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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) (part 3 of 3)

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La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) (part 3 of 3)

[62] Violi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, ec.

[63] Di ciò parlano minutamente il Nardi, il Violi, il Burlamacchi, Barsanti, ec.

[64] Queste lettere si trovano pubblicate nei Documenti del P. Marchese.

[65] Vedi la lettera stessa nel Quétif e nel P. Marchese.

[66] Molte altre lettere scrissero i Magistrati. — Una del 21 luglio, lodava mess. Alessandro e mess. Ricciardo, per le cure avute nel ben disporre i cardinali verso il Savonarola, raccomandava l’adoperarsi sempre più, e diceva esservi molti che oppugnavano la cosa. Scrissero di nuovo il 1º agosto, lodando l’ambasciatore, e rallegrandosi che «la Sua Santità si mostri benevola e propizia verso di noi:» mandavano anche due lettere di ringraziamento ai cardinali di Capaccio e di Perugia, i quali s’erano adoperati in favore di quella causa. L’11 agosto, raccomandavano di fare ogni sforzo possibile, per ben disporre i sei cardinali proposti agli affari ecclesiastici, ed ai quali sembrava dovesse andare la causa del Savonarola. Il 26 settembre scriveano al cardinal Caraffa, raccomandandogli d’adoperarsi appresso al papa; il 28 settembre, al Bracci, perchè sollecitasse il cardinal Caraffa; il 13 ottobre, lo stesso; il 7 novembre, mandarono due lettere, di cui parleremo più basso. Vedi Documenti del P. Marchese.

[67] Più tardi Pio III.

[68] Lettera a Lodovico Pittorio, cancelliere del duca Ercole I di Ferrara. Vedila nel P. Marchese. Il fatto, poi, della offerta di quel cardinale trovasi ripetuto nel Burlamacchi, Barsanti, Souveges; e viene dal P. Marchese riconfermato.

[69] Vedi il Guicciardini, Storia d’Italia, e gli storici contemporanei.

[70] Fu pubblicata dal Perrens, nell’appendice al suo primo volume.

[71] Di ciò parla l’ambasciator di Roma, nelle sue lettere.

[72] Daremo in Appendice queste due dichiarazioni o lettere al papa. Fra le sottoscrizioni alla seconda di esse, v’è il nome di un Niccolò d’Alessandro Machiavelli, che il Perrens erroneamente credette fosse quello del Segretario fiorentino, che era invece figlio di Bernardo.

[73] Lettera del Savonarola a suo fratello Alberto, in data del 21 luglio. Vedi P. Marchese, Documenti ec.

[74] Il non avere ciò osservato, fu causa dell’errore gravissimo in cui è caduto il sig. Perrens, dicendo che il Savonarola si mostrasse timido e indifferente nel fatto della peste.

[75] Probabilmente sono quelli, di cui si trova un abbozzo imperfetto e monco, nel volumetto intitolato: Alcuni sermoni devoti di F. Jeronimo Savonarola, sopra il principio della Cantica e altri luoghi; Venezia 1556. Quelli sulla Cantica sono anch’essi solamente abbozzati; ma vi si trovano dei brani in italiano, meno imperfetti di quelli sopra Geremia, e non senza pregio. L’originale di questi, insieme con molte altre selve di sermoni, lezioni ec., si trova nella Magliabechiana, ed è un prezioso codice di appunti autografi, del quale parleremo nell’Appendice.

[76] Vedi P. Marchese, Documenti ec.

[77] Ibidem.

[78] Ibidem.

[79] Era scritto in data del 15 luglio 1497; fu pubblicato allora a Firenze, e più tardi a Venezia, 1538, nel volumetto intitolato: Alcuni devotissimi trattati di F. Jeronimo Savonarola ec.

[80] Durante questi mesi, il Savonarola scrisse varie lettere. — A Maria Angiola Sforza, sul ben vivere, 24 maggio 97. — A Francesco Pico, sullo stesso soggetto, 8 maggio 97. — In un’altra allo stesso, dice che la scomunica non ha avversato l’opera sua, che i frati stanno, invece, lieti e contenti; 2 luglio 97. — A due giovani donne ferraresi, consigliandole a bene apparecchiarsi, per meglio condurre il loro proponimento di farsi monache; 24 maggio 97. — A messer Bertrando Ferrarese, protonotario apostolico: si congratula della sua fede, la quale, provata nelle tribolazioni, non viene da lume naturale; 12 luglio 97. — Al Duca di Ferrara: lo conforta alla fede, ed a credere che Dio procede misuratamente nelle sue cose, senza alterarne un jota; 1 agosto 97. — A Giovanna Caraffa moglie del conte Gio. Francesco Pico: si congratula della sua fede, la conforta a non temere le tribolazioni; 13 agosto. — Alla stessa. «Non bisogna avere coscienza troppo scrupolosa: la carità estingue ogni peccato, e più piace a Dio colui che vive lieto nel bene, di colui che si tormenta negli scrupoli. Nei dubbi si consigli coi buoni e stia al loro arbitrio. Il marito è capacissimo di consigliarla, il rimettersi a lui sarebbe anche assai accetto al Signore.» 6 novembre 97.

[81] Durò in tutto due mesi e mezzo.

[82] Il Nardi, il Machiavelli e molti storici parlano di questa cattura dell’Antella. Vedi nell’Appendice la lettera che aveva indosso.

[83] Queste notizie abbiam cavate dalla lettera che si trovò indosso all’Antella, e dalla confessione che scrisse dipoi. Non sappiamo il giorno preciso di questa cattura; ma in una lettera del 10 agosto, che la Signoria indirizzava all’ambasciatore di Roma, si parla del fatto come già avvenuto. Archivio delle Riformagioni, Minute di lettere ad ambasciatori: secondo l’antica numerazione, il codice era segnato Cl. X. Dist. 1, Nº 198.

[84] La lettera sopra citata, dice che la cattura dell’Antella «ha scoperto la radice di qualche maligno umore, in persona da non poter perseguire;» ma poi cerca dar poco rilievo alla cosa, aggiungendo che sono vani effetti; «perchè se mai vi fu repubblica unita a distruggere la tirannide, questa è dessa.»

[85] Nella narrazione di questo giudizio, abbiano seguito sempre i documenti autentici; e fra gli storici ci siamo valsi principalmente del Pitti (Archivio Storico, vol. I), che racconta questi fatti con grandissima precisione.

[86] Questa è la rivelazione di cui abbiamo più volte parlato, e che daremo nell’Appendice.

[87] Di ciò parla il Nardi nella sua Storia di Firenze, pag. 153.

[88] L’avola di Piero era una Tornabuoni.

[89] Diverso da Giovanni Cambi storico e tutto del popolo, diverso anche da quel ricco Cambi di via del Cocomero; era propriamente di quei da S. Trinità.

[90] Era suocero d’una sorella di Piero. Per tutte queste notizie vedi Nardi, Storia di Firenze, pag. 130, vol. I; Cerretani, idem, MS. magliabec.; Parenti, idem; Guicciardini, idem, cap. XV; Pitti, idem.

[91] Pitti, Storia di Firenze.

[92] Per vincere una deliberazione nella Signoria, che era composta di 9 membri, si richiedevano 6 voti; lo stesso numero ci voleva negli Otto, perchè i due terzi erano la maggioranza legale: quando si andava per maggioranza numerica, dicevasi votare per le più fave.

[93] Pitti, Storia di Firenze.

[94] Il Pitti suppone che il notaio tralasciasse di segnare i pochi voti contrari, non potendo supporre che non ve ne fusse alcuno.

[95] Pitti, Storia di Firenze.

[96] Vedi il Pitti, che riporta fedelmente i discorsi tenuti nella Pratica. Vedi anche il Cerretani ed il Parenti.

[97] I Gonfalonieri delle Compagnie ed i Buoni Uomini, ma qui principalmente i primi.

[98] Il Nardi, il Pitti ed altri parlano dell’effetto che produsse l’arrivo di quelle lettere. Lo stesso frammento di Pratica, che abbiamo trovato nell’Archivio delle Riformagioni, incominciando a darci il sunto della discussione, dice così: «E’ nostri magnifici et excelsi signori, fatto leggere più lettere da Roma da Ser Alexandro, et da Milano da Ser Francesco Pepi, et da alcuni altri cittadini esistenti a Roma, senza subscriptione,.... fu dimandato consiglio ec.» Cl. II, Cod. 137, Frammenti di Pratiche.

[99] «Quando si dubita di tumulto, secondo le leggi comuni, si soglion torre via gli appelli.» Così nel Guicciardini, Storia di Firenze, pag. 160.

[100] Tutta questa discussione è riportata fedelmente dal Frammento di Pratica, più sopra citato.

[101] In questa narrazione ed in questi discorsi, abbiamo fedelmente seguito il Pitti, Storia di Firenze, (Vedi Arch. Storico Vol. I).

[102] Pitti, Cerretani, Nardi. Secondo il Pitti andarono nel Palazzo del Bargello; ma il Cerretani, forse con più esattezza, dice che andarono in quello del Capitano, che era accanto alla Dogana vecchia e vicino al Palazzo dei Signori.

[103] Minute di Lettere ad ambasciatori, 1496-97; Archivio delle Riformagioni. Vedi Appendice.

[104] Questo dobbiamo dire, perchè più tardi troviamo una provvisione che toglie ogni bando di ribelli.

[105] Nardi, Cerretani, Pitti, Machiavelli, Parenti, Guicciardini, ec.

[106] Vedi il processo a stampa. Qui si rammenti il lettore, che tutte le alterazioni del processo, furon fatte sempre e solo a danno del Savonarola; quindi si può creder pienamente tutto ciò che vien detto in suo favore.

[107] Processo fatto dai commissari del Papa. Vedi appendice.

[108] Vedi lib. II, cap V di quest’opera. Il Machiavelli ed il Guicciardini furon tra i primi a muovere tale accusa contro al Savonarola; e la loro autorità si tirò dietro quasi tutti gli altri. Il Guicciardini cercò, nella sua Storia di Firenze, correggere in parte l’errore commesso nella Storia d’Italia; ma lo fece piuttosto moderando le espressioni, che correggendo i fatti. Quei due storici, sebbene nella loro giovanezza avessero conosciuto il Savonarola, scrissero assai più tardi, e quando già il suo nome era soggetto di mille ingiuste accuse; per il che, non sempre riescì loro di sfuggire tutte quelle opinioni erronee, che si spargevano per calunniare il frate repubblicano. Pure, anche l’autorità del Guicciardini e del Machiavelli deve cedere al vero, quando questo risulta così chiaro da documenti di cui non si può disputare l’autorità.

[109] Il Guicciardini parla di questa nimicizia nella sua Storia di Firenze.

[110] Pitti, Storia di Firenze; Cerretani, idem.

[111] Lettera dei Signori, in data del 7 novembre 1497. Vedi P. Marchese, Doc. XVII.

[112] Hieronymi Savonarolæ, Lamentatio Sponsæ Christi adversus tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione Ecclesiæ. Florentiæ apud Laurentium de Morgianis, 1497. Quest’opuscolo venne proibito a Roma. — Qui dobbiamo accennare ad un’altra operetta che dal Meyer e dall’Audin de Rians viene attribuita al Savonarola; sebbene, a nostro avviso, egli non ne sia il vero autore. Quest’operetta ha per titolo: Loqui prohibeor et tacere non possum; il Meyer la vide manoscritta nella biblioteca Bouturlin, l’Audin la trovò stampata nei quattrocentisti della Riccardiana, dove anche noi l’abbiamo esaminata. È un opuscolo di sei carte, stampato senza data, e senza nome d’autore; le idee non sarebbero lontane da quelle del Savonarola, sebbene il latino, più studiato, ci fece fin da principio dubitare che egli ne fosse l’autore. «I pastori,» così incomincia, «lasciano deviare le pecorelle a loro arbitrio, scacciano quelle che restano nella buona via, minacciano con pene severissime quelle che cercano la sorgente di acqua pura; onde mi è vietato il parlare (loqui prohibeor). — Ma io vedo questi pastori dissipatori interdire i ricchi pascoli al gregge, e le pecorelle magre e stente sono abbandonate in cibo alle bestie selvagge; onde io non posso tacere (tacere non possum). — I giudici e gli anziani, a cui spetterebbe il giudicare, siedono sulla sedia di perdizione e rovesciano ogni ordine; l’arbitrio è in luogo della legge, e la malvagità sopprime la debole voce del giusto; onde mi è vietato il parlare.» E così continuando la prima parte di questo scritto, conclude finalmente: Ideo loqui cogor et exclamare compellor. Ed allora tutto pieno di speranza, egli esclama: «Ecco già ogni servo loda il suo Signore. La mia bocca è piena, o Signore, del tuo amore, e canterò la tua gloria: già cade la notte e sorge l’aurora d’un giorno migliore; la nostra redenzione è vicina.»

Senza dubbio tali idee si potrebbero attribuire al Savonarola; se, in due o tre luoghi, non fosse troppo chiara l’allusione a lui stesso, come già morto. Eccone un esempio: «Fratres et discipuli carissimi qui, ab ipso fonte uberrimo, prædulcissima eloquia, magno obtectamento, frequentius hauserunt; qui tanquam exanimes et velut stupidi altiora doctrinæ mirabantur; qui virum omni quavis scientia præclarissimum magnaque sanctitate venerandum firmissime asserebant, Instanter prædicabant, omnique demonstrationum genere id animis hominum inserere nitebantur. Nunc, ac si lethæi fluminis unda demersi, in silentio trahunt dies suos, et ad unuscuiusque rei pavent occursum. Nonnulli ex eis, timore perterriti, digito labris imposito, silentium indicant, si quos noverint hilari vultu loquentes magnalia Dei. Nec desunt qui, asperiori obedientiæ malleo simplicium dorsum incurvent; quia et obliquis oculis intuentur quos pristinæ fidei quippiam servasse crediderint.» E qui noi troviamo nell’esemplare riccardiano, segnato nel margine, con caratteri antichi: la fede nel Frate; come pure in un altro luogo, dove l’autore nomina «martyres Dei inclytos,» la stessa mano ha segnato nel margine: il Frate e i tre compagni, segno evidente che l’opuscolo era conosciuto non essere del Savonarola. Nella Riccardiana esso è legato con molti altri del Savonarola e dei suoi discepoli, ed è preceduto da una lettera di Gio. Franc. Pico della Mirandola, A li electi di Dio abitanti nella città di Firenze, datata il giorno della Resurrezione, 1498. In questa lettera il Pico conforta ad aver fede nella dottrina del Savonarola, le cui profezie certamente si verificheranno. È facile che anche l’opuscolo seguente fosse lavoro del giovane Pico. (Vedi Riccardiana, 123, quattrocentisti.)

[113] Nella bibliografia premessa al Burlamacchi, se ne cita un’edizione del 1497. La più parte di questi opuscoli del Savonarola furono ristampati in varie collezioni fatte a Venezia, due delle quali videro la luce nel 1537 e 1538, col titolo: Alcuni devotissimi trattati, ec.

[114] Stampata a Firenze, 1497; ed a Venezia, Alcuni devotissimi trattati ec.

[115] Data in Firenze, in San Marco, a dì 17 ottobre 1497; stampata a Firenze nel medesimo anno.

In questo luogo accenneremo altri opuscoli del Savonarola che, o furono scritti in questo anno, o sono stati da noi tralasciati nei capitoli antecedenti. Noteremo prima di tutto l’Esposizione dei dieci Comandamenti, indirizzata alla badessa delle Murate e stampata in Firenze, sin dal 1495. È una minuta e diligente guida per far l’esame di coscienza. — Anche nel 1495 fu stampata, e poi ripubblicata molte volte, l’Epistola alla Contessa della Mirandola che aveva divisato monacarsi. Si parla in essa del fine da proporsi nel vestir l’abito, e del modo come conseguirlo; della perfetta unione che il fedele deve cercare di aver con Cristo, facendolo vivere nella sua anima.

Le Dieci Regole da orare nel tempo delle grandi tribolazioni furono stampate nel 1497, insieme con l’Epistola alle Suore d’Annalena: il Meyer cita, delle prime, anche una edizione del 1495. Esse sono; 1º Pregare Iddio che mandi buoni pastori; 2º Che ci faccia distinguere i veri dai falsi profeti; 3º Che ci faccia conoscere come le cerimonie esteriori, senza lo spirito interno, non hanno valore; 4º che ci faccia amare la semplicità e sprezzare le cose terrene; 5º Che confermi questo lume coi doni dello Spirito Santo. Queste regole sono per evitare le tribolazioni; le altre cinque che seguono servono a sopportarle, quando vengono. 1º Comunicarsi spesso; 2º Pregare assiduamente; 3º Pregare il Signore che raffreni la potestà avversa; 4º Che la faccia finir presto; 5º Che faccia perfetti i buoni, e volga i peccatori a penitenza.

Trattato sul mistero della Croce. È una figura della Croce con alcuni motti ed una breve spiegazione.

Trattato del Sacramento e mistero della messa. Son due pagine in cui si ripetono cose già dette.

Regole a tutti i religiosi, composte da F. Jeronimo e date ai suoi frati. 1º Povertà, 2º Castità, 3º Obbedienza, 4º Lasciare ogni distrazione, 5º Fuggire le cattive conversazioni, 6º Continua orazione. Alla fine di quest’opuscolo è una figura della scala della vita, i cui gradini portano scritte le sopraindicate virtù.

Esposizione dell’Ave Maria, ad istanza di certe devote donne. È una semplice dichiarazione letterale.

Epistola ad una devota donna bolognese. Dà alcune regole per la comunione.

Frater Hieronymus dilectis fratribus suis. Esamina il perchè i suoi frati sieno travagliati quasi tutti da doglie di capo: lo attribuisce alla soverchia meditazione; onde raccomanda loro di serbar misura.

Un capitolo fatto in San Marco il dì di Santa Croce (settembre 96). Raccomanda il digiuno e l’astinenza.

Epistoletta a uno familiare. Son due sole pagine, in cui lamenta che l’Italia non ha voluto ascoltarlo; onde i tanti guai.

[116] Un altro MS. di quest’opera, trovasi nella biblioteca di San Marco a Venezia; cod. XLI, clas. IX. dei MS. latini. Sembra anch’esso autografo; ma non è stato esaminato da alcuno, per la grande difficoltà della scrittura. Noi lo pubblicheremo fra le cose inedite del Savonarola, dopo averlo diligentemente riscontrato coll’altra copia, certamente autografa, che si trova in fondo alla Bibbia magliabechiana.

