento, Le Chancelier de l’Hôpital esce in queste profetiche esclamazioni:

Quel exemple aux mortels qui portent la couronne! Laissons faire le temps; à la grandeur du trône On verra succéder la grandeur de l’état: Le peuple tout-à-coup reprenant son éclat, Et des longs préjugés terrassant l’imposture, Reclamera les droits fondés par la nature; Son bonheur renaîtra du sein de ses malheurs: Ces murs baignés sans cesse de sang et de pleurs, Ces tombeaux des vivans, ces bastilles affreuses, S’écrouleront alors sous des mains généreuses: Aux princes, aux citoyens imposant leur devoir, Et fixant à jamais les bornes du pouvoir, On verra nos neveux, plus fiers que leurs ancêtres, Reconnaissant des chefs, mais n’ayant point de maîtres: Heureux sous un monarque ami de l’équité, Restaurateur des lois et de la liberté.

Non è chi non veda come qui sia chiaramente vaticinata la distruzione della Bastiglia,... ch’era già avvenuta[115]: e l’avevano, con ingenuo entusiasmo, di cui più tardi ebbero a pentirsi o ad arrossire, celebrata Andrea Chénier e il suo amico Vittorio Alfieri[116]. Codesti versi rappresentano appunto la coccarda patriottica, che il più giovane ma non meno audace fratello di Andrea aveva attaccata, nei primi giorni della libertà, in fronte alla vecchia Melpomene. «Non pas en composant la tragédie de Charles IX, qui était faite depuis long-temps», dichiara egli stesso in una nota, «mais en ajoutant au rôle du Chancelier de l’Hôpital seize vers où il prédit la révolution».

Ora, anche il Manzoni aveva molta stima pel teatro nazionale dello Chénier; benchè non mancasse di fare le sue solite acute riserve circa una pretesa moralità, peculiare alle opere tragiche. Osservava a proposito della frase, sovente ripetuta, «Entrambi hanno fatto il loro dovere», che essa muove dall’assurda supposizione che, in molti casi, a due persone possano incombere doveri contrarii su uno stesso soggetto.

«Si osservino tutti questi casi, e si vedrà che i due doveri supposti sono fondati su opinioni speciali e temporanee, su istituzioni ecc., e che si dimentica sempre il fine che si deve cercare nella determinazione da prendersi dalle due persone. Ora, il fine giusto non può essere che uno. Esempio: la scena, per tanti rapporti bellissima, del Tiberio di Chénier, nella quale Cneo implora Agrippina perchè desista dall’accusare Pisone padre di Cneo. Agrippina risponde che il dovere suo è di accusarlo e di perderlo, e il dovere di Cneo di far tutto per salvarlo. Questo sentimento è falso, perchè due tendenze opposte non ponno essere egualmente buone o giuste. Ora, donde viene il falso in questo caso? Dall’essersi il poeta applicato puramente ai rapporti personali delle due parti, alla sorte di Pisone e alla vendetta di Germanico, e dall’aver dimenticato la verità e la giustizia, e il fine per cui sono istituite le accuse, le difese, i tribunali e i giudici: il qual fine è tutt’altro che di dare occasione ai parenti d’un morto di vendicarlo, e di mostrarsi sensibili alla sua perdita, e di dare occasione ad un figlio di salvare suo padre».[117]

S’intende, siffatte osservazioni e obiezioni particolari non menomavano, nel concetto del Manzoni, il merito singolare dello Chénier; ch’era d’aver cercato i soggetti delle sue tragedie nella storia nazionale del suo paese, e d’aver affidata al teatro una missione politica. Risonava ancora nel mondo latino l’esclamazione sospirosa (unica ciambella gustosa dell’infornata poetica d’un Clément avversario di Voltaire!):

Qui nous délivrera des Grecs et de Romains?

che pare il grido di sommossa provocatore del romanticismo, a cui un Berchoux, detto le gastronomique, aveva accodato:

Race d’Agamennon, qui ne finis jamais!...

E un Du Belloy, mezzo fallito imitatore del Metastasio, aveva avuto fortuna con drammi sgangherati, quali Le siége de Calais (1765), Gaston et Bayard (1771), Gabrielle de Vergy (1777)[118]; ma Pierre le Cruel aveva finito col togliergli credito, così per l’atrocità macabra e nauseante dell’azione, come perchè la povera storia vi era più che mai bistrattata e vilipesa. Tuttavia l’incanto mitologico o semileggendario era rotto; e il pubblico francese aveva chiaramente dimostrato la sua propensione per i soggetti nazionali. Giuseppe Chénier trasse profitto da queste buone disposizioni. I tempi eran mutati, ed ora era permesso ciò che non sarebbe stato nè a Corneille nè a Voltaire. «Les malheurs de la France», scrive lo Chénier nel Discours préliminaire al Charles IX, del 22 agosto 1788, «occasionnés presque toujours par la faiblesse des rois, par le dispotisme des ministres et l’esprit fanatique du clergé, auraient nécessairement rempli de véritables pièces nationales. Le gouvernement n’était point assez raisonnable pour les permettre, et les Français n’étaient pas encore capables de les sentir». E poichè «les hommes supérieurs font marcher l’esprit humain: sans eux, il resterait immobile»; lo Chénier si propose di fare o di compiere quanto Corneille e Voltaire avevano lasciato o intentato o a mezzo.

L’attingere alla storia nazionale era, in fondo, un tornare alla grande e genuina tradizione greca: i modelli rimanevano ancora Eschilo e Sofocle. «Souvent, en faisant parler les fameux personnages des tems passés, le poète insérait dans sa pièce des détails relatifs aux tems présens. L’Oedipe à Colonne, entre autres, est plein d’allusions à la guerre du Péloponèse». Da ciò i versi profetici del Charles IX, e, più tardi, dietro quell’esempio, l’uscita lirica e carbonaresca della Francesca da Rimini.

Da ciò pure, ma non solamente da ciò, l’idea del Manzoni di mettere in tragedia un episodio della nostra storia, durante il brutto tempo in cui l’antico valore italico era malamente sprecato in guerre fratricide; e l’altra, di lumeggiare, nei suoi aspetti più reconditi e commoventi, una delle più interessanti fra quelle lotte d’invasori donde derivò tanto danno e tanta vergogna al bel paese. Non era possibile, nè l’avrebbe voluto il poeta, che la storia contemporanea non facesse capolino di tra la rappresentazione de’ fatti più antichi. Questi il poeta li sceglieva lui: e non è un caso se, per esempio, nella discesa di Carlomagno in Italia, egli riproducesse quella più recente di Napoleone; e nella morte dell’innocente Carmagnola quella, così drammatica, di Gioacchino Murat; e le generose idee di questo principe egli prestasse un momento al suo diletto Adelchi. È vero che, andando avanti nella composizione dei suoi drammi, il Manzoni cercò di rimanere sempre più fedele al vero storico, così da immaginare i Cori, soltanto «destinati alla lettura», per riserbarsi «un cantuccio» dove «parlare in persona propria». Ma neanche allora riuscì del tutto a vincere «la tentazione d’introdursi nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti», a evitare insomma un «difetto», ch’è «dei più notati negli scrittori drammatici».[119] Gli è che i suoi drammi erano stati concepiti con un intendimento alquanto diverso; e questo, nel primo getto, vien fuori con balda schiettezza.

Adelchi, in quegli abbozzi, è Murat: o meglio, è il principe ideale, che vagheggia la redenzione e l’unità d’Italia. Egli parla come soltanto Murat aveva osato, fino allora, parlare. Al fedele Anfrido diceva (III, I; pag. 132):

A me il comando dell’impresa il padre Affiderà. Poni che, al novo grido Del conquiso Adrian, Carlo non torni, E in altro campo non ci colga. Il poco Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri Miseri avanzi del poter Latino Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio, Sedendo, orando, colla man comanda Di ferro ignuda, svaniranno incontro Tutta Longobardia, guidata, ardente, Concorde, anche fedele, allor che a certa E facil preda la conduci. Il voto Di età tante fia pago, e Italia intera Nostra sarà. Dì, non è questo il mio Avvenir più ridente?........... ....Oh mi parea, Pur mi parea che ad altro io fossi nato, Che ad esser capo di ladron; che il cielo Su questa terra altro da me volesse Che, senza rischio e senza onor, guastarla.

E già prima (I, 2; pag. 123-25) aveva ammonito il padre (il quale rimane inesorabilmente sordo: proprio com’era stato Napoleone!) che

steril mai D’un popolo il desio non è del tutto;

e ventilato il disegno di proclamar liberi i Romani, raggruppando tutta l’Italia in un unico regno.

Là dove, nella tragedia a stampa, è rimasto sol questo cenno fugace (I, 2; pag. 25):

DESIDERIO ....... Havvi altra via di scampo Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?

ADELCHI Quel che, signor di gente invitta e fida, In un dì di vittoria, io proporrei: Sgombriam le terre de’ Romani; amici Siam d’Adriano: ei lo desia;

era, nell’abbozzo, esposto un magnifico programma di libertà, che s’appuntava in queste fatidiche parole (p. 123-25):

Togliamo i ceppi Da quelle mani, e rendiam loro i brandi. Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa, Sì, ma d’onor, ma di salute è piena, E di pietà. Dell’itala fortuna Le sparse verghe raccogliam da terra, Il fascio antico in nostra man stringiamo: Dei vincitori e dei soggetti un solo Popol facciamo, una la legge, ed una Sia la patria per tutti, uno il desio, L’obbedienza, ed il periglio.

C’è bisogno di ancor richiamare i versi, con cui termina il frammento sul Proclama di Rimini: «...dell’Itala fortuna Le sparse verghe raccorrai da terra, E un fascio ne farai nella tua mano....»? Dei quali è solo rimasta un’eco nell’ultima stesura della tragedia, nelle angosciose esclamazioni di Adelchi (III, 1; p. 55):

Il mio nemico Parte impunito; a nuove imprese ei corre: ... ei che su un popol regna D’un sol voler, saldo, gittato in uno, Siccome il ferro del suo brando; e in pugno Come il brando lo tiensi.

E questi versi eran, con poco divario, pur nel primo getto (pag. 126-27):

Oh quante volte invidiai codesto Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna D’un sol voler, saldo, gittato in uno Siccome il ferro del suo brando, e in pugno Come il brando lo tiene.

Dove però l’accoramento del protagonista era meglio compreso e diviso dal lettore, che ne conosceva i magnanimi disegni.

E quando, nel Carmagnola (V, 4; pag. 256), il Manzoni fa prorompere l’imprigionato capitano nel solenne e malinconico addio alla vita, la quale portava via con sè le illusioni più dolci e i più inebrianti entusiasmi che gliela rendevano cara:

O campi aperti! O sol diffuso! o strepito dell’armi! O gioia de’ perigli! o trombe! o grida De’ combattenti! o mio destrier! tra voi Era bello il morir....;

noi possiamo bensì osservare che il poeta si è in buon punto ricordato (e come sottrarsi al fascino fatale?) del consimile addio di Otello (III, 3; v. 347 ss.):

O, now, for ever Farewell the tranquil mind! farewell content! Farewell the plumed troop, and the big wars, That make ambition virtue! O, farewell! Farewell the neighing steed, and the shrill trump, The spirit-stirring drum, the ear-piercing fife, The royal banner, and all quality, Pride, pomp and circumstance of glorious war!....[120]

e fors’anche dell’altro che il Goethe, variando qua e là questo di Otello, aveva messo in bocca a Egmont, pur lui languente in attesa del supplizio (V, 2)[121]; ma non dobbiamo trascurar di riflettere altresì che quei tristi pensieri e quelle sospirose parole, o «di tal genere, se non tali appunto»[122], il poeta contemporaneo di Napoleone deve aver facilmente immaginato che saranno passati per la mente o fiorite sul labbro dell’eccelso coatto di Sant’Elena. E che è insomma, nel Cinque maggio, quella magnifica e icastica rievocazione del grande, che

al tacito Morir d’un giorno inerte, Chinati i rai fulminei, Le braccia al sen conserte,

sta pensoso sulla «breve sponda», come un naufrago sbattuto e quasi sopraffatto dal flutto incessante e sempre più minaccioso delle memorie dei giorni irrevocati, se non una stupenda variazione lirica di quel medesimo motivo spuntato nei soliloqui di Otello, di Egmont, del Carmagnola?[123] Gli è che anche la poesia altrui, perchè un altro grande poeta possa degnamente imitarla e rinnovarla, occorre ch’ei la risenta in sè medesimo o nel personaggio che intende ritrarre. E del resto, pur senza pretendere a poeti, quando in certe occasioni ci corrono spontanei sul labbro certi versi di grandi poeti, non è forse perchè essi ci paiono davvero la voce commossa e ispirata di quei momenti e di quelle situazioni? Sunt lacrymae rerum!

Così pure, è naturale che le scene, in cui il Manzoni ci fa assistere ai crudeli momenti che precedettero la morte del generoso e gentile Condottiero, ci facciano ripensare, chi le abbia familiari, a quelle, più ampie e fino un po’ spettacolose, che il Goethe immaginò e descrisse per Egmont; ma non sarà senza interesse avvertire che, nel distenderle, al poeta può essersi affacciata, come accennavo dianzi, la cara e dolorosa figura del principe da lui celebrato nella canzone del 1815, così miseramente spento al Pizzo. Quella tenerezza d’affetti domestici la quale, nell’ultimo atto della tragedia, rigurgita dal cuore del Carmagnola, che si sarebbe potuto sospettare indurito al sole dei campi, il poeta non potè desumerla dalla storia. La quale è restia a commuoversi per siffatti sentimenti, e a registrare cotali particolari.[124] Invece, quella intima affettuosità era una delle caratteristiche, e forse la più simpatica, di Murat; che nel fondo dell’animo, di sotto all’immane congerie delle ambizioni napoleoniche, era sempre rimasto il buon contadino del Quercy. Fin nelle lettere semiufficiali che, nelle varie sue missioni, veniva scrivendo all’imperiale cognato, egli trovava modo, dopo le gravi informazioni politiche e i rapporti militari, d’aggiungere, per esempio, un poscritto sulla felice dentizione del suo primogenito. Nel maggio 1801, scrive da Firenze: «Achille est charmant; il a déjà deux dents»[125]. E quando, fallitagli l’avventura unitaria, fu costretto a errare come un bandito, povero re Lear!, per il littorale e le campagne che si stendono tra Cannes e Tolosa, egli, più che di altro, si mostra travagliato dal sospetto che la moglie possa averlo abbandonato e tradito. Al generale Manhès, suo amico superstite, scrive:

«J’avais tout souffert: la perte de ma fortune, la perte de mon royaume, et quel royaume! Mais me voir trahi, abandonné par la mère de mes enfants, qui préfère se livrer à mes ennemis plutôt que de se réunir a moi,...non..., je ne résisterai pas à un pareil coup. Quelle infortune que la mienne! je ne reverrai plus ma femme, je ne reverrai plus mes enfants!».[126]

Si buccinò che Murat s’avventurasse alla temeraria impresa dello sbarco in Calabria coi pochissimi fidi, perchè ingannato dalla polizia borbonica. Gli si tese un tranello, ed egli, sempre avventato, vi si gettò dentro. Forse si esagerava; ma anche codesta voce, che il guerriero magnanimo si lasciasse abbindolare dalle subdole arti d’un governo vile e tirannico, potrebbe esser valsa a far ravvicinare i casi del prode figliuolo del mandriano piemontese a quelli del non men prode figliuolo dell’agricoltore dell’alto Quercy. E comunque, il Murat, appunto come il Carmagnola, cadde o s’andò a porre nelle mani dei suoi nemici, incapaci d’un sentimento generoso, per un’eccessiva fiducia in sè stesso e nella fedeltà altrui. Ma accerchiato e rinchiuso nel castello ducale del Pizzo, non un sol momento di debolezza o di pusillanimità l’eroico principe ebbe di fronte ai suoi carnefici. Ei volle e seppe morire da prode e da re. Si rifiutò di rispondere al generale Nunziante comandante delle Calabrie, e di comparire innanzi alla improvvisata Commissione militare: quei giudici non eran suoi pari! E poi, a che sarebbe valso? L’atteggiamento suo, coll’inevitabile divario nei particolari, fu quello del Carmagnola davanti al Consiglio dei Dieci (V, 1ª). Non pare di sentir lui, quando, al Doge che vuol rimandarlo al Consiglio Segreto, il Conte risponde:

Io lo ricuso. Ciò che feci per voi, tutto lo feci Alla luce del sol; renderne conto Tra insidiose tenebre non voglio. Giudice del guerrier, solo è il guerriero. Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio Che il mondo ascolti le difese....?

O quando gli ribatte:

Indegno! Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi: Tu forse osasti di pensar che un prode Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai Come si mor. Va: quando l’ultim’ora Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro Non le starai con quella fronte al certo, Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco...?

Al re condannato non osò di rimaner fedele, e di professarglisi grato per un dono altra volta fatto alla sua chiesa, se non il canonico Masdea, un vecchio sui settant’anni, che lo assistette in quegli estremi momenti. All’ufficiale, che doveva comandare l’esecuzione, e che interruppe il dialogo suo col prigioniero facendogli notare che cinque minuti erano già trascorsi, il buon prete osservò che il quarto d’ora regolamentare non poteva cominciare se non dopo l’assoluzione; la quale nessuna potenza umana avrebbe potuto impedire a lui di dare. E rivolto al re: «Io sono qui per voi; non temete di nulla!». Il quarto d’ora trascorse. «Andiamo a compiere la volontà di Dio», disse il re, levandosi da sedere, e seguendo l’ufficiale. Nella tragedia manzoniana manca il prete forte ed austero; non però l’amico fedele, il Gonzaga, che assiste il Conte fino alla tragica catastrofe.

Al capitano Stratti, che gli faceva da carceriere, Gioacchino rimise questa lettera, scritta poco prima che giungesse il Masdea, nella quale rinchiuse una ciocca de’ suoi capelli.

«Ma chère Caroline,

«Ma dernière heure est arrivée; dans quelques instants j’aurai cessé de vivre; dans quelques instants tu n’auras plus d’époux. Ne m’oublie jamais; ma vie ne fut entachée d’aucune injustice. Adieu, mon Achille; adieu, ma Laetitia; adieu, mon Lucien; adieu, ma Louise; montrez-vous au monde dignes de moi. Je vous laisse sans royaume et sans biens au milieu de mes nombreux ennemis; montrez-vous supérieurs à l’infortune, pensez à ce que vous êtes et ce que vous avez été, et Dieu vous bénira. Ne maudissez pas ma mémoire. Je déclare que ma plus grande peine dans les derniers moments de ma vie est de mourir loin de mes enfants».[127]

Una tal lettera, in un così tragico momento, potrebbe averla scritta il Carmagnola! E a buon conto, la mirabile scena che il poeta immaginò tra il povero prigioniero, la moglie e la figliuola (V, 5ª), pochi istanti prima ch’ei fosse tratto al supplizio, che cosa è mai se non l’espressione drammatica dei sentimenti stessi che Murat aveva espressi nel solo modo che gli era consentito? Perfino le parole, qua e colà, corrispondono[128].

Sennonchè, è poi presumibile che già prima del 1820 il Manzoni sapesse a un puntino tutta la cronaca dolorosa ed eroica della fine di re Gioacchino? Non oserei senza prove affermarlo, ma nemmeno credo che si possa, senza prove, negarlo. Abbiam da fare con un poeta che fu un curioso e sagace indagatore di fatti storici, anche contemporanei, e con un uomo ch’era in rapporti amichevoli coi personaggi più eminenti di qua e di là dalle Alpi. Certo, non tutto quello che a noi han rivelato gli archivi egli seppe; ma chi sa quanto da relazioni scritte o da informazioni orali egli apprese, che a noi non è dato sapere, e che forse non sapremo più mai! E del resto, anche noi quante cose non sappiamo degli avvenimenti compiutisi sotto gli occhi nostri, che i nostri nipoti non sapranno, o impareranno monche e travisate?

[110] Pel Goethe, rimando al Saggio dello ZUMBINI, L’Egmont del Goethe e il Conte di Carmagnola del Manzoni, negli Studi di letterature straniere, Firenze, Le Monnier, 1893. Per lo Shakespeare, mi si consenta ricordare i miei Saggi: Ammiratori e imitatori dello Shakespeare prima del Manzoni (nella «Nuova Antologia» del 16 novembre 1892). L’Arminio del Pindemonte e la poesia bardita (ibidem, 16 aprile 1892). La prima tragedia del Manzoni (nell’«Annuario della R. Accademia Scientifico-Letteraria, Milano, 1894-95).

[111] Il pio Silvio, in una lettera del 1833 al conte Pietro di Santa Rosa (Curiosità e ricerche di storia subalpina, v. I, pag. 384-86), parlando di Dio, uscì in questa espressione veramente singolare: «è vario perchè è infinito, e perchè sa (come quel Shakespeare de’ Shakespeare ch’egli è) adoperare da maestro la varietà per produrre una sapiente unità». Cfr. BELLORINI, Spigolature Pellichiane, p. 45.

[112] Nell’articolo sulla Maria Stuarda. Vedi Prose di Silvio Pellico, Firenze, Le Monnier, 1856, pag. 404-05.

[113] Mélanges de littérature ecc., pag. 250.

[114] Cfr. la lettera del Foscolo al conte Verri, del 21 maggio 1814 (Prose; Firenze, Le Monnier, 1850, pag. 81), e la Lettera Apologetica (ibid., pag. 502).—In una lettera del Mustoxidi al Fauriel, da Milano, 20 dicembre 1811 (in DE GUBERNATIS, Il Manzoni e il Fauriel, p. 82), dove si tocca anche di Alessandro, è detto: «Foscolo ne ha dato una tragedia intitolata l’Aiace, ma portò seco, per dirla con Sofocle, la sventura coll’Ai Ai del suo nome; il pubblico non ha trovato una sola parte degna di lode, e mi pare che il pubblico non si è ingannato».

[115] Degno di nota è tuttavia che in un alessandrino di questa tragedia, recitata la prima volta, sul Teatro della Nazione a Parigi, il 4 novembre 1789, già rugge la Marsigliese: quel Chant de l’armée du Rhin che Claudio Giuseppe Rouget de Lisle (n. 1760, m. 1836) compose a Strasbourg nell’aprile del 1792. Poco prima dei versi riferiti, L’Hôpital esclamava:

Il est, il est, monsieur, de ces princes sinistres, Destructeurs d’un pouvoir dont il sont les ministres: Mais lorsque tout a coup dissipant leurs flatteurs, Faisant évanouir les songes corrupteurs, Le jour est arrivé, le jour de la vengeance....

[116] Il povero Andrea, nelle ardenti strofe, pubblicate un po’ più tardi, nel 1791, che hanno per titolo Le jeu de paume, aveva esclamato:

L’enfer de la Bastille, a tous les vents jeté, Vole, débris infâme et cendre inanimée, Et de ces grands tombeaux, la belle Liberté, Altière, étincelante, armée, Sort.............................

L’Alfieri, testimone di quella prima sommossa popolare, aveva scritto il poemetto lirico, che nel Misogallo poi ripudiò, Parigi sbastigliato.

[117] Cfr. p. 410 di questo volume. Il Tiberio fu concepito in un’esaltazione tirannicida, destata nel poeta da una concitata lettura di Tacito; e, come si vede, esso non dispiaceva al poeta del Cinque maggio! Il quale poi, riferisce il Bonghi (Pensieri inediti, pag. 62), «raccontava assai spesso che non so chi domandasse a un redattore dei Débats perchè il giornale continuasse a dire che il fratello di Andrea Chénier gli avesse fatto la spia, e cagionato così la di lui morte, pur sapendo che ciò era falso; e il redattore rispondesse: Parce qu’il le faut! Così, stupiva di questa persuasione della necessità e dell’utilità della bugia, e gli pareva segno di una corruttela estrema».—Ai nostri giorni abbiamo sentito affermare qualcosa di simile a proposito del Dreyfus; e ci siamo, ancora una volta, accorati «pour cette France illustrée par tant de génie et par tant de vertus», come la chiamava lo stesso Manzoni (cfr. più avanti, p. 384).

[118] Non mi so astenere dal riferire questo brano d’una lettera del Ducis, 23 luglio 1777, a una signora molto scettica circa il valore di codesto dramma: «Je vous dirai que, malgré vos craintes, la Gabrielle de Vergy, de mon ami Du Belloy, a le plus grand succès. Je compte qu’elle passera vingt représentations. Les femmes ont d’abord beaucoup crié contre; elles y tombaient mourantes les unes sur les autres: c’était une chose épouvantable. Aujourd’hui on ne voit qu’elles aux loges, a l’orchestre, a l’amphithéâtre». Il terrore femminile si spiega, quando si pensi che nel dramma è introdotto il signor di Favel, il quale porta e dà da mangiare alla sua donna il cuore del rivale!

[119] Ho poco più sù accennato come il Marco del Carmagnola ricordi, per la rigidità schematica del carattere, il Marchese di Posa del Don Carlos. Si può soggiungere che dietro di esso sia pur facile scorgere e riconoscere il poeta medesimo, il quale suggerisce a quel fantoccio i discorsi ch’egli avrebbe fatti in un caso simile. Del Posa il Carlyle (The life of F. Schiller, Leipzig, Tauchitz, 1869, pag. 94) ebbe già a osservare che «is the representative of Schiller himself».

[120] «Ed ora per sempre addio mente tranquilla! addio contentezza! addio drappelli piumati, e le grandi guerre che fanno dell’ambizione una virtù! Oh addio! Addio nitrente destriero, e la stridula tromba, e il tamburo che esalta gli spiriti, e il piffero che ferisce l’orecchio, la regale bandiera, e ogni altro particolare, orgoglio, pompa e incidenti della guerra gloriosa!...».

[121] Ricordo che son proprio le parole di Ferdinando a Egmont, nella prigione (sc. 4ª), quelle che il Manzoni trascrisse testualmente sull’esemplare dell’Adelchi che mandò al Goethe. Esse dicono: «Tu non sei per me uno straniero. Il tuo nome nella mia prima giovinezza mi splendeva alla vista come una stella del cielo. Oh quante volte ho ascoltato attentamente quando si parlava di te! Quante volte ho domandato di te!». Cfr. ZUMBINI, Studi di letterature straniere; Firenze, 1893, p. 155.

[122] Promessi Sposi, cap. VIII, in fine.

[123] Non mi pare sia stato ancora messo in rilievo che perfino lo spunto iniziale del Cinque maggio potrebbe additarsi nelle parole di Antonio ai Romani, nel Giulio Cesare di Shakespeare (III, 2, vv. 123 ss.):

But yesterday the word of Caesar might Have stood against the world; now lies he there, And none so poor to do him reverence.

(«Solo ieri la parola di Cesare avrebbe potuto tener testa al mondo, ora egli giace là, e nessuno è così in basso da dovergli prestare omaggio!»).

[124] La storia non ha nemmen registrato il nome della figlia del Conte! Così che lo scrupoloso poeta si sente il dovere di dichiarare, nell’annoverarla tra’ personaggi storici del dramma (p. 178): «Una loro figlia», del Carmagnola e di Antonietta Visconti, «a cui nella tragedia si è attribuito il nome di Matilde».

[125] Cfr. CHAVANON et SAINT-YVES, Joachim Murat; Paris, Hachette. 1905; pag. 87.

[126] CHAVANON et SAINT-YVES, J. Murat, p. 293.—Il povero Gioacchino supponeva che Carolina, camuffata da Metternich in una tragicomica Contessa di Lipona (Napoli), non lo avesse voluto raggiungere in Francia: anzi si fosse di suo pieno gradimento imbarcata a Napoli sulla nave inglese da guerra, la Tremendous, coi ministri Macdonald, Zurlo e Mosbourg, e si fosse lasciata condurre a Trieste, per mettersi sotto la protezione dell’Austria! La verità era ch’essa vi fu costretta!

[127] CHAVANON et SAINT-YVES, J. Murat, p. 300.

[128] Per ciò che nella scena del Carmagnola rimane di sapore alfieriano, cfr. il mio discorso sulla Prima Tragedia del Manzoni, 12-13.

XXIV.

Alla vecchia massima del Voltaire, che tutti i generi son buoni tranne il noioso, il Manzoni contrappose l’altra, che un genere soltanto non può avere speranza d’un duraturo successo, ed è il falso. Ei proclamò «non solo sensata ma profonda quella sentenza, che il vero solo è bello»[129]. Ed era dunque naturale ch’ei si rivolgesse, per ispirazioni, alla storia. Egli considerò che l’essenza della vera poesia non consiste punto nella materiale invenzione dei fatti o delle circostanze che li determinano. I grandi monumenti della poesia hanno tutti per base avvenimenti forniti dalla storia, o, che vale lo stesso, da ciò che un tempo è stato considerato come storia. E solo ad azioni che sono o son credute storiche, gli uomini prestano attenzione: il bambino non si commuoverà più alle fiabe, se dubiterà che quei fatti non siano accaduti.

Sennonché accordare la poesia con la storia è un arduo cimento; chè questa ha pretese che la leggenda non conosce. La leggenda è quasi un’amabile fanciulla, docile e riconoscente al poeta che la raccoglie e l’adorna, potenzialmente dotata d’ogni pregio, la quale un marito contadino può rendere una contadina eccellente e un marito gentiluomo una gentildonna modello; e per contrario la storia è la superba ereditiera, austera, sdegnosa, intrattabile, specialmente con chi più le si dimostra affezionato e devoto. Masuccio Salernitano e Luigi da Porto caveranno dalla leggenda di Romeo e Giulietta due ingenue e pur commoventi novellette; e quella stessa leggenda sarà capace di diventare il dramma di Guglielmo Shakespeare. Guai però a trattare come leggenda la storia o a lasciarsene sopraffare! Ei si risica o di cadere nel falso, o in quelle insopportabili tiritere alla maniera del Trissino e del Gravina.

L’Alfieri non s’era piegato ai capricci dell’ereditiera. Non le avea richiesto se non i nomi dei personaggi e il piccolo intreccio d’un’azione già precipitante alla catastrofe; il resto aveva cavato dal proprio cuore e dal proprio cervello. Non colorito locale, non accessorii storici o domestici; del carattere dei personaggi non colto che un lato solo, e senza gradazioni e varietà; e i personaggi stessi foggiati tutti a un modo, e isolati, come direbbe il De Sanctis, dal loro mondo: al poeta quel tanto di storia non serviva che di pretesto per metter sulla scena un’altra delle memorande passioni umane portata al parossismo. Ma tutto ciò tornava a discàpito dell’opera d’arte; poiché l’azione tragica, così distaccata e allontanata dalla storica, finiva col rendere la tragedia meno poetica della storia. Per volere più violentemente e direttamente colpire il cuore degli spettatori, il poeta negava a sè stesso il modo di spiegare sulla scena quella trama di fatti umani sulla quale il carattere dei personaggi può disegnarsi, di sviluppare le gradazioni e le varietà infinite delle passioni, e le loro anomalie e le loro singolari combinazioni, che costituiscono appunto le varietà e le singolarità dei caratteri; e si vedeva costretto a ricorrere a convenzionali esagerazioni, e creava caratteri spesso uniformi.

Il gentiluomo lombardo volle esser gentiluomo anche con la storia; e vagheggiò un dramma in cui questa e il proprio genio potessero viver d’accordo, senza troppi sacrifizi dall’una parte o dall’altra. L’azione drammatica deve consistere in una serie di avvenimenti che nascono successivamente, nello stesso o in luoghi diversi, gli uni dagli altri; e al poeta non può esser permesso di alterarne l’ordine con arbitrarie anticipazioni o raggruppamenti. Il poeta non ha facoltà d’inventare i fatti o le circostanze di essi; ma di scegliere nella storia quel gruppo di avvenimenti che gli paiono tenuti insieme da ragioni intrinseche e facilmente percepibili, che si compiono in un ragionevole periodo di tempo, e tra cui uno assorge quasi meta indicata o intravista di lontano. Questa, che i tragediografi classicheggianti scambiaron per tutta l’azione, non è se non la catastrofe. E i personaggi devono comparire o sparire secondo che lo svolgimento dei fatti richieda, non già, come il capriccio dei critici pretendeva, tutti mostrarsi al primo atto, e accompagnar l’azione fino al quinto. Tuttavia, non è da pensare che il còmpito del poeta sia suppergiù quello dello storico; poichè se questi non tien conto se non di ciò solo che gli uomini hanno operato, il poeta deve scendere nell’animo loro e indovinare quel che han pensato: i sentimenti che accompagnarono le loro decisioni e i loro disegni, le loro cadute e i loro trionfi; i discorsi con cui fecero o tentarono di far prevalere le loro passioni o i loro voleri, espressero la loro collera e la loro tristezza, manifestarono insomma il proprio carattere. La vera creazione del poeta drammatico consiste appunto in codesto scovare e rinvenire in una serie di fatti storici quel che ne costituisce un’azione tragica, nel cogliere i caratteri dei personaggi, nel dare a quest’azione e a questi caratteri uno sviluppo armonico, nel completare la storia restituendole la parte perduta[130].

Attuazione di siffatti nuovi ideali artistici era appunto il Conte di Carmagnola[131].

Al tentativo fecero subito il viso dell’armi e chi della tragedia s’era formato un certo tipo convenzionale a cui questa del Manzoni non somigliava, e chi dal poeta dell’Urania s’aspettava qualcosa di più vicino all’Aristodemo. Ma lo accolsero come un ardimento felice coloro, che, sgombra delle viete ubbie la mente, seppero scorgervi e una vena potente di poesia e una preoccupazione critica ch’era promessa sicura di avvenire più sereno. Furon dei primi lo Chauvet e il Foscolo; dei secondi, il Pellico,[132] il Fauriel, il Mazzini e il Goethe.

Ho detto tentativo, e non vorrei sembrasse irriverente o avventata questa parola. Benchè del capolavoro abbia molti numeri, quel primo dramma non riuscì un capolavoro.[133] Nocque al poeta, com’ebbe già a notare lo Zumbini, «quella eccessiva consapevolezza di fini e di mezzi» onde condusse l’opera sua, «consapevolezza che talvolta costrinse l’arte a ubbidire con proprio danno a certi nuovi criteri non abbastanza sicuri e provati»; e gli nocque, mi si consenta soggiungere, quella naturale titubanza ad allontanarsi troppo dal tipo tragico che s’era venuto costituendo in Francia e in Italia. Scosso vigorosamente il pregiudizio delle due unità che, rimesso a nuovo dal Voltaire, era divenuto come l’ultima cittadella dei difensori del teatro classico; rinnovata la maniera di sceneggiare la storia e d’introdurre il Coro; rammorbidito il verso tragico: si capisce come al Manzoni venisse poi meno il coraggio di romperla con ogni tradizione drammatica delle nazioni latine. Così, la sua tragedia serba ancora un certo fare compassato e dignitoso, che a volte produce una non so quale monotonia; è intessuta di lunghi monologhi e di non meno lunghi discorsi, e manca, soprattutto in principio, di quella vivacità e di quel movimento che conquista e trascina subito l’attenzione. Si pensi: il primo atto si apre con un’allocuzione del Doge, di ben quarantatrè endecasillabi, al Senato silenzioso, detta tutta d’un fiato; nella quale ci si mette al fatto della guerra tra il Duca di Milano e Firenze, dell’invito di questa a costituire una lega contro quello, d’un’insidia tramata dal Duca stesso al Carmagnola. Il quale è chiamato finalmente in Senato per dare il suo avviso.—Siamo, a buon conto, nè più nè meno che a una di quelle esposizioni contro di cui il poeta medesimo ebbe a inveire; spesso fredde, inerti, complicate, alle quali il tragediografo classicheggiante si sentiva costretto in grazia delle famose unità.—Si ricordino invece le prime scene dell’Otello. L’azione è quasi la stessa: il Moro è chiamato in Senato per aver affidata l’impresa di Cipro. Ma qui non da lunghi e togati discorsi lo spettatore apprende i precedenti del dramma; bensì della guerra, del valore di Otello, del suo amore, delle insidie di Jago, ei sente discorrere da Jago stesso, da Rodrigo, da Brabanzio, e le ultime notizie di Cipro le impara da quei messaggi medesimi che pervengono al Senato. Per tal modo, quando il Moro apparisce sulla scena, vi è atteso come il prode in cui la Repubblica ripone le sue speranze; e anche noi, come Desdemona, sentiamo già di amarlo pei suoi corsi perigli, e temiamo per lui così ingenuo, circondato da tanta perfidia.

