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L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria (Cause e rimedi) (part 1 of 3)

Part 1 of 3 · Cesare Lombroso · Public domain text

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L'uomo delinquente in rapporto all'antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria (Cause e rimedi)

CESARE LOMBROSO

L'UOMO DELINQUENTE

IN RAPPORTO ALL'ANTROPOLOGIA, ALLA GIURISPRUDENZA ED ALLA PSICHIATRIA

(CAUSE E RIMEDI)

Edizione di soli 100 esemplari.

TORINO FRATELLI BOCCA EDITORI LIBRAI DI S. M. IL RE D'ITALIA

SUCCURSALI

MILANO ROMA FIRENZE Corso Vittorio Em., 21. Via del Corso, 216-217 Via Cerretani, 9.

Depositi a PALERMO—MESSINA—CATANIA

1897

PROPRIETÀ LETTERARIA

Torino—Tipografia VINCENZO BONA.

A MAX NORDAU

Benché questo sia veramente il III volume dell'opera che ora esce in una nuova edizione, ho voluto farne preceder l'uscita, perchè ne contiene le applicazioni più pratiche, e perché risponde coi fatti, com'è mio costume, alle accuse di coloro che non avevano fra le mani le due prime edizioni complete dell'Uomo delinquente, nè l'Incremento al delitto od i 17 volumi dell'Archivio di Psichiatria ed Antropologia criminale—alle accuse, cioè, di non indagare abbastanza le cause economiche e sociali del delitto e di non saper suggerirvi alcun rimedio, ribadendo, quasi vittima consacrata, il criminale per sempre al suo destino e l'umanità alle sue ribalderie; quasi che coloro, che blateravano tanto contro noi in proposito, avessero saputo cavare dai loro sdrusciti sistemi qualche migliore provvedimento che non fossero le torture del carcere, della ammonizione, della sorveglianza e della deportazione o istituti, che applicati in massa senza discriminazione, si ritorcevano contro la piaga e ne allargavano i margini. Ora per i miopi e anche per coloro che, come ben voi dite, fanno i miopi per non vedere, un volume di 700 pagine che di questo solo si occupa sarà sufficiente risposta; e benchè il lavoro compìto in 30 anni avesse sempre avuto di mira questo scopo supremo, attingendo anzi alle stesse forme fatali del delitto i mezzi per neutralizzarlo, vo lieto che i nuovi suggerimenti, prendendo un aspetto speciale in uno speciale volume, fissino il carattere pratico di questa intrapresa, e, finendo colla visione sia pur lontana ed audace della simbiosi, mostrino come nemmeno più la troppo disumana per quanto necessaria severità Si può rimproverare alla nuova scuola.

A voi, poi, ho voluto dedicare questo volume con cui chiudo i miei studi sulla degenerazione umana—come all'amico più sincero nella triste corsa della vita scientifica—e come a colui che più di tutti ha cavato frutti fecondi dalle nuove dottrine, che ho tentato introdurre nel mondo scientifico.

Torino, Luglio 1896.

C. LOMBROSO.

PARTE I.

EZIOLOGIA DEL DELITTO

CAPITOLO I.

Meteore e Clima.—Stagioni.—Mesi.—Caldi eccessivi.

Non vi è delitto che non abbia radice in molteplici cause: che se queste molte volte s'intrecciano e si fondono l'una coll'altra, ciò non ci impedisce dal considerarle, obbedendo ad una necessità scolastica o di linguaggio, una per una, come si pratica per tutti i fenomeni umani, a cui quasi mai si può assegnare una causa sola, scevra di concomitanze. Nessuno dubita, ormai, che il colèra, il tifo, la tubercolosi s'originino da cause specifiche; ma pure, chi può negare che, oltre queste, vi influiscano tante circostanze—meteoriche, igieniche, individuali, psichiche, da lasciare, sulle prime, nel dubbio della influenza specifica anche i più provetti osservatori?

1. Temperature eccessive.—Importantissime fra le cause determinanti d'ogni atto biologico sono le meteoriche: precipua fra queste è l'azione del calore: così la Drosera Rotundifolia, esposta all'acqua a 43°,3″ s'incurva e si fa più sensibile all'azione delle sostanze azotate (Darwin, Piante insettivore): ma a grande temperatura a 54°,4′ non presenta più alcuna flessione, i suoi tentacoli temporariamente si paralizzano; lasciati, poi, nell'acqua fredda si ritendono.

La statistica e la fisiologia dimostrarono che una grande parte delle funzioni nostre è influenzata dal calore[1].

Quindi si capisce quanto influisca il calore eccessivo sulla psiche umana.

La storia non segnala alcun esempio d'una regione tropicale, in cui il popolo siasi sottratto alla servitù; nessun esempio, in cui il caldo eccessivo non abbia dato luogo ad un'abbondanza di nutrimento, e l'abbondanza della nutrizione ad una distribuzione ineguale in principio della ricchezza, e in seguito del potere politico e sociale.

Fra le nazioni soggette a queste condizioni il popolo non conta nulla, non ha controllo nè voce nel governo del paese.—Se vi ebbero rivoluzioni nel governo, tutte furono di palazzo, giammai di popolo che non vi annetteva alcuna importanza (Buckle, op. cit., I, 195-196).

Il Buckle fra le altre ne trova una ragione sulla minore resistenza che acquista l'uomo alla lotta avendo minor bisogno di combustibile, di vestiario e di cibo; da questa maggiore facilità l'uomo è tratto all'inerzia, alla Tapas, al Keff, allo Joga, agli ascetismi della Tebaide. L'inerzia, resa necessaria dal caldo eccessivo, ed ispirata dal sentimento abituale di debolezza, rende l'economia più soggetta alle spasmodie, favorisce le tendenze alla pigra contemplazione, all'esagerata ammirazione, e quindi al fanatismo religioso e dispotico; di qui lo esagerato libertinaggio che si alterna coll'eccessiva superstizione, come l'assolutismo più duro colla sfrenata anarchia.

Nei paesi freddi la resistenza alla vita sarebbe maggiore, per la maggior difficoltà dell'alimento, del vestiario e del riscaldamento, ma appunto per questo vi è minore l'idealità e l'instabilità; il freddo eccessivo rende l'immaginazione assai più lenta e meno irritabili e meno mutevoli gli animi; d'altronde dovendo l'uomo supplire con molto combustibile ed enormi dosi d'alimento carbonioso al difetto di calore, consuma forze che vanno a detrimento della vitalità individuale e sociale.

Da ciò, e dall'azione diretta depressiva sui centri nervosi, si originano la maggior calma e dolcezza degli animi. Il dottor Rink ci dipinge certo tribù degli Esquimesi così pacifiche e calme, da mancare perfino delle parole corrispondenti all'idea di rissa o di litigio: la più grande reazione alle offese è in esse il silenzio (R. Britanniq., 1876); e Larrey vide, sotto i geli di Russia, diventare deboli e perfino vigliacchi, quei soldati, che prima nè pericoli, nè ferite, nè fame avevano fiaccato mai.

Il Bove narra che nei Tschiucki, a -40°, non si notavano mai liti, nè violenze, nè delitti; essi sedevano apatici e amorosi fra loro.

L'ardito viaggiatore polare Preyer notò come a -40° la sua volontà fosse paralizzata, i sensi ottusi, la parola inceppata (Petermann, Mitth., 1876).

Ed eccoci spiegato perchè non solo la semibarbara e dispotica Russia, ma anche le liberalissime terre Scandinave siano state, almeno anni fa, sì poco rivoluzionarie e ambedue quasi allo stesso livello (V. mio Delitto politico e le rivoluzioni, parte I).

2. Azione termica moderata.—L'azione termica che, viceversa, spinge più alle ribellioni ed ai delitti è il calore relativamente moderato. Ciò ci viene riconfermato dalle osservazioni sulla psicologia dei popoli meridionali che ci dimostrano tendenze all'instabilità, alla prevalenza dell'individuo sugli enti sociali, sul comune e lo stato, sia perchè il calore stesso eccita i centri nervosi a guisa degli alcoolici, senza giungere mai al grado di provocarvi l'inerzia, sia perchè, senza annichilarli completamente, ne scema i bisogni aumentando la produzione agricola, e diminuendo le esigenze di cibo, di vestiario e di alcoolici: nel gergo Parmigiano il sole è detto il Padre dei mal vestiti.

Daudet, il quale ha fatto tutto un romanzo (Numa Roumestan) per dipingere l'influenza grande dei nostri climi meridionali sulle tendenze morali, scrive: «Il meridionale non ama i liquori: si sente ebbro dalla nascita: il sole, il vento gli distillano un terribile alcool naturale, di cui tutti quelli che nascono laggiù sentono gli effetti... Gli uni han solo quel caloruccio che scioglie la lingua ed i gesti, raddoppia l'audacia, fa vedere azzurro per tutto: fa dire delle menzogne: altri giungono al delirio cieco.... E qual è il meridionale che non abbia sentito le momentanee prostrazioni degli attossicati, quell'abbattimento di tutto l'essere, che succede alla collera, agli entusiasmi?»

A proposito delle regioni meridionali d'Italia, Rocco De Zerbi dettava:

«La debolezza dell'Italia è alle ginocchia, è alle gambe, ai piedi; il male, il male vero profondo, è qui. A Milano due partiti si accapigliano, si graffiano, si dilaniano, perchè ciascun d'essi ha una fede; qui si fa lo stesso, ma senza fede. La fede fra noi è sostituita dalla speranza, speranza di pagar meno, negli onesti; di guadagnar più, nei meno onesti o nei bisognosi....—

«In tutte le rivoluzioni di Palermo, scrive Tommasi-Crudeli, una parte rilevante è stata rappresentata dalla gente manesca e facinorosa, spintavi dall'odio dei dominanti, ma più ancora dai suoi istinti anarchici, e dall'idea che libertà significasse cessazione dell'impero della legge.

«Nè il loro concorso era rifiutato dagli onesti, tanto più che l'entusiasmo generale conteneva i più pravi istinti di quella gente ed eccitava i più nobili, che, in uomini d'una razza così fiera come la siciliana, non periscono mai. Ma poi la bestia si mostrava. Aprivano le prigioni, e coi carcerati si ingrossavano le squadre, si imponevano al governo, facendo più o meno prevalere una bestiale anarchia, di cui approfittava il Borbone, come avvenne nel 1820, nel 1849»[2].

E Turiello nel suo bel libro (Governo e Governati, Bologna, Zanichelli, 1881-82) nota, fra le cause della maggiore criminalità nei paesi meridionali, la poca precisione dei concetti causata forse dalla troppa rapidità con cui essi svolgonsi nei paesi caldi.

«Il napoletano dice: Ho colpito vicino al muro per dire al muro; io voglio a te per dire voglio te; e trascurano i piccoli valori; e nella pittura stessa, anche nella pittura prevale il colorito al disegno, e da questo al non tener conto di un piccolo furto, a mancare man mano alla fede, al dovere, di cui i limiti si fanno elastici è un piccolo passo.

«Il Sud ha più pronte oscillazioni delle passioni del Nord, commette più crimini, per amore, timore, per impeto, e quindi contro le persone, mentre nel Nord più per proposito deliberato; il difetto

di freni porta danni più pronti al Sud (brigantaggio), più durevoli al Nord (sètte).

«Un altro carattere dell'uomo meridionale è l'individualità, per cui rifuggono da formar corpo, per cui ogni società tende a disorganizzarsi, il che dipende dal maggior valore individuale, ma che finisce ad una maggior debolezza; il monello accusa il compagno al cocchiere, i piccoli possidenti si segnalano fra loro ai briganti invece di coalizzarsi contro a loro; io osservai che le società scientifiche in Italia non si formano che fra mediocri, e per mutuo incensamento; mai vi si riuniscono due belle notabilità, tanto l'una sdegna l'altra».

Neri Tanfuci (Napoli a colpo d'occhio) dà fra i caratteri del popolo meridionale la instabilità.

«Ci sembrano ingenue creature, quando all'improvviso ti paiono bricconi matricolati; così sono laboriosi ed oziosi, sobrii ed intemperanti; insomma la loro indole, ben inteso nella plebe, è anguilliforme, scivola senza che si possa fissare.

«Il clima favorisce la perdita del pudore.

«Essi sono prolifici, il pensiero dell'avvenire dei figli non li spaventa.

«Il lazzarone rubacchia all'occasione, non però se vi incorre pericolo: millantatore, racconta dieci e compie uno. Attaccando lite gestisce e grida per far paura alla paura che ha, cerca evitare i fatti; però una volta venuto alle mani si fa feroce.

«Geloso, sfregia la donna di cui dubita: ed essa se ne tiene; indipendente, non può sopportare ospedali, ricoveri.

«Quando hanno da lavorare, lavorano però ottimamente. Sentono forti gli affetti di famiglia. Si contentano di poco, non s'ubbriacano.

«Scaltri, bugiardi e timidi, la loro esistenza è una serie di piccole frodi ed inganni e di accatto. Per aver un soldo di elemosina son capaci di leccarvi la scarpa, senza sentirsene umiliati.

«La loro scienza è la superstizione: passa un gobbo, un cieco, c'è uno scongiuro speciale. Le loro idee stanno nel circolo di Dio, di diavolo, streghe, iettatura, S.ma Trinità, onore, coltello, furto, ornamenti, e... camorra. La plebaglia ha paura di questa, ma la rispetta, perchè da questi prepotenti sa di esser difesa contro altri prepotenti; è l'unica autorità dalla quale possa sperare qualche cosa che somigli alla giustizia...».

3. Reati e stagioni.—Dopo ciò facile è capire come il calore influisca in molti reati. Dalla statistica del Guerry appare che in Inghilterra ed in Francia i delitti di stupro e di assassinio prevalgono nei mesi caldi: e altrettanto notò il Curcio fra noi.

Inghilterra Francia Italia (1834-56) (1829-60) (1869) Sopra 100 stupri in Gennaio 5,25 5,29 26 in tutto » » Febbraio 7,39 5,67 22 » » » Marzo 7,75 6,39 16 » » » Aprile 9,21 8,98 28 » » » Maggio 9,24 10,91 29 » » » Giugno 10,72 12,88 29 » » » Luglio 10,46 12,95 37 » » » Agosto 10,52 11,52 35 » » » Settembre 10,29 8,77 29 » » » Ottobre 8,18 6,71 14 » » » Novembre 5,91 5,16 12 » » » Dicembre 3,08 4,97 15 »

Secondo il Guerry, in Inghilterra, e Curcio fra noi il massimo degli assassinii si nota nei mesi più caldi; ammontarono:

In Inghilterra In Italia i rei contro le persone (1869) in Luglio 1043 307 » Giugno 1071 301 » Agosto 928 343 » Maggio 842 288 » Febbraio 701 254 » Marzo 681 273 » Dicembre 651 236 » Gennaio 605 237

Anche l'avvelenamento, secondo il Guerry, predomina in maggio.

Lo stesso fenomeno si nota nelle ribellioni: studiando come feci nel Delitto politico le 836 ribellioni avvenute nel mondo dal 1791 al 1880, trovai che riguardo all'Asia e Africa il maggior numero ne avvenne nel luglio (13 sopra 53).—Anche per l'Europa e per l'America il predominio delle ribellioni nei mesi caldi non potrebbe essere più spiccato. In Europa il massimo numero è dato dal luglio, e in America dal gennaio, che sono rispettivamente i due mesi più caldi (come ci mostra per quest'ultima l'Atlante), il minimo numero è dato da novembre e dicembre in Europa, da maggio e giugno in America: mesi che di fronte alle rispettive temperature sono corrispondenti (Vedi Atlante).

Che se dal complesso dell'Europa passiamo alle singole nazioni, noi troviamo ancora il maggior numero di rivoluzioni nei mesi caldi. Predomina il luglio in Italia, Spagna, Portogallo Francia; l'agosto in Germania, Turchia, Inghilterra e Scozia, e nella Grecia insieme al marzo; il marzo in Irlanda e nella Svezia, Norvegia, Danimarca; il gennaio nella Svizzera; il settembre nel Belgio e Paesi Bassi; l'aprile in Russia e Polonia, e col maggio nella Bosnia, Erzegovina, Serbia, Bulgaria. Per cui l'influenza dei mesi caldi sembra maggiore nei paesi del Sud (Vedi Atlante).

4. Stagioni.—Raggruppando i dati sulle ribellioni di 100 anni in Europa troviamo per stagioni:

Russia d'Europa——————————————————————————————————————————+ Polonia———————————————————————————————————————————————+ | Svezia, Norv., e Danimarca——————————————————————+ | | | Germania—————————————————————————————————————+ | | | | Inghilterra e Scozia——————————————————————+ | | | | | Irlanda————————————————————————————————+ | | | | | | Bosnia, Erz., Serbia e Bulg.————————+ | | | | | | | Svizzera—————————————————————————+ | | | | | | | | Belgio e Paesi Bassi——————————+ | | | | | | | | | Francia————————————————————+ | | | | | | | | | | Grecia——————————————————+ | | | | | | | | | | | Turchia d'Europa—————+ | | | | | | | | | | | | Portogallo————————+ | | | | | | | | | | | | | Italia—————————+ | | | | | | | | | | | | | | Spagna——————+ | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | V V V V V V V V V V V V V V V V Primavera 28 27 7 9 6 16 7 6 7 6 5 7 3 4 6 3 Estate 38 29 12 11 7 20 8 5 3 8 9 11 6 4 1 0 Autunno 18 14 4 5 3 15 6 3 1 3 5 4 7 2 2 2 Inverno 20 18 6 3 3 10 2 10 4 3 4 3 2 2 1 1

Per lo che in 9 nazioni, fra cui tutte quelle del Sud, il predominio è nell'estate; in 4, e fra esse le più nordiche, è in primavera; per una si notò in autunno (Austria-Ungheria) e per una in inverno (Svizzera). Salvo due eccezioni, la primavera ha sempre più rivoluzioni che l'autunno; troviamo, poi, che 5 volte, e principalmente nei paesi più caldi, l'inverno ha più rivoluzioni che l'autunno, 8 volte ne ha meno, 3 volte un numero uguale.

E volendo contarvi l'America specie del Sud, ritenendo che ivi il gennaio per l'America corrisponda al nostro luglio, il febbraio all'agosto (v. s.), ecc., abbiamo:

America Europa Primavera 76 142 Estate 92 167 Autunno 54 94 Inverno 61 92

Donde si vede che l'estate tiene il primo posto per entrambi gli emisferi; la primavera poi supera sempre l'autunno e l'inverno, come nei delitti, forse per i primi caldi, ma anche per le minori provviste; mentre l'autunno e l'inverno hanno un numero di rivoluzioni poco differenti fra loro; cioè per l'America l'inverno dà 7 rivoluzioni più che l'autunno, per l'Europa 2 di meno.

Quanto agli altri delitti, con evidente predominio dell'estate e della primavera, secondo Guerry abbiamo:

In Inghilterra In Francia delitti contro le persone nell'inverno 17,72 15,93 in primavera 26,20 26,00 » estate 31,70 37,31 » autunno 24,38 20,60

Benoiston de Chateneuf segnalò la maggior frequenza dei duelli nell'armata in estate (Corre, Crimes et Suicides, 1891, pag. 626).—Ho dimostrato la stessa influenza pelle produzioni geniali (Uomo di genio, parte I).

5. Anni caldi.—Ferri nel suo Das Verbrechen in seiner Abhängigkeit von dem järhlichen Temperaturwechsel, 1882 mostrò come dallo studio sulle statistiche criminali francesi dal 1825 al 1878 si possa concludere non solo pei mesi, ma per gli anni più o meno freddi, un parallelismo quasi completo colla criminalità.

L'influenza della temperatura si mostra spiccata e continua dal 1825 al 1848, ed è spesso anche maggiore di quella esercitata dalla produzione agricola.

Dal 1848 in poi, salvo le perturbazioni più gravi, agricole e politiche, ritorna di tempo in tempo la coincidenza fra la temperatura e la criminalità, sebbene in modo meno evidente e sensibile, specie per gli omicidi e assassini, come negli anni 1826, 1829, 1831-82, 1833, 1837, 1842-43, 1844-45, 1846, 1858, 1865, 1867-68—che per gli stupri e attentati al pudore, i quali seguono invece assai più esattamente le variazioni termometriche annuali.—Così:

gli omicidi da 470 nel 1830 salirono nel 1832 a 520 e la temp. da 31° a 35° e da 435 » 1848 » » 1850 a 560 » » 31° a 33° gli stupri da 380 » 1848 » » 1852 a 640 » » 31° a 35° e da 550 » 1871 » » 1874 a 850 » » 31°,5 a 38°,5

Pei delitti contro le proprietà abbiamo un predominio notevole nell'inverno, per es., furto e falso in gennaio, e poca differenza nelle altre stagioni. Qui l'influenza della meteora è affatto diversa: aumenta i bisogni, e diminuisce i mezzi di soddisfarli.

6. Calendario criminale.—Lacassagne e Chaussinaud[3], e Maury completarono questa dimostrazione costruendo colla statistica dei singoli delitti, dei veri calendarî criminali a quella guisa con cui i botanici ci diedero i calendarî di flora.

L'infanticidio occupa il primo posto fra i delitti contro le persone nel gennaio, febbraio, marzo e aprile (647, 750, 783, 662), il che corrisponde ed ai maggiori concepimenti dei mesi primaverili, i quali scemano in maggio, e sopratutto in giugno e luglio, riaumentano nel novembre e dicembre (carnevale) ed al maggior numero di nascite illegittime (1100, 1131, 1095, 1134), e press'a poco agli aborti.

Gli omicidi hanno un massimo, come le ferite, nel luglio (716), Invece i parricidi l'hanno nel gennaio e nell'ottobre.

La temperatura si mostra nel suo massimo d'azione nello stupro sui fanciulli, che ha il suo massimo nei mesi di giugno, poi di maggio, luglio e agosto (2671, 2175, 2459, 2238), il minimo in dicembre (993), seguìto dagli altri mesi freddi, mentre la media mensile è di 1684. Gli stupri sugli adulti non seguono lo stesso andazzo: dan il massimo in giugno (1078), il minimo a novembre (534), s'alzano in dicembre e gennaio (584) (io credo per il carnevale): sono poi stazionari in febbraio (616), riascendono in marzo e maggio (904): mentre la media mensile è 698.

Le ferite hanno un andamente irregolare perchè meno influenzato dal clima: si alzano in febbraio (937), si abbassano nei mesi seguenti (840-467) per rialzarsi in maggio (983), giugno (958), discendono in luglio (919), e riprendonsi in agosto (997) e settembre (993), per riabbassarsi a novembre e dicembre (886).

Invece nei delitti contro le proprietà la variazione non è così straordinaria, dando una differenza di 3000 in più, è vero, in dicembre e gennaio (16.879, 16.396), in genere nelle stagioni fredde, e una decrescenza nell'aprile (13.491) e nelle stagioni calde, evidentemente non per ragione diretta del freddo, ma perchè nell'inverno aumentano i bisogni, e scemano i mezzi di ripararli, e si hanno anche maggiori opportunità del furto (media mensile 14.630).

Finalmente se noi seguiamo i curiosi studî di Maury(Le mouvement moral de la société, 1860) fatti sui ms. di Guerry, mese per mese si può concludere:

In marzo l'infanticidio tocca, assolutamente, il primo posto; su 10.000 delitti entra con 1193; vengon dopo lo stupro con violenza con 1115, la supposizione e sparizione di parti, 1019, e il ratto di minori, 1054; in 3ª fila vengono le minaccie con iscritti 997.

In maggio noi troviamo il vagabondaggio, 1257, fra i primi; vengono poi lo stupro e l'attentato al pudore, 1150; indi l'avvelenamento, 1144; e lo stupro su minorenni, 1106: quest'ultimo vi sale bruscamente, grazie al calore, al 4º dal 35º grado in cui era nel marzo; in aprile scende già al 10º. In giugno va al 2º con la cifra di 1303.

Il primo posto in giugno, però, tocca ad un crimine assai analogo, lo stupro su adulti, 1313; il 4º appartiene pure ad un delitto pure sessuale, l'aborto, 1080, mentre il parricidio occupa il terzo posto con 1151.

In luglio lo stupro su fanciulle sale al 1º grado, 1330, e gli altri più numerosi sono della stessa specie; ratto di minori, 1118; attentato al pudore, 1093. Al 3º posto ascendono le ferite sui consanguinei, 1100.

In agosto, la libidine cala al 3º posto; il 1º tocca agli incendî rurali; qui non è più la temperatura, ma l'occasione che eccita il colpevole, essendo l'epoca del raccolto la più propizia alle vendette sulle proprietà; ma anche a questa tendenza violenta e passionata, osserva assai bene Maury, la stagione calda non è certo estranea; e forse perciò le false testimonianze lasciano il posto alle subornazioni di minori.

In settembre le passioni brutali s'ammorzano; e gli attentati su fanciulli sono al 15º grado e al 25º quello su adulti; invece i furti, gli abusi di confidenza toccano il 4º posto.

La concussione, la corruzione vi tiene il primato e così pure in ottobre, il che devesi all'essere queste l'epoche degli affitti e dei rendiconti di cassa. Le molte soppressioni e supposizioni di parti dipendono dalla coincidenza col maggior numero delle nascite.

Da ottobre a gennaio spesseggiano l'assassinio, il parricidio, il furto sulle pubbliche vie, grazie alle notti lunghe e alla solitudine dei campi.

In novembre si riprendono gli affari e quindi maggiori i falsi in scrittura, le corruzioni.

In gennaio, la falsa monetazione, i furti nelle chiese prendono il primato, certo grazie all'oscurità del giorno.

In febbraio riappare l'infanticidio e la soppressione di parto, perché corrispondono all'epoca dei maggiori concepimenti.

I delitti di libidine in ottobre avean toccato il 28º posto e il 29º l'attentato su adulti che in novembre scesero al 24º e al 26º. Ma che sui delitti d'impeto o di passione predomini sempre l'influenza del calore, io l'ho potuto dimostrare in un altro modo: da uno spoglio fatto in 5 case di pena d'Italia[4], comunicatomi, con quella gentilezza che gli è propria, dal comm. Cardon, e da un altro fatto per un quinquennio nella casa di pena d'Aversa dal Virgilio, ho potuto convincermi che le punizioni per atti violenti nelle case di pena sono numerose assai più nei mesi caldi; per es.:

Maggio 346 Giugno 522 Luglio 503 Agosto 433 Settembre 500 Ottobre 368 Novembre 364 Dicembre 352 Gennaio 362 Febbraio 361

Gli stessi risultati si ottengono tenendo conto degli accessi degli alienati, che danno:

(1867) (1868) Il massimo in Settembre 460 191 » Giugno 452 207 » Luglio 451 294 Il minimo in Novembre 206 206 » Febbraio 250 121 » Dicembre 245 87 » Gennaio 222 139

7. Caldi eccessivi.—Quanto al minore predominio dei caldi eccessivi e misti all'umido, ora Corre (Facteurs généraux de la criminalité dans les pays créoles—Arch. d'anthr. crim., 1889, IV, 20—Arch. de psych., X, 3) ci offerse un'altra analogia. Egli osservò nei reati dei creoli alla Guadalupa che quando vi è il massimo del caldo (5 luglio, 29°,3) si ha il minimo di crimini, specie contro le persone, mentre nel marzo (con soli 17°) vi è il massimo di rei; un'inversione, quindi dell'influenza termica, affatto simile a quella che i grandi caldi esercitano nelle rivoluzioni e ciò perchè il caldo umido eccessivo vi agisce da deprimente e il freddo leggero da eccitante.

Nella stagione fresca notaronvisi 53 reati contro le proprietà » » » 48 » » persone » calda » 23 » » » » » » 51 » » proprietà.

Egli notò pure che nei reati contro le persone il giugno dà la quota massima—il gennaio la minima.

8. Altre influenze meteoriche ecc.—Sogliono i direttori delle carceri avvertire come i detenuti siano più irrequieti in vicinanza ai temporali ed all'approssimarsi del 1º quarto di luna; io non ho dati sufficienti per dimostrarlo.

Siccome gli alienati che si identificano ai delinquenti quanto al risentire notevolmente l'influenza termometrica sono pur sensibilissimi alle variazioni barometriche, è probabile che altrettanto accada dei criminali[5].

Un fatto, poi, mi ha colpito che dimostra agire nel medesimo tempo le influenze meteoriche e le organiche: è: che avendo per parecchi anni notato gli entrati nel carcere giudiziario di Torino, giorno per giorno, costantemente vidi in alcuni giorni entrare un numero notevole, fino 10 su 15, di erniosi, o di individui asimmetrici, o biondi, o neri, spesso anche provenienti da paesi diversi; e nei giorni di una stessa settimana in cui, dunque, l'influenza della temperatura era immutata.

L'influenze economiche e politiche degli ultimi anni prevalsero così da far andare in seconda linea le meteoriche: così è che l'azione del calore medio dell'anno, evidente nei passati anni in Francia, scema negli ultimi; così è che l'Europa nordica (Russia, Danimarca) che parea non desse mai ribellioni, ne dà ora quanto nei paesi del sud: ma non perciò quelle prime influenze possono disconoscersi.

9. Delitti e ribellioni nei paesi caldi.—È evidente in tutto ciò il predominio non esclusivo, ma grande, del fattore termico; e ciò riesce ancor meglio colla ricerca della distribuzione geografica dei delitti e delle ribellioni politiche.

Infatti nelle zone meridionali, di Francia e d'Italia, si commettono delitti contro le persone (meno assai contro le proprietà) più numerosi d'assai che nelle nordiche e centrali, sul che ritorneremo tosto parlando della camorra e del brigantaggio.

In Francia, Guerry dimostrò che i reati contro le persone sono al sud più numerosi del doppio, 4,9, che non al centro ed al nord, 2,7; 2,8. Viceversa, i delitti contro la proprietà spesseggiano al nord, 4,9, in confronto del sud e del centro, 2,3.

In Italia:

Omicidi qualif., Reati semplici, ecc., Furti denunciati o grassazioni qualificati con omicidio Proporzioni su 100,000 abitanti Italia settentrionale 746 7,22 143,4 Italia centrale 862 15,24 174,2 Italia meridionale 1094 31,00 143,3 Italia insulare 1141 30,50 195,9

Nella stessa Italia del nord, la Liguria, per ciò solo che gode di un clima assai più mite, offre in confronto delle altre regioni un maggior numero di reati contro le persone.

Il massimo numero dei reati denunciati nel 1875-84 fu dato dal Lazio e poi dalle regioni insulare e meridionale; il minimo dai compartimenti del nord, con una quota che va da 512 reati su 100,000 abitanti nel Piemonte, da 689 in Lombardia a 1537 nel Lazio; 1293 in Sardegna, 1287 nelle Calabrie. E le proporzioni più gravi nel numero degli omicidi troviamo esclusivamente al sud e nelle isole.

In Russia l'infanticidio, insieme al furto nelle chiese, è massimo al sud-est, mentre l'omicidio, e più il parricidio, crescon dal nord-est al sud-ovest (Anutschin).

Holtzendorff calcola «che il numero degli assassini degli Stati Meridionali del Nord America sia di 15 volte superiore a quello dei Settentrionali; così nella N. Inghilterra, si ha 1 omicidio su 66.000 abitanti; nel Sud se ne ha 1 su 4 a 6000 abitanti; nel Texas, secondo Redfield, se ne ebbero 7000 su 818.000 abitanti in 15 anni—; fin nelle scuole vi si trovano fanciulli provvisti d'armi insidiose»[6].

Osservando la distribuzione degli omicidî semplici e qualificati, in Europa (Atlante), troviamo le cifre maggiori in Italia e negli altri paesi più meridionali d'Europa: dando le cifre più scarse in alcune delle terre più nordiche come l'Inghilterra, la Danimarca, la Germania (vedi Atlante).

Ed altrettanto dicasi per le rivolte politiche in tutta Europa (Vedi Atlante e mio Delitto politico, 1889).

Noi troviamo, infatti, il numero di queste aumentare man mano da nord a sud, precisamente come aumenta da nord a sud il calore (Vedi Atlante); vediamo la Grecia darci sulla proporzione di 10 milioni d'abitanti 95 rivoluzioni, cioè il massimo; e 0,8 la Russia, il minimo; vediamo le più piccole quote nelle regioni nordiche, Inghilterra e Scozia, Germania, Polonia, Svezia, Norvegia e Danimarca, e le maggiori nelle regioni meridionali, Portogallo, Spagna, Turchia d'Europa, Italia meridionale e centrale, ed un numero medio, appunto nelle regioni centrali.

Complessivamente troviamo nella:

Europa nordica 12 rivolte circa sopra 10 milioni d'abit. » centrale 25 » » » » meridionale 56 » » »

Vediamo, poi, considerando solo l'Italia, che 27 rivoluzioni su 10 milioni d'abitanti accaddervi nella regione settentrionale; 32 per l'Italia centrale, e 33 per l'Italia meridionale (di cui 17 nelle isole, Sardegna, Corsica, Sicilia).

Una nuova prova per gli omicidi e per le ribellioni ne possiamo trarre dalla Statistica decennale della criminalità in Italia pubblicata dal comm. Bodio e dalla Statistica criminale dell'anno 1884 per la Spagna, pubblicata dal Ministero Spagnuolo di Grazia e Giustizia di quei reati, e proporzionandolo alla popolazione, troviamo:

Spagna[7] Italia[8] su 100 mila abitanti Nº dei reati commessi Nº dei reati denunciati

Gradi di lat. Rivolta c. Rivolta c. Rivolta c. Omicidi le guardie le persone le guardie

dal 36º al 37º circa 14 74,3 — — » 37º » 38º » 12 112,1 36,7 39,9 » 38º » 39º » 9 58,5 42,0 32,8 » 39º » 40º » 8 48,4 30,6 30,0 » 40º » 41º » 11[9] 72,4 37,8[10] 31,9 » 41º » 42º » 9[11] 39,7 36,8[12] 28,7 » 42º » 43º » 6 31,2 32,7 20,9 » 43º » 44º » 5 29,7 18,7 14,1 » 44º » 45º » — — 19,8 9,2 » 45º » 46º » — — 19,2 5,8 » 46º » 47º » — — 16,2 5,8[13]

Da cui l'azione del clima meridionale risulta evidente, e modificata solo per le ribellioni per influenza della capitale (3) (6) e delle grandi città (4) (5).

Viceversa in Spagna i furti qualificati si vedono emergere tanto nelle provincie del Nord, Santander, Leon, come nel Sud a Cadiz, come nel centro a Badajos, Cacerez e Salamanca, perchè meno dipendono dal clima—e più dall'occasione: e perciò ivi pure sono più frequenti nelle provincie del centro (dov'è la capitale) e del nord l'infanticidio ed il parricidio—come in Europa in genere ed in Italia e Francia.

In Italia vediamo dal grandioso Atlante del Ferri e dalle statistiche del Bodio prevalere questa influenza del caldo per tutta l'Italia meridionale e insulare, salvo Sardegna, per gli omicidi semplici, e nella Sardegna e Forlì per i qualificati: gli assassini pure aumentano nell'Italia meridionale, ed insulare, salvo la parte colonizzata dai Greci,—Puglia, Catania, Messina, ecc. I ferimenti volontari aumentano colla stessa legge, fatta eccezione della Sardegna in cui scemano, e coll'aggiunta della Liguria in cui compaiono in maggior numero (Vedi Atlante).

I parricidi assumono un analogo indirizzo: fortissimi, è vero, nell'Italia meridionale e insulare, salvo nella parte Greca, hanno però un certo aumento nel cuore del Piemonte. I venefici abbondano pure nell'Italia insulare e nelle Calabrie, e negli antichi stati romani, qui evidentemente senza influenza di clima.—Anche l'infanticidio si vede pur forte in Calabria, Sardegna, ma anche negli Abruzzi, ed in Piemonte, rendendosi così indipendente quasi dal clima (Atlante).

Più ancora ciò notasi pelle grassazioni con omicidio prevalenti nell'alto Piemonte, in Massa e Porto Maurizio, oltrechè negli estremi lembi d'Italia e nell'isole. I furti qualificati poi abbondantissimi in Sardegna, Calabria, Roma, presentano un altro massimo in Venezia, Ferrara, Rovigo, Padova, Bologna, Roma, indipendentemente dunque quasi affatto dal clima (Ferri, Omicidio, 1895).

Così anche in Francia: poichè si vedono più frequenti gli assassini e gli omicidi nella Francia del Sud, con alcune eccezioni che si spiegano etnicamente: invece i parricidi, gli infanticidi si sparpagliano al Nord, al centro, al Sud, senza una speciale influenza climatica, essenzialmente perchè qui le cause occasionali prevalgono (Atlante).

CAPITOLO II.

Influenza dall'orografia nel delitto. Geologia.—Terreni gozzigeni, malarici, ecc.

Volendo ricercare le altre influenze e specialmente le orografiche ed etniche mi valgo della distribuzione geologica ed orografica della Francia di Réclus (Géographie), del Chassinaud, Étude de la statistique criminelle de France, Lyon, 1881, di Collignon, Contribution à l'étude anthrop. du population française, 1893; Idem, Indice cefalico secondo il delitto in Francia; Archives d'anthrop. crim., 1890; del Topinard, La couleur des yeux et cheveux (Arch. d'anthr.,, 1879), e per l'Italia: Livi, Saggio di risultati antropometrici, Roma, 1894; Id., Sull'indice cefalico degli italiani, Roma, 1890, e per la statistica dei condannati in Francia della Justice en France (1882) colle medie dei condannati dal 1826 al 1880: e delle belle opere di Socquet, Contribution à l'étude statistique de la criminalité en France, dal 1876 al 1880, Paris, 1884, del Joly, La France criminelle, 1890, dell'Atlante dell'Omicidio del Ferri, 1895, che supera quanto si è mai fatto in Italia e Francia su questo argomento, e finalmente delle bellissime statistiche penali di Bodio.

1. Geologia.—Uno studio anteriore fatto sulla distribuzione geologica dei terreni in Francia mi aveva già provata la scarsissima influenza delle condizioni geologiche sui reati politici, essendo la quota dei ribelli press'a poco egualmente distribuita nei vari terreni salvo forse una piccola sproporzione pei terreni giurassici e calcarei (V. Delitto politico, p. 77).

Altrettanto devo ripetere per la distribuzione dei reati contro le persone per 54 anni in Francia dove troviamo:

21% pei dipartimenti in prevalenza di terreni giur. calcarei 19% » » » granitici 22% » » » cretacei 21% » » » alluvionali con differenze quasi nulle; e dicasi altrettanto pei reati contro le proprietà.

2. Orografia.—Studiando il rapporto dell'orografia colla quota dei reati contro le persone, tentati e consumati in 54 anni in Francia, vediamo come la quota minima di dipartimenti con cifre superiori alla media della Francia intera:

la quota minima 20% si trova nei dipartimenti di pianura, » media 33 » nei colligiani » massima 35 » nei montani,

certo perchè la montagna offre maggior opportunità agli appostamenti, perchè alberga popolazioni più attive.

Che vi sia veramente un rapporto colla maggior attività lo sospetto dall'aver trovato la stessa distribuzione in Francia per la genialità e per le tendenze rivoluzionarie, massima nei dipartimenti montani, 50%, minima nei pianigiani (V. Delitto politico, cap. IV).

Quanto agli stupri, pari o quasi, nei dipartimenti a terreno montano—35%—e colligiani—83%—essi sono straordinariamente più numerosi in quelli in pianura che danno il 70% certo perchè qui la popolazione è più densa e più abbondanvi le grandi città.

Quanto ai reati contro la proprietà, le differenze sono assai meno spiccate. Si vedono essi eccedere all'inverso dei reati contro le persone:

più nei distretti pianigiani fino al 50% diminuendo nei » colligiani » 47% e nei » montanini » 43%

In Italia i furti qualificati non mostrano una speciale tendenza verso il Sud nè un rapporto orografico. Noi li vediamo (Atlante Ferri) dare i massimi, oltre i 201 per 100,000 abit. nella piana del Po (Nord d'Italia) in Bologna, Ferrara, Venezia pianigiane; e nella Calabria che è montuosa e marina, come in tutta la Sardegna pure marina e montanina; e nella provincia di Livorno, mentre la più meridionale Sicilia ne è meno colpita.

Nel Tonchino la pirateria è favorita dal sistema d'irrigazione che facilita l'operazione dei banditi formicolanti nei litorali (Corre, Ethnol. Cr., 43).

Malaria.—Prendendo i paesi d'Italia che dalla bellissima carta di Bodio, 1894, appaiono i più colpiti dalla malaria che vi causa mortalità da 5 a 8 per 1000 abitanti, e sono Grosseto, Ferrara, Venezia, Crema, Vercelli, Novara, Lanciano, Vasto, S. Severo, Catanzaro, Lecce, Foggia, S. Bartolomeo in Galdo, Terracina, Sardegna, vediamo che l'intensità del morbo coincide col maggior numero dei reati contro le proprietà in 5 su 13—in Grosseto, cioè, Ferrara, Sardegna, Lecce, Roma.

Quanto agli omicidi ecc. manca completamente ogni rapporto: anzi si nota che nella Sardegna meridionale, la più colpita dalla malaria, vi sono meno reati che nella settentrionale: altrettanto dicasi dei reati contro il buon costume; e così in Francia ove Morbihan e Landes, Loir-et-Cher ed Ain, malarici, hanno cifre scarse di omicidi e stupri.

Gozzigeni.—I grandi centri cretinogini e gozzigeni d'Italia che tanto influiscono sull'igiene e sull'intelligenza degli abitanti[14], Sondrio, Aosta, Novara, Cuneo, Pavia, non si distinguono per peculiari intensità nel crimine, son tutti sotto la media nell'omicidio, nei furti e nei reati contro i costumi solamente. Sondrio contro il buon costume dà più rei che le vicine Como e Brescia—come 13,2 a 9,5 ed 8,0.

Anche in Francia se Basse ed Alte Alpi, Pirenei orientali dànno cifre alte di gozzuti e di omicidi, 9,76 per milione di abitanti, viceversa Lozère, Ariège, Savoia, Doubs, Puy de Dome, Aisne, Alta Vienna hanno molti gozzi e pochi omicidi, da 1 a 5,7 per un milione di abitanti, e così pei furti che scarseggiano in tutti i paesi gozzuti meno Doubs, Vosgi, Ardenne; però è certo che nei paesi dove domina il gozzo si nota una speciale crudeltà mista a lascivia nei delitti, ma per potersene accorgere bisognerebbe fare lo studio per circondarii[15].

Mortalità.—Su 23 dipartimenti francesi che dànno una mortalità minima[16], 7=30%, superano la media francese pegli assassini; cioè Lot et Garonne, Aisne, Marne, Côte-d'Or, Eure, Haute-Saône, Aube, dando una media per gli assassini, di 18,9‰ (Ferri, Atlante).

Su 18 dipartimenti di media mortalità, 6=23%, superano pure la media degli assassini, cioè Indre et Loire, Aude, Basses Pyrénées, Hérault, Doubs, Seine et Oise, Vosges. Tutti 18 dànno una media generale di 15,4 di poco, dunque, differente dai primi.

Su 25 dipartimenti di massima mortalità, 7=28%, sorpassano la media degli assassini; cioè Basses Alpes, Haute Loire, Seine, Seine Inférieure, Bouches du Rhône, Corse et Var: dando una media generale di 28%. Però, togliendo i 2 ultimi dipartimenti, esageratissimi, la differenza è assai minore (20%).

Pei furti su 24 dipartimenti con minima mortalità, 14 superano il 90‰ dando una media di 102,4.

Su 18 dipartimenti di mortalità media, 7 superano di poco il 90‰ dei furti, dando una media generale di 91‰.

Su 25 dipartimenti con minima mortalità, 8 superano il 90‰ dando una media di 105.

In complesso può dirsi dunque che manca una corrispondenza pei furti, mentre per gli assassini vi ha parallelismo colla maggior mortalità e così in Italia (Sicilia, Sardegna, Basilicata).

Quanto alle ribellioni predominano pure ove è maggiore mortalità:

Su 27 dipartimenti, con mortalità minima, 15 ribelli, 12 conservatori » 27 » » massima 21 » 6 » [17].

CAPITOLO III.

Influenza della razza. Selvaggi onesti.—Centri criminali.—Razze semitiche, greche in Italia e Francia.—Indice cefalico.—Color dei capelli. Ebrei.—Zingari.

Influenza delle razze.—Abbiamo già veduto, e vedremo ancor meglio più tardi, come la nozione del delitto sia assai poco distinta nell'uomo selvaggio, tanto da farci sospettare mancasse affatto nell'uomo primitivo (Vedi Vol. I, Parte I).

Però molte tribù selvaggie mostrano d'aver una morale, relativa, una morale tutta loro propria, che applicano a loro modo: e di qui allora comincia il delitto anche fra essi. Nei Yuris d'America il rispetto alla proprietà è così grande, che un filo basta per tener luogo di confine. I Coriacchi, i Mbaya puniscono l'omicidio commesso nelle proprie tribù, benchè non lo riguardino come delitto quando sia perpetrato nelle altre. Ognuno comprende, che senza una simil legge, la tribù non avrebbe coesione, verrebbe a disciogliersi.

