La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)
LA STORIA DI GIROLAMO SAVONAROLA E DE’ SUOI TEMPI,
NARRATA DA PASQUALE VILLARI
CON L’AIUTO DI NUOVI DOCUMENTI.
VOLUME SECONDO.
FIRENZE. FELICE LE MONNIER 1861.
Proprietà letteraria.
PREFAZIONE.
La fama di frà Girolamo Savonarola che, nella sua vita, avea fatto maravigliare il mondo, e per lungo tempo richiamò l’attenzione dei nostri più grandi scrittori; cadde, nel secolo XVIII, in assoluta dimenticanza e quasi disprezzo. Era la sorte comune, in quel secolo, a tutti gli uomini, a tutti gli studi religiosi. Il Bayle esprimeva, nel suo Dizionario, un’opinione universalmente adottata, quando con freddo e crudele cinismo, scagliava contro al misero Frate i suoi acuti e pungenti sarcasmi: lo chiamava ridicolo e basso impostore, degno del martirio che aveva sostenuto.
Non molto dopo, uno scrittore anonimo pubblicava, colla data di Ginevra, una biografia italiana del Savonarola.[1] Egli aveva, in sostanza, le medesime idee del Bayle; ma diceva, con ira e dispetto, ciò che l’altro aveva detto solamente con ischerno: il Bayle lasciava cadere dalla penna i velenosi sarcasmi, colla freddezza dello scettico; l’anonimo si scagliava con un’ira ed uno zelo tutto fratesco: era, in fatti, il gesuita Rastrelli. Quella passione, troppo evidente, toglieva ogni pregio ad un libro cui, pure, non mancava il merito di qualche utile ricerca e d’un certo brio scorretto e sbrigliato, come solevano avere molti dei nostri scrittori nel passato secolo.
Un anno dopo la pubblicazione di questo lavoro, venne alla luce in Livorno una nuova Storia del Savonarola,[2] anch’essa senza nome di autore. Era il domenicano Barsanti che, rispondendo all’anonimo gesuita, prendeva con molto calore le difese del suo confratello di religione. Il Barsanti s’era trovato solo, in quel secolo, a leggere ed ammirare le prediche del Savonarola; aveva studiato gli antichi biografi, ed il prezioso manoscritto, che dopo lui andò smarrito, delle Giornate di ser Lorenzo Violi: fu diligente, minuto e paziente raccoglitore di notizie, intorno ad un soggetto che, se non destava alcuna simpatia ne’ suoi contemporanei, appagava però il suo cuore. Egli non si lasciò punto trascinare dalla corrente del secolo; ma compose un libro, che parrebbe scritto molti secoli indietro, e, quasi, destinato unicamente ad accrescere il numero degli antichi biografi. In lui rivive tutto lo spirito di quei vecchi cronisti, meno la semplicità e l’ingenuo vigore dello stile: vi ritroviamo lo stesso amore, i medesimi errori ed il medesimo fanatismo; manca, però, quella schietta originalità che, in essi, ritrae così vivamente il colore dei tempi. Il suo lavoro era, poi, siffattamente gremito di citazioni e di confutazioni contro tutte le asserzioni del Rastrelli, che la lettura ne riusciva penosa, e non poteva invogliare a conoscere il Savonarola. A questo libro successe, infatti, un silenzio di quasi cinquanta anni, durante i quali il nome del Savonarola parve dimenticato.
Il secolo XIX inaugurava un ordine di cose assai diverso, e dava un nuovo indirizzo agli studi. Il medio evo, tanto disprezzato al tempo di Voltaire, ritornava in onore; gli studi religiosi non si tenevano più indegni d’occupare l’attenzione d’uomini gravi; e si poteva, finalmente, lodare un frate, senza muovere il riso universale. La Germania si abbandonò, con ardore quasi febbrile, a questi nuovi studi; e ad essa si deve l’onore di avere, per la prima volta, chiamato seriamente l’attenzione del mondo letterario, intorno al carattere ed alla dottrina del Savonarola.
L’anno 1835, il Rudelbach pubblicava una biografia,[3] in cui non si fermava molto intorno al carattere del Savonarola, non conoscendo alcun fatto nuovo, nè sapendo dar nuove spiegazioni dei fatti già conosciuti; ma studiava principalmente l’esposizione delle dottrine. Di certo, egli era il primo che, leggendo le opere del Savonarola, avesse saputo cavarne l’insieme d’una dottrina teologica; era il primo che, dopo tante critiche e così violente, avesse il coraggio di affermare all’Europa moderna, come quelle opere meritavano l’attenzione dei dotti, e quell’autore aveva avuto un alto ingegno speculativo. Lo diceva col sincero entusiasmo di chi è convinto d’annunziare una verità sconosciuta; ed il suo libro otteneva, in Germania, un grandissimo successo. Forse, ciò era dovuto meno ai pregi, che allo scopo avuto in mira dall’autore; giacchè egli vedeva nel Savonarola un precursore della Riforma. Anche Lutero aveva canonizzato il Frate di San Marco, martire del Protestantismo; ma, nel secolo XVIII, quelle idee erano state quasi dimenticate; onde ritornavano, per così dire, a novella vita, per opera del Rudelbach che le appoggiava e sosteneva con un esame accurato di tutti gli scritti del Savonarola. Quindi il gran plauso ottenuto in Germania ed in Inghilterra, ove, da quel giorno, le simpatie degli scrittori anglo-germanici furono, per sempre, assicurate al Savonarola.
Se, però, ci mettiamo a considerare imparzialmente quest’opera del Rudelbach, vi troveremo subito dei gravissimi errori. Lasciando da un lato quella che è, propriamente, storia dell’uomo, perchè intorno ad essa non impariamo nulla di nuovo; assai imperfetto riesce ancora l’esame delle dottrine. L’autore, con uno sforzo continuo, le pone sopra un letto di Procuste; dove vengono travisate e sformate in maniera, che assai spesso avremmo dubitato della sua buona fede, se non sapessimo fino a che segno può accecare lo spirito di parte. Quando, poi, il Rudelbach s’imbatte in alcuni scritti che contraddicono, troppo manifestamente, alle sue idee; egli allora li salta a piè pari. Un esempio potrebbe vedersene, nella minuta esposizione che fa del Trionfo della Croce. I primi tre libri di quest’opera che, per molti anni, fu studiata nelle scuole della Propaganda, trattano quella parte delle dottrine cristiane, in cui protestanti e cattolici vanno quasi d’accordo; quindi il Rudelbach ne è diligente espositore, cercando solo di trovarvi qualche recondito senso protestante. Ma quando arriva al quarto libro, dove il Savonarola comincia a parlare dei Sacramenti, ed il suo cattolicismo apparisce con una evidenza che non ammette più dubbio; allora il biografo tedesco ne abbandona affatto l’esame e si rivolge altrove. Tutto ciò avviene molto spesso.
Una parte assai più notevole di quest’opera, poteva riuscire l’esame di ciò che l’autore chiama carattere profetico del Savonarola. Era un soggetto nuovo, importante e, per la prima volta seriamente considerato; ma il Rudelbach, invece di raccogliere diligentemente i fatti, invece di determinarne imparzialmente il valore; si dette ad esporre alcune teorie fondate solo nella sua immaginazione. Ci definisce dapprima cosa intende per profezia evangelica; dipoi, ci schiera innanzi una serie non mai interrotta dei profeti della Riforma, tra i quali pone l’abate Gioacchino, santa Brigida ed il Savonarola. È facile vedere che questo non è fare la storia nè la critica; ma vagare, piuttosto, nei campi dell’immaginazione, per sostenere un partito già preso.
Una seconda biografia tedesca veniva alla luce, l’anno 1836 a Berlino,[4] per opera di Carlo Meier, il quale s’era dato a studiare quella parte del soggetto, che il Rudelbach aveva più trascurata: la vita, cioè, ed il carattere del Savonarola. Egli aveva fatto lunghe e pazientissime ricerche, nelle biblioteche ed archivi di Firenze e Venezia; aveva raccolto una mèsse preziosissima di documenti, coi quali tornava in patria a scrivere il suo lavoro. Quasi tutti i codici che i biografi posteriori ci annunziarono come scoperti da loro; quasi tutti i documenti che furono pubblicati col titolo di nuovi, erano stati già trovati dal Meier, e sono citati o riportati nel suo libro.[5] Ma, incredibile a dirsi, l’autore non seppe cavarne alcun profitto. In lui è una strana mescolanza di maravigliosa diligenza e pazienza da un lato, d’imperdonabile negligenza ed inesattezza dall’altro. Egli deplora la perdita d’alcuni documenti; eppure si trovano in quei medesimi codici, ch’esso ha scoperti e continuamente citati. Nel collazionare i documenti da lui pubblicati, vi abbiamo, assai spesso, trovati errori e lacune imperdonabili in qualunque più negligente scrittore; ma inesplicabili nel Meier che, per solito, è così diligente e scrupoloso. Egli scrive la biografia d’un uomo illustre, con notizie nuove ed importantissime; ma, se il lettore non volge continuamente l’occhio alle note, non s’accorge che sta imparando nulla di nuovo. Il Savonarola rimane, in tutta quest’opera, un uomo morto o, per meglio dire, una vuota astrazione: i nuovi fatti non tolgono nè aggiungono nulla al concetto vago e confuso, che ne avevamo dai passati biografi. Il libro del Meier è una prova evidente e parlante, del nessun pregio che hanno i più preziosi documenti, nelle mani di chi non sappia valersene.
Un giudizio non molto dissimile, noi dobbiam dare di quella parte del libro, che s’occupa delle dottrine. Il Meier cerca, è vero, di moderare le troppo esagerate conclusioni del Rudelbach; non trova, negli scritti del Savonarola, un sistema così compiuto e così assoluto di teologia protestante; ma, pure, si sforza metterlo, in ogni modo, fra i martiri della Riforma: nè gli argomenti che adopera sono molto diversi da quelli del Rudelbach. Questi, almeno, aveva la scusa d’una sbrigliata fantasia che sempre lo domina; mentre il Meier, che procede tutto timido e guardingo, tutto moderazione, è affatto inescusabile. Che dobbiam dire, quando lo vediamo fermarsi a notare, che il Savonarola non discorre quasi mai del purgatorio, che i suoi nemici lo accusavano di parlar poco della Vergine Maria? Egli vorrebbe cavarne, che il Frate già presentiva, in questo, le idee riformate; ma a lui stesso manca il coraggio d’appoggiarsi a così deboli argomenti; dovendo rammentare quelle prediche in cui è un ragionare, quasi superstizioso, intorno alla Vergine; quelle in cui, apertamente, si raccomanda ai fedeli la preghiera pei defunti.
Un altro grave errore dobbiam notare nell’opera del Meier. Mentre egli procede passo a passo, ed espone minutamente tutta quella parte della dottrina, che è semplicemente copiata da S. Tommaso e dagli scolastici; ciò che è proprio del Savonarola, ciò che dimostra tutta l’originalità del suo ingegno, gli sfugge continuamente. Si ferma, di tanto in tanto, a notare quei passi che a lui sembrano contenere i germi della Riforma; ma si mostra così poco convinto di ciò che dice, che è assai lungi dal persuaderne il lettore. Quando, poi, discorre delle profezie, è assai difficile comprendere che cosa intenda dire. Vorrebbe condannare il giudizio del Rudelbach; vorrebbe quasi dimostrare che, se il Savonarola non fu profeta, tale non credette se stesso, nè voleva essere creduto dagli altri. Ma, poi, non gli basta l’animo di pronunziare un’opinione che si trova in così manifesta opposizione coi fatti; e, secondo il solito, rimane incerto, vago e confuso.
Paragonando le due biografie tedesche, noi siamo costretti a concludere: che la fantastica dissertazione del Rudelbach, sebbene gremita di errori, ci dà un ritratto di quella, per così dire, selvaggia originalità del Savonarola, assai più fedele che non fa il Meier, con tutte le sue ricerche, con tutti i suoi documenti e la pretesa esattezza. Nel Rudelbach furono troppo facilmente perdonati gli errori, nel Meier troppo ingiustamente dimenticati i pregi; ma, in fondo, il giudizio del pubblico fu assai più giusto, che non si potrebbe credere a prima vista.
Questi ultimi lavori tedeschi e, più ancora, l’autorità di Lutero, diffondevano l’idea che il Savonarola fosse veramente un precursore della Riforma; crescevano, quindi, le simpatie dell’Inghilterra e della Germania settentrionale; l’attenzione dell’Europa si volgeva alla storia di quest’uomo, con una certa ansiosa curiosità. Allora, usci dal convento di San Marco una voce eloquente, che voleva rivendicare il Savonarola al cattolicismo ed alla libertà. Il Padre Vincenzo Marchese dei Predicatori, era noto all’Italia per la sua Storia dei pittori Domenicani. Elegante scrittore, sincero cattolico, animo ardentemente innamorato del vero e della libertà; egli divenne in San Marco un appassionato ammiratore del Savonarola. Con un rispetto ed una venerazione che somigliava, quasi, ad un culto religioso, andò raccogliendo nel convento le sparse memorie del Frate; ricercò le biblioteche ed archivi fiorentini; e più volte vedemmo venire alla luce, nell’Archivio Storico di Firenze, il risultato de’ suoi studi. Erano lettere inedite del Savonarola, scritti relativi alla sua vita. Questi documenti, invero, non furono sempre di grande importanza; ma tali sapeva renderli la diligenza e l’acume di chi li pubblicava, cavandone conseguenze assai utili alla storia. Il nome dell’autore, e l’importanza del soggetto fecero accogliere questi lavori con molta simpatia; onde il Padre Marchese, incoraggiato dal pubblico plauso, dava finalmente alla luce la sua Storia del convento di San Marco.[6] La parte principale e più notevole in tutta l’opera, dava quasi una biografia del Savonarola. L’autore lo dipingeva come riformatore morale, politico e religioso; ne descriveva la vita ed i costumi; ragionava degli scritti e delle prediche. Fermandosi, poi, a quella parte che gli altri biografi avevano assai trascurata; ci faceva conoscere tutto il grande amore che il Savonarola aveva portato alla libertà, da cui era venuta la prima origine della sua persecuzione e, finalmente, la morte. L’ammirazione per l’antico martire del convento, ispirò al Padre Marchese una eloquenza, che dette al suo libro quel colore di verità e di realtà, che mancava affatto nei biografi tedeschi. Egli ottenne il plauso meritato; e l’attenzione degl’italiani si rivolse, con ardore ed entusiasmo, al frate repubblicano che avea con tanto coraggio combattuto i Borgia ed i Medici; che aveva voluto stringere l’antico connubio della libertà colla religione, riportandole ai loro veri principii; che aveva sostenuto il martirio in nome di Dio e della patria.
Ma, sebbene l’opera del Padre Marchese valesse mirabilmente a destare la curiosità del pubblico; non valse, però, a soddisfarla interamente. Egli non aveva fatta quella serie continuata di ricerche, indispensabili a chi vuole scrivere una vera biografia; conosceva solo una parte delle opere e delle prediche del Frate; poteva, quindi, scrivere un eloquente capitolo nella sua Storia di San Marco, non già un lavoro compiuto intorno al Savonarola; cosa che l’indole della sua opera neppure comportava. E, d’altronde, bisogna pur dirlo, egli era troppo grande ammiratore del suo eroe, per esserne storico affatto imparziale. Nuove indagini e nuovi studi erano, quindi, necessari.
Ed ecco in Francia venire alla luce, l’anno 1853, una biografia del Savonarola in due grossi volumi.[7] Il signor Perrens, che ne era l’autore, aveva fatto delle ricerche in Firenze; aveva ottenuto dall’abate Bernardi di Piemonte, copia di molti documenti della Marciana di Venezia, parecchi dei quali, sebbene noti in Germania, per opera del Meier, erano ignoti affatto in Italia ed in Francia. Con questi preziosi materiali, il signor Perrens dettava un lavoro che, quantunque scritto con una furia qualche volta groppo manifesta, era, nondimeno, di gran lunga il libro più compiuto intorno al Savonarola; ed ottenne, perciò, un plauso grandissimo e non immeritato.
Il primo volume che dava la narrazione dei fatti, si leggeva con grande interesse. L’autore non era molto eloquente; ma, per la prima volta, vedevamo una esposizione chiara, ordinata ed ampia di tutte le vicende del Savonarola. Il dramma agitato e tumultuoso di quella vita, aveva un fascino e, per così, dire, una eloquenza sua propria, che ridestava di continuo l’attenzione del lettore, e suppliva, in gran parte, al difetto dell’autore. Se non che, un errore troppo grave, colpiva il libro nella sua essenza. Il signor Perrens non è riuscito a farsi un’idea chiara del soggetto che tratta; non ha un’opinione determinata intorno al personaggio che vuol descrivere; e questo fa nascere, nell’animo di chi legge, una incertezza assai penosa, che l’autore sembra voler crescere, quasi a bello studio. Quando noi siamo per ammirare il coraggio del Savonarola; esso viene a farci supporre che il frate si mostrò, qualche volta, troppo debole: quando noi siamo sul punto di esprimere il nostro entusiasmo, per la fermezza mostrata dal Savonarola nel combattere i Medici; ecco la taccia di adulatore messa fuori. Si direbbe, quasi, che il signor Perrens teme di pronunziare un giudizio chiaro e deciso intorno al suo eroe; giacchè, quando involontariamente gli cade dalla penna, cerca subito di cancellarlo. Nelle ultime ore e più solenni di quella vita, egli abbandona il misero Frate e lo condanna; non solamente senza aver fatto le nuove ricerche necessarie a pronunziare un giudizio tanto severo; ma senza neppure esaminare, a fondo, tutti i documenti già ritrovati. Onde l’animo del lettore ne rimane sconfortato e confuso; nè sa chi debba condannare più severamente, o il Savonarola o il suo biografo.
Un difetto assai grave si scorge ancora nel secondo volume. Ivi si ragiona delle opere del Savonarola, dandone solo un sunto o qualche estratto; non mai un giudizio o una critica. Più volte l’autore si dichiara incapace di giudicare le dottrine religiose; ma cade in errori, che neppure la sua modestia può fargli perdonare. Dopo averci, invariabilmente, presentato il Savonarola come un sincero cattolico; se ne rimette ad un’autorità, che egli dice assai più competente della sua, e riporta nell’appendice della sua opera, un lungo capitolo del Rudelbach, in cui il biografo tedesco si sforza di provare che il Savonarola era un precursore di Lutero. Così il sig. Perrens distrugge egli stesso l’opera delle sue mani, È vero che fece tradurre da altri questo capitolo, e noi possiam supporre che la fretta gli abbia impedito anche di leggerlo; ma deve uno scrittore serio, come egli è certamente, permettersi tali negligenze? Il suo libro, nondimeno, fu allora il più compiuto che avesse l’Italia, di cui l’autore è certamente assai benemerito.
Altri lavori eran venuti alla luce, altri continuarono a venirne; ma tutti di assai minore importanza. Il signor Rio in Francia, aveva nella sua Arte cristiana, scritto alcune pagine molto eloquenti intorno al Savonarola.[8] L’Hase pubblicava in Germania, un breve saggio di biografia popolare; ed il Lenau un poemetto pieno di forza e d’immaginazione.[9] In Inghilterra venivano alla luce molte Vite del Savonarola; ma tutte erano semplici compilazioni, scritte senza alcuna conoscenza dei fatti, e sempre col solo fine di mettere il frate di San Marco tra i martiri della Riforma. L’ultimo lavoro inglese, che fu pubblicato l’anno 1853, in due grossi volumi, ha qualche merito di più.[10] Il signor Madden, che ne è l’autore, professa opinioni cattoliche assai moderate; ma egli vuole con troppa insistenza attribuire al Savonarola tutte le sue particolari convinzioni; e, sebbene dica di avere studiato il soggetto con molta diligenza, mostra così poca conoscenza dei tempi e dei luoghi, che il suo libro è gremito di errori. Per citarne uno dei moltissimi: egli ci dice che l’attività del Savonarola era così grande, così instancabile che, in uno stesso giorno, dopo aver predicato in Santa Maria del Fiore, andava a predicare nel Duomo. Così questo libro, agl’italiani riusciva affatto inutile, agli stranieri dava idee inesattissime. Gl’Inglesi, veramente, non hanno pubblicato intorno al Savonarola, nessun lavoro che sia degno di loro, che pur sono grandi maestri nello scrivere le storie.
Noi, adunque, che da più anni eravamo occupati intorno ad una biografia del Savonarola, non ci lasciammo scoraggiare dall’impresa; e tutti i lavori che venivano alla luce, ci furono, più che altro, sprone a fare di meglio, rammentandoci il dovere di non risparmiare nè diligenza nè fatica di sorte.[11] E la norma con cui procedemmo sino alla fine, fu di leggere tutti i lavori moderni; ma di non ammettere altra autorità, se non quella degli scrittori contemporanei, delle opere del Savonarola, dei documenti originali; e tutto questo, ancora, letto e riscontrato da noi, perchè troppo spesso avevamo sperimentata la inesattezza delle altrui citazioni.
Dopo i moderni biografi, si presentavano, quindi, gli antichi, e fra questi i due primi erano il P. Pacifico Burlamacchi ed il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola. Il Burlamacchi, d’illustre famiglia lucchese, era stato uno dei più costanti uditori alle prediche del Savonarola, dalle quali fu indotto, finalmente, a prendere l’abito domenicano. Entrò in San Romano di Lucca nel 1499, cioè un anno dopo il martirio del Savonarola; e quivi si diede a scriverne la vita, non con arte di storico; ma, pure, non senza una certa ingenua vivacità di cronista. Egli aveva praticato il Savonarola e conosciuto i suoi più intimi amici; aveva discorso con quelli che s’erano trovati presenti a tutti i fatti più importanti della sua vita, molti dei quali egli stesso vide co’ suoi propri occhi. Scriveva con affetto, con diligenza e coscienza grandissima; era un uomo di vita così pura, che moriva l’anno 1519 in concetto di santità. Il suo lavoro, restato lungo tempo manoscritto e sconosciuto, cominciò di poi a girare pei conventi, e divenne il modello d’un numero infinito di biografie scritte da fanatici devoti, nessuna delle quali ebbe grande importanza. Finalmente, nel 1729, il Mansi pubblicava, fra le sue Addizioni alle Miscellanee del Baluzio,[12] il lavoro del Burlamacchi; aggiungendovi una lunga descrizione di strani miracoli, fatta dal P. Timoteo Bottonio, alle cui parole noi non possiamo dare alcun valore.
Il conte Giovan Francesco Pico della Mirandola, nipote del famoso Giovanni Pico, aveva personalmente conosciuto il Savonarola, e dalla conoscenza ne era subito venuta un’ammirazione grandissima. Esso era stato a Firenze, negli anni più agitati di quella vita che voleva descrivere; aveva assistito al martirio del suo eroe, e ne conservava le reliquie con devozione. Filosofo ed elegante scrittore latino, era fra gli uomini più dotti e più incorrotti del suo tempo; pose una diligenza incredibile nel raccogliere le notizie; scrisse e riscrisse più volte ed in diverse forme il suo lavoro; lo fece leggere a molti che erano stati amici del Savonarola, e finalmente lo dette alla luce, l’anno 1530.[13]
La somiglianza che passa fra queste due biografie era tale, da farci nascere il dubbio che il Pico avesse preso a modello il Burlamacchi. Ma i ragguagli di scrittori contemporanei[14] ci persuasero che, assai probabilmente, il Pico non conobbe, neppure, la biografia del Burlamacchi, la quale, come abbiamo già detto, restò lungamente ignota. E procedendo oltre, acquistammo una grandissima fiducia in questi due autori, e ci persuademmo che le loro parole meritano una fede assai maggiore, che non farebbe supporre il tuono, alquanto fanatico e superstizioso, dei loro scritti.
Sarebbe qui un’opera vana, citare tutte le biografie inedite di cui ci siamo giovati. Nomineremo, a preferenza, quelle di frà Marco della Casa,[15] di frate Placido Cinozzi,[16] ed una terza assai più importante, che è anonima e si trova nella Magliabechiana di Firenze.[17] Sono tutti lavori di contemporanei e confratelli del Savonarola. Più conosciuta assai, è la biografia scritta dal Padre Serafino Razzi, anch’esso frate di San Marco. Il suo lavoro, veramente, non è altro che una compilazione fatta sul Pico e sul Burlamacchi; giacchè egli non era stato contemporaneo del Savonarola, nè aveva molto acume, per far nuove indagini. Nondimeno potè discorrere con alcuni vecchi Fiorentini che lo avevano conosciuto, e fra questi l’ottuagenario Lorenzo Violi, di cui lesse e compendiò il manoscritto delle Giornate; aveva raccolto e trascritto un numero grandissimo di apologie e d’altri lavori intorno alla vita ed alla dottrina del suo eroe.[18]
Dopo avere studiate le biografie, ci demmo alla ricerca di nuovi documenti e, massime, riguardanti quel processo, che aveva sempre destata così grande curiosità. Quello a stampa era noto a tutti; ma il Savonarola era stato esaminato tre volte, e noi potemmo ritrovare manoscritte le altre due esamine. Trovammo, parimenti, quelle de’ suoi due compagni di martirio, frà Salvestro e frà Domenico; ma questi nuovi documenti ci davano poca luce, perchè tutti erano in molti luoghi falsificati dal notaio della Signoria. Le esamine di molti altri implicati nel processo del Savonarola, si trovavano autografe in un codice che il Meier aveva, per la prima volta, scoperto, senza però esaminarlo con diligenza. Noi potemmo cavarne grandissimo vantaggio ad illustrare la storia degli ultimi giorni del Savonarola; così pure ci avvenne di altri documenti trovati, ma non studiati dal Meier.
Nuove ricerche ci fecero rinvenire una copia della vera e genuina esamina di frà Domenico, che egli aveva scritta di proprio pugno. Quanto all’esamina del Savonarola, però, ci dovemmo persuadere che non era sperabile ottenere lo stesso successo. A lui non fu dato scrivere di propria mano la sua confessione, come a frà Domenico; le sue risposte furono trascritte ed alterate dal notaio; sopra di esse vennero poi formati i processi, e, quindi, esse erano tutto ciò che si poteva sperare di più vicino alla verità. Sembra, invero, che sieno affatto smarrite; ma, pure, noi trovammo i manoscritti di due autori che le avevano viste, e, paragonandole col processo a stampa, ne avevano notato tutte le principali differenze.[19]
Uno de’ due manoscritti era la terza parte del Vulnera Diligentis di frà Benedetto, seguace ed amico intimo del Savonarola. Altrove parleremo di quest’opera e del suo autore; per ora ci basti dire, che la terza parte era a tutti sconosciuta, e discorre quasi unicamente del processo. L’altro manoscritto era l’Apologia, o le Giornate di Lorenzo Violi, che da lungo tempo sembravano affatto smarrite. Il Violi, quello stesso che aveva trascritto, dalla viva voce, quasi tutte le prediche del Savonarola; raccolse in quest’opera tutto ciò che avea veduto o udito di lui e della sua vita: nè tralasciò il lavoro fino alla età di ottanta anni, quando, perduta la vista, non potè andare più oltre. Con questi documenti, noi avevamo raccolto, intorno al processo del Savonarola, tutte le notizie che potevamo desiderare, tutti i più minuti particolari. Anche il fatto, così oscuro e controverso, dell’esperimento del fuoco, ci veniva messo nella sua vera luce.
Conosciuti, una volta, con precisione e certezza questi fatti più importanti; noi ci demmo a studiare minutamente gli scritti del Savonarola. Allora fummo, veramente, sorpresi della negligenza incredibile ed imperdonabile dei biografi; giacchè dovemmo persuaderci che essi non avevano lette quelle opere che citavano di continuo. Come spiegare, altrimenti, l’ignoranza di quasi tutte le notizie che ivi si trovano? Come spiegare la così imperfetta conoscenza delle dottrine religiose del Savonarola, e l’ignoranza assoluta del suo sistema filosofico? Essi hanno alle mani un gran pensatore, e non se n’avvedono; s’arrestano ad uno scritto che non ha valore alcuno, mentre lasciano inosservato quello, appunto, dove si vede tutta l’originalità del loro autore. Chiedono con istanza, cosa pensava il Savonarola nella prigione, quale era il suo animo? E appena guardano ciò che egli scriveva nella stessa prigione. Noi, perciò, deliberammo di non lasciare inosservato un solo verso del Savonarola; e dedicammo parecchi anni di studio paziente, a quest’ardua impresa, senza la quale non sarebbe stato possibile di scrivere una seria biografia.[20]
Nè contenti delle opere a stampa, volemmo cercare lettere o scritti inediti del Savonarola, e ne trovammo parecchi; volemmo, per così dire, sorprenderlo alla sprovvista, sui margini d’alcune Bibbie, che sono coperti da molte delle sue note autografe, microscopiche e quasi indeciferabili. Fummo primi, forse soli, ad esaminarle; ed ora possiamo con certezza affermare, che il Savonarola rimane sempre uguale a sè stesso; che nella solitudine della sua cella, nei suoi più segreti manoscritti, ripete quelle cose medesime che avea dette sul pergamo, alla presenza di tutto il popolo. Le sue lettere ci servirono, più specialmente, a mettere in luce la disputa con Roma, la quale venne illustrata ancora da alcuni Brevi del Borgia, finora sconosciuti.
Un nuovo esame richiedevano ancora la vita politica del Savonarola, e le vicende della repubblica. Non bastavano le splendide narrazioni del Nardi, del Machiavelli e del Guicciardini; non bastavano le più recenti indagini del Meier e del P. Marchese. Colle Provvisioni, o sieno leggi della repubblica, noi potemmo rifarne fedelmente tutta la costituzione; colle Pratiche, o sieno bozze dei discorsi tenuti in Consiglio, noi potemmo conoscere, da vicino, le passioni e gli uomini che avevano dato nuova forma e vita alla repubblica. Non sappiamo che nessuno dei moderni abbia fatto caso di queste Pratiche fiorentine; ma noi crediamo che in esse trovasi nascosto, un tesoro sconosciuto dell’antica sapienza ed eloquenza civile degl’Italiani. Finalmente, ponendo a riscontro questi documenti colle prediche del Savonarola; noi potemmo vedere fino a qual segno, il Frate di S. Marco era stato lo spirito animatore del gran dramma politico, che avevamo esaminato.
E qui sarà facile comprendere, perchè, in questa biografia, non potemmo dividere la narrazione dei fatti dall’esame degli scritti; e perchè dovemmo, così spesso, riportar le parole del nostro autore. I libri e massime le prediche del Savonarola, non vanno considerati solamente come lavori letterari: sono, per lui, il suo unico modo di operare; aiutano la ricostituzione della repubblica; apparecchiano la rigenerazione morale e religiosa di tutto un popolo: onde si trovano inseparabili da tutte le sue azioni, e qualche volta sono essi medesimi fatti importantissimi della sua vita. Oltre di che, in quei diciotto o venti volumi di sermoni e di opere ascetiche; lampi di altissimo genio e slanci di maravigliosa eloquenza si trovavano, assai spesso, confusi in una selva di concetti scolastici; onde, senza il penoso lavoro d’un biografo che fosse, per così dire, andato dissodando il terreno; si correva pericolo, che il genio del Savonarola continuasse, ancora, a restare in gran parte ignoto.
Qui non ci fermeremo a parlare d’altre cronache o manoscritti, da noi riscontrati o letti. Le corrispondenze inedite dei privati; le lettere segrete d’alcune spie di governi italiani; un numero grandissimo d’opuscoli religiosi o politici, inediti o stampati; le poesie popolari; nulla, insomma, noi tralasciammo di ciò che poteva darci un ritratto più fedele degli uomini, delle passioni politiche e religiose del tempo.
Ed ora, per concludere finalmente questa prefazione già troppo lunga; dobbiamo confessare al lettore, che più di tutte le ricerche e di tutti i documenti, ci valse l’aver cominciato e condotto il nostro lavoro, senza alcuna idea preconcetta. Noi incominciammo a scrivere, perchè ci parve che il Savonarola avesse avuta una parte grandissima e sconosciuta, in quel secolo che chiudeva il medio evo ed incominciava la civiltà moderna. Ma, appunto perciò, non volevamo che il Frate del secolo decimoquinto divenisse, tra le nostre mani, un propugnatore delle idee e delle passioni del decimonono. Noi non scrivemmo la Storia del Savonarola, per sostenere alcun partito politico, per attaccare nè per difendere Roma. Se egli ci fosse risultato eretico o miscredente, tale, senza alcun dubbio, lo avremmo dipinto; ci è risultato, invece, essenzialmente cattolico, e tale noi lo presentiamo al lettore. Quel sistema che vuol rendere la storia istrumento d’un partito o di una causa, sia pure nobile e generosa, a noi è parso sempre falsissimo. Chiunque imprende a narrare il passato, entra sopra un terreno sacro ed inviolabile. Non v’è bisogno che egli si faccia innanzi, come il propugnatore della virtù e della libertà; deve, invece, persuadersi che la storia del genere umano è, per se stessa, un dramma vivente, che conduce l’uomo alla libertà, elevandone la morale, svolgendone la civiltà. Chi, adunque, vi porta la più lieve alterazione, pretende correggere l’opera della Provvidenza e ne distrugge, invece, la sublime armonia.
Con queste norme, noi abbiamo scritto la Storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi. Se riuscimmo a provare che questo nome è uno dei più splendidi, nella schiera generosa dei pensatori, degli eroi e dei martiri italiani; il desiderato fine è raggiunto, e le nostre fatiche sono più che ampiamente ricompensate.
LA VITA DI FRATE GIROLAMO SAVONAROLA.
LIBRO QUARTO.
[1497-1498.]
CAPITOLO PRIMO.
Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. [1497]
Nella quaresima dell’anno 1497, il Savonarola continuò le prediche sopra Ezechielle, le quali toccarono diversi argomenti d’importanza nella lotta che ferveva sempre più viva contro Roma. Furono però assai imperfettamente compilate, perchè il Violi che le raccolse dalla viva voce, ne fece appena un breve ed arido sommario, nel quale tralasciava assai spesso le cose di maggior momento, per tener dietro solo alle visioni e profezie.[21] Noi ci limiteremo, quindi, a riportarne solo alcuni brani che ci sembrano più notevoli.
Uno degli argomenti che meritano di essere più particolarmente considerati in queste prediche, è quello dei beni temporali della Chiesa; su di che il Savonarola non espresse mai tutta la sua opinione, aspettando forse che la riunione del Concilio gliene porgesse occasione più opportuna. Nel quaresimale sopra Ezechielle però, disse chiaramente che la Chiesa può avere beni temporali, che essi erano stati qualche volta utili, anzi necessari; ma che ora sembravano esserle solo di peso e di danno. «Le ricchezze» egli diceva «son quelle che l’hanno guasta. — Oh! frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere beni temporali? — Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè non è da credere, se non si potesse tenere, che San Silvestro li avesse accettati, e San Gregorio li avesse confermati; però noi ci sottomettiamo alla Chiesa Romana. — Oh! che val meglio, che ne abbia o no? — Questa è una gran questione, perchè vediamo che ha pur fatto male per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo provi. Rispondiamo, adunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuole gittare le ricchezze in mare absolute, ma fuggire il pericolo; e diciamo che la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe più unione con Dio. Però io dico alli miei religiosi: tenete sempre salda la povertà, chè quando vi entra le ricchezze in casa, vi entra la morte.»[22] E continuando lo stesso argomento si scagliava terribilmente contro quei secolari o sacerdoti che usurpavano i beni ecclesiastici, e ne facevano cattivo uso. «Chiunque ha usurpato questi beni, li renda alla Chiesa di Cristo, se i pastori son buoni; altrimenti li dia ai poveri, nè abbia paura dei canoni. Tu, canonista, di’ pure quel che tu vuoi, che il mio primo canone sarà sempre la carità. Io vi dico: voi dovete avere questa regola, che nessun canone può esser contrario alla carità ed alla coscienza, altrimenti non sarebbe canone.»[23]
In vero, pel Savonarola la carità era la legge universale, e la coscienza era la norma suprema. Egli non voleva alterare i dommi, e neppure credeva che una riforma puramente ecclesiastica potesse bastare a correggere la corruzione universale dei cristiani: bisognava ridestare la fede negli animi, bisognava ringiovanire il cuore dell’uomo. «Che vuol dire tutta questa guerra che mi muovono? quale ne è la cagione? Niente altro che il mio scoprire la corruzione dei cattivi....»[24] «Ma io farò, come fece Frate Jacopone in Concistoro, il quale, essendogli detto che predicasse qualche cosa, si voltò attorno e ripetè tre volte: io mi maraviglio come per li peccati vostri non si apre la terra e non vi assorbe.»[25]
Le accuse contro Roma furono anche in questa quaresima argomento principale di molte prediche; ed acquistavano forza maggiore dal presentimento d’una vicina crisi della lunga lotta, d’un prossimo sollevamento di tutta la Cristianità contro le abominazioni di Roma. Nè il Savonarola, oggimai, si asteneva dall’affermare che egli si sarebbe messo alla testa d’un tal movimento, per correggere e riformare la Chiesa. «La terra è piena di sangue,» diceva egli, parlando dei preti, «e non curano nessuno; anzi col malo esemplo ammazzano ognuno nell’anima sua. Si sono allontanati da Dio, e il loro culto è di stare tutta notte colle meretrici, e tutto il dì a cicalare nei cori; e l’altare è fatto bottega del clero. Dicono che Dio non ha provvidenza del mondo, che tutto è a caso, e non credono che nel sacramento sia Cristo.[26] .... Fatti in qua, ribalda Chiesa. Io ti avevo dato, dice il Signore, le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi désti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi de’ tuoi peccati, ma ora non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli; ora non più nipoti, ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto un luogo pubblico, e hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno: chi ha danari passa e fa quel che vuole, chi cerca il bene è scacciato via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene.... E così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto. Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore, io ne vengo a te ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi; e sarà conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni, i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te; io ti darò in mano di chi ti odia.»[27] ... «O preti e frati, voi col malo esemplo, avete posto questo popolo nel sepolcro delle cerimonie. Io vi dico che bisogna rompere questo sepolcro, perchè Cristo vuole risuscitare la sua Chiesa in ispirito. Credete voi che San Francesco, San Domenico e gli altri Santi abbino dimenticato la loro religione e non preghino per essa? Noi tutti, ancora, dobbiamo pregare per questa rinnovazione. Scrivete in Francia, in Alamagna; scrivete per ogni dove: quel frate dice che andiate tutti al Signore e facciate orazione, perchè il Signore vuole venire. — Sù, spacciate via cavallari.... Credete forse che noi solamente siamo buoni? che non vi siano dei servi di Dio negli altri luoghi? Gesù Cristo ne ha molti, e ve ne sono assai in Alamagna, in Francia, in Spagna, i quali ora stanno ascosi e piangono questa infermità. Ve n’è in tutte le città e castella, in tutte le ville e religioni, di quelli che hanno questo fuoco. Essi mi mandano a dire qualche cosa nell’orecchio, ed io rispondo: — State nascosti infino a che si dirà: Lazare, veni foras. Io sto qui, perchè il Signore mi ci ha messo, ed aspetto che mi chiami; allora manderò fuori una gran voce che sarà udita in tutta la Cristianità e farà tremare il corpo della Chiesa, come la voce di Dio fece tremare quello di Lazzaro.»
«Molti di voi dicono che verranno scomuniche; ma io vi ripeto che si cerca altro che scomuniche. Per me ti prego, o Signore, che la venga presto. — Oh! non hai tu paura? — Non io, che mi vogliono scomunicare perchè non faccio male. Portatela in su una lancia questa scomunica e apritele le porte. Io voglio risponderle; e se non ti fo maravigliare, di’ poi quello che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua, che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e commuovere il mondo.»
«So bene che vi è pure a Roma chi s’affatica tutto giorno contro di me. Ma esso non ha zelo di religione, e lo fa solo perchè s’è perduto sempre dietro ai magnifici e gran signori.[28] Altri dicono: il frate ha piegato, egli ha mandato a Roma uno de’ suoi.» «Io ti so dire che la brigata non consente a’ miei; e se io volessi andare adulando, non sarei oggi a Firenze[29] nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste cose, io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare. Io ti domando questa grazia: che tu non mi lasci morire in sul letto; ma che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.... Intanto, figliuoli miei, non dubitate; perchè certamente avremo l’aiuto del Signore.»[30]
Così finiva il quaresimale sopra Ezechielle, in cui il Savonarola apparecchiava il popolo alla gran lotta ch’era vicina a scoppiare, al Concilio ch’egli sperava di riuscire ben presto a raccogliere. Ma nel tempo che s’apparecchiava a ricevere la scomunica, ed a sostenere con Roma una guerra religiosa, nuovi ed inaspettati pericoli minacciavano gravemente lui e la repubblica. Il partito dei Bigi mostrava un’insolita attività, che dava non piccolo pensiero agli amici del governo libero, i quali vedevano come, nelle presenti condizioni del popolo, ogni tentativo dei nemici poteva riuscire di pericolo gravissimo. La fame ed il caro de’ viveri erano sempre cresciuti, mentre il lavoro scemava; ogni giorno nuove famiglie di contadini venivano a branchi in città, ove, chiedendo soccorso per le vie, davano un tristo spettacolo di miseria. Alla fame s’erano poi unite molte malattie, fra cui la peste cominciava a sorgere più minacciosa. Gli spedali e tutti i luoghi pubblici erano pieni di malati e di poveri, le private abitazioni dei Piagnoni s’aprivano a ciascuno generosamente; e, ciò non ostante, Iacopo Nardi fa ascendere a più migliaia il numero di quelli che morirono di fame, molti de’ quali esso vide cadere estenuati, su’ muricciuoli delle vie o accanto agli usci delle botteghe:[31] questi eran tempi davvero opportuni pei Medici; ed infatti, mentre i Piagnoni non pensavano ad altro che a soccorrere il popolo, i Bigi erano tutti dediti a cospirare in segreto pel ritorno di Piero. Ed uno di coloro che più si adoperavano, era quel Frate Mariano da Gennazzano, il cui odio contro al Savonarola fu sempre inestinguibile: esso aveva di continuo aizzato il Papa contro di lui, ed ora veniva improvvisamente a Firenze. Ma, prima di narrare quali fossero le trame di quel partito, e che mezzi adoperasse Piero de’ Medici, per riuscire nel suo intento; vediamo che vita fosse stata in questo mezzo la sua, e quali i suoi pensieri. Per fortuna, noi abbiamo di ciò un’assai minuta relazione, fattaci da un Lamberto dell’Antella[32] che s’era molto adoperato in quei maneggi, e conosceva assai bene l’indole ed i costumi di tutti coloro che ci avevano posto le mani.
Piero dei Medici, adunque, dopo che nell’anno passato gli era fallito il tentativo d’entrare in Firenze colle armi, trovandosi privo di speranza, con pochi amici e senza danari; s’era ritirato a Roma, dove si abbandonò ad ogni più osceno e scandaloso vivere. Si levava la mattina in sull’ora del desinare, ed innanzi tutto mandava in cucina a vedere se gli apparecchi erano di suo gusto, altrimenti ne andava a casa San Severino dove ogni giorno si faceva lauto pranzo; e quivi soleva passare la più parte del suo tempo. Finito il desinare, si chiudeva con qualche cortigiana per una di quelle camere (così ci racconta l’Antella), e rimanendovi insino a dopo la cena, ne usciva con uomini di mal affare e di poco cervello a correre le vie di Roma; la notte passava nei bagordi, ed una o due ore innanzi giorno, tornavasene finalmente a casa ed alla moglie. La gola, il giuoco, la libidine ed ogni vizio contro natura, consumavano il tempo e la vita sua; ma fra tutte le sue passioni, violentissimo era l’orgoglio ed il bisogno che aveva di opprimere e dominare gli altri. A lui sembrava che chiunque gli era intorno, fosse tenuto obbedirlo e lasciarsi tiranneggiare a suo arbitrio. Nè mai gli veniva in animo alcun sentimento di riconoscenza o pietà verso coloro che lo servivano: non v’era fede, non v’erano fatiche o pericoli corsi per lui, che bastassero mai a salvare da’ suoi modi prepotenti e bestiali. Un tal Francesco del Nero, dopo avere per suo comando viaggiato tutta Italia, portando somme considerevoli, servendolo con quanta fede è al mondo; n’ebbe questa ricompensa, che Piero lo prese grandemente a noia, ed ebbe l’animo di pregar Lamberto dell’Antella che lo facesse in qualche modo uccidere. In casa sua v’era sempre qualcuno dei più antichi e fedeli servitori, de’ quali, quando aveva bisogno, sembrava fare grandissimo conto e tenerli in grandissima affezione; ma, non appena avea cessato di valersene, li trattava peggio che bestie, e per levarsene qualcuno d’intorno, tentò anche il veleno. Nè teneva questi modi brutali solo coi servi; egli anzi non sapeva frenarsi con alcuno, e col suo fratello Cardinale[33] trascorreva assai spesso, in presenza di molta gente, a parole ed atti indegni d’usarsi coll’ultimo famiglio; onde più volte furono in sul punto di separarsi. Tutto ciò, per altro, non impediva che quando al Cardinale venivano danari, Piero ne volesse in ogni modo la parte sua che, in due o tre giorni, aveva subito giocata o gettata via.
In questo modo s’erano ridotti a tale, che avevano dovuto impegnare le gioie, gli argenti ed arazzi; erano carichi di debiti su cui pagavano il 20 per cento; e, per usare una frase del tempo, non spendevano fiorino che non costasse loro otto lire.[34] Ciò non ostante, Piero si pasceva sempre della speranza d’avere un giorno a tornare in Firenze, e si godeva nel pensiero delle vendette che allora avrebbe fatte, e del sangue che avrebbe versato. Teneva seco una nota di tutte le famiglie che dovevano essere disfatte; le loro case pensava spianare, e i loro beni confiscare a suo vantaggio. Infatti, quando, per la venuta dell’Imperatore a Pisa, risorgeva un poco la speranza dei Medici; il Cardinal Giovanni, trovandosi a Bolsena e discorrendo un giorno della possibilità d’essere richiamati, si lasciò dire: che gli esilii e le confische del 34,[35] e le morti del 78[36] dovevano sembrare un giuoco a quello che farebbero essi questa volta; perchè si volevano assicurare per modo, da non venire mai più cacciati di Firenze. La via che Piero si proponeva di tenere, per riuscire nel suo intento, era di spendere quasi tutte le entrate dello Stato in due grosse condotte, affidate al comando dell’Orsini e dell’Alviano; ed in tal modo sperava colle armi far sicure le sue vendette. Egli, poi, se ne stava sempre dietro ai potentati d’Italia, a pregare ed a raccomandare la sua causa; perchè desiderava ardentemente di entrare in Firenze solo colle armi esterne, e non venire in obbligo di sorta verso alcun cittadino, nè doversi reggere coll’aiuto e consiglio loro, cosa che sopra tutte le altre aborriva. Un giorno, infatti, trovandosi nella sua camera a discorrere con qualche amico del desiderato ritorno in Firenze; e, come suole avvenire in questi casi, parendo ad ognuno d’essere quasi in sul fatto, messer Lodovico da S. Miniato si rivolse a lui, dicendogli: «Voi farete un bello Stato, e con un savio e buon Consiglio di 25 o 30 cittadini, farete la Pratica e governarete la terra a vostro agio.» Al che Piero, con un atto assai indecente, rispose: «Voi dovreste pure aver capito, che io non vo’ consiglio di persona; e desidero piuttosto capitar male per consiglio mio, che bene per quello d’altri.»[37] Tali erano i costumi e le intenzioni dell’uomo che i potentati cercavano rimettere in Firenze, ed ora, anche la fortuna pareva che gli volesse porgere favorevole occasione.
Durante la lotta che ferveva tra Arrabbiati e Piagnoni, i Bigi avevano saputo acquistar nuove forze; giacchè, tenendosi sempre stretti ed uniti fra loro, e ponendosi tutti insieme ora da un lato ora dall’altro, divenivano assai spesso padroni delle elezioni che si facevano in Consiglio. Così di fatti, nella nuova Signoria per Marzo ed Aprile, riuscirono a crear gonfaloniere Bernardo del Nero, uomo certamente di molta autorità e prudenza; ma stato sempre creatura dei Medici, e desideroso di vederne il ritorno, o almeno di stabilire in Firenze un governo ristretto.[38]
Non appena fu nota questa elezione, che subito si vide nei Bigi una gioia che invano cercavano di nascondere: una staffetta partì segretamente da Firenze e corse a briglia sciolta verso Roma, per dare l’annunzio a Piero dei Medici. Questi, svegliatosi allora dal suo letargo, scrisse immantinente agli alleati, ad amici e parenti; onde raccogliere uomini, armi e danari. Trovò gran favore nel Papa, nei Veneziani ed in altri; il Duca di Milano però restava sempre chiuso nel suo antico rancore.[39] In Firenze, molti giovani caldissimi nella sua parte lo sollecitavano con lettere e con messi continui; promettevano che al suo primo apparire, la città intera si sarebbe sollevata in favore dei Medici. Onde egli, così aiutato ed incoraggito, potè mettere insieme 1,300 uomini, sotto il comando di Bartolommeo d’Alviano, giovane allora di grandi speranze nella milizia italiana; ma, quando era pronto a mettersi in moto, e quando già s’avvicinava al suo termine l’ufficio della nuova Signoria a lui favorevole; Bernardo del Nero mandò a consigliare di soprassedere, giudicando che l’impresa fosse per allora di assai difficile riuscita. Piero, d’altronde, dopo i sacrifizi fatti e le speranze avute, non poteva più stare sulle mosse; e, ricevendo da altri amici lettere che gli davano grande animo e lo sollecitavano, decise finalmente di tentare in ogni modo la fortuna.
Verso il 20 d’aprile, si mise in cammino per Siena, dove trovò Pandolfo Petrucci che era quasi signore di quella repubblica, tutto disposto a favorirlo. Riposate, quindi, e messe in ordine le sue genti, pigliava la via di Firenze il 27 dello stesso mese. Camminarono così rapidi, che due ore innanzi all’alba del 28 erano già al monastero di S. Gaggio, dove aspettavano che, fatto giorno, il popolo aprisse la porta di S. Pier Gattolini,[40] e li ricevesse con acclamazioni in città. Ma nella notte erano stati trattenuti da una pioggia dirotta, presso alle Tavernelle, luogo distante 16 miglia da Firenze; e mentre che quivi riposavano i cavalli e la gente stanca, avevano anche, per maggior cautela, trattenuto o rimandato indietro chiunque veniva verso la città. Fra questi fu un contadino il quale, vedendosi, a quell’ora ed in quel luogo, ricacciato da cavalieri armati, sospettò che quivi fosse Piero de’ Medici; e, messosi per vie traverse, si trovò alla porta in sul primo aprire di essa, onde subito potè fare avvertiti i doganieri di tutto l’accaduto. Questi lo menarono difilato alla Signoria; e non erano anche giunti al Palazzo, che la città era già piena della nuova del fatto. Il popolo sollevato correva alle armi, e la Signoria si trovava subito costretta a far chiudere le porte, e mettervi sopra quelle poche artiglierie ch’erano pronte. Bernardo del Nero cercava nascondere il suo vero animo, col mostrarsi dei più caldi a provvedere; e come nel popolo già s’erano generati molti sospetti, così fu pensato di non metter fuori i gonfaloni; ma si dierono, invece, le armi solamente a quelli che erano più fidati e conosciuti amici della libertà, i quali subito corsero alla guardia delle porte.[41]
In questo mezzo, quando il disordine era grandissimo e lo spavento universale nella città; messer Filippo Arrigucci, uno dei Signori, e tutto amico del Savonarola, mandò a lui Girolamo Benivieni, per sapere quello che sarebbe seguito della città. Il Benivieni medesimo ci racconta, come non appena il Frate lo vide entrare nella cella, che, senza neppur dargli tempo di parlare disse: «Modicæ fidei, quare dubitasti? Di’ pure ai Signori, che Piero de’ Medici arriverà alle porte e tornerà indietro, senza ottenere alcun risultato.»[42]
In fatti, non appena fu chiaro il giorno, che Piero s’accostò alla porta; e, con sua grandissima maraviglia, la trovò sempre chiusa. Quando poi s’avvide, come le poche spingarde che v’erano sopra s’apparecchiavano a tirargli contro; allora si nascose dietro un muro, dove invano attese che la città levasse tumulto in suo favore. Così resto tutto il giorno; e, trovandosi alla testa di 1300[43] uomini benissimo armati, non ebbe il coraggio di muovere una sola spada; ma, piuttosto, volle dare di sè miserabile spettacolo agli abitanti di quel borgo, che, guardandolo, deridevano la sua paura. Persuaso finalmente che nella città niuno si moveva in suo favore; e, sopravvenendogli ancora il pensiero, che le genti fiorentine a Pisa gli potessero tagliare il cammino alle spalle; si volse subito indietro, facendo piuttosto una fuga che una ritirata, perchè non era anche giorno, che già si trovava sul territorio sanese.
Dopo questo fatto, Piero dei Medici non poteva più avere alcuna speranza di tornare in Firenze. La sua fortuna era oggimai rovinata per sempre: nel tentativo dello scorso anno aveva sperimentato quanto valessero la fede e gli aiuti de’ suoi alleati; ed ora che alla testa del governo s’era trovato un suo fautore, potea vedere qual fondamento avessero le speranze che i suoi partigiani gli avevano date in Firenze. Ivi, però, le cose non restavano tranquille; ma, invece, piene d’alterazione e disordine. Il dubbio, già venuto a molti, che nella Signoria stessa si fosse tramato in favore de’ Medici, teneva gli animi tutti sollevati e pieni di sospetto; inaspriva le parti e destava odii nuovi. Con molta prudenza fu, quindi, deliberato d’abbuiare il fatto, sino a che non se ne venisse talmente in chiaro da poter dare qualche sanguinoso esempio. Una nuova Signoria fu eletta il medesimo giorno di quel tentativo; agli Otto fu imposto di vigilare sui movimenti di Piero; Francesco Valori ch’era di quel magistrato e Tommaso Tosinghi ch’era dei Dieci, ebbero l’incarico di rintracciar quelle fila della congiura che s’erano ordite in città. E così, per un momento, posarono le cose; non però senza pericolo di nuovi e maggiori disordini.
CAPITOLO SECONDO.
Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a scemare.
Fallito il nuovo tentativo di Piero de’ Medici, cadde subito la fortuna dei Bigi, e gli Arrabbiati, loro acerrimi nemici, salirono in grandissimo auge. La nuova Signoria fu quasi tutta di Arrabbiati, e Piero degli Alberti, uno dei loro capi, fu creato gonfaloniere di giustizia. Non appena si trovarono padroni del campo, che si dierono subito a raffermare la parte ed indebolire gli avversari; ma, siccome i Bigi erano già caduti assai basso, così gli odii si riunirono tutti contro al Savonarola ed al partito popolare. Al che trovarono grandissimo favore nel duca di Milano, e molto maggiore nel papa, che ora negava d’aver soccorso Piero dei Medici,[44] e prometteva agli Arrabbiati ogni favore, ogni opera per aiutarli a spegnere il Frate. Si posero, adunque, efficacemente all’opera; e primi ad incominciare furono i Compagnacci, sotto il comando di messer Doffo Spini, giovane di perduti costumi, ma di grandissimo ardire. Si radunavano la sera in laute cene, e fra il brio dei bicchieri meditavano sempre nuove insidie al Savonarola. Questi, però, s’era chiuso in San Marco e si asteneva dal predicare; onde non potevano fargli altro che affiggere scritti ingiuriosi alle mura del convento; cercare con ogni sorta di schiamazzo interrompere la messa e le sue orazioni; insultare quelli che vi andavano, ed aspettare occasione a far cose maggiori.[45]
E l’occasione si avvicinava, perchè il Savonarola aveva deciso che nel giorno dell’Ascensione (4 maggio) non avrebbe lasciato il popolo senza predica. Gli animi, quindi, si esaltarono da una parte e dall’altra; gli Arrabbiati si apparecchiavano ad impedire la predica, i Piagnoni a volerla; questi si armavano a difesa del Frate, quelli ad offesa. I Compagnacci, ai quali veniva sempre affidalo il maneggio principale di queste enormità, s’erano decisi di dovere, quel giorno, o uccidere il Savonarola o, almeno, fargli qualche grave ingiuria. Dieci di essi s’intesero dapprima con un certo Baia maestro di fuochi lavorati, per far saltare in aria il pergamo, nel bel mezzo della predica. Ma, poi, desistettero da un tale proposito, ripensando al danno gravissimo che ne sarebbe venuto a tutta la moltitudine stivata nella chiesa, ed all’odio infinito ch’eglino si sarebbero tirato addosso con tali enormezze. Si decisero, quindi, ad imbrattare il pergamo con mille brutture; vi posero anche la pelle d’un asino; e sulla sponda, dove il Frate soleva battere il pugno nel predicare, inchiodarono delle punte di ferro. Questa era una bassa ed inutile ingiuria; ma speravano quel giorno di far nascere tumulto, e nel tumulto trovare occasione a porre in atto i loro disegni.[46]
Intanto, la città era piena di mille voci che ripetevano ed esageravano questi maneggi dei Compagnacci; alcuni dicevano che s’era con polvere invisibile avvelenato il pergamo; altri assicuravano che il Frate sarebbe stato ucciso in chiesa, mentre predicava; chi ripeteva una cosa e chi un’altra. Si fecero quei giorni tali e tante scommesse sul predicare o non predicare del Frate, che la Signoria credette necessario annullarle con due deliberazioni del 3 maggio; e con una terza ordinava che nel giorno dell’Ascensione non si dovesse impedire la predica ad alcuno.[47] Nondimeno, gli amici del Savonarola vennero nella sua cella e lo pregavano che non volesse mettere a repentaglio la propria vita, che si astenesse per quel giorno dalla predica. Ma il Frate, tutto pieno d’una nobile indegnazione, rispondeva: «Io non posso, per timore degli uomini, lasciare il popolo senza predica, in quel giorno in cui il Signore ha ordinato ai discepoli d’andare pel mondo a spargere la sua dottrina.» Allora agli amici non restava altro che apparecchiare le armi per difenderlo.
La mattina in sull’alba, i primi Piagnoni che entrarono in Duomo ripulirono il pergamo da ogni bruttura, lo ripiallarono, e misero in ordine ogni cosa. Il Savonarola usciva dal convento poco prima delle 12, ed, accompagnato da’ suoi più fidi, entrava in chiesa. Ivi, dietro alla moltitudine stivata di tutto il popolo, si vedevano i Compagnacci che, senza punto lasciarsi spaventare, si tenevano riuniti in disparte: tutti profumati e riccamente vestiti, con un sorriso di sprezzo e di scherno impudente sulle labbra, facevano un singolare contrasto alla modesta semplicità e devozione de’ Piagnoni.[48] Il Frate finalmente saliva sul pergamo, ed incominciava la predica col discorrere sulla forza della fede. «La fede,» egli diceva, «può tutto, vince tutto, e sprezza la vita terrena perchè è sicura della celeste. Ora si avvicinano i tempi predetti; noi siamo nell’ora del pericolo e si vedrà chi è veramente col Signore. I cattivi credevano quest’oggi di potermi impedire la predica; ma sappiano essi, ch’io non ho mancato giammai al mio dovere per paura degli uomini. Non vi sia su questa terra uomo nè grande nè piccolo, che si vanti d’avermi impedito il mio ufficio. Io sono pronto a metterci anche la vita. O Signore, liberami tu da questi avversari che mi chiamano seduttore; libera l’anima, che del corpo non temo. Io chiamo in testimonio il Signore, la Vergine, gli Angeli ed i Santi, che le cose da me rivelate vengono da Dio, e che io le ho avute per divina ispirazione, nelle vigilie durate pel bene di questo popolo che ora m’insidia.»
Dopo una lunga e generale introduzione sulla fede, il Savonarola volgeva ai buoni la sua parola. «Voi vi perdete per poco, vi contristate quando dovreste rallegrarvi; ora si avvicinano le tribolazioni: vi sarà guerra di scomuniche, di spade e di martirio: sono venuti i tempi di prova. Iddio voglia che io sia il primo a sostenerle; io ho già annunziato che riceverò una grande ingratitudine, e i tepidi mi faranno come i fratelli di Giuseppe, che lo venderono ai mercatanti egiziani. Costoro gridano che io non sono profeta; ma fanno di tutto per adempiere le mie profezie. Io vi ripeto che l’Italia sarà devastata da genti barbare; e quando esse faranno pace tra loro, sarà allora distruzione sopra distruzione alla perversa Italia. Ma voi, buoni, fate orazione ed avrete l’aiuto del Signore.»
«Ora, ai cattivi.» E qui subito un gran mormorio s’intese nella chiesa. «Signore, non ti adirare con essi; perdonali; convertili; perchè essi non sanno quel che si fanno. Voi, cattivi, credete combattere il Frate, e fate guerra al Signore; perchè io non vi combatto per odio a voi, ma per amore al Signore. Voi dite ch’io semino discordia; ma anche Cristo venne a mettere guerra fra gli uomini. Perchè non tornate alla virtù, che allora sarà fatta la pace? — O Frate, tu non dovevi predicare, la Signoria te lo ha impedito. — Ciò non è vero, nè io debbo astenermi dalla predica, per timore o comando degli uomini: io mi tacerò solo quando la mia predica può far danno, quando temessi di far nascere scandalo.»
In questo momento, quasi volessero prenderlo in parola, uno scroscio tremendo rimbombò in tutta la chiesa: si aprirono le porte e la gente si dette precipitosamente alla fuga; il rumore, il disordine, la confusione furon tali che pareva che il Duomo ne crollasse. I Compagnacci avevano cominciato il tumulto. Messer Francesco Cei, uno di loro, sollevando la cassa delle limosine l’aveva fatta precipitare a terra, nel tempo stesso che un altro sonava un tamburo; molti picchiavano sulle panche ed alcuni spalancavano le porte. La moltitudine, perciò, si dava spaventata alla fuga; e mentre alcuni si restringevano intorno al pergamo per difendere il Savonarola, altri erano già corsi in via del Cocomero a pigliare le armi che avevano depositate in casa di Pier Francesco Tosinghi e del ricco[49] Cambi. Costoro, in numero di circa 60, tutti armati in asta e tutti ansanti, tornavano subito correndo verso il pergamo. Al primo apparire di quelle armi, la moltitudine vie più spaventata, credendo fossero gli Arrabbiati, fu messa in un disordine indescrivibile, che impediva ad ognuno l’andare innanzi o indietro. Ed in questo mezzo, Bartolommeo Giugni e Giuliano Mazzinghi ch’erano degli Otto, credendosi sicuri sotto la dignità del loro ufficio, s’avvicinarono al pergamo con la intenzione di uccidere il Savonarola. Ma lo trovarono assai ben guardato, ed il Giugni ricevette da Carbizzo da Castrocaro una solenne guanciata, cosa mai più avvenuta ad uno degli Otto.
Fra questo disordine e tumulto infernale, invano il Savonarola alzava la voce, dicendo: «Ah! i cattivi non vogliono la loro parte.... Aspettate, abbiate pazienza.» Di poi levava in alto il Crocifisso, esclamando: «Sperate in questo, non temete di nulla.» Ma, vedendo che tutto era vano perchè niuno più ascoltava, si pose in ginocchio a pregare; e quando il tumulto fu un poco racquetato, egli discese dal pergamo è si pose in mezzo ai suoi che lo ricevettero con alte acclamazioni di gioia: alcuni levavano in alto le spade e le lance, altri le croci che avevano in mano, e tutti al grido di Viva Cristo, lo accompagnarono a San Marco. Dove, nell’orto del convento, in mezzo a’ suoi frati, aggiunse alcune brevi parole per conchiudere la predica interrotta. «Quanto più tarda,» egli disse, «la mano del Signore, tanto più sarà grave e severa nel rendere a ciascuno secondo le sue opere. I cattivi non vogliono credere, non vogliono udire; ma essi precipiteranno nella fossa che hanno scavata; essi scalzano il fondamento d’un muro che cadrà loro addosso. Allora io canterò lode al Signore, ed uscirò lieto di questa vita.»[50] La predica dell’Ascensione, che così la chiamarono, corse subito per tutta Italia. Girolamo Cinozzi ebbe la fermezza di raccoglierla in mezzo al tumulto, e la pubblicò insieme con la narrazione fedele di ciò che era avvenuto sotto ai suoi occhi, ponendovi anche la conclusione dal Savonarola fatta in San Marco.[51] D’altro allora non si ragionava a Firenze, a Roma e per tutta Italia: ognuno aspettava che questo fatto portasse conseguenze assai maggiori.
Il Savonarola, intanto, pubblicava, colla data del dì 8 maggio, una nuova epistola: A tutti gli eletti di Dio e fedeli cristiani.[52] In essa diceva: «Noi abbiamo deciso d’imitare il Signore che molte volte diè luogo all’ira, e però ci asterremo adesso dal predicare. Ma, perchè l’opera di Dio non vada per terra, e i cattivi non si rallegrino; vi diremo per lettera quello che non possiam dire a voce. Non vi turbate; ma rallegratevi, invece, delle persecuzioni. Le nostre profezie si verificano tutte: prima ci hanno calunniato; hanno, quindi, per vie distorte cercato la scomunica; e, non essendovi ancora riusciti, attentano ora alla nostra vita. Non si è anche versata gocciola di sangue; perchè il Signore, conoscendo la nostra fragilità, non ci lascia tentare sopra le nostre forze; ma a poco a poco, crescendo le tribolazioni, ne farà crescere la fede, la virtù e l’animo a cose maggiori. Così ci apparecchia a più gravi persecuzioni; acciò gli uomini, maravigliati della nostra costanza, comincino a pensare che siamo sostenuti dalla certezza d’una vita migliore di questa, e comincino a sperare in quella. Le nostre tribolazioni, malgrado la volontà di coloro che le muovono, serviranno, quindi, a dilatar questo lume. Noi, ringraziamo il Signore che, in questi tempi affatto privi di fede, ci ha eletti a soffrire per essa. E se voi siete privati del verbo di Dio, per colpa di coloro che hanno voluto commettere scandalo, nel giorno stesso in cui il Signore comandava ai suoi discepoli d’andare a predicare nel mondo; pregate l’Onnipotente che si degni nuovamente aprire la bocca de’ suoi predicatori, perchè quando Esso comanda, non vi è forza che possa resistere.»
Intanto, ogni giorno cresceva la potenza degli Arrabbiati, ed i Frateschi erano sempre più oppressi. Gli autori del tumulto rimanevano impuniti, ed, invece, molti popolani venivano messi alla fune dagli Otto, i quali, creati ad impedire i disordini, erano quelli appunto che li avevano provocati. La Signoria, inoltre, mandò fuori un bando col quale inibiva il predicare ad ogni frate, di qualunque ordine si fosse.[53] Il 20 maggio fu poi tenuta una lunga pratica, nella quale, mentre si proponeva di cercar modo a ristabilire la pace fra’ cittadini; si cercava, anche, di poter cavare da essi, il consenso ad un bando d’esilio contro al Savonarola: cosa che non potè riuscire, perchè subito si vide che avrebbe generato troppo grave e scandaloso odio nel popolo fiorentino.[54] Non per questo gli Arrabbiati perdevano animo; essi avevano altre ed assai maggiori speranze. Di giorno in giorno aspettavano l’arrivo della scomunica che il papa aveva tenuta finora sospesa, solo per vedere che risultato avesse il tentativo di Piero de’ Medici, e, forse anche, sperava nel fatto dell’Ascensione, di cui Mariano da Gennazzano poteva tenerlo in chiaro. Questi, fallita che fu la congiura dei Medici, era subito fuggito a Roma, dove trovavasi adesso; e con ogni sua possa incitava il papa alla rovina del Savonarola, cui non dava altri nomi che quelli di strumento del diavolo, perdizione del popolo di Firenze e simili. Il Borgia, d’altronde, non aveva bisogno che Fra Mariano gli stillasse odio e veleno nell’anima. Ed il fatto dell’Ascensione, nel mentre lo adirava sempre più contro alla nuova audacia del Frate, gli dimostrava pure quanto fossero deboli, in quel momento, i seguaci, e quanto potenti i nemici di questo; onde egli pensò essere finalmente venuto il tempo spedire quel Breve di scomunica, che già da un pezzo era pronto.
Nel medesimo tempo il Savonarola, quasi sentisse la tempesta addensarsi sul suo capo, cercava scongiurarla con una lettera scritta al papa, in data del giorno 22 maggio. In essa, pigliando un tuono benevolo e dignitoso nello stesso tempo, cominciava con queste parole: «Per qual ragione il mio Signore si adira contro al suo servo?» e continuando, si doleva di «non essere stato giammai ascoltato dal Santo Padre che, invece, prestava sempre facile orecchio alle menzognere accuse de’ suoi nemici; quando le sue prediche, fatte in pubblico, e stampate, li smentivano con tanta evidenza. Si doleva, poi, amaramente della impudente audacia del Gennazzano il quale, mentre aveva dal pergamo accusato personalmente il papa, con parole indegne d’un sacro oratore, e ne era stato dal Savonarola stesso, in presenza di tutto il popolo, rimproverato;[55] rivolgeva perfidamente quelle accuse contro di lui che mai non aveva attaccato in particolare nessun uomo, e molto meno il principe dei fedeli, il vicario di Cristo. Dichiarava nuovamente di sottomettersi al giudizio della Chiesa, di non predicare altra dottrina che quella dei Santi Padri; come ben presto avrebbe fatto conoscere a tutto il mondo, nel suo Trionfo della croce. Che se, poi,» così concludeva la lettera, «a me sarà per mancare ogni aiuto umano; io porrò la mia speranza in Dio, e farò chiaro all’universo mondo la nequizia di costoro che forse dovranno pentirsi della cominciata impresa.»
Ma quando fu scritta questa lettera,[56] la scomunica era già pronunziata. Il Breve partiva da Roma il giorno 12 maggio; se non che, per una singolare ventura del Savonarola, sembrava che ogni cosa dovesse concorrere a scemarne l’efficacia. Esso era scritto a guisa di lettera indirizzata ai Frati della SS. Annunziata, quasi che il papa temesse la solita forma d’indirizzo ai credenti in universale consegnato, poi, nelle mani di Giovanni da Camerino teologo; questi, arrivato a Siena, vi si tratteneva più giorni, in forse del procedere oltre. Finalmente, lasciatosi vincere dalla paura che i seguaci del Frate non lo tagliassero a pezzi, se ne tornò addietro; consegnando ad altri il breve che, in questo modo, arrivò a Firenze solo verso la fine di maggio. Ed allora molti del clero ricusarono di pubblicarlo, per non esservi la presenza del commissario apostolico, richiesta dall’uso: nondimeno fu pure affisso nelle chiese principali di ciascun quartiere.[57]
Il contenuto del breve o lettera, che si voglia dire, ai Padri Serviti, non era meno singolare della forma di esso. «Da più persone degne di fede,» così diceva il santo Padre, «abbiamo inteso, come un certo Fra Girolamo Savonarola, al presente, per quanto si dice, vicario di San Marco in Firenze; abbia seminata perniciosa dottrina con scandalo e iattura delle anime semplici. Noi gli comandammo, in virtù di santa obbedienza, che sospendesse le prediche e venisse a noi, onde scusarsi de’ suoi errori; ma egli non volle obbedire, e ci addusse, invece, alcune scuse che noi con troppa benignità accettammo;[58] sperando che la nostra clemenza dovesse convertirlo. Ma volle persistere sempre nella sua ostinazione; onde con un secondo breve (7 novembre 96) gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse il convento di San Marco alla Congregazione Tosco-Romana, nuovamente da noi creata. Anche allora restò fermo nella sua pertinacia, incorrendo così, ipso facto, nella censura. E però noi ora vi comandiamo che nei dì festivi, alla presenza del popolo, dichiariate esso Frà Girolamo scomunicato, e come tale doversi tenere da ognuno; perchè alle apostoliche monizioni nostre e comandamenti non ha obbedito. E, sotto simile pena, venga impedito ad ognuno d’aiutarlo, frequentarlo o lodarlo; sia nei detti, sia nei fatti, siccome scomunicato e sospetto d’eresia. — Dato in Roma il dì 12 maggio 1497.»[59]
Adunque, dopo tante accuse contro la dottrina di quel Frate, il papa la chiamava semplicemente sospetta; e ciò solo, per quello che ne aveva udito dire, confessando così, implicitamente, di non averla esaminata: la scomunica non era, quindi, motivata che sulla disobbedienza di non avere unito San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana. Questa unione, poi, come abbiamo visto più sopra, non era stata che un pretesto per chiudere la bocca al Savonarola; ed egli, con assai valide ragioni l’aveva respinta, dimostrando al papa come aveva non solo il diritto, ma anche il dovere di ciò fare, a cagione dei mali gravissimi che ne potevano risultare al suo convento; oltre di che, la cosa non dipendeva dal priore solamente, ma da tutti i frati di S. Marco. Comunque sia di ciò, la scomunica rendeva chiaro al mondo che la Chiesa non poteva ancora dichiarare eretica la dottrina del Savonarola; che, quanto al suo non andare a Roma, il papa aveva accettato le scuse, e quindi non poteva chiamarlo disobbediente, se non in cosa di assai poco momento; in cosa che egli stesso aveva ordinata e disordinata mille volte, e che aveva messa innanzi per mero pretesto.