Strano davvero che, con un così insigne modello sotto gli occhi, il Manzoni preferisse ancora quella gelida forma espositiva; ma più strano ancora ch’ei la preferisse dopo che, nel primo disegno della tragedia, l’aveva abilmente schivata, premettendo a quella, che ora è la prima scena, altre due, tra i Senatori che via via giungevan nella sala del Consiglio. Un senatore Stefano, che poi fu soppresso, diceva al suo collega Marino come oramai il Doge fosse infatuato per la guerra; come gli Oratori, mandati dal Duca di Milano per consigliar la pace, non facessero invece che vieppiù accender gli animi; e soggiungeva (p. 266):

Eppure, io vedo ancora Che il più sano consiglio avria potuto Vincere alfine, se non era il Conte Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso, Sul cui labbro sospetta ogni parola Esser dovea, chè il suo dolor la forma Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti Col suo dir violento anche i più saggi; Egli è che a poco men che a tutti infuse Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

Marino, che non voleva «a invitar molte parole», manifestava subito il suo maltalento contro il Condottiero, rincarando (p. 267):

Quanto ad orgoglio, non gli cede al certo! Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue Profonder la Repubblica, lo Stato Anco arrischiar, per vendicar gli affronti D’un Francesco Busson da Carmagnola? .....D’uno stranier? d’un figlio Di vil guardiano del più vile armento? D’uno che tutti quanti siamo (amara A proferirsi ell’è questa parola; Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero) Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni, Già celar non potea con che fatica La sua superbia ai fini suoi piegasse. .....Oh!... non dispero Vederti un dì verso la polve inchino, Ed il sorriso mendicar sui volti Su cui più imperturbabile e più fosco Ora ti volgi!

E Stefano ripigliava (p. 268):

.....Al par di voi. E d’altri pochi, per la pace io sono: Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo Al par di voi; sulla sua fe’ riposo Al par di voi; ma che possiam noi dire? È un traditore, e traditor chiarirlo? Ricantate i sospetti, e cento voci Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo Ce le daranno, e certe, ove sappiamo Aspettarle e vegliare.

Non si tenga conto della forma: è il primo getto, e lascia ingenuamente trasparire le intenzioni, quasi profetiche, del poeta che ha l’occhio fisso alla sua meta. Si consideri invece con quanta maggior larghezza fosse da prima iniziata l’azione, e quanto maggiore interesse avvincesse subito al dramma.

A quei due Senatori viene ad aggiungersene un terzo, Marco; il quale è tutto sossopra per la notizia recente dell’attentato, osato nei dominii della Serenissima, alla vita del Carmagnola. Egli narra (p. 270):

MARCO. Esser vi dee di nome Noto un Giovan Liprando.

STEFANO. Un fuoruscito Di Milano?

MARCO. Quel desso: e ancor saprete Quanto colui paresse al Carmagnola Affettuoso e riverente amico. Ei, confidente, come i prodi il sono, Ogni accesso gli dava; e benchè tanto Maggior di fama e d’animo gli fosse, Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro Nodo stimando, un insolubil nodo, La comune sventura ed il comune Persecutor. Lo sciagurato intanto Chiede al Duca in segreto il suo perdono: Il Duca un pegno gli domanda, e quale! La vita dell’amico! Ed ei, l’infame, La pattuisce, e tiene il patto, e tenta Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle Che potesse una tal coppia di vili Dispor così di così nobil vita: La trama è discoverta, e salvo il Conte.

C’è forse in codesto racconto un po’ di sovrabbondanza, che però alla recitazione avrebbe giovato anzichè nuocere; ma ad ogni modo, nella forma definitiva data dal Manzoni alla sua tragedia, esso è ridotto a un troppo magro cenno, a cui scema ancora rilievo l’esser posto in bocca al Doge, subito dopo le primissime parole, e solo in forma di argomento (I, 1ª; p. 179).

Un fuoruscito al Conte Di Carmagnola insidiò la vita; Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi. Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora A chieder pace, a cui più nulla preme Che la nostra amistà. Tale arra intanto Ei ci dà della sua......

Né si apprende se quest’accenno scuota punto il Senato, che se ne rimane, a quanto pare, imperterrito e muto. Mentre invece, nell’abbozzo, il racconto offriva nuova occasione ai tre Senatori di meglio manifestare i loro animi, e di rivelarci così le impressioni che sui malevoli e sui fautori del Conte quel misfatto dovè naturalmente produrre.

E si potrebbe fors’anche sospettare che dal soggetto il Manzoni non traesse tutto quel partito che avrebbe potuto, se lo avesse affrontato con baldanza maggiore. Certo, il dramma, in ispecie nel primo atto, ne apparisce un po’ scarno d’azione; eppure di azione son ricche le notizie storiche che il poeta medesimo (egli era troppo dotto per accontentarsi di rimanere nella via regia percorsa dallo Shakespeare; e qui l’esempio dello Schiller forse prevalse!) si vide costretto a premettergli. Ivi, per esempio, si narra che gl’invidiosi del Carmagnola calunniosamente gli alienarono l’animo del Duca; il quale perciò, desiderando di toglier di mano a lui le armi, lo mandò governatore a Genova, ingiungendogli per lettera di rinunziare pur alla scorta dei trecento cavalieri condotti con sè. Il temuto Condottiero gli rispose «pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi»; e, «non ottenendo risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal servizio,... si risolvette di recarsi in persona a parlare col Principe», che allora dimorava nel castello di Abbiategrasso. La scena che ne seguì è narrata drammaticamente dal Manzoni storico.

«Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì con sorpresa dire che aspettasse. Fattosi aununziare al Duca, ebbe in risposta ch’era impedito, e che parlasse con Riccio [uno de’ suoi nemici]. Insistette, dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso: e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera, gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti con sè, inseguito invano da Oldrado [un altro dei suoi nemici], il quale.... credette meglio di non arrivarlo».[134]

Or di tutto ciò nella tragedia non son rimasti che due fugacissimi cenni, dei quali non è presumibile che un lettore, nonchè una platea, faccia caso. Tra altre cose, il Conte, fin dal suo primo apparire, narra al Senato (I, 2ª; p. 183):

Io fui fedele al Duca Fin che fui seco, e nol lasciai che quando Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal grado Col mio sangue acquistato: invan tentai Al mio signor lagnarmi. I miei nemici Fatto avean siepe intorno al trono: allora M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo....

E più tardi, il Conte stesso, rimasto solo, rimugina (II, 5ª; p. 206):

Il giorno Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai, Che ogni adito era chiuso, e che deriso, Solo, io partiva, e non sapea per dove, Oggi con gioia io lo rammento alfine. Ti pentirai, dicea, mi rivedrai, Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!...

Bei versi senza dubbio, tocchi di pennello maestro, ma il quadro manca. Eppure la rappresentazione di quegli avvenimenti sarebbe altresì giovata a metterci meglio in grado di comprenderne i tempi e lo stato d’animo e il carattere del protagonista; di valutare più pienamente i motivi del suo disgusto con l’antico signore e l’impossibilità che si raccostasse a lui; e avremmo potuto veder sulla scena pur quel duca Filippo, che ha tanta parte nei destini del Condottiero. Oltrechè l’interesse drammatico sarebbe stato, tra quegli avvenimenti, tenuto molto più desto, che non si riesca a fare con que’ semplici sommarii.

[129] Del Romanzo storico ecc., pt. I; in Opere varie, ediz. 1845, pag. 483.

[130] Si veda per tutto ciò la Lettre à m. C***, pp. 311 ss. di questo volume.

[131] Il 25 marzo 1816, da Milano, il Manzoni scriveva al Fauriel: «J’ai presque honte de vous parler de projets littéraires après en avoir tant conçu et exécuté si peu; mais cette fois j’espère terminer une tragédie que j’ai commencée avec beaucoup d’ardeur et l’espoir de faire au moins une chose neuve chez nous. J’ai mon plan, j’ai partagé mon action, j’ai versifié quelques scènes, et j’ai même préparé dans ma tête une dédicace à mon meilleur ami; croyez-vous qu’il l’acceptera? Le sujet c’est la mort de François Carmagnola. Si vous voulez vous rappeler son histoire avec détail, voyez-la à la fin du huitiême volume des Républiques Italiennes de Sismondi.... Après avoir bien lu Shakespeare, et quelque chose de ce qu’on a écrit dans ces derniers temps sur le Théâtre, et après y avoir songé, mes idées se sont bien changées sur certaines réputations» [Alfieri? Voltaire? Schiller?] «Je n’ose pas en dire davantage, car je veux tout de bon faire une tragédie: et il n’y a rien de si ridicule que de médire de ceux qui en ont fait, et qui passent pour des maîtres de l’art».

[132] Il buon Silvio scriveva al fratello Luigi da Milano, l’8 gennaio 1820: «Ti spedisco.... la bellissima tragedia di Manzoni, il Carmagnola. A me pare una cosa divina. Qui è generalmente lodata, e Monti stesso non trova a dire che sullo stile, che a lui sembra trascurato e prosaico. Ma Manzoni non ha preso inavvertentemente quello stile; egli lo ha scelto come il più proprio a un argomento non antico, e nel quale il discorso deve scostarsi di poco dal discorso comune di oggidì. Il vantaggio di siffatto stile, schivo dei modi e dei vocaboli non simili alla prosa, si è di renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico. La più parte delle donne, per esempio, fanno fatica a leggere la poesia italiana (meno il Metastasio); e perchè? Perchè la poesia italiana ha una lingua ch’esse non hanno. Datele una lingua già nota, e acquisterà molte lettrici e molto più lettori». Più tardi poi, il 15 gennaio, riscriveva, con intiepidito entusiasmo: «Che ti è sembrato del Carmagnola? Il Coro è stupendo. Vorrei piuttosto aver fatto il Coro che la tragedia, quantunque questa anche abbia molte bellezze. Lo stile di essa è molto criticato». Più tardi ancora, lodando assai l’articolo che sulla tragedia il fratello aveva inserito nella Gazzetta di Genova, soggiungeva: «Il crocchio Visconti e Berchet, che è tutto Manzoni, ha fatto girare in ogni casa di Milano il foglio di Genova.... Il tuo giudizio intimo sul Carmagnola, qual poi me lo esprimi nella tua lettera, s’accorda affatto col mio. Non è lettura che strascini, perchè gli eroi son lasciati troppo simili al vero. La poesia è un mondo più bello del reale; bisogna che gli abitanti di quel mondo sieno a un grado più sù di noi, nell’amore, nell’ira, nelle virtù politiche ecc. Ma tienti occulto questo mio parere, perchè nulla mi dorrebbe quanto l’essere creduto da alcuni invidioso del merito del Manzoni. E questo è il motivo per cui non mi permetto una critica su quella tragedia».—Colgo l’occasione di rilevare una curiosità. Nel 1818 (se anche questa volta la data del Rinieri non è errata!) pare si sia sparsa la voce che il Manzoni attendesse a un’Ifigenia. Il Pellico ne scriveva il 1º aprile al fratello: «Cercherò dell’Ifigenia di Manzoni; non so niente, ma son certo che egli non può aver fatto cosa mediocre».

[133] Conversando col Cousin, nell’aprile del 1825, il Goethe ebbe a dirgli (la conversazione fu riferita dallo stesso Cousin nel Globe, V, n.º 26): «Io pregio moltissimo il Carmagnola, lo pregio moltissimo. L’Adelchi è più grande per l’argomento, ma il Carmagnola è molto profondo. (Adelchi est un plus grand sujet, mais Le Comte de Carmagnola a bien de la profondeur). La parte lirica poi è così bella, che il critico maligno [della Quarterly Review, dicembre 1820] l’ha lodata e tradotta».—Codesto saccente sgarbato, mentre giudicava il dramma «mancante di poesia» e consigliava il Manzoni «a gratificare in avvenire il pubblico con splendide odi, piuttosto che disgustarlo con deboli tragedie», ne riproduceva, tradotto in inglese, il Coro, reputandolo «la più nobile lirica che la moderna poesia italiana abbia prodotta». Trovava anche, bontà sua, «molto affettuosa» la scena del Conte con la sua famiglia.

[134] Notizie storiche, pag. 167 di questo volume.—Non è qui il caso di discutere se questi fatti siano storicamente certi. Chi voglia, cfr. BATTISTELLA, Il Conte di Carmagnola, p. 72 e 80 ss.

XXV.

Del Manzoni si potrebbe ripetere quel ch’egli stesso ebbe a dire del Goethe, cioè ch’entrasse «nella strada del dramma storico, segnata dal genio selvaggio..., come accade ai grandi ingegni, senza intenzione e senza paura d’imitare»[135]. E non è casuale il confronto; giacchè al grande poeta di Weimar il nostro guardò «com’al maestro fa il discente».

Ebbe comune con lui la tranquilla, spregiudicata, acuta contemplazione dei fenomeni storici e letterarii, e la cognizione di essi vasta e profonda; sentì come lui il necessario rinnovamento dell’arte: e se l’uno lo anticipò con la varia e molteplice opera sua, l’altro lo proseguì con consapevolezza ed efficacia di mezzi forse maggiore. Non fu proprio un capriccio della fortuna, come malignamente asserì l’ingelosito ed invido Foscolo, che il vecchio ed olimpico poeta accogliesse con sì fervido entusiasmo il tentativo del modesto giovane straniero[136], terminandone la lunga analisi col dichiarare che «l’impressione sintetica di quel dramma era un’impressione seria e vera come quella che lasciano sempre i grandi quadri della natura umana». Nè d’altra parte fu un semplice complimento quel che il Manzoni gli espresse, trascrivendo, in fronte all’esemplare dell’Adelchi a lui destinato, le parole di riverente ammirazione che il poeta medesimo aveva fatte dire da un magnanimo giovinetto ad Egmont.

La riforma drammatica del Manzoni mette capo direttamente al Goetz von Berlichingen e all’Egmont; anzi a codesti due drammi mette capo tutto quel nuovo movimento letterario che considerò la storia quale l’unica o la più cospicua fonte d’ispirazione poetica. Si ricordi che Walter Scott («l’Omero del romanzo storico», come lo proclamò l’autore dei Promessi Sposi) fu spinto sulla via, ove incontrò la gloria e la fortuna, dalla traduzione, ch’ei fece in gioventù, del Goetz. E se questo dramma segna di quel movimento il principio, la fine n’è segnata da un monumento non meno solenne, I Promessi Sposi. I confronti, sempre odiosi, sarebbero sott’ogni rispetto odiosissimi in questo caso; e la nostra ammirazione pel sommo musagete della Germania è anche più piena e devota, dacchè egli non si peritò d’asserire che, nel Romanzo, il Manzoni «si leva tant’alto, che difficilmente si può trovare autore che gli stia a paro». O non ci fa ripensare, codesta «cortese opinione» dell’autore del Wilhelm Meister, al caro episodio dantesco del Guinizelli?

«O frate», disse, «questi ch’io ti scerno Col dito», ed additò uno spirto innanzi, «Fu miglior fabbro del parlar materno».

Il poeta lombardo fece in letteratura quel che ai nostri tempi è stato fatto in politica: ruppe l’ormai sterile alleanza con la sorella latina, e strinse la mano a quella giovane e balda nazione che di là dal Reno avea levato il vessillo d’un’arte novella. Nobile, commovente e quasi filiale è il saluto alla Francia in fin della lettera allo Chauvet: a quella Francia «che non si può vedere senza provare un sentimento che somiglia all’amor della patria, e non si può lasciare senza che al ricordo d’avervi dimorato non si mescoli qualcosa di malinconico e di profondo, che rassomiglia alle impressioni dell’esilio». Ma fu un saluto di addio!

Il Conte di Carmagnola annunziò all’Europa che il nuovo poeta d’Italia era nato. Chi fin dai primi passi dava così cospicua prova di «larga, libera e incondizionata maniera d’interpretare le nuove idee e i maggiori esempi del teatro romantico e storico», i quali egli mostrava «d’intendere come pochi in tutta Europa e forse come nessun altro in Italia», non poteva fallire a glorioso porto. Di lì a poco venne l’Adelchi, che parve sciogliesse in gran parte quella promessa; e vennero poi i Promessi Sposi, che avanzarono i desiderii.

Attratti dalle opere maggiori, sogliamo metter da parte le altre. E chi legga solo per gustare il godimento estetico immediato, ha ragione di far così; ma chi voglia davvero assaporare il frutto maturo, deve, per dirla col Bonghi, «ricercare come a mano a mano si sia educata la pianta che ha dato quel frutto, quali influssi l’abbiano aiutata a germogliare e a crescere, e come si sia formata quell’attitudine che ha poi raggiunto in fine un così notevole grado di perfezione». A noi studiosi delle opere d’arte letteraria non importa soltanto d’ammirare l’estrema meta, che il poeta si è sforzato di raggiungere e che segna l’apice della sua gloria; ma altresì di ricercare e perlustrare la via ch’egli ha percorsa per giungervi. E questa desideriamo indicare agli altri; e in siffatta ricerca appagare insieme quell’innato bisogno della nostra mente «di penetrare nel lavorio interno dello spirito umano, e soprattutto di uno spirito eletto». I primi tentativi lasciano meglio scoprire i segreti di quell’arte che tutto fa, e trasparire gl’intenti e i procedimenti dell’artista non ancora provetto. Attraverso gli strappi lasciativi dalle necessarie incertezze e titubanze, ci avviene di sorprendere un’ansia e una lotta che il poeta vittorioso ci avrebbe gelosamente nascosta; e quelle trepidazioni fanno più compiutamente gustare il definitivo trionfo.

Fine dell’ Introduzione.

[135] Del Romanzo storico ecc., parte II, verso la fine.—Il Goethe medesimo (quell’«altro tale, chiamato Goethe») ebbe a dir del Manzoni, che, «emancipatosi dalle vecchie regole, ei procede per la nuova via con passi così fermi e tranquilli, che si potrebbero trarre nuove regole dalla sua opera».

[136] «Il Carmagnola è il primo saggio del suo autore, e tante lodi non ottenute da verun poeta, da Omero inclusivamente sino a’ dì nostri, essendo esaltate dalla celebrità e dal genio del panegirista, sembrano più che troppe, non diremo a rendere il furore del poeta più che poetico, ma ad avvezzar lui stesso ad elogj, che rarissimi, se non forse gli amici suoi, saranno in buona coscienza disposti a prodigargli; ed egli, accettandoli in buona fede, finirebbe col farsi ridicolo al mondo... La visione potrebbe essere volontariamente procurata dal critico tedesco in grazia di un sistema letterario; ed infatti questa è la ragione ostensibile, esposta da lui nel principio del suo articolo». FOSCOLO, Della nuova scuola drammatica (Opere, IV, 304-5).

AVVERTENZA

Questo volume contiene, e, quando è stato possibile, nell’ordine che volle l’autore:

a) tutti quei componimenti in versi, che furono dal Manzoni stesso ristampati tra le sue Opere varie, nel 1845 (le due Tragedie, gl’Inni sacri e le Strofe per una prima comunione, il Cinque maggio), e quegli altri due (l’ode Marzo 1821 e il frammento di canzone sul Proclama di Rimini) ch’ei pubblicò a parte nel 1848, e aggiunse poi, nel 1860, all’antico volume delle Opere varie;

b) quelli che furono già da lui o da altri pubblicati, ma ch’egli non più accolse tra le sue poesie (il carme In morte dell’Imbonati, l’Urania, l’Ira d’Apollo, gli sciolti A Parteneide, il sonetto al Lomonaco, il frammento dell’inno Ai Santi, l’epigramma pel ritratto del Monti);

c) due delle sue poesiole giovanili, che hanno, più che altro, valore di documento biografico (il sonetto ove il poetino traccia il suo ritratto, e l’idillio Adda);

d) i pochi versi latini composti da vecchio (l’epigramma Volucres e i distici al Ferrucci).

Un posticino a parte è toccato all’abbozzo di canzone Aprile 1814, che ho creduto meglio inserire nel mio discorso intorno al Decennio dell’operosità poetica del Manzoni (qui avanti, pag. LXXVIII ss.).

Le altre poesie giovanili (i Sermoni, le Odicine erotiche e pariniane, il Trionfo della Libertà ecc.), delle quali ebbi già occasione di toccare nell’altro mio scritto su Gli anni di noviziato poetico del Manzoni (pag. XIV ss., XXV ss.), premesso al volume I di queste Opere, saranno raccolte in un volume posteriore.

Non ho mancato, s’intende, di riprodurre, a illustrazione dei diversi componimenti, pur quelle Prefazioni o Note, Lettere critiche o Notizie storiche, onde il Manzoni, o fin dalla prima edizione o nelle successive ristampe, li volle accompagnati. Ho invece tenute in serbo per un altro volume le più ampie dissertazioni di critica, o storica (il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia) o letteraria (il Discorso sul Romanzo storico e la Lettera sul Romanticismo) o filosofica (il Dialogo dell’Invenzione), le quali stanno da sè, e possono meglio aggrupparsi con la Storia della Colonna Infame e con gli scritti sulla Lingua italiana.

Sennonché—e questa è forse la principale tra le singolarità che distinguon la nostra da tutte le precedenti edizioni —al testo definitivo dei diversi componimenti, quale lo divulgò il poeta, noi abbiam fatto seguire, in appendice, anche gli abbozzi rinvenuti tra le sue carte. Essi son documenti di straordinaria importanza, che ci permettono di penetrare più a dentro nel pensiero, sempre profondissimo, del Manzoni. Si tratta non di semplici brutte copie o di scarabocchi informi, bensì di frammenti spesso molto estesi e lavorati con cura, dove il più delle volte il poeta si rivela più schiettamente e risolutamente ribelle. Perchè poi li mettesse da parte o li lasciasse incompiuti (non li distrusse però; e questo noto contro quei critici troppo pudichi, che si scandalizzano di codeste pubblicazioni postume, a parer loro per lo meno indiscrete e dannose!), sarà istruttivo e gradevole indagare.[137]

In un mio discorso del 1894, per inaugurare il nuovo anno scolastico della R. Accademia Scientifico-Letteraria di Milano, ebbi già a dare un modesto saggio del grande vantaggio che dall’esame di quelle pagine si possa cavare per intendere a pieno la riforma drammatica tentata dal Manzoni. Il quale, a buon conto, se è il maggiore, o l’uno dei due maggiori nostri prosatori, è anche, insieme con l’Alfieri, uno dei due nostri tragediografi più insigni. E mi sia lecito ricordare che di quelle mie osservazioni si dichiarò assai compiaciuto, in uno degli arguti suoi articoletti della Coltura, il primo, per tempo e per merito, dei manzoniani d’Italia, il Bonghi; e la sola volta che a me toccò la fortuna d’intrattenermi con lui di letteratura—eravamo andati, col D’Ovidio, a visitarlo nella tranquilla villetta di Torre del Greco, dove di lì a qualche mese quella magnifica fiamma d’intelligenza si spense—, ei mi riparlò ancora dei mirabili abbozzi del Manzoni, su’ quali egli aveva invano richiamata l’attenzione degli studiosi.[138] Questi avevan trovato più comodo continuare a far, come si dice, dell’accademia pur intorno al poeta ch’ebbe più in uggia l’accademia; e gli ortodossi stracchi non riuscivano meno stucchevoli, con le loro rifritture, dei pappagalli eterodossi.

Un’altra singolarità della nostra edizione riguarda il testo. Dei componimenti ripubblicati dall’autore abbiamo, s’intende, ridato scrupolosamente il testo da lui fissato nel 1845, e in qualche minimo particolare ricorretto nel 1870; ma, a piè di pagina, ho altresì segnate le varianti delle prime edizioni.[139] Chi vorrà gettarvi un’occhiata, troverà che metteva ben conto di rifare per le opere poetiche quel lavoro di confronto che già altri ha compiuto pel Romanzo. Le osservazioni sarebbero molte e curiose, e qualcuna n’ho ben accennata qua e là nelle note; ma qui preferisco, per discrezione di editore, lo spigolare al mietere.

Per la più parte, i mutamenti dell’autore riguardano l’ortografia. Anche alle opere poetiche egli avrebbe voluto infliggere una buona risciacquatura in Arno; ma il Conte di Carmagnola e il Re Adelchi non gli si mostraron così docili come i due sposi del contado di Lecco. Il linguaggio della poesia—soprattutto poi in Italia, dov’è ancor vegeta una tradizione poetica nobilissima e ininterrotta—ha pretese che quello della prosa o conosce poco o non conosce affatto.[140] E lo stesso inesorabile scrittore che, in grazia dell’uso toscano vivente, rinunzia, nel capolavoro prosastico, al benefizio della varietà e della convenienza armonica, e muta, per esempio, in tra quanti mai fra o in fra gli erano altra volta caduti dalla penna,[141] può trovarsi costretto a lasciar correre, nelle tragedie, un «fra tante ambasce» (pag. 114), un «ella è, fra tante,... una fallita impresa» (233), un «in fra i perigli» (240 e 249). Vero è che, quando è preso dal dèmone della pedanteria, anche qui ei si sente il coraggio di far esclamare al povero Conte: «Non troverò tra tanti prenci... un sol» (189); ma si direbbe che codesto sforzo faccia sì che altrove ei poi dormicchi, come pur avveniva a «quel sommo d’occhi cieco... Che per la Grecia mendicò cantando». E allora riescono a sgattaiolare qualche «fra di noi» (30) o «fra noi» (41, 203, 234) o «fra loro» (180), che senza scandalo sarebbero potuto diventare altrettanti tra. E può esser curioso notare come nel verso (41):

Fia risoluta in fra noi due la lite,

ei s’affretti bensì a cancellare l’in, ma non trasformi in tra il fra; come pur fece, ad esempio, nell’altro verso (45), dove prima aveva scritto: «in fra costor chiarito...».

Insomma, nel Romanzo, lo scrittore poteva sbizzarrirsi più a suo agio; e perfino, com’ebbe già ad accorgersi il D’Ovidio,[142] sacrificare l’aritmetica alla sua norma linguistica e all’armonia dello stile, sostituendo al primitivo «fra tre o quattro confidenti» un «tra quattro o cinque confidenti» (Pr. Sposi, cap. IX, pag. 137 della nostra edizione).[143] Ma in poesia, specialmente in una poesia già divenuta celebre e già sulle bocche di tutti, non era ugualmente agevole abbandonarsi a simili bizzarrie; e manomettere a cuor leggiero, poniamo, i due versi dei due Cori dell’Adelchi (75 e 89):

Fra tema e desire avanza e ristà....

Te collocò la provvida Sventura in fra gli oppressi.

A ogni modo, dovunque può lo zelante apostolo della fiorentinità della lingua porta, in questi lavori giovanili d’avanti la sua conversione filologica, il ferro e il fuoco purificatore. Fa ogni sforzo per iscrostare la pàtina arcaica, o magari lavare la muffa dell’ortografia stantìa. Così, tutte le noje proprj principj, i piccioli picciola, gli eguali eguaglianza, i verisimili e verisimiglianza, le obbiezioni, le contraddizioni, le quistioni, le voci del verbo obbedire, le forme verbali debba e debbono, chieggio e veggio, cangio e sieno, i vi era, e i si è, i quei, i dei dai nei, sui o su di un, fra i ecc., son diventate noie, propri, principi, piccolo e piccola (una «picciola appendice» è rimasta, p. 154), uguale e uguaglianza, verosimile e verosimiglianza, obiezione, contradizione (nel Romanzo tornò a «contraddizione» e a «contraddire»!), questione, ubbidire (nella prima stampa si oscillava tra le due forme, cfr. p. 227 e 237), deva e devono, chiedo e vedo, cambio e siano, ci era e il semplice è (cfr. p. 156), que’, de’ da’ ne’, su’ o su un, tra’. Non si riesce a capire se, costretto com’era dalle esigenze metriche a mantenere intatti gli havvi e gli hàvvene, ei preferisse scriver quelle voci con l’h iniziale, o senza. Nell’Adelchi rimase «havvi altra via» (25), ma altrove il primitivo «via non havvi» (46) vi divenne «via non avvi»; e «avvi» rimase immutato nel Carmagnola (191): «avvi una via». Qui stesso però mutò in «havvene» due «avvene» successivi (243), e un altro in «haccene» (225). Che forse, con quell’h onoraria, volle distinguer la voce sdrucciola del verbo «avere» dalla piana, e petrarchesca («Se da le proprie mani Questo n’avven....»), del verbo «avvenire»?

Un tempo, era piaciuto anche a lui (come pur ora forma la delizia degli scrittori novellini, e qualche volta altresì di quelli che non son più, come Dante direbbe, «novi augelletti»!) disarticolare certi nessi che l’uso fiorentino impone; e scrisse «su l’affannoso», «su la pupilla», «su le sciolte redini» (86, 87), «su le fronde» (77), «su la tua fortuna» (98;, «su la tua fede» (104), «su le chiome» (110), «su l’armi» (184), e fino in una didascalìa «su le mura» (89). Poi reputò meglio non separare, neanche in versi, quod Deus coniunxit, e ripristinò: sulla, sulle ecc., e nella ristampa del 1870 anche «sull’armi». Dove prima aveva scritto «in su l’altar» (41), «in sul mattin» (46)..., dopo scrisse «su l’altar» e «sul mattin»; dov’era «in su lo scudo» (91), mise «in sullo scudo»; lasciò intatto «spargendo in sulla via» (256); e non osò toccare, pur nel Coro per Ermengarda dove tanti su la divennero sulla, il verso «Calata in su la gelida». Invece, coi composti di con usò il procedimento inverso; e dove era scritto: «colla spada» (200), «coll’occhio» (201 e 242), «cogli amici» (218), «cogli altri» (221), più tardi sostituì: «con la spada», «con l’occhio», «con gli amici». Vero è che anche prima non s’era peritato, in un certo luogo (200), di disgiungere: «con gli eserciti».

Circa al povero dittongo uo, il D’Ovidio s’era già accorto delle fortunate contradizioni in cui il Manzoni era caduto ritoccando le tragedie. All’imprigionato Carmagnola egli non risparmia la pena di correggersi: «Ah! tu vedrai Come si mor!» (251), «Oh perchè almeno Lunge da lor non moio!... Che val di novo Affacciarsi alla vita...?» (256), o peggio ancora, con ridicolo equivoco, «Allor che Dio sui boni Fa cader la sventura...» (257). Nè alla infelicissima moglie di lui risparmia la stonata affettazione: «io moio di dolor!» (258). Tuttavia lasciò indisturbata la sentenza: «i buoni mai Non fur senza nemici» (192). Gli è che, purtroppo, codesti rari atti d’indulgenza appaion quasi sempre un semplice effetto di distrazione: giacchè, non paia soverchio l’insistervi, anche un così oculato e attento scrittore dà non scarse prove di saper distrarsi. E allora gli sfuggono, oltre le forme dianzi rilevate, un «ajuto» (232), qualche «contra» (176, 192), degli «anco» (216, 258), dei «sovra» (106, 247 e cfr. 209)...

Del terribile egli non sempre qui gli riesce di far lo scempio che nel Romanzo. E se, per esempio, ottiene che un senatore veneziano dica (237): «Giustizia troverà... Ma se ricusa, se sta in forse» invece di «Giustizia ei troverà... Ma se ricusa, s’egli indugia», non può togliergli di bocca, iniziando il discorso: «Ov’egli Pronto ubbidisca». E ancora, se nella Prefazione al Carmagnola (155) riesce a fare a meno dell’inviso pronome, sostituendo «quando è» a «quando egli è»; nella tragedia si vede costretto, se vuol cancellare un incomodo «dunque», ad accettar il soccorso che gli offre proprio quel pronome. Dove prima faceva dire dal Conte (214):

E che! Sì nuova Dunque mi giunge una vittoria? E parvi Che questa gioja mi confonda il core....?,

dopo, ha modificato:

E che! Sì nova Mi giunge una vittoria? E vi par egli Che questa gioia mi confonda il core....?[144]

Anche quanto agli arcaismi il poeta si sente le mani legate. A volte, la correzione è agevole; come quando muta «e tostamente un guardo» in «e subito uno sguardo» (184), ovvero quando trasforma le frasi, che per di più si seguivano a breve distanza (91): «E guata al lume della luna», «Perchè così mi guati Attonito?...», nelle altre: «E osserva al lume della luna», «Perchè così mi guardi Attonito?...». Ma nel primo Coro dell’Adelchi (75) gli era convenuto meglio non toccare il verso:

I figli pensosi pensose guatar.

Come pure non toccò «le gioie dei prandi festosi», contento ad accorciar gl’j di «gioje» e di «prandj»; «t’aiti Quel tuo figliuol» (41), «nosco trarrem Gerberga» (72), «se quandunque mentirò» (90), «le grazie a lui rendute» (49), «ricòrdivi di me» (260), «del solio indegna» (65; mentre altrove: «Quand’egli osò di contrastarmi il soglio?», p. 21, e «Quei che il crollante Soglio reggere han fermo», p. 96); e tante altre forme e frasi di uso o di sapore più o men vieto,[145] fino a quell’ammuffito e curioso «E comple?» (69), che un critico maligno ebbe subito a rimproverargli, senza che un giudice ben altrimenti equo e gentile, «per ammenda tarda, ma dolce ancor», ne lo redarguisse.[146]

Rari sono i ritocchi un po’ più essenziali. Dal diacono Martino, nell’Adelchi (II, 3; p. 45), aveva fatto narrare, equivocando sulla topografia:

L’orme ripresi Poco innanzi calcate: indi alla destra Piegai verso aquilone....

Il marchese Cesare d’Azeglio lo avvertì dello svarione, ed egli corresse: «alla manca piegai». L’equivoco, dichiarò nella famosa lettera del 22 settembre 1823, «è nato dall’aver io... dimenticato affatto che in quel momento io rappresentava il viaggiatore tornato indietro dalle Chiuse verso l’Italia. Non badai a quella sua situazione accidentale, e lo immaginai rivolto con la persona verso il campo di Carlomagno, dove, per dir così, guardavano i suoi disegni».

Qualche verso aggiunse, per giovare alla chiarezza o all’armonia (cfr. p. 52, 103, 251); qualche altro cancellò, che reputò forse ozioso (cfr. p. 65); ne modificò felicemente altri (cfr. p. 96, 111). Notevole, per chi ricordi quale largo uso della parola orma, rimastagli forse nelle orecchie dalle letture del Parini e del Monti, il Manzoni abbia fatto, la correzione della strana frase cadutagli dalla penna (91): «se un’orma, se un respiro intendi», che richiama il melodrammatico «sento l’orma dei passi spietati». Sostituì garbatamente: «se un passo, se un respiro ascolti».

