L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria (Cause e rimedi) (part 2 of 3)
Nel 1640 Mazzarino raddoppia a Parigi i dazi sui commestibili. Il popolo inalza le barricate del 26 agosto: assedia ed espugna le prigioni, da dove libera e porta in trionfo Potier di Blancmesnil, presidente del Parlamento ed il consigliere Brouselle, che vi erano stati rinchiusi per ordine del ministro stesso. La Corte si sgomenta: viene a patti col popolo, il quale ottiene uno sgravio nelle imposte di oltre 12 milioni.
Nel 1639, il popolo insorge a Rouen al grido di: «Morte agli esattori delle Gabelle!» Ma la sommossa viene spenta nel sangue degli insorti medesimi. L'odio popolare contro gli agenti delle gabelle si mantiene però sempre palese ed attivo. Per il che il Governo pubblica un decreto (17 gennaio 1640) con cui, pena la vita, proibisce gli epiteti di gabellieri, spogliatori, monopolisti (gabelleurs, maltôtiers, monopoliers) verso gli esattori.
Nel 1649 il popolo di nuovo si rifiuta a pagare le eccessive gabelle. Altra insurrezione. 1200 barcaiuoli della Loira si portano a Nantes dove si provvedono in abbondanza di sale, che poi vendono nei villaggi, alle porte delle chiese, sulle piazze e sui mercati, come una merce usuale esente da tasse. L'odio contro il fisco si spinge a tanto, che al solo grido di «abbasso la maltolta« emesso da un inseguito qualunque dagli agenti del Governo, bastava per assicurarlo del concorso del popolo in suo favore, e toglierlo dalle mani della forza.
Nel 1789 il primo passo compiutosi dalla Rivoluzione francese, non fu già la presa della Bastiglia, ma bensì la distruzione e l'incendio delle barriere.
Da noi la popolazione di Napoli, sofferente per lunghi anni del giogo spagnuolo, insorse con Masianello in parte perchè alle tasse esagerate che avevano stremate tutte le sue risorse si era aggiunta l'imposta sul sale: nel 1767 un'altra sommossa vi si verificò per un'imposta sui fichi, mentre lo stesso accadeva in Olanda per una imposta sul pesce.
Anche quando un'imposta ha una base giusta, solo che colpisca più direttamente una classe di un'altra e ne turbi troppo gli interessi, provoca delle sommosse: esempio, il macinato a Pavia, nell'Emilia ed il catasto a Firenze, che appena applicato produssero delle rivolte nelle provincie sobillate dalla aristocrazia borghese.
Crisi economiche.—Le crisi industriali e commerciali, però[205], non hanno tanto un'influenza sui moti rivoluzionari, quanto nelle rivolte, nei tumulti locali. Così in Roma dove pure, secondo Carle[206], le grandi agitazioni avevano per movente principale o i debiti di cui la plebe era gravata, o le leggi agrarie, durante le contese feroci tra Consolato e Tribunato, la prosperità economica era tutt'altro che deficiente; Spurio Cassio anzi, che proponeva una legge agraria, per la quale i beni comunali dovevano essere in parte divisi tra cittadini poveri, non solo non fu appoggiato dal popolo, ma fu ucciso, solo perchè voleva che nella divisione avessero parte anche i federati latini[207].
È inutile, del resto, contestare oggidì l'importanza del fattore economico sulle sorti politiche d'un paese; si può dire che il problema è ancora alle stesse condizioni in cui lo poneva Aristotile, mostrando come i governi aristocratici sono minacciati da rivoluzione quando gli uni sono ricchi e gli altri poveri; e che anche nei governi democratici o repubblicani, quando la classe povera aumenta smisuratamente, il corpo politico deve subire una rivoluzione (Politicon, libro V).
Pauperismo. Scioperi.—Nei nostri tempi le più grandi fonti alle rivolte politiche e sociali rimontano alle nozioni affatto teoriche e dottrinarie che l'economia politica classica, auspice A. Smith, aveva fatto passare come assiomatiche, per ciò che concerne i rapporti tra il capitale ed il lavoro.
L'enorme sproporzione fra questi due fattori, resa sempre maggiore dalle nuove speculazioni, specie bancarie, ha messo in chiaro una lacuna che i dottrinari liberali vorrebbero colmare troppo precipitosamente, ma che esiste senza dubbio e che si impone sovrana.
Le stesse teorie Darwiniane ammettono, è vero, la sproporzione fra gli individui e quindi anche una necessaria disuguaglianza nella ricchezza.
Ma fosse anche contro la teoria di Darwin, quel sentimento di umanità che ebbe il primo spiro da Cristo e che non deve essersi svigorito col tempo, non può permettere che un uomo, pur lavorando, muoia di fame e che volendo e potendo esser utile, non possa trovar lavoro.
Quando si vedono migliaia di campagnuoli costretti a vivere di maiz guasto, senza che per molto tempo si sia pensato al mezzo di difenderneli: e, pensatovi, non si trovi chi in Parlamento lo sostenga; quando si vedono nelle regioni alpine il gozzo ed il cretinismo deformare intere popolazioni, oltre che produrre altre infermità, come sordità, sordomutismo, albinismo, ecc., solo perchè non si spende una centesima parte di quelle somme, che si perdono in inutili monumenti, per il trasporto d'acque sane; quando si pensa che in tante pianure d'Italia—alle porte delle due maggiori città—abbiamo la malaria che decima le popolazioni[208], si deve pur convenire che se il contadino protesta colle dimostrazioni e cogli scioperi, come non è guari tra noi nel Pavese, nel Mantovano, nel Polesine, la responsabilità ricade su chi non ha saputo mai provvedervi.
In Francia gli scioperi del 1882 di Roanne, di Bessège, di Molière e di altri centri industriali del Mezzodì, e i torbidi più gravi di Montceau-les-Mines e di Lione furono effetto di una agitazione socialista avente un carattere eminentemente politico, i cui sintomi si fecero sentire fino da quando dopo l'attentato di Pietroburgo, in un meeting, presieduto da Rissakoff, si proclamava: «I tiranni si uniscono per tiranneggiare i popoli: bisogna che questi si uniscano per distruggere i tiranni, i re, e gli stessi borghesi».
Nella stessa America, la frazione socialista rivoluzionaria che fa centro a Chicago ed è organizzata in federazione, tende a conquistare sempre maggiore importanza in causa delle crisi economiche, prodotte specialmente dalle esagerate speculazioni sulle strade ferrate, e per il fatto che i partiti politici sembrano sdegnare una politica operaia. Ora è a questo partito rivoluzionario che va attribuita molta parte dei numerosi scioperi che vi scoppiano ogni anno (160 nello spazio di 2 anni).
Di 16 sommosse sopra 142, avvenute in questo secolo, ossia per l'11,2%, furono causa le carestie; motivo che scema d'importanza, però, pensando che la metà di queste avvennero nel 1847, in cui, notoriamente, altre cause politiche si complicarono al caro dei viveri ed il numero maggiore scoppiò nel Belgio (4) e poi in Francia (3), in nazioni, cioè, in cui le condizioni economiche sono tutt'altro che le più misere d'Europa.
Quanto alle altre cause economiche troviamo 19 sommosse operaie, cioè il 13,4 p.%; e 13, cioè il 9,1 p.%, provocate da leggi di carattere finanziario; un totale adunque di ben 48 rivolte aventi un substrato economico, il che vuoi dire il 29,58%, un terzo del totale.
Di quelle contro leggi economico-finanziarie, il numero maggiore (6) scoppiò nei paesi meridionali d'Europa.
L'incremento delle sommosse per cause economiche nella nostra epoca in confronto all'antica, ed in ragione inversa delle sommosse militari, è mostrato chiaramente dalla storia e dal fatto che esse spesseggiano nelle nazioni più civili (Francia, Inghilterra, Belgio), che ci rappresentano l'età moderna: mentre l'inverso accade della Turchia e della Spagna, che sono ancora, può dirsi, un frammento vivo della storia antica[209].
Cause militari.—Vi si vede infatti che
su 19 ribellioni la Spagna n'ebbe 5 militari, 3 solo economiche ed operaie » 24 » la Turchia » 9 » 1 » » 16 » il Belgio » 8 economiche ed operaie e nessuna militare » 13 » l'Inghilterra » 8 » » »
Le rivolte militari furono 26, il 18,3%; ed è d'uopo subito avvertire che per le nazioni del Nord se ne conta una sola in Russia; 4 nei paesi del centro; mentre ben 21 scoppiarono nelle regioni meridionali; e di queste 12 nella Penisola Iberica; 7 poi di giannizzeri in Turchia nel breve periodo di 20 anni (1807-1826).
La più gran parte di queste sommosse militari scoppiò nei paesi caldi e nelle calde stagioni (11), come, del resto, le religiose (7 su 15).
Solo Italia, Germania, Austria e Russia ebbero rivolte di studenti.
Il 26% ebbe origine da cause politiche (34), predominando in Svizzera, 3 su 5, Italia, 13 su 22, Spagna, 5 su 19, Turchia, 4 su 14: nei paesi, cioè, più mal governati e nei governati a repubblica: 14 avvennero contro re, capi e tra partiti politici: 23 per l'indipendenza, contro occupazioni straniere, o per ottenere una costituzione od una revisione di costituzione. Sia geograficamente che di fronte alle stagioni, troviamo una diversa distribuzione specifica di queste due categorie di motivi politici.
Mutazioni esterne.—Lo stesso Spencer, così partigiano convinto dell'evoluzione, ammette che molte volte mutando le azioni esterne, la specie muta e spesso retrocede. «Così accade in molte specie di parassiti che perdettero per un moto retrogrado la struttura primitiva. Qualche volta il progresso di certi tipi, porta ed implica il regresso di altri tipi ch'esso ricaccia in climi meno favorevoli e costringe a modi di vita disagiati».
Il clima caldissimo e piano rende antirivoluzionari i Semiti, i Fellah ed i Berberi dell'Egitto; viceversa, gli affini Berberi montanari dell'Algeria danno luogo a continue rivoluzioni contro la Francia, come prima erano ribelli al proprio Governo, tanto che ad Algeri si mostrano i sepolcri di sette Bey, nominati ed uccisi in un sol giorno. Ma le nuove condizioni civili favorite dal Tewfick vi iniziarono or ora un germe di rivoluzione.
Sotto i nuovi ambienti ed i nuovi incrociamenti gli agricoltori Olandesi divennero i nomadi pastori d'Africa (Boeri), i cacciatori Normanni divennero audaci navigatori, gli Ebrei pastori divennero commercianti, il rigido conservatore Anglo-Sassone il libero novatore e rivoluzionario Nord-Americano.
Stato nascente.—Il predominare di alcune cause in modo assoluto in alcuni tempi, e non più in altri, specialmente nei tempi moderni, si spiega anche abbastanza facilmente col fatto che, come nella chimica, così nella sociologia, l'influenza di alcuni agenti in istato nascente è assai più potente e più netta e lascia traccie più durature, il che può comprovarsi anche colla fisiologia umana dal fatto che gli stimoli primi, anche se più deboli, son più avvertiti dei secondi, e che nelle ulteriori fecondazioni l'influenza del primo fecondante si fa sentire in proporzioni relativamente maggiori: quindi l'influenza del clima perdurò anche quando ve l'ostacolava e lo interferiva l'influenza della razza.
Ed ecco nuove ragioni perchè in parecchi siti, p. es., Firenze, la collina non è più così favorevole al genio come in altri tempi.
Attualmente una religione ben poco influisce sulla civiltà e sulla evoluzione, ma quando era in istato nascente, e il moto che induceva l'aumento, diremo, della circolazione sanguigna che da quella derivava, favoriva di molto le rivolte e la rivoluzione: e le nuove religioni quasi sempre sono accompagnate da una vera rivoluzione progressiva nella morale, nel miglioramento del carattere, quando sono in istato nascente—il che le aiuta a far proseliti fra gli onesti: e ben ne è esempio il Babismo in Persia, il Buddismo in Asia, il Cristianesimo e il Luteranismo in Europa—e anche ciò notasi al sorgere di alcune sêtte, come dei Lazzarettisti, dei Quaqueri, e dei settari Russi (v. s.), ma dopo qualche tempo il fenomeno scompare e perfino si hanno nelle religioni delle nuove fonti d'immoralità.
Noi vediamo, infatti, i Sardi assolutamente disaffini dai Piemontesi, ed i Côrsi, così differenti dai Francesi, vissero con loro d'accordo: tutta Europa ci offre il fenomeno del sovrapporsi e mescolarsi di razze le più disaffini, mentre altre, quantunque affini, non si fondono fra loro, per l'influenza d'altre cause disassimilatrici; così i Polacchi odiano i Russi, con cui pure hanno comunanza di sangue Slavo, perchè intolleranti del loro dispotismo, spinto sino a sopprimerne la lingua, mentre si vanno assimilando invece cogli Austriaci, coi quali avrebbero minore affinità di sangue.
Viceversa le popolazioni del Reno, Tedesche in maggioranza, si accostano più volentieri alle Francesi che alle proprie consanguinee; perchè le tradizioni della buona amministrazione Francese, gl'interessi commerciali e le abitudini vincono l'attrazione etnica.
Così la sola disaffinità di razza non basta a dar ragione degli odii Irlandesi contro l'Inghilterra, certo più affini a loro dei Francesi, che tanto spesso invocarono; ma ben li spiegano le antiche violenze, le negate franchigie e i danni economici; infatti il paese di Galles, altrettanto Celto quanto l'Irlanda, si fuse invece completamente coll'Inghilterra e ciò avvenne pure della Scozia, anch'essa Celta in gran parte.
A favorire la fusione delle razze, il buon governo, poi, giova specialmente quando vi si aggiunga la causa fisica della attrazione delle grandi colle piccole masse, causa massima della fusione delle razze Semitiche, Sarde, colle Celte Piemontesi, e delle Côrse, perfettamente Italiche, colle Francesi.
La fede immensa del nomade vinse due volte il mondo. Il suo genere di vita nomade, l'impossibilità di trasportare monumenti, statue (ed io aggiungo la grande uniformità della natura nella steppa e del deserto, e la mancanza di immaginazione, che ne fu l'effetto), lo allontanarono dall'idea dei templi e delle statue; l'assenza di queste tolse una delle cause dell'idolatria; e questo abito a sua volta gli fece amare la semplicità e quindi semplificare il culto».
«Il nomade era un protestante nato, continua Rénan. La pioggia, rappresentata dall'Indo Europeo come l'effetto degli abbracci del cielo e della terra, lo è dal Semita come un effetto della volontà di Dio: questa a lui tutto spiega, gli spiega il fulmine, l'aurora, le vittorie, le sconfitte, ecc.».
Piccole cause.—Infine vi hanno le piccole cause, di cui centinaia sfuggono alla nostra attenzione. Così, nota Spencer, che le sorgenti calde furono la fonte delle vaste fabbricazioni di ceramiche nelle tribù Americane:—d'altra parte la possibilità di avere animali da soma, facilitando i trasporti dell'Indo Europeo, ne aumentò l'evoluzione: e così la molteplicità dei prodotti minerali o vegetali che rendano facile a fabbricare barche, case, stoffe. Una foresta, invece, troppo spessa, inaccessibile, delle abbondanti bestie feroci, possono inceppare una evoluzione. Così la laguna isolando Venezia, ed i suoi canali rendendone difficile la insurrezione in massa, fu una causa della sua stabilità politica.
L'Olanda è paese freddo, piano, antirivoluzionario, dunque, per eccellenza, specie poi in epoche anteriori, in cui la coltura era pure assai poco diffusa; ma la lotta col mare e coll'oppressione straniera ne acuivano la tendenza evolutiva.
Cause occasionali.—Aristotile (o. c.) ricorda che le oligarchie rovinano quando qualche suo membro vi emerga troppo, ed all'inverso cadute al basso tentano rifarsi colle rivoluzioni. A Siracusa (egli continua) la costituzione si mutò per una querela amorosa che spinse all'insurrezione due giovani altolocati e i loro seguaci: e parlando dei tirannicidi egli trova che essi sorgono per lo più da offese personali.
A Mitilene le liti di due eredi e a Delfo una mancata promessa di matrimonio causarono torbidi per lunghi anni; come a Firenze pretendevasi, ma non è certo, che lo sfregio a Buondelmonti agli Amedei originasse le sanguinose contese dei Guelfi e Ghibellini[210]. Certo, però, un asino, appartenente agli Albizzi, che urtava un Ricci per via, fu causa di una mezza battaglia (Sacchetti, II, 159-160).
Osserva Bacone[211] che persino delle frasi o risposte vivaci di alcuni principi furono talora scintille di sedizione: Galba si perdette per aver detto: Legi a se militem non emi; non sperando più in tal modo i soldati di far pagare i loro voti. Probo, egualmente, per aver detto: Si vixero, non opus erit amplius Romano imperio militibus, rivoltò contro a sè la soldatesca.
Anche nel nostro secolo, sommosse non lievi ebbero un motivo assai futile. Così: nell'aprile 1821 scoppiò una rivolta a Madrid, perchè il re non volle o non potè intervenire ad una processione religiosa; nel luglio 1867, Bukarest insorse contro il monopolio dei tabacchi; nel settembre 1867, Manchester, per l'arresto di due Feniani; nel settembre 1876, Amsterdam, per l'abolizione d'una delle fiere annuali.
Guerre.—Occasioni di sommosse sono pure le guerre.
Così a Tebe, dopo perduta la battaglia degli Enofiti, il Governo democratico fu rovesciato: ad Atene le classi ricche perdettero il primato, dopo che per le perdite fatte in guerra contro Sparta dovettero andare in fanteria. Ad Argo, dopo la perduta battaglia contro Cleomene, tutta l'armata dovette dare la cittadinanza ai servi: a Taranto prevalse la demagogia, dopo vinta in una battaglia la maggioranza dei cittadini: Siracusa, dopo che il popolo vinse gli Ateniesi, sostituì la democrazia alla repubblica.
«Spesso gli Oligarchi (scrive Aristotile) in tempo di guerra, per mutua diffidenza, rimettono la guardia della città a soldati, il cui capo diventa poi il padrone di tutti, così a Samo, a Larissa, ad Abido, e noi diremo, anni sono, in Francia».
Viceversa, le vittorie Polacche dal 1587 al 1795, secondo Soltyk, aggravando le classi povere senza compensi e aumentando l'operosità dei popoli vinti, sarebbero state una delle cause della rovina della Polonia.
La guerra Franco-Prussiana creò o meglio cementò l'Impero in Germania, quantunque prima lo popolazioni vi si mostrassero avverse: e lo prova la statistica dei reati politici in Germania, da cui si rileva che i processi per offese contro l'Imperatore, dopo essere saliti da 76 (1846) a 242 nel 1848 ed a 362 nel 1849, avevano a poco a poco ripreso il corso normale, prima della guerra del 1866; salendo poi nuovamente a 375, per calare nel 1879-81 a 132 e 193[212].
A sua volta, Sédan, segnò la caduta dell'Impero Napoleonico, come ora la battaglia di Adua segnò la fine della dittatura di Crispi in Italia.
Secondo Rénan, le due grandi evoluzioni ebree del Giudaismo e del Cristianesimo, si dovettero, oltrechè ai Profeti (v. s.), alla grande perturbazione realmente provocata fra gli Ebrei dalle vittorie degli Assiri e dei Romani.
Ben inteso che le occasioni, se influiscono nelle rivolte, non sono che un pretesto, un determinante nelle rivoluzioni, fanno cioè che un popolo predispostovi vi si precipiti.
La brutalità d'un soldato e la libidine di un principe furono l'occasione allo scoppio dei Vespri e alla cacciata dei Tarquinii. Ma chi può credere, ricordando di quante infamie si resero, impunemente, colpevoli e re e popoli conquistatori fra noi, che quella, sola, ne fosse la vera causa o non meglio l'occasione, il pretesto?
PARTE II
PROFILASSI E TERAPIA DEL DELITTO
CAPITOLO I.
Sostitutivi penali.—Climi.—Civiltà.—Densità.—Polizia scientifica.—Fotografie.—Identificazioni.
Se vi ha una necessità nel delitto, se il delitto dipende, in gran parte, dall'organismo o dall'educazione o da circostanze esterne, se, una volta cresciuto è immedicabile, cessa, è vero, l'illusione che l'istruzione e la carcere ne siano la sola panacèa; ma ci accostiamo ben più alla realtà che ci mostra costanti sotto tutti i sistemi penitenziarî le recidive; e quel che più importa, ci si offrono dei punti di ritrovo per la nuova terapia criminale: piuttosto che curare il delitto quando è già adulto, noi dobbiamo tentare di prevenirlo, se non togliendo, che sarebbe impossibile, rintuzzando almeno nei rei d'occasione, nei giovanotti e nei criminaloidi l'influenza delle cause sopra studiate.
E a questo soccorrono quelli che il Ferri con una felice trovata battezzava Sostitutivi penali (Sociologie criminelle, Paris, 1890, pag. 240).
Il concetto dei sostitutivi penali parte dall'idea che il legislatore conoscendo e studiando le cause dei crimini, cerchi con provvedimenti preventivi di scemarne o sventarne gli effetti.
«Così nell'ordine economico, il libero scambio scemando le carestie previene molte rivolte e molti furti, la diminuzione delle tariffe doganali, e meglio la loro abolizione previene i contrabbandi: una distribuzione più equa delle imposte previene le frodi contro lo stato: la sostituzione della moneta metallica sopprime il falso nummario che resiste al massimo dei lavori forzati, perchè tutti riescono a riconoscere più facilmente il falso in una moneta che non in un biglietto. Gli stipendi più lauti ai pubblici funzionari ostacoleranno le concussioni e corruzioni. E, come notava un procuratore del re di Bergamo, la distribuzione di legna ai poveri impedisce assai più i furti campestri di molti RR. carabinieri» (Ferri, o. c.).
Così la illuminazione elettrica e le strade larghe prevengono furti, grassazioni, e stupri meglio che le guardie di pubblica sicurezza.
La limitazione dell'orario dei fanciulli e delle donne previene molti attentati al pudore.
Le case di operai a buon mercato, le casse per gli invalidi al lavoro, la responsabilità civile dell'impresario impediranno molti vagabondaggi e scioperi.
Nell'ordine politico, un governo veramente liberale, come vedemmo, previene le insurrezioni e le vendette anarchiche, come una piena libertà d'opinione e di stampa impedisce la corruzione dei governanti e le ribellioni dei governati.
Nell'ordine scientifico i medici necroscopi prevengono i venefici; come l'apparecchio di Marsh ha fatto sparire l'avvelenamento per arsenico, come i battelli a vapore fecero sparire la pirateria.
Nell'ordine legislativo, opportune leggi sul riconoscimento dei figli naturali, sulla ricerca della paternità, nel risarcimento alle promesse di matrimonio, diminuiranno i procurati aborti, infanticidi, omicidi per vendetta, come la giustizia civile a buon mercato preverrebbe reati contro l'ordine pubblico, i giurì d'onore, i duelli; i brefotrofi, gli infanticidi.
Nell'ordine religioso il matrimonio degli ecclesiastici come l'abolizione dei pellegrinaggi scemerebbero molti reati contro il buon costume.
Nell'ordine educativo, l'abolizione degli spettacoli atroci, e dei giuochi d'azzardo, sarà mezzo preventivo contro le risse, e i reati di sangue, e così le assise (Ferri, Sociologie criminelle, 1890).
Climi e razze.—Ed ora facciamo un'applicazione sistematica di questi sostitutivi penali secondo le cause esposte.
Noi non potremo impedire certo l'azione perniciosa dei climi troppo caldi, ma dobbiamo cercare di adattarvi possibilmente le leggi, così da temperarne gli effetti; p. es., regolarizzando meglio, in quelli, la prostituzione, onde scemare gli effetti degli eccessi sessuali, rendendo la giustizia punitiva più spiccia, meglio adatta a colpire le menti più facilmente impressionabili, guardandoci dall'estendere, per vezzo di pedantesca uniformità, ai paesi del sud le stesse leggi, che convengono ai climi del nord, specialmente per quanto concerne i delitti contro le persone, specie sessuali: diffondendo gli usi dei bagni, nel mare, nei fiumi, ad intere popolazioni, come s'usava colle terme nell'antica Roma, e come s'usa ancora in Calabria, sapendosi ch'essi scemano l'azione della temperatura calda.
L'egregio promotore del nuovo Codice italiano[213] lamentava come inconveniente grandissimo la disparità di trattamento giuridico che esisteva fra i cittadini delle diverse parti del Regno; ma egli che perciò s'armeggiò tanto all'unificazione del Codice penale non avvertiva che quel trattamento disforme, se non ci fosse stato nella legge sarebbe egualmente esistito in qualche cosa di ben più sostanziale: «nella opinione pubblica che interpreta a Mazara un omicidio in ben diverso modo che non ad Aosta», per usare le precise parole del Procuratore del Re Morana, e che colle Assise trova una sanzione effettiva.
Nè era nel vero quando affermava, che, l'unificazione d'Italia si sia affrettata tanto da esigere l'unificazione del Codice.—Noi abbiamo, almeno di nome, l'unità, non certo l'unificazione[214].
Dalla statistica criminale italiana di 20 anni, se una cosa risulta sicura è che la divisione per regioni e per grandi zone che sussiste per i dialetti, per la stampa, per la fisonomia, pei costumi, per la razza, in Italia, vive ancora più evidente quanto alla criminalità. Ricordinsi le grassazioni a guisa dei clan medioevali o delle tribù arabe della Sardegna!
I matrimoni precoci e più numerosi e la più frequente e precoce prostituzione, si notano là dove il clima è più caldo, col massimo nelle Calabrie, Basilicata e Sicilia; minimo nelle regioni centrali (Umbro Etrusche). La massima mortalità ed il maggior numero dei vecchi son dati dalle provincie meridionali ed insulari, e la minima dalle settentrionali.
Nella quota di tasse di consumo[215], le quote minime sono pagate dall'Italia insulare e poi dalla meridionale, che dànno invece la quota massima nel gioco del lotto[216].
Infine troviamo il massimo dei reati denunciati nelle regioni insulari e nell'Italia meridionale, con predominio speciale dei reati contro le persone.
Quanto ai reati contro la proprietà, il massimo spicca in Roma e Sardegna, cui subito dopo tengono dietro l'Emilia, il Veneto e la Lombardia.
Nè questa regionalità tende a scomparire. Gli studi di 30 anni fa sulla forma del cranio e sulla statura, dai quali mi risultò predominare la doligocefalia in Garfagnana, Calabria, parte della Sicilia e nella Sardegna, e la brachicefalia nel Piemonte, Veneto, Toscana e Abbruzzi, e la statura alta nel Lucchese, Veneto, ecc., furono recentemente confermati da nuovi studi del Livi (V. Studi di Antropometria militare italiana, Roma, 1896).
Una sola tendenza alla fusione delle varie regioni esiste, pur troppo..., nelle assoluzioni dei giurati, che sono in grande aumento dal periodo 1876-80 al 1881-85: ciò che aggrava il significato dell'aumento della criminalità per condanne che abbiam visto avvenire malgrado suo.
Però è notevole che nemmeno questo fa sparire il regionalismo; abbiamo sempre in entrambi i periodi il massimo di assoluzioni in Sardegna, poscia nell'Emilia un secondo massimo; e in genere, tolta l'Emilia, il minimo numero ne troviamo nell'Italia centrale: e badando alle varie categorie di reati, la Sardegna assolve, si può dire, tutti i reati, meno alcuni contro la proprietà, quelli contro l'ordine della famiglia e contro la pubblica tranquillità; la Sicilia, la Calabria e in gran parte le Puglie assolvono tutti i reati contro la sicurezza dello Stato, e in forti proporzioni quelli contro il commercio, le ribellioni ed i reati di stampa, contro i costumi e la pubblica tranquillità; il Piemonte assolve sempre i reati di stampa e in forte numero i reati contro la pubblica amministrazione e contro l'ordine della famiglia; il Veneto è benigno per tutti i reati di stampa e per quelli contro le persone.
È evidente, dopo ciò, che data la precocità sessuale di alcune regioni, non solo si deve condannare diversamente in una regione lo stupro su una dodicenne da quello che in un'altra: ma anche il limite d'età per la responsabilità deve mutarsi nelle zone nordiche ed in quelle meridionali ed insulari; ad ogni modo non si può nè si deve fissare al tavolo, ma dopo un esame pratico, che ci dimostri se la precocità sessuale non vi è seguita, anche, dalla psichica, e fino a quali limiti.
Abbiamo veduto come non è solo la statistica dell'omicidio che si centuplicava da una all'altra regione d'Italia: ma, quel ch'è più grave, la statistica delle assoluzioni ti fa vedere come lo stesso reato sia considerato in diverso modo nell'uno e nell'altro paese.
L'unità della legge in questi casi pur troppo si possede ora, ma non vale certo a scemare i reati, nè le assoluzioni; non vale che a rendere irrita e irrisoria la legge.
Se si fosse in quelle date regioni adattata la pena all'opinione pubblica, mitigandola pei reati da essa meno abborriti, certo ciò non sarebbe avvenuto; e dopo ciò vuolsi egli sperare un vantaggio quando si modificheranno le leggi per reati che non appaiono nemmeno tali davanti l'opinione dei più, come il duello, l'adulterio ecc.?
Per unificare la legge, veramente, e non sulla carta, bisognerebbe livellare i costumi, la natalità, la sessualità, anzi livellare addirittura i climi, il suolo, le coltivazioni; se no, la legge inventata resta simile a quell'ukase che ordinava ai Polacchi il mutamento di lingua. Si potrà straziarlo, tormentarlo un popolo, ma non gli si potrà far cambiare la lingua, finchè non avrà cambiato di clima, d'aria, di laringe e di nervi, d'onde sorgono necessarie le modificazioni glottologiche: e quell'ukase resta solo una prova dell'inutile barbarie dei despoti e dell'ignoranza umana.
Nè ci si obbietti che altri paesi senza essere unificati hanno leggi uniformi.—Ciò, si è verissimo: e basti citare la Corsica con costumi e reati così differenti dalla Francia: ma appunto in questi casi la legge unificata vi resta, assolutamente, grazie al giurì, lettera morta[217].
Viceversa, ogni Cantone in Isvizzera ha un proprio Codice, eppure non se ne è mai sentito alcun inconveniente.
In Inghilterra v'ha di più: non esiste un Codice, ma c'è una serie di leggi speciali che variano nei tre grandi regni: e così in America, negli Stati Uniti, salvo New-York. E sono i paesi più liberi e, almeno nella prima il reato è in diminuzione.
Certo non intendiamo che queste misure si adottino alle suddivisioni provinciali o comunali, nè ve ne sarebbe bisogno perchè si fondono per clima e razze in grandi gruppi. Tuttavia eccezione dovrebbe farsi per paesi anche piccoli come Artena (v. s.), dove la criminalità è endemica, e dove si dovrebbero adottare misure eccezionali preventive e curative, non ultima l'emigrazione forzata delle popolazioni sospette.
E così dove fossevi per es. un numero enorme di Zingari, che sarebbe assurdo voler trattare giuridicamente come i cittadini di Parigi, di Londra e sottoporli p. es. al Giurì, ecc.
Barbarie.—Far sparire le barbarie non si può tutto ad un tratto, ma ben si può scemarne i danni, col diradar le foreste, fortezze naturali dei malfattori; coll'aprir nuove vie; col fondare città e villaggi nei siti più mal famati, come praticò, per esempio, Liutprando con successo nel 734, per estirpare il brigantaggio che infieriva nelle campagne deserte del Modenese (Muratori); col completo disarmo; con una rapida ed energica repressione, che prevenga o colpisca, così le prepotenze dei forti, e dei ricchi, come la conseguente vendetta dei deboli, grandissima causa questa dei nostri brigantaggi (v, s.); col diradare, grazie ad una buona istruzione, la superstizione ed i pregiudizi, o coll'usufruttarli, come Garibaldi e Napoleone tentarono, più volte, contro il delitto; coll'abolire certe istituzioni, che del resto si mostrano poco utili anche per le colte nazioni, come la Giurìa, la Guardia Nazionale[218], l'elezione popolare dei Giudici, e le Società tutte, quando tendano ad essere segrete, ed in ispecie le comunioni fratesche, sì facilmente inclini all'ozio ed al mal fare (p. 174); col sorvegliare e regolare le emigrazioni (v. p. 71, 75 e 161); col rompere e distruggere le associazioni dei malvagi, appena spuntate, incitando con premi le mutue denuncie, a cui sono, come vedemmo, i loro membri tanto inclinati (era uno dei metodi di Sisto V); col colpire, con abile polizia, i manutengoli, e quindi i parenti e famigliari, che noi mostrammo essere il punto di partenza, fisiologico, dei rei associati (v. s.), ed il loro appoggio continuo; coll'incoraggiare, infine, o alla peggio terrorizzare, i cittadini onesti, ma deboli, così che, posti fra le due paure dei criminali e della legge, siano costretti a preferire la seconda alla prima, al qual metodo Manhès deve d'aver distrutto 4000 briganti in poco meno di quattro mesi.
E, quando il delitto, se ben inteso non abbia indole economica, politica o religiosa e sia di pura indole etica, vi ripulluli sotto l'egida di alcune libere istituzioni, come, p. e., la inviolabilità del domicilio, l'abolizione dell'arresto preventivo, il permesso delle associazioni, la giurìa, è forza sospendere, come appunto praticano le nazioni più libere, Inghilterra, America e Portogallo, per un breve tempo, fino al raggiungimento dello scopo, queste istituzioni. Molto giustamente, dunque, l'egregio statista Cognetti[219] propose, in tali casi, piuttosto che compilare ogni volta dei progetti di legge eccezionali, che o naufragano o s'impelagano contro le giuste suscettibilità regionali, si chiedesse al Parlamento la sospensione degli articoli 26, 27 e 32 dello Statuto, per tutto lo Stato, o per alcuna parte di esso, a seconda dei casi e per un tempo preciso, coll'obbligo ai ministri di presentarsi al Parlamento, alla scadenza del termine per chiedere un bill d'indennità a favore proprio e dei pubblici funzionari e magistrati loro soggetti.
La libertà è, come l'oro, cara a tutti, perchè e finchè è fonte di gioia, ma appunto come l'oro nelle mani di Mida si fa aborrire e spregiare quando diventa una sorgente di mali: di lì le reazioni tiranniche che menano poi agli eccessi demagogici. È dunque nell'interesse della civiltà di evitare tutto quanto può rendercela meno cara.
E così dove la camorra o la maffia o il brigantaggio prendono figura politica, ivi leggi severissime dovrebbero prevenire ogni possibilità della loro influenza sul suffragio: ogni uomo politico, che venga solo sospettato di aver parte in queste associazioni, dovrebbe perdere ogni diritto politico: e i carcerati per camorra dovrebbero esser mandati in luoghi lontani, ed immuni dall'endemia criminosa e sparpagliati in modo da non essere mai più di due nella stessa camerata, possibilmente in isole. Pubblicazioni forse anche gioverebbero, che rendessero ridicole presso il popolo o sprezzate o mal famate queste associazioni. Il tribunato politico di cui parleremo, dovrebbe avere una speciale sorveglianza ed azione sull'applicazione di queste misure.
E giova abolire le grazie regie massime pei delinquenti comuni associati, difficoltandone ad ogni modo il ritorno nel paese nativo, dove hanno il loro campo naturale d'azione.
Civiltà.—I danni dei grandi accentramenti, della troppo rigogliosa civiltà, si possono prevenire coll'opporre nuove difese alle nuove armi del crimine.
Densità.—Contro l'influsso malefico dell'eccessiva densità, sarebbe p. es. bene che tutti i governi, liberatisi dalla frenesia dell'accentramento, lasciassero distribuirsi anche nei più piccoli centri tanti istituti che adesso richiamano allo città, già soverchiamente popolose, troppo folta falange di persone (Zerboglio, Alcoolismo, 1892), come Università, Accademie, laboratorii scientifici, collegi militari ed istituti educativi, e anche ricreatori, intorno a cui si potrebbero raggruppare molte industrie, commerci, ecc., che impedirebbero alle capitali di ipertrofizzarsi come fanno adesso esageratamente.
È in America del Nord che gli eccessi degli accentramenti si vanno ora modificando col render più ridenti, più desiderabili i centri rurali diffondendovi passeggiate, club, luci, teatri e biblioteche che vi attirano i ricchi e rendono più felici i non agiati, onde meno sentono il bisogno di agglomerarsi nelle capitali.
Certo questi agglomeri non possono sciogliersi d'un tratto, ma possono depurarsi di ogni fermento criminoso e possono scemarsi per es. col favorire l'emigrazione dei lavoratori disoccupati dando loro anche trasporti gratis.
Quando poi la densità sia in esagerata isproporzione coll'alimentazione la diffusione dei metodi e liquidi Malthusiani è il solo preventivo possibile.
Or ora l'inglese Hill (Criminal capitalist, 1872) propone, egli, il concittadino del paese più scrupoloso delle libertà personali, di spiare, sorvegliare, ed al caso sopprimere, nelle grandi città, quelle case che servono di ricetto ai delinquenti abituali, i quali, così, oltre al non potersi associare, stenterebbero a vivere anche isolati. E propone pure di colpire con gravi pene il così detto capitalista del delitto, o manutengolo quasi sempre impunito, il quale, essendo della buona società, ha o dovrebbe avere più terrore della legge.
Per tentar poi d'impedire che dove è utile economicamente (Australia e Stati Uniti), l'emigrazione non vi aumenti, però, i reati, giova selezionarla, come ora si fa negli Stati Uniti, non accettando che emigranti validi, onesti, dotati di qualche peculio, e di uu'abilità manuale incontrastata.
Con simili selezioni fatte mediante persecuzioni giudiziarie negli ultimi anni la Francia depurava la sua immigrazione—e ne ebbe un decremento nel crimine (Joly, o. c.).
La polizia scientifica. Elettricità. Fotografia. Identificazione.—Noi abbiamo fatto finora la polizia così come si faceva la guerra, nei tempi eroici, tutta a casaccio, ad empirismo, dove il merito individuale di alcuni pochi in astuzia ed in forza muscolare, decideva solo della vittoria.
Abbiamo dei questori che sono assai abili, come l'erano Ulisse ed Achille; non ne abbiamo nessuno, però, che, non dico come Moltke, ma nemmeno come un ufficiale qualunque di stato maggiore si serva per le sue indagini delle risorse scientifiche offerte dagli studi di statistica, di antropologia criminale, che moltiplichi, insomma il proprio ingegno, colle forze enormi, e, quel che è più, esattamente governabili, dalla scienza.
Il telegrafo, in ispecie se applicato ai vagoni delle ferrovie, le ferrovie stesse, ecco nuovi mezzi atti a neutralizzare i nuovi stromenti del male introdotti dalla civiltà e così la fotografia dei carcerati, distribuita alfabeticamente e con annessa la loro biografia[220].
In America le società di sicurezza contro il delitto introdussero il telegrafo d'allarme che, per mezzo d'un registro posto a capo del vostro letto, segnala l'ingresso del malvenuto, e con un altro movimento di chiave vi mette in comunicazione con un ufficio telegrafico, che immediatamente manda il soccorso.
Un'altra applicazione dell'elettricità è stata introdotta nel servizio di polizia di New York. Di notte, ogni policeman deve custodire un certo spazio (beat o battuta) assegnato. Lungo questo spazio è una specie di colonna di ferro vuota, che oltre una cassetta di medicinali contiene una macchinetta telegrafica, sistema Morse, con cui il policeman senza muoversi dal posto, può comunicare con tutto il dipartimento di polizia della città, e riceverne l'aiuto senza perdita di tempo. Se, per esempio, parecchi ladri sono entrati in una casa e vi stanno facendo bottino, e non è prudente per il policeman affrontarli, egli ne dà avviso al soprintendente, il quale subito avverte tutti i policeman del vicinato di accorrere al luogo necessario. Ma come fa il soprintendente o altro superiore a mettersi in comunicazione, dal suo ufficio, con policeman che spesso sono lontani parecchie miglia? Alcune colonne sono provvedute di campanelle le quali, toccate telegraficamente dal soprintendente, si mettono a suonare e non ismettono finchè il policeman a cui la colonna appartiene non corre a fermarle, e nello stesso tempo, a ricevere gli ordini del suo superiore.
Guillar saviamente propone l'associazione di tutte le nazioni per l'arresto del reo—rendendo comuni i trattati di estradizione: organizzando una specie di polizia internazionale che ne comunicasse le fotografie e segnalasse quelli che commettono all'estero i delitti—o che allo spirar della pena emigrassero nel paese vicino, o quelli che vi furono trasportati, in genere difficoltandone l'emigrazione, salvo i casi rari che abbiano imparato ad esercitare un lucroso mestiere.—Vi dovrebbe essere un casellario internazionale giudiziario, un ufficio d'indicazione generale (Rev. de Disc. Carcer. Bullet. Internation., 1876).
In Austria e in Inghilterra si sono introdotte quelle compagnie di Detective, di Vertraute, che sono dei veri bersaglieri del crimine. Alcuni, isolati, nascondono la loro missione sotto nomi e professioni diverse, altri divisi in piccoli gruppi, ignoti gli uni agli altri, tutti ricompensati lautamente, a seconda dell'importanza dell'arresto, fanno una vera caccia al delinquente e spesso lo colgono in flagrante, servendosi delle ferrovie, del telegrafo, dello studio minuto, fatto nelle carceri, delle fisionomie[221] e soprattutto del non mutabile sguardo dei malfattori e delle raccolte fotografiche cui accennammo.
Metodi d'identificazione.—Un buon questore si giova, per porre le mani sull'ignoto autore di qualche reato, della sua memoria anche, mettiamo, del grossolano casellario che da pochi anni si è istituito, e della fotografia. Ma in un regno così vasto come quello d'Italia con comunicazioni così rapide, migliaia e migliaia di individui sono sottratti alle sue osservazioni; e la memoria più felice non potrebbe approdare a gran che.
Il nostro delinquente con tutta facilità riesce a sottrarsi alle ricerche della polizia mutando le proprie generalità ed in caso d'arresto, se recidivo, riesce facilmente ad ingannare l'autorità sui proprii precedenti assumendo le generalità di qualche altra persona magari onesta.
Da ciò si vede la necessità di una scientifica identificazione degli imputati.
Tra tutti i sistemi escogitati per questa quello di Bertillon è il più geniale, e fu preceduto da molti anni dal nostro Bonomi e superato ora dal nostro Anfosso[222].
Nella Prefettura della Polizia di Parigi cui egli era addetto si trovavano conservate migliaia di fotografie di delinquenti, che si mostrarono utilizzabili facilmente finchè il numero n'era minimo, non più però quando queste troppo aumentarono. Bertillon propose allora di classificarle secondo le misure di alcune parti del corpo che si possono ritenere come invariabili. E sono: la statura, la lunghezza e la larghezza massima della testa, la lunghezza del dito medio sinistro, la lunghezza massima del piede sinistro, l'apertura delle braccia e la lunghezza dell'avambraccio sinistro.
Supponendo che tutte queste misure vengano divise in parecchie serie è evidente che il confronto si dovrà fare solo più colle fotografie di una serie, estendendo, tutto al più, le ricerche alle due serie confinanti, poichè l'errore di misurazione è ristretto in confini ben limitati.
Il suo sistema posa sul dato che il corpo umano raggiunto il suo sviluppo si mantiene pressochè invariabile e che non si possano trovare due uomini perfettamente identici: con questi dati dal 1883 sino al 1890 le identificazioni ottenute da lui raggiunsero il numero di 3017.
Questo fu il primo stadio del Bertillonage.
Dopo un certo tempo si constatò che le misure potevano bastare esse sole, senza d'uopo della fotografia ad identificare i prevenuti.
Fin qui l'identificazione aveva carattere essenzialmente giudiziario, serviva cioè a garantire ai magistrati l'identità ed i precedenti dell'individuo inquisito.
A questo punto sopravviene un altro stadio in cui la identificazione serve non solo alla magistratura, ma anche alla polizia. Si tratta cioè di aver sottomano tutti i dati per poter riconoscere chi allo stato di libertà si cela sotto finto nome. E questo il Bertillon lo ottiene colle fotografie parlanti, accompagnate da una descrizione minuziosa dell'individuo, dai suoi contrassegni personali.
Anfosso andò più in là, ideò un apparecchio (o. c.), detto da me Tachi antropometro, col quale in pochi minuti si possono ottenere non solo tutte queste misure, ma molte altre e dal primo venuto (Vedi fig. 1), salvo però l'inconveniente comune a tutte le misure, di prestarsi cioè ad errori, se la misurazione non sia fatta con diligenza.
[Illustrazione: Fig. 1.]
Quegl'inconvenienti ora però furono ovviati aggiungendo un sistema di identificazione craniografica (vedi fig. 2) consistente in due regoli metallici portanti una listarella di piombo. Questa viene appoggiata sul capo lungo la curva antero-posteriore, a partire dalla base del naso fino al punto inferiore della nuca, ed è sostenuta dai due regoli che, essendo mobili su un perno, la trasportano sovra un piano verticale sul quale poggia un foglio di carta preparata al picrato di potassa. Allorquando la listarella tocca la carta stessa, interviene il passaggio di una corrente elettrica, la quale, decomponendovi la soluzione nei punti di contatto, determina una linea colorata che riproduce le curve della listarella e conseguentemente quelle del capo, potendosi la stessa operazione ripetere per la norma orizzontale e per la trasversale. Intagliando poi la carta lungo la linea segnatavi si ottiene un diagramma che combacia perfettamente colle curve craniche: notisi che questa linea scompare dopo cinque minuti; cosicchè chi fa l'operazione è costretto a proceder subito all'intaglio, il che garantisce che verificherà subito sulla persona se il rilievo e se l'intaglio siano stati eseguiti fedelmente.
[Illustrazione: Fig. 2.]
Questo sistema ha il vantaggio incontestabile su quello del Bertillon che il rilievo richiede molta minor intelligenza e meno attenzione della misura, l'errore di qualche millimetro in questa potendo spostare in modo pericoloso la classifica dell'individuo studiato, mentre lo stesso errore nel rilievo cranico non ha importanza.
Più: l'operazione essendo puramente meccanica si diminuiscono i coefficienti d'errore, e mentre colle misure millimetriche l'unico modo di verificare l'esattezza sta nel ripeterle, nel rilievo cranico la sovrapposizione diretta del diagramma sul capo del soggetto garantisce la precisione.
Nè bisogna dimenticare che nelle misurazioni si ricorre a pochi punti di differenziazione tra individuo ed individuo, mentre nel nuovo sistema questi punti sono numerosissimi. E si ha il vantaggio di giovare non solo alla identificazione giudiziaria, ma anche nello stesso tempo a quella della polizia.
Se sovra un passaporto indichiamo, infatti, la statura, i diametri cranici, l'apertura delle braccia, ecc. di un individuo, è ovvio che quando costui vuole provare la sua identità deve sottoporsi ad una nuova misurazione. Questa non può farsi che in determinati locali, poichè non è supponibile che gli agenti portino seco gl'istrumenti per misurare gl'individui. Invece il craniogramma può essere unito al documento personale, portarne lo stesso numero ed allora il cittadino porta seco una vera carta personale che—meglio della fotografia—ne garantisce la identità.
Stampa.—E così la polizia dovrebbe giovarsi sistematicamente della stampa.
La stampa è tanto uno stromento di civiltà quanto di criminalità; ma noi non possiamo sopprimerla, nè, senza lesione alla vera libertà, reprimerla: meglio giova usufruttuarla alla difesa sociale.
In Isvizzera l'Autorità governativa ha una specie di manuale colle figure e biografie dei criminali svizzeri più conosciuti.
Or ora in Germania si iniziava la pratica di inserire nella 4ª pagina dei giornali più popolari le segnalazioni, le taglie e fino le fotografie dei delinquenti, di cui più preme l'arresto.
A Magonza (Germania) si pubblica un giornale in tre lingue: francese, tedesco e inglese, Internationale Criminal Polizeiblatt. Moniteur International de Police Criminelle. International Criminal Police Times, che esce settimanalmente ed è redatto dal consigliere di polizia, il Polizeirath, e stampato a cura dell'Ufficio di polizia, Polizeiarahos-Vorstand in Mainz, coi ritratti e le indicazioni dei delinquenti ricercati; che al Cairo in Egitto si pubblica un giornale settimanale in arabo: Vagái'u 'bubúlìs ossia Avvenimenti di polizia diretto dall'Ufficio pubblico di polizia, che esce ogni mercoledì, coi ritratti e le indicazioni degli omicidi e falsari arrestati, coi loro reati e la loro descrizione minuta.
Ed ecco come la stampa, ed in ispecie quella della 4ª pagina, che fin'ora era tanto spesso fonte a ricatti, truffe, calunnie, diventa un amminicolo per la difesa sociale.
Nuovi indizii. Pletismografia ecc.—Ma vi ha ben altro. Noi abbiamo abolito, nelle indagini indiziali, la tortura; ed è una vera nostra gloria; ma a questo mezzo brutale di indagini, che spesso poteva fare la luce, ma più spesso fuorviarci, nulla abbiamo saputo sostituire, e questo è male.
Ora la cognizione delle anomalie craniche e fisionomiche, dell'assimetrie, sclerosi, stenocrotafie ecc., biologiche (anestesia, analgesia, mancinismo, campimetria anomala), e psicologiche, crudeltà, vanità del delitto, imprevidenza, possono riempire questa lacuna: e così parecchi altri dati, p. es. dei tatuaggi osceni, vendicativi. Già Despine proponeva il sequestro dei delinquenti abituali, quando in libertà siansi vantati di commettere un delitto; sapendosi che in tali casi troppo bene mantengono la data parola. Io ho osservato ora, per es., dopo più di 11.000 esami, che i tatuaggi coloriti a miniatura sono speciali ai criminali francesi, o ai nostri che dimorarono nelle carceri, o nelle navi di Francia.
Noi abbiamo veduto nel primo volume come il pletismografo di Mosso, può senza alcuna alterazione della salute, senza dolore entrare nei penetrali dell'animo del criminale con un esattezza matematica.
Non è molto che io ne potei farne un'applicazione curiosa in un processo assai complicato. Si trattava di un famoso malfattore il quale da relazioni della questura, si riteneva autore di un borseggio di forte somma sopra tal Dell'Ac..., mentre erano ambidue in un vagone di 1ª classe, e ciò col così detto metodo del manicotto—false mani che si tengono sollevate e si mettono in mostra, mentre le vere praticano il furto.
Il sospettato era certo un uomo abile nei reati di questo genere; gli si eran trovati nel domicilio 7 passaporti con nomi diversi, fra cui quelli di un tal Red...—Ma una volta messo in carcere, egli si diede per pazzo, rifiutò ostinatamente di farsi fotografare, si mostrò agitato ogni volta che il giudice voleva interrogarlo, e poi cominciò a pretendersi avvelenato, rifiutare i cibi, a veder per tutto nemici.
Richiesto di una perizia in proposito dal giudice istruttore grazie alla nessuna reazione al pletismografo, quando io gli presentavo dei veri veleni, potei dimostrare la insussistenza, e la simulazione della pazzia, ma vedendo che mancava ogni oscillazione segnalatrice, anche quando gli parlava di quel famoso borseggio, mentre vi era una enorme discesa al pletismografo quando si intratteneva del furto Red... potei dire al giudice, essere quello sciagurato, con grande probabilità innocente del furto, di cui incolpavalo il questore, e reo di un furto che prima era ignorato e sulle cui traccie era stato messo sopratutto dal pletismografo, il che poi venne confermato da nuova indagine giudiziaria.
CAPITOLO II.
Prevenzione dei reati sessuali e di truffa.
I reati sessuali[223] e i bancarii sono i reati specifici della civiltà avanzata. Come rimediarvi?
Prevenzione di eccessi sessuali.—Il divorzio è un preventivo potente contro molti adulteri: e contro molti di quei reati di libidine che formano una delle tristi note della più moderna criminalità.
Dalle statistiche portate dal Ferri[224] è dimostrato come in Francia i condannati per adulterio aumentavano continuamente dal 1864 al 1867, mentre in Sassonia dove il divorzio era ammesso diminuivano nella stessa epoca: e nei distretti tedeschi di razza dove vigeva il diritto francese, si notavano maggiori processi e separazioni che negli altri, e i delitti sessuali vi erano più numerosi.
E ancora nell'epoca in cui non era ammesso il divorzio in Francia 1874 a 1878—i maritati rei di veneficio, dànno una proporzione maggiore dei celibi 45:30, mentre nelle successive sono inferiori; e ciò solo per i molti avvelenamenti dei coniugi: più del 15% delle uccisioni dei coniugi erano determinate in Francia dall'adulterio e dai litigi domestici. In Italia non meno di 46 omicidi per anno vengono perpetrati per rompere un legame divenuto insopportabile.
Tutti i giorni noi abbiamo sotto agli occhi madri spinte alla pazzia o al delitto per la tortura del coniuge; così la Vigna, donna debole e prima onestissima, uccise il marito chiamando in aiuto la Madonna, perchè esso la minacciava non come donna solo, ma anche come madre.
Pochi mesi fa in Francia la Godefroy, d'anni 43, s'era conciliata la stima e l'amore di tutto il paese per il coraggio con cui da sola educò 9 figli e sopportò 15 anni la tortura del marito beone; ma un giorno non ne potè più: minacciata col coltello dal marito, nascose sotto al camino una pala di ferro, e alla nuova minaccia l'uccise; si denunciò; fu assolta.
Gulinelli, giovane scultore, dapprima onestissimo, dichiarava che, se fosse esistito il divorzio, non sarebbe stato trascinato ad uccidere la moglie; e noi vidimo (Vol. II) il caso dei figli e moglie Kleinroth, condotti ad essere complici del parricidio e mariticidio dai continui maltrattamenti che quel padre brutale infliggeva loro, specialmente alla madre che batteva e metteva al disotto di molte sue serve adultere, cui teneva in casa insieme ai bastardi.
Quanto agli attentati al pudore, una quota rimonta alle tendenze congenite—stupratori-nati—e forse qui influisce la diatesi cretinica che stimola elettivamente i genitali od una forma di follia, come colui che colpiva le ragazze per strappar loro le ciabatte e farne una raccolta (v. s.).
Un'altra parte certamente, e forse la più grande, entra nella cerchia dei delitti d'occasione per influenza della barbarie campagnuola, per mancanza di sfogo, di prostituzione e per la maggior difficoltà ai connubii, come ci rivelano le statistiche esposte (Parte I) in cui si vedono predominare alcuni paesi di montagna, dove la prostituzione non venne introdotta, notandosi di più nei soldati, pastori, costretti cioè ad un forzato celibato, d'onde uno stato di violento erotismo insoddisfatto e l'abitudine alla masturbazione; ed è noto che questa (Emminghaus, Allgemeine psycopathologie, 1878), eccitata prima dalla fantasia, l'irrita poi ed eccita, e ne è a sua volta di nuovo eccitata.
Nei paesi barbari[225] e purtroppo anche in qualche altro civile guastato dalle istituzioni religiose, cattolica, p. e., vi possono i sacerdoti dannati al celibato, specie se col confessionale hanno una seconda occasione potente ed insieme uno stromento al delitto. Infatti la statistica, che pur dichiara il sacerdozio una delle professioni meno macchiate dai delitti, quanto ai reati contro il costume, specie pederastici, dà ai preti cattolici una quota relativamente alta, benchè sia inferiore agli altri celibi, che nella criminalità in genere non passano il 5%, nei reati sugli impuberi toccano il 12, sugli adulti il 4 (Fayet).
Ma i più nascono dalle influenze della civiltà. Ciò è provato dal vederli crescere in Prussia nella provincie occidentali, che sono le più colte, e dal vedere i delitti di libidine su bambini crescere in 50 anni fino a quintuplicarsi, scemando sugli adulti (Ferri, Sulla criminalità in Francia, 1880).
In Francia i reati contro la morale erano 805 nel 1826 e crebbero a 932 nel 1882; gli stupri su fanciulli da 136 a 791, cioè quintuplicaronsi. In Inghilterra erano 167 nel 1830-34, 972 nel 1835-39, 1395 nel 1851-55.
Nella stessa Prussia, secondo l'Oettingen, i delitti di libidine crebbero dal 1855 al 1869, come 225 a 925, ed i crimini di libidine come 1477 a 2945.
Nella Sassonia l'aumento sarebbevi enorme, 190, 255, 321, 421, 434, 531, 778.
E notisi che nelle statistiche germaniche non si tien nota dei singoli delitti contro la moralità in quanto sieno commessi contro fanciulli o contro adulti—ora questi ultimi scemano probabilmente anche in Germania come in Francia, sicchè l'accrescimento si deve ai crimini più gravi, quelli, cioè, sui fanciulli.
La civiltà moderna v'influisce in un modo più diretto promovendo l'istruzione, aumentando quindi l'eretismo del sistema nervoso, che a sua volta richiede stimoli, piaceri sempre più nuovi ed acuti: poichè pare che quanto più l'uomo s'eleva nell'attività psichica, più s'aumenta il numero de' suoi bisogni e piaceri quando l'animo non sia rivolto a grandi idealità scientifiche, umanitarie, ecc., e quando la ricchezza permetta una lauta alimentazione. Fra i bisogni e piaceri aumentati primeggia il sessuale che anche in tutto il mondo animale si vede in stretta connessione e dipendenza dal cerebrale e in rapporto continuo ora di antagonismo (fecondità grande dei pesci ed insetti meno intelligenti, ecc., scarsa degli animali superiori, sterilità delle formiche, api operaie, e, pare, dei grandi uomini), ora di parallelismo (come prova il maggior ingegno nella virilità e negli uomini casti), col rigoglio della salute, della vita e dell'intelligenza, e ciò viene provato anche dalla statistica: così in Francia nel 1874 i professionisti che formano il 5,0 della popolazione diedero 6,7 di rei contro le persone, 9,2 di stupri su fanciulli, il maximum dopo gli operai, e 3,4 sugli adulti.
Questa insaziabilità dei piaceri nelle persone più civili, insieme anche alle occasioni assai più frequenti, spiega pure perchè codesta criminalità vada aumentando (v. s.) nei rei sui fanciulli, in ragione inversa di quella sugli adulti; e insieme alla mancanza di leggi sul divorzio ed al maggior numero di maritati tra i vecchi, spiega quel fatto in apparenza sì strano e così contraddittorio alle leggi della criminalità per cui questo speciale delitto, all'inverso degli altri, prepondererebbe fra i maritati, precisamente come vediamo pei venefici per cause d'amore.
In Francia negli stupri su fanciulli i celibi dànno 41,5, i maritati 45,9: i celibi dànno 35,9, i maritati 47,6, mentre nei delitti contro le persone i celibi dànno 48,1, i maritati 40,4, e negli stupri su adulti 61, appunto perchè i piaceri colti con questi ultimi più differenziano da quelli che si fruiscono già nel matrimonio.
Vi s'aggiunga, infine, come, per uno sviluppo continuo della previdenza (nota bene il Ferri nel suo Socialismo e criminalità, 1883), i popoli più accorti cercano di generare il meno figliuoli che sia possibile, e quindi pencolano verso la pederastia. Così io vidi fra i montanari più intelligenti, a Ceresole, per es., ritardati—appunto per aver meno prole—i matrimoni fin a 40 anni: mentre nei montanari, dove più abbondano i cretini, nella Valle d'Aosta, i matrimoni dànno, per es., a Donnaz, 6,5 figli; a Châtillon, 5,1, quasi il doppio della media (Inchiesta agraria, VIII, p. 160).
Non è azzardata dopo ciò l'ipotesi che il matrimonio, contraendosi come un affare in cui le scelte si fanno contro le leggi della natura, preferendo la ricchezza e la potenza alla bellezza ed alla salute, e diventando poi uggioso anche per la sua indissolubilità, spinga non solo all'abbandono del talamo, ma perfino ad odio, a nausea dell'intero sesso, e quindi a ricerca di amori contro natura, i quali non crescerebbero almeno a sì grande stregua, se i bisogni sessuali si potessero soddisfare con una persona cara, del sesso femmineo, alla faccia del mondo.
La civiltà, poi, influisce all'aumento dei reati sugli impuberi, materialmente coll'aumento maggiore o col maggiore agglomero delle scuole, collegi, perchè fornisce un'occasione facile ai maggiori contatti coi maestri spesso celibi, per povertà, ed agli scolari, dove un solo giovinetto immorale può corromperne centinaia; e vi possono di molto le agglomerazioni delle grandi capitali in piccoli spazi, gli opifici, specie ove siano numerosi gli impuberi e misti cogli adulti e costretti a lavorare seminudi in camere scure, come accade in certe fabbriche e nelle miniere; più di tutto poi i mestieri, per esempio: di calzolai, sarti e pittori, che, oltre al triste stimolo degli alcoolici, abbiano nell'esercizio loro una causa eccitante nella posizione del corpo o nella copia dei modelli.
Ed ecco la causa per cui gli operai in genere che dànno, secondo il Fayet, il 30% della criminalità generica, ne danno il 35% per stupri su bambini.
Misure legislative ed amministrative.—È molto facile il seguire il vecchio indirizzo militare col dire: Se aumentano i delitti aumentiamo le pene e li faremo cessare.—È una esagerazione.
L'illustre Ferri, con una statistica di 53 anni in Francia[226]
(Liszt, Archiv f. Strafsrecht, 1882), ci tenta mostrare che quasi nullo è l'effetto delle pene, perchè le continue condanne coincidono con continuo aumento nei reati. Ma anche qui vi è alquanto di esagerazione. Perchè, esaminando queste tabelle, noi vediamo che, se contro i rei di stupro sugli adulti le pene correzionali hanno aumentato a spese delle più severe, come 56,4:32,2 = 1,75, la prevalenza, invece, delle condanne al carcere, su quelle ai lavori forzati è discesa di molto più, come 56,7/10,2: 30,6/12,9 = 2,34, ciò che, infine, proverebbe una aumentata severità della pena; e siccome i reati contro gli adulti hanno diminuito, ciò proverebbe esercitar essa qualche influenza. Un'altra prova se ne ha nella tabella pegli stupri dei fanciulli. Qui appare che le pene più lievi delle carceri, sono accresciute a spese delle più severe, in confronto ai lavori forzati; è cioè, scemata la severità; eppure è aumentato in Francia il numero di quei delitti.
Quindi non poco influisce anche la pena, ma perciò appunto occorre che sia giusta e sicura, e quindi non affidata all'aleatorio intervento dei giurati.
È appunto perciò che non sarebbe impossibile che all'aumento apparente della quota di tali delitti contribuisse in parte la calunnia, il ricatto, che si è veramente organizzato nelle capitali, specie per i reati contro gli impuberi. Casper già racconta di donne che giunsero a infettare, a bella posta, le loro figliuoline per poterne accusare innocenti. Or ora Fournier narra aver visto 5 casi di vulvite associata ad enormi lacerazioni, prodotte con scopa da terrazzi in bambine da madri, per poter avere un fondamento ed accuse di stupro sulle loro figlie (Ann. d'hygiène, 1880).
Ma certamente più che le pene qui giovan le misure preventive.
Occorrerebbe sorvegliare le scuole e gli opifici ove sono accolti gli impuberi; il scegliere solo donne per maestre sarebbe già un eccellente sostitutivo penale contro la pederastia dei maestri, e altrettanto il mettere delle sorveglianti femmine maritate negli opifici ove lavorano impuberi di notte o in luoghi scuri; misura tanto più facile inquantochè è economica e nello stesso tempo più adatta, e così diradar i collegi.
S'aggiunga l'escludere i fanciulli fino ad una certa età dal lavoro delle miniere, come porta la legge francese del 1874 sul lavoro dei fanciulli applicata dal 1875, legge che è in coincidenza con una diminuzione di stupri sui fanciulli del 1876.
Un altro rimedio è certamente la diffusione della prostituzione nei paesi agricoli, specie là dove spesseggino marinai, soldati ed operai; il render più accessibile l'amore nella pubertà a tutti i giovani.
Nessuna legge potrà ostare ai matrimoni interessati e quindi facili a divenire antipatici, ma almeno la massima facilità di un divorzio impedisca che l'antipatia (nitimur in vetitum) spinga alla nausea e al delitto.
È evidente che il divorzio è destinato a scemare il delitto d'adulterio, quando permette un soddisfacimento sessuale legittimo ai coniugi che separati certo, se giovani, se ne procurerebbero uno illegittimo; e quando minaccia al celibe adultero, che corre al più il pericolo di un duello, quello più serio d'un matrimonio con donna tutt'altro che castigata com'egli stesso ebbe ad accertare personalmente; mentre, ora, col ricorrere ai Tribunali, il coniuge offeso, per la pubblicità, pel ridicolo e (trattandosi dei giurati) per le assoluzioni, corre incontro a più pericoli e fastidi del vero colpevole: ed ecco che esso previene anche i reati d'impeto per parte del coniuge offeso, sì frequenti nei drammi e sì rari nella vita, ed ora il nuovo rimedio francese del vetriolo; il divorzio ne sarebbe un sostitutivo penale ben più utile e ben più adottabile, chè, per quanto l'autore a sua volta sia assolto dal pubblico e dai tribunali, è sempre un reo; e quello dell'uccisione dell'adultero è pur sempre una specie di feroce jus necis lasciato da un costume veramente selvaggio in mano all'offeso; ora notisi, che secondo il Dumas, che se ne dovrebbe intendere, questa uccisione accadrebbe più di frequente nei matrimoni legittimi che nei concubinati, perchè appunto specialmente in quelli si sente anche il bisogno di vendicare la violazione della proprietà legittima. E perciò un passaggio graduato al libero amore darebbe il più radicale dei preventivi.
Certo mi direte: Queste uccisioni è la cieca passione che le provoca; e niuna istituzione civile potrebbe soffocare la passione. È verissimo, ma certo, data una valvola di sicurezza, essa proromperà assai meno spesso.
Io ho dimostrato che i padri alcoolisti dan luogo a figli idioti, epilettici e più spesso ancora criminali; e quindi il divorzio che ne impedisca la nascita è un vero preventivo dei delitti, ben più sicuro del carcere.
Che se i figli di seconde nozze dànno luogo a un maggior numero di criminali, e non dànno altrettanto i figli dei separati?
Io ho dimostrato come vi hanno delle nature perverse che si sentono attratte l'una all'altra, e allora sono matrimoni felici per sè e non per gli altri: ma che uno di costoro s'accoppi ad un carattere onesto o che una tempra di satiro, come era il francese Ferlin, che da 7 serve, oltrecchè della moglie, ebbe 54 figli e che finì collo stuprare una figliuola, si leghi ad una casta od astemia, noi avremo nuove forme e cause di delitti.
V'hanno i casi di mariti che torturano le mogli finché sono loro vicine, salvo a rimpiangerle e fino ad ucciderle per una ravvivata passione quando forzate si allontanarono da loro: e questi reati potrebbero porsi nel bilancio passivo del divorzio, se altrettanto non accadesse anche per la separazione; d'altronde il divorzio non si può dire impedisca per sempre il ravvicinamento col coniuge.
Trovo nel De Foresta (L'adulterio, 1881), che gli antichi giuristi, gente tutt'altro che tenera per le donne, riconoscevano che la moglie battuta dal marito non poteva essere accusata se dopo davasi all'adulterio.
Si vir uxorem atrocius verberaverit atque uxor aufugiat et adulterium committat non poterit eam maritus accusare (Tiraqueau, In leg. connub.).—Evidentemente gli antichi avevano intravveduto nell'adulterio un sostitutivo penale contro le sevizie maritali; e non sarebbe miglior preventivo o sostitutivo di tutti e due il divorzio?—Ma questo solo non basta.
Vi si deve in più rendere obbligatoria la ricerca della paternità e sopratutto la riparazione alla donna sedotta.
Se noi diamo uno sguardo alla società nostra, per quanto riguarda l'amore, vi vediamo spiccare due opposte correnti: da una parte quanto più cresce l'intelletto e la civiltà, più crescono i desideri e la potenza d'amore—onde il gran numero di letterati colpevoli—dall'altra si fan sempre più difficili i mezzi per soddisfarli.
Il matrimonio che dovrebbe essere la meta più alta, si rende sempre più difficile, o si compie, preferendo, all'inverso delle leggi di elezione naturale, la ricchezza e la potenza alla bellezza ed alla salute, e quindi rendendosi più disaffine colle proibizioni del divorzio, collo studio dell'infecondità.
Da questa doppia fatale corrente, che contrasta a quella dell'amore sessuale, emergono in parte quei delitti, e dicasi pure anche una volta, smettendo le ipocrite reticenze, anche dal pregiudizio che ci fa reputare colpevole per un sesso quello che per l'altro non è nemmeno una contravvenzione e che fa dell'atto venereo quasi una colpa pel giovane, sicchè la mancanza di sfogo nei momenti più erotici lo trascina ad amori contro natura.
Quando si faccia un equilibrio fra il grido della natura e quelli del dovere e della morale, noi vedremo scemare rapidamente quei reati, dimostrando così che possono dipendere oltrechè dall'eccesso, anche dalla mancanza d'amore.
Occorrerebbe quindi, perciò, rendere non solo più facile il divorzio, ma meno bottegaie le nozze, meno difficili gli amori e sempre rispettata la maternità e sopratutto obbligatoria la riparazione che la legge or più non contempla, e direi anzi quasi escluda quando vieta la ricerca della paternità. Occorrerebbe che la società non riguardasse solo la vittima come la colpevole, ma ben anche il suo seduttore, su cui si stendono sì facilmente i sorrisi e i veli non lasciando alla sola infamata altro sfogo che quello di farsi giustizia colle proprie mani o di far scomparire, in un disperato delirio, le traccie di un'immensa gioia, che si convertirono per lei sola in un'immensa sventura.
E questi sarebbero i veri preventivi non solo dei reati sessuali, ma degli infanticidi, e anche dei suicidi, omicidi, dei delitti insomma per amore puro, i più degni dell'umana compassione, in cui vittime ed autori son più spesso uomini onesti.
Truffa bancaria. Influenza politica.—La truffa e l'abuso di pubblica fiducia sono i reati più moderni, che non possono venir commessi che da persone colte e simpatiche. Gli è: che la truffa è una trasformazione evolutiva, civile, se si vuole, del delitto, che ha perduta tutta la crudeltà, la durezza dell'uomo primitivo di cui il reo-nato è l'immagine, sostituendovi quell'avidità, quell'abito della menzogna, che vanno sventuratamente diventando un costume, una tendenza generale, salvo che in costoro è più concentrata e con intenti più dannosi.
Invero se passiamo dalle vallate remote alle città e dalle città piccole alle capitali, vediamo, dal più piccolo al più grande, farsi sempre più gigante la menzogna commerciale, la truffa, insomma, in piccola scala; e nelle società più elevate, sotto forma di Banche per azioni, la truffa vera, gigantesca, è in permanenza alle spalle dei gonzi, garantita coi nomi più altisonanti e più venerati se non venerabili.