Vogliamo notare alcune parole che, nel MS. Marciano, si trovano a pag. 50: «Non cogitant nisi præsentia, de futuris malis aut non habent fidem firmam aut, tanquam præsumptuosi, putant misericordiam Dei tam magnam, ut SINE OPERIBUS salvet homines.» È sempre la idea opposta a quella che formava la dottrina fondamentale di Lutero.

[117] Qui s’intende parlare della forma, e non delle opinioni di questi autori, uno dei quali era cattolico, l’altro protestante.

[118] Proemio. Moltissime sono le edizioni del Trionfo dello Croce, fatte nel quattrocento ed in tempi posteriori. Il Savonarola lo pubblicò in latino, e subito dopo ne fece una traduzione, o piuttosto una parafrasi italiana, da servire all’universalità dei fedeli. Noi abbiamo seguito l’edizione italiana, perchè la forma ne è assai più semplice e disinvolta; le formole scolastiche le quali, in parte, si trovano ancora nell’edizione latina, sono qui abbandonate per meglio adattarsi alla popolare intelligenza. De veritate fidei in dominicæ Crucis triumphum, S. L. et A.; Libro di F. Hieronymo dell’ordine dei predicatori, della verità della fede sopra il glorioso trionfo della Croce di Cristo, con una prefazione di Domenico Benivieni. S. L. et A.

[119] Lib. I, cap. I.

[120] Lib. I, cap. II.

[121] Lib. I, cap. III e IV.

[122] Dal cap. V al cap. XIV.

[123] Proemio del secondo libro, vedi anche lib. I, cap. V.

[124] Lib. II, cap. I.

[125] Lib. II, cap. II.

[126] Lib. II, cap. III a VII.

[127] Cap. VIII.

[128] Fino al cap. XII.

[129] Cap. XV.

[130] Lib. III, cap. III.

[131] Lib. III, cap. VII.

[132] Lib. III, cap. IX.

[133] Lib. III, cap. XIII.

[134] Lib. III, cap XIV a XVI. Vedi anche lib. I, cap. X.

[135] Lib. IV, proemio, cap I e II.

[136] Stampato, vivente l’autore, era stato fatto sopra quello più ampio di Pico della Mirandola, in forma assai compendiosa, per servire al popolo. — L’astrologia è contraria alla ragione ed alla religione, distrugge la libertà individuale e non riconosce la provvidenza divina: tali erano i principali argomenti del Savonarola, che abbiamo ambe altrove accennati.

[137] Lib. IV, cap. IV e V.

[138] Cap. VI. Abbiamo citato quasi testualmente le parole dell’autore, le quali sono alquanto più prolisse, e perciò più esplicite ancora di quello che non apparisce qui sopra.

[139] Con grande elogio ne parlò anche il P. Lacordaire.

[140] Nardi, Storia di Firenze, vol. I, p. 137.

[141] Si noti ancora qui, come queste parole son contrarie alla dottrina fondamentale della Riforma: giustificazione per la sola fede.

[142] Qui riferisce ad una predica antecedente; che fu da noi riportata, e nella quale il Savonarola faceva intendere che, quando fosse venuta la scomunica, egli avrebbe dato volta alla chiavetta. Ma, come abbiam visto, un vero Breve di scomunica non era venuto, nè la lettera ai frati della SS. Annunziata determinava alcuna accusa contro la dottrina del Savonarola.

[143] La morte del Duca di Candia.

[144] Forse qui vuol riferire alla causa di Bernardo del Nero e degli altri complici, che certamente il Savonarola credeva colpevoli, sebbene non avesse fatto nulla per provocarne la condanna.

[145] Il Savonarola non intendeva di fare propriamente un miracolo; ma bene credeva che, quando la salute della Chiesa lo richiedesse, il Signore avrebbe, per mezzo suo, operato qualche cosa di soprannaturale: e di ciò sembrava convintissimo.

[146] Prediche XXII sopra l’Esodo e sopra alcuni Salmi, fatte in S. M. del Fiore, cominciando la domenica della Settuagesima, il dì 11 febbraio 1498; raccolte per M. Lorenzo Violi: Firenze 1498. Vedi predica I.

[147] Sermone fatto a molti sacerdoti, religiosi e secolari a San Marco, a dì 15 febbraio 1497 (stile vecchio). Trovasi, anche, insieme colle prediche sopra l’Esodo.

[148] È ben lungi, però, dall’accennare ai dommi.

[149] Prediche sopra l’Esodo; vedi predica fatta la domenica della Sessagesima.

[150] Prediche sopra l’Esodo, predica della Quinquagesima.

[151] Burlamacchi, 115 e seg.; Nardi, 140.

[152] Predica della Quinquagesima.

[153] Lett. dello Strozzi al Piovano di Cascina. Vedi Perrens, Doc. XV.

[154] Lettera ai Dieci, in data del 17 febbraio 1498. Vedi P. Marchese, Documenti ecc.

[155] Tutto ciò è minutamente raccontato in una lettera anonima, intitolata: Copia d’una lettera venuta da Roma, della predica di M. Mariano da S. Ghallo, contro a Fra Girolamo. Il Gennazzano aveva a S. Gallo il suo monastero. Vedi Appendice.

[156] Fu stampato, vivente l’autore, S. L. et A. Vedi l’edizione fattane da Audins de Rians, Firenze 1848. Egli lo credè scritto nel 1493, perchè il gonfaloniere Salviati che invitò il Savonarola a comporlo, tenne quell’ufficio nel 93, e nel gennaio e febbraio 98. Basta, però, dare un’occhiaia al trattato stesso, per vedere che riferisce di continuo a fatti assai posteriori al 93.

[157] I trattati a cui riferisce sono: il Trionfo della Croce; Della semplicità della vita cristiana; e De veritate prophetica.

[158] Sermone IV, sopra l’Esodo; fatto l’ultimo di febbraio, primo giorno di quaresima.

[159] Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 138.

[160] Questo breve, sconosciuto finora, trovammo nel Codice Riccardiano 2053. Il Meyer pone la data del 28 Febbraio 98, ad un altro breve di cui parleremo più basso. Vedi Appendice.

[161] Prediche sopra l’Esodo, vedi quella fatta il terzo giorno di quaresima.

[162] Così chiamavansi allora i Dieci della guerra, secondo una legge favorita dal Savonarola, nel principio del governo popolare.

[163] Qui riferisce a cagioni tutte politiche, come il desiderio di mutare il governo di Firenze.

[164] Fra Bernardino da Monte Feltro, cacciato al tempo di Piero dei Medici. Vedi Parenti, Storia di Firenze.

[165] Tutti questi discorsi son riportati dalla Pratica stessa, che si trova nell’Archivio delle Riformagioni. Vedi Frammenti di Pratica, come sopra.

[166] La Decima ecclesiastica e le cose di Pisa.

[167] Documenti del P. Marchese.

[168] Il Perrens volle da ciò trovare argomento a negare che quella Signoria fosse veramente avversa al Savonarola; ma i fatti che seguirono poi, rendono un tal dubbio impossibile.

[169] Burlamacchi.

[170] Prediche sopra l’Esodo, predica VII. Di questo sermone e del precedente, parlò il Machiavelli nella sua lettera ad un amico, scritta il giorno 8 marzo 1498. In essa egli non si mostra punto favorevole al Savonarola; perchè, come altrove dicemmo, nella prima giovinezza esso inclinò piuttosto verso gli Arrabbiati; e, solo in età più matura, modificò il suo giudizio intorno al Savonarola. Ecco in qual modo egli ne discorreva allora: «Trovandosi, adunque, il nostro Frate in casa sua, chi avrà udito con quale audacia ei cominciasse le sue prediche, e con quale egli le seguiti, non sarebbe di poca ammirazione; perchè... cominciò con spaventi grandi, con ragioni, a chi non le discorre efficacissime; mostrando essere ottimi i suoi seguaci, e gli avversari scelleratissimi; toccando tutti quelli termini, che fossero per avvilire la parte avversa e fortificare la sua; delle quali cose, perchè mi trovai presente, qualcuna ritratterò.» E così, ragguagliando minutamente, viene a dire: «e cominciò a squadernare i libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non ne mangerebbero i cani.» Intorno all’esserci chi volesse farsi tiranno, «tanto ne disse, che gli uomini fecero, poi, il dì pubblicamene conjettura di uno, che è tanto presso al tiranno quanto voi al cielo! Del Papa, poi, quello ne dice, che di qualunque ne vogliate scelleratissimo uomo dire si puote; e così, secondo il mio giudizio, viene secondando i tempi, e le sue bugie colorendo.» Queste ultime parole, sebbene esageratissime contro al Savonarola, ci dimostrano quanto grande dovesse essere allora l’opposizione contro Roma.

[171] Predica XI.

[172] Predica XVIII.

[173] Predica VII.

[174] Predica XVI.

[175] Predica XII. Uno degli argomenti su coi tornò spesso in queste prediche, fu il carattere indelebile del sacerdote. «Il papa, esso diceva, non può toglierlo; si porta anche in inferno; la scomunica non rende inefficace l’amministrazione dei sacramenti: tale è anche l’opinione di S. Tommaso.» Vedi prediche XII e XIII.

[176] Predica XIII.

[177] Vedi nel P. Marchese, Documento XX.

[178] Vedi nel P. Marchese il Documento XXI.

[179] Ciò conferma tutto quel che abbiam detto sul Breve di scomunica.

[180] «Ita turbamur, ut quieturi non simus, donec honorem Sanctæ hujus Sedis, tot modis a tenui isto vermiculo, calore vestro, ulceratum, consuluerimus.»

[181] La Decima ecclesiastica e gli aiuti a sottometter Pisa.

[182] «Tamdiu duraturo, quamdiu vestro isti monstruoso idolo favorem praestabitis.» Il sig. Perrens pubblicò questo breve, senza data, dal codice di S. Marco in Venezia; il Meyer vi pose la data del 26 febbraio (vedi p. 145 nota 2). Ad ambedue questi autori, poi, era affatto ignoto l’altro breve che noi abbiamo trovato nella Riccardiana, colla data del 26 febbraio, e che risponde meglio alla cronologia dei fatti; mentre questo citato qui sopra, deve esser di qualche giorno posteriore al 26 febbraio; e risponde perfettamente a ciò che dice il Bonsi, nelle due lettere del 7 e 9 mano: noi ne abbiamo trovato un’altra copia nel Codice Riccardiano 2953, ma è pure senza data.

[183] Nardi, pag. 142. Di questa Pratica non abbiamo trovato altra memoria che questa: «Die XVII 1497. Omnes, eodem die, decreverunt Fratri Hieronymo, ut omnino a predicatione cessaret.» Vedi Frammenti di Pratiche.

[184] Vedi P. Marchese, Doc. XXII.

[185] Non sarà forse inutile riferire qui alcune idee di F. Benedetto intorno alla Chiesa; perchè esso è uno dei più fedeli seguaci del Savonarola. (Vulnera Diligentis, L. I, cap. 9, Ms. magl., cl. 34, cod. 7.) Uno degli interlocutori dice che «la Chiesa non è altro che la congregazione dei fedeli, sive unitas justorum. L’altro domanda: — Perchè non si dice absolute, Ecclesia est Papa? — Perchè il Papa non è propriamente il capo primo della Chiesa, ma è Vicario del capo sommo della Chiesa, il quale è Gesù Cristo; questi, non essendo restato sulla terra, ha lasciato autorità al suo Vicario di potere legare e sciorre, iustamente tamen et non iniustamente. — Adunque,» riprende il primo interlocutore, «Gesù Cristo e i suoi eletti formano propriamente la Chiesa; ed impropriamente si può dire: la Chiesa essere composta da tutti coloro che credono. Con questo non si vuol dire che il Papa non sia aliquomodo Ecclesia; nè ancora che in quanto Papa possa errare....» «Papa quidem canonice, ut oportet, dicendo rem ad fidem et christianos mores pertinentem errare penitus non potest. Et ita faciens, dicitur tota Ecclesia quæ errare non potest, virtualiter in ipso Papa fecisse. Et breviter, tanto in sustantia è addire così, quanto vulgarmente dire: el Papa in quello che, decidendo canonicamente non erra, si dice essere tutta la Chiesa che non può errare, cioè virtualmente nel Papa. Immo la Chiesa non può errare nel suo vero membro, idest in qualunque vero cristiano. Imperò il cristiano, in quanto cristiano, non può errare, come il Papa in quanto Papa è al tutto impossibile che erri, e saría bestemmia dire opposite.» «Quando, però, il Papa giudica in causa propria, come Alessandro VI quando condannava il profeta (intendi il Savonarola), perchè lo accusava di aver fatto ingiusta opera; allora non è la Chiesa virtualiter che giudica, ma il Papa in causa propria. Ed in questi casi può errare, o per ignoranza, o anche per colpa; ed allora esso non è, se non putrido membro della Chiesa....» «Ora, assimigliando la Chiesa a similitudine d’un corpo umano, dico et concludo: La Santa Chiesa non avere, se non uno capo asceso in cielo, e questo è Gesù Cristo figliuolo di Dio; e non avere in terra, se non un collo, dependente dal capo, e questo è il Sommo Pontefice.» Questo linguaggio, sebbene rozzo ed incolto, ci fa conoscere esattamente quali erano le idee dei seguaci del Savonarola sull’autorità del Papa e sulla Chiesa.

[186] Ultimo dei sermoni sopra l’Esodo.

[187] Seguiamo la lezione del Codice Riccardiano 2053, seguita ancora dal Meyer. Il Burlamacchi riporta una parafrasi di questa lettera, chiamandola una correzione al Papa; altri contemporanei (come vedremo più basso) la chiamarono una lettera terribile. Il Rudelbach (Savonarola und seine Zeit., Doc. XII) segue una lezione anche più ardita della nostra, ma non dice donde l’abbia cavata. Vi si trovano fra l’altre, queste parole: «Io dunque sono apparecchiato a sostenere questa verità, per la quale ora da voi sopportiamo tanti mali; a provarla, dico, contro di voi e contro tutti li suoi adversari, e con ragioni naturali e soprannaturali, col divino aiutorio. E saranno queste cose in tal modo manifeste, ecc.»

[188] Teodorico Brie nella sua Storia del Concilio di Costanza scriveva queste parole: «Nam et beata Petri cathedra, ut nosti, plerumque pastore vacavit. Imo et ipsa, eadem quam et sponsam meam nomino, sæpissime vacasti; nec propter hoc quisquam autumet, te non mansisse sponsam meam. Sufficeret namquæ unus justus etsi omnes cæteri essent hæretici, ut et ego sponsus tuus semper et essem et remanerem.» In Rudelbach, pag. 32.

[189] Vedi P. Marchese, Storia del Convento di S. Marco, pag. 225 e seg.

[190] Il Savonarola venne, nel suo processo, interrogato continuamente intorno ai suoi rapporti con quel cardinale, e rispose che non aveva avuto con lui alcun accordo; ma lo sapeva favorevole alle sue idee.

[191] Raynald, ad ann. 1492. Rimandiamo nuovamente il lettore al P. Marchese, pag. 225 e seg.; tanto più che nel riportare il senso delle sue parole, in una nota del nostro 1º volume, qualche errore di stampa ha fatto credere che noi volessimo attribuire anche a lui l’opinione di creder nulla la elezione del Borgia, cosa alienissima da uno scrittore così scrupolosamente cattolico.

[192] Vedi queste lettere nell’Appendice.

[193] Francesco del Pugliese doveva scrivere in Inghilterra; un amico del Savonarola, in Ferrara, doveva occuparsi di quella al re d’Ungheria; Giovanni di Niccolò Cambi doveva scrivere in Germania. La minuta di queste lettere fu scritta da frate Niccolò da Milano, che da circa tre anni era segretario del Savonarola. Qui bisogna notare che, paragonando la lettera del Del Nero con quella del Mazzinghi, si troverà la prima assai più modesta; perchè il Mazzinghi (siccome dice egli stesso nella sua deposizione) non s’era contentato di seguire la bozza ricevuta, ma aveva voluto aggiungere di suo molte lodi in favore del Savonarola. Vedi nell’Appendice le deposizioni di Simone del Nero, del Mazzinghi, di Giovanni Cambi e di Roberto Ubaldini da Gagliano, che era stato segretario del Savonarola, prima di frate Niccolò da Milano.

[194] Di queste Lettere ai principi, si è voluto da qualcuno mettere in dubbio la incontrastabile autenticità; ma ne parlano le Deposizioni dei complici, ne parla il processo del Savonarola, ne parla lo stesso fra Benedetto (nella parte III del Vulnera diligentis), oltre moltissimi altri scrittori.

[195] La morte del figlio.

[196] Queste lettere furono pubblicate in parte dal Baluzio, in parte dal Meyer; il quale, però, non avendo bene esaminate le deposizioni dei testimoni, errò di molto nel determinarne la data. Le lettere ai re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite.

[197] Questo viene confermato dal Comines, il quale descrive minutamente lo stato in cui si trovava allora l’animo del re Carlo: «Si avoit son cœur de faire et accomplir le retour en Italie, et confessoit bien y avoir fait des fautes largement et les comploit....» Dice che il Papa scriveva continuamente al re, e che gli mandò «quelque messager secret, que je conduisis en la chambre du roy notre sire....» Ma il re «avoit mis de nouveau son imagination de vouloir vivre selon les commandements de Dieu, et mettre la justice en bon ordre et l’Eglise.» S’era già messo a tuttuomo per volerne riformare gli abusi; «mais,» così osserva il Comines, «il eust eu bien à faire, à ranger ces gens d’Eglise.» Liv. VIII, chap. XVIII.

[198] Il P. Marchese suppone che il Cardinale, nel seguire l’esercito francese che passava per Firenze, andasse a visitare il Savonarola; nel processo di quest’ultimo è detto: «S. Piero in Vincola lo facevo volto a ciò, e lo sapevo; perchè un ser Cristofano, che fu già del Conte della Mirandola, venne con una lettera di familiarità di detto S. Piero in Vincola, e dissemi che non passeria un altro dì che in Firenze verria una squadra di Cardinali a fare Concilio: io, perchè lo tenevo bugiardo, non risposi altro.»