A ciascun componimento, o gruppo di componimenti, ho premesso una noticina bibliografica; la quale, davanti alla Lettre à m. C***, ha assunte le proporzioni d’una vera e propria prefazione. Ed ivi, come nel discorso che precede, mi son largamente giovato delle interessantissime lettere scritte dal Manzoni al Fauriel, e pubblicate dal De Gubernatis. Non so se le mende innumerevoli del testo francese siano da attribuire a chi ebbe a ricopiarle o alla tipografia fiorentina; ma a buon conto mi son creduto lecito, e vorrei quasi dire in dovere, di ripubblicarne i brani, che mi veniva fatto di riferire, secondo la corretta ortografia della mirabile Lettera (mirabile anche per la squisita forma francese) Sull’unità di tempo e di luogo nella tragedia.

Torriggia, 24 settembre 1906

MICHELE SCHERILLO.

[137] Nella lettera al Fauriel del 12 settembre 1822, il Manzoni ancora discorreva di modificazioni apportate all’Adelchi, in corso di stampa. «J’ai fait une addition», scriveva, «de quelques vers à la dernière scène de l’acte 2ᵉ, sur l’avis de Visconti, qui a observé que ce qui a dû se passer dans l’intervallo du 2ᵉ au 3ᵉ acte n’est pas assez clairement, ou au moins pas assez tôt, expliqué, au commencement de celui-ci. Il a prétendu, je crois avec raison, qu’en annonçant d’avance cet effet d’une marche qui a l’air d’une retraite, on préparerait mieux le lecteur à le comprendre sans fatigue dès l’ouverture, du 3ᵐᵉ acte». E mandò il brano da «Intento, Dalle vedette sue....» fino a «Risvegliator non aspettato» (p. 52). Soggiungeva: «Enfin, dans la scène 7ᵉ du 3ᵉ acte, cette description du petit combat d’Anfrido m’a paru par trop embrouillée, et j’ai tâché de la rendre un peu plus claire en changeant depuis Confusi vers 3ᵐᵉ jusqu’à Arrenditi, ainsi que vous trouverez ci-contre». E trascrisse l’altro brano (p. 66), da «Gran parte Gettan d’arme....» fino ad «Arrenditi, Gli gridiamo....».

[138] Quegli abbozzi, quali il Bonghi li pubblicò, formicolano, è vero, di errori e di sviste d’ogni genere; ma non sarebbe stato arduo coreggerli o scansarli. Comunque, la colpa del Bonghi sta principalmente nell’essersi egli troppo fidato nelle copie e nelle collazioni, eseguite da chi non aveva nè l’occhio nè la mano nè la preparazione per lavori di tal genere. Come spiegare altrimenti (basta un esempio per tutti!) ch’ei stampi, nel primo getto della Pentecoste, «Oh scendi, autor di Vergini.....», senza accorgersi che ivi debba dire «altor di Vergini»? (Cfr. pag. 482).

[139] Do anche le varianti della Prefazione e delle Notizie storiche che illustrano Il Conte di Carmagnola; non così quelle delle Notizie storiche premesse all’Adelchi, perchè da principio m’era parso che non ne francasse la spesa.

[140] Preziosa è la dichiarazione che il poeta si vede costretto a fare in una nota alle Notizie storiche premesse al Carmagnola, a proposito di Nicolò Piccinino. Dice (pag. 177): «Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio....». Dunque il verso ha «una dignità» che la prosa non conosce, e che va rispettata! Nel primo getto il Manzoni non s’era fatto riguardo d’infilzare in un verso (pag. 287): «Il Pergola, il Torello, il Piccinino». Che gli abbia poi incusso paura il ricordo dei «Salamini» dell’Ajace foscoliano?

[141] Il cangiamento precisamente opposto venne compiendo il Parini nel ritoccare i suoi poemetti: dove prima aveva scritto tra, venne sostituendo fra. E s’intende: agl’intenti del poeta popolano rispondeva meglio render sempre più ricercata e preziosa la forma del Giorno; come ai propositi del poeta di sangue gentile si confaceva lo sfrondare il suo stile d’ogni futile pompa.

[142] Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ed.. Napoli, Pierro, 1895, pag. 102.

[143] Poco avanti, a pag. 138, non dubitò tuttavia di correggere: «tra loro tre».

[144] Anche nel Romanzo (cap. II, pag. 26) fa dir da Perpetua: «Oh! vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?». Ma in tutto il libro non ce n’è che un altro solo di codesti egli pleonastici, nel cap. XXIII, pag. 327: «E questa consolazione.... vi par egli ch’io dovessi provarla...?».

[145] Nel Coro dell’atto III dell’Adelchi, in luogo di «valli petrose» (75), il Manzoni aveva, nel primo getto, scritto (144) «valli rigose», che vuol dire «valli nel cui fondo scorre un rivo», ovvero «irrigue». Il Bonghi, non so perchè, v’appose un segno d’interrogazione (?).

[146] Cfr. D’OVIDIO, Le correzioni ecc., p. 210 ss.

LE TRAGEDIE, GL’INNI SACRI E LE ODI

DI

ALESSANDRO MANZONI

AL LETTORE[147]

L’autore non avrebbe certamente pensato da sè a raccogliere in un volume questi scritti, già quasi tutti da lui pubblicati separatamente, in diversi tempi. Chè, mentre le prime edizioni giacevano in gran parte, e alcune da qualche anno, sparse e dimenticate presso i librai, o ammontate in casa sua, gli sarebbe parso un pensiero troppo strano quello d’offrire al pubblico tutt’in una volta, tanti lavori che, a uno a uno, il pubblico non aveva voluti. Ma vedendo che ai contraffattori, gente, per dir la verità, più abile e più fortunata, la cosa era riuscita, ha creduto che non sarebbe temerità il tentar se potesse riuscire anche a un’edizione riconosciuta da lui. Non avrebbe però avuto, come loro, il coraggio di riprodurre questi lavori tal e quali gli erano sfuggiti dalle mani la prima volta; e ha quindi dovuto ritoccarli, non già con la pretensione stravagante di metterli in una buona forma; ma per levarne almeno quelle deformità che, rivedendoli dopo tanto tempo, gli davan più nell’occhio, e alle quali, insieme, gli pareva di poter con facilità e con certezza sostituir qualcosa di meno male. Vuol dire che non s’è potuto ritoccar quasi altro che le prose; giacchè i versi, se è più facile farli male, è anche più difficile raccomodarli. Ha poi ridotti i lavori suddetti a quelli che avrebbe voluti ristampare, come meno indegni di morire a poco a poco, se il pensiero di ristamparli fosse potuto nascere a lui. Dimanierachè questa raccolta, col romanzo intitolato I Promessi Sposi, dell’edizione riveduta da lui, e con l’opuscolo aggiuntovi (Storia della Colonna Infame), comprende tutti gli scritti che riconosce per suoi, e nella forma che li riconosce. Finalmente ha creduto di poter profittare di questa occasione per arrischiare qualche scritto inedito, che, uscendo solo, avrebbe, di certo, avuta la sorte degli altri, cioè di morir nascendo; e, questa volta, senza la probabilità d’esser resuscitato da’ contraffattori; perchè l’autore, dovesse anche passar per ingrato e per malavveduto, intende di valersi oramai dell’aiuto delle leggi e delle convenzioni, per preservarsi dal loro.

Milano, maggio 1845.

[147] Prefazione al volume: «Opere varie | di | ALESSANDRO MANZONI. || Edizione riveduta dall’autore. || Milano | Dalla tipografia di Giuseppe Redaelli. | 1845.».

ADELCHI

TRAGEDIA.

NOTA.—La prima edizione è del 1822, Milano, per Vincenzo Ferrario. Ristampata varie volte da altri, in Italia e all’estero (è quasi doveroso segnalare l’accuratissima edizione: Opere poetiche | di | ALESSANDRO MANZONI | con | prefazione | di | GOETHE. || Jena | per Federico Frommann | 1827.), il Manzoni la ristampò per suo conto, con qualche ritocco, nel 1845, nel volume delle Opere varie; e da ultimo, nel 1870. Seguiamo queste due ristampe autentiche, segnando a pie’ di pagina le varianti della prima edizione. I ritocchi, anche minimi, d’un così diligente e minuzioso stilista, non ci paiono privi d’interesse. Tuttavia, questa è la prima volta, crediamo, ch’essi siano tutti rilevati e inventariati. Ricordiamo però che delle incoerenze fra la posteriore teoria sulla lingua professata e propugnata dal Manzoni, e la lingua da lui adoperata nei componimenti poetici, ebbe già a discorrere, succintamente ma con l’usato acume e la singolare dottrina, il D’OVIDIO (Le correzioni ai Promessi Sposi e la questione della lingua; 4ª ediz.; Napoli, Pierro, 1895; pag. 208-10)

SCHERILLO.

ALLA DILETTA E VENERATA SUA MOGLIE ENRICHETTA LUIGIA BLONDEL LA QUALE INSIEME CON LE AFFEZIONI CONIUGALI E CON LA SAPIENZA MATERNA POTÈ SERBARE UN ANIMO VERGINALE CONSACRA QUESTO ADELCHI L’AUTORE DOLENTE DI NON POTERE A PIÙ SPLENDIDO E A PIÙ DUREVOLE MONUMENTO RACCOMANDARE IL CARO NOME E LA MEMORIA DI TANTE VIRTÙ.

NOTIZIE STORICHE

FATTI ANTERIORI ALL’AZIONE COMPRESA NELLA TRAGEDIA.

Nell’anno 568, la nazione longobarda, guidata dal suo re Alboino, uscì dalla Pannonia, che abbandonò agli Avari; e ingrossata di ventimila Sassoni e d’uomini d’altre nazioni nordiche, scese in Italia, la quale allora era soggetta agl’imperatori greci; ne occupò una parte, e le diede il suo nome, fondandovi il regno, di cui Pavia fu poi la residenza reale.(1) Con l’andar del tempo, i Longobardi dilatarono in più riprese i loro possessi in Italia, o estendendo i confini del regno, o fondando ducati, più o meno dipendenti dal re. Alla metà dell’ottavo secolo, il continente italico era occupato da loro, meno alcuni stabilimenti veneziani in terra ferma, l’esarcato di Ravenna tenuto ancora dall’Impero, come pure alcune città marittime della Magna Grecia. Roma col suo ducato apparteneva pure in titolo agli imperatori; ma la loro autorità vi si andava restringendo e indebolendo di giorno in giorno, e vi cresceva quella de’ pontefici.(2) I Longobardi fecero, in diversi tempi, delle scorrerie su queste terre; e tentarono anche d’impossessarsene stabilmente.

754.—Astolfo, re de’ Longobardi, ne invade alcune, e minaccia il rimanente. Il papa Stefano II si porta a Parigi, e chiede soccorso a Pipino, che unge in re de’ Franchi. Pipino scende in Italia; caccia Astolfo in Pavia, dove lo assedia, e, per intercessione del papa, gli accorda un trattato, in cui Astolfo giura di sgomberare le città occupate.

755.—Ripartiti i Franchi, Astolfo non mantiene il patto, anzi assedia Roma, e ne devasta i contorni. Stefano ricorre di nuovo a Pipino: questo scende di nuovo: Astolfo corre in fretta alle Chiuse dell’Alpi: Pipino le supera, e spinge Astolfo in Pavia. Vicino a questa città, si presentarono a Pipino due messi di Costantino Copronimo imperatore, a pregarlo, con promesse di gran doni, che rimettesse all’Impero le città dell’esarcato, che aveva riprese ai Longobardi. Ma Pipino rispose che non aveva combattuto per servire nè per piacere agli uomini, ma per divozione a san Pietro, e per la remissione de’ suoi peccati; e che, per tutto l’oro del mondo, non vorrebbe ritogliere a san Pietro ciò che una volta gli aveva dato.(3) Così fu troncata brevemente nel fatto quella curiosa questione, sul diritto della quale s’è disputato fino ai nostri giorni inclusivamente: tanto l’ingegno umano si ferma con piacere in una questione mal posta. Astolfo, stretto in Pavia, venne di nuovo a patti, e rinnovò le vecchie promesse. Pipino se ne tornò in Francia, e mandò al papa la donazione in iscritto.

756.—Muore Astolfo: Desiderio, nobile di Broscia,(4) duca longobardo, aspira al regno; raduna i Longobardi della Toscana, dove si trovava, speditovi da Astolfo,(5) e viene da essi eletto re. Ratchis, quel fratello d’Astolfo, ch’era stato re prima di lui, e s’era fatto monaco, ambisce di nuovo il regno; esce dal chiostro, fa raccolta d’uomini, e va contro Desiderio. Questo ricorre al papa; il quale, fattogli promettere che consegnerebbe le città già occupate da Astolfo, e non ancora rilasciate,(6) consente a favorirlo, e consiglia a Ratchis di ritornarsene a Montecassino. Ratchis ubbidisce; e Desiderio rimane re de’ Longobardi.

Non si sa precisamente in qual anno, ma certo in uno de’ primi del suo regno, Desiderio fondò, insieme con Ansa sua moglie, il monastero di san Salvatore, che fu poi detto di santa Giulia, in Brescia: Ansberga, o Anselperga, figlia di Desiderio, ne fu la prima badessa.(7)

758.—Alboino, duca di Benevento, e Liutprando, duca di Spoleto, si ribellano a Desiderio, mettendosi sotto la protezione di Pipino. Desiderio gli attacca, gli sconfigge, fa prigioniero Alboino, e mette in fuga Liutprando.(8) In quest’anno, o nel seguente, fu associato al regno il figliuolo di Desiderio, nelle lettere de’ papi e nelle cronache chiamato Adelgiso, Atalgiso, o anche Algiso, ma negli atti pubblici, Adelchis.

Nell’anno 768 morì Pipino: il regno de’ Franchi fu diviso tra Carlo e Carlomanno suoi figli. Le lettere a Pipino, di Paolo I e di Stefano III, successori di Stefano II, sono piene di lamenti e di richiami contro Desiderio, il quale non restituiva le città promesse, anzi faceva nuove occupazioni.

770.—Bertrada, vedova di Pipino, desiderosa di stringer legami d’amicizia tra la sua casa e quella di Desiderio, viene in Italia, e propone due matrimoni: di Desiderata o Ermengarda,(9) figlia di Desiderio, con uno de’ suoi figli, e di Gisla sua figlia con Adelchi. Stefano III scrive ai re Franchi la celebre lettera, con la quale cerca di dissuaderli dal contrarre un tal parentado.(10) Ciononostante, Bertrada condusse seco in Francia Ermengarda; e Carlo, che fu poi detto il magno, la sposò.(11) Il matrimonio di Gisla con Adelchi non fu concluso.

771.—Carlo, non si sa bene per qual cagione, ripudia Ermengarda, e sposa Ildegarde, di nazione Sveva.(12) La madre di Carlo, Bertrada, biasimò il divorzio; e questo fu cagione del solo dissapore che sia mai nato tra loro.(13) Muore Carlomanno: Carlo accorre a Carbonac nella Selva Ardenna, al confine de’ due regni: ottiene i voti degli elettori: è nominato re in luogo del fratello; e riunisce così gli stati divisi alla morte di Pipino. Gerberga, vedova di Carlomanno, fugge co’ suoi due figli, e con alcuni baroni, e si ricovera presso Desiderio. Carlo ne fu punto sul vivo.(14)

772.—A Stefano III succede Adriano. Desiderio gli spedisce un’ambasciata per chiedergli la sua amicizia: il nuovo papa risponde che desidera di stare in pace con quel re, come con tutti i cristiani; ma che non vede come possa fidarsi d’un uomo il quale non ha mai voluto adempir la promessa, fatta con giuramento, di rendere alla Chiesa ciò che le appartiene. Desiderio invade altre terre della Donazione.(15)

FATTI COMPRESI NELL’AZIONE DELLA TRAGEDIA.

772-774.—Mentre Carlo combatteva contro i Sassoni, ai quali prese Eresburgo (secondo alcuni,(16) Stadtberg nella Vestfalia), Desiderio, per vendicarsi di lui, e inimicarlo a un tempo col papa, pensò d’indur questo a incoronar re de’ Franchi i due figli di Gerberga; e gli propose, con grande istanza, un abboccamento. Per un re barbaro e di tempi barbari, il ritrovato non era senza merito. Ma Adriano si mostrò, come doveva, alienissimo dal secondare un tal disegno; del resto, disse d’esser pronto ad abboccarsi col re, dove a questo fosse piaciuto, quando però fossero state restituite alla Chiesa le terre occupate.(17) Desiderio ne invase delle altre, e le mise a ferro e a fuoco.(18) In tali angustie, e dopo avere invano spedita un’ambasciata, a supplicarlo e ad ammonirlo, Adriano mandò un legato a chieder soccorso a Carlo.(19) Poco dopo, arrivarono a Roma tre inviati di questo, Albino suo confidente,(20) Giorgio vescovo, e Wulfardo abate, per accertarsi se le città della Chiesa erano state sgomberate, come Desiderio voleva far credere in Francia. Il papa, quando partirono, mandò in loro compagnia una nuova ambasciata, per fare un ultimo tentativo con Desiderio; il quale, non potendo più ingannar nessuno, disse che non voleva render nulla.(21) Con questa risposta i Franchi se ne tornarono a Carlo, il quale svernava in Thionville, dove gli si presentò pure Pietro, il legato di Adriano.(22)

Circa quel tempo, dovette il re de’ Franchi ricevere una men nobile ambasciata, inviatagli segretamente da alcuni tra’ principali longobardi, per invitarlo a scendere in Italia, e ad impadronirsi del regno, promettendogli di dargli in mano Desiderio e le sue ricchezze.(23)

Carlo radunò il campo di maggio, o, come lo chiamano alcuni annalisti, il sinodo, in Ginevra; e la guerra vi fu decisa.(24) S’avviò quindi con l’esercito alle Chiuse d’Italia. Erano queste una linea di mura, di bastite e di torri, verso lo sbocco di Val di Susa, al luogo che serba ancora il nome di Chiusa. Desiderio le aveva ristaurate e accresciute;(25) e accorse col suo esercito a difenderle. I Franchi di Carlo vi trovarono molto maggior resistenza, che quelli di Pipino.(26) Il monaco della Novalesa, citato or ora, racconta che Adelchi, robusto, come valoroso, e avvezzo a portare in battaglia una mazza di ferro, gli appostava dalle Chiuse, e piombando loro addosso all’improvviso, co’ suoi, percoteva a destra e a sinistra, e ne faceva gran macello.(27) Carlo, disperando di superare le Chiuse, nè sospettando che ci fosse altra strada per isboccare in Italia, aveva già stabilito di ritornarsene,(28) quando arrivò al campo de’ Franchi un diacono, chiamato Martino, spedito da Leone, arcivescovo di Ravenna; e insegnò a Carlo un passo per scendere in Italia. Questo Martino fu poi uno de’ successori di Leone su quella sede.(29)

Mandò Carlo per luoghi scoscesi una parte scelta dell’esercito, la quale riuscì alle spalle de’ Longobardi, e gli assalì: questi, sorpresi dalla parte dove non avevano pensato a guardarsi, e essendoci tra loro de’ traditori, si dispersero. Carlo entrò allora col resto de’ suoi nelle Chiuse abbandonate.(30) Desiderio, con parte di quelli che gli eran rimasti fedeli, corse a chiudersi in Pavia; Adelchi in Verona, dove condusse Gerberga co’ figliuoli.(31) Molti degli altri Longobardi sbandati ritornarono alle loro città: di queste alcune s’arresero a Carlo, altre si chiusero e si misero in difesa. Tra quest’ultime fu Brescia, di cui era duca il nipote di Desiderio, Poto, che, con inflessione leggiera, e conforme alle variazioni usate nello scrivere i nomi germanici, è in questa tragedia nominato Baudo. Questo, con Answaldo suo fratello, vescovo della stessa città, si mise alla testa di molti nobili, e resistette a Ismondo conte, mandato da Carlo a soggiogare quella città. Più tardi, il popolo, atterrito dalle crudeltà che Ismondo esercitava contro i resistenti che gli venivano nelle mani, costrinse i due fratelli ad arrendersi.(32)

Carlo mise l’assedio a Pavia, fece venire al campo la nuova sua moglie, Ildegarde; e vedendo che quella città non si sarebbe arresa così presto, andò, con vescovi, conti e soldati, a Roma, per visitare i limini apostolici e Adriano, dal quale fu accolto come un figlio liberatore.(33) L’assedio di Pavia durò parte dell’anno 773 e del seguente: non credo che si possa fissar più precisamente il tempo, senza incontrar contradizioni tra i cronisti, e questioni inutili al caso nostro, e forse insolubili. Ritornato Carlo al campo sotto Pavia, i Longobardi, stanchi dall’assedio, gli apriron le porte.(34) Desiderio, consegnato da’ suoi Fedeli al nemico,(35) fu condotto prigioniero in Francia, e confinato nel monastero di Corbie, dove visse santamente il resto de’ suoi giorni.(36) I Longobardi accorsero da tutte le parti a sottomettersi,(37) e a riconoscer Carlo per loro re. Non si sa bene quando si presentasse sotto Verona: al suo avvicinarsi, Gerberga gli andò incontro co’ figli, e si mise nelle sue mani. Adelchi abbandonò Verona, che s’arrese; e di là si rifugiò a Costantinopoli, dove, accolto onorevolmente, si fermò: dopo vari anni, ottenne il comando d’alcune truppe greche, sbarcò con esse in Italia,(38) diede battaglia ai Franchi, e rimase ucciso.(39)

Nella tragedia, la fine di Adelchi si è trasportata al tempo che uscì da Verona. Questo anacronismo, e l’altro d’aver supposta Ansa già morta prima del momento in cui comincia l’azione (mentre in realtà quella regina fu condotta col marito prigioniera in Francia, dove morì), sono le due sole alterazioni essenziali fatte agli avvenimenti materiali e certi della storia. Per ciò che riguarda la parte morale, s’è cercato d’accomodare i discorsi de’ personaggi all’azioni loro conosciute, e alle circostanze in cui si sono trovati. Il carattere però d’un personaggio, quale è presentato in questa tragedia, manca affatto di fondamenti storici: i disegni d’Adelchi, i suoi giudizi sugli avvenimenti, le sue inclinazioni, tutto il carattere in somma è inventato di pianta, e intruso tra i caratteri storici, con un’infelicità, che dal più dificile e dal più malevolo lettore non sarà, certo, così vivamente sentita come lo è dall’autore.

USANZE CARATTERISTICHE, ALLE QUALI SI ALLUDE NELLA TRAGEDIA.

Atto I, scena II, verso 149.—Il segno dell’elezione de’ re longobardi era di mettere loro in mano un’asta.(40)

Scena III, verso 212.—Alle giovani longobarde si tagliavano i capelli, quando andavano a marito: le nubili sono dette nelle leggi: figlie in capelli.(41) Il Muratori dice, senza però addurne prove, ch’erano anche chiamate intonse; e vuole che di qui sia venuta la voce tosa, che vive ancora in qualche dialetto di Lombardia.(42)

Scena V, verso 335.—Tutti i Longobardi in caso di portar l’armi, e che possedevano un cavallo, eran tenuti a marciare: il Giudice poteva dispensarne un piccolissimo numero.(43)

Atto III, scena I, verso 78.—Ne’costumi germanici, il dipendere personalmente da’ principali era, già ai tempi di Tacito, una distinzione ambita.(44) Questa dipendenza, nel medio evo, comprendeva il servizio domestico e il militare; ed era un misto di sudditanza onorevole, e di devozione affettuosa. Quelli che esercitavano questa condizione erano da’ Longobardi chiamati Gasindi: ne’ secoli posteriori invalse il titolo domicellus; e di qui il donzello, che è rimasto nella parte storica della lingua. Questa condizione, diversa affatto dalla servile, si trova ugualmente ne’ secoli eroici; ed è una delle non poche somiglianze che hanno que’ tempi con quelli che Vico chiamò della barbarie seconda. Patroclo, ancor giovinetto, dopo avere ucciso, in una rissa, il figlio d’Anfidamante, è mandato da suo padre in rifugio in casa del cavalier Peleo, il quale lo alleva, e lo mette al servizio d’Achille, suo figlio.(45)

Scena IV, verso 212.—L’omaggio si prestava dai Franchi in ginocchio, e mettendo le mani in quelle del nuovo signore.(46)

Atto IV, scena II, verso 221.—Una delle formalità del giuramento presso i Longobardi, era di metter le mani su dell’armi, benedette prima da un sacerdote.(47)

Coro nell’atto IV, st. 7.—Carlo, come i suoi nazionali, era portato per la caccia.(48) Un poeta anonimo, suo contemporaneo, imitatore studioso di Virgilio, come si poteva esserlo nel secolo IX, descrive lungamente una caccia di Carlo, e le donne della famiglia reale, che la stanno guardando da un’altura.(49)

Coro suddetto, st. 10.—Si dilettava anche molto dei bagni d’acque termali; e perciò fece fabbricare il palazzo d’Aquisgrana.(50)

* * * * *

Il vocabolo Fedele, che torna spesso in questa tragedia, c’è sempre adoprato nel senso che aveva ne’ secoli barbari, cioè come un titolo di vassallaggio. Non trovando altro vocabolo da sostituire, e per evitar l’equivoco che farebbe col senso attuale, non s’è potuto far altro che distinguerlo con l’iniziale grande. Drudo, che aveva la stessa significazione, ed è d’evidente origine germanica,(51) riuscirebbe più strano, essendo serbato a un senso ancor più esclusivo. Nella lingua francese, il fidelis barbarico s’è trasformato in féal, e c’è rimasto; e le cagioni della differente fortuna di questo vocabolo nelle due lingue, si trovano nella storia de’ due popoli. Ma c’è pur troppo, tra quelle così differenti vicende, una trista somiglianza: i Francesi hanno conservata nel loro idioma questa parola a forza di lacrime e di sangue; e a forza di lacrime e di sangue, è stata cancellata dal nostro.

NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE

(1) PAUL DIAC., De gestis Langob., lib. 2.

(2) Una descrizione più circostanziata delle divisioni dell’Italia in quel tempo ci condurrebbe a questioni intricate e inopportune. V. MURAT., Antich. Ital., dissert. seconda.

(3) Affirmans etiam sub juramento, quod per nullius hominis favorem sese certamini sæpius dedisset, nisi pro amore Beati Petri, et venia delictorum; asserens et hoc, quod nulla eum thesauri copia suadere raleret, ut quod semel Beato Petro obtulit, auferret. ANASTAS. Biblioth.; Rer. It., t. III, p. 171.

(4) Cujus (~Brixiæ~) ipse Desiderius nobilis erat. RIDOLF. Notar., Hist. ap. BIEMMI, Ist. di Brescia (Del secolo XI).—SICARDI Episc.; Rer. It., t. VII, p. 577, e altri.

(5) ANAST., 172.

(6) Sub jurejurando pollicitus est restituendum Beato Petro civitates reliquas, Faventiam, Imolam, Ferrariam, cum eorum finibus, etc. STEPH., Ep. ad Pipin.; Cod. Car. 8.

(7) Anselperga sacrata Deo Abbatissa Monasterii Domini Salvatoris, quod fundatum est in civitate Brixia, quam Dominus Desiderius excellentissimus rex, et Ansam precellentissimam reginam, genitores ejus, ab fundamentis edificaverunt.... Dipl. an. 761; apud MURAT., Antiquit. Italic., dissert. 66, t. V, p. 499.

(8) PAUL., Ep. ad Pip.; Cod. Car. 15.

(9) Le cronache di que’ tempi variano perfino ne’ nomi, quando però li danno.

(10) Cod. Carol., Epist. 45.

(11) Berta duxit filiam Desiderii regis Langobardorum in Franciam. Annal. Nazar. ad h. an.; Rer. Fr., t, V, p. 11.

(12) Cum, matris hortatu, filiam Desiderii regis Langobardorum duxisset uxorem, incertum qua de causa, post annum repudiavit, et Hildegardem de gente Suavorum præcipuæ nobilitatis feminam in matrimonium accepit.—Karol, M, Vita per EGINHARDUM, 18. (Scrittore contemporaneo).

(13) Ita ut nulla invicem sit exorta discordia, præter in divortio filiæ Regis Desiderii, quam, illa suadente, acceperat. EGINH., in Vita Kar., ibid.

(14) Rex autem hanc eorum profectionem, quasi supervacuam, impatienter tulit. EGINH., Annal. ad h. annum.

(15) ANAST., 180.

(16) HEGEVISCH, Hist. de Charlem., trad. de l’allem., p. 116.

(17) ANAST., 181.

(18) Id., 182.

(19) Id., 183.

(20) Albinus deliciosus ipsius regis. ANAST., 184. V. MUR., Ant. It., diss. 4.

(21) Asserens se minime quidquam redditurum. ANAST., ibid.

(22) Annal. Tiliani, Loiseliani, Cronac. Moissiacense, ed altri, nel t. V Rer. Franc. In generale, gli annalisti di que’ secoli che noi chiamiamo barbari, sanno, nelle cose di poca importanza, copiarsi l’uno con l’altro, al pari di qualunque letterato moderno: s’accordano poi a maraviglia nel passar sotto silenzio ciò che più si vorrebbe sapere.

(23) Sed dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus Langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum Italiæ sub sua ditione obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas, etc.... Quod ille prædictus rex Carolus cognoscens, cum.....ingenti multitudine Italiam properavit. ANONIM. SALERNIT., Chron., c. 9; R. It., t. II, part. II, p. 180.—Scrisse nel secolo X.

(24) V. gli annalisti citati sopra, e EGINH., Annal. ad an. 773.

(25) ANAST., p. 184.—Chron. Novaliciense, 1. 3, c. 9; R. It., t. II, part. II, p. 717.—Il monaco, anonimo autore di questa cronaca, visse, secondo le congetture del Muratori, verso la metà del secolo XI.

(26) Firmis qui (~Desiderius~) fabricis præcludens limina regni, Arcebat Francos aditu.—Ex FRODOARDO, de Pontif. Rom.; R. Fr., t. V, p. 463. Frodoardo, canonico di Rheims, visse nel X secolo.

(27) Erat enim Desiderio filius nomine Algisus, a juventute sua fortis viribus. Hic baculum ferreum equitando solitus erat ferre tempore hostili.... Cum autem hic juvenis dies et noctes observaret, et Francos quiescere cerneret, subito super ipsos irruens, percutiebat cum suis a dextris et a sinistris, et maxima cæde eos prosternebat. Chron. Nov., 1. 3, c. 10.

(28) .....Claustrisque repulsi, In sua præcipitem meditantur regna regressum. Una moram reditus tantum nox forte ferebat. FRODOARD., ib. Dum vellent Franci alio die ad propria reverti. ANAST., p. 184.

(29) Hic (~Leo~) primus Francis Italiæ iter ostendit per Martinum diaconum suum, qui post eum quartus Ecclesiæ regimen tenuit, et ab eo Karolus rex invitatus Italiam venit. AGNEL., Raven. Pontif.; R. It., t. II, p. 177.— Scrisse Agnello nella prima metà del secolo IX, e conobbe Martino, di cui descrive l’alta statura e le forme atletiche. Ibid., p. 182.

(30) Misit autem (~Karolus~) per difficilem ascensum montis legionem ex probatissimis pugnatoribus, qui, transcenso monte, Langobardos cum Desiderio rege eorum... in fugam converterunt. Karolus vero rex, cum exercitu suo, per apertas Clusas intravit. Chron. Moissiac.; Rer. Fr., t. V, p. 69.—Questa cronaca d’incerto autore termina all’anno 818.

(31) ANAST., 184.

(32) RIDOLFI Notarii Histor., apud BIEMMI, Istoria di Brescia, t. II, (Del secolo XI).

(33) ANAST., 185 e seg.

(34) Langobardi obsidione pertæsi civitate cum Desiderio rege egrediuntur ad regem. Annal. Lambech; R. Fr., V, 64.

(35) Desiderius a suis quippe, ut diximus, Fidelibus callide est ei traditus. Anon. Salern., 179.

(36) Rer. Fr., t, V, p. 385.

(37) Ibique venientes undique Langobardi de singulis civitatibus Italiæ, subdiderunt se dominio et regimini gloriosi regis Karoli. Chron. Moissiac.; Rer. Fr., V. 70.

(38) HADRIANI Epist. ad Karolum., Cod. Carol., 90 e 88.

(39) Ex SIGIBERTI Chron.; Rer. Fr., V, 377.

(40) Cui (~Hildeprando~) dum contum, uti moris est, traderent. PAUL. DIAC., 1. 6, c. 55.

(41) Si quis Langobardus, se vivente, suas filias nuptui tradiderit, et alias filias in capillo in casa reliquerit.... LIUTPRANDI Leg., l. 1, 2.

(42) V. la nota al passo citato, Rer. It., t. I, part. II. p. 51.

(43) De omnibus Judicibus, quomodo in exercitu ambulandi causa necessitas fuerit, non mittant alios homines, nisi tantummodo qui unum caballum habeant, idest homines quinque, etc. LIUTPR. Leg., 1. 6, 29.

(44) Insignis nobilitas, aut magna patrum merita principis dignationem etiam adolescentulis assignant; cæteris robustioribus, ac jampridem probatis aggregantur: nec rubor inter comites aspici. TACIT., German., 13.

(45) HOMER., Il., lib. 23, v. 90.

(46) Tassilo dux Bajoariorum.... more francico, in manus regis, in vassaticum, manibus suis, semetipsum commendavit. EGINH., Annal.; Rer. Fr., t. V, p. 198.

(47) Juret ad arma sacrata. ROTHARIS Leg., 364. V. MURAT., Ant. It., dissert. 38.

(48) Assidue exercebatur equitando ac venando, quod illi gentilitium erat. EGINH., Vit. Kar., 22.

(49) Rer. Fr., t. V, p. 388.

(50) Delectabatur etiam vaporibus aquarum naturaliter calentium.... Ob hoc etiam Aquisgrani Regiam extruxit. EGINH., Vit. Kar., 22.

(51) Treu, fedele.

PERSONAGGI

LONGOBARDI

DESIDERIO, re. ADELCHI, suo figlio, re. ERMENGARDA, figlia di Desiderio. ANSBERGA, figlia di Desiderio, badessa. VERMONDO, scudiero di Desiderio. ANFRIDO, TEUDI, scudieri d’Adelchi. BAUDO, duca di Brescia. GISELBERTO, duca di Verona. ILDECHI, INDOLFO, FARVALDO, ERVIGO, GUNTIGI, duchi. AMRI, scudiero di Guntigi. SVARTO, soldato.

FRANCHI

CARLO, re. ALBINO, legato. RUTLANDO, ARVINO, conti.

LATINI

PIETRO, legato d’Adriano papa. MARTINO, diacono di Ravenna.

Duchi, Scudieri, Soldati Longobardi: Donzelle, Suore nel monastero di San Salvatore.—Conti e Vescovi Franchi; un Araldo.

ATTO PRIMO.

SCENA I.

Palazzo reale in Pavia.

DESIDERIO, ADELCHI, VERMONDO.

VERMONDO.

O mio re Desiderio, e tu del regno Nobil collega, Adelchi; il doloroso Ed alto ufizio[148] che alla nostra fede Commetteste, è fornito. All’arduo muro Che Val di Susa chiude, e dalla franca La longobarda signoria divide, Come imponeste, noi ristemmo; ed ivi, Tra le franche[149] donzelle, e gli scudieri, Giunse la nobilissima Ermengarda; E da lor si divise, ed alla nostra Fida scorta si pose. I riverenti Lunghi commiati del corteggio, e il pianto Mal trattenuto in ogni ciglio, aperto Mostrar che degni eran color d’averla Sempre a regina, e che de’ Franchi stessi[150] Complice alcuno in suo pensier non era Del vil rifiuto del suo re; che vinti Tutti i cori ella avea, trattone un solo. Compimmo il resto della via. Nel bosco Che intorno al vallo occidental si stende, La real donna or posa: io la precorsi, L’annunzio ad arrecar.

DESIDERIO.