Posto ciò, è naturale che il truffatore comune ed il politico non sia un criminale-nato, ma un criminaloide che ha i caratteri dell'uomo comune e che, senza un'occasione propizia, e mettiamo pure un po' meno forte di quella che trascinerebbe l'uomo quasi integro, non cadrebbe in colpa (Vedi voi. II).
Il rimedio più urgente qui, perciò, è il preventivo, tanto più che avvenuto il reato la punizione poco giova a scemare il danno: ed i preventivi sono facili se si popolarizzano le nuove idee economiche che mostrano la banca che specula solo sul frutto del denaro essere un congegno di truffe—non potendo per sè moltiplicarsi il denaro—e se si esigano anche nelle banche per azioni a scopo agricolo, industriale dagli amministratori garanzie effettive, preventive, con obbligo d'indennizzo anche se l'operazione sia stata approvata dagli azionisti: sapendosi quanto questi sian facile strumento in mano agli ingannatori, così da diventarne complici involontari ed incoscienti.
Per la scoperta dei truffatori e borsaiuoli che si presentano sotto veste di gran signori per ingannare banchieri e gioiellieri, questi a Londra e a Parigi hanno trovato utile adoperare dei cani drizzati a scoprire dall'odor delle secrezioni questi pretesi ricchi, che si lavano assai meno dei veri, ed il servirsi del telefono e della fotografia istantanea e dei nuovi meccanismi che trasmettono a distanze l'immagine dei sospettati clienti come la voce; sicchè essi rischiano di esser arrestati prima d'uscire dal teatro del tentato crimine.
Nei grandi magazzini ci sono i sorvegliatori speciali che usano, quando si tratta di ladre ricche di frugarle in uffici appositi e farsene indennizzare, il che hanno trovato assai più vantaggioso che la denunzia e le problematiche pene.
Vi è poi il sistema parlamentare che spesso eccita al delitto. Essere truffatori in favore dello Stato, anche di denari sacrosanti, non pare un delitto adesso a molti, come non è parso un delitto il propinare il veleno nel medio evo, quando non solo i Borgia lo adoperavano per arma politica, ma perfino i Dieci di Venezia. Ora da questo a favorire un giornale, e poi un amico col denaro pubblico (denaro del comun, denaro di nessun), e poi sè stessi, il passo non è lungo, specie per quelli che tentano supplire alla mancanza del genio colla mancanza d'onestà.
Ma il parlamentarismo influisce sopratutto qui per la più estesa irresponsabilità.
Di crimini simili ne successero in tutti i tempi.
Per gravi che siano i fatti attuali, sono un nulla rispetto a quelli che si verificavano nelle civiltà passate; a Roma, per esempio, un appaltatore poteva, corrompendo il Senato, far decidere di una guerra che sarebbe costata allo Stato immense somme e centinaia di migliaia di uomini, ma che doveva servire a lui a realizzare un credito che aveva con un re dell'Asia; nè molte delle guerre più sanguinose ebbero altra causa che l'avidità depredatrice di una piccola aristocrazia finanziaria: in Inghilterra, in Francia, era due o tre secoli fa un fatto normale che il primo ministro, e, qualche volta, lo stesso re, ricevessero pensioni di Stati stranieri: i ministri e le amanti dei re in pochi anni di governo o di amore ammucchiavano enormi somme, spesso in mezzo a una miseria così diffusa, che toccava quasi la Corte. Sono storia così recente, che non v'è bisogno di ricordarla a nessuno. Per questo lato, le democrazie parlamentari d'oggidì, pur essendosi un po' migliorate, non sfuggono alla legge comune; e dimostrano come, almeno per ora, un Governo interamente onesto sia ancora, vuoi per le sue origini, vuoi per le sue funzioni, un fatto quasi impossibile.
Quando il Governo era dispotico, erano le regie concubine o i favoriti dei re che intascavano i milioni delle Banche o del Panama; adesso forse questi non vi entreranno più, ma vi entrano (ed il cambio non è migliore) i deputati; poichè una volta che costoro, al pari dei re, si considerino inviolabili e più di questi siano irresponsabili col pretesto che non sieno funzionari pubblici, potendo al più cadere dal seggio ed impunemente godere del denaro pubblico carpito mediante il pubblico ufficio, è naturale che non si risparmino, per poco che abbiano debole il senso morale; mentre i poveri re, se facessero altrettanto, prima cadrebbero dall'estimazione pubblica, e poi finirebbero per perdere il trono e forse i beni e la vita.
Fate che fra le mani di uomini irresponsabili ed inviolabili quasi, si pongano immensi tesori senza nessun pericolo a prenderseli; e provatevi un po' a dire che non li tocchino!
Ma il male ora è peggiore anche perchè i re sono pochi, mentre i deputati e senatori sono molti e più pericolosi.
Perchè questi sien più pericolosi è facile il capirlo.
Nella lotta elettorale non sono le qualità intellettuali e ancor meno le morali che decidono della vittoria; anzi, l'uomo che ha molte idee originali, urta il misoneismo della massa; l'uomo che ha coscienza franca e dice i mali e propone i rimedi, urta gli interessi dei grandi elettori; l'uomo onesto, che non vuol mercanteggiare così, non urta nulla, ma non conquista nulla; e tutti rischiano di essere battuti dal mediocre, che contenta tutti con un programma insignificante, dallo sfacciato e dal corrotto che si adattano a comprare suffragi o a mettersi a servizio dei potenti del luogo. Come potrebbe del resto il pubblico meravigliarsi di trovare deputati corrotti e venali nei Parlamenti, se non fosse così ingenuo innanzi allo spettacolo che gli si svolge dinanzi in tempo di elezioni? Gli uomini non amano mai di lavorare troppo; e, quando lavorano, vogliono essere pagati; invece, per il lavoro politico, che è spesso uno dei più gravosi, si presentano in folla i richiedenti, che si offrono di compierlo gratis. Per un certo numero, il lavoro sarà compensato dalle soddisfazioni della vanità; ma si vorrà credere che tutti gli altri si sobbarchino al grave peso per alto e puro amore della felicità pubblica? Bisognerebbe che gli eroi ed i Santi si trovassero ad ogni canto di strada, numerosi come i venditori di fiammiferi. Se tanti deputati vanno e vengono da Roma ai capi estremi della penisola, se salgono e scendono infaticati le scale dei Ministeri, se pronunciano discorsi, scrivono relazioni, spendono tremila lire all'anno in posta e telegrafo, non è per devozione all'interesse del paese, ma perchè, in un modo o nell'altro, questo lavoro deve finire a trovare una retribuzione che solo pei più onesti non è che morale (Ferrero).
E da qui la necessità di diminuire il numero di costoro, di limitarne il mandato e di escluderli da ogni privilegio per i reati comuni, anzi di esporli a maggiore responsabilità degli altri, come in Inghilterra ove il solo sospetto di adulterio, che pur per molti non è delitto, bastò a detronizzare Parnell.
Abbiamo, perdio! lottato per secoli onde impedire i privilegi dei preti, dei guerrieri, dei re, ed ora manterremo, sotto la fisima di una pretesa libertà, i privilegi più straordinari a più di settecento re?
E conviene dare perciò una maggiore libertà alla stampa; ora, grazie al nuovo Codice, il colpevole non solo non può venir denunciato, ma se lo sia, trova anzi una nuova risorsa dai proprii reati: può, alle spalle degli onesti e collo strumento delle leggi, operare quello che chiamerei un vero ricatto alla rovescia, facendosi indennizzare nuovamente sugli sforzi che fanno gli onesti per avvisare il pubblico dei suoi misfatti. E altrettanto avviene in Francia dove Baihaut ottenne una condanna fortissima di quel giornalista che osò solo denunciarlo—anni sono—e propalare una piccola parte di quello ch'era vero.
Qui bisogna ricordare che in questi casi il mettere a nudo le piaghe non aumenta, come si crede dai deboli di spirito, i mali, ma li medica. E, un paese in cui si sia voluto andare a fondo, come in Francia, a coteste sozzure, per sradicarle, riprende la sua stima nel mondo e nell'opinione popolare, per quanto numerosi e altolocati ne fossero i colpevoli.
Una delle riforme che meglio arresterebbe la corruzione politica sarebbe anche un largo decentramento. Quando a un Governo così accentrato come il nostro e il francese è dato l'incarico di amministrare somme enormi, di combinare affari per miliardi e miliardi, come per molti dei nostri lavori pubblici, la corruzione si forma subito intorno, perchè il controllo del pubblico vi è meno diretto e più fiacco, la speranza della impunità, maggiore. Mettete invece gli amministratori ad agire sotto gli occhi di una cittadinanza, e il controllo diventa assai più efficace; e il ritegno dei deboli, che il denaro potrebbe affascinare o perdere, maggiore. Tutti avranno potuto constatare che i Panama accadono tutti intorno alle grandi amministrazioni centrali, mai, o in proporzioni ridottissime, nelle Comunali.
La Concussione, l'abuso di pubblici ufficiali, anch'esso un delitto della più avanzata civiltà, sarà pure frenata col restringere il numero e la prepotenza dei deputati e senatori—che sono i naturali protettori dei peggiori impiegati; e col decentramento che ne aumenti i punti di vigilanza e scemi i monopolii—ma sopratutto colla loro diminuzione effettiva. Russia ed Italia sono un vero governo di impiegati che assorbono e aduggiano quanto vi è di vivo e vitale sulla superficie del suolo e per proteggerne meglio la vita... l'uccidono.
Sostituendovi gli uffici collettivi, per es. nei tribunali col giudice unico, si aumenterebbe il senso della responsabilità—si designerebbero meglio i casi di corruzione; si potrebbe diminuire il numero degli impiegati e pagarli e sceglierli meglio; io ho proposto, per es., si dovesse servire a criterio delle scelte[227] dei giudici, prima, degli esami e poi del numero delle sentenze revocate pei magistrati inferiori, infine per questi e pei procuratori del re, dal numero delle cause trattate per citazioni dirette, corretto e controllato dagli esiti in appello, che sarebbe criterio esattissimo e nello stesso tempo stimolo stupendo a ben fare. Le statistiche ci rivelano, come dove vi hanno magistrati assai attivi, la citazione diretta raggiunge una cifra che è singolarmente diversa da quella che si nota, nel più dei casi. Così, mentre a Napoli se ne è notato solo il 30% e in Italia in genere il 48% (Costa, Relaz. statist., 1879, Genova, pag. 46), noi vediamo in Genova nel 1878 essersene avuto il 57%, in Venezia (Torti) il 53%, in Milano nel 1878 il 60% (Sighele, op. cit.).
Così si approfitterebbe di miglioramenti nella giustizia per migliorare la scelta dei magistrati?
CAPITOLO III.
Contro le influenze alcooliche[228].
Gioverà, poi, molto a diminuire quella che vedemmo (pag. 97 e seg.) fra le cause precipue del crimine nelle grandi città[229], l'uso degli alcoolici, il tassarli con dazi elevati, che sarebbero ben più morali e salutari di quelli del sale e del macinato.
Mentre si aggravano le tasse sugli alcoolici si dovrebbe, come ben giustamente proponevano il Fiorelli e Magnan sgravare quelle dei coloniali, il the, il caffè, che hanno effetti opposti a quelle dell'alcool; nè si escluda, lo zuccaro, perchè il soddisfacimento che può portare al gusto in molte bevande può prevenire direttamente il ricorso agli alcoolici; e da questo lato l'Italia che va sempre più aggravandolo col solo pretesto che sia un cibo dei ricchi, mentre lo rende tale, favorisce indirettamente l'abuso degli alcoolici.
Sono, in vero, straordinari, e fino anche bizzarri, gli sforzi fatti in proposito dalle razze Anglo-Sassoni. Le società di temperanza istituite in Inghilterra e in America, non si ridussero ad un circolo di Arcadi, riuniti per far pompeggiare i proprii discorsi in armonica cadenza; ma sono così numerose, così attive e dispongono di così formidabili capitali da riescire una vera potenza; esse, in Inghilterra, nel 1867 salivano già a 3 milioni di membri, con tre giornali settimanali e tre mensili. A Glasgow spendevano 2000 sterline per erigere caffè là dove gli operai si agglomeravano di più nelle bettole; a Londra aprivano sale da the e da spettacoli, nei giorni di festa, capaci di più di 4500 persone. A Baltimora, in America, i soli membri rappresentati al congresso superavano i 350.000, nel 1875 essi avevano già superato i 2 milioni ed in 5 anni si vantavano di aver fatto chiudere 4 mila distillerie e soppresse 8 mila osterie.—Nella Svezia la Società di Bolag radunò un tal capitale da poter acquistare tutte le osterie di un distretto, e obbligare gli osti, diventati suoi garzoni, a cavare il guadagno dal the e dal caffè e dai cibi, e non dal vino, escludendone quelli che si volevano sottrarre a quest'obbligo; ed essa trovò degni imitatori in ben 147 città di Svezia.
In America, le donne divennero un potente alleato a questi fieri nemici degli alcoolici; esse avendo alle spalle i fratelli e i mariti, colle preghiere prima, coi sermoni, ripetuti al caso fino a inebetirlo, costringevano l'acquavitaio a chiudere bottega. Qualcheduno resistette e minacciò marchiarle col ferro, o le inondò colle pompe o ricorse ai tribunali, e mandò contro loro coppie di orsi, ma esse erano protette dalla loro stessa debolezza, dalla loro tenacia e dalla santità della loro causa, e quand'anche condannate dal giurì, trovavano giudici che non facevano eseguire il verdetto; quando anche messe in fuga un giorno, ritornavano da capo il giorno appresso, sicchè a molti fu giocoforza di cedere.
In Germania, in Isvizzera, auspice Forel, sorsero giornali e biblioteche a solo scopo di combattere l'uso degli alcoolici.
Tanti sforzi riuniti delle Società giunsero a modificare in proposito profondamente le leggi. Si cominciò in America del Nord fin dal 1832 a ordinare un supplemento di paga ad ogni marinaio che rinunciasse alla sua razione di grog; nelle truppe di terra si tolsero i liquori forti alla razione (proibendo anche persino di venderne alle vivandiere), compensandoli in caffè e zucchero, misura imitatasi poi dalle grandi società industriali.
Nel 1845 lo stato di New York si dichiarò contrario alla vendita dell'alcool; altrettanto si fece nel Mayne; ma siccome questo nei magazzeni si rivendeva egualmente in segreto, si passò dopo molte lotte alla famosa legge del Mayne, che proibiva assolutamente la fabbrica e perfino la vendita di liquori spiritosi, tranne per l'uso igienico, e pur ne difficoltava ed assai il trasporto; proibiva di tenerne nelle proprie case più di un gallone, autorizzava perfino le perquisizioni domiciliari per scoprirne i depositi nelle case private[230]. Questa legge fu adottata anche dagli Stati vicini di Michigan, Connecticut, Indiana, Delavare, ecc.: ma fu in gran parte neutralizzata dagli stranieri e dalla facoltà che aveva il potere centrale di dare concessioni di osterie.
In tutti poi gli Stati Uniti, con leggi parlamentari 1841 e 1875, si proibì all'oste di dar da bere agli scolari, ai minorenni, agli alienati ed ai selvaggi (legge imitata poi dalla Prussia e dalla Svizzera); si rese responsale l'oste dei danni o lesioni che potesse recare l'ubbriaco, per il che nell'Illinese deve fare un deposito da 4 a 5000 dollari; anzi in alcuni Stati esso deve rispondere anche pei danni che reca alla famiglia stessa del beone abituale coll'ozio e colle malattie procurate dalle sue bevande. Anche le concessioni vennero limitate e gli osti assoggettati a forti tasse annue, da 200 fino a 1000 dollari.
In Inghilterra fin dal 1656 si proibì la vendita di spiritosi alle feste, più tardi con legge 1854 e 1872 se ne limitarono a poche ore gli spacci.
In Iscozia, anzi, dopo la legge Forbes Mackenzie, si chiusero del tutto nelle feste le osterie, e d'allora in poi gli arrestati per ubbriachezza decrebbero da 6367 a 1317 e quelli in domenica da 729 a 164; meglio a Glasgow da 23.785 a 16.466.
Una misura più pratica e più semplice in proposito è la multa inflitta dalla legge inglese (Vict. VIII) e dalla scozzese (1862), da 40 scellini a 7, o ad un giorno di carcere per chiunque sia trovato pubblicamente in istato di ubriachezza.
Nel 1871, auspice Gladstone (che ne restò vittima), si limitò con legge apposita il numero dell'osterie, cioè:
Nelle città 1 ogni 1500 abit.—nelle campagne 1 ogni 900 abit. 2 » 3000 » — » 2 » 1200 » 3 » 4000 » — » 3 » 1800 »
salvo quelle modificazioni che volessero indicare i singoli municipi; si istituirono ispettori speciali per controllare le osterie clandestine e le sofisticazioni dei vini, che furono punite con multe progressive seguite dalla chiusura dell'esercizio.
Colla legge 1873 si ordinò di non concedere licenza di osterie finchè non fossero morti i titolari degl'esistenti; dal fondo delle licenze si prelevarono somme per acquistare le vecchie osterie e chiuderle.
A tutto ciò s'aggiunsero le prediche de' pastori, per es., del padre Mathiew che, nel 1838-40, influiva colla sola sua eloquenza, in Irlanda, a scemare della metà il consumo degli alcoolici e di un quarto le cifre dei delitti (6400 a 4100), e sopratutto la tassa sulle bevande i cui proventi sommano a circa 1/3 di tutte le imposte; altrettanto dicasi negli Stati Uniti dove essa ammonta a 110 dollari per ettolitro; in Francia dà quella tassa allo Stato più di 500 milioni (e si tratta di accrescerla), nel Belgio più di 13.000.000 di lire.
Secondo il codice penale olandese, sanzionato il 2 marzo 1881, art. 453: L'ubbriaco trovato sopra una strada pubblica è punito con la multa maggiore di 15 fiorini; se recidivo colla detenzione semplice non maggiore di tre giorni; ed in caso di una seconda recidiva entro un anno successivo alla prima condanna, può essere elevato a due settimane, e nelle successive può estendersi oltre al massimo di tre settimane e può inoltre, se è in grado di lavorare, essere condannato all'invio in un istituto pubblico di lavoro per un anno al più.
L'oste poi che somministri tali bevande ad un ragazzo minore di sedici anni, è punito con la detenzione non maggiore di tre settimane e con la multa non maggiore di 100 fiorini.
Recentemente dopo un voto popolare favorevole che ebbe luogo il 25 ottobre 1885 nella Svizzera, il Consiglio Federale nominò una commissione per elaborare la nuova legge organica contro l'alcoolismo, che proponeva:
1º che la fabbricazione dell'alcool, pure restando nel dominio dell'industria privata, sia concessa solo a case che possiedano gli apparecchi necessari per separare l'alcool etilico puro dall'amilico che è velenoso; e sieno organizzate in modo da produrre due ettolitri d'alcool a 80° per giorno. L'alcool puro poi sarebbe colpito da un'imposta federale da 61 a 85 franchi per ettolitro, e la sua quantità dovrebbe essere determinata da contatori speciali designati dalla Confederazione.
Gli alcoli esteri pagherebbero una sopratassa equivalente.
Siccome la Svizzera consuma annualmente 120.000 ettolitri di acquavite, il reddito della nuova imposta ascenderebbe in media a circa 9 milioni di franchi. Questo reddito verrebbe ripartito fra i Cantoni a titoli di compenso per le imposte regionali di consumo soppresse.
Il 2º progetto dispone che i distillatori di alcool dovranno vendere i loro prodotti greggi al governo federale al prezzo di 60, 70 franchi l'ettolitro a 80°. Questo prezzo viene fissato per un anno e la confederazione si riserva il diritto di limitare la produzione delle fabbriche. Il Governo venderà questo alcool in ragione di 160 a 170 franchi l'ettolitro a distillatori. Questi ultimi lo trasformeranno in liquori e lo venderanno per il consumo secondo una tabella fissata dall'autorità.
Secondo il 2º progetto la Confederazione avrebbe il monopolio dell'alcool, sia che lo faccia produrre da stabilimenti dello Stato o ne dia la fabbricazione in appalto.
In questo progetto resta inteso che i piccoli distillatori, la cui industria verrebbe soppressa colla nuova legge, riceverebbero un equo compenso dei danni.
Dalla Commissione del Consiglio nazionale è stato adottato il seguente regime misto: il privilegio di comperare all'estero, di fabbricare e vendere all'ingrosso l'alcool, apparterrà al governo: i due terzi della quantità consumata in Isvizzera saranno presi all'estero; dell'altro terzo, una metà sarà fabbricata dallo Stato, che esproprierà, a questo scopo, le grandi distillerie, e l'altra metà verrà venduta dalle 100 o 200 distillerie secondarie del paese. Le materie prime saranno acquistate in Isvizzera.
In Isvizzera pure in certi cantoni il nome del bevone abituale è affisso dalla questura in tutte le osterie che han proibizione di accettarlo (Tissot, o. c., 571).
Nella Svezia dove l'alcoolismo s'era trasformato in malattia endemica, si accrebbero nel 1855-56-64, con leggi successive, da 2 e 27 a 32 lire, per ettolitro, le tasse sulla distillazione dell'acquavite, si proibì l'applicazione del vapore alle distillerie, si limitò a non più di 2610 litri al giorno la distillazione, e a due mesi soli dell'anno il tempo di questa. Più tardi si estese a sette, ma solo per le grandi distillerie, onde soffocare le piccole, riconosciute più dannose al popolo minuto, che infatti da 35.100 calarono a 4091; la produzione dell'alcool diminuì di due terzi in dieci anni, e il prezzo accrebbe da 0,50 a 1,30 al litro.
Un sistema che vi ha fatto ottima prova, per rispetto alla regolamentazione delle vendite, è il così detto sistema di Gothemburg, pel quale si affidava ad una società di temperanza lo spaccio degli spiritosi[231].
La società non avendo alcun interesse, non speculando in alcun modo, vendeva bevande non manipolate e non stimolava alcuno ad acquistarle, opponendosi alla distribuzione a minori e ad ubbriachi.
Ivi fin dal 1813 vige una legge che commina una multa di 3 dollari a chi sia stato trovato ubbriaco la 1ª volta; al doppio se una 2ª, e così via via; per la 3ª e 4ª con perdita del diritto di voto e di nomina a rappresentante; alla 5ª carceri o case di correzione fino a 6 mesi di lavori forzati, e alla 6ª per 1 anno.
E vi si proibì pure (almeno in Norvegia) di vendere alcool di festa e nella sera della vigilia festiva e nelle ore mattutine prima delle 8 (Ann. di Stat., 1880). Ed ottimo è il consiglio della commissione di Gothemburg di impedire che i vini e gli alcoolici sieno venduti a credito e di dichiarare non validi i contratti sottoscritti in cantina e di aumentare e non scemare la penalità nell'alcoolista specialmente se abituale. Sopratutto pratica ci pare la misura di far pagare il salario in mano alla famiglia dell'operaio ed al mattino in luogo della sera, e mai nel giorno di festa o in quello che lo precede[232].
Ora è notevole che i crimini gravi scemavanvi dal 1851 al 1857 del 40%, e del 30% le condanne piccole, e che questa diminuzione procede sempre: erano 40.621 nel 1865, calarono a 25.277 nel 1868 (Bertrand, Essai sur l'intempérance, 1875). E nello stesso tempo la statura e la vita media si rialzò (Baer); e calò il numero dei suicidi alcoolici da 46 nel 1861 a 11 nel 1869 e benchè di poco e saltuariamente, quello degli ubbriachi: a Gothemburg, per esempio
nel 1851 si calcolava 1 ubbriaco su 19 abitanti » 1855 » 1 » 9 » » 1860 » 1 » 12 » » 1865 » 1 » 22 » » 1866 » 1 » 33 » » 1870 » 1 » 38 » » 1872 » 1 » 35 » » 1873 » 1 » 31 » » 1874 » 1 » 28 »
Quale di tutti questi rimedi ha prodotto il miglior frutto? Certamente che molte delle misure più energiche, specie delle repressive, non riuscirono tutte all'intento desiderato salvo in Isvizzera, Inghilterra e Svezia; certo in America e in Francia, malgrado le leggi draconiane, son cresciuti gli alcoolisti: anzi da alcuni si afferma essere stata quella del Mayne più un'arma politica che una misura d'igiene; e che il contrabbando degli alcoolici, di cui si fanno rei spesso perfino gli stessi legislatori, che la comminarono, vi mantiene, con una nuova vergogna per giunta, l'incremento dell'ubbriachezza.
Nella stessa Gothemburg il nostro collega Brusa si incontrò in due ubbriaconi lo stesso giorno festivo che vi entrò, eppure per preghiere che facesse non potè ottenere una goccia di vino; e noi vedemmo nella statistica degli ubbriachi svedesi di questi ultimi anni un decremento dagli anni antecedenti, ma con una strana saltuarietà.
Gli è che, nessuna legge repressiva può riuscire completamente, quando vada contro alla corrente dei nostri istinti fra cui tanto primeggia l'eccitamento psichico che attingesi dal vino.
A Glasgow quando i poveri minatori non hanno denari sufficienti a comperare acquavita, comperano laudano, e così i poveri di Londra quando han fame[233]: e nell'Irlanda quando le prediche del padre Mathiew dissuasero i popoli dagli alcoolici, essi si diedero improvvisamente all'abuso dell'etere, a cui il buon padre non aveva pensato. «Questo, dicevano, non è vino, questo non è gin, questo non ci fu proibito dal padre Mathiew e ci mette in allegria con pochi centesimi, dunque di questo possiamo usarne». E ne usavano fino all'ebbrezza[234]. La quantità che ingoiavano in media era dai 7 ai 14 grammi, ma ve n'erano degli ostinati che si spingevano fino a 90. Dopo le prime dosi la faccia si colorava, il cuore batteva più forte, si esaltava la psiche, e quindi si osservava un chiaccherio interrotto da risa smodate, isteriche e non di rado anche da tendenze alla rissa, ma il tutto svaniva con una straordinaria rapidità, lasciando posto ad una calma beata, cosicchè uno poteva ubbriacarsi 6 volte in 24 ore, e ricominciare il dì dopo colla stessa facilità, il tutto per 3 pence. Ma notisi che qualche volta la cosa non andava così liscia e dalla calma dell'etere si passava all'insensibilità e fino alla morte apparente prima, reale poi, se non si ricorreva alla respirazione artificiale; in altri casi il vapor d'etere prese foco mentre il bevitore voleva accendere la pipa (Revue Britann., 1871).
Tuttavia se non crediamo che tutte queste misure abbiano approdato, esse giovarono ad arrestare il maggiore incremento dell'ubbriachezza, che, senza quelle, chi sa a qual grado sarebbe salito.
In Inghilterra i molti sforzi dello stato e delle società private giunsero a mantenere il consumo dell'alcool a litri 2,67 per abitante, mentre in Russia tale consumo è di litri 3,5, in Francia di litri 4, e nel Belgio di 18 (Joly, o. c.).
Ed appunto per ciò alcune di queste, specialmente le preventive, si devono cercare d'introdurre da noi.
Siccome l'ozio e le feste sono, come ci mostra la statistica, i grandi fautori dei delitti alcoolistici, e siccome eccitare nobilmente l'intelletto sarebbe il vero sostitutivo dell'eccitamento alcoolico così è giusto consiglio di scemare le feste e in quelle che restano, istituire palestre ginnastiche, rappresentazioni di poca spesa, come si pratica in Inghilterra. Noi udimmo, precisamente a Torino, in una radunanza popolare contro l'ubbriachezza sorgere un operaio a chiedere che nei giorni festivi venissero i teatri aperti anche nelle ore diurne, se si voleva che gli operai non accorressero alle osterie; e ci parve la sola proposta giusta che si emettesse in quella poco veneranda assemblea.
Forni ci racconta come in un paesello del Napoletano, l'oste fece bastonare un capo-comico perchè dopo la sua venuta (i suoi spettacoli erano a 3 soldi) spacciava appena la metà del vino di prima (Lombroso, Incremento al delitto, p. 81).
Fornire un eccitamento intellettuale al povero popolo che ne abbisogna, ma fornirlo di tal guisa che non gli guasti la mente ed il corpo, ecco il vero ideale di un previdente legislatore, filantropo.
Si discutono spesso, dice Zerboglio (o. c.) le dotazioni pei grandi teatri, che non si frequentano che dai ricchi, e, perchè, non si discuterebbero le dotazioni per gli spettacoli a prò del popolino?
Quello è giusto che si rifiutino, e non queste, giacchè le prime sono il favoreggiamento dei già favoriti e, le seconde, non sono che un minuscolo tentativo di riparazione alle ingiustizie del caso o della natura.
Poichè le abitazioni malsane, oscure, rintanate in viottoli osceni, dove vengono ora costretti ad annidarsi i miseri respingono l'operaio da casa sua, invitandolo alla bettola, così, coi rimaneggiamenti edilizi, l'allargamento delle vie, i quartieri operai all'aperto, si renda anche il focolare domestico del povero, un luogo di dolce ed onesto riposo, da preferirsi sempre all'osteria.
Ebbene in Italia solo i clericali con don Bosco e coi frati di San Filippo seguendo la parola di S. Filippo Neri, che divinava i ricreatori come moralizzatori, hanno attuato in una certa larga scala dei ricreatori festivi, in cui, fra una preghiera o l'altra, il povero può passare allegramente la festa con qualche sollazzo, senza ricorrere all'osteria. Nessun'altra casta fece altrettanto.
E credo indispensabile scemare quanto sia possibile le tasse sul caffè e sul thè, in confronto del vino e sopratutto degli alcoli, facendo un'eccezione a favore del primo, solo alla peggio, nei paesi dove di questi ultimi si tenda ad abusare.
Non già che anche il vino non avveleni, a sua volta, ma assai meno rapidamente e meno facilmente dei liquori; specie di quelli più fatali che contengono, oltre il veleno alcoolico più concentrato, anche altre droghe altrettanto venefiche; come l'absinth, il vermout: ben inteso che certi vini tristi (bleu) artificiati con tinture, alcool e droghe, vanno contati come pessimi liquori, e devono essere, più ancora di questi, presi di mira, dal tassatore, appunto pel maggiore spaccio che segue al buon prezzo.
Sopratutto conviene colpire, inesorabilmente, con restrizioni dell'ore notturne, dei giorni festivi e delle licenze, e coll'obbligo di vendere anche caffè ed alimenti, gli spacciatori al minuto di alcoolici, specialmente in vicinanza alle fabbriche e peggio se dentro di esse e delle miniere, e se, come ci rivelò il Ciccone, il padrone stesso vi fosse interessato, potendo contribuire così coll'autorità propria, anzi, colla stessa paga, a corrompere e ad avvelenare anche il più sobrio operaio.
E non si venga fuori colla solita, avvocatesca, gherminella della libertà, sotto cui a poco a poco ci vediamo stringere i polsi e atrofizzare il cervello peggio che un tempo sotto le panie dei frati di S. Ignazio.—Quando vedo il più puro, il più democratico fra il purissimo sangue anglo-sassone, come lo stato del Mayne, limitare perfino la quantità d'alcool che un cittadino può tenere in sua casa e rendere responsale l'oste dei danni di ciascun suo cliente ubbriaco e limitate in certi giorni le ore dell'apertura, e dappertutto nei paesi civili d'Europa, limitato il numero degli esercizi e istituiti in alcuni, per ciò, appositi ispettori di controllo, e quando vedo farsi di tali misure, promotore, apostolo, ed anzi, quasi martire, Gladstone, mentre da noi si vocia a tutta gola come a despoti o socialisti dottrinari contro coloro che, come Minghetti, Luzzati, A. Mario e Sperino, invocano l'intervento dello stato a tutela dell'igiene, e quando vedo anzi sempre più allargate e libere le licenze, ed aumentate le ore d'apertura dell'osterie, e quando vedo non una voce sorgere perchè si sostituisca alle fatali tasse sul sale e sui grani, quelle dell'alcool od almeno sugli esercizi degli acquavitai, che sarebbero tanto più moralizzanti, io mi domando se codesta libertà di cui facciamo tanta pompa, non copra, invece, col suo splendido nome, una merce avariata, o, quel che è peggio, non ci dissimuli, sotto fragile orpello, un vicino e grave pericolo.
Cure.—Nei nostri tempi, Forel, Kowalevsky, Ladame, Legrain, Magnan, hanno introdotta la cura razionale del bevone, coll'isolamento, colla astinenza assoluta da qualunque alcoolico, per un tempo la cui durata, Mason, Crother, il padre Hirsch, ritengono che debba essere di un anno, Drysdale, Kraepelin di 9 mesi, Forel (Zurigo) da 4 mesi ad 1 anno. Magnan consiglia in più una dieta leggiera e corroborante: latte, uova, brodo, carne, legumi, frutta e cibi zuccherati, e per bibita infusi amari (luppolo, quassia), brodi, limonee, thè, caffè[235]. S'aggiunga il lavoro muscolare, specie agricolo, anche nell'individuo non abituato, ma sopratutto, come ben dice Magnan, occorre la rieducazione morale (La médecine moderne, nov. 1893) con conferenze, con letture adatte ai vari individui che loro mostrino i pericoli e i danni dell'alcool, che risveglino gli affetti e il senso morale nell'ammalato. Quanto alla cura diretta, gli omeopatici consigliano la _nux vomica_e l'opium, gli allopatici la stricnina, il bromuro, anch'essi la tintura di noce vomica, 20 goccie al giorno, l'idropatia, docce fredde, impacco freddo (Kowalevsky), bagni d'aria calda impregnati di vapori di trementina, i bagni solforosi, a seconda delle singole indicazioni (artritismo, nevrosi, neurastenia, squilibrio mentale, gastrite, cirrosi, anoressia, anemia, cachessia, ecc.), e così il massaggio e la ginnastica. Anche l'ipnotismo, negli individui che ne sieno suscettibili, ha dato buoni effetti al Forel, Seppilli, Ladame, Buchnill.
Il Magnan giustamente propone di far entrare in speciale asilo gli individui con accessi di delirio alcoolico, anche dopo la cessazione del delirio, come anche i bevitori abitudinarii almeno per 17 o 18 mesi, e per epoca indeterminata gli incurabili come prescrive già una legge nel Cantone di S. Gallo in Isvizzera.
Gli ospedali per gli alcoolisti, come esistono in America, Inghilterra, Germania, hanno un duplice effetto buono, quello di ritirare a garanzia sociale i beoni, e di porli nella miglior condizione onde guariscano, e si correggano.
L'ospizio accoglierà poi colui che ha commesso un delitto in un eccesso alcoolico; colui che si è messo a sperperare per l'abitudine intemperante gli averi suoi e delle famiglie; colui che è stato raccolto parecchie volte ubbriaco sulla pubblica via, ecc., ecc., e per gli uni sarà come un sostituitivo del carcere o del manicomio, per gli altri un momentaneo rifugio, una specie di istituto di correzione.
Colui che avrà perpetrato un crimine in istato di ebrietà o di alcoolismo, verrà dietro giudizio di periti medico-legali, che ne constatino la ulteriore temibilità, confinato negli ospedali già indicati senza determinazione preventiva di tempo.
Ove il reato sia stato commesso da un ubbriaco accidentale, e l'individuo si trovi dopo perfettamente sano, avanti di rilasciarlo bisognerà indagare se egli presenti le stigmati antropologiche e psichiche appartenenti a coloro, pei quali, l'alcool non è che la scintilla, determinante l'esplosione di latenti attitudini al delitto[236].
Nel caso che il colpevole sia fra questi, ne sarà tenuta nota particolare perché, ricadendo ubbriaco, abbia una punizione speciale.
Ove, poi, prima del reato commesso in istato di ubriachezza accidentale, egli ne abbia compiuti altri rivelando col fatto la grande capacità criminosa, lo si internerà in un ospizio mantenendolo a tempo o sempre, conforme alla gravità dei reati da sano e da ubbriaco eseguiti.
CAPITOLO IV.
Mezzi preventivi contro l'influenza della ricchezza e della povertà eccessive.
Noi abbiamo veduto che non è la povertà sola, come pretendevano molti, che può fomentare i delitti, ma anche la ricchezza: sopratutto se rapida ed eccessiva.
Questo, per quanto contrario ai dettami della scuola socialista, che con passionata esagerazione mette tutti i delitti a carico della povertà e non della ricchezza, finisce ad esserle consono nelle applicazioni preventive, efficaci solo quando riescano a scemare gli eccessi dell'una e dell'altra.
E prima si presenta la necessità di disposizioni legislative sociali, che, introducendo una maggiore equità nei compensi al lavoro, lo rendano accessibile a chiunque ne sia atto, e che col diminuirne le ore secondo l'età e secondo la qualità, riducendolo, p. es., a un minimo nelle miniere, e nelle lavorazioni malsane, escludendone sempre i bambini e nelle notti le donne, ne tuteli la salute, e prevenga i reati sessuali; aumentando, insieme, i mezzi di guadagno e quindi di benessere a un maggior numero di lavoratori. Ma per venire a ciò bisogna permettere non solo teoricamente gli scioperi, ma sì praticamente, non reprimendo gli sforzi degli scioperanti, i boicottaggi, le coalizioni, e le associazioni, senza che la libertà degli scioperi riesce una vana parola, un'ipocrisia legale.
L'abolizione del lotto, di molte feste, la facilitazione degli atti civili (Ferri, o. c.), l'aumento delle aziende pubbliche per l'illuminazione, viabilità, scuole, per l'acqua potabile, che ha già un precedente in servizi affidati ai municipi, impediranno truffe, risse, permetteranno di estendere i benefici del massimo buon prezzo e della maggior salubrità nelle cose più necessarie alla vita, e tutto ciò senza scosse e scemando così senza perdite per chi è più ricco, gli eccessi ed i danni della povertà.
Gli eccessi della ricchezza, dannosi sempre, devono venir ovviati colla partecipazione dei lavoratori negli utili, colle tasse progressive, specie sui testamenti che gravino od anche annullino le eredità nei parenti lontani; e che devolvano allo Stato e agl'invalidi il massimo dei guadagni dei giuochi d'azzardo e di borsa.
Allo stesso modo che abbiamo fatto un passo così grande nella espropriazione e suddivisione della proprietà coll'abolizione dei benefici ecclesiastici, e dei maggioraschi (e anche allora parve il finimondo), così credo che senza gravi turbamenti si potrebbe provocarne una maggiore suddivisione con quelle tasse. E se veramente i grandi latifondi, quali quelli della campagna Romana e Sicula, assicurando la ricchezza di pochi, perpetuano la miseria e la malattia di moltissimi, non vedo quale difficoltà vi debba essere a quella espropriazione forzata in favore dello Stato, che, se si trattasse di un'inutile o dannosa fortezza, nessuno troverebbe strana o violenta: nè vedo che difficoltà s'opponga almeno al mutamento dei più perniciosi contratti agrari, e alla più ampia cointeressanza negli utili dei contadini; e già questo è venuto in mente a molti nostri eminenti politici, niente rivoluzionari, come Jacini, ecc. E perchè ciò non si potrà fare anche per gli zolfi in Sicilia, pei marmi in Lunigiana? E se la carestia del carbone è uno degli ostacoli maggiori allo espandersi di certe industrie in Italia, non vedo perchè non dovrebbe il paese spendere, ad agevolare il trasporto a distanza delle forze idrauliche, di cui abbondiamo, almeno un centesimo di quelle somme ch'egli sperpera stolidamente in lussi soldateschi o cortigiani.
In Inghilterra non occorse a ciò neppure la formola socialistica: quell'unico Governo savio che abbia l'Europa, nella questione Irlandese prima, nella operaia poi (questione dei minatori, degli scaricatori di carbone), colla libertà completa degli scioperi, colla concessione spontanea delle otto ore in tutti gli opifici governativi, cogli accordi arbitrali in cui i padroni ed operai avevano pari voti, prevenne ogni eccesso delle opposte classi, e va ora, auspice un vero Lord (Lord Rosebery), accostandosi alla completa soluzione della questione sociale senza scosse nè violenze. Ed è là che l'anarchia è completamente impotente e senza presa, disprezzata da quelli stessi a cui vorrebbe portare soccorso, e che comprendono non sarebbe loro che di puro danno.
Noi dobbiamo rammentare il detto del grande Cavour: «O le alte classi si occuperanno delle classi diseredate, o la guerra civile sarà inevitabile«.
Perchè permettiamo che il contadino dell'Alta Italia continui a mangiare un pane avvelenato che produce la pellagra,—quando le leggi che applichiamo sì bene in città ci darebbero il modo di vietarlo?—Perchè permettiamo che il miasma febbrigeno dei campi lo uccida, quando una spesa leggiera in opportuni ricoveri e una facile rivendita del chinino lo salverebbero? Perchè permettiamo, nel Gargano e nella Sardegna, che popolazioni intere dimorino in caverne sotto terra come ai primi tempi dell'umanità, e si dilaniino per la rivendicazione delle terre comunali?
Testè il procuratore del Re a Lucera diceva: «A far diminuire i reati sul Gargano, ad impedire gli ammutinamenti popolari in Montesantangelo, ove il popolo in più migliaia corse le vie gridando:—Abbasso il Municipio!—a prevenire novelle invasioni popolari sul lago di Lesina e Carpino e Castelluccio, che già diedero origine a molti processi, con centinaia d'imputati, occorre procedere alla rivendicazione dei demanii ed alla quotizzazione suggerita a piccoli lotti dei patrimonii comunali», o meglio devonsi assistere i lavoratori, favorendone le associazioni, così che possano aver una mercede rimunerativa dei lavori e trovare nella cooperazione mezzi per resistere ai disastri agrari ed iniziare colture più intensive e più adatte ai mercati quando le colture solite vengono svalutate dalla concorrenza estera—come fa la Liguria che cava dai fiori ed olivi guadagni che il grano non poteva più dare.
Siccome una grande causa della miseria degli operai è il diminuito consumo in confronto all'eccesso di produzione, d'onde un decremento necessario nei salari, fenomeni che andranno sempre più innanzi per la concorrenza sui mercati del Giappone, China, America, così noi dobbiamo favorire l'assorbimento della produzione facilitando il consumo al maggior numero col diminuire i dazi, le dogane, sopratutto le tasse indirette che ci opprimono più che in ogni altra parte del mondo.
«Mentre in tutto il mondo civile le farine, le carni, il sale, o non sono gravati o lo sono insensibilmente, in Italia sopportano un peso di quasi duecento milioni. In Inghilterra non esiste alcun dazio sulle materie alimentarie. L'operaio in Francia non paga che novanta centesimi pel sale. In Italia ogni cittadino paga oltre sette lire di gabella sul sale, sul pane e sulle carni, e più pei fabbricati. In Bologna, p. e., l'imposta sui fabbricati raggiunge il 41%» (Pepoli, Journ. des Économ., 1878).
Bisognerà, dunque, abbassare le imposte che più colpiscono le industrie, e ne impediscono lo sviluppo, e che gravano sui poveri, e sostituirvene di tali che meno danneggino la salute, ed anzi ritemprino la morale, come quelle sugli alcoolici e sul tabacco, le quali non saranno risentite che dai viziosi, e dai ricchi; e cavarne le economie (Journ. des Économ.) dalla diminuzione delle armate di terra e di mare, che oltre ad esser improduttive sono anche, come vedemmo, veri centri criminali (v. s.).
Siccome una grande causa della miseria e dei delitti è l'eccesso della popolazione, dobbiamo organizzare e dirigere saviamente l'emigrazione dalle terre più popolate alle meno d'Italia.
L'immensa miseria nel Baden del 1850, dopo i fallimenti dei grandi fabbricatori, s'alleviò coll'emigrazione di più di 12.000 artigiani dal 1851 al 1858 (Carpi, Delle Colonie, op. cit.).
Lord Derby diceva:
«Io ebbi sempre la convinzione che se nel nostro paese fummo liberi dai maggiori mali che affliggono la società, il merito va attribuito al fatto che sempre avemmo al di là dei mari sfoghi per le nostre popolazioni e per le nostre industrie». Pur troppo l'Inghilterra ha l'immensità dell'Oceano, il mondo, per valvola di sicurezza, e il vapore per usufruirlo; l'America ha ancora deserte regioni da coltivare; noi non possiamo giovarci che delle terre malariche delle coste, del cabotaggio e di quelle colonie, dove ci attira la tradizione o la vicinanza.
La colonia più ricca e quella ove più la tradizione ci trascina è l'America del Sud, ma già qui il terreno comincia a sfuggirci. Perciò la necessità che rivolgiamo l'emigrazione nei terreni nostri rendendoli più fruttiferi colla coltura intensiva e anticipando perciò ai meno abbienti i capitali pei lavori.
Facciamo dell'Italia intiera quello che erano una volta Pisa e Venezia ed ora Genova; facciamo che le abitudini delle spiaggie liguri e dei monti biellesi e valtellinesi si estendano alla Toscana, alla Sicilia, ecc., e avremo anche lì la stessa ricchezza.
Lo Stato dovrebbe fondare degli stabilimenti di lavoro, lontani dai maggiori centri di popolazione e segnatamente delle colonie agricole, nelle provincie meno avanzate in questo ramo e più bisognose di dissodamento e di braccia, ed inviarvi, a tempo determinato, i condannati per oziosità e vagabondaggio, vincolandoli alla rigorosa sorveglianza della polizia, come lo sono attualmente i condannati a domicilio coatto[237]; dal prodotto del lavoro potrebbe detrarre la quota occorrente al loro sostentamento ed alloggio, non che alle spese del trasporto (Locatelli, o. c.). L'ozio non può essere vinto che dal lavoro obbligatorio, come l'inerzia muscolare di un membro da lungo tempo rimasto in forzato riposo non può essere superata che dal moto continuato, violento, e bene spesso anche doloroso del membro stesso (Id.).
In Westfalia, dopo che il pastore Badelschwing ha introdotto, come misure preventive della mendicità e del vagabondaggio, una colonia di lavoratori liberi che coltivarono terre sterili, 12 altre provincie ne seguirono l'esempio, e si ebbero 15000 lavoratori liberi, in più: e dopo d'allora le cifre delle prime condanne per vagabondaggio e mendicità diminuirono di un terzo in queste 13 provincie, in alcune scomparvero.
Anche nel Cantone di Vaud, una simile istituzione diminuì della metà le condanne per vagabondaggio. In Olanda 1800 persone che coltivano colle loro famiglie le frontiere del Drenta costano in tutto lire 24 all'anno per ogni persona ospitalizzata ed hanno fatto sparire la mendicità; i ricoveri di Amsterdam portano per insegna: Entrino qui i poveri e avranno pane e lavoro, ma non si accetta chi rifiuta di lavorare.
Cooperazione.—In Italia purtroppo il primo e più grande aiuto bisogna che parta dal governo e dalle classi dirigenti, perchè non siamo abituati a salvarci da soli; ma dopo il primo aiuto dato dalle classi dirigenti dobbiamo cercare che anche le classi più bisognose trovino il concorso in sè stesse—nella cooperazione e nel mutuo soccorso—facendo che quel vantaggio enorme che esse portano allo stato finanziariamente, coi contributi, lo portino a sè, sostituendo il capitale collettivo a quello del capitalista e così trovando il soccorso in sè stesse e in se stesse il mezzo per ovviare alle esorbitanze dei padroni. Qui sarebbe veramente feconda la istituzione che anche in Italia per mezzo del prete e prima di Wollemborg va diffondendosi nei comuni rurali, delle banche di Reifeisen, il migliore strumento contro l'usura agraria.
_Carità. Beneficenza.—_Però vi è ancora oggidì un grado di miseria che non può attendere l'opera lenta della cooperazione, del collettivismo e delle misure dello stato, che per quanto solleciti giungerebbero solo a coronare un cadavere.
Così da un'inchiesta aperta e verificata sul sito dalle mie figliuole mi risulta che sopra un centinaio di famiglie operaie le quali sono pure tutte occupate in Torino, ben 50% sono sempre caricate di debiti, e il 25% sono iscritte alla beneficenza parrocchiale, senza la quale sarebbero esposte addirittura a morire di fame.
Qui vuolsi, finchè la civiltà l'abbia reso superfluo, quell'ausilio della carità che era una volta il solo soccorso contro la miseria e ne resta ancora il più immediato e quindi il più indispensabile.
Solo ora noi dobbiamo volere che anche la carità si spogli dell'antica corteccia conventuale e fratesca e spiri le nuove aure, modellandosi, mano a mano che i tempi procedono, sulle orme della trasformazione economica, della previdenza cioè, della cooperazione e infine del collettivismo.
In ciò eccellono le nazioni anglosassoni e quelle in cui le religioni protestanti, calviniste, ecc. volgarizzarono la carità facendo accomunare al prete, che ne aveva un rispettabile e santo, ma circoscritto monopolio, il cuore del pubblico, il cui fanatismo religioso trova sfogo nelle più sbrigliate, ma feconde fantasie, che giungono a toccare i lati più lontani e più remoti del bisogno, armonizzando così la carità antica colle norme più moderne dell'economia.
Noi vedremo come in Inghilterra e in Svizzera la carità ingegnosamente fa servire l'indigente a favore dell'indigente, per es., le madri disoccupate a raccogliere i bambini di quelle occupate; e organizza una quantità di opere utilissime, alberghi e asili temporanei per le serve, pei disoccupati, agenzie di lavoro, ecc., così ingegnosamente ingranate l'una nell'altra che una contribuzione minima da parte del beneficato basta a mantenere l'istituzione salvaguardando intanto la giusta fierezza dell'onesto indigente.
A Ginevra[238], p. es., nella piccola capitale dei calvinisti, una delle poche di Europa dove il delitto è in decremento, abbiamo l'enorme quota di 400 istituti di beneficenza o religiosi—di cui: 35 pei bambini (12 per gli orfani, 7 per portarli ai bagni, 5 ospedali, 5 per protezione dei bambini a domicilio, 1 di ricreazione, 2 scuole per gli apprendisti, 1 industriale, 1 musicale)—16 pei vecchi, di cui: 5 asili, 1 per pensioni a domicilio, 10 assicurazioni—48 per le donne, di cui: 4 asili per ragazze, 1 per donne cadute, 4 per operaie disoccupate, 5 per serve, 8 ospedali di cui: 5 per le serve e 3 per le ragazze, 1 ricreatorio, 1 società contro la prostituzione, 1 per la difesa, 4 per agenzie di collocamento, 7 per procurar lavoro a domicilio, 8 patronati per istitutrici, ragazzi, ecc.—46 per gli uomini, di cui: 11 per gli accidenti del lavoro, 8 di varie nazionalità per facilitare l'occupazione agli emigrati, 2 per organizzare gli emigranti, 3 pei disoccupati, 4 pei ricreatorî e sale di lettura, 4 per conferenze, 1 contro i giuochi d'azzardo, 1 per comperar gli strumenti di lavoro, 1 per collocamento di apprendisti, 9 società di temperanza, 9 cucine popolari, ecc. ecc.
Le istituzioni più speciali sono: le società per il miglioramento degli alloggi, per gli alloggi igienici a buon mercato; le casse di risparmio speciali che raccolgono i denari al minuto per restituirli in merce acquistata all'ingrosso; alberghi di famiglia per i forestieri poveri, operai in cerca di lavoro.
Una delle società più caratteristiche è quella delle vecchie carte; distribuisce a molte famiglie dei sacchi: ogni dato tempo li ritira pieni di carte vecchie, col cui prezzo paga un locale ed un'agenzia; questa ritira i vestiti e oggetti raccolti dai ricchi, e dopo averli, per opera di indigenti, lavati, ricuciti, verniciati, trasformati, li vende poi a prezzi ridottissimi, o regala ai bisognosi. Vengon sollevate così molte miserie, senza che nessuno ne abbia l'onere.
Altre agenzie procurano lavoro alle donne povere e si incaricano di venderlo; altre pagano delle disoccupate che attendano alle famiglie degli operai occupati che non possono accudire la casa.
E, nota caratteristica, tutto vi si regge da sè, senza bisogno di mecenati. Gli asili, gli alberghi di famiglia per le serve, e le istitutrici, ecc. non sono mai gratuiti: si paga poco, il minimo possibile, in posticipazione, a tarda scadenza, ma infine la società e l'asilo son mantenuti da quelli che se ne giovano. È questa una specie di evoluzione della carità che le toglie tutto ciò che ha di umiliante e la trasforma in aiuto valido e efficace per riuscir definitivamente nella vita più che a cavarsi d'impaccio per un momento.
Ed altrettanto e più vedesi a Londra, la sola capitale grande col delitto in decremento.
Asili, Ricoveri, Pensionati, soccorsi ai poveri.—Anche a Londra l'aiuto diretto alla miseria[239] è fatto nelle maniere più specializzate, in circa 120 istituzioni che nel 1894 beneficarono più di 18.000 individui con una spesa di 173.000 sterline. I vecchi indigenti hanno naturalmente il maggior numero di ricoveri—20—e così pure le vedove—12—: e vi è un ricovero, si può dire, per ogni singolo mestiere: per le vedove, p. es., e i figli dei mercanti di vino o di birra, dei legatori di libri, dei librai, dei soldati, dei fabbricanti di vele, di marinai, di artisti drammatici, fabbri ferrai, architetti, maestri di scuola ccc.: pegli addetti a singole compagnie industriali e commerciali: per individui di singole nazionalità e religione. Vi sono anche rifugi per coppie di sposi vecchi e poveri, larghe distribuzioni, d'inverno, di carbone e di pane, società per prestiti agli operai, moltissime istituzioni—10—per visitare i poveri a domicilio e soccorrerli così direttamente e persino per provvedere i marinai che sbarcano nel porto di Londra di impiego, scali, asili notturni; società per la prevenzione della crudeltà nei fanciulli inducendo nei parenti il sentimento della propria responsabilità verso di loro; società di temperanza potenti, tra cui alcune speciali pei singoli mestieri come, p. es., per i marinai; ospedali per le malattie prodotte dall'alcool, e uno speciale per le donne alcooliste; società per aiutare i forestieri in Londra, i figli dei prigionieri e i prigionieri stessi poveri mentre sono ancora in prigione. E poi istituzioni che hanno carattere più largo per il miglioramento morale e intellettuale dei giovani ecc. Tutte queste istituzioni sono collegate e dirette da Comitati centrali per le opere penitenziarie e di prevenzione e in genere per tutto quanto concerne i carcerati.
Società d'emigrazione.—All'incremento della criminalità si oppongono anche, aprendole delle vie di scarico, le numerose società—14—per l'emigrazione, per la più gran parte al Canadà, ma anche ad Edgworth, a Milton ecc.: servono a dare informazioni, aiuti e anche ad organizzare le spedizioni sia di adulti, sia di fanciulli, come quelle fondate da Barnardo: ve n'è una speciale per gli ebrei: esse nel 1894 fecero emigrare 7565 individui (quelle di Barnardo non sono calcolate), spendendo oltre L. 30.000.
Società di collocamento.—Vi sono 21 società che hanno per unico scopo il procurare impieghi ed occupazioni: moltissime per impiegare i fanciulli come lustrascarpe, o in marina, o le cucitrici ad ago, o le serve, addestrandole prima nel servizio: ve n'è persino una che provvede al collocamento dei pensionati dell'armata. Nel 1894 provvidero al collocamento di 4840 individui con una spesa di L. 26.000.
Orfanotrofi.—Le cure ai fanciulli per impedirne il cattivo sviluppo morale si rivelano anzitutto in 60 ricoveri con 20.199 orfani, con una spesa complessiva di L. 172.341. Ve ne sono per gli orfani dei maestri, dei militari, degli impiegati postali o ferroviari, dei sarti, degli stampatori, dei giardinieri e di molti altri mestieri speciali; e ancora per gli orfani i cui genitori furono astinenti—premiando così indirettamente la temperanza—e finalmente considerando, con una logica larghezza di idee, come orfani quei fanciulli i cui genitori sono ambedue malati. Vi sono anche società per il ricovero degli orfani dei loro soci, e istituzioni fondate da compagnie commerciali ed industriali per gli orfani dei loro operai.
Istituzioni pei fanciulli abbandonati.—Più direttamente profilattiche contro il delitto sono tutte le istituzioni pei fanciulli abbandonati: per la loro protezione, il ricovero, l'istruzione, l'addestramento ai mestieri, per farli divagare in ricreatorî, per dar loro casa, per mandare i più delicati di essi per quindici o trenta giorni in campagna—4—o solo per dar loro vitto o vestiti, o per accoglierli nelle ore in cui essendo i loro genitori al lavoro essi resterebbero abbandonati a se stessi. Tali istituzioni salgono circa ad una sessantina, per quanto sia naturalmente difficile il separarle da altre di natura affine; e nel 1894 esse ricoverarono e protessero, sottraendoli alle tentazioni ed ai pericoli della vita delle strade, 32.300 fanciulli, con una spesa di L. 119.246.
Istituzioni d'istruzione.—Si connettono con le precedenti le istituzioni puramente educative, cioè scuole gratuite, serali e festive, ecc., talvolta anche con vitto e vestiti e spesso destinate esclusivamente a date categorie della popolazione—come, per es., ai fanciulli ebrei, ai figli dei marinai, dei negozianti piccoli, dei protestanti francesi, ecc.—Vi è una società che ha l'unico scopo di utilizzare per palestre, per luoghi di giuochi e di ricreazione certi luoghi di Londra abbandonati, vecchie chiese, ecc. Esse sono circa 40 ed istruirono gratuitamente nel 1894 oltre 16.000 fanciulli, con una spesa di L. 108.261.
Istituzioni penitenziarie, di previdenza e di soccorso ai criminali.—Tra le numerosissime Istituzioni di beneficenza di Londra, alcune sono volte a scemare direttamente la criminalità, come società di patronato per liberati dal carcere, come società di protezione per le donne pericolanti o che sono state una volta in carcere, o come società di temperanza, ritiri per alcoolisti; ricreatorî festivi ed invernali; società di propaganda morale, ecc. In complesso esse sono circa 84 e si può calcolare che nel solo anno 1894 esse abbiano beneficato più di 67.000 individui, con l'impiego di circa L. 176.000.
Tra esse abbondano—ve ne sono 36—specialmente le società per le donne sole e liberate dal carcere, cadute o criminali, ma non recidive, o semplicemente in pericolo; come, per es., per proteggere le serve contro i pericoli della loro posizione; e anche istituzioni disciplinari per la loro punizione.
Scuole industriali son riservate (v. s.) ai fanciulli criminali, con l'aggiunzione di ricreatorî per fanciulli e per adulti sia festivi, sia invernali.
Società di mutuo soccorso.—Finalmente una simile specializzazione per mestieri, per nazionalità e per religione ecc., si trova nelle Società di mutuo soccorso, che sono complessivamente 68 e che nel 1894 poterono aiutare 33.340 individui, con una somma di L. 218.796.
Riassumendo:
TABELLA RIASSUNTIVA
delle istituzioni londinesi di carità che possono influire sulla criminalità.
Anno 1894 individui Spesa beneficati Lire a) istituzioni penitenziarie di previdenza e di soccorso ai criminali 67.577 176.030 b) Società per l'emigrazione 7.565 30.627 c) Società di collocamento 4.840 26.290 d) Orfanotrofi 20.199 172.341 e) Istituzioni pei fanciulli poveri o abbandonati 32.354 119.246 f) Istituzioni d'educazione 16.019 108.261 g) Asili, ricoveri, soccorsi ecc. 18.057 172.999 h) Società di mutuo soccorso 33.340 218.796
Totale 199.951 1.024.590
Meritano sopratutto considerazione le società che hanno lo scopo di proteggere i diritti del fanciullo. La National Society for the prevention of cruelty to children d'Inghilterra (imitata e organizzata in maggior scala a New York) non si limitò, come si farebbe da noi, a reclamare una circolare od un testo di legge. Essa volle introdurre l'idea e la pratica della giustizia verso i fanciulli in tutte le classi sociali; dopo trascorsi parecchi anni nella preparazione e nello studio dei suoi mezzi d'adozione, si diede a tutt'uomo ad applicarli. Qual è ora il risultato di codesti sforzi? Anzitutto 25.437 fanciulli, vittime di violenze, percosse, martirizzati in tutti i modi, vennero sottratti ai loro carnefici; poi 62.887 vittime della negligenza, sofferenti per fame, per freddo e per mancanza di pulizia, ricevettero le cure necessaria; ben 603 fanciulli vennero sottratti alla pigra e crudele carità della strada ed al pericolo di diventare alcoolisti o vagabondi. Se ne strapparono 4460 all'ignobile sessualità che li adocchiava; si costrinsero gli acrobati ed i saltimbanchi a restituire 3105 piccoli schiavi storpiati per far loro acquistare maggiore agilità. In 712 casi soltanto la National Society for the prevention of cruelty to children giunse troppo tardi per prevenire la conseguenza fatale di queste varie specie di crudeltà e dovette limitarsi a constatare il decesso, di cui almeno i parenti ed i colpevoli dovettero penalmente rispondere.
La Società esiste da 10 anni, benchè da 5 soltanto sia solidamente costituita, ed in questo tempo essa potè togliere al vizio, alla fame, al delitto 109.364 fanciulli.
Ma la potenza tutelare di questa Società doveva essere tanto più efficace quanto più forte era la sua forza d'intimidazione ed il suo diritto di perseguitare i colpevoli. Mentre proteggeva più di 100.000 fanciulli, essa riceveva più di 47.220 querele contro coloro che li tormentavano: di questi 5313 rimanevano ignoti; a 28.895 persone la società si limitò a dare una riprensione; invece perseguitò in giudizio 5792 con sempre crescente successo, poichè dal primo al secondo periodo della sua esistenza, la proporzione delle assoluzioni nelle cause da essa patrocinate scese da 10,2 a 5,5%. Inoltre dei 47.320 casi, 7320 diedero luogo a misure di carità, come intervento dell'ufficiale d'assistenza, collocamento in una scuola industriale, ecc.
Dalle ricerche e dagli studi eseguiti dalla società risulta che una delle principali cause di maltrattamenti di fanciulli è l'ubbriachezza dei genitori (30% dei casi denunciati in Londra; in altri distretti la proporzione va fino al 50%). Tuttavia, dappertutto, il salario medio delle famiglie che diedero motivo a procedimenti era superiore a quello degli abitanti del distretto.
È stata anche fatta questa curiosa osservazione: che più il delitto era grave e provocava una condanna severa, maggiori erano i mezzi di sussistenza del condannato: nei condannati alla servitù penale si aveva la cifra più elevata, ciò che coincide e spiegasi coll'abuso dell'alcool.
Altre osservazioni dimostrarono che i fanciulli che si trovano in condizioni più sfavorevoli per il loro sviluppo, sono quelli i cui genitori sono meno flagellati dalla vera povertà: poichè lo zelo della Società stessa riuscì a smascherare un nuovo genere di industria criminosa per cui i padri abbisognavano di fondi preventivi, e che è causata da quella sete di facili e sùbiti guadagni di cui son tormentate soltanto le persone meno povere. Intendiamo parlare dell'assicurazione sulla vita del fanciullo la cui morte è attesa, sperata e finalmente affrettata dai criminosi beneficiari. Secondo l'orribile confessione di un accusato, tali fanciulli valgono più morti che vivi. In cinque anni la Società s'occupò di circa 19.000 casi di fanciulli tormentati, che rappresentavano pei genitori un valore di 95.000 lire sterline, cioè una media di 5 lire sterline o 125 franchi per fanciullo.
Per riuscire a tal punto e penetrare in tal modo negli intimi recessi del mondo criminale, generalmente nascosto all'occhio della polizia ufficiale, fu d'uopo che la Società si servisse degli aiuti di tutti. Infatti essa si giovò del Parlamento che la costituì in ente morale, degli amministratori delle tasse dei poveri, i quali compresero che far conoscere ai genitori tutta la loro responsabilità voleva dire far diminuire l'oziosità, la prodigalità, la negligenza. Essa ottenne l'aiuto dei magistrati (giudici di pace) o dei giudici propriamente detti che vedendola all'opera e riconoscendone la competenza, finirono per attribuire ai suoi ispettori una carica quasi ufficiale—ricevette l'aiuto delle società locali cui dimostrò che le crudeltà verso i fanciulli erano più frequenti di quanto lo si credesse e che avvenivano tanto in campagna quanto in città: e finalmente essa ottenne la cooperazione delle masse, poiché nei 10 anni della sua esistenza potè assicurarsi il concorso di più di 100.000 cittadini delle classi laboriose che prestarono la loro testimonianza, e resero con ciò possibile l'opera dell'autorità giudiziaria.
Gli sforzi così collegati condussero a risultati singolarmente felici; ben rare volte fu necessario un secondo processo. Delle 7398 persone giudicate, 6700 vivono oggidì coi loro figli e solo 100 fra queste provocarono un secondo processo.
Nè la condotta dei genitori uscenti dal carcere è ignorata dalla Società che moltiplica le precauzioni affinchè i casi di recidiva siano prontamente denunciati ed istruiti.
A che attribuire tale meraviglioso mutamento? In gran parte a questo ultime precauzioni, poi ad altre cause che ci indica la Società stessa; in primo luogo la pena, la cui efficacia è in ragione diretta della sua durata; poichè i gradi nel miglioramento della condotta dei parenti verso i figli corrispondono generalmente al numero dei mesi durante i quali essi furon privati della libertà. Si aggiunga che durante il periodo in cui genitori sono in carcere la Società non trascura i figli, i quali da pallidi, laceri e macilenti che erano, sono restituiti floridi e robusti ai genitori che escono dal carcere e che sono fieri di vederli così bene in carne. Si risveglia in essi, pare, l'amor paterno ed anche un certo orgoglio naturale e spontaneo al cuore d'un padre. E così dalla persona stessa del fanciullo emana un fascino indistinto che contribuisce all'emenda del colpevole.
Strane contraddizioni dell'egoismo umano! Il padre imputava prima alla sua vittima le malattie di cui egli solo era causa ed ora è fiero di un florido aspetto alla cui costituzione egli non ha in alcun modo contribuito!
Carità Latina.—Quanto più circoscritta è in confronto la carità latina mi risulta dalle informazioni che ho attinto all'illustre Bodio per quanto appunto riguarda il soccorso e ricovero ai fanciulli e bimbi nella capitale latina, in Roma.
Qui primeggia per orfani romani, da 8 a 10 anni, l'Ospizio di San Michele con 158 nel 1870, 197 nel 1874, 372 nel 1879 e con 263 nel 1885.
Nell'Orfanotrofio Comunale (Ospizio di Termini) erano, sotto il Governo Pontificio, ricoverati e mantenuti da 600 a 650 individui, cioè 400 femmine, fra giovani ed anziane, e 225 maschi, di cui 80 vecchi. Ora soli maschi con 225 alunni ed 80 con scuola d'arte.
L'Ospizio Tata Giovanni (fondato nel 1733) per circa 85 (140 nel 1867) fanciulli poveri che sono senza tetto. L'istituto vive con mezzi forniti dalla Camera Apostolica e dalla carità privata e col prodotto del lavoro dei giovanotti ricoverati.
Nell'Ospizio detto Vigna Pia, 100 fanciulli per lo più orfani ricevono istruzione agraria.
L'Asilo Savoia per istruzione nell'arte con 100 fanciulli.
L'Ospizio S. Margherita per riabilitazione di 200 cadute o pericolanti.
L'Ospizio del Sacro Cuore di D. Bosco per avviare all'esercizio di un'arte giovanetti poveri e derelitti, con circa 100 ricoverati.
L'Orfanotrofio del Protettorato di S. Giuseppe, fondato nel 1882 per giovani poveri, orfani ed abbandonati.
Il Ricovero del Circolo della Sacra Famiglia, fondato nel 1833; l'Ospizio di S. Girolamo Emiliani nel 1885, l'Istituto Pio IX degli artigianelli di S. Giuseppe, il Conservatorio Villa Lante, il Conservatorio del Divino Amore, il Conservatorio della S. Concezione fondato nel 1855, l'Istituto di S. Caterina da Siena, tutti a favore di fanciulli poveri, orfani od abbandonati dell'uno o dell'altro sesso.
L'Istituto di S. Zita per le serve disoccupate (1869).
Il Riformatorio di Tivoli con 249 giovani.
Il Riformatorio del Buon Pastore con 121 giovani.
Il Ricovero della Maddalena a S. Francesco di Sales fondato nel 1865 per giovani ravveduti uscenti dall'Ospedale di S. Giovanni, con 225 alunni, che vi ricevono un'istruzione professionale (oltre un riparto per circa 80 vecchie).
L'Orfanotrofio è diviso in tre sezioni, cioè asilo pei bambini, sezione adolescenti, che frequentano una scuola elementare fino a 12 anni, e sezione artieri da 12 anni in su. Quest'ultima sezione, in ciascuno degli anni dal 1875 al 1885, era oscillante tra 85 ricoverati (1885), 91 (1875) a 113 (1876).
È evidente che la carità non segue qui nelle sue urgenze il bisogno, certo non segue nella via illuminata dell'anglo-sassone.
A Torino, una città certo più grande di Ginevra, oltre 159 Società di mutuo soccorso, operaie, ecc., ci sono 147 istituzioni caritatevoli, di cui 21 ospitaliere.
Ai bambini si è provvisto con 43 istituzioni, di cui pei criminali 2, asili pei bambini, compresi i lattanti, 23, orfanotrofi 6, ricreatori 3, scuole industriali 6.
Per le donne vi sono 22 istituzioni, di cui per le pericolanti 11, ospitaliere 2, scuole professionali 9.
Fra le istituzioni speciali più moderne, c'è 1 patronato per gli infortuni sul lavoro, 1 segretariato del popolo, pensioni a pagamento per operai senza famiglia, 2 colonie alpine e marine per mandare i bambini in campagna.
Uno stabilimento specialissimo è il Cottolengo che accoglie tutti i malati, i deboli, infermicci che si presentano fino a 2000 o 3000.
Nell'Italia del Sud, Bartolo Longo, in omaggio alla Madonna e del Santuario di Pompei, seppe raccogliere 135 orfanelle e 70 figli dei carcerati addestrandoli in arti loro conformi e nell'agricoltura, mescolando all'ascetismo e al feticismo per la Madonna, la modernità nell'ampio uso di pubblicità e rendiconti[240] e fotografie, e riescendo così a collocare anche alcune orfanelle in famiglie benevole ed oneste.
Mancano tutte quelle istituzioni dei piccoli risparmi, dei miglioramenti degli alloggi, del collocamento degli operai, degli alberghi per le serve, che portano un reale vantaggio senza che nessuno debba sostenere l'onere. E mancano quasi completamente le istituzioni per prevenire il delitto, perchè salvo negli orfanotrofi, gli altri istituti maschili non accettano ragazzi prima dei 10 o 12 anni, e perchè non abbiano qui nè le cantine scolari, nè le ragged school che provvedono veramente ai bimbi completamente abbandonati.
Un'altra caratteristica di queste istituzioni è che per una umiltà esagerata nessuna cerca il sole della pubblicità e io queste cifre non le ho potuto raccogliere che a grande fatica, e di molte non ho potuto saper nulla di preciso.
D. Bosco.—Da noi la carità è veramente meravigliosa solo quando s'incarna in un santo che sia ad un tempo un gran cuore ed una mente lucida, come avvenne in questi ultimi tempi nel giustamente celebrato Don Bosco.
