← La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2)

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) (part 2 of 3)

Part 2 of 3 · Villari, Pasquale · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #78881, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) (part 2 of 3)

Et quoniam dicti fratres, capitulum et conventus, per medium quorumdam civium, commodaverunt, sive gratuite mutuare fecerunt officialibus Montis comunis Florentie summam et quantitatem florenorum duorum milium largorum de grossis, pro necessitatibus ipsius comunis, quam quantitatem commodare sive mutuare fecerant ipsis officialibus Montis pro tempore et termino unius anni proxime futuri; idcirco, dicti Domini deliberaverunt quod, per dictos officiales sive pro tempore existentes, debeant dictis fratribus, capitulo et conventui, sive illis quibus dictis fratribus capitulo et conventui visum fuerit, solvi et reddi dicta quantitas florenorum duorum milium largorum de grossis, dicto comuni sic mutuata, hac lege et conditione, quod si infra dictum tempus et terminum dicti anni, non fuerit per eos ad quos pertinebit de dicta quantitate florenorum duorum milium, dictis fratribus, capitulo et conventui, vel dictis hominibus et personis quibus visum fuerit dictis fratribus capitulo et conventui, integraliter solutum et satisfactum de dicta summa et quantitate quod tunc, et eo casu, et lapsu dicto anno, et postea quandocumque liceat dictis fratribus, capitulo et conventui, quandocumque illis visum fuerit, de dictis libris vendere tot et tanta volumina quod eis satisfiat usque ad integram satisfactionem dictorum florenorum duorum milium de grossis, vel de eo minus de quo minus restarent creditores; facta tamen primo dictis Dominis, qui pro tempore erunt, requisitione et protestatione dicte venditionis per dictos fratres, capitulum et conventum per XV dies ante dictam venditionem et, elapso dicto anno quandocunque et facta huiusmodi venditione, dicti fratres, capitulum et conventus teneantur facere dicto comuni Florentie finem generalem etc. Mandantes etc.

3.

Die XXIIII mensis Januarij 1496.

Prefati Domini simul adunati etc.

Attendentes qualiter, sub dic xviiii mensis Octobris 1495, vel alio tempore veriori, per tunc magnificos Dominos populi et comunis Florentiæ, fuit facta certa deliberatio occaxione librorum, qui olim fuerunt Laurentii Pieri de Medicis, qui exportati fuerunt, ut dicitur, de dicta domo olim Laurentii, ad Conventum Sancti Marci de Florentia; quod dicti libri tandem remicterentur, et exportarentur, et reducerentur ad eamdem domum, unde fuerunt extracti: et attendentes, quod postea dicti libri et volumina librorum devenerunt ad manus fratrum Capituli et Conventus Sancti Marci de Florentia predicti, cum certis conditionibus pactis et modis, et inter alia quod dicti fratres et seu alius vel alii, pro eisdem fratribus, mutuarunt officialibus Montis gratis et amore florenos 2000 largos de grossis, per tempus et terminum unius anni, tunc proxime futuri, et cum pacto quod, elapso dicto anno, dicti fratres vel alius et seu alij pro eis, possint eisque liceat vendere de dictis libris, tot et tantos, quod ipsi possint sibi ipsis satisfieri et consequi et habere dictos florenos 2000 largos de grossis: et hoc post xv dies a die notificationis factæ per dictos fratres, elapso dicto anno, Dominis civitatis Florentiæ pro tempore in officio existentibus, prout predicts et alia plura, sic vel aliter plenius et latius dicuntur contineri in dicta deliberatione et partito, ad quam et contentos habeatur relatio.

Quapropter prefati Domini, obtento inter eos partito, secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; auditis, tamen, prius duobus ex fratribus dicti Conventus Sancti Marci exponentibus, ut dixerunt ipsi Domini, quatenus ipsi fratres vellent rehabere dictos florenos 2000 largos, vel de dictis libris facere ea que continentur in dicta deliberatione, et arbitrantes; predicta debere fieri per eosdem Dominos.

Ideo prefati Domini declaraverunt dictos fratres, capitulum et conventum, paruisse et observasse omnia ea ad que tenebantur, et obligati erant, vigore dicte deliberationis et partiti; et eosdem fratres posse facere et disponere, vendere et alienare de dictis libris, eo modo et forma, et prout et sicut in dicta deliberatione continetur, et scriptum est et apparet, et per dictos fratres nil aliud debere observari in predictis, ac si requisitio et alia, de quibus in deliberatione fit mentio, legittime et debitis temporibus facta esset.

Confidentes de honestate et mira sanctitate dictorum fratrum et eorum gubernatorum etc. Mandantes etc.

XXXIII.

(Lib. IV, Cap. I e III.)

PROCESSO DI LAMBERTO DELL’ANTELLA.

1.

Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella, per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella scarsella, quando fu preso l’anno 1497.[589]

Eximio Domino e Magnifico mio honorandissimo. Ricevetti la vostra de’ 20 passato, risposta a più mia, e della causa principale più volte scrittavi, mi rendesti risposta. La quale cosa a mio fratello et a me è suta grandissima consolazione, per intendere che habbiamo qualche verso a’ casi nostri; et come dite che io faccia con la penna, così farò et, in tutto, seguirò vostro ordine.

M. Francesco: mio fratello et io siamo di cotesta patria ribelli per un capo solo, e questo si è, per l’amicizia e per le opere fatte verso Piero de’ Medici e fratelli contro questa repubblica; chè di niente del passato ci vogliamo scusare.

Ma non sendo in noi altro peccato, a questo vogliamo riparare, et altrimenti che dir peccavi, ma con l’opere; che se verso loro abbiamo operato una oncia, per la salute loro; vogliamo, per la rovina e ultima loro distruzione, operare cento libbre, ne’ modi e vie che per questa si dirà: ma prima vogliamo intendiate la causa che a questo ci muove.

E prima: da mezzo settembre, sarà un anno in qua, da quella venerabile testa di Piero de’ Medici siamo suti trattati in modo, che non che, sendo noi amici suoi e chiamati da lui come fummo; ma, se fussimo stati i maggiori nimici che havesse havuti in questo mondo, più non ci poteva perseguitare; e per ultimo, il dì del Corpus Domini, addì 25 di maggio, qui in Siena, la notte, nel letto fece pigliar noi e un nostro garzone, e subito fummo incarcerati e messi ne’ ferri. Pure subito ne fummo cavati, perchè fu detto a Pandolfo Petrucci,[590] et a lui n’increbbe, e fececi mettere in un altro luogo dove stemmo pure prigioni, ma più honorevolmente. E quivi stemmo dodici giorni, e più volte, per staffetta, mandò quella iniqua bestia, per farci perder la vita, e farci gittare in un certo luogo che si chiama il Carnaio, che mai più non se ne rivede, se non l’ossa di chi v’entra: si veniva per la nostra fatica e fede; ma tutto volontà di Dio per farci ravvedere.

In capo di dodici giorni, se ne volemmo uscire; avemmo a fare un contratto, dove ci obbligammo M. Alessandro ed io, in forma cameræ, alla pena di f. 2,000, di non ci partir di Siena o del contado, senza licenza e volontà di Pandolfo Petrucci: e tutto fu fatto per sospezione che non ci venissi voglia di vendicarci. E nel detto contratto, M. Alessandro, oltre all’obbligo in forma cameræ, s’hebbe a far procuratore Pandolfo Petrucci a rinunziare il benefizio di S. Romulo, qualunque volte lui o io ci partissimo, senza licenza sua, di Siena; allora lui lo potessi renunziare. El detto contratto fu fatto in prigione, e così in detto contratto si dice che fu fatto in prigione, et come sostenuti a stanza di detto Pandolfo Petrucci, et a lui ci obbligammo, che si mostra forzato.[591] A questa cosa desidererei, Vostra Spettabilità ci facessi intendere, se questo contratto forzato e fatto in prigione, et nomina l’esser fatto in prigione, è valido o no; chè non sendo valido, piglieremo qualche partito.

Del detto contratto habbiamo voluto copia, mai l’abbiamo potuto havere, perchè Pandolfo non lascia.

Questa presente lettera ho fatto pensieri vi presenti la Lisabetta mia donna e vostra sorella; e, benchè lei sia in villa, credo piglierà de’ modi e vie. E se pure non l’appresenterà lei, vedrò farvela dare per mano d’altra persona fidata; e così è di nicissità fare, rispetto che di qualche altra lettera che v’ho scritte di qui, come si sia suto, n’è suto dato qui notizia a Giacopo Petrucci, et è stato per farci male capitare. Ho dubbio che tale avviso non venga da Marco Fantoni, vostro compagno de’ Dieci, perchè la donna di Giacopo è sua sorella o carnale o cugina; per tanto di questa o d’altra abbiate advertenza, come con lui conferite; anzi in tutto da lui vi guardate, et per più conti. Chi vi presenterà questa, richiederà la risposta.

Per venire a qualche effetto et conclusione, e per mostrarvi che mio fratello ed io non vogliamo esser più amici di Piero de’ Medici; anzi in tutto nimici capitali et maggiori che egli abbia in questo mondo, perchè così vuole ragione, chè quanto più il vino è dolce tanto più diventa forte; se si può trovar qualche via o modo, che noi possiamo star costì o nel contado o in qualche luogo che noi possiamo parlare, e non stiamo in pericolo, come al presente facciamo; che qui per rispetto del contratto ci bisogna stare; se altro modo non ci è: pure, se voi et gli altri che reggete e governate cotesto Stato, vorrete, non fo dubbio che non troviate assai modi; chè se questo farete, da noi harete la salute vostra, perchè tutte le sottoscritte cose vi faremo intendere.

E per farci nel principio: vi faremo intendere chi seppe tutta la partita dell’Alfonsina,[592] et chi la servì di danari, et chi gnene mandò poi a Siena.

Costì in Firenze è uno che recò le gioie che mandò la contessa a l’Alfonsina, prima si partissi di Firenze l’Alfonsina; et sappiamo chi gli è e chi le detti loro, cioè alla contessa o all’Alfonsina; che questo tale servì poi a molte cose come intenderete qui di sotto.

Farovvi intendere di due che servirono di qualche centinaio di fiorini Piero e Giuliano, per la impresa che fece poscia col Sig. Virginio.[593]

1º Se ritroviamo quello che portò le gioie sopraddette, che credo di sì, perchè so il nome e so di chi gli è huomo et quello che gli fu dato dalla Contessa e dall’Alfonsina; troverete per suo conto molte cose, perchè più volte è venuto a parlare a Piero et all’Alfonsina dove sono stati, et massime quando il Sig. Virginio era con Piero, recò una lettera che la vidi io. Chi se la scrivessi non so; ma la sollecitava Piero che passassi innanzi, et Piero rispose et la risposta vidi: di modo si può appresso interpetrare chi la mandassi, considerato di chi è uomo et quello che diceva la proposta et la risposta, che tutto so. Ma havendo lui, come credo sia facile haverlo, tutto si intenderà; e non potendo haver lui, si può havere il principale, perchè per molti altri capi è impaniato, come al tempo potrete intendere.

2º Farenvi[594] intendere chi sconosciutamente de’ vostri cittadini è venuto a parlare con Piero, e di più d’uno, et più volte, e dove e quando, e di qualcuno il dì appunto.

3º Farenvi intendere di chi, non molto tempo fa, ha mandato due fortieretti pieni di cose sottili e di gran valuta, che gl’ha tenuti un tempo occulti.

4º Farenvi intender chi spacciò di costì una staffetta, la domenica mattina che fu tratto Bernardo del Nero Gonfaloniere di Giustizia et sua compagni; et vedrete che gli fu dato l’ordine a Piero che venisse, et quello havessi a fare; ma tutto governò, come fa et ha fatto dal dì primo che nacque per infino a ora, l’altre sue cose; che se faceva secondo l’ordine, mal per voi et per cotesta povera città.

5º Farenvi intender chi mandò uno a Roma, et chi egli era, et quando partì di costì, et quando egli arrivò a Roma, et quello che venne a fare; chè, infra l’altre cose, venne a sollecitar Piero che venisse a l’impresa, et che facesse certe altre cose che tutto so; perchè questo tale parlò prima meco che con Piero o con altri: et di tale venuta ne seguì certe cose, che potrebbe un dì partorir qualche gran male, se non ci riparate, et io tutto so.

6º Farenvi intender chi servì dei primi danari, per questa impresa ultima, che venne qui a Siena, prima che venissi Piero, che gli recò[595] il Protonotario Petrucci, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.

7º Farenvi intendere a chi fu mandato lettera da Giacopo Petrucci, il lunedì dopo la domenica di Lazzaro; et per detto Giacopo fu mandato a chiedere a questo tale a chi gli scrisse, uno fidato, et credo che lo mandasse, ma non so chi.

8º Farenvi intendere a chi fu dato, il sabato santo, lettere mandate qui da Siena dalla Contessa; ma credo fussino lettere di Piero, et dettonsi il sabato santo, la notte, o vero la mattina di Pasqua innanzi giorno.

9º Farenvi intendere chi venne costì, subito che Piero arrivò qui a Siena, et a chi e’ parlò per parte di Piero, et con che contrassegno, et quello gli fu risposto, et quello che lui per parte di Piero propose.

10º E per farvi in tutto manifesto che di Piero de Medici, mio fratello ed io vogliamo in ogni parte esser suoi nimicissimi; oltre alle soprascritte cose, se voi altri nostri Sig. et Maggiori ci ordinate qualche luogo, dove noi possiamo star senza sospetto, che e’ non ci faccia mal capitare, come potrebbe far qui; vi promettiamo et vogliamci obbligare, che dal dì che siamo in tale luogo, infra 15 dì sicuro, di far un’opera contro a detto Piero, la quale si potrà mandare per tutto il mondo. E vogliamo si getti in forma che conterrà molte cose; in fra l’altre, tutta la sua disutile vita et viver; tutto il pensiero et l’ordine suo che egli ha disegnato di fare, se mai egli torna a Firenze, et quanto intorno a ciò seguivano. Saranno cose verissime et tutte cose che si toccheranno con mano, perchè fieno fondate sulla verità; e saranno di tale qualità che tutti gli amici suoi son forzati a diventarli nimici, et i nimici sua a incrudelir moltissimamente contra di lui, et mai fidarsi di lui, et voler sempre con lui guerra et non pace. Et oltre a questo, il popolo minuto costì et tutto il contado se gli provocheranno in eterno contro inimici, et non tanto gli amici e nimici e ’l popolo contado gli sarà nimico; ma tutto il mondo, qualunque tale opera leggerà, se gli provocherà in tutto nimicissimo, perchè così permetterà Dio et la ragione et la propria verità.

Sappiate che, se ci abbocchiamo con qualcuno deputato da cotesto stato, vi faremo intendere dell’altre cose importantissime, et forse non manco utile per cotesta repubblica, che le prime nominate; ma sono molte cose che non si possono et non è bene scriverle, et a bocca, volendo, si sopperirà. Et ancora vi vogliamo dire che se da pochi giorni in qua, in qualche cosa ci siamo operati per Piero o in suo favore;[596] sappiate che tutto s’è fatto per lo meglio et per non capitare male; perchè qui siamo in preda, et bisognaci mostrar di fuora l’opposito di quello che habbiamo drento, et se vorrete, i fatti et l’opere nostre tutto vi manifesteranno.

Notificandovi in tutto che, se non ci riparate, havete l’argomento in corpo, perchè gli amici sua non si stanno; e da noi se vorrete ne saprete qualche parte, chi e’ sono et quegli che per lui si travagliono: et havendone qualcuno certo, come intenderete per le cose in questa dette; so che siate savissimi, et pensarete che faranno come le ceriege, che l’una tira l’altra; così l’uno nominerà l’altro. Et se non ci reparate a questa volta; loro resteranno e voi un dì et presto ve n’andrete, et forse che non resterete per gl’avelli.

Et sappiate che uno di loro, non voglio per ora nominarlo, ma più volte gli ho udito dire: che il ritorno loro, alle uccisioni degli huomini, el 78 non fu nulla; e l’esilio de’ confini fu una piccola favilla di fuoco, quello del 34, che fè il bisavolo suo, rispetto a quello che, se e’ ritornono. faranno loro.[597]

Ancora vi faremo intendere il falso contratto della dote dell’Alfonsina, tutto in che modo sta et dove fu rogato et chi lo fece, et come lei di sua dote è pagata et non ha a aver niente.

M. Francesco, questa lettera a huomo d’Italia non havrei scritto, eccetto che a vostra Spettabilità; perchè si ella venisse a notizia a Piero, o qui s’intendessi, subito capitaremmo male. Pertanto so siate savio, buono et prudentissimo, et governarete la cosa benissimo, et a voi ci raccomandiamo.

2.

Comento sopra la lettera di Lamberto, a dì 4 d’agosto 1497, constituito alla presentia di tutto il numero degli Otto.[598]

Lamberto di Giovanni dell’Antella, examinato sopra una lettera di sua mano propria e sua confessione, disse:

Sopra il 1º Cap. della lettera di sua mano disse:

1º Che Giovanni Cambi,[599] nel tempo che il sig. Verginio venne all’Orsaia,[600] mandò a dire a Mª Alfonsina a Siena, per Luca Speranzini suo huomo, che a Lucca era ordinato a’ Buonvisi che gli pagassino ducati 400 in 500; et la detta Mª Alfonsina fece loro una lettera che gli pagassino a Venturi da Siena. La qual lettera gli dettò Lamberto,[601] et Mª Alfonsina, disse a Lamberto che questi danari haveva ordinati Gio. Cambi, et che lui gli haveva mandato detto Luca; et dice che detti Buonvisi non pagarono detti danari, perchè dissono averli pagati a Giuliano dei Medici; et così dice Lamberto che Mª Alfonsina gli disse: il cavallaro è tornato senza danari, perchè erano suti pagati a Giuliano detto.

Item, dice sopra detto capitolo, che il sopradetto Luca recò lettere a Madonna Alfonsina a Siena, nel posolino della cavalla, le quali Mª Alfonsina lesse et referì et le mostrò a Lamberto; che dette lettere contenevano che Piero sollecitasse lo andare innanzi, et subito le mandò a Piero che era in campo verso Rapolano. Et il dì seguente fu portata la risposta a Siena dove il detto l’aspettava, le quali Mª Alfonsina dissuggellò et lesse et referì a Lamberto, che Piero rispondeva a Firenze a chi gli aveva scritto, et che diceva: — Padri miei, voi mi sollecitate che io venga innanzi et io lo farò; ma desidererei bene intender da voi, se io vengo, quello che voi fareste: et non gli referì altrimenti a cui lui scrivessi, et la detta lettera mandò a Firenze per il detto Luca, nel detto posolino.

2º Sopra il IIº Capº disse, che essendo Piero a Galera, che quivi venne a parlargli dua sconosciuti li quali furono Fantone di Bernardo Fantoni et Francesco di Domenico Naldini; et non sa quello che insieme si parlassino, et questo fu adì 10 di maggio 1496.

3º Sopra il IIIº Capº disse, che per ordine di Donato Benci overo della donna, fu mandato due forzieri pieni di cose sottili, che erano stati occulti un tempo, et andarono a Orvieto in casa M. Carlo Altoviti, circa uno anno fa; et Antº di Bernardo del Proposto scrisse a Orvieto, che detti forzieretti fussino dati al vetturale dell’Alfonsina.

4º Sopra il IVº Capº disse, che quando Bernardo del Nero[602] fu eletto Gonfaloniere di giustizia, il medesimo dì in domenica, fu spacciato Ungheretto per staffetta, et il lunedì entrò in Roma in casa i Medici di Roma dove era Piero, della qual venuta si dimostrò assai allegrezza. Et dico detto Lamberto, che mandò Bernardo del Fede a trovar l’Ungheretto, per intender chi l’aveva da Firenze spacciato, et che lui gli referì che Domenico Alamanni era andato per lui al Canto alla Paglia et menatolo in casa Lorenzo Tornabuoni,[603] et quivi fu spacciato; et dice ancora detto Lamberto, che arrivato che fu detto Ungheretto in casa i Medici detti, subito vi venne Lionardo Bartolini, et insieme con tutti dimostrò grande allegrezza.

5º Sopra il Vº Capº disse, che Fra Serafino frate di San Gallo fu spacciato a Piero de’ Medici da Giannozzo Pucci;[604] secondo che gli disse Fra Michele converso di Certosa, dicendoli che ancora lui era stato spacciato dal detto Giannozzo.

6º Sopra il VIº Capº disse, che Noferi[605] Tomabuoni portò in casa Piero de’ Medici a Roma 500 in 600 f. per questa impresa ultima, prima che Piero venisse a Siena, et gli portò il protonotario di Petrucci a Siena, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.

7º 8º Sopra il VIIº et VIIIº Capº disse, che da Siena fu spacciato un famiglio dei Signori di Siena, da Giacopo,[606] il quale venne a Gio. Cambi et disseli, per parte di detto Giacopo, che gli mandassi un uomo fidato; et che il detto famiglio portò una lettera cucita nello staffile. E capitando alla porta a S. Friano, il bastiere che sta fuora alla porta lo fece passar Arno, et accompagnollo alla loggia de’ Pazzi, et scavalcò all’hosteria: cavata la lettera dallo staffile, la portò alla casa di Franceschetto et quivi la dette a una donna che era in detta casa, et questa lettera fu data la notte del sabato santo.

9º Sopra il IXº Capº disse, che subito che Piero arrivò a Siena per questa ultima venuta, che Fra Michele converso di Certosa fu mandato a Firenze, et che parlò a Giannozzo Pucci col contrassegno d’uno anelluzzo stiacciato, et disseli: — Piero mi disse che io vi dica, che questo è il suo anello spezzato, et che egli è a Siena a ordine; — et che Giannozzo li rispose: — Diteli che ne venga presto, che noi siamo quei medesimi, et che facci quanto per Fra Serafino gli mandai a dire; — et che tutto questo ha saputo dal detto Fra Michele, et ancora dice che il detto Giannozzo gli rispose: Noi faremo quello che noi gli abbiamo fatto intendere per Fra Serafino.

10º Sopra il Xº disse, che il detto Giannozzo mandò a dire a Piero, che mandassi uno a Furli a trattar con Gio. de’ Medici, perchè si unirebbono con lui; et mandovvi M. Luigi de’ Rossi: et che questo gli disse Fra Serafino; et questo ritrasse da Fra Michele da Certosa, che Giannozzo l’avea mandato.

11º Discorrendo sopra tutti gli altri disse, che il contratto della dote dell’Alfonsina fu falsamente rogato, et che quello distese ser Francesco da Pescia et rogollo ser Marco da Bracciano.

12º Item disse, che quando Piero de’ Medici venne con gli Orsini all’Orsaia, che M. Bernardo Accolti lo servì di f. 200 larghi per questa impresa: et questo hebbe da Piero de’ Medici proprio et ancora dall’Alfonsina.

3.

Copia sopra lo scritto di mano di Lamberto dell’Antella.[607]

Mag^{ci}. Sig^i. Octo, e prima mi raccomando alle V. S. et pregovi habbiate misericordia di me; chè la verità è che io sono venuto solo per fare in favore e bene per questo Stato, et per fare contro a Piero de Medici; sperando, per le opere mie, da questa Signoria trovare gratia et misericordia. Et non sono suto mosso da nessuna altra causa che questa, et che e’ sia vero, vedete che per insino, credo, del mese di Gennaio passato, cominciai a scrivere a Francesco Valori, sendo Gonfaloniere, et contro alla casa de Medici; et dipoi subito che fummo a Siena, scrissi a Piero Corsini et pregalo[608] mi mandasse un fidato a’ confini, che volevo conferire quanto ho scritto in quella lettera. Et, non havendo da lui risposta, ch’era de’ X, di poi mi missi a scrivere a M. Francesco Gualterotti, et scrissigli tre o vero quattro lettere; pure mi rispose, et io non scrissi da Siena, per sospetto di non vi capitare male, come ho detto; et presi per partito di scrivere a Nofri de’ Rossi mio cognato, che venissi a Quercia grossa per conferire con lui, perchè sapevo era amico del vostro stato: non volse venire, chè arse la lettera. Veduto non havere altro riparo, et desiderando di seguire tale opera, mi messi a venire, et mandare con la mia lettera la donna, questa mattina; che havendo mandato per lei, sperando in Dio et nella misericordia che ho visto hanno usato questa excelsa Sigª a molti, credendo trovare da loro gratia et così spero. Ancora per mia giustificatione voglio dire, s’io fussi suto mandato o venuto per altro, harei menato altro cavallo che non ho, che non si regge; ma fu solo mio motivo.

Et perchè hiersera mi fu detto ch’io scrivessi quello sapevo, oltre a quello che per la lettera si era scritto; così farò.[609]

13º Et primo: a Roma venne, circa a mezzo novembre passato, Domenico Alamanni; e subito ch’e’ venne si abboccò con Piero e col Cardinale; durò molti giorni che sempre lui et Nofri Tornabuoni et Lionardo Bartolini si rinchiudevano col Cardinale et con Piero, et stavansi alle volte quattro hore o più: quello che si ragionassino o facessino non lo so, chè tra loro non entrava persona.

14º Di poi, vi capitò Lionardo de Nobili el quale anche tenne una stretta pratica con Piero et con Ser Antonio da Bibbiena, ch’era quello che haveva tutti e’ segreti; et quando poi si partì da Roma et parlò seco, che credo Bernardo del Nero fussi già gonfaloniere di giustizia, partissi molto segreto: solo lo seppi poi parecchi giorni.

15º Quando Piero de’ Medici si fu partito per venire a Firenze, credo fussi uno dì poi; sendo in Camera el Cardinale, lei[610] et Lionardo Bartolini et M. Lodovico et Coppo da Monte Gonzi et io, si venne a ragionamento di questa cosa di Piero; et ragionato di che gente egli haveva, io dissi a Mª Alfonsina: e’ si dice che nessuno de’ nostri Orsini non cavalcano. A che Lionardo Bartolini non lasciò rispondere et disse: gli è il vero, et ènne cagione che egli hanno mandato un loro fidato a Firenze a parlare a Bernardo del Nero, et hanno avuta una risposta che gli ha fatto tirare adietro; e questo si è ch’egli ha detto, che è buono amico della casa de’ Medici; ma che queste cose vogliano tempo assai, et ch’e’ bisogna aspettare tempo, et lui sarebbe sempre buono amico. Et per le parole che disse Lionardo Bartolini, si dimostrava che ’l mandato degli Orsini fussi stato M. Agnolo da Tiboli o uno suo fratello.

16º Ancora quando Bernardo del Nero fu tratto gonfaloniere di giustizia, sendo in Roma Cicognano da Castrocaro, ne faceva gran festa et a me disse: io son certo che Bernardo è grande amico della casa de Medici. Domandandogli quello che ne sapeva, mi disse ch’a lui, Bernardo avea fatto intendere certe cose, per le quali n’era certo; il che a me non volse dire.

17º In questo tempo che in casa il Cardinale era tanta allegrezza di questa lectione[611] di Bernardo del Nero e de’ compagni; mi disse Antonio da Ricasoli, che Piero gli avea detto, che aveva chiaro per se el Gonfalonieri et tanti de’ compagni, ch’erano abastanza in questo tempo. Io non gli parlavo a Piero de’ Medici, et era parecchi mesi che noi non gli avamo mai parlato, et Antonio da Ricasoli sempre cavalcava seco et sempre era con lui et intendeva qualcosa.

18º Circa a mezzo maggio, mi mostrò l’Alfonsina una lettera che gli scriveva la madre, et diceva che haveva avuto la sua lettera, et ch’el libro che la voleva che chiedessi, per sua parte, a Niccolò et Piero Ridolfi, che non lo aveva fatto; perchè era tempo a serbare gli amici ad altro che chiedere loro niente: ma che stessi di buona voglia, perchè presto ci verrebbe lei pel libro da sè. Et secondo mi disse l’Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi, et disse che se lo tenevono et da lui[612] non haveano havere niente.

19º In Calendi agosto, fece un anno, sendo a Bolsena Piero malato, et noi vi stavamo con lui; v’era un contadino d’età di circa 50 anni et, non sendo lasciato entrare dentro, disse alla guardia, che veniva a parlare a Piero. Fummi detto et io lo feci venire, et dicendolo a Piero, haveva la febbre; lui mi disse: intendi chi egli è, et quello ch’ei vuole. Io lo feci. Disse essere mandato da Agnolo Fortini, et che Agnolo lo mandava a fare intendere a Piero come era finito el tempo del suo confine, et ch’e’ poteva tornare in Firenze: ma che non voleva tornare nè fare altro, se non gnene faceva intendere, et ch’era parato andare e stare et fare quello che a lui pareva, o voleva. Piero me gli fece rispondere, che pigliassi quel partito che a lui fossi commodo et quello che meglio gli metteva; et altro non gli volse rispondere, che io sappia; et parlò anche con Giulio de’ Medici: credo gli dicessi quel medesimo che a me. Il detto contadino aveva perduto per via la berretta, et condussesi quivi sanza nulla in testa.

20º Io ho detto in su quell’altra lettera o examina, ch’ai 10 di giugno, fecie un anno, che Fantonano e Francesco Naldini andorono sconosciuti a Bracciano et a Galera, a parlare a Piero: presi errore, chè fu a dì 10 di maggio, che fu un mese prima.

21º Ancora, Sig^i. Otto, vi dissi iersera ch’io credevo trovare modo a fare, che Giacopo et Pandolfo Petrucci farebbono insieme quistione et sarebbe la loro ruina; et questo dico per più ragioni: la prima che per certi danari (e comprendo siano somma grande) pochi giorni fa, che il figliuolo maggiore di Iacopo, presente molte persone, ebbe gran differenza con Pandolfo et vennono a triste parole; da altro canto Iacopo è grandissimo partigiano di Piero de’ Medici, Pandolfo non è così; perchè quello ch’e’ fa, lo fa cacciato da Iacopo et per paura, et disse e’ vorrebbe che Piero tornassi, per assicurarsi lo Stato. Et se e’ tornassi, sarebbe peggio per sè; perchè io mi sono trovato presente, che Piero ha promesso al protonotario figlio di Giacopo, che se mai e’ torna, che al figliuolo di Iacopo soldato, darà quattro squadre di cavalli; et oltre a di questo, a spesa de’ Fiorentini, a Siena o in su’ confini, terrà sempre gente d’arme assai; e’ quali habbino a ubbidire a Giacopo, per rispetto di levare lo Stato a Pandolfo et darlo a Giacopo; et gli ha promesso, se torna, di fare ogni sforzo che potrà, per fare che Iacopo governi lui, et Pandolfo vadi sotto. Come sanno le S. V., Pandolfo oggi è il tutto et ha almanco quattro frategli maggiori di sè; et Giacopo, che è il maggiore, non può oggi quasi niente et sta male contento, et io più volte ne l’ho sentito dolere. Se Pandolfo sapessi questa cosa, credo harebbono poca pace insieme, et a Piero de’ Medici non darebbe mai più aiuto; et quando questa Signoria volessi, stimo harebbono da lui ogni buon patto; perchè, come di sopra dico, Piero de’ Medici non gli sodisfà.

22º Quando io venni a Siena questa volta, mi disse Antonio coltellinaio, che d’agosto passato, che viene a essere ora fa l’anno; vi venne a casa sua di notte, in Siena, uno, dua volte a vedere s’io v’ero; et poi intese, che era Lionardo Federighi; quello che si volessi da me io non lo so, perchè non mi ricordo mai aver parlatogli a’ mia dì.

23º Intorno a’ fatti ancora di Gio. Cambi, mi disse un Guerrino, credo sia da Camerino, che ha tolto Piero de’ Medici per maestro del figliuolo, che dicono è dotto; dissemi haver parlato con Gio. Cambi più volte in Firenze, et che Giovanni diceva, il bisogno di Piero sarebbe che 25 o 30 degli amici sua fussino cacciati.

24º A Siena mi ha detto, pochi dì sono, un Girolamo Cinuzzi sanese, che aspettò Piero a Siena quando e’ venne qui, per fargli intendere cose a suo gran proposito per ordine del vescovo dei Pazzi: et che lui fece andare a Siena Antonio de’ Pazzi et accozzossi con Iacopo et Pandolfo. Poi si partì il detto Antonio de’ Pazzi, che Girolamo Cinuzzi non lo seppe, chè fu ordine di Giacopo et Pandolfo; non seppe intendere che ne fussi causa; et dissemi el detto Girolamo Cinuzzi che aveva tale commissione et ordine, che era la salute di Piero; et che aspettò Piero a Siena per farglielo intendere, et che Piero non lo volse udire et dissegli ch’e’ non bisognava. Ancora mi mostrò il detto Girolamo un comandamento scritto per parte della Signoria, al tempo di Bernardo del Nero, che durava otto giorni, che era per sua sicurtà; et dissemi: questo non è fatto, o non si fè senza cagione. Non mi volle dire a che fine; ma bene mi disse che aveva vòlto il vescovo a riunirsi con Piero, et vollelo per fratello, in caso che e’ si voleva assicurare che Piero non fossi loro inimico.

25º La partita nostra di prigione, fu più perchè ci trovavamo in disordine grandissimo, et quivi sopportavamo spesa assai: solo per la pigione fiorini uno e mezzo per il mese, et habiavamo assai altri debiti; e Piero de’ Medici ci mandò a dire, per Antonio coltellinaio et per il fratello, che noi facessimo ogni cosa per irlo a trovare e uscire di prigione; et se per uscire bisognava danari, che di ogni somma ci servirebbe, pure che lo andassimo a trovare; e mandocci a dire, che se noi n’uscivamo et andavamo a trovarlo, che ben presto tornerebbomo e lui e noi, che avevano grandissimo ordine di gente a piè et a cavallo. Et noi per tal cosa ci mettemmo alla ventura; ma la causa principale ne fu el debito che ci trovavamo et la spesa grande che avamo addosso; chè se questo none fussi stato, mai haremmo fatto tal cosa; ma cacciati dall’una e dall’altra, et con speranza che, se pur si trovava che quello ci aveva mandato a dire Piero non riuscisse, speravamo che lui nella casa e ne’ benefici del Cardinale, ci havessi a dare qualche avviamento, che noi potessimo vivere honorevolmente.

26º E anche, vedendo noi che ’l partito, come savamo messi nelle Stinche, s’era, se n’usciavamo, esser confinati; facemmo quel pensiero, che se pure havessimo a stare a’ confini, in quel tempo che stessimo fuori, Piero ci avessi a fare le spese et intanto assettare e’ fatti nostri et che[613] de’ debiti: se avessimo pensato di havere a essere ribelli, mai ci saremmo partiti.

27º All’uscita nostra; prima ne volemmo uscire circa a dì otto, et chi ci aiutava, gli uscì la scala di mano, di modo l’avemmo a tirare dentro et facemmone molti pezzi, et poi la gettammo in uno necessario che è in Mallevato:[614] allora ci aiutava Andrea di Giovanni Pelacane, et Antonio suo fratello, et Santi famiglio di M. Alessandro mio fratello; et come dico quella volta non riuscì. Dipoi, la seconda volta, questo Andrea Pelacane et il fratello non se ne vollono travagliare: facemmo fare la scala e tutto ciò che bisognava, al detto Santi da Pontormo famiglio di M. Alexandro, e lui solo ci aiutò e così n’uscimmo.

28º Hora, Mag^{ci} Si^i Otto, queste tutte scritte cose, insieme con quelle della lettera di mia mano, che V. S. hanno scritto sopra tutti e’ capitoli, è quanto io so et quanto io mi ricordo, tutte vere, et così troverete.

29º Al presente voglio scrivere la vita et modi e costumi et pensieri di Piero de’ Medici; ma prima ancora vi voglio dire questo, che se questa Signoria o questo Stato se lo vuole levare dinanzi, vi credo dare un modo molto facile; bench’io per me, quando ne avessi a dire mio parere, conforterei et consiglierei questo Stato che se e’ vogliono in tutto rovinare la casa de’ Medici, facessino ogni cosa di tenerlo vivo per le cagioni che udirete. Et prima, se e’ vive, è impossibile che lui et il Cardinale non habbino presto differentia insieme; et digià, poi che il Cardinale tornò da Milano, vi sono stati molte volte presso, chè sono stati più volte a di triste parole; et evvi in casa el Cardinale qualcuno a chi e’ presta fede, che non attendono ad altrochè mettergli in discordia. Et è forzato che e’ non possino insieme reggere, perchè Piero vuole essere il maestro lui, el Cardinale non stima niente, et qualche volta, presente ogni persona, sanza riguardo nessuno, Piero a ogni parola del Cardinale s’oppone et dicegli parole che non si direbbero a uno suo famiglio; et se pure e’ reggono, sarà causa Piero che mal si potranno rilevare, perchè spende più lui solo che non fanno tutti. Pure ch’ei possa havere danari et per ogni modo, ne piglia, pure, che havere ne possa; et come viene danari nessuno al Cardinale, bisogna ch’e’ n’abbi la parte sua; et siano quanti si vuole, che mai gli tiene dua giorni addosso che sono giucati; ma non gli giuoca, anzi gli getta. Et pensate si truovano debito f. 6000 e’ quali sono a interesse a 20 p. cento, et la spesa grandissima che hanno non possono reggere; perchè l’entrate loro sono molto indebolite, perchè nessuno di loro non ha governo; et non spendono fiorino che non costi loro lire otto, perchè chi gli provede gli fa entrare per l’uscio; et non hanno più che impegnare, perchè hanno pegno le gioie, gl’arienti disfatti, et le tappezzerie et cose sottile tutte pegno. Et se la fortuna loro facesse che un dì el cardinale morisse, che e’ potrebbe esser, ch’è malsano; Piero si condurrebbe a quello che e’ merita, che morrebbe di fame.

30º Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri sua. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte; perchè quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile, perchè a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el giorno a fare buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perchè per quel conto v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo, quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’hora o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella poveretta mai non si rallegra che sta fresca.

31º Con lui non è bene nè conditione altre qualità di persone, che qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano.

32º (sic) O qualcuno che gli dia a ’ntendere d’essere gagliardo, pure che siano huomini che gli menino innanzi cose che sieno secondo il gusto suo; chè, come di sopra dico, a altro non pensa, se non alla gola o al giuoco, alla lussuria d’ogni qualità e alle braverie la notte; benchè lui sia el più vile huomo di Italia. Nessuno huomo da bene o savio non gli piace.

33º Io gli ho udito dire più volte, che se lui havessi Mariotto Barbieri e Golpino, non si curerebbe di star fuora; ora egli ha il Golpino, bench’io credo che lui ne vorrebbe esser digiuno d’esservi ito, perchè in quella casa pochi giorni vi durano e’ favori, chè ogni cosa nuova piace loro; et so, che poco tempo fa e’ si trovava a Siena, a piè et senza un soldo, et se e’ volle tornare a Roma, e’ se ne tornò a piè; et per vivere, da chi accattò un carlino, da chi un altro. Fu come di Bino cavallaro, che lo mandarono in tanti viaggi per tutta Italia, con tanti pericoli che fu molte volte per mettervi la vita, et di suo spese molti danari: mentre hebbono bisogno di lui non si diceva altro che Bino; dipoi lo stratiorno come una bestia, di modo quando si fece quella legge,[615] gli parve mill’anni lasciargli. Così si fusse ella intesa per me, ch’io non sarei in tanti affanni.

34º El più ingrato huomo non ha tutta Italia: fàgli quanti piaceri puoi, che lui sempre non ne fa conto nessuno, nè mai harai da lui una buona parola. Di qualcuna ne voglio dire, et prima: egli hanno quel frate che dette la cappa al Cardinale,[616] quando e’ si partì di qui; per suo ristoro, e’ lo tengono peggio che per famiglio, et non ha niente in dosso, scalzo e gnudo come più volte è suto cacciato di casa; pure hora gli danno un poco di pane come gli altri famigli. Evvi stato con lui un altro frate, che Piero gli mandò, più tempo fa, tutti a dua a recare qui non so che lettere alla Lucretia sua sorella; chè a questo habbiate avvertenza, che le scrive molto spesso; quello che le lettere si contengono, io non so, ma so bene che se ne fa conto: et anche quello altro frate, come non hebbono più bisogno, fu cacciato via. El povero Buschetto che fu mazziere, che per loro ha avuto tanto male, l’hanno cacciato più volte; ma lui fa come e’ cani, se Piero lo caccia, e’ va a trovare Giuliano; e quando Giuliano, e’ va al Cardinale; et per importitudine pure ha da mangiare. Tutti gli altri servidori vecchi, pochi o nessuno non hanno; chè gli hanno trattati per modo, che è bisognato vadino a stare altrove.

35º Un altro servidore haveva Piero, ch’era huomo da bene et haveva seguitato Piero sempre, che uscì con lui di Firenze, et servivalo delle credenze, et tagliavagli innanzi, et qualche volta cucinava per la bocca sua, et vestivalo et spogliavalo; e, oltre a questo, più volte andò a Roma e a Vinegia e altrove per danari, e arrecò più volte parecchi migliaia di fiorini per volta, et con tanta fede et amore lo serviva quanto era possibile: credo V. S. habbino di lui notizia, che si chiama Francesco Nero lombardo et era di persone da bene. La remunerazione ch’egli ebbe, fu ch’el suo Ser Piermatteo[617] se lo rechò a noia, et Piero lo cacciò via vituperosamente, et tolsegli e’ panni et l’armi et ciò ch’egli haveva; et me richiese più volte che io lo facessi ammazzare a uno mio famiglio: promissigli et fecimene beffe. Pensate quello che farebbe, se e’ potesse, a quegli che si tiene diservito, quando chi l’ha servito con tanta fede lo paga di tale moneta.

36º Quello che gli hanno fatto a mio fratello et a me, per al presente non ne voglio scrivere, perchè s’harebbe troppo che dire et sono la maggior parte cose pubbliche; ma non è maraviglia, perchè si diletta di stratiare gli huomini et maxime le persone da bene; chè quando può fare qualche male o qualche danno e vergogna, e’ ne ’ngrassa, et molto più a quegli che l’hanno servito: et fate questa conclusione, che chiunque lo serve, lui non stima niente il servitio, perchè gli pare che ogni persona lo debba servire et essergli obrigato per tributo.

37º Hora diremo parte de sua pensieri. Lui non vorrebbe tornare in Firenze, se non per mezzo de’ potentati; perchè con cittadini non vorrebbe obrigo, per potere tiranneggiare et fare a suo modo; et che questo sia, io so che da poi che siamo con lui, da più persone gli è stato ricordato più volte, ch’e’ sarebbe bene et suo bisogno di posare et attendere a fare una costumata vita, et far vive le loro entrate, et stare in pace et con riputatione, et sopratutto mostrare a questa Signoria di volere essere loro buon figliuolo, et con l’opere et con scriver loro qualche volta buone lettere, et chieder misericordia et raccomandarsi: mai n’ha voluto far niente, anzi sempre drieto a’ Vinitiani, al Duca e al Papa che lo hanno uccellato come una bestia che gli è; et ha havuto fede per mezzo de Sua Orsini. Et se questa via o modo gli riuscissi o fussi riuscito, la prima cosa ch’e’ vuole si è, che ser Giovanni[618] ritorni al luogo suo alle riformagioni, et ser Piero et frategli al suo governo et loro officii et esercitio che avevano prima, et con più riputatione che mai, come gli tiene hora che altro bene che loro non vede. Et queste due cose di ser Giovanni et de’ Bibienesi, farebbe solo perchè sa che a’ nimici et agli amici et a tutte queste terre non potrebbono più dispiacere; et lui vorrebbe mostrare, per questa via, a ogni persona, che e’ volessi fare a suo modo, et non volere consiglio di persona: chè a me et ad altri più volte l’detto, che mentre ch’ei vive, et maxime se torna a Firenze, che mai non vuole consiglio di persona; che vuole capitare più presto male per le mani et consiglio suo, che bene pel consiglio d’altri. Et non è molto tempo, che sendo lui a Roma in Camera, che v’era el Cardinale et l’Alfonsina et Lionardo Bartolini et M. Lodovico da S. Miniato et altri, quivi si ragionava del tornare a Firenze; allora lo pareva havere in mano dopo qualche ragionamento, et M. Lodovico si volse a Piero et dissegli: — Voi tornerete a Firenze et farete uno bello stato, et con uno maturo et buon consiglio di 25 o 30 cittadini farete la pratica, et con loro consiglio governerete la terra. — Egli fece presto una breve risposta, che gli fe dua fiche in sul viso, et disse: — Voi doveresti intendere che io non voglio consiglio di persona. — Come se costui fussi qualche savia testa, che se e’ governassi el più vil castello che voi havete, et lo trovassi in pace e ordinato, in manco d’un mese lo rovinerebbe et metterebegli in discordia.

38º Ma che bisogna di questo dirne più; non se n’è visto prova? Chè gli rimase el più bello Stato, el meglio fondato di Italia, et in 31 mesi lo perdè et rovinollo; et tutto per le sua bestialità, homicidii, tirannie et usurperie che e’ faceva; et crediatemi che molto peggio farebbe se e’ tornassi; chè male per questa povera città et per molti che ci sono, se e’ ci tornassi, de’ quali qui ne dirò. Prima se e’ tornassi, per forza, fa pensiero spianare queste case:

39º La prima e’ Nelli tutti, e’ Capponi la maggior parte, e’ Nasi ancora buona parte, e’ Gualterotti, e’ Bardi, Pagolantonio Soderini e ’l figliuolo, e’ Giugni tutti, e’ Corsi tutti, e’ Ruccellai parte, gli Scarfi, e’ Valori, e’ Pazzi, et degli Albizzi qualcuno, et moltissimi altri spicciolati et maxime Girolamo Martelli.

40º Et non tanto l’animo et voglia di Piero sopra a questo caso; ma e ’l Cardinale disse a Bolsena, havendo la speranza, per la venuta dello Imperatore che di già si trovava a Pisa: che se e’ tornavano, del 78 non era stato niente a l’uccisione, el 34 allo exilio dei confini niente, appresso a quello che farebbono loro; perchè si volevono assicurare di non esser mai più cacciati. Sì che vedete la loro buona volontà et dispositione verso questo popolo. Al popolo minuto, in tutto volevano levare l’arme di mano e torle loro; e qualunche e’ trovassino che havessi provisto d’arme per far loro contro, punirlo et gastigarlo per dare exemplo.

41º Di Lorenzo et di Giov. di Pier Francesco[619] fanno pensiero di avere tutta la loro robba, et dicono che la si appartiene a loro per certi capi tra Cosimo et Lorenzo vecchio; con questa fanno pensiero di ringrassarsi; se già non si accordassino con loro.

42º Le entrate del vostro Comune si ritornerebbono negli Orsini et nel sig. Bartolommeo D’Alviano, chè a tutti fa pensiero dare gran condotta per ingrassargli et per havergli a suo proposito, et anche al figliuolo di Jacopo Petrucci quattro squadre di cavagli, e a molti fanti a piede ha promesso, a chi fare capitano della guardia e a chi dare gran condotte, maxime a certi conestabili Corsi: pensate a quello che saresti condotti in mano de’ Corsi, chè le vostre robe et case in Firenze e in contado non sarebbon sicure, sotto cento chiavi, alle loro mani!

43º Sappiate che la sua venuta, hora ultimamente, e’ poteva nel modo ch’e’ venne, venire un mese prima, et con quella gente medesima, che furno circa 1300 persone tra piè et a cavallo. Ma non volse venire, prima perchè stette a bada et a speranza da’ Venitiani che l’havessino a servire di gente a piè et a cavallo, et di danari; chè Ser Piero tutto giorno scriveva di Vinegia, che e’ farebbono gran cose, benchè Piero anche teneva pratiche grande col Papa, et al Duca, secondo si vedeva che con forza voleva venire, per entrare come signore et non come cittadino, per potere tiranneggiare a suo modo.

44º Et come sanno le V. S., Piero haveva fatto trarre fuori una boce cheaveva migliaia di mogge di grano da’ Sanesi; sappiate ch’e’ non dice la verità, perchè e’ Sanesi non havevono per loro, et se e’ non fussi stato che dopo molti giorni che Piero venne qui, e’ venne una nave nel porto di Talomona, che ne rechò parecchie centinaia di moggia, e’ si morivono di fame. Et fatiche grandi gli fu, avere da loro tanto pane che bastassi alla gente che haveva, tre dì; et se c’entrava dentro, ci affamava affatto, perchè ci sarebbe piovuto tutto il mondo di gente, et questo è il grano che e’ n’arebbe dato: chè sappiate che infra l’altre sue virtù, rade volte dice uno vero, et non se gli può credere cosa ch’e’ dica.

45º Ancora voglio fare intendere l’altre sue virtù. Sappiate che con grandissima istantia richiese M. Alexandro mio fratello, che voleva che traessimo veleno di bòtte,[620] quello che se ne volessi far non lo so, ma M. Alexandro lo tenne a bada con dire che volevono essere bòtte grosse, et quivi non era se non d’acqua, et lui gli disse che quelle dell’acqua non erano buone.

46º E un’altra bella cosa: lo richiese che voleva ch’e’ facessino le monete false et d’archimie. M. Alexandro gli disse, che sapeva fare un ariento che era a 4 leghe et a ogni paragone si mostrava a 7, et reggeva al martello et al fuoco et al dorare e a ogni altra cosa, excetto che al cimento. E’ v’entrò su, et per ogni modo voleva fare monete false; M. Alexandro lo trastullò tanto che gli uscì quella fantasia: vedete che uomo da governare una città come questa!

47º Hora io voglio fare questa conclusione de’ fatti sua: egli non ha cervello anzi è pazzo, et non ha danari se non debito, et non ha riputatione, chè per tutto s’è fatto scorgere, et non ha amici perchè qualunche lo pratica gli diventa nimico, et non ha credito perchè pubblicamente è fallito; sicchè V. S. sanno che conto hanno a tenere pubblicamente de’ fatti sua.

48.º Magn. Signori mia, quanto qui è scritto, tutto sono cose verissime et certe, et così tutte quelle per via della lettera, et che da me per ogni modo avete inteso; di niente manco, et credo che per quanto qui ho scritto, giustificare V. S. che io in eterno sono et voglio essere nimico capitale di Piero de’ Medici; che quanto non fussi mai altro che questo tra noi, mai più non può essere se non guerra; et in questo luogo sono, solo perchè venni nei terreni vostri, per fargli male et per fare et per operare bene per questa repubblica e stato, chè così è giusto. Adunque, Magnifici Signori, mi raccomando a V. S. et vi prego habbiate misericordia di me, et che questa volta sia quella che si verifichi quello che per tutta Italia si dice, che questa è la casa della misericordia et che in tutto ci si vive ecclesiastico et cattolicamente. Et però imitate l’opere del Nostro Signore, che San Paolo lo perseguitò tanto, et subito che tornò a penitentia, lo prese et perdonògli et amollo grandemente, et fu poi tanto gran servo et tanto augumentò la fede. Ancora so che Cristo dice nel Vangelo, che si fa più festa in paradiso, d’uno peccatore che torni a penitenza, che di 99 giusti che si salvino. Ancora so che dice nel Vangelo, che subito ch’el peccatore torna a penitenza, Dio gli perdona, et non tanto gli perdona, ma si dimentica e’ sua peccati.

49º Et però di nuovo, M. S. mia, vi voglio pregare; da poi che il nostro Signore Iesù Christo così volentieri perdona, vi prego che perdoniate a me; acciocchè lui nella vostra fine perdoni et habbi misericordia di voi; et come più volte ho detto a V. S. et mostro per più ragioni certissime, è horamai un anno appresso che[621] ci convertimmo in tutto alla vostra fede, che ci partimmo da Piero de Medici. Adunque, se siamo tornati a penitentia, è giusto ci sieno rimessi e’ peccati; et se io sono venuto nel modo che io sono, n’è stato causa le cagioni più volte dette et la confidanza che ho havuto nella misericordia vostra, la quale, io so, havete usata a quegli che io non sono in peggiore grado di loro.

50º Ancora vi voglio dire questo, che io ero in tutto disposto, che se altro riparo non trovavo, di montare uno dì a cavallo, et venirmene diritto a smontare alla porta del Palazzo et gittarmi nelle braccia vostre et riferirvi tutto quello che vi ho riferito.

51º Benchè io sia presuntuoso, ricorrerò alle V. S. a chiedervi una gratia; et questo si è, che ’l mio povero fratello che si truova a Siena è infermo et è là in grandissimo pericolo, perchè diranno che io mi sia fatto pigliare in pruova; che si trovassi qualche via o modo, per via di salvo condotto, farlo segretamente levare, et lui v’è fedelissimo servidore et nimico più di me di Piero, che non si può dire più là. Certificandovi che quello ho scritto a ogni richiesta delle V. S., lui lo scriverà et affermerà tutto essere vero; chè lo amore della patria et la verità ci farebbe fare ogni nostra possa e gran cosa, per salvare questa nella quale noi desideriamo questo resto della nostra vita vivere et morire.

52º Sommi tornate a memoria dua altre cose che io voglio fare intendere. La prima, che quando Piero faceva el provvedimento de’ danari, per venire qui a questa ultima impresa; Lionardo Bartolini venne qui, un dì dopo mangiare, a lui, in camera, che io v’era; et lui haveva havuto un poco di terzana et stavasi in sul letto, et Lionardo gli parlò allo orecchio; et subito si gittò del letto et andonne in camera del cardinale, che à sotto la sua; et io stetti un pezzo, et venendomi voglia d’andarmene, presi la via della camera del Cardinale, non sapiendo che Piero vi fussi: egli era quivi, et con lui al segreto Michele del Becchuto. Quando Piero mi vidde, bollì ch’io l’avessi visto; quello si facessino non so, ma stimo fussi per provedere a’ danari; ma per male hebbono ch’io lo vedessi.

53º Quando fummo presi a Siena, ch’eravamo in guardia di Ser Girolamo del Dalphino, a stanza[622] di Piero come è detto; venne a Siena uno Pratese che gli era suto tolto una mula et menatala, la qual mula ser Girolamo l’haveva comperata et[623] buona derrata. Tornò uno dì nella guardia dove eravamo, et era tutto mal contento; dimandandogli che haveva, disse: mi bisogna rendere la mula, perchè è venuta una lettera a Pandolfo da Pier Giovanni da Ricasoli, et Pandolfo vuole che io la renda anche io. Gli dissi: oh! Piergiovanni è amico di Pandolfo? Lui disse: da qualche dì in qua, sì; perchè nella impresa di Piero si portò molto bene, ch’era commessario alla Castellina.

XXXIV.

(Lib. IV, cap. II.)

Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno dell’Ascensione.[624]

1.

Die III Maij, 1497.

Item dicti Domini simul adunati etc. Obtento partito secundum ordinamenta et omnibus servatis etc.; advertentes ad publicam utilitatem et ad negocia occurrentia pro conservatione pacifici status comunis Florentiæ; et advertentes etiam qualiter estas et tempus estivum appropinquatur, et quod congregatio personarum posset inferre periculum morbi, et pro obviando peste, et aliis iustis causis moti etc.

Deliberaverunt quod in Civitate Florentiæ et in quacumque ecclesia eiusdem civitatis, unicuique religioso et alijs ad quos pertinet, liceat predicare et predicam suam exponere, modis et formis et prout decet, et permictentes secundum sacros canones et sanctam ecclesiam Dei; et hoc solum et dumtaxat per totam diem crastinam, quæ est dies Ascensionis Domini et quarta presentis mensis maij, et non ultra vel aliter quoquo modo. Declarantes insuper, quod elapsa dicta die crastina, videlicet quarta presentis mensis maij, nequeat aliqua persona cuiuscumque gradus vel qualitatis existat, nec religiosus vel aliquis alius, aliquo modo, via vel forma, in dicta civitate Florentiæ predicare et predicam vel sermones aliquos facere publice, sine eorum expressa licentia, sub pena eorum indignatione. Et insuper declaraverunt omnibus ad quos pertineret modo aliquo, quod omnia et singula scanna et panche et panchette et alia similia, quæ essent vel esse reperientur in aliqua ecclesia dictæ civitatis, posita vel facta pro audiendo predicare etc., predictas debeant, post predicam cras fiendam, immediate removeri; adeo quod per totam diem quintam presentis mensis maij disgonbrentur, ad effectum ut supra eis dictæ predicationes audiri non possint, et quod amplius durante eorum officio, non predicetur sine licentia, ut supra. Mandantes etc.

Die 6. dicti mensis, Dominicus Donnini mazerius etc., retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiæ sancti Spiritus et sanctæ Mariæ del Carmino et sanctæ Felicitatis, et Tomasius Joannis mazerius retulit predicta notificasse ecclesijs et presidentibus ecclesiae sancti Petri maioris et sanctæ Reparatæ et sanctae Mariae servorum et sancti Marci et santi Laurentij de Florentia.

2.

Dicta die III Maij, 1497.

Item dicti domini simul adunati etc.; obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras, et omnibus servatis etc. Quia ad eorum aures pervenit, quod in eorum civitate et territorio factæ fuerunt mulctæ, ut dicitur scommesse, per nonnullos, utrum predicabitur cras in dicta civitate nec ne, contra formam legis et bonos mores; ideo, dictis et alijs iustis causis moti etc., omni meliori modo etc., declaraverunt etc.: dictas, ut vulgo dicitur, scommesse et seu pignora, ut supra dicitur, factas non valuisse et non valere modo aliquo. Mandantes ex nunc per partes quæ sic fecissent, reducendas esse et sic reduxerunt dictas scommissas et pignora in pristinum statum et prout erant ante predictas scommissas et ac si factæ non essent, et quod hic cedant in augmentum aliarum legum de materia disponentium. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc., obtento inter eos partito per omnes novem eorum fabas nigras et omnibus servatis etc.; deliberaverunt et mandaverunt, quod nullus cuiuscumque qualitatis audeat vel prosumat, modo aliquo, per se vel alium, vel sub aliquo quesito colore impedire, dicto vel facto aut opera, aliquem cras predicament, aut aliquem religiosum, quod cras non predicet publice in quibuscumque ecclesia dictæ civitatis cuiuscumque qualitatis, aut removere scanna vel panchas seu panchettas etc., sub pena eorum indignatione. Mandantes etc.

XXXV.

(Lib. IV, Cap. II.)

Lettera che racconta il fatto avvenuto nel giorno dell’Ascensione.[625]

Jesus. Al nome di Dio, addì 4 di maggio 1497.

Charo in luogo di fratello etc. Dipoi ti partisti non ho tua, simile non to scripto per non essere accaduto, e questa solo avisarti come stamani a ore 12 in circa è suto per ire sottosopra Firenze; e questo fu che fu battuto un tamburo, ancora mentre si predicava in Santa Maria Delfiore 2 o 3 volte, e dicesi fu umfratello di quel Decti che è confinato. Intendi che predicava frate Ieronimo, e a quel romore si levò tutto il popolo e cominciò a fuggire, e di quelli più ferventi insieme col frate incominciarono a gridare: misericordia! alzando suso certe croce d’ottone co’ crocifissi, e così le donne alta voce: misericordia! E a questo romore Bert.[626] Giugni, che de gl’Otto nuovi, andò in chiesa per attutare il popolo, e fu per essere tagliato a pezzi da quelli di Fra Girolamo. E molti di detti frateschi andorono nella via del Cocomero, di numero circa 60, e uscirono tutti dipoi fuori, con arma in aste, di casa Piero Franc. Tozinghi e del ricco Cambi; e venendo contro a Fra Girolamo per aiutarlo, di quelli erano con lui cominciarono a temere e a fugire. Pure non seguì altro; condussonlo a San Marco e entrato drento gridavano: viva Frate Girolamo signore. In modo qui è come una spilonca di ladri, e otti una grande invidia, che dubito fra pochi dì ci si farà tanto sangue che mal qualcuno; e stanotte si dice era ordinata una congrega di circa quattrocento armati e aveano circa 50 scure, colle quali aveano a rompere le porte di Santa Maria Delfiore e gittare in terra il pergamo, e per negligentia di qualcuno che non si svegliò delle parti, cioè de’ capi, non si fè. Pure quelli vi si trovarono ne ruppono una e inbrattorono co più brutture il pergamo, e chi dice fu avvelenato; pur scoperto questo abuonora, si nettò e per tutto si ripiallò di nuovo. Non è suto altro: ragunoronsi gl’Otto e altro non è partorito; che ànno preso troppo grande animo manimettere gl’Otto. Dio voglia che ben vadia! Per questa non dirò altro, per non avere tempo; che è suto mandato per me, e l’animo mio, so losai, quanto sia di servirti; e pertanto, achadendoti cosa alcuna di dì o di notte, o in persona o altrimenti, comandami; e quando vuoi vengha costì, mene avisa, che sempre sarò parato ubidirti. Vale e me ama. Tuus

IO. DE BOROMEO. Florentiæ.

XXXVI.

(Vol. II, pag. 26.)

Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola.[627]

Dilecti Figliuoli, salute et apostolica beneditione. Conciosia che spesse volte et da più persone degne di fede, et docti huomini tanto ecclesiastichi quanto secolari, in diversi tempi abbiamo inteso un certo Fra Girolamo Savonarola Ferrarese, dell’ordine de’ Predicatori, et alpresente, come si dice, Vicario di San Marcho di Firenze, avere seminato certa pernitiosa doctrina nella città di Firenze, in scandolo, iactura et pernitie delle semplice anime col pretioso sanghue di Cristo ricomperate: il che certo non sanza grande dispiacere dell’animo nostro abbiamo udito. Ma perchè speravamo lui enbreve, conosciuto l’error suo, doversi ritrare da la pericolosa vita, et con vera semplicità di cuore a Cristo et alla Sancta Chiesa umilmente e con debita obedientia tornare; con nostre lettere, in forma di brieve, al decto Fra Girolamo in virtù d’obedientia sancta comandamo che venisse a noi et schusassisi di certi errori contro a lui adducti; et observassi alchune cose le quale gli comandavamo che al tutto di predicare cessassi: alle quali cose non volle obedire. Et noi, mossi da buoni rispetti, noi più benignamente seco portandoci che forse la cosa non arebbe richiesto, certe excusationi per lui addutte accettamo. Et sostenemo la inobedientia sua nel perseverare nel predichare, contro la prohibitione nostra; expectando per la nostra clementia lui dovere alla retta via della obedientia convertirsi. Il che, persistendo lui nella sua durezza, altrimenti succedendo, con altre lettere comandamo, nostre in forma di breve, data adì VII di novembre nell’anno quinto del nostro pontificato; gli comandamo in virtù di sancta obedientia e sotto pena d’excomunicatione di lata sententia ipso facto incurrenda, che obedissi nell’unire el convento di San Marcho di Firenze a una certa nuova congregatione chiamata della provincia romana et toschana, nuovamente per noi creata et instituta. Il che non è facto, nè voluto in nessuno modo obedire alle nostre lettere, dispregiando la censura ecclcsiasticha nella quale esso facto incorse, et continuamente con pertinacia et dapnatione persevera. Per la quale cosa noi, volendo dare oportuni rimedi per la salute dell’anime costì, alle quali siamo tenuti pel debito dell’uffitio pastorale a noi iniuncto; acciocchè el sanghue di quelle nelle mani nostre nel dì del Giudicio non sia ricerchato: ad voi et a ogniuno di voi, in virtù di sancta obedientia, sotto pena d’excomunicatione di lata sententia, comandiamo et mandiamo, che nelle vostre chiese ne’ dì festivi, quando la moltitudine del popolo sarà presente, dichiarate et pronuntiate il decto frate Girolamo excomunicato, et per excomunicato doversi tenere da ognuno; perchè alle appostoliche monitioni nostre et comandamenti non è obedito. Et sotto simile pena d’excomunicatione admoniate tutti, et ciaschuni maschi et femine, tanto clerici quanto secolari, tanto preti quanto religiosi di qualunche ordine et in qualunche ecclesiastica degnità costituta, che el decto fra Girolamo excomunicato et sospecto d’eresia al tutto schifino nè seco conversino, parlino, nè nelle sue predicationi delle quali lo abbiamo interdicto, (o) in qualunche altro modo lodino; nè a lui aiuto et favore directamente o indirectamente prestino in qualunche modo; nè vadino a’ luoghi, a’ monisteri dove esso abitassi. Comandando a voi et a ogniuno di voi, che al dilecto figliuolo Giovanni Victori da Camerino, professore della sacra theologia, familiare et comesario nostro, in tutte le cose che a incontro al predetto fra Girolamo abbiamo commesso et comandato, aiutate et obediate secondo che da lui sarete richiesti.

Data Rome appresso a Sam Piero, sotto l’anello del pescatore.

Die XII Mai M.CCCC.LXXXXIIIX.

Pontificatus nostri anno quinto.

B. BLONDUS.

XXXVII.

(Vol. II. pag. 34.)

Due sottoscrizioni dei frati di S. Marco e dei cittadini, in difesa del Savonarola.[628]

1.

Beatissime Pater, post pedum oscula beatorum. Havendo noi inteso, dopo le nostre lettere scritte a vostra Santità, da alcuni della nostra città che poco temono Dio, quella essere stata sinistramente informata et irritata contro al nostro Padre fra Hieronimo, per haver loro scritto alla S. V. la dottrina di detto fra Hieronimo essere repugnante alla dottrina evangelica, et al ben comune della detta città, et che la residenza sua nella città è la ruina di essa, et altre cose false et inique; per maggior chiarezza n’è parso della verità e giustificazione dell’innocenza sua, (dar) piena testificazione a quella, come la dottrina di esso fra Hieronimo è stata la salute di questa città spirituale et corporale, secondo per le opere manifestamente appare, così in detta città come nelli conventi nostri, dove per le sue predicazioni e esortazioni è introdotto il vero vivere cristiano; e sempre ha esortato e non cessa di esortare alla legge evangelica e alla vera pace tutti gli uomini, i quali se seguitassero tutto quello che lui predica, saria beata questa città. E di questo ne restiamo testimonii tutti noi che siamo più di 250 frati, la più parte della terra, li quali ognora conversiamo con lui; et essendo pur di noi qualche cognizione et esperienza, et avendo abbandonato il mondo per servire a Dio, non creda la S. V. che volessimo sostenere o defendere un forestiero, se non fussimo certi della vita et bontà sua: vedendosi certamente la mano di Dio esser con lui, e che il suo stare e predicare nella città è la salute di quella, et augumento della religione cristiana, come appare per molti uomini prudenti e letterati e d’estimazione, convertiti per lui alla religione, e che continuamente si convertono, che vivono sotto l’ombra sua crescendo in perfezione di vita e di dottrina; per tal modo che in breve tempo speriamo che abbino a far gran frutto nella Chiesa di Dio. E se il testimonio nostro non è accetto, a maggior certezza abbiamo fatto sottoscrivere molti cittadini nobili e buoni della città; acciocchè la S. V. intenda che Ella è stata male informata di queste cose da chi non ha il timor di Dio; e quando Lei ne vorrà più di questi, saremo apparecchiati a darne non solo molte centinaia ma migliaia. Preghiamo dunque V. S. che si degni revocare le censure fatte contro detto fra Hieronimo, e favorirlo in questa opera, perchè certo ne averà merito appresso Dio e a questa città: massime a quelli che hanno voglia di ben vivere, fia cosa gratissima, essendosi molti contristati di simile scomunica; e noi pregheremo di continuo per lo stato di V. S. alla quale umilmente ci raccomandiamo. Ex conventu S. Marci.

2.

Beatissime Pater. Noi cittadini infrascritti, a corroborazione delle soprascritte cose a V. S. per li detti religiosi e venerandi Padri esposte e narrate; attestiamo esser la vera e sincera et indubitata verità, che la dottrina del detto P. fra Hieronimo nella nostra città predetta non è la destruzione, ma la vera salute e pace. Per la qual cosa con ogni debita umiltà premessa, preghiamo V. S. si degni il detto Padre dalle dette censure liberare, come li soprascritti religiosi e venerabili Padri pietosamente a quella hanno supplicato: il che, per la sua solita clemenza facendo, siamo certissimi non solo la gloria e onore di Dio e di V. S. dover resultar; ma la salute spirituale e corporale con l’universal pace, e vera unione della città nostra.

I nomi de’ quali cittadini che tali cose attestano e confermano per al presente, di loro propria mano, in presenza di noi sottoscritti sono questi, cioè:

(Seguono le firme di più di 350 cittadini.)

XXXVIII.

(Lib. IV, cap. III.)

Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono, onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici.[629]

Die XVII mensis Augusti 1497.

Magnifici et Excelsi domini D. P. L.[630] et Vexillifer iustitiæ populi florentini simul congregati in sala Consilij, servatis servandis etc., precipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiæ; quatenus, attentis et consideratis consilijs et relationibus factis et relatis hodie per cives congregatos ad praticam, simul cum ipsis Dominis et colleges Decemviris baliæ, et aliis magistratibus et consiliarijs Consilij octuaginta virorum, et aliis civibus arrotis; faciatis et exequimini ius et justitiam super delictis commissis et perpetratis per infrascriptos cives florentinos et quemlibet eorum, videlicet:

Bernardum del Nero Filippi del Nero,

Nicolaum Aloysij de Ridolfis,

Joannem Bernardi de Cambis,

Giannozium Antonij de Puccis, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.

Mandantes etc.

Item postea, statim in alio partito, sic presentibus ipsis Octo viris baliæ, deliberatus fuit per dictos Dominos alius bullettinus eiusdem tenoris, paucis mutatis vel additis, cuius tenor est infrascriptus, per quem in sententia dictorum Octo super bullettinus, postea fuerit per ipsorum notarium insectus, videlicet:

Magnifici et Excelsi Domini Domini P. L. et Vexillifer Justitiæ populi florentini, simul congregati in sala Consilij, et servatis servandis etc., obtempto inter se partito ad fabas nigras et albas, secundum ordinamenta, et omni meliori modo etc.; percipiunt et mandant vobis Octo viris custodiæ et baliæ civitatis Florentiae: quatenus, attentis et consideratis infrascriptis consilijs et relationibus, factis et relatis hodie per infrascriptos magistratus et cives ad infrascriptam practicam congregatos, vobiscum et simul cum ipsis dominis Prioribus, super processibus infrascriptorum quinque civium florentinorum et super omnibus et singulis in eis contentis; et visis approbationibus et confirmationibus factis generaliter et particulariter de predictis consilijs et relationibus, per infrascriptos magistratus et cives prout infra dicetur; et omnibus diligenter consideratis, faciatis et exequimini ius et iustitiam super delictis commissis et perpetratis, per dictos et infrascriptos quinque cives florentinos et quemlibet eorum videlicet:

Bernardino del Nero Filippi del Nero.

Nicolaum Aloysij de Ridolfis.

Joannem Bernardi de Cambis.

Giannozium Antonij de Puccijs, et Laurentium Joannis de Tornabuonis etc.

Mandantes etc.

Consilia vero et relationes dictorum civium et magistratuum, de quibus in dicto bullettino supra fit mentio, et approbationes de predictis consilijs factæ per quemlibet ipsorum magistratuum et civium, et nomina cuiuslibet eorum, scripta sunt in filza causarum appellationum, existente in cancelleria notarii Dominorum manus ser Andreæ Romuli Laurentij et Mei notarij infrascripti.

XXXIX.

(Vol. II, pag. 52.)

Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma.[631]

1.

Die X Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.

Per altra vi demo notitia della captura di Lamberto dell’Antella, la quale ha causato che pure si è scoperta la radice di qualche maligno humore in persone da non poter perseguire; finalmente[632] altro che vani effecti, dove intervengono pochi huomini di qualità. Et non dimanco, saria inesplicabile a narrarvi con quanta unione et buona volontà si proceda per questi magistrati a chi specta, et altri cittadini sopracciò deputati allo examine et investigazione trita di ogni cosa; sanza havere alcun respecto ad altro, che a resecare dove sia mancamento, et portare buona et evidente securità alla conservatione della nostra libertà et dignità pubblica: et si va con tale ordine che indubitatamente si spera ne habbi ad sortire un iudicio generoso, giusto et maturo. Ecci parso darvi questa notitia per ogni respecto, et maxime per vostra notitia et consolatione; a fine che, se cosa alcuna vi fossi portata fuor della verità (come spesso interviene), voi possiate stare con l’animo interamente quieto: come veramente potete et havete a stare, perchè se mai fu repubblica unita et disposta alli sopraddecti effecti, et ad conservarsi immune da ogni specie di tyrannide, non che da quella che sarebbe manifesta; questa è epsa. Et non si è visto un minimo cenno in contrario di nessuno, per cosa che insino a qui si sia havuta a fare, nè si vede segno alcuno che altrimenti habbia a succedere.

2.

Die XXI Augusti 1497: Alexandro Braccio, Romæ.