Però, anche a questa relativa morale vi sono tribù che spiccatamente ripugnano; così, nella Caramansa, in Africa, accanto ai pacifici ed onesti selvaggi Bagnous che coltivano il riso, vi sono i Balanti che vivono solo di caccia e di rapina; uccidono chi ruba nel loro villaggio, ma non perciò si risparmiano il furto nelle altre tribù (Revue d'anthropologie, 1874). I buoni ladri sonvi i più estimati e pagati per educare al furto i ragazzi, e scelti a capi delle spedizioni.

Nel Marocco i Beni Hassan han con essi molta analogia: il latrocinio è il loro mestiere principale; sono disciplinati, han capi, diritti riconosciuti dal governo che se ne serve per riavere qualche volta gli oggetti rubati; si dividono in ladri di biade, di cavalli, da villaggi, da strada; ci son i ladri che van a rubare a cavallo e così rapidamente da esser impossibile il seguirli; s'introducono nudi, unguentati, nelle capanne; o nascosti da fronde onde non spaventare i cavalli; incominciano i furti ad 8 anni (De Amicis,Marocco, p. 205).

Nell'India v'è la tribù Zacka-Khail, che fa professione di rubare, e quando le nasce un fanciullo maschio, ve lo consacra, facendolo passare per una breccia praticata nel muro della sua casa, cantandogli tre volte: Sii un ladro.

Viceversa, i Kourubar sono famosi per sincerità; essi non mentono mai; piuttosto che rubare, si lasciano morire di fame, per cui sono scelti alla guardia dei raccolti (Taylor, Sociétés primitives, Paris, 1874).

Anche Spencer notava alcuni popoli portati all'onestà come i Todos, gli Aino, i Bodos, e sono per lo più quelli che meno hanno in onore la guerra, e più gli scambi.

In genere essi non rissano fra loro, lasciano regolare la questione dai capi, restituiscono metà di quello che loro offrite negli scambi quando lor pare sproporzionato. Non hanno la legge del taglione, rifuggono da ogni atrocità, rispettano le donne, eppure notisi non son religiosi.

Negli Arabi (Beduini), sonvi delle tribù oneste e laboriose, ma ve ne hanno molte di parassitiche, conosciute pel desiderio di avventure, pel coraggio imprevidente, per il bisogno di continua mobilità, per mancanza d'ogni occupazione, e per tendenza al furto.

Nell'Africa centrale Stanley trovò paesi leali, onesti ed altri, i quali con tendenza al ladroneccio, all'omicidio come Zeghe.

Negli stessi Ottentotti e nei Cafri esistono individui più selvaggi, incapaci d'ogni lavoro, che vivono sulle fatiche degli altri, vagabondi; son detti Fingas dai Cafri, Sonquas dagli Ottentotti (Mayhew, op. cit.).

Meno incerti sono i documenti che valgono a mostrar l'influenza etnica sui reati nel mondo incivilito. Noi sappiamo che gran parte dei ladri di Londra sono figli di Irlandesi o nativi del Lancashire. In Russia, scrive Anutschine, Bessarabia e Cherson dànno, toltane la capitale, il massimo di delitti: anzi, in confronto agli accusati, i condannati vi sono in numero maggiore; la criminalità vi si trasmette di famiglia in famiglia (Sitz. d. Geogr. Gesel., 1868, S. Petersburg).

In Germania i paesi con colonie zingariche si conoscono per la maggiore tendenza al furto nelle femmine.

In Italia sono tristamente celebri per brigantaggio la colonie albanesi.

Centri criminali.—In tutte le regioni d'Italia, e quasi in ogni provincia, si additano alcuni villaggi per avere somministrato una serie non interrotta di speciali delinquenti; così in Liguria, Lerici è proverbiale per le truffe, Campofreddo e Masson per gli omicidî; e sul Novese, Pozzolo per le grassazioni; nel Lucchese, Capannori per assassinî; in Piemonte, Cardè (su quel di Saluzzo) pei suoi ladri campestri e San Giorgio Canavese, Vische, Candia[18]; nel Lodigiano, Sant'Angelo pei furti, come una volta Guzzola sul Cremonese, Ponteterra sul Mantovano, Este, Cavarzere, S. Giovanni Ilarione e Montagnana sul Veneto; altrettanto Pergola nel Pistoiese, sicchè Pergolino vi è divenuto sinonimo di ladro; nel Pesarese, San Pietro in Calibano è famigerato per furti campestri, Sant'Andrea in Villis e Ferreto per l'assassinio negli uomini, e nelle donne per piccoli furti.

Nell'Italia del sud, Sora, Melfi, S. Fele diedero sempre briganti fin dal 1660, come Partinico e Monreale in Sicilia.

Questo predominio del delitto in alcuni paesi è certo dipendente dalla razza, come per alcuni ci è rivelato dalla storia. Così Pergola nel Pistoiese fu popolata da zingari, Masson da assassini portoghesi e Campofreddo da corsari côrsi, così che ancor il dialetto vi è misto di côrso e di ligure.

Più famigerato di tutti è il villaggio d'Artena nella provincia di Roma studiato così da Sighele (Arch. di Psich., XI, 1890):

«Situato in cima di una collina, fra una campagna verde e ridente, con un clima dolcissimo, questo paese ove è sconosciuta la miseria, dovrebbe essere uno dei più onesti e dei più felici. Invece esso ha una celebrità infame e i suoi abitanti sono considerati nei dintorni come dei ladri, dei briganti, degli assassini. Questa nomea non data da ieri: nelle cronache italiane del Medio-Evo si trova spesso il nome d'Artena, e la sua storia si può riassumere in una lunga serie di delitti.

«Si può giudicare della gravità del male dalla seguente tavola statistica:

Numero annuo dei delitti (ogni 100.000 ab.). DELITTI anni 1875-88 Anni 1852-88 ITALIA ARTENA Omicidi, assassinii e furti con omicidio 9,38 57 — Ferimenti 34,17 205 — Grassazioni 3,67 113,75 Furti semplici e qualificati 47,36 177 —

«Da cui appare che si distingue per un numero di ferimenti, omicidi ed assassinii sei volte maggiore di quello della media dell'Italia e per un numero di grassazioni trenta volte maggiore di quello della media dell'Italia. E ancora queste cifre non danno un'idea della ferocia ed audacia dei delinquenti Artenesi. Per rendersene conto, bisognerebbe descrivere tutti i delitti, bisognerebbe vedere come si assassina di pieno giorno sulla pubblica piazza, come si strangolano i testimoni che osano dire la verità ai giudici!...

«Le cause, secondo il Sighele, sarebbero il carattere degli abitanti e l'influenza esercitata dai cessati Governi, che produssero altrove brigantaggio e camorra: l'impotenza dell'autorità a colpire i colpevoli pel silenzio dei testimoni, comprati o impauriti, ma sopratutto l'eredità. Studiando, infatti, i processi intentati contro gli Artenesi dal 1852, Sighele vi ha trovato sempre gli stessi nomi: il padre, il figlio, il nipote si seguivano a distanza come spinti da una legge fatale. Montefortino, che è il nome precedente d'Artena, era celebrato per delitti sino dal 1155. Paolo IV nel 1557 fu condotto a bandirne dalla vita tutti gli abitanti, e dar facoltà a chiunque d'ucciderli e distrugger il castello «acciocchè non abbia esser più nido et recepto di tristi ladroni».

Certo è all'influenza di razza che si deve il fatto del predominio di alcune specie di reati in alcune regioni; così nel Mantovano predomina il delitto dei furti di polli, e l'incendio.

Udine correrebbe a ferimenti con grassazione per un centesimo, ed è famigerata pare per le percosse e i ferimenti dei genitori (28 in un anno)—e così Cilento, provincia di Napoli, assassinii per arma da fuoco su 200 abitanti 30% in un anno.

Che la razza entri come fattore nella maggiore criminalità di questi paesi, io lo sospetterei, anco, dall'avere veduto in parecchi dei loro abitanti, come Sant'Angelo, Pozzolo, S. Pietro, una statura più alta, che non nei paesi circonvicini.

E giova, a questo proposito, notare, come questi paesi abbiano, anche, alcuni costumi particolari, superstiziosi in ispecie. Così a Sant'Angelo il prete è il padrone del paese; guai a chi non gli levi il cappello o anzi non gli baci le mani e perfino al tocco della campana non s'inginocchi: prima di ogni loro mala impresa, i Sant'Angelini vanno a messa e le donne pregano la Madonna perchè l'assassinio ed il furto vadano impuniti. Esse parlano ad alta voce fra loro dei crimini dei loro mariti: ma se questi sono imprigionati, per le prime, se ne maravigliano ed accompagnanli per miglia e miglia, coi bimbi in braccio, scarmigliate, gridando all'ingiustizia; e anche esse, per piccole cause, dànno mano ai coltelli; ma peggio fan gli uomini, inclini a vendetta per le più piccole cause; p. es., due passeggieri passando a caso dal villaggio rifiutarono di dare un mozzicone ad uno di loro, ed essi subito accordatisi li rinchiusero in una stanza e tentarono farveli morire di fame.

Quando si pensa che il malandrinaggio in Sicilia si concentra quasi tutto in quella famosa valle della Conca d'Oro, dove le rapaci tribù Berbere e Semite ebbero le prime e più tenaci dimore, e dove il tipo anatomico, i costumi, la politica e la morale conservano una impronta araba (e bastino a provarlo le descrizioni di Tommasi Crudeli[19], quando si pensi che ivi come nelle tribù Arabe l'abigeato è il delitto più prediletto, resta facile il persuadersi che il sangue di quel popolo conquistatore e rapace, ospitaliero e crudele, intelligente, ma superstizioso, mobile sempre ed irrequieto e sdegnoso di freno, deve avere la sua parte nel fomentare le subitanee ed implacate sedizioni, e nel perpetuare il malandrinaggio, che, appunto come nei primi Arabi, vi si confonde non rare volte colla politica, ed anche al di fuori di questa, non suscita il ribrezzo nè l'avversione che suole in popoli assai meno intelligenti, ma più ricchi di sangue ariano, anche della stessa Sicilia, p. es. di Catania, Messina.

Viceversa, va notato il paese di Larderello di Volterra, che da 60 anni a questa parte non contò un omicidio, nè un furto e nemmeno una contravvenzione.

Anche in Francia in una serie di borgate disposte sul confine delle foreste della Thierache, prolungamento di quelle delle Ardenne, Fauvelle (Bulletin de la Société d'anthropologie, 1891) ha indicato esistere una razza delinquente. Dovunque predomina questa razza non vi sono che risse violente di tutte le specie sulle quali l'autorità giudiziaria è il più delle volte obbligata di chiudere gli occhi per non ingombrare le prigioni. Il forestiero che s'arrischia in mezzo a queste popolazioni si espone agl'insulti tanto delle donne che degli uomini. Anche nella classe agiata, questa brutalità sovente si rivela sotto una certa vernice civile. L'alcoolismo frequente, esagera ancora questa specie di barbarie; vi si nota ripugnanza pei lavori dei campi; sfrutta le foreste o lavora nell'industria del ferro, ma preferisce il contrabbando. La statura è un po' al disopra della media, ha forti muscoli, le mascelle larghe e robuste; naso dritto e gli archi sopraccigliari accentuati; il sistema pilifero è abbondante e molto pigmentato, ciò che li distingue subito da un'altra razza dai capelli biondi giallastri che occupa molti vicini villaggi, a cui non si associa che raramente.

Queste influenze non sempre si possono precisare colle cifre alla mano, anche per la ragione che quando ci appoggiamo alle statistiche criminali, troviamo una serie di cause complesse, che ci impediscono di cavare una conclusione sicura. Per esempio, la donna in Spagna, Lombardia, Dalmazia, Voivoidina, Gorizia, darebbe il minimo della criminalità; ed il massimo nella Slesia austriaca, e nelle provincie Baltiche della Russia (Messedaglia, op. cit.).

Ma qui, più che l'influenza di razza, può quella dei costumi; dove le donne sono istrutte al pari degli uomini, come nella Slesia, nel Baltico, e prendono parte alle lotte virili, ivi dànno una cifra di criminalità che più s'avvicina alla virile.

Lo stesso può dirsi della maggiore criminalità che si osservò negli adolescenti (e quindi nei celibi) dei paesi germanici dell'impero austriaco, specialmente Salisburgo, Austria, in confronto degli Slavi ed Italiani, Gorizia, Tirolo, Carinzia (Messedaglia, op. cit.).

Nell'impero d'Austria, osservava il Messedaglia, prevalere i crimini per cupidigia in Bukowina, Croazia, Boemia, Ungheria (68 a 76%) in confronto alla Dalmazia, Tirolo e Lombardia (32 a 45%).

Le grandi lesioni corporali diedero un massimo nella Carniola e Tirolo (28 a 21%), un minimo in Slesia e Moravia (1,36%).

In Baviera, secondo l'Oettingen, si avrebbe un massimo di furti (42%) nella Baviera Alta; un massimo di lesioni corporali nella Bassa (41%), mentre nella Svevia predominano le truffe e nel Pfalz le ribellioni.

In Francia, fra gli abitanti di razza pelasgica (Corsica, Marsiglia) predominerebbero i rei contro le persone; fra quelli della germanica (Alsazia) i delitti d'ogni specie, che scarseggerebbero nella celtica (Quetelet).

Dall'Omicidio di Ferri è nettamente dimostrata, nelle sue grandi linee, l'influenza etnica sulla distribuzione dell'omicidio in Europa: vi si vede che i Tedeschi ed i Latini si trovano agli estremi anche nella tendenza all'omicidio in genere, nella prevalenza degli omicidii qualificati, nella frequenza dell'infanticidio, come, in senso inverso, si trovano agli estremi nella tendenza al suicidio ed anche alla pazzia, più frequenti presso i Tedeschi che presso i Latini.

In Italia rilevando, pel 1880-83, gli omicidii semplici (insieme ai ferimenti con morte) e gli omicidi qualificati (insieme alla grassazione con omicidio), denunciati nelle varie provincie, secondo i dati raccolti nel Movimento della delinquenza dal 1873 al 1883, Roma, 1886, noi troviamo:

REGIONI D'ITALIA Omicidi denunciati per 1 milione di abitanti (e popolazione presente Omicidi semplici Omicidi qualif. al 31 dicembre 1881) e ferim. con m. e grass. con. om.

Piemonte (3.070.250) 47 34 Liguria (892.373) 40 29 Lombardia (3.680.615) 22 21 Veneto (2.814.173) 34 25 Emilia (1.706.517) 27 24 Romagna (476.874) 103 76 Umbria (572.060) 102 70 Marche (939.279) 94 53 Toscana (2.208.869) 76 42 Lazio (903.472) 178 90 Abruzzi (951.781) 174 76 Molise (365.434) 286 104 Campania (2.896.577) 217 81 Puglie (1.589.054) 117 46 Basilicata (524.504) 214 86 Calabrie (1.257.883) 246 104 Sicilia (2.927.901) 205 122 Sardegna (682.002) 122 167

con predominio evidente fra le popolazioni a razza Semitica (Sicilia, Sardegna, Calabria) e Latina (Lazio, Abruzzi) in confronto a quelle di razze Germaniche, Liguri, Celte (Lombardia, Liguria, Piemonte) e Slave (Veneto).

Oltre, infatti, ai principali elementi etnici primitivi dei Liguri al Nord, degli Umbri ed Etruschi al centro, e degli Osci al Sud, oltre i Siculi, d'origine ligure, in Sicilia, le stirpi che più concorsero a determinare il carattere etnico delle varie regioni italiane, sono germaniche, celte e slave al Nord e fenicie, arabe, albanesi e greche al Sud e nelle isole (Ferri, op. cit.).

È agli elementi africani ed orientali (meno i Greci), che l'Italia deve, fondamentalmente, la maggior frequenza di omicidii in Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre la minima è dove predominarono stirpi nordiche (Lombardia): il che riceve la più evidente riprova da talune oasi o di minore o di maggiore frequenza, che sono in troppo singolare coincidenza colle specialità etniche di quei paesi (Id.).

Altra prova: in Toscana alla frequenza minima di Siena (3.9 su 100.000 ab.), Firenze (4.3) e Pisa (6.0) fa contrasto l'intensità press'a poco doppia di Massa-Carrara (8.3), Grosseto (10.2), Lucca (11.9) e tripla di Arezzo (13.4) e sopratutto di Livorno (14.0).

Ora, oltre le speciali condizioni di vita che si hanno a Massa-Carrara per le miniere e a Grosseto per le maremme, è innegabile (scrive Ferri, op. cit.) l'influenza etnica[20] nella Lucchesia, cui la statura alta e la dolicocefalia (prevalente pure a Massa-Carrara) e la maggiore tendenza all'emigrazione distinguono dal resto della Toscana: ed aggiungo io l'influenza dei ribelli Liguri antichi che tante volte si sollevarono all'impero di Roma, ma sopratutto è evidente l'influenza etnica a Livorno, di cui è nota l'origine. Villaggio paludoso nel XVI secolo, con 749 abitanti nel 1551, fu popolato prima dai Liburni «popoli dell'Illirico, inventori delle Galeotte liburne, e insigni pirati, a cui si aggiunsero saraceni, ebrei, marsigliesi» poi da avventurieri e pirati, ivi chiamati dai Medici.

E Livorno, che nel 1879-83 diede la proporzione più alta per tutta Italia del totale dei reati denunciati, dà pure, in confronto alla Toscana, compreso Arezzo, cifre più alte di omicidii qualificati, e di ribellioni come di furti qualificati. Il che non può essere determinato, in prevalenza, dalla grande densità giacchè questa densità (355 abit. ogni chilom. q.) si ha eguale a Milano (355) e molto maggiore a Napoli (1149); e non è determinato neppure un maggiore agglomero della popolazione urbana, perchè questa a Napoli è il 94% della popolazione del comune, a Milano è il 92% e a Livorno è solo l'80%. E tuttavia le ribellioni ed i furti qualificati sono molto meno frequenti a Milano e Napoli, malgrado i climi diversissimi, che a Livorno (Ferri, o. c.).

Un altro contrasto spiccato si ha nella parte meridionale della penisola (Atlante) dove la distribuzione degli omicidii semplici segna delle oasi d'intensità maggiore nelle provincie di Campobasso, Avellino, Cosenza e Catanzaro, e delle oasi di minore frequenza in quelle di Benevento, Salerno, Bari e Lecce, in confronto alle provincie circostanti di Aquila, Caserta, Potenza, Reggio e sopratutto di Napoli, dove, al caso, la potenza criminogena dell'ambiente sociale dovrebbe essere molto più forte (Ferri, o. c.).

Ora è difficile non rilevare un rapporto di causalità tra la presenza delle colonie albanesi, come fattore etnico della maggiore criminalità di sangue nelle provincie di Cosenza, Catanzaro, Campobasso.

Viceversa la minore intensità degli omicidii semplici a Reggio e soprattutto nelle Puglie (Bari e Lecce) dipende, in gran parte, dall'elemento greco, se si pensa all'antica Magna Grecia (che concorre anche a spiegare la minore intensità di Napoli) e poi alle colonie venute durante la dominazione bizantina e dopo ed alle precedenti immigrazioni dei Japigi-Messapi e «anche oggi in quelle provincie le fisonomie della maggior parte dei nativi ricordano quel tipo, da cui traspare la pacata mitezza del carattere» (Nicolucci): a cui bisogna pure aggiungere l'influenza nordica dell'occupazione Normanna.

Quanto poi alla spiccatissima intensità minore di omicidii semplici a Benevento e Salerno non è possibile non ricordare l'elemento longobardo, che vi ebbe così lungo dominio (ducato di Benevento e Salerno), da «poter contrastare in alcuni luoghi colla potenza assimilatrice degli Italiani e conservare fino ad oggi alcune sue impronte—statura alta, capelli biondi, ecc.—, che ne rivelano ancora la potenza in mezzo ai tipi indigeni della Penisola» (Ferri).

E la diversa influenza del sangue albanese, ellenico e longobardo in queste oasi della criminalità si conferma colla distribuzione degli omicidii qualificati e nelle grassazioni con omicidio. Infatti, meno per Salerno e per Reggio, che danno cifre relativamente più alte, abbiamo Napoli, che per il sangue greco, malgrado il grande agglomero di popolazione e di miseria, dà cifre molto basse, pari a quelle di Bari e Lecce; permane la minore intensità di Benevento come la maggiore di Campobasso e Avellino.

La Sicilia offre pure un esempio evidente dell'influenza etnica sull'omicidio.

Le provincie orientali di Messina, Catania e Siracusa hanno una intensità di omicidii semplici e qualificati (Atlante) molto inferiore a quella delle provincie di Caltanisetta, Girgenti, Trapani e Palermo.

Ora è noto che la Sicilia, così diversa pel carattere delle sue popolazioni dalla vicina penisola meridionale, in gran parte anche per i molti elementi nordici (Vandali, Normanni, Francesi, Fiamminghi) che l'hanno invasa e dominata, presenta nelle sue coste orientali una prevalenza di elementi ellenici, dai Magno-greci in poi, che è impossibile non mettere in relazione colla minore intensità di omicidii di quel versante (come per le Puglie); ed una prevalenza nella parte meridionale e settentrionale, invece di elementi saraceni ed albanesi, che certamente concorrono a determinare maggiore intensità di omicidi in quelle provincie.

Il Reclus scrive: «All'assedio di Palermo dai Normanni (1071) si parlavano cinque lingue in Sicilia; arabo, ebraico, greco, latino, siciliano volgare. L'arabo rimase la lingua prevalente anche sotto i Normanni. Più tardi Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, Aragonesi contribuirono a fare dei Siciliani un popolo diverso dai vicini d'Italia per l'assetto, i costumi, le abitudini, il sentimento nazionale.... La differenza fra le popolazioni siciliane è grandissima, secondo la prevalenza di questa o quella razza nell'incrociamento. Così gli abitanti delle provincie etnee, che sono forse d'origine ellenica più pura degli stessi greci, perchè non sono mescolati cogli Slavi, hanno un'eccellente rinomanza di buona grazia e di mitezza. I Palermitani al contrario, presso i quali l'elemento arabo ebbe maggiore influenza che in qualunque altra parte, hanno in generale i lineamenti gravi e diversi costumi» (Ferri, o. c.).

Nè varrebbe il dire che queste contraddizioni potrebbero dipendere dall'influenza delle grandi città, perchè vediamo la provincia di Palermo inferiore nei furti qualificati (150 per 100.000 ab.) a quella di Trapani (168) e Catania (173) e negli altri reati in genere contro le proprietà la provincia di Palermo (243) inferiore a quelle di Catania (248) e Caltanisetta (272).

Gli è, invece, che il sangue saraceno e albanese com'è più proclive ai reati di sangue, meno propende invece ai reati contro la proprietà.

La criminalità della Sardegna è pure caratteristica, sia nel confronto con quella del continente e soprattutto di Sicilia, sia nel contrasto quasi costante fra il Nord (provincia di Sassari) ed il Sud (provincia di Cagliari) nell'isola stessa.

Etnicamente la Sardegna si differenzia dalla Sicilia, perchè fino dall'antichità remotissima e poi ai tempi di Cartagine, «i Fenici ebbero in Sardegna più vasto imperio e più lunga dominazione che in Sicilia», talchè «anche il cranio degli odierni Sardi conserva in parte l'antico tipo del cranio fenicio (dolicocefalo); ed in Sardegna ebbero molto minore prevalenza gli elementi saraceni, di cui si hanno le due colonie dei Barbaricini nelle Barbagie (prov. di Sassari) e dei Maureddi presso Iglesias (prov. di Cagliari)[21].

Questa differenza etnica, certo concorre a determinare la più intensa criminalità media contro le persone in Sicilia (malgrado l'inferiorità delle provincie orientali) e viceversa la maggiore delinquenza media contro le proprietà in Sardegna. Confrontando, per es., la Sardegna colla Sicilia, nell'Atlante, si vede lo spiccato contrasto delle due isole nella intensità degli omicidi semplici che si conferma anche più per i ferimenti volontari. E se per gli omicidii qualificati la Sicilia in totale dà una quota alquanto minore, per le basse cifre delle provincie orientali, la quota totale però di tutti i reati contro le persone, compresi gli omicidii semplici e qualificati e le grassazioni con omicidio, è molto superiore nella Sicilia (vedi pag. 29).

Viceversa nei reati contro la proprietà la Sardegna (per la prevalenza del sangue semita) è molto superiore alla Sicilia, specie per i furti qualificati, come per i reati contro la fede pubblica, mentre nei reati violenti contro la proprietà, come grassazioni, estorsioni e ricatti senza omicidio, la Sicilia riprende una certa prevalenza.

Nella Sardegna poi vi è nella criminalità delle due provincie di Sassari e Cagliari quel contrasto che già si nota nel tipo degli abitanti come nelle manifestazioni della loro vita economico-sociale. Il nord ha l'agricoltura e l'industria più sviluppate, il sud ha le miniere presso Cagliari, Iglesias, ecc.

Etnicamente si sa che la provincia di Cagliari è più decisamente fenicia e che in quella di Sassari è pure notevole l'elemento spagnuolo (colonia d'Alghero); e ciò forse concorre colle condizioni economiche a determinare la maggior frequenza di furti qualificati e reati contro la fede pubblica nella provincia di Cagliari e la maggior intensità di omicidii semplici e qualificati e di grassazioni con omicidio in quella di Sassari (Ferri, o. c.).

Viceversa l'infanticidio tutto affatto occasionale dà cifre inferiori o poco diverse dalla media del Regno (11 reati denunciati per 1 milione d'abitanti) nelle Corti d'appello di Palermo (8,9) e di Napoli (12), che negli assassini invece dànno cifre (147 e 61) molto superiori alla media italiana (36): nelle Corti di Aquila (19) e Torino (15) l'infanticidio è relativamente molto più frequente che l'assassinio (36 e 7).

Così il parricidio dà, in contraddizione all'assassinio ed al rapporto etnico, una più alta frequenza nelle Corti di Aquila, Casale, Venezia ed una minore frequenza in quelle di Palermo e Cagliari.

Un altro esempio spiccato dell'influenza etnica è offerto dalla criminalità della Corsica, che, com'è noto, segna il massimo in Francia dei reati di sangue (eccettuati il veneficio e l'infanticidio), mentre nei furti, per esempio, dà cifre molto più basse.

Confrontando il numero delle persone giudicate nel 1880-83 per omicidii in Corsica e di quelle giudicate nelle regioni d'Italia che ne dànno l'intensità maggiore, si ottengono questi dati:

REATI PERSONE GIUDICATE NEL 1880-1888 dalle Corti d'Assise e Tribunali Correzionali Media annua per 100.000 abitanti

|Corsica|Sardegna|Sicilia|Calabrie|Molise (Campobasso)

Omicidi semplici e ferim. seguiti da morte: 11,2 8,6 14,3 21,5 19,1

Omicidi qualificati e grassazioni con omicidio: 9,5 19,8 9,6 9,0 5,2

Vale a dire, che la Corsica è italiana così per la razza come per la criminalità, per quanto politicamente francese; ed anzi, nota il Reclus «della Sardegna e Corsica, isole gemelle, un tempo unite, è precisamente la Corsica, ora francese, che è la più italiana per la posizione geografica come per le tradizioni storiche».

Talchè le spiccate differenze fra la criminalità côrsa e la sarda si spiegano in gran parte per ragioni etniche, che si riconfermano poi colla grande somiglianza fra la criminalità della Corsica e della Sicilia. Infatti, come abbiamo già ricordato, parlando della Sardegna, questa è in prevalenza di sangue fenicio, e perciò dà una più alta delinquenza contro la proprietà (comprese le grassazioni con omicidio) mentre la Sicilia (occidentale e meridionale) subì molto più gli elementi saraceni, i quali appunto ebbero grande influenza nella Corsica «che non fu popolata di razze semitiche». Di questa infatti si sa, che «agli antichi abitatori (Liguri, Iberi o Sicani secondo altri) succedettero i Focesi ed i Romani, ma soprattutto i Saraceni fino all'XI secolo, dopo dei quali vennero gl'Italiani ed i Francesi». È dunque al sangue saraceno che Corsica e Sicilia (ed in parte le Calabrie) debbono la loro intensa criminalità di sangue congiunta ad una minore delinquenza contro la proprietà.

Razze Francesi.—Un colpo d'occhio alla tavola dell'Atlante, che ci dà la Francia per razze e per delitti ci apprende che alla distribuzione delle razze Ligure e Gallica corrisponde il massimo dei reati di sangue.

Più precisamente si colsero le prove dall'influenza della razza franca studiando nei citati documenti, i dipartimenti che passano la media di assassini, ecc., secondo le razze. Troviamo allora che la tendenza all'assassinio cresce dai dipartimenti con popolazioni di razza Cimbrica (1 su 18 = 5,5%), a quelli di razza Gallica (8 su 32 = 25%), razza Iberica (3 su 8 = 35%), razza Belgica (6 su 15 = 40%), e razza Ligure dove raggiunge il suo massimo assoluto (100%).

Quanto agli stupri, essi van crescendo dai dipartimenti con popolazione di razza Iberica (2 su 8 ss 25%), a quelli di razza Cimbrica (6 su 18 = 35%), razza Belgica (6 su 15 = 40%), razza Gallica (13 su 32 = 41%) e razza Ligure (6 su 9 = 66%) dove raggiunge il suo massimo.

Invece nei reati contro la proprietà non vediamo se non la prevalenza della razza Belgica (la più industriale del resto) 67% e della Ligure e Iberica 60% e 61%, mentre la Cimbrica e la Gallica danno solo il 30% e 39%.

La maggiore influenza dei Liguri e Gallici dipende dalla loro maggiore attività come vidimo nel delitto politico; e i popoli Liguri in Francia diedero il massimo dei ribelli e rivoluzionari, il 100% e il massimo dei geni il 66%; i Gallici l'82% ed il 19% di geni; i Belgi il 62% e 33% di geni; mentre i Cimbri diedero il 38% e appena il 5% di geni; gl'Iberici il minimo, il 14% di ribelli e di geni il 5%.

Doligocefalia e brachicefalia.—Abbiamo voluto vedere che risultati dessero i rapporti tra la criminalità e l'indice cefalico, e il colore dei capelli; persuasi di avere così i documenti più sicuri della influenza della razza.

In Italia studiando l'Indice cefalico sulle tavole di Livi (o. c.) abbiam veduto che nelle 21 provincie con prevalenza doligocefalica (da 77 a 80 inclusi) la media degli omicidi, ferimenti è di 31‰ mentre la media generale è di 17; in tutte, poi, eccettuate Lucca e Lecce, in 19 cioè su 21 le quote degli omicidi sono superiori alla media.

Le provincie più mesocefaliche (81-82) sono in proporzione inferiori per omicidi alla media dei doligocefali dando 25‰.

Invece nelle più brachicefaliche (cominciando dall'indice di 83 fino all'88) la media è di 8‰ dunque di molto inferiore alla media generale.

Però dobbiamo notare come i doligocefali si raggruppano tutti nelle provincie meridionali, salvo Lucca, che appunto fa eccezione.

Viceversa i brachicefali, salvo gli Abruzzi, sono tutti nell'Alta Italia, e gli ultrabrachicefali nelle sue regioni montane, che tutte danno meno reati di sangue.

Quanto ai mesocefali si distribuiscono con prevalenza nell'Italia meridionale o nelle regioni più calde dell'Alta Italia come Livorno, Genova, sicchè non si può escludere che l'influenza etnica sul reato qui si confonda o fonda colla climatica.

Quanto ai furti la differenza è assai minore.

Prevalgono ancora, ma molto meno:

i doligocefali con 460 per 1 milione d'abitanti i brachicefali » 360 » i mesocefali » 400 »

In Francia (Vedi La Justice en France), i reati contro le persone darebbero una media di 18 per 100.000 nei brachicefali e di 36 nei doligocefali (Collignon, o. c.) contando la Corsica e di 24 senza—pari quindi alla media del paese che è appunto da 24 a 33 per 100.000.

Una differenza minore, anzi inversa, abbiamo secondo i dati del Ferri, dal 1880 al 1884, secondo il quale i delitti di sangue darebbero il 13 per 100.000 (senza la Corsica) nei doligocefali e 19 nei brachicefali.

E questo dimostra quanto sia maggiore pei reati di sangue l'influenza del clima che della razza, perchè nell'Italia dove i doligocefali erano radunati nelle provincie meridionali ci davano una enorme differenza in più pei brachicefali; invece qui che sono tutti sparsi al Sud e al Nord (Pas de Calais, Nord, Aisne) o al centro H. Vienne e Charente, non ci dànno alcun dato chiaro, anzi cifre minori.

Quanto ai delitti contro la proprietà (Justice en France), e qui la Corsica non influisce punto, la differenza invece è molto spiccata: dando i doligocefali 44 per 100.000, mentre i brachicefali dànno 23. In complesso però è chiara dovunque una certa prevalenza pei reati nelle provincie più doligocefaliche. E la doligocefalia in Francia dà maggior numero di rivoluzionari e di geni, e fra i doligocefali Galli e Liguri trovaronvi i dominatori i popoli più ribelli alla conquista.

Ciò è in perfetta opposizione con quanto abbiam trovato nell'antropologia del crimine; il che ci è prezioso aiuto a dimostrare essere la brachicefalia esagerata nei criminali uno spiccato carattere degenerativo.

Biondi e neri.—Volendo vedere le proporzioni dei rei francesi biondi e neri (Topinard) abbiamo trovato che gli assassini nei dipartimenti con prevalenti capelli neri diedero 12,6% colla Corsica; 9,2% senza la Corsica; mentre i biondi danno una cifra notevolmente inferiore, 6,3%.

Però i neri abbondano in modo speciale nei paesi caldi—Vandea, Hérault, Var, Gers, Lande, Corsica, Bocche del Reno, Basse Alpi, Gironda ecc. Per cui l'influenza del clima non è esclusa.—E altrettanto dicasi dei biondi più frequenti di tutti (meno in Vaucluse) dove predomina il clima nordico: Pas de Calais, Nord, Ardenne, Manica, Eure et Loire, e che perciò tendono ad avere un minore numero di delitti di sangue.

In Italia la proporzione del tipo biondo in tutta l'Italia meridionale e insulare è inferiore alla media del regno (V. Livi,Archivio d'antrop., 1894), salvo in Benevento dove tocca la media, e nelle Puglie, Napoli, Campania, Trapani e parte orientale di Sicilia dove è inferiore di pochissimo. Ora in tutta l'Italia meridionale i delitti di sangue sono superiori alla media; e nella provincia di Benevento dànno una cifra che pur essendo forte, 27,1%, è però inferiore alle provincie vicine; e così dicasi delle Puglie e della parte orientale della Sicilia, Siracusa, Catania, che presenta una cifra meno intensa di criminalità (Siracusa 15, Catania 26, Lecce 10).

Qui il biondo è in rapporto diretto colla razza Longobarda (Benevento) e Greca (Sicilia), e dà una minore criminalità.

Nessun rapporto trovo però coll'oasi bionda di Perugia, e nè coll'oasi bruna di Forlì, nell'Italia centrale.

La massa bionda che circonda le Alpi è in rapporto stretto colla montagna e coincide colla minore criminalità, ma la ragione può qui essere orografica. Viceversa l'oasi intensamente bruna di Livorno e di Lucca coincide colla maggiore criminalità di Livorno in tutti i reati e anche in quelli di sangue; e colla relativa maggiore criminalità di Lucca in confronto ai vicini paesi toscani: e siccome concorda colla doligocefalia e non ha rapporti con fenomeni orografici mi pare che dia una nuova prova dell'influenza etnica spiccata sulla criminalità di sangue dei due paesi.

Quanto ai reati contro la proprietà non si ha corrispondenza chiara: la provincia di Treviso, biondissima, dà il più grande massimo di criminalità, e quasi come essa Ferrara, che è viceversa bruna.

Ebrei.—Chiare spiccano le influenze della razza sulla criminalità, nello studio degli Ebrei e degli Zingari, e ciò nel senso precisamente opposto.

La statistica avrebbe dimostrato negli Ebrei di alcuni paesi la criminalità inferiore a quella dei loro concittadini, il che riesce tanto più notevole inquantochè in grazia alla professione da loro più esercìta, essi dovrebbero paragonarsi, piuttosto che a tutta la popolazione in genere, ai commercianti ed ai piccoli industrianti, che dànno, come vedremo, cifre forti di criminalità.

In Baviera vi sarebbe 1 condannato ebreo ogni 315 abitanti, ed 1 cattolico ogni 265.—Nel Baden, per 100 cristiani, 63,6 ebrei (Oettingen, p. 844).

In Lombardia, sotto l'Austria, si ebbe in 7 anni 1 condannato ebreo ogni 2568 abitanti (Messedaglia).—Nel 1865 in Italia contavansi solo 7 ebrei carcerati, 5 maschi e 2 femmine; proporzione inferiore di molto alla popolazione criminale cattolica.—Nuove indagini del Servi, nel 1869, avrebbero dato su una popolazione di 17800 ebrei solo 8 condannati.

Però in Prussia si sarebbe notato dall'Hausner una leggiera differenza in favore degli accusati ebrei, 1 ogni 2600, mentre i cristiani davano 1 ogni 2800, che viene in parte confermata dal Kolb.

Secondo il Kolb, si notò nel 1859 in Prussia:

1 accusato ebreo per ogni 2793 abitanti » cattolico » 2645 » » evangelico » 2821 »

nel 1862-5:

1 accusato ebreo per ogni 2800 abitanti » evangelico » 3400 »

in Baviera si notò:

1 accusato ebreo per ogni 315 abitanti » cattolico » 265 »

(Handb. der vergleich. Statistik, 1875, p. 130).

In Francia dal 1850-60 diedero:

accusati ebrei in media di 0,0776 % abitanti maggiorenni » cattolici » 0,0584 » » » ebrei » 0,0111 » per abitante in genere » cattolici » 0,0122 » »

Erano 166 i rei ebrei nel 1854—118 nel 1855—163 nel 1856—142 nel 1858—123 nel 1860—118 nel 1861, con leggero regresso dunque, negli ultimi anni (Servi, Gli Israeliti in Europa, Torino, 1872).

In Austria i maschi ebrei condannati diedero il 3,74% nel 1872; nel 1873 il 4,13, cifra di qualche frazione superiore ai rapporti della popolazione (Stat. Uebers. der k. k. österr. Strafanst., 1875).

Più sicuro della maggiore o minore proporzione dei delinquenti ebrei è il fatto della loro criminalità specifica; in essi, come negli zingari, predomina la forma ereditaria del delitto, contandosi in Francia intere generazioni di traffatori e di ladri nei Cerfbeer, Salomon, Levi, Blum, Klei; pochissimi sono i condannati per assassinio, e sono, allora, capi di bande organizzate con abilità non comune, come Graft, Cerfbeer, Meyer, Dechamp che hanno veri commessi viaggiatori, libri di commercio e che dispiegano una secretezza, pazienza e tenacia spaventevole, per il che sfuggirono molti anni alle indagini della giustizia; i più, almeno in Francia, sono autori di truffe speciali; come quella dell'anello, in cui fingono di avere trovato un oggetto prezioso, o quella all'augurio mattutino, col cui pretesto spogliano le stanze di chi dorme colle porte aperte, o quelle di commercio (Vidocq, Op. cit,—Du Camp, Paris, 1874).

Gli ebrei di Russia sono specialmente usurai, falsi monetari, contrabbandieri fin di donne che spediscono in Turchia.

Il contrabbando vi è organizzato come un mezzo governo. Intere città di confine, come Berdrereff sono popolate quasi tutte da ebrei contrabbandieri. Spesso il governo fece circondare da un cordone militare la città, e perquisendola trovava immensi depositi di merce contrabbandata. Il contrabbando giungeva al punto di ostacolare i trattati commerciali colla Prussia.

In Prussia erano frequenti, un tempo, le condanne degli ebrei per falso, per calunnie, ma più ancora quelle per bancarotta, manutengolismo; il qual reato molte volte si cela alle indagini giudiziarie, e ci spiega la grande copia di vocaboli ebrei nei gerghi di Germania e d'Inghilterra, essendo noto che il ladro si ispira come ad un maestro e ad una guida, al manutengolo: e quindi più facilmente fa tesoro dei suoi vocaboli.

Ogni grossa impresa della celebre banda di Magonza (Tonnerre) era preparata da un kochener o manutengolo ebreo. In Francia, un tempo, quasi tutti i capi delle grosse bande avean per complici ed amasie delle ebree.

Troppe cause spingevano, un tempo, gli ebrei in braccio a questo delitto, come ai torbidi lucri dell'usura: l'avidità dell'oro, il disperato avvilimento, l'esclusione da ogni impiego e da ogni pubblica assistenza, la reazione contro le razze persecutrici ed armate, contro le quali nessun altro mezzo d'offesa era loro possibile; fors'anche loro accadde, più volte, scaraventati dalle violenze delle masnade a quelle dei feudatari, di essere costretti a farsi complici per non essere vittime, sicché, se anche di poco la loro criminalità fosse riuscita superiore, non dovrebbe recare meraviglia, mentre è bello il notare, che appena all'ebreo si apriva uno spiraglio di vita politica, scemò la tendenza a questa specifica criminalità.

Se fosse provata negli ebrei la minore criminalità in confronto cogli altri, sorgerebbe qui una divergenza colla diffusione della pazzia, la quale è spiccatamente in loro più frequente[22].

Se non che qui assai meno deve essere questione di razza, che non di occupazioni intellettuali, le quali moltiplicano le cause di emozioni morali; poiché nelle razze semitiche (Arabi, Beduini) è tutt'altro che frequente l'alienazione.

E qui si scorge di nuovo quanto difficile torni il concludere sulle nude cifre nelle quistioni morali e complesse.

Zingari.—Non così può dirsi degli Zingari, che sono l'imagine viva di una razza intera di delinquenti, e ne riproducono tutte le passioni ed i vizi. Hanno in orrore, dice Grelmann[23], tutto ciò che richiede il minimo grado di applicazione; sopportano la fame e la miseria piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato; vi attendono solo quanto basti per poter vivere; sono spergiuri anche tra loro; ingrati, vili, e nello stesso tempo crudeli, per cui in Transilvania corre il proverbio, che cinquanta zingari possono esser fugati da un cencio bagnato; incorporati nell'esercito austriaco, vi fecero pessima prova. Sono vendicativi all'estremo grado: uno di questi, battuto dal padrone, per vendicarsene, lo trasportò in una grotta, ne cucì il corpo in una pelle, alimentandolo colle sostanze più schifose, finché morì di gangrena. Per poter saccheggiare Lograno avvelenarono le fonti del Drao: e quando li credettero morti i cittadini entrarono in massa nel paese che fu salvato da uno che l'aveva saputo.

Dediti all'ira, nell'impeto della collera, furono veduti gettare i loro figli, quasi una pietra da fionda, contro l'avversario; e sono, appunto come i delinquenti, vanitosi, eppure senza alcuna paura dell'infamia. Consumano in alcool ed in vestiti quanto guadagnano; sicché se ne vedono camminare a piedi nudi, ma con abito gallonato od a colori, e senza calze, ma con stivaletti gialli.

Hanno l'imprevidenza del selvaggio e del delinquente. Si racconta, come una volta, avendo respinto da una trincea gl'Imperiali, gridassero loro dietro: «Fuggite, fuggite, chè se non scarseggiassimo in piombo, avremmo fatto di voi carnificina». E così ne resero edotti i nemici, che ritornando sulla loro via, ne menarono strage.

Senza morale eppure superstiziosi (Borrow) si crederebbero dannati e disonorati se mangiassero anguille o scojattoli, eppure mangiano... carogne quasi putrefatte.

Amanti dell'orgia, del rumore, nei mercati fanno grandi schiamazzi; feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro; si sospettarono, anni sono, di cannibalismo. Le donne sono più abili al furto, e vi addestrano i loro bambini; avvelenano con polveri il bestiame, per darsi poi merito di guarirlo, o per averne a poco prezzo le carni; in Turchia si danno anche alla prostituzione. Tutte eccellono in certe truffe speciali, quali il cambio di monete buone contro le false, e nello spaccio di cavalli malati, raffazzonati per sani, sicché come fra noi ebreo era, un tempo, sinonimo di usurajo, così, in Spagna, gitano è sinonimo di truffatore nel commercio di bestiame.

Lo zingaro in qualunque stato o condizione si trovi, conserva la sua abituale e costante impassibilità, senza sembrar preoccupato dell'avvenire, vivendo giorno per giorno in una immobilità di pensiero assoluta, ed abdicando ad ogni previdenza.

«Autorità, leggi, regola, principio, precetto, dovere», sono nozioni e cose insopportabili a codesta razza stranissima (Colocci).

Obbedire e comandare gli è egualmente odioso, come un peso ed un fastidio. Avere gli è estraneo quanto dovere[24], il seguito, la conseguenza, la previsione, il legame del passato all'avvenire, gli sono sconosciuti (Id.).