[199] Questa è la ragione, perchè le lettere furono ritrovate nel suo scrittoio senza data. Anche di quella al re di Francia non fu trovata che la bozza. Il Baluzio pubblicò, nelle sue Miscellanee, le lettere al re di Spagna ed all’Imperatore, tradotte in italiano da frate Ignazio da Ferrara. Il Meyer ripubblicò queste due e l’originale latino di quella lettera al re di Francia; anche il Perrens pubblicava in latino questa lettera, credendo d’essere il primo. Quelle al re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite; ma ripetevano certamente le stesse cose.

[200] Fra Marco della Casa, Burlamacchi, Razzi, Barsanti, P. Marchese.

[201] Paolo Somenzio da Cremona risedeva a Firenze; Giovanni Trachedino era a Bologna, ed a lui facevano capo moltissimi degli agenti ducali. In quei mesi di marzo e aprile il Trachedino scriveva lunghissime lettere al Duca, parlando dei molti apparecchi che facevano gli Arrabbiati contro al Savonarola, e del buon volere della Signoria; ripeteva continuamente aver ricevuto avviso: «che a Firenze bollino l’animi de alcuni di quelli principali, che hanno fino ad ora governato; et, sia per questa cosa del Frate, sia per altra causa, tra pochi giorni se ne habbi a riuscire in qualche movimento o tumulto, per mutare forse questo Stato in altra forma.» Un numero grandissimo di queste lettere si trova nell’Archivio di Milano: ne daremo qualcuna in appendice.

[202] Abbiamo altrove accennato a quella che fece un predicatore di Santo Spirito.

[203] Si è preteso da alcuni che la sfida fosse partita dal Savonarola; ma ciò è assolutamente falso. La narrazione di questo esperimento del fuoco è stata travisata da tutti gli scrittori moderni e da gran parte degli antichi. Noi crediamo d’averla messa, finalmente, nella sua vera luce; valendoci non solo del Burlamacchi, Barsanti, Pico, Nardi, Cambi ec.; ma principalmente del secondo Libro del Vulnera diligentis di frà Benedetto, e della Giornata IV di Lorenzo Violi. Essi furono testimoni oculari del fatto, onde le loro parole debbono avere grandissima autorità; ed i loro scritti, insieme con altri documenti originali, ci hanno permesso di rifare questa parte, finora, assai oscura nella biografia del Savonarola.

[204] Nel processo a stampa, il Savonarola dice apertamente d’aver fatto il possibile per trattenere frà Domenico.

[205] Burlamacchi. Vedi anche il Cerretani, che descrive minutamente queste cene dei Compagnacci.

[206] Che l’esperimento del fuoco fosse voluto e ordito dalla Signoria e da’ Compagnacci, vien messo fuori d’ogni dubbio dalle parole del Violi e di frà Benedetto. Questi dice: «E volevano condurre, sotto questo trovato, frà Hieronimo, in caso che facilmente potessi esser morto dalli sua adversi, avanti avessi fine la disputa, o vero avanti avesse effetto l’opera del miracolo, et tamen mostrarsi ignoranti et innocenti.» (Vulnera Diligentis, lib. II, cap. 9.) Il Violi, poi, dice espressamente che i Compagnacci «ordinorno con i frati delli Zoccoli, che per invidia s’eran fatti contrari, che un loro frate chiamato frà Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva frà Hieronimo, e messonlo in Santa Croce a predicare pubblicamente e dire ec.» (Ms. magliabechiano a carte 39.) Vedi nell’Appendice.

[207] Le conclusioni eran queste:

Ecclesia Dei indiget renovatione; flagellabitur, renovabitur.

Florentia, quoque, post flagella renovabitur et prosperabitur.

Infideles convertentur ad Christum.

Hæc omnia, autem, erunt temporibus nostris. Excommunicatio nuper lata contra Rev. Patrem nostrum, fratrem Hieronymum, nulla est.

Non observantes eam, non peccant.

[208] Questo si trova detto espressamente nelle stesse Deliberazioni dei Signori. Deliberazioni 1497-8, a carte 27. Vedi nell’Archivio delle Riformagioni.

[209] Il Burlamacchi, pag. 133, parla di queste assicurazioni date ai Frati Minori: «Ed era, in fatti, stato promesso loro che in niun modo v’entrerebbono. Imperocchè pochi giorni innanzi s’era fatta una cena nel palazzo de’ Pitti, dove i più capitali nemici del Frate si erano trovati; e quivi fu concluso che i frati Minori non entrerebbero nel fuoco, e che sol bastava loro che i frati di San Marco si conducessino in Piazza, che frà Domenico solo v’entrasse, il quale era da loro chiamato il Fattoroccio!» Il Violi dice: «Messon su frà Giuliano Rondinelli nobile fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale questi nostri fiorentini maligni ne possettono meglio disporre che del Pugliese predetto, e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con frà Domenico.... E questa fu la trappola e ultimo tradimento che questi fraudolenti usorno, come qui di sopra io ti ho detto, che per venire all’intento loro fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate, di voler fare quello che lui non voleva fare. E da’ Compagnacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo esperimento del fuoco non si farebbe, che non faceva per loro a venire a simil prova; ma li promessono che al Frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillazioni a campo, che al cimento del fuoco non si avrebbe a venire: e bastava loro che quel Frate dei Rondinelli dicesse a parole di volerci entrare, ma non in fatto nè in verità.» (MS. del Violi, come sopra.)

[210] «Ad instantiam et requisitiones Dominorum Florentinorum.» Così è scritto nello strumento stesso della Signoria, che il Meyer pubblicò dall’Archivio delle Riformagioni; ma che pure era stato pubblicalo fin dal tempi del Savonarola. Il Padre Marchese (Doc. XXIV) ne dette una copia, alquanto diversa, che i Dieci mandarono a Roma: la firma del Francescano, però, è dappertutto la medesima.

Quanto alle istigazioni fatte, a fin di persuadere il Francescano, vedile in Frà Benedetto e nel Violi. Questi racconta ancora, che il Doffo Spini soleva radunarsi con molti scioperati nella bottega di Sandro Botticelli, e «quivi, ragionando più volte in su la morte del Frate, Doffo disse che non fu mai intenzione loro, mettere il frate di San Francesco nel fuoco, e che lo assicurarono di questo; ma che bastava loro che gli facessi giuoco tanto che, col dilungare la cosa, loro venissino a loro intento di spegnere queste cose del Frate.» Ciò il Violi aveva letto in una cronaca di Sandro Botticelli, ora smarrita. Anche fra Benedetto, come abbiam visto, affermava nella sua narrazione, che si trattava d’uccidere il Savonarola. Pico suppone che le prime istigazioni venissero da Roma; e certo allora vi fu grande intesa tra gli Arrabbiati ed il Papa.

[211] Degli altri discorsi noi abbiamo dato solo un sunto, ma le parole del Canacci abbiamo copiate letteralmente dalla Pratica, (Frammenti di Pratiche, come sopra.) Queste parole del Canacci furono dal Nerli (Commentarj, lib. IV) trasformate in questo modo: «Come dovesse bastare che i due frati, per non gli mettere al pericolo di dover bruciare nel fuoco, dovessero esser messi in un tino d’acqua che fusse anche tepida, per manco offenderli; e uscendone asciutti, avrebbero fatto miracolo soprannaturale.» Questa piacevolezza venne da molti ripetuta; ma il Canacci era commosso dal pericolo in cui si trovava la patria, e più disposto al piangere che al ridere.

[212] Le sue parole son le ultime che si trovano nella Pratica; sono interrotte e poco leggibili.

[213] Burlamacchi. Vedi ancora il contratto, colle firme ed il discorso del Savonarola, di cui si parla più basso.

[214] Lo disse anche nelle Lettere ai principi.

[215] Vedi nell’antico archivio Mediceo (Filza 69) alcune lettere di Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina, qualche brano delle quali fu già pubblicato dal Perrens (vol. I. Appendice, pag. 492). Una di esse, in data del 5 aprile, dice: «So che costì verranno mille novelle, et voi desideroso saperne chiaro; dico di queste cose del Frate, che poco d’altro ci si ragiona.»

[216] Questo fatto è confermato nei processi del Savonarola e di frà Domenico.

[217] Vedi Burlamacchi, e l’opuscolo citato.

[218] Risposta a certe obbiezioni, circa l’esperimento del fuoco. Questo discorso fu pubblicato, vivente il Savonarola, insieme col contratto e le firme di coloro che s’erano offerti ad entrare nel fuoco. Vedi anche frà Benedetto ed il Violi.

[219] Vedi il processo di frà Domenico.

[220] In questo modo, l’opuscolo citato sarebbe uscito alle stampe due volte e in due modi diversi. La lettera di Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina (5 aprile), che più sopra abbiamo citata, lo conferma, dicendo: «È uscita oggi fuora, nuovamente stampata, le medesime conclusioni (sic) con aggiunta delle soscrizioni di quelli frati ec.»

[221] Vedi la lettera dei Dieci, nei documenti del Padre Marchese. Documento XXIV.

[222] Una lettera dello Strozzi al Piovano di Cascina (6 aprile 1488) dice: «Credo sia per aspettare, che da Roma sopravvenga breve o altro impedimento; dalla banda di costoro (i frati di San Marco) era ed è ordinato tutto: e se si farà, che stimo ormai di no, sarà non manco bello a vedere l’ordine che il miracolo.» Dice che il Savonarola ha predicato e confermato: «che il miracolo non potrebbe mai aver luogo per incantesimi; e che, quando pure non avesse luogo l’esperimento, non erano lontani altri segni soprannaturali.» Vedi questa lettera nel Perrens; le medesime cose sono riconfermate dal Burlamacchi, pag. 123.

[223] Deliberazioni dei Signori come sopra; è intitolata: Contra fratrem Hieronymum.

[224] Sembra che il Papa mandasse un breve di proibizione; ma lo facesse a bella posta arrivar troppo tardi.

[225] Burlamacchi, pag. 130. «Perciocchè ben si sapea, che la intenzion degli avversari altro non era, che ammazzare il Padre frà Girolamo in piazza!» E Frà Benedetto (Vulnera Diligentis, Lib. II, Cap. 9) dice che volevano «far nascere nel popolo qualche stravagante discordia, rispetto alle quali cose nascessi tumulto e nel tumulto fusse fatto morto Fra Hieronymo con alcuni altri fedeli, dalla parte contraria.»

[226] Burlamacchi e Frà Benedetto.

[227] Vedi, fra le Deposizioni o Esamine dei complici, quella di Francesco Davanzati.

[228] Burlamacchi. Il Savonarola nel discorso di cui si parla qui sotto, dice: «Costoro volevano fare la cosa a 20 ore; io dissi di no, perchè bisognava andare sobrii.»

[229] Esortazione fatta al popolo in San Marco, il dì 7 aprile 1498. Vedila in fine delle prediche sopra l’Esodo.

[230] Esortazione ec. Burlamacchi.

[231] Burlamacchi, Frà Benedetto.

[232] Burlamacchi, frà Benedetto, Violi.

[233] Nardi, Storia di Firenze. Sebbene il Violi dice che eran le ore 21; noi seguiamo il Nardi che va d’accordo col Burlamacchi e con le parole che dice il Savonarola nel sue discorso.

[234] Burlamacchi, 130.

[235] Burlamacchi, Violi, Frà Benedetto. Il Violi dice che i frati Minori vennero dopo dei Domenicani; ma da tutti gli altri apparisce che erano già nella loggia.

[236] Vedi Burlamacchi e Violi; ma per questi particolari, il più minuto è fra Benedetto che si trovò presente a tutto.

[237] Il marzocco, come abbiamo detto, è il leone di marmo che trovasi sulle scale esterne del Palazzo; il tetto dei Pisani era di faccia, e propriamente dove è oggi la Posta.

[238] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto, Nardi ec.

[239] Vedi gli scrittori sopra citati, ed il processo di frà Domenico.

[240] Tutto ciò viene minutamente raccontato da frà Benedetto.

[241] Ibidem.

[242] Il Burlamacchi ed il Violi raccontano che, quando lo Strozzi fu chiamato, egli credette che doveva entrare nel fuoco; onde se ne mostrò lietissimo e chiese la benedizione al Savonarola.

[243] Frà Benedetto, Burlamacchi e Violi.

[244] Frà Benedetto.

[245] Frà Benedetto è minutissimo nel narrare questi particolari, di cui più generalmente parlano anche il Burlamacchi ed il Violi.

[246] Burlamacchi, frà Benedetto.

[247] Burlamacchi e frà Benedetto.

[248] Ibidem. Notevoli sono, fra le altre, queste parole di frà Benedetto, nell’opera citata: «Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi giorni passarono, dopo el tentato cimento, che più persone andorono dal superiore spirituale della città di Firenze, per licenzia e facoltà di farsi assolvere; perchè quelli tali avevano voluto manibus ammazzare, in quello dì del cimento, el profeta. E se tu ti vuoi meglio certificare, va e domandane M. Bartolommeo Redditi che ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto; e lui ne ha renduto e del continuo rende verace testimonio.»

[249] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto. Nel suo processo, frà Domenico dice che egli non volea cedere questo punto, poichè frà Silvestro aveva visto i loro angioli, e questi gli avevan fatto dire che entrasse nei fuoco col Sacramento.

[250] Il Nardi dice che la pioggia impedì l’esperimento, e ciò venne poi ripetuto da molti; ma il Burlamacchi, Violi e frà Benedetto, metton fuori di dubbio che fu un ordine espresso della Signoria.

[251] «Ferno faccia di meretrice; perchè senza erubescenza alcuna, andavano dicendo che avevano avuto vittoria e così scrissono lettere per tutto.» Frà Benedetto, Vulnera Diligentis, L. II, cap. 7. Vedi anche Violi e Burlamacchi.

[252] Burlamacchi, frà Benedetto.

[253] Ibidem.

[254] Burlamacchi. Questo fatto, si trova narrato in un gran numero di manoscritti, che riportano anche la deliberazione stessa, la quale fu pubblicata dal Perrens.

[255] Questi due Brevi furono pubblicati dal Quetif.

[256] Nardi, pag. 149; Burlamacchi, ec.

[257] Burlamacchi.

[258] Nardi, pag. 150. A questo proposito lo stesso autore osserva: «Tanto fu sempre quest’uomo simile a se stesso, che mai dimostrò sbigottirsi in alcun suo travaglio o pericolo.»

[259] Giovanni Cambi, Storie; negli Erud. Toscani, vol. XXII, pag. 119. Vedi nell’Appendice le deposizioni dei testimoni.

[260] Il ricovero dei trovatelli, accanto alla chiesa dell’Annunziata.

[261] Burlamacchi, pag. 136.

[262] Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani: in questo poemetto di cui si è altrove parlato, l’assalto del convento è minutamente descritto. Anche dalle esamine degli accusati si cava la narrazione di tutti questi fatti.

[263] Questi fatti vengono raccontati assai minutamente dal Burlamacchi e da frà Benedetto; ma essi esagerano di molto le cifre, per le quali bisogna ricorrere all’esame degli accusati, ed al processo di frà Domenico.

[264] Colui che aveva introdotto il maggior numero di armi fu Francesco Davanzati. Vedi, nell’Appendice, le esamine di Luca della Robbia, Bartolommeo Mei, Francesco dei Medici ecc. Vedi anche i processi dei tre frati.

[265] Fra Domenico, nella sua sempre veridica confessione, dice che, oltre quelle poche armi che servivano per accompagnare il Savonarola, esso non sapeva che alcuna arme fosse nel convento, nè pensava a ciò: queste armi, egli dice, non furono introdotte per ordine nè saputa, come certo stimo, del P. Fra Hieronymo nè di mia volontà, el quale sempre di tal cosa mi risi.» Lo stesso viene confermato nelle deposizioni o esamine degli altri accusati.

[266] Nelle esamine di Lionello Boni e Bartolommeo Mei, si accenna a queste due bombardelle: il primo dice di averne udito dir qualcosa, all’altro pare d’averle viste. Qualche moderno scrittore, avendo a questo proposito trovato assai spesso la parola artiglieria negli antichi autori, ha creduto che in S. Marco vi fossero cannoni! Ma ciò, come vedremo, è una delle tante esagerazioni che corsero intorno al Savonarola: la parola artiglieria significava allora ogni arme da fuoco, ed in San Marco, al di là di 4 o 5 fucili, non si usò altra artiglieria; giacchè le bombardelle, se pure vi erano, restarono inutili.

[267] Esamina di Niccolò Calzaiuolo.

[268] Questo non apparisce chiaramente dalle deposizioni del frati stessi; ma sì da quelle degli altri.

[269] Vedi la sua esamina. Questi è diverso da quell’altro Luca d’Andrea della Robbia, di cui parla frà Domenico; esso era soldato e combattè gagliardamente.

[270] Cedrus Libani etc.

[271] Processo di frà Domenico.

[272] Burlamacchi, pag. 136; processo di frà Silvestro: la dichiarazione di questo frate deve aver molto peso; perchè egli cercava, nella sua esamina, denigrare la memoria del Savonarola. Vedi anche la esamina d’Alessandro Pucci.

[273] Burlamacchi e frà Silvestro, ut supra.

[274] Esamine degli accusati; processi; frà Benedetto, Cedrus Libani.

[275] Vedi il bando stesso nell’Appendice.

[276] Frà Domenico dice che, fino all’ultimo, egli non volle credere che la Signoria favorisse veramente i nemici di San Marco.

[277] Questo fatto è minutamente raccontato nel Burlamacchi, Nardi, e in tutti gli scrittori contemporanei. Vedi anche le lettere della Signoria nel P. Marchese, documenti XXV e XXIX.

[278] Ibidem.

[279] Cioè dalla via del Maglio.

[280] Di questo fatto parlano il Burlamacchi e gli altri biografi, come pure quasi tutte le esamine degli accusati. Frà Benedetto, nel suo Cedrus libani, dice così:

E’ figli del Profeta eran, cantando Le litanie avanti al Sacramento, Di punto in punto el martirio aspettando. Et io che fui presente a tal spavento, Per voler che ’l Profeta non perissi, Più presto d’esser morto ero contento. Forza fu li inimici s’assalissi, Da venti el più, e con doppieri accesi; Acciò foco per foco si sentissi. E’ volti delli avversi furno incensi, E le lor teste percosse a tal forma, Che furno espulsi et alcun morti e presi; E discacciar sì pochi sì gran torma...

e così continua dicendo che fu miracolo divino.