Poichè vi scrivemo a dì 15, per staffetta habbiamo avuto tutte le vostre lettere, che l’ultima è de 18, et molto vi commendiamo della diligentia vostra in ogni parte; et sebbene voi potete havere desiderato più spesso nostre lettere, havete solo a tribuir la dilatione a essere stati parecchi dì in non piccola occupatione: prima nelle examine, et poi nel iudicar con iustitia et dignità pubblica, et finalmente nella resolutione circa la executione da farsi, di questi parricidi et perfidi nostri cittadini. Perchè, se ben mai è caduta in alcuno una minima discrepantia, che ne sarebbe lo effecto conveniente,[633] come per altre vi s’è scripto; nondimeno, procedendosi in questa repubblica con gravità, et secondo li modi che civilmente si debbe; et volendo intorno a ciò, non solamente il consiglio et parere, ma lo assenso per expresso di moltissimi magistrati et cittadini, e pur bisogna consumarvi qualche tempo. Pure questa sera, per gratia dell’altissimo Dio, s’è concluso molto unitamente, et con grandissimo animo et promptissima volontà di numero grande di Magistrati et cittadini, ut supra, et erano circa a 200: che si metta ad executione la sententia, quale a dì 17 del presente fu, eodem modo promulgata, contra Bernardo del Nero, Niccolò Ridolfi, Giovanni Cambi, Giannozzo Pucci et Lorenzo Tornabuoni, capi et autori dello errore, di perder la vita et la roba, et così è successo. Di che speriamo la nostra repubblica haver immortale obbligo a Dio; per havere passato questo pericolo imminente alla libertà, per la avaritia, ambitione et perfidia di quegli soli scelesti et dolorosi[634] cittadini; et che[635] avere purgato simile humore, si starà gran pezzo in buona valetudine: et maxime la brigata è tutta inanimata a invigilar et extirpar qualunche simile tristo rampollo si vedessi surgere, et questo popolo non potrà più restare contento.[636] Et, come per altra vi si dixe, state sicuro che qui non è huomo che non sia di optima dispositione, et insino alli propri coniuncti sono stati sollecitatori che la iustitia si faccia. Sappiamo che la S. di N. S., come amatore et padre clementissimo di questa repubblica, harà piacere d’intendere questo successo; epperò habbiamo voluto darvi la presente notitia, perchè, volendo, lo possiate conferire a S. S. e a tutti gli altri amici nostri in cotesta corte.

Siamo a hore VII di nocte, et in questo punto s’è finita la executione della iustitia sopra decta. Dio habbia havuta misericordia di quelle anime, che veramente, havendo voluto tradir la patria, ne hanno bisogno. Et per non tardar la staffecta, rimetteremo a rispondervi per un’altra, all’altra parte della lettera vostra.

XL.

Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa le cose di Piero de’ Medici.[637]

Die IV Aprilis, 1498.

Quod Nuntio Mag. Petri de Medicis dicatur et respondeatur in hunc modum.

Domine Petre: le lettere ne havete monstrate del Rev. Card. et Magnif. Pietro, a vui directive, insieme cum le scripte da Fiorenza, ne hanno dichiarito el novo pensier de quelli amici de casa de Medici; sopra el qual, per laffectione portamo al dicto Mag. Pietro, volemo farvi intender quanto ne occorre, et cum brevità, secundo el nostro costume.

La dispositione nostra amorevole et optima verso casa de Medici, credemo la experientia dele cosse passate haver possuto demonstrar, et più cum effecti cha cum parole; in modo che, si come la expulsione del Magnif. Pietro ne fu molestissima, cussì continuamente havemo desyderato et procurato el suo ritorno: il che, piui che mai, vossamo fusse al presente, sapendo l’amore el porta a la Sig. nostra. Ricordano i soi amici,[638] che per nuy, cum le forze nostre, o sole o accompagnate, el sia reponuto in casa; circa il che nuy vi diremo ingenuamente la nostra opinione. Pare a nuy, che quando se prehendesse per la Sign. nostra tale impresa, questo senza dubio produria molte difficultà, opposite da tutti quelli che troppo attendeno a le sue particular passione; immo tegnimo, che la cossa se riduria piui facile et factibele, quando da altri non fusse deprhensa[639] la intention nostra. Confortamo, però, el Rev. Card. et el Mag. Pietro, che cum la solita sua prudentia et dexterità, voglino proponer et praticar la cossa cum la Santità del pontefice, et cercar de tirar la Beatitudine soa a questa via, cum quelli mezzi li apparerano sijno expedienti; perchè, ritrovandose Fiorenza neli termini la è al presente, credemo, in molti casi; non meno opererieno le lettere cum dexterità, cha le forze cum le arme, come fano mentione le lettere per vui presentate. Et a ciò chel Mag. Pietro cognossi ben el desyderio nostro de la sua restitutione: da mò li dechiarimo, ad la secunda parte proponeno li soi amici, che quando Pisani habino ad esser ne la libertà, ne esta scripto et ben veduti, acarezati et honorati, sì che in questo non se habi ad aver alcuna dubitatione; et insieme, che nuy siamo cauti de dover haver le spese per nuy facte ne la defension de Pisa, come offeriscono quelli amici vostri. Stanti fermi questi doi presuppositi, nuy se adaptessamo ad ogni altra cossa fusse conveniente.[640]

Ne havemo dicto molto largamente el concepto del cuor nostro; et però sia tenuto el tuto per vui secretissimo, et confortate in nostro nome el Reverend. Card. et el Magnif. Pietro, ai quali scriverete el tutto secretissimamente in zifra, che facino el medesimo: mettendo questo sentimento nostro in constructo et proposito de le cose sue.

De parte 134 De non. 36 Non sync.[641] 7

XLI.

(Vol. II, pag. 87.)

Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da Gennazzano, in Roma.[642]

Amantissime etc. Depoi che voi non mi avete atenuta la promessa, di tenermi raghuagliato delle prediche di Frate Jeronimo; voglio in parte, sotto brevità, farvi intendere quello che à detto Frate Mariano contro al prefato Frate Jeronimo. La domenica della settuagesima chominciò ad esporre lepistole di San Pagholo ad Efesios, e disse chome gli Efesij furono sempre chostanti e fermi in osservare quanto della fede avevano udito predicare da Paulo, nonostante che dopo San Paulo fussino tentati da falsi predicatori lasciare la dottrina di S. Paulo: Secus fecerunt Ghalate. Onde el prefato apostolo, scrivendo a Ghalati, circa principium, dice: o insensati Galati quis vos fascinavit non crederunt (sic) veritati etc.; replicò tre volte le prefate parole, eschlamando alta voce, e volle denotare lui avere a Firenze predicato la verità, e dipoi el popolo fiorentino essere stato male persuaso. La domenica della sessagesima, esponendo in novo, in quello demostrare quanto è luomo trachallido,[643] e disse che non si doveva credere a uno del mondo sanza pegnio; ma bene, soggiunse, chel pegnio erano le buone opere, el qual pegnio nonna lui;[644] e disse al medesime proposito, che erano certi che sapevano sì bene falsifichare un Dorino che non si chognoscerebbe, non che[645] pocho pratichi, da banchieri, sanza paraghone del fuoco: e così andò mordendo per tutta la predica con simili bottoni.

Dipoi, venendo qua le dua prime lettere di Jeronimo, e lessonsi per tutto Roma e vennono nelle mani del pontefice, e presone tanta alterazione quanto dir si può: di che naque el brieve mandò costagiù. Dipoi, avendo inteso come non cessava di predicare, dinuovo è querelato con lo oratore acramente e minacciava dello interdetto; e tiensi per ognuno che, seghuendo le prediche, lo farà. Non si ragiona daltro in palazzo per tutti e prelati, e pochi se ne schuopre in suo favore; ma molti non chalano[646] dattendere il pontefiscie, che debba fare ogni provissione per sopire questa cosa, che anno paura non generi scisma; e per questo rispetto si disse, che el pontefiscie mandò a dire a Fra Mariano, che dovessi mostrare lo errore della ostinazione del dire, che chi tenessi che fossi eschomunicato, stanti a termini, dica nella predicha, sarebbe ereticho.[647] Fra Mariano la prima domenica di quaresima ebbe maggiore aldienza non suole, perchè si sapeva la chommessione aveva auta: fuvi de cardinali, el chardinale di Siena, quello di San Giorgo e quello di Santa Croce, di Chartagine che è dotto; eravi ancora Farnese e quello de Medici e San Dionigi. Seguitò nel principio l’ordine suo dello esporre, e poi dimostrò che Cristo aveva detto: diligite inimicos vestros e benefascite his qui oderunt vos; ed entrò ne casi di Fra Jeronimo, tanto passionatamente e tanto incautamente che non fu nessuno che non restassi malissimo sadisfatto, tanto vituperosamente e inchonsiderate e indigente[648] parole. Referirò alcune delle sue parole, acciò veggiate quanto può la passione in quegli che fanno professione delle dotrine.

In primis, parlò de plenitudine potestatis pontificis, asserendo li apostoli avere operato in virtute Spiritus Sancti descendenti a Paraclitum luminum, e che quello è il vero lume, non quello del Ferrarese che predica nel lume del diavolo e à ardire di dire chel ponteficie è ferro rotto; e chominciò a gridare; reabupto arupeus in ec verba,[649] sepius reiterando: lebreone, elladrone, lo scelerato ribaldone. Queste parole assai poi disse: e’ porta la cappa chorta e predicha povertà, e à la tascha piena di duchati; e chredi a me che io lo so, e sappi chettu non chonoscerai mai un frate, se non per un altro frate, perchè noi abiamo più schogli[650] chuna cipolla; sicchè, settu vuoi chonoscere un frate, domandane unaltro frate; e quivi fece a sonaglio, vennene in più particulari scioccamente. Poi posò e disse: papa Alesandro che non si fa fare le medaglie in sua lolde; e parlò di non so che medaglia che dice: Frate Jeronimus Savonarola vir dottissimus e profeta santissimus; e qui replicò le prefate parole e altre più vituperose. Agiunse che Fra Jeronimo si fa simile addio e allui e agli apostoli, in quella predica dove dico che, se quelle cose che gli a predicate non fussino vere, e che non si intendessino chome le predichate; che le farebbon dubitare gluomeni che quelle cose della fede, insino a qui conformate nella chiesa, fussino state burle. E cominciò a gridare, che questo era il più eretico luogo, el più venenoso che gli avessi scritto; e non domandate con che parolacce lo svillaneggiava e rimproverava, sempre dicendo: o papa, o chardinale, come sopportate voi questo mostro, questa idra; è venuta a questa lautorità della chiesa, che uno ebriachone se l’abbia a gettare sotto gli piedi, sì vituperosamente? Disse dipoi: i voglio che tu sappia che or fa duanni, molti huomoni da bene della patria fiorentina vennono a me, a domandarmi parere se si avevono a partire di Roma; perchè il frate aveva detto che per tutto il maggio andrebbe sottosopra, e che aveva veduto il fuoco; e nonne chaschato un chamino. E allora cominciò a gridare: tu sarai prima arso tu, scelerato ribaldo; sa tu quando tu vedi queste visioni? Quando tu ai ingurgato di quel buon trebbiano; tu sai bene chio so ogni chosa, e poi di che sei il profeta santissimo; e chotesti tua fanciugli saranno e primi, quando tu sarai arso, a mettere le fattelline nel capannuccio. Che state voi a vedere? O collegio, o pontefice, fate provissione; vo’ non sapete bene quello chellui machina, e dirà cose che farà schurare el sole; ma voi non provedete: oggimai vi si può fare le fiche neglocchi; e se non fussi per reverenza ve le farei; e nondineno le fece loro negliocchi, lunghe quanto il dito era, e gridava che pareva un vero fuor di se.

Ho scripto queste ineptie; acciò voi veggiate come si può, sanza mormorazione, udire simil parole. Io avvertivo tuttavolta quello che facevano i cardinali; e invero loro e tutti quegli che l’udirono, mostrarono molto aver per male quello avevono detto;[651] perchè aspettavano dovessi proporre quegli errori, chelloro dichono aver detto Frate Jeronimo, e confutargli con buone e fondamentali ragione; ma e’ nonnapaghò, e però s’aiuta col gridare. Priegovi mi facciate qualche parte delle sue cose, massime di quelle predicha al presente; perchè ce qualche huomo da bene che volentieri legge le sue cose, e io n’arò consolaziono asai. Finis.[652]

XLII.

(Vol. II, pag. 90.)

Breve di Alessandro VI, alla repubblica fiorentina, nel quale si ordina che il Savonarola venga imprigionato, e mandato a Roma.[653]

Dilectis filiis salutem et apostolicam benedictionem. Intelligentes, superioribus temporibus, graves admodum et pernitiosos errores, iniquitatis filii Hieronymi Savonarolæ Ferrariensis, ordinis fratrum predicatorum professoris, quos continuo ausus temerarie in ista nostra civitate, non sine animarum periculo et scandalo plurimorum, seminare non cessabat; sibique quondam ad nos mandavimus venire, et se de erroribus predictis excusare, ac etiam nonnulla observare quæ sibi præcipiebamus, et a predicatione omnino cessare; et eum minime parere voluisset. Deinde in virtute obedientiæ et sub excomunicationis latæ sententiæ pena, ipso facto incurrenda, per alias etiam ei iniunximus, ut in uniendo conventum S. Marci de Florentia cuidam novæ congregationis Romanæ et Thusciæ provinciæ nuncupatæ, per nos institutæ, obedi ret; quod minime facere curavit. Ecclesiasticam censuram in qua continue pertinaciter et damnabiliter insordescebat, negligendo. Post modum, vero, volentes animarum Chripsti fidelium saluti consulere, sub excomunicationis latæ sententiæ pœna, per reliquas nostras in forma brevis literas, etiam mandavimus; ut ipse Hieronymus in Ecclesiis dictæ civitatis, diebus festivis, dum populi adesset multitudo, declararetur et pronuntiaretur excomunicatum et per excomunicato haberetur.[654] Volens, sub simili pœna, omnes et singuli utriusque sexus tam ecclesiastici quam seculares, etiam religiosi cuiuscumque ordinis et in quacumque Ecclesiastica dignitate constituti, ipsum Hieronymum ut excomunicatum et de heresi suspectum penitus evitarent, nec secum conversarent aut loquerentur, nec in predicationibus aut quibuscumque modis ipsum audirent, nec sibi ausilium directe vel indirecte prestarent quomodocumque vel qualitercumque, nec accederent ad loca vel ad monasteria, ubi ipsum contingeret residere, prout in singulis literis apostolocis plane continetur. Cum autem sicut, non absque gravi animi displicentia, fidedigna quod plurimorum relatione accepimus; prefatum Hieronymum in sua obstinatione, animo perseverans voluntario, mandata et monita nostra parvifaciens, in maiori et aliis Ecclesiis dictæ civitatis predicare, ac diversos errores seminare et populum seducere, suggerendo, quibusdam falsis rationibus, se excomunicatum non esse et multa, in fidei Catholicæ ac nostræ huius sanctæ Sedis potestatis præiudicium, damnabiliter affirmando; et in processionibus publice incedere et intervenire ac celebrare, et Chripsti fidelibus Eucaristiæ sacrum ministrare non erubuerit; et quod plurimi cives et incolæ dictæ civitatis predicationes suas audire, et cum eo conversari, sibique ausilium et favorem prestare presumpserant et présumant in dies, non sine animarum suarum periculo; pernitioso quo exemplo et scandalo plurimorum, vobis prohibitiones nostras scientibus, et in illarum contemptum id permictentibus a quibus, tamen, cum civitas ista semper huius sanctissimæ Sedis devotissima fuerit, Nosque continue per utili, quieti et saluti ac reintegrationi status vestri insistamus. Hæc expectanda non erant, nec ulterius sub dissimulatione sunt pretereunda.

Nos volentes desuper debite providere, vos attente requiramus et monemus in Domino. Vobis, nihilominus, in virtute sanctæ obedientiæ districte præcipiendo, ut per vestram in hanc sanctam Sedem reverentiam ac devotionem, eumdem Hieronymum ad nos, sub fida et bona custodia trasmictatis; qui si ad nos veniret et ad cor rediret, intuito etiam vestro, et quia nolumus mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; per nos, more pii Patris, benigne recipietur et tractabitur. Vel saltem, tamquam membrum putridum, in aliquo loco privato bene observatum recludere debeatis, in quo cum aliquibus conversari et scandalum ulterius seminari non possit. Quod si forte, quod non credimus, facere contempseritis; significamus vobis quod, pro servanda dignitate et auctoritate nostra et huius sanctæ sedis, civitatem istam vestram, quæ hominem ita pernitiosum, excomunicatum et publice nuntiatum ac de heresi suspectum, contra mandata nostra, substinere presumit; ecclesiastico supponemus interdicto et ad alia graviora remedia, de quibus expedire noverimus, et procedere curabimus.

Datum Romæ apud S. Petrum sub Anulo Piscatoris, Die XXVI Februarii 1498 Pontificatus nostri anno VI.

XLIII.

Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano.[655]

1.

Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} S^{re} mio.

Qui dai più canti si ha adviso che Vitelleschi et Bayoni si mettono ad ordine per uscire alarme, et se scrive in diversi modi; perchè alcuni teneno siano ad uno volere,[656] al modo usato; alcuni scrivono altrimente, cioè: che tra epsi Vitelleschi et Bayoni sono nate alcune discordie, et che per questo li Vitelleschi aspirano con lo Ill. S. Duca de Urbino, et hanno intelligentia assieme, per rimettere li Oddi et altri fuorusciti in Perugia. Io, quantunque existimo che V. Ill. S. ne habi adviso per altre vie, nondimeno mi è parso dargliene notizia; maxime havendo visto alcune lettere de alchuni del Borgo San Sepolcro, che fanno mentione di questa cosa, quali concludono che fra pochi giorni si intenderanno i successi di questo preparamento al arme de quello Cantone.

Il Magn. M. Zoanne, per quanto ha udito, o da quello amico segreto[657] o da altra persona, pare habi adviso che ad Firenze bollino l’animi de alcuni de quelli principali, che hanno fino ad hora governato; et che, per questa cosa del Frate o sia per altra caussa, fra pochi giorni se ne habi a riuscire a qualche movimento o tumulto, per mutare forse quel Stato in altra forma; et ognuno tene non possi durare il presente governo; o sia perchè Francesi hanno facta pocha dimostrazione curarse de’ soij amici in quella città et altrove; o perchè quello populo sia straccho, et si accorga che le cose del Stato el republica loro vanno ogni dì de male in pegio. et corrono pericolo de ruynare, incomenzando accorgerse de la hypocrisia et vanità del Frate, et di molte altre cose simulate. Qui anche si è dicto, che la parte Fratescha ha mandato ad Lyone, per respondere in bona....[658] de’ dinari, perchè la Maestà del re gli habi ad mandare succorso, la quale offeriva mandarcelo per mare, et fare altri movimenti, se Fiorentini lo subvenivano de 200^m ducati; quali le offerivano darli, sol si moveva per forma, che ne potesse reuscire la securezza del Stato loro, cioè de quelli che hanno per anchora il governo in mano. Io non credo tante cose; chè nuovamente hanno fatto divulgare essere giunti in Asti alchune genti d’arme, et un thesorero che ha incommenzato ad dare denari, et molte altre cose vanno facendo divulgare, ad designare le cose ad suo proposito. Il che mi è parso dovere significare alla Celsitudine Vª alla bona gratia della quale indesinenter mi raccomando.

Ex Bononia XX Martii 1498.

Fidel. Servus JOANNES FRANCHEDINUS.

(A tergo.) Ill^{mo} Principi et Ex^{mo} domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.

2.

Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} Sig^{re} mio. Data alligata lettera de Paulo de Fiorenza, ho participato, secondo il solito, con li Magn^{ci} Zoane et Segretario veneto, quali, etiam che ci sia adviso di queste cose del Frate per altre vie, nondimancho quello che ne scrive Paulo particolarmente gli è gratiss^{mo} intendere; et ne ringratiano generalmente Vª Ill^{ma} Sig^{ria}. Pare a caduno di loro cosa di non pocho momento, che quella città di Fiorenza, per causa et opera di questo Frate, sii in tale agitatione et pericolo, di venire a qualche novi scandali et inconvenienti maggiori che li passati, come per una mia de heri ho in parte specificato a Vª Ill^{ma} Sª; et Dio voglia che quella Sig^{ria} che si trova essere hora, sappi reuscire meglio che non ha facta qualche altra, ad beneficio di quella Repubblica. Saltem, per estirpare la mala impressione et erronea persuasione de quello loro bon Frate, ad modo de molti de loro, quello ne habi ad seguire non credo habi andare in longo; che se ne vedranno effectti, se hanno cervello et sentimento quelli a chi toccha o po tocchare. Mi raccomando sempre et humilmente.

Bononiæ 29 Martii 1498.

Fidel. Servus JOANNES FRANCHEDINUS

(A tergo.) Ill^{mo} Principe et Ex^{mo} domino domino meo observantissimo, domino Lud.º Mariæ Sfortie, Duci Mediolani.

XLIV.

(Vol. II, pag. 108.)

Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai Principi.[659]

1.

Domino Nicholao del Nero, oratori Florentino in Hispania.

Pro regibus Hispaniarum.

Carissimo fratello. Tu sai quanto tempo in questa città, el venerabile Frate Hieronymo da Ferrara se è sforzato introdurre el ben vivere cum la fede di Christo, et di quanto bene è stato causa, maxime della salute di tutto questo popolo, et quanta experientia se è facta della sua singolare doctrina el della integrità de vita, et quanti segni mirabili siano visti delle cose per lui predicte, parte verificate in la nostra città: et così speramo s’habbia ad verificare el resto. Lui non cessa predicare la renovatione della chiesa, et conversione de infideli alla vera fede de Cristo, minacciando molto ad questa Italia et maxime ad Roma, per la scellerata et pessima vita de’ prelati et preti, in li quali senza dubbio regna omne abominatione de vitii. Et per questo, sentendosi loro pungere et reprehendere di quello che pubblicamente non si vergognono fare, si sono adirati et voltati insieme cum tutti li captivi, così della città nostra come di fuori, ad perseguire crudelmente questo servo di Dio; unde el Papa, sotto pretesto di disubbidienza, lo ha excomunicato perchè non predichi. Ma essendo troppo manifesta la malignità e iniquità di decta excomunica, facta per ruinar questa città et tutto el ben vivere, non se ne tiene conto alchuno; anzi dicto Fra Hieronymo ha scripto al Papa una lettera molto terribile di sua propria mano,[660] come la vedrai per la inclusa copia, la qual ho procurato de haver ad puncto. Et ultra, ha detto in pergamo, di voler scoprire cose da far stupire el mondo, et provarle, non solo cum rasone et via humana, ma cum miraculi;[661] le quali cose sono da stimare assai et doverebbono far resentire ogni fedel cristiano, udendo tanto vitupero nella chiesa de Dio, el qual mi maraviglio come habbi comportato fin ad qui: et però credo senza dubbio abbia ad seguir quello che minaccia questo nostro padre, quando mai[662] lui non lo dicesse; perchè altramenti bisognerebbe dire che Dio havesse abbandonata la chiesa sua.

Et, però, sapendo io che la Maestà de quelli Ser^{mi} Re et Regina sono zelantissimi della fede di Christo; le ho scripte queste cose degne de adviso, acciocchè li possi informar del tutto, perchè a loro principalmente tocharebbe ad provvedere ad simili errori cum li debiti Concilii, che già erano usati farsi. Et certo, sarebbe maior merito ad pigliar cura di questa, et perseguire questi scellerati, che far guerra ad Turchi et a Mori; perchè, non provedendogli, el fondamento della fede cristiana va per terra, et quelli che li ponno far qualche remedio, non facendolo, ne haranno ad render rasone ad Dio.

Non sarebbe maraviglia ch’el decto padre ne scrivesse un dì, qualche cosa ad quelli principi, essendone inspirato da Dio; perchè dice lo vuol fare noto ad tutto el mondo, et io l’ho molto confortato ad ciò, per la fede che io ho in la devotione di cotesti christiani et chrystianissimi Re et Regina; ad li quali Dio daghi victoria et felicità sempre, in questo et nell’altro seculo. Bene vale.

2.

Domino Joachino de Guasconibus, oratori Florentino in Gallia.

Pro rege Francorum.

Magnifico et honorando ambasciadore. Credo havete inteso quante persecutioni sieno nuovamente excitate contro el nostro P. Fr. Hieronymo da Ferrara, maxime da Roma, per scoprir lui le ribalderie della cherica abominabile a Dio et al mondo. Unde el Papa, sotto colore di disubbidientia, lo ha excomunicato, minacciando a voi dello interdecto, acciò non predichi; istigato maxime da alcuni cattivi della vostra città, che vorrebbeno poter fare ad lor modo. Ma tutti li boni et amatori della verità et del vivere civile, conoscendo tanta expressa iniquità, per la qual si cerca di ruinar tutta questa città et el viver Christiano, non ne fanno stima; maxime havendo tanti anni experimentato la singolare doctrina et sancta vita di questo homo, el li fructi mirabili facti in la nostra città, del ben vivere, et da quanti pericoli per li boni documenti et sancte orationi sue siamo stati liberati. Et queste cose ne ha predicte, che habbiamo tocco con mano esser seguite; tra’ quali è questo della excomunica et persecutione grave che haveva ad venire. Certo, cosa mirabile è ad veder quanto più ogni dì se accende in fervore, predicando tuttavia approximarse la renovatione della chiesa, et conversione de Pagani alla fede di Christo; et minacciando terribilmente de’ flagelli ad tutta Italia, maxime ad Roma, per le intollerabili iniquità sue.

Et, però, el Papa cum tutta quella corte, fulmina; chè non vorrebbono essere biasimati di quello che non si vergognano far pubblicamente, in vituperio di Cristo. Ma il bon servo di Dio, disposto per la verità a mettergli la vita, per questo non resta; anzi ha scripto, per divino instincto, una lettera molto rigida al Papa, come vederete per la inclusa copia, la qual ho cercato de haver ad puncto, ad ciò la possiate monstrare alla Maiestà di cotesto cristianissimo sire. Et oltra, predica haver ad scoprire cose che farà stupir tutto el mondo; le quali proverà, non solo cum rasoni humane, ma etiam cum miraculi divini. Grande cose sono queste, et non più udite nè viste ai tempi nostri, et da fare riscaldare ogni adiacciato pecto; maxime vedendo in quanto vituperio è ridocta la chiesa de Dio. Et pare che nessuno se muova ad provederli, cum fare li debiti Concilii, como già si soleva; et spetialmente chi gli potria provedere, come è quello christianissimo Syre; che dubito non ne habbi, e lui et li altri a chi specta, ad rendere una gran rasone a Dio, provocandosi gravemente contra se medesimi l’ira d’epso Dio, per tanta negligentia et poca cura havuta dello honor suo: che senza dubbio et senza comparatione, sarebbe molto maggior merito ad provvedere ad simili inconvenienti, che ad sottomettere tutti li infedeli; perchè mancando el fundamento, ruina tutta la fede di Cristo. Et, però, non me maraviglio, se el Padre dice che la chiesa si habbi ad renovare; che quando questo non fussi, bisognerebbe dire che l’havessi in tutto abbandonata. Dio metta in core a cotesto Syre et ad chi può, di non lassare in tanto vilipendio el pretiosissimo sangue de Christo, che, in vero, sta peggio in mano di questi scellerati prelati et preti, che non staria in mano de Judei et de Mori; perchè pur quelli credono qualche cosa, ma questi, per le opere sue, mostrano non credere nulla. Et chi ne vole esser certo, vada ad Roma et veda quel che se fa in pubblico; non dico poi in occulto, chè sotto el ciel non si potria pensare le maggiori scelleraggini. Dio sia quello che gli proveda.

Stimo questo servo di Dio habbia ad far o ad manifestar qualche gran cosa; et sono certo che de’ primi lo haranno ad sapere, lo farà noto ad cotesto christianissimo Syre; perchè più volte ha decto quello essere electo ministro de Dio, et molto desidera et ama la salute sua; et io per me, crede potrebbe[663] fare un gran bene ad se et ad noi insieme, li quali per suo amore siamo in captivi termini, et in obbrobrio ad tutto el mondo, che non è piccolo incarico all’anima sua; ma molto più è quello che io ho predecto dello honor de Dio.[664] Pur stiamo in bona speranza de sua Maestà, cum la gratia de Dio, che ci bisogna.

XLV.

(Lib. IV, Cap. VII.)

Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il principio della quarta giornata, dove si ragiona dell esperimento del fuoco.[665]

Soffia. Ecco che io tel dirò che nuova trappola fabbricorno, per sviare la moltitudine delle persone del[666] credito (dal) seguito che haveva il frate. Ordinorno con i frati detti zoccoli,[667] che per invidia s’eron fatti contrarii, che un loro frate, chiamato fra Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle cose che diceva fra Hieronimo. Et messonlo nella chiesa di S. Croce a predicar pubblicamente, e dire che queste profezie del frate erano sogni, e che non eron vere; senza mostrarne per[668] ragione alcuna del suo detto. Ma perchè allora non predicava fra Jeronimo (che aveva posato il predicare, per rispetto de’ Brevi e minacci del Papa, e perchè così ancora aveva per il meglio la Signoria terminato che posassi alquanto, per non irritare il Papa contro la città), ma predicava fra Domenico da Pescia suo compagno, perchè al popolo et a’ fedeli non mancassi al tutto del verbo di Dio; nacque che, predicando questi duo frati in contrario l’uno dell’altro, quel de’ zoccoli, non potendo mostrare ragione alcuna del suo dire che le profetie di fra Hieronimo non fussino vere, si messe a dire in pergamo una mattina, o pur vennegli detto, che con lo adversario era parato farne experimento con entrare seco nel fuoco. Il che avendo[669] rapportato a fra Domenico, e vedendosi provocato, volentieri, per difesa della verità, accettò l’invito; dicendo: per amor di Cristo e della sua verità esser parato a questo experimento, con fiducia certa di uscir del fuoco, inleso e senza pericolo alcuno. Ma poi questo frate mutò parlare; e disse non volere entrare a questo experimento con fra Domenico predetto; ma che v’era un altro frate de’ zoccoli, che entrerebbe con seco a questa prova. Et messon su un fra Giuliano Rondinelli nostro fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che di prudenza assai; del quale questi nostri Fiorentini maligni ne possettono meglio disporre, che del Pugliese predetto; e feciongli dire che entrerebbe nel fuoco con fra Domenico, per far questo experimento. Ma, vedi s’egli era suo di che diceva,[670] e così scrisse che arderebbe; ma non se ne curava di ardere insieme con fra Domenico, per liberatione della Città.

Didimo. Sciocco mi par veramente questo suo parlare, come tu hai detto; perchè a tale experimento si ha da andare con fede certa di vincere, chi crede aver la verità del suo, come in simil caso hanno fatto delli altri Sancti passati.

Soffia. Fra Domenico, sentendo quest’aura offerta di quest’altro frate zelante di difender la verità, la accettò come la prima. Donde, seguitando questo ragionamento, si convocorno un dì insieme dinanzi alla Signoria; et quivi se ne stipulò un contratto, per mano del Cancelliere della Signoria, fra tutta dua questi frati: et che si facessi un fuoco in su la piazza de’ Signori per il tal giorno (e quivi fermonno quanto la capanna del fuoco dovessi esser lunga) e che, alla tal’ora del tal giorno, ognuno di loro quivi si presentassi, et dovessi entrare in detta capanna, e quivi serrati si mettessi fuoco: e chi di loro ne usciva illeso, s’intendessi avere la verità dal suo.

Didimo. Tutto questo ordine che tu hai narrato, di voler fare questo experimento, l’ho inteso dire ancora da altri; ma che alfine nulla ne fu fatto. Et questi nostri amici, adversarii di questa opera del frate, dicano che dalla parte di fra Hieronimo rimase, che non si venne all’effetto et allo experimento predetto.

Soffia. Tutto il contrario è vero, e cotesto che lor dicono è falso; e questa fu la trappola et ultimo tradimento, che questi fraudolenti usorno, come qui di sopra io ti ho detto; chè, per venire all’intento loro, fintamente e fraudolentemente facevan dire a un lor frate di voler fare quello che lui non voleva fare. Credi tu, Didimo, che la intenzione di cotesti maligni fussi che si facessi lo experimento? Non lo credere; chè mal per loro se si faceva. Credi tu che i frati di S. Francesco volessino che il loro frate, che scioccamente diceva che arderebbe in quel fuoco, vi entrassi, e che egli ardessi; che sarebbono stati incontinente lapidati, o almanco vituperati, se non morti? Non lo credere; ma sappi del certo che, da chi guidava questa danza, e da Compagniacci e da Doffo Spini capo loro, era stato promesso che lo experimento del fuoco non si farebbe; chè non faceva per loro a venire a simil prova. Ma li promessono che al frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante dispute e cavillationi a campo, che al cimento del fuoco non si arebbe a venire; e bastava loro che quel frate de’ Rondinelli dicesse a parole di volervi entrare, ma non in fatto, nè in verità. Questo fu il tradimento Che loro usorno, come io ti ho detto.

Didimo. E ’l punto sta qui, in che modo tu mi mostri e provi che questo, che tu hai detto, sia vero; e che la intenzione loro fussi di non venire a tal cimento, ma metter tante dispute e cavillationi, che allo experimento non si avessi a venire.

Soffia. Io te lo mostrerrò, e proverrò in più modi che così fu vero. Et il primo modo, per il quale io te lo dimostro è questo: che colui, che così l’ordinò e che lo fece, l’ha detto lui proprio, che era capo e guida do’ Compagniacci; uomo ardito e baldanzoso; o non si curava di dire il male, poi che l’aveva fatto, anzi si vanagloriava, Doffo ti dico: che, poi che il frate fu morto, più e più volte, et in più luoghi, se ne vantava de’ modi e dell’astutie che aveva usate di levarsi dinanzi quel frate. Et in fra le altre volte che così diceva, te ne dirò per ora un luogo, dove più volte e’ lo disse, et adveravanlo.[671] Lui usava molto in bottega di un dipintore, che si chiamava Sandro di Botticello; uomo molto noto nella città, per essere allora de’ primi eccellenti Pittori che ci fussino; et in bottega sua era sempre un Accademia di Scioperati, come uno ne era il prefato Doffo. E quivi più volte, ragionando in su la morte del frate, Doffo disse che non fu mai intentione loro mettere il frate di S. Francesco nel fuoco, e che lo assicurorno di questo; ma bastava loro che gli facesso giuoco tanto, che, col dilungare la cosa, loro venissino a loro intento di spegner queste cose del frate, e levarlo di qua. Donde che, parlandone così Doffo più volte in detta bottega di Sandro, e sendovi ancora presente Simone, fratello di detto Pittore, ne fece memoria nella sua cronica;[672] cioè a un suo libro, dove il prefato Simone descrive tutte le cose notabili di quelli tempi. E parendogli che questo detto di Doffo fussi da notarlo, per scoprir la verità che era occulta di questa materia, lo scrisse a questo suo libro legato in asse, che è come cronichetta delle cose occorrenti in quei tempi in Italia: et io ho visto detto libro e letto. Hor vedi, Didimo, se questo ti basta a mostrarti questa verità, ch’io ti ho detta.

Didimo. E’ non si può negare che questa non sia assai sufficiente prova a mostrare, che il capo proprio di questa Compagnia, che guidava il tutto, sia quello che l’abbi confessato e scoperto quel che a li altri era occulto: e tanto più si può prestar fede, quanto che sia stato scritto, come cosa da notare, in quella Cronachetta, che di’ aver vista e letta.

Soffia. E se questo libro non ti basta, el successo della cosa come ella seguì in quel giorno, che era ordinato per lo experimento (se tu lo gusti bene, e se tu hai punto d’ingegno) ti dovrebbe bastare, e far chiara la mente tua; che dal frate nostro non mancò punto, anzi da li adversarii, che non si facessi lo experimento detto.

Didimo. Se tu mi dirai quel che successe in quel giorno, poichè s’erano fatte le promesse da tutti e dua quelli frati, col contratto che tu di sopra hai detto; io per adventura potrò esser più chiaro di vedere e giudicare, se fu vero o no, quello che dicano questi nostri amici: che restassi dalla parte di fra Jeronimo di non ultimarsi questo esperimento.

Soffia. Sta attento, che io ti narrerò appunto il vero come andò questa cosa: chè fui al tutto presente. E tu, inteso che avrai il modo con che si precedette per questa parte, farai giudizio, se il lume dell’intelletto in te non sarà spento. Questo dì, che le parte avevano stipulato d’essere in piazza de’ Signori a fare questo effetto, era il Sabato dell’ulivo di quella Quaresima del 1498. Venne il primo fra Hieronimo a hore 21, che era l’ora promessa in sul contratto, con tutti i suoi frati in processione, che credo fussino più di 200; parati quasi tutti con pianete e piviali, e colla Croce innanzi: e lui e fra Domenico nelli ultimi. Haveva fra Domenico indosso pianeta e piviale col camice, e con un crocifisso di legno in mano, in croce, alto quasi due braccia; e fra Hieronimo con un piviale e col vaso del Sacramento in mano, e con molte torce e lumi in mano di cittadini intorno al Sacramento: et io fui uno di quelli che lo accompagnai. Et entrammo nella loggia de’ Signori, che era partita per il mezzo con asse; et a questi di San Domenico fu assegnata quella parte verso Mercato nuovo. Venne poi l’altra parte de’ frati de’ zoccoli (et entrorno in quella parte della loggia verso il Palazzo) senza processione, senza paramenti, senza lumi; come se havessino andare a vedere una giostra: hor gusta tu, Didimo, questo per il primo segno. Giunto ognuno nel luogo suo, fra Hieronimo posò il vaso del Sacramento in su uno altare, che quivi era stato ordinato in quella loggia, con molti lumi intorno; et mandò subito alla Signoria, che facessi entrare e’ frati l’uno e l’altro nel fuoco, come e da chi la Signoria aveva quivi ordinato, e che lui e li sua erano quivi parati. E stato così un poco, risposta non veniva; e fra Hieronimo di nuovo manda a sollecitare. Et eccoti venire quattro cittadini a fra Hieronimo, tra quali il più vecchio era Pier degli Alberti, et a lui per la età toccò a parlare e disse, da parte de’ frati di S. Francesco, che non si contentarono che fra Domenico portassi allo experimento del fuoco quella pianeta o piviale, che aveva indosso; per rispetto che tal vestimento potrebbe essere incantato, o maleficato che non ardessi: e che però fussi contento fargliene cavare. Hor piglia, Didimo, per il secondo segno, volendo poi poter ben giudicare.

Didimo. Questi mi paion segni di poca fede delli adversarij in sin qui; ma procedi più oltre, e dimmi quel che rispose fra Hieronimo.

Soffia. Rispose e disse in sustanza, e quasi in questo effetto: Magnifici Cittadini, Voi sapete che non per altro si è fatto il contratto per mano del Cancelliere della Signoria, se non perchè, fuor di quello, nessuna parte possa domandare altro. Questo è fuor del contratto: habbiate patientia; io non voglio innovare altro che quel che ha ordinato la Signoria. E da altra parte vi dico, che questa non è domanda da veri cristiani. Noi non usiamo, nè temiamo d’incanti; la fiducia nostra è solo in Dio. Dite a quelli vostri Padri di S. Francesco, che loro credono che l’incanti vaglino in questo caso, che ne ponghino addosso al loro frate quanti e’ vogliono, che non li stimiamo cosa veruna. Allora Piero replicò e disse: O Padre fra Hieronimo, che fa a voi, andare il frate vostro più con una veste che con un’altra? Oh! se loro chiedessino una gran cosa che diresti voi? Questa è una piccola cosa; siate contento concederla. E così ancora quelli altri cittadini, per esser piccola cosa, ne lo confortavano; in modo che lui disse, per non stare a disputatione e passare il tempo: io son contento; pigliate un’altra pianeta o piviale di questi mia frati che son qui, e mutatela; con questo inteso, che non chieghiate altro. E così si fece; e mutossi quivi questa vesta di sopra; et partironsi commendando assai fra Hieronimo, che così avessi fatto e conceduto.

Didimo. Questa risposta di fra Hieronimo fu saviamente detta. Ma che seguì poi, e che fine ebbe questa disputatione?

Soffia. Non creder che qui si fermassino con le loro cavillationi, ma mettendo tempo in mezzo, che era già passato 22 hore, nulla si spediva: donde fra Hieronimo mandò di nuovo a sollecitare. Et ecco di nuovo tornare la medesima ambasceria, et il prefato Piero degli Alberti, con parole adulatorie verso di fra Hieronimo, dicendo: Padre, voi siete stato assai commendato di quel che, per vostra humanità, havete compiaciuto a questi frati di S. Francesco; e tanto più sarete commendato, se voi concederete ancora un’altra cosa, che vi adomandono. Rispose il frate: Piero, egli è meglio che voi non la diciate, perchè sapete, poco fa, dissi non voler concedere più altro, e fusti contento; e come hora vi mutate? Replicò Piero: Padre, non vi turbate; ella è quasi la medesima, che la prima. Dicano i nostri frati che il medesimo sospetto è nell’altre veste di fra Domenico d’esser maleficate, che era in quella mutatasi; e che vogliono che si spogli del tutto. Hor nota qui, Didimo, per il 3º segno; e giudica tu, se ti piace, che costoro volessin venire allo esperimento, o cavillando fuggirlo.

Didimo. Io ti dirò il vero: considerando questi modi, che tennon costoro, mi fanno credere che fussi vero quel che poco fa dicesti che havea detto Doffo Spini; di metter tante cavillationi a campo, che non si verrebbe allo esperimento. Vedesi che questi andamenti non sono altro che subterfugii per non far nulla; ma che disse fra Hieronimo?

Soffia. Rispose: o Piero, che cose adimandate voi? Volete voi che questo huomo vadia ignudo? che così volete che si spogli del tutto. Questo religioso ha portato tanti anni l’abito di San Domenico, e non lo lascierà mai insino alla morte, se non li sarà tolto per forza. Preterea, come poco fa vi dissi, questo non è combatter da cristiani, aver fantasia all’incanti. Io vi dico da parte di tutti nostri frati, che non vogliamo far altro, che quel che dice il contratto che ha fatto far la Signoria; e siamo parati a observare e venire allo esperimento, e per noi non sta.[673] Replicò Piero molte parole; e che si poteva mutare altre veste e non andare ignudo. E tandem non potendo avere altro, questi ambasciatori si partirno, et andorno su alla Signoria a querelarsi. Et intanto si avvicinava a 23 hore. E stando così un poco, venne ambasciata dalla Signoria, che fra Hieronimo fussi contento, siccome havea fatto mutare la prima vesta a fra Domenico, così lasciassi mutare le altre. E fra Hieronimo fu contento obbedire la Signoria; e disse, che questi frati di S. Francesco eleggessino uno, chi volevono di questi di S. Domenico (che ve n’era quivi più di cento), e spogliassinlo, e rivestissino fra Domenico de’ panni di quell’altro; con questo inteso che, se chiedessono più altro, che non lo concederebbe. E così rimasono; e venne quivi incontinente un de’ loro frati de’ zoccoli, chiamato fra Piero della Strada, et andò sguardando tutti quei frati di S. Domenico, e scelsene uno a suo modo, che era frate Alexandro Strozzi. Il quale, come si vidde pigliare da quel frate, credette esser eletto per andar nel fuoco; e tutto lieto corse a’ piedi di fra Hieronimo, chiedendo la benedizione per entrar nel fuoco. Al quale fra Hieronimo rispose: questo non tocca a voi; avete andare con fra Domenico, e spogliarvi, e rivestirvi de’ suoi panni e lui de’ vostri: E così andorno in Palazzo nella Camera dell’Arme, e spogliorno fra Domenico insino alle calze, scarpe e calcetti et ogni cosa; e, così rivestitosi de’ panni di quell’altro, due frati di S. Francesco lo ricondussono nella loggia, dove era prima, col suo crocifisso in mano con che escinne; e quivi lo guardavono, acciocchè forse non si fussi mutato altri panni. Vedi che segno ti par questo altro. Et hor fatto questo, fra Hieronimo manda a sollecitare che s’entri allo experimento, chè di già si avvicinava la sera. Et eccoti tornare la medesima imbasceria la 3ª volta. E quel venerabil cittadino Pier degli Alberti, cominciò a parlare a questa volta con un altro colore rettorico, che non aveva fatto insino a qui: e tu, Didimo, da questo suo parlare potrai haver l’altro segno da fare il tuo iuditio. Hor questo Piero disse prima male de’ frati di S. Francesco, per captare benevolentia dall’altra parte; e disse: Padre fra Hieronimo, questi frati di S. Francesco son troppo importuni. Io l’ho detto loro; pure habbiate patientia. Voi n’havete più discritione, et havete usato più urbanità di loro. E’ ci resta solo una cosa, e questa si è: quel Crocifisso, che fra Domenico ha in mano, non vorrebbono che ’l portassi seco nella capanna del fuoco, per il medesimo rispetto sopradetto. Hor come fra Hieronimo ebbe udita questa proposta, si volse e disse: Piero, non v’ho io detto che questi vostri non combattono da Cristiani, ma da infedeli? Come ardiscono loro proibire che Cristo nostro e lor Signore non si porti in sua difensione? In che dunque confidano questi vostri, se non voglion Cristo? Preterea voi havete, poco fa, due volte promesso non chieder altro; et hor tornate con nuove domande. Questo vuol dir altro. Credete voi che noi siamo senza intelletto? e che noi non veggiamo che non volete venire allo experimento ordinato; ma volete consumare il tempo con queste cavillationi, per condurci a notte, alfine di far qualche altro male? No, che io non ne voglio sentir altro; chè, consentito questa volta, ne verresti all’altra. Noi vogliamo osservare il contratto, chè quel più vi haviamo concesso. Noi non andiamo con incanti, nè con superstitione alcuna; ma semplicemente, confidandoci in Cristo e non in altro; e con fede, anzi certezza, entrando nel fuoco, di uscire inleso; e chi, per la parte nostra entrerrà, che non si arderà un capello, non pure un pelo della Cappa o della vesta; perchè la nostra fiducia è tutta in Cristo crocifisso per noi; e con lui vogliamo star nel fuoco e fuor del fuoco, nè lo vogliamo lasciar per nessun modo. Anzi fra Domenico, non solamente con quel crocifixo che lui ha in mano; ma etiam col Sagramento, che è qui in su l’altare, andrebbe nel fuoco, se li paressi di portarlo. Donde, finito questo parlamento, quelli cittadini, che non potevono haver altro da fra Hieronimo, si partirono. Ma lui mandò dire alla Signoria che, per lui non mancava, nè per li sua frati, di osservare quanto avevono promesso, e che eron parati a obedir quanto lei comandava. Per il che la Signoria, vedendo che gli era presso a notte, dettono licentia a ognuno che se n’andassino: che senza licenzia questi frati non si sarebbon partiti. E però, vedendo la Signoria che il tempo della notte forse e senza forse arebbe dato occasione di scandolo, volse che ognuno, senza far altro experimento, se ne partissi innanzi che fusse scurato il giorno. Hor giudica tu, Didimo, se questi tua amici dicano il vero o la bugia, che da fra Hieronimo rimanessi a far lo experimento del fuoco, o dall’altra parte. Tu hai inteso hora tutto il vero; chè a tutto quel che io ti ho detto mi trovai presente. Hor, se tu hai preso e gustato tutti li segni et il procedere di questa materia, giudica tu quel che te ne pare.

Didimo. Io veramente credo che non si troverrà persona di cervello e senza passione, che avessi veduto tutti questi andamenti e modi dell’esser proceduto per l’una e l’altra parte in questo caso, che mai possa dire con verità che sia restato dalla parte di fra Hieronimo; ma più presto dall’altra, vedendosi sempre con nuove cavillationi haver fuggito lo experimento, con dilungare il tempo sino a notte. E questo è il giudizio che ne fo. Ma io ti voglio ben dire una cosa di mia fantasia, in che mi pare che quella Signoria manchasse. Se io fussi stato allora de’ Signori, io arei fatto pigliare l’un frate e l’altro, e messili in quella capanna e messovi fuoco; se io avessi avuto concorso di tanti delli altri Signori, che fussino stati della mia opinione; et haremo veduto questo miracolo.

Soffia. Tu hai ben detto, se tu avessi auto tanto concorso delli altri Signori; ma sappi che v’era chi l’arebbe fatto dalla parte de’ frati di S. Domenico; ma il concorso non vi era, perchè e’ più di loro erano macchiati d’una medesima pece. Et anco sappi, che ben conoscevano che loro andavono contro la verità, e non potevono sperare cosa buona per loro del miracolo; anzi ne avevono da temere, e fortemente: che così bisogna dire che il rimorso della coscientia, che mai non falla, gliene dimostrassi. Bastava loro tenere tali modi, che finalmente con loro astutie e cavillationi e bugie dessin la colpa ad altri, che aveano loro; intanto che avessino il frate nelle mani, e guastassino quel governo. Questo era lo intento loro, e non il cercare il miracolo. Ma questi Compagniacci, che havevono preso l’arme, et erano lì quel giorno in piazza, non ebbono però tanto animo, che mettessino le mani addosso al frate; perchè vi era la guardia grande ordinata dalla Signoria[674] (che era pur officio loro provedere alli scandoli e tomulti); et ancora vi era tanti altri cittadini da bene, proveduti in favor di questa parte, che superavano assai i Compagniacci. E però non si mosson per allora, benchè molte parolaccie usassino. Ma la notte seguente, che fu il Sabato dell’Ulivo, come è detto, non attesono ad altro che sollevar gente della plebe e popolaccio con dire: che gli era rimasto da frati di S. Domenico di non voler fare lo experimento. E l’altro dì, che fu la Domenica dell’ulivo, verso la sera, assaltorno la chiesa di S. Marco: dove non era guardia, nè preparatione di difesa alcuna. E quivi, messo fuoco nelle porte, tanto vi si combattè sino a mezza notte, che ebbono alfine, d’accordo, il frate nelle mani. Hor eccoti qui, Didimo mio, narrato di tutto quello ricercomi in questa giornata di voler sapere: donde e come nacque tant’odio contro il frate, e che lo perseguitassino insino alla morte. Et io te l’ho dette tutte le ragioni, intanto che tu vedi che gli è preso, et è nelle mani de’ Farisei e de’ suoi nimici. E, se io ti volessi dire il resto, e li strazzi che li feciono, e quanti versi tennono per farlo morire; bisognerebbe un’altra giornata, e tu vedi ch’egli è già sera, e non è tempo da finirti et explicarti l’altre cose.

Didimo. Io veggo che gli è vero quel che tu di’, e che non ci è tempo, e che l’ora è tarda; però io ti lascierò per oggi, et un’altra giornata tornerò a rivederti, e fornire questo restante di questo servo di Dio. Che veramente, per quanto insin qui mi hai detto, non posso credere se non che fussi un servo di Dio; e però non posso fare che non mi doggha, vedendo che già è preso da sua nemici. Ma, se oggi noi lo lasciamo qui nelle mani de’ Farisei, un’altra volta lo lascieremo in Paradiso, dove arà la sua perpetua pace e quiete. E partendomi da te, con Dio ti lascio.

Soffia. Vade in pace.

Didimo. Et tu quoque vale.

Dell’Apologia in modo di Dialogo, in diffusione delle cose predicate in Firenze dal Rev.º fra Hier.º Savonarola da Ferrara.

Quarta giornata. Delle cagioni allegate dolorosamente e falsamente da’ Compagniacci e da’ cattivi, dell’aver preso fra Hieronimo per farlo morire, come feciono; apponendoli che voleva metter Cristo nel fuoco et arderlo, e che gli era eretico et scismatico e scomunicato dal Papa. E qui appresso si pongano le risposte a tutte queste calunnie.

Didimo. Nell’ultimo giorno, che noi fummo insieme a parlamento delle cose del nostro Reverendo fra Hieronimo, tu mi narrasti lungamente che tanto fu ostinata e dura la persecutione, che feciono quelli Compagniacci, insieme con li altri cattivi cittadini di Firenze, che alfine lo presono et ebbenlo nelle forze loro; e dicestimi che il resto che seguiva poi di questa captura lo riserbavi in altra giornata. E però io son tornato di nuovo a darti molestia: e so che tu mi harai scusato, per il tanto desiderio che io ho d’intendere il tutto, sino al fine d’ogni cosa, di questo Padre.

Soffia. Tanto quanto allora dissi, tanto voglio osservare.

Didimo. Io comincierò a interrogarti sopra una parola, che nel fine quasi del parlare tuo ti uscì di bocca; e questa fu che, narrando tu la sua captura fatta da Compagniacci, dicesti che l’ebbono d’accordo. Io non intendo che accordo fussi questo; chè per allora, essendo sera, non vi fu tempo da dimandartene. Arò caro, se ti piace, che mi dichiari meglio questa parola, e che accordo fu questo.

Soffia. Io tel dico. Doppo che fu combattuto quivi un gran pezzo, da vespro quasi insino a mezza notte in circa, che vi era de’ Secolari, benchè pochi (che forse erano quivi rimasti doppo vespro, et combatterno assai per difensione di quelli frati di quel convento, che tutti erano ridotti in coro), si cominciò per qualcuno a cercare di posare il combattere. E dissono alcuni di questi Compagniacci, tra’ quali fu uno Guglielmo Alexandri, di voler parlare, da parte della Signoria, o a fra Hieronimo, o a qualcuno di quelli frati. E fu fra Malatesta, che s’intromisse a parlare con loro; e’ quali dissono che la volontà della Signoria era, che fra Hieronimo venissi in palazzo alla Signoria. Al che fu risposto che ne mostrassino il partito della volontà della Signoria. Et uno di loro, che fu il detto Guglielmo Alexandri, disse: La Signoria fa a nostro modo; non ne dubitare punto che il partito c’è; e doppo altre parole fecion venir quivi un Mazziere, over comandatore de’ Signori, con le fave nere in mano del partito della Signoria. Il qual partito se fu della Signoria o no, Dio lo sa; e fra Malatesta venne, e a fra Hieronimo et a tutti i frati che già s’erono poi ridotti in Libreria, e mostrò, o per timore o per voglia che’ egli havesse, che la cosa era in gran pericolo; e che e’ bisognava andare, o che i frati sarebbono quivi tutti morti: e così spaventò assai tutti i frati. Donde quelli de’ Compagniacci che erano a tal parlamento, come fu Duccio Adimari, e detto Guglielmo, et il Grasso de’ Medici et altri, affrettando la cosa, promessono con larghissime parole a’ frati tutti di condur salvo il frate alla Signoria, e così salvo ricondurlo al suo convento: che forse, se si aspettava il giorno, sarebbe stato soccorso da molti, che, per esser notte e non veder che cosa fusse, non si mossono. E così con questi patti si dette loro nelle mani; e fra Domenico da Pescia volse andare et andò con seco in sua compagnia. E questo fu l’accordo, che io volsi ieri dire quando così parlai; et hora che mi hai ricerco che tel dichiari, come ho fatto, sappi ancora che molti de’ suoi frati, in questo suo partire, volevano andar con lui, etiam che credessino andar alla morte; ma lui non volle che nessun vi andassi, se non fra Domenico. I quali, prima che di lì si partissino, tutti a dua si comunicorno quivi l’un l’altro per viatico; quasi aspettando la morte ad ogni punto. E bisognò che il frate a qualcuno di questi suoi frati comandassi per obedienza, che non si partissi, e che non lo seguitassi: tant’era accesa in loro la carità verso del loro Maestro. E così questi Compagniacci, in quella notte, lo menorno via preso cum fustibus et lanternis, con tante grida e strida di quel popolaccio, quanto si può pensare che sia nell’Inferno: e chi gli dava pugna e calci, e chi lo chiamava frataccio e chi fra Cipolla e chi in un modo e chi in un altro, con tanti strazii e villanie che, se tu l’avessi sentite, ti parrebbe che fusse stata molto simile questa captura a quella del nostro Salvatore. E così lo condussono al Palazzo dove erano congregati li Farisei, che con gaudio lo aspettavono, per fare ogni male: e quivi, in cambio di rimenarlo al suo convento, come havevon promesso l’altro giorno, cominciorno a tormentarlo e darli della corda, perchè non rispondeva a lor modo, a quello di che lo esaminavono et interrogavano. E quivi furno eletti 16 esaminatori, tra’ quali era un Doffo Spini capo de’ Compagniacci, come ti dissi nell’altra giornata. Hor pensa tu com’egli stava, tra 16 cani arrabbiati con tanto ardire, che ponessino alla fune e tormenti un religioso, senza causa e senza aver licentia da alcuno suo superiore. E benchè dichino in su quel processo, che è fuori, che vi fu la commissione del Papa in due Canonici, non fu vero, e non può essere, perchè nel medesimo processo si riprova. Perchè dicano averli dato, alli 10 di Aprile, 3 tratti e mezzo di fune, et tamen il frate non entrò prima in Palazzo che la mattina de’ 9 di Aprile; e non poteva, in sì poco tempo, haver mandato et esser venuto lettera, o licentia alcuna da Roma.

Didimo. Io veggo, per quello che mi racconti, in prima la bugia di questi Adversarij, e poi quanto stratio costor feciono di questo povero frate; dove si manifesta quanto odio et veleno loro havevono conceputo contro di lui. Ma io non veggio già che cagione o delitto li apponessino, di sì subita presura e tormenti; perchè non si essendo venuto alla prova del fuoco, che di sopra io ti dissi, non potevon dire che l’avessin trovato in dolo, nè in fraude alcuna.

Soffia. Chi ha voglia di venire a una fine ec.

XLVI.

(Vol. II, lib. IV, Cap. IX, X, XI.)

Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi.

Sesta giornata. Del vero processo di fra Hieronimo di sua mano scritto, e delli altri tre processi, contra di lui falsamente scritti da’ suoi inimici.

Soffia. E’ mi par vedere Didimo venire molto in fretta verso casa mia; qualche altro scrupolo gli sarà stato messo nel capo. Egli è desso! O Didimo mio, che hai tu di nuovo che tu ne vieni così affannoso?

Didimo. Io non so qualche volta dove io cammini; tanto è astratta la mia fantasia sopra queste cose di fra Hieronimo, che bene spesso, uscendo di casa et non pensando, io mi conduco qua a casa tua, che a pena io me ne accorgha: et insino a tanto che io non sia resoluto da te del tutto in queste cose, non pare che io mi possa quietare. Tu sai che nella giornata, in che noi, parlando sopra la scomunica fatta da papa Alessandro VI contra a fra Hieronimo, a stanza et per suggestione di quelli cattivi di Firenze; tu incidentemente toccasti ancora un motto del Processo che contra di lui fu fatto, e dicesti volermene dire un altro giorno, sopra questa materia, la verità come essa sta appunto. Et per questo io sono stato in proposito tuttavia di tornare da te per saperne il vero, e tanto più sono spinto, perchè, poco fa, uno di questi mia amici, che tu sai che son contrarj a questa opera, scontrandomi, mi assaltò a parlar meco in su questo processo; e ti posso dire che ci si fanno molto gagliardi, con dire che e’ fu un seduttore, e che questo suo processo e la morte sua l’ha dimostrato. E però non ti maravigliare, se io ne venivo così ratto e sopra pensiero, e ti prego che tu mi illumini di questa cosa come mi hai fatto delle altre, e che io sappia come io debba rispondere a questa calunnia, che altre che calunnia non penso e non credo che la si possi essere.

Soffia. Tieni saldo e fermo cotesto tuo credere, che quello che loro ti dicano sopra questa materia, non è altro che calunnia, come io ti mostrerò in questa giornata, prima che tu ti parti da me; perchè essendo tu venuto a posta per questo, voglio e spero per gratia di Dio mandartene sodisfatto; e vedrai che, da uno in fuori che lui scrisse di sua mano, tutti li altri processi sono falsissimi, e falsamente da’ suoi malevoli composti. Et in quanto tu di’ che lo chiamano fra Hieronimo seduttore, e che per seduttor fu morto, non te ne alterare, Didimo mio, di questo loro parlare; perchè ancora Christo signor nostro fu chiamato seduttore da quelli Giuda che lo feciono crucifiggere, e per seduttore lo accusorno a Pilato e che e’ subvertiva il popolo, e per seduttore volsono che morissi; et ancora poi che fu morto lo chiamorno seduttore, dicendo a Pilato che lo facessi levar di croce e custodire il sepolcro, dicendo: seductor ille dixerat: post tres dies resurgam, cioè questo seduttore ha detto che resusciterà doppo tre giorni. Però lassa pur dire questi cattivi, che io non me ne piglio punto di scandolo, del parlare di questi cattivi; anzi ne piglio edificatione, considerando etiam che per questa via, lui si è assimigliato più al suo e nostro Signore, che volse ancora lui morire per queste via, et esser chiamato seduttore, benchè non fussi vero. E se così questi cattivi dicano di fra Hieronimo, considera, Didimo mio, che non ha a essere maggiore e di miglior nome il servo che il Signore, sí come disse Jesu Christo a’ suoi discepoli: Non est maior servus Domino suo, et si me persecuti sunt, et vos persequentur. Ma torniamo al proposito di quello che tu vuoi sapere del processo, et lasciamo andare costoro che son ciechi.

Didimo. Sì, Soffia mio carissimo, questa cosa del processo, chè per ora da te altro non desidero.

Soffia. Sappi, adunque, che quattro furno i processi che in quel tempo furno fatti sopra di Fra Hieronimo, quando che lui stette preso et incarcerato; et uno di questi è solo vero processo, chè lui scrisse di sua mano, e che li fu dato da scrivere, et inpostoli che de’ casi suoi ne scrivessi la verità sopra le interrogationi che li furno fatte:[675] e lui così del tutto ne scrisse la verità. E questo suo processo vero di sua mano, un nostro cittadino chiamato Giovanni Berlinghieri, che era allora uno del numero de’ Signori, et era huomo litterato, gli pose su le mani, et tennesi questo tal processo per sè; nè mai, poi che fu uscito de’ Signori, volse che alcuno più lo vedessi, nè in vita di Fra Hieronimo, nè etiam doppo che fu morto. Questo Giovanni Berlinghieri si trovò esser de’ Signori, in quel tempo che Fra Hieronimo fu preso, cioè d’aprile 1498, et uscì de’ signori; et poi di maggio entrò la Signoria, al tempo della quale poi Fra Hieronimo fu sententiato e morto; sì che Giovanni non si trovò a giudicarlo, ma portossene quel processo vero; et vedendo come questo frate fu poi morto, non volse mai mostrarlo poi a persona, dicendo che non l’haveva.

Didimo. Io non ho saputo mai più che di Fra Hieronimo, fussin fatti tanti processi, quanti tu hai narrato; e mi son creduto sino a qui, che quel solo processo che è fuori stampato fussi di lui fatto, e non altro, eccetto che la esamina che di lui fece poi Romolino. Hor, perchè tu hai detto che furno fatti di lui quattro processi, e di già mi hai scoperto uno che tu di’ che è quel vero che ebbe Giovanni Berlinghieri; tu mi dirai ancora come stanno questi altri, e se di questo primo tu hai ancora che dirne altro; perchè il dire tu che questo è il vero, et li altri no, non par che basti, se tu non me ne dimostri qualche segno di verità.

Soffia. Il primo segno che io ti voglio dire, e la prima coniectura per la quale si apparisce che questo sia la vera confessione di Fra Hieronimo, e che tutto sia in suo beneficio, e secondo la verità da lui prima tanto predicata; e pubblicamente detta, è questo: che Giovanni predetto, richiestone doppo morte del frate, da molti credenti la sua dottrina, non lo volse mai mostrare; forse per non scoprire sè, o quelli che in tale opera erano stati adversi et persecutori di questo frate. El che è così da presumere, che questo sia il vero processo e l’altro no, e che questo non concordi con quello che è fuori; perchè se questo processo fussi stato concordante con quello che hanno mandato fuora e fatto stampare, l’harebbe Giovanni mostro ad ognuno, e non occultato. Ad ognuno, dico, l’harebbe volentieri fatto vedere, e tanto alli fedeli e credenti di questa opera del frate per farli chiarì, perchè erano in errore; quanto etiam et molto più alli contrarj per compiacer loro; e però, non l’havendo voluto mai lasciar vedere, maxime a quelli credenti, chè ne fu ricercato da molti; questo è segno e coniettura manifesta, che questo scritto di sua mano non concorda con quello stampato e pubblicato, che è fuora.

Didimo. Questo segno che tu hai detto ha assai del verisimile, che in quel processo scritto del frate fussi più presto cosa che contrariassi a quel processo stampato che con quello concordassi; pur non di manco questa è sola coniectura e non probatione, se altro non vi si aggiugnessi, maxime non ne dicendo tu se non parole, che lui cioè Giovanni l’habbia dinegato mostrarlo a persona alcuna.

Soffia. Io veggo che è forza, che io ti apra ancora più manifesto segno, che non era mia intentione nominare persona; ma perchè io ti veggo ancora star sospeso, son forzato pigliare animo a nominarti qualche uno che a Giovanni ne parlò, e le parole che gli rispose.

Didimo. Tanto più ne rimarrò satisfatto, quanto tu più mi mostri che Giovanni havessi questo scritto nelle mani, e che lui lo volessi occultare.

Soffia. Sappi, adunque, e tieni per certo questo che adesso ti dico: il prefato Giovanni Berlinghieri, doppo alquanti anni morto il frate, si infermò: et gravemente; et allora sperandosi che, almanco doppo sua morte, Giovanni fussi contento lasciar questo scritto che si potessi vedere; vi andò a parlargli dua suoi parenti, e dirotti chi e’ furno poi che così mi costringi. Questi furno Alessandro Pucci, et Mª Sibilla sua donna, i quali erano tutti a dua suoceri di una figliuola di detto Giovanni, sperando per la parentela ottenere questa domanda, et pregoronlo che dovessi mostrar e compiacerne loro di questo scritto del frate. E dirotti ancora più oltre, da chi e’ furno mosse queste dua persone a far questa domanda. Fra Bartolommeo da Faenza, che era frate dell’ordine che era Fra Hieronimo, uno dei suoi credenti, ma haveva veduto miracoli più volte; sapendo che Giovanni haveva questa cosa, desideroso di vederla usò queste dua persone parenti di Giovanni per impetrare questa gratia. Ma odi quel che Giovanni li rispose e disse: nè a voi nè a persona del mondo lo mostrerrei, perchè sarei per avventura cagione della morte di più di quaranta cittadini di Firenze. A Dio non piaccia che io sia cagione di tanto male; habbiate pazienza, perchè non è bene che io facci quello che voi mi domandate; anzi voglio prima che io muoia gittarlo nel fuoco, e vederlo ardere, chè non voglio dare occasione alla morte di persona. Hor che di’ tu qui, Didimo; bástati questo segno della verità di questo tal processo? Di chi credi tu che Giovanni dubitassi d’esser morti tanti cittadini, non già delli amici del frate, che in tale scritto non havevan colpa, nè fattovi nulla; ma sì bene delli suoi persecutori che havevono fatto il contrario e l’opposito di quel che diceva questo processo vero, e di man propria del frate.

Didimo. E’ non si può negare che questo non sia manifesto segno, che la verità sia in questo scritto che tengano occulto; perchè le parole di Giovanni Berlinghieri, che tu hai allegate, se le son così come tu l’hai narrate, mostrano la malignità e la colpa grande in costoro che dettono la morte, o furon causa della morte del frate, dubitando lui che sarebbon morte, se questo processo si palesassi.

Soffia. E’ pare che tu dubiti, se questa risposta di Giovanni fu così come io te l’ho narrata. Credi tu che io ti dicessi affermative una cosa, della quale io non ne fussi certificato prima? Sappi che tutte queste parole di Giovanni, io hebbi da tutte a tre quelle persone che io ti ho narrato che richiedevano Giovanni di questa; perchè tutti tre erano mia amicissimi, et hebbi sempre io con loro grandissima familiarità sin che vissono.

Didimo. Io ti credo assolutamente, e non dubito punto che non sia vero quello che tu mi hai detto; e tanto più ti credo, che non posso credere haver permesso Dio, che cotesto huomo habbi serbato cotesto scritto a caso; ma che forse un dì si habbia a palesare per testimonio di questa verità.

Soffia. Ella è opinione di alcuni, che benchè Giovanni dicessi quelle parole di voler ardere questo processo innanzi alla sua morte, che non dimanco poi nol facessi; e però potrebbe per avventura un dì, quando a Dio piacessi, verificarsi quello che tu hai detto.[676]

Didimo. Horsù tu hai detto assai di questo primo processo; e di quest’altri tre che tu di’ che ne furno fatti, tu ne dirai quel che e’ sono, e che di loro sia seguito.

Soffia. Io ti ho detto che questi altri tre furno falsamente fatti, per calunniare il frate quanto e’ potevano; volendo con tal calunnia coprire sè e la loro cattività e maligna intentione, che non paresse che havessino presi et morti tre religiosi, senza causa alcuna e tanto vituperosamente, e non havendo altro rimedio a voler dar qualche coperta alla loro iniquità che fingere questo frate uno huomo diabolico. Ma diciamo un poco di quelli altri due, che insieme con lui feciono morire. Di questi non hanno mandato fuori nè stampato processo alcuno; anzi dipoi si è trovato quel che loro scrissono in prigione, che non v’è un peccato al mondo. Immo più forte ti dico, che viddono un miracolo espresso di Fra Domenico in prigione, innanzi che lo mandassino a morire, come un’altra fiata io ti dirò per non uscir qui ora di proposito. Bastiti questo per adesso, e nota bene se questo altro segno che io ti ho detto ti scuopre la malignità, et perversità grande di questi indiavolati et maledetti persecutori di questo frate.

Didimo. Chi ha punto di giudizio e ponga da canto la passione, non sarà mai possibile che, considerato tutte le circonstantie che sono in questo caso, che possa mai dire, se non che questa fu rabbia di questi persecutori, e non fu cosa di iustitia, nè di verità alcuna. Ma torna al dirmi di questo secondo processo quel che tu ne sai.

Soffia. Quando questi scellerati viddon da principio, di non poterne, con tormenti nè con altro, trovar cosa da giustificarsi di haver messo le mani violente in questi poveri religiosi, come già te ne toccai un motto nella III giornata, che allora infra tre o quattro giorni già il popolo nella città mormorava di loro; però fabbricorno così in fretta fretta un processo falso di poche carte, cavato, come allora si disse, in parte da quel (di) Fra Hieronimo, con certe postille aggiunte in più luoghi, che guastavano tutto il detto suo; e le quali postille si disse essere state fatte da ser Cecchone che fu cancelliere di quelli esaminatori, et posonvi su qualche calunnia contra il frate, e fecionlo stampare a un cartolaio e venderne. Ma non fu più che veduto fuora, che etiam da quelli che erano dalla parte di questi adversarij, e de lor savi della sapientia humana, fu giudicato cosa di poco fondamento, e più presto con poca prudentia composta; e però subito fu mandato un bando in fra tante hore, sotto grave pena, riportarli a quel Cartolaio donde li havevono comperati. Hor vedi, Didimo, che processo fu questo che lor medesimi compositori di quello processo presto sene ebbono a vergognare.

Didimo. Questo che tu hai detto del mandar fuori questo tal processo, e subito ripigliarlo, dimostra la sciocchezza loro, et insieme la malignità; e così sempre interviene a chi non va retto a Dio, che, benchè per far male usi l’astutia e la malitia, nondimanco sempre par che perda il cervello, e dimostri ancora la sua astutia sicome è scritto: Adducam consiliaros in stultum finem. Ma dimmi, Soffia, donde cavi tu questo, che mandato che fu fuori tal processo, lo facessino di subito, per bando, riportarlo donde era stato levato?

Soffia. Che questo fu cosa pubblica, et ancora io dissi se tu leggessi quella cronicha del Botticello, che altra volta io ti ho detta, tu troverresti a carte 434 che lui dice che fu messo questo bando da parte della Signoria, o degl’Otto, che tal processo si riportassi, e che ne fu riportati molti; ma che lui nol volse già riportare quello che lui comperò.

Didimo. Horsù diciamo che questo sia abastanza quanto al secondo processo che tu hai detto, il quale apparentemente si vede assai esser macchiato di falsità. Venghiamo al terzo, e dimmi quale è questo terzo, e quel che tu ne giudichi, e come tu lo intendi.

Soffia. Il terzo processo è questo che è fuori stampato, il quale scrivono esser fatto e scritto sotto dì 19 di aprile 1498, il quale io ti ho detto che è similmente falso, e mostrerotti la sua falsità in più luoghi, se tu mi ascolterai.[677]

Didimo. Mostrami, e di’ quello che tu vuoi, che io ti ascolterò sempre più che volentieri, per trovar la verità di questa cosa, chè altro io non cerco.

Soffia. Cominciati da principio di questo processo, dove e’ dicano haver cominciato ad esaminare Fra Hieronimo alli 9 d’aprile, che la notte innanzi a detto dì 9 fu da loro preso; e dican alli 10 haverli dato tre tratti e mezzo di fune, et a questa esamina, oltre alli esaminatori secolari che quivi son nominati, dicano vi intervenne due canonici commessarii del Papa. Questa per la prima è una expressa bugia, et una manifesta falsità, perchè il frate è preso la notte innanzi alli 9 del mese, et alli detti dì 9 lo cominciano a esaminare secondo che è scritto in detto processo: non è possibile che in sì breve tempo habbino mandato a Roma per la commissione, e la sia venuta in sì poche hore, che tra l’andare e tornare son più di duegentonovanta miglia; però si vede già che in sul principio questo processo si dimostra falso, e Dio lo permette che le opere de’ cattivi hanno sempre qualche cose che si scopre la lor cattività.