Don Bosco[241] fu a 26 anni, nel 1841, nel convitto di S. Francesco d'Assisi; sotto la guida di don Cafasso, visitando le carceri di Torino, cominciò ad interessarsi della sorte dei giovani delinquenti, a riflettere che se in tempo si fosse presa cura di loro, almeno una parte di essi avrebbe potuto essere salvata, e a pensare che questo deve essere un altissimo ufficio per la religione e per la società. Fin d'allora egli raccolse in quel convitto non soltanto i giovanetti più pericolanti, ma anche quelli di buona condotta e già istrutti, che nel 1842 sommavano già a 20 (scalpellini, stuccatori, selciatori, e sopratutto muratori). Quando sapeva che qualcuno era disimpiegato, o stava presso un cattivo padrone, si adoperava per affidarlo a padrone onesto, e visitavalo in mezzo ai lavori, nelle officine e nelle fabbriche, volgendo una parola ad uno, una domanda ad un altro, facendo un regalo a quello, e lasciando tutti contentissimi, anche i padroni presso i quali i ragazzi lavoravano. Un giorno, in un negozio, uno di questi ultimi, vedendo passare D. Bosco, corre per andarlo a riverire, ma dà di capo nella vetrata e la fa a pezzi:—Che cosa hai fatto? gli domanda D. Bosco.—Ho veduto lei a passare, risponde, e pel gran desiderio di riverirla, non ho più badato che doveva aprire la vetrina.—Ebbene la pagherò io.—No, disse il padrone; il buon cuore di questo fanciullo e la carità di D. Bosco non devono soffrirne. —Questo aneddoto dà la misura di quanto il geniale sacerdote fosse amato dai giovani e rispettato dai padroni.
Terminato il corso di studi a S. Francesco d'Assisi, D. Bosco non potè più raccogliervi i giovinetti, e dovette continuamente emigrare di luogo in luogo, sempre licenziato, subendo ogni sorta di amarezze; si tacciò l'opera sua di immorale, di turbolenta, lo si accusò di avere scopi politici; perfino i suoi colleghi lo facevano passare per pazzo.
D. Bosco si recava spesso alla Generala, casa di correzione per giovani discoli, e si intratteneva con essi amichevolmente; un giorno egli chiese al direttore che gli permettesse di farli uscir tutti per qualche ora e condurli a Stupinigi. Ne fu riferito al Ministro Urbano Rattazzi che, pur acconsentendo, voleva mandare dei carabinieri travestiti per aiutarlo in caso di bisogno, e colla forza mantenere l'ordine. Ma D. Bosco rispose che avrebbe messo in atto il suo disegno, solo alla condizione che potesse rimanere tutto solo coi suoi giovani. E come D. Bosco volle, fu fatto. Preparati convenientemente i giovani, la loro condotta fa inappuntabile, e al ritorno nessuno mancò all'appello.
È notevole, perchè rivela la condotta dei convertiti, che quando D. Bosco domandò ai giovani se poteva fidarsi di loro, i più adulti rispondevano: «Se mai qualcuno cercasse di fuggire, gli correrò dietro e lo squarterò come un pollo; ma io con una pietra spaccherò la testa a chiunque le desse un dispiacere;... non verrà più a casa vivo quel furfante che disonorasse la nostra partita».
Nel 1850 fondò la Società di Mutuo Soccorso, allo scopo di prestare soccorso ai compagni che cadessero infermi, o si trovassero nel bisogno perchè involontariamente privi di lavoro. Ciascun socio paga un soldo ogni domenica, e non può godere dei vantaggi della Società che 6 mesi dopo la sua accettazione, salvo che paghi subito all'entrata L. 1,50, e non sia allora nè infermo nè disoccupato. Il soccorso per ciascun ammalato è di 80 cent. al giorno.
Un'altra prova della bontà dei risultati ottenuti si ebbe nel 1854, quando il colèra scoppiò in Torino; riusciva allora difficilissimo trovare delle persone che volessero prestarsi a servire gli ammalati nei lazzaretti e nelle case private. Don Bosco trovò tra i suoi giovani facilmente 44 volontari che egli istruì intorno a quello che dovevano fare. E l'opera prestata da loro fu utilissima.
Una sera nel 1847, vicino al corso Valdocco, si trovò circondato da una ventina di giovinastri, che lo beffeggiavano. Don Bosco non si perdette d'animo, e quando questi per burla gli proposero di pagar loro una pinta—Volentieri, ma voglio bere anch'io. E mantenne la parola. Ma quando li vide alquanto esilarati, e fattisi più mansueti, egli disse loro: Ora voi dovete farmi un piacere: domenica dovete venire con me all'Oratorio, e quelli che adesso non sanno dove andare a dormire, vengano con me. Dieci o dodici lo seguirono; giunti all'Oratorio, li condusse al fienile, diede a ciascuno un lenzuolo ed una coperta. Al mattino appena giorno, esce di camera per vedere i suoi giovinotti; ma essi se l'erano svignata, portando via lenzuola e coperte, per andarli a vendere. Il primo tentativo d'un Ospizio andava dunque fallito. Ma presentatosi più tardi in una sera piovosa un giovinetto a chiedere ricovero, egli, aiutato dalla madre, raccolse alcune teste di mattoni, ne fece quattro pilastrini in mezzo alla cucina, vi adagiò due o tre assi, vi sovrappose un pagliericcio con due lenzuola ed una coperta. Questo fu il primo letto e il primo dormitorio dell'Ospizio Salesiano, che contiene oggidì circa mille ricoverati, diviso in quaranta e più cameroni: più tardi Don Bosco affittò, poi adattandola, una tettoia prolungata a piano inclinato, sicchè da un lato aveva poco più di un metro di altezza, e una striscia di terreno vicino per la ricreazione, e qui ricoverò i primi giovanetti (1845).
Negli stabilimenti di D. Bosco vengono ricoverati i giovinetti di ogni classe, compresi gli abbandonati, non i viziosi e condannati. Malgrado ciò, D. Bosco stesso riteneva che 1/15 dei suoi giovani fossero di indole cattiva. I Salesiani ritengono che il sistema della casa eserciti una benefica influenza anche su di essi; ed è possibile, ma non poterono fornirmene una prova diretta. Anzi mi dichiararono che respingono gli incorreggibili e così i corrigendi che raggiungano già i 14-15 anni e gli epilettici.
L'età in cui sono ammessi gli interni è per le scuole a 9 anni, pei laboratori a 12; gli esterni non sono ammessi nei laboratori. Rimangono negl'istituti gli studenti fino al termine delle scuole; gli artigiani fino a 18 anni, ma possono rimanere di più, se non hanno trovato lavoro in altro modo, o se vogliono farsi Salesiani.
Appena entrati i giovani nell'Istituto vengono messi in osservazione in camera a parte, per le ore dei pasti e del riposo, non però durante il lavoro: non li obbligano direttamente a pratiche religiose, ma solo le raccomandano; la confessione è ad aurem in pubblica chiesa: i sacerdoti stessi ne dànno l'esempio; chi è assiduo alle pratiche religiose, alla confessione, ecc., non riceve però punti di merito superiore agli altri.
L'orario del lavoro è dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 19; alle 16 hanno 1/2 ora di ricreazione.
Ogni laboratorio ha un maestro laico ed uno prete; gli attrezzi pei laboratorii, e i disegni per le costruzioni edilizie sono fatti dai Salesiani stessi, sotto la direzione del compianto D. Antonio Sala, ora sostituito da un economo generale.
Nei giorni festivi, di buon mattino, si apriva la Chiesa e si dava cominciamento alle confessioni, che duravano sino al tempo della Messa (ore 8); dopo questa, D. Bosco saliva sopra una bassa cattedra, e faceva un po' di predica, raccontando anche aneddoti della storia sacra e della vita comune. Dopo un po' di ricreazione, cominciava la scuola di lettura e di canto che durava sino a mezzogiorno.
A 1 ora pomeridiana, ricominciavano i divertimenti colle bocce, stampelle, fucili e spade di legno e con altri giuochi di destrezza e di ginnastica. Alle 2-1/2 catechismo. Nè D. Bosco dimenticava di istrurre i giovanetti: per essi scriveva una «Storia sacra ad uso delle Scuole» e «Il sistema metrico decimale ridotto a semplicità». Promosse, oltre le domenicali, anche le scuole serali di cui egli è il vero creatore in Italia. Egli si plasmava perfino i maestri: tra quelli che frequentavano l'Oratorio, alcuni ve n'erano di molto ingegno: D. Bosco somministrò loro gratuito insegnamento di lingua italiana, latina, francese e di aritmetica; ma col patto che essi alla loro volta venissero ad aiutarlo nell'insegnare il Catechismo, e nel fare la scuola domenicale e serale ai compagni. La prova riuscì magnificamente. Così s'aggiunse all'Oratorio la categoria degli studenti.
I Salesiani laici e sacerdoti (con vincoli semplici) sono circa 3000; e le suore di Maria Ausiliatrice 1500.
Gli istituti salesiani per giovinetti sono circa 200, nei 2 mondi, dei quali 1/6 circa sono professionali; salvo in America, dove ne formano la metà. La metà degli istituti sono d'istruzione; il terzo rimanente è misto: d'istruzione e professionali. In media si trovano 150 interni per ciascuna casa: in totale quindi circa 30.000; ai quali bisogna aggiungere 200 esterni allievi delle scuole, quindi circa altri 20.000 giovinetti; finalmente bisogna aggiungere gli esterni dei ricreatori festivi, i quali in parte sono formati dagli stessi studenti esterni; calcolando in media circa 100 per ciascun istituto, si hanno altri 20.000 giovinetti sottoposti all'influenza dei Salesiani.
Si devono aggiungere circa 50 case per giovinette, con una media di 100 interne per ciascuna (totale 5000) e di 250 esterne (totale 12.500).
Non esistono case speciali per semplice ricovero o per malattia, salvo nell'America del Sud, dove si hanno orfanotrofi ed ospedali; ad Agua de Dios (Columbia) esiste un lazzaretto, con 800 e più lebbrosi, assistito da Salesiani.
Le case per giovinette sono esclusivamente dedicate all'istruzione, e ai lavori famigliari.
Gli istituti salesiani seguono anche la fatale china dello spirito pubblico italiano, coll'ammettere un numero eccessivo di giovani agli studii ginnasiali (più di 500 nel solo istituto di Torino), come se il paese avesse bisogno di stentati decifratori di classici e non di energiche braccia lavoratrici. Ma certo in Italia rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto. Niun dubbio che chi visita gli istituti di D. Bosco vi vede dei fanciulli dal viso ridente, liberi nei movimenti, ma disciplinati, e una buona parte di essi, qualora perdessero la guida e l'appoggio dei Salesiani, si riverserebbero per le vie e vi diverrebbero dei barabba e dei delinquenti, prima d'occasione, poi d'abitudine.
È notevole, per noi, benchè i Salesiani non lo accennino, che le autorità ecclesiastiche non solo nol favorirono, ma più volte lo ostacolarono fino a che il conflitto venne appianato dalla corte di Roma, che avocò a sè la direzione suprema.
Ed ora vediamo i miracoli del santo protestante[242].
Dott. Barnardo.—In una rigida sera d'inverno del 1866 il dottor Barnardo, che era allora studente di medicina e dirigeva nelle sue serate libere una Ragged School, fu colpito da un fatto tale che lo determinò a darsi anima e corpo all'opera cui va ora congiunto il suo nome.
Mentre stava per uscire dalla scuola, vide che un ragazzo era rimasto nella stanza e stava ritto presso il camino senza dar segno di pur pensare ad andarsene, e invitato ad andarsene cominciò a pregare il dottore che lo lasciasse star lì, che non ci sarebbe nulla di male. A forza di domande Barnardo riuscì a sapere dal ragazzo, che si mostrava cupo e sospettoso, esser egli senza padre, senza madre, senza amici, senza ricovero, dormire qua e là all'aperto, nei luoghi meno frequentati dalla polizia e che come lui vivevano molti altri ragazzi. Questo eccesso di miseria parve troppo a Barnardo che volle accertarsi del fatto e pregò il ragazzo di fargli conoscere il ricovero di quei ragazzi. Circa un'ora dopo mezzanotte uscì colla sua guida: dopo aver percorso uno dei peggiori quartieri di Londra, i due volsero finalmente entro un angusto cortiletto, passarono sotto una lunga tettoia e si trovarono dinanzi un muro assai alto. Su per quel muro s'arrampicò il ragazzo e dietro lui il dottore. Uno strano spettacolo fu quello ch'egli vide. Sul tetto a forte pendio, colla testa verso il comignolo, i piedi appoggiati alla grondaia, in posizioni variate, giacevano dieci o dodici ragazzi, tra i dieci e i diciott'anni, liberi almeno dal timore di essere scoperti dal loro naturale nemico: la polizia.
Là, in mezzo a quelle giacenti figure di miseria, il D.r Barnardo fece voto di darsi tutto all'opera di salvezza che fu da quella notte il compito della sua vita. Egli riuscì, povero e sconosciuto studente, a raccogliere da persone caritatevoli tanto da affittare in una stradicciola una casetta capace di contenere una ventina di ragazzi. Appena, lavorando colle sue mani, l'alberghetto fu pronto, spese due nottate a pescare nelle strade questa ventina di ragazzi.
«Non saprei, dice egli, immaginare o dipingere una scena più lieta di quella della prima serata nella vecchia casupola, quando inginocchiandosi prima di andare a dormire, la mia prima famiglia di 25 figliuoli lodò meco la bontà del Padre nostro e pregò che non venisse loro mai meno l'aiuto di colui che provvede di cibo anche gli uccelletti».
Questa casa aperta con 25 ragazzi prosperò e si moltiplicò rapidamente e il numero delle case è salito in meno di 30 anni a 87, di tutte le specie, che han dato ricovero stabile a più di 50.000 bambini, dal bambino di poche settimane a quello di 17-20 anni, e nello stesso tempo—sempre a protezione dei bambini, miserabili, destitute—l'istituzione si è ramificata in una quantità d'istituti affini, dispensari medici gratuiti, scuole, cucine gratuite, asili notturni, agenzie per condurre i bambini in campagna, ospedali, agenzie di collocamento, ecc., come basterà a dimostrare il suo programma che è veramente grandioso nel suo schematismo.
Obbietto.—Raccogliere, educare, intrenare al lavoro, e trovare un collocamento nella vita ai bambini orfani o abbandonati. Portar il vangelo tra le masse dell'East End, Curare i malati e portar soccorsi ai miserabili.
Mezzi.—1º a) Organizzare agenzie per scoprire i bambini orfani o vagabondi; b) Asili notturni gratuiti; c) Grandi case industriali; d) Piccole case di famiglia; e) Case di campagna; f) Emigrazione;
2º a) Case missionarie; b) Conventi; c) Diffusione della propaganda per la temperanza; d) Scuole domenicali e scuole per gli stracciati;
3º a) Dispensari medici; b) Minestre gratuite; c) Emigrazione e migrazione.
Principii.—I bambini abbandonati sono ricoverati:
1º Senza restrizione di età, di sesso, di religione, di nazionalità;
2º Affetti da qualsiasi infermità, bambini rachitici, sordo-muti, ciechi, incurabili, che vengono anche solo per morire, possono entrare se son veramente abbandonati;
3º A qualunque ora del giorno o della notte.
È caratteristico poi il vedere da quale strana mescolanza d'idealismo e spirito pratico, d'intuizione energica, di cieca fidanza in Dio sia uscita quest'opera colossale.
Dio e le sterline sono le sue due leve!... È come se Barnardo credesse fermamente di aver credito aperto nella banca dei cieli. E che cosa non può fare un uomo convinto di aver credito aperto in una tal banca?
Nell'anno 1888 gli morirono 31 bambini (compresi 13 babies), cioè il 10%. «Quando si pensa che io accolgo ogni anno bambini che entrano in condizioni disperate, solo per morire, si concederà che la quota di mortalità è minima! Certo questo dipende anche dalle cure e dalle condizioni sanitarie eccellenti in cui è tenuta la mia grande famiglia, ma certo anche dal nostro Padre celeste che ha voluto preservare il mio piccolo mondo da molte epidemie ed io mi sento in dovere di esprimergli la mia gratitudine!»
E come lo spirito pratico inglese procede sempre braccio a braccio con questo spirito di fede!
A ognuno dei numerosi casi di redenzione ch'egli riferisce, aggiunge come conclusione morale quanto questa redenzione gli sia costata. Con 10 sterline e l'aiuto di Dio—conclude, p. es., il dottore, matematicamente e ingenuamente—è stata così salvata una vita!
Nel suo giornale Night and Day fatto per la propaganda delle sue case, che si tira a 200.000 copie, si trovan degli avvisi di questo genere: «Si ha bisogno a cinquanta miglia da Londra di una buona fattoria, in coltivazione, con casamento in buono stato, non più lontano di un miglio dalla stazione ferroviaria. In questo momento questa sarebbe un'addizione preziosa alla nostra casa. Non vi sono proprietari che si accontenterebbero di aver la loro rendita pagata in gratitudine e buon lavoro, o meglio ancora che sarebbero disposti a far dono del loro stabile all'istituzione? Se qualcuno è disposto si prega di comunicar con l'editore all'indirizzo della casa 18 Steppey Causeway, London».
E da questa casa domandata con tanta semplicità e confidenza (e che otterrà), si passa giù giù per una serie di bisogni e di domande per questa gran famiglia di 8000 bambini, dalle calze di lana alle camicie da notte per ragazze di 50 o 58 pollici (questa è una delle cose più urgenti—è messo coscienziosamente in nota) alle federe di cui si dà la lunghezza, alle macchine da cucire, a un armonium da usarsi nello Sturger House, ai vecchi pannilini per neonati, giù giù fino... alla domanda di una _lanterna magica_per i bambini.
Questa lista dà veramente l'immagine della facoltà di rappresentazione del Barnardo, che comprende tutto, il grande e il piccolo e può organizzare tutto all'uopo.
E come è ingegnoso questo aperto spirito di comunicazione col pubblico, di cui si possono raccogliere mille esempi caratteristici appunto sul suo giornale!
Vi trovi una rubrica con ritratti di bambini, e con questo invito ai lettori:
«Vuole qualcuno dei nostri lettori scegliere uno dei casi seguenti e pagare il denaro occorrente per un anno? La spesa annua per maschio o bambina ammonta a L. 18 sterline. Una fotografia, la storia completa anteriore del bambino e quella dei suoi progressi verrà rimessa a chi s'incarichi di dar questa somma».
Seguono i casi.
La stessa concezione ardita che ha avuto nell'ideare la sua opera di salvataggio, l'ha ora nell'intuire i mezzi per provvederla.
Per quest'armata, ormai di 100.000 bambini, è il pubblico solo, che egli ha voluto a collaboratore, organizzando tutto per poter tutti arrolare, servirsi di tutti e ricavar un obolo da tutti: e vi è riuscito.
Chi non può dar denaro presti l'opera, e chi non può prestar l'opera di tutti i giorni la presti per un giorno solo.
Nei giornali si trovano dei foglietti staccati: «Chi vuol lavorare un giorno per i miei bambini? La nostra colletta per le strade del 1895 avrà luogo il 29 giugno. Se volete sacrificare, generosamente, un giorno del vostro lavoro, scrivete il vostro nome e indirizzo e mandatemelo il più presto possibile perchè io possa mandarvi piene e complete istruzioni per quel giorno» (segue la Scheda). Così sono utilizzate tutte le forze. E queste forze sono veramente imponenti.
Come le sue porte sono aperte ai bambini abbandonati da tutto il mondo, così la sua cassa ha il contributo di tutto il mondo: il più delle offerte anzi arrivano di fuori d'Inghilterra.
In un sol giorno, aprendo il libro a caso, vi trovo ch'egli ha ricevuto 55 donazioni: 42 dall'Australia, 5 dall'Africa, 3 dalla China, 2 dagli Stati Uniti, 1 dal Canada, 1 dall'India, 1 da Parigi; 122 poi dall'Inghilterra, il che somma 177 doni in un solo giorno, che rappresentano migliaia di sterline; e non sono solo in denari o in oggetti di consumo (alimentari o indumenti per l'Istituto), ma di qualsiasi specie di oggetti che il Barnardo raccoglie in grandi magazzini e rivende a prò dell'Istituto. La copertina del suo giornale è turgida di avvisi fittissimi su questo magazzino di brocanteur di nuova specie!
Un altro fatto che colpisce è come il Barnardo sia riuscito a render popolare la sua istituzione tra le classi più umili: non solo i suoi antichi «destitute» raccolti e redenti come abbiamo visto, vanno a gara a portargli il loro obolo, ma una grande quantità di operai.
Uno sguattero riceve 50 centesimi di mancia per un pranzo, compra zolfanelli, li rivende, colla piccola somma aumentata compra ferri da calza, li rivende fino a far su 10 lire, che gli manda soddisfatto.
Un altro operaio scrive: «Non ho che 8 lire la settimana e devo mantenere mia madre, ma molto spontaneamente vi mandiamo la somma acclusa: mi rincresce di non poter far di più, ma credo che qualcun altro potrebbe far come noi, se ne avesse l'idea. Noi abbiamo comperato un salvadanaio che chiamiamo «vostro» e ci siam impegnati a metterci un penny per settimana e così abbiamo fatto». La busta conteneva 4 o 6 penny.
Un'altra volta è riportato sul giornale il caso di un operaio che, chiamato a lavorar nella casa per 10 giorni, poi non volle in nessun modo accettare la paga e neppure lasciare il suo nome.
Tutti questi fatti hanno un significato più che aneddotico, essi dimostrano quali profonde radici di simpatia l'opera di Barnardo abbia nel cuore della popolazione, e come poi con un meraviglioso genio organizzatore egli abbia saputo trarne frutto.
È riuscito veramente a organizzare la simpatia in denaro per rifonderla poi in carità.
Qui la razza anglo-sassone ha vinto, e di quanto, la razza latina!
CAPITOLO V.
Religione.
Abbiamo veduto quanto circoscritta fosse, almeno fra noi, l'influenza benefica della religione, e quante volte, paralizzata dall'influenza malefica! Dopo ciò è evidente quanto poco possiamo contarvi come prevenzione e cura del crimine.
E qui è d'uopo spogliarci della tendenza atavica rimasta inavvertita nella carne anche dell'osservatore più positivista, che ci fa reputare la religione come una panacea generale sopratutto nelle questioni morali. Ricordiamoci come mano a mano ci siamo andati liberando dal guscio religioso da cui sorgeva e in cui si fondeva si può dire ogni tentativo d'arte e di scienza, e per cui non si poteva essere pittore, scultore, poeta, architetto, nè medico senza essere religioso, poichè si poetava, si disegnava, e perfino ballava, in onore di Dio, sicchè chi vi dava mano era o sacerdote o addetto del sacerdote.
Da ultimo crescendo rigogliose quelle nobili piante, sorte modestamente all'ombra dei templi, liberaronsi completamente dalla influenza di questi; e non restò più al sacerdote che prima in sè infeudava tutto lo scibile, che il monopolio dell'educazione scolastica, della morale e della carità; per ciò, rifiutando le non poche prove in contrario, tenacemente si aggrappava e faceva partecipare gli altri alla credenza della sua assoluta influenza su quelle.
Eppure, anche lasciandogli libero il campo quanto alla morale che interessa gli onesti, e solo però fino ad un certo punto, perchè ve ne sono molti, fedeli a una morale senza religione, e oramai sorgono da ogni parte società di etica pura scevra dai riti, poco possiamo confidare nella religione—come è intesa almeno nei paesi latini—per la cura del crimine.
«Gli è, per dirlo con Sergi[243], che la morale vera è istintiva: il senso morale è come il sentimento di pietà, che nessuna educazione forma, se vi ha insensibilità nativa.
«La religione è un insegnamento per precetti, i quali, come qualsiasi altro precetto morale, hanno una sanzione esterna e lontana dalla realtà della vita giornaliera; nè può rafforzare il carattere; l'indebolisce anzi perchè diminuisce la personalità fino all'estinzione sua nell'ascetismo.
«Si ha, quindi, la mostruosità di uomini che, essendo religiosi per la pratica esterna del culto, ossequenti all'autorità divina e chiesastica, sono immorali nelle loro relazioni sociali.
«Quindi è che il senso morale non si crea, se non esiste, non si sviluppa, se è appena rudimentale, per influenza religiosa o educativa di qualsiasi genere, intendo dire per mezzo di precetti e simili».
Vi è un lato solo della religione che può giugnere qualche volta a redimere il criminale, quando accendendolo di una violenta passione, come accade nelle religioni in istato nascente o nei popoli che avendo forti ideali li portano anche nella religione, vi soffoca, e soggioga o meglio distrae le prave tendenze—Delia ce ne dava un esempio bellissimo:
Delia, morta precocemente la madre, fu educata in convento con cura. Entra a 17 anni in una pensione di New York ove subito è sedotta da un giovane avvocato, sicchè dovette andare in un villaggio a sgravarsi; narcotizzata e poi stuprata da un prete, si diede alla prostituzione, divenne una ubbriacona, tre volte fu arrestata, fu rinchiusa in un riformatorio, finchè a furia di rifiutare il cibo ne fu rimandata peggiorata e divenne la compagna, prima, e il capo poi di una banda di ladri su cui esercitava una vera superiorità, e ciò per l'energia e l'immensa agilità muscolare. Si batteva contro i policeman, contro i gendarmi, contro i compagni, sicchè 7 volte venne presa dalla polizia; aiutava i ladri nei loro colpi, e sopratutto nelle risse coi gendarmi, ma non sopportava che battessero i più deboli, cui difendeva a rischio della sua vita. Era l'angelo dei malati, li portava nei suoi ripari e li difendeva da quanti volevano spogliarli.
Richiesta dai missionari protestanti di convertirsi, rispondeva che da mangiare ne aveva, perchè dell'oro ne trovava in tasca degli altri: i gendarmi la chiamavano Mistero, i suoi compagni l'Uccello bleu, per la sua preferenza per quel colore; il popolo la chiamava la prima attrice dei ladri di Moulberry. Una missionaria, madama Whittemor, andò il 25 maggio 1891 nella cava di Moulberry ove dimoravano costoro e tentò di iniziarvi un servizio religioso; ma essi, irritati come erano per l'arresto di alcuni compagni, non ne vollero sapere e si sarebbero anzi vendicati su di lei, se l'Uccello blu non l'avesse difesa, e accompagnata poi nelle cantine dell'oppio di Mat Strit, ove era la peggiore canaglia. Nell'accomiatarsene la missionaria le diede una rosa, su cui aveva fatto fondamento, semi mistico, o meglio romantico, che dovesse essere uno strumento di benedizione; cercò consegnandogliela di convertirla, senza riuscirvi. «Io (rispose ella) ho oramai commesso tanti peccati che più non mi è possibile di rimettermi« (aveva 23 anni).
Promise però che sarebbe andata alle sue sale. E infatti la sera andò a restituirle la rosa fatata: e confessò poi che aveva passata una giornata agitatissima cercando di annegare i dubbi nel vino; ma più beveva e più diventava padrona di se stessa: alla sera era disperata, essendosi accorta che il fiore donato sempre più sfioravasi; e andava rammentando i giorni in cui era pura come quella rosa, e i suoi anni giovanili perduti come i petali di quella rosa, e dichiarò ai suoi compagni che li avrebbe abbandonati. Andò alla missione dove venne ricevuta cordialmente, messa in bagno ed in letto poi. Quando la Whittemor la vide l'abbracciò e baciò stretta: essa rinculò prima, poi si mise a tremare e piangere: e quella dama pregò: «La povera fanciulla non ha bisogno che un po' di amore, Dio aiutami ad amarla«, e l'invitò a pregarlo insieme; ed essa pregò, e uno sguardo di gioia lampeggiò nei suoi occhi, abbandonò oppio, liquori e tabacchi, e subito chiese di poter catechizzare un certo Domel suo compagno carcerato, che divenne infatti il suo primo convertito.
Fu messa all'ospedale perché gravemente ammalata di tisi e forse di sifilide. Invitata, appena migliorata, a bere vino, ne sentì una grande smania, ma la vinse; guarita, catechizzava i suoi antichi compagni di Moulberry.
«Non vedete come son cambiata? Come fui salvata io, voi potete esserlo«; e tutti la seguivano piangendo: molti ladri si unirono alle sue preghiere e cominciò qualche ravvedimento.
Andò nel carcere di Auburn nella Pasqua, predicò davanti a 1500 carcerati. «O Gesù come sei buono, scriveva essa all'amica, pregate per me. Se avessi 12 vite e 12 lingue sarebbero tutte per lui. Che abbiamo noi guadagnato a servire il demonio? Prigione, miseria, sprezzo e malattie. I diamanti che ci mostra Satana non sono che vetro, i suoi abiti, cenci. Quando io era triste pure facendo tremare gli altri, era così paurosa che non potevo dormire senza una lampada al letto e non sapevo la mattina se la sera non avrei finito in carcere».
«Io mi ricordo quando una donna mi disse, Avete visto Gesù, ed io le rispondevo: Forse che si era prima perduto? Tanto più che odiavo le protestanti. La mia religione era di pura forma (cattolica).
«Se mi domandate com'è che io mi convertii vi dirò che fu un affare di tre minuti—il tempo di domandar a Dio di farlo».
Cento e più furono i convertiti da lei in 11 mesi.
Una notte sognò di sentire che Dio da lei pregato le dava in dono l'epigrafe: «Scelta e sigillata da Dio», e si fece porre quelle parole sul letto.
Morì di tisi entro l'anno—e tanto fu il rumore che sparse intorno a lei che dopo la sua morte ben 80 dei suoi complici divennero o parvero divenire onesti[244].
Non giuro per quest'ultimi, ma la conversione di Delia è sicura: ne è prova la trasformazione della fisionomia che è controllata dalla fotografia.—Ma prima di tutto: se si pensa che alla prostituzione e al delitto fu condotta dopo uno stupro mediante narcotico, che non vi fu precocità, che anche nel delitto si conservava protettrice dei deboli, essa appare più criminaloide che rea-nata. E ad ogni modo, l'istantaneità stessa della conversione (Fu, disse, un affare di tre minuti), sotto l'influenza della sensazione suggestiva, il fiore, che tanto qui agì come non di raro agisce nelle catastrofi amorose, la irruenza stessa che portò nella conversione, provano come qui la passione religiosa sostituiva le altre passioni.—Ma evidentemente tale caso strettamente individuale come l'altro che mi fu fornito dal Battisti; di un ladro e vagabondo e beone che sotto le prediche e gli esempi dei missionari di temperanza s'ascrisse alla loro schiera, tutto ad un tratto convertito[245] e vi perdurò, non potrebbero citarsi a proposito della cura della criminalità come è organizzata da noi, dove questi fecondi fanatismi non attecchirebbero.
Ricordando poi che questi miracoli avvengono più specialmente fra gli Anglosassoni e Svizzeri, par probabile che l'influenza, che noi attribuiamo qui alla religione, si debba alla razza ed alla peculiare civiltà che li porta a grandi ideali, a nobili fanatismi; tantochè aumentano sempre più; mentre col crescere della cultura decresce certo il sentimento religioso; ed infatti fioriscono contemporaneamente e ottengono eguali prove di nobile fanatismo le società per la Cultura etica senza religione (Pfungst, Ueber die Gesellschaft für Ethische Kultur, 1896).
«Nei paesi Calvinisti la religione (scrive Ferrero) recluta migliaia di fanatici, che sotto i nomi e le teorie più diverse si agitano febbrilmente non in onore di un rito ma per salvare le anime umane.
«Londra è la capitale di questi fanatici della filantropia; sono uomini o donne di tutte le classi e posizioni sociali, ricchi o poveri, istrutti o ignoranti, normali o matti, che si sono fitti in mente di guarire la malattia sociale e di sradicare dalla società una forma speciale di miseria e dolore. Uno si è preso a cuore i bambini torturati dai genitori; l'altro i vecchi diventati ciechi; un terzo i pazzi maltrattati nei manicomii; un quarto i prigionieri usciti dal carcere»
Ma nei paesi latini queste agitazioni non sono promosse perchè cadrebbero nel vuoto; la tradizione della carità amministrativa ed esercitata per mezzo dell'autorità pubblica o della chiesa è così forte e profonda che nessuno vuole occuparsi personalmente delle miserie sociali. Se i bambini sono spesso maltrattati nelle grandi città e se i giornali protestano energicamente scuotendo un poco l'opinione pubblica, questa domanda una legge dello Stato, che non sarà nemmeno applicata e se ne contenta: ma nessuno penserà a fondare società private, come ce ne sono tante in Inghilterra, che spiino i genitori crudeli e giungano in tempo a strappar loro di mano le piccole vittime[246].
«In Italia come in Francia non si riesce mai a determinare una grande corrente di protesta morale contro qualcuna delle più dolorose tristizie sociali: e le tempre entusiastiche ed attive devono cercare altrove un campo più adatto a spiegare la loro energia» (Ferrero. Vita moderna, 1893).
Vedasi, p. es., la Salvation Army[247], istituzione creata dal Booth, con forme esteriori mattoidesche, gerarchia militare, uniformi bizzarre, ma con intenti santissimi pienamente raggiunti: è una specie di setta che ha per iscopo di combattere colle armi anche le più strane il vizio e il delitto e di prevenirlo. Essa lotta contro l'alcoolismo con meetings, con alberghi di temperanza a buon mercato, con elevators in cui sono accolti benignamente i salvandi anche se ricaduti più volte e con specie di cucine popolari che han distribuito nel 1895 3.396.078 pranzi; combatte il vagabondaggio coi dormitori che ricoverano ogni notte più di 4100 individui in media per 1 penny fino a 6 secondo i comodi che si desiderano; chi non ha denaro può però guadagnarne sul posto, lavorando qualche ora per conto della Società.
In questi dormitori sono tenuti la sera dei meetings a cui partecipano, se vogliono, gli ospiti, e dove si fa la maggior retata dei salvandi. Là, sono informati di tutti i mezzi che si possono offrire loro, per tirarli su dalla vita che fanno; se lo desiderano, sono iscritti agli uffici di collocamento, che trovarono impiego, nel solo 1895, a 19.372 persone, o ammessi negli elevators, stabilimenti speciali, in cui sono adibiti a un lavoro retribuito, o vengono ammaestrati in un mestiere, se non ne conoscevano alcuno, finchè possano essere collocati o privatamente o nelle fattorie-villaggi della Salvation Army, mantenendosi in relazione colla casa per 4 anni. Questi elevators in un solo anno, nel 1895, hanno protetto e mantenuto 3275 individui.
Pei carcerati la Salvation Army tiene conferenze in molte carceri del regno e ne arruola i migliori perchè non restino troppo scoraggiati al loro escire, come soldati nelle sue file; parte poi ne ammette in uno stabilimento speciale, che ne ha custoditi in un anno circa 516, dove è tentata la loro educazione morale e pratica, dove vengono ammaestrati in un mestiere, e da cui passano poi agli elevators, e quindi alle case private, alle citate fattorie, ecc.
L'armata possiede poi 84 uffici speciali, slums offices (uffici pegli stracciati), per far la guerra corpo a corpo contro il vizio; i cui ufficiali hanno visitato in un anno circa 58.723 famiglie povere nelle case private, e 15.702 persone nelle Public-houses, e 7500 nelle Lodging-houses, assistendovi ben 3887 malati: essa possiede dormitori e istituti speciali pei bambini; che vengono spediti il più presto possibile alle colonie in Australia.
Per le donne l'armata ha 9 dormitori speciali e 13 Rescue homes (che strappano le donne proprio quasi materialmente fuori dalle bettole e dalle Lodging-houses) e ne impiega 1556 a un lavoro a lor scelta, e dopo qualche tempo le manda in case private o nelle fattorie della Salvation.
Strano è come questi nuovi soldati della carità arrivino dappertutto senza alcuna traccia di violenza: le loro case, gli elevators, le fattorie sono aperte; vi entra chi vuole e chi vuole esce, e se esce e poi rientra è sempre accolto come il figliuol prodigo con libertà perfetta ed intera.
E altrettanto dicasi dei Wellesleiani.
Dopo che uno di questi, Mearns, rivelava con un'inchiesta gli orrori della Londra povera, si gettavano a corpo perduto a convertire i viziosi, gli alcoolisti[248].
Hugues, uno dei loro grandi apostoli, predicava: «Noi non dobbiamo occuparci di salvare le anime tanto da dimenticarci di salvare i corpi», e colla voce della convinzione più calda trascina centinaia di persone che si dichiarano convertite e li consegna al pastore.
Scelgono le ore in cui più gli uomini pericolano, le ore sociali come essi li chiamano, dalle 9 alle 11, e li invitano a serate in cui loro dànno lauti trattamenti, musica, canti, si mettono in relazione con loro e li trascinano a firmare il giuramento di temperanza; armano squadre per visitare i luoghi più infetti, le osterie, e formano gruppi di sorelle che invigilino e salvino le donne pericolanti.
Una di quelle vede un giorno una ragazza trascinata alla bettola da un uomo vizioso, e la affronta e le dice: «Su, ricordati che sei donna« e la bacia in fronte, e l'altra commossa fuggendone le risponde:—Non entrerò mai più in una bettola, ma raccoglieteci sempre alla sera, così non cadremo in peccato.
Nell'Associazione protestante per lo studio pratico della questione sociale trovi i partigiani alla partecipazione degli operai ai lucri del capitale ed all'assicurazione degl'infortuni del lavoro, trovi Lord Schaftesbury, che trasformò le condizioni dei minatori in Inghilterra[249].
L'Ordine dei Buoni Templari fondato a N. York nel 1852 e la Croce Bleu, fondata a Ginevra nel 1877, contano l'uno 500.000 e l'altro 10,000 membri, da cui solo si esige di astenersi da ogni bevanda fermentata per un determinato periodo di tempo: 15 giorni, 1 mese. E vi riesce.—Ed è così che si spiega che nei paesi protestanti, specie Svizzera ed Inghilterra, l'alcoolismo va diminuendo mentre cresce nei cattolici (Vedi Atlante).
Ottennero altrettanto i nostri Salesiani, le nostre buone Suore?
Per ottenere questi risultati, per cercarli, anzi, ci vuole un grado di idealità a cui non giungono le vecchie razze, che si sfogano e si cristallizzano nei riti, e mettono capo ad un dittatore, ad un individuo, per cui la giaculatoria, l'adorazione d'un uomo, sia esso papa, generale dell'ordine o santo, o semi Dio, o, anzi, parte del suo corpo, costituiscono il massimo del parossismo.
Ciò ho indirettamente dimostrato coll'esporre uno accanto all'altro i miracoli ed i meriti di D. Bosco e quelli del dott. Barnardo. Da noi vediamo divenire utili contro il delitto alcune poche individualità, quando a guisa di frammenti planetarii, sono dissidenti come Lazzaretti, o almeno eccentriche dalla orbita della Chiesa, come Don Bosco, S. Francesco d'Assisi, i quali costituiscono pel momento una vera religione nuova, viva, palpitante e che in breve formerebbero un scisma, se non vi pensasse a tempo, volta per volta, la potente piovra di Roma. Perciò un santo come il D. Bosco, e come vogliamo crederlo, fino a prova contraria, il Bartolo Longo non sorge senza aver trovato ostacoli da tutte le parti, perfino in quelle autorità ecclesiastiche che dovrebbero porli sugli altari; perciò per quanto vogliano cogliere la modernità, non vi giungono che a mezzo; e piuttosto che indirizzare i derelitti in larga scala nei mestieri più utili, organizzando emigrazioni, dissodamenti di terre come il dottor Barnardo, essi riescono a grandi e ben diretti conventi ed a convertire dei vagabondi in preti o in quei cultori delle scuole classiche che poi sono nuovi spostati. Sono santi, insomma, di un'epoca che non è la nostra, la cui opera, per quanto vasta, è impari alla grandezza dei bisogni, e troppo di raro va alla radice del delitto; e per quanto ammirabili per genio e santità devono nei loro moti uniformarsi al moto del pianeta maggiore, e mostrare d'avere più a scopo il trionfo del rito, del Dio di Roma che della virtù, se no sono soppressi;—così uno dei massimi scopi di D. Bosco era di creare dei preti salesiani—come di B. Longo (che si firma, notisi, conte, commendatore) di onorare la Madonna di Pompei. Che se coll'offrire ed insegnar ai derelitti un mestiere, con una educazione certamente morale essi certo giovarono a impedirne la trasformazione in veri criminali dei rei d'occasione, non salvarono il vero criminaloide, nè il criminale nato.
E così dopo molte richieste non potei raccogliere dall'opera di D. Bosco del delitto che questi esempi di redenzione: «Nel 1848, i genitori d'un povero ragazzo, potevano meritatamente chiamarsi suoi persecutori: i maltrattamenti erano quotidiani, e sovente, dopo avergli logorata tutto il giorno la vita, gli facevano soffrire la fame. Egli frequentava l'Oratorio, ma loro malgrado. E un giorno il padre rinforzò la proibizione con uno schiaffo. Il povero ragazzo, temendo di peggio, fugge verso l'Oratorio. Ivi arrivato fu sorpreso dal timore che il padre gli tenesse dietro e il venisse a trar fuori; per la qual cosa invece di entrare in casa si arrampicò ad un gelso, e vi si nascose tra le foglie. Ed ecco spuntare i suoi genitori i quali minacciarono D. Bosco di ricorrere alla questura.—Fate pure, rispose loro il Sacerdote, ma sappiate che ci andrò anch'io, e saprò svelare le vostre virtù e miracoli, e se in questo mondo vi sono ancora leggi e tribunali, voi ne subirete il rigore.—Per quell'anno il giovanotto fu applicato ad imparare l'arte da legatore da libri, ma in appresso D. Bosco, conosciutone l'ingegno svegliato e l'indole buona, lo destinò agli studii, facendogli scuola egli medesimo d'italiano e di latino. Ricevette lezioni di piano-forte da D. Bosco, e riuscì buon suonatore d'organo, e il suo braccio destro nelle partite e feste musicali. Ora occupa un posto ragguardevolissimo nel clero torinese». Ma come è chiaro non era nemmeno un criminaloide, era un maltrattato. I Salesiani mi aggiunsero poi che la massima parte dei giovani indisciplinati, con tendenza al furto e alla menzogna migliora o anche si corregge: ma che li respingono se persistono. Mi citarono però un giovane che aveva commesso atti sanguinarii in famiglia; e che dopo qualche mese era migliorato, e di un ragazzo di Torino incline talmente al furto che si dovette restituirlo alla famiglia: egli rubava, senza potersene trattenere, anche cose che sapeva non gli giovavano a niente. Noto poi che in alcuni predisposti la clausura, la vita conventuale provoca a sua volta come notammo dei nuovi delitti (inversioni sessuali, truffe), e poi non permette che il giovane slanciato nel mondo abbia forti a sufficienza le ali per lottare contro il male.
S'aggiunga infine che per quanto verniciato e mascherato il rituale, la formula liturgica s'impone in quegli istituti fra noi più di tutte le norme per la vita.
Negli orfanotrofi di Francia, scrive Joly, si bada sopratutto agli interessi religiosi dei bimbi e si classificano in confraternite e non si dànno ad un mestiere (Joly, Le combat contre le crime, p. 91).
Anche Roussel fa notare che la carità congregazionista di Francia è tutta rivolta alle ragazze, sicchè i maschi abbandonati non hanno altra risorsa che il carcere e i riformatori correzionali; e che di più gli asili cattolici quasi mai accolgono gli orfani illegittimi; e che mentre i protestanti cercano di mettere in luce le proprie organizzazioni, essi cercano di sfuggirla e non vogliono aver rapporti che col vescovo e con Roma; e molte cercano di lucrare col lavoro delle minorenni, nè le pongono in condizione di guadagnarsi il pane perchè non li mettono in cognizione di un mestiere, ma di una parte di un mestiere.—Gli allievi degli orfanotrofi crescono senza pratica al mondo e incapaci di crearsi un avvenire (Roussel, Enquète sur les orphelinats, 1882).
Nè la cooperazione del pubblico è nella carità latina diretta, continuata, quasi, in associazione col fondatore e al più è solo di denaro e non di prestazione personale e attiva, e quindi meno interessata e meno efficace: e l'azione dei grandi apostoli è tutta subordinata alla influenza personale e ieratica di un dato individuo che ne ha tutti i meriti come tutte le responsabilità, ma che sparendo lascia un incolmabile vuoto.
Concludiamo: maggiore è la differenziazione nella carità Anglosassone; e la cura di salvaguardare la fierezza umana, di servirsi dell'opera del povero, di rendere insomma cooperativa e mutua la carità invece che conventuale, e la tutela sopratutto pel bimbo ancora nelle fascie che è appena ricordato nella razza latina o tutt'al più nutrito, certo mai educato.
Qui intere sètte, o meglio gruppi religiosi come la Salvation Army, come i Battisti si propongono la redenzione dal vizio, la prevenzione, per es., degli alcoolici, la tutela del bimbo, come lo scopo ultimo, unico della loro vita. E se un uomo molto vi può influire, come Booth e Barnardo acutizzando col genio e coll'ispirazione il modo di trovare a ciò i mezzi migliori, esse possono farne a meno perchè è la legione intera che lavora, e per lo stesso suo numero e per lo stesso suo entusiasmo suggestiona il pubblico.—Quindi non le religioni son qui benemerite, ma alcune religioni—meglio alcune razze.
Tuttavia, date come sono le condizioni nelle genti latine, noi dobbiamo segnalare gli istituti come i Salesiani, le Suore ecc., come i soli non ufficiali che aiutino davvero in qualche modo senza violenze a salvarci dal delitto, mentre tutte le altre istituzioni governative non fanno che aggravarlo.
CAPITOLO VI.
Contro i danni dell'Istruzione.—Educazione.—Riformatorii ecc.
È certo che tutte le vecchie esagerazioni sull'influenza benefica dell'istruzione sono svanite: ma pure siccome una non iscarsa essa ne esercita specie sull'indole meno feroce dei reati la non deve porsi in non cale, nè d'altronde si potrebbe: poichè i congegni della civiltà per sè stessi ci s'impongono non solo, ma, anche nostro malgrado, procedono avanti. A questo, ad ogni modo, dobbiamo provvedere che l'istruzione non aumenti l'abilità criminosa nei reati nè fornisca così, come ora accade, ai rei, nuove occasioni e mezzi a delinquere.
Scuole.—Prima d'ogni altro si devono sopprimere le scuole carcerarie che abbiamo visto (p. 133) favorirvi le recidive e somministrare a spese degli onesti nuove armi pel crimine.
Viceversa cerchiamo estendere al massimo numero di individui onesti l'istruzione, perchè vedemmo che dove essa è più diffusa, corregge i proprii danni (v. s.).
Cogli esercizi ginnastici, marcie e danze all'aria aperta[250], irrobustendo e distraendo piacevolmente i corpi, preveniamo le tendenze all'accidia, alla precoce od abnorme lascivia, più che con ogni precetto; quest'ultima anche col scegliere maestri fra donne ed uomini maritati e sopprimendo collegi, conventi e frati.
E quando nelle scuole elementari s'infiltra un criminale-nato, si deve sequestrarlo da questo e impedirgli un'istruzione che sarebbe dannosa a lui ed alla società e iniziarne per lui una speciale che assecondando alcune sue tendenze lo rendano meno nocivo: indirizzandolo, p. es., allo sport, alla marina, alla caccia, in mestieri che ne soddisfino le prave passioni, quali la macelleria per i sanguinari, lo stato militare, che è spesso una macelleria ufficiale, o il circo per gli atletici, sviluppando in questo senso la sua vanità; esso deve essere educato in modo di apprendere appena quanto possa essere utile a vivere, senza perfezionarsi nelle arti che potrebbero esserci pericolose; ricordiamo come molti rei-nati (pag. 134) ebbero a confessarci quanto l'istruzione giovò loro, o quanto avrebbe potuto loro giovare nel male, e tanto più ora nelle nostre condizioni politiche per cui i criminali-nati istrutti hanno più facile accesso al potere che non gli onesti, grazie alla corruzione, alla violenza, all'intrigo, alla truffa che tanto vi influiscono. Quanto sangue e quante sventure non sarebbonsi risparmiate all'Italia e alla Francia se Napoleone, Boulanger, Crispi fossero stati analfabeti.
Nè devonsi dimenticare i tentativi di cura: dopo la suggestione morale dovrà tentarsi la ipnotica, che in quella età ha il massimo dei successi; e, siccome la base delle tendenze criminose è sempre l'epilessia, dovrà usarsi la cura interna che si usa per questa: bromuro, cocculus, specie se vi è vertigine, e le cure dell'omeopatia che pare abbiano ottenuto qualcosa, in alcuni casi, per es. cuprum metallicum negli accessi notturni e periodici con predominio di spasmi tonici e quando l'accesso è preceduto da aura ben distinta; plumbum, con residui fenomeni paralitici e accessi di lunga durata che si vanno accorciando, color terreo della cute, aura ben distinta, cefalea frontale, coliche; belladonna, nei casi recenti con spiccata iperemia cerebrale; opium, accessi notturni degli epilettici; secala se gli accessi incolgono spesso e si succedono l'un l'altro; nux vomica alla 200 nei figli di alcoolisti; phosphorus e cantharis nelle tendenze oscene; rana bufo, o phosphorus acidum e digitalis sugli onanisti, silicea, calcarea: sulphur negli scrofolosi.
Nella tendenza al furto si consiglia pulsatilla e sulphur; nelle tendenze all'omicidio, belladonna, mercurium, nux vomica, agaricus, opium, anacardium; nelle tendenze sessuali hyosquiamo phosph. veratr. e cimicifuga.
La misura capitale dell'isolamento preventivo dei criminali, è resa immensamente più facile, ora, dalle conoscenze di antropologia criminale: poichè i caratteri fisionomici e craniologici uniti ai biologici e agli eccessi nelle tendenze al mal fare rendono più facile anche nelle mani del maestro il distinguere la criminalità sempre più progrediente e incurabile del reo-nato da quella temporaria e quasi generale del fanciullo (Vedi Vol. I, cap. II e III).
Dal primo studio che sia stato fatto in proposito in Italia (Studi antropologici in servizio alla pedagogia, Vitale Vitali, 1896) appare che su 333 scolari esaminati 43, ossia il 13% aveva anomalie craniane gravi. Ora di questi anomali 44% erano poco disciplinati o indisciplinati; mentre degli altri giovani a cranio normale solo il 24%, quasi la metà, era poco o nulla disciplinato. Dei primi: il 23% aveva poca intelligenza od ottusa e il 27% inerte; dei secondi: l'11% intelligenza ottusa e il 10% inerte, mancando di ogni profitto 2% di questi e il 9% degli altri.
Dei 43 anomali 8 si lagnavano di dolori e calore alla testa, di incapacità a persistere nel lavoro, e 12 avevano impulsività colleriche e impossibilità di contenersi: 6 avevano mancanza di senso morale, insistendo senza alcuna ripugnanza a commettere gravi infrazioni[251].
L'isolamento, in tali casi (4%), mentre servirà a tentare un salvamento con metodi nuovi di cura e di pedagogia del reo nato nella sola epoca in cui è possibile, impedirà certo il suo perfezionamento nel male, e quello che più importa, il suo pernicioso contatto cogli altri: impedirà che da un pomo congenitamente malato si guastano centinaia di sani.
Nè questa idea che ho creduta nuova per quanto capitale[252] nella cura del delitto, è poi nuova nelle sue applicazioni.
Nell'Inghilterra quando un ragazzo o manca alla scuola, o vi si conduce male, in seguito a un regolare giudizio, è chiuso nella scuola dei refrattari—trouant's schools.
Benchè l'abito non faccia il monaco, si procura di dargli immediatamente, dalla testa ai piedi, la sensazione di una nuova vita; perciò è pettinato, o meglio rasato, lavato, disinfettato e rivestito di panni puliti. Viene poi collocato in una squadra ed obbligato al silenzio tutta la settimana salvo la domenica, e a tutti i servigi interni e ai lavori di sartoria e calzoleria, che si alternano con ginnastica e esercizi militari. I piccoli reclusi sanno che da loro stessi dipende il riconquistare la libertà in un tempo più o meno lungo, poichè possono restare nella scuola dagli 8 a 14 anni. Generalmente, e per la prima volta, questa scuola forzata non dura più di 8 settimane: trascorso questo tempo, il fanciullo vien rilasciato con l'ammonizione di frequentare le scuole ordinarie. Di questi liberati o licenziati, il 25 o il 30% mancherà alla promessa e si farà rinchiudere un'altra volta, per quattro mesi e, quando ci ricaschi una terza volta, per sei. Finalmente, se è necessario un trattamento morale più prolungato, vengono mandati in una Scuola Industriale, od in una Scuola di riforma.
Si noti: che lungi dagli accumuli informi che si fauno da noi, nei riformatorii, essi si dividono in piccoli gruppi: si separano i viziosi dai criminali e dai semplici rei occasionali; scemandovi almeno in parte quei danni che sempre provoca l'accumulo in questi istituti, e per cui è preferibile quanto più si può spedirli in baliatico nelle famiglie.
Aggiungo che se codesti istituti qualche volta riuscirono, è anche perchè abituano il giovinetto a un qualche lavoro continuato, sia pur leggero, ma ritmico, regolare, da cui rifugge ordinariamente il criminale-nato, che quindi, se è tale, vi si ribella e così meglio ci permette selezionarlo dagli altri.
Io credo che per quanto mal organizzate, in questo senso, giovano le nostre scuole perchè col lavoro continuo facilitano il passaggio di quella che noi chiamiano subcriminalità fisiologico-infantile alla onestà fisiologica ed additano invece i non adatti, i veri rei-nati. Certo è per questo che le così inutili scuole arabe, chinesi, tibetane che si risolvono in teologie metafisiche o esercitazioni automatiche, pur riuscirono utili alla morale.
Ma perchè la scuola riesca utile, non più negativamente, ma attivamente, bisogna mutare la base della nostra educazione, la quale coll'ammirazione della bellezza e della forza vi mena all'ozio, alla indisciplinatezza e alla violenza.
Noi dobbiamo porre quindi in prima linea le scuole speciali pei lavori agrari, e nelle altre scuole tutte dare il primo posto al lavoro manuale, che sostituisce qualcosa di pratico, di esatto ai miraggi nebulosi dell'antico: e questo unito a fortissime tasse universitarie ci salverebbe da quel diluvio di spostati[253], che noi colle nuove facilitazioni universitarie aumentiamo ogni giorno.
«Finora la scuola (scrive Sergi) ha discusso come si debba insegnare l'alfabeto e come si debba insegnare a scrivere più presto, come si debba sviluppare la mente, seguendo questo o quel metodo, quali materie valgano per gli studi di preparazione o di coltura; ma non ci dà alcun indizio per dirigere i sentimenti nostri e le nostre tendenze, se togli il catechismo nelle scuole infantili.
«L'educazione è come l'igiene per la conservazione della salute: chi deve presiedere all'igiene, darne i precetti, curare, dovrà conoscere le funzioni sane e le alterate, e che cosa possa alterarle e come guarentirle dalle alterazioni.
«Così l'educatore; egli dovrebbe conoscere la natura dell'animo umano, come opera e agisce individualmente e nella società; dovrebbe sapere quali cause organiche possano alterare le manifestazioni, e quali cause esterne e sociali possano far deviare le funzioni normali. I nostri educatori non sono istruiti a questo scopo, ed entrano nelle scuole per istruire ed educare i nostri figliuoli, senza alcun concetto determinato del fine difficile che devono conseguire. Ogni piccolo essere umano che va a scuola, è un problema a varie incognite, e pure si considera come un problema risoluto!
«Invece di aumentare il numero delle scuole classiche, riducetele al minimo numero, e trasformate tutte le altre in iscuole per comercio, arti e mestieri, in iscuole professionali, in iscuole pratiche secondo le esigenze della vita moderna; e dentro vi metterete la scuola per la mente, la scuola pel carattere, la scuola per la vita giornaliera: colà inculcherete l'abito al lavoro, che per sè medesimo è educazione efficacissima.
«Quando vi saranno scuole numerossime di arti e mestieri, il lavoro manuale sarà nobilitato, mentre oggi comunemente chi vuol apprendere un mestiere, bisogna vada a servire presso un capo d'arte, e imparerà soltanto per pratica e più o meno male.
«E capitalissimo scopo di ogni scuola sia l'educazione del carattere, da cui tutta la condotta umana dipende; fortificarlo ove trovasi vacillante, crearlo ove ancora non esiste, dirigerlo ove manca la guida. Se non si ottiene l'educazione del carattere, non si otterrà nulla da ogni scuola e da ogni istituzione»[254].
Educazione in famiglia.—Ma qui assai più del maestro può la famiglia. Nelle fiere e nei mercati—osserva Galton—»il contadino sagace che vuol comprare un vitello giovane non si lascia abbindolare da ciarle di sensali o di venditori; esamina e antivede da sè la riuscita che la bestia farà e la mette a prezzo in ragione dei benefizi che gli si attende. Ma della riuscita dei nostri giovani noi ne sappiamo assai meno. Nessuno si è curato mai di conoscere il rapporto fra i successi della scuola, coi successi e gl'insuccessi della vita, nessuno ha mai investigate le relazioni fra le energie fisiche, etniche, tipiche di un giovane colle contingenze e gli accidenti inattesi della vita del futuro cittadino[255].
A questo giova, più di tutto, l'occhio della famiglia che invece da noi crede potersi scaricare sulla scuola per le cure educatrici, mentre invece il maestro, che del resto non vi potrebbe riescire stante il gran numero di soggetti che ha alle mani, crede se ne incarichi la famiglia restando così inerti amendue nell'obbiettivo che più previene il delitto.
Il pubblico delle famiglie ignora che nella integrale che ci darà lo stato e la destinazione del figlio, la vocazione e le attitudini entrano come esponente, e la spreparazione intellettuale come coefficiente: la famiglia ignora che per ottenere la integrazione occorre unione e continuità di forze, non esclusa, ma anzi contata, come potentissima, quella che dovrebbero arrecare volenterosi e solleciti i genitori.
«Con un liceo in città o nel paese vicino, con qualche sacrifizio pei tre anni d'università si garantiscono dal lavoro materiale i lombi dell'onesto borghese, come quelli del patrizio, e una bella posizione è assicurata, poco importa se in questa o in quella carriera, nella magistratura o nel giuoco del lotto» (Idea liberale, 1896).
«Interrogate le mogli loro perchè non abbiano avviato nessuno dei figli ad un'arte manuale, e vi risponderanno con una certa espressione di dignità offesa: Ma e perchè paghiamo tante tasse e abbiamo le scuole, allora?...» (Id.).
Dire a quelle buone mamme che i Della Robbia e Palissy erano vasai; che Vatel faceva il cuoco, Cellini l'orafo, Donatello l'intagliatore in legno, Garibaldi il marinaio; dirle che un popolo di camerieri e di garzoni di bottega trova onorato pane e fortuna in tutte le parti del mondo purchè sobrio ed onesto; che un popolo di mercanti lanaioli dette alle arti il Rinascimento e imprestava denari ai re di Inghilterra; tutte queste argomentazioni approderebbero a poco con quelle buone mamme e con quei bravi babbi. E una volta sbagliate le premesse, si va diritto alle conseguenze che sono il pullulare di tanti spostati.
Eppure ci vorrebbe così poco per riescirvi. «I figli di una donna colta, scrive Garofalo[256], e secondo i casi, affettuosa o severa, sono abituati a spiare nell'occhio di lei l'approvazione e il biasimo di ogni loro azione. Quale pena può per loro essere maggiore del rimprovero addolorato che farà la madre al bambino che le mentiva, che ha fatto del male a un coetaneo? Quel bambino, di mese in mese, di anno in anno, acquista così ciò che potrebbe dirsi l'istinto negativo della falsità, del furto, della crudeltà; una ripugnanza organica, una avversione fisiologica, per cui il delitto non sarà per lui possibile. Ecco allora risoluto il problema educativo.
L'antropologia criminale ci apprese (Vedi Vol. I) che, vista la temporaria criminalità comune ai bimbi, non conviene troppo spaventarsi (nè chieder quindi repressioni dure e severe) degli atti criminosi dei fanciulli, quando non siano eccessivamente ripetuti e quando non s'accompagnino ai caratteri antropologici della criminalità.
L'evoluzione verso il bene ha luogo in ogni modo nell'uomo sano—come la trasformazione delle forme inferiori nel feto man mano che diventa infante—; solo la cattiva educazione se stimola attivamente gli istinti malvagi che sono in pieno slancio nell'infanzia, può fare in guisa che, invece di mutarsi e' diventino abituali; Spencer c'insegna anche nel suo mirabile libro Sull'educazione che altrettanto male fa un'educazione troppo severa, la quale irriti il fanciullo e non lo convinca dei suoi torti, un'educazione che non segua, cioè, l'istinto naturale del fanciullo, che voglia ottenerne più di quanto esso possa dare, che dimentichi l'immensa influenza della simpatia, per cui anche noi adulti proviamo assai più dolore di aver offeso una persona simpatica che con una antipatica: ciò ci dà modo di ridurre le correzioni a forme mitissime eppure più efficaci, perchè consone alla sua indole: per es., quando un bambino abbia sciupato un oggetto caro, dobbiamo comperarglielo a sue spese, diminuendogli una leccornia, o quando abbia disordinato la casa coi proprii balocchi, farglieli rassettare, il che gli mostra, nel medesimo tempo, le conseguenze del suo fallo; lasciarlo perciò anche incontrare lievi graffiature, scottature, ma avvisandonelo prima; e quando non obbedisca ai nostri ordini, punirlo col dimostrargli minore simpatia, ma non trascendere in ira: poichè un'ira anche breve è sempre nociva tanto al padre quanto al figlio: nel padre perchè in fondo è un resto di vendetta, e nel figlio perchè considerata come tale fa nascere una reazione dannosa; mentre occorre che il giovane si corregga piuttosto naturalmente da sè che non costrettovi dalla violenza del correttore. Si impedisca piuttosto che favorire, come dai più si fa, nel fanciullo l'associazione d'idee costante fra le azioni malvagie e le punizioni, per cui, cessato il freno del maestro e dei genitori, essi non hanno più paura a commetterle. Causa questa per cui spesso i figli delle persone troppo rigide nei costumi, giunti all'età adulta e fatti liberi, commettono maggiori mancanze e finanche delitti dei figli dei genitori men severi.
Psicologia applicata ai riformatori.—Queste ragioni doppiamente servono quando si tratti del criminale minorenne, così facile all'ira, alla vendetta, a prendere anche ingiustamente in mala parte le correzioni: esso è già crudele per sè, lo diventa di più naturalmente nelle case di correzione per l'imitazione degli altri, per la gloria del fare il male e per la reazione molte volte giusta alle punizioni, le quali se spesso sono in rapporto col bisogno di far andare correttamente un grande stabilimento, non lo sono però colla gravità dell'azione commessa, nè coll'età di chi la commette.
E poi come si può destare nel fanciullo simpatia verso il correttore quando questo non può avere che fugaci rapporti con esso, e il più spesso, anzi, solo in occasione di infliggergli pene? E come può egli tenerlo d'occhio giorno per giorno, in modo da mutarne le abitudini, quando si tratta di centinaia d'individui che appena vede fugacemente? E poi, come evitare quel pericolo massimo che sorgano nuove occasioni che conducano al male, quando il contatto con tanta gente cattiva, gloriosa della propria malvagità, ne farebbe destare dei nuovi anche ad un onesto, e ciò nell'età in cui sorgono e vegetano rigogliose di più queste idee?[257].
Si ha un bel suggerire nei Riformatori delle suddivisioni nuove: ma è già molto se si attuano quelle per età e per la causa del ricovero. Chi è che si sogna di dividere dagli altri, e all'uopo isolare almeno fuori delle ore di lavoro, i masturbatori? gli irosi impulsivi? i psicopatici sessuali? i ladri? i tormentatori d'animali? E anche volendolo, come lo potrebbero, se quasi tutti, anzi tutti, qualche prava speciale tendenza l'hanno, senza di che non sarebbero stati ricoverati?
Eppure qui sta uno dei punti più salienti del problema.
Un naturalista collocò in un acquario, divisi fra loro da un vetro, dei carpi e dei piccoli pesci che essi erano soliti mangiare; sulle prime si gettavano sul vetro per abboccarli, ma dopo, visti inutili i tentativi, cessarono. E dopo anche tolto il vetro, convissero senza attaccarli più. È l'abitudine che li fece divenire innocui se non innocenti. Così il cane coll'abitudine e coll'educazione finisce a non rubare.
È con questo metodo che si devono curare i criminali-nati, e non solo coi bagni e la ginnastica, e, peggio, colle punizioni feroci, che nulla possono sulle abitudini morali.
Quando si voglia far di istituti correzionali un luogo di cura, cosa difficile se non impossibile, dobbiamo lasciare da banda l'istruzione alfabetica, che riesce quasi sempre dannosa perchè facilita ai rei i mezzi di comunicazione, cui il reclusorio dovrebbe troncare, e fornisce nuove armi al delitto; al più si deve impartirla, al pari della ginnastica e come alcuni lavori obbligatorii senza scopo, per sviluppare quell'energia del corpo e della mente che manca quasi sempre in costoro, in cui suprema tendenza[258] è l'accidia; ben più ci conviene invece innestare in essi le cognizioni pratiche sui mestieri utili, sulla merciologia, sull'agraria, la fisica applicata, come si fa, per esempio, in Svizzera. A queste si alterneranno nozioni di disegno, di colorito. Ma più ancora della mente dobbiamo educare il sentimento; e qui bisogna ricordarsi che, come ben dice Sollohub, la virtù non si fabbrica artificialmente; che si ottiene molto più basandosi sugl'interessi e le passioni degli uomini che sulla loro logica; che l'uomo si può spogliare dell'esistenza ma non delle passioni; che tutti, anche i tristi, hanno bisogno di avere nella vita un interesse, uno scopo; ch'essi possono essere insensibili alle minacce, alle paure ed anche ai fisici dolori, ma non alla vanità, al bisogno di distinguersi sugli altri e più che tutto alla lusinga della liberazione; sono inutili, quindi, le prediche o le lezioni di astratta morale, bisogna invece interessarli nel bene, o con vantaggi materiali come la diminuzione graduale delle pene; o col far leva sulla vanità loro. Quindi i bei risultati che si ottennero coll'istituire una specie di decorazioni e coi punti di premio o di biasimo inscritti sull'album; col passaggio, a seconda dei meriti, in categorie privilegiate, che hanno, p. es., il permesso di portare barba od i comuni vestiti, di adornare la cella con piante o pitture; di ricevere visite, di lavorare a proprio vantaggio o della famiglia, in fino a quello, sospiratissimo, della temporaria libertà[259].
Ottenere la libertà è il sogno, la preoccupazione continua di costoro. Quando vedano una strada aperta, più sicura e possibile dell'evasione, vi si gettano subito; faranno il bene, solo per ottenerla, ma intanto lo faranno; e siccome i moti ripetuti diventano una seconda natura, potrebbe esser che vi si abituassero. Perciò, quindi, bisogna abolire il diritto di grazia che dà lusinga di ottenere l'uscita, non per i meriti propri, ma pei favori degli altri[260].
E bisogna (dice assai bene Despine) rilevare i rei ai loro propri occhi, far loro comprendere che possono riacquistare la stima del mondo, inspirare il bisogno di diventare onesti col mezzo di quelle stesse passioni, che se fossero lasciati a loro stessi li farebbero diventare peggiori. Despine, Elam, De Metz, Moutesinos, Brockway[261] calcolavano tanto sull'influenza del loro punto d'onore, da lasciarli quasi liberi al lavoro sulla parola, ed uomini feroci, cui 20 guardiani appena avrebbero bastato a frenare, non sognarono pur di fuggire o al caso ne furono impediti dai compagni.
Ferrus racconta come un ladro diventasse galantuomo, vedendosi affidata la guardaroba, a bella posta, dalla suora delle carceri.—Un condannato, ozioso, era insopportabile per l'eccessiva violenza; gli si dette la sorveglianza di un gruppo di condannati e divenne il più docile di tutti.
Un giorno un detenuto di Citeaux, condannato coi compagni a vuotare dei cessi, gettò la vanga imprecando contro il direttore Alberto Rey; questi, senza far motto, prese lo strumento e si mise a lavorare in sua vece; lo sciagurato, colpito da questa nobile lezione di morale applicata, riassunse, commosso, il lavoro e vi permase. Questi esempi ci mostrano ancor meglio la via, con cui noi possiamo curare ed educare costoro, cioè col fatto più che colla parola, colla morale in azione più che colla dottrina teorica.
Una disciplina energica, certo, è necessaria con essi, come in tutte o più che in tutte le comunioni d'uomini, tanto più che i castighi troppo tenui facendo minor effetto, si devono replicare e portano più danno dei pochi, ma energici, onde Auburn che conserva la frusta ha minor mortalità di Filadelfia che l'aboliva; ma l'esagerazione della forza, del vigore è forse più perniciosa che utile; il rigore li piega, non li corregge, li irrita e ne fa degli ipocriti.
Anche adulti i rei devonsi considerare come fanciulli[262], come malati morali, che si curano con dolcezza e con severità, ma più colla prima che colla seconda, perchè lo spirito vendicativo, la facile reagibilità fa loro credere ingiuste torture anche le più lievi punizioni, quindi anche il troppo rigore nel mantenere il silenzio si trovò riescire dannoso alla stessa morale.—Un vecchio detenuto diceva a Despine: «Quando ella chiudeva un occhio sulle nostre mancanze, si parlava di più, ma quasi sempre senza venir meno alla morale: ora si parla poco, ma si bestemmia e si cospira».
In Danimarca, quando si usava nelle carceri il massimo rigore, si contava un 30% di mancanze, ora, con leggi più miti, le infrazioni disciplinari discesero al 6%.
E giova accoppiare il sentimento della vanità a quello della giustizia, che come abbiam veduto (Vol. I) è in essi assai vivo quando non sia soffocato dalle men nobili passioni, con che si ottiene di mantenere la disciplina e raddoppiare il lavoro, e ciò: facendo giudici i detenuti delle mancanze dei compagni, dividendoli in piccoli gruppi (come usa Obermayer) che eleggono fra loro i propri sorveglianti e maestri, destandosi, così, uno spirito buono di cameratismo, e rendendosi possibile una dettagliata, individuale istruzione, la sola veramente proficua. Détroit, in America, diede il maggior numero di istrutti, perchè i 385 reclusi vi sono divisi in ventuna classi con 28 maestri, tutti, meno uno, condannati, notandovisi che i peggiori condannati sono i migliori maestri (Pears, _Prisons and Reform, _ 1872) sicchè fino nei peggiori si può trovare uno strumento di miglioramento per gli altri.
Buono pure era il metodo di Despine di non infliggere punizioni se non dopo trascorso alcun tempo dalla commessa mancanza, per non mostrare di ispirarsi al bollore dell'ira; appena constatato il reato il detenuto era condotto al gabinetto di meditazione, e solo dopo un'ora entravano il maestro ed il direttore a mostrargli la pena portata dal regolamento; molte volte si trovò utile infliggere una pena ed un biasimo a tutto il gruppo di cui il colpevole formava parte; così usava, p. es., con vantaggio Obermayer.