Il Savonarola, intanto, senza troppo precipitar le cose, s’apparecchiava dal suo lato alla difesa. Il giorno 19 giugno 1497, scriveva un’Epistola contro la scomunica surrettizia, a tutti i Cristiani e diletti a Dio. In essa, dopo aver ripetuto le cose già tante volte dette circa la dottrina, concludeva: «non si spaventino i tepidi, chè questa scomunica non è valida nè innanzi a Dio nè innanzi agli uomini; perchè mossa da cagioni ed accuse inventate falsamente da’ nostri nemici. Io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora al giudizio della Chiesa, nè mancherò mai all’obbedienza; ma non si deve, però, obbedire a quei comandi che sono contrari alla carità ed alla legge del Signore, perchè allora i nostri superiori non tengono più la persona di Dio. Voi, intanto, apparecchiatevi colle orazioni a ciò che deve seguire; e noi, se la cosa procede più oltre, faremo sentire la verità a tutto il mondo.»[60] — In una seconda lettera, Contra sententiam excommunicationis, egli veniva, con lunghe citazioni del Gerson, a provare che non bisogna temere la condanna ingiusta, e che il volersi sottomettere ad ogni sentenza «est asinina patientia, timor leporinus et fatuus.» Continuava, poi, citando sempre le parole del Gerson, a discorrere dell’appello dal papa al Concilio; sopra di che si esprimeva con qualche incertezza; dichiarava, però, che il resistere al papa, quando egli volesse far valere la sua autorità a distruzione della Chiesa, non solo era permesso ma era anche dovere. «Nè pecca il cristiano,» così continuavano le citate parole del Gerson, «quando per sottrarsi ad una scomunica ingiusta, si aiuta colla potestà secolare; perchè tali ingiuste sentenze non sono altro che violenza, ed il diritto naturale c’insegna a respingere la forza colla forza. E ciò sarà giusto, massimamente quando si sarà avuto cura di non far nascere scandalo, e d’illuminare i pusillanimi i quali credono che il papa abbia potestà sopra il cielo e sopra la terra. Bisogna essere verso il sommo pontefice umile e mansueto; ma, quando con l’umiltà non si arriva, allora accipienda est animosa libertas.» Così concludeva il Gerson, ed a questo il Savonarola aggiungeva: «Tutto ciò viene mirabilmente in nostro aiuto; ma, pure, oggi è tale e tanta l’ignoranza degli uomini, che molti vorrebbero credere scomunicati, non solamente noi, ma quelli ancora che vengono al convento; ed altri, anche più ignoranti, aggiungono che bisogna evitare perfino il discorrere con quelli che frequentano la nostra chiesa. Non sanno costoro che Martino V ha detto nel concilio di Costanza, e confermato in quello di Basilea, che i fedeli non sono tenuti evitare gli scomunicati, se non quando essi vengono espressamente nominati.»[61]
Il giorno 22 giugno era, finalmente, con grande solennità pubblicata la scomunica in Firenze. Tutto il clero, insieme coi frati Minori, con quelli di S. Croce, S. M. Novella, S. Spirito, coi Monaci Neri ed i Zoccolanti, si radunavano in mezzo alla Cattedrale, dove a suono di campanelli e con quattro torchi accesi fu solennemente pronunziato il Breve; dopo di che spensero ogni lume, e tutto rimase nel buio e nel silenzio.[62]
Sarebbe assai difficile immaginare i discorsi, i disordini, i tumulti che seguirono in Firenze, pronunziata che fu la scomunica. Due giorni dopo (24 giugno), cadeva la festa di S. Giovanni; ed i frati di S. Agostino e S. Francesco protestavano di non volervi assistere, se vi pigliavano parte anche quelli di S. Marco. Così, tanto a questi come ai frati di S. Domenico di Fiesole, fu imposto di tenersi, quel giorno, chiusi nel Convento. L’audacia de’ Compagnacci, incoraggiata poi da una Signoria composta tutta di Arrabbiati, non aveva più alcun freno; onde nacque nella città una grande licenza di dire e di fare. Per tutto si sparlava del Savonarola, e fu pubblicato un gran numero di sonetti e canzoni anonime, scritti lascivi e frottole invettive contro alla sua dottrina. La notte, quando i frati erano in coro, venivano, colle grida, colle canzoni e co’ sassi, fatte molte ingiurie al convento. E siccome i magistrati lasciavano a queste cose una piena libertà, così ogni giorno si procedeva più oltre, e i tristi effetti se ne videro, in poco tempo, moltiplicati a dismisura. Il mal costume trionfò come per incanto, le chiese erano vuote, ed invece si frequentavano le bettole: le donne tiravan fuori i loro abiti osceni, le gioie nascoste, e di nuovo ornate con lusso sfoggiante, si mostravano per la città: i giovani profumati ritornavano a cantare i Canti carnescialeschi, sotto alle finestre delle loro amanti che più non ne arrossivano. In meno d’un mese sembravano tornati i giorni di Lorenzo il Magnifico; ogni pensiero della patria e della libertà era dimenticato. — Tali furono le prime conseguenze prodotte dal breve di papa Alessandro Borgia.[63]
Ma il governo fiorentino girava per una serie di mutamenti continui; onde presto le cose si trovarono in altre mani. La Signoria di luglio e aprile risultò favorevole al Savonarola; e, fin dai primi giorni del suo ufficio, incominciava pratiche a Roma, per ottenere la revoca della scomunica. Il papa sembrava volesse commettere quella dottrina all’esame di sei cardinali; e la Signoria, fin dal 2 luglio, scriveva all’oratore Alessandro Bracci, perchè appoggiasse e favorisse questa idea pensando che non vi si potrebbe trovar nulla a ridire. Il giorno 8 dello stesso mese,[64] raccomandavano di nuovo all’oratore che s’adoperasse caldamente in favore di questa causa, e gli accludevano una lettera al papa, nella quale dicevano: «Santissimo padre. Le papali censure ci affliggono sommamente, sì pel rispetto che la Repubblica ha sempre avuto alle somme chiavi, sì perchè noi vediamo i maligni accusare a torto, presso la Sua Santità, un uomo innocentissimo. Noi stimiamo quest’uomo buono, religioso e perito nelle cose cristiane. Per molti anni egli s’è adoperato nel bene del nostro popolo, nè si potrà mai notare alcun peccato nella sua dottrina o nella sua vita. Ma alla virtù non mancò mai invidia, e nel nostro popolo son molti coloro che invertono il nome dell’onesto, e si credono diventar maggiori col rendersi audaci contro ai buoni. Noi, perciò, supplichiamo ardentemente che la V. S. voglia, nella sua paterna e divina carità, prendere sopra di sè il giudizio di tal cosa, e revocare il peso di queste censure; non solo quanto al Savonarola, ma ancora per tutti quelli che hanno potuto incorrervi. Niuna grazia maggiore potrebbe V. S. fare alla repubblica, massime in questi tempi di pestilenza, nei quali le censure sono con grave pericolo delle anime.»[65]
E così continuava per tutto l’anno una corrispondenza caldissima della repubblica in difesa del Savonarola, essendo egli aiutato dalla fortuna con varie Signorie tutte favorevoli, e col magistrato de’ Dieci sempre a lui devotissimo.[66] Messer Alessandro Bracci, oratore a Roma, secondava questi uffici con tutto il suo buon animo, e guadagnava in favore di quella causa i Cardinali di Perugia, di Benevento e di Capaccio; sollecitava quello di Napoli, che s’era sempre dimostrato caldo amico di San Marco; si valeva dell’opera di Giorgio Benigno e di Giovanni Nasi, che dimoravano allora in Roma, e che, tanto con la parola come colla penna, erano stati sempre difensori del Savonarola. E, mentre che da tutti i lati, non senza qualche buona speranza, si cercava temperare lo sdegno del papa e piegare a benignità l’animo suo; una singolare offerta veniva fatta al Savonarola. Il Cardinal di Siena[67] gli faceva sapere, che se venisse pagata ad un tal suo creditore, la somma di 5,000 scudi; egli avrebbe fatto ritirare la censura. Il caso non era nuovo nè strano, perchè a Roma si mercanteggiava allora ogni cosa; ma il Savonarola, come ognuno può credere, respinse sdegnosamente l’impudente offerta, e, scrivendo ad un suo amico, diceva; «molto maggiore censura riputerei, redimerla per prezzo.»[68] Nondimeno, quella era una prova che l’animo del Santo Padre dava qualche segno di cedere, ed il Frate poteva prenderne argomento a bene sperare.
In questo mezzo, seguiva una di quelle atrocissime tragedie, con cui la famiglia dei Borgia sapeva empiere d’orrore quel secolo che fu, pure, uno scandalo nella storia del genere umano. Il duca di Candia, figlio primogenito del papa, veniva di notte pugnalato e gettato nel Tevere. L’autore del delitto era stato suo fratello il cardinal di Valenza, mosso da gelosia d’osceno amore per la sorella Lucrezia, e da una sfrenata ambizione di potere, che non sapeva tollerar compagni alle sue mire. L’atroce e inaudito fatto commosse di profondo dolore perfino le viscere d’Alessandro Borgia, il quale, per la prima ed unica volta in sua vita, sembrò pentito dei molti falli, e deciso di emendarli. Egli già s’era chiuso in una stretta solitudine, ed aveva scelto una commissione di cardinali, per riparare ai tanti mali che allora travagliavano e desolavano la Chiesa.[69]
Il Savonarola non volle lasciar fuggire questa occasione ed, in data del 1 luglio, scriveva al papa una lettera in cui, dopo averlo destramente confortato, lo incoraggiava nel santo proposito, ed in fine volgeva il discorso alla propria causa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «la fede piena di miracoli e d’opere eccelse, confermata dal sangue dei martiri, è la sola tranquillità, è la vera consolazione al cuore dell’uomo. Essa trascende il senso e la ragione, ci solleva da questo mondo, ci porta alle cose invisibili, ed ingrandisce l’animo nostro. Essa ci fa sopportare le avversità, ci fa rallegrare nelle tribolazioni; onde è scritto che il giusto non sarà mai contristato, e giusto è quegli che per fede vive nel Signore: beato è chi viene chiamato a questa grazia della fede. Risponda, adunque, V. S. alla felice chiamata; acciò subito la tristezza si muti in gaudio. Il Signore colla sua bontà trascende tutti i nostri peccati.» E qui, volgendo il discorso a parlare di se stesso, diceva: «Io annunzio cose di cui sono certo, e per esse volentieri sopporto ogni persecuzione. Ma la V. B. si volga favorevole a quest’opera della fede, per la quale io di continuo lavoro, e non presti più il suo orecchio agli empii. Così dal Signore avrà il liquore del gaudio, in luogo dello spirito di dolore; imperciocchè le cose da me predette sono vere, e niuno che resiste al Signore, potrà mai aver pace. Queste cose, Beatissimo Padre, io scrivo, guidato dalla carità, e sperando che la V. B. venga veracemente consolata da Dio; giacchè fra poco tonerà la sua ira, e beati coloro che si saranno confidati in lui. Il Signore di ogni misericordia consoli V. S. nelle sue tribolazioni.»[70]
Era certamente singolare questa lettera, in cui lo scomunicato priore di San Marco chiamava alla buona via ed alla penitenza il Santo Padre. Questi, però, non se ne mostrava offeso, anzi dava speranza di volersi benignamente piegare: segno evidente che il suo dolore ed il suo pentimento duravano tuttavia sinceri. Ma furono brevi e fugaci momenti. Il Borgia ritornava subito alla scandalosa vita con più impeto che mai; ed allora si rammaricava altamente, che il Savonarola avesse ardito insultare al suo paterno dolore.[71]
Comunque sia di ciò, se la Signoria ed il Savonarola lavoravano per un verso; non mancavano, certamente, quelli che si adoperavano in senso contrario. Già gli Arrabbiati avevano mandato a Roma una soscrizione firmata da molti di loro, nella quale ripetevano le solite accuse contro al Frate. Il che risaputosi a Firenze, per mezzo dell’ambasciatore, ne furono subito cominciate altre due in favore del Savonarola. La prima di esse era segnata da tutti i 250 frati del convento, i quali, lodando la vita e la dottrina del loro priore, supplicavano il Santo Padre, perchè togliesse le censure ed aiutasse la santa impresa, chè ne avrebbe avuto merito appo Dio. A questa seguiva un’altra soscrizione la quale, riconfermando le stesse cose, era segnata da un gran numero dei principali cittadini. Incominciata nel luglio, vi si erano in poco tempo raccolte 363 firme; e si procedeva ancora più oltre, quando la peste, crescendo minacciosamente, interruppe quasi ogni faccenda in Firenze.[72]
Morivano già da 50 a 70 persone al giorno; il che, sebbene fosse tenuto allora piccolo numero, era nondimeno segno assai minaccioso di mali maggiori, considerata specialmente la gran moltitudine che si trovava allora stivata nella città.[73] Ognuno fuggiva alle ville, e lo spavento cominciava ad essere universale. Ma, se tutti abbandonavano la città e le faccende, pel Savonarola, invece, cominciavano, come ognuno può immaginarsi, occupazioni nuove e più gravi. Il suo ministero gl’imponeva d’adoperarsi nella comune sventura, a soccorrere e confortare gli afflitti. Sebbene la scomunica gl’impedisse d’andare attorno a prestare i sacri uffici;[74] ognuno può comprendere come egli avesse assai grave faccenda alle mani, quando penserà che a lui era affidata la cura di 250 frati, la più parte dei quali novizi, e tutti chiusi in un solo convento, dove, senza efficaci provvedimenti, il contagio avrebbe potuto fare strage grandissima. Infatti, non andò guari che un frate s’ammalò; onde la peste e lo spavento erano già entrati in San Marco. I più timidi volevano fuggire, altri consigliavano al Savonarola di mettersi in salvo, alcuni cittadini gli offerivano le loro ville; ma esso comprendeva troppo bene, quale era il suo dovere in quei gravi momenti. Profittò delle ricevute offerte, per mandare in campagna i novizi ed i più giovani frati, tra i quali suo fratello Aurelio. Così venne diradato il convento, dove egli restò coi più fedeli e sperimentati seguaci. Leggeva e commentava loro i Treni di Geremia,[75] le Profezie di Giona, la Storia di Sansone, e andava confortando i loro animi. Ai lontani, poi, mandava lettere continue ed affettuose, che davano coraggio a sopportare i pericoli, e rimproveravano i troppo timidi. «Io faccio ogni sforzo,» così egli scriveva a Frà Paolo del Beccuto che voleva allontanarsi dal proprio convento, «perchè i nostri Padri scampino da questo pericolo; ma vedo che alcuni si mostrano più timidi dei secolari, e questa è una pusillanimità indegna d’uomini religiosi, i quali debbono cercare piuttosto che temere la morte. Bisogna confidarsi nel Signore e non già nel fuggire. Io, perciò, non credo che voi dobbiate, per ora, assentarvi dal vostro convento. I frati di qui, muoiono lietamente, come se andassero ad una festa. Quelli che hanno cura degl’infermi son sani. Oggi s’è ammalato Frate Antonio da S. Quintino, dopo aver conversato meco.»[76] Da tutte le lettere che il Savonarola scrisse in quel tempo, trasparisce un grande affetto pe’ suoi frati e per la famiglia; una grandissima fermezza e serenità d’animo, in mezzo a tanti pericoli. Il 24 luglio, scriveva a suo fratello maestro Alberto a Ferrara, dandogli nuove dell’altro fratello Maurelio, religioso in San Marco; e diceva: «Frà Maurelio è fuori di Firenze, per la pestilenza che ancora non è grande; ma si vede gran principio. Ogni giorno abbiamo in città da 50 a 70 morti, ed alcuni dicono anche 100: non si vede altro che croci e morti. Noi stiamo bene, grazie a Dio; nè io mi sono partito di Firenze, sebbene abbia mandato fuori più di 70 frati, perchè non ho paura e perchè voglio consolare i tribolati.»[77] Più tardi (14 agosto) riscriveva allo stesso: «Non temete del mio stare in mezzo alla peste, perchè il Signore mi aiuterà. Sebbene mi abbiano profferito molti luoghi, io non ho voluto abbandonar le pecorelle, e resto, invece, per consolare gli afflitti. È maravigliosa, poi, la letizia di quelli che muoiono: frati e secolari, uomini e donne rendono l’anima lodando il Signore.»[78]
In quei solenni momenti, i pensieri del Savonarola non erano volti solo ai frati; ma colle parole, cogli scritti, in tutti i modi, cercava aiutare anche i secolari, pei quali scrisse la sua Epistola a tutti gli Eletti, che chiamò, pure, Trattato medicinale contro la peste.[79] In essa dava sette regole, per mantenere tanto il corpo come lo spirito temperato e tranquillo; raccomandava la moderazione nei cibi, la ilarità dell’animo, e la carità verso gli ammalati: «Soccorreteli,» egli diceva, «serviteli in ogni cosa, in ogni modo, se anche sono vostri nemici.»[80]
Fortunatamente il pericolo fu minore di quello che non si temeva: al principio d’agosto la peste cominciava giù sensibilmente a scemare; verso la metà del mese era quasi del tutto cessata.[81] I cittadini ritornavano dalle ville a ripigliare le usate faccende; il convento di San Marco si apriva nuovamente al popolo; ed il 15 del mese si celebrava nel secondo chiostro la festa della Madonna, con un pubblico e solenne rendimento di grazie, per il pericolo scampato. La città ripigliava l’aspetto usato; ed ognuno, dopo l’agitazione ed i pericoli di quell’anno, desiderava trovare finalmente calma e tranquillità.
CAPITOLO TERZO.
È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici. Processo e condanna degli accusati.
Ma la tregua che il popolo fiorentino attendeva, pel cessare della peste, fu rotta, prima di cominciare, da un fatto cite mise la città intera in un disordine grandissimo, e maggiore di quanti se n’erano veduti dopo il 94. Mentre che il Valori ed il Tosinghi s’adoperavano a rintracciare le fila della congiura di Piero, sorpresero un tale Lamberto dell’Antella, fuoruscito, che di nascosto se ne andava in una sua villa, con indosso una lettera indirizzata al cognato, Francesco Gualterotti, ch’era allora dei Dieci. La lettera prometteva di rivelar minutamente tutte le trame di Piero, e scoprir cose di somma importanza per la repubblica.[82]
In verità, egli poteva saperle, perchè era stato un antico e fedele partigiano dei Medici. Nella rivoluzione del 94, si trovava prigione alle Stinche, insieme con suo fratello Alessandro. Quivi, di nascosto, ebbero molte speranze ed incoraggiamenti da Piero, quando si trovava in Roma; onde evasero dalla prigione. Ma nel presentarsi a lui, furono ricevuti con singolare freddezza, e ben tosto ebbero a sperimentare i suoi modi brutali. «Ci teneva, così scrive lo stesso Lamberto, «in continuo moto, per soddisfare alla sua smania di tornare a Firenze, e poi ci trattava peggio che cani.» A Piero de’ Medici, in fatti, non pareva di vivere, quando non poteva opprimere o bistrattare qualcuno. Pur nondimeno i due Antella sopportarono tutto, e si trovavano ancora con lui, quando egli s’accostò alle mura di Firenze, e quando ritornò a Siena: quivi gli divennero sospetti, e li fece subito imprigionare. Tale era, poi, la crudeltà di Piero, tale il suo animo verso così antichi e provati servitori, che, partito da Siena, più volte mandò indietro una staffetta a Pandolfo Petrucci, capo e quasi padrone di quella repubblica; acciò li gettasse nel Carnaio, prigione così orrida, che non se ne usciva mai vivi. Il Petrucci, però, sebbene tutto amico di Piero, non volle rendersene sicario, e liberava i due fratelli, a condizione che non lasciassero il territorio Senese, sotto pena di 2,000 fiorini. Ma essi erano troppo pieni del desiderio di vendetta, per mettere tempo in mezzo; e subito che ne ebbero il destro, fuggirono verso Firenze. Nè a Lamberto parve vero, quando fu preso e menato ai magistrati, colla lettera indosso, nel modo che abbiamo veduto.[83]
Gli Otto, visto ed esaminato quel foglio, secondo il barbaro costume del tempo, misero subito alla corda il povero Lamberto; e, dopo averlo collato per ben quattro volte, lo interrogavano, capo per capo, acciò dicesse la pura verità. Segnate le risposte, vi trovarono compromessi cittadini così potenti e riputati,[84] che portarono l’affare innanzi alla Signoria, dichiarando di non voler prendere sopra di loro un giudizio così grave; ma la Signoria rispondeva, che solo ad essi gli Statuti concedevano il giudicare le cause di Stato.[85] Nondimeno, considerata la gravità del caso, furono scelti cinque Arroti e sette dell’ufficio de’ Dieci, perchè aiutassero gli Otto a continuare il processo. Si fece, allora, più minuto esame del fatto; ed essendo stato promesso un generale perdono a Lamberto dell’Antella, questi mise in carta una lunga rivelazione, nella quale faceva conoscere tutte le trame, e tutti gli amici che Piero de’ Medici aveva in Firenze.[86] Dètte anche sentore d’un nuovo tentativo di congiura, nel quale era stato promesso a Piero, di farlo entrare segretamente in Firenze, la notte del 15 agosto. Trovandosi moltissimi alla campagna, chi per la buona stagione e chi pel contagio; egli sperava di poter levare tumulto in suo favore, collo spargere pane e danaro nell’affamata plebaglia, col concederle il saccheggio di molte case de’ ricchi; e, in questo mezzo, impadronirsi del Palazzo e prendere in mano il governo della città.[87] Era un pazzo disegno e troppo audace, perchè egli ardisse solo di tentarlo; pure quelle pratiche manifestavano l’animo suo, e bastavano a dimostrare che la repubblica versava sempre tra pericoli gravissimi.
In mezzo a tali agitazioni, tutti quei venti cittadini che dovevano compilare il processo, finito che ebbero l’esame, si strinsero a consiglio, e fecero giuramento di non aver rispetto a persona, di qualunque grado o condizione si fosse. Dopo ciò, ordinarono che la piazza fosse guardata da gente armata; che i condottieri si tenessero pronti colle loro genti d’arme, per accorrere al bisogno; che niuno potesse uscire dalla città. Chiamarono ancora i fanti della Signoria; e, per non dare sospetto, fecero, in nome di essa, richiedere quei cittadini che venivano più compromessi dalle rivelazioni dell’Antella. Alcuni subito fuggirono; altri, invece, si presentarono; e, compiuto finalmente il processo, risultò che cinque di quelli che si trovavano in mano dei magistrati, erano colpevoli d’alto tradimento, e dovevano, secondo le leggi, subire la pena del capo.
Bernardo del Nero, vecchio di 75 anni, era per la sua autorità e prudenza principale fra loro. L’accusa contro di lui si restringeva, veramente, a questo: che, avendo conosciuto la congiura, non l’aveva rivelata; ma questa colpa era assai aggravata dall’essere stato, in quei giorni appunto, Gonfaloniere della repubblica. Seguivano poi nel processo i nomi di Giannozzo Pucci, giovane pieno d’ingegno, e di Lorenzo Tornabuoni che era stimato in Firenze il fiore d’ogni gentilezza. Contro a costoro era grandissimo l’odio del popolo; perchè, conosciuti per antichi partigiani di Piero, di cui il Tornabuoni era anche parente,[88] s’erano così bene infinti coll’andare alle prediche del Frate, che erano riusciti a farsi credere fra i più caldi de’ suoi seguaci. Gli altri due accusati erano Giovanni Cambi, ricco mercatante,[89] e Niccolò Ridolfi capo della sua casa, ed anch’esso parente di Piero.[90]
Messo termine al processo, i dodici cittadini aggiunti si ritirarono, e gli Otto restavano nuovamente soli a pronunziar la sentenza. Essi, non volendo in alcun modo affrontare l’odio di tante e così potenti famiglie, tornavan da capo alla Signoria, la quale di nuovo ricusava un carico, che non le era imposto dagli Statuti. Ma, finalmente, il gonfaloniere messer Domenico Bartoli, vedendo questa biasimevole debolezza dei magistrati, i quali ricusavano di fare il loro ufficio per paura dei potenti; propose che si portasse la causa al giudizio del Consiglio Maggiore, a cui, secondo la nuova legge, bisognava andare per l’ultimo appello. Vi si opposero, però, gagliardamente i difensori degli accusati, dicendo: — «Non esser bene allargare così presto, fra tanta moltitudine, i segreti dello Stato, e sottomettersi alla diversità di tanti pareri, quando doveva bastare il giudizio dei principali magistrati.»[91] — In sostanza, da un lato i magistrati si mostravano deboli a far l’ufficio loro; e dall’altro gli accusati, temendo ugualmente le leggi e l’odio popolare, desideravano mandar la cosa in lungo, e speravano che la elezione della nuova Signoria dovesse rivolgere le cose, tutte in favor loro. Essi avevano già dalla loro parte tre dei Signori, ed essendo riusciti a guadagnarne un altro in Michele Berli parente di Bernardo del Nero, si trovavano ora, con quattro voti, padroni d’impedire ogni deliberazione che non fosse andata a lor modo.[92] Così ottennero l’intento, perchè il giudizio venne rimesso alla decisione di una nuova Pratica, fissata pel 17 d’agosto. Nè questo era piccolo vantaggio: ogni giorno s’avvicinava sempre più la nuova elezione; d’ora in ora si aspettavano dagli alleati imperiose lettere di raccomandazione; Piero dei Medici ingrossava sempre più le sue genti in Romagna; e finalmente, essendo troppo manifesto che gli accusati erano condannati dalle leggi, essi non potevano sperare che nel tempo. Ma tutto questo era assai noto alla parte avversa che voleva, perciò, venir subito alla conclusione; onde si prevedeva che la nuova Pratica dovesse riuscire assai tumultuosa.
La Signoria aveva richiesto circa duecento dei principali cittadini; e, sebbene non tutti intervenissero, pure v’erano presenti i 16 Gonfalonieri delle compagnie, i 12 Buoni Uomini, i Dieci della guerra, gli Otto di guardia e balía, gli uffiziali del Monte, i Conservatori di legge, i Capi di parte guelfa, molti Arroti, e finalmente il Senato o sia Consiglio degli Ottanta, oltre la Signoria: formavano in tutto una radunanza di 136 persone. Molto speravano quel giorno di poter fare e dire i difensori degli accusati: quando tutto fosse mancato, doveva riuscire assai facile, innanzi ad un tribunale così largo, mandar nuovamente in lungo la decisione. Letti per tanto i processi, la Signoria ordinò che ciascuno si restringesse nella sua pancata, onde consultare sulla decisione da prendere; dopo di che ogni pancata mandasse a riferire il suo parere liberamente, e senza rispetto all’antica usanza che vietava di esprimere un’opinione contraria a quella della Signoria. Ne risultò subito che i cinque accusati dovevano subire la pena del capo, e i loro beni essere confiscati.[93] Da questo parere, i difensori restarono sbigottiti e sorpresi oltre ogni dire; non sapevano che si dire nè che si fare. Ma, pure, conoscendo di aver nella Signoria quattro voti favorevoli, incominciarono a dire che le parole di pochi non potevano far conoscere il parere di tutti, e che bisognava venire ad una votazione individuale. Speravano che questo procedere, nuovo ed inusitato, dovesse dare occasione a qualche disordine; perchè molti, non usi a parlare innanzi alla Signoria, si potevano confondere; e, quindi, nascere opportunità a mettere in dubbio i loro voti, ed a mandare la cosa in lungo. Ma questo disegno fu rotto da Francesco Valori, il quale si presentò subito al banco della Signoria; e, chiamato il notaio, disse a voce alta, e fece publicamente rogare: — Che egli giudicava quei cittadini meritevoli della morte e della confisca. — L’esempio fu seguito ancora dagli altri, che si trovarono quasi tutti concordi nella sentenza del Valori.[94] In tal modo, i Signori si videro costretti d’ordinare agli Otto l’esecuzione della sentenza, che, messa fra questi a partito, fu vinta con la maggioranza di sei voti contro due.[95]
I difensori si credettero allora perduti, e non seppero fare altro che ricorrere a messer Guidantonio Vespucci, celebre dottore in legge e molto potente fra gli Arrabbiati. Questi consigliò subito, che dalla sentenza degli Otto s’appellasse al Consiglio Maggiore, secondo la nuova legge delle Sei fave. L’appello fu immantinenti chiesto e, fatta la votazione, si trovò che quattro dei Signori erano favorevoli; onde ne nacque tanto disparere, tanto disordine, che bisognò rimetter la Pratica al 21 agosto. E così, inaspettatamente, i difensori degli accusati riusciron di nuovo nel loro intento.
La discordia, intanto, dal Palazzo scendeva nella piazza, e per tutto si andava gridando; — Che bisognava fare giustizia; che la patria era in pericolo; che il rimettere la cosa d’una Pratica in un’altra poteva esser fatale alla repubblica. — Nel medesimo tempo, correvano per la città degli scritti anonimi, che accusavano fieramente la debolezza dei magistrati. In tale disposizione di animi, si raccolse il 21 agosto la seconda Pratica, a decidere sul concedere o no l’appello; e non è da maravigliare, se fin dal principio la disputa divenne gravissima. Si diceva da una parte, con quelle parole eccessive e tutte popolari, che gli Arrabbiati solevano così bene usare, quando loro tornava a grado: — «Che le leggi concedevano di fare appello contro la sentenza degli Otto; che il popolo era assoluto signore della repubblica; al popolo doversi, quindi, ogni cosa riferire; al popolo spettare il decidere sulla vita dei cittadini.» — Ma queste parole, in bocca di chi aveva cospirato per rimettere i Medici, movevano a sdegno; epperò, con molta violenza, si rispondeva dall’altra parte: — «Il giudizio del popolo essere noto a tutti, essere stato sin dal principio offerto agli accusati, ed essi lo avevano ricusato. La legge dello appello s’era fatta solamente per impedire che sei fave avessero facoltà di condannare un cittadino nella vita e nella roba; ma ora, non gli Otto, non la Signoria avevano giudicato; ma tutti i magistrati, tutti i principali cittadini. Contro a questo tribunale straordinario non esservi legge che desse l’appello; e chi lo chiedeva, non mirava ad altro che a pigliar tempo, quando la repubblica era disordinata, quando la patria era in pericolo, quando nella Signoria stessa s’era cospirato contro alla libertà. Ignorate voi,» così essi concludevano, «che il tiranno ingrossa di nuovo le sue genti? Non vedete che voi aprite la porta a Piero de’ Medici?»[96] — A questo punto i Collegi[97] si esaltarono in tanto furore che, levandosi in piedi, minacciarono di trar fuori i gonfaloni, e condurre il popolo a distruggere le case di coloro che contrastavano l’esecuzione d’una sentenza tanto giusta, tanto necessaria. Allora il tumulto si fece nella sala grandissimo; e per tutto era un’orrenda confusione di grida, in mezzo a cui distinguevansi, non pertanto, le parole di messer Francesco degli Albizzi, il quale con una voce terribile non lasciava mai di dire: — «Si faccia giustizia, si faccia giustizia.» — I difensori degli accusati pensavano solo ad accrescere il tumulto, sperando così di far passare ancora quel giorno senza deliberare. Infatti, s’era già verso la sera, e disputavasi sempre, senza mai conchiudere nulla; perchè i popolani accecati dal furore, anch’essi impedivano che i consigli procedessero ordinati; ed in tal modo, senza volerlo, secondavano i disegni dei loro avversari.
Ma ecco: arrivano lettere degli ambasciatori, e lette dalla Signoria, udite nella Pratica, empiono ognuno di nuovo furore. Si conobbe per esse: il pericolo della repubblica esser veramente grandissimo; i nemici avere maneggi per tutto; il duca di Milano secondarli; il Papa aiutarli con tutti i suoi sforzi, e se faceva sembiante di moderazione o di amicizia verso la repubblica, ciò era solo per meglio operarne la ruina. Allora si chiese da capo la lettura dei processi, onde confrontarli colle lettere avute; dopo di che i cittadini si raccolsero di nuovo a deliberare nelle pancate, e ciascuna pancata mandò uno de’ suoi a parlare.[98]
L’opinione universale era che si dovesse eseguir la sentenza capitale, senza indugio; ma, pure, il sapere che la Signoria era sempre volta a favorire gli accusati, fece sì che molti titubarono e non ardirono parlar francamente. — Francesco Altoviti che prese a discorrere, per quei medesimi Gonfalonieri delle compagnie, i quali poco innanzi avevano minacciato di saccheggiare le case di chiunque contrastasse la esecuzione della sentenza, diceva adesso: «Che ancora nella sua pancata non mancava chi volesse dare l’appello.» — Più franco si esprimeva messer Francesco Gualterotti, in nome dei Dieci di libertà, dicendo: «Quanto più ribollimento voi date alla città, più disegni le faranno contro i nostri nemici. Qui si vede che tutti i potentati d’Italia hanno fatto cospirazione contro di essa, e Roma è il luogo dove si trattano tutte le insidie contro di noi. Con questo appello, non si vuole già conoscere il parere del popolo che, ormai, lo ha più volte espresso chiaramente; ma bene allungare il tempo e cercar favore esterno. Se, pure, in ogni modo si vuole dalle SS. VV. dar questo appello; bisognerebbe, almeno, assicurarsi prima del Consiglio e far presto; perchè l’indugio non partorirà che scandali dentro e di fuori. Ancora bisogna tenere in pronto le genti d’armi, per difendere la repubblica che si trova in mezzo a tanti nemici.» — Venne, allora, a parlare la pancata dei dottori, i quali dovevano in questa materia aver grande autorità. Dissero francamente: «Che il pericolo giustificava il negare l’appello,[99] e che in ogni modo volendolo dare, si desse pel domani; perchè l’indugio poteva tornare in rovina.» — Gli Otto, che erano i giudici ordinari di questi processi, opinarono: «Che si dovesse al tutto negare l’appello; giacchè, se i difensori ottenevano dal Consiglio un parere contrario alla sentenza già data, la città anderebbe in rovina.» — Vennero finalmente le dodici pancate dei semplici cittadini che, quasi unanimi consigliarono: «La esecuzion della sentenza e presto.» Ma, pur sempre si concludeva con quella frase consacrata dall’uso: «Nondimeno si approverà sempre ogni determinazione che le Signorie Vostre ne piglieranno.»[100] — Fino a tal segno poteva un’antica usanza prevalere; non solamente contro la nuova libertà, ma ancora contro quel furore che, pure, aveva invaso l’animo di tutti!
La Signoria, incoraggiata da questa moderazione di linguaggio, e, considerando che, per essere già la terza ora di notte, molti erano stanchi; incominciò di nuovo a menare in lungo la decisione, colla speranza di poter sciogliere la pratica senza concludere. A quella calma, però, successe subito una fiera ed inopinata tempesta; perchè il Valori, accortosi della intenzione, si levò in piedi e, cogli occhi infiammati, furioso come un leone, corse al banco della Signoria; dove, preso in mano il bossolo dei partiti, lo battè forte sul banco, gridando minaccioso: — «Si faccia giustizia, altrimenti scandalo ne seguirà.» — A queste parole Luca Martini ch’era Proposto, non ebbe animo di resistere, e subito mise il partito ai voti. Cinque dei Signori si pronunziarono, allora, per la morte; ma gli altri quattro restaron sempre favorevoli agli accusati, e votarono per l’appello. Allora Francesco Valori ruppe ogni usanza, perdè ogni rispetto alla Signoria, e, con voce rauca per lo sdegno, gridava: — «A che fine, adunque, hanno le VV. SS. chiamato tanti cittadini che, ad uno ad uno, per mano del notaio, già fecero conoscere il loro voto contro questi macchinatori di novità, sovvertitori della patria, distruttori della libertà? Non hanno oggi tutti confermato il loro parere? Non udite voi il grido universale, geloso della salute pubblica? Non sentite il soverchiante pericolo? Rammentino le SS. VV. che il popolo di Firenze le ha messe in questo luogo per difendere la sua libertà, la quale se, per rispetto di così perfidi cittadini, voi trascurate; non manca, non manca, siatene pur certi, chi difenda causa tanto giusta, tanto santa, con danno di chiunque la contrasta.» — E qui distese fieramente il braccio, e stringendo in mano il bossolo dei partiti, lo presentava di bel nuovo al Martini, il quale, o persuaso o spaventato, propose finalmente la sentenza in questi termini: «Udito il rapporto e consiglio dei magistrati, del Senato e degli altri cittadini per la esecuzione; visto che dall’indugio nascerebbe manifesto tumulto e pericolo: si ordina ai signori Otto che, senza indugio, facciano, questa medesima notte, tòrre la vita a quei cinque cittadini, che essi già nella stessa Pratica hanno condannati.» La subita proposta del Martini, e più ancora la feroce presenza del Valori, che stava sempre minaccioso, e presentava a ciascuno il bossolo, sbigottirono, per modo i quattro Signori dissenzienti, che renderono nella sua mano favorevole partito. Dopo di che, disteso il bullettino, fu consegnato agli Otto, che andarono subito nel palazzo del Capitano, onde apparecchiare l’esecuzione.[101]
Intanto i difensori facevano menare gli accusati per mezzo della Pratica, scalzi ed in ferri; ma invano, colla presenza, cogli atti e colle parole, cercavano muovere la pietà dei circostanti che, a mala pena, sapevan frenare gli sdegnati animi. Arrivati al palazzo del Capitano,[102] furon lasciati breve tempo coi loro confessori, onde pensare ai casi dell’anima. Ed in questo mezzo, il Valori ch’era divenuto quasi padrone della città, pose 300 fanti a guardare il Palazzo, contro ogni tumulto d’amici o parenti degli accusati. Nella corte del Capitano già tutto era in ordine, e vi si affollava, d’ora in ora, tanta gente e così diversa che, per servirci della espressione d’un contemporaneo, parea divenuta una spelonca d’inferno. V’erano uomini con volti pieni di feroce sdegno, con l’armi in mano e la vendetta nel cuore; in mezzo ad essi, vedeansi dei nobili cittadini che, invano, cercavano quasi nascondersi e celare la paura della propria vita, il dolore e lo sbigottimento per quella degli amici o parenti che, fra poco, vedrebbero morire: molte crudeli ingiurie, molte amare angosce dovettero sopportar quella notte. Intanto, la tumultuosa confusione d’armi, di bestemmie e di strepito, andò crescendo fino alle ore sette di sera; quando successe, invece, un funereo silenzio. Venivano i condannati ad uno ad uno, accompagnati dal magistrato della giustizia e dal confessore, insino al luogo del supplizio; dove ciascuno di loro pose animosamente il capo sul ceppo, e tutti sostennero con gran fermezza l’estremo supplizio. I loro corpi furono resi ai parenti.
Quella medesima notte, la Signoria scriveva a Roma, facendo la relazione del fatto, nei termini seguenti: «La città è stata tutta unita contro a questi perfidi e parricidi cittadini, infino ai parenti avendo desiderato che fosse fatta giustizia. Ed ora, si spera avere a stare un pezzo in buona valetudine; perchè tutta la brigata è inanimita a estirpare qualunque simile rampollo. Iddio abbia misericordia di quelle anime che, veramente, avendo tradito la patria, ne hanno bisogno.»[103]
Così finivano la vita cinque cittadini che, per autorità, per condizione, per faccende pubbliche e private, erano tenuti fra i primi della repubblica. Altri pochi vennero leggermente puniti, come consapevoli; e fra Mariano da Genazzano, sebbene riconosciuto de’ più rei, essendosene fuggito a Roma, non potette avere altra pena che l’esilio. A Lamberto dell’Antella ed al fratello, fu non solo perdonata la vita; ma concesse le armi, cancellate le gravezze decorse, e fatti ancora altri benefizi; non però tolto affatto ogni bando di ribelli.[104] Le sue rivelazioni, ed i processi di tutti i condannati furono tenuti segretissimi; acciocchè, una volta puniti gli autori della congiura, ne fosse, quanto più era possibile, cancellata per sempre la memoria.[105]
Adesso a noi importa di notare che, durante questo giudizio così tumultuoso, il Savonarola stette sempre chiuso in convento; senza prendervi alcuna parte, occupato solo a correggere la stampa del suo Trionfo della Croce. Negli storici di quel tempo, nelle memorie, nelle lettere e biografie, non troviamo alcuna parola che ci permetta di credere che il Savonarola avesse favorito o disfavorito gli accusati. Due sole volte egli accennò a questo fatto, nel suo processo; e la prima, parlando di Bernardo del Nero, diceva: «non confortai che fosse morto, bene avrei avuto caro che fosse mandato via;»[106] la seconda soggiunse: «che di quei cinque cittadini non se n’era impacciato in particolare; ma che, sebbene freddamente, pure aveva raccomandato Lorenzo Tornabuoni al Valori.»[107] Il che dimostra chiaramente come, se cercò di fare qualcosa, fu solo per temperare un poco il gran furore che v’era contro agli accusati. Eppure, non appena si cominciò a calunniare la memoria del Savonarola che subito venne chiamato da tutti, autore principale del negare l’appello agli accusati, dopo essere stato promotore della legge che lo concedeva. Nè alcuno volle mai considerare, che quella legge fu propugnata dal Vespucci e non dal Savonarola il quale, piuttosto, la oppose, o almeno la fece combattere da’ suoi seguaci.[108] La storia dei fatti ci prova, d’altronde, con troppa evidenza; che egli, allora, non poteva in alcun modo esercitare il suo ascendente nè sopra il popolo nè sopra i giudici; giacchè, dopo la scomunica, e quando ancor pendevano le trattative per farla ritirare, grave errore, anzi grave stoltezza sarebbe stata risalire sul pergamo. Quanto al Valori, che certo ebbe grandissima parte in quelle decisioni, bisogna pur dirlo, sembra che si lasciasse soverchiamente vincere dall’odio o gelosia che aveva contro a Bernardo del Nero, suo nemico politico.[109] Sebbene d’animo generoso e leale, era pure uomo che, in tutte le cose, andava più per impeto che per ragione; ed in quelle accese discussioni, non seppe mai frenare sè stesso, nè molto meno poteva essere frenato dall’autorità del Savonarola, allora lontano e chiuso nella sua cella. Bisogna finalmente considerare che, se le lettere degli ambasciatori non fossero giunte nella Pratica, in quel momento stesso in cui ognuno s’era acceso di tanto sdegno contro al procedere troppo fiacco e punto imparziale dei magistrati; forse che agli accusati, anche questa volta, sarebbe riuscito di mandar in lungo la decisione.
Fu, quindi, un concorso di cause, non prevedute nè prevedibili, che fece decidere ad un tratto la morte di quei cinque cittadini; i quali, però, secondo le leggi, secondo la opinione universale di tutto il popolo, e secondo la giustizia dei tempi, eran certo meritevoli della pena che subirono. Il processo, è vero, non fu regolato con tutte le forme giuridiche; ma, se la prima illegalità nacque dalla troppa indulgenza dei magistrati, i quali avendo trovato gli accusati convinti d’alto tradimento, non ardivano pronunziar subito la condanna di morte per poi concedere l’appello; il disordine maggiore e più colpevole venne dai difensori degli accusati. Una volta ch’essi avevano, nel principio, ricusato di sottomettersi al giudizio del Consiglio Maggiore; che avevano chiesto ed ottenuto un tribunale straordinario, nel quale s’erano radunati tutti i principali magistrati e cittadini di Firenze; non v’era più alcun luogo a chiedere l’appello. Essi non potevano addurre altra ragione in loro favore, salvo quella evidentissima di voler procedere d’una illegalità in un’altra, per guadagnar tempo ed aspettare la nuova Signoria. E dovevano i magistrati rendersi due volte strumento di quelle arti malvage, e la Pratica consentire a tali violenze? Anche l’opinione di tutto il popolo, si vide assai chiaramente riconfermata, pochi giorni dopo, quando fu introdotto nel Consiglio Maggiore il figliuolo del Ridolfi, che veniva a chieder grazia dei beni confiscati al padre; giacchè, messa la domanda tre volte a partito, fu tre volte respinta.[110] Nè le leggi, adunque, nè il Consiglio Maggiore avrebbero mai assoluto quei cinque cittadini. Quanto al Savonarola, egli non volle, e volendo non avrebbe potuto favorire nè disfavorire una sentenza, che fu decisa nel calore o, per meglio dire, nel furore d’una impetuosa discussione.
CAPITOLO QUARTO.
Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il Trionfo della Croce.
Dopo la morte di Bernardo del Nero e de’ suoi compagni, i Piagnoni divennero potentissimi; ed in sei mesi seguirono, successivamente, tre Signorie tutte popolari, che, nel reggere lo Stato, altre difficoltà non trovarono, se non quella di provvedere alla mancanza assoluta di danari. Ma la disputa, sempre più inasprita, del Savonarola col Papa, era causa di continuo dolore al governo ed al popolo. Non solo dispiaceva loro il vedere un uomo tanto benemerito della patria e della religione, così ingiustamente trattato; ma, nel pigliare le parti del Frate, essi mettevano sè stessi e la repubblica in un continuo e crescente disaccordo con Roma. Ogni giorno andavano caldissime lettere all’oratore, messer Alessandro Bracci, perchè cercasse di ottenere l’assoluzione del Savonarola. «Noi vogliamo,» scrivevano i Signori, «che voi picchiate, gridiate, facciate ogni possibile istanzia; e non cessiate nè perdoniate ad alcuna fatica, tanto che questo effetto segua.»[111]
Il Papa non dava alcuna risposta; ma, invece, aspettava tempo meglio opportuno ai suoi disegni; ed il Savonarola, profittando della tregua, s’era ritirato nel convento, dove con attività veramente incredibile, davasi tutto a scrivere nuovi trattati, a pubblicare quelli già scritti. Noi li accenneremo brevemente, per discorrere più a lungo della sua grande opera, il Trionfo della Croce, che in questi giorni appunto fu data alla luce.
Noteremo, innanzi tutto, un opuscolo di poche pagine, che chiamò Lamentatio Sponsæ Christi. In esso lamenta lo scempio che i sacerdoti del suo tempo facevano di tutto il gregge cristiano.[112] In questo tempo pare che fosse pubblicato anche il Trattato sopra i sette gradi della vita spirituale di San Bonaventura,[113] il quale, siccome dice il titolo stesso, altro non è che un breve sunto dell’opera di quell’antico dottore della Chiesa. Molte epistole a stampa indirizzò ai frati di San Marco. In una, Dello adoperarsi in carità, dimostra come in tutti i luoghi e in tutte le condizioni si può esercitare la carità; epperò il vero cristiano deve dire, come il filosofo, omnia mea mecum porto. In un’altra epistola, scritta quest’anno, la vigilia dell’Assunta, si congratula della loro fermezza; ed in una terza ragiona Del discreto modo di fare orazione.[114] Continuando a crescere le richieste di lettere, che ogni giorno gli venivano da tutte parti, egli volle mettervi un termine colla sua bella Epistola alle suore del terzo Ordine di San Domenico, volgarmente chiamate di Annalena. «Lo scrivere continuamente,» egli diceva, «è inutile, quando chi legge non lo adopera. Io ho scritto già tanto che ho abbracciato tutta la vita cristiana; onde non posso prendere di nuovo la penna, per moltiplicare inutilmente i trattati. Il dire e ripetere più volte le stesse cose, può giovare nelle prediche, perchè le parole fuggono e non restano bene impresse; ma negli scritti bisogna, invece, leggere e rileggere. Il sacro vangelo non fu scritto in carta, nè sopra tavole di pietra; ma fu impresso nel cuore degli apostoli, e così operò tanti miracoli. Voi, che chiedete sempre nuove esortazioni e nuove epistole, siete di quelli che, leggendo molto e adoperando poco, non imparano mai nulla. Valse più a Sant’Antonio l’avere udito: va e vendi ciò che tu hai, detto ai poveri, e séguita me; che non vale a molti gran teologi, volgere e rivolgere tutta la teologia. Adunque, dilettissime, avendo tante opere volgari che basterebbero alla salute di tutto il mondo; non bisogna, senza necessità, moltiplicare i trattati e le epistole; ma, piuttosto, leggere le cose scritte e quelle seguire colle opere.»[115]
Fra i moltissimi scritti minori del Savonarola, bisogna rammentare la sua Expositio di Abachuc, operetta latina che è rimasta finora, non solamente inedita, ma neppure esaminata, a cagione dei manoscritti quasi indeciferabili. Noi non possiamo determinare il tempo in cui fu scritta; ma sembra che fosse antecedente alla scomunica. Il testo del profeta non è pel Savonarola, che una semplice occasione a parlare della giustizia divina, ed a svolgere quei medesimi argomenti, che tante volte abbiam veduti esposti nelle sue prediche. «La storia del Vecchio Testamento,» egli dice, «deve persuaderci intorno alla necessità del vicino flagello; onde noi dobbiamo colle buone opere, con la orazione e con la Sacra Scrittura apparecchiarci a sostenerlo. Il profeta Abacuc si lamentava col Signore delle persecuzioni sofferte; e noi prendiamo ad esporlo, acciocchè la sua audacia sia utile ammaestramento a promuovere la nostra umiltà. Il Signore è perfettissimo; ma niuno può investigare i suoi giudizi, senza una grande umiltà; epperò, anche il profeta Abacuc, per la sua audacia, venne confuso. Egli si lamenta di vedere il trionfo dei malvagi e l’oppressione de’ buoni; e non s’avvede come ciò segue appunto, per punire i peccati degli uomini, per chiamare i buoni a penitenza. Così è sempre avvenuto; così avviene oggi sotto i vostri occhi, nelle persecuzioni che noi medesimi soffriamo. Ma, quando noi ci umiliamo al Signore; allora subito comprendiamo che significhi questo trionfo dei malvagi, quale sia la loro felicità.» E qui il Savonarola si scaglia terribilmente contro le ricchezze e i beni mondani, contro gli ecclesiastici che le cercano; e finalmente conclude che i buoni in mezzo alle loro tribolazioni, sono assai più felici dei malvagi che trionfano, e debbono ringraziare il Signore che li chiama a sè col flagello. Sebbene questa operetta non abbia grande originalità, meritava una particolar menzione; non solo perchè finora inedita, ma ancora perchè ci dà un saggio di quei brevi trattati, che si trovano autografi e da niuno esaminati, in principio ed in fine della sua Bibbia postillata.[116] Qui pure dobbiamo rammentare molti abbozzi, o appunti, o compendii assai ristretti di Sermoni inediti, che si trovano nella Magliabechiana. Ma una parte di questi scritti inediti sarà da noi pubblicata; di un’altra daremo più particolare notizia nell’appendice a quest’opera.
Ora finalmente è tempo di venire a discorrere del Trionfo della Croce. Il Savonarola ci dà in esso una compiuta esposizione della dottrina cattolica, con una gran forza d’analisi, con un metodo filosofico e nuovo, ponendo da parte quella scolastica che fino allora aveva formato parte essenziale d’ogni opera di teologia. Invero, il Savonarola fu nel secolo decimoquinto, il glorioso iniziatore di quella nobile scuola che si onorò più tardi dei nomi di Bossuet e di Leibnitz;[117] e che, poi, decadde con sì gran danno della fede cattolica e degli studi religiosi. La scolastica, infatti, ha di nuovo trionfato nella teologia; e quel metodo più semplice e scientifico, che il nostro autore aveva iniziato or sono quattro secoli, con tanto onore del suo nome, sembra oggi ancora un progresso invano desiderato!
Il Savonarola si propone in quest’opera, di ricercare ed esporre le verità della fede, per mezzo della ragione naturale: «non perchè la fede, dono gratuito di Dio, possa procedere dalla ragione; ma perchè questa serve a combattere gl’infedeli, o ad aprire loro la via di salute; ridesta i tepidi, conferma i credenti.» «Noi adunque» così prosegue l’autore «non ci fonderemo sopra alcuna autorità; e per tal modo procederemo, come se non si avesse a credere ad uomo del mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»[118] Questo linguaggio, nel secolo XV, secolo d’autorità e di servitù intellettuale, era, come noi abbiamo già notato, un segno di grandissimo ardire ed originalità. Ma più notevole, ancora, è il considerare come il Savonarola sapesse rimaner sempre fedele a questa bandiera, e condurre tutta l’opera con questi principii. «La ragione,» egli dice, «procede dalle cose visibili alle invisibili, perchè le nostre cognizioni incominciano dal senso che conosce solamente l’estrinseco delle cose; l’intelletto, però, ne penetra la sostanza, e dalla cognizione di essa si eleva alle cose invisibili ed a Dio. Or, come i filosofi ricercano Iddio, nelle maravigliose e visibili opere della natura; così noi vogliamo, nella Chiesa visibile, ricercare e ritrovare la invisibile, ed il capo supremo di essa, Gesù Cristo.»[119]
«I filosofi raccolsero, come in un quadro, tutte le opere e tutti gli esseri della creazione, per meglio vederne l’insieme e riconoscerne la divinità. Noi vogliamo, del pari, raccogliere tutte le opere visibili di Cristo e della sua Chiesa, in una sola immagine; acciò che in essa più facilmente risplenda la loro divinità.» Questa immagine è quella stessa, di cui sovente si ragiona nei Sermoni del Savonarola. Egli descrive un mistico carro, che percorre il mondo, trionfando. Sopra di esso è Cristo vittorioso, incoronato di spine, piagato delle sue ferite, illuminato da una celeste luce che viene dall’alto. Nella destra ha il vecchio e nuovo Testamento, nella sinistra la croce e gli altri segni della passione; ai suoi piedi sono il calice, l’ostia, tutti i simboli de’ sacramenti; quivi ancora siede la Vergine Maria che ha presso di sè le urne colle ceneri dei martiri. Il carro è tirato dagli Apostoli, predicatori e profeti; segue la moltitudine dei fedeli e dei martiri; e dietro a loro gl’infedeli, i miscredenti, i nemici di Cristo coi loro idoli prostrati, i libri arsi, gli altari abbassati. Così questo carro cammina pel mondo, di trionfo in trionfo, abbattendo e vincendo ogni ostacolo.[120] «Questo carro,» diceva il Savonarola, «sarà come un nuovo mondo da cui caveremo una nuova filosofia. Ma, siccome in tutte le scienze bisogna ammettere certi primi principii dai quali si parte; così anche noi dobbiamo ammettere, come indisputabili, alcuni fatti da cui dobbiamo procedere: — Che Cristo, cioè, è stato crocifisso, adorato, ed ha convertito il mondo; che la Vergine, i martiri, la Santa Trinità sono adorati dai Cristiani, e così via discorrendo. Questi sono fatti che niun uomo di sano intelletto può negare; e se alcuni scrittori pagani li tacquero; migliaia di loro li confermarono, convertendosi.»[121]
Qui l’autore entra finalmente in materia, e con argomenti affatto razionali, discorre l’esistenza di Dio ed i suoi attributi. Egli lo considera come primo motore, come causa prima, e così, discorrendo per tutti i noti argomenti della scuola, si ferma più particolarmente a questo: «Nessuna inclinazione della natura è vana; ora siccome tutto il genere umano ha fede e crede naturalmente nella esistenza d’un Dio, così bisogna inferirne ch’esso veramente esista; altrimenti noi dovremmo dire che una inclinazione della natura è vana, il che è contrario alla esperienza universale. Nelle cose inanimate, negli animali e, più di tutto, nell’uomo, noi troviamo sempre che in natura nulla è vano, tutto è ordinato ad un fine.» Dopo di ciò, il Savonarola viene agli attributi divini e dice che Dio non è corpo, non forma di corpo, non cosa composta; ma uno, immutabile, eterno, sommo bene, infinita potenza. E qui passa a considerare che il fine vero dell’uomo sta nella contemplazione delle cose divine, e non può raggiungersi che nell’altra vita; onde ne segue che l’anima debba assolutamente essere immortale.[122]
Il secondo libro tratta di quelle cose che sovrastanno alla ragione; ma che, pure, si conoscono con l’aiuto di essa, ammettendo, anzi pigliando per punto di partenza le opere indispensabili e soprannaturali di Cristo e della sua Chiesa. «Noi possiamo colla sola ragione giungere a conoscer l’esistenza di Dio; ma non potremo giammai arrivare a conoscere la Trinità, senza partire dagli effetti maravigliosi e soprannaturali di essa. La prima è cosa che s’appartiene più specialmente al filosofo; la seconda forma il soggetto precipuo di questo lavoro, in cui noi vogliamo dalle opere soprannaturali e visibili della Chiesa, risalire, con l’aiuto della ragione, alla Chiesa invisibile ed a Cristo.[123] Innanzi tutto diremo che, siccome l’esistenza di Dio vien confermata dalla fede che naturalmente mostrano in esso tutti gli uomini, così può affermarsi lo stesso dell’esistenza d’una vera religione; perchè ogni uomo tende, per natura, a rendere culto ed omaggio al suo Dio. Ed ove questi, se così vogliam dire, divini istinti, non corrispondessero a nulla di reale; il Signore che li ha messi nel nostro cuore, ci avrebbe ingannato, il che non è presumibile.»[124] Ciò posto, il Savonarola continua: «Ogni religione ha due culti; l’uno esterno; l’altro, infinitamente più nobile, è il culto interno, che si manifesta nella buona vita, ed è il più grande omaggio, il vero culto che si possa dalla creatura rendere al creatore.[125] Quella religione, adunque, noi diremo vera fra tutte, che c’insegna una vita migliore. E quale potrà gareggiare colla cristiana, che ci fa abbandonare tutte le cose mondane, per correre dietro alle spirituali? Che c’indirizza alla contemplazione stessa di Dio, che è il solo fine di cui si possa appagare la nostra anima ed il nostro intelletto, il quale più intende e più è capace d’intendere, niuna cosa finita può soddisfare la sua brama infinita, e non trova riposo che in Dio? Ma siccome Dio è infinito e l’intelletto è finito, così v’è bisogno della grazia, la quale, per mezzo della buona vita, ci conduce alla vera beatitudine.»[126]
«Se poi volessimo ricercare altre prove in favore della cristiana religione, il numero ne sarebbe infinito. La Bibbia e massime le profezie, in gran parte già adempiute, basterebbero a persuadere ogni più incredulo.[127] Noi vediamo, ancora, l’effetto maraviglioso e soprannaturale, che segue nell’animo e nella vita dei fedeli che frequentano i sacramenti; noi vediamo la letizia e la pace interna dell’animo, trasparire e rilucere nei loro volti.» E qui il Savonarola si fa a descrivere minutamente questa spirituale bellezza, questa interna tranquillità d’animo; ne esalta la nobiltà ed il potere. «La sola presenza di papa Leone bastò a frenare e convertire Attila re degli Unni; quella di San Benedetto convertì Totila. Nulla è così imponente, come l’aspetto del vero e buon cristiano; nulla così sublime come la pace del suo animo; per essa i martiri poteron lietamente morire fra i tormenti.»[128]
Dopo aver dimostrato la necessità d’una vera religione, e come la cristiana è quella; viene il Savonarola ad esaminare le opere di Colui che n’è l’autore. — Gesù Cristo che sarebbe egli, se non fosse veramente un Dio? — Rovesciare tutte le religioni, tutti gl’idoli; farsi credere una cosa stessa con Dio; far credere alla Eucarestia ed alla verginità di sua madre: che nome potrebbero aver queste cose, se fossero state fatte con inganno? E sarebbe egli stato possibile convertire a questo inganno, quasi tutto il mondo; avere una moltitudine infinita di martiri; rovesciare l’imperio; dar Roma in mano di un pescatore; e far tutto ciò contro i sacerdoti della vecchia legge, contro la forza dell’impero e di quasi tutto il mondo riunito; senza armi, senza oro, nè per mezzo di ragioni naturali? Che cosa, infatti, potrebbero i ragionamenti in quelle cose che trascendono la ragione? I filosofi, col loro eterno argomentare, non fecero altro che scuole ristrette in piccolo numero di seguaci; ma quasi nessuno di loro riuscì a portare i suoi precetti nella pratica della vita. Il cristianesimo, invece, si distese su tutta la terra ed, insegnando una dottrina che supera la ragione, promettendo un premio che passa l’immaginazione, convertì il mondo non solo a credere ma anche ad operare. Chi si mette a contemplare quest’opera, non potrà fare altro che levare inni di lode al Signore; e dovrà esser persuaso che essa ha innalzato l’uomo a Dio, che Cristo è il nostro ultimo fine, e per suo mezzo solamente si può ottenere la salvazione.[129]
Il terzo libro, discendendo più oltre nei particolari, tratta degli articoli della fede, dei precetti morali, delle leggi e cerimonie della Chiesa. «Queste cose,» dice il Savonarola, «sono state già esposte da molti dottori; onde noi non faremo che raccoglierle insieme. E, prima di tutto, vogliamo notare che non deve far maraviglia, se alcuni dommi della religione passano i confini dell’umana ragione. Non si vede, forse, assai spesso, che un uomo non può arrivare ai pensieri d’un altro uomo? Potremo, dunque, maravigliarci, se la creatura non arriva all’altezza del Creatore?» Ciò detto, passa ad enumerare gli articoli di nostra fede.
E qui non staremo a seguir l’autore, perchè esso ripete ciò che si trova in tutti i teologi; ma, ancora in questa semplice esposizione, trasparisce assai spesso la sua originalità. Nel discorrere della Trinità, egli osserva che, sebbene l’unità delle tre persone sia un mistero; noi possiamo, nondimeno, trovarne quasi una certa immagine in tutta la natura; ed a misura che ascendiamo i vari gradi della creazione, troveremo che quella immagine si va perfezionando. Osserviamo, egli dice, la pianta, e noi vedremo che il frutto è legato all’albero solo esternamente; andiamo all’animale, e vedremo che il figlio resta più mesi nell’utero della madre; ascendiamo alla generazione del pensiero, e noi lo troveremo assai più intrinseco alla mente da cui è partorito, quasi inseparabile da essa. Qui, dunque, si può dire che sia una vera immagine della Trinità: noi abbiamo la mente che pensa, il concetto che da essa vien generato, e l’amore che questo le ispira; son veramente come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma fin qui, è un’immagine ancora troppo pallida: quando l’uomo si eleva alla contemplazione di Dio; allora l’immagine diviene assai più perfetta, perchè la mente si trova rapita e confusa nell’oggetto che contempla. Nondimeno, noi restiam sempre avviluppati nei sensi; epperò non possiamo, quaggiù, elevarci mai a quell’altezza cui giungeremo solo nell’altra vita. Ivi la contemplazione è assai più perfetta, sarà come una confusione in Dio, e splenderà in noi chiarissima l’immagine della Trinità. E se a tanto può ascendere l’uomo, che sarà del Signore istesso? In Lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo son veramente una sola e medesima cosa; la sua sostanza, il suo essere è trino ed uno. Così la Trinità diviene come legge universale della natura che, seguendo quella legge medesima, tende a Dio; ed a misura che più s’avvicina a Lui, meglio rappresenta in sè l’immagine della Trinità divina. Dobbiamo, quindi, persuaderci che, se non possiamo comprender pienamente il mistero; ciò è solo perchè esso trascende, non perchè contrasti alla ragione.[130]
«Le medesime idee,» così dice il Savonarola, «ci aprono l’adito a meglio comprendere ed esporre il mistero della Incarnazione. Il Signore si è avvicinato all’uomo; non già per abbassare sè stesso, ma per innalzare la creatura la quale, sebbene finita, ha potuto sperare d’elevarsi alla beatitudine infinita, solo perchè il mistero della Incarnazione gliene dette quasi un esempio ed un pegno sicuro. Gli uomini furono, allora, come infiammati ed ebbri di gioia; abbandonarono le cose mondane; contrassero familiarità colle celesti; e tutti, per esse, sfidarono la morte.»[131] Discorrendo, poi, del peccato originale; egli dice che l’uomo non deve dolersi di portare la pena della colpa d’Adamo, perchè la giustizia era un dono gratuito che ci fu concesso in Adamo, e in lui lo perdemmo.[132]
Procedendo sempre più nei particolari, viene a discorrere delle costituzioni e canoni della Chiesa, ed osserva; che siccome fra gli uomini v’è una legge immutabile di natura, da cui si derivano tutte quelle leggi che si chiamano positive e sono particolari a ciascun popolo, che mutano a seconda dei tempi e dei luoghi; così v’è anche una legge divina, o sia legge morale eterna, di cui solo la grazia ci rende pienamente partecipi, e si applica non solamente alle azioni, ma anche ai pensieri, anzi al più intimo e segreto del nostro cuore. Essa è la sola fonte da cui derivano le leggi particolari della Chiesa; sopra di essa debbonsi fondare i suoi canoni e le sue costituzioni, come sul diritto di natura solamente si deve fondare il diritto positivo. E quelle due leggi primitive di nostra natura, la morale cioè e la naturale, sono fra loro in reciproco rapporto; però la prima solamente è legge compiuta, legge universale che riguarda l’uomo in tutta la sua vita; quando l’altra si limita a considerare solamente le azioni esterne, perchè inefficace a penetrare l’interno dell’animo, dove è veramente la sede del bene e del male. La legge naturale, quindi, potrebbe essere considerata come parte minima della legge morale, colla quale non deve nè può mai contrastare. «Onde noi,» così conclude il Savonarola, «non disprezziamo le buone opere e razionabili leggi, così di gente come di filosofi e imperatori gentili; ma di tutte le dottrine e libri, raccogliamo quello che è vero e buono, affermando ogni vero e ogni buono essere da Dio, e essere fatto proprio per gli eletti suoi.»[133]
Il Savonarola viene finalmente a parlare dei sacramenti, che chiama cause seconde della salute spirituale, la prima causa essendo Gesù Cristo. Essi sono, a dir vero, come strumenti di cui il Signore si vale a conferire ed accrescere la grazia; segni visibili che rappresentano maravigliosamente lo scopo invisibile a cui sono destinati. Noi qui non ci fermeremo ad esporre partitamente la dottrina del Savonarola intorno ai sacramenti, nei quali segue fedelmente i padri della Chiesa; e neppure ci fermeremo a ripetere là minuta descrizione che ne fa, e le singolari allegorie che vi ritrova. Esso li considera come destinati tutti al sacramento dell’eucaristia, e come formanti, nel loro insieme, un mondo mirabile di spirituale armonia e bellezza.[134]
Dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio e la necessità d’una religione; dopo avere esposto l’eccellenza, in tutte le sue parti, della cristiana; il Savonarola vien finalmente, nel quarto ed ultimo libro, a combattere tutte le altre dottrine e religioni, ed a provare la nullità loro, in comparazione delle dottrine cristiane. Incomincia dai filosofi, ed espone la strana varietà dei loro giudizii su tutte le quistioni più importanti; onde ne segue che chiunque abbandona la religione, si trova subito caduto in un laberinto senza fondo e senza misura, da cui non potrà mai più uscire.[135] E, così procedendo oltre, egli combatte l’Astrologia giudiziaria, contro la quale già aveva scritto un piccolo trattato;[136] combatte le varie sette d’idolatria, e con la Bibbia in mano combatte gli Ebrei. Viene, poi, a tutti gli eretici o scismatici; e si ferma principalmente a discorrere contro i Maomettani.[137] E, quindi, piglia argomento a concludere col definire e difender nuovamente la Chiesa militante. «Essa è una, ed ha un sol capo, a similitudine della Chiesa trionfante di cui deve rendere immagine, e che viene governata in cielo da Gesù Cristo.» Qui il Savonarola cita tutti quei brani della Bibbia, nei quali più apertamente viene sostenuta l’unità della Chiesa e l’autorità del papa. «San Giovanni ha detto che deve esserci un solo ovile ed un solo pastore; epperò, sebbene Cristo sia in cielo il vero e solo capo della Chiesa, ha pure lasciato San Pietro a rappresentarlo sulla terra, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e darotti le chiavi del cielo; e quello che tu legherai o scioglierai in terra, sarà legato e sciolto in cielo. Nè questo può intendersi di Pietro solamente, perchè Iddio ha promesso che la Chiesa resterebbe in terra sino alla fine del mondo; deve quindi intendersi di Pietro e de’ suoi successori. Onde è manifesto che tutti i fedeli si debbono riunire al pontefice, come capo supremo della Chiesa romana, maestra di tutte le altre; e chi si parte dalla dottrina della Chiesa Romana, si parte da Cristo.»[138]
Così finiva quest’opera, la quale, mentre faceva un’esposizione e una difesa del Cattolicismo, era anche una piena e larga apologia del Savonarola. Lo stesso Alessandro VI non avrebbe potuto chiedere una professione di fede più esplicita, una sottomissione più assoluta all’autorità della Santa Sede. E, veramente, i dommi cattolici non furono mai, neppur lontanamente, attaccati dal Savonarola; ma sibbene gli uomini che li adulteravano: egli rispettava ed esaltava con entusiasmo la religione; ma combatteva fieramente le abominazioni papali e clericali, che la mettevano in pericolo. Il suo Trionfo della Croce venne adottato come libro d’insegnamento, anche dalla congregazione de propaganda fide; e fu da valentissimi teologi giudicato uno dei trattati più compiuti, quanto alla materia; più originali, quanto alla esposizione.[139] Certo, non si potrebbe in esso ritrovare tutto il Savonarola; perchè egli era un uomo che ingigantiva nella lotta, e solamente sul pergamo si manifestava intero. Pure in quell’opera splendono le migliori qualità del suo ingegno e della sua dottrina, la quale abbracciava quasi tutto lo scibile filosofico e religioso de’ suoi tempi: la teologia scolastica e la mistica, la filosofia aristotelica e la neo-platonica, erano con uguale maestria adoperate; senza cadere in alcuno di quegli eccessi che se ne videro risultare più tardi.
Nel XVI e XVII secolo, in fatti, quegli elementi del sapere si divisero; e ciascuno, a sua volta dominando, travarcò facilmente i limiti: gli aristotelici inclinarono al materialismo, i platonici al panteismo, i mistici agevolarono il cammino alla Riforma. Ma nel Savonarola, queste dottrine restavano unite in una sola sintesi, e facevano parte d’un sapere più vasto. La filosofia d’Aristotele, educazione della sua giovanezza, aiutava l’esposizione teologica; il misticismo soddisfaceva alle tendenze del suo cuore acceso; la dottrina dei neo-platonici era come una base scientifica al suo misticismo. E tutto ciò alimentava lo zelo ardente d’un animo religioso, che passava i suoi giorni nella contemplazione delle cose celesti, nella fervida ammirazione dei Santi Padri e delle Sacre Carte. Una dottrina così varia e diversa, aiuta, in lui, i voli d’una mente libera ed originale, che corre inevitabilmente dietro al vero, tende sempre all’alto e, senza quasi avvedersene, pone i germi d’una nuova filosofia. Epperò chi, essendo dominato da qualche idea preconcetta, o non sapendo penetrare tutto l’animo e tutta la mente del Savonarola, si ponesse a considerarne solo un lato; non farebbe che alterare grandemente l’indole delle sue idee, il valore delle sue azioni; e restringerebbe, per così dire, in un angolo del suo secolo, quell’uomo che lo abbracciava e rappresentava tutto intero.
CAPITOLO QUINTO.
Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo bruciamento delle vanità; nuovi brevi del Papa; continua la predicazione.
L’anno 1497 volgeva, intanto, al suo fine, e la repubblica era stanca della lentezza, con cui procedevano le trattative col Papa. S’era inviato a Roma messer Domenico Bonsi, come nuovo oratore; acciò, insieme col Bracci, sollecitasse la causa del Savonarola, e conducesse ad un qualche termine la Decima sopra i beni ecclesiastici, ed altre cose d’importanza: ma tutto era invano. Il Santo Padre rimetteva sempre ogni altra faccenda, sino a che non fosse assettata ed ordinata quella del Frate, il quale egli voleva aver nelle mani, e la repubblica non voleva nè poteva concederlo. E se i magistrati erano stanchi del vano temporeggiare, più stanco assai ed impaziente ne era il Savonarola, cui il lungo silenzio diveniva oggimai incomportabile. Eran più di sei mesi che, chiuso nella sua cella, non aveva fatto altro che esporre negli scritti la sua dottrina e difenderla da tutti i lati: aveva provata la nullità della scomunica; dimostrato che un buon cattolico può resistere agl’ingiusti comandi di un papa male informato e corrotto; e finalmente egli aveva, col Trionfo della Croce, messo un monumento perenne della sua fama e della sua innocenza. Niuno, oggimai, poteva più credere che volesse dividere la Chiesa colui che sì esplicitamente aveva riconosciuto l’autorità delle somme chiavi, e che solo protestava contro l’osceno e inverecondo abuso ne facevano i tristi. Il papa stesso non ardiva accusare la sua dottrina; i cardinali, dopo lungo esame, non potevano appuntarla in nulla. La lotta del Borgia col Frate era evidentemente una lotta politica e personale; che diveniva sempre più scandalosa; che ogni giorno faceva trionfare il mal costume in Firenze, ed empiva la città delle più strane dicerie: l’attendere riusciva, perciò, vano e pericoloso.
Nel giorno di Natale, finalmente, il Savonarola ruppe ogni indugio e celebrò le tre messe solenni; comunicò tutti i suoi religiosi ed una gran moltitudine di secolari che era accorsa; fece, poi, una solenne processione nella piazza di San Marco, seguito da’ suoi frati. In questo mezzo molti amici, avendo già col consenso della Signoria rimesso in Duomo i soliti gradini e le panche, venivano a sollecitarlo istantemente perchè ripigliasse la predica; ed egli, che non aveva gran bisogno d’essere sollecitato, promise di risalire sul pergamo nella prossima domenica della Settuagesima (11 febbraio 1498). Vi si oppose l’Arcivescovo di Firenze, M. Lionardo de’ Medici il quale, con ordine espresso, non solo proibiva severamente ad ogni ecclesiastico di assistere alla predica; ma imponeva ai parrochi, che insistessero presso i loro popoli, sulla gravità ed importanza della scomunica, minacciando a chiunque andasse a udire il Savonarola, che non sarebbe da essi ricevuto nè alla confessione nè alla comunione nè alla sepoltura in luoghi consacrati. La Signoria, però, vi pose subito rimedio, col partecipare al vescovo che, se fra due ore non si dimetteva dal suo ufficio, sarebbe dichiarato ribelle.[140] E così nel giorno stabilito, la predica incominciava senza trovare alcun ostacolo: la novità del caso e l’audacia del Frate richiamavano un uditorio oltre il solito numeroso.
La scomunica, l’autorità del papa, la libertà della coscienza nel resistere ai comandi ingiusti, dovevano naturalmente essere il soggetto principale di questi nuovi sermoni, — «O Signore, tu mi hai messo in un mare, dove io non posso nè voglio tornare indietro. Ma io ti chiedo la grazia di non farmi dir nulla che sia contrario alla Sacra Scrittura ed alla Chiesa. Ora veniamo alla scomunica. Sappiate, adunque, che Iddio governa il mondo per le cause seconde; ed il buon principe, il buono ecclesiastico non è altro che uno strumento nella mano del Signore a governare il popolo. Quando, però, l’agente superiore si ritrae da lui, esso allora non è più strumento, è ferro rotto. Ma come, dirai tu, m’accorgerò io se manca o no l’agente principale? Guarda se le sue leggi e i suoi comandi sono contrari a ciò che è il principio e la radice di tutta la sapienza, cioè a dire, il ben vivere e la carità; e quando sono contrari, tu puoi veramente esser sicuro che esso è ferro rotto, e non sei tenuto ad obbedire. Ora, dimmi un poco, che cosa vogliono costoro che, colle false informazioni, hanno procurato la scomunica? Ognuno lo sa: levar via il ben vivere e il buon governo, aprire la porta ad ogni vizio. Onde, venuta la scomunica, subito s’è messo mano a taverne, a lascivie, ad ogni vizio; ed il ben vivere è andato per terra. Epperò io ti dico che, se siamo maledetti in terra, siamo benedetti in cielo.
»La perfezione nostra non sta nella fede o nella legge, ma nella carità; e solo chi ha questa, conosce ciò che è necessario alla salute.[141] Oggi non si fanno che leggi e canoni e piati; ma gli Apostoli non avevano tante leggi, perchè ardevano d’amore e di carità. Tutta la teologia, tutte le leggi canoniche e civili, tutte le cerimonie della Chiesa sono ordinate alla carità, e tutto il mondo è stato fatto da Dio per la carità. Chi, adunque, comanda contro alla carità, che è plenitudine della nostra legge, anathema sit. Se pure lo dicesse un angelo; se lo dicessero tutti i santi e la Vergine Maria (il che certo non è possibile), anathema sit. Se alcuna legge o canone o concilio lo dicesse, anathema sit. E se alcun papa ha mai detto contro a questo che ora io dico, sia escomunicato. Non dico già che vi sia stato; ma se vi fu, esso non era istrumento del Signore, esso era ferro rotto.
»Alcuni hanno paura che, sebbene questa scomunica non vale quanto a Dio, la valga quanto alla Chiesa. A me basta non essere legato da Cristo. O Signor mio, se io mi faccio assolvere da questa scomunica, mandami all’inferno; io me ne farei scrupolo di peccato mortale. — Oh Padre! e’ c’è anche dei frati che parlano di questa scomunica, e dicono che la vale e non ci vogliono assolvere. — Volete che io v’insegni il modo? Deh! è meglio che io mi taccia. Ma vi dirò pur questo: fate così.» — E qui il Savonarola batteva insieme due chiavi, a significare con quel rumore, che i danari riuscivano a tutto presso i religiosi del suo tempo. — «Oh Padre!,» così egli continuava, «ma tu dicesti che lasciassimo pur venire la scomunica, che la portassimo sopra una lancia, e tu allora avresti aperto ogni cosa. — Io ti rispondo che la non è venuta tutta;[142] e però non hai visto ogni cosa. Ma pure hai visto, come a Roma qualcuno ha perduto il figlio;[143] ed hai visto, che qui è morto qualcuno che anderà in inferno, e vedrete i processi loro.[144] Ancora non sono stato costretto al miracolo; ma, a suo tempo, il Signore allargherà la mano; ed ora tu hai già visto tanti segni, che non v’è più bisogno di miracoli.[145] Che miracolo maggiore del crescere di questa dottrina, fra tante contradizioni? Cittadini, donne, bisogna mettere la vita per questa verità. Io mi volgo a te, o Signore, tu moristi per la verità, ed io li prego che tu mi faccia morire solo in sua difesa, a salute dei tuoi eletti e di questo popolo.»[146]
Il giorno 15 di quel mese, fece in San Marco una lezione intorno all’ufficio e carattere del sacerdote; ed i vizi del clero furon allora terribilmente condannati. «Quando io penso alla vita dei sacerdoti, mi bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti; perchè si vede che un gran flagello è sopra di loro. La chierica è quella che mantiene ogni scelleratezza. Comincia pur da Roma: e’ si fanno beffe di Cristo e dei Santi; son peggio che Turchi, peggio che Mori. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizi, e si vendono a chi più ne dà! Credete che Gesù Cristo voglia più sopportarlo? Guai, guai all’Italia ed a Roma! — Venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei; vediamo se possiamo risuscitare un poco l’amore di Dio. — Oh Padre! noi saremo messi in prigione, noi saremo perseguitati e morti: sia pure. Ammazzino quanto vogliono, chè non mi torranno, però, Cristo dal cuore. Io voglio morire per il mio Dio.
»Tu sei stato a Roma, e conosci pur la vita di questi preti. Dimmi: che ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno cortigiani, e scudieri, e cavalli, e cani; le loro case son piene di tappeti, di sete, di profumi e di servi: párti che questa sia la Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo, e non è minore la loro avarizia. Ogni cosa fanno per danaro, e le campane loro suonano ad avarizia, e non chiamano che pane, danari e candele. Vanno in coro a vespri ed offici, perchè vi corre il guadagno; non vanno ai mattutini, perchè non v’è distribuzione. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti, vendono le messe dei matrimonii, vendono ogni cosa. E, poi, hanno paura della scomunica! Non vogliono partecipare in divinis con chi viene alla predica; ma non rammentano che sono stati ad accompagnare il morto con i frati stessi di San Marco. Dove, adunque, ne va il guadagno, la scomunica non vale; ma dove torna loro a proposito, la vale. O Signore, Signore, manda la tua spada!»[147]
Avanti che finisse il carnevale, fece il Savonarola altre due prediche. Nella prima di esse, fatta la domenica della Sessagesima (18 febbraio), discorreva intorno al papa ed alla sua autorità, dicendo: «Io presuppongo che non è uomo alcuno che non possa errare. Tu se’ pazzo a dire che il papa non possa errare: quanti papi sono stati cattivi, che hanno errato!... Se e’ fossi vero che un papa non può mai errare; noi dovrem, dunque, fare quel che fanno essi, e saremmo salvi? Tu dirai: in quanto uomo, un papa può errare; ma non in quanto papa; e io ti rispondo che il papa può errare, anche in questi processi e sentenzie sue.[148] Va’, leggi quante costituzioni ha fatte un papa, e un altro le ha guaste; e quante opinioni di papi, son contrarie fatte da altri papi.» Dopo ciò, dichiarava che gli errori del papa possono nascere o da mala volontà o da false informazioni; e, quindi, faceva la storia di tutti i brevi venuti contro di lui, e delle contradizioni che V’erano; il che non staremo a ripetere, per averlo altrove minutamente raccontato.
«Ma perchè mai a Roma si adopera tanto contro di me? Credi forse per la religione? Non già. Essi vogliono mutare governo, vogliono far tirannia; e non si curano che vada per terra il ben vivere, il quale sorge colla nostra dottrina, e cade con essa. Chi, adunque, combatte questa dottrina, combatte la carità evangelica ed è veramente eretico. Ma oggi, i predicatori sono al soldo de’ gran maestri, ed hanno gran paura di dire la verità e contrastare a chi è sopra di loro. Non seguiva così, quando i sacerdoti avevano dentro il vero spirito cristiano: allora San Paolo riprendeva San Pietro, innanzi a tutti, quia reprehensibilis erat.»
»Queste, adunque, son le ragioni che m’hanno impedito di scrivere a Roma, e dire che io avevo errato. Ed a voi, che citate sempre canoni e capitoli, rispondo che sono molti i quali li allegano, senza sapere quel che si vogliano. Questi vostri canoni, voi li tirate e intendete a vostro modo; e fate lecito e illecito quel che vi pare, sino al vendere i benefizii. Ho inteso che c’è chi consiglierebbe apertamente di farlo: ora non voglio entrare in questa disputa; ma un dì, forse, mi basterà l’animo di mostrare che questa è una schietta eresia.»[149]
Nella domenica della Quinquagesima, il Savonarola fece l’ultima predica di quel carnevale, trattando il medesimo soggetto, coi medesimi argomenti. «Le leggi sono fatte per il bene; e debbono, perciò, concordare con la ragione e con la carità. — Fàtti innanzi, prete o frate, che t’ho preso per il braccio, e voglio provarti che tu sei come una immagine dipinta: nulla di buono al di dentro. — Se il fine della legge è il bene, la qualità della legge si conosce dai frutti che porta: ove sono le buone opere, ivi è la buona legge; ove le opere son cattive, ivi manca la buona legge. — Oh Padre! ma se tutto il mondo ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio; questa scomunica contrasta al ben vivere, e perciò viene dal diavolo. — Oh Padre! dicon, pure, li canoni, che quando la scomunica è ingiusta ed il suo errore è occulto, bisogna temerla, per non far nascere scandalo. — Questo è vero: quando tu vieni scomunicato d’un peccato del quale sei innocente, e di cui il popolo ti crede colpevole; allora bisogna sottomettersi, per evitare lo scandalo. Ma, quando la tua innocenza è fatta palese agli occhi del mondo, come è il caso nostro, che scandalo puoi allora temere? Io ti dico di più, che se tu sei scomunicato in modo che, a volere osservare la scomunica, ti bisogna andare contro alla carità; allora tu saresti obbligato a non osservarla. Se ti fosse proibito, sotto pena di scomunica latæ sententiæ, di non soccorrere uno che fosse in estrema necessità; io ti so dire, che non ci è allora scomunica che tenga. Credi tu che le leggi sieno fatte per il male? Se le sentenze ingiuste dovessero valere, un cattivo papa potria guastare tutta la Chiesa, e bisognerebbe sottomettersi. Per me ti dico, che queste scomuniche sono oggi a buona derrata; ed ognuno, per quattro lire, può escomunicare chi gli piace: onde esse non valgono nulla.»
Il Savonarola conchiudeva quella predica, annunziando che, nell’ultimo giorno di carnevale, avrebbe celebrata una messa, e data al popolo una solenne benedizione nella piazza del convento. «Quando io sarò col Sacramento in mano,» egli disse, «prego ognuno di voi che faccia fervida orazione al Signore; perchè, se quest’opera non viene da Lui, mandi un fuoco che mi assorba nell’inferno. Fate, ancora, una simile orazione in tutti questi giorni; scrivetelo ed annunziatelo a tutti.»[150] Era quella fede cieca e superstiziosa nel soprannaturale, da cui il Savonarola non seppe mai liberarsi, e che minacciava sempre d’esser causa della sua rovina. Egli era certissimo, che il Signore avrebbe fatto qualche gran miracolo a provare la verità della sua dottrina, quando l’ora del cimento fosse venuta. Lo diceva e ripeteva con una ingenuità importuna, e singolarmente adatta a far nascere, ne’ suoi avversari, il desiderio di prenderlo in parola.
La solennità dell’ultimo giorno di carnevale, fu certo delle più singolari. Dopo la messa solenne, una gran moltitudine venne comunicata per le mani del Savonarola che, fatta una processione pel convento, salì sopra un pergamo di legno, costruito a bella posta sulla porta principale della Chiesa. Ivi, mentre che gli altri frati cantavano salmi, fece alcune orazioni; si volse, quindi, a tutto il popolo radunato nella piazza; gli rammentò di fare la convenuta orazione; prese in mano il Sacramento e, benedicendo la moltitudine prostrata e commossa, diceva a bassa voce: «O Signore, se io non opero con sincerità di animo, se le mie parole non vengono da te, fulminami in questo momento.» Nel suo volto era espresso uno straordinario esaltamento, e si leggeva tutta la fede, con cui quelle parole venivano pronunziate.
Dopo desinare, il popolo andò nuovamente in processione per la città; onde raccoglier limosine e fare il secondo bruciamento delle vanità. Questa volta, però, s’ebbero a soffrire ingiurie ed insulti dai Compagnacci, i quali a chi strapparono il mantello e levaron di mano le crocette rosse, a chi tirarono colpi con pietre o bastoni. Arrivati, finalmente, nella piazza de’ Signori, vi trovarono apparecchiata la piramide delle vanità, il cui valore, se bisogna credere al Burlamacchi, superava, questa volta, quello dello scorso carnevale. Sulla cima di essa v’era una immagine, in rilievo, di Lucifero circondato dai sette peccati mortali. La moltitudine, radunata intorno alla piramide, cantò il Te Deum; e poi fu appiccato il fuoco e compiuto il bruciamento, tra le grida di frenetica esultanza. La processione volse allora il suo cammino verso la piazza del Duomo; e quivi si fermò, per dare le limosine raccolte ai Buonuomini di San Martino. Procedette, quindi, verso San Marco, dove piantarono il Crocifisso in mezzo alla piazza: intorno ad esso frati e secolari, dandosi la mano, formarono tre cerchi; e, girando, cantavano salmi e canzoni spirituali.[151]
Così ebbe fine il carnevale dell’anno 1498, nel quale s’erano da capo ridestate le passioni, eccitati gli animi, e c’era grande espettazione di cose straordinarie. Le nuove prediche del Savonarola, sia per la forza delle ragioni che adduceva, sia per la loro grande audacia, erano accolte dal popolo con favore grandissimo e sempre crescente. Appena finite, eran subito stampate in opuscoli separati, e correvano per tutta Italia e fuori: «Perfino d’Alemagna,» esso diceva, «ci vengono lettere dei nuovi seguaci, che va acquistando la nostra dottrina.»[152] Era cominciato, per tutto, un fremito generale contro la corte di Roma; il che metteva Alessandro Borgia in quel furore che ognuno si può immaginare. «A Roma,» così una delle tante lettere, che si scrivevano allora su questo soggetto, «s’è cominciato a sentire il suo nuovo predicare e fannone gran caso. Io dubito di più serrata guerra, e che cominceranno a venire ad arme corte: il nostro ambasciatore che si trova colà, ne comincia avere paura.»[153] Infatti, ogni giorno arrivavano lettere dagli oratori di Roma, e messer Domenico Bonsi scriveva: «Io sono assalito da una moltitudine di cardinali e prelati, i quali tutti vengono a biasimare fieramente la condotta della Signoria, e dicono del grande sdegno del papa. Voi avete qui tanti nemici, che soffieranno tutti abilissimamente in questo fuoco.»[154] Ormai, nella corte di Roma, non si ragionava più d’altro che dell’audacia di questo frate; il quale non voleva riconoscere autorità superiore a quella di Dio e della propria coscienza; che chiamava papa Alessandro ferro rotto, e ardiva dire che chi credeva alla validità della scomunica era eretico! Queste voci risuonavano continuamente alle orecchie del papa, il cui furore era talmente cresciuto, che minacciava d’ora in ora dover prorompere. E fra coloro che più indefessamente s’adoperavano ad aizzarlo, v’era quel frate Mariano da Gennazzano, che aveva giurato di compiere la sua vendetta, ed ora vedeva avvicinarsene il tempo. Tali e tante furono le accuse da lui mosse contro alla dottrina del Savonarola, che finalmente ricevette dal papa commissione di confutarla pubblicamente in sul pergamo.
Nella prima domenica di quaresima, la chiesa degli Agostiniani in Roma, era piena d’una moltitudine insolita: innanzi al maggiore altare, stavano seduti molti cardinali e prelati di grande autorità, venuti tutti per assistere alla predica di frà Mariano. I fatti, però, non risposero punto al nome che egli aveva, di grande teologo ed oratore. Incominciò a parlare dell’autorità del pontefice, e dello Spirito Santo che discende in lui, come negli apostoli; ma, in luogo di definire e di confutare, fin dal principio si lasciò vincer dall’ira, e proruppe, gridando e schiamazzando, in parole quasi oscene. «Questo è il vero lume,» egli diceva; «non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo, e ardisce dire che il papa è ferro rotto. L’ebreone, il ribaldone, il ladrone, che ha rubato danari, ed ha i tesori nascosti! — O papa, o cardinali, come sopportate voi questo mostro, questa idra? È venuta, dunque, a tale l’autorità della Chiesa, che un briacone come questo, se l’abbia a gettar sotto i piedi, così vituperosamente? O Collegio, o Pontefice, pigliate provvisione; voi non sapete quello che egli si macchina; e’ dirà cose da fare oscurare il sole. Ma voi non provvedete, ed ormai vi si può fare le fiche negli occhi; che se non fosse per reverenzia, ve le farei.» — E nondimeno, volgendosi verso i cardinali, fece l’atto osceno, e gridava che pareva un energumeno. L’uditorio rimase scontentissimo d’un predicare così plateale; ed i cardinali che si aspettavano una confutazione ragionata, non poterono fare ammeno di non manifestare continuamente, coi cenni del capo, la loro disapprovazione. E così il Gennazzano si trovava, anche allora, sconfitto.[155]
In questo mezzo il Savonarola, sempre instancabile, dava alla luce un nuovo Trattato circa il reggimento e governo della città di Firenze.[156] Era stato invitato a scriverlo dalla passata Signoria: ed egli, siccome dice nel suo proemio, accolse volentieri l’invito, «perchè, avendo predicato la verità della fede, la semplicità del vivere cristiano, le cose future ed il buon governo, solo per quest’ultimo argomento non avea scritto apposito trattato.[157] Ed ora lo faceva, credendola cosa utile al popolo, e necessaria al suo ufficio, per sempre più dimostrare come egli predicava dottrina sana e non contraria alla Chiesa.» La prima parte di questo breve trattato dimostra che l’uomo, essendo libero, ha bisogno di governo, e che il governo d’un solo è ottimo, quando il principe è buono. Questo governo, però, non si adatta ad ogni popolo; e l’indole varia, irrequieta, ambiziosa del popolo fiorentino richiede il governo civile, o sia la repubblica. La seconda parte ragiona del governo d’un solo, quando il principe è cattivo, o in altri termini della tirannide. Qui noi troviamo la descrizione del tiranno e dei mali che esso cagiona, forse ancora più eloquente che non fece nelle prediche, certo più corretta e limata. Nella terza ed ultima parte, si ragiona del governo civile che risiede tutto nel Consiglio Maggiore il quale, solamente, deve avere la facoltà di dare gli uffici, per evitare così ad un tempo l’anarchia popolare e la tirannide dei pochi. L’autore conclude, descrivendo la miseria del tiranno, e le felicità che avranno, sì in terra come in cielo, coloro che governano liberamente. Si tiene, però, sempre sui generali; avendo il proposito di scrivere, in tempi più tranquilli, un trattato latino più serio e ponderato. Per ora, fra tante agitazioni, egli ragionava solamente al popolo; e questo, infatti, è tra i suoi scritti il più noto e popolare, a cagione d’uno stile semplice, energico ed eloquente.
E intanto il Savonarola, senza punto sgomentarsi, era di nuovo salito sul pergamo; e, fin dal principio di quaresima, aveva incominciato regolarmente le sue prediche. Si rallegrava del carnevale celebrato con devozione, condannava le ingiurie fatte dai Compagnacci, discorreva intorno al ben vivere, e poi si volgeva a ciò che era divenuto, quasi, unico argomento de’ suoi sermoni: «O Roma! che cosa ti chiedo io? Una Bolla per ben vivere; e questo è tutto quello che vorrei da te; ma qui, invece, si attende a cercar Bolle che gettino per terra il ben vivere.»[158] Egli incominciava piuttosto moderato, sperando di procedere oltre senza nuovi ostacoli; ma il papa era assai cresciuto nel suo furore; minacciava l’interdetto sulla città, e la confisca di tutti i beni dei mercatanti fiorentini in Roma; voleva, anche, sotto pena di scomunica, imporre ad ogni Stato cristiano di fare lo stesso.
Quest’impeto, però, venne in parte moderato dai più prudenti cardinali; i quali gli fecero considerare come le cose del Savonarola avevano talmente commosso l’animo dell’universale, che per tutto si minacciava uno scisma nella Chiesa; come non mancava altro che un ecclesiastico di qualche reputazione, il quale volesse divenirne capo; e questi poteva facilmente trovarsi nel cardinale di San Piero in Vincola.[159] Tali considerazioni sospesero, alquanto, la prima volontà del papa; e lo decisero, invece, di mandare alla Signoria, in data del 26 febbraio, un Breve assai minaccioso, che diceva: «Avendo noi avuto notizia dei perniciosi errori che spargeva il figlio d’iniquità, Girolamo Savonarola, gl’imponemmo di astenersi affatto dalla predica, e venire a noi per fare scusa ed ammenda; ma egli non ha punto obbedito. Gli comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse la Congregazione di San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana; ed egli neppure volle obbedire, incorrendo così, ipso facto, nella scomunica minacciata. La quale scomunica noi facemmo pronunziare e pubblicare nelle vostre principali chiese, dichiarando che v’incorrevano tutti coloro che o udivano o discorrevano o trattavano col detto frate Girolamo. Ma ora udiamo come egli, con grave danno della religione e delle anime, continua a predicare, dispregiando l’autorità della Santa Sede, e dicendo la scomunica non essere valida. Epperò vi comandiamo, in virtù di santa obbedienza, che, sotto buona custodia, ci mandiate il detto fra Girolamo il quale, se ritorna a penitenza, verrà da noi paternamente accolto; perchè non vogliamo la morte, ma la conversione del peccatore. O almeno separatelo, quale membro corrotto, dal resto del popolo; e tenetelo chiuso e guardato in modo che non possa, parlando con alcuno, seminar nuovi scandali. Ma se ricusate d’obbedire a questi comandi; allora noi, per conservare il decoro e l’autorità della Santa Sede, saremo costretti ricorrere all’interdetto e ad altri rimedi, ancora più efficaci.»[160]
Un altro Breve arrivò nello stesso tempo ai canonici del Duomo, ed ordinava che assolutamente vietassero al Savonarola il predicare nella loro chiesa. Infatti, sin dal 2 marzo, terzo giorno di quaresima, lo troviamo a continuare le sue prediche in San Marco, ove cominciava col dire: «Noi vi demmo prova di coraggio, quando era necessario; e siamo disposti a darvene altre, quando verrà il momento; ma ora bisogna piuttosto usare moderazione.»[161] E così cercava di restare inoffensivo.
La nuova Signoria, per marzo ed aprile, gli era intanto risultata quasi tutta contraria: tre membri soli erano a lui favorevoli, gli altri sei nimicissimi, fra i quali si trovava il gonfaloniere. Questi era cugino di Piero de’ Medici, ed aveva, in origine, portato il suo stesso nome che, nella rivoluzione del 94, aveva mutato in quello di Piero Popoleschi. Il sangue che scorreva nelle sue vene, però, era rimasto sempre pallesco. Non s’era unito ai Bigi; ma si dètte, invece, agli Arrabbiati con grandissimo ardore, ed era, quindi, uno dei principali persecutori del Savonarola. Per tutte queste ragioni, subito che i nuovi Signori ricevettero il breve papale, pensarono di raccoglier la pratica; onde far ricadere sopra di essa la responsabilità di quelle decisioni che volevano prendere, e che sapevano assai odiose all’universale. Il giorno tre di marzo, adunque, domandavano consiglio sul come provvedere alle cose di Pisa, alla penuria grandissima di danaro; e finalmente chiedevano che partito prendere circa al Frate, dopo il Breve venuto da Roma: questo era veramente lo scopo per cui erano stati radunati.
I Gonfalonieri delle compagnie, i Buoni Uomini ed altri magistrati si tenevano sulle generali; dicevano che bisognava mitigare l’animo del papa, facendogli comprendere come, a voler porre le mani sul Frate, si sarebbe messo la città intera a grandissimo repentaglio. Messer Battista Ridolfi fece, però, una lunga orazione, in nome dei Dieci di Libertà e Pace;[162] giacchè questi avevano l’obbligo di rispondere più particolarmente a varie domande della Signoria. Egli fece un tristissimo quadro delle condizioni in cui versava la repubblica: «Noi abbiamo speso» egli diceva: «ventimila ducati, e dei quindicimila al mese che ci avete assegnati, non s’è ricevuto quasi nulla. I nemici crescono ogni giorno; le navi venete stanno sulla bocca di Livorno; il caro dei viveri e il disordine dei militi, c’impedirebbero di fare qualunque movimento, quando ne venisse il bisogno. A Livorno, luogo importantissimo pel grano, per la mercanzia e per le artiglierie, occorrono ripari che non si fanno, per la spesa. Volterra, che avrebbe bisogno di guardia, è tutta desolata; le colline sono abbandonate, ed al primo moto verrebbero in mano del nemico. Così, pure, le terre del piano. Pescia e tutta la vallata è esposta ai nemici. Dalla parte di sopra Vagliano, luogo importante assai, conestabili, commissari e fanti, tutti gridano danari! I Pisani scorrono già in Maremma, ed il contagio fa il resto. Desiderano, perciò, quei miei signori che si provveda in ogni modo, perchè ne corre tutta l’importanza dello Stato; e di qualunque cosa potesse occorrere, se ne scusano coram Deo.»
Veniva finalmente il Ridolfi a discorrere del Savonarola e diceva: «Pensano quei miei Signori, che non sia da disgustarsi col pontefice; ma che pure si guardi all’onore di Dio e della repubblica. Che si debba, perciò, esaminare e ponderare tutto quello che dice il papa, e vedere se egli si rammarica giustamente, o no; se ciò che comanda è vero e bene, o pur no. Essi non dubitano punto che nel Frate sia buona vita e gran dottrina; nè sanno che in Firenze abbia mai partorito male, ma sempre bene, e nello spirituale e nel temporale. Onde, se il pontefice viene contro a questa cosa, per essere male informato; se gli scriva subito e dichiari tutto; ma se (come essi credono) la faccenda sta altrimenti, allora si provveda solo all’onore della città. Perchè, in vero,» concludeva il Ridolfi, «le lettere di Milano accertano che il papa si è mutato ad un tratto, ed è divenuto minaccioso contro la Repubblica; non per le prediche del Frate solamente, ma ancora per altre non buone ragioni;[163] le risposte, perciò, potrebbero essere facili e brevi. Quei miei Signori osservano, da ultimo, che questo Frate è popolarissimo; e rammentano che per la cacciata di fra Bernardino, tutti capitaron male.»[164]
Le pancate dissero: «Che il Breve era assai dispiaciuto; che, cacciando il Frate da Firenze, si poneva la città intera in grave pericolo; ma, volendo dare al papa un qualche segno d’obbedienza, si poteva impedire al Frate di predicare nel Duomo, tanto più che egli s’era, fin dal giorno innanzi, ritirato in San Marco.»[165]
La Signoria dovette cedere ad un parere, espresso nella Pratica con sì grande maggioranza di voti; e l’indomani (4 marzo), andarono a Roma più lettere dei Dieci all’oratore con entro acclusa una dei Signori al papa. In essa dicevano come, sin dall’arrivo dell’ultimo breve, il Savonarola s’era, per segno di obbedienza, ritirato in San Marco; lodavano la sua dottrina, la vita, le profezie; accusavano i suoi nemici «i quali,» così essi dicevano, «odiano più la luce che le tenebre, e non fanno altro che cercare causa di civili discordie.» Concludevano finalmente: «Noi non possiamo obbedire al comando di V. S., non solamente perchè faremmo cosa indegna verso la nostra repubblica, ed ingiusta verso un uomo che ha sì bene meritato della patria; ma perchè, anche volendo, non potremmo farlo, senza popolare discordia e grave pericolo di molti: tale e tanto è il favore che s’è conciliato questo frate, colla sua integrità. A noi duole grandemente, che queste cose abbiano fatto rivolger da noi l’animo di S. S., la quale, adesso, ci toglie quelle speranze che ci aveva già date, pel materiale vantaggio della nostra repubblica.[166] Non pertanto, ci manterremo, quali sempre fummo, fedeli alla Chiesa ed alla fede cattolica; questo però dichiarando, che abbiamo a cuore più la nostra repubblica che gli altrui commodi.»[167]
In vero, non è molto facile comprendere, come una Signoria così avversa al Savonarola, potesse scrivere tanto energicamente in suo favore.[168] Forse, questo era il linguaggio diplomatico che essa teneva, perchè astrettavi dalla Pratica; mentre in segreto poteva far consigliare al papa, che pigliasse occasione a rispondere con più violenza. Forse anche, i Dieci, stati sempre amici del Frate, o il segretario della repubblica, contribuirono a renderla più benigna. Certo è che la lettera andò in nome della nuova Signoria, e che il Savonarola continuava tranquillamente le sue prediche in San Marco.
La chiesa non bastando alla moltitudine degli uditori, se ne concedeva l’entrata solo agli uomini; le donne andarono prima in San Lorenzo; e poi, quando i canonici non vollero più concedere l’entrata, a San Niccolò in via del Cocomero, per udire le prediche di Fra Domenico da Pescia. Pur tali e tante furono le istanze che fecero presso al Savonarola, per udire la sua voce, che egli dovette destinar loro il sabato.[169]
Durante quest’ultima quaresima, fu argomento continuo delle sue prediche, il determinare come e quando possa errare il papa: «Dire che il papa, come tale, non possa errare; è come dire: — il cristiano in quanto cristiano, il religioso in quanto religioso non possono errare; — ma come uomo erra il cristiano, il religioso ed il papa[170]... In quanto papa, non può errare, perchè allora egli deve andar dietro all’officio suo; quando egli erra, non è papa; e se comanda una cosa di errore, non comanda come papa.....[171] O Frate, il papa è Dio in terra ed è vicario di Cristo. — Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si ami il proprio fratello e che si facci il bene: adunque, se il papa ti comandasse una cosa contraria alla carità, e tu lo facessi; tu allora vuoi che il papa facci più che non fa Dio....»[172] »Il papa può errare non solo per false informazioni; ma qualche volta ancora perchè ha in odio la carità, come fu papa Bonifacio VIII, che fu un papa cattivo, al quale il demonio disse: io voglio che tu guasti questo ordine dei frati predicatori....: entrò come volpe e morì come cane.».... «Ed il nostro ordine spesso ha combattuto e resistito a papi che volevano il male.[173] Non se ne vede oggi l’esperimento? Se io voglio uscire della religione e far male, mi è subito fatta la Bolla e data licenza; ma al bene non ci è luogo nessuno.[174] E ciò che tanto ha corrotto la Chiesa, è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era santa; ma quando le fu data la potestà temporale, allora andò per terra la potestà spirituale: essa cadde nella polvere delle ricchezze e delle cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia.»[175]
Questa volta il Savonarola si fece ardito, ancora, di toccare più esplicitamente il soggetto del Concilio, sul quale era andato sempre cautissimo, accennandolo sotto quella metafora del dar volta alla chiaretta, o simili. Incominciò con una citazione latina: «Venerunt simul, et congregarerunt cunctos seniores filiorum Israel.... Questo è un bel punto; ma io lo voglio serbare ancora un pezzo, e metterlo nella scarsella: non è ancora tempo. Solo dirò questo: — Dimmi, Firenze, che vuol dire Concilio? Non è più a memoria degli uomini che cosa sia concilio; che vuol dire che i vostri figliuoli non ne sanno nulla; che vuol dire che non se ne fa più oggi? — O padre, e’ non si può congregare. — Tu dici forse il vero; ma io non so, se tu l’intendi come me: Concilio vuol dire congregare la Chiesa, idest tutti li buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda propriamente Chiesa, se non dove è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo; e per questa cagione tu potresti dire che non si possa fare Concilio. Nel Concilio s’hanno a fare riformatori che riformino le cose giuste: chi saranno questi riformatori? Item, nel Concilio si castigano li cattivi cherici, si depone il vescovo che è stato simoniaco o scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! Forse non ne rimarrebbe nessuno... Ecco perchè non si può radunare questo Concilio. — Che s’ha dunque a fare? — Pregate il Signore che si possa finalmente congregare una volta, per favorire ed aiutare chi vuol far bene, e per combattere i tristi.»[176]
Da queste parole si vedeva, ormai, chiaramente che il Savonarola aspettava solo una favorevole occasione; onde arrischiarsi al tentativo di far radunare il concilio, per poi attaccare il Borgia a visiera levata, e riformare la Chiesa. Epperò, se quelle parole adirassero il Santo Padre, ognuno può facilmente immaginarlo; ma fino a che segno giungesse l’ira papale, quali e quante fossero le arti dal Borgia adoperate, per combattere efficacemente il Frate e piegar la repubblica ai suoi disegni; si può solo conoscerlo, seguendo la narrazione della storia. Il dramma si va, ora, di giorno in giorno complicando; nuove passioni e nuove trame lo affrettano precipitosamente al suo fine.
CAPITOLO SESTO.
Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa; nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi.
La lettera che la Signoria aveva scritta in difesa del Savonarola, giunse a Roma la sera del 6 marzo; cd il giorno seguente i due ambasciatori fiorentini, Domenico Bonsi ed Alessandro Braccio, la recarono al papa che, fattala leggere dal suo segretario, ne sembrò molto adirato. «I vostri Signori,» egli disse, «mi hanno scritto una trista lettera. Io non sono male informato, perchè ho letto le prediche del vostro Frate e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che il papa è un ferro rotto, che è eretico chi crede alla scomunica, e che egli, piuttostochè chiederne assoluzione, vorrebbe andare all’inferno.» E qui il santo Padre, riscaldandosi sempre più nel discorso, si doleva che i Signori lasciassero liberamente predicare il Frate; diceva che neppure il suo ritirarsi in San Marco era proceduto per loro ordine; aggiungendo come egli voleva che la predica in ogni modo cessasse. Minacciava, quindi, di porre l’interdetto sopra tutta la città, con tali parole che gli oratori, dopo aver riferito ai Dieci il colloquio avuto, conchiudevano: «Noi tocchiamo con mano, che così seguirà veramente, senza riguardo alcuno.» S’erano adoperati a difendere il carattere e la dottrina del Savonarola; ma il papa li lasciò prima parlare, poi replicò: «che egli non lo condannava della buona dottrina; ma sì bene perchè, essendo scomunicato, non chiedeva l’assoluzione, con evidente dispregio della Santa Sede.»
Finito questo colloquio, i due oratori si partirono; ed il Santo Padre s’abbandonò, in presenza di molti vescovi e cardinali, a tutto il suo furore spagnuolo, minacciando ogni rovina alla Repubblica ed al Frate; per il che molti degli astanti andarono al Bonsi, e lo pregarono che volesse persuadere ai Signori la necessità di prendere un qualche provvedimento, ed in ogni modo, impedire la predica, se volevano evitare qualche grave danno alla repubblica. Piero de’ Medici, infatti, andava facendo larghissime promesse ed offerte, pel caso che lo restaurassero in Firenze; ed il papa non solo era deciso a porre l’interdetto sulla città; ma voleva anche, sotto pena di scomunica, impedire a tutti i cristiani d’avere alcun rapporto coi mercatanti fiorentini. In tale e tanto disfavore si trovavano, poi, a Roma le cose di Firenze, che gli oratori scrivevano d’essere, perfino, in pericolo della propria vita. Il Bonsi stesso aveva ricevuto una ferita, di cui non si potè sapere altro, se non che il supposto autore otteneva favore in corte e sembrava sicario de’ Medici. Il medesimo oratore ragguagliava di tutto ciò i Dieci, in una lettera del 7 marzo;[177] ed il 9 dello stesso mese scriveva ai Signori,[178] accludendo un ultimo breve del papa, assai più minaccioso e terribile del solito. «Noi non avremmo giammai pensato,» esso diceva, «che la vostra audacia vi facesse insorgere a contendere con noi circa le cose di frate Girolamo Savonarola; quasi foste a disputare una lite, e non fosse, invece, vostro dovere di dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a Dio quel che è di Dio. Ormai però, è necessario di metter termine a queste lettere e Brevi che moltiplicano all’infinito. Sappiate, adunque, e tenete per certo che cotesto Fra Girolamo è scomunicato, non per alcuna istigazione o per false informazioni; ma per la sua disobbedienza al nostro comando, di unirsi alla nuova congregazione Tosco-Romana.[179] Noi non lo condanniamo delle sue buone opere; ma vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia, e volentieri glielo concederemo, quando si sarà umiliato ai nostri piedi. La vostra condotta, però, ci ha gravemente indegnati; e non saremo per fermarci mai, fino a che non venga riparato l’onore e la dignità della Santa Sede, che cotesto vermiciattolo ha potuto, col vostro aiuto, offendere.[180] Prendete, adunque, maturo consiglio sopra i casi vostri; giacchè, siccome voi sarete pronti alla obbedienza, così ci piegheremo a concedervi quelle cose che ci avete chiesto pel materiale interesse della vostra repubblica.[181] In ogni modo, non vogliate rispondere con altre lettere, ma solo coi fatti; perchè noi siamo fermissimamente decisi a non tollerare più oltre la vostra disobbedienza; e porremo l’interdetto sopra tutta la città, per farlo durare fino a tanto, che voi continuerete a prestar favore a cotesto vostro mostruoso idolo.»[182]
L’arrivo d’un tal Breve decise la Signoria a raccogliere una Pratica; ed il 14 marzo furono chiamati a radunarsi; insieme coi magistrati, 25 cittadini per ogni quartiere. I quali, dopo molto discutere, non seppero deliberare nulla; onde si radunarono di nuovo il 17 dello stesso mese. Quel giorno era stato scelto come Proposto Giovanni Berlinghieri, nemico audacissimo del Frate; ed esso, unendosi col Gonfaloniere Pietro Popoleschi, potè riuscire a far deliberare, che s’inibisse affatto la predica al Savonarola, malgrado la volontà avversa di molti altri.[183] Subito ne fu mandato avviso a Roma, ed immantinente vennero lietissime lettere del papa che lodava a cielo la Signoria, faceva grandi promesse, e raccomandava caldissimamente di non concedere ad alcun altro frate di S. Marco il permesso di predicare.[184]
Il giorno stesso in cui si tenne la Pratica, il Savonarola aveva predicato alle donne. La sua predica era stata piena d’affetto, e quasi un cantico di lode al Signore; v’era una grande poesia ed una grandissima desolazione. «Signore, noi non ti domandiamo tranquillità, non che cessi la tribolazione; domandiamo spirito, domandiamo amore; dacci fortezza e dacci la grazia per resistere alle avversità; noi vorremmo che fusse fatto il tuo amore sulla terra. Tu vedi che i cattivi diventano sempre peggiori e più incorreggibili; stendi, adunque, la tua potenza e la tua mano: a me non resta altro che piangere.» Quella sera stessa ricevette l’ordine di non più predicare, e l’indomani, terza Domenica di quaresima, fece il suo ultimo sermone, in cui prese commiato dal popolo.
Incominciava con un discorso tutto scolastico sulle cause prime e sulle cause seconde; diceva che in mancanza delle cause seconde, bisogna ricorrere alle prime, e poi veniva all’applicazione del principio. «Così nella Chiesa, il fedele si deve rivolgere dapprima al suo parroco o confessore; mancando questi, al vescovo, al papa; e, finalmente, quando tutta la potestà ecclesiastica è corrotta, bisogna rivolgersi a Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo e papa; provvedi alla Chiesa che rovina; incomincia la tua vendetta. — O Frate! tu debiliti la potestà ecclesiastica. — Questo non è vero; io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione della romana Chiesa; non la debilito punto, anzi l’aumento. Ma io non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va contro al bene, non è da Dio, ma dal diavolo.[185]» Volgeva, quindi, il discorso a dire delle grandi difficoltà incontrate nel predicare la sua dottrina, della fiera lotta che aveva sostenuta, e dell’irresistibile impulso che ve lo avea trascinato.
«Qualche volta, quando io sono sceso dal pergamo, ho fatto pensiero e detto: io non voglio più parlare nè predicare di queste cose; ma voglio starmene e lasciar fare a Dio. E pure, come io sono poi salito quassù, non ho potuto contenermi, non ho potuto fare altro. Il parlare del Signore mi si è fatto, in questo luogo, come un fuoco estenuante, rinchiuso nelle ossa mie e nel cuor mio; e non ho potuto contenerlo e non posso fare che io non parli, perchè io mi sento tutto ardere, mi sento tutto infiammato dallo Spirito del Signore. Ma, poi, quando io son giuso, dico da me: io non voglio più parlare di quelle cose. E tamen, come io son montato quassù, non si può frenare questa lingua, non si posson tenere queste parole. O Signor mio, o Spirito, tu non hai paura di persona del mondo; tu non guardi in faccia di uomo e sia chi ei si voglia; tu dici la verità a ciascheduno. O Spirito, tu vai eccitando persecuzioni e tribolazioni contro di te; tu vai commovendo le onde del mare come fa il vento tu vai eccitando le tempeste.....» «Io dico: deh! resta; ma egli risponde che non si può fare altrimenti. Lasciamo, dunque, fare al Signore; egli è il maestro che adopera lo strumento al suo fine, e quando non ne ha più bisogno, lo getta via, come fece di Geremia che fu lapidato: e così sarà anche di noi, quando saremo adoperati. Orsù noi siamo contenti: faccia pure il Signore, chè quanto più male sarà quaggiù, tanto sarà maggior corona in cielo.»
Finalmente il Savonarola annunziava l’ordine ricevuto, e prendeva commiato dal suo uditorio: «Ieri a tre ore di notte, venne qui ambasceria da parte di chi regge, e disse che mi pregavano, per più rispetti, di non predicare. Io risposi: — Venite voi da’ vostri Signori? — Sì. — Ed anche io debbo consultare il mio Signore: domani vi darò la risposta. — Adesso rispondo quassù, che il Signore vi ha esauditi e non esauditi: esauditi quanto al farmi astenere dalla predica, non esauditi quanto alla vostra salute. Male nuove son per Firenze, sventure le cadranno sopra. Voi temete l’interdetto; ma il Signore saprà mandarne uno che farà perdere ai cattivi la vita e la roba. Noi faremo colle orazioni ciò che non possiamo fare colla predica; lo stesso raccomandiamo ai buoni. O Signore, io te li raccomando, e li prego di non indugiare più oltre le tue promesse.»[186]
Così il giorno 18 marzo dell’anno 1498, finiva la predicazione di frate Girolamo Savonarola, continuata in Firenze per otto anni, senza altra interruzione che la breve gita a Bologna e qualche scorsa di pochi giorni a Prato, Pistoia, Siena e Pisa, ove sempre andava col medesimo oggetto di predicare. Nell’avvento e nella quaresima, egli era tutti i giorni sul pergamo; nei mesi intermedii, vi saliva tutte le feste: così ogni anno venivan fuori tre grossi volumi di sermoni. In tal modo, spese la vita e consumò la salute, pel vantaggio morale, politico e materiale di quel popolo fiorentino che ora lo condannava al silenzio. Egli, però, non era uomo da lasciarsi prendere alla sprovvista. Fin dal giorno in cui venne l’ultimo breve di Roma, aveva capito chiaramente la sua condizione, preso già il suo partito; ed il 13 marzo, ne dava lealmente avviso al papa stesso. L’indole del Savonarola era tanto nobile e generosa che, ancora nel decidersi a muovere guerra contro un nemico così subdolo e tenebroso, sentiva il bisogno di avvertirlo, perchè si mettesse sulla difesa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «io credetti sempre che fosse ufficio di buon cristiano difendere la fede e raddirizzare i costumi; ma in tale opera non ebbi altro che angustie e tribolazioni; non un solo che volesse aiutarmi. Sperai nella V. S.; ma essa, invece, s’è voluta unire ai miei nemici, ed ha dato a feroci lupi la potestà d’incrudelire contro di me. Nè furono, in alcun modo, udite le ragioni che addussi; non già a scusare il peccato, ma a provare la verità della dottrina, la mia innocenza e sottomissione alla Chiesa. Onde non posso più sperare nella V. S.; ma debbo solo rivolgermi a Colui, che elegge le cose deboli di questo mondo, per confondere i forti leoni degli uomini perversi. Egli mi aiuterà a provare e sostenere, in faccia al mondo, la santità di quest’opera, per la quale tanto patisco; e darà la giusta pena a coloro, che mi perseguitano e vorrebbero impedirla. In quanto a me, io non cerco gloria terrena, ma aspetto con desiderio la morte. La V. S. non voglia ora più indugiare, ma provveda alla sua salute.»[187]
Il Savonarola s’era deciso a fare uno sforzo supremo; per radunare il Concilio e perorare, innanzi ad esso, la propria causa; condannare la vita e gli abominevoli costumi d’Alessandro Borgia; dichiarare la sua elezione nulla, perchè simoniaca. Voleva anche dimostrare ch’esso era eretico e miscredente, onde la causa principale di tutti i mali che laceravano la Chiesa: e sembra che a ciò fare avesse ancora documenti occulti. A questo alludevano quelle sue frasi tante volte ripetute: un giorno daremo volta alla chiavetta; grideremo: Lazare, veni foras, e simili. Quel giorno, finalmente, era venuto, ed egli si decise.
Il radunare un Concilio, senza il papa o contro la sua volontà, non era allora stimato, come lo sarebbe oggi, atto d’audace insubordinazione e di violenza.[188] Secondo le decisioni di Costanza, il papa stesso era tenuto a radunarlo ogni dieci anni; e nel caso che tralasciasse di farlo, potevano i principi radunare insieme le sparse membra della Cristianità, a rappresentare la Chiesa universale. Carlo VIII che sempre era stato favorevole al Concilio, e che, istigato dal Savonarola, dal cardinale di S. Piero in Vincula e da altri, s’era molte volte trovato sul punto di prenderne l’iniziativa; volle interrogare solennemente i dottori della Sorbonna, sopra l’autorità ch’egli aveva di muovere un tal passo; ed essi pronunziarono, il giorno 7 gennaio 1497, un voto favorevole alla riunione del Concilio.[189] Tutto ciò non era bastato a decidere l’animo sempre irresoluto di quel re che rimaneva sospeso, quando più s’era condotto vicino al punto di concludere un’impresa; ma bastava ad incoraggiare fortemente il Savonarola ed il numero grandissimo di tutti coloro, che vedevano nel Concilio la sola via per correggere i mali della Chiesa, ed evitare lo scisma. E tanto più queste idee trovavano favore, in quanto che venivano sostenute da un intero partito di cardinali, alla cui testa si trovava quello di S. Piero in Vincola;[190] il quale era l’eterno nemico del Borgia, da cui era stato vinto a forza di danari, nell’ultima elezione al papato; ma sembrava che gli dovesse succedere, in caso di morte o decadenza. Egli andava, quindi, pubblicamente dichiarando nulla la elezione del Borgia; lo chiamava sempre marrano ed eretico; e molte di quelle cose che aveva dette da cardinale, confermava, quando fu papa, in una Bolla del 14 gennaio 1505.[191]
Il terreno era, dunque, apparecchiato al passo che il Savonarola voleva fare. Egli aveva, lungamente ed invano, aspettato che il re Carlo si decidesse; ma ora il tempo stringeva, e gl’indugi erano pericolosi; si decise, quindi, a gettare egli medesimo il guanto, e sfidar con ardire l’ira papale. Chiamò, dapprima, alcuni de’ suoi più fidati amici, che avevano relazioni con ambasciatori fiorentini all’estero; e commise loro di tenerli, in qualche modo, prevenuti di ciò che doveva seguire. Furono, tra costoro, Simone del Nero e Domenico Mazzinghi; il primo scrisse a suo fratello, ambasciatore in Ispagna; l’altro all’ambasciatore di Francia, suo amicissimo. Essi esaltavano la dottrina e la vita del Savonarola, accludevano la sua lettera al papa, dicendola un terribile annunzio di cose che avrebbero fatto stupire il mondo. Procedendo in questo modo, inculcavano la necessità di persuadere i principi a radunare un Concilio, onde rimediare ai mali della Chiesa; ed annunziavano che, forse, il Savonarola stesso ne avrebbe scritto ai più potenti sovrani d’Europa.[192] Infatti, queste lettere erano partite alla fine di marzo;[193] e già nei primi di maggio, il Savonarola scriveva le sue famose Lettere ai Principi, cioè ai re di Francia, Spagna, Inghilterra, Ungheria ed all’imperatore di Germania.[194]
«Il momento della vendetta è giunto,» così egli diceva, «il Signore vuol ch’io riveli nuovi segreti, e che sia manifestato al mondo il pericolo in cui versa la navicella di Pietro, a cagione della vostra lunga negligenza. La Chiesa è tutta piena d’abominazione, dal capo alle piante; e voi, non solamente non ponete mano al rimedio, ma adorate la cagione stessa del male che la contamina. Onde il Signore s’è grandemente adirato, e più tempo ha lasciato la Chiesa senza pastore.» «Io vi testifico ora in verbo Domini, che questo Alessandro non è papa, nè può esser ritenuto tale; imperocchè, lasciando da parte il suo scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia papale, ed ogni dì, a chi più ne dà, vende i benefizi ecclesiastici, e lasciando gli altri suoi manifesti vizi; io affermo ch’egli non è cristiano e non crede esservi alcun Dio, il che trapassa il colmo d’ogni infedeltà.» Con questo preambolo, il Savonarola invitava tutti i principi cristiani che, al più presto possibile, radunassero il concilio in luogo atto e libero. Egli s’obbligava, dal suo lato, a dimostrare tutto ciò che diceva; nè solamente con ragioni, ma prometteva ancora che Iddio ne avrebbe, con miracolosi segni, dimostrato la verità. A ciascuno dei principi aggiungeva, poi, alcune parole adatte a muovere più particolarmente la sua indole. Così, al vano imperator Massimiliano rammentava la maestà dell’Imperio, di cui niuna cosa più degna poteva immaginarsi, che soccorrere la Chiesa pericolante. A Ferdinando ed Isabella di Spagna diceva: «A che valgono le vostre vittorie contro gl’infedeli? Voi edificate al di fuori; ma il fondamento della Chiesa stessa è scompaginato, e l’edifizio rovina di dentro.» Rammentava al re Carlo le cose già tante volte ripetute. «Tu, al certo, non ignori le tante occasioni di ben fare che t’ha presentato il Signore; epperò, se abbandoni la santa impresa, la tua pena sarà maggiore di tutti. Rammenta che già hai avuto un primo segno dell’ira di Dio.[195] Tu che porti nome di Cristianissimo, che Dio ha eletto, cui Dio ha dato la spada della sua vendetta, consentirai alla rovina della Chiesa? Ignori, forse, in quali e quanti pericoli essa ora si trovi?»[196]
Certo, sopra re Carlo il Savonarola faceva i suoi principali assegnamenti: egli sapeva la disposizione, da quel re sempre avuta, di raccogliere il Concilio e riformare la Chiesa; massime ora che l’animo suo tornava alle cose d’Italia e della religione:[197] sapeva con quanto ardore ve lo spingessero il clero francese e l’irrefrenabile ira del cardinale di S. Piero in Vincula. Una volta dato il primo passo, egli aveva molte ragioni, per credere che la Cristianità intera sarebbe venuta in suo aiuto. Tutti erano stanchi delle abominazioni di Roma: si vedeva la Francia prontissima a muovere; la Germania fremeva; l’Inghilterra sembrava favorevole; da per ogni dove venivano incoraggiamenti.[198]
Ma nella vita degl’individui, come nella storia dei popoli, v’ha un’ora in cui muta affatto il corso delle cose: allora una mano occulta ed irresistibile sembra volgere in avversità tutti gli eventi. Quest’ora, non bisogna illudersi, è giunta nella vita del Savonarola. Le lettere ai principi eran quasi tutte ancora abbozzate;[199] ma quella al re Carlo era già inviata a tentare il terreno più facile. Il Savonarola aspettava con grandissima ansietà la risposta; quando ecco giungere la nuova, come il corriere che andava in Francia, era stato svaligiato dai sicarii del Moro, nelle cui mani era sfortunatamente venuta la lettera stessa.[200] Con quanta fretta egli la mandasse al papa, con quanta ira questi la leggesse, si può facilmente immaginare. Il Borgia aveva ora nelle mani, un documento che rivelava tutta l’audacia del Frate; i potentati d’Italia erano unanimi contro di lui; ed, in un momento, egli si vedeva da per ogni dove minacciato. Pure, gli avvenimenti precipitavano con sì maravigliosa rapidità, che egli ancora non aveva potuto misurare la immensità di questi inaspettati pericoli, quando ne sorsero dei nuovi ed assai più gravi, i quali lo colpiron come folgore.
CAPITOLO SETTIMO.
L’esperimento del fuoco.
Era venuto uno di quei momenti, in cui l’aspetto d’un popolo sembra mutato per incanto. I seguaci del Savonarola, o erano spariti o s’erano nascosti; tutti in Firenze sembravano suoi nemici. Messi continui andavano e venivano da Roma e Milano; la città era gremita delle spie del Moro, che si davano un gran da fare, e scrivevano al Duca che d’ora in ora s’aspettava qualche gran mutamento, operato per mano della Signoria stessa.[201] Infatti, il Berlinghieri ed il Popoleschi, gonfaloniere, cercavano ogni modo per trovare la via a mutare la forma del governo.
Ma ecco sorgere un singolare incidente, verso cui inaspettatamente si volgeva tutta la pubblica attenzione. Un francescano, per nome Francesco di Puglia, predicando la quaresima in Santa Croce, aveva cominciato ad attaccare il Savonarola con una singolare violenza e pertinacia. Lo chiamava eretico, scismatico, falso profeta; e non contento di ciò, lo sfidava ad entrare nel fuoco, onde provare la verità della sua dottrina. Simili sfide avevano avuto luogo ancora altre volte,[202] ed il Savonarola ne aveva fatto sempre quel conto che meritavano: credeva al disotto della sua dignità il rispondervi. Ma il caso volle ora, che frà Domenico si tenesse personalmente sfidato; giacchè nell’anno scorso, trovandosi egli a Prato, aveva avuto una disputa con quel medesimo frate, circa la dottrina del Savonarola. S’erano allora sfidati ad una pubblica discussione; ma, nel giorno fissato, il Francescano che era stato primo ad attaccare ed ingiuriare, se ne tornò a Firenze, colla scusa d’esservi chiamato da’ suoi superiori: la verità era che non gli bastò l’animo di trovarsi insieme con frà Domenico.
Questi, adesso, non appena gli fu riferita la nuova provocazione del Francescano, pubblicò subito le tre note Conclusioni del suo maestro, dichiarandosi prontissimo a sostenerle collo esperimento del fuoco. Nè egli era uomo da retrocedere; e quindi la cosa diveniva seria, prima che il Savonarola avesse potuto pensare a mettervi rimedio. Ma il Francescano già pensava a tirarsi indietro, quando vide che frà Domenico diceva davvero: «La sua disputa» egli andava ripetendo, «era col Savonarola, e con lui sarebbe entrato nel fuoco, sebbene credesse di ardere; perchè voleva che morisse ancora quel seminatore di scandali e di perversa dottrina: con frà Domenico non avea nulla che vedere.»[203] E qui poteva aver termine questo sciagurato fatto; giacchè il Savonarola ammonì severamente frà Domenico del soverchio zelo;[204] ed al Francescano non parea vero di trovare un modo onde cavarsene fuori. Ma, invece, quando sembrava che la contesa si dovesse spegnere, venne assai più fortemente riaccesa.
I Compagnacci avevano tenuto una delle loro solite cene. Quivi, in abito di raso, fra gli spumanti bicchieri e le molte vivande, decisero di fare ogni opera perchè l’esperimento avesse effetto. «Se il Savonarola entra nel fuoco,» essi dicevano, «brucerà certamente; se non entra, perderà il credito de’ suoi seguaci, e noi avremo occasione di far nascere tumulto e nel tumulto impadronirci della sua persona.» Fra di loro v’era chi pensava di poterlo uccidere.[205] Andarono quindi alla Signoria, e la trovarono prontissima, non solo a secondare, ma anche a dirigere quelle vergognose trame.[206] Essa fece scrivere, per man di notaio, le Conclusioni[207] in disputa, e pubblicamente invitava a sottoscriverle coloro che volessero sostenerle o combatterle con l’esperimento del fuoco.
Niuna forza umana poteva allora più trattenere frà Domenico che, infatti, andò subito a firmare. Toccava, ora, indurre il Francescano promotore dello scandalo; ma l’impresa era difficile assai. Cominciò a ripetere ai Signori: «Che esso non si poteva comparare con frà Girolamo, nè per dottrina, nè per bontà; ma che pure con lui sarebbe entrato nel fuoco, con frà Domenico, poi, non aveva che fare.»[208] Gli assicuravano che non sarebbe entrato nel fuoco; che si trattava solo di far bruciare qualche frate di San Marco, per poi opprimere il Savonarola; che quando ciò non potesse riuscire, si troverebbe piuttosto il modo di mandare a vuoto ogni cosa.[209] Queste assicurazioni eran fatte dai Compagnacci e dalla Signoria; ma pure non si potè ottenere altro, se non che il Francescano firmasse una dichiarazione, nella quale diceva che sarebbe entrato pel fuoco con frà Girolamo, se questi voleva cimentarsi; aggiungendo espressamente che questo faceva ad istanza e richiesta dei magnifici Signori.[210] Quanto a cimentarsi con frà Domenico, offeriva, invece, il suo confratello Giuliano Rondinelli. Dopo ciò si sottoscriveva per San Marco, ancora frà Mariano degli Ughi. Finalmente venne il Rondinelli che, non senza molta renitenza, si lasciò persuadere; ed il 30 marzo sottoscrisse: «che sarebbe entrato nel fuoco con frà Domenico, sebbene credesse di ardere; ma lo faceva per salute delle anime.» Questo misero frate era un cieco istrumento in mano all’ira dei Compagnacci ed alle astuzie del Pugliese. Nè la Signoria si vergognava di trovarsi in queste basse trame, le quali contaminavano la dignità del suo ufficio, e non potevano riuscire ad altro, che a spargere sangue innocente, ed a mettere in grave repentaglio la salute stessa della repubblica.
Non mancarono, però, coloro che francamente disapprovarono questa condotta, nella Pratica tenuta il 30 di marzo, nella quale i più s’accordavano con Carlo Canigiani che disse: «Cotesta essere una faccenda di predicatori, e da trattarla piuttosto a Roma dove si canonizzano i Santi, che in Palazzo, ove è più conveniente discorrere della guerra e del danaro. Che se, poi, si vuole in ogni modo fare questo esperimento; si consideri almeno se con esso si vengono a tôrre le discordie o pur no.» — Al che aggiungeva Girolamo Rucellai: — «A me pare che di questo fuoco si faccia troppo gran mercato: l’importanza della cosa è che si levi via Frate e non Frate, Arrabbiato e non Arrabbiato, e si pensi una volta alla concordia della città. Se poi si crede con questo esperimento di poter comporre la città; vadasi pure, non solamente nel fuoco; ma nell’acqua, nell’aria e nella terra: se non che, s’attenda alla città e non ai frati.» — Si levò, finalmente, a parlare Giovanni Canacci il quale, tutto commosso, e quasi con le lacrime agli occhi, disse queste precise parole: — «Quando io sento simile cosa, io non so se sia da desiderare la vita o la morte. E certo, se i padri nostri, fondatori della città nostra, avessero pensato che qui s’avesse a trattare di simile cosa, e che noi avessimo a essere il trastullo e vituperio di tutto il mondo; per ciò si sarieno sdegnati di far cosa alcuna. E ora la città nostra è in termine, che già molti anni non è stata mai, e vedesi tutta in bisbiglio. Perchè io pregherei le SS. VV., che dovessino a ogni modo trarre di tale miseria questo popolo, o per via di fuoco, d’acqua, d’aria, o in ogni altro modo. Di nuovo io pregherei le SS. VV., che ponghino fine a questa cosa, e che non abbia a seguire miseria o danno di questa città.»[211] Perfino il Vespucci disapprovò questa volta assai gravemente la condotta dei Signori, rimproverandoli perchè non vedevano che queste «erano mene di gente prava e adultera, per dar libero campo ai cattivi.»[212] Un linguaggio così franco ed insolito manifestava, abbastanza, in quale esaltamento fosse venuta la Pratica, e quanto gli uomini gravi fossero indegnati contro il procedere della Signoria.
In questo modo l’esperimento era divenuto inevitabile: il Papa, gli Arrabbiati e la Signoria stessa lo avevano assolutamente voluto. Quanto al Savonarola, egli era sdegnatissimo contro i suoi avversari che coprivano lo spirito di parte sotto le apparenze di zelo religioso; era persuaso che ai frati Minori non sarebbe bastato l’animo di reggere all’esperimento, perchè sapeva che essi obbedivano solo alle istigazioni degli Arrabbiati. Per tutte queste ragioni s’adoperava in ogni modo, acciò l’esperimento non avesse luogo; ma, nel fondo del suo cuore, pensava che, ove si venisse davvero al cimento, l’esito non poteva esserne dubbio. Se frà Domenico, così egli ragionava nel suo più intimo segreto, si spinge oltre con tanto ardire, certo è veramente ispirato da Dio. Secondo le idee del Savonarola, non era strano e neppure difficile che il Signore volesse, per mezzo d’un miracolo, confondere gli Arrabbiati, e provare la verità della sua dottrina.[213] Più volte il popolo aveva dalla sua bocca udito che, un giorno, le sue parole sarebbero state confermate da segni soprannaturali:[214] il momento sembrava che fosse giunto, e tutti erano, perciò, freneticamente ansiosi di vedere l’esperimento. Gli stessi Piagnoni lo voleano più degli altri, perchè desideravano e credevano che, in sul fatto, il loro maestro non avrebbe potuto trattenersi d’entrare nel fuoco, ed avrebbe operato il miracolo.
In questo modo, a Firenze non si ragionava d’altro;[215] ed il Savonarola, mentre che disapprovava e combatteva questo esperimento, si compiaceva con se stesso dell’ardore che frà Domenico vi poneva, e del vedere che tutto concorreva fatalmente a renderlo necessario. A tutto ciò si aggiunsero ancora alcune visioni di frà Salvestro che disse di aver veduto gli angeli di frà Girolamo e fra Domenico, i quali lo accertarono che questi sarebbe uscito adatto illeso dal fuoco.[216] E noi sappiamo che gran fede il Savonarola prestasse alle visioni del suo compagno. Le cose giunsero, finalmente, a tale, che tutti i frati di San Marco e del convento di Fiesole, si offrirono d’entrare nel fuoco; ed il Savonarola, spinto così da ogni lato, mandò le loro sottoscrizioni alla Signoria, dichiarando che avrebbe scelto uno dei suoi, per ogni frate Minore che si fosse presentato; e che, se mai l’esperimento avesse luogo, egli era certo che sarebbe riuscito in favore de’ suoi seguaci.[217]
Il primo d’aprile fece in San Marco un breve discorso, interrotto continuamente dalle grida del popolo che si offriva d’entrare nel fuoco; ed in esso diceva di «aver troppo grande opera alle mani, per scendere a perdersi in queste miserabili contese. Se i nostri avversari vogliono obbligarsi pubblicamente a rimettere in questo esperimento la decisione della nostra causa e della riforma della Chiesa; allora io non esiterò punto ad entrare nel fuoco, e sarei certissimo di uscirne illeso. Ma se vogliono che il fuoco provi la validità della scomunica; rispondano, invece, alle ragioni da noi allegate. Voglion, forse, col fuoco combattere le nostre profezie? Ma noi non obblighiamo nè esortiamo alcuno a credere più di quello che si senta disposto. Noi esortiamo, invece, gli uomini a vivere rettamente; e per questo ci vuole il fuoco della carità, il miracolo della fede: tutto il resto non vale a nulla.»
«I nostri avversari, promotori di questa cosa, dicono che sanno di morire; onde si confessano omicidi di loro stessi. Noi, invece, veniamo provocati e costretti ad accettare; perchè l’onore di Dio e della fede v’è stato compromesso. Coloro che veramente si sentiranno ispirati dal Signore, certo usciranno illesi dalle fiamme, se l’esperimento avrà luogo, di che ancora non siamo sicuri. Quanto a me, io mi serbo ad opera maggiore, per la quale sarò sempre prontissimo a dare la vita. Verrà tempo in cui il Signore manifesterà segni soprannaturali; ma ciò non deve esser, certamente, ad arbitrio e volontà di ognuno. Per ora, basti il vedere che, mandando qualcuno dei nostri, noi ci esporremmo ugualmente all’ira del popolo, ove il Signore non li facesse uscire illesi dalle fiamme.»[218]
Intanto, d’ora in ora, sembrava che l’esperimento divenisse più necessario; e l’entusiasmo di frà Domenico[219] cominciava a persuadere i più diffidenti, non che il Savonarola stesso, ch’egli fosse veramente eletto da Dio a quest’opera. Gli animi s’erano, quindi, incredibilmente riscaldati: Piagnoni ed Arrabbiati, per diversi fini, attendevano con uguale ansietà il giorno dell’esperimento; uomini, donne, fanciulli si andavano ad offerire; e se molti lo facevano per vana mostra, altri certo vi andavano sinceramente. Il due di aprile vollero sottoscriversi, per S. Marco, frà Malatesta Sacramoro, e frà Roberto Salviati, dicendo che si sentivano anch’essi chiamati da Dio a quest’opera. Ed allora, per maggiore pubblicità, fu di nuovo dato alle stampe il contratto, con tutte le firme delle due parti.[220] I Dieci, che sempre erano stati amici del Savonarola, mandavano a Roma minuto ed esatto ragguaglio di quanto accadeva; acclusero ancora due lettere dei frati di San Marco, nelle quali si esponevano le ragioni per cui s’era accettato l’esperimento.[221]
Il giorno 6 aprile, domenica delle palme, era destinato alla singolar tenzone: frà Domenico e frà Giuliano Rondinelli erano i campioni, scelti di comune accordo; San Marco era chiuso da più giorni, e i suoi frati immersi in continua orazione. La sera del 5 si ricevette, però, un avviso della Signoria, che rimandava l’esperimento al giorno 7. La cagione d’una tal decisione rimase ignota: assicuravano alcuni che la Signoria aspettasse da Roma un breve di proibizione;[222] giacchè voleva avere un modo di potersi fermare a suo arbitrio, essendo già spaventata d’essere andata così oltre; nè avendo pensato di trovar tanta decisione in San Marco, e tanta paura nei frati Minori i quali già chiedevano d’essere assicurati del come s’uscirebbe di questa impresa.
L’indomani si faceva nuova deliberazione in Palazzo, per modificare quella già scritta il 30 di marzo; e dicevasi: «In caso che frà Domenico arda, frà Girolamo s’intenda, nello spazio di tre ore, esiliato dal territorio fiorentino....»[223] E dei frati Minori neppure una parola, per poterli, in ogni caso, mettere in salvo. Quel giorno stesso, il Savonarola faceva un altro breve discorso, raccomandando caldamente a tutti i fedeli fervide orazioni.
Intanto s’era giunti al 7 di aprile, ed i brevi di Roma non arrivavano;[224] la città era impaziente di vedere il nuovo spettacolo, che niuna ragione sembrava potesse più impedire. Tutto s’apparecchiava per la esecuzione, ed ognuno sperava condurla al suo intendimento: volevano i Compagnacci ed Arrabbiati trovar modo, onde ammazzare il Frate; cercavano i frati Minori, come scampar salvi dal pericolo; e la Signoria favoriva tutto ciò che riuscisse a danno del Savonarola. Le due parti decisero, quindi, di venire in piazza, accompagnate da gente armata; onde potere, in ogni caso di tumulto, provvedere alla propria salvezza.[225] Francesco Gualterotti e Giovan Battista Ridolfi ebbero l’incarico di provvedere al buon ordine per parte di San Marco; Daniello Alberti e Tommaso Antinori l’ebbero pei frati Minori.[226] E tanto il Savonarola aveva in sospetto la fede de’ suoi avversari, che la mattina stessa mandò in Palazzo Francesco Davanzati, a pregare i Dieci, rimastigli sempre fedeli, di ordinare la cosa in maniera, che niuno potesse, retrocedendo, lasciar solo il compagno nelle fiamme. Voleva, perciò, che il fuoco s’appiccasse da un lato, dall’altro entrassero i frati, e subito dopo si riaccendesse dietro a loro.[227] Desiderò ancora che l’esperimento avesse luogo prima del desinare, per conservare nei suoi la mente più libera e chiara.[228]
Mentre che ogni cosa s’apparecchiava in Piazza, il Savonarola celebrò in San Marco una messa solenne; poi fece un breve discorso al popolo radunato, e neppure in quell’ultima ora potette nascondere la sua diffidenza. «Io non posso accertarvi che l’esperimento avrà luogo, perchè questa cosa non dipende da noi; ben posso dirvi che, ove si venga al fatto, la vittoria sarà certamente nostra. O Signore, noi non avevamo bisogno di queste prove miracolose per credere alla verità; ma ci siamo stati provocati, e non potevamo mancare di sostenere il tuo onore. Noi siam certi che il demonio non potrà far procedere questa cosa a danno del tuo onore o contro la tua volontà, onde andiamo a combattere per te; ma questi nostri avversari adorano un altro Dio, per chè le loro opere sono troppo diverse dalle nostre. O Signore, questo popolo non vuole altro che servirti. Vuoi tu, popolo mio, servire Iddio?»[229] E qui, tutti ad alta voce esclamavano di sì. Allora il Savonarola raccomandò agli uomini di fare orazione in Chiesa, mentre che esso apparecchiava i frati per andare in Piazza; ed alle donne raccomandava di continuare indefessamente la preghiera, sino a che non si tornasse dall’esperimento.[230] In questo momento arrivarono i mazzieri della Signoria, ad annunziare che ogni cosa era in ordine;[231] e subito i frati di San Marco s’avviarono in processione.
Frate Domenico andava in mezzo ai suoi confratelli, Malatesta Sacramoro e Francesco Salviati; vestito con un piviale di velluto rosso fiammante, e con una lunga croce in mano, procedeva innanzi a tutti, colla testa alta e la fronte serena. Seguiva, poi, il Savonarola, vestito di bianco, col Sacramento in mano. Dietro a lui venivano tutti i frati, in numero di circa 200, e con voce sonora cantavano il salmo, Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus.[232] Arrivati sulla piazza, circa le ore 18,[233] ne trovarono gli sbocchi asserragliati e guardati da gente armata. Passarono, quindi, a due a due; e non appena entrarono fra la moltitudine, questa accompagnò il loro canto con tal voce che, quasi, ne tremò la terra.[234] La folla era innumerevole; pareva che tutta la città si fosse raccolta nella piazza e negli edifizi intorno: erano gremite le finestre, le terrazze, i tetti; i più agili stavano attaccati alle inferriate, abbracciati alle colonne, alle statue; alcuni pendevano arrampicati alle mura, e in tal posizione aspettavano dal mattino.
La loggia de’ Lanzi era, con un tavolato, divisa in due parti; in quella più lontana dal Palazzo, stavano i frati Domenicani; nell’altra, che aveva nel mezzo un piccolo altare, vennero i Minori.[235] Frà Domenico, posato il Sacramento sull’altare, vi s’inginocchiò dinanzi, e si mise in profonda orazione: i suoi compagni stavano silenziosi intorno a lui. Avanti alla loggia venne a disporsi una guardia di 300 fanti, comandati da Marcuccio Salviati, gente valorosa e fedelissima al convento di San Marco. Ma sotto il tetto dei Pisani stavano armati 500 Compagnacci, comandati da Doffo Spini; ed altri 500 fanti della Signoria, comandati da Giovacchino della Vecchia, stavano innanzi al Palazzo; oltre alle guardie che, secondo il costume, tenevano gli sbocchi delle vie.[236] Questi mille uomini, padroni così della Piazza, erano tutti prontissimi ad offesa del Savonarola; ed egli con animo sereno, contemplava il pericolo in cui si trovava, e guardava il palco già apparecchiato. Distendevasi quel singolare apparecchio, per la lunghezza di 40 braccia, dal Marzocco verso il tetto dei Pisani.[237] La sua base, larga 5 braccia, alta 2 e mezzo, era coperta di terra e mattoni: sopra di essi furon disposte cataste di legno, con polvere da sparo, olio e materie resinose; lasciando nel mezzo un passaggio libero a due campioni, per la larghezza d’un braccio.[238] Non mancava altro, se non che venissero i due Frati e s’accendesse il fuoco.
Sino ad ora, il Savonarola aveva temporeggiato e tentato d’impedire che l’esperimento avesse luogo; i frati Minori lo avevano, invece, sollecitato e provocato; ma innanzi al palco già pronto, le parti si mutarono. Il Savonarola, eccitato dalla moltitudine spettatrice, dal canto solenne de’ suoi frati, dall’entusiasmo sublime veramente di frà Domenico, che, dopo essersi profondato nella orazione, era divenuto impazientissimo di entrare nelle fiamme;[239] il Savonarola s’era egli stesso persuaso che il Signore aiutava il suo discepolo, e quindi voleva ormai togliere ogni indugio. Ma nè Francesco di Puglia che aveva provocato l’esperimento, nè Girolamo Rondinelli che doveva sostenerlo, erano ancora comparsi sotto la loggia: se ne stavano, invece, in Palazzo a segreto colloquio colla Signoria. Ed i Signori, in luogo di scendere sulla ringhiera, per assistere ad uno spettacolo tanto solenne che, fra pochi minuti, doveva aver luogo; discutevano continuamente fra loro: pareva non sapessero più a qual partito appigliarsi.[240] Ed a tanto potè giungere l’impudenza che, mentre non s’aspettava altro che la venuta del frate Minore e l’ordine della Signoria, essa mandò ad interrogare i Domenicani perchè non davano principio. A questo, fra Domenico fremeva, ed il Savonarola faceva dire: che, ormai, s’affrettassero una volta; non tenessero più il popolo a disagio![241]
Allora i Minori, vedendosi a mal partito, cominciarono a metter fuori mille pretesti. Innanzi tutto, per mezzo di Piero degli Alberti che era proposto all’esperimento e nemicissimo del Savonarola, fecero dire che il piviale rosso di frà Domenico poteva essere incantato dal Savonarola; onde volevano che se ne spogliasse. Frà Domenico ed il Savonarola risposero, che s’era sottoscritto un contratto, per evitare ogni disputa; che essi non credevano agl’incantesimi, e davano ai loro avversari ogni facoltà di valersene. Ma, pure, tante furono le insistenze, che frà Domenico cedette e si tolse il piviale. I Minori affacciarono nuove pretensioni: dicevano che l’abito stesso poteva essere incantato; e fra Domenico, cedendo anche a questo, si mostrò pronto a mutarlo con una qualunque delle vesti de’ suoi compagni. Fu, quindi, menato in Palazzo; e, spogliato di tutto, venne rivestito cogli abiti del domenicano Alessandro Strozzi.[242] Ritornato in Piazza, gli vollero impedire che stesse vicino al Savonarola, per timore che questi non lo incantasse di nuovo; e frà Domenico fu contento di restare in mezzo ai frati Minori.[243] Quel giorno la sua pazienza fu grande quanto il suo coraggio: la grandissima brama d’entrare nel fuoco lo faceva piegare a tutto, onde poter venire più presto al cimento.
Ma il campione della parte avversa se ne stava insieme col Pugliese, sempre in Palazzo, ed ancora non compariva.[244] Il Savonarola già ne diveniva impaziente; e ciò che sempre più lo metteva in sospetto, era il continuo discorrere di cittadini coi frati Minori che, in ogni cosa, venivano favoriti. Quelli che erano stati proposti all’esperimento, prendevan sempre le loro parti e li scusavano di tutto; onde, per mettere finalmente un termine a queste incertezze, il Savonarola mandò a far sollecitudine in Palazzo. Ma allora appunto, i due frati Minori chiesero ed ottennero un altro segreto colloquio coi Signori. Quel che si dicessero non sappiamo; ma è certo che d’ora in ora diveniva più chiaro, questo esperimento non essere altro che una trama abilmente ordita contro al Savonarola ed ai frati di San Marco.[245]
In quel punto s’era cominciata ad esaurire la tolleranza della moltitudine, che da tante ore si trovava nella piazza: la più parte eran digiuni sin dal mattino, e quasi furiosi, per la impazienza del vano attendere. Già, per ogni dove, si levava un cupo mormorio cui succedevano grida sediziose; e gli Arrabbiati, che sin dal mattino attendevano quel momento, cercarono subito di profittarne. Un tal Bravo, loro staffiere, riuscì a levare il romore; ed in un momento la Piazza fu piena di tumulto.[246] Gli sbocchi delle vie, essendo chiusi, la gente si trovò circondata e ristretta; onde cominciò a correre verso il Palazzo. Qui pare che, secondo l’accordo, dovessero gli Arrabbiati impadronirsi della persona del Frate, e finirlo colle proprie mani. Il colpo fu tentato; ma il Salviati ristrinse la sua gente innanzi alla loggia e, segnata in terra una linea colla sua spada, esclamava: «Chiunque passerà questa linea, vedrà cosa possano le armi di Marcuccio Salviati;» e lo disse con tal voce, che niuno ebbe animo di farsi innanzi.[247] Nello stesso tempo avveniva che i soldati forestieri della Signoria, non sapendo che si fosse quel subito tumulto, e vedendo la gente correre verso il Palazzo, la respinsero indietro gagliardamente.[248]
Ogni cosa era, in tal modo, ritornata nella calma; la moltitudine rassicurata si trovava con maggiore desiderio di vedere l’esperimento, e la Signoria impicciata più di prima. Qui sopravvenne una pioggia dirottissima, con tuoni e lampi; sicchè pareva che si dovesse por termine alla cosa: ma il popolo era tanto avido dell’atteso spettacolo, che restò immobile, e la pioggia venuta ad un tratto, cessava del pari improvvisamente; onde tutto restava nella medesima incertezza di prima. Ed ancora il frate Minore non compariva; ma, invece, i suoi compagni ripigliavano a far nuove obbiezioni. Chiesero che fra Domenico lasciasse il crocifisso che aveva fra le mani, ed egli subito lo lasciò, dicendo che voleva entrare nel fuoco col Sacramento. Ma qui, nuova e più accanita disputa, dicendo i Minori che egli così voleva bruciare l’ostia consacrata. Allora frà Domenico cominciò a perdere la pazienza; e volle tener fermo, sostenendo insieme col Savonarola, come in ogni caso non sarebbero bruciati che gli accidenti, rimanendo sempre intatta la sostanza del Sacramento; e citavano l’autorità di molti dottori.[249] Gli avversari, vedendo come per la prima volta trovavano un poco di resistenza, attaccarono più forte la disputa contro al Savonarola, non sapendo ormai come fare a prender tempo. E mentre che essi disputavano, la Signoria profittandone, mandò ordine che l’esperimento non dovesse più aver luogo.[250]
L’indegnazione che si manifestò, allora, nel popolo non è descrivibile; e, siccome niuno sapeva contro cui dovesse rivolgersi, così i più accusavano il Savonarola: ed i Piagnoni stessi andavano dicendo, che egli avrebbe dovuto entrar solo nel fuoco, per dar finalmente una prova indisputabile della sua soprannaturale potenza. Gli Arrabbiati e la Signoria spargevano per tutto, che oramai s’era scoperta l’impostura del Savonarola, che egli aveva avuto paura d’entrare nel fuoco, e simili menzogne; i frati Minori andavano impudentemente cantando vittoria, mentre il loro campione s’era nascosto in Palazzo, e non gli era bastato l’animo neppure di guardare il palco apparecchiato.[251] Così tutta la città fu piena di voci contro al Savonarola e contro San Marco. Ed, infatti, a gran fatica poterono i Domenicani tornar salvi al convento, scortati dalle genti di Marcuccio Salviati il quale, con un pugno dei suoi più valorosi, si strinse intorno a frà Girolamo e frà Domenico; e li difese coraggiosamente, colla spada in mano, dagl’insulti d’una efferata moltitudine che era aizzata dai Compagnacci.[252]
Entrato finalmente in Chiesa, il Savonarola trovò le donne che erano ancora in orazione; salì sul pergamo e fece un breve racconto di tutto l’accaduto, mentre in piazza echeggiavano ancora le grida furibonde della moltitudine.[253] Licenziato poi l’uditorio, si chiuse nella sua cella, con l’animo travagliato da un dolore che la penna nè la parola umana non potrebbero mai descrivere.
I frati Minori, invece, trionfavano; e la Signoria assegnò loro la pensione annua di 60 lire, per venti anni, in remunerazione dei servigi prestati.[254] Però, quando essi mandarono la prima volta a riscuoterla, il Camarlingo del Monte fu così indegnato della loro viltà, che, nell’atto di consegnare il danaro, disse: «Ecco, prendete il prezzo del sangue tradito!» Da Roma vennero subito due brevi, in data del 12 aprile; uno ai frati Minori, in cui si lodava «il santo zelo e la carità evangelica dimostrata nel fare opera, di cui il Santo Padre avrebbe serbata eterna memoria.» Nell’altro breve, indirizzato a frate Francesco di Puglia, il papa si congratulava caldissimamente con esso lui, in nome proprio e di tutti i cardinali, incitandolo «a perseverare in opera tanto buona e tanto pia, sino alla totale distruzione del male.»[255]
CAPITOLO OTTAVO.
Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono menati in prigione.
L’esperimento del fuoco, o piuttosto le trame ordite in quel giorno dagli Arrabbiati, sortirono il fine desiderato. La città intera sembrava divenuta avversa al Savonarola ed al suo convento; il minuto popolo non sapeva perdonargli che, anche senza il Francescano, non fosse entrato nel fuoco, per fare con un miracolo tacere finalmente i suoi nemici. I Piagnoni non seguivano il Savonarola in tutte le sottili distinzioni sulla poca opportunità del tempo, sul non tentare il Signore, sulla buona o cattiva fede degli avversari; ma piuttosto cominciavano, per la prima volta, a dubitare della sua soprannaturale potenza, ed a prestare più facile orecchio alle voci e calunnie degli Arrabbiati. I quali spiegarono in questi giorni un’attività incredibile; erano in continuo colloquio coi Signori e coi canonici del Duomo: si vedeva ben chiaro, che apparecchiavano qualche nuovo e più decisivo colpo. Nel medesimo tempo, quei seguaci del Frate che avrebbero potuto comprendere e render vane le trame dei nemici, si trovavano troppo deboli di numero e di forza, per poterle combattere efficacemente. Onde tutti erano, per ogni dove, insultati coi nomi d’ipocriti e gabbadei; non potevano più andare per le vie di Firenze senza pericolo.[256]
In tale stato di cose, alcuni del partito popolare, scorgendo i segni precursori d’una gran tempesta; riunitisi insieme, proponevano di metter mano alle armi, e prendere il vantaggio d’esser primi ad assalire i nemici. Ma i più fedeli discepoli del Savonarola, e principalmente Francesco Valori, si opposero fortemente a questo partito; dicendo che non dovevano essi cominciare a spargere il sangue cittadino, non essere i primi a macchiarsene le mani. Ed avendo potuto far vincere questa loro opinione, molti ne rimasero assai sdegnati; tanto che Luca degli Albizzi; uno dei più caldi nel voler prendere le armi, andò via da Firenze, dicendo: «Quando non si vuol venire ai fatti, ognuno ha il diritto di porsi in salvo.»[257]
La mattina del dì 8 aprile, domenica delle Palme, passò tranquilla; ma un occhio accorto scorgeva chiaramente quel cupo silenzio che precede la tempesta, e poteva stimare gran ventura, che ancora non fosse seguita alcuna novità. Il Savonarola fece in San Marco un sermone molto breve e tutto pieno di tristezza, nel quale offeriva la sua persona in sacrifizio a Dio, e si dichiarava pronto a sopportare la morte pel bene del suo gregge. Assai mesto licenziossi dal popolo, e nel dare la sua benedizione, pareva che sapesse di parlargli per l’ultima volta.[258]
Il giorno, i Piagnoni andarono a San Marco, dove si celebrava il vespro; e poi s’avviarono al Duomo, ove dovea predicare frà Mariano degli Ughi, quel medesimo che, insieme con frà Malatesta e frà Domenico, s’era offerto a sostenere la prova del fuoco. Ma, nel seguire il loro cammino, i Piagnoni furono più volte assaliti da colpi di pietre; incontrarono gruppi di Arrabbiati che, pieni d’audacia, pareva dicessero: — «Finalmente ci siamo!» — Ne videro altri che tiravano sassi alle finestre d’Andrea Cambini, seguace del Savonarola. Giunti al Duomo, le panche erano già occupate da molta gente; ma innanzi alla porta s’erano raccolti i Compagnacci che, insultando chiunque entrava in chiesa, dicevano che la predica non avrebbe luogo. E, cominciandosi dall’altra parie a rispondere che la predica vi sarebbe in ogni modo, d’una parola si passò ad un’altra, ed i Compagnacci vennero subito ai fatti; sguainarono le armi; corsero addosso ad un certo Lando Sassolini, e sebbene non lo ferissero, bastò quella violenza per levare il rumore in tutta la città.[259] I Piagnoni tornarono subito verso casa per armarsi; alcuni dei Compagnacci s’impadronirono dei canti delle vie; e tutti gli altri percorrevano la città gridando: A San Marco, a San Marco col fuoco! Si riunirono, poi, nella piazza dei Signori; e quando furono in numero sufficiente, mossero con le armi in mano e con grida disperate verso San Marco. Per via incontrarono un tal Pecori, che tranquillamente se ne andava alla Santissima Annunziata, recitando salmi; subito gli furono dietro, dicendo: «Ancora ardisce di mormorare l’ipocrita!» E raggiuntolo sulle scale degl’Innocenti,[260] ivi lo finirono. Un povero lavorante d’occhiali, uscito al rumore di questi fatti, nella strada, con le pianelle in mano; mentre che cercava colle parole metter pace, fu da un colpo di spada sul capo ammazzato.[261] Così avvenne ancora di altri; ed in questo modo, eccitata dal sangue, la moltitudine degli Arrabbiati giunse nella piazza San Marco. Quivi trovarono la chiesa ancora piena di gente, che aveva celebrato il vespro ed era sempre in orazione: vi tirarono dentro una furiosa grandine di sassi, al che lo spavento fu generale, le grida delle donne echeggiarono strepitosamente, e tutti si dierono alla fuga. In un momento la chiesa era vota, le porte di essa e del convento chiuse e sbarrate; dentro non vi rimasero che i pochi cittadini i quali volevano difendere San Marco.[262]
Costoro arrivavano appena al numero di trenta;[263] ma erano dei più caldi seguaci del Savonarola, quei medesimi che lo avevano accompagnato alla predica, prontissimi sempre ad esporre per lui la vita. Si erano da più giorni avveduti del pericolo che correva il convento; onde la notte, non mancavano mai otto o dieci di loro a farvi la guardia. Istigati, poi, da fra Salvestro e da frate Francesco de’ Medici, che lo facevano ad insaputa del Savonarola e di frà Domenico, (perchè li sapevano avversi a quei disegni); essi avevano segretamente introdotto molte armi in una stanzetta del chiostro.[264] V’erano incirca 12 corazze e altrettante mezze teste, 18 partigiane, 5 o 6 balestre, rotelle e targoni, 4 o 5 archibusi; v’era un barile di polvere e palle di piombo;[265] pare anche due piccole bombarde.[266] Francesco Davanzati che aveva fornito quasi tutte queste armi, e che trovavasi allora nel convento, le cavò fuora, dando a ciascuno quelle che meglio sapeva maneggiare. Egli, insieme con Baldo Inghirlami, diresse alquanto la difesa; ponendo le guardie nei luoghi più deboli, e dando gli ordini opportuni.[267] Dei frati, 16 incirca[268] presero le armi, tra cui principali furono fra Luca d’Andrea della Robbia[269] ed il nostro frà Benedetto.[270] Egli era assai singolare vederne qualcuno, coll’elmo in testa, la corazza sopra l’abito domenicano, ed una lunga partigiana in mano; correre pei chiostri, ed al grido di Viva Cristo! chiamare all’armi.
Il Savonarola fu dolentissimo di tutto ciò, e frà Domenico andava raccomandando a ciascuno di deporre le armi:[271] «Non si volessero macchiar le mani nel sangue; non si volessero opporre,» pregava egli, «ai precetti del Vangelo, alla volontà del loro superiore.» Ma tutto era vano, perchè in quel momento avevano assai più forza le grida furibonde che venivano dalla piazza, e gli assalti sempre crescenti che si facevano alle porte. Fu allora, che il Savonarola pensò di metter fine ad un doloroso ed inutile spargimento di sangue, col sacrifizio della propria persona; e messosi il piviale, stretta in mano una croce, egli diceva ai suoi compagni: «Lasciatemi andare, giacchè per me orta est hæc tempestas;» e voleva darsi in mano ai nemici.[272] Ma qui lo sconforto ed il pianto degli astanti furono universali; frati e secolari si strinsero intorno a lui, piangendo e gridando: «No, non ci abbandonate; voi sareste messo a pezzi, e che faremmo senza di voi?»[273] Quando egli vide che i suoi più fidi amici gli chiudevano il varco, si volse allora a tutti, perchè lo seguissero. E prima fece col Sacramento in mano una processione nei chiostri; poi li condusse nel coro; ove, detto loro che la preghiera dovea esser la sola arme dei religiosi, tutti si posero in orazione davanti al Sacramento, e cantavano: Salvum fac populum tuum, Domine. Alcuni avevano appoggiato al muro le loro armi; altri le ritenevano ancora in dosso; e solo pochi erano restati a guardia dei punti più importanti.[274]
Erano circa le ore ventidue, la folla moltiplicava in piazza e la nessuna resistenza cresceva animo agli assalitori; mentre che la Signoria, aggiungendo sempre nuove indegnità, mandava la sua guardia ad aiutarli. E nel medesimo tempo, si presentavano alcuni mazzieri che a voce comunicavano un bando della Signoria, in cui si ordinava a ciascuno che fosse nel convento, di deporre subito le armi; ed il Savonarola veniva esiliato, coll’obbligo di lasciare fra 12 ore il territorio fiorentino.[275] La più parte di coloro che udirono tal comunicazione, la credettero un’astuzia dei nemici.[276] Non era facile il credere che la Signoria volesse imporre agli assaliti, che appena si difendevano, di deporre le armi; mentre agli assalitori, causa unica di questi disordini ed in numero tanto maggiore, non solo si lasciava ogni libertà d’inveire, ma anzi si mandavano aiuti! Nondimeno quell’ordine fece a più d’uno chiedere salvacondotto e partirsi.
Tra quelli che, in quest’ora difficile e pericolosa, lasciarono il convento, vi fu il Valori che si fece calar giù dalle mura di dietro; sebbene Francesco Davanzati ed altri ne lo sconsigliassero fortemente, come cosa assai pericolosa. Esso, vedendo che in San Marco si faceva appena qualche debole resistenza, mentre che i nemici d’ora in ora crescevano di numero e di forza; volle ritirarsi a casa, per raccogliere i suoi partigiani e far di fuori più energica difesa. Ma le sue case furono subito circondate da molta gente, ed un mazziere venne a richiederlo che immantinente si presentasse alla Signoria. Egli si mostrò assai volenteroso d’obbedire; perchè si teneva certo di potere, colla sua presenza ed autorità, far vergognare i magistrati del loro procedere; onde, senza mettere alcun tempo in mezzo, s’avviò al Palazzo col mazziere accanto. Passava tra la folla, con la fronte alta ed il viso sereno; come colui ch’era sicuro della sua innocenza, e mai non si sentiva mancare l’animo nei pericoli. Ma non era appena giunto al canto di San Procolo, quando alcuni dei Ridolfi e dei Tornabuoni, parenti di quelli che, nell’agosto passato, egli aveva fatti condannare a morte, gli vennero incontro e colle loro armi lo uccisero. Così la ingiuria pubblica fu vendicata colla privata vendetta; e così finiva miseramente la vita d’un valoroso ed onesto cittadino, che era stato sempre il più potente amico del Frate. La sua moglie, tratta dal rumore, s’era in questo mezzo fatta alla finestra, tutta piena di spavento; e, nel mentre che sentiva confusamente le disperate grida del marito e degli uccisori, un colpo di balestra, partito dalla folla, mandava anche lei a raggiungerlo. Allora la forsennata plebe invase subito, e mise a sacco ed a fuoco la casa; dove avvenne questo fatto assai pietoso, che nel predare gli arnesi d’un letto, vi fu, senza neppure avvedersene, affogato un bambinello dormente, nipote del Valori. E di ciò, nè allora nè poi, la Signoria fece giudizio o tenne conto nessuno.[277] Quel giorno medesimo, andavano a sacco ed a fuoco le case d’Andrea Cambini: quelle di Paolo Antonio Soderini e Gio. Battista Ridolfi vennero salvate contro la furia del popolo, solamente dalla presenza di molti amici e di alcuni mazzieri della Signoria.[278]
Si avvicinava, intanto, la sera; e la furia degli assalitori era smisuratamente cresciuta intorno al convento. Alcuni mettevano fuoco alle porle, mentre altri, già riusciti a scalar le mura dalla parte della Sapienza,[279] penetravano nei chiostri. Corsero costoro, saccheggiando l’infermeria e le celle; poi, raccoltisi insieme, penetrarono nella sagrestia colle armi in mano; e di là nel coro, sforzandone la porta. Quando i frati, che ivi erano inginocchiati e facevano orazione, si videro così improvvisamente assaliti, mossi da un subitaneo impeto di naturale difesa, alcuni colle torce accese in mano, altri coi crocifissi di legno o metallo; cominciarono a tirare con tanta violenza e rapidità sui volti degli assalitori, che questi, credendosi assaliti quasi da una schiera di Angeli, si dierono ad una precipitosa fuga.[280] Allora, quelli che per ordine del Savonarola avevano deposto le armi, le ripresero; e si fu nuovamente a scaramucciare per tutti i chiostri. Nel medesimo tempo, veniva sonata a martello la campana maggiore del convento, chiamata la Piagnona; l’assalto e la difesa ingagliardivano, e per tutto si udivano grida disperate, grande confusione e strepito d’armi. Questo fu il momento in cui Baldo Inghirlami e Francesco Davanzati menarono le mani; questo il momento in cui frate Andrea di Luca della Robbia, colla spada in mano, inseguiva i nemici pei chiostri: e frà Benedetto, salito in alto con altri compagni, faceva cadere una tal pioggia di sassi e di embrici, che più volte ributtarono indietro i loro avversari.[281] E dall’interno della Chiesa, più d’uno tirava coll’archibugio, fra cui un certo Enrico tedesco, giovane biondo e di bellissimo aspetto, che in quel giorno dètte prova di grandissimo valore. Sin dal principio della zuffa, a lui era bastato l’animo d’uscire tra la folla, e guadagnarsi il fucile che ora adoperava così valorosamente, ad ogni colpo gridando: Salvum fac populum tuum, Domine![282]
In questo punto la vittoria era decisamente per San Marco, ed il successo cresceva animo ai difensori; quando venne proclamato un nuovo bando della Signoria, che dichiarava ribelli tutti coloro che nello spazio d’un’ora, non abbandonassero San Marco.[283] Altri difensori chiesero salvacondotto e partirono; assottigliando così il già troppo piccolo numero dei loro compagni. Il vedersi, poi, sempre più chiaro, come la Signoria voleva decisamente opprimere San Marco, scoraggiava moltissimo i difensori che, scemati di numero e perduta ogni speranza, già cominciavano a cedere. Il Savonarola insieme con molti de’ suoi frati era sempre nel coro, facendo orazioni che d’ora in ora venivano interrotte dai lamenti di qualche ferito, dalla voce pietosa di qualche moribondo. Tra i quali fu un giovane dei Panciatici che, ferito a morte, venne menato sui gradini dell’altar maggiore, dove, in mezzo ai colpi degli archibusi, ricevette la comunione per le mani di frà Domenico, nelle cui braccia tutto lieto spirava, dicendo: «Quanto è dolce ai fratelli ritrovarsi insieme!»[284]
Era intanto sopraggiunta la notte; ed i frati, stanchi dall’agitazione e dal digiuno, mangiavano alcuni fichi secchi che uno di loro aveva portati ai compagni. Quando ecco ad un tratto ingagliardire di nuovo la difesa; crescere più furiose le grida; moltiplicare i colpi d’archibugio, fra i quali più frequenti si distinguevano quelli del tedesco Enrico che, salito su quel pergamo dove il Savonarola aveva tante e tante mai volte predicato, di quivi tirava i suoi colpi micidiali. Da per tutto cominciava ora ad entrare un fumo così denso, che, per non affogare, bisognò rompere i cristalli alle finestre del coro: ma ecco già dalle porte, che finalmente s’erano bruciate, avanzarsi grandi fiamme nell’interno della Chiesa. Allora il Tedesco ed un altro venivano nel coro, portando due archibugi che, saliti dietro all’altar maggiore, piantavano accanto al gran Crocifisso, di dove continuavano a far fuoco.[285]
Il Savonarola, dolentissimo di vedere per cagion sua tanto inutile spargimento di sangue, nè potendolo in alcuna maniera impedire, perchè niuno più gli dava ascolto; prese di nuovo il Sacramento in mano, imponendo a ciascuno di seguirlo. Passando pei chiostri, conduceva quasi tutti nella libreria greca; quando gli venne veduto frà Benedetto che, allora allora, sceso dal tetto, tutto armato e pien di furore, correva per andare a combattere i nemici più da vicino. Fermatosi allora il Savonarola, gli fissò addosso i suoi occhi, dicendo in tuono di grave rimprovero: «Frà Benedetto, lascia le armi e prendi la croce; io non ebbi giammai intenzione che i miei frati spargessero sangue.»[286] E l’altro, umiliatosi ai piedi del suo superiore, depose le armi; e, insieme con tutti, lo seguiva nella libreria greca.
In mezzo a quella sala, sotto quelle semplici volte del Michelozzi, egli pose il Sacramento e vi raccolse intorno i frati, dirigendo loro le sue ultime e memorabili parole: «Figliuoli miei, innanzi a Dio, innanzi all’ostia consacrata, coi nemici già nel convento, io vi confermo la mia dottrina. Quel che io ho detto, l’ho avuto da Dio, ed egli mi è testimonio in cielo che io non mento. Non mi era noto che tutta la città dovesse così presto rivolgersi contro di me; pure sia fatta la volontà del Signore. Il mio ultimo ricordo è questo: la fede, la pazienza e le orazioni sieno le vostre armi. Io vi lascio con angoscia e dolore, per andare in mano degli avversari. Non so se mi priveranno della vita; ma certo sono che, morto, vi potrò aiutare in cielo, più di quello che non ho potuto far vivo in terra. Confortatevi, abbracciate la croce, e con quella troverete il porto della salute.»[287]
Intanto, i nemici erano padroni di quasi tutto il convento; e Giovacchino della Vecchia comandante la guardia del Palazzo, minacciava di rovinare colle artiglierie ogni cosa, se non si obbediva ai comandi della Signoria; la quale richiedeva, adesso, sotto la fede però di non toccar le persone loro, che fossero consegnati frà Girolamo, frà Domenico e frà Salvestro. Allora Malatesta Sacromoro, quel medesimo che s’era offerto di entrare nel fuoco, incominciò a fare la parte del Giuda: trattava coi Compagnacci e li persuadeva a portare l’ordine scritto. E mentre che, per averlo, essi mandavano ai Signori; il Savonarola si fece confessare e comunicare da frà Domenico,[288] e s’apparecchiava ad arrendersi insieme con lui; giacchè frate Salvestro si era nascosto, nè in quel trambusto era facile ritrovarlo.[289]
Seguiva, in questo mezzo, un fatto assai singolare. Girolamo Gini, seguace del Savonarola e da lungo tempo desideroso di vestir l’abito domenicano, s’era trovato quel giorno al vespro, ed appena cominciato il tumulto, s’armò per difendere il convento. Quando il Savonarola comandò di deporre le armi, il buon popolano obbediva; nondimeno correva pei chiostri e presentavasi ai nemici, volendo, come egli stesso dice, affrontare la morte per amore di Gesù Cristo. Ed essendo stato ferito, egli entrava adesso, col capo tutto insanguinato, nella libreria greca, dove, inginocchiatosi innanzi al Savonarola, umilmente chiedeva l’abito, che gli veniva concesso in quell’istante medesimo.[290]
Alcuni amici proposero allora al Savonarola, che si lasciasse calar dalle mura, per mettersi in salvo; giacchè non era facile, entrato una volta in Palazzo, che ne uscisse più vivo. Egli sembrava esitare alquanto ad accettare quest’unico mezzo di salvezza; quando frà Malatesta, rivoltosi a lui, gli disse; «Non deve il pastore metter la vita per le sue pecorelle?» Tali parole sembrarono toccar profondamente l’animo del Savonarola, che non dette alcuna risposta; ma, abbracciati e baciati tutti i suoi frati e, prima d’ogni altro, lo stesso Malatesta; si arrese, senza più esitare, insieme col suo fedele e indivisibile frà Domenico, nelle mani dei mazzieri della Signoria, che allora appunto ritornavano.[291] Egli era già in mezzo di loro, quando si rivolse nuovamente ai frati, dicendo: — «Fratelli miei, rammentatevi di non dubitare. L’opera del Signore andrà sempre innanzi, e la mia morte non farà che accelerarla.»[292] — Appena i due frati furono discesi nei chiostri, che subito la folla si strinse intorno a loro con grida di gioia feroce. Ed in questo momento, frà Benedetto che sino ad ora li aveva seguiti, non potette più resistere allo strazio del suo cuore; singhiozzando e piangendo, si spinse tra la moltitudine, dicendo di volere andar prigione col suo maestro. Ma tutti erano ebbri di furore, ed un’altra onda di popolo trasportò frà Girolamo e frà Domenico nella piazza San Marco: frà Benedetto rimase tristo e desolato nel chiostro. Egli ci racconta che si udirono, allora, grida così terribili, da far credere ad ognuno, che il Savonarola venisse, in quel momento stesso, ucciso.[293]
Erano le otto della sera. I mazzieri lo legarono, e la folla, addensatasi intorno a lui, faceva come un mare tumultuoso d’elmi, di corazze, di spade e lance illuminate dal fosco lume delle lanterne e delle torce. Lo guardavano con volti minacciosi, gli accostavano agli occhi le lanterne, e gridavano: «Ecco il vero lume;» gli abbronzavano e bruciavano il viso colle fiaccole, dicendo: «Ora dà volta alla chiavetta;» gli storcevano le dita e lo picchiavano, insultandolo col dire: «Profetizza chi ti ha percosso.» Fu tale e tanta questa furia, che le guardie a fatica poterono salvarlo, incrociando sopra di lui le armi e gli scudi.[294] Gl’insulti ch’ebbe a sopportare per la via, si possono più facilmente immaginare che descrivere; nè la efferata moltitudine si stancò, fino a che egli non fu entrato in palazzo: anzi aveva già messo il piede nello sportello, quando uno di loro, datogli un calcio di dietro, diceva: «Ecco dove egli ha la profezia.»[295]
Condotti finalmente i due frati innanzi al gonfaloniere, questi domandò se persistevano a sostenere che le loro parole venivan da Dio; ed avendo essi risposto affermativamente, furono chiusi in due carceri separate. Al Savonarola toccò l’Alberghettino, piccola stanza nella torre di Palazzo, dove in altri tempi era stato prigione Cosimo de’ Medici; e quivi, per la prima volta, dopo un giorno così travagliato, trovò un poco di riposo. Quella medesima notte, venne arrestato suo fratello Alberto, che si trovò per caso in Firenze; ma poi fu subito rilasciato. Il giorno appresso frà Salvestro uscì del suo nascondiglio, e subito fu dal Sacromoro consegnato ai nemici che, sino all’alba, aveano gozzovigliato con dilicati cibi sulla povera mensa dei frati.[296]
Intanto, la Signoria affrettavasi d’annunziare subito a Roma, a Milano, in Francia e ad altre corti, ciò ch’era avvenuto la sera dell’otto febbraio; colorendo i fatti a suo modo, e secondo l’indole dei governi a cui scriveva. Commettevano, poi, all’oratore in Roma, che impetrasse dal papa una generale assoluzione di tutte le censure in cui si poteva essere incorsi; tanto per aver lungamente tollerato le prediche del Savonarola, come per aver messo le mani sopra persone ecclesiastiche: chiedevano, inoltre, licenza di poter giudicare quei frati; e, nel medesimo tempo, pigliavano questa occasione per sollecitare l’affare della Decima ecclesiastica. Ognuno può immaginarsi con quanta sollecitudine il papa rispondesse ai Signori fiorentini. Li chiamava figliuoli veri di Santa Chiesa; concedeva ogni assoluzione, ogni facoltà richiesta, ogni benedizione; raccomandava solo caldissimamente che, non appena giudicati quei frati, fossero subito dati nelle sue mani, per far loro subire la meritata pena. Quanto alla Decima ed a tutto il resto, faceva larghe promesse. Così anche il duca di Milano mandava, con staffette espresse, lettere di congratulazione; voleva aiutare la repubblica; voleva sostenerla in tutti i pericoli, renderle Pisa in pochi giorni e via discorrendo.[297]
Ma le nuove più grate ai nemici del Savonarola, venivano donde meno erano aspettate. Le ultime lettere di Francia narravano, come il giorno 7 aprile, quel giorno medesimo in cui doveva aver luogo in Firenze l’esperimento del fuoco, Carlo VIII di Francia era morto in Amboise. E la sua fine fu misera, come tante volte il Savonarola aveva predetto che sarebbe stata, per avere quel re abbandonato l’opera del Signore. Preso a un tratto da un colpo d’apoplessia, fu menato in luogo pieno d’ogni più schifosa bruttura;[298] e quivi il re di Francia, posato sopra la paglia, dava l’ultimo fiato. Giammai, però, alcuna profezia non s’era meno opportunamente verificata, e con maggior danno del profeta stesso. Il Savonarola perdeva in Carlo il suo ultimo e più valido sostegno; lo perdeva quando da lui solo poteva dipendere la propria salvezza; nel momento, appunto, in cui il re sembrava volger, di nuovo, i suoi pensieri alle cose d’Italia ed alla riforma religiosa.[299] Ma, noi lo abbiamo già detto, ormai non bisogna più illudersi; tutti gli eventi e tutti gli uomini si volgono a danno del misero frate; egli non ha più nulla a sperare su questa terra.
CAPITOLO NONO.
Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo.
L’indomani del tumulto era lunedì santo: cominciavano quei giorni sacri alla religione, nei quali il popolo si stringeva assai più numeroso intorno al Savonarola, le cui prediche solevano essere allora più fervide ed eloquenti. E adesso, invece, egli era chiuso in carcere, in potere de’ suoi nemici. Si vedeva nel palazzo della Signoria, un’attività incredibile, un andare e venire di mazzieri e di fanti che, in nome dei magistrati, richiedevano tutti coloro che più erano conosciuti come partigiani del Frate e del governo popolare. Alcuni, malgrado la espressa proibizione, riuscirono ad evadere dalla città; altri, invece, si presentavano. In questo modo, oltre al Savonarola ed ai suoi due compagni, frà Domenico e frà Salvestro; venivano imprigionati diciassette, tra laici e frati, che s’erano trovati alla difesa del convento, o erano noti come più intimi del Savonarola.[300] San Marco, dopo essere stato saccheggiato, fu minutissimamente ricercato, rovistato in ogni angolo e massime nella cella del Savonarola, per vedere se vi erano carte che potessero servire a compilare quel processo che si voleva ordire a sua perdizione. I frati, intanto, s’erano ritirati nell’ospizio: quivi, dopo avere assistito i loro moribondi e feriti insieme con quelli dei nemici, costruito un altare, attendevano a pregare.[301] Ed in questo mezzo, i Compagnacci, avendo raccolta tutte le armi trovate nel convento o nella chiesa, le ponevano sopra un carro; le portavano in giro per tutta la città, e così insanguinate come erano, le mostravano al popolo, gridando: «Ecco le virtù di San Marco, ecco i miracoli del Frate, e l’amore ch’egli portava al popolo di Firenze.[302]»
Queste cose non erano senza grande effetto sull’animo d’una moltitudine, la quale tenevasi come ingannata e delusa, per non aver visto alcun miracolo nel giorno dell’esperimento del fuoco, nè in quello dell’assalto al convento. E la Signoria, battendo il ferro mentre era caldo, non tralasciava alcuno dei mezzi che potevano condurla al suo fine. Quel giorno medesimo raccoglieva una Pratica, per interrogare sul modo da tenere in queste esamine; ed il suo linguaggio dimostrava chiarissimamente, che s’era presa una ferma risoluzione di violare, non solo la fede già data di restituire illeso il Savonarola, ma di violare ancora le consuetudini e le leggi stesse della Repubblica.
Cominciavano col domandare: «Se i tre frati che, per l’onore della Repubblica, s’è cercato d’avere nelle mani, bisogna esaminarli qui in Firenze, o bisogna renderli al pontefice che li richiede.»[303] Procedevano, quindi, a fare un quadro lietissimo delle molte promesse che s’erano avute, delle molte speranze che sorridevano alla Repubblica per questo imprigionamento. Si concludeva finalmente col domandare: «Quello fosse da fare circa l’ufficio dei presenti Dieci di libertà e Otto di guardia.» — A questi magistrati apparteneva, per legge, il giudicare le cause di Stato;[304] e, quindi, volevano i Signori esserne sicuri, col far la nuova elezione prima del tempo legale; giacchè allora solamente potevano procedere con pieno arbitrio. Noi non conosciamo con precisione ciò che si rispose nella Pratica: tutti i discorsi andarono in gran parte smarriti, fuori quello del Vespucci, che ci fu tramandato quasi per intero. Nel 94 vedemmo il Vespucci opporsi al partito popolare, per favorire il governo dei pochi; nel 95 lo trovammo propugnatore della legge troppo democratica delle sei fave; più tardi fu avvocato di quei cinque cittadini che avevano cospirato in favore dei Medici; ed ora egli è dei primi a rivolgersi contro al Savonarola. Levatosi a parlare per la pancata dei dottori in legge, consigliava: «Che Fra Jeronimo venga esaminato da persone prudenti; e, fatto il processo, non si abbi a pubblicare intero, ma solo quella parte che parrà alle Excelse Signorie loro. Che non si mandi a Roma; ma si scriva che sarà tenuto a buona guardia. Circa all’ufficio dei Dieci, alcuni pensano d’eleggere i nuovi; altri consigliano che i nuovi restino in ufficio coi vecchi, sino al termine legale. Quanto agli Otto, si osserva che il termine loro è già presso a scadere.»[305] Quasi tutti s’accordavano a questo;[306] se non che fu da qualcuno aggiunto ancora: «Che, quando la elezione non riuscisse a grado della Signoria; si dava facoltà di farne un’altra.»[307]
In sostanza, si concedeva arbitrio di fare e disfare. Il partito dei Piagnoni era come annullato, gli Arrabbiati eran padroni della città, e la Signoria poteva francamente osare ogni cosa. Essa, infatti, creò i Dieci e gli Otto nuovi, facendoli stare in ufficio insieme coi vecchi. Il dì 11 aprile, componeva una commissione straordinaria di 17 esaminatori,[308] coll’incarico espresso di formare il processo dei tre Frati, valendosi della tortura e d’ogni mezzo che credessero necessario al loro intento. Con quale giustizia, poi, e con quanta imparzialità dovevano esser formati quei processi, veniva dichiarato, abbastanza, dai nomi di coloro che facevano parte della commissione. V’era quello stesso Piero degli Alberti che, il giorno dell’esperimento del fuoco, vedemmo adoperarsi con tanto audace e sfacciata pertinacia contro al Savonarola; v’era quel Doffo Spini, capo de’ Compagnacci, autore principale di tutte le insidie tramate contro di lui; promotore e capo nel tumulto dell’Ascensione, nell’esperimento del fuoco, nell’assalto al convento. Colui che, per mezzo de’ suoi sicarii, mille volte aveva attentato alla vita del misero Frate, e colle proprie mani, aveva cercato di finirlo per le vie di Firenze, in chiesa, sul pergamo stesso; colui si trovava, ora, fra gli Otto nuovi e nella commissione; doveva, cioè, esser de’ primi nel compilare il processo, e pronunziar la sentenza finale. Il suo aspetto riusciva assai familiare al Savonarola: più volte lo avea visto, con occhi ebbri di feroce vendetta, colla mano sull’elsa del pugnale già quasi sguainato, cercare di aprirsi la via fra quel cerchio incrollabile d’amici devoti, che eroicamente ponevano la vita in difesa del loro maestro. Ed ora lo vedeva col lucco indosso, trasformato in giudice; onde potè ben presto comprendere con quale umanità sarebbe proceduta l’esamina, con quale onestà condotto il giudizio. Sin dal principio fu così manifesta la violazione della giustizia e delle leggi, che uno degli esaminatori, dopo avere accettato l’ufficio, lo ricusò sdegnosamente, dicendo: «che non si volea trovare a questo omicidio.»[309]
La commissione non fu compiutamente ordinata che il giorno 11 aprile; e i due canonici fiorentini,[310] che vi presero parte per ordine del papa, non poteron ricevere il mandato da Roma, prima del giorno 14. Nondimeno, abbiamo già visto che il Savonarola venne interrogato la notte stessa del dì 8, in cui fu preso; ed il processo si cominciò l’indomani, prima cioè che gli esaminatori fossero tutti nominati.
Interrogato quel giorno, confermò sempre la sua dottrina; a coloro che chiedevano altre risposte, ripeteva: «Voi tentate il Signore.»[311] Gli fu dato da scrivere; ma le sue prime parole furon tali, che bisognò subito distruggere quei fogli, e smettere ogni idea d’avere un processo di mano propria dell’accusato, secondo che le leggi avrebbero voluto. Queste poche carte, che così andarono irremissibilmente perdute,[312] potrebbero dirsi la sola confessione genuina del Savonarola; giacchè, come noi vedremo, in tutta l’esamina non gli fu più concesso di scrivere di proprio pugno.[313]
In quel primo giorno, il disordine era tale in Palazzo, che bisognò contentarsi di non procedere più oltre. L’indomani il Frate venne condotto nella sala superiore del Bargello, ove, dopo averlo interrogato, minacciato, insultato, lo legarono alla fune per torturarlo. Tirato su, era lasciato cadere rapidissimamente; ed allora, fermata ad un tratto la fune, le sue braccia, rivolgendosi indietro, percorrevano un mezzo cerchio; i suoi muscoli si laceravano, e tutte le membra tremavano pel dolore. La tortura della fune, quando veniva data leggermente, non era certo delle più crudeli; ma si poteva, anche, dare in maniera da far cedere ogni fibra più dura, ogni animo più fermo. Continuata per qualche tempo, portava inevitabilmente il delirio e la morte; onde il far confessare ad un accusato qualunque cosa si volesse, era solo quistione di tempo. Il Savonarola, poi, fin dalla prima giovanezza, di fibra delicata e sensibile; a causa delle continue privazioni, delle lunghe vigilie, del predicare per otto anni non mai interrotto, era da più tempo divenuto così stranamente cagionevole e nervoso, che la sua vita si poteva dire un continuo soffrire, e sembrava sostenuta e sorretta quasi unicamente dalla sua volontà. Quel che negli ultimi giorni era avvenuto, pericoli, insulti, dolore di vedersi abbandonato da tutti, aveva non poco esaltata quella sensibilità già ammalata. Ed in tale stato veniva sottoposto ad una tortura violenta e crudele! Come era assai naturale, egli cominciò ben presto a vaneggiare; le sue risposte non ebbero più alcun senso,[314] e finalmente, quasi disperando di se stesso, egli gridava con voce da commuovere le pietre, non però i suoi giudici: Tolle, tolle, Domine, animam meam.[315] Felice veramente se fosse morto in quel punto! La sua memoria non sarebbe andata soggetta a tante nuove calunnie, il suo cuore non avrebbe patito una serie infinita di nuove angosce.
Quando i giudici s’avvidero che, per allora, non si poteva cavare più nulla da risposte così incerte; lo sciolsero dalla fune, per rimandarlo in prigione; ed egli, inginocchiatosi, pregava pe’ suoi carnefici: «i quali non sanno, o Signore, quel che si fanno.»[316] L’indomani, 11 di aprile, la commissione era composta, e si dava, finalmente, principio a stendere quello che fu chiamato processo, col quale incomincia una serie di opinioni diverse e contradittorie intorno al Savonarola, una difficoltà grandissima di discernere il vero dal falso; il vero ed il falso essendovi così stranamente mescolali, che assai spesso riesce ugualmente difficile il credere ed il discredere.
Noi non possiam dire quante volte il Savonarola venisse torturato; ma è certo che, per compilare i varii processi, si durò più di un mese, e che i tormenti furono lunghi, continui e crudeli. Un testimonio oculare affermava di avergli veduto dare, in un solo giorno, 14 tratti di fune.[317] Il Pico ed il Burlamacchi aggiungono che, tirato sulla fune, gli erano accostati alle piante carboni accesi;[318] ed in tale stato lo interrogavano, per scrivere quindi nel processo: «Spontaneamente e senza lesione di corpo confessò.» Che egli, poi, non abbia sempre potuto resistere a quella tortura, viene affermato da un numero così grande di scrittori, che bisogna crederlo, sebbene moltissimi de’ suoi seguaci affermino il contrario. Ma più che tutti gli scrittori, a noi persuade questa opinione la natura stessa delle cose. Dove e come poteva trovar la forza di resistere a strazi così crudeli e così prolungati, un uomo di fibra tanto sensibile e delicata, che ai primi tratti della fune cadeva nel delirio? Il manigoldo medesimo affermava di non aver mai veduto alcuno, sopra di cui la tortura producesse un effetto così pronto e crudele.[319] Di certo, se anche allora, colle membra lacere e l’animo travagliato, fosse potuto risalire sul pergamo; alla presenza del popolo radunato, sotto l’influsso di quei mille occhi benevoli ed attenti, egli avrebbe ritrovato tutto se stesso, ed avuto la forza di sostenere ogni parte della sua dottrina, anche a costo di dare coll’ultima parola l’ultimo fiato. Ma di faccia a quei marmorei volti de’ suoi nemici, che non lo ascoltavano, non lo intendevano, e solo pensavano di rimetterlo nuovamente alla tortura; come trovare la forza di riandare, spiegare e difendere le sue visioni, le sue profezie; egli che già vaneggiava? Come possiamo chiamar responsabile di tutte le sue parole, colui che più non le intendeva?
Pel Savonarola, però, dovette essere un momento di suprema angoscia, forse il più doloroso di tutta la sua vita; quello in cui, dopo aver ricevuto la prima tortura, fu rimandato nella solitaria prigione dell’Alberghettino. Quivi, in faccia alla sua coscienza, dovette riconoscere che non poteva resistere ai tormenti; che, legato alla fune, assai presto vaneggiava, ed avrebbe potuto facilmente dare qualunque risposta avessero voluta. Che fare, adunque? Una volta che la tortura era più forte di lui, bisognava pur cedere su qualche punto; si trattava solo di scegliere. Il processo dovea versare sopra tre capi: la religione, la politica, e la profezia. Cedere sul primo punto, non era da mettersi in deliberazione: valeva mille volte meglio morire. Cedere sulla politica, sarebbe stato vile; giacchè comprometteva la causa di tutto il popolo e della libertà. Pure in qualcosa bisognava cedere; non restava, quindi, che la profezia e le visioni.
Come questa materia della profezia immergesse, continuamente, il Savonarola fra mille sofismi, nei quali è difficilissimo tenergli dietro, noi lo abbiamo già visto. Ora, nella solitudine della prigione, affranto dalla prima tortura, umiliato dalla debolezza de’ suoi nervi; possiam credere se egli fantasticasse più che mai. I ragionamenti che fece allora ci vengono, in gran parte, accennati dal Pico e dal Burlamacchi; ma assai più minutamente ci sono descritti dal Violi e da frà Benedetto, i quali spesero una metà della loro vita nell’esaminare ed illustrare il processo: s’erano talmente imbevuti dell’idee ed anche dei sofismi del loro maestro, che assai spesso ci sembra di udirlo parlare per la bocca loro. Quello che ci dicono su questo proposito, si riscontra, poi, non solo con tutte le idee e tutta la vita del Savonarola, ma ancora con le sue stesse parole; sicchè noi dobbiamo prestarvi un’intera fede.
Egli, adunque, cominciò col rammentare a se stesso alcuni passi di San Tommaso, in cui è detto che non siamo tenuti dire la verità intera, innanzi a giudici perversi; riandò la Bibbia, e trovò che Amos, Michea, Zaccaria, San Giovanni Battista avevano qualche volta negato d’essere profeti, o avevano dato dubbie risposte; ricordò che Gesù Cristo aveva fatto lo stesso: perchè non poteva, perchè non doveva farlo egli ancora?[320] Nè questo era un ragionamento che egli faceva, allora, per la prima volta. Assai spesso, dopo avere profetizzato sul pergamo, noi gli udimmo dire: — «Io non sono profeta nè figlio di profeta; — Io non ho mai detto di esser profeta,» — e simili. Quando, poi, veniva il giorno appresso a spiegare queste sue contraddizioni; entrava in un tal mare d’interpetrazioni allegoriche e sofismi, che veramente non era possibile di più intenderlo. Dobbiamo, perciò, aspettarci di trovare nel processo, lo stesso uomo colle medesime contraddizioni. Allegorico ed oscuro sempre in questa materia della profezia, possiamo immaginarci cosa dovette essere, quando s’era deciso a farlo di proposito, per confondere i suoi giudici.
Bisogna, d’altronde, considerare che la fermezza di carattere, e l’eroismo degli uomini sommi, viene solo dalla verità e dalla fede; ora noi abbiam veduto come queste visioni e profezie del Savonarola, erano in gran parte effetto d’un fanatismo, sincero sì, ma pur sempre fanatismo. Come, adunque, e dove poteva trovar la forza per sostenerle, in faccia a quella tortura che lo faceva vaneggiare; quando noi sappiamo che, esaminando questo soggetto nel fondo del suo animo, non troviamo che superstizione e sofismi? Era il lato debole nella vita e nel carattere del Savonarola; era il punto su cui più infierivano gli esaminatori colla tortura; e fu, diciamolo pure, la parte meno lodevole del suo processo. Egli dice e contraddice, afferma e rinnega: non poteva su questa materia parlar chiaro, perchè non vedeva chiaro egli stesso; non poteva dimostrarsi forte, perchè era debole, era vittima infelice delle sue allucinazioni. Come possiamo noi, in questo soggetto, pretendere da lui eroismo?
Nondimeno, la Signoria, dopo avere distrutta la confessione autografa del Savonarola, dopo averlo interrogato colla tortura, era scontentissima delle sue risposte nè sapeva a quale partito appigliarsi. Fabbricare addirittura un processo falso di pianta, non era cosa a cui tutti si sarebbero piegati; oltre di che, la cosa venendo facilmente in chiaro, poteva avere conseguenze spiacevoli e pericolose. Il popolo, intanto, mormorava di questa lentezza, ed i Signori si andavano apertamente rammaricando delle difficoltà che incontravano.[321] Fu allora che ser Ceccone notaio fiorentino, udendo questi lamenti da uno degli esaminatori; gli rispose con sorriso impudente: «Dove non è causa, bisogna farvela nascere.» Aggiungendo, che a lui sarebbe bastato l’animo di assumere l’impresa.
Egli era stato, in origine, uomo di parte Pallesca, e s’era mescolato nella congiura di Piero de’ Medici, scoperta la quale, rifugiossi in San Marco ove trovò protezione e salvezza. Quivi finse di convertirsi alla religione: assisteva tutti i giorni alla predica, e faceva il Piagnone; il che, però, non gl’impediva di continuare a far la spia del Duca di Milano, a cui ogni giorno scriveva in cifra, ragguagliandolo di tutto ciò che seguiva in Firenze.[322] In tal modo visse fino alla prigionia del Savonarola, quando di nuovo gli si scoperse nemico, offerendosi di compilare il falso processo, con alterazioni lievi, ma tali da dar luogo alla condanna. L’offerta venne accettata colla promessa di 400 ducati; sebbene il Ceccone, non essendo notaio della Signoria, non avrebbe potuto, secondo gli Statuti, assumere legalmente quell’ufficio.[323]
Le risposte che la tortura strappava furono, adunque, alterate. Qualche volta si mutava un sì in no, o viceversa; qualche volta si omettevano interi e lunghi periodi; continuamente si aggiungevano delle frasi, come: questa fu mia ipocrisia; fu mia superbia; lo facevo per gloria del mondo, e simili. Di ciò ne resero testimonianza gli esaminatori stessi ed il notaio;[324] oltre di che, leggendo il processo, ognuno s’accorge delle molte lacune; mentre le aggiunte sono così evidenti, che non di rado contrastano col senso e colla grammatica del periodo cui vanno unite. Si vede chiarissimamente che gli esaminatori, convinti di non potere colle minacce, colla tortura e con falsificare quasi tutto il processo, render colpevole l’accusato; si sforzavano, almeno, fargli perdere la stima e l’ammirazione de’ suoi seguaci.
Noi abbiamo già detto, come questo processo versava principalmente sopra tre capi: la profezia, la religione e la politica; e che il primo era il punto debole, quello su cui il Savonarola non ebbe forza di resistere alla tortura. Credendo sinceramente di esser profeta, aveva in ciò una fede assai diversa da quella che gl’ispiravano il vero, là religione e la libertà; questa fede gli dava eroismo e forza per sostenere il martirio; l’altra era come un sogno superstizioso e confuso, da cui non si poteva liberare nei momenti di meditazione esaltata, o di eccitamento oratorio, quando i mille benevoli occhi del popolo infiammavano la sua fantasia; ma un sogno che spariva in faccia alla terribile realtà dell’ora suprema. Egli stesso se ne lamentò, allora, dicendo: «O Signore, Signore, tu mi hai tolto lo spirito di profezia!»[325]
Nondimeno, quando la prima volta, in presenza di tutta la Commissione, fu interrogato su questo soggetto; confermò le sue visioni, parlò d’un angelo che gli appariva in forma di fanciullo, e gli ragionava con voce divina; poi concluse dicendo: «Lasciate questa cosa a se stessa; perchè, se è da Dio, voi ne avrete segno manifesto; se da uomo, anderà per terra. Se io sono profeta o no, questo non è caso di Stato; e niuno ha diritto di condannare o giudicare le intenzioni altrui.»[326] Ma di nuovo messo alla tortura, negò d’esser profeta, e poi da capo lo riconfermava: torturato ancora, cominciò con allegorie e risposte equivoche, le quali, alterate continuamente dal notaio, formarono una tale confusione, che spesso non è possibile d’intenderci chiaro. Non appena, però, i giudici smettevano le dimande intorno alle visioni, che subito cessava di rispondere il profeta illuso, e cominciava a parlare l’eroico martire della religione e della libertà.
Nella seconda parte del processo, infatti, il Savonarola venne a parlare della sua opera, e fu uguale a se stesso; la tortura lo trovò incrollabile. Confermò apertamente che la Chiesa doveva essere flagellata e poi rinnovata. «Per aiutare questo mio fine, così egli disse, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare Concilio; pel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e arei cercato di essere lì, ed essendovi, confidavo predicare e fare tali cose che ne sarei stato glorioso.» E andando oltre su questo tenore, ripetè spesso: «avevo in animo di far cose grandi in Italia e fuori.» Interrogato, se pensava d’essere papa; rispose di no: «perchè quando avessi condotto quest’opera, mi parrebbe essere stato più che cardinale o che papa.»[327] Ora, se tali parole si trovano in quel processo che venne falsificato dalla mano di ser Ceccone, si può egli più dubitare che il Savonarola sapesse sostenere con coraggio e con eroismo le sue idee religiose?
Il medesimo avvenne quando fu interrogato intorno alla politica. Le aggiunte e le alterazioni non bastano a nascondere le risposte assai esplicite del frate. Egli respinse più volte sdegnosamente l’accusa, che si facesse rivelare i segreti di Stato, per mezzo della confessione. Più e più volte ripetette, che non aveva tenuto intelligenze di Stato; non aveva favorito o disfavorito alcuno; aveva parlato, in generale, delle cose di Stato, lasciando la cura dei particolari al Valori, al Soderini e ad altri più pratici di lui. «Il mio scopo era solamente di favorire, in generale, il governo libero e quelle leggi che lo miglioravano.» Accennò alcune delle principali leggi che aveva proposte, o che avrebbe avuto in animo di proporre più tardi, come quella del Gonfaloniere a vita; ed è notevole, ancora, un luogo ove dice come, essendogli venuto il dubbio che alcuni de’ suoi più fidati amici si volessero unire a restringere il governo fra loro; incominciò subito a predicare contro la tirannide e contro ogni governo di pochi; «acciò, per amore o per forza, questi tali favorissono quello governo civile.» Quando si trattava della libertà, egli, dunque, non aveva rispetti umani, non perdonava neppure ai suoi più cari e fedeli seguaci. Ed anche questo risulta, con ogni evidenza, da quel processo che ser Ceccone distese a rovina del Savonarola.
Dopo undici giorni di tortura, finalmente, si poneva termine ad un’esamina la quale, sebbene compilata con tante illegalità, alterazioni ed astuzie; non rispondeva per niente al fine proposto, e la Signoria stessa se ne doveva dichiarare scontentissima. Essa, scrivendo al papa che lamenta vasi della loro lentezza, era costretta a dire: «Noi avemmo a fare con un uomo di pazientissimo corpo e di sagace intelletto, il quale indurava l’animo contro i tormenti, avvolgeva la verità fra mille tenebre, e sembrava essere venuto nella deliberazione, o di acquistarsi, con simulata santità, un nome eterno appresso ai posteri, o sopportare il carcere e la morte. Con lunga ed assidua interrogazione, per molti giorni e colla forza, appena potemmo ottenere qualche cosa, che pur ci voleva nascondere, mentre si aprivano quasi gl’involucri stessi del suo animo.»[328]
Veramente in tutto il corso e lo sviluppo di questo processo, noi troviamo nel Savonarola, quel medesimo uomo che abbiamo finora conosciuto. Genio e superstizione, alti ragionamenti e triviali sofismi, eroismo sublime e qualche volta inaspettata debolezza; ma nel fondo sempre un carattere altissimo, generoso e forte. Ora afferma ed ora rinnega la sua profezia; ma interrogato sopra quei punti intorno ai quali la sua mente ed il suo cuore veggono chiaro, egli diviene subito invincibile. Le minacce, le promesse, la tortura data e ripetuta non possono più nulla; la sua volontà rimane ferma ed incrollabile ancora nel delirio. La Signoria dovea, quindi, essere scontentissima di quel processo; essa vedeva con dolore e dispetto grandissimo che, dopo la tortura e le alterazioni, il Savonarola risultava sempre innocente. Un solo vantaggio si poteva cavare da tutto ciò, quello di screditare il Frate appresso i suoi seguaci: e non era poco. Una volta che egli avesse perduto il favor popolare, si poteva arrischiarsi a condannarlo, senza tener conto delle leggi nè della giustizia.
Ma era indispensabile che il processo venisse firmato, non essendo scritto di mano dell’accusato, come le leggi avrebbero voluto. Bisognava, dunque, persuadere il Savonarola a quest’altro passo. Invero, è difficile assai dire con precisione come andasse questa faccenda della firma. Gli esaminatori affermano d’essere stati due giorni a persuadere l’accusato, con parole e conforti umani;[329] ed ognuno può immaginare che sorta d’umanità fosse la loro. Il Burlamacchi assicura che gli fu letto[330] un processo, e fattogliene firmare un altro; al che dettero qualche fede i discorsi tenuti dai giudici stessi e dal notaio. Questi, dopo aver fatto una prima bozza, in cui le risposte del Savonarola erano già alterate; ne fece un’altra con nuove omissioni ed aggiunte. Secondo ogni probabilità, all’accusato venne letta la prima bozza, e gli si fece firmar la seconda, che è quella data poi alle stampe. Nondimeno, le differenze che passavano fra queste due copie, sebbene molte e gravi, non erano però sostanziali, come apparisce assai chiaro dal Violi che ne trascrisse la più parte.[331] Onde si potrà sempre affermare che il giorno 19 di aprile, in presenza di 8 testimoni, sei dei quali erano frati di San Marco; il Savonarola firmava un processo che, sebbene non comprometteva alcuna parte essenziale della sua dottrina, pure egli avrebbe assai meglio lacerato. Ma perduto in quelle sue allegorie, credette di avere in tutto salvato la sua dignità e la sua coscienza. Bisogna ripeterlo un’ultima volta, il Savonarola credeva di non essere nella condizione degli altri uomini: convinto di avere doni soprannaturali, pensava di non dover parlare il linguaggio comune degli altri uomini, di non dover dire ogni suo pensiero; perchè il volgo non li avrebbe intesi, ed ai fedeli bastava il linguaggio allegorico. Questo sistema seguito, durante una vita intera, nelle prediche, negli scritti, nei discorsi familiari, volle continuarlo nel suo processo. E chi volesse avere una idea chiara intorno al valore di quel mistico linguaggio; legga quelle prediche in cui il Savonarola comenta se stesso; legga gli scritti dei suoi discepoli, e principalmente la esposizione che frà Benedetto fece al processo del suo maestro, e vedrà come assai spesso si pretende che le parole significhino il contrario di quel che dicono.[332]
Si racconta che, dopo la lettura del processo, il notaio interrogasse il Savonarola, dicendo: «È vero ciò che è scritto?» A cui egli: «Ciò che ho scritto è vero;» giovandosi così d’un artifizio di parole, che frà Benedetto, il Burlamacchi ed il Pico ammirano e trovano simile alle risposte date da Gesù Cristo ai suoi giudici. Ma noi lasciamo da banda questi aneddoti, molti dei quali furono invenzione d’importuni e ciechi ammiratori, che volevano considerare il Savonarola non come uomo, ma come Santo; gli accendevano lumi e gli recitavano orazioni. Certo è, però, che quando tutti i testimoni ebbero firmato, egli, volgendosi intorno, disse queste precise parole: «La mia dottrina a voi è nota, ed è nota a tutti. In questa tribolazione vi chiedo solo due cose: abbiate cura dei novizi e conservateli in quella dottrina cristiana, in cui li abbiamo sinora mantenuti. Pregate per me il Signore, il cui spirito di profezia mi ha in questo momento abbandonato.»[333] Ed allora frà Malatesta Sacromoro che, oramai, sembrava deciso alla parte di Giuda, disse: «Ma sono vere o false le cose che tu hai sottoscritte?» A che il Savonarola, guardandolo sdegnosamente, gli volse le spalle senza rispondere, e se ne tornò alla prigione.[334] Quivi egli avrebbe voluto riandare ponderatamente la sua condotta; ma l’animo travagliato e stanco, tornava subito alle mistiche contemplazioni; la prigione si popolava di creature soprannaturali, di esseri invisibili; e quando era rapito in questo mondo, ogni altro pensiero gli usciva dalla mente.
Intanto, dopo lunga discussione, i Signori vennero al partito di dare alle stampe il processo: cosa a cui il notaio s’era fortemente opposto. Vi si fecero, per la terza volta, nuove alterazioni; ma nondimeno, appena esso venne alla luce, l’opinione dell’universale si manifestò così contraria alla Signoria, che si dettero ordini severissimi, per ritirarne tutte le copie. I più obbedirono; ma, dopo qualche giorno, se ne vide comparire una seconda edizione,[335] senza che oramai vi fosse più alcun rimedio. Ponendo da un lato il desiderio che si poteva avere d’una maggiore fermezza nel Savonarola; risultava assai chiaro, che le sue risposte, strappate colla tortura, alterate nella prima bozza, alterate di nuovo nel processo firmato, e finalmente una quarta volta in quello a stampa, lo facevano sempre risultare innocentissimo.[336]
La Signoria, quindi, radunava molte volte la Pratica, per avere qualche consiglio;[337] e finalmente si venne al disperato partito di tentare un secondo processo. Fu cominciato il giorno 23 di maggio, e si procedette con grandissima fretta. Il Savonarola era interrogato mattina e sera, il notaio rifaceva quasi di pianta le risposte; ma ben presto si dovette rinunziare a questo disegno, vedendo che non s’otteneva altro risultato che d’accrescere sempre maggior carico alla Signoria.[338] Si restò, quindi, al primo processo.
Bisognava, secondo le consuetudini della repubblica, farlo leggere nella sala del Consiglio Maggiore, in presenza di tutto il popolo, in presenza dell’accusato stesso. Ma la Signoria, invece, lo fe’ leggere solo da un cancelliere degli Otto, il quale dichiarò al popolo radunato, che il Savonarola non avea voluto trovarsi presente, per paura d’esser lapidato.[339] Cosa che non fu creduta da nessuno, ed accrebbe sempre maggior carico alla Signoria, la quale restò così scontenta di tutto l’andamento dell’esame e del processo, che, in luogo dei 400 ducati promessi a Ser Ceccone, non volle dargliene che soli 30;[340] perchè non aveva saputo mantenere alcuno dei patti promessi.
CAPITOLO DECIMO.
Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento. Arrivano i Commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti nella prigione.
La Signoria non poteva essere meno scontenta del come procedeva l’esamina degli altri due frati. Domenico da Pescia, sotto la tortura, era divenuto maggiore di sè stesso. Cercarono fargli credere che il Savonarola avesse ritrattato ogni cosa; lo sottoposero alla fune, ed al tormento assai più crudele della stanghetta;[341] ma tutto ciò era vano; perchè egli rimaneva incrollabile e sereno, come un martire della Chiesa primitiva. Pensarono, allora, fare della necessità virtù: gli lasciarono scrivere di sua mano la propria confessione, disposti a pubblicarla senza alterazioni, per guadagnarsi nome di giudici onesti, ed acquistar fede al falso processo del Savonarola.[342] Ma l’animo non bastò loro a ciò. Quando lessero la confessione di frà Domenico, non poterono restarsi dal farvi alcuni mutamenti, coi quali, sebbene non l’avessero essenzialmente alterata, pure la scolorivano e le toglievano quell’impronta d’eroismo, che traspariva, in essa, da ogni parola. Vi aggiunsero, di loro invenzione, i nomi degli amici del convento, che frà Domenico non volle dare; ma, poi, non seppe risolversi a pubblicarla, e la fecero solamente girare manoscritta.
Ponendo a confronto le due copie di questo processo, si trova che, in quello ritoccato dalla Signoria, v’è più ordine, più grammatica e correzione; cose tutte che mancano nel vero e genuino, il quale ha, invece, quella schietta e naturale eloquenza che non viene dall’arte, ma sorge spontanea dal cuore d’un uomo generoso. Non si può leggerlo senza una profonda commozione: esso ci trasporta, quasi, accanto alla tortura; noi vediamo lo strazio crudele delle membra; udiamo lo scricchiolare delle ossa; ascoltiamo la voce fioca ed esausta, ma pure sublime, dell’eroico Frate che s’avvicina alla morte con l’angelico sorriso dei martiri, e nel dolore si esalta sempre più a lodare il nome del suo Signore.[343]
Il processo incominciava con queste parole: «Iddio e Signore nostro Gesù Cristo sa che io frà Domenico, per esso legato, non mento in alcuna di queste cose.» Affermava, che egli ed il Savonarola erano stati sempre contrari a qualunque apparecchio d’armi, a qualunque resistenza nel convento. Ma, venendo all’esperimento del fuoco, diceva, invece: «Io andai deliberatissimo d’entrarvi, nè pensai che s’avesse a fare l’obbiezione del Sacramento....» «Se, adunque, è nato scandalo, Iddio, per la volontà del quale lo feci (l’esperimento), me ne darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia e persecuzione sì grande.» E, quel primo giorno, concludeva dicendo ai Signori: «Non voglino appuntar sofisticamente le mie parole; ma le faccino, piuttosto, servire alla intenzione con cui sono scritte.»[344]
Il 16 aprile, dopo avere gli esaminatori, con ogni astuzia e crudeltà, cercato persuadergli che il Savonarola s’era ritrattato;[345] lo invitarono a scrivere cosa pensasse di lui. Ed egli subito: «Io, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto e, non mi essendo mostro meglio il contrario, credo a tutte le profezie del Savonarola.» E, dopo averle enumerate, continuava: «Io ho tenacemente affissa questa fede; nè per ciò debbono le Magnificenzie Vostre alterarsi; perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla città, ed in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole.» Aggiunse, che il Savonarola non gli suggeriva mai ciò che dovesse predicare; ma lo lasciava ispirare da Dio. E, poi, concludeva così: «Non ho altro a mente; se da me voi altro desiderate, come buoni confessori, domandatemi ed io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè, avendo sempre avuta coscienza tenera, so molto bene che dire le bugie in judicio, o tacere quello che si debbe manifestare, è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se io avessi ora a morire; il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, e ho guaste le braccia, massime il sinistro el quale con questa già due volte ho guasto. Onde vi prego, siate clementi, credendo alla verità delle mie semplici scritture.»
I giudici insistevano più fieramente; e frà Domenico rispondeva: «Io non so altro, perchè mi sono occupato solo del ben vivere e di Gesù Cristo re di Firenze. Così questa seconda fune, se pure, non mi credendo, mi darete; non troverete altro, nè c’è; e metteretemi a pericolo della vita.» Ma ciò non valse a nulla: frà Domenico fu rimesso di nuovo e più crudelmente alla tortura. Poi gli presentarono da capo la penna; ed egli con mano tremante ed esausta, ma sempre sicura, scrisse le ultime e più memorabili parole della sua confessione. — «Sia fatta la volontà di Dio. — Non mi potetti mai avvedere, nè mai ebbi uno minimo sospetto, che il padre frà Ieronimo ingannassi o andassi punto fintamente; anzi mi pareva rettissimo, e sempre l’ho giudicato uomo singolare. Ed avendogli gran reverenza, speravo, per e’ sua mezzi; avere da Dio grazia di poter fare qualche bene alle anime; e, reputandolo uomo di Dio, come suo suddito l’obbedivo con ogni semplicità e sollecitudine. Qualche volta ho detto a’ frati in pulpito, ed a qualcuno laico, che se io in Fra Ieronimo conoscessi uno minimo errore o inganno, io lo arei scoperto e pubblicato. E certo lui ha testificato qualche volta che io lo harei fatto; e ora lo farei, se nulla di lui sapessi di duplicità. — Finis. — In simplicitate cordis mei lætus obtuli universa.»[346]
Assai diversamente procedette la cosa con frate Silvestro. Nervoso e malato, soggetto alle visioni d’uno strano sonnambulismo che egli credeva ispirazione, di carattere assai debole, disposto a credere e discredere colla stessa facilità; si trovava di continuo a passeggiare pei chiostri, discorrendo in mezzo ad un crocchio di cittadini. Più volte ne avea ricevuto rimprovero dal Savonarola; ma v’eran sempre molti che lo cercavano, ed egli ricadeva nello stesso errore. Sia la difficoltà di parlare col Savonarola, di cui frà Salvestro godeva piena fiducia; sia la fama delle sue visioni, che a molti era nota; sia un certo entusiasmo religioso che egli manifestava nel discorrere: certo è che uomini come Francesco Valori e Piero Capponi lo avevano per confessore, ed erano con lui in continua corrispondenza di lettere.[347]
Quando, però, venne l’ora del pericolo, egli fece pessima prova. Il giorno del tumulto lo abbiam veduto nascondersi nel convento, nè uscirne, se non quando fu rivelato ai birri da frà Malatesta. Messo all’esame, il giorno 25 d’aprile, non ebbe altro pensiero che quello di salvarsi la vita, a spese della innocenza del maestro e della sua propria dignità. Ancora in questo processo, la mano di ser Ceccone fece parecchie alterazioni;[348] ma la sostanza ed il carattere generale che vi restarono assai visibili, sono tali che, neppure gli amici più devoti di frà Salvestro, poterono difenderlo. È singolare però che, contro la sua stessa intenzione, egli fornisce nuovi e validi argomenti a dimostrare l’innocenza del Savonarola. Dètte lunghissime liste dei nomi di coloro che frequentavano il convento; rinnegò la dottrina, e cercò in ogni modo denigrare la vita del suo maestro; pure confessò, che il Savonarola non s’era lasciato mai dominare dalle mene di partito, nè aveva tenuto in San Marco intelligenze di Stato. «Sopra le opinioni mia, de’ fatti di frà Girolamo,» così concludeva; «dico essere occorso che, almeno 20 o 28 volte, quando lui aveva a predicare, poco innanzi alla predica, veniva a me e dicevami: — io non ho che predicare; pregate Iddio per me, chè dubito Dio mi abbi abbandonato per qualche mio peccato. — E diceva di volersi confessare, e così si confessava; e nientedimeno faceva poi di belle prediche. E l’ultima volta che fece questo atto, fu il sabato, quando dipoi lasciò le prediche, la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che ci ha ingannato.»[349] L’ultima frase è certo aggiunta dalla mano di ser Ceccone; ma che altro provano tutte queste parole, se non la pienissima fede che il Savonarola aveva nella sincerità e bontà di quel discepolo, che ora così bassamente lo tradiva, e, quantunque invano, pure si sforzava denigrarlo.
In questo mezzo, venne a termine ancora un altro processo, contro parecchi frati di San Marco e non pochi cittadini, dei più intimi del Savonarola, che s’erano trovati nel convento, il giorno del tumulto.[350] Vennero minutamente interrogati sulle intelligenze tenute in San Marco, sulle armi introdotte, e via discorrendo. Si conobbero, così, nuovi particolari di quei fatti; ma nulla, assolutamente nulla, che risultasse a danno del Savonarola, la cui innocenza risplendeva, invece, sempre più luminosa. Tutti affermavano ch’egli era un uomo dedito assolutamente alla contemplazione delle cose celesti; che mai non s’era occupato nei maneggi di stato: tale, essi dicevano, era il rispetto, la venerazione avevamo per lui, che nessuno si faceva ardito di entrare nella sua cella, per non distrarlo dalla meditazione in cui era continuamente assorto.[351]
Quando, però, si mostrava agli accusati il falso processo; quando si cercava di persuader loro che il Savonarola avea rinnegato la sua profezia e le sue visioni; allora non tutti restavano fermi nella fede. I frati, in ispecie, trascorsero assai facilmente a parole piene d’ira e di sdegno. Frà Roberto da Gagliano, sebbene fosse stato dei più affezionati al Savonarola ed ai suoi due compagni; supplicava adesso i Signori, perchè in niun modo fossero rimandati al convento. Ma in tanta ira ed in tanto sdegno, egli non poteva nascondere la stima e venerazione avuta pel Savonarola; in modo che la sua accusa riesce, invece, una difesa. «Io sapevo,» egli dice, «per certa scienza e come teologo, la sua dottrina essere sana e non eretica.» «Io non potetti mai notare frà Girolamo di nulla; ma sempre vidi in lui gran segno di santità, devozione, umiltà, orazione, buone parole e ottimi costumi ed esempi, conversazioni mirabili, e dottrina sana e ferma e solida. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato e ingannato, ringrazio Dio e la Signoria che ci ha chiariti, e preghiamo che vogliate mantenere il bene incominciato insino al fine.»[352]
In vero, i frati di San Marco fecero, in questa occasione, assai mala prova. Bisogna, però, considerare che la loro condizione era assai difficile, e che la loro fede fu messa a duro cimento. Sventuratamente, per molti di loro, la dottrina che professavano, consisteva principalmente nelle visioni e le profezie; essi avevano cecamente desiderato, aspettato, anzi voluto il miracolo; e quando videro ogni cosa sparire, restarono come uomini perduti. Noi dobbiam credere che questa prova fu dura e difficile davvero; quando vediamo che anche frà Benedetto, il fido amico, l’eroico seguace, l’instancabile difensore del Savonarola, si lasciò, in quei giorni, vincere dal dubbio; e, per servirci d’una sua espressione, come tordo avuta la ramata, se ne andò a Viterbo.[353] Ben presto, però, in lui la calma diè luogo alla ragione; e venuto di nuovo a Firenze; esaminati minutamente i fatti; ricercati e trovati i veri documenti, i sinceri testimoni; tornò più forte che mai nell’antica fede, in cui persistette sino alla morte.[354] Ma non era in tutti la generosa costanza di frà Benedetto; e già il 21 aprile, i frati di San Marco avevano indirizzata al Borgia una lettera, che è macchia incancellabile sulla loro fama.
Si gettavano ai piedi del Santo Padre, e cercavano rovesciare tutta la colpa del loro operato addosso al Savonarola. Sembrava, però, inevitabile che tutti gli accusatori ne facessero la difesa: anche questa lettera è per lui un elogio. — «Non solamente noi,» essi dicevano; «ma uomini d’assai maggiore ingegno, furono ingannati dall’astuzia di frà Girolamo. L’acume della sua dottrina; la rettitudine del vivere; la santità dei costumi; la simulata devozione; il profitto che ottenne col dissipare dalla città il mal costume, le usure ed ogni sorta di vizio; i molti eventi che, al disopra d’ogni forza e d’ogni immaginazione umana, confermarono le sue profezie; furon tali e tanti che, se non si fosse egli medesimo ritrattato, dicendo che le sue parole non eran da Dio; noi giammai non avremmo potuto negargli fede. E tanto in lui credevamo, che tutti fummo prontissimi d’esporre al rogo i nostri corpi, per sostenere la sua dottrina.» Chiedevano, quindi, assoluzione dalla scomunica incorsa, per essere stati suoi seguaci, e per avere alcuni di essi brandito le armi nel giorno del tumulto. Singolare è, poi, che nel procedere oltre, i frati supplicavano il Santo Padre, perchè volesse mantenere intatta la loro separazione dai frati lombardi. Era quella medesima separazione, per cui il Savonarola aveva tanto combattuto, su cui il papa aveva motivato la scomunica contro di lui e del convento. E i suoi frati, ora, supplicavano per essa; adducevano le stesse ragioni addotte da lui in quella lettera, che fece prorompere così fieramente l’ira papale. E dopo ciò, concludevano: «Basti a Vostra Santità avere il fomite e capo d’ogni errore, frate Girolamo Savonarola; sopporti esso pena condegna, se pur se ne trova, di tanta scelleraggine: noi, smarrite pecorelle, torniamo al vero pastore.»[355]
Due frati portavano a Roma questa lettera, e venivano caldamente raccomandati dalla Signoria.[356] Il papa vi rispondeva in data del 14 maggio; e, lodando il pentimento, dava assoluzione, e prometteva di prendere in maturo esame quella separazione che, già tante volte, era stata, a vicenda, condannata e concessa.[357] La Signoria ricevette un breve d’elogio e congratulazione, in data del 17 aprile;[358] all’Arcivescovo e Capitolo del Duomo venne, con altro breve, concessa facoltà di assolvere qualunque delitto, commesso a procurare la rovina del Savonarola, fosse pure omicidio; e moltissimi vi accorsero.[359]
In questo medesimo tempo continuava attivissimo il carteggio fra la repubblica ed il papa. Da una parte il Santo Padre pregava, domandava, voleva che, esaminato e torturato il Savonarola, glielo dessero vivo nelle mani; dall’altra la Signoria non lo poteva concedere, senza grave offesa alla dignità della repubblica. Essa, perciò, teneva in parole il Santo Padre; chiedendo, con nuove istanze, quella Decima ecclesiastica, proposta e sostenuta dal Savonarola con tanto calore, e cagione di tante accuse contro di lui: la Pratica approvava e confortava questo procedere della Signoria. Pareva che, da ogni lato, si volesse mercanteggiare la vita del misero Frate; per ottenerne in cambio, quelle medesime concessioni che egli aveva propugnate, e che ora gli facevano sostenere il martirio.[360]
Intanto, si avvicinava il termine per la elezione della nuova Signoria, e la Pratica veniva tutti i giorni radunata. Il 27 e 28 d’aprile, i Signori la interrogavano: — In che modo rispondere al Papa; come provvedere al danaro; come tenere la città quieta. — Ed il Vespucci, la cui voce prevaleva sempre in queste discussioni, consigliava di continuar sempre a temporeggiare con Roma, prolungare l’esamina dei tre frati, onde poterne rimetter la decisione alla nuova Signoria; usare indulgenza agli altri accusati: quanto al danaro ed all’ordine della città, se ne rimetteva interamente alla discrezione della presente Signoria.[361] La quale, seguendo i consigli avuti, conduceva a termine gli altri processi, condannando 18 cittadini alla pena di qualche taglia o confine, alla perdita degli uffici per qualche anno.[362] A molti fu concessa piena amnistia; quelli che avevano combattuto contro i Piagnoni, quelli che avevano assassinato il Valori e la sua famiglia, non subirono neppure processo![363] Per mostrare, poi, amore alla libertà e odio ai Medici; si tolse ogni bando di ribelle che ancora gravava sopra Alessandro e Lamberto dell’Antella, rivelatori della congiura di Piero.[364]
Restava da pigliare un ultimo provvedimento, per fare in modo che, nella prossima elezione, la nuova Signoria risultasse tutta nemica del Savonarola; altrimenti, invano s’erano violate le leggi e la fede pubblica, invano lo avevano tormentato e lacerato. Se i Piagnoni venivano in ufficio; il Savonarola sarebbe stato non solamente salvo, ma ancora vendicato; la infamia del suo processo sarebbe stata pubblicamente rivelata al mondo. A tutto ciò, fu assai facilmente rimediato. Il giorno in cui si radunò il Consiglio maggiore, onde procedere alla elezione dei magistrati; ne vennero esclusi, con nuova ed incredibile enormezza, non meno di dugento cittadini dei più popolari.[365] E in questo modo, risultò gonfaloniere di giustizia un messer Vieri de’ Medici, ch’era degno del nome che portava;[366] ed una Signoria simile in tutto alla precedente. I nuovi magistrati trovavano l’opera già avviata; non dovevano, perciò, fare altro che continuare nella medesima via, e suggellare col sangue, un delitto già in gran parte consumato.
Venuta appena in ufficio questa Signoria, subito raccolse la Pratica, il giorno 5 di maggio; per chieder consiglio sulla condotta da tenere. Si rispose da alcuni: «Che bisognava insistere appresso al Papa, perchè l’esecuzione della sentenza avesse luogo, dove avea avuto luogo il delitto; ma quando, pure, si credesse necessario di cedere; si cercasse, almeno, con una nuova esamina, cavare da quei tre frati qualcosa di più esplicito.» Girolamo Rucellai appoggiò il medesimo parere e, sostenendo la necessità d’un nuovo esame, concludeva: «tanto più che udiamo s’è avuta la nuova tortura.»[367] Riferiva, forse, a qualche strumento nuovo e più crudele, per istrappare agli accusati la voluta confessione. Dipoi si levò a parlare, in nome dei Dieci nuovi, messer Piero Popoleschi;[368] e le sue parole dovettero avere un gran peso; perchè, essendo stato gonfaloniere di giustizia nella passata Signoria, aveva regolato e condotto il processo del Savonarola. Egli insisteva sulla necessità di scrivere a Roma; «acciò la sentenza abbia luogo in Firenze, dove sono ancora molti che persistono nella devozione al Frate. E quando il papa vuol sapere altro, può mandare suoi commissari a far nuova esamina dei frati. Intanto non si esiti a chiedere licenza di farli degradare, per consegnarli al braccio secolare.» Ma qui, venendo a parlare del nuovo processo, che da alcuni della Pratica si desiderava; senza avvedersene, faceva una singolare confessione. «Quanto all’esaminarli di nuovo,» così diceva, «giudicano quei miei Signori doversi sopire qui, essendosi falla la esamina com’ella s’è fatta, e per quiete e riposo della città; perchè ritractando questa cosa, potrebbe inducere scandalo.»[369] Il Popoleschi, adunque, non voleva un secondo processo; perchè temeva, non si venisse a mettere in chiaro la falsità del primo, ed a compromettere tutto il giudizio. Dei Commissari del Papa egli non dubitava, perchè li conosceva pratici del mestiere; ed aiutati da ser Ceccone, non potevano fallire nel loro intento.
La Signoria, persuasa dalle parole del Popoleschi, scrisse al Papa[370] che, lasciatosi finalmente persuadere, il giorno 11 di maggio mandava al vescovo dei Paganotti in Firenze, un Breve in cui si annunziava il prossimo arrivo di due commissari apostolici, con la facoltà «di esaminare gli errori e i delitti d’iniquità di quei tre figli di perdizione.» Conoscendo il Borgia come quel vescovo era amico e discepolo del Savonarola, volle, con raffinata crudeltà, imporgli che dovesse, colle proprie mani degradarlo, per quindi consegnarlo al braccio secolare.[371]
Ma fino al 19 maggio, i commissari apostolici non vennero; e così il Savonarola, che si trovava nella prigione dell’Alberghettino sin dal giorno 19 aprile, ebbe un mese di solitudine e riposo, nel quale potette alquanto rinfrancare le forze. Nei primi giorni, era lacero e fiaccato in modo, che non poteva muover le braccia; ma poi migliorò il destro, che soleva essere alquanto risparmiato nella tortura; acciò l’accusato potesse, secondo le leggi, distendere di sua mano la propria confessione. Così egli prese la penna; e ciò che scrisse in quei momenti solenni, merita d’essere tenuto in particolare considerazione.
Il lettore non s’aspetti che il Savonarola parli contro ai giudici, si lamenti della tortura, o si difenda; egli non ha più nulla a sperare su questa terra; i suoi pensieri son rivolti unicamente a Dio: espone e commenta il Salmo, In te Domine speravi. — «Dove mi rivolgerò io peccatore? — Al Signore la cui misericordia è infinita. — Niuno si può gloriare in se stesso; tutti i santi dicono: non di noi, ma del Signore è la gloria. Essi non furono salvi pei loro meriti nè per le opere loro, ma per bontà e grazia di Dio; acciò niuno si possa gloriare in se stesso.»
«O Signore, mille volte tu hai cancellato la mia iniquità, e mille volte io sono ricaduto..... Ma quando il tuo spirito sarà sceso sopra di me, quando Cristo viverà dentro di me; allora io sarò sicuro. Confermami, adunque, nel tuo spirito, o Signore; allora solamente potrò insegnare agl’iniqui le vie tue. Se tu avessi voluto il sacrifizio del mio corpo, io l’avrei già dato; ma tu non vuoi olocausti, tu vuoi lo spirito. Offeriscasi, adunque, il cuore pentito del peccato e non ti sia più richiesto.» E qui ritorna al suo eterno pensiero della rinnovazione della Chiesa. «Io desidero con ardore che tutti gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero. Io ti prego, perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda come più sono gl’infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia della terra. Lo inferno si empie, la tua Chiesa manca. Lévati su, perchè dormi, o Signore? I nostri sacrifizi non ti sono accetti, perchè di cerimonia e non di giustizia. Dove è più la gloria degli Apostoli, la fortezza dei martiri, la santa semplicità dei monaci?...» Così continuando, egli pare che dimentichi la prigione e si creda sul pergamo. Chi legge questa meditazione, per poco non pensa di leggere una delle più ardite prediche del Savonarola; tanto egli si mantien sempre uguale a se stesso.[372] Fino ad ora, però, noi abbiamo veduto che, nel carcere, la profezia e le visioni sono scomparse; ma ora, nella solitudine, il suo animo si esalta nuovamente; la sua immaginazione si accende, e le sparite visioni risorgono innanzi alla mente del travagliato prigioniero.
Il secondo scritto che fece, allora, fu la Meditazione sul Miserere;[373] in essa il Savonarola ci dipinge la lotta con cui la Tristizia e la Speranza si contendono il suo cuore. Non sono esseri astratti, o allegorie; ma egli ode il rumore delle catene, e la voce degli angeli: il cielo s’apre ai suoi occhi. «La Tristizia m’ha posto il campo attorno e, circondatomi con un forte e numeroso esercito, ha già tutto occupato il cuore nostro; e non cessa di combattere contro a me, con arme e clamore, il dì e la notte. Li amici miei militano sotto il suo stendardo, e sono diventati miei inimici. Tutte le cose che io veggo e tutte quelle che io odo, portano le sue insegne...» «Onde, come ai febricitanti ogni cosa dolce pare amara; così a me tutte le cose si convertono in afflizione e amaritudine.... Ma io volgerommi alle cose celesti, e la Speranza verrà in mio aiuto. Ecco già la Tristizia non può sostenere il suo aspetto. Aggravimi ora il mondo quanto vuole, levinsi contro a me i miei nemici; io non ho più alcuna paura, come colui che ho posto tutta la mia speranza nel Signore. Forse, tu non vorrai esaudire la mia preghiera, di liberarmi dall’angustia temporale; perchè una tal grazia non sarebbe utile all’anima, chè la virtù si fa più gagliarda nelle tribolazioni. Io, allora, sarò temporalmente confuso da gli uomini; essi avranno forza e potestà contro di me; ma tu lo permetti acciò io non sia confuso in eterno.» E qui segue un passo che merita di essere notato; perchè sopra di esso, principalmente, o di qualche altro affatto identico in questa Meditazione, i protestanti cercarono sostenere, che il Savonarola fosse stato un martire della loro Chiesa.
«Spererò, adunque, nel Signore, e presto sarò liberato da ogni tribolazione. E per quali meriti? Pei miei non già; ma per i tuoi, o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non hanno quella di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.» In questo punto sopravviene il fantasma della Tristizia, con tal suono d’armi e di trombe, che il Savonarola dice: «Appena mi potei sostenere, che non andassi per terra; ed essa mi avrebbe legato colle catene e condottomi nella sua regione; se la Speranza, tutta lucida e da un divino splendore irradiata, non fosse sopraggiunta a dirmi, sorridendo: — «Oh! Cavaliere di Cristo, di che animo sei tu in questa battaglia?... Hai tu fede, o no? — Sì la ho. — Ben, sappi che questa è una grande grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere; acciò nessuno si possa gloriare.»
Qui è stato facile trovar modo a supporre, che il Savonarola volesse sostenere la giustificazione, per mezzo della fede e dei meriti di Gesù Cristo, senza le nostre opere; la quale teoria è base della dottrina riformata. Ma prima di lasciarsi andare a pronunziare un tale giudizio; bisogna considerare che, tanto pel protestante come pel cattolico, la salute si ottiene per mezzo della fede che viene dalla grazia. La differenza sta solo in questo: che pel cattolico l’umana libertà contribuisce alla salute, apparecchiandoci colle opere a ricevere la grazia; pel protestante, invece, l’uomo è un puro strumento nella mano del Signore; e, quindi, la sua volontà non può contribuire alla salute. Ciò posto, si comprende di leggieri, quanto sia facile di chiamar protestante ogni scrittore cattolico che si fermi a ragionare sulla onnipotenza della fede, sulla necessità della grazia, sulla pochezza delle opere e dei nostri meriti. Solo penetrando il senso più intimo d’una dottrina, e studiandola nel suo insieme, si può veramente giudicarla. Chi, per poco, legga le opere del Savonarola, è costretto subito a riconoscere l’importanza grandissima che egli dà alla libertà umana, e come per lui sia indispensabile apparecchiarsi e disporsi a ricevere la grazia. Che se il Savonarola, chiuso nella prigione e quasi inabile a muoversi, abbandonato e tradito dagli uomini; non pensò a diffondersi intorno all’umana libertà, ma si affidava, invece, tutto nel Signore; chi vorrà farne maraviglia? Ma, pure, chiunque legge tutta questa meditazione, non potrà certo ingannarsi intorno al vero carattere della sua dottrina.
«La Tristizia,» egli continua a dire «mi assalì dicendo: Non vedi che tu chiami cielo e terra, e nessuno t’aiuta? Non vedi che il tuo unico rifugio è la morte? E tutto il suo esercito gridava; onde io, piangendo pel dolore, caddi sopra la faccia mia. Ed ecco subito, la Speranza tutta lucida e piena di splendore, discendere dal cielo, toccarmi e, levandomi sù da terra, dire: — Fino a quando sarai fanciullo? Adduca essa Tristizia, se può, un peccatore, sia pure grandissimo, il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e giustificato....»[374] «Chi è costei che pone termine alla misericordia di Dio, e crede portar nelle sue mani le acque dei mari? Or non hai tu udito il Signore che dice: qualunque volta piangerà il peccatore, e si dorrà de’ suoi peccati; io non mi ricorderò delle sue iniquità....[375] La misericordia di Dio non ha termine. Cadesti? Lévati, e la misericordia ti riceverà. Ruinasti? Grida e la misericordia verrà.» Qui è chiaro che l’opera dell’uomo è riconosciuta, e la dottrina è affatto cattolica. Il Savonarola conclude finalmente. «Allora tutto lieto esclamai: Io non mi confiderò negli uomini, ma solo nel Signore; e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la morte dei Santi. Se contro a me saranno posti li eserciti tutti, il mio core non avrà più paura; perchè tu sei il mio refugio e mi condurrai al mio fine....» Poco dopo gli venne tolta la carta, e dovette cessare di scrivere.
Queste due meditazioni composte in prigione, ottennero subito una grandissima celebrità. La sola esposizione del Miserere fu, in breve tempo, diffusa in tredici edizioni diverse; e ne crebbe ancora più la fama, quando Martino Lutero la pubblicava in Germania, l’anno 1523, con una prefazione in cui dichiarava il Savonarola precursore della sua dottrina: «Sebbene» così egli diceva, «ai piedi di questo santo uomo sia ancora attaccato del fango teologico;[376] egli ha, nondimeno, sostenuto la giustificazione per mezzo della sola fede, senza le opere, e perciò venne bruciato dal Papa. Ma ecco, egli vive in benedizione, e Cristo lo canonizza per mezzo nostro, dovessero pure il papa ed i papisti creparne di rabbia.»[377] Quando, però, a combattere questa sentenza del grande riformatore, non bastassero le cose già dette; basterebbero certamente gli ultimi atti del Savonarola e l’ultimo scritto che egli potè comporre nella prigione; scritto che, di certo, avrebbe levato ogni dubbio, anche dall’animo di Martino Lutero, quando egli lo avesse letto.
Il carceriere, come seguiva sempre a chi avvicinava il Savonarola, acquistò per lui una grandissima venerazione; e più volte lo pregava che volesse lasciargli un qualche ricordo, intorno al ben vivere. Ed egli, dopo essersi più volte scusato, per aver le membra tutte lacere e mancargli la carta; dovette finalmente cedere, e sulla coperta d’un libro scrisse una Regola del ben vivere,[378] che, conservata con molta devozione, venne poi stampata. «Il ben vivere,» egli diceva in essa, «dipende tutto dalla grazia; onde bisogna sforzarsi d’acquistarla e, quando s’è avuta, di accrescerla. L’esaminare i nostri peccati, il meditare sulla vanità delle cose mondane, c’indirizza alla grazia; la confessione e la comunione ci dispongono a riceverla. Essa è certamente un dono gratuito di Dio; ma quando abbiamo un forte disprezzo del mondo, un forte bisogno di volgerci alle cose spirituali; allora possiamo dire che, se ancora la grazia non è in noi, certamente s’avvicina. Il perseverare, poi, nella buona vita, nelle buone opere, nella confessione, e in tutto quello che ci ha avvicinato alla grazia; è il vero e sicuro modo di accrescerla.» A chi ora non vede, che questa è dottrina puramente ed esclusivamente cattolica; e che il Savonarola, sino alle ultime ore della sua vita, restò sempre conseguente a se stesso; noi, davvero, non sapremmo trovare altri argomenti a persuaderlo.
CAPITOLO UNDECIMO.
I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei tre Frati.
Il 19 maggio, entravano solennemente in Firenze i commissari del Papa, Gioacchino Turriano generale dei Domenicani, e Francesco Romolino vescovo d’Ilerda, assai noto più tardi col nome di Cardinal Romolino. Intorno a loro s’affollava il basso popolaccio, gridando: «Muoia, muoia il Frate.» Ed il Romolino rispondeva, sorridendo: «Morrà ad ogni modo.» Infatti, Girolamo Benivieni aveva scritto da Roma: «che i due commissari venivano con ordine di far morire il Savonarola, fosse pure un San Giovanni Battista.[379]» Nè essi ne facevano mistero; giacchè, non appena furono alloggiati in San Piero Scheraggio, il Romolino, volgendosi a quei magistrati che gli erano intorno, disse: «Noi faremo un bel fuoco; io ho già meco la sentenza in petto.»[380]
L’indomani, 20 di maggio, la tortura era in ordine, ed il Savonarola cominciava a subire una terza esamina. V’erano presenti, oltre ai commissari del Papa, Paolo Benini e Biagio di Giovanni, pei Gonfalonieri di Compagnia; Giovanni Canacci, pe’ 12 Buoni Uomini; Piero degli Alberti, pei Dieci; Francesco Pucci, per gli Otto. Quanto a ser Ceccone, non essendo rimasti molto soddisfatti di lui, lo facevano assistere al processo in compagnia di altri; acciò la emulazione potesse aguzzargli l’ingegno a meglio e più efficacemente alterar le risposte.[381] Le domande erano già scritte, onde sempre più agevolare la fatica del notaio. I commissari del Papa venivano deliberati a far vedere, come si doveva adoperar la tortura, come falsar le risposte, per ottenere tutto ciò che si voleva.
Essi torturarono ferocemente il misero Frate;[382] e le prime domande furono intorno all’affare del concilio, ma più specialmente intorno ai complici di questa impresa. Il Savonarola disse: «Vi risponderò chiaro, che le cose del concilio non mi furono consigliate da nessuno, che solo negli ultimi tempi ne feci parola a qualcuno dei frati. Coi principi d’Italia non tenni mai pratiche, perchè li stimavo tutti miei nemici. Speravo, però, che i principi stranieri dovessero favorire l’impresa, a cagione dei cattivi portamenti della Corte di Roma; e massime il re d’Inghilterra, per avere inteso ch’era buon uomo. Quanto ai cardinali e prelati li stimavo tutti miei nemici.» Interrogato circa al farsi rivelar le confessioni, subito rispose: «che nè egli lo chiedeva, nè i suoi frati lo avrebbero mai fatto.» Il Romolino cominciava ad accorgersi di non ottener nulla, veniva perciò sulle furie e minacciava; ma quando vide che le minacce erano inutili, ordinò subito che il Savonarola fosse spogliato e rimesso alla tortura. Egli allora, volgendosi intorno, diceva apertamente: «Orsù uditemi, Signori fiorentini, siatemi testimoni. Io ho negato il mio lume per paura dei tormenti. Se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio.» In questo mezzo, veniva spogliato e rimesso alla tortura; ma quelle parole furono trascritte con poche alterazioni, perchè troppo chiare e con troppo grande fermezza pronunziate.[383] Torturato fierissimamente, il Savonarola ricadde nel delirio e nelle risposte ambigue, che venivano affatto alterate dal notaio. Ma quando si giunse ai punti importanti della dottrina; allora, di nuovo, la tortura e le alterazioni non valevano più a nulla. Lo interrogarono, se avesse mai voluto dividere la Chiesa di Cristo; e subito, quasi svegliandosi dal delirio, rispondeva: «Giammai; se con ciò non si voglia intendere d’alcune cerimonie, colle quali ristrinsi la vita dei miei frati. Ben è vero che non ebbi mai paura delle scomuniche.»[384]
L’indomani ricominciavano il processo, con una dichiarazione che doveva riconfermare tutte le cose già scritte nelle esamine antecedenti. Ma essa è così priva d’ogni buon senso, che non può avere alcun valore; come non ne ha nessuno tutto questo processo, falsato assai più del primo, ed in cui difficilmente può indovinarsi qualcuna delle risposte genuine. Si continuò, poi, facendo mille strane e ridicole domande, come; «Se aveva mai sostenuto che Gesù Cristo fosse solamente uomo.» Al che rispose: «Queste sono cose da matti.» Gli chiesero: «Se credeva agl’incantesimi.» Ed egli: «Sempre me ne feci beffe.»[385] Il Romolino tornava, da capo, sull’affare del Concilio, per saperne i fautori, e massime se v’era stato il Cardinale di Napoli. Domandava e ridomandava, colle promesse, colle minacce e colla tortura; fino a che il Savonarola, dopo aver mille volte negato ogni pratica o consiglio d’altri, gridava quasi fuori di sè: «Napoli, Napoli, con lui e con altri ho tenuto pratiche.» Ma il giorno seguente, suo primo pensiero fu di smentire subito ciò che avea detto nel delirio, a danno altrui. «Nè col Cardinale di Napoli, nè con altri ho trattato le cose del Concilio.» Allora il Romolino si persuase che non v’era più da cavar nulla; che la tortura e l’abilità de’ suoi notai non riuscivano a formare un processo che giustificasse la condanna; e però tornava inutile perdere più tempo. Fatte, quindi, alcune brevi domande; citò il Savonarola a comparire l’indomani, per udire la sua sentenza. — «Io sono prigione,» egli rispose; «verrò, se mi ci condurranno.»
Ma non era anche tutto finito. Il giorno si trovava presso al morire, sonavano le ore 23, ed il Frate meditava tranquillamente nella sua prigione, che fu, ad un tratto, invasa da cinque cittadini. Costoro, insieme col notaio, volevano tentare se in quell’ultima ora, così alla sprovvista, e dopo tante angosce di spirito e di corpo, il Savonarola si lasciasse piegar dalle minacce. Volevano saper cose di Stato, per rafforzare quel primo processo che solo si era pubblicato, e di cui tutti rimanevano scontenti. Egli non fece che ripetere con calma quello che aveva giù detto: — «Io lasciavo la cura di tutte le cose particolari al Valori. Lo scopo dei miei amici si riduceva, in fondo, a tenere il Consiglio provvisto di uomini popolari; procedere severamente contro gli avversari, quando però cadessero in fallo; essere uniti e forti, non per offendere, ma per trovarci pronti alla difesa.»[386]
Così finiva il terzo processo, del quale i commissari apostolici non potevano andare punto orgogliosi. Dopo tante promesse, non avevano fatto altro che rendere, coi vani tentativi, sempre più evidente l’innocenza del Savonarola. Questa esamina, quindi, non fu stampata, nè firmata,[387] nè letta al pubblico; restò come interrotta e non più curata. La tennero nascosta, e solo ne mandarono qualche copia in giro per le corti d’Italia.[388]
Tutto questo, per altro, non impedì che, in quel medesimo giorno 22 d’aprile, i commissari apostolici si radunassero; onde deliberare intorno alla vita dei tre frati. La cosa fu presto risoluta. Quanto al Savonarola ed a frà Salvestro, non si fece neppure discussione: fu decisa la morte. Volendo, poi, in qualche maniera temperare la trista impressione che doveva fare sugli animi una tale sentenza; il Romolino proponeva che si risparmiasse la vita a frà Domenico. Ma fu da un tale osservato: «Che in questo frate rimarrebbe viva tutta la dottrina del Savonarola;» ed allora il Romolino subito riprese: «Un frataccio di più o di meno poco monta; mandiamolo pure a morte.»[389]
Nello stesso tempo, s’era radunata una Pratica assai ristretta, per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, per nome Agnolo Pandolfini, il quale si levasse a parlare in favore del Savonarola, dicendo come a lui sembrava gravissima colpa, il porre a morte un uomo di qualità sì eccellenti, che appena se ne vedeva uno in ogni secolo. «Quest’uomo,» egli disse, «potrebbe non solamente rimettere la fede nel mondo, quando la fosse mancata; ma ancora le scienze, di cui è sì altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in prigione, se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, acciò il mondo non perda i frutti del suo ingegno.» Tali parole vennero assai male accolte nella Pratica, e subito fu risposto in contrario: «Che nessuno poteva affidarsi alle nuove Signorie, le quali ogni due mesi si succedevano. Il Frate sarebbe certissimamente tornato libero, per mettere di nuovo la città a soqquadro. — Nemico morto, non fa più guerra. —»[390] E in tal modo venne deliberata la condanna d’un uomo che, dopo tanti processi, dopo una tortura così prolungata, risultava sempre più innocente; e quella de’ suoi due compagni, che erano al pari di lui innocenti. Perchè, in verità, se la innocenza di frà Domenico fu tale da venire attestata dai suoi medesimi esaminatori; frà Salvestro, quantunque rinnegasse il suo maestro, non risultava, però, colpevole d’alcun delitto che le leggi avessero potuto condannare.
Intanto, quella medesima sera, venne loro comunicata la sentenza; acciò vi fosse tempo d’apparecchiarsi all’ora estrema. Frà Salvestro parve assai atterrito; frà Domenico, invece, fu come invitato a festa. L’annunzio della morte riempì d’entusiasmo quell’anima generosa; e subito egli prese la penna, per dare l’ultimo addio a’ suoi frati, scrivendo una lettera che non possiamo astenerci dal riportare.
«Fratres dilectissimi et in visceribus Jesu Christi. Perchè la volontà di Dio è che noi siamo per lui morti; voi che resterete, pregate per noi, tenendo a mente i miei ammaestramenti, di star uniti in carità e bene occupati in santi esercizi. Pregate per noi, particolarmente nelle solennità, quando siete insieme congregati in coro; ed il corpo mio seppellitelo costì in terra, non dentro in chiesa; ma dinanzi alla porta di essa, o da un canto in luogo umile, e direte per noi le solite messe. Ed io, dove spero potere, farò il simile per voi.
»Baciate tutti i fratelli, costì in San Marco, da mia parte, massime i nostri dilettissimi di Fiesole, quorum nomina in corde fixa ante Deum porto. Fate raunare dalla cella nostra tutti gli opuscoli del Padre frà Girolamo; fategli legare e metterne una copia in libreria e un’altra in refettorio, per leggere a mensa, pur con la catena; acciò anche i fratelli conversi possano, quivi, qualche volta leggerli.»[391] — Il suo ultimo pensiero era volto a mantener sempre viva la dottrina del maestro! Pochi esempi si trovano al mondo, di tanta fede e di tanta costanza. Egli era così esaltato, così pieno di fervore, che non appena gli fu annunziato come i loro corpi sarebbero, dopo morte, bruciati; domandò in grazia d’essere bruciato vivo, «onde potere, nel nome di Cristo, sopportare più penoso martirio.»
Quando i messi entrarono nel carcere del Savonarola, a comunicargli la sentenza; lo trovarono inginocchiato che pregava. Dopo avere udito il tristo annunzio, non dette alcun segno di dolore o di gioia; ma continuò più fervida la sua orazione. Poco dipoi, gli venne offerta la cena che ricusò, dicendo: aver bisogno di fortificare l’animo e non il corpo, di tenere la mente serena e bene apparecchiata alla morte. Ed ecco, entrare nella prigione un uomo tutto vestito di nero, col viso nascosto sotto un nero cappuccio: era Jacopo Niccolini, Battuto della compagnia del Tempio. Questo nome si dava ai membri d’un’associazione, che volontariamente assistevano le ultime ore dei condannati. Non appena il Niccolini ebbe interrogato il Savonarola, se poteva soddisfare a qualche suo desiderio; questi lo pregò d’impetrargli dai Signori, un breve colloquio co’ suoi due compagni di prigione, ai quali, prima di morire, voleva dir poche parole. E l’altro andò subito, dimostrandosi assai volenteroso d’adempiere a questo ufficio. Allora entrava un monaco di San Benedetto, per confessare il prigioniero che, devotamente inginocchiatosi, adempieva con fervore a tutti gli uffici religiosi. Lo stesso facevano gli altri due frati.[392]
I Signori discutevano, intanto, sulla domanda di cui era apportatore il Niccolini: essi temevano sempre dal Savonarola qualche cosa di straordinario e d’inaspettato. Ma il benevolo messaggiero faceva loro considerare, che non vi poteva esser nulla a temere da chi già si trovava, per così dire, con un piede nella fossa; e che gli ultimi desiderii dei condannati sogliono esser sempre soddisfatti. Così venne concessa un’ora di colloquio, nella sala del Consiglio Maggiore.
Con quale animo s’incontrassero i tre frati, sarebbe assai difficile descriverlo. Si vedevano per la prima volta, dopo più di quaranta giorni di prigionia e di tortura; dopo che ad ognuno di loro s’era voluto far credere, che gli altri avessero ritrattato ogni cosa; dopo che frà Domenico e frà Salvestro avevano, coi propri occhi, veduto il falso processo del Savonarola. Ma quelli non erano momenti da permettere alcuna dichiarazione; si trattava solo d’apparecchiarsi con fraterno coraggio alla morte. La sola presenza del Savonarola bastò subito, perchè in mezzo ai suoi compagni, egli riprendesse tutto il suo ascendente. Al primo apparire di quel volto calmo e severo, ogni dubbio scomparve dall’anima de’ suoi discepoli, e vi rinacque, invece, l’antica fede. Non v’era da perdere un solo minuto; onde si rivolse, tosto a frà Domenico, dicendo: «Io so che voi chiedete d’essere bruciato vivo; ma ciò non è bene, a voi non è lecito di scegliere la morte. Sappiamo, forse, con quale fermezza sopporteremo quella a cui siamo condannati? Ciò non dipende da noi; ma dalla grazia che il Signore ci vorrà concedere.» Volgendosi, poi, con maggiore severità a frà Salvestro, gli disse: «Di voi so che volete, innanzi al popolo, difendere la vostra innocenza: io v’impongo di lasciare un tal pensiero, e seguire piuttosto l’esempio del nostro Signore Gesù Cristo che, neppure sulla croce, volle parlare della innocenza sua.» I due frati, senza rispondere una sola parola, s’inginocchiarono dinanzi al loro superiore, e ricevuta devotamente la benedizione, se ne tornarono ciascuno alla sua prigione. Il Savonarola aveva giustamente pensato, che ogni esterna manifestazione d’atti o parole, avrebbe reso meno solenne e meno cristiana la morte loro; in quell’ora suprema tutti i pensieri e tutto l’animo dovevano essere rivolti a Dio: tale era stato il fine di quel colloquio. Ora che i suoi discepoli s’erano mostrati dispostissimi all’obbedienza, a lui non restava altro che apparecchiarsi a bene morire.[393]
La notte era già molto avanzata, quando egli rientrò nella prigione: ivi il sonno e la stanchezza lo vinsero per modo, che avendo, quasi in segno d’affetto e riconoscenza, posato il capo sulle ginocchia del benevolo Niccolini; cadde subito in un sonno breve e leggero, nel quale pareva sorridere e sognare: tanta era la serenità del volto e dell’animo suo. Destatosi, egli fu come sorpreso di se stesso; e per dare un segno d’affezione e riconoscenza al Niccolini, volle riconfermargli le future calamità di Firenze. E si dice che aggiungesse: «Tieni bene a mente, che ciò avrà luogo, quando vi sarà un papa chiamato Clemente.» Questa profezia fu scritta e serbata fino al 1527, quando nell’assedio di Firenze, sembrò verificarsi a capello; allora i Piagnoni la cavaron fuori, e l’andavano mostrando al popolo maravigliato: tale, almeno, è il racconto che ci lasciarono gli antichi biografi.[394]
I tre frati passarono tutta la notte in continua orazione, e la mattina si rividero per comunicarsi. Il Savonarola ottenne di farlo colle sue proprie mani; e così, presa l’ostia, vi fece sopra la seguente orazione, a sempre meglio dichiarare la sua dottrina: «Signore, io so che tu sei quella Trinità perfetta, invisibile, distinta in Padre, Figliuolo e Spirito Santo; so che tu sei il Verbo eterno, che scendesti nel seno di Maria, e salisti sulla croce a spargere il sangue pei nostri peccati. Io ti prego che quel sangue sia in remissione de’ miei peccati, dei quali ti chiedo perdono; come pure d’ogni offesa o danno recato a questa città, e d’ogni mio errore che non conoscessi.»[395] Fatta questa piena ed esplicita dichiarazione di fede, prese la sua comunione: lo stesso fecero i due compagni; e subito dopo venne loro annunziato che potevano scendere nella Piazza.
Sulle scale della ringhiera si vedevano eretti i tribunali, in numero di tre. Il più vicino alla porta del Palazzo, era pel vescovo di Vasona; il secondo a sinistra, pei commissari apostolici; il terzo, vicino al Marzocco, pel Gonfaloniere e gli Otto. Di lì, stendendosi verso il tetto dei Pisani,[396] correva un palco alto a statura d’uomo, che occupava nella sua lunghezza un quarto della piazza. Alla estremità del medesimo, s’innalzava un grosso palo, traversato in cima da un altro che formava così una croce; sebbene, per evitare quella forma, fosse stato più volte scorciato. Dalle braccia di questa croce pendevano tre lacci e tre catene, per prima impiccare i frati, e poi incatenarne i cadaveri; onde rimanessero sospesi, mentre venivano divorati dalle fiamme. Ai piedi del palo era un gran monte di materie accensibili, d’intorno a cui i fanti della Signoria duravano una gran fatica, per tenere lontana la moltitudine che si moveva e cresceva ad ondate. La folla non sembrava più numerosa che nel giorno dell’esperimento del fuoco; ma d’aspetto assai diverso. V’era un silenzio tristo e solenne; una trepidazione profonda occupava l’animo, anche di coloro che più avevano desiderato questo giorno. Ed in quella universale agitazione, la moltitudine era esaltata da passioni diversissime: vi si vedevano Bigi, Piagnoni ed Arrabbiati; quelli che più erano stati assidui alle prediche del Frate, si trovavano accanto a coloro che, colle pietre e coi pugnali, gli avevano attentato la vita. Vi si trovavano, ancora, molti degli scrittori che, nelle cronache o diari, ci hanno lasciato eterna ricordanza di quel giorno tanto memorabile. Che pensieri passassero per l’animo loro, sarebbe certo assai più facile al lettore immaginarli, che a noi descriverli.
Intorno al monte delle materie infiammabili, era, intanto, penetrato un pugno di gente che, alle bestemmie, alle grida oscene, al feroce diletto con cui già pregustavano il vicino spettacolo d’orrore; sembravano belve piuttosto che uomini. Erano la più parte usciti allora dalle prigioni, dove i passati magistrati li avevano chiusi, a cagione dei loro delitti; e donde la presente Signoria li faceva uscire, a cagione solamente dell’odio che dicevan di portare al Savonarola ed a’ suoi seguaci.[397]
Già i tre frati scendevano le scale di Palazzo; quando ecco un Domenicano di Santa Maria Novella venire loro incontro, con ordine di spogliarli dell’abito, lasciandoli nella sola tonacella di lana, coi piedi ignudi e le mani legale. Quest’atto così inaspettato, commosse profondamente il Savonarola; ma pure, fattosi animo, prese in mano il suo abito e, prima di renderlo, disse: «Abito santo, quanto ti ho desiderato! Tu mi fosti concesso per grazia di Dio, ed io t’ho conservato finora senza macchia. Ora io non ti lascio, ma tu mi sei tolto.»[398]
Finalmente giunsero al primo tribunale, e si trovarono in presenza del vescovo di Vasona. Esso aveva obbedito agli ordini del Papa; ma ora sembrava tutto confuso: non aveva il coraggio di alzare gli occhi sul volto sereno del suo maestro, che innanzi a lui sembrava il giudice e non l’accusato. Pure, si cominciava la terribile e quasi funerea cerimonia. I tre frati furono rivestiti del loro abito; ond’essere prima degradati, e poi di nuovo spogliati. Quando furono al punto della degradazione, il vescovo prese pel braccio il Savonarola; ma la voce gli tremava e l’animo gli mancò per modo che, dimenticando la consueta formola, in luogo di separarlo solamente dalla chiesa militante, disse: «Separo te ab Ecclesia militante atque triumphante.» A che il Savonarola, senza punto scomporsi, lo corresse, dicendo: «Militante, non triumphante; hoc enim tuum non est.»[399] E queste parole furono pronunziate con un accento che vibrò nell’animo degli astanti: chiunque potette udirle, ne serbò eterna ricordanza.
Degradati e spogliati che furono i tre frati, vennero, di nuovo, colla sola tonacella ceduti al braccio secolare, e da questo condotti innanzi ai Commissari apostolici, ove udirono la sentenza che li dichiarava scismatici ed eretici. Dopo di che, con crudele ironia, il Romolino li assolvette da ogni peccato; e, domandando loro, se accettavano la sua assoluzione; essi, piegando il capo, accennarono di sì. Finalmente si trovarono di faccia agli Otto che misero il partito ai voti, secondo la forma consueta, e lo vinsero unanimi. Se non che, un tal Francesco Cini non v’era intervenuto, dicendo di non si voler trovare a rendere così iniqua sentenza.[400] La quale fu subito letta agli accusati, ed era concepita in questi termini: «Il Gonfaloniere e gli Otto, bene considerati i processi dei tre frati, e gl’immensi delitti che ivi si contengono; e considerata soprattutto la sentenza del papa,[401] che li consegna al tribunale secolare, perchè fossero puniti; deliberano: che ciascuno dei tre frati venga sospeso al patibolo e poi bruciato; acciò le anime sieno affatto separate dai loro corpi.»[402]
I tre frati, allora, con piè sicuro e con animo tranquillo, s’avviarono al supplizio. Anche frà Salvestro riprese in quell’ultima ora lo smarrito coraggio; ed in presenza della morte, parve tornato ad essere un vero e degno discepolo del Savonarola. Il quale, veramente, dette prova di forza sovrumana, non perdendo neppure un solo istante, quella calma che troppo gli era necessaria a morir cristianamente. Mentre che, insieme a’ suoi compagni, colle membra appena ricoperte dalla tonacella, i piedi scalzi e le braccia legate, veniva lentamente condotto dalla ringhiera al patibolo; si permetteva alla più sfrenata plebaglia d’accostarsi, per insultarlo con atti e parole impudenti e vilissime. Egli restò fermò e inalterabile sollo quell’aspro martirio. Un tale, mosso a pietà, gli si accostò dicendo qualche parola di conforto; ed il Savonarola benignamente rispose: — «Nell’ora estrema, solo Iddio può confortare i mortali.» — Un certo prete Nerotto domandava: — «Con quale animo sopporti questo martirio?» Ed egli: — «Il Signore ha sofferto tanto per me;» — nè aggiunse più altro.[403]
In questo universale scompiglio, frà Domenico non s’avvedeva di nulla, parea davvero:
Ch’a danza e non a morte andasse.[404]
Era così esaltato che voleva, in ogni modo, intonare il Te Deum ad alla voce; ma, per le vive istanze del Battuto che gli era accanto, se ne astenne dicendo: «Accompagnatemi, dunque, a bassa voce;» e così lo recitarono tutto. Poi aggiungeva: «Rammentatevi bene, che le profezie di frà Girolamo si debbono verificare tutte, e che noi siamo morti innocentemente.»[405]
Frà Salvestro fu il primo cui venne ordinato di salire la scala del supplizio. Quando egli ebbe il laccio intorno al collo, nel momento stesso in cui ricevette la fatale spinta, esclamò: in manus tuas, Domine, commendo animam meam. Poco dopo, il boia, legato il cadavere colla catena; andò subito dall’altro lato della croce, per far subire lo stesso supplizio a frà Domenico. Il quale salì rapido, con un volto pieno di speranza e quasi di gioia, come se andasse direttamente al cielo.
Quando il Savonarola ebbe visto morire i due compagni; toccava a lui prendere quel posto, che rimaneva ancora vuoto in mezzo ad essi. Egli era così rapito ai pensieri d’un altra vita, che quasi parea avesse già abbandonato la terra. Ma, pure, come fu in alto sulla croce, non si potè trattenere dal volgere lo sguardo alla sottoposta moltitudine, e gli parve che ad ognuno tardasse di vedere la morte sua. Oh! quanto era diversa, da quei giorni nei quali pendeva estatica dalle sue labbra, in Santa Maria del Fiore. Ai piedi della croce, vide alcuni popolani coi torchi accesi in mano, impazienti d’appiccare il fuoco. Allora, subito, presentò il capo al boia. Il silenzio fu, in quel momento, universale, e terribile; un fremito d’orrore sembrò invadere quella moltitudine, e quasi i monumenti stessi che circondavano la piazza. Pure, non mancò chi fece udire la sua voce, gridando: «Profeta! è venuto il momento di fare il miracolo.» Tutti gl’incidenti di quel giorno, sembravano destinati a rimanere incancellabili nella memoria, e ad accrescere quel senso di misterioso terrore, che la morte del suo profeta doveva eternamente lasciare nel popolo di Firenze.
Il manigoldo, credendo di compiacere alla sfrenata plebaglia, cominciò a buffoneggiare sul cadavere che ancora si dibatteva; e nel ciò fare, mancò poco che non precipitasse dall’alto. Quest’osceno spettacolo mosse sdegno ed orrore nell’animo di tutti; tanto che i magistrati mandarono severamente a rimproverarne l’autore. Allora quegli volle darsi una grandissima fretta, sperando così che le fiamme cominciassero a bruciare il misero Frate, prima che fosse morto del tutto. Ma gli cadde di mano la catena, e mentre che la cercava, per rimetterla, il Savonarola aveva già dato l’ultimo fiato. Erano le ore 10 antimeridiane del giorno 23 di maggio 1498: moriva in età d’anni 45.[406]
Il manigoldo non era anche sceso dalla scala, per accendere il fuoco; quando le fiamme già si levavano in alto, perchè un tale, che stava da più ore col torchio acceso in mano, lo aveva subito appiccato, dicendo: «Finalmente mi trovo a bruciare, chi avrebbe voluto bruciar me!»[407] Ma ecco levarsi un vento che, per qualche tempo, allontanava le fiamme dai tre cadaveri; onde molti retrocedevano atterriti, e gridavano ad alta voce: «Miracolo, miracolo!» Ben presto, però, cessato il vento, le fiamme riavvolgevano i corpi dei tre frati, e la gente di nuovo s’avvicinava. In questo mezzo, s’erano consumate le funi che legavano le braccia al Savonarola; onde, per l’azione del fuoco movendosi le mani, all’occhio dei fedeli sembrò di vedere che egli, in mezzo a quella nuvola di fiamme, levasse in alto la destra e benedicesse il popolo che lo bruciava.[408]
I Piagnoni accennavano questa visione l’uno all’altro; e molti di loro ne erano talmente commossi che, senza considerare al luogo ed alla gente fra cui si trovavano, singhiozzando, piegavano le ginocchia a terra, e adoravano colui che già avevano santificato nel loro cuore. Le donne piangevano dirottamente; i giovani fremevano, considerando lo stato infelice a cui erano ridotti. E mentre che da un lato v’era tanto dolore, dall’altro si esultava. Gli Arrabbiati, vicini al patibolo, istigavano un’orda di fanciulli che, schiamazzando e danzando, tiravano una grandine di sassi ai tre cadaveri, dai quali si staccavano, di tratto in tratto, dei brani che cadevano nel fuoco sottoposto. «Piovea viscere e sangue,» dice uno scrittore che si trovò presente a quel doloroso scempio, che da un lato cresceva le grida di gioia, e dall’altro raddoppiava i vani rammarichii ed il pianto.[409]
Molti dei più arditi Piagnoni, fra cui delle dame travestite da serve, si aprirono strada tra la folla nemica; e pervennero sino al patibolo ove, in mezzo all’universale trambusto, poterono certamente raccogliere le reliquie dei loro santi. Ben presto, però, furono allontanate dai fanti della Signoria, la quale, temendo anch’essa che quelle ceneri potessero operare miracoli, le fece tutte raccogliere sopra carri, e dal Ponte Vecchio gettare in Arno. Ma non si potette impedire a molti di raccogliere i residui lasciati nella Piazza o caduti per via; i quali residui, gelosamente conservati in preziose custodie, furono adorati, e per moltissimi anni mantennero viva la fede nel Frate e la devozione al suo convento.[410] Il giovane Pico della Mirandola, valente erudito e dotto filosofo, credette anch’egli di aver potuto ripescare dall’Arno un pezzo del cuore stesso del Savonarola; ed assicurava di averne più e più volte sperimentato la miracolosa virtù, nelle guarigioni di molte malattie, nello scacciare gli spiriti maligni, e via discorrendo.[411]
Vennero coniate medaglie, incise immagini, che da tutti i devoti erano ricercate e tenute nascoste; perchè oggimai gli Arrabbiati erano padroni di tutto, nè si poteva più resistere alla loro furia insolente.[412] Le persecuzioni cominciate, allora, contro i Piagnoni, non sembrava che dovessero aver mai fine. Fu chiuso per due mesi il convento di San Marco; privato della contigua fabbrica della Sapienza, ove erano i novizi; gli furono tolti, sotto vari pretesti, quei libri di Lorenzo il Magnifico, pei quali aveva pagato alla Repubblica 3000 fiorini:[413] così avvenne ancora di moltissimi altri diritti e privilegi che godeva da lungo tempo.[414] Nè vi mancò, pure, la sua parte di ridicolo; perchè si fecero cinque deliberazioni[415] contro la Piagnona, o sia campana maggiore di San Marco: per avere sonato a martello il giorno del tumulto, essa venne esiliata da Firenze, e portata sopra un carro, mentre il boia la frustava.[416] Molti frati andarono in esilio, fra i quali Mariano degli Ughi, Roberto da Gagliano, Aurelio Savonarola fratello di Girolamo, ed anche Malatesta Sacromoro, cui il tradimento non valse a far perdonare l’amicizia avuta col suo maestro.[417]
Grandissimo fu, poi, il numero dei cittadini perseguitati come seguaci del Frate. Altri non pochi ebbero ordine di presentarsi a Roma; ma si fecero ben presto assolvere, mediante danaro pagato ai commissari apostolici.[418] Niuno, però, si poteva liberare dagl’insulti continui d’una sfrenata plebaglia: da per tutto s’udivano canzoni oscene ed ingiuriose contro i Piagnoni, e le loro orazioni eran di continuo interrotte. La notte di Natale, per maggiore dispregio alla memoria del Savonarola, fecero gli Arrabbiati correre in Duomo un vile giumento che, poi, a furia di bastonate, lasciarono morto sulla soglia.[419] Nondimeno, ogni anno, nella notte del 23 di maggio, quel luogo medesimo ove i tre frati aveano sostenuto il martirio si trovava sparso di fiori.[420] I più costanti seguaci si dettero a scrivere, in segreto, apologie o biografie del Savonarola; dipingevano quadri religiosi, leggevano le prediche, ed attendevano la verificazione de’ suoi vaticinii.
Lo stesso giorno 23 di maggio, i Dieci scrivevano a Roma e ad altre corti d’Italia, dicendo: «quei frati avere avuto fine condegno alle loro pestifere sedizioni.»[421] I commissari apostolici, poi, non solo chiamavano il Savonarola eretico e scismatico; ma lo accusavano di quei delitti, di cui essi stessi lo facevano risultare innocente, nel processo da loro falsamente compilato. «Noi abbiamo trovato,» così scrivevano al papa, «che egli si faceva rivelare le confessioni; che il suo fine era di mettere sedizione in Firenze, movendo i cittadini gli uni contro gli altri. Trovammo questo Frate, o diremo piuttosto, per non chiamarlo nè frate nè uomo, questo iniquissimo onnipede,[422] pieno d’ogni più orrenda scelleraggine. Egli osava chiamare Iddio in testimonianza delle sue parole; dicendo che, quando non fossero vere, avrebbe voluto morire di laccio, ed avere le sue ceneri sparse al vento ed alla pioggia. E noi abbiam fatto in modo, che ogni parte di questo vaticinio sia verificato.»[423]
Da Roma, da Milano, da ogni parte vennero alla Signoria lettere di congratulazione e d’encomio. Solamente Luigi XII, che era successo a Carlo VIII, scriveva e pregava caldissimamente, che fosse sospesa l’esecuzione della sentenza, per ragioni gravissime che avrebbe in altra sua comunicate.[424] Ma il giorno in cui esso inviava quella lettera, già le ceneri dei tre martiri erano in Arno.
CONCLUSIONE.
Dopo la morte del Savonarola, le cose mutarono con tale rapidità, che gli Arrabbiati non ebbero tempo, neanco a pensare di restringere il governo; ma, invece, si dovettero persuadere ben presto, non esservi altro modo nè altra politica per salvare la repubblica, che quella consigliata dal Frate. Infatti, Piero e Giuliano dei Medici già s’avvicinavano a Firenze, sostenuti da un forte esercito veneziano. Bisognava, quindi, unirsi coi Piagnoni, a difendersi da tanti pericoli e tanti nemici.
Per fortuna, il Duca di Milano, sempre più geloso dei Veneziani, aiutava adesso a scongiurare questi pericoli. Ma chi poteva affidarsi alla sua amicizia, e riposare nella sua fede? Quanto ad Alessandro Borgia, che aveva dato così grandi speranze, e fatte così larghe promesse per ottenere la morte del Savonarola; fu singolare il vederlo, non appena raggiunto il desiderato fine, abbandonarsi cecamente all’impeto delle sue più sfrenate passioni. Pareva, quasi, che la morte del povero frate, avesse tolto ogni freno alla libidine ed all’ambizione del papa e di suo figlio, il Duca Valentino. Faceva intime alleanze con Turchi ed Ebrei, cosa allora inaudita; poneva in vendita, in un solo anno, dodici cappelli cardinalizi:[425] la storia degli incesti e pugnali dei Borgia è troppo nota, per fermarci a parlarne minutamente. Fine principalissimo del papa, era di fondare al figlio uno Stato in Romagna; e il Duca Valentino era così pieno di questa ambizione, che già meditava di allargare la sua potenza sopra tutta Italia, ed il primo passo voleva farlo in Toscana.[426] Per queste ragioni, era intento a suscitare alla repubblica sempre nuovi pericoli: ora faceva sollevare Arezzo; ora minacciava di venire a rimetter Piero de’ Medici; e continuamente scorreva e predava la campagna. Onde i Fiorentini dovettero accordarsi a dargli 36,000 ducati annui, sotto nome di condotta; nè questo impediva che di tanto in tanto venisse, con vari pretesti, a scorrere e saccheggiare il territorio fiorentino. Così i Borgia adempievano le tante promesse, fatte alla repubblica per ottenere la morte del Savonarola!
Gli Arrabbiati finalmente, si persuasero che, a volersi difendere dai Medici e dai Borgia, non v’era altra via che l’alleanza francese e l’unirsi di buona fede coi Piagnoni. Seguirono, allora, interamente la politica consigliata dal Savonarola; e le cose incominciarono subito a procedere con ordine e fortuna assai maggiore che non si sarebbe sperato.
Se non che, l’ambizione in Luigi XII, non era punto minore che in Carlo VIII; e ben presto dovevano cominciare le sventure dal Savonarola predette all’Italia. Chi non conosce la storia di quelle guerre fra Tedeschi, Spagnuoli, Svizzeri e Francesi, che per tanti anni desolarono le nostre contrade, mettendole a sacco, a ferro ed a fuoco? Fino a che la vittoria arrise alle bandiere di Francia, la repubblica fiorentina si potè mantener viva in mezzo allo scompiglio universale; ma quando, per la morte del giovane ed immortale Gastone di Foix, cominciò a cedere la fortuna dei Francesi, l’ultima ora della repubblica era già sonata. Nel settembre del 1512, infatti, un esercito spagnuolo, senza incontrare ostacoli, rimetteva in Firenze i Medici.
La guerra e le sventure s’allargarono, intanto, su tutta Europa. La voce di Lutero aveva già messo lo scisma nella Chiesa; i roghi e patiboli, invece di spegnerle, davano alimento alle nuove dottrine: e così cominciavano le battaglie religiose. La Chiesa, l’Italia, il mondo erano flagellati. Ed in ogni nuova guerra, in ogni saccheggio, in ogni eresia i Piagnoni vedevano un’altra verificazione delle profezie del Savonarola. Nelle sventure e nella oppressione, essi mantennero sempre più viva l’antica fede. Quando, poi, si vide che Clemente VII ascese al pontificato; che gli eserciti di Carlo V assediarono e posero a sacco la città eterna; che le chiese divennero stalle di cavalli, e bagordi; allora, veramente, parve ancora ai più increduli, che tutte le predizioni del Frate si verificassero per filo e per segno. Si cavò fuori quell’ultima profezia fatta al Niccolini, la quale copiata e letta con grande maraviglia, girava per le mani di tutti. Ognuno andava rileggendo le prediche, e mostrava quei mille passi, nei quali le cose che seguivano, erano state tante volte predette. Il partito dei Piagnoni, come per miracolo, si trovò di nuovo padrone; i Medici, privi d’aiuto esterno e con tanti nemici interni, si dierono alla fuga. Venne subito proclamata la repubblica; Cristo fu eletto re di Firenze; fu ordinata la milizia cittadina, e tutti s’apparecchiavano, questa volta, a mantenere la riacquistata libertà, o a morire in modo degno di essa. La nuova repubblica sostenne infiniti assalti, ed ognuno conosce come ben presto dovè cadere; ma, difesa dal genio di Michelangiolo, dalla destra del Ferruccio, dal cuore di tutto un popolo, ebbe una fine gloriosa quanto i giorni più belli del suo fiorire. Ed in tutto questo maraviglioso movimento, San Marco era tornato ad essere il centro dei più fidi amici della patria e della libertà. I discepoli del Frate, le sue profezie, le prediche, le immagini di lui ispirarono quei valorosi e magnanimi cittadini a difendere la repubblica sino all’ultima ora. Così la storia dei veri seguaci del Savonarola, finisce solo colla libertà fiorentina.[427]
La dottrina religiosa, noi vedemmo che si mantenne sempre ed inalterabilmente cattolica. Quando Roma fu assediata da legioni di protestanti, e quando la repubblica fiorentina sostenne la guerra contro al Papa che l’assaliva e voleva distruggerla; allora i Piagnoni non s’unirono giammai al partito della Riforma; anzi, i pochi protestanti che si trovavano in Firenze, e fra questi il celebre Antonio Brucioli,[428] furono bersaglio dell’ira popolare. Questo era un altro segno assai evidente, che la dottrina del Savonarola differiva profondamente da quella di Lutero; nondimeno le accuse e le apologie non ebbero mai fine, e fra tante discussioni il giudizio restò in Italia lungamente sospeso. Papa Alessandro, appena morto il Savonarola, aveva proibito severissimamente i suoi scritti, minacciando la scomunica a chiunque non li riportasse all’arcivescovo. Più tardi, mutato consiglio, ne permise la ristampa; e così s’era andato fino all’anno 1558, quando Paolo IV, radunata la congregazione dell’Indice, volle che se ne facesse un minuto e diligente esame. La disputa fu lunga e solenne. Alla lettura dei brani che scelse una commissione di 4 cardinali, il papa montò in tal furore che, battendo i piedi a terra, gridava: — «Questi è Martino Lutero, questa è dottrina pestifera. A che ve ne state Monsignori reverendissimi?» — Ma, dopo un esame più maturo, anch’egli dovè cedere: solamente il dialogo della Verità profetica e quindici prediche furono sospese; tutto il resto si potè leggere liberissimamente.[429]
I seguaci del Savonarola continuarono a professarsi tutti e sempre cattolici; san Filippo Neri e santa Caterina dei Ricci lo adorarono come santo; Benedetto XIV lo giudicò degno d’esser dichiarato tale;[430] molte delle sue opere furono adottate come libri d’insegnamento nelle scuole cattoliche.[431] Ed in vero, chiunque le legge, deve assolutamente convincersi, che egli restò sempre fedele ai dommi della sua religione; che non mirò giammai a dividere l’unità della Chiesa, ma anzi a restringerla sempre più fortemente.
Nondimeno v’è in lui uno spirito di novità, che noi non vogliamo nascondere; anzi fu scopo principale del nostro lavoro, metterlo in luce. Il Savonarola fu primo a levare in alto, e spiegare agli occhi del mondo, quella bandiera che molti chiamano della Rinascenza. Fu primo a sentire nel secolo XV, che una vita nuova invade e ridesta il genere umano; onde si può chiamar, davvero, il profeta del nuovo incivilimento. Ma chi lo fa capo d’un partito, d’una setta, d’un sistema, s’inganna di gran lunga; non conosce nè il Savonarola nè il suo tempo. La rinascenza non è ancora la civiltà moderna, ne è come il presentimento; essa ebbe un carattere universale, ma indefinito ed indeterminato. Gli uomini di quel tempo prevedono una nuova, una più vasta sintesi del genere umano, e si sentono più vicini a Dio. Il sangue batte nei loro polsi coll’ardore della febbre; le idee s’alternano colla rapidità del delirio; essi obbediscono ad una forza maggiore di loro stessi, che li spinge a solcare un mare ignoto, per trovare una terra sconosciuta ma indovinata: Cristoforo Colombo li personifica e li spiega tutti. È un tempo di eroi, piuttosto che di pensatori. Chiedere ad essi, cosa vogliono, dove vanno, è stolto. Sanno solamente che camminano, sentono che nel loro corso si trascinano dietro il mondo: nulla altro. Nè di tale inconsapevolezza, dobbiamo noi farne maraviglia; questo è anzi il loro carattere, il loro merito. Rompono le tenebre; aprono le vie del nuovo cammino, non per forza di ragione, ma per forza di volontà e di fede. Hanno la mente dei profeti, il cuore degli eroi ed il destino dei martiri. Il mondo, infatti, si spaventa di questa nuova razza di Titani che sorgono a combattere i vecchi idoli, e comincia subito ad opprimerli; ma poi ne adora i vestigi e corre dietro ai loro passi. Allora la rinascenza dà luogo alla civiltà moderna; la sintesi si scioglie nell’analisi; nascono le scuole ed i sistemi: Galileo, Bacone, Cartesio vengono a raccogliere la mèsse già seminata. Ma che cosa avrebbero fatto questi sovrani e tranquilli intelletti; se quelle grandi e generose anime non avessero coll’impeto loro già squarciato le tenebre; non avessero col loro martirio già spianato il cammino?
Il dramma, di cui fummo spettatori nella vita del Savonarola; dopo la sua morte si estende e diviene, quasi, il dramma di tutta Europa. Noi vediamo, infatti, per ogni dove la medesima lotta: sono come due mondi a contrasto. In uno è lo splendore dell’arte, della scienza, della fortuna; ma tutto ciò non basta a tenerlo in vita, perchè esso è corrotto nell’anima. Accanto, però, v’è un pugno d’uomini perseguitati ed oppressi, che si tengono uniti, e nella loro unione formano un altro mondo: i loro discorsi sono rozzi, i loro ragionamenti sono strani, i loro libri sono scorretti; ma la sorgente del loro genio è inesausta, perchè scaturisce dal cuore, dove sentono quella forza viva che mai non si spegne, che trova in se stessa sempre nuovo alimento, e fra i pericoli ed i roghi ringiovanisce. Essi cadono, è vero; ma il loro sangue feconda migliaia di seguaci, le loro idee divengono la fede del genere umano e fondano la civiltà moderna. La società si rinnova, è salvata dal coraggio e dal martirio di pochi; il mondo progredisce per forza di virtù e d’eroismo: e noi ci persuadiamo che, quando il genere umano deve dare un gran passo nel suo eterno cammino; la Provvidenza non apre il santuario della verità, a chi ha solo una mente elevata ed un ingegno acuto; ma agli uomini di cuore purissimo e d’animo generoso.
Tale fu il carattere della rinascenza, e due Italiani primi la iniziarono. Il Colombo apriva le vie dei mari, il Savonarola quelle dello spirito: quando l’uno saliva sul pergamo, l’altro già spiegava le vele al vento, e spingeva l’ardita prora fra le acque d’un mare sconosciuto. L’uno e l’altro si credette mandato da Dio a diffondere il cristianesimo sulla terra; l’uno e l’altro ebbe strane visioni che lo ridestavano alla sua opera; ambedue toccarono colla mano un mondo nuovo, senza poterne ancora conoscere l’immensità: l’uno ne fu compensato colle catene, l’altro col rogo.
Ed ora chi vorrà più domandare al Savonarola, se egli sostenesse il servo arbitrio di Lutero, o la predestinazione di Calvino? Egli abbracciava un mondo assai più vasto, mirava ad un termine assai più lontano. Fu primo, nel suo secolo, ad avviare l’umanità verso quella meta che, oggi, ancora non abbiamo raggiunta; ma verso cui siamo diretti con raddoppiato sforzo. Egli voleva mettere in armonia la ragione e la fede, la religione e la libertà. La sua opera si connette al concilio di Costanza, a Dante Alighieri ed Arnaldo da Brescia, iniziando quella riforma cattolica che fu l’eterno desiderio dei grandi Italiani.
E quando questa riforma, che è già divenuta una convinzione universale, sarà penetrata anche nella realtà dei fatti; allora il Cristianesimo riceverà nel mondo il suo vero e pieno sviluppo, e l’Italia sarà nuovamente alla testa d’una civiltà rinnovata. Forse in quel tempo sarà meglio compreso il carattere e la vita di colui, che per questa causa sostenne un glorioso martirio.
FINE.
DOCUMENTI.
I.
(Vol. I, pag. 16.)
Lettera del Savonarola al padre, restituita alla sua vera lezione.[432]
Yhu Xpo
Honorande Pater mi. Io non dubito ch’el vi duole assai de la partita, et tanto più quanto io mi son partito ocultamente da vui; ma io voglio che intendisti l’animo mio et la volontà mia per queste littere, a ciò che vi confortati, e che intendiati che io non mi so moso così puerilmente, come alcuni si credeno. E prima da vui voglio, come da homo verile e sprezatore de le cose caduce, che più tosto voi siati sectator de la verità che de le passione, come fanno le feminule; e che vui iudicate secondo lo imperio de rasone, se io doveva fugire il seculo et seguir questo mio preposito. In primis, la rasone la quale me muove ad intrar ne la relegione è questa: prima, la gran miseria del mondo, le iniquitate de li homini, li stupri, li adulterii, li latrocinii, la superbia, la idolatria, le biasteme crudele, ch’el seculo è venuto a tanto che più non si trova chi facia bene; dove io più volte il dì io cantava questo verso lacrimando: Heu fuge crudeles terras, fuge littus avarum. E questo per che io non potea patire la gran malitia di cechati populi de Italia; e tanto più, quanto io vedea le virtute esser spente al fondo e i vitii soblevati. Questa era la magior passion che io potesse havere in questo mondo; per la qualle cosa io pregava ogni giorne messer Iesu Christo che me volesse levare da questo fango; e così faceva continuamente oratione piccolina con grandissima devotione a Idio, dicendo: notam fac michi viam in qua ambulem, quia ad te levavi animam meam. Hor Idio, quando a lui ha piaciuto, per sua infenita misericordia, me l’ha mostrata; et io l’ho riceputa, ben ch’io sia indegno di tanta gratia. Risponditime adoncha: non è gran virtute de uno homo a fugir le sportitie e le iniquitate del miser mondo, per voler vivere come rationale e non come bestia fra li porci. Et etiam non seria stata una grande ingratitudine la mia, ad haver pregato Idio che mi mostri la via drita per la quale io ho a caminare, et lui essendosi dignato di mostrarmela, e poi che io non l’havesse acceptata? Oimè! Iesu mio, più tosto mille morte, che contra di te io mai sia ingrato per tal modo. Sì che, dulcissime pater, più tosto haveti da rengratiar messer Iesu, che da pianger; il quale ve ha dato uno figliolo, e dippoi ve l’ha conservato fina alli XXII anni assai bene; e non solamente questo, ma anchora si è dignato de farlo suo melitanto cavaliero. Oimè! non reputati gran gratia havere un figliolo cavaliero de Iesu Christo? Sed, ut breviter loquar: o vero che voi me amati, o vero non so ben che non diresti che non me amati. Se adoncha vui me amati; con sit ch’io habia due parte, cioè l’anima e ’l corppo, o vero che più amati el corppo o l’anima: non poteti dir el corpo, per che vui non mi amaresti, amando la più vile parte di me. Se adoncha più amati l’anima, per che non cerchati anchor lo bene de l’anima? Chè certo voi doveresti iubilare, e far gran festa di questo triompho. Sciò ben però, che non si puol far che la carne non doglia alquanto; ma la se vole refrenare da la ragione, presertim da li homeni sapienti e magnanimi come sette voi. Non credeti voi ch’el me sia sta gran doglia a separarne da vui? Certo, io voglio che me crediati; chè già mai, doppoi ch’io son nato, non hebbi magior dolor nè maggiore afflitione di mente, vedendome habandonare il proprio sangue, et andare fra giente ignota, per far sacrifitio a Iesu Christo del corpo mio, e per vendere la mia propria voluntà ne le mane di coloro che mai non conobbi: ma, dippoi, ripensando che Idio mi chiama, e che lui non se sdegnò fra nui vermiceli farsse servo; non seria mai tanto ardito, che io non mi inclinase alla sua voce dolcissima e tanto pia: Venite ad me homnes qui laboratis et onerati estis, et ego reffician vos: tollite iugum meum super vos, etc. Ma per che sciò che voi di me vi lamentati, che così ocultamente sia partito, e quasi fugito da vui; sapiati che tanto era il mio dolore e la passion ch’io sentiva dentro dil core, dovendomi partire da vui, che se io ve lo havesse manifestato, io credo verramente che inanzi che io me fuse partito da vui, il me seria crepato il core, et haveria impedito il mio pensiere, il mio acto:[433] sì che non ve meravigliati se io non ve lo dissi. È vero ch’io lassai certe scripte de dietro da li libri che sono apogiati alla finestra, le quale vi davano noticia di fatti mei.[434] Vi prego, adoncha, padre mio caro, che poniati fine a li pianti, e che non me vogliati dare più tristeza e più dolore, ch’io me habia; non per dolore di questo ch’io ho fatto, chè certo io nol revocaria, se io credesse de venire maggiore che non fu Cesaro; ma pur per che anchora io son di carne come vui, e la sensualità repugna alla rasone, di che il mi convien combatre crudelmente, a ciò ch’el diavolo non mi salti sopra le spalle; e tanto più, quanto io sento di vui. Presto passarono[435] questi giorni ne i quali el male è frescho, e doppo spero che vui et io seremo consolati in questo mondo per gratia, e poi ne l’altro per gloria. Altro non resta, se non ch’io vi prego che vui, come virile, confortati mia matre la qualle io prego insieme con vui, che mi donati la vostra benedictione; et io sempre pregarò fervente mente per le anime vostre. Ex Bononia, die XXV aprilis, 1475.
Io ve ricomando tutti li miei fratelli e sorelle, ma specialmente io ve ricomando Alberto, che vui il faciati imparare; per che il vi seria gran carcho e gran pecato, se lo lassasti perdere il suo tempo.
HIERONYMUS SAVONAROLA filius vester.
(Fuori) Nobili et egregio viro NICOLAO SAVONAROLAE parenti optimo. Ferrariae.
II.
(Vol. I, pag. 16.)
DEL DISPREGIO DEL MONDO.
Primo scritto in prosa del Savonarola.[436]
Ricordo come alli 24 aprile, che fu il dì di San Giorgio del 1475, Geronimo mio figliuolo, studente nell’Arte,[437] si partì da casa e andò a Bologna, et entrò nelli frati di San Domenico per stare et essere frate; e lassome, a mi Nicolò della Savonarola suo padre, le infrascripte confortationi et essortationi per mio contento.
Quid facimus? Quid sic stamus, anima, frustra laborantes? Ecce quomodo surgunt rudes et indocti viri ac mulierculae, et rapiunt coelum; nos autem cum sanctis nostris....[438] in Infernum demergimur, et in cogitationibus nostris evanescunt corda nostra; dicentes nos esse sapientes, stulti facti sumus. Ecce nunc quomodo rustici et mulieres, magis exemplo quam verbis, docent nos humana contemnere et solum Christum sequi. Nos autem stulti, sequentes vilia et terrena, alios hæc fugere voce docemus, et dicentes virtutem æternam, fragilia tunc sectamur. Pueri el adolescentuli mundum et eius concupiscentiam fugiunt, non ignorantes mondana omnia esse caduca. Nos autem ita prosequimur, ut omnes epicurei et porci facti esse videamur; de virtutibus enim extrinsecus disputantes, corporis voluptatem summum bonum esse, cum cynicis intrinsecus non negamus. Heu me miserum! Quid agimus? quid moramur? quid tardi sumus? An non vides mundum et sordibus et impietatibus et omni iniquitate plenum esse? An non vides gentium cæcitatem, obstinatam populorum mentem? nonne vides civitates omnes et oppida manifestissimis prædis et latrociniis abundare? Quid igitur, anima, expectas? Surge, et non te pudeat ab infantibus et a fœminis discere, atque eorum vestigia imitari; surge, dico, et cum parvulis fuge heu! crudeles terras; fuge litus avarum; fuge terras Sodomorum et Gomorrhæorum; fuge Ægyptum et Pharaonem; fuge vilissimam gentem superbam, juventutem avaram, luxuriosam senectutem, paupertatem ambitiosam. Hic vitia omnes collaudant, et virtutes illudunt. Si[439] bonis artibus et philosophiæ studet, phantasticus est; si caste et modeste vivit, insensatus est; si pius est, injustus dicitur; si justus esse vult, crudelis habetur; si magna Dei credit et fidem habet, crassus est ingenio; si spem in solo Christo suam ponit, a cunctis illuditur; si charitatem habet, effœminatus est. Qui et pauperes et viduas et pupillos expoliat, prudens appellatur; ille sapiens est qui plus auri coacervare cupit; ille veneratur, qui perspicacius latrocinia invenire potest. Non est virilis, si a maledicto pectore turpissimas et crudeles ac tremendas blasphemias eradicare nescit, si non occidit proximum, si seditiones et rixas non seminat. Clamant pauperes oppressi, gementes et flentes, et heu! non audiuntur; clamant viduæ et populi, et negliguntur: undique inopia opprimuntur, et non moventur pietate corda durissima: student omni cura proximi bona subripere; student ignari coadunare, qui demum posteris relicturi sunt. Omnia sunt plena impietate; omnia sunt plena usuris et latrociniis; omnia plena blasphemiis turpibus et nefandis; omnia stupris, adulteriis, sodomiis et spurcitiis; omnia homicidiis et invidia; omnia ambitione et superbia; omnia hypocrisi et falsitate, sceleribus et iniquitate redundant. Hic, denique, virtutes vitia sunt, et vitia virtutes. Quid amplius? Non est qui faciat bonum, non est usque ad unum. Vocant eos ad pœnitentiam damnosæ pluviæ, terræmotus, grandines et venti, et obaudiunt:[440] vocant inundantia flumina, et obaudiunt: vocant morbi et febres acutæ, et obaudiunt: vocat caritas annonæ, et obaudiunt: vocat insolentissimorum Teucrorum[441] impia manus, et obaudiunt: vocat prædicatorum et servorum Dei vox pia, et obaudiunt; vocat, demum, cunctos naturalis stimulus et conscientia, et obaudiunt.
O cæci de vobismet ipsis, nunc judicium facile; judicate vos ipsi an novissimum tempus sit. Quid igitur, anima, moraris? Surge, et ad volti[442] (sic); fuge Ægyptum et Pharaonem,[443] quia induratum est cor eius contra Dominum, et cum Israel cantemus Domino gloriose; etenim magnificatus est, equum et assessorem projecit in mare: fortitudo mea et laus mea Dominus, et factus est mihi in salutem. Iste est Deus meus, et glorificabo eum; Deus patris mei, et exaltabo eum; Dominus quasi vir pugnator, omnipotens nomen eius. Currus Pharaonis et exercitus eius proiecit in mare; electi principes eius submersi in mari Rubro; abyssi operuerunt eos, descenderunt in profundum, quasi lapis. Dextera tua, Domine, magnificata est in fortitudinem; dextera tua, Domine, percussit inimicum, et in multitudine gloriæ tuæ deposuisti adversarios meos; misisti iram tuam, quæ devoravit eos sicut stipulam; et in spiritu furoris tui congregatæ sunt aquæ, stetit unda fluens, congregati sunt abyssi in medio mari. Dixit inimicus: persequar et comprehendam, dividam spolia, implebitur anima mea, evaginabo gladium meum, interficiet eos manus mea. Flavit spiritus tuus, et operuit eos mare, submersi, quasi plumbum, in aquis vehementibus. Quis similis tui in fortibus, Domine? Quis similis tui, magnificatus in sanctitate, terribilis atque laudabilis, et faciens mirabilia? Extendisti manum tuam, et devoravit eos terram. Dux fuisti in terra tua populo quem redemisti, et portasti eum in fortitudine tua ad habitaculum sanctum tuum. Ascenderunt populi et irati sunt, dolores obtinuerunt principes, ideo conturbati sunt. Irruat super eos formido et pavor in magnitudinem brachii tui; fiant immobiles, quasi lapis, donec pertranseat populus tuus iste, quem possedisti. Introduces eum et plantabis in monte hereditatis tuæ, firmissimo habitaculo tuo, quod operatus es, Domine; Sanctuarium tuum, Domine, quod firmaverunt manus tuæ. Dominus regnavit in æternum et ultra. Sic ergo. Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace; quia viderunt oculi mei salutare tuum quod parasti ante faciem omnium populorum; lumen ad revelationem gentium, et gloriam plebis tuæ, Israel. Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto a quo omnes gratiæ emanant. Amen.
Ricordo come a dì 21 settembre 1452, la Lena mia dona havè un puto, a ore 23½; et fu de Zobia,[444] et fu la festa de San Mateo apostolo, evangelista. E fu batezato, et tennelo a batesimo Ser Francesco Libanori Canceliero dell’Ill. N. S.; et li mesi nome Girolamo, Maria, Francesco e Mateo.
Andò nelli frati di San Domenico a Bologna, a dì 23 aprile 1475 et lì si vestì.
(Fuori.)
Copia d’un ricordo et altro, a un libro di Niccolò Savonarola da Ferrara, padre del R. P. Frà Hieronymo nato a dì 21 ottobre[445] 1452, hore 23½: mandata da Marco Savonarola da Ferrara, con sua lettera del primo novembre 1604.[446]
III.
(Vol. I. pag. 18.)
Lettera del Savonarola ai suoi genitori.[447]
Di che lachrimate, ciechi, di che tanto piangete? A che mormorate, gente sanza luce? Se ’l principe nostro temporale mi havessi hora richiesto per cingermi la spada allato, in mezo il popolo, et farmi uno de’ sui degni cavalieri, quanto gaudio, quanta festa haresti facto? Et se io lo havessi repudiato quel dì, voi non mi haveresti reputato un pazzo? O insensati, o ciechi, o sanza un raggio di fede. Il principe de’ principi, colui che è infinita potentia mi chiama con alta voce; anzi mi priega (o grande amore!) con mille lachrime, per cingermi una spada allato, di finissimo oro et di pietre preziose; et ponere mi vuole nel numero dei suoi militanti cavalieri. Et hora, perchè non ho rifiutato tanto honore, benchè sia indegno (et chi il refiutaria?), anzi, ringraziando tanto Signore, poi che così lui vuole, l’ho acceptato; voi tutti mi siete molesti, et ne doverresti jubilare et far festa, et tanto più quanto mi monstrate amare. Che posso, dunque, dire di voi se di ciò vi attristate; se non che siete miei inimici capitali, anzi inimici di virtute? Se dunque così è, altro non dico a voi se non: Discedite a me, omnes qui operamini iniquitatem, quoniam exaudivit Dominus vocem fletus mei. Exaudivit Dominus deprecationem meam, Dominus orationem suscepit. Erubescant et conturbentur vehementer omnes inimici mei, convertantur et erubescant valde velociter etc. Gloria patri etc., qui peccatores convertit, et milites eos constituit in exercitu suo. Amen. — Ceterum, cum anima sit preciosior corpore, gaudete et exultate, quod me faciat Dominus gloriosus medicum animarum, dum vellem fieri medicus corporum.[448]
IV.
(Vol. I, pag. 83.)
Saggio di un sunto assai imperfetto delle Lezioni sull’Apocalisse.[449]
In nomine Domini nostri Jesu Christi. Amen.
Sermones, sive magis Lectiones super Apocalypsim, per Reverendum Patrem Fratrem Hieronymum Savonarolam Ferrariensem, Oratorem præclarum divini verbi, declamatorem luculentissimum.
LECTIO PRIMA.
Apocalypsis Jesu Christi. Quæritur in primis an tempus prope sit; videtur quod sic, secundum simplices, propter diversas prophetias Joachin, Sancti Vincentii etc. Prudentes negant. Ego autem inter partes dico haec tempora mihi suspecta, verum non propter visiones, quia diceret Eccl. 19: Qui cito credit etc.; sed ob privationem prælatorum, absumptionem justorum, expulsionem bonorum, obstinationem vocatorum, tepiditatem, scilicet, in orando pro hac causa; item: propter multitudinem peccatorum, propter extinctionem priorum præceptorum, propter negationem credendorum, pollutionem sacramentorum; ultimo: propter opinionem plurimorum, immo omnium christianorum; hæc omnia habes alibi diffuse. Hac causa lego Apocalypsim etc.
LECTIO SECUNDA.
Apocalypsis Jesu Christi. Pro dicendis faciam fundamentum Hieronymi dicentis ad Paulinum: Apocalypsis tot habet sacramenta quot verba etc. Ergo oportet duo vitare, scilicet nimium cursum, et nimiam tarditatem; ne ergo sim tardus, relinquam tot divisiones, argumenta, pompas, auctoritates, etc.; similiter quæstiones extravagantes; et aggrediar secundum Scripturas et doctores, et forte quid novi inveniemus; non enim potuerunt metere usque ad solum, et colligere spicas remanentes, ut dicitur in Levitico. Ergo et nos aliis relinquemus etc.
Primo ponit titulum et suprascriptionem; 2º Salutationem; 3º Narrationem. In primo vide sex: scilicet materiam revelationis, ordinem, certitudinem, brevitatem, manifestationem, et eorum quibus manifestatur felicitatem; et declara primo: quod materia est iis quæ a solo Deo sciri possunt, quia est solus æternus; unde dic quod est æternitas secundum Boethium, et mulieribus dic quod est Deus. Viris discurre per vitas, et ostende quod sola vita Dei est perfecta possessio etc.; doctis vero ne declara subtiliter, sed excusa etc., et reprehende divinos; deinde, ostende quo ordine veniunt ad nos revelationes et cæteræ partes, per ordinem etc.
Secundo ponit salutationem; sed personam salutantem non oportet laudare. Dic autem de numero septenario, et quod Asia significat elationem; et hic declara intentionem libri, quibus scilicet scribit, et move quæstionem quia videtur quod Deus dulcis non debet tribulare amicos. Unde Job conqueritur c. 30: mutatus es mihi in crudelem etc. Sed dic quod est magna superbia non acquiescere huic argumento: Deus fecit, ergo bonum; Deus dixit, ergo verum etc.; vel huic: tribulavit proprium filium pro nobis, ergo et amicos, ut faciet eos similes ei etc.
Vis adhuc rationem humanam? Audi: duæ sunt in anima potentiæ, una videns, alia cæca; voluntas, enim, sequitur intellectum per viam duorum terminorum, scilicet, Creatoris et creaturæ; quando ergo creaturam intelligit, quia eam in Creatore videt, errare non potest. Proba etc. Sed e converso: vadens, aliquando videns pulchrum hospitium, remanet in eo, sicut Lucifer; et plus homo, qui insensibilibus et intelligibilibus manet. Ad quæstionem, ergo, dico: quod Deus ex vehementi amore flagellat. Sic amans amicæ suæ vituperat alios amatores, vel etiam interficit; vult enim cor amicæ totum uniri ad se etc. Applica figuram etc. Similiter vas plenum igne non emittit ad superius foramen ignem, si habeat ad pedes multas fenestras etc. Ergo Joannes scribit: elevatis per tribulationes, sicut erat Arca etc. Spe qua tribulatur, ut verus amicus etc.
LECTIO QUINTA.
Ecce venit eum nubibus etc. Primo visiones per ordinem dixi; deinde quod novi doctores aliter dicunt; sed crede antiquos, tum quia pleni spiritu, tum doctrina etc. Contra: quo posteriores eo perspicaciores, verum in doctrina humana vel in divina non exorbitent. Tum quia magis uniti, tum quia nulla prophetia ordinatur per modum historiæ. Dedi exemplum de oratione quæ variatur in verbis, ut nutriatur affectus, ita et Scriptura etc. Cœpi postea et declaravi quod importat hoc nomen Spiritus, et quod spirituales sunt qui stant ad apothecam spirituum invisibilium etc. Sed melius dixi: quod sicut corpus non penetrat corpus, ita nec spiritus; sed solus Deus illabitur animæ et in omnibus est. Dicitur ergo: ama, time etc. Sed adhuc non es spiritualis. Ergo declara, quod sicut ferrum trahitur a magnete, ita anima a Deo per gratiam, et intellectus, ergo, ad credendum. Quia qui credit, firmiter debet contra argumenta et martyria. Credidi propter quod etc. Similiter voluntas sursum etc. Sed nondum es in spiritu. Ergo quando Deus format phantasmata quibus vides omnia etc.; unde Joan. vidit omnia simul ita: et vox retraxit fortiter ambulantem sursum etc. Deinde declaravi quomodo veniens dixit in communi visionem, et praticavi eam ad populi terrorem: merito quidem ecce venit etc. Ibi autem: ego sum Alpha etc.; vel post ibi: ego Joan. Introduxi de Asina Balaam ad probandam fidem; et sic produxi verba usque ad vocem tubæ etc. In fine dixi quod aliqui non sunt apti ad bellum per illud quod in Deuteronomio, 20 cap.
V.
(Vol. I, pag. 89.)
Catalogo di opere del Savonarola, cavato da un antico manoscritto.[450]
DE OPERIBUS VIRI DIVINI NON IMPRESSIS.
Liber apud Fratrem Somontem de S. Cassiano, in quo sunt multa. Bibliæ abreviatio. Bibliæ tres glossatæ. 1. Apud Ferrariam, in conventu Angelorum; 2. Florentiæ, apud Fratrem Nicolaum de Biliottis; 3. Florentiæ apud Marcum Simonem de Nigro, in quo sunt hæc: Regulæ ad exponendam sacram Scripturam; Glossulæ suæ ubique in ea Biblia scriptæ.[451] Chronica usque ad opra sua.[452] Decretum abreviatum: pars decretalium. Clementino abreviato. Aristotelis pæne omnia opera et Platonis abreviati. Triumphus breviatus.[453] De regimine bono et tyrannico.[454] Alberti Magni breviatio in quibusdam libris. Sermones quadragesimales, 1490.[455] Sermones super Genesim, 1491.[456] Liber Simplicitatis.[457] Sententiarum omnes libri breviati. Capitolum breviatum, apud comitem Mirandulæ. Solatium itineris mei, perfectum et imperfectum.[458] Sermones super Threnos primi Alphabeti.[459] Sermo de fide, Prati recitatum. Sermones ad populum in S. Giminiano,[460] F. N. de Aurifice. Epistolam directam Jesu Christo, idem habet. Prophetarum omnium liber: habet uxor Francisci de Pugliese. Decretum in membranis, Frater Seraphinus de Monte Catino. Habacuc expositio.[461] Apocalypsis expositiones duæ recollectae.[462] Abdias per modum lectionis recollectus Aggæus per modum lectionis recollectus. Apum[463] moralizatio. Archiepiscopus breviatus.[464] Arcam,[465] Sermones recollecti. Breviarii[466] Sermones, super quadragesimam unam. Benedic anima mea Dominum.[467] Cantici canticorum locutiones recollectæ. Bibliæ postillatae tres.[468] Cassianum breviatum. Clementino breviato. Cantici Canticorum Sermones partim vernaculi, partim latini.[469] Catena aurea super Quadragesimam. Decreta breviata inveniuntur tria. Decretales breviatæ duo. Dionysii opera breviata. Dominici patris nostri vita. Super Ecce quam bonum, Sermones. Ezechiel per modum lectionum, partim recollectus et partim non. Epistolæ ad principes. Epistolæ ad regem Franciæ. Ecclesiastica historia breviata. Excomunicationes breviatæ. Fidei Sermo, in terra Prati. Genesis per modum sermonum. Genesis per modum lectionis partim recollectus et partim non. Interrogatorii duo breviati.[470] Joannis expositio in prima epistola, Sermones. In Domino confido, expositio; imperfectum. Isaias per modum lectionis recollectus. Jonas per modum lectionis recollectus. Levitici septem capitula, per modum sermonum. Logicales quæstiones centum.[471] Laudes diversae. Lapidum pretiosorum expositio.[472] Lauda Hierusalem Dominum, expositio. Laetatus sum, triplex expositio. Michæas, per modum lectionis recollectus. Matthæus, per modum sermonum. Naum, per modum lectionis recollectus. Præceptorum Domini, sermo. Pater noster, expositio cum oratione angelica; et Symbolum Apostolorum. Privilegia oratoris breviata. Philosophiæ naturalis libri XV. Philosophiæ moralis libri X. Psalmi multi, per modum lectionis recollecti. Psalmorum tituli totius psalterii expositio. Quam bonus Israel Dominus, per modum sermonum. Solatium itineris mei duo;[473] diversi tamen. Sermones duo Veneris sanctæ. Sextus abreviatus. Sermones multi, partim latini partim vernaculi. Sermonarium breve unius quadragesimæ. Sermones cum figuris per totam quadragesimam. Threni, per modum lectionis. Zacharias, per modum lectionum recollectus.
VI.
(Vol. I, pag. 133.)
Saggio dei primi appunti che il Savonarola faceva per le sue prediche, cavato da un codice autografo nella Biblioteca Magliabechiana.[474]
SERMO II.[475]
1º Quanto magis misericordia Dei expectat peccatores, tanto maiores inferet vindictas, si non pœnitent. Primo, ostende qualiter iustus est in Deo. 2º Qualiter misericordia associatur ei in omni opere. 3º Ostende quod justitia Dei nil relinquit impunitum, sed iustitia Ecclesiæ aliquid; et iustitia civilis multo plura. 4º Ostende quod ex tali expectatione magis gravatur peccatum; tum ex ingratitudine; tum quia peccatum sua gravitate trahit ad alia; tum quia per hæc, cor magis alienatur a Deo, et fit ei magis adversarium. 5º Ostende quod pertinet ad iustitiam tribuere unicuique quod suum est: quanto ergo maior est culpa, tanto etiam maior pœna est sibi propria etc. Idem auctoritate ad Ro. 2.
2º Probatur exemplo Iudæorum, in quo oportent tria: Primo, plenitudinem illius populi, scilicet interiorem et exteriorem. Interior in tribus consistit: in fide unius Dei, in scientia Scripturarum, in promissione Messiæ. Exterior consistebat: in dignitate regali; in sacerdotali excellentia; in plenitudine regionis ubi erat Hierusalem nominatissima, templum mirabile, et vasa eius et festa eius etc. 2º Causam destructionis; quia in prima captivitate fuit idolatria et obduratio cordis contra prædicatores; in secunda fuit maxima occisio Christi et discipulorum eius. Et si vis colligere omnia peccata eorum, incipe a venditione Josephi, et discurre usque ad Titum etc. 3º Destructionem. Et hic discurre de 1ª et 2ª captivitate, qualia passi sunt Judæi. Ergo patet, quod quanto magis fuerunt expectati etc.
3º Hoc est ergo quod Hier. plangit dicens: Quomodo sedet etc.
1º Quod Ecclesia videtur esse prope interitum, scilicet ut patiatur magnam conquassationem etc. Sed primo dic, quod non dicis tanquam propheta, sed coniecturans ex Scripturis et ex his quæ exterius apparent.[476] Ad probationem, ergo, nota primo istam conquassationem quæ, mirabiliter, est maior quam nostra peccata. Sed primo declara conquassationem, scilicet, quod vult dicere maior nostris peccatis, quia comparatio est abusiva; deinde proba conquassationem. Ex hac conquassatione sequitur, quod, cum abundent peccata, nos renuimus suscipere misericordiam. Cum ergo non appareat hic evidenter alia misericordia, nisi quia Deus nos sustinet misericorditer, sed non largitur bona spiritualia sicut prius etc., patet quod nos patienter expectat; sed cum non revertatur Ecclesia, sed deterior quotidie fiat, et iam abundent omnia peccata, patet quod est prope interitum et quasi vidua etc. Quod etiam patet ex hoc, quia defecerunt sancti, et clausi,[477] quoque, defecerunt, residuique consumpti sunt. Item auctoritate probatur. Matth. 24 ab arbore fici etc.
2 Declara... hoc diffuse. Primo ostende pulchritudinem interiorem Ecclesiæ, quæ consistit in abundantia Spiritus Sancti, in clara notitia Scripturarum utriusque Testamenti, et in gloria de cruce Christi; et deinde exteriorem, quæ consistit in gratiis gratis datis, in sublimitate summi sacerdotis, in mirabili diversitate cæremoniarum. 2º Ostende causam destructionis esse ingratitudinem, renitentiam quam faciunt verbo Dei. 3º Ostende destructionem; gratia est sine gratiis nunc et spiritu, et plena omnibus vitiis; et hoc quantum ad interiorem destructionem. Exterior patet in bellis etc.
3º Deinde documenta lamentum Quomodo igitur sedet etc.
1º Quod anima peccatoris est iuxta portas inferni et in maximo periculo. 1º Declara qualiter qui diu bene vivit, potest agere pœnitentiam, quod est liberi arbitrii; ubi declara quod est liberum arbitrium. 2º Quod, in termino liberum arbitrium, quantum ad hoc, tollitur et qualiter ec. 3º Quod terminus eius est, quando per se sine corpore existit. 4º Quod potest sine corpore existere. 5º Quod ex hoc sequitur quod sit immortalis, ne dicatur quod non ingredietur qui morietur. Et 6º Quod est semper in periculo separationis. Quia ergo est peccatrix et cum peccato non stat Christus, et ipse dicit: qui non est mecum contra me est. Qui autem est contra eum, est cum suo adversario, diabolo: qui vero est cum diabolo in termino vitæ, est iam in Inferno: qui autem est cum diabolo in via, est iuxta portas, quia si moritur, quod est facillimum et incertum, statim ingredietur: ergo patet 94º Ps.º Nisi quia Dominus adiuvit me etc.
2º Declara hoc diffuse et clare pro infirmioribus. Considera primo de anima quas virtutes acquirat in baptismo etc. Considera quia est sponsa Christi etc. Considera quia liberata est a servitute diaboli etc. 2º Declara quod seipsam expoliavit virtutibus et repudiavit sponsum etc.; et se subdidit diabolo, et hoc per liberum arbitrium etc. 3º Quod ex hac ingratitudine est in magno periculo, et declara.......
3º Deinde expone: Quomodo sedet sola etc.
SERMO III.
1º Quod horrendum est incidere in manus Dei viventis, quando iudicat et punit. 1º Declara quod Deus est iustus et fortis, Psal. Deus iudex iustus et fortis, et assigna rationem etc. 2º Quod sicut ostendit altitudinem suam, bonitatem et misericordiam; ita tunc vult subtiliter ostendere suam iustitiam. Psal. Ego iustitias iudicabo etc. Vide hoc per exemplum Judæorum. 3º Documenta versiculum: Plorans ploraverunt etc. expone literaliter.
2º Ergo videtur quod Ecclesia sit prope ut incidat ex parte in horrendum iudicium Dei; dico ex parte, quia non tantum destruetur, quia remaneat fides. Hoc etiam dico ex conjecturis. Ubi nota quod, stante prædestinatione, orationes Sanctorum sunt ordinatæ in adjutorium Ecclesiæ. Sed ecce Sancti defecerunt nobis, forte ne videant malum hoc, et ut non orent. Isaiæ, Justus perit etc. Hierem. Tu autem noli orare etc. Et iam conspicitur, omnes esse tepidos ad orationem. Thren. Opposuisti nubem tibi etc. Deinde hoc declara melius, quod non est quod consoletur oratione. 3º Documenta versiculum.
3º Quod anima peccatoris istam horribilitatem in inferno sentiet. 1º Ostende quod in inferno omnia sunt ad pœnam. 2º Declara qualis sit ille planctus. 3º Quod non habebit patrem nec amicos et quos caros habebat consolatores. 4º Quod amici qui videbantur, scilicet dæmones, erunt ei infesti. 5º Documenta versiculum.
SERMO IV.
1º Quod qui non vult ferre suave iugum Christi, portabit iugum ferreum. 1º Ostende quod a causa utili non subterfugiunt aliqui effectus particulares (?), hoc fugiunt particulares causas frequenter. 2º Quod omnes ordines rerum sunt sub Deo. Quod ergo non vult sequi unum, si stat, relabitur in aliud: quod ergo non vult subiici voluntarie, necesse est subiiciatur iustitiæ duræ etc. 2º Hoc ostende de Judeis. 3º Documenta Migravit Judas etc.
2a Ecclesia facta est in stabulis, quia non amat Christum. Declara qualiter amor est vis unitiva, et quod ’causai pacem et concordiam, vide in Eccl. Ergo et unitatem et stabilitatem et firmitatem. Esse enim regnum in se divisum etc. 2º Declara qualiter est in stabulis. 3º Documenta.
Anima in hac vita non potest satiari. Declara per ea quæ dicit S. Aug. in prima secundæ. 2º Dic sententias, versus moraliter. 3º Applica, et documenta.
SERMO V.
Memoria status felicis præteriti, cura cogitatione miseris præsentis, et timore futuri mali causal tristitiam et luctum. 1º Declara quod est prudentia et quod habet istas tres partes. 2º Qualiter ex talibus exaggeratur tristitia, et vide in prima secundæ: hoc ergo erat quod dolorem Judæorum exaggerabat; hoc quod nostrum pro Ecclesia exaggerare debet, sed potissimum considerantes animam nostram. Ait ergo: Viæ Sion etc.
SERMO VI.
Et si voluntas Dei sit immutabilis, non tollitur tamen propter hoc contingentia a rebus, et liberum arbitrium. Distingue primo: de voluntate, auctoritate et quantitate, et voluntate signi et beneplaciti; vide in primo psalmo; et postea ostende quia voluntate est immutabilis Deus, et qualiter non tolletur contingentia. Et sic patet contingentia etc. Ostende postremo: qualiter Judæi erant destruendi, et qualiter Ecclesia destruetur si non pœnitet, et quod si anima revocetur, quod et Deus sententiam revocabit.
SERMO VII.
Sine verbo Dei non potest anima vivere. 1º Ostende quod Deus noster fecit ad salutem aliquam scientias divinitus inspirari. Vide in prima parte, in pº sentent. in pº contra gentes. Secundo: quod hæc scientia intellectum illuminat et volentem pascit amore. 3º Dic quod dicitur in secundo capitulo I. primi contra gentes. 4º Applica etc.
Mater mirabilis. Virgo singularis, thronus regalis, thalamus nuptialis, sponsa immaculata, inter mulieres benedicta, mirabiliter dilecta, singulariter sanctificata. Spiritus Sancti sanctuarium, omnium donorum hospicium, omniam virtutum palatium, omnium gemmarum vas purissimum. Angelorum Regina, Dæmonum ruina, peccatorum medicina, totius Ecclesia norma et disciplina.
Altro saggio di appunti, nei quali il latino e l’italiano si trovano mescolati.[478]
Jesus Maria.
Cecidit corona capitis nostri, Threnorum ultimo capitulo. Se io vedesse, Vergene gloriosa, el ciel a noi in qualche parte aperto, e la mano del vostro dolcissimo figliuolo onnipotente Idio non esser per li nostri peccati a li cristiani abreviata; mi parrebbe pur conveniente qualche volta far fine ai miei lamenti. Ma chi poteria vedere senza lacrimare, tutta la terra oppressa da peccati e sottoposta a li principi de le tenebre infernali, essendo ancora redempta maximamente del sangue preziosissimo di Cristo? Lasso me! ubi sunt misericordiæ tuæ antiquæ! ove son tante grazie per le tue sacratissime mane, Vergen santa e pudica, fra noi già mille volte sparse? ove sono le dolce lacrime amorose antique, li ardenti sospiri, le fiamme divine, le celeste et angeliche consolatione le quale facevano legieri ogne fatica? Noi siamo la feccia di Cristiani, nati infelici ne li tempi novissimi e dolorosi. Deh! mira, vergen sacra (chè a te mi voglio,[479] perche altri non trovo, excepto il tuo Figlio, più pietoso), in qual procella è posta la Chiesa a’ nostri giorni. Ogne bellezza spirituale, ogne virtute, ogne lume, ogne caritate, ogne speranza è spenta; e però piangendo il cor mio a te si volge, per movere le viscere de la tua pietade con Hieremia, dicendo: Cecidit corona etc.
Dic quod faciam coronam quam tu facis etc. Mulier amicta sole etc.
Coronam faciam tibi, ut restituere postmodum digneris coronam nostram etc. Ostende ergo gloriam eius etc. Inde in 4º de aureis et aureolis........ 12º....... ulas aureas etc. Deinde fac ei unam orationem, in fine inducendam ad misericordiam ex his quæ dicta sunt in præcedentibus diebus etc.
In 2º sabbato. Declara quod est mater mirabilis quia est mater Dei, non quia acceperit corpus cœleste etc., sed ex puro sanguine etc. 2º Et est mater supposita etc. Pratica circa. 3º Mater Dei, quia mirabilis Mater est, eo quod fecit Deum quodammodo; hinc principium quod ipsa peperit filium qui erat ante ipsam etc. et ultimo facies orationem.
In 3º sabbato, quod est virgo singularis. Declara quare de muliere Deus assumpsit carnem, et quare de virgine; et si fuit virgo post partum etc. Figura de virga Aaron etc. et pratica Ecclesia. 3º Virgo et mater, et deinde fac orationem.
In 4º sabbato: Quod est thronus regalis. Declara qualiter Christus fuit in utero eius rex, quia habuit potestatem in cœlo etc. 2º Quod spiritualis fuit ipse thronus qui est gloris. 3º Figuram de throno Salomonis etc. Et ita, facta oratione, est finis sermonis etc.
In 5º sabbato: quod est thalamus nuptialis. Declara qualiter filius solus est sponsus, quia sua parte est unita..... et quare est, et qualiter est caput totius Ecclesiæ, et ita sponsus quia est unum corpus etc. et quia uterus virginis fuit thalamus etc. et sic est mater omnium etc. et fac orationem.
In 6º sabbato quod est sponsa patris immaculata. Declara primo quod fuit vera sponsa Joseph etc.; quod videtur verior esse sponsa patris, quia est mater filii eius. 3º Quod est immaculata quia cum Joseph non fuit; cum patre autem si dormit, magis purificatur, quia Deo magis propinquatur etc. orationem etc.
In 7º quod est inter mulieres benedicta; qualiter enim potuit contrahere etc. sine dolore etc.
VII.
(Lib. I, cap. VIII.)
Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi, in cui si discorre delle Prediche del Savonarola.[480]
Proemio et contenuto del presente libro.
Contiene il presente libretto un dialogo e disputa di dodici giornate fatto tra dua disputatori delle cose di fra Ieronimo Savonarola di Ferrara, predicate e predette da lui in Firenze, dall’anno 1494 continuamente fino all’anno 1495, cioè sino alla sua morte; per trovare la verità et il vero sono di questi sua detti: e li interlocutori e disputanti sono Didimo et Sofia. E perchè in questa contesa sia necessario allegare e’ libri e le prediche del prefato padre fra Ieronimo, et li sua detti in che libro et in che prediche si trovono; primo, per migliore intelligentia di chi leggerà la presente operetta, è da sapere che dopo il quadragesimale delle prediche dell’Arca, che lui predicò nella Chiesa di S. Lorenzo di Firenze l’anno 1492, le quali sono stampate latine, benchè molto scorrette, che Dio perdoni a chi così stampar le fece; è da sapere, dico, che dopo quelle il prefato padre predicò quasi sempre in Santa Reparata, duomo principale della città di Firenze; e lì furon raccolte tutte queste altre sue prediche che sono stampate, le quali sono state distinte in sette libri. Il primo fu quel libretto di prediche 23, che contiene il fine della detta Arca che non haveva finita nè serrata in S. Lorenzo; et in questo libretto expose qualche cosa di Egeo Profeta; et cominciò in questo la prima predica il dì 1º di novembre 1494: il secondo suo libro delle prediche fu el quadragesimale sopra Iob, l’anno 1495, ch’è prediche 40: l’altro libro son prediche 30, sopra più Salmi e Vangeli de’ dì festivi, del detto anno 94; ma nello stampar, male ordinate, perchè le prime prediche di detto libro furon fatte inanzi alle prediche di Iob, et il resto sono poi dopo quelle di Iob: l’altro, cioè il quarto libro, è tutta la quadragesima dell’anno 96, sopra Amos e Zaccaria, che sono prediche....:[481] el quinto Libro sono prediche 29, sopra Rut et Michea, fatte per quella state sequente dell’anno 96, e dì festivi: e il sesto libro che sono prediche....[482] tutte sopra Ezechiel, cominciate dell’advento dell’anno 1497, et finite per tutta la quadragesima di detto anno: et il settimo et ultimo suo libro sono le prediche sopra l’Exodo, cominciate la quaresima dell’anno 1498; ma non finite per tutta la quaresima, perchè in quella fu impedito predicare, e poi preso e morto; però solo sono prediche 23. Ho voluto notare tutti questi libri et prediche, perchè allegandosi in questo dialogo quelle, et le carte et il libro, sappia chi leggerà quest’opera, che qui sono allegate secondo quella prima stampa, che furon da principio impresse.
Questo dico perchè, essendosi di poi molti di questi libri ristampati altre volte, non riscontrano le carte con quella prima stampa o forma che da principio furono impresse.
Altro brano dello stesso MS., sopra il medesimo soggetto.[483]
Didimo. Facciasi come tu hai detto, perchè io per me non sapevo che cotesta cosa fussi di tanta lunghezza; ma almanco lievami per oggi un’altra difficoltà, se ci è tanto tempo per oggi che basti, della quale nel principio del nostro dire te ne detti un motto; il qual parlar fu, per ultimo, di voler sapere che scritti furon questi delle prediche di fra Hieronimo, che lui in verità ci ha lasciati. E non te ne domando senza causa; perchè mi è detto, pur da questi nostri amici, che duo di questi libri che son fuora, intitolati d’essere scritti da un Ser Lorenzo Vivuoli, non paiono e non sono di fra Hieronimo; cioè il primo che noi chiamamo sopra e’ Salmi, che sono 30 prediche, e così il quarto che sono le prediche di Ezechiel; perchè sono più breve che l’altre sue prediche, e più troncate, e non paiono per questo il medesimo sale di quell’altre; e pur son tutte intitolate del medesimo suo scrittore, cioè di quelle di Ser Lorenzo Violi che si dice aver raccolte dalla viva voce del predicante. Harei caro, se tu ne sai il vero, mel dicessi.
Sofia. Ben sai che io ne so il vero; e perchè già qualcun altro ho trovato haver questa sospetione che hai tu, me ne son voluto chiarire; et ho trovato quel medesimo scrittore che tu hai detto, il quale ancor vive, e parlatoli più volte, et interrogato di queste cose; et hammi chiarito, e che tutti questi cinque libri[484] furono per lui raccolti dalla viva voce del predicante, e che tutti son veri e fedeli; et hammi detto la cagione per la quale alquanto quelli due libri, nell’esser più brevi prediche e più troncato parlare, variano dagli altri; chè in vero chi non sapessi ne piglierebbe ammiratione come fai tu. Lui mi dice, quanto al libro delle 30 prediche sopra più Salmi, fatte l’anno 1494, che le furno le prime quando cominciò a scriverle, e che non vi messe molta cura di pigliarle così appunto de verbo ad verbum; ma in sustanza più per un suo esercizio che per altro, nè pensando che mai si havessino a stampare e pubblicare; massime che lui, in quel principio, non era tanto applicato a queste cose del Frate quanto fu poi. Ma che poi, nel secondo che lui scrisse, che furno le prediche di Amos, deliberò di scriver il tutto più che potè; et poi vi si pose con più diligenza et affetione, massime essendone assai esortato da molti che avevano viste di quelle prime; e così con quella medesima diligenza ei si misse a scrivere quel terzo libro che son le prediche dell’anno 1496, fatte fra l’anno e dì festivi. Il quarto libro, che son le prediche sopra Ezechiel, le raccolse breve; sì perchè detto Frate predicò più breve quella volta che l’altra; e lui medesimo lo dice nella 9ª predica presso al fine; si etiam perchè in quel tempo, volendo fare stampare quel libro di Amos, come da molti esortato, e così cominciò. Et venendo lo advento dell’anno 1496, nel qual tempo Fra Hieronimo cominciò a predicare sopra Ezechiel, et il detto Scrittore essendo occupato, come è detto, a fare stampare il quadragesimale di Amos, non poteva raccorre così a distesa queste prediche di Ezechiel; et però deliberò di pigliarle con più brevità et in sustanza, non potendo in tutto satisfare all’un’opera et all’altra; e non pensò mai che si havessino a stampare queste sopra Ezechiel; ma per tenerlo così per sua satisfazione, così con brevità lo scrisse. L’altro libro, che fu l’ultimo, sopra l’Esodo, lo scrisse interamente, non sendo allora occupato in altro esercitio. Così mi ha detto il prefato ser Lorenzo più e più volte, e di più mi ha detto: che un Fra Luca Bellini lo stimolò tanto un dì, che gli prestassi per duo di quel raccolto che era sopra Ezechiel, e gliele prestò; et che il detto frate subito andò a Bologna, che fu l’anno..., insieme con quel altro libro sopradetto delle 30 prediche; sì come si vede ne’ proemi fatti da detto Fra Luca a detti dua libri. Il che il prefato scrittore, secondo che ne ha detto, ebbe molto per male che si stampassino; e maximamente quelli di Ezechiel che non era sua intentione, per non esser perfette e intere de verbo ad verbum, come le altre. Questi altri tre gli fece stampare detto scrittore in Firenze, che lui raccolse interamente. Hor eccoti, Didimo, levatoti il dubbio, che tu havevi, di questi libri i quali son tutti fedeli e raccolti da detto ser Lorenzo, nel modo et forma che io ti ho detto; e da lui proprio il tutto ho inteso. E ci son ben poi venuti fuora da altri libri di prediche sopra Job di 47 prediche, et l’altro di 23, sopra il residuo e fine dell’Arca; i quali furno scritti originalmente in latino da duo discepoli del frate, et ora tradotti in volgare per un’altra persona fedelmente. E perchè io veggo che gli è già sera, vattene a tua posta e torna quando ti piace; che in quest’altra cosa, delle cause della persecutione del Frate, che tu mi hai domandato, mi ingegnerò un’altra giornata satisfare a questo tuo desiderio, quando noi vedremo che il tempo sia più commodo, e che la materia del nostro parlare lo ricerchi, e che sia più a proposito. Dico questo, perchè io non ti veggio in questo principio ancor ben fermo, e veggo che tu hai bisogno d’esser ancor confermato meglio. Però penso in quest’altra giornata farti più saldo in questa verità; penso, dico, di mostrarti come questo Frate è stato buon servo di Dio, e vero suo profeta; acciò che poi un’altra giornata, quando ti mostrerò le cause della sua persecutione, tu possa conoscere a quanto gran torto, e con quanta malignità fu perseguitato.
Didimo. Io rimetto in te, Sofia mio, ogni cosa; e così come tu giudichi e determini che facciamo, così si faccia.
Sofia. Vattene dunque con la benedizione di Dio per questa volta, e torna a tua posta; fatto, non dimanco, prima oratione, che Dio ci mostri quello sia el meglio del nostro parlare alla tua tornata.
Didimo. Ita fiat. Vale.
VIII.[485]
Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola.[486]
Jesus.
Al nome di Dio, a dì quatro di giugno M. D. V.
Manifestasi per la presente scritta, come Ser Lorenzo di Iacopo Violi alluoga a stampare a Ser Antonio di Domenico Rubini prete fiorentino, et a Andrea di messer Bartolommeo da Pistoia stampatori, uno libro di prediche facte da frate Hieronymo da Ferrara l’anno 1497 et parte 1498, con questi pacti et modi etc:
In prima: che e’ decti stampatori sieno tenuti stampare volumi millecento del decto libro, et condurli a tucta perfectione, piegati et quadernati come si usa; et decto ser Lorenzo sia tenuto dar loro e’ fogli che bisogneranno per decta opera; et in prezzo et premio della fatica di decti stampatori, il detto ser Lorenzo permette[487] dar loro lire dua et soldi cinque piccoli, cioè L. 2. s. 5. piccoli d’ogni lisima stampata; et promecte pagargli septimana per septimana, secondo che monteranno e’ fogli stampati.
Item: e’ decti stampatori promectono a decto ser Lorenzo stampare ogni dì da lavorare, almanco uno foglio intero, cioè fogli millecento; et inoltre promectono consegnare dì per dì, secondo che parrà a decto ser Lorenzo, tucto lo stampato, e mandargliene dove a lui parrà.
Item: promectono degli stampatori a decto ser Lorenzo presente e ricevente, stampare decto libro fidelmente, e non ne pigliare copia alcuna nè darne ad altri; ed in caso che epsi, o alcuno di loro contrafacessino, da hora vogliono et così promectono pagare al decto ser Lorenzo soldi cento larghi di fº[488] in oro per sua danni et interessi: et quali danni et interessi, da hora, le decte parte, d’accordo, tanto stimano. Le quali cose le decte parti promectono l’una all’altra, et e converso, attendere et observare; et per observantia di quelle obligano ogni loro e qualunque di loro erede, beni presenti et futuri, et renuntiano ad ogni benefitio che per loro o qualunque di loro facessi. Et io Filippo di Cione di Giovanni notaio fiorentino, non come pubblica ma come privata persona, ho facta la presente di mia propria mano, di consentimento et volontà delle sopradecte et infrascripte parti, le quali si soctoscriveranno qui da piè, di lor propria mano, d’esser contente ad quanto in queste si contiene, anno, mese et dì decto di sopra.
Io ser Antonio di Domenico Rubini sono contento quanto di sopra si contiene, anno, dì, mese detto di sopra; et però mi sono soscripto di mia propria mano.
Io Andrea di messer Bartolommeo Ghyrlandi da Pistoia sono contento a quanto di sopra si contiene, anno, dì et mese decto di sopra; et però mi sono sottoscripto di mia propria mano.
Io Andrea di messer Bartholomeo Ghyrlandi da Pistoia sopradecto ho ricevuto da ser Lorenzo di Iacopo Violi, insino ad questo dì 16 di luglio 1505, in più volte, in danari contanti, lire octantasei e soldi nove, in nome mio et di ser Antonio decto di sopra; et però ho facto questa di mia mano, decto dì L. 86. s. 9. —
Et per insino a dì 2 d’agosto, ducati cinque, cioè lire trentacinque » 35. — —
Et a dì 8 d’agosto, contanti ducati tre d’oro in oro, cioè lire ventuna » 21. — —
Et insino a dì 22 d’agosto, contanti ducati sei in tre volte, cioè lire quarantadua » 42. — —
Et per insino a dì 29 d’agosto lire venti, soldi quindici et danari octo » 20. s. 14. (sic) 8
Et più habbiamo insino ad questo dì octo di novembre, in più volte, lire trentadua e soldi uno » 32. s. 1. —
Et per insino a dì 12 di dicembre, ebbi contanti fiorini dua d’oro in oro, cioè » 14. — —
Et infino a questo dì 14 di luglio 1508, ducati tre d’oro in oro; ricevuto uno, oggi questo dì; et gli altri dua, prima » 21. — — ————————————— L. 272. 4. 8.
IX.
(Vol. I. Pag. 144.)
Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte.[489]
Pax Dei, quæ exuperat omnem sensum, possideat cor tuum in Christo, dilectissime frater. Multis enim implicatus, non potui tuo desiderio satisfacere: quia et mei aliquando oblitus, non valeo cogitata ac desiderata implere. Nunc autem charitatis tuæ et immoderati fervoris[490] cogor rogare te ut ambules ea vocatione qua vocatus es. In cœlo boni omnes: in inferno mali omnes: in hoc autem mundo boni et mali inveniuntur, in quo quidem nunquam bonos sine malis fuisse reperire poteris. Multi ergo cupientes bene vivere, et senioribus nolentes acquiescere, quærunt in hoc mundo impossibilia: volunt enim inter sanctos commorari, exclusis omnibus malis et imperfectis hominibus; quod cum non inveniunt, a sua propria vocatione recedunt et vagantur. A dæmone decipiuntur, in errorem ducuntur et prolabuntur; et nunquam ad veritatis sapientiam postea revertuntur. Fili mi, bene vivere est bene facere, et mala pati, et sic perseverare usque ad mortem. Quis male vivat inter sanctos, nisi perversus homo et omnino a gratia Dei destitutus? Non est magnae laudi, inter bonos bene vivere. Hæc autem dico, non quia illi inter quos degis mali sint, immo boni sunt, licet forte aliqui eorum imperfecti sint: sed quasi de festuca trabem facis. Fugiendi sunt mali homines, fugiendi sunt perversi, et eunt bonis commorandum; quia cum sancto sanctus eris, et cum electo electus eris, et cum perverso perverteris.[491] Sed si volueris fugere malos, oportebit te de hoc mundo exire. Iam autem de hoc mundo existi, et credebas statim in paradisum introire. In atrium quidem paradisi introisti, sed nondum in ipsum paradisum. In mundo quidem inter scorpiones vixisti. In claustro autem oportet te inter perfectos, proficientes et imperfectos bene vivere; non adhuc inter malos: quod si autem aliquis falsus frater inveniatur, non mireris; immo si non inveniatur, mirare. In domo Habræ, in domo Isaac, in domo Iacob, in domo Moisi, in domo David, in domo Domini nostri Iesu Christi et Apostolorum omniumque Sanctorum, aliquis impius et perversus, bonorum persequutor, inventus est: quomodo ergo credis domum aliquam in hoc mundo sine malis? Erras, erras, frater: temptatio hæc magna est, et diaboli ministerio subtiliter congesta. Ergo inquire pacem, et persequere eam: ambula coram Deo, et humiliare sub potenti manu Dei: conlige rosas de spinis: omnes te meliores existima: si quid videris quod tibi non placet, cogita bona intentione factum; multi sunt intus meliores quam exterius appareant. Quiesce ergo, quiesce, frater mi: humilitati stude, atque subjectioni et obedientiæ; et sine intermissione ora, et scito quia factus est in pace locus Domini. Ora pro me, et commenda me magistro tuo et discipulis. Vale.
Ex Florentia, die 22 maii m. cccc. 92.
Frater HIERONYMUS DE FERRARIA Ordinis prædicatorum.
In Christo Iesu sibi dilectissimo novitio, STEPHANO CODIPONTIO.
Pisis, in conventu S. Chaterinæ.
X.
(Vol. I, pag. 148.)
Tre Lettere dei Dieci, in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda.[492]
PHILIPPO VALORIO, die x Maij 1493.
Sarà alligato alla presente una nostra lettera al reverendissimo cardinale di Napoli, per la quale supplichiamo Sua Reverendissima Signoria satisfacci a quello ci persuadiamo sappi, et però non te lo replichiamo altrimenti, che il Convento nostro di San Marcho molto iustamente et honestamente desidera. Decta lettera farai dare a[493] 3 frati di San Marcho, sono costì per questa causa; et tu etiam voliamo, in nostro nome, appresso la Santità del Papa, decto Cardinale et ogni altro stimerai potere giovare, ti adoperi segua lo effecto che decto convento desidera; facendo intendere a ciaschuno che, oltre al fare opera meritoria apresso Idio, a noi ne sarà facto singolarissimo piacere.
OLIVIERO CARDINALI NAPOLETANO, die x Maij 1493.
Facit modestia vitæ atque sanctimoniæ, et rerum divinarum observantia, ut sancti Marci conventus excellenti religionis fama sit in nostra Civitate; unde et nos et populus omnis, omnia illi bona percupimus. Olim etiam, dum vivente Cosmo Medici patre patriæ nostrae et ornatore illius conventus, et demum multos annos, suo quodam more vixit, neque unquam aberravit. Demum, qui nondum adeo celebris erat Conventus, cum non ita multi in eum fratres convenissent, venerunt in Lombardam Congregationem, et scire te melius arbitramur quam nos, modo sine causa longius facientes scriberemus. Nunc aucta domo ædificiis, fratribus, moribus, literis, in pristinam vivendi normam restitui cupiunt; ut observantiores et Deo optimo maximo magis inservientes flerent. Nos non possumus eadem non cupere, et gestu eorum animis non affici cupiditate quadam incredibili. Rem planius intelliges ex quibusdam ex eorum ordine qui ad te venerunt, atque has tibi reddent literas; qui quidem, quam nos etiam melius, quod facto opus sit, ut huius honestissimi desiderii illi nosque fiamus compotes, aperient. Te multum etiam atque etiam rogamus, ut huic sanctissimo incepto faveas; ut nos quoque et civitas omnis, tuo beneficio, quod maxime concupiscimus, consecuti habere, clementissimo Deo gratias debeamus et tibi, quia, te auctore et duce, id fuerimus assecuti, perpetuo gratiorem existimantes nostram rempublicam.
PHILIPPO VALORIO, die VII Juniis 1493.
Il breve ne hai etiam mandato con decta tua, contenente la separatione de’ frati di Sancto Marcho dalla Congregatione di Lombardia ci è stato oltremodo grato; et voliamo, loco et tempore, ne ringratii et la Santità del Papa et il reverendissimo cardinale di Napoli con quelle più grate parole ti occorreranno. Contiene, oltre a questo, decta tua alcuni advisi a’ quali non accade rispondiamo altrimenti, se non commendartene. Simile alla tua de’ 3 che è coverta a una di Dionigi Pucci.
XI.
(Vol. I, pag. 149.)
Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San Marco dalla Congregazione lombarda.[494]
ALEXANDER PP. VI.
Dilecti Filii, salutem et apostolicam benedictionem. Exigit vestrae devotionis affectus, nec non religionis zelus, ut petitionibus vestris, quibus possitis Domino quietiori mente servire, quantum cum Domino possumus, favorabiliter annuamus. Cum itaque, sicut nobis, nuper, tam pro parte vestra quam dilectorum filiorum communitatis Florentiæ expositum fuit; vos qui alias, sub Protectore et Magistro generali ordinis vestri fratrum prædicatorum existebatis; et, processu temporis, cum hanc domum vestram, dilectorum filiorum vestrorum Congregationis Lombardiæ dicti ordinis gubernationi dicti ordinis commendastis. Post aliquantum temporis, Prior quidam, tunc istius domus, prætextu quorundam litterarum apostolicarum in forma Brevis, per eum a Sede Apostolica obtentarum et clam nobis impetratarum; et ipse tantum et uno, forsan paulo pluribus illius fratribus consciis, secum consentientibus, dictæ Congregationi ac illius superioribus et institutionibus vos. Domum vestram subiicere attentavit. Cupiatis, ut Domino quietius possitis famulari, et alias ex certis causis, a prædictis congregatione et præsidentibus, illiusque institutionibus et ordinationibus eximi et liberari.
Nos vestris et Communitatis prædictorum, nobis pro vobis super hoc humiliter supplicantium, ex præmissis et aliis vestro nomine nobis expositis causis, in hac parte supplicationibus inclinati; vos et Domum vestram prædictam, illiusque Priores et Fratres nunc et pro tempore existentes, a dictis Congregatione nec non praesidentibus, diffinitoribus seu etiam officialibus ac superioribus quibuscumque, nunc et pro tempore existentibus, eorumque visitatione, superiositate,[495] præceptis, censuris, assignationibus fratrum, factis aut faciendis, auctoritate Apostolica perpetuo eximimus et liberamus. Ita ut ipsi præsidentes, vel Congregationis huiusmodi superiores, nullam in vos aut aliquem vestrum jurisdictionem aut superiositatem exercere possint; ac vos et domum vestram prædictam sub Protectoris et Magistri vestri, Generalis dicti ordinis, et ab ipso Magistro pro tempore confirmandi Prioris cura, visitationi ac superiositati perpetuo subiicimus. Ita ut his et non aliis sitis immediate subiecti, et in Priorem istius domus pro tempore electum ab ipso nostro Generali, pro tempore exisiente, confirmari debeat; sic tamen, ut singulis annis, die ipsa suæ electionis, intelligatur absolutus, et aliter vel etiam idem opportuno tempore eligatur.
Concedentibus fratribus, dictæ domus nunc existentibus et qui ad alias domos ordinis et Congregationis prædictorum, et aliquot aliis fratribus dictæ Congregationis, qui ex aliis domibus ad ipsam domum transmissi sunt; quod si ad eamdem domum redire voluerint, per vos, de consilio seniorum fratrum dictæ domus, recipi et ipsi (quacunque conditione præsidentium et officialium dictæ Congregationis non obstante) ad ipsam domum. Ipsi, vero, aliquot fratres aliarum domorum prædictæ Congregationis, in ipsa domo vestra existentes, ad ipsam domum vestram pertinere et in ea de consilio seniorum permanere. Insuper, etiam, licentia vestra non petita, ad domos Congregationis prædictæ redire libere et licite valeant. Decernentes et inritum et inane, si secus super his a quocunque, quavis auctoritate, scienter vel ignoranter, contigerit; non obstantibus præmissis ac Constitutionibus ac ordinationibus apostolicis; nec non Congregationis et domus prædictorum juramento, confirmatione apostolica vel quavis firmitate alias roboratis statutis, consuetudinibus ac quibusdam excommunicationibus felicis recordationis Pauli Secundi, impetratis a dicta Congregatione contra fratres recedentes ab ea, sub bulla aurea expediti, et aliis Sixti Quarti romanorum Pontificum prædecessorum nostrorum literis; quibus, etiam si de illis, de verbo ad verbum, toto tenore, non autem per clausulas generales, etiam mentionem specialem importantem, specifica et individua mentio habenda esset; illis alias in suo robore permansuris. Hac vice, dumtaxat, specialiter et expresse derogamus et per præsentes illis sufficienter derogatum esse volumus atque decernimus, cæterisque contrariis quibuscunque.
Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XXII Maij mccccxciij, Anno Primo.
(a tergo)
Dilectis Filiis Priori et Fratribus Domus S. Marci Florentiæ, ordinis prædicatorum.
XII.
(Vol. I, pag. 150.)
Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo Savonarola a Piero de’ Medici, relative ad una convenzione tra i Frati di San Marco e quelli di Lombardia, ed al Breve venuto da Roma.[496]
Addì 25 maggio 1493.
Magnifice vir.
Sono stato con questi religiosi di S. Marcho, per assetto di questa cosa, e con uno mandato di quegli della Congregatione; et siamo venuti in questa compositione di che qui dapiè ti si manderà la copia, la quale mi pare apunto secondo l’intento tuo, secondo che da te ho potuto ritrare; perchè il sì e il no d’ogni conclusione restanno appunto come vedrai. Però, accordandoti tu a questo, rispondi per lo apportatore; acciò si possa domattina, che sono rimasi d’essere insieme, dare perfectione a questa opera la quale mi pare, secondo Iddio et secondo il bisogno di ciascuno. Et perchè, come ho detto, questo piaccia a ciascuno di quegli che vi si sono trovati, credo che tanto più lo approveranno, quando pienamente intenderanno che da te proceda; perchè ognuno di loro in effecto vuole quello che vuoi tu, nè pare che si possa procedere tanto maturamente nè meglio in cosa nessuna, quanto hai fatto tu in questa opera.
Expediatur breve et sigillatum deponatur in manus Petri de Medicis.
(Segue la copia della convenzione.)
Congregatio Lombardiæ restet; quo ad conventum S. Marci de Florentia, in eo etiam in quo erat ante impetratum breve, cum hac conditione: quod per aliquod actum quod fieret per propositos Congregationis Lombardiæ in conventu et seu in fratribus conventus S. Marci, quantuncumque contrarium brevi, non intelligatur præiudicandum dicto brevi et seu iuribus conventus S. Marci, quæsitis seu quærendis per dictum breve, si quantum ad dictum conventum seu suos fratres perveniret, quia fuisset eis exhibitum. Bona fide et sine cavillatione, predicta serventur per partes.
Nè più: Cristo di male ti guardi.
IACOPO SALVIATI in Firenze.
(Segue questa breve lettera autografa del Savonarola.)
Magnifico Piero. Io dissi a quelli nostri padri che la mia intentione e quella del convento era di fare tuto quello che voleva vostra Magnificentia, secondo quella dechiaratione dela vostra intentione, la quale intesi io essere in quel modo come dissi a quelli padri, essendo sempre parati fare ogni vostra voglia. Ricommandovi el convento nostro.
Gratia Domini Jesu Christi vobiscum. Amen.
FRA HIERONYMO.
(Fuori.)
Magnifico viro PETRO DE MEDICIS
Cognato carissimo.
XIII.
Tre lettere della Signoria in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione Lombarda.[497]
CARDINALI NEAPOLITANO.
Reverendissime Pater etc.
Credimus R. D. V. adhuc memoriæ tenere quam gratum et nobis fuerit, et universo huic populo, conventus Sancti Marci nostræ urbis, Sancti Dominici Fesularum, ac Sanctæ Catharinæ Pisarum, omnes prædicatorum ordinis, a Congregatione Lombardiæ separatos fuisse; quod etiam, opera R. D. V. et obtinuisse nos, tum cognovimus, et illi retulimus acceptum. Nunc vero, cum audierimus Lombardiæ Congregationes eos tentare velle sibi adiungere atque unire, non minus cupimus separatos permanere, quam tum optaremus seiungere; nec enim minus hoc vobis gratum futurum est, quam illud tunc fuerit; quippe cum tueri parta non minoris sit faciendum, quam nova acquirere. Rogamus igitur iterum atque iterum R. D. V., non solum ut si quid in contrarium ab ea postularetur, id omnino reiiciat atque refellat; sed quod iam factum est, et tueri velit et corroborare, quod quidem hoc tempore nihil potest et nobis et universæ civitati nostræ gratius præstari R. D. V.
Ex Palatio nostro, die 6 Martij 1491
CARDINALI NEAPOLITANO.
Reverendissime in Christo Pater.
Hoc quoque facile documento erit, cordi esse nobis id negotii de quo superioribus etiam diebus scripsimus ad reverendam Paternitatem vestram; quia, non expectato responso, congeminamus, eodem modo, litteras. Nota vero res est B. P., paulo ante opera beneficioque vestro, et disjunctos esse, quia non convenirent mores Sancti Marci fratribus Florentinæ urbis, ab ea Societate quæ fuit eis cum fratribus Lombardis, et in unitatem venisse religiosæ vitæ santæque cum his eiusdem ordinis fratribus, qui extra urbem conventum habent Sancti Dominici in monte Fesulo: quæ quidem res, ut gratissima fuit toti civitati singulisque atque universis nobis, ita dignissimos tulit fructus vers excolendæque Christi religionis. Nihil profecto, Reverende Pater, ad salutem nostram excogitari potuit accomodatius; cumulat autem hoc nobis bonum quod nos sumus, vestro maxime munere, divina opitulante clementia, consecuti, frater Hieronimus Savonarola, prior eius conventus, prædicatorque insignis, cuius quidem in tanta est apud nos veneratione jam nomen, ut quicquam putemus agi recte nobiscum posse, nisi ille cum Deo agendum suaserit, monstraverit, prædixerit. Est enim admiranda quædam in eo homine religio, vita immaculata, doctrina excellens; et, quod multo maius est multoque rarius, loquitur in eo, quod omnes jam fatemur, divinus quidam Spiritus; et nos quæ evenerunt nobis hactenus, non communia certe neque vulgaria, sed maxima profecto atque insperatissima, multo etiam antequam evenirent, prævenimus; ac quæ eventura quoque sunt paulo post, ipso prædicante, cognoscimus. Dici non potest quanta ex eius prædicatione percipiatur utilitas ad animarum salutem, et rei nostræ publicæ conservationem ac concordiam Civitatis.
Quapropter nihil audire molestius possumus, quam inquietari eos a Lombardis fratribus, qui tam sanctam et Deo gratam separationem ferre indigne videntur; quod evenisse, et contra niti quosdam, superioribus diebus renuntiatum est. Agitur vere, B. P., de honore nunc Dei, agitur de dignitate B. P. V. et de nostris commodis, studiisque quibus nihil accidere posset magis contrarium. Rogamus ergo B. P. V. ut silere eos ac quietos esse jubeat, et divinæ huic voluntati assentiri; nihil enim jam vel tantillum immutari in ea re potest, quod non sit omnis populus hic noster ægerrime laturus, quodque non sit multiplices illaturum turbas propter multitudinem quæ tota, miro quodam ardore, hos fratres eorumque mores et religionem complexa est. Munus hoc adeo nobis, laborante potissimum atque amittente B. P. V., condonatum est; eadem opera modo nobis opus est, ut inviolatum et ut perpetuum maneat Florentinæ urbi. Et istimamus autem fore ut in dies plus lætetur B. P. V. præstitisse nobis hanc operam, cum diffundetur per alios quoque eius ordinis conventus, qui sunt in ditione Florentina, id vitæ genus ad exemplum eorum quos jam tantopere admiramus et dignos ducimus, ad cuius normam cæteri quoque vivendi et inserviendi Deo ingrediantur viam. Itaque rogamus, hac quoque parte, B. P. V. prohibeat ne quis, præter sancti Marci fratres ubi nos præsumus, reformare, ut ipsi loquuntur, aliquem conventum nostrum attentet. Id enim nos nullo modo laturi sumus, cupidi, quantum fieri possit nostris nixibus, ut divinissimum hoc munus quam latissime pateat, quantoque fieri potest elegantius sacri cultus et religionis observantia, ad omnipotentis Dei gloriam, Iesu Christi Salvatoris nostri triumphum, ubique celebratissima existat. Nihil accipere a B. P. V. possumus hoc quidem tempore gratius.
Ex Palatio nostro, die 8 Aprilis 1495.
SUMMO PONTIFICI.
Sanctissime Pater etc.
Fuit apud nos, per multos jam annos, Frater Hieronymus Savonarola, prædicator insignis, ea doctrina, religione, moribus, integritate vitæ, ut non ipse solum, verum etiam nomen ejus apud nos in maxima veneratione sit. Is multa et magna universo huic populo documenta dedit, multa induxit bona, quæ ad honeste sancteque vivendum plurimum profuerant. Hæc autem attestamur Sanctitati Vestræ, beatissime Pater; quoniam intelleximus crimina quædam in fratrem ipsum Hieronymum calumniose conjecta fuisse, quæ multo esse a veritate aliena, quanto nos certe scimus Sanctitati Vestræ in testimonium veritatis reticere non possumus. Existimamus, autem, Sanctitatem Vestram pro solita sua humanitate incredibilique benignitate, et fidem nobis adhibituram et id quod universo populo nostro ad bonos mores, ad pacem et concordiam, ad animarum salutem plurimam confert, a nobis non remoturum. Speramus, itaque, Sanctitatem Vestram, iis intellectis, et Fratrem Hieronymum apud nos permanere permissuram; et conventus Sancti Marci de Florentia ac Sancti Dominici in Monte Fesulano ab congregatione Lombardiæ olim separatos, et nunc incredibili quadam vitæ integritate ac religionis sanctitate degentes, in eodem statu, cum inde multa quotidie immensaque bona nobis proveniant, conservaturam; quo mihil gratius in præsentia, et quo magis lætaremur ab Sanctitatis Vestræ benignitate concedi posset. Cui nos etc. Ex Palatio nostro, die 17 septembris 1495.[498]
XIV.
(Vol. I, pag. 178.)
Dispaccio della Corte di Napoli a papa Alessandro VI, circa la venuta dei Francesi in Italia, scritto da Giovanni Pontano.[499]
Messer Luise. Assai de bon loco ne è stato quasi accennato, non però che ne sia stato certamente expresso; ma, quando mai non fosse, così è verisimile, et perchè è verisimile, perciò ve imponemo debeate conferire le cose infrascripte col reverendissimo Monsignor di Napoli. Et di poi tale collatione, parte sua Reverendissima Signoria, parte voi, parte ambodoi, secundo meglio ne parerà, ne parlerete con la Santità de nostro Signore in la debita forma.
Che sia vero o non sia, se fa iudicio che la Santità predicta habbia circa questa impresa de re de Francia contra noi consultate multe cose col duca de Baro, et che quello li habbia resposto, parte confutando, parte confortando et parte inanimando. Et primo, havendo sua Santità consultato come essa havesse da procedere e governarsi in le cose francise, poichè quelle andavano avante, li è stato resposto dal predetto duca de Baro: primo, commendando sua Santità deli modi servava; deinde, approbando essere ad proposito intertenere noi et darne parole, imperò in tal manera, che intendendose da re di Francia, che non havesse ad pigliarne umbresa; et ulterius, confortandola ad la impresa la quale, essendo essa unita con dicto re, era summamente facile; usando etiam queste parole: che ’l desiderio de soa Santità et li successi sariano felicissimi in tucte cose; et per contrario, quando se disunisse dal dicto re, che tucti li beneficii quali potesse havere mai da noi, non fariano proportione ali maiori danni che li segueriano, desunendose da dicto re. Questa parte, come voi vedete, è de natura tale che non porria essere peggio, et non è da passarla senza confutarla; perchè a la Santità soa, della guerra de Italia et nostra non li pò seguire se non affanni, maxime essendo facta da Francesi li quali, quando havessero vinto, pò pensare quello che resultaria de la superbia loro, che cercariano metterese Italia sotto, et levariano ad la Sede apostolica la auctorità et la potestà che ha de presente, et per omne via la abasciariano.[500] Et quanto tocca al sangue suo, sa quel che ha trovato con noi de sangue, de stato, et de titulo; ma non li è certo quello che li habia ad sequire con re de Francia, il quale non ha nepote da dare ad suo figliolo; et per gratia de Dio noi stiamo tali ad casa nostra, che chi ce volrà tollere del nostro, haverà assai che fare ad toglierlo per sè, o per darlo ad altri; et in questa parte ve potite assai ben allargare.
Item: havendo dicta Santità monstrato stare sopra de sè, che francesi non veneriano ad la impresa; dicto duca de Bari li ha resposto: che de certissimo questo anno dicto re farà in omne modo la impresa, parlando in questa parte multo affirmativamente; et non de manco, quando non sequisse, che lui haveva bonissimo modo de intenderlo ad tal tempo, che sua Santità, senza perdere cosa alcuna con Francia, poria capitolare et assettarse con noi. Imperò confortavala ad non mutare proposito et starsi in sua reputatione, et ad non lassarsi così de socto, etiam quando le cose de Francia non andassero avante; perchè, essendo noi de la natura che simo, non solamente non lo voriamo per parente, ma non per cappellano; et che, abandonandosi, resteria ad discretione nostra, et de quelli soi baroni de terra de Roma. Circa questa parte, et ad voi et ad Monsignor reverendissimo de Napoli, occorre da cacciarne multo ben fora, et farli considerare et recognoscere, che andando soa Santità con quisti modi, si è facta et fa subiecta a li apparati del duca de Bari; li quali so’ de natura che sempre li cercaranno affanni et tribulatione, et ad poco ad poco la hanno già per tirata ad la guerra, et ad le spese tale, che soa Santità ad la giornata se ne avedarà; che stando ben con noi, vive senza affanni, senza spese et in sua libertà: et deveria pur advederse soa Santità como et dove è tirata, et pensare a li fructi de la guerra et maxime de tal guerra, dove va la vita, lo honore, lo Stato et omne ben mundano. Sichè in questa parte haverete campo largo da parlare. Advertite ben, che circa queste doe particularità, sempre se parla de intertenerne et darne parole; donde è da judicare la fede, qual se possa havere ad le pratiche de dicta Santità.
Item, consultando dicta Santità, circa le provisione per mare et per terra che da noi se fanno, dicto duca de Baro li ha resposto: che noi solamente havimo descripti da tricento in quatrocento homini d’arme, et dati alcuni cavalli senza dinari, che non era altro, salvo allegerirne de la spesa de li cavalli; et che circa le cose de mare facevamo penserò non correspondente, cioè che pensavamo fare più che non bastavano le forze, et che ad omne nostra defensione andavamo fridi et tardi. E non havendo provisto fin ad mò,[501] manco haveriamo tempo de providerne, perchè infra tre misi i Francesi seriano passati, et però soa Santità devea stare de bono animo, et maxime havendo coniuncta la fortuna soa con ipso duca de Baro, il quale haveria sempre bona consideratione in tucte cose che potessero seguire. Per questa ultima parte, pò ben videre soa Santità, se ’l duca de Baro la tiene per superiore o inferiore de sè, quando dice che haverà bona consideratione a le cose che sequeranno, facendose mastro et capo, et lo papa discipulo et pede. Che, invero, essendo el pontefice de la sapientia che s’è, doveria pur avedere da mò, dove se trovarà quando sia misso in golfo. Quanto ad l’armata, noi bastarimo et darimo recapito multo più alto che altri non estima; et così de le gente d’arme, et ne haverimo da loco che dolerà ad alcuni, et se avederanno che non simo nè fredi nè tardi. Et in questa parte, deveria pur soa Santità videre como se lassa mettere in questi balli, et ad che propositi; et deveria pur pensare che noi havimo et figli et nepoti che sonno per defendersi, et che hanno prima ad perdere la vita che la robba; et che la fortuna porta de stranie varietate, e multo spisso se è veduto in le guerre essere stati perditori quilli che le hanno mosse, et che non è in potere il fin de la guerra de quilli la hanno mossa; nè soa Santità, essendo vicario de Dio, deve volerse mettere ad quisti rischi. In questa intelligenza è da dire, et però ne remectemo ad la sapientia et grave consiglio de Monsignor de Napoli.
Più oltre, dicto duca de Baro, ne è accennato, ha mandato ad dire al papa, inter alia, mostrandosi da soa Santità suspensione de questa impresa, che dica chi si voglia, e iudichi chi si voglia altramente, lui dice et iudica nulla cosa essere più ad proposto del papa che la venuta de’ Francisi contra noi; perchè, senza spese et pericolo, si liberarà da la servitù nostra per causa de li baroni de Roma; et abatterà Virginio Ursino, il quale disfacto che haverà, soa Santità redurà tucti li altri baroni ad soa discretione, et porà dare lo stato de dicto signor Virginio ad soi figlioli, e assicurarli de quello.[502] E ad questo effecto era impossibile che soa Santità potesse havere mai maiore occasione che questa de’ Francesi; et però soa Santità la volesse cognoscere et pigliarsela con le soe mane.
Da queste particularitate se pò iudicare quale mente habia lo duca de Baro, et como tenga el papa subiecto; che lo mecte in manifesto pericolo, et soa Santità non se ne avede. Vole che ’l papa leve lo Stato ad Virginio, et auctorità ad casa Ursina, quale tanto tempo lo ha tenuto; et che lo dea al figliolo, securo et senza pericolo et con securitate, che ben monstra lo duca de Baro loco de maistro, et persuade al discipulo quel che vole. Soa Santità pò multo ben considerare essa essere vecchia, et che in casa Ursina sonno multi de fresca etate, et che morto ipso, li figlioli sonno soli et foresteri, et che lo futuro pontefice haverà de quilli respecti che hanno havuti li altri pontefici. La sapientia soa ricerca et considere queste cose con la rettitudine del iudicio, con la quale cognoscerà, si quisto tal consiglio è de parere che ricorre ben ad essa et ad li soi, o che la cerca ponere in tribulatione. Et pur soa Santità ha veduto al mundo de multe varietate, et deve cercare dare lecto proprio a li figlioli, el che pò fare con reposo et bona via; et non volerli collocare in lo lecto de altri con manifesto pericolo presente et futuro. Monsignor predicto de Napoli ben cognosce in questa materia quanto ricerche da deverse dire, et voi ancora; et però ve allargarete in essa con li debiti modi et mesura.
Preterea, havendo dicta Santità consultato dove essa restasse, quando Francesi non ce levassero lo Stato, li è stato risposto dal dicto duca de Baro: che Francesi almanco ne levariano la maior parte, e che noi restariamo insiemi con li nostri successori tanto abattuti et oppressi, che non solamente seriamo obedienti ma veri vaxalli de li pontifici futuri; allargandose quà mirabilmente, che soa Santità non porria fare maior acquisto de questo ad la fede apostolica, nè più gloriosa cosa, per lo ambasciamento nostro, et per haver tolto lo stato ad Ursinj, et dispersi et abattuti li altri baroni; donde ipso et li altri pontifici veneriano ad signoriare lo dominio ecclesiastico con la bacchetta in mano: et questo tutto se attribuirà a la soa gloria.
Voi videte che arte sonno queste et con chi termini el duca de Bari tira el papa; che, in vero, uno iovene inexperto non se lassaria così tirare. Et per questa via dicto duca pone Italia in foco, sequendo li soi appetiti et pessimi designi. Et perchè el pontifice ha consultato de li pericoli imminenti dal Gran Turco, responde el duca de Baro: che, non essendo quello passato in Italia nel tempo che quella era in reposo, dove facilmente haveria trovata victoria per non essere quella in arme, manco passaria mò, essendo Italia in guerra et con le arme, perchè Italiani se voltariano contra ipso; et che dubitaria non facessero la impresa in Grecia, et però non era da timere de ipso. Questa rasone, quanto sia sufficiente, anco contraria al facto, la Santità soa lo pò multo ben iudicare; chè essendo Italia consumata, non solamente non porria passare in Grecia, ma non haveria modo ad resistere nè mantinere quelle poche gente d’arme che ce fossero. Et con quanta potentia el Turco venesse per mare et per terra et per diversi lochi, è multo facile cosa ad iudicarelo, sapendosi che sono doi anni, fò in Albania con più de ducentomilia combattenti.
Dice etiam dicto duca de Baro, facendoseli dubio si noi chiamariamo li Turchi: che certamente non li chiamariamo, perchè essendo noi possenti per resistere lo primo anno, ne poneriamo in defesa con speranza che ’l tempo produca qualche opportunità de morte o de mutatione in Francia o in Italia, et così che noi ne pensamo restare superiori de la impresa, o pur de posser per qualche via componere le cose nostre con qualche aptitudine; et così non volriano darne infamia de chiamare li Turchi: et che per questa resone soa Santità non devea far causa de questa parte de’ Turchi. In questa particularità noi havimo male exemplo de havere ad schifare la infamia, quando vedemo non haverse respetto nè a la fede nè ad la patria nè ad la religione; et ricordamone che Innocentio, etiam che fosse pontifice, scripse in uno suo breve: Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo. Imperò noi speramo tanto in la gratia de Dio, la quale sempre ne ha monstrata, et multo maiore ne la monstrarà in questa causa più iusta et più legitima che nulla de le altre; et noi, nostri figlioli et nepoti ne adjutarimo con le mano, con li pedi et con omne membro.
In quanto è consultato, che per la venuta de’ Francesi receveria Italia danni, responde dicto duca: ad questo esserese ben pensato, et che ’l papa et la Sede Apostolica vene ad consequire tanta auctorità, fermeza et elevatione, che dicta Santità, per questa tanta exaltatione deve postergare li danni de Italia, usando questo exemplo: che per schifare la febre continua se deve comportare la terzana, et che soa Santità ha la febre continua, per essere in nostra servitute, da la quale deve tenere modi de liberarse, et non pensare ad altro, videndo che de tanta servitù vene ad tanta exaltatione. Questi consigli sonno convenienti da darsi ad saccomandi et ad predatori, non ad pontifici li quali se so’ fatti grandi con sanctitate, con integritate, con reparare a li scandali et con conservare la pace; et quando li pontifici fanno questo, sonno in vera libertate; et quando vanno per li ricordi sopradicti, se poneno ipsi medesimi in servitute. Et già soa Santità monstra essere col duca de Baro in quillo gradu, in lo quale ipso dice quella essere con noi, li quali, per opposito, li cercamo pace et tranquillità, conservatione de auctorità et de robba; et voi già sapete che lo Stato offerto ad suo figliolo con quella rendita, è de estimatione per ducento milia ducati;[503] sichè questa ne pare libertate, et lo camino in lo quale lo duca de Baro lo mecte, lo conducerà ad vera servitute et ad vinire opresso per diversi modi.
Le cause che moveno lo duca de Baro ad confortare el papa che ne tenga in bone parole sonno queste: cioè che non venendo Francesi, sua Santità sempre monstrarà esserese ben iustificata con loro; et quando vengano trovaranno noi disproveduti, perchè, credendo a le soe bone parole, et per la speranza che haverimo, non farimo le provisione che sonno necessarie; et con queste rasone lo rescalda mirabilmente, affirmando che infallanter Francesi veneranno, et che quillo re et tucta la Francia non actende ad altro che ad questa impresa, et che monsignor de Cordes et lo generale de Linguadocha seriano venuti in Italia, l’uno per soldare gente, l’altro per portare dinari; ma che ipso ha detenuta la lor venuta, per rescaldare quillo re, et solicitare le cose necessarie ad la impresa; per dubio che venendo loro così presto avante che le cose fossero tutalmente in ordine, quillo re non fosse divertuto et mutato de proposto, per essere quilli doi li quali sonno stati et sonno lo firmamento de questa cosa; et che quilli non parteranno fin intanto che habiano facto ben spendere in le provisione necessarie per mare et per terra, ad ciò che quillo re videndose haver facta tanta spesa, per non la perdere non se repenta; et che in Genua se è dato ordine ad nave et ad galere; et che infra uno mese seria in Genua una gran summa de dinari, sì per li ligni, sì per le gente da soldarese. Et interim, monsignor de Cordes non attende, salvo ad fare gente da pede et da cavallo, con le quale passerà in Italia, statim che l’armata sia in ordine in Genua; et con ipso venerà dicto generale con gran summa de dinari per fare uno gran numero de gente, et al primo impetu fare un grandissimo assalto in questo reame; significando etiam como lui adiongerà ad lo exercito de Francesi, per satisfare a l’obligo suo de la liga et del feudo de Genua, le gente in le quale è obligato; declarando li capi de quelle cose, cioè lo Conte Galiotto de la Mirandola, messer Ridolfo de Gonzaga et messer Nicolo da Corregio; laudando et ponendo in celo, per inanimare tanto più el papa, dicto monsignor de Cordes con la venuta de lo quale, repentina et ad un puncto preso, dicta Santità farrà quel che volrà de San Petro ad Vincula,[504] et del signor Virginio,[505] et farà che dicto Vincula remanerà ad soa discretione. Ex alio latere e per detenire soa Santità, simo accinnati como, tanto monsignor Ascanio,[506] quanto el Taverna,[507] el che noi credimo, hanno posto el papa in grandissima umbra; dicendo che soa Santità, in Francia è in pessima opinione et in estimatione multo mala, tanto che non porria essere peiore, donde quando soa Santità se retrahesse in questa impresa dal favore de Francesi, quillo re totalmente li levaria la obedientia, et insiemi con re Maximiano[508] li fariano Concilio; et che lo stato de Milano non poria abandonare Maximiliano, anco seria constricto assequire tucti doi dicti ri, de che soa Santità serria deducta ad pessimi termini, che tucti tramontani la persequitariano et tirariano gran parte de Italia, et non se poria fidare del collegio: et così parte con specie de utilità et de gloria, et parte con minacci et con anteponere pericoli, et papa è tirato dal duca de Baro.
Et da bono et fidato loco se ha per certo, che ad queste parole de monsignor Ascanio et del Taverna, el papa multo se resentío, et che respose resolutamente: che non era per contradire ad Francesi nè per discostarse da li ricordi del duca de Baro, li quali soa Santità approbava et li sequeria; concludendo che in la venuta de Francesi soa Santità monstraria qualche poco de tempo starese de mezo; et nihilominus, venendo o non Francesi, soa Santità temporegiaria con noi, dandoce bone parole, secundo ipso duca de Baro ricordava; restando soa Santità in questo appunctamento con monsignor Ascanio, el quale già per quisto respetto se rende securo de la voluntà del papa, et che con noi non habia ad tenere nè parentato nè altro bon mezo.
Questa ultima parte noi la havemo da bon loco, et è pervenuta ad nostra notitia assai da lontano, et credimo che così sia. Le altre parte possono essere conjecture; nentidemanco la rasone vole che ’l papa in una tanta cosa, essendo pur acuto et timido, se sia consultato col dicto duca; et che quillo habia usate le rasone sopradicte et multe et più, sapendo noi quel che ha praticato el posto avante in Francia, et pensando ipso che, non havendo el papa a la impresa, non fa per ipso intrare in questa dansa. Sicchè è credibile che dal dicto duca de Baro siano state poste avante multe più rasone et argumenti de li predicti, como credimo che monsignor predicto de Napoli se persuade et tene per certo. Et però soa reverendissima Signoria et voi insiemi con quilla, voglia videre de confutare le argumentatione predicte, et farse venire, quando una, quando un altra de le cose predicte ad proposto; et quale confutare soa Signoria et quale voi, non monstrando però che ve moveate, como che de dicte consoltatione et resposte habeate havuta notitia; advertendo soa Santità como altre volte havite facto, che per questa via è posta in affanni et ingannata, et che intrarà in lamberinto difficultoso et inexplicabile; confortandola ad revederse che chi li dà tali consigli li è poco amico; et pense ben che li antecessori del duca de Baro, de scandoli et de zizania se sonno facti grandi, et ponendo altri in affanni et guerre, se sonno exaltati ipsi; quali consigli non li damo noi, perchè li desideramo quiete et non cercamo scandali per esaltarne più ultra, essendo contenti de la sorte nostra, como se è veduto per li nostri andamenti. Se l’anno passato non se fosse tenuto modo ad assettare quelle cose del signor Virginio, lo foco era già acceso; el che noi videndo corsimo, con l’acqua ad astutarlo,[509] mandando nostro figlio Don Federico etc. Sichè quel che non sequette l’anno passato, dicto duca de Baro cerca mò inbiccare dicto foco, per altra et peior via; al che soa Santità deve reparare, perchè se si accende foco, non porà essere che soa Santità non participe del fumo et del foco. Et trovarassi missa in tal travaglio, che cognoscerà essere in servitute altra de quella che ’l duca de Baro dice haver con noi; perchè noi ricercamo che soa Santità se goda del passato, stea ben con noi et in la dignità soa; ma non cercamo che stea mal con alcuno, nè che entre in affanni et in partiti de capitanei de ventura, como li ricerca lo duca de Baro el quale, como habia posta soa Santità in questi termini, la trattarà et farà trattare da cappellano. Papa Innocentio se avedette, benchè tardo, del facto suo, et che da altri era trattato como ipso medesimo se ne accorse et dolette al fine; sì che se redusse ad voler vinire ben con noi, cognoscendo che stando ben con noi, era ad omne suo proposto. Deveria la soa Santità, como savia et experta, quel che non era in Innocentio, cognoscere da principio et sequire quisto partito pacifico et quieto, et non volere intrare in pratiche de guerre nè in partiti de capitanei de ventura.
Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce la natura del papa, et vede quello essere tirato, per importunità de monsignor Ascanio, et per non essere stato a le orechie del papa chi li habia ricordato lo contrario; cognosce etiam che ’l papa, per le consultatione predicte, quale ha facte col duca de Baro, che sta timido et suspeso, exardendo noi che ce armamo più che altri non pensa, et che simo etiam per fare più del possibile; che soa Santità se retrova confuso, et tucte fiate che sia chi li ricorde lo pericolo da un canto et lo reposo da l’altro, che se reduca al sano consiglio et al partito digno de savio pontefice. Et però voglia soa Signoria, cognoscendo tucte queste cose, intrar col papa per lo camin dericto, et traversare et rompere le sbarre poste da monsignor Ascanio, et essere continuo col papa; et mò confutare una cosa et mò unaltra; mò preponere e ’l bene de la Xantità et dela sede apostolica et de Italia, et tirare ad questo de li altri cardinali li quali ad soa reverendissima signoria pareranno; tirando ad questo le cose de monsignor ad Vincula et ipso etiam monsignor, et disponendoli tucti ad quisto proposto; perchè, battendo tucti insiemi quisto ferro, ne pare essere certi che ’l papa se retraherà totalmente da queste fantesie, in le quale è stato posto per non essere stato chi li ricorde altramente; et se reducerà ad quel che è lo devere, et che se desidera da chi le vole ben, et da chi ama la pace et lo reposo, et da chi desidera che soa Santità non habia da incorrere affanni et persecutione, quale hanno potuto multi pontifici per essere voluti intrare in guerra: dal che principalmente se deve guardare soa Santità, per non essere chi cerche oprimerla, nè occorrerli necessitate alcuna da haverse ad ponere in arme: anco l’officio suo serria de prohibere le arme ad chi le volesse movere, maxime havendo trovata Italia tanto quieta et pacifica in la soa assumptione.
Monsignor reverendissimo de Napoli cognosce multo ben, et così voglia fare cognoscere dala Santità predicta, li artificj che se li usano, che da un canto li prepongono la libertate, la exaltatione et la libera dominatione del stato ecclesiastico, et una gloria tanta che mai pontifice hebe la simile; da l’altro li propongono lo Concilio: che non se pò cognoscere quali siano maiore, o li minacci o le offerte, per benchè l’uni e l’altri siano excessivi et pieni de fraude, dele quale soa Santità se deve guardare mò, et non aspettare de essere illaqueata; perchè allora se avederà, che non le basteranno le forze et li modi, como forsi volria assoglierse da tali lacci, in li quali non è chi la mecta, salvo quilli chi li poneno avante tante glorie et exaltatione; et per questa via la vogliono condure in servitute da la libertà et grandeza, in la quale essa et la sede apostolica da sè medesma de presente se ritrova; et non ha bisogno de’ presidij de altri, perchè omne uno attende ad mantenersela, senza esserne ricercato. Francesi mai vennero in Italia che non la ponessero in ruina, et questa venuta è de natura che quando sia ben considerata, che portarà ruina universale, per benchè (sic) se minacci solo ad noi li quali non solo cercarimo de defenderne, ma de divertere la ruina. Sicchè chi recorda ad la Santità soa, che la venuta de Francesi sia utile, non lo fà per altro, che per volere ne la ruina de li altri misticare etiam la soa Santità, la quale serà impossibile che essa non ne habia etiam ad sentire la parte soa; perchè le guerre, poichè sonno incommensate, non sonno più in potere de chi le incommensa, per la grandissima varietà che succede in le guerre; et se è veduto spisso lo exito dele guerre portare ruina ad quillo chi le ha mosse. E in fine, guerra mossa da tramontani in Italia mai è stata ad proposto nè ad beneficio de Italia; et tanto più che con la venuta de Francesi se ponno etiam tirare de li altri. Monsignor predicto reverendissimo intende queste cose perfectamente; voglia queste et le altre che le occorreranno, porgerle et rescaldarle ad suo loco et tempo, confortando li altri amici al simile, como ricerca lo suo officio; sperando che con la prudentia soa et con la bona audientia, quale haverà dal pontifice, lo redurà al dericto camino. Et voi, messer Loisi, non mancando etiam dal canto vostro, solicitarete et confortarete soa reverendissima Signoria. Datum in Castello Novo Neapolis, XVIIº Januarij millesimoquadringentesimononagesimoquarto. — Rex Ferdinandus Loisio de Paladinis. — Jo. Pont. etc.
XV.[510]
Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno 1494 insino al detto anno 1534.
Volendo intendere bene le cagioni delle novità fatte in Firenze l’anno 1494, e della cacciata della famiglia de’ Medici ed ordinazione del governo libero, è necessario presupporre che quella città, dalla inclinazione dello imperio sino a questi prossimi tempi, sia vivuta libera e sia stata governata dai suoi medesimi cittadini e mediante la forma d’un governo universale, fuora che alcuna volta per brevissimi intervalli di tempo: quando per quietare le discordie civili ha volontariamente chiamato governatori forestieri; e similmente quando fu una volta tiranneggiata per spazio di dieci mesi da Gualtieri nominato volgarmente il duca d’Atene.
Ancora è da sapere che i magistrati capi della repubblica, eletti dal Consiglio Generale, furono varii in diversi tempi; perchè prima fu governata dai Consoli, secondariamente dagli Anziani, ultimamente dai Signori Priori, il qual magistrato ebbe principio l’anno 1282, ed il fine nell’anno 1532, quando fu annullato da Papa Clemente.
Oltre a questo è da notare che, essendo i Fiorentini molto inclinati alla mercanzia ed agli esercizi, per non disviare tutti i cittadini insieme, in un tratto dalle faccende, dividevano tutto il numero di quegli in due, e talora in tre parti; cioè scambiavano detti Consigli ogni anno due o tre volte, come fanno al presente i Lucchesi, per non affaticare sempre e’ medesimi cittadini. E per questa medesima cagione avvenne in successo di tempo, che per non affaticar tanto il Consiglio, si cominciò a creare i magistrati non giorno per giorno, come prima, secondo el bisogno; ma tutti ad un tratto e per più tempo, come di tre anni una volta, inborsando et serbando tutti gli eletti in diverse borse, sotto sicuri serrami, e di quelle poi traendo alla giornata gli officii, secondo che era il bisogno. Il quale modo di eleggere si chiamava volgarmente squittinare, e la fatta elezione similmente lo squittinio; i quali vocaboli tanto significano quanto in lingua latina scrutari, et scrutinium. Questa variazione e nuovo modo di creare i magistrati corroppe assai i costumi degli uomini, dando cagione di vivere più licenziosamente, essendo sicuri che essendo stati una volta eletti ed imborsati, ad ogni modo, qualunque si fusse la vita loro, avevano a conseguire gli onori. Questo errore similmente aperse in futuro la via all’ambizione e sètte cittadinesche, al tempo massimamente che si avevano a fare detti squittinii, procacciando ogni uno per sè e per gli amici suoi, per avere favori e grazia per l’avvenire, con quegli i quali, tempo per tempo, avevano a sedere ne’ magistrati.
Governandosi la città di Fiorenza in questa forma, e truovandosi l’anno 1433 in assai buono e pacifico stato, tra gli altri cittadini era assai reputato Cosimo de’ Medici, ed amato per la sua ricchezza dalla plebe e favorito nella repubblica da quelle generazioni de’ cittadini che manco potevano; il quale favore cominciato già in Giovanni suo padre, il detto Cosimo si studiava continovamente d’accrescere con ogni specie di liberalità; onde venendo in sospetto e conseguentemente in odio, e massime alla parte de’ più nobili e reputati cittadini, fu mandato finalmente in esilio a Padua l’anno 1434. Ma essendo, poi, stata tratta a sorte della medesima borsa dell’usato squittinio, una signoria d’uomini amici di Cosimo, preso che ebbe l’officio, subitamente rivocò quello dallo esilio; la quale cosa presentendo la parte adversa, prese l’arme per farli resistenza con la forza, del qual movimento furono capi: M. Rinaldo degli Albizzi, M. Palla Strozzi, e Ridolfo Peruzzi. Ma l’autorità di Papa Eugenio, che a tal ora si truovava in Firenze, fu tanta che, posate le armi, si fece la pace, la quale non fu osservata, ma furono mandati in esilio tutti i sopraddetti con grandissimo numero d’altri cittadini.
Tornato Cosimo, crebbe in assai riputazione; ed acciò che a lui ed alla sua setta non avvenisse a tempo d’una nuova signoria quello che era avvenuto a’ suoi avversarii, arse le borse del vecchio squittinio e, fatto il nuovo, le riempiè di uomini della sua setta, e specialmente di persone nuove le quali, per mantenersi in stato, avessino a dependere da lui. E così mentre che egli durò in vita, riprese più volte autorità nella repubblica, essendo prorogata sempre la balía alla sua setta; e più volte fece nuovi confinati, e sempre de’ più qualificati cittadini della città, per assicurarsi. Successe Piero suo figliuolo, governandosi con le medesime arti, ma non con la medesima virtù e felicità; sì che ebbe assai travagli, e fu abbandonato da gran parte de’ suoi seguaci, i quali non volevano che la balía cuntinuasse in pochi cittadini; nè che il magistrato de’ signori Priori e de’ Collegi fusse fatto per quegli che ne aveano autorità dalla balía, che volgarmente si chiamavano gli Accoppiatori, il quale magistrato era stato deputato a tempo di Cosimo. Vennesi per tanto all’armi l’anno 1466, e della parte avversa furono capi M. Luca Pitti, M. Diotisalvi Neroni e Niccolò Soderini; ma per intercessione de’ religiosi ed altri buoni cittadini, si posaro l’armi e si fece la pace, la quale punto non fu osservata: perchè Piero, avendo ripreso le forze, s’imparentò con M. Luca; e gli altri sopradetti con i loro seguaci furono mandati in esilio; e fu tanto breve l’osservanzia della pace, che mentre si celebravano gli officii divini e facevasi una grande e solenne processione, per rendere grazie a Dio della fatta pace, dai fautori di Piero de’ Medici erano fatti prendere ed incarcerar molti delli loro avversarii. Onde per tali accidenti confermò Piero lo stato, e, rimosso il rispetto de’ suoi emuli, crebbe in maggiore riputazione che il padre.
Rimasono di Piero duoi figliuoli, Lorenzo e Giuliano, i quali furono assaltati l’anno 1478, da una congiura della famiglia de’ Pazzi e Salviati ed altre case nobili; onde in tanto travaglio rimase ferito Lorenzo e morto Giuliano, il quale lasciò un figliuolo naturale, nato dopo lui, chiamato Giulio, il quale fu, poi, Papa Clemente VII.
Il prefato Lorenzo fu capo dello Stato, con maggior autorità che alcuno de’ suoi passati; perchè, mediante la morte di suo fratello, emulo della sua grandezza; e per la rovina dei Pazzi ed altri nobili, rimase libero più che mai da ogni opposizione de’ grandi cittadini: sicchè l’adversità e l’empito della fortuna lo condussono a maggiore altezza. Così visse insino all’anno 1492, e lasciò tre figliuoli di Madonna Clarice degli Orsini sua donna: Piero e M. Giovanni già cardinale, che fu poi Papa Leone, e Giuliano il quale fu padre naturale di Ipolito Cardinale de’ Medici. Piero sopradetto, dopo la morte del padre, tenne lo stato fino a dì 9 di novembre 1494, nel quale tempo fu cacciato di Firenze egli ed i fratelli; primieramente perchè, arrogandosi la famiglia de’ Medici ogni dì maggiore autorità, cominciava già ad essere molesta ancora alli suoi seguaci medesimi; secondariamente perchè detto Piero, per essere di natura altiero, ed altri suoi poco civili portamenti, era diventato universalmente grave ad ogni uno. Ma quello che diede occasione alla sua rovina, fu la venuta del re Carlo VIII in Italia, allo acquisto del regno di Napoli; e la cagione principale fu lo sdegno grande che prese la città, che detto Piero avesse dato le fortezze di Pisa e Livorno, Pietrasanta e Serezzana in potere del re; onde era seguita la ribellione di Pisa e più altri luoghi.
Perchè è da sapere che lo Stato de’ Medici, dall’anno 1479 fino a quel tempo, era stato sempre in lega con il re Ferrando di Napoli e suoi successori, a defensione degli Stati; e così aveva congiunto con esso le forze, per opporsi alla venuta de’ Francesi. Ma dopo la rotta la quale ebbono i Ragonesi a Rapale, Piero detto fu mandato dallo Stato ambasciatore al re con altri cittadini sino a Pontremoli, per placarlo; e così si gettò in grembo al re; e per riconciliarlo ed assicurarlo, li dette in poter suo ed in pegno le sopradette fortezze, senza consentimento de’ suoi compagni oratori e della Signoria; perchè i castellani che le tenevano, a sua complacenzia le consegnorno a’ mandati del re, secondo che a lui fu grato. Per la qual cosa, essendo poi detto Piero tornato; e visitato il sopradetto dì, da mattina, la Signoria; e tornando dopo mezzogiorno per riferire e dare conto, dopo le cose fatte, secondo che prima aveva detto che farebbe; ma in verità (come poi s’intese) per insignorirsi del palagio; ed, o per forza o per amore, inducere la signoria a fare parlamento, e dare nuova balía ai suoi amici e confidenti, come altre volte s’era usato di fare; non fu ricevuto in palazzo, ma da’ Collegi, per ordine de’ Signori, li fu chiuso la porta sul volto: e così, sollevandosi tutto il popolo, ed egli vedendosi abbandonato dagli amici, el medesimo dì con ambedue i fratelli se ne andò fuora di Firenze e si ridusse a Bologna.
La Signoria, quattro giorni avanti che Piero tornasse dal re, avea mandati a sua Maestà nuovi ambasciatori, la quale era in Pisa, per farla amica della città; e fra essi fu Frate Jeronimo da Ferrara dell’ordine de’ predicatori osservanti, che essendo venuto in Fiorenza l’anno 1488, aveva separati dalla congregazione di Lombardia circa quaranta frati, ed aveva riformato in più vera osservanza il convento di San Marco di Firenze e di San Domenico di Fiesole; e dato principio a quella Congregazione di Toscana che, poi, fu per lui e per gli altri moltiplicata, ed ancora dura; perchè era riputato uomo di santa vita, molto dotto e grande predicatore; e perchè, sino avanti detto tempo, esponeva la Scrittura, interpretando le profezie, e predicando la rinnovazione della Chiesa, aveva grande audientia; e perchè chi ode volentieri le cose nuove, pare che le desideri ed appetisca. Era costui, fino al tempo di Lorenzo de’ Medici, chiamato il predicatore de’ disperati e malcontenti; perciò che sempre pare che così fatti uomini, come desiderosi delle novità, sieno più inclinati alla curiosità delle cose future; e l’opinioni che di lui s’avevano erano molto diverse. Andarono gli ambasciatori e, mediante l’opera del detto Frate che ancora da parte di Dio lo[511] riprendeva e persuadeva, lo placorono. Così fu ricevuto in Fiorenza onoratamente; e si feciono seco i capitoli dell’accordo; e tra l’altre cose si dispose che, dopo lo acquisto di Napoli, dovesse rendere tutte le fortezze ai Fiorentini; nel quale maneggio d’accordi non è da tacere un animoso detto e fatto di Piero di Gino Capponi, uno de’ sindachi deputati per la città a trattare le convenzioni con la sua maestà. Essendo nato certo disparere tra le parti, perchè i sindachi non volevano consentire a certe condizioni, il re si rizzò da sedere e, venuto in collora, disse: se voi non volete essere contenti, io farò dare nelle trombe; ed il sopradetto Piero senza rispetto gli rispose; e noi faremo dare nelle campane; e così dicendo, strappò in più parte i capitoli che aveva in mano, e, partendosi in fretta colli compagni, fu richiamato; e così fu conchiuso l’accordo, e sua Maestà n’andò alla volta del Regno di Napoli.
Dopo la partita di Piero, e poichè il re si partì da Firenze, per vigore di legge fatta per la via del Parlamento, erano stati creati 20 cittadini con piena autorità e balía da dovere durare uno anno; per riformare la città di nuovo governo, la quale dopo la partita del re era intenta ad un tale effetto. Ma, per li dispareri de’ cittadini, erano in grande confusione; perchè i nimici de’ Medici temevano che quella fazione non ripigliasse le forze, e gli amici temevano di non essere rovinati dagli avversari, ordinandosi qualche così fatta forma di governo, che quegli vi avessero entro maggiore parte di loro; e così, durando lungamente in tal contrasto, era necessario che si venisse all’armi, e che una parte distruggessi l’altra con totale rovina della città.
Ma, come dispose la divina bontà, le predicazioni e conforti del soprannominato frate furono di tal efficacia, ch’egli persuase la concordia e la pace universale fra’ cittadini, ed un modo di governo comune a tutti; e così fu creato il Consiglio Grande, con altri ordini in buona parte a similitudine di quello di Vinegia; nella quale ordinazione, circa i particolari, si disse in quelli tempi, che molto era stata utile l’opera di Pagolo Antonio Soderini il quale, poco avanti, era stato Ambasciatore appresso quella illustrissima Signoria. Alle medesime persuasioni del Frate, il quale continovò sempre il predicare, si fece la pace universale fra i cittadini; la legge della oblivione delle ingiurie pubbliche e private; la legge dello appello delle sei fave, cioè che dalle deliberazioni della Signoria contro a’ cittadini beneficiati ed atti al governo, i quali sono simili e proporzionati a quella generazione de’ cittadini che propriamente in Vinegia si dicono gentiluomini, si potesse appellare al Consiglio Grande. E per le sue persuasioni ancora, l’officio della Balía rinunciò innanzi all’anno; lasciando la loro autorità liberamente al Consiglio creato da loro, come di sopra è detto. Furono finalmente fatte più leggi per riformare la città di buoni costumi; regolossi la superfluità degli ornamenti delle donne massime e de’ fanciulli; ed altre cose utili per la città e secondo la religione; provedessi ancora per legge, sotto gravissima pena, che non si potesse fare più parlamento, e che ogni autorità finalmente resedesse nel Consiglio, quanto ad ogni parte. Fu similmente ordinato il Consiglio de’ Richiesti o vero degli Ottanta, nel quale Consiglio con Signori e Collegi insieme, si facessino le elezioni degli ambasciadori e commessarii; s’approvassino le condotte de’ soldati, fatte dal magistrato de’ Dieci della guerra; e così s’approvassino tutte le provisioni e leggi avanti che si proponessino nel Consiglio Grande. In questo tale Consiglio medesimamente si praticavano e deliberavano la guerra e la pace, le triegue e le confederazioni, e simil cose appartenenti al governo della repubblica.
Dopo l’acquisto del reame di Napoli, l’anno 1495, tornando il re Carlo verso Firenze per passare in Lombardia e tornarsi in Francia, la città fece gran provvedimento di gente; nondimeno, per non correre quelli pericoli i quali aveva prima corso, alloggiando sì grosso esercito, li rimandò ambasciadori e con essi il sopradetto Frate Jeronimo, a domandarli che non passasse da Firenze, e la restituzione delle fortezze. Così se ne andò per la maremma di Siena e di Pisa, e le fortezze promesse rendere, poi che fusse tornato in Francia, il che poi non fece; allegando volere tornare in breve tempo in Italia, per racquistare il regno il quale già s’era ribellato; onde, prorogando e differendo (perchè la Italia aveva già mutato faccia), le fortezze furono date per danari a diverse persone, da quelli che le tenevano: cioè a’ Genovesi, Lucchesi e Pisani, i quali Pisani subito alla venuta del detto re s’erano ribellati; e così fallì il re doppiamente le promesse fatte a’ Fiorentini, una volta in Firenze e l’altra in Siena a’ detti nostri ambasciadori.
L’anno 1497 seguente si trovò la città in grandi travagli, sì perla guerra di Pisa venuta in protezione de’ Viniziani, sì per l’insulti di Piero de’ Medici il quale, d’aprile l’anno del 1496, venne inopinatamente sino alle porte con molti cavalli, con le forze degli Orsini ed altri amici, e tornossi indietro senza frutto, non truovando quella disposizione la quale da alcuni suoi amici gli era stato persuaso; e così ne’ medesimi tempi o poco poi, la città fu molestata in Romagna ed in Casentino da’ Veneziani, e talora dal Duca di Milano per tirare quella nella lega.
Aveva predicato il sopraddetto frate Jeronimo, quasi continovamente nella città sino alla quaresima dell’anno 1497, secondo l’uso fiorentino; e benchè avesse giovato assai a’ buoni costumi, aveva provocato a sdegno Papa Alessandro, perchè predicava la rinnovazione della Chiesa, e parevagli che troppo acerbamente riprendesse i mali deportamenti degli ecclesiastici; onde ne fu scomunicato con tutti i suoi auditori, per la qual cosa la riputazione li mancava. Ma la cagione principale alla sua rovina fu, che avendo fra Domenico da Pescia suo compagno, detto in pergamo ch’era apparecchiato ad entrare nel fuoco a confermazione della verità delle cose predicate da frate Jeronimo, con qualunque persona che sostenesse il contrario; fu trovato un frate di san Francesco osservante fiorentino, il quale si offerse: ed essendo finalmente condotta in piazza, ove era ordinato il fuoco, l’una e l’altra religione, si consumò il tempo in controversia e cavillazioni; dicendo il frate minore che credeva avere ad ardere, perchè non era certo della verità; e fra Domenico voleva, entrando nel fuoco, portare il corpo del nostro signore; la quale cosa i minori negavano, dicendo che, ardendo quello, ancora che fusse cosa naturale, ne seguiterebbe scandalo nella fede: per questi dispareri pertanto non seguì l’effetto. Onde per queste e simili cagioni, presono gli adversarii animo ad offenderlo, e gli amici lo perderono al defenderlo; in tanto che la domenica dell’Olivo, la gioventù che aveva massime dispiacer del predicare del frate, come a’ suoi modi del vivere contrario, e massime una certa sorte e compagnia di giovani nobili chiamati i Compagnacci, presono l’armi e andarono a San Marco, seguitati da gran parte della plebe e da chi gli era contrario; e combatterono la chiesa, la quale era difesa da molti de’ suoi seguaci, insino a tanto che la Signoria vi mandò suoi commessari, ai quali Frate Jeronimo si rendette, e fu menato in Palazzo insieme con Fra Domenico da Pescia e Fra Silvestro fiorentino.
Papa Alessandro, udita la novella, si riconciliò con la città e mandò subito un suo commessario, il quale esaminò e tormentò più volte detti frati, e publicò i processi che appariscono; e finalmente a dì 23 di maggio 1498, essendo stati publicamente digradati, furono impiccati ed arsi sulla piazza, e la cenere gettata in Arno.
Nel medesimo dì che fu tale esecuzione, quelli che avevano perseguitato frate Jeronimo, perchè si trovavano l’armi in mano, e gli avversari erano sbattuti, pensorono di mutare lo stato; ma confidando di poter ciò fare altra volta, per non mostrare di avere rovinato il Frate a tal effetto, se ne astennero, ed altra volta mancò loro l’occasione. Ove è da notare, che tutti quelli e’ quali senza simulazione credevano al Frate, tutti amavano di necessità lo stato universale come introdotto e persuaso da quello, e fussero stati di qualunque fazioni si volessi per il tempo passato. Ma quelli ch’erano inimici del Frate, cioè che non gli prestavano fede, non erano già di necessità tutti inimici di quello governo; conciò sia che la maggior parte degli avversari de’ Medici amasse il Consiglio, ancora che non credessino al Frate; e tali erano gli umori che allora vegliavano in quella città, della quale non si potriano intendere le azioni, se non vi si fussino manifestati i fondamenti e principii di quelli.
Nel detto anno del 1498 si mandò il campo a Pisa con infelice avvenimento; fu poi travagliata la città da’ Vitelleschi con ribellione di terre; e finalmente l’anno 1501 molestata dal Duca Valentino e da’ medesimi Vitelleschi; onde seguirono altra volta le ribellioni d’Arezzo ed altre terre. Ma, ritirandosi da parte il Valentino, ad istanzia del re Luigi XII col quale la città era confederata; si ricuperò in pochi mesi ogni cosa col favore del medesimo re, secondo la capitulazione.
L’anno 1502 parve alla città che fosse utile creare il Gonfaloniere di Giustizia a vita, ammaestrata dai disordini passati; e così fu creato messer Piero Soderini, uomo per la sua integrità e virtù degnissimo di ogni loda. Nel magistrato di costui si riordinò molto la città, risecando le spese e facendo vive le entrate, e riebbesi Pisa e le altre cose perdute, eccetto Serezana.
L’anno 1512, papa Giulio, riputandosi offeso dalla città e massime dal Gonfaloniere, per avere ceduta ad istantia del re, la città di Pisa al Concilio il quale si gli era ordinato contro; per tirare la città nella lega seco e col re cattolico, mandò a’ danni di quella il Cardinale de’ Medici suo legato, con Don Ramondo di Cardona e lo esercito spagnuolo il quale prese e saccheggiò la terra di Prato. Per la quale cagione si cominciò trattare e conchiudevasi l’accordo; ma alcuni cittadini, l’intenzione de’ quali era il mutare lo Stato, trassero di Palazzo per forza il sopradetto messer Piero Soderini, e rimisseno i Medici in Firenze, con condizione che avessero a riavere e’ loro beni e vivere privatamente come gli altri cittadini; e così si conchiuse la lega ed il governo non fu alterato, se non che in luogo di messer Piero Soderini fu fatto Gonfaloniere Giovambattista Ridolfi uomo nobile e molto riputato, e così seguitavano le cose, se i fati non avessino disposto altrimenti.
Ma a dì 11 di settembre 1512, il Cardinale de’ Medici e Giuliano, con il favore de’ soldati e loro seguaci, contro alla data fede, armata mano occuparono il Palazzo e costrinsero la Signoria a fare parlamento; e così presono il governo della città, amministrando la repubblica in quello modo che aveva fatto Lorenzo loro padre, sino a tanto che detto cardinale il seguente marzo fu creato Papa Leone X, e rimase nel governo Giuliano il quale, poco poi, essendo stato fatto capitano della Chiesa, lasciò capo dello Stato Lorenzo, che fu figliuolo del soprannominato Piero de’ Medici loro maggiore fratello; al quale Lorenzo, Leone dette il ducato d’Urbino; e morendo[512] lasciò dopo di sè Alessandro suo figliuolo naturale, a chi papa Clemente dette lo stato di Firenze: e così lasciò una figliuola legittima di ottima indole e molto amabile, che fu donna del secondogenito del re di Francia, Enrico duca d’Orliens. Ma perchè le azioni di Clemente sono fresche alla memoria degli uomini, non mi accade distenderle più avanti.
XVI.
(Lib. II, cap. VI.)
Due Capitoli della terza parte del Vulnera Diligentis di Fra Benedetto.[513]
CAPITOLO XXI.
Segni celesti acchaduti sopra la città di Firenze, mentre che ’l propheta Hieronimo era vivo.
Agricola. Negli anni del Signore 1493, cioè dua anni prima che io lasciassi el seculo et venissi alla religione, andavo io una nocte per la città di Firenze, ad sollazo et solo, come fanno e’ giovani sviati et scorrepti; et credo che fussi l’anno vigesimo secondo o vero vigesimo tertio della mia età. Hora accadde che, essendo io proximo alla chiesa di santo Pietro maggiore, idest fra ’l canto alle Rondine et el canto di Nello; et era passata, credo, alquanto meza nocte; et erono tenebre densissime, ma tempo quieto et sereno; et essendo io così ritto nel mezo della sopradecta via; et stando fermo: ecco che súbito io incominciai ad vedere l’aria diventar chiara ad modo che fa quando apparisce l’alba del giorno. Per la qual cosa, veggendo io questo chiarore, pensai infra me medesimo che ’l fussi l’alba del giorno, et mi maravigliava che sì presto quella nocte fussi passata. Et in questo pensamento, stando io pure fermo et ritto nella via, ecco che io veggo questo chiarore crescere con presteza fuora dell’ordine consueto et naturale; onde io admirato di questa cosa, incominciai ad sguardare per la strada, et incominciai ad vedere le porte et le finestre delle case lontane, quasi come si vede quando el sole si approssima per levarsi sopra la terra. Et io, in questo così grande acceleramento di luce, incominciai alquanto ad temere, et mi turai mezo el volto con la cappa, et lassai gli occhi scoperti per vedere; et tamen io non vedevo persona alcuna, salvo che questa gran luce. Et ecce factus est repente, de cœlo, sonus, tanquam advenientis spiritus vehementis; et replevit claritate magna totam civitatem. Et mentre che io sentivo questo grande romore per aria, la luce cresceva mirabilmente et diventò come giorno. Ma, non havendo io ardire d’alzare gli occhi al cielo, per vedere che romore et che grande luce fussi questa; ecco che la luce incominciò alquanto ad declinare; et el grande romore dell’aria incominciò ad lontanarsi dal mio audito. Et in uno subito cessò il romore, et mancò la luce, et diventò nocte tenebrosissima, come prima; et io allhora, ripieno di maraviglia et spavento, mi partì del loco dove ero, et andai ad casa a riposarmi et a dormire; et non dissi questa cosa ad persona che mi ricordi, per molti et molti anni; nè mai udii persona che dicessi d’haverla vista. Hora, che cosa si fusse quella, io non lo so; tanto ti ho decto quanto che li mia occhi viddono et li mia orecchi udirno; ma iudichi tu, se Dio ti guardi, che questo fussi segno celeste?
Serpe. Certamente sì.
Agricola. Et ancora io iudico el simile.
Serpe. Dimmi ti priego, hai tu mai pensato quello che volessi significare questo tale segno?
Agricola. Io ho pensato, per mio sollazo spirituale, qualche volta, sopra ad questa faccenda; et mi sono pensato, che ’l decto segno si potessi adattarlo ad significare due cose già adempiute. Et primamente; questo segno si può dire che significassi la venuta che fece Carlo octavo re di Francia, in Italia; quando che prese il reame di Napoli, che teneva Ferrando spagnuolo. Il quale re di Francia venne circa l’anno seguente che questo segno accadde; et venne splendido, glorioso et con gran romore di suono, ad modo del prefato segno; perchè venne copioso di tesoro, di gente d’arme et d’artiglieria; et venne con tanta fama et credito, che tucta Italia tremava alla sua venuta. Epso, come haveva predecto in verbo Domini el propheta, era ministro di Dio, et suto electo da Dio ad fare grande cose al mondo, in bene universale della Chiesa, così fra christiani come fralli infedeli; dummodo che, nella sua electione et ministerio, si portassi come vero et buon Christiano, ad ciò non fusse reprobato da Dio.
Serpe. Questa è buona adoptatione et rationabile discorso. Ma il mancare che fece subito el sopradecto segno che significa?
Agricola. Certamente la reprobatione del prefato Carlo re di Francia, il quale, perchè non si portò bene nella sua electione, et perchè fu mancatore di fede, et fece innocentissimamente molti mali alla città di Firenze, dalla quale non haveva mai ricevuto se non bene; el che peggio è, non aprezò anzi disprezò il parlare del propheta, et non observò le impositioni et comandamenti et sua divini consigli; per questo, adunque, epso re, ad similitudine del prefato segno celeste, mancò prestamente di luce, et di regno spirituale et temporale, et etiam di vita corporale; imperò che Dio prestamente gli fece rebellare et perdere tucto el reame di Napoli, che senza difficultà haveva obtenuto. Di poi gli amazò l’unico suo figliuolo, et dipoi lo percosse nella propria persona et miseramente lo fece di mala morte perire; idest di morte subitanea nella città dove nacque, idest nella città di Ambuosa, allato ad una stalla di cani et bracchi da salvaggiume, li quali era andato ad vedere per suo sollazo: et eravi uno fetore intollerabile; et così Dio lo fece miseramente morire in quello fetore, senza confessione et comunione, et senza spatio alcuno di penitentia; et così fu reprobato et capitò male, come dal nostro propheta gli fu più volte predecto.
Serpe. Non mi dispiace questa prima interpretatione; ma quale è la seconda che tu ti se’ pensata?
Agricola. La seconda mi quadra allo ’ntellecto, non manco che questa prima.
Serpe. Hor dilla sù, te ne priego.
Agricola. Tu sai che io ti dixi, che, quando in Firenze accadde il decto segno, era, nella tempesta obscurissima[514] della nocte, aere tamen quieto et serenissimo; et questo significa quando Firenze era nella profondità delle tenebre de’ peccati; precipue delle usure, latrocinii, sogdomie, giuochi, blasfemie et altri infiniti pecchati; nel quale tempo non appariva uno nugolo per aria nè tempesta di vento, idest non si sentiva fame nè peste nè guerra alcuna, et ciascheduno stava intriso ne’ tenebrosi peccati, senza vedere o cognoscere luce alcuna di verità. La luce, adunque, grande, che appoco appoco comparse nel tempo della obscura nocte; et che convertì, come dixi, la nocte in giorno; et divise la luce dalle tenebre; questo significò la luce che, per divina inspiratione et precepto, dette il propheta Hieronimo in epsa città di Firenze; nella quale, predicando et exponendo lo Apocalipse, et dipoi il Genesis, et dipoi fabricando l’archa di Noè, et dipoi exponendo altri profheti, incominciò, ad questo modo, ad resplendere ad poco ad poco et ad relucere et ad torre via le tenebre de’ peccati di Firenze. Onde, se ben ti ricorda, epso propheta, in quel principio, spesso spesso proponeva per tema, ne’ sua sermoni dell’archa, queste formali parole dicendo: Ambulate, dum lucem habetis, ut vos tenebræ non conprehendant. Respecto al che veniva ad dimostrare, essere una luce mandata alla città di Firenze da Dio; et breviter, tanto crebbe questa luce mirabilmente nella decta città, che le tenebre si partirno di quella, idest si convertì molta et molta gente a Dio. Et si divise la luce dalle tenebre, perchè furno expulsi e’ Giudei della città; et nacque etiam grande divisione fra buoni et fra captivi, nel modo che parturisce el verbo della verità; et così cessorno molti et molti vitii della città. Et certamente epsa città, per li sancti sermoni del propheta, si riempiette di tanta devotione, di tanta virtù et splendore di bontà; che se gli è possibile potersi figurare et vedere il paradiso in terra, la figura di quel tempo era del certo il proprio modello.
Præterea, il romore grande che si sentiva, insieme con la luce del prefato segno, si può dire che significassi el verbo, la voce et il sermone del propheta, il quale si sparse per tucta Italia et per tucta Christianità. Præterea, il cessare del romore et il mancare della luce et diventare subito nocte obscurissima, come prima, non so meglio potersi dire significassi, che la interfectione del santo propheta; imperò subito che fu innocentemente suspeso et morto in croce da membri di Luciphero, furno immediate serrate le bocche de’ predicatori della verità. Et venne la fame del verbo di Dio, come dal propheta era suto prodocto; et furno aperte le vie de’ pecchati; et riempiettesi la città di profundissime tenebre et d’ogni spurcitia, iniquità et scelerateza, come prima et più che prima: et così è andata di male in peggio, per insino al presente giorno. Et certamente, quando non ci fussi altra testimonianza della verità et bontà di questo gran servo di Cripsto, questa è bene assai; perchè, tolto via lo instrumento del ben vivere della città, vediamo essere mancata in epsa la buona vita. L’opposito saria stato, adunque, se lo instrumento fussi stato captivo, cioè saria diventata la città più che prima migliore; quapropter verum est, quod, remota causa, removetur effectus. Hora, sta a udire qualche altro gran segno accaduto pure in Firenze, benchè dopo la morte del propheta.
Serpe. Hor questo è quello che haverò al presente caro di sentire; ma ben vorrei prima intender da te se una certa cosa che io più tempo fa intesi, fu vera.
Agricola. Che cosa?
Serpe. Io intesi che, predicando una volta frate Hieronimo nel duomo di Firenze, fu visto da alcuna persona con li proprii occhi corporali, passare per aria dinanzi al suo pergamo uno banditore, overo uno trombetto acchavallo, sonando, credo, una tromba. Et, passato che fu el decto trombetto, vidde venire acchavallo uno huomo d’arme, armato di tucta arme, et correndo velocemente con la lancia in resta, passò medesimamente per aria, come era passato il banditore, nè altro vidde che questo. Hora dimmi ti priego, se tu sai, la verità di questa cosa.
Agricola. Sappi del certo et del chiaro, che la cosa fu vera nel modo proprio che tu hai recitato.
Serpe. Come lo sai tu così certo?
Agricola. Io lo so, perchè chi vidde la cosa me lo dixe, et ho confessato quella tale persona più et più volte; et al presente vive et è in Fiorenza. Et se credessi non commettere defecto ad nominare, io ti direi el nome et ti direi alcun’altra cosa maravigliosa; ma, tu sai, chi confessa non gli è lecito distendersi più che si comporti la discreta et iusta et buona misura del panno. Ma pensiamo pure alla significatione del segno; imperò il trombetto overo banditore che passò per aria, mentre che ’l nostro propheta predicava, chi è quello di sì poco ingegno, che non conoschi epso banditore rappresentare quel banditore che actualmente bandiva el flagello di Dio in pergamo? Et perchè, dopo el passaggio del banditore, fu visto passare l’huomo dell’arme con la lancia in resta, il quale homo d’arme altro non significava che la guerra et le tribulationi che bandiva, per parte di Dio, il nostro propheta Hieronimo; così medesimamente, ad similitudine del prefato segno sopranaturale, habbiamo visto adempiersi questo, cioè, che dopo el passaggio della morte del nostro propheta banditore di Dio, inmediate incominciorno ad comparire le grande tribulationi et le grande guerre chegli haveva prophetato. Le quali, con alcuni interpellamenti, sono durate per insino al presente; et così, con inganno de’ captivi et de’ tepidi, dureranno per insino ad tanto che la città di Roma non sia saccheggiata, desolata et destructa con occisione di gente infinita; imperò l’amaro et maximo flagello della cherica, se bene in mente divina è il primo in intentione; tamen, come testifica il propheta, debbe essere l’ultimo in executione. Et però nessuno si debbe maravigliare della tardità del flagello di Roma et delle persone ecclesiastice. Così è necessario che sia, altrimenti non saria vero quello che c’è suto predetto dal nostro propheta. Hora, col nome di Dio, descendiamo agli altri gran segni accaduti al mondo dopo la morte sua; ad ciò diamo fine ad questa nostra tertia disputa, et che possiamo pervenire alla quarta col quarto animale.
Serpe. Io resto satisfacto. Seguita il tuo parlare.
CAPITOLO XXII.
Segno celeste acchaduto nella città di Roma al tempo di papa Leone X.
Agricola. Dimmi, ti priego, cognosci tu uno certo nostro cittadino fiorentino, chiamato per nome Michelagnolo Buonarroti? Quello, dico, che nell’arte della scultura et pictura tiene oggidì el primato infra tucti e’ mortali, sicut de hoc publice fama volat?
Serpe. Io lo cognoscho per certo.
Agricola. Che opinione hai tu de’ casi sua?
Serpe. Certamente buona; imperò io l’ho per huomo singulare, honestissimo, timorato di Dio el altucto veritiero. Ma per quale cagione me ne domandi tu?
Agricola. Perchè negli anni del Signore 1513, cioè il primo anno che Leone Decimo fu electo in sommo pontificato, essendo el decto Michelagnolo nella città di Roma, et credo che fussi (salvo el vero) di state; et essendo una nocte così fuora al sereno, in una certa stanza o vero orto della sua habitatione, et faccendo oratione, et elevando così gli occhi sua al cielo; ecco che subito vidde apparire in cielo uno mirabile segno triangulare, et grandissimo, fuora dell’ordine et similitudine d’ogni cometa consueta. Il qual segno era simile ad una grandissima stella con tre razi, overo code, l’una delle quali si estendeva verso l’oriente, et era d’uno certo colore splendido et relucente, ad modo d’una virga d’argento pulitissima, overo d’una spada brunita, et nella summità era torta ad modo d’uno uncino. L’altro razo, overo coda, di questo segno, si estendeva sopra la città di Roma, et era di colore vermiglio, idest sanguinolente. El terzo razo si estendeva verso la ciptà di Firenze, idest fra aquilone et ponente, et era tucto di colore di fuoco, et nella summità era bifurcato, et era di tanta lungheza che aggiugneva insino ad Firenze; et così pareva et si rappresentava alli occhi corporali et intellectuali di chi vedeva la cosa. Ma io ti voglio contare una piacevolezza che fece il prefato Michelagnolo, visto che hebbe questo celeste et magno segno.
Serpe. Et che piacevolezza fece?
Agricola. Io tel dirò. Nota, adunque, che epso Michelagnolo, quando hebbe visto et alquanto considerato la cosa, gli venne fantasia di ritrarre et colorire in sur uno foglio questo segno; et prestamente andò in casa per foglio et penna et colore, et tornò fuora et ritrasse la cosa di puncto come stava; et fornito che l’hebbe di ritrarre, gli disparse dagli occhi il decto segno.
Serpe. Oh! quanto mi saria grato di vedere un poco quello disegno che fece.
Agricola. Oh! io te l’ho disegnato con le parole appuncto; ma se pure tu ti contenti di vederlo, va et truova el decto scultore che al presente si truova et lavora in Firenze, et lui benignamente ti mosterrà la cosa et humilmente ti dirà la verità del tucto, et così resterai satisfacto et troerrai che io non t’ho decto alcuno mendacio.[515]
Serpe. Io mi rendo del certo, che tu ti debbi essere beccato el cervello più di quattro volte, in pensare che cosa possi mai significare il prefato segno.
Agricola. Credilo del certo.
Serpe. Et in che cosa ti sei resoluto?
Agricola. Se io tel dicessi, tu ti faresti forse beffe de’ casi mia.
Serpe. Non me ne farei beffe, come forse ti pensi.
Agricola. Horsù che vuoi tu intendere da me?
Serpe. Qual sia la tua opinione sopra di questo segno, et che cosa racchogliere se ne può piamente, che non sia discrepante dalla prophetia di fra Hieronymo.
Agricola. Parlandoti humilmente, secondo alcuno discorso di ragione, ad me pare (salva sempre la verità) che questo segno significhi le tribulationi di Roma, di Fiorenza et di tucta Italia, et li barbieri[516] che debbono flagellare la Chiesa, secondo che dal nostro propheta è suto predecto. Hor nota, adunque, che ’l prefato segno celeste et triangulare, primamente pare che dia notitia del numero de’ barbieri, idest de’ flagellatori della nostra Italia, li quali principalmente debbono essere tre grandissimi signori: l’uno francioso, cioè il re di Francia; l’altro todesco, idest lo ’mperadore alamanesco; il terzo turcho, idest lo ’mperadore de’ Turchi. Ma che queste tre generationi debbion flagellare la Chiesa et la Italia, di questo ne decte manifesta notitia il nostro propheta, mentre che era nelle mani de’ sua adversi, secondo che appare in uno certo processo che dalli captivi examinatori non fu misso in stampa, perchè non faceva al lor proposito; tamen qualche copia se ne truova appresso di qualche fedele nostro amico.[517] Et di questo tale processo non ho tractato innanzi, perchè non l’ho ancora nelle mani come gli altri; ma lo aspecto di giorno in giorno, perchè m’è stato fermamente promisso.
La parte, adunque, del celeste segno che si extendeva verso l’oriente, ad me pare espressamente che significhi le gente infedele, idest il Turcho. L’essere torta nella summità, ad modo di oncino; questo pare che significhi che ’l sarà chiamato dalli peccati che venga in Italia et da qualche gran maestro de’ Christiani, sive manifeste, sive occulte: et questo non è discrepante da qualche antica prophetia che ho lecta. Item l’essere torta al modo di uncino, significa ancora la rapina che faranno epsi infedeli delle robe et delle persone, giovanette che morranno in captività, in loro servitù. Item l’essere torta ad modo di uncino et, inoltre, relucente ad modo di argento overo d’una spada splendidissima, significa che Roma sarà circundata di ferro, etiam da epsi infedeli, e’ quali faranno delle chiese stalle, et molte altre dishoneste cose, secondo che dal nostro propheta è suto assai volte predecto. Item l’essere relucente significa etiam, che quando epsi Turchi et Mori et altri infedeli si convertiranno alla fede di Cripsto, epsi saranno ripieni di tanta virtù di fede, che resplenderanno come uno sole. Et così si adempierà quel prophetico detto che dice: Tanta erit devotio in Gentilibus, quod Christiani erunt spiritualiter quasi eorum servi; et complebuntur Scripturæ, quod populus non intelligens glorificabit me et ædificabuntur deserta, et cantabunt omnes: Gloria Patri et Filio et Spiritui sancto, et honor omnibus Sanctis suis. Et questo basti, in declaratione della parte del sopra decto celeste segno, che si extendeva verso l’oriente. Ma quanto all’altra parte di colore sanguinolente, che si extendeva sopra alla città di Roma, questo mi pare apertamente che significhi el coltello de’ barbieri che enterranno in epsa città, et la grande effusione del sangue che vi si farà, senza riguardare ad grado o ad dignità alcuna, come ne’ sermoni del nostro propheta in assai lochi appare scripto. Quanto alla terza parte del segno, che si extendeva, come di colore di fuoco, insino sopra la città di Firenze, et che nella summità era bifurcata; questo mi pare che significhi al tucto il flagello di epsa Fiorenza la quale, per havere iniustamente suspeso et arso e’ tre santi di Dio in croce, pare che debba essere iustamente retribuita dalla grave mano del Signore, secondo che merita il suo grave peccato. Per la qual cosa, il segno di fuoco bifurcato ad me pare che significhi Firenze dovere essere flagellata da due grandi fuochi; idest dal fuoco materiale et dal fuoco della pestilentia. Nè gran facto saria che ’l flagello di Firenze fussi tanto maggiore di quello del Castello di Prato, quanto che è maggiore Firenze che Prato.
Guai ad te, Firenze! se quello che io ho lecto in una certa prophetia, si adempie in te; la quale dice che tu debbi essere arsa, et dice chi è quello che ti debbe ardere; ma se s’intende in tucto o in parte, non voglio entrare in tanto profundo mare. Præterea, guai ad te Firenze! se ’l si verifica quello che appare scripto di mano del propheta Hieronymo che innocentemente ammazasti in croce. Imperò, parlando epso santo propheta delle tue tribulationi, dice in questa forma: Ecce inducam afflictionem super locum istum. Non vocabitur locus iste Florentia, sed turpitudo el sanguis et spelunca latronum etc.[518] Et in altro loco dice: Dominus mictet etiam alia mala. Si feceritis penitentiam, miserebitur Dominus ut non sint in diebus vestris; et non videbitis filios vestros occidere et filias vestras prostitui; et vos, filii, non ibitis in captivitate; et filia non ibitis ad alienos. Alioquin diripientur bona vestra.[519] Questa prophetia, come è decto, appare scripta di mano del nostro beato Hieronymo, et ogni volta che la vuoi vedere, te la farò vedere.
Serpe. Se Firenze harà le tribulationi sopradette, io per me non so conoscere, ad che modo possi mai havere le felicità che da frate Hieronymo, per prophetia di predestinatione, gli furno promisse.
Agricola. Si risponde che a Dio non manca modi. Ad voler che frate Hieronymo sia vero propheta, gli è necessario che Firenze sia grandissimamente flagellata, et che la diventi in più modi quatriduana, simile ad Lazero; et così di poi sia risuscitata da Dio. Et ben che la sia al presente quatriduana in uno conto, la diventerà ancora (ut mihi videtur) quatriduana in un altro. Imperò li sua peccati meritono accrescimento di tribulatione, et prolungamento di tempo di promissione delle sue felicità perfecte, le quali ti so dire che saranno d’altra sorta che le presente. Hora lassami recitarti qualche altro gran segno, acchaduto pure sopra la città di Roma.
XVII.[520]
Lettera dei Dieci, in cui si parla della seconda legazione affidata al Savonarola.
ORATORIBUS APUD CHRISTIANISSIMAM MAJESTATEM.
Habbiamo ricevuto hoggi tre vostre di hieri: per le due prime intendiamo la resolutione del voler differire la restitutione[521] allo essere in Asti, quale si attendeva per questo popolo di presente, secondo le promesse et qui et a Napoli et, pocho prima che costì, facte dalla Cristianissima Maestà: di qualcosa stamani non potrebbe questo popolo essere più maravigliato et restato mancho contento, atteso quanto ha patito da li subditi, per essere observante del continuo alla voglia della sua Cristianissima Maestà. Onde desiderremo che fussi di nuovo appresso et il Re et altri, quali iudicassi meglio al proposito, et disporli a volere la Cristianissima Maestà volesse riconoscerci per amici et suoi devotissimi, et a observare quello che tante volte ha promesso a questo suo devotissimo et affectuoso popolo; perchè vedendosi manchare quello che, per la fede datali si haveva a se stesso promesso, difficilmente si potrà disporre o aquietarsi di tal cosa, o a fare alcuna somma di danari, per satisfare a quanto era sua voglia, per fare la observantia della fede mutua et reciprocità: di che non sequendo altro ci pare poterne levare al tucto la speranza.
Oprerete in quel modo, et con quelli tali adstanti alla sua Cristianissima Maestà, quali indicherete meglio che voglino et stare et fare intendere alla prefata Maestà quanto questa cosa importi da ogni parte, et che, di gratia speciale, circumscripta ogni promissione, si domanda la restitutione delle nostre cose per questo suo popolo. Et al dubbio che mostrate havere sua Maestà, di mutatione della presente devotione di questo popolo; avete a rispondere che, essendo naturalmente devotissimo suto sempre de sua Cristianissimi antecessori et di sua Maestà, tanto più può sperare in futuro, per la consequita libertà et per la restitutione delle cose che sua Maestà Cristianissima facessi; conciosiacosachè dalle predecte cose si debba aggiugnere ubligationi immortale; et anche perchè questo popolo è in termine col reggimento di questo dominio che, Dei gratia favente, non si può verisimilmente in futuro temere d’alchuna mutatione.
Habbiamo inteso el cammino che ci advisate, et sforzerenci per li nostri terreni fare quella provisione che ci fia possibile; et haremo caro più particolarmente intendere la partita di sua Maestà, et di suo cammino, et di chi resti. Attendiamo, con ogni diligentia operiate che le genti del Christianissimo non habbino a entrare nel Ponte ad Hera; perchè disegniamo stia serrato con guardie di provigionati et, passando la sua Maestà, s’aprirrà piacendo a quella; ma le prime genti desiderremo andassino di fuori, per levar via delli inconvenienti altra volta seguiti, per altre nostre referitevi. Fatene sapere ogni cosa, et noi alle nostre genti d’arme hareno provisto.
Resti appresso al Christianissimo Re Messer Guidantonio[522] et Andrea de’ Pazi, et li altri tutti se ne tornino; et Messer Guido acquiesca di tale deliberatione, per essere indichato da questo popolo el suo restarvi necessario.
Frate Hieronymo si troverrà stasera costì verso e’ confini o a Poggibonzi o alla Castellina; et indicheremo necessario fussi colla Maestà Christianissima del Re, prima uscissi di Siena; et però desiderremo facessi intendere o al confessore del Re o ad altri che più satisfacessi, come verrebbe costì, se havessi segno della sua Christianissima Maestà per sicurtà sua;[523] et expediendo tal cosa, potrete subito advisarne decto frate Girolamo in ne sopradecti luoghi, et da noi hoggi al predecto se ne darà notitia.[524]
Habbiamo per certo Messer Julio et Bernardo da Bibbiena esser in Bologna, et tractare il più possono e’ danni et subversion nostra, come quelli che tentano, secondo l’ordine di Piero, da ogni parte; et a noi essere observanti della Christianissima Maestà del Re, non ci è havuto rispecto da persona; et della observantia nostra, con tanta nota et dispiacere d’altri, pur desiderremo almancho veder qualche fructo, et non possiamo credere che Dio non faccia a chi si aspecta, riconoscere la sincera fede nostra.
Noi intendiamo da Poggibonzi, che una buona parte delle genti del Re andarono in sul poggio alla Badia, et trovando che era guardata, temptorono in più modi di haverla, et tenendosi quelli di drento, vi dectono la battaglia; in modo che, non potendosi tenere quelli di drento, e’ decti Franzesi vi sono entrati dentro et chavatone chi vi era, svaligiandoli et tractone alquante artiglierie che vi erano, et alchuni di loro vi sono restati dentro. Voi di costà lo doverrete havere inteso più particolarmente, et essendo la cosa come ci è referita, potete operare colla Maestà Christianissima o con chi altri vi pare quello vi parrà approposito.
Parci che, in tucti li discorsi et ragionamenti vi occorrerà fare colla Christianissima Maestà et li altri sua; usiate tucte quelle parole et termini reverenti et humili che vi sieno possibili, non uscendo però delli effecti soprascripti.
XVIII.[525]
Legazione affidata al Savonarola.
Fratri Hieronymo Die XVI Junij 1495. Venerabilis Pater. Qual sia la fede che questa città et popolo ha nella paternità vostra, sappiendo noi esservi nota, non ve la replicheremo altrimenti. Et acciocchè di questa vostra andata alla Christianissima Maestà, seguiti quel fructo che noi desideriamo et speriamo; vorremo vi transferissi sino ad Siena, prima che la sua Maestà partissi di quivi, per haver maggior commodità di parlarle: perchè aspectando di farlo per il cammino, sarà più difficile et con maggiore incommodità vostra. Et a questo effecto habbiamo commisso a’ nostri oratori, che aoperino con il confessoro di sua Maestà o con qualche altri, che sua Maestà vi mandi qualche segno de’ sua, per condurvi; et a questo modo potrete securamente andare, et noi efficacissimamente ve ne preghiamo, et habbiamo loro significato vi troverranno a Poggibonzi. Et per questo medesimo cavallaro, la paternità vostra li potrà dire dove quella si trovi; acciò che li oratori sappino dove s’abbia a mandare per voi.
XIX.[526]
Lettera della Signoria al re di Francia, circa i danari che Carlo VIII chiedeva di continuo.
Christianissime Rex etc.
Per la sincera fede et observantia, che la città nostra ha havuta et harà sempre verso la vostra Christianissima Maestà, molto promptamente ci disponemo di pagarle ducati diecimila, almeno, o qualche cosa più, potendo; secondo li nostri Ambasciadori ne riferirono havere praticato con alcuni signori, deputati per Vostra Maestà. Hora ricercandoci di nuovo la Vostra Maestà, per sue lettere dell’ultimo del passato, della intera de ducati XXX^m; ci duole oltre a modo, non essere in termine da poterla servire, come sarebbe il desiderio nostro; perchè del publico non ci troviamo somma alcuna di danari, et le intrate nostre ordinarie non bastano, per pagare le genti d’arme ci troviamo, per potere resistere alla guerra che da un canto ci fanno li Pisani, et da altra banda li Sanesi: et solamente per haverci indebitamente tolte le terre et luoghi nostri, fuor d’ogni leggittima et honesta causa, che ci hanno messo in tanta spesa che le entrate del publico non possono supplire. Et non potendo altrimenti farsi la somma de’ ducati trentamila, se non delle borse de’ nostri cittadini et mercatanti li quali, non havendo anchora con effecto, visti que’ fructi che desiderano, di quella vera amicitia et benevolentia che loro si persuadono che V. Ch. M. habbi verso questa città et populo; conosciamo difficultà grandissima a poterli disporre a pagare, al presente, la decta somma de’ XXX^m ducati. Ma li Ducati X^m, almeno, o quel più potessimo come habbiamo promesso, si pagheranno qui, incontinente, a chi la Vostra Christianissima Maestà manderà con facultà di poterli ricevere; perchè nel mandarli noi fuora del nostro dominio, conosciamo pericolo grandissimo. Faremo bene accompagnare per il paese nostro chi verrà per riceverli, in modo verranno salvi per il dominio nostro; et da indi in là, alla Maestà vostra non mancherà modo a poterli fare condurre sicuramente: nè a Genova habbiamo commodità alcuna di farli pagare al Generale di Linguadoca, come la Maestà Vostra ne ricorda, per non havere con quelle nationi havuto buon tempo fa commercio alcuno.
Alla parte della suspensione delle offese contro a’ Pisani, come la Vostra Maestà ne ha richiesti; rispondiamo che, per riguardo et reverentia habbiamo havuto sempre a Vostra Maestà, habbiamo sopportate patientemente le incursioni, depredationi et danni grandissimi, che ne hanno lungamente facti li Pisani, et maxime poi che Vostra Maestà partì da Pisa; li quali, con il favore delle vostre genti che sono dimorate a Pisa, et con lettere patenti finte della Vostra Maestà, et alcuni in habito di araldo, hanno constrecte alcuna delle terre nostre, con simili fraudi, a ribellarsi da noi et darsi a’ Pisani. Et ultimamente intendiamo, che il nostro Capitano era in Livorno, è stato cacciato di decto luogo et venutosene per impeto de’ Pisani, con consentimento di chi vi è per la Vostra Maestà; et così ce ne troviamo spogliati con dispiacere grandissimo di questa Città et popolo. Le quali exorbitantie non potendo, in alcuno modo, questo popolo più sopportare; existimando maxime questi sinistri et malvagi portamenti de’ Pisani essere contro la mente et intentione di vostra Maestà, per essere quella optima, justissima et Christianissima; et non havendo li Pisani havuto alcuno rispecto a l’honore d’epsa, mentre quella procurava il ben loro; et noi insino ad hora, havendo observato quanto la Maestà Vostra ne havea richiesto; siamo stati constrecti, per conservatione dello honore nostro, et per la indennità de’ nostri sudditi, pagare li Pisani della medesima moneta.
Delle genti d’arme che erano sotto la condocta di Messer Francesco Secco, delle quali la Maestà Vostra ne richiede; habbiamo dispiacere grandissimo non poterne servire la Vostra Maestà, sanza grandissimo pericolo et ruina nostra; perchè, trovandoci in guerra et co’ Pisani et co’ Sanesi, et non havendo a pena tanta gente che ci basti per difenderci, et havendo, oltre ad ciò, qualche altro sospecto da stimare et temere molto più; non ci possiamo in alcuno modo privare delle decte genti, perchè facendolo, ne seguirebbe la destructione nostra; et alla Maestà Vostra, per essere piccolo numero, farebbono poco proficto. Et, però, supplichiamo la Vostra Maestà, si degni haverne per excusati, acceptando le excusationi nostre; perchè, come liberamente li concedemo la persona di Messer Francesco, così anchora le haremo concedute le sue genti di arme, se non conoscessimo manifestamente il pericolo nostro; ad che siamo certi la Maestà Vostra, per la sua bontà et clementia, vorrà havere riguardo, come a suoi observandissimi et fidelissimi, che così veramente ci reputiamo.
Ex Palatio nostro. Die VIII Julij 1495.
XX.
(Vol. I, pag. 344 e 369.)
Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII[527]
1ª.
(Tradotta dal francese.)[528]
Rex in æternum vive. Non è molti giorni che scripsi lettere a vostra Christianissima Corona, per le quali vi dimonstrai, non dovevate più dubitare che la mano dello Omnipotente Dio, et non vostre forze, vi ha condocto in Italia et ridocto fuor di quella et liberatovi da e’ gran pericoli de’ vostri adversari et inimici contrari di vostra salute. Et, havendo io da parte di Dio predecto queste cose, non doveva Vostra Corona più domandar segni per credere alle parole mia; facendovi certo, Cristianissimo sire, che mai scrissi a vostra Corona, se non quanto mi è stato comandato da Cielo. Considerato, adunque, quanto Dio vi ama, et come ha spetial cura di Vostra Corona, degnandosi avvisarvi di quello avete affare, per darvi gloriosa victoria in tutte vostre imprese et augumentare il regno di Vostra Excelsa Signoria; da parte, adunque, dello Omnipotente Dio, di nuovo scrivo a vostra Cristianissima Maestà, che la fede promessa ai Fiorentini observiate, et restituiate le cose loro, et più diate loro reputazione et fidatevi di lor fedeltà, raffrenando vostri servitori dalle lor male e perverse opere. Et, facendo così Vostra Cristianissima Corona, da parte di Dio vi prenuntio e prometto che vi darà vectoria, et tanto regno quanto vostra Cristianissima Maestà vorrà, e faravvi glorioso in tutto el mondo; ricordando a’ Vostra Corona che, per non aver voluto credere insino al presente, ha gustato el male el quale vi ho predecto. Avisandovi di nuovo che, se almanco adesso crederete et observerete le sopradecte cose che vi ho prenuntiate, arete tutto el ben et gratie che da parte di Dio vi ho pronuntiate et promesse.
La ragione è questa: che essendo Dio inclinato più alla misericordia che alla justitia, et affar più presto ben che male alla sua creatura; et se, non havendo observato quello vi ho pronunziato da parte sua, havete gustato el male che lui ha mandato; certo molto più dovete credere che, observando quello vi ho decto da sua parte et pronunziato, harete etiam molto più presto el bene da lui promesso. E tanto più dovete servar[529] quello che per me, suo inutil servo, vi comanda; quanto siate affar questo obbligato, et facendolo non potete far male; affermandovi che se, facendo questo, non harete di poi quello da parte sua vi ho promesso, son contento che mai più mi crediate. Gratia Domini nostri Iesu Christi et potentia majestatis ejus, tecum. Domine mi rex, fiat, fiat.
2ª
(Tradotta dal francese).
Rex in æternum vive. Lo omnipotente Dio, el quale regge et governa le creature inferiori per le superiori, illumina prima de’ misteri della sua Chiesa li angioli superiori per li quali, dipoi, inlumina li inferiori, et per li inferiori li homini li quali ha electi, per li quali finalmente inlumina tutto el resto della sua Chiesa.[530] Et come li angioli inferiori credono alli superiori, et li huomini et ministri di Dio alli angioli inferiori et a tutte le sue Scripture et principii; così vuole che li huomini credino alli suoi propheti, quando sono dalloro inluminati. Et quelli li quali hanno semplicemente creduto alli servi di Dio, del lor credere ne hanno reportato utilità, honore et gloria, et col regno temporale hanno acquistato il regno eterno. Ma quelli che non hanno voluto credere sono stati da Dio reprobati, et hannovi perso non solo la vita et le cose temporali; ma anchor le eterne, et di loro sono scripte cose vituperose.
Christianissimo Sire, le mie parole decte a vostra Corona non son mia, ma di Dio. Priego pensiate ben quello che il re eterno si è degnato di farvi noto, et che si sforzi[531] di observarle; perchè le parole di Dio non cadranno in terra, come è scripto: Cœlum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt. Christianissimo Re, li vostri Fiorentini vi hanno dimonstro la lor fedeltà, essendo stati patienti insino a questa ora nel fuoco et nell’acqua; et nientedimancho Vostra Maestà non ha renduto le cose loro, et per questo stanno in grandi angustie. Dio ha molto per mal questa cosa, perchè le lacrime de’ suoi servi sono venute dinanzi alla sua maestà, et ha cominciato a farne qualche dimonstratione verso di Voi. Vi priego, adunque, che non vi lasciate tirare nè svolgere a chi vi consiglia male; et che vostra Maestà observi li pacti, non tanto alli Fiorentini et a me, quanto acciocchè Dio non si adiri et non ritiri in tutto a se la mano. Et ancho vi ho scripto come sono stato spirato, un’altra volta.[532]
3ª.
(Scritta in italiano.)
Rex in æternum vive. Dolendomi assai delle tribolationi le quali son sopravvenute a vostra Cristianissima Maestà, non mi son potuto contenere non vi scriva quel che Dio mi ha spirato per la vostra salute. Christianissimo Sire, la man del Signore la qual vi fece vectorioso in Italia, di nuovo vi ha guardato et custodito da grandissimi pericoli con molta misericordia; et sapendo vostra Corona che el Signor si è degnato, innanzi alla victoria di Napoli, farvela predire per el servo suo inutile; acciocchè intendessi questa victoria esser venuta dallo Omnipotente et non per vostra virtù; et non havendo voluto conoscer questo, vi ha facto predire dal medesimo servo le difficoltà le quali avevi a sopportare, per la incredulità vostra, per li peccati vostri et delli vostri servidori; acciocchè, verificandosi tutte le cose come il servo suo vi ha prenuntiato, non cerchiate più altri segni; ma crediate alle sua semplici parole et facciate tutto quello el quale vi ho prenuntiato da parte dello eterno Dio.
Vedilo qui quel che vi ho predecto, cioè: la rebellion de’ vostri popoli et le gran contrarietà che havevi a havere da vostri adversari. Dal che non crediate essere stato liberato per le vostre forze; ma solo per misericordia di Dio, mediante le orationi le quali habbiamo facto per conservation di vostra corona. Di nuovo, da parte di Dio vi pronuntio che, se non crederete, et non observerete a’ Fiorentini di restituir le cose loro, et non rafrenerete e’ vostri servitori dalle lor male et perverse opere; vi darà maggior tribolatione che non è stata questa. Nella quale se sarete ostinato et non vorrete humiliarvi; io vi prenuntio da parte sua, che Dio rivocherà la vostra electione da questo ministerio al quale vi ha electo suo ministro, et eleggerà un altro. Ma se crederrete et observerete la fede a’ Fiorentini, rendendo le cose loro et dando lor reputatione, in quel modo che altre volte ho scripto a vostra Christianissima Maestà; et se tracterete bene e’ popoli vostri, gastigando e’ captivi et exaltando e’ buoni, Dio vi darà un’altra volta victoria, et tutto il mondo non vi potrà resistere, et regno et impero vi darà quanto vorrete. Vostra Christianissima Corona, adunque, pensi bene le mie parole, et non presti audientia a quelli li quali non intendono el divin consiglio, nè cercan la gloria tua, sire Cristianissimo, ma la loro et il lor proprio bene. Io pregherrò Dio che inlumini el vostro core, acciò non habbia più a piangere le vostre tribulationi, come pianse Samuel propheta la reprobazione di Saul re d’Israel.
XXI.
(Vol. I, pag. 344.)
Lettera del Savonarola a Carlo VIII in data del 26 maggio 1495.[533]
Rex in eternum vive. Alli giorni passati, scrissi in vostra lingua cose molto necessarie, per conservatione di vostro stato et signoria, della quale perchè ne ho gran zelo, non sono stato contento delle prime lettere, maxime che in questi tempi non vanno bene sicure; et perciò nella presente replicherò il medesimo in vostra lingua, acciò che vostra Cripstianissima Corona possi meglio intendere le mie parole. La charità di Dio, et il desiderio di suo honore, mi stringe a amare vostra Corona, alla quale porto tanto più affetto, quanto son certo che, infra li altri principi Cristiani, Dio vi ha electo a essere suo ministro in questo misterio della rennovatione della sua Chiesa, cominciata in questo tempo. Et per questo son constrecto qualche volta scrivere a vostra Maestà; acciò che vi avvertischa di quello che è necessario per salute di vostra Corona: et per ciò, Sire inclito, desidero pensiate, l’onnipotente Dio far le sue opere sapientissimamente, con li debiti mezi; intanto che li predestinati, de’ quali non è da dubitare che non habbino a conseguitar la salute, niente di mancho non li conduce per la via di vita eterna, se non per mezo della sua gratia et delle buone opere, secondo che San Pietro li excita dicendo: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem faciatis, cioè: sforzatevi di fare che, per mezzo delle buone operazioni, la vostra vocatione sia certa.
Per ciò vi è necessario, Cristianissimo Sire, essendo electo da Dio, a observare a’ debiti mezi; altrimenti vostre opere non harebbon buon fine. Avisando, adunque, vostra Corona come quel medesimo Dio, sol vostro Dio, (che nel tempo passato mi ha inluminato di vostro advenimento in Italia et della victoria che vostra Corona ha havuta et ha a conseguire, se farete quello che al presente vi prenuntio, da parte dello onnipotente Dio);[534] mi ha monstro certo, che se vostra Corona non farà che vostri baroni et ministri si portino altrimenti che infino al presente hanno facto; et se non tenghono altri modi, Dio ritirerà a sè la mano et faravi rebellare e’ popoli et darvi molte tribolationi et contrarietà. Il che sarà causa che enterrete con vostro exercito in grandi et diversi pericoli; perchè inanzi alla divina Maestà non basta che vostra Corona habbi bona volontà, et non operi niente di male, se e’ non corregie e’ suo subditi, acciò che e’ non venghino a opprimere et fare extorsione a’ popoli et città. Ricordandovi, Cristianissimo Sire, come Saul fu facto primo Re d’Isdrael et, per la inobbedienza di non observare e’ debiti mezi, fu reprobato dal regno; et, però, vi scrivo da parte et comandamento dello onnipotente Dio, et exorto vostra Corona, che in tal modo non tradiate e’ Fiorentini vostri fedeli servidori, et nolli lasciate offendere; ma facciate lor bene, nel modo et forma che per tre altre lettere ho[535] scripto a vostra cristianissima Corona; mosso non da loro, ma sol da Dio inspirato; non per lor bene principale, perchè questo niente mi appartiene, per esser forestiero; ma per bene et di vostra Corona et di sancta Chiesa, et principalmente per lo onor di Dio grande che ne ha a resultare, che è quello che più d’uno core stringe. Et quando altrimenti facciate, non solo resulterà male a vostra Corona; ma gran disonore.
Dicesi per tutto che fate male a’ vostri amici, non obstante che non creda sia di vostra intentione, ma solo de’ vostri Baroni e’ quali non vi dicono el vero, ma cercan più el propio utile che el ben et honor di vostra Corona. Et se vostra Signoria havessi messo in esequtione quello vi dissi, dico di inanzi vi partissi di Firenze;[536] già havesti tutta Italia a vostra devotione, et la gratia di tutti e’ popoli, in modo che tutti vi desidererebbero dicendo; Benedictus qui venit in nomine Domini. Sappiate, Cripstianissimo Sire, come a Dio piace che e’ Fiorentini sien bene tractati da vostra Corona, maxime havendo con quella patti, conventioni et capitoli; perchè contro a Sedechia Re di Jerusalem parla el Signore, per non havere observato e’ pacti a Nabuchdonosor, el quale non dimancho era infedele, perchè Ezechiel, al XVII cap. dice: Qui dissolvit pactum, nunquid effugiet? Vivo ego, quoniam juramentum quod sprevit et fœdus quod prevaricatus est, ponam in caput eius.
Christianissimo Sire, ricordatevi quello che a bocca vi dissi et scrissi per lettere; come el popol fiorentino è tutto franzese et sempre, per el tempo passato, è stato fedele di Casa di Francia el reale servidore di vostra Corona, excepto piccol numero el quale, contro alla volontà di tutto el popolo, si sarebbe forse acostato co’ vostri adversarii. Et quando, cristianissimo Sire, diate favore et reputatione a questo popolo, meglio conoscerete lo amore et affectione che portano a vostra Corona; imperò che se, in tante adversità che ha al presente, quando[537] è excitata la ciptà da e’ vostri adversarii con gran promissioni a lasciarvi, vi è non dimancho fedele, et sforzasi di fare argento ed aiutarvi; quanto più vi sarà fedele, facendovi questo et meglio, quando la tracterete bene et daretegli reputatione fra e’ popoli di Italia? Perchè essendo fra tutti e’ popoli di Italia vostri amici et confederati, maxime per le nostre predicationi; non dovete dubitare che e’ saran di vostra Corona una reale et gran fortezza, in mezo di Italia, a tutte vostre imprese; perchè fra tutti e’ principi et popoli di Italia, solo e’ Fiorentini vi son rimasti fedeli, e’ quali a vostra Maestà portano vero et naturale amore.
Notificandovi, christianissimo Sire, come sarete fortunato, se crederrete che la volontà di Dio è (et per suo comandamento vi scrivo, come e’ vuole) che non sol non facciate male a’ Fiorentini, ma bene; et diate reputatione a questo nuovo governo et reggimento, et non ad alchun privato cittadino, perchè e’ privati cittadini cerchono el proprio commodo, et non el bene di vostra Corona nè di lor republica; et sarebbono e’ primi a separarsi et partirsi da voi, chripstianissima Maestà, quando e’ potessin trovar mezi et modi d’apicharvela. Et per ciò, potete conoscere questa esser la volontà di Dio;[538] et bene che molte promesse sien facte per le altre potentie di Italia a questa inclita Città; tamen considerate come insino al presente tempo, nessun segno o acto di amore, amicitia o benevolentia si è dimostro inverso di loro, nè alchuno effecto; et siate certo che non si è partita nè mai si partirà da vostra christianissima Corona, mediante le nostre predicationi et exortationi. Considerate che in tante loro adversità dalle quali, chripstianissimo Sire, con una sola parola li aresti potuto liberare et non lo havete facto; niente dimancho, per questo non è restato che e’ non sieno stati fermi nella fede di vostra Corona, il che non harebbon potuto fare, se non per instinto di Dio et divina inspiratione; et harebono potuto uscire de loro amore naturale verso di vostra Corona, se lo onipotente Dio miracolosamente non li avessi guardati et custoditi. El quale vuole che stieno uniti et colleghati con vostra Maestà et voi con loro, et sotto vostra insegnia, protectione et favore vuol che sia ampliata et magnificata la lor libertà et Signoria, et non di alchun particular cittadino. Imperò che la Divina Bontà ha disposto et deliberato, per tutto mandare a terra e’ tiranni et privati cittadini e’ quali volessino usurparsi el dominio et principato, o farsi capo di questa florida republica fiorentina, come pel passato è stato, perchè questo nuovo et popular governo et reggimento è stato facto da Dio et non da huomo alchuno, et però vuol che e’ vadia innanzi.
Onde, cripstianissimo Sire, se non observerete questo, da parte di Dio vi dico et pronuntio queste vere e fedelissime parole, le quali dovete notare con gran diligentia, cioè: che si adirerà con voi et daravi molte adversità et non vi darà vectoria, come insino al presente ha facto; et manderavi tante tribulatione, che alla fine sarete constrecto di fare per forza, quello che insino al presente non havete voluto far per amore: Eius, enim, voluntati, nemo potest resistere. Et la causa è, perchè ha electa questa città et halla ripiena di sua servi, et ha deliberato, al tutto, et disposto di magnificarla et elevarla sotto la vostra protectione, conservatione, et per le vostre mani, et a vita, se vostra Corona vorrà; perchè qui tangit illam, tangit pupillam oculi eius. Et dicovi etiam più, cripstianissimo Sire, da parte dello onipotente Dio che, se muterete modo (il che insino a qui non avete facto), et che trattiate bene la città di Firenze, vi darà presto vectoria et, per mezo di sua potenza, vi farà aquistar gran Regno; et e’ popoli saranno a divotione et obbedienza di vostra Corona; et, come per lettere vi ho avisato et scripto, el popol fiorentino vi sarà sempre reale et fedele; et in mezo di Italia vi sarà, come l’ànchora in mezo la nave; et sarà una cosa medesima con vostra cripstianissima Maestà, quando darete aiuto et favore alla republica fiorentina, el non a huomini et ciptadini privati et captivi, e’ quali non caminon rectamente inverso Dio nè inverso vostra Corona.
Hovvi scripto la volontà dello onipotente Dio, et da sua parte; et quel vi ho scripto è la verità; et, se vostra maestà non farà quello li ho scripto et decto dapparte di Dio, li averrà senza alchun dubio tutto quel male che li ho pronuntiato dapparte di sua divina Maestà. Ma se farete la divina volontà, di tractar bene e’ Fiorentini et li altri popoli con molta misericordia (come è obligo di vostra Corona et d’ogni altro principe); non habbiate paura, perchè Dio mi ha inluminato che da sua parte vi pronuntii, che tutto el mondo non vi potrà nuocere et, quando bene tutta la potenza dello universo fussi congregata contro a vostra chripstianissima Maestà, non vi potrà far male alchuno. È adunque, sacra Corona, el vostro bene et el male nelle vostre mani, secondo vi ho prenuntiato in verbo Domini. Per el quale priegho vostra inchlita Signoria che, per viscera misericordiæ Dei nostri, et per la grande affectione et amore che porto a vostra cripstianissima Corona in Chripsto Jesù, che non vi lasciate altrimenti consigliare, perchè quello vi scrivo è vero come l’evangelio; et tutti li altri consigli son contrarii a tutto el vostro Stato, a ogni vostro bene et propria vostra salute.[539]
XXII.[540]
(Vol. I, pag. 373.)
Lettera di un agente segreto del Moro.
Ill^{mo} et Ex^{mo} mio Singular^{mo}. Hoggi, che è el giorno di Carnevale, se è facta qua una festa, alla quale non se ricorda che mai in Firenza ne fusse facta una simile; et è facta per opera di Frate Hieronimo de Ferrara, nel modo infrascripto. Videlicet: sono circa 20 giorni, chel dicto Frate exortoe tutto questo popolo, a volere fare che li suoi fanciulli facessino li altari per le vie, ponendovi sopra la imagine del Crucifixo, et dopoi domandare elimosine per li poveri vergognosi: per la qual cosa, quasi in ogni canto de via per Firenza, era uno altare dove dimorava gran turba di fanciulli, com le bazinelle[541] in mano, chiedendo denari per li poveri vergognosi. Ed ereno tanto importuni, che con faticha si poteva passare per la via, se non seli daseva qualche quatrino, et maxime le femine, et più alle giovene che alle vecchie; perchè il dicto Frate così gli haveva proponuto et ordinato. Et tenevano bastoni lungi in mano; acciò non passasseno, se prima non pagavano qualche cosa; cum la quale arte hano ragunato circa 300 ducati. Et dopoi dicto Frate, hoggi, ha fatto fare una processione a dicti fanciulli, li quali erano circa il numero de X mila; et li maggiori non passavano li 14 anni de etade; de anni 6 fin in 9, gene era circa 4^m.[542]
Fenno prima dire una messa in la Ecclesia magiore, cum grande solennità; et dopoi dicti fanciulli, separati a quartero per quartero, cum le trombe avanti, in processione, gridando: Viva Christo; andorno alla Nuntiata et a molte altre ecclesie, et all’ultimo a Sancto Martino, a presentare dicti denari, acciò si dispensano a li poveri vergognosi. Questa è stata la festa che oggi se efacta a Firenza, alla quale concorreva tutto el popolo per vedere.
El dicto Frate ha pubblicato volere predicare tutta questa quadragesima, perchè dice havere havuto licentia del Sommo Pontefice.
Alla Ill^{ma} Sª Vª humelmente mi raccomando, la quale prego Dio mantenghi lungamente in felice stato. Florentiæ die 16 febbruarii 1495.
Ejusdem Ill^{me} Dominationis vestræ, humilis servitor
PAULUS DE SOMENTIIS de Cremona, Cancellarius.
(Fuori)
Ill^{mo}. Principi et Eccell{mo}. D. D. LODOVICO MARIE SFORTIE
Duci Mediolani, Domino meo singularissimo.
Mediolani cito.
XXIII.
(Vol. I, pag. 408.)
Poesie di Giovanni, sarto fiorentino.[543]
1.
Nesuno lodi l’uomo se nol pruova, Perchè molti in proferte sono amici, E molti cittadin cerchan gli ufici, Drento in Firenze, e non è chosa nuova. Anchora assai assai se ne truova, Che non voglion lasciare le pendici, Nè vedere in volto e’ lor nemici; Ma rubare in Firenze ben gli giova. E per lor patria non vogliono affanni, Ma starsi in pianeline lieti e sani, In chappuccio e ’n mantello chon be’ panni; E non si churan vinciere e Pisani, Come fa el famoso Piergiovanni, Ed il nobile Anton de Chanigiani, Che presso e lontani, Anbo e dui se ne vanno di puntino, Ove gli manda el popol fiorentino. E s’i’ non è latino, Questo verseggio col buon naturale Ch’è meglio che un solo accidentale.
2.
Chi non ama suo patria con gran zelo. Da le’ non merita aver grande honore: Questo ch’i’ parlo qui, fia el vangelo Di san Giuanni con sommo valore; E s’i’ son vecchio chol chanuto pelo, Però i’ do di questo el ver sapore, E dicho e chonfermo giustamente Che chi ama sua patria ben prudente, Non debba rifiutar chosa nesuna, Chella sua patria nelle man gli dia; Ecchi questo non fa, male raduna La sua maladetta fantasia. Qui non vi mostro il sole pella luna, Ma in favore della patria mia Parlerò qui d’alchuno cittadino, Che non ama el gran popol fiorentino. E quando è fatta a loro la lezione D’andare in alchun luogo di periglio, Loro si fanno al giocho del fellone Non si curando punto el gran giglio. Però qui dicho chon chiara ragione Che chi none ubidiscie el gran chonsiglio, E stie dove lo manda, fuori o drento, Privare si vorebbe in u mumento. Chi star non vole a ubidienza È maladetto daddio e dal mondo. Però, famoso popol di Fiorenza, Quando chol tuo Chonsiglio ben giochondo, Da’ gli ufici chon tua potenza, Chi gli rifiuta mandagli nel fondo, E ma’ più non gli dar tuo fava nera: Or nota questa chiosa bene intera. Così chantando, mie rima ragiona Del mie Firenze che aspetta e roia;[544] Ello imperadore in persona, È giunto a Milan per darci noia; E mentre questa chosa attorno suona, El Fiorentino chon solenne gioia Sentì, cho modo superbo e villano, Chome lo ’nperadore è a Milano, Chondotto lì dal Ducha e i Veniziani, Mostrando allui che Talia[545] bella Presto si dare’ nelle suo mani, No rimanendo città e chastella Che nollo segua per monti e per piani: E chon questa speranza montò in sella, E presto se ne venne in verso Sena, Guidato chome matto da chatena. In questo tempo morì Pier Chapponi Qual era in champo degnio chommessaro. Allora e’ Fiorentini superni e buoni Fecion pensieri chon magnio riparo, Mandarne un altro di gran condizione, Ricco d’ogni vertù e non avaro, E darlo per chompagnio a Piergiovanni,[546] Istato commessaro ben du’ anni, Reggiendo chome anchudine al martello, Non estimando periglio o disagio. E mentre che di lui qui favello, Real chonsiglio si fecie in Palagio, Di fare un commessaro tutto snello; Eperò chon misura vanno adagio, Sentendo la venuta de’ taucci,[547] Che del venir bisogni che si crucci. Or mi bisogna tornare a Firenze, Che molti giorni fecion gran chonsiglio, Adoperando molte sapienze, Per volere salvare el magnio giglio;[548] E finalmente chon magnificienze Preson partito chon alegro piglio, Di fare un commessar sanza paura, Che fussi riccho e pieno di misura. E finalmente e Signori e Chollegi, Chol valoroso numer degl’Otanta, Chonsiderando agl’uomin bene egregi, Preson partito, come proprio chanta El verso mio, che mostra e’ pregi Del popol fiorentino che non vanta, Ma fa cho’ fatti ogni gran chosa bene. Ora nel mie chantar dirlo chonviene, Chome d’ottobre proprio, a giorni sei, Fu fatto chommessaro gienerale, Nel millequattrociento novanzei, Anton de Chanigian tutto reale,[549] Padre de’ buoni e nimicho de rei; Lo quale è doppio[550] d’ogni naturale, Ornato e di virtù e discrezione; Nimicho a morte del pinzocherone. El quale ben prudente e moderato, Montò a chavallo chon perfetto amore, Perchè della suo patria è sviscerato; E però vie chavalcha con furore, Per mantener di Firenze lo Stato. La Lega non teme nè ’nperadore, Questo famoso Anton de Chanigiani, Ispecchio ver de’ Fiorentin sovrani. Lo qual prudente, chon gran vigoria Al Ponte ad Era n’andò ben sovrano, Non dubitando della gran balía De’ Veniziani o Ducha di Milano. Chosì, chon giusta e retta fantasia In chanpo stae, chome qui parliano, Non dubitando della Lega grande, Che l’ali inverso Pisa male spande, Perchè à sete di pigliar marzoccho;[551] Però mandan lo ’mperio[552] a Livorno, Credendo a quello dare scarcho roccho. E chi v’è drento velocie e adorno, Trattò lo ’mperadore chome scioccho, In modo tale che fecie ritorno Inverso Pisa, pieno di vergognia, Chome fa l’uomo che in vano sognia. Chosì tornando, sanza fare acquisto, Lo ’nperadore n’andò inverso Vicho;[553] Allora el Fiorentino ben provisto, Mandò in Val di Nievol, chom’i’ dicho, Alchun degnio guerrier di virtù misto, Fra quali ben v’andò, chom’i’ ripricho Qui nelle rime valorose e pronte, Come v’andò Rinuccio degnio chonte.[554] Allor lo’ nperadore chon prestezza, Imediate si misse affuggire, Perchè chonobbe la sua matezza, Che nella Italia lo fecie venire. Chome re di Francia, lu’s’aprezza, Credendo chome lu’ farsi ubidire; Dipoi assagiando el Fiorentino, Si misse in fugga come huom meschino Così interverà a ciascheduno Che vorae Firenze superare. Iddio bene il mostra non digiuno, Perchè ognuno si possa saziare, Che Firenze gentil, prima che gnuno, Debba sopr’alla terra gierminare. E mentre questi versi chiaro feci, Drento in Firenze si ferono e’ Dieci; E fatto fu Antonio di Simone De valorosi e veri Chanigiani; Però n’andoe chome vuol ragione A ritrovare e’ chompagni sovrani. Preso l’uficio chon gran discrezione, Rimase cho’ chonpagni bene humani, E però bene ornato e tutto chiaro, Piergiovanni[555] sol fu commessaro Di tutto quanto il fiorentino chanpo,[556] Chome cholui che è tutto reale, E ma’ nel mondo non farebbe incianpo. Or sendo chommessaro gienerale, Chome dragone menava gran vanpo Per vinciere el Pisano, ma reale Nelle cholline di Pisa n’andoe. Or udirete quel che sequitoe, Benchè di punto non dirò la storia, Perch’i’ non vidi ciaschuna battaglia; Ma dalla lungha senti’ la vettoria Del magnio chommessaro di gran vaglia. Anchora vore’ fare gran memoria, Mostrando de’ soldati la puntaglia, A parte a parte sichondo ragione, Mostrando el nome ella chondizione D’ogni soldato che serve marzoccho. Ma prima vore’ dir de’ chondottieri, Parlando in salato[557] e none scioccho, D’ogni gran chonestabil volentieri; Ma prima quel ch’adopera lo stoccho Mi pare di parlarne più mestieri, E po’ che modo gientile e mirabile Nominerò ciascun chonestabile. Però a ciaschedun soldato mostro Che sanza el loro aiuto, far non posso La charta biancha nera chollo inchiostro, Perchè da povertà i’ son perchosso, E quando cholle rime i’ ben giostro. Rompo e’ panni ch’io porto adosso, E molte fiate mi mancha el vitto, E questo è ’l proprio ver com’i’ ò scritto. Or su, or su, or su, soldati mia, Date aiuto amme chon grande amore, In modo tal, che la mia fantasia Iscriva ben di voi a tutte l’ore. Chosì prometto, con gran leggiadria, Di lasciar tutta l’arte del sartore E fare questa storia insino al fine, Po’ che son prese tutte le cholline. Dimostrerò el modo ella forma Della presura di ciaschun chastello, Perch’i’ non voglio che marzoccho dorma Nè nessun suo soldato magnio e bello; E però chon amor sequirò l’orma D’ogni chondottier, chom’i’ favello, E d’ogni chonestabil dirò anchora Cho rima ben pulita, alta e dechora. Ora qui mostro il champo che si parte, Vinto di Pisa ciaschuna chollina, In modo che’ figlioli del gran Marte Vanno alle stanze con somma dottrina, De’ quali empiere’ dumila charte, Cho rima bene ornata e peregrina, Non dire’ ma’ de Pisani gl’inganni. Or torno al commissaro Piergiovanni, Rimasto chommessario sol soletto, Partito el degnio Anton de Canigiani, Huomo gientile nobile e perfetto: Ormai non vo’ più che s’alontani El mie chantare, che mostra in effetto Chi vende el sipolchro a pagani, Che fu el Pisano del sangue di Giuda, Chome la rima mia par chonchiuda. Or mancha Vicho, Cascina e Pisa Da ripigliare, chome qui vi parlo; Bench’io qui chonoscha alla ricisa Ch’anchora non verrà l’ottavo Charlo, E sella Lega grande ne fa risa, Io rido dillei e posso farlo, Perchelle ha auto pocho onore E valuto nello lo ’nperadore. Hora qui finirò el chantare honesto A onta e dispetto de’ tiranni, E onor di Firenze rubesto, E del buon chommessaro Piergiovanni Sichondo, terzo, quarto, quinto e sesto Istato chommessaro, senza inganni; E mai non à fatto ignuna fralda[558] E qui finischo la storia salda. Finis addi 31 di dicembre 1496. Io Giovanni nè ser nè messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; Ecchieggo a ogni dotto, miserere D’ogni fallanza ch’i’ ò qui chomesso.
3.
Quasi e’ più vorebon l’uova monde, E vorebono el torlo e non l’albume; Quest’è el pinzocheron di mal chostume, Che va chol collo in sen facciendo l’onde; E sempre suo malizie ben naschonde, Mostrando di piata un largo fiume, E schoprire l’altar nascoso, e lume, Cholle sue choscienze tutte tonde; E ride chon teco, chome chosa iscioccha; E setti fidi ti piscia po’ i’ mano. Io dicho qui zara a chiunche toccha, O prete o frate o secholare strano, Sia chi vuol, che non terrà la boccha Al popol fiorentino alto e sovrano. Questo veggo ciertano, Che chi al popol vorà porre il freno, Chadere lo vedrò in un baleno. Ma Giesù Inazereno, Sia sol quello che chonducha al porto Ogni Fiorentin chol suo chonforto.
4.[559]
A questo modo bisognia che ’npari L’uomo che vuol volare sanza l’ali, Chon pocho senno e mancho danari; Però bisognia che ’l Pisano chali, Cho ferri a piedi giù nella sentina, Po’ ch’è stato cagion di tanti mali. Ella famosa patria fiorentina, In alia stae chome bel falchone, Ella Lega niente lo domina, Nè teme lei nella suo quistione; Però non creda nessun sottoposto Uscire delle branche al gran lione; E chillo inganerà, tornerà tosto, A suo dispetto, sotto el suo artiglio, Chome Cristo superno à ben disposto. Che ’l valoroso e trionfante giglio, Nel fine superi ogni suo nimicho, Per volontà d’ogni divin chonsiglio: E se Vinegia chol sir Lodovicho Credesin ne lor fine prosperare, E’ son n’un grande eror chom’i’ ripricho. Or mi bisognia, alquanto, ritornare Al mal Pisano del diavolo roccia Che gli bisognia sottoposto istare: Chome fae ’l pulcin sotto la chioccia, Chosì stara’ el Pisan traditore, Mal somigliando lo re d’Antioccia. Pur à speranza che lo inperadore Liberi Pisa chogli ebrei taucci,[560] Lo quale in Talia aqquista poch’onore; Però bisognia che nel fin si crucci Chon chi l’ha messo nella pazza impresa: Non sono stati luchesi o meucci[561] Ch’or ànno questa matta ragnia tesa; Ma sono stati el Ducha e Viniziani, E’ qua’ ruineranno alla distesa. Chome son ora e malvagi Pisani, Che stanno sottoposti[562] degli schiavi, Anzi inchatenati chome chani. E però, sottoposti, state savi, E non tentate mai la fortuna Che chon giustizia afonda molte navi; Però, nesun si volti chome luna, Che d’ogni mese si fa nuova e vecchia; E però buon lettore qui raduna Lo ’ngegnio tuo, e porgi qui l’orecchia Chome mie rima di punto l’accienna. Or qui nel pistoiese ben ti specchia Che sta ben saldo e punto non tentenna, Però impara chontado e distretto. Or chiamo Dante che diacie a Ravenna; Chiamato, lui mi mandò choretto[563] El gran Petrarcha, chon Giovan Bocchaccio. Quando i’gli vidi, presi gran diletto, E lor di fatto mi preson pel braccio; Allora io pieno di temenza, Lì mi trovai legato cho lor laccio, E però dissi chon grande avertenza: O lumi veri d’ogni humano lume, Nati nel vero circhul di Fiorenza, Chon dolcie modo e chon dolcie chostume, Chome chonviensi a ogni buon cristiano. Allora l’uno e l’altro ben prosume Che ’l mio ingegnio non è sì sovrano, Che possa ogni chosa recitare; Pure ogni uno mi strinse la mano, E chomincioromi a dimostrare, Che ’l bel chonporre sì non era mio; Ma era di Giesu che non appare A l’uomo iniquo, maladetto e rio; Esse l’uom sa el preterito e ’l presente, El foturo sa solo el vero Iddio. I’ credo bene che spessamente Lui rivela alchun suo sagreto, Perchè si predichi a l’umana giente:[564] Ora ciaschuno qui chol volto lieto, Non che d’ogni tempo è alchun profeta;[565] Io qui chollo ingiegnio iscrivo e mieto El frutto di Giesu chon faccia lieta, Perchè dua poeti chon buon zelo M’hano chiarito la chosa sagreta. Dettomi ciò, tornaron nel gran cielo A dimorare cho gli angioli buoni; Ed io vecchio chol chanuto pelo, Chonposi questo cho mie gran sermoni, Chom’io scrivo benignio e chortese, Proprio in Pistoia, chome parragoni El verso mio che mostra palese Del mese di novembre chon valori, Chom’io vidi a tredici del mese Undici degni pieni di sprendori; Ma dua apresentavon la gran possa De’ Fiorentin: quest’erono e’ retori, Chon un gonfalonieri in prima mossa, E’ qua’ di punto qui nomineroe A ciascheduno ch’è in charne e ’nossa, Cho l’alma insieme, chome mostreroe, Cho mie velocie e trionfante rima Or è quel tenpo ch’i’ dichiareroe E primi degni di pregio e di stima, Qua’ sono una choppia di Bernardi Ornati di vertù in parte prima. El primo e principal ch’i’ vo’ che guardi, Qual è de Pistolesi chapitano E chommessaro, cho’ tutti è riguardi. Quest’è de’ Nasi gientile e sovrano, Vero rettore, sanza usar malizia, E ma’ nel mondo non fe’ chosa in vano. Di po’ lo segue, pieno di giustizia, El famoso Bernardo Chanigiani, Figlio del buon Simon, choe s’inizia Cho’ versi mia gientili e sovrani, Che or dirano e’ nomi de Signori Del seggio pistolesi, tutti humani. Or porgiete gli orecchi, buon lettori, Chom’i’ chomincio al gonfalonieri, Ornato bene di tutti sprendori: Chosì cho versi valorosi e fieri, Preghiamo sempre Iddio checciaiuti. Ora vi mosterò qui volentieri Pagolo gientil de’ Ben Voluti; Di poi, degli Ambruogi Antonmaria Vidi giochondo, cho’ modi saputi; Drieto lo segue chon gran leggiadria, El nobile Bernardo de Ciellesi; Doppo allu’ vidi fralla Signoria Giovan Chiariti, chome ben chonpresi; Di po’ Giovan di Nichola di Baldo Vidi de’ signior Perolaciesi. Chosì scrivendo, chollo ’ngiegnio chaldo, Vidi di Pier di Lenzo Federigo; Po’ vidi anchora, valoroso e saldo, Tre altri siri, chome proprio rigo; Fra qua’ chonobbi Giovan Chantunsanti. E mentre el mio ternale bene sbrigo, Isquadro ben, cho’ mi’ occhi galanti, El valoroso e degnio Atto d’Andrea; Di poi, risguardando più avanti, Chol mio ’ngiennio che chiaro vedea, El buon Guglielmo di Nanni Mazzei. E mentre la mie rima ben premea E’ versi dolci nimici de rei, Pur aggio ben chiariti tutti a nove, Chome tu, buon lettore, intender dei, Dalle mie rime che son fatte nuove, Pel popol pistoiese ben fedele, Chome si vede nelle lor gran pruove. Or torno a Pagol di mastro Michele, E al gran Nicholaio Bracciolini, Ch’ognuno andò al popol non crudele, Inbasciador pe’ Pistoiesi fini. Omai qui chiarire ben vi voglio Chome Bernardo di Giovan Nutini Lì mi provide sempre d’ogni foglio, Chome huomo gientil tutto da bene. Mentre ch’i’ scrivo un pocolin mi doglio Di quel ribaldo pazzo da chatene, Che mi ruboe e’ versi primai, E quali ora mi danno gran pene; Anzi mi danno affanni e gran guai, Perch’io non ò a mente tutti e’ nomi De’ Dieci e de’ Collegi. Or noterai E’ versi mia, che parano domi Dalla mia superbia e della stizza; O pure el mio ’ngiegnio vuol ch’i’ tomi, E per la retta via mi dirizza; Acciò ch’i’ mostri qui, chon dolcie amore, Che più la voglia chel saper m’anizza. Or torno a Firenze, di sprendore Quanto posso ornato e volentieri, Perchè piatoso el veggo a tutte l’ore. Ora mi par che ser Filippo Ghieri Teneva di Pistoia il gonfalone, Quando fu fatto il solenne pensieri Di mandare a Firenze cho’ ragione, A chonfermare e’ chapitoli loro;[566] Chonfermi questi, chon gran discrezione, El magnio pistoiese, alto e dechoro, Tornò a chasa benignio e chortese. Di po’ tornato, sanza far dimoro, El valoroso popol pistoiese Fecier in Pistoia una grande alegrezza E questo fu a tredici del mese, Drento in Pistoia chon gran gentilezza, Nel mille quattrocento novanzei, Del mese di novembre, cho’ larghezza: E questo vidi ben chogli occhi miei, Prima la magnia e grande precissione, Che chonsolava e’ buoni e anche e’ rei; Perchè fu fatta chon gran divozione, Chon tutto el solenne cherichato, Tanto che ’n terra venne san Zelone. Di poi vidi el gran duomo parato, Cho’ chose ricche d’ariento e d’oro; Po’ vidi el gran sa’ Jachopo smaltato, D’argiento fino, chon degnio lavoro: E questo vidi propio la mattina. Po’, dopo desinar, sanza demoro Si chominciò chon vertù ben divina, Chom’io mostro gientile e reale, Tutta la festa da sera e divina, La quale nel cielo impirio tutta sale: Chosì ciaschuno chon dolcie maniera, Facievan festa tutta trionfale. E quando fu aparito la sera, Le tronbette sentì cholle canpane, Tanto tremavo insino alla pantera. Di poi archibugi e cierbottane, Tanto pareva nuovo Mungibello, O ver Livorno cholle gienti strane.
5.
Qui ben dimostro, acchi à gran dottrina, Com’ò fornito el presente ternale, Per onor di Pistoia alta e reale, Dov’ogni gran giustizia ben domina. E mai la lealtà in lor declina, Anzi si fa gagliarda e trionfale; Però chonfermo gientile e morale, Che Pistoia è tutta fiorentina. I’ dicho e’ preti, e’ frati, e’ secolari, Sono ischorporati di marzoccho; E per marzoccho fanno ogni ripari, Chol senno, cholla lancia e chollo stoccho; E però Pistoiesi none avari, Per vostra fedeltà el vero loccho; E non chome iscioccho, Honoro voi cholla faccia lieta, Sichome sarto e non chome poeta. Anchor el mie pianeta, Non vuol che questa chosa punto do....; Però vi priego che si getti in f....[567] Io Giovanni nè Sere nè Messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; Ecchieggo a ogni dotto miserere D’ogni fallanza ch’i ho qui chommesso.
Finis, a dì 30 di novembre 1496.
LAUS DEO.
6.
Così fec’io, Rinuccio guardando, Per misurare e’ sua giesti e modi, Che veniva soave parlando, Sicome fanno gl’uomini ben sodi, Che vanno le parole misurando, Che son serrate chon semila nodi, Sichome quelle di Rinuccio sono: Or ritorniamo qui col mie ragiono. Anime chello aspettavo proprio al passo, Chome fa quello chassalta la strada, Che si naschonde ponendosi basso; Chosì fa la mie mente che non bada; Per rimirar Rinuccio non m’alasso, Perchè altri che lui non mi agrada. I’ dicho di parlarne in questo punto, Ch’a diciassette di luglio son giunto, E sono in domeniche mattina, Posato a una Vergine Maria, Ch’è presso a Monte Lupo ben vicina: Dove passando la suo Signoria, Ben chavalcando chon somma dottrina, Parlando ben chon somma leggiadria, Col chommessaro de’ gran Fiorentini, E questo fu Chosimo Bartolini. Chosì passando, ragionando bene, Tutto mi soddisfece nella vista; Però iscrissi chon rime ben piene, E dissi: chostu’ grazia sempre acquista Cholle suo squadre filicie e serene; Honoron suo virtù ch’è tutta mista D’ogni gran lealtà, sanza misera; E ben lo mostra qui ogni suo schiera, Adorne bene d’uomini gagliardi, Che son di tempo, tutti ben quadrati. Anchora doni fè, dolci risguardi, Sie ne gran chavagli ismisurati, Che mai nella battaglia saran tardi; Anzi sarano e’ primi adoperati, E sol di lor temono e’ Pisani, E similmente fanno e Veniziani. El[568] suo nome fa tremare Pisa, E fa tremare tutti e’ Lucchesi; Infino a Serezana alla ricisa, Sento che triema per ogni paesi; E marzoccho robusto ne fa risa, Po’ ch’à Rinuccio cho’ frati chortesi, Ornati figli del gran chonte Antonio, Ch’ognuno in fatti d’armi è bene idonio, E fieno in champo a giorni diciotto Del valoroso e gran mese di luglio. E chome giugnerà Rinuccio dotto, Li faranno e’ Pisani gran garbuglio, Perchè loro diranno al primo botto: Questo sarà u’ lungo gazzabuglio, Lo quale ci darà una gran pena, E peggio anchora se s’achorda Siena; Però di molti chontradi abbiano De’ gran soldati, di più chondizioni: Anchora fieramente dubitiano Del valoroso e francho Pier Chapponi, Che non farà ma’ nulla che sie’ nvano.[569] E presto si vedranno e’ paragoni, Perchè abbiam gabbato errè di Francia; Però daremo el tratto alla bilancia, Perchè marzoccho di Francia non teme; Ma Francia teme bene di marzoccho, Che non si acchordi chol malvagio seme,[570] Che presto ciercha dare schaccho roccho Al mal Pisano, ch’ha messo el suo speme In mano al Veniziano chome iscioccho: E’ Fiorentini son francha cholonna E Pisa è sottoposta e non madonna. Ormai, credo in champo giunto sia El famoso Rinuccio da Marciano, Chon suo fiorita e magnia chonpagnia; El signior Piero gientile e sovrano Cho’ lui s’arma chon gran vigoria: Chosì scrivendo, mai m’alontano Dalla gran verità ch’à sommo lume, E ’l mie Rinuccio la tien per chostume. Signior Rinuccio, techo alquanto parlo, Ben che mai dattè pocho mi parto; E quel ch’i’ fo chon amore vo’ farlo; E s’io di puntino none incharto, Qui credo el mio tempo giusto darlo; E se i’ sono un poveretto sarto, E non diciendo dotto, i’ me ne doggo, E ma’ da tal dolore non mi scioggo. Pure i’ spero di venire in champo, A vedere choll’occhio e cholla mente, E poi chomporrò cho’ maggio vampo E’ fatti d’arme mi vedrò presente; E s’io cholle rime male inciampo, Amme perdoni el mie Signior piaciente; E sì m’accetti cholla faccia lieta, Sichome sarto e non chome poeta. Rinuccio, in senpiterno mi ti lego, E domiti per servo alla mie vita; Però Signiore non mi far ma’ niego, A quel ch’i’ chiego a tuo virtù infinita. Chosì chantando humile ti priego, Ch’amme no’ niegi la mie chiara gita, Che passare non vuole tuo persona, Chome mie rima di punto ragiona. Signior, di me non è gran maraviglia Si t’amo chome francho paladino; Perch’i’ vidi dinanzi alle mie ciglia, Tutto el magno popol fiorentino, Amare te e la tuo gran famiglia; E questo fede el magnio cittadino, E finalmente ogni popolano D’achordo, si tale son chapitano (sic). Disposti bene ne l’anime loro, Di farti chapitano in ogni modo, Perchè non cierchi argiento nè oro, Nè anche machinasti di far frodo; Però marzoccho farà far dimoro, Chome fie ’l tempo valoroso e sodo, Lo scietro ti darà chollo stendardo, Per onorar tuo sangue alto e gagliardo. I’dicho quel ch’i’ so, e non istimo, Se non le chose giuste e bene honeste; Chosì chantando chon amore, rimo Questi versenti chon gioie e chon feste, Bench’i’ so’ chiaro, ch’i’ non sono el primo, Che chanto cholle rime magnie e deste, Della tuo gran virtù che ’n giovinezza T’ha presa a sichundar chon gran fierezza. Signior Rinuccio pien di discrezione, I’ mi ti rachomando humile pio; Perchè s’appressa el tempo ella stagione, Che.... o ne vero, char signor mio, Per.... star presso al tuo padiglione; Però mi rachomando chon Dio, A te Rinuccio valoroso e snello E similmente a ogni tuo fratello.
Finis a dì XVIII di luglio MCCCCLXXXXVI.[571]
Io Giovanni nè Sere nè Messere, Ma sarto fiorentino sono adesso; E chieggo a ogni dotto miserere, D’ogni fallanza ch’ò qui chomesso.
XXIV.[572]
(Vol. I, pag. 356-7.)
Un breve di papa Alessandro al Savonarola.
ALEXANDER PP. VI. Fratri HIERONYMO SAVONAROLÆ Ordinis Prædicatorum.
Dilecte Fili, S. et Apostolicam benedictionem. Inter ceteros Vineæ Domini Sabaoth operarios te plurimum laborare multorum relatu percepimus: de quo valde lætamur et laudes omnipotenti Domino referimus, quod talem gratiam in humanis sensibus præbuerit. Nec dubitamus te ex divino Spiritu, qui gratias immortales distribuit, et posse in populo Christiano verbum Dei seminare et fructum centuplum lucrifacere. Quemadmodum, proximis diebus, per tuas literas hujus te animi atque propositi esse intelleximus, idest, ea te in tuis prædicationibus populo indicare quæ servitutis Dei esse cognoscis. Et quum nuper populo nobis relatum est, te postmodum in publicis sermonibus dixisse: ea quæ futura nuncias, non a te ipso, aut humana sapientia, sed divina revelatione dicere; idcirco cupientes, sicut nostro pastorali officio competit, super his tecum loqui et ex ore tuo audire, ut quod placitum est Deo melius per te cognoscentes peragamus; hortamur atque mandamus in virtute sanctæ obedientiæ ut quamprimum ad nos venias. Videbimus enim te paterno amore et charitate.
Datum Romæ apud S. Petrum sub annulo piscatoris, die 21 iulii 1495, Pontificatus nostri, anno quarto.
B. FLORIDUS.
XXV.
(Vol. I. pag. 362.)
Risposta del Savonarola.
Fratris HIERONYMI SAVONAROLÆ Ordinis Prædicatorum ALEXANDRO PP. VI. Responsiva.
Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Etsi majorum semper mandatis obtemperandum esse novi, cum scriptum sit: «qui vos audit me audit;» scio tamen eorum potius mentem quam verba pensanda. Vn. in. t. sign, ex-d.[573] rescriptis, ut tenet Sanctitas Vestra, ex textu Alexandri III antiqui antecessoris vestri rescriptum ad Archiepiscopum Ravennatem in hunc modum: «qualitatem negocii, pro quo tibi scribitur, diligenter considerans, aut mandatum nostrum reverenter adimpleas, aut per literas tuas quare adimplere non possis rationabilem causam prætendas; quia patientes sustinebimus, si non feceris quod prava nobis fuerit insinuatione suggestum.» Ego igitur, qui dudum cupio visere Romam quam nunquam vidi, ut limina Apostolorum Petri et Pauli et aliorum Sanctorum reliquias ac beatitudinem coram venerari queam; majori nunc succensus sum desiderio ex occasione mandati sanctitatis Vestræ, quæ minimum vermiculum ad se vocari dignata est. Tamen quia plura obstare,[574] causas illi rationabiles in præsentia affari conabor; ut sciat me necessitate non voluntate detineri, quominus paream mandatis a me libentissime ac reverenter susceptis.
Primum igitur vetat corporis infirmitas, febris scilicet et dissenteriæ, quas modo passus sum; deinde propter assiduos corporis et animi æstus, pro hujus civitatis salute hoc præsertim anno subsceptos, adeo stomacho, ceterisque vitalibus membris debilitatus, ut aliquid laboris amplius tolerare nequeam; quin imo a prædicationibus et studiis ipsis abstinere oporteat ex consilio medicorum, quorum atque aliorum omnium communi sententia, nisi opportunis remediis me curandum tradidero, brevi mortis periculum incurram. Cum civitatem hanc a non mediocri sanguinis effusione et a multis aliis noxiis, mea opera, Dominus liberaverit et ad concordias legesque sanctas revocaverit, infesti facti sunt mihi tam in civitate quam extra iniqui homines. Cum cives tum alienigenæ sanguinem humanum sitientes, qui extollere cornu suum, et in prædam atque servitutem civitatem hanc occupare ardentissime affectabant. Et opinione sua frustrati, vehementissime mihi irati, odio habuerunt me gratis: sæpe quoque nunc veneno, nunc gladio in perditionem meam aspiraverant, ita ut, extra limen sine custodibus, tute ferre pedem non possim. Atque ideo, ubi me ad Regem Francorum contuli, licet fidissima custodia munitum; non passi sunt hii cives, qui rempublicam suam diligunt, me suæ jurisdictionis limites transferri. Et quamquam in Domino confidam, tamen, ne tentare Dominum videar, debitas cautiones non contemnendas judicavi; cum scriptum sit: «si vos persecuti sunt in unam civitatem, fugite in alias.»
Insuper nova hæc civitatis reformatio quam Dominus operatus est, infirmas adhuc radices habet; et, nisi quotidie roboretur et alimentetur, facile, anhelantibus pessimis hominibus, detrimentum et eversionem incurret. Cum itaque, judicio omnium prudentium et bonorum virorum, discessus meus maximæ jacturæ huic populo et modice histic utilitatis foret; credo Sanctitatem vestram exigui temporis dilationem non moleste habituram, dum hic cœptum perficiatur opus, cujus gratia hæc impedimenta, ne proficiscar, nutu divino accidisse credendum certus sum: non enim est voluntas Dei ut ad praesens hinc abeam.
Spero autem brevi tempore adfuturum, quo ex voto Sanctitatis vestræ, Romam cum ampliori apostolatus ipsius satisfactione venire me licere. Quod si forte, nunc de rebus futuris circa Italiæ excidium et Ecclesiæ renovationem, a me publice prædicatis, Sanctitas Vestra certior fieri optat; ex libello quem modo imprimendum curavi, eadem plane scire poterit, et quamprimum perfectum erit opus. Sanctitati Vestræ mittendum, ad eam tradam: ex quo quidquid a me audire possit plenissime accipiet. Nec enim alia quæ in eo continentur mihi profari concessum: sola enim quæ præcepta sunt exposui; quæ autem in arca habenda sunt, nulli mortalium aperiri fas est. Illa autem edere scriptis procuravi, ut constet universo orbi, si minus eadem successissent, me falsum fuisse prophetam; si, vero, juxta pronuntiata evenirent, gratia agatur Deo Salvatori nostro, quod de salute nostra sollicitudinem habere ostendit; ut neminem, si fieri possit, perire velit in æternum.
Demum rogo Beatitudinem vestram, ut excusationes meas verissimas et manifestas admittat; ut sibi persuasum habeat me nihil magis optare, quam eidem parere et obsequi, et non me supra vires meas ulterius gravet. Egomet mihi stimulus ero, cum primum, sublatis justis impedimentis, satisfacere potero ipsi B. V., cui me humiliter commendo.
Ex Conventu S. Marci Florentiæ, ultima julii 1495.
XXVI.[575]
Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola.
Sanctissime et Beatissime Pater, Summe Pontifex.
In rebus perturbatis nostris, nostrisque periculis, nihilque profecto magis relevavit, magisque obstitit ne multo fierent res nostrae in dies deteriores; quam Fratris Hieronimi Ferrariensis præsentia atque opera, opitulante divina clementia, quæ hunc suum ad nos virum præmisit, miserata nostros casus, ne peiora pateremur. Is est, profecto, vir bonus, Beatissime Pater, cuius vita sancta est, inculpabiles mores, religio integra, doctrina admiranda; et quod, præter cætera, rapuit rapitque populum omnem nostrum ad audiendum hunc hominem observandumque, rerum est prædictio futurarum. In quibus, si aberravisset, scissemus ex Deo non fuisse illam prædictionem, sed ex vatis tumore confectam fabulam; ut et Moyses quoque in Deuteronomio populum monet docetque, quibus sit credendum futura prædicentibus. His vero effectum est rebus, ut ingens facta sit, ad hunc diem, eius in urbe nostra auctoritas; non solum quia et privatim et publice favit in rebus afflictis nostris; consuluit, perfecit divine, quamvis sunt nonnulli et fuerunt, qui ejus virtuti invidentes, atque adversantes nostris commodis, nunc vero nostrae saluti multa ad vestram Sanctitatem nefaria detulerunt, ut solent homines perversi ipsi, moribus, facere de bonis viris ipsi iudicium. Sed, nisi fallimur, nos esse debemus locupletiores testes, si apud nos diu aliqua vitæ macula magna cum admiratione virtutis, Deique virtutis, fuerint. Indigemus, Beatissime Pater, indigemus isto Viro Dei, atque eius prædicatione, qua civitatem nostram, ut hactenus et semper fecit, reducat ad meliorem, ut dicitur, vivendi frugem; maximeque ad serviendum Deo viventi. Nihil huic potest accidere populo quod ferat ægrius, quam eius carere prædicatione; nihil gratius quam ipsum audire.
Supplicamus itaque Sanctitati, Clementiæque vestræ, et populus universus noster humillime supplicat, porrigitque omnes præces, ut Pontificia benignitate liceat Fratri Hieronymo edocere, ut hactenus fecit, civitatem nostram, et juvare consilio. Si cum Deo sunt eius omnia opera, si prædicatio divina est, si fructus peperit hactenus in nobis maximos, et quæ, proculdubio maiores quoque in dies pariturus; erit id profecto Deo gratum. Summus autem inde Pontifex, non a nobis modo et populo omni Florentino; sed ab omnibus quoque hominibus meritas laudes gratiamque reportabit. Nobis certe hoc in tempore, dari nihil majus, nihil gratius, nihil acceptius a Sanctitate vestra clementiaque et benignitate potest.
Nos urbem et populum nostrum Sanctitati clementiæque vestræ humillime plurimumque commendamus.
Ex Palatio nostro Die 13 Novembris 1495.
XXVII.[576]
(Vol. I, pag. 367.)
Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati.
Frater HIERONIMUS fratri ANTONIO DE OLANDIA Priori Pratensi.
Venerabilis in Christo pater. Si impetrabitur licentia prædicandi pro me a Summo Pontifice, dabo vobis in predicatorem fratrem Dominicum de Piscia. Excitate ergo fratres et alios devotos ad orandum pro hac causa, quia res habet difficultatem; et si non impetrabitur, nescio qualiter vobis possim sufficienter providere de prædicatore. Ordinabo hic ut fratres post officium in mane cantent «Alma Redemptoris mater etc.»; post vesperas et post completorium consuetas orationes vestras «Ave Regina» et «Recordare.» Faciant etiam dicere post completorium septem psalmos pro hac causa. Ita ergo et vos facite, si vultis habere prædicatorem talem. Credo quod si ferventer oraverimus, impetrabimur a Domino gratias, et fiet magnum animarum fructum etc. Gratia Christi vobiscum. Amen.
Florentiæ, in die Purificationis M.CCCCXCV.[577]
Prior S. Marci.
(A tergo.) Venerabili in Christo patri fratri ANTONIO DE OLANDIA Ordinis prædicatorum. Priori conventus S. Dominici.
XXVIII.
(Vol I, pag. 418.)
Tre lettere al Duca di Ferrara.[578]
1.[579]
Ill.^{me} et ex.^{me} Dux.
Io mando alla S. V. el libreto nostro in lingua latina, a ciò che lei l’habia in l’una e l’altra lingua; benchè non sono discrepanti di sententie, se non in certo locho, dove nel latino agionsi certe parole, non però di molta importantia. Vero è che in qualche passo uno serà commento de l’altro. Non mi occorre scrivere altro al presente, se non che io mi riccomando alla Excellentia Vostra. Gratia Domini Ihesu cum Spiritu eius. Amen.
Florentiæ, die 29 octobris 1495.
Fr. HIERONYMUS servus Ihesu Christi inutilis.
Ill.^{mo} et ex.^{mo} domino domino Herculi Ferrarie Duci etc.
2.
Ill.^{me} et ex.^{me} Dux. Gratia Dei tecum.
Io mando alla Excellentia Vostra el libro de la Simplicità de la vita Christiana anchora inperfecto; tanto è il desiderio mio che la S. V. viva come perfecto cristiano, che io non mi sono curato di essere notato di cupidità di laude, pur che presto veda la patria mia terrena, per virtù di Vostra Excellentia, fare qualche fructo di spirito. Nientedimeno, perchè questa è la prima stampa,[580] e mia intentione è di lassarlo ripossare un pezo, e poi ritocharlo et emendarlo; prego la S. V. e quanto posso la astringo, che per modo alcuno non ne dia copia, nè lo presti ad altri: ma quando alcuno lo volesse vedere, lo lega con la Excellentia Vostra, o ne la camera vostra. E se non mi fidasse in questo ne la V. E., haveria prima chiesta una litera di fede, e poi l’haveria mandato: ma tanta è la fede che io ho in essa, che credo che la observerà quanto li scrivo, insino a tanto che piacerà a Dio di publicarlo. Et se alcuno facesse, legendolo, qualche obiectione, prego quella che si degni per maestro Ludovico da li Carri farmelo a sappere, a ciò che possiamo respondere. E perchè molto si vano appropinquando le tribulation de la Italia, anzi di tuta la Christianità e di tuto el mundo, dipoi le quali verrano le consolatione; conforto Vostra Excellentia ad essere solicita a le cose divine, perchè non habiamo altro rifugio che Dio; e maxime a purgare la città da’ cativi homini, e mettere li officii in mano de li boni, et a loro dare potestà, e torla a li cativi et infami, perchè questi provocano l’ira di Dio grandemente. Noi qui siamo li primi tribulati, e seremo anche li primi consolati. Pensi la E. V. se Firenze, la quale è piena di moltitudine di boni Christiani, e la quale in questo, così in merito come in numero, excede grandemente ciaschuna città d’Italia, è tanto afflicta; quanto seranno tribulate le altre. Dice San Pietro: Tempus est ut incipiat iudicium a domo Dei: si autem primum a nobis, quis finis eorum qui non credunt Dei evangelio? Chi serà amico de Dio riderà in mezo le persequtione; ma guai a quelli che non temeno Dio. Pax et gaudium in Spiritu Sancto sit in corde tuo, domine mi. Amen.
Florentiæ, die 10 ianuarii 1496.
Servus Ihesu Christi inutilis Fr. HIERONYMUS de Ferr.
Ill.^{mo} et Exc.^{mo} domino domino Herculi Estensi, duci Ferrarie et Mutine etc.
3.
Ill.^{me} et exc.^{me} Dux.
La electione del Ministro de Dio a me è stata sempre monstra conditionata; et insino a questa hora presente non ho visto di lui alcuna riprobatione. Di queste cose non si può pigliare se non tanto quanto Dio dà, et a quello ci bisogna stare contenti. Onde è scripto: Altiora te ne quesieris, et fortiora te ne scrutatus fueris. Et lo Apostolo: Non sapere plusquam oportet sapere, sed sapere ad sobrietatem. Il nostro Signore Dio vuole che noi stiamo in timore et in humiltà; e che si confidiamo in lui, non nelli homini: col quale se noi seremo dacordo, non ci bisogna temere cosa alcuna, dicendo el Spirito Sancto nelli Proverbii: Cum placuerint Domino viæ eius inimicos quoque eius convertet ad pacem. La Excellentia Vestra non imputi a negligentia la tardità del rispondere a quella; ma al desiderio di satisfargli a pieno, per el quale ho facto oratione molti giorni. Hora non ho potuto altramente rispondere che come la lege in questa carta. Gratia et pax domini nostri Iesu Christi sit semper vobiscum, amen. A V. S. mi ricommando.
Florentiæ, die 29 augusti 1497.
Servus inutilis Ihesu Christi Fr. HIERONYMUS de Ferr.
Ill.^{mo} ac exc.^{mo} domino domino Erculi Estensi, Ferrariæ Duci etc.
XXIX.
(Vol. I, pag. 449.)
Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova Congregazione Tosco-Romana.[581]
Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Reformationi et augumento vestræ sacræ religionis, pro ut tenemur favorabiliter attendentes, quæ omnium conditori gratissima, et pie devotioni fidelium accepta est et fructuosa: libenter ad illa intendimus, per quo utiliter et salubriter valeat provideri, quod laudabiliter ritus, mores et observantia regularis in omnibus domibus vestri ordinis, continue vigeat et prosperum suscipiat, adiuvante Domino, incrementum. Huiusmodi, igitur, pio desiderio inducti, ac sperantes quod si Domus S. Mariae de Querqua æxtra muros Viterbienses, S. Spiritus de Senis, S. Catherine de Pisis, S. Sabine de Urbe, nec non S. Dominici de S. Geminiano ordinis vestri, quæ congregationi Fratrum Lombardiæ unitæ et incorporatæ aliquandiu permanserunt, si a congregatione predicta et illius vicarii et prælatorum in presentia separarentur, ac statueretur quod tam predictæ quam etiam alie Domus vestræ, S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Dominici de Perusio, S. Dominici Cortonensis, S. Agnetis Montis Politiani, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Mariæ de Saxo nec non S. Dominici Pratensis, et S. Romani de Luca et S. Dominici Pistoriensis vestri ordinis Domus, et vos nunc et pro tempore degentes in eis, Priores et Fratres, unam aliam congregationem in vicem fratrum Romanæ et Thusciæ provinciæ, ex more dicti ordinis nuncupandam, sub unius proprii vicarii degentium, constituere exinde profecto salubris propagatio ritus et mores observantiæ regularium instituere dicti ordinis domibus, et eorum fratribus proveniret. Præsertim cum dictæ Domus invicem in magna existant propinquitate, et commode a suo vicario visitari, Fratresque in ipsis degentes ad eum faciliter sese conferre, et suis opportunitatibus subvenire possunt, juxta vestrarum seriem costitutionum.
Motu igitur proprio, non alicuius nobis oblate petitionis instantia, sed de nostra mera liberalitate et ex certa scientia, S. Mariæ de Querqua, S. Spiritus Senensis, S. Dominici de S. Geminiano, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe domus, et vos nunc et protempore degentes in eis Priores et fratres, a congregatione predicts Lombardiæ et illius vicarii et Prelatorum obbedientia segregamus et separamus. Nec volumus per hoc detrimentum aliquod sive damnum gravari aut quoquo modo provenire præfatis domibus. Ac etiam apostolica autoritate statuimus, ut de cetero, perpetuo futuris temporibus, tam prefatæ S. S. C. per nos a dicta congregatione separatæ, quam aliæ domus predictæ in dicta Romana et Thuscia provincia consistentes; et vos nunc et protempore in eis degentes Priores et Fratres, insimul unam novam congregationem fratrum regularis vite observande Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupandam constituatis, Magistroque Generali et unius eiusdem congregationis Vicarii obbedientiæ subiciamini, qui hac prima vice, per venerabilem fratrem nostrum Olivierum episcopum Sabinensem, cardinalem Neapolitanum, cum consilio dilecti filii Generalis Magistri Vestri ordinis, pro biennio nunc proxsimo futuro, deputetur; et huiusmodi biennio illasso statim ab officio vicariatus censeatur absolutus, et singulis biennis perpetuis suis temporibus, a prioribus et sociis et aliis electoribus juxta formam Constitutionum vestri ordinis, positam in capitulo de electione prioris provincialis, eligatur: quæ electio per Magistrum Generalem confirmetur nec alius Vicarius possit institui; nisi qui sit per Congregationem prima vice et legiptime electus, ipseque vicarius in dictæ congregationis domos, et illarum Priores et Fratres, pari quam prior provincialis in domos et fratres suæ provinciæ, superioritate, jurisdictione et preheminentia ac potestate fungatur. Et quolibet anno, priores dictarum domorum cum eorum sociis ad congregationem vocare et dictas domos et in eis degentes Priores et Fratres, vel legiptime impeditus per alium in capitibus et membris visitare teneatur et debeat: nec possit in sui Vicariatus officio, finito biennio, quoquomodo confirmari, aut de novo in Vicarium eligi infra biennium, tunc proxime futurum. Nec etiam interim, ab officio sui vicariatus, nisi per eamdem congregationem absolvi, aut eidem congregationi alius qui per congregationem ipsam electus in vicarium vel vice vicarium, sive locum tenentem eius: aut sub quovis alio nomine eiusdem congregationis præfici. Quod si contingat ipsum in vicariatu suo ab hac vita migrare, tunc Prior Domus S. Mariæ supra Minervam vices eius in omnibus obtineat, teneaturque infra menses sex vocare Priores antiquorum domorum dictæ Congregationis, de quorum consilio determinabit quando prefata electio fieri debeat, et quousque alius electus fuerit et confirmatus, eius autoritate in omnibus fungatur. Ipse vicarius tamen et electos confirmet.
Mandamus insuper, et districte precipimus in virtute S. obbedientiæ universis et singulis fratribus ad dictas domos quoquomodo pertinentibus: et qui de dicta provincia sint oriundi ad ipsam Congregationem Thusciæ et Romanæ provinciæ, omni excusatione postposita, illico revertantur; nec aliquis Frater ipsius Congregationis inde discedere possit, absque ipsius Vicarii expressa licentia. Concedimus preterea motu et scientia simillibus vicario, Domibus et Fratribus dictæ Congregationis Romanæ et Thusciæ Provinciæ et qui pro tempore erunt, ut omnibus et singulis prorogativis, privilegiis, gratiis, immunitatibus, et donis ac indulgentiis et indultis spiritualibus et temporalibus congregationi præfate Lombardiæ et illius Vicario domibus et Fratribus per nos in genere et a Sede Apostolica vel alias quomodolibet concessa: et quibus Congregatio predicta et eius vicarii domus et fratres ingenere utuntur, potiuntur et gaudent, ac uti imposterum poterint et gaudere, uti, potiri, gaudere libere et licite valeant. Proinde ac si pro ipsa Congregatione Romanæ et Thusciæ provinciæ, ac illius Domorum vicario et fratribus eque principaliter emanassent, quibus etiam salvis, non intelligatur per ea derogatum superioritati Magistri vestri ordinis Generalis et vestræ in eum subiectioni, non obstantibus costitutionibus et ordinationibus apostolicis, ac dictæ congregationis Lombardiæ, aut alicui ex prioribus et domibus prædictis Romanæ et Thusciæ provinciæ, concessis literis etiam in forma brevis, et privilegiis quibus illa est, si de eis eorumque totis tenoribus de verbo ad verbum, sive quavis alia expressio habenda est et in eis quævis clausulæ derogatariarum derogationis fortiores et insolitæ continerentur in his præsentibus, pro expressis habentes ac vice dumtaxat illis alias in suo loco permansuris. Quoad premissa specialiter et expresse derogamus ceterisque contrariis quibuscunque. Volumus insuper, et præsentium tenore, in virtute S. obbedientiæ districte precipiendo, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna mandamus universis et singulis cuiuscumque conditionis, status, dignitatis, gradus existentibus; quatenus præsentibus nostris literis nullo modo, per se vel per alium, directe, vel indirecte seu quovis titulo aut quesito colore, condicere, sive impedimentum prestare audeat aut praesumat, decernentes etiam irritum et inane si secus supra premissis aliquorum premissorum scienter vel ignoranter a quoquam contingent detentari. Datum Romæ, apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris. Die VII novembris 1496. Pontificatus nostri anno VI.
Dilectis filiis S. Mariæ supra Minervam de Urbe, S. Mariæ ad Gradus Viterbiensis, S. Mariæ ad Quercam extra muros viterbienses, S. Spiritus Senensis, S. Catherinæ de Pisis, S. Sabinæ de Urbe, S. Dominici de S. Geminiano, S. Marci de Florentia, S. Dominici de Fesulis, S. Dominici de Pistorio, S. Dominici de Prato, S. Romani de Luca, S. Agnetis de Monte Politiano, S. Dominici de Perusio, S. Marie de Saxo, Prioribus et Fratribus cum eis degentibus.
XXX.
(Vol. I. pag. 355-414.)
Lettera del Savonarola al Duca di Milano.[582]
Ill^{me} et Excell^{me} Princeps. Visto quanto la Ex^{tia} V. per sue lettere gratiosamente mi risponde, dico ch’io non ho puncto a dolermi ch’essa habia improbato quello che saria da improbare, quando così fosse, cioè che io aveva dicto absolutamente non essere da obedire al Pontefice; al che repugnano tutti li sacri canoni, secundo li quali io mi sono sempre governato. Secundario, ch’io sia uscito della religione in la quale più presto mi sono[583] sforzato confirmarmi et restringermi, seguendo la vera istituzione dei nostri fundatori. Ma come queste cose sono riferite distorte et non vere alla Excelª V., cusì so gli debano essere porte delle altre vanitate, cioè ch’io abia sparlato di quella, per darmi caricho; et questa fu la causa che me indusse a scrivere a V. Celsitudine, adciò la non si tenesse offesa in alcun modo da me, cum sit ch’io gli sia affezionato, et desideri el ben suo et de tuti gli altri principi Christiani.
Circa la nostra universale amonitione a far penitentia, io non ho a far iudicio particulare; ma essendo la Excelª V. de quelo animo et timore verso Dio, che la scrive, ne ho grande piacere, et cusì la exorto a seguire; et non essendo meglior judice de se, che la coscientia propria, non besogna a quella altro ricordo, se non a fare quanto gli dicta la ragione, et perseverare di bene in meglio; perchè in questo modo Dio la prospererà et conserverà di continuo: et ad epsa mi raccomando.
Ex conventu S. Marci Florentiæ die XXV Aprilis 1496.
Servus Jesu X^{ti}
XXXI.
(Lib. III, Cap. VI.)
Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola.[584]
1.
Canzone prima, senza titolo.
O anima cechata, Che non trovi riposo; Tu se’ da Dio odiata, Pel tuo viver vitioso; Jesu Cristo tuo sposo Tu hai perduto. Non chiedo aiuto, Nè pace nè mercè: Omè omè omè. Tu senti forse..... segni, A Prato e a Bibona; E perchè tu non degni Di credere a persona, La mente tua è prona A ogni vitio. Ecco el supplicio Che presto vene a te: Omè ec. Vidi l’Italia in guera, E la charestia grande; La peste Idio dissera, E suo iudicio expande: Queste son le vivande De la tua vita Cieca e smarita, Per la tua pocha fè: Omè ec. Astrologi e Propheti, Homini docti e sancti, Predicatori discreti Tan predicti i tuo pianti; Tu cerchi soni e canti, Perchè sei, stolta, Nei vitij involta. In te virtu non è: Omè ec. De mille gratie e doni Che Dio ha conceduti, E quanti pensieri boni Nel cor ti suon venuti, Quanti divini aiuti; Ma tu ingrata, Sei obstinata E ne laccidia se’: Omè ec. Ricori a Jesu Cristo Et a la madre pia; Lassa el costume isto E la tua mala via; La Vergine Maria Piena di gratia, Mai non si sacia Pregar Idio per te: Omè ec.
2.
DE ASCENSIONE DOMINI JHESU.
Questa Acquila gentil che se disparte, Et al Ciel va del suo triompho altiera; Poi che passata havrà la quarta spiera, So che in la quinta non staria cum Marte. E se io me fido ne le sancte carte, Di tanto honor l’octava non se spiera; Ma de lo empyreo vargarà ogni schiera E prenderà la più beata parte. Spirto gentil de la Cita superna, Che fai, oimè, che pensi, hor mai che miri? Questa è pur nostra altissima speranza. Homo è (chil nega?) e tutto el ciel governa, E tal triompho porta di Martyri, Che ogni splendor di Cherubin avanza.
3.
DE ASSUMPTIONE VIRGINIS MARIA, AD FRATREM JOANNEM DE ASCLA, ORDINIS PRÆDICATORUM.
Questa celeste e gloriosa Dona, Che al mondo già parea si pocha tera, Ogi so ben che va sopra ogne spera: Così fra noi la Chiesa ne ragiona. Quel che la fa di Seraphin Madona, Che da lei prese humana carne vera, E tutto el Ciel discende, a schiera a schiera, Per fagli honor e dargli la corona. Qual gloria, qual triompho, o dolce frate, Si fa del peregrino suo salire, Ne lalto Ciel da quei legiadri spirti? Felice quel, Regina, che po’ dirti Un hymno dolce qual, io non so dire, E po tochar le vesti toe beate.
4.
L’ANIMA TEMPTATA CONFORTA SE MEDESIMA.
Giù per la mala via Lanima mia ne và. S’ella non ha soccorso, Presto morta sarà. El Demonio l’angana, Con la sua falsità; El senso le promette Ogni piacer che ha; El mondo anchor l’anvita A far la........... L’anima mia temptata Or chi laiuterà? Aiutate meschina, Col don che Dio te dà. Tu hai libero arbitrio Che meritar ti fa; Ricorri a Jesu Cristo, Conficto in croce sta: Se tu ’l preghi humilmente La gratia li darà. Habbi fide e speranza Che forte ti farà: Tu non puoi esser vinta, Senza tua voluntà: Più potente è la gratia, Che ogne adversità: Pensa ben de la morte, Che presto ne verrà: Contempla un po’ l’inferno, Pien de penalità: Risguarda el paradiso, Con sua giocundità: Accenditi in fervore, Pien d’ogne carità; E poi ogne faticha, Più lieve ti parrà. Iesu tuo dolce sposo, Alhor t’abraccierà, Darati il bacio suo Pien di suavità. L’arra di vita eterna, La mente gusterà; Giubilo contento e festa Il tuo cor sentirà; Cantando amor amore, Amor soma bontà. Va, dunque, per la strada Che Dio mostrato t’ha. Laudando un solo Dio In Sancta Trinità.
5.
DE L’AMOR DI JESÙ.
Ben venga amore, Ben venga amore, I’ ti sento nel cuore. Pensando la tua gratia Di venir in me vile, L’anima mia si sacia Di te, amor gentile. Deh! fammi esser humile, Per tua gratia et honore. Ben venga amore ec. Rinfrescha a la mia mente Li tuoi gran benefitij; Acciò ch’io sia fervente In tuti i sancti officij, Deh! spengi li miei vitij, Col tuo lume e splendore. Ben venga ec. Quanto più ti contemplo, Iesu, dolce mio padre, Più fai del mio cor templo, Con tue gratie leggiadre; Per la tua vergin madre Perdonarne ogne errore. Ben venga ec. Tu sei mio padre e Dio, Tu sei mio bon fratello, Tu se’ lo sposo mio, Tu se’ l’amor mio bello; Tu sai che tu se’ quello Ch’io chiamo a tute l’hore. Ben venga ec. Come può star la sposa Senza te, dolce sposo, Se non trista e penosa, Con l’occhio lachrymoso: Iesu mio gratioso, Donami el tuo fervore. Ben venga ec. A te honor e laude, Altro non so me dire; Per te l’anima gaude; Tu se’ mio dolce Sire: Non mi lassar morire Senza te, dolce amore. Ben venga amore ec.
6.
IN NATIVITATE DOMINI.
Ecco il Messia, Ecco il Messia E la madre Maria. Venite, alme celeste, Su da gli eterni chori; Venite e fate feste Al Signor di Signori; Vengha e non dimori La somma hyerarchia. Ecco il Messia ec. Venite, Angeli sancti, E venite sonando; Venite tutti quanti, Iesu Cripsto laudando E gloria cantando, Con dolce melodia. Ecco il Messia ec. Patriarchi venite, Venite festeggiando; Levata è via la lite, Chacciato v’ha di bando; E venite lodando La vergine Maria. Ecco il Messia ec. Venitene, propheti Ch’avete prophetato, Venite tutti lieti; Vedete che ’l gli è nato, Et a nui è donato El piccolin Messia. Ecco il Messia ec. Pastori pien di ventura, Che state vui a veghiare? Non abiate paura, Sentite vui cantare, Correte ad adorare Iesu cum matre pia, Ecco il Messia ec. Vui el trovarete nato, Fra el bue e l’asinello, In vil pani fasciato, E già non ha mantello: Ingienochiativi a quello Et a Sancta Maria. Ecco il Messia ec. E’ magi son venuti Da la stella guidati, Con loro richi tributi, In terra ingienochiati E molto consolati, Adorando il Messia. Ecco il Messia ec.
7.
ALLA BEATA VERGINE.
Vergene, tu mi fai, Orando, a te venire; Perchè non resti mai Per me pregar el Sire: O carità, somma pietà; Chi non ricorre a te, Niente fa. Io vego chiaro e vero, Che ogn’omo è orbo e cieco, E pargli el biancho nero Chi non s’acosta techo. O charità ec. Tu sei certa speranza Di tuti gli hom mundani; Ch’in te non ha fiducia Si vol volar senza ale. O charità ec. Se ’l non fusse el to’ fructo, Noi saremo damnati; Ma gli è el tuo figliol tucto Che c’ha recomperati. O charità ec.
XXXII.
(Lib III, Cap. VI.)
Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici.[585]
1.
Die XXXI mensis Augusti 1495.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Habita notitia, qualiter in ecclesia sancti Marci de Florentia fuerunt et sunt nonnulla volumina variorum auctorum, et multa et varia in se continentia, et multum notanda, utilia profecte atque optime emendata, quae olim fuerunt Laurentii de Medicis et eius hæredum, sive eorum alumnorum et pedagogum ac preceptorum; et iudicantes Domini predicti, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa habere, retinere ac custodire penes se et in palatio dicte dominationis, tanquam memorie digna et notabilia, ac fere singularia; idcirco servatis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc., omni meliori modo etc., deliberaverunt:
Quod omnia illa volumina librorum, cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei sint, et quorumcumque auctorum, que a venerabili religioso patre priori Sancti Marci de Florentia,[586] domino Georgio Antonio Vespuccio proposito fiorentino, domino Marsilio[587] et domino Olivierio canonicis florentinis, domino Joanne Victorio de Soderinis, magistro Laurentio de Lorenzis et domino Lascari greco, et aljs eligendis per sindicos dictorum de Medicis; electa, excerpta et designata erunt pretiosiora et digna memoratu ac custodia secundum eorum iudicium, deferantur et deferri debeant quanto citius fieri potest in et ad palacium dominationis. Ibidemque, facto prius de eis claro et aperto inventario, custodiantur, clausa in uno cassone sive armario, vel alio loco ydoneo, ad id commodato in dicto palatio pro custodia et manutentione ipsorum, de quo loco extrahi minime possint, nisi precedente deliberatione et partito Dominorum pro tempore in officio existentium, sub pena indignationis dictorum Dominorum etc. Mandantes, etc.
2.
Die XVIIII mensis Octobris 1495.
Item dicti Domini simul adunati etc.
Attendentes quodam partito et deliberatione, per eos factis, sub die XXVI mensis septembres proxime preteriti, de quibusdam voluminibus librorum existentium in ecclesia Sancti Marci de Florentia, que fuerunt olim Laurentii et Pieri de Medicis, et que fuerunt, ad petitionem et instantiam dictorum dominorum, de dicto conventu ad latus ad palatium et domum[588] dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis; et alijs visis et consideratis, in dicta deliberatione et partito contentis; et considerantes dicti Domini, dicta volumina librorum esse variorum et diversorum auctorum, et multum pretiosa, et varia in se continentia, et multum notanda, utilia et fere singularia atque optime emendata, que olim fuerunt Laurentij de Medicis et eius heredum; et iudicantes dicti Domini, summo decori et ornamento esse reipublice florentine, illa conservare et illorum custodiam et curam gerere, tanquam memorie digna notanda ac fere singularia; idcirco dicti Domini, servatis servandis etc., et obtempto inter eos partito, secundum ordinamenta etc.; omni meliori modo etc., deliberaverunt etc.
Quod omnia illa volumina librorum cuiuscumque generis, qualitatis, quantitatis vel maneriei, et quorumcumque auctorum sint, videlicet que revera erant dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, que ad presens sunt in domo dicti Pieri de Medicis; et tam illa que de ecclesia sive conventu Sancti Marci fuerunt extracta et ad domum dicti Pieri de Medicis, cuiuscumque generis et maneriei existant; debeant consignari et deponi in dicto capitulo et conventu venerabilium fratrum Sancti Marci, tanquam in tutiori loco, et apud religiosos viros honeste et laudabilis vite et sanctitatis, et de quibus omnibus, una cum alijs libris qui remanserunt in dicto conventu, qui non fuerint adlati ad domum dicti Pieri, debeat fieri inventarium, quanto citius fieri potest, cum ydoneis et fide dignis testibus; cuius quidem inventarij unam copiam debeat retinere (una cum libris dicti olim Laurentij et Pieri de Medicis, qui remanserunt in dicto conventu, antequam inde delati fuerint ad domum dicti Pieri) penes se Vexillifer iustitie, qui pro tempore fuerit; aliam vero dicti fratres capitulum et conventus Sancti Marci predicti. Que omnia volumina stare debeant in dicto conventu, loco depositi, et ad petitionem dictorum Dominorum et eorum qui pro tempore erunt et tamquam obligata et ypotecata, pro infrascripta quantitate pecuniarum dictis fratribus capitulo et conventui; deinde extrahi nullo modo possint, sine partito dominorum et collegiorum et duarum partium ex eis pro tempore existentium.