[281] Frà Benedetto, Cedrus Libani:

Ed io con alcun altri l’alta scorsa Del tetto della Chiesa gittavamo, Che dell’uscirne ai nemici fu forza. L’arme e scuti a furia rompevamo, Che lapide paria dal ciel piovessi: Così lor forze indietro tenevamo.

[282] Ne parla il Burlamacchi, ne parlano parecchie esamine degli accusati.

[283] Vedi nell’Appendice. Un altro bando dichiarava ribelli quelli che andavano a San Marco; ma ciò non impediva che i fanti della Signoria continuassero ad aiutare gli assalitori.

[284] Burlamacchi e le deposizioni dei testimoni.

[285] Burlamacchi; Esamina di frà Luca della Robbia, di Girolamo Gini e di altri.

[286] Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. VIII; dopo aver raccontato il fatto conclude:

Allor cessò ciascun di far ripari, Ogni uom di far difesa allor restò, Per non volere al santo esser discari.

[287] Frà Benedetto, Cedrus Libani, cap. IX.

[288] Burlamacchi; frà Benedetto, Cedrus Libani; Violi, giornata quarta; Esamine degli accusati.

[289] Burlamacchi ed altri non lasciano alcun dubbio sul nascondersi di frà Silvestro. Non ci è stato possibile trovare nessuna autorità, che venisse a confermare un altro fatto di simile natura, raccontato prima dal Vasari, e ripetuto poi da altri: che, cioè, il celebre pittore Baccio della Porta, conosciuto più tardi col nome di frà Bartolommeo, si trovasse allora nel convento, e per viltà si nascondesse. Questo ci sembra assai poco verosimile: la resistenza fu minore assai che non si disse; la più parte dei frati e molti dei secolari restarono disarmati, obbedendo agli ordini del Savonarola; poteva Baccio fare lo stesso. Frà Silvestro, è vero, si nascose; ma ciò fu solo per non venir fatto prigione. Per essere imparziali, però, dobbiamo aggiungere come dalle esamine degli accusati apparisce, che anche uno dei secolari si nascose; onde il fatto di Baccio della Porta non sarebbe impossibile; ma solo non ne trovammo menzione di sorta in tutti i processi. Il Vasari, d’altronde, vissuto assai più tardi, non fu punto amico di San Marco nè del Savonarola; è, quindi, un’autorità assai poco sicura in questi fatti. Noi incliniamo a credere che la sua asserzione sia falsa.

[290] Vedi in appendice, la sua esamina.

[291] Burlamacchi; Violi, Giornate, gìorn. IV; frà Benedetto, Cedrus Libani. Quest’ultimo dice:

El sangue iusto, o crudel, non dovevi Concedere alle genti scellerate, Che d’esser morto qui quasi ’l vedevi. Parte di Juda furno tue pedate....

[292] Burlamacchi, pag. 143.

[293] Burlamacchi, frà Benedetto ec.

[294] Frà Benedetto, dopo aver minutamente descritto ogni cosa, conclude:

Tremila, in circa, fu la gran canaglia, Che menò via il pastor com’un agnello, Per forza no, con persa lor battaglia. Cedrus Libani, cap. X.

[295] Burlamacchi.

[296] Burlamacchi, ec. Il racconto di questa giornata è stato messo insieme dalle opere del Burlamacchi, Pico, Razzi, Barsanti; ma specialmente dal Cedrus Libani di frà Benedetto, dalle esamine degli accusati, dai processi, da varie deliberazioni della Signoria, e dai documenti del P. Marchese. L’abbondanza dei materiali, in luogo di agevolare, ha cresciuto assai le difficoltà. Tutti narrano i medesimi particolari del fatto; ma ognuno in modo diverso, secondo che li ha visti, o si rammenta, o gli conviene di dirli; perchè agli accusati spesso faceva comodo alterare o diminuire la parte che essi avevano avuta in quella giornata. Così, solo un esame diligente, faticoso e minutissimo dei documenti, ci ha fatto pervenire a quella che si può dire autentica narrazione dei fatti; perchè fondata tutta sopra il riscontro fedele de’ testimoni oculari.

[297] Nardi, 154 e seg.; Burlamacchi; P. Marchese, documenti XXV e XXX.

[298] Vedi Comines, Mémoires, Lib. VIII, chap. XVIII. «Estoit le plus deshonneste lieu, car tout le monde y pissoit et estoit rompue à l’entrée.»

[299] Comines, Mémoires, Liv. VIII, chap. XVIII. Vedi le sue parole, citale nel cap. 6 di questo libro. Anche il Guasconi, annunziando al Mazzinghi la morte del re Carlo, diceva: «Et ora che ha mostrato dovere fare qualchoxa li è mancato la vita.» Vedi la lettera nella esamina del Mazzinghi.

[300] Vedi i loro processi nell’Appendice.

[301] Burlamacchi, pag. 144.

[302] Burlamacchi, pag. 145.

[303] Vedi i Frammenti di Pratiche più sopra citati.

[304] Legalmente gli Otto avrebbero dovuto essere i giudici nel processo del Savonarola.

[305] L’ufficio degli Otto scadeva alla fine di quello stesso mese d’aprile; per i Dieci ci volevano, invece, altri due mesi.

[306] Così, almeno, parrebbe dal Frammento di Pratica che abbiamo avuto sottocchio.

[307] Vedi, tra i citati Frammenti di Pratiche, quello del 9 aprile 98.

[308] Vedi la deliberazione del dì 11 aprile 1498. Gli scrittori variano nel determinare il numero degli esaminatori; il Nardi dice che furon 12, il Pico 15, il Burlamacchi 16; noi abbiamo seguito l’autorità incontrastabile della deliberazione della Signoria. (Archivio delle Riformagioni.)

[309] Il Burlamacchi racconta il fatto e dice che fu Francesco degli Albizzi; ma è caduto in errore, perchè noi troviamo il nome di quest’ultimo in fronte al Processo stampato. Bartolo dei Zati è il nome che, trovatosi nella commissione formata l’11 aprile, manca nel Processo dove gli esaminatori sono ridotti a 16 da 17 che erano.

[310] Burlamacchi, Pico, Barsanti, ec.

[311] Ibidem.

[312] Ibidem, frà Benedetto, Violi, ec.

[313] Quindi l’idea d’un genuino processo, scritto da lui, è mera ipotesi.

[314] «Inventum est, item, in posterioribus confessionum libellis obtestatum, se vi tormentorum multa dixisse, et abalienari animo cum torqueretur.» Pico pag. 83. Nel Processo stesso ve ne sono diverse prove.

[315] Burlamacchi, pag. 145-6; Pico, pag. 77; Barsanti, pag. 315.

[316] Pico, Burlamacchi, Barsanti.

[317] Lorenzo Violi, Giornata VI. Vedi Appendice.

[318] Burlamacchi, Pico, ec.

[319] Burlamacchi, pag. 145-6, Pico, pag. 26.

[320] I più fedeli seguaci del Savonarola, quelli che meglio erano in grado di conoscerne la dottrina, hanno scritto su questo argomento volumi interi. Vedi nel Pico, cap. XVII; Frà Benedetto, Vulnera Diligentis. Lib II, cap. 21 e passim; il libro III di quest’opera, affatto sconosciuto e da noi trovato nella Riccardiana, discorre lungamente sopra di ciò. Tutta la VII Giornata di Lorenzo Violi, anche ne parla a lungo. Vedi Appendice.

[321] Burlamacchi, Pico, ec.

[322] Burlamacchi, pag. 147; frà Benedetto, Vulnera Diligentis, Lib. II, cap. 20. Ser Ceccone potrebbe esser quell’amico segreto di cui parlano il Franchedino e le altro spie del Moro, nelle molte lettere che scrivevano. Vedine qualcuna in Appendice.

[323] Il Violi parla sdegnosamente di questa violazione delle leggi; e così anche frà Benedetto.

[324] Ecco cosa dice a questo proposito il Nardi, Storia di Firenze. «E io, per non essere accusato dalla mia istessa coscienza, reo d’una verità da me taciuta, sono costretto a dire che un cittadino grande e nobile, che fu uno degli esaminatori di detti frati, e come inimicissimo loro a tale uffizio eletto; essendo egli, poi, stato confinato con molti altri cittadini, dopo la tornata dei Medici nella città; e ritrovandomi io in villa sua, ed essendo da me addomandato, a certo proposito, sopra la verità dei detto processo; mi rispose ingenuamente, presente la sua donna: esser vera cosa, che del processo di frà Girolamo, a buon fine, s’era levata qualche cosa e a quello aggiunta qualche cosa. Queste furono le sue formali parole della risposta, le quali io non so se sono vere; ma so che veramente le riferisco, e così credo appunto con verità riferire.» Vedi Burlamacchi, Violi, Pico, ec. In generale, noi abbiamo sempre appoggiato la nostra narrazione sugli autori contemporanei e documenti originali; ma in questo capitolo, siamo stati più che mai scrupolosi, ed accertiamo il lettore, che quasi ogni frase è appoggiata sopra un documento originale.

[325] Più basso, vedremo che ripetè queste parole.

[326] Questo brano, nel processo a stampa, fu interamente tralasciato; ma si trovava nella prima bozza che fu letta dal Violi. Vedi il brano della VII Giornata, che riportiamo in Appendice.

[327] Vedi il processo in Appendice.

[328] «Nobis fuit cum homine patientissimi corporis et sagacissimi animi, qui contra tormenta animum obdurasset, et veritatem multis tenebris continue involveret; quique videretur ad hoc eo consilio accessisse, ut aut simulata sanctitate æternum sibi nomen apud homines pareret, aut in carcerem et in mortem iret: multaque et assidua quæstione, multis diebus, per vim, vix pauca extorsimus; quæ nunc celare animus erat, donec omnia nobis paterent sui animi involucra.» P. March., Doc. XXXIV. È ben vero che la Signoria mentiva, quando diceva il Savonarola patientissimi corporis; ma è singolare, però, che il P. Marchese si adiri contro chi scrisse questa lettera, e quasi la chiami ingiuriosa al Savonarola; mentre essa è certo uno splendido monumento in onore della sua fama. E qui bisogna notare che alcuni degli ammiratori del Savonarola, per soverchio amore, gli hanno fatto qualche volta più torto che i suoi nemici stessi. Il Nardi, per esempio, sebbene si confessi più volte poco informato intorno al processo del Savonarola; pure credette di potere affermare che i tormenti furono leggieri, e la sua autorità fu cagione che un numero infinito di scrittori lo ripetesse, senza osservare che tutti i biografi, cronisti e scrittori contemporanei affermano il contrario, e che il contrario diceva la Signoria stessa.

[329] Processo.

[330] Nel processo si vorrebbe far credere che il Savonarola lo leggesse egli stesso; ma dai biografi e dalle firme del testimoni si cava il contrario. Uno dei testimoni era l’Adimari, e nella sua sottoscrizione, egli dice: «lectis sibi suprascriptis» etc.

[331] Vedi nell’Appendice la VI Giornata del Violi, documento preziosissimo a ben giudicare il processo.

[332] Vedi Vulnera Diligentis, Lib. II; cap. 16 e seg., ove si parla minutamente del processo. Vedi anche la terza parte dell’opera stessa, che versa quasi tutta intorno al processo.

[333] Burlamacchi, pag. 146; Pico, pag. 79.

[334] Burlamacchi.

[335] Infatti, del processo si trovano due edizioni del secolo XV: di una si può vedere qualche copia assai rara nelle biblioteche di Firenze; dell’altra non conosco che una copia sola, posseduta dal conte Carlo Capponi. Evidentemente questa è l’edizione fatta in fretta dalla Signoria, e poi ritirata con pubblico bando. Sul principio v’è scritto: «Questa è la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara Savonarola, facta di lui da li spectabili e prudenti homini, commissarii et examinatori de li signori Fiorentini, per commissione de la Santa Sedia Apostolica solenemente electi et deputati, come in esso fidelmente appare.» L’altra copia, invece, dice: «dalli spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi Signori Fiorentini, dalle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati.» Ora è da sapere che la Signoria voleva rimettere al Papa tutto il carico e la responsabilità del processo; onde in una lettera al re di Francia espressamente affermava che il Romolino ed il Turriano avevano, per autorità del Papa, pronunziata la sentenza; e che la Signoria non era di nulla responsabile: «Quo fit, ut nec mortis ejus nos auctores fuerimus etc.» Vedi Padre Marchese, Doc. XLI. La sentenza degli Otto diceva, presso a poco lo stesso. Ecco perchè, nel processo stampato dalla Signoria, si trova la frase, per commissione della S. Sede Apostolica, frase che manca nell’altro. Per la medesima ragione, ancora, in fine del processo venne stampata la lettera del papa a Francesco di Puglia, e l’altra ai Francescani. Chi poi avesse fatta la seconda edizione, è difficile affermarlo; ma nel Burlamacchi, pag. 148, si trovano queste parole: «Era nondimeno questo processo (falsificato) molto leggieri, nè conteneva cosa di momento alcuno. Onde non volevano pubblicarlo; ma comporne ancora un altro che avesse qualche apparenza. Con tutto ciò permesse Iddio che fusse divulgato; perciocchè ser Ceccone ne mandò una copia ad un suo amico che gli aveva data la fede di non mostrarlo a persona; dipoi s’ingannò, dando (l’amico) il detto processo alla stampa, acciò si divulgasse.» Questo passo, bene considerato, spiega molte cose: spiega il secondo processo che fu fatto dai Signori, scontenti del primo, e spiega la seconda edizione del primo.

[336] Rimettiamo sempre il lettore alla VI Giornata del Violi; ed al Vulnera Diligentis, lib. II, cap. 17, intitolato: Del numero dei vari processi, ec; cap. 18, intitolato: Delle contradizioni et falsità che sono nel processo stato stampato. Dalle parole di frà Benedetto risulta: che la prima bozza scritta, falsificando le risposte del Savonarola, era molto diversa dalla copia che si pose in Palazzo; e ciò viene confermato dal Violi che notò molte delle differenze che vi erano. Questa seconda copia differiva ancora dal processo a stampa; e lo stesso frà Benedetto riportò qualcuna delle differenze che aveva notate, fra la copia messa in Palazzo e quella stampata; come per esempio, il seguente brano, che manca affatto nella seconda: «Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credono le cose che io ho dette, e che abbino fatto qualche errore, castigateli grandemente come inimici della fede di Cristo.» Egli osservò, ancora, che la sottoscrizione del Savonarola, come pure quella dei testimoni, erano state alterate; ma non dice il come nè il dove; onde ciò ch’egli osserva intorno a questo proposito, rimane alquanto oscuro; ripete, però, molte volte, che la vera sottoscrizione del Savonarola tornerebbe tutta a suo onore. Neppure ci dice se quella sottoscrizione da lui veduta era veramente autografa; e queste cose tutte non possiamo ora verificarle, perchè il processo che si trovava in Palazzo fu bruciato, al tempo dell’assedio di Firenze, come ingiurioso alla memoria del Savonarola. Varchi, Storia di Firenze, ediz. Arbib, vol. II, pag. 365.

[337] Vedi i citati Frammenti di Pratiche, nell’Archivio delle Riformagioni.

[338] Questo secondo processo fu trovato, per la prima volta, da noi. Vedi l’Appendice.

[339] Il Nardi, p. 158, dice erroneamente, che furono letti i processi, includendovi, così, il secondo processo che fece la Signoria, e quello fatto, assai più tardi, dai commissari apostolici; ma questi non avevano nessuna forma legale, e non potevano esser letti nella Sala del Consiglio. Noi ci siam, poi, sempre più persuasi, che solo il primo processo fu letto nella Sala del Consiglio, vedendo che le parole che lo stesso Nardi fa dire al cancelliere, dopo la lettura, son quelle medesime che trovansi scritte in fine del processo a stampa. E qui ripetiamo, ancora, che il Nardi, minutissimo e coscienziosissimo scrittore, è assai poco esatto e preciso, quando discorre di questi processi: pare che egli ne scrivesse di memoria e molto tempo dopo seguiti i fatti.

[340] Burlamacchi. Frà Benedetto dice che ne ebbe 33.

[341] Ne parla il Violi, e lo ripetono il Barsanti ed il P. Marchese.

[342] Frà Benedetto, Vulnera diligentis.

[343] Chiunque legge le due copie del processo, potrà facilmente distinguere la vera dalla falsa. Se poi ci fosse bisogno ancora di un’autorità, abbiamo quella gravissima di frà Benedetto, il quale, nel lib. III del suo Vulnera diligentis, parla continuamente del vero processo di frà Domenico; e a distinguerlo da ogni altro, ne cita le prime e le ultime parole, oltre un lunghissimo brano che nella copia alterata manca, quasi, del tutto. Vedi Frà Benedetto, Vulnera diligentis. L. III, cap. 3 e 9; Riccardiana, Cod. 2985. Vedi nell’Appendice I due processi.

[344] Vedi il processo, che, in questa prima parte, è senza data.

[345] Questo si ritrae dallo stesso processo di frà Domenico.

[346] Vedi nell’Appendice, il processo di frà Domenico.

[347] Vedi processi; esamine degli accusati; Burlamacchi; Machiavelli, Frammenti storici; ec.

[348] Frà Benedetto parla di qualche alterazione fatta nel processo di frà Salvestro. Vedi Vulnera diligentis, Lib. II e III, nei capitoli dove esamina i processi.

[349] Vedi il processo, nell’Appendice.

[350] Vedi nell’Appendice, l’esamina di 17 accusati.

[351] Andrea Cambini dice nella sua esamina, che neppure il Valori avrebbe osato entrar nella cella del Savonarola, quando era occupato a studiare.

[352] Vedi nell’Appendice.

[353] Frà Benedetto, Cedrus Libani.

[354] Ibidem. Vedi anche le notizie intorno alla vita di frà Benedetto, scritte dal P. Marchese, Scritti vari.

[355] Vedi il Doc. XVIII, nel Perrens.

[356] P. Marchese, Doc. XXX.

[357] Perrens, Doc. XIX.

[358] Marchese, Doc. XXX e seg.; Nardi pag. 144-45.

[359] Ibidem.