Colocci crede che essi possedono degli itinerari speciali comuni agli evasi, ai ladri, ai contrabbandieri internazionali, che si segnalano con speciali segni simili agli Zink dei Tedeschi (Vedi Vol. I).

Uno dei segni più abituali per tali indicazioni, è il patterau di cui esistono due tipi: l'antico a tridente; il nuovo a croce latina.

Questi segni, fatti lungo il percorso della strada maestra, e tracciati col carbone sui muri delle case o incisi con il coltello sulla corteccia degli alberi, divengono mezzi convenzionali per dire alle future comitive di confratelli: Questa è strada da zingaro. Nel primo patterau la direzione è data dalle linee laterali, nel secondo dal braccio più lungo della croce.

I punti di fermata, o stazioni, li indicano collo Svastika misterioso, forse ricordo di antico simbolo indiano, forse embrione della nostra croce.

Quando vogliono partire dal luogo ove stanno—scriveva Pechon de Ruby nel XVI secolo—s'incamminano verso il lato opposto e fanno una mezza lega all'inverso, poi ritornano sulla loro strada.

E come i criminali, e come i Paria (vedi vol. 1) da cui derivano, essi hanno una letteratura popolare criminale che vanta il delitto, come nel dialogo seguente fra padre e figlio (Colocci, o. c.).

Padre—»Olà, mio Basilio, se tu divieni grande, per la croce di tuo padre! devi rubare.»

Figlio—»E poi, padre, se sono scoperto?»

Padre—»Allora raccomandati alla pianta dei piedi, gioia di tuo padre.»

Figlio—»Al diavolo la tua croce, padre! Non m'insegni bene.»

E nelle seguenti poesie:

Da che, cavalluccio, Non rubi più, Non bevi più acquavite; Sì, finché tu rubavi Grazioso cavalluccio, Buona acquavite bevevi, E all'ombra sedevi. La tua perdita è certa (Zingari rumeni).

I ragazzi zingari montanari Come piccoli cani Quando veggono uno zingaro (di pianura) Lo spogliano (Zingari slavi).

Simili argomenti danno tema a brevi narrazioni in versi, soprattutto fra gli zingari inglesi e spagnuoli. Per esempio:

Due giovani zingari furono deportati, Furono deportati al di là dell'Oceano; Platone per ribellione, Luigi per aver rubato La borsa d'una gran dama. E, quando giunsero in paese straniero, Platone fu impiccato Subito: ma Luigi Fu preso per marito da una gran dama, Voi vorreste sapere chi fosse questa gran dama? Era la dama, cui esso aveva rubato la borsa; Il giovane aveva un nero Ed ammaliatore occhio Ed essa l'aveva seguito al di là dell'Oceano (gipso).

Un frate Stava facendo una predica; Ed era stato rubato un presciutto Al macellaio di quel paese; E quegli sapeva che gli Zingari Lo avevano derubato. Il frate esclamò: figliolo! Vai a casa tua E dalla pentola Leva fuori il prosciutto E mettici invece dentro Una pezza del tuo marmocchio, Marmocchio, Una pezza del tuo marmocchio (gitano).

È importante poi il notare che questa razza così inferiore nella morale ed anche nella evoluzione civile ed intellettuale, non avendo mai potuto toccar lo stadio industriale nè, come vedesi, in poesia passare la lirica più povera, è in Ungheria creatrice d'una vera arte musicale, sua propria, meravigliosa—nuova prova della neofilia e genialità che si può trovare mista agli strati atavici nel criminale[25].

CAPITOLO IV.

Civiltà.—Barbarie.—Agglomeramento.—Politica.—Stampa.—Delitto collettivo.

Civiltà.—Fra i tanti problemi sociali, uno desta più il desiderio di una soluzione sicura e precisa: quello della influenza che esercita la civiltà sul delitto e sulla pazzia.

Se noi ci atteniamo alle nude cifre, certo il problema par bello e risolto, perché esse ci mostrano un aumento nel numero dei delitti e delle pazzie, quasi per ogni anno che corre, aumento sproporzionato a quello della popolazione[26].—Ma molto opportunamente il Messedaglia fa, in proposito, riflettere la grande probabilità di errore cui va incontro chi voglia risolvere, su semplici dati numerici, problemi complessi, in cui entrano parecchi fattori ad un tempo. Potrebbe, infatti, il maggiore aumento, così dei reati come delle pazzie, spiegarsi per le modificazioni delle leggi civili e penali, per una maggiore facilità alla denuncia ed al ricovero, specialmente dei pazzi, vagabondi e minorenni, e per una maggiore attività della polizia.

Una cosa par certa (e noi ne toccammo a lungo più sopra, p. 253), che la civiltà abbia la sua, come ben la chiama il Messedaglia, criminalità specifica, ed una n'abbia, a sua volta, la barbarie. Questa, ottundendo la sensibilità morale, scemando il ribrezzo agli omicidi—ammirati spesso come atti d'eroe—considerando la vendetta un dovere, diritto la forza, aumenta i delitti di sangue, le associazioni dei malfattori, come fra i pazzi le manie religiose, la demonomania, le follie di imitazione. Ma i legami domestici sonvi molto più forti, l'eccitamento sessuale, le smanie dell'ambizione assai minori, e quindi molto meno frequenti i parricidi, gl'infanticidi ed i furti.

I tipi di civiltà che l'uomo ha finora creato—scriveva Guglielmo Ferrero—sono due: la civiltà a tipo di violenza, e la civiltà a tipo di frode. L'una e l'altra differiscono fondamentalmente per la forma che assume in esse la lotta per l'esistenza. Nella civiltà a tipo di violenza, la primitiva, la lotta per la vita si combatte essenzialmente con la forza: il potere politico e la ricchezza sono conquistati con le armi, sia a danno dei popoli stranieri, sia a danno dei concittadini più deboli: la concorrenza commerciale tra un popolo e l'altro è combattuta sopratutto con gli eserciti e le flotte, cioè con l'espulsione violenta degli antagonisti dai mercati che si vogliono sfruttare comodamente da soli; le liti giudiziarie sono risolute col duello. Nella civiltà a tipo di frode, la lotta per l'esistenza è combattuta invece con l'astuzia e con l'inganno; ai duelli giudiziari subentra la guerra di cavilli e di raggiri degli avvocati; il potere politico è conquistato non più con gli scudi di ferro, ma con gli scudi d'argento; il danaro è attirato dalle tasche altrui con frodi e con malìe misteriose come i giuochi di borsa; la guerra commerciale è combattuta con il perfezionamento dei mezzi di produzione e più ancora dei mezzi di inganno, vale a dire con abili falsificazioni che diano al compratore l'illusione del buon mercato[27].

Alla civiltà del primo tipo appartengono od appartennero la Corsica, in parte la Sardegna, il Montenegro, le città italiane del Medio-Evo, e in genere quasi tutte le civiltà primitive. Alla seconda invece appartengono tutti i popoli civili moderni, quelli cioè in cui il regime capitalistico borghese si è interamente sviluppato in tutte le parti del suo organismo.

La distinzione fra i due tipi—però—non è così assoluta nella realtà come nella teoria, perchè talora nel seno di una stessa società si mescolano alcuni caratteri di un tipo e alcuni dell'altro.

E poichè la patologia segue anche nel campo sociale identico processo della fisiologia, noi ritroviamo questi due mezzi di lotta anche nella criminalità.

Noi assistiamo infatti al manifestarsi parallelo di due forme di criminalità: la criminalità atavica, che è un ritorno di alcuni individui, la cui costituzione fisiologica e psicologica è morbosa, ha dei mezzi violenti di lotta per l'esistenza che la civiltà ormai ha soppresso: l'omicidio, il furto e lo stupro; e la criminalità evolutiva, egualmente perversa nell'intenzione, ma assai più civile nei mezzi, giacchè ha sostituito alla forza e alla violenza, l'astuzia e la frode[28].

Nella prima forma di criminalità non cadono che pochi individui fatalmente predisposti al delitto; nella seconda possono cadere moltissimi, tutti quelli che non posseggono un carattere adamantino, capace di resistere alle malsane influenze dell'ambiente esteriore.

Sighele giustamente nota che il fenomeno si riproduce più in grande nelle due forme di criminalità collettiva, propria, l'una della classe elevata, l'altra dell'infima classe sociale. Da una parte abbiamo i ricchi, i borghesi, che nella politica e negli affari vendono il loro voto, la loro influenza, e per mezzo dell'intrigo, dell'inganno e della menzogna, rubano il danaro del pubblico; dall'altra parte abbiamo i poveri, gli ignoranti, che nei complotti di anarchici e nelle dimostrazioni e nelle sommosse, tentano ribellarsi contro la condizione che loro vien fatta e protestano contro l'immoralità che scende dall'alto.

La prima di queste due forme di criminalità è essenzialmente evolutiva e moderna; la seconda è atavica, brutale, violenta. La prima è tutta di cervello e procede con mezzi d'astuzia, quali la appropriazione indebita, il falso, la frode: la seconda è in gran parte di muscoli e procede con mezzi feroci: la rivolta, l'omicidio, la dinamite.

L'Italia di questi ultimi anni ha pur troppo offerto lo spettacolo rattristante dello scoppio simultaneo di queste due criminalità. Abbiamo avuto nello stesso tempo in Sicilia il brigantaggio, le rivolte delta fame, cui una pietosa o interessata menzogna ha prestato altri nomi ed altri motivi,—e a Roma, collo scandalo bancario, le grasse immoralità delle classi ricche.

Noi vedemmo nei vol. I e II gli esempi della criminalità sanguinaria speciale e associata al Medio Evo.

Perchè, qualcuno chiederà: «Se in tempi antichi le associazioni criminose esistevano dappertutto, perchè la pratica loro si conservò solo in alcuni paesi (Napoli), e si spense negli altri?» La risposta è trovata pensando alle condizioni poco civili del popolo e del governo soprattutto, che manteneva e faceva ripullulare quella barbarie, prima e perenne sorgente delle malvagie associazioni.

«Finché i governi si ordinano a sêtte, sentenzia assai bene d'Azeglio, le sêtte si ordinano a governi». Quando la posta regia frodava sulle lettere, quando la polizia pensava ad arrestare gli onesti patriotti, e trafficando coi ladri, lasciava libertà ad ogni eccesso nei postriboli e nell'interno delle carceri, la necessità delle cose contribuiva a proteggere nel camorrista chi poteva mandarvi un plico sicuro, salvarvi da una pugnalata nel carcere, o riscattarvi a buon prezzo un oggetto rubato, od emettervi, in piccole questioni, dei giudizi forse altrettanto equi e certo meno costosi e meno ritardati di quelli che potevano offrire i tribunali.

Era la camorra una specie di adattamento naturale alle condizioni infelici di un popolo reso barbaro dal suo governo.

Anche il brigantaggio era spesso una specie di selvaggia giustizia contro gli oppressori. Al tempo della servitù in Russia, i moujik, indifferenti alla vita, provocati da sofferenze continue di cui niuno si preoccupava, erano pronti a vendicarsi coll'omicidio, come ben ci mostrò un canto rivelatoci da Dixon. Non v'è (dice il noto autore dello studio sulle prigioni in Europa) famiglia grande di Russia che non abbia un massacro dei suoi nella storia di famiglia. La mancanza di circolazione dei capitali, e l'avarizia, spingevano i ricchi dell'Italia meridionale ad usure e malversazioni contro i poveri di campagna, che non sembrano credibili. A Fondi, scrive il Jorioz, molti divennero briganti in grazia delle angherie del sindaco Amante.—Coppa, Masini, Tortora, furono spinti al brigantaggio dai maltrattamenti impuniti dei loro paesani.—I caffoni (diceva alla Commissione d'inchiesta il Govone) veggono nel brigante il vindice dei torti che la società loro infligge.—Il sindaco di Traetto, che si spacciava per liberale, bastonava per istrada i suoi avversari, e non permetteva loro di uscire alla sera.—Le questioni che nascevano fra i ricchi ed i poveri, per la divisione di alcune terre appartenenti ad antichi baroni, il cui possesso era dubbio, ed era stato promesso a tutti, ed in ispecie ai poveri coloni, gli odi che dividevano i pochi signorotti dei comuni dell'Italia meridionale, e le vendette esercitate contro i clienti degli uni e degli altri, furono cause precipue del brigantaggio. Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero alcun brigante; erano i soli comuni dove l'amministrazione era ben diretta da sindaci onesti.—Dei due comuni, Bomba e Montazzoli, vicini a Chieti, il primo, ove i poveri erano ben trattati, non diede briganti; mentre il secondo, ove erano malmenati, ne fornì moltissimi.—Nelle piccole terre dell'Italia meridionale, osserva assai bene il Villari, vi ha il medio-evo in mezzo alla civiltà moderna; solo che invece del barone despotizza il borghese.—A Partinico, città di 20.000 anime, si vive in pieno medio-evo, perchè i signorotti tengono aperta una partita di vendetta che dura da secoli.—A San Flavio due famiglie si distrussero a vicenda per vendicare l'onore.

«Abbiamo sempre in Sicilia, scrive il Franchetti, una classe di contadini quasi servi della gleba, una categoria di persone che si ritiene superiore alla legge, un'altra, e questa è la più numerosa, che ritiene la legge inefficace ed ha innalzato a dogma la consuetudine di farsi giustizia da sè. E dove la maestà della legge non è conosciuta nè rispettata, saranno rispettati i rappresentanti di essa? Il pubblico impiegato in Sicilia o blandito, accarezzato finchè gli autori dei soprusi e delle prepotenze sperano di averlo connivente, o almeno muto spettatore delle loro gesta; è insidiato, avversato, assalito, combattuto con tutte le armi, non appena si riconosce in lui un uomo fedele al proprio dovere.

«Dopo l'abolizione della feudalità, continua altrove il Franchetti, se non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi e i mezzi di sancirla; le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso di adoperare per i soprusi era in molti casi l'impiegato governativo o il magistrato. E ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per acquistare o conservare l'influenza su tutti coloro, che la loro condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza brutale dovette in parte cedere il posto all'abilità ed all'astuzia.

«... Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte dell'isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e rimanevano sempre gli strumenti per porla in opera.

«Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre a tutti gli uomini che avevano già commesso dei reati, od erano pronti a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse bisogno dell'opera loro, doveva con loro trattare volta per volta, e da pari a pari» (Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Firenze, tip. di G. Barbéra).

Un altro esempio ce l'offre la nostra stessa capitale e più la Corsica e la Romagna.

Roma ci presentava, anni sono, una cifra di criminalità, specialmente contro le persone, superiore a molte regioni d'Italia; ma, come molto bene ha mostrato il Gabelli (Roma ed i Romani, 1881), essa vi è in gran parte effetto della tradizione dell'antica impunità e l'atmosfera morale appunto formatavisi in grazia di questa; l'accorrere e venire a galla, che succede ad ogni rivoluzione, della popolazione equivoca, che vuol mettere alla prova il nuovo Governo come i ragazzi il maestro nuovo; tanto più in Roma dove calarono i guadagni e dove il malandrinaggio era tollerato paternamente dal Governo antecedente; il perdurare quell'impeto in cui erompono le anime brutalmente virginee, a cui una repressione sicura anco non apprese a considerare le conseguenze dei proprii impeti; onde, una parola sfuggita al gioco, un sospetto di infedeltà, gelosia di mestiere, specie in campagna, bastano per produrre un omicidio, spesso così fuori di proporzione con la causa, che per gli stessi giudici pare un enigma od una pazzia. Mandati giù alcuni bicchieri di vino, la passione ribolle nell'accesa fantasia per un'inezia, e il braccio, già armato di coltello, offre così pronto il servizio, che la testa non ha il tempo di ricusarlo; s'aggiungono i pregiudizi selvaggi, per cui chi non si vendica di un insulto non è uomo, la dignità virile impone farsi giustizia da sè e non col mezzo dell'autorità. È l'eredità della violenza, dell'energia che rimonta agli antichi Romani.

E pochi anni fa una popolana non sposava volentieri uno a cui non fosse mai uscito di tasca il coltello, che regalava al suo damo come pegno di costanza, con incisovi sopra il suo nome, oppure Amor mio, cuor mio, ecc.; e mentre nell'alta Italia ogni galantuomo crede di aiutare il Governo a mettere le mani su un ladro, un assassino, il romano del popolo, che non capisce il Governo che sotto forma di dazi, carta bollata, ecc., e che ha forte il sentimento della propria personalità, o l'ucciderà egli stesso, o lo lascierà andare, come cosa che non gli tocchi, e non vorrà attestare se avrà veduto egli assassinare un altro, per una vecchia abitudine contratta sotto il Governo papale (Gabelli).

A queste criminalità la corruttela della capitale aggiunse la bruttura bancaria e giornalistica.

Nella Basilicata, Pani Bossi (op. cit.) sentì spesso chiamare brigantiello dalle madri il loro figliuolo; Crocco era il loro Carminuccio; i ricchi soprannominavano re della campagna Ninco-Nanche.

«La parola malandrino perdè in Sicilia perfino il suo significato, ed invece di un appellativo d'infamia, divenne pel popolo uno di lode, del quale molti onesti popolani menano vanto. Io sono malandrino significa in fatti, per loro, essere un uomo che non ha paura di nulla, e specialmente della giustizia, la quale nella loro mente si confonde col governo, o meglio colla polizia» (Tommasi-Crudeli).

Mancando il concetto vero della morale, ed essendo scemata e quasi tolta la distanza fra lo strato equivoco e lo strato onesto, è cosa naturale che il malandrino trovi un complice nel colono ed anche nei proprietari in mezzo a cui vive, e che riguardano il delitto come una nuova specie di speculazione. E questo, secondo la relazione dei Prefetti, è il guaio massimo della Sicilia, dove i veri briganti che battono la campagna sono pochi, ma si centuplicano, in date circostanze, coi colleghi avventizii, dove perfino i grossi proprietari si vedono usufruire dei briganti per imporre ricatti, far cassare testamenti, acquistare predominio sui loro concittadini.

Da ciò viene anche la mancata denuncia, parendo questa più immorale che non l'omicidio; sicché si sono veduti moribondi dissimulare, fino all'ultimo momento, il nome del feritore. Non è l'omicidio, che desta ribrezzo, bensì la giustizia. Onde è che anche quando il delitto, per raro caso, è denunciato, non è punito; così su 150 briganti del Napolitano, presi coll'armi indosso, 107 furono prosciolti dal giurì e 7 soli condannati (S. Jorioz).

Altrettanto ci mostra per le Romagne, Alfredo Comandini (Le Romagne, Verona, 1881) e Bourde e Bournet per la Corsica.

«Le cause di ogni guaio sonvi (scrive egli delle Romagne) l'abuso del vino, l'uso estesissimo di portar armi, e le associazioni politiche che là restarono per tradizione dei tempi despotici; tutte le classi vi prendevano parte, anche a rischio del capo. Esse nutrivano aspirazioni oneste; ma molte volte favorivano la fuga o l'impunità di un malfattore, perchè arrestato avrebbe potuto tradirli. Ora, queste associazioni non hanno più uno scopo politico vero od educativo, anzi, nemmeno di mutuo soccorso; le più sono occasioni per bere uu bicchiere insieme, quasi sempre pagato dal più ricco, e che dando alla testa spesso di qualche membro, facilmente promuove o coltellate, o risse ed ingiurie, che sono seguite da reazioni non individuali solo, ma spesso di interi gruppi, pel dovere tradizionale che vi è là di prender parte, di darsi reciproco appoggio.

«Queste associazioni, anche in città piccolissime, sono più di una, fin cinque, dieci, e tutte di un partito, è vero, ma divise secondo i rioni ed i sobborghi; se il socio di una di queste ha una questione col socio di un'altra, per donna, denari, la questione si estende a tutto il gruppo; il reciproco appoggio conduce a considerare come socio chi, avendo ferito od ucciso per vendicare un punto d'onore, stia per cadere nelle mani della giustizia.

«Oppure, non avendo fiducia nell'autorità del Governo, le questioni si risolvono innanzi ai buoni fratelli, ai capi del gruppo, che accomodano la partita come Dio vuole: il più malvagio viene espulso dalla società, e tutto finisce lì. Le paci si ottengono col bere insieme, ma le bevute a loro volta dànno luogo a nuovi conflitti».

Ma meglio ancora della Romagna, la Corsica ci porge un esempio di una criminalità inconscia, che vien dalla condizione sociale, storica, oltrechè dell'influenza storica di cui toccammo.

«La frequenza degli assassinii per vendetta, scrive Bournet[29], è nota dappertutto, ma pochi sanno quanto ne sieno meschine le cause: un cane ucciso da un Rocchini a un Tafani, fa undici vittime nelle due famiglie. Nel 1886 ci furono 135 attentati contro le persone, cioè 1 per 200 abitanti: quattro volte più del dipartimento della Senna. Dei 135 attentati, 52 furono commessi spontaneamente in seguito a discussioni o a risse. Impossibile far parlare un testimonio; a Palneca 60 persone avevano assistito ad un misfatto, tutte giurarono di non aver visto nulla».

Bourde, secondo i rapporti della gendarmeria, valuta il numero dei banditi da 5 a 600.

«Tutto mette capo a questo (egli dice): che i contadini, perduti nei loro villaggi, nemici al capo del clan, son persuasi non esservi punto giustizia. M. Marras in un suo discorso confessò sentirsi ancora il grido leggendario; «In Corsica non v'è giustizia».

«I Corsi mostrano grande fierezza. Sdegnano il lavoro manuale e amano poco la terra; sono più sensibili alle qualità intellettuali che non alle morali; hanno una maniera speciale d'intendere la felicità e la coscienza.

«La loro organizzazione somiglia molto a quella del patriziato romano: quindici o venti famiglie dirigono tutte le altre; alcune dispongono d'un centinaio di voti soltanto, altre di parecchie migliaia di elettori che fanno votare a loro modo. Cinquanta famiglie sono assolutamente devote ad una sola da oltre duecento anni; la vita indipendente è impossibile, perché chi è solo non riesce a nulla.

«I membri di una famiglia rischiano la vita con sublime abnegazione per sostenere uno di loro. Due coscienze sono in lotta nell'isola: la moderna, ispirata ai principii assoluti del diritto e dell'equità, e la vecchia coscienza côrsa che non sa elevarsi sopra gli interessi dell'associazione famigliare. Questa prevale quasi sempre, e se ne videro gli effetti durante le operazioni del Giurì di espropriazione per le ferrovie.

«Il Giurì, presieduto dal Casabianca, capo del partito più possente dell'isola, s'illustrò con enormi parzialità; Benedetti, nemico del partito, ricevette 2000 franchi per una vigna di 16 are e 96 centiare; una certa Virgitti, ligia ai Casabianca, ebbe 13,000 franchi per una vigna di 18 are e 90 centiare, e così via. In Corsica queste ingiustizie sembrano naturali perfino ai nemici, i quali farebbero appunto lo stesso in favore dei loro clienti, se fossero al potere.

«I giudici di pace sono onnipotenti, ma parzialissimi e devoti al partito che li ha fatti nominare. Nella compilazione delle liste elettorali fanno a loro capriccio, togliendo o aggiungendo quei nomi che possono nuocere o giovare al partito, in barba alla legge e ai decreti delle Corti d'appello e di cassazione. Ciò è talvolta causa di gravi delitti. Francesco Ricci, fattorino, era stato cancellato dalle liste, dietro istigazione della famiglia Moracchini. Alle elezioni municipali, furibondo perché non poteva votare, Ricci si appostò dietro una siepe e tirò una fucilata che ferì uno dei Moracchini. Rimproveratogli il delitto, Ricci rispose: «Se non avessi agito così mi avrebbero preso per un lucchese».

«Le gherminelle nei giorni di elezioni sono varie e infinite, ma spesse volte volgono al tragico. A Palneca il maire Bartoli rinviò tre volte lo scrutinio per aspettare il momento favorevole; la quarta volta (28 settembre 1884) 80 suoi partigiani si chiusero di buon mattino con lui nella mairie e vi si fortificarono; quando arrivarono gli avversari non poterono entrare. Esasperati, volevano dare l'assalto, ma furono respinti a fucilate; per tutto quel giorno si scambiarono colpi da una casa all'altra e si ebbero a deplorare morti e feriti. Gli avversarii del Bartoli dichiararono al Prefetto di essere «pronti a morire anziché vivere in schiavitù».

«In tutta la Francia, nel 1885, si constatarono 42,523 contravvenzioni rurali. La sola Corsica ne aveva 13,405, quasi il terzo!»[30].

La progredita civiltà, centuplicando i bisogni ed i desiderî e facilitando con la maggior ricchezza gli eccitamenti dei sensi, nei manicomi aumenta gli alcoolismi e le paralisi generali[31], e nelle carceri i rei contro le proprietà e contro il buon costume. La statistica ci mostra, infatti, che di tal natura è la maggior parte dei reati commessi nelle capitali e dalle classi côlte, e che sonvi ora in aumento[32]. E di tal natura Sighele ora dimostra che è la criminalità collettiva moderna—o quella delle classi borghesi in confronto colla popolazione.

Constatata l'esistenza di queste due forme di criminalità collettiva, si chiede: perché la criminalità dei ricchi è frodolenta e quella dei poveri violenta? Perché, risponde (o. c.), le classi superiori rappresentano ciò che è veramente moderno, mentre le classi inferiori rappresentano ancora, nei sentimenti e nei pensieri, un passato relativamente lontano; ed è perciò logico e naturale che le prime siano moderne, evolutive nella loro criminalità collettiva, e siano invece ancora violente, per non dire assolutamente ataviche, le seconde.

Il Bagehot scriveva: «per assicurarci che gli istinti delicati vanno sempre scemando nella discesa della scala sociale, non è necessario fare un viaggio tra i selvaggi; basta che parliamo con gli inglesi della classe povera, con i nostri stessi domestici[33].

In secondo luogo, che la criminalità della classe agiata è un fenomeno patologico che indica la viziosa organizzazione sociale che oggi ci regge, e che sta per finire;-la criminalità della classe infima invece, può rassomigliarsi all'annuncio, patologico anch'esso, di una nuova êra che sta per cominciare. L'una, insomma, è l'indice di un tramonto, l'altra di un'alba; la prima è un segno di degenerazione, di un organismo già vecchio, l'altra è la crisi di un organismo giovane che cresce e s'avanza. Ed è perciò che la prima ha tutti i caratteri della sapiente e circospetta prudenza ed astuzia senile; l'altra tutti i caratteri della incruente e imprudente e sfacciata audacia di chi si sente giovane e forte.

Infine, la classe ricca, non pel numero, ma per la sua forza e per le basi su cui si appoggia, rappresenta la maggioranza;—la classe infima, invece, la minoranza. Ora, è carattere psicologico di tutte le minoranze d'essere più audaci, più violente della maggioranza. Esse debbono conquistare, mentre questa non deve che mantenere ciò che ha conquistato,—si ha più energia per raggiungere un bene o uno scopo lontano, che non—raggiuntolo—per mantenerlo. La vittoria sfibra, mentre il desiderio di vincere aumenta il coraggio (Sighele, op. cit).

È la riproduzione collettiva del fatto individuale per cui uno solo assalito da molti spiega una energia che non avrebbe se altri fossero insieme a lui. È la necessità della difesa che raddoppia le forze di chi è solo e più debole; è l'istinto della propria conservazione che si sveglia più possente dinanzi al pericolo e che dà all'organismo quello che suol chiamarsi il coraggio della disperazione.

Nel campo criminale questa legge di natura non poteva venir meno e doveva quindi far sì che la classe infima, avendo a lottare contro avversari di essa assai più possenti, compensasse la propria debolezza colla violenza e coll'audacia dei mezzi.

Fino ad un certo punto possiamo averne una dimostrazione anche in Italia. Nel 1869, la popolazione delle città nostre e grosse borgate, che non passava i 5 milioni e mezzo, diede una quota pressoché uguale di delinquenze a quella dei piccoli borghi, che toccava gli 11 milioni; ne' reati contro l'ordine pubblico, contro il buon costume la sorpassava del doppio, mentre uguagliavala, anzi le era inferiore, nei delitti contro le persone (Curcio, op. cit. pag. 92), Chi esamina le belle carte grafiche, pubblicate dal Bodio nell'Italia Economica, trova un parallelismo tra il numero dei delitti contro le proprietà, la densità della popolazione, e la coltura.—Così Milano, Livorno, Venezia, Torino offrono un maggior numero di reati contro la proprietà, uno minore di ferimenti, e presentano la maggiore densità della popolazione, e più scarso numero di analfabeti.

Le Calabrie, gli Abruzzi, la Sicilia, Roma, con molti analfabeti, danno le cifre massime di reati contro le persone. Faremo eccezione per Napoli e Palermo, che con grande densità di popolazione e con un numero notevole di analfabeti, sono ricche di reati dell'una e dell'altra classe; e Bari e Lecce, Benevento e Lucca, che con popolazione abbastanza densa scarseggiano dei reati contro la proprietà, e Catanzaro e Caltanissetta che sono in condizioni inverse.

Ma le molte eccezioni in Italia, su cui ritorneremo, non fanno meraviglia, stante che in alcuni paesi non è ancor ben precisato il limite dove cessava la barbarie, e non si è fermata ancora l'oscillazione ed il perturbamento indotto dai grandi avvenimenti politici.

Che la civiltà non possa fare di più, che essa non possa altro che cambiare l'indole, e forse accrescere il numero dei delitti, per quanto spiacevole, sarà facile a comprendersi, da chi ha veduto, quanto poco giovi alla difesa e quanto più all'offesa la progredita istruzione.

Ed alle ragioni toccate qui, vanno aggiunte altre di ordine diverso.

La civiltà, grazie alle ferrovie, alle concentrazioni burocratiche, commerciali, ecc., tende sempre ad ingrandire i grossi centri, ed a popolare sempre più i capo-luoghi. E, come è noto, è in questi, che si condensa la maggior parte dei delinquenti abituali. Questo malaugurato concorso si spiega per i maggiori profitti o le maggiori immunità che offrono ai rei i grandi centri. Ma questa causa non può esser la sola, perché se nella capitale è minore la vigilanza, più attiva e concentrata è la repressione, e se vi sono maggiori incentivi alle seduzioni, si aprono anche più larghe le vie al lavoro. Io credo vi agisca un'altra, un'influenza più potente di tutte, quella dell'agglomero, il quale spinge da per sè solo al delitto od all'immoralità.

Chi ha studiato l'uomo, o meglio ancora se stesso, in mezzo ai gruppi sociali, di qualunque genere siano, avrà osservato come esso sovente vi si trasforma, e da onesto e pudico che egli era e che è tutt'ora da solo e tra le pareti domeniche, si fa licenzioso, e fino immorale[34].

Quanti radunati in un club od in un'assemblea, per quanto assennata, non hanno lasciato, senza ribrezzo, insultare l'amico ed il maestro? E quanti non hanno gettato vilmente la pietra contro colui, che poco prima avrebbero sostenuto col massimo ardore! Un passo più in là, e voi vedrete l'uomo più onesto rubare per parere buon compagnone, giuntare al giuoco il novizio, o gettarsi nella più immonda libidine.

Questa tendenza si fa maggiore quanto più i gruppi si fanno popolosi; dai cinque o sei scolari di campagna, alle migliaia d'operai di una fabbrica (ed ecco perchè i distretti manifatturieri[35] dànno più delinquenti degli agricoli), fino all'enorme massa d'uomini che la più lieve causa raggomitola nelle vie di Napoli e di Parigi, ed il cui grido si trasforma in una sentenza di morte. Una prova quasi diretta ce ne forniscono i gerghi, che abbiamo veduto assumere organismi sempre più complicati e tenaci, quanto più dalle associazioni innocenti e poco popolate si procede alle più fitte e criminose, e che anche nelle prime accennano pure ad una specie d'ostilità o di congiura verso gli estranei.

Vi è, dice Bertillon, una specie di tendenza violenta e morbosa, a riprodurre negli altri i sentimenti ed i moti che vediam sorgere intorno a noi, e su questo, molto influiscono alcune circostanze, come: età giovane, sesso femminile e sopratutto l'agglomero di altri simili, che rende, nota Sarcey, più vive le impressioni naturali, che ciascun di noi risente in se stesso; l'aria è impregnata dell'opinione dominante, ne subisce gli effetti come nei contagi, ecc.—Si sarebbe notato che anche nei cavalli i grossi agglomeramenti sviluppano le tendenze alla sodomia.

Gli istinti primitivi del furto, dell'omicidio, delle libidini, ecc., che esistono appena in embrione in ciascun individuo fino che vive isolato, massime se temperato dall'educazione, si ingigantiscono, tutto ad un tratto, al contatto degli altri[36].

Nelle scuole e nei collegi, il più virtuoso impara dall'uno e dall'altro, e forse pur troppo anche dal maestro, i misteri del vizio. Tutto ciò, insieme col parallelismo che corre sempre tra lo sviluppo degli organi sessuali e quello del cervello, e colla migliorata alimentazione, ci spiega in parte il grande aumento dei reati di libidine, che è uno dei caratteri speciali della criminalità di questi ultimi anni, e s'accorda coll'aumento continuo della prostituzione, che appunto predilige i grandi centri. Ed ecco una delle cause perchè le donne delinquono di più nei paesi più civili; vi s'aggiunge, allora, a spingerle in braccio alla colpa, la falsa vergogna della relativa povertà, il bisogno del lusso, e le occupazioni e l'educazione quasi virile, che offrono loro i mezzi e l'occasione di delinquere nello stesso terreno degli uomini, coi delitti di falso, di stampa, di truffa.

La civiltà aumenta alcuni delitti come alcune pazzie[37] (paralisi, alcoolismo), perchè aumenta anche l'uso delle sostanze eccitanti, quasi sconosciuto dal selvaggio, e divenute un vero bisogno nei paesi più civili; tanto che vediamo adesso in Inghilterra ed in America aggiungersi all'abuso dell'alcool e del tabacco quello dell'oppio, e perfino dell'etere, e il consumo dell'acquavite salire in Francia da 8 litri per anno a 30, dal 1840 al 1870.

La civiltà, promuovendo la creazione e diffusione dei giornali, che hanno sempre una cronaca scandalosa, qualche volta anzi null'altro che questa, sono una causa di eccitare l'emulazione e l'imitazione dei criminali.—È triste il pensare come il misfatto di Troppmann fece salire a 500.000 le copie del Petit Journal e a 210.000 quelle del Figaro; ed ecco forse una ragione perchè si vide quel misfatto imitato, quasi subito, nel Belgio da Moustier.—Il danno loro fu provato ivi pure per uno strano reato. Si trovò, mentre era assente il padrone R..., scassinato il suo banco; si sospetta e si arresta un agente; e nella sua casa si trova la somma mancante, che egli confessa subito, piangendo, aver sottratto, ma senza nessuna prava intenzione: egli poteva, infatti, fruire di somme anche maggiori col consenso del padrone, in lui fiduciosissimo, e senza scassinare alcun armadio; nè venne a quel passo che per porre in pratica un colpo letto il giorno prima in un di quei sciagurati diarii. Il padrone dichiarò credere verissima questa scusa, sapendonelo lettore infervorato e di fatti lo riprese appena fu assolto.—Un altro esempio offerse Grimal: nel 73 a Parigi delibera di commettere un delitto per far parlare di sè, come nei giornali leggeva dei grandi malfattori; tenta un incendio, e, suo malgrado, non è creduto reo; maltratta la moglie che poi muore, e se ne denuncia l'autore, ma anche qui esce con sentenza di non farsi luogo; allora gli capita sott'occhio il processo della vedova Gras, e, per imitarla, getta sul viso di uno che gli era amico, dell'acido nitrico: l'amico muore, ed egli non che nascondersi narra a tutti la sua bella azione; il dì dopo, corre a leggere il Petit Journal, che raccontava il triste fatto, si costituisce egli stesso alla questura, dove si appurò che le idee dei suoi delitti gli vennero in capo in grazia dei romanzi giudiziarii e dei fatti diversi dei giornali che erano la sola sua prediletta lettura.—E altrettanto dicasi dei romanzi, di quelli in ispecie, che si intrattengono esclusivamente di bisogne criminali, come è triste vezzo oggidì nella Francia.—Nel 1866, due giovanotti, Brouiller e Serreau, assassinano una mercantessa strangolandola; arrestati dichiarano che il delitto fu loro suggerito dalla lettura di un romanzo di Delmons.—Alcuni, disse assai bene La Place, sortono dalla natura un organismo incline al male ma non son determinati all'azione che dal racconto e dalla vista dei misfatti altrui. Un pacco di 10 cedole rubate si trovò pochi anni sono avviluppato in una carta ove il ladro avea scritto queste triste linee di un romanzo di Bourrasque: «La coscienza è una parola inventata per spaventare i gonzi e costringerli a poltrire nella miseria. I troni e i milioni si guadagnano solo colla violenza e colla frode».

Nelle grandi città, gli alloggi notturni pei poveri, a scarso prezzo, sono uno degli incentivi al delitto. Molti, dice Mayhew, sono trascinati alle Lodging House dallo sciopero; e dalle Lodging al furto.

Le leggi politiche, e le nuove forme di governo popolare, imposte dell'irrompere del moderno incivilimento, ed in parte anche da una vera contraffazione di libertà, favoriscono, in ogni modo la formazione di sodalizi, sotto specie di comuni tripudi, o di imprese politiche, amministrative, o di mutuo soccorso. L'esempio di Palermo, di Livorno, di Ravenna, di Bologna, la storia di Luciani e di Paggi e quella di Crispi e Nicotera ci mostra quanto breve sia il passo dalle imprese più generose alla violenza più immorale, e fino, forse, al delitto. Nell'America del Nord alcune società giunsero al punto di commettere, impunemente, officialmente, il delitto, in mezzo a due delle più fiorenti città (New York e S. Francisco), e di farvi quasi legittimare la truffa.

Le rivoluzioni politiche che in queste forme governative sono più frequenti, sia perchè agglomerano molte persone, sia perchè destano la violenza delle passioni, aumentano alcuni delitti. I reati di libidine che, prima del 1848, in Francia erano da 100 a 200, crebbero a 280 e poi a 505, ed insieme aumentarono i parti illegittimi.—La Spagna è un carcere, dice un illustre Spagnuolo (es un presidio suelto), dove si può commettere impunemente qualunque delitto, purchè si gridi in favore di questo o di quello, o si dia alla colpa un carattere politico. I graziati, in 5 anni, ammontaronvi a 4065, il quadruplo di Francia (Armengol, Estudios penitenciarios, 1873). Non è meraviglia, dopo ciò, se in Ispagna i delitti sono, in proporzione, più numerosi che altrove.—Al pari delle rivoluzioni, le guerre, appunto per l'aumento dei contatti e degli agglomeri, ingrossano le cifre dei delitti, come verificammo tra noi nell'anno 1866 (Curcio), ed in America del Nord nel 1862, durante e dopo la guerra (Corre, op. cit., pag. 78).

Non occorre aggiungere parole, nè cifre per dimostrare quanto debba aumentare i reati l'agglomero nelle carceri, dove, come abbiamo appreso dalle confessioni dei rei medesimi, la maggior perversità è un titolo di gloria, e la virtù una vergogna. E la civiltà, aumentando i grandi centri carcerari, specialmente quando non costrutti col sistema cellulare, dà, per ciò solo, un'esca maggiore al delitto, specialmente quando, con una non biasimevole sollecitudine, vi porta quelle delicature caritatevoli e filantropiche (colonie agricole, scuole, libertà condizionata), che se realmente rialzano la dignità dell'uomo onesto, non giovano però a migliorare l'animo del colpevole indurito. Vedremo come in seguito all'applicazione del ticket of leave siasi notato in Inghilterra un forte aumento di delinquenti nel 1861-62, come nel 1834, in seguito alla deportazione (B. Scalia, op. cit.)[38].—Gli stessi ricoveri dei discoli e dei minorenni e i riformatorî, che sembrano ispirati dalla più santa carità umana, per il fatto solo dell'agglomero di individui perversi, esercitano pur troppo un'azione tutt'altro che salutare, e quasi sempre contraria allo scopo per cui furono istituiti. E mi giova ricordare come in Isvezia l'illustre d'Olivecrona attribuisca il gran numero di recidivi svedesi ai vizi del sistema penitenziario, all'uso di sottoporre i giovani alle stesse discipline degli adulti[39].

La civiltà introduce ogni giorno nuovi reati, meno atroci degli antichi, ma non meno dannosi. Così a Londra, il ladro alla violenza sostituisce l'astuzia; agli scassi, i furti alla pesca; alle scalate, i ricatti e le truffe col mezzo della stampa (Quart. rew., 1871). L'omicidio allo scopo di approfittare dei diritti d'assicurazione è un esempio di una nuova forma di delitto commesso, in ispecie, da medici, che trova pur troppo incremento nelle nuove cognizioni scientifiche: così la nozione che i sintomi del colera sono simili a quelli dell'avvelenamento per acido arsenioso, suggerì a due medici l'idea di avvelenare, dopo assicuratili, molti clienti, durante l'epidemia colerica a Magdeburg ed a Monaco (Pettenkoffer, Théorie des Cholera, 1871).

A Vienna si creò il nuovo crimine, detto Kratze, che consiste nell'appropriazione di merci fatte spedire a ditte immaginarie (Rundschau, Wien, 1876).

Gli anarchici misero di moda la dinamite contro edifici e persone.

Or ora a Chicago si è introdotto l'assommoir elettrico[40] e le piccole torpedini che messe in tasca alle vittime le fulminano e mettono a brani.

La civiltà, rallentando i vincoli della famiglia, non solo aumenta i trovatelli, che sono semenzai di delinquenti, ma anche l'abbandono degli adulti, e gli stupri, e gli infanticidi.

Ma da tutto ciò noi non possiamo lasciarci trascinare ad una bestemmia, che del resto sarebbe impotente, contro l'irrompere fecondo della civiltà, che anche da questo lato non può dirsi affatto dannosa; poichè, se anche fosse momentaneamente causa di un aumento dei delitti, certo ne mitiga l'indole, e d'altronde, là dove tocca al suo apogeo, essa ha già trovato i mezzi di sanare le piaghe onde fu causa, coi manicomi criminali, col sistema cellulare carcerario, colle case d'industria, colle casse di risparmio applicate alle Poste ed alle officine, e specialmente colle società protettrici dei fanciulli vagabondi, che prevengono, quasi nella culla, il delitto.

CAPITOLO V.

Densità e Natalità.

1. Densità.—Meglio si vedrà l'influenza della civiltà, in rapporto ai delitti, esaminandone a uno a uno i singoli fattori; e prima di tutti quello della densità, perchè la storia del delitto ci mostrò che questo non appare veramente come tale, fino che la società umana non abbia raggiunto una certa densità. La prostituzione, il ferimento, il furto—come giustamente notarono Reclus, Westermark e Krapotkine, e ingiustamente se ne fecero un'arma contro noi—poco si manifestano nella diradata società primitiva, come nei Veddah che solo si radunano insieme all'epoca delle pioggie; e in certi Australiani che solo all'epoca della raccolta dell'yam. Ma gli equivalenti del delitto, perfino negli animali, per le stesse ragioni compaiono di rado quando questi non sono associati o domestici: agli istinti brutali manca il modo di porsi in luce; ma fate che il campo meglio si presti, colle tribù, colle urbs, coi clan, ed il delitto scoppierà come ce lo dipingono pei nostri proavi Ateneo, Erodoto, Lucrezio: perchè gli manca l'occasione là dove i contatti sono più scarsi. Anche nelle società barbare più diradate i reati appaiono relativamente minori benchè più feroci; mentre si moltiplicano in quantità nelle più civili—e le 5 o 6 forme di reati barbarici diventano centinaia e migliaia nella nostra epoca.

Un primo sguardo, invero, sui delitti di furto e omicidio e sulle ribellioni politiche di Europa, in rapporto alla densità ci mostra che, salvo i risultati contradditorî, effetto dell'influenza termica che accresce gli omicidi e le rivolte al Sud e i furti al Nord, la densità va in ragione diretta dei furti, inversa degli omicidi. Infatti da questa tabella (pag. 68) vediamo su 7 paesi a minima densità 2 soli (Spagna e Ungheria) con altissime cifre di omicidio e su 8 a massima densità 1 sola (l'Italia) con molti omicidi. Quanto ai furti avviene il contrario.

Quanto alle rivolte è impossibile di nulla conchiudere sulle prime; vediamo paesi, infatti, a egual densità (Polonia, Austria, Svizzera) con enorme differenza nelle rivolte, mentre paesi a grande e piccola densità ne sono deficienti come l'Inghilterra, la Russia e l'Ungheria. Nel medio evo, una popolazione molto rada, la Corsica, ebbe un gran numero di rivoluzioni (secondo Ferrari ne avrebbe dato 45 in 4 secoli) in quell'epoca, fino Nonantola e Biandrate ebbero la loro rivoluzione (Ferrari, op. cit.).

Delitti e densità negli Stati d'Europa.

Omicidi[41] Furti[42] p. Rivolte politiche[43] p. 1.000.000 ab. 100.000 ab. p. 10.000.000.ab. Abitanti p. chil. qu.

18 Russia 14 — — 33 Svezia e Norvegia 13 — 13 33 Danimarca 13 — 13 33 Spagna[44] 58 52,9 55 51 Portogallo 25 80 58 61 Austria 25 103 5 61 Ungheria 75 103 5 66 Polonia 10 — 13 69 Svizzera 16 114 80 71 Francia 18 116 16 86 Germania 5 200 5 100 Italia 96 72 30 112 Inghilterra 7 136 7 112 Irlanda 9 91 30 166 Belgio 18 134 —

Nei nostri paesi, poi, e specificando, ciò che ben più importa, i delitti secondo i gradi di densità si può ancora più chiaramente intravvedere queste influenze.

In Italia per es. vediamo[45]:

Violenze Abitanti Omicidi Furti contro i Stupri Truffe p. chilom. qu. funzionari 0/0000 0/0000 0/0000 0/0000 0/0000

da 20 a 50 11 199 23,7 18,8 62,6 50 a 100 6,03 144,4 25,4 16,4 45,0 100 a 150 6,0 148 23,5 14,5 58,5 150 a 200 5,1 153 24,6 12,3 54,6 200 in su 3,5 158 29,5 18,7 50,4

Si vede quindi diminuire l'omicidio, specie nelle capitali, col crescere della densità, sicché Milano, Napoli, Livorno, Genova, con razze (Greci, Celti, Liguri) e climi (Nord, Sud), più diversi danno una diminuzione analoga nella cifra degli omicidi, e viceversa aumentare regolarmente dove è la minima densità che corrisponde ai paesi più caldi e insulari, dove è maggiore la barbarie e il delitto associato più frequente. I furti, gli stupri e le violenze contro i funzionari diminuiscono anch'essi coll'aumentare della densità, ma rimontano poi rapidamente col suo eccesso che corrisponde alle grandi capitali (Padova, Napoli, Milano, Venezia).

La truffa segue un andamento irregolare e quasi sempre in opposizione alla densità, il che dipende dalle forti cifre insulari, specialmente Sardegna, e dall'intensità esagerate, per antiche abitudini etniche nel Forlivese e Bolognese, ove è diffusa proverbialmente la truffa (bolognare da Bologna), e Dante nell'Inferno:

E non pur io qui piango Bolognese: Anzi n'è questo luogo tutto pieno,

(Cant. XVIII, 58, pei lenocinii).

Così nelle recenti statistiche francesi, troviamo che:

Abitanti Furti Omicidi[46] Stupri p.km.qu. 0/0000 0/0000 0/0000 Nei paesi la cui densità è da: 20 a 40 63 4,41 19 40 a 60 96 1,42 20,4 60 a 80 100 1,40 19 80 a 100 116 1,20 30 100 in più 196 1,88 34

Vediamo dunque il furto mano a mano più frequente dove la densità si fa maggiore. Gli omicidi e stupri, invece, danno la quota massima dove c'è il minimo ed il massimo della densità; contraddizione che si spiega perché dov'è la massima densità abbondano i grandi centri industriali (Seine inférieure 92), o politici (Parigi 18) e di immigrazione (Bouche de Rhône 45), con le grandi occasioni di attriti; dove c'è il minimo della densità (Corsica 200, Lozère 41, Alte Alpi 24), vi è il massimo della barbarie, nella quale, come vedemmo, il ferimento e l'uccisione sono riguardati spesso più come un dovere che come un delitto.

Che delle rivolte politiche accada altrettanto lo provai nel Delitto Politico collo studio sulle popolazioni rivoluzionarie, e ultra conservatrici dei dipartimenti francesi, che ci dimostrò come le prime spesseggino sempre dove è maggiore la densità.

Lo studio sulla relazione tra la densità della popolazione e la reazione monarchica in Francia ci diede per risultato che nei dipartimenti dove la popolazione è più agglomerata, lo spirito pubblico è più incline alle idee rivoluzionarie. Le Basse Alpi, all'inverso, le Landes, l'Indre, il Cher ed il Lozère, che non oltrepassano i 40 abitanti per chilometro quadrato, nelle elezioni politiche del 1877-81-85 diedero elevati coefficienti di voti al partito monarchico; egualmente è dei dipartimenti della Vandea, del Nord, degli Alti Pirenei, del Gers, del Lot e dell'Aveyron, che superano appena i 60 abitanti per chilometro quadrato, e altrettanto accadde nei plebisciti (Jacoby).

Viceversa, dove la popolazione raggiunge un alto grado di densità come nel Rodano, nella Loira, nella Senna et Oise, e nella Senna, si vede lo spirito rivoluzionario raggiungere un maggiore sviluppo. Ciò notava primo il Jacoby (o. c.).

La proporzione massima di rivoluzionari è data dai dipartimenti a densità massima e poi da quelli che si avvicinano alla densità media, benchè ne sieno sotto.—Nei dipartimenti a densità minima prevalgono i conservatori: nel resto i due partiti si equilibrano.

Si comprende facilmente come, dove la popolazione urbana è più affollata, le agitazioni politiche avvengano più frequenti. Questo si vede specialmente a Parigi, dove, come scrive il Viollet-le-Duc[47]: «tutto il mondo civile travasa la sua schiuma, facendone una città cosmopolita, che la comanda e la fa assorbire da una folla senza tetto, nè patria, nè principî, che dispone audacemente delle elezioni e si vale delle disgrazie del paese per demolirne il governo ed elevare sè stessa».

Così fu che, dopo la Comune, su 36,309 arrestati, gli stranieri salirono a 1725, ed i provinciali raggiunsero la cifra di 25,648.

Quest'è il vizio, soggiunge Maxime Du Camp, dei paesi troppo accentrati, dove la vita provinciale non trova che uno sviluppo imperfetto (o. c.).

«Le grandi capitali sono pericolose alla calma politica; esse producono l'effetto d'una pompa aspirante: attirano e trattengono. La Francia ha la testa troppo grossa, e, come gli idrocefali, è soggetta a veri accessi di furore maniaco. La Comune fu uno di questi».

In complesso la influenza etnica e climatica fa scomparire l'influenza della grande densità, ma questa ha un'azione ben chiara e diretta nei delitti di furto aumentandoli, e di omicidio diminuendoli.

2. Immigrazione. Emigrazione.—Vero è che fra l'Italia e la Francia abbiamo veduto un vero contrasto, una completa contraddizione che ripullulerà anche per la ricchezza, in quanto che da noi l'omicidio decresce regolarmente colla densità e in Francia invece si innalza straordinariamente col massimo della densità, per quanto Parigi sia alquanto inferiore della Senna Oise che la circonda. Ma questa contraddizione (oltre che dalla maggiore azione civilizzatrice che i grandi centri esercitano da noi, scancellando la leggendaria tendenza alla vendetta che faceva di alcuni omicidi un diritto e un dovere, e dal grado, come lo chiama Ferri, di saturazione criminosa, dall'eccesso nostro in omicidi che non poteva omai esser sorpassato), è dovuta alla speciale condizione in Francia di un elemento nuovo, mancante fra noi che è la immigrazione che aumentavi, sì, ma sinistramente, la densità, portandovi più di 1.200.000 stranieri dell'età e delle condizioni più proclivi al reato,—e ciò in pochi punti. Infatti il massimo degli omicidi, 45, vien dato da Bouches de Rhone che sarebbe uno dei grandi centri di emigrazione, avendo 50.000 italiani. Cosicchè nella carta che costrusse il Joly della criminalità per paese di nascita, toltovi dunque l'elemento immigrativo, il dipartimento Bouches de Rhone dal grado massimo di 86º scende a quello di 62º, e l'Hérault dall'81º scende al 63º, e così le Alpi Marittime dall'83º al 45º, pur non toccando della Senna in cui su 40.000 arrestati, solo 13.000 ne sono nativi, perchè la Senna se importa molte birbe, ne esporta anche molte.

Nell'Hérault, anzi, il circondario sarebbe buono, ma vi è una città (Cette) che guasta tutto, che dà quasi 7 su 10 accusati, certo la metà degli affari giudicati dal Tribunale di Montpellier, specialmente per l'accumularsi di recidivi, che dormono sulle piazze, detti perciò i couche-vetus e sopratutto per gli stranieri. Nel 1889 vi erano 21 stranieri su 118 abitanti accusati, ossia mentre la proporzione degli indigeni era 2‰, quella degli stranieri era del 19‰. Altrettanto avviene a Marsiglia per gli operai lavoranti nel porto. Sono questi stranieri (scrive Joly, o. c.) che dànno il maggior contingente ai furti, agli assassinii, alle sommosse anarchiche, ai ferimenti ecc.

Nel 1881 i rei di stupro si calcolarono 17 su un milione di francesi. » 60 » di stranieri.

Nel 1872 18 » di francesi. » 46 » di stranieri.

Era già cosa nota che gli emigranti davano una proporzione massima di delitti.

Dalla recente statistica degli Stati Uniti[48] risulta che gli Stati che hanno il massimo dell'immigrazione, sopra tutto Irlandese e Italiana, dànno il massimo della criminalità.

Così: California 0,30 rei p.‰ abit. 33 % emigranti Nevada 0,31 » » » 41 » » Wyomin 0,35 » » » 28 » » Montana 0,19 » » » 29 » » Arizona 0,16 » » » 39 » » New York 0,27 » » » 23 » » viceversa New Mexico 0,03 » » » 6,7» » Pensilvania 0,11 » » » 13 » »

Ciò che scombuia ogni effetto della densità. Così Montana 0,3 abitanti per miglio quadrato, Wyomin 0,2, Nevada 0,6, Arizona 0,4, con densità, dunque, minime si hanno grazie all'emigrazione enormi cifre di reati, mentre N. York (151 per migl. qu.), Pensilvania con 95 per migl. qu. con densità grande, ne hanno meno, e relativamente meno ne dà, 0,21 di reati, District Columbia che raggiunge la densità di 2960 per migl. qu.

Su 49.000 arrestati a New York, 32.000 erano emigranti (Barce, The Dangerous Classes).

Su 38.000 detenuti nell'America del Nord, 20.000 erano figli di stranieri (Beltrami-Scalia, op. cit.).

In Francia si era già notato fin dal 1886 che su

100.000 abitanti stazionari nel loro paese ne andavano 8 alle Assise, 100.000 dimoranti fuori del proprio paese » 29 » 100.000 stranieri abitanti in Francia » 41 »

Ora in Francia l'immigrazione triplicò dal 1851 al 1886, salendo da 380.381 a 1.126.183.

Giustamente osserva il Joly[49] che quando la corrente che spinge all'emigrazione da un paese all'altro è debole, vi innesta gli uomini più energici e intelligenti, ma quando è troppo violenta trascina i buoni coi tristi; e infatti la maggior parte della criminalità degli emigranti è data dalle provincie più limitrofe, che dànno il numero maggiore di emigranti. Così nel 1886 contavanvisi 4 condannati su 100.000 Svizzeri, 18 su 100.000 Spagnuoli, 23 su 100.000 Italiani e quasi nessuno fra gli Inglesi e Russi. In Parigi stesso, a proporzioni eguali d'abitanti, le colonie belghe e svizzere dànno 3 volte più arrestati che gli Inglesi e Americani. La colonia italiana che è solo quadrupla della Austriaca ha un numero d'arrestati 15 volte maggiore.

Quanto meno poi l'emigrazione è stabile, tanto più dà delitti. I Belgi che si naturalizzano in Francia vi commettono molto meno delitti degli emigranti Spagnuoli che quasi vi sono accampati.

Lo stesso può dirsi dell'emigrazione interna dello stesso paese, specialmente di quella a destinazione variabile, dei venditori ambulanti, ecc. Così in uno studio fatto a St-Gaudence donde emigrano molti venditori ambulanti (circa 7000 su 36.000 abitanti), francesi, si nota che costoro diedero una cifra fortissima di reati, truffe, violenze e ferite, che da 41 che erano nei 1831, nel 1869 va a 200, a 290 nel 1881: e frequenti sonvi gli abbandoni dei bambini, gli adulteri e i divorzi.

«La Sarthe è uno dei migliori dipartimenti quanto alla criminalità, ma se si tien nota dei delitti commessi dai suoi nativi, emigrano fuori, s'innalza di 34 gradi nella scala della criminalità. Così Creuse per ragioni analoghe cambiò dal 3º al 18º rango grazie ai suoi 45,000 immigranti per lavori instabili. Ve n'ha che giungono onesti nelle grandi città, ma sempre illudendosi sull'ambiente nuovo che li attira, e quindi facili agli sbagli che a poco a poco poi diventano delinquenti: la ragazza che cede alle prime seduzioni diventa prostituta: l'operaio chiusa la sorgente del lavoro diventa ozioso, e vicino a persone che lo attirano al male, e avendo davanti l'amo di mille piaceri di cui gli altri godono diventa ladro. Vi hanno i criminali che sperano farsi dimenticare e redimersi, ma ricadono pei nuovi contatti o per rivelazioni imprudenti. Infine vi hanno i criminali, che vengono nelle grandi città per commettere i crimini. Nelle piccole città, come dice bene Joly, conviene cercare le occasioni di fare il male; a Parigi le occasioni vengono a voi, vi strascinano. Gli stessi gaudenti ricchi sono causa di delitti, specie contro i costumi, e poi il delitto vi si può commettere con tali fraudi, così da lontano da non parere quasi delitto (Joly, o. c.).

«Il Parigino puro sangue non s'è mischiato alle violenze della Comune (scrive Maxime du Camp) che in iscarsa misura; la schiuma della provincia fermentava in Parigi; tutti gl'impotenti, i vanitosi e gl'invidiosi vi approdano gonfi di sè e si credono atti a reggere il mondo per essere stati esaltati nelle bettole del villaggio. Parigi deve realizzare il loro sogno o perire; Parigi non sa neppure il loro nome, e per scontare sì grave delitto deve cadere».

L'emigrante, dettavo già io nella 2ª edizione di questo libro (1876), rappresenta quella specie di agglomero umano che ha la massima facilità ed incentivo al delitto associato: maggiori bisogni, minore sorveglianza, minore vergogna; maggior agio di sfuggire alla giustizia, maggior uso del gergo; ed i ladri sono quasi sempre nomadi (Vedi Vol. I, Sul gergo). Gli emigranti abbruzzesi formarono il maggior contingente della banda Mancini (Jorioz). La piccola emigrazione dei Garfagnini ai lavori delle cave di Carrara dà luogo a delitti, ancora dopo finita perchè ne tornano dopo bevoni, bestemmiatori e addetti a società segrete (congiurini), ed erano anche nei secoli addietro causa di delitti (De Stefani, Dell'emigrazione di Garfagna, 1879, Milano).—La banda di Fiordispini era, in origine, composta tutta di stagnai, cerretani, mietitori, merciai ambulanti, i quali, già del resto, si segnalavano pur troppo, anche nel delitto sporadico.

Anche quegli emigranti che più dovrebbero rifuggire dal delitto, come coloro che pellegrinano, solo per principio religioso, offersero una cifra notevole alla criminalità associata. Il vocabolo di mariuolo par certo derivasse da quei pellegrini di Loreto o di Assisi, che usavano gridare in coro: Viva Maria, commettendo nel medesimo tempo stupri e ladronecci, che credevano espiare col pellegrinaggio (Lozzi, Dell'ozio in Italia. Firenze, 1870), il quale riesciva per loro, così, un comodo mezzo al delitto e un altro ancor più comodo per la penitenza, una specie di quella famosa lancia che feriva, ma subito dopo guariva le ferite. Una prova sicura di ciò ho rinvenuta testè in un curioso decreto del Re di Francia datato dal settembre 1732, che richiama altri decreti del 1671 e 1686, emanati appunto per impedire i pellegrinaggi, i quali sono dichiarati causa frequente di gravi delitti[50].

Forse per ciò i paesi dove hannovi santuari celebri sono, in genere, più malfamati, come osservava D'Azeglio ne' suoi Ricordi.

Ed ecco una nuova causa per cui differisce nel rapporto degli omicidi colla densità, l'Italia dalla Francia, che ha nell'ultimo undicennio 1880-90 una quota media di soli 11.163 emigrati, mentre l'Italia giunge, nel 1892, a 246.751 (124.312 permanente) (Statistica dell'emigrazione italiana, Roma, 1894).

3. Natalità.—Questi studi sull'emigrazione risolvono in gran parte un altro problema che appare completamente contraddittorio in Italia e Francia: parrebbe cioè, che data l'influenza della densità su alcuni reati, essi dovrebbero variare col variare della natalità—e che p. es.: i delitti di furto, i quali crescono colla maggiore densità dovrebbero crescere colla maggiore natalità, eppure in Francia dove vedemmo gli stupri e gli assassinii crescere col massimo della densità essi crescono poi in ragione inversa della natalità.

In Francia fu fatta già prima da Corre e di poi da Joly[51] l'osservazione che la minima natalità è in quei dipartimenti in cui si ha il massimo di delitti:

Delitti Natalità c. le persone Furti Stupri 19,00 64 83 17 16,47 66 99 26 14,05 89 186 29

Ma la minima natalità è in Francia in relazione diretta coll'immigrazione di stranieri, tanto più che, come scoperse Maurel (Revue Scientif., 2 nov. 1895), dove è minore natalità è anche una minore mascolinità; or come nota il Joly, per Cette e Marsiglia il vuoto della popolazione per la diminuzione delle nascite è riempito dagli immigranti esteri, specie Genovesi e Calabresi che vi dànno causa a un aumento di reati, aumento che non si noterebbe senza essi; vi sono interferenze date da una parte dalla prolificità degli operai e dall'altra dall'avarizia e conseguente sterilità del contadino; così dove v'è agglomero di operai, come nella Senna inferiore, nel Nord, Pas de Calais in confronto di Chère e Indre, c'è un maggior numero di reati malgrado la maggior natalità.

Ma nel complesso quell'antagonismo predomina; così il centro di Parigi con una parte della Champagne e Normandia e tutti i dipartimenti mediterranei, tolto Gard, offrono un abbassamento brusco di natalità, e un innalzamento brusco di criminalità (Joly).

Così dice Guy, in Tarn e Garonne senza comunicazioni, poverissimi, senza risorse, vedi aumento di popolazione e meno delitti, mentre le comuni ricche e fertili si spopolano rapidamente e hanno più delinquenti e più immigrazione (Joly).

Viceversa, Bretagna, Cher, Senna, Drôme, Vienna, Vandea hanno più figli legittimi, e meno delitti e più matrimoni e non tardivi.

Tutto questo è in rapporto non tanto colla natalità, come coll'emigrazione esterna che ne corregge i vuoti, e, come vedremo fra poco colla ricchezza, e ancora coll'avarizia che vien dalla ricchezza (Vedi Cap. VIII).

Ma quanto vi possa l'immigrazione ce lo mostra il fatto che noi troviamo la legge inversa in Italia che non ha immigrazione, ma anzi emigrazione nel rapporto del 193 per 100.000 abitanti per anno[52].

Infatti, nei paesi nostri più celebri per criminalità, e anche per povertà, notasi quasi sempre il massimo della nascite. Difatti, durante il dodicennio 1876-88, per ogni 1000 abitanti, si sono avute annualmente, in media, nell'Italia meridionale e insulare 40 nascite, e solo 36 nelle altre parti d'Italia insieme considerate.

Così in Sicilia, alle 4 provincie più funestate da omicidii[53]: Girgenti, Trapani, Caltanissetta, Palermo, corrisponde 3 volte il massimo di nati.

Qui è, oltrecciò, in gioco un'altra causa, la mancanza di inibizione, dovuta al calore, che fa dimenticare tutte le precauzioni economiche nel concubito.

Del resto il forte delle nascite nell'Italia meridionale, come ben mi faceva notare il Del Vecchio, è paralizzato dalla massima mortalità e dall'emigrazione.

Per cui malgrado il maggior numero delle nascite si trovarono presenti in ogni focolare nel 1881 in Sicilia 4,10 persone, in Basilicata 4,5, mentre nel Veneto vivono 5,17 e in Toscana 4,92.

Osservando (R. scientif., oct. 1895) i paesi a massima e a minima natalità in Europa (1871-90):

Inghilterra 34,0 Germania 38,1 Italia 37,3 Ungheria 44,0

e quelli a minima:

Francia 24,6 Irlanda 24,9 Svizzera 29,4

non vediamo una coincidenza parallela per gli omicidi che in Italia e Ungheria fra i primi, in perfetto contrasto coll'Inghilterra e Germania con molta natalità e pochi omicidi.

Delle nazioni a minime natalità, solo l'Irlandese ha dato una cifra minore di omicidi.

Quanto ai furti, se in Italia, Inghilterra e Germania corrisponde un numero maggiore di furti alla maggiore natalità, non vi corrisponde nell'Ungheria—e neanche nella Svizzera—; per cui nelle grandi linee vien meno ogni parallelismo.

4. Residenza urbana e rurale.—Un altro lato della influenza della densità viene illustrato dalla residenza urbana o rurale. Dobbiamo sopratutto al Fayet, al Socquet ed al Lacassagne delle ricerche accurate in proposito.

Dai loro studi emerge, che gli accusati in genere rurali, erano più numerosi dal 1843 al 1856, mentre gli urbani li superano sopratutto dal 1863 in poi[54].

L'emigrazione dalle campagne nelle città è tanta che costituisce un quinto della popolazione urbana: e vi va la parte migliore, più intelligente, abbassando il livello delle campagne e riportandone i vizi e le abitudini cittadine.

In complesso gli accusati di delitto contro la proprietà hanno diminuito nelle campagne di circa 2/3, nelle città della metà, così:

nel 1848 accusati rurali 73%; urbani 64% » 1878 » 27% » 36%

Gli accusati di crimini contro le persone sono in maggior numero nei rurali nel periodo dal 1823 al 1878, però scemando dopo il 1859 e molto più che non scemino gli urbani.

Nei delitti contro le persone gli accusati infatti erano:

rurali cittadini ‰ ‰ nel 1850 1819 830 » 1851 1894 836 » 1870 1180 732 » 1871 1239 603

Quanto all'omicidio il Socquet mostrò che nell'epoca più antica, nel 1846-50, gli accusati rurali superavano i cittadini del triplo, come 76 a 20%, mentre nei periodi moderni, 1876-80, solamente del doppio, 63 a 31%: dunque la criminalità diminuì certo nelle campagne e aumentò nelle città.

Quanto all'assassinio gli accusati erano:

rurali cittadini % % nel 1846-50 72 65 » 1876-80 26 31

Diminuirono dunque, nei tempi ultimi nelle città e nelle campagne, ma molto più in queste che in quelle.

Nei delitti contro il pudore sugli adulti, i campagnoli ebbero (certo per la mancanza della valvola della prostituzione) la proporzione più grande in addietro, e negli ultimi anni ebbero:

rurali cittadini % % nel 1846-50 74 24 » 1876-80 67 27

con una diminuzione più grande che non nei cittadini, i quali, anzi tendono ad aumentare.

Nei delitti contro il pudore sui fanciulli, il numero degli accusati dal 59% nel 1846-50 calò a 53% nel 1876-80 nei campagnuoli, mentre nei cittadini da 39% crebbe a 45% (Socquet) perchè favoritovi dall'ozio e dagli abusi alcoolici e dei raffinamenti della sazietà.

Quanto all'aborto più chiara è la prevalenza urbana pressochè il doppio, e il triplo anzi negli ultimi anni, mentre è inferiore quasi di un terzo negli infanticidi, certo per la maggiore facilità di trovare mezzi e complici che trovano le cittadine e la minor tema di essere scoperte.

Aborto: 1851-55 1876-80

accusati campagnuoli 9,3 4,2 p. milione d'abitanti » urbani 19,6 14,5 » »

Infanticidio:

accusati campagnuoli 32 35 » » » urbani 21 22 » »

(Socquet, Contribution à l'étude de la criminalité en France 1826-80).

La curva dei reati contro la proprietà mostra che le crisi economiche ebbero più eco in campagna che in città (Lacassagne, o. c.).

Le rivoluzioni, le vendemmie hanno un'influenza differente sopra il numero degli accusati in città ed in campagna: quelli di campagna crescono, p. es., negli anni di abbondante vendemmia. Ma le rivoluzioni politiche non si fanno sentire su loro che poco e solo negli anni seguenti alle crisi rivoluzionarie, mentre nei cittadini subito ed intensamente (Lacassagne).

I due centri urbano e rurale hanno delitti proprii. I delitti di campagna sono selvaggi, feroci, di vendetta, di cupidigia ecc.; nelle città dominano la pigrizia, le passioni carnali, il falso.

Questo fenomeno dell'aumento dei reati di libidine, e diminuzione relativa di quelli di sangue che è adombrato dalla proporzione fra la popolazione urbana e la campagnuola, giganteggia quando si studia il delitto nelle capitali, propriamente dette.

Così in Francia, Parigi, dipartimento della Senna puro, l'omicidio (19,9) ha già subito una cifra inferiore a quelli dei dipartimenti che la circondano, Seine et Oise che dà 24,3 ed Oise che dà 25,8 (Ferri), ed è ancora più inferiore nell'infanticidio; mentre nello stupro sui fanciulli dà le cifre massime e nei furti dà pure cifre assai più grandi, 244.

Così in Italia per reati contro la fede pubblica (v. s.), le capitali Torino, Venezia, Bologna, Roma emergono sulle provincie vicine; e così pure nei reati contro il buon costume (Torino, Genova, Venezia, Bologna, Roma, Napoli e Palermo). Invece negli omicidi non si vede emergere che Roma per le cause che noi toccheremo, e in parte Torino, essendo tutte le altre città capitali in diminuzione (V. p. 69).

Vienna dà 10,6 omicidi su un milione d'abitanti, mentre l'Austria dà 25, ma dà furti 116, mentre l'Austria 113.

Vero è che a Berlino dal 1818 al 1878 i reati contro la proprietà, furti e frodi sono diminuiti non ostante la gran fluttuazione della popolazione; come anche il vagabondaggio; mentre invece i reati contro le persone sonvi—salvo nell'anno della guerra, il 1870—in aumento (Starke, op. cit., Arch. di Psich., V, 111), pure le sue cifre d'omicidi sono inferiori a quelle delle provincie; 11,6% su un milione d'abitanti, mentre in Breslau 18,2, Magdeburg 12, Constanz 16; invece nei furti, 449, Berlino è superiore a tutte le altre provincie meno una.

Più spiccato è il fenomeno in Londra dove si notava che attualmente le persone sospette in libertà si calcolavano, su 100.000 abit., 15 in Londra, 50 nelle altre città inglesi e 61 nella campagna.

Di case sospette Londra ne ha 3 o 4 su 100.000 abitanti, le campagne 3,9 e le altre città 18.

Aggiunta.—A proposito dell'influenza dell'immigrazione, troviamo nella citata opera del Coghlands, come al suo aumento al New South Wales corrisponde un aumento di reati come nel 1884-86; però anche gli aumenti delle partenze, 1883-88, si combinano pure con aumenti di reati, 1884-88.

E ristudiando secondo i nuovi studi di Bosco (L'omicidio negli Stati Uniti, 1895) l'influenza degli emigranti negli Stati Uniti nel 1889 negli omicidi, troviamo che:

fra i detenuti per omicidio 95 p. 1 milione erano nati negli S. Uniti 138 » » erano stranieri, così distribuiti:

Danimarca, Svezia e Norvegia 5,8 per 100.000 Inghilterra 10,4 » Irlanda 17,5 » Germania 9,7 » Austria 12,2 » Francia 27,4 » Italia 58,1 » con proporzioni raddoppiate, salvo per l'Italia e Francia, da quelle che si notano nei paesi d'origine (v. s.), il che conferma provocare la emigrazione anche qui come già vidimo in Francia una selezione a rovescio, salvo che però la differenza provenisse dall'essere l'età degli emigranti quella che corrisponde in Europa al massimo degli omicidi.

CAPITOLO VI.

Alimentazione (Carestia, Prezzo dei pane).

1. Alimentazione.—Uno dei fattori che complicano, fino a renderle spesso inestricabili, le influenze di clima, di razza e di densità è l'alimento.

Confrontando, con Oettingen (o. c.), come nella seguente tabella, le cifre annue dei delitti in Prussia coi prezzi correnti degli alimenti indispensabili, noi vediamo che, al pari e forse più della civiltà, vi ha parte l'alimentazione—poichè col maggior buon mercato del grano diminuiscono i delitti contro la proprietà, salvo l'incendio, ed aumentano quelli contro le persone, e fra questi specialmente i reati di stupro:

Delitti Delitti Delitti Prezzo corrente di contro la contro le del grano, segale, Anno stupro Incendi proprietà persone patate, ecc.

1854 2,26 0,43 88,41 8,90 217,1 1855 2,57 0,46 88,93 8,04 252,3 1856 2,65 0,43 87,60 9,32 203,3 1857 4,14 0,53 81,52 13,81 156,3 1858 4,45 0,60 77,92 17,03 149,3 1859 4,68 0,52 78,19 16,63 150,6

Nella stessa Prussia, nel 1862, quando il prezzo delle patate, ecc., era molto elevato, i delitti contro la proprietà erano nelle proporzioni di 44,38, e quelli contro le persone di 15,8; quando il loro prezzo calò scemarono a 41 i primi, aumentarono a 18 i secondi.

Il caro del 1847 fece crescere del 24% la media dei delitti contro le persone (Wappoeus, Allg. Bewölk., anno 1861).

Meglio ancora facendo la sintesi delle cifre date dallo Starke per la Prussia per 24 anni, cioè dal 1854 al 1878 (Verbrechen und Verbrecher, 1884, Berlino).

Anni in cui Anni in cui Anni in cui il frumento il frumento il frumento è caro costa poco ha un prezzo (più di 12 m. (meno di 10 m. medio (da 10 p. 50 kg) p. 50 kg.) a 12 p. 50kg.)

Delitti in genere 1 su abit. 172,9 190,6 179,8 Furti » 1.990 2.645 2.512 Furti boschivi » 50,8 48,2 49,5 Falso » 76.285 71.787 68.600 Bancarotta » 77.600 56.300 56.200 Contro l'ordine pubblico » 4.282 3.587 3.055 Incendi » 68.328 46.960 71.666 Percosse » 37.328 54.463 45.933 Omicidi » 109.987 118.225 95.900 Infanticidi » 230.700 227.000 227.000

Si vede che il prezzo del frumento se qualche poco influisce nei delitti in genere, non agisce però direttamente che sui furti il cui massimo corrisponde al massimo del prezzo delle derrate.

È evidente invece che il minimo dei prezzi del frumento che corrisponde al benessere massimo, corrisponde a un numero un po' maggiore di incendi, di percosse e di omicidi, il che non può spiegarsi se non perchè il minor costo del pane permette di comprar più vino.

Il prezzo medio del grano corrisponde alla maggior frequenza di falso, bancarotta e reati contro l'ordine pubblico.

In Francia dalle tabelle grafiche del Corre (o. c.) dal 1843 al 1883 si vede la linea della frequenza dei delitti (reati contro le proprietà) crescere sempre pur mantenendosi quasi parallela alla linea del prezzo del pane, sin verso il 1865, dalla qual'epoca diverge crescendo sempreppiù mentre questo ultimo cala, segno che s'inframmezzano altre cause che la fanno andare in seconda linea.

[Illustrazione: Fig. 1]

Il diagramma del suicidio segue un andamento parallelo al precedente, salvo nel 1860 e 1879-83 in cui è in opposizione.

Infine la linea dei crimini che si abbassa costantemente, dopo il 1847, non è vincolata completamente a quella del prezzo del pane, inquantochè presenta un andamento inegualmente parallelo, non seguendone soprattutto le grandi saltuarietà, anzi nel 1860-64 essendo in opposizione (Vedi Fig. 1).

V. Rossi trae analoghe conclusioni da uno studio sulla criminalità di Roma, Cagliari ecc. pel novennio 1875-1883 in rapporto al calore atmosferico ed al prezzo del pane (Arch. di Psich. ed Antrop. Criminale, 1884).

Il numero dei reati contro la proprietà (esclusi i furti qualificati e le grassazioni), subisce l'azione simultanea della temperatura invernale e del prezzo dell'alimentazione. Infatti, nel novennio troviamo che il massimo numero di questi reati (70.738) si raggiunse nel 1880, quando ad un altissimo prezzo del frumento, si aggiunse una bassa media invernale; mentre nel 1877, in cui col più alto prezzo del frumento si ha un inverno mite, il numero di tali reati non arrivò che a 61.498; nel 1881 poi, in cui diminuì sensibilmente il prezzo del grano e aumentò il calor medio invernale si ebbe nei reati contro la proprietà una fortissima diminuzione; da 70.730 scesero a 59.815; la diminuzione continua negli anni 1882 e 1888 appunto, quando contemporaneamente a diminuzioni nel prezzo del grano, si hanno diminuzioni nel rigore invernale; nel 1880 poi, anno in cui ad un alto prezzo del grano corrisponde una bassa media invernale, si ebbe il più alto numero di furti qualificati del novennio; invece negli anni successivi, il numero di questi reati venne sempre diminuendo, poichè diminuì il prezzo del grano e si elevò la temperatura media invernale.

Nulla è l'azione della temperatura sulle ferite, percosse ed altri reati contro le persone, dal 1875 al 1883, mentre invece ad ogni aumento nel prezzo del grano, corrisponde diminuzione nel numero di questi reati, e viceversa.

Tav. I ITALIA

Ore di lavoro necessarie all'operaio per ottenere l'equivalente di ___________|___________ 1 quintale 1 quintale frumento pane

1875 146 — 1876 148 — 1877 166 — 1878 154 — 1879 152 — 1880 149 207 1881 122 181 1882 116 176 1883 104 167 1884 96 149 1885 93 146 1886 93 145 1887 93 147 1888 92 147 1889 95 149

Reati denunziati e per i quali provvidero gli uffici del P. M. (sopra 100.000 abitanti)

Furti Truffe Omicidi Ferite Reati Reati | e | e contro contro | frodi | percosse il la | | | | buon sicurezza | | | | costume dello | | | | | Stato ________|________ | ________|________ | | | quali semplici | quali semplici | | | ficati v ficati v v v

137,48 — — 4,00 10,71 — — 0,24 1875 134,06 — — 4,50 10,45 — — 0,14 1876 153,61 — — 3,49 9,20 — — 0,25 1877 184,77 — — 3,91 10,86 — — 0,67 1878 172,10 — — 6,54 13,79 — 3,45 0,45 1879 196,84 160,04 49,04 5,87 12,48 147,38 3,11 0,37 1880 146,46 123,24 43,84 5,35 11,08 151,48 3,95 0,34 1881 140,98 124,26 43,24 5,54 10,17 157,10 3,76 0,37 1882 131,07 117,30 41,85 4,98 10,08 165,10 3,66 0,66 1883 116,77 106,89 39,61 5,02 9,63 167,18 4,12 0,61 1884 115,25 104,84 40,19 4,72 9,27 145,41 4,29 0,45 1885 116,73 110,83 43,85 4,52 9,13 158,83 4,56 0,42 1886 105,91 107,98 40,56 4,11 8,38 180,61 4,41 0,49 1887 111,44 115,80 42,21 4,26 9,11 192,27 5,25 0,26 1888 122,19 121,83 45,37 4,19 8,17 178,78 5,62 0,26 1889

[Illustrazione: Fig. 2]

Ma lo studio più esauriente sull'influenza sopra le varie specie di reati, in Italia, delle ore di lavoro necessarie per ottenere l'equivalente di 1 kg. di frumento o di pane con che si conglobano i prezzi degli alimenti con le variazioni dei salari ci vien rivelato dall'opera poderosa ed esauriente del Fornasari di Verce (La criminalità e le vicende economiche in Italia, 1895), dalle cui cifre esposte nella Tav. I e riassunte nella Fig. 2, emerge:

1º Tutti i reati contro la proprietà, ad eccezione degli incendi e danni e in parte delle grassazioni, specie con omicidio, seguono parallelamente e con molta fedeltà (quando fattori interferenti troppo potenti non intervengano), la curva delle ore di lavoro necessarie agli operai per procurarsi l'equivalente di un quintale di farina o di pane; i furti aumentano infatti da 137 a 153 durante il periodo 1875-77 coll'aumentare delle ore di lavoro ecc. e diminuirono da 184 a 111 nel periodo 1879-88 col loro diminuire.

Nessuna influenza ne sentono i reati contro il commercio, i falsi, ecc.

Nei reati, invece, contro le persone, pei quali il fattore principale è il vino, i prezzi degli alimenti e le variazioni nei salari agiscono soltanto in via indiretta, nel senso che scemando quelli e crescendo questi, l'operaio viene ad avere una maggior potenzialità di acquisto e di consumo di alcoolici, come vidimo per la Prussia (v. s.). Più particolareggiando troviamo che gli omicidi semplici diminuiscono, salvo nel 1884, parallelamente al costo del pane (ossia colle ore ecc.), dando almeno il 2º massimo (5,87) dove c'è il massimo del costo del pane nel 1880, e cifre sempre più basse negli anni successivi in cui questo sempre più cala.

Le ferite e percosse seguono invece una linea affatto saltuaria e indifferente dando il massimo nel 1888 e il minimo nel 1885, mentre minima in quegli anni è la differenza nel costo del pane, influendovi invece dunque certo assai il vino.

2º Quanto ai reati contro il buon costume essi crescono mano a mano che diminuiscono le ore di lavoro; così dal 1881 al 1888, in cui le ore di lavoro scemano da 122 a 92 essi crescono da 3,11 a 5,25.

3º I reati contro la sicurezza dello stato, come quelli contro la pubblica amministrazione, la pubblica tranquillità, ecc. non risentono che pochissimo quest'influenza.

Per le ribellioni e violenze a pubblici ufficiali vale l'osservazione fatta a proposito dei reati contro le persone[55].

Per il Regno Unito della Gran Brettagna e l'Irlanda le statistiche di 50 anni che Fornasari di Verce mi ha riassunto per quest'opera danno analoghi rapporti tra i reati e le variazioni del prezzo del grano cioè:

1º I crimini contro la proprietà senza violenza rincarando il grano più spesso aumentano, come nel periodo 1845-47, da 19.510 a 29.571, vi sono però eccezioni (nel periodo 1870-73, in cui malgrado l'aumento del grano, i delitti diminuiscono; ribassando di prezzo quasi sempre diminuiscono, come nel periodo 1847-52, in cui il pane diminuisce da 50 a 40 e i delitti da 23.910 a 21.306 e nel 1857-58 in cui diminuisce da 23.917 a 20.619.

2º I crimini contro la proprietà con violenza sono indifferenti al buon mercato. Infatti diminuiscono nel periodo 1842-45 e nel 1862-68 colla diminuzione del prezzo del frumento, ma aumentano nel periodo 1881-86 malgrado il buon mercato; però quando rincara il grano più spesso aumentano, come nel periodo 1845-47 da 1491 a 1732 e nel 1867-68 da 1940 a 2253.

3º I crimini contro la proprietà con distruzione dolosa non sono in relazione chiara con le variazioni nel costo del grano, infatti, diminuiscono durante i periodi 1842-45 e 1883-84 che segnano un ribasso nel prezzo: ma poi malgrado il ribasso aumentano nei periodi 1852-55 e 1862-63.

4º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria non ne sono influenzati. Infatti durante la diminuzione costante del prezzo del grano nei periodi 1842-45, 1848-52, 1884-88 segnano volta a volta aumenti e diminuzioni.

5º I crimini contro le persone, gli altri crimini, i reati giudicati sommariamente, sono indifferenti[56]. Anche per la Nuova Galles del Sud che ci dà l'idea dell'Europa da qui a cento anni secondo le ricerche di Fornasari (V. Fig. 3) si hanno analoghe conclusioni:

[Illustrazione: Fig. 3.]

Incerta o nulla vi è l'influenza dei prezzi alimentari sugli assassinii. Infatti uno dei massimi di consumo del frumento (nel 1888, 7, 6), corrisponde al massimo di assassini, 31, mentre non corrispondono al loro minimo i due minimi del consumo nè le cifre intermedie.

Sugli omicidi poi la influenza esiste ma invertita, tanto che il massimo del consumo, 7,8 (1887), corrisponde al minimo di omicidi, 7 ed il minimo di consumo, 5,5 (1891), al massimo di omicidi, 25. Nulla anch'essa o incerta è l'influenza sulle ferite il cui massimo 102 (1886) e minimo 61 (1884) non corrispondono affatto al massimo e minimo consumo di frumento.

Negli stupri il massimo 41 (1886) corrisponde a uno dei medii 6,1, e il minimo di stupri 7 (1887) corrisponde al massimo di consumo.

Più spiccata è invece l'influenza nel furto: infatti si vede mano a mano diminuire o aumentare il furto coll'aumentare o diminuire del consumo del frumento; non però proporzionalmente: così p. es. nel 1883-84-85 abbiamo un aumento graduale nel consumo del frumento—6,0-6,8-7,0—a cui corrisponde una graduale diminuzione di delitti, cioè 714-583-566, e così nel 1888-89-90 abbiamo un salto nei consumi, 7,6-5,9-7,2, cui corrisponde un altro nei furti—529-608-512—(Vedi Fig. 3).

La carestia deprime gli stimoli sessuali, l'abbondanza li eccita, e mentre nella prima i bisogni alimentari insoddisfatti spingono al furto, nell'abbondanza essendo meno vivi dissuadono dal crimine.

Le stesse ragioni troveremo per la scarsità del lavoro, o per l'assottigliamento delle mercedi. Si è notato che le donne ed i domestici sono più spinti degli altri al delitto dal caro dei viveri, forse perchè più degli altri ne risentono gli effetti, e gli ultimi perchè coll'abitudine di un'intermittente agiatezza perdettero la forza di resistenza alle privazioni.

Nel mentre si riconosce evidente quest'azione dell'alimento nell'accrescere i delitti di furto quando è troppo scarso, e qualche volta gli omicidii, i reati di libidine e di ferimento quando è troppo abbondante, si comprende perchè la criminalità in genere non ne possa variar molto perchè se un gruppo di reati cresce in una data condizione alimentare, cala l'altro sotto la condizione opposta, e viceversa.

E nemmeno quando agisce in una data direzione costante modifica essenzialmente la quota di certi reati: p. es. nei furti qualificati in Italia l'azione del rincaro dell'alimento è notevole: ma il massimo divario oscilla fra 184 e 105, ossia con una variabilità di 79/0000. E quando i reati di libidine crescono per il buon mercato, la massima differenza è di 2,14/0000, il che si comprende quando si pensa alla maggior influenza organica ereditaria, alla climatica ed etnica.

Senza poi dire la strana contraddizione che alle volte emerge pel fatto che quando il pane è caro mancano i denari per gli alcoolici, e per ciò, in linea regolare, gli omicidi e le ferite diminuiscono; ma viceversa, qualche volta, si assassina di più (come a N. Galles) per procurarseli.—Morbihau e Vandea, secondo Joly, figurano fra i più morali (France criminelle, 353), eppure i salari sonvi di poco aumentati, mentre gli oggetti necessari alla vita vi son raddoppiati di prezzo, ma vi si abusa meno di alcoolici. Invece a Bouches de Rhône, i salari accrebbero del 30 e le derrate del 15%; ad Hérault crebbero i salari dal 60 al 90% e meno assai le derrate, eppure questi due dipartimenti sono fra i più immorali perchè appunto vi si abusa di più d'alcoolici e, lì, il se débaucher è sinonimo di sollazzarsi.

È un fatto che le carestie sono rare e vanno scemando, mentre i furti son costanti e vanno aumentando (Joly, La France criminelle, 358).

Quindi comprendiamo perchè la quota dei delitti che si deve alla privazione di alimenti, alla vera miseria, sia più scarsa di quanto si immagina dai più: nelle statistiche del Guerry il furto dei commestibili entra per 1/100, appena, sul totale dei furti; ed anche in questa quota la fame vi può assai meno della leccornia. Su 43 categorie di oggetti rubati, a Londra, ha il 13º grado il furto di salciccie, polli, cacciagioni, il 30º grado quello di zuccheri, carne, vino, e solo il 43º grado quello del pane.

E bene nota Joly che nella statistica francese dal 1860 al 1890, mentre i furti di denaro, di biglietti di banca ecc. erano i più numerosi, 396/00, quelli di farina, di biada o di animali domestici non passavano i 55/00.

Macé diceva (Un joli monde): è raro che la fame meni al furto; il giovinetto ruba coltello e sigari, e, fra i commestibili, l'adulto ruberà liquori, e la donna dolci e cioccolatta.

Altrettanto dicasi delle meretrici. Se, dice Locatelli, la fame e l'abbandono fossero per sè sole capaci di spingere una fanciulla al meretricio, converrebbe decretare dei premi Montyon alle migliaia e migliaia di onorate figlie del popolo, che non ostante gli stimoli delle più gravi privazioni e le seduzioni d'ogni natura, si astennero dal far mercato di se stesse.

Non è difficile che, col tempo, si possa dimostrare l'influenza di qualche speciale alimento nel favorire alcuni delitti.