L’ira del cielo, E l’abbominio della terra, e il brando Vendicator, sul capo dell’iniquo, Che pura e bella dalle man materne La mia figlia si prese, e me la rende Con l’ignominia d’un ripudio in fronte! Onta a quel Carlo, al disleal, per cui Annunzio di sventura al cor d’un padre È udirsi dir che la sua figlia è giunta! Oh! questo dì gli sia pagato: oh! cada[151] Tanto in fondo costui, che il più tapino, L’ultimo de’ soggetti si sollevi Dalla sua polve, e gli s’accosti, e possa Dirgli senza timor: tu fosti un vile, Quando oltraggiasti una innocente.

ADELCHI.

O padre, Ch’io corra ad incontrarla, e ch’io la guidi Al tuo cospetto. Oh lassa lei, che invano Quel della madre cercherà! Dolore Sopra dolor! Su queste soglie, ahi! troppe Memorie acerbe affolleransi intorno A quell’anima offesa. Al fiero assalto Sprovveduta non venga, e senta prima[152] Una voce d’amor che la conforti.

DESIDERIO.

Figlio, rimanti. E tu, fedel Vermondo, Riedi alla figlia mia; dille che aperte De’ suoi le braccia ad aspettarla stanno... De’ suoi, che il cielo in questa luce ancora Lascia. Tu al padre ed al fratel rimena Quel desiato volto. Alla sua scorta Due fidate donzelle, e teco Anfrido Saran bastanti: per la via segreta Al palazzo venite, e inosservati Quanto si puote: in più drappelli il resto Della gente dividi, e, per diverse Parti, gli invia dentro le mura.

(VERMONDO parte).

[148] ufficio,

[149] Franca... Longobarda... Franche...

[150] istessi

[151] caggia

[152] in prima

SCENA II

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

Adelchi, Che pensiero era il tuo? Tutta Pavia Far di nostr’onta testimon volevi? E la ria moltitudine a goderne, Come a festa, invitar? Dimenticasti Che ancor son vivi, che ci stan d’intorno Quei che le parti sostenean di Rachi, Quand’egli osò di contrastarmi il soglio? Nemici ascosi, aperti un tempo; a cui L’abbattimento delle nostre fronti È conforto e vendetta!

ADELCHI.

Oh prezzo amaro Del regno! oh stato, del costor, di quello De’ soggetti più rio! se anche il lor guardo Temer ci è forza, ed occultar la fronte Per la vergogna; e se non ci è concesso, Alla faccia del sol, d’una diletta La sventura onorar!

DESIDERIO.

Quando all’oltraggio Pari fia la mercè, quando la macchia Fia lavata col sangue; allor, deposti I vestimenti del dolor, dall’ombre La mia figlia uscirà: figlia e sorella Non indarno di re, sovra la folla Ammiratrice, leverà la fronte Bella di gloria e di vendetta.—E il giorno Lunge non è; l’arme, io la tengo; e Carlo, Ei me la die’: la vedova infelice Del fratel suo, di cui con arti inique Ei successor si feo, quella Gerberga Che a noi chiese un asilo, e i figli all’ombra Del nostro soglio ricovrò. Quei figli Noi condurremo al Tebro, e per corteggio Un esercito avranno: al Pastor sommo Comanderem che le innocenti teste Unga, e sovr’esse proferisca i preghi Che danno ai Franchi un re. Sul Franco suolo Li porterem, dov’ebbe regno il padre, Ove han fautori a torme, ove sopita Ma non estinta in mille petti è l’ira Contro l’iniquo usurpator.

ADELCHI.

Ma incerta È la risposta d’Adrian? di lui Che stretto a Carlo di cotanti nodi, Voce udir non gli fa che di lusinga E di lode non sia, voce di padre Che benedice? A lui vittoria e regno E gloria, a lui l’alto favor di Piero Promette e prega; e in questo punto ancora I suoi legati accoglie, e contro[153] noi Certo gl’implora; contro[154] noi la terra E il santuario di querele assorda Per le città rapite.

DESIDERIO.

Ebben, ricusi: Nemico aperto ei fia; questa incresciosa Guerra eterna di lagni e di messaggi E di trame fia tronca; e quella al fine Comincerà dei brandi: e dubbia allora La vittoria esser può? Quel dì che indarno I nostri padri sospirar, serbato È a noi: Roma fia nostra; e, tardi accorto, Supplice invan, delle terrene spade Disarmato per sempre, ai santi studi Adrian tornerà; re delle preci, Signor del Sacrifizio,[155] il soglio a noi Sgombro darà.

ADELCHI.

Debellator de’ Greci, E terror de’ ribelli, uso a non mai Tornar che dopo la vittoria, innanzi Alla tomba di Pier due volte Astolfo Piegò l’insegne,[156] e si fuggì; due volte Dell’antico pontefice la destra, Che pace offrìa, respinse, e sordo stette All’impotente gemito. Oltre l’Alpe[157] Fu quel gemito udito:[158] a vendicarlo Pipin due volte le varcò: que’ Franchi Da noi soccorsi tante volte e vinti, Dettaro i patti qui. Veggo[159] da questa Reggia il pian vergognoso ove le tende Abborrite sorgean, dove scorrea L’ugna de’ Franchi corridor.

DESIDERIO.

Che parli Or tu d’Astolfo e di Pipin? Sotterra Giacciono entrambi: altri mortali han regno, Altri tempi si volgono, brandite Sono altre spade. Eh! se il guerrier che il capo Al primo rischio offerse, e il muro ascese, Cadde e perì, gli altri fuggir dovranno, E disperar? Questi i consigli sono Del mio figliuol? Quel mio superbo Adelchi Dov’è, che imberbe ancor vide Spoleti Rovinoso venir, qual su la preda Giovinetto sparviero, e nella strage Spensierato tuffarsi, e su la turba De’ combattenti sfolgorar, siccome Lo sposo nel convito? Insiem col vinto Duca ribelle ei ritornò: sul campo, Consorte al regno il chiesi; un grido sorse[160] Di consenso e di plauso, e nella destra —Tremenda allor—l’asta real fu posta. Ed or quel desso altro veder che inciampi E sventure non sa? Dopo una rotta Così parlar non mi dovresti. Oh cielo! Chi mi venisse a riferir che tali Son di Carlo i pensier, quali or gli scorgo Nel mio figliuol, mi colmeria di gioia.[161]

ADELCHI.

Deh! perchè non è qui! Perchè non posso In campo chiuso essergli a fronte, io solo, Io fratel d’Ermengarda! e al tuo cospetto, Nel giudizio[162] di Dio, nella mia spada La vendetta ripor del nostro oltraggio! E farti dir, che troppo presta, o padre, Una parola dal tuo labbro uscìa!

DESIDERIO.

Questa è voce d’Adelchi. Ebben, quel giorno Che tu brami, io l’affretto.

ADELCHI.

O padre, un altro Giorno io veggo[163] appressarsi. Al grido imbelle, Ma riverito, d’Adrian, vegg’io Carlo venir con tutta Francia; e il giorno Quello sarà de’ successor d’Astolfo Incontro al figlio di Pipin. Rammenta Di chi siam re; che nelle nostre file Misti ai leali, e più di lor fors’anco, Sono i nostri nemici; e che la vista D’un’insegna straniera ogni nemico In traditor ti cangia. Il core, o padre, Basta a morir; ma la vittoria e il regno È pel felice che ai concordi impera. Odio l’aurora che m’annunzia il giorno Della battaglia, incresce l’asta e pesa Alla mia man, se nel pugnar, guardarmi Deggio dall’uom che mi combatte al fianco.

DESIDERIO.

Chi mai regnò senza nemici? il core Che importa? e re siam dunque indarno? e i brandi Tener chiusi dovrem nella vagina Infin che spento ogni livor non sia? Ed aspettar sul soglio inoperosi Chi ci percota? Havvi altra via di scampo Fuorchè l’ardir? Tu, che proponi alfine?[164]

ADELCHI.

Quel che, signor di gente invitta e fida, In un dì di vittoria, io proporrei: Sgombriam le terre de’ Romani; amici Siam d’Adriano: ei lo desia.

DESIDERIO.

Perire, Perir sul trono, o nella polve, in pria Che tanta onta soffrir. Questo consiglio Più dalle labbra non ti sfugga: il padre Te lo comanda.

[153] contra

[154] contra

[155] Sacrificio

[156] le insegne

[157] alpe

[158] inteso

[159] Veggio

[160] surse

[161] gioja

[162] giudicio

[163] veggio

[164] al fine

SCENA III.

VERMONDO che precede ERMENGARDA, e DETTI. DONZELLE che l’accompagnano.

VERMONDO.

O regi, ecco Ermengarda.

DESIDERIO.

Vieni, o figlia; fa cor.

(VERMONDO parte: le Donzelle si scostano).

ADELCHI.

Sei nelle braccia Del fratel tuo, dinanzi al padre, in mezzo Ai fidi antichi tuoi; sei nel palagio De’ re, nel tuo, più riverita e cara D’allor che ne partisti.

ERMENGARDA.

Oh benedetta Voce de’ miei! Padre, fratello, il cielo Queste parole vi ricambi[165]; il cielo Sia sempre a voi, quali voi siete ad una Vostra infelice. Oh! se per me potesse Sorgere un lieto dì, questo sarebbe, Questo, in cui vi riveggo.[166]—Oh dolce madre! Qui ti lasciai: le tue parole estreme Io non udii;, tu qui morivi—ed io... Ah! di lassù certo or ci guardi: oh! vedi; Quella Ermengarda tua, che[167] di tua mano Adornavi quel dì, con tanta gioia,[168] Con tanta piéta, a cui tu stessa il crine Recidesti quel dì, vedi qual torna! E benedici i cari tuoi, che accolta Hanno così questa reietta.[169]

ADELCHI.

Ah! nostro È il tuo dolor, nostro l’oltraggio.

DESIDERIO.

E nostro Sarà il pensier della vendetta.

ERMENGARDA.

O padre, Tanto non chiede il mio dolor; l’obblìo Sol bramo; e il mondo volentier l’accorda Agl’infelici[170]: oh! basta; in me finisca La mia sventura. D’amistà, di pace io la candida insegna esser dovea: Il ciel non[171] volle: ah! non si dica almeno Ch’io recai meco la discordia e il pianto Dovunque apparvi, a tutti a cui di gioia[172] Esser pegno dovea.

DESIDERIO.

Di quell’iniquo Forse il supplizio ti dorria? quel vile, Tu l’ameresti ancor?

ERMENGARDA.

Padre, nel fondo Di questo cor che vai cercando? Ah! nulla Uscir ne può che ti rallegri: io stessa Temo d’interrogarlo: ogni passata Cosa è nulla per me.—Padre, un estremo Favor ti chieggo[173]: in questa corte, ov’io Crebbi adornata di speranze, in grembo Di quella madre, or che farei? ghirlanda Vagheggiata un momento, in su la fronte Posta per gioco un dì festivo, e tosto Gittata a’ pie’ del passeggiero. Al santo Di pace asilo e di pietà, che un tempo La veneranda tua consorte ergea, —Quasi presaga—ove la mia diletta Suora, oh felice! la sua fede strinse A quello sposo che non mai rifiuta, Lascia ch’io mi ricovri. A quelle pure Nozze aspirar più non poss’io, legata D’un altro nodo; ma non vista, in pace Ivi potrò chiudere i giorni.

ADELCHI.

Al vento Questo presagio: tu vivrai: non diede Così la vita de’[174] migliori il cielo All’arbitrio de’ rei: non è in lor mano Ogni speranza inaridir, dal mondo Tôrre ogni gioia.[175]

ERMENGARDA.

Oh! non avesse mai Viste le rive del Ticin Bertrada! Non avesse la pia, del longobardo Sangue una nuora desiata mai, Nè gli occhi volti sopra me!

DESIDERIO.

Vendetta, Quanto lenta verrai!

ERMENGARDA.

Trova il mio prego Grazia appo te?

DESIDERIO.

Sollecito fu sempre Consigliero il dolor più che fedele, E di vicende e di pensieri il tempo Inpreveduto apportator. Se nulla Al tuo proposto ei muta, alla mia figlia Nulla disdir vogl’io.

[165] ricambii

[166] riveggio

[167] cui

[168] gioja

[169] rejetta

[170] Agli infelici

[171] nol

[172] gioja

[173] chieggio

[174] dei

[175] gioja

SCENA IV.

ANFRIDO, e DETTI.

DESIDERIO.

Che rechi, Anfrido?

ANFRIDO.

Sire, un legato è nella reggia, e chiede Gli sia concesso appresentarsi ai regi.

DESIDERIO.

Donde vien? Chi l’invia?

ANFRIDO.

Da Roma ei viene, Ma legato è d’un re.

ERMENGARDA.

Padre, concedi Ch’io mi ritragga.

DESIDERIO.

O donne, alle sue stanze La mia figlia scorgete; a’ suoi servigi Io vi destino: di regina il nome Abbia e l’onor.

(ERMENGARDA parte con le Donzelle).

DESIDERIO.

D’un re dicesti, Anfrido? Un legato... di Carlo?

ANFRIDO.

O re, l’hai detto.

DESIDERIO.

Che pretende costui? quali parole Cambiar si ponno fra di noi? qual patto Che di morte non sia?

ANFRIDO.

Di gran messaggio Apportator si dice: ai duchi intanto, Ai conti, a quanti nella reggia incontra, Favella in atto di blandir.

DESIDERIO.

Conosco L’arti di Carlo.

ADELCHI.

Al suo stromento il tempo D’esercitarle non si dia.

DESIDERIO.

Raduna Tosto i Fedeli, Anfrido, e in un con essi Ei venga.

(ANFRIDO parte).

DESIDERIO.

Il giorno della prova è giunto; Figlio, sei tu con me?

ADELCHI.

Sì dura inchiesta Quando, o padre, mertai?

DESIDERIO.

Venuto è il giorno Che un voler solo, un solo cor domanda: Dì, l’abbiam noi? Che pensi far?

ADELCHI.

Risponda Il passato per me: gli ordini tuoi Attender penso, ed eseguirli.

DESIDERIO.

E quando A’ tuoi disegni opposti sieno?

ADELCHI.

O padre! Un nemico si mostra, e tu mi chiedi Ciò ch’io farò? Più non son io che un brando Nella tua mano. Ecco il legato: il mio Dover fia scritto nella tua risposta.

SCENA V.

DESIDERIO, ADELCHI, ALBINO, FEDELI LONGOBARDI.

DESIDERIO.

Duchi, e Fedeli; ai vostri re mai sempre Giova compagni ne’ consigli avervi, Come nel campo.—Ambasciator, che rechi?

ALBINO.

Carlo, il diletto a Dio sire de’ Franchi, De’ Longobardi ai re queste parole Manda per bocca mia: volete voi Tosto le terre abbandonar di cui L’uomo illustre Pipin fe’ dono a Piero?

DESIDERIO.

Uomini longobardi![176] in faccia a tutto Il popol nostro, testimoni voi Di ciò mi siate; se dell’uom che questi Or v’ha nomato, e ch’io nomar non voglio, Il messo accolsi, e la proposta intesi, Sacro dover di re solo potea Piegarmi a tanto.—Or tu, straniero, ascolta. Lieve domando il tuo non è; tu chiedi Il segreto de’ re: sappi che ai primi Di nostra gente, a quelli sol da cui Leal consiglio ci aspettiamo, a questi Alfin che vedi intorno a noi, siam usi Di confidarlo: agli stranier non mai. Degna risposta al tuo domando è quindi Non darne alcuna.

ALBINO.

E tal risposta è guerra. Di Carlo in nome io la v’intimo, a voi Desiderio ed Adelchi, a voi che poste Sul retaggio di Dio le mani avete, E contristato il Santo. A questa illustre Gente nemico il mio signor non viene: Campion di Dio, da Lui chiamato, a Lui Il suo braccio consacra; e suo malgrado[177] Lo spiegherà contro chi voglia a parte Star del vostro peccato.

DESIDERIO.

Al tuo re torna, Spoglia quel manto che ti rende ardito, Stringi un acciar, vieni, e vedrai se Dio Sceglie a campione un traditor.—Fedeli! Rispondete a costui.

MOLTI FEDELI.

Guerra!

ALBINO.

E l’avrete, E tosto, e qui: l’angiol di Dio, che innanzi Al destrier di Pipin corse due volte, Il guidator che mai non guarda indietro, Già si rimette in via.

DESIDERIO.

Spieghi ogni duca Il suo vessillo; della guerra il bando Ogni Giudice[178] intimi, e l’oste aduni; Ogni uom[179] che nutre un corridor, lo salga, E accorra al grido de’ suoi re. La posta È alle Chiuse dell’alpi.

(al Legato)

Al re de’ Franchi Questo invito riporta.

ADELCHI.

E digli ancora, Che il Dio di tutti, il Dio che i giuri ascolta Che al debole son fatti, e ne malleva L’adempimento o la vendetta, il Dio, Di cui talvolta più si vanta amico Chi più gli è in ira, in cor del reo sovente Mette una smania, che alla pena incontro Correr lo fa; digli che mal s’avvisa Chi va de’ brandi longobardi in cerca, Poi che una donna longobarda offese.

(Partono da un lato i Re con la più parte de’ Longobardi, e dall’altro il Legato).

SCENA VI.

DUCHI rimasti.

INDOLFO.

Guerra, egli ha detto!

FARVALDO.

In questa guerra è il fato Del regno.

INDOLFO.

E il nostro.

ERVIGO.

E inerti ad aspettarlo Staremci?

ALDECHI.

Amici, di consulte il loco Questo non è. Sgombriam; per vie diverse Alla casa di Svarto ognuno arrivi.

[176] Longobardi

[177] mal grado

[178] giudice

[179] Ogn’uom

SCENA VII.

Casa di SVARTO.

SVARTO.

Un messaggier di Carlo![180] Un qualche evento, Qual ch’ei pur sia, sovrasta.—In fondo all’urna, Da mille nomi ricoperto, giace Il mio; se l’urna non si scote, in fondo Si rimarrà per sempre; e in questa mia Oscurità morrò, senza che alcuno Sappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea. —Nulla son io. Se in questo tetto i grandi S’adunano talor, quelli a cui lice Essere avversi ai re; se i lor segreti Saper m’è dato, è perchè nulla io sono. Chi pensa a Svarto? chi spiar s’affanna Qual piede a questo limitar si volga? Chi m’odia? chi mi teme?—Oh! se l’ardire Desse gli onor! se non avesse in pria Comandato la sorte! e se l’impero Si contendesse a spade, allor vedreste, Duchi superbi, chi di noi l’avria. Se toccasse all’accorto! A tutti voi Io leggo in cor; ma il mio v’è chiuso. Oh! quanto Stupor vi prenderia, quanto disdegno, Se ci[181] scorgeste mai che un sol desio A voi tutti mi lega, una speranza... D’esservi pari un dì!—D’oro appagarmi Credete voi. L’oro! gittarlo al piede Del suo minor, quello è destin; ma inerme, Umil tender la mano ad afferrarlo, Come il mendico...

[180] messagger dei Franchi!

[181] vi

SCENA VIII.

SVARTO, ILDECHI; poi altri che sopraggiungono.

ILDECHI.

Il ciel ti salvi, o Svarto: Nessuno è qui?

SVARTO.

Nessun. Quai nuove, o duca?

ILDECHI.

Gravi; la guerra abbiam coi Franchi: il nodo Si ravviluppa, o Svarto; e fia mestieri Sciorlo col ferro: il dì s’appressa, io spero, Del guiderdon per tutti.

SVARTO.

Io nulla attendo, Fuor che da voi.

ILDECHI.

(a FARVALDO che soproggiunge)

Farvaldo, alcun ti segue?

FARVALDO.

Vien su’[182] miei passi Indolfo.

ILDECHI.

Eccolo.

INDOLFO.

Amici!

ILDECHI.

(ad altri che entrano)

Vila! Ervigo! Fratelli! Ebben: supremo È il momento, il vedete: i vinti in questa Guerra, qual siasi il vincitor, siam noi, Se un gran partito non si prende. Arrida La sorte ai re; svelatamente addosso Ci piomberan: Carlo trionfi; in preso Regno, che posto ci riman? Con uno De’[183] combattenti è forza star.—Credete Che in cor di questi re siavi un perdono Per chi voleva un altro re?

INDOLFO.

Nessuna Pace con lor.

ALTRI DUCHI.

Nessuna!

ILDECHI.

È d’uopo un patto Stringer con Carlo.

FARVALDO.

Al suo legato....

ERVIGO.

È cinto Dagli amici de’ regi; io vidi Anfrido Porglisi al fianco; e fu pensier d’Adelchi.

ILDECHI.

—Vada adunque un di noi; rechi le nostre Promesse a Carlo, e con le sue ritorni, O le rimandi.

INDOLFO.

Bene sta.

ILDECHI.

Chi piglia Quest’impresa?

SVARTO.

Io v’andrò. Duchi, m’udite. Se alcun di voi quinci sparisce,[184] i guardi Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto Cercherà l’orme sue, fin che le scopra.[185] Ma che un gregario cavalier, che Svarto Manchi, non fia che più s’avvegga[186] il mondo, Che d’un pruno scemato alla foresta.[187] Se alla chiamata alcun mi noma, e chiede: Dov’è? dica un di voi: Svarto? io lo vidi Scorrer lungo il Ticino; il suo destriero Imbizzarrì, giù dall’arcion nell’onda Lo scosse; armato egli era, e più non salse. Sventurato! diranno; e più di Svarto Non si farà parola. A voi non lice Inosservati andar: ma nel mio volto Chi fisserà lo sguardo? Al calpestio Del mio ronzin che solo arrivi, appena Qualche Latin fia che si volga; e il passo Tosto mi sgombrerà.

ILDECHI.

Svarto, io da tanto Non ti credea.

SVARTO.

Necessità lo zelo Rende operoso; e ad arrecar messaggi Non è mestier che di prontezza.

ILDECHI.

Amici! Ch’ei vada?

I DUCHI.

Ei vada.

ILDECHI.

Al dì novello in pronto Sii, Svarto; e in un gli ordini nostri il fieno.

Fine dell’atto primo.

[182] sui

[183] Dei

[184] svanisce

[185] La sua via frugherà fin che la trovi:

[186] s’avveggia

[187] Che d’un vepre scemato alla boscaglia.

ATTO SECONDO.

SCENA I.

Campo de’ Franchi in Val di Susa.

CARLO, PIETRO.

PIETRO.

Carlo invitto, che udii? Toccato ancora Il suol non hai dove il secondo regno Il Signor ti destina; e di ritorno Per tutto il campo si bisbiglia! Oh! possa, Dal tuo labbro real tosto smentita, L’empia voce cader! L’età ventura Non abbia a dir che sul principio tronca Giacque un’impresa risoluta in cielo, Abbracciata da te. No; ch’io non torni Al Pastor santo, e debba dirgli: il brando, Che suscitato Iddio t’avea, ricadde Nella guaina; il tuo gran figlio volle, Volle un momento, e disperò.

CARLO.

Quant’io Per la salvezza di tal padre oprai, Uomo di Dio, tu lo vedesti, il vide Il mondo, e fede ne farà. Di quello Che resti a far, dal mio desir consiglio Non prenderò, quando m’ha dato il suo Necessità. L’Onnipotente è un solo. Quando all’orecchio mi pervenne il grido Del Pastor minacciato, io, su gl’infranti Idoli vincitor, dietro l’infido Sassone camminava; e la sua fuga Mi batteva la via; ristetti in mezzo Della vittoria, e patteggiai là dove Tre dì più tardi comandar potea. Tenni il campo in Ginevra; al voler mio Ogni voler piegò; Francia non ebbe Più che un affar; tutta si mosse; al varco D’Italia s’affacciò volonterosa, Come al racquisto di sue terre andria. Ora, a che siam tu il vedi: il varco è chiuso. Oh! se frapposti tra il conquisto e i Franchi Fosser uomini sol, questa parola Il re de’[188] Franchi proferir potrebbe: Chiusa è la via? Natura al mio nemico Il campo preparò, gli abissi intorno Gli scavò per fossati; e questi monti, Che il Signor fabbricò, son le sue torri E i battifredi: ogni più picciol varco Chiuso è di mura, onde insultare ai mille Potrieno i dieci, ed ai guerrier le donne. —Già troppo, in opra ove il valor non basta, Di valenti io perdei: troppo, fidando Nel suo vantaggio, il fiero Adelchi ha tinta Di Franco sangue la sua spada. Ardito Come un leon presso la tana, ei piomba, Percote, e fugge. Oh ciel! più volte io stesso, Nell’alta notte visitando il campo, Fermo presso le tende, udii quel nome Con terror proferito. I Franchi miei Ad una scola di terror più a lungo Io non terrò. S’io del nemico a fronte Venir poteva in campo aperto, oh! breve Era questa tenzon, certa l’impresa... Fin troppo certa per la gloria. E Svarto, Un guerrier senza nome, un fuggitivo, L’avrìa con me divisa; ei che già vinti Mi rassegnò tanti nemici. Un giorno, Men che un giorno bastava: Iddio mel niega. Non se ne parli più.

PIETRO.

Re, all’umil servo Di Colui che t’elesse, e pose il regno Nella tua casa, non vorrai tu i preghi Anco inibir. Pensa a che man tu lasci Quel che padre tu nomi. Il suo nemico Già provocato a guerra avevi, in armi[189] Già tu scendevi, e ancor di rabbia insano, Più che di tema, il crudo veglio al santo Pastor mandava ad intimar, che ai Franchi Desse altri re:—tu li conosci. Ei tale Mandò risposta a quel tiranno: immota Sia questa man per sempre; inaridisca Il crisma santo su[190] l’altar di Dio, Pria che, sparso da me, seme diventi Di guerra contro[191] il figliuol mio.—T’aiti Quel tuo figliuol, fe’ replicargli il rege; Ma pensa ben, che s’ei ti manca[192] un giorno, Fia risoluta fra noi[193] due la lite.

CARLO.

A che ritenti questa piaga? In vani Lamenti vuoi che anch’io mi perda? o pensi Che abbia Carlo mestier di sproni al fianco? —È in periglio Adrian; forse è mestieri Che altri a Carlo il rimembri? il vedo,[194] il sento; E non è detto di mortal che possa Crescere il cruccio che il mio cor ne prova. Ma superar queste bastite, al suo Scampo volar... de’ Franchi il re nol puote. Detto io te l’ho; nè volontier[195] ripeto Questa parola.—Io da’ miei Franchi ottenni Tutto finor, perchè sol grandi io chiesi E fattibili cose. All’uom che stassi Fuor degli eventi e guata, arduo talvolta Ciò ch’è più lieve appar, lieve talvolta Ciò che la possa de’ mortali eccede. Ma chi tenzona con le cose, e deve[196] Ciò ch’egli agogna conseguir con l’opra, Quei conosce i momenti.—E che potea Io far di più? Pace al nemico offersi, Sol che le terre dei Romani ei sgombri; Oro gli offersi per la pace; e l’oro Ei ricusò! Vergogna! a ripararla Sul Vèsero ne andrò.

[188] dei

[189] arme

[190] in su

[191] in contro

[192] falla

[193] in fra

[194] veggio

[195] volentier

[196] debbe

SCENA II.

ARVINO, e DETTI.

ARVINO.

Sire, nel campo Un uom latino è giunto, e il tuo cospetto Chiede.

PIETRO.

Un Latin?

CARLO.

Donde arrivò? Le Chiuse Come varcò?

ARVINO.

Per calli sconosciuti, Declinandole, ei venne;[197] e a te si vanta Grande avviso recar.

CARLO.

Fa ch’io gli parli.

(ARVINO parte)

E tu meco l’udrai. Nulla intentato Per la salvezza d’Adriano io voglio Lasciar: di questo testimon ti chiamo.

[197] giunse

SCENA III.

MARTINO introdotto da ARVINO, e DETTI. (ARVINO si ritira).

CARLO.

Tu se’ latino, e qui? tu nel mio campo, Illeso, inosservato?

MARTINO.

Inclita speme Dell’ovil santo e del Pastor, ti veggo; E de’ miei stenti e de’[198] perigli[199] è questa Ampia mercè; ma non è sola. Eletto A strugger gli empi[200]! ad insegnarti io vengo La via.

CARLO.

Qual via?

MARTINO.

Quella ch’io feci.

CARLO.

E come Giungesti a noi? Chi se’? Donde l’ardito Pensier ti venne?

MARTINO.

All’ordin sacro ascritto De’[201] diaconi io son: Ravenna il giorno Mi diè: Leone, il suo Pastor, m’invia. Vanne, ei mi disse, al salvator di Roma; Trovalo: Iddio sia teco; e s’Ei di tanto Ti degna, al re sii scorta: a lui di Roma Presenta il pianto, e d’Adrian.

CARLO.

Tu vedi Il suo legato.

PIETRO.

Ch’io la man ti stringa, Prode concittadino: a noi tu giungi Angel di gioia.[202]

MARTINO.

Uom peccator son io; Ma la gioia[202] è dal cielo, e non fia vana.

CARLO.

Animoso Latin, ciò che veduto, Ciò che hai sofferto, il tuo cammino e i rischi, Tutto mi narra.

MARTINO.

Di Leone al cenno, Verso il tuo campo io mi drizzai; la bella Contrada attraversai, che nido è fatta Del Longobardo e da lui piglia il nome. Scórsi ville e città, sol di latini Abitatori popolate: alcuno Dell’empia razza a te nemica e a noi Non vi riman, che le superbe spose De’[203] tiranni e le madri, ed i fanciulli Che s’addestrano all’armi, e i vecchi stanchi, Lasciati a guardia de’ cultor soggetti, Come radi pastor di folto armento. Giunsi presso alle Chiuse: ivi addensati Sono i cavalli e l’armi; ivi raccolta Tutta una gente sta, perchè in un colpo Strugger la possa il braccio tuo.

CARLO.

Toccasti Il campo lor? qual è? che fan?

MARTINO.

Securi Da quella parte che all’Italia è volta, Fossa non hanno, nè ripar, nè schiere In ordinanza: a fascio stanno; e solo Si guardan quinci, donde solo han tema Che tu attinger li possa. A te, per mezzo Il campo ostil, quindi venir non m’era Possibil cosa; e nol tentai; chè cinto Al par di rocca è questo lato; e mille Volte nemico tra[204] costor chiarito M’avria la breve chioma, il mento ignudo, L’abito, il volto ed il sermon latino. Straniero ed inimico, inutil morte Trovato avrei; reddir senza vederti M’era più amaro che il morir. Pensai Che dall’aspetto salvator di Carlo Un breve tratto mi partia: risolsi La via cercarne, e la rinvenni.

CARLO.

E come Nota a te fu? come al nemico ascosa?

MARTINO.

Dio gli accecò, Dio mi guidò. Dal campo Inosservato uscii; l’orme ripresi Poco innanzi calcate; indi alla manca[205] Piegai verso aquilone, e abbandonando I battuti sentieri, in un’angusta[206] Oscura valle m’internai: ma quanto Più il passo procedea, tanto allo sguardo Più spaziosa[207] ella si fea. Qui scorsi Gregge[208] erranti e tuguri:[209] era codesta L’ultima stanza de’ mortali. Entrai Presso un pastor, chiesi l’ospizio, e sovra Lanose pelli riposai la notte. Sorto all’aurora, al buon pastor la via Addimandai di Francia. — Oltre quei monti Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora; E lontano lontan Francia; ma via Non avvi[210]; e mille son que’[211] monti, e tutti Erti, nudi, tremendi, inabitati, Se non da spirti, ed uom mortal giammai Non li varcò.—Le vie di Dio son molte, Più assai di quelle del mortal, risposi; E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse: Indi, tra i pani che teneva in serbo, Tanti pigliò di quanti un pellegrino Puote andar carco; e, in rude sacco avvolti, Ne gravò le mie spalle: il guiderdone Io gli pregai dal cielo, e in via mi posi. Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi, E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla Traccia d’uomo apparia; solo foreste D’intatti abeti, ignoti fiumi, e valli Senza sentier: tutto tacea; null’altro Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora Lo scrosciar dei torrenti, o l’improvviso Stridir del falco, o l’aquila, dall’erto Nido spiccata sul[212] mattin, rombando Passar sovra il mio capo, o, sul meriggio, Tocchi dal sole, crepitar del pino Silvestre i coni. Andai così tre giorni; E sotto l’alte piante, o ne’[213] burroni Posai tre notti. Era mia guida il sole; Io sorgeva con esso, e il suo viaggio Seguia, rivolto al suo tramonto. Incerto Pur del cammino io già, di valle in valle Trapassando mai sempre; o se talvolta D’accessibil pendìo sorgermi innanzi Vedeva un giogo, e n’attingea la cima, Altre più eccelse cime, innanzi, intorno Sovrastavanmi ancora; altre, di neve Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi Ripidi, acuti padiglioni, al suolo Confitti; altre ferrigne, erette a guisa Di mura, insuperabili.—Cadeva Il terzo sol quando un gran monte io scersi, Che sovra gli altri ergea la fronte, ed era Tutto una verde china, e la sua vetta Coronata di piante. A quella parte Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa Oriental di questo monte istesso, A cui, di contro al sol cadente, il tuo Campo s’appoggia, o sire.—In su le falde Mi colsero le tenebre: le secche Lubriche spoglie degli abeti, ond’era Il suol gremito, mi fur letto, e sponda Gli antichissimi tronchi. Una ridente Speranza, all’alba, risvegliommi; e pieno Di novello vigor la costa ascesi. Appena il sommo ne toccai, l’orecchio Mi percosse un ronzio che di lontano Parea venir, cupo, incessante; io stetti, Ed immoto ascoltai. Non eran l’acque Rotte fra i sassi in giù; non era il vento Che investìa le foreste, e, sibilando, D’una in altra scorrea, ma veramente Un rumor[214] di viventi, un indistinto Suon di favelle e d’opre e di pedate Brulicanti da lungi, un agitarsi D’uomini immenso. Il cor balzommi; e il passo Accelerai. Su questa, o re, che a noi Sembra di qui lunga ed acuta cima Fendere il ciel, quasi affilata scure, Giace un’ampia pianura, e d’erbe è folta Non mai calcate in pria. Presi di quella Il più breve tragitto: ad ogni istante Si fea il rumor[215] più presso: divorai L’estrema via: giunsi sull’orlo: il guardo Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi Le tende d’Israello, i sospirati Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato, Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.

CARLO.

Empio colui che non vorrà la destra Qui riconoscer dell’Eccelso!

PIETRO.

E quanto Più manifesta apparirà nell’opra, A cui l’Eccelso ti destina!

CARLO.

Ed io La compirò.

(a MARTINO)

Pensa, o Latino, e certa Sia la risposta: a cavalieri il passo Dar può la via che percorresti?

MARTINO.

Il puote. E a che l’avrebbe preparata il cielo? Per chi, signor? perchè un mortale oscuro Al re de’[216] Franchi narrator venisse D’inutile portento?

CARLO.

Oggi a riposo Nella mia tenda rimarrai: sull’alba, Ad un’eletta di guerrier tu scorta Per quella via sarai.—Pensa, o valente, Che il fior di Francia alla tua scorta affido.

MARTINO.

Con lor sarò: di mie promesse pegno Il mio capo ti fia.

CARLO.

Se di quest’alpe Mi sferro alfine, e vincitore al santo Avel di Piero, al desiato amplesso Del gran padre Adrian giunger m’è dato, Se grazia alcuna al suo cospetto un mio Prego aver può, le pastorali bende Circonderan quel capo; e faran fede In quanto onor Carlo lo tenga.—Arvino!

(entra ARVINO)

I Conti e i Sacerdoti.[217]

(al Legato e[218] a MARTINO)

E voi, le mani Alzate[219] al ciel; le grazie a lui rendute Preghiera sian[220] che favor novo impetri.