Didimo. Questa tua ragione non è talmente gagliarda che non vi si possa rispondere; perchè potranno dir questi adversarij, che prima havessino fatto venir tal commissione.

Soffia. Sciocca e stolta sarebbe stata cotesta loro risposta, se così la dicessino, e sarebbon simili a quello stolto che ordina di desinare la lepre avanti che l’habbi presa.

Didimo. Horsù ammettiamo che questa prima habbia apparentia pur di qualche falsità, e dimmi se tu ne mostri altra miglior ragione di questa, da convincere questi nostri amici; che ti so dire che in questo processo fanno grandissimo fondamento, e dicano che gli è soscritto da tante altre persone qualificate che si trovorno presenti a tal sua confessione, in modo che io non veggo per che via si possa bene uscire di questo. Io per me non so già cavarne i piedi, se tu non mi mostri il modo.

Soffia. Ben sai se fussi vero quel che quivi è scritto, e noi lo presupponessimo per vero, che saria difficil cosa uscire di tal laccio; ma se io ti mostrerrò molte falsità che vi son dentro, bisognerà che tu e loro confessino, non volendo esser protervi, che a un tal processo pieno di falsità non se li possa nè deva prestar fede.

Didimo. Horsù procediamo avanti, tu ne hai già dette una di queste falsità, benchè la non concluda molto. Séguita di dire l’altre, che forse haranno più apparenza, e più demostratione.

Soffia. L’altra falsità, che si vede ancora sul principio di questo processo, è questa: che dicano haver dato a Fra Hieronimo in tutto tre tratti e mezzo di fune e non più, e che poi in tutte l’altre esaminationi è stato esaminato a parole; questa ancora è un’altra gran bugia et espressa falsità, come dopo se n’è trovato il vero. E prima voglio che tu sappi, per giustificatione di quel che io ti dico, che uno di quelli che si trovava ad esaminare più volte Fra Hieronimo, fu messer Hormannozzo Deti, nostro dottore fiorentino, quale era allora de’ Signori; e dipoi, morto il frate, trovandosi a cena una sera in casa Guglielmo de’ Pazzi, dove era ancora alla medesima cena Schiatta Ridolfi, amici e parenti di detto Guglielmo, e ragionandosi pure quivi a tavola in sul frate, del quale di sua morte in quei tempi spesso si ragionava; il prefato Schiatta interrogò messer Ormannozzo, e disse: deh! ditemi in verità come trassinasti[678] voi Fra Hieronimo con la fune, che ho inteso che molto egli si doleva? Rispose messer Ormannozzo: gliene davono,[679] quando quattro tratti, e quando sei. Allora Schiatta si volse al vescovo de’ Pazzi, che era lì a quella cena e disse: quattro e sei fa dieci; notate Mons^{re} quel che ha detto messer Ormannozzo, e quanto gli è contrario al processo stampato, che non li dettono più che tre tratti di fune e mezzo. Et allora, perchè il detto Vescovo era stato molto contrario al frate, roppe quel ragionamento e non volse che se ne ragionassi, nè se ne disputassi più oltre, per non scoprirsi il vero. Párti, Didimo, che questo detto del processo sia falso e reprobato, per la testificazione di uno di quelli che lo tormentava? Così ne disse, e feciene buon testimonio poi Schiatta a più riprese.

Didimo. Non si può con verità negare, che questo parlare dell’esaminatore non sia sufficiente probatione della falsità, in parte, del detto processo; e non dico a questa, come io dissi alla prima che tu allegasti, ma séguita più oltre se tu hai altra prova che questa.

Soffia. Di quel che io ti ho detto, ti dovrebbe bastare la fede e testimonianza di Stiatta che sai che fu huomo da bene; ma per più chiarezza, io ti soggiugnerò quello che ho letto in quella cronica del Botticello a carte 436, dove lui dice e descrive molte cose occorse in quei tempi, et intra l’altre dice questo: che haveva parlato a un huomo degno di fede, che si era trovato in una sera a veder dare al frate quattordici tratti di fune, dice lui, dalla carrucola a terra.

Didimo. Oh! questa è ben cosa horrenda a sentirla dire, non che provarla; et mi maraviglio come un corpo delicato come era il suo, potessi reggere a tali tormenti in una sera, e che e’ non morissi.

Soffia. Io ti dico che lo lacerorno in modo, che secondo che pubblicamente si diceva, non poteva alzar le braccia, e che bisognava imboccarlo quando mangiava.

Didimo. Oh! povero frate, tu eri nelle mani de’ cani. E’ volevono che tu dicessi a lor modo, o che tu morissi in su’ tormenti. Ma andiamo più avanti, se ci è altro che dire in questo processo di falsità, che veggo che non si può negare questa che tu hai narrata; dicendo loro che nel processo che in tutte le esamine loro, che durorno dieci giorni interi mattina e sera, non li haver dato più che tre tratti e mezzo di fune; e tu mi mostri uno che testifica haver veduto dargliene in una sera quattordici tratti. Questa non può esser più chiara falsità.

Soffia. Eccene ancora molte altre, le quali udite che tu le harai, ti parranno ancora più chiare che questa.

Didimo. Horsù dimmi ancora queste altre.

Soffia. A voler che tu intenda, bisogna prima che tu sappia che un ser Cechone che era in quel tempo qui nella città cancelliere de’ Dieci, intervenne a quella esamina e processo che fu fatto del frate, e fu operato per cancelliere di quelli esaminatori. O che lui vi si ingerissi perchè era inimico del frate, o che e’ vi fussi chiamato io nol so; unum est che lui fu scrittore di tutta questa opera. Et similmente hai da sapere, che doppo la morte di questo ser Cechone, che visse pochi mesi doppo il frate, si sono ritrovati in casa sua li scritti originali di questa esamina, di mano di detto cancelliere, che lui scriveva dì per dì, quando esaminavono il frate; quali originali sono in molte parte tanto varij e discordanti da questo processo che hanno fatto stampare e publicato fuori, quanto è vario il dì dalla notte; et ha permesso Dio che ser Cechone non li ardessi, acciochè questa sua falsità che ha posta nel processo un dì venissi a luce, per manifestare la verità di quanto il frate esaminato e tormentato disse.

Didimo. Questa sarebbe una gran riprova dello scritto suo, e manifesta chiarezza della falsità di tale processo, se discordassi dalla originale esaminatione; perchè si suole sempre fare che lo esemplo concordi con lo esemplare, altrimenti si chiamerà falsamente estratto. Ma dimmi in che modo si sono così ritrovati questi originali?

Soffia. Qualcuno de’ fedeli di questa opera ha havuto tanta industria, e tanto mezzo con quelli di casa sua, che li hanno havuti; et essene havuto copia, et io li ho visti e letti, et tamen cosa alcuna che il frate dicessi a suo benefitio e secondo la verità, non vi hanno posta in questo processo stampato; ma aggiuntovi quello che è paruto loro per mostrare che il frate fussi cattivo huomo, per coprire la loro ingiustitia di haver morto un innocente.

Didimo. Horsù mostrami questa varietà che tu hai detto, e questa discordanza dal processo, per arguirne quella falsità che tu ne inferisci.

Soffia. Ecco che io la dimostro nel primo capitolo di questo lor processo stampato, dove interrogato il frate della[680] Chiesa, che ognuno sa quanto e’ l’haveva publicata per revelatione da parte di Dio; lor fanno e mostrano che il frate risponda e dica che non haveva questo per revelatione: e poi più giù dicano che questi erano suoi trovati e per suo studio, et affermano che lui dica che non parlava a Dio, nè Dio a lui in alcun modo di quelli che Dio suol parlare a’ suoi santi profeti; ma che affermava presontuosamente quello che non sapeva. Questo dice in sostanza el primo capitolo di detto lor processo. Hor odi, Didimo, quello che dicano quelli originali. Nella esamina fatta alli 11 di aprile, circa le sue profetie et revelationi, interrogato, dice: Quello non è caso di stato; se io son vero profeta, o sì o no, Dio lo mostrerrà; e detti altri Profeti sono stati in peggior termine di me. Nessuno ha a giudicare, dice quivi il frate, la intentione dell’altro huomo; ma solo lo exteriore. Poi, poco più giù, interrogato delle sue profetie, di nuovo dice: Questo non appartiene a voi il saperlo, e soggiunge e dice: Se io vi dirò sì, non mi crederete; se io dirò no, io dirò le bugie. E vedesi qui. Didimo mio, in questa prima esamina, che lui non volse dirlo loro apertamente, in che modo gli erano revelate queste cose che lui haveva profetato; et occultavasi quanto e’ poteva in questa esamina delli undici dì, benchè havessi di già havuti tre tratti e mezzo di fune il dì avanti, come dice il processo. Vedi poi la esamina fatta alli 12 della mattina, et penso che dovessi toccare di nuovo della fune perchè non diceva a lor modo. Vedesi che pur lo interrogavano di nuovo sopra queste sue profezie e revelazioni, chè la voglia loro era che le negassi. Hor vedi quello che lui risponde, e che si vede scritto in questi originali. E’ dice così, parlandone honestamente: Poichè io son costretto dico, che mi parla a voce viva come a voi,[681] et io a lui; e dice vederlo oculatamente e che egli è un Angelo. Vedi poi l’altra esamina, la sera del detto dì 12 d’aprile, che di nuovo lo domandono sopra questo angelo che li parlava; risponde e dice: Che li parta con voce humana, come noi a lui, e lui a noi. E dimandato in che forma li appariva, e di che vestito, risponde: Come un giovane d’età di 15 anni incirca, et vestito quando di rosso, e quando bianco, e di altri colori. Queste sono le parole e risposte di Fra Hieronimo, in questi giorni che io ti ho detto. Guarda se nessuna di queste tu le trovi in su il processo stampato; anzi dican quivi tutto il contrario: e però chi ha punto di giudizio, può conoscere quanta expressa falsità sia in questo lor processo che hanno publicato et mandato a stampa.

Didimo. Questo che tu mi narri della contrarietà del processo con li originali, è tanto cosa manifesta, che non si può negare che qui non sia stata commessa una expressa falsità. Hoimè! come è possibile che nel processo si dica, che il frate confessi che Dio non li habbi parlato in quel modo che Dio suole parlare alli suoi veri Profeti; e che li originali, donde debba esser tratto il processo, dicano che l’angelo gli parlava a voce viva, e di che età gli appariva, e come era vestito? Queste due cose non stanno, e sempre più si debbe prestar fede allo originale che alla copia et allo esemplo; e però vi si arguisce espressamente, questo processo essere stato falsamente e tristamente fatto. Ma séguita pure, se tu or trovi altra discrepanza, chè quante più sono, tanto più mostrano la malignità di chi l’ha fatto.

Soffia. Ben sai che vi è ancora delle altre. Vedi che un altro poi ne pone nel terzo capitolo del processo, e dice che l’intento di Fra Hieronimo era solo la gloria del mondo, et haver credito e reputatione; et tamen li originali della esamina fattagli nelli 11 d’aprile, dicano che l’intento suo era buono et che ha havuto buona intentione; e così dice nell’esamina de’ 12 dì, che l’intento suo era di condurre questa opera sua, e soggiugne e dice: Lassatela stare, se la sarà da Dio la darà segno manifesto, se l’è da huomo la cadrà; e dette loro per consiglio quello che disse Gamalsel dell’opera di Christo. Di queste parole non ne parla il processo cosa veruna, ma dimostra tutto il contrario: il frate, li dice, voleva condurre l’opera sua. Séguita poi nel 4º cap. dove si parla del governo che il frate augumentava nella città; ser Ceccone vi aggiugne una parola et una sua chiosa, e dice: tutto faceva per gloria del mondo, e per haver quello voleva nella città. Et questa medesima chiosa et postilla la pone, nella penultima carta del processo, a tutte le cose sue; e dice tutto esser da lui fatto per gloria del mondo, e per esser sempre famoso: et tamen nella detta esamina et originali delli 11, dove si parla di questo governo non vi si vede, nè vi si legge, nè trova questa chiosa. Anzi dice quivi il frate, che l’intento suo era indurre un vivere civile, e simile al Venetiano, e che i buoni cittadini fussino quelli che governassino. E poi nella esamina de’ 12, interrogato del Consiglio Grande, cioè del nuovo governo; dice, che la[682] viene da Dio; e, pur costretto a dire in che modo, risponde: che questo consiglio l’hebbe da chi li parla come di sopra è detto; il che voleva dire dall’angelo, come di sopra.

Didimo. Deh! Soffia mio, non ne dir più di questa falsità del processo, che tu ne hai già dette tante che sono più che a sufficientia, a mostrare la malignità e sceleraggine di chi lo compose; e bastava dirne una sola di queste falsità, perchè una partita falsa di un libro, tra i mercanti, fa falso tutto il libro, e giudicasi che non se li debba più prestar fede. Non sai tu ancora quel detto virgiliano: Crimine ab uno disce omnes? Però non bisogna che ti affatichi più a ricontarmi altre falsità.

Soffia. Io tene dirò pur ancora un’altra, e poi non più. Nell’ultimo capitolo del detto processo, presso al fine, è scritto che fra Hieronimo disse, domandato circa lo experimento del fuoco: che non haveva certezza alcuna che il suo frate entrandovi non arderebbe, benchè havessi detto in pergamo che entrandovi ne uscirebbe inleso; ma dice quivi quel processo, che lo disse per darsi reputatione, infino all’ultimo, el più che poteva. Hor guarda qui, Didimo, che bugia è questa; perchè in quelli originali della esamina delli undici, interrogato, se invero voleva far quello experimento, quando e’ venne in Piazza, risponde: Io non vi saria venuto, se io non l’havessi voluto fare. E dice che era certo che il suo frate non arderebbe, e che era ancora in animo di non lasciare ardere quello di S. Francesco, ma sì bene lasciarlo un po’ cuocere; e poi soggiugne nell’altra esamina de’ 12, fatta da mattina, dice così: Che quanto allo experimento che si haveva a fare del fuocho, che lo farebbe di bel nuovo; e che dell’esser certo che Fra Domenico non havessi ad ardere, l’haveva da Dio nel modo sopradetto. E così poi nell’altra esamina, fatta da sera del medesimo dì a hore 22, domandato se l’angelo li haveva detto dello entrare nel fuoco; rispose di sì, e col sacramento; e dice, che questo (fu) la prima o ver seconda notte avanti il caso, e che fu questa apparitione nella sua cella. Hor vedi tu qui, Didimo, quanta gran bugia è questa, in fine di detto processo; et quanto questo loro scritto e stampato, si reprova dalli originali delle esamine predette.

Didimo. Io ti ho detto che tu non ti affatichi più in dimostrarmi questa falsità del processo; perchè oramai la si vede più chiara che il sole, et hotti detto, allegandoti la sententia virgiliana, che un solo atto scoperto vitioso et maculato, manifesta tutti li altri esser simili; e se non ti pare a sufficientia il detto di Vergilio, piglia la legge civile che dice: Semel malus, semper præsumitur malus in eodem genere mali; et il medesimo ti arguisce la legge di Christo che dice: Qui in uno peccaverit factus est omnium reus; e però ser Cechone è scoperto falso. In capitolo tale si ha a pensare in tutto il resto; però non dir più di questo: passiamo a qualche altra cosa. Tu hai detto di sopra che i processi del frate furno quattro, e di già tu ne hai discussi tre; e però resta che tu venga al quarto, e dicane quello che tu ne intendi.

Soffia. El quarto processo fu quello che fece Romolino, quando e’ venne da Roma qua mandato da Papa Alexandro, il quale giunto qui, lo cominciò ad esaminare addì 20 di maggio, e così alli 22, et ultimo loco alli 23 lo fe’ morire; havendo lui in questi giorni datoli tre tratti di fune, secondo che si legge in questi residui di questi originali rimasti qua delle esamine che ne fece detto Romolino; benchè il processo proprio che fece qua non ne rimase copia, portandolo seco a Roma, e presentollo al Papa; e nè lì e nè qua mai si è possuto vedere, e stimasi l’ardessino, acciò la vergogna loro non si manifestassi, nè la loro iniquità d’haver morto l’huomo senza peccato alcuno. Ma questo pocho di originali qui della sua esamina fatta da Romolino, furno scritti etiam da ser Cechone et altri, così subbrevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva. Hor tu hai da sapere che questi pochi di originali che si trovano della esamina fatta da Romolino, sono in molti luoghi assai differenti da quelli originali, che io di sopra ti ho detto haver veduti e letti, delli 11 et 12 dì di aprile, delle esamine fatte da quelli cittadini primi esaminatori; et veggo che questi variano assai da quelli altri, e forse potrebbono haver lacerato tanto questo frate in su tormenti che l’harebbono, come uscito fuor di sè, fattolo in qualche cosa variare, e dir quel che non fussi.

Didimo. Hoimè che hai tu detto, Soffia? È egli lecito a un Profeta o servo di Dio ridirsi, etiam che fussi tormentato? E’ si legge pur de’ Martiri che in tanti tormenti, in quanti egli erano posti, stavano fermi e costanti, e sopportavano non solo ogni generatione di martirio; ma ancora la morte per non si ridire, e per mantenere la fede che e’ credevono et predicavano, e se questo fussi vero che tu di’, tu mi metteresti il cervello a partito.

Soffia. Non ti scandalezzare, Didimo. Io non ho detto che sia vero, ma ho detto che forse potrebbe essere, perchè i tormenti molte volte cavono l’huomo del suo libero arbitrio; ma quando e’ fussi ancor vero, che il frate paressi quanto al suono delle parole haver in qualche cosa variato, e tu voglia sapere come simili variationi s’intendano, e se gli è male o no, e se gli è lecito dir così o no, e se gli è differenza da Profeti a Martiri della fede, e come questa cosa stia; eleggi una giornata quando tu vuoi, che io credo con l’aiuto di Dio fartene andare sodisfatto, perchè in questo giorno non disputiamo d’altro che della validità o falsità del processo, e se noi volessimo entrare qui nella materia del ridirsi o no, noi interromperemo il nostro quesito, e non faremo forse bene nè l’uno nè l’altro.

Didimo. Ben sai, voglio intenderla bene questa cosa, perchè mi pare che essa importi il tutto; e perchè tu hai detto che io elegga una giornata per questo effetto, io non ci veggo la più presso ora che domani, e così questa eleggo, se non ti è molesto per altre occorrentie; perchè non voglio star troppo con questa pulce che tu mi hai messa nell’orecchio.

Soffia. Horsù, e domani sia la giornata che lasserò stare ogni mia comodità per satisfarti. Seguitiamo adunque questo discorso del processo di Romolino, cioè quel che si trova in questi pochi originali fuor di questa cosa.

Didimo. Horsù seguita e di’ quel che tu vi trovi.

Soffia. Dico che quivi si legge che giunto Romolino alli 20 di maggio 1498, si fa menare il frate nella sala superiore del Palazzo dove è la fune, et lettoli il breve della autorità sua, e similmente el generale lettoli il breve che haveva dal Papa, e dettoli prima una gran villania e spaventatolo, e minacciato assai, poi Romolino lo domanda la prima cosa se gli è vero quello che è scritto nel processo; e lui risponde: Io sono stato esaminato da questi Cittadini, e con tortura, e senza. Io non so se mi interrogate di cose nuove. E Romolino instando, disse: È egli vero quello che è scritto lì? E Fra Hieronimo risponde esser vero. Ma nota, Didimo, e non ti facci ombra questa risposta, perchè e’ son quattro e’ processi del frate, come di sopra io ti ho detto; e può molto bene il frate dire esser vero el processo che lui scrisse di sua mano, che di sopra io ti ho detto (chè quello è tutto vero), e non importa che bene Romolino intenda d’un processo, et il frate risponda et intenda di un altro, come io ti mostrerrò poi nell’altra giornata quando parleremo del modo di variare le risposte, come io ti ho poco fa promesso. Ma perchè questa risposta del frate dovette essere scura e così tra denti, perchè era spaventato et impaurito, non dovette esser chiara. Però Romolino di nuovo lo ridomanda del medesimo, secondo che si legge in questi originali, et il frate, secondo che quivi è scritto, affirmavit, e disse Fra Hieronimo: Dio mi aiuti. Per il che si può presumere per queste sue parole, che fussi battuto o spaventato, dicendo Dio mi aiuti; e Romolino poi seguitando lo domanda di più altre persone, et finaliter poi li dice: Che ti aveva fatto il Papa che voi dicevi che non era christiano, nè Papa? Et voltatosi quivi a’ ministri, comanda che sia spogliato e posto alla fune. Hor vedi qui, Didimo, che procedere è questo, e se questi ti paion modi di justitia, metter questo poverello subito alla fune senza cagione alcuna; perchè se lui gli haveva risposto come e’ voleva, non accadeva, nè era giusto metterlo a’ tormenti. Ma bisogna dire, o che la risposta non fu chiara nè a modo che voleva Romolino, o che questo procedere non fu altro che la rabbia e l’odio grande che li havevano posto; e però si sforzavano a farne ogni stratio.

Didimo. Io veggo che tu di’ il vero, che costoro pigliavono piacere de’ martirij di questo huomo, come di un loro inimico capitale. Ma dimmi, se il frate disse cosa alcuna a questa tanto loro insolentia e rapacità.

Soffia. Il frate, allora, nell’essere spogliato con tanta rovina, se li destò lo spirito; et inginocchiatosi innanzi a loro, secondo che si legge in questi originali che io ti ho detto haver visti e letti, parlò in questa forma, e disse: Horsù uditemi, Dio tu mi hai colto. Io confesso che io ho negato Christo. Io ho detto le bugie. Signori fiorentini, io l’ho negato per paura de’ tormenti, siatemi testimoni; se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitentia per haverti negato. Io la merito. Io ti ho negato, io ti ho negato, io ti ho negato per paura de’ tormenti. E così dicendo, dice questo originale, che mostrava il braccio manco quasi guasto, dicendo: Jesu aiutami, questa volta tu mi hai colto. Hor che ti par qui, Didimo? Che di’ tu di queste parole? Lui si vede spogliare, et andare al tormento, e confessa il vero, e non lo vogliono credere; il che si vede, perchè lo tirano incontinente in su la fune, e tormentanlo.

Didimo. Io sto stupefatto a queste parole, et considerato anco quelle altre prima, che lui confessa nel processo, a Romolino; e dall’altro canto veggo la rabbia di questi cani che l’hanno nelle mani, che vogliono, o che patisca mille morte et essere a ogni hora tormentato, o che lui dica a lor modo. Io per me non so che mi dire, ognun pensi per sè stesso se fussi in questi termini, nelle mani de’ suoi nimici, quello che farebbe.

Soffia. E si vede manifestamente, che quelle prime parole che confessa a Romolino del processo, le disse stimando di non esser di nuovo tormentato; ma poi che vede che non li giova, lui ritorna a dir la verità, e confessa haverla havuta da Dio; ma che l’ha per paura negata, per non esser tormentato. Ma come si intendano sanamente questi variati parlari, io ti ho promesso in quest’altra giornata satisfartene; però per al presente non ti dirò altro. E passeremo avanti, con dirti che doppo queste parole ultime dette da Fra Hieronimo, lo tirano in su la fune, e puoi pensare che gliene dettono quella che volsono; per la quale, secondo che quivi si legge in questi originali, lui disse: Non mi lacerate; io vi dirò la verità certo certo. E dovette dir di nuovo a lor modo, perchè si vede che lo domandarono perchè havete negato il processo? Risponde: perchè io sono un pazzo; e soggiugne e dice: quando io sono in su tormenti, io mi perdo.

Didimo. Horsù, Soffia mio, se tu hai che dire altro in questo caso expedisciti; che io per me da un canto non mi posso partire dalla fede, che io ho havuta sempre in questo huomo e nelle cose sue; ed all’altro canto, per questo parlare io ci son confuso, e parmi mill’anni che sia domani; acciò mi chiarisca questo passo di questi variati parlari, perchè questo è il potissimo fondamento che hanno questi nostri amici adversarij del frate, con dir che lui si è ridetto, e però, secondo loro, le cose che lui in vita disse restano bugie e favole.

Soffia. Domani mi ingegnerò di farti chiaro; hora per hoggi voglio ancora tu noti un’altra cosa: che oltre a questa esamina detta de’ 20 di maggio, pur da Romolino nella medesima sala superiore, vi è ancora in questi originali la esamina delli 21, e dannogli in 2 volte della fune. Hor pensa come egli stava, et ridomandato se quello che disse e confessò hieri è vero; risponde, e dice: Io feci come huomo appassionato, che volevo sbrigarmi da questa briga grande; perchè queste passioni corporali, solo a vederle, mi sono più che a un altro dieci tratti di fune. Gusta bene, Didimo, queste parole; che a me pare che non voglino inferire altro, se non che quello che disse loro fu per paura della fune, e non per la verità; benchè di nuovo qui e’ dice quello che e’ vogliono (col tormento della fune) e fanno che scopriva el processo di Romolino. E molto lo esaminò, per sapere se ha tenuto pratiche con Cardinali et maxime col Cardinale di Napoli, contro del Papa per conto del Concilio; e fannoli dir quello che non era, perchè si vede l’altro giorno alli 22, che lui nello alberghettino, dove non è la fune, ne dice in presentia di alcuni cittadini, secondo che si trova scritto in questi originali; che hieri haveva detto molte cose del Cardinale di Napoli che non eron vere. E qui Fra Hieronimo pianse,[683] dicendo che haveva udito dire a Romolino, che a Roma per una favola si dava dieci tratti di fune; e che pensassi che per cosa d’importanza non se ne dava uno solo; e che vedendo che lo domandava molto spesso del Cardinale di Napoli, dilatò le cose fuori del vero; e però dice; che mai con lui tenne pratica del Concilio, anzi che gli fu adverso nella separatione che si fece nella congregatione di Lombardia,[684] e che però per sua conscientia si voleva ridire. Hora se tu avvertisci, Didimo mio, bene a queste parole; tu vedrai che tutto quello che il frate havessi confessato a questi adversarij suoi, non è altro che confessione extorta per minacci, per paura e per tormenti, la quale non vale, come alla giornata seguente più a lungo intenderai.

Didimo. Io son contento quietarmi, aspettando la giornata di domani, maxime ancora che in questo che tu mi hai ultimamente narrato, si vede expressamente che qui non è stato altro che rabbia, odio, forza e violenza; ma non già via o verso di ragione, o di giustitia alcuna. Hor se ti resta altro che mostrarmi e dirmi di questi processi, espediamoci hora mai di questa materia tanto fastidiosa.

Soffia. Noi habbiamo parlato assai di tutti a quattro processi fatti sopra di questo nostro frate, i quali io ti dissi di sopra, nel principio di questa giornata; e solo mi resta in ultimo dirti una testimonianza di più persone che dimostrano la espressa falsità del processo stampato, del quale di sopra habbiamo detto che feciono quelli cittadini esaminatori, insieme con ser Ceccone loro cancelliere.

Didimo. Harò caro di intendere questa testimonianza che tu di’.

Soffia. Sappi che questo ser Cecchone non visse molto, doppo la morte del frate, e non aggiunse a l’anno; et in questo molto si gloriava d’havere operato assai in queste esaminationi del frate, e dicevane tutto il male che sapeva dire, dimostrandolo in ogni luogo per huomo astuto o pieno di malitia, e calunniandolo in ogni cosa benchè a torto; et intra l’altre cose diceva che Fra Hieronimo, come astuto, per spaventarlo, li haveva detto che se non levava certe postille che gli haveva poste di sua mano in sul processo, che e’ non viverebbe un anno. Donde che, havendo lui una sua villa non molto discosto da Firenze, dove spesso andava, e quivi ancora parlava del frate ogni male, etiam col prete della parrocchia di quel popolo della sua villa. Il quale, come credulo di questo male che udiva da ser Cecchone, venendo un giorno a Firenze per sue faccende, et accaso scontrandosi in un calzolaio chiamato Neri Zoppo che faceva bottega in sul Ponte vecchio, et era una buona persona, et huomo semplice; questo prete cominciò a dirli villania, e che gli era di quelli Piagnoni, che andava a udire le prediche di quello heretico di fra Hieronimo; in modo che questo prete eccitò, et inanimò tanto alcuni fanciulli, che cominciorno a trar de’ sassi a questo calzolaio, in maniera che lui si hebbe a fuggire in casa che non lo ammazzassino. Occorse poi, che di lì a poco tempo, essendo ser Cecchone in quella sua villa con suoi compagni alquanto indisposto; e lì giuocando con loro alle carte in casa sua per passar tempo, se li mosse un catarro subito che pareva che lo affogassi; e però mandato per il detto prete, e posto ser Cechone in sul letto, il prete mandò fuor di camera l’altre gente per confessarlo: non vi fu mai hordine che li ne potessi parsuadere di confessarsi. Anzi sempre rispondendo: io non posso, io son dannato per haver tradito il sangue giusto; e così in ispatio di due o tre ore, se ne morì affogato da quel catarro. Per la qual cosa, el prete poco stette che ne venne a Firenze, e giunto alla bottega di questo Neri calzolaio, e gittatosi in ginocchioni gli chiedeva perdono. Ma questo Neri non lo riconosceva, e maravigliandosi di questo atto, il prete gli disse: Io sono quello che vi feci trarre i saxi da fanciulli e dissivi villania, male informato da ser Cecchone che diceva che Fra Hieronimo era un ribaldo, e voi altri che lo seguitavi; e più usava dire, che quel frate disse: che non viverebbe un anno, se non levava quelle postille che haveva poste di sua mano nel processo fatto da lui; e facevasene beffe. Donde io, essendomi trovato alla sua morte, e veduto che non si è voluto confessare; ma è morto disperato, dicendo esser dannato per haver tradito il sangue giusto; e però ho conosciuto che il cattivo era ser Cecchone, e non il frate, e chieggovi perdono. Questa cosa mi recitò detto Neri a me, non una volta sola; ma più di sei, in quel modo che io te l’ho detta. Hor guarda, Didimo, se ti par che si debba credere che quel processo sia vero, o falso? Che altra testimonianza vuoi tu della sua falsità, che questa del proprio falsatore?

Didimo. Questa cosa della morte di ser Cecchone, non havevo io più intesa a questo modo; qui si vede la falsità confessata, la profetia verificata, e la pena che ne ha portata chi fece tal delitto. O Signore, la tua parola e la tua giustitia non mancha mai. Ma dimmi che postille erano quelle di ser Cecchone in sul processo?

Soffia. Io nol so, e non telo saprei dire, e si stima ben da molti che le sieno quelle parole che, dove il frate narrava le sue visioni e quel che lui predicava e pronuntiava, il processo dice: e tutto era per gloria del mondo, e per mia superbia. E stimasi che queste fussino le postille, e la falsificatione del processo stampato, le quali parole si trovano in diversi luoghi scritte in quel processo stampato: ma non si può saper di certo che postille quelle fussino. Io ho ben visto in quelli originali una esamina, la quale[685] soscritione dice: Io Fra Hieronimo mi soscrivo a quanto è scritto di sopra, in 6 carte d’una mano, benchè vi sieno in alcuni luoghi certe postille di mano di ser Francesco di ser Barone.[686] Ma che postille fussino, o quello che le contenessino, questo non si sa.

Didimo. E’ basta assai saper (che) il postillatore e falsatore habbi confessato il suo delitto, e portatone la penitentia.

Soffia. Tu hai inteso questa testimonianza e confessione di ser Cecchone di haver tradito il sangue giusto, et hai inteso le parole del Prete e di Neri quello ne hanno detto. Hor te ne voglio dare un altro testimonio, o forse due di questa falsità chiara di tal processo.

Didimo. Quanto più testimoni saranno, tanto più si può prestarli fede, quando e’ concordano in una medesima sententia.

Soffia. Quando fu qui Romolino a Firenze a far l’effetto che si fece, era seco un giovane per cancelliere da S. Gimignano, il qual giovane nella partita di Romolino, trovandosi alquanto malato di febbre, fu ricettato da maestro Marcantonio da S. Gimignano, qui in casa sua, medico de’ primi della città; il qual medico ricercando questo giovane che li piacessi mostrarli quel processo che si haveva fatto Romolino della esamina del frate, gli rispose non ce ne esser rimasto copia alcuna, ma che Romolino l’haveva portato al Papa. Per il che il medico lo interrogò, che almanco fussi contento dirli che peccato havessino trovato in questo frate, per il quale havessi meritato la morte; rispose, che non solo peccato mortale, ma etiam veniale non si era trovato in questo huomo. Del che il medico maravigliato, replicò e disse: oh! perchè dunque è stato morto così vituperosamente? Rispose: per non haver voluto obedire al Papa, et andare a Roma. E di nuovo replicando il medico: egli è pur fuori un processo stampato di lui che conta molti mali. Al che rispose il giovane: cotesto è un bugiale fatto qua da’ cittadini, innanzi che noi venissimo. Hor tu hai udito. Didimo, questo altro testimonio che si trovò a tormentare il frate con Romolino, quel che lui dice: si è pur ritrovato in fatto a tutte queste cose, e se questa testimonianza non ti bastassi, ascolta quest’altra del proprio esaminatore, che ti farà al tutto chiaro.

Didimo. Et ancor quest’altra udirò volentieri, maxime dicendo del proprio esaminatore che, se così è, sarà da prestarli fede indubitata.

Soffia. Al tempo che Romolino detto era già stato fatto Cardinale, che per questo homicidio del Profeta, o per altro che si fussi, guadagniò il cappello da Papa Alexandro VI; era in corte di Roma messer Piero Ardinghelli, il quale fu padre di messer Niccolò Ardinghelli nostro fiorentino, che ancora lui hoggi usa la corte, e sperasi un dì venga al cappello per sua virtù e sufficientia. Questo messer Piero, desinando una mattina col cardinale Romolino; come fa l’un cortigiano con l’altro, e ragionando pure in sul frate; li dimandò fiducialmente e disse: Rev^{mo} Mons^{re}, se gli è lecito saperlo, che peccato grande trovasti voi in Fra Hieronimo, che li facesti fare sì vituperosa et acerba morte? Rispose presto quella verità che sentiva dentro, quia in repentinis cognoscitur habitus, e disse: nullo peccato a dirvi el vero. Allora messer Piero maravigliandosi replicò, dicendo: perchè dunque lo facesti morire? Rispose: perchè così volse il Papa Alexandro, acciocchè nessuno s’avvezzassi a disubbidire la Sedia Apostolica, et a non voler comparire al papa quando è domandato con citatione; e soggiunse poi messer Piero e disse: quel processo che è stampato fuora, dimostra pur tanti mali. Rispose il cardinale: cotesto non è processo nostro, fu cosa fatta da quelli cittadini là, per loro fantasia e lor cautela, et è cotesto un bugiale. Hor vedi qui, Didimo, se questo testimonio del proprio esaminatore ti basta? Questa interrogatione di messer Piero al Cardinale, e questa sua risposta fu cosa nota allhora in corte, e qua fu scritta in quel tempo da più nostri fiorentini, sì che la fu cosa vera come io te la ho detta. Hor pensa che fede tu puoi dare a questo tal processo, e se tu o qualunche altro che habbia punto di giudizio, stante queste cose e testimonianze che io ti ho dette, potrà dire che sia juridico, o da esserli potuto prestar fede alcuna, o se più presto dirà che sia cosa subreptitia, et apocrifa, e falsificata per ogni verso!

Didimo. Io confesso, et certamente credo che tu dica il vero, che in questo processo siano state fatte mille corruptele e mille inganni, considerato il modo con che hanno proceduto questi suoi nimici contra questo frate, e considerato poi la morte di Ser Cecchone, et il segnio manifesto che Dio n’ha dimostrato, e sì ancora considerato le parole che sono uscite di bocca a Romolino, ed al suo cancelliere, e similmente considerato la discordanza di quelli originali col processo, e tutto raccolto insieme, non si può dir altro se non che qui sia scritto il falso. Ma io non posso far ancora che io non vacilli alquanto in quel che di sopra io dissi, se fussi vero che il frate si fussi ridetto; ma perchè tu mi hai promesso domani chiarirmene, io mi quieto aspettando domani, e perchè già il dì è assai calato, io ti lascierò se tu non hai altro che dirmi in questa materia.

Soffia. Vattene in pace e torna domani a tua posta, che noi discorreremo tutto quello che ti ho promesso, che spero che tu resterai satisfatto. Una cosa in questo ultimo ti voglio ricordare, che tu facci oratione e preghi Dio, e così doverrebbono fare tutti li fedeli di questa opera, e pregare che il Signore un dì quando li piacerà facci venir fuora, e manifestare quel processo vero di mano propria del frate, del quale hoggi ne’ primi ragionamenti assai discorremo, e dicemo che l’hebbe Gio. Berlinghieri; sì che preghiamo tutti che se Gio. Berlinghieri non l’ha arso, o stracciato, il Signore un giorno lo facci manifesto, perchè allora si vedrebbe la pura verità; e similmente ti dirò ancora un’altra cosa, che non credo che sien vivi al mondo hoggi tre o quattro persone al più, che la sappino. Questo è un secreto che Fra Hieronimo confidò in una persona, quando era in prigione, la qual persona hebbe comodità di parlargli qualche volta, in quelli quarantanove dì che stette in carcere; e fra Hieronimo li dette un scritto di sua mano di parecchi fogli, con commissione che non lo manifestassi se non in certo tempo.[687] E quella persona di poi si è morta, e non si sa a chi lei habbia lasciato tale scrittura; e però voglio dire che simile oratione ancora si debbe fare per questo conto, e pregare il misericordioso Dio che voglia hormai che queste scritture che manifesterebbono la verità venghino a luce, acciò li servi suoi non stieno più in queste tenebre et in questa oscurità, di vedersi fuori un processo di questo servo di Dio pieno di falsità. Ma nota bene, che quivi non si legge un peccato che habbia riscontro, e che si possa dire: questo è vero, perchè e’ s’è riscontro esser così la verità. Sogliono i giusti giudici, quando hanno a giudicare un malfattore, o di furto o di homicidio, etiam che lui confessi il delitto, volerlo prima riscontrare, e mandano a riscontrarlo; acciocchè non si potessi dire, che non per verità, ma per tormento havessi confessato essere delinquente, e quando così riscontrano, allora lo giudicano e sententiano. Questi cattivi e scelerati non vi hanno posto un delitto che possa haver riscontro; ma solo lo incolpano di peccato di cogitatione e della mente, dicendo che tutto faceva per gloria del mondo, e per sua superbia, e vanagloria. Guarda, Didimo, che astutia è questa di non porre peccato che non possa havere riscontro, per non scoprire la loro iniquità. Ma sappi che hanno fatto come dipingevano li antichi la malitia, cioè che con la lesina alfine si dà nell’occhio, et accicchasi: così costoro che hanno giudicato alla morte l’huomo, per solo peccato mentale e di cogitatione, hanno manifestata la loro iniquità et ingiustitia, perchè la legge grida: Cogitationis poenam nemo punit, nisi Deus; cioè a Dio solo appartiene punire il peccato della mente e del cuore. Nè possano scusarsi, o che questo fussi crimen læsa maiestatis, perchè tutto è incontrario la verità. Perchè questo huomo altro non faceva, che difendere la libertà che Dio haveva data alla città, et ingegnare di guardarsi dalla tirannide e da chi volessi violar lo stato libero di Firenze; sicchè tu vedi per tutti i versi, Didimo mio, che processo è questo, malitioso e tristo, e falsamente da falsi e tristi huomini composto.

Didimo. Io veggo che tutto è vero quanto mi hai detto e narrato; ma andiamo alla giornata di domani che tu mi hai promesso satisfarmi, che in questa è detto assai, e già la sera ci ha assaltati.

Soffia. Vattene in pace, e torna a tua posta, che io mi ingegnerò con l’adiuto di Dio satisfarti.[688]

XLVII.

(Lib. IV, Cap. VIII.)

Dal secondo libro del Vulnera Diligentis di frà Benedetto.[689]

Del fine dello esperimento, quanto alle inconvenienti obiectioni fatte alli Frà Minori, di quelli delia famiglia; et come par loro defecto non andò innanzi la cosa del miracolo, et de’ pericoli che portò il Profeta di esser morto. — Capitolo 11.

Agricola. Hora accadde che quel frate Francesco di Puglia sopradecto, el quale haveva mossa simulatamente questa cosa, visto pure esser comparso fra Hieronimo, il che avanti non credette mai, et haver menato fra Domenico da Pescia, per mandarlo nel fuoco con quello ch’el detto fra Minore havea fictamente ordinato, incominciò ad sinistrarsi.

Volpe. Et che fe’?

Agricola. Stavasi suffitto non so dove in palazo, con quello frate Giuliano laico che s’era offerto al fuoco, et nessuno di loro usciva fuora, come quelli che con ordine della Signoria adversa del Profeta, non volevono che la cosa havessi effecto, per paura di non perdere la vita. Ma fra Hieronimo aspectava pure che venissono fuora al cimento, com’era venuto lui, adciò si mandassi nel fuoco l’uno frate et l’altro, et havessi effecto la cosa, secondo la capitulazione facta.

Volpe. Haveva ordinato la Signoria di Firenze chi fusse sopra questa cosa del fuoco?

Agricola. Quattro cittadini furno dati dalla Signoria sopra al fuoco: dalla parte del Profeta era messer Francesco Gualterotti et Giovanbatista Ridolfi; dalla parte de’ frati Minori era Tommaso Antinori et Piero degli Alberti. E’ quali passate alquante hore da che el Profeta fu comparso, furno mandati dalla Signoria a domandare fra Hieronimo, per qual causa tanto s’indugiava di fare lo experimento et che non s’indugiassi più questa cosa; et el Profeta rispose et dixe: che aspettava loro et che era venuto per ciò; et sapevagli male che il popolo stessi tanto a disagio. Et breviter disse che facessino comparire el frate di San Francesco a loro posta, perocchè dal canto suo era in ordine di mandare fra Domenico da Pescia nel fuoco. Li comessari referirno alla Signoria la imbasciata e responsione del profeta; onde quando la parte contraria sentirno questo, ciascheduno de’ fra Minori più che mai cominciorno a temere; et fra Francesco di Puglia allora in palazo, incominciò a mettere obiectione et fare exceptioni, et dixe che si dubitava frate Domenico da Pescia havere le vestimenta incantate: Oh! poca fede di frate. Se Christo et la verità era dal canto suo, posito etian che fra Domenico havessi le veste incantate, il che era falso, come mai poteva credere che Christo si lasciassi superare dagli inganni et incanti? Ma nota che li fra Minori, quando si capitulò, dubitandosi loro che fra Hieronimo non amaliassi o incantassi i panni di chi lui mandava nel fuoco, dicevano el loro dubbio; al che fu risposto, che provedessino d’uno abito a lor modo secondo l’ordine predicante, et con quello vestissino frate Domenico da Pescia avanti che entrassi nel fuoco. Et lor dissono di farlo; tamen quando si condussono al cimento non l’havevono proveduto, et pur facevono la obiectione. Onde vennono el primo tracto ad mancare delle convenzione facte.

Volpe. Che rispose Fra Hieronimo ad questa lor tale obiectione?

Agricola. Che credi? Incominciò così ad ridere et dette licentia, orato ch’hebbe, a’ frati di Santo Francesco, che dispogliassino frate Domenico et vestissinlo con le vestimenta d’un altro de’ sua frati ad lor beneplacito, et dixe poi: Costoro mettono tempo in mezo, idest per condurci qui di nocte, et non staranno contenti anco a questo. Et così li fra Minori menorno fra Domenico in palazo, nella Camera dell’Arme, et lo dispogliorno nudo, et cercorno fra’ sua panni se vi era alcuna poliza scripta ovvero incanto, et non trovorno incanto alcuno, et vestironlo delle vestimenta d’uno frate di quelli del Profeta, che a lor beneplacito havevano preso, e chiamavasi per nome frate Alessandro Strozzi che ancora è vivo. Ma credi tu che per questo, epsi fra Minori fussino contenti? Non lo credere; imperò mossono un’altra obiectione simile alla prima; et dissono che le veste, cioè li paramenti sacrati con li quali frate Domenico voleva passare pel fuoco, etiam erano incantati et per quello incanto epso non poteva ardere. Et el profeta concesse loro di nuovo che lo parassino con altre veste sacrate: et così fu facto. Onde gli fu misso indosso un altro camice et una pianeta verde con stola, amido et manipulo. Et el Profeta mandò loro a dire, che non mettessino più exceptioni, nè più tempo in mezzo, perchè questo non era secondo la capitulazione et ordine dato; ma che uscissi fuora chi haveva a entrare nel fuoco col suo frate. Et loro la menavano pure per la lungha quanto potevano; anzi spogliato che hebbono frate Domenico da Pescia, e rivestitolo d’altre veste, epsi fra Minori domandorno di parlare alla Signoria secretamente; il che non si conveniva, massime non essendo presenti e’ frati del Profeta. Ma frate Domenico, mentre era in palazo, veggendo questi prolungamenti, et spesso veggendo parlare nell’orecchio dalli fra Minori, hora a uno cittadino, hora a un altro; istomacato di simili bisbigliamenti et prolungamenti di tempo, si volse a Piero degli Alberti, ch’era per la parte de’ fra Minori, et dixe: O Piero, che s’indugia egli tanto al presente? Perchè non si va hora a metter fuoco? Che bisogna hora menare la cosa per la lunga et metter tempo in mezo? ora è mutato lo habito; hora non c’è più sospecto. Che dunque più s’indugia? Io veggo, Piero, che la cosa s’intorbiderà. Et così fra Domenico molto si affaticava in sollecitare Piero, adciò la cosa havessi effecto, replicando sempre queste parole, cioè: La cosa s’intorbiderà, la cosa s’intorbiderà. Allora Piero delli Alberti rispose a fra Domenico et dixe: Non habbiate paura, che a ogni modo e’ frati v’andranno nel fuoco. Et fra Domenico pur diceva: No, Piero, e’ fanno per intorbidare. Che bisogna che si facci tante cose? Su andianne. Et Piero rispondeva: No, fra Domenico, io vi dico che gli andranno, et se non vi vanno, io dirò che lor sieno e’ maggiori ribaldi del mondo; ma e’ vogliono prima dire una parola alla Signoria et non si perrà[690] molto. Et decto questo, alzò la testa verso le finestre della corte, dov’era la guardia della Signoria, et con alta voce dixe: Questi padri di Sancto Francesco chiedono di parlare un poco alla Signoria. Et così e’ decti frati furno introdocti, et secretamente parlorno alla Signoria ch’era adversa di frate Hieronimo et di fra Domenico, et quello che si conchiusono non si seppe. Hor pensa quanto el populo stava a disagio. Ma certamente queste cose et tucte queste obiectione con le altre che ferno, erano cose ordinate in prima, adciò stando el populo a disagio nascessi murmorio, et dal murmurio qualche discordia o qualche romore, utinam non procurato, respecto al quale s’apichassi la mistia et tornassi la briga in capo al Profeta e ad alcuni altri de’ sua. Et in segno di ciò, ecco che in questo mezo si levò in piaza grandissimo romore; et ebbe principio da uno certo Bravo staffieri, o vero amico di Giovanni Manetti adversario grande del Profeta. Et di questo piccol principio tucta la piazza si levò in arme, et incominciorno i nemici del Profeta con grande romore e in grande numero a venire inverso el palazo. Ma el Profeta, sentendo questo gran romore (mentre lui però parlava con Piero degli Alberti, che allora era suo grande avversario) subito lassò di parlar seco, et voltossi al Sanctissimo Sacramento che havea posato in su uno certo altare facto a posta, e prese el decto Sacramento in mano, e con prestezza si voltò con epso inverso el romore. Et Piero degli Alberti allora gli dixe: Padre non habbiate paura. Et el sancto Profeta rispose: Non ho paura, no. Di che ho io haver paura, che ho il mio Signor meco? Ma certo, mirabile et grande cosa è a narrare quello che accadde. Imperò non sì presto hebbe facto el Profeta col Sacramento questo atto, che la guardia ordinaria della piaza, ch’erano forestieri, andorno contro ad li altri inimici del Profeta, che venivano inverso el palazo, et gridando forte, dissono a quelli che tornassino indietro, che non era advenuto male alcuno: per la qual cosa la parte adversa incominciò alquanto a rattenersi d’andar più avanti. Et in tucto questo el cielo si turbò, et incominciò a tonare fortemente con molti baleni et venti, et misse una sagipta con grande spavento et terrore di tucto el popolo, et venne una repentina et tempestosa acqua, in modo che ciascheduno tremava et tucte le porte ancora della ciptà erano serrate. Et così piacque a Dio col segno et terrore del cielo di fare che non seguissi scandalo alcuno, posito fussi ordinato. Questi (chi ben considera) furno tucti segni di gran tradimenti.

Volpe. Che seguì di poi?

Agricola. Seguì ch’el sopradecto fra Francesco di Puglia colli altri sua, essendogli, come decto è, stato concesso da fra Hieronimo tucto quello che havea domandato, circa alle vestimenta et alla pianeta che fece mutare a fra Domenico; ancora non per questo volse mandare el frate suo, che entrassi nel fuoco insieme con fra Domenico, perchè le convenzioni ovvero capitoli facti dicevono che non dovessi entrarvi l’uno senza l’altro. Ma che ferno li fra Minori? Certamente senza alcuna erubescenza menorno fra Domenico nella Loggia, donde s’era partito per mutarsi le vestimenta, et tenevonlo in mezo di loro per paura, perchè fra Hieronimo non lo incantassi, et cominciorno di nuovo a mettere altre obiectioni et fare nuove exceptuazioni. Onde, dandosi loro a intendere che per vedere essere in mano a frate Domenico un Crocifisso di legno, lui volessi entrare nel fuoco con epso; pertanto dixono che non volevano che lui entrassi nel fuoco col detto Crocifisso, perchè si dubitavano che non fussi incantato, et pur ritornavano a ogni punto sul dubio dello incantesimo. Allora fra Hieronimo dixe alli comissari che riferivono le imbasciate, in questa forma et in sententia: Questi Padri hanno paura che noi siamo incantatori et diabolici, et dubitonsi che noi habbiamo incantato insino al Crucifisso, et credono la nostra confidentia essere nel diavolo et non in Christo. Ma io voglio, che ciascheduno vegha con li propri occhi la nostra confidentia et fortezza essere in Jesu Christo, et non ne’ diabolici incanti. Et in manifesto segno: ecco io sono contento che fra Domenico nostro non porti seco nel fuoco el Crucifisso di legno, ma porterà con seco el Sacramento del corpo del nostro Salvatore Jesu Christo. Tamen el sopradecto fra Francesco di Puglia con li altri sua fra Minori, vedutisi costretti, risposono, senza vergognarsi, che non volevono; e biasimavano fra Domenico e fra Hieronimo, dicendo che loro volevono ardere Christo. Ma el Profeta rispose, che chi teneva che el Sacramento potessi ardere, era infedele et eretico; perchè el Sacramento non può ardere, ma ben possono ardere le spetie et gli accidenti, e’ quali miraculosamente, come dice San Tommaso, stanno qui senza subiecto, ut fides locum habeat; et etiam può ardere chi li porta, et può ardere la cosa in che è portato. Ma perchè li fra Minori mostravono havere sospecto, che el piedistallo in che era il Sacramento non fussi incantato; disse fra Hieronimo: Forse alcuno ha sospecto che noi habbiamo collegato el diavolo in quello tabernacolo. Come volete voi però ch’el diavolo stia per incanti insieme con Christo? Ma crediatemi di questo, che solo quello velo con che è coperto non arderà. Breviter li fra Minori non volsono achonsentire; et l’hora era già tarda; et loro multiplicavono nuove exceptioni, come quelli che insieme dacordo con la Signoria, non volevono che la cosa havessi effecto, per quello ch’è detto innanzi. Pensa tu che e’ vennono a tanta insania, che lor dissono che temevano che quella hostia, non ch’altro, non fussi consacrata. Et fra Hieronimo, conoscendo el advedendosi che con simile indecente obiectioni volevono quivi condurlo di nocte; però dixe che havea loro concesso tante cose che non ne volea conceder più. Ma li fra Minori, senza solvere le ragioni che erano decte lor contro, pur dicevano con indignata et tortuosa vista, che non volevono che fra Domenico entrassi in decto fuoco col Sacramento, et che si dubitavono che l’hostia non fussi consacrata. Breviter, el Profeta ancora rispose a quelli di nuovo, con maturo parlare et optime ragioni, et dixe: Se io vi concedessi questo, non già per questo sareste ancora contenti, ma troveresti nuove liti per non venire al cimento del fuoco. Non vi dia noia l’entrare fra Domenico col Sacramento nel fuoco: non vi dia noia, dico, perchè el Sacramento non può ardere se non in quanto alle spetie; et di questo lassatene lo scrupolo a me, perchè io so certo che il mio frate uscirà del fuoco inleso et senza nocumento alcuno. Et sottogiugnea dicendo a detti fra Minori: Se io non vo in verità, portando el Sacramento nel fuoco, vengo adunque per questo piuttosto a concitarmi contro el Signore; epperò non vi dia noia in che modo io facci entrare nel fuoco el mio frate, o col Sacramento, o col Crocifisso, o con altra Croce. Andate pur voi nel fuoco con chi vi pare, che io non me ne curo. Et così rispose ancora a l’altra ragione di detti frati dicendo: Voi dite che temete che quella hostia non sia consacrata, et che in quello cristallo o vaso dove si tiene decta hostia, non vi sia facta qualche malia. Ad questo vi dico, che se così è che l’hostia non sia consacrata, adunque io concito più el Signore contro di me; perchè io vengo a fare il peccato della idolatria, facendo adorare una hostia non consacrata. Et ancora se io ho facta malia nessuna, o costretto demonio nessuno in quello cristallo o vaso, come temete; ne seguita questo che, faccendo io adorare quello che non è Sacramento, et dipoi facendo ancora quest’altro, cioè la Nigromanzia, in costringere el demonio; ne seguita dico che il Signore, come tristo idolatra et incantatore mi farà mal capitare, et permetterà che il mio frate muoia et arda nel fuoco. Ma se voi dicessi: No, el frate che ha entrare nel fuoco, cioè fra Domenico, va semplicemente et per la sua semplicità, el Signore non permetterà che lui arda; onde può stare che voi el quale non vi tocca a entrare nel fuoco, habbiate facto qualche malia, o non consecrato o simil cose; io vi rispondo: che frate Domenico non per questo saria excusato d’uno grave peccato; perchè mettendosi lui a una cosa così facta, doverria averla pensata molto bene, et però non saria scampato per simplicità. Ma el Signore più presto permetterebbe che gli ardessi in decto fuoco, per la sua prosumptione, mettendosi a tanto pericolo così leggermente. Onde, aggiugnendosi ancora, oltre al suo defecto, la mia malignità, et tanti incanti che voi temete; chi dubita che lui non ardessi? Breviter, quell’hostia che dite che non è consacrata, io non l’ho consacrata, ma l’ha consacrata un altro; et èssi tolta una hostia consacrata adcaso, et non sono ito colà et misso nello pisside una hostia ad mio modo: sicchè non vi dia noia el modo del nostro entrare. Benchè io vi dico, che anche questo forse vi concederei senza mio obbligo, così come senza obbligo vi ho concesso le altre cose; ma cognosco che ancora troverresti cavillationi, sicchè pertanto fate or voi.

Volpe. Che risposono e’ fra Minori a queste ragioni?

Agricola. Non risposono altro, se non che dissono che non volevono ad nessun pacto, che fra Domenico portassi seco il Sacramento nello entrare nel fuoco. E fra Hieronimo diceva, che voleva mandare el suo frate ad suo modo, et che mandassino el loro frate come a loro pareva; tamen quelli non volsono mai adconsentire, et così per loro defecto non andò innanzi la cosa da loro mossa et principiata; anzi si partirno et ferno faccia di meretrice, imperocchè senza erubescenza alcuna, bugiardamente andavano dicendo che havevono havuto victoria, et così scripsono lectere per tucto.

Volpe. Che seguì di frate Hieronimo, quando si furno partiti e’ fra Minori?

Agricola. Frate Hieronimo, allora fu licenziato dalla Signoria con tutti li sua frati; et con quello ordine bello et honorevole che vennono, con quello medesimo etiam ritornorno alla loro chiesa, cantando: Salvum fac populum tuum, Domine, et benedic hereditati tuæ. Et mentre passorno per li loro adversarii, chi diceva: dagli, dagli adosso; chi diceva: hora è tempo; alcun altro diceva: su qua, che stiamo noi a fare? Altri dicevono loro: excomunicati; altri: pinzocheroni et hipocriti; altri: sodomiti; et chi una parola ingiuriosa et chi un’altra. Ma come piacque a Dio, sebben furno ingiuriati con male parole, tamen non furno per allora altrimenti offesi. Drieto alli frati venne, in defensione del Profeta, uno valentissimo soldato fiorentino chiamato Marco Salviati, con circa venticinque compagni armati, per li casi che potevano advenire; et nota che giunti che furno e’ frati col Profeta alla loro chiesa di San Marco, donde processionalmente s’erano partiti, et lasciato in orazione più di mille donne, trovorno etiam esse donne non essersi mai partite di chiesa ad fare oratione, et erano state più che di sei hore continue. Onde il Profeta, subito ch’ebbe posato el Sacramento, montò in pergamo et recitò la cosa com’era andata, de verbo ad verbum; et io che mi ritrovai esser presente ad queste cose, viddi et conobbi che fra Hieronimo non lasciò alcuna cosa, che lui non recitassi in pergamo, secondo la mera et pura verità: et questo è quanto seguì dello experimento del fuoco. Ma noto ti sia questo gran segreto, che pochi giorni passorno dopo el prefato cimento, che più persone andorno dal superiore spirituale della ciptà di Firenze, per licentia et facoltà di farsi absolvere; perchè quelli tali, innanzi al cimento havevono coniurato manibus propriis amazzare in quello dì del cimento el Profeta. Et se tu ti vuoi meglio certificare, va et domandane Messer Bartolommeo Redditi che ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto, et lui ne ha renduto et del continuo rende verace testimonio. Et il decto superiore fu messere Pietro Maria da Perugia, che allora era vicario generale dello Archiepiscopo di Firenze.

XLVIII.

(Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)

Un altro capitolo del secondo libro della stessa opera.

Del numero de’ vari Processi pertinenti al propheta Hieronymo, et del Processo di frà Domenico et di frà Silvestro. — Capitolo 17.

Volpe. Grato molto mi saria d’intendere el numero de’ Processi varj che hai visti et lecti, et che mi dicessi etiam in quello che truovi contradictione et dissonanza, et così in quello che non truovi contradirsi.

Agricola. Gli è da notare che quando el profeta Hieronimo, Domenico et Silvestro furno separatamente, el primo tratto, martoriati dalli seculari, cioè dalli Commissarj o vero Examinatori facti dalla Signoria di Firenze, che fece pigliare il profeta; epsi examinatori volsono che ciascheduno di quelli facessi uno processo sopra tre domande; la prima: se facevono intelligentie contro allo stato di Firenze; la seconda: se havevono quantità di danari cumulati; la terza: se le cose che profetava fra Hieronimo procedevano da Dio, o pure se erano cose decte fictivamente, sanza fundamento soprannaturale. Et così sopra queste tre principali domande, el profeta et li altri sua compagni, cioè fra Domenico et fra Silvestro, scrissono separatamente l’uno dall’altro; perchè sempre, infino che li sententiorno a morte, gli tennono separati. Et questi tre processi non contenevono iniquità alcuna, nè inganno alcuno di fra Hieronimo, ma cose degne di laude et di honore. Hora di questi tre processi veri, io ne ho visto solamente dua et più volte gli ho lecti, cioè quello di fra Domenico da Pescia et quello di fra Silvestro Marruffi da Firenze. Quello di fra Domenico è vero in tucto et per tucto; quello di fra Silvestro ancora è vero, ma non in tucto, perchè in alcuno loco è stato levato, come per li altri processi si può provare con ragione, et in alcuno loco, ancora è stato aggiuncto, et conoscesi la addictione chiara. Ma quello che scrisse fra Hieronimo di sua propria mano, non fu mai pubblicato dagli examinatori, perchè non era a loro proposito, cum sit frate Hieronimo in epso processo manifestare non esser suto seductore, ma havere in verbo Domini decto la verità, et che tamen, come volse Dio, questo processo pervenne nelle mani di uno certo adversario del profeta, chiamato per nome, Giovanni Berlinghieri. Et questo tale era de’ Signori di Firenze, quando che fra Hieronimo fu morto; però gli pervenne el vero processo nelle mani; e sebbene era inimico del Profeta, nientedimeno per curiosità lo conservò. Onde accadde alquanto tempo dipoi, che il detto Giovanni fece parentado con Alessandro di Antonio Pucci, e dette una sua figliuola per donna a uno figliuolo d’Alessandro. Et facendo un giorno un convito al suo genero et altri sua parenti, entrorno, mentre che erano a mensa, ne’ casi di fra Hieronimo; et qui era alcuno che credeva et alcuno che non credeva, et entrorno ne’ facti del Processo; perchè alcuno disse: el vero Processo, scripto di sua mano, non si esser mai visto nè publicato, et non si sapeva dove si fussi. La mensa è una dolce colla che fa lubrica la lingua: el detto Giovanni essendo così allegro nel convito, rispose e disse, che il vero Processo di fra Hieronimo era in piè, et che lo haveva appresso di sè; e così, quasi per vanagloria, havendo la cosa nello scriptoio serrata, andò ovvero mandò per esso, et presente tucto el convito, tenendolo così in mano aperto, lo mostrò ad tucti li sua parenti convitati; ma non lo volse lassare leggere a persona, nè etiam lo volse leggere epso. Onde questo fu manifesto segno che il Processo non conteneva errori, perchè lo aria lassato leggere ad ciascuno; imperò epso Giovanni era adversario del Profeta. Fu pregato da più persone che lo dovessi leggere o farlo leggere; ma lui non volse mai, nè etiam volse che li uscissi delle mani; ma rispose et disse: basta che io vi ho mostro el vero processo, scritto tucto di propria mano di fra Hieronimo; et sottogiunse ridendo et disse: così si fa la mostra della cintura di Prato; et decto questo, lo portò in camera, et serrollo dove era serrato prima. Et questa cosa fu publica et divulgata per Firenze. Ma deh! odi quello seguì dipoi.

Volpe. Che cosa?

Agricola. Non passò molto tempo che el sopradecto Giovanni Berlinghieri morì. Ma sappiendo alcuno de’ primi di Firenze, di quelli che examinorno fra Hieronimo, ch’epso Giovanni era morto, et ch’el vero Processo gli era restato nelle mani; andò a trovare con prestezza la sua donna, perchè temeva non si pubblicassi el decto Processo, et così si conoscessi la falsità delli altri Processi, che furno falsamente facti stampare sopra fra Hieronimo, et così rimanessino svergognati li examinatori et in pericolo di esser morti: onde domandandolo non gli fu dato. Et quello allora disse alla donna del decto Giovanni in questa forma, secondo che lei et altri sua parenti hanno ancora testimoniato; dissegli adunque: fate distracciare et ardere quello processo et scripture di fra Hieronimo, et non le publicate nè date fuora, per conto alcuno; perchè metteresti le spade in mano al popolo di Firenze et a’ Frati di San Marco, et così la pregò molto strectamente.

Volpe. Tu mi fai maravigliare.

Agricola. Queste non sono migha favole, ma sono cose verissime, et la casa di Alessandro Pucci, per molti e molti anni ne ha renduto testimonianza; imperocchè Mª. Sibilla sua donna, che sai di quanta nobiltà, prudenctia et sanctità si può laudare, fu una di quelle persone che si trovò a quel convito sopradecto, et che dalla donna di Giovanni fu ragguagliata, et ne ha dato notitia a molte et molte persone, che sono forse più di cento; sicchè tu vedi con che buon fondamento io parlo. Et questo basti quanto al numero dei veri et non falsi processi.[691]

Volpe. Chi fu quello gran ciptadino che andò a trovare la sopradetta donna di Giovanni Berlinghieri, et che gli decte el consiglio che hai decto?

Agricola. Fu Piero degli Alberti che etiam vive, quello, dico, ch’era degli Examinatori del Processo, quando fra Hieronimo sotto di quelli fu morto.

Volpe. Seguita di dire quello che vuoi.

Agricola. Quanto al numero degli altri processi, che particolarmente furno facti sopra fra Hieronimo, dalli seculari et dalle persone ecclesiastiche; dico averne lecto tre o quattro; et l’ultimo fu quello che papa Alessandro VI gli fe’ fare, quando, con cosa facta, mandò da Roma el mandatario suo, chiamato per nome Romolino Spano, che dipoi fu facto cardinale, et maestro Giovacchino Veneto generale dell’Ordine Predicante. Et in questo ultimo processo, che ebbi l’originale proprio nelle mani, che fu facto sotto brevità et dal notaio ser Cecchone, mentre che fra Hieronimo actualmente era martoriato, trovai che essendo legato fra Hieronimo alla tortura, confermò con alta voce, che tucto quello che havea predicato et predecto in verbo Domini, erano cose vere et non false, et che vi voleva mettere la vita, et parlò molto vivamente. Tamen li comissari apostolici non apprezzando le sue parole, lo ferno tirare in alta tortura et lo martoriorno crudelissimamente. Et lui, visto che non volevano intendere la verità, incominciò a mutar vocaboli, ma non sententia, fingendo di non esser quello che lui era, fingendo, dico, senza mendacio, nam fingere licet sed non per duplicitatem. Ma di questa materia noi ne tratteremo più oltre. Et così accusandosi in genere peccatore et havere errato, cessorno di martoriarlo. Et nota che questo termine del confessare la verità apertamente et dipoi occultarla, fra Hieronimo lo tenne quasi tante volte, in quanto dalli seculari et dalli ecclesiastici fu diversamente martoriato, che furno, in 45 giorni che lo tennono vivo, molte volte; et sappi che lui et li sua compagni furono tormentati con diversi tormenti, e furno con tormenti interrogati di tucta la vita loro, poichè nacquono. Item in questo medesimo ultimo processo, lessi che alcuno di loro fu interrogato d’alcuna cosa, ohimè! debbolo io dire? Io lo dico pure: e’ fu (da) alcuno di loro domandato, se gli haveva mai comissa sogdomia alcuna.

Volpe. Deh! io non credo poi che fussino domandati di tanta scena[692] e abominevole cosa!

Agricola. Che tu pensi forse che regnassi vergogna negli interrogatori? La cosa è più vera che io non dico, et non l’ho per terza copia; ma hollo lecto in sul proprio originale, cioè in su la prima boza che fece ser Cecchone di ser Barone, quando pigliava e’ capi di quello che diceva fra Hieronimo et li altri sua compagni, mentre erano tormentati separatamente.

Volpe. Da chi havesti tu questo tale processo?

Agricola. Hebbilo da M. Jacopo Monelli canonico del Duomo di Firenze, homo exemplare et di virtù ripieno.

Volpe. Et lui donde l’ebbe?

Agricola. Tu vuoi sapere troppo oltre: io lo so perchè me lo disse; ma lui anchor mi disse ch’io non ne dicessi nulla. Ma se tu lo vuoi sapere, ascolta nell’orecchio e te lo dirè pian piano: sappi che lui lo hebbe dalla propria donna di ser Cecchone, et se non mi credi, va a trovar messer Jacopo, el quale anchora vive, et lui te lo dirà, et così conoscerai che io non ti ho decto mendacio alcuno.

Volpe. Questo tale processo non fu messo in istampa?

Agricola. Perchè non era a proposito di papa Alessandro, nè delli adversi del Profeta, che già lo haveriano forse facto.

Volpe. Che altri processi hai tu visti?

Agricola. Io ne ho visti et lecti due altri che furono facti, innanzi a questo ultimo, dalli seculari, cioè dalli examinatori che dalla Signoria di Firenze furno ordinati: uno è quello che fu messo in stampa; l’altro se ben mi ricordo, è quello che fu transcripto nelle Pandette di Palazzo de’ Signori. Tamen questi dua, in molti luoghi non si concordano, anzi si contradicono de directo; imperocchè in quello delle Pandette appare esser scripta questa sententia: Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credano le cose che ho decte, et che habbino facto qualche errore, castigateli grandemente come inimici della fede di Christo. Chi considera bene questa sententia, fra Hieronimo viene ad haver confermato et non negato le cose profetate. Tamen nel processo stampato non appare questa sententia in loco alcuno, ma più presto l’opposito. Ecco adunque che, contradicendosi questi processi, vengono a dimostrare espressamente quanta fussi la malitia et somma iniustitia degli adversi. Et sappi che la subscriptione di frate Hieronimo, come appare etiam nel processo delle Pandette di Palazzo, dice ch’el processo è suto postillato o vero glosato da ser Francesco di ser Barone. Et un altro ancora ne ho lecto de’ 25 aprile, che dice nella subscriptione el medesimo. Onde la ratificatione del processo che è in stampa, viene a essere falsa, perchè è discrepante da quella che appare scripta nel libro del Palazzo. Per la qual cosa non si debbe prestar fede ad nessuno di quelli processi; ma solamente si debbe prestar fede, in tucto e per tucto, a quello scripto proprio di mano di fra Hieronimo et di fra Domenico da Pescia. Quello di fra Silvestro è in gran parte vero, ma non tucto, come dissi poco fa; et el difecto pare essere proceduto da altra mano che dalla sua, benchè non v’è cosa di molto momento.

XLIX.

(Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)

Dalla terza parte del Vulnera Diligentis.[693]

Seguita la declaratione del texto, quando il propheta Hieronymo, essendo ginocchioni in judicio, si voltò ad parlare a Dio, dicendo: Dio tu mi dài la penitentia, per averti negato.

Contiensi in questo capitolo, quanto epso Propheta fu d’animo virile e di cor generoso nel sancto martyrio. Contiensi etiam el parlare che fece ad ser Cecchone falso notaio — Capitolo 11.

Propheta. Parlato, adunque, che io ebbi alli miei Tyranni et Cruciatori le sopradecte parole del prefato testo, lassai di parlare ad quegli, et humilmente voltai il mio sermone a Dio et dixi in questa forma: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato. Io lo merito ec. Hor nota, figliuol mio, che altrimenti si debbe parlare a Dio et altrimenti all’huomo,[694] imperocchè sempre a Dio si de’ parlare con grande humilità et submissione: il che non sempre è necessario usare inverso l’huomo, salvo ad chi si expecta, et nel modo et quando si conviene. Per la qual cosa parlando io al Signore et dicendo: Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato; venni humilmente (se ben consideri) ad replicare la generalità della negatione di qualunque mendacio, secondo che da te è stato dichiarato innanzi, senza descendere ad alcuno particulare negamento.

Agricola. Io so bene, che gli era molta tua usanza di humiliarti nel conspecto di Dio; come appare ne’ volumi delle tue predicationi; ma alcuni de’ tua figliuoli spirituali harebbon voluto, quando eri presente[695] li mali Presidi et Vicarii che ti interrogavono et martoriavano, che tu havessi risposto loro parole mordaci et increpatorie[696] senza tanti riguardi, nel modo che facevono gli antichi nostri martyri, presente e’ tyranni: onde per questa ragione, alcuni vanno dubitando utrum se tu ti portasti valentemente o pur poltronamente in battaglia, et non si sanno così bene risolvere.