Il lavoro deve essere la molla, il passatempo e lo scopo di ogni stabilimento carcerario, per suscitare l'assopita energia, per abituare ad una occupazione fruttuosa dopo la liberazione, come stromento di disciplina carceraria, e anche per risarcire lo Stato delle spese incontrate per loro[263]: ma siccome questo ultimo non deve essere l'unico scopo da raggiungere, non tutti i lavori più lucrosi possono attuarsi; noi dobbiamo, per le ragioni che sopra toccammo, evitare i lavori di ferraio, ottonaio, calcografo, fotografo, calligrafo, che preparerebbero le vie ad altri delitti. Dobbiamo preferire i lavori agricoli i quali ci diedero il minino delle mortalità nelle nostre statistiche e permettono ai dimessi un facile collocamento; quindi i lavori in paglia, sparto e cordame, in tipografia, in sartoria, in terra cotta, in pietra dura, e, solo da ultimo, i lavori di calzoleria, ebanista e falegname, pei quali si esigono ordigni che possono riuscire pericolosi. E sarà meglio scegliere, a preferenza, quei lavori in cui s'adoperino strumenti da taglio, commessi come nell'officina di castagne d'India della casa penale di Milano, solidamente ad ingranaggi non amovibili, ma meglio ancora i lavori che non esigono stromenti atti a ferire; e devo a questo proposito molta lode al cav. Costa pell'introdotta lavorazione delle scatole di zolfini, nelle torinesi carceri cellulari, che rende 36.000 lire all'anno allo Stato e dà un compenso che va da 15 a 75 centesimi all'operaio. A Noto si introdusse nelle case di pena il lavoro di corbe d'erba (tipha fluv.), che fu premiato più volte.
Ad ogni modo il lavoro deve essere proporzionato alle forze ed agli istinti del condannato, il quale se gracile e dapprima affatto ignaro, ha raggiunto il massimo degli sforzi, deve trovare un premio proporzionato, se non in moneta, almeno in diminuzione di pena, a quello che compensa i più forti e i più abili; gli è perciò che io credo doversi cancellare dall'organismo carcerario quel triste personaggio dell'impresaro, il quale naturalmente cerca proteggere solo i più abili, senza badare punto alla moralità, e che pure dispone in alcuni paesi perfino della grazia dei rei.
L'amore al lavoro conviene diffonderlo fra costoro, facendolo apparire come premio alla buona condotta, e sollievo alla noia del carcere: quindi non conviene imporlo sulle prime, ma lasciarlo chiedere, desiderare (Crofton), facendolo precedere da una più o meno lunga ed indeterminata detenzione cellulare. Perchè il lavoro riesca proficuo, e perchè si possa stabilire quello spirito di cameratismo e di emulazione su cui si fonda tanta parte della cura, passati i primi tempi, il sistema cellulare deve temperarsi, lasciando gli individui, nel giorno, insieme, divisi in piccoli gruppi a seconda delle necessità tecniche e delle condizioni del locale. Non bisogna però mai che il lavoro sia un pretesto od una causa a eccessivi vantaggi, in genere, peggio se individuali; Mareska attribuisce molte recidive ai privilegi concessi a certi scrivanelli del carcere (condannati scrivani); egli sentì uno di questi dire ad un nuovo venuto: «Sciocco, con un po' di scarabocchi, qui si sta meglio che fuori» (Des progrès de la Réforme, 1838, III), parole che ci ricordano i versi dei carcerati siciliani (vedi Vol. I) e che ci spiegano il fatto ammesso da molti direttori di carcere, che i peggiori birbi sono i più docili nelle carceri ed apparentemente i più ravveduti!
Don Bosco[264] ci ha tracciato una pratica psicologica per l'educazione dei piccoli discoli. «La categoria dei più è di coloro che hanno carattere ed indole ordinaria, ma volubile e proclive all'indifferenza; essi hanno bisogno di brevi ma frequenti raccomandazioni, avvisi e consigli, bisogna incoraggiarli al lavoro, anche con piccoli premi e dimostrando d'averne grande fiducia, senza trascurarne la sorveglianza. Ma gli sforzi e le sollecitudini devono essere in modo speciale rivolti alla categoria dei discepoli discoli. Il numero di costoro si può calcolare 1 su 15 ricoverati; il superiore si adoperi per conoscerli, s'informi della loro passata maniera di vivere, si mostri loro amico, li lasci parlare molto, ma egli parli poco e i suoi discorsi siano brevi esempi, massime, episodi e simili; e non li perda mai di vista, senza lasciar travedere diffidenza: nè trascuri qualche volta di cattivare i giovani con qualche colazione e con passeggiate. Il vizio che più si deve temere è la lubricità(?!); se un giovine vi si ostina, espellasi».
«... I maestri e gli assistenti, quando giungono tra i loro allievi, portino immediatamente l'occhio sopra i più discoli: accorgendosi che taluno sia assente lo faccia tosto cercare colla apparenza di avergli che dire o raccomandare. Qualora si dovessero biasimare non si faccia mai in presenza dei compagni. Si può nulladimeno approfittare di fatti, di episodii avvenuti ad altri per tirarne lode o biasimo, che vada a cadere sopra essi.
«... Il sistema repressivo potrà impedire disordini, ma difficilmente farà migliori gli animi. I giovani dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, difficilmente quelle degli educatori. Il sistema repressivo è poco faticoso, e può giovare nella milizia e in generale tra persone adulte ed assennate; ma migliore qui è il sistema preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto, e poi sorvegliarlo in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra loro l'occhio del Direttore e degli assistenti, che come padri amorosi li guidino ad ogni evento, li consiglino e ne prevengano le mancanze.
«I giovanetti non tengano oggetti di valore nè danaro impedendosi così il furto e i contratti, a cui hanno un grande tendenza essendo dei commercianti-nati.
«Anche si proibisca loro di mettersi le mani addosso; ed i più ribelli perdono quest'abitudine dopo qualche mese di ricovero.
«Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e l'amorevolezza; ed esclude ogni castigo violento. Presso ai giovinetti, castigo è quello che si fa servire per tale ed uno sguardo non amorevole produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. L'allievo non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore; non s'adira per la correzione fatta o pel castigo minacciatogli, perchè trova sempre una parola amichevole che lo persuade.
«Bisogna ricordare, per comprenderne i vantaggi, la grande mobilità del giovane, che in un momento dimentica le regole disciplinari e i castighi che quelle minacciano: perciò spesso un fanciullo si fa trasgressore di una regola e meritevole di una pena, alle quali nell'istante dell'azione punto non badava, ed avrebbe per certo diversamente operato, se una voce amica l'avesse ammonito».
Oltre altre pratiche religiose, D. Bosco poneva particolare attenzione ai seguenti punti: «Il direttore non si assuma impegni che lo distraggano dal suo uffizio; i maestri e gli assistenti siano di moralità conosciuta; evitino le amicizie particolari cogli allievi. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Si dia ampia facoltà di correre, saltare, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica vocale ed istrumentale, la declamazione, il teatrino, le passeggiate, sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità. Si badi soltanto che sia ben scelta la materia del trattenimento, ed oneste le persone che v'intervengono. La scelta d'un buon portinaio è un tesoro per una casa d'educazione. Ogni sera, prima che gli allievi vadano a riposo, il Direttore indirizzi alcune parole affettuose in pubblico, dando qualche avviso o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; studii di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell'Istituto o fuori; ma il suo discorso non oltrepassi i cinque minuti.
«Con questo sistema, secondo D. Bosco, qualunque sia il carattere, l'indole, lo stato morale di un giovanetto all'epoca della sua accettazione i parenti possono vivere sicuri che il loro figlio non potrà peggiorare, e si può dire che si otterrà sempre qualche miglioramento»; perciò quando venne offerta a D. Bosco la direzione di Riformatorii correzionali, dichiarò di non poterle accettare che ai patti di: 1º Togliere l'infamia agli istituti, in modo da considerarli non come case di pena ma di educazione; 2º Lasciargli completa libertà di disciplina, in modo da abolire i mezzi repressivi per adottare i preventivi; 3º Lasciargli facoltà di ricevere giovani di buoni costumi, espressamente per togliere all'istituto il disonore. Ma a questi patti i governi ciechi sempre, e più in Italia, non vollero assogettarsi.
Associazioni infantili.—Si sorveglieranno, colla massima cura, tutti i centri scolastici e le associazioni giovanili, impedendo, con che si trasformino in centri criminosi, anzi impedendole anche prima che diventino tali perchè son tali in germe.
Fra le associazioni, quelle che meno sembrano temibili, e che più energicamente, invece, si devono tutelare, anzi sopprimere, sono le infantili, piazzaiuole, delle grandi città.—»I ragazzi che fanno il male (diceva un maestro a Joly) non sono mai soli; e quando sono insieme nol sono mai per iscopi onesti» (Joly, Le combat ecc., pag. 127).
«Quando qualche ragazzo, aggiunge, si mette male, vi influisce la troppa amicizia d'un altro; anche se non cattivo e' gli farà delle cattive confidenze, e peggio naturalmente se sarà cattivo.—Hanno inclinazione a far delle masnade, che hanno tutti i caratteri delle criminose, per es., usano una specie di gergo» (Id.).
E noi già nel volume II, e poi qui nell'Eziologia, abbiamo veduto come gli uomini pur che s'associno perdono in onestà—anche se senatori, deputati e accademici—; naturalmente assai più ciò deve accadere nell'epoca in cui fisiologicamente son disonesti (Vol. I).
Noi, dice Spagliardi, possiamo asserire[265], che una buona parte dei giovanetti vagabondi ed oziosi lo sono non per mancata educazione, non per l'indole perversa, non per la miseria, ma perchè trascinati dal vortice delle associazioni. Quante volte non ci toccò di sentire, continua lo Spagliardi, da oneste famiglie queste strazianti parole: «Finchè il nostro figlio fu nel suo luogo natìo, era un giovinetto docile, promettente; ma poichè ci stabilimmo a Milano, ci perdette l'amore ed il rispetto, e ci spogliò più volte la casa». Un ragazzetto di buona e benestante famiglia, d'anni 8, stette lontano da casa molti giorni, sottraendosi alle più diligenti ricerche; trovato finalmente, mantenne un silenzio da spartano sul luogo del suo nascondiglio. Chi è che produce nei figli di famiglie oneste così strani mutamenti? Chi istruisce, chi procura ad essi i mezzi di vivere indipendenti ed emancipati dalla famiglia? Sono i ritrovi, le combriccole di Piazza Castello, di via Arena, di Porta Magenta. Lo dicono essi medesimi, appena rientrino in sè stessi, con quel tratto ingenuo, così proprio della loro età: finchè stiamo fuori, non possiamo far bene, i compagni ci trascinano; fateci ritirare, e faremo giudizio. Lascio poi che v'immaginiate da voi, di quanto non debba aggravarsi questo pericolo delle associazioni, quando le piccole vittime di tale disordine appartengano alla classe degli orfani, od a quella delle famiglie immorali od incapaci, od impotenti a educare.
«Ora, io dico: se il giovinetto che di questo genere di vita vagabonda si forma un ideale, al primo volo che spiega fuori del nido, trovasse la fame, l'isolamento, la molestia, il controllo, e, direi quasi, una pietosa persecuzione, non preferirebbe la famiglia? e la famiglia, per tal modo, non potrebbe far valere la propria autorità? Vi sono ordinanze severissime per l'igiene pubblica, per la polizia stradale, per prevenire i contagi... ve ne sia una che limiti queste associazioni, che sono una minaccia latente per la società. A rintanarli quando sono fanciulli, basta un sorvegliante municipale; lasciateli fare, ed un qualche giorno resisteranno alle cariche della cavalleria».
Noi dobbiamo curare i minorenni, gli orfani, gli esposti e gli abbandonati da perversi genitori, che formicolano per le vie delle grandi città, e formano, come vedemmo, il semenzaio de' rei; impedire che essi siano tratti al delitto, e che, una volta cadutivi, vi si affondino sempre più, colla dimora nelle carceri comuni.
Riformatorî.—E qui subito sorge l'idea dei riformatorî, delle case di custodia pei giovani, che ne ricoveravano pochi anni sono: in Francia 7685; in Italia 3770; nel Belgio 1473; in Olanda 161; in America 2400.
Se non che gli studî antecedenti ci hanno dimostrata la ragione della quasi inutilità di tali istituzioni, erette, certo, con animo più benevolo che conscio della natura dell'uomo criminale.
Ogni causa che aumenti i contatti reciproci, moltiplica sempre, anche, la delinquenza; tanto più in quell'età, che, non essendo abbastanza tenera per potersi correggere e modellare, è più espansiva, più incline all'imitazione, e specialmente all'imitazione del male verso cui naturalmente pencola e per le più violente passioni e per la mancata educazione e pel minore criterio. Che sarà se vi s'aggiunga, poi, il distacco da quel preservativo del delitto che è la famiglia? Tali istituti riescono, ad ogni modo, ancor meno vantaggiosi quando la cifra dei ricoverati passa il centinaio (e il non sorpassarlo è inconciliabile con le viste economiche); essi cessanvi, allora, di essere individui, diventano, cioè, come si dice in gergo burocratico, un numero, e non possono anche dal più abile direttore essere sorvegliati ed educati, uno per uno, cosicchè le norme regolamentari più adatte vengono ad infrangersi contro alla materiale impossibilità.
E non parlo teoricamente, parlo dopo averne esaminati parecchi fuori e dentro i riformatorî, che io ammiratore caldissimo di qualcuno di quei veri e santi filantropi che ne sono alla direzione, era disposto ad elogiare senza contrasto.
Ora, se in alcuni dei migliori riformatori ho osservato dei giovanetti con un piglio vivace e sciolto, un'attività non comune al lavoro, una temperata disciplina senza bigotteria, non posso dire altrettanto di molti altri in cui la tranquillità non era che apparente e in cui sotto la vernice di gesuitica mansuetudine covava il vizio peggiore di prima. Anzi, anche nei migliori (a Milano) ho osservato che quando venivano interrogati sulle cause del loro ricovero, tutti mentivano, anche dinanzi al loro direttore, il che mi provava che un vero pentimento, una vera coscienza del mal fatto essi ancora non l'avevano. Più, avendo per maggior sicurezza tenuto dietro ad alcuni di essi dopo l'uscita dal ricovero, e interrogatili in proposito, ne ebbi risposte ed autobiografie che mi provarono come anche nei migliori stabilimenti serpeggino i vizi più infami; pederastia, furto, camorra, precisamente come nei bagni, tanto da mettere ribrezzo a coloro, tutt'altro che virtuosi, che me ne parlavano e che mi diedero più tardi prova, pur troppo esatta, dei funesti effetti del riformatorio, essendo in brevissimo tempo recidivati nel crimine, come potrà convincersi chi consulterà una serie di dialoghi ed autobiografie poste in fine della 2ª ediz. dell'Uomo delinquente, 1878.
Io so di riformatori a G... e a M... dove si usava, impunemente, la pena, cioè dovevano i nuovi entrati prestarsi a masturbare tutti gli adulti che lo desideravano, se no erano battuti; ad Ascoli hanno incendiato lo stabilimento col petrolio: all'Ambrosiana in tre uccisero un buon guardiano, pugnalandolo, senza alcun speciale movente, solo... per uccidere.
Hanno astuzie incredibili: uno portava in un legno incavato, approfittando della sua qualità di falegname, sigari, salame, ecc., che vendeva ai compagni; un altro aveva uno stilo in una scanalatura del pagliericcio. Un altro teneva un marengo d'oro nascosto nella tessera su cui era inciso il suo numero di matricola, dimodochè l'aveva sempre con sè quando mutava di cella, nè senza la sua confessione mai non si sarebbe trovato.
Si è obiettato, giustamente, che una o due deposizioni non provano nulla—che ponno essere quelli casi eccezionali—ma pur troppo nuovi esami, eseguiti insieme col dottore Raseri e avvocato Frisetti-Tancredi alla Generala, tolsero di mezzo anche questa obbiezione.
Noi abbiamo veduto (Vol. I, p. 388) che il tatuaggio ivi sale nelle proporzioni del 40%; indizio gravissimo d'ozio e di immoralità; ma ve n'è un altro, se è possibile peggiore: quello di un gergo speciale. Così la carne è da loro chiamata cucurda o scoss, la minestra boba o galba, l'acqua lussa, i sigari lucertole o busche, il tabacco moro, gangher o fanfaer, i maestri di disciplina tola, l'avvocato lo scuro.
Questo mostra che malo spirito di associazione vi domini. Tutti, infatti, sanno delle molte loro sommosse, specie di quella del 1875, in cui poco mancò non riuscisse ai più coraggiosi di evadere in massa; essa fu organizzata da una combriccola dei giovani più robusti ed astuti dell'istituto, detta Società della corda, perchè essi si servivano a segnale di una cordicella stretta al pugno.
L'8% dei giovani da noi interrogati alla Generala, non dimostrava neppure a parole volontà alcuna di pentirsi dei falli commessi ed erano pure i falli più gravi (ferimento, furto recidivo); essi dicevano che se gli altri loro coetanei avevano denari per divertirsi, anche essi avevano diritto di procurarsene, rubando in casa o fuori; e v'era chi aggiungeva che qualunque delitto fossero per commettere, non compenserebbe mai il male che fu fatto loro soffrire nei riformatori.—Il 3% negava risolutamente il fallo imputato, e l'11% affermava il suo pentimento con tale noncuranza, da mostrare averlo piuttosto sulle labbra che nell'intimo del cuore. Il 5% giungeva sino ad insultare i genitori. Uno di questi, interrogato sulla professione del padre, rispose che era un boia di cancelliere al tribunale, che bisognerebbe impiccare; un altro, parlando di sua madre, disse che era una b...scia, che cercava qualunque via di disfarsi dei figli, per potersi più comodamente abbandonare ai suoi vizi!!
Io ne notai un 10% che rubò prima dei 12 anni, e di questi parecchi eran recidivi per la terza volta.
Ed in che modo provvede il Governo all'emenda di tutti costoro?
Egli vi raccoglie i peggiori respinti dagli altri stabilimenti e li accomuna e mesce coi semplici abbandonati, coi delinquenti adulti in custodia.
Un cappellano, coadiuvato da alcuni giovani più anziani e più istrutti, dovrebbe attendere all'educazione morale ed intellettuale, ma ogni suo sforzo va perduto fra tanta massa di gente. Si negano i giornali per paura che la relazione dei delitti ecciti la loro fantasia già di troppo portata al mal fare, ma in pari tempo anche i libri utili e morali.
La Generala possiede attorno a sè un ampio giardino cintato, coltivato ad ortaglie dai giovani stessi sotto la sorveglianza di alcuni giardinieri. Con ciò si crede di aver provveduto all'educazione agricola, ma pochi ettari di terreno bastano appena al lavoro di alcune diecine, e per pochi mesi dell'anno. Vi ha poi nello stabilimento qualche grande stanzone destinato al lavoro per chi vuole attendere ai vari mestieri, di calzolaio, di falegname, di fabbricante da stuoie. Una ventina circa attende in locale a parte allo studio della musica.
Dappertutto mancano utensili, materiali, e sopratutto buoni istruttori perchè mancano i mezzi per pagarli. Due omicidi adulti sono maestri d'arte a quei giovinetti. E poi quel locale basta appena a contenere un trenta o quaranta giovani, ed anche questo poco è di data affatto recente[266].
E tutti quegli altri che non hanno alcun lavoro da eseguire? Cosa altro devono fare se non: istruirsi nel vizio, simulare od eseguir furti, tentare pederastie quasi sott'occhio dei guardiani, o nella notte sforzare le già malferme serrature, o inventare nuovi modi di congiure e di complotti, od, al meno male, disegnarsi tatuaggi?
Nè meglio va la bisogna in molti riformatori privati, forse peggio. A Testona i tatuaggi sono in una proporzione doppia che alla Generala: tutti patisconvi l'ozio completo, e, quel che è peggio, letteralmente, la fame, il bastone e la pederastia.
Uno proveniente dal riformatorio di Chi... mi dichiarava che vi si usavano parte per giuoco e parte da senno i ladronecci tra compagni, e chi meglio riusciva era applaudito.
Sette giovani provenienti dal riformatorio di Gen... si lamentavano dei cattivi trattamenti ricevutivi; per futili motivi erano duramente bastonati dai superiori, che incrudelivano particolarmente sui più giovani, e così otto del riformatorio di Mil..., e tre del riformatorio di Bos...
Due provenienti da Crem... dichiararono che il direttore teneva nella propria camera un grosso randello, con cui accompagnava le sue ammonizioni: io stesso potei vedere la cicatrice lasciata da queste crudeli lezioni sul fianco di un giovane che da lì proveniva.
Un ragazzo di 14 anni di Cas... Mag. ci racconta, come per punizione gli si facesse mangiare la minestra in un truogolo coi porci.
Sono, è vero, queste testimonianze sospette, certo esagerate, ma la moltiplicità e concordanza delle asserzioni e le lesioni realmente esistenti, non possono non destare gravi dubbi sul modo con cui sono diretti molti dei così detti riformatori modelli, i riformatori privati.
O non è preferibile perfino l'abbandono ad una correzione di questa fatta?
Nessun vantaggio possibile economico possono dare costoro col lavoro, come s'usa fra noi, prima perchè distruggono tutto, poi perchè quasi tutti a distanza dalle grandi città: infine, non interessati negli utili, non sono sufficientemente zelanti nè abili. Forse svilupperebbero abilità nelle lavorazioni più difficili, precisamente quelle che loro meno si possono affidare.
Se anche con cure assidue si ottiene un miglioramento nei piccoli, esso svanisce quando essi tornano coi grandi; e vi è un regolamento uniforme non solo per tutte le regioni, ma anche per tutte le età; eppure per i bambini ci vorrebbe la direttrice, il pedagogo, per gli altri un vero colonnello; eppure lo sviluppo sessuale in alcune regioni avviene a 2, a 3 anni di differenza.
Sopratutto amano l'ozio, nè si occuperebbero, e non tutti, che di ginnastica e musica.
Anche Joly parla di riformatori e colonie in Francia che paiono paradisi a visitarli, e sono inferni ove la disciplina è inefficace e dura; vi ha una cella di punizione ove i ragazzi devono camminare in elissi per 40 chilometri su mattonato ineguale prima di potersi gettar sul tavolaccio, e dove in 8 o 10 minacciano il guardiano di false denunzie, se non li lascia fare a loro agio (Le Combat contre le crime, pag. 145).
Vi sono, è vero, alcuni rari stabilimenti che hanno a capo uomini straordinari per filantropia e per acume didattico, come il De Metz, il Ducci, il Ray, l'Obermayer, lo Spagliardi, il Martelli, che suppliscono a tutto colla propria persona; ma queste sono le eccezioni su cui lo Stato non deve far calcolo. Il fatto lo prova, lo provano le stesse statistiche che si vorrebbero portare a loro favore. Nel riformatorio modello d'Italia, che è quello di Milano, si conterebbero solo il 10% di recidivi; però si escludono dal calcolo circa un terzo degli usciti, o perchè passati in altri stabilimenti (107), o perchè d'ignota dimora (49), i quali inforsano di molto la cifra, tanto più che passano ad altri stabilimenti, se si deve giudicare da quel che succede alla Generala, non i buoni ma i peggiori. Di più l'indagine si limita solo a tre anni. Chi ci garantisce quello che accadrà più tardi, mentre D'Olivecrona c'insegna che le recidive sono più frequenti dopo il terzo anno dalla dimissione?—Io credo che sotto la mano sapiente di quel direttore, essi hanno perduta la naturale inerzia, ma non le prave tendenze; e ne ho per prova che tutti, meno uno, quelli da me interrogati, dissimulavano i commessi reati, dicendo essere là solo per mancanza di assiduità alla bottega.—E cosa dire delle statistiche degli altri riformatori fatte, tutte, con minore coscienza, da persone certo inferiori pei meriti allo Spagliardi? che se anche fossero vere, non concluderebbero nulla, perchè i riformatori privati tirano a scaricarsi dei cattivi soggetti, mandando gli insubordinati, gli oziosi, ed anche i deboli, ai pubblici riformatori; ora è naturale che esclusi tutti i più tristi, quelli che rimangono dovranno apparire relativamente buoni.
L'Inghilterra ha saputo (come ora vidimo) creare per costoro due specie di stabilimenti ben distinti: le scuole industriali (o, come si direbbe con vocabolo equivalente, professionali) e le scuole di riforma. Le scuole industriali ricevono i fanciulli non ancora stati condannati per alcun reato, ma che potrebbero, per le abitudini contratte, facilmente cadere nel delitto. Le scuole di riforma ricevono i giovani delinquenti condannati o dai magistrati (giudici di pace) o dalla Corte semestrale della contea o dalle assise, ad una pena restrittiva a cui segua il ricovero per 5 anni al massimo in una scuola riconosciuta ed autorizzata e sottoposta all'ispezione. In altre parole, le scuole industriali sono stabilimenti preventivi, le scuole di riforma sono, come l'indica del resto il nome loro, stabilimenti preventivi, repressivi e di educazione ad un tempo, in cui ha luogo un'accurata separazione di fanciulli delinquenti da quelli semplicemente viziosi, e in cui con sollecitudine estrema si evitano gli agglomeri e si dividono poi in piccoli gruppi i ricoverati. Gli effetti di queste misure si spiegano anche in rapporto alla recidiva, che è tanto minore quanto minore è il numero dei condetenuti. Infatti in Francia le colonies publiques che raggiungono quasi sempre i 400, dànno una recidiva superiore dal 4 al 19%, mentre le private di 150 alunni all'11 o 12%; nella Svizzera invece e nel Granducato di Baden, in cui le colonie dei ricoverati non superano mai 60 fanciulli, la recidiva discende al 4% dal 2,50. In Inghilterra la recidiva per i fanciulli usciti dalle scuole industriali è del 4% e per le fanciulle dell'1%.
Tuttavia non io a queste cifre m'acqueto senza i miei forti dubbi.
Tutti ricordano le pompose lodi della colonia di Mettray, la quale era riuscita, secondo le statistiche di pochi anni fa, a ridurre (vedi Despine) i recidivi, dal 75% che erano, al 3,80%: ebbene, pochi anni dopo sentiamo dal M. Du Camp esservi risalita la recidiva al 33,3%, il che egli vorrebbe spiegare per l'avversione dei Parigini alla campagna, che forma altrove la delizia e il sogno dei giovani. Eppure Mettray raggiunge l'ideale di un riformatorio; i ricoverati vi sono divisi in gruppi o famiglie di 16 a 17 che abitano ciascuno una piccola casa con speciali capi e sottocapi.—E come credere ai miracoli del riformatorio cellulare della Roquette, che riduceva anch'esso i recidivi dal 15 al 9% (vedi Biffi, Sui riformatorî dei giovani, 1870), quando vediamo pochi anni dopo una Commissione governativa trovare necessario di sopprimerlo, e gli statisti francesi, mentre fissano al 17% i recidivi dei riformatori pubblici, all'11 quelli dei riformatorî privati, nel 1866-67-68 confessano che la metà degli usciti era mal notata! (Bertrand, Essai sur l'intempérance, 1875, p. 195).
Confrontando, nella eccellentissima Statistique internationale pénitentiaire (Rome, 1875, 1), la cifra dei ricoverati nei riformatorî con quella degli arrestati o condannati, si vede che non vi passa alcun rapporto preciso: l'Italia, tanto più indietro della Sassonia, ha una cifra d'arrestati minore; essa, che ha nei riformatori la metà della cifra dei ricoverati della Francia, ha minor numero di condannati; il Belgio ha maggior numero d'arresti, ma non di condanne dell'Olanda, la quale pur lo supera per riformatorî[267].
In America si calcolano sino al 33% i recidivi dei moltissimi riformatorî.—Anche Tocqueville, dopo averli lodati come un ideale della riforma penale, dichiara che su 519 fanciulli 300 recidivarono; quasi tutti quelli dati al furto ed al vino, specialmente le donne.
Su 85 ragazze uscitene, solo 11 ebbero condotta ottima, 37 buona, e su 427 ragazzi, 41 ebbero condotta ottima, 85 buona.
In Inghilterra si pretende che i 172 riformatorî abbiano prodotto una diminuzione nella criminalità del 26%, ma io domanderò se non è molto più probabile che v'abbia, invece, influito la diffusione specialmente di quelle 23.000 ragged schools, che vi preservano e vi curano non più centinaia o migliaia, come succede da noi, ma milioni di minorenni e in quell'età in cui è possibile la riforma, nell'età impubere e le leggi e pratiche contro l'alcoolismo?
Poiché questo è fatto capitale, che se anche i riformatorî fossero utili alla cura morale, il loro grande costo, la loro scarsezza in confronto ai bisogni, li renderebbero sempre insufficienti. Poichè cosa sono 2 o 3 mila posti, seppure tanti ve ne sono, in confronto al bisogno che ne richiede almeno 6 volte tanto, sapendosi dalla statistica, che la età pubere è quella che dà il più gran contingente alla criminalità, tanto che, insieme alla giovanile, forma, quasi, la metà dei delinquenti.
S'aggiunga, che la possibilità di metterli in uno stabilimento quando diventano discoli e di collocarli senza nessun disagio proprio, rende i parenti di costoro meno attivi alla vigilanza, alle volte pur troppo quasi interessati al loro malanno. Io insieme agli egregi signori Frisetti e Raseri alla Generala osservai cinque casi di ragazzi di famiglie illustri, due con più di 100.000 lire di rendita, che avidi tutori o colpevoli genitori avevano con pretesti più o meno seri fatti ricoverare e che mantenevanvi ad una lira al giorno—in educazione (!!), negando loro fino con che acquistare uno stromento musicale o un libro, che avrebbero potuto rendere meno tetra la disonorata solitudine di quel ricovero.
Questi fatti riescono tanto più gravi, quando si pensi che l'entrata dei minorenni per correzione paterna si è aumentata del sestuplo in questi ultimi anni, e ciò grazie agli artifici colpevoli dei genitori stessi che spingono alla colpa i figli per aver un pretesto al ricoverarli.—E perchè non si credano queste mie accuse fantastiche, lascerò la parola a un burocratico, ad un antico questore, il Locatelli:
«Farò, scrive egli, in primo luogo osservare che le disposizioni di legge riflettenti gli oziosi minorenni furono dalle nostre popolazioni interpretate a rovescio, mentre il legislatore ha creduto d'inserirle allo scopo di prevenire con maggiore efficacia i reati, il popolo, colla strana ermeneutica che gli viene consigliata dall'interesse, si ostina dal canto suo a ritenerle di natura esclusivamente filantropica, dal che ne nasce, per esempio, che i padri di numerosa prole si credono autorizzati per legge a far ricoverare ed educare a spese dello Stato quelli fra i loro figliuoli dei quali riesce loro più gravosa la sorveglianza e l'educazione. È un vero e deplorabile fomite alla funestissima malattia morale che affligge già da parecchi anni le nostre popolazioni, specialmente delle grandi città, malattia per la quale si è un tempo spaventosamente aumentata l'esposizione dei figli legittimi nei brefotrofi. Come poi avvenga che il popolo persista nell'equivoco, anche in seguito alle esortazioni dei pubblici funzionari, è un fatto pur troppo che torna di sconforto agli animi più inchinevoli a tutto sperare dal progresso dell'epoca nostra. Dopochè i postulanti si accorsero che si andava a rilento nell'accogliere le loro domande, la caccia al ricovero andò sempre più perfezionandosi. Le domande vennero stese con artificio maggiore, corredate da numerose e spesso autorevolissime attestazioni comprovanti l'incorreggibilità del minore o della minore da ricoverarsi, e ciò che è più doloroso a svelarsi, non di rado si arrivò a spingere con artefizi di ogni sorta il minore all'oziosità ed al vagabondaggio, in modo però che all'Autorità non venisse dato di raccoglierne le prove; il cibo scemato in proporzioni tali da non autorizzare per esempio i pubblici funzionari ad un'inchiesta sulla economia domestica, il riposo delle notti interrotto, le punizioni disciplinari moltiplicate per ogni benchè leggiero trascorso, sono, per esempio, mezzi che certi snaturati genitori mettono in pratica senza timore che li possa cogliere il rigore della legge, quantunque siano per sè stessi più che sufficienti a spingere un fanciullo al vagabondaggio ed all'abbandono delle sue ordinarie occupazioni. Siccome le conseguenze di questo equivoco popolare morale hanno ormai raggiunto le proporzioni di un vero disordine sociale, così i tribunali si videro spesso costretti a rifiutare di loro arbitrio il ricovero coattivo di quegli adolescenti che non fossero orfani dei genitori, o che avessero i genitori di ignoto domicilio, e ciò in onta al letterale disposto dell'articolo 441, il quale, ordinando quale misura preliminare la sottomissione dei genitori, suppone di necessità che possa ordinarsi il ricovero coattivo anche di adolescenti figli di genitori aventi stabile domicilio, e quindi per ciò solo provvisti di mezzi idonei all'applicazione della disciplina domestica. Nè si dica che, limitando il ricovero coattivo agli adolescenti discoli senza famiglia, verrebbe a scemarsi di non poco il benefizio di tale misura preventiva, giacchè i cittadini di poca coscienza che ora si ostinano a far servire la legge ai loro scopi egoistici e snaturati, quando si fossero persuasi dell'assoluta vanità, anzi del pericolo dei loro tentativi, si adatterebbero a provvedere da sè all'educazione dei figli, ed in fine dei conti avrebbero maggiore interesse ad allevare della prole laboriosa ed onesta che dei rompicolli. Ove poi anche si avesse a verificare l'inconveniente di dover lasciar libero il campo ad un numero maggiore di vagabondi ed oziosi, io, e con me tutti gli onesti, non esiteremmo un solo istante a subirci fra i due mali il minore, e preferiremmo cioè che il paese avesse a deplorare la mancata riabilitazione di pochi individui piuttosto che il rilassamento dei vincoli della famiglia, che sono il più saldo fondamento di ogni società costituita» (op. cit).
Quanto agli abbandonati nelle città dai genitori ed agli orfani, a cui il riformatorio vuolsi che sia una singolare provvidenza, notiamo che se ne hanno appena l'8 al 13% di figli del secondo letto e l'8 al 12% d'orfani, quindi non certo la maggioranza; queste istituzioni al più loro gioveranno, nei pochi siti ove funzionano bene, per apprendervi un'arte, non credo che giovi punto nei rapporti morali. È un'illusione il credere che il riformatorio li salvi dai contatti malefici. Se impedirà quelli del vagabondaggio, dei colleghi, cioè, in parte solo corrotti ed in parte in via di corrompersi, offrirà quello di gente ben peggiore, di vizi concentrati, diremo, passati già al primo staccio di selezione carceraria, e ciò principalmente in quell'epoca che più fa inclini al delitto. Poichè in nessun o quasi nessun riformatorio sono applicati seriamente il sistema cellulare notturno, ed il rigore del silenzio, i quali, d'altronde, in istituti che sono in parte didattici, in parte industriali, sarebbero inattuabili, e anche quando applicati, sono dall'astuzia dei ricoverati delusi. Quelli poi che vengono dalle campagne dove loro era impossibile erudirsi ed associarsi nel male, troveranno qui l'associazione malvagia già bella e costituita e la mala istruzione che non avrebbero mai conseguita.
Si parla della corruzione che potrebbero ricevere alcuni in mezzo alle loro famiglie, e non si pensa a quella che effettivamente è generata nei giovanotti onestissimi ma privi d'ogni sussistenza, che si fanno ricoverare in mezzo a costoro; non si pensa a quel nuovo genere di delitti ingenerati dal riformatorio che è la seduzione e la costrizione al crimine del minore per parte dei genitori, onde aver un pretesto al ricovero; non si pensa che in grazia di questo perdonsi quei legami d'affetto che il contatto continuo desta e mantiene negli uni e negli altri, e che forma il più grande fra i freni al delitto.
Io non ammetterei, quindi, i riformatorî se non per casi eccezionali quando vi si raccolgano pochi individui, divisi per classi, età, costumi, attitudini, moralità, con celle almeno per la notte, con una relativa libertà, senza nota di infamia; vorrei vi entrassero solo quelli che per la loro povertà non possono essere accolti nei collegi militari o di marina, e che ad ogni modo se ve li fan ricoverare i genitori ricchi pagassero una forte diaria proporzionata alle loro entrate; tutti dovrebbero esser sorvegliati uno per uno, e diretti da capi e maestri veramente adatti, che se ne facciano un apostolato. E piuttosto che i molteplici regolamenti inutili contro la fiumana del male, credo converrebbe studiare il modo di plasmare, scoprire tali uomini, e metterli a posto, quando si sieno trovati.
Ma quando questi manchino, e quando i contatti fra le varie classi, pel troppo numero, non si possano più evitare, nè si possano impedire le frodi dei genitori, quando non si abbiano celle notturne per ciascun ricoverato, o officine d'arti o mestieri, come pur troppo è il caso in Italia, dove le finanze e le grettezze governative vi si opposero per anni[268], credo preferibile il consegnare i corrigendi a famiglie morali ed energiche, e allontanarli dai centri corruttori della capitale o dei capiluoghi.
In mancanza di una propria famiglia che vi badi occorre un vero bagno morale in mezzo a famiglie oneste, in cui il piccolo reo non possa trovare un complice—mentre un luogo ove molti dei suoi simili sieno insieme, malgrado tutti gli inviti teorici e pratici alla onestà, sarà sempre per lui più una causa di pervertimento che di emenda; di più il derelitto si affeziona a poco a poco ai parenti adottivi, loro porta i suoi primi guadagni, e, generalmente, non lascia più la casa che lo ha raccolto, si trova così in un ambiente sano, stabile, sicuro, che lo indirizza al bene (Joly, Le Combat etc.); in Francia infatti, su 11.250 fanciulli inviati nelle famiglie delle campagne, solo 147 dovettero essere ricoverati in un riformatorio.
In Olanda questo istituto del baliatico morale è pur attuato (Roussel, Enquète sur les orphelinats, etc.); in Svizzera i bimbi assistiti nel 1870 erano 31.689, di cui presso famiglie oneste 23.000 che vi apprendono la pastorizia, l'orticoltura, e, d'inverno, la tessitura, l'arte del fabbro.
Si risponde, è vero: che questa della spesa non è una seria obbiezione: e davvero chi fa un trattato teorico non dovrebbe preoccuparsene, ma come nol devo, buon Dio! se penso, che questo della spesa e il più grave ostacolo a tutte le riforme più nobili ed urgenti del paese; quando pensiamo che questa difficoltà della spesa ha impedito di attuar la riforma cellullare che si credeva la panacea del delitto nella proporzione necessaria, persino, alle nazioni più ricche e liberali del mondo, l'America e l'Inghilterra.
Soprattutto trovo giustissima la nota di biasimo che sorse nel Congresso penitenziario di Londra contro i riformatorî nautici, in cui i giovanetti imparano le scostumatezze dei camerati, con di più quelle dei marinai.
Ma si chiederà: come dovrassi provvedere altrimenti alla grossa cifra dei rei orfani o dei minorenni abbandonati?
Qui la carità, o meglio la previdenza, deve assumere forme nuove, abbandonare la via cappuccinesca dell'elemosina e la soldatesca e violenta disciplina carceraria o di caserma, od anche quella dell'astratta morale, che negli inclini al delitto non potrebbe aver presa, nè molto curarsi dell'istruzione alfabetica, che lascia il cuore come lo trova; deve assumere invece le vesti dell'industria, della cooperazione; deve far nascere a poco a poco, e celando la mano benefica, il piacere della proprietà, l'amore del lavoro, il senso del bello. Convien dunque sostituire al carcere, al riformatorio, l'asilo spontaneo, la scuola industriale, l'emigrazione in terre lontane ed in campagne.—E in che modo, Barnardo e Barce ce lo hanno insegnato[269].
Riforme americane: collocazioni in campagna.—Nel 1853, i professori, i giudici, i preti e rabbini di New-York si unirono in una Società di soccorso pei fanciulli vagabondi (Società per la riforma giovanile); si stabilì di raccoglierli in officine, ma la concorrenza con le officine non filantropiche le soffocò, e poi ai piccoli discoli ripugnava essere oggetto di carità; amavano l'aria libera, fuggivano. Allora si pensò di offrir loro un alloggio, ma dietro una larva di pagamento, p. es., un letto a 32 centesimi, bagno e pranzo a 20 centesimi.
Con tutto ciò però non si era trovato il modo per farli lavorare; invitarveli, direttamente, sarebbe stato un volere spopolare d'un tratto il nuovo asilo. Per non destare ripugnanza nè sospetti, entra una mattina il direttore annunziando essere venuto un signore che abbisogna di un garzone per il suo banco, a cui darebbe 12 dollari al mese. Venti voci s'alzano per esibirsi... «Sì, ma occorre che abbia una bella mano di scrittura». Silenzio generale.—»Ebbene, se non vi è chi ne sappia, noi ve la insegneremo alla sera»; e così si formarono le scuole serali.
Nel 1869 e 1870, 8835 giovani erano passati alla Lodging; in 10 anni 91.326, di cui si posero al lavoro 7788. Le donne avevano paura delle scuole industriali, dove sarebbero state miste alle ricche; se ne stabilirono di apposite; una anzi nel centro più povero. Si promisero alimenti e vestiti a chi si conducesse bene alla scuola; da quel giorno le arrestate per vagabondaggio, che erano 3172 nel 1861, scesero a 339 nel 1871; solo 5 su 2000 scolare si diedero a mala vita; le ladre da 944 calarono a 572; le minorenni arrestate, da 405 scesero a 212. Si fece altrettanto pei maschi; si aprirono scuole di lettere, di falegname, e insieme somministravansi dei cibi caldi; si davano feste, lanterne magiche, il tutto per 4 a 6 soldi. Cominciarono per rompere i vetri, per gridare: Abbasso le scuole: ma la libertà stessa di non andarvi vinse i più ricalcitranti, cui il metodo obiettivo, fröbeliano, finì per sedurre.
L'istituzione venne perfezionata colle collocazioni dei ragazzi nelle fattorie isolate ove il lavoro loro è più utilizzato e quindi preferito—ove sono impossibili le cattive influenze dei grandi e anche dei piccoli centri—ove minore essendo la distanza fra il padrone e l'operaio, esso ne viene più sorvegliato e anzi entra come nella sua famiglia e dove d'altronde una bocca di più non conta e quindi è meglio alimentato.
Il contatto continuo dell'attenta massaia fa divenire le ragazze buone cameriere, e quello del padrone fa divenire i ragazzi i migliori coloni, perchè vivendo in un'atmosfera di bontà, di simpatia, di lavori, stimolati al bene dell'amor proprio e dalla speranza di una migliore posizione, non avendo d'altra parte tentazioni al furto, l'incitazione di cattivi compagni, abbandonano coi loro sudici vestiari molti dei loro vizi, e trovano nei campi e nelle molteplici colture uno sfogo alla loro attività. Ecco come avviene il loro collocamento.
L'Agente della Società appena conosce un grosso centro di fattorie dove si abbia bisogno di ragazzi, si procura il nome degli abitanti che possano aiutarlo, annunzia il giorno del suo arrivo; i ragazzi sono lavati e condotti al municipio dove si improvvisa una commissione dei principali abitanti che designa le famiglie dove collocarli e che li accetta dopo breve prova senza convenzione scritta, ma colla promessa di mandarli l'inverno a scuola e di trattarli bene. La Commissione Municipale li sorveglia e informa di loro il Comitato centrale, il quale si assicura del loro trattamento con nuove visite dell'Agente sul luogo e con lettere a loro stessi ed ai padroni.
Quando sono molto gracili la Società paga il loro mantenimento fino a che abbiano sufficiente attitudine al lavoro, li ritira quando non vi abbiano abbastanza robustezza.
Molti di questi sono adottati dai loro padroni, altri hanno col loro lavoro impiantate nuove fattorie e divennero professionisti o sacerdoti, e delle donne molte sono buone madri di famiglia; pochissimi ritornano a New-York, alcuni cambiano di posto come tutti i servi, ma ben pochi, non più di 6 sopra 15 mila, ebbero a che fare colla giustizia.
Questa Società ha collocato in 23 anni, così, 35 mila ragazzi abbandonati e senza asilo, oltre i moltissimi (oltre 23 mila nel 1875) raccolti nelle scuole industriali, 21 diurne, 14 notturne, ove vengono nutriti e vestiti, o nelle 6 case di alloggio (lodging) donde dopo aver preso delle abitudini di ordine e di pulitezza e frequentate le scuole serali e domenicali, vengono poi collocati in campagna, il tutto con una spesa che non superò dieci milioni di franchi.
Infatti a New-York, dopo quelle istituzioni, in 10 anni
i vagabondi diminuirono da 2829 a 994 i ladri » » 1948 » 245 i borsaiuoli » » 465 » 313
Questo assai bene, continua il Barce, è il modo di sostituire gli stabilimenti pei ragazzi vagabondi, mendicanti, ecc., che riuniti assieme, come nei nostri riformatori, peggiorerebbero, e ciò migliorando la terra coll'uomo e l'uomo colla terra.
Questa sì, è santa, è vera terapia criminale! E quanto non sarebbe applicabile da noi in alcune regioni, per es. dell'alto Piemonte, della Sardegna, della Valtellina, ove la pastorizia utilizza il lavoro dei fanciulli, dove si educano volentieri i piccoli esposti degli ospedali appunto per averne soccorsi di braccia quando sian cresciuti in età.—Si aggiunga che sopra i risparmi che ne verrebbero all'amministrazione pel minor prezzo dei viveri, pel maggior guadagno del lavoro, si potrebbero offrire dei premi ai migliori educatori.
Restano i casi di ragazzi gracili, impotenti a lavori di campagna, e per questi si potrebbero tenere pochi letti separati nelle stesse scuole, nella notte, come appunto trattasi nelle ragged school d'Inghilterra.
Riformatorî esterni per la puerizia.—Ma quando la nessuna abitudine alle istituzioni autonome, spontanee, di beneficenza, impedisca o ritardi il loro nascere, come è da noi, conviene pensare ad un'altra istituzione, molto più facilmente attuabile: a quella che l'abate Spagliardi chiama Riformatorio esterno per la puerizia. Sarebbe un asilo obbligatorio, ma solo diurno, per i fanciulli dai 6 ai 12 anni, che non possono più accogliersi negli asili ordinarî, e che per propria riluttanza o per impotenza od incapacità dei genitori, sieno destituiti d'ogni mezzo educativo, e dove si farebbero entrare per forza i monelli associati abitualmente nelle pubbliche piazze. «Anche nello stesso asilo infantile, dice quel caldo filantropo[270], non entrano tutti i bambini poveri, specialmente i più poveri, vergognosi della loro miseria; ma ad ogni modo, finito l'asilo infantile, in quell'età, in cui i ragazzi sono più esposti al mal fare per la maggiore svegliatezza, non hanno alcun ricovero speciale, e si dànno al vagabondaggio. Nè possono per legge accogliersi nei riformatori; e quando a 12 anni vi entrano, non sono più correggibili, ed entrandovi, non farebbero che peggiorare coi contatti. In questi asili si darebbe loro un tenue vitto, con che si favorirebbe l'affluenza, e si renderebbe meno dura l'obbligatorietà; si avrebbe più occhio alla educazione che all'istruzione, e si avvierebbero verso un'arte, e insieme sarebbero tenuti in continuo esercizio adatto alle loro forze. Si correggerebbe un difetto, che è una delle cause principalissime della criminalità (non meno del 20%) nei figli di persone civili, l'indebolimento dell'autorità paterna, la mancanza di quella resistenza alle voglie irragionevoli, che forma il criterio del giusto e dell'onesto e della discrezione, che impedisce lo sviluppo di un egoismo prepotente, selvaggio, le cui pretese ascendono, ascendono, finchè travolgono i genitori, impotenti alla lor volta, quando vogliono porvi un argine. E ciò si otterrebbe senza distaccare il ragazzo dal suo nido, in quell'età appunto in cui ha maggior bisogno di aria e di moto, e soprattutto delle cure e dei contatti colla madre e colla famiglia, che, una volta interrotti, non si ripristinano più. Si sottoporrebbero i discoli ad un trattamento più adatto, più mite, più conforme alla età loro ed alla natura, emancipandoli da fatiche sproporzionate alla età, ma pur provvedendo al loro fisico sviluppo. Si renderebbe meno ingiusta e più pratica l'applicazione della legge che gravita, con egual norma, su un fanciullo di otto anni ed un monello di 16 (articolo 441); si toglierebbe anzi l'apparenza di una condanna, che è sempre avvilente e nociva. E così si eviterebbero quelle tristezze, portate alle volte fino al suicidio, cui si danno in preda i fanciulli nei riformatori.
E mentre il Riformatorio comune non può applicarsi in larga scala, per il grande costo, e quindi ad ogni modo non può estendere i vantaggi che a pochi individui, questo più proprio agli impuberi, pel molto minor costo (col prezzo con cui vi si mantengono 600 nel primo, qui se ne manterrebbero 6000), potrebbe veramente estendere la sua azione in ragione diretta del bisogno, il che è una questione capitale; perché, se anche il Riformatorio per gli adulti fosse utile, sarebbe sempre insufficiente e sproporzionato al bisogno. E fosse pur grande la spesa, ad ogni modo verrebbe ricompensata dal minor numero dei carcerati, e dalle minori iatture e vergogne della società.
Una prova diretta dei vantaggi di questi istituti si ebbe in Milano, dove i 700 giovinetti dell'infima classe del povero, ricoverati dopo l'uscita dagli asili fin dal 1840 nei due Conservatori della puerizia Mylius e Falciola non diedero nemmeno un condannato (Sacchi); mentre invece metà dei degenti nei Riformatorî appartenne, un tempo, agli asili infantili.
Forse basterebbe, per ora almeno, laicizzare i così detti oratori, dove si raccolgono molti ragazzi (sino a 3000 in Milano), la domenica, e per inutili preci interrotte da lunghi e tristi ozî, mutandone l'indirizzo ed estendendone il beneficio a tutta la settimana.
Ragged School.—Una istituzione che tiene il mezzo tra l'asilo obbligatorio di Spagliardi e il volontario di Barce, è quella dell'Home for little boys, veri villaggi interi o colonie dedicate ai ragazzi disgraziati dove son tenuti a gruppi come in propria famiglia, imparano a far i calzolai, camerieri, meccanici, agricoltori (Riv. di discipl. carc., 1876, pag. 197) e meglio ancora quella della Ragged School, in cui si dà vestiario ed educazione, qualche poco d'alimento, ricovero diurno e per alcuni perfino notturno ai ragazzi poveri, abbandonati sulle vie e agli orfani. Questa istituzione, che non costa nulla al Governo, cominciò, nel 1818, con pochi vagabondi razzolati sulle vie di Londra, nel 1869 contava non meno di 23.498 filiali con 3.897.000 beneficati, sparsi nei quartieri più poveri, e quello che è meglio[271], divisi secondo le varie industrie. Essi formano un anello sublime tra le classi alte e basse; ivi un cancelliere d'Inghilterra fu veduto dare per 34 anni di seguito lezioni d'alfabeto ogni domenica. I ricoverati entranvi spontanei in parte, in parte tradotti dalla polizia; non pochi vi si sostengono col proprio lavoro; per esempio nel 1860 vi erano 368 lucida-scarpe, ciascuno dei quali rapportava ogni giorno alla società sei danari.
Altre misure inglesi pei giovanetti.—E, misura degna d'imitazione, quando i ragazzi ebbero a delinquere per negligenza dei loro parenti, questi ultimi sono obbligati a contribuire per la loro detenzione del proprio un penny per ogni scellino del salario, essendo anch'essi così interessati a guardarli e a non contare, come accade fra noi, quasi sopra un proprio vantaggio, sul ricovero dei medesimi.
Noi vidimo i miracoli della Società per la protezione dei bambini (v. s.). Un'analoga e bellissima è quella della Boy's Brigade[272], che inreggimenta in centurie i discoli delle vie. Essa fu iniziata a Glasgow da W. A. Smith nel 1883, e nel 1891 aveva già 20.000 giovani che si esercitano in manovre, marcie, preghiere in comune, canti nella domenica, e poi alla classe biblica ove sentono interpretare la bibbia—o si fanno accampare per alcune settimane ai laghi e al mare.
Bimbi.—Ma per ottenere i massimi miracoli, per salvare se non i rei nati, almeno i criminaloidi, i semi-rei-nati, bisogna raccoglierli, direi covarli fin dalla primissima infanzia.
«I tentativi di riformare la miserabile popolazione adulta sono sempre andati fatalmente falliti, per l'abitudine troppo inveterata ormai negli individui adulti al male: la vis inertiae dell'ignoranza, del vizio, del delitto è ben difficilmente vinta dalla forza dell'idea riformatrice.
«Tutt'altro invece è la cosa quando si tratta di bambini: le difficoltà svaniscono per metà, poichè abbiam tra le mani una materia plastica. L'ambiente e le circostanze hanno per formare e plasmare una vita un'importanza ben più grande che non si creda! Io ho fatto l'esperienza che un ambiente nuovo e sano è più potente a trasformare e rinnovare un individuo, che non lo sia l'eredità nell'imporgli la tara. Tutto sta nell'arrivare a cambiare e purificare l'ambiente abbastanza presto e completamente perchè si atrofizzino gli istinti maligni».
E il Barnardo cita vittoriosamente l'esame attento fatto nelle liste dei nuovi ricoverati e che mostra come l'85% dei ragazzi ammessi discenda da parenti alcoolisti—e noi sappiamo quanto funesta sia l'eredità dell'alcoolismo. Ora dei 9000 ragazzi raccolti e mandati al Canadà, di cui si conosce la storia—e che sono ormai uomini fatti,—sol l'1% è fallito!
Bisogna prenderlo quando è allo stato plastico per poterlo modificare, e ciò non è solo evangelico, ma anche economico: perchè con 20 sterline spese a raccoglierlo e migliorarlo la società risparmierebbe a sè migliaia di lire per difendersi dal delitto.
Ecco 4 modelli (Figg. 3 e 4) di bimbi salvati da Barnardo, nella cui faccia si legge ancora il tenore dei maltrattamenti e della fame.
[Illustrazione: Fig. 3. Figli di vagabondi di Londra salvati da Barnardo.]
Io ho provato, dice Barnardo, che un ambiente nuovo e sano ha più potenza per rinnovare e trasformare l'uomo che non si ebbe l'eredità lo è stato per degenerarlo.
Barnardo riceve tutti i bambini abbandonati in esame e fa delle ricerche sulla loro vita anteriore: da chi son nati, di che malattie son morti i parenti, e di che cosa vivono; come trattavano il bambino, come il bambino è stato giudicato dalle persone che l'hanno avvicinato (maestre, ecc.), che tendenze ha, ecc., e poi lo tiene in esame per qualche tempo, dopo di che li destina a questo o a quel mestiere, alla tal casa, o al Canadà, ecc.
Uno dei suoi grandi segreti è di distribuire in sezioni, per quanto è possibile, i ragazzi che entrano, anno per anno, lasciando piena libertà alle varie attitudini individuali, evitando così quell'impronta come lo chiama egli «stampo istituzionale» regolamentario che è la maledizione dei ricoveri e orfanotrofi in generale.
Per questo egli ha cura non solamente di non mischiare assieme ragazzi di differenti età, ma di tenerli anche separati in differenti edifici, facendoli passare dall'uno all'altro secondo che l'età od altre circostanze consiglino.
Il Barnardo racconta il caso di un bambino di nove anni, intelligente, simpatico, che viveva presso una sua nonna: aveva un fratello in prigione, e cominciava a esser trascinato egli stesso da compagni sospetti, a pernottar fuori la notte, ecc., ma la famiglia non era così completamente destitute, priva di tutto, come quelle di cui egli si era proposto e di cui più urge raccogliere i bambini.
«Io rimasi in forse qualche tempo se dovessi sì o no accogliere il bambino, ma infine mi decisi pel sì; non era completamente abbandonato, ma aveva più tendenza e maggiori occasioni pel male... e per questo era più necessario di venirgli in aiuto».
Questa intuizione di ciascun individuo in rapporto agli altri individui, ai suoi bisogni, alle sue facoltà, il Barnardo la porta in tutta la sua opera, l'erige a sistema con un acume ed insieme un sentimento profondamente umano. Egli raccoglie bambini di tutte le età; ha la Tiniees House pei bambini d'ambo i sessi da 3 ai 5 anni, l'House di Yersey pei fanciulli dai 4 ai 9 anni. Altrove si ricevono i ragazzi dai 10 ai 15 anni, ecc.: questi ultimi giunti ai 13 anni, il Barnardo cerca di corazzarli al lavoro, renderli resistenti alla fatica, trenarli insomma, come esige la vita che son chiamati a fare; ma ai piccoli bambini miserabili, ai poppanti, ai piccoli orfani abbandonati, ai bambini malati—a questi—nei brevi anni d'infanzia ha voluto dare, se non tutto il lusso, tutto il comfort almeno, dei bambini allevati e carezzati nell'ambiente famigliare: il loro asilo è in mezzo ai giardini e hanno nurses giovani e agghindate, e cameroni pieni di luce e di sole, e son vestiti di bianco e con le piccole braccine nude e hanno balocchi, e uccelletti e carrettelle e bei lettini!
Se a tutti i ragazzi raccolti il Dottore non può dare il benessere e l'agiatezza completa, darla volle almeno ai più piccoli, non lasciarli sfiorare dalla mancanza di alcuna cosa!... Nel suo giornale Night and Day vedesi la fotografia di uno di questi dormitorî coperti di stampe colorate, con un gran cavallo dondolo in fondo e le gabbiette di uccelli sospese accanto ai lettini!
Quando si pensa alla tristezza, alla melanconia dei nostri brefotrofii, delle nostre crêches, dove i bambini son coricati come bestie in greppie e tutto passa come in tombe di vivi! (Paola Lombroso, o. c.).
Una diramazione di questa casa dei bambini, in campagna: Il nido degli uccelli, fu fondata perchè occorse una volta il caso di una bambina di 3 anni, contadina, raccolta nell'istituto, che non vi si poteva adattare e piangeva continuamente. Portato il caso al Consiglio, una collaboratrice di Barnardo, Miss Blanche Wattely, ne trovò risolutamente la soluzione: Se la bambina non poteva adattarsi alla casa in città le si farebbe una casa in campagna, e così sorse The Bird's Castle.
Un'altra intuizione geniale è quella di studiare il carattere del ragazzo raccolto prima di adibirlo a questa o quella professione, per cercargli quella che gli sia più adatta.
A quest'uopo egli osserva le sue abitudini, la sua costituzione, tiene una specie di giornale schematico di quel che fa, prende informazioni dove ha vissuto, cosa pensano di lui le persone o i maestri (se è stato a scuola) che l'hanno avvicinato, ecc.
Dopo aver così sottratti alla miseria e al delitto (perchè molti di questi ragazzini son tolti alla polizia), e averli indirizzati a un lavoro, il Barnardo per compier l'opera più radicalmente li spedisce al Canadà dove ha un'agenzia che uno per uno li colloca in fattorie e li sorveglia, facendo contratti coi farmers o padroni di fattorie per 3 o 5 anni con vitto, alloggio e dai 50 ai 100 dollari annui di paga.
Così sono tolti al sistema pernicioso dell'acquartieramento, e nello stesso tempo trasportati in un nuovo ambiente tale dove tacciano tutti i febbrili stimoli della vita industriale a pressione forzata della civiltà occidentale!
E di tutti questi ragazzi strappati al carcere, al vagabondaggio, alla mendicità, tutto insomma il popolo futuro di ladri, truffatori e di miserabili l'1% solo fallisce alla prova!
Essi sono ricercatissimi dai farmers e, fatto commovente, sono questi ragazzi stessi a cui la casa ha dato l'indipendenza, che poi a capo di un piccolo peculio, spontaneamente contribuiscono alla manutenzione della casa, inviandovi i loro risparmi.
Questi istituti del Barnardo sono così organizzati da far allignare anche quel frutto estremo e rarissimo della carità umana che è la gratitudine!...
Con un egual senso rappresentativo e psicologico dei bisogni e delle facoltà dei suoi protetti il Barnardo ha organizzato l'istituto per le ragazze.
Le femmine hanno un villaggetto tutto per loro in un sito ameno poco lungi da Londra composto da 30 casette con nomi di fantasia come Fior di pisello, Timo selvatico, ecc., intorno ad un giardino. Ogni casa contiene 20 ragazze sorvegliate dalla loro madre, perchè il D.r Barnardo opina e giustamente che se l'aria di un istituto peggiora un ragazzo, rovina affatto una ragazza, il cui temperamento esige per svolgersi convenientemente tutti gli innumerevoli particolari di economia domestica della vita di famiglia.
«Il così detto Barrack System, ossia la vita di caserma, può in certe determinate condizioni riuscir abbastanza bene applicato ai ragazzi, purchè per breve tempo: non già per le ragazze che così non apprendono quanto è necessario alla moglie del povero: non apprendono a far la spesa, a quietar il bimbo piagnucoloso, a cucire; mentre l'imparano nei Cottage System, ed infatti ne colloca 200 desideratissime all'anno nel Canadà.
Oh! anime elette di Don Bosco, di Brockway, di Barnardo ricevete da queste carte, ove il delitto s'aggirava finora tetro, disperato,—nell'aer senza tempo tinto—un saluto come ai soli che vi abbiano saputo portare un raggio di luce—additando l'unica via possibile di prevenzione se non del reo-nato, certo del criminaloide.
CAPITOLO VII.
Mezzi preventivi del delitto politico.
Molte delle misure economiche (pag. 320, 340) preventive dell'influenza parlamentare sul delitto e degli eccessi della ricchezza e della povertà (pag. 358) sono anche indicate a prevenire il delitto politico ch'esprime ed addita il malessere delle masse come il delitto comune quello degli individui.
Quanto a prevenire le altre cause di malcontento suggeriamo:
Affinità di razza.—Se, osserva il Lanessan[273], si sapesse badare all'esperienza storica, che mostra come, allorchè il popolo dominante è inferiore in potenza e coltura, il dominato finisce per liberarsene completamente, prova ne siano gli Stati Uniti, la Grecia e l'Olanda, la buona politica consisterebbe nell'abbandono spontaneo; ma la vanità e gl'interessi immediati accecano e non lasciano prendere questa risoluzione se non rare volte, come fece l'Inghilterra con le isole Ionie. Più facile è quel distacco relativo, di cui diedero esempio l'Austria coll'Ungheria e in parte l'Inghilterra colle sue colonie, che diminuisce la dipendenza, i contatti e gli attriti, togliendo una delle grandi cause delle ribellioni e dei delitti politici; tanto più che i popoli, amministrandosi, vedono, da sè, i mali più salienti e sanno porvi il rimedio.
Questa politica del distacco e dell'autonomia conviene, talora, anche in una stessa nazione, quando, per le condizioni di razza, vi sia una enorme disuguaglianza, com'è da noi tra il nord ed il sud. Allora una legge uniforme, civile, penale, politica, come un vestito uguale applicato a membra disuguali, provoca dolore e danno e quel continuo malessere che si esplica colla rivolta.
Viceversa, a torre certi danni della disaffinità etnica, come l'anti-semitismo, gioveranno i matrimoni misti, nuove occasioni di rapporti reciproci nell'armata, nelle elezioni, nei tribunali, negli stessi cimiteri, e quanto valga a scemare le differenze nei riti, negli usi, nelle professioni, ecc.
Oltre a ciò, dove sia possibile, gioverebbe la creazione di tribunali misti, composti di rappresentanti le razze che sono restie all'assimilazione.
Nelle razze regredite con disaffinità poco assimilabili, come nelle caste indiane, nelle popolazioni fanatiche mussulmane, l'unica politica conciliativa sta nel declinare, invece, ogni tentativo di conciliazione, di progresso religioso e civile e nell'osservare scrupolosamente lo statu quo, e fin nei minimi dettagli, fino al rispetto per la cenere di carta scritta nel Tonkino (Lanessan), e pel grasso di porco e pei roghi delle vedove nell'India, del che ci furono e sono maestri Romani ed Inglesi.
Discentramento.—Spencer trova già nel discentramento l'avvenire della società politica.
In Francia la legge provvede agli sbagli dei testamenti, al mantenimento dei letterati, all'allevamento dei bimbi, quasi quasi alla forma letteraria[274]. Al popolo che si tratta come un bambino, si toglie la spontaneità, l'abitudine di lottare contro le difficoltà: quindi succede che quanto gli Inglesi chiedono alle mutue associazioni, i Francesi reclamino solo dal Governo; nè possano avere dei Governi liberi, stabili, perchè quando sono liberi, anarcheggiando, perdono ogni stabilità, e il Governo che perdurerebbe di più, il Cesareo e sarebbe perciò forse il più adatto, non vi è naturalmente mai libero.
E concentrando in pochi molti poteri si dà adito alle massime corruzioni tanto più coll'immunità parlamentare che ne coprono gli autori.
Fate invece che le città amministrino liberamente i loro affari secondo la loro importanza, eleggendo il proprio capo, assumendo per sè la giustizia di prima istanza, l'insegnamento secondario, la polizia, le prigioni, le grandi vie di comunicazioni, ed avrete tolto una gran fonte di ingiustizie, d'abusi e quindi, per reazione contro queste, di delitti politici.
Associazioni.—E conviene, con mano di ferro, torre di mezzo tutte le associazioni, dalle infantili alle politiche, quando appaia abbiano mostrato tendenza a porgere fermento ai delitti, in ispecie a quelli associati (vedi Vol. I).
Lotta per la supremazia politica.—Per impedire che una classe, nel maneggio esclusivo del potere pubblico, esorbiti a danno delle altre, devesi dare al popolo tale rappresentanza che lo raffiguri secondo la moltiplicità dei suoi elementi costitutivi storici e l'unità dei suoi elementi costitutivi nazionali. Perciò il Tribunato in Roma prolungò per tanti secoli la vita della Repubblica e prevenne le reazioni popolari.
Parlamentarismo.—Il parlamentarismo, giustamente detto la più grande delle superstizioni moderne, da noi ed in Francia[275], porta al buon metodo di governo ostacoli sempre maggiori; perchè, non essendo il prodotto del carattere del popolo, è falsato dalle passioni degli elettori e degli eletti; e mentre fa loro perdere di vista gli alti ideali dello Stato, li spinge a fare molte leggi d'importanza affatto secondaria e a coprire dell'irresponsabilità persino innanzi al delitto pochi eletti che diventano perciò criminali per occasione, se nol sono per nascita.
E poi il parlamentarismo, come è oggidì, non è se non il trionfo della casta degli avvocati e della burocrazia.
Mentre (come fu provato e dimostrato in più modi nel mio Delitto politico e le rivoluzioni) il prevalere esagerato di una casta sull'altra è una delle prime cause di perturbamento dello Stato, siamo noi Latini che per prevenire i perturbamenti politici abbiamo provveduto così che quelle caste, che hanno il minimo del numero, i professionisti, abbiano il massimo della rappresentanza e dell'influenza, mentre quelle che hanno il massimo numero—come i contadini, operai—non ne hanno alcuna o quasi.
In linea politica una diminuzione dell'immunità parlamentare e dell'esagerata potenza concessa ai Deputati sarebbe molto maggiore salvaguardia contro i colpi anarchici che le grate e le guardie di cui cominciano a circondarsi.
Quando i Re erano despoti, è naturale che l'anarchia fosse regicida; adesso che i Deputati sono irresponsabili quanto quelli, e più dispotici ancora e più di loro colpevoli, è naturale che gli anarchici se la prendano con loro e che si sostituisca il deputaticidio al regicidio.
Abbiamo, perdio! lottato per secoli onde impedire i privilegi dei preti, dei guerrieri, dei re, ed ora manterremo, sotto la fisima di una pretesa libertà, i privilegi più straordinari, persin quelli di commettere i reati più comuni, a più di settecento re?
Suffragio universale.—Il suffragio universale pare, secondo la corrente dei tempi, destinato a quel livellamento nella rappresentanza delle classi, che sempre ci sfugge: ma abusato da mani incolte e corrotte potrebbe ritorcersi contro la libertà stessa.
Favoriamo dunque tutto quanto possa aumentare la felicità del popolo minuto, ma—quanto alla sua potenza—solo in quanto possa giovare a strappare alle classi più elevate le concessioni necessarie per il suo benessere.
L'aristocrazia della scienza, che Aristotele diceva impossibile, ma che pure domina da molti secoli in China, è la sola che possa star a petto della prepotenza della ricchezza (borghesia) e del numero (proletariato). Ammesso, quindi il suffragio universale, come uno di quei torrenti che non si possono più deviare, lo si corregga col voto razionale degli uomini di un valore superiore e che possono vedere più chiaro degli altri.
Magistratura.—La magistratura dovrebbe essere svincolata da quell'asservimento al potere legislativo, che da noi ne paralizza le forze e che ha fatto dire ad un illustre magistrato che essa non fa che rendere servigi ai potenti; non è così in America, dove l'elezione popolare dei giudici ha dato al potere giudiziario tale potenza ed indipendenza, da poter considerare come non avvenute le leggi non conformi alla Costituzione, ogni qualvolta vi sia reclamo di un cittadino che ne risenta lesione dei proprii diritti.
Noailles[276] dimostrava come questo sistema giudiziario, che discende direttamente dalla Common Law inglese, abbia protetto tanto i diritti degli Stati e delle persone contro la strapotenza del Congresso, come i privilegi del Governo nazionale ed i diritti individuali di fronte agli Stati particolari.
Manifestandosi antagonismo tra una clausola costituzionale ed un decreto parlamentare, il potere giudiziario intervenendo veglia a che le libertà costituzionali non sieno messe a repentaglio dalla debolezza o dalla tirannide delle assemblee. Si vide così la magistratura protestare di fronte al potere esecutivo, contro la sospensione dell'habeas corpus e contro il regime delle corti marziali.
Avvocatura dei deboli. Tribunato.—E qui si vede come essa possa prevenire i delitti politici che tengono dietro a grandi ingiustizie[277]. Sappiamo che la pace interna di Roma si dovette per molti secoli all'equilibrio portatovi dall'influenza del Tribunato come quella di Venezia alla relativamente imparziale giustizia: e certo è che se Governi tirannici, come l'Austria e il Piemonte antico, vissero tanti lustri non turbati, lo dovettero alla giustizia per tutti, che, salvo per quanto riguarda il re, vi si dominava, grazie all'avvocatura dei poveri, al Senato che avea diritto di cassar le leggi ed i decreti ministeriali non conformi alle leggi.—Ora il re è forse in seconda riga; ma in prima entrarono più violenti, più pericolosi, perchè più celati, almeno 700 re che fanno entrare l'ingiustizia per tutti i pori della nazione, fin nella valle più remota che abbia la fortuna di un rappresentante;—e la loro influenza è tanto temuta, che la stampa ne tace sempre gli abusi, e la magistratura spesso ne tace non solo, ma, pur dolendosene e fremendone, vi si sobbarca.