(partono il Legato e MARTINO).

[198] dei

[199] periglj

[200] empj

[201] Dei

[202] gioja

[203] Dei

[204] in fra

[205] alla destra

[206] una angusta

[207] spazïosa

[208] Greggie

[209] tugurj

[210] havvi

[211] quei

[212] in sul

[213] nei

[214] romor

[215] romor

[216] dei

[217] (ARVINO parte)

[218] ed a

[219] Levate

[220] sien

SCENA IV.

CARLO.

Così, Carlo reddiva. Il riso amaro Del suo nemico e dell’età ventura Gli stava innanzi; ma l’avea giurato, Egli in Francia reddìa.—Qual de’ miei prodi, Qual de’ miei fidi, per consiglio o prego, Smosso m’avrìa dal mio proposto? E un solo, Un uom di pace, uno stranier, m’apporta Novi[221] pensier! No: quei che in petto a Carlo Rimette il cor, non è costui. La stella Che scintillava al mio partir, che ascosa Stette alcun tempo, io la riveggo.[222] Egli era Un fantasma d’error quel che parea Dall’Italia respingermi; bugiarda Era la voce che diceami in core: No mai, no, rege esser non puoi nel suolo Ove nacque Ermengarda.—Oh! del tuo sangue Mondo son io; tu vivi: e perchè dunque Ostinata così mi stavi innanzi, Tacita, in atto di rampogna, afflitta, Pallida, e come del sepolcro uscita? Dio riprovata ha la tua casa; ed io Starle unito dovea? Se agli occhi miei Piacque Ildegarde, al letto mio compagna Non la chiamava alta ragion di regno? Se minor degli eventi è il femminile Tuo cor, che far poss’io? Che mai faria Colui che tutti, pria d’oprar, volesse Prevedere i dolori? Un re non puote Correr l’alta sua via, senza che alcuno Cada sotto il suo piè. Larva cresciuta Nel silenzio e nell’ombra, il sol si leva, Squillan le trombe; ti dilegua.

[221] Nuovi

[222] riveggio

SCENA V.

CARLO, CONTI e VESCOVI.

CARLO.[223]

A dura Prova io vi posi, o miei guerrier; vi tenni A perigli ozïosi, a patimenti Che parean senza onor: ma voi fidaste Nel vostro re, voi gli ubbidiste[224] come In un dì di battaglia. Or della prova È giunto il fine; e un guiderdon s’appressa Degno de’[225] Franchi. Al sol nascente, in via Una schiera porrassi.—Eccardo, il duce Tu ne sarai.—Dell’inimico in cerca N’andranno, e tosto il giungeran là dove Ei men s’aspetta.—Ordin più chiari, Eccardo, Io ti darò. Nel longobardo campo Ho amici assai; come li scerna, e d’essi Ti valga, udrai. Da queste Chiuse il resto Voi sniderete di leggier: noi tosto Le passerem senza contrasto, e tutti Ci rivedremo in campo aperto.—Amici! Non più muraglie, nè bastìe, nè frecce Da’[226] merli uscite, e feritor che rida Da’[226] ripari impunito, o che improvviso Piombi su noi; ma insegne aperte al vento, Destrier contra destrier, genti disperse Nel piano, e petti non da noi più lunge Che la misura d’una lancia. Il dite A’ miei soldati; dite lor, che lieto Vedeste il re, siccome il dì[227] che certa La vittoria predisse in Eresburgo; Che sian[228] pronti a pugnar; che di ritorno Si parlerà dopo il conquisto, e quando Fia diviso il bottin. Tre giorni; e poi La pugna e la vittoria; indi il riposo Là nella bella Italia, in mezzo ai campi Ondeggianti di spighe, e ne’[229] frutteti Carchi di poma ai padri nostri ignote; Fra i tempii[230] antichi e gli atrii,[231] in quella terra Rallegrata dai canti, al sol diletta, Che i signori del mondo in sen racchiude, E i martiri di Dio; dove il supremo Pastore alza[232] le palme, e benedice Le nostre insegne; ove nemica abbiamo Una piccola[233] gente, e questa ancora Tra sè divisa, e mezza mia; la stessa Gente su cui due volte il mio gran padre Corse; una gente che si scioglie. Il resto Tutto è per noi, tutto ci aspetta.—Intento, Dalle vedette sue, miri il nemico Moversi il nostro campo; e si rallegri. Sogni il nostro fuggir, sogni del tempio La scellerata preda, in sua man servo Sogni il sommo Levita, il comun padre, Il nostro amico, in fin che giunga Eccardo, Risvegliator non aspettato.—E voi, Vescovi santi e Sacerdoti[234], al campo Intimate le preci. A Dio si vóti Questa impresa, ch’è sua. Come i miei Franchi, Umiliati nella polve, innanzi Al Re de’ regi abbasseran la fronte,[235] Tale i nemici innanzi a lor nel campo.

Fine dell’atto secondo.

[223] (ai Conti)

[224] obbediste

[225] dei

[226] Dai

[227] allor

[228] sien

[229] nei

[230] tempj

[231] atrj

[232] Pastor leva

[233] picciola

[234] sacerdoti

[235]

Come i miei Franchi A Lui dinanzi abbasseran la fronte, Tale....

ATTO TERZO.

SCENA I.

Campo de’ Longobardi.—Piazza dinanzi alla tenda di Adelchi.

ADELCHI, ANFRIDO.

ANFRIDO.

(che sopraggiunge)

Signor!

ADELCHI.

Diletto Anfrido; ebben, che fanno Codesti Franchi? non dan segno ancora Le tende al tutto di levar?

ANFRIDO.

Nessuno Finora: immoti tuttavia si stanno, Quali sull’alba li vedesti, quali Son da tre dì, poi che le prime schiere Cominciar la ritratta. Una gran parte[236] Scórsi del vallo, esaminando; ascesi Una torre, e guatai; stretti li vidi In ordinanza, folti, all’erta, in atto Di chi assalir non pensa, ed in sospetto Sta d’un assalto; e più si guarda, quanto Più scemato è di forze; e senza offesa Ritrarsi agogna, ed il momento aspetta.[237]

ADELCHI.

E lo potrà, pur troppo! Ei parte, il vile Offensor d’Ermengarda, ei che giurava Di spegner la mia casa; ed io non posso Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo, Dibattermi con esso, e riposarmi Sull’armi sue! Nol posso! In campo aperto Stargli a fronte, non[238] posso! In queste Chiuse La fè de’ pochi che a guardarle io scelsi, Il cor di quelli ch’io prendea tra[239] i pochi, Compagni alle sortite, alla salvezza Potè bastar d’un regno: i traditori Stetter lontani dalla pugna, inerti, Ma contenuti. In campo aperto, al Franco Abbandonato da costor sarei, Solo coi pochi. Oh vil trionfo![240] Il messo Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto Annunzio mi darà: gioia[241] mi fia Che lunge ei sia dalla mia spada!

ANFRIDO.

O dolce Signor, ti basti questa gloria. Come Un vincitor sopra la preda,[242] ei scese Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto Si confessò quando implorò la pace, Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta; Tutto il campo il confessa: i fidi tuoi Alteri van della tua gloria, alteri Di dividerla teco; e quei codardi Che a non amarti si dannar, temerti Dovranno or più che mai.

ADELCHI.

La gloria? il mio Destino è d’agognarla, e di morire Senza averla gustata. Ah no! codesta Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico Parte impunito; a nuove imprese ei corre; Vinto in un lato, ei di vittoria altrove Andar può in cerca; ei che su un popol regna D’un sol voler, saldo, gittato in uno, Siccome il ferro del suo brando; e in pugno Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio Che m’offese nel cor, che per ammenda Il mio regno assalì, compier non posso La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido, Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta Nè gloriosa, si presenta; e questa Certa ed agevol fia.

ANFRIDO.

Torna agli antichi Disegni il re?

ADELCHI

Dubbiar ne puoi? Securo Dalle minacce d’esti Franchi, incontro L’apostolico sire il campo tosto Ei moverà: noi guiderem sul Tebro Tutta Longobardia, pronta, concorde Contro gl’inermi, e fida allor che a certa E facil preda la conduci. Anfrido, Qual guerra! e qual nemico! Ancor ruine Sopra ruine ammucchierem: l’antica Nostr’arte è questa: ne’[243] palagi il foco Porremo e ne’[243] tuguri[244]: uccisi i primi, I signori del suolo, e quanti a caso Nell’asce nostre ad inciampar verranno, Fia servo il resto, e tra[245] di noi diviso; E ai più sleali e più temuti, il meglio Toccherà della preda.—Oh! mi parea, Pur mi parea che ad altro io fossi nato, Che ad esser capo di ladron; che il cielo Su questa terra altro da far mi desse Che, senza rischio e senza onor, guastarla. —O mio diletto! O de’ miei giorni primi, De’ giochi miei, dell’armi poi, de’ rischi Solo compagno e de’[246] piacer; fratello Della mia scelta, innanzi a te soltanto Tutto vola sui labbri il mio pensiero. Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda Alte e nobili cose; e la fortuna Mi condanna ad inique; e strascinato Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura, Senza scopo; e il mio cor s’inaridisce, Come il germe caduto in rio terreno, E balzato dal vento.

ANFRIDO.

Alto infelice! Reale amico! Il tuo fedel[247] t’ammira, E ti compiange. Toglierti la tua Splendida cura non poss’io, ma posso Teco sentirla almeno. Al cor d’Adelchi Dir che d’omaggi, di potenza e d’oro Sia contento, il poss’io? dargli la pace De’[248] vili, il posso? e lo vorrei, potendo? —Soffri e sii grande: il tuo destino è questo, Finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso Comincia appena; e chi sa dir, quai tempi, Quali opre il cielo ti prepara? il cielo Che re ti fece, ed un tal cor ti diede.

[236] Un lungo tratto

[237] agguata

[238] io non

[239] fra

[240]

al Franco, Solo coi pochi, abbandonato almeno Io sarei da costoro. Oh rabbia!

[241] gioja

[242] la spoglia

[243] nei

[244] tugurj

[245] fra

[246] dei

[247] Fedel

[248] Dei

SCENA II.

ADELCHI, DESIDERIO.

(ANFRIDO si ritira)

DESIDERIO.

Figlio, a te, rege qual son io, m’è tolto Esser largo d’onor: farti più grande Nessun mortale il può; ma un premio io tengo Caro alla tua pietà, la gioia[249] e l’alte Lodi d’un padre. Salvator d’un regno, La tua gloria or comincia: altro più largo E agevol campo le si schiude. I dubbi,[250] Ed i timor, che a’ miei disegni un giorno Tu frapponevi, ecco, gli ha sciolti il tuo Braccio; ogni scusa il tuo valor ti fura. Dissipator di Francia! io ti saluto Conquistator di Roma: al nobil serto Che non intero mai passò sul capo Di venti re, tu di tua man porrai L’ultima fronda, e la più bella.

ADELCHI.

A quale Tu vogli impresa, il tuo guerriero, o padre, Ubbidiente[251] seguiratti.

DESIDERIO.

E a tanto Acquisto, o figlio, ubbidienza[252] sola Spinger ti può?

ADELCHI.

Questa è in mia mano; e intera L’avrai, fin ch’io respiro.

DESIDERIO.

Ubbidiresti[253] Biasmando?

ADELCHI.

Ubbidirei.[254]

DESIDERIO.

Gloria e tormento Della canizie mia, braccio del padre Nella battaglia, e ne’[255] consigli inciampo! Sempre così, sempre fia d’uopo a forza Traggerti alla vittoria?

[249] gioja

[250] dubbj

[251] Obbediente

[252] obbedienza

[253] Obbediresti

[254] Obbedirei

[255] nei

SCENA III.

Uno SCUDIERO frettoloso e[256] atterrito, e DETTI.

LO SCUDIERO.

I Franchi! i Franchi!

DESIDERIO.

Che dici, insano?

UN ALTRO SCUDIERO

I Franchi, o re.

DESIDERIO.

Che Franchi?

(la scena s’affolla di Longobardi fuggitivi. Entra BAUDO)

ADELCHI.

Baudo, che fu?

BAUDO.

Morte e sventura! Il campo È invaso e rotto[257] d’ogni parte: al dorso Piombano i Franchi ad assalirci.

DESIDERIO.

I Franchi! Per qual via?

BAUDO.

Chi lo sa?

ADELCHI.

Corriamo; ei fia Un drappello sbandato.

(in atto di partire)

BAUDO.

Un’oste intera: Gli sbandati siam noi: tutto è perduto.

DESIDERIO.

Tutto è perduto?

ADELCHI.

Ebben, compagni, i Franchi? Non siam noi qui per essi? Andiam: che importa Da che parte sian giunti? I nostri brandi, Per riceverli, abbiamo. I brandi in pugno! Ei gli han provati: è una battaglia ancora: Non v’è sorpresa pel guerrier: tornate; Via, Longobardi, indietro; ove correte, Per Dio? La via che avete presa è infame: Il nemico è di là. Seguite Adelchi.

(entra ANFRIDO)

Anfrido!

ANFRIDO.

O re, son teco.

ADELCHI.

(avviandosi)

O padre; accorri, Veglia alle Chiuse.

(parte seguito da ANFRIDO, da BAUDO e da alcuni Longobardi).

DESIDERIO.

(ai fuggitivi che attraversano la scena)

Sciagurati! almeno Alle Chiuse con me: se tanto a core Vi sta la vita, ivi son torri e mura Da porla in salvo.

(sopraggiungono Soldati fuggitivi dalla parte opposta a quella da cui[258] è partito ADELCHI).

UN SOLDATO FUGGITIVO.

O re, tu qui? Deh! fuggi.

(attraversa le scene[259]).

DESIDERIO.

Infame! al re questo consiglio? E voi, Da chi fuggite? In abbandon le Chiuse Voi lasciate così? Che fu? Viltade V’ha tolto il senno.

(i Soldati continuano a fuggire. DESIDERIO appunta la spada al petto d’uno di essi, e lo ferma).

Senza cor, se il ferro Fuggir ti fa, questo è pur ferro, e uccide Come quello de’[260] Franchi. Al re favella: Perchè fuggite dalle Chiuse?

SOLDATI.

I Franchi Dall’altra parte hanno sorpreso il campo; Gli abbiam veduti dalle torri. I nostri Son dispersi.

DESIDERIO.

Tu menti. Il figliuol mio Gli ha radunati,[261] e li conduce incontro A que’[262] pochi nemici. Indietro!

SOLDATI.

O sire, Non è più tempo; e’ non son pochi; e’ giungono; Scampo non v’è: schierati ei sono; e i nostri Chi qua, chi là, senz’arme, in fuga: Adelchi Non li raduna[263]: siam traditi.

DESIDERIO.

(ai fuggitivi che s’affollano)

Oh vili! Alle Chiuse salviamci; ivi a difesa Restar si può.

UN SOLDATO.

Sono deserte: i Franchi Le passeranno; e noi siam posti intanto Tra[264] due nemici: un piccol[265] varco appena Resta alla fuga: or or fia chiuso.

DESIDERIO.

Ebbene; Moriam qui da guerrier.

UN ALTRO SOLDATO.

Siamo traditi; Siam venduti al macello.

UN ALTRO SOLDATO.

In giusta guerra Morir vogliam, come a guerrier conviensi, Non isgozzati a tradimento.

ALTRO SOLDATO.

I Franchi!

MOLTI SOLDATI.

Fuggiamo!

DESIDERIO.

Ebben, correte; anch’io con voi Fuggo: è destin di chi comanda ai tristi.

(s’avvia coi fuggitivi).

[256] ed

[257] È penetrato

[258] donde

[259] la scena

[260] dei

[261] ragunati

[262] quei

[263] raguna

[264] Fra

[265] picciol

SCENA IV.

Parte del campo abbandonato da’[266] Longobardi, sotto alle Chiuse.

CARLO circondato da CONTI FRANCHI, SVARTO.

CARLO.

Ecco varcate queste Chiuse. A Dio Tutto l’onor. Terra d’Italia, io pianto Nel tuo sen questa lancia, e ti conquisto. È una vittoria senza pugna. Eccardo Tutto ha già fatto.

(a[267] uno de’[268] Conti)

Su quel colle ascendi, Guarda[269] se vedi la sua schiera, e tosto Vieni a darmene avviso.

(il Conte parte).

[266] dai

[267] ad

[268] dei

[269] Guata

SCENA V.

RUTLANDO, e DETTI.

CARLO.

E che? Rutlando, Tu riedi dal conflitto?

RUTLANDO.

O re, ti chiamo In testimonio, e voi Conti, che in questo Vil giorno il brando io non cavai: ferisca Oggi chi vuol: gregge atterrito e sperso, Io non l’inseguo.

CARLO.

E non trovasti alcuno Che mostrasse la fronte?

RUTLANDO.

Incontro io vidi Un drappello venirmi, ed alla testa Più duchi avea: sopra lor corsi; e quelli Calar tosto i vessilli, e fecer segni Di pace, e amici si gridaro.—Amici? Noi l’eravam più assai, quando alle Chiuse Ci scontravam.—Chiesero il re; le spalle Lor volsi; or li vedrai. No: s’io sapea A qual nemico si venia, per certo Mosso di Francia non sarei.

CARLO.

T’accheta, Prode tra’[270] prodi miei. Bello è d’un regno, Sia comunque, l’acquisto; in lungo, il vedi, Non andrà questo; e non temer che manchi Da far: Sassonia non è vinta ancora.

(entra il Conte spedito da CARLO).

CONTE.[271]

(a CARLO)

Eccardo è in campo, e verso noi s’avanza; Ei procede in battaglia: i Longobardi, Tra[272] il nostro campo e il suo, sfilati, in folla, Sfuggono a destra ed a sinistra: il piano, Che da lui ci divide, or or fia sgombro.

CARLO.

Esser dovea così.

CONTE.[273]

Vidi un drappello, Che s’arrendette ai nostri; e a questa volta Venia correndo.

UN ALTRO CONTE.

È qui.

CARLO.

Svarto, son quelli Che m’annunziasti?

SVARTO.

Il son.—Compagni!

[270] fra i

[271] IL CONTE

[272] Fra

[273] IL CONTE

SCENA VI.

ILDECHI, ed altri DUCHI, GIUDICI, SOLDATI longobardi, e DETTI.

ILDECHI.

O Svarto,[274] Il re!

CARLO.

Son desso.

ILDECHI.

(s’inginocchia e mette[275] le sue mani tra[276] quelle di CARLO)

O re de’[277] Franchi e nostro! Nella tua man vittoriosa accogli La nostra man devota, e dalla bocca De’[278] Longobardi tuoi l’omaggio accetta, A te promesso da gran tempo.

CARLO.

Svarto, Conte di Susa....[279]

SVARTO.

O re, qual grazia?...

CARLO.

Il nome Dimmi di questi a me devoti.

SVARTO.

Il duca Di Trento Ildechi, di Cremona Ervigo, Ermenegildo di Milano, Indolfo Di Pisa, Vila di Piacenza: questi Giudici son; questi guerrieri.

CARLO.

Alzatevi, Fedeli miei, giudici e duchi, ognuno Nel grado suo, per ora. I primi istanti Che di riposo avremo, io li destino Al guiderdon de’ vostri merti: il tempo Questo è d’oprar. Prodi Fedeli, ai vostri Fratei[280] tornate; dite lor, che ad una Gente germana, di german guerrieri Capo, guerra io non porto: una famiglia Riprovata dal ciel, del solio indegna, A balzarnela io venni. Al vostro regno Non fia mutato[281] altro che il re. Vedete Quel sol? qualunque, in pria ch’ei scenda, omaggio In mia mano a far venga, o de’[282] Fedeli Franchi, o di voi, nel grado suo serbato, Mio Fedel diverrà. Chi a me dinanzi Tragga i due che fur regi, un premio aspetti Pari all’opra.

(i Longobardi partono).

CARLO.

(a RUTLANDO in disparte)

Rutlando, ho io chiamati Prodi costor?

RUTLANDO.

Pur troppo.

CARLO.

Errato ha il labbro Del re. Questa parola ai Franchi miei In guiderdon la serbo. Oh! possa ognuno Dimenticar ch’io proferita or l’abbia.

(s’avvia).

[274] O Svarto!

[275] pone

[276] fra

[277] dei

[278] Dei

[279] di Susa!

[280]

Concittadin tornate, a quei che ancora Non san che Iddio de’ Longobardi al regno Oggi assunto ha il suo servo; e che potrieno, Sventurati, al lor re, senza saperlo, Star contro in campo: dite lor, che ad una

[281] cangiato

[282] dei

SCENA VII.

ANFRIDO ferito, portato da due FRANCHI, e DETTI.

RUTLANDO.

Ecco un nemico. Ove si pugna?

UN FRANCO.

Il solo Che pugnasse, è costui.

CARLO.

Solo?

IL FRANCO.

Gran parte Gettan l’arme, e si danno; in fuga a torme Altri ne van. Lento a ritrarsi e solo Costui vedemmo, che alle barde, all’armi, Uom d’alto affar parea: quattro guerrieri Da un drappel ci spiccammo, e a tutta briglia Sull’orme sue, pei campi. Egli inseguito Nulla affrettò della sua fuga; e quando Sopra gli fummo, si rivolse. Arrenditi, Gli gridiamo; ei ne affronta: al più vicino Vibra l’asta, e lo abbatte: la ritira, Prostra il secondo ancor; ma nello stesso Ferir, percosso dalle nostre ei cadde. Quando fu al suol, tese le mani in atto Di supplicante, e ci pregò, che posto Ogni rancor, sull’aste nostre ei fosse Portato lungi[283] dal tumulto, in loco Dove in pace ei si muoia.[284] Invitto sire, Meglio da far quivi non c’era:[285] al prego Ci arrendemmo.

CARLO.

E ben feste: a chi resiste L’ire vostre serbate.

(a SVARTO)

Il riconosci?

SVARTO.

Anfrido egli è, scudier d’Adelchi.

CARLO.

Anfrido. Tu solo andavi contro a lor?

ANFRIDO.

Bisogno C’è[286] di compagni per morir?

CARLO.

Rutlando,[287] Ecco un prode.

(ad ANFRIDO)

O guerrier, perchè gittavi Una vita sì degna? e non sapevi Che nostra divenia? che, a noi cedendo, Guerrier restavi e non prigion di Carlo?

ANFRIDO.

Io viver tuo guerrier, quand’io potea Morir quello d’Adelchi? Al ciel diletto È Adelchi, o re. Da questo giorno infame Trarrallo il ciel, lo spero, e ad un migliore Vorrà serbarlo: ma, se mai.... rammenta Che, regnante o caduto, è tale Adelchi, Che chi l’offende, il Dio del cielo offende Nella più pura immagin sua. Lo vinci Tu di fortuna e di poter, ma d’alma Nessun mortale: un che si muor tel dice.

CARLO.

(ai Conti)

Amar così deve un Fedel.

(ad ANFRIDO)

Tu porti Teco la nostra stima. È il re de’[288] Franchi Che ti stringe la man, d’onore in segno, E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode, Il tuo nome vivrà; le Franche donne L’udran dal nostro labbro, e il ridiranno Con riverenza e con pietà; riposo Ti pregheran. Fulrado, a questo pio Presta gli estremi ufizi.[289]

(ai Soldati che rimangono)

In lui vedete Un amico del re. Conti, ad Eccardo Incontro andiam: nobil saluto ei merta.

[283] lunge

[284] muoja

[285] v’era

[286] Fa

[287] Rutlando!

[288] dei

[289] uffici

SCENA VIII.

Bosco solitario.

DESIDERIO, VERMONDO, altri LONGOBARDI fuggiaschi in disordine.

VERMONDO.

Siamo in salvo, o mio re: scendi, e su queste Erbe l’antico e venerabil fianco Riposa alquanto. O mio signor, ripiglia Gli affaticati spirti. Assai dal campo Siam lunge, e fuor di strada: al nostro orecchio Lo scellerato mormorio non giunge. Cinto non sei che di leali.

DESIDERIO.

E Adelchi?

VERMONDO.

Or or fia qui, lo spero; alla sua traccia Più d’un fido inviai, che lo ritragga Dall’empio rischio, a miglior pugna il serbi, E a questa posta de’ leali il guidi.

DESIDERIO.

O mio Vermondo, il vecchio rege è stanco, È stanco—dalla fuga.

VERMONDO.

Ahi traditori!

DESIDERIO.

Vili! Nel fango han trascinato i bianchi Capelli del lor re; l’hanno costretto, Come un vile, a fuggir.—Fuggire! e quinci Non sorgerò che per fuggir di nuovo? A che pro? dove? in traccia d’un sepolcro Privo di gloria?—E comple? Io, per costoro, Fuggir? Chi il regno mi rapì, mi tolga La vita. Ebben? quand’io sarò sotterra, Che mi farà codesto Carlo?

VERMONDO.

O nostro Re per sempre, fa cor: son molti i fidi; La sorpresa gli ha spersi; a te d’intorno Li chiamerà l’onor: ti restan tante Città munite; e Adelchi vive, io spero.

DESIDERIO.

Maledetto[290] quel dì che sopra il monte Alboino salì, che in giù rivolse Lo sguardo, e disse: questa terra è mia! Una terra infedel che sotto i piedi De’[291] successori suoi doveva aprirsi, Ed ingoiarli![292] Maledetto[293] il giorno, Che un popol vi guidò, che la dovea Guardar così! che vi fondava un regno, Che un’[294] esecranda ora d’infamia ha spento!

VERMONDO.

Il re!

DESIDERIO.

Figlio, sei tu?

[290] Maladetto

[291] Dei

[292] ingojarli

[293] Maladetto

[294] una

SCENA IX.

ADELCHI, e DETTI.

ADELCHI.

Padre, ti trovo!

(s’[295] abbracciano).

DESIDERIO.

S’io t’avessi ascoltato!

ADELCHI.

Oh! che rammenti? Padre, tu vivi; un alto scopo ancora È serbato a’ miei dì; spender li posso In tua difesa.—O mio signor, la lena Come ti regge?

DESIDERIO.

Oh! per la prima volta, Sento degli anni e degli stenti il peso. Di gravi io ne portai; ma allor non era Per fuggire un nemico.

ADELCHI.

(ai Longobardi)

Ecco, o guerrieri, Il vostro re.

UN LONGOBARDO.

Noi morirem per lui!

MOLTI LONGOBARDI.

Tutti morrem!

ADELCHI.

Quand’è così, salvargli Forse potrem più che la vita.—E a questa Causa, or sì dubbia ma ognor sacra, afflitta Ma non perduta, voi legate ancora La vostra fede?

UN LONGOBARDO.

A’[296] tuoi guerrieri, Adelchi, Risparmia i giuri: ai longobardi labbri Disdicon oggi, o re: somiglian troppo Allo spergiuro. Opre ci chiedi: il solo Segno de’ fidi è questo omai.

ADELCHI.

V’ha dunque De’[297] Longobardi ancora!—Ebben; corriamo Sopra Pavia; fuggiam, salviam per ora La nostra vita, ma per farla in tempo Cara[298] costar; donarla al tradimento Non è valor. Quanti potrem dispersi Raccoglierem per via; misti con noi Ritorneran soldati. Entro Pavia, A riposo, a difesa, o padre, intanto Ristar potrai: cinta di mura intatte, Ricca d’arme è Pavia: due volte Astolfo Vi si chiuse fuggiasco, e re ne uscìo. Io mi getto in Verona. O re, trascegli L’uom che restar deva[299] al tuo fianco.

DESIDERIO.

Il duca D’Ivrea.

ADELCHI.

(a GUNTIGI che s’avanza)

Guntigi, io ti confido il padre. Il duca di Verona ov’è?

GISELBERTO.

(si avanza)

Tra i fidi.

ADELCHI.

Meco verrai: nosco trarrem Gerberga. Tristo colui che nella sua sventura Gli sventurati obblia! Baudo, il tuo posto Lo sai: chiuditi in Brescia; ivi difendi Il tuo ducato, ed Ermengarda.—E voi, Alachi, Ansuldo, Ibba, Cunberto, Ansprando,

(li sceglie[300] tra la folla)

Tornate al campo: oggi pur troppo ai Franchi Ponno senza sospetto i Longobardi Mischiarsi: esaminate; i duchi, i conti Esplorate, e i guerrier: dai traditori Discernete i sorpresi; e a quei che mesti Vergognosi vedrete da codesto Orrido sogno di viltà destarsi, Dite ch’è tempo ancor, che i re son vivi, Che si combatte, che una via rimane Di morir senza infamia; e li guidate Alle città munite. Ei diverranno Invitti: il brando del guerrier pentito È ritemprato a morte. Il tempo, i falli Dell’inimico, il vostro cor, consigli Inaspettati vi daranno. Il tempo Porterà la salute; il regno è sperso In questo dì, ma non distrutto!

(partono gli indicati da ADELCHI).

DESIDERIO.

O figlio! Tu m’hai renduto il mio vigor: partiamo.

ADELCHI.

Padre, io t’affido a questi prodi; or ora Anch’io teco sarò.

DESIDERIO.

Che attendi?

ADELCHI.

Anfrido. Ei dal mio fianco si disgiunse, e volle Seguirmi da lontan; più presso al rischio Star, per guardarmi: io non potei dal duro Voler, da tanta fedeltà distorlo. Seco indugiarmi, di tua vita in forse, Io non potea: ma tu sei salvo, e quinci Non partirò, fin ch’ei non giunga.

DESIDERIO.

E teco Aspetterò.

ADELCHI.

Padre...

(a[301] un Soldato che sopraggiunge)

Vedesti Anfrido?

IL SOLDATO.

Re, che mi chiedi?

ADELCHI.

O ciel! favella.

IL SOLDATO.

Il vidi Morto cader.

ADELCHI.

Giorno d’infamia e d’ira, Tu se’ compiuto! O mio fratel, tu sei Morto per me! tu combattesti!... ed io.... Crudel! perchè volesti ad un periglio Solo andar senza me? Non eran questi I nostri patti. Oh Dio!... Dio, che mi serbi In vita ancor, che un gran dover mi lasci, Dammi la forza per compirlo.—Andiamo.

Fine dell’atto terzo.

[295] si

[296] Ai

[297] Dei

[298] Caro

[299] debba

[300] scerne

[301] ad

CORO.

Dagli atrii[302] muscosi, dai Fori cadenti, Dai boschi, dall’arse fucine stridenti, Dai solchi bagnati di servo sudor; Un volgo disperso repente si desta, Intende l’orecchio, solleva la testa Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, Qual raggio di sole da nuvoli folti, Traluce de’[303] padri la fiera virtù: Ne’[304] guardi, ne’[305] volti confuso ed incerto Si mesce e discorda lo spregio sofferto Col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante, Per torti sentieri, con passo vagante, Fra tema e desire, s’avanza e ristà; E adocchia e rimira scorata e confusa De’[306] crudi signori la turba diffusa, Che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere, Irsuti per tema le fulve criniere, Le note latebre del covo cercar; E quivi, deposta l’usata minaccia, Le donne superbe, con pallida faccia, I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando, Quai cani disciolti, correndo, frugando, Da ritta, da manca, guerrieri venir: Li vede, e rapito d’ignoto contento, Con l’agile speme precorre l’evento, E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo, Che ai vostri tiranni precludon lo scampo, Son giunti da lunge, per aspri sentier: Sospeser le gioie[307] dei prandi[308] festosi, Assursero in fretta dai blandi riposi, Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciâr nelle sale del tetto natio Le donne accorate, tornanti all’addio, A preghi e consigli che il pianto troncò: Han carca la fronte de’[309] pesti cimieri, Han poste le selle sui bruni corsieri, Volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra, Cantando giulive canzoni di guerra, Ma i dolci castelli pensando nel cor: Per valli petrose, per balzi dirotti, Vegliaron nell’arme le gelide notti, Membrando i fidati colloqui[310] d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose, Per greppi senz’orma le corse affannose, Il rigido impero, le fami durâr: Si vider le lance calate sui petti, A canto agli scudi, rasente agli elmetti, Udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti, Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, D’un volgo straniero por fine al dolor? Tornate alle vostre superbe ruine, All’opere imbelli dell’arse officine, Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico, Col novo signore rimane l’antico; L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. Dividono i servi, dividon gli armenti; Si posano insieme sui campi cruenti D’un volgo disperso che nome non ha.

[302] atrj

[303] dei

[304] Nei

[305] nei

[306] Dei

[307] gioje

[308] prandj

[309] dei

[310] colloquj

ATTO QUARTO.

SCENA I.

Giardino nel monastero di San Salvatore in Brescia.

ERMENGARDA, sostenuta da due DONZELLE, ANSBERGA.

ERMENGARDA.

Qui sotto il tiglio, qui.

(s’adagia sur un sedile).

Come è soave Questo raggio d’april! come si posa Sulle[311] fronde nascenti! Intendo or come Tanto ricerchi il sol colui che, d’anni Carco, fuggir sente la vita!

(alle Donzelle)

A voi Grazie, a voi, che, reggendo il fianco infermo, Pago feste l’amor ch’oggi mi prese Di circondarmi ancor di queste aperte Aure, ch’io prime respirai, del Mella; Sotto il mio cielo di sedermi, e tutto Vederlo ancor, fin dove il guardo arriva. —Dolce sorella, a Dio sacrata madre, Pietosa Ansberga!

(le porge la mano: le Donzelle si ritirano: ANSBERGA siede)

—Di tue cure il fine S’appressa, e di mie pene. Oh! con misura Le dispensa il Signor. Sento una pace Stanca, foriera della tomba: incontro L’ora di Dio più non combatte questa Mia giovinezza doma; e dolcemente, Più che sperato io non avrei, dal laccio L’anima, antica nel dolor, si solve. L’ultima grazia ora ti chiedo[312]: accogli Le solenni parole, i voti ascolta Della morente, in cor li serba, e puri Rendili un giorno a quei ch’io lascio in terra. —Non turbarti, o diletta: oh! non guardarmi Accorata così. Di Dio, nol vedi?, Questa è pietà. Vuoi che mi lasci in terra Pel dì che Brescia assaliran? per quando Un tal nemico appresserà? che a questo Ineffabile strazio Ei qui mi tenga?

ANSBERGA.

Cara infelice, non temer: lontane Da noi son l’armi ancor: contra Verona, Contra Pavia, de’[313] re, dei fidi asilo, Tutte le forze sue quell’empio adopra; E, spero in Dio, non basteranno. Il nostro Nobil cugin, l’ardito Baudo, il santo Vescovo Ansvaldo, a queste mura intorno Del Benaco i guerrieri e delle valli Han radunati[314]; e immoti stanno, accinti A difesa mortal. Quando Verona Cada[315] e Pavia (Dio, nol consenti!) un novo Lungo conflitto....

ERMENGARDA.

Io nol vedrò: disciolta Già d’ogni tema e d’ogni amor terreno, Dal rio sperar, lunge io sarò; pel padre Io pregherò, per quell’amato Adelchi, Per te, per quei che soffrono, per quelli Che fan soffrir, per tutti.—Or tu raccogli La mia mente suprema. Al padre, Ansberga, Ed al fratel, quando li veda[316]—oh questa Gioia[317] negata non vi sia!—dirai Che, all’orlo estremo della vita, al punto In cui tutto s’obblia, grata e soave Serbai memoria di quel dì, dell’atto Cortese, allor che a me tremante, incerta, Steser le braccia risolute e pie, Nè una reietta[318] vergognar; dirai Che al trono del Signor, caldo, incessante, Per la vittoria lor stette il mio prego; E s’Ei non l’ode, alto consiglio è certo Di pietà più profonda; e ch’io morendo Gli ho benedetti.—Indi, sorella... oh! questo Non mi negar!... trova un Fedel che possa, Quando che sia, dovunque, a quel feroce Di mia gente nemico approssimarsi....