[360] Documenti del P. Marchese. Molti e molti furono i consigli del Savonarola, che si volevano praticare, nel tempo stesso che si cercava la sua morte, o poco dipoi. Uno di questi fu il gonfaloniere a vita; un altro fu quello di riformare l’amministrazione della giustizia. Il Savonarola avea detto: «Formate una Ruota, o sia tribunale di cittadini ricchi e ben pagati, acciò non siano corruttibili: se ora non ci sono danari abbastanza, fate subito un buon giudice forestiero delle appellazioni.» Il 20 aprile, quando il Savonarola cominciava ad esser torturato di nuovo, venne fatta la provvisione che aboliva il Bargello e ristabiliva il Capitano del Popolo ed il Podestà; volendo in questo modo creare quello che il Savonarola aveva chiamato «un giudice forestiero delle appellazioni.» Vedi la provvisione nell’Archivio delle Riformagioni. — Non molto di poi, vennero di nuovo aboliti il Capitano e Podestà; e fu fatta una nuova provvisione, che fondò la Ruota, anch’essa consigliata dal Savonarola.

[361] Frammenti di Pratiche.

[362] Vedi nell’Archiv. delle Riformagioni, le deliberazioni del 30 aprile 98.

[363] Nardi, Storia di Firenze.

[364] Provvisione del 23 aprile 98. Ebbe negli Ottanta, 60 fave nere contro 23 bianche; e nel Consiglio maggiore, 706 nere, contro 305 bianche. È noto che il bianco disapprovava.

[365] Nardi, Storia di Firenze.

[366] Ve ne erano quattro del medesimo nome, ed uno d’essi era anche seguace del Savonarola. Il seguito della narrazione mostrerà di che colore fosse quello di cui discorriamo.

[367] Le parole della Pratica son queste: «Saria bene di nuovo esaminarli, perchè e’ credono si sia avuta la tortura; acciocchè, andando a Roma, e’ si sappia ogni cosa che lui ha in corpo.» Archivio delle Riformagioni, Frammenti di Pratiche.

[368] I nuovi Dieci erano stati eletti, quando si cominciò il processo del Savonarola. Il Popoleschi, adunque, quando era gonfaloniere, si faceva eleggere dei Dieci: sempre nuove e più enormi illegalità.

[369] Frammenti di Pratiche, Archivio delle Riformagioni.

[370] P. Marchese, Doc. XXXVI-VII. Vi è la lettera della Signoria all’oratore in Roma, scritta lo stesso giorno 5 di maggio; e la lettera al Papa in data del 6, che comincia: «Cum torqueremus adhuc Hieronimum Savonarolam, proximis diebus etc.» Altra prova, quando non vi fossero le mille già addotte, che il Savonarola non fu torturato solo il 19 aprile, come dice il processo; ma s’andò continuando sino all’ultimo.

[371] Perrens, Documento XIX; Nardi, Burlamacchi, Marchese ec.

[372] Vedi: Meditazioni sul Salmo XXX. L’Audin de Rians, nella sua bibliografia di edizioni del Savonarola, fatte nel secolo XV, numera cinque edizioni italiane ed una latina di quest’operetta. L’originale fu scritto in latino.

[373] L’Audin ne cita otto edizioni latine, cinque italiane, una tedesca; e tutte del sec. XV. Anche questa meditazione fu scritta in latino.

[374] Questa idea è in opposizione diretta colla dottrina di Lutero e di Calvino. Lutero pubblicava il suo scritto De servo arbitrio, in cui combatteva la libertà umana; Calvino andava ancora più oltre colle sue idee sulla predestinazione.

[375] Ecco di nuovo assai chiara la dottrina cattolica.

[376] Cioè a dire, scolastico.

[377] Christus canonisirt ihm durch uns, sollten gleich die Päbste und Papisten mit einander darüber zerbersten. M. Luther, Vorrede über Savonarola’s Auslegung des 51 Psalms. Questa prefazione stampata nella edizione tedesca delle opere di Lutero, si trova anche pubblicata in latino.

[378] Regola del ben vivere cristiano, composta mentre era in carcere ec. Firenze, 1498, 1529; Venezia 1547.

[379] Burlamacchi, Barsanti, ec.

[380] Ibidem.

[381] «Ma questo poco di originale qui, della sua esamina fatta da Romolino, furno scritti etiam da ser Ceccone et altri, così sub brevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva.» Violi, Giornata sesta. Nel processo è detto qualche volta, espressamente, che anche il cancelliere del Romolino scriveva; e frà Benedetto, nel riportarne un brano, discorre così: «Non ti sia grave di leggere un poco (te ne priego) le parole formali scripte da ser Lodovico Menelli.» Vulnera Diligentis, Parte III, cap. 3. — Vedi anche il Processo nell’Appendice.

[382] Nel Processo stesso è scritto, in margine, più volte: tortura, torturato.

[383] Ecco queste parole, come si trovano nella III parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, che le riporta da una copia di mano di ser Ceccone, anch’essa falsata, secondo il solito sistema; ma in più luoghi diversa da quella che diamo nell’Appendice: «Jussus expoliari. Orsù uditemi. Iddio tu mi hai colto. Inginocchiasi. Io confesso che io ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l’ho negato per paura di tormenti. Siatemi testimoni. Se io ho a patire, voglio patir per la verità. Ciò che io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio tu mi dai la penitenzia, per averti negato. Io lo merito. Io ti ho negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per paura di tormenti. Erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco quasi guasto. Giesù aiutami, questa volta tu mi hai colto.» Tutto questo, si riferisce sempre al lume profetico. Ricordiamo che questo III Lib. del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, non è altro, in grandissima parte, che un comento del terzo processo del Savonarola.

[384] In questo, come negli altri processi del Savonarola, si può ritenere per indubitatamente vero tutto ciò che è a favore dell’accusato, perchè di certo non fu inventato dagli esaminatori nè dal notaio.

[385] Il Violi e frà Benedetto poterono, per mezzo della moglie di ser Ceccone, avere di questo processo una bozza, di proprio pugno del notaio. Questo non è certo il processo vero; perchè le alterazioni erano fatte nel momento stesso che si scrivevano le risposte, le quali venivano, poi, copiate e ricopiate, sempre con nuovi cambiamenti. E così, nella prima copia vista da frà Benedetto, si trovavano diverse domande e risposte, che mancano in quella che si pose in giro e che noi diamo nell’Appendice. S’interrogò, per esempio il Savonarola; «se aveva mai commessa sodomia;» e di ciò non v’è niente nella copia che noi abbiamo. A tale proposito frà Benedetto dice: «La cosa è più vera che io non dico, e non l’ho per terza copia; ma hollo letto in sul proprio originale, cioè in sulla prima bozza che fece ser Ceccone, quando scieglieva i capi di quello diceva frà Hieronimo.» Più basso dice: «Et in quest’ultimo processo ch’ebbi l’originale proprio nelle mani.» Altrove dice egli stesso che l’ebbe per mezzo della moglie di ser Ceccone. Frà Benedetto, Vulnera Diligentis, Lib. II, cap: 16, 17, 18; Violi, Giornate — Vedi Appendice.

[386] Vedi il Processo nell’Appendice.

[387] In fondo il Processo non v’è firma, e ve n’è una nel mezzo, di cui nessuno vide mai l’autografo, e vi mancano affatto quelle dei testimoni.

[388] A Milano ne abbiamo trovata una copia mandata al Duca.

[389] Burlamacchi, Barsanti, ec.

[390] Ibidem.

[391] Questa lettera si trova riportata nel Burlamacchi.

[392] Burlamacchi.

[393] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Violi, frà Benedetto, ec.

[394] Il Burlamacchi, il Benivieni e moltissimi altri, annoverando le profezie del Savonarola, ragionano minutamente di questa; e danno molti particolari per accertare la verità del loro racconto. Si noti che il Burlamacchi morì l’anno 1519; onde bisogna credere che i devoti, e forse il P. Bottonio, abbia aggiunta quella parte del racconto, che riguarda la verificazione della profezia. Vedi a questo proposito, anche nel P. Marchese i Documenti, XLII e XLIII.

[395] Questa orazione si trova nel Burlamacchi, e fu stampata, anche, insieme colla esposizione del Miserere.

[396] Ove ora è la Posta delle lettere.

[397] Nardi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, e frà Benedetto nel Cedrus Libani.

[398] Burlamacchi e Pico. Anche frà Benedetto, nella sua III parte del Vulnera Diligentis, cita queste parole.

[399] Burlamacchi, pag. 160; Nardi 169; Vulnera Diligentis, Parte III.

[400] Burlamacchi ec. La sentenza stessa incomincia: «Vexilliter Justitiæ et Octo viri Reipublicæ Florentinæ; omnes, excepto uno Francisco Cino, in curia congregati.»

[401] È singolare che dopo un Processo politico, si dovesse condannare il Savonarola, principalmente per la sentenza del Papa.

[402] Vedi l’Appendice.

[403] Burlamacchi ec.

[404] Leopardi.

[405] Burlamacchi, Barsanti, ec.

[406] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, frà Benedetto, Nardi, Guicciardini, Rinuccini, Cerretani, Parenti, Cambi, ec.

[407] Questo particolare è riferito dal Nardi, che ci si trovò presente.

[408] Burlamacchi.

[409] Frà Benedetto, Cedrus libani.

[410] Vedi sempre i medesimi autori citati più sopra.

[411] Pico, Vita ec.

[412] Nardi, Storia di Firenze; Gio. Cambi, idem.

[413] Vedi i biografi citati, e i documenti in appendice.

[414] Come il celebrare la messa nel palazzo della Signoria, che venne concessa, in vece, ai frati di San Miniato. Gli fu tolta, anche, la direzione dei Buoni Uomini di San Martino.

[415] Nell’Archivio delle Riformagioni, v’è un gran numero di lettere e deliberazioni a questo proposito. Ne daremo qualcuna nell’Appendice.

[416] P. Marchese, Storia di San Marco.

[417] Vedi le Deliberazioni della Signoria, dal 28 maggio all’8 giugno, e quelle del 29 e 30 giugno: vedi anche P. Marchese, Storia di San Marco.

[418] Nardi, Storia di Firenze.

[419] Cambi, Storia di Firenze, vol. II, pag. 134; nelle Delizie degli Eruditi Toscani.

[420] Anche l’Osservatore Fiorentino ricorda questo fatto generalmente noto.

[421] P. Marchese, Documento XXXIX.

[422] Omnipedum nequissimum.

[423] Questa lettera fu pubblicata fra i documenti del Meier, che la trovò nella Biblioteca del conte Bontourlin in Firenze.

[424] P. Marchese, Documenti, Doc. XL.

[425] Guicciardini, Storia d’Italia, ediz. Rosini, vol. III, pag. 15.

[426] Machiavelli, Principe, cap. VIII.

[427] Coll’andare del tempo non cessava; anzi cresceva quella superstiziosa venerazione che i frati di parecchi conventi di Toscana nutrivano pel Savonarola, adorando i suoi abiti, facendogli orazioni, conservandone le reliquie, celebrando un ufficio per lui espressamente composto, e nel quale lo chiamavano santo, martire e profeta. Questi, veramente, non ardiremmo chiamarli discepoli del Savonarola. Un Officio proprio per fra Girolamo Savonarola e i suoi compagni, fu pubblicato dal conte Carlo Capponi, Prato 1860, edizione di soli 46 esemplari.

[428] Fu autore di molti scritti. Varchi, Storia di Firenze, ediz. Arbib, vol. I, pag. 580.

[429] Vedi il Discorso di Paolino Bernardini di Lucca, fatto in questa occasione, e pubblicato dal Quetif. Vedi anche una lettera di frà Vincenzo Ercolani perugino, che fu pubblicata dal signor Aquarone fra i documenti alla sua biografia del Savonarola.

[430] De Servorum Dei beatificatione, vol. VIII.

[431] Il Trionfo della Croce, e la Semplicità della Vita Cristiana.

[432] Questa lettera fu pubblicata molte volte, ma sempre scorrettamente. Il Conte Carlo Capponi ne trovò l’autografo in casa Gondi, in Firenze, e la pubblicò nel suo opuscolo: Alcune lettere di Frà Girolamo Savonarola. Essendo però il medesimo di soli 80 esemplari, noi abbiam creduto di dover ripubblicare questa lettera; e la riproduciamo fedelmente, per far conoscere anche l’ortografia del Savonarola in quella età giovanile.

[433] Cioè: il mio mutato pensiero avrebbe impedito il mio atto. Questa ragione che adduce pel suo silenzio, mostra chiaramente l’affetto del suo animo.

[434] Qui riferisce all’operetta che diamo nel Documento II.

[435] Cioè: passeranno.

[436] Fu trovato dal C. Carlo Capponi, insieme colla precedente lettera, fra le carte dei Grandi: non è l’autografo, ma un’antica copia, mandata da uno dei Savonarola, che l’avea cavata da un libro di famiglia e l’accompagnava con una sua lettera.

[437] Intendi, della medicina.

[438] Questa lacuna è nell’originale.

[439] Sottintendi, quis.

[440] Non odono.

[441] Qui intende i malvagi.

[442] Forse: advola.

[443] I cattivi.

[444] Zobia, parola di dialetto ferrarese, per Giovedì. Anche in Toscana si usava dire dai contadini: Giodie, per Giovedì.

[445] Errore, invece di settembre.

[446] Queste son, forse, parole scritte dal Gondi cui fu mandato il MS.

[447] È senza data; la trovammo nella Riccardiana Cod. 2055.

[448] Nell’originale non vi è data.

[449] Codice Magliabechiano, MS. dei Conventi, VII, 15. Vi sono anche Sermoni sul Genesi, ed altri molti. Il Codice IX, 28, anche dai Conventi, contiene Sermoni sul Salmo Quam bonus e sul Genesi. Son due codici, non autografi, travati da noi quando era già cominciata la stampa di quest’opera, e contengono, oltre ai Sermoni già pubblicati, i primi, ma assai imperfetti abbozzi, di quelli inediti sull’Apocalisse, sul Genesi, e qualche altro ancora. Non avendo potuto discorrerne nel testo diamo qui un saggio della lezione sull’Apocalisse. Si vedrà che son sempre le stesse idee del Savonarola; ma la compilazione ne è tanto imperfetta, che appena può giovarne la lettura. Più compiuti sono i Sermoni sul Genesi, e ne daremo altrove un saggio più esteso.

[450] Trovasi in un’antica biografia, scritta da un contemporaneo del Savonarola. Vedi nella Magliabechiana, MS. dei Conventi I, VII, 28. Molte delle opere che cita questo catalogo sono ora stampate. In una Miscellanea di cose attinenti al Savonarola, che è più moderna e trovasi nel Convento di San Marco in Firenze, si parla di tre volumi MS. di opere del Savonarola: il primo autografo, gli altri due copiati. Secondo noi, il volume autografo è quello che citiamo nella nota al documento che segue a questo; gli altri due sono i Codici dei Conventi VII, 15; IX, 28, citati più sopra.

[451] Questa è la Bibbia postillata, che trovasi in Magliabechiana.

[452] Probabilmente, un quadro della Storia della Chiesa fino a’ suoi tempi, per provare la necessità della sua missione.

[453] Forse un compendio del Trionfo della Croce.

[454] Forse un compendio dell’opera De Regimine Principum.

[455] Forse, quelli sull’Apocalisse, riportati nel Doc. IV.

[456] Di questi si è accennato nelle nota al Doc. IV.

[457] Qualche cosa simile al libro: Della semplicità della Vita Cristiana.

[458] Due operette stampate a Venezia, come si dice nel testo.

[459] Sermoni sopra i Treni o Lamentazioni di Geremia. Vedine qualche brano nel Doc. che segue.

[460] Intendi: habet Frater Nicolaus de Aurifice.

[461] Opera inedita che trovasi inedita nella Marciana di Venezia: la daremo alla luce.

[462] Qui il nostro catalogo sembra accennare a qualche lavoro, diverso da quello del Doc. IV.

[463] Se non vi è errore nel codice, si tratta di qualche scritto sulle api, pigliando ad esempio la loro industria.

[464] Forse intende dire delle opere di Sant’Antonino.

[465] Intendi: Super Arcam.

[466] Forse: Breviati.

[467] Forse esposizione del Salmo che incomincia con queste parole.

[468] L’Autore spesso si ripete in questo catalogo.

[469] Una selva di Sermoni, stampata a Venezia, 1556; e di cui l’autografo si trova nello stesso codice dal quale caviamo il documento che segue.

[470] Qualche regola o guida pei Confessori.

[471] Forse il Trattato sulla logica, o qualche cosa di simile.

[472] Sulle occulte virtù delle pietre, il Savonarola parla spesso nelle sue opere filosofiche.

[473] Nel testo abbiamo notato, come quest’opera fu dal Savonarola compilata in due forme diverse.

[474] Il Codice trovasi fra le cose rare. Vedi carte 32, 33, 34.

[475] Questi Sermoni discorrono sulle Lamentazioni di Geremia: manca il primo.

[476] Ciò farebbe supporre, che questi Sermoni siano antecedenti a tutti gli altri a stampa: il Savonarola ancora non ardisce profetare.

[477] Forse intende dire dei frati, chiusi nei chiostri.

[478] Una parte del codice, da cui son cavati questi brani, fu stampata a Venezia, 1586, col titolo: Alcuni Sermoni sulla cantica, ec. In essa si trovano parimente mescolati il latino e l’italiano; ma nell’autografo, però, si può vedere come la mano è sempre più rapida nello scrivere latino.

[479] Per volgo.

[480] Magliabechiana. MS. dei Conventi, stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32. Questo prezioso MS., lungamente smarrito, fu dopo molte ricerche da noi trovato, quando appena era cominciata la stampa del nostro lavoro: ce ne siamo perciò ampiamente giovati. Non era segnato nel catalogo della biblioteca, ed era legato col titolo: Savonarola, Apologia. Il Razzi, che conobbe personalmente il Violi, ci dice che questi occupò assiduamente la sua vecchiezza a scrivere le Giornate; e, morto in età di 80 anni, le lasciò incompiute; non potendo procedere più oltre della tredicesima. Esso era figlio di Iacopo d’Andrea; nacque il 14 febbraio 1464; fu primo di sua casa ad essere squittinato ed approvato agli uffici della repubblica.

[481] Questa lacuna è nell’originale.