Gioverebbe, adunque, per prevenire i danni della loro prepotenza istituire o, meglio, restituire una specie di magistratura intermedia, una sorta di Tribunato od avvocatura dei poveri, indipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia, i cui membri venissero nominati dai Consigli comunali e provinciali o dagli elettori di secondo grado con sede nei Consigli e Parlamenti, e a cui potessero ricorrere coloro che si credessero lesi da pressioni parlamentari, ministeriali o di corte con diritto ad essere uditi pei primi all'udienza, e all'inserzione nei giornali delle decisioni a loro relative: essa riprenderebbe quel santo e potente aiuto dei poveri e dei deboli, che fu sotto i sovrani despoti l'avvocato dei poveri, ed in parte l'ufficio del tribuno antico; io lo deduco dall'aver osservato che assai più dell'intera Camera servì finora a controllo degli errori governativi la voce di un solo tribuno fosse anche poco colto ma audace ed onesto. Così nei recenti delitti Bancari, senza i Tribuni boulangisti a Parigi, e senza quell'ardito campione che fu il Colaianni, tutti i partiti, tutti gli uomini serii si sarebbero messi d'accordo per far tacere il malfatto e per nascondere la piaga, finchè questa si fosse ridotta in cancrena. Perciò crediamo che un buon Governo dovrebbe non impedire, come fece, la elezione di questi, ma favorirla in tutti i modi, come un'arra della propria onestà, come una garanzia al pubblico che vi sarà uno, sempre, che dirà il vero, anche quando tutti lo taceranno.
Mutabilità delle leggi.—Se vi è possibilità che una forma politica perduri, essa sta nella flessibilità della sua costituzione, delle sue leggi, in modo che possano essere adattate ai tempi nuovi: ne è prova la Svizzera, che nel periodo dal 1830 al 1879 ebbe 115 revisioni di Costituzione cantonale e 3 di Costituzioni federali, e, malgrado tanta differenza di razze, di costumi, mantiene la propria unità.
Ma però ogni mutazione deve essere lieve, e mai bruscamente introdotta. Perchè le istituzioni di un popolo siano stabili, dice il Constant, esse devono essere al livello delle sue idee.
L'abolizione violenta della schiavitù, per esempio, in Russia, ed in Francia ed in Germania la soppressione degli antichi Stati retti a monarchia assoluta, erano diventate una necessità di giustizia storica: altrettanto dicasi della secolarizzazione dei beni della Chiesa, là dove il cumulo delle manomorte e le pretese del clero all'esenzione dell'imposta fondiaria, avevano reso impossibile ogni progresso economico e politico. Eppure quelle riforme non furono effettuate senza torbidi immediati e lontani, perchè si sconobbe la legge del misoneismo che non vuol l'introduzione, troppo rapida, nemmeno del bene.
Diritto d'iniziativa e «ad referendum».—E qui giova il diritto d'iniziativa, esteso a qualunque cittadino appoggiato da un certo numero di elettori, come esiste in Isvizzera.
A sua volta il referendum, o appello al popolo, pure vigente in Isvizzera, può mostrare se e fin quanto esista la necessaria comunanza di idee fra la nazione ed i suoi rappresentanti.
Si pretende, è vero, ch'esso difficulta le riforme, essendo in generale il popolo più reazionario dei legislatori. Ma, a parte l'osservazione già più volte ripetuta, che le riforme precoci mancando dell'appoggio dei più, a nulla approdano, quando non sono dannose, e che perciò il referendum servirebbe appunto ad ottenere soltanto quei mutamenti che il paese reclama, gli inconvenienti accennati scemerebbero quando il referendum fosse facultativo, o limitato ad alcune deliberazioni, finchè il popolo vi vedesse quell'importante guarentigia di autonomia locale che è veramente. Oltre che, come l'Hilty, esso può dirsi il più poderoso strumento d'educazione per un popolo libero, perchè lo costringe a studiare le leggi, che deve poscia osservare e nel mentre gli dà la coscienza di avere parte nella vita politica, gliene fa sentire tutta la responsabilità[278].
Istruzione arcaica.—Vi sono altre e più opportune misure a cui ricorrere.
E prima di tutto bisogna mutare la base della nostra istruzione classica, la quale nell'ammirazione della bellezza, ma più ancora della violenza senza un indirizzo pratico, ci mena direttamente alla ribellione, all'indisciplina, fa della violenza un ideale.
È soprattutto per difenderci dai rivoluzionari d'occasione, che, per essere spostati e mattoidi, come vedemmo, hanno in mira sempre le riforme reazionarie, ataviche, che dobbiamo spogliarci di quel triste retaggio degli avi, ch'è l'arcadia rettorica (v. s.).
Chi ha studiato il 1848, l'89 e le indoli di molti mattoidi avrà visto che una gran causa di ribellioni e di errori fatali nell'educazione arcaica è in contrasto ai bisogni positivi: noi nutriamo le menti di effluvio di fiori, e fiori ricchi, invece che di pane e di carne; e vogliamo averle robuste. Diventeremo estetici, non lo neghiamo—per quanto pure molto dubitandone—ma non adatti alla lotta per la vita moderna.
E bisogna, solo rimedio contro gli anarchici rei per occasione, miseria e contagio, o per passione, curare il malessere economico dei paesi che dà all'anarchia la vera base d'azione: curare, come direbbe il medico, alle radici la discrasia generale, donde nasce la malattia locale: e a questo bisogna provvedere d'urgenza.
Abbiamo ora un fanatismo economico, come una volta avevamo il fanatismo politico.
È urgente che diamo a questo fanatismo una valvola di sicurezza con rimedi economici, come abbiamo dato a quelli politici i rimedi della costituzione, del parlamentarismo, ecc., al religioso la libertà dei culti, ecc.
Tutti i pensatori, si può dire, dall'antichità fino ad oggi, hanno rilevato l'intimo nesso che lega la vita politica alla vita economica: e primo Aristotile che notava, come da una parte nelle democrazie faccia d'uopo impedire che si spoglino i ricchi, lasciando che questi spendano in rappresentazioni teatrali, ecc.: e come dall'altra, nelle oligarchie, occorra sollevare il benessere del popolo, dandogli sopratutto impieghi retribuiti e vendicando più le offese ai poveri, che quelle dei ricchi fra loro.
Ora noi invece non facciamo nulla di ciò; e lasciamo che la ingiustizia, le tasse e le leve colpiscano il povero, a cui nulla diamo in compenso e conforto, salvo che delle bolle di sapone sotto nome di fasi di gloria nazionale, libertà, eguaglianza, che pel contrasto realtà rendono forse più dure le sofferenze.
Oggidì, lo sviluppo delle grandi industrie e la concorrenza eccessiva, rendendo meno fruttuoso l'impiego dei capitali, spingono il capitalista a rivalersi sul salario: le masse operaie più fiere della propria indipendenza, reclamano la dovuta parte nel profitto, come primo passo alla completa emancipazione del capitale.
L'antico servo, strumento più che uomo, è divenuto il prezioso collaboratore dell'oggi; al braccio docile ma inconscio, si è sostituita la mente che centuplica il lavoro, quando trovi il giusto compenso. L'impresa capitalistica deve schiudersi alle giuste aspirazioni della mano d'opera ed elevarne ed estenderne proporzionalmente il compenso colla partecipazione al profitto, e colle norme a tutela delle donne, dei bambini, rendendo colla diminuzione delle ore di lavoro (v. s.), accessibile il lavoro a quanti più lo possono esercitare.
E devonsi prevenire i danni delle eccessive ricchezze colle tasse progressive e coll'affidare ai Comuni i servizi alimentari, scolastici ecc.
CAPITOLO VIII.
Istituti penali.—Carceri ecc.
Ma pur troppo, almeno nella razza latina, i mezzi preventivi sono un sogno d'idealista; questo mondo avvocatesco che ci regge e che dalla difesa o dalla punizione del reo cava i suoi più grassi onori e onorarii, ha altro a pensare che a prevenire e sostituire le pene: quindi per quanto esse siano inutili, dannose anzi quasi sempre, è su queste che dobbiamo fermarci—sopratutto sul carcere—che innanzi al volgo giuridico è più o meno ragghindato e raffazzonato, la sola difesa che si sappia apprestare contro il delitto.
Carceri cellulari.—Una volta che si debba infliggere il carcere dobbiamo evitare il più che si possa ogni contatto reciproco del reo; quindi si parrebbe a prima vista il vantaggio del carcere cellulare, il quale, certo, per sè non emenda il delinquente, ma non lo acuisce nel crimine, e toglie, almeno in gran parte, la possibilità delle associazioni malvagie, impedisce il formarsi di quella specie di opinione pubblica, propria dei centri carcerari, che obbliga il reo ad aggiungere ai propri i vizi dei compagni, e pare raggiungendo il massimo degli ideali per le indagini giudiziarie, per isolare dal mondo esterno, cioè, un individuo di cui si vogliano raccogliere gl'indizi di reità, come per punire i delinquenti non incorreggibili che errarono per una prima volta, e a cui la vergogna e il danno della mutua conoscenza toglierebbe, poi, ogni pudore, o, come accado nelle case così dette di riforma, moltiplicherebbe la prima e debole tendenza criminosa colla invecchiata tendenza degli altri e con quella terribile vanità del delitto, che quando s'inizia finisce collo spingere l'uomo ai più atroci misfatti, anche senz'altro scopo che il misfatto stesso: e perciò offre, qualche volta, certo sui criminaloidi una diminuzione di recidivi[279], senza dar luogo a gravi danni nemmeno per la salute dei ricoverati, essendosi verificato in larga scala, ora, dal Lecour, che, a pari condizioni, i condannati alle cellulari dànno una cifra di suicidi, di alienati e di morti, uguale o di poco inferiore a quella dei carcerati comuni; offrendo, al più, una maggiore facilità al compiere inosservati il suicidio, un maggior abbattimento intellettuale, quando il sequestro venga prolungato di troppo[280]; comechè la terribile noia della solitudine sia meno funesta delle perverse eccitazioni della società carceraria. Noi sappiamo, difatti, che nelle carceri in comune per il gioco, per gli amori infami, per le gelosie assolutamente eguali a quelle provocate dall'amor femminile, molti rei consumano, non solo il peculio, ma fin'anche il proprio cibo, e peggio il proprio organismo, onde le frequenti tubercolosi; e gli omicidi e suicidi vi spesseggiano per le notizie infauste che loro più facilmente giungono da fuori, pel dolore di veder immuni o non colpiti i complici (Ducpetieaux, Des progrès et de la Réform. pénitentiaire, 1838, p. 327).
Però il vantaggio del carcere cellulare è neutralizzato dalle grandi spese che ne rendono illusoria l'applicazione in quell'ampia scala, almeno, che richiederebbe il bisogno, anche negli stati più ricchi (in Francia su 396 carceri provinciali 74 non hanno separazioni cellulari, 166 le hanno incomplete) e ad ogni modo non può essere che negativo; se potrà impedire che il delinquente peggiori, non può, certo, far che migliori, e noi vidimo che anche alle recidive in alcuni paesi essi dàn quote fortissime (v. p. 145). Lo peggiora poi in quanto tende a farne un automa, che come bimbo non saprà più lottare colla vita; e perchè ne favorisce le tendenze all'inerzia.
«Nell'attuale organizzazione delle carceri, scriveva da un carcere il Gauthier, tutto è combinato per schiacciare l'individuo, annichilire il suo pensiero e minarne la volontà. L'uniformità del sistema che pretende foggiare tutti i «soggetti» nella stessa forma, il rigore calcolato, e la regolarità di una vita monastica ove nulla è lasciato all'impreveduto, l'interdizione di avere con estranei altra relazione che la banale lettera mensile; tutto, io dico, anche quelle tetre e bestiali passeggiate in fila indiana, è destinato a meccanizzare il carcerato di cui si sogna fare una specie d'automa incosciente[281].
«Noi vogliamo farne dei cittadini utili e li costringiamo e quasi li educhiamo all'ozio; avere «il loro pane cotto», il vitto e l'alloggio assicurato, senza pensiero del domani, e non altra preoccupazione che obbedire alla consegna imposta, essere come il cane cui basta sollevare la zampa per muovere il tamburo del girarrosto, come il meccanismo incosciente di una macchina: non è questo forse l'ideale per la massa degl'incoscienti e dei codardi?[282]
«Il nirvana! l'automatismo; ma gli è il paradiso degli Indiani!!».
«Ed il carcere è, per soprappiù, un nirvana, «ove si è nutriti»; mal nutriti, è vero, ed anche un po' umiliati e maltrattati... Ma per quanti galantuomini la lotta per l'esistenza è più aspra e con ben minor sicurezza! Allorquando si sono vinte le prime ripulsioni, alcuni—e sono forse la maggioranza—arrivano insensibilmente a «farsi in carcere un avvenire».
Egli conobbe un detenuto che copriva il posto di contabile nelle carceri di Clairvaux, ex-ufficiale dell'armata che, già condannato una prima volta per prevaricazione, scontava la quarta o quinta condanna, verso la fine del 1883 J... stava per essere liberato, e ciò gli spiaceva assai e si raccomandava perchè gli serbassero il posto per la sua prossima rientrata.
«Ricordisi questo ancora: Salvo onorevoli eccezioni troppo rare nell'alto personale penitenziario, per quasi tutti i direttori di carceri l'ideale del «buon detenuto» è il recidivo, il veterano, l'abbuonato, la cui educazione è già fatta e la docilità acquistata è una garanzia di tranquillità.
«Il guaio è che questo «buon detenuto» secondo la formula, non tarda molto, sotto questo regime, a divenire così incapace di resistere ai compagni, delinquenti-nati o malfattori di professione, ed ai sorveglianti, è così poco refrattario alle eccitazioni malsane, all'adescamento di un lucro illecito, all'attrazione dei cattivi esempi, alla disciplina, da essere peggiore dei «cattivi».
«La sola emulazione che gli resta è per il delitto e per la perversità, frutto della mutua speciale educazione alla quale si sottomette. Non è senza motivo che in gergo il carcere si chiama «il collegio».
«A ciò aggiungete la monomania della delazione, lo spirito litigioso e menzognero e tutti gli altri vizi speciali che si contraggono o si sviluppano in prigione.
«Infatti, è bene notare che non vi è una sola delle passioni dell'uomo, naturale o fittizia, dall'ubbriachezza all'amore, che non possa trovare anche sotto i chiavistelli almeno un sembiante di soddisfacimento.
«In presenza della solitudine e del gretto formalismo della prigione, scrive Prins, il direttore delle carceri belghe, noi dobbiamo domandarci se l'uomo delle classi inferiori può essere rigenerato unicamente colla solitudine e col formalismo.
«L'isolamento volontario ah! certamente esso eleva l'anima del poeta che, stanco delle volgarità mondane, si rifugia nelle regioni dell'ideale. Ma la solitudine imposta al criminale qual altro effetto può produrre se non di abbandonarlo alla nullità dei suoi pensieri, ai suoi istinti inferiori e di abbassare ognor più il suo livello morale?
«Ciò che mancò a molti vagabondi, agli sviati, ai corrotti che popolano le prigioni fu un ambiente, degli esempi, una protezione efficace e forse anche delle affezioni! E si soffoca in essi fino all'ultimo germe dell'istinto sociale e si crede sostituire e ambiente sociale e tutto quanto loro manca, con visite sommarie di sorveglianti usciti dalla infime classi della società.
«Ma s'insegna forse a camminare al bambino facendogli delle difficoltà od ispirandogli la paura di una caduta ed il bisogno di fidarsi d'altri?
«S'insegna forse la sociabilità all'uomo destinandolo unicamente alla cella, vale a dire al rovescio della vita sociale, togliendogli fino l'apparenza di una ginnastica morale, regolandone da mattina a sera i più piccoli dettagli della giornata, tutti i movimenti e financo i suoi pensieri?
«Non lo si colloca con ciò fuori delle condizioni dell'esistenza e non gli si fa così dimenticare quella libertà alla quale si pretende prepararlo?
«Come! sotto il pretesto di moralizzazione si mette fra le quattro mura di una cella un robusto contadino abituato all'aria dei campi ed ai pesanti lavori della campagna»—gli si dà un'occupazione qualsiasi che non richiede un sufficiente impiego di forza fisica,—lo si abbandona a guardiani che spesso gli sono socialmente inferiori, —lo si lascia in questo stato dei lunghi anni; e quando il corpo e l'intelligenza hanno perduto la loro elasticità gli si apre la porta del carcere per lanciarlo debole e disarmato nella lotta per l'esistenza!—Senza contare poi che a tutto ci si abitua, e che il giorno in cui il carcere è divenuto un'abitudine, non avrà più la benché minima azione benefica e positiva.
«Se si trattasse di farne buoni allievi, buoni operai e buoni soldati, accetteremmo noi il metodo dell'isolamento cellulare prolungato? Colui che è condannato dall'esperienza della vita ordinaria non può certo diventare utile il giorno in cui il tribunale ha pronunziato una condanna».
Chi volesse prove dirette degli enormi danni del carcere consulti i miei Palimsesti ove le sono a iosa. Per es., trovai scritto da un carcerato:
«Ho 18 anni; le sventure mi fecero colpevole più volte, e sempre fui rinchiuso in carcere. Ma qual correzione ebbi in carcere? Cosa imparai?—Mi perfezionai nella corruzione».—E più sotto:
«Hai ragione, Alfonso; cosa credono questi signori di ottenere da noi lasciandoci impoltrire per mesi ed anni in una cella nella stessa colpa per la quale ci arrestarono?».
«... Il voler correggere un ozioso e vagabondo, ed anche un ladro, sottoponendolo ad un rigorismo brutale di altrettanta oziosità, è un vero assurdo».
«...Il miglior modo per passare il tempo in cella si è dormendo e mangiando; così il tempo passa presto».
«...Poveri detenuti! Sono considerati come tante bestie; li tengono rinchiusi come tanti orsi bianchi e poi pretendono che si convertano!».
«...Nelle case di pena s'impara a odiare la società, non v'è alcuno che insegni di far d'un ladro un onesto; esse sono le università dei ladri ove i vecchi insegnano ai giovani il mestiere».
Il peggio è che i più trovano nel carcere una vera sorgente di godimento, precisamente l'opposto di quanto prevedevamo; così se qualcuno afferma «di diventar stupido, muto, e che le carceri sono il raffinamento della barbarie», subito dopo gli ripicca un compagno: «Non è vero ciò che dice quel detenuto in questo foglio; invece trattano troppo bene ed usano troppi riguardi ai detenuti». —Oppure:
«... Per venire in questo albergo non ci vogliono denari: tutto_gratis_, anche i camerieri. Per me ringrazio Dio, sono più beato di San Pietro. Qui nella cella son servito da lacchè. Che cuccagna! Si sta meglio qui che in campagna!».—Ed un altro: «Vittorio, arrestato per furto, di cui sono innocente. Addio, amici. Fatemi il piacere, per carità, non fuggite da queste carceri; qui si mangia, si beve, si dorme e non c'è bisogno di lavorare».
Parole ribadite dai canti criminali che ho pubblicato nel vol. I: aggiungo che ho sorpreso in un criptogramma un invito ad un amico a delinquere per potersi poi trovare in carcere. «Così, essendo in due, il tempo passa più presto, e quando saremo in galera ci conteremo la nostra vita».
Alcuni giungono a così grande indifferenza pel carcere, che danno il recapito nella loro cella, anche pel futuro.
Le Blanc, un famoso ladro, al prefetto di polizia Gisquet:
«Se siamo arrestati, finiamo per vivere a spese degli altri: ci vestono, ci mantengono, ci scaldano, e tutto alle spalle di quelli che abbiamo derubato!
«Dirò più ancora: durante la nostra detenzione in galera o in prigione, noi ci perfezioniamo e ci prepariamo dei nuovi mezzi di successo. Se io rammarico qualche cosa, è di essere condannato solo ad un anno. Se io lo fossi per cinque, mi avrebbero mandato in una prigione centrale. Là io avrei trovato dei vecchi assassini che mi avrebbero insegnato qualche buon colpo, e io sarei tornato a Parigi abbastanza abile per poter vivere senza lavorare. Ecco perchè avete tanti recidivi: vostra è la colpa. Siate maledetti.
«Nelle vostre case correzionali si poltrisce, là non vale il pentimento, là si viene incoraggiati al mal fare, perchè coloro ai quali voi affidate la cura dei ladri, sono più ladri dei ladri stessi, essi non badano che ad impinguare il loro borsellino».
Ed è notevole che invece dell'isolamento completo dal mondo esterno che si attribuisce teoricamente alle carceri cellulari si hanno informazioni e comunicazioni molteplici e tanto più dannose (specie per l'istruzione giudiziaria) perchè imprevedute.
«Le muraglie, scrive ancora Gauthier, offrono nel carcere sotto l'occhio paterno dei sorveglianti sempre un mondo d'informazioni e un meraviglioso strumento di corrispondenza.
«È così che io stesso, quand'ero a Châlon-sur-Saône, nella cella più segreta, seppi degli arresti fattisi a Lione, a Parigi, a Vienna, a Saint-Etienne, a Villafranca, in seguito e in occasione del mio, ciò che fu per me una notizia di grandissimo valore; così per la stessa via appresi l'orribile attentato del caffè Bellecour. V'è prima la funicella, tesa col peso d'una pallottola di mollica di pane che si giunge a lanciare fuori da una finestra all'altra, tenendosi sospesi ai ferri della finestra e che serve a stabilire un mezzo di comunicazione comodissimo: vi sono i libri della biblioteca che circolano di mano in mano coperti di criptogrammi: vi sono i tubi dell'acqua e le bocche del calorifero che costituiscono degli eccellenti portavoce.
«Un ultimo trucco che s'usava già, mi pare, al tempo di Silvio Pellico, ma che non può usarsi se non da persone un poco istrutte, è la timpanomania, cioè la conversazione a suono, che si fa battendo nel muro o col pugno, o con un cucchiaio, o con una scarpa, o con una pietra, o con qualunque altra cosa. Non c'è niente di più semplice e facile. L'a equivale ad un colpo, il b a 2, il p a 16, il z a 26.
«Ciascuna lettera è preceduta dal suono, colpo proprio della sua serie, così si riesce a parlare cinque o sei volte più in fretta. Non occorre per parlare così d'avere due celle contigue. Una volta io parlai ed ebbi dei dettagli per me preziosissimi da un mio compagno distante 40 o 50 metri».
Studiando, nel grande carcere cellulare di Torino, i graffiti, e gli scritti dei detenuti vi scopersi che mentre si crede d'impedire colla cella l'associazione, e sopratutto la triste camaraderie, lo spirito di corpo spesso invece vi si acuisce, quando forse prima loro mancava. Sorpresi negli scritti dei carcerati[283], come uno saluti affettuosamente i suoi ignoti successori, come un altro in un angolo, lasci un lapis ai suoi compagni perchè possano scrivere, ed un terzo consigli ai compagni pure ignoti di fare il pazzo per sfuggir la condanna.
E quanto alle comunicazioni: certo un ladruncolo minore, un mendicante isolato avrà poche comunicazioni nei giorni feriali; non le avrà che nei cortili di passeggio, dove le muraglie, continuamente rimbianchite, formano, come ho dimostrato, coi graffiti, una specie di giornale quotidiano, e nell'estate diurno, che si continua e moltiplica nelle arene, nei vetri appannati, e negli strati di neve dell'inverno; ma ad ogni modo ne ha, alla festa, sempre quando va alla messa e nei libri che giustamente gli si concedono.
Studiando in questi e nelle mura del carcere di Torino ne trovai 182 su 1000 che trattano dei compagni; e sarebbero stati 900 su 1000 coi saluti; 45 su 1000 sarebbero avvertimenti sul processo; 27 eccitamenti a nuovi delitti.
Ricordiamo questi pochi esempi trovati in libri del carcere:
«M... L... saluta P...—Mio caro P... fammi sapere il modo con cui dovrò fare riguardo al confronto»[284].
«Caro M... Fammi sapere se il S... è stato riconosciuto dagli stasi (vittime) crepati (imbrogliati) da S...».
Nulla è segreto nel carcere: anzi io potei verificare direttamente che vi si conoscono spesso fatti che sono ancora ignoti al di fuori.
Il trasloco d'un Procuratore generale mi venne annunciato nelle carceri parecchi giorni prima che avvenisse e quando nessuno in città lo sapeva e meno io di tutti.
Il detenuto Pascal, due giorni dopo entrato nel carcere cellulare, conoscevane i principali condetenuti; infatti un anno dopo declinò il nome di un tale con cui aveva parlato; eppure costui era uscito lo stesso giorno della sua entrata.
In un processo gravissimo, in cui l'istruttore fece il possibile per isolare i detenuti, risultò che il principale di questi scriveva settimanalmente su biglietti da carta da zigaro lettere il cui trasporto a domicilio, opera delle Guardie, costava 50 lire.
Nel processo Cerrato, una donna che comunicava nel carcere cellulare continuamente col suo complice e che sapeva tutti gli avvenimenti del di fuori, confessò alle Assise: «Noi tutte queste cose le sappiamo; gl'inservienti vi sono appunto per questo».
Studiando l'opera del Laurent troviamo che queste comunicazioni sono forse in Francia ancor maggiori che da noi. Vediamovi infatti uno che propone un piano di evasione ai compagni. Un altro così minaccia e sfida un collega: «Chi conosce il cattivo anus di M..., che pretende essere il terrore della via Davide, gli dica: che mi venga a trovare; io sono il vecchio M...».
L'istinto religioso, che domina già tutte le nostre istituzioni, fa insinuare il preconcetto che la religione sia una panacea delle tendenze criminali; quindi si spese molto per provvedervi, e vi sono carceri cellulari in cui la sola chiesa costò fino un mezzo milione onde ottenervi, conservando la forma cellulare, la perfetta segregazione dei detenuti che devono assistervi. Il male si è che, perchè questa si ottenga a dovere, occorrerebbero, col personale attuale del carcere, nientemeno che due settimane intere per l'andata e due pel ritorno.
Naturalmente fino a questo non giungendo la convinzione dei vantaggi rituali, la messa, che dovrebbe sanare questi animi pravi, contribuisce a favorirne le comunicazioni.
Ciò sia detto pei ladruncoli comuni. Ma l'aristocrazia del delitto, il ricco od influente criminale, non avrebbero nemmeno bisogno di questi espedienti: le guardie non hanno da perder nulla o quasi se favoriscono le loro comunicazioni col mondo esterno; e il sistema cellulare favorisce l'impunità di questi rapporti. Perchè chi può sapere quanto sia passato tra un individuo solo ed un altro in una cella isolata?
E vi è nelle carceri un ufficio, dipendente dall'amministrazione, quello detto di matricola (nel quale qualche scrivanello detenuto soggiorna sempre) che vede e nota ogni reo, quando entra e quando esce, ed è un nucleo centripeto e centrifugo, che raccoglie tutte le notizie e le diffonde per mezzo dei detenuti stessi nelle varie celle.—Vi è poi, il servizio dell'impresa, di questo tiranno nascosto che domina tutte le carceri, che non ha nessuna responsabilità nè ragioni del segreto, che ha bisogno di uomini, siano pur già condannati, che facciano il servizio di sarti, calzolai, lumai, materassai, muratori, falegnami e fabbri, e questi sono in contatto diretto cogli uomini liberi.
Pochi crederebbero che nei giorni di udienza cogli avvocati difensori o degli interrogatori presso il giudice istruttore, si trovino radunati nella medesima anticamera una diecina e più di detenuti. Per cui nel momento stesso dell'inquisizione del giudice, e quasi sotto gli occhi suoi stessi, si viene ad infrangere e precisamente pel detenuto sotto giudizio, che più interessa la sicurezza sociale, quella legge d'isolamento per applicare la quale si è spesa la enorme somma d'impianto delle carceri cellulari.
Non ho parlato dei laboratori. Nel carcere cellulare, appunto per impedire le comunicazioni, non si permettono che pochissimi lavori; e allora, oltre il danno materiale che ne viene allo Stato ed alla persona costretta all'ozio forzato, senz'altro sfogo che l'onanismo, ne viene il danno avvenire, perchè gli individui attivi si abituano all'ozio quando non ne muoiono, e gli oziosi vi trovano il loro pro' e quando sono fuori delinquono per ritornarvi.
Che se il lavoro viene concesso, è impossibile, anche escludendo quelli coi condetenuti, che nuovi rapporti non si formino coi capi d'arte, liberi, cogli impresari, ecc.
Succede così sovente che l'istruttoria, segretissima pel pubblico, non ha più segreti per l'inquisito, il quale comunica poi coll'avvocato a mezzo di altro detenuto che ha il medesimo difensore.
S'aggiunga che nell'interno della cella il grande criminale ha più calma per raffinarsi nella ricerca degli alibi, delle scusanti, nello studio del processo, e non essendo in comunicazione cogli altri colleghi, non si tradisce, ma sa confermarsi nella negativa. Il fatto è che parecchie volte i giudici istruttori, se vollero trovare il bandolo di un reato, dovettero desiderare, e anche qualche volta ottenere, che l'individuo, ammalato o no, passasse nell'infermeria, onde, trovandosi con parecchi, vi si abbandonasse a quelle spontanee confessioni che sono nella tempra dei criminali e che menano anche i grandi delinquenti a scoprirsi.
È inutile il dimostrare la nessuna influenza emendatrice del carcere, anche per timore di crudeltà verso i buoni, si arriva pei cattivi alle esagerazioni d'una filantropia talvolta spinta all'assurdo.
«In Olanda, p. es., a Hoorn si procura ai detenuti dell'acqua calda e fredda per lavarsi, una sala di ricreazione, dei giuochi di domino; e quando ricorre la festa del Re si fanno fuochi d'artificio;—in America, ad Elmira, si procurano loro delle distrazioni musicali;—a Thomastown si accorda il permesso di organizzare un meeting contro la pena di morte;—nell'Illinois si dà loro del poudding, dei biscotti, delle focaccie di miele, e si è così lontani dalla vera giustizia quanto gli antichi partigiani della tortura» (Prins).
«La legge belga ammette, continua Prins (Les criminels en prison, 1893), l'isolamento cellulare. Il suo scopo è di rigenerare il colpevole sottraendolo alle influenze deleterie dei condetenuti, per non lasciar agire che la benefica influenza degli uomini onesti. Questa è in tutto il mondo la teoria. Ma vediamo anche il fatto. Dappertutto i pretesi riformatori, incaricati di rappresentare presso il condannato i buoni elementi della società, sono agenti devoti, ma reclutati nella sfera sociale alla quale appartengono i detenuti, talvolta degli spostati senza impiego, che in cambio di un salario derisorio insufficiente al mantenimento di una famiglia, devono press'a poco vivere come un carcerato; e poco numerosi (appena una guardia per 25 o 30 detenuti) devono naturalmente limitarsi a gettare uno sguardo rapido sulla cella e sul lavoro, ed a verificare se i regolamenti sono osservati.
«A ciò si riduce—con una visita molto rapida di un istitutore o d'un elemosiniere—lo sforzo di coloro che sono incaricati di trasformare e di emendare un colpevole!!
«L'ospedale per le malattie morali, lo stabilimento modello sognato forse da Howard e da Ducpétiaux è dunque ben lontano da noi.
«Da tutto ciò si vede quanto sia grande la necessità di cambiare le nostre idee sulla prigione, come sia necessario che i giuristi imparino per il contatto diretto coi delinquenti, le loro vere tendenze, prima di fissare le leggi».
Sistemi graduatorî.—Ed ora ognuno capisce perchè non avendo i penalisti alle mani che questo triste stromento tentassero modificarlo, perfezionarlo: e quindi i grandi plausi al sistema irlandese. Questo consiste nel passaggio del reo da un primo periodo di isolamento cellulare, con cibo solo vegetale e misero vestiario, occupazioni monotone, di sfilacciatura, che non sorpassa i nove mesi, riducibili ad otto, ad un secondo stadio di lavoro collettivo, diurno, rigidamente sorvegliato, che si divide in quattro categorie, le une più privilegiate ed avvantaggiate delle altre, cui esso progredisce, dopo ottenuto un certo numero di tessere di merito, che fan acquistare i lavori eseguiti, l'assiduo studio, i buoni portamenti e fanno perdere i cattivi. Stupendo modo, questo, di materializzare e render cara a quelle menti grosse la virtù. Nella prima categoria la porta della cella resta aperta di giorno, il lavoro non è pagato, ma si può premiare con un penny; dopo conseguite cinquantaquattro tessere, si passa alle altre in cui mano mano il carcerato riceve maggiore compenso, mutua istruzione ed è messo a contatto col pubblico, e così via via.
Trascorso questo stadio, s'inizia pei ricoverati quello della quasi completa indipendenza (prigioni intermediarie) nei campi; sono vestiti dei propri abiti con qualche stipendio, hanno permessi di assenza e contatti continui colla gente di fuori; e da questo stadio passano poi a quello della libertà provvisoria, sotto la sorveglianza fino al termine della pena, della polizia, che fa, loro, in casi di mancanza (e fra questi si calcolano l'ozio e la mala compagnia), riprendere la via del carcere. Prima di uscirne essi sono registrati e fotografati; avvertiti che ad ogni lieve fallo sarebber rivocati; appena giunti al distretto assegnato o prescelto si presentano alla questura e le si ripresentano ogni mese; questa li patrona, li aiuta a trovare un mestiere, li sostiene presso i nuovi padroni, che però sono avvisati dei loro antecedenti e quindi meglio li sorvegliano. Così il reo può ottenere un risparmio di pena[285], e lo Stato di denaro, che può salire da 1/6 ad 1/3; e siccome ogni mancanza porta un regresso ai primi stadî, la pena più temuta, non occorrono più in questi stadî intermedi le altre pene disciplinari. Stupendi furono, in apparenza almeno, in Irlanda i frutti di tale riforma; dal 1854, in cui venne introdotta, si ebbe una diminuzione notevole di reati:
Erano 3933 i carcerati, 710 gli entrati nel corso dell'anno calarono nel 1857 a 2614 » 426 » » nel 1860 a 1631 » 331 » » nel 1869 a 1325 » 191 » » nel 1870 a 1236 » 245 » »
E giovi notare che essa concilia l'economia, che vuol dire la possibile applicazione, alla psicologia criminale, perchè permette un passaggio graduato all'assoluta libertà e fa di questo sogno eterno del reo uno strumento di disciplina e di emenda, offre il modo di vincere la diffidenza del pubblico verso i liberati e fa nascere la confidenza di questi in se medesimi.
In Danimarca i giudicandi dimorano in celle notte e giorno e vi lavorano a proprio vantaggio.—I condannati incorreggibili oltre 6 anni, o i già recidivi fanno vita in comune, in carcere apposito, nè hanno altra ricompensa per la buona condotta che il poter lavorare ai campi che son attigui alle carceri.—I suscettibili di emenda, o perchè giovani o perchè condannati per la prima volta, per non grave delitto, da 3 mesi a 6 mesi al più, dimorano in carceri speciali cellulari. Sono divisi a seconda della loro condotta in vari stadi: nel 1º (di 3 a 6 mesi) assoluta reclusione, istruzione nella cella, lavoro gratuito, non possono scrivere che sulla lavagna; nel 2º (di 6 mesi) toccano 2 shilling al giorno pel lavoro, ricevono istruzioni nella scuola, ma segregati dai compagni, possono aver carta nei giorni festivi e libri ogni 15 giorni, e sulla metà del guadagno, oltre all'aumento del cibo, possono acquistarsi un lunario ed uno specchio e scrivere lettere e ricevere visite ogni due mesi; nel 3º stadio (che è di 12 mesi al minimo) ricevono 3 shilling ogni giorno, possono avere libri e carta ogni settimana, possono comperarsi parecchie altre cose utili e mandare danari alla famiglia, ricevere visite ogni mese e mezzo e possedere i ritratti della famiglia; nel 4º stadio hanno 4 shilling al giorno e oltre agli altri vantaggi che loro si largheggiano sempre più, possono uscire di cella, lavorare all'aria aperta, possedere fiori, uccelli. La loro pena è riducibile, secondo la condotta, da 8 mesi a 6, da 2 ad 1 anno e fino da 6 a 3-1/2. E così passano dall'assoluta solitudine a quella sola notturna, dall'assoluto silenzio, con o senza separazione visuale, fino al lavoro nei campi, con quasi completa libertà. Appena il 10% rimane nelle celle oltre 2 anni[286].
Noi salutiamo come un grande progresso queste istituzioni, ma non dobbiamo illuderci; dobbiamo ricordare: che molti dei suoi pretesi vantaggi erano in Irlanda effetto dell'emigrazione, poichè i liberati, non trovando lavoro, andavano in America, ove popolavano i penitenziari di New York (R. di discipl. carc., 1877, p. 39): che si avevano recidive numerose anche con questo sistema (ved. s., Vol. I) in Danimarca e peggio ora in Inghilterra, ove a quanto pare codesti liberati non cangiano di abitudini, ma solo di residenza; recandosi essi malgrado la legge in siti ove sieno sconosciuti, e lì, non operando direttamente, ma istruendo e facendo operare altre birbe, in loro vece; quasi tutti i garottatori erano di quella genia, a detta del cappellano di Newgate, Davis (Cere, Les populations dang., 1872, pag. 103); si narra di uno scheriffo che ebbe a giudicare dei condannati liberati col ticket, ricondannati una 2ª volta, riliberati ancora con licenza, e colpiti da una 3ª condanna, il tutto prima che il termine della prima fosse spirato! uno in ispecie, di 36 anni, era stato condannato per più di 40 anni, ed era libero! Ecco perchè in Inghilterra dalla cifra di 2892 cui era salita la quota dei liberati provvisori nel 1856, scese subito a 922 nel 1857, a 912 nel 1858, a 252 nel 1859 e non si elevò mai più di 1400 al 1861-62-63 (Cere, op. cit., p. 100).—Anche in Germania il numero dei riliberati sotto condizione da 2141, ch'era nel 1871, calò a 733 nel 1872, a 421 nel 1874. Questo insuccesso si vuole si debba all'imprudenza con cui si concede il trasloco e il peculio intero ai detenuti; e all'abbondanza di certi patroni più interessati che filantropi, i quali, purchè ne traggan momentaneo profitto, non badano alla loro condotta, ed infine alla poca sorveglianza; ma è forse possibile ottenere una sorveglianza attiva e continua, quando si tratta di veri eserciti di liberati?
Oltre, ed insieme alle graduazioni dovrebbesi cercare di attuare quello che, barbaramente, chiamerò l'individualizzamento della pena; si devono, cioè applicare speciali metodi di repressione e di occupazione, a seconda dei singoli individui, come usa il medico, che prescrive speciali norme dietetiche e terapeutiche, secondo i vari malati.
Questo forma il segreto dei successi ottenuti in Sassonia (Zwickau), dove appunto si hanno carceri per vecchi, per giovani, per le pene gravi e per le leggiere, e dove, a seconda dei meriti di ogni singolo detenuto, si varia di vitto, di vestiario, di diminuzione nella pena. Ma ciò è attuabile pei soli criminaloidi in piccole carceri—e solo da direttori abilissimi; se no il premio della libertà è dato ai peggiori criminali che sono i migliori detenuti ossia i più ipocriti: non può lasciarsi nelle mani della miope burocrazia.
Peculio.—Un'ultima riforma moralizzatrice suggerirono De Metz e Olivecrona, per prevenire la recidiva dei liberati: riguarda il peculio, che se lasciato loro nelle carceri facilita l'orgia, dato all'uscita forma il capitale del crimine; essi consigliano di farne deposito, come garanzia della loro moralità, e come forzato mezzo di risparmio, in mano ai corpi morali, ai comuni, ai padroni, onde furono accolti, che loro ne devono consegnare solo i frutti, ritenendoli indefinitivamente in caso di recidiva. In Belgio ed Olanda si ritengono 7/10 del prodotto ai condannati ai lavori forzati, 6/10 a quelli della reclusione, 5/10 alle carceri semplici; il resto è diviso in 2 parti, di cui metà si fruisce in carcere, l'altra fuori. In Inghilterra ai liberati col ticket il peculio si restituisce nei primi giorni della liberazione, quando non ecceda le 5 lire sterline; nel qual caso vien rimesso in rate, dietro certificato di buona condotta.
Patronato.—Si consigliano da molti anche le istituzioni di patronato, ma oltrecchè hanno l'inconveniente di non potersi applicare in scala corrispondente al bisogno, l'esperienza dimostrò a chi studia quest'istituzione nel mondo e non nei libri, che, pegli adulti è affatto improficua; volgendosi, spesso anzi, a favorire la ingenita tendenza all'ozio e all'ignavia, e, quello che è peggio, riescendo pericolosa ai suoi stessi direttori presi subito di mira dalla rapacità e vendetta dei tristi protetti.
Soprattutto sono dannosi gli asili di patronato, comodo mezzo di ritrovo per essi e stimolo all'associazione malvagia. «Di un centinaio di liberati dai venti ai quarant'anni che si accolsero durante un biennio nel patronato di Milano (scrive Spagliardi), solo i più giovani, e ben pochi anche fra questi corrisposero, languidamente, agl'immensi sagrifici spesi per la loro riabilitazione. La tendenza all'ozio ed al libertinaggio, fatta forse più prepotente per le sofferte privazioni, vinceva in essi le attrattive della operosità; e il potere poi impunemente stare, andare, ribellarsi, come meglio loro talentava, li determinava infine dopo due o tre mesi, al più, di dimora, ad abbandonare l'ospizio, come non bisognevoli di quel soccorso, che avevano domandato liberamente. Nel loro Direttore essi non vedevano l'uomo sagrificatosi pel loro bene, ma solo un nemico, e quasi un tiranno inteso a vincolare la loro libertà. Da qui, contro di lui una sorda guerra d'insubordinazioni, di dispetti, di villanie e perfino di minaccie, se l'ordine e la disciplina venivano con fermezza mantenuti: e quest'avversione conservavano anche dopo abbandonato lo stabilimento, perchè furono questi beneficati che gli spogliarono la casa in una notte del 1847, e che nel 1848 compirono il saccheggio dell'ospizio appena incominciato dai Croati, nelle famose cinque giornate».
Ecco perchè le statistiche dei patronati sono così magre e così illusorie.
In Francia sono 160.000 gli esciti dal carcere; 363 i soccorsi!!
In Inghilterra 48 furono le società, che ne patronarono 12.000, ma con che esito il dimostrammo; e il provano gli asili industriali del patronato di Glasgow istituiti nel 1836: su 60 ammessivi 25 recidivarono; 4 emigrarono; 10 si arrolarono; 5 si perdettero di vista; 8 si condussero bene; 7 rimasero nello stabilimento; e per tutto ciò si spesero 431 sterline; si pensò di trasportarli in campagna: ma su 60 ammessi 46 recidivarono (1 fu rinviato per indisciplina): 5 emigrarono; 4 si condussero bene! 5 furono impiegati nello stabilimento.
Si pensò allora di trattare ciascun caso in particolare dopo fattane una scelta: ma anche qui su 363 così curati per due anni: 37 in 2 anni recidivarono; 5 emigrarono; 47 furono resi ai parenti; e 110 si sparsero per le varie regioni del regno e quindi sfuggirono alla vigilanza—e si spesero per essi 385 sterline. Frutti magri e sporadici, nè, come si vede, applicabili in larga scala.
In genere, poi, anche i fautori del patronato sconsigliano dal fondare stabilimenti di ricovero che non sieno affatto temporali, e di dar soccorso in denaro, ma solo in buoni sull'oste e sul panettiere, buoni che devono essere anticipazioni sul lavoro; le società devono abbandonare quelli che non lavorano e non si rendono al luogo loro indicato, informare le persone presso cui li raccomandano della loro vita antecedente, e perciò a nulla riescono senza un agente (possibilmente un ex-guardiano), che ne spii la condotta, che si occupi di collocarli opportunamente (V. Lamarque, La réhabilitation, etc. Paris, 1877, Brown, Suggested on the formation of discharged prisoners, 1870).
Maxime du Camp (Revue des Deux Mondes, 1889) pure conviene che il patronato è inutile pei rei-nati od abituali, ma non per quelli occasionali: «Fra i criminali (dice egli giustamente) vi hanno rei che s'annegano in un bicchier d'acqua, cassieri che sbaglian le cifre, commessi che confondono i prezzi e finiscono con irregolarità che sembrano indelicatezze e che li conducono al tribunale; quivi, imbrogliandosi sempre più, sono condannati. Costoro, una volta liberati, se trovano un impiego adattato alla loro poca intelligenza, non recidivano».—Per questi è utile, ne convengo, il patronato.
V'hanno poi quelli (delinquenti d'occasione), che peccarono p. es. in seguito a forte desiderio d'andare ad un ballo, ecc., e rubarono al loro padrone per la prima volta, presero qualche soldo di più del dovere, trovarono un padrone che li fece mettere in prigione, e il carcere li ha infettati: costoro se non sono soccorsi uscendo, vedono nella società una nemica; e chi sentiva rimorso per aver rubato 20 franchi e disperazione per aver subìto tre mesi di carcere, non si spaventerà all'effrazione ed all'assassinio.
La Società di Patronato fondata nel 1871 a Parigi si studiò di offrire il suo aiuto quando ne avessero bisogno, loro lasciandone solo l'indirizzo: se n'ebbero bei risultati. Un certo I., recidivo fin da giovane, autore di bancarotta fraudolenta e di furti, un giorno che un detenuto per 28 anni cercò di uccidere il direttore, si interpose a proprio rischio, ne restò ferito, ma lo salvò; alla sua volta lo si graziò, e non ricadde più: anzi, posto dalla società a guardiano di un passeggio pubblico, fu impeccabile nelle sue funzioni (però avvertiamo che la bancarotta non è propria dei delinquenti nati).
—In complesso, recidiva vi si calcola dall'8 al 10% (Du Camp, op. cit.).
Anche Spagliardi, che è certo l'autorità più sicura su questo argomento, dichiara nella sua Relazione, Se lo Stato debba accordare sovvenzioni alle società di patronato, ed a quali condizioni,_ 1871, che queste istituzioni debbono, per approdar a qualcosa, essere un accessorio della legge penale. «L'autorità emana la legge, ne stabilisce le norme, veglia a che sia osservata, ed occorrendo interviene col suo braccio forte, e la beneficenza studia di rendere efficaci le misure dell'autorità, ed ha il vantaggio che essa non esercita che la parte benefica della istituzione... Infatti per quei condannati, che il carcere ha fatto ancora più tristi, che nè la severità nè l'amore hanno potuto piegare, tutt'altro che disposti alle cure pietose rivolte alla loro riabilitazione, anzi manifestamente pericolosi alla società, non giova che il patronato della deportazione. Per quelli i quali o vennero condannati per delitti che non portano infamia nè distruggono gli effetti di una buona educazione, ovvero colpiti da pena disonorante hanno però tutta la coscienza del male commesso e ne sono sinceramente pentiti, salvo qualche cura o sussidio ai poveri, pel tempo necessario a trovar qualche appoggio, non occorrerebbe un regolare patrocinio.
«Resta la terza categoria, la classe più numerosa, di quei liberandi, i quali, impotenti per povertà ed incapaci per ignoranza a bastare a se stessi, non darebbero criterî sufficienti per pronunciare un giustizio sicuro sul loro emendamento, ma anzi presenterebbero tutti gl'indizi di una guarigione incompleta. Ed è appunto per costoro che i rispettivi Direttori, in seguito ad un consiglio delle persone più competenti del penitenziario, dovrebbero proporre la misura del patronato obbligatorio, alla giudiziaria magistratura, misura, che ben più proficuamente terrebbe il luogo dell'attuale penalità della sorveglianza di polizia. Non v'ha dubbio poi, che tale provvedimento da applicarsi non a priori, ma conseguentemente alla condotta tenuta dal liberando, influirebbe anche sul miglior governo dei penitenziarî.—Ma chi non vede, come la classificazione di questi liberandi, e le relative proposte di patrocinio obbligatorio, a condizioni certo utilissime, ma onerose, non possa essere il còmpito della beneficenza? La quale anzi non potrebbe nemmeno accingersi alla parte che le spetta, nè condurla a buon esito, se non in seguito al verdetto dell'autorità, e confortata dal suo energico appoggio. A maggior tutela del liberato, io vorrei ch'egli avesse a subire il patrocinio fuori del proprio paese, e che durante il medesimo non fosse mai lasciato in possesso del proprio peculio o massa risparmiata nel carcere. L'avere danari a propria disposizione ed il poter ritornare ai luoghi che furono già il campo delle sue delittuose operazioni, è difatto la causa ordinaria delle così frequenti e facili ricadute.—Ma qui appunto necessita l'azione governativa.
«Alla Società di patrocinio dovrebbe incombere l'obbligo di procurare al liberato nel luogo di dimora fissatogli, l'alloggio, il lavoro, le sovvenzioni sul rispettivo peculio, i soccorsi straordinarî, al quale ufficio io vorrei aggiungere il diritto di proporre, secondo il caso, una diminuzione od un prolungamento del tempo di prova stabilito dall'autorità».
Deportazioni.—V'è una specie di partito scientifico in Italia, che fantastica di trovare la panacea del delitto nella deportazione[287], cominciando da quegli egregi statisti dei Garelli, Cerutti e Deforesta, che si armarono di un cumulo di documenti statistici e finendo col carissimo Dossi, che vi portò i più delicati fiori della sua poetica simpatica fantasia nella sua—Colonia felice. Non giova difendersi contro i poeti, che parlano col cuore e la fantasia, ben giova il dire agli altri, che i dati storici e statistici chiamati a favore di quella teoria le sono proprio contrari. Si diceva che una gran parte delle fiorenti colonie americane e la stessa Roma antica ebbero origine da una specie di emigrazione o di colonia penale. È un errore storico. Per Roma basta citare le eterne pagine di Virgilio; e quanto all'America, bisogna ricordare che se la terza spedizione di Colombo fu composta di malfattori, compresivi però molti eretici ed avventurieri, alla prima e alla seconda presero parte i primi gentiluomini, e sotto Carlo II e Giacomo II ogni deportazione vi fu proibita; che molti paesi dell'America del Nord ebbero origine da onestissimi cittadini, come la Pensilvania dai Quaccheri di Fox e Penn; che il primo grande stabilimento d'America, quello di Jamestown, fu fondato dal gentiluomo Fonwick. Quanto all'Australia, si deve escludere la Vittoria, l'Australia del sud, la Nuova Zelanda, e quanto alla Nuova Galles, ed alla Tasmania, se devono l'origine alla deportazione, è un grande errore il credere che le debbano la loro prosperità. Tanto è vero che contro quella protestarono, quasi subito, i grandi filantropi Howard e Bentham, e poco dopo gli stessi coloni, sicchè 41 anni dopo, nell'anno 1828, se ne votava dalla Camera l'abolizione. E la prosperità dell'Australia si deve alle feconde praterie e ai vantaggi portati dal commercio della lana, che vi fece affluire una gran quantità di uomini liberi. La ricchezza di Melburne e Sydney si iniziò, appunto, quando scemarono le spedizioni dei condannati.
Recentemente il vescovo di Tasmania con 260 e più notabili protestò contro la presenza dei condannati, dichiarando la colonia sarebbe emigrata se non si facevan partire; altrettanto fece la legislazione della Vittoria, la quale dichiarò che le spese per la polizia e le carceri, in causa della deportazione, eranle aumentate a più di 2 sterline a testa, per cui se altrettanto avesse dovuto pagare l'Inghilterra, avrebbe avuto una spesa di più di 1390 milioni di sterline.
La legislatura dell'Australia del Sud emise, nel 1857, un decreto, per cui ogni individuo già carcerato, ancorchè avesse scontata la pena, doveva subirvi un nuovo carcere di 3 anni.
Nella N. Galles la popolazione tra il 1810 e 1830, in cui si ebbe il maximum della deportazione, crebbe di soli 2000 all'anno: dal 1839 al 1848 in cui l'esportazione delle lane crebbe da 7 a 23 milioni, aumentò da 114,000 a 220.000; ma dal 1840 ivi era cessata la deportazione, e finchè essa sussisteva, il brigantaggio vi infierì in vasta scala; i deportati non lavoravano e quelli addetti alla costruzione delle strade, che erano parecchie migliaia, vivevano peggio di animali sotto la sorveglianza di guardie e di soldati che li facevano cacciare da cani feroci, e li assoggettavano alla catena o allo scudiscio senza pietà[288]; e i liberati stessi, o deboli o complici dei loro antichi compagni, ben più sovente si univano ad essi nelle ribalderie e nei delitti, barattavano i terreni che il governo aveva loro concesso, perchè ne traessero una vita laboriosa. Non è quindi da far le meraviglie se la mortalità della popolazione detenuta toccava alle proporzioni del 40%, mentre nella libera raggiungeva appena il 5; se la proporzione delle criminalità, che in Inghilterra si calcolava di 1 delinquente su 850 abitanti, saliva nella N. Galles ad 1 su 104, ed in Van-Diemen ad 1 su 84; e se i delitti commessi con violenza, che in Inghilterra stavano agli altri delitti come 1 ad 8, toccavano nella N. Galles la proporzione di 50%.
Ciò ci dimostra come scarso o nullo sia il vantaggio morale della deportazione, comechè i condannati non lavorano, quindi per vivere devono ricorrere ai delitti, che vi si raddoppiano di numero, mentre non scemano nel paese donde furono esportati, forse perchè furonvi, perciò, più oggetto di invidia che di terrore ai compagni.
Nel 1852 infatti furono 3000 in Francia i forzati che chiesero di esser deportati, e per ottenerlo molti commisero dei nuovi crimini (Stevens, Reg. des établiss., 1877).
Nel 1805-6 con deportazione media di 360 all'anno si ebbero 2649 condanne in Inghilterra, e nel 1853-6 colla media di deportati 4108 all'anno si ebbero 15.049 condannati.
E mentre la spesa pel mantenimento di un delinquente in Inghilterra è di lire sterline 10,13, nelle colonie salì a 26,14, a 35, a 40.
Le spese per lo stabilimento della N. Galles salirono a 200 milioni senza contare però la spesa annua di 15 milioni!
Nella Guiana si avrebbe avuto un guadagno di L. 1,510,83 colla deportazione, ma dividendo quel guadagno per le giornate occupate, esso si risolve a 54 centesimi nel 1865, anzi nel 1866 a 48 per testa; e si ebbero evasi un 5%, morti 40%. Ogni reo costa 1100 fr. l'anno, 3 volte più che non un condannato cellulare; le spese di trasporto salirono a 400 (Bonneville de Marsangy, De l'amélioration des lois crimin., II, 95).
Il 30 maggio 1854 le Camere francesi promulgano una legge che stabilisce la deportazione; prescrive che i deportati sieno addetti ai lavori più penosi della colonia; e vuole nel tempo stesso che si faccia il possibile per migliorarli moralmente; loro si diedero, infatti, i mezzi di vivere onestamente: risorse insperate che sovente mancano alla gente onesta, si è istituita per essi una cassa (Legge 17 agosto 1878) di risparmio sovvenzionata dallo Stato; si cedono loro in concessione terreni di prima qualità spesso dissodati, di cui dopo 5 anni dalla liberazione diventano possessori. Ogni concessionario ha diritto al vitto, vestiario (Circ. minist. 6 gennaio 1882), alle cure d'ospedale ed agli strumenti agricoli; se ha moglie, questa gode i medesimi diritti, oltre 150 franchi all'atto del matrimonio ed un mobilio completo. Non è solamente, dunque, l'ambiente che è cambiato, ma tutte le occasioni di ricadere nel delitto furono accuratamente evitate. Ma noi sappiamo che se è possibile l'emendarsi in un nuovo ambiente pei delinquenti d'occasione, non lo è pei veri delinquenti-nati di cui si compone la maggior parte di questi miserabili. Ora, nelle relazioni non ufficiali,—avendo le ufficiali interesse a nasconderci la verità,—noi vediamo un rifiorirvi del delitto in pieno giorno, al punto che gli uomini onesti, ed i funzionari stessi, che mandano al Governo i menzogneri rapporti, sono spesso le vittime di queste pretese pecore rientrate all'ovile.
Vediamo, p. es., come ce li dipinge un imparziale straniero, Thomas (Cannibals and convicts, 1886), de visu:
«Non si può ideare a qual grado d'infamia essi siano giunti.
«Nel 1884 si vide uno di questi delinquenti tentare di tagliar la gola alla sposa dopo 48 ore di matrimonio. Sorpreso, fuggì fra i selvaggi che lo fucilarono: ma essi stessi sono sovente le vittime di quei miserabili. L'impunità, l'indulgenza diedero luogo ad una vera anarchia, ad un vero inferno in terra».
Secondo Mancelon (Les bagnes et la colonisation pénal, 1886) dei relegati condannati per ben tre volte a morte furono in seguito liberati. Una donna che aveva ucciso due bambini, e che fu in seguito graziata, più tardi ne uccise un altro.
Ecco come descriveva a Laurent un deportato uno di quei matrimoni che il governatore Pardon, nella relazione ufficiale (1891), ci dipinge con tanta ammirazione.
«All'isola Nou (Laurent, Les habitués des prisons, 1890) assistetti ad una cerimonia curiosa; allo sposalizio di uno dei miei condetenuti. Il pretendente era un individuo condannato a 5 anni di lavori forzati, per assassinio: lo si mandò a far la scelta della sposa al convento di Bourail al Padoc, scelse una vecchia prostituta condannata a 8 anni di lavori forzati, per aver aiutato a derubare ed assassinare un uomo in casa sua.
«Il matrimonio fu deciso. Dopo la messa, il prete parlò ai novelli sposi di perdono, di redenzione, dell'oblio delle offese, ma la sposa stizzita non cessava di ripetere in gergo: Ah! quanto ci annoia!
«Seguì un banchetto molto inaffiato. Il testimonio bevette tanto alcool, che dormendo si lasciò prendere il portamonete: il marito pure era altrettanto ubbriaco, ed il mattino si svegliò anch'egli senza portafogli, con un occhio ammaccato e senza notizie della sposa che s'era assentata con un altro liberato fino al mattino: ma e' prese la cosa in buona parte e la trovò anzi naturale.
«Quantunque maritata, colei divenne la concubina dei liberati e e dei carcerati stessi. Un giorno attirò in un locale appartato un arabo liberato che sapeva ricco, e il marito lo svaligiò e uccise a colpi di ascia. Ma la donna impaurita denunziò l'omicida che venne condannato a morte. Così finì questa coppia fortunata».
Leggesi nel Néo-Calédonien del 26 gennaio 1884:
«Un rigenerato venne messo in concessione tempo fa, non si sa perchè, e fu autorizzato a sposare una giovane e bella donna la quale, da quanto pare, non fu abbastanza soddisfatta del nuovo sposo.
«Quarant'otto ore dopo gli sponsali, questi venne arrestato alle 2 pom. mentre disponevasi a segare tranquillamente la gola alla giovane metà. L'arrivo degli agenti impedì che il delitto fosse commesso. Egli non subì che qualche giorno di detenzione, perchè essendo stato sorpreso mentre stava per commettere il reato sulla porta della casa di un funzionario, dal quale sua moglie veniva; la cosa fu soffocata e la giovane coppia fu rappattumata per ordine superiore. Ma poco dopo la donna si salvò per non essere assassinata. Il marito si vendicò incendiando la casa, e fuggì. Per distrarsi egli ora incendia tutte le case dei concessionari.
Nella monografia, Travaux forcés fin de siècle, della Nouvelle Revue, 1890, si narra di «un Dévillepoix, condannato ai lavori forzati a vita per due stupri su minorenni seguiti da due omicidi e passato a seconde nozze con una infanticida. Dopo qualche tempo, per nulla, mise fuoco alle case dei vicini, incendiò la piantagione di M. e G., prostituì la moglie col primo capitato per vivere meglio e finalmente si fece condannare a morte. Ora i Dévillepoix concessionari, sono una legione nella Nuova Caledonia ed anche nella Guyana, dopo la concessione del 15 aprile 1887.
«Nell'anno 1883, un liberato s'innamorò della signora B., venditrice di liquori, e siccome ella non corrispose subito alla sua fiamma, egli le bruciò le cervella e si suicidò in presenza degli avventori.
«Nel 1881 il Ministro della Marina si lagnò che sopra 7000 persone, senza contare i liberati, 360 soltanto poterono essere impiegati nelle costruzioni di strade. Tutti gli altri vagano più o meno alla ventura, vivono a modo loro, a cavallo, in vettura, liberamente, sotto pretesto di lavoro in concessione, o d'impiego presso i particolari. Così non più disciplina, non più, si può dire, bagno.
«Nel 1880 non c'erano che da 640 a 700 evasi; nel 1889 la cifra permanente di 800 è raggiunta. Nè i rei più pericolosi non sono i più sorvegliati.
«Il famoso bandito Brideau, evaso altre volte, uccise una vecchia e le divorò il seno. Sotto il coltello della ghigliottina si rise della giustizia. «Tirate giù«, gridò con forza, quando era sotto la mannaia.
«Chi, d'altronde potrebbe frenare questi depravati, allorchè si sono accorti che il bagno—questo spauracchio dei codici—non è che una facezia?
«Il Consiglio di guerra si perde a condannare e ricondannare, e per l'eternità, dei miserabili già condannati a perpetuità. Si distribuiscono degli aumenti di 10, 20, 100 e 200 anni di bagno!
«Si vedono a Noumea individui condannati tre volte a morte e graziati, ed in seguito lasciati in libertà per le vie.
«Nel 1891 il Tribunale marittimo di Noumea condannò a morte un forzato chiamato Janicol, il quale, in seguito a condanne avute nella colonia, non sarebbe stato libero che l'anno 2036, vale a dire dopo 145 anni! La Macé, inviata alla Caledonia dopo aver uccisi i suoi due bimbi, si marita, ottiene una concessione di terreno ed uccide un nuovo fanciullo. Un antico fabbricante di stoviglie a Bourail, che fu condannato per stupro di una figlia maggiore, è raggiunto dalla moglie, dalla vittima e da un'altra figlia più giovane. Egli spinge la maggiore alla più bassa prostituzione, vi prepara l'altra minore, e continua il suo commercio florido di stovigliaio.
«Le vittime sono i poveri sorveglianti. Il martirologio è lungo. Fra tanti citiamo Olivieri, Lavergne crivellato da colpi di coltello da un condannato vagabondo, malgrado tre condanne successive a vita (la vita del Lavergne venne giuocata all'écarté!!); Antonmarchi fu scannato durante il sonno, Taillandier, Salvadori, Collin, Paggi, Guillemaille, pugnalati colla moglie e coi figli; Gerbi tagliato a pezzi».
Gli effetti di questo ordinamento della colonia sono evidenti.
È già trascorso un quarto di secolo dall'arrivo alla Nuova Caledonia del primo convoglio di condannati: eppure essa non ha strade; Noumea non ha fogne, nè terrazze, nè case, nè docks, nè bacini di carenaggio; in breve tutte le terre saranno in mano di incendiari e di assassini.
Si capisce ora quanto siano veritiere le relazioni degli Ispettori che sostengono che «i concessionari sono veri proprietari, ad alcuno dei quali si potrebbe con sicurezza ridare grazia e libertà»!!
Ho riprodotto con minutezza questi fatti perchè servano anche di controprova a quelli che seguitano a ripetere papagallescamente—Mutate l'ambiente, mutate il bouillon—e il reo sparirà.—Qui son mutati il clima, la razza (Caledonia), le condizioni—son sottratte tutte le cause dei delitti—ed il reo-nato delinque ancora—e l'onesto ne fa le spese!—Qual miglior prova della prepotenza dell'azione organica sull'ambiente!
E l'ho riprodotto per mostrare la lunga serie di inganni—per opera dei burocratici—che ci fan parer stupende delle riforme pessime: infatti il Governatore della Nuova Caledonia, Pardon (con rapporto 1891) magnificava questa riforma, dichiarava d'aver messo ai lavori delle strade 1200 condannati; a disposizione dei coloni ben 630, sorvegliati senza alcun pericolo (sic!) dai guardiani e con molta lode. I concessionari aumentavano continuamente fino a 123: le pene saranno rispettate, non sollevando nemmeno sentimenti di rivolta, l'industria prospera (Bullet. des Prisons).
Il vero è che anzi dovevano aggiungere che oltre alla spesa enorme per mantenere costoro, non meno di 900 fr. a testa, bisognava contare su la quota di rei che delinquono solo per andare a quest'eden.
Bosvat di 22 anni, p. es., stanco di 16 condanne per furto, sortito appena dal carcere feriva il primo Commissario di polizia che trovò; aveva detto agli amici che se non avesse trovato di costoro avrebbe ucciso qualcuno tanto per andare alla Colonia ( R. di Discipl. Carceraria, 1885).
Per comprendere il grande svantaggio economico delle colonie penali, conviene ricordare: che i delinquenti non campagnoli sorpassano di più che la metà la quota dei rei e non è a 25 o 30 anni che si apprende un mestiere nuovo; che la poca attività, la ripugnanza del lavoro forma uno dei caratteri dell'uomo criminale, carattere di cui certo non può spogliarlo (ma anzi deve aumentarlo) un clima più caldo che rende più inclini ad alcuni delitti, e la vicinanza di popolazioni selvaggie, più affini nell'indole a quella del delinquente; quindi è naturale cosa che si aumentino e non scemino quelle recidive che ormai riconoscemmo costituire la regola e non l'eccezione del criminale-nato.
Perciò le deportazioni non dovrebbero assegnarsi che ai rei per passione e d'occasione (Vedi Capp. XII e XIII).
Coatto.—Dicasi altrettanto del domicilio coatto che è la larva di una casa di pena per gl'incorreggibili, salva la minor continuità ed il peggiore pericolo e la minore spesa apparente, poichè il governo non vi spende che 60 centesimi al giorno, del che parecchie volte si rifa sul compenso di 40 ad 80 centesimi pel lavoro al giorno.
Se non che questo provvedimento, oltre esser provvisorio, è pochissimo giustificato: che se il vantaggio del loro allontanamento è certo grande per i cittadini onesti (non però pei poveri loro ospiti, che corrompono, derubano ed infamano[289]), ben è impossibile il credere che serva per loro, che possa essere uno stimolo al loro ravvedimento od al lavoro. Come si può immaginare che all'isola Ventottene, che ha solo 60 salme di terreno coltivabile e 1000 abitanti, possano trovar lavoro 400 coatti che vi si trovano? e con che ponno lavorare attualmente 424 nell'isola Pantelleria e 408 a Tremiti? (Nicotera).
Infatti, nel 1852 erano 488 e nel 1874 erano 1488 sopra 3602 i coatti che si potevano occupare[290]. Ma come immaginare che sapendo dover dimorare in un sito non più che da tre mesi ad un anno possano trovar gusto e modo ai lavori utili? E come credere che dopo un ozio completo passato in una specie d'impunità insieme ai più perversi, dopo un ozio favorito dalla magra pensione governativa, un uomo possa tornare più attivo in mezzo alla società donde fu espulso?
E però perchè restituirli? Se il loro primo invio non era giustificato che dal bisogno della sicurezza sociale, perchè non continuarlo? E se era ingiusto od inutile per sè, perchè decretarlo?
Ma quale miglioramento morale si può attendere da individui che sono raggruppati a centinaia sopra un piccolo spazio di terra e obbligati a convivere insieme oziando?
Il domicilio coatto diventa in questo modo l'occasione necessaria di future associazioni di malfattori, tanto più pericolose, in quanto che possono prendere forme di colleganze interprovinciali, rinsaldate dal comune vincolo degli odii, dei desiderii di vendetta, delle cupidigie, dei delitti.
Di che cosa infatti volete che ragionino, conversando tutto il giorno fra loro, codesti uomini, già abituati al mal fare, se non delle male imprese per lo addietro da ciascuno compiute e di quelle a cui, riavendo la libertà, potranno insieme dedicarsi?
Ed è tale e tanta e così radicata oramai questa convinzione, che allorquando è spirato il termine della condanna, e il Ministero interroga prefetti e questori sulla convenienza di restituire al rispettivo comune il coatto pel quale il termine è scaduto, prefetti e questori in generale rispondono negativamente.
«Quando io vidi (scrive un testimonio oculare) i coatti a Ventottene, coloro che erano in codesta condizione di flagrante illegalità costituivano, una terza parte del numero totale. Per alcuni la illegalità era stata sanata una prima volta mediante una rinnovazione di condanna; ma anche il nuovo periodo era stato scontato; e la situazione necessariamente era peggiorata.
«Ho visto le stesse faccie scialbe e sparute, stesso disordine delle vestimenta, lo stesso moversi incomposto, lo stesso vociare confuso; e la immobile stupidità degli uni e il perpetuo correre intorno degli altri; e questi starsene sdraiati al suolo sotto la sferza del sole e quelli sghignazzare giuocando ed altri ancora accalorarsi, bestemmiando, nelle condanne.
«Non ho bisogno di dirvi, come vi siano alcuni, i quali spendono tutti i cinquanta centesimi in solo pane; e poi trovano di non essere sazi abbastanza. Altri, li perdono cercando di sottrarsi all'ozio col giuoco.
«Per contrastare questi effetti ricorrono molti ad un rimedio che è peggiore del male e che una volta adottato non può da que' disgraziati venire più smesso, quello dei liquori e delle bevande spiritose.
«Alcuni talvolta, non mai più d'un decimo, trovano accidentalmente un po' di lavoro; ma è lavoro affatto temporaneo ed assai male retribuito.—E vi son quelli tra i coatti che, per non giuocare il pane, giuocano i vestiti e in breve si riducono ignudi; cosicchè li vedi ravvoltolati nella coperta da letto, oppure cacciati nel pagliericcio, tenendone fuori soltanto la testa.
«Il condannare un coatto alla cella di punizione è cosa che non dipende dal pretore, ma dal direttore della colonia, un semplice delegato di P. S., affrancato, per le condizioni stesse della sua residenza, dalla molestia di frequenti controllerie.
«Or siccome tutto ciò che sa di arbitrio fa ribellare anche la natura più perversa, così avviene che queste punizioni in generale inaspriscono l'animo dei coatti e li rendono vieppiù ribelli ad ogni idea di disciplina.
«Oltre a ciò, essendo conseguenza della detenzione in cella il ricevere pel mantenimento venticinque centesimi soltanto in luogo di cinquanta, è avvenuto che più d'un coatto abbia talvolta commesso un furto od altro reato, pel solo desiderio di essere tradotto alla prigione mandamentale e di ricevere colà il nutrimento sano e sufficiente del condannato».
Sorveglianza. Ammonizione.—Tutti coloro che hanno pratica dei delinquenti e della questura sanno che la così detta sorveglianza occupa una gran parte delle guardie di pubblica sicurezza[291], con una spesa di più di 4 milioni e tutto senza un vero vantaggio, poichè infine i delitti sono in gran parte commessi da questi sorvegliati od ammoniti, ma la sorveglianza è causa essa stessa di nuovi delitti e certo della miseria dei delinquenti, poichè denunciandoli colle visite personali, agli onesti impediscono dal trovare e mantenere l'impiego. Il delitto, dice bene Ortolan, dà luogo alla sorveglianza, questa all'impossibilità di trovare lavoro con un cerchio tanto più fatale che spesso si assegna loro un domicilio lontano dal paese nativo (Éléments du droit pénal, cap. 7, tit. V).