ANSBERGA.

Carlo!

ERMENGARDA.

Tu l’hai nomato: e sì gli dica: Senza rancor passa Ermengarda: oggetto D’odio in terra non lascia, e di quel tanto Ch’ella sofferse, Iddio scongiura, e spera Ch’Egli a nessun conto ne chieda,[319] poi Che dalle mani sue tutto ella prese. Questo gli dica, e... se all’orecchio altero Troppo acerba non giunge esta parola... Ch’io gli perdono.—Lo farai?

ANSBERGA.

L’estreme[320] Parole mie riceva il ciel, siccome Queste tue mi son sacre.

ERMENGARDA.

Amata! e d’una Cosa ti prego ancor: della mia spoglia, Cui, mentre un soffio l’animò, sì larga Fosti di cure, non ti sia ribrezzo Prender l’estrema; e la componi in pace. Questo anel che tu vedi alla mia manca, Scenda seco nell’urna: ei mi fu dato Presso all’altar, dinanzi a Dio. Modesta Sia l’urna mia:—tutti siam polve; ed io Di che mi posso gloriar?—ma porti Di regina le insegne: un sacro nodo Mi fe’ regina: il don di Dio, nessuno Rapir lo puote, il sai: come la vita, Dee la morte attestarlo.

ANSBERGA.

Oh! da te lunge Queste memorie dolorose!—Adempi Il sagrifizio; odi: di questo asilo, Ove ti addusse pellegrina Iddio, Cittadina divieni; e sia la casa Del tuo riposo tua. La sacra spoglia Vesti, e lo spirto seco, e d’ogni umana Cosa l’obblìo.

ERMENGARDA.

Che mi proponi, Ansberga? Ch’io mentisca al Signor! Pensa ch’io vado Sposa dinanzi a Lui; sposa illibata, Ma d’un mortal.—Felici voi! felice Qualunque, sgombro di memorie il core Al Re de’[321] regi offerse, e il santo velo Sovra gli occhi posò, pria di fissarli In fronte all’uom! Ma—d’altri io sono.

ANSBERGA.

Oh mai Stata nol fossi!

ERMENGARDA.

Oh mai! ma quella via, Su cui ci pose il ciel, correrla intera Convien, qual ch’ella sia, fino all’estremo. —E, se all’annunzio di mia morte, un novo Pensier di pentimento e di pietade Assalisse quel cor? Se, per ammenda Tarda, ma dolce ancor, la fredda spoglia Ei richiedesse come sua, dovuta Alla tomba real?—Gli estinti, Ansberga, Talor de’[322] vivi son più forti assai.

ANSBERGA.

Oh! nol farà.

ERMENGARDA.

Tu pia, tu poni un freno Ingiurioso alla bontà di Lui, Che tocca i cor, che gode, in sua mercede, Far che ripari, chi lo fece, il torto?

ANSBERGA.

No, sventurata, ei nol farà.—Nol puote.

ERMENGARDA.

Come? perchè nol puote?

ANSBERGA.

O mia diletta, Non chieder oltre; obblìa.

ERMENGARDA.

Parla! alla tomba Con questo dubbio non mandarmi.

ANSBERGA.

Oh! l’empio Il suo delitto consumò.

ERMENGARDA.

Prosegui!

ANSBERGA.

Scaccialo[323] al tutto dal tuo cor. Di nuove Inique nozze ei si fe’ reo: sugli[324] occhi Degli uomini e di Dio, l’inverecondo, Come in trionfo, nel suo campo ei tragge Quella Ildegarde sua....

(ERMENGARDA sviene)

Tu impallidisci! Ermengarda! non m’odi? Oh ciel! sorelle, Accorrete! oh che feci!

(entrano le due Donzelle e varie Suore)

Oh! chi soccorso Le dà? Vedete: il suo dolor l’uccide.

PRIMA SUORA.

Fa core; ella respira.

SECONDA SUORA.

O sventurata! A questa età, nata in tal loco, e tanto Soffrir!

UNA DONZELLA.

Dolce mia donna!

PRIMA SUORA.

Ecco le luci Apre.

ANSBERGA.

Oh che sguardo! Ciel! che fia?

ERMENGARDA.

(in delirio)

Scacciate[325] Quella donna, o scudieri! Oh! non vedete Come s’avanza ardimentosa, e tenta Prender la mano al re?

ANSBERGA.

Svegliati: oh Dio! Non dir così; ritorna in te; respingi[326] Questi fantasmi; il nome santo invoca.

ERMENGARDA.

(in delirio)

Carlo! non lo soffrir: lancia a costei Quel tuo sguardo severo. Oh! tosto in fuga Andranne: io stessa, io sposa tua, non rea Pur d’un pensiero, intraveder nol posso Senza tutta turbarmi.—Oh ciel! che vedo[327]? Tu le sorridi? Ah no! cessa il crudele Scherzo; ei mi strazia, io nol sostengo.—O Carlo, Farmi morire di dolor, tu il puoi; Ma che gloria ti fia? Tu stesso un giorno Dolor ne avresti.—Amor tremendo è il mio. Tu nol conosci ancora; oh! tutto ancora Non tel mostrai: tu eri mio: secura Nel mio gaudio io tacea; nè tutta mai Questo labbro pudico osato avria Dirti l’ebbrezza[328] del mio cor segreto. —Scacciala, per pietà! Vedi; io la temo, Come una serpe: il guardo suo m’uccide. —Sola e debol son io: non sei tu il mio Unico amico? Se fui tua, se alcuna Di me dolcezza avesti.... oh! non forzarmi A supplicar così dinanzi a questa Turba che mi deride.... Oh cielo! ei fugge! Nelle sue braccia!... io muoio[329]!...

ANSBERGA.

Oh! mi farai Teco morir!

ERMENGARDA.

(in delirio)

Dov’è Bertrada? io voglio Quella soave, quella pia. Bertrada! Dimmi, il sai tu? tu, che la prima io vidi, Che prima amai di questa casa, il sai? Parla a questa infelice: odio la voce D’ogni mortal; ma al tuo pietoso aspetto, Ma nelle braccia tue sento una vita, Un gaudio amaro che all’amor somiglia. —Lascia ch’io ti rimiri, e ch’io mi segga Qui presso a te: son così stanca![330] Io voglio Star presso a te; voglio occultar nel tuo Grembo la faccia, e piangere: con teco Piangere io posso! Ah non partir! prometti Di non fuggir da me, fin ch’io mi levi Inebbriata[331] del mio pianto. Oh! molto Da tollerarmi non ti resta: e tanto Mi amasti! Oh quanti abbiam trascorsi insieme Giorni ridenti! Ti sovvien? varcammo Monti, fiumi e foreste; e ad ogni aurora Crescea la gioia[332] del destarsi. Oh giorni! No, non parlarne per pietà! Sa il cielo S’io mi credea che in cor mortal giammai Tanta gioia[333] capisse e tanto affanno! Tu piangi meco! Oh! consolar mi vuoi? Chiamami figlia: a questo nome io sento Una pienezza di martir, che il core M’inonda, e il getta nell’obblìo.

(ricade)

ANSBERGA.

Tranquilla Ella morìa!

ERMENGARDA.

(in delirio)

Se fosse un sogno! e l’alba Lo risolvesse in nebbia! e mi destassi Molle di pianto ed affannosa; e Carlo La cagion ne chiedesse, e, sorridendo, Di poca fè mi rampognasse!

(ricade in letargo).

ANSBERGA.

O Donna[334] Del ciel, soccorri a questa afflitta!

PRIMA SUORA.

Oh! vedi: Torna la pace su quel volto; il core Sotto la man più non trabalza.

ANSBERGA.

O suora! Ermengarda! Ermengarda!

ERMENGARDA.

(riavendosi)

Oh! chi mi chiama?

ANSBERGA.

Guardami; io sono Ansberga: a te d’intorno Stan le donzelle tue, le suore pie, Che per la pace tua pregano.

ERMENGARDA.

Il cielo Vi benedica.—Ah! sì: questi son volti Di pace e d’amistà.—Da un tristo sogno Io mi risveglio.

ANSBERGA.

Misera! travaglio Più che ristoro ti recò sì torba Quiete.

ERMENGARDA.

È ver: tutta la lena è spenta. Reggimi, o cara; e voi, cortesi, al fido Mio letticciol[335] traetemi: l’estrema Fatica è questa che[336] vi do; ma tutte Son contate lassù.—Moriamo in pace. Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge.

[311] Su le

[312] chieggo

[313] dei

[314] ragunati

[315] Caggia

[316] veggia

[317] Gioja

[318] rejetta

[319] chiegga

[320] Le estreme

[321] dei

[322] dei

[323] Caccialo

[324] su gli

[325] Cacciate

[326] rispingi

[327] veggio

[328] ebrezza

[329] muojo

[330] sì stanca io sono!

[331] Inebriata

[332] gioja

[333] gioja

[334] donna

[335] letticciuol

[336] ch’io

CORO.

Sparsa le trecce morbide Sull’[337] affannoso petto, Lenta le palme, e rorida Di morte il bianco aspetto, Giace la pia, col tremolo Sguardo[338] cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime S’innalza una preghiera: Calata in su la gelida Fronte, una[339] man leggiera Sulla[340] pupilla cerula Stende l’estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall’ansia Mente i terrestri ardori; Leva all’Eterno un candido Pensier d’offerta, e muori: Fuor della vita è il termine Del lungo tuo martir.

Tal della mesta, immobile Era quaggiuso il fato: Sempre un obblìo di chiedere Che le saria negato; E al Dio de’[341] santi ascendere, Santa del suo patir.

Ahi! nelle insonni tenebre, Pei claustri solitari, Tra[342] il canto delle vergini, Ai supplicati altari, Sempre al pensier tornavano Gl’irrevocati[343] dì;

Quando ancor cara, improvida D’un avvenir mal fido, Ebbra[344] spirò le vivide Aure del Franco lido, E tra[345] le nuore Saliche Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo, Il biondo crin gemmata, Vedea nel pian discorrere La caccia affaccendata, E sulle[346] sciolte redini Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia De’[347] corridor fumanti; E lo sbandarsi, e il rapido Redir dei veltri ansanti; E dai tentati triboli L’irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere Rigar di sangue, colto Dal regio stral: la tenera Alle donzelle il volto Volgea[348] repente, pallida D’amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi Lavacri d’Aquisgrano! Ove, deposta l’orrida Maglia, il guerrier sovrano Scendea del campo a tergere Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite Dell’erba inaridita, Fresca negli arsi calami Fa rifluir la vita, Che verdi ancor risorgono Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l’empia Virtù d’amor fatica, Discende il refrigerio D’una parola amica, E il cor diverte ai placidi Gaudii d’un altro amor.

Ma come il sol che reduce L’erta infocata ascende, E con la vampa assidua L’immobil aura incende, Risorti appena i gracili Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue Obblìo torna immortale L’amor sopito, e l’anima Impaurita assale, E le sviate immagini Richiama al noto duol.

Sgombra, o gentil, dall’ansia Mente i terrestri ardori; Leva all’Eterno un candido Pensier d’offerta, e muori: Nel suol che dee la tenera Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono, Che il duol consunse; orbate Spose dal brando, e vergini Indarno fidanzate; Madri che i nati videro Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie Degli oppressor discesa, Cui fu prodezza il numero, Cui fu ragion l’offesa, E dritto il sangue, e gloria Il non aver pietà,

Te collocò la provida Sventura in fra gli oppressi: Muori compianta e placida; Scendi a dormir con essi: Alle incolpate ceneri Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime Si ricomponga in pace; Com’era allor che improvida D’un avvenir fallace, Lievi pensier virginei Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole Si svolge[349] il sol cadente, E, dietro il monte, imporpora Il trepido occidente: Al pio colono augurio Di più sereno dì.

[337] Su l’

[338] Guardo

[339] Fronte una

[340] Su la

[341] dei

[342] Fra

[343] Gli irrevocati

[344] Ebra

[345] fra

[346] su le

[347] Dei

[348] Torcea

[349] svolve

SCENA II

Notte.—Interno d’un battifredo sulle[350] mura di Pavia. Un’armatura nel mezzo.

GUNTIGI, AMRI.

GUNTIGI.

Amri, sovvienti di Spoleti?

AMRI.

E posso Obbliarlo, signor?

GUNTIGI.

D’allor che, morto Il tuo signor, solo, dai nostri cinto, Senza difesa rimanesti? Alzata Sul tuo capo la scure, un furibondo Già la calava; io lo ritenni; ai piedi Tu mi cadesti, e ti gridasti mio. Che mi giuravi?

AMRI.

Ubbidienza[351] e fede, Fino alla morte.—O mio signor, falsato Ho il giuro mai?

GUNTIGI.

No; ma l’istante è giunto Che tu lo illustri con la prova.

AMRI.

Imponi.

GUNTIGI.

Tocca quest’armi consacrate, e giura Che il mio comando eseguirai; che mai, Nè per timor nè per lusinghe, fia,[352] Mai, dal tuo labbro rivelato.

AMRI.

(ponendo le mani sull’armi)

Il giuro: E, se quandunque mentirò, mendico Andarne io possa, non portar più scudo, Divenir servo d’un Romano.

GUNTIGI.

Ascolta. A me commessa delle mura, il sai, È la custodia; io qui comando, e a nullo Ubbidisco[353] che al re. Su questo spalto Io ti pongo a vedetta, e quindi ogn’altro Guerriero allontanai. Tendi l’orecchio, E osserva[354] al lume della luna; al mezzo Quando la notte fia, cheto vedrai Alle mura un armato avvicinarsi: Svarto ei sarà... Perché così mi guardi[355] Attonito? egli[356] è Svarto, un che tra[357] noi Era da men di te; che ora tra i Franchi In alto sta, sol perchè seppe accorto E segreto servir. Ti basti intanto, Che amico viene al tuo signor costui. Col pomo della spada in sullo[358] scudo Sommessamente ei picchierà: tre volte Gli renderai lo stesso segno. Al muro Una scala ei porrà: quando fia posta, Ripeti il segno; ei saliravvi: a questo Battifredo lo scorgi, e a guardia ponti Qui fuor: se un passo,[359] se un respiro ascolti,[360] Entra ed avvisa.

AMRI.

Come imponi, io tutto Farò.

GUNTIGI.

Tu servi a gran disegno, e grande Fia il premio.

(AMRI parte).

[350] su le

[351] Obbedienza

[352] ei fia

[353] Obbedisco

[354] guata

[355] guati

[356] Egli

[357] fra

[358] su lo

[359] un’orma

[360] intendi

SCENA III.

GUNTIGI.

Fedeltà?[361]—Che il tristo amico Di caduto signor, quei che, ostinato Nella speranza, o irresoluto, stette Con lui fino all’estremo, e con lui cadde, Fedeltà! fedeltà! gridi, e con essa Si consoli, sta ben. Ciò che consola, Creder si vuol senza esitar.—Ma quando Tutto perder si puote, e tutto ancora Si può salvar; quando il felice, il sire Per cui Dio si dichiara, il consacrato Carlo un messo m’invia, mi vuole amico, M’invita a non perir, vuol dalla causa Della sventura separar la mia... A che, sempre respinta[362], ad assalirmi Questa parola fedeltà ritorna, Simile all’importuno? e sempre in mezzo De’[363] miei pensier si getta, e la consulta Ne turba?—Fedeltà! Bello è con essa Ogni destin, bello il morir.—Chi ’l dice? Quello per cui si muor.—Ma l’universo Seco il ripete ad una voce, e grida Che, anco mendico e derelitto, il fido Degno è d’onor, più che il fellon tra gli agi E gli amici.—Davver? Ma, s’egli è degno, Perchè è mendico e derelitto? E voi Che l’ammirate, chi vi tien che in folla Non accorriate a consolarlo, a fargli Onor, l’ingiurie della sorte iniqua A ristorar? Levatevi dal fianco Di que’[364] felici che spregiate, e dove Sta questo onor fate vedervi: allora Vi crederò. Certo, se a voi consiglio Chieder dovessi, dir m’udrei: rigetta L’offerte[365] indegne; de’ tuoi re dividi, Qual ch’ella sia, la sorte.—E perchè tanto A cor questo vi sta? Perchè, s’io cado[366], Io vi farò pietà; ma se, tra[367] mezzo Alle rovine altrui, ritto io rimango, Se cavalcar voi mi vedrete al fianco Del vincitor che mi sorrida, allora Forse invidia farovvi; e più v’aggrada Sentir pietà che invidia. Ah! non è puro Questo vostro consiglio.—Oh! Carlo anch’egli In cor ti spregerà.—Chi ve l’ha detto? Spregia egli Svarto, un uom di guerra oscuro, Che ai primi gradi alzò? Quando sul volto Quel potente m’onori, il core a voi Chi ’l rivela? E che importa? Ah! voi volete Sparger di fiele il nappo a cui non puote Giungere il vostro labbro. A voi diletta Veder grandi cadute, ombre d’estinta Fortuna, e favellarne, e nella vostra Oscurità racconsolarvi: è questo Di vostre mire il segno: un più ridente Splende alla mia; nè di toccarlo il vostro Vano clamor mi riterrà. Se basta I vostri plausi ad ottener, lo starsi Fermo alle prese col periglio, ebbene, Un tremendo io ne affronto; e un dì saprete Che a questo posto più mestier coraggio Mi fu, che un giorno di battaglia in campo. Perchè, se il rege, come suol talvolta, Visitando le mura, or or qui meco Svarto trovasse a parlamento, Svarto, Un di color, ch’ei traditori, e Carlo Noma Fedeli.... oh! di guardarsi indietro Non è più tempo: egli è destin, che pera Un di noi due; far deggio in modo, o Veglio,[368] Ch’io quel non sia.

[361] Fedeltà!

[362] rispinta

[363] Ai

[364] quei

[365] Le offerte

[366] caggio

[367] fra

[368] veglio

SCENA IV.

GUNTIGI, SVARTO,[369] AMRI.

SVARTO.

Guntigi!

GUNTIGI.

Svarto!

(ad AMRI)

Alcuno Non incontrasti?

AMRI.

Alcun.

GUNTIGI.

Qui intorno veglia.

(AMRI parte).

[369] condotto da

SCENA V.

GUNTIGI, SVARTO.

SVARTO.

Guntigi, io vengo, e il capo mio commetto Alla tua fede.

GUNTIGI.

E tu n’hai pegno; entrambi Un periglio corriamo.

SVARTO.

E un premio immenso Trarne, sta in te. Vuoi tu fermar la sorte D’un popolo e la tua?

GUNTIGI.

Quando quel Franco Prigion condotto entro Pavia, mi chiese Di segreto parlar, messo di Carlo Mi si scoverse, e in nome suo mi disse Che l’ira di nemico a volger pronto In real grazia egli era, e in me speranza Molta ponea; che ogni[370] mio danno avria Riparato da re; che tu verresti A trattar meco; io condiscesi: un pegno Chiese da me[371]; tosto de’ Franchi al campo Nascosamente il mio figliuol mandai Messo insieme ed ostaggio: e certo ancora Del mio voler non sei? Fermo è del pari Carlo nel suo?

SVARTO.

Dubbiar ne puoi?

GUNTIGI.

Ch’io sappia Ciò ch’ei desìa, ciò ch’ei promette. Ei prese La mia cittade, e ne fe’ dono altrui; Nè resta a me che un titol vano.

SVARTO.

E giova Che dispogliato altri ti creda, e quindi Implacabile a Carlo. Or sappi; il grado Che già tenesti, tu non l’hai lasciato Che per salir. Carlo a’ tuoi pari dona E non promette: Ivrea perdesti; il Conte, Prendi, sei di Pavia.

(gli porge un diploma).

GUNTIGI.

Da questo istante Io l’ufizio[372] ne assumo; e fiane accorto Dall’opre il signor mio. Gli ordini suoi Nunziami, o Svarto.

SVARTO.

Ei vuol Pavia; captivo Vuole in sua mano il re: l’impresa allora Precipita al suo fin. Verona a stento Chiusa ancor tiensi: tranne pochi, ognuno Brama d’uscirne, e dirsi vinto: Adelchi Sol li ritien; ma quando Carlo arrivi, Vincitor di Pavia, di resistenza Chi parlerà? L’altre città che sparse Tengonsi, e speran nell’indugio ancora, Cadon[373] tutte in un dì, membra disciolte D’avulso capo: i re caduti, è tolto Ogni pretesto di vergogna: al duro Ostinato ubbidir[374] manca il comando: Ei regna, e guerra più non v’è.

GUNTIGI.

Sì, certo: Pavia gli è d’uopo; ed ei l’avrà: domani, Non più tardi l’avrà. Verso la porta Occidental con qualche schiera ei venga: Finga quivi un assalto; io questa opposta Terrò sguernita, e vi porrò sol pochi Miei fidi: accesa ivi la mischia, a questa Ei corra; aperta gli sarà.—Ch’io, preso Il re consegni al suo nemico, questo Carlo da me non chieda[375]; io fui vassallo Di Desiderio, in dì felici; e il mio Nome d’inutil macchia io coprirei. Cinto di qua, di là, lo sventurato Sfuggir non può.

SVARTO.

Felice me, che a Carlo Tal nunzio apporterò! Te più felice, Che puoi tanto per lui!—Ma dimmi ancora: Che si pensa in Pavia? Quei che il crollante Soglio reggere han fermo, o insiem seco[376] Precipitar, son molti ancora? o all’astro Trionfator di Carlo i guardi alfine Volgonsi e i voti? e agevol fia, siccome L’altra già fu, questa vittoria estrema?

GUNTIGI.

Stanchi e sfidati i più, sotto il vessillo Stanno sol per costume: a lor consiglia Ogni pensier di abbandonar cui Dio Già da gran tempo abbandonò; ma in capo D’ogni pensier s’affaccia una parola Che gli spaventa: tradimento. Un’altra Più saggia a questi udir farò: salvezza Del regno; e nostri diverran: già il sono. Altri, inconcussi in loro amor, da Carlo Ormai nulla sperando....

SVARTO.

Ebben, prometti; Tutti guadagna.

GUNTIGI.

Inutil rischio ei fia. Lascia perir chi vuol perir: senz’essi Tutto compir si può.

SVARTO.

Guntigi, ascolta. Fedel del Re de’ Franchi io qui favello A un suo Fedel; ma Longobardo pure A un Longobardo. I patti suoi, lo credo, Carlo terrà; ma non è forse il meglio Esser cinti d’amici? in una folla Di salvati da noi?

GUNTIGI.

Fiducia, o Svarto, Per fiducia ti rendo. Il dì che Carlo Senza sospetto regnerà, che un brando Non resterà che non gli sia devoto.... Guardiamci da quel dì! Ma se gli sfugge Un nemico, e respira, e questo novo Regno minaccia, non temer che sia Posto in non cal chi glielo diede in mano.

SVARTO.

Saggio tu parli e schietto.—Odi: per noi Sola via di salute era pur quella Su cui corriamo; ma d’inciampi è sparsa E d’insidie: il vedrai. Tristo a chi solo Farla vorrà.—Poi che la sorte in questa Ora solenne qui ci unì, ci elesse All’opera compagni ed al periglio Di questa notte, che obbliata mai Da noi non fia, stringiamo un patto, ad ambo Patto di vita. Sulla[377] tua fortuna Io di vegliar prometto; i tuoi nemici Saranno i miei.

GUNTIGI.

La tua parola, o Svarto, Prendo, e la mia ti fermo.

SVARTO.

In vita e in morte

GUNTIGI.

Pegno la destra.

(gli porge la destra: SVARTO la stringe).

Al re de’ Franchi, amico, Reca l’omaggio mio.

SVARTO.

Doman!

GUNTIGI.

Domani. Amri!

(entra AMRI)

È sgombro lo spalto?

AMRI

È sgombro; e tutto Tace d’intorno.

GUNTIGI.

(ad AMRI, accennando SVARTO)

Il riconduci.

SVARTO.

Addio.

Fine dell’atto quarto.

[370] ch’ogni

[371] Ei domandò

[372] ufficio

[373] Caggion

[374] obbedir

[375] chiegga

[376] Vecchio poter salvare han fermo, o seco

[377] Su la

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Palazzo Reale in Verona.

ADELCHI, GISELBERTO DUCA DI VERONA.

GISELBERTO.

Costretto, o re, dell’oste intera io vengo A nunziarti il voler: duchi e soldati Chiedon le resa. A tutti è noto, e indarno Celar si volle, che Pavia le porte Al Franco aprì; che il vincitor s’affretta Sopra Verona; e che pur troppo ei tragge Captivo il re. Co’ figli suoi Gerberga Già incontro a Carlo uscì, dell’aspro sire Più ancor fidando nel perdon, che in una Impotente amistà. Verona attrita Dal lungo assedio, di guerrier, di scorte Scema, non forte assai contra il nemico Che già la stringe, non potrà la foga Dei sorvegnenti sostener; nè quelli Che l’han difesa fino[378] ad or, se pochi Ne traggi, o re, vogliono al rischio starsi Di pugna impari, e di spietato assalto. Fin che del fare e del soffrir concesso Era un frutto sperar, fenno e soffriro: Quanto il dover, quanto l’onor chiedea, Il diero: ai mali che non han più scopo Chiedono[379] il fine.

ADELCHI.

Esci: la mia risposta Tra[380] poco avrai.

(GISELBERTO parte).

[378] in fino

[379] Chieggono

[380] Fra

SCENA II.

ADELCHI.

Va, vivi, invecchia in pace; Resta un de’ primi di tua gente: il merti; Va, non temer; sarai vassallo: il tempo È pe’[381] tuoi pari.—Anche il comando udirsi Intimar de’[382] codardi, e di chi trema Prender la legge! è troppo. Han risoluto! Voglion, perchè son vili! e minacciosi Li fa il terror; nè soffriran che a questo Furor di codardia s’opponga alcuno,[383] Che resti un uom tra[384] loro!—Oh cielo! Il padre Negli artigli di Carlo! I giorni estremi Uomo d’altrui vivrà, soggetto al cenno Di quella man, che non avria voluto Come amico serrar; mangiando il pane Di chi l’offese, e l’ebbe a prezzo! E nulla Via di cavarlo dalla fossa, ov’egli Rugge tradito e solo, e chiama indarno Chi salvarlo non può! nulla!—Caduta Brescia, e il mio Baudo, il generoso, astretto Anch’ei le porte a spalancar da quelli Che non voglion morire. Oh più di tutti Fortunata Ermengarda! Oh giorni! oh casa Di Desiderio, ove d’invidia è degno Chi d’affanno morì!—Di fuor costui, Che arrogante s’avanza, e or or verrammi Ad intimar che il suo trionfo io compia; Qui la viltà che gli risponde, ed osa Pressarmi;—è troppo in una volta! Almeno Finor, perduta anche[385] la speme, il loco V’era all’opra; ogni giorno il suo domani, Ed ogni stretta il suo partito avea. Ed ora.... ed or, se in sen de’[386] vili un core Io piantar non potei, potranno i vili Togliere al forte, che da forte ei pera? Tutti alfin non son vili: udrammi alcuno; Più d’un compagno troverò, s’io grido: Usciam costoro ad incontrar; mostriamo Che non è ver che a tutto i Longobardi Antepongon la vita; e... se non altro, Morrem.—Che pensi? Nella tua rovina[387] Perchè quei prodi strascinar? Se nulla Ti resta a far quaggiù,[388] non puoi tu solo Morir? Nol puoi? Sento che l’alma in questo Pensier riposa alfine: ei mi sorride, Come l’amico che sul volto reca Una lieta novella. Uscir di questa Ignobil calca che mi preme; il riso Non veder del nemico; e questo peso D’ira, di dubbio e di pietà, gittarlo!... Tu, brando mio, che del destino altrui Tante volte hai deciso, e tu, secura Mano avvezza a trattarlo.... e in un momento Tutto è finito.—Tutto? Ah sciagurato! Perchè menti a te stesso? Il mormorio Di questi vermi ti stordisce; il solo Pensier di starti a un vincitor dinanzi Vince ogni tua virtù; l’ansia di questa Ora t’affrange, e fa gridarti: è troppo! E affrontar Dio potresti? e dirgli: io vengo Senza aspettar che tu mi chiami; il posto Che m’assegnasti, era difficil troppo; E l’ho deserto!—Empio! fuggire? e intanto, Per compagnia fino alla tomba, al padre Lasciar questa memoria; il tuo supremo Disperato sospir legargli! Al vento, Empio pensier.—L’animo tuo ripiglia, Adelchi; uom sii. Che cerchi? In questo istante D’ogni travaglio il fin tu vuoi: non vedi, Che in tuo poter non è?—T’offre un asilo Il greco imperador. Sì; per sua bocca Te l’offre Iddio: grato l’accetta: il solo Saggio partito, il solo degno è questo. Conserva al padre la sua speme: ei possa Reduce almeno e vincitor sognarti, Infrangitor de’ ceppi suoi, non tinto Del sangue sparso disperando.—E sogno Forse non fia: da più profondo abisso Altri già sorse: non fa patti eterni Con alcun la fortuna: il tempo toglie E dà: gli amici, il successor li crea.[389] —Teudi!

[381] pei

[382] dei

[383] un solo

[384] fra

[385] anco

[386] dei

[387] ruina

[388] qua giù

[389]

Altri già sorse: tutto cangia: eterni Patti non stringe con alcun fortuna.

SCENA III.

ADELCHI, TEUDI.

TEUDI.

Mio re.

ADELCHI.

Restano amici ancora Al re che cade?

TEUDI.

Sì: color che amici Eran d’Adelchi.

ADELCHI

E che partito han preso?

TEUDI.

L’aspettano da te.

ADELCHI.

Dove son essi?

TEUDI.

Qui nel palazzo tuo, lungi[390] dai tristi A cui sol tarda d’esser vinti appieno.

ADELCHI.

Tristo, o Teudi, il valor disseminato Tra[391] la viltà!—Compagni alla mia fuga Io questi prodi prenderò: null’altro Far ne poss’io; nulla ei per me far ponno, Che seguirmi a Bisanzio. Ah! se avvi alcuno Cui venga in mente[392] un più gentil consiglio, Per pietà, me lo dia.—Da te, mio Teudi, Un più coral servigio, un più fidato Attendo ancor: resta per ora; al padre Fa che di me questa novella arrivi: Ch’io son fuggito, ma per lui; ch’io vivo, Per liberarlo un dì; che non disperi. Vieni, e m’abbraccia: a dì più lieti.—Al duca Di Verona dirai che non attenda Ordini più da me.—Sulla[393] tua fede Riposo, o Teudi.

TEUDI.

Oh! la secondi il cielo.

(escono dalle parti opposte[394]).

[390] scevri

[391] Fra

[392] A cui soccorra

[393] Su la

[394] dai lati opposti

SCENA IV.

Tenda nel campo di CARLO sotto Verona.

CARLO, un ARALDO, ARVINO, CONTI.

CARLO.

Vanne, araldo, in Verona; e al duca, a tutti I suoi guerrier questa parola esponi: Re Carlo è qui: le porte aprite; egli entra Grazioso signor; se no, più tarda L’entrata fia, ma non men certa; e i patti Quali un solo li detta, e inacerbito.

(l’Araldo parte).

ARVINO.

Il vinto re chiede parlarti, o sire.

CARLO.

Che vuol?

ARVINO.

Nol disse; ma pietosa istanza Egli ne fea.

CARLO.

Venga.

(ARVINO parte)

Vediam colui, Che destinata a un’altra fronte avea La corona di Carlo.

(ai Conti)

Ite: alle mura La custodia addoppiate; ad ogni sbocco Si vegli in arme: e che nessun mi sfugga.

SCENA V.

CARLO, DESIDERIO.

CARLO.

A che vieni, infelice? E che parola Correr puote tra[395] noi? Decisa il cielo Ha la nostra contesa; e più non resta Di che garrir. Tristi querele e pianto Sparger dinanzi al vincitor, disdice A chi fu re; nè a me con detti acerbi L’odio antico appagar lice, nè questo Gaudio superbo che in mio cor s’eleva, Ostentarti sul volto; onde sdegnato Dio non si penta, e alla vittoria in mezzo Non m’abbandoni ancor. Né, certo, un vano Da me conforto di parole attendi. Che ti direi? ciò che t’accora, è gioia[396] Per me; nè lamentar posso un destino, Ch’io non voglio mutar. Tal del mortale È la sorte quaggiù[397]: quando alle prese Son due di lor, forza è che l’un piangendo Esca del campo. Tu vivrai; null’altro Dono ha Carlo per te.

DESIDERIO.

Re del mio regno, Persecutor del sangue mio, qual dono Ai re caduti sia la vita, il sai? E pensi tu, ch’io vinto, io nella polve, Di gioia[398] anco una volta inebbriarmi[399] Non potrei? del velen che il cor m’affoga, Il tuo trionfo amareggiar? parole Dirti di cui ti sovverresti, e in parte Vendicato morir? Ma in te del cielo Io la vendetta adoro, e innanzi a cui Dio m’inchinò, m’inchino: a supplicarti Vengo; e m’udrai; chè degli afflitti il prego È giudizio di sangue a chi lo sdegna.

CARLO.

Parla.

DESIDERIO.

In difesa d’Adrian, tu il brando Contro di me traesti?

CARLO.

A che domandi[400] Quello che sai?

DESIDERIO.

Sappi tu ancor che solo Io nemico gli fui, che Adelchi—e m’ode Quel Dio che è presso ai travagliati—Adelchi Al mio furor preghi, consigli, ed anche,[401] Quanto è concesso a pio figliuol, rampogne Mai sempre oppose: indarno!

CARLO.

Ebben?

DESIDERIO.

Compiuta È la tua impresa: non ha più nemici Il tuo Romano: intera, e tal che basti Al cor più fiacco ed iracondo, ei gode La sicurezza e la vendetta. A questo Tu scendevi, e l’hai detto: allor tu stesso Segnasti il termin dell’offesa. Ell’era Causa di Dio, dicevi. È vinta; e nulla Più ti domanda Iddio.

CARLO.

Tu legge imponi Al vincitor?

DESIDERIO.

Legge? Oh! ne’ detti miei Non ti fingere orgoglio, onde sdegnarli. O Carlo, il ciel molto ti diè: ti vedi Il nemico ai ginocchi, e dal suo labbro Odi il prego sommesso e la lusinga; Nel suolo ov’ei ti combattea, tu regni. Ah! non voler di più: pensa che abborre Gli smisurati desidèri[402] il cielo.

CARLO.

Cessa.

DESIDERIO.

Ah! m’ascolta: un dì tu ancor potresti Assaggiar la sventura, e d’un amico Pensier che ti conforti, aver bisogno: E allor gioconda ti verrebbe in mente Di questo giorno la pietà. Rammenta Che innanzi al trono dell’Eterno un giorno Aspetterai tremando una risposta, O di mercede o di rigor, com’io Dal tuo labbro or l’aspetto. Ahi! già venduto Il mio figlio t’è forse! Oh! se quell’alto Spirto indomito, ardente, consumarsi Deve[403] in catene!... Ah no! pensa che reo Di nulla egli è; difese il padre: or questo Gli è tolto ancor. Che puoi temer? Per noi Non c’è[404] brando che fera: a te vassalli Son quei che il furo a noi: da lor tradito Tu non sarai: tutto è leale al forte. Italia è tua; reggila in pace: un rege Prigion ti basti; a stranio suol consenti Che il figliuol mio...

CARLO.

Non più: cosa mi chiedi Tu! che da me non otterria Bertrada.

DESIDERIO.