Propheta. Differenti homini; differenti nature, pareri et instinti; differenti tempi; differenti gesti, opportunità et modi di operationi; Scriptum est: tempus loquendi et tempus tacendi et cetera. Et con tucto questo è da notare, che in uno medesimo tempo et in una medesima operatione, può esser lecito ad alcuno tacere et ad alcuno parlare, et così in essa procedere l’uno in un modo e l’altro in un altro, per respecto di differenti nature et pareri humani et instinti divini. Onde tu vedi bene, che quando Sancto Valerio Episcopo e Sancto Vincentio martyre, che erano stati presi et messi in carcere per la fede di Christo, furono condocti dinanti ad Datiano; et che con molti modi epso Datiano cercava far loro abbandonare la Christiana Religione; el beato Valerio episcopo, vir miræ innocentiæ, quantunque fussi superiore del beato Vincentio che era giovinetto, nientedimeno gli stava cheto et non rispondeva cosa alcuna, come se gli fusse mancato l’animo et non sapessi parlare, nè rispondere al tiranno. Et dall’altro canto il beato Vincentio, chiesto licentia di parlare, rispose a Datiano le più vivaci, le più pungitive et, per modo di dire, quasi le più dispectose parole, che dire si possa, da fare quodammodo risentire et arrabbiare una pietra, non che uno huomo. Tamen l’uno et l’altro è canonizato per sancto; nè mancho essential merito hebbe l’uno appresso di Dio per tacere, che se havessi l’altro per parlare. Item Jesu Christo, quando fu preso, non rispose mai ad Herode, et poco a’ principi de’ sacerdoti et ad Pilato, et dolcemente, et anche con adiuratione. Tamen Paulo apostolo fece tucto l’opposito, presente Nerone, insieme con Sancto Pietro; imperocchè dicendo Nerone ad quegli: Quomodo ausi essent, de regno suo milites alio Regi colligere; respondit Paulus: Non solum in tuo arguto, sed de toto orbe colligimus milites æterno Regi. Respecto alla quale risposta, furno amazati inumerabili christiani come testifica Lino papa, descriptore della lor passione. Molti altri exempli et varie operationi virtudiose di Sancti potrei addurti, che pretermitto per brevità. Dalle quali si può racchorre et chiaramente conoscere che gli electi da Dio, nella via delle virtù et della testimonianza della verità, caminano chi un modo et chi in un altro, secondo differenti nature, pareri, tempi, opportunità et divini instincti. Io, adunque, quando ero nelle mani de’ mia adversi, et ch’ero martoriato et examinato da quegli; procedetti, parte secondo la mia natura, parte secondo che mi dectava el mio naturale iudicio, parte secondo che mi pareva richiedessi la opportunità del tempo, del luogho et delle persone, et parte procedetti secondo el divino instincto.[697] Et simile hanno facto gli altri gran Sancti di Dio nelle loro adversità et grandissime tribulationi. Onde tu ben vedi che sancto Paulo, nelle sue tribulationi, talhor si faceva Romano, talhor Hebreo et Phariseo, tamen senza mendacio; et quando usava uno termine et quando un altro. Item talhora malediceva il sommo sacerdote degli ebrei dicendo: Percutiet te Deus, paries dealbata; et dall’altro canto si excusa di quello che haveva decto ad epso sommo sacerdote, dicendo: Nesciebam, fratres, quia Princeps est sacerdotum. Hor eccho, adunque, ch’el mio procedere che feci nelle tribulationi, non è stato disforme da quello de’ grandi Sancti passati; et però non posso essere iustamente denotato di pusillanimità et di poco animo, così nel naturale, come nel soprannaturale. Figliuol mio, se io fussi stato di poco animo; io mi sarei fuggito quando gli adversi mia vennono la santa Domenica dello Olivo per pigliarmi, che sai pure che io potevo, perchè la Signoria mi decte nove hore di tempo ad potermi securamente partire da Firenze, come è noto ad ciascheduno.[698] Ma io non volsi farlo; et più presto volsi entrare nelle mani de’ mia adversi, che abbandonare le mie pecorelle: adunque non fui pusillanime et di poco animo. Ulterius, se io fussi stato di poco animo, et mancato ne’ tormenti; io non harei increpato alcuni degli examinatori che mi martoriavono, et maxime Piero di Bertoldo Corsini, che tanto mi molestava che io gli facessi qualche miracolo et che tanto mi dava noia della città di Pisa, dicendo, che io era uno ciurmadore. Al quale io risposi et dixi: che li Fiorentini riharebbono la città di Pisa, ma che lui non si troverebbe ad goderla. Et narraigli in proposito di questo, la figura di quello che fu morto dalla calcha, il quale non credette ad Eliseo propheta, come appare nel quarto libro de’ Re, al 7º capitolo. Et gli dixi che egli non saria vivo nel 1500; et che questo era il suo miracolo, segno et portento. Il che come sai, tucto si adempiette appieno. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei composto in carcere l’opere che io composi: le quali cose, acciò che sappi, excitorno e’ mia adversi ad maggiore iracundia et odio inverso di me, maxime perchè in esse si conteneva che io desideravo d’esser morto, et ch’io confirmavo le nostre cose profetate esser state divine et non humane ispirationi. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei decto a’ mandatarii del papa, quando vennono da Roma per amazarmi, che ciò ch’io havevo decto l’havevo hauto da Dio, come è decto innanzi. Preterea, se io fussi stato di poco animo, io non harei detto allo Episcopo de’ Pagagnotti, mentre che in piaza, coram populo, mi digradò, le parole ch’io dixi. Imperò, mentre che quello faceva le ceremonie della degradatione et che dixe: Separamus te ab Ecclesia militante atque triumphante;[699] io arditamente gli risposi et dixi, che non era suo officio di separarmi dalla chiesa triumphante, et replicai dua volte la risposta dicendo: Militanti sed non triumphanti: hoc tuum non est. Alla quale risposta epso si humiliò et dixe: Amen, Dio ve ne dia la gratia. Et se bene ti ricorda, questo medesimo ti fu decto da epso episcopo che anchor vive. Preterea, se io fussi stato di poco animo; io non harei facto l’acto che io feci, la nocte che mi fu dato el comandamento, et detto che io mi preparassi alla morte; perchè havevo ad esser morto la mattina con Fra Domenico et Fra Sylvestro. Onde io, come sa ciascheduno, sentendo questo, non me ne turbai niente; anzi volsi la medesima nocte riposarmi alquanto et dormire un poco, come quello che non stimavo il vivere al mondo cosa alcuna, nè più me ne curavo che si curassi Dio. Et certamente tu leggerai forse di pochi haver facto il simile; cioè che, sappiendo quello havere ad esser morto infra poche hore, vogli prima tamen riposarsi et dormire alquanto. Per tucte queste cose, adunque, et per molte altre che potrei dire; si può cognoscer chiaramente quanto nelle mie grandi tribulationi, et nella crudel morte che mi fu fatta fare cogli altri mia carissimi fratelli, io fussi et d’animo virile et di cor generoso. Ma ben sai, che io usai ancora alcuni termini di humilità; secondo che cognoscevo esser expediente all’honor di Dio, alla salute mia et al bene universale degli electi del Signore, alli quali qualunque cosa acchaduta di noi, e’ pigliano in buona parte et cooperano loro in bene: così alli captivi impugnatori, e’ pigliono in mala parte, et resulta loro in male et peggio. Ma io voglio che tu sappi, che io usavo anchora con li mia adversi examinatori certi dextri modi di parlare pungitivo, et non pareva mio facto, et maxime inverso del falso notaio ser Francesco di ser Barone, stipulatore et componitore de’ processi falsi. Imperò, venendo tal volta quello con astutia al carcere, solo, et per parlarmi, et per vedere se poteva haver da me più una parola che un’altra, reprensibile da potersi adtacchare; io alle sue domande et interrogationi, davo certe risposte corte et bifurcate, che dall’un canto epso cognosceva che io le diceva in sua reprensione et increpatione, et non per rispondergli approposito, et dall’altro canto erano decte in tale modo, che pareva che indirectamente io gli havessi risposto al proposito della sua domanda: et così si partiva da me confuso.

Declaratione d’alcune parole, che dixe il propheta Hieronymo al falso notaio ser Francesco di ser Barone, quando epso notaio andò al suo carcere malitiosamente per interrogarlo. — Capitolo 12.

Agricola. Io non so, Padre mio sancto, se uscirò troppo fuora del proposito ad dirti una cosa che non voglio per niente tacere. Imperò, e’ sono vivi ancora dua testimoni religiosi, cioè Frate Francesco Funandoli et Frate Gabbriello di Lorenzo tintore da Prato, ora predicatori, li quali parlarno al prefato ser Francesco notaio, pochi giorni innanzi ch’epso morisse, mentre ch’era malato nella sua villa di Monte Cucholi dove malamente perì. Imperocchè, andando questi dua religiosi ad accattare del grano in elemosina, et passando dalla casa della villa del detto falso notaio; epso gli chiamò, perchè era sublevato in terreno, et gli fece sedere, et fece trovar loro da fare colezione parecchie mele et un poco di vino con un poco d’acqua, et incominciò a ragionare ad quegli de’ casi sua, et dixe loro che tu eri stato uno grande rubaldo. Et dixe che venne non so che notte alla tua prigione, per parlarti et interrogarti con astutia, come hai detto; et ti domandò per quale causa tu cercavi fare venire e’ principi nella Italia, et che tu gli rispondesti solamente questa parola et dicesti: Per gloria. Hor dimmi, ti priego, dixe quello il vero?

Propheta. Così fu et dixe la verità. Imperocchè quando lo sollecitavo con lettere il re di Francia, che dovessi venire in Italia et restituire Pisa alli Fiorentini, et observare li capituli et le promisse facte; et le lettere anchora che erano già scripte, et volevo mandare a’ principi Christiani che dovessino fare Concilio, per respecto de’ mali portamenti di papa Alexandro VI; acciò fussi et per ragione naturale et in oltre per segno soprannaturale manifesto ad tucto il mondo, come Dio ci haveva revelato et comisso che dicessimo che quello non era Christiano nè vero papa: tucto facevo per gloria. Ma che non fussi vero papa, utrum se procedeva per defedo di eletione, o veramente perchè Dio l’avessi dipoi riprobato et absoluto da tale officio, per le sue enormi sceleratezze o veramente perchè non havessi forma di christiano, cioè non baptezato, questo non è expediente che dica.[700] Basta che Dio ci haveva così commesso come appare nel processo di Frate Domenico da Pescia, cioè in quello che comincia così: In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen; et che finisce così: In simplicitate cordis mei, letus obtuli universa.[701] Et questa è una dell’altre gran falsità che usò di fare il decto malo notaio nel processo; perchè non scripse di questa cosa, nel modo ch’io aveva decto, come chiaramente si cognosce nel leggere il decto processo di Fra Domenico. Perchè io dissi loro che questa cosa ci era stata revelata da Dio, et descesi al particulare della revelatione; tamen el captivo et falso notaio non misse questo gran particulare et magno secreto nel Processo, con consentimento degli scellerati examinatori; ma attese iniquamente ad caluniarmi, et ad scrivere di sua fantasia molte et molte cose che della bocca mia non erano mai uscite, nè mai erono state in mia volontà; et attendeva quanto poteva ad interpretare ogni mio parlare in mala parte. Hora tu hai inteso come, per gloria, scrivevo a’ principi che dovessino venire in Italia.

Agricola. Et per qual gloria utrum humana aut divina?

Propheta. Qui sta el puncto. Ma che dixe el notaio a’ sopradetti frati circa ad questo?

Agricola. Dixe formalmente così: Ma io ch’ero captivo, quando Fra Hieronimo dise per gloria, interpretai in me medesimo et dixi: per gloria, idest pro gloria humana.

Propheta. Ben la sua interpretazione non fu vera, perchè io lo facevo per gloria di Dio, et non per mia humana gloria. Hor ecco, che già tu hai inteso uno de’ modi delle sue falsificazioni per sufficienti testimonii, et hai inteso una delle bifurcate parole ch’io usavo inverso di quello. Et ben sai ch’io non gli dixi per qual gloria, sì perchè non ne domandò, sì etiam perchè cognoscevo la sua mala intentione, et con che malitia et iniquità et doppiezza veniva ad interrogarmi: et però gli rispondevo con prudentia, et non mi venivo ad laudare nè ad incolpare. Et così el captivo notaio rimaneva preso da Dio nella sua astutia, sicut scriptum est: capiam sapientem in astutia sua.

Agricola. Certo che meritamente quello rimase preso nella sua astutia, poichè veniva con animo d’interrogarti et intenderti malamente. Ma e’ disse ancora a’ sopradecti religiosi, che inoltre ti domandò et dixe: Non vi confessavi voi di questa cosa? Et che tu rispondesti, che no. Et dixe che fuor di queste due cose, tu non meritavi una scopata; et che per questo, quando si publicò et stampò el processo, l’ebbe per male.

Propheta. Et dove si trova, che l’huomo sia tenuto ad confessarsi del bene et delle cose che non sono peccati?

Agricola. Però dico io che lui pigliava la fallacie in ogni cosa. Preterea e’ dixe ancora che ti rispose dicendo: Ben, come facevi voi ad celebrare, che voi non vi confessassi di questa cosa? Et che tu gli rispondesti formalmente così: Quando l’huomo ha perso la fede et l’anima, non si cura come l’anima sua vada, e può fare ciò che vuole et mettersi poi ad ogni cosa grande.

Propheta. Che ti pare di questa responsione?

Agricola. Parmi una risposta mozza, nella quale al tucto resta suspesa l’applicatione del particulare; perchè non per questo venisti già a dire d’esser tu che havessi persa la fede et l’anima;[702] et quanto ad questo la sententia è chiarissima. Ma ad che fine, gli rispondesti tu in questa forma?

Propheta. Per dargli una gran coltellata ad traverso al volto, che non paressi mio facto; perchè io volsi ch’egli intendessi ch’io indirectamente dirizavo quel parlare ad lui proprio, il quale, per haver persa la fede et l’anima, non si curava come la sua anima andassi; et che per questo si metteva ad compiacere alli pessimi examinatori, faccendo inverso di me ciò che voleva di gran male et di gran falsificatione. Onde tu ben vedi, che nella mia suscriptione d’alcun processo che hai letto,[703] appare che io do notitia delle postille ch’esso falso notaio interseriva in epsi.

Agricola. Gli è poco tempo che io lessi, oltre al falso processo stampato, che a Roma s’appella el bugiale, una examina quadripartita de’ 21 et 23 et 24 d’aprile 1498,[704] la quale fu facta sopra e’ casi tua; et appare in epsa la sustantia delle sopradette interrogationi, tamen al tucto falsificate dal prefato notaio con sue postille, delle quali postille tu ne dai chiarissima notitia, etiam nella tua subscriptione che appare in epsa examina.

Propheta. Hor ecco, adunque, che per sufficienti testimonii, e per la confessione del notaio, et per la mia suscriptione che hai decta; tu resti al tucto certo della mia innocentia. Per la qual cosa gli è da notare che, respecto al parlare della mia subscriptione della examina de’ 21 et 23 et 24 d’aprile, non vengono ad essere autentici e’ sua processi, nè di valore alcuno; nè si debbe prestar fede ad veruno processo che lui habbi stipulato o scripto, ovvero ne sia stato rogato. Ma tu vedrai forse un giorno, io dico forse, essere tracte l’ossa sua del sepulchro, che si sa di puncto dove che sono, et così quelle di Alexandro Sexto et di alcuni altri; et esser facto tale cosa di quelle, che ne resterà perpetua memoria in terrore et exemplo de’ mortali, mentre che durerà el mondo.

L.

I tre processi apocrifi del Savonarola.

1.

Il primo falso processo, fatto e messo a stampa per ordine della Signoria.

PROCESSO[705] DE FRA HIERONYMO SAVONAROLA DA FERRARA.[706]

¶ Questa e la examina et processo de frate Hieronymo da Ferrara Sauonarola facta di lui da li spectabili et prudenti homini Commissarii et examinatori de li Signori Fiorentini per commissione de la sancta Sedia Apostolica[707] solenemente electi et deputati come in esso fidelmente appare.

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI.

¶ Questi sono li commissarii che furno iuridicamente electi et deputati cioe.[708]

Dua del numero de ghonfalonieri di compagnia del populo Carlo di Danielo canigiani. Giou[=a]ni di messer Giannozo manetti. Dua del numero de. xii. buoni huomini. Giouanni di Antonio canacci. Baldassari di Bernardo brunetti. Dua del numero de. x. nuovi di liberta et pace. Piero di Daniello delti Alberti.[709] Bcnedecto di Tanai de nerli. Dodo dagnolo Spini.[710] Vno dol numero delli. viii. nuoui. Tomaso di Bernardo Antinori. Francescho di Luca di messer Maso delli Albizi. Giuliano di Jacopo Mazinghi. Piero di Bertoldo Corsini. Braccio di messer Domenico Martelli. Lorenzo di Matteo Morelli. Antonio di Jacopo di pagnozo Ridolfi. Andrea di Giouanni Larioni. Alfonso di Filippo Strozi.

¶ Tutti Citadini Fiorentini. I quali nella infrascripta examina procedeno[711] in questo modo infrascripto: incompagnia anchora et in presentia di messer Simone Rucellai. Et messer Tomaso Arnoldi Canonici Fiorentini per ordine et commissione della sanctita del Papa.[712]

¶ Adi. IX del presente mese daprile il dicto fra Hieronymo fu interrogato et examinato nella sala disopra del Barigiello. Prima a parole poi con minacci poi con tortura et hebbe dicto di in due uolte tracti, iii. et mezo di fune.[713] Dipoi adi. xi. xii. xiii. xiiii. xv. xvi. xvii. fu ogni dì examinato circa alle moderne cose con parole et conforti senza alcuno tormento o lesione di corpo. Et benche in tutti dicti dì in alcuno cose uariasse et dicesse quando auno modo et quando a unaltro nientedimeno adi. xviii. interrogato di nuouo a parole et senza tortura o lesione di corpo confesso et affermo quanto nella dicta exanima si contiene. Et dipoi questo soprascripto di adi. xix. di aprile medesimamente senza tortura o lesione di corpo ma con parole humane et conforti[714] hauendo di nuouo rilecto et ben considerato tutta la infrascripta examina confermo et disse in presentia de dicti canonici examinatori et commissarii essere vero in tutto et per tutto quanto in dicta examina si narra[715] et così se soscrito spontaneamente de sua propria mano.

¶ La verita e questa che circa a. xv. anni fa essendo io nel monasterio di san Giorgio la prima volta che io fui a Firenze con fra Tomaso Strada che le morto: il quale parlava auna sua sorella monacha. Et in quel mezo inchiesa pensauo de comporre una predicha: nel pensare mi venneno alla mente molte ragione furno circa a. vii. per le quale si mostraua che alla chiesa era propinquo qualche flagello. Et da quel puncto in qua cominciai a pensare molto simile cose et molto discorsi le Scripture.[716] Et and[=a]do a san Gimignano a predicarui cominciai a predicarne et in dui anni che io ui predicai proponendo queste c[=o]clusione che la chiesa haueua a esser flagellata: rinovata et presto. Et questo non haueuo per riuelatione, ma per ragione delle Scripture. Et così diceuo et in questo modo anchora predicai a Brescia. et in molti altri luoghi di Lombardia qualche uolte di queste cose doue stetti [=a]ni circa, iiii. da poi tornai a Firenze che dal di che io fui in san Giorgio, come disopra e dicto alla tornata mia in Firenze, ui corse anni circa a. vii. di t[=e]po. Et cominciai il primo di dagosto in san Marco alleggere Lapocaiypsi che[717] nel M.cccc Lxxxx. Et proponeuo simelmente le medesime c[=o]clusione sopradicte: dipoi la quaresima predicai in Sancta Liberata il medesimo non dicendo perho mai che io lauessi per rivelatione: ma proponendo che credessino alla ragione affirmando questo con più efficacia che io poteuo: dipoi passato la pasqua di questa quaresima: fra Siluestro tornando da san Gemigniano mi disse che dubitando delle cose che io diceuo et riputandomi pazo li apparue in uigilia uisibilmente secondo che disse uno frate nostro morto: il quale lo riprese et disseli queste parole: tu n[=o] dei pensare questo di fra Hieronimo: che tu lo cognosci dipoi hebbe molte altre apparition simile secondo mi disse fra Siluestro.[718] Et perho oltra al desiderio et accensione che aueua a predicare simile cose maccesi ad affermarle anchora in [=q]che parte più che prima: [benche in facto fusseno tutti miei trouati et p. mio studio.] Et vedendo la cosa succedermi bene andai più au[=a]ti. Vedendomi crescere la gratia et la riputatione nel populo di Firenze: cominciai adire che io laueuo p. reuelati[=o]. Et così cominciai a uscire fuora forte. [Il che fu una mia gr[=a] presumptione.] Et molte uolte diceua delle cose che mi referiva fra Silvestro p[=e]sando qualche uolta che fusseno uere: nientedimeno io n[=o] parlava a Dio nè Dio a me in alchuno spetial modo: come Dio suol parlare a suoi sancti apostoli o profeti o simili: ma andauo pur seguitando le mie prediche con la forza et la industria del mio ingegno [et presumptuosamente affermauo quello che non sapeuo esser certo:] volendo ciò che io trouauo con lo ingegno fuse uero. Et tanto poi mi inebriai in questa cosa che io usci a dire che ero più certo di tal cose che io non ero li in perghamo et che doi et doi f[=a]no quatro. Et tutto per dare più credito alle cose che io diceuo: et per confermarle piu nella mente deli huomini: et[719] faceuole uerisimile con ragione et similitudine stando sempre più forte nella mia opinione: [per parere, pur che io dicessi il uero et che fusse da dio: ma non sapeuo nulla: ma la gloria del mondo macecchaua.[720]]

¶ Et a questo modo mi condussi in sino á lanno M.ccccxciiii. di poi essendo cominciato questo gouerno dal. M.ccccxciiii. in qua cominciai ad affermare più le cose mie, non solo p. gloria: ma per uolere condurre lopera del gouerno di Firenze, si per riputatione si per hauerlo al mio senso et per potermene ualere come di sotto si dirà: et ancho per hauere credito fuora di Firenze et così affermauo di Pisa et de beni della cipta di Firenze et de mali et daltre cose particulare. In questo medemo modo non ero certo di potere fare miracolo o segno supernaturale come più volte hauemo dicto che si farebbe a luogo et tempo [ma lo affermauo per dare riputazione allopera mia.]

¶ [Quanto alle visione di fra Siluestro quale le fusseno non mene curauo ma mostrauo ben curarmene assai: [=p]che erano trouate tutte di mio ingegno et di mia astutia. Et se pure le cose di fra Siluestro mi ueniuano al proposito laueria dicte et attribuitole a me per dare più riputati[=o]e alle cose nostre come era qualche bel puncto, o qualche gentilezza.] Ma[721] sapiate di certo che questa cosa che io ho conducta lho conducta con industria si prima per la philosophia naturale: la quale molto mi serviua aprouare le cose et efficacem[=e]te persuaderle et poi la expositi[=o]e della Scriptura aiutaua la materia et sempre il mio ingegno uersaua in queste cose grande et universale cioè circa il governo di Firenze et circa le cose della chiesa: et poco mi curaua di cose particulare, o piccole.[722] [In fine dico essere stata tutta mia industria: et benche fra Silvestro mi dicesse più suoi visione: il forte era nel mio ingegno: tamen io lo pigliauo et diceuo erano da dio secondo mi ueniuano al proposito et fingeuo et m[=o]strauo alui di credere che lauesse da dio: et lui confortauo che non ne dubitasse ne lui ne fra Domenicho intendeu[=a]o la mia intentione: perche con loro andauo: con grande industria et astutia.]

¶ Come di sopra dico io cominciai a predire le cose più anni inanzi che fra Silvestro mi referisse suoi visione: et qu[=a]do n[=o] fusseno state le visione di fra Silvestro quello medesimo arei dicto: ni[=e]tedimeno come eti[=a] ho dicto disopra mene seruiuo quando mi uenivano aproposito.

¶ Et sappiate che fra Siluestro ha questa natura sin da giovinetto come e notto[723] a molte gente che lui fa insogno quello che fanno li altri in vigilia: perche si leua ua atorno parla: mangia scriue: legge predicha dice messa cercha de bastoni per casa et se può da: et non se può destare se non si percuote o c[=o] la maza, o con altro, o con lamano diricta al cuore et quando si desta pare che si sciolga da uno grande legame et che uenga dell’altro mondo dicendo Jesus Jesus: et tra laltre cose che la facte che io so et ho uedute una nocte si leuo et venne in choro quando ueranno[724] li altri frati et prese uno pugno di segatura delle casette dove si sputa: et se ne misse in boccha dic[=e]do, o le buona: dipoi ne trasse nel volto alli altri frati. Vna mattina legendo io nellorto sadormento circa alfine della lectione: et così adormentato ando per lorto et entrato nella uigna cauo una canna: et feceli la coccha: et così colse uno bello grappo duua in quello luogo et cad[=e]do in terra il grappolo: frate Antonio da Rada lo prese et fra Siluestro gli de della canna in sul capo dicendo danne anche ame: et comincio a mangiare di quella uua: et io era presente et io viddi tutto: et perche l’uva non li facesse male essendo buona ora lo feci destare.[725]

¶ Vnaltra uolta si leuo essendo nella cella del priore: che era fra Francesco saluiati: et tolsegli ipanni che lui haueua adosso et strassinoli per tutto il dormitorio: molte uolte dorm[=e]do insieme con lui lo udito cichalare et dire idefecti de frati et de secolari: et intra glialtri diceua una uolta di P[=a]dolfo rucellai: Tu fai come il fornaio: che fai fare i frati e non ti fai tu. Vnaltra uolta a sancta Maria Magdalena si leuo et uestissi et andò in chiesa: et entrato in perghamo comminciò a predicare. Et molte altre cose simile a facto: et spesso p. lo adrieto: hora lo fa rare uolte excepto qualche cichalaria.

¶ Lopinione mia circa alle predicte cose di fra Siluestro dico essere una complexione così facta et una occulta dispositione o infirmita la quale si sono sforzati molti medici di curare et finalmente se ben mi ricordo fu c[=o]cluso che nel processo del tempo se ne guarirebbe come se poi uisto che al presente n[=o] fa tanto spesso.[726]

¶ Quanto allo intento mio et fine al quale io tendeuo: dico inuerita essere stata la gloria [del m[=o]do][727] et hauere credito, o riputatone: et per uenire a questo effecto ho cerchato de mantenermi in credito et buon grado nella cipta di Firenze par[=e]domi che la dicta cipta fusse buono instrumento affare crescere questa gloria:[728] et farmi credito anchora di fuori: maxime uedendo che mera prestato fede et per aiutare anchora questo mio fine predicauo cose per le quale ichristi[=a]i cognoscesseno le abominatione che si fanno a Roma. Et che si c[=o]gregasseno affare uno concilio il quale quando si fusse facto sperauo di deponere molti prelati et ancho il Papa. Et arei cercato desserui et essendoui confidauo di predicare: e fare tale cose che ne sarei stato glorioso [o con essere stato fatto grande nel concilio o con restare in assai stima et riputatione di mondo.]

¶ Et per condurmi meglio al soprascripto mio intento et fine: essendo già introducto nella cipta di Firenze il gouerno ciuile: il quale mi pareua essere optimo instrumento alla mia int[=e]tione: cerchauo di stabilirlo al mio proposito: et per tal modo che tutti iciptadini fusseno beniuoli a me, o uero seguitassero il mio consiglio, [o per amore, o per forza:] et era mio animo che nella cipta di Firenze: si fermasse et stabilissi dicto gouerno ciuile al modo Venetiano al più si potesse: nel quale intendeuo che regessero quelli che erano mei amici più che li altri: et per questo li fauoriuo c[=o] ogni mia industria a me possibile nel tempo che sordino el c[=o]siglio benchè io uedessi molte contradictione da gr[=a]di: io fauoriuo il populo per fare il c[=o]siglio gr[=a]de a ogni modo. Poi che fu facto per paura che le. vi. faue non fessino qualche disordine tentai lapello. Il quale b[=e]che hauesse molte contraditione pure si fece dipoi ebbi desiderio che si leuassino. xx.[729] et persuasi prima irren[=u]tiare a Giuliano Salviati. Poi a messer Domenico Bonsi. Il quale si monstro alieno, et uuolmi arricordare che io lo dicessi [=a]chora a Fr[=a]cesco ualori: il quale lhebbe per male la ren[=u]tia del xx., et disse a Giuliano Saluiati. Tu hai guasto questa cipta a ren[=u]tiare. Dipoi nelle predicatione tocchauo questo caso de. xx sotto couerta in questo modo cioè. Elce unaltra cosa da fare che n[=o] hauete anchora facto.

¶ Poi si fece la legge contra il parlamento: la quale et con predicationi et scripti molto sollicitai: ued[=e]do poi certe diuisi[=o]e tra ciptadini presi a fauorire quella parte che mi pareua più a proposito di questa opera mia et prima in generale dipoi cominciai al particulare per cognoscere meglio il fine de ciptadini et finalmente mi ristrinsi a unirli insieme. Et perche non può essere unione senza capo: par[=e]domi più a proposito Fracesco ualori presi a fauorirlo: maxime credendo n[=o] si potesse fare tyranno: et questo uenne et da me et da lui: in quanto el ueniua a me et si comendaua se stesso dicendo essere buono ciptadino che quanto a questo nessuno lo superava: et in doi modi io lo fauoriuo. Et incomendarlo che gliera buono ciptadino laltro in c[=o]fortare qualche ciptadino chestesseno con lui uniti: benche a pochi: perche a pochi parlauo. Come era Giouan Baptista Ridolfi: benche nello diceuo sotto coperta: et per uno buon modo: ma tale che lui mi poteua intendere perche mi pare sauio. Ma Giouan Baptista mi sputaua parole per le quali comprendevo non sintendeua bene con Francesco benche parlaua in generale: cosi anchora parlai a Alamanno et Jacobo Saluiati: Intendendo che non stauano ben con Francesco et confortaili a stare ben c[=o] lui. Et loro mi disseno essi[730] fa troppo gr[=a]de ebisogna darli qualche sferzata et tenerlo adrieto. Et io haueuo per male che fusseno disuniti da lui perche mi pare sempre siano iti bene et er[=a]o di quelli riputauo mei amici. A Giuliano Saluiati non mi ricordo auerlo dicto: ma mia int[=e]tione era uandasse a Luca di Antonio delli Albizi: Antonio Giraldi: Et Lionello Boni anchora li comendai liquali tutti tre ne diceuano male. Anchora li com[=e]dai a Domenico mazinghi et cosi a molti altri i quali usauano in san Marco et simile anchora a c[=o]fessori et a frati mei: et tutto a fine che lui[731] fusse seguito et hauesse fama. Vero e che io c[=o]fessauo alloro che gliera strano et per fare anchora più stabile il dicto gouerno della cipta di Firenze: et che ogni due mesi non sauessi a mutare: era mio animo di stabilirlo c[=o] modo Veneti[=a]no: cioe di fare uno Duce[732] o uero ghonfalonieri a vita o per qualche longo tempo sec[=o]do si fusseno accordati. [Et questo faceuo per gloria et ripulatione mia per hauer quello uoleuo nella cipta.] Et arei desiderato che fusse stato Duce[733] uno che non hauessi figlioli ne molto parentado: perche stesse piu sotto posto alle legge et no si potesse fare tyranno ma non ne trouauo nessuno nella cipta di Firenze che mi piacesse benchè se Francesco Valori non hauesse hauuto quelle strane conditioni lui per il primo lharei posto et dopo lui Giouan Baptista Ridolfi: ma mi daua noia il grande parentado che ha: questo perho non conferi io mai con persona se non con frate Nicolo da Milano[734] et credo con fra Siluestro et fra Domenico.

¶ Et ebbi già sospitione che Fr[=a]cesco ualori: et altri di quelli che erano detti amici mei: non si uolessero restringere et fare uno stato fra loro: perho predicauo et scriueuo contro a tale strecto gouerno accioche per amore, o per forza questi tali fauorisseno questo gouerno ciuile:[735] nel quale perho uoleuo loro fusseno i principali: et laltra parte stesse sotto: cioe che il fauore del consiglio fusse per li amici mei: iquali uolentieri fauoriua circa ecasi dello Stato: per che mi pareuano buoni: b[=e]che in generali parlassi.

¶ Questo soprasscripto mio intento et concepto non lo mai conferito con persona: ma bene ho cercato di condurlo a fine p. mezzo di religiosi: et ciptadini et seculari: a quali non perho mai parlato particularmente ma in genere [per n[=o] essere gi[=o]to allaccio: perche qualcuno si sarebbe potuto mutare et m[=a]chare dalla affection nostra et are publicato la cosa et così ne sarei stato imputato.]

¶ Quanto alle intellig[=e]tie expresse, o particulari che si facesseno in san Marco per nostro mezo: dico non uinesser facta alchuna che io lo sappi ma in genere era dichi andaua alla predicha che si cognosceuano tutti inuiso et io li cognosceuo et questo era la forza principale di questa cosa: et tutte le prediche tendeuano al soprascripto fine: et così le diuotione et processione che si faceuano [=i] san Marco [et le hipocrisie et le famigliarita et amicitie di ciptadini] le c[=o]fessione et oratione c[=o] c[=a]ti et tutte simile altre cose erano per acrescer lopera mia: ma cognosceuo bene che tra quelli uenera di quelli che n[=o] andauano bene: che ui ueniuano per loro utile: et quelli ciptadini ne [=q]li io molto c[=o]fidauo si stauano uniti se hauessino facto quello diceua loro hauerebbeno mantenuto me et lopera mia.

¶ Circa iparticulari della cipta io non mi extendeuo p. due ragione. La prima p. mantenermi la riputatione. La seconda perche non mene intendeuo: maxime hauendo dicto t[=a]te uolte imperghamo di non me ne uolere impaciare, che non uoleuo dire una cosa et non lo fare. Et sapendo che Francesco Valori Pagolo Antonio Soderini et Giouan Baptista Ridolfi et iloro adherenti erano prudenti: ne sapeuano piu di me. Et io lassauo fare alloro. Et ero come il Duca di Millano passato al signore Ludouico:[736] onde non conferiuano meco le cose particulare et alloro bastaua hauermi per insegna et instrumento coprendosi sotto il mio mantello. Et io imperghamo et fuora confortauo questa parte nostra a stare unita et essere animosi affare quello fusse utile allopera nostra.

¶ Et una di queste utilità era che fusseno i primi a questo gouerno ciuile: et quando hauessi uoluto qualcosa particulare non larei conferita con ciptadini: per conseruare la riputatione mia ma larei facto per mezo di fra Siluestro, o di qualche altro frate: secondo mi pareua al proposito: come circa alli officii benche rarissime uolte perche non li cognosceuo et non mene intendeuo: sappiendo maxime che senza me erano soliciti isoprannominati egli adherenti loro al usare del mio mantello: di che di sopra fo mentione era il uenire a san Marco, monstrarsi essere del frate: fauorirlo nelle prediche con laudarmi et dire cose simile et benche molti uenisseno a san Marco p. diuotione: credo molti anchora p. beneficiarsi[737] et uedersi et fare una meza intelligentia.

¶ I ciptadini i quali usauo p. mezani a mandarli qua et la erano Andrea C[=a]bini: Piero Cinozi: Girolamo Beniueni: Francesco dauanzati: Carlo Strozi assai: Jacopo Saluiati: quando Giuliano era ghonfaloniere. Alexandro Nasi: Piero di Pagolo delli Albizi: et in effecto non teneuo fermo nessuno se non Andrea Cambini con Francesco Valori: perche io mi guardauo p. mantenermi la riputatione. Et quasi tutto lo effecto di tale imbasciate: era circa in mantenergli in fede nostra: et mandauoli a Signori: a dieci: alli otto: dicendo stesseno forte et non dubitasseno che Dio li aiutaua: et notate che uno de principali fundamenti che io haueuo allo intento mio dicto di sopra cioè a mantenermi la reputatione et fama di buona vita. Erano il proposito fermo di non mimpaciare mai de particulari: sapp[=e]do maxime che i ciptadini mi seguitauano lo faceuano meglio: et meglio lo sapeuano fare che io non intendeuo et a me bastaua che mantenesseno il gouerno che io desiderauo in ogni modo che lo potesseno mantenere [o p. fraude o per qualcuno altro modo:] li nomi de Ciptadini erano questi. Francesco Valori: messer Domenico bonsi: messer Francesco Gualterotti: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Domenico Mazinghi: Luca di Antonio de glialbizi: Francesco del Puglese: Giuliano Alamanno: Jacopo Saluiati: Bernardo delinghilese dischiata Ridolfi:[738] Piero Lenzi: Berto da filichaia: Francesco di martino dello scarpha:[739] Francesco mannegli: Almerigo Corsini: Simone et Nicolao del nero: egli adhererenti. De quali sono quelli ciptadini che sono scripti in sul ruotolo della suscritione[740] era su uno quaderno di carta pecora che erano nello schanello mio in san Marco.

¶ Circa allo arere tenuto pratica con iciptadini dico che nel tempo che sono stato a Firenze: molti ciptadini manno parlato, ma con nessuno ho tenuto pratica particulare di stato come e di fare piu una cosa che unaltra particolarmente: ma nello uniuersale sie tutto il mio intento et stato di tenerli uniti ed animati.

¶ Con Francesco Valori parlauo di raro: ma Andrea Cambini portaua imbasciate fra me et lui: et quando dicto Francesco mi parlaua: mi parlaua molto di se: stimo lo facesse per che io auesse di lui buona opinione: et qualche uolta mi disse et mando adire p. Andrea Cambini che stauano male: che io facessi oratione: il forte de ragionamento de Francesco erano che lui auesse auctorita nella cipta: et a[=c]hora mi parlo di uolere dare la figliola di Filippo suo nipote per donna a Matteo Strozzi: al quale Matteo io poi nac[=e]nai dalla lunga: et lui mi rispuose non uolersi in parentare con Francesco: perche stimaua che per imodi suoi douesse capitar male. Similmente mi disse dicto Francesco che harebbe uoluto dare dicta figliola di Filippo a Giouanni di Ncolo mannegli la quale cosa non ebbe di poi effecto: parlauo ancora alle uolte con messer Agnolo Nicolini: et a Pagolo Antonio Soderini: et a Giouan Baptista Ridolfi: et a più altri di quelli ueniuano a san Marco p. uarie cagione: messer Bartholomeo Ciai ma parlato qualche uolta ma non mi ricordo diche ragionamenti. A piero Guicciardini parlauo anchora spesso:[741] et incitaualo dicendo si portaua freddo p. l’opera nostra. Francesco Renuccini quando era de Signori uenne a me una sera in[=a]nzi le. xxiiii. hore a pigliare parer da me circa allimposta de preti. Lionello bono[742] anchora quando era de Signori mi uenne a parlare et dissemi male di Francesco Valori che era male ciptadino: che cercaua el b[=e] proprio. Et io lo difendeuo perche desiderauo ce auesse auctorita come ho dicto: benchè anchora mi dispiaceua p. la sua natura che era huomo da scacciare tutti isuoi amici. Alexandro di Papi di[743] Alexandri fu anchora questi di a me p. lo experimento del fuoco: a sapere se haueuano a tirare la praticha inanzi: et per conto di Lanfredino mi ueniua predicta[744] cagione: Piero di Pagolo delli Albizi. et Alexandro Nasi: a quali tutti rispuosi disi.

¶ Circa affare magistrati maxime Signori X. del otto[745] non ne parlauo mai expressamente dicendo fare il tale, o il tale: perche non cognosceuo così particolarmente tutti iciptadini. Nelle prediche confortauo in genere li buoni ciptadini: ma quando era instrutto da frati di qualchuno che fusse buono allopera nostra: are comendatolo con parole generale in circuli di frati: e di ciptadini che sene faceua spesso ne chiostri nostri: dicendo questo saria buono p. lopera nostra. Il simile faceuo di quelli che cognosceuo. Verbi gratia: Francesco Valori: Giouan Baptista Ridolfi: Pagolo Antonio Soderini: Giulia[=o] Saluiati: Domenico mazinghi: Domenico Bartholi: Lorenzo et Piero Lenzi: et simili iquali similmente comendauo dicendo sarebbeno buoni per lopera nostra, o simile parole generale ma non diceui[746] mai fate il tale che mi saria stato charico: io considerauo più al ghonfalonieri che ad altro: officio rimettendomi a frati che cognosceuano iciptadini più di me.

¶ Et di hauere fauorito altramente alcuno p. hauere officio non si trouera: excepto che Francesco scarsi[747] uenne una uolta da me a pregarmi che fusse facto oratione per lui perche el fusse facto de. x. dolendosi che non era facto mentione di lui in dignità alchuna. Di poi essendo stato facto mi uenne a ringratiare delle oratione.

¶ Dello hauere tenuto pratica con Signori o altre persone fuora del dominio nostro di cose di Stato. Dico che al Re di Francia in quelli principii che ritorno in Francia scrissi tre ouero quattro lettere[748] confortandolo alla restitutione delle cose de Fiorentini. Et allo ritornare in Italia dicendoli che facendo altramente el capitarebbe male. Il simile li mandai a dire p. Nicolao Alamanni la prima uolta che parti di qua p. andare in Francia. Et anchora gliho mandato a dire p. piu Fr[=a]zosi che sono passati di qua p. ritornare in Francia: ma il Re non ma mai atteso ne datomi risposta p. lettere ne p. imbasciate: [=i] modo che p. Nicolao Alam[=a]ni nellultima et penultima uolta che lui parti di qua n[=o] lo mandato adire altro et ancho non confidauo in dicto Nicolao ne mi pareua huomo da farci fondamento perche non stimauo potesse parlare al Re.

¶ Venne già a me uno frate Ludouico da Valenza maestro in Theologia: et dissemi parlandomi perho copertamente che il Papa uorebbe che i Fiorentini mandasseno a lui imbasciatori ouero li scriuessino qualche buona lettera: et molto mi stringeua affare opera che il populo stesse edificato ala uia del Papa: et rispuosemi[749] che questa cosa non poteuo fare come arebbe facto Lorenzo, o Piero: et lo rimissi a Francesco Valori: Piero Filippo et Pagolo Antonio et di lui poi non intesi altro.

¶ Messer Luigi Tornaboni mi misse gia inanzi di tenere pratica colla prefectissa di Sinigaglia[750] dicendo che ella haueua il modo a sapere delle cose di Francia. Et io dubitando dinganno lo rimissi a Francesco Valori. Et di poi non intesi altro.

¶ Passando di qui il Cardinale Burgens: et parlandoli mandai p. lui a sollicitare la uenuta del Re di Francia et la restitutione delle cose nostre. Similmente mandai Filippo Lorini in Fr[=a]cia p. dire al Re il medesimo circa alla tornata et restitutione dicta mandato da me c[=o] saputa perho de dieci che allora erano: et le risposte furno come di sopra.

¶ El Signore Carlo Orsino et Vitellozo Vitelli quando tornorno di Francia furno da me in san Marco a confortarmi affare quello poteuo per il Re di Francia: et uenneno a me come io fussi il signore della terra: A quali risposi che pregherei dio per il Re et che ero di bona uoglia affare per il Re cio che potessi.

¶ Piu altri anchora Franzosi et Napolitani cacciati da Napoli: che diceuano andare atorno p. le cose del re di Francia et per cose di stati: mi ueniuano a uisitare per simili effecti: perche pareua loro che io fussi amico del Re di Francia: et tenessi la parte sua et io li rimmetteuo tutti a Francesco Valori.[751]

¶ Fu anchora da me messer Dolce da spuleto [=i]basciatore del Duca durbino: a offerirmisi: et fu in quel tempo che il Duca durbino sera tornato a casa sua, et io scrissi una lettera al dicto Duca.[752] Della quale lo effecto era che non si partisse da Fiorentini. Et partendosi che non li fusse contra: [pensando che lui fusse buono a mantenere lopera mia: p. che benche non li parlassi mai mili monstrauo affectionato non che lui ma ogni altro che auesse fauorito me et la parte che mi seguitaua: acciocchè fussino i maggiori col populo et che reggessino di fora et dentro et maxime fauoreuile hauendo le gente darme.] Et decta lettera mandai per lo imbasciatore del decto Duca che mi u[=e]ne aparlare che fu il predicto messer Dolce.

¶ Anchora dico ebbi per male che messer Hercule fusse casso[753] per questi medesimi effecti et ebbi sospecto Piero Filippo non ne fusse stato causa per mettere inanci il C[=o]te Renuccio. Et questo perche messer Hercole mera affectionato per mezzo di fra Nicolo da Millano che già fu Cancellero de dicto messer Hercole et ancho sapeuo era affectionato a Francesco Valori et etiam feci qualche opera con Francesco Valori: perche n[=o] lo facessi cassare et in questo modo hau[=e]do le g[=e]te darme amici rimaneuano li amici mia più forti: et il gouerno di drento et di fuori andaua alloro modo: et in ogni cosa fusse occorsa nella terra si poteuano meglio difendere et a questo senso lo faceuo.[754]

¶ Il Conte Checcho da monte doglio mi mando gia uno suo canceliero pregandomi li fusse fauoriuile alla restitutione delle suoi terre et io gli scripsi che non era tempo a mouere simile cose: et per non dare materia alli altri populi de t[=e]tare simile causa: et pure lui facendo grande instantia: ne feci dire alla Signoria et a. x. pur qualche parola: ma pure freddam[=e]te perche come ho dicto n[=o] pareua fusse da fare in quel tempo et qu[=a]do hauessi uisto il tempo larei facto per farmelo amico.

¶ Messer Agam[=e]non Marescotti da Bologna podestà passato e stato anticamente nostro familiare: et pregai Jacopo Salviati che era electionario che lo elegessi: et cosi fu facto podestà: et questo feci si per hauere il fauore suo: si per il ben li uoliua: che pareua fusse al proposito allopera mia. Così hebbi grato questo podesta che e al presente: per essere padre dello Vicario dellarciuescouo di Firenze. Il quale e nostro amicissimo benchè di questo non ne feci opera alchuna.

¶ Marcuccio Saluiati[755] mi fu menato da Fra Ruberto suo fratello inanci al caso del fuoco: circa a. vi. di per che io lo confortassi al ben uiuere: et così fei: et hebbilo caro per hauerlo amico: et lui mi fece molte proferte inanci si partisse: dicendo io metterei la uita per uoi.

¶ Intesi Giou[=a]ni della uecchia che era nostro amico da frate Cosimo tornaboni: che ebbi charo: ma n[=o] li parlai mai.[756]

¶ Al Duca di Ferrara al Duca di Milano ho ancora scripto circa al ben uiuere: ma non per cose di Stato: circa il fare de conducte non mene sono impaciato: se non con racomandare legiermente alcuno come uno figliolo di messer Nicolo da Esti da Ferrara: et uno Conte Cristophano da Gonzaga: et uno de Rangoni da Modena: et alchuni altri che io non cognoui iquali racomandai a Francesco Valori et a Domenico Mazinghi: et altri de dieci pure legiermente dic[=e]do il tale uorebbe essere conducto, fate uoi.

¶ Circa alla guardia della piaza [=c][=h] se ne fusse icapi dessa guardia io n[=o] sapeuo e ben uero che io confortai in perghamo che dicta guardia si conducesse: non mi ricordo gia se io ne parlai con particulari ciptadini: ma Francesco Valori dipoi lhebbi mossa mene lodo a bocca: et confortomi la seguitassi t[=a]to se facesse stimo anchora mello mandasse a dire p. Andrea Cambini: la cagione di questa guardia fu per securta nostra p. questi incontrarii a noi stessino sotto: et non hauessino facto qualche insulto come temeuamo.

¶ Circa al non obedire al Papa et non andare a Roma dico procede[757] per non essere morto per la uia, o a Roma come era da Piero di Medici, o dalla Legha p. essere io contra al proposito loro.

¶ Circa alla scomunica dico che benche a molti paresse non fusse nulla, nientedimeno io credeuo quella fusse uera et da obseruarla:[758] et obseruaila un pezo: ma poi uedendo che lopera mia andaua in ruina presi partito a non la obseruare più anzi manifestamente a contradirla con ragione et con facti: et stauo obstinato in questo per onore et riputatione et mantenimento dellopera mia.

¶ Circa al cominciare al predicare nella septuagesima che fu adi. xi de febrajo: dico che prima aspectai le lettere di messer Domenico bonsi: quelli che egli scripse alla Signoria et unaltra a me. per le quale auisaua che il Papa non era disposto a dare licentia che io predicasse: unde mosso da me perche uedeuo che lopera mia ruinaua. mi dispuosi a ripredicare p. sostenere la mia opera: et di questo non fui excitato da alchuno ciptadino particulare: ma più presto gli amici mia sene dolsene come fu Alamanno et Jacopo Saluiati et Domenico mazinghi. E ben uero che alchuni di quelli che usauano in San Marco mi diceuano quando si predica,[759] noi ci moiamo di fame: et Giouanni di Jacopo di dino mi ricordo uenne a me a San Domenico et domandomi quando saueano a fare igradi:[760] ma non mi chiari[761] quando sauessi aricominciare perche cosi di fare costumaua di non manifestare sempre il certo del di quando uoleuo predicare.

¶ La cagione perche io usci di sancta Liberata il secondo di di quaresima: non fu per obedire al Papa ma per paura di essere morto: et poi che io fui conducto apredicare in San Marco io fermai il predicare: non obstante la lectera de. iii. di marzo di ser Alexandro bracci: per la quale lui mauisaua della grande alteratione del Papa e di tutta la corte et del pericolo che correuano i Fiorintini la: perche stimauo fussino minacciati.[762]

¶ Circa alle lettere che ebbe dalli imbasciatori, o scripte alloro dico che ho scripto qualche uolta a Giouachin guasconi confortandolo a confortare il Re[763] atornare in Italia: et restituire le cose a Fiorentini: et ho facto ogni opera che dila tenesse le cose calde:[764] et questo feci perche intendeuo che il uescouo de Soderini scriueua freddo: et questo per mei frati: et io laueuo per male: non mi ricordo perho del chiaro se io scripsi, o mandai a dire a Giouachino quanto disopra e dicto perche io a lui: et lui a me ci habbiamo scripto poche lettere: ma Giouacchino scriueua bene spesse al figliolo: il quale poi mi mostraua le lectere: et a lui io a bocca diceuo quello mi ricorreua di risposta.

¶ Da messer Domenico B[=o]si ho auuto due lectere: una auisaua che il Papa non mi uoleua dare licentia del predicare laltra mi riprendeua dello hauere cominciato a ripredicare il più frequente che mhabbi scripto e stato ser Alexandro braccia: il quale mae proprio a scripto due lettere di cose generale et in mia laude et conforti: ma il forte delle lectere lui scriueua a ser Bastiano da Firenzuola suo genero: il quale poi mi referiua tutto et leggeuami le decte lettere. Il contenuto desse era per la practica delle cose mei et daltre cose: et tutto si cominciaua con Francesco Valori.

¶ Messer Ricardo bechi scripse anchora a Giouanni suo fratello delle cose mie: ma lauamo a sospecto perche scriueua cose contra a noi.

¶ Dell’ordine et preparatione che si fece il uenerdi sancto hora lanno: non ne seppi ne so altro particulare: se non in questo modo io ho inteso da Filippo Arigucci: che allora era de Signori che uoleua gittare dalle finestre del palazzo. Bernardo del nero che era allora ghonfalonieri di iustitia: et che in quel tempo il dicto Filippo mando a dimandare madonna Camilla de Rucellai [=q]llo si haueua affare allora et che lei gli m[=a]do a rispondere che lei haueua hauuto in reuelatione che gittassero delle fenestre Bernardo del nero et che madonna Camilla lo disse a fra Malatesta frate di san Marco: se questo gittar di Bernardo del nero delle finestre era inspiratione diuina: et fra Malatesta ne domando me: se poteua essere inspiration diuina: et sera licito il farlo: et io rispuosi uoi sapete come sa a rispondere per me in questi casi rispetto alla irregularita ma io non lo confortai si facesse: rispecto alla irregularita dicta: ben mandai a dire et a confortare Filippo Arigucci per Domenico Mazinghi che io adoperaua a simile imbasciate che stessi forte con qualchuno de sua compagni: et così confortai Domenico Mazinghi che era ghonfalonieri di compagnia affare il simile et cosi confortai facessi come suoi compagni: et stare forte tutti contra la opinione di Bernardo del nero: perche era contra allopera nostra: ma n[=o] c[=o]fortai che fusse morto: bene arei hauuto charo che fusse stato mandato uia. Il fine di gittar Bernardo a questo modo delle finestre credo fusi perche era contrario allopera nostra: et per leuar uia un capo allaltra parte.[765]

¶ Con Piero de Medici non ho hauuto pratica alcuna perche li sono stato sempre molto contrario: ne ho hauuto il maggiore inimico uolendo il Re di Francia introdurlo in Firenze come ciptadino: quando torno da Napoli io disputai con in[766] Re che non lo facesse. E ben uero che Dino di Jacopo di Dino mio amico mi scripse da Roma che Piero uoleua uiuere bene: mi chiedeua instructione del suo uiuere et mi se ricomandaua: et io li rispuosi che Piero uoleua appicchare la pratica meco et perho che io non uoleuo entrare in altro se non che pregherei dio per lui.

¶ Vnaltra uolta fu a me anchora uno che io non conobbi: et dissemi come Piero mi si racomandaua: et che uoleua ben uiuere: et tornare come ciptadino: ma questo tale nocturno[767] a me se non una uolta et come di sopra dico non lo conobbi: era uestito da prete: piccolo di statura bruno di carne e di eta danni quaranta in circa la Contessa suocera di Piero et Lanfonsina[768] sua donna quando cera molto me lo raccomandorno alle quale rispuosi che non credeuo che Piero mai ritornasse.

¶ Et col Cardinale de Medici non ho auuto pratica se non che due uolte mha scripto raccomandandosi: che le cose sue[769] fusseno restituite: et come e noto et per molti si sa: furon restituite alchune cose piccole di che non accade al presente far mentione: dico ben se fusse occorso che Piero fusse tornato: mio animo era dirgli quello che ho predichato: lho facto a buon fine maxime non essendo tu qui instato et quando tu fussi instato non tharei predichato contra: ma parlato de uitii in generali.

¶ Delle cose di Pisa dico non dissi mai hauerla in pugno: ma dissi bene Pisa tu lharai in ogni modo: e uero che io dissi ho in pugno più gratie: ma non specificai mai di Pisa [perche parlauo cauto per non essere preso et in sermone]. E ben uero arei hauuto caro per ogni mezo si fusseno rihaute le cose uostre per essere uero propheta; perche mi ueniua al proposito e uero che il Re di Francia mela promisse poi mela disdisse. Et per hauermela disdecta lo comunicai con la Signoria era allhora quando tornai dal prefato Re da Poggibonzi.

¶ Quando feci quella predicha oue io narrai di alchuni huomini di grande ingegno che si douessino fare frati fu p. messer Vliuieri arduino et per messer Malalesta che sapeuo erano alla predicha et altri simili: et di poi a messer Malatesta in particulare alleghai qual cosa di illuminatione: et più cose expresse et dissigli che messer Philippo Varamoro et messer Pandolfo de Medici cerano apparsi. et decto che si facesse frate: et uuolmi anco aricordare che io dicessi a messer Malatesta che non si facendo frate che andarebbe allo inferno.[770] Questi simili uoleuo con meco p. magnificare lopera mia: et hauere dal mio ualenti huomini [di quello anchora che io ho decto di sopra che sono nello inferno. lho dicto per darmi riputatone non che non lo sapessi.]

¶ Hebbi una uolta in secreto una lettera senza subscriptione da frate Siluestro: dal quale poi intesi che gliera stata mandata da una nuora di Tanai che e de lenzi:[771] p. la quale io era auisato che mi hauessi cura: perche era uno che mi uoleua fare male. Il che presumpsi fusse di Jacopo: [non so certo se poi io dissi hauer hauuto questo p. riuelatione: ma credo certo lo dicessi. Il simile dico di quelli secreti che io diceuo:] il quale si uoleua far grande:[772] [quali diceuo da me[773] spaurirlo.]

¶ Circa anchora quelli che io dissi che non uoleuano si rihauesse Pisa: et quellaltra predicha nella quale io narrai che ecerano tanti: peggio dico che io non ne seppi mai alchuna cosa certa o particulare: ma lo dissi perche stimauo così: et se era alchuno che lo uolesse fare[774] si ritirasse indrieto: et dargli spauento: [et a me attribuire riputatione.]

¶ Circa la chiauetta[775] et chassetta di che ho facto mentione tante uolte et che ho detto appartenere alla Chiesa: lho facto per dare terrore, minacciare, et p. fare tenere adrieto le mani a chi mi uoleua male: et infine sono state parole: ma altro particulare secreto o reuelatione non uera drento.

¶ La predicha che io feci loctaua della donna. M. cccc.xcv. quando io monstrai essere ito in paradiso:[776] [lo feci p. attribuirmi riputatone et gloria et] fu una intentione che io feci stando nella libraria greca di san Marco: non che in facto la fusse come la dissi et come mingegnai persuaderlo al populo.[777]

¶ Della congregatione di Lombardia mi separai per restare libero et fare a mio modo.

¶ Echani in cathena et galline che piglieri[=e]no le uolpi[778] chio predichai in perghamo furono tutte cose trouate da me per [darmi riputatone et] inanimare emia et sbigottire gli aduersari: quando in perghamo diceuo alle uolte al proposito di chi mi auesse uoluto amazzare. Io ti ueggho. Io ti ueggho et tu miuedi uoltandomi uerso le donne: perche non si potessi dire il dice per il tale. Io diceuo tutto al mio proposito per sbigottire chi lhauesse uoluto fare: [et darmi riputatione] non che io ne sapesse altro.

¶ Le polize dichi io feci mentione nelle prediche di uolerle fare et dare in mano di alchune persone: perche le tenessero guardate insine a certo tempo: et poi saprisseno: furno tutte fauole et ciance p. sbigottire i contrarii a me: [et quanto dighano[779] fu in questa cosa fu solo che io dissi a fra Siluestro io diro di darui una poliza laquale contera i peccati di Piero Capponi: che esso fra Siluestro li sapeua perche lo confessaua: ma non nelli dei; et infine fu una finctione p. sbigottire ma in facto non ne fu altro.]

¶ Circa ibarbari[780] che io ho predicto più uolte che ueranno contro la Italia: dico et credo certo che in Italia habbi a uenire flagello alla Chiesa da gente Barbare: perche sempre iflagelli alla Chiesa in Italia sono uenuti da gente Barbare: et p. questo mio discorso lo dissi ma non p. altra certeza particulare: benchè mostrassi esserne più certo che non era in facto.

¶ Circa la reuolutione[781] della chiesa et la conuersione delli infideli io ho predicto douere succedere: dico che lo hauuto et ho dalle Scripture sacre: et credo certo p. lordine della scriptura solamente senza altra reuelatione particulare: ma dello hauere a essere presto non ho expressamente dalle Scripture: ne da reuelatione: bene mi sforzauo di prouarlo con molte ragione le quali anchora sono scripte in diuersi luoghi: [benchè io affirmasse oltra a queste ragione hauerle p. reuelatione era solo per darmi riputatione et credito.] Le cose che io disopra allego circa alle Scripture facte lo tracte di Daniele san Hieronymo: sancto Augustino Origene: et San Tomaso.

¶ La uita stretta che faceuo p. me et faceuo fare ad altri: la solitudine et il poco monstrarmi che io faceuo tutto era a riputatione et honore [del mondo:] et p. restare in opinione et concepto appresso delli uomini di sanctita.

¶ Circa alla coronella di cuori che si induceua a uno cuore solo: la quale io designai: quando io disse essere ito in paradiso fu p. animare ogniuno alla unione del gouerno ciuile: per potere peruenire alla perfectione di dicto gouerno Venetiano con quel modo habbiamo dicto disopra.

¶ Circa al Vicario dello Arciuescouo di Firenze: dico che le pratiche che io ho tenute seco sono state generale: et come le altre dello Stato: confortandolo a castigare et sottomettere i preti che non erano nostri amici: et quando nhaueua qualchuno nelle mani che hauhessino facto qualche errore: mi domandaua consiglio. Anchora mi domando consiglio duno che haueua ueduto una uergine Maria: che uoleua uenire a fare gridare il populo misericordia et io gli dissi che non lo consentisse per niente che erano ciurmarie: et quando torno questa ultima uolta a Firenze: mi uenne a parlare di nocte offerendomisi et diceua non uolersi dimostrare mio amico: p. potere meglio difendere le cose nostre. Haueuami dato auctorita di confessare et communicare ciascuno che appartenesse alla sua iuridictione: et questa teneuo con lui p. hauere anchora il clero a mio proposito. Haueua anchora decto Vicario colligatione con li octo: aquali haueua dato la sua auctorita contra a preti. Se ben mi ricordo[782] hebbi ben p. male che cacciasse tanto lo experimento del fuoco come fece. Il che fece da se sanza che io nulla mandassi apissicare.[783] Vero che io non li mandai a dire altro in contrario: p. non parere che io non uolesse fare lo experimento et p. mantenermi in reputatione messer Baldo inghirlani: et io ci operamo che questo uicario ritornasse p. essere nostro amico grande: et laltro fusse rimandato.

¶ Circa il tyranno che adi proximo io dissi in perghamo che si uoleua fare: quelli che cacciauano le cose nostre: dico che io li dissi p. rianimare lemia che pareuano freddi: accio che si ritenessono: non che io nhauessi coniectura alchuna: et etiam p. dare terrore allaltra parte che non si leuasse. Et infine fu anchora perche io ho hauuto sempre in fantasia che il Duca di Milano abbi uoluto fare tyranno Lorenzo di pierfrancesco[784] non che io ne sapessi altro: et sempre ho hauuto Lorenzo in buono conto et p. huomo da bene.

¶ La subscriptione facta in san Marco dico che io non lordinai ma i frati mia lamosseno loro: et mello disseno: et io lhebbi caro perche si mostrasse questa unione di ciptadini et questa beniuolentia uerso di me et aquistare riputatione con il Papa: et etiam questa scriptura confirmaua et uniua piu iciptadini che erano alla uolunta nostra: tra quali dico non era che io sapessi altra intelligentia ordinata ma in facto stimauo si cognoscessino: e che questa subscriptione operasse nel consilio.

¶ Dello hauere saputo delle Signorie inanci che si publicassino dico fra Siluestro mi referiua alle uolte benche di raro la Signoria quando era facta prima che la fusse publicata: ma non mi diceua da chi sello hauesse: et di questa particularita non mi ricordo molto bene perche non ui attendeuo.

¶ Quanto alla parte del consilio diche sono stato interrogato: dico che hauendo grande sdegno contra alla corte romana perche per hauendola ripresa mi haueua perseguitato: et anchora: p. i costumi loro ero in animo di fare opera: p. fare congregare concilio: et hauemo[785] deliberato di fare scriuere cinque lettere p. diuerse persone[786] che concitasseno cinque Re a fare concilio le quale lettere erano di questo tenore: che pareua degna cosa che tali Re fussino ragguagliati delle cose grande di qua: et essendo qua uno predicatore che dice cose future: et detesta euitii della chiesa: et dice prouare le cose soi con ragione naturali hauendo anchora decto predicatore scripto una lettera al Papa: di tal tenore et la coppia debbe essere nel mio scannello: o lha fra Nicolo da Milano doueriano essendo capi della christianita prouedere a tali mancamenti et congregare concilio et decte lectere furno facte p. preparare la mente de decti Re et altre lectere[787] che io mera deliberato scriuere aciascheduno di loro: p. tale effecto di concilio: et gia lhaueuo cominciato abozzare et le bozze debbono essere nel mio scannello: et in ciascheduna di decte prime cinque lettere era copia della decta disopra che io haueuo scripta al Papa. Il Re[788] a chi aueuo scripte queste lettere sono questi. Lo imperadore. Re di Francia. Re di Spagna. Re di Inghilterra: et il Re di Vngheria; quella dello imperadore la feci scriuere a Giouanni di Nicolo Cambi: quella del Re di Francia feci scriuere a Domenico mazinghi: che scripse in nome suo a Giouachin Guascon: la quale haueua poi a mostrare al Re: quella di Spagna feci scriuere a Simon del nero in nome desso Simone a Nicolo suo fratello che la communicasse a quello Re:[789] come haueua a fare Giouachino: quella Dinghilterra fu commessa a Francesco del pugliese: il quale haueua in Firenze uno amico suo inghilese et a questo inghilese fece scriuuere tale lectera: et uolendo scriuesse al Re disse che scriuerebbe a un suo amico di lì che la mostrarebbe al Re. Quella dungheria mandai la minuta a Ferrara a un mio amico Ferrarese: perche scriuesse poi lui a decto Re. La minuta di queste cinque lettere io feci dare a ciascuno de soprascripti p. fra Nicolo da Milano che epso fra Nicolo le fece: et stimo lui habbi le copie et le decte lettere furno fatte circa un mese fa.[790]

¶ Il mio fine fu in principio perche i costumi della chiesa mi dispiaceuano[791] per lo sdegno che haueuo delle scommuniche et breui facte contra di me: mi excitorno a fare più presto p. tormi uia questi obstaculi dalli occhi mia: [et anchora ver[=a]no le cause della gloria delle quale ho fatto mentione di sopra.] Chi sapesse questa cosa del concilio et delle decte lettere; o con chi lhabbi tractato: dico che de frati lo sapeuano fra Siluestro fra Domenico et fra Nicolo da Milano. De ciptadini lo sapeuano tutti esoprascripti che scripseno decte lettere: et Girolamo beniuieni: ma con nessuno mai la consultai et pratichai, et mai da nessuno ne sono stato excitato.

¶ Tutto che io ho facto ho designato di fare come disopra lho facto [p. essere sempre famoso nel presente et nel futuro: et p. auere tale credito nella cipta di Firenze; et che tutte le cose di grande importantia non[792] facessino senza la mia uolunta.][793] Et poi che io fusse stato stabilito in Firenze a questo modo haueuo animo a far cose grande in Italia et fuora de Italia p. forza di Signori co iquali haueuo contratto amicitia: et trattato cose grande: come e questo del concilio. Et secondo che le cose fusseno passate haremo pensato dellaltre. Et maxime haueuo intentione suscitare iprincipi Christiani et principalmente quelli fuori di Italia dopo il concilio a sogiogare glinfedeli e di farmi Cardinale o Papa non pensaua molto: perche quando hauessi conducto questa opera senza esser Papa sarei stato di auctorita et reuerentia il primo huomo del mondo: et quando io fussi stato facto Papa non lharei ricusato: benche mi paresse essere maggiore cosa essere capo di decta opera che esser Papa: perche uno huomo senza virtù può essere Papa: ma tale opera si richiede a huomo di excellente uirtu.

¶ Circa allo hauer decto al crucifixo se io mento tu menti: dico che benche io non miricorda hora sopra che articulo lho dicessi: niente dimeno io lo diceua sopra cose che io credeuo esser uere et secondo l’ordine di dio.

¶ Circa a confesori io ne metteuo molti in san Marco: confortandoli che confessassino assai: non p. intendere da loro le confessioni: perche non lharebbono facto p. la pena grande: et anco p. conseruarmi la riputatione appresso di loro: perche se io li hauessi richiesti di simile cosa mi sarei al tutto scoperto maligno ma io lo faceuo p. hauere piu concorso: et per tenere li amici nostri confortati allopera nostra: et anchora perche fussino piu uniti.

¶ Circa lo experimento del fuoco dico così che io hebbi p. male molto che fra Domenico proponesse quelle conclusione et prouocasse questa cosa et harei pagato una gran facenda non lo hauesse facto. Similmente mi dolse che li amici mia lo stringesseno: che io p. me non lharei uoluta: et se io lo consenti lo feci p. diffendere lhonore mio più che poteuo:[794] et se io hauessi predicato allhora quando la cosa si mosse: et quando la cosa si stringeua: mi sarei ingegnato di extinguerla con dire che quelle conclusione si poteuano prouare con ragioni naturali, et dissine male a fra Domenico: che lhauesse così incalcata parendomi cosa grande et periculosa: finalmente ui censenti p: non perdermi di riputatione: et sempre dissi che ci conduciauamo a questo cimento p. esser prouocati et p. rispondere. Stimauo al tutto che il frate di San Francesco non ui hauessi a entrare: et non ui entrando lui: non era obligato anche a entrare il nostro: et se pure fusse occorso che il nostro hauesse auuto a entrare ancho lui: uoleuo entrasse con il sacramento nel qual sacramento aueuo speranza non lo hauesse a lassare ardere:[795] et senza il quale non lharei lassato ire: et conferendo questa cosa con Giouan Baptista Ridolfi in san Marco due uolte: innanci al di del cimento: Giouan Baptista disse che il frate di san Francesco non ui entrerebbe mai: et il simile credeuo io:[796] et così non ui entrando lui non era obligato ancho a entrarui il nostro onde p. sbigottire più il frate di san Francesco che non ue entrasse: e p. dargli maggiore terrore operai chel fuoco fusse grande che mandai fra Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di dicto fuoco: similmente haueuo dato ordine che il fuoco saccendesse da una delle bocche: et dallaltra entrasseno ifrati: et drieto alloro se metesseno scope che serasseno laltra boccha in modo paresse che non potessero tornare adrieto. Il che tutto disegnai perche il dicto frate di san Francesco si sbigottissi et non ui entrasse: et così restaua disobligo ancho il nostro[797] di questo ordine di accendere il fuoco: serrare la boccha al sopradicto modo ne parlai con fra Domenico et fra Siluestro et quelli quatro ciptadini che ueniuano a me nella loggia il dì dello experimento et uolmi aricordare lo mandai aricordare a Lanfredino lanfredini che era proposto p. Piero degli Albizi et Alexandro nasi: benchè non sono chiaro se io nello mandai a dire, ma certo sono che io me ne dispuosi mandarnelo adire.

¶ La intentione de ciptadini mei amici che sollicitano[798] questo cimento: stimo fusse p. auere questo honore et restare di sopra: ma io arei hauuto molto charo che la cosa si fusse rotta: et distornata: p. non hauermi a condurre a tale cimento.

¶ Dello hauer dato ordine che la cosa non si conducesse ouero si rompessi p. mezo de mia amici: dico che non larei mai facto: perche mi uedeuo spaciato: et ne perdeuo il credito: manifestandomi che io uolessi fuggire il cimento: ma il mio fundamento principale fu: che il frate di san Francesco non ui entrasse mai et per ogni dimonstratione che si fece circa il fuoco, come disopra e decto fu perche si sbigottissi et non ui entrasse: et cosi restaua de sopra il facto nostro.

¶ Et dello hauere io certeza che fra Domenico o altro de mei che uentrasse: come dissi imphergamo che io aueuo che non arderebbe dico che non lo haueuo altrimenti: [ma lo dissi p. darmi riputatione sino allultimo più che poteuo.][799]

¶ Et perche sono stato domandato: se io direi queste cose inanci al populo, ho risposto et così affermo che dubiterei di non essere lapidato.[800]

LATIFICATIONE[801] di sua propria mano del processo.

¶ Io fra Hieronymo di Nicolo Sauonarola da Ferrara del ordine de predicatori sponte confesso esser uero quanto di sopra e scripto nella presente charta et altre uintitre scripte duna mano et in fede dicio mi sono soscritto di mia propria mano questo di. xix. daprile M.cccc.xcviii.[802]

TESTIMONII

¶ Ego Ludouicus de adimaris Canonicus Reuerendissimi in Christo patris et. D. D. Raynaldi de Vrsinis dei et Apostolico Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius generalis interfuimus confessioni suprascripti Fratris Hieronymi Sauonarole: qui lectis sibi[803] pro omnibus et singulis suprascriptis in uiginti quatuor cartis precedentibus descriptis et annotatis sponte et ex certa scientia confessus fuit omnia et singula predicta fuisse et esse uera, loco et tempore modo et forma ibidem adaptatis: et suprascriptam subscriptionem in fine predictorum cantantem sub nomine fratris Hieronymi: et que incipit.

¶ Io fra Hieronymo di Nicolo: et finit questo di. xix. daprile. M.cccc.xcviii. fuisse et esse scripta manu sua propria et ideo in predictorum omnium et singulorum fidem et testimonium nos subscripsimus propria manu, dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.

¶ Ego Dominicus Castellanus de Castellanis juris utriusq. doctor: et Vicarius Fessulanus predictis interfui: et audiui uiua uoce omnia ipsum predicta confitentem: et ita est pura ueritas: et istorum fide: dicta die: propria manu me subscripsi.

¶ Ego frater Franciscus de Saluiatis Prior ad presens conuentus sancti Marci de Florentia: omnibus supradictis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die. xix. aprilis. M.cccc.xcviii.

¶ Ego frater Io. sinibaldi de Florentia ordinis predicatorum ad presens magister nouitiorum dicti conuentus me subscripsi dicta die.

¶ Ego frater Cosimus philippi de Tornabuonis de Florentia frater Professus dicti conuentus predictis o[=i]bus et singulis interfui: et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.

¶ Ego frater malatesta Sacramorus de Arimino ordinis professus in congregatione sancti Marci de Florentia predictis omnibus etiam interfui et in predictorum fidem me subscripsi dicta die: XIX.

¶ Ego frater Georgeusantonius de Vespuccis de Florentia ordinis predicatorum licet nondum professus predictis omnibus etiam interfui et ideo in predictorum fidem me subscripsi dicta die.

¶ Ego Petruspaulus de Urbino frater professus dicti conuentus sancti Marci predictis omnibus et singulis etiam interfui et ideo in predictorum omnium fidem me subscripsi dicta die. XIX. aprilis. M.CCCC.XCVIII.

2.

Il secondo falso processo, fatto dalla Signoria e non pubblicato.[804]

A dì 21 di aprile 1498.

La infrascripta è la seconda examina facta in più giorni, come appresso si vedrà, di fra Girolamo da Ferrara, dalli examinatori et commissari che intervenneno alla prima examina, sanza tortura o lesione alcuna di corpo.

Io fra Girolamo da Ferrara sopradetto, alle interrogationi di nuovo a me facte, rispondo come appresso:

Lo intento mio dicho chio non lo comunicai mai, nè etiam me ne confessai mai, non obstante che cotidianamente consagrassi et comunicassi; et la ragione del non confessarmene era, sì per non mi manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato absoluto, non volendo lasciare la impresa; ma non ne facevo conto, atteso la cosa grande a che io mi dirizavo: et quando l’homo ha perso la fede et l’anima, e’ può fare ciò che vuole, et mettersi poi ad ogni impresa grande.[805] Confesso bene hora di essere uno gran peccatore et vommi molto ben confessare et fare gran penitenza.

Alla parte degli spiriti, che già si dissino essere in San Marco, circa septe anni fa, et de’ quali io sono stato interrogato; rispondo: che quanto alli spiriti io non li viddi mai. È vero che, in quel tempo, alcuni de’ frati di San Marco dicevono sentire per il convento, di dì e di notte, spiriti, in modo che tutti erano impauriti; ma io non ne vidi altro segnio, se non che uno giorno, io fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale, alhora di nona, nella sua cella era legato con le mani et piedi alla lettiera; et io lo vidi con la spuma alla bocha, tutto insensato, come sogliono fare quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa uno mese, et io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, et dicendo orationi: poi el converso che fu trovato legato, tornando poi in sè, diceva che gli pareva vedere huomini a modo di Ghezi.[806] El medesimo disse un altro converso che è morto.

Delli spiriti che si dicevano essere in Sª Lucia, non ve ne so dire altro; se non che una volta che io vi sono stato, da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; et perchè io, come ho detto, ci vo molto raro, non ne so altro: ma se ne domandi fra Cristofano loro confessore.

Di danari o cose date a’ mia fratelli o parenti a Ferrara, dicho che, più tempo fa, i danari che mi diè el conte della Mirandola a dispensare, ne mandai solamente a mia madre fiorini 40 d’oro per suoi bisogni, et a mio fratello detti un’altra volta fiorini octo.[807] Et Pandolfo Ruccellai, prima fussi frate, ajutò una mia sorella per maritarsi, di fior. 20, che era el terzo della dota. Altri danari o cose non si troverà habbi mai dato a’ mia. Et si domandi Bartolomeo Lapi el quale, trovandosi a Ferrara, soccorse e’ mia fratelli, l’anno passato, di certo grano; et a me gli raccomandò, dicendomi che ero troppo strano e crudele a non gli soccorrere, perchè sono molto poveri.

E’ ragionamenti havuti con messer Bartolomeo Ciai dicho, che di quelli mi ricordo di certo sono questi: una volta mi ragionò de’ misteri del Sacramento del altare; un altra volta mi chiese parere se doveva fermarsi nell’ufficio che haveva; un altra volta, approssimandosi la sua rafferma, mi pregò ne facessi fare oratione per lui. Poche altre volte mi ha parlato da più mesi adrieto, et di che altra materia non mi ricordo.[808]

Della monacha del munistero di Casignano, che si chiamava nel vulgo la prophetessa, confesso che io feci opera con li Otto, chella fussi rimessa nel munistero, per levarmi quello stimolo degli occhi. Di poi, con il vicario passato del vescovo di Fiesole, m’operai che lui facessi stare detta monacha stretta et non mi scrivessi contro.

Circa il segno della † et del nome di Jesu, che fra Silvestro dice che io gli dissi havere scolpito nel petto mio; confesso esser vero che io glene dissi, et feci opera per che me lo credessi, et dicevogli che era per mia devotione; ma tutto fu una fintione che io feci per monstrargli d’esser buono.

Il benedire, che fra Silvestro dice che io facevo di pater nostri et altre cose simili, a S. Domenico di Fiesole, confesso esser vero che io lo feci, et facevolo par satisfare a chi mi seguitava; ma me ne rimasi poi per le parole di fra Domenico et fra Silvestro che me ne dissono male.

Confesso anchora essere vero, che fra Silvestro mi disse, che lo guardassi bene che le visioni che lui mi riferiva havere, che elle non fussino sogni; ma io, come altra volta ho dicto, gne li persuadevo, et così mi mostravo credere che elle fussino cose da Dio: non però che io le credessi.

La visione di quello pontefice, che io disegnai già haver visto vestito di biancho, con altre circonstantie; dicho che fu unamia fintione, per darmi reputatione, et non che io in verità ne sapessi altro.

La cagione, perchè io mandai fra Malatesta et fra Ruberto Salviati a Piero Popoleschi magnifico Gonfaloniere di Giustizia, quando era a casa, a’ dì proximi;[809] fu per sbigottirlo et per tirarlo dal nostro. Mandagli a dire che, siccome io havevo mandato a dire per Giuliano Salviati a Bernardo del Nero, quando era Gonfaloniero, che non fussi contro all’opera nostra, altrimenti che capiterebbe male; così mandavo a dire lui che fussi contento non voler esser contro noi.

Del sapere el segreto della Signoria, prima chella fusse publicata, ne dicho el medesimo chio ho detto altre volte: questo è che di raro io ne intendevo qualchuno da fra Silvestro; ma io non vi attendevo et non mi curavo di questi particolari, perchè, quando altrimenti havessi facto, non si sarebbe concordato con la oppinione che io cerchavo s’havessi di me, maxime che io reputavo che quelli che si coprivano sotto el mio mantello, attendevano loro a cose simili; et io mi stavo sul generale, rimettendomi alloro del particolare.

L’ardere della soscriptione[810] fatta per Roma, che io disse havere designato di fare, fu perchè ci pareva che ne dessi troppo gran carico.

La predicha che io feci el dì della Ascensione passata, et nella quale seguì quello tumulto; dico che io volsi predicare ad ogni modo per non cedere, et tutto fu per mia caparbietà et subtile superbia; et benchè sentissi el romore che se ne faceva, stimava fussino minaccia. Messer Domenico Bonsi, Tomaso Soderini et Tomaso Capponi mi confortarono a non predicare, et Tomaso Capponi[811] dicto mi sollecitò allora del miracolo; Francesco Valori la pinse innanzi et me ne persuase: ma quando mai non havessi detto cosa alcuna, medesimamente harei predicato per le ragioni sopra dette.

In corte di Roma io havevo pochi amici, et vi tenevo poche pratiche, et di quelle vi tenevo, mene riposavo di più sopra ser Alexandro Bracci, el quale scriveva poi qui a ser Bastiano suo genero che poi tutto mi riferiva, come altra volta ho detto.

Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicationi: Gladius Domini super terram cito et velociter; lo diceva sotto la generalità de’ flagelli che io reputo debbino venire alla Chiesa et all’Italia, per l’ordine delle Scripture Sacre; non per revelatione, come altre volte ho dicto. Et così non intenderò allora, per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime revelatione; ma essendo poi venuto el re di Francia et essendomi ito la cosa bene, me ne servì dappoi, dicendo: io lo predissi, quando non si vedeva nugoli in aria, che così più volte ho usato dire.

. . . . . . .

A dì 23 d’aprile 1498 de mane.

La intentione mia, come altra volta ho detto, era che li cittadini i quali io domandava buoni, governassino il tutto, o almeno delle quattro parti le tre; et che li altri li quali erano domandati Arrabbiati (benchè io mi guardassi di nominarli in quel modo, per mantener l’honor mio), stessino senza governo più che si potessi, et attendessino affar altro. Et questa era ancora la intentione de’ cittadini che mi seguitavano, i quali habbiamo nominati in molti luoghi; et questo so perchè et nelle predicationi et in particolari, li confortava a essere solleciti al bene comune, il quale bene comune s’intendeva essere el governo de’ predetti cittadini, con depressione delli altri. Et ne ragionai alcune volte con Francesco Valori, parlando sempre in generale, perchè così usavo, cioè che attendessi al ben comune, et lui m’intendeva; et similmente ne ragionai alli altri prenominati: tutti m’intendevano che questo ben comune voleva dire che favorissino quelli che andavano secondo el proposito nostro.[812] Et anchora so questo, perchè venivano et frequentavano le prediche et la casa, et offerivano per questo la roba e la vita, et poi nelle pratiche io sapevo che favorivano questa parte. Et questo intendevo qualche volta da’ frati mia, et qualche volta da loro medesimi cittadini, massime da quelli che io ho dicto che io usavo per mezani, et anchora qualche volta da Francesco Valori el quale usava dire: questi ribaldi vogliono guastare questa terra; et intendeva per questi rubaldi, quelli che si domandavano Arrabbiati. Et dissemi qualche volta et mandommi a dire per Andrea Cambini: io vorria fare le cose, cioè favorire et adiuvare questo bene comune, cioè questa parte che habbiamo detto; ma niuno mi seguita et io rimango qui solo; et questo diceva perchè li altri cittadini che seguitavano la parte nostra, non si dimonstravano molto favorevoli a lui. Et però io mavvedevo che non erano bene dachordo, perchè mi pareva che ogniuno attendessi a grandigia, et che ciaschuno volessi essere el primo et d’essere più tosto seguitato che seguitare altri, maxime questi primi che habbiamo altra volta nominati. Et parevami ancora che non si fidassino l’uno dell’altro et che andassino con troppi rispetti; et però li confortavo et con prediche et in particulare che stessino uniti, et io non attendevo ad altro che a questo. Delle altre cose particulari non me ne curavo, perchè a me bastava che tali huomini fussino bene uniti insieme; perchè, sendo così uniti, sapevo che erano di tanto intellecto et prudentia, che haveriano saputo guidare meglio di me et sanza me maggior cosa. Et in effecto li nostri ragionamenti, perchè erano rari et brevi, stando io insulla reputatione, erano sempre su questo generale di mantenere et accrescere el bene comune; cioè che la nostra parte governassi, et laltra, di quelli che si domandavano Arrabbiati, stessi bassa. Ma non fu mai mia intentione, che totalmente fussi esclusa nè chacciata; perchè havevo caro chella fussi uno obstaculo a questi maggiori della nostra parte, havendo sospetto che, finalmente, questi cittadini maggiori prenominati non pigliassino tanta forza, che si facessino poi uno stato fralloro più stretto, et guastassino il Consiglio Comune.[813] Et credo certo che, quando fussino stati ben dachordo, secondo la mia intentione, che havrebbono havuto l’intento di havere el Consiglio al loro modo. Ma fralloro vedevo molti sospetti, et anche li mediocri cittadini a me affectionati, non si fidavano di quelli maggiori; onde dicti mediocri cittadini qualche volta se ne dolevano mecho, dicendo che non andavano bene a questo mio intento, come era Lionello Doni, Antonio Giraldi, dalli quali poi intendevo che delli altri se ne lamentavano, che non venivano a riferirmelo a me, perchè non mi potevano parlare.

. . . . . . .

A dì 23 d’aprile 1498, da sera.

Di nuovo, dicho chel mio disegno era di regnar[814] in Firenze, per ajutarmi poi col mezo de Fiorentini, per tutta Italia; et voleva che la parte che si diceva mia, de’ cittadini di Firenze, subjugassi l’altra parte, col favor del consiglio, però, et col castigare i detti dell’altra parte, quando havessino errato.

Di fare questo col arme, non havevo anchora pensato; ma quando fussi bisognato, mi vi sarei volto. È ben vero ch’io havevo caro che i mia stessino preparati con le arme et raccolti insieme; acciò che, quando fussi venuto el bisogno, non havessino havuto a prepararsi, et havessino potuto di subito rispondere ogni volta che glaltri si fussino mossi; ma che e mia se movessino no, se non erano provocati; et havevo disegnato che Francesco Valori fussi il primo et il capo di tutti, et li altri andassino a casa sua, et però cerchavo unirli tutti allui.

Et, infine, pigliate che tutte le parole che io dicevo in pergamo, di pigliare l’arme et di farle a ferri puliti, o daltre cose simili, tendevano a questo fine di inanimire e’ nostri per fare forte et gagliarda la parte di quelli che si dicevano mia, et che in ogni evento la restassi superiore all’altra.

Della scomunicha del generale del nostro ordine, della quale io sono domandato se io lhebbi, et perchè io non la publicai, et etiam non la osservai; dicho; essere vero che io lhebbi et non la publicai, ma di poi fu stampata et publicata;[815] et io non la observai, scusandomene che non observando quella del papa, molto meno dovevo observare quella del generale.

Quella poliza che fu appichata al pergamo in Santa Reparata, di febraio proximo, che diceva: Ego autem constitutus sum Rex, dicho che io non la ordinai; credo fussi opera di fra Domenico,[816] et crediate che io non lharei mai attribuita a me, perchè, benchè io sia stato uno gran superbo et uno gran tristo, non però fui mai tanto superbo chio mattribuissi le cose o proprietà di Dio.

. . . . . . .

A dì 24[817] d’Aprile 1498. Verbis.

Di nuovo dicho, la mia intentione era, se veniva l’interdetto, che non si observassi, et volevo obstare alla contraria parte, cioè a quella che s’addomandavano Arrabbiati. Et principalmente io attendevo a questo di havere una Signoria a nostro modo, et per questo mezzo sforzare ognuomo ad non observare lo interdetto. Et, se pure non lhavessimo havuta tutta detta Signoria a nostro modo; volevo io per tal modo unire e’ cittadini, che et la Signoria et el popolo stessino sotto, et con parole et con minaccj sforzassimo dicta Signoria ad non observare dicto interdicto. Et quando pure questi che si domandavano Arrabbiati, lhavessino voluto muovere contro a questo nostro intento; volevo che la nostra parte prevalessi contro di loro, oltre alle minacce, con le arme; et questa nostra intentione lhavevo predicata sotto coperta, per tal modo, però, che mi intendevano. Et sapevo che Francesco Valori era di questa intentione, perchè ragionando con lui qualche volta di questo caso et d’ogni altro che potessi occorrere di pericolo; lui diceva queste parole, cioè: io sono per mettere la vita, la roba, gli amici et parenti, et obstare a questi rubaldi; ma voi aiutatemi con orationi ed anche con le provisioni humane, exhortando masime Gio. Battista Ridolfi, Pagolantonio Soderini, et Salviati, a seguitare questa nostra impresa. Et dipoi in quest’ultimo mi disse: che io attendessi alla impresa, et che Pagolantonio era disposto a mettervi la vita et la roba et figliuoli. Et somni ricordato che, essendo Francesco Valori et Gio. Battista Ridolfi nel nostro Chiostro di S. Marcho (la domenica dell’ulivo, quando cominciò lo insulto contro a noi),[818] che io li confortai tutti et due insieme, a uscir fuora et prehendere le arme et congregare li amici, per obstare al popolo che già era mosso contro di noi. Et perchè io sapevo che Gio. Battista era tutto nostro, non dubitavo mai di lui, che non havessi a fare come io volevo, sendosi maxime dimostrato el dì dell’Ascensione passata: vero è che io non parlavo così largo con lui come con Francesco Valori. E’ quali Gio. Battista et Francesco, poi che io glhebbi exortati alluscire fuora et prendere le arme, mi risposono et dissono: noi saremo insieme. Et io così li lasciai et mi credetti che fussino iti a fare tale effecto; et aspettando che venissino a S. Marcho con le arme, et non venendo, et udendo dire chel populo moltiplicava et che nessuno de’ nostri amici ci soccorreva; mi spaventai et invasai per tal modo che, havendo io uno Crocifisso in mano, in mezo de frati che facevano oratione; mi mossi per andare verso la porta del chiostro, per vedere se potevo resistere cogli amici o morire; ma non fui lasciato da molti seculari che vi erano. Infra i quali mi ricordo di Francesco Davanzati et Gio. Battista Ridolfi et altri assai, de’ quali al presente non mi ricordo o non li conosco per nome; ma da detti Francesco et Gio. Battista lo potrete sapere; et mi dicevano queste parole: noi non vogliamo che voi usciate fuora, perchè senza voi non siamo nulla et vogliamo morire con voi. Et maravigliami et mi sbigottj allhora, vedendo lì Gio. Battista, credendo che fussi ito, come dissi, con Francesco Valori a fare quanto era rimaso con loro.

Anchora venne una volta Luca di Antonio delli Albizi et Francesco del Pugliese, sendo de’ Signori, di notte a S. Marcho, circa a hore 3 di notte; et parlarono con fra Silvestro nella sua cella, et poi parlarono ancora mecho; et per quanto mi ricordo, i ragionamenti furono in confortarci l’uno e l’altro a seguitare questa nostra opera, offerendosi a fare ogni cosa per me, et che a ogni modo volevano che si facessi el fuoco pel carnesciale presente.

Con Bartolomeo del Vantaggio ho tenuto pratiche di mandare lettere a Roma, a più persone et maxime a Dino di Jacopo di Dino,[819] al Cardinale di Napoli, et già a diversi Cardinali, quando io cercavo la unione de’ conventi di Fiesole et di Pisa; el quale Bartolomeo più volte disse, metterebbe la roba et la vita per me, perchè era molto mio amico.

E perchè voi mi domandate che io dica ogni altra cosa che mi restassi in petto, et in specie de pratiche tenute con cittadini o altri, et che io l’apra et narri interamente; rispondo: come non mi resta altro a dire; et, havendo detto cosa di che io ne merito mille morti, non crediate che io ritenessi hora quelle cose che sono molto minore. Vero è che io non ho molta memoria di cose agibili et maxime particularj; et di questo me ne sono testimonio e’ frati nostri; però non vi maravigliate se non ho detto così ogni cosa a un tratto. Ricordandomi d’altro, lo dirò volentieri senza riservo alcuno, ec.

Io Frate Hieronimo di Niccolò Savonarola da Ferrara dello Ordine de’ Predicatori, spontaneamente et sanza alcuna tortura, confesso et affermo essere vero in tutto et per tutto quanto di sopra ho detto et confessato, et si contiene nella presente carta et altre sei[820] precedenti scripte tutte d’una mano; benchè in alcuni luoghi sono alcune postille di mano di ser Francesco di ser Barone. Et in fede di ciò, mi sono sottoscripto di mia propria mano,[821] questo dì XXV[822] d’aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel segreto della sala maggiore del Consiglio di Firenze.

Quem Ferrara tulit, furia extulit, abstulit ignis, Cuique urna est Arnus, ego ille Hieronimus.

3.

Il terzo falso processo del Savonarola, fatto dai Commissari del Papa.[823]

A dì XX di maggio 1498.

L’esamina che seguirà qui appresso è di Fra Girolamo Savonarola, fatta dal R. in Cristo Padre fra Gioacchino Turriani da Venezia, Generale dell’Ordine di S. Domenico, e dal R. M. Francesco Romolino clerico Ilerdense, Auditore del governatore di Roma, in questa cosa commissari del Papa, sotto detto dì e anno;[824] et ancora in presentia di Pagolo Benini, Biagio di Giovanni, dua del numero de’ Gonfalonieri di Compagnia del popolo e Giovanni Canacci dei numero de’ XII Buoni Uomini, e Piero delli Alberti del numero de’ Dieci di Libertà e Pace, e Francesco Pucci del numero delli Otto di Guardia e Balía; deputati a intervenire alla soprascripta Esamina, con e soprascritti commissari apostolici.

Il ritratto fatto da detto fra Girolamo, secondo li interrogatorii fattili, è questo:

Messer Francesco Romolino sopracripto interrogò a parole: Tutto quello che voi avete confessato a questi Signori, e che è sottoscritto, è vero, e che abbiate confessato per vero e non per tortura?

Rispose: è vero.

Di nuovo interrogato, se con lui avevano praticato o intervenuto, nelle cose da lui confessate, altre persone ecclesiastiche;

Rispose: Hora ch’io mi sono partito, anzi pentito de’ mia peccati; io dirò coram Deo, che mai mi dia salute, e siatemi testimoni; ch’io non comunicai mai questa cosa con persona, eccetto che con quei tre frati, cioè fra Domenico, fra Silvestro e fra Niccolò. Io havevo grand’animo, e benchè io non confidassi potere condurre il Concilio, cercavo di potere eccitare altri; epperò non mi sarei mai confidato con persona, e quelli frati a cui io feci scrivere le lettere, lo feci far loro in confessione.

Di nuovo domandato, se con Principi n’aveva tenuto pratica, e di quelli ne’ quali aveva fiducia e perchè;

Rispose: co’ Principi o Signori d’Italia, con nissuno, perchè tutti gli avevo per mia inimici, ma con oltramontani a questo modo: col Re di Francia, per averli qualche volta parlato, avevo qualche fiducia; nell’Imperadore speravo per havere inteso che facilmente si saria tirato; il Re di Spagna, per havere inteso che era nemico della Corte[825] e dei costumi e modi di essa, stimavo d’averlo; il Re d’Inghilterra stimavo d’averlo, per avere inteso che era buon uomo; il re d’Ungheria non conoscevo. Ma il mio fondamento era sui primi tre, e stimava al tutto s’havessero a muovere, per i cattivi portamenti della Corte: coi prelati di nuovo affermo non haver tenuto pratica alcuna.[826]

Domandato de’ Cardinali che fussino suoi amici, e coi quali avesse tenuto pratica alcuna;

Rispose: che aveva per suo amico il Cardinale di Napoli, benchè su lui non confidasse molto; e benchè per suo mezzo avesse impetrato già e ottenuto la separazione della Congregazione di Lombardia,[827] era suto per mezzo di Piero de’ Medici; e che poi, partito Piero, stimava che Piero e ’l Cardinale de’ Medici l’havessono provocato contro di lui. In ultimo non aver tenuto seco pratica, nè con altri Cardinali o prelati, per averli reputati suoi nemici.

Da M. Jacopo Mannelli intese che il Cardinale di Lisbona li voleva bene; nientedimeno con lui non aveva mai praticato cos’alcuna.

Con M. Filino, di che fu interrogato; disse non haver mai tenuta pratica alcuna, e chegli era nimico, e che di questo se ne domandasse l’oratore di Ferrara e ser Alessandro Bracci.

Domandato, se fra Domenico e fra Silvestro li rivelavano le confessioni; disse di no, e che fra Domenico non confessava.

Domandato circa la scomunica, di non averla osservata;

Disse; confesso aver fatto male ed essere peccatore; epperò domandava misericordia.

Domandato circa l’aver detto che il Papa non era cristiano, nè battezzato, nè vero Papa;

Rispose: non l’haver mai detto; ma che ben era una lettera nella sua cella che lo diceva, e che lui l’aveva composta, la quale, dice però, non pubblicò mai e che l’aveva abbruciata.[828]

Domandato che dicesse il vero, e non dicendo altro; M. Francesco Romolino comandò che fusse spogliato per darli della fune. Lui, mostrando grandissima paura, s’inginocchiò e disse: Or su uditemi; Dio tu m’hai colto, io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, che io ho negato per paura dei tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per haverti negato, io lo merito. In questo mezzo era spogliato, e di nuovo s’inginocchiò, e mostrava il braccio manco, dicendo averlo guasto, e del continuo diceva:[829] Io ho negato Dio per paura de’ tormenti. Tirato su, diceva: Jesu aiutami, a questa volta tu m’hai colto.

Domandato sulla fune, perchè aveva ora detto così;

Rispose; per parer buono: non mi lacerate, che io vi dirò il vero certo, certo.

Perchè havete negato ora?

Rispose: perchè io sono un pazzo.

Posto giù disse: Com’io vedo i tormenti, io mi perdo; e quando sono in una camera con pochi pacifici, dico meglio.

Domandato, se il processo fatto da lui, in tutto e per tutto era vero;

Rispose era vero, e perche è vero confesserollo sempre.

Domandato, perchè poco fa l’haveva negato;

Rispose: io lo dissi, stimando forse che havresti paura a mettermi le mani addosso, e però dissi quelle parole.

Domandato, se fra Silvestro li rivelava la confessione;

Disse che in particolare non gne ne rivelava; ma in generale, per avventura, li può aver narrato alcune cose, non però che lui dicesse averle in confessione. Et aggiunse che per sapere le cose di Firenze, non li bisognava le confessioni di fra Silvestro; perchè non era cosa a Firenze, che, per altri mezzi, non havesse notizia e possuto sapere.

Domandato in che modo;

Rispose: da’ cittadini, e da fra Silvestro quale praticava molto con i cittadini, e per mezzo loro senza le confessioni le poteva sapere. Oltr’a questo disse, che non si saria fidato di fra Silvestro, nè di fra Domenico ad una simil cosa, perchè non lo scoprissero; massime fra Silvestro, per esser lui huomo largo, e l’haveva per huomo inconsiderato e non così buono, fra Domenico l’haveva per buono e sincero. E disse: io ero il più tristo di loro, e per la mia sottil superbia volevo esser tenuto profeta e huomo santo, e non mi confessavo di questo peccato, per non mi scoprire; nientedimeno io sapevo ch’io facevo male.

Dipoi detto M. Francesco, li fece leggere un’inquisizione formatali contro, dov’erano più capitoli, e ad uno ad uno l’interrogò, s’era vero quello che in detti capitoli si narrava.

1º Che nelle sue prediche aveva detto cose contumeliose contro il Papa e la Sede Apostolica e che tendevano all’heresia;[830]

Rispose: che nelle sue prediche non haveva mai nominato il Papa; ma haveva bene usato tal circustantie, che era possutosi intendere, ch’e’ diceva per il Papa; et ancora in segreto con alcuno haveva usato simili parole, ma non in prediche.

2º Di non haver osservato la scomunica;

Disse: esser vero.

3º Che lui, fra Silvestro e fra Domenico si revelavano le confessioni, uno all’altro;

Rispose: che lui non confessava, e non confessando non revelava; è ben vero che stuzzicava Silvestro per intender da lui i casi segreti occorrenti; ma non disse mai: rivelami confessioni; perchè io non mi volevo scoprire.

4º Dell’haver detto d’haver visioni da Dio e parlatoli;

Disse: haverlo detto per honor suo e per reputazione.

5º Dell’haver predicato, indotto, e persuaso nuova forma di vita cristiana e di sacrifizi, com’eretico e scismatico, dividendo la inconsutile veste della Chiesa di Dio;

Rispose: questo non haver fatto;[831] se già non s’intendeva per qualche ceremonia che lui ha predicato, e per haver ristretto la vita de’ suoi frati e monaci; di altro non si ricordava, eccetto ancora non haver temuto censure e scomuniche.

6º Dell’haver detto: il Papa non esser cristiano nè battezzato nè esser Papa, nè avere obbedite nè osservate le censure;

Disse haver risposto di sopra a questa parte.

7º Dell’haver scritto lettere in vergogna del Papa, e concitato Concilio;

Rispose: non haver scritto, ma havea fatto scrivere; ben haver deliberato di farlo, com’haltra volta ho detto; ma che da poco in qua haveva disegnato questa cosa del Concilio, e lui essere stato motore, et havea messo su lui i cittadini che ne scrivessero, e non loro lui.[832]

Domandato quello che credeva fare, e se vedeva quanti scandoli era per generare;

Rispose: la mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcorno a questo, ed ero sì pazzo che io non vedevo il pericolo in che io ero, e qui me ne sono accorto. Item disse: che s’era deliberato scrivere una lettera al Papa, chiedendoli perdono e che voleva tornare a lui come è scritto nel Vangelio del figliuolo prodigo.

8º D’aver predicato cose scandalose, e generato divisioni, e fatto fazioni nella città di Firenze, e favorita la sua fazione;

Rispose: che quello ha confessato d’aver favorito la parte sua era vero; ma non confortato l’omicidio. La guardia della Piazza di Firenze, disse, la confortò e ne parlò con Francesco Valori, e tutto il suo intento fu per tenere in tremore la parte contraria a sè.

Circa alla morte di quei cinque cittadini che furno morti d’agosto; dico: ch’era contento che fussino morti e che fossero scacciati; ma non se n’impacciò mai in particolare, e sapeva che Francesco Valori v’era caldo; e che mandò a raccomandare Lorenzo Tornabuoni a Francesco Valori ma freddamente, in modo che Francesco potè intendere che non se ne curava; chè quando voleva una cosa di Francesco Valori, gli mandava a dire: io la voglio; quando non se ne curava, gnene mandava a dir freddamente; e stimava questa ambasciata gnene mandasse per Andrea Cambini.

Circa il volere mandare nel fuoco fra Domenico con il Corpus Domini in mano; confessò esser stato sua pazzia, superbia sottile o presunzione.

Domandato, se era consacrata; disse di sì; chè tolse un’ostia consacrata da uno de’ suoi frati, e che del non consacrare suo non se ne dubiti; perchè il non consecrare dice che era maggiore e doppio peccato, e che così dicevano i dottori. Dello scandalo che seguì, il dì che fu assaltato e poi preso; dice che, invaso, uscì di sè, visto i suoi portarsi freddi; e aggiunse: volete voi vedere, ch’io fui pazzo? che havevo havuto tempo dalla Signoria dodici ore per andarmene, e non me ne andai.

Circa all’aver detto: Dio, s’io mento tu menti; disse non si ricordare appunto quando, e in che termine lo disse; ma se gli è scritto, io l’ho detto, la mia superbia m’accecò; ben so che quando io lo dissi, mi sforzai di dirlo in cosa vera.

Circa alli spiriti di S. Lucia, dice non ne sapere il particolare, perchè non praticavavi. Circa l’aver detto: se la Vergine Maria e l’Angelo ci dicessero: — Queste cose non sono vere, — non li crederò; dice lo disse per confermare le cose sue e per superbia. Item soggiunse: le cose di fra Silvestro m’hanno ingannato, perchè mi parevano vere, benchè qualche volta ne dubitavo; ma poi entravo lì con l’ingegno e le facevo verisimili.

Essendoli detto: che in questa parte di fra Silvestro si contradiceva;

Rispose: non v’essere contradizione, dicendo le cose referiva fra Silvestro li aguzzavano l’ingegno, e se ne serviva. Item disse di sopra:[833] che le visioni poteano essere da Dio e dal Diavolo.

Da poi fu licenziato, con dirli che pensasse la notte, per dire il dì seguente il vero et lo intero.

. . . . . . .

A dì XXI di maggio.

Fra Girolamo soprascritto, dinanzi a’ soprascritti datoli il giuramento per M. Francesco soprascritto, et domandato se tutto quello haveva confessato prima a’ Fiorentini, et di poi ieri a lui, era vero.

Rispose: R. Monsignore, quello che io dissi hieri a lei, io lo dissi com’huomo appassionato, e che volevo strigarmi da una gran briga; perchè queste passioni temporali, solo a vederle, mi sono più che ad un altro dieci tratti di corda. Tutto quello ch’io scrissi e fu scritto la prima e la seconda volta fu vero, e ho da ringraziare que’ cittadini che andarono meco dolci; e se in principio non dissi l’intero, fu perchè io andavo velando la mia superbia; ma visto quella dolcezza che mi usavano, mi disposi poi a dire il vero; e se vi pare che io abbia detto poche cose, non ve ne maravigliate, perchè le mie cose erano poche e grandi. Quello che io dissi ieri, negando e ridicendomi, fu per paura; feci male e ne chieggo perdono a quella Signoria: sono stato un cattivo, voglio salvar l’anima mia e scaricar la coscienza, e così ratifico e ratificherò di mia mano, e perchè altre volte mi offersi, quello che avevo detto breve e oscuro meglio dichiararlo, e così mi offero ora.

Dopo queste parole, detto Fra Girolamo sottoscrisse a tutto quello che aveva detto hieri, che l’aveva scritto il Cancelliere di M. Francesco Romolino. IO FRA JERONIMO DA FERRARA.[834]

Di nuovo, sendo domandato delle cose minori et non le confessando; rispose queste parole: Io ho dato un milione di ducati; credete che io non terrei ora un ducato, sarei pazzo.

Domandato se haveva mai detto che Cristo fu un uomo come gli altri, e che a lui saria bastato fare il simile;

Rispose: che questa cosa saria da matto; fu una cosa m’appose il Ponzo. Se volevo esser profeta santo e savio, non crediate che io havessi detto una cosa simile, che era contraria a questo mio intento. E perchè di queste parole se n’allegrava M. Piero Beccanugi; disse: non se li poteva prestar fede, perchè li era avversario.

Domandato di quelle parole hebbe già a dire di Maometto;

Disse: che e’ fu huomo grosso, e che a lui saria bastato l’animo, quando havesse voluto ingannare, di fare una cosa più simile alle cose di Dio, e haverla condotta meglio che non fece Maometto. Questo, dice, lo disse in pergamo, et che la legge di Maometto fu legge bestiale.

Domandato che pratica aveva già avuto di donne, e quello haveva già avuto da loro per via di revelazione;

Disse: che nel principio, quando cominciò ad affermare queste cose, parlò di donne, e da loro ebbe delle cose le quali poi predicava sotto nome di revelazione, per suo cervello; ma in questo ultimo non ha parlato loro, perchè aveva questo rispetto in questo ultimo, che non voleva donne si potessero avvantare di avergliene detto. Le donne dalle quali ebbe dette cose sono: M. Vaggia Bisdomini, M. Camilla Rucellai, M. Bartolommea Gianfigliazzi, la quale aveva sua devozione e sua spiriti, secondo diceva; ma a questa non prestava molta fede, chè mi pareva pazza.

Domandato, se haveva fatto confessare da’ sua frati e assolvere, non ostante la scomunica, e che ei conoscessi e sapessi che la scomunica valessi, e che coloro fussero irretiti nella scomunica;

Disse: essere vero.

Domandato di nuovo, con minacce di fune, sopra la pratica del Concilio, che ne dicesse loro il vero con chi l’haveva praticata e comunicata;

Rispose: O frate, ove sei tu condotto! E cominciò a piangere e dolersi, e disse: quando io penso com’io sono in questa cosa entrato, non posso fare che non mi dogga, che vi sono entrato non so come, me lo pare sognare; e finalmente narrò la cosa a questo modo:

Questa parte del Concilio, io l’ho trattata da tre[835] mesi in qua e non prima, e venne da mia gran superbia; e venendomi quella fantasia, pensai come l’havessi a condurre, e dissi: in Italia non posso aver mezzo co’ Veneziani, nè con Milano, meno col Re di Napoli è debole, e i Fiorentini non sono d’accordo; co’ Cardinali, que’ che sono a Roma non è da fidarsene, perchè andrebbono a pubblicare al Papa. Però mi voltai fuori d’Italia, e questa è la pura verità, stimando che gli Oltramontani vi dovessero condescendere, per haver esosa la corte; e per il primo era il re di Francia col quale ho qualche credito, e così cominciai con quella lettera ch’io feci scrivere a que’ cittadini, dei quali io mi fidai perchè erano di quelli che mi credevano; e lo messi loro in confessione perchè, scoprendosi la cosa innanzi al tempo, conoscevo che si faceva scandalo. E discorsi[836] che col re di Francia erano i cardinali San Pietro in Vincula e San Malò, e quali in questo caso haveriano fatto il volere del Re. E San Pietro in Vincula lo facevo volto a questo e lo sapevo, perchè un ser Cristofano, che fu già cavaliere di corte della Mirandola, venne a me con una lettera di familiarità di detto San Piero in Vincula, e dissemi che non passeriano molti dì, che in Firenze veneria una squadra di Cardinali a far Concilio: io perchè lo tenevo bugiardo e versipelle, non li risposi altro particolare. Ben ebbi caro quello che mi disse, e presupposi, per le lettere di familiarità mostrommi, ch’ei havesse detto quello per il Cardinale di S. Piero in Vincula; e così feci concetto che ’l re di Francia havesse a muovere a questa cosa S. Piero in Vincula e S. Malò.

A S. Malò ho scritto qualche volta, non di pratica di Concilio; ma lui non mi rispondeva, ma quando scriveva a Niccolò Alamanni, quando era qui, li commetteva: raccomandatemi a Fra Girolamo. E quando S. Malò fu qui, mi venne a visitare e mostrommi stimare, e presemi per mano e fra l’altre cose mi disse: non vi par che la Chiesa abbia bisogno di reparazione?

Dell’Imperatore stimavo, anzi speravo quello c’ho detto di sopra, e stimavo lui havesse a muovere il Cardinale Burgens il quale, quando fu qui, mi venne a parlare in S. Marco, e dissemi male del Papa, e io il simile a lui e dettili una lettera di mia mano al re di Francia, scrittali per le cose d’Italia e de’ Fiorentini.

Al Cardinal di Napoli non scrissi mai di simil cose; ma speravo bene da lui, perchè intendevo era in differenza col Papa. Filippo Valori mi disse già haver praticato uno scisma contro questo Papa, con più Cardinali, tra’ quali era il Cardinale di Napoli, ch’era malcontento per aver aspirato al Papato e ancora aspira.

Di nuovo, interrogato che uscisse più oltra, massime circa Napoli,[837] il quale M. Francesco molto l’interrogava;

Di nuovo disse: al Cardinale di Napoli non havere mai scritto, nè fatto scrivere per questa cosa.

Di nuovo interrogato;

Disse: al cardinale di Napoli havere scritto, non già espressamente, acciocchè se le lettere fussino prese non si sapesse; ma li diceva ch’era tutto suo, e che in ogni faccenda che bisognasse era per fare ogni cosa per lui, e che lui scriveva così in genere, e che l’intendeva.

Domandato perchè l’intendeva;

Rispose: per quello aveva inteso da Filippo Valori, e che Filippo li aveva detto male del Papa in nome del cardinale. Con Filippo, dice, si allargava, perchè l’aveva per suo amico, e per uomo savio; e quando era a Roma li aveva scritto più lettere, parlandoli molto bene del cardinale di Napoli. Poi soggiunse: la fantasia mia era che il cardinale di Napoli ragunasse gli cardinali amici, ed io tenessi edificato questo popolo, perchè, bisognando poi, i cardinali fussero venuti qui e fattoci il Concilio.

Item disse: che un Michelangiolo da Orvieto, huomo del cardinale di Napoli, fu già qui a lui, e li parlò in nome di detto cardinale; ma che ancora lui non haveva pensato di muovere il Concilio, ma che altri lo movesse, e lui poi seguitarlo e aiutarlo, e che l’effetto era che il cardinale di Napoli movesse al Concilio quei cardinali che lui potesse, e quelli altri dei principi soprascritti si movessero e unissero qui a Firenze, e qui si facesse Concilio.

Di nuovo, domandato circa le lettere del concilio e scritte perciò, e circa ai particolari più oltra;

Disse: che al detto Cardinale n’haveva scritto, ma non espresse e sotto coverta generale, e che mandava le lettere sotto le lettere di M. Alessandro Bracci, che le dava a ser Bastiano, e ancora per via de’ Gaddi e di Braccio del Vantaggio, e per mano de’ medesimi aveva le risposte; e che la risposta del Cardinale era: che fra Girolamo attendesse a dar fuoco alla cosa, e stringessela; ma che le sue parole erano generali, e che da lui ha avuto circa quattro lettere di questa materia.

Al cardinale di Lisbona, disse haver scritto qualche volta, ma non in particolare di questa cosa, e haveva in opinione che il re di Spagna l’havesse a muovere. Il cardinale di San Giorgio, dice, li mandò già a parlare per M. Niccolò Deli, dicendoli che era tutto suo, e offerseli;[838] ma, disse, non si saria fidato di questa cosa, di San Giorgio. In ultimo disse: che il capo di questa cosa, secondo il suo giudizio, aveva da essere il cardinale di Napoli, il quale era di poi per tirare degli altri cardinali.

Di nuovo minacciato, disse: Napoli, Napoli, e che con lui e con gli altri cardinali ha avute le pratiche sopraddette.[839]

Fu legato e tirato su, et hebbe un tratto di fune; e domandato di più cose da M. Francesco, disse direbbe il vero; dipoi passò giù.

Domandato, se era vero quello haveva detto, e voleva ridirsi di nuovo;[840]

Rispose: questo che io ho confessato è vero, e che io ho avuto qualche pratica col cardinale di Napoli; e con San Piero in Vincola non ho tenuto altre pratiche, perchè non bisognava sovvertirlo.[841]

Domandato delle confessioni, d’averle sapute da fra Silvestro o altri;

Disse: che a fra Silvestro non haveva detto: ditemi la confessione del tale; perchè voleva mi tenesse buono; ma domandavo in genere e con astuzia, non di cose di libidine o altri peccati simili; ma che mi ragguagliasse delle cose circa lo stato, e questo per due conti: l’uno per sapere chi erano mia amici, l’altro per potere poi dire simili cose, e parerò d’essere un profeta.

Di nuovo, domandato e minacciato che dicesse il vero;

Disse: in presenza di tanti io non posso dire, e in presenza di pochi dico meglio. Ed essendoli detto che, in presenza di tante migliaia di persone, in pergamo, parlava sì animosamente;

Rispose: allora io ero signore.

Domandato, se crede in Cristo, mostrandoli che se ne dubitasse, visto quello che lui ha fatto;

Rispose: e’ può ben stare, credere in Cristo e fare quello che ho fatto io, com’il Demonio; Demones enim credunt et contremiscunt.

Domandato, se ha usato incanti;

Rispose: che se n’è fatto sempre beffe, e non gli ha mai usati.

Di nuovo tirato su e datoli un tratto di fune, poi posto giù, dopo che vi fu tenuto assai bene, e dinuovo domandato, se è vero quello che ha confessato;[842]

Disse: tutto essere vero e confermò ogni cosa.

Di nuovo domandato, circa il risapere le confessioni da tutti i suoi frati;

Disse: che in genere li haveva domandati dei peccati che regnavano, non alla scoperta nè in particolare, perchè da loro saria stato reputato un tristo.

Di nuovo, domandato circa la pratica del Concilio;

Disse: che confermava il sopradetto di Napoli, e che San Piero in Vincula li scrisse già una lettera, dicendoli che lo voleva per amico, rispetto alle cose qui di Firenze; e che più lui non cercava altramente la pratica con S. Piero in Vincola, perchè sapeva era ben disposto.

Domandato, chi fu quello, in verità, che li pose innanzi le cose della profetessa, di che nella prima esamina si fa menzione;

Disse: fu M. Alessandro Tornabuoni e non M. Luigi, e che equivocò per errore.

Confessò essersi impacciato circa ai frati di Vallombrosa, per farli separare dal generale.

Item, havendo predicato e detto che, posto alcuni fondamenti, a chi teneva ostinatamente che la scomunica valesse, fusse eretico; domandò di questo essere assoluto e tiene la scomunica valere.

. . . . . . .

Addì XXII di maggio, a ore 13.

Fra Ieronimo soprascritto, domandato, a parole, dal sopraddetto M. Francesco Romolino, senza il generale e col giuramento, se le cose dette fino a qui sono vere;

Rispose: ogni cosa è vera, eccetto quello haveva detto del Cardinale di Napoli, la qual cosa disse haver detto per paura.

Domandato che cosa era, disse: dell’haver tenuto pratica col Cardinale di Napoli o altri Cardinali del Concilio, che non l’ha mai tenuta con persona, se non com’haveva detto prima che ieri; e che pensando alla confessione, vedeva che non poteva essere assoluto e voleva ridirsi; e un riscontro ne dava, che si sappi da fra Niccolò da Milano suo cancelliere, che non ha mai scritto lettere di questa cosa; e fra Domenico e fra Salvestro che sapevano questa mia fantasia, non lo potranno dire.

Di Ser Cristofano Cancelliere della Mirandola, Burgens, Lisbona, che se gli mostrasse amico, e del Cardinale San Giorgio, tutt’esser vero.

Il Cardinale Orsino, quando venne qui travestito, disse, l’andò a trovare a San Marco; e andandolo stuzzicando e interrogando come credeva le cose sue havessino a succedere, lo richiese di predizione; al quale, dice, rispose in generale, e parveli si partisse mal satisfatto di lui.

L’Arcivescovo di Firenze, disse, li ha scritto più volte, e datoli tutta l’autorità sua.

Domandatoli, come haveva comunicato la parte del Concilio con fra Silvestro, e fra Domenico;

Disse: l’haveva fatto a parole.

Per comandamento di detto M. Francesco, fu citato dal cursore del Papa ch’era quivi, cioè ad crus, cioè per domani a conchiudere et ad udir sentenza;

Rispose: Io sono in prigione, s’io potrò, io comparirò.

Di nuovo, domandato circa li spiriti di S. Lucia;

Disse: se ne domandi il confessore loro; e ridendo, narrò che una volta vi andò col crocifisso in mano, e che una di quelle monache, spiritata, li tolse il crocifisso di mano e gettognene via, dicendoli: frataccio! E presolo per la cappa, li cominciò a dare in modo, ch’hehbe che fare a sbrigarsi da lei, e non vi tornò poi di quel pezzo.

Di nuovo, sottoscritto il Processo fatto dal cancelliere di M. Francesco, dov’erano scritte le soprascritte cose.

. . . . . . .

Detto dì XXII, a ore 24.

Nell’Alberghettino, in presenzia di Giovanni Baldovinetti, Lionardo Gondi, Giulio da Castiglione, Giovanni Canacci, Biagio di Giovanni d’Agnolo, ser Francesco Fortini, ser Francesco di ser Barone.

Fra Hieronymo, domandato dai soprascritti che aprisse meglio quello che haveva promesso di aprire, circa le cose della città;

Disse: Che si facesse presupposto che lui e i cittadini della sua setta attendevano principalmente a tre cose. La prima: che il Concilio fosse ben fornito di loro partigiani, per havere a lor modo gli offizi, o almeno il più, e in specie le sei fave della Signoria Dieci e Otto. E io non entravo nè m’impacciavo di particolare, per la mia superbia; e facevo come fa un Signore che ha un capitano nel quale si riposa, ed il mio capitano era Francesco Valori ed io sopra di lui mi riposava. La seconda: che si procedesse rapidamente contro gli avversari nostri, quando però havessino errato; ma ogni piccolo errore fusse riconosciuto. La terza era, che stessino uniti e avvisati e provvisti con l’arme; non che si muovessino i nostri, ma se gli altri si volessino muovere, per poter rispondere.

Domandato, quello haveva pensato di dire o fare, non riuscendo le cose temporali per lui promesse e presto, come pensava uscirne;

Rispose; e’ non ci mancava modo; perchè questi presti di Dio, si possono in terra allungargli.

. . . . . . .

Addì XXIII di Maggio detto.

F. HIERONYMO, F. DOMENICO, F. SALVESTRO, a ore 22, furono degradati e poi arsi in Piazza dei Signori.

IL GENERALE, M. FRANCESCO soprascritti dettero sentenza rogata per Ser Rinieri da S. Gimignano.

Il tenore della sententia fu che, come Commessari Apostolici, havendo inteso i soprascritti haver fatto i delitti sopra narrati, nelli interrogatoi fatti a F. Hieronymo a dì XX; e trovato loro essere eretici e scismatici, et haver predetto cose nuove, giudicarne dover essere degradati e consegnati, o vero lasciati in mano del giudice secolare. Così seguì.

LI.

I processi di frà Domenico.

IL VERO PROCESSO SCRITTO DI SUA PROPRIA MANO.[843]

Deus et Dominus noster J. C. scit quod ego F. Dominicus, propter ipsum victum, nihil ex his mentior.

IL PROCESSO ALTERATO DALLA SIGNORIA.[844]

Io Fra Domenico, vostro servo in Cristo, scrivo la semplice verità.

In San Marco, a’ nostri tempi, non si fece mai intelligentia, soscriptione o pratica alcuna di stato, nè per stato come falsissimamente è stato apposto. Se più ciptadini frequentavon la casa, noi e’ quali non iudichiamo e’ secreti del cuore, ma attendiamo alla salute delle anime, pensiamo et meritamente crediamo che lo facessino loro, come anche le donne et fanciugli et l’antra minuta gente sanza stato (co’ quali mescolatamente erano per il convento nostro), non per havere per nostro mezzo temporale stato; ma per devozione et affectione che ci portavono, o per confessione o conlloquio di qualche cosa spirituale per lor consolatione, per non havere alcuna volta faccenda, o per non sapere ove si stare con lor più contento. Et finalmente che, essendo qui grande et non ignobil moltitudine de’ nostri frategli, molti de’ ciptadini nostri conversavano volentieri, dove hanno suoi figliuoli, parenti, amici o confessori, non è da maravigliarsi di questo, ma bene assai di chi si maraviglia di ciò; maxime essendo in San Marco uscita qualche opera et buon principio in salute di questa ciptà. Et in tante tribulationi, non per nostra cagione ma per e’ peccati; non vedendo e’ cordati huomini et anche tutti li altri insino alli fanciulli, altro remedio vero che lo adiutorio di Dio, mediante le orationi; molti stavano per questo volentieri ove stimavano Iddio più propitio et più pregato.

Mai intesi nè mi adviddi per alcun modo, che in San Marco si facessi o pur pensassi intelligentia alcuna, nè si tenessi pratica veruna o familiarità di cittadini per conto di stato: ho sempre creduto che chi vi praticava lo facesse, come anche le donne e’ fanciulli et li altri di bassa mano, non per stato, ma per sua divotione et affetione; per confessarsi; per parlare di qualche cosa spirituale, per loro consolatione; per non sapere alcuna volta che si fare o dove stare con più contento; per havere quivi figliuoli, parenti, amici o confessori; finalmente, perchè stimavano, forse, Dio quivi più propitio et pregato nelle tribulazioni.

Per questa cagione, Domenica qui accaso, al tempo dello improvviso tumulto si trovò tanta gente d’ogni sorte. Nè era per alchun modo factasi acciò preparation d’arme, con ciò sia che alcuni de vostri non ultimi ciptadini quivi fussino sopraggiunti senza alcuna preparatione, come ha dimonstro lo effecto. Era vi un pochissimo numero d’arme, et in mano di certa bassa genterella, et era piuttosto cosa da ridersene che da temere da chi havesse veduto con gli occhi. Sopraggiunse, dopo il tumulto, alcuno con qualche arme in adiutorio; ma tanti pochi che non fanno numero et pur genterella minuta. Io non sapevo che alcuna arme fussi in convento nè pensavo acciò, ma quando domandato, vifussi stato excitato a pensare, harei risposto che qualche piccola cosa ve ne fussi, non già per offendere o per far tumulto, ma perchè so che alquanti di bassa condictione accompagnavano già a Santa Reparata el nostro Padre fra Hieronymo con qualche arme, per suspecto che e’ non gli fussi facto villania, perchè chi ama teme; et ritornando alcuna volta per qualche tempo, lasciavono quivi le lor bazzicature poche in una cameretta picchola da albergar forestieri, presso alla porta, ove albergando già una volta a caso come forestiere,[845] (perchè non ho stanza a San Marco alcuna volta quando vengo da Fiesole, infra l’anno, se non è a caso), un dì in quella camera, prima di tre che sono quivi, tanto picchole che oltre allecto non vi entra più nulla; vidi a cinque piuoli appicchata alcuna celatina et una capsetta, qualche corazza: et questo non era ordine nè saputa, come certo stimo, del padre fra Hieronymo, nè di mia volontà el quale sempre di tal cosa mi risi, come quello che ero certo che tal defensione, quando nulla ci accadessi, sarebbe niente.

Per queste cagioni, molti furono quivi la domenica sopraggiunti dal tumulto, senza preparationi; il che mostra che non si era fatta alcuna preparatione d’arme per tumultuare; conciò sia che più cittadini delli infimi furono quivi trovati al vespro inermi et improvidi. Oltre a qualche arme che credo vi fusse, sopragiunse qualchuno con qualche arme per adiutorio de’ frati; massime che forse credevano che questo insulto fussi contro alla volontà della magnifica Signoria. Onde io, doppo il romore, andai dua o tre ore per il convento, pregando con ogni diligenza ogni uno che non traesse, et si quietassi, et non sonassi; et mai attesi ad altro che a tranquillare et quietare. Et se arme dunque erano, ben che poche, in casa, non erano di mio ordine, nè saputa, di certo; nè mai mi piacque vedervene. Ma ben che io le detestassi, non toccava a me a levarle et a provedere, perchè non havevo alcuna autorità in San Marco.

Però al dì della Domenica, essendo, quando si levò el romore, in una stanzetta a comporre et a scrivere mie fantasie; et sentendo trarre, andai subito discorrendo per el convento, et con ogni diligentia pregavo ognuno che e’ non traessi et che e’ non sonassi la campana et che si quietassi in tutti e modi; dicendo che avevan fatto male a trarre et che e’ si attendessi a pacificar la cosa. Onde parecchi hore, andando el padre fra Hieronymo co’ frati per el dormitorio et per alchune stanze più intrinseche et quiete, cantando con clamore le letanie et altre orationi, et preghando e’ frati lo lassassino andar via; io non feci altro che andare in qua et in là per casa, pregando ogniuno che non traessi. Intanto venne un altro mazziere; et dicendo chi una cosa et chi un’altra a quello che diceva del Padre fra Hieronymo andasse alla Signoria; domandando noi di vedere o sapere di questa cosa di tanto pericolo el partito della Excª Signoria, et non rispondendo lui molto a proposito, perchè come m’ha detto qui el signor Bernardo da Diacceto, di questo non si fe’ partito; pregai il detto Mazziere che ritornassi per il partito.

Così un vostro ciptadino de’ Capponi rispose che mandassi per el partito; perchè non lo havendo, volevano piuttosto morire quivi insieme col padre, non trovando nessuno, nè sappiendo che moto fossi questo, se del popolazzo oppur d’ordine della Signoria. Anzi, stimando che la magnifica Signoria dovesse mandare più presto acquietare. Vedendo ardere le porte et farsi obscuro, comessi questo a Dio, e andomene in choro con gli altri, et apparato oravo con loro, ogni punto expectando la morte. Non m’impacciavo di dire: non trahete, o di quietare nulla; sì perchè non appartiene a me, el quale già dua anni non sto a San Marco, se non quando mi è imposta predica o qualche altra faccenda o obbedienza; sì perchè, non sapevo di questo tumulto la volontà di Dio, alla cui provvidentia in tutto havevo commesso questa cosa; sì perchè non sapevo come la cosa andassi, e la volontà della Magnifica Signoria.

Così stimo di certo, el padre fra Hieronymo absorto a pensare di Dio, per queste ragioni non pensava a impacciarsi d’altro, che di prepararsi con tutti li frati intorno allui a vita eterna. Et così circa sei hore continue, tutti oliato all’altar grande parati, molti expectavano ogni punto esser tagliati a pezzi, cantando sempre: Salvum fac populum tuum Domine, et benedici hæreditati tua; et quando nessuno si voltava indrieto o mancava,[846] qui vi era sempre chi attendeva a raccorlo con gli altri et a dire fortemente: Orate fratres. Nè sapevamo della cosa altro che gran romori et terrori continui. Chi fossi contro et con che ordine, chi in favore et defensione, non era possibile saperlo nè avvedersene mai bene. Anzi ogni cosa era confusa, et chi ci difendeva lo faceva per et (sic) per amor di Dio et de sua servi, et non per far male a nessuno: et veramente Iddio et gli angeli sua ci furono in adiutorio, essendo già arse le porte, et essendo sì pochi et male in punto, per noi, che et que’ pochi credo certo per volontà et inspiratione di Dio,[847] el quale suole adoperare qualche mezzo, a riparare a tanta strage et obscurità quanta era quella, maggior certo che non si scriverrebbe: veder circa cento cinquanta frati, figliuoli di huomini da bene et nostri cittadini, in tante angosce et terrori.

Danari non ha il Padre fra Hieronymo, nè noi, salvo che ho inteso essere in mano del Priore di San Marco circa dugento ducati, non so se lasciati da un ciptadino al convento o pure in deposito, et è una pazzia et favola da sciocchi dire che lui in San Marco habbi tesori o le migliaia. Poteva bene, quando venne il re di Francia in Firenze, occultare e’ vasi di Piero, e’ quali non sapeva quasi se non io, dove e’ fussino, et negagli a chi venne per essi da parte della contessa,[848] et allei andai a dire che aspectavano alla città alla quale ne detti notizia, et hebbegli, et sempre habbiamo ad epsa cipta facto et cercato bene, et siamo or paghati come fu Jesù nostro. Ma non sono li ciptadini quelli, che ci incitano tante persecuzioni et infamie lor di negromanzia o d’altro; Anzi è el demonio el quale ha messa questa opinione nel popolo, che peccavo a portare il Sacramento nel fuoco. Io son certo che io non havevo ad ardere, et però non ne seguiva scandolo anzi hedificazione della fede, et però il diavol si adirò.

Ma quando io sarò innanzi a Christo, lo monsterrò a tutto questo popolo; se io lo portavo da me o pure di volontà et movimento intrinsecho di Iddio el quale quel dì voleva così. Nè bisogna che ognuno intenda[849] o perchè così lui volessi; ma chi non l’intende: dica io non l’intendo, et non si scandalezzi o mormori. Ma a tutte le opere di Cristo hanno a esser segno, cui contradicetur. Basta a me che io venni deliberato a entrare a ogni modo, nè mai pensai da havere a essere apuntato del Sacramento; perchè sapevo che, bene che etiam senza sacramento, Iddio me ne harebbe liberato, voleva per allora che io facessi così. Pensavo bene che molti e’ quali non sono amici di Dio, del miracolo non ne havevono a far fructo; ma harebben decto che el sacramento el quale non può ardere, lo havessi facto; come se e’ fussi vero che le spetie del Sacramento non possino ardere, con ciò sia che più volte sono arse, et possono essere conrrose da’ topi, et in altri modi corropte e smaltite, come accade ogni volta che l’homo si comunica. Dimmi: non può ardere colui che lo porta nei fuoco, non può ardere el velo et e’ panni? Mille hostie addosso a uno che entrasse nel fuoco, non havendo la verità dal suo, nollo scamperebono. Se adunque è nato scandolo, Iddio la volontà del quale io feci, mene darà premio; perchè ho assai meritato in questa infamia et persecutione sì grande.

Ecco, magnifici Domini, quello che io posso dire o scrivere; altre cose secondo le varie suspitioni non vi posso nè dire nè scrivere; perchè i’ vi testifico innanzi a Dio et a tutta la sua Corte, che altro non nè (sic) ho o posso havere in mia coscientia et memoria; perchè altro non ho facto o detto, nè mai tenute pratiche di ciptadini, se non sfuggiascamente, et mal volentieri ho lor parlato; perchè la mia conditione o professione m’inclina fortemente a fuggire la conversatione maximamente de laici. Nè mai ho desiderato, quando e’ si havevono a fare e Magnifici, che e’ sia assumpto questo o quello, come nostro amico in Christo tamen; ma solo quelli che habbino a cercar l’honor di Dio et il ben comune, et raffrenare le abominationi, disonestà et li altri vitii. La qual cosa, stimando secondo la opinione di chi delle cose parla, che scadendo affare certi Octo, quando furono creati per ritrarre li peccatori dal male et animare la lor laudata virtù al bene; gli chiamai in pubblico Sermone Octo maschi; non perchè, per nostra pratica o mezzo si fussi mai facto alchuno offitio o per alcuna spetialità mia o del convento. Ecce coram Domino, che io non mento nè nulla mi ritengho. Prego vostre benignità non appuntino le nostre parole sofisticamente, sapendo la sapientia vostra che le parole debbono servire alla intentione. Ad gloria di Dio somma verità, el quale vi spiri a prestar fede et far di noi la sua volontà, quia benedictu in sæcula. Amen.

Al primo partito della magnifica Signoria haveremo ubbidito; ma ben che io pregassi qualche mazziere e cittadino, che andassino per il partito della Signoria, per il quale si vedessi quale era la sua volontà, non tornava nessuno; onde io credetti insino all’ultimo, che la Signoria fussi di questo tumulto mal contenta, et attendessi a rimediare et mandare aiuto a San Marco: et sotto questa speranza mi stavo con li altri a fare oratione in choro, havendo commesso la causa a Dio, et non me impacciando di null’altro.

Li amici del Convento erano quelli che volevano, tra’ quali alcuni vi praticavano più familiarmente; come era Girolamo et maestro Domenico Benivieni, Piero Mascalzoni, Giovanni Carnesecchi, Marcello Vernacci et Francesco Boni, non però molto spesso; Boninsegna Boninsegni, con grande affectione et reverenzia: vi veniva similmente Francesco Davanzati, Ruberto Ridolfi; qualche volta Simone Canigiani, non però spesso, doppo la morte di Carlo Strozzi; Antonio Tornabuoni qualche volta; così Niccolò di Giunta, Francesco del Pugliese et altri, e’ quali si confessavano da Fra Silvestro; Mazzeo Mazzei, quivi vicino, e Lapo suo fratello: qualche volta Ser Giuliano da Ripa, vicino; alcuna volta Bernardo del Barbigia; Tommaso Morelli, per raccomandare alle orationi la figliuola et la famiglia; Giovanni Bocchi, el quale si confessava da Fra Silvestro; Bartolommeo Orlandini, qualche volta, per causa di sua figliuola, o in conpagnia di Niccolò di Giunta; Niccolò Valori, Benedetto Bonvanni; Cambio, che vi havea già il figliuolo; messer Baldo, messer Luca Corsini, Antonio Lanfredini, antico familiare; rare volte Piero Guicciardini, et parlava meco delle tribolationi della città, et quando io credevo che elle finissino, et simili cose buone. Alcune volte, Gio. Battista Ridolfi, Francesco Valori, massime alli ufici et alle processioni della settimana della Annuntiata non mancò mai. Andrea Cambini et il fratello, qualche volta; Giovanni Vettori, rarissime volte, et veniva a mostrarmi una compositione d’una Croce fatta da lui di pezzi di osso; Antonio Giraldi, et qualche volta Luca d’Antonio dogli Albizi; così di rado Alessandro Acciaiuoli, Alessandro Nasi; Lutozzo, qualche volta; Domenico Mazzinghi, antico familiare nostro, rarissime volte; già Paolantonio Soderini et di già Tommaso suo figliuolo; Matteo Strozzi rarissime volte;[850] et simili altri, de’ quali non mi ricordo, i quali io non conosco, perchè non mi piacquero mai le familiarità dei laici: e quali credo, e così sino a ora ho creduto, che praticassino in San Marco per le ragioni dette, non per stato; nè anche so che loro nel fare li ufici favorissimo più l’uno l’altro, che li altri cittadini che non vi venivano; et credo che e’ dessino favore a ogniuno che credevano essere atto a tali uficii et il bisogno della città. Io, quando si havevano a fare i magistrati, non desideravo che fussi assunto nessuno come nostro amico, benchè in Cristo, ma solo chi Dio vedeva che fussi al bisogno. Onde se non sia creduto che la revelatione de’ predetti Angeli, almeno secondo la oppinione di chi parla, stimando certi Otto havere a correggere e vitii, et per ritrarre e peccatori con la paura del male, et per animare la virtù laudata al bene, gli chiamai in predica Otto maschi, non perchè per mezzo alcuno nostro fussino eletti, con ciò sia che appena dua o tre ne conoscessi, non etiam per alcuna spezialità mia o del convento. Io non pensai mai altro che allo honore di Dio et al bene della virtù et della città, in tutto quello che io ho predicato, o parlato, o operato; sia quel che piace a Dio di me.

Addì 16 di aprile 1498.

In nomine patris et filii et spiritus santi amen. Io fra Domenico servo di Dio, domandato et richiesto che io scriva circa le cose delle prophetie et della verità predicata dal Reverendo Padre fra Hieronymo; el puro vero, quanto ne so, testifico dinanzi alla somma Trinità et alla immaculata regina di Firenze, madre del nostro Re et Redemtore, Cristo victorioso triompfatore della morte, et dinanzi a tutta la celeste corte; che quello che qui di sotto ne scriverrò, a petitione delle magnificentie vostre, et è la semplice verità.

Circa le cose future predicate da Fra Girolamo, non hebbi mai dubitazione, et così credevole fermamente; le predicavo, nè ingannavo io il popolo, perchè andavo con sincerità; massime perchè, oltre a quelle illuminatione et ispirationi che detto Fra Girolamo, credeva avere da se, sapevo le altre da frà Silvestro, come lui, onde le credevo a li angeli et a Cristo et alla Madre, et non a frà Girolamo, se non come quello che credevo essere eletto per principale annuntiatore di queste cose.

El nostro Padre Fra Hieronymo exponendo, credo, Amos propheta, nelle sua predicationi; a quel parlare di detto profeta, non sum propheta; avendo dato alcuna expositione la qual non era tempo dare anchora, perchè non era volontà di Dio, simile parole disse a queste,[851] come apparisce in quella predica, perchè epsa è inferma intra le altre. Un’altra volta, innanzi a quel tempo, non mi rammento quanto; essendo io in una sua predica, in Santa Reparata, nota’ che lui predicando delle sue revelationi et prophetie, disse: Come io habbi quelle cose, una volta spero te lo dirà et aprirrà qualcuno de mia compagni;[852] e io credo el[853] domandassi, se ben mi ricordo, a casa, se tali parole aveva decto da sè: intesi che no. Dunque, ecco io ve lo dico; ma pregovi vi ricordiate del parlar di San Paulo, cioè che Dio elegge le cose e le persone inferme et stolte et che non sono,[854] a dire o ad operare quelle cose le quali vuole che apparischino sua.

Io adunque, per una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto et, non mi essendo monstro meglio il contrario, credo: che Pisa si habbia riavere, et habbino ad esser vostre delle altre terre che non furon mai vostre; et che Firenze habbi a esser più ricca, più potente et più gloriosa che mai, per virtù non sua, ma di Dio et della sua Madre: e così delle altre cose predecte dal P^{re} Fra Hieronymo, circa la flagellatione et renovatione della Chiesa, et la conversione de’ Turchi, innanzi che passi questa generatione che vive. Et ho dentro tenacemente affixa questa fede; nè per questo debbono le Magnificentie vostre alterarsi, perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me nè alla ciptà, et in queste cose ciascuno è libero a credere quello ch’ei vuole: nè mi dà noia, come tali cose siano state da Dio manifestate;[855] nè ho mai ingannato il popolo, predicando anch’io, perchè ho fermamente così creduto con ogni sincerità, a gloria di Dio et comforto della ciptà vostra parlandone, et non per alcuna mia gloria o altro human respecto.

Circa el modo, dunque, per el quale el P^{re} Fra Hieronymo habbia havuto simili prophetie; vi dico che oltre alle sue inspirationi et illuminationi, le quali lui ha avute; Fra Silvestro conferendogli, come di già havete inteso, altre sue apparitioni et visioni angeliche in diversi modi, nelle quali epsi Angeli comandavono al detto Fra Silvestro che riferisse al Padre Fra Hieronymo, ora una imbasciata et ora un’altra, da parte loro o di Dio; infra le altre cose che decti Angeli monstrorono et dissono al decto Fra Sylvestro, (credo più anni fa, cioè circa e’ principii o non molto poi) una fu questa; che vedendo, credo, Iddio, che Fra Hieronymo fuggiva, o per humiltà non ardiva dire a noi quelle cose di cui era inspirato; Lui, o perchè e’ non vuole dare tanti doni o ogni cosa a uno solo, o per altro rispecto secondo la divina sapientia; apparsono a Fra Silvestro li Angeli di noi tre, et con una fune o piuttosto catena d’oro ci legorono tutti a tre insieme, et dicendo che stessimo uniti et havessimo et facessimo un core et una anima di tre che Dio voleva così. Onde se mai fusse accaduto tra noi punto di qualche leggiere stizza o parolame,[856] eravamo da loro ripresi. Et dissono a Fra Silvestro che stessi umile; così noi, perchè le prophetie et revelatione non salvano, ma son date per utilità della Chiesa, et che quelle tali apparitioni o vero revelationi, nonlli erano date propriamente per lui, ma per el padre Fra Hieronymo. Non dissono per tutti a dua noi, come stamani smarrito da vostre presenze, non sapendo in quel subito acconciar bene le parole alla intentione recta, per errore scripse: Ser Francesco.[857] Ma ben volevano che qualche volta, predicando io per el P^{re} Fra Hieronymo, onde sono chiamato el factoraccio; io dicessi qualche cosa, benchè di rado, da parte loro, come se io l’havessi havuta. Dunque essendo noi un core, et essendo tali dimonstrationi date a Fra Sylvestro, per el P^{re} Fra Hieronymo, et alla sua predica, se non sempre, almeno quando bisogna, ordinate; volendo decti Angeli, et così al Padre Fra Hieronymo, per bocca di Fra Salvestro da parte di Dio venendo, comandavano che quando tali cose epso Fra Hieronymo havessi a riferire, per loro impositione, al popolo o a frati; lui le dicessi come se e’ l’havessi lui proprio, perchè questa era la volontà di Dio.[858] Onde non mentiva in questo, avendole Dio facto anche altre volte, come si può nelle scripture vedere, et 2º perchè eravamo un core, et 3º perchè erano ordinate alla predica et a lui, et 4º perchè el lume della prophetia, et però di queste et d’altre cose era impresso dentro alla mente di Fra Hieronymo. El quale lume è quasi el tacto[859] in questa cosa. Imposonci decti Angioli, che questo secreto per niente uscisse di noi tre, et che se e’ se ne sapeva per nostra colpa nulla, Dio si adierebbe con esso noi, et priverebbeci di tali gratie in tutto. Le quali Dio, come lor dissono, ci haveva comunicate, perchè ci voleva per questi mezzi adoperare a fare di molte utilità alle anime. Mal volentieri, con tutto questo, habbiamo parlato delle cose future; et solo tanto quanto ci è stato imposto, guardandoci sempre non dire se non ci era inspirato o decto: dite questo. Et se qualche rarissima volta, per humana fragilità o levità, havessi nessun di noi manifestata qualche cosa, non ci essendo di quella stato così imposto, ne siamo stati ripresi et castigati assai.

Imperocchè già più anni fa, apparvero gli Angeli di noi tre a Fra Silvestro (dico li Angeli, perchè così ho creduto che fussino), et di una cordella o vero catena d’oro ci legarono insieme, cantando, se ben mi ricordo: Ecce quam bonum et quam iocundum habitare fratres in unum; et dissono che noi stessimo uniti insieme, et facessimo un cuore et un’anima di tre; che Dio voleva così, et che noi stessimo humili, perchè le revelationi non salvano, ma sono date per utilità della Chiesa. Et più volte sono apparsi, ridicendo queste et simili cose, et che quelle rivelatione gli erano date, più per Fra Girolamo che per lui, et alla sua predica hordinate erono. Onde comandorono, che quando Fra Girolamo havessi a dire loro imbasciate fatte[860] a Fra Silvestro, esso Fra Girolamo lo dicessi come se le havessi haute lui proprio; che questa era la volontà di Dio; et perchè eravamo un cuore, et perchè erano ordinate alle prediche, massime havendo fatto altre volte Dio, come si accenna per le Scritture. Imposero detti Angeli strettissimamente, che questo segreto non uscissi di noi tre, et che se mai per nostra colpa se ne sapeva nulla, Dio si adirerebbe et priverebbeci in tutto di tali gratie.

Io non dissi mai, nè dico di havere prophetie o apparitioni o visioni angeliche, salvo che nella sala del Consiglio, expressamente una volta, dopo la messa grande. Allora dissi, che io avevo veduto in quella sala Angeli che inspiravano al bene et ad andare, nello eleggere, rectamente a Dio;et e’ demoni che inspiravano il contrario: chi accepta le buone inspirationi et chi le captive. Credo anche dicessi, che Jesù Christo Re di quel consiglio et della ciptà di Firenze, gastigherebbe chi non andava rectamente o seguitassi intelligentie, o simili parole delle quali non mi ricorda. Questa tal visione nulla finxi, nè per alcuna cosa che io humanamente sapessi, o per relatione di cosa alcuna da persona così parlai; anzi perchè la mattina, a buona ora, Fra Silvestro mi riferì questa visione facta a lui, et dissemi da parte degli Angeli, che io dicessi aver veduto io così; nè mentivo perchè eravamo uno core et una cosa, et per le altre ragioni decte de sopra, et perchè havevo a fare semplicemente la obbedienza di Dio decta per gli Angeli.[861] Et così ne venni in palazzo, non sapendo nulla di quello poi seguì, et quando seguì, mene stupii,[862] et credo certo che io pensassi, costoro non credono che questa sia stata visione, ma che io l’habbia fincto, stimando che io habbi prima saputo questa cosa. Ma Dio[863] che io per me niente nolla sapevo et che andai semplicemente, et che quando mi fu imposto che io dicessi di haver veduto io, mi parve cosa nuova, a entrare in quella mattina in opinione di huomo apto a prophetia, in cospecto di tanti eccellenti ciptadini. Ma io sapevo et anche ebbi certo segno che Dio così voleva, conciosiache dicendomi Fra Silvestro da parte di detti Angioli, come mi sono adesso ramentato, che io predicassi el psalmo; Anima mea Domino et omnia quæ etc.; fantasticando a che proposito mi disse sopra quel psalmo, cioè sopra alquanti versi, quasi che subito, cioè non con molta fatica di mente,[864] inspirata una aptissima expositione, cioè secondo el proposito delle gratie et de benefici facti da Dio alla città di Firenze. Non seppi, dunque, innanzi che io venissi in palazzo, quello che seguì per altra via; come nè anche predicando sapere la partita e rotta dello emperadore, ma mi fu inspirato et facta dir così.

Mai per detto d’alcuno cittadino troverete che io abbia predicato, se non ho che e’ poveri sieno aiutati a simili cose; nè mi ricordo che e’ ciptadini mi habbino mai decto predicate questo o quello, maxime di cose che in alcun modo appartenghino a stato. Potrebbe essere che qualche volta mi habbino decto ch’io predichi contra ai giuochi o altri vitii, ma non mi ricorderei nè chi nè quando mi habbi decto tale cose o simile. Et non solo e ciptadini non mi davono la norma de quello che io havessi a predicare, se non come ho decto di qualche cosa appartenente a buon costumi; ma nè etiam el P^{re} Fra Hieronymo, el quale, quando io haveva a predicare, non mi voleva mai dir nulla di quello ch’io havessi a dire, et qualche volta el disse, cioè, che lui lasciava ispirarmi da Dio, et de mio predicar non s’impacciava. Così Fra Silvestro mi exortava alcune et assai spesse volte a predicar di cose divote, et non tractar nè de reggimento et del bene comune, se non quanto richiede el bene vivere et similia. Anche lui, oltre a queste exortazioni predecte, mi lasciava predicare a mio modo.

Mal volentieri parlavamo di cose future, se non ci era inposto; et perchè io predicava alcune volte per Fra Girolamo, mi facevano e detti Angeli dire, qualche volta, rare volte però (come espressissimamente quando io predicai una sol volta non molte parole nella sala del Consiglio), loro apparendo a Fra Silvestro, mi fecero dire, che io dicessi di havere veduto nella detta sala io quella visione di Angeli, che inspiravano al bene, e’ Demoni che per il contrario instigavano al male; cioè, a non andare rettamente alle elezioni. Et in verità, quando venni in Palazzo, per via humana, non sapevo nulla di seguito; et quando seguì, mi stupì: li Angeli a buon’ora mi fecero così inporre, et così mi comandorno che io dicessi, et non mentivo per le ragioni sopradette. Parvemi però strano quando mi fu inposto, che io dicessi di haver veduto io, perchè la umiltà mi incitava a fuggire oppinione di huomo sì atto a profetia; pure mi bisognò ubbidire semplicemente.

Non seppi dunque per altra via innanzi, in Palazzo, quello che poi seguì, come nè anche predicando potevo sapere, per via humana, la partita con fretta dello Imperatore da Livorno, ma me fu inspirato dalli medesimi Angeli, et fatta dire così. Questi medesimi Angeli apparendo dissero, che io uscirei del fuoco senza dubbio illeso, et che io facessi un buono et fedel cuore, et portassi meco il Sacramento. Onde in questo non offendevo Iddio, perchè non havevo a ardere; chè Dio così aveva spirato, lui sa il perchè. Venni adunque con animo deliberato di entrare nel fuoco ad ogni modo, nè mi pensai d’havere a essere imputato del portare il Sacramento, nè chè questo avessi a essere quello che tirassi a dreto quel frate Minore: pensavo bene che del miracolo, molti non ne havessino a fare frutto, ma a dire che il Sacramento, el quale non può ardere, l’havesse fatto. Ma possono ardere le specie, et chi lo porta, e il velo. Hebbi ancora qualche sospetto, che quel frate Minore non havessi a reggere; ma a trovare qualche occasione, come ei fece; ma dicevo: Forse Iddio per la sua ostinatione et cecità lo condurrà tanto oltre, che e’ bisognerà che egli stia, et non potrà tornare indietro; massime vedendo io la cosa tanto bene in punto et tanto oltre. Per me dunque non restò, e Dio mi è testimonio: et chi altrimenti dice, sarà chiaro el dì del Giuditio che lui ha errato.

Non sono stato in questi dua anni, de continuo a San Marco, anzi molto interroctamente, e come quello che ero indegno priore altrove. Et per le quadragesime intere sono stato a Prato, a Lucca; però non vi doverete maravigliare, se circa qualche prophetie et revelationi, gli altri narrassino qualche particolarità le quali io non possa narrare, come quello che molte cose non ho potuto intendere. Non ho altro a mente, se da me voi altro desiderate intendere, come buoni confessori domandatemi, et io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè havendo sempre havuta la coscienza tenera, so molto bene che dire le bugia in iudicio o tacere quello che si debbe manifestare è peccato. Sonmi ingegnato di andar tanto appunto, quanto se havessi ora a morire, il che mi potrebbe facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato, et ho guaste le braccia, maxime el sinistro, el quale con questa[865] già due volte ho guasto; onde vi priego siate clementi, credendo alla verità delle mia semplici scritture.

Domandato stamani chi mi havea detto, quando già predicai ch’e’ vi era chi voleva ammazzare el Padre Fra Hieronymo; risposi per allora non me ne ricordare. Ripensando poi bene che non mi ricorda haverlo predicato; immo mi pare esser più che chiaro, che mai dissi di nessuno in particolare. Et se pur fu che mai ne predicassi, se non in comune; mi vuol ricordare che, se pur fu tal cosa, venisse dalli angioli nel modo predecto, perchè so che altrimenti mai harei atteso a ragionamento di alcuno.[866] Chi costui o costoro fussino, o quando, nulla so, nè averne predicato nè d’altro, quanto a questa o altra parte, mi potrei ricordare; sì per la debolezza della memoria, sì perchè sono molto exausto et consumato. Havete ora, clementi ciptadini, ogni cosa etiam scrupolosissimamente da me, Idio vi faccia contenti. Il che spero sarà, perchè non mi troverrete in bugia nè crederete alle calunie vane che mi fossino opposte, valete in Domino.

Siami hora lecito, egregi ciptadini, raccomandarvi el vostro misero (servo), dal quale dopo la prima tortura della fune, non havete havuto altro che importi, perchè lui è vixuto alla semplice, et non s’è impacciato in vostre cose; ma solo in predicare, come sanno quelli che mi hanno udito, quello che appartenga al ben viver et allo honore di Jesù Cristo Re di Firenze. Così questa seconda fune se pure, non mi credendo mi darete, e non troverete altro nè c’è, et mettetemi a pericolo della morte.

Sia facta la volontà di Dio.[867] Non mi potetti mai avvedere, non mai hebbi un minimo sospetto che il P^{re} Fra Hieronimo ingannassi o andassi punto finctamente; anzi mi pareva rechissimo et sempre l’ho giudicato huomo singulare. Et havendogli gran reverentia, speravo per e’ sua mezzi haver da Dio gratia di poter fare qualche bene alle anime; et reputandolo huomo di Dio, come suo subdito l’obbedivo con ogni simplicità et sollicitudine. Adoperavami alle faccende dello spirito et delle cose spirituali, comunemente così della religione come del convento, quando io ero in San Marco. Non però adoperava me solo, ma etiam li altri; et me più facilmente nelle cose di Dio, et qualche faccenda spectante acciò, maxime del governo della religione, essendo io Priore. In questi principii quando si mutò lo stato, et così poi qualche volta, mi mandò a fare qualche imbasciata alla Signoria di cose appartenenti al reformare el governo et la ciptà, come si può recordare el savio vostro Lorenzo Moregli, al tempo della Signoria del quale, cioè quando lui era de’ Signori, venni circa dua volte in palazzo per parlare alle loro Signorie del far la sala[868] e simili, cose delle quali non mi rammento, furono pochissime imbasciate. Dipoi iarsera ripensando, non ho saputo ritrovar nulla, perchè io possa comprendere che mai el P^{re} Fra Hieronymo andassi lietamente, et piangho a Dio diventato in questa cosa stupido.[869] Sapevo che esso, per commessione della medesima revelatione haveva deliberato scrivere ad alquanti principi: che questo papa non è cristiano nè Papa; et questa chiavetta[870] credo volessi un dì aprire. Sapevo etiam, che aveva compilato el tenore delle lettere; ma che e’ fusse el tempo di mandarle, o che e’ l’havesse mandate, non sapevo; non pensavo avanti a iarsera questa cosa, nè mi veniva in fantasia, quando epso l’havessi manifestata questa cosa del Papa, revelata di sopra in quel modo lui mi ha decto. Allora credevo che fussi el tempo di fare el fuoco, et passando per esso salvo, si sarebbe soprannaturalmente provata in questa conlle altre.[871] Et però diciavamo alla magnifica Signoria et al popolo, che non era tempo ancora di fare el miracolo, ma volavamo però, provocati, al predicatore di Santa Croce rispondere; acciò si vedessi se noi predicavamo o tenevamo il falso: così è processa la cosa con ogni simplicità.

Quando era facta la Signoria, innanzi ch’ella si publicassi, mi ricordo che circa due volte, passando per el secondo nostro claustro, ove era qualche frate et qualche brigata, non però di molto affare; havere, fermandomi un po’, udito dire simil parole: noi crediamo che le orationi sieno state exaudite, et che e’ sarà una buona Signoria, et el tale andò con gran silentio et favore, et per quanto apparì, doverrà haver vincto; et non si apponevano et non era vero el lor pronostico, come al tempo suo si dimonstrava. Et a me non venne mai persona alcuna, per manifestare e’ vostri secreti, ma ne anche se’ fussin venuti, li harei uditi; perchè la conscientia mi havrebbe spronato a dire: state cheti non parlate quello che havete sotto sacramento etc. Et veramente a me non pare havere praticato in San Marco, se non persone di assai buona coscientia, benchè con molti pochi praticavo, et sempre ho avuto questo costume di non m’intromectere a conversare con chi non mi toccava. Onde qualche frate mi s’è lamentato qualche volta, dicendo voi non mi parlate mai, come era el P^{re} Fra Baptista (Dio li facci pace), et io rispondevo a lui et alli altri: che volete che io faccia; la mia natura è questa di non praticare con chi non ho faccenda. Onde familiarmente conversavano in Chiesa et per casa nostra, cioè per e’ claustri, delle quali,[872] in più anni, non so ancora e’ nomi. Qualche volta ho detto a frati in pulpito, et a qualchuno laico, che se io in Fra Hieronymo conoscessi uno minimo errore o inganno io lo harei scoperto et pubblicato; et certo lui ha testificato qualche volta, che io lo haria facto pur troppo, et in verità così harei facto, et hora farei, se nulla di lui sapessi di duplicità: mai mi accorsi di niente. Finis. In simplicitate cordis mei letus obtuli universa.

Uno deposito trovai a San Domenico a Fiesole di 60 in 70 ducati; non li ho mai numerati; e quali haveva quivi in mano di Fra Tommaso Busini, o vero Fra Francesco Federighi; portò Francesco et Raffaello Martelli, per comprare non so che casetta: quivi li lasciai innanzi la quaresima.[873]

Cinquanta ducati mi portò el medesimo dì Lorenzo Tornabuoni, i quali io rendei al detto Lorenzo in mano propria nel secondo claustro in San Marco, come credo sia scritto in sur uno mio memoriale, et forse in sur un libro del Convento, intitolato Debitori e Creditori. Parmi ricordare fussi allotta con Lorenzo, Simone Tornabuoni, o vero Donato, salvo il vero; benchè lo chiamai un poco da parte, se bene mi ricordo.

Francesco di Amideo debbe havere errato un zero; ma se bene fussino stati 300 scudi quelli i quali lui mi portò da parte di Lorenzo, basta che lui testifica che erano dati a me da Lorenzo per distribuire per l’amor di Dio in maritare fanciulle. A me però pare certo non fussino più che 200; et se pur 300 fussino, io non me gli ritenni, ma circa a 200 ne hebbe madonna Vaggia sorella di un nostro padre vecchio, Fra Giuliano Adimari, per maritare una sua fanciulla grande, al tutto senza provedimento; come può testificare Gentile figliuolo di detta madonna Vaggia, et un cognato di detto Gentile, el quale stava con lei in una medesima casa. Detta madonna Vaggia disse, che venendo mai in migliore fortuna, darebbe detta quantità per l’amor di Dio. Et altri 100, se pur così furono, in quel tempo gli dovetti distribuire in simile opera, o in mettere qualche fanciulla nel monastero. È buon tempo che questo fu, cioè non so quanti anni innanzi che Piero de’ Medici se ne andasse; et però non havendo buona memoria naturalmente, massime di queste cose, che non si appartengono alla mia professione, et però fatte che io le ho non vi penso più, et non me ne ricordo; per questo dico, non mi sarebbe possibile rendere più a punto ragione di questa cosa.

Piero Calderini debbe essere vivo; lui dunque dirà che e’ non dette a me danari per elemosina, mentre che Lorenzo Tornabuoni era sostenuto.

Altri danari non so; se non che già quando si fece la sala mi sono ricordato che Andrea Cambini, havendo in San Marco circha a 40 ducati, io gli adoperai per prestare al Comune; et lui poi gli riebbe et fecene, come ei disse, una dota in sul monte ad una sua figliuola.

Ecce coram Deo, in simplicitate cordis mei scripsi universa. Nè mai mi potetti advedere, nè mai pure lo immaginai, che Fra Girolamo ingannasse: et dissi più volte et predicai, che se in lui io havessi conosciuto un minimo inganno, io lo harei scoperto et pubblicato; et lui ha qualche volta testificato, che io lo harei fatto pur troppo: et in verità lo harei fatto, perchè non mi piacque mai punto la duplicità.

LII.

Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla Signoria.[874]

Io Frate Silvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, de l’ordine de’ Predicatori, confesso et dico esser vero quanto apresso si narrerà.

Prima, quanto a’ mia sogni, e quali io referivo a Frate Iheronimo, et de’ quali nella confessione sua si fa mentione; dico cusì, che io sin da fanciullo, maxime in quel tempo che io aplicai l’animo a qualche studio, cominciai a recitar la nocte quanto avevo lecto o udito el dì; benchè non con molta frequentia. Di puoi, nella età de XIIIJ anni varcati, mi feci frate di San Marcho, e per la religione e per lo studio mi cominciorno e’ sogni a destare in muodo, che qualche volta referivo tucte l’epistole di San Paulo. Una altra volta, a Vinegia, dixi e recitai in sogno una predica tucta in tedescho, nel monasterio nostro di San Domenico, che l’avevo udita da un frate tedescho del medesimo ordine; presente frate Bernardo di Bardo da Firenze, e molti altri frati, et presente el decto frate tedescho che aveva facta decta predica. E così frequentissimamente referivo lectioni, prediche, uficio, cose udite e lecte, comm’è testimonio tucto el convento nostro; et cusì di tempo in tempo venni seguitando, fino a hoggi; benchè al presente non li recito con quella vivacità che pel pasato, che mi cavorono libre octo de sangue.[875]

Frate Iheronimo cominciò a predicare l’anno 1490 in San Marcho, e a esporre la Epochalisse: e di puoi in Santa Maria del Fiore, dove e’ predicò la renovatione della Chiesa et l’altre cose sua: e predicando io, in questo tempo medesimo, in San Gimigniano, e esendomi referito tucte le decte cose che Frate Girolamo predicava, e maxime circha alle sua profetie, n’ebbi grandissimo dispiacere, e difendevolo colla lingua e non col cuore; comme vi ne farebbe fede Fra Malatesta,[876] comme in quello tempo che io tornai da San Gimignano io non credevo alle cose sua, ma credevo che fussi sotile inganno del dimonio. E dixilo a detto Fra Girolamo doppo la tornata mia, insino a dirgli che mi pareva pazzo e fuor di sè; con ciò sia che, sendo stato mio maestro, sempre m’era parato che fussi stato alieno da queste cose, in tanto che egli aveva facto e composto uno Tractato contro a’ predicatori delle novità. Mi rispose, che predicava con buono fondamento, e che io sapevo che non era pazzo o sognatore, e che non si meterebbe a dire tal cose senza gran fondamento; et agiunse che io ne facesse oratione, e che messer Domenedio mi spirerebbe a credere quello che fusse la verità. E così facendo, o per la mia natura che io avevo di sognare, o perchè fussi illusione diabolica, a me parve più volte essere ripreso da spiriti del non gli credere: e così referendolo a lui, mi rispose, che certamente Idio mi voleva bene. Maxime che in quel tempo lui mi rifiriva avere, quando faceva oratione, uno segno da Dio quando le cose erano vere, che si sentiva scolpito la crocio e ’l nome di Gesù nel pecto.

E così io le referiva spesso di questi mia segni; e lui mi diceva che facendo oratione sopra queste cose nostre, se gli mostravano verità e non sogni. E cusì, per la reverentia e fede grande ch’io gli avevo, comminciai a credergli quello che e’ diceva absulutamente: niente de meno spesso mi insorgevano dubitationi de no. E sempre mi diceva che io stessi sopra di lui, ch’era chiarissimo che erano da Dio: e cusì mi sono stato sino a uno mese fa, quando credendo e quando dubitando; ma hora astutamente credo essere inganno. Tra gli altri sogni che io avevo riferiti, e che sono suti predicati, mi ricorda che, ora dua anni, tornando da Prato, e facendosi oratione in convento, la nocte innanzi che se avessi a far la Signoria, mi parve vedere tucta l’aria piena di spiriti buoni e cattivi, con fuoco e coltegli in mano; e finalmente cacciati e’ mali spiriti, rimasono solamente e’ buoni. Il che io referì la matina a Fra Domenico, e lui poi lo predicò in Palazzo; e disse avergli veduti lui, secondo che m’è suto referito. L’ultimo sogno ch’io facessi, fu la nocte precedente al dì che s’aveva a fare el fuoco; ove mi parve vedere il fuoco in piaza, e che Fra Domenico ne uscissi con l’hostia in mano, vestito di rosso; e del fuoco si facessi dua parti, e uscitone puoi, si cantassi Te Deum laudamus; et cu’ l’olivo si facessi pace universale. Questo è quanto mi ocurre dirvi circa le profetie di fra Girolamo, e per quanto atiene a me.

Circa le intelligentie che si facevano in nel convento de San Marco di citadini tra loro o col mezo de’ frati, dico: che dalla suscriptione che si fece l’anno passato in fuora, per mandare a Roma, che io non so altra espressa intelligentia, soscritione o ordine: et quella per Roma io la seppi in questo modo. Essendo un dì nel chiostro con più frati de’ nostri, fu decto che a Roma era ito una suscriptione di ciptadini, i quali testificavano Fra Girolamo predicare falsa doctrina: e per questo fu da’ medesimi frati giudicato essere bene farne una in contrario; e cusì si ordinò una lectera al papa, in nome del convento, in sur uno ruotolo di carta pecora; e mandossi per ser Philippo Cioni e per ser Benedecto de Terrarossa, a’ quali si decte commesione che atendesino a tale suscriptione, e fussino rogati di tucti quelli che si suscrivesino. La quale dipuoi s’andò seguitando nel modo che ella s’è trovata. E de’ frati v’atese Fra Ruberto da Gagliano. E io richiesi e confortai molti a soscriversi: tra gli altri, Antonio Giraldi e Luca d’Antonio degli Albizi; e’ quali non si volsono suscrivare dicendo, che ella era a stanza di Francesco Valori; e me dissono che noi eramo semplici e ingannati; alegandomi deto Luca la suscriptione del 66, che pareva che fossi facta a buon fine, e dipuoi fu cativo. Ancora Francesco del Pugliese, Iacopo et Alamanno Salviati, Francesco da Sommaia et alcuni altri, di chi io non mi ricordo, mi disono che la non piaceva loro; ma dapuoi che era principiata, erano contenti di soscriversi; e cusì feciono. Intelligentia o ordine che si facessi in San Marco, non ne so altro;[877] e se pure v’era, era fra ciptadini medesimi, senza mia saputa o intervenimento.

Delie processioni, comunioni e altre cerimonie se ne faceva a San Domenico e a San Marco, dove interveniva homini d’ogni sorta; ma non vi si fece mai pratica di stato di nisuna ragione, ch’io sappi. Una delle prime processione fu circa lo Advento pasato, dove si trovò Andrea Cambini, el Grasso sensale di panni, Girolamo de’ Rossi da Pistoia, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi e ’l Frate Barbieri, Guasparri orafo: non mi ricordo nè credo fusino più, fra Girolamo, innanze che ella si facessi, nello ospitio fece parecchi parole di questa sustantia: cioè, che Dio era consueto a fare gran cose per lo mezzo delle orationi; et avendo lui predicato la fede, la renovatione della Chiesa, et altre sua cose, e provatele con ragione, e non essendo credute, bisognava che Dio mettessi le mani a’ miracoli: e che Dio gli farebbe in omgni muodo, ma che bisognava molte oratione fuor dello ordinario; e ch’e religiosi, che v’erano, pregassino per la Chiesa, e quelli secolari per la città, e fusino testimoni de quello aveva decto. E cusi seguitò la processione, senza dire altro. Una altra se ne fece in San Marco, dove fu circa a 40 persone d’ogni sorte de huomini da bene. Di quelli mi ricordo, son questi: Piero Cinozzi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Filippo da Gagliano, Antonio Berlinghieri, ser Nicholò Michelozi, Rinieri Tosinghi. In queste processioni, si fermavano e’ frati in quattro parti del convento: nel primo luogo si faceva oratione per la conversione degli infideli; nel secondo, per la renovatione della Chiesa; nel terzo, per la congregatione nostra di San Marco; nel quarto, per tucta la ciptà. Si sono facte di puoi quattro volte queste processioni publicamente, doppo la messa, per li chiostri e per chiesa e orto; e qui è stato sempre parechi centinai di persone, cusì di huomini comme di donne.

Circa l’ordine di fare favore più a uno che a uno altro nel fare de’ magistrati: dico, non sapere che vi fussi alcuno certo o determinato ordine, ma bene qualche volta ne’ chiostri e nella libreria è sentito dire a molti cioè a uno Benedecto Buonvanni, Alexandro Nasi, Andrea Cambini, a Ruberto Ridolfi e altri simili, che praticavano la casa: e’ sarebbe buono fare Francesco Valori gonfalonieri. E cusì ragionavano di qualche uno altro per fare Signori; quali al presente non mi ricordo. Ricordami che quando Francesco Valori era gonfalunieri de iustitia, io intesi dire in San Marco, ne’ chiostri, da Giannozzo Pucci, che Francesco Valori haveva decto, che non si facessi gonfalunieri Bernardo del Nero. E nel medesimo tempo intesi dire, che Francesco predecto voleva si dessi favore a far gonfalunieri Antonio Canigiani, e uno altro che non mi ricordo chi: nè ancora mi ricordo de certo chi mi dicessi questo; benchè stimo più presto Andrea Cambini che altri. Anchora d’octobre passato, Francesco del Pugliese, per uno, mi disse che Francesco Valori desiderava e faceva diligentia che Piero Corsini fussi gonfalonieri de giustizia de’ novembre e dicembre passato; e non essendo puoi riuscito, Francesco Valori mi disse un dì, averlo hauto molto per male. Quando si fece la presente Signoria, mi ricorda che io udie dire da più persone de quelle usavano in San Marco, e nominatamente a Benedecto Buonvanni, a Andrea Cambini, Piero Cinozi, Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Giovanni di Lionardo Carnesechi, Lionello Boni, che desideravano che Giovanni de Iacopo de Dino di messer Guccio fussi facto gonfalunieri de iustitia, e non Piero di Niccolò Popoleschi. Similmente mi narrò che quando fu gonfaloniere di giustizia Piero di Daniello degli Alberti; che quelli che riferirno in San Marco non lo volevano. D’altri favori o disfavori che fussino facti a altri, non mi ricordo.

Circa il sapere il segreto delle Signorie prima fussino pubblicate; dico che Andrea Cambini, quando fu facto gonfalonieri de giustizia Bernardo del Nero, mi rifirì quella Signoria, dicendo averla intesa da Francesco Valori, che era allora gonfalunieri. Una altra volta mi rifirì quella Signoria che fu de genaio e febraio passato, quando fu gonfalunieri Giuliano Salviati: ma de questa s’apose de la metà; e tra gli altri mi si ricorda che nominò Alexandro degli Alexandri e Carlo della Tosa, che puoi non furono. Più altre volte quelli che usavano in San Marco ci referivano delle Signorie che e’ credevano che fussino; e quando s’aponevano de tre o quatro, e rarissime volte de più che la metà; come quelli che giudicavano dal vedere quelli che stavano al segreto allegri o manenconosi, o per aver cusì desiderato. Alexandro Nasi, quando era de collegio, essendo stato al segreto di una Signoria, mi disse puoi: noi haremo buon capo e buon membri, ma io non voglio rompere el giuramento. E tra gli altri particolari mi ricorda, che mi disse: El capo non sarà amico del Valori, ma gli è homo da bene et buono. E fu puoi quando sedè Paulo Antonio Soderini. Francesco Carnesechi mi disse, quando fu facta questa Signoria: Io credo che noi aremo Lanfredino de’ Signori. E io gli dissi: Sapetelo voi? Risposemi de no. E Francesco Valori, mi ricorda che a una Signoria, prima che fussi pubblicata (ma non mi ricorda quale; ma son certo che fu da setembre in qua), mi disse: io ho paura d’una cactiva Signoria, e temo de non essere confinato; che vorrei più tosto che mi fussi tagliato il capo. Questi rubaldi debbono sapere questa Signoria da questi ministri. E stimo mi nominassi allora messer Nicholò Altoviti e messer Francesco Gaddi, de’ quali decto Francesco me n’aveva decto male, dicendomi che eran dua ladroncelli; e vedevo manifestamente che voleva male a tucti dua. Da messer Bartholomeo Ciai io non intesi mai segreto de nessuna Signoria; ma bene lo viddi parlare una volta a fra Girolamo, e molte volte con frate Malatesta. Altri segreti di Signoria non ho mai saputi, che de sopra m’abbi decto.

Circa il prevedere in San Marco d’armi, mi ricordo che XV dì inanze al caso, ci fu decto da uno de’ nostri portinari che una nocte ci sarebbe scalato el campanile dalla compagnia de’ Compagniacci, per fare vilania a Frate Girolamo. Stimo fussi Fra Barnaba de Cante o Fra Bartholomeo Cavalcanti: onde nacque ch’e frati, per paura che cusì non fussi, ordinarono, e io intra gli altri,[878] che la notte stessino 6 in 8 secolari, de quelli che vi usavano, alla guardia del campanile, del chiostro e della porta, armati: e questa commessione fu data a Fra Francesco de’ Medici; e per uno gli le dissi io. El decto Fra Francesco mi dixe essersi fornito d’arme, con Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni Carnesechi e Giovanni Capelli: e’ particolari arete meglio da fra Francesco. E più viddi una sera, inanzi al caso, armati nella scuola del primo chiostro de San Marco; Cesare Stradi, Nicholo calzaiuolo, Alesso Balduvinecti, Buoninsegna Buoninsegni, Piero di Pagolo degli Albizi, e degli altri v’era, che io non mi ricordo. Alexandro di Gino Ginori mi oferse alcuni scoppiecti, che aveva in casa; e io lo rimessi a fra Francesco de’ Medici. Circa a quelli che io viddi armati il dì della domenica dello ulivo, e de’ quali io mi ricordo, sono questi: Francesco de Lorenzo Davanzati, che era armato con coraza e celata, e tucta nocte stecte in casa in San Marco, andando in qua e in là a solecitare quelli che erano nel convento, che dovessino solecitamente guardare che nesuno intrassi drento nel detto convento; Paulo calzaiuolo viddi trare saxi e scoppiecti; e Agnolo d’Andrea della Robbia, che è soldato armato di tucte armi, et con una roncha; et fece gran defesa, secondo mi fu referito. Jacopo da Firenzuola traheva con lo scoppiecto; Zanobi rigatieri, fratello dello spedalingo di Bonifazio, fu de’ primi a uscir fuora con circa 15 o venti compagni armati; e con lui conobbi uno Girolamo Gini merciaio, et Bartholomeo Mei merciaio: e questo fu in su ’l primo rumore. Del numero di questi che uscirono fuora al rumore, secondo mi fu riferito, ne fu morto uno. Giovanni di Francesco di Dino di messer Guccio viddi io solecitare e confortare quelli che erano alle guardie de quelli luoghi de San Marco, dicendo: Guardate bene questa porta e quest’altra, che persona non entri. De più nomi particulari non mi ricordo, perchè poco mi rapresentai dove fusino. E frati, che erano armati, con questi viddi Fra Francesco de’ Medici, uno Fra Giuliano d’Octaviano di Cesare Petrucci, uno frate Philippo de’ Lapacini, uno frate Pagolo d’Antonio di ser Bartholomeo de ser Giovanni, Frate Antonio e Fra Pelegrino, conversi: questi mi rifirivano apunto gli altri ciptadini che v’erano armati, perchè erano con esso loro.[879]

Circa a chi ritenessi Fra Girolamo il dì del caso, che non uscissi fuora; dico che io lo viddi con uno crocifixo in mano, appresso al capitolo del primo chiostro, dicendo: Lasciatemi andare, perchè propter me orta est hæc tempestas. Aveva dreto e frati, che cominciorno a piangere; e così de molti secolari innanzi, infra’ quali era Giovambatista Ridolfi e Giuliano da Gagliano; e cominciorono ancora loro a gridare: No, no, padre; comme faremo noi puoi? E cusì tucti gli altri che erano presenti, e quali mi parevano tucti poveri homini.

Circa a quelli citadini che sono venuti a San Marco mentre erano de’ Signori, dico che mi ricordo certo di questi: Francesco Guasconi, Dionigi Nasi, Berto da Filicaia, Lionello Buoni, Philippo Arigucci, Francesco Rinuncini, Matteo di Noferi del Caccia quando era gonfalonieri, Francesco del Pugliese, e Luca d’Antonio degli Albizi; e quali tutti parlavano con Fra Girolamo: e ragionamenti di tucti io non sapevo. Piero Cinozi vene anchora quando era de’ Signori, la sera de berlingaccio; che prima v’aveva mandato una buona quantità di migliacci facti in Palagio.

De altre pratiche di ciptadini, o ragionamenti particolari hauti in San Marco de cose de stato, o atenenti al publico, cusì da’ frati comme da’ secolari, dico che Fra Nicholò da Milano mi disse, già più volte, che gli era necessario alla cità de Firenze fare uno dogie per quatro o sei anni, o a vita; perchè a questo modo d’oggi ogni dì si muta stato. Et entrato ne’ particulari, diceva che bisognava fussi qualche homo buono, senza pasione, iustissimo, e amorevole della cità; dicendo che se Francesco Valori non fussi stato bizzarro, comme era, e non avendo figliuoli, sarebbe stato buono. Ancora nominava Lorenzo e Piero Lenzi, e simili, senza molto parentado. Pier Antonio Carnesechi, Alamanno e Iacopo Salviati, Alexandro Nasi, circa 4 mesi fa, mi dissono che era bene tòrre el favore a Francesco Valori, perchè gli aveva troppa autorità; et dissonmi che in questa opinione era ancora Lanfredino Lanfredini. Il fine disono essere perchè non comandassi loro, e non si facessi sì grande: stimo anchora in questa cosa fussi Piero di Paulo degli Albizi. Filippo Arrigucci, quando era de’ Signori, venendo io el sabato santo qui in Palazo a riconciliare dua o tre de’ Signori, mi disse: Questo ribaldo dei gonfalunieri volle fare ieri tagliare a pezzi parecchi ciptadini, e credo nominassi Francesco Valori; e dissemi gli haveva voluti fare amazare in Santa Maria del Fiore, la matina quando si predicava. E questa state passata Michele Niccolini, che fu de’ Signori in compagnia con deto Philippo, mi disse, Filippo avergli più volte decto: S’io avesse compagnia, io gicterei el gonfalunieri (che era Bernardo del Nero) a terra da le finestre. E disegli perchè Dio voleva cusì. Et dimandandone io Fra Girolamo, se de questa cosa sapeva cosa alcuna, e dicendomi di no;[880] io presumpsi che questa cosa nasciessi da mona Camilla Rucellai, perchè Filippo gli prestava fede. Hora due anni, quando Fra Girolamo era a Prato, secondo mi ricorda, Piero de Lucantonio degli Albizi, Neretto Neretti, che allora erano degli Octo, venono a Prato per Fra Girolamo, e cusì venimmo la nocte in Firenze. E fu la decta venuta perchè predicassi in sul fare de quella Signoria: de che si fece allora horatione.[881]

Quelli che venivano frequenti in San Marco e parlavano qualche volta a fra Girolamo, et chi più e chi meno, et che gli reputavo amici di Fra Girolamo, sono questi quelli de cui hora mi ricordo:

Francesco di Filippo Valori, Andrea di Antonio Cambini, Giovanbatista di Luigi Ridolfi, Giovanni di Niccolò Cambi, messer Domenico di Baldassarri Bonsi, Nicholò di Bartolommeo Valori, Antonio di Giovanni de’ Giugni, messer Luca di Bartolommeo Corsini, Rinieri di Gio. Francesco Tosinghi, Domenico di Niccolò Magaldi, Alamanno d’Averardo Salviati, Iacopo di Giovanni Salviati, Francesco di Filippo del Pugliese, Berto di Tedice da Filicaia, Giovanni e Nicolò di Bertoldo degli Albizi, Giovanbatista Bartoli, Giovanni Lenzi, Bartholomeo di Pandolfo Pandolfini, Simone d’Antonio Canigiani, Francesco Rinuncini, Francesco de Lionardo Manelli, Francesco di Liunardo Boni, Marcello Ventacci, Alexandro di Iacopo Alessandri, Bernardo de Inghilese Ridolfi, Bastiano Locti, Lorenzo de Locto Salviati, Raffaello de Alfonso Picti, Adovardo Rucellai, Lorenzo d’Antonio Rucellai, Giovanni di Francesco de Dino Gucci, Piero Mascalzoni, Bernardo del Barbigia, messer Antonio Malegonnelle, messer Enea della Stufa, messer Baldo Inghirlani, messer Bartholomeo Redditi, messer Francesco da Iesi, Antonio Berlinghieri, Francesco Zati, Piero suo figliuolo, Giovanni Nelli, Girolamo di Francesco Inghirlani, Pier Pagolo Nerli, Pietro del Benino, Bertoldo Corsini, Antonio di Bartolommeo Corsini, Andrea Strozzi, Antonio Tornabuoni, Domenico di Bernardo Mazinghi, Francesco di Lorenzo Davanzati, Giovanni di Filippo Cappelli, Alexandro Cappelli, Cesare Stradi, Alesso Balduvinecti, Boninsegna Boninsegni, Piero de Pagolo degli Albizi, Iacopo Manucci, Lionello Boni, Mazzeo, Lapo Mazzei, Piero de Nicholò Cambi, Marchionne e Pagolo Dazzi, Alexandro Rondinelli, Amerigo Corsini, Lionardo Cambini, Giovanni Nesi, Antonio Lanfredini, Michele Strozzi, Lionardo Strozi, Maso de Bartholomeo degli Albizi, Piero Cinozzi.

Li infrascripti sono quelli che qualche volta venivano a me e a degli altri frati de San Marco, usando dire le infrascripte parole, non tucti insieme, ma uno o dua per volta, in varii tempi. Le decte parole sono queste, o cosa di simile efecto: Se gli Arabiati hanno una Signoria a loro modo, e’ ci caccieranno da Firenze:

Francesco Valori, Andrea Cambini, Giovanni Cambi, Nerecto Nerecti, Piero Mascalzoni, Bernaldo Ridolfi, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò di Tedice Albizi, Francesco de Lionardo Manelli, Raphaello Picti, messer Baldo Inghirlani, Francesco Zati, Domenico Mazinghi.

Li infrascripti anchora gli reputavo nostri amici, e venivano qualche volta a San Marco, e parlavano a Fra Girolamo; ma di rado e non sì spesso come e sopranominati:

Messer Francesco Gualterocti, che questo carnovale venne a San Marco, con Andrea Cambini e Nicholò Valori, e con Fra Girolamo siedono un buon pezzo; Simone del Nero, Luigi de la Stufa, che parlò con Fra Girolamo tre dì innanzi al caso del fuoco; Bernardo Nasi, che da tre mesi in qua è venuto a San Marco, e parlato a Frate Girolamo 3 in 4 volte; e una volta so gli parlò de uno suo figliuolo che si voleva far frate; Pier Francesco Tosinghi, Tomaso Tosinghi, Giuliano Salviati, Paulo Antonio Soderini, Luca d’Antonio Albizi, Piero Guicciardini, Lorenzo di Lotto Salviati, messer Bartolomeo Ciai, Antonio de Simone Canigiani, che veniva alle prediche, Nicholò Ugulini, Agnolo di Lorenzo Carducci, Guido Cambi, Girolamo Ginori, Niccolò Cambini, Alfonso Picti, Alexandro Acciaiuoli; ser Bastiano da Firenzuola, veniva spesso a parlare a Fra Girolamo con lectare di ser Alexandro Bracci.

Tucti li infrascripti parlavano meco, quando a solo quando a dua, o a tre per volta, in diversi dì mi disono quanto apresso: cioè, che non darebono mai fave nere, alcuni dicevano a quelli che non credevano a Fra Girolamo; alcuni, a chi volessi fargli male o cacciarlo via; alcuni, agli Arabiati: perchè tucti non dicevano a un modo, e con le medesime parole; ma lo efecto era el medesimo, de non dare loro fave nere ai signori Octo e Collegi, e che agli altri ufici andavano più larghi. E nomi lor son questi: Francesco Valori, Andrea Cambini, Rinieri Tosinghi, Domenico Magaldi, Antonio Giraldi, Iacopo e Alamanno Salviati, Francesco del Pugliese, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò Albizi, Francesco Boni, Marcello Vernacci, Raphaello d’Alfonso Picti, Adovardo Rucellari, Alexo Balduvinecti, Piero de Paulo Albizi, Giovanni de Iacopo de Dino, Benedecto Buonvanni.[882]

De’ religiosi amici di Fra Girolamo, di quelli mi ricordo:

Messer Iacopo Manelli, messer Castellano, messer Piero Maria da Peruscia, vicario dello arcivescovo de Firenze, messer Marco Strozzi, messer Domenico Benivieni, messer Giuliano canonico di San Lorenzo, messer Amerigo de’ Medici, messer Ruberto di Niccolò Gherardini, messer Francesco di Ceseri Petrucci, messer Girolamo spedalingo degli Innocenti, messer Taddeo capellano de Sancta Maria del Fiore; e altri preti, e’ nomi de’ quali non mi ricordo.

Quelli che avevano le chiavi del convento: Girolamo Benivieni, maestro Domenico Benivieni, Piero Cinozzi, Girolamo de’ Rossi da Pistoia. Maestro Antonio Benivieni l’ha tenuta sempre, secondo la consuetudine, perchè è medico. Altri non aveva le chiavi.

Io Frate SALVESTRO d’Andrea MARUFFI da Firenze, frate dello ordine de’ Predicatori, confesso sponte essere la verità quanto di sopra nelle presenti carte è scripto, cioè 8 carte de una mano, e dua carte scripte di mia mano propria; e a fede del vero mi so’ soscripto de mia propria mano.

. . . . . . .

A dì 27 aprile 1498; nel Segreto.

Frate Salvestro, tirato in su la fune, e puoi posto giù, disse quanto apresso:

Quando si faceva la suscriptione per mandare a Roma, in San Marco Francesco Valori mi disse: Ella sarà buona anchora ad altre cose. El decto Francesco mi disse ancora un’altra volta: Io m’ò rechato molte nimicitie per la morte de quelli cinque ciptadini; perchè trovandomi nella pratica ove si tractò la morte loro, facendosi insulto alla Signoria; io, che sino allora non avevo creduto che dovesino morire, visto che io ne restavo in pericolo, e che m’era dato caricho per quello acto del bosolo,[883] che io feci alli signori, volli che più presto morisino loro che la facesino puoi fare a me. Quando a’ dì proximi si fece quella pratica, per rispondere al papa, per le cose di Fra Girolamo, nella quale molti parlorono in suo favore; Andrea Cambini venne a me e dissime: E’ se n’è facto magiore aquisto, che avere aquistata una cità.

Sopra l’opinione mia de facti di Fra Girolamo, dico essere ocurso, che almanco 20 o 25 volte, quando lui aveva a predicare, pocho inanzi alla predica, veniva a me in cella, e dicevame: Io non ho che predicare; pregate Idio per me, che dubito che Dio non m’abbi abandonato per qualche mio pecato. E diceva di volersi confessare; e cossì si confessava; et niente de meno faceva di puoi de belle prediche. E l’ultima volta che fece questo acto fu il sabato, quando puoi lasciò le prediche la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico che Fra Girolamo ci à ingannati.[884]

LIII.

Esamine o processi degli altri accusati.[885]

1.

Esamina di Francesco del Pugliese.

INTERROGATORI DI FRANCESCO DEL PUGLIESE.

1. Sopra la lettera scripta in Inghilterra pel caso del Concilio. — 2. Sopra l’essere stato il dì del caso in San Marco. — 3. Sopra le parole usò andando a Bibbona, tra via; et in spetie con Pandolfo Corbinelli, che fra pochi dì si faria ec. — 4. Sopra le pratiche e usare in San Marco; et la sobscriptione[886] di andare a Roma. — 5. Sopra le sei fave,[887] campane, et dua sale, che dixe haveano al loro modo quando fu de’ signori. — 6. Sopra la sobscriptione de’ cictadini a 500 f. per uno, ad che fine, et lo intero di questa cosa ec. — 7. Per che mezi e’ confidava esser gonfaloniere di iustitia così presto.

2.

Esamina di Niccolaio calzaiuolo.

A dì 10 di aprile 1498. Al Bargello.

Nicholaio di...., calzaiuolo da Firenze, domandato a parole, narrò quanto ad presso. Il dì dinanzi havea havuto.... tracti di fune.

A San Marco cominciai a pratichare otto anni fa; et uno giorno, hora fa tre quaresime, essendo io a bottega mia, vennono a me Lionardo da Empoli banchiere al canto alla Paglia, Marcello Vernacci, Francesco Boni et Lorenzo di Antonio di Sandro Rucellai, et dixonmi: Vuo’ tu morire per la fede di Christo? A’ quali rispuosi di sì, ma che non ne ero degno. Et loro sobgiunsono: Noi voliamo che tu accompagni Fra Girolamo quando va a predichare. Et così io cominciai ad accompagnarlo armato; et ho sequitato fino al presente tempo.

Circa alla provisione dell’arme facta a San Marco, dico: Che poi entrò questa quaresima, Fra Francesco de’ Medici mi dixe: Il vicario, cioè Fra Girolamo, m’ha decto che c’è uno poco di sospecto, e bisogna fare qualche guardia. Io dirò a Francesco di Lorenzo Davanzati che ci provveggha di arme: fara’ gli motto. Dipoi l’altro dì io parlai a Francesco in San Marco, et dixigli: Fra Francesco m’ha decto vi facci motto: havv’egli decto nulla? Et lui mi rispuose: Sì, io farò il bisognio.

Dipoi a qualche dì Fra Francesco mi dixe: Francesco non fa nulla; se tu lo vedi, ricordagiene. Et io lo ricordai a Francesco; et lui mi rispuose: Io rivedrò Frate Francesco, et parlerogli; e’ non c’è sospecto. Dipoi di nuovo Fra Francesco mi dixe: Io ho parlato a Francesco; fagli motto stasera alle due hore, et mena teco dua garzoni di casa, et uno merciaio chiamato Girolamo Gini. E così io andai a casa di Francesco, il quale mi diè dodici partigiane, dieci meze teste, cinque rotelle, tre targoni con l’arme sua, et sette targoni bianchi, che accattò da Matteo Strozi. Et subito gli portai a San Marco, et consegnai tucto a decto Frate Francesco: et fu circa quindici giorni inanzi alla pasqua.

Poi mi dixe Fra Francesco: Sappi da Lionello Boni, se egli ha nulla. Et io gli feci poi motto; Lionello mi rispuose: Havere dieci balestre; che gliene darebbe cinque. Et così me le diè, con dua bombardelle et uno archobuso et trenta passatoi; et dixemi: Mandale segrete. Et io le mandai per Piero del Mancino, legnaiuolo, mio nipote.

Anchora mi abbatte’ in San Marco, di questa quaresima; che in dua sere vi vennono tredici coraze, che le mandò Giovanni di Filippo Cappelli, che le arrecò uno texitore di via di San Gallo, per ordine di Giovanni di Lionardo Carnesecchi.

Anchora, pochi giorni innanzi al caso, decto Giovanni Cappelli mandò a’ San Marco otto archibusi, che gli arrechò uno contadino, et consegnògli a Frate Francesco de’ Medici; che così mi dixe il detto Frate Francesco.

Anchora; epso Giovanni Cappelli vi mandò uno bariglione di polvere, et delle pallottole di piombo.

Di chi prese arme et maneggiossi il dì del caso, dico: Che di quelli, io vidi Iacopo da Firenzuola, Stefano miniatore, Candela legnaiuolo, et uno tedescho, quale io non conosco, trahevano decti archibusi. Deiphebo dalla Stufa si armò; chè vi haveva coraza et partigiana. Io anchora vi havevo la coraza.

Ancora in San Marco erano quattro coraze, di quelli accompagnavono Fra Girolamo, et uno giaco di Bartolommeo Mei merciaio, che accompagnava Fra Girolamo.

Di quelli che la domenica si armarono et presono l’arme in San Marco, che io me ne ricordo: Iacopo Orlandini; Lionello Boni, che mandò per la coraza a casa sua; Francesco di Lorenzo Davanzati, che haveva quivi la coraza; Bonaccorso Mei merciaio; Bonaccorso da Filicaia, decto Azerello; il Rosso Panciatichi, che fu morto; Giovann’Antonio calzolaio; uno sarcto che rimase morto; Antonio da Marcialla; Alexo Baldovinetti, che prese una balestra che vi haveva; Marco del Taxo, legnaiuolo; uno Pratese, che non lo conobbi; dua Côrsi, che non conobbi; Ugolino cimatore. Giovanni Caccini mandò per la sua coraza a casa; poi la vidi in dosso a un altro. Zanobi rigattiere; Luca dalla Robbia si armò in San Marco. Pagolo dalla Robbia andò a casa a armarsi, et tornò. Pagolo ceraiuolo, trasse con l’arcobuso. Francesco di Lorenzo Davanzati, et con lui messer Baldo Inghirani, comandavono et ordinavono le factioni. Uno figliuolo di Giovanni Centellini vi venne armato di fuora. De’ frati, circa sedici presono l’arme.[888]

3.

Esamina di Fra Francesco de’ Medici.

A dì 12, in sala del Consiglio, sine tortura.

Fra Francesco de’ Medici disse: Che l’arme venero per suo conto, perchè Fra Silvestro gli disse, che era buono si provedessi a fare stare qualche f.[889] la sera: e che lui dicendo a Francesco Davanzati, che lo servisse d’armi tanto che si provedessi: di che Francesco vi mandò partigiane dodici, dieci meze teste, cinque rotelle, tre imbracciature, sette targoni bianchi. Dice Nicolaio averli havuti da Matheo Strozi, e quali arecò el loro garzone: et questo è circa XV dì. Il sospetto processe per le baie havevano ciascuno giorno et notte.[890]

Et che Francesco Davanzati richiese Giovanni Cappelli d’arme; che vi mandò XIII coraze, e non so che celate, tre corazine, otto archibusi, uno bariglione di polvere: le quali tutte cose mandò Francesco a casa detto Giovanni per esse.

Nicolò calzaiuolo, disse, v’arechò cinque b.[891] d’acciaio, da casa Lionello Boni.

Item disse, che vi arecò Nicolaio calzaiuolo un archobuso, tre bombardelle di Lione Boni.

Quelli havevano arme. Nicolaio calzaiuolo, coraza bianca e partigiana. — Bartolomeo Mei, coraza, partigiana. — Iacopo, vocato el Bientina, traheva coll’archobuso. — Girolamo Gini, coraza e partigiana. — Lucha della Robbia, coraza e partigiana. — Pagolo della Robbia, el simile. Lazarello......[892] — Francesco Davanzati vi stette insino a ore quatro, colla coraza et celata, la domenica sera. — El Grasso del Monacha, Iacopo da Firenzuola, et altri. — Lionello Boni, colla coraza. — Deyphebo della Stupita; et altri, insino alle 24 ore. — Francesco del Pugliese, Giovan Baptista Ridolfi, messer Baldo, senza arme, e a ore 24.

Della qual cosa sabato sera hebbe notitia di qualche preparamento d’uomini e d’arme, ma in generale, F. G.[893]

4.

Esamina di Paolo ceraiuolo.

Die xii aprilis 1498.

Andai al vespro; e detto, ne volli uscire: e’ mi si fecie inchontro asai persone. Fecomi ritornare in drieto, co’ sasi; e ch’i’ ero pizocherone, e volomi amazare. Dipoi venne la furia, e quali non vidi mai; ma udì’ le ghrida ghrande, e che volevano amazare tutti quegli ch’erano in Sa’ Marcho.

Vidi armato Francesco Davanzati, Diofebo de la Stufa, Lionello Boni, Piero Cinozi, et armato quelo che fa e chapegli in Piaza, quelo de la Robia, Francesco del Pugliese; Francesco Valori; non vidi arme; Govan Batista Ridolfi, no vidi arme; Bernardo Nasi, nè mi ricorda se s’era armato; Chanbio Bonvani, Benedetto Bonvani, un figliuolo di Salvi di Bartolo, messer Francesco da Chole, Bernardo Martini, un figliuolo di Lionardo Bencini, uno de’ Boni picholo, no so el nome, Iacopo Manuci e ’l figliuolo, Girolamo de’ Rosi, Lapo Mazei, uno o vero dua de’ Ginori; Piero Cinozi vi dirà forse el nome, ch’io no lo so. Ser Zacheria di Domenicho di Stefano, Alesandro Puci, Marcho Puci, Simone Dolciati, Priore Strinati, quelo de’ Lorenzi che stava a l’Opera, et molti citadini, ch’io non so dire el nome, e di molti no me ne richorda. Uno de’ Panciatichi, no so el nome.

E detta sera in choro mi ginochiai a piè di Fra Govanbatista de la Serpe, che mi cofesasse, mentre che chonbatevano insieme; e mai no mi parti’ di choro: e poi quando vene quelo degli Alesandri, sempre fui a la presenza, e sempre chol mantelo e chol chapucio. Dimandate chi v’era, e questi e degli altri che no mi ricorda. Messer Baldo, Piero Lenzi, Bertoldo Chorsini.

Avisovi, che sendo là la matina che s’aveva a fare el fuoco,[894] vidi mandare per asai torchi, e io entrai nel sechondo chiostro. Disomi che avevano ordinato ch’i’ portasi e torchi. Senza dire nula, mandai a chasa mia per uno, per andare apreso; perchè istamai[895] che altrimenti non are’ veduto. Disomi coloro,[896] dond’io avevo auto el torchio. Disi ch’era mio e per fare onore al chorpo del Nostro Singniore; e vidivi parechi di magore ghrado di me. Uno de’ Lapacini.

Pagolo ceraiuolo ha scripto di nuovo.[897]

5.

Esamina di Piero Cinozzi.

A dì XII aprilis. In sala del Consiglio, 1498.

Piero Cinozzi, sopra le intelligentie, e ciò che si contiene nel primo interrogatorio, disse non sapere nulla.

Sopra secondo,[898] rispose: Che maestro Girolamo suo cugino:[899] Piero, havendosi a fare e signori: chi sarebbe buono? Lui gli rispose: Iddio v’ispira.

Item, che andò a San Marcho circa ore una di notte, et stettevi insino alle sei; e che fecero una processione, che v’era circa sei persone; fra’ quali era Francesco Davanzati, ser Nicolò Michelozi, Antonio Berlinghieri, e Filippo da Ghagliano; e fu el dì doppo la Ephifania.

Circha le pratiche di Fra G. dice: Era circa devotione et cose della anima; et che mai hebbe commissione alchuna da lui, nè da altri cittadini a F. G., excepto la soscriptione gli diè F. G., la portò a F. G.

Disse, non havere portate lectere o inbasciate, e da chui, e maxime da persone da fuori usciti, o huomini o donne.

Disse, non era a Sancto Marco el dì del caso, se non al vespro.

Disse, non sapere lectere o altre scripture fussino in Sancto Marcho, quello ne fussi.

Sopra le intelligentie. Sopra fare e magistrati. Che praticha haveva in San Marcho. El dì del caso quello. Circha la praticha a F. G. Circha le lectere o inbasciate, e altro. Chol nome di Dio, e a salute dell’anima mia.

Et prima, sopra alla intelligienza, dicho: Che mai ebbi intellingienza in San Marcho chon persona. Vero è, che sendo richiesto da’ frati ched io faciessi fede di quello aveva predichato Fra Girolamo a una lettera inschrivevano al papa, mi soschrissi in su folgli pechori e in sun uno ruotolo, che è una medesima chosa, ch’elgli aveva predichato buona dottrina.

Sopra dare e magistrati, dicho: che mai chiesi, nè per me nè per altri, a persona, fave nè boce[900] nè chosa alchuna.

Sopra la praticha avevo in San Marcho. Come si sa, io v’ò uno figliuolo, che non mi avevo altro che quello, e quello era tutto el mio bene; e più due fratelgli chugini, e uno nipote:[901] e senpre ched io potevo, ero quivi, e avevone la chiave: e quando achadeva avere a fare nulla pel chonvento, lo facievo; e avevo chonoscienza chon tutti e frati: e detto ched io avevo el mio uficio, la mia gioia, parte del tempo mi stavo nell’orto, chon uno chomverso che si chiama Frate Pellegrino, a ragionare cho lui; e anchora favellavo chon Frate Girolamo ispeso delle chose di messer Domenedio; e mai parlai cho lui di dare uficio, o di intelligienza, anzi, la mattina che si fecie la singnoria,[902] v’andavo, e’ non vole ched io emtrassi demtro, mandandomi ad dire che no vuole che si potessi dire che cholà si faciessi intelligienza. Sommi trovato a molte procisione e divozioni, e massime a una che si fecie a dì 7 di gennaio 1497, che durò dall’un’ora insino presso alle 7 hore. E in questo si è, e in ongni altra chosa ched io mi sono trovato in San Marcho, non’ò veduto, nè ne so, se none tutto bene; e mai si troverrà chom verità, di me, altro.

Sopra el dì del chaso, dicho: Che ’l di del chaso andai a udire el vespro in San Marcho; e detto el vespro, me ne venni a chasa, e stetti in sull’uscio tutto el dì. Veddemi Piero d’Antonio di Taddeo, Allessandro Ginori, e Simone Ginori, e Antonio di Lodovicho Masi, e tutti e vicini.

Sopra a fare la singnoria, dicho: Che mai si troverrà ched io ebbi tenuto praticha di fare e signiori, e chiesto fave e boce, o chosa alchuna. In luogho nessuno. Vero è, che maestro Girolamo mio chugino mi domandò una volta, overo due, diciendo: Piero, e’ s’à fare la signioria, ed è pocha chonoscienza: chi sarebbe buono? Dissi: Fa chi Dio ti spira.

Sopra la lettera, o imbasciata, o altro; dicho: Che mal ebbi inbasciate dalle chomesse,[903] nè da persona, nè lettere; e quando l’avessi aute, l’arei portate a’ signori, e fatto quello che richiede mio debito: e mai si troverrà che da lei,[904] o da altri io abbi tenuto praticha nessuna; e se altrimenti trovate, nonne abbiate chompassione nessuna di me, chome sempre v’ò detto.

. . . . . . .

A dì 16 di aprile 1498. Nel secreto. Hore 24.

Piero Cinozzi, di nuovo interrogato sopra tutti li interrogati sopra scritti, di nuovo affermò quanto ha decto di sopra; et al tutto in tutto esser innocente.

. . . . . . .

Item, die 27 di aprile, 1498. Al Bargello. Con la stanghetta.[905]

Piero decto, domandato circa più cose, confessò havere dicto a Fra Salvestro, che non renderebbe fave se non a quelli che credevano al Frate. Et questo dixe in presentia di Fra Salvestro, che gli diceva gle ne haveva decto più volte; et dixe: Io non me ne ricordo mi sia decto.

6.

Esamina di Fra Luca della Robbia.

A dì XII. In sala del Consiglio, SINE TORTURA.

Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia fo fede qui di quello che io feci, e di quello che io vidi fare agli altri.

Prima, dodici dì inanzi al chaso fu’ richiesto una sera da Frate Francescho de’ Medici, se io volevo andare a stare in Sancto Marcho alle volte la sera, perchè avevano un po’ di sospetto; e io gli dissi di sì: e dimanda’ gli se io vi portavo arme, e lui rispose di sì. E chosì feci. E andavovi delle tre sere l’una; e quello che io vi portai si fu una spada e una partigana, e una meza testa. E chosì vi stetti tre o quattro sere; e quelgli che io vi conobbi si fu Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, Baccio mercaio; e chosi parechi altri, ’e quali non chonosco per nome. E l’arme che v’erano, si erano queste qui di sotto, cioè: dieci o dodici chorazze, e chosì altre tante mezze teste, e da sedici o diciotto pardigane, da cinque o sei balestre, e altre tante rotelle; e chosì targhoni, e da quatro archi busi: e quest’è quante arme io vi vidi. Donde elle si venissino, io nollo so. E di poi la domenica dello ulivo, andando io al vespro, udito che io ebi el vespro, dissi a tre mia chonpangni se volevano venire a udire la sua predicha a Santa Maria del Fiore, perchè io non avevo mai udito la sua predicha. Dipoi andamo; e quando fumo dal chanto d’Andrea Chanbini, chomincorono a tirare di molti sassi e fanciugli inverso el popolo: e quando e’ furono dalla chasa d’Andre’ Chanbini, furono parechi che trasseno in chasa Andrea Chanbini. Et choloro che traevano erano gharzoni e fangugli; e choloro ch’erano in chasa si rivolsono, e traevano. E dipoi io dissi a quegli mia chonpagni, che volevo andare a chasa a bere, perchè avevo una gran sete: e loro vennono chon esso mecho. E chosì beuto che noi avemo, ce ne venimo per ire in Santo Marco; e quando fumo al chanto alla Macina, vedemo per la via Largha di molti armati: e dicendo io a choloro se volevano venire in Santo Marcho, sì mi dissono di no. E io andai allora in San Marcho. E chome io fu’ là, io vi vidi di molti armati; e quali erano Francesco Davanzati e Lione Boni e Pagholo della Robbia, Nicholaio chalzaiolo, Girolamo Gini, Iachopo del Bientina, Ridolfo Panciatichi, e Bacio merciaio, e di molti altri, e quali io non so e nomi loro. E dipoi istandoci chosì nel chonvento, fatta che fu la sera, el popolo chaccò[906] fuoco nelle porte. E veduto questo, Frate Girolamo venne in choro, e prese el Sagramento in mano, e ginochiosi, e chosì fecono tutti e frati e secholari; e Fra Girolamo chomandò che si posasse l’arme: e chosì fu fatto. Tutti e secholari posoro l’arme, e da quatro o sei non si chavoro le coraze; et tutti gli altri si disarmorono: e quelgli sei posorono le spade, e chi le partigani. E quegli che io chonobbi, si fu Pacholo della Robbia, e chosì gli altri, Ridolfo Panciatichi; e gli altri non chonoscevo; e Lucha della Robbia. E dipoi istando chosì, e aspetando la morte, el popolo entrò drentro, e venne alla porta del choro; e dipoi uscì fuora del chore tre frati cho’ torchi e cholle chroce in mano, gridando: Viva Cristo. Entrarono là tra loro, e scaramucorono un pocho; e dipoi tutti si fugirono, esendo e secholari in choro: quelgli quatro o sei che avevano le chorazine uscirono fuora, e tutti si fugirono chi pel chonvento e chi fuora, e andamo nel sechondo chiostro; e quivi ve n’era fugiti assai. Entrando là, choremo lor dreto: e io difilandomi drieto a tre, ne gunsi uno; e mena’ gli cholla spada in su le rene: se io lo feri’ no ve lo so dire, perchè si fugì. E dipoi andai, e presine uno autro, e non gli feci male; se none che spogliai. E dipoi ritornamo nel primo chiostro; e quegli tutti si fucirono fuora. Dipoi andamo per quelle stanze, e trovamo quivi di molti armati; entrando dredo sì si rachomandavano, e no’ dicevamo che non avessino paura, perchè non torceremo loro. E dipoi facendomi inchontro, fu uno povero uomo che mi menò d’una spada ruginosa, e ferìmi un pocho nella ghola; e io mi gli achostai, e tolsigli quella spada, e de’ gli chol pome della spada in sul viso: benchè io non gli fei male. Spogliamo quello che voi chiamate el Changniaco; e chosì toglemo di molte arme; e le dette arme le pigliavano quegli frati, e che’ quegli che traevano coll’archo buso, non gli chonoscevo, puro io m’ingenierò di daveli ad intendere. E’ ve n’è uno omo picino, che doveva avere 40 anni, zuchone; e uno tedesco, u’ bello giovane: e chosì uno omo grasso, che aveva el mantello e chapucco; e questo è quello che io vidi. E chosì è la verità.

. . . . . . .

Die xviii d’aprile 1498.[907]

Io Frate Lucha d’Andrea della Robbia schrivo qui di mia mano quello che io feci in Santo Marcho, e quello che io vidi fare agli altri; cioè, che io quando e’ venne el popolo là, mi armai d’una meza testa e una chorazina e una spada e una partigana per difendermi; dipoi presi una rotella: e questo feci, perchè vidi fare agli altri. E quegli che io chonobi si fu Lionello boni[908] e Francesco Davanzati, Iacopo del Bientina, chon uno ischoppietto in mano, e Girolamo Gini chon arme in mano, e uno che si chiama el Monacho; e Pagholo della Robbia armato cholla choraza, meza testa, spada e partigana, dimolti altri armati, e quali non so e nomi loro: e chosì quegli che traevano chollo archo buso, che se io gli vedessi, duti gli chonoscerei. Dipoi, quando el popolo entrò drento, tuti ci riducemo in choro; e dipoi ch’egli ebono rotti tutti gli usci, quando e’ furo a l’uscio del choro, egli era il choro pieno tra frati e secholari, e Fra Girolamo è in choro chol Sagramento in mano, e’ resto erano ginoghioni intorno a’ Sagramento; e quatro o sei in fuora, tutti gli altri erano disarmati; e quelgli ch’erano armati, si erano uno co l’altro Pagholo della Robbia; l’altro si era Nicholaio chalzaiolo, a gl’altri no chonoscho per nome. Dipoi istando tutti ginochioni intorno al Sagramento, aspetando la morte; e quando e frati erano intorno al Sagramento aveano dimolti torchi in mano: e dipoi un frate aperse l’uscio, e aveva uno torchio, entrò là tra loro; e chosì dua altri, e chominciorono a menare cho que’ torchi; e dipoi togliemo le spade che avava posate, e ucimo fuora, e chominciorono tutti a fugire, e noi chorravamo lor drieto. Io andai nel secondo chiostro, gli afrontamo difilandomi dreto a tre; ne gunsi uno, e mena’ gli colla spada in sulle rene; e se io lo feri’ non potetti vederlo, perchè fugì via. Dipoi andai adosso a un altro, e non gli volli dare di filo. Ver’è che io gli detti chol pome della spada in sul viso. Chosì menavo agli altri di piatto, per far loro paura; e chosì ne spogliai dua; uno nel sechondo chiostro: e sanno loro che noi faciavamo poi loro onore, e non faciavamo loro dispiacere: e chosì ispiolglai quello che voi chiamate el Changliacio; e come io dissi, quelle arme che io tolglievo loro se le missono indosso quelgli mia dua fratelgli frati. E chosì vidi qualche frate che se ne mise di quelle che spogliavano. Ora quello è detto che io so, e chosì è la verità.

. . . . . . .

A dì 27.

Frate Francesco dice gli dixe, che e’ portassi sua arme in San Marco.

7.

Esamine di Lionello Boni.

Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.

LIONELLO BONI, examinato, disse circha l’arme mandò a Sancto Marco; disse, che Nicolò calzaiuolo gli chiese arme; al quale gli prestò cinque balestre, tre maschietti, bombardelle tre, et trenta passatoi; le quale arme gli prestò circha uno mese fa, perchè disse le voleva portare a Santo Marcho, perchè dubitava vi fussi fatto qualche baione. Disse, che el dì del fuoco portò la corazza sua a Sancto Marcho; perchè credeva havere ad venire in piazza coll’arme, la quale lasciò a Sancto Marcho, et el di del caso se la misse. Disse, che lui la portava solo a sua difesa, perchè el dì della Assensione,[909] non havendo arme, gli parve havere le budelle nel catino.

Disse, che non haveva praticha nessuna, nè intelligentia alcuna fe’ mai. El dì del caso, disse, alle 23 hore si naschose su fra le camere, con Giovanni Caccini et duo fanciulli, et uscinne el lunedì mattina.

La corazza dice si misse per difendere Fra Girolamo. Quelli de’ quali si ricorda, v’era con arme Francesco Davanzati; con corazza et spada.

. . . . . . .

Die XV. aprilis. In dicta curia.

Item disse, che el dì del caso haveva in dosso la coraza, et uno falcione; et che essendo in Sancto Marcho, che nella bucha dove fu, v’era anchora Girolamo Mazinghi.

Sopra le intelligentie. Sopra fare e magistrati et che ordini. Che praticha haveva in San Marcho, et con chi. El dì del caso quello fe’. Circha la praticha haveva Fra Girolamo. Circha le lettere, inbasciate, o altro.

Spettabili et dengnissimi cittadini. Essendo io stato già due volte dinanzi alla presenza vostra, et da quella esaminato di più chose, ed avendo resposto et dettovi la verità d’ongni chosa, non so che altro dirvi, se none che replicho et chonfesso quello medesimo ho detto l’altre volte. Ma avendomi ier sera dato questo foglio cho’ la nota di sopra, ischriverò a parte a parte. Et primo:

Quanto alla parte della intelligienza, vi dicho di nuovo, none aver mai avuto intelligenza alchuna; salvo, chome vi dissi, mi soscrisi a la soschrizione di Roma, a fare fede chome lui predichava la fede di Dio e la verità. E questo quando mi soschrissi era palese, e in pubricho. E andando al papa, non ci pensai puncto, perchè non era chontro a la nostra ecielsa Signoria.

Quando si faccieva i magistrati, l’ordine ch’io tenevo era questo, che ne facievo horazione a Dio, che m’ispirassi a chi io avevo elegiere.

La praticha ch’io tenevo in Sa’ Marcho era questo, ch’io andavo la mattina alla messa; et chom’era finito l’uficio, mi tornavo a chasa: e chosì il dì tornavo al vespro, e legievo il mio uficio; e poi me n’andavo a mia chonsolazione. E questo era il dì delle feste, e ’l dì de lavorare istavo a bottecha.

El dì del chaso io andai la mattina alla messa, et dipoi me n’andai a desinare: tornai dipoi al vespro; e detto il vespro, venne uno rimore; di che inteso, dicievano che a Santa Maria del Fiore vi si chacciava la gente de la predicha: e in su questo, di tratto giunse giente in sulla piaza; che chredo io alle bocie fusino più garzonotti che uomini. Dipoi rinforzando, esendo io quivi, mi misi la chorazza e ’l falcione a lato, e stettemi da quello uscio che va nella Sapienza; che a me mi pareva quello, è il vero, esere più sicuro della mia persona che luocho vi fussi. Et quando venne il maziere da parte della nostra escielsa Signoria, dicendoci che noi posasimo l’arme, et che se noi volevamo uscire di quivi uscisimo, e chi voleva rimanere rimanessi, io posai l’arme, et stettimi pel munistero: e lunedi a ore XXI o circha me ne uscii, e andamene a chasa.

Et più mi dimandate le pratiche aveva Frate Girolamo. Io nollo so, perchè, chome v’ò detto di sopra, udito l’uficio, io me n’andavo a fare e fatti mia. E questo era il minore pensiero ch’io avevo.

Et più dite di lettere e inbasciate e altro, io non ne so nulla, chome v’è detto di sopra, e l’altre chose.

Io Lionello Boni ho fatto questa fede di mia propria mano, questo dì 15 d’aprile 1498. Et alla vostra signoria mi rachomando.

8.

Esamina di Francesco Davanzati.

Die XIIII aprilis 1498. In curia Bariselli.

FRANCESCO di Lorenzo DAVANZATI, examinato in curia Bariselli, della soscriptione, dice fe’, perchè disse che la volevano mandare a Roma, per manifestare la sua doctrina essere buona. Circa al favore degli ufici, dice: Qualche volta ragionando con F. S.,[910] F. B. Cavalcanti, e con Ruberto Ridolfi, Giovanni di Leonardo Carnesecci, essere a fare la signoria o gli Otto: e’ si vuol vedere di fare qualchuno fussi sufficienti. E qualche volta nominavano; chome fu Filippo Buondelmonti, quando si fe’ el gonfaloniere di iustitia.

Disse, che è circa tre settimane in circha, che Francesco de’ Medici gli richiese qualche pezzo d’arme: perchè noi habbiamo sospetto di non essere offesi. Il che vi mandò dodici partigiane, x meze teste, sei rotelle, tre targoni coll’arme sua, sette targhoni bianchi, hebbe da Matteo Strozzi; una corazza: disse per acopagnare el Fratre. Da poi, non portando arme, la lasciò lì.

Interoghisi delle parole usò con Piero Corsini, del tagliare il capo a 20 cittadini.[911]

. . . . . . .

A dì 24 di aprile. Nel segreto, verbis.

Circa l’arme mandò in San Marco.

Circa quelli confortò et richiese a mandare arme in San Marco.

Circa la sobscriptione, quello ne sa, et come la passò.

Circa la inbasciata portò il dì del cimento.

Circa quello fece il dì dello scandolo; et quello dixe a Fra Girolamo in chiostro, quando voleva venire a palagio.

Circa l’ordine del venerdì santo, hora fa l’anno.

Circa le pratiche di San Marco.

Circa il favore si facevano l’uno all’altro, nel fare delli ufici.

Circa il sapere e manifestare a Fra Girolamo le Signorie inanzi fussino pubblicate.

Circa le inbasciate portate per conto di Fra Girolamo.

Circa l’avere detto di non rendere fave nere, se non a quelli credevano a Fra Girolamo.

L’è interrogato de 20 capi parlatone con P. Corsini.

. . . . . . .

A dì 26 di aprile 1498.

Circha a l’arme ch’io mandai in San Marcho uno mese fa o più, che Fra Francesco de’ Medici mi disse: Aveteci voi da prestare arme nesuna? Io gli disi: Che arme volete voi? Lui mi dise: Quelle che voi avete. Io gli disi: Io ò dodici partigiane, et dieci mezze teste, e sei rotelle, e tre targhoni. E più mi dise: Sapete voi nesuno amicho quivi di casa, che c’avesi da prestare qualche targhone? Io già disi: Matteo Strozzi so che n’à. Lui mi dise: Io vorei che voi gli dicesi per nostra parte, che ce ne servisi di qualchuno. Io lo trovai in Merchato nuovo, et disigli per parte di detti frati, chome e’ vorebono che gli prestasi parechi targhoni. Lui dise: Sì bene; mandino por esi a lor posta. Et di poi e’ mandorono detti frati Nicholaio chalzaiuolo, et due o tre loro fattori pelle dette arme. Et dipoi andorono in chasa Matteo Strozzi, e ebono sette targhoni.

Circha a chi portasi arme in San Marcho, Fra Francesco detto ne richiese Ruberto Ridolfi et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli, et anche potrebe essere che ne richiedese Lesandro Pucci et Bernardo Martini; pure di questi io non lo so chiaro. Ruberto Ridolfi dise, che no ne aveva in chasa, perchè quando e’ fu podestà et fu vicario di Valdelsa, che perdè ogni chosa; pure vedrebbe di provedercene qualchuno. Et Giovanni Charnesechi et Giovanni Chapegli disono di provederne. Alesandro Pucci dise, non ne avere, et che darebe qualche danaio; stimo dicesi[912] fior. uno.

E più Giovanni Charnesechi dise, che soleciterebe Giovanni Chapegli; che vi mandasi non so che choraze et schopietti, et polvere et pallottole.

Circha alla soschrizione, da quella che andò a Roma in fuora, io non so altra soschrizione, et no mi trovai mai a altra soschrizione.

Circha alla inbasciata fatta il dì del cimento, la sera dinanzi Fra Girolamo mandò Giovanni di Iachopo di Dino per me a parlare a uno de’ signori che desiderava avere la loggia pe’ sua frati più tosto che la ringhiera: di che ci fu detto che era uflcio de’ X. Et andando a’ X, e loro disono di servillo;[913] e Giovanni di Iachopo di Dino rimase innanzi a loro pel chonto de legniame. Et dipoi Pagholo Antonio Soderini si levò da sedere, e sì mi dise: Francesco, di’ a Fra Girolamo che a me parrebbe che dovesi più tosto tòrre Santo Romolo, ch’è più sicuro. Et io gli fe’ la inbaciata.

Et di poi la matina del cimento Fra Girolamo mi mandò a parlare a qualchuno de’ X, e che ’l fuoco si dovesi apichare da uno de’ lati, et ch’e frati entrasino da l’altro lato, et dipoi ch’eli erano entrati, ch’el fuocho s’accendesi dietro a loro, acciochè e’ non potesino fugire.

Di che io andai in palagio, et parlai a Pier Francesco Tosinghi; di che vi fu presente Adovardo Chanigiani: et dipoi tornando inverso San Marcho, ischontrai pella via tre de’ detti X, cioè Domenico Mazinghi, Giovan Batista Ridolfi et Luigi della Stufa, se io non erro, et disi loro quel medesimo; di che vi fu presente Adovardo detto.

Circha il dì dello scandolo, quello ch’io feci là vi fu i’ rumore: et io m’andai a mettere la choraza ch’io v’avevo, che l’avevo anchora sabato matina, chon chredendo andare in piazza cho l’arme; et chosì avevo arechato uno choltello bolognese. Et Piero Francesco Tosinghi, mi dise, che la matina non si aveva a portare arme. E tanto si è, che ’l dì io me la mesi, e ’l choltello a lato; et steti chon esa ischoperta circha d’una meza ora; et dipoi mi vi mesi su la mia ghabanella paghonaza, e ’I choltello a lato, e ’l chapuccio in chapo, et veni in sulla piaza di San Marcho in chapuccio et in ghabanella, perchè egli era uciti fuora parechi armati; et io gli chonfortai a tornare drento, perchè eglino stavano meglio in chasa che fuora, et più sichuri stavano.

Et di poi mi ritornai nel chiostro, e sì mi steti pel chiostro e in chiesa, e mai tenni in mano arme da ofendere; et tutavia teni in mano uno chrocifiso picholo d’ottone; et quella fu l’arme mia.

Et il dì detto non mi ricorda mai che io parlasi a Fra Girolamo; che se io gli avesi parlato, io ve lo direi.

Et di poi egli era in chiesa chol Sacramento in mano, et Fra Domenicho aveva in mano uno chrocifiso; et tuti que’ fraticini intorno, chi chol chrocifiso et chi cho una croce rosa in mano; et chosì v’era qualche secholare; et quivi si chantava Salvu’ fa’ popollo tuo, Salvu’ fa’ popollo tuo. E Fra Girolamo diceva; Abbiate fede. Et Francesco del Pugliese ed io eravamo fra loro frati, et chantavamo: e stimo a questo modo insino che doveva essere dua ore et mezzo di notte circha. Vero è che in quelle dua ore e moza incircha Fra Girolamo mi dise due o tre volte: Che fanno questi nostri nemici? Io gli disi; E’ chombattano chome voi sentite et vedete. Et più già disi, che fuora era di molto popollo, sechondo si diceva et sentiva. Et in effetto alle dua ore ½, in circa, Francesco del Pugliese ed io ci partimo di chiesa, et andamocene in chamera d’uno frate; e sì ci si aviò dietro uno amicho di Francesco del Pugliese, che stimo sie tesitore o divettino, povero, et e’ none aveva arme: et quivi stemo tutta notte. E la matina in sul dì, Ghuglielmo degli Alesandri, et Piero di Francesco Chavalchanti ce ne chavorno per loro ghrazia; et Piero Chavalchanti m’achompagniò insino a chasa.

Circha al venerdì santo, io non ne so nulla. Vero è ch’io udi’ dire, ch’e cholegi erano su alla porta del palagio. E se io sapesi nulla, io ve lo direi. Ma e’ n’è vivi sei di noi; intendete da loro se lo sanno.

Circha alle pratiche di Sa’ Marcho, io per me non so pratiche nesuna.

Circha al favorire degli ufici, io nollo so per me. Vero è che quando e’ s’aveva a fare o signoria o Otto, che Ruberto Ridolfi ed io dicevamo: Die ci dia ghrazia che noi abiamo una buona signoria o buono uficio d’Otto, per tuto bene della patria nostra. E questo è la verità.

Circha a sapere et manifestare a Fra Girolamo la signoria innanzi fusi pubrichata, di questo io non ne so nulla. Accetto che, quando io fu’ de’ signori, e mi fu detto la sera dinanzi da parecchi ch’io sarei de’ signori; e la matina io andai in San Marcho a udire mesa, et trovai Fra Salvestro; lo gli disi, ch’io stimavo la matina essere de’ signori, et che facesi fare orazione per me. E lui mi menò a Fra Girolamo; che questa fu la prima volta ch’io gli parlai, et disigli che preghesi Iddio per me; e chome io stimavo essere de’ Signori. E Die ’l volesi ch’io non lo avesi mai chonociuto.

Circha alle inbaciate portate per conto di Fra Girolamo, io non ò mai portate inbaciate, se none quelle ch’io vi disi a Francesco Valori, che gli faccesi rafermare la Sapienza[914] per uno altro anno: et questo stimo mi dicesi Fra Chosimo Tornabuoni per parte di Fra Girolamo.

E questo è la verità: e se voi mi trovate altrimenti, fatemi quel ch’io merito: e a voi mi rachomando quanto so et posso.

E più mi richorda, ch’io disi il detto dì, nel chiostro, a Nicholaio chalzaiuolo: Istati chostì a la porta chon quarche chonpagnia.

. . . . . . .

Die XXVII aprilis 1497.

Francesco decto. Inter cætera dice, essere vero che a quelli del Frate, ne’ render delle fave, faceva qualche cosa meglio che alli altri.

Die XVIII aprilis 1498.

9.

Esamina di Fra Girolamo Gini.

Ego frater HIERONIMUS Andreæ DE GINIS fo fede chome gli è vero, che circa du’anni passati, essendo io usato un tempo in San Marco, e andando a udire le prediche di Fra Girolamo, che un dì Frate Ruberto da Ghagliano mi richiese ch’i’ dovessi fargli conpangnia quando Fra Girolamo andava a predicare; che allora credo fussi suo compagnio; e dimandando dell’arme, se si poteva portare, intesi essere di volontà della Signoria, e quando degli Otto: e questo credevo, perchè molte volte vidi degli Otto impersona, o uno tavolaccino e uno famiglio d’Otto, el quale non mancava mai.

Et etiam è vera cosa, chome molte volte vi sono abergato, richiesto da Frate Francesco de’ Medici, maxime da circha un mese o poco più in qua: e veniva più persone perchè havevano sospecto non n’esser offesi. Quegli vi venivano, ch’io mi ricordo, sono questi: Bartolomeo Bartolomei merciaio, Nicholaio calzaiuolo, Luca d’Andrea della Robbia, Iacopo del Bientina, Lazerello da Filicaia cioè Buonacorso, Ridolfo Pancatichi, Diofebo della Stufa, Zanobi righattiere: e così ogni sera, circa a 15 dì inanzi el caso, vi stava sei o otto.

E più dico che una sera, forse otto o dodici dì inanzi al caso, da parte di Fra Francesco de’ Medici, andai con Nicholaio chalzaiuolo a casa Francesco Davanzati, e venne dua garzoni di casa, no so o vetturali o ortolani; e da Francesco Davanzati s’ebbe dodici partigane cho’ manichi neri, e dieci meze teste e cinque rotelle coll’arme sua, e tre targoni: e così andorno in casa Matteo Strozzi da l’uscio dirieto, e io aspettai in casa Francesco; ed ebbesi sei o sette targoni sanza dipigniere: e così si portorno in Sa’ Marco. Potetto’ essere quelle sere abergai in Sa’ Marco, otto sere.

E così dico, el dì che fu el caso, ch’io ero in Sa’ Marco a udire el vespro; e detto che fu el vespro, volendo andarmene in libreria, si levò un grande romore di giente che tornavono da Santa Maria del Fiore; e da uno, che si chiama Francesco del Beretta, intesi chome erano stati assassati: e venendo el rimore e ’l popolo quivi, andai in una stanza dalla porta del chiostro, che si chiama la squola, vedendovi di molti huomini; e quivi mi messi un vestito nero di maglia e una meza testa e una spada e una rotella; e vidi quivi parechi balestra, e così dodici o sedici coraze in uno cassone, che non so niente donde fussino venute. Vero è che molti corsono quivi per l’arme che in una furia furno levate; tra’ quali vidi Diofebo, Alesso Baldovinetti, Bartolomeo Bartolomei, Luca della Robbia, Zanobi rigattiere, uno sarto overo orafo, el quale uscendo poi fuori fu ferito; et così vidi quivi Nicholaio: poi vidi Francesco Davanzati con una coraza rossa, Lionello Boni con una coraza azura, Tomaso Spini armato; et così dimolti ch’io non conobbi. E cessato el romore alquanto, posi la rotella giù in una camera nella scuola e mai imprima ero uscito fuori. Di poi, andando pe’ chiostri colla spada e in ghabbanella, cholle pianelle in piè, venne la sera; dove Fra Girolamo venne in coro, e lì pigliò el Sacramento in mano, e Fra Domenicho un crocifixo, e cominciorno a chantare: Salvum fac populum tuum, Domine etc. Et così stando alquanto, fu appicato el fuoco alla porta della chiesa e del chiostro; e Fra Girolamo disse, che si ponessi giù l’arme: dove usci’ di coro, e andai in sagrestia, in una corticina; e da uno pozzo che v’è lasciai la spada e la meza testa, e ritornai in coro; dove, inginocchiato in sulle scalee dell’altare, aspectavo tuttavia di morire, stimando morire per Cristo. E così entrando loro dalla porta della sagrestia, fu aperta loro la porta del coro da certi frati, e fattosi loro incontro con croce in mano e con torchi; tra’ quali conobbi uno Fra Giuliano Maria grande, Fra Marco Gondi, e cierti ch’i’ non conobbi: e così usci’ fuora io, sanza arme nessuna; e Ridolfo Pancatichi, no so già s’aveva arme: così venne drento Andreucco Calderai, armato con un pugnale in mano, e a lui dissi che mi dessi, ch’ero sanza arme. Non mi volse dare, ma tirossi in sulla scala, ed io da un altro fu’ ferito nella testa, che m’uscì molto sangue, in modo no potevo appena stare impiè. Achosta’ mi allor’a Andreucco, ch’era in sulla scala, e disigli che uscissi fuora, perchè già erano stati spinti indrieto, che m’averia fatto piacere a me. E così mi tornai allora in coro in s’uno cierto letuccio o pancha a sedere, che non potevo regermi. E così vidi Ridolfo Pancatici ferito a morte qui in terra, e Fra Domenico lo comunicò. E dipoi Fra Girolamo andò su, e di subito tornò: e dare[915] due archibusi in coro, e uno tedesco e uno i’ mantello e ’n capuccio, grasso.[916] Chosì poi Fra Girolamo tornò giù, e allora allora tornò su; dove venne Ghugliemmo degli Alesandri, e uno de’ Riccalbani, per parte de’ commessari. E così andorno, e ritornorno; e Fra Girolamo disse di volere andare alla Siginoria. Et così andai in una cella d’uno frate, e faca’ mi la testa, e dalla libreria trovai Gioranni Bettini; e lui mi dimandò chome stavo della testa. Risposi: mi dolevano più dua fiorini avevo perduto, che allora avevo ritrovati. Chosì dimandai se potevo uscire sicuro. Disse che, stando un poco, tutti usciremo sicuri. Et avendo auto quatr’anni volontà d’essere frate, come le Vostre Signorie per più pruove possone essere certi, mi vestirno. Queste sono le cagione del mio non esser fatto frate a caso. Havevo studiato du’anni, avevo data la bottegha a u’ mio cogniato: la pigione diceva in lui dal primo di d’aprile in qua. Havevone richiesto Fra Domenico, Fra Girolamo, Fra Salvestro e degli altri, più volte. E questo è quanto vi posso dire di verità.

. . . . . . .

Die XVIIJ aprilis 1498.[917]

Frater Jeronimus Andree Zenobij de Ginis, nondum professus.[918]

Che domenicha fe otto dì, era secolare in Santo Marcho, e sentendo el romore si chavò el mantello nella scuola del convento, e quivi preso una rotella et una spada et uno giacho di maglia e meza testa; li quali prese per diffendere sè e frati, bisognando, e disse:

Che lui che essendo preghato prima da frate Ruberto dagliano,[919] che coll’arme accompagnassi Frate Girolamo e che circha l’armi aria, et allui era detto da parte della Signoria o degli Otto, potevano portare l’arme; et questo gli disse detto frate Ruberto.

Et che la sera del caso, trovando lui Giovanni Vettori dalla libreria, dicendo chome lui stava della ferita, et che detto frate Girolamo[920] haveva duo fiorini in mano, dicendo: io ho più caro questi duo fiorini che io ho ritrovato, che più mi dolevano che la ferita ho.

. . . . . . .

Jesu Christo. A dì 19 d’aprile, 1498.

Io frate Girolamo d’Andrea Gini fo fede dinanzi Addio e gli huomini come gli è vera cosa che, essendo la domenicha dell’ulivo, cheffumo adì VIII d’aprile 1498, nella chiesa di San Marco al vespro, nella qua’ chiesa da parechi anni in qua: sono stato la magiore parte del tempo; effinito detto vespro sentii un romore d’uomini e donne che tornavano da Santa Maria del Fiore, e veduto giente assai, andai in una stanza dalla porta del chiostro, chessi chiama la scuola; e quivi m’armai di queste arme: cioè uno pitocho forte, una rotella, una spada e una meza testa, e mai mi partì del chiostro nè uscì fuora: et cessato alquanto el primo romore, posi giù la rotella, e tolsi la mia gabanella elle pianelle, e restommi la spada, e così andai per que’ chiostri. E venuto la sare,[921] el romore crescendo, venne fra Girolamo in coro e pigliò el Sacramento, e quivi in ginocchioni cho e’ frati, cantando: Salvum fac populum tuum Domine etc.: mi posi qui in ginochioni, ed eravi cierti altri, a e’ quali Fra Girolamo disse, che li dovessi diponere l’armi.[922] Per la qual cosa mi partì di coro, e andai in sagrestia, in una corticina chevv’è appiè d’un pozo, e qui lasciai la spada ella meza testa, e ritorna’ mi in coro e posimi quivi in ginochione in sulle schalee dell’altare, aspettando la morte per l’amore di Christo. Entrando all’ultimo uscio dal coro quegli di fuora, si fecie loro incontro parecchi frati, tra quali era uno ch’a nome frate Giuliano Maria e un altro frate Marco Gondi, gli altri in su quello non conobbi, e avevano croce in mano e dicevano: Viva Jesu Christo. Ed io mi feci inanzi, e da una pila d’aqqua benedetta mi scontrai in Andreuccio Calderai, e allui mi offersi se mi voleva dare,[923] che era armato e avea un pugnale in mano: non mi dette altrimenti, ma andò dalla scala chevva su; e in quello ebbi d’una lascía o altro nella testa. Essendo rimessi indrieto, ne fu presi e spogliati, e io parlai con Andreuccio ch’era in su quella scala; e perchè e’ non mi aveva voluto dare, che arebbe potuto, e perchè m’è alquanto parente, lo consigliai si partissi; acciò non fussi guasto. Così mi tornai in coro dove trovai Ridolfo Panciatichi ch’era in terra ferito a morte, e standomi a sedere pel sangue m’uscii, vidi fra Domenicho comunicallo. Et così fu arecato in coro due archibusi,[924] et uno tedesco n’era che traeva, e vidivi Pagholo della Robbia armato e Lucha suo fratello et uno certo Grasso, che non so el nome suo, chemmi pare forestiere o gli è stato un tempo di fuora, e Francesco Davanzati colla coraza solamente: di poi parechi frati presono l’arme. Eravi quivi dimolti disarmati, tra quali conobbi Francesco del Pugliese in mantello e chapuccio, Raffaello delle Colombe e Bartolomeo suo fratello, uno che si chiama ser Zacheria e Iacopo del Bientina, e certi altri ch’i’ non conobbi: chosì durando la cosa, si partirono in ultimo et andorno suso; dipoi imediato si tornò giù, poi si tornò su, dove venne Ghuegliemmo degli Alesandri e uno de’ Ricalbani per parte de’ Commessari, e dipoi ritornorono ch’erano in libreria, e disse di venire, dove poi trovai Giovanni Bettini chemmi dimandò come istavo della testa: risposi che mi davano più noia dua fiorini ch’io avevo perduti, chella ferita, e’ quali avevo ritrovati che allora gli avevo in mano, e dimandalo se potevo partirmi sicuro: dissemi ch’i’ stessi um pocho che saremo tutti savati. In questo tempo, avendo io auto desiderio più di quatro anni d’essere frate; mi venne pensiero d’adimandallo al priore e gli altri; perchè a ogni modo m’era stato promesso in questa pasqua. E che questa sia la verità ne potrei dare molte prove delle quale ne dirò alcuna: l’una si è che m’ero spodestato della botteghe e avevola data a uno mio cogniato, ella pigione dice in lui[925] dal primo di aprile in qua; l’autra che 2 anni sono passati, o atteso apparare gramatica per venire a questo effetto, chemmasegnato[926] Messer Niccholò priore della Sambucha, che sta a casa in sulla piaza del Re. Ancora l’anderei io[927] affare compagnia a Fra Girolamo quando andava a predicare, dicho ch’io ne fu’ richiesto da frate Ruberto da Gagliano e fra Santi Rucellai, e dell’arme si portava intendevo essere di comessione degli Otto o della Signoria; e questa m’era agievol cosa a credere, perchè molte volte vidi degli Otto in persona, ma uno tavolaccino e uno famiglio d’otto non manchava mai.

10.

Esamina di Bernardo Ricci.

Die XVIII aprilis 1498, examinato.

BERNARDO DE’ RICCI disse: Ch’è circa XV giorni, che Francesco Valori gli disse, che haveva sentito che in casa messer Agnolo Nicolini, e in casa que’ Nerli, e in casa di Piero degli Alberti, si faceva raunate; sichè vorei tu ne andessi a sentire qualche cosa, perchè io me ne risentirei colla Signoria, e ingegnere’ mi con quella. A che Bernardo detto la ’mpose a Nicolaio calzaiuolo che ei n’andessi a sentire e riferillo a Francesco Valori. Et ciò fece pur perchè sentissi Francesco, che lui l’aveva commesso che tale opera seguissi.

11.

Esamina di frate Roberto Ubaldini da Gagliano.[928]

Ad veritatem manifestandam, pro gloria Dei omnipotentis. Die xxi aprilis 1498.

Requisitus ego Frater ROBERTUS UBALDINUS de GAGLIANO, civis florentinus, et frater professus, licet indignus, sacri ordinis Predicatorum, in conventu Sancti Marci Florentie, a magnificis Dominis Florentinis et ab eorum commissariis, in secreto aule Magni Consilii populi Florentini, facio fidem:

Qualiter de anno Domini MCCCCLXXXXVII, et de mense iunii, seu iulii, vel alio veriori tempore, cuius memoriam puntualiter non retineo; essendosi ordinato in San Marco di mandare al Sommo Pontefice una attestatione in nome de’ Frati della congregatione di Sancto Marco predecto, in favore di Fra Hieronymo da Ferrara, allora vicario di decta congregatione, testificando che lui, el quale era stato excommunicato per causa di predicare errori et doctrina pernitiosa et suspecta di heresi, non era heretico nè seditioso, et che la sua doctrina non era pernitiosa, nè induceva il suo predicare divisione in la città, ma sì bene unione et pace; et però supplicandosi di grazia al Sommo Pontefice che absolvessi decto Fra Hieronymo; offerendo, se la testificatione di circa 250 frati non bastassi, la soscriptione di molti cittadini nobili et buoni della terra; et che se anche quella non bastassi, promettendone dipoi non solo molte centinaia, ma etiamdio migliaia; ser Benedecto da Terrarossa et ser Philippo Cioni notai fiorentini, mia amici, sapiendo che io facevo assai buona lettera, mi feciono scrivere questa tal cosa in carta buona di mia mano, et loro haveano a esserne rogati. Et soscripto che vi fu Francesco Valori et messer Domenico Bonsi et messer Francesco da Jesio, mi fu da Fra Silvestro commesso che io attendessi con diligentia a tale soscriptione; et io acceptai la commissione et attesi alla opera stando nello hospitio, et in presentia quando di ser Benedecto, quando di ser Philippo, et quando di tuct’a dua; et alcuna volta di qualche altro che vi si trovava, così frati come seculari; et leggevo tale capitulo a’ cittadini che venivano a soscrivere, et ad alcuni dictavo la soscriptione, et alcuni no, che voleano scrivere a loro modo, et io gli lasciavo dir come voleano. Erano condocti quivi, chi da sè, chi da qualche frate, chi l’uno amico da lo altro, et chi da Giovanni Spina et Francesco suo fratello, chi da Giovanni Carnesecchi, Andrea Cambini, Benedecto Buonvanni et altri amici che lo ricordavano loro.

Et essendovisi soscripti alcuni in quel tanto tempo che io non mi vi trovavo, come è quando andavo a dire la messa o altro, che erano persone ignobili, come fu, credo, non so che barbieri et notaii; et essendo scriptosi Piero Mascalzoni, Niccolò di Ghardo, et non so chi altri; Fra Silvestro, leggendoli, me ne riprese dicendo: Che io attendessi a soscrivere huomini da bene et nobili, come di sopra era promesso nel capitolo; che questi huomini di poca auctorità non erano al proposito, non rispondendo a quel che di sopra si prometteva. Onde io ne mandai via molti, che io non lasciai poi soscrivere: ma anche poi in me pensando che si dovessino scandalizzare, ne lasciai soscrivere d’ogni sorta. Alcuni si soscrivevano, et dicevano: questo è il Vangelio di Sancto Giovanni; io voglio menare il tale et il tale; et poi ne menavano detti altri, chi sì et chi no. Anche io mandai per alcuni miei parenti et amici, che non vi volsono venire; come fu messer Giovanni Cerretani, Ghuglielmo Altoviti, messer Giovanni Buongirolami, et altri che io non mi ricordo al presente. Alcuni vi vennono, et soscripsonlo. Fecilo, perchè stimavo bene fare testimonianza alla verità, havendo io scientia di questo, secondo e theologi, et de iure, essere obligato parimente[929] chi non dà testimonio al vero quando bisogna, et chi iura el falso: et sapevo che la doctrina di Fra Hieronymo era solida el sana, et non heretica. Alcuni vi soscrivevano, et promettevano poi di menarvi di quelli adversarii di Fra Hieronymo, de’ quali ora non mi ricordo. Bene ho a memoria che Piero di Lucantonio delli Albizi promisse menare Piero delli Alberti, che li aveva decto venire, et poi non vi venne. Alcuni dixono di farvi venire Alphonso Strozi; alcuni dixono di Iacopo di Tanay; alcuni, Philippo Giugni, dicendomi se noi li accepteremo, che loro dubitavano. Io rispondevo, che gratiosissimamente, et che faremo loro sempre ciò che la charità richiede, et che habiavamo ognuno per amico; et andavo in verità di cuore. Non vi venivono poi questi tali. Bene vi venne Iacopo Stiattesi, et non so chi altri; che non haremo mai credutolo. Partivomi alle volte di quivi, et restavavi de’ frati, che a caso vi si abbattevano. Vennonvi alcuni, che non si volsono soscrivere; come fu Antonio Giraldi, Luca d’Antonio delli Albizi, Gianozo Pucci et il Bucto de’ Medici,[930] et alcuni altri, a’ quali Fra Silvestro poi parlava da parte, et Fra Domenico; et chi convertivano a soscrivere, et chi no. Fra Silvestro conduxe Giannozzo Pucci, el quale a me parve che la soscrivessi forzato et molto malvolentieri.[931] Mandossi a casa a messer Agnolo Niccolini: non la soscripse, ma dixe che voleva venire a Sancto Marco, et dire che non stava bene a dire male de’ cittadini, et che poi la soscriverebbe; ma che farebbe una soscriptione cavillosa, che non ci farebbe fructo. Quelli notaii si maravigliorono di tal risposta, et lasciaronlo stare. Mandossi a casa Giuliano Salviati; et non la soscripse, se io non mi ricordo male. Mandossi a casa Lorenzo Tornabuoni, per Fra Cosimo.[932] Dixe, avere per male d’essere stato delli ultimi richiesti, che credeva essere de’ primi; et soscripse di sopra in certi spatii che vi erano piccoli. Ma innanzi a lui erano scripti forse 200 o più. Non si finì tal cosa, et rimase imperfecta, perchè la pestilentia ci venne in convento appuncto alhora. Commissesi a Andrea Cambini che conferissi con Francesco Valori quanto era seguito; et intesi io poi da Andrea, che Francesco rispose: Che la si ardessi, che mai non se ne trovassi copia alcuna, et per niente che la non si mandassi a Roma. Dicendolo a Fra Hieronymo, non mostrò farne molto conto; et credo che per inadvertentia così si restassi. Io credendo fare bene, et per obedientia, attesi a tal cosa, non solo di Fra Silvestro, ma di Fra Hieronymo; el quale, inteso che io havevo tale opera in mano, fu contento che io la tractassi, perchè havevo notitia delli huomini.

Circa la mia compagnia et conversatione con Fra Hieronymo; nacque prima da la lectione che mi leggeva, che ero suo discepolo; et oltre a questo, suo adiutore a scrivere, maxime quando componeva alcuna cosa et opera o tractati della fede et De Simplicitate Christiane vite, et tucte le altre sue opere. Et ne’ primi tempi scrivevo buona parte delle sue lettere, che mandava a frati, a prelati, a monasterii o al generale o al Conte della Mirandola, et cose di non molta importantia; perchè le cose di grande importanzia lui le scriveva da sè, o le faceva fare a Fra Domenico. Accompagnavolo fuori alla predica, et di fuori, et quasi per tucto, et servivolo in molte cose necessarie a uno simile prelato. Andai a Pisa, a Lucca, a Pistoia et Prato con lui, andandovi lui a predicare, innamorato della sua doctrina et optimi et honesti costumi: et da presso a tre anni in qua, o due anni, et più, non mi sono impacciato di sua faccende; maximamente di lettere, che le ha fatte Fra Niccolò da Milano. El resto della sua persona faceva Fra Baldassarre Bonsi et Fra Francesco de’ Medici; et io stavo al mio studio, et a mia devotione, servendo alle volte in alcune commissione impostemi per obedientia.

Ma parechi anni sono mi mandò a Roma, tornato che io fu’ da Sancta Maria del Saxo, pel caso della separatione; con lettere del nostro reverendissimo generale dell’Ordine, et con lettere del Cardinale de’ Medici, et altre raccomandatorie della causa nostra; et, se io non erro, di messer Guidantonio Vespucci al Cardinale di Napoli: et finalmente, quella obtenuta dopo uno certo tempo, havendoci Fra Hieronymo decto che tal cosa era la volontà di Dio per riformare la nostra relligione, et per fare gran cose, et che haveva a venire tanto Spirito Sancto, et in tanta abbundantia che noi stupiremo, et che haveva a essere una congregatione perfectissima, alla quale havevano a correre li huomini stupefacti, et di ogni relligione haveano a venire a noi, et seculari huomini di gran cervello et credito, et che la haveva a essere la più perfecta di tucte le relligione, non mi parendo a me vedere a tante promesse larghissime rispondere così larghi effecti quali io mi haveva concepti: benchè io in questo ero troppo indiscreto, che poi quando lo fece in processo di tempo, molti frati si infirmavano, et non si poteva reggere,[933] bisognò, maxime per rispetto de’ giovani, ricorreggere. Pure vedendo io maxime una cosa di scandalo, cioè essersi facti tre gran maestri in casa, lui et Fra Domenico et Fra Silvestro, et haversi usurpato ogni dominio et libertà et exemptione; nè essere in alcun modo subiecti, come si richiedeva, alla professione loro; et veduto che ogni cosa fra loro tre si concludeva et diffiniva; benchè vi si aggiunse un quarto, che pur si consigliavano molto con uno Frate Antonio de Holandia tedesco, che è padre di religiosa vita; et poi che li altri padri et frati vi restavano per dire di sì a quello che loro facevano; mi ristrinsi mormorando, et dolendomi di tal cosa, et con Fra Hieronymo, chiamando la loro, una tyrannide, et con alcuni altri frati e quali trovavo havere le medesime tentatione che io: maxime uno predicatore frate Antonio da Radda; et per questo fumo poi sempre tenuti bassi, maxime io, et fummi tolto in casa et fuori ogni credito et opinione: di che io ringratio Dio, perchè mi torna più utile alla anima. Questo credo solo fussi, perchè io non havessi ardire a contradire loro; excepto che pure Fra Hieronymo saviamente, con piacevoleze con ogni mansuetudine et humilità allegando molte ragioni, concludendomi mi teneva quieto; et io vedendo molti buoni frutti et unione d’animi et relligiosa vita in communi, havevo poi scrupolo di conscientia, et stavomi in mia quiete per non contradire alle opere di Dio; che Fra Hieronymo mi metteva scrupolo, dicendo che io li havevo facta resistentia a molte cose che mi haveva decto, che così era stata la volontà di Dio: et humiliavomi a lui, domandandoli perdono. Et pure queste dubitatione mi ritornavano, maxime vedendo Fra Silvestro tucto el dì consumare pe’ chiostri con circuli di cittadini a torno, et chiachiere; il che io dannavo, et dispiacevami: et pure di nuovo me ne doleva, et mormoravo con diversi padri et frati; ma finalmente bisognava havere patientia: et simile di Fra Domenico, el quale credo sia huomo di buona purità, ma di dura cervice, et troppo credulo a revelatione et sogni di donne et di capi deboli et stolti; et chi non li credeva, era tra noi in continuo martyrio: et questi tali rarissime volte venivano a stare con li altri a cose comune, per essere occupati in queste loro faccende, che a me erano tucto scandalo.

Quanto a le arme, che venissino in convento, non ve ne so dire nulla; se non che, due anni fa, veniva ser Giovanni Vitelli prete, et lasciavami sempre in cella uno suo falcione a serbo, perchè ogni mattina accompagnava Fra Hieronymo con meco alla predica: et io non havevo scrupolo a serbarlo, perchè Fra Hieronymo et Fra Silvestro mi dettono licentia; che io serbavo anche uno suo mantello, che adoperava Fra Hieronymo quando havea predicato, essendo sudato. D’altre arme non so nulla.

Quanto allo havere io altra soscriptione in fogli o quaterni secreta, questo non è già vero. Io non seppi mai, nè so d’altra soscriptione, fuor di quella che sopra ho scripta.

Quanto al predicare io per Fra Hieronymo; io predicavo per obedientia, non già che lui mi dicessi mai: Predica così o così; ma io predicavo lo Evangelio, et non predicai mai di Stato. Chi mi ha udito, lo sa. Io exponevo le sacre Scritture secondo e sacri doctori. Bene è vero che, credendo io alle prophetie di Fra Hieronymo, io exposi molte figure (non le extorcendo) del Testamento vechio, ad tale proposito.

Et predicavo la excomunica non valere, sostenendola con ragione assai efficace et probabile, secondo che alhora mi pareva, havendo el falso fondamento in mente mia, che Fra Hieronymo fussi huomo mandato da Dio: di che mi dolgo et pento, et ho domandato la absolutione. Et offersimi andare nel fuoco, et sarevi andato senza alcuno dubio, se me lo imponeva: et, a quel che io vegho, rimanevo ingannato, et sarei arso, se già Dio non mi faceva misericordia per la mia rectitudine et innocentia et pura intentione.

Quanto alle confessione, sono ito puramente, non tractando altro che cose appartenente alla coscientia; nè mai loro me ne richiesono, che io facessi pratiche o altro; nè io lo harei facto, se me ne havessino richiesto, dispiacendomi tal cose. Una mactina, in questa quadragesima, Giovanni Minerbecti havendo udito la predicatione di Fra Hieronymo, et dire che si tractava di fare in Firenze uno tyranno, essendo mio noto, mi domandò se io sapevo che fondamento havessi tale cosa; dicendo, che molto gli dispiacerebbe et dorrebbe el vivere tyrannico, ma che molto amava la libertà della sua patria, et il vivere popolare et bene comune. Risposigli: Che io senti’ dire a Fra Hieronymo, che non credeva che havessi havere effecto, perchè non erano molti huomini da bene in numero quelli che lo cercavano, nè di molta prudentia. Et lui lo hebbe caro, et consolossene, et stectesene. Et un’altra volta, più tempo fa, Andrea Larioni voleva parlare a Fra Hieronymo; et non si potendo, mi fece domandarli se Piero Capponi andava male contro al consiglio o al ben comune,[934] perchè erano stati richiesti da lui d’alcune cose che, s’e’ li andava male, non le volevano fare. Fra Hieronymo mi rispose, che non sapeva nulla di male di Piero Capponi, ma più tosto bene: pure, che costui fussi cauto in vedere se questo, in che era richiesto, era bene o male; et se erano richiesti contro al consiglio o al bene comune, nol facessino, perchè capiterebbono male. In simil sententia et così dixi a lui. D’altre pratiche, o parole appartenenti a epse, non mi ricordo havere havute.

Quanto a soscriptione di danari, io non lo senti’ mai dire più da persona, se non hoggi da voi; ma io non ne so nulla: excepto che io so bene, che havendo noi facta una compera di libri[935] da li uficiali de’ rubelli, et prima da la Signoria per ducati tremila larghi, et restando debitori di ducati mille larghi, Bernardo Nasi gli promisse per noi, per tempo di 18 mesi a monsignore d’Argentona[936] in Francia: et noi facemo fare poi da altri promessa al decto Bernardo per decto tempo; et non habiavamo[937] disegno di pagarli, altro che cercarli da diverse persone nostri amici: et questo so perchè l’ho tractate io tucte queste cose, che già cinque anni sono stato librerista in San Marco. Et potrebbe essere (benchè io nol so) che Fra Domenico, o qualche altro, per prevedere che al tempo si potessi pagare, harebbono richiesti alcuni amici, et forse fattoli soscrivere ciascuno a qualche parte per pagare tal debito; ma dicolo da me, pensando come possi essere questa cosa: intendetelo da loro, che io per me non ne so altro.

Ricordomi d’essermi trovato con Fra Cosimo Tornabuoni, che mi tolse per compagno a caso, sono circa otto mesi o più, in casa de’ suoi fratelli, con m. Alexandro friere, che alhora andava a Roma; et a richiesta del detto Fra Cosimo scrivendo io, faremo una cyfera, con la quale decto m. Alexandro tenessi avvisato della excomunica et delle cose da Roma, Fra Hieronymo, della dispositione del pontefice, del protectore, del procuratore, de’ cittadini di là propitii, o prelati, o de’ contrarii, fra’ quali ne fu nominato uno, credo che lo chiamassino Antonio de’ Pazi. Et in convento nostro era uno certo nome, che non si potessi troppo fidare di decto m. Alexandro. Hora, se Fra Hieronymo se ne fidava, o sì o no, io nol so; ben so io, che vi venne più volte a parlargli.

Che io sappi o habbi veduto pratiche di cittadini con Fra Hieronymo, o altri. Io usavo pure con Fra Hieronymo assai, et mai, fuora di comune cose, non potetti notarlo di simile secreti o tractati o intelligentie, nè mai credetti che in convento si facessino intelligentie. Et invero, Fra Hieronymo sapeva pochi nomi di cittadini, che non ne conosceva molti. Ma Fra Silvestro era quello che ne haveva sempre atorno uno cerchio, piena la cella o chiostri o l’orto, dato che a tucti ci dispiacessi. Chi si fussino quelli che con lui usavano, sarebbe lunga cosa a raccontarla: ma vienmi a mente Benedecto Buonvanni, Andrea Cambini e Lionardo Cambini, Mazeo Mazei, Ruberio Ridolfi, Antonio Giraldi, m. Francesco da Yesi, ser Niccolò Michelozi, Francesco Davanzati, Antonio Berlinghieri, Lionello et Francesco Boni, Francesco del Puglese, Bernardo Carnesechi, m. Luca Corsini, Girolamo de’ Rossi, Giovanni Carnesechi, Bernardo Martini, m. Bartholomeo Redditi, Marcello Vernacci, Raphaello Picti, Piero Federighi, Girolamo Benivieni, Antonio Megliorocti, Carlo del Benino, Thomaso Spini, Lionardo Strozzi, Raphaello Strozzi, Berto da Filichaia, Francesco Rinuccini, Domenico Mazzinghi, et quasi innumerabili altri huomini da bene erano quivi tutto el dì, e quali credo che venissino tucti a buon fine, et drieto alla buona doctrina presi, come noi altri, secondo che noi estimavamo. Bene è vero, che poi che vi si predicò, vi usorono alcuni di questi più reputati cittadini, Francesco Valori, et altri dei Dieci, degli Octo, et Uficiali di Monte, et molti altri pure: io non potevo coniecturare che venissino per altra causa, che per communione et processione et prediche. Se male veruno ci era, loro lo sanno. Et da le suspitione che di sopra ho decte in fuora, le quale anche furono poi tolte via, come ho decto, quando vidi ristringere le austerità, et il bene vivere della relligione moltiplicare; io non potetti mai notare Fra Hieronymo di nulla, ma sempre vidi in lui gran segni di sanctità et devotione, humiltà, oratione, buone parole et optimi costumi et exempli, et conversatione mirabile, et doctrina sana et firma et solida; in tanto che io per tale cosa attestare mi sarei messo a ogni morte. Ma poichè sì sottilmente ci ha simulato et ingannato, ringratio Dio et le Vostre Signorie che ci ha chiariti;[938] et preghianvi che vogliate mantenere quelli buoni figliuoli là, che non sieno dispersi, ma adiutarli et mantenergli che possino perseverare nel cominciato bene insino al fine. Et perchè hieri ci fu decto che Vostre Signorie volevano rimandarci a casa Fra Domenico et Fra Silvestro; sappino Vostre Signorie, che noi facemo consiglio tutti insieme di non gli rivolere più, perchè sono scandalosi: tenetegli voi, et fate quel che vi pare bene, con misericordia: o el pontefice o el generale, a chi si appartiene, dispongano, et Vostre Signorie; ma noi non vorremo maculare la nostra innocentia col peccato d’altri.[939] Et tucto ciò che io vi ho decto, è la pura et nuda verità.

12.

Esamina di Domenico Mazzinghi.

A dì XXIII d’aprile 1498.

Domenicho di.... Mazinghi, domandato a parole chome passò la lettera che lui scripse a Giovachino per la cosa del Concilio, rispose chome appresso.

Circha il fine di marzo passato, Fra Girolamo mandò per me, et dissemi; Io vorrei da te uno piacere; io so che tu se’ affetionato all’opera di Dio; io vorrei che tu scrivessi una lettera a Giovachino, della quale ti farò dare la minuta; et voglio che tu v’interchiuda drento copia d’una lettera ch’io ho scritto al pontefice. Risposigli, ero presto a fare quello volessi, che fussi bene et l’onore di Dio. Dipoi il seguente dì, Fra Nicholò da Milano mi diè la detta minuta, colla copia della lettera di Fra Girolamo al papa. Io dipoi scripsi detta lettera di mia mano; et oltre a quello che si contiene in detta minuta, di mio capo v’aggiunsi anchora, chome qui il dì di carnasciale s’erano confessati et comunicati più di tremila persone, quando gli altri attendono a dissolutioni.[940] Et così la mandai a Giovachino. Et inoltre gli scrissi un’altra lettera da chanto, per la quale narravo la vita di Fra Girolamo, et e frutti che faceva; et che per questo la città era in divisione; et che aveva bisogno dell’aiuto di Dio; agiugnendo, che quando vedessi il tempo commodo, mostrassi quella prima lettera al re di Francia.

Da Giovachino ò havuto la risposta. Monstra havere havuto a grado il mio scrivere, et per essere morto il re, che non ha potuto mostrargli la mia lettera; et questa cosa non l’ò mai comunicata con persona.

Circha le subscriptione fatte in San Marcho per mandare a Roma, dicho: Che io non ne seppi altro, se non che io fui richiesto da Fra Salvestro ch’io le subscrivessi; et chosì le sobscrissi: che n’era già subscritti circha 200.

Circha il dar favore nel fare detti uffici più a uno che a un altro, dicho; non me ne essere impacciato. È ben vero che qualche volta, quando s’haveva a fare el ghonfaloniere di giustitia, trovandomi con Fra Salvestro, quando a solo et quando con dua o con tre di quelli usavono in San Marcho, dicievamo: e’ sare’ buono il tale. Et di quelli che intervenivono a questi ragionamenti non mi ricordo hora.

Di soldati che Fra Girolamo m’habbi rachomandati che si soldassino, dico; non mi ricordare, se non d’uno da Ferrara, del quale non si fece poi altro.

Dello havere provisto San Marcho d’armi, dicho: non ve n’havere mai vedute, nè sapere mai che ve ne fussi; nè etiam ve n’ho mandate, o datone ordine, chomessione o licentia a persona che ve ne mandi. È ben vero che, circa XXV giorni sono, io schontrai in sulla schala del palagio Giovanni Cappegli, il quale mi disse che haveva certe coraze in casa, che le voleva mandare in San Marcho. Et io gli risposi: Tienle in casa tua. Et di chi fussino dette corazze non intesi allhora altro da lui; nè Giovanni mi ragionò d’altre arme.

Francesco di Lorenzo Davanzati, circa XX giorni innanzi cho Fra Girolamo fussi preso, mi disse: E’ sarebbe bene mandare a San Marcho dua pezzi d’artiglierie per difesa di quegli frati. Et io gli risposi: Io non me ne voglio impacciare.

. . . . . . .

A dì 24 d’aprile 1498.

Di nuovo il decto Domenicho, domandato in presentia di Giovanni Cappelli, delle parole havute con detto Giovanni circa il mandare dell’arme a San Marcho, rispose a questo modo.

In primo luogo, io raffermo una volta il medesimo detto per me; ma havendo di nuovo ripensato, mi voglio ricordare, che poi ch’io hebbi detto a Giovanni Cappelli che si tenessi in casa le coraze di che m’avea parlato, io gli dissi, alzando il capo: Io ne lascio el pensieri a te; fa’ ciò che tu vuoi. È ben vero, che io non intesi se non di corazze. E il concetto mio era d’havergliene dato licentia per queste parole.

. . . . . . .

(Seguono le due lettere di cui s’è fatto parola nell’esamina.[941])

✠ Jhs. A dì XI d’aprile 1498. In Bles.

Amantissimo et honorando mio Domenicho. Nelli mia affanni di chorpo e di mente m’è venuto un gran contento di due vostre lettere, avendo l’una il dì de’ 29 passato, che m’ànno dato tanta consolazione, che da poi sono fuori di chostì non n’è auto la simile; tanto per vedere che di me vi ricordate et sietevi dengnato spendere il tenpo in farmi due grande lettere, quanto ancora per darmi notizia di quanto in esse si chontenghono; che non potevo intendere materia, che più mi confermassi l’oppinione auto del nostro padre Fra Girolamo. Che se non fussino queste persechuzioni, et da’ principali, io non lo terrei tanto vero servo di Dio; però che li buoni et le loro buone opere sono senpre inpungnate dal nimico di Dio e nostro: et lo fa fare il più delle volte da i sua seghuaci. Io attendo con grandissimo disidero quello sarà seghuito dentro della città, per le chontroverxie vi sono tra chi vuol vivere bene et chi male, et chome il papa l’arà seghuitata; se la lettera schritali il padre Fra Girolamo l’arà umiliato o indurato il chore per volontà di Dio, come fece a Faraone. Alsì, chome aran determinato loro quistione et promesse i frati sottoschritti d’entrare nel fuocho; che certamente choxe seghuono a’ nostri tenpi ch’è di gran secholi non credo sien sute. Io ò fatto noto di qualchuni, e farollo dove crederrò abbi a giovare. Ma a quello a chi voi disideravate, arete intexo essere defunto,[942] e forxe ora patiscie pena d’avere operato quel non dovea, e d’avere ommesso quello a che Idio l’avea chiamato, et che per i servi di Dio li era stato detto. Questo ch’è ora suciesso nel rengno, ò in lui buona speranza; ma ancora non so ne può dare troppo giudizio per esere novello. Ma la sua volontà mostra essere buona, secondo vedrete per le lettere publiche. E io, se arò modo e chomodità, li farò intendere queste cose; et voi priegho non vi gravi tenermi avixato di tuto, chè non potrei avere coxa più grata.

Le pratiche nostre di qua son supite, sendo manchato chon chi l’avamo a fare. Il quale ci trattava in modo, che ora credo se ne penta; che m’à fatto consumare, non mi vedendo fare choxa utile alla mia patria, e averci condotti in istremità. E ora che avea mostrato dovere fare qual choxa,[943] li è mancato la vita. Costui[944] inanzi facci quello dice avere in animo di fare, passerà tenpo; e noi aremo bixogno di presteza. Mandavi a confortare: però chredo penserete alla vostra salute, et chredo che qualchuno vi stimerà più; perchè à ora da più pensare.[945]

Sendo stato per vostro introdotto et volontà che ’l mio prete sia ne’ luogho dove i ghovernatori del Cieppo l’ànno messo, non posso eserne altro che chontento, stimando abiate tuto bene esaminato: bixogna hora l’aiutiate coll’orazione a fare che facci il debito suo.

Domenicho mio caro, e’ mi pare esere dileggiato a avere eletti tanti schanbi; et datomi tante volte speranza del mio ritorno, e nulla viene a seghuizione. Parmi non vi sia charità nè dischrezione avermi tenuto qua il terzo anno,[946] e non avere considerazione a la mia brighata e fanciulle da marito, e a le mie coxe che vanno in disordine, et alla mia età, che non sono quel solevo; e bixongnerebbe esere di ferro a regiere a tanti disagi; e se non fusi la gratia di Dio, io non regievo mai uno anno. E vegendo io che chi è chostà non v’ubidiscie, piglerò io alsi sichurtà a ritornarmene. Io vi priegho per l’amor di Dio, che operiate la mia licenza, e farete l’utile della città; chè io ci son stato poco profittevole, et hora sarei tanto meno, quanto è la mia chontenteza.

Preghovi mi rachomandiate a que’ mia padri di Santo Martino, e choxì a quelli servi di Dio di San Marcho, et masime al venerando padre Fra Girolamo. Et vi precho vi richordiate di me ne le vostre orazioni, preghando Idio ve le esaldischa, et ci dia grazia ci riveggiamo presto. Idio vi confermi ne la sua grazia.

A dì 12.

Vostro GIOVACHINO GHUASCHONI, oratore.

. . . . . . .

Spectabili viri Dominico Mazinghi, florentiæ.

Spectabilis vir etc. Intenderete per le lettere ho scripto allo ufficio, in che termine si riduchono le cose. Et veramente crediatemi, che molto più sanza comperatione iudicheresti quando qui fussi, essere da temere questa cosa; e non solo non ci essere speranza di poterci far fructo alcuno, stando ferma questa contraditione et inobedientia, ma al continuo non ci si ode se non derisione, minacci et pericoli gravissimi, et publici et privati. Sapete quanti inimici, et di che ragione, ci sono: et se per questo modo la cosa va al loro proposito e in modo, che chi si truova qui; si dovrebbe più maravigliare quando qui non venisse qualche furia, maxime da rebelli Pisani, Sanesi et altri disperati, che ce n’è molti, che se altra cosa seghuisse. Se adunque qui non è da farsi cosa utile al proposito, ma più presto si vede acquistare charico, mi pare che si doverrebbe ragionevolmente per ogniuno giudichare essere molto meglio revocarmi di qui, che tenermi con tanto pericolo, et maxime essendo la spesa sì grande. Et di questo vi priego et gravo quanto posso me ne prestiate fede, che in nessuno modo posso sopportare tanto peso; chè sono certissimo, se sapessi la metà, ne haresti tale compassione, che a ogni modo ne provederesti. Et poi che sanza fructo tanto pericolo et spesa sopporto, con ogni sicurtà vi priegho et gravo, che prima bene consideriate ogni cosa; et mettiate voi nel luogho mio; et dipoi considerando non ci essere publica utilità (se altrimenti non rimediate), se è bene io così rimanghi qui. Nè altro per hora. Iddio ti ghuardi.

Romæ, die 19 martii 1497.

Vostro DOMENICO BONSI, oratore.

13.

Esamina di Giovanni Cambi.[947]

A dì XXIII di aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel secreto, a parole.

Giovanni di Nicholò Cambi, domandato della lettera per lui scripta allo Imperatore circa il concilio, chome passò, rispuose ad questo modo.

Sono giorni circa quaranta, che standomi in casa ocioso, mi venne in animo di mandare allo Imperatore il libro del Triompho della fede fatto da Fra Girolamo, havendo inteso che era bello libro; et mandavolo al decto Imperadore chome a huomo docto, et che si dilecta di cose simili. Et così feci una lettera a Sua Maestà, nella quale narravo chome il detto Fra Girolamo era gran profeta et prediceva cose future; maxime la conversione de’ Turchi, la ruina d’Italia e la renovatione della Chiesa. Et che non era dubio la Chiesa stava male, come Sua Maestà può ben sapere; et che a Sua Maestà prefata s’apparterrebbe rimediare, chome si faceva pe’ tempi passati, per mezo de’ concilii.

Dipoi andai con tal mia lettera a San Marco, non per trovare Fra Girolamo, ma per fare scrivere tal mia lettera in latino: e trovati Fra Salvestro et Girolamo Benivieni, la lessi loro. Dipoi la lasciai a Girolamo Benivieni, perchè la facessi latina; et lui così mi promisse di fare. Dipoi a tre giorni andai a San Marco, et mi fu decto che io facessi motto a Fra Girolamo, che mi voleva parlare. Et così andai a lui; et inginocchiatomegli inanzi, e’ mi dixe: Io ho vista la boza della tua lettera allo Imperadore; sia contento non l’havere per male. Poi sobgiunxe: La sta secondo il gusto mio, o poco mancha. Et che vi voleva agiugnere alchune parole, et darmi copia di una lettera havea scripto al papa, perchè ve la includessi. Et io rispuosi essere contento a tucto. Dipoi non li ho parlato. E tornatovi dopo alchuni dì, trovai facta la lettera, et sobscripsila; et quivi la lasciai a’ frati, i quali la mandorono, secondo intesi poi, per via di Vinegia, col decto libro del Triompho della fede. Et questo fu circa XX giorni innanzi pasqua.

Questa cosa io non la comunichai con persona, excepto la donna mia, perchè Fra Girolamo mi avea decto che io non la comunicassi con persona. Credevomi al tucto che Fra Girolamo fussi vero profeta; et havevo in tristo concepto chi non gli credeva. Hora mi ridico et ne chieggo perdono.

Alla sobscriptione facta in San Marco per mandarla a Roma, mi sobscripsi. Venne per me un giovane vestito di mantello et cappuccio pagonazo, che non lo conosco, et dixemi andassi a San Marco. Et io vi andai, et credo facessi motto a Fra Salvestro. Fummi monstro decta sobscriptione, et io mi vi sobscripsi. Altro non ne seppi poi. Et così circa altre pratiche di San Marco non ne so altro.

Hassi a mandare per lui, et farsi dare copia delle lettere scripse allo Imperadore.[948]

14.

Esamina di Baldo Inghirlami.

Yhs. Die XXIII aprilis 1498.

Essendo richiesto io Baldo di Francesco Inghirrani, minimo dottore di legge, da quegli prestantissimi ciptadini deputati dagli excelsi Signori alla examina di Fra Ieronimo Savonarola da Ferrara, che io scriva sopra certi capitoli datimi in loro presentia da ser Francesco di ser Barone loro cancelliere, che di mia propria mano scriva la verità; volentieri l’ò fatto, in testimonio della verità, e per la mia innocentia, questo dì 23 d’aprile 1498.

Quanto al primo capitolo, sopra alla inibitione fatta a uno vicario, credo da Urbino, che qui veniva rimandato indrieto per lo offitio degli Otto, e della venuta del vicario Perugino; dico essere la verità, che essendoci stato imposto allo offitio degli Otto da’ nostri excelsi Signori, che sedevano al presente, che venendo un certo vicario da Urbino, e dubitando che essendo lui amico d’un m. Felino auditore di Ruota, amicissimo alla casa de’ Medici, non fussi al proposito del presente pacifico stato; e dicendoci la Signoria avere scripto lettere all’arcivescovo nostro che rimandassi il vicario Perugino, il quale non era deposto dallo arciveschovo; io insieme con quegli mia maggiori dell’ofitio degli Otto, tutti d’acordo, per ubidire a’ nostri excelsi Signori, per partito del nostro ofitio, mandamo ser Bartolomeo di Banbello nostro coitatore che andassi incontro a detto vicario, e gli dicessi, che si ritornassi indrieto, e che e’ s’era scripto allo arciveschovo per e nostri excelsi Signori, circa a’ casi del vicario, la loro intentione: e fumo meri executori de’ nostri Signori, e io non v’ebbi cattiva intentione.

Circa al vicario Perugino, chome a bocha dissi alle vostre Prestantie, pigliando scusa che Fra Ieronimo in su la sua examina[949] diceva che mi disse, che facessi favore al vicario Perugino, di tal cosa non mi parlò, e maraviglia’ mene; ma che e’ fu m. Bartolomeo Redditi e uno ser Gabriello di vescovado, e uno altro non mi ricordo chi, che mi parlorono, che non essendo rimosso il vicario Perugino, e soprastando a Roma, che io parlassi a qualcuno de’ Signori che scrivessino di nuovo in suo favore allo arciveschovo che lo rimandassi. E intendendo detto vicario essere buono e dotto e severo nel fare iustitia, et maxime per la buona relatione che fece ser Stefano di veschovado allo ofitio nostro, della dottrina e sufficientia sua molto lodandolo, chome potete da lui intendere; ne parlai una parola a Giuliano Salviati e Alexandro Accaiuoli e a Francesco del Pugliese, che di nuovo scrivessi la Signoria allo arciveschovo, e tutto a buona intentione. E da detto m. Bartolomeo e ser Gabriello potete intendere chi lo favoriva; e ser Stefano sollecitò le lettere della Signoria insieme con m. Bartolomeo Rediti. E tutte le lettere e risposte dell’arcivescovo in commendatione di detto vicario, apariscono nella cancelleria.

Sopra al capitolo del vicario de’ Medici qui, ciò è di messer Lionardo substituto del vicario Perugino, dico: Che essendo venuto Francesco Valori, e non so chi altri, non in mia presentia, allo offitio degli Otto, e narrando quanto si doveva operare che quegli e quali potevono operare qualche cosa in favore de’ ribelli della casa de’ Medici non avessino qualche commodità, per mantenimento di questo pacificho stato; ricordò essere a Prato uno vicario del cardinale, amicissimo loro; e qui è uno de’ Medici vicario, il quale lui e’ fratelli erano stati familiari del cardinale de’ Medici; ed essendo Guliano a Bologna, e per questo mezo operare per la via de’ preti qualchosa. Ne conferimo co’ nostri excelsi Signori, e facemone praticha di più cittadini, chome è noto; e inteso il loro parere, di fare di torne l’occasione a chi volessi malignare contro al presente stato; e atteso una lettera di mano propia di Guliano de’ Medici, mandata in que’ dì a uno de’ Fortini, credo confinato a Rimini, la quale lui proprio mandò agli Otto, che conteneva che stessi di buona voglia, che presto tornerebbono in Firenze; e mostrossi detta lettera a’ Signori da’ Dieci. Dipoi l’oblio degli Otto mandò per detto messer Lionardo sustituto vicario, e sì gli dicemo: che lui non risedessi più vicario, per buona cagione, essendo lui della casa de’ Medici. Non che lui fussi in dolo alcuno; ma per tôrre la suspitione si poteva avere di lui. A parole, senza partito, facemo che lui non facessi offitio, confortandolo che e’ si faceva per lui e per la casa sua; e achadendo nulla, al vicariato sarebbe messer Lodovico Adimari, il quale era substituto ancora lui, e non era persona suspetta al presente reggimento. E la intentione mia non fu altro, che fare quanto eravamo stati consigliati da’ cittadini della praticha, a retta intentione.

Circa al capitolo delle intelligentie de’ cittadini di San Marcho, e di fave, e d’ufitii, e di manifestare le Signorie in San Marcho; a questo rispondo, non ne sapere cosa alcuna nè di cittadini, nè di ufitii, nè di fave; nè mai avere inteso cosa alchuna, e solamente lo andare mio a San Marcho a prediche o a messe o a confessione era a buona intentione, e non per fare cosa alchuna tornassi o contro al publico o privati, ma solo per la salute dell’anima mia. Dello avere manifestate Signorie, cioè il segreto, in San Marcho, non feci mai; e trova’ mi al segreto quando fu’ de’ Signori, nè mai ad alchuno etiam per cenni lo dissi, nè etiam quando fu’ de’ Signori andai mai in San Marcho.

Circa a la presura di Fra Pagolino, dico: andando un dì allo ofitio, Simon del Nero disse: Io ò fatto pigliare Fra Pagolino, per rispetto che e’ faceva ragunate di gente, e diceva pazie, per levare scandolo; e operai che sanza partito fussi relassato sanza fargli nulla.

Circa alla provisione dell’arme di San Marcho, non seppi mai nulla ve ne fussi; nè io vi mandai mai arme, chome potete riscontrare.

E intorno al dì del caso di San Marcho, quello vi facevo, dico: Che ero ito al vespro, chome v’era molti altri; e volendomene uscire dopo il vespro, che si levò il romore, in sulla piaza, da certi, mi ritornai drento nel chiostro; e uscendo, certi armati che v’erano, fuora, operai che ritornassino drento a posare l’arme; dicendo loro che e’ facevano male, e davano caricho a San Marcho, e che le cose di Dio non si difendevano coll’arme: e quello vi stetti, chome potete intendere da chi v’era, non adoperai mai arme alchuna. E come prima potetti il dì, con un maziere e tre tavolaccini, con certi cittadini, usci’ dallo uscio dell’orto, e andai a casa; e d’ordine o di nulla vi fussi, non seppi nulla.

Circa al capitolo della subscriptione di Roma, a che fine, e chi ne fu mezano e sollecitatore, rispondo: Che essendo una mattina a San Marcho alla messa, uno ser Benedetto da Terrarossa, overo ser Filippo di Cione, mi disse: Vieni nello hospitio. E quivi andai. Ed eravi credo Fra Ruberto da Gagliano, e uno altro frate, non so chi; e sì mi dissono: Io credo che tu sappia che egli è stato mandato overo scripto da certi, chome Fra Ieronimo predica falsa dottrina et heresia. E per questo, a chiarire la mente del papa della verità della sua dottrina, avendo letto la epistola s’aveva a soscrivere al papa per justificatione della sua dottrina, e non a cattiva intentione di cosa alcuna, e vedendo molti dottori soscripti, e maxime messer Domenico Bonsi e messer Antonio Malegonelle, semplicemente la soscrissi, chome dico, non a mala intentione. E senpre quando ne sono stato domandato, l’ò detto, e il contenuto della epistola; e per iustificatione della sua dottrina l’avevo fatto. Nè mai poi di tale subscriptione ne intesi nulla, o non arei saputo contare venti de’ soscripti.

Circa al capitolo delle arme di Corbizo da Castracaro, che si missono in casa mia quando Corbizo ci fu; mi maraviglio di tal cosa, conciosia che io non conoscha Corbizo, nè mai gli parlai; nè per lui in casa dove abito, nè in chasa e mia fratelli fu messe arme, nè da altri, chome potete da detto riscontrare.

Circa al capitolo de’ frati che uscirono di casa dall’uscio dirieto, rispondo: Che tornandomi in casa con Girolamo mio fratello, il quale à donna e molti fanciulli, e confessando lui e la donna e’ figliuoli in San Marco, ed essendo stati malati in casa, de’ detti frati si sono confessati e vicitati qualche volta, e tutto a bene; e sono forse usciti dallo uscio dirieto che riesce nella via della Stufa, per loro commodità, chome facciamo noi.

Circa alla domanda fatta d’alchuni delle vostre Prestantie, della auctorità datami dal vicario Perugino, o allo offitio degli Otto, sopra a’ preti, dicho: che non è vero nulla; nè tal cosa arebbe mai acceptato l’ofitio degli Otto, per non ci inpaccare de’ preti e cheriche, se non per casi atroci o di stato.

E questo è tanto quanto m’occorre in rispondere a’ capitoli fattimi per le vostre Prestanzie. E tutto quello che io ò scripto in questo foglio di mia propria mano, è la mera verità; e sempre troverrete che io arò auto buona intentione e mente; e lo andare a San Marcho o a prediche, tutto per utilità della anima mia a buona fine: e di queste cose ne starò a ongni cimento; e solo mi resta racomandarvi la mia innocentia alle vostre Prestantie etc.

15.

Esamina di Simone del Nero.

Die 23 aprilis 1498.

A dì 23 di aprile 1498. Nel secreto, a parole.

Simone di.......[950] Del Nero, domandato circa la lettera pel concilio scripta a Niccolò suo fratello, rispuose a questo modo.

A dì 24 di marzo passato, Giovanni Spina venne a me a casa, et dixemi per parte di Fra Girolamo, che io gli facessi motto. Onde io subito andai a lui a San Marco; et andato nella infermeria, trovai Fra Girolamo con lo imbasciadore di Ferrara. Et lui, lasciato decto oratore, si voltò a me, et dixemi, dopo alchune parole: Tu sai che io ho predicato la renovatione della Chiesa et la conversione delli infideli; Dio vuole che questa opera vada innanzi. Io voglio che tu scriva una lettera a Niccolò tuo fratello, oratore vostro in Spagnia, della quale te ne darò una minuta; adfine che havendosi a monstrare poi là, la sia di qualità che si possa monstrare. Et così anchora ti darò copia di una lettera che ho scripto al papa, perchè la mandi con decta lettera tua. Rispuosigli: Nicholò non vi sarà, perchè sono più mesi gli mandai la licentia. Oltra questo, Nicholò m’ha scripto, che quelli re sono volti alla impresa di Affrica. Et Fra Girolamo mi replichò: E’ bisognia che e’ faccino prima questa. Infine io gli promissi di scrivere, et fare quanto mi havea decto, secondo quella minuta. Et così mi parti’. Dipoi la sera medesima Fra Girolamo mi mandò per uno frate (el quale io non conobbi) la decta minuta, con la copia della lettera scripta al papa. Et io ne feci dua copie, et manda’le a Nicholò per dua vie. Questa cosa non comunicai mai con persona; perchè Fra Girolamo me la commisse in confessione.

Alla sobscriptione per Roma mi sobscripsi in San Marco, la quale per me non mi piaqque. Pure lo feci, perchè prestavo fede a fra Girolamo: non obstante che da lui mi tenni ingannato, quando egli acceptò uno mio figliuolo che vi si fece frate. Venne per me, quando mi sobscripsi, Piero Cinozzi.

Di intelligentie o altre pratiche di San Marco non so ragionare; ben confesso che io vi andavo alle prediche, et erovi fervente; perchè, come ho detto, prestavo fede a Fra Girolamo.

La copia della lettera che io scripsi a Niccolò mio fratello, sarà con questo scripto, et è quella propria mi mandò Fra Girolamo.

16.

Esamina di Alessandro Pucci.

A dì 24 di aprile 1498. Nel secreto, verbis.

Alexandro di Antonio Pucci dice che circa venti giorni sono, andando lui a San Marco, Francesco Davanzati gli dixe: Noi habiamo inteso che questa compagnia de’ Compagnacci vuol venire una nocte a San Marco; e bisognia provedervi di arme. Ha’ ne tu? A cui, dice, rispuose di no; ma offerse dargli uno scudo per comperarne. Et Francesco, dice, gli rispuose; Se e’ bisognerà, noi te lo dirèmo. Et che di questo medesimo ne ragionarono un’altra volta. Dice vi era presente Giovanni Carnesecchi et Ruberto Ridolfi; ma che altre arme non vi mandò. Ruberto Ridolfi dixe di mandarvene anch’egli. Giovanni, il medesimo.

Il dì della domenica dello ulivo, dice, quando da principio i fanciulli cominciarono a trarre saxi a San Marco, lui per uno uscì fuora, et trasse certi saxi contra chi ne traheva a San Marco: et che dipoi visto il maziere, dice si ritirò in chiesa, e non s’impacciò poi di altro.

Domandato se Fra Girolamo volle uscire fuora; dice di sì, col Crocifixo, secondo intese da altri.[951]

Di chi pigliassi l’arme, dice: Lionello Boni, Deiphebo della Stufa, Pagolo della Robbia, Francesco di Lorenzo Davanzati. Pagolo ceraiuolo traheva l’arcobuso: videlo trarre dal leggio in chiesa, et uno altro anchora, che non lo conobbe. Item, vi vide Leonardo Cambini, Cambio o vero Benedecto Bonvanni, Giuliano da Gagliano, in mantello et cappuccio, disarmati: Giovanni Caccini in corazza. Item, Francesco del Pugliese in mantello et cappuccio, che dice soffiava come uno thoro. Item, dice vi vide certi altri giovanetti che piagnevano; et lui gli confortava dicendo: noi andrèno a cena con Dio. Item, delli altri ch’egli vide da principio, poi non gli rivide; chome Francesco Villani, Giovan Baptista Ridolfi, Alessandro Nasi, Alexandro Acciaiuoli; Adovardo Rucellai, dice intese era in sul tecto. Francesco Davanzati, dice, dixe che harebbe targoni da Mateo Strozi, secondo vuol ricordarsi. Anchora gli parve dicessi, harebbe mezzo di haverne dalla Parte Guelfa.[952]

17.

Esamina di Tomaso, Comandatore.[953]

A dì 24 di aprile 1498.

Tomaso comandatore dixe: Che la domenica dello ulivo, sentendo il rimore, se ne venne a Palagio; et essendo in capo della scala alla catena, dixe: Che cosa è questa? Io ho inteso che il popolo diceva: corriamo a San Marco col fuoco, che Fra Girolamo ci ha fatto morire di fame. Et essendoci m. Bartolommeo Ciai et m. Francesco Alfani, quivi alla presentia, m. Bartolommeo dixe: Se e’ correranno a San Marco col fuoco, nui correremo al Palagio col fuoco. Et m. Francesco Alfani dixe: Allhora voi non parlate con prudentia, che non havete avuto tal beneficio dal Palagio, che doviate parlare così: e’ si vorrebbe dirlo alla Signoria. Et che dipoi m. Bartolommeo se n’andò, scrollando il capo, verso la scaletta, et Tommaso verso l’audientia. Et altro non intesi allhora.

18.

Esamina di Andrea Cambini.

A dì 26 di aprile 1498.

Magnifici et excelsi signori mia. Sendo così suto richiesto da quelli excelsi cittadini deputati sopra la examina, vedrò di redurre insieme su questi fogli tutte le cose che in varii tempi et volte ho exposte dinanzi alle loro Prestantie. Et prima, ricercato da loro dovessi dire tucto quello sapevo de’ secreti et intentioni di Francesco Valori, circa le cose della cictà et dello stato; dico che, per quello nel praticare con lui potecti ritrarre, a me pareva che lui fussi molto vôlto al presente modo di governo. Vero è, che diceva havea bisogno di qualche correctione: ma affermava il tempo presente non lo conportare. Con Piero de’ Medici havea hodio inconparabile, in maniera che pel sospetto grande ne havea, al continovo dubitava di molti, et erane in gelosia; et per adventura, el più delle volte, sanza probabile ragione. In maniera che adgunto questo acidente del sospecto a la natura sua difficile, interveniva che nel praticare era salvatico et dificile. Al publico, per quanto a me si mostrava, era molto affectionato et amorevole. Inteligentie o ubrigatione, testifico Dio che mai m’acorsi o intesi che con cictadini havessi. Vidilo già confidare tucto in Paulo Antonio et Lorenzo di Pierfrancesco.[954] Da’ casi di Bernardo del Nero in qua, mancato la confidenza, insalvatichì con l’uno et con l’altro; ma con Paulantonio da dua mesi in qua, per le dimostratione fatte in favore del Frate, s’era rassodato et tornato in fede. Con Giovan Batista Ridolfi, inanzi a la morte di Nicolò, era in grandissima confidentia; da quello tempo in qua, benchè lo cultivassi, non trovavo vi si confidassi come prima. Confidava ogi, più che in persona, in m. Francesco Gualterocti et Antonio Canigiani. Mostrava etiandio confidare molto in quelli cictadini che soctoscrisono et consentirono la morte de’ cictadini d’aghosto passato; et usava dire, havea acquistato 150 consorti, per lo interesse haveano insieme contracto. Et mi ricorda che sendo entrati alcuni de li amici sua, maxime dello stato presente, in sospecto che pella morte di tali cictadini Francesco, per asicurarsi, non cercassi nuove amicitie, et facessi qualche ristringnimento; io, andandolo scalzando, glie ne dissi molte volte; et sempre me lo negò, dicendo: che non si voleva fare stendardiere o capo. E così, dicendoli io et altri, molte volte, che, havendo preso e carichi havea, viveva troppo ad benefitio di natura; sempre neghava, e diceva: Quando a Paulantonio e Giovan Batista e questi altri, parrà loro da fare più una cosa che un’altra, io concorrerò con loro; ma capo non intendo io farmi. Et mi ricordo che è circa uno mese che, sendogli decto, credo da Nicolò suo nepote, che Piero Martelli et Alphonso Strozi haveano usato dire che io sarei uno dì constrecto a manifestare tutti e secreti sua; lui ridendo me lo referì, et disse: Io sarei vituperato, se havessi a intendere quanto sciocamente io mi governo. Poi si risolveva con dire: Che mi può egli essere fatto? Di fuora non intesi mai che con principi havessi intelligentie o pratiche. Temeva il duca di Milano molto, et però era vôlto a le cose di Francia. Confidava assai in Paulo Vitelli, et sperava che in ongni sua ocorentia non li havessi a mancare. Di Lorenzo di Pier Francesco era intrato in grande sospecto, et usava dire che gli avea i sensali per la Italia, et maxime s’acrebe questa suspicione in lui, dopo la venuta di Frate Lauro.[955]

Ad Frate Hyeronimo et tucta quella casa di San Marco mostrava essere tanto affectionato quanto dire si potessi; et havea tucta la fede sua in loro; et afermava per la salute loro esere per fare ongni cosa: et quando acadeva ci fussi aviso e pratica alcuna apartenente a loro, m’usava spesso per mezo a farlo loro intendere; et così loro, quando acadeva loro bisogno di nulla, per via mia glieno facevono intendere, et lui gli aiutava et consiglava. Et mi afermò molte volte, che era tanta la reverentia portava ad Fra Hieronymo, che si farebe gran coscientia a richiederlo, o fargli dire o fare cosa alcuna a stanza sua. Et io non mi ricordo mai che a me gli facessi fare inbasciata alcuna di cose apartenente al publico. È bene vero che a questi dì, quando si tractò di sospendere la predica et se ne fe’ pratica, m. Francesco Gualterocti et lui mi commisono che io gli facessi intendere, come sendo il dì, che fu uno sabato, chiamati dalla Signoria per questo, loro erano in parere consigliare si sospendesino; e però glie ne facevono intendere, a ciò lui esaminassi se era meglo se ne levassi da sè, e aspectare la resolutione della pratica. A che lui rispuose: voleva piutosto che e Signori ne lo richiedesino, perchè da sè non le leveria. Ricordomi ancora che l’anno passato, la vigilia della Ascensione, sendo altercatione circa al predicare o no, Francesco Valori mi mandò a intendere se voleva a ongni modo predicare; et lui disse di sì: et uscita la pratica, gli fe’ intendere come era diterminato per la Signoria, che la mactina predicassi, et che lo poteva securamente fare.

Ancora mi ricordo che, havendo io inteso da Francesco Valori, quando era gonfaloniere di giustizia, chi era la Signoria li scanbiava, io la dissi a Frate Silvestro di San Marco, et ancora ad altri, maxime a Nicolò Ridolfi, perchè lo facessi intendere a Bernardo del Nero che era in villa: così havendo intesa di quella di Giuliano Salviati, come si diceva (che ve ne fu molti poi non riuscirono), parlando io con Fra Silvestro, gle ne dissi come gl’aveo inteso.

Che Francesco Valori sia andato a casa citadini privati, dico che io non ho notitia; ma mi pare havere inteso che un dì di festa andassi con Nicolò Machiavelli et Tommaso Guidecti a vedere Francesco dello Scarfa, ma non lo afermerei di certo; così è ito molte volte a visitare Antonio Canegiani malato: così andò due volte a visitare il vescovo de’ Soderini.

Sendosi l’anno passato, Francesco Valori acozato con Nicolò Ridolfi, Lorenzo Tornabuoni et Gianozo Pucci, separatamente però, et con loro rasectatosi circa lo sdengno haveano concecto de l’esere ritenuti in Palazo, et esendo poi molto stimolato da loro di dovere vivere con qualche ordine, et sapere chi erono gli amici sua; mi ricordo che, havendo io desinato con lui una mactina, andato nello scrictoio, preso in mano certi stracti havea, dove erano scricti tucti e veduti et seduti[956] sino all’anno 1494, et legendogli a uno a uno, n’estrasse circa 300 cictadini delle migliori qualità v’erono, e usò queste parole; Quando s’avessi usare inteligentia, si vorebe esere con questi tali; ma io non intendo entrare in queste pratiche nè farmi capo. Et così ripuose decti stracti, nè mai più vidi ne tenessi conto.

Ancora mi ricordo che sono circa a venti giorni che, sendo io con Francesco Valori fra la piaza del Grano et quella de’ Signori, Berto da Filicaia lo scontrò, et tiratolo da canto, gli parlò molte parole; et spicatosi da lui, Francesco mi disse: Che credi tu che costui m’abia decto? costui era sul dirmi, che noi siamo disordinati, et che noi doveremo ordinarci. Io gli ò resposto, che vadia a trovare questi altri, Pagolantonio et Giovanni Batista Ridolfi; et dicoti, che io non mi voglio fare stendardiere.[957]

Sono circa XV dì, che Fra Silvestro di San Marco mi dette una poliza, havuta da uno suo frate, sulla quale era scritto come Tonmaso Capponi havea detto sullo sportello della botegha sua, che inanzi passassino molti giorni, le cose si chiarirebono, et che havea parlato con molti giovani de’ Conpangnacci. Et io la mostrai a Francesco Valori, el quale disse: Questa sarebe mala poliza, se fussi d’altri che di Tonmaso; ma si vorebe che e’ Dieci la vedesino. Et io gli dissi: Io non voglio questo uficio. Et così mi restò la poliza, et stracia’ la.

Similmente detto Frate Silvestro era usato, quando intendeva qualche cosa di carico o pericolo di Francesco Valori, o di Firenze o fuori, farmelo intendere, perchè glie ne riferissi. Et essendo, più tenpo fa, Francesco Valori in mala opinione di molti di quelli frequentano San Marco, che mostravono temere della grandeza et volontà sua circa le cose publiche, mi ricordo che io ne parlai già con Fra Silvestro; et facendogli fede della buona intentione sua, lo richiesi ne facessi ancora lui fede a quelli gli capitavono a le mani. Simile ho usato lodargli qualche altro cittadino di quelli non frequentano le prediche, perchè lui gli mettessi in buono concetto: e questo a nesuno altro effetto, se non per la benivolentia havevo con quelli tali, desiderando fusino honorati. Et emi ancora intervenuto che, trovandomi qualche volta con certi sviscerati di San Marco, che sapevo non legevono altro libro; io harò lodato loro uno Piero Corsini, Filippo Buondelmonti et Francesco Scarfi, maxime ne’ tenpi che el ghonfalone locava ne’ loro quartieri;[958] et facendo loro fede che, non obstante che non frequentino le prediche, per essere amorevoli della cictà, senpre farieno bene: et per questa via vedevo indurgli a prestare loro favore.

Circa a le intelligentie si dice esere in San Marco, io non intesi mai che vi fussi altra inteligentia che una inclinatione d’animi a benivolentia l’uno verso l’altro, di quelli a’ quali piaceva questa opera: ma che mal vi si facessi ordine o ristringnimento alcuno, io non hebi notitia alcuna, nè mai in pratica alcuna simile mai intervenni. È bene vero che, usando molti di noi insieme, come era meco uno Alexandro Nasi, Alexandro Acaiuoli, Francesco Manelli et Piero delli Albizi, et simili; ne’ tenpi del creare i magistrati, secondo ci trovavàno[959] insieme, andando ragionando insieme, discorrevàno fra noi quelli si trovavono habili, et disputavàno insieme le qualità loro, maxime di quelli non erano noti credesino al Frate, mostrandoli l’uno a l’altro. E facto tali discorsi, dicevàno: Questi ci parebono a proposito della cictà. E questo, come dico, era ne’ nostri parlari familiari, secondo la sorte dava ci trovasino insieme. Et io per me, quando ho voluto dare favore a più uno che un altro, ho preso la via del lodarlo. Et è vero che, trovandomi questa state passata in Sancta Reparata, et scontrandomi con Piero di Lorenzo Davanzati, che ero stato parechi dì in casa malato, et entrati in ragionamenti della Signoria s’avea ad fare; dissi: do’ vedeva volti gli huomini al ghonfaloniere? et mi rispuose: non havea inteso nulla; et dove io ero vôlto, io? Rispuosigli: che io farei ongni altro che Pier Filippo. E questo facevo per lo odio era fra Francesco Valori et lui; et di questo ne fu’ tanburato a’ Conservadori, et absoluto.[960] Che io non sia in inteligentia alcuna, pare lo pruovi, che, poi si fe’ questo Consiglio, mai octenni partito alcuno di ofitii grandi o minimi.

Ancora mi ricordo essere in varii tenpi suto domandato da molti, di conditione maxime bassa et deboli: Che huom è, et come va il tale? verbi gratia, Filippo Buendelmonti, Piero Corsini o Francesco Scarfi: che nomino questi, perchè sono acaduti in facto. Et io respondevo: e’ sono huomini da bene, et non faranno mai se non bene.

Circa a la soscrictione si fe’ questo maggio o giungno passato in San Marco, a richiesta di quelli frati, come dissi hieri a boca; che era nata da lettere di ser Alexandro[961] da Roma, che scriveva che intendeva là era suto mandato certa soscrictione di cictadini contro al Frate, et confortava a fare loro fare testimonianza delle cose sua, et fructi facti nelle cictà. Et e frati ne chiesero parere a Francesco Valori et Giovan Batista, et furono confortati a farla. Et così e frati medesimi la portorono, et fecono soctoscrivere; et io la soctoscrissi, in fra gli altri, come testimone; nè mai ne tenni conto da poi, o intesi quello se ne fussi; che v’era d’ongni sorta di huomini secolari, religiosi et forestieri. Le lettere erano di ser Alexandro adiricte a ser Bastiano suo genero, o a’ Manelli; et debono esere in piè.

Di fare loro predicare, che i cani fusino in catena,[962] o più una cosa che un’altra; io, nè per parte di Francesco, nè mia, non persuadecti mai loro che predicas’no più d’una cosa che altra: et loro lo sanno.

Circa a l’arme et artiglierie erano in San Marco, io non hebi mai notitia alcuna, nè mai intervenni a pratica di farvelo mettere; ma m’è venuto a la memoria, che, circa uno mese fa, domandòmi Ruberto Ridolfi se haveo arme in casa. Gli rispuosi, non haveo, o poche; et lo domandai quello ne voleva fare. Disemi, che e frati erano ongni dì minaciati d’essere arsi in casa; et che però crederebe fussi bene, in quelle case intorno et nel convento, fussi qualche arme. A che gli rispuosi: che per niente lo facesino, chè n’arebono carico, et sarebono cagione di muovere scandolo. Nè poi ne ’ntesi altro; chè mostrò restare satisfatto del parere mio. Simile lo dissi a Francesco Davanzati, con lui insieme, a ciò lo obviasse; che sono vivi.

Ancora mi trovai questo anno in certa pratica, dove si tractava fare provedimento di denari; et havendo Guido Manelli, che era nella pancata dove io, disputato il modo gli ocoreva, et subgunto che si provedessi non si gictasino via, et che i cictadini non se gli ’nborsasino col comperare gli ’nstantiamenti; è vero che, sendo il dì poi con Francesco Valori et Antonio Canigiani, et ragionando di quello s’era decto in tale pratica, che loro ancora v’erono stati; io dissi loro quello Guido havea decto.[963] E questo ho decto perchè ne sono suto richiesto.

Racomandomi umilmente alle Signorie et Clementie vostre; et le priego, che, se non vogliono havere riguardo a me, che confesso non lo merito per esere entrato in pratiche non conveniente ad me, e per haver voluto meglio ad altri che a me; vogliate haver compasione di cinque figliuoli mi truovo, restati su l’amatonato et condocti, havendo perduto il loro, andare a le mercè d’altri.

. . . . . . .

Die 27 aprilis 1498.

Andrea di Antonio Cambini, constituto alla presentia di me ser Francesco, disse; et prima:

Circa alla cerimonia et segreto fece Fra Girolamo in San Marcho, dixe: che, essendo la prima domenicha dello Advento in San Marco, intendendo vi s’aveva a fare certe divotione, vi restai insieme con Alexandro Nasi, Francesco Davanzati, Piero Cinozi, Girolamo de’ Rossi, uno barbieri chiamato il Frate, uno orafo, et Giovanni Spina, et Benedetto Buomvanni: et circha a un’ora di nocte, havendo Fra Girolamo tutti li frati parati di camici, piviali et pianete nello hospitio, lui[964] si levò su, et fece uno sermoncello. L’effecto del quale fu, che lui si dolse che, avendo provato con tante ragioni la verità predicava, li huomini ogni dì diventavano più duri; et che però facessino orationi tutto quello Advento, nel modo haveva ordinato, acciò che Dio si disponessi, poichè gli uomini non volevano stare contenti alle ragioni, provassi questa verità con miracoli; et che si confidava che, facendole, senza dubio alcuno obterrebbono questa gratia. Dipoi si volse a tutti quelli che v’erano, et inpose loro non dovessino parlare di queste cose, ma tenessinle segrete.

Ricordomi che, sendo gonfalonieri di giustitia Francesco Valori, et circa alla fine dell’ufficio suo, lui nel ragionar seco mi mostrò che harebbe gran desiderio che Antonio Canigiani fussi lo scambio suo: et parlando io dipoi con Fra Salvestro, gli conferi’ questo desiderio di Francesco, et loda’ li molto Antonio Canigiani. Et questo facevo a fine che Fra Salvestro, con quelli gli capitavano alle mani, lodandolo loro, gli facessi favore. Et dicendomi Fra Salvestro, Bernardo del Nero; io dissi: e’ sarebbe meglio Antonio. Similmente mi ricordo che nel fare la Signoria passata, sendo, credo, nel chiostro con Fra Salvestro, et venuto a ragionamento delli gonfalonieri v’erono da fare, io gli lodai Francesco dello Scarfa, monstrando che era uomo da bene, et per fare bene. Et sappiendo era affectionato a Giovanni di Iacopo di Dino, gli dissi: E’ ci sarebbe anchora Giovanni di Iacopo di Dino, che sarebbe buono; ma io non credo vi si conduca.

Così mi ricorda, che sendo con lui in cella, io dissi: noi habbiamo viso di havere una mala Signoria; et s’ella è, e’ ci chacciaranno da Firenze, et io sarò de’ primi.

Così, sendo una mactina Francesco Valori et io con Fra Salvestro, Francesco cominciò a ghignare; et volsesi a Fra Salvestro, et disse: Voi sapete bene che c’è chi dice, che sarebbe bene examinare Andrea Cambini, et saperebbesi e segreti mia. Al che io risposi: Da me chaverebbono pochi segreti, chè io non ho che dire, et sono parato andarmene, et morire quando e’ bisognassi.

Anchora dico, che sendo quest’anno, Alamanno Salviati, Alexandro Nasi mal contenti di Francesco Valori, credo per le cose seguite d’agosto, et parlando di lui molto male, io ne parlai con Fra Girolamo, et disseli: che sarebbe bene che parlassi con loro, et levassi loro quelle albagie del capo. Così sendomi noto che Giovan Batista Ridolfi, poi fu facto de’ Dieci, havendo voluto una mactina parlare a Francesco Valori, et havendoli detto lui, che non poteva allora, che era con Naldo per una sua faccenda; della quale risposta Giovan Batista era entrato in gelosia, che Francesco non fussi di lui mal contento; io, per provedere che salvaticheza non nascessi fra loro, ne parlai con Fra Girolamo, et lo confortai, capitandovi Giovan Batista, a dirglene qualche cosa, et mostrarli questo essere per la natura di Francesco, et non per nessun’altra ragione; facendoli fede, come Francesco li portava amor grande.

A messer Giovanni Bentivogli, quando andai a Bolognia, parlai secondo la commessione havevo circa alle cose dei grani et della ciptà; e del presente reggimento li parlai tanto honorevolmente quanto io seppi, lodandoli et mostrandoli quello che pel tempo era per farsi. E mi ricorda che dicendomi: che è del Frate? io li dissi: El Frate attende alle prediche et alle orazioni, et li ciptadini a governare la ciptà.

Ricordomi ancora, quando tochò il gonfalonieri in Santo Spirito,[965] l’ultima volta, Francesco Valori, nel ragionar mecho, mostrò havere desiderio che Piero Corsini fussi facto, et molto me lo lodò. Et io sendo a ragionamento con Fra Salvestro, li riferi’ quello che Francesco m’avea detto.

19.

Esamina di Bartolommeo Mei.

A dì 27 di aprile 1498.

Bartolomeo di Cristofano Mei, setaiuolo minuto, dice sarebbe entrato nel fuoco, se Fra Girolamo gle n’havessi decto.

Dice stava la nocte a San Marco, et tenevavi il giaco, et il dì del caso se lo misse.

Circa tre anni, Fra Salvestro, che l’ha confessato cinque anni, gli dixe nel confessarlo: Egli è buono che tu vadia con Fra Girolamo, perchè non gli sia facto villania; perchè egli è in pericolo di esser morto per la via. Et dice gli dixe, che anchora si dubitava il duca di Milano era suo inimico. Et così ancora lui acceptò, et andò poi con Fra Girolamo. Et quando si mutava uno ufficio di Otto, et lui diceva: Chome porteremo noi l’arme? Et Fra Salvestro gli rispondeva: Andate via; e’ sono scripti quelli che hanno accompagnare Fra Girolamo.[966] Et Fra Ruberto da Gagliano gli diceva anchora qualche volta il simile.

Il dì del caso, dice si armò circa le 22 hore col giaco, celata e spada.

Al legìo, in coro, arrecò uno arcobuso Pagolo ceraiuolo et uno altro; uno tedesco, uno altro; et quivi trassero certi colpi. Uno colpo trasse Pagolo, dalla porta di verso i Tessitori.

Il bando, dice, udi’ dire che era ito; ma dice, non lo intese.

Ridolfo Panciatichi gli dixe: Io sono morto.

Nicolaio calzaiuolo, dixe, era stato prima preso, et spogliato: poi prese Lucantonio Cavalcanti, et spogliollo.

Ihesus.

Io Bartolomeo di Christofano dicho, che dipoi tornai da Roma, avendo volontà di fare la volontà di Dio, chomincia’ d’andare in Sa’ Marcho, et udi’ Fra Girolamo in Sa’ Lorenzo. Parendomi diciesi la verità, presi per mezo di Fra Christiano, per chonfesoro Fra Salvestro, et lui m’à chonfessato insino chomenciò la moria in San Marcho; et incominciorno avere gelosia no fusi morto Fra Girolamo. Pregato io loro l’achonpangieri,[967] e perchè mi pareva quello aveva detto, et diceva, fusi la verità. Et io in chonfesione più volte disi: che per l’onore di Dio et per questo suo servo meterei la vita. Dipoi incominciai andare cho lui: eravamo tre overo quattro, cho l’arme; non per ofendere persona, ma per difendere lui.

E perchè el sospetto incominciò a chresciere, sechondo dicevano, vene de li altri. E quelli ufici d’Oto che sono seghuiti, quando s’andava cho lui, diceva Fra Silvestro e Fra Ruberto da Ghagliano, potevamo andare sichuri, per la licenza avevano da li Oto per tuti quelli andasino cho lui. E Stefano, famiglio d’Oto, chontinovamente venuto in nostra chompagnia, e uno tavolacino. Quelli sono venuti v’è noto chi erano, e chi sono stati, perchè è suta chosa ciascuno vedeva chi eravamo chiaramente.

Dipoi questa quaresima, dipoi tornò a predichare in San Marco, parve a que’ padri fusi in magior pericholo, masime de l’esere perseghuitato, preghomo molti di numero, cioè que’ medesimi a 6 per sera, chontinovasimo l’andarvi, per ghuardare; e per e gharzoni di casa di Sa’ Marcho vene, una sera[968] io v’ero, partigiane e rotelle, e non so che targhoni quanti: Nicholaio[969] mi dise, venivano da amici di chasa. Dipoi a forse 10 dì, per le mani di detto Nicholaio, chome una sera vene 9 choraze; disemi el simile, da amici erano prestate: et chosì vi vidi 4 overo 6 archibusi, o no so bene 2 overo 3 bonbardelle picholine, e 2 schopieti: eravene uno di Nicolaio: questo so; l’altro non so di chi fusi: e chosì v’era meze teste; lui anco sa di chi erano, io per me non lo so.

E quando el dì si levò romore, si mesono in doso a molti; che fu uno quello povero vuomo di Ridolfo Panciatichi: li altri non so dirvi la verità chi erano, perchè io m’armai, e fu’ meso a l’ucio viene dalla Sapienza, Pacholo della Robia e suo fratello ed io: vidi Francesco Davanzati e Lionello Boni armati, et uscir fuora, no so chi, perchè intendete dove ero. E quando ci fu detto Francesco era morto, e arso la chasa, e che quello de’ Pechori[970] anche ispichati, e volendo vedere dov’era Fra Girolamo, andai in chiesa. Pasando, vidi la porta ardere; e tornai per el mantello: no trovandolo, tolsi questa ghabanella, e ritornai in choro; e quivi in ginocchioni aspetavo esere morto. Vidi trare a un tedesco molte volte uno archibuso, inanzi entrasi persona drento. Di poi entrato, per romore, serorono l’uscio. A Pagholo ceraiuolo vidi trare una volta a l’uscio de’ Tessitori, e venono a la porta d’andar in saghrestia, dando due volte drento; un frate aperse, e dreto a lui andò molti altri frati cho torchi aciesi in mano: e io steti fermo ginochioni aspetando, chome è deto di sopra. Vidi andare fra loro tre secholari, Pagholo della Robia et suo fratello, et Girolamo Gini; et noi abbraccavamo l’uno l’altro: et passato un pezo, tornorono; et avevamo molti per espogliati presi.[971] A loro fu fato ghrande abraccata.[972] La porta della chiesa ardeva forte: et fu Fra Francesco de’ Medici chon altri frati cierchamo per la chasa, e non trovando se non quelli rachiusi, d’andare dov’era e chapi, ch’erano el fratello di Fra Girolamo chon quelli vi disi; et insieme tornamo in choro. Et in quello stante, vene per la porta di chiesa insino a la porta entra in choro, e per dov’era la tela, fruchavano cho lancia lungha; et quel frate ch’aveva la rochola tolta da uno lato, et di là Pagholo si difendevano. Et uno frate salse dietro il chrocifiso chon sasi: fugiron fuora. E in quello era suto portato due archibusi in su legìo, che li traeva uno tedescho zuchone; et per el fumo e ghrida e stracheza, cie ne andemo cho’ frati dreto a Fra Girolamo in dormentorio; et quivi venne uno mandato da’ chomesari; dise: frati e secholari si tirasino da parte, ch’ongniuno si perdonava: volevano Fra Girolamo e Fra Domenico et Fra Silvestro. Alora chon forse 70 cie n’andamo in una chapella in dormetorio, che v’era el chorpo di Nostro Signore; e quivi stemo insino a che fumo mandati via.

E de l’avere portato imbasciate a citadino nesuno, no troverete; nè che io sapi nesuna chosa in privato nè in pubrico di nesuno, nè da nesuno mi fusi mai imposto alchuna chosa; salvo el dì del fuoco, che s’aveva a fare in sulla piaza, Piero Cinozi mi mandò a lo speziale di Naldo, per torchi per achonpangniare el chorpo di Nostro Signore.

E la chontinova usanza mia di San Marcho era per fare bene, chome stimo vi sia noto; quella chompangnia si raghuna in Sa’ Michele per opera di charità, et a’ malati, sepelir morti, e cho’ limosine per sovenire e poveri a ongni loro necessità e bisongni, et a conducier qualche fanciulla a onore cho le borse delle buone persone: et nonne io; ma Dio tal opera atribuischo.

Se altrimenti trovate, fate di me quello vi pare. E a botegha mia non vi si ragionava se non di chiachiere e novelle, in modo mi sono sute danose: Idio lo sa. Me trovai così quando la presi, non ò posuto fare altro.

LIV.

Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del fuoco.[973]

1.

Soscrizione dei Frati Minori.

Die XXVIIII martii 1498. — Frater Franciscus ordinis Minorum, presentibus Dominis, ratificavit omnia que in subscriptione eius erant, iterumque se dixit paratum omnia illa facere.

Iterum, sumptis verbis etc., disse, non si potere eguagliare con Frate Girolamo, nè per lettere nè per bontà;[974] ma perchè Fra Girolamo era actore principale, chiedeva lui. Et quanto al provarsi con Fra Domenico, a questo rispondeva, che haveva electo Fra Girolamo perchè cessassi al tutto questo male; perchè, morto Fra Domenico et sè, si rimarrebbe in simil confusione.

Iterum, che preparerà 3 o 4 frati, et che lui elegga. La substantia sta qui: che quando il fuoco sia acceso, si mandi per il predicatore.

Offerì Frate Giuliano Rondinelli, benchè absente.[975]

2.

Circa fratres ignem ingressuros.

Die XXX mensis martii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., attendentes diversitatem ortam in eorum civitate et populo propter discordantiam Fratrum Sancti Dominici habitantium in ecclesia Sancti Marci, ac asserentium aliquas conclusiones contingentes, et Fratrum ordinis Minorum negantes eas, et consequenter diversimode in rebus futuris Ecclesie sententium; et quod duo ex supradictis religionibus, ad probandas et comprobandas dictas conclusiones que indigent probatione supernaturali, nuper, coram eorum Dominationibus convenerunt ad invicem, promictentes eorum propria manu se subscribendo papirum, pariter ac simul ignem ingredi, ad libitum prefatorum Dominorum, ut ex igne exeunti inleso rationabiliter credi possit; ad hoc, ut huiusmodi popularis seditio tollatur e medio in omni eventu eorum altercationis:

Ideo, servatis servandis, et obtento inter eos partito, secundum ordinem etc., deliberaverunt et deliberando voluerunt, quod casu quo in isto experimento per ignem, a dictis partibus fiendo, pereat dictus ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu, Frater Hieronimus Savonarola de Ferraria, huius ordinis Santi Marci, primarius et eiusmodi doctrine seminator, ac etiam frater Dominicus de Piscia, eiusdem ordinis, et eiusmodi doctrine professor et predicator, intelligantur et sint confinati et relegati in perpetuum extra dominium Florentinum, nec possint remicti aut restitui, nisi precedente deliberatione Dominorum pro tempore existentium, cum eorum venerabilibus Collegiis et Octoviris, per quadraginta quatuor fabas nigras, obtempta postea per opportuna Consilia eorum civitatis Florentie. Si vero in dicto experimento perierit tantum dictus ex fratribus Minoribus sic ignem ingressus, salvo remanente dicto ex fratribus Santi Dominici, tunc et eo casu intelligantur, ut supra, et sint relegati et confinati in perpetuum extra dominium, frater Franciscus ordinis fratrum Minorum predicans in presentiarum in aedibus Sancte Crucis dicte eorum civitatis Florentie; et cum eo frater Laurentius de Corsis dicti ordinis fratrum Minorum; qui non possint restitui, nisi servata forma ut supra servanda in restitutione dictorum fratris Ieronimi et fratris Dominici ordinis Predicatorum. Sed si quilibet ex dictis sic ignem ingressis periret, quoad effectum huius partiti et relegationum predictarum, voluerunt non aliter haberi, quam si solus dictus ex fratribus Sancti Dominici perisset;[976] ac, casu quo, quacumque ratione vel causa, per dictas partes, vel aliquam dictarum partium, staret tempore requisitionis eorum Dominationum de ignis ingressione fienda quod non ingrederetur, pollicitus vel pollici (sic) ignem ingrederentur vel eiusdem ordinis sacerdos aut sacerdotes eius vel eorum loco surrogatus vel subrogati ingrederentur; constitutus in mora vel constituti ingrediendi ignem vel patroni et principes factionis dicti constituti vel dictorum constitutorum in mora intelligantur et sint confinati ut supra, vel alter eorum vel altera eorum pars intelligatur et sit confinata, ad declarationem eorum Dominationis, ita quod effectus sit, quod pars per quam staret quod non fieret experimentum, patiatur relegationem; et si per utramque fieret, utraque patiatur relegationem. Et supradicta omnia et singula deliberaverunt omni meliori modo etc.; confinantes ut supra, ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, casibus suprascriptis. Mandantes etc.

3.

Contra fratrem Hyeronimum.

Die VI aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt etc., quod casu quo ardeat Frater Dominicus de Piscia,[977] frater ordinis Predicatorum, in ecclesia Sancti Marci de Florentia, qui ingressurus est ignem, ut convenit, cum Fratre Iuliano de Rondinellis ordinis Minorum; tunc Frater Ieronimus Savonarola, eiusdem Fratris Dominici doctrine primarius, intelligatur et sit rebellis; et sibi, dicto casu, assignaverunt tempus trium horarum ad egrediendam urbem Florentie. Mandantes etc.

LV.

Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di S. Marco.[978]

1.

Bannum confinationis.

Dicta die VIII aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., deliberaverunt precipi et banniri etc., quod unusquisque eorum civitatis dimictat arma; et Frater Hyeronimus Savonarola suprascriptus sit confinatus extra dominium Florentinum; ad que confinia se representare debeat intra XII horas etc. Mandantes etc.

Bannitum dicta die incontinenti etc., hora xxii eiusdem diei. Mandantes etc.

2.

Contra non evacuantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes layci qui sunt in ædibus Sancti Marci de Florentia debeant intra unam horam exinde discedere; alias intelligantur rebelles Communis Florentie etc. Mandantes etc.

Bannitum incontinenti super platea dicte ecclesie.

3.

Contra euntes ad ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod omnes cives qui ibunt ad ecclesiam Sancti Marci intelligantur esse et sint rebelles Communis Florentie, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

4.

Contra intrantes ecclesiam Sancti Marci.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod nullus ingrediatur ecclesiam Sancti Marci de Florentia, sub pena furcarum, ad declarationem tantum Dominorum etc. Mandantes etc.

LVI.

Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati.[979]

Cives ad examinandum fratres.

Dicta die XI mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., attendentes quod superioribus diebus verbotenus commiserunt et preceperunt spectabilibus viris Carulo Danielis de Canigianis, Ioanni domini Giannozii de Manettis, Ioanni Antonii de Canaccis, Bartolo Pieri de Zatis, Baldassarri Bernardi de Brunettis, Piero Danielis de Albertis, Benedicto Tanay de Nerlis, Doffo Angeli Scolai de Spinis, Tommasio Nicolaii de Antinoris, Francisco Luce de Albizis, Iuliano Bernardi de Mazinghis, Piero Bertoldi de Corsinis, Braccio domini Dominici de Martellis, Laurentio Mattei de Morellis, Andree Ioannis de Larionibus, Antonio Iacobi de Rodulfus, et Alfonso Filippi de Stroziis, omnibus civibus florentinis, quod examinarent Fratrem Hieronimum Savonarolam de Ferraria, Fratrem Dominicum de Piscia, et fratrem Silvestrum, fratres ex ordine Predicatorum sancti Dominici, et omnes alios fratres et alios quoscumque; et ut dicta eorum commissio et preceptum validiori et efficaciori modo possit sortiri suum effectum. Ideo, obtento inter eos partito, secundum ordinem, et omnibus serratis etc., deliberaverunt et deliberando preceperunt prefatis civibus, quatenus in dicta examinatione prosequantur eorum auctoritate quolibet remedio opportuno.[980] Confirmantes ex nunc omne et totum id quod in dicta examinatione facta, vigore dicte auctoritatis et precepti verbotenus eis facti, fecissent vel exeguissent. Ac etiam ad cautelam confirmantes ex nunc prout ex tunc, et ex tunc prout ex nunc, quicquid facient in futurum in predictis et circa predictas examinationes, modo et forma supradictis.

LVII.

Altre Deliberazioni.[981]

1.

Contra euntes ad Sanctum Marcum.

Die XII mensis aprilis 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod banniatur et precipiatur in locis publicis civitatis Florentie, quod ullus cuiuscumque gradus, status, conditionis aut dignitatis existat, etiam mulieres, non audeat occulte vel palam ire et intrare in ecclesiam et monasterium Sancti Marci de Florentia; et si quis ad presens ibidem esset, exceptis fratribus dicti conventus, statim discedat, sub pena ribellionis, in quam incurrat eo ipso quo contrafecerit, absque aliqua alia declaratione fienda etc. Mandantes etc.

Bannitum, dicta die, per Matteum Verdiani bannitorem dicte Dominationis, ut retulit.

2.

Pro fratribus detentis in Palatio.

Dicta die V maii, 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt etc., quod custodia Fratrum Ieronimi et Dominici et Silvestri, detentorum in eorum Palatio, pertineat solum et dumtaxat magnifico domino Buonaiuto de Butis, uno ex numero dictorum Dominorum, et nullus alius, infrascriptis tamen exceptis, possit ad dictos Fratres accedere, sine licentia dicti Buonaiuti. Possint tamen ad eos accedere semel et pluries suprascripti Domini et eorum notarius, simul, et de per se, et alii ad ipsorum Fratrum gubernationem constituti etc. Mandantes etc.[982]

LVIII.

Condanna dei tre frati.[983]

Condonnatio.

Die XXIII mensis maii 1498. — Presentes spectabiles domini Octo in sufficienti numero congregati, servatis servandis, et obtento partito, absente tamen Francisco Cini eorum collega; attentis processibus et confessionibus et maleficiis perpetratis et commissis per Fratrem Ieronimum Savonarolam de Ferraria et Fratrem Silvestrum de Florentia et Fratrem Dominicum de Piscia, ordinis Predicatorum et conventus Sancti Marci de Florentia, et omnibus in eis contentis, et nefandissimis eorum scelerum (sic) esaminatis et intellectis: et attenta eorum et cuiuslibet eorum degradatione ab Episcopo coram populo facta, et coram reverendissimo totius ordinis santi Dominici Generali ac comissario apostolico, et coram dignissimo Comissario sanctissimi nostri Pape: et attenta consignatione de eis facta per sententiam latam per dictos dignissimos commissarios auctoritatem habentes a Summo Pontifice, de qua publice, patet per breve eius, in manibus secularibus, adeo ut iustitia administretur; quapropter ipsos, ne a predictis immunes et impuniti remaneant et sint,

Ieronimum Savonarolam ferrariensem

Silvestrum de Florentia et

Dominicum de Piscia,

et quemlibet eorum, condemnaverunt, ut ipsi et quilibet eorum subspendantur laqueo, et etiam comburantur ut anima a corpore eorum separaretur, publice, in platea et super platea magnificorum Dominorum. Et sic fiat bullettinum capitaneo platee ut predicta ad exequtionem mandet. Mandantes etc.

Actum in aringheria magnificorum Dominorum nostrorum, et presentibus testibus ser Francisco ser Baronis, et ser Filippo Dominici Morelli, civibus et notariis florentinis.

Incamerata per Lucam famulum dictum Formica, sub die 24 maii.

LIX.

Altre deliberazioni e condanne.[984]

1.

Relegatio.

Dicta die XXVII maii 1498. — Item, dicti Domini, simul adunati etc., iustis et rationabilibus causis, ut dixerunt, moti etc., confinaverunt etc. extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino decem annorum continuorum proxime futurorum, et casu quo non servarent confinia intelligantur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristophorum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano, omnes fratres conventus Santi Marci de Florentia; et quod debeant se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die quo fuerit sibi personaliter notificata huius modi deliberatio, sub eadem pena etc. Mandantes etc., Incamerata die 28 eiusdem, per Ioannem Franciscum Gori tabulaccinum.

2.

Circa relegationem quatuor fratrum Sancti Marci.

Dicta die (29 maggio 1498). — Item dicti Domini, simul adunati, etc. Attenta quadam deliberatione per eos facta sub die XXVII presentis mensis maii, per quam potet qualiter ipsi Domini confinaverunt et relegaverunt quatuor Fratres capituli et conventus Santi Marci de Florentia extra civitatem, comitatum et districtum Florentie, pro tempore et termino annorum decem proxime tunc futurorum; et eo casu quo non servarent ipsa confinia intelligerentur rebelles communis Florentie, videlicet: Fratrem Marianum de Ughis, Fratrem Nicolaum de Mediolano, Fratrem Cristoforum de Mucello et Fratrem Robertum de Gagliano; et quod ipsi deberent se presentare ad dictos confines extra dictum territorium, infra quatuor dies a die qua sibi fuerit notificata huiusmodi deliberatio personaliter et in personam, prout ibidem clarius continetur: et attento qualiter ipsi quatuor Fratres fugam arripuerunt, adeo quod ubi sint penitus ignoratur: Ideo deliberaverunt etc., quod talis notificatio, que secundum dictam deliberationem fieri debebat eisdem Fratribus personaliter, sufficiat fieri ianuis ipsius Santi Marci de Florentia, vel vicario sive priori dicti conventus Sancti Marci; et quod dicti quatuor Fratres sic relegati, infra X dies tunc proxime futuros a die notificationis facte dicte ecclesie sive priori vel vicario dicti capituli, intelligantur rebelles, si se non presentaverint ad huiusmodi confines, eo modo et forma prout rebelles efficiebantur vigore dicte prime deliberationis, si infra quatuor dies in dicta deliberatione contentos se non representassent etc.

Mandantes etc. Notificata per Pierum Gori mazerium dicte Dominationis, dicta die, vicario dicti conventus, et ianuis dicte ecclesie, et incameratam supradicto die, prout retulit.

3.

Licentia sonitorum.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., dederunt licentiam etc., eorum sonitoribus eundi, pro hac die tantum, ad sonandum et honorandum[985] dominum Franciscum Romulinum nunc Florentie commorantem etc. Mandantes etc.

4.

Altra condanna.

Dicta die (4 giugno 1498). — Prefati Domini, simul adunati etc., servatis servandis, et obtento inter eos partito secundum ordinamenta etc., iustis et rationabilibus causis moti, et omni modo etc., deliberaverunt et deliberando confinaverunt extra civitatem, comitatum et districtum Florentie infrascriptos fratres, pro tempore et termino annorum X continuorum proxime futurorum a die notificationis. Et casu quo non servarent confinia, tunc et eo casu intelligantur rebelles Communis Florentie, et a die huiusmodi notificationis infra decem dies tunc proximo futuros debeant se presentare extra dictos confines sub pena rebellionis; et de dicta presentatione debeant fidem facere per publicum instrumentum ipsis magnificis Dominis, et quo notificatio de eis facta, facta legittime intelligatur ad ecclesiam Sancti Marci de Florentia sive vicario dicti conventus; et habeatur pro legittime facta ac si personaliter facta esset infrascriptis fratribus, quorum nomina sunt hec, videlicet: Frater Malatesta Sacramoro de Rimino, Frater Antonius Christofori de Radda, Frater Stefanus ser Bartholomei de Unigiana, Frater Bartholomeus Ioannis de Cavalcantibus, Frater Tommasius Bernardi de Caianis, et Frater Ioannes Sinibaldi de Sinibaldis; omnes fratres capituli et coventus Sancti Marci de Florentia, ordinis sancti Dominici observantie etc. Mandantes etc.

Dicta die notificata dicto domino vicario personaliter, et ianue dicte ecclesie per Pierum Bartoli mazerium, ut retulit; et per eundem mazerium incamerata.

5.

Relegatio.

Dicta die VIII mensis iunii 1498. — Item, dicti Domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt, et deliberando confinaverunt et relegaverunt Fratrem Maurelium Savonarolam, fratrem dicti conventus Santi Marci de Florentia, et fratrem carnalem olim Fratris Ieronimi Savonarole de Ferraria, ad eundum, standum et permanendum extra civitatem, comitatum et districtum Florentie in perpetuum; ad que confinia se representare debeat personaliter intra tres dies proxime futuros a die notificationis, et fidem dicte sue representationis mictere ad dictos magnificos Dominos infra X dies proxime futuros a die notificationis predices, sub pena rebellionis: et predictam notificationem voluerunt fieri eidem Fratri Maurelio vel ianuis ecclesie dicti Sancti Marci. Que notificatio facta altero de dictis duobus modis habeatur pro legittime facta etc. Mandantes etc.

Die XI dicti mensis notificata vicario dicti conventus personaliter, et ianuis dicte ecclesie, per Ugolinum mazerium dicte Dominationis, ut retulit.

6.

Quod claudatur subterranea via.

Item, dicti Domini, simul adunati etc., servatis etc., ut suppositiones removeantur et scandala non oriantur, deliberaverunt et deliberando commiserunt Paulo.... de Beninis civi florentino, et uno ad presens ex numero gonfaloneriorum societatis populi Florentini, quatenus claudere faciat atque replere aditum nuper subter terram perforatum,[986] quo itur ab ecclesia et conventu Sancti Marci de Florentia ad situm Sapientie de Florentia, eo modo et forma prout erat ante quam huiusmodi aditus flerent etc. Mandantes etc. Notificata incontinenti eidem Paulo personaliter.

LX.

Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare, in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni.[987]

1.[988]

Die XVI Julij 1498.

Item attento qualites Ieronimus Iacobi de Torsellinis civis Florentinus et Filippus Ghori forbiciarius populi sancti Laurentii de Florentia varia et quam plura rasionamenta habuerunt de rebus pernitiosi fratris Ieronimi de Ferrara, quæ rasionamenta versabantur contra et adversus Rempublicam Florentinam et contra gubernantes eam, et qualiter de morte ipsius dolebant: ides, ne impuniti remaneant, et pena eorum aliis transeat in exemplum, servatis servandis et obtempto partito deliberaverunt et condempnaverunt dictos et infrascriptos. Ieronimum Iacobi de Torsellinis et Filippum Ghori Forbiciarium ad dandum et solvendum; videlicet dictum Ieronimum florenos decem de auro in auro eorum provisori et etiam ipsum privaverunt a Consilii maiori per duos annos. Dictum vero Filippum ad dandum et solvendum eorum provisori florenos viginti de auro in auro: et quod de carceribus in quibus ad presens sunt non relapsentur nisi prius solverint.

Mandantes etc.

2.[989]

Dicta die XXVIIIJ Junii 1498.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt quod a fratribus ecclesie sancti Marci de Florentia restituatur presbiteris et ecclesie santi Laurentij de Florentia, el battaglio campane Belfortis penes dictos patres existente, et insuper eidem ecclesie sancti Laurentii consignetur campana dicte ecclesie sancti Marci etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc, servatis etc., revocaverunt suprascriptum solum in ea parte qua dispositur quod dicta campana ecclesie sancti Marci consignetur ecclesie sancti Laurentii, et voluerunt quod loco dicte ecclesie sancti Laurentii consignetur ecclesie fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis; et propterea concedatur mazerius si opus fuerit etc. Mandantes etc.

Item dicti domini simul adunati etc., servatis etc., deliberaverunt et preceperunt Signorino Francisci eorum preceptori, quatenus vadat ad dictam ecclesiam sancti Marci et Campanam dicte ecclesiae capiat et eam conducere faciat ad ecclesiam dictorum fratrum observantium sancti Francisci extra portam sancti Miniatis, et ad hoc affectum, ex parte dictorum dominorum, rogat quoscunque magistros quatenus cum canapis et ferramentis et curribus dictam campanam conducant ad dictam ecclesiam dictorum fratrum etc., sub pena eorum indignationis etc. Mandantes etc. Qui Signorinus retulit se fecisse ommia predicts.

CONCLUSIONE AI DOCUMENTI

Per non ingrossare soverchiamente questo volume, abbiamo dovuto tralasciare la pubblicazione di molti documenti, e di parecchi scritti originali del Savonarola, uno dei quali, che avevamo anche promesso, era l’Esposizione di Abacuc. Quest’opera si trovava in un codice della Marciana di Venezia, e dovemmo superare infinite difficoltà, per aver copia d’un manoscritto che i più abili si dichiaravano incapaci di leggere. Pare che sia un autografo disteso in grandissima fretta; certo non somiglia gran fatto agli altri manoscritti del Savonarola. Riscontrammo questa copia, coll’altra certamente autografa, e che trovammo più tardi in fondo alla Bibbia magliabechiana insieme con moltissimi altri opuscoli, i quali potrebbero formare un discreto volume di operette inedite del Savonarola, delle quali diamo qui sotto i titoli.

Nei fogli che precedono la Bibbia, vi sono le Regole per la interpetrazione della Sacra Scrittura, e l’applicazione di esse fatta ai primi capitoli della Genesi. Seguono alcune Considerazioni religiose, ed un breve scritto sulla Passione del Signore. Sono tutte in latino e fanno 18 colonne d’un manoscritto così piccolo, che una mano ordinaria avrebbe avuto bisogno d’uno spazio, per lo meno, quintuplo. Nel medesimo carattere sono i seguenti trattati che si trovano in fondo alla stessa Bibbia.

Cantica Canticorum Salomonis (da col. 2 a 17);

Moralitas super 16 cap. Ezechielis (da col. 18 a 20);

Expositio in Abacuc prophetam (da 20 a 32);

Circumferatur Arca, idest Crucifixus qui est forma Christianorum (sono appunti di Prediche, vanno dalla col. 32 a 33);

Privilegia Ordinis ex Mari magno Sixti IV (col. 33 bis).

Segue un’esposizione dell’Apocalisse; un sermone evangelico; un’esposizione del Salmo 54, in cui si ragiona della vera nobiltà e termina alla colonna 45.

Seguono, poi, questi altri sermoni:

In Solemnitate Omnium Sanctorum (col. 46);

In commemoratione omnium fidelium (col. 46 a 52);

Die S. Andræ (col. 52. a 56).

Segue un trattato, De ambitione, poi altri, e finalmente:

Quæ hodie sunt regulæ pugnandi optimæ (col. 61 a 65).

Conditiones huius vitæ (col. 65);

De Veritate.

Alcuni di questi opuscoli sono semplici abbozzi, o contengono idee che si trovano ripetute nei lavori già stampati; altri sono lavori compiuti e meritano di essere conosciuti. Noi ce ne siamo valsi nella compilazione di questa biografia; ed una scelta dei migliori fra di essi, è già pronta per essere pubblicata, in un volume di Opere inedite o rare del Savonarola, non appena tempi più tranquilli lo permetteranno.

Per nostro consiglio e sotto la nostra direzione fu fatta del pari una copia diligentissima, non solo di tutti i trattati, ma anche di tutte le postille marginali di questa Bibbia; lavoro che richiese molto tempo e moltissima spesa, e che ora si trova nelle mani di un letterato inglese che avrebbe in animo di tradurlo e pubblicarlo in Inghilterra, dove gli studi biblici hanno assai più favore che presso di noi. Comunque sia di ciò, se non tutti, parte almeno di questi scritti del Savonarola, verranno certamente alla luce.

La mancanza di spazio ci ha impedito, ancora, di pubblicare la corrispondenza degli agenti del Duca di Milano, che noi potemmo cavare dagli archivi, allora imperiali, mediante la rara cortesia del dottor Dansi, che seppe non solo vincere difficoltà quasi insuperabili; ma volle ancora farne di sua mano la copia e donarla a noi generosamente. Questa corrispondenza, però, che al nostro proposito non era di grande importanza, come abbiamo già detto, verrà pubblicata ben presto nell’Archivio Storico di G. P. Vieusseux, tanto benemerito delle lettere e degli studi storici in Italia.

Conchiudiamo finalmente la serie dei nostri documenti, con una singolare e notevole testimonianza, data intorno al Savonarola da uno scrittore contemporaneo, in un Ms. slavo del secolo XVI. Dobbiamo questo documento alla cortesia del dottissimo sig. Sceviref, professore nell’università di Mosca; il quale, possedendo il Ms. stesso, volle favorirci di una traduzione che riportiamo fedelmente, insieme con una notizia intorno a quell’antico scrittore. Questa notizia è cavata da una Storia della letteratura russa, scritta in italiano dallo stesso Prof. Sceviref, in compagnia del Prof. Rubini. Speriamo di vedere ben presto pubblicata quest’opera, di cui molto ci fa sperare la dottrina degli autori.

. . . . . . .

Segue le notizie intorno a Massimo Greco, e brano di un suo scritto.

«Massimo Greco, monaco del Monte Athos, chiamato Monte Sacro; nato nella città di Arto in Albania, fece i suoi studi a Parigi presso il famoso ellenista Lascaris, poi nell’Università di Padova, in Firenze, in Venezia dove conobbe il celebre Aldo Manuzio. Abitava il convento Vatopedo del Monte Athos, quando nell’anno 1506 fu chiamato in Russia dal gran principe Basilio, il quale gli confidò la sua biblioteca ricca di manoscritti greci, latini, giudaici e slavi. Massimo corresse i libri liturgici, ne tradusse molti dalla greca nella lingua slava, e lavorò ad una fortissima e variata polemica contro le varie sètte che minacciavano l’ortodossia russa. Scrisse molte epistole allo zar, ed ai bojari, decise molte quistioni che gli furon proposte dai suoi contemporanei. Era quest’uomo fonte immensa di vasta erudizione e di una teologia sana ed illuminata; e pertanto, modello di critica, egli fu in Russia vittima dell’ignoranza del secolo, vittima delle cabale di corte; soffrì l’esilio, fu martire, e infine canonizzato dalla chiesa. Solo nella sua cella, senza pietoso aiuto che gli porgesse pane; privo d’ogni consolazione cristiana, scriveva con un pezzo di carbone, su bianco muro, una cantica sacra allo Spirito Santo.

«Bella e piena di una fervida eloquenza è la sua orazione diretta contro i tiranni del secolo XVI.[990] Questo monaco ci lasciò più di 150 opuscoli riuniti in un solo codice manoscritto, che si stampa adesso dai dotti professori dell’accademia ecclesiastica di Kazan. Fra questi opuscoli, se ne trova uno intitolato: Sopra il perfetto vivere monacale. Qui, discorrendo dei vari conventi che conobbe nelle contrade latine, parla prima di Parigi, come centro dei studi teologici e di ogni civiltà umana; poi ragiona di Firenze, ed ecco quello che ne dice:»

«Firenze è la più bella e la più buona di tutte le città d’Italia ch’io vidi. Vi è un convento di monaci chiamati predicatori di Dio, la chiesa del quale è dedicata all’apostolo ed evangelista San Marco. Questo convento ebbe per suo abbate un vero monaco, Girolamo, di nascita e di dottrina Latino; ma ripieno di ogni sapienza dello spirito della Scrittura Santa e di ogni dottrina esterna, vale a dire filosofia: uomo santo, acceso di un zelo divino. Vedendo che la sua città era soggiogata da due vizi: il vizio di sodomia e la corruzione della giustizia, riunita coll’usura disumana, pensò Girolamo colla parola ammaestratrice, ispirata dalle Scritture Sante, portare un soccorso morale ai suoi concittadini e distruggere affatto la perversità dei loro costumi: con questo scopo cominciò a predicare nella chiesa di San Marco. Molti uditori di ogni specie, fra i quali vari nobili, i primi cittadini della città, si affollavano intorno a lui: fu amato da tutti; fu pregato di continuare le sue prediche in quella chiesa cattedrale. Predicò Girolamo ogni domenica, ogni giorno festivo, tutti i giorni della quaresima, esponendo la sua parola ammaestratrice da una tribuna alta, ove restava per lo spazio di due ore e più; ed ebbe la sua parola tanta forza nel popolo, che la più gran parte della città volle seguire le sue salutifere dottrine, e dai costumi libidinosi ed immondi passò alla castità e purezza; la corruttela della giustizia, riunita all’usura, si trasmutò in giustizia, misericordia e carità; i cittadini, volendo imitare quel Zaccheo citato nel Vangelo, distribuivano i loro averi, per le mani del loro maestro, ai poveri bisognosi. Potrei citare moltissimi esempi della correzione che produsse il predicatore, nei costumi del popolo; ma per non essere noioso coi miei racconti, ne citerò uno solo, di una povera vedova, che basterà a provare la forza che ebbe la parola di questo uomo ispirato da Dio, sopra lo spirito del popolo Fiorentino.

»Un ragazzo, figlio di una povera vedova, trovò nella strada un sacco di danaro con 500 monete d’oro, e lo portò alla sua madre. Vedendo questo denaro, la vedova non sentì nessuna gioia, malgrado che potesse per mezzo di quello, uscire dallo stato della sua miseria: non celò il danaro trovato; ma lo portò al predicatore della città, dicendo: — Ecco, santissimo padre e maestro, guarda: il figlio mio trovò questo sacco per strada. Prendilo e, come tu sai fare, trova quello che l’aveva perduto: rimettigli il suo avere; affinchè non senta un dolore sconsolato per la sua perdita. — Il maestro ammirò la probità della vedova, e data a lei la sua benedizione, la congedò.

»Un giorno, avendo terminato in chiesa il suo insegnamento, disse, alzando la voce: — Se qualcuno ha perduto denaro, che esca nel mezzo e dichiari la quantità del denaro perduto, la forma del sacco che lo conteneva, il giorno della perdita; e dopo queste indicazioni, riprenda il suo. — Un giovane uscito dalla folla, rispose esattamente a tutte queste domande. — Ecco, giovane, — disse il maestro, — il tuo perduto avere, e la povera vedova che lo ritrovò per strada; non dimenticare che essa ti salvò da una grande sciagura. — Il giovine prese cento monete d’oro e le recò alla vedova, con un grandissimo piacere. Questa vedova merita di essere più lodata di quella citata nel Vangelo. Potrei, ripeto io, citare ancora molti memorabili racconti, che furono tanti frutti dell’insegnamento divino di questo uomo; ma, avendo paura di parere troppo lungo, passo alla fine che ebbe la santa predicazione.

»Una metà della città si rese docile alla dottrina di Girolamo e cambiò i suoi costumi; l’altra metà, non solamente rimase sorda e disubbidiente alla sua parola, ma era piena d’inimicizia contro di lui; e per fargli un’ingiuria pubblica, contaminò collo sterco umano la tavola, dove soleva appoggiare le sue braccia, quando, stando in piedi, spandeva alla gente le onde del suo eloquente insegnamento. Ed egli, imitando in tutto la dolcezza e la pazienza del nostro Signore, soffriva tutto, non bramando altro che il miglioramento degli uomini. Con questo scopo inveì ancora contra coloro i quali, essendo investiti dei poteri clericali, non seguivano le orme degli Apostoli e non curavano il gregge di Cristo. Senza paura svelava egli i loro vizi, e spesse volte diceva: — Se fossimo vissuti secondo il Vangelo del nostro Signore G. C., i popoli eterodossi, vedendo la nostra vita simile a quella degli angeli, si sarebbero convertiti al nostro Dio; e questo ci sarebbe di una grandissima salvazione, e ci porterebbe il godimento dei beni eterni; ma ora, vivendo contro la legge divina, nè correggiamo noi stessi, nè abbiamo cura della correzione altrui. — Che altre parole possiamo udire dal Giudice giusto se non quelle già dette? — Guai a voi, dotti e farisei ipocriti, che chiudete agli uomini il regno del cielo: non ci intrate voi, e ne impedite l’ingresso agli altri. — Queste parole pervennero sino al Papa, ai cardinali ed a tutto il clero che l’attorniava. La dottrina di Girolamo fu odiata da loro fin dal suo principio: lo chiamarono eretico, bestemmiatore e adulatore. Da Roma gli venne l’ordine di non continuare la predica, come, secondo gli Atti dei SS. Apostoli, a loro pure fu proibita la predicazione del nome di Gesù Cristo. L’ordine diceva: che, se egli non cessava la predica, era anatemizzato come eretico. Ed egli, non solamente non seguì il consiglio degli improbi; ma acceso di maggior zelo, dichiarò la loro epistola irregolare ed ingiusta; perchè gli proibiva di adempire al suo dovere d’insegnare in chiesa ai fedeli; e con maggior forza continuò a svelare i loro vizi. Senza dubbio, così penso io, si risolvette fin d’allora, a ricevere la morte per la fede e la gloria di Dio, se necessità vi fosse. Uno che si accende di zelo per Dio, spregia non solo i beni, ma pure la vita. Testimonio ne sono le parole di Cristo che disse: Volendo gustare la morte, per la gloria del mio Padre e per la salvezza dell’uomo, bramo di tutte le mie brame di mangiare questa Pasqua con voi. Così parlò pure San Paolo, uno dei più fervidi zelatori di Cristo: Voglio sciogliermi dal mondo ed essere con Cristo; ed altrove: La vita mia è Cristo, e morire, per me, vuol dire acquistare.

»Il Papa non cessò mai di perseguitare Girolamo, volendo cacciarlo dal suo pergamo; ma egli, sordo alle minaccie, continuò ad ammaestrare il popolo, ed a svelare l’iniquità del Papa. I nemici, però, avevano già deciso la sua morte e la eseguirono in questo modo. Avendo scelto un generale, per nome Gioacchimo, lo mandarono a Firenze, munito dalla potenza papale, di togliere a Girolamo il posto di Abbate del convento; di giudicarlo e condannarlo a morte con fuoco, come spergiuro e calunniatore della chiesa apostolica Romana. Arrivato a Firenze, mostrò il generale ai capi della città le bolle del papa; chiamò Girolamo al giudizio, e come un martire l’espose alla tortura. Arditamente rispose il giusto alle calunnie dell’improbo giudice; ma falsi testimonii, scelti fra la gente scontenta delle sue predicazioni, accumularono calunnia sopra calunnia; e su questo falso fondamento lo condannarono a un doppio supplizio; e insieme con lui altri due uomini santi, suoi coadiutori: tutti e tre furono impiccati e poi bruciati. Tal fine ebbero questi tre santi monaci, e così fu ricompensata dallo sleale Papa la vita loro esemplare. Sul trono papale regnava allora Alessandro uscito di Spagna, il quale colla sua iniquità e malvagità, superò ogni delinquente.

»Quanto a me, mi allontano talmente dalla sentenza di quegli sleali giudici, che sarei pronto, con tutta la gioia del cuore, assimilare quei tre monaci agli antichi difensori della fede cristiana, se non fossero Latini. Io vidi in questi santi monaci, come negli antichi, uguale zelo per la gloria del nostro Signore G. C., e per la salvezza e correzione dei fedeli: nè ciò ho sentito da altri; ma l’ho veduto coi miei proprii occhi, essendo stato più volte presente ai loro insegnamenti. E non solo riconobbi in loro lo stesso zelo, che negli antichi, per la vita che menavano secondo la fede; ma anche la stessa sapienza, lo stesso spirito; uguale arte nell’indagare il senso delle Scritture Sante, uguale ampiezza di ogni dottrina esterna, principalmente in Girolamo. Egli alle volte, rimaneva due ore di seguito, ed anche più, sulla cattedra sua, spandendo a largo fiume le sue dottrine abondanti; nè cavandole già da un libro tenuto nelle mani, ma svolgendole tutte dal tesoro della sua immensa memoria, nella quale si celava uno spirito affatto divino, e perito nell’arte di svelare le Scritture Sante.»

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

INDICE DEL VOLUME SECONDO.

LIBRO QUARTO.

[1497-1498.]

CAPITOLO I. Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. 1 II. Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a scemare. 15 III. È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici. Processo e condanna degli accusati. 39 IV. Opuscoli editi e inediti del Savonarola. Il Trionfo della Croce. 56 V. Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo bruciamento delle vanità; nuovi brevi del Papa; continua la predicazione. 75 VI. Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa: nuovi Brevi e minacce; al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi. 98 VII. L’esperimento del fuoco. 113 VIII. Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono menati in prigione. 135 IX. Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo. 153 X. Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento. Arrivano i commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti nella prigione. 175 XI. I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei tre Frati. 195 Conclusione. 217

DOCUMENTI.

DOCUMENTO I. Lettera del Savonarola al padre, restituita alla sua vera lezione. III II. Primo scritto in prosa del Savonarola. VI III. Lettera del Savonarola ai suoi genitori. X IV. Saggio di un sunto assai imperfetto delle Lezioni sull’Apocalisse. XI V. Catalogo di opere del Savonarola, cavato da un antico manoscritto. XIV VI. Saggio dei primi appunti che il Savonarola faceva per le sue prediche, cavato da un codice autografo nella Biblioteca Magliabechiana. XVIII VII. Un brano delle Giornate di Ser Lorenzo Violi, in cui si discorre delle Prediche del Savonarola. XXV VIII. Un contratto di Lorenzo Violi, per stampare un volume di Prediche del Savonarola. XXIX IX. Lettera del Savonarola a Stefano da Codiponte. XXXII X. Tre Lettere dei Dieci, in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda. XXXIV XI. Breve d’Alessandro VI, con cui si separa San Marco dalla Congregazione lombarda. XXXVI XII. Lettere di Iacopo Salviati e Girolamo Savonarola a Piero de’ Medici, relative ad una convenzione tra i Frati di San Marco e quelli di Lombardia, circa il Breve venuto da Roma. XXXVIII XIII. Tre lettere della Signoria in favore della separazione di San Marco dalla Congregazione lombarda. XL XIV. Dispaccio della Corte di Napoli a papa Alessandro VI, circa la venuta dei Francesi in Italia, scritto da Giovanni Pontano. XLIII XV. Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno 1494 insino al detto anno 1534. LV XVI. Due capitoli della terza parte del _Vulnera Diligentis_ di frà Benedetto. LXV XVII. Lettera dei Dieci, in cui si parla della seconda legazione affidata al Savonarola. LXXV XVIII. Legazione affidata al Savonarola. LXXVIII XIX. Lettera della Signoria al re di Francia, circa i danari che Carlo VIII chiedeva di continuo. LXXIX XX. Tre lettere inedite del Savonarola a Carlo VIII. LXXXI XXI. Lettera del Savonarola a Carlo VIII, in data del 26 maggio 1495. LXXXV XXII. Lettera di un agente segreto del Moro. XC XXIII. Poesie di Giovanni, sarto fiorentino. XCII XXIV. Un Breve di papa Alessandro al Savonarola. CXI XXV. Risposta del Savonarola. CXII XXVI. Lettera della Signoria al papa, in favore del Savonarola. CXIV XXVII. Lettera del Savonarola ad uno de’ suoi Frati. CXVI XXVIII. Tre lettere al Duca di Ferrara. CXVII XXIX. Breve di papa Alessandro VI, col quale si ordina di formare la nuova Congregazione Tosco-Romana. CXX XXX. Lettera del Savonarola al Duca di Milano. CXXIV XXXI. Primo abbozzo d’alcune poesie inedite del Savonarola. CXXV XXXII. Deliberazioni della Signoria circa la libreria dei Medici. CXXXIII XXXIII. Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella, per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella scarsella, quando fu preso l’anno 1497. CXXXVIII XXXIV. Deliberazioni della Signoria circa il predicare nel giorno dell’Ascensione. CLXII XXXV. Lettera che racconta il fatto avenuto nel giorno dell’Ascensione. CLXIV XXXVI. Breve, in cui viene scomunicato il Savonarola. CLXV XXXVII. Due sottoscrizioni dei frati di San Marco e dei cittadini, in difesa del Savonarola. CLXVII XXXVIII. Bullettino per la esecuzione dei cinque cittadini che congiurarono, onde rimettere in Firenze Piero de’ Medici. CLXIX XXXIX. Minuta di due lettere della Signoria all’ambasciatore in Roma. CLXXI XL. Minuta di una lettera della Repubblica Veneziana all’ambasciatore in Roma, circa le cose di Piero de’ Medici. CLXXIV XLI. Lettera di un Anonimo, circa alcune prediche fatte da frà Mariano da Gennazzano, in Roma. CLXXVI XLII. Breve di Alessandro VI, alla Repubblica fiorentina, nel quale si ordina che il Savonarola venga imprigionato, o mandato a Roma. CLXXIX XLIII. Due lettere d’un agente segreto del duca di Milano. CLXXXII XLIV. Due lettere che annunziano quelle scritte dal Savonarola ai Principi. CLXXXIV XLV. Due brani dell’opera di Lorenzo Violi, cioè il fine della terza ed il principio della quarta giornata, dove si ragiona dell’esperimento del fuoco. CLXXXVIII XLVI. Altro brano dello stesso Manoscritto del Violi. CCI XLVII. Dal secondo libro del Vulnera Diligentis di frà Benedetto. CCXXVII XLVIII. Un altro capitolo del secondo libro della stessa opera. CCXXXV XLIX. Dalla terza parte del Vulnera Diligentis. CCXL L. I tre processi apocrifi del Savonarola. CCXLIX LI. Il vero ed il falso processo di frà Domenico. CCCV LII. Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla Signoria. CCCXXIX LIII. Esamine o processo degli altri accusati. CCCXLI LIV. Atti e Deliberazioni della Signoria, circa l’esperimento del fuoco. CDI LV. Deliberazioni fatte nel giorno del tumulto e durante l’assedio di San Marco. CDIV LVI. Deliberazione che nomina la Commissione, per esaminare i frati. CDV LVII. Altre Deliberazioni. CDVI LVIII. Condanna dei tre frati. CDVII LIX. Altre deliberazioni e condanne. CDVIII LX. Altre due Deliberazioni, fra le moltissime che si continuarono a fare, in danno e persecuzione del convento di San Marco e dei Piagnoni. CDXII

Conclusione ai Documenti. CDXIV

=Errata-corrige.=

Errori. Correzioni.

Pref. pag. XXV, v. 22. scolastici. Onde scolastici; onde Vol. I, pag. 203, nota 1. mutava ogni mutava ogni due giorno o tre giorni, ed anche ogni giorno. Vol. II, pag. 1, nota 1, Giornale Giornate v. 3. Vol. II, pag. 1, nota 1, Cl. X. 35. Stanza I, scaf. v. 4. I, palch. X, n. 32. Vol. II, pag. 127, v. 13. Minori Domenicani Vol. II, pag. 127, v. 15. Domenicani Minori Vol. II, Docum. pag. X. 32 stanza I, scaf. XXV, nota 1, I, palch. X, v. 1. n. 32. Vol. II, Docum. pag. circa il ed al XXXVIII, v. 20. Vol. II, Docum. pag. processo processi CCCXLI, v. 10.

NOTE:

[1] Vita del Padre Girolamo Savonarola. Ginevra, 1781.

[2] Della Storia del P. Girolamo Savonarola, libri quattro, dedicati a S. A. Pietro Leopoldo. Livorno, 1782.

[3] Hieronymus Savonarola und seine Zeit. Aus den quellen dargestellt, von A. G. Rudelbach. Hamburg, 1835. — Avvertiamo il lettore che, forse, troverà alcuna di queste notizie, accennata novamente nelle note. Nondimeno, credemmo necessario di raccogliere nella prefazione tutto ciò che più importava conoscere intorno ai biografi.

[4] Girolamo Savonarola, aus grossen Theils handschriftlichen Quellen dargestellt, von Fr. Karl Meier. Berlin, 1836.

[5] Nel corso della nostra opera e nell’Appendice, si vedono le prove di ciò che diciamo.

[6] Storia di S. Marco del P. Vincenzo Marchese dei predicatori, pubblicata la prima volta a Firenze, nel San Marco illustrato; e poi negli Scritti varii del P. Vincenzo Marchese, Firenze, 1855, Le Monnier.

[7] Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits, par F. T. Perrens. Paris, 1853.

[8] Art chrétien, par Rio. Paris 1836.

[9] Neue Propheten, Drei historisch-politische Kirchenbilder, von D. Karl Hase. Leipzig, 1851. Sono tre saggi sopra Giovanna d’Arco, il Savonarola e gli Anabattisti. — Savonarola, ein Gedicht von Nicolaus Lenau, vierte Auflage. Stuttgart und Tübingen, 1853.

[10] The life and martyrdom of Girolamo Savonarola, illustrative of the history of Church and State connexion, by R. R. Madden, London, 1854.

[11] Fra i più recenti lavori, dobbiamo citare quello del Sig. Bartolommeo Aquarone. Noi ci asteniamo dal giudicarlo, perchè scritto da un nostro amico, e venuto alla luce quasi insieme col nostro.

[12] Venne poi stampato a parte: Vita del P. F. Girolamo Savonarola, scritta dal P. F. Pacifico Burlamacchi, lucchese. Lucca, 1764.

[13] Vita R. P. Fr. Hieronymi Savonarola, auctore Ill. D. Joan. Franc. Pico. Parisiis, 1674. Questa edizione curata dal Quetif, è in tre volumi; i due ultimi e la metà del primo, contengono le aggiunte fattevi dallo stesso Quetif.

[14] Frà Benedetto, Cedrus Libani, lib. II, e la biografia anonima, che trovasi nella Magliabechiana, fra i Ms. del Conventi, 1, VII, 28.

[15] Nel convento di S. Marco.

[16] Nella Riccardiana.

[17] La medesima che è citata nella nota 1.

[18] Le opere del Razzi si trovano manoscritte nella Magliabechiana e nella Riccardiana.

[19] La curiosità che destavano questi processi era tale, ed il tempo che dovemmo impiegare a compiere il nostro lavoro fu così lungo; che non ci era possibile impedire che altri pubblicasse alcuni dei documenti, che noi andavamo trovando e dei quali, certo, non volevamo far mistero. Per queste ragioni, non possiamo presentare come inediti, tutti i documenti intorno al processo, che noi scoprimmo In Firenze; nè possiamo astenerci dal metterli nella nostra Appendice, perchè quelle pubblicazioni, curate da chi non aveva fatto studio particolare del soggetto, dovettero, per necessità, riuscire imperfettissime. Così avvenne della pubblicazione d’uno dei processi apocrifi del Savonarola, fatta dal chiariss. Prof. Paolo Emiliani Giudici nell’appendice alla sua Storia dei municipii italiani. Più diligenti furono gli eruditi compilatori del Giornale Storico degli Archivi Toscani, nel pubblicare altri documenti, una parte dei quali noi avevamo ritrovati, e parte ne avevamo raccolti, dietro alcune indicazioni date dal Meier. Nondimeno, anche questa pubblicazione riusciva assai incompiuta e scorretta, come avremo occasione di mostrare nell’appendice.

[20] È nostro debito il dire che, se abbiamo potuto compiere con diligenza e precisione questo esame, lo dobbiamo in gran parte alla gentilezza del conte Carlo Capponi. Egli possiede una collezione delle opere, opuscoli, lettere del Savonarola, e di tutto ciò che riguarda la sua vita; così compiuta e bene ordinata, che non crediamo alcun privato, in Italia o fuori, abbia nulla di simile. Ha messo, poi, a nostra disposizione, così i libri come i MS. della sua biblioteca, con tanta cortesia, che noi sentiamo l’obbligo di attestargliene pubblicamente la nostra gratitudine. La medesima testimonianza dovremmo rendere ancora a molti altri, che ci furono larghi dei loro favori; ma non potremmo tralasciare i nomi del P. Marchese, che ci ha sempre incoraggiato con paterno affetto; e del dott. Danzi di Milano, che, senza neppure conoscerci, volle aiutarci come fratello.

[21] Dopo incominciata la stampa di quest’opera, abbiamo avuto la fortuna di rinvenire un MS. che per molti e molti anni avevamo invano cercato, e che era conosciuto col titolo: Giornate di Lorenzo Violi. Si trova nella Magliabechiana, Stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32: è intitolato Apologia, per modo di dialogo, in difensione delle cose predicate dal Rev. P. F. Hieronimo Savonarola. Un brano di questo MS., che pubblichiamo nel Doc. IV dell’Appendice, metterà in chiaro quali prediche furono con diligenza raccolte e quali no.

[22] Prediche sopra Ezechielle ec., come sopra. Bisogna notare, che in questo volume il quaresimale e l’avvento sono uniti sotto la stessa numerazione: l’avvento, perciò, finisce colla predica ottava. Il quaresimale comincia colla nona.

[23] Predica XLIII e XLIV. Intende riferire più particolarmente a quelli che, avendo dei benefici in famiglia, cercavano di osarne illecitamente, vendendoli o facendo vestir l’abito a chi non voleva.

[24] Predica XIX.

[25] Predica XVII.

[26] Predica XXII, sospesa. Una delle accuse che il Savonarola moveva assai spesso al clero, era di non credere nella transustanziazione: tanto era lontano da quel protestantismo che alcuni gli vorrebbero attribuire.

[27] Predica XXII, sospesa.

[28] Qui riferisce a Mariano da Gennazzano, di cui fra poco conosceremo le segrete trame. Ma il Savonarola era così alieno dal venire a personalità, che in questa occasione, quasi unica, si scusò col popolo di aver troppo chiaramente fatta allusione a persona che, pure, non nominava.

[29] Qui allude all’offerta del cappello cardinalizio.

[30] Predica XXVIII; sospesa.

[31] Nardi, Storia di Firenze, pag. 115.

[32] Più oltre dovremo parlare di Lamberto e della sua relazione, che daremo nell’Appendice.

[33] Giovanni de’ Medici, più tardi papa Leone X.

[34] Il fiorino, il cui rapporto colla lira andò sempre mutando, valeva allora fra le 5 e le 6 lire.

[35] Ritorno di Cosimo.

[36] Dopo la Congiura dei Pazzi.

[37] Vedi nell’Appendice la sovraccennata relazione dell’Antella, documento importante, dal quale abbiamo cavato tutta la descrizione della vita e costumi di Piero.

[38] Guicciardini, Storia di Firenze, Storia d’Italia; Nardi; Parenti; Pitti, ec.

[39] «Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo di favore la Lega, gli mancò sotto il Duca di Milano.» Guicciardini, Storia di Firenze, cap. XV.

[40] Ora, Porta Romana.

[41] Per tutta questa narrazione, vedi Nardi, Guicciardini, Cerretani, Parenti, Pitti, Sismondi ec.

[42] Vedi lettera, più sopra citata, del Benivieni a Clemente VII.

[43] Il Nardi dice, che erano 500 cavalli leggieri e altrettanti o più fanti «benissimo a ordine e genti fiorite»; il Guicciardini, Storia d’Italia, dice 600 Cavalli e 400 fanti; il Parenti 120 uomini d’arme, 300 Cavalli e 1500 fanti; l’Ammirato ed il Sismondi dicono 800 Cavalli, e 3000 fanti. Noi abbiamo preferito di seguire la relazione dell’Antella, che doveva conoscere queste cose meglio d’ogni altro.

[44] Il Borgia diceva che il fatto «non era suto di suo consentimento e saputa.» Vedi Lettera a Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da un tale Antonio servo tuo, in data del 20 maggio 1497. Magliab. Cl. XXXIV, Cod. 288.

[45] Il Violi, a carte 53 retro, parla minutamente di Doffo Spini. Vedi il MS. magliab.

[46] Nardi, Storia di Firenze; Parenti, idem; Burlamacchi, Vita ec.; Barsanti, Idem; Violi, Le Giornate, ec.

[47] Vedi queste Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.

[48] Questi fatti sono dal Violi, dal Burlamacchi e dagli altri biografi minutamente descritti.

[49] Così lo distinguevano da molti altri di simil casato, in Firenze.

[50] Il racconto di questo fatto abbiam cavato, non solamente dai biografi e storici sopra citati; ma anche da alcune lettere di privati, che si trovano manoscritte nella Magliabechiana. Una è di Alessandro Giugni a Lorenzo di Filippo Strozzi, in data del dì 4 maggio 1497 (Cl. XXXVII, 288); un’altra, indirizzata al medesimo, nello stesso giorno, è scritta da Jo. de Boromeo (Cl. XXIV, 288).

[51] Questo opuscolo, di cui si trovano diverse edizioni del tempo, S. L. et A., ci è servito moltissimo a comporre il racconto autentico e minuto del fatto, che ivi è narrato da un testimonio oculare. Il suo titolo è: Predica del venerando P. F. Hieronymo da Ferrara, facta la mattina dell’Ascensione 1497. V’è premesso un Prohemio che incomincia: «Hieronymus Cinoctius Barnabe Rodiano suo salute.» Il Cinozzi ha scritto anche una breve Vita del Savonarola, che è manoscritta nella Riccardiana.

[52] Vedila nel Quétif, vol. II, pag. 170.

[53] Burlamacchi, Nardi, Parenti, Barsanti, Cinozzi, Violi. Vedi anche le Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.

[54] Di questo fatto abbiamo qualche notizia anche in una Lettera a messer Lorenzo di Filippo Strozzi, scritta da Antonio servo suo, in data del 20 maggio 1497. «In la terra, come sai, i rumori sopra il Frate sono suti grandi, et parvero le cose in termine da dovere chiarire qualche animo. Et per evitare inconvenienti, s’è fatto sopra ciò, questa mattina, una gran pratica; et la Signoria e altri, intendo, s’affaticano comporre e’ ciptadini in bona pace, et di levare via queste parti del Frate e non Frate, che dànno disonore e danno alla città, al pubblico et al privato; et in questa pace pare s’intenda ch’el Frate sia exiliato.» Magliab., Cl. XXXIV, 288.

[55] Più volte il Savonarola accenna a questa violenza dei sermoni del Gennazzano, la quale, d’altronde, era assai nota.

[56] Aveva la data del 22 maggio 1497, ed è stata da tutti erroneamente creduta una risposta al Breve di scomunica. Il Breve, scritto il 12 dello stesso mese e ritardato per via, come si vedrà, non era anche arrivato a Firenze. Gli storici contemporanei non ci dànno il giorno preciso dell’arrivo; ma ci dicono che fu verso la fine del mese: le lettere manoscritte da noi esaminate, fino a quel termine, non parlano ancora di scomunica (vedi anche quella del 20 maggio, citata più sopra). D’altronde, se la lettera da noi riportata nel testo, fosse scritta in risposta alla scomunica, non avrebbe alcun senso. Di ciò sembrò avvedersi anche il Meyer; ma egli non trovò modo a correggere l’errore, ritenendo con molti altri, che il breve partito da Roma il 12, dovesse, verso il 16 o 17, essere in ogni modo giunto a Firenze.

[57] Violi, Burlamacchi, Pico, Barsanti. Marchese, Nardi, Parenti, ec.

[58] Qui si vede quanto fosse vero quello che il Savonarola aveva detto, che il papa, cioè, avesse accettato le scuse del suo non andare a Roma.

[59] Per questo Breve vedi l’Appendice. Il Padre Marchese sembrò dubitare che questo fosse il vero Breve, perchè vi manca la forma dovuta; ma noi torneremo, altrove, sopra tal quistione.

[60] Questa epistola trovasi anche nel Quétif, vol. II, pag. 188.

[61] È latina e si trova pure nel Quétif, vol. II, pag. 191.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us