[482] Idem.

[483] Carta 19.

[484] Leggendo più basso, si spiega di quali Prediche ragiona.

[485] Non si riferisce ad alcun luogo particolare; ma lo riportiamo perchè utile a conoscere gli usi tipografici di quei tempi, ed il modo che teneva il Violi nel mettere a stampa le opere del Savonarola.

[486] Codice Magliab., Cl. XXXVII, 288, a carte 9.

[487] Promette.

[488] Fiorino.

[489] Quest’affettuosa lettera noi trovammo nel Cod. Ricc., 2033. Il chiar. conte Carlo Capponi, dietro nostra notizia, la pubblicò insieme con altre lettere dello stesso Codice, nel suo pregevole opuscolo: Alcune Lettere, ec. Ma non avendone egli stampato che soli 80 esemplari, noi crediamo di poterla pubblicare nella nostra appendice, come tuttora ignota al pubblico, e degnissima certamente d’esser conosciuta.

[490] Forse qui manca: causa.

[491] Qui l’originale ha «et e. e. e. e. et c. p. p.;» una delle moltissime abbreviazioni del Savonarola, che senza grande esperienza de’ suoi scritti ed un continuo riscontrare la Bibbia, non si possono spiegare. — Non vogliamo in questo luogo tralasciar di parlare d’un’altra lettera del Savonarola in data del 18 maggio 1493 trovata recentemente nell’archivio di Lucca ed ora pubblicata nel Giornale Storico degli Archivi Toscani. Si tratta di un parere dato alla repubblica di Lucca, che chiedeva se si potevano ricevere gli Ebrei prestatori. Il Savonarola dice che: gli Ebrei «non, sunt e civitatibus Christianorum pellendi;» ma che, l’usura essendo proibita, non si debba loro concedere alcuna facoltà di praticarla.

[492] Archivio delle Riformagioni, Dieci di Balia, Cl. X, Did. 3, num. 43. Filza 10, carte 155 verso.

[493] Cioè, da.

[494] Riccardiana, Cod. 2053, scorrettissimo.

[495] Il codice, assai scorretto, ha continuamente superiositate, forse in luogo di superioritate, anch’essa parola che non è nei classici. Allora non s’era anche, dal Bembo ed altri, proposta la riforma par far scrivere correttamente i brevi papali.

[496] Archivio di Firenze, carte strozziane, cod. 133, fol. 23.

[497] Ci siamo indotti a pubblicare queste lettere dalla Signoria, perchè scritte da Bartolommeo Scala cancelliere dalla repubblica e padre dalla famosa Alessandra Scala, celebre erudito e letterato, amico del Savonarola ed autore d’uno scritto in suo favore. Ancora perchè questa disputa coi frati Lombardi, come si vedrà appresso, fu di grandissima importanza nella vita del Savonarola. — Vedi due volumi di lettere dello Scala, di scrittore moderno e recentemente acquistati dall’Archivio di Firenze: lett. 414, 437, 479. Non vanno oltre l’anno 1493, in cui morì lo Scala; e riguardan tutte cose di ufficio.

[498] Questa lettera, come si vede, non riguarda solamente la separazione; ma deve riferirsi anche alla prima chiamata del Savonarola a Roma.

[499] Abbiamo copia di un gran numero di questi dispacci della corte di Napoli ai governi d’Italia, scritti tutti dal celebre Giovanni Pontano dell’Umbria. Questo che diamo come saggio, è indirizzato a Luigi de’ Paladini, ambasciatore a Roma.

[500] Abbasciare per abbassare, nel dialetto napoletano.

[501] Ad ora.

[502] È noto l’odio degli Orsini contro al Borgia, ed i mali umori che, per ciò, nacquero colla corte di Napoli, che li proteggeva.

[503] Di ciò s’è parlato nel testo.

[504] Giuliano della Rovere.

[505] Virginio Orsini.

[506] Ascanio Sforza, fratello dal Moro.

[507] L’ambasciator di Milano.

[508] L’imperator Massimiliano.

[509] Stutare per spegnere, parola del dialetto.

[510] Codice Riccardiano 2022. Era nostro intendimento di pubblicare un altro discorso del Nardi, dove si parla minutamente delle infamie dei Medici, ed a quello accennavamo nella nota della pag. 57, vol. I; ma, essendo stato pubblicato dal signor Gelli, nell’Appendice alle Letture di Famiglia (anno 1856); diamo, invece, quest’altro discorso che, pure, riguarda i tempi di cui ragioniamo. Trattandosi del lavoro d’uno scrittore classico, e non di semplice documento, abbiamo creduto inutile riprodurre l’antica ortografia.

[511] Il re Carlo.

[512] Intendi, Lorenzo che fu padre d’Alessandro e Caterina de’ Medici.

[513] Vedi il prezioso codice riccardiano 2085, sconosciuto a tutti i biografi del Savonarola. Riportiamo questi due capitoli perchè danno grandissima luce a comprendere quale fosse l’indole delle visioni del Savonarola e de’ suoi seguaci.

[514] Nel più fitto della notte.

[515] Di questo disegno dal Buonarroti, non so che altri abbia mai parlato, nè dove si ritrovi.

[516] Il Savonarola chiamava barbieri i Francesi e tutti coloro che dovevano flagellare la Chiesa e l’Italia.

[517] Questo si potrebbe riferire alla prima bozza del processo, fatta da ser Ceccone, e minutamente esaminata da Lorenzo Violi nelle sue Giornate; me qui frà Benedetto vuol parlare di un processo autografo, di cui egli ed altri sostenevano l’esistenza, come si vedrà altrove.

[518] Qui il Ms porta in margine: 1490 in Sermone 18.

[519] Qui altra nota marginale: Domenica secunda, in quadragesima. Forse vorrà riferire allo stesso anno 1490.

[520] Archivio delle Riformagioni; lettere dei Dieci di Balía, vol. XIV, foglio 44, retro. Il documento della prima legazione, di cui parlano minutamente tutte le storie, non abbiam ritrovato in archivio.

[521] Delle fortezze.

[522] Vespucci.

[523] Questo era necessario, non solo per passare in mezzo all’esercito; ma, ancora, per difesa contro i nemici della repubblica e tutti partigiani dei Medici, che tentavano d’ucciderlo.

[524] Altra lettera, in data del 19 giugno 95, trovasi a carte 18 dello stesso codice, e contiene il seguente paragrafo: «Habbiamo inteso quello haveasi operato Fra Hieronymo, et ne habbiamo avuto (lettera), et lui seguirà l’ordine impostoli; et voi, per nostra parte, lo pregherete et conforterete a seguire questa sua sancta opera, nella quale questa città e popolo ha grandissima fede et opinione; et voi, ancora, vi sforzerete aiutarla per tutte quelle vie et modi occorreranno alle prudentie vostre.»

[525] Ibidem, foglio 46.

[526] È la 464 nei due volumi di lettere della Scala, che si trovano nell’Archivio delle Riformagioni.

[527] Si trovano nel codice Riccardiano 2053. Ivi è detto che furono inviate, post admissionem regni Neapoletani.

[528] Così dice lo stesso codice Riccardiano.

[529] Osservare.

[530] Queste idee si trovano ripetute continuamente nelle sue prediche.

[531] Sottintendi: Vostra Corona.

[532] Da tutte queste lettere si vede, sempre, quanto fermamente il Savonarola credesse alla sua missione profetica.

[533] Questa lettera, scritta in francese, venne tradotta e pubblicata a Firenze assai scorretta, di che il Savonarola si dolse. (Vedi vol. I, p. 344). La lezione che noi seguiamo è del codice Riccardiano 2053; ed è una traduzione assai diversa. In fine di essa troviamo scritto: questa è a stampa più corretta; ma noi abbiam creduto doverla, nondimeno, pubblicare; sia perchè il Savonarola disapprovò quella a stampa, ora divenuta rarissima; sia perchè ci parve che, in luogo di più corretta il codice dovesse facilmente dire più corrotta.

[534] Qui v’è nel Ms. el quale, che abbiam tolto, perchè confonderebbe il senso.

[535] Sono le tre lettere inedite de noi pubblicate.

[536] Questo colloquio ebbe luogo in palazzo Riccardi, e noi ne abbiamo ragionato.

[537] Abbiamo aggiunto questo quando, per rendere più chiaro il senso.

[538] Qui vuol dire; Giacchè sebbene molte ec.

[539] Qui ci siamo avvicinati alla lezione a stampa, essendo il Ms. assai scorretto.

[540] Nel Ms. manca la data che si trova, però, nella rarissima edizione già menzionata.

[541] Bacinetti, vassoi.

[542] Queste cifre son certo esagerate.

[543] Magliabechiana, Classe XXV, cod. 547.

[544] Per questi idiotismi, bisogna raccomandarsi all’intendimento del benevolo lettore.

[545] Italia.

[546] Il Capponi era commissario al campo, insieme con Pier Giovanni de’ Ricasoli.

[547] Pare che sia un epiteto dispregiativo, forse parola dell’antico dialetto pistoiese.

[548] L’insegna di Firenze.

[549] Antonio Canigiani uno dei più valorosi commissari fiorentini.

[550] Qui doppio non sta nel senso di falso, ma di grande, verace, forte.

[551] Altra insegna della repubblica, sotto forma di Leone.

[552] Lo imperatore.

[553] Vico Pisano.

[554] Rinuccio d’Anghiari.

[555] Pier Giovanni de’ Ricasoli.

[556] Essendo il Canigiani ritornato per assumere l’ufficio dei Dieci.

[557] Argutamente.

[558] Fraude, frode.

[559] Qui l’originale ha una lacuna.

[560] Vedi la nota 3 a pag. XCIV.

[561] Anche questa pare che sia una parola dispregiativa.

[562] A guisa degli schiavi.

[563] In coro, insieme.

[564] Qui si vede subito il Piagnone, che deve sempre ragionar di profezie e profeti.

[565] Qui forse vuol dire: stia ciascuno ben lieto, perchè non sempre vi sono profeti.

[566] I patti di accordo e sottomissione.

[567] Il Ms. ha una lacuna; forse dovea dire: dorma, forma.

[568] Questa parola manca nel testo.

[569] Fin qui le parole sono in bocca dei Pisani; ora l’autore ripiglia il suo discorso.

[570] Che Firenze non s’accordi colla Lega.

[571] Abbiam pubblicato queste poesie, non già secondo l’ordine cronologico, ma secondo che si trovavano nel codice: invertimmo solo l’ordine delle due ultime, perchè ci pareva che il soggetto lo richiedesse.

[572] Questa lettera e la seguente furono assai imperfettamente pubblicate del Perrens e dal Meyer. Il primo le trasse dal Codice di S. Marco a Venezia; il secondo dal Codice riccardiano 2053, ma con molte lacune ed errori. Noi abbiamo seguito fedelmente la lezione del Cod. riccardiano, sebbene neppure sia molto corretta.

[573] Questa è forse una citazione.

[574] Forse, obstant.

[575] Trovasi fra la lettere della Scala, più sopra citate, col numero d’ordine 517.

[576] Questa lettera noi trovammo nel citato Codice Riccardiano, e ne demmo copia al conte Capponi, che la pubblicò nell’opuscolo, altre volte citato, di cui tirò solo 90 esemplari. Vogliamo qui rammentare una lettera del Savonarola, in data del 13 maggio 1493, indirizzata agli Anziani della repubblica lucchese, che lo avevano consultato sull’ammettere in città gli Ebrei prestatori. Il Savonarola si pronunziò per l’affermativa, sebbene con certe riserve. Quella lettera fu pubblicata dal Bongi, nel Giornale dagli Archivi Toscani, Anno III, Aprile-Giugno 1859.

[577] Secondo lo stile nuovo, 1496.

[578] Queste tre lettere si trovano nella Biblioteca di Modena, e furono pubblicate nello stesso opuscolo del conte Capponi.

[579] È di assai poco momento; fa solo vedere che il Savonarola, nel tradurre le sue opere quasi sempre vi faceva dei mutamenti: riferisce probabilmente al Compendio di rivelazione.

[580] Cioè il primo getto del lavoro, e non le prove di stampa; come anche a noi era sembrato, leggendo questa lettera la prima volta.

[581] Codice Riccardiano 2053.

[582] Trovasi nell’Archivio di Milano, la dobbiamo alla cortesia del Sig. Danzi di Milano e del Padre Marchese.

[583] Questa parola manca nel MS.

[584] Si trovano autografe in un Codice posseduto dal conte Giberto Borromeo a Genova. Ne avemmo notizia dal P. Marchese, e le pubblichiamo, quasi unicamente, come curiosità letteraria, per dare un’idea del modo come il Savonarola componeva. Ci siamo, poi, accertati che sono primi abbozzi, paragonando alcune poesie già pubblicate, con un esemplare delle stesse che si trova in questo Codice.

[585] Vedi i libri delle Deliberazioni, nell’Archivio delle Riformagioni.

[586] Ciò dimostra in che concetto di dottrina e di amore alle cose antiche, fosse tenuto il Savonarola.

[587] Questi è Marsilio Ficino.

[588] Accanto al convento di S. Marco, dove era anche il così detto Giardino di S. Marco, in cui i Medici avevano raccolto un Museo di statue antiche.

[589] Trovammo questo Codice, la prima volta, nella Biblioteca dal march. Gino Capponi, Cod. XCIII, carta 94 a 101. Altra copia ne è nella Magliabechiana di Firenze, Cl. XXV, 338.

[590] Era capo e quasi padrone della repubblica di Siena.

[591] Intendi: e però il contratto si mostra forzato.

[592] Alfonsina Orsini, moglie di Piero de’ Medici.

[593] Virginio Orsini.

[594] Il Ms. Magliabechiano dice: farenvi; quello della biblioteca Capponi: farovvi.

[595] I danari.

[596] Questi Antella non erano di sicura fede.

[597] Che le uccisioni del 1478 (fatte in seguito alla congiura dei Pazzi), e gli esili del 1434, (fatti, quando Cosimo bisavolo di Piero tornò dal suo esilio) furono nulla, rispetto a quello che faranno essi, tornando.

[598] Questa è la prima confessione o esamina.

[599] Uno dei congiurati, di quei cinque che furono condannati.

[600] Luogo tra Arezzo e Perugia, presso al Lago Trasimeno; lo chiamano anche Ossaia.

[601] Lo stesso Lamberto dell’Antella.

[602] Quello che fu tenuto capo delle congiura.

[603] Uno dei cinque condannati.

[604] Un altro dei medesimi.

[605] Parecchi dei Tornabuoni furono implicati nella congiura, Cosimo di Lorenzo riuscì a fuggire; ma i suoi beni vennero confiscati.

[606] Petrucci.

[607] Seconda esamina.

[608] Pregailo.

[609] Quel che segue continua la numerazione della prima esamina.

[610] La moglie di Pietro.

[611] Elezione.

[612] Sembra che sia qualche libro di Piero, che i Ridolfi ritenevano, senza dovere aver nulla da lui.

[613] Una parte de’ debiti.

[614] Era nome d’un carcere, in Firenze.

[615] Legge che gli permetteva di ripatriare senza pericolo.

[616] Il cardinale fuggì da Firenze in abito di frate.

[617] Riferisce forse a qualcuno ch’era appresso a Piero.

[618] Il Nardi, Storia di Firenze, pag. 46, parlando della cacciata de’ Medici racconta: «Il popolo minuto corse alle case di Ser Giovanni Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e parimente alle case di Bernardo d’Antonio Miniati, stato lungamente provveditore del Monte; contro a’ quali il popolo, per più tempo avanti, aveva conceputo un odio mortale, per essere costoro reputati sottili inventori delle molte e incomportabili gabelle e gravezze poste alla città.»

[619] I loro cugini, che s’erano dati al partito popolare.

[620] Rospi, ranocchi.

[621] Presso che un anno.

[622] Ad istanza.

[623] A buona derrata.

[624] Archivio delle Riformagioni; Deliberazioni dei Signori e Collegi, vol. 89, carta 35 retro.

[625] Magliabechiana, CL. XXIV, n. 288.

[626] Bartolommeo Giugni ch’è degli Otto nuovi.

[627] Il Breve latino si trova pubblicato nell’appendice del Perrens. Questa traduzione italiana fu stampata nel secolo XV, e pubblicata anche dal P. Marchese, il quale non volle credere che questo fosse il solo breve di scomunica. Noi, leggendo i brevi posteriori dal papa e le risposte del Savonarola, come pure le sue prediche, non ne trovammo mai accennati altri.

[628] Magliab. Class. XXV, cod. 337; furono pubblicate dal signor P. E. Giudici, nell’Appendice alla sua Storia de’ Municipi italiani.

[629] Archiv. delle Riformagioni, Deliberazioni dei Signori e Collegi, vol. 89, carte 72.

[630] Domini Priores Libertatis.

[631] Archivio delle Riformagioni: Minute di lettere ad ambasciatori, 1496 e 97. Nell’antica classificazione il codice era segnato CL. X, Dist. I, N. 98.

[632] Non altro.

[633] Non vi è stata discrepanza, circa l’effetto, il fine ultimo del giudizio.

[634] Forse: dolosi, ingannatori.

[635] Per.

[636] Non potrebbe esserne più contento di quello che è.

[637] Riportiamo questo abbozzo di lettere, sebbene riguardi un tempo posteriore, per dare un esempio delle molte altre che scrisse, e delle pratiche che fece la repubblica veneziana, onde favorire il ritorno di Pietro de’ Medici. — Vedi cancelleria ducale di Venezia; vol. 37 dei Secreti, carte 3, a tergo. Vi sono parecchi altri di questi abbozzi.

[638] Vorrebbero i suoi amici. Forse anche: i suoi amici ricordano le promesse da noi fatte.

[639] Forse: compresa.

[640] Quanto all’aiutare la libertà dei Pisani, lo abbiamo fatto in ogni modo; e ci sarebbe caro riavere le spese incorse. Stando fermi questi due presupposti, ci adattiamo a qualunque altro conveniente partito.

[641] Queste cifre rappresentano il numero dei votanti nel Consiglio. La repubblica di Venezia aveva tre surta di voti: il sì, il no, ed il non sincero, per quelli che non erano abbastanza illuminati nel soggetto.

[642] Magliabechiana, Cl. XXXV, n. 190.