—Io ti pregava! io, che per certo a prova Conoscerti dovea! Nega; sul tuo Capo il tesor della vendetta addensa. Ti fe’ l’inganno vincitor; superbo La vittoria ti faccia e dispietato. Calca i prostrati, e sali; a Dio rincresci....

CARLO.

Taci, tu che sei vinto. E che? pur ieri[405] La mia morte sognavi, e grazie or chiedi, Qual converria, se, nella facil ora[406] Di colloquio ospital, lieto io sorgessi Dalla tua mensa! E perchè amica e pari Non sonò la risposta al tuo desìo, Anco mi vieni a imperversar d’intorno, Come il mendico che un rifiuto ascolta! Ma quel che a me tu preparavi—Adelchi Era allor teco—non ne parli: or io Ne parlerò. Da me fuggìa Gerberga, Da me cognato, e seco i figli, i figli Del mio fratel traea, di strida empiendo Il suo passaggio, come augel che i nati Trafuga all’ugna di sparvier. Mentito Era il terror: vero soltanto il cruccio Di non regnar; ma obbrobriosa intanto Me una fama pingea quasi un immane Vorator di fanciulli, un parricida. Io soffriva, e tacea. Voi premurosi La sconsigliata raccettaste, ed eco Feste a quel suo garrito. Ospiti voi De’[407] nipoti di Carlo! Difensori Voi del mio sangue, contro[408] me! Tornata Or finalmente è, se nol sai, Gerberga A cui fuggir mai non doveva; a questo Tutor tremendo i figli adduce, e fida Le care vite a questa man. Ma voi, Altro che vita, un più superbo dono Destinavate a’ miei nipoti. Al santo Pastor chiedeste, e non fu inerme il prego, Che sulle[409] chiome de’[410] fanciulli, al peso Non pur dell’elmo avvezze, ei, da spergiuro, L’olio versasse del Signor. Sceglieste Un pugnal, l’affilaste, e al più diletto Amico mio por lo voleste in pugno, Perch’egli in cor me lo piantasse. E quando Io, tra ’l Vésero infido e la selvaggia Elba, i nemici a debellar del cielo Mi sarei travagliato, in Francia voi Correre, insegna contro[6] insegna, e crisma Contro[411] crisma levar, perfidi! e pormi In un letto di spine,[412] il più giocondo De’ vostri sogni era codesto. Al cielo Parve altrimenti. Voi tempraste al mio Labbro un calice amaro; ei v’è rimasto: Votatelo.[413] Di Dio tu mi favelli; S’io nol temessi, il rio che tanto ardìa Pensi che in Francia il condurrei captivo? Cogli ora il fior che hai coltivato, e taci. Inesausta di ciance è la sventura; Ma del par sofferente e infaticato Non è d’offeso vincitor l’orecchio.

[395] fra

[396] gioja

[397] qua giù

[398] gioja

[399] inebriarmi

[400] mi chiedi

[401] anco

[402] desiderj

[403] Debbe

[404] v’è

[405] jeri

[406] facil’ora

[407] Dei

[408] incontra

[409] su le

[410] dei

[411] contra

[412] spini

[413] Vuotatelo

SCENA VI.

CARLO, DESIDERIO, ARVINO.

ARVINO.

Viva re Carlo! Al cenno tuo, dai valli Calan le insegne; strepitando a terra Van le sbarre nemiche; ai claustri aperti Ognun s’affolla, ed all’omaggio accorre.

DESIDERIO.

Ahi dolente, che ascolto! e che mi resta Ad ascoltar?[414]

CARLO.

Nè si sottrasse alcuno?[415]

ARVINO.

Nessuno, o re: pochi il tentar, ma invano. Sorpresi nella fuga, d’ogni parte Cinti, pugnar fino all’estremo; e tutti Restar sul campo, quale estinto, e quale Ferito a morte.[416]

CARLO.

E son?

ARVINO.

Tale è presente, A cui troppo dorrà, se tutto io dico.

DESIDERIO.

Nunzio di morte, tu l’hai detto.

CARLO.

Adelchi Dunque perì?

DESIDERIO.

(ad ARVINO)

Parla, o crudele, al padre.

ARVINO.

La luce ei vede, ma per poco, offeso D’immedicabil colpo. Il padre ei chiede, E te pur anche[417], o sire.

DESIDERIO.

E questo ancora Mi negherai?

CARLO.

No, sventurato.—Arvino, Fa ch’ei sia tratto a questa[418] tenda; e digli Che non ha più nemici.[419]

[414] ascoltar!

[415] Nè alcun vi manca?

[416]

Alcuno. Pochi in fuga ne gìan: ma, i nostri a fronte Visti venir, pugnar da forti, invano: Tutti restar, qual senza vita, e qual Presso al morire.

[417] anco

[418] alla mia

[419] nimici

SCENA VII.

CARLO, DESIDERIO.

DESIDERIO.

Oh! come grave Sei tu discesa sul mio capo antico, Mano di Dio! Qual mi ritorni il figlio! Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo, E tremo di vederti. Io del tuo corpo Mirerò la ferita? io che dovea Esser pianto da te! Misero! io solo Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti Più bello il soglio, io ti scavai la tomba! Se ancor, tra il canto de’[420] guerrier, caduto Fossi in un giorno di vittoria! o chiusi, Tra[8] il singulto de’ tuoi, tra[421] il riverente Dolor de’[422] fidi, sul real tuo letto, Gli occhi io t’avessi.... ah! saria stato ancora Ineffabil cordoglio! Ed or morrai Non re, deserto, al tuo nemico in mano, Senza lamenti che del padre, e sparsi Innanzi ad uom che in ascoltarli esulta.

CARLO.

Veglio, t’inganna il tuo dolor. Pensoso, Non esultante, d’un gagliardo il fato Io contemplo, e d’un re. Nemico io fui D’Adelchi; egli era il mio, nè tal, che in questo Novello seggio io riposar potessi, Lui vivo, e fuor delle mie mani. Or egli Stassi in quelle di Dio: quivi non giunge La nimistà d’un pio.

DESIDERIO.

Dono funesto La tua pietà, s’ella giammai non scende, Che sui caduti senza speme in fondo; Se allor soltanto il braccio tuo rattieni, Che più loco non trovi alle ferite.

[420] dei

[421] Fra

[422] dei

SCENA VIII.

CARLO, DESIDERIO, ADELCHI ferito e portato.

DESIDERIO.

Ahi, figlio!

ADELCHI.

O padre, io ti rivedo[423]! Appressa; Tocca la mano del tuo figlio.

DESIDERIO.

Orrendo M’è il vederti così.

ADELCHI.

Molti sul campo Cadder così per la mia mano.

DESIDERIO.

Ahi, dunque Insanabile, o caro, è questa piaga?

ADELCHI.

Insanabile.

DESIDERIO.

Ahi lasso! ahi guerra atroce! Io crudel che la volli; io che t’uccido!

ADELCHI.

Non tu, nè questi, ma il Signor d’entrambi.

DESIDERIO.

Oh[424] desiato da quest’occhi, oh quanto Lunge da te soffersi! Ed un pensiero Fra tante ambasce mi reggea, la speme Di narrartele un giorno, in una fida Ora di pace.

ADELCHI.

Ora per me di pace, Credilo, o padre, è giunta; ah! pur che vinto Te dal dolor quaggiù[425] non lasci.

DESIDERIO.

Oh fronte Balda e serena! oh man gagliarda! oh ciglio Che spiravi il terror!

ADELCHI.

Cessa i lamenti, Cessa, o padre, per Dio! Non era questo Il tempo di morir? Ma tu, che preso Vivrai, vissuto nella reggia, ascolta. Gran segreto è la vita, e nol comprende Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno: Deh! nol pianger; mel[426] credi. Allor che a questa Ora tu stesso appresserai, giocondi Si schiereranno al tuo pensier dinanzi Gli anni in cui re non sarai stato, in cui Nè una lagrima pur notata in cielo Fia contra te, nè il nome tuo saravvi Con l’imprecar de’[427] tribolati asceso. Godi che re non sei; godi che chiusa All’oprar t’è ogni via: loco a gentile, Ad innocente opra non v’è: non resta Che far torto, o patirlo. Una feroce Forza il mondo possiede, e fa nomarsi Dritto: la man degli avi insanguinata Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno Coltivata col sangue; e omai la terra Altra messe non dà. Reggere iniqui Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse; Non dee finir così? Questo felice, Cui la mia morte fa più fermo il soglio, Cui tutto arride, tutto plaude e serve, Questo[428] è un uom che morrà.

DESIDERIO.

Ma ch’io ti perdo, Figlio, di ciò chi mi consola?

ADELCHI.

Il Dio Che di tutto consola.

(si volge a CARLO)

E tu, superbo Nemico mio....

CARLO.

Con questo nome, Adelchi, Più non chiamarmi; il fui: ma con le tombe Empia e villana è nimistà; nè tale, Credilo, in cor cape di Carlo.

ADELCHI

E amico Il mio parlar sarà, supplice, e schivo D’ogni ricordo ad ambo amaro, e a questo Per cui ti prego, e la morente mano Ripongo nella tua. Che tanta preda Tu lasci in libertà.... questo io non chiedo....[429] Chè vano, il veggo[430], il mio pregar saria, Vano il pregar d’ogni mortale. Immoto È il senno tuo; nè a questo segno arriva Il tuo perdon. Quel che negar non puoi Senza esser crudo, io ti domando. Mite, Quant’esser può, scevra d’insulto sia La prigionia di questo antico, e quale La imploreresti al padre tuo, se il cielo Al dolor di lasciarlo in forza altrui Ti destinava. Il venerabil capo D’ogni oltraggio difendi: i forti contro[431] I caduti, son molti; e la crudele Vista ei non deve[432] sopportar d’alcuno Che vassallo il tradì.

CARLO

Porta all’avello Questa lieta certezza: Adelchi, il cielo Testimonio mi sia; la tua preghiera È parola di Carlo.

ADELCHI.

Il tuo nemico Prega per te, morendo.

[423] riveggio

[424] O

[425] qua giù

[426] me ’l

[427] dei

[428] Questi

[429] chieggo

[430] veggio

[431] incontra

[432] debbe

SCENA IX.

ARVINO, CARLO, DESIDERIO, ADELCHI.

ARVINO.

Impazienti, Invitto re, chiedon[433] guerrieri e duchi D’essere ammessi.

ADELCHI.

Carlo!

CARLO.

Alcun non osi Avvicinarsi a questa tenda. Adelchi È signor qui. Solo d’Adelchi il padre, E il pio ministro del perdon divino, Han qui l’accesso.

(parte con ARVINO).

[433] chieggon

SCENA X.

DESIDERIO, ADELCHI.

DESIDERIO.

Ahi, mio diletto!

ADELCHI.

O padre, Fugge la luce da quest’occhi.

DESIDERIO.

Adelchi, No, non lasciarmi!

ADELCHI.

O Re de’ re[434] tradito Da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato!...[435] Vengo alla pace tua: l’anima stanca Accogli.

DESIDERIO.

Ei t’ode: oh ciel! tu manchi! ed io... In servitude a piangerti rimango.

Fine della tragedia.

[434] dei re,

[435] abbandonato,

APPENDICE

IL PRIMO GETTO DELL’“ADELCHI„

Tra i manoscritti del Manzoni, l’Adelchi rimane in tre forme: le prime due di carattere del poeta, e l’una è copia ricorretta dell’altra. La terza, di altra mano, è quella preparata per la stampa. Porta, sotto il titolo, il visto della Censura, «Milano, il 2 maggio 1882».

La prima forma ha segnate via via le date della composizione: sul primo foglio, 9 settembre 1820; dopo la scena 5ª dell’atto I, 4 gennaio; in testa dell’atto III, 2 giugno; dell’atto IV, 3 luglio, e in fine di esso, 17 luglio; in principio dell’atto V, 2 agosto, da ultimo, 21 settembre 1821. Contiene il primissimo getto; e mette conto riferirne i brani più notevoli. Seguiremo, fin dove sarà possibile, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, 1883), correggendone le sviste, nè poche nè di poco momento.

SCH.

Atto I, sc. 2.ª

DESIDERIO.

.....Dimenticasti Che ogni nostro travaglio è gioja a questa Italica genìa, che diradata Dagli avi nostri, che divisa in branchi, Noverata col brando, al suol ricurva, Che d’arme ignuda, che di capi scema, Ancor, dopo due secoli, siccome Il primo giorno, odia, sopporta e spera. ...............

ADELCHI.

Ma in forse, o Padre, Della risposta d’Adrian tu stai? Di lui che, stretto di cotanti nodi A questo Carlo, ecc. ...............

DESIDERIO.

..............Questi i consigli sono Del mio figliuolo Adelchi?—Istrutti noi, Non discorati dall’altrui sventura, In più felici dì, la tronca impresa D’Astolfo adempirem. Non più sguernite Siccome allor, le Alpine valli aperto Al tornato invasor prestano il letto, Ma di bastite e di guerrier le sbarra Impenetrabil argine. Si scote, Di sotto al piè del Franco, il conculcato Sassone e sorge, e, del tributo invece, La punta della spada gli presenta. Assai fia questo ad occuparli. Esclami A sua posta Adrian; nemmen la gioja Gli sia concessa di mirar la faccia D’esti alleati.

ADELCHI.

Ah! gli alleati suoi Son da per tutto, oltre i due mari e l’alpe, Intorno ad esso, intorno a noi. Le mani Ei leva al cielo, e mille mani al cielo Son levate in un punto: il suo desio Diviene il prego delle genti. Ei parla, E la terra risponde.

DESIDERIO.

Ebben, la terra Quei Romani pastor forse non vide Alla Gotica possa ed alla Greca Obbedire, e tacer? Si mosse allora Per sottrarli a tal giogo? Il santo seggio Di Pier, le chiavi a lor da Dio fidate: Questa è la forza lor; ma ciò che vale Il dì della battaglia? Il mondo, o figlio, È della spada.

ADELCHI.

I Goti! i Greci! o padre, Ove son essi mai? Su questo suolo Sparso del sangue lor, vinto....[436] Io li ricerco; uno è sparito, e l’altro Dalla mano allentata a poco a poco Lascia sfuggir la preda, e senza guerra, Senza compianto e senza gloria, spira. E testimonio della lor caduta, Non ozioso testimon, d’entrambi Le spoglie afferra il sacerdote, e saldo Di lor ruine si compone il soglio.[437] Tutto ei non tragge il suo vigor dal Cielo: Un’altra forza, una secreta forza, Da quella terra, che gli è madre, attigne. Figlio di Roma, ei non comanda a’ vinti: A’ suoi fratelli antichi, a quelli, ond’ebbe Ogni poter, comanda. È sovra gli altri, E non opprime; ei degli oppressi il muto Dolor raccoglie, e il raccomanda al Cielo. Egli il pastore, il difensor di questa Antica razza, onde vittoria avemmo Ma non mai pace; in mezzo a cui padroni Ma stranieri viviam. Noi, vincitori, Chiudere il duol dobbiamo e divorarlo Nel cor profondo, e, come schiavi, il volto Atteggiar di letizia e di fidanza; Ed ei la gioja ed il dolor del paro, La speme ostenta ed i terrori: e quando Più d’oltraggi è gravato, e di minacce Sul nudo capo suo pesa l’oltraggio, Allor più aperto il mostra. Ei sa che, in tutti Gl’itali cor, pietà, rispetto accende, E desio di vendetta. E steril mai D’un popolo il desio non è del tutto. E della prova il dì, quando ogni cosa Scampo o periglio ti divien, chi puote Senz’affanno pensar che d’ogni parte Cinto è di gente che il vorria perduto?

Questa seconda scena era resa assai più lunga che non è ora, anche pel fatto che Adelchi ragionava a lungo la proposta di acquistare amici, liberando i Romani; la qual proposta ora è in breve accennata in fine.

DESIDERIO.

Ebben, qual via, fra tanti rischi, hai scorta?

ADELCHI.

Una intentata, una che forse al sommo Della possa ci mena, e a gloria eterna Fallir non puote.

DESIDERIO.

Ed è?

ADELCHI.

Quella che mai L’Erulo e il Goto non calcò, nè il Greco, Nè alcun di lor, che, pria di noi, in questo Suol regnaro e perir. Vedili, o Padre, Assalirlo a vicenda, insanguinarlo, Possederlo e sparir; l’italo cielo Ratto coprir come procella estiva, E sgombrarlo del par: tutti all’acquisto Gagliardi, e imbelli alla difesa tutti. Noi successor d’esti caduti, il piede Terrem nell’orme lor? Dagli anni miei Non misurar le mie parole. Aperta È un’altra via di scampo; osiam d’entrarvi Noi primi, osiamo d’esser giusti,..... E saremo invincibili. Un’infausta, Immensa forza è presso noi, soltanto Che vogliam farla nostra; e in sen di questa Terra antica s’asconde. Àprila, e tosto Scaturir la vedrai da questo suolo; Che facil preda era finor, che sempre Sarà fin che due popoli nutrica E non è patria di nessun, fintanto Che di fratei non sia convento, ed ogni Uom che il calpesta un difensor non sia. Oh! tuttavolta che dell’Alpi al sommo Un nemico s’affaccia, ansj e desiosi Noi domandiam: quanti son essi? e i nostri Vessilli in fretta noveriam, tremando Che gli uomini all’impresa, e alla virtude Manchin le forze. Gli uomini! a stormo Gli abbiam dintorno a noi. Questi che al solco, Ad ogni ovra servil curvi teniamo, Chi sono? i figli di color che al mondo Dieder la legge un dì. Gregge di schiavi, Spesso tremendo, inutil sempre, in fido Stuol rinascente di guerrier devoti Trasmutarli, sta in noi. Togliamo i ceppi Da quelle mani, e rendiam loro i brandi. Siamo i lor capi, o padre. Ardua è l’impresa, Sì, ma d’onor, ma di salute è piena, E di pietà. Dell’itala fortuna Le sparse verghe raccogliam da terra, Il fascio antico in nostra man stringiamo: Dei vincitor e dei soggetti un solo Popol facciamo, una la legge, ed una Sia la patria per tutti, uno il desio, L’obbedienza, ed il periglio.

E dopo molti versi, ridondanti di varianti e di cancellature, nei quali Adelchi continua a manifestare il suo animo e l’ardore della sua convinzione, seguono questi:

Chiuse in Italia ci saran quai porte? Di Roma i figli al redentor vessillo Si stringeran volenterosi intorno. Essi che, scosso il Greco giogo, e in forse Di lor novella libertade, un capo Van dimandando, un capo: e poi che altronde Sperar nol ponno, dall’altar l’han preso: Con che pietà, con che ostinata fede, Te seguiran, s’esser lo vuoi, te nato In campo, o padre, alla vittoria avvezzo! E riverito e non tremendo, il Sommo Pastor, dal dì che questo suoi più schiavi Da ribellar non abbia, nè tiranni Da maledir, tratto l’usbergo, ai santi Studj tornar dovrà: re delle preci, Signor del tempio, a chi guardar lo sappia Il Campidoglio sgombrerà. Concorde Qual era un dì l’itala terra ancora, Divorerà gli assalitori; e noi Vi porrem le radici, e ne saremo Gridati i padri, i salvatori; e nostra Dirla potrem davvero.

DESIDERIO.

Oh qual tempesta Sollevi tu nel mio pensier! Su questo Ripido, oscuro, arduo sentier tu dunque Non temeresti di gittarti?..... Io mai Del tuo valor dubbio non ebbi: un prode, Più che un prode tu sei. Sì, figlio! Un alto Disegno è il tuo; non ch’io l’abbracci: il fato Cangiar del mondo, no, di due mortali Opra non è: solo il tentarlo è morte. Troppo da quel che in tuo pensier ti fingi Diverso il guiderdon saria. La belva, Amareggiata dai tormenti e stretta In catene, alla man che la discioglie, Il primo morso avventa..... .....................O triste o lieto, Giusto o non giusto, a tutti noi segnato Troppo chiaro è il destin: l’impero a noi, Ai soggetti il terror, l’odio ad entrambi. ......................................... .................E poi, coll’onta D’aver ceduto anco a’ Romani il campo, Dì che farai?

ADELCHI.

Nulla, o Signor, fintanto Che null’altro stromento all’opra avremo Che una gente divisa. Il core, o padre, Basta a morir, ma la vittoria e il regno È pel felice che ai concordi impera. Oh quante volte invidiai codesto Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna D’un sol voler, saldo, gittato in uno Siccome il ferro del suo brando, e in pugno Come il brando lo tiene. Odio l’aurora Che annunzia il dì delle battaglie: è peso L’asta alla man; se nel pugnar guardarmi Deggio dall’uom che mi combatte a fianco.

DESIDERIO.

........................Ah non temer: devoti Gli avrem quel dì che a certa e facil preda Li condurrem. Carlo è lontano; ed altro A cor gli sta che il Pastor santo e il suo Gregge tremante, che servir non vuole E che pugnar non sa. Si[438] scote alfine, Di sotto al piè del Franco, il conculcato Sassone e sorge, e, del tributo invece, La punta della spada gli presenta. Assai fia questo ad occuparli. A Roma Venner con noi questi sleali; e fidi Gli avrem quel dì che a certa e facil preda Li condurrem.[439] Per chi trionfa e regna, Per chi dona, è l’amor; quegli è tradito Che dee perir: tutto è leale al forte.

ADELCHI.

Padre!...........................

[436] Qui vi sono parole cancellate, impossibili a leggere. (BONGHI).

[437] Questi versi hanno tutti molte varianti; ma io li trascrivo di solito nella prima lor forma. (BONGHI).

[438] Il brano che segue è stato trasferito qui da uno dei precedenti discorsi di Desiderio. V. pag. 121-22. (SCH.)

[439] Rimette qui questo verso e mezzo, nell’intenzione, certo, di cancellarlo sopra.—La sentenza: “tutto è leale al forte„ ricorre poi anche più tardi, sulla bocca di Adelchi, nella soppressa scena 1ª dell’atto V (pag. 137). (SCH.)

Atto II, sc. 3.ª (che nel primo disegno era 4.ª).

CARLO.

.......................e faran fede In quanto onor Carlo lo tenga.

MARTINO.

Oh! Roma Libera sia dal minacciar di questa Sozza iniqua genia, cangiato almeno E alleggerito all’altra Italia il giogo Sia per tua man, se non è giunto il giorno, Se l’uom nato non è che affatto il tolga; Ecco il mio premio, o re.

CARLO.

Libera, il giuro, Fia Roma; al dono, che il mio padre ha posto Sopra l’altar, la spada mia non mai S’accosterà che per salvarlo: e mite Sovra l’Italia che il Signor mi dona, L’impero fia dei miei fedeli, e il mio. Di più nè Carlo, nè mortal nessuno, Darle potria. L’uom che non cinge un brando, Che non sale un destriero, è della terra, E la terra è di lui che vi conficca L’asta sua vincitrice. Ai miei compagni, Senza cui nulla che un guerrier son io, Delle fatiche il premio e dei perigli Tôr non poss’io: del vincitore è il vinto. Altre stirpi al servir destina il cielo, Altre al comando; e la vittoria è il segno Che le discerne. Cittadin di Roma, Vassallo d’Adrian, tu che obbedisci Ad un Signor dalla tua gente eletto, Tu sei libero, e il merti: il ciel, che un’alma Libera dietti e un cor dei rischi amico, Tal sorte ti dovea: godila, e lascia Che un popolo guerriero a quei comandi Che più un popol non sono.

Atto III, sc. 1.ª

ADELCHI.

Siam soli, alfin, diletto Anfrido; io posso Questo superbo intollerabil giogo Di finta gioja e di dolor compresso, Da me cacciarlo alcun momento, e teco Essere Adelchi. Da quel dì che il padre Me fanciullo di nobili fanciulli In lieto coro addusse, ed io ti scersi, E ti presi per mano, e dalla folla Senza dubbiar ti trassi, e con te solo Divider volli il pueril trastullo (Era l’età di cui sì rade e incerte Vivono le memorie, eppur quel giorno, Come l’estremo che passò, m’è sempre Chiaro dinanzi), da quel dì tu fosti Dei giuochi miei, dell’armi poi, dei rischi Solo compagno, e dei piacer. Fratello Della mia scelta, innanzi a te soltanto L’anima mia torna sul volto, e tutto Il suo dolor vi porta, onde tu il veggia, E lo consoli, o lo compianga almeno.

ANFRIDO.

Dolce Signor, dunque è ben ver che intera Gioja quaggiù non havvi! Oh! se ad eletta D’ogni uom fosse il destin, qual è colui Che or non chiedesse il tuo? Spenta una tanta Guerra sul cominciar, respinta come Cupa tempesta che dal monte appare Tonando, e un vento la ricalca indietro Pria che sul ciel si stenda; e tu sei quello Che soffiasti sul Franco e lo sperdesti.[440] Tutto il campo il confessa, il tuo gran padre D’esserlo esulta, ogni Fedel gioisce Dell’alta gloria che con te divide. Che più? quei vili, che dannar sè stessi A non amarti, hanno a temerti appreso Or più che mai.

ADELCHI.

La gloria, Anfrido! Il mio Destino è d’agognarla, e di morire Senza gustarla. Il nome mio del tutto Non perirà, pur troppo: è questo il tristo Privilegio dei re; nudo e confuso Coi volgari vivrà: l’età venture Di me sapranno ch’io fui re. No: questa Non è ancor gloria, Anfrido. Or dì, che abbiamo Fatto finor? Carlo ha levato il campo, E fuggito, se vuoi; ma baldo ei parte, Impunito, securo, ed io fremendo Qui mi rimango: al nappo inebbriante Della vittoria avvicinato ho il labbro, E il ritrarlo m’è forza. Ei parte il vile Offensor d’Ermengarda, ei che giurava Di spegner la mia casa; ed io non posso Spingergli addosso il mio destrier, tenerlo, Dibattermi con esso, e riposarmi Sull’armi sue! Quanti sarieno i fidi, Pronti a morir, che seguirian l’insegna Anco vittrice del lor re? Contarli Possiamo Anfrido: oh prodi ei son; ma sono Uno fra dieci traditor, venduti Allo straniero, e a lui giurati, e in core Suoi vassalli.

ANFRIDO.

Oh dolor!

ADELCHI.

Tu che al mio fianco Pugnasti, il sai. L’alto valor dei pochi, Che in ogni impresa io mi scegliea compagni, Con queste mura, questa volta, in queste Rocche della natura, alla salvezza Potè bastar d’un regno; in campo aperto, Solo coi pochi, abbandonato al Franco M’avrieno i più.

ANFRIDO.

Ma il ciel nol volle; ed ora, Or che svanito è il nostro rischio, e l’empia Speranza loro, altro a costor non resta Ch’esser fidi, o parerlo, e coi servigi Scontare un van desio.

ADELCHI.

Tu li vedesti Intorno a me spingersi a gara, in volto Tutti letizia, e fedeltà. Qual sorte Esser re di costor! Che faticoso Cambio d’ossequio e di gradir mentito! Torni la prova, e torneran festosi Al tradimento. Entrato è il tradimento Nell’alme lor per sempre. Altri, di Rachi Fautori un tempo, nè amistà sincera, Nè intero obblio speran dai re, che a loro Malgrado il son. Senza misura ingordi Di possa altri e d’onor, guardan fremendo Ciò che ai migliori è dato; e ciò che ad essi Con misura si dà, stimano offesa E ricevono odiando: e l’odio ormai È la lor vita. E correranno in braccio A un re straniero, ad un nemico, a questo Carlo astuto, ad ognun, purchè non sia Desiderio nè Adelchi. I fidi allora Non potran che morire. Ed ora il padre Torna ai disegni antichi, e nella fuga Troppo fidando del nemico, incontro L’apostolico sire il campo ei vuole Portar. Qual guerra, e qual nemico, Anfrido! A me il comando dell’impresa il padre Affiderà. Poni che, al novo grido Del conquiso Adrian, Carlo non torni, E in altro campo non ci colga. Il poco Sforzo di Toschi e di Campani, e gli altri Miseri avanzi del poter Latino Che il pontefice aduna, e a cui dal tempio, Sedendo, orando, colla man comanda Di ferro ignuda, svaniranno incontro Tutta Longobardia, guidata, ardente, Concorde, anche fedele, allor che a certa E facil preda la conduci. Il voto Di età tante fia pago, e Italia intera Nostra sarà. Dì, non è questo il mio Avvenir più ridente? Ebben ruine Sopra ruine ammucchierem: l’antica Nostr’arte è questa; nei palagi il foco Porremo e nei tugurj: uccisi i primi, I signori del suolo, e quanti a caso Nell’asce nostre ad inciampar verranno, Fia servo il resto, e fra costor diviso: E ai più sleali e più temuti, il meglio Toccherà della preda.—Oh mi parea, Pur mi parea che ad altro io fossi nato, Che ad esser capo di ladron; che il cielo Su questa terra altro da me volesse Che, senza rischio e senza onor, guastarla. —Oh quante volte invidiai cotesto Carlo che abborro! Ei sovra un popol regna D’un sol pensier, saldo, gittato in uno Siccome il ferro del suo brando, e in pugno Come il brando lo tiensi[441]: egli a difesa Del debole e del santo almen venia! Il mio cor m’ange, Anfrido; ei mi comanda Alte e nobili cose; e guardo, e nulla Veggio che al voto del mio cor sia pari, E alla mia possa a un tempo. E strascinato Vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura, Senza meta; e il mio cor s’inaridisce, Siccome il germe in rio terren, che il vento Balza di loco in loco.

ANFRIDO.

Alto infelice![442] .........................................

In un altro abbozzo, codesta scena era tutt’altro.—Essa «è nella tenda d’Arderigo, un Longobardo, e vi hanno parte lui, Faraldo, Guntigi, Ildechi, Leuteri ed altri Duchi, sgomenti della partenza di Carlo con cui s’erano accordati. Ma la lor conversazione va poco oltre: il Manzoni la interrompe e la cancella, e ricomincia la scena, secondo è rimasta. In questa, non appare già in tutto sicura la partenza dei Franchi; ma preparasi; e se parecchie parti del primo getto son ritenute, Adelchi vi appare non diverso, ma più concreto». (BONGHI).

[440] Il Manzoni postilla: «Si dica più chiaro che i Franchi si sono ritirati per timore d’Adelchi».

[441] Tornano nuovamente questi versi, che prima erano, sempre in bocca ad Adelchi, nella sc. 2ª dell’atto I (pag. 126-7). Ora son rimasti a metà della sc. 1ª dell’atto III, ch’è stata di molto accorciata. (SCH.)

[442] Il Bonghi ripubblicò, con qualche diversità di varianti, questa 1ª scena dell’atto III, nelle sue Horae subsecivae; Napoli, Morano, 1838; p. 259-268. (SCH.)

Atto V, sc. 1.ª

La scena è la sala del Palazzo Reale in Pavia; e le persone: Desiderio, Adelchi, Guntigi.—Il Manzoni cancellò poi tutto, e scrisse in calce all’ultima pagina: «Scartar tutto, e rifar l’atto in modo più conforme alla storia».

ADELCHI.

No, mio Guntigi; senza te non debbe Deliberarsi questo affar: rimani.

GUNTIGI.

O re, concedi che al mio posto io torni. Tutto che fia qui statuito, io tosto, Presente o assente, eseguirò.

ADELCHI.

Guntigi, Caro io t’ebbi mai sempre; ed or tel dico Perchè nei giorni di splendor tel dissi, Nè vo’ che nuovi affetti, o più cortese Parlar, m’insegni la sventura. Io t’ebbi Caro mai sempre; ma dal dì che tutto, Noi seguendo, perdesti, o, come spero, Tutto per un momento, in preda a quello Ch’io dir non voglio vincitor, lasciasti, Tu mi sei sacro da quel dì. Supremo È il momento, o Guntigi: in sull’angusto Limite, che la morte dalla vita Parte, la somma delle cose è posta. Ed il consiglio, che a salvarla io reco, Importa a te non men che ai regi: e cessi Il Ciel, quand’anche senza rischio io il possa, Ch’io mai di te senza di te decida. Quel che a te dico, a questi prodi il dico.

(GUNTIGI siede con gli altri).

DESIDERIO.

Fedeli, o voi degni del nome, udite Ciò che Adelchi propon. Nei detti suoi È la vita: il credete ad un che tardi È saggio, e il sangue del suo cor daria Per non averli un dì negletti.

ADELCHI.

Amici, Un fin s’appressa, un grande evento omai Sovrasta inevitabile: o subirlo Qual ch’ei pur sia, qual ch’ei pur venga, o farlo; Questa è la scelta che ci resta. E tanti Giorni di stento terminar dovranno A un giorno di vergogna? e fia che il campo Resti alla frode e alla viltà, giurate Contro la fede ed il valor? nè questa Dura, viril costanza avrà giovato Fuor che a perir più lentamente? e tutto, Tutto, in un punto perirà: la sede Del regno, e regno, e gloria, e quella ancora Che a voi per queste disperate estreme Prove si dà? Chè il mondo oblìa le prove A cui l’evento non risponde, e cerca L’aspetto sol del vincitore, e sempre Cerca la tomba di colui che vinse. No, no; siamo all’estremo, è ver; ma spesso, Solo al confine del perir, si schiude Il sentier che diverge alla salute. E allor che nulla dai consigli usati Si spera, esausti indarno, e tutti, appare L’inaudito che salva. I padri nostri Ne fêr la prova in un gran punto, al tempo Ch’erranti ancor, popolo armato, un suolo Ivan cercando ove configger l’aste Vincitrici, e regnar. Certo, vi debbe Risovvenir che, in lieti giorni, spesso Ai banchetti del padre il sapiente Varnefrido il narrava. A terre ignote Quei securi veniano, ed a nemici Di cui la possa non sapean nè il nome. Uno abbattuto o dissipato, un altro Su lor via si poneva: ei lo sgombravano, E proseguian. Giunti in Mauringa alfine, Estenuati di vittorie,—e un passo Nè quinci dar non si potea nè quindi, Senza vincere ancor,—fêr sosta, e in tristo Parlamento s’uniro. Un saggio ardito Sorse in mezzo, e parlò: «Donde il periglio? Donde il timor? dall’esser pochi? Ebbene Cresciamo: è in noi. Vólgo di servi, a noi Pari in vigor, maggior di folla, dietro Ci trasciniam, peso e periglio: a tutti Diam franchigia: le frecce in quelle mani Poniam, nomiamli combattenti: il nome Fa l’uom». Gloria a colui che l’alto avviso Schiuse, alla gente che il credette, e n’ebbe Tre secoli di vita: e più se in noi Non la lasciam finir, se a quel degli avi Il nostro cor, come il periglio, è pari. Sì, quel ch’ei disse, io dico a voi:—Siam pochi; Il tradimento ed il valor ci han scemi Del par. Bella, ma breve è la tenzone Del valor contro il numero. Cresciamo: Come i padri il possiam. Questi Romani, Che stanno inerti e malvolenti il nostro Sterminio ad aspettar, sotto le insegne Chiamiam, nomiamli combattenti: il furo; Il saranno. In Pavia quante abbiam noi Vuote armature, e petti inermi! in opra Poniamo entrambi, e n’usciran guerrieri. Sì, Longobardi, io il credo: ancor si puote Rivolgere il destin, dal nostro capo Il periglio gittar sovra colui Che ne stringe, evocar da questa avversa Terra che ci abbandona, a mille a mille, Nemici a Carlo, amici a noi. Si gridi Una legge, e sia questa:—Ogni Romano, Che in nostro ajuto sorgerà, divenga Come un di noi: sia suo; libero segga Nel suo terren, nudra un cavallo, assista Ai consigli del popolo.—Fratelli! Lo scampo è qui donde processe il danno. Perchè, non c’inganniam, l’odio che a noi Portan questi Latini, unica e cara Eredità dei padri loro, a Carlo Spianò le vie; la terra ov’ei ci assalse, Gli era alleata da gran tempo: e il core S’addoppia all’uom che in fido suol combatte. Certo, oh vergogna! non mancâr fra i nostri I traditor; sì, ma non è tradito Se non colui che, disarmato, infermo, Presta un fianco al pugnal; quegli è tradito Che dee perir: tutto è leale al forte. Ma badate, o compagni: il suo vantaggio Carlo gettò, lasciollo a noi, se noi Core abbiam di pigliarlo. Ei della nostra Gente la feccia, i traditori, accolse, Gli chiamò suoi Fedeli, e nell’antico Poter gli raffermò; così la vana, Incerta speme del Latin, derise, Che non sentì da quella mano il giogo Alleggerito, anzi nè pur mutato. Quindi l’amor cessò. Che fia se quello Che invan da lui sperossi, e più, da noi Si promette e si dà? L’odio è per lui, La speranza è per noi: sospetto a Carlo Ogni Latin diventa: ei dee guardarsi Per ogni parte. Le città, che i fidi Tengono ancora, apron le porte ad ogni Latin che aspira al nobil premio: a noi Crescon le forze, a dissipar le sue Carlo è costretto. E se Pavia non puote Regger più a lungo, se di qui respinto Non è il Franco da noi, securi almeno Potrem di mano uscirgli. Ovunque andiamo, Sempre amici troviam: viva, inestinta Vien la guerra con noi. Si vive: il nostro Fido alleato è il tempo: a noi rapirlo Carlo s’affanna, perchè il teme. Egli arde Di terminar: mentre ei minaccia un regno, Chi guarda il suo? senza nemici è forse? E d’offesa bramosi e di vendetta, Gli stan da un lato il Sassone, dall’altra Il Saracino, e l’Aquitan nel seno: Sorga un di questi, e noi siam salvi. Ad una Voce gridiam la legge....

GUNTIGI.

(s’alza precipitosamente)

O regi, il sangue, Il riposo, l’aver, ciò che da noi Dar si potea, si diè: quel che or ci chiedi....

ADELCHI.

Ebben?

GUNTIGI.

Nostro non è: l’onore e il dritto, Non pur di noi, ma d’una gente, è questo: Noi di serbarlo abbiam l’incarco i primi; Di gettarlo, nessun. Carlo, il nemico Di questa gente, nol tentò. S’accorse Ei che men dura e temeraria impresa Saria spegnere un popolo, che farlo Discender tutto in una volta. E ai fidi, Che già tanto soffrir, noi proporremo Ciò che a’ trasfughi Carlo.....?

VERMONDO.

È un suo creato Che parla qui? L’empia sua mente al certo Mi suona in questi detti. E l’afforzarsi Dunque il chiami discendere? non sai Che il primo dritto è non perir? Tu parli D’onor, siccome qui contesa or fosse Di chi preceda in una festa: oh! schivo Davver sei tu! Quel che già parve agli avi Senno, è disnor per te; ma, dall’inganno Più che dall’arme affranti, il regno in mano Al nemico lasciar, questo fia dritto E onor?

GUNTIGI.

Ben festi tu, che re non sei, Di favellar così. Qual ti s’addice, E non temprata da rispetti, intera La risposta sarà. Sappi che, pria Che ad un Romano io di fratello il nome Dia, ch’io gli segga in parlamento al fianco, Scelgo morir per la sua man. Non sai Che Longobardo io nacqui? E se t’avvisi Che solo io il sia, guàrdati intorno, s’altre Guance non vedi, ove un rossor di sdegno Questa proposta fe’ salir.

ADELCHI.

Guntigi, Frustrar con ciance un gran disegno, il puote L’ultimo dei mortali: ella è una trista Parte; e l’hai scelta. Ma non basta: all’orlo Della ruina, un che s’oppone ai mezzi Della salute, e nulla reca, e intero Lascia il periglio, è un traditor; la morte Ei dello Stato agogna.

GUNTIGI.

Il re, compagni, Vuol che io proponga, e lo farò: m’intenda Cui tocca. Ai figli tramandar l’impero Di questa vinta terra, e della vinta Razza che la ricopre, uno, supremo, Qual dai padri a noi venne, è questo il fine D’ogni leal, d’ogn’uomo a cui le vene Corrono sangue longobardo: è questa La pubblica salute; a questa opporsi Tradimento saria. Tutto che ad essa Conduca, io tutto, e non io solo, approvo. Se v’ha chi puote, ogni privato affetto Dimenticando, ogni util suo mettendo Dietro le spalle, procurarla, e torne Gl’impedimenti, ei, se la patria pone Dinanzi a sè, se d’alto cor si sente, Vi si risolva.

DESIDERIO.

Chi ti fe’, Guntigi, Duca d’Ivrea?

GUNTIGI.

Tu, re, perch’io su quella Terra, quant’era in me, serbassi eterna La signoria del popol nostro; come Io re t’elessi, e t’anteposi all’alto Emulo tuo, perchè tu fossi il primo Tutor dei nostri dritti: e il nostro antico Regno tenessi a quell’altezza almeno Ove il trovasti.

ADELCHI.

Astuto ardimentoso, Taci; il tuo re non lo comanda, il figlio Di Desiderio il vuol. Tu speri, il veggio, Farci obbliar perchè siam qui: tu temi Che un partito si pigli; ed a stornarlo, Più certa via, come più vil, non v’era Che oltraggiar quest’antico, innanzi a cui Qui, dappertutto, e sempre, il guardo a terra Io tener ti farò. Ma infruttuosa Ancor quest’arte ti sarà: non voglio La tua risposta.—A voi favello, o prodi.

Atto V, sc. 7.ª

CARLO.

Ebben, tu il vedi: Iddio percote il tuo figliuol, non io. La vita io gli lasciava, e gliela toglie Un più forte di noi.

DESIDERIO.

Come pesante Sei tu discesa sul mio capo antico, Mano di Dio! Mia sola gloria, Adelchi, Sola dolcezza mia, cui vivo io mai Dir non potea: tutto è perduto!, oh quanto Sospirai di vederti; e in quale aspetto Dinanzi or mi verrai! Tu, quel sì bello E terribile Adelchi! Io questo giorno Ti preparai, sordo ai tuoi detti; e Dio Parlava in te! Cieco amator, per farti Più bello il regno, io ti scavai la tomba! Io cominciai la tua rovina; il cielo A compir diella ad una man, creata Certo a punir. Se ancora....

Questi versi, ritentati nel manoscritto più volte, si leggono ancora così:

Come pesante Sei tu discesa sul mio capo antico, Mano di Dio! Così mi rendi il figlio! Figlio, mia sola gloria, io qui mi struggo E tremo di vederti. E fra i perigli, Fra i tradimenti e l’abbandono, a questo Son io dunque vissuto? io che dovea Esser pianto da te! Misero! ed io Ti trassi a ciò: cieco amator, per farti Più bello il soglio, io ti scavai la tomba! ..........................................

La tragedia terminava:

ADELCHI.

......................l’anima stanca Accogli.

DESIDERIO.

Oh Dio! chè non mi pigli teco!...

colla variante scritta sotto:

perchè mi lasci in terra!

e poi: «Si abbandona presso il corpo del figlio agonizzante; CARLO parte; cade il sipario.

21 settembre 1821.»

Coro dell’atto IV.

V’è segnata, in principio, la data «13 dicembre 1821»; in fine, 11 gennaio 1822».

«V’appare», scrive il Bonghi, «in due strofe un processo di creazione poetica, che in Manzoni non è frequente: quello di formare in prosa il pensiero che vuol verseggiare e che alla prima i versi non gli rendono; p. es., la terza strofa è venuta da prima scritta così:

Quel Dio che udì tuoi gemiti, Che il tuo dolor fe’ santo, Dal travagliato spirito Non lo torrà fin tanto Che dal consunto [solubil] cenere Non ti rapisca in Sè.

«Il concetto, quantunque l’espressione ne sia tuttora imperfetta, non è men bello di quello che la quarta strofa esprime ora; ma questo è così accennato in margine:—“Il tuo destino quaggiù non era d’ottenere l’obblìo, ma di chiederlo„;—e sotto, qualcuno dei versi che sono rimasti:

Sempre un obblìo di chiedere Che ti saria negato ................ascendere Santa del tuo martir [dolor].

«Del pari, la strofa 18ª: Te collocò....., ha ai lati espresso così in parte il concetto che vi è verseggiato, ma pure non intero:—“La sventura ti ripone fra gli oppressi, ti fa concittadina dei vinti. Trapassa in pace. Nessuna imprecazione suonerà sul tuo sepolcro„.

«Le tre bellissime strofe 8, 9, 10 paiono uscite quasi di getto, soprattutto l’ultima; ma è a notare come, nell’ottava, il terzo e il quarto verso si leggono nel manoscritto così:

e l’assiduo Redir de’ veltri ansanti.

Vuol dire ch’egli ha compiuto il terzo più tardi nel modo che si legge ora: E lo sbandarsi e il rapido, e l’ha tenuto in mente, sino alla seconda copia. Così è accaduto di alcuni altri in questo Coro».

Coro dell’atto III.

V’è segnata, in principio, la data «15 gennaio 1822»: in fine, «19 gennaio 1822».—Le varianti son notate, di solito, sopra o sotto del verso stesso.

Dagli atrj muscosi, dai Fori cadenti, Dai boschi, dall’arse fucine stridenti, Dai solchi bagnati di servo sudor, Un popol[443] disperso repente si desta, Intende l’orecchio, solleva la testa Percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, Qual raggio di sole da nuvoli folti, Traluce dei padri la fiera virtù: Nei guardi, nei volti, confuso ed incerto, Si mesce e discorda lo spregio[444] sofferto Col livido orgoglio del regno che fu.[445]

È il volgo gravato dal nome latino, Che un’empia vittoria sul suolo tien chino Che gli empj trionfi degli avi portò[446]; È il volgo che inerte, qual gregge predato, Dall’Erulo avaro nel Goto spietato, Nel Winilo errante dal Greco passò.

S’aduna voglioso, si sperde tremante; Per torti sentieri, con passo vagante, Fra tema e desire, s’avanza e ristà. E guata[447] e rimira, scorata e confusa, Dei crudi signori la turba diffusa, Che fugge dai brandi[448], che sosta non ha.

I fieri leoni, perduto il ruggito[449], Col guardo inquieto, del daino inseguito Le note latebre del covo cercar; E intanto, deposta l’usata minaccia, Le donne superbe[450], con pallida faccia, I figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti[451], con avido brando, Quai cani disciolti, correndo, frugando, Da destra[452], da manca, guerrieri venir. Li vede, e rapito d’ignoto contento, Con l’agile speme precorre l’evento, E sogna la fine del duro servir.

Udite! Quei forti che tengono il campo, Che ai vostri tiranni precludon lo scampo, Son giunti da lunge, per aspri sentier; Troncaron le gioje dei prandj festosi, Assursero in fretta dai dolci[453] riposi, Chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciàr nelle sale del tetto natio Le donne accorate, tornanti all’addio, A preghi e consigli che il pianto troncò: Han carche le fronti dei gravi[454] cimieri, Han poste le selle sui bruni corsieri, Volaron sul ponte[455] che cupo sonò.

A truppe[456], di terra passarono in terra, Cantando giulive canzoni di guerra, Ma i dolci castelli[457] pensando nel cor: Per valli petrose[458], per balzi dirotti, Vegliaron nell’arme le gelide notti, Membrando i fidati colloquj d’amor.

Per greppi senz’orma le corse affannose, Gli oscuri perigli di stanze incresciose, Il rigido impero, le fami duràr; Si vider le lance calate sui petti, Udiron per l’aure[459], rasente gli elmetti, Le frecce pennute fischiando volar.[460]

E il premio agli stenti sperato dai forti, Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, Por fine ai lamenti d’un volgo stranier? Se il petto dei forti pungeva tal[461] cura, Di tanto periglio[462], di tanta pressura, Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe, Spogliata dell’armi,[463] curvata alle glebe, Densata nei chiusi di vinte città; A frangere il giogo che i miseri aggrava, Un motto dal labbro di questi[464] bastava, Che detto non hanno, che mai non s’udrà.[465]

Tornate alle vostre superbe ruine, All’opera imbelle[466] dell’arse officine, Ai solchi bagnati di servo sudor; Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso, Di vostre speranze parlate sommesso, Dormite fra i[467] sogni giocondi d’error.

Domani al destarvi, tornando infelici, Saprete che il forte sui vinti nemici I colpi sospese, che un patto fermò: Che regnano insieme, che parton le prede, Si stringon le destre, si danno la fede, Che il donno, che il servo, che il nome restò.[468]

[443] volgo

[444] l’oltraggio

[445] Col misero orgoglio d’un tempo che fu.—

Variante cancellata:

Si mesce e discorda, confuso ed incerto, Col livido marchio del giogo sofferto L’orgoglio impotente d’un tempo che fu.

[446]

Che un’empia vittoria conquise e tien chino Sul suol che i trionfi degli avi portò.

[447] adocchia

[448] dall’aste

[449] già senza ruggito

[450] insolenti

[451] dispersi

[452] ritta

[453] blandi

[454] pesti

[455] Trascorsero il ponte

[456] torme

[457] il nido relitto

[458] rigose

[459] Accanto agli scudi

[460] Udiron le frecce passando fischiar.

[461] pungea simil

[462] apparecchio

[463] Inerme, pedestre,

[464] dei forti

[465] Che [E] il labbro dei forti proferto non ha [l’ha].

[466] All’opere imbelli

[467] fra

[468] Che il popolo e il regno, che il nome restò.

Nella copia preparata per la stampa, e vista dalla Censura, appaiono cancellati alcuni versi, che si leggevano pur nella seconda, che mancano tuttora nello stampato. Essi sono i seguenti:

Atto I, sc. 2.ª

DESIDERIO.

..............Dimenticasti Che ogni nostro travaglio è gioja a questa Italica genia, che diradata Dagli avi nostri, che divisa in branchi, Noverata col brando, al suol ricurva, Ancor dopo due secoli, siccome Il primo giorno, odia, sopporta e spera? E che fra i nostri, intorno a noi, col nome Di Fedeli e gli onor, vivono ancora Quei che le parti sostenean di Rachi ...............

Coro dell’atto III.

Str. 3.ª

È il volgo gravato dal nome latino, Che un’empia vittoria conquise e tien chino Sul suol che i trionfi degli avi portò; È il volgo che inerte, qual gregge predato, Dall’Erulo avaro nel Goto spietato, Nel Winilo errante dal Greco passò. ................

Str. 11.ª

E il premio sperato, promesso a quei forti, Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, Por fine ai lamenti d’un volgo stranier? Se il petto dei forti pungea simil cura, Di tanto apparecchio, di tanta pressura, Di tanto cammino non era mestier.

Son donni pur essi di lurida plebe, Inerme, pedestre, curvata alle glebe, Densata nei chiusi di vinte città; A frangere il giogo che i miseri aggrava, Un motto dal labbro dei forti bastava: E il labbro dei forti proferto non l’ha.

Tornate alle vostre superbe ruine, All’opere imbelli dell’arse officine, Ai solchi bagnati di servo sudor; Stringetevi cheti l’oppresso all’oppresso, Di vostre speranze parlate sommesso, Dormite fra sogni giocondi d’error.

Domani, al destarvi, tornando infelici, Saprete che il forte sui vinti nemici I colpi sospese, che un patto fermò; Che regnano insieme, che parton le prede, Si stringon le destre, si danno la fede, Che il donno, che il servo, che il nome restò.

Atto IV, sc. 5.ª

SVARTO.

Guntigi, ascolta. Fedel del Re dei Franchi, io qui favello A un suo Fedel; ma Longobardo pure A un Longobardo.—I Franchi, primi amici Del re, gli amici di battaglia, intorno Gli han posto assedio, e l’occhio han teso, e tutti Corrono a gara, onde occupar quel posto, Da cui balzato è un Longobardo. E un giorno Noi qui saremo gli stranier, se uniti, Se molti, non restiam.

Atto V, sc. 8.ª

Nel discorso d’Adelchi a Desiderio, dove ora si legge:

Reggere iniqui Dolce non è; tu l’hai provato; e fosse;

il Manzoni aveva scritto da prima:

Quel che tu perdi Titol superbo, chi tel dava? Un patto Cogli empj a danno degli inermi; godi Che gli empj il patto han lacerato. Ah! dolce Non è il regnar; tu l’hai provato: e fosse;...

Nel discorso d’Adelchi a Carlo, dove ora si legge:

Immoto È il senno tuo; nè a questo segno arriva Il tuo perdon. Quel che negar non puoi....

il Manzoni aveva scritto:

Immota È la mente dei re, nè a questo segno Perdonan essi mai. Quel che puoi darmi Quantunque re, quel che negar non puoi....

IL CONTE DI CARMAGNOLA

TRAGEDIA.

NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori, questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche, rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra le tre stampe curate dall’autore, della Prefazione e delle Notizie storiche. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.

SCHERILLO.

AL SIGNOR CARLO CLAUDIO FAURIEL IN ATTESTATO DI CORDIALE E RIVERENTE AMICIZIA L’AUTORE.

PREFAZIONE

Pubblicando un’opera d’immaginazione che non si uniforma ai canoni di gusto ricevuti comunemente in Italia, e sanzionati dalla consuetudine dei più, io non credo però di dover annoiare[469] il lettore con una lunga esposizione de’ princìpi che ho seguiti in questo lavoro. Alcuni scritti recenti contengono sulla poesia drammatica idee così nuove e vere e di così vasta applicazione, che in essi si può trovare facilmente la ragione d’un dramma il quale, dipartendosi dalle norme prescritte dagli antichi trattatisti, sia ciò non ostante condotto con una qualche intenzione. Oltredichè,[470] ogni componimento presenta a chi voglia esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio avviso sono questi: quale sia l’intento dell’autore; se questo intento sia ragionevole; se l’autore l’abbia conseguito. Prescindere da un tale esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle quali è controversa appunto l’universalità e la certezza, è lo stesso che esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de’ più piccoli[471] mali che possano accadere in questo mondo.

Tra i vari espedienti[472] che gli uomini hanno trovati per imbrogliarsi reciprocamente, uno de’ più ingegnosi[473] è quello d’avere, quasi per ogni argomento, due massime opposte, tenute ugualmente[474] come infallibili. Applicando quest’uso anche ai piccoli[475] interessi della poesia, essi dicono a chi la esercita: siate originale, e non fate nulla di cui i grandi poeti non vi abbiano lasciato l’esempio. Questi comandi che rendono difficile l’arte più di quello che è già, levano[476] anche a uno scrittore la speranza di poter rendere ragione d’un lavoro poetico; quand’anche non ne lo ritenesse il ridicolo a cui s’espone sempre l’apologista de’ suoi propri versi.

Ma poichè la quistione delle due unità di tempo e di luogo può esser trattata tutta in astratto, e senza far parola della presente qualsisia[477] tragedia; e poichè queste unità, malgrado gli argomenti a mio credere inespugnabili che furono addotti contro di esse, sono ancora da moltissimi tenute[478] per condizioni indispensabili del dramma; mi giova di riprenderne[479] brevemente l’esame. Mi studierò[480] per altro di fare piuttosto una picciola[481] appendice, che una ripetizione degli scritti che le hanno già combattute.

I. L’unità di luogo, e la così detta unità di tempo, non sono regole fondate nella ragione dell’arte, nè connaturali all’indole[482] del poema drammatico; ma sono venute da una autorità non bene intesa, e da princìpi arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità di luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano un’azione la quale si compie in un sol luogo, e dalla idea che il teatro greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di perfezione drammatica. L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotele[a], il quale, come benissimo osserva il signor Schlegel[b], non contiene un precetto, ma la semplice notizia di un fatto; cioè della pratica più generale del teatro greco. Che se Aristotele[483] avesse realmente inteso di stabilire un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente di non esprimere un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun ragionamento.

Quando poi vennero quelli che[484], non badando all’autorità, domandarono la ragione di queste regole, i fautori di esse non seppero trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente alla rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverosimile che le diverse parti di questa[485] avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui[486] sa di non essersi mosso di luogo, e d’avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente fondata su un[487] falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell’azione; quando è[488], per così dire, una mente estrinseca che la contempla. La verosimiglianza[489] non deve nascere in lui dalle relazioni[490] dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da quelle[491] che le varie parti dell’azione hanno tra[492] di loro. Quando si considera che lo spettatore è fuori dell’azione, l’argomento in favore delle unità svanisce.

II. Queste regole non sono in analogia con gli[493] altri princìpi dell’arte ricevuti da quegli stessi che le credono necessarie. Infatti s’ammettono nella tragedia come verosimili molte cose che non lo sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que’ fatti soli[494] che s’accordano con la presenza dello spettatore, dimanierachè[495] possano parergli[496] fatti reali. Se uno[497] dicesse, per esempio: que’ due personaggi che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero[498] d’esser soli, distruggono ogni illusione, perchè io sento d’esser loro visibilmente presente, e li veggo esposti agli occhi d’una moltitudine; gli[499] farebbe precisamente la stessa obiezione[500] che i critici fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa risposta vale anche per le due unità. Chi cercasse il motivo per cui non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbe altro, se non che per questi casi non ci era[501] un periodo d’Aristotele.

III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza[502], la gran prova che non sono necessarie alla illusione è[503], che il popolo si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo ogni giorno[504] e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono osservate; e il popolo in questa materia è il miglior testimonio. Poichè non conoscendo esso la distinzione dei diversi generi d’illusione, e non avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe fargli ricevere un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero naturalmente atte a produrla. Se i cangiamenti di scena distruggessero l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto distrutta nel popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro fantasia a secondar l’intenzioni dell’artista.

Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso[505] si sia fatto[506] di queste regole ne’ teatri colti delle diverse nazioni[507], troviamo che nel greco non sono mai state stabilite[508] per principio, e che s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento lo ha richiesto; che i poeti drammatici inglesi e spagnoli[509] più celebri, quelli che[510] sono riguardati come i poeti nazionali, non le hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano per riflessione. Nel teatro francese vennero introdotte a stento; e l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’ comici stessi, quando vi fu messa[511] in pratica da Mairet[512] con la sua Sofonisba, che si dice la prima tragedia regolare francese: quasi fosse un destino che la regolarità tragica deva[513] sempre cominciare da una Sofonisba noiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza discussione, che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.

IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno ricevute non le osservano esattamente in fatto. Perchè, senza parlare di qualche violazione dell’unità di luogo che si trova in alcune tragedie italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamente regolari, è noto che l’unità di tempo non è osservata nè pretesa nel suo stretto senso, cioè nell’uguaglianza del tempo fittizio attribuito all’azione col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione. Appena in tutto il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano[514] questa condizione. Comme il est très-rare (~dice un critico francese~) de trouver des sujets qui puissent être resserrés dans des bornes si étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-quatre heures[c]. Con una tale[515] transazione i trattatisti non hanno fatto altro che riconoscere l’irragionevolezza[516] della regola, e si sono messi in un campo dove non possono sostenersi in nessuna maniera[517]. Giacchè si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non deva oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha abbandonato questo punto, con qual[518] ragione pretenderà che uno si tenga[519] in un limite fissato così[520] arbitrariamente? Cosa[521] si può mai dire a un critico, il quale crede[522] che si possano allargare le regole? Accade qui, come in molte altre cose, che sia più ragionevole chiedere[523] il molto che il poco. Ci sono ragioni[524] più che sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare una per ottenere una facilitazione a chi le voglia seguire[525]. Il serait donc à souhaiter (~dice un altro critico~) que la durée fictive de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi des arts, et du plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de leurs ressources les plus fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses, dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils les employent à lui plaire, et à le toucher; et de ce nombre est l’extension feinte et supposée du temps réel de l’action théâtrale[d]. Ma le[526] licenze felici sono parole senza senso in letteratura; sono di quelle molte espressioni che rappresentano un’idea chiara nel loro significato proprio e comune, e che usate qui metaforicamente rinchiudono una contradizione.[527] Si chiama ordinariamente licenza ciò che si fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in questo senso licenze felici, perchè tali regole possono essere, e sono spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda.[528] Si è trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene; perchè le regole[529] grammaticali essendo di convenzione, e per conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di queste, spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa sta altrimenti. Esse devono essere fondate sulla natura, necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici, trovate, non fatte; e quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice.[530] — Ma perchè queste riflessioni su due parole? Perché nelle[531] due parole appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia un’opinione storta, si usa per lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e false in un altro; perchè la frase chiara svelerebbe la contradizione. E a voler mettere in chiaro[532] l’erroneità della opinione, bisogna[533] indicare dove sia[534] l’equivoco.

V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti inconvenienti.

Non discenderò a dimostrare[535] con esempi la prima parte di questa proposizione: ciò è stato fatto egregiamente più d’una volta. E la cosa resulta[536] tanto evidentemente dalla più leggiera osservazione d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori[537] stessi delle regole sono costretti a riconoscerla[538]. Confessano essi che il non astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo lascia il campo a una imitazione ben altrimenti varia e forte: non negano le bellezze ottenute a scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle bellezze, giacchè per ottenerle bisogna cadere nell’inverosimile. Ora, ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza tanto temuta non si farebbe sentire[539] che alla rappresentazione scenica; e però la tragedia da recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di perfezione, a cui può arrivare[540] la tragedia, quando non si consideri che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari che il narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa può dare, dovrebbe preferire sempre questo secondo genere di tragedia: e nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione materiale, o ciò che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio? Certo, meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre[541] di parere che le tragedie greche non siano[542] mai state superate dai moderni, e che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano più che alla[543] lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza le unità riescano inverosimili alla recita; ma da una conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.

Gl’inconvenienti che nascono[544] dall’astringersi alle due unità, e specialmente a quella di luogo, sono ugualmente[545] confessati dai critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente tollerate da coloro che vogliono le regole a solo fine d’ottenere la verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro rassegnazione: Dans CINNA il faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Émilie, et qu’Auguste vienne dans ce même cabinet confondre Cinna, et lui pardonner: cela est peu naturel. La sconvenienza[546] è assai bene sentita, e sinceramente confessata. Ma la giustificazione è singolare. Eccola: Cependant il le faut[e].

Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione[547] già così bene sciolta, e che a molti può parer[548] troppo frivola. Rammenterò[549] a questi ciò che disse molto sensatamente in un caso consimile un noto scrittore[550]: Il n’y a pas grand mal à se tromper en tout cela: mais il vaut encore mieux ne s’y point tromper, s’il est possible[f]. E del rimanente, credo che[551] una tale questione abbia il suo lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che ha relazione con l’arti della parola, e coi diversi modi d’influire sulle idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura con oggetti gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati: essa è considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da altri come un mezzo potente di corruttela, da nessuno come una cosa[552] indifferente. Ed è[553] certo che tutto ciò che tende a ravvicinarla o ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare, dirigere, aumentare, o diminuire la sua influenza.

Quest’ultime riflessioni conducono a una[554] questione più volte discussa, ora quasi dimenticata, ma che io credo tutt’altro che sciolta; ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai nostri giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò[555], dacchè il Pubblico di tutte le nazioni colte ha sentenziato col fatto in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto coraggio per sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le proteste[556] di Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui[557] nome unito a questi viene qui ad avere una autorità singolare. Essi hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno[558] che i drammi da loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma deva esserlo, sotto pena di riuscire freddo, e quindi vizioso secondo l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia una di quelle cose che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perchè essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema drammatico giudicato dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere illegittima la conseguenza che[559] ne hanno dedotta contro la poesia drammatica in generale.[560] Mi pare[561] che siano stati tratti in errore dal non aver supposto possibile altro sistema che[562] quello seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro suscettibile del più alto grado d’interesse e immune[563] dagl’inconvenienti di quello: un sistema conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli contrario. Al presente saggio di componimento drammatico, m’ero proposto [564] d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto da alcune circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito d’annunziarlo; perchè mi pare[565] cosa sconveniente il manifestare una opinione contraria[566] all’opinione ragionata d’uomini di prim’ordine, senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almeno[g].

Mi rimane a render conto del Coro introdotto una volta in questa tragedia, il quale, per non essere nominati personaggi che lo compongano [567], può parere[568] un capriccio, o un enimma[569]. Non posso meglio spiegarne l’intenzione, che riportando in parte ciò che il signor Schlegel ha detto dei Cori greci: Il Coro è da riguardarsi come la personificazione de’ pensieri morali che l’azione ispira, come l’organo de’ sentimenti del poeta che parla in nome dell’intera umanità. E poco sotto: Vollero i greci che in ogni dramma il Coro.... fosse prima di tutto il rappresentante del genio nazionale, e poi[570] il difensore della causa dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore ideale; esso temperava l’impressioni violente[571] e dolorose d’un’azione qualche volta[572] troppo vicina al vero; e riverberando, per così dire, allo spettatore reale le sue proprie emozioni, gliele rimandava raddolcite dalla vaghezza d’un’espressione lirica e armonica, e lo conduceva così nel campo più tranquillo della contemplazione[h]. Ora m’è parso [573] che, se i Cori dei greci non sono combinabili col sistema tragico moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea[574] di que’ Cori. Se l’essere questi indipendenti dall’azione e non applicati a personaggi li priva d’una[575] gran parte dell’effetto che producevano quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più lirico, più variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d’essere senza inconvenienti: non essendo legati con l’orditura dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga per farceli[576] stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte, in quanto, riserbando al poeta un cantuccio dov’egli possa parlare in persona propria, gli diminuiranno la tentazione d’introdursi nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti: difetto dei più notati negli scrittori drammatici. Senza indagare se questi Cori potessero mai essere in qualche modo adattati alla recita, io propongo soltanto che siano destinati alla lettura: e prego il lettore d’esaminare questo progetto indipendentemente dal saggio che qui se ne presenta; perchè il progetto mi sembra potere essere atto a dare all’arte più importanza e perfezionamento, somministrandole un mezzo più diretto, più certo e più determinato d’influenza morale.

Premetto alla tragedia alcune notizie storiche sul personaggio e sui fatti che sono l’argomento di essa, pensando che chiunque si risolve a leggere un componimento misto d’invenzione e di verità storica, ami di potere, senza lunghe ricerche, discernere ciò che vi è conservato di avvenimenti reali.

[469] _Nella prima edizione scrive sempre: ~annojare~, ~nojoso~, ~principj~, ~necessarj~, ~varj~, ~proprj~, ~arbitrarj~, ~esempj~, ~vizj~...._

[470] Oltre di che

[471] lievi

[472] spedienti

[473] trovato per impacciarsi l’un l’altro, ingegnosissimo

[474] Nella prima edizione sempre: ~egualmente~, ~eguale~, ~eguaglianza~.

[475] Sempre: ~piccioli~, ~picciola~....

[476] più ch’ella non è, tolgono

[477] qualsiasi

[478] ritenute

[479] ripigliarne

[480] Studierò

[481] Questo ~picciola~ s’è salvato!

[482] risultanti dall’indole

[483] Sempre: ~Aristotile~

[484] coloro i quali

[485] questa azione

[486] egli

[487] Sempre: ~su di un~

[488] egli è

[489] Sempre: ~verisimiglianza e inverisimiglianza~, ~verisimile e inverisimile~ (sost. e agg.)...

[490] dai rapporti

[491] dai rapporti

[492] Sempre: ~fra~

[493] Sempre: ~cogli~, ~colla~, ~coll’~...

[494] soltanto

[495] in modo che a lui

[496] parer

[497] altri

[498] assicurandosi

[499] egli

[500] Sempre: ~obbiezione~

[501] Sempre: ~v’era~

[502] si considerano dal lato dell’esperienza

[503] Sempre: ~si è~

[504] tutto dì

[505] conto

[506] tenuto

[507] d’ogni nazione, noi

[508] poste

[509] spagnuoli

[510] i quali

[511] posta

[512] In molte delle antiche edizioni (potrei dire in tutte), anteriori al 1845, si strascinò l’errore: ~Nairet~; anche in quella di Jena 1827, e in quella un po’ pretensiosa di Firenze 1827.

[513] Sempre: ~debba~, ~debbono~....

[514] adempiano

[515] Con tale

[516] la dannosità

[517] in alcun modo

[518] che

[519] altri si contenga

[520] ch’egli ha posto

[521] Che

[522] stima

[523] domandare

[524] Si hanno argomenti

[525] eseguire.

[526] Salvo il rispetto a Marmontel e all’opera piena di merito nella quale leggesi questo passo, osservo che le

[527] Sempre: ~contraddizione~.

[528] felici, perchè seguite da un buon successo.

[529] molte regole

[530] e non si può quindi trasgredirle senza fallare lo scopo dell’arte.

[531] Nelle

[532] a voler mostrare

[533] basta

[534] sta

[535] provare

[536] risulta

[537] molti dei sostentori

[538] hanno dovuto convenirne

[539] non sarebbe sensibile

[540] giungere

[541] tuttavia

[542] Sempre: ~sieno~

[543] poetico, tragedie non conosciute che per la

[544] risultano

[545] sono essi pure

[546] L’inconvenienza

[547] Sempre: ~quistione~

[548] sembrare

[549] Ricorderò

[550] a questi le parole usate in un caso consimile da un eccellente scrittore:

[551] Nondimeno io stimo che

[552] come cosa

[553] Egli è

[554] Quasi sempre: ~ad una~

[555] sopra di ciò alcun dubbio

[556] appellazioni

[557] il cui

[558] l’uno

[559] che essi

[560] a disfavore di tutta in genere la poesia drammatica.

[561] Parmi

[562] fuori di

[563] ed esente

[564] io aveva in animo

[565] mi sembra

[566] opposta

[567] compongono

[568] sembrare

[569] enigma

[570] poscia

[571] violenti

[572] talvolta

[573] sembrato

[574] nella idea

[575] toglie loro una

[576] farveli

NOTE DEL MANZONI

ALLA PREFAZIONE DEL “CARMAGNOLA„

a) «Sono differenti in questo (l’Epopea e la Tragedia), che quella ha il verso misurato semplice, ed è raccontativa, e formata di lunghezza; e questa si sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, ed in ciò è differente dalla Tragedia». Traduzione del CASTELVETRO.

b) Corso di Letteratura drammatica, Lezione X.

c) BATTEUX, Principes de la littérature, Traité V, chap. 4.

d) MARMONTEL, Éléments de littérature, art. Unité.

e) BATTEUX, l. c.

f) FLEURY, Mœurs des Israélites, X.

g) Altre circostanze non hanno permesso all’autore di mantenere questa promessa. E lo dice senza riguardo, sapendo bene che sono mancanze le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso quello di benemerito. Del rimanente, questo punto è stato toccato in parte nella Lettre à M.r Ch..... sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie. E forse, per ciò che riguarda la questione generale, basta osservare che tutta l’argomentazione di quegli scrittori è fondata sulla supposizione, che il dramma non possa interessare se non in quanto comunichi allo spettatore o al lettore le passioni rappresentate in esso. Supposizione venuta dall’aver preso per condizione universale e naturale del dramma ciò ch’era un fatto speciale de’ drammi esaminati da loro, e della quale la più parte de’ drammi immortali de Shakespeare sono una confutazione tanto evidente quanto magnifica.—[Questa nota, s’intende, è stata aggiunta nell’edizione del 1845. Ma vedi più avanti i Materiali estetici, dov’è pur pubblicato quanto altro il Manzoni aveva buttato giù intorno alla questione della moralità nelle opere tragiche.—SCH.].

h) Corso di Letteratura drammatica, Lezione III.

NOTIZIE STORICHE.

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