È una misura, dice Curcio, che spoglia d'ogni garanzia le persone colpite, che mentre non impedisce le tristi, paralizza le oneste, interdicendole moralmente e fisicamente; che fa perdere il lavoro a tanta gente, mentre la si vuol condannare principalmente per non essersi data a stabili occupazioni.
La pena, dice Fregier, della sorveglianza, dopo che fu introdotta, non giovò punto, non offerse alcuna garanzia, e mantenne intanto l'illusione di una sicurezza che non esisteva (Les classes dangereuses, 1868).
S'aggiunga l'enorme numero degli arresti, le perdite del Governo e dei privati, pelle spese di carcerazione e di giudizio, contro ai contravventori, e l'arbitrio enorme per cui la mancanza di un saluto alle guardie, oppure il saluto ad uno sospetto, il ritardo di un quarto d'ora nel rientrare in casa (alle 8-1/4 invece delle 8) possono essere causa d'arresto, sicchè gli infelici sono schiavi in mano alle guardie (Curcio).
Altrettanto e peggio si dica dell'ammonizione[292], che non ha almeno la speranza di limiti, di un fine, che ha pur la sorveglianza. Incredibile è la perdita di lavoro che questa produce, mentre essa è escogitata per ottenere il contrario.
«La sorveglianza (dice l'on. Gallo) e l'ammonizione lasciata esclusivamente all'arbitrio della P. S., fa che lo scopo manca pressochè sempre, anzi, quello che si ottiene è contrario affatto a quello che si è proposto. Essendo l'Autorità di P. S. quella che denuncia la persona da ammonirsi all'autorità giudiziaria, è pur dessa sempre quella che ne fornisce anche le informazioni o dove si appoggia l'ordinanza d'ammonizione. Questa pronunciata, non ammette appello, nè revoca, nè prescrizione; per il che la persona ammonita, incapace, o per la giovane età, o per ignoranza della stessa legge, di conoscerne tutta la gravità, si può dire che da quell'istante rimane priva della sua libertà, la quale poi perde per sempre, imperocchè all'ammonizione tiene subito dietro la contravvenzione, per la quasi impossibilità nell'ammonito di ottemperare alla prescrizione, di darsi a stabile lavoro nel termine prefisso or di cinque, or di dieci giorni al più, coll'obbligo di farne constare alla autorità politica; di qui la condanna certa per oziosità alla pena del carcere per tre mesi coll'aggiunta ancora della pena accessoria della sorveglianza speciale della P. S., non mai minore di sei mesi; pene queste, che precludono per sempre al condannato qualunque via al lavoro.
«E valga il vero: Sedeva un giorno sul banco degli imputati un giovane pieno di vita, di mente svegliata. Dovea rispondere di furto di oggetti esposti alla fede pubblica, e per la terza volta del reato di contravvenzione alla sorveglianza speciale.
«Interrogato quale fosse la causa per cui aveva contravvenuto alla sorveglianza, rispose, la causa è di chi mi ha condannato, e fattosi ad un tratto il volto suo cosperso di colore, proruppe con voce più franca e più sonora in queste precise parole: «Sì, meglio lo dirò e lo ripeterò sempre, la causa è di coloro che mi hanno condannato alla sorveglianza per la quale mi trovo nella disperazione. Maledico a coloro che mi lasciarono in questo mondo, meglio sarebbe stato per me se non fossi nato, perchè non mi sarebbe toccata la sorte crudele o di morir di fame o di marcire (furono le sue parole) in carcere. Ma, soggiunse ancora, quello che ho fatto sarà poco a fronte di quello che sarò costretto di fare per liberarmi dalla sorveglianza e per non aver più nulla da fare o dire cogli agenti della P. S. ed assicurarmi il pane per tutta la vita». Il pane, a cui alludeva, era il pane del condannato, perchè altro più onorato non poteva ripromettersi sebbene di buona volontà, perchè nissuno lo voleva per lavorare, da taluno non solo rifiutato, ma con sdegno respinto, appunto perchè sottoposto alla sorveglianza della Pubblica Sicurezza» (Gallo, op. cit.).
«A me non resta che mettermi una corda al collo! diceva innanzi al Tribunale di Firenze uno sciagurato sottoposto alla sorveglianza, che era stato arrestato tre volte di seguito, negli stessi giorni in cui avea finito di espiare la pena. Solo nel mondo, senza parenti e senza amici, non avendo trovato, appena uscito di carcere la prima volta, ove posare il suo capo disgraziato, si era messo a dormire sotto la statua di Cosimo il vecchio... Dopo un momento fu condotto in prigione e processato e condannato perchè trovato fuori del proprio domicilio un'ora dopo il suono dell'Avemaria. Finita la pena, appena uscito dalle carceri s'incontrò a caso con uno che in esse aveva conosciuto e si unì a lui per andare in cerca di lavoro; fu carcerato, processato e condannato per essersi trovato insieme ad un individuo sospetto. Finita anche questa volta la pena, s'incamminò fuori di porta romana, essendo stato assicurato che colà poteva trovar del lavoro, ma non conoscendo bene in qual punto preciso terminava il comune di Firenze, per ignoranza passò il Rubicone... e fu tratto a prigione, processato e condannato per avere oltrepassato la circoscrizione del territorio assegnatogli...» (Curcio, op. cit.).
Noi trovammo alle carceri di Torino un certo Biumi arrestato 11 volte in 6 mesi per mancanza alla sorveglianza che finse di rubare per potersi far condannare definitivamente e sottrarsi alle noie della sorveglianza, ecc., «e appena fuori, finito il mio tempo, o mi terranno qui o fingerò di nuovo, perchè io preferisco una dimora continua qui, che una a sbalzi».
«Che serietà vi presenta una legge che obbliga perfino a fingere di commettere reati, e che mette i funzionari di pubblica sicurezza in questa crudele posizione, che tante volte scongiurati da quei disgraziati pregiudicati, perchè li aiutino a trovare del lavoro, debbano denunziare la contravvenzione a carico di quelli stessi perchè poi non l'han trovato!» (Curcio).
«Che serietà vi presenta una legge la quale mette i funzionari di P. S. in condizioni di non poter dir nulla a cinquanta o sessanta individui se li trovano tutti a dormire nella stessa locanda, quando tutti hanno dichiarato regolarmente che era quello il loro domicilio; ed intanto, se ne trovano due insieme per la strada, in pieno meriggio, li debbono arrestare perchè le persone pregiudicate non possono unirsi tra di loro?» (Curcio).
In grazia del sistema vigente si toglie ogni sentimento di umanità, e si fa spreco di funzionarii e di quattrini per far entrare ed uscir di prigione le persone pregiudicate. Le quali perdono qualunque buona attitudine, la forza della rassegnazione, si demoralizzano affatto. Con questo sistema si lavora a demolire la serietà della giustizia che deve condannar persone che avessero anche fatti tutti i passi per procurarsi lavoro (Curcio, op. cit.).
L'ingiustizia delle ammonizioni è evidente in teorica, dipendendo dal solo arbitrio personale dei pretori, che pure sono considerati come i meno degni di sì alta responsabilità di tutto il corpo giudiziario; e che sia tale anche in pratica lo dimostra il largheggiare in alcune provincie, come Venezia che ne aveva 14.231 nel 77 (Rivista penale, 1878), senza che il crimine vi si notasse in numero straordinario, mentre Potenza ne aveva solo 1306 e Catanzaro 1183, e lo dimostra la sproporzione fra le revoche delle ammonizioni, 1 su 7 a Milano, 1 su 16 a Catanzaro ed infine i pareri diversi sulle revoche e sulle eleggibilità degli ammoniti non solo dei Procuratori del Re, ma delle varie Corti di Cassazione.
I nemici, come ben dice Machiavelli, si devono o vezzeggiare o spegnere, ma qui non si fa nè l'uno nè l'altro,—si irritano.
A questo, a un dipresso, si risolvono tutti gli istituti governativi per la repressione e prevenzione del crimine!
CAPITOLO IX.
Le assurdità e contraddizioni giuridiche.
Nè meglio valgono gli organi e metodi giuridici che ponno in opera quegli istituti; e che rendono i giudizi criminali un gioco di sorte, in cui di accertato non v'è che la spesa inutile per i processi ed i dibattimenti, oltre lo scandalo centuplicato dalla pubblicità che spinge a nuove riproduzioni del reato.
Giurìa.—Quanto poco sia idoneo, p. es., fuori che per i reati politici, l'istituto della giurìa, lo dimostrano le varianti sproporzionate da anno ad anno, da paese in paese, nell'assoluzioni, per esempio: Cagliari che dà le assoluzioni del 50%, mentre l'Alta Italia dà il 23%[293]. Chi mi spiega, scrive Costa, perchè la giurìa a Genova assolva il 30% accusati, mentre Ancona 15, Milano 13? (Relazione statistica sui lavori ecc., Genova, 1879).
Nella stessa Venezia troviamo una differenza che va dal 9 al 51%, secondo che dalle piccole città di provincia c'avviciniamo alle più grandi ed alla capitale.
«Le classi colte civili, dice Taiani, parlando dei Calabresi (Rendic., p. 112), non sono mai rappresentate nel giurì»; infatti, una numerosa serie di casi ci prova sin troppo la completa ignoranza nei giurati.
Nel 77, nella causa di Sebastiano Raineri, il capo dei giurati dichiarò «a maggioranza di sette voti, no, con circostanze attenuanti«.
A Terni si assolse uno che si era reso confesso di aver ucciso nottetempo, con coltello appositamente preparato, il padre, e che era già stato condannato a morte.
In un altro processo fu posta la questione dell'eccesso di difesa, ed i giurati l'ammisero perchè, come disse il capo, l'avvocato aveva parlato più di due ore e quindi aveva ecceduto nella difesa[294].
In una votazione per accusa di omicidio si trovò una scheda su cui si trovava scritto sì o no.—E passò a favor dell'imputato; il giurato richiesto del perchè di un voto così strano rispose: perchè stava scritto sulla scheda la formola: «il giurato doveva rispondere sì o no» (Eco giudiziario, 1876, pag. 7).
Un tal Pezza venne a Torino riconosciuto reo di truffa e di falso, ma nello stesso tempo si dichiarò che aveva agito in uno stato di semi-idiotismo (un reo di falso!).
Nessuna garanzia si ha sull'incorruttibilità del giurato che non avendo da rispondere ad alcuno e nulla da perdere nelle assoluzioni, spesso mette a baratto pubblicamente la giustizia, come mostrano le frequenti assoluzioni dei rei confessi di concussioni.
Il giurì, anzi, è per sè stesso una causa della corruzione popolare. Il prefetto Borghetti (Relazione della giunta per l'inchiesta sulle condizioni della Sicilia) nota come molti onesti campagnuoli si corrompano entrando fra i giurati; e il giurì, soggiunge, è l'arena ove la mafia ama dar le prove della sua bravura.
Nella Relazione Cantelli s. c. è riferito per bocca di un deputato, come un giurato si dolesse perchè un dato processo non avesse fruttato alcuna somma ai membri del giurì.
E l'ingiustizia verso i poveri che da questa corruzione deriva, offre una grande incentiva alla immoralità, poichè l'imputato povero, vedendo che la giustizia è tutt'altro che uguale per tutti, si crede quasi autorizzato a ricattarsi sulla società che lo condanna, e ritenerla ingiusta, anche quando, per istrano caso, nol sia.
A chi sostenesse i giurati per l'indipendenza dal Governo, noi ricorderemo averci gli esempi dell'Inghilterra mostrato che i giurati cambiarono parere spesso secondo la volontà del Governo: ma che ci avrebbe questo a fare quando non si tratti più di delitti politici, ma di delitti comuni?—E non è anzi vero che mentre il Governo può restare estraneo all'assoluzione o no di un delitto, non vi rimane l'opinione pubblica tante volte artatamente artificiata dagli offesi o dai difensori e alla quale i più onesti giurati sono schiavi involontari? E qual peggior tirannia del resto dell'ignoranza? Manfredi, procuratore di Cagliari, 1877, ci narra, come una delle cause delle assoluzioni meno giustificate dei giurati fosse che molti fra questi ponevano scheda bianca, credendo con ciò declinare ogni propria responsabilità così in favore che contro il reo: ed intanto senza saperlo assolvevano; altrettanto osservò Sighele per Milano e Vanzina per Vercelli.
Il giurì, scrive il Pironti, spesso assolse i ladri del pubblico denaro per fare una protesta contro il Governo (Resoc. di Pironti, 1862), od assolse il reo perchè era prode militare. Ed intanto, aggiungo io, coll'eccessiva mitezza verso i rei di sangue fomentò nuovi delitti; sicchè si comprende come in un ferimento a Domodossola un amico dicesse al feritore: Uccidilo, non ferirlo, perchè così andrai all'Assise; ferendolo andresti al Tribunale (Eco giudiziario, 1878, pag. 98).
Lasciare all'istinto popolare, al sentimento predominante del momento il decidere di un fatto in cui anzi tutto occorre spogliarsi del sentimento, non è egli agire in linea diametralmente opposta alla giustizia?
E che dire degli errori del giurì dipendenti perfino dal caso che nessuno potrebbe prevedere, come nel fatto accaduto del Galletti a Brescia (Rivista penale, 1874), in cui uno scarabocchio prodotto dall'inchiostro sopra il sì di un giurato fu causa dell'assoluzione completa di un uomo che doveva essere condannato a morte? Il semplice caso, oppure l'effetto diretto dell'ignoranza si sostituì ai pretesi criteri infallibili della giustizia.
Nè ci si opponga per giustificare il giurì le necessità di ammodernare, come tante altre istituzioni, anche quella della giustizia; il giurì, che era rudimentalmente adottato ai tempi delle XII tavole[295] e delle gerichte germaniche, è tanto moderno quanto lo sono le cremazioni, pretese innovazioni dei pseudoigienisti moderni—e che erano già vecchie ai tempi di Omero!—Ed è altrettanto opportuno in pratica.
Come! dirò col Mangano e col Vanzina: Credete non essere abbastanza garantiti, nelle trattazioni degli affari civili al disopra di 1500 lire, dai pretori, i quali sono sottoposti a tante altre giurisdizioni, che hanno fatto studi speciali, che devono dare un resoconto, una giustificazione della loro sentenza, che sono in somma specialisti e responsabili, e poi vi fidate del primo droghiere che in grazia del suo censo diventa giurato malgrado che voi ne ridereste se pretendesse ad essere vice-pretore!—Noi ci affaticammo tanto, appena fatti liberi, perchè i magistrati dovessero giustificare le loro sentenze ed in disteso e non darle come oracoli, o ciò malgrado che fino ad un certo punto ne li potesse giustificare il loro passato, i loro studi speciali, la loro competenza, l'appellabilità delle loro sentenze, e poi noi stessi crediamo di aver scoperto una nuova fonte di libertà e di giustizia permettendo che alcuni cittadini non esperti nè responsabili possano sentenziare con un semplice sì o no, a a guisa dei bimbi e dei despoti, senza rendere la più lieve ragione del loro operato, ordinando, per peggiore danno nostro, che questa inconsulta affermazione diventi irrevocabile e sacra quando si tratti del benessere de' rei, e solo appuntabile quando si tratti della loro pena. Ogni magistrato deve dar ragione dell'assolutoria o condanna per ingiuria, furto, ferita. La magistratura popolare dichiara senz'altra garanzia, senz'altra ragione che il suo sì o no, se un tale commise grassazione, omicidio, ecc. (Eco giudiziario, 1875): anzi, aggiungerò, può dichiararlo ancor più impunemente, col tacere, colla scheda bianca, che è, sia pure, davanti alla legge scritta, un'affermazione, ma, davanti alla coscienza del giurato ignorante e incline alle restrizioni mentali, è un mezzo termine tra la verità e l'ingiustizia. E fossero almeno osservate le precauzioni formulate dalla legge per impedire gl'inconvenienti della giurìa! Noi sappiamo, p. es., che una delle più importanti è quella che i giurati «non comunichino con chicchessia relativamente alle accuse fatte ad un individuo fino dopo la propria dichiarazione». Quest'obbligo essi anzi lo giurano; ma il fatto è (e tutti lo sanno) che non lo pratican mai e che essi comunicano perfino e pubblicamente col difensore del reo. E perchè lasciare il diritto di esclusione, non motivato, alla difesa, cosicchè sempre escludonsi i giurati migliori, quelli che per censo, per onoratezza e per ingegno più possono resistere alle seduzioni ed alla rettorica? Come credere che uno zotico qualunque possa tener dietro a quei processi, come accadde ad Ancona, in cui s'interrogarono 747 testimoni e si richiesero ai giurati 5000 quesiti? Come credere che meglio possano resistere alla minaccia della vita essi che non hanno nulla da perdere in una assoluzione, quando fino i giudici veri e responsabili si lasciano intimorire? Come credere che se dei veri giudici, che se un'assemblea di periti a stento s'illuminarono sulla realtà di alcuni malefici la cui cognizione esige studi speciali di tossicologia, di chirurgia o di psichiatria, lo possano individui non solo non specialisti, ma estranei ad ogni scienza e privi d'ogni coltura, e ciò in un'epoca in cui per bisogni assai men gravi si esige la suddivisione del lavoro?
Sarà vero che qualche rara volta si ebbero pure dei buoni giudizi; ma possono essi stare al confronto dei cattivi? E non è ad ogni modo lasciare al caso quello che dovrebbe provvedersi con stretto rigore di regola?
Si dice: ma le medie delle assoluzioni dei giurati si avvicinano a quelle dei tribunali ordinari. Lasciamo pure che il fatto non è punto esatto, chè la media in alcune regioni è perfino raddoppiata; ma fosse anche, e chi non vede la enorme differenza, mentre innanzi ai giurati passano cause che hanno percorso una lunga fila di criteri e di giudizi, quali il pretore ed il giudice istruttore, procuratore del Re, sezione d'accusa, preside della corte e procuratore generale, ecc., periti, dopo i quali è difficile non sia venuta in chiaro, prima, l'innocenza dell'imputato?
Se non che non è tanto pel numero che le assoluzioni peccano quanto per la qualità; largheggiandosene, per una malintesa generosità, coi ferimenti, omicidii, ribelli, causa forse questa del continuo loro accrescersi e per una triste corruzione coi falsari ed abusatori del pubblico denaro.
Nè vale il dire che in Inghilterra ed America sono adottati i giurì come da noi e senza inconvenienti. Nella razza anglo-sassone il senso del giusto e del dovere non viene meno così spesso purtroppo come da noi; oltrecciò, innanzi alle Assise, non compaiono mai i rei confessi che pare sommano alla metà de' rei e che danno luogo agli scandali più vergognosi nei voti dei giurati, donde il numero più scarso di rei portati alle Assise in Inghilterra—1 ogni 132.790 abit.,—che non da noi—1 ogni 81,31 abit.,—differenza enorme che la maggiore criminalità nostra non può bastare a spiegare.
D'altronde in molti casi capitali, ribellioni, o specialissimi come nelle bancherotte, li sono ammessi i giurati speciali. Ed in Inghilterra l'habeas corpus non impedisce, come da molti si crede, l'arresto preventivo in flagrante per opera della polizia (che ha luogo più di frequente che fra noi), ma solo dà il diritto al reo processato, di provocare, entro 24 ore, l'intervento del magistrato (alta Corte di Londra o Tribunale di Contea nelle provincie) per decidere sulla conferma o revoca dell'arresto. Ed il Coroner in tutti i casi gravi si circonda di un vero giurì di specialisti medici o chimici, come assessori giudiziali; ed in Inghilterra si vincolano i giurati alle informazioni del Giudice sul diritto, col giuramento, la cui forza è molto maggiore che da noi pel rispetto tradizionale verso il giudice e la legge; poichè il sentimento pubblico inglese si rivolterebbe contro un verdetto spergiuro in cui i giurati rispondessero sulle quistioni di diritto allontanandosi dall'istruzione del giudice; di più, se il verdetto appaiavi errato, il giudice può ommettere di dare esecuzione alla sentenza od almeno differirla fino a che non abbia ottenuto il voto dei colleghi (Glaser, Schwurgerichtliche Erörterungen, Vienna, 1876).
In Inghilterra i giurati non possono uscire dal palazzo fino a sentenza emanata, il che impedisce certo molti modi di corruzioni e di influenze.
Del resto in Inghilterra ed in America non va tutto così a seconda come da molti si crede; il biasimo contro il giurì, fino dai tempi di Elisabetta, giunse a ricordare il motto famoso da Cicerone scagliato contro a quei magistrati popolari corrotti: Quos famis magis quam fama commoverit. Ed ancora nel 1824 la Rivista di Westminster imprecava furiosamente al modo con cui la funzione si andava esercitando colà, e fino a qualificarla bugiardo fantasma di giustizia[296].
E Robinson, nel 1650, nell'operetta Certain consideration in order to a more speedy, cheap, and equale distribuiton of justice throughout the nation, most humbly presented to the high-court of Parliament of England ne propone la soppressione, mostrando: «che nelle piccole contee non si trova un numero sufficiente di cittadini intelligenti da servire da giurati: che troppo spesso il giurì si lascia dominare da quello dei suoi membri d'ingegno più vivace e più fermo; la legge vuole un assurdo con l'esigere che tutti si riuniscano in uno stesso verdetto, anche quando internamente siano di parere diverso; ne resulta che, se vi sono delle decisioni erronee o parziali, in buona fede non si può infliggere alcuna penalità ai giurati. Questi avran sempre in fatto il diritto di dire che sono dispiacenti di aver fatto male, se lo han fatto, ma che sono stati costretti a giudicare in qualche modo pur che fosse; l'uso di non accordare al giurì nè fuoco, nè lume, nè nutrimenti, nè bevande deve aver per effetto di obbligare la maggioranza ad accettare il verdetto della minoranza. Finalmente, in un processo chiaro come la luce del giorno, questo rigore permette ad ogni uomo di carattere fermo e di costituzione robusta, furbo od imbecille, di costringere tutti gli altri, se non vogliano morire di fame, ad accettare la sua opinione».
«William Palley che, come conviene ad un inglese, loda quell'istituzione, nello stesso tempo confessa che soventi volte anche il giurì del suo paese non si conforma alle regole della giustizia. «Questa imperfezione, osserva, si nota principalmente nelle dispute nelle quali si mescola qualche passione, o pregiudizio popolare, ed ove gli animi sono accesi da dissentimenti politici o da odii religiosi» (Pizzamiglio, Dei giurati in Italia, 1872).
Appello.—Chi ricorda il detto di Bacone: Iniustitia reddit iudicium amarum, mora acidum, comprende come fra noi la giustizia sia irrisoria poichè la pena non è più nè pronta, nè certa, nè seria, grazie agli appelli; la sentenza dal tribunale è infatti preceduta da regolare e completo dibattimento, mentre quello della Corte si fonda sopra un verbale il più delle volte redatto in modo irregolare ed incompleto; sommati i voti dei due giudizi e dato che nel primo l'unanimità di tre giudici condanni, nel secondo si abbia parità di voti fra i quattro consiglieri, ne viene che cinque voti per la condanna, fra cui due possono essere dei presidenti, devono cedere a due voti per la soluzione.
Una prova dell'esorbitanza assurda di questo abuso da noi la può dare il confronto colla Francia; mentre in Francia erano 417 le cause dei pretori trattate in appello nel 1871, in Italia nel 1874 erano 14.882, circa 35 volte di più!—e mentre erano là 7745 solo le cause dei tribunali correzionali decise in appello, da noi salivano a più del doppio, 16.149! senza contare il decuplo delle cause di cassazione, di cui toccheremo più sotto.—Eppure si tratta di un paese analogo al nostro, che si trovava allora allora escito dal flagello doppio di una guerra e di due rivoluzioni politiche e sociali.
Questo fatale edifizio si coronò col più ampio diritto di cassazione, il quale non si basa, come sarebbe giustissimo e come si pratica in America, in Inghilterra e perfino in Francia, sopra errori sostanziali e di fatto, ma quasi sempre su questioni di forma, che ci riconducono ai tempi bizantini o alle stramberie di alcune razze mongoliche, per cui una causa costosissima può venire cassata per una semplice sgrammaticatura di un povero cancelliere che si può, per caso e pur troppo anche ad arte, facilmente ottenere o dalla dimenticanza spesso con mille artifici favorita e provocata di un presidente. Si narra che la causa di Agnoletti costasse più di dieci mila lire all'erario e che venisse cassata per essersi dimenticato un cancelliere di porre una fede di nascita fra le carte.
Grazie a questi ricorsi la esecuzione della sentenza definitiva si ritarda enormemente e l'Annuario statistico già notava come pel 47% dei condannati nel 1871-75 era trascorso più di un anno prima della sentenza definitiva:
per 13 da 9 mesi a 1 anno. » 16 da 6 » a 9 mesi » 16 da 3 » a 6 » » 7 soli 3 »
Per suggellare poi sempre più nelle menti che la giustizia deve propendere più in favore dei rei che degli onesti, più in favore dei carnefici che delle vittime, si aggiugne l'assurdo paragrafo, per il quale il nuovo giudizio può ben portare mitigazione ma non aumento alla condanna, quasichè il vero non potesse risultare mai in favore della società, ma sempre in favore del reo, circostanza quest'ultima che spiega l'enorme quantità dei ricorsi ormai generalizzati in tutte le condanne e la proporzionata quantità degli annullamenti, il tutto con perdita non solo di danaro e di sicurezza, ma, che è peggio, di quel tempo che in questi casi è tanto più prezioso perchè in esso è quasi tutto il prestigio della giustizia repressiva.
Grazie.—Ma come se tutto ciò non bastasse ai nostri danni, vi si è aggiunto e applicato con profusione il diritto di grazia che non può concepirsi, riunito in un sol uomo, se non come una negazione di quella giustizia, dei cui portati uni ed eterni ed imprescrittibili van blaterando precisamente i nostri avversari.
Questo diritto di grazia è profuso in tal modo da superare 100 e più volte quanto si fa nella vicina Francia (Relaz. del Minist. di grazia e giustizia, 1875).
È un fatto che tutti gli anni si ha una media di 20 mila proposte per la grazia e che di queste almen 3000 sono esaudite[297]. Come ciò può conciliarsi col fatto che ogni giorno più si mostra provato dalla scarsezza dei ravvedimenti? E chi non sa come perfino quelli che sortono dopo prove ben più serie che non siano quelle di pochi anni di carcere, vale a dice gli assoggettati al metodo graduatorio penale e fino all'individualizzante, hanno fatto pessima prova?
Come? Si ardisce affermare che la giustizia è uguale per tutti, che essa è destinata ad equilibrare l'ordine giuridico turbato, che parte da norme fisse, incrollabili, libere da ogni personalità, quasi quasi emanazioni celesti, e poi tutto ciò si mette in non cale, di un tratto, tutto ciò distruggesi come un fastello di carte, mediante la firma, spesso involontaria, d'un uomo il quale sarà il più onesto del nostro paese, ma pure è un uomo. E pazienza fosse egli; ma chi non sa come egli, non vi può proprio nulla, e che tutto dipende da un ministro il quale può esservi tratto dalle teorie più balzane, e se fosse anche il più accorto degli uomini, deve porsi spesso al rimorchio uomini politici, e dei direttori delle carceri, i quali, non rispondendo quasi mai dei dannosi effetti dei loro giudizii, vi si lasciano trascinare, oltre che dalle simpatie personali, anche dall'osservazione sbagliata della maggiore docilità nella disciplina che è spesso in linea inversa del ravvedimento.
Il diritto di grazia, e sopratutto, come assai bene lo dimostrarono Mattirolo (Filosofia del diritto, 1871) ed Hello, quello dell'amnistia, che cancella ogni azione penale, che cioè ammette come non avvenuto l'avvenuto, sono un droit du cachet alla rovescia.
Il diritto di grazia è una delle molte contraddizioni del diritto criminale, moderno.
Un tale, dichiarato colpevole dalla legge, viene ad essere graziato da un'altra autorità estranea alla legge. Grazia vuol dire pietà, misericordia; ma come potete usarne voi con chi credete essenzialmente cattivo?
Essa è tutta poggiata alla supposizione che il diritto di punire stia tutto nella volontà di un reggente.—»Ma noi l'usiamo per temperare la giustizia, dice Friedreich, quando è troppo severa!» Ebbene, quando è tale non è veramente giusta e dovete cercare di mutarne i metodi.
Su 189 condanne capitali in Prussia, solo 6 furono eseguite. Non diventa in tal modo la grazia piuttosto la regola che l'eccezione? Non era meglio abolire la pena che lasciarla nel codice e poi non porla in pratica?
Ed invero, v'hanno casi nella vita giuridica, in cui la grazia è quasi un complemento della giustizia, e viene a correggere il rigore e l'inflessibilità di questa. Un individuo di vita proba e intemerata, il quale per uno strano accozzo di circostanze sia trascinato a commettere un reato, non è certamente da paragonare al volgare assassino, spinto al delitto dalla brama di ricchezze.
Mundorf, uomo onestissimo, uccise la moglie in un impeto di gelosia; si pentì subito: tentò uccidersi e confessò tutto; il giurì lo condannò a morte, ma chiese la grazia sovrana. Ebbene se egli era un reo d'impeto, non abitualmente dedito al male, non dovea condannarsi a tal pena.
Beccaria scrisse «che il far vedere agli uomini che si possano perdonare i delitti, o che la pena non ne è la necessaria conseguenza, è un fomentare la lusinga dell'impunità, è un far credere che, potendosi perdonare, le condanne non perdonate sieno piuttosto violenze della forza, che emanazioni della giustizia.... Siano dunque inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse nei casi particolari, ma sia dolce, indulgente, umano, il legislatore[298].
«Se il principe, continua egli, deve perdonare e la legge deve condannare, le leggi invece d'essere l'ostacolo innalzato dalla forza pubblica contro le violenze private, saranno dunque i lacci tesi dal tiranno contro quella porzione degli individui della società che non han saputo procurarsi il suo favore».
E Filangeri: «Noi diremo... che ogni grazia conceduta ad un delinquente è una derogazione della legge, che se la grazia è equa, la legge è cattiva, e se la legge è buona, la grazia è un attentato contro la legge; nella prima ipotesi bisogna abolire la legge e nella seconda la grazia»[299].
Noi aggiungeremo come ultima considerazione essere la grazia contraria allo spirito di eguaglianza che anima la società moderna; poichè quando essa, come è pur troppo spesso il caso, favorisce i ricchi, fa sospettare ai poveri che per essi non esista giustizia, e li spinge per reazione a nuovi reati, e così riesce una provocazione della pubblica morale e insieme una negazione dell'eguaglianza.
Ricordiamo in proposito le parole di Giangiacomo Rousseau: «Les fréquentes graces annoncent que bientôt les forfaits n'en auront plus besoin, et chacun voit ou cela mène».
Cicerone aveva detto «benefacta male locata, male facta arbitror» (De Off., lib. I). La grazia, infatti, è una speranza aperta all'impunità, e quindi causa di nuovi delitti.
Il commendatore Ratti, procuratore generale, nel 1873 faceva rilevare che su 100 individui dichiarati rei di omicidi volontari (nel corso dell'ultimo decennio) «12 soltanto avevano subìta la pena sentenziata di 20 anni di lavori forzati; per tutti gli altri la pena era stata mitigata e per 23 era stata ridotta a quella del carcere. Da quell'epoca la più alta delinquenza andò crescendo, e le circostanze attenuanti continuarono ad essere accordate sempre con frequenza».
Pregiudizi criminali.—E tuttavia non sarebbe nulla se nella pratica giudiziale non si fosse infiltrata una serie di pregiudizi che ne rendono vuoto od inutile ogni giudizio.
Noi deploriamo, per es., che siasi stabilito che nel dubbio sull'intenzione si debba presumere il reo volere il male minore; che quando non sia provato a quale fra gli effetti punibili mirasse l'accusato di un reato, si presuma sempre sieno diretti al reato meno grave e all'effetto meno dannoso. Ora è il contrario questo che accade nei delinquenti nati.
E la legge fa qui un'ipotesi che, essendo all'inverso del fatto mette a pericolo la sicurezza sociale.
Peggio poi, quando, in coro a tanti altri codici, alleggerisce la mano nei tentativi; quando nega l'intenzione nei reati anche quando venga manifestata dal reo con minaccia di uccidere; «chi si associa ad altri per delinquere, chi dà il mandato ad altri di commettere un delitto, non comincia ancora l'esecuzione del reato». Ma questo è piuttosto un difendere i rei dalle vittime, che questa dai rei; è un volere che le vittime sian morte, e ben morte, prima di prenderne la difesa; è un privarsi spontaneamente, per amore di teoriche astratte, di un concreto e pratico modo di protezione, tanto più quando si conosca quella speciale tempra del delinquente-nato a propalare i reati prima di commetterli. Così chi propina una sostanza che crede veleno, mentre poi non lo è, pel più semplice buon senso che non badi alle formole magiche di vecchi giuristi, è colpevole perchè altrettanto pericoloso di chi ha dato vero veleno, tanto più quando si sappia la tenacia degli avvelenatori che riproducono con strana insistenza e in vasta scala i loro reati; mentre pel Progetto lo è pochissimo; eppure, colpendoli fortemente, possiamo salvare qualche vittima, mentre col solito sistema di interpretazione erroneamente mite, per salvare le formole, si prepara la morte di un innocente.
Si oppone il pericolo che si correrebbe altrimenti nei giudizi dei giurati; e lo credo io pure che i giurati giudicano male in questo e in altro; ma, in nome del cielo, questo non prova altro se non la necessità di sopprimerli questi giurati, che non solamente in questo sono giudici ingiusti.
Quanto s'è detto pel tentativo, si dica pel delitto mancato: io vorrei sapere perchè si debba diminuirne la pena; è forse che dopo quanto vedemmo sulla quasi irresistibilità degli atti del reo-nato il pericolo del rinnovarsi del reato è diminuito?
E assurda è la mitezza dei nostri codici pei recidivi non specifici quando cioè non ricadano nella stessa specie di reato, perchè ciò solo «li renderebbe più pericolosi, e meritevoli quindi d'una più intensa pena». Ora dir ciò non lo può che uno che non abbia nemmeno la più lontana idea di cosa sia il delinquente abituale, che opera precisamente all'opposto.
La statistica inglese ha mostrato che il delinquente contro le persone, recidivando, commette più specialmente reati contro la proprietà, truffe e furti, per sfuggire all'arresto.
Il reo che recidiva sempre nello stesso reato è, quasi sempre, un semi-imbecille, meno pericoloso, e che ha quindi meno bisogno di essere tolto di mira dall'aggravamento della pena; viceversa, colui che a poca distanza di tempo commette diverse forme di reato, indica avere una maggior intelligenza e versatilità al delitto; citiamo pure per modello Lacenaire, Gasparoni, Desrues, che sanno unire insieme il furto, la truffa, il falso e l'assassinio. E sono i più pericolosi ed i meno facilmente riconosciuti e più raramente arrestati, sfuggendo ai casellari e ai metodi fotografici.
Ed erronea è pure l'importanza data al dibattimento orale.
La discussione orale non è in gran parte che una ripetizione inutile, e a volte anche dannosa della istruttoria scritta, poichè i testimoni non fan che ripetere a viva voce ciò che avevano già dichiarato antecedentemente. Ora è difficile che i ricordi non si confondano davanti all'imponenza del pubblico, del tribunale, degli avvocati che fanno delle domande all'imprevista, che minacciano magari mentre è molto più facile ricordare e raccontare esattamente un fatto in una piccola camera davanti a 2 o 3 persone (Ferrero, o. c.).
Lo stesso si dica delle perizie di difesa e di accusa, e ciò tanto più quando si pensi che lo scritto permane, e lo scritto è un progresso enorme sulla parola, e che la memoria delle parole è di molto inferiore a quella delle lette e viste[300].
Kirkpatrick da ripetuto esperienze sul grado della memoria delle parole udite, lette e viste, ha concluso che la memoria delle cose vedute è sette volte più forte delle cose lette od udite[301].
Munsterberg e Bigham da esperienze sull'influenza che esercita nella memoria la natura dell'organo sensorio che percepisce la impressione, conclusero che: la media degli errori è più forte per la serie auditiva che per la visuale: 31,6% nella prima e 20,5 nella seconda. La famosa oralità dunque è completamente contraria al progresso moderno, eppure si dà per uno dei cardini della giustizia[302].
Non approviamo nemmeno l'idea di non ammettere per recidivo chi abbia commesso un nuovo reato di sangue, quando questo non siasi verificato quasi notabilmente, o quando sia stato commesso solo nella giovinezza: si tratta di constatare se vi è una maggiore o minore temibilità in certi individui che pure si devono rendere innocui; una volta che il legislatore non si sogna nemmeno che i caratteri antropologici e psicologici possano giovare in questo, che almeno tenga egli conto dei fatti constatati, e non ne faccia un inutile getto per obbedire a un principio teorico.
Teorie sbagliate.—E non pochi giuristi, teorici, onesti tutti e certamente fra i più illuminati ed elevati negli studi scientifici, appunto per essere a giorno del movimento scientifico che si fa intorno all'argomento dell'uomo delinquente, senza averne potuto, però, per la mancanza di nozioni fisiologiche o di contatti diretti, andar fino al fondo, credendo di seguire l'andazzo moderno, hanno reputato che le novazioni antropologiche che dimostravano la maggior frequenza dei pazzi o dei deboli di mente, negl'imputati, la meno assoluta responsabilità di tutti, portasse per conseguenza la mitigazione nelle pene. Essi non compresero che le nuove nozioni antropologiche portanci, è vero, a scemare l'infamia nei rei-nati, ma in fondo, a perpetuarne la pena, sia poi essa presa sotto un nome più che un altro, inquantochè quanto meno sono essi responsabili, tanto più sono temibili, come facili alla recidiva, inquantochè in essi la tendenza al crimine, innata perchè atavistica, non è neutralizzata se non dalla elezione e dal sequestro: è un'onda sempre incalzante che si reprime e contorce in se stessa quando trova delle altissime dighe e che irrompe o dilaga se non le trova, oppure le trova sfasciate. Essi, invece, Olandesi a rovescio, credettero contenere di più l'onda quanto più calavano o rompevano le dighe, quindi le noiose nenie sulla pena di morte, quindi sempre più aumentate le garanzie per le difese dei rei e facilitate le grazie, mentre poi nulla fecero per aumentare la sicurezza e la repressione.
Se un generale, fidando nella grande potenza della filosofia lasciasse da banda per un giorno solo la strategia e la balistica e si lasciasse guidare dalla filosofia, anzi anche solo da una strategica astratta, fondata, per es., sulla storia delle battaglie, non condurrebbe certo a perdizione i suoi poveri soldati? Ebbene, il funzionamento delle cose penali esige per lo meno tante conoscenze pratiche quanto la strategia militare, e meno forse che più le può soccorrere la filosofia; eppure esse dipesero spesso dai cenni di persone venerande, ma che sostituirono la metafisica alla strategia, e sognando ad occhi aperti sopra un libero arbitrio che non esisteva, sopra una libertà indipendente dalla materia, sopra un diritto di punire fondato non sulla stringente necessità sociale, ma sopra astratte violazioni dell'ordine giuridico, non solo non pensarono a levare o scemare le vere cause del delitto (alcool, associazioni infantili, ecc.); ma mentre a precipizio introdussero tutte le affermazioni che escogitava il mondo civile in favore dei rei, dimenticavano le cautele, le norme con cui questo ne temperava i possibili danni (stabilimenti intermedi per la liberazione condizionale, annullamenti per la giurìa, probation, ecc.) e dimenticarono tutti o quasi tutti i mezzi nuovi escogitati alla difesa sociale, e quindi ritennero inutili i manicomii criminali, le case di pena pegli incorreggibili, inutile lo scemare i rinvii, le grazie, il tassar gli alcoolici, ridicola la giurìa tecnica, ridicolo lo studiar il reo quanto il reato.
Peggio è poi quando sentenziarono che la cosa più sacra, più importante pei sacerdoti della giustizia fosse il rispetto per le forme procedurali che preferivano alla difesa della società, che pure per ciò solo li eleggeva; tanto da lasciar passare in adagio che le forme della procedura (non la sostanza) sono la suprema garanzia delle parti, e che: Forma dat esse rei, quattro parole che sono la più grande dimostrazione della cecità umana nelle cose giuridiche.
Cause di questo stato.—La ragione di questo fatale regresso della giustizia e nelle teorie e nella pratica sta prima d'ogni altra cosa in quella legge d'inerzia, di misoneismo, per cui l'uomo quando non sia trascinato da speciali circostanze o da giganteschi e fortunati ribelli, guarda con ribrezzo, con terrore, ogni cambiamento per quanto semplice e logico appaia: e se in alcuni casi vi si assoggetta per quanto riluttante è perchè la novità è così maturata e la sua evidenza così spiccata che gli s'impone e lo trascina come una valanga in tal modo da forzarlo ad accettarla.
Ma qui l'evidenza è stata sempre nascosta, come spesso nella religione e nella filosofia, da formule che sotto mistiche, grandiose, apparenze ne velavano completamente l'inanità.
Chiunque educato a idee religiose oda per la prima volta rabbini o brahmini pronunciare misteriosamente delle preci ebraiche o sanscrite, vi annette una meravigliosa efficacia, un significato profondo, mentre invece tradotte con un buon dizionario esse gli appaiono delle povere giaculatorie, come un castello di carte che al primo urto colla realtà della vita cade e si sfascia: ma questo dizionario il pubblico non l'ha: e trova più profondo il giurista che meno capisce e spesso altrettanto i giuristi fanno tra di loro tanto più rispettandosi quanto più si raggrovigliano nei loro geroglifici[303]: dopo ciò si capisce che ed essi affermino ed il pubblico accetti, p. es., come cosa giusta che il dare un mandato non sia incominciare l'esecuzione d'un reato e che la recidiva impropria non sia vera recidiva.
Il Ferrero dà nel suo bellissimo libro, così poco capito dagli italiani «Les lois psychologiques du symbolisme« un'altra ragione di questi errori—nell'arresto ideo-emotivo, nella tendenza dell'umana mente a ridurre al minimum il numero delle associazioni mentali richieste dal proprio ufficio, per cui l'interpretazione letterale della legge prevale in pratica su ogni concetto di vera giustizia.
«È il caso dei burocratici nelle grandi amministrazioni dello Stato e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle società invecchiate sia l'applicazione bestialmente letterale dei regolamenti che sono dati loro per guida: la lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il segno approssimativo della volontà del legislatore, che non può dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e sulla cui traccia l'impiegato dovrebbe sbrigar giudiziosamente gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del regolamento diventa la regola, la verità, l'assennatezza stessa».
«Perchè?—Per applicare intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso: bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare, i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell'applicazione. All'idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre, per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell'impiegato. Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo caso, costano fatica: quale interesse ha l'impiegato di una grande amministrazione di compierla? A poco a poco l'individuo si avvezza al processo mentale più rapido dell'applicazione letterale, perchè è quello che implica minor numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po' di tempo questo processo è diventato così abituale, che l'impiegato è assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo a cui deve tendere l'opera sua; non sente più l'ingiustizia e la mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni sentimento di più alto dovere.
«Non così accade dell'impiegato dipendente da un privato, perchè in lui il pungolo dell'interesse tien vive e deste in maggior numero che sia possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera di un ordine non s'innalza dal grado di segno approssimativo, al grado di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico» (Ferrero).
Ora cosa avviene per le leggi codificate che non dovrebbero essere che una guida generica e approssimativa per dedurne le applicazioni nei casi particolari, diventano in mano del magistrato la giustizia stessa applicata alla lettera. Per giudicare coscienziosamente dovrebbe il giudice farsi un criterio personale del caso speciale che ha sott'occhio e giudicarlo secondo lo spirito generale che emana dalle leggi scritte.
Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere integrato da quello che essi chiamavano il diritto naturale e che non era se non l'espressione di quel sentimento di giustizia che si ribellava contro l'applicazione di regole generali a casi particolari, che non quadravano perfettamente.
Ma ciò comporta uno sforzo intellettuale intenso, un lavoro faticoso, tormentoso pei dubbi e la responsabilità che ne deriva.
Molto più facile e comodo riesce invece l'applicare le disposizioni generali deducendone le conseguenze logiche. Ma per poco che lo spirito prenda l'abitudine di questo ragionamento si produce un arresto ideo-emotivo professionale per cui il giudice giunge a considerare come suo dovere rigoroso l'applicazione letterale della legge.
Di questo passo si viene a escludere ogni idea collaterale che possa condurre a una soluzione della questione: il caso particolare viene assorbito dalla teoria generale. Il complesso sentimento della giustizia è ridotto all'applicazione di principî generali. Le nozioni del danno sofferto dalla vittima e le cause che determinarono il delitto non sono in alcun modo computate (Ferrero).
In breve, per un'incoerenza facile in questo genere di ufficio l'osservazione del fatto particolare scompare sotto la tesi psicologica, giuridica o filosofica che è caratteristica dei primitivi periodi della scienza e dei periodi di decadenza.
Ma indipendentemente dai vizi dell'applicazione, una causa che ha deviato il diritto dall'esame della natura umana, è il fatto costante che le scienze, nel periodo d'infanzia e nel periodo di decadenza, abusano del metodo deduttivo sino all'assurdo. Come ha notato Lange, anche le scuole materialiste, che per la qualità degli studi erano più vicine alla natura, hanno cominciato con la deduzione: la fisica e la chimica consistevano, in principio, in una serie di deduzioni tratte a forza di logica da un principio stabilito con i processi intellettuali più diversi; e solamente più tardi si è capito che, per conoscere le leggi della natura, bisognava ragionar meno ed osservar più. Il ragionamento logico puro fu preferito, in principio, all'osservazione e all'esperienza, perchè è un processo psicologico meno faticoso, per il quale era necessaria la presenza nello spirito di un numero di elementi intellettuali più piccolo. Infatti, per dedurre una legge dall'osservazione di un gran numero di fatti, bisogna tener presente allo spirito questi fatti; trovarne le simiglianze e discernerne le differenze; mentre che per dedurre una conclusione da una premessa, basta un sillogismo, in cui è implicato un numero di stati di coscienza ben minore[304].
«L'impiego quindi della logica pura è l'effetto di un arresto ideo-emozionale; che come è proprio dell'infanzia, ritorna nei periodi di vecchiaia della scienza, per la nota legge della degenerazione e dell'atavismo. Che cosa è difatto la scienza medievale se non una invasione della sottigliezza greca nei campi che il pensiero antico aveva saputo mettere sotto il metodo dell'osservazione? Così l'assolutismo del metodo deduttivo nella scienza giuridica è un segno di vecchiaia; e la legge dell'arresto ideo-emotivo ci spiega perchè così spesso il diritto dei popoli barbari, o molto rozzi, si distingue per un certo realismo pieno di buon senso, in confronto alle sottigliezze logiche, meravigliose ma assurde, del diritto dei popoli più civili»[305]; e perchè, quindi, le scoperte dell'antropologia criminale si trovino più spesso d'accordo colle loro istituzioni ed intuizioni, per es. nell'importanza data alla fisionomia dei criminali per decidere sulla loro perversità che non con quelle dei più civili.
PARTE III
SINTESI ED APPLICAZIONI PENALI
CAPITOLO I.
L'atavismo e l'epilessia nel delitto, e nella pena.
Dopo quanto qui esponemmo chiara risulta l'inanità del vecchio edificio criminologico.
Abbiamo potuto sostituirgli un edificio più saldo nelle sue basi?
Se l'orgoglio per un lavoro lungamente faticato non ci accieca, crediamo di sì.
E prima di tutto non può rimaner dubbio che assai più del delitto in astratto si debba per ben difendercene studiare il delinquente, che quando è atavico—reo-nato—presenta in una proporzione che va fino al 35% molti caratteri diversi dal normale.
Chi ha percorso il 1º volume avrà potuto convincersi, infatti, come molti dei caratteri che presentano gli uomini selvaggi, le razze colorate, rincorrono spessissimo nei delinquenti nati. Tali sarebbero, p. es., la scarsezza dei peli, la poca capacità cranica, la fronte sfuggente, i seni frontali molto sviluppati, la frequenza maggiore dell'ossa wormiane, specie epactali, le sinostosi precoci, specialmente frontali, la salienza della linea arcuata del temporale, la semplicità delle suture, lo spessore maggiore dell'ossa craniche, lo sviluppo enorme delle mandibole e degli zigomi, il prognatismo, l'obliquità delle orbite, la pelle più scura, il più folto ed arricciato capillizio, le orecchie voluminose; si aggiungano l'appendice lemuriana, le anomalie dell'orecchio, l'aumento di volume delle ossa facciali, il diastema dentario, la grande agilità, l'ottusità tattile e dolorifica, la buona acuità visiva, la disvulnerabilità, l'ottusità degli affetti, la precocità ai piaceri venerei e al vino e la passione esagerata per essi[306], la maggiore analogia dei due sessi, di cui diamo nei Dinka una dimostrazione (vedi Appendice), la minore correggibilità nella donna (Spencer), la poca sensibilità dolorifica, la completa insensibilità morale, l'accidia, la mancanza di ogni rimorso, l'impulsività, l'eccitabilità fisico-psichica e sopratutto l'imprevidenza, che sembra alle volte coraggio, e il coraggio che si alterna alla viltà, la grande vanità, la passione del giuoco, degli alcoolici o dei loro surrogati, le passioni tanto fugaci quanto violente, la facile superstizione, la suscettibilità esagerata del proprio io e perfino il concetto relativo della divinità e della morale[307].
Le analogie vanno fino ai piccoli dettagli, che male si saprebbero prevedere, come p. es.: le leggi improvvisate dentro le associazioni, l'influenza tutta personale dei capi (Tacito, Germ., VII), il costume del tatuaggio, i giochi spesso crudeli (vedi Appendice), l'abuso dei gesti, il linguaggio onomatopeico con personificazioni di cose inanimate, la stessa speciale letteratura che ricorda quella dei tempi eroici, come li chiamava il Vico, in cui si lodava il delitto e il pensiero tendeva a vestire, preferentemente, la forma ritmica e rimata.
Questo atavismo spiega l'indole e la diffusione di alcuni delitti. Così mal si saprebbe spiegare la pederastia, l'infanticidio, che coglie intere associazioni, se non ricordando l'epoche dei Romani, dei Greci, Chinesi, Taiziani, in cui non solo non erano considerati come un delitto, ma anzi qualche volta un nazionale costume; ed ecco forse intravveduta una spiegazione del frequente associarsi dei gusti estetici nei pederasti, appunto come nei Greci antichi[308].
Il Garofalo ha mirabilmente riassunto i caratteri psichici del delinquente-nato, nell'assenza del senso di pudore—del senso di probità—del senso di pietà, che sono poi i caratteri più essenziali dell'uomo selvaggio (Criminologie, 2e édit., 1895).
Per chi, come Reclus e Krapotkine, obbietti, che però v'hanno popoli selvaggi buoni, pudichi e giusti, basta rispondere: che vi vuole un certo grado di densità, di associazione negli uomini perchè alcuni delitti vi si svolgano: che non si può rubare quando non vi sia proprietà, nè truffare quando non vi sieno commerci; ma il fatto che appena il selvaggio diventa barbaro, o s'avvicina almeno di un grado ai popoli civili, presenta sempre ed esagerati i caratteri criminosi, prova che essi vi esistevano in germe; e poi Ferrero[309] ci fece accorti che anche quando la probità e il pudore esistono nei selvaggi, non vi manca mai la impulsività che si traduce in momentanee sì, ma tremende ferocie, appunto come in molti criminali apparentemente buoni; nè manca mai l'odio del continuato lavoro (che è pure un altro dei caratteri essenziali del criminale), tanto che il passaggio al lavoro attivo e metodico, si fece solo mediante la selezione e i martiri della schiavitù.
«Gli Americani del Nord, come quelli del Chili... consumano il tempo in una indolenza stupida... tutta la felicità che desiderano è la liberazione del lavoro. Restano intere giornate sdraiati nell'hamac, o seduti per terra, senza cambiare posizione, senza levar gli occhi da terra, senza pronunciare una parola». «È quasi impossibile trarli fuori da questa indolenza abituale... essi sembrano assolutamente incapaci di ogni sforzo vigoroso».
Degli Australiani, Peron dice che nulla può vincere la loro indolenza... «Essi vedono accanto a loro défricher le terre, osservano il lavoro dei nuovi coloni; strumenti e semi sono loro offerti; ma nè l'esempio nè la speranza di una sorte migliore li seducono al lavoro».
Mirabilmente chiare e precise sono in questo le testimonianze di Tacito rispetto agli antichi Germani ancor barbari. La impulsività loro, specialmente nella collera, risulta dalla frequenza delle uccisioni degli schiavi per impeto d'ira, che non erano considerate come azioni colpevoli. D'altra parte la capacità al lavoro regolare era scarsa; «hanno, scrive Tacito, grandi corpi, ma validi per azioni di slancio, non pazienti ai lavori regolari». «Quando non hanno guerre... non fanno nulla, dormono e mangiano. I più forti e guerreschi stanno in ozio, lasciano alle donne, ai vecchi, ai più deboli la cura della casa e dei campi, istupidendosi essi poi per loro conto nell'inerzia».
Talora invece, la impulsività sembra congiungersi piuttosto che con una inerzia fisio-psichica, con un insaziabile bisogno di movimento fisico, e una specie di inquietudine motoria che si traduce nei popoli selvaggi in una vita continuamente vagabonda e senza scopo: così la psicologia degli Andamani si riassume tutta, scrive Hovelacque, in «inconsistenza di spirito e capricci... Il miglior amico deve star sempre guardingo; una parola, un gesto interpretato male può esser pagato caro». Nello stesso tempo essi sono di umore così irrequieto che «una tribù non resta mai più di due o tre giorni sul posto medesimo», e queste peregrinazioni sono fatte senza nessuna ragione, ma per il puro bisogno di muoversi.
Questo fatto sembra l'anello di congiunzione o il termine di trapasso tra la inerzia fisio-psichica e il bisogno intermittente di violente e sregolate eccitazioni fisiche e morali che si accompagna sempre alla inerzia e quindi anche alla impulsività. Così i popoli normalmente più oziosi e indolenti amano e eseguiscono le danze più sfrenate e tumultuose sino a volte a entrare in una specie di delirio furioso o di cadere sfiniti. «Quando gli Spagnuoli—scrive Robertson—conobbero per la prima volta gli americani, furono stupiti a vedere la loro furiosa passione per la danza e a osservare come un popolo, quasi sempre freddo e passivo, potesse mostrarsi di una attività vertiginosa ogni volta che si dava a questo divertimento». I neri d'Affrica danzano quasi con furore «appena si sente il suono del tam-tam—dice Du Chaillu—essi perdono ogni padronanza di sè stessi».—»È—aggiunge il Letourneau—una vera furia coreografica che fa dimenticare tutte le pubbliche e private miserie».
S'aggiunga infine che l'atavismo del delinquente può spingersi più in là, dal selvaggio fino ai bruti, ove manca ogni traccia di pudore e di pietà.
A questo ci aiuta l'anatomia patologica che col maggior sviluppo cerebellare, colla non confluenza della scissura calcarina colla parieto-occipitale interna, colla mancanza delle pieghe di passaggio del Gratiolet, l'incisura nasale a doccia, la frequenza del foro olecranico, delle coste e vertebre in più, e sopratutto colle (vedi Appendice) anomalie istologiche scoperte nella corteccia dei criminali da Roncoroni, specie colla mancanza degli strati granulari, e colla presenza di cellule nervose nella sostanza bianca fa rimontare l'atavismo dei criminali fino ai carnivori, perfino agli uccelli.
Spingendo le analogie atavistiche, così, fino al di là della razza, ci possiamo spiegare anche la frequenza della saldatura dell'atlante coll'occipite, la sporgenza del canino, l'appiattimento del palato, la concavità dell'apofisi basilare (p. 24), la frequenza della fossa occipitale mediana e il suo sviluppo straordinario, precisamente come nei Lemurini e nei Rosichianti: il piede prensile, la semplicità delle rughe palmari[310], il mancinismo anatomico, motorio e sensorio, la tendenza al cannibalismo anche senza passione di vendetta, e più ancora quella forma di ferocia sanguinaria mista a libidine, che ci manifestarono il Gille, il Verzeni, il Legier, il Bertrand, l'Artusio, il marchese di Sade, pari affatto ad altri studiati dal Brierre, in cui l'atavismo era favorito però da epilessia, da idiozia o da paresi generale, ma che sempre ricordano l'accoppiamento degli animali preceduto ed associato a lotte feroci e sanguinarie, sia per domare le renitenze della femmina, sia per vincere i rivali in amore[311].
Anzi il primo e più grande descrittore della natura, Lucrezio, aveva osservato come anche nei casi ordinari di copula può sorprendersi un germe di ferocia contro la donna, che ci spinge a ferire quanto si oppone al nostro soddisfacimento.
Questi fatti ci provano chiaramente, che i crimini più orrendi, più disumani, hanno pure un punto di partenza fisiologico, atavistico, in quegli istinti animaleschi, di cui l'infanzia è una pallida eco, che rintuzzati nell'uomo civile dall'educazione, dall'ambiente, dal terror della pena, ripullulano, a un tratto, sotto l'influsso di date circostanze, come: la malattia, le meteore, l'imitazione, l'ubbriacamento spermatico, prodotto dall'eccessiva continenza, ond'è che si notano sempre nell'età appena pubere, nei paresici od in individui selvaggi o costretti ad una vita celibe o solitaria, preti, pastori, soldati[312].
Sapendosi che alcune condizioni morbose, come i traumi del capo, le meningiti, l'alcoolismo ed altre intossicazioni croniche, o certe condizioni fisiologiche, come puerperio, senilità, provocano l'arresto di sviluppo dei centri nervosi e quindi le regressioni atavistiche, comprendiamo come debbano facilitare la tendenza ai delitti.
Sapendosi come tra il delinquente e il selvaggio e fino il bruto la distanza è poca, ed alle volte scompare del tutto, comprendiamo perchè gli uomini del volgo, anche non immorali, abbiano pel reo sì spesso una vera predilezione[313], se ne foggino una specie di eroe e giungano fin ad adorarlo dopo morto, e perchè i galeotti, alla lor volta, si mescolino così facilmente coi selvaggi, adottandone i costumi tutti, non escluso il cannibalismo (Bouvier, Voyage à la Guyane, 1866), come accade in Australia ed alla Guiana.
Osservando come i nostri bambini, prima dell'educazione, ignorino la distinzione tra il vizio e la virtù, rubino, battano, mentano senza il più piccolo riguardo, ci spieghiamo come tanta parte dei figli abbandonati, orfani ed esposti si dieno al male, ci spieghiamo la grande precocità del delitto.
L'atavismo ci aiuta ancora a comprendere l'inefficacia nei rei-nati della pena, ed il fatto singolare del ritorno costante e periodico d'un dato numero di delitti; comechè le più grandi variazioni che abbia offerto il numero dei reati contro le persone (scrivono A. Maury e Guerry), non sorpassassero un venticinquesimo, e per quelli contro la proprietà, un cinquantesimo[314]. Si vede, osservava assai bene Maury, che siamo governati da leggi mute, ma che non cadono in dissuetudine mai, e che governano la società più sicuramente delle leggi scritte nei codici.
Epilessia.—Ma gli stessi fenomeni atavici che si trovano nei delinquenti nati si rinvengono nei pochi esemplari di pazzi morali (Vol. II, pag. 1-56) che si poterono studiare minutamente, pochi, dico, poichè non assumono questo nome che quei rari delinquenti nati che si trovano nei manicomi, e su più grande scala e ben più sicuramente negli epilettici, siano essi criminali o non criminali (Vol. II, pag. 71-201), come chiaramente basta a provare questa tabella riassuntiva costruttami dall'egregio dottor Roncoroni in cui si vede che nessuno dei fenomeni atavici dei delinquenti manca negli epilettici, i quali anche hanno in più alcuni fenomeni prettamente morbosi, come cefalee, ateromi, delirii, allucinazioni.
Ma del resto anche nei rei-nati oltre gli atavici abbiamo veduti e vediamo più nettamente, nella tabella alla pag. seg., alcuni caratteri che parevano solo patologici e atipici, o che almeno sulle prime ricordano più l'anomalia e la morbosità che con l'atavismo, per es., nel campo anatomico l'esagerata asimmetria cronica e facciale, ed ora la troppo grande, ora la troppo piccola capacità, la sclerosi, le traccie di meningiti, la fronte idrocefalica, l'oxicefalia e acrocefalia, le depressioni craniche, i numerosi osteofiti, le sinostosi precoci, le asimmetrie toraciche, l'ernia, la canizie e calvizie tardiva, le rughe anomale, il torace ad imbuto, nel campo biologico le alterazioni dei riflessi, le ineguaglianze pupillari. Si aggiungano gli scotomi periferici del campo visivo, che come vedemmo nei Dinka non esistono mai nei selvaggi—che ne presentano (vedi Appendice) anzi una eccessiva regolarità ed ampiezza, le alterazioni dell'udito, del gusto e dell'odorato, la lateralità illustrata singolarmente dall'ergografia, l'amore alle bestie, la precocità ai piaceri venerei, le amnesie, le vertigini, le manie e paranoie.
Fenomeni atipici—————————————————————————————————————————+ Fenomeni morbosi—————————————————————————————————————+ | Fenomeni di arresto di sviluppo——————————————————+ | | Fenomeni atavici—————————————————————————————+ | | | Epilettici———————————————————————————————+ | | | | Delinquenti——————————————————————————+ | | | | | | | | | | | V V V V V V Cranio: Esagerazione di volume + + + + Diminuzione di volume, microcefalia + + + + + + Sclerosi + + + + + Esostosi + + + Asimmetria + + + Fossetta occ. mediana + + + Indici craniani esagerati + + + Archi sopraccigliari esagerati + + + Fronte bassa sfuggente + + + Fronte idrocefalica + + + Osteofiti craniane + + + Wormiani numerosi + + + + Sutura metopica + + + + Sinostosi precoce + + + Sutura cranica semplice + + + Orbite oblique + + + Faccia: Appendice lemuriana + + + Mandibole ipertrofiche + + + Zigoma sporgente voluminoso + + + Diametro biangolare mascellare + + + Orecchie ad ansa, voluminose + + + + Asimmetrie facciali + + + Strabismo + + + Fisionomia virile in donna + + + Diastema dentario + + + Anomalie ossa nasali + + + + Anomalie denti + + + Aumento sviluppo ossa facciali + + + Cervello: Anomalie circonvoluz. scissure + + + + Peso minore + + + + Ipertrofia cervelletto + + + Alterazioni istologiche corteccia + + + + Traccie di meningite + + Corpo: Asimmetria toracica + + + Piede prensile + + + Mancinismo anatomico + + + Frequenza delle lesioni viscerali + + Ernia + + + + + Semplicità delle pieghe palmari + + + + Torace ad imbuto + + + Cute: Rughe + + + Mancanza di barba + + + + Colore olivastro + + + Tatuaggio + + Canizie e calvizie tardiva + + + Capelli neri e crespi + + + Anomalie motorie: Mancinismo ed ambidestrismo + + + Alterazione dei riflessi + + + Pupilla ineguale + + + Agilità esagerata + + + Anomalie sensorie: Ottusità tattile + + + + Ottusità dolorifica e generale + + + + Grande acuità visiva + + + Ottusità udito, gusto, olfatto + + + + Mancinismo sensorio + + + + Scotemi periferici e. v. + + + Anomalie organiche: Disvulnerabilità + + + Anomalie psichiche Intelligenza limitata + + + + Superstizione + + + Affetti ottusi + + + + Amore alle bestie + + + Senso morale ottuso + + + + Assenza di rimorso + + + Impulsività, cannibalismo, atti feroci + + + + + Pederastia, onanismo, oscenità + + + Credenze religiose esagerate + + + Vagabondaggio + + + Precocità enorme sessuale ecc. + + + + Vanità + + + Spirito d'associazione + + Simulazione + + Accidia, inerzia + + + + Imprevidenza + + + Viltà + + + Passione del gioco + + + Mania, paranoia, delirio + + + Vertigine + + + Memoria aumentata + + + Cause: Ereditaria (nei parenti, alcoolismo, pazzia, epilessia, genitori vecchi) + + Alcoolismo + + Uguale distribuzione geografica + +
Queste deviazioni che si trovano in proporzione maggiore nei degenerati in genere, idioti, cretini, si spiegano appunto coll'innestarsi all'atavismo, oltre che dell'intossicazioni alcooliche (donde l'ateroma, i tremori), dell'epilessia. Ma l'intervento di questa non distrugge l'atavismo, perchè essa congloba insieme caratteri che sono atavici e patologici, come la macrocefalia, la sclerosi cranica, le orecchie ad ansa, le ossa vormiane, la barba scarsa ecc. (v. s.) e nel campo biologico il mancinismo, l'analgesia, l'ottusità dei sensi, salvo della vista, l'impulsività, la pederastia, l'oscenità, l'inerzia, la superstizione, il frequente cannibalismo, l'impetuosità, l'iracondia, la tendenza a riprodurre grida ed atti animaleschi (abbaiamenti, morsi)—e sopratutto le anomalie istologiche della corteccia sopradescritta nei criminali (vedi Appendice) che riproducono le condizioni degli animali inferiori.
Ricordiamo come Gowers, avendo notato atti bestiali frequenti negli epilettici, quali abbaiare, miagolare, bere sangue, conclude: «Sembra che queste siano manifestazioni di quella istintiva animalità che possediamo allo stato latente» (Epilepsy, London, 1880). Che se mancano spesso nei criminali-nati gli accessi epilettici completi, gli è che molte volte essi sono latenti, e compaiono in epoca tardiva sotto date cause (ira, alcoolismo) che li mettono in mostra; vedemmo poi che la psicologia dell'epilessia è parallela a quella dei rei: in entrambi, infatti, si ha insufficiente sviluppo dei centri superiori, che si manifesta colle alterazioni del senso morale, dell'affettività, coll'inerzia, coll'ipereccitabilità fisio-psichica, e sopratutto col disquilibrio delle facoltà psichiche, le quali anche quando son geniali ed altruistiche presentano lacune e completo contrasto ed intermittenza eccessiva. Nell'epilessia si aggiunge l'irritazione, l'ipereccitabilità di determinati centri corticali, che dànno luogo ad accessi convulsivi, o sensorii, o psichici; fenomeni che anche nei delinquenti appaiono, benchè meno spiccatamente.
Fusione dell'anomalia morbosa coll'atavismo.—Molte volte, del resto, certi caratteri frequenti nei rei e negli epilettici furono classificati come anormali o morbosi, e non per atavici solo per la scarsezza delle nostre cognizioni embriologiche e filogenetiche, e anzi anche nella Tabella, che pure non vuole essere che schematica, molti son insieme atavici e morbosi—come microcefalia, sclerosi cranica ecc.
Così l'asimmetria facciale appare atavica se si ricordano, p. es., i pleurodattili (Penta) e la ruga anomala è atavica se si studiano le scimmie e gli Ottentotti: e giustamente Penta rimonta alle abitudini nuziali dei pesci per spiegar l'esibizionismo e ai molluschi e a certi pesci per spiegare gli amori omosessuali così frequenti del resto nei nostri pseudoermafroditi: perfino l'ernie, come giustamente osservava il Feré, ricordano alcune condizioni normali nei vertebrati inferiori come nei feti; studiando i Dinka (vedi Appendice) trovo che il piede piatto sì frequente negli epilettici e rei è atavico.
E molte volte la morbosità e l'atavismo rimontano a una causa comune, come osservava in una magnifica prolusione alla clinica psichiatrica di Vienna, Wagner[315]. «L'idea, scrive egli, che l'atavismo dei criminali si fondi colla malattia specialmente fetale, trova la conferma completa nelle belle scoperte di Ettingshausen: che, cioè, se noi raffreddiamo una radice di quercia così da mortificarla solo in parte, l'anno dopo essa dà foglie, le quali non sono più simili alla foglia della quercia moderna, ma a quella dell'epoca terziaria; sicchè così si può venir in chiaro di forme fossili intermediarie e non ben distinte. Dunque, influenze che generano una malattia, possono provocare regressioni morfologiche atavistiche».
Nè l'arresto di sviluppo che è sempre parziale esclude l'energia in altre direzioni, l'energia muscolare, la neofilia, per es., e perfino l'acutezza del genio che a sua volta si compensa colla tristizia e colla mancanza di senso morale[316] per cui l'essere la pazzia morale di fondo epilettico e morboso, non esclude, ma include di necessità l'atavismo salvo i casi in cui la nostra ignoranza non ci permette di vedervelo.
E l'indole epilettica, mentre fissa il carattere clinico ed anatomico del pazzo morale e del delinquente nato, che vagavano nel limbo delle ipotesi semigiuridiche e semipsichiatriche, spiega l'instantaneità e l'intermittenza e il contrasto paradossale dei loro sintomi che è forse il loro carattere più speciale, come la coesistenza ed il passaggio dalla bontà alla ferocia, dalla vigliaccheria all'audacia spavalda, dal genio alla stupidità più completa, e del sopravvenire più frequente del delirio, e lo spirito di associazione che al di fuori degli epilettici manca sempre nei pazzi.
Criminaloidi.—Nè per essere una specie completamente diversa, quella del criminaloide manca di un rapporto coll'epilessia e coll'atavismo. Essa, oltrechè ha materialmente un numero maggiore di epilettici (10%, p. es., nei borsaiuoli), che non gli uomini normali, e una maggior proporzione di tipi criminali (17%), ha alcuni gruppi direi di anomalie specifiche presentando, p. es., nei truffatori il massimo di mancini.
Nella biologia se ha un minor numero di anomalie nel tatto, nella sensibilità, nella psicometria e sopratutto nelle calvizie e canizie, come nei tatuaggi: presenta invece una maggior quota di anomalie affatto morbose che dipendono dagli abusi alcoolici come gli ateromi, le paresi, le cicatrici. Sopratutto minore è in essi l'anomalia psichica. Manca, in essi, cioè, la passione di fare il male per il male, il cinismo: hanno più completa l'affettività, più sincera e più facile la confessione, meno raro il pentimento, maggiore forse la lascivia e l'erotismo, maggiore certo nella donna la suggestionabilità, maggiore l'alcoolismo, maggiore la precocità e la recidiva almeno nei borsaiuoli e nei ladri semplici: in gran parte son tratti al delitto da una grande occasione.—Ma non manca in essi l'impulsività epilettoide che li fa delinquere anche senza di quella. E ricordiamo Casanova confessare che quando poneva in esecuzione una delle sue truffe non la premeditava, ma gli pareva di cedere a una volontà suprema; e quel borsaiuolo che mi diceva: «Quando ci vien quell'ispirazione non possiamo resistere» (Vol. II).
E Dostoiewski ci dipinge i contrabbandieri del carcere che facevano il loro mestiere quasi per niente malgrado i gravi rischi in cui incorrevano e malgrado le più reiterate promesse di non recidivare: e Mendel e Benedikt ci descrivono i vagabondi impulsivi che viaggiano continuamente senza scopo nè riposo (Id.).
I criminaloidi sono dunque una attenuante, non una variazione della specie. Tanto è vero che i più, divenuti rei d'abitudine, grazie alla lunga dimora in carcere, non si distinguono, che grazie ai caratteri fisici, come Eiraud, dai rei-nati.
E meno ancora divariano dai delinquenti-nati quei rei latenti e potenti, che la società venera spesso come suoi capi, che hanno del delinquente-nato tutti i caratteri, ma a cui la potente posizione sociale diede un diversivo così grande, da non permettere loro di manifestarsi se non nelle famiglie, di cui sono il flagello o a spese di un intero paese, quando l'ignavia e l'ignoranza dei molti e la loro proterva energia o le tristi condizioni politiche loro permette di porsi a capo di un paese che non s'accorge della loro natura criminosa che troppo tardi.
Anche quelle specie strane di rei monomani, psicopatici sessuali che, pei moventi, come pel modo d'agire sembrano poi divariare dall'epilettico puro (Vedi vol. II, pag. 166 e 401) pure per l'ossessione, per lo spezzamento dei periodi di ideazione, per l'impulsività, per l'importanza data a certi dettagli, alla rima per es., pell'esaurirsi dopo la crisi criminosa, pella preferenza pei simboli, per le manifestazioni eccessive e intermittenti, e infine per le note ereditarie rivelano il nucleo epilettico od atavico.
Pazzi-rei—Perfino nei pazzi criminali predominano delle forme che si potrebbero dire la ipertrofia del delitto, l'esagerazione del delinquente nato così per i caratteri somatici (pag, 290, vol. II), funzionali, eziologici (pag. 298), come per la maniera di eseguire il crimine e di comportarsi dopo eseguitolo (pag. 313); sicchè, come gli epilettici, spesso ci giovarono per darci l'ingrandimento delle tendenze impulsive, oscene e crudeli dei rei, perchè essi sono in genere o epilettici larvati, o delinquenti nati, su cui s'innestò la melancolia, la monomania, per quella naturale tendenza che hanno ad impiantarsi l'una insieme all'altra le forme psichiatriche sul guasto terriccio della degenerazione. Abbiamo veduto come l'isterico, l'alcoolista, il monomane omicida, il dipsomane, il piromane, il cleptomane, l'affetto da follia transitoria, riproducano molti dei caratteri dell'epilettico, e presentino come questo una esagerazione del pazzo morale. E perfino nel mattoide, che nella calma abituale, nell'assenza di caratteri degenerativi e di eredità tanto se ne dilunga, fa capolino qualche volta quella forma epilettica che abbiamo veduto costituire il vero nucleo del crimine (Vol. II).
Rei per passione.—Quella sola serie di rei che costituisce una specie a parte, che anzi per le linee armoniche del corpo, per la bellezza dell'animo, per l'eccesso della sensibilità e dell'affettività, forma il contrasto più completo col reo-nato così come per la nobiltà della causa che ve la spinge quasi sempre d'amore o politica, pure anch'essa ha qualche punto che la riavvicina agli epilettici, come l'istantaneità e la frequente amnesia dell'atto, come la loro parentela con pazzi ed epilettici (vedi sopra, p. 226, II).
Rei d'occasione.—Non v'ha che i rei d'occasione o meglio i pseudocriminali quelli cioè che non cercano l'occasione per delinquere ma ne sono quasi cercati, trascinati dalla folla p. es., o intricati per minimi incidenti—contravvenzioni—nelle maglie del codice, costrutte troppo spesso per tendere trappole agli onesti e spiragli ai disonesti, che sfuggano a ogni rapporto coll'atavismo e coll'epilessia, ma, come notava Garofalo, essi non dovrebbero chiamarsi veramente rei.
Cause.—Nè lo studio delle cause menoma quella fatalità fissata dall'influenza organica, in un rapporto che certamente va fino al 35 e forse al 40%: le cause non sono troppo spesso che l'ultima determinante del reato che ad ogni modo sarebbe in altra occasione avvenuto, perchè troppo grande era l'impulso congenito: e lo provammo in alcuni colle costanti recidive anche senza o con minime cause, anche quando s'era mutato economicamente l'ambiente, quando sonvi tolti di mezzo tutte le circostanze che potevano favorire il delitto (deportazione): e lo provammo sopratutto con quella cifra di recidivi inglesi sempre maggiore, malgrado che l'Inghilterra abbia raggiunto il massimo sforzo per sopprimere le cause criminogene.—E poi noi abbiamo veduto come si hanno circostanze che anche pei criminaloidi sono di una tale azione che è pari all'organica, anzi diventa organica essa stessa.
Tale è l'influenza dell'eccessivo calore, negli stupri, ferimenti e assassini, ribellioni (Vol. III, p. 6-7-17), le azioni dell'alcool e dell'eredità in tutta la gamma del crimine, a cui segue l'azione della razza che in Italia coll'influenze semitiche, aumenta i reati di sangue (vol. II, pp. 24-30), come in Francia la razza belga e ligure (III, p. 36) e così dicasi dei doligocefali e dei neri (p. 37).
Ma quello che più importa è che le stesse cause che diminuiscono alcuni delitti ne aumentano altri, il che rende sulle prime disperato lo statista che voglia portarvi un rimedio. Così abbiamo visto che l'istruzione e la ricchezza diminuiscono alcuni reati feroci, specialmente omicidii, assassinii, ma aumentano e perfino ne creano altri, come bancarotte, truffe. Questo può dirsi anche delle altre cause perchè se, p. es., la densità maggiore è pur causa di una gran parte (p. 80, III) dei molti reati, truffe, furti, la molta rarefazione favorisce i reati di sangue specialmente gli associati, il brigantaggio (Id.). E se la scarsezza di alimenti è diretta favoritrice del furto boschivo, del falso, della bancarotta (III, p. 84), ribellione, incendio, il buon prezzo del frumento favorisce le percosse, l'omicidio (vol. III, pp. 80-86).
Perfino l'alcool che è dopo il calore il più grande criminogeno, sicchè se a buon prezzo aumenta tutti i reati contro le persone, e contro le pubbliche amministrazioni (p. 112) e quando è caro aumenta i rei contro la proprietà (certo per procurarsi i mezzi di acquistarne), pure presenta la strana contraddizione che dove esso è più abusato (p. 114), va parallelo a un minor numero di delitti, specie gravi, forse perchè dove è più abusato è altissima la civiltà che prevenendo l'inibizione diminuisce i delitti più feroci.
Perfino la scuola è causa di delitti, benchè quando raggiunga il massimo della diffusione ne ottenga una diminuzione.
Necessità del delitto.—Il delitto, insomma, appare, così dalla statistica come dall'esame antropologico, un fenomeno naturale, un fenomeno, direbbero alcuni filosofi, necessario, come la nascita, la morte, i concepimenti.
Questa idea della necessità del delitto, per quanto ardita possa sembrare, non è poi punto un'idea così nuova nè così poco ortodossa, come a molti può apparire sulle prime. Molti secoli fa l'avevano propalata Casaubono, quando scriveva: «L'uomo non pecca, ma è dominato in vari gradi», e S. Bernardo che dettava: «Chi è di noi, per quanto esperto, che possa distinguere nei suoi impulsi l'influenza del morsus serpentis da quella del morbus mentis«. Ed altrove: «Il male è minore nel nostro cuore, incerto è se noi dobbiamo ascriverlo a noi o al nostro nemico; è difficile sapere quanto il cuore fa e quanto è obbligato a fare». Più ancora chiaramente la manifestò S. Agostino, quando scriveva che nemmeno gli angeli potrebbero fare che uno che vuole il male voglia il bene. E certo il più audace e il più caldo sostenitore di questa teorica è un fervido credente cattolico, e anzi sacerdote, e sacerdote tirolese, G. Ruf[317].
Indirettamente, poi, l'affermano anche i sostenitori dei sistemi più opposti ai nostri, chè quando vengano sul terreno dei fatti e perfino in quell'elastico delle definizioni contraddicono se stessi o i colleghi, o non riescono a concludere nulla.
Se si paragonano i vari tentativi dei codici, si vede, infatti, come mai riescisse al legista di fissare la teoria dell'irresponsabilità, di trovarne una definizione precisa. «Tutti convengono cosa sia mala o buona azione, ma è difficile, impossibile distinguere se l'azione prava fu commessa con piena o incompleta conoscenza del male» scrisse Mittermayer. Il May, nella sua Die Strafrecht Zurechn., 1851, scrive: «Non si ha ancora una conoscenza scientifica della responsabilità». E Mahring, Die Zukunft der peinlichen Rechtspflege, pag. 188: «Quello della irresponsabilità è un tema che la giustizia criminale in nessun caso speciale può risolvere con sicurezza»; ed infatti si dànno uomini che patiscono una incipiente pazzia, o v'hanno così grandi disposizioni che per la più piccola causa possono cadervi: altri dall'eredità sono spinti alla bizzarria e agli eccessi immorali.—La cognizione del fatto, dice Delbruk, coll'esame del corpo e dell'anima, prima e dopo il fatto, non basta a sciogliere il tema della responsabilità, ma ci vuol la cognizione della vita del reo, cominciando dalla culla fino alla tavola anatomica (Zeitsch. für Psychiat., 1854, p. 72).—Ora il reo finchè è vivo non si può sezionare.
Carrara ammette «imputabità assoluta dove è concorso di intelletto e di volontà nel commettere un'azione criminosa»; ma subito soggiunge: «sempre che questa non sia minorata dall'intervento di cause fisiche, intellettive e morali». Ora noi abbiamo veduto che non vi è delitto in cui manchino queste cause.
Anche Pessina, mentre dichiara «colui che volle ed eseguì il reato dovere rispondere innanzi alla giustizia, e l'atto di volere non ammette gradazioni intrinseche, aggiunge, poi, che queste gradazioni sono ammissibili solo quando vi è maggiore o minore libertà di elezione per causa di età, sesso, ignoranza, insania di mente, esaltazione passionevole, errore di fatto».—E sono tutte circostanze le quali si trovano presenti sempre o nell'uno o nell'altro dei reati.
Buccellati scrive: «Nello stato attuale della scienza non è esagerazione il dichiarare, che la piena imputazione, a tutto rigore, è praticamente impossibile» (Rendiconti Ist. Lomb., 1874).
Diritto di punire.—Ci si dice: Ma voi negando la imputabilità che diritto avete di punire qualcuno?—Voi dite che è irresponsabile e poi lo colpite. Quelle inconséquence et quelle dureté! (Caro, op. cit.). Ed io non posso dimenticare come un venerando pensatore, scotendo il capo alla lettura di queste pagine, mi disse: A che volete approdare con queste premesse? Forse che ci lasceremo depredare ed uccidere dalle masnade, perchè è dubbio se esse sappiano di far il male?» Rispondo: Nulla vi ha di men logico di quello che vuol esserlo troppo; nulla vi ha di più imprudente di chi voglia trarre da teoriche anche le più sicure, delle conclusioni, le quali possono portare un benchè minimo scompiglio sociale. Come il medico al letto dell'ammalato, fosse anche sicuro di un dato sistema, deve dubitarne, quando si tratti di un grave pericolo, e così deve fare il filantropo, che d'altronde, se anche tentasse innovazioni di questa specie, non riuscirebbe che a mostrare l'inutilità e l'impotenza della scienza.
Fortunatamente le cognizioni scientifiche non fanno guerra, ma colleganza e sostegno alla pratica ed all'ordine sociale.
Vi è necessità nel delitto, ma vi è necessità nella difesa e quindi nella pena che parte dalla temibilità del delinquente (Garofalo), e su questa si deve misurare.—La pena acquisterà, così, un carattere assai meno odioso, ma anche meno contraddittorio, e certo più efficace.
Io non credo vi sia alcuna teoria sul diritto del punire che si regga salda nella sua base, toltone quella che appunto ricorre alla necessità naturale, al diritto della propria difesa, l'antica teoria italiana di Beccaria e Romagnosi[318], di Carmignani ed in parte di Rosmini, di Mancini e di Ellero, che da ultimo ebbe fra noi due vigorosi propugnatori nel Ferri e Garofalo, e più ancora nel Poletti, che giunse, anche prima della comparsa di questi studi, a volere cangiato il diritto punitivo in tutela penale[319].
Noi la vediamo in Germania propugnata da Hommel, Feuerbach, da Grollmann, da Holtzendorf, in Inghilterra da Hobbes e Bentham, ed in Francia da Ortolan e da Tissot.
Tissot dichiara che è impossibile trovare un rapporto morale tra il delitto e la pena (Introduct. phil. à l'etude du droit penal, 1874, p. 375).
In Francia è un procuratore regio che detta: «L'uomo non ha il diritto di punire, per ciò occorrerebbe possedesse la scienza e la giustizia assoluta.—Se non fosse in nome della necessità la più assoluta, come potrebbe l'uomo arrogarsi il diritto di giudicare il suo simile? Se non che, da ciò che l'uomo non poteva difendersi senza infliggere pene, si trasse la conclusione, che egli aveva il diritto di infliggerle; ma che esso questo non l'abbia davvero, si vede da ciò che appena il preteso diritto s'allontana dal fatto perde ogni valore; ne sia prova la prescrizione, detta un tempo Matrona generis humani« (Breton, Prisons et emprisonnement. Paris, 1875).
E come ci rivelò il Frassati, fin dal 1772 Joch scriveva[320]: «Se l'uomo non è libero, se l'uomo agisce come vuole la sua natura, il suo organismo, perchè dovrà egli essere punito, quando in lui manca assolutamente ogni elemento di colpa? Ma se l'uomo non è libero, che possono ancora significare biasimo, ricompensa, pena, timore, speranza, onore, disonore?». «Però l'idea, che, negata la libertà umana, ricompense e pene siano inutili è così poco fondata, che a noi pare che la pena potrebbe apparire inutile, se l'uomo senza principio e senza causa potesse volere qualche cosa. Le pene, dici tu, possono esistere solamente presso una libera volontà. Io rispondo: Ma tu punisci gli animali, a cui tu neghi la libera volontà: per mezzo della pena tu abitui i cavalli, senza esaminare se essi abbiano un libero arbitrio o no».
Ed altrove ancora: «Perchè deve essere punito il ladro? Come accade che l'asino è punito per la sua stupidità, e come accade che si uccide il cane idrofobo? Noi uccidiamo dunque chi ci danneggia? Agisce ingiustamente chi uccide il cane arrabbiato? Che ne può pertanto il cane della sua rabbia?».
E Rondeau, governatore sotto Giuseppe II, nell'Essai physique sur la peine de mort[321]: negato il libero arbitrio, ripudiava le nozioni di bene o di male, di merito o di demerito universalmente accettate e venendo alla giustizia repressiva dichiarava: «che il delitto non esiste nella natura; è la legge sola quella che impone ingiustamente questa denominazione ad atti necessari ed inevitabili. Le cause infinite e varie che producono la pretesa criminalità sono tutte materiali e tutte indipendenti dalla nostra volontà, come i miasmi che producono la febbre. La collera è una febbre passeggiera, la gelosia un delirio momentaneo, la rapacità del furto e della frode, è un'aberrazione di malato, le passioni depravate che spingono ai delitti contro natura sono imperfezioni organiche. Ogni male morale è un risultato del male fisico. L'assassino stesso è un malato come tutti gli altri delinquenti. Perchè, in nome di quel principio si potrebbe dunque punire? Perchè turbano il cammino regolare della vita sociale, perchè contrariano lo sviluppo normale e legittimo della specie, la società o meglio il Governo ha diritto di porre un ostacolo alle conseguenze funeste dei loro atti, nello stesso modo che il proprietario d'un campo ha il diritto di opporre una diga al torrente che minaccia d'inondare il suo fondo. Il potere sociale può adunque senza scrupoli e senza esitazione privare i malfattori della loro libertà; ma siccome ogni delitto è il prodotto naturale e la conseguenza logica di qualche malattia, la pena non deve essere che un trattamento medico. Nel suo sistema di repressione tutte le prigioni devono essere trasformate in tanti ospedali, ove si tenterà di migliorare l'organismo dei condannati. Si guarirà il ladro ed il vagabondo facendo loro gustare le gioie del lavoro. Se poi, per un'eccezione disgraziatamente troppo frequente, essi si mostrassero insensibili alle cure mediche, si separeranno definitivamente dai loro concittadini».
Le conclusioni nostre più audaci sono, dunque, fino antiquate.
Potrà alcuno questionare se le fiere sbranino l'uomo per prava malvagità o per effetto del loro proprio organismo, ma non vi sarà alcuno, che, nel dubbio, si astenga dall'uccidere la fiera o che si lasci comodamente sbocconcellare da essa; anzi ben pochi saranno coloro, i quali pensando al diritto di quelle altre creature di Dio, che sono gli animali domestici, alla vita ed alla libertà, si astengono dall'aggiogarle od ucciderle per uso alimentare.
E con qual altro diritto, se non è quel della difesa, sequestriamo noi i pazzi, i sospetti di malattie contagiose?
Con qual altro diritto priviamo, almeno legalmente, del più santo, del più nobile diritto, quello d'aver famiglia, il soldato? e con qual altro lo mandiamo, senza colpa e spesso senza sua voglia, alla morte?
Appunto perchè si basa sui fatti, la teoria penale, fondata sulla necessità di difesa, è la meno esposta alle contraddizioni.
Una volta la pena, assumendo il colore, come avea l'origine, dal delitto, atavistica essa medesima, era, e nol dissimulava, od un compenso[322] od una vendetta; i giudici, perfino, non vergognavano di farsi essi stessi i giustizieri, come fino al XII secolo, e forse anche più in giù, eranlo i membri della santa Wehm. Il delitto si considerava non solo un male, ma il più grave dei mali, che solo la morte bastava a punire; se il reo non confessava, ve lo si obbligava colla tortura; si risparmiava l'interrogatorio, bastavano i testimoni. Più tardi bastarono solo gli indizi; e quali indizi! Qualche volta facevano meno anche di essi. E non solo si uccideva il reo, ma si voleva... che sentisse la morte. Non diminuivano tuttavia punto i delitti; ma per quanto fosse crudele, pure in tutto ciò vi era una logica. La teoria non contraddiceva alla pratica; essi partivano dall'idea che il cattivo non migliora mai, anzi dà luogo a figli ugualmente cattivi; uccidevano il reo e quindi prevenivano colla morte ogni recidiva. Vi era, che è meglio, della sincerità. Obbedivano a quell'istinto, a quella specie di moto reflesso, che ci spinge a vendicarci di un'offesa con un'altra offesa, ma non lo sconfessavano.—Ma qual'è la nostra logica, la nostra sincerità, nelle questioni penali?—Noi, ora, quell'istinto primitivo non l'abbiamo perduto; quando giudichiamo il reo propendiamo, pur sempre, a misurare la pena alla stregua del ribrezzo e dello sdegno che ci desta il delitto; ma gridiamo contro, scandalezzati, a chi lo confessa; ed è ovvio sentire i rappresentanti della legge dimenticare le teorie astratte e chiedere, ad alta e chiara voce, la vendetta sociale, salvo a rinnegarla con santo orrore, quando dettano un libro di diritto penale o quando siedono legislatori.—E quale logica v'è mai nella teoria, per esempio, che pur si rimette in voga (Roeder, Garelli ed in parte Pessina)[323], la quale vuole fondare la pena sopra l'emenda, quando si sa benissimo che l'emenda è, sempre, o quasi sempre, eccezionale, e la recidiva è la regola, e che la carcere, benchè non solo non migliora, ma peggiora il reo, è una scuola del male? E poi come, con quella teorica, conciliare la punizione pei delitti politici e per quelli d'impeto o passione, seguiti quasi sempre da completo e subitaneo pentimento, e per quelli che commettono un reato per obbedire ad idea generosa, come quegli che derubò la zia per soddisfare verso un poveretto i debiti di questa? (Geyer, Rivista penale, Venezia, 1876).
Oppenheim, dopo aver scritto che nessun delitto deve andar scompagnato da una punizione proporzionale, che la pena non solo deve essere un male, ma deve apparire tale, incappa a dire con Mohl e Thur: «La pena deve solo consistere nel miglioramento e nell'occupazione del reo».—Ma non vi è qui evidente contraddizione?—Come si può accordar la teoria che fa disonorare il reo con quella che vuol migliorarlo? Come si può marchiarlo in fronte col ferro, e poi dirgli: Migliorati? (Ruf)
E che altro sono le teorie di Herbart, di Kant, di Altomid, di Hegel, di De Ercole (retribuzione penale), se non l'orpello delle antiche idee della vendetta, e del taglione? Secondo Altomid, lo Stato deve fare al reo tanto male quanto egli ne procacciava altrui. È la vecchia formola del taglione. Ma con ciò lo Stato non pensa al dipoi; rinchiude il reo, lo punisce e poi lo rimette in libertà, lasciando la società in un continuo, e quel che è peggio, aumentato pericolo, perchè il reo nel contatto dei carcerati diventa sempre peggiore; ed espiata la pena ritorna più armato e più irritato a nostro danno. E con questa teoria non si giustifican l'aggravamento delle pene sui recidivi, nè le misure preventive.
Dicevano alcuni legislatori: Il reo deve far penitenza. Ma il concetto della penitenza è ecclesiastico, dipende da un atto di libera volontà. Può chiamarsi tale quello di un reo a cui per forza si sottragga la vita o la libertà? Non vi è ora più nessuno che confonda il delitto col peccato; nessuno, infatti, parifica i reati tentati ai consumati; nè contempla più per reati le azioni anti-religiose, e gli spergiuri (Tancredi, Il delitto o la libertà di volere, 1871).
I criminalisti, che, come Seiferteld, fanno dipendere il delitto dalla volontà prava e libera, tornano alla teoria antica della perversità; ma ammettere, come essi fanno, ciò malgrado le circostanze attenuanti, è contraddirsi subito, è mantenere una libertà dimezzata.
E molte contraddizioni offre anche la teorica dell'intimidazione o dell'esempio; i nostri antichi erigevano colonne infami, strappavano nasi ed orecchie[324], squartavano, affogavano nell'olio o nell'acqua bollente, sgocciolavano il piombo rovente nel collo, recidevano i lombi dalle carni vive. Ma con qual frutto?—Di avere più numerosi e crudeli delitti. Perchè la frequenza e la ferocia della pena vi rende l'uomo meno sensibile; e ai tempi di Robespierre i bimbi giocavano a far delle piccole ghigliottine.
Ma se ciò conseguivano i vecchi con tanti supplizi, cosa volete ottenere colle introdotte numerose mitezze, ora, che ai supplizi si è giustamente tolta ogni pubblicità, ora che le carceri divennero per alcuni un comodo albergo?
Eppoi: che giustizia vi è nel punire uno, non tanto per quello che ha fatto, quanto per quello che possono fare gli altri in seguito?
È tanto vero, d'altronde, essere il diritto di punire fondato sul fatto, e nulla avere, in sè, d'assoluto, che noi lo vediamo variare da giudice a giudice, secondo le simpatie e le abitudini. Un giudice, attesta Breton, uso a trattare grandi delinquenti nelle corti d'Appello, infligge condanne relativamente più severe anche per lievi reati; darà, almeno, mesi invece che giorni. E non vi hanno giudici neanche dello stesso paese, che si accordino, con precisione, nella condanna, anche quando si tratti di un eguale reato.
E del resto quale altra migliore dimostrazione di ciò non ci dà il diritto di grazia? Si esercita, suol dirsi, per temperar la giustizia quando è troppo severa; ma quando è tale, come può dirsi più giusta?
E ad ogni modo, chi non vede essere questo della difesa una specie di diritto, che esercitiamo ad ogni momento della vita?
Come credere ad un principio assoluto, eterno, di giustizia nell'umanità, mentre vediamo tanta differenza in proposito a poca distanza di spazio e di tempo: quando vediamo punirsi la bigamia ed il ratto ben diversamente in Inghilterra dalla Germania; quando vediamo pochi anni fa punito di morte o quasi un Ebreo che accedesse ad una meretrice cattolica, od un cattolico che si lasciasse sfuggire un'involontaria bestemmia, mentre altrove l'infanticidio e l'incesto eran permessi o tollerati; quando vediamo tuttora ammesso il diritto di grazia e quello di prescrizione, quasi il favore altrui od il tempo potessero cancellare o mitigare l'indole prava della colpa.
Quanto alla teoria di alcuni nostri[325] che considerano la pena come l'atto legittimo del potere sociale, per cui si effettua tanta restrizione di libertà quanto ne esige la reintegrazione dell'ordine giuridico, io, affatto digiuno delle sublimi astrazioni giuridiche, confesso che non posso farmene una idea chiara, che sia molto diversa da quella di Kant. Ma se veramente questa definizione, come Mittermayer e Lucas la interpretavano, porta a considerare la pena come un male giusto che si infligge, per la sicurezza dell'ordine, a chi commette un male ingiusto, a chi è più temibile, io mi troverei completamente d'accordo. Sarebbe la teoria della difesa. Ben inteso che crederei strano ed audace il volere dedurre dai fili aracnei di una definizione, per quanto sublime e completa possa essere, tutto un sistema penale che decide di migliaia di vite. Sarebbe troppo presumere dell'ingegno umano, per quanto prepotente esso sia, il preferire uno slancio momentaneo d'ingegno all'osservazione paziente dei fatti.
CAPITOLO II.
Le pene secondo l'Antropologia criminale —Ammende—Probation System—Manicomii—Stabilimenti degli incorreggibili—Pena di morte.
Ma a parte le critiche gravissime a cui come vedemmo vanno soggette le pene, la massima critica che parte dai nostri studi, sopratutto dopo che l'opera feconda del Ferri, del Garofalo, del Fioretti, del Viazzi, del Sighele, ecc. l'hanno non solo corretti, ma completamente riformati e messi in rapporto colle idee giuridiche, si concentra nella applicazione loro.—Una volta dimostrato che non si può più concepire la pena come un compenso qualunque della società offesa, nè come una specie di scomunica che dei sacerdoti civili infliggano, prendendo d'occhio il peccato astratto più che il peccatore e dimenticando quasi del tutto chi ne fu vittima, quasi che a compenso per i suoi danni dovessero bastare i fastidi più o meno serii del suo danneggiatore, si comprende che essa deve cambiare di indole completamente: e prima che ad ogni altra cosa deve avere in mira non tanto il dolore del reo, quanto il benessere della società, e non tanto il reato, quanto il reo e sopratutto la sua vittima; essendo p. es., enormemente diversa la temibilità, diverso cioè il danno che si può attendere, da un individuo che uccida d'un tratto un uomo dopo una vita completamente onesta e per una causa d'onor offeso o per un ideale morale o politico, che non da chi uccida un altro per derubarlo o stuprarlo, coronando una vita carica di delitti: nel primo caso non occorre quasi una pena, il delitto stesso è sì grave tortura pel reo, che non rinnoverà mai il suo crimine: nel secondo ogni mitezza ed ogni ritardo nel colpirlo è un pericolo grave per gli onesti.
Ben dice Ferri[326]: «È impossibile separare il delitto da colui che lo ha commesso, come è impossibile nella redazione di una legge penale, supporre (come si fa tuttavia) un tipo di uomo medio, che non si riscontra mai nella realtà in nessun imputato. Ora, come vanno le cose? Il giudice ha dinanzi a sè una bilancia: in una delle coppe egli mette il delitto, nell'altra la pena; egli esita allora—diminuisce qui, aggiunge là, dà all'uopo qualche colpo di pollice, cui si dà il nome di circostanze attenuanti; ed ecco più o meno misurata l'adattabilità sociale dell'individuo.
«E la pena come sarà dosata? Si punirà, per esempio, il parricidio, il più terribile dei delitti, con la più terribile delle pene, la morte? Eh sì! La legge organizza questa rimembranza di ferocia! Essa stabilisce di fronte alla scala dei delitti quella delle pene, gli scalini si corrispondono più o meno, si spinge, si raschia—e si giudica senza alcuna preoccupazione psicologica o fisiologica.
«Pronunziata la pena il giudice non si preoccupa se poco dopo quel condannato non gli tornerà dinanzi. Ma durante l'intervallo, che sa mai il giudice dell'esecuzione della pena? Che sa mai dell'effetto prodotto nel condannato dalla privazione della libertà? E per qual motivo colui che è emendato dopo 10 anni di prigione deve scontarne ancora altri 10, e qualche altro escire dopo 5 anni, mentre sarebbe utile che vi restasse ancora?—Il delitto è come una malattia, il rimedio deve essere appropriato all'infermo. È compito dell'antropologia criminale di fissare questa convenienza. Che si direbbe di un medico che fermato sotto la porta di un ospedale dicesse agli ammalati che gli venissero presentati: Pneumonia? Sciroppo di rabarbaro per 15 giorni! Tifo? Sciroppo di rabarbaro per un mese! e poi scorso quel termine lo mettesse, guarito o pur no, alla porta? Partendo dal principio di Cicerone: a natura hominis discenda est natura juris, si distinguerebbero le pene secondo che si abbiano sotto gli occhi le categorie: il delinquente nato, il delinquente alienato, il delinquente per abitudine acquisita, prodotto purulento della società, il delinquente di occasione ed il delinquente per passione.
«Perciò occorre una maggiore proporzionalità e suddivisibilità delle pene e sopratutto una maggiore indeterminatezza, colla sostituzione di altri metodi ai carcerari, specie per le pene brevi e colla mira costante dell'indennizzo.
«Di ogni delinquente[327] per il quale l'atto compiuto e le condizioni personali dimostrino non sufficiente sanzione sociale la riparazione del danno, il giudice dovrà soltanto decretare, nella sentenza di condanna, la segregazione a tempo indeterminato o nel manicomio criminale o nello stabilimento degli incorreggibili o negli stabilimenti (colonie agricole e carceri) per i delinquenti d'occasione, adulti e minorenni. La esecuzione poi di questa sentenza si dovrà precisare appunto per un'opera successiva non staccata, come ora, dall'opera del giudice, ma continuativa di essa, come funzione di difesa pratica e per parte di organi speciali. Le commissioni di esecuzione penale, per l'intervento dei periti antropologi-criminalisti, del giudice, dell'accusatore, e del difensore, insieme ai funzionari amministrativi, rappresenterebbero appunto non già l'abbandono e l'oblio del condannato, come ora avviene, appena pronunciata la sentenza, ma bensì un'opera umana ed efficace di protezione, sia della società, dalle pericolose liberazioni a scadenza fissa dei delinquenti temibili, sia dell'individuo, dall'inutile esecuzione di una condanna, che nel fatto siasi dimostrata eccessiva a suo riguardo personale. Connesso al principio della segregazione indeterminata sta dunque l'istituto della liberazione condizionale» (v. s.).
Pene extra-carcerarie.—Noi dobbiamo possibilmente evitare le ripetute e brevi entrate nella carcere, che abbiamo veduto essere la scuola del crimine, e del crimine più dannoso, l'associato. Esse, come ben dice Aspirall, impediscono ogni cura, rendono impossibile un lavoro continuato, dànno al reo una specie di prestigio sui generis, trovandosene di quelli che si pongono nel berretto il numero delle subite condanne[328].
«Pare, scrive Krohne (Manuale di scienze penitenziarie), che la maggior parte dei paesi abbia preso per còmpito di mandar in prigione il maggior numero di persone, più spesso che sia possibile e pel minor tempo possibile», e si potrebbe aggiungere: «e col peggior risultato che sia possibile».
Si calcola che in Francia ben 3 milioni di individui avevano passato almeno 24 ore in carcere, e ogni anno 100.000 entrati suppliscono i morti e gli usciti (Ferri).
È una vera leva carceraria.
Bérenger calcolava che si potrebbe esentare dall'isolamento—e noi diremo dalle carceri—più della metà dei condannati su 300.000 e cioè:
57.000 rei per contravvenzioni di dogana, pesca, multe, ecc., 800 debitori, ecc., 5.500 stranieri espulsi, 550 che attendono la trasferta, 120.000 per contravvenzioni di polizia.
Pochi giorni di carcere, e il più delle volte scontati in comunione con delinquenti abituali, mentre non possono avere alcun effetto intimidativo, massime coi minimi grotteschi di un giorno o di tre giorni, dei codici penali d'Olanda, d'Italia, ecc., hanno invece degli effetti disastrosi, sia nel togliere ogni serietà all'opera della giustizia, sia specialmente col cancellare nei condannati ogni timore della pena e collo spingerli fatalmente alla recidiva per il disonore ormai incontrato e per i contatti corruttori coi delinquenti abituali nelle carceri stesse (Ferri, o. c.).
Quindi si è presentato spontaneo il problema della sostituzione di altri mezzi repressivi per le condanne per reati leggieri: e dai teorici e dai legislatori si sono escogitati od applicati: gli arresti in casa, la cauzione, l'ammonizione giudiziaria, l'ammenda, il lavoro coatto senza carcerazione, l'esilio locale, le pene corporali: studiamoli.
Pene corporali. Sequestro in casa.—È utile per quanto sia conciliabile colla nostra civiltà, e con le sue non sempre fruttuose delicatezze, sostituire al carcere le pene corporali, come il digiuno, la doccia (in Inghilterra e Norvegia si ristabilì, or ora, la sferza pei piccoli reati, e il Tissot la trova utile), perchè non costose e più graduabili, ed il lavoro coatto.
E così pure l'arresto, il sequestro nel proprio domicilio (che è già applicato nel militare), od in una sala del comune.
Multe. Ammende.—Ma la multa, l'ammenda appare dopo la pena corporale la più proporzionata o graduabile delle pene, e la più utile quando sia resa seria dalla fideiussione, come che, elevandosi per rendersi più sensibile, in ragione della ricchezza, potrebbe contribuire a scemare le enormi spese giudiziarie, e colpendo il reo più moderno, il truffatore, e il reo ricco che più sfugge alla pena, nel punto più vulnerabile, in quello per cui più spesso pencolano al male, e attingendo alla fonte stessa del reato il mezzo di indennizzare la vittima, riescirebbe, forse, anche un vero mezzo preventivo, tanto più che noi vidimo come la quota relativamente maggiore dei rei (Vol. III) si ha fra i benestanti, professionisti ed a scopo di lucro (pag. 305): e così la società che ha sofferto spese e danni pel reato, per l'arresto dell'autore, pel suo giudizio, non dovrà soffrire come fa oggidì anche per la sua detenzione.—Questa pena dovrebbe essere applicata sempre alle colpe contravvenzionali diminuendo così molte carcerazioni; l'art. 254 del Cod. proc. pen. olandese del 1841 stabilisce che, visto il processo verbale che constata le contravvenzioni, l'officiale del pubblico ministero presso il tribunale di semplice polizia fa chiamare il contravventore, il quale può far cessare la procedura giudiziaria pagando il massimo dell'ammenda stabilita dalla legge. Il processo non avrà luogo che in caso di rifiutato pagamento.
Pei delitti minimi ciò potrebbe essere fatto dalla Camera di consiglio di cui si dovrebbero aumentare le attribuzioni. Se la Camera di consiglio ritiene che la pena a cui sarebbe condannato il prevenuto non superi il mese di durata, può stabilire sia sufficiente a far cessare l'azione penale il pagamento di un'ammenda.
Bonneville di Marsangy (o. c.) nota giustamente che l'ammenda è la pena più liberale, più divisibile, più economica, più remissibile, quindi la più efficace, e noi aggiungeremo quella che meglio può indennizzare la vittima.
«È naturale, scrive, che più procediamo più aumenti l'importanza del denaro, perchè con esso ci si può procurare il massimo dei piaceri, e sempre maggiore si fa il numero di quelli che lo sperperano pei loro gusti anche malvagi e perciò più avanziamo, la multa è più utile».
Nè si dica che l'ammenda mal si possa proporzionare: anzi è la pena che di più si proporziona, perchè una giornata in carcere per un gentiluomo non corrisponde in quantità di dolore a un giorno di carcere per un vagabondo, mentre 10.000 lire per un ricco si possono proporzionare a poche lire per un povero.
Si obbietta che sarebbe una pena atavica ricordante le compensazioni, ma in molte cose noi abbiamo dovuto ritornare agli antichi perchè a molte cose gli antichi provvedevano e molte vedevano meglio di noi.
Molti rifiuteranno di pagare e allora si devono obbligare al lavoro:—e se vi si rifiutano inasprire il carcere finchè sia conciliabile, ben inteso, col rispetto alla vita.
Risarcimento.—E con questo si assicura, nel maggior numero dei casi, quel che più deve premere, il risarcimento alla vittima del reato.
«Il risarcimento si deve assicurare anche obbligando gli stessi giudici penali a fissare la liquidazione dei danni, per togliere le lungherie e gli effugi di un nuovo processo in sede civile e obbligando i rappresentanti del Pubblico Ministero a promovere essi, d'ufficio, quando manchi per ignoranza o timore l'azione dei danneggiati, la condanna al risarcimento civile» (Ferri, o. c.).
Il Bonneville de Marsangy propone di accordare perciò all'offeso un privilegio speciale sui beni del condannato.—L'indennità, scrive, deve esigersi dallo Stato, come le spese di giustizia: la grazia deve concedersi solo se il danno sia stato riparato (con responsabilità solidale della famiglia del condannato): sui proventi del lavoro del detenuto deve ritenersi una parte a beneficio dei danneggiati.—La prescrizione deve ammettersi (come fa l'art. 229 del Cod. Pen. Austriaco) soltanto se il danno fu risarcito e il reo non ritenga più alcun utile proveniente dal delitto.
Riprensione e cauzione.—La riprensione giudiziale come sostitutivo di pena nei reati lievi è già ammessa nel nostro e nel codice penale russo, spagnuolo, portoghese, del cantone di Vaud, e nel diritto romano che insegnava: «moneat lex antequam puniat« Al. Fr. 3, § 1, Dig. De officio praefecti vigilum, lib. I, tit. 15, si trova proprio un caso di applicazione dell'admonitio: «et quia plerumque incendia culpa fiunt inhabitantium, aut fustibus castigat eos, qui negligentius ignem habuerunt, aut severa interlocutione comminatus fustium castigationem remittit«[329]. Però se essa si capisce per le scappatelle di gioventù, risse, ingiurie ecc., diventa poco seria nei reati anche dei criminaloidi senza la malleveria o cauzione che è una vera ammenda in sospensione. Il magistrato obbliga il colpevole a depositare una somma di denaro, che garantisca la società dalla sua recidività: il deposito si fa per un tempo determinato, scorso il quale, se egli non commise più delitti, gli è restituito. Questo principio è ammesso agli Stati Uniti ed in Danimarca: e certo per le percosse, le ferite, le vie di fatto, le ribellioni e le ingiurie, l'obbligo di depositare una somma, la paura di perderla in caso di ricaduta, giovano a prevenirla meglio di qualche giorno di cella (Oliva).
Anche la malleveria di buona condotta qui giova: «Quando il magistrato, in luogo d'infliggere la pena, richiede all'accusato la malleveria di non turbare la pace altrui, o di serbare buona condotta, o di astenersi da atti determinati, usa ammonirlo che in caso di nuovo reato incorrerebbe in una pena più severa di quella che gli sarebbe stata inflitta per la prima trasgressione»; essa era addottata nel codice spagnuolo; funzionò in Inghilterra sin da tempi più antichi, sotto le forme delle recognizances to keep the peace ed of good behaviour, richieste dal giudice di pace ai malviventi, oziosi ecc., ovvero a chi avesse minacciato un male serio ad una persona, ma sempre in seguito a domanda giustificata di questa; notevole è l'innovazione recata a questo istituto dai Criminal Law Consolidation Acts, 6 agosto 1861 (24 e 25, Vict., c. 96-100), ognuno dei quali contiene un articolo, che accorda facoltà al giudice di imporre la malleveria come pena accessoria nelle condanne per crimine.
Stato di prova. Probation System.—Da qui si fa passaggio a quell'eccellente istituzione preventiva dei rei minorenni ed occasionali che è il Probation system, o stato di prova, in gran uso negli Stati Uniti, sopratutto per i giovani delinquenti[330].
Un delinquente non recidivo non è messo in prigione, ma è ammonito dal giudice con speciale sentenza che alla prima recidiva sarà condannato ed intanto è sottoposto alla sorveglianza di un agente speciale;—lo State agent—che ha il diritto di sorveglianza sul giovane delinquente per un dato tempo: se esso trova che non riceva nella sua famiglia una educazione conveniente e non vi sia abbastanza sorvegliato, può metterlo in una casa di educazione per ragazzi moralmente abbandonati: se il giovane cade in recidiva, lo State agent lo traduce di nuovo davanti al tribunale, di dove poi è mandato in una casa di correzione.
Questo sistema ha dato così eccellenti risultati nel Massachussets che vi ha ispirato l'idea di estenderlo anche ai delinquenti adulti; idea messa ad esecuzione in una legge del 1878, che istituì, a titolo di prova, un funzionario speciale: il Probation officer; costui ha il dovere di essere informato di tutti gli individui condannati per delitti dai tribunali di Boston e di stabilire, con l'aiuto delle informazioni raccolte, quali sieno i delinquenti di cui si possa sperare l'emenda senza far loro subire la pena; deve poi assistere ai dibattimenti del processo di tutti quelli per cui a lui non par utile nè necessaria una repressione materiale: e dopo aver fatto conoscere i risultati della sua inchiesta, il cui punto principale è di sapere se ha avuto luogo anteriormente una condanna e se non ne sia stata fatta domanda, chiede che il colpevole sia lasciato libero, in prova (on probation). Se il tribunale annuisce, il colpevole è messo in prova per uno spazio di tempo che può variare dai due ai dodici mesi, secondo i casi, alle condizioni, ben inteso, che il tribunale giudica convenienti. La procedura che si tiene è questa: il Probation officer obbligasi formalmente che il delinquente compirà le condizioni imposte: ed acquista fino allo spirare del tempo di prova, il diritto di fare arrestare, in qualunque momento gli paia conveniente, il criminale rilasciato in libertà e tradurlo davanti al tribunale, per fargli subire la pena da cui non era che sospeso: allo spirare del tempo di prova, il Probation officer domanda che all'individuo sia cancellata la pena; tuttavia in certi casi determinati può domandare e ottenere che quel tempo fissato prima sia prolungato. Durante il tempo di prova, l'incriminato deve fare al Probation officer tutte le comunicazioni verbali o scritte che questi esige ed eseguire tutti i suoi ordini.
Il numero degli individui lasciati liberi in istato di prova nella città di Boston durante il periodo dal 1879 al 1883, colpevoli di ubbriachezza, manutengolismo, furti di poca entità, ingiurie e violenze corporali, fu di 2803. Fra questi, 223 che non avevano subito favorevolmente la prova furono ritradotti in tribunale e colpiti dalla pena; 44 hanno preso la fuga senza che si potesse riprenderli.
Nel 1888 su 244 persone messe in prova (di cui 137 per ubbriachezza, 125 per rissa, 18 per ladronecci, 13 per turbolenza), 230 parvero emendarsi.—Senza dubbio molte di queste promesse non furono mantenute, ma in complesso si ottenne veramente l'effetto cercato. L'agente dichiarò che quasi il 95% delle persone sottoposte alla sorveglianza, l'anno precedente, hanno tenuto poi una buona condotta e furono liberate definitivamente: solo 13 riconosciute incorreggibili sono state condannate a subire la pena.
L'esperienza è stata così feconda che una legge del 1880 ne ha esteso l'applicazione allo Stato del Massachussets tutt'intero.
Un sistema analogo è stato adottato in Inghilterra con la legge dell'8 agosto 1887, detto Probation of first offenders act.
Ma mentre in America a garanzia della buona condotta del colpevole si ha il concorso e la cooperazione di un magistrato speciale, del Probation officer, in Inghilterra si ha l'impegno diretto del colpevole, o ai più il concorso interessato, e quindi più efficace di un mallevadore, il quale, è certo sollecitato dal pensiero che ogni nuovo reato renderà esigibile la cauzione. Ma v'è di più: la legge inglese impone che la «messa in prova» sia giustificata da motivi precisi, ciò che non esige la legge americana; più concede al giudice le facoltà di determinare il tempo di prova e decidere senza sentire il parere di altra autorità speciale.
Da una lettera del colonnello Howard, pubblicata da Listz, il numero delle persone che dal 1887 al 1890 vennero così liberate condizionatamente erano 500 col 95% di emenda (Oliva, op. cit.).
Nel Belgio, quest'istituzione—introdotta per legge, nel 1888—diede presto i suoi frutti; infatti nella relazione del 3 luglio 1891, Lejeune dichiarava alla Camera che sopra un totale di 447.070 condannati, 27.504, dopo quella legge vi erano stati sottoposti con solo 578 recidive, cioè il 2%: si trattava di distruzione di chiudende e mobili, ricettazione, truffe e appropriazioni indebite, calunnie e diffamazioni, corruzione di minorenni e lenocinio, offese pubbliche al buon costume, ingiurie, minaccie, attentati al pudore, crimini e delitti di falso, frodi nella fabbricazione e commercio di sostanze alimentari, lesioni personali involontarie, adulterio, appropriazione di cose smarrite, mendicità e vagabondaggio, porto e vendita d'armi proibite, omicidio involontario, violazione di domicilio, coalizione, sparizione d'infante, violenza carnale (tentata), incendio, bancarotta, saccheggio. Eran dunque 21 forme di reati occasionali, di cui 4 pseudocriminali e solo 9 di rei-nati in complesso.
Reati Anno 1888-89 Anno 1890 Lesioni personali volontarie 3830 (27,90%) 3863 (29%) Furti 2009 (15%) 1800 (12%) Violenze, resistenze, oltraggi alla autorità 1028 (7,7%) 745 (5,2%)
Anche la Francia ha potuto mettere a prova il nuovo istituto, sebbene per un periodo di tempo molto minore. Il Dumas, direttore degli affari penali, il 26 agosto 1892 presentava una relazione al ministro guardasigilli sui primi nove mesi d'applicazione della legge Bérenger (dal 26 marzo al 31 dicembre 1891).
I tribunali correzionali pronunciarono 11.768 condanne condizionali, di cui 7362 al carcere e 4406 a pene pecuniarie, su un totale di 162.582, delle quali 97.245 al carcere e 65.337 all'ammenda; sicchè le condanne condizionali rappresentano il 7,5% delle condanne al carcere, e il 6,7% di quelle a pene pecuniarie.
Nella Nuova Zelanda e Australia, nel primo periodo di due anni (1886-1888), per quanto risulta da una relazione del ministro della giustizia, i risultati dell'istituto furono ottimi. Di 121 persone, sottoposte a prova, 58 si resero degne del provvedimento, 9 non adempirono agli obblighi imposti, 1 fuggì, e 53 erano ancora in esperimento alla fine del secondo anno, cioè del 1887.
Dal 1º ottobre 1886 al 31 dicembre 1888 nella Nuova Zelanda, secondo la relazione del capitano Hume, la condanna fu sospesa a scopo di prova per 203 persone, di cui 143 dimostrarono il loro ravvedimento, cioè 70%, 10 furono di nuovo arrestate, 5%.
Riformatorio di Elmira.—Un altro modo di applicazione analoga è quello del Riformatorio di Elmira, di cui ci vengono bellissime descrizioni di Winter, di Way, di Ellis[331], creato dal Brockway, sotto l'ispirazione, così egli dichiarava, del mio U. delinquente.
In quel Riformatorio non si mandano, di regola, che i giovani dai 16 ai 30 anni, caduti per la prima volta in un delitto non grave; e un'autorità illimitata è concessa dalla legge al Consiglio direttivo[332], in quanto che un ricoverato può essere rilasciato in libertà condizionale, anche molto prima del tempo stabilito per il reato commesso, quando il Consiglio lo giudichi opportuno. Questo giudizio deve fondarsi sulla convinzione che la resipiscenza del ricoverato sia assicurata; la sola formalità che accompagna il rilascio, è la parola d'onore che egli dà al Sopraintendente; però il Consiglio può abbreviare la durata della espiazione a riguardo dei buoni, non prolungarla.
La conoscenza dell'individuo ricoverato, delle sue condizioni psicofisiologiche, dell'ambiente nel quale è vissuto, delle cause che contribuirono a farlo delinquere, forma lo studio principale del Brockway; e da quella desume i mezzi per ottenere il ravvedimento; che consistono nello sviluppo del sistema muscolare: doccie, massaggi, ginnastica, buona dietetica; nel ringagliardire la volontà, facendo il detenuto padrone di sè e cooperatore della propria liberazione, che gli è accordata appena mostra di essere emendato e di poter bastare a sè stesso.
Il prigioniero, appena arriva, deve fare un bagno, e gli si dà l'uniforme dell'Istituto. Dopo è fotografato, registrato, visitato dal dottore e vaccinato.
Per due giorni vien chiuso in un cella per meditare il suo delitto e prepararsi all'emenda. Il terzo giorno lo conducono dall'Intendente, che fa nel suo temperamento e nel suo carattere tutte le ricerche necessarie per applicarvi il metodo di cura più razionale.
I prigionieri sono divisi in tre categorie:
La prima comprende i buoni;
Nella seconda stanno quelli di mezzo ad experimendum;
E la terza comprende i perversi ed i difficilmente correggibili.
Per questo vi sono nove note distinte per ogni individuo, vale a dire: tre note per la condotta, tre per il lavoro, tre per i progressi nella scuola.
Il prigioniero che ottiene nove note ogni mese per sei mesi, è promosso nella prima categoria e può ottenere la libertà.
Poi l'Intendente colloca il detenuto, secondo le sue tendenze e secondo la sua cultura, in una classe normale o tecnica, in un dipartimento industriale, per abituarlo ad un mestiere; gli fa conoscere nello stesso tempo i suoi doveri, i diritti e le condizioni per cui può ottenere la libertà; gli si affida un mestiere (più di 75% non ne hanno) che gli permetta, dopo la sua liberazione, di guadagnare la vita. E questa è la prima cura della Direzione.
S'aggiunga che la spesa qui è minima perchè i servizi tutti, fino quelli di sorveglianza e di guardia son fatti dai detenuti stessi.
Non si preoccupano dei benefici che possono ricavarsi nello stabilimento. Sopratutto si hanno in vista i vantaggi ulteriori che la società ritirerà quando essi saranno rientrati nella vita.—Si ricerca con cura scrupolosa qual'è la professione per cui essi mostrino più attitudine e che sia più profittevole nel paese in cui dovranno stabilirsi.
Il Brockway stesso stabilisce al principio di ogni mese, tenendo conto delle forze fisiche e delle attitudini di ogni detenuto, la somma di lavoro che egli deve fornire durante il mese, per ottenere la cifra massima delle note favorevoli.
L'insegnamento scolastico comprende l'istruzione generale, e l'apprendimento di un mestiere.
Il detenuto ha ogni settimana due corsi professionali; due sere sono consacrate all'insegnamento scolastico. Restano dunque due sere e la domenica per preparare i lavori.
L'emulazione dei detenuti in quest'ordine di lavori è stimolata ancora da una istituzione veramente originale. Ogni settimana esce ad Elmira col titolo di Summary un giornale scritto esclusivamente dai detenuti. Questo giornale inserisce una rivista degli avvenimenti politici della settimana, presa dai migliori giornali americani; poi vengono le informazioni sulla vita stessa dello stabilimento, sulle conferenze che sono state fatte nel corso della settimana, sul risultato delle prove subite, sulla promozione o la regressione di classe, la liberazione dei detenuti, ecc.
Da un anno ricevo questo giornale, e confesso che nessun giornale giuridico d'Italia e di Francia è così ricco di notizie, specialmente per ciò che riguarda la criminalità.
Oltre l'insegnamento delle materie d'istruzione generale, i detenuti ricevono un insegnamento professionale. Si sono organizzati, pei diversi mestieri, dei corsi, a cui i detenuti prendono parte con grande interesse.
Il passaggio alla prima classe comporta certi vantaggi, specialmente dal punto di vista della corrispondenza, del ricever visite, del poter aver libri, e mangiare ad una tavola comune, mentre gli altri mangiano nelle celle: infine i più distinti possono passeggiare insieme nel prato, e ricevono delle incombenze di confidenza, come, per esempio, la sorveglianza degli altri detenuti.
I prigionieri, come possono guadagnare una categoria con le note buone, possono perderne per la negligenza e la cattiva condotta. In questo caso sono rinviati in terza categoria, e per ricuperare la libertà devono sottomettersi ad un lavoro più duro.
A bella posta si espongono i detenuti di prima classe a tentazioni di diverse specie. E appena dopo sei mesi che le hanno subite, Brockway propone al Consiglio d'Amministrazione di metterli in libertà provvisoria. Il Consiglio avrebbe diritto di rifiutare le sue proposte per proprii motivi speciali, malgrado la buona condotta del detenuto, specialmente quando stimasse che la gravità del delitto commesso renderebbe pericolosa una pronta liberazione; di fatto però autorizza sempre Brockway a mettere il detenuto in libertà.
Tuttavia la liberazione non ha luogo che quando Brockway si è assicurato che il liberato troverà un'occupazione durevole e conveniente.
Quando il detenuto non trova da sè o per merito d'amici questo posto, il Brockway cerca egli stesso di procurarglielo: nè ciò gli è stato mai difficile finora.
L'individuo liberato provvisoriamente deve per sei mesi almeno dar conto della sua condotta sotto la forma che il signor Brockway giudica più pratica secondo i casi, e non riceve la libertà assoluta che dopo un anno di buona condotta.
Concludo: nessuno più di me è caldo partigiano di questa riforma, che è la prima applicazione pratica e seria dei miei studi; ed io credo che lo studio individuale somatico di ogni criminale, l'istruzione non teorica ma pratica ed individualizzata non può non dar dei grandi risultati sui criminaloidi: sopratutto l'abitudine al lavoro in gente che prima ne avea ribrezzo o ne aveva perduto l'abito, le risorse che uscendo hanno a loro disposizione devono essere pei criminaloidi spese per delitti contro la proprietà una salvaguardia alla recidiva.
Ma non credo che, per il delinquente-nato almeno, l'impedimento possa esser costante e durevole. Quando vedo che 49% non hanno senso morale, che 12% hanno abbandonato la casa paterna prima dei 14 anni, o son nati da parenti epilettici, 37% da parenti alcolizzati e che 56% non manifestano nessun pentimento, io non credo con Tallack (Penological and preventive principles) che tutti possano emendarsi completamente mercè una cura di massaggio e di bagni freddi o caldi, congiunti anche alla più solida istruzione ed all'attività maggiore. E questo tanto più quando i ragazzi che sarebbero i più facilmente correggibili sono in minor numero, e i giovani frammischiati agli adulti, ciò che sempre è fonte di pericoli, e tanto più che un numero così grande di ammessi rende difficile uno studio individuale approfondito.
Nè è preciso, infatti, quanto si afferma, che l'83% dei liberati su parola sarebbero usciti emendati nello spazio di 15 anni.
Questa proporzione scema a chi esamina la statistica particolareggiata dei 1722 liberati, la cui durata media di soggiorno fu di 20 mesi; ora di questi 156 si sono fissati in altri Stati, e per ciò furono messi completamente in libertà;
10 sono morti;
128 hanno ancora da render conto della loro condotta, perchè il tempo di prova non è spirato;
185 non hanno libertà che dopo lo spirare del maximum della loro pena;
271 sono stati messi incompletamente in libertà dopo aver dato per sei mesi risultati soddisfacenti in condotta;
126 non hanno dato le attestazioni richieste e non si sa che ne sia avvenuto;
42 sono stati colpiti da altre pene durante il tempo di prova;
79 hanno dovuto essere riammessi nello stabilimento;
25 vi sono rientrati volontariamente perchè avevano perduto il posto nel tempo della prova e non potevano trovare occupazione altrove.
Non contando i 10 morti, sono dunque 533 i non emendati, ed è quindi del 31% (la quota vicina a quella che do dei rei-nati) e non del 17%, la loro proporzione. D'altra parte, la sorveglianza esercitata sugli individui liberati provvisoriamente è così superficiale, che, supponendo recidivati quelli che si son sottratti all'obbligo di render conto della loro condotta, noi ci avviciniamo di più alla realtà dei fatti che non presumendo, come fa Brockway, che tutti quelli che han soddisfatto a quest'obbligo debbano essere considerati come emendati.
Ma con tutte le sue lacune questo è il vero istituto pei criminaloidi—e forse quello solo che possa prevenire e sostituire il carcere per molti rei-nati giovani.
Manicomî criminali.—Un'altra istituzione noi crediamo destinata a meglio conciliare l'umanità colla sicurezza sociale—quella dei Manicomî criminali.
Si può discutere a lungo, da un lato e dall'altro, sulla teoria della pena, ma in un punto ormai tutti convengono: che fra i delinquenti e quelli creduti tali, ve n'ha molti che, o sono, o furono sempre alienati, per cui la prigione è un'ingiustizia, la libertà un pericolo, e a cui mal si provvede da noi con mezze misure che violano ad un tempo la morale e la sicurezza.
Gl'Inglesi, cui la pratica della vera libertà non rese, come noi, cavillosi e ideologi, ma condusse alle riforme per la via più pratica e più corta, hanno già da un secolo tentato, e da sessantasei anni quasi riuscito, a colmare dal lato più spinoso questa sociale lacuna coll'istituzione dei manicomî criminali. Forse a questo passo s'indussero più facilmente anche grazie alla speciale struttura del loro governo. Un paese, che è monarchico ad un tempo ed oligarchico, che ama il suo re come un simbolo, e che, come l'antica Roma, ha nei suoi Lordi un vero senato di Re, un paese in cui la libertà ha un campo sconfinato d'azione, e la giustizia preventiva uno assai limitato, offre ai colpi degli alienati omicidi, religiosi, ambiziosi, che mirano sempre a chi è più in grido, un fianco troppo aperto perchè non si dovesse provvedervi: quando non solo il re, ma quasi tutti coloro che più influivano sui destini e sulle fantasie popolari, Drummond, Peel, Palmerston, furono spenti od assaliti da pazzi, comprese che grande pericolo incontravasi lasciando questi fantastici nemici in piena libertà o solo reclusi in manicomî, donde avrebbero potuto uscire tanto più facilmente che dai processi stessi risultava come, quando si astraeva dal delirio politico od omicida, quegli sciagurati ragionavano, fin troppo, lucidamente. Si venne, quindi, prima (nel 1786), al mezzo termine di confinarli in un apposito comparto di Bedlam, donde non potevano uscire senza il beneplacito[333] del gran cancelliere. Nè questa misura poi bastando, nel 1844 lo Stato si assunse di mantenerne 235 in uno stabilimento privato a Fisherton House.
Ma crescendo sempre più la triste schiera di quegli infelici, si finì coll'erigere dei manicomî speciali a Dundrum per l'Irlanda nel 1850, a Perth per la Scozia nel 1858, a Broadmoor nel 1863 per l'Inghilterra; e l'accoglienza vi fu regolarizzata da nuovi decreti[334], ordinandosi di ricevervi non solo coloro che avessero commesso un delitto in istato di pazzia, o che fossero impazziti durante il processo, ma anche tutti quei carcerati che, o per alienazione o per imbecillità, fossero incapaci di sottostare alla disciplina carceraria; questi ultimi sono divisi dagli altri in apposite sezioni; e se guariscono ritornano in carcere, gli altri rimangono fino ad ordine regio; tutti hanno a guardiani uomini fidatissimi, riccamente retribuiti, militarmente disciplinati; essi vi godono, salvo le precauzioni maggiori per prevenire le evasioni, di quasi tutti quegli agi di cui sono larghi gli Inglesi agli alienati: lavoro nei campi e nei giardini, biblioteche, bigliardi. Il numero di questi maniaci criminali e pericolosi andò sempre più crescendo; e noi vidimo (Vol. II) che erano aumentati a 1244 nel 1868[335]. Eppure i filantropi inglesi non credono che ancora si sia fatto abbastanza, e si lagnano che giacciono ancora nelle carceri molti che dovrebbero essere in quei manicomî.
In America, l'omogeneità della razza e degli studi, l'uguale tendenza alle riforme pratiche fece sorgere da pochi anni simili istituzioni; un grandioso manicomio criminale è annesso al celebre penitenziario di Auburn, un altro sorse nel Massachusetts, un altro nella Pensilvania.
Ora io mi chieggo: è egli possibile che un'istituzione che fu trovata utile dalla nazione più oligarchica e dalla più democratica; una istituzione, la quale, una volta fondata, si andò ampliando per modo da sestuplicare in ventiquattro anni, senza che perciò abbia sembrato colmare appieno la triste lacuna; è possibile, dico, che una tale istituzione sia un puro oggetto di lusso, un capriccio anglo-sassone, e non risponda invece ad un bisogno sociale, così che noi dobbiamo desiderare che venga trapiantata e diffusa per tutti e che fra noi assuma non più la larva di un carcere, ma vera e solida esistenza giuridica?
Che se in Italia e Francia appare dalla statistica ufficiale assai minore il numero degli alienati criminali, ciò ben si capisce; non essendosi fatta strada nel pubblico l'idea che una gran parte delle azioni delittuose muova da un impulso morboso, molti di quelli passano per pigri, riottosi, perversi, e non per alienati; che se la pazzia vi fu riconosciuta pel movente unico del reato e annullò ogni procedimento, l'autorità non se ne preoccupa e non ne tiene conto; alcuni poi di questi infelici manifestando, come è loro proprio, delle forme miste di alienazione e di mente sana, sono presi per simulatori; non pochi altri, anche essendo creduti pazzi, non sono denunciati, sulla lusinga che possano in breve guarire; più che tutto, perchè non è facile il loro collocamento; rifiutandosi molti manicomî a riceverli, o esigendo rette triplici delle carcerarie. Io infatti, nell'esame di sole sei case di pena, ne ho potuto trovare una cifra rilevante, ed una grossa ne accennano i robusti lavori dei dottori Capelli, Monti, Tamassia, Biffi, Bergonzoli, Tamburini, Virgilio[336].—La statistica officiale che nei primi anni ne segnalava solo 55[337], ora ne conta mano mano 108-151 per anno, 1750 in 17 anni; e non vi si comprendono i non pochi rei suicidi (molti dei quali alienati), che salgono ad un'alta quota e non abbiamo la statistica dei molti il cui processo incoato fu lasciato a mezzo per riconosciuta pazzia, e che formano quasi la metà dei ricoverati di Broadmoor.
Ora, pur lasciando da parte l'offesa che reca al senso morale la dimora di questi infelici nelle case di pena, la non vi è d'altronde scevra di danni e per la disciplina e per la sicurezza; essi non vi si ponno curare per bene, perchè mancano gli opportuni locali, l'apposita disciplina: rimanendo in mezzo agli altri, questi sciagurati che hanno perduto, grazie alla alienazione, quel pudore del vizio che è l'ipocrisia, si abbandonano ad atti violenti ed osceni, tanto più pericolosi perchè scoppiano improvvisi, e spesso per futili cause, come quello di A..., che uccise un compagno perchè non gli volle lucidare le scarpe; e sempre resistono con tenacia ostinata alle discipline carcerarie, mostrandosi indifferenti alle punizioni, scontenti di tutti, diffidenti degli impiegati, che credono i proprii nemici, e su cui gettano spesso le colpe da loro stessi commesse, e che annoiano con continue istanze e reclami: in breve si fanno centro e pretesto di continue ribellioni. Che se, come pur troppo si usa (art. 823 Cod. Proc. Pen.), tengansi isolati e incatenati nelle celle, non riescono più di noia ad alcuno, ma per l'inerzia, pel vitto che s'assottiglia a chi non lavora, per la scarsa luce, si fanno idremici, scorbutici, quando colla violenza non abbreviino ancor più presto la triste loro vita.
D'altra parte, l'invio loro ai manicomî è seguito da altri malanni. I nostri manicomî sono spesso mal sicuri: sprovvisti, molti, di celle di forza e perfino di celle d'isolamento: e so di un alienista che avendole reclamate pel Manicomio di Torino fu tacciato di intemperante. D'altronde essi vi portano tutti i vizî delle classi immorali d'onde sortirono; continui vociferatori ed attaccabrighe, pieni di una morbosa idea di se medesimi, si mostrano scontenti sempre del trattamento dell'asilo, e reclamano come un favore il ritorno alla prigione; si fanno apostoli di sodomie, di fughe, di ribellioni, di furti a danno dello stabilimento e degli ammalati stessi, a cui coi loro modi osceni e selvaggi, e colla triste nomea che li precede, destano spesso paura e ribrezzo, come li desta nei congiunti il sapere accomunati con essi i propri cari. Chi non sentirebbe orrore di avere avuto un figlio compagno nel dormitorio con Boggia?
Quegli altri alienati, poi, che non hanno, nè ebbero le prave tendenze abituali di questi, che non passarono nei delitti la vita, ma che furono o sono vittime di un impulso delittuoso, isolato, spuntato in una data epoca dell'esistenza, benchè non destino il ribrezzo dei primi, non ne sono meno pericolosi; essi non possono, spesso, contenersi dal compiere quegli atti feroci cui li spinge una crudele natura; feriscono, incendiano; superano, per la maggior lucidezza di mente, quanti ostacoli voi loro frapponiate. Altri fingono la calma più completa, ma solo per poter persuadervi a porli in libertà, o per combinare alla sordina un'evasione, un complotto. Poichè questo hanno di speciale i pazzi criminali che non rifuggono, come gli altri alienati, dalla società, cui pure tormentano colle loro violenze, ma tendono ad associarsi fra loro; e siccome conservano quello spirito di continua irrequietudine e di incontentabilità che li animava prima d'essere pazzi o delinquenti, così credono che voi siate sempre sul maltrattarli, insultarli; riescono quindi a istillare queste idee false negli altri, e dare, a poco a poco, corpo, alle idee di fughe, di ribellione, di cui sarebbero incapaci i comuni alienati, isolati nel proprio mondo come sonnambuli; in questo s'accordano appieno tutti gli alienisti, il Roller, il Boismont, il Delbruck, il Reich, il Solbrig, ed io n'ebbi delle prove palpitanti nei manicomî da me diretti. Per es., Er..., già carcerato per ricettazione, era sempre in sul lagnarsi dell'ingiustizia dei tribunali e dei trattamenti nostri, non mai abbastanza riverenti; protestava con lettere grottesche al re, al prefetto; un giorno si mostrò tutto cangiato, era divenuto umile e buono; egli avea preso a complottare con tre altri malati per fare una strage degli infermieri; poco tempo dopo, infatti, mentre essi erano occupati alla distribuzione della zuppa, disselciò co' suoi compagni una parte del cortile, accatastò una piramide di sassi, che si diede a scaraventare a dritta e sinistra.—Alcuni anni dopo un epilettico omicida, Mar..., rinnovò la triste impresa e per poco non pose in fuga tutto il corpo degli infermieri.—Un omicida, allucinato, così intelligente da poter scrivere, egli povero ciabattino ineducato, la propria biografia con istile degno d'un Cellini, si comportò per due anni bene; ma un giorno gli si rinvenne nascosta nel letto una barra di ferro, preparata per colpire gli infermieri: un altro giorno fattosi con dei pezzi di legno un passe-partout, dischiuse due usci, si calò da una finestra ed evase.
Un altro, ladro e suicida, d'accordo con costui, riuscì ad evadere, rubando parecchie dozzine di lenzuola, e facendone abbruciare da un imbecille alcuni frammenti nelle stufe del manicomio, per fuorviarci sulla vera causa della loro scomparsa.
È evidente come questa specie di malati perturbi l'andamento di un manicomio, aggravi le condizioni degli alienati più deboli, ed impedisca d'attuarvi in larga scala quella libertà che è prescritta dalle moderne dottrine.
Di tutto ciò, però, poco avrebbero a soffrire quei fortunati che non mettono mai il piede in quei tristi recinti; ben peggio va la bisogna per tutta la società, in grazia dei molti pazzi inclini a mal fare, che (mancando una legge od un istituto apposito che li riguardi) passano i loro giorni in mezzo ad essa, sempre attendendo a' suoi danni, e senza che alcuno sospetti, pure da lontano, delle bieche loro intenzioni.
Sono, in genere, monomani che sanno assai accortamente dissimulare il delirio, per modo che a mala pena ne sospetta la stessa famiglia; ovvero sono pazzi precocemente dimessi dai direttori dei manicomî, spesso per non incorrere in accuse di violata libertà personale; oppure sciagurati, che avendo commesso, in un primo delirio, azioni criminose, furono condannati, e scontata la immeritata pena, tornano in mezzo agli altri, più ammalati di prima, o, riconosciutasi la loro pazzia, furono prosciolti da ogni accusa e messi in libertà. Gli è che, constatata, anche, che siasi, in un accusato, l'alienazione come causa del reato, non ne segue che esso debba essere spedito ai manicomî, o quando ve lo sia, niuna legge impone che vi abbia ad essere ritenuto indefinitamente e sotto speciale responsabilità dei direttori: sicchè questi finiscono col dimetterlo, cedendo alla continuità della calma apparente, alle replicate richieste dei malati e delle illuse famiglie, non mai abbastanza persuase della realtà della propria sventura.
Accade sì che quando la pazzia si palesi durante il procedimento (819, Cod. Proc. penale), questo venga sospeso, e il reo spedito al manicomio; ma molte volte e' (se era simulatore) ne approfitta per evadere, come ne vedremo fra poco parecchi esempi; più spesso ne perturba la disciplina, e ad ogni modo, se perduri indefinitamente l'alienazione, il procedimento non ha alcuna soluzione; e come la giustizia rimane insoddisfatta e sempre sulla ricerca di un problema da sciogliersi con danno dell'imputato o della sita vittima, così ne rimane scontenta la pubblica coscienza, ed eccitatane la malignità umana a falsi e tristi sospetti, che, certo, non si incorrerebbero per un invio ai manicomî criminali, così paralleli ad un carcere.
Il più sovente, però, essi si trovano liberi in mezzo a noi, e tanto più pericolosi, perchè sotto l'apparenza della più perfetta calma, della più lucida intelligenza, tenacemente conservano gl'impulsi morbosi, dandone, quando meno si sospetta o alla più lieve occasione, irreparabili prove. Esempi di questa facile recidività delle tendenze morbose si trovano in tutti gli autori, nell'Holtzendorf, nel Brierre, nel Delbruck, nel Solbrig[338]; in tutti quanti, insomma, ebbero a trattare questo argomento. Poco sopra io stesso vi confessai come, ingannato dalla apparente docilità d'un alienato, ebbi a dimetterlo con gravissimo pericolo altrui. Pochi anni fa il borgomastro di Gratz fu vittima di un monomaniaco religioso che alcuni anni prima aveva minacciato un'altra esistenza.—Haltdfield, prima di attentare a re Giorgio III, aveva cercato di uccidere la moglie e i suoi tre figli: rinchiuso in Bedlam, ammazzava un alienato.—Booth, l'uccisore di Lincoln, s'era gittato anni prima in mare per parlare con un collega suicidatosi anni prima.
Vassilidsa è condannata a 12 anni in Siberia per omicidio commesso senza alcuna cagione, e appena vi è giunta si dovè condannare a 22 anni di lavori nelle miniere e 100 colpi di verga per altro omicidio; alle miniere ferisce una ragazza e cinque donne, e uccide un altro uomo (Ann. méd. psych., 1869, pag. 13).
Il danno di questa libertà sconfinata, lasciata ai pazzi criminali, finisce coll'estendersi, in dati momenti, all'intera nazione[339].
E ciò non solo, perchè (come abbiamo veduto negli assassini di Lincoln e di Giorgio III) quegl'infelici volgono il pensiero omicida verso i maggiorenti della nazione, ma, anche, perchè, dotati come sono d'una lucida mente e d'una grande tendenza all'associazione, quando trovino il momento favorevole, riescono a formare un nucleo settario, tanto più terribile, chè non avendo a moderatore la mente sana, non è capace d'arrestarsi nel suo cammino e di temperarsi, ed agendo sulle menti dei volghi per il fascino stesso della sua stranezza, riesce a trascinarli ciecamente dietro di sè; sono, direi, molecole di fermento, impotenti per sè, ma terribili negli effetti, quando possano raggrupparsi ed agire in una data temperatura, entro un predisposto organismo. Noi n'ebbimo un esempio nelle storiche pazzie epidemiche del medio evo, che si ripetono nei Nichilisti di Russia, nei Mormoni e nei Metodisti d'America, negl'incendiari di Normandia del 1830, e or ora in quelli della così detta Comune parigina.
Poichè è ormai dimostrato che, toltane l'influenza di pochi furbi e più pochi ideologhi, essa fu l'effetto di un delirio epidemico, a cui prestarono mano le passioni concitate dalla sconfitta (così come la paura nelle follie dei contagi), l'abuso dell'assenzio, ma più di tutto il grande numero di alienati ambiziosi, omicidi e fino paralitici, liberati troppo presto dai manicomî, e che, rinvenendo in quella popolazione commossa un terreno propizio, si associarono e posero in atto gli sciagurati loro sogni.
Laborde (Les hommes de l'insurrection de Paris devant la Psychologie, 1872) enumera ben 8 membri della Comune, notoriamente alienati. Il generale Eude, ex farmacista, ex stenografo, ex commesso, e interdetto per debiti e prodigalità, avea il padre pazzo; D..... la madre; Ferrè la madre ed il fratello; P... pure il fratello, ed era stato lipemaniaco a 17 anni. Il dott. Goupil è un monomaniaco che spiega tutti gli accidenti umani coll'oroscopia, di cui fondò un giornale. Lullier era forse alienato, certo alcoolista. Flourens diede indizio di allucinazioni fino da giovanetto, e il padre, eruditissimo, gli era morto per rammollimento cerebrale. B... eletto da ben 10.000 voti, era da anni malato di mania, o, meglio, demenza ambiziosa, paralitica; si dicea capo di una setta fantastica dei fusioniani, e si sottoscriveva: figlio del regno di Dio e Profumiere. Giulio A..., sindaco dell'ottavo circondario, era anch'esso da molti anni affetto di demenza paralitica; si credeva Dio, imperatore, inventore di un telegrafo scarabeico (lodato da Girardin!!!), tre volte ricoverato in manicomio, parecchie volte processato per oscenità commesse sotto scusa di un certo suo apostolato ginnastico; eletto sindaco, vociava tutto il dì, riempiva le pareti di enormi proclami umanitario-ginnastici, finchè, divenendo furioso, fu trasportato prima a Mazas, poi a Bicêtre, ove, certo in un lucido intervallo, domandò: Pourquoi les autres me viennent-ils pas? detto che è la più chiara dimostrazione del nostro asserto.
Un ex frate C..., anch'esso affetto da demenza paralitica, evaso da Bicêtre, fu, insieme ad un suo fratello, pur alienato, il capo dei torbidi comunali di S. Etienne. Anche gli orrori dell'89 ebbero spesso a movente deliri di monomaniaci omicidi, come Marat e la Terroigne; il marchese di Sade era presidente della sezione delle Picche.
E noi Italiani, se pensiamo agli orrori che la paura del colèra provocò nell'Italia del sud, e ai torbidi suscitati nell'Emilia dal macinato, nei quali, secondo uno studio accuratissimo dello Zani, appunto presero parte sette alienati[340], dovremmo dubitare anche noi, che, continuando a lasciare in libertà certe specie di alienati, potremmo vedere per opera loro turbata la nostra ammirabile calma, quando si presentasse uno di quegli avvenimenti atti a commuovere le fantasie popolari e a dar corpo a quelle molecole di sedizioso fermento, che sono i pazzi criminali.
E solo l'istituzione di un manicomio criminale giuridicamente riconosciuto, e non sgusciante tra le maglie del codice sotto falsi nomi, mi pare capace di far cessare quell'eterno conflitto colla giustizia e colla sicurezza sociale, che si rinnova ogni giorno, quando si tratta di giudicare quegl'infelici, che non si può o non si sa precisare se veramente furono spinti al delinquere da un impulso morboso o da perversità dell'animo loro.
Posti nel dubbio in simili casi, i giudici, se ne cavano ora con qualche ingiustizia, ora con una imprudenza, assolvendo quando la follia appaia loro evidente, e quanto meno, diminuendo di qualche grado la pena... ed ahi! bene spesso anche condannando, e condannando perfino a morte, quando la follia appare chiara soltanto agli occhi dei medici.
Io so che da molti si obbietta: che, lasciandosi trascinare da simili dubbi, si finirebbe col non punire alcuno: ma ricordo, che analoghe obbiezioni si alzarono, un tempo, a chi s'opponeva alla bruciatura di quegli altri alienati, che si chiamavano stregoni. Mi pare che anche per essi potrebbe tuttora ripetersi l'arguta sentenza di Montaigne, che, «ad ogni modo, è un pagare a troppo caro prezzo un dubbio fino ad arrostire per questo degli uomini vivi».
D'altronde, qui, non si tratta d'una pietà sentimentale e pericolosa all'altrui salute; si tratta anzi d'una misura più di precauzione che umanitaria, poichè, se son molti i condannati, sono, anche, molti gli imprudentemente prosciolti; e qui si tratta invece di disporre in modo che non possano ritornare, se non quando sieno perfettamente innocui, frammezzo a quella società a cui sono di tanto pericolo.
Si opporrà, che, molte volte si confonderanno insieme coi veri alienati molti simulatori; il numero infatti di costoro fra i delinquenti è grandissimo; ma gli ultimi studi vanno sempre più rivelandoci, che tale soltanto ci appare per la ignoranza in cui sono i più sui rapporti della pazzia col delitto, e per la difficoltà di fare una diagnosi giusta; poichè una gran parte dei creduti simulatori sono, o predisposti alla pazzia, sicchè in breve vi ricadono sul serio; o veri e propri pazzi che ignorando la propria malattia, ne simulano una artificiale, al che, com'è naturale, riescono mirabilmente; e più spesso, ammalati che, presentando forme affatto nuove o rarissime di frenopatia, destano ingiustamente la diffidenza del medico. Jacobi confessa di aver dovuto cambiare quattro volte il giudizio sopra un alienato, ch'ei credette simulatore, e che poi non l'era. Un ladro, sentenziato da Volnner e Delbrück falso alienato, morì invece davvero d'inanizione per astinenza di cibo. Un altro simulava alla gamba destra una malattia, che aveva alla gamba sinistra. Io rinvenni un monomaniaco omicida che in carcere seppe simulare una forma di follia che non aveva, la pazzia furiosa, e ciò, come egli mi disse, per sottrarsi al giudizio. Ora in Torino ho, nella mia Clinica carceraria, un falsario che simula demenza, fin al mutismo ed alla coprofagia, ed ha, certo, paralisi incipiente. Che se qualcuno fingesse davvero la permanenza perpetua in un manicomio sarebbe già una punizione sufficiente, anche se la società moderna volesse vendicarsi di quegli sciagurati, e non soltanto difendersene. Infatti gli alienati criminali si lagnan sempre della dimora nei manicomî; e domandano ad alta voce, sempre, di ritornare in prigione; e si conoscono parecchi casi non solo di veri malfattori, come il Verzeni, che dissimularono, appunto per analogo timore, l'impulso maniaco, ma di veri delinquenti, come la Trossarello, che proibirono all'avvocato di farli passare per matti, perchè preferivano la morte alla dimora in un manicomio, il che ben si spiega quando si ricordi la nota vanità di costoro.
E non si tutela ad ogni modo così ugualmente e meglio la società dai loro colpi? Se il Boggia abbia simulato o no la pazzia, io non vorrei deciderlo; ma è certo che se lo si fosse mantenuto a perpetuità in un manicomio criminale, la società avrebbe avuto qualche vittima di meno ed anche di meno un supplizio.
Non è molto, uno dei più fieri grassatori di Sondrio venne arrestato, dopo molti anni d'infruttuose ricerche; manifestando pazzia (vera o simulata che fosse), si dovette inviare in un manicomio, e dopo pochi mesi ne evase, ritornando il terrore di quelle vallate. A Verona un ladro famoso si finse matto, per farsi trasportare all'ospedale, donde fuggiva; altrettanto accadde all'assassino Cerato a Torino.
Se tutti costoro si fossero potuti rinchiudere in uno stabilimento, provveduto delle gelose cautele di un manicomio criminale, sarebbe loro stata ben più difficile la fuga.
Il Wiedemeister obbietta, ancora, che i manicomi criminali d'Inghilterra offrono tristissime scene di sangue, ed esigono pel mantenimento dei ricoverati una spesa tripla degli altri. Ed è vero: poichè la tendenza alla cospirazione, rarissima nei manicomî, qui, invece, predomina, disperando di essere dimissibili e consci, d'altra parte, della loro impunità, quei sciagurati attaccano gl'impiegati, distruggono le masserizie, si feriscono, uccidono. Infatti, nel 1868 a Broadmooor 72 furono i ferimenti degl'infermieri, di cui due gravissimi, e la diaria vi si elevava, specialmente per i guasti e pei grossi stipendi degl'infermieri, a cinque lire per alienato. Ma ciò non desta alcuna meraviglia, nè può provocare una seria opposizione. È naturale che l'accumulo di tanti individui pericolosi, con tendenza ad associarsi nel mal fare, generi un fermento malefico, e dia luogo a gravi accidenti, specialmente a spese dei poveri guardiani, i quali, malgrado la ricompensa più elevata, ne abbandonano presto il servizio[341]. Ma se gravi inconvenienti avvengono, essi ne riparano molti e molti altri, che accadrebbero nei manicomî, se quella istituzione non esistesse, e vi avrebbero resa impossibile la non restraint; insomma, invece di uno, vi sarebbero stati cinquanta manicomî contristati da scene di sangue.
D'altronde, le suddivisioni di recente introdotte dall'Orange a Broadmoor, ne han migliorato d'assai le condizioni e fatto sparire i gravi inconvenienti; i folli criminali vennero distinti in non condannati e condannati; la prima categoria dei non condannati fu suddivisa in non processati e processati. I non processati, perchè ritenuti folli prima o durante il processo, sono ricoverati a Broadmoor od in un Asilo della contea; i processati e poi assolti per follia son rinchiusi a Broadmoor ad arbitrio di S. M.; i condannati alla morte o a servizio penale restanvi detenuti fino a pena finita. Finalmente, gli ordinarî prigionieri condannati per delitti di poco conto a brevi condanne, i quali sono dichiarati pazzi, vengono riversati negli Asili di contea. Il Governo completò la riforma e tolse tutti i deplorati inconvenienti, coll'adattare un'ala della prigione di Woking per l'allogamento, trattamento, cura e custodia dei condannati impazziti nel carcere.
E va pur contemplato a questo proposito il fatto singolare, rivelato dallo studio statistico dei manicomî criminali, che dappertutto la mortalità vi è minore della metà circa di quello che nei manicomi comuni, così in Inghilterra come in America—il che è uno stimolo non lieve alla loro istituzione, e insieme una prova che le brutte scene che pur vi si lamentano non sono così gravi negli ultimi effetti, come si vorrebbero dipingere.
La spesa non parrà, poi, così esorbitante, quando si paragoni non alla retta pei pazzi comuni, ma a quella pei maniaci pericolosi, che, abbisognando di doppia guardia, rompendo vetri, utensili, esigono sempre un dispendio notevole; e vanno calcolate anche le spese occasionate dalle evasioni sì frequenti di questi ultimi e dai processi, cui danno luogo soventissimo. Nel Massachusetts si era calcolata tale spesa a non meno di 25 dollari per ogni giorno d'assenza dell'alienato, e fu questo anzi uno degl'incentivi che spinse quello Stato alla costruzione d'un manicomio criminale; lo stipendio poi del personale riuscirebbe meno elevato, quando vi si destinasse il buon personale carcerario con un piccolo soprassoldo: così si eviterebbe anche la facile mutazione degl'infermieri, e si avrebbero individui più rotti a quella specie di pericoli, e men facili a intimidirsene.
Anche il numero dei ricoverati si potrebbe limitare d'assai eliminando i rei passati a inoffensivi, e quegli alienati provenienti dalle carceri che son nel periodo più acuto, che, come si sa dalle esperienze di Gutsch a Bruchsal, dànno una cifra rilevante di guarigioni[342], e i pazzi, sospetti di simulazioni, che potrebbero restare in apposite infermerie nelle carceri per una più rigida sorveglianza.
CAPITOLO III.
Le pene secondo la scuola antropologica e secondo il sesso, l'età ecc. del delinquente e il delitto.
Ora che abbiamo veduto gli stromenti adatti per la repressione secondo la nuova Scuola vediamone l'applicazione diretta secondo il sesso, l'età e i principali reati.
Posciachè la pena deve variare secondo che si tratta di un delinquente giovane o di un vecchio, di un maschio o di una femmina, d'un campagnuolo o di un cittadino, di un giovanotto o di un uomo, di un delinquente per passione o di occasione e di un reo-nato o di un pazzo.
Sesso.—Da quel poco che abbiamo veduto (Vol. III, Cap. XIV) e da quanto a lungo esposi nella Donna delinquente e prostituta apprendiamo che la vera criminale-nata non esiste quasi che sotto forma di prostituta la quale trova così nella sua triste professione il sostitutivo penale, non abbisognando ormai più che di una diga che renda sempre più utile coi debiti freni quella corrente che lasciata a sè stessa sarebbe di danno e scandalo sociale.
Presentasi qui il caso di cui parleremo più giù nella simbiosi, in cui il delitto o il suo equivalente pur essendo antisociali possono tollerarsi non solo ma riescir di vantaggio alla società.
Il maggior numero delle donne ree, infatti, non è di ree nate, ma di ree d'occasione o per passione, con un passaggio molto frequente di queste due ultime fasi fra loro. Esse hanno scarsissimo il tipo e anche poco spiccata la tendenza criminale, e dànno materialmente nei delitti una quota minima, che può andar fino all'11%, al più al 20% sul totale delle condanne dei maschi, non superando questi che nell'avvelenamento e nell'aborto ed infanticidio, mentre non raggiungono che il 6 all'8 nei furti e incendi, e il 2% nelle grassazioni.
S'aggiunga che i reati più essenzialmente femminili, come l'aborto, l'infanticidio, l'esposizione d'infanti, sono quei che giustamente devono essere meno puniti (v. s.).
Nelle donne perciò il carcere e le pene afflittive sono tanto meno necessarie, che il loro reato, quasi sempre effetto di suggestione, le rende meno temibili, quando si allontanino dal suggestionatore, amante, o marito[343].
Per la maggior parte basterà la riprensione con libertà condizionale preventiva, salvo per quei pochissimi casi di avvelenatrici, truffatrici, omicide, cui basterà un piccolissimo carcere, o meglio un convento; perchè vista la grande suggestionabilità della donna è facile che sotto l'influenza della monaca la religiosità si sostituisca all'amore, la più frequente causa del crimine, e così l'onestà e il fanatismo religioso si sostituiscano alla tendenza criminale. Io ho potuto vederne le prove nello stesso carcere cellulare di..... dove eranvi suore tutt'altro che adatte.
Quanto alle recidive di due o tre volte in reati contro i costumi, esse devono arruolarsi nella prostituzione ufficiale, prevenendo così quella clandestina che è ben più dannosa.
Vista poi la grande vanità femminile, l'importanza che essa dà al vestito, ai gingilli e ai mobili della sua casa, si potrebbero sostituire molte volte nei reati di piccoli furti, di risse, le pene carcerarie con delle pene afflittive della loro vanità, come il taglio dei capelli, il sequestro degli ornamenti, dei mobili: sopratutto si deve nei ricoveri imporre il lavoro alle oziose collo spauracchio della fame.
Addottando speciali pene per le donne noi ritorniamo a quanto facevano i nostri antichi, e gli indiani, gli ebrei (Deuteron, XXI), i Germani; anche in Russia nel medioevo la donna che aveva colpito il marito doveva cavalcare un asino al rovescio: in Inghilterra le donne che avevano rissato fra loro dovevano percorrere le vie del villaggio sollevando un peso a cui eran legate con catena: e le calunniatrici e ciarlone dovevano camminare con una musoliera (Revue des Revues, 1895).
Corrado Celtes nel suo De origine, situ, moribus et institutionibus Germaniae, scrive: «mulieres vel quae fascinatione aut superstitione infamatae sint, vel quae partum necaverint, aut immutarum exurirent, diversis suppliciis afficiunt, aut culeo insutas submergunt, aut igne etiam adimunt, aut vivas humo defodiunt; nec his tormentis et cruciatibus arceri potest quin semper scelus sceleri accumulent»[344].
Aborto.—Quanto ai reati di aborto essi non dovranno punirsi che colla riprensione quando non siano a scopo di lucro professionale.
È uno dei bei vanti di un nostro vigoroso giurista, il Balestrini, d'aver dimostrato come l'aborto procurato non possa essere colpito come un reato, poichè il legislatore[345] colla sua incriminazione non può avere di mira la tutela dell'ordine delle famiglie, essendo i più provocati dalle fanciulle-madri allo scopo appunto di non costituire una famiglia illegale; l'obbiettivo dell'integrità personale scompare pel fatto che l'aborto sarà incriminabile nel caso che venga procurato nolente la madre e quindi in questo caso entrerà a far parte de' reati contro le persone; l'obbiettivo giuridico della società scompare nel fatto che la società non ha alcun vantaggio dalla nascita degli illegittimi, e che fin l'esistenza giuridica della vita fetale come ente sociale è contestabile; nè la finzione del diritto civile che estende la personalità ai nascituri si può portare nel diritto penale; e d'altronde un embrione non rappresenta propriamente un vero essere umano, ma un uomo negli stadii ancora d'animalità, o piuttosto un animale inferiore che nei primi mesi solo un dotto in embriologia potrebbe distinguere come umano.
Nessun diritto vien leso, di regola, nell'aborto provocato dalla donna sovra sè stessa, inclusovi il pericolo proprio, poichè nessuno impedisce ad un uomo di farsi del male, di sifilizzarsi, per es. (Puglia, L'evoluzione del delitto, pag. 197).
E quando la lesione avvenga per parte d'altri, la legge sugli omicidi e avvelenamenti vi basta senz'altro.
D'altronde gli aborti provocati regolarmente non sono quasi mai pericolosi, e Bentham scriveva:
«Lasciate agli individui la più grande larghezza possibile in tutti i casi nei quali non possono nuocere che a loro stessi, poichè essi sono i migliori giudici dei proprii interessi. Se essi si ingannano, da che sentiranno il loro errore, è da presumersi che non vi persisteranno».
S'aggiunga la rarità delle condanne, anzi delle accuse, il pericolo di condanne ingiuste per l'incertezza della prova, che salvo rarissime eccezioni, non è possibile avere piena ed intera sulla efficacia dei mezzi impiegati[346].
In Italia se n'ebbero, nel 1863, 6 accuse con 9 imputati, di cui 4 furono assolti; nel 1869, 5 accuse con 8 accusati; nel 1870, 6 accuse con 8 imputati, dei quali 4 vennero prosciolti; nel 1881 finalmente si ebbe un leggero aumento: 13 accuse, di cui 4 respinte (Statistiche giudiziarie penali); ciò s'accorda con la scarsezza delle sentenze supreme, che furono 6 in 15 anni (Lucchini, Digesto Italiano, v. Aborto).
In Inghilterra si procedette per aborto negli anni 1847-48-49 soltanto contro 3 persone; nel 1850 contro 5, nel 1851 contro 4; nel 1852 contro 9 e nel 1853 contro 17, e di queste ultime 12 furono mandate assolte dai giurati.
Nel 1853 in Iscozia non vi fu alcun processo per aborto; così nel Würtemberg durante il periodo 1853-54; nel Belgio, secondo i registri, non furono che cinque le persone tradotte innanzi al tribunale accusate di questo delitto.
La rarità poi delle condanne (il 28%) ha, oltre l'effetto, avvertito da molti scrittori, di gettare il ridicolo sulla legge stessa, anche quest'altro di far parere ingiusta la condanna inflitta soltanto in qualche rara circostanza.
«In ogni delitto che per sua natura dev'essere il più delle volte impunito, la pena diviene un incentivo» (Beccaria, Dei delitti e delle pene, § XXXVI).
Infanticidi.—Tutto ciò, salvo una gradazione diversa, è applicabile all'infanticidio. La nascita, lo sviluppo ulteriore di questo embrione non portano un vantaggio alla società, ma un'infamia ingiusta per la povera donna, un danno per la società che deve mantenerlo, nel brefotrofio, dove quest'ultima infine con un vero assassinio legale lo uccide, tanto enorme essendo la mortalità dei brefotrofi da potersi dire un'epidemia in permanenza; così a Siracusa la mortalità media sui trovatelli oscilla sul 73%, e a Modica sul 99%—da noi almeno al 50%.
Nè si dica che non si deve impedire l'incremento della popolazione, perchè allora si dovrebbe impedire, per legge, l'onanismo, e fin lì non ci si è giunti; e poi noi di popolazione ne abbiamo troppa.
Tutti i pensatori antichi e moderni concordano nel dire che il diritto è una proportio hominis ad hominem, che ha per iscopo di render possibile l'esistenza dell'uomo nella società; lo si consideri soggettivamente od oggettivamente, è indiscutibile che due sono i suoi termini: l'uomo e la società, e però soggetto di diritto, non può essere che l'uomo in quanto fa parte della società (Balestrini, op. cit.).
Nel caso del feto, come del neonato, non si riscontra alcuno dei due termini nella sua pienezza: anzi l'elemento sociale manca affatto; «è certo in fatto che essi sono piuttosto sotto la tutela della madre, che è il loro ambiente esteriore, che sotto quella della società, di cui non fanno ancora direttamente parte» (Tissot, Introd. philosoph. à l'étude du droit pénal, ecc., lib. 1, chap. III).
Il sentimento di allarme della società di fronte alla vita di un bambino, di cui essa ignora perfino l'esistenza (giacchè l'infanticidio honoris causa deve necessariamente avvenire prima che la nascita del bambino sia conosciuta) deve essere assai minore di quello per la perdita di un adulto nel fiore degli anni[347].
E però dal male giuridico derivante dalla uccisione di un infante deve detrarsi, per così dire, la quantità di mali, in parte certi, in parte probabili, che deriverebbero dalla conservazione di una vita, che espone la madre alla perdita irreparabile dell'onore e spesso al pericolo di sevizie e di morte, che compromette la tranquillità di una famiglia e, per avventura, di parecchie, o che almeno, in caso di esposizione dell'infante, mette la società in un bivio terribile: «da una parte, l'irresistibile impulso del cuore, la voce autorevole della carità, le impone di raccogliere quell'innocente che trovasi abbandonato all'intemperie, di coprirlo, di allevarlo; dall'altra, la ragione e l'esperienza le insegna che, accettando troppo facilmente, come un obbligo legale e costante di mantenere ed allevare i bambini abbandonati alle di lei cure, corre i gravi pericoli di incoraggiare l'esposizione dei fanciulli, di rilassare i nodi della famiglia, di attutire il sentimento del dovere nei parenti e quello del pudore nelle donne, di far degenerare, insomma, la carità in un guiderdone offerto al disordine ed alla immoralità (Boccardo, Dizionario di economia politica, ecc.).
Quanto al danno immediato causato dall'infanticidio, esso consiste nella soppressione di una esistenza che è così minacciata per la frequenza dei nati-morti illegittimi e per la grande mortalità che colpisce più tardi il trovatello e così minacciosa per l'infamia che porta a questa da non potersi in nessun modo avvicinare al danno del comune omicidio.
Sarà poi appena necessario avvertire che la pena carceraria avrebbe l'immancabile effetto di depravar la donna totalmente e di toglierle colle abitudini del lavoro domestico il mezzo di riabilitarsi, una volta espiata la pena (Balestrini, op. cit.).—E d'altronde posta a base della pena la temibilità sociale essa manca nella infanticida che è per solito una rea d'occasione e di passione, di raro recidiva; quindi qui la riprensione giudiziaria con malleveria e cauzione basterebbe senz'altro.
Con questa mitezza nelle repressioni delle ree poi noi preveniamo quelle decisioni che paiono così ingiuste dei nostri giurati, se si confrontino alle condanne per uomini; ricordiamo che su 100 giudicati di ambo i sessi in Italia si ebbero 34 donne prosciolte per 31 uomini, alle Corti d'assise 31 donne prosciolte per 19 uomini, nel tribunale 8 donne per 6 uomini (v. s. Cap. XIV).
Età. Giovinezza.—Ancor meno è indicato il carcere per la prima giovinezza. Qui abbiam veduto come occorra il baliatico presso famiglia morale colla suggestione così potente in quell'età di persone autorevoli ed oneste, lo stimolo della vanità, dell'emulazione, dei trattamenti blandi e benevoli, ma che spingano a un'attività continua nel senso che più soddisfaccia il fanciullo, e lo sottragga alle tendenze criminose e sopratutto all'ozio. Le istituzioni caritatevoli, l'invio presso famiglie morali, le colonie agricole, i riformatori uso Elmira e Barnardo, resi più utili dalle nuove norme psicologiche, mediche (vedi pag. 398), dall'emigrazione, che trasportando in centri agricoli vi continua gli effetti utili del baliatico morale, prevengono i reati occasionali, frequenti in quell'età, e forse riescono in alcuni casi se non a correggere, a trasformare utilmente i criminali-nati—e ad ogni modo ad impedire che essi contagino gli altri.
Vista intanto la precocità del delitto, necessita di tenerne conto nelle misure preventive.
Qui sopratutto bisogna evitare la prigione preventiva, la più grande fonte della corruzione giovanile. «Si parla (ben dice Joly) degli ospedali medioevali, ove spesso si trovava al mattino in un letto un morto fra due malati, ma peggio facciamo noi lasciando notti intere un giovane forse innocente, o almeno un reo d'occasione, fra rei consumati in attesa di giudizio» (Le combat ecc., 1895). «La Francia con tale promiscuità (Joly) trasforma in malfattori i fanciulli che non avevano tendenze al delitto.
E ciò senza nemmeno raggiungere lo scopo della selezione mediante la condanna perchè, come ben osserva Joly, i fanciulli assolti son spesso peggiori dei condannati. Ma se perciò ogni misura correzionale violenta deve tenersi come dannosa, devesi d'altra parte abbondare nelle cure redentrici (vol. III, pag. 395-439); quindi il limite d'età, in cui urge che queste comincino, deve essere portato assai indietro ai 9 anni e protrarsi in caso di infantilismo (vedi Vol. I, p. 305) assai più in là del limite fissato per l'età maggiore, che deve del resto variare, secondo il clima e la razza, lo stato, essendo, p. es., le semitiche e le meridionali assai più precoci nei reati di sangue e stupri e i campagnuoli e i poveri più tardivi dei rurali ecc.
Vecchiaia.—Anche pel vecchio, quando è ormai paralizzato ed impotente al male non occorre più il carcere; basteranno comuni Ricoveri, workhouse, con speciali precauzioni, per prevenire il contagio del male e l'evasione; dimore in cameroni speciali, salvo quando il delitto indichi tenaci perversità, per cui il carcere diventi necessario.
Rei per passione.—Ai veri rei per passione[348] il delitto, pel rimorso che provoca, è già la maggior delle pene: al più, però, la multa, la riprensione giudiziaria, o l'esilio, l'allontanamento dalla città o dalle persone offese basteranno a difenderne la società per cui essi hanno il minimo di temibilità ed anzi sovente rappresentano il maggiore dei vantaggi grazie all'esagerato altruismo di cui son dotati e che li spinge così spesso a buone opere.
Rei politici.—Ed altrettanto dicasi pei rei politici. Se vi è delitto in cui la pena capitale non solo, ma anche le pene più gravi, e sopratutto le ignominiose, debbano essere risparmiate, mi par quello dei rei politici. E ciò, prima: perchè molti non sono che pazzi, e pei pazzi occorre il manicomio e non il patibolo e la galera; poi: perchè anche quando sono criminali il loro altruismo li rende degni dei massimi riguardi: potendo una volta incanalati in altra direzione essere utilissimi alla società a cui eran così pericolosi. Louise Michel era detta alla Nuova Caledonia l'Angelo rosso, tanto si rese benemerita dei malati e degli infelici.[349]
Ai rei politici che sono suicidi indiretti, noi coll'infliggere una morte spettacolosa non facciamo che rendere un servizio, far loro raggiungere una meta desideratissima.
E bisogna considerare che sono quasi tutti giovani; e che a questa età si ha il massimo dell'audacia e dell'eccessivo fanatismo, che si raffredda più tardi.
E poi, un'idea non si soffoca colla morte dei suoi autori: spesso essa vi guadagna, anzi, coll'aureola del martirio; mentre se è sterile cadrebbe egualmente; e Ravachol non era ancor morto che già s'era creato un semidio Ravachol, anzi un vero dio, e si eran formati parecchi inni alla Ravachol—e invece della Marsigliese si cantava la Ravachole[350]; d'altronde come non si può durante la vita dare di un uomo un giudizio definitivo, così una generazione non può nella sua effimera vita giudicare con certezza della falsità di una idea, e tanto meno quindi è in diritto di infliggere per questa una pena così radicale come la morte ai suoi fautori.
La soppressione loro d'altronde non può portar altro vantaggio oltre quello di impedire qualche recidiva: perchè il fanatismo e la nevropatia non svampano sotto la punizione, si esaltano anzi per questa.
La prova dell'inutilità delle leggi eccezionali ce la dà da tempo in grande scala la Russia, dove le repressioni non mancano e terribili (la morte lenta e muta nelle miniere e nei carnai della Siberia), eppure ogni repressione è seguita da nuovi e più violenti tentativi.
«Non c'è, scrive uno dei più acuti nostri pensatori, G. Ferrero (La Riforma sociale, 1894, pag. 986), per il fuoco delle tendenze rivoluzionarie, alimento più potente di questi martirologi leggendari, che eccitano la fantasia di una quantità di illusi, di fanatici, di suggestionabili, di cui la nostra società pullula e che sono sempre un elemento importante di tutti i movimenti rivoluzionari. C'è una quantità di gente in ogni società che ha bisogno di entusiasmarsi al martirio, qualche volta anche di subirlo; gode di essere perseguitata; di credersi vittima della prepotenza e malvagità umana; che sceglie il suo tra i partiti politici a seconda dei pericoli che esso presenta, come certi alpinisti scelgono per un'ascensione la montagna in cui i precipizi sono più profondi e le rette più inaccessibili. Per tutti costoro non c'è eccitamento migliore ad abbracciare le teorie rivoluzionarie che la persecuzione clamorosa di cui son fatte segno. Ora per tutti costoro nulla è più pericoloso che dare alle loro fantasie un cadavere di giustiziato».
La repressione violenta ha anche il torto di insuperbire troppo costoro, di far loro credere di pesare sui destini dei popoli, e di predisporre in loro favore le classi più elevate la cui ripugnanza è il migliore baluardo contro le loro mene.
La caratteristica principale di questi rei politici per passione ed occasione è un inadattamento—direi specifico—alla forma di governo sotto la quale vivono e contro la quale commettono la loro azione delittuosa. I delinquenti-nati invece mostransi inadatti non solo all'ambiente sociale della nazione in cui trovansi, ma all'ambiente sociale di tutte le nazioni che sono giunte all'identico grado di civiltà cui giunse la loro.
Mentre, quindi, i delinquenti-nati devono essere eliminati da tutto il mondo civile, i delinquenti politici basta che sieno tolti da quell'ambiente giuridico e sociale di quel dato popolo, al quale hanno dato prova di non sapersi adattare.
L'esilio, com'era del resto nelle leggi Romane[351], ed è ora nelle Abissine, e—in casi gravi—la deportazione sono dunque le pene più confacenti a questa specie di rei—ma ad ogni modo senza precisa determinazione di tempo.
Io credo, infatti, che[352] per questi rei politici puri (esclusi i pazzi ed i rei nati) le pene debbono essere temporanee e revocabili ogni 3 a 5 anni dietro una votazione parlamentare, potendosi dare che assai prima dello spirare delle pene inflitte siasi mutata l'opinione pubblica sulla portata degli atti incriminati, fino a spogliarli d'ogni indole criminosa; ed è appunto perciò anche che, mentre la nostra scuola è contrarissima al giurì pei reati comuni, non lo è punto pei reati politici, pei quali anzi il giurì è il solo mezzo di diagnosi, di riconoscere cioè se sono o non sono più delitti nell'opinione pubblica del momento attuale.
D'altra parte i Parlamenti che rappresentano la sovranità popolare e sono specchio più o meno fedele della volontà del paese, in molte Costituzioni son chiamati a giudicare almeno dei più gravi fra i reati politici; più ancora: possono, come in Francia, dove l'amnistia è d'iniziativa parlamentare, con un voto cancellarne ogni penalità: nella Costituzione anzi degli Stati Uniti spetta al Congresso il fissare le pene per i reati politici, e così era nella Bona repubblicana[353].
Basterà, dunque, che il Parlamento ed il Senato ogni 3 o 5 anni dichiarino, in sezioni riunite, che quel dato reato politico non sussiste più nell'opinione del pubblico da loro rappresentato perché cessi dall'essere tale: un esempio recente ne abbiamo nell'ateismo e nelle bestemmie, che un giorno si punivano come i reati più gravi e che ora non si potrebbe punire senza destare le risa. E così va intravvedendosi per la lesa Maestà, per gli scioperi e per i pretesi reati di pensiero socialista che solo un governo carico di delitti potè, non senza suo danno, incriminare.
Così procederemo a quei casi di ribellione che sono, come vedemmo (v. sopra), principio d'un'evoluzione; nè questa idea è poi rivoluzionaria, o nuova, chè, sotto forma di ammonizione a Firenze, di ostracismo in Grecia, di petalismo in Sicilia, applicata in paesi e tempi diversi e sotto Governi veramente liberi.
La temporaneità dovrebbe essere piena ed assoluta per i reati politici puri, cioè per quelli ispirati dalla sola passione politica e scevri di criminalità.
Nei reati politici misti, invece, dovrà distinguersi il reato meramente politico dal comune: se il primo ha colpito la forma politica attuale, o le persone che l'incarnano, in quanto rappresentano un sistema politico, il reato comune, che fu mezzo a raggiungere questo scopo, non è per questo meno punibile; ed esso allarma la società di cui ferisce il sentimento morale.
In questo caso la pena si proporrebbe in una forma mista; fissa, cioè, per un dato numero d'anni, tale da corrispondere alla legittima reazione sociale, contro gli attentati alla vita od alla libertà dei cittadini; indeterminata per altra serie d'anni, perché sia dato modo di troncarla, quando l'offesa all'organizzazione politica non sia considerata più tale; tanto più che vi è in quei rei una dose di altruismo che li rende meno temibili e certo più degni di considerazione.
Rei d'occasione.—Nei casi di azioni con danno lieve commesse da delinquenti occasionali oppure per negligenza o imprudenza da uomini normali, i casi da me chiamati di «pseudo-criminali», in cui il danno privato e sociale, sia per l'atto in sè sia per l'agente non temibile, è lieve, riesce iniqua ed inutile una pena carceraria, che desta nella pubblica coscienza la pietà per il condannato oppure infligge a questo una detenzione di qualche giorno, che a nulla rimedia. Questi atti dovrebbero esulare dal codice penale od almeno non ammettere più la repressione carceraria, e divenire soltanto delitti o quasi delitti civili, cioè soggetti ad un efficace risarcimento del danno, che non avrà la poca serietà delle minime pene carcerarie, non ripugnerà alla pubblica coscienza, sarà più efficacemente sentito dagli autori del danno e darà luogo ad equa riparazione (Ferri, Soc. Crim., pag. 620).
Diffamazione.—Vedansi, p. es., quelle pene indette dal codice italiano per le diffamazioni a scopo politico o sociale, che per lo più non sono opera se non di uomini normali, anzi migliori dei normali, che hanno il coraggio di rivelare al pubblico fatti che passano solo per diffamazione, perchè gli accusati sono potenti, sicchè la legge con tali comminatorie impedisce di rivelarne il delitto, e protegge il delinquente, come ebbe a confessare il bravo Lucchini.
Questi pretesi diffamatori con fine nobile non sono temibili, non portano danno che non sia riparabile; nè disobbediscono a leggi che perchè queste sono imperfette. Sono dunque pseudocriminali[354] più encomiabili che punibili; basterebbe obbligare il preteso diffamatore a provare la propria buona fede e dare la prova dei fatti, e a smentirsi se errava: tanto più che il metter a nudo le nostre piaghe non le esacerba, ma anzi le medica (v. s.).
Aiuto al suicidio.—Fra gli altri pretesi reati, puniti dalla legge ma non dalla coscienza pubblica—quelli che Garofalo chiama non naturali, ma giuridici—convenzionali diremo noi e non punibili secondo la nostra scuola che colla reprensione vi ha l'aiuto al suicida.
«Se, lasciando le pure astrazioni, noi interroghiamo la scienza della vita, questa ci mostra, scrivono Calucci e Ferri, che l'interesse della società all'esistenza di ciascuno de' suoi membri non è assoluto, ma scema anzi di molto, cessa anzi nei casi appunto della morte volontaria. Ora la biologia dimostra che nella lotta per l'esistenza soccombono i più deboli, i meno atti alla vita sociale; ed una appunto delle forme di questa sconfitta è il suicidio, che, al dire di Haeckel, è una valvola di sicurezza per le generazioni future, cui risparmia un triste e fatale retaggio di nevrosi, cioè di dolore; ed è, al dire di Bagehot, uno degli strumenti del miglioramento umano per via di selezione» (Ferri, L'Omicidio-Suicidio, 2ª ediz., Fratelli Bocca, 1884). Altrettanto scrisse Morselli. Ed io e Ferri dimostrammo che il suicidio è in antagonismo coll'omicidio (vedi Vol. 1), ne è una vera valvola di sicurezza, sicchè dove l'uno predomina scema l'altro, quindi da questo lato il suicidio è anzi di un vero vantaggio alla sicurezza sociale.
Di più, «o voi, scrive il Ferri (o. c.), ritenete che l'uomo non possa disporre della propria vita, ed allora dovete punire, se non il suicidio consumato, che pure non si potrebbe senza essere disumani, certo il suicidio tentato: o voi ammettete che il suicidio non sia un delitto, ed allora come punire chi prende parte a questo suicidio, coll'aiuto o coll'uccisione, soltanto perchè vi prende parte?».
«Poichè, dopo tutto, se è innegabile che lo Stato esercita la funzione repressiva per difendere, nel caso dei reati contro i cittadini uti singuli, la sicurezza di questi stessi cittadini, procacciando ad essi almeno l'opinione della propria sicurezza, chi non vede che il consenso della vittima, vero, spontaneo, toglie ogni ragion d'essere alla difesa per parte dello Stato? In che sentiamo noi scossa la opinione della nostra sicurezza, se veniamo a sapere che un cittadino fu ucciso per sua richiesta? Non c'è che la chiesa, la quale, in coerenza logica coi suoi principii, possa pretendere di salvare il peccatore anche malgrado suo.
Duello.—E lo stesso dicasi delle penalità pel duello. Esiste o non esiste, ora, questa tirannia del costume che spinge altri al duello, in quei casi eccezionali e gravi, a cui riesce impotente il ministero della legge? Se sì, noi siamo di fronte ad individui non pericolosi, e sarebbe zelo eccessivo ed ingiusto il punirli, per riparare un pericolo che per lo più non esiste. E d'altra parte, è forse alla legge penale che spetta la correzione dei costumi? Certamente no: gli è che costumi e leggi seguono il corso naturale delle cose e sono ambidue determinati dall'ambiente. Basto ricordare che i duelli più infierivano quando più atrocemente si punivano e sono sconosciuti invece in altri paesi, e sono diminuiti dal medio evo a noi, mentre le leggi penali che li colpivano scemarono di severità. Ma chi ha pensato mai di vincere colle pene i pregiudizi? Non mietono già essi abbastanza vittime, perchè, con essi congiunte in funesta alleanza, non ne mietano di nuove le inutili pene?
«Il Codice penale deve mirare alla difesa sociale, alla epurazione della società dalla mala razza dei delinquenti. Ora è un delinquente il duellante? Chissà? Forse è una vittima, almeno nel più dei casi. Ma guardiamola bene addentro: può darsi che il delinquente ci sia. E se lo troviamo, mercè i mezzi che le scienze affratellate ci offrono, non dovrà egli dirsi un assassino? E se lo è, perchè offrirgli una onesta via di scampo? E se non lo è, perchè punire una vittima di quel pregiudizio, che volete sradicare?
«Ma il pregiudizio o morrà o sarà più forte della legge, e le pene, inapplicate per la loro inadeguata severità, renderanno più risibile il loro sforzo impotente»[355].
Adulterio.—E altrettanto si dica delle pene contro l'adulterio, che staranno benissimo in diritto canonico, ma in un Codice moderno potrebbero allogarsi al più nelle contravvenzioni.
Certo che gli è un fenomeno immorale: certo che se la legge punendolo potesse impedirlo, essa sarebbe certamente la ben venuta: ma come ciò non è entrato nella opinione dei più, e, siccome spesso in simili processi è più la vittima che ne riesce danneggiata che non il colpevole è inutile il ricorrere alla legge; s'aggiunga che questa comune e generale impunità rende più duro il caso ben raro in cui la condanna abbia luogo. E poi molto giustamente dice Berenini in quella sua stupenda monografia Offesa e difesa:
«Può la legge obbligare la moglie ad amare il marito e questo quella?[356]. E se la legge non può comandarlo, non può proibirlo. La legge non può tutelare che diritti materialmente e coattivamente esigibili. L'amore non può essere coattivamente richiesto dall'un coniuge all'altro, e quindi la legge non può proteggere un diritto che non esiste nella persona che se ne dice aggredita.
«L'adulterio, dissolvendo il matrimonio naturale, genera il divorzio morale; perchè non dissolvere eziandio il matrimonio civile col divorzio legale? Perchè mantenere coattivamente la causa del disordine, peggiorandone gli effetti coll'inutile scandalo di un processo e di una condanna?».
Criminaloidi.—Per i rei adulti criminaloidi, non recidivi, senza complici, basterà per la prima volta la sospensione della pena, con malleveria, e cauzione, con l'obbligo dei risarcimento, o il lavoro coatto (nei campi se il reo è rurale) in caso di incapacità pecuniaria, e il carcere cellulare nel caso di rifiuto del lavoro.
Rei abituali.—Quanto ai recidivi e ai criminaloidi divenuti abituali vanno trattati come i delinquenti nati, con questa differenza, che siccome sono in maggior parte autori di reati meno gravi (ladri, truffatori, falsari ecc.), così dovranno sottoporsi ad una disciplina men severa. E sopratutto poi, mentre per il delinquente nato può bastare il primo delitto, se molto grave, a decretarne la segregazione indefinita, nel carcere, o nella colonia agricola, per il delinquente abituale occorrerà un numero di recidive più o meno grande secondo la specie e le circostanze dei reati commessi, prima di decretarne l'incorreggibilità.
Grandi opifici d'industrie nuove pel paese pei rei cittadini, la colonia penale agricola, nelle plaghe da dissodare per gli adulti campagnuoli, dalle più malsane alle più salubri secondo le categorie dei delinquenti; nei terreni già coltivati pei minorenni: ecco l'ideale della segregazione di tali condannati; e non in terre straniere, ma nelle nostre che ne han tanto bisogno; la colonia di Castiadas che ha creato un'oasi in mezzo alle terre più malsane di Sardegna, ed i miracoli delle Tre Fontane son lì ad attestarci quanto sian attuabili questi propositi, scemando così le enormi spese che gli onesti devono sottostare anche per la punizione dei criminali e portando un utile alla società cui aveva danneggiato.
Complicità.—Siccome i delinquenti meno temibili, d'occasione e per passione, hanno per carattere psicologico costante di agire isolatamente, senza complici, e l'inverso invece si verifica tra i delinquenti più pericolosi (nati ed abituali), così la complicità, almeno nei reati di grassazione ed assassinii[357], fra adulti, deve costituire per sè sola una circostanza aggravante, come si direbbe colle classiche teorie; o ad ogni modo deve considerarsi non solo, come si fece finora, nel rapporto della parte più o meno efficace presa dai vari associati nell'impresa criminosa, ma sopratutto come carattere distintivo dei delinquenti appartenenti alle categorie più pericolose (Ferri, p. 577).
Rei pazzi.—Quanto ai pazzi criminali e ai non pochi delinquenti nati in cui l'epilessia e la pazzia morale manifestatisi chiaramente, con accessi psichici, violenti e feroci, sicchè davanti al pubblico esorbitano dalla cerchia dei delinquenti comuni e perciò sarebbero prosciolti, l'unico provvedimento possibile è il manicomio criminale.
Col manicomio criminale, come togliamo al reo, che volesse infingersi pazzo, ogni incentivo alle simulazioni, così priviamo d'ogni scappatoia i difensori, che per primi eviteranno, quando non esista davvero, di allegare la pazzia del cliente, a cui con ciò prolungherebbero la detenzione; e nello stesso tempo noi impediamo che un senso inopportuno di pietà dei giurati ridoni al popolo inerme i suoi offensori.
Colla prigionia perpetua, sotto forma di manicomio, impediamo l'eredità e l'associazione del delitto, che quasi sempre si organa entro le carceri, e quindi le formazioni delle bande: impediamo le recidività, scemiamo le spese pei processi, e le conseguenze di questi, che sono spesso nuovi delitti per imitazione.
Il Wiedemeister (Zeits. f. Psychiatrie, 1871), oppone che colla istituzione dei manicomî criminali si viene a ledere la giustizia, potendosi dare dei pazzi delinquenti che guariscano del tutto, cui sarebbe ingiustizia tenere reclusi; se non che questi casi (salvo le forme acute) sono assai rari, la statistica di Broadmoor dandoci la povera cifra di 39 guariti su 700 ricoverati, in cinque anni; e ad ogni modo, a questo inconveniente si può rimediare, concedendo la libertà a quei pochi, cui una lunga osservazione dimostri completamente guariti. Che se nell'intervallo qualcuno di questi abbia a soffrirne, è men grave inconveniente in confronto ai molti che potrebbero patirne per sempre, e in confronto alle molte e spesso irreparabili ingiustizie che così si riuscirebbe a prevenire. Poli propose, per ovviare alle non rare condanne di alienati, la riforma del giurì; se non che anche elettissimi giudici, se non trovino una istituzione speciale che vi provveda, ed un articolo di codice che la raffermi, si troveranno paralizzati, e potranno al più assolverli, con pericolo grande della società e con loro non lieve e non ingiusta trepidanza.
«Si ricorre, scrive a questo proposito Ferri (Sociologie criminelle, 1894), in primo luogo all'arme infida del dilemma e si dice: Chi ha compiuto certi eccessi o è un pazzo o è un delinquente. Se è un pazzo, dicono Falret, Mendel ed altri, allora nulla importa che esso abbia avuto a che fare colla giustizia: il suo non è delitto, perchè egli non era compos sui ed allora lo si metta al manicomio comune, dove se è pazzo pericoloso lo si sottoponga a disciplina speciale, come si fa con altri pazzi pericolosi ma non delinquenti: O l'autore di quelli eccessi è un vero delinquente ed allora vada in carcere, senz'altro.
«Rispondiamo: anzitutto il dilemma è difettoso perchè non comprende quei casi intermedi (che i progressi scientifici forse elimineranno, ma che per ora esistono sempre) nei quali appunto anche alla sola logica astratta appare manifesta, come diceva il Carrara, la necessità di una «coercizione intermedia» tra il vero manicomio e la vera carcere. Ma sopratutto poi, la prima alternativa, che si tratti di un vero pazzo, non esclude per sè sola il manicomio criminale: ma se è un pazzo delinquente occorrono provvedimenti speciali di sicurezza di fronte all'attuale sistema che lascia alla diligenza, non eccessiva nè troppo illuminata, delle autorità amministrative di provvedere ai pazzi prosciolti da istruttoria o da giudizio, e mostra purtroppo, con dolorosi e frequenti esempi, quanti siano i nuovi delitti commessi da chi la prima volta fu lasciato, o subito dopo il processo o dopo breve ritiro in un asilo, alla balìa delle proprie infermità.
«Nè solo le ragioni pratiche vi si oppongono: ma pure una ragione di principio. Mentre, infatti, il Falret dice a questo proposito, che «un individuo cosidetto delinquente dacchè è riconosciuto pazzo, deve cessare di essere considerato come delinquente e rientrare puramente e semplicemente nel diritto comune», noi opponiamo queste due considerazioni.
«Anzitutto non può rientrare «puramente e semplicemente» per la ragione ch'egli, anche come pazzo, si distingue dagli altri: tant'è vero ch'egli ha ucciso, stuprato, rubato, mentre gli altri furono e sono pazzi inoffensivi.
«Ma poi quel ragionamento si attiene a tutto un ordine di idee che ormai la scienza va eliminando: che cioè la pazzia sia una sventura e il delitto invece una malvagità del libero arbitrio. No: come da un secolo ai ammise, contro le opinioni medievali, che la pazzia non dipende dalla nostra «libera volontà», così ora bisogna riconoscere che non ne dipende nemmeno il delitto. Delitto e pazzia sono due sventure: trattiamoli entrambi senza rancore, ma difendiamoci da entrambi.
«Coi principii adunque della scuola positiva non regge più l'obbiezione che il pazzo «cosidetto delinquente» appartiene al diritto comune: esso appartiene al diritto difensivo come il vero delinquente.
«Ed è per questa stessa ragione che non tiene, per noi, la seconda ed ultima sostanziale obiezione, che cioè un pazzo, solo perchè ha ucciso, non si può tenere rinchiuso a tempo indeterminato o perpetuo. Quando egli è guarito, anche se prima del tempo che avrebbe scontato in carcere in caso di condanna, ha diritto di uscire.
«Noi rispondiamo negativamente, col diritto che ne dà la psichiatria, attestante la proporzione alta delle ricadute in ogni forma di pazzia, ma specialmente in certe forme più pericolose: col diritto, che ne dà l'esperienza, attestante i nuovi eccessi compiuti non raramente da pazzi, che pure nel manicomio comune non si potevano giustamente tenere (anche per ragioni finanziarie) dal momento che apparivano completamente guariti. Ci sono delle sventure che non perdonano, purtroppo, e dànno soltanto qualche tregua: non potendone liberare del tutto l'individuo, facciamo almeno ch'egli non ne colpisca ancora la famiglia, la società.
«E rispondiamo, giuridicamente, col principio della difesa sociale proporzionata alla temibilità del delinquente, pazzo o no, finchè persiste il pericolo, persista la difesa. Questo, nei casi più gravi di omicidio, incendio, ecc.: quanto ai pazzerelli, piccoli delinquenti, ladruncoli, ingiuriatori, ecc. si possono realmente lasciar liberi, dopo opportuna cura e con manifesti segni di grande miglioramento, esclusi i casi in cui la loro forma possa divenire pericolosa (epilettici)».
Si è detto che questi istituti non son necessari, perchè al ricovero dei pazzi pericolosi[358] provvede il Governo; ma si è dimenticato che esso non provvede alla loro perpetua permanenza, e che spesso è impotente al loro ricovero.—Locatelli scrive: «Ho avuto io stesso, or non è molto, da trepidare assai, per l'improvvisa liberazione di un maniaco, il quale era stato dichiarato tale dai Tribunali per ben tre volte, dopo aver ammazzato due galantuomini e tentato di ammazzarne un terzo. Il peggio si è che questo essere pericolosissimo, benchè pazzo, capisce però assai bene che egli può ammazzare a sua voglia senza il pericolo di essere mandato in galera, e lo va dicendo in pubblico ed in privato, con quanto pericolo dell'autorità pubblica lo giudichi il lettore» (op. c.). E altrettanto accade in Francia come dimostrarono Gallard e Demange[359].
Noi vidimo (v. s.) come questi istituti fioriscano da quasi un secolo in Inghilterra: ma coloro, cui nulla sa di buono, se non porti il bollo francese o prussiano, potevano obbiettare: che nulla di simile sia mai stato fatto nel Belgio, in Francia od in Germania: ed infatti testè non si peritò di asserire, non essere tali istituti necessari «perchè non ve ne sono, ancora, nel continente». Noi potremmo ben rispondere che, ad ogni modo, il bene, quando sia evidente, si deve adottare anche se non fu accolto dagli altri; e che la non è codesta una questione di marina o di pesca, perchè si abbia a badare, se fiorisca in paesi insulari o continentali. Ma ci giova soggiugnere, che, del resto, costoro sono nell'errore; e questa riforma ha già avuto la desiderata sanzione del continente! In Danimarca il manicomio criminale già esiste e già s'introdusse nella Svezia (Sull'istituzione di manicomî criminali. Virgilio, 1877, Milano).
In Francia vi è, alla Prefettura di Polizia, una Commissione medica permanente (capo il Garnier), incaricata di sceverare, seduta stante, quelli fra gli arrestati per disordini pubblici, che appaiano a primo tratto alienati. A Bicêtre non vi era, anni sono, che un comparto (orrido di sole 40 celle e di un cortiletto), desinato agli alienati delinquenti. E quanti pericoli e quante sventure abbiano costoro cagionato alla Francia, la Comune ha chiaramente provato; fu solo nel 1870 che si incominciò, e nel 1874 si finiva, e nel 1876 si popolava, un vero manicomio criminale, annesso alla Casa centrale di Gaillon, capace di 120 a 200 malati; esso ne ricovera già 75, di cui 37 epilettici, 16 lipemaniaci, 19 dementi, di cui 11 condannati per stupro, 7 per incendî, 9 avean subìto da 4 a 13 condanne, 10 avevano presentati segni di alterazione mentale prima del reato, 6 eran ereditarî. Sui 37 epilettici, 12 erano simulatori ed uno avea subìto senza scomporsi la prova del ferro rovente. Gli altri eran vagabondi o feritori.
Il comparto è diretto colle norme del carcere, meno il lavoro non obbligatorio e le punizioni che non possono esser inflitte senza il permesso de' medici; non possono esservi ammessi che i condannati a più d'un anno, nè sortirne senza un'autorizzazione del Ministero (Le quartier des condamnés aliénés annexé à la maison centrale de Gaillon, par M. le D.r Hurel. Paris, 1877).
Tutti gli altri popoli civili d'Europa continentale, se non hanno un vero manicomio criminale, hanno leggi e istituzioni che in parte vi suppliscono. A Berlino la perizia medico-legale non è, come da noi, messa in non cale: essa vi fa capo ad un vero tribunale medico, i cui responsi impediscono molte ingiustizie e molte condanne di alienati, e del resto ad Halle, ad Amburgo, a Bruchsal, ogni penitenziario è fornito di una infermeria apposita per gli alienati, con giardini, con celle di sicurezza, con discipline particolari, cosicchè le cure vi si possono iniziare e continuare come nei veri manicomî.
Nel Belgio una apposita legge (18 giugno del 1850) ordina che «gli incriminati a cui si sospese ogni procedura per alienazione mentale, sieno diretti in alcuni manicomî da designarsi dal Pubblico Ministero.
«I manicomî vi debbono avere comparti speciali pei maniaci prigionieri, accusati o condannati, i quali non possono essere confusi cogli altri ammalati, senza un'autorizzazione speciale del ministro della giustizia. Il medico direttore è responsabile delle evasioni degli alienati pericolosi e dei criminali; in caso di fuga, deve fare i passi necessarî per la loro reintegrazione».
Una nuova legge Lejeune (giugno 1891) crea tre alienisti ispettori speciali delle carceri per segnalarvi e curarvi e isolarne gli alienati.
Noi invece abbiamo, è vero, tre stabilimenti speciali, ma senza direzione medica e con pretto aspetto carcerario e d'altronde senza una chiara disposizione di legge in proposito; noi abbiamo alcuni articoli anche del nuovo Codice, che sembrano voler osteggiare le più moderne scoperte; in uno (46) si ammette non esservi reato quando l'individuo che lo ha commesso era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei proprii atti; nell'altro (47) si ordina di scemare di qualche grado la pena, ma di punire quando lo stato di mente sia tale da scemare grandemente la imputabilità senza escluderla! frase che, se non fosse assurda, almeno pei psichiatri, sarebbe, ad ogni modo, pericolosissima nelle applicazioni pratiche, come tutte le astrazioni, che, per la loro elasticità e imprecisione, sfuggono al criterio dei molti, e per unico troppo modesto correttivo, autorizza il giudice, ove stimi pericolosa la liberazione dell'imputato prosciolto ad ordinarne la consegna all'autorità competente per i provvedimenti di legge (art. 46), il che allude in modo così timido ed indiretto al manicomio che infatti tale disposizione non è quasi mai posta in pratica.
Or io credo si debba chiedere, in nome del progresso umano, che si modifichino questi imprecisi articoli 46 e 47 nel senso degli articoli 53 e 54 restati quasi sempre lettera morta, che comminano la custodia in un istituto di educazione e di correzione sino alla maggiore età ai criminali minori di 9 e di 14 anni e di poco discernimento, perchè appunto i pazzi delinquenti sono presso a poco altrettanto responsabili quanto costoro, e si ordini «la custodia fino a completa guarigione, in case apposite di salute, di coloro che commisero reati in istato di pazzia o di altra infermità, che possa anche in leggier grado impedire l'uso della ragione e della volontà, come pure di quei condannati che diventino pazzi durante la loro detenzione, e che non abbiano potuto guarire dopo tre mesi di cura prestata in apposite infermerie nelle case di pena»[360]; per sottrarre questi casi al giudizio di uomini incompetenti o troppo impressionati dalla orribilità dei fatti commessi per non volerne cavare una specie di vendetta legale—proporrei «che insorto il dubbio di alienazione, il giurì debba esser misto di cittadini, giudici e medici alienisti».
Una volta riconosciuti legalmente e opportunamente ristaurati questi manicomî vi dovrebbero essere ricevuti:
1º Tutti i carcerati impazziti, con tendenze pericolose, incendiarie, omicide od oscene, dopo trascorso lo stadio acuto del male.
2º Tutti gli alienati che, per tendenze omicide, incendiarie, pederastiche, ecc., vennero sottoposti a inquisizione giudiziaria, restata sospesa per la riconosciuta alienazione.
3º Tutti quelli imputati di crimini strani, atroci, senza un movente chiaro[361], su cui sia insorto dubbio (confortato da perizie uniformi di almeno 3 medici alienisti), di pazzia o almeno di gravi affezioni cerebrali.
4º Vista la straordinaria importanza in proposito dell'epilessia quanti commisero i reati in istato d'epilessia psichica, o i rei che soffersero convulsioni epilettiche.
5º Quelli che già notoriamente onesti furono spinti al delitto da un'abituale, evidente, infermità, come: pellagra, alcoolismo cronico, isterismo, malattie puerperali, massime quando abbiano parentele con alienati o con epilettici, e presentino una numerosa serie di caratteri degenerativi.
E qui sorge l'idea di creare speciali forme di manicomî criminali, per alcoolisti, epilettici, pellagrosi ecc.
Gli alienati provenienti dalle carceri, che notoriamente passarono una parte della loro esistenza, nei delitti, dovranno essere segregati in appositi comparti od anche in infermerie addette al carcere, ma rette con norme speciali. Gli altri alienati non saranno riuniti che a piccoli gruppi, a seconda dei ceti e delle abitudini; dormiranno ciascuno in una cella; la disciplina dovrà esservi severa, la vigilanza maggiore che nei manicomî comuni, e analoga a quella delle case penali, ma il lavoro proporzionato alle forze, all'aria aperta, alternato da lunghi riposi, da divertimenti.
La direzione dovrebbe esser medica, il personale carcerario.
Gl'individui riconosciuti abitualmente pericolosi, e già sottoposti a varî processi, non potranno essere dimessi mai; gli alienati a follia transitoria, od intermittente, che offrano segni di perfetta guarigione, saranno segnalati per la dimissione dopo uno o due anni di osservazione; ma sottoposti, dopo la loro uscita, a visite mediche mensili per molti anni di seguito come nel Belgio.
Intanto dovunque mancano o difettano questi manicomî criminali, io chiederei almeno che si stabiliscano nelle grandi case di pena dei comparti pei condannati impazziti, in cui la sorveglianza esteriore pur restando eguale, mutasse la disciplina, il metodo del vitto, di convivenza, di lavoro; e che nei manicomî dei grossi centri, regionali almeno, si aprissero dei comparti speciali per le forme intermedie di pazzi criminali, sorvegliati da un apposito personale, in cui la dimissione non possa aver luogo se non con istraordinarie cautele.
Queste ultime proposte, d'assai facile attuazione, sarebbero utili ad ogni modo, anche dopo diffuso il manicomio criminale, onde evitarvi l'affluenza dei ricoverati, e ridurla alla pura necessità, onde impedire l'odiosa e pericolosa mescolanza degli onesti ed innocui coi viziosi: ma da sole non raggiungerebbero però quell'altissimo scopo a cui un giorno è destinato il manicomio criminale, quello di gettare la base d'una riforma, in cui la pena non sia più l'espressione di una vendetta, ma di una difesa.
Rei incorreggibili. Rei-nati.—Vidimo che il sistema carcerario, migliore, non impedisce, le recidive; e che perfino le cifre tanto lusinghiere del sistema graduatorio, in Inghilterra, sono in parte spiegate dall'emigrazione in America, dei delinquenti liberati che vanno ad accrescere di un'enorme cifra la quota dei rei di America.
Che più! Il sistema individualizzato in Danimarca, studiato, non con cifre complessive, ma con minute e sottili distinzioni, che riescono più sicure, ha dato tristi risultanze (v. s.).
E noi vidimo, d'altronde, come le carceri collettive sieno spesso cause di recidive replicate ed associate (Vol. I).
E cosa sperare da individui, come ce li dipingono Breton ed Aspirall (v. s.), che rientrano 50 o 60 volte in un anno nel carcere—che evidentemente vi si trovano meglio che fuori, per cui questo non è una punizione ma un premio e certo uno stimolo alla corruzione?
A questa serie di eterni recidivi, che ricompaiono sotto tutti i regimi penali, convien provvedere.
Quando nessun metodo più giova, quando il reo si ribella alle sue cure e recidiva le 10, le 20 volte, la società non dovrebbe più attendere che e' si perfezionasse, ancora, a sue spese, con una nuova sosta nel carcere, ma sequestrarlo fin che abbia sicurezza della sua emenda, o meglio della sua impotenza a nuocere.
Io credo che si dovrebbero fondare appositi stabilimenti carcerari, in cui un giurì composto di direttori e medici carcerari, di giudici e di cittadini facesse ricoverare tutti coloro, i quali abbiano, fin da impuberi, mostrato tendenza al delitto, vi abbiano recidivato più volte, specialmente se senza famiglia o con famiglia immorale, e se presentino tutti quei caratteri psichici e fisici, che abbiamo veduto essere propri del delinquente abituale (Vedi Vol. I).
Più che del loro ben essere dovremo preoccuparci della loro utilizzazione, onde non gravino troppo sugli onesti—e del pericolo di evasioni; perciò dovrebbero tenersi possibilmente in isole o valli remote, ove attendere, se rurali, ai lavori di campagna che abbiamo veduti tanto fruttuosi alla loro salute ed allo Stato, se cittadini ad opifici, meglio, anche, se come s'usa in Svezia si raccogliessero in squadre disciplinate militarmente e destinate ai lavori stradali, o di risanamenti palustri. Essi potranno occuparsi a lor genio in alcune ore del giorno, ma non saranno dimessi, mai, se non dopo prove straordinarie di ravvedimento.
Il sistema cellulare, non verrebbe ripristinato fra essi, se non nei casi di nuove recidive. Con ciò rimarrebbe più facilmente disponibile un numero sufficiente di celle per i giudizi e le piccole condanne; che è l'unica condizione per attuare il sistema cellulare, finora quasi ipotetico; così renderemmo più sicura la società, col diradarvi i reati isolati e più gli associati, che spesseggiano fra i dimessi dal carcere collettivo; si purgherebbero le stesse prigioni da quei nuclei fatali, che glorificando il vizio rendonvi impossibile ogni tentativo di emenda; e si riescirebbe infine a togliere quella quota, non lieve, di crimini che si deve all'eredità, all'esempio ed incitamento dei parenti; si tornerebbe ad applicare alla società quel processo di selezione naturale, cui si deve non solo l'esistenza della razza nostra, ma anche, probabilmente, della stessa giustizia, che prevalse mano mano coll'eliminazione dei più violenti (v. s.); e la spesa, per grave che fosse, del loro mantenimento (chè molti si rifiuteranno al lavoro) sarà minore d'assai di quella che incontrerebbe la società pei nuovi delitti, e pei nuovi processi, i quali, sovente, costano somme favolose. Thompson fa il calcolo che per 458 recidivi scozzesi si consumarono 132.000 lire sterline di cui 86.000 per sole spese di giudizio.—È un appannaggio da principe!
Se anche non si volessero credere affetti d'infermità, sono dannosi per sè, dannosi pei posteri a cui possono dare la vita; il loro sequestro non è più ingiusto di quello di altri men pericolosi alienati e certo più utile, specie se adibendoli ai campi risparmiano, in parte, le spese pel loro mantenimento.
Così la società che ha patito pel loro reato, patito e speso per la loro condanna non dovrà anche patire per la loro liberazione, e tutto in ossequio ad un principio teorico, a cui quasi nessuno ormai presta fede, secondo cui la carcere sarebbe come una specie di lavacro che monderebbe ogni colpa.
Nè questa mia proposta è, punto, anch'essa, nuova: già fino dal 1864 la Camera dei Lordi (quando si tratta di applicazioni pratiche troveremo sempre l'Inghilterra alla testa) aveva proposto che i giudici dovessero condannare a servitù penale i rei dopo la seconda recidiva.—E fra noi, non è molto, egregi statisti e magistrati, il Doria, Barini, il Manfredi, p. es., proposero l'erezione di carcere per gli incorreggibili (V. Rivista di Discipl. Carc., 1875-76). E. Labatiste (Essai sur les institutions pénales des Romains, 1875) propone la deportazione perpetua dopo espiata la pena contro ogni individuo contro il quale il totale delle condanne ecceda i 5 anni e sia recidivo per la decima volta. E altrettanto fanno il Bonneville (De l'insuffisance actuelle de l'intimidation, 275) ed il Tissot (Introd. phil. à l'étude du Droit pénal, 1874, pag. 433), che paragona la reclusione perpetua degl'incorreggibili ad un congegno di ripiego per un meccanismo concepito, ma non atto a vincere date resistenze. Essa corrisponde negli effetti utili senza la tristezza dei mezzi, alle disposizioni antiche, crudeli, ma logiche, del Diritto longobardo, delle Landes-ordnungen del 1600, che colpivano di morte, come incurabile, il più volte recidivo, e i fures famosi qui quatrim vel ultra confessi sunt (Farinacius, De delictis, I, tit. III. Baumhauer, Crimes et délits, La Haye, 1870).
Questo istituto per gli incorreggibili e pei rei-nati è già in azione nella Colonia agricola di Mexplas, nel Belgio, che ricovera 4500 ex criminali, i quali stessi si sono fabbricate o si fabbricano le proprie case salvo l'aiuto di 30 o 40 capi mastri (Joly, o. c.}.
Tutto vi si costruisce a poco a poco a seconda dei bisogni e delle risorse: così che questo grande stabilimento che sarebbe costato moltissimo non costa quasi nulla al paese: il bestiame cresce sul posto perchè le fattorie hanno i loro stalloni. Gli operai fanno solo quei lavori di cui possono trovar l'occasione di spaccio o di cui possedono gli strumenti.
La popolazione vi è divisa in quattro categorie:
1ª gli indisciplinati e i pericolosi, il cui contatto poteva esser nocivo agli altri;
2ª i recidivi, i sorvegliati dalla polizia, gli evasi, o quelli che avevano mostrato cattiva condotta negli stabilimenti;
3ª i malfamati ma che non avevano subito punizioni nella casa;
4ª i buoni, o meglio i men tristi, cioè quelli che non erano stati internati nella colonia più di 3 volte.
Così risparmiano la vergogna della prigione e della sorveglianza di polizia.
Sonvi mandati dai giudici, ma non pochi vi vanno come in una casa di lavoro, tanto che vi accorrono qualche volta degli operai disoccupati.
I comuni vi mettono alle volte i loro poveri pagando 0,45 per i validi e 0,85 per gli invalidi.
E se rifiutano di lavorare hanno 3 giorni di carcere a pane ed acqua. Pei lavori sono pagati con una moneta fittizia che non ha corso se non nello stabilimento, e che si cambia alla loro uscita onde non possano spender troppo nei vicini villaggi ed acquistare alcoolici.—E così con minima spesa essi hanno dissodati moltissimi terreni.
Pena di morte.—Ma quando, malgrado il carcere, la deportazione, il lavoro coatto, costoro ripetano delitti sanguinari e minaccino per la 3ª, la 4ª volta la vita di un onesto—non resta che la estrema selezione, dolorosa ma certa, della morte. La pena di morte è scritta, pur troppo, nel libro della natura ed anche in quello della storia, e come pena è di una giustizia relativa al pari di tutte le altre. E la morte di pochi colpevoli è un nulla a petto a quelle più dolorose ecatombi di giovani onesti e vigorosi che si chiamano battaglie. Come l'espressione più sicura della difesa sociale, essa dovrebbe, certamente ammettersi fra popoli barbari, a cui la carcere non faccia sufficiente impressione[362]. Ma io convengo che fra i popoli civili il delicato sentimento che la vuol abolita è troppo rispettabile per potersi combattere; tanto più che il prestigio singolare destato da una morte, inflitta a sangue freddo dai giudici, e subìta, meno rari casi, con coraggio o con spavalderia, moltiplica spesso i reati per imitazione e crea alla triste vittima, presso i volghi, una specie di culto.
Pure ad una cosa non pensano gli avversari di quella pena; non pensano con che difesa resterebbero davanti a un assassino, recidivo, che ammazzi i guardiani o li minacci di nuove imprese e che sia già stato condannato alla cella? Oh! sarete più umani se lo legherete mani e piedi per tutta la vita, e vi parrà d'esser giusti? E cosa farete nel caso di un nuovo infuriare del brigantaggio: e nel caso in cui la camorra e la maffia e gli accoltellatori di Livorno rinnovino, sempre più, ed estendano le feroci lor gesta?