[643] Lo scrittore di questa lettera era, come si vede, assai ignorante: il lettore deve aiutarsi col suo buon senso.

[644] Il Savonarola.

[645] Non che dai poco ec.

[646] Non cessano di sollecitare.

[647] Qui il senso è molto oscuro; ma in sostanza vuol dire, che frà Mariano dovea dimostrare l’errore di chi afferma che, sapendo d’essere scomunicato, si possa continuare a predicare.

[648] Furono le sue parole.

[649] Ex abrupto erumpens in hæc verba.

[650] Forse, sfogli.

[651] Forse vorrà dire: quello avevano udito.

[652] È senza data.

[653] Cod. Riccardiano, 2033.

[654] Qui si riferisce chiaramente al Breve di scomunica da noi riportato.

[655] Di queste lettere se ne trova un gran numero nell’Archivio di Milano. Riportiamo solo queste due, per non moltiplicare i documenti; giacchè i fatti in esse riferiti non sono, generalmente di grande importanza al nostro proposito.

[656] Cioè: sieno d’accordo.

[657] Uno di questi amici segreti, era certo il notaio Ser Ceccone.

[658] Forse: per rispondere in buona parte dei denari; cioè pagare.

[659] Si trovano nell’Archivio delle Riformagioni, in un volume intitolato: Lettere ed altri documenti, 1505 e 1519.

[660] Di questa lettera s’è ragionato nel testo.

[661] Anche di ciò abbiam tenuto discorso.

[662] Quando anche.

[663] Il re di Francia.

[664] Più che il far bene a noi, che siamo suoi alleati, dovrebbe muoverlo il bisogno di provvedere all’onor di Dio.

[665] Dal MS. Magliebechiano più volte citato.

[666] Persone di credito.

[667] I frati Minori.

[668] Forse: senza mostrare però.

[669] Forse: venendo.

[670] Se diceva di sua volontà.

[671] È forse errore nel MS.; dovrà dire, ascoltavanlo.

[672] Questa Cronica di Simone Botticelli è smarrita.

[673] Non manca.

[674] La quale, però, aveva ordito tutto a danno del Savonarola.

[675] Come abbiamo detto altrove; piuttosto che processo, furono alcune poche risposte scritte di sua mano, e nelle quali, come già aveva fatto a voce, riconfermò la sua dottrina.

[676] Queste carte, che non erano veramente processo, par certo che andassero bruciate: esse, per altro, poco o nulla aggiungerebbero alla conoscenza dei fatti.

[677] Qui il Violi è tratto in inganno: furono due edizioni di uno stesso processo, e non due processi diversi come habbiam già detto nel testo.

[678] Come trattaste.

[679] Forse: davono, davamo.

[680] Forse: rinnovazione della Chiesa.

[681] Forse: come voi.

[682] Forse: che sì.

[683] Pianse pel dolore di avere, nel delirio della tortura, nominato il cardinale di Napoli. Questo almeno si caverebbe del falso processo.

[684] Questo è falso, perchè il cardinale di Napoli lo aiutò nella separazione dai Lombardi. Del resto, non fa maraviglia che il Violi lo dicesse, perchè anche le carte viste da lui erano falsificate.

[685] Forse: la cui.

[686] È la seconda esamina fatta per ordine della Signoria.

[687] Questo è forse lo scritto che lasciò al carceriere.

[688] La Giornata seguente, come la terza parte del Vulnera Diligentis, ragiona a lungo sulle interpretazioni allegoriche e mistiche, da dare alle risposte del Savonarola.

[689] Vedi i due codici magliabechiani più volte citati.

[690] Penerà.

[691] Esaminando e riscontrando bene tutti questi discorsi, intorno ad un preteso vero processo; si vede che sono ipotesi, e bisogne venire alla conclusione che di vero non ci fu altro che le poche risposte date a voce, nel primo giorno, e poi scritto di mano propria del Savonarola. Più tardi esse furono bruciate; ed, in ogni modo, non aggiungerebbero nulla a quello che già sappiamo del processo.

[692] In luogo di osceno.

[693] Codice Riccardiano 2985, carte 32 a 36.

[694] Qui incominciano quelle sottili distinzioni, di cui abbiamo parlato nel testo.

[695] Quando eri in presenza delli ec.

[696] Imprecatoria.

[697] Ecco il divino istinto, introdotto a spiegare le risposte date nel processo, come noi abbiamo già notato nel testo; e tutto ciò è sempre appoggiato agli esempi cavati dalla scrittura.

[698] Queste parole sono scritte da frà Benedetto, che si trovò quel giorno in convento.

[699] Altri storici riferiscono, che il vescovo dicesse solo: ab Ecclesia triumphante.

[700] Qui, forse, l’autore vuol difendere il Savonarola dall’accusa, che non considerasse valida la elezione d’Alessandro VI, perchè simoniaca, sebbene riconosciuta poi dal consenso della Chiesa.

[701] Qui frà Benedetto cita la parola, per distinguere il vero dal falso processo.

[702] Ecco un’altro dei sofismi, che pure erano frequenti e sinceri nell’animo del Savonarola.

[703] La seconda esamina.

[704] La medesima.

[705] Abbiamo detto nel testo, come di questo processo si trovino due edizioni nel tempo. Noi riproduciamo fedelmente, o quasi a fac-simile, quella che è più rara e che noi crediamo fatta dalla Signoria: nelle note registriamo quei passi, in cui l’altra edizione differisce da questa. Poniamo fra parentesi solo alcune di quelle parole o periodi, che più visibilmente ci paiono interpolate dal notaio ser Ceccone: distinguerle e notarle tutte sarebbe impossibile.

[706] Nel secondo verso, l’altra edizione ha queste parole: «In dei nomini amen. Anno domini nostri ab eius salutifera incarnatione M. CCCC. XCVIII. In ditione die vero VIIII aprilis.»

[707] Queste parole: «Per commissione de la sancta Sedia Apostolica,» mancano nell’altra edizione. Ciò, come abbiam visto, c’indusse a credere che questa che diamo, sia la prima edizione, pubblicata in grandissima fretta e poi soppressa dai Signori fiorentini. Quelle parole, nondimeno, erano una evidente menzogna: il Savonarola era stato preso il dì 8, l’esame era cominciato il 9; come v’era stato tempo di ricevere commissione da Roma? O forse quella commissione s’era già ricevuta, prima che il Savonarola fosse preso?

[708] Qui l’altro processo a stampa aggiunge queste parole: «La infrascripta è la examina di Fra Hieronymo di Nicolo Savonarola da Ferrara dell’ordine de predicatori, facta di lui dalli spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi signori Fiorentini, delle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati cioè:

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.»

Poi seguono i nomi.

[709] Colui che nel giorno dell’esperimento del fuoco, tentò in ogni modo la rovina del Savonarola.

[710] Il famoso capo dei Compagnacci. Esso era di quegli Otto nuovi, nominati contro il parere della Pratica.

[711] Procederono.

[712] Qui ritorna la stessa osservazione fatta più sopra, che il Papa, cioè, non potè dare questa commissione; e questo fu osservato e minutamente discusso da frà Benedetto, nel suo Vulnera Diligentis, ed anche dal Violi.

[713] Qui è da notare che ambedue le edizioni, vanno dal giorno 9 al giorno 11, senza punto accennare ciò che avvenisse il 10; il che risponderebbe a ciò che abbiamo narrato nel testo: dopo il primo esperimento, si discuteva quel giorno con ser Ceccone, sul modo come continuare il processo. Alcune copie manoscritte del processo, però, cercano riempire la lacuna in questo modo: «A dì IX del presente mese d’aprile, il detto Fra Hieronymo interrogato et esaminato a parole, senza tormento, sopra le cosa che nella infrascripta esamina sono contenute e descritte. Dipoi a dì X di detto mese fu esaminato nella sala di sopra del Bargello, prima a parole ec.» Ma queste copie non hanno autenticità, sebbene qualcuna di essa può supporsi che fosse stata messa in giro dalla Signoria stessa; giacchè una ne abbiam trovata negli Archivi di Milano, insieme con altri documenti mandati a Lodovico il Moro.

[714] Questi conforti rendono chiaro, che il Savonarola fece della obbiezioni a firmare il processo.

[715] In altre copie manoscritte, si trova aggiunto: «che sono carte 24 di foglio con questa d’una medesima mano.» Abbiamo già notato che frà Benedetto, osservando la stampa, dice non essere possibile che fossero 24 carte manoscritte, ma assai meno. Sebbene la stessa cosa si trovi affermata anche in fine di questo processo; ciò che dice frà Benedetto si spiega, nondimeno, col rammentarsi che molti brani furono soppressi dal notaio, e così il processo a stampa venne più breve.

[716] Qui è evidente la sincerità e religione dell’accusato.

[717] Che fu.

[718] Qui si vede che frà Girolamo e frà Salvestro prestavano sincera fede alle visioni. Questa prima parte del processo sembra, invero, abbastanza genuina; ma niuno può dubitare, che la chiusa del periodo seguente, non sia una giunta di ser Ceccone.

[719] Se si leva questo et, e quel tutto che è in principio del periodo; il senso muta grandemente e s’avvicina assai più al vero.

[720] Qui le alterazioni sono molte, e non è possibile indicarle tutte.

[721] Si vede chiaro che questo ma deve legare colla fine del paragrafo antecedente. I due passi da noi segnati in questo paragrafo, sono assai alterati o anche aggiunti da ser Ceccone, cui riusciva più facile fare la interpolazione in principio ed in fine del paragrafo. Dobbiamo, però, rammentare, che i segni da noi posti, indicano quei periodi che più visibilmente ci sembrano creati di pianta, o alterati nella sostanza; ma è sempre una nostra opinione.

[722] Questo è linguaggio del Savonarola.

[723] L’altra edizione ha: noto.

[724] Altra edizione: verano.

[725] Tutto questo è un evidente sonnambulismo, che il Savonarola e frà Domenico credevano ispiratione divina. Fra Salvestro non aveva, sul principio, opinione ferma; ma vedendo, poi, la fede dei suoi compagni, si credette anch’egli inspirato da Dio.

[726] Secondo le idee del Savonarola, anche la malattia poteva creare l’occulta disposizione a ricevere le visioni divine.

[727] Il Savonarola voleva la gloria di Dio e cercava credito per meglio promuoverla. Ser Ceccone, ogni volta che trovava la parola gloria, aggiungeva sempre del mondo, e così mutava tutto il senso del discorso.

[728] Di Dio.

[729] I venti Accoppiatori.

[730] E’ si fa.

[731] Il Valori.

[732] L’altra edizione: Duge, cioè Doge.

[733] Vedi la nota antecedente.

[734] Era stato segretario del Savonarola.

[735] Qui si veda quanto amasse la libertà al di sopra de’ suoi amici.

[736] Ludovico il Moro governava in nome di suo nipote il duca Gio. Galeazzo, ma faceva quel che voleva.

[737] L’altra edizione: beneficarsi.

[738] Bernardo de l’Inghilese di Schiatta Ridolfi. Molti di questi nomi furono certamente aggiunti dal notaro, per avere occasione di processarli.

[739] Scarfa.

[740] Le due lettere indirizzate al Papa, in favore del Savonarola, che moltissimi cittadini e tutti i frati di San Marco firmarono.

[741] Il padre dello storico era uno degli ardenti seguaci del Frate, e nello storico stesso s’era trasfuso una parte di questa simpatia, come si vede nelle sue Opere inedite e ne’ suoi Manoscritti.

[742] Lionello Boni.

[743] Degli.

[744] L’altra edizione: perdicta.

[745] Il magistrato dei Dieci e degli Otto.

[746] L’altra edizione: dicevo.

[747] L’altra edizione dice: Scarfi, e così deve stare.

[748] Son quelle che abbiamo date fra i nostri Documenti.

[749] Forse: risposimi, mi venne risposto; certo è il Savonarola che rispose.

[750] Allora vi fu più d’uno che pretendeva di profetare.

[751] Si vede sempre quanto il Savonarola fosse alieno dagl’intrighi.

[752] Questa lettera non abbiamo.

[753] Non avesse le Condotta che bramava.

[754] Cioè per difesa, non per offesa.

[755] Colui che difese il Savonarola nel giorno dell’esperimento del fuoco.

[756] In parecchi MS, si trova qui aggiunto il seguente passo: «El sig. di Faenza che regge mi si mando gia a raccomandare p. usare della seruitu de Vinitiani, et questo fu p. uno frate dellordine nostro et della Congregatione di Lombardia observante che si chiamaua fra Marcho da Blanzare, mandato a parlare di questo a Francesco Valori et fugli risposto da lui et da. x. che non lo poteuano aiutare p. allora.»

[757] Procedè.

[758] Fosse veramente pronunziata e da osservarla, per evitare scandalo.

[759] Quando si predica?

[760] I gradini di legno in chiesa, par farvi sedere il popolo. L’altra edizione dice: «i grandi.»

[761] Non mi chiarii, non mi manifestai.

[762] Qui s’intende poco il senso. Parecchi Mss., fra i quali quello di Milano, dicono così: «Io non fermai il predicare non obstante la lettera de III di marzo di Ser Alessandro Bracci.... perchè stimavo fossino minaccie.»

[763] Il re di Francia.

[764] L’altra ediz. aggiunge: et di qua scrivesse calde.

[765] Qui le aggiunte dal notaio confondono il senso di tutto questo paragrafo. Nella fine del periodo, nondimeno, si vede chiaro che il Savonarola era contrario a Bernardo del Nero; ma non ne voleva la morte, nè s’era mescolato nella lotta.

[766] L’altra edizione: il.

[767] Noctornò, non tornò.

[768] L’Alfonsina.

[769] Gli oggetti che aveva lasciati in San Marco, furono scrupolosamente restituiti; parte a lui, parte consegnati ai magistrati, come cose pertinenti alla repubblica.

[770] Noi abbiamo visto come il Savonarola non facesse mai forza, per indurre qualcuno a vestir l’abito.

[771] Nuora di Tanai de’ Nerli, la quale era della famiglia Lanzi.

[772] Così le due edizioni a stampa: e qui si vede chiaro che le aggiunte hanno guastato il senso. Altri Ms., come quello di Milano, dicono: «El simile dico di quelli segreti che io dicevo sapere d’uno che si voleva fare grande: i quali dicevo da me per spaurirlo.»

[773] L’altra edizione aggiunse qui: per.

[774] Cioè: che davvero non volesse riavere Pisa.

[775] Il significato di questa frase lo abbiamo spiegato altrove.

[776] Il mistico viaggio al trono della Vergine.

[777] Egli medesimo disse al popolo, che era stato un viaggio immaginario.

[778] La venuta dei Francesi che punirebbero i tristi.

[779] L’altra edizione ha: di ghanno, cioè d’inganno, di finzione. Il Savonarola avevo più volte minacciato di rivelare i peccati d’alcuni che credevano tenerli celati, come coloro che cospiravano per la tirannia, pel governo ristretto, o altri: ma, come egli stesso conferma, era un modo di dire per sbigottire i nemici delle repubblica. Quanto poi a Piero Capponi, che pure era amico del Savonarola, non sappiamo a cosa volesse alludere: la frase, se non è invenzione del notaio, si potrebbe riferire all’essere stato il Capponi amico d’un governo alquanto ristretto e non del tutto popolare. Questo verrebbe riconfermato dagli scritti inediti del Guicciardini, recentemente pubblicati.

[780] L’altra edizione ha: barbieri; questo era il nome che il Savonarola dava ai Francesi.

[781] I Ms. hanno, invece: renovatione.

[782] Il punto dovrebbe esser qui; non già innanzi al Se.

[783] I Mss., hanno a istigare.

[784] De’ Medici.

[785] L’altra ediz. dice: havevo.

[786] Queste lettere, due delle quali abbiamo pubblicate fra i documenti, son quelle che precedevano le lettere ai Principi.

[787] Son quelle ai Principi.

[788] Qui è un errore di stampa, l’altra ediz. dice: I Re.

[789] Qui il senso è confuso; ma una lettera era quella che andò al re, un’altra quella che andò all’ambasciatore fiorentino presso la sua corte: la prima era in nome del Savonarola, l’altra no.

[790] Qui è determinata chiaramente l’esistenza e la data di queste lettere, della cui autenticità alcuni vollero dubitare.

[791] Cioè a dire: la causa furono i cattivi costumi; le scomuniche, poi, mi eccitarono a fare più presto.

[792] L’altra edizione aggiunge: si.

[793] Queste parole furono aggiunte per moderare la forza del passo che segue, e che certo fa grande onore al Savonarola.

[794] Fino a che potette, e fino a che non gli parve che l’onore della religione non vi fosse impegnato, il Savonarola si oppose in pubblico a quell’esperimento.

[795] Qui è chiaro, cha egli credeva si potesse uscire illesi dal fuoco.

[796] Questo dubbio lo manifestò sul pergamo, quel giorno stesso.

[797] Qui ci vorrebbe un punto, per far chiaro il senso.

[798] L’altra edizione ha: sollecitavano.

[799] Abbiamo già detto che le alterazioni sono moltissime, e che abbiamo indicato solo alcune di quelle che più si poterono distinguere o ci sembravano più visibili.

[800] Questa, secondo il Nardi, sono le parole che disse il Cancelliere nella sala del Consiglio, quando lesse al pubblico questo processo dal Savonarola.

[801] L’altra edizione dice: LATTIFICAZIONE, cioè L’attificazione, o anche Ratificazione.

[802] Frà Benedetto (Vulnera diligentis) dice che la soscrizione fu alterata, perchè il Savonarola vi accennava alle aggiunte di ser Ceccone; ma, se egli lesse veramente la sottoscrizione autografa, non la riportò nel suo libro.

[803] Qui si vede che il Savonarola non lesse il processo, ma gli fu letto; onde poteva bene il notaio ingannarlo, leggendolo altrimenti che non era scritto.

[804] Questo processo e quello che segue furono trovati da noi, parecchi anni or sono, nei Codici Magliab. XXV, 357, XXXVII, 394; e poi li riscontrammo nel Codice che ora si trova nell’Archivio di Firenze e con una copia di quello che si trova a Milano, fatta dal sig. Dansi. Allora si dubitò che questi due documenti fossero veramente quali noi li credevamo; ma, quando ne potemmo con certezza dimostrare il carattere, nacque, invece, il desiderio di darli alla luce. Così essi furono pubblicati nell’Appendice alla Storia dei Municipii italiani dal professore P. E. Giudici, assai scorrettamente e senza neppure dichiarere se erano genuini o apocrifi. Nè di ciò intendiamo muoverne accusa all’autore, che non si era proposto di fare studio particolare d’un soggetto assai intricato.