È noto come l'alimentazione vegetale, prevalente, tenda a rendere miti e docili gli animi, mentre crudeli e violenti li rende l'alimentazione carnea. Potrebbe essere che in parte da ciò dipenda la docilità con cui il contadino lombardo sopporta i mali trattamenti dei suoi padroni; e la violenza con cui li vendica il romagnolo, tanto dedito alle carni porcine. Certo è che appunto nei reati di libidine contro adulti, i beccai, i salcicciai danno le massime proporzioni, toccando il 6,1% in confronto del 3,5 su bambini (Fayet, Séances et travaux de l'Académie, etc., 1846). Viceversa, i barcaiuoli e marinai, in Italia, danno il minimo dei reati in genere (mentre nella popolazione formano il 0,7%, essi dànno il 0,2 nella delinquenza), nel che parrebbe influire, oltre l'isolamento, il cibo di pesce; il che sarebbe però contrario all'idea di Humboldt che notava maggior ferocia nei popoli ittiofagi pel maggiore stimolo degli alcalini sul sangue (Correspondance, tom. VI, pag. 28).

2. Rivolte.—Anche l'azione della fame sulle rivolte fu molto esagerata come ho mostrato nel Delitto Politico. Dall'opera preziosa del Faraglia (Storia dei prezzi in Napoli, 1878, Napoli) che ci dà per quasi nove secoli, anno per anno, il prezzo dei viveri, noi vediamo 46 massime carestie e furono degli anni: 1182, 1192, 1257, 1269, 1342, 1496-97, 1505, 1508, 1534, 1551, 1558, 1562-63, 1565, 1570, 1580, 1586-87, 1591-92, 1595, 1597, 1603, 1621-22, 1623-25, 1646, 1672, 1694-97, 1759-60, 1763, 1790-91, 1802, 1810, 1815-16, 1820-21.

Orbene questi 46 anni di carestia non presentano colle rivolte coincidenza, che 6 volte, cioè nel 1508, 1580, 1587, 1595, 1621-22, 1820-21; nella sommossa celebre, quella di Masaniello (1647) molte altre cause s'associano alla questione economica, quali la pazzia di Masaniello[57], la stagione calda, ed i crudeli trattamenti degli Spagnuoli, poichè se nel 1646 vi fu carestia, nel 1647, se non di grano, eravi però abbondanza di frutti, carne, lardo e cacio (Op. cit., pag. 155). E non vi fu rivolta, del resto, nella carestia terribile del 1182, che durò 5 anni e nella quale gli uomini a stento si cibavano d'erbe agresti e non vi fu nella carestia del 1496-97 che giunse a provocare una crudele moria, e i cittadini dovettero fuggire alla campagna; nè in quella del 1565 in cui tanta era la miseria che le foglie fracide di cavolo si vendevano come fossero sane e fresche (op. cit., pag. 136) e neppure in quella del 1570 nella quale «partivansi i poveri dalle provincie e movevano alla volta di Napoli a torme, affamati, laceri, infermi sperando di campare la vita, e le vie ne furono miserevolmente piene», nè infine in quella del 1586. E qui è opportuno ripetere per la Francia, che se nel 1827, 1832 e 1847 vi furono rivolte parallele a crisi economiche ed a carestie, non vi mancò la temperatura estiva elevatissima; e che in quelle del 1834, 64 e 65 non vi troviamo più chiara l'influenza economica nè la meteorica.

A Strasburgo dalle annate 1451-500 a 1601-1625 crebbe il prezzo del bue di 134% e del porco del 92%, e per molti decenni decrebbero i salari degli operai del 10%, eppure non si ebbero rivolte (Martini, Preussischer Jahrb., 1895, nov.).

Nel 1680, causa l'estrema carestia, gli operai di Madrid si organizzavano in bande, saccheggiavano le case dei ricchi e ne uccidevano i padroni; non passava un giorno che non si vedesse qualche ucciso per aver del pane; eppure non vi si notò una vera rivolta (Bukle, IV).

L'India è un paese, nel quale le conseguenze di carestie terribili si poterono seguire quasi coi nostri occhi. Quella del 1865-66 fece perdere ad Orizza il 25%, a Puri il 35% della popolazione, eppure in quell'anno non vi furono insurrezioni.

Le carestie più celebri di questo centennio, almeno a Nellore, una delle provincie più esposte per la frequente mancanza di pioggia, e per l'eccessiva densità della popolazione, accaddero negli anni seguenti: 1769-70, 1780, 1784, 1790-92, 1802, 1806-7, 1812, 1824, 1829, 1830, 1833, 1836-38, 1866, 1876-78 (Hunter, Imp. Gazette of India, 1881).

Nella carestia del 1769-70 un terzo della popolazione perì; nel 1877-78 si calcolò che per la carestia morirono, oltre la media normale, più che 5 milioni d'abitanti sopra 197 milioni (The Indian Empire, Hunter, 1882). Eppure non sappiamo che queste carestie abbiano dato luogo a sollevazioni e tumulti.

La grande insurrezione indiana del 1857-58 si deve (Hunter, op. cit.) in gran parte alle ripugnanze contro le innovazioni (telegrafo, vapore, ecc.) introdotte dalla civiltà, alle congiure di principi detronizzati e, almeno secondo Hunter, moltissimo anche all'avere i Cipay del Bengala sentito o creduto che si volessero ingrassare le cartuccie con grasso di porco (Kaye, History of the Sepoi, 1865). Dunque la fame prolungata vi potè meno che la superstizione.

Ed anche l'altre rivoluzioni Indiane a noi note non hanno rapporto col caro dei viveri; così l'insurrezione di Bohilla 1751, quella della setta dei Sikh nel Ponjab 1710, dei Cipay nel 1764, le piccole insurrezioni semidinastiche nei Synt 1843, quella dei Sikh nel 1848.

È notevole ancora che la provincia d'Orizza, la più colpita delle carestie, fu quella che diede il minor numero di sommosse.

Tutto ciò si può spiegare dal fatto, cui anche gli studi sulle azioni dei climi tropicali e polari ci confermeranno, che l'uomo prostrato nelle forze non ha abbastanza energia per reagire, sicchè il massimo della sventura umana, almeno quanto alle rivoluzioni, ha quasi una influenza più favorevole che non il massimo della felicità. Ciò è poi consono a quanto si osserva nella statistica criminale, come che nell'epoche di carestie e nei grandi freddi scemano in genere tutti i reati contro le persone, specie gli stupri e assassinii[58].

CAPITOLO VII.

Alcoolismo.

Ma, come abbiamo veduto nel capitolo antecedente, l'influenza dell'alimentazione non si può scindere da quella dell'alcool, anzi questa è così grave che ne assorbe quasi sempre gli effetti pur troppo prepotenti nel campo dell'eziologia criminale, come in tutta la patologia umana.

1. Tradizione.—Ho dimostrato già altrove che la leggenda del pomo d'Eva, come una quantità di altre leggende medioevali semitiche ed egizie, alludono alle prime ebbrezze ad ai primi malanni provocati sotto gli eccitamenti alcoolici, e che si ripetono nell'altra leggenda del peccato di Cam[59].

I Semiti, che, come ci apprendono già le leggende di Noè, e più tardi le imprecazioni dei profeti Elia, Davide, Isaja, di Maometto, poterono forse, grazie al clima, prima degli altri, avvertire come gli effetti benefici delle bevande alcooliche erano sorpassati, troppo spesso, dai tristi (Salomone nei proverbi attribuisce all'ebbrezza la miseria dei popoli ebrei); conformandosi alle abitudini dei popoli primitivi che personificano e plasmano i fenomeni così buoni che tristi della natura, ce lo formularono e scolpirono in quella singolare leggenda dell'albero della scienza del bene e del male, che, collo stesso nome, compare in India fra i prodotti singolari scaturiti durante la fabbrica dell'Amrita, ed è accennata nella leggenda prearia di Yma (Harley, Zend-Avesta, 89), ed è scolpita in quel bassorilievo di Ninive, in cui un serpe offre al primo uomo il frutto di una palma (Layard, Mem. of Niniveh, p. 70; Lenormant, op. cit.).

Secondo un'altra leggenda arabica il primo a piantar la vite fu non Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un porco[60], allusione ai vizi che più suscita l'alcool; infatti in un fabliau francese, che con quella si collega, si legge che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più piccol peccato, del bere, pensando di poterne poi con poco far penitenza; va a pranzo da un mugnaio suo vicino e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è sorpreso[61].

Gli effetti criminosi del vino adombrati in queste leggende, ci spiegano perchè in Zendha la parola Madhu valga per vino e anche per dolore, e Kan, chinese, per albero e peccato,—e come i Caldei adorassero insieme al Setarvan (la vigna profumata), il Sam Gafno, sopra cui aleggia la vita suprema, e gli Indi il Kalkavir-Keha, l'albero dei desideri, e forse così spiegasi l'analogia di malum, pomo e malum, male—in latino.

2. Danni del vino.—È troppo noto come l'alcool, lungi dal rendere più tollerabile il freddo, aumenti i danni così dei grandi freddi, come dei grandi caldi, cosicchè si videro, nelle regioni polari e nelle Russie, e nelle Indie, aggravati quei soldati e marinai, che credendo meglio sopportare, così, le fatiche, ne usavano più volte nel giorno; e forse è questa la ragione che i latini nella campagna di Russia soffersero meno dei nordici. E si constatò, nelle epidemie coleriche, che i beoni, anzi, anche solo i bevitori, erano più colpiti dal morbo degli astemi[62]; e come gli aborti sieno in maggior numero fra le bevitrici, perfino nelle mogli di alcolizzati, le quali offersero, d'altronde[63] una fecondità da due a quattro volte minore delle coppie temperanti; cosicchè questo fatale liquore ben può stimolare le passioni carnali sino alla violenza ed al delitto, ma senza pur crescerne la fecondità.

L'alcool è causa precipua delle riforme per debolezza e per gracilità nelle truppe di Svezia, che si videro salire fin al 32% nel 1867 e calare al 28 nel 1868, dopo le buone leggi sull'alcool; nei dipartimenti francesi, che, per scarsezza di vino, abusan più di alcool, come Finistere, la gracilità dei coscritti da 32 sale a 155 (Lunier).

L'alcool agisce sulla statura. I grandi Wotjak, dopo l'uso della acquavita, son calati al disotto della media. E sotto i nostri occhi le bellissime valligiane di Viù perdettero dell'avvenenza e dell'imponente statura dopochè contrassero l'abitudine dell'acquavite.

Dopo ciò, non è meraviglia se esso abbia avuto un'influenza sulla vita media; sicchè invece d'esser l'acqua della vita, possa ben dirsi l'acqua della morte. I calcoli di Neison dimostrano che i bevitori hanno una mortalità almeno 3,25 maggiore degli astemi[64].

3. Pauperismo.—Tutto questo ci spiega, già in parte, come uno degli effetti più evidenti e fatali dell'alcool sia il pauperismo, ed in parte lo spiega il veder come da un padre alcoolista si dirama una progenie cieca, paralitica, zoppa, impotente, e che di necessità, se ricca, finisce ad impoverire, e, se povera, trova chiusa ogni fonte del lavoro. Peggio accade a coloro cui, direttamente, l'alcool rende paralitici, cirrotici, ciechi.

Vero è, convien subito confessarlo, che negli accrescimenti di salario (quando nel Lancashire crebbe il salario dei minatori da 5 a 8 e 11 lire, le morti per ubbriachezza da 495 salivano a 1304 e 2605; ed i delitti da 1335 a 2878 e 4402) crescono a dismisura gli ubbriachi, e quindi le loro male opere. Ma assai peggio accade quando cala il salario. Si beve alcool allora per sopperire alla mancanza di vesti e di cibo, per cacciare la sete, la fame ed il freddo; e l'alcool a sua volta rende sempre più impotente e più povero colui che lo usa e insieme sempre più avvinto al suo carro fatale. Sicchè l'alcoolismo è prodotto or dalla troppa or dalla poca ricchezza; ciò si vide ad Aquisgrana in cui crebbe l'alcoolismo quando s'elevarono a più di 1,25 i salari dal 1850 al 1860, ma più ancora dopo il 1874 quando la crisi americana fecevi chiudere 80 fabbriche e ridurvi il salario di un terzo; le famiglie povere crebbero da 1364 a 2255 (nel 1877), e le bettole da 183 a 305, le prostitute da 37 a 101, i matrimoni scemarono da 785 a 630 e crebbero i furti e gli incendi (Thun, Die Indust. in Nieder Rhein, 1870).

Nelle carestie del 1860 e 1861 in Londra si osservò che non uno dei 7900 membri della Società di temperanza aveva chiesto un sussidio[65]. Huisch osservò che ogni 100 sterline d'elemosina 30 passavano in acquavite; e Bertrand e Lee: che i comuni più decaduti erano quelli in cui crebbe smisuratamente l'uso dell'alcool, e in cui si aumentarono le osterie; una prova ne è pure la Slesia superiore, dove la miseria giunse fino alla morte per fame; e dove l'ubbriachezza imperversava fino a trascinare vacillanti gli sposi innanzi l'altare, ed i parenti dei neonati innanzi al battesimo, così da comprometterne fra i lazzi la vita. «Dove, scriveva un predicatore della Slesia, dove è intemperanza, segue, come l'ombra il corpo, la miseria e il delitto» (Baer, op. c.).

Già era stato notato come una delle cause delle divisioni coniugali e dei divorzi in Germania fosse l'ubbriachezza, che per lo meno vi conta nelle proporzioni di 2 a 6 per 100; ed è notorio come i figli dei divorziati e di secondo letto diano un forte contingente al delitto ed alla prostituzione.

4. Alcoolismo e crimine. Statistiche.—Dopociò è facile afferrare lo stretto nesso tra l'alcool e il crimine anche dal lato sociale come lo vidimo dal patologico (v. s.). Una prima prova ce ne offrono quelle statistiche che ci mostrano un continuo incremento del delitto nei paesi civili, incremento che il crescere delle popolazioni potrà giustificare solo per una quota del 18 al 16%, e che invece è troppo bene spiegato in certe direzioni dallo aumentato abuso degli alcoolici, salito appunto, in proporzioni analoghe a quelle del delitto.

In Inghilterra si consumavano:

nel 1790 galloni d'alcool 5.526.890 » 1866 » » 12.200.000

Gli ubbriachi arrestativi:

nel 1857 erano 75.859 » 1875 » 203.989

A Milano le osterie da 1120 nel 1865 salirono a 2140 » 1875 (Verga) » 2272 » 1878 (Sighele).

Nel Belgio si calcolava l'alcoolismo provocare il delitto nel rapporto del 25 al 27%.

A New-York, su 49.423 accusati, 30.509 erano ubbriachi di professione.

Nel 1890 agli Stati Uniti su 100 omicidi 20 erano dediti alla ubbriachezza, 60 bevevano moderatamente e 20 erano astemi (Bosco, L'omicidio negli Stati Uniti d'America, Rivista penale, nov. 1893).

In Olanda si attribuiscono al vino 4/5 delle cause di crimini e precisamente 7/8 delle risse e contravvenzioni, 3/4 degli attentati contro le persone, 1/4 di quelli contro le proprietà (Bertrand, Essai sur l'intemp., Paris, 1871).

Tre quarti dei delitti di Svezia si attribuiscono all'alcoolismo e propriamente gli assassinii ed altri delitti di sangue all'abuso dell'alcool; i furti e le truffe all'eredità dei parenti alcoolisti.

Sopra 29.752 condannati in Inghilterra dalle Assise, 10.000 erano venuti a tal passo per la troppa frequenza dell'osteria, e 50.000 sopra i 90.903 condannati sommariamente (Baer, op. c. p. 343).

In Francia il Guillemin calcola al 50% i rei in seguito all'abuso dell'alcool, e in Germania, il Baer al 41%.

La più grande proporzione di ubbriachi è data da quei dipartimenti in cui, per scarsa produzione di vino, sono consumati in più gran quantità gli alcools artificiali.

Il 73% dei rei italiani osservati da Marro, abusava dell'eccitamento alcoolico, e solo il 10% era normale.

Nella mia Centuria, il Rossi trovò l'ubbriachezza salire all'81% dei rei di cui il 23% l'erano fino da bambini 2 a 5 anni).

Vi è solo una differenza del 10% nella frequenza dell'ubbriachezza fra giovani ed adulti; su 100 ragazzi al disotto dei 20 anni, il 64% era già dato al bere, onde si scorge che il marcio data dall'infanzia.

Ma una prova più chiara ce ne diè il Ferri in questa tavola (V. Atlante) della criminalità in Francia in rapporto al vino ed all'alcool consumato.

È evidente come tra la linea del vino e del delitto corra un completo parallelismo, in quanto almeno concerne le grandi salienze (1850-58-65-69-75) e decrescenze (1851-53-54-66-67-73), salvo, come è naturale, il 1870, anno eccezionale di guerra, e in cui tacciono gli atti giudiziarî non militari, e salve parziali discordanze del 1876, che non saprei spiegare, non avendo ora le statistiche successive, e nel 1860-61, in cui per altro l'effetto del raccolto vinicolo sembra soltanto spostato di un anno.

Il parallelismo riesce tanto più curioso e singolare, poichè gli autori francesi ed inglesi pretendevano addossare questa influenza fatale solo all'alcool e non al vino, tanto che, come vedremo, si propose di facilitare la diffusione maggiore del vino nei paesi resi da quello più proclivi al delitto. Ora dalla nostra tavola grafica e dalle statistiche si deduce che il rapporto dell'alcool consumato cogli omicidi e ferite non è così evidente come quello del vino, se non negli anni 1855 al 1858 e 1873 al 1876. E ciò ben si comprende, perchè le risse nascono più facili nelle osterie che dagli acquavitai, dove la dimora è troppo breve per dar luogo a litigi.—Un'altra prova di ciò ci offre l'osservazione del giorno e del mese in cui più spesseggiano i delitti, e son quelli in cui più si abusa del vino. Così Schroeter (Jahrb. des Westph. Gefangnissen, 1871) ci rivela come in Germania: su 2178 delitti, il 58% avveniva il sabbato sera, la domenica 3%, e il lunedì 1%; prevaleva in quei giorni, nella proporzione dell'82% i rei contro il buon costume, ribellione e incendi; e in quelli del 50% i rei di destrezza.

Anche in Italia, nel solo anno 1870, in cui se ne tenne nota, si riscontrava altrettanto[66].

E quel che è più curioso, in Francia, il Ferri trovò che mentre i reati in genere contro le persone dal 1827 al 1869 calano rapidamente dopo l'agosto fino al dicembre, le ferite e percosse gravi, invece, mostrano una recrudescenza ben spiccata nel novembre, epoca vicina alla confezione del vino nuovo, e notisi che si tratta delle sole ferite gravi giudicate nell'Assise (Vedi Atlante) e non di quei ferimenti che si giudicano dai tribunali, e sono i più frequenti risultati delle risse d'osteria.

Dixon trovò un solo paese in America che da anni va esente da crimini, S. Johnsbury, malgrado sia popolatissimo di operai; ma questo paese adottò per legge la proibizione assoluta delle sostanze fermentate, birra, vino, che vengono somministrate, come i veleni, dal farmacista, dietro domanda in iscritto del consumatore e con assenso del sindaco, che però appende il nome del reprobo in pubblico albo.

5. Azione.—E ciò è naturale, perchè tutte le sostanze che hanno virtù d'irritarci in modo anomalo il cervello, ci spingono più facilmente al delitto ed al suicidio come alla pazzia, con cui assai spesso si confondono in un inestricabile intreccio.

Si è notato, persino, questa tendenza nei Medggidub e Aissaoui, i quali, non avendo narcotici, si procuravano l'ubbriachezza col continuato movimento del capo. Son uomini, dice il Berbrugger (Algérie, 1860), pericolosi, feroci e con tendenze al furto.—Anche i fumatori d'oppio sono presi spesso da furore omicida; sotto l'uso dell'haschisch Moreau si sentì attratto al furto.

E peggio fa il vino; e ancor peggio l'alcool, che si può dire vino concentrato, quanto all'attività venefica: e peggio ancora quei liquori d'assenzio, di vermouth, che, oltre all'alcool puro, contengono droghe intossicanti i centri nervosi.

Neuman nel 1879 mostrò come l'alcool agisca, alterando l'emoglobina, e diminuendo di 1/4 nei globuli la capacità per l'ossigeno, provocando afflusso attivo delle membrane e della corteccia cerebrale; donde una dilatazione vagale, una paralisi delle fibre muscolari delle pareti vasali ed edema; ed infine degenerazione grassa delle cellule nervose irritate.

Kräpelin[67] dimostrava che da 30 a 45 grammi d'alcool etilico assoluto rallentano e paralizzano dal più al meno tutte le funzioni mentali: lo intorpidimento—che rassomiglia nei suoi effetti alla fatica fisiologica—va aumentando col crescere della dose d'alcool assorbita: cioè dura da 40 a 50 minuti per piccole quantità—da 1 a 2 ore per quantità più forti: nelle dosi minime, il rilassamento paralitico delle funzioni mentali è preceduto da un periodo maggiore di attività o di accelerazione, che dura al massimo dai 20 ai 30'. Ma egli ha inoltre dimostrato che l'azione dell'alcool non è la stessa su tutte le funzioni psichiche: che se si ha un passeggero acceleramento nella innervazione motrice, le funzioni intellettuali, quali l'appercezione, la concezione delle idee, le loro associazioni, ed il lavoro intellettuale di combinazione, sono rallentate e sulle prime, anzi, arrestate, anche dalle dosi più piccole d'alcool. Altrettanto dicasi per ciò che riguarda le sensazioni. Ne segue che il periodo iniziale di eccitamento prodotto dalle piccole dosi di alcool non è che una specie di fuoco d'artificio, dovuto al concorso di parecchi fattori; specie dall'aumento delle associazioni esterne di idee—(associazioni di parole, di sensazioni, ecc.) a danno delle associazioni interne—associazioni logiche e più profonde.

Sotto l'azione delle grandi quantità (ubbriachezza) l'eccitamento dell'innervazione motrice è causa dell'illusione di forza che hanno tutti gli ubbriachi e di tutte le loro azioni brutali e sconsiderate. L'alterazione portata all'associazione delle idee spiega la volgarità dei loro discorsi, le ripetizioni continue di triviali banalità, gli alterchi, gli scherzi sciocchi. L'effetto esilarante dell'alcool si spiega esso pure coll'accelerazione psico-motrice iniziale che arresta le inibizioni mentali dolorose; ma rimane pur sempre che esso, anche nelle dosi più piccole, paralizza od indebolisce immediatamente le funzioni intellettuali superiori.

L'alcool, dopo aver perciò eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata sua vittima con atti istantanei ed automatici, ve la mantiene ed inchioda, per sempre, quando, rendendola un bevitore abituale, ne paralizza, narcotizza i sentimenti più nobili, e trasforma in morbosa anche la compage cerebrale più sana: dando una dimostrazione, pur troppo sicura, sperimentale, dell'assioma che il delitto è un effetto di una speciale, morbosa condizione del nostro organismo; tale è, in questi infelici, quella sclerosi (ispessimento del connettivo) che colpisce il cervello, il midollo ed i gangli, come ed insieme a quella che colpisce il rene ed il fegato, ed in essi si esplica col delitto, come negli altri, colla demenza o coll'uremia o coll'ictero, e ciò secondo che colpisce più un organo che l'altro, o più una parte che l'altra dell'organo stesso. E qui le prove sovrabbondano. Non è molto rinvenni alle carceri un singolarissimo ladro, P..., che si vanta con tutti di esserlo, ed anzi, non sa più parlare se non nel gergo dei ladri, suoi degni maestri; eppure, nè l'educazione, nè la forma cranica ci dava l'indizio della causa che ve lo spinse; ma noi presto ne fummo in chiaro, quando ci narrò che egli ed il padre suo erano bevoni. «Vedano: io fin da giovinetto mi innamorai dell'acquavite, ed ora ne bevo 40 od 80 bicchierini, e l'ebbrezza di questa mi passa bevendo due o tre bottiglie di vino»; come si vede nella storia che ne pubblicò nel mio Archivio il Collino (Archivio di psichiatria e scienze penali, 1880).

E non solo i beoni abituali sono immorali e generano figli pazzi, o delinquenti, o con precoci libidini (Ann. Méd-Psyc., 1877), il che ci verrà dimostrato dalla storia degli Juke; ma l'ubbriachezza acuta, isolata, dà luogo a delitti. Gall narra di un brigante, Petri, che, appena beveva, sentiva nascersi le tendenze omicide; e di una donna di Berlino, a cui l'ubbriachezza suscitava tendenze sanguinarie.

L'alcool è causa di delitti, perchè molti delinquono per poter ubbriacarsi; perchè molti sono tratti dall'ubriachezza al delitto, oppure nell'inebbriamento si procurano prima, i vigliacchi, il coraggio necessario alle nefande imprese, e poi l'amminicolo ad una futura giustificazione, e colle precoci ebbrezze seduconsi i giovinetti al crimine; ma più di tutto perchè l'osteria è il punto di ritrovo dei complici, il sito dove non solo si medita, ma si usufrutta il delitto, e per molti questa è abitazione e banco pur troppo fedele. In Londra nel 1880 si contavano 4938 osterie ove entravano solo ladri e prostitute.

Finalmente l'alcool ha una connessione inversa col crimine, o meglio col carcere; nel senso che dopo le prime prigionie il reo liberato, perduto ogni vincolo di famiglia, ogni punto d'onore, trova nell'alcool di che dimenticarli e supplirli; perciò tanto spesso l'alcoolismo si offerse nei recidivi; e perciò si comprende come Mayhew trovasse quasi tutti i ladri di Londra ubbriachi dopo mezzodì, così da morirne tra i 30 ai 40 anni per alcoolismo, e come fra i deportati dalla Noumea, che bevono, oltre che per la vecchia abitudine, anche per dimenticare il disonore, la lontananza della famiglia, della patria, le torture degli aguzzini e dei compagni e forse i rimorsi, tanto che il vino vi si convertiva in moneta; sicchè una camicia valeva un litro, un abito due litri, un pantalone due litri, e perfino il bacio della donna si saldava con litri (Simon Meyer, Souvenirs d'un déporté, pag. 376, Paris, 1880).

6. Criminalità specifica.—E qui gioverà conoscere in quali reati più specialmente si senta la sua influenza.

Dalle tabelle del Baer (pag. 351 della sua opera Der Alcoholismus und seine Verbreitung, ecc., Berlin, 1878) ricavasi come in Germania si notassero su un totale:

I.—Nell'ergastolo per uomini:

A B C D REI ALCOOLISTI —————————————————————————————————— Totale in genere d'occasione abituali % % % 1. Ferite e percosse 773 575 » 74,5 418 » 72,7 157 » 27,3 2. Rapina e assassinio 898 618 » 68,8 353 » 57,1 265 » 42,9 3. Omicidio semplice 348 220 » 63,2 129 » 58,6 91 » 41,4 4. Impudicizia e stupro 954 575 » 60,2 352 » 61,2 223 » 38,8 5. Furto 10033 5212 » 51,9 2513 » 48,2 2699 » 51,8 6. Omicidio tentato 252 128 » 50,8 78 » 60,9 50 » 39,1 7. Incendio 304 383 » 47,6 184 » 48,0 199 » 52,0 8. Omicidio premeditato 514 237 » 46,1 139 » 58,6 98 » 41,4 9. Spergiuro 590 157 » 26,6 82 » 52,2 75 » 47,8

II.—Nelle prigioni per uomini:

1. Offese contro la moralità 209 154 » 77,0 113 » 73,3 41 » 26,7 2. Resistenza alla forza pubblica 652 499 » 76,5 445 » 89,0 54 » 11,0 3. Ferite e percosse 1130 716 » 63,4 581 » 81,1 135 » 18,9 4. Incendio 23 11 » 48,0 5 » 45,4 6 » 54,6 5. Furto 3282 1048 » 32,0 666 » 63,5 382 » 36,5 6. Frode, falso, ecc. 786 194 » 24,7 111 » 57,2 83 » 42,8

Sarebbe evidente una frequenza maggiore nelle ferite e percosse e nelle offese al pudore e ribellione; venendo poi in seconda linea gli assassini e gli omicidi; in ultimo gli incendiari ed i ladri (i rei dunque, contro la proprietà), che però sono più abbondanti dei primi fra i beoni abituali. Un minimum degli uni e degli altri si ha nei falsi e nelle truffe e pour cause; perchè, com'essi mi dicevano; «Ci vuol la testa a posto per commettere le truffe».

Però una notevole differenza darebbe in queste proporzioni il Marambat, il quale comunicò all'Accademia di Parigi (Revue scientifique, 1888) alcune osservazioni statistiche fatte sulla frequenza dell'alcoolismo nei criminali. Sui 2950 condannati da lui esaminati, 78% erano ubbriaconi; emergerebbero i vagabondi e mendicanti che ne dànno il 79%; gli assassini e gli incendiari darebbero il 50 e 57%; i colpevoli di attentati al buon costume il 63%; i ladri, i truffatori, ecc., il 71%; però, nel complesso, egli notò nei reati contro le persone l'88% d'ebbri; il 77% in quelli contro la proprietà; nei recidivi il 78,5%.

Anche Marro trovò in 1ª lista, fra i suoi beoni, i grassatori, 82%; i feritori, 77%; i ladri, 78%; venendo poi i truffatori, 66%; gli assassini, 62%; e gli stupratori, 61%.

Vétault (op. cit.) in 41 alcoolisti delinquenti trovò:

15 omicidi 8 ladri 5 truffatori 4 attentati al pudore 4 feritori 2 oltraggi in offesa al pudore 2 vagabondi di cui 13 soli furono tenuti responsabili.

Può ben dirsi in complesso che i grandi reati contro le persone (ferimenti in ispecie) e la proprietà (furti e grassazioni) sieno i più infetti d'alcoolismo ed in complesso più quelli che questi.

Rispetto all'influenza del vino sulla criminalità in Italia possiamo trarre dall'opera del Fornasari questi dati riflettenti i più importanti reati. Vedi Tav. II e Fig. 3.

Tav. II. ITALIA

Valore stabilito Raccolto per le statistiche doganali annuale all'esportazione del vino

Vino Spirito puro migliaia di all'ettolitro all'ettolitro ettolitri

1879 25 80 } 1880 30 70 } 1881 35 65 } 36.760 1882 33 65 } 1883 30 70 } 1884 33 60 20.723 1885 38 50 24.918 1886 36 46 38.227 1887 30 44 34.532 1888 30 44 32.846 1889 34 38 21.757

Reati denunziati e per i quali provvidero gli uffici del P. M. (sopra 100.000 abit.)

Furti Truffe Omicidi Ferite Reati Reati | e | e contro contro | frodi | percosse il la | | | | buon sicurezza | | | | costume dello | | | | | Stato ________|________ | ________|________ | | | quali semplici | quali semplici | | | ficati v ficati v v v

172,10 — — 6,54 13,79 — 3,45 0,45 1879 196,84 160,04 49,04 5,7 12,48 147,38 3,11 0,37 1880 146,46 123,24 43,84 5,35 11,08 151,48 3,95 0,34 1881 140,98 124,26 43,24 5,54 10,17 157,10 3,76 0,37 1882 131,07 117,30 41,85 4,98 10,08 165,10 3,66 0,66 1883 116,77 106,89 39,61 5,02 9,68 167,18 4,12 0,61 1884 115,25 104,84 40,19 4,72 9,27 145,41 4,29 0,45 1885 116,73 110,83 43,85 4,52 9,13 158,83 4,56 0,42 1886 105,91 107,98 40,56 4,11 8,38 180,61 4,41 0,49 1887 111,44 115,80 42,21 4,26 9,11 192,27 5,25 0,26 1888 122,19 121,83 45,37 4,19 8,17 178,78 5,62 0,26 1889

[Illustrazione: Fig 4.]

Egli servendosi, oltrechè dei dati riportati nella detta tavola, anche del movimento dei prezzi medi annuali di cinque mercati: Milano, Firenze, Roma, Avellino e Cagliari, giunge a queste deduzioni:

1º Un rincaro del vino porta sempre una diminuzione di grassazioni, molto spesso anche d'incendi e danni; talvolta però porta un aumento negli altri reati contro la proprietà, in modo simile a quanto avviene quando rialza il prezzo dei cereali: viceversa pei ribassi. I reati contro il commercio e i falsi non se ne risentono.

2º Il furto, tanto semplice che qualificato, va gradatamente diminuendo da 196 e 160 nel 1880; a 105 e 107 nel 1887, mentre il valore e il consumo dell'alcool diminuisce; però i furti crescono mentre l'alcool continua a diminuire.

3º Il vino è il fattore principale e più potente nella determinazione dei reati contro le persone: tutte le varie specie di tali reati risentono in generale l'influenza delle variazioni che si verificano nel prezzo di esso; particolarmente variano inversamente al variar del costo del vino le ferite e percosse e i reati di competenza pretoriale quasi senza eccezioni, sufficientemente pure gli omicidi e ferimenti con morte. Così le ferite e percosse, nel 1887-88, col calar del prezzo del vino, crescono, da 158 ch'erano nel 1886, a 180 e a 192, e calano subito a 178 crescendo, nel 1889, il prezzo del vino. Invece le diffamazioni e ingiurie sono affatto indipendenti dal costo del vino.

Tutti gli altri reati ne risentono alcuni poco, altri nulla; quelli però contro la pubblica amministrazione e in particolare le ribellioni e violenze a pubblici ufficiali, 1881-88, ne risentono moltissimo[68].

Per l'influenza dell'alcool sulla criminalità del Regno Unito della Gran Brettagna e Irlanda lo stesso autore trovò:

1º Agli aumenti nel consumo dell'alcool corrispondono con sufficiente ma non precisa frequenza[69], diminuzioni nei crimini contro la proprietà senza violenza, e quando esso scema si hanno quasi del pari aumenti e cali; ma un po' più spesso aumenti di detti reati: nel 1875-76, p. es., aumentano mentre il consumo d'alcool cresce, ma poi nel 1877-78 crescono quando questo cala.

2º Sui crimini contro la proprietà con violenza il consumo dell'alcool non ha chiara influenza.

3º I crimini contro la proprietà con distruzione dolosa a preferenza calano col maggior consumo dell'alcool; infatti dal 1870 al 1875 e dal 1863 al 1865, mentre il consumo dell'alcool va aumentando, questi perciò diminuirono da 276 a 260 e da 519 a 238, con eccezione però del periodo 1848-55, in cui il consumo dell'alcool e quello dei reati va aumentando di pari passo; diminuendo poi il consumo dell'alcool, questi delitti; aumentano o diminuiscono indifferentemente; così alla diminuzione costante del consumo durante il quattordicennio 1875-89, corrisponde ora aumento ora diminuzione di reati.

4º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria scemano anch'essi collo scemare del prezzo del vino fino al 1884, ma poi rimontano indipendentemente da esso.

5º I crimini contro le persone mostrano di essere legati al consumo dell'alcool e degli alcoolici aumentando gradatamente coll'aumentare del prezzo dell'alcool, come nel periodo 1848-57, ma non diminuiscono col diminuire di esso nel periodo 1873-89[70].

6º Gli altri crimini non hanno un rapporto troppo chiaro, i delitti e le contravvenzioni scemano a preferenza quando scema il consumo dell'alcool[71].

Circa l'influenza del vino nella Nuova Galles del Sud non troviamo chiara corrispondenza che coi furti e le ricettazioni di res furtivae e i furti di cavalli e gli incendii, i quali quando aumenta il consumo dell'alcool (1884, 1891) o sono ad una cifra alta o aumentano; per bere molto se mancano denari si ricorre al furto. Non risentono alcuna influenza invece gli altri reati contro la proprietà. E neppure gli stupri e poco chiaramente gli assassini e tentati assassini e gli omicidi e i ferimenti; meno netto ancora è il rapporto per i reati di competenza inferiore.

Infatti i furti danvi il massimo 737 p. 100.000 nel 1882, quando è massimo il consumo del vino (0,85), diminuendo con esso fino al 1885 a 583 (consumo 0,65), e risalendo col risalire del consumo fino al 1889 in cui dànno un massimo 608 (0,83 di consumo).

Quanto agli assassinii invece e ai loro tentativi dànno il massimo 31 (1888) e il minimo 14 (1876) con cifre medie quanto al consumo del vino (0,82, 0,76). E viceversa al minimo e al massimo di consumo (1882, 1886) corrisponde una cifra media di assassinii[72].

Anche qui devesi notare che per quanto l'alcoolismo sia un fattore influentissimo, pure, anche dove più flagella non colpisce al di là del 77%, e che vi hanno reati come lo spergiuro, il falso, la bancarotta ecc. che non ne sono minimamente influiti.

7. Alcoolismo in antagonismo col crimine.—Anche ci deve colpire il fatto che nei paesi più civilizzati e che pure abusano di alcoolismo, come la Nuova Galles del Sud e anche l'Inghilterra, l'azione sua va facendosi sempre più incerta e lieve.

Ed ora Bosco ci mostra che negli Stati Uniti solo il 20% degli omicidi è dedito all'ubbriachezza, mentre il 70% è anzi temperante (op. cit.).

E già dal bel lavoro di Colaianni, dal mio (Alcoolismo, 1892), sopratutto dalla bellissima monografia dello Zerboglio[73], ciò si tentava spiegare (come si spiega quell'altro fatto contraddittorio che dove è il maggior consumo degli alcoolici, è spesso minor numero di delitti), non perchè l'alcool non porti i suoi terribili effetti sugli individui, ma perchè non se ne abusa che quando la civiltà assai progredita ha dato i suoi frutti, proteggendoci colla maggiore inibizione e attività psichica dai grandi reati; infatti l'Inghilterra, Norvegia, Germania, paesi di massimo consumo d'alcool, dànno come dimostra Zerboglio minori reati della Spagna e Italia che bevono assai meno.

E nella tabella più recente dell'alcoolismo in Europa si vede che alcuni dei paesi che dànno maggior consumo di alcool come, p. es., Inghilterra, Francia e Belgio dànno cifre minori di omicidi.

Consumo di alcoolici (equivalente in alcool puro per abitante (galloni)):

Omicidi p. 100.000 ab. Austria 2,80 25 Spagna 2,85 74 Germania 3,08 5,7 Italia 3,40 96 Inghilterra e Galles. } Irlanda } 3,57 5,6 Scozia } Belgio 4,00 18 Francia 5,10 18

(Coghlan, The wealt and progress etc., Sydney, 1893) con scala inversa dell'omicidio.

E così spiegasi quanto nota giustamente il Colaianni (Arch. di Psich., VII), come dal 1861 al 1870 e probabilmente anche dal 1880 in Francia, il numero dei delitti gravi provocati dall'alcoolismo, dal 7% e dall'11% che erano nel periodo 1826-40 calò nel periodo 1861-80 al 5% e al 3%.—L'alcoolismo sussiste dunque e anche aumenta ma insieme aumenta la forza di inibizione che dà la civiltà, e per questa causa calano alcuni delitti; senza dire che nei paesi del Nord, predomina anche l'influenza climatica che se aumenta il bisogno dell'alcool, diminuisce però l'impulsività e quindi gli omicidi.

8. Ribellioni politiche.—L'alcoolismo è un fattore potente nelle rivolte. Questo non isfuggì ai capi delle rivolte, che spesso cercarono di giovarsene per le loro mire: ed è così che nell'Argentina, Don Giovanni Manuel, alcoolista egli stesso, trovava un efficace aiuto alla sua politica nelle esplosioni del furore popolare, dovuto all'abuso degli alcoolici e che a Buenos-Ayres questi furono armi politiche in mano di Quiroga, di Francia, di Artigas e dei suoi feroci satelliti, non pochi dei quali, come Blacito e Ortoguez, erano essi stessi in preda al Delirium tremens (Ramos-Mejia)[74].

È incredibile l'abuso degli alcoolici che si fece p. e. a Buenos-Ayres nel 1839: in quell'anno si consumarono, oltre a centinaia di botti d'acquavite, 3836 frasqueras di ginepro, 262 botti e 2182 damigiane della stessa bevanda, oltre 2246 botti di vino, 246 barili di birra ed altri di cognac e di Oporto (Id.).

Durante la Rivoluzione francese fu l'alcoolismo che attizzò gli istinti sanguinari della plebe e dei rappresentanti del Governo rivoluzionario; fra questi ricordiamo Monastier che, ubbriaco, faceva ghigliottinare Lassalles, e all'indomani non si ricordava più dell'ordine dato; gli inviati nella Vandea che vuotarono, in tre mesi, 1974 bottiglie, e che contavano nel loro seno Rossignol, un operaio orefice, divenuto generale in capo, tutta la vita dedito alle crapule, e Vacheron che violava le donne e le fucilava allorchè si rifiutavano alle sue libidini accese dall'alcool.

La Francia gode, tuttora, un triste primato nel consumo dell'alcool: secondo il Rochard[75] la produzione dell'alcool in Francia, che nel 1788 si calcolava a 369,000 ettol. nel 1850 saliva a 891,500 e nel 1881 a 1,821,287 ettol.—È naturale, pertanto che essa più ne risenta gli effetti nel campo politico, e che, come disse il Caro[76], l'assenzio faccia degli oratori e dei politici a Parigi, come l'oppio crea in China ed in India gli estatici.

Fu affermato che anche nel colpo di Stato del 2 dicembre si siano usate enormi distribuzioni di vino alle truppe: certamente l'alcoolismo, come non era stato prima estraneo ai moti del 1846 (fra i cui capi, secondo l'attestazione del Chenu[77], si notavano due beoni, Caussidière e Grandmesnil), ripullulò colla Comune, per la grande quantità d'alcool che si trovava nella città assediata e quindi alla portata di coloro che vi erano rinchiusi.

Despine[78] nota, a questo proposito, che la dipsomania reclutò il maggior numero dei soldati della Comune, attrattivi per soddisfare le tristi passioni colla paga e col saccheggio: e che l'alcoolismo rendeva sprezzanti del pericolo, e non curanti delle ferite.

Il generale comunardo Cluseret, stesso, non ne fa mistero nelle sue Memorie.—«Mai, come a quel tempo, egli scrive, i vinai possono vantare d'aver fatto quattrini». Egli stesso dovette spesso arrestare dei capi di battaglione briachi, non soltanto dalla sera alla mattina, ma ben anco... dalla mattina alla sera.

«Quando le cose volgevano a male per gli insorti assediati; quando i Versagliesi minacciavano da vicino il forte d'Issy, che cosa facevano i difensori? Le taverne e le bettolaccie di quella borgata rigurgitavano di avventori rimbamboliti dall'ubbriachezza. Dentro Asnières, e proprio alla vigilia della sua capitolazione, la guardia nazionale, seguendo la sua lodevole consuetudine, fumava, dormiva, mangiava e beveva».

Laborde cita due veri dipsomani fra i principali comunardi: L... irascibile e vano, condannato più volte per violenze ed oltraggi, e già sospetto d'alienazione; R... membro della Corte marziale e alcoolista, con antecedenze ereditarie; e insieme Genton, già falegname, che presiedette la stessa Corte allorchè giudicò gli ostaggi, rozzo colla fisionomia brutale del beone; Dardelle, governatore militare delle Tuileries, la cui voce era roca per l'alcool, e Protot, delegato al Ministero della giustizia, che del gabinetto del guardasigilli aveva fatto una bettola.

Eguali cause, eguali effetti:—non è guari, l'anniversario della Comune segnava, in una regione del Belgio, il principio di un movimento anarchico, con lontane parvenze politiche, che distruggeva col saccheggio e coll'incendio quelle grandiose fabbriche di vetri, da cui parecchie migliaia di operai ritraevano il sostentamento. Orbene: da calcoli fatti risultò che appunto quella regione partecipò più largamente all'enorme consumo dell'alcool fatto nel Belgio in quell'anno (1884), accertato dalle cifre ufficiali in 500 mila ettolitri, ma probabilmente superiore ai 600 mila ettolitri, cifra che corrisponde al consumo dell'alcool in Italia, che ha una popolazione cinque volte maggiore.

9. L'alcoolismo nell'evoluzione.—Nell'Homme de génie ho dimostrato che una piccola quota di genii e dei loro genitori è alcoolista (Baethoven, Byron, Avicenna, Alessandro Murger), ma questa, più che causa, può dirsi triste complicazione e concomitanza del genio, la cui vasta ed eccitabile corteccia abbisogna di sempre nuovi eccitanti. E fatto parallelo a quello dei popoli che, quanto più civili, specialmente se nordici, più sono preda dell'alcoolismo: che, anche qui, però, non è causa, ma complicazione sventuratamente necessaria della maggiore eccitabilità corticale.

10. Tabacco.—Secondo Venturi i delinquenti offrono il maggior numero di fiutatori di tabacco non solo in confronto de' sani, ma anche de' pazzi stessi (delinquenti 45,80%; pazzi 25,88%; sani 14,32%); e tra i delinquenti le proporzioni crescono tra sanguinari (48%) e assassini rispetto a briganti ladri e falsari (43%).

Tanto nei criminali come ne' pazzi tale uso si inizia—al contrario de' sani—sin nella gioventù; ma mentre nei pazzi esso aumenta nel manicomio—invece nei deliquenti tale uso è antecedente alla detenzione nè viene accresciuto da essa.

Le prostitute di Verona e Capua pigliano tabacco quasi tutte e quelle che non tabaccano fumano[79].

Marambat[80] ha stabilito che la passione del fanciullo per il tabacco lo trascina alla pigrizia, all'ubbriachezza e poi al delitto. Su 603 fanciulli da 8 a 15 anni, 51% avevano le abitudini del tabacco prima della loro detenzione; su 103 giovani dai 16 ai 20 anni questa proporzione è dell'84%; su 850 individui maturi il 78% avevano contratto quest'abitudine prima dei 20 anni. Di questi ultimi—516—individui il 57% entrava in prigione per la prima volta prima di raggiungere i 20 anni, mentre tra gli individui che non avevano mai usato tabacco questa proporzione è solo del 17%. La proporzione degli abituati al tabacco tra gli imputati di vagabondaggio, mendicità, ladroneggio, truffa, ecc. è dell'89%.

Tra gli ubbriachi condannati gli individui dediti al tabacco danno il 74%, mentre gli altri il 43%. E tra i fumatori il numero dei recidivi è 79%—mentre fra quelli che non fanno uso del tabacco è dell'55%. I detenuti sobri che non usano tabacco dànno recidive nel 18%, mentre gli altri, quantunque pure sobri, forniscono il 62%.

È evidente dunque che vi è un rapporto eziologico tra il tabacco ed il delitto, che perfettamente collima con quello dell'alcoolismo; perocchè è un fatto curioso che nei paesi dove è massimo il consumo del tabacco[81] si ha il minimo della criminalità. Contraddizione frequente in tutte queste ricerche, ma che presto si elide, perchè i fatti restano sempre, anche quando pare si contraddicono ricordando come già per l'alcoolismo che queste sostanze eccitanti del sistema nervoso sono più frequentemente abusate nei popoli quanto più civili.

11. Canapa.—Lo Stanley, or ora, in Africa trovò una specie di banditi detti Ruga-Ruga, che erano i soli indigeni che abusassero della canapa; secondo le tradizioni dell'Uganda il delitto apparve nei figli di Kinto dopo che adottarono la birra (Stanley).

12. Morfina.—A queste intossicazioni si potrebbero aggiungere una quantità di altre. L'Hamook è un'ebbrezza da oppio che spinge i Malesi all'omicidio; l'oppiofago chinese è apatico e insieme impulsivo, omicida, suicida. Parecchie truffatrici ladre mostrano una isteria mischiata a morfinomania, e i morfinomani in genere mostrano una diminuzione notevole di senso morale, che più specialmente spinge alla truffa, come qualche volta all'omicidio e all'oscenità criminose (Charcot, op. cit.).

Un dottore aveva perduto così il senso morale, da farsi rubare dalle amanti il denaro pel giuoco. Quando l'amante adultera entrò in convento diede in ismanie tali, rotolandosi per terra, mordendo i tappeti, che la moglie gli ricondusse essa stessa l'amante.

Una donna per le atroci sofferenze della astinenza morfinica fu obbligata a prostituirsi per procacciarsene.

Una donna perversa fin da bambina divenata morfinomane, assassinò una sua bimba di 5 anni e sostenne che era trascinata agli impulsi sanguinosi della morfina (Guimbail, Annale d'hygiène publique, 1891). Il morfinomane perde per gradi il potere di reagire, alle tendenze impulsive finchè eguaglia e quasi supera il fumatore d'Haschisch in cui le tendenze criminali sono così frequenti.

Un chinese per procurarsi il denaro per fumare, giuoca perfino le proprie dita falange per falange, di cui stacca con un'ascia una falange ogni volta che perde.

Il dott. Lamson, morfinomane, avvelenò con morfina un suo cognato, senza comprenderne la gravità.

Nell'astinenza forzata, si hanno insieme alle manie e alle melanconie, una tendenza al suicidio, omicidio, ma sopratutto al furto per procurarsi il veleno (V. Guimbail, o. c.).

Marandon de Montijel riferisce il caso di un avvocato che vedendosi rifiutata la morfina, in un bastimento, ne rubò con iscasso la provvisione di bordo.

Una isterica morfinomane, di 28 anni, truffa, dando un falso nome, e compra per un valore di 120 lire di merci in un magazzino, e con imprevidenza strana ritorna nel magazzino pochi giorni dopo riportando una parte degli oggetti rubati dicendo che non le convenivano: aveva venduto tutto, argenteria, libri, per comperarsi morfina, e doveva ancora 1600 lire per questa al farmacista: e quando egli si rifiutò di dargliene altra commise il reato.

I morfinomani in complesso hanno la perdita del senso morale; tanto più viva quanto maggiore è la dose. Possono avere allucinazione e pazzia ma soprattutto hanno tendenze impulsive. Così uno taglia il capo di un compagno credendo di ferire un porco.

14. Mais guasto.—Anche il maiz guasto può considerarsi come criminogeno.

Già le osservazioni esperimentali mi avevano mostrato che i polli, i cani, docili e buoni, nutriti a maiz guasto diventavano dopo qualche tempo feroci. Ma già nei miei Studi clinici sulla pellagra (1872) e nel Trattato sulla pellagra (Torino, 1890) ho esposto le storie di rei il cui movente risaliva alla pellagra ossia all'uso del maiz guasto. Così uno affamava i figli per avarizia, e ne uccise uno perchè per sfamarsi gli rubava alcune patate nel suo campo; ed una donna gettava nel pozzo quasi pubblicamente il proprio neonato. Un altro rubava per sfogare l'enorme voracità, per cui dicevami: «Sarei capace di mangiare un uomo». In ambedue la pazzia morale era acquisita in età matura, dall'avvelenamento maidico.

CAPITOLO VIII.

Istruzione media, diffusa e scarsa nella criminalità.

La corrispondenza assoluta, come era compresa dai più, pochi anni sono, della criminalità coll'istruzione è dimostrata ormai un errore. È noto purtroppo come il delitto in Europa aumenti malgrado che certo vi aumenti l'istruzione.

Le tre provincie di Torino, Genova, Milano, che diedero il minimo di analfabeti in Italia, un scolaro sopra 7 a 14 abitanti, videro negli ultimi anni aumentarsi di un terzo i reati, da 6983 a 9884 (Sacchi, Studi intorno all'indirizzo educativo, 1874).

Marro trovò su 500 rei e 500 onesti di Torino:

rei onesti Analfabeti 12% 6% Che sanno leggere e scrivere 75% 67% Istrutti 12% 27%

con prevalenza è vero di analfabeti, ma anche di gente che sapevano leggere e scrivere nei rei.

Moreno a Palermo nel 1878 constata che 53 reati furono commessi alla scuola, 34 da scolari e 19 da maestri, a cui pare dunque che l'istruzione non potesse mancare (Lombroso, L'Incremento al delitto, pag. 80).

Il Curcio conta fra noi 1 condannato sopra 333 letterati, 1 sopra 484 analfabeti; ma poi, facendo molte giuste esclusioni, riesce a cambiare le proporzioni in 1 ogni 284 illetterati, 1 ogni 292 letterati; cifre che si equilibrano con un lieve aumento di colti fra i rei. E queste assai scarse differenze si fanno in alcune categorie ancor meno salienti. Tre settimi dei condannati ebbero un'istruzione elementare; metà dei rei contro il buon costume, metà dei rei di contravvenzione, 10/25 dei rei contro le persone, e di quelli contro le proprietà, ebbero una qualche istruzione (S. Curcio, o. c.).

E qui pure, insieme accrebbe il numero dei condannati fra gli individui di istruzione superiore: nel 1826 erano 3,1‰ e nel 1860 erano 6,2 e gli accusati da 2 al 1830-40 saliva a 4 nel 1878.

Mentre i delinquenti, in genere, dànno una media da 75 a 50 di analfabeti, i rei minorenni ne diedero solo il 42%, ed in alcune provincie, come nella Lombardia il 5, nel Piemonte il 17. E già nel 1872 se ne contarono, per 453 illetterati, 51 che sapevano leggere, 368 leggere e scrivere, 401 leggere e scrivere e conteggiare; 5 con istruzione superiore (Vedi Cardon, Statist. carceraria, Roma, 1872). Secondo un'osservazione importante dello Joly, Herault che nel 1886 dava il minimo degli analfabeti 1% dei coscritti, e che ha ora una grande quantità di scuole, dalla più bassa scala nella criminalità quando era illetterato, salì ora alla massima, e così il Doubs e il Rodano.

Viceversa, Deux Sèvres, Vandea, Lot con 12; Vienne con 14; Indre con 17; Côtes du Nord con 24 e Morbihan con 35 illetterati dànno la cifra minima di criminalità.

Secondo Guillot in Francia si contano 3000 condanne di letterati contro 1000 illetterati.

Levasseur calcola che su 100 accusati in Francia erano:

1830-40 1840-50 1850-60 1860-70 1875 1878 Alfabeti 38 41 48 55 60 65 Di alta coltura 2 3 3 5 4 4 con un raddoppiamento di gente alfabetica e colta fra i rei in men di 30 anni.

Tocqueville dimostra che nel Connecticut la delinquenza crebbe coll'aumentare dell'istruzione.

Negli Stati Uniti le cifre massime di criminalità (0,35, 0,30, 0,37 per 1000) si notarono in Wyomin, California, Nevada che dànno il minimo di illetterati (3,4, 7,7 e 8,0%) e viceversa le minime di criminalità si notano in N. Messico 0,03, S. Carolina 0,06%, Alabama, Mississipi, Georgia, Luisiana che diedero cifre massime d'analfabeti (65,0, 55% e le 3 ultime da 49,1 a 50,9%); facendo eccezione Nebraska, Jowa, Maine, Dakosta con scarse cifre di rei e di analbeti, e ciò per altre cause che vedremo fra poco.

In Inghilterra e isole, i distretti Sorrey, Kent, Glocester, Middlesex presentano la massima criminalità e sono i più colti, mentre i meno colti North Wales, Essex, Cornwall, offrono la minima[82].

Nella stessa Russia tanto meno colta Oettingen (3ª ed. p. 597), calcola fra i condannati il 25% che sa leggere, anzi degli uomini il 29%, mentre la proporzione della popolazione onesta letterata l'8%.

In Scozia i delinquenti presentano, quanto al numero di analfabeti, un progresso maggiore che nel resto della popolazione (ibid.).

«Compulsate, dice Lauvergne, gli annali della giustizia, e troverete che i delinquenti più indomabili e recidivi sono letterati» (Les forçats, pag. 207).

Ma la prova migliore ce la dà il N. South Galles studiato da Fornasari sui documenti del Coghlan (The Wealth ecc., Sydney, 1895):

Gli analf. onesti sonvi al 12% nel 1880, gli arrest. analf. 5,5, i colti 6,2.

Gli analf. onesti sonvi al 7% nel 1891, gli arrest. analf. 4,1, i colti 4,7.

Tanto assolutamente quanto relativamente i colti delinquono più che gli analfabeti.

Dal 1881 al 1891 gli scolari crebbervi da 197.412 a 252.940 e gli arrestati da 39,758 a 44.851.

Per ogni nuova scuola aperta 1 arrestato di più. Per ogni 10 nuove scuole aperte 5 arrestati in più e ciò in tutti i varii rami della delinquenza:

Sapevano arrestati analfab. leggere legg. e scriv. Contro le persone 3.355 222 39 3.094 » la proprietà con violenza 990 60 14 916 » » senza » 4.878 331 69 4.473 Ribellioni, ubbriachezza 32.878 2348 473 30.057 Falsi monetari 157 3 4 150

Istruzione diffusa, suoi vantaggi.—Tuttavia, chi imparzialmente perscruta entro le cifre degli ultimi anni, s'abbatte in un fatto consolante, che dimostra non essere l'istruzione così fatale, come a tutta prima parrebbe; esservi un punto in cui l'istruzione favorisce il delitto, passato il quale l'istruzione invece serve d'antidoto. Dove l'istruzione ha preso una grande diffusione, cresce la cifra dei delinquenti a coltura superiore, ma ancor più quella dei delinquenti analfabeti; il che vuol dire, che la delinquenza scema nelle classi a coltura media. Così, a New-York mentre la popolazione dava, nel 1870, il 6,08% di analfabeti, e anzi, escludendone gli emigrati, che forniscono il più gran contingente alle carceri, solo 1,83%; i delinquenti dànno la quota di 31% di analfabeti[83].

Fra gli omicidi condannati or ora nell'America del Nord[84], 33% erano completamente analfabeti, 64% sapevano leggere e scrivere, 3% avevano istruzione superiore, mentre nei normali l'analfabetismo è solo nel 10%.

Nell'Austria, mentre la popolazione giovane, morale, di Salisburgo, del Tirolo, non ha analfabeti, la criminale ne ha dal 16 al 20% (Messedaglia).

Costruendo, coi lavori del Cardon, del Torre, del Bargoni, una tabella comparativa degli analfabeti soldati e delinquenti, troviamo:

Anni 1862 delinquenti analf. 60,57 soldati analf. 64,32 leva del 42 1863 » 62,50 » 65,46 » 43 1864 » 58,20 » 65,10 » 44 1865 » 56,38 » 64,27 » 45 1869 » 64,00 » 60,49 » 49 1871 case di pena 75,00 » 56,74 » 51 1871 bagni 50,00 » 56,74 » 51 1872 case di pena 79,00 » 56,53 » 52 1872 bagni 78,00 » 56,53 » 5[85]

Dal 1862 sino al 1869, dunque, la proporzione degli analfabeti onesti (soldati) fu superiore a quella dei delinquenti, come lo fu dal 1821 al 1829 in Francia (Oettingen, o. c.): ma i delinquenti analfabeti, più scarsi dei soldati nei primi anni, si fanno assai più numerosi negli ultimi; il che è tanto più notevole, perchè la cifra sempre più grossa dei recidivi, nei quali preabbonda l'istruzione, dovrebbe aumentare negli ultimi anni la quota degli istrutti fra i delinquenti.

Lo stesso può dirsi in Austria, ove

Nel 1856 i condannati analfabeti davano il 54,90% » 1857 » » » 58,90% » 1858 » » » 60,80% » 1859 » » » 61,43%

nel qual anno, all'aumento della criminalità degli analfabeti corrispose un aumento in quella delle classi più colte (Messedaglia, o. c.).

Anche in Francia negli anni:

% % 1827-28 i soldati analf. davano il 56 i condannati analf. 62 1831-32 » » 49 » » 59 1835-36 » » 47 » » 57 1836-50 » » 47 » » 48 1863-64 » » 28 » » 52 1865-66 » » 25 » » 36 1871-72 » » 20 » » 37 1874-75 » » 18 » » 36 1875-76 » » 17 » » 34 1876-77 » » 16 » » 31[86]

Decrebbero, dunque, anche là, ogni anno, gli analfabeti di ambe le categorie, ma assai più lentamente quelle dei condannati, e si aggiunga che là i rei sotto i 21 anni scemarono dal 1828 al 1863 di 4152 individui (Legoyt).

Più spiccato ancora risulta tal fatto, studiando in Europa dietro le ricerche di Levasseur (Bulletin de la Société Statistique, 1895) il numero degli scolari, e con quello di Bodio (Di alcuni indici misuratori del movimento economico, 1891) le proporzioni degli allievi delle scuole private e pubbliche, per abitanti, e le statistiche degli omicidi e dei furti del Ferri e delle rivoluzioni nel mio Delitto Politico: noi abbiamo questi dati:

Scolari Omicidi (1880-2) Furti Rivoluzioni p. 100 ab. p. 100.000 ab. p. 100.000 ab. p. 10 milioni ab. Prussia 17,8 5,7 246 5 Svizzera 16,1 16,4 114 80 Inghilterra[87] 16,4 5,6 163 7 Paesi Bassi(87) 14,3 5,6 — — Svezia(87) 13,6 13,0 — 13 Austria 12,5 25,0 103 5 Francia 14,5 18,0 103 16 Belgio(87) 10,9 18,0 134 — Spagna 9,1 74,0 52,9 55 Italia 7,6 96,0 150 30 Russia 2,4 14,0 ? —

Donde si vede che col crescere degli scolari in massima diminuiscono gli omicidi, fatta eccezione per la Russia (con 14 di omicidi malgrado un minimo di scolari, 2,4) e per la Svizzera che ha una forte cifra di scolari e di omicidi.

Quanto ai furti seguono la linea inversa, si elevano in Inghilterra, Belgio, Prussia, col maggior numero degli scolari, e diminuiscono in Spagna col loro minor numero.

Quanto alle tendenze rivoluzionarie dànno risultati contradditorii.

Il rapporto si conserva fino a un certo punto studiando le singole nazioni.

In Italia completo è il parallelismo tra l'omicidio, lo stupro e l'analfabetismo, la cui quota minima, media e massima, corrisponde a quella dei due citati reati, come dalla seguente Tavola:

Analfabeti da 80 a 86% da 80 a 50% da 50 a 0% Omicidi[88] p. 100.000 abit. 32,3 22,9 6,6 Stupri[89] » » 23,6 11,3 10,2 Truffe[90] » » 41 63 50 Furti[91] » » 141 160 119

Se si passa a maggiori dettagli vediamo però per gli omicidi che in Sardegna, Cagliari, con 82% d'analfabeti, ha 21 0/0000 d'omicidi, la metà di Sassari—42—che pure ha un minor numero —76—di analfabeti; Torino, la prima per coltura (25% di analfabeti), dà 7 omicidi, mentre Brescia, Cremona, Verona con molto più analfabeti (44-45-46) danno meno omicidi!—3,4-4,8-2,8— influendo in Torino forse il vino e la razza e le abitudini guerriere. Reggio Emilia che ha il minimo di stupri, ha il 62% di analfabeti; vi sono dunque numerose e gravi interferenze.

Quanto alle truffe, minime dove è massimo l'analfabetismo (Cosenza, Benevento, Caltanissetta), crescono collo scemare di questo (Macerata, Sassari, Venezia), ma diminuiscono notevolmente quando l'analfabetismo è al minimo (Milano, Torino, Belluno), non però tanto da raggiungere la quota del massimo analfabetismo.

Anche il furto aumenta colla media istruzione (Treviso, Venezia, Lecce) e diminuisce colla maggior diffusione di questa (Alessandria, Novara, Como) mostrando un calo ben maggiore che non desse il massimo analfabetismo.

In Italia, Livorno che dà una delle cifre più basse d'analfabeti (44%, mentre Reggio il 61%, Firenze 59%, Pisa 62,3%), dà una criminalità maggiore che in tutti i reati della regione.

Nelle recenti statistiche di Francia portate da Joly (op. c.).

p. 100.000 ab. p. 100.000 ab. Nei 6 dipartimenti con 7 a 10 illetterati = 9 accusati 13 » » 11 a 20 » = 13 » 3 » » 20 a 50 » = 13 a 11 » 11 » » 50 a 61 » = 8 »

Qui il delitto aumenta con una media istruzione e cala colla massima.

Noi abbiamo poco sopra notato, come in Francia ed in Inghilterra i delitti di sangue si fanno rarissimi nelle grandi città, ove sono quasi sempre opera di campagnuoli, o montanari, mentre prevalgonvi quelli contro le proprietà; e che così accade fra noi dei recidivi, appunto perché più istrutti. Nel Belgio, i grandi delitti scemarono ogni anno dal 1832 in poi—erano 1 ogni 83,572, calarono ad 1 ogni 90,220 nel 1855. In Svezia dal 1852 in poi i grandi delitti scemarono del 40%.

Anche nell'America del Sud, a Mendoza, un rapporto ufficiale dice, che si avevano:

359 condanne quando vi era 1 scolaro ogni 27 abitanti e 127 condanne quando vi era 1 scolaro ogni 8 abitanti

(Congresso di Stokolma, 1889).

Criminalità speciali dei colti ed incolti.—Tutto ciò ci spiega il fenomeno contradditorio sulle prime, e che Joly non seppe spiegare, che l'istruzione ora aumenti ora diminuisca il delitto. Dapprima, quando non è diffusa, quando non è maturata in un paese, aumenta tutti i delitti salvo l'omicidio: quando invece è diffusissima fa calare tutti i reati più feroci, non però, come vedremo, i reati minori, o quelli politici e i commerciali, o di libidine, perché essi aumentano col naturale aumento degli attriti umani, e degli affari e della attività cerebrale.

Dove, insomma incontrastabilmente influisce l'istruzione sulla criminalità, è nel mutarne l'indole, nel renderla meno feroce.

Fayet e Lacassagne mostrarono che:

1º negli analfabeti predominano gli infanticidi, la soppressione di parto, i furti, l'associazione di malfattori, saccheggi, incendi;

2º in quelli che san leggere e scrivere imperfettamente prevalgono l'estorsione di cambiali, minaccie per iscritto, ricatti, saccheggi, guasti di proprietà, ferimenti;

3º negli istrutti a leggere e scrivere prevalgono concussione, corruzione, falsi in iscritto, minaccie per iscritto;

4º negli istrutti con coltura elevata, falsi in scrittura di commercio, estorsione di fondi dei funzionari pubblici, falso in scrittura autentica, sottrazione d'atti, delitti politici (o. c.).

Insomma vi è una criminalità specifica per gli illetterati, è la più feroce ed una per i letterati, ed è la più astuta, ma più mite.

Il minimo del falso—107‰—ed il massimo degli infanticidi 705‰, si trovano fra gli illetterati: invece nei condannati con coltura superiore prevalsero i falsi di carte pubbliche, abuso di ufficio, infedeltà e truffa, mancando gl'infanticidi e i reati di violenza.

In Austria tra gli analfabeti prevalsero ratti, rapine, infanticidi, aborti, uccisioni, furti, bigamie, omicidi, danneggiamenti, ferite (o. c.).

In Francia pure dagli studi più recenti di Socquet (Contribution a l'étude de la criminalité en France) si vedono man mano diminuire i rei illetterati al 1876-80 in confronto al 1831-35: gli omicidi e gli assassini della 1/2, gli infanticidi e gli aborti di 1/3; i reati contro i costumi quasi di 1/3; i rei coltissimi poi scemano di 1/2 negli assassini e omicidi; mentre sono quasi stazionari negli altri reati[92].

Quanto ai delitti politici essi aumentano costantemente colla maggior istruzione. Già la storia ci mostrò che le città più colte (Atene, Ginevra, Firenze) diedero il massimo delle rivoluzioni; e non è certo negli analfabeti, ma in quelli a coltura superiore che si trovano i nihilisti e gli anarchici, del che addussi abbondanti prove nel mio Crime Politique.

In Italia, dal bellissimo studio di Amati (Istruzione e delinquenza in Italia, 1886):

Anni 1881-83 Analfabeti Sap. scriv. e legg. Colti % % % Delitti politici 54 36 10 Truffe 38 55 7 Omicidi 62 37 0,12 Furti 65 34 1,7 Stupri 48 44 8 Ribellioni 49 48 3,1 Contro l'ordine delle famiglie 61 38 0,8

Nei 503 più colti si notavano nel 1881-83:

Falsi 76-152 ‰ Omicidi 44-88 » Furti 40-80 » Truffe 57-114 » Concussioni 38-76 » Grassazioni 22-44 » Reati di lascivia 34-68 » Bancarotta 33-66 » Spergiuri 2-4 » Ferite 13-26 » Parricidi 2-4 » Delitti politici 14-28 » Religione 1-2 » Distruz d'oggetti 4-8 » Incendii 9-18 » Istigazione a reati 6-12 » Aborto 1-2 »

con cifre massime dunque di falsi, truffe, reati di lascivia, bancarotta, furti, concussioni, omicidi; e minime di ferite, grassazioni, parricidi, incendii.

In complesso si vede che se gli omicidi e i furti prevalgono negli analfabeti; unendo insieme i più colti e gli istrutti prevalgonvi specialmente i delitti politici, gli stupri e le truffe, nelle quali ultime sono in minoranza assoluta gli analfabeti e in maggioranza i colti e i semicolti.

E notisi che pei delitti politici, si trattava di un'epoca in cui essendo completamente libero fra noi il pensiero, ben pochi, e non i migliori erano i ribelli politici, ciò che spiega la cifra pur grossa di analfabeti, mentre ora i puniti per delitto politico son certo il fiore della coltura nazionale. Altrettanto accade in Russia dove il massimo contingente, nei reati politici è dato dall'istruzione superiore. Anche dal 1827 al 1846 i nobili esiliati in Siberia per politica erano 120 volte più numerosi dei contadini.

Su 100 donne condannate per delitto politico in Russia, 75 erano colte, 12 sapevano leggere e scrivere e 7 analfabete[93].

In Francia calarono i delitti più gravi che si portavano alle Assise per cui da 40 0/0000 che si portavano alle Assise nel 1825, scesero a 11 0/0000 nel 1881, ma aumentarono gli accusati portati davanti al ministero pubblico da 48.000 a 205.000.

In complesso la criminalità aumentò del 133%; ma scemava quella di sangue ed aumentò quella contro i costumi, specie contro i fanciulli, che da 83 nel 1825 saliva a 615 nel 1881; oltraggio al pudore che da 302 nel 1875 saliva a 2592 nel 1880; i furti aumentarono dal 1826 al 1880 del 238%, le truffe del 323%, gli abusi di confidenza del 630%, i delitti contro i costumi del 700%.

Il vagabondaggio quadruplicò, gli oltraggi alle guardie quintuplicarono, il vagabondaggio ottuplicò; i fallimenti salirono da 2000 a 8000, mentre i commercianti accrebbero sì, ma non del quadruplo.

Questi aumenti esprimono l'influsso della coltura.

Più bella e più benefica è questa influenza nell'Inghilterra[94]: dal 1868 al 1892 calarono i prigionieri da 87.000 a 50.000 ed i criminali liberi da 31.295 a 29.825; i rei minorenni da 10.000 a 4.000; dagli ultimi 10 anni—1892—le offese contro le persone scemarono dell'8%, i furti e borseggi del 30%, i falsi monetari del 34%, i reati contro l'ordine pubblico del 35%; crebbero solo i reati contro la proprietà con violenza del 27% e per vendetta del 18%; mentre poi dal 1874 al 1894 crebbero le bancherotte da 28,7 a 36%. Crebbero insomma alcuni, non tutti i reati più gravi.

Eppure nello stesso tempo la popolazione aumentò del 12%; e ora non vi si contan più che 21 illetterati su 100 accusati: e il decremento si ebbe sopratutto su Londra, che è la città più ricca e ha scuole più diffuse.

Non si può dire, adunque, che l'istruzione sia sempre un freno al delitto, ma nemmeno che sia sempre uno sprono. Quando essa è veramente diffusa su tutte le classi, la si mostra, anzi, benefica, scemando i delitti fra gl'individui mediocremente colti e sempre raddolcendone l'indole.

Istruzione carceraria.—Tuttavia, se questo va inteso per la popolazione, in genere, non deve estendersi alla carceraria, dove una coltura elementare, che non si possa accompagnare con una educazione speciale, la quale prenda di mira le passioni e gli istinti piuttosto che l'intelligenza, è assolutamente dannosa, è un'arma di più che si somministra al reo per acuirsi nel crimine, per divenir recidivo. Sicchè, se deve darsi opera a estendere l'istruzione alfabetica, anche forzatamente, fra il popolo, non deve incoraggiarsi, punto, nelle case penali, dalle quali converrebbe pure togliere l'apprendimento di quelle arti, p. es., del fabbro, del litografo, del muratore, che possono favorire alcune delinquenze (Vedi vol. I, pag. 478).

Senza dubbio la istruzione alfabetica che si dà nelle carceri di Francia, Sassonia, Svezia spiega le cifre notevoli di falsi che si commettono dai recidivi.

Nè io saprei spiegarmi se non colla introduzione delle scuole carcerarie, che aumentano i contatti fra i discoli, ne acuiscono le menti e raddoppiano le forze e tolgono i vantaggi del silenzio e dell'isolamento, il gran numero dei nostri recidivi istrutti, tanto più che la statistica ci rivelò nei recidivi una cifra quasi doppia (67,40) di reati contro la proprietà, in confronto dei delinquenti non recidivi (28,47%), e inferiore di un quarto circa (40,13 per 32,54) di delitti contro le persone; aumentarono, dunque, fra essi probabilmente i delitti in cui occorre la cultura, e di altrettanto scemarono quelli, dove entra la violenza. Oserei dire perciò che, in buona parte, la scuola carceraria entra a fattore nell'accrescimento della criminalità—almeno fra i recidivi—che si osserva in molte regioni civili[95].

E qui mi farò forte della opinione di Dante:

Che dove l'argomento della mente S'aggiunge al mal voler ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente.

(Inf., XXXI).

e d'un altro grande osservatore dallo sguardo felice:

Chi nun sa scrive' in oggi fa poino... Ma se sapevo scrive', 'r mi' Pasquale, Dove ci ho 'alli, c'era 'n pal di guanti. Belle mi' filme farse alle 'ambiale! Che scoti 'r capo? l'anno fatto tanti; Dunque vòr di' che 'un c'è nulla di male.

(NERI TANFUCCIO, Sonetto, XCVIII, pag. 124).

Versi questi due ultimi che ci dipingono come e perchè il male impunito diventa epidemico.

«Sono stato a scuola, scrive Passanante, nel mio paese nell'anno 1864 o 1865, frequentando la scuola elementare del municipio. In seguito ho letto la Bibbia che acquistai e poi perdetti, e qualche altro libro che per caso mi è riuscito aver tra le mani, sopra svariate materie».

E aggiungerò come Caruso fosse solito a dire, che se avesse conosciuto l'alfabeto, avrebbe potuto conquistare il mondo; e come l'assassino Delpero a pie' del patibolo dichiarasse che causa della sua disgrazia fu l'istruzione, procuratagli dai parenti, che lo fece invanire e quindi preferir l'ozio al lavoro mal ricompensato.

«Gli è che, nota assai bene il Messedaglia, l'istruzione va considerata più come una forza che come una ragione morale, forza che indirizza più al bene che al male, ma che può altresì essere abusata, ed anche in alcuni casi tornare indifferente. Ed altra cosa è saper leggere e scrivere, altro il possedere il grado necessario di moralità». «Le cognizioni, dice assai bene il Seymour, il presidente delle Associazioni carcerarie d'America, sono una potenza, non una virtù, e possono servire al bene, ma anche al male».—Gli è, ripeterò io, in altre parole, che la semplice cognizione sensoria della forma delle lettere o del suono onde s'intitola un oggetto, e anche le nozioni dei grandi progressi tecnologici e scientifici, non accrescono di una linea il peculio della morale, e possono, alla lor volta, invece, essere un valido strumento del maleficio, creando nuovi crimini, che più facilmente possono sfuggire ai colpi della legge, rendendo più affilate e più micidiali le armi onde si servono i rei; per esempio, insegnando a servirsi delle ferrovie, come appresero nel 1845 per la prima volta a Tiebert; o del petrolio, come accadde a quei della Comune; o della dinamite, come or ora a Thomas; o del telegrafo e delle lettere in cifra, come usava il veneto Fangin, che con questo mezzo segnalava ai seguaci la corriera da svaligiare; e tutti i delinquenti, poi, addottrinando colla lettura dei processi, di cui sono avidissimi, sulle arti dei loro predecessori. Così è che, su 150 vagabondi, Mayhew ne rinvenne 63 che sapevano leggere e scrivere, quasi tutti ladri; e di questi, 50 avevano letto il Jack Sheppart ed altri romanzi criminali, oltre al Calendario di Newgate; gl'illetterati se l'erano fatto leggere in casa; molti dichiararono che da queste letture avevano avuto il primo impulso alla loro vita sregolata.

Danni speciali dell'istruzione.—Gli è certo che la scuola non è un centro di moralità. È giusto quanto predica ai borghesi istrutti Joly: «Voi contate sulla scuola per supplire alla lacuna ed assenza dei genitori—che devono accudire i loro lavori o che non sanno e non possono fare il loro dovere—e poi contate sulla famiglia per supplire alla lacuna morale della scuola. Ma mentre uno attende tutto dall'altro tutti e due vi vengono meno».

E fin l'istruzione superiore che si appresta, almeno a noi Latini, fra cui il delitto è in aumento, aumenta spesso invece di medicare le piaghe: viviamo in un'epoca in cui i giorni son anni e gli anni secoli, e vogliamo far vivere i giovani in un'atmosfera di migliaia d'anni fa.

Non hanno nemmeno gli ingegni più forti tempo che basti per abbracciare quella parte di scibile che è necessaria a tutti (come la storia naturale, l'igiene, le lingue vive, la statistica, ecc.) e vogliamo che la consumino per imparare a balbettare malamente delle lingue e delle scienze morte: e tuttociò: per... raffinarci il buon gusto, mentre tutti noi troveremmo ridicolo che si insegnasse per dieci o dodici anni a fare dei fiori o dei solfeggi?

La fiumana della vita moderna, tutta impregnata di fatti, ci passa avanti, e noi non ce ne avvediamo.

Quanto dovranno sorridere i nostri nipoti pensando che migliaia e migliaia di uomini hanno creduto sul serio che qualche frammento di classico, studiato sbadigliando e per forza, e dimenticato più facilmente che non appreso, e peggio ancora, le aride regole grammaticali di una lingua antica, siansi credute lo strumento più prezioso per acuire l'ingegno ed il carattere del giovane, più che non l'esposizione dei fatti che più lo dovrebbero interessare e più della ragione dei fatti stessi. Ma intanto si fabbricano generazioni, il cui cervello s'imbeve, per molto tempo, solo della forma e non della sostanza, anzi, più che della forma (che almeno potrebbe tradursi in qualche capolavoro estetico) di un'adorazione feticcia di quella, e tanto più inesatta, tanto più sterile e cieca, quanto maggiore fu il tempo che inutilmente vi si consumava.

E quando crediamo di avere ingoffati a sufficienza quei poveri cervelli di questa classica stoppa, li rinzeppiamo, per soprassello, di vacuità metafisiche od archeologiche.

Da ciò l'incapacità di capire il nostro tempo, da ciò l'esagerata importanza data a pezzi di carta che si chiaman progetti di legge, da ciò la degenerazione del carattere.

Quella menzogna perpetua verniciata di retorica in cui viviamo, che ci rende la penultima delle nazioni latine, oltre che dall'imbeverci di una vita la quale non è la nostra, dipende dall'abito di correr dietro alla forma, al suono delle cose più che alla sostanza e dalla lunga abitudine, continuata per tanti anni della giovinezza, di ingannarci e ingannare gli altri nell'apprendimento di una lingua alla quale non ci interessiamo punto; di supplire alle inutili fatiche colle arti dell'adulazione, dei falsi. Poi l'abitudine fatta si estende alla vita di studente, di dottore, di deputato, di ministro.

Ecco perchè, mancando così di una solida base, il giovine si getta in braccio alla prima novazione, anche la più errata, la più discorde dai tempi, quando questa gli ricorda la male intravveduta antichità. Chi ne dubitasse, ricordi il classicismo dei rivoluzionari dell'89 e legga Vallès: Le bachelier et l'insurgé, e vedrà quanto contribuisca quell'educazione discorde dal tempo a farne uno spostato ed un ribelle.

E da quell'educazione dipende quell'adorazione della violenza che fu il punto di partenza di tutti i nostri rivoluzionari, da Cola da Rienzi fino a Robespierre.

«..... Tutta L'educazione classica, scrive Guglielmo Ferrero (Riforma sociale, 1894), che altro è se non una glorificazione continuata della violenza, in tutte le sue forme? che comincia dalla apoteosi degli assassinii commessi da Codro o da Aristogitone, per arrivare ai regicidi di Bruto. E tutta la storia del Medio Evo, e tutta la storia moderna, e la storia stessa del nostro risorgimento, come la insegnano oggi, quasi dovunque, che altro è se non la glorificazione, fatta da un punto di vista speciale, di atti brutali e violenti? Non ha forse potuto un poeta, che tutti considerano come il rappresentante morale dell'Italia nuova, scrivere tra gli applausi generali:

«Ferro e vino voglio io... . . . . . . . . . . . . Il ferro per uccidere i tiranni, Il vin per celebrarne il funeral»?

«In questo punto, tanto il vizio è profondo, tutti i partiti sono d'accordo: i clericali grideranno urrah alla pugnalata di Ravaillac; i conservatori alle fucilazioni in massa dei comunardi del 1871; i repubblicani alle bombe di Orsini; ma tutti sono d'un pensiero, nel celebrare la santità della violenza, quando torna utile ad essi. Il nuovo eroe di questi ultimi anni del secolo non è nè un grande scienziato, nè un grande artista, ma Napoleone I.

«Chi può meravigliarsi, dopo ciò, se in una società così satura di violenza, la violenza scoppia fuori di tempo in tempo, da ogni parte, in lampi e tempeste? Non si può impunemente dichiarare santa la violenza, con il sottinteso che essa debba essere applicata solo in un modo determinato; presto o tardi arriva chi trasporta il Vangelo della forza da un credo politico ad un altro.

«L'istruzione ci favorisce dunque la simulazione e la violenza—peggio ci rende inerti ed inetti e quindi mendaci—o quel che è lo stesso politicamente malvagi».

Son lieto di essere in questa stato preceduto dal grande maestro mio Taine in queste sue ultime pagine quasi monito sacro alle nostre razze latine così tenaci e gloriose di quello che è la massima loro ruina.

«La vera istruzione, la vera educazione, scrive Taine[96], si ha al contatto delle cose, alle innumerevoli impressioni sensibili e che l'uomo riceve tutto il giorno nel laboratorio, nella miniera, nel tribunale, nell'ospedale, davanti agli strumenti, al materiale, che entrano per gli orecchi, pel naso, per l'odorato, e che sordamente elaborate, si organizzano in lui per suggerirgli prima o dopo una combinazione nuova, una semplificazione, un'economia, un perfezionamento, un'invenzione. Di tutti questi contatti preziosi, di tutti questi elementi assimilabili e indispensabili, il giovane francese è privato, e appunto nell'età più feconda. Per 7 o 8 anni è chiuso in una scuola, lontano dall'esperienza personale, che gli avrebbe data una nozione giusta e reale delle cose, degli uomini, e della maniera di armeggiarsi nella vita.

«È troppo esigere dai giovani che un giorno determinato, davanti a una seggiola, siano in possesso di tutto lo scibile; infatti due mesi dopo gli esami non ne sanno più niente: ma intanto il loro vigore mentale declina; i succhi fecondi sonsi inariditi; l'uomo fatto o meglio colui che non subisce più alcun cambiamento, diviene etichettato, rassegnato a tirar in lungo, a girar indefinitamente la stessa ruota.

«Viceversa gli anglosassoni i soli in Europa, nei quali, come vedremo, ci sia la minima criminalità, non hanno le nostre innumerevoli scuole speciali; da loro, l'insegnamento non è dato dal libro, ma dalla cosa stessa. L'ingegnere per esempio si forma in una officina, e non in una scuola; il che permette a ciascuno di giungere esattamente al grado che comporta la sua intelligenza, operaio o capomastro, se non può andar più in su, ingegnere se le sue attitudini glie lo additano. Invece da noi coi tre piani dell'istruzione per l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza; colla preparazione teorica e scolastica sui banchi e sui libri, si è prolungata e si è aumentata sempre più in vista dell'esame, del grado, del diploma, del brevetto, la tensione della mente, mentre le nostre scuole non dànno mai quel corredo indispensabile che è la solidità del buon senso, della volontà, e dei nervi. Così la entrata nel mondo dello studente e i suoi primi passi nel campo d'azione pratico, non sono per lo più che una serie di cadute dolorose; sicché ne resta indolenzito, e, qualche volta, addirittura stroppiato. È una prova rude e pericolosa; l'equilibrio mentale gli si altera e corre rischio di non potersi più ristabilire; la disillusione è stata troppo rude e troppo forte».

L'istruzione è infine spesso un incentivo del male, promovendo, senza le forze di soddisfarli, nuovi bisogni, nuovi desideri, e soprattutto nelle scuole, nuovi contatti, tra gli onesti e gl'inonesti, resi vieppiù perniciosi laddove l'istruttore stesso diviene l'apostolo del male, in ispecie pei delitti di libidine, come si nota qui ed in Germania (Oettingen, o. c.).

CAPITOLO IX.

Influenza economica—Ricchezza.

L'influenza della ricchezza è certo più controversa di quella della istruzione. Nè l'esame più spassionato dei fatti, riesce a darne una soluzione completa. E bisogna dire che sono i termini anche che spesso sfuggono al ricercatore. Lo stesso Bodio nella sua classica opera: Di alcuni indici numeratori del movimento economico in Italia, 1890, dimostra che la domanda—quale sia la ricchezza d'Italia—è una domanda la cui risposta è impossibile. Fare il computo di tutte le fonti di ricchezza agraria e mineraria è impossibile perchè non abbiamo statistiche chiare delle industrie estrattive; far la statistica di tutte le proprietà individuali è impossibile per la mancanza di un catasto simultaneo di tutte le ricchezze mobili e immobili; e bisogna ricorrere alle denuncie private sulle donazioni e testamenti. Il medio salario bisogna basarlo per via di ipotesi, sopra il minimo necessario alla vita, che è pure esso un dato congetturale. Basarsi per la ricchezza sulle tasse, soltanto, pare affatto erroneo, quando sappiamo come gli errori catastali soli bastano per scombuiare ogni calcolo, senza contare che molti affaristi e banchieri e molti professionisti vi sfuggono più o meno completamente. Ed ecco infatti come i risultati da questo lato comunque si prendano mostrano difficile il cogliere un rapporto esatto tra la ricchezza e i delitti più importanti.

1. Tasse e imposte riunite.—Confrontando la ricchezza in Italia, calcolata dalle cifre rappresentanti la somma delle quote individuali per abitante delle tasse di consumo (dazi interni di consumo, tabacchi, sali), delle imposte dirette (sui fondi rustici, sui fabbricati e di ricchezza mobile sopra ruoli) e delle tasse degli affari[97]—colle cifre dei reati principali[98] abbiamo:

Ricchezza massima, 1885-86 (Quota pagata da ogni abitante: da L. 33 a L. 74):

Reati contro il la Ricchezza Provincia Buon costume Fede pubbl. Furti Omicidi L. 74,9 Livorno 26,4 76 224 21,3 » 71,3 Roma 22,1 65 329 27,8 » 55,1 Napoli 20,7 48 161 26,7 » 54,5 Milano 11,7 47 157 3,4 » 45,6 Firenze 12,6 48 120 9,9 » 42,5 Genova 17,2 59 147 7,8 » 41,4 Venezia 14,3 138 246 6,5 » 38,4 Torino 17,9 103 121 9,1 » 33,3 Bologna 11,3 104 216 7,6 » 33,0 Cremona 6,8 59 134 2,3 » 31,7 Ferrara 7,2 33 367 6,1 » 31,4 Mantova 15,6 88 254 7,8 ———— ————— ——— ———— 15,6 70,6 206 11,3

Ricchezza media (da L. 20 a L. 26):

L. 26,9 Porto Maurizio 10,1 94 135 6,2 » 25,4 Novara 8,1 34 100 6,3 » 25,1 Grosseto 22,4 50 105 15,4 » 24,6 Caserta 17,0 44 189 31,2 » 24,4 Cuneo 6,9 52 87 8,8 » 24,1 Ancona 11,7 128 100 19,0 » 23,5 Palermo 21,8 35 150 42,5 » 23,3 Lecce 16,7 52 126 10,3 » 23,0 Bergamo 9,5 38 115 4,0 » 22,5 Forlì 7,4 172 174 21,5 » 20,4 Cagliari 17,2 68 296 21,8 » 20,3 Perugia 12,7 32 140 15,9 ———— ——— ——— ———— 13,4 66 143 17,0

Ricchezza minima (da L. 10 a L. 18):

Reati contro il la Ricchezza Provincia Buon costume Fede publ. Furti Omicidi L. 10,5 Belluno 6,3 25 108 5,1 » 13,6 Sondrio 13,0 31 120 5,4 » 14,0 Teramo 14,7 37 108 20,4 » 14,7 Cosenza 34,8 30 125 38,2 » 15,0 Campobasso 22,2 42 190 41,2 » 15,4 Aquila 18,5 44 118 31,1 » 15,8 Chieti 31,1 76 119 25,7 » 16,3 Reggio Calab. 30,5 26 214 30,5 » 16,4 Messina 17,9 29 148 19,2 » 16,5 Ascoli 13,3 40 82 11,9 » 16,6 Avellino 23,3 42 179 45,4 » 18,3 Macerata 9,8 102 273 13,0 ———— ——— ——— ———— 19,6 43 148 23,0

Che riassunte in gruppi ed aggiungendovi le cifre del periodo 1890-93 forniteci dal Bodio, nelle quali, oltre ai furti denunciati al P. M., si tien calcolo anche di quelli di competenza dei pretori, dànno:

Ricchezza 1890-93 (Bodio) massima media minima massima media minima

Reati c. la fede pubblica 70,6 66,0 43,0 55,13 39,45 37,39 Reati c. il buon costume 15,6 13,4 19,6 16,15 15,28 21,49 Furti 206,0 143,0 148,0 361,28 329,51 419,05 Omicidi 11,3 17,0 23,0 8,34 13,39 15,40 Truffe, frodi, bancherotte 81,39 53,27 46,53

Da cui si vede che: le truffe e in genere i reati contro la fede pubblica vanno decisamente aumentando coll'aumentare della ricchezza; che i furti sono massimi dove questa è massima; ma se vi si aggiungano anche quelli di competenza dei pretori, di poca entità e per lo più campestri, se ne ha il massimo dove la ricchezza è minima, come del resto si ha sempre per gli omicidi.

Questa differenza dimostra ancor meglio la influenza assolutamente occasionale della pura miseria sui minimi reati per lo più boschivi: l'abbiamo veduto anche nel capitolo dell'Alimentazione, nel fatto che mentre i furti in genere crescono in Germania negli anni in cui il frumento costa meno—e calano quando questo cresce di prezzo—invece i furti boschivi hanno un comportamento affatto inverso. Ma questi furti, che ricordano ancora l'antica usanza della comunione delle terre e dei pascoli, si legano a vecchie tradizioni e non rappresentano che in piccolissima parte l'immoralità d'un paese.

Il comm. Bodio ci fa notare la necessità anche per ragioni psicologiche di studiare a parte le truffe (frodi e bancherotte) e i falsi in monete ed in atti: ma noi, coi dati che egli ci somministra, troviamo che, tanto nelle medie quanto nell'ordine sociale, questi reati si comportano come i reati contro la fede pubblica da noi studiati sugli anni 1878-83, andando cioè paralleli colla ricchezza.

Quanto ai reati contro il buon costume i risultati sono più inattesi; essi presenterebbero, cioè, il loro minimo dove la ricchezza è media, e il loro massimo dove la ricchezza è minima. Ciò è in evidente contraddizione con quanto si conosce sull'andamento solito dei reati contro il buon costume che sempre crescono col crescere della ricchezza.

Tuttavia queste conclusioni subiscono numerose eccezioni, anche le quali si mantengono pressochè tutte nel periodo 1890-93.

Così vediamo tre provincie che hanno una ricchezza minima e press'a poco eguale, Sondrio, Reggio Calabria ed Aquila, offrire una metà di furti e quasi il terzo di falsi di Macerata (102), senza che della differenza si possa trovare alcuna spiegazione.

Quanto qui il fattore di razza e di clima abbia su quell'economico il sopravvento appare dalle cifre maggiori dei reati contro il buon costume date da provincie meridionali ed insulari, Potenza (32), Cosenza (34), Chieti (31), Reggio Calabria (30), Campobasso (22) e Avellino (23), mentre Belluno, Sondrio e Udine, con ricchezza pari, ma nordiche e di razza celtica o slava, non ne hanno che 6, 13,2 e 7,93; e dalle variazioni quasi del quadruplo: Macerata con 9 in confronto a Cosenza e Reggio Calabria che pure hanno ricchezza quasi uguale.

Lo stesso rapporto si trova per gli omicidi, il cui numero è veramente maggiore nelle provincie che hanno minore ricchezza; se non che anche per essi emergono le grandi cifre di Girgenti (70), di Campobasso (41), di Cosenza (38) e di Avellino (45), meridionali, sopra quelle minime delle nordiche Sondrio (5,48), Belluno (5,17), ed Udine (7,17), di cui la ricchezza è pressochè uguale alle prime, ma diverse sono la posizione geografica, l'etnologia ecc.

E così si spiega anche perchè i massimi ed i minimi delle ricchezza non corrispondano sempre nelle singole provincie alle risultanze che emergono dalle medie.

Così Venezia e Torino, che non son tra le prime delle provincie ricche, hanno invece il massimo di reati contro la fede pubblica: certo un simile fatto avviene in Bologna, come abbiamo già accennato, per la speciale tendenza etnica (bolognare).

Livorno, Roma e Napoli, pur essendo le più ricche, dànno cifre massime di omicidi e di reati contro il buon costume, mentre questi, in Italia, scemano colla maggiore ricchezza: ma qui esercitano la loro influenza l'alcool per Roma e la condizione sua di capitale, per Napoli il clima e l'agglomero e per Livorno la razza (v. s.); e infatti, come controprova, vediamo due dei paesi più poveri, ma nordici, Belluno e Sondrio, dare il minimo di omicidii e stupri, mentre Campobasso, Reggio, Palermo, Cosenza, con ricchezza press'a poco uguale, ma semitiche, meridionali od insulari, dànno le cifre massime. Cosicchè le eccezioni sono così grandi da inforsare le conclusioni sintetiche certo anche perchè nemmeno la somma delle tasse e delle imposte rispecchia il decorso della ricchezza.

2. Lotto. Imposte dirette ecc.—Ma assai peggio vi si riuscirebbe studiando le singole tasse e i singoli proventi in rapporto alla criminalità.

Non conto nemmeno i proventi del lotto perchè non solo non crescono nel senso della ricchezza, ma segnalano, anzi, l'incremento della miseria e dell'imprevidenza. Ora sommare quelli coi contributi delle industrie era come sommare insieme i gradi di calore di un liquido al di sotto di 0° e d'un altro al di sopra dell'ebollizione; verrebbero fuori delle medie che non hanno nessun rapporto col vero, anzi che gli sono contrarie.

Prendendo dunque a considerare, nel 1885-86, la media della tassa di ricchezza mobile secondo il reddito privato di ogni abitante, troviamo fra le provincie che pagano di più (da L. 52 a 18), dopo Livorno, che è il primo come lo è nei delitti, tutte le provincie e delle città principali e insieme Porto Maurizio, Novara, Alessandria, Pavia, Piacenza, Cremona, che non sono le più criminose, e fra quelle che pagano meno da L. 5 a L. 9, oltre Macerata, Belluno, Arezzo, Perugia poco criminose—Cagliari, Sassari, Avellino, Chieti, Salerno, Campobasso, Messina, che lo sono moltissimo, certo perchè meridionali.

Altrettanto dicasi per le altre imposte dirette in cui ancora eccellono le provincie delle città principali e poi Livorno, e ultime sono Sondrio e a poca distanza Campobasso.

Nelle imposte sui fondi rustici emergono Cremona, così scevra di delitti gravi, e Mantova che ne è carica: ultime sono Sondrio pure scevra, e Livorno che ne è insozzata. È però da tener presente la enorme sperequazione che più ancora che nel resto esiste per tale tributo tra una provincia e l'altra.

3. Tasse di consumo.—Tenendo nota delle tasse di consumo (tasse di fabbricazione, dazi interni, tabacchi e sale), 1885-6, troviamo ancora Livorno in prima linea, e poi subito le città principali ed insieme, da 48 a 12 per abitante, Cremona, Grosseto, Pisa poco spiccate nel reato, e fra le minime, da 5 a 7, Belluno, Sondrio, Arezzo insieme con Reggio Calabria, Sassari, Cosenza, Trapani.

4. Tasse di successione.—De Foville ha creduto possa farsi un calcolo della ricchezza privata d'un popolo in base alle denuncie della trasmissione delle proprietà[99]. Ma se noi studiamo le statistiche molto apprezzate, ma che non sono se non regionali, usufruite per l'Italia dal Pantaleoni[100], difficilmente potremo farci un'idea chiara dei rapporti positivi o negativi dei reati colla ricchezza.

Infatti studiando questa sua tabella (v. pag. seg.) si conclude che le regioni più ricche, Piemonte-Liguria, Lombardia e Toscana hanno una quota di crimini, contro la proprietà, minore della media del Regno: e così le regioni che per ricchezza stanno presso la media del Regno, il Veneto e l'Emilia. Le regioni più povere, la Sardegna, la Sicilia e il Napoletano hanno una cifra elevata di criminalità; però una lievissima ne hanno le Marche-Umbria, che son povere; e poi i furti avvengono nelle proporzioni più piccole in Toscana, Lombardia, Emilia, Piemonte-Liguria, regioni più ricche e in una delle povere (Marche); ed avvengono in proporzioni medie nella Sicilia, un po' più elevate nel Veneto, in relazione alla miseria intensissima degli agricoltori in quella regione, poi nel Napoletano. La regione più ricca (Lazio) e la più povera (Sardegna) presentano il massimo numero di furti, cosicchè non vi è nessun preciso parallelo. Per il Lazio, avverte giustamente Bodio, bisogna tener conto dell'influenza perturbatrice che vi esercita, così per la ricchezza, come per la delinquenza, l'esistenza della capitale. Le tasse di successione sono in questo caso un indice fallace della ricchezza, essendo qui concentrati dei capitali che appartengono ad altre regioni. Inoltre a Roma, per le condizioni speciali della proprietà rurale e del sistema di cultura in uso, vi è un numero ristretto di persone che hanno grandissime proprietà, e ciò ha molta importanza per le tasse di successione.

Per ciò che riguarda la delinquenza occorre aver presente l'influenza che per il compartimento del Lazio esercita la grande agglomerazione urbana della capitale.

Il minimo numero di truffe avviene nelle Marche-Umbria; vengono poi la Toscana, l'Emilia, il Veneto, il Piemonte-Liguria e la Lombardia, regioni ricche. Il Napoletano dà meno truffe di quello che dovrebbe dare in relazione alla sua ricchezza.

——————————+—————————+————————————————————————————————————————————————+ | | Reati denunciati al P. M. e ai Pretori | |Ricchezza| (media 1887-89 sopra 100.000 ab.) | | media |—————————+—————————+—————————+————————+—————————| | | Furti | Truffe | Grassa- |Omicidi | Ferite | | | | | zioni | | | ——————————+—————————+—————————+—————————+—————————+————————+—————————| Lazio | 3.333 |639 (IX) |116(X) |18 (X) |25 (IX) |519 (IX) | Piemonte\ | | | | | | | >| 2.746 |267 (V) | 44(V) | 7 (VII) | 7 (IV) |164 (IV) | Liguria / | | | | | | | Lombardia | 2.400 |227 (III)| 44(VI) | 3 (III) | 3 (I) |124 (II) | Toscana | 2.164 |211 (I) | 34(II) | 6 (IV) | 7 (V) |165 (V) | Veneto | 1.935 |389 (VII)| 43(IV) | 3 (I) | 4 (II) | 98 (I) | Regno | 1.870 |320 | 49 |13 |13 |287 | « | | (Vbis)| (VIIbis)| (VIbis)| (VIbis)|(VIIbis) | Emilia | 1.762 |260 (IV) | 38(III) | 6 (V) | 6 (III)|130 (III)| Sicilia | 1.471 |346 (VI) | 65(VIII)|16 (IX) |26 (X) |410(VIII)| Napoletano| 1.338 |435(VIII)| 47(VII) | 6 (VI) |21(VIII)|531 (X) | Marche \ | | | | | | | > | 1.227 |222 (II) | 33(I) | 3 (II) |10 (VI) |239 (VI) | Umbria / | | | | | | | Sardegna | —— |670 (X) |113(IX) |14 (VIII)|20 (VII)|277 (VII)| ——————————+—————————+—————————+—————————+—————————+————————+—————————+

Il minimo di grassazioni è dato dal Veneto e Lombardia (ricche) e dalle Marche-Umbria (povere). Stanno presso la media la Toscana, l'Emilia, il Napoletano, il Piemonte-Liguria. Sardegna, Sicilia povere e Lazio ricca dànno le quote massime.

Solo gli omicidii presentano le minime quote in Lombardia, Veneto, Emilia, Piemonte-Liguria, Toscana, ossia nelle regioni più ricche. Le Marche-Umbria s'avvicinano alla media. Sardegna e Napoletano ne dànno una cifra elevata; mentre al massimo giungono il Lazio e la Sicilia.

Anche i ferimenti hanno un minimo nel Veneto, al quale seguono la Lombardia, l'Emilia, il Piemonte-Liguria e la Toscana. Le Marche-Umbria hanno una quota relativamente piccola; media la Sardegna; alta la Sicilia; massima il Lazio e il Napoletano.

Il Lazio, ricchissimo, presentando il massimo come le Marche povere il minimo di furti, omicidi, grassazioni e ferimenti, parlerebbero chiaro per l'azione corruttrice della ricchezza e della capitale. Se non che associandosi ora la razza, ora il clima alla miseria, aumentano i furti in Sardegna e i ferimenti in Sicilia ed in ambedue le grassazioni, offrendo una completa contraddizione coi primi.

Nè può tacersi che i calcoli di Pantaleoni sono insufficienti non bastando le successioni a darci un'idea della ricchezza nazionale; sapendosi che la più grande parte delle successioni si basa su un catasto antiquato, che l'aggiunta di 1/4 per le correzioni in più per le donazioni inter vivos è ipotetica per non dire aprioristica e che egli segue i calcoli di De Foville i quali nulla prova siano applicabili in Italia.

5. Crisi.—Prenderemo noi per punto di partenza le crisi? Il Fornasari (o. c.) l'ha fatto mirabilmente, ma il rapporto delle crisi economiche, commerciali e industriali colla criminalità non risulta chiaro, come già il Bodio aveva fatto temere, mostrandoci le difficoltà e la complessità dei rapporti[101], salvo che per i fallimenti, i delitti politici e i delitti contro il buon costume.

Riassumendo sintenticamente le sue numerose ricerche troviamo:

1º Mentre in corrispondenza al maggior sviluppo industriale si nota un miglioramento della criminalità più grave contro la proprietà, quando si cominciano a verificare delle crisi, la delinquenza contro la proprietà diventa in certo modo stazionaria aumentando nelle sue forme più lievi. Alla crisi, fattasi acuta specie nelle regioni minerarie nel 1885, segue un aumento di grassazioni, di furti qualificati e di quasi tutti gli altri reati contro la proprietà. I falsi però e i reati contro il commercio non risentono nulla delle crisi industriali.

Le crisi commerciali del pari che le prospere vicende non fanno sentire la propria influenza altro che su i reati contro il commercio, escluse le bancherotte fraudolente che sembrano indipendenti affatto dalle vicende economiche.

Infatti le vicende cattive del commercio delle annate 1875, 1877, 1878, 1879, 1880, 1884, 1885, 1886, 1888, 1889, non esercitano una influenza certa sul furto, sia semplice che qualificato, il quale ultimo si vede aumentare da 134 a 153, 184, 172, 196 nelle cattive annate dal 1876 al 1880, da 105 a 111, 122, nelle cattive annate dal 1887 al 1889; ma diminuire da 131 a 116, 115, 116, durante le crisi del 1884, 1885, 1886, senza dar poi mai una coincidenza di massimi e minimi.

Incerta anche è l'influenza sugli omicidi in cui vediamo corrispondere nel 1875, annata cattiva, un minimo di omicidi qualificati 4,00, e nel 1879 annata pure cattiva, un massimo di omicidi qualificati 6,54. Però in linea generale c'è costantemente una diminuzione di reati nell'anno susseguente alla crisi, cioè nella ripresa dei commerci. Così, nel 1880 gli omicidi qualificati scendono da 6,54 a 5,87 e nel 1887 da 4,52 a 4,11, e i semplici scendono da 13,79 a 12,48 nel 1880 e da 9,13 a 8,38 nel 1887; però sono oscillazioni di troppo poca entità.

Nulla affatto è l'influenza nei reati di ferite e di percosse che dànno a vicenda il massimo e il minimo, 167, 145, in due anni successivi di crisi, 1884, 1885.

Notevole invece è l'influenza nei reati contro il buon costume che aumentano da 3,66 a 4,12, 4,29, 4,56 nella crisi 1884, 1885, 1886, e da 4,41 a 5,25, 5,62 nel 1888, 1889, dando in quest'ultimo una coincidenza nei due massimi della crisi e della criminalità.

Notevole anche è l'influenza nei reati contro la sicurezza dello stato che diminuiscono regolarmente da 0,66 a 0,61, 0,45, 0,42 nel 1884, 1885, 1886 e da 0,49 a 0,26 nel 1888-89, dando anche qui nel 1889 una coincidenza inversa di massimo di crisi e minimo di delitti.

Quanto alla frequenza dei fallimenti non vi è alcuna corrispondenza tra essa ed i furti, le truffe, gli omicidi e i reati contro la sicurezza pubblica. Incerta è la sua influenza sui delitti contro il buon costume i quali hanno tendenza ad aumentare parallelamente sebbene non proporzionalmente.

Più decisiva è tale influenza sui reati di ferite e percosse che dànno il loro massimo nel 1888 (192) e il minimo nel 1880 (147) corrispondentemente al massimo dei fallimenti, 2200, e a uno dei minori, 749, col quale ha comune l'andamento ascendente.

Diretta è invece la sua influenza sui reati contro il commercio che seguono perfettamente la stessa curva in tutte le sue sinuosità.

Quanto alle crisi agricole, che si fecero acute nel 1885, 1888 e 1889, esse non esercitarono alcun'influenza sui furti: i furti qualificati che diminuirono da 116 a 115 nella crisi del 1885, aumentarono da 105 a 111, 122 nella crisi del 1888, 1889, non esercitarono alcuna influenza neppure sugli omicidi, sia semplici che qualificati, che diminuirono da 5,02 e 9,68 a 4,72 e 9,27 durante la crisi del 1885, e aumentarono da 4,11 e 8,38 a 4,26 e 9,11 durante le crisi del 1888-89; nè sulle percosse e ferimenti che diminuirono da 167 a 145 nel 1885 e aumentarono da 180 a 192 nel 1888.

Esercitarono invece una certa influenza sulle truffe che aumentarono da 39,61 a 40,19 durante la crisi del 1885; e da 40,56 a 42,31 e 45,37 nelle crisi del 1888, 1889, ma però senza coincidenza tra il massimo dei reati e l'acme della crisi; e sui reati contro la sicurezza dello stato che diminuirono da 0,61 a 0,45 nella crisi del 1885, e da 0,49 a 0,26 durante la crisi del 1888-89, anche qui però senza coincidenza del massimo e del minimo 0,14, il quale ultimo cade invece nel 1876.

Le crisi hanno una influenza più decisiva nei reati contro il buon costume che dànno il loro massimo, 5,62, durante la crisi del 1889, e una cifra, 4,29, forte relativamente alle anteriori, e anche per sè stessa, durante la crisi del 1885.

Riassumendo le crisi del credito e le conseguenti restrizioni degli affari vengono risentite oltre che dai reati contro il commercio, anche da quelli contro la proprietà e in ispecial modo dai furti qualificati.

2º I reati contro le persone, quando le industrie sono in crisi aumentano celeremente e gli omicidi scemano in ragione minore di quello che non facciano negli anni prosperi. Le crisi commerciali non sono risentite e quelle del credito neppure.

3º I reati contro il buon costume mentre crescono col progredire delle industrie non risentono affatto le crisi economiche.

4º Gli attentati alla sicurezza dello stato e i reati contro la pubblica amministrazione, in particolare le ribellioni e violenze a pubblici ufficiali, subiscono forse una certa influenza delle crisi delle industrie; ma sono affatto indipendenti dalle altre crisi economiche.

Quanto all'influenza delle crisi sulla criminalità del Regno Unito della Gran Bretagna e Irlanda dalle ricerche del Fornasari[102] risulterebbe:

1º I crimini contro la proprietà non risentono o ben poco delle crisi economiche; soltanto quelli contro la proprietà con distruzione dolosa dànno il loro minimo, 161 e 186 (Inghilterra e Galles), durante le crisi del 1873 e 1847, e diminuiscono sempre negli anni delle altre crisi; e così quelli senza violenza benchè meno parallelamente e con eccezione della crisi del 1847, in cui aumentano da 20.035 a 23.571.

Tendono invece ad aumentare durante la crisi i delitti contro la proprietà con violenza (dando il loro massimo, 2286, durante la crisi del 1857), con eccezione però della crisi del 1864-66, durante la quale i furti in Inghilterra rimasero quasi stazionari con tendenza a diminuire.

2º I crimini di falso e contro la circolazione monetaria e quelli contro le persone sono indifferenti alle crisi. Infatti i falsi in atto e moneta se aumentano in Inghilterra e Galles da 406 a 525 e da 911 a 959 durante le crisi del 1847 e 1857, diminuiscono poi da 717 a 587 e da 577 a 504 durante le crisi del 1864 e 1866.

3º Gli omicidi aumentano e diminuiscono affatto indipendentemente dalle crisi, diminuendo da 2249 a 2023 durante la crisi del 1847; e aumentando da 1903 a 2158 durante quella del 1857.

4º Gli altri crimini quasi sempre scemano negli anni di crisi.

5º Invece i delitti e le contravvenzioni crescono sempre in corrispondenza delle crisi[103].

6. Disoccupati.—Parrebbe da questi dati che la disoccupazione dovrebbe influire notevolmente sulla criminalità, eppure l'influenza sua non è grande.

Nel South-Wales scarsissima apparve (Coghlan, o. c.) l'influenza della disoccupazione sulla criminalità degli operai.

Negli Stati Uniti degli omicidi, pei quali si potè aver questa notizia, 82% erano occupati quando commisero il delitto, e 18% soltanto erano senza impiego.

La proporzione degli omicidi disoccupati varia nelle diverse parti degli Stati Uniti, da 20% negli Stati del Nord, dove la popolazione è più densa, a 11% in quelli del Sud, dove prevale l'elemento agricolo, e tocca il massimo—41%—negli Stati occidentali, grazie alle crisi minerarie e alla emigrazione cinese; è meno intensa fra i neri, che pure prevalgono nella cifra degli omicidi (BOSCO, L'omicidio negli Stati Uniti d'America, 1895).

Sembra quindi che la disoccupazione non sia una causa prevalente dei reati di sangue[104]; ciò che non contraddice, però, al fatto che i più dei rei non hanno quasi mai un mestiere stabile: ma essi non l'hanno perchè non l'ebbero mai e non vogliono averlo—mentre i disoccupati l'ebbero e lo perdettero per circostanze da loro affatto indipendenti o quasi, se si eccettuano gli scioperi. Wright (nell'opuscolo The relations of economic conditions to the causes of crime, Philadelphia, 1891) pretende che nelle depressioni industriali tutti i delitti crescono, ma non ne dà la prova; quando dice che su 220 condannati del Massachusset 147 erano senza lavoro regolare e che il 68% dei rei non avevano occupazione, non fa che attestare, che i criminali non amano il lavoro assiduo e lo sfuggono, come meglio vedremo poi.

7. Giornate di salario.—Forse un criterio migliore è dato dalle giornate di salario equivalenti al costo annuale degli alimenti di un individuo, il che però rasenta di molto quello studio che abbiam già fatto nell'alimentazione (Vedi Tav. pag. 153)[105].

—————————————————————————————————————————————————————————————————————— Giornate di | | Condannati |Condannati p.| Condannati salario | Condannati| per ferite |reati contro | per equivalenti al|per omicidio| e percosse | i costumi | furto costo annuale |(su 100.000 |(su 100.000 |(su 100.000 |(su 100.000 degli alimenti| abitanti)| abitanti) | abitanti) | abitanti) ——————————————+————————————+——————————————+—————————————+————————————— 1 | 2 | 3 | 4 | 5 ——————————————+————————————+——————————————+—————————————+————————————— Inghilt.} |Scozia 0,51|Inghilt. |Spagna 1,03|Spagna 59,63 e Galles} |Inghilt. |e Galles 2,67|Irlanda 0,85|Belgio 110,44 Irlanda } 127|e Galles 0,56|Irlanda 6,24|Scozia 1,41|Franc 110,95 Scozia } |Irlanda 1,06|Scozia 11,59|Inghilt. |Italia 165,89 Belgio 130|Germania 1,11|Spagna 43,17|e Galles 1,66|Irlan. 65,81 Francia 132|Belgio 1,44|Francia 63,40|Italia 4,01|Inghilt. e Germania 148|Francia 1,53|Germ. 126,40|Austria 9,33|Galles 165,63 Austria 152|Austria 2,43|Italia 155,35|Francia 10,26|Scozia 268,39 Italia 153|Spagna 8,25|Belgio 175,39|Belgio 13.83|Germ. 226,02 Spagna 154|Italia 9,53|Austria 230,45|Germ. 14,07| —— ——————————————————————————————————————————————————————————————————————

NOTA.—La colonna 1 è tratta da MULHALL'S, Dictionary of Statistics (riportato in COGHLAN'S, The Wealth and Progress of New South Wales, Sidney 1893).—Le colonne 2-5 sono calcolate sui dati riportati a pag. XLI-XLVIII del Movimento della delinquenza secondo le statistiche degli anni 1873-83, Roma 1886 (pubbl. dalla Dir. Gen. della Stat.).

1º Vi si vede che l'aumento dei giorni di lavoro (cioè la maggiore denutrizione e il sopralavoro) ha una corrispondenza sicura coll'omicidio. Infatti la Scozia, Inghilterra e Irlanda che dànno il minimo dei giorni, 127, hanno il minimo di omicidi, 0,51, 0,56, 1,06. E la Spagna e l'Italia che dànno il massimo dei giorni di lavoro, 153, 154, dànno il massimo anche di omicidi, 8,25, 9,53.

2º Vi ha ancora una certa corrispondenza per le ferite e percosse: la Gran Bretagna, Irlanda e Scozia che hanno il minimo delle giornate di salario, 127, dànno anche il minimo delle percosse, 2,67, 6,24, 11,59; l'Austria e l'Italia hanno un massimo di giornate di salario, 152, 153, e dànno anche il massimo delle percosse, 155, 230. Ma si ha subito un'eccezione nella Spagna che presenta un minimo di reati, 43,17, rispetto a un massimo di giorni di lavoro, 154, e nel Belgio che ci dà un massimo di reati, 175,39, con un minimo di giornate di lavoro, 136, certo per influenza dell'uso dell'alcool.

3º Nei reati contro i costumi vi ha inversione di influenza, osservandosene più spesso il minimo ove è il massimo delle giornate di lavoro; così la Spagna che ha un massimo di giorni di lavoro, 154, ha un minimo di reati contro i costumi, 1,03; e il Belgio che ha un 2º minimo di giornate di lavoro, 130, ha un massimo di quei reati, 13,83. Però la Gran Bretagna presenta un 2º minimo di tali reati, 1,41, malgrado che abbia il minimo di giornate di lavoro, 127.

4º Nulla affatto è l'influenza sui furti pei quali vediamo alternarsi in gradazione di reato i paesi a massimo e minimo di giornate di lavoro, quali Spagna, Belgio, Francia, Italia, ecc.

8. Casse di risparmio.—Ho pensato che la cifra dei depositanti nelle Casse di risparmio potesse offrire dati più sicuri sulla vera ricchezza, perchè dà la misura di quello che ne è la fonte precipua, la previdenza e la parsimonia: di quanto, cioè, e come prevalgono in un popolo le forze inibitrici del vizio e del delitto.

Infatti abbiamo visto che essa va, in Francia, in rapporto diretto colla minore natalità, il che in fondo vuol dire con una maggior previdenza e forza di inibizione: ed in Europa (Coghlan, op. cit.) troviamo:

0/0000 0/0000 Svizzera 1 libretto ogni 4,5 persone, omicidi 16 furti 114 Danimarca 1 » » 5 » » 13 » 114 Svezia 1 » » 7 » » 13 » — Inghilterra 1 » » 10 » » 5,6 » 163 Prussia 1 » » 10 » » 5,7 » 246 Francia 1 » » 12 » » 18 » 103 Austria 1 » » 14 » » 25 » 103 Italia 1 » » 25 » » 96 » 150

cifre che mostrano come almeno gli omicidi vanno in linea inversa del numero dei libretti mentre il contrario accade pei furti.

Ora in Italia dai dati che noi possediamo, scarsi in vero sulle Casse di risparmio, vediamo che la maggior proporzione dei libretti corrisponde alla minor quota di omicidi e di furti[106].

Calcolando, infatti, in Italia il numero dei libretti in proporzione al numero degli abitanti, il credito totale dei depositanti a risparmio o meglio, il credito medio di ogni libretto nelle singole provincie, cifre che ci paion più adatte a darci uno specchio per lo meno della previdenza di un paese, vediamo che:

LE PROVINCIE D'ITALIA

in ordine al Nº d'abitanti per ogni libretto in corso (al 31 dicembre 1891) presso le Casse di risparmio ordinarie, le Casse di risparmio di Società cooperative di credito, di Banche popolari e di Società ordinarie di credito e presso le Casse di risparmio postali.

———————————————————————————————————————————————————————————————— | Abitanti || | Abitanti PROVINCIE | per || PROVINCIE | per |1 libretto|| |1 libretto ———————————————————————————————————————————————————————————————— Ancona | 3 ||Alessandria | 9 Bologna | » ||Caserta | 10 Como | » ||Cuneo | » Livorno | » ||Piacenza | » Milano | » ||Reggio Emilia | » Roma | » ||Palermo | » Firenze | 4 ||Massa e Carrara | 11 Genova | » ||Vicenza | 12 Lucca | » ||Belluno(1) | 13 Novara | » ||Messina | » Ravenna | » ||Padova | » Torino | » ||Trapani(1) | » Brescia | 5 ||Girgenti(1) | 14 Cremona | » ||Catania | 15 Macerata | » ||Rovigo | » Napoli(1) | » ||Siracusa | » Pesaro ed Urbino | » ||Udine | » Porto Maurizio(1) | » ||Potenza | 16 Siena | » ||Treviso | » Ascoli Piceno | 6 ||Avellino | 17 Modena | » ||Caltanissetta(1) | » Pavia | » ||Campobasso | » Perugia | » ||Catanzaro(1) | » Bergamo | 7 ||Chieti | » Ferrara | » ||Bari | 18 Forlì | » ||Cagliari(3) | » Mantova | » ||Cosenza | » Parma | » ||Reggio Calabria(1) | » Pisa | » ||Sassari | » Arezzo | 8 ||Teramo | » Grosseto(2) | » ||Benevento(1) | 19 Palermo | » ||Foggia | » Sondrio | » ||Aquila | 21 Venezia | » ||Lecce(1) | 24 Verona | » || | ————————————————————————————————————————————————————————————————

(1) Questa provincia non ha Cassa di risparmio ordinaria.

(2) Questa provincia non ha Società cooperative di credito, Banche popolari o Società ordinarie di credito che raccolgano risparmii.

(3) La Cassa di risparmio ordinaria di questa provincia essendo fallita, non si è più tenuto conto dei libretti a risparmio presso di essa.

LE PROVINCIE D'ITALIA

in ordine al Credito dei depositanti a risparmio (al 31 dicembre 1891) presso le Casse di risparmio ordinario, le Casse di risparmio di società cooperative di credito, di Banche popolari e di Società ordinarie di credito, e presso le Casse di risparmio postali.

——————————————————————————————————————————————————————————————————— Nº| | |Nº| | | or| Provincie | Credito |or| Provincie | Credito | di| | in Lire |di| | in Lire | ne| | |ne| | | ——+—————————————————+————————————+——+——————————————————+———————————| 1 | Milano |304 199 621 |36| Pisa |13 389 184 | 2 | Roma |112 164 686 |37| Ferrara |12 876 939 | 3 | Como | 92 410 904 |38| Livorno |12 624 575 | 4 | Firenze | 91 502 775 |39| Salerno |12 004 758 | 5 | Torino | 84 047 610 |40| Cagliari(1) |11 701 424 | 6 | Napoli | 80 300 729 |41| Caserta |10 779 640 | 7 | Genova | 75 085 002 |42| Messina | 9 854 643 | 8 | Verona | 58 610 973 |43| Siena | 9 850 583 | 9 | Bologna | 54 320 870 |44| Cosenza | 9 073 701 | 10| Pavia | 52 607 231 |45| Catania(1) | 8 954 540 | 11| Brescia | 47 771 887 |46| Sondrio | 8 290 759 | 12| Novara | 47 736 771 |47| Arezzo | 7 725 527 | 13| Cremona | 38 018 846 |48| Aquila | 7 318 834 | 14| Bergamo | 36 144 823 |49| Porto Maurizio | 7 046 931 | 15| Alessandria | 31 421 509 |50| Foggia | 7 000 710 | 16| Lucca | 30 745 396 |51| Potenza | 6 914 112 | 17| Perugia | 25 155 393 |52| Treviso | 6 863 585 | 18| Forlì | 23 512 308 |53| Lecce | 6 010 886 | 19| Cuneo | 22 501 270 |54| Siracusa | 5 466 883 | 20| Modena | 22 316 276 |55| Trapani | 5 023 083 | 21| Palermo | 22 016 582 |56| Chieti | 4 637 547 | 22| Ravenna | 20 985 211 |57| Rovigo | 4 619 652 | 23| Piacenza | 19 348 088 |58| Girgenti | 4 092 671 | 24| Mantova | 18 662 890 |59| Catanzaro | 3 813 196 | 25| Ancona | 18 592 964 |60| Campobasso | 3 769 273 | 26| Parma | 17 577 277 |61| Reggio Calabria | 3 669 547 | 27| Macerata | 16 997 384 |62| Sassari | 3 606 251 | 28| Venezia | 15 687 243 |63| Avellino | 3 394 231 | 29| Padova | 15 263 830 |64| Massa e Carrara | 2 896 371 | 30| Ascoli Piceno | 14 772 395 |65| Caltanissetta | 2 741 545 | 31| Reggio Emilia | 14 687 274 |66| Belluno | 2 312 221 | 32| Pesaro ed Urbino| 14 456 258 |67| Grosseto | 2 269 706 | 33| Vicenza | 14 432 020 |68| Teramo | 2 210 164 | 34| Bari | 14 364 149 |69| Benevento | 1 316 378 | 35| Udine | 13 827 709 | | | ———————————————————————————————————————————————————————————————————

(1) Il credito di Cagliari è in parte fittizio, perchè sono state calcolate L. 7.090.909, dovute ancora ai depositanti dalla fallita Cassa di risparmio, in liquidazione. Così dicasi di Catania per L 620.983.

Fonte: Annuario Statistico Italiano, 1892, pag 745-750.

Nota—Le provincie di Napoli, Porto Maurizio, Belluno, Benevento, Lecce, Catanzaro, Reggio Calabria, Caltanissetta, Girgenti, Trapani, non hanno Cassa di risparmio ordinaria.—La provincia di Grosseto non ha società cooperative di credito, o Banche popolari o Società ordinarie di credito che raccolgano depositi a risparmio.—La Cassa di risparmio di Catania ha (vedi nota a pag. preced.) ancora 295 libretti in corso, che qui sono stati messi in conto, i quali sono fittizii, essendo essa fallita.

La media dei vari reati nelle 20 provincie che hanno il maggior numero di libretti per abit. (1 libretto ogni 3-6 abitanti); e nelle 20 provincie che ne hanno il minor numero (1 libretto ogni 15-24 abitanti) e nelle 20 che hanno un numero intermedio (1 libretto ogni 8-13 abitanti) è la seguente:

Media di 20 provincie con ricchezza massima media minima secondo il Nº dei libretti

Reati contro la fede pubblica 57 45 45 » » il buon costume 11 12,6 20 Furti 132 133 160 Omicidi 10 12,6 27,4

Distribuzione questa di reati solo in parte analoga a quella che offrono: le 20 provincie in cui il credito medio d'ogni libretto è massimo—di L. 1227 a L. 448: le 20 provincie in cui esso è minimo (da L. 126 a L. 234) e le 20 altre provincie in cui detto credito è intermedio a questi estremi (da L. 426 a L. 243).

Media di 20 provincie con ricchezza massima media minima secondo il credito medio d'ogni libretto

Reati contro la fede pubblica 54 60 42,5 » » il buon costume 9,3 13,6 20 Furti 143 158 154 Omicidi 8,7 14,8 29,7

Il numero dei libretti (1ª tabellina) risponde meglio alla condizione della ricchezza che non le cifre del credito totale, sia perchè queste come vidimo per Cagliari sono in parte fittizie, in parte perchè Napoli, Reggio Calabria, Trapani, Porto Maurizio ecc. non hanno casse di risparmio ordinarie, e perchè infine una gran quota ne può provenire—quando non si tratta di casse postali—da uno o da due soli depositanti, con mancanza di una corrispondenza colla reale ricchezza del paese.

Dalla prima delle due tabelle, riescono meglio confermate le stesse leggi sul rapporto tra criminalità e ricchezza che furono già determinate prendendo ad indice della ricchezza le varie tasse ed imposte riunite: ossia: che in Italia, dove c'è una minima previdenza e minimo risparmio calcolato dal minor numero dei libretti per abitante, c'è una massima criminalità di delitti di sangue, di furti e di stupri e minima di truffe: e viceversa dove vi è la ricchezza media e la massima (che danno gli stessi risultati), vi è il massimo di truffe e il minimo d'omicidi, furti e stupri, il che non vuol dire in fondo se non che il paese selvaggio è più incline al delitto che non sia d'astuzia. Anche qui troviamo ripetersi, come già vidimo per le tasse, il fatto che gli stupri, all'inverso di quando accade dovunque, sono più frequenti nelle provincie nostre più povere.

Però dove la razza e il clima trascinano al male, la ricchezza, come ho già osservato prima (pag. 144), nulla vi può. Così troviamo, è vero, un numero elevato di omicidi nelle provincie più ricche come Palermo che ne ha 42: Roma con 27, Napoli con 26, Livorno 21: ma queste eccezioni sono spiegate dalla posizione geografica per Palermo e per Napoli, dalla razza per Livorno, dalla razza e dall'abuso dell'alcool e dalla condizione politica per Roma. Inversamente tra le provincie più povere (in cui la posizione geografica, il clima e la razza esagerano certamente l'influenza della minor ricchezza perchè le cifre maggiori le presentano le provincie meridionali ed insulari—Girgenti 70, Sassari 46, Caltanissetta 46, Avellino 45, Campobasso 41) accadono pure eccezioni perché vi sono provincie che malgrado la triste condizione economica hanno uno scarso numero di omicidi come Bari (14), Lecce (16), Treviso (11), Udine (7), Rovigo (5). Se la condizione etnica ed il clima bastano a spiegare l'eccezione delle tre ultime provincie—per le due prime, provincie meridionali, il fatto resta inesplicato, se pur non vi si voglia vedere l'influenza della razza greca che vi domina.

Anche per gli stupri si hanno eccezioni e spiegazioni analoghe: in quanto che tra le provincie ricche ne presentano un numero molto alto, Livorno 26 e Roma 22, e tra le provincie povere ne presentano un numero molto scarso, Reggio Emilia e Vicenza con 4, Belluno e Rovigo con 5, Udine con 7 ecc., evidentemente per la condizione etnica e geografica. Il che conferma indirettamente che le grandi cifre presentate da provincie, con ricchezza egualmente scarsa, ma poste tutte o nell'Italia meridionale o nella insulare son dovute oltre che alla condizione economica anche alla razza ed al clima ecc. E si spiega così l'andamento degli stupri che noi abbiamo già constatato scemare colla somma delle tasse e che contrasta colla legge sino ad ora accolta che essi crescono coll'aumentare della ricchezza.

Quant'ai furti fanno eccezione dalla regola generale presentandone un gran numero contemporaneamente alla loro notevole ricchezza Bologna (216) e Ferrara (367), in cui s'è già notato l'importanza per questo reato del fattore etnico, Roma (329) per l'abuso dell'alcool e l'agglomero politico. Non si spiegano invece nè colle nostre risultanze nè coll'intervento della razza, del clima o d'altro le eccezioni di Venezia e Macerata che ne hanno un gran numero (rispettivamente 207 e 273), pur essendo provincie ricche, e tra le provincie povere Cuneo che ne possiede una cifra assai più piccola (87) di tutte le sue compagne pur avendo una ricchezza press'a poco uguale ad esse.

Finalmente quant'ai reati contro la fede pubblica l'esposizione più fredda e la razza celto-lombarda spiegano il loro minor numero in provincie ricche come Como (21), Lucca (22), Siena (25), Sondrio (31). Vi è invece una contraddizione che non sappiamo spiegare nel numero maggiore di tali reati a Sassari (102), a Padova (100), a Chieti (76) ove pure è una ricchezza assai piccola.

Risparmio in Francia.—Quanto alla Francia, in cui però non abbiam potuto avere la cifra dei risparmi, ma solo il numero dei depositanti per abitante, pigliando per dato di ricchezza la cifra dei libretti della cassa di risparmio, su 1000 abitanti, dal 1884-85, abbiamo che i delitti crescono sempre in ragione diretta della ricchezza, cioè:

assassinii furti stupri

Nei paesi a ricchezza infima si ha una media di 64 83 17[107] » » media » » 66 99 26 » » massima » » 89 186 29[108]

E non solo: ma i delitti crescono appunto nelle regioni che più si arricchiscono, dove quindi è più intensa la attività industriale; qui la criminalità tanto di sangue che di truffa, di stupro, è in rapporto diretto coll'aumento esagerato delle ricchezze, salvo che nella Corsica dove vi è il minimo della ricchezza, e dove, anche qui, come in Italia, vi ha grande il numero dei reati di sangue e non così grande quello contro alla proprietà.

La contraddizione così spiccata dell'influenza del risparmio fra Francia e Italia—fino a un certo punto—si può spiegare allo stesso modo che abbiam potuto spiegare la opposizione stessa che ci si mostrò tra i reati e la densità (vedi pag. 73-77), perciò che là dove è maggiore la ricchezza e l'industria in Francia accorrono gli emigranti che dànno in genere il quadruplo di criminalità, e per gli stupri anche il sestuplo di quella dei francesi. Ora l'emigrazione dal 1851 al 1886 vi triplicò, e la qualità degli emigrati peggiorava mano mano che ne aumentava la quantità, perchè dapprima accorrono i migliori elementi, poi i peggiori. Il Nord ha 4 volte più stranieri che Bouches-de-Rhone e 19 volte più che Hérault, ma ha 9 volte più naturalizzazioni ossia elementi più stabili e più assimilabili del primo, e 75 più del secondo, frequentato da spagnuoli, mentre i primi sono belgi (Joly, op. c.).

Gli emigranti sonvi attirati pure dalla scarsezza delle nascite e dalla frequenza degli scioperi che lasciano speranza di trovare lavoro (Joly, France criminelle).

S'aggiunga l'interferenza provocata dalla razza semita e clima caldo nell'Italia meridionale, che abbiam veduto aumentare tutti i delitti contro le persone e in parte contro le proprietà e che coincidendo in Italia con scarso risparmio ne confondono l'influenza, facendo prendere il fattore climatico ed etnico per l'economico.

Ma sarebbe una grande illusione il credere che queste spiegazioni bastassero. Vi deve essere una causa ancora più grave. Infatti se noi confrontiamo paesi nostri che hanno molta analogia di razza e di clima colla Francia come Piemonte e Lombardia, troviamo in condizioni molto più identiche perdurare il fenomeno opposto: ivi pure il risparmio maggiore coincide col minor delitto, mentre in Francia si ha il contrario: qui la ragione è data da tre altri fattori: la ricchezza enormemente maggiore, per lo meno quadrupla, secondo i calcoli di Bodio (op. c.), della Francia in confronto all'Italia, fatto questo che si aggrava dall'essere in molti siti quella una ricchezza subitanea che spinge alle massime orgie (sicchè débaucher vi è sinonimo di divertimento), a ciò s'aggiunga la maggior miseria d'Italia. È in Italia che, secondo l'inchiesta fatta nel 1885[109], si contavano 999 comuni con acqua cattiva e scarsa; 6804 che non hanno fogne, e 24.158 abitazioni sotterranee con 37.203 stanze e con 100 mila e più abitanti; 1178 comuni dove di rado si mangia pane di frumento, se non per malattia o nei giorni festivi prevalendo l'uso del granturco e delle castagne; 4974 che fanno raramente uso della carne; 2037 che mantengono l'abusivo esercizio dell'arte salutare o non hanno medico residente per i poveri e 421 non provvedono affatto al servizio sanitario; 274 che mancano di cimiteri, seppellendo nelle chiese; 194 circondari che sono infestati dalla malaria, la quale si estende a 90 mila chilometri quadrati, popolati da 6 milioni di abitanti; e lì si contano infine annualmente 100 mila pellagrosi, che si nutrirono di mais guasto.

Una riprova diretta troviamo nel fatto che da noi la ricchezza media e la massima si confondono negli effetti, appunto perchè sono quasi analoghe e tra loro assai vicine (vedi pag. 158, 159); mentre il contrario ha luogo per la Francia dove la ricchezza massima dista assai più dalla media, e dà risultati suoi proprii (pag. 161).

Dove in Italia abbonda il risparmio non si nota dunque tanto una vera ricchezza quanto economia e inibizione, mentre in Francia, in molte almeno delle regioni industriali, specialmente Hérault, Bouches de Rhone, esso è un indice di ricchezza così rigogliosa che deborda, e che fra i modi di sfogo ha anche il risparmio, ma che sopratutto si getta nella rapida speculazione. Per cui per uno stesso indice in un luogo abbiamo i vantaggi e nell'altro il danno della ricchezza. La piccola ricchezza lentamente accumulata frena il delitto: la rigogliosa e debordante, non è più un freno, ma anzi uno stimolo, un incitatore del crimine.

Regioni agricole, industriali.—Infatti, dove l'attività industriale rapidamente si mescola, peggio se succedendo all'agricola, essa richiama un agglomero maggiore di immigranti e operai e insieme a loro l'abuso dell'alcool; ed ivi subito s'innalza la cifra di delitti.

Ed invero, dividendo la Francia come dallo studio sulla sua Criminalità per 50 anni (o. c.), in regioni Agricole—Agricole industriali—Industriali, vediamo che il delitto cresce quasi sempre, dalle prime venendo alle ultime: come si vede da questo diagramma, che ci mostra come su 42 dipartimenti agricoli solo 11, il 26%, superano la media degli assassini in Francia, mentre la superano 10 su 26, il 38%, nei dipartimenti Agricolo-Industriali e 7 su 17, il 41%, negli Industriali. Quanto agli stupri su adulti e nei delitti contro le persone vediamo quella media:

R. contro Stupri le persone nei 42 dipartimenti agricoli superata nel 33% e 48% » 20 » agric.-industr. » 39% e 39% » 17 » industriali » 52% e 59%

certo per l'agglomero maggiore e per l'aumentata immigrazione.

Ed anche nei paesi agricoli quando cause speciali portino una troppo rapida ricchezza abbiamo dei delitti dipendenti direttamente da questa.

[Illustrazione: Grafico]

«Nell'Hérault venendo la ricchezza si ebbe la frode in permanenza. Nessun altro luogo ebbe più tentativi di corruzione sugli impiegati, sui municipii: uno di questi giunse a frodare il proprio dazio e il giurì lo mise in libertà.

«Questa demoralizzazione parve prodotta o aggravata dalla crisi vinicola che offerse a loro, fin dal 1874, il modo di guadagnare enormemente coi loro vini: infatti, è nel 1874 che Hérault passò dal 5º al 61º posto di gravità della criminalità e più tardi, nel 1884, all'81º» (Joly, La France criminelle, pag. 110).

«Dal giorno, scrive ancora Joly, in cui i contadini più poveri poterono trasformare i terreni incolti in vigna, e raddoppiare colla ferrovia il prezzo dei prodotti divennero avidi del denaro degli altri, come chi ha giuocato alla borsa non pensa più che al modo di procurarsi nuovo denaro. Ogni ricchezza ottenuta senza sforzo somiglia al denaro ottenuto col giuoco e fa nascere i medesimi sentimenti. È la fortuna, diceva il commissario di Cette, che ha rovinato questo paese.

Il Bocage quand'era povero era più onesto. «Ici les gens qui volent possèdent tous quelque chose eux mêmes; et les paysans aisés commettent plus de crimes que les vagabonds» (Joly).

Nell'Est di Eure e nell'ovest di Calvados industrie e agricoltura sono in regresso, e vi è poca criminalità.

A Vire vivono del lavoro della terra e non vi è quasi criminalità.

Ricchezza causa di reati.—Quelli, adunque, che affermano esser il delitto sempre effetto della miseria non vanno a ricercare invece l'altro lato della questione, quando il delitto è effetto della ricchezza.

La ricchezza che si è acquistata rapidamente e non è corretta da un elevato carattere, da larghi ideali religiosi, politici ecc., provoca danni invece che vantaggi. Anche Spencer aveva detto della ricchezza che secondo la bontà o la tristizia del carattere d'un popolo conduce al vizio o alla virtù; e questo sopratutto si deve intendere della ricchezza eccessiva che è come l'eccessiva potenza, la eccessiva istruzione, un naturale fomite di prepotenza, di abusi sessuali, alcoolici ecc., e quindi di delitti.

La ricchezza, insomma, è a sua volta impedimento al delitto ed anche sua eccitatrice, come del resto abbiam visto per l'istruzione, per la densità, per la civiltà ecc., e come vedremo per la religione. Questo è il criterio nuovo che bisogna introdurre nell'eziologia dei reati ammettendone ed esplicandone le contraddizioni, poichè la stessa fonte, a seconda le fasi e i caratteri, ora ci avvelena, ora ci preserva: e allora si vedono appianarsi le contraddizioni che son pur fatti come i fatti positivi e giovare alla spiegazione completa.

Questo che pare un assurdo, poichè la ricchezza diminuendo i bisogni più urgenti dovrebbe togliere molte occasioni dei delitti, è poi comprovato da altri dati.

Nell'America del Nord gli stati che sono più colpiti da criminalità dànno ora il minimo ora il massimo della ricchezza, calcolata questa direttamente dai dati chiesti agli individui pel censimento[110].

Noi vi vediamo il paese più ricco, Rhode Island (913 lire per individuo) che dà una proporzione debole di criminalità, 0,11; ma Massachusset con una ricchezza quasi uguale (888) ne dà il doppio, 0,20; press'a poco la stessa cifra che la Colombia, 0,21, che ha una ricchezza media (559); come Wyoming che dà il doppio, 0,35 di reati; alcuni paesi poveri come Dakota (150), Alabama (97), New Messico (95) dànno le cifre più basse di criminalità, da 0,04 a 0,08; ma subito spicca la contraddizione, perchè troviamo Delaware con 0,05 e una cifra media di ricchezza (408).

In Italia abbiamo veduto (v. sopra) che è simultaneo al progredire delle industrie nazionali un aumento nella criminalità in genere, quale ci viene mostrata dal numero dei condannati, unico indice misuratore del movimento della delinquenza che noi possediamo dal 1873 in poi, salvo che ciò non è dovuto alla grande delinquenza: e abbiam veduto che Artena dà il massimo della criminalità in Italia, eppure, nota Sighele, nessuno vi è veramente povero, tutti sono piccoli proprietari ecc.; ma meglio lo dimostra, per la Normandia, lo Joly, anche cronologicamente, che è prova più importante. Nell'Hérault (scrive egli, pag. 112) la frode è in permanenza: i furti, e perfin gli incendi vi aumentarono per le assicurazioni, ed è il dipartimento che ebbe più intenso e rapido commercio: prima di arricchire, nella crisi vinaria, era il 5º nella serie della criminalità; ed ora giunse all'81º. L'Eure, accrescendo in ricchezza da 2 a 11 milioni, aumentava la sua criminalità.

Anche Marsiglia, ricchissima, dà ora un massimo di criminalità.

Nelle vallate d'Ange e di Presle la ricchezza è aumentata, ed aumentata è pure la criminalità e così in Pas de Calais et Nord.

Ciò non toglie che quando ci sia estrema selvatichezza e barbarie come in Corsica, i delitti contro le persone crescano, come nei paesi e negli anni in cui estrema è la povertà aumentano i furti semplici: ma in fondo la ricchezza è causa di delitto quanto e forse più che la povertà.

Spiegazione.—E la causa di tutto ciò è troppo chiara: da una parte la povertà e la mancanza dello stretto necessario spingono a carpire i beni atti alla soddisfazione dei proprii bisogni[111].

Ecco il primo legame tra la miseria e gli attentati alla proprietà. Per di più la miseria rende l'uomo impulsivo per l'irritazione corticale che segue all'intossicazione alcoolica ed alla nutrizione deficiente; ora spinto il bisogno a un più alto grado, e quando trovi un fondo degenerato più fortemente, un terreno meglio concimato sul quale germogliare, naturalmente spinge ad alcune forme di omicidio, a quelle dovute, come dice Colaianni, all'applicazione pratica di quella specie di legge del taglione che dice «A chi ti leva il pane, levaci la vita» ed è pure incentivo a quelle brutali eliminazioni di individui che sono di peso alle famiglie, e ricordano i parricidii e gli infanticidii dei selvaggi per cause analoghe che vedemmo nel volume I.

In questi reati influisce direttamente la miseria; indirettamente poi essa deve esser causa di reati contro i costumi, per la difficoltà di accedere alla prostituzione, per le mescolanze precoci nelle fabbriche e nelle miniere, per la frequenza dell'infantilismo o del femminilismo nei figli (V. Vol. I); ed anche di reati di sangue, grazie al vino e agli alcoolici, il terribile veleno cui ricorrono molti proletari per passar meno male le poche ore di riposo concesse, e per assopire i dolori e la fame; e soprattutto per la degenerazione che lo scorbuto, la scrofola, l'anemia, l'alcoolismo dei genitori producono nei discendenti, e che in luogo di tisi si converte spesso in epilessia e in pazzia morale (v. s.).

Viceversa, allorquando si presenti una debole occasione, l'individuo agiato, reso e mantenuto fisicamente e moralmente più forte da sufficiente nutrimento e da sana disciplina educativa, meno spinto dal bisogno, pur sentendo un malo stimolo, può meglio resistervi.

Ma, a sua volta, la ricchezza è sorgente di altrettante degenerazione (sifilide, esaurimento dell'orgia, ecc.) per altre cause; e spinge al delitto per vanità, per superar gli altri, per quel terribile figurar nel mondo che abbiamo visto esser una delle cause maggiori dei reati contro la proprietà; e poi, come ben nota Fornasari, dove è maggiore la ricchezza assoluta, questa è sempre accumulata in poche mani, sicchè ivi è pure grande povertà resa più sensibile dal contrasto che essa desta; ora ciò deve favorire una forte tendenza a delinquere da un lato, una facile occasione dall'altro, che venendo a combinarsi insieme debbono dare un rilevante numero di reati.

Si noti inoltre[112] che dove è minore la ricchezza è minore l'agglomero di persone, e specialmente di individui pericolosi, che accorrono altrove, e precisamente nelle regioni più ricche, per delinquere meglio. Che se è vero che alcuni urgenti bisogni spingono i poveri al male, lo spingono a pochi, per quanto più feroci, delitti; mentre fra i ricchi i bisogni fittizi benchè meno urgenti sono più numerosi, ed infinitamente più numerose le specie dei delitti—ed anche dei mezzi per impunemente eseguirli; come li offrono purtroppo le professioni e le alte posizioni politiche: sicchè si son visti nelle razze latine parecchi ministri rei di delitto comune restare al potere dopo scoperto il delitto, anzi cavarne un'arma per consolidarvisi: nè v'è che la Francia in cui il popolo si rifiuti ad esser comandato da delinquenti comuni. Questo pei reati di cupidigia: quanto poi ai reati ispirati dalla Venere e dall'alcool il primo soddisfacimento raggiunto colla ricchezza non appaga mai a sufficienza il blasé e lo spinge alla ricerca di nuovi stimoli, come, per es., agli stupri sui bambini[113] e agli eccessi omosessuali; come alle orgie collo sciampagna, coll'etere, e agli abusi della morfina, della coca, della cocaina; dunque la ricchezza invece che uno sfogo e un preventivo spesso è uno stimolo, una scala a nuovi reati. «Vi son molti (nota Joly) che nulla hanno e nulla desiderano e molti che hanno troppo ed agognano aver sempre di più; e poi come in guerra l'uccidersi da lontano ed in massa toglie l'idea dell'omicidio, così nei grandi centri il rovinar da lontano con truffa o con bancarotta un'enorme massa di persone, non pare un vero reato nemmeno a molti onesti» (Joly). Il reo-nato trova, insomma, occasione al delitto nella ricchezza più che non ne trova nella miseria: ma anche e peggio il reo d'occasione. Certo chi ha osservato (vedi vol. II) la fisionomia di Baihaut, di De Ze..., di Tanlongo ecc., si persuade che non erano criminali nati, che senza la politica non sarebbero divenuti criminali.

9. Prevalenza di rei poveri.—Ma perchè (ci si obietterà) vediamo noi che i condannati son quasi tutti poveri? Noi p. es. vediamo dalla Statistica penale per il 1889, che sopra 100 imputati condannati in Italia, dei quali si potè, sebbene con qualche incertezza, conoscere la condizione economica, si avevano negli anni

1887 1888 1889 56,34 57,45 56,00 indigenti; 29,99 30,77 32,15 col solo necessario per vivere; 11,54 9,98 10,13 mezzanamente agiati; 2,13 1,80 1,72 agiati e ricchi;

dati che si accordano con quelli pubblicati da altre statistiche attendibilissime, dal dott. Guillaume, dallo Stevens, dal Marro[114], ecc. ecc. e che mostrerebbero un'enorme sproporzione del delitto nei poveri in confronto ai ricchi.

Prima di lasciarsi trascinare da queste cifre che sembrano esser recisamente contrarie all'influenza malefica della ricchezza bisogna ricordare, che, come giustamente osservava il Marro, in carcere non giungono con eguale facilità tutti coloro che offendono le leggi sociali, perchè a favore del ricco stanno l'influenza delle sue ricchezze, le aderenze di famiglia, le relazioni sociali e l'elevata cultura mentale, le quali spesso riescono a salvarlo dalla prigione, o almeno gli procurano validissimi mezzi di difesa; ed abbiamo già veduto come nei manicomi privati (dove vanno solo i ricchi) abbondano quei pazzi morali che mancano nei manicomii pubblici e nelle carceri—ciò che vuol dire che la ricchezza aiuta a mettere in chiaro la patologia del reo-nato, mentre la povertà l'abbuia. E nella lotta secolare di classe la giustizia è adoperata dal ricco come stromento di potere e di dominazione contro il povero che è già a priori condannato e condannabile solo come tale: poichè le classi elevate sogliono usare il proverbio: Povero come un ladro, e ahi! quel ch'è peggio, spesso invertirlo.

«Se, come dice Colajanni, alcuni casi della delinquenza dei poveri rimangono ignoti, o perché il senso morale deficiente tra loro non li fa rivelare, com'è il caso dei reati di libidine, o perché avvengono in condizioni da non poter essere scoperti, come molti furti campestri, e forsechè tutte le libidini dei ricchi son messe in chiaro? Forsechè per i reati dei ricchi vi è un corpo speciale d'armata per iscoprirli come v'è pei reati campestri e boschivi». E non vi è, al contrario, nelle immunità palesi e segrete, parlamentari e politiche, una specie d'enormemente esteso diritto d'asilo per tutti i delinquenti ch'abbiano un potere politico, ministri, deputati, grandi elettori, giornalisti; diritto d'asilo che servì a coprire per venti o trenta anni enormi delitti; e non vediamo ancora dopo morte N. e De Z. apoteosizzati malgrado l'evidenza dei loro reati.

Un grande poeta lasciò detto: «I cenci lasciano scoprire tra le loro maglie subito il delitto, mentre l'oro lo copre e lo difende» (Shakspeare, Re Lear).

Ed è un Procuratore generale italiano (Lozzi) che scriveva (La giustizia in Romagna, Bologna, 1894): «Nella corte d'Assise sta scritto a lettere cubitali la felice formola della Rivoluzione francese: L'eguaglianza di tutti in faccia alla legge; ma se questo è nei codici, eguale per tutti, può dirsi lo stesso della effettuata giustizia? Chi non vede e non deplora i continui strappi che avanti le corti d'Assise si fanno nell'applicazione sua ai singoli casi, alle singole persone? Può dirsi che i poveri e i deboli vi trovino lo stesso favore, la stessa assistenza, gli stessi maneggi che non mancano mai a pro dei ricchi e dei potenti? Siamo giusti, e confessiamo una volta che certe istituzioni che si vantano le più liberali, le più provvide e democratiche, tornano troppo spesso a danno del popolo, e si direbbero, guardando agli effetti, escogitati a favore della borghesia.

«Ricordiamo il Verlicchi, ricco proprietario, che con un colpo di fucile uccise il colono mentre lavorava nel suo cortile, e i giurati assolsero come affetto da momentanea pazzia; e il Muratori omicida del suo cocchiere, condannato una prima volta alle Assise, e la cui pena fu ridotta quasi ridicolmente in un secondo giudizio, grazie alla difesa di un collegio di avvocati e di periti. Ben altra sarebbe stata la sorte del cocchiere, se invece di essere restato vittima avesse ammazzato il prepotente padrone.

«E ancora nel richiedere la condanna di ladruncoli non può non lacrimarci il cuore a confronto della criminalità spudorata e impunita degli svaligiatori della Banca Romana».

Parole sante ma che pronunciate da un altro potrebbero esser scontate col carcere, tanto ahi! è giusta la giustizia d'Italia!

S'aggiunga che molti reati oggidì eziandio non vengono denunziati se commessi in talune classi pericolose ma potenti: tra camorristi, mafiosi, barabba. E basta esser camorrista per non esser più indigente.

Riassumendoci: il fattore economico ha una grande influenza sulla criminalità, non già perché la miseria ne sia la causa precipua, influendovi quanto questa la ricchezza eccessiva o troppo rapidamente acquistata, o quando, subendo crisi, espone doppiamente alle tentazioni del bisogno chi s'era abituato al benessere. Però e miseria e ricchezza sono spesso paralizzate dall'azione etnica e climatica.

Ad ogni modo, come dimostrò Fornasari, restano completamente indipendenti dal fattore economico gli incendi e danni, i reati contro la religione e i culti, le diffamazioni e ingiurie, le bancherotte fraudolenti, ed in gran parte le false testimonianze, calunnie, ecc., i reati contro la sicurezza dello stato, i falsi in atti e monete (Fornasari, o. c.)[115].

CAPITOLO X.

Religione.

L'influenza della religione è così complessa, come e più della civiltà e della ricchezza.

E noi abbiam visto criminali religiosissimi (specialmente nella campagna e nei paesi poco civili) e criminali irreligiosi ed atei. Abbiam visto che fra i frequentatori delle chiese, criminali ed onesti quasi si equilibrano nelle proporzioni[116], se spesso i primi non li superano (V. vol. I).

Su 700 esaminati da Ferri uno solo era ateo, uno era indifferente, 7 erano devoti, e trovavano perfino nel sentimento religioso una scusa al loro delitto; uno diceva: È Dio che ci dà questo istinto di rubare; un altro: I delitti non son peccati perchè anche i preti ne commettono, oppure: Ho peccato è vero ma colla confessione il prete mi perdona. I più erano imprevidenti delle pene future come lo erano delle umane.—Così un assassino rispondeva a Ferri che gli aveva chiesto se non temesse il castigo divino...—Mah! Dio non mi ha ancora castigato.—Ma voi andrete all'inferno...—Oh! potrei andarvi, e non andarvi...—E un terzo: Noi lo vedremo se saremo puniti, quando saremo morti.

Reclus (Géographie universelle, II, 618) scrive che in Tregnier (Brettagna) havvi una cappella ove vanno ad invocare dalla Madonne de la haine (dell'odio) la morte della persona odiata.

Se si stesse ad alcune statistiche, a dir vero scarsissime, là dove abbondano gli atei si avrebbero meno rei che a pari condizioni dove spesseggiano i cattolici e protestanti, il che però potrebbe confondersi colla loro maggior coltura essendo che gli atei in Europa abbondano solo fra i cittadini più colti.

Ricordiamo, infatti, che in Prussia (Friedr. Arch. f. Strafsrech., 1884) si notarono:

0,87 criminali cattolici % 0,65 » ebrei 0,37 » atei.

E come, del resto, concludere ad un'uniforme influenza della religione quando si sa che se gli Alfourus ed i Santala, popoli quasi selvaggi e di un'onestà meticolosa, non hanno religione e al più adorano gli Spiriti, mentre gli ebrei con 3000 anni di monoteismo furono spesso dediti se non ai delitti, a mestieri equivoci e all'usura, prova che l'onestà può esistere senza credenze teistiche (Spencer, Revue Philosophique, 1881), e viceversa? D'altronde è noto che i cattolici in Baviera e in Prussia dànno un numero maggiore di delinquenti dei concittadini protestanti[117], mentre, invece, nell'Annover, nella Svizzera, nei Paesi Bassi, dànno cifre minori; e nella stessa Prussia si vedono i divari rimpicciolirsi ogni anno, anzi, nell'ultimo quinquennio farsi quasi nulli (v. s.).

Ricordiamo come Joly che pure invoca l'azione moralizzatrice delle «pratiche esterne della religione» e ci addita la Normandia, in cui il rispetto alla religione rituale è diffuso e la criminalità è elevatissima; e riferendoci il motto proverbiale sugli abitanti della Lozère: Losérien, le chapelet d'une main et le couteau de l'autre; riporta questo fatto avvenuto nell'Ardèche.—Due gruppi d'uomini litigavano con calore in un mercato, e già avevano alzato gli uni sugli altri i loro grossi bastoni ferrati, quando, ad un tratto, suona l'Angelus; le due parti nemiche abbassano tosto i bastoni, si scoprono il capo, fanno il segno della croce, recitano l'Angelus... ma, finita la preghiera, afferrano di nuovo l'arme e la battaglia ricomincia più fiera di prima! e, per finire, nota che in Francia l'istruzione religiosa è data con maggior cura alle femmine che non ai maschi; tuttavia non è punto diminuito il numero delle minorenni colpevoli, anzi, se si verificò una leggera diminuzione proporzionale nei minorenni, fu nei maschi (France Criminelle, 1894).

Parlando della Sicilia (scrive l'avv. Locatelli), «È impossibile immaginare l'immoralità che dovevano spargere nelle classi povere quelle parecchie migliaia di religiosi, provvisti di ricchezze, di influenza, oziosissimi, e dotati dello spirito ardente e della vivissima sensualità dei popoli meridionali. Per essi erano peccati perdonabili la seduzione, l'adulterio, e persino anche l'incesto. L'assassino, che rivelava al confessionale il proprio misfatto, e che cercava scusarsi adducendo l'offesa ricevuta, il danno patito, la estrema sua miseria, veniva non solo assolto, ma per di più esonerato dal darne scarico alla giustizia umana, quand'anche questa avesse colpito per isbaglio un innocente invece sua. Il testimone che taceva al giudice la verità, per evitarsi un pericolo, per non compromettere il prossimo, era del pari sicuro di riconciliarsi con Dio coll'intermezzo del confessore. Il ricco, che teneva le proprie donne in continua clausura per una gelosia veramente turca, era compatito se attentava alla onestà della figlia del popolo. Un uomo infine potea francare la coscienza di un falso, di un peculato, pagando alla chiesa 32 lire e 80 cent.

Pochi secoli sono i grandi vicari generali delle più cospicue città concedevano il permesso di commettere adulteri per un anno intero: in altre si potea aver licenza di fornicare impunemente per tutta la vita: pagando un quarto di vino all'officiale vescovile, che ne attingeva il diritto nelle decretali del papa: nel canone De Dilectissimis. Si ebbe l'audacia di presentare supplica a papa Sisto IV per ottener la permissione di commettere l'infame peccato nei mesi canicolari.

Nei nostri tempi, a Palermo—e propriamente fino all'anno 1868—vigeva pubblicamente una bolla di composizione, annullata con decreto del Proc. del Re Tajani, 23 dic. 1368, con cui si era assoluti dalla restituzione di crediti di un male guadagno in qualsivoglia maniera con falso, o scritto, con corruzione di ufficio, pagando determinate somme alla Chiesa ecc.[118]

Dupin di St. André ripubblicò, nel 1879, Les Taxes de la pénitencerie apostolique (edizione già stampata, nel 1520 da Toussaint Denis e nel 1741 a Roma), in cui sono lo tariffe pei reati stabilite da papa Giovanni XII e Leone X. Così, per es., un laico che avesse ucciso un prete era assolto pagando 7 grossi, e 5 se avesse ucciso un altro laico.

«Se un chierico fornicasse con monache nel monastero o fuori, quanto con nipoti, cugini o figliocci, non verrebbe assolto che mediante la pena di 67 lire, 11 soldi e 6 denari.»

«Se contro natura 219 lire e 14 soldi.»

«Una monaca che avesse fornicato con molti uomini, dentro o fuori del monastero 131 lira, 14 s. e 6 d.»

«L'adultera viene assolta con lire 87,3. Un laico, per adulterio, solo con 4, però, per adulterio e incesto 10.»

«Sotto Giovanni XII l'incesto colle sorelle e colla madre costava 40 soldi»[119].

Chi non conosce le massime dei Gesuiti del secolo passato, del Lacroix (1775), p. e., in cui si dichiara che «quantunque la legge naturale vieti la bugia e l'uccisione, tuttavia, in date circostanze, sono permesse» e del Buzenbraun «Colui che è estremamente povero può prendere ciò che gli occorre. Un povero può anche uccidere chi gli impedisca di prendere le somme che gli sono necessarie». E di Maiorca che autorizzava il regicidio.

E del Padre Longuet: «Non si pecca contro giustizia e non si è obbligati a restituire quando si riceve danaro per uccidere o per ferire».

Però due fatti mi paiono sicuri che la civiltà avanzandosi appiani e scancelli tutte le influenze religiose, e che quanto più le religioni sono fresche e in istato nascente, esercitano un potere moralizzatore molto maggiore perchè allora la lettera non invade lo spirito e perchè l'ebbrezza delle nuove idee preoccupa il sentimento e lo distrae dal delitto; e perchè qualunque siane la derivazione, l'organismo allora è più sciolto dai simboli e dalle formole che ne arrugginiscono e irrigidiscono l'attività.

Ciò si notò col Savonarola, coi Valdesi fra noi: e fin i negri degli Stati Uniti quando si convertono al metodismo abbandonano l'ozio, l'infanticidio, sicchè in quei distretti ove avviene la conversione ne aumenta notevolmente la popolazione. È un fatto curioso che perfino le nuove sêtte religiose create da puri paranoici, come i Lazzarettisti in Italia, i Quaccheri in Inghilterra, irradiarono un miglioramento nei costumi e una diminuzione nel delitto.

Così gli Skopzi che hanno per religione la castrazione reciproca sono celebrati per onestà. Nella Russia settentrionale pure i Bialoriztzi (Revue des Revues, 15 ottobre 1895) non bevono alcool, non fumano, si vestono di abiti bianchi da loro tessuti, non praticano che la virtù, e così i Soutasewtzy, che rigettano i preti, le immagini, le servitù militari: soffrendo perciò fin il martirio; essi predicano la guerra alla violenza; uno giunse a perseguire i ladri per cambiar loro in buona la farina cattiva rubatagli.

I Figli di Dio credono che ognuno essendo il proprio Dio, basti offrir preghiere a un qualunque vicino: si riuniscono e ballano furiosamente, in onore del Dio, finché cadono estenuati e sono onestissimi.

I Weriginski o Tolstoiani non vivono che di tè e spesso si lasciano battere dai conterranei senza dir altro che «Dio aiutami«, finchè i persecutori cadono ai loro piedi ammirati.

Sono dunque queste nuove sette, vere epidemie di santità e di virtù.

Anzi è curioso che nella Russia del Sud dove nascono (certo per effetto del clima caldo che, come sappiamo, fa più incline l'uomo all'omicidio) delle sette sanguinarie, anch'esse in mezzo ai più feroci costumi hanno degli scopi altamente morali; così i Douchobortzi uccidevano tutti i fanciulli anormali di corpo o di spirito per rispetto allo spirito divino che li dovrebbe abitare: un loro capo, Kapoustine, faceva seppellire vivi tutti quelli che tradivano i dogmi della setta, e in un processo intentatogli si rivelarono a suo carico 21 omicidi religiosi. Tuttociò parrebbe più che criminale; eppure questa setta è contraria alla guerra e predica: lo czar non regnare che sui tristi e sui criminali, sicchè le genti oneste, i veri Douchobortzi non sanno che farsi delle sue leggi e della sua autorità.—E da essi pullularono i Molokani, bevitori di latte, nemici dei preti, dei riti inutili, degli ornamenti; tutti colti, onestissimi, che si aiutano fra loro, non hanno alcun povero, alcun mendicante, e ovunque vengon deportati trasformano in giardini i luoghi più inospitali (Revue des Revues, 1895).

E i Mormoni in America erano notorî per l'attività e probità. Gli è che i nuovi settari, sien pure pazzi e fanatici, sono monoteizzati da un'idea che fa loro da inibitrice da vaccino dalle passioni più ignobili.

Ma sopra tutto influisce favorevolmente la religione che più si spoglia delle forme e bada alla morale.

La contraddizione, insomma, dell'influenza, ora grande ora nulla, della religione si toglie se concludesi che la religione è utile, e quando si fonde veramente colla morale, e abbandona il culto delle formule, il che ora non può darsi che nelle religioni nuove, perchè tutte in principio sono morali, e poi a poco a poco si cristallizzano, e le pratiche rituali sopranuotano e annebbiano il nucleo morale, meno facile a concepirsi e ritenersi dal volgo: quindi si nota una minore propensione al crimine, anche là dove solo il senso etico e non il religioso è in onore come fra gli uomini atei ma colti, perchè ci vuole un'energia intellettuale per resistere al consenso universale, una forza inibitrice, che come resiste all'imitazione, resiste anche agli impulsi istintivi; ragione questa forse unica dei vantaggi dell'alta coltura.

Analogamente si spiega perchè certi popoli protestanti in cui il fervore religioso è più caldo e più ardente, come Ginevra e Londra, sono i soli in cui malgrado la aumentata civiltà, e la popolazione addensata (Londra da sola è più popolata di una intera regione italiana), il delitto sia in ribasso.

Qui, non è in giuoco l'inibizione, ma invece una grande passione religiosa, che neutralizza e doma gli istinti più ignobili, e combatte con tanto accanimento i vizi e le tendenze immorali, da debellarle.

In Inghilterra la religione recluta migliaia di fanatici, che sotto i nomi e le teorie più diverse si agitano febbrilmente per salvare le anime umane dalla perdizione. Essi hanno un campo immenso in cui agitarsi, organizzando chiese, processioni, opere pie, predicazioni, ecc., ecc. Nei paesi latini, invece, dove la chiesa cattolica stende la sua dominazione, la religione non può che molto meno essere un parafulmine del vizio; e ciò non tanto in ragione della irreligiosità e dello scetticismo del popolo—molto minore di quanto si crede, anche nella patria di Voltaire—ma per l'organizzazione stessa della sua chiesa. La chiesa cattolica è una grande istituzione disciplinare e quasi un esercito fondato sulla obbedienza e subordinazione; in cui ogni uomo ha il suo posto, la sua linea di condotta, le sue idee già fissate da leggi fortissime. I fanatici attivi, come il Bernardo, che sono naturalmente indipendenti e un po' rivoltosi, non possono quindi trovarcisi che a disagio; salvo nelle missioni l'unico dipartimento della chiesa che ridona all'individuo una certa indipendenza e autonomia (Ferrero); mentre si trovano benissimo tra la indipendenza un po' anarchica delle varie sêtte protestanti, libere ed autonome come tanti piccoli clans di tribù barbare, quali p. es. la Salvation Army, i Baptisti[120].

«Un altro sfogo al fanatismo, potentissimo nelle nazioni germaniche e specialmente in Inghilterra, ma che manca quasi del tutto nelle nazioni latine è la filantropia. Londra è la capitale di questi fanatici della filantropia; sono uomini o donne di tutte le classi e le posizioni sociali, ricchi o poveri, istruiti o ignoranti, normali o matti, che si sono fitti in mente di guarire la malattia sociale e di sradicare dalla società una forma speciale di miseria e dolore. Uno si è preso a cuore i bambini torturati dai genitori; l'altro i vecchi diventati ciechi; un terzo i pazzi maltrattati nei manicomii; un quarto i prigionieri usciti dal carcere; e tutti lavorano senza requie, stampano giornali, tengono discorsi, organizzano società e talora riescono a promuovere grandiose epidemie sentimentali e movimenti dell'opinione pubblica intensissimi, che conducono a qualche importante riforma umanitaria. Questo genere di attività può essere un succedaneo eccellente di quel fanatismo politico, che finisce agli attentati dinamitardi.

«Ma nei paesi latini queste agitazioni non sono promosse perchè cadrebbero nel vuoto; la tradizione della carità amministrativa ed esercitata per mezzo dell'autorità pubblica o della chiesa è così forte profonda che nessuno vuole occuparsi personalmente delle miserie sociali. Se i bambini sono spesso maltrattati nelle grandi città e se i giornali protestano energicamente scuotendo un poco l'opinione pubblica, questa domanda una legge dello Stato, che non sarà nemmeno applicata e se ne contenta; ma nessuno penserà a fondare società private, come ce ne sono tante in Inghilterra, che spiino i genitori crudeli e giungano in tempo a strappar loro di mano le piccole vittime» (Ferrero).

E ciò è naturale. Nelle religioni che sopravvissero molti secoli l'elemento morale svanisce perchè meno adatto al sentimento delle masse e sopravvive e sempre sovrabbonda il cerimoniale; su 73 norme capitali delle regole di S. Benedetto, 9 sole appartengono alla morale; nelle regole di S. Colombano 1 anno di penitenza è indetto a chi perde un'ostia e 6 mesi a chi lascia mangiare due ostie.

Le sole religioni, insomma, che ponno impedire il delitto sono le fanaticamente, passionatamente, morali o le nuovissime; le altre giovano forse tanto quanto o meno dell'ateismo.

CAPITOLO XI.

Educazione.—Illegittimi.—Orfani.

Illegittimi.—Quanto l'educazione entri come fattore del delitto, ci è dimostrato indirettamente dalla quota (che si fa sempre più grossa, pur troppo, nelle nazioni più civili e nelle epoche più recenti) dei rei illegittimi.

In Prussia i delinquenti illegittimi, che costituivano nel 1858 il 3% del totale, crebbero al 6, e le donne dal 5 all'8. In Francia gli 8006 minorenni arrestati nel 1864 contavano un 60% tra bastardi ed orfani, il 38% di figli di prostitute o di delinquenti. In Austria nel 1873 gli illegittimi delinquenti sommavano: i maschi al 10 e le donne al 21% (Oettingen, o. c.); In Amburgo il 30% delle prostitute era fornito dalle bastarde (Hugel, op. cit.); ed a Parigi il quinto delle cittadine, l'ottavo delle campagnuole (Parent-du-Chatelet, op. cit.). A Nuova-York in un anno si arrestarono 534 figli naturali, 222 esposti.

I bastardi erano nelle carceri del Würtemberg: nel 1884-85 il 14,3%; nel 1885-86 il 16,7%; nel 1886-87 il 15,3%; mentre sono negli onesti l'8,76%. Sichart anzi[121] sui 3181 esaminativi ne trovò la cifra elevarsi al 27%, quasi al doppio, così diviso:

Su 100 ladri 32,4 » truffatori 23,1 » rei di libidine 21,0 » spergiuri 13,0 » incendiarii 12,9

E trovò 30,6% di illegittimi nei rei d'abitudine, il doppio, dunque, 17,5% » dei rei d'occasione.

Egli pure nota:

Ribrezzo del lavoro Mendicanti Vagabondi Su 1248 ladri legittimi 52 % 32% 42% » 600 » illegittimi 52,3% 39% 49%

Tutti avran notato come gran parte dei camorristi di Napoli ha nome di Esposito, come molti grassatori lombardi e bolognesi di Colombo; tale essendo il soprannome che si usa dare ai trovatelli.

In Italia la statistica carceraria ci dà dal 3 al 5% di illegittimi fra i minorenni maschi, dal 7 al 9 nelle femmine minorenni[122].

S'aggiunga che un 36% dei recidivi in Italia è fornito da figli naturali ed esposti.

Per comprendere il grande significato di queste cifre bisogna ricordare, che una gran parte degli illegittimi soccombe nei primi mesi o nei primi 18 anni, per lo meno il 60, e spesso l'89%[123], per cui si può benissimo non trovare esagerata la espressione di Marbeau, che sopra 4 trovatelli, 3 muoiono avanti 12 anni, ed il quarto è sacrato alla colpa.

Per meglio assicurarmi dell'importanza di quella quota, ho fatto fare ricerche sopra 3787 entrati, quasi tutti maggiorenni, nei manicomi di Imola (dott. Lolli), di Padova (prof. Tebaldi), di Pavia, e sopra 1059 entrati nell'Ospedale Civico di Pavia nel 1871, ed ho rinvenuto una proporzione di esposti pei primi di 1,5, pei secondi di 2,7%. Eppure la mortalità fra gl'illegittimi di Pavia è minore di molti altri paesi[124].—A pari età e condizione, dunque gli esposti dànno venti volte più delinquenti che pazzi.

Si può, dunque, con tutta certezza, assicurare, che la maggior parte dei trovatelli che sfuggono alla morte, si abbandona al delitto. Forse in ciò entra, per buona parte, anche l'influenza ereditaria; perchè nascono i più da una colpa; e vi si aggiungono, certo, la difficoltà di trovar un mezzo di sussistenza, e più di tutto l'abbandono. Senza un nome da difendere, senza un freno che li arresti nel pendio delle passioni, senza una guida che con cura diligente e con un tesoro di affetti e di sacrifici faccia sviluppare i nobili istinti e contenere i selvaggi, questi prendono facilmente il sopravvento.

Forse, anche, quelli che non hanno tendenze malvagie vi sono tratti per imitazione; e probabilmente vi influisce sinistramente anche quello stesso benefico ricovero dell'orfanotrofio, e del brefotrofio per la ragione già sopra citata della maggior criminalità nelle occasioni di maggiori contatti.

Orfani.—Che l'abbandono, che la mancanza di ogni educazione vi influiscano di molto, lo dimostrerebbe, secondo alcuni, anche il notevole numero di orfani e di figli di secondo letto che si rinvengono nelle carceri. In Italia si contarono fra i rei minorenni nel 1871-72 dall'8 al 13% i figli di secondo letto. Il Barce (op. cit.), narra che a New-York vennero arrestati 1542 ragazzi orfani e 504 figli di seeondo letto; aggiunge che il 55% dei degenti nei penitenziari era dato da orfani di padre e di madre; il 60% dei ragazzi arrestati aveva perduto uno dei genitori, o ne era stato separato. Secondo il Marbeau, su 100 minorenni carcerati, 15 erano stati abbandonati dalle loro madri.—Per amore del vero, devo però fare notare che molti statisti esagerano la portata di questi fatti, del resto innegabili, per aver ommesso il confronto colla popolazione onesta, e per non aver considerato che l'età media non sorpassando i 32 anni, pochi possono essere i rei adulti che abbiano vivi ambedue i genitori.

In Italia noi ebbimo in 10 anni fra i delinquenti una media di 33 a 35% di orfani; ma sopra 580 alienati della mia clinica, gli orfani fornirono il 47% ed il 78% ne offersero 1059 entrati nell'Ospedale di Pavia, sicché la proporzione degli orfani rei viene ad essere inferiore, probabilmente, alla normale.

Più importante, forse, è il trovare una media dell'8 al 12% di orfani fra i minorenni, poiché la popolazione libera minorenne è, con tutta probabilità, in proporzioni inferiori; e ciò vale anche per i minorenni rei (23 a 30%) che perdettero od il padre o la madre (18%).

Non posso parlare, con certezza, degli orfani di padre, che avrebbero dato nelle statistiche italiane circa il 26 di delinquenti, mentre davano il 23% quelli di madre; poichè negli alienati notammo 51 dei primi e 10 dei secondi.

Certo è invece, che fra gli orfani e gli esposti condannati si vede predominare il sesso femminile, ma sopratutto fra gli esposti. E ciò anche al difuori di quella subcriminalità che è la prostituzione; cosicchè Oettingen riesce a questo calcolo singolare: che mentre ogni 5 maschi si trova una femmina delinquente, invece per 3 esposte delinquenti si trova un maschio.

Educazione.—La femmina, più debole e più passionata degli uomini, ha più bisogno dell'appoggio e del freno della famiglia per durare nel retto sentiero, da cui la devia più facilmente che negli uomini la sempre aperta e lubrica strada del meretricio; e in ciò entra essenzialmente l'influenza ereditaria; chè le figlie di un traviamento sessuale più facilmente vi sono trascinate esse medesime, e da quello, alle colpe più gravi.

La maggior frequenza degli esposti fra delinquenti, spiega la prevalenza de' minorenni delinquenti fra le popolazioni urbane che si nota da noi (Cardon, op. cit.), essa ci dà la misura dell'azione, massime dell'abbandono e del danno della mancata educazione.

Parenti viziosi.—È cosa naturale che, ancor più dell'abbandono, debba influirvi sinistramente l'educazione malvagia.

Ricordiamo qui quell'eredità morbosa che secondo Sichart va fino al 36% e secondo Marro al 90%, il 6,7% di parenti epilettici, il 4,3% di suicidi, il 16% di beoni[125], il 6,7 di pazzi (vedi cap. seguente), cifre che s'elevano nei parenti dei rei più gravi a 27% di beoni secondo Penta, di 41% secondo Marro, e di 27% di criminali o viziosi secondo Virgilio, di 45% secondo Marro.

Come può l'infelice ragazzo difendersi dal male, quando questo gli venga rappresentato con rosei colori e, peggio, imposto coll'autorità e coll'esempio dai parenti od istruttori?

La V. era sorella di ladri; fu educata dai suoi come un maschio; vestita da maschio, prese aspetto virile e maneggia coltelli con vigore; ruba per istrada un mantello ed arrestata ne incolpa i suoi parenti.

La famiglia Cornu era composta di assassini e di ladri, abituati al delitto dai parenti fino dalla più tenera infanzia. Di cinque fratelli e sorelle, una sola avea mostrato ripugnanza invincibile al crimine: era la più piccola; ma essi ve la iniziarono, facendole portare, per due leghe, nel grembiale la testa di una loro vittima; scorso breve tempo ella si era così spogliata d'ogni rimorso, da mostrarsi la più feroce nella masnada, da volere praticare le torture più crudeli ai passeggieri. Crocco, che a tre anni colpiva a sassi i compagni e spennava gli uccelli, era stato dal padre lasciato quasi sempre solo in mezzo ai boschi fino a diciannove anni.—Il Fregier racconta di un ragazzo che era l'orgoglio del padre ladro, perchè a tre anni sapeva cavare in cera l'impronta delle serrature.—Le mogli degli assassini, scrive Vidocq, sono più pericolose dei mariti. Esse avvezzano i bimbi al delitto, dando loro regali per ogni assassinio che si commette.

Noi abbiamo visto, e vedremo nel capitolo seguente, la quota approssimativa dei genitori e delle famiglie immorali dei rei, azione ereditaria che non può disgiungersi dalla educativa.

Anche qui, come nell'abbandono, e per la solita ragione della prostituzione e della maggiore tenacità al delitto nelle donne, appare assai più grande il numero delle femmine soggette a questa influenza, che non dei maschi.

A molti parrà ancora scarsa l'influenza dell'educazione, come ci viene rapportata da queste cifre. Ma, oltre che vi dobbiamo aggiungere quelle quote surriferite di figli esposti, bisogna però ricordare che moltissimi delitti hanno origine autonoma; che molti tristi nascono e si conservano tali, malgrado gli sforzi ed i tentativi disperati delle loro famiglie. Dei nostri delinquenti minorenni dell'anno 1871-72[126], l'84% dei maschi avrebbe avuto famiglie morali, e il 60 delle femmine. Questa contraddizione si spiega colle prime debolezze dei parenti onesti, i quali, quando più tardi vogliono farsi ubbidire sul serio, non riescono più, si trovano impotenti. È il caso che accade, come da relazioni ufficiali, in non meno del 20% delle persone benestanti che ricoverano i figli nei riformatori; vedremo, più sotto, quanto sinistramente influiscano, su questo proposito, le associazioni infantili.

Noel, Vidocq, Donon, Demarsilly, Lacenaire, Abbado, Hessel, Fra Diavolo, Cartouche, Trossarello, Troppman, Anzalone, Demme appartenevano a famiglie moralissime. Rosati raccontavami essere stato più volte battuto dal padre dopo i primi suoi furti, e di avere visto piangere dirottamente la madre, e di avere loro promesso sempre, ben inteso, senza mantenerla, la restituzione delle somme che rubava.

Ed è noto, d'altronde, dalle rivelazioni di Parent-du-Chatelet e di Mayhew, che molti ladri e prostitute arricchiti cercano ogni via per educare sulla strada della virtù i loro figliuoli.

CAPITOLO XII.

Eredità.

Statistica dell'influenza ereditaria.—Su 104 rei da me esaminati

71 avevano fenomeni ereditarii 20 » padre alcoolista 11 » madre » 8 » padre criminale 2 » madre » 3 » padre pazzo o meningit. 5 » madre » od epilettica 3 avevano madre prostituta 6 » fratelli e sorelle pazzi 14 » » rei 4 » » epilettici 2 » » suicidi 10 » sorelle prostitute.

Tuttavia, non avendo mezzi ufficiali d'indagini, e dovendomi accontentare delle asserzioni dei condannati, io era nelle peggiori circostanze.

Il Virgilio, che si trovava in condizioni ben più favorevoli, trovò il crimine nei parenti nei rapporto del 26,80%, quasi sempre, come l'alcoolismo (21,77), dal lato paterno, senza contare un 6% di collaterali[127].

Meglio di tutti Penta[128] su 184 criminali-nati di S. Stefano notò:

Età avanzata dei genitori 29 volte, cioè 16,0% Ubbriachezza id. 50 » » 27,0% Tisi id. 17 » » 9,2% Apoplessia cerebrale id. 20 » » 11,0% Pellagra id. 3 » » 1,6% Pazzia id. 12 » » 6,5% Pazzia (negli ascendenti e collaterali) 27 » » 14,5% Isterismo id. 25 » » 13,5% Epilessia id. 17 » » 9,2% Emicrania id. 17 » » 9,2%

Solo nel 4 a 5% i genitori erano perfettamente sani. Più tardi ci diede una nuova statistica dell'eredità morbosa in altri 447 casi distinti in 2 serie:

1ª serie 2ª serie su 232 casi su 215 casi

Criminalità 30 58 Isterismo 17 38 Epilessia 11 22 Altre neuropatie 20 65 Alcoolismo 40 95 Pazzia 35 50 Tubercolosi polmonari 25