[805] Ora non staremo ad indicare quei passi che più visibilmente sono aggiunti dal notaio, perchè quasi tutto questo processo è un impasto di menzogne.

[806] Specie di corvo.

[807] All’esattezza di questi fatti non si può prestare alcuna fede.

[808] Tutto questo paragrafo manca nel Codice Magliabechiano. In questo processo, noi abbiamo seguito principalmente la lezione milanese, confrontandola cogli altri Codici.

[809] Non è molto tempo.

[810] Le due lettere sottoscritte dai frati e da’ cittadini.

[811] Il Cod. Magl. ha, invece, Soderini.

[812] È inutile combattere queste false asserzioni.

[813] Dunque si conferma, che il Savonarola voleva un governo largo e libero, e non voleva un governo stretto, neppure fra le mani dei suoi amici.

[814] Dominare.

[815] Non ci è venuto alle mani nessuno esemplare di questa scomunica; e, per quanto la memoria ci ricorda, non ne abbiamo trovato menzione negli storici.

[816] Il Ms. Magliab. dice: di frà Silvestro, anzi di Frà Domenico.

[817] La sola copia di Milano ha la data del 25 aprile.

[818] Il Cod. dell’Archivio, invece delle parentesi, ha in margine, questo fu la domenica de l’Ulivo, quando cominciò lo insulto. Nel codice magliabechiano v’è, invece, una diversa disposizione delle stesse parole.

[819] Il Codice dell’Archivio ha: Dino di Francesco di Dino.

[820] Il Codice dell’Archivio dice: sette.

[821] Non sappiamo che alcuno abbia mai visto questo autografo.

[822] Il Codice dall’Archivio dice: XXIV.

[823] Vedi la prima nota al processo antecedente.

[824] Nella più parte dei codici da noi riscontrati, manca affatto tutto quello che segue fino a: Rispose; è vero; ed il processo comincia colle parole: Di nuovo. Questo brano non si trova che in un solo dei due Codici Magliabechiani da noi riscontrati, (XXXVII, 324). Questi processi manoscritti hanno molte varianti e molte aggiunte o lacune: sembra che la signoria stessa, nel metterne in giro delle copie, ora aggiungesse ed ora togliesse, perchè essi non erano che un ammasso di menzogne.

[825] Di Roma.

[826] Qui si vede che hanno riportato le risposte del Savonarola, più fedelmente.

[827] Abbiamo notato che altrove gli fanno dire precisamente il contrario.

[828] Nel Cod. Magliab. ed in quello di Milano, v’è in margine questa postilla, che manca in quello dell’Archivio: «La detta lettera fu quella che aveva disegnato scrivere a’ re, di che si fa menzione nella parte del concilio.» — Questa lettera, però, non era bruciata.

[829] Nella copia che noi abbiamo del Codice milanese, c’è una lunga lacuna, che incomincia da questo punto e va infino alla metà dal paragrafo settimo.

[830] Il Codice dell’Archivio dice: a’ benefici.

[831] Anche in questo processo si vede, che, quando si trattava di quistioni essenzialmente religiose, le risposte del Savonarola non erano dubbie.

[832] Qui finisce la lacuna della copia milanese.

[833] Si vede chiaro, come questa sia una compilazione fatta, raffazzonando le varie risposte del Savonarola.

[834] Prima si dice che sottoscrisse, e poi si pone la firma!

[835] Il Codice dell’Archivio dice: da quattro mesi.

[836] Pensai.

[837] Circa il quale. Questo fu il punto in cui più infieriva la tortura, per ordine del Romolino il quale o aveva qualche commissione o qualche odio particolare contro al cardinale di Napoli; onde, dopo avere più fieramente lacerato il Savonarola, ne alterò anche più del solito le risposte.

[838] Gli si offerse.

[839] Qui si vede che è sotto la tortura. Le copie di questo processo hanno spesso in margine: tortura, torturato, in quei luoghi dove del processo medesimo apparisce.

[840] Si vede che le risposte, non solamente sono alterate; ma alcune vengono affatto tralasciate.

[841] La copia di Milano ha: sollecitarlo.

[842] Qui i giudici stessi ci fanno sapere, quanto erano convinti della verità di ciò che scrivevano.

[843] Riccardiana, Cod. 2053 (non autografo, ma antico). Questa esamina rimase affatto ignota a coloro che desiderarono pubblicare tutti i documenti che avevamo raccolti, intorno ai processi del Savonarola e de’ suoi compagni.

[844] Ne trovammo due copie nella Magliebechiana. Una, di assai difficile scrittura, vi resta tuttavia; l’altra andò nell’archivio centrale. Dopo che noi lo trovammo, quegli archivisti vollero pubblicarlo, sotto il nome di Deposizione, senza conoscere se fosse vero o apocrifo. Una terza copia ne trovammo nell’Archivio di Milano. Si noti che la Signoria credeva di dar questo processo, quasi inalterato.

[845] Era priore di Fiesole, e quivi generalmente dimorava.

[846] Guardava verso la zuffa o lasciava di pregare.

[847] Intendi: ci aiutavano.

[848] Questo spiega le voci sparse da alcuni, che il Savonarola avesse ritenuti danari di Piero.

[849] Forse: lo perchè.

[850] Paragonando questo col vero processo, si vede come i nomi propri sono tutti aggiunta e invenzione del notaio.

[851] Cioè, disse anche lui: io non son profeta.

[852] Lo stesso frà Domenico.

[853] Gli domandassi.

[854] Qui manca, forse: grandi, elevate, o simile. Frà Domenico parla di sè, e a far quasi una rivelazione agli esaminatori. In questo processo il lettore può conoscer veramente cosa erano le profezie di frà Girolamo e de’ suoi compagni.

[855] Nè mi dà noia il pensiero di conoscere, come frà Girolamo abbia avute queste rivelazioni.

[856] Forse: paroluzze.

[857] Ser Ceccone. Questo parrebbe riferire ad altra esamina scritta dal notaio: forse qualche primo tentativo di compilare, anche per frà Domenico, un falso processo.

[858] Qui si può chiaramente e sicuramente esaminare quanta superstizione vi fosse nelle profezie e visioni del Savonarola; come, pure, quanta credulità fosse in quei frati.

[859] Avevano certezza di quelle visioni, come se le toccassero!

[860] Forse: imbasciate fatte da loro a frà Silvestro.

[861] Qui si vede con quale ingenuità frà Domenico riferisce come sua la visione comunicatagli da frà Salvestro.

[862] Riferisce ai fatti avvenuti, quando l’imperatore Massimiliano minacciava Firenze.

[863] Forse manca: sa.

[864] Forse manca: mi sentii ispirata.

[865] La tortura.

[866] La scrupolosa verità, con cui frà Domenico cerca riferir le cose, è veramente ammirabile.

[867] Pare che, in questi ultimi momenti, la tortura venga spesso ripetuta.

[868] La sala del Consiglio.

[869] Egli stupiva e non sapeva credere come fosse vero il falso processo del Savonarola, che gli mostravano come autentico. Frà Domenico non era uomo da sospettare che la signoria fosse capace di falsificare.

[870] Questo aprir la chiavetta, era la frase adoperata dal Savonarola, quando voleva minacciare il concilio.

[871] Questa colle altre cose.

[872] Delle quali persone.

[873] In questo e nei paragrafi seguenti, si vede come gli esaminatori creassero di pianta nomi e fatti, anche quando più volevano serbare apparenza di veridici.

[874] Lo trovammo, insieme coi falsi processi del Savonarola e di frà Domenico, nel Codice dell’Archivio di Firenze, in quello di Milano ed in un Codice assai poco deciferabile dalla Magliabechiana. La copia dell’Archivio di Firenze venne data alla luce da quegli Archivisti, insieme col falso processo di frà Domenico, sotto il medesimo titolo di Deposizione ec.

[875] Qui è chiaro che si tratta di una malattia e non altro.

[876] Sacromoro, colui che tradì.

[877] Vien sempre confermato, che in S. Marco non si facevano intelligenze.

[878] Anche qui si vede che il Savonarola e frà Domenico non vi presero parte.

[879] In questo luogo, la copia di Milano aggiunge il seguente paragrafo che, poi, nella copia stessa è cancellato: «La notte mi ricorda havervi visto a un grasso zuchone, d’età d’anni 45 in 50, di pelo biancho, porta una berretta alla francese con un gabbano alla forestiera, di mediocre statura, e gli sentì dire: Io vorrei ci fussi stato M. Manfredi.»

[880] Qui si conferma, che il Savonarola non s’era impicciato nelle accuse violenti contro a Bernardo del Nero e suoi congiurati, e si vede anche, come la risposta che, a questo proposito, gli è stata messa in bocca nel suo processo, è in parte alterata.

[881] Nella copia di Milano, si trova qui aggiunta una lunga lista di nomi, che poi sono cancellati, con questa postilla al margine: «Questi si cancellano, perchè sono nominati e scripti di mano di frà Silvestro, nel foglio precedente.» Son forse le aggiunte e pentimenti del notaio.

[882] Nella copia di Milano v’è qualche differenza nei nomi, che è inutile di notar per minuto, sapendosi che molti di essi furono aggiunti dal notaio.

[883] Battè il bossolo sul banco dei Signori, minacciandoli per non volere così condannare i congiurati.

[884] È singolare questa conclusione, dopo alcune premesse che provano solamente la buona fede e sincerità del Savonarola: quelle ultime parole son certo aggiunte dal notaio.

[885] Archivio dello Riformagioni. — Istruzioni e lettere esterne dal 1491 al 1502, Cl. 10, dist. 1, Nº 87. Questi precetti che, con poca esattezza furono chiamati anche Deposizioni di testimoni, vennero scoperti dal Meier il quale, però, non ne fece altro uso che citarli due o tre volte. Noi ci demmo a studiarli minutamente, e vista l’utilità che v’era da cavarne, ci decidemmo a pubblicarli insieme cogli altri documenti relativi al processo del Savonarola. Più tardi il codice fu mostrato al Perrens che ne fece qualche estratto e lo pubblicò nel suo appendice. Quando noi cominciammo la stampa dal nostro lavoro, gli Archivisti di Firenze si affrettarono a pubblicare questi processi, meno uno solo: noi li diamo tutti fra i nostri documenti, per le ragioni già allegate.

[886] Le due sottoscrizioni, dei cittadini e dei frati.

[887] Cioè la maggioranza dei voti nella Signoria, e nei due Consigli, la facoltà di sonare le campane che radunavano il popolo.

[888] Questi fatti si trovano illustrati nel testo dell’opera.

[889] Fante.

[890] Il convento era insultato.

[891] Balestre.

[892] L’Azerello, cioè Bonaccorso da Filicaia, detto Azerello.

[893] Fra Girolamo, che di questi apparecchi appena ebbe qualche notizia vaga.

[894] L’esperimento del fuoco.

[895] Stimai.

[896] Mi chiesero.

[897] Le ultime parole son di mano di qualcuno dei notai. Queste esamine sono scritte generalmente dagli accusati stessi, quando parlano in proprio nome.

[898] Sopra il secondo capo dell’interrogatorio.

[899] Forse manca: avendogli domandato.

[900] Voce, voti.

[901] Uno di questi suoi parenti, era Placido Cinozzi, autore d’una biografia del Savonarola.

[902] Vi andai il giorno in cui si fece la Signoria: non volle che entrassi.

[903] Forse: imbasciate commesse, per commissioni.

[904] Forse: la Signoria.

[905] Fu chiamato fra Salvestro ad esser presente.

[906] Cacciò.

[907] Costretto a scriver di nuovo, ripete le stesse cose. Forse volevano vedere se si contradiceva.

[908] Lionello Boni, di cui più basso segue l’esamina.

[909] Ascensione.

[910] Fra Silvestro.

[911] Parole scritte in piè di pagina, di mano del notaio e degli esaminatori, come son pure quelle che seguono.

[912] Dicessi.

[913] Infatti furono ricevuti nella Loggia de’ Lanzi.

[914] Il locale della Sapienza.

[915] Cioè: ed era. Questo Gini più volte dice: are, in luogo di era; come si vede anche nella seguente esamina, che noi pubblichiamo per la prima volta; ove dice: sare, in luogo di sera. Gli Archivisti, non avendo considerato a ciò, stamparono: «Fra Girolamo andò su, e di subito tornò a dare due archibusi in coro.» Il che è a dir poco strano.

[916] Erano i due che usavano l’archibuso: il tedesco faceva fuoco da più ore.

[917] Questa esamina non fu pubblicata dagli Archivisti.

[918] Avea allora vestito l’abito.

[919] Da Gagliano.

[920] Gini, cioè l’accusato. Sono gli esaminatori che scrivono ora, più basso riprende a scrivere il Gini.

[921] Cioè: la sera.

[922] Qui si vede se era possibile, che fra Girolamo venisse a dar fucili in coro.

[923] Voleva esser ferito, per amore di Gesù Cristo.

[924] Qui si conferma ciò che abbiamo detto innanzi.

[925] La pigione si paga in suo nome.

[926] Che m’ha insegnato.

[927] L’andare io: è sempre l’e in vece di a.

[928] Queste esamina ci dà molte notizie importanti, e merita di essere attentamente considerata.

[929] Ugualmente condannabile.

[930] Andrea di Bernardo de’ Medici, soprannominato il Brutto.

[931] Era colui che si fingeva Piagnone per meglio cospirare in favore dei Medici.

[932] Lorenzo Tornabuoni, fingeva del pari che Giannozzo Pucci, per lo stesso fine. Ambedue furono poi decapitati.

[933] Per le troppe astinenze e fatiche mentali.

[934] Era opinione che il Capponi non amasse un governo molto largo.

[935] La libreria dei Medici.

[936] Filippo di Comines.

[937] Altro disegno di pagarli, che cercandoli ec.

[938] S’era riuscito a far loro credere, che i falsi processi fossero genuini e veri.

[939] Ecco a che giunse la debolezza di quei frati!

[940] Nella nostra narrazione, abbiano di tutto ciò fatto parola.

[941] Ne abbiamo parlato anche nella nostra narrazione.

[942] Il re Carlo VIII.

[943] Carlo VIII era tornato col pensiero alle cose d’Italia.

[944] Luigi XII.

[945] Pare che sieno le parole che mandava a dire il nuovo re di Francia.

[946] S’era noiato di restare in Francia.

[947] Non è lo storico.

[948] Parole del notaio.

[949] Qui si vede, come si servivano del falso processo, per cavare altre confessioni.

[950] Bernardo.

[951] Che il Savonarola si volesse arrendere, per evitare spargimento di sangue, viene sempre confermato.

[952] Il magistrato della parte Guelfa.

[953] Specie di bidello della Signoria.

[954] De’ Medici; quelli che avevano preso il nome di Popeleschi.

[955] Una delle tante spie, che venivano a brigare contro la repubblica.

[956] Veduti o seduti nei maggiori uffici. La differenza fra queste due parole, l’abbiamo spiegata nel testo.

[957] Tutto ciò dimostra l’onestà del Valori.

[958] Quando il Gonfaloniere si doveva scegliere fra quelli del loro quartiere.

[959] Trovavamo, e così più basso: discorrevan per discorrevamo.

[960] Accusato ed assoluto.

[961] Bracci.

[962] Che la parte avversa fosse frenata.

[963] Questo era per legge proibito.

[964] Fra Girolamo.

[965] Nel quartiere di Santo Spirito.

[966] I loro nomi sono scritti presso i magistrati che hanno dato il permesso.

[967] L’accompagnerei.

[968] Una sera che io v’ero.

[969] In margine è scritto: Nicholo, intendete, calzaiuolo.

[970] Colui che fu ammazzato sulle scale degl’Innocenti.

[971] Credevamo fossero stati spogliati e presi.

[972] Abbracciamento.

[973] Archivio della Riformagioni; Deliberazione dei Signori a Collegi, anni 1497-98, carte 27, 29 e 33 tergo. Questo documento fa seguito alla sottoscrizione della due parti, che già c’era pubblicata e che fu ristampata dal Meier, Doc. XVII, dal P. Marchese, Doc. XXIV. Per questi documenti, come per quelli che seguono sotto i numeri LV, LVI, LVII e LIX, dobbiamo ripetere ciò che s’è detto nella nota al numero LIII. Furono accennati dal Meier, raccolti da noi, e pubblicati dagli Archivisti di Firenze.

[974] È notevole questa confessione di un avversario.

[975] È singolare, anche, questo offerire un assente.

[976] Si cercava che, in ogni modo, fossero puniti solo i frati di San Marco.

[977] Qui non si tien conto dell’avversario, perchè egli stesso diceva di dover bruciare.

[978] Nel medesimo Codice, carte 33 e 34. Vedi la nota al Doc. LIV.

[979] Lo stesso Codice, carte 55.

[980] Qui si sottintende la tortura.

[981] Lo stesso codice.

[982] Seguono a questa altre deliberazioni di minore importanza. Alcune di esse riguardano la condanna di circa venti cittadini seguaci del Frate, ai quali viene, poco dopo, condonata buona parte della pena. Vedi la nostra narrazione.

[983] Libro dei Partiti dagli Otto di Custodia e Balía; maggio a agosto 1498, carte 51. Questo documento è stato più volte pubblicato.

[984] Deliberazioni dei Signori, ut supra, carte 51, e seg.

[985] Per festeggiare la ingiusta condanna ed il falso processo.

[986] Sotterraneo che traversava la via del Maglio, ponendo in comunicazione il convento di San Marco, col locale della Sapienza già ceduto ai frati.

[987] Non pubblicate dagli Archivisti.

[988] Partiti degli Otto di Custodia e Balía, Vol. 70, carta 150.

[989] Deliberazioni dei Signori, Vol. 85, carte 68.

[990] Il Prof. Sceviref ci ha letto un brano di questa orazione, che somiglia molto ad una predica del Savonarola.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine volume (Errata-corrige) sono state riportate nel testo.

La notazione [=xx] indica che le lettere specificate sono sormontate da una barra. La notazione ^ indica che i caratteri seguenti sono in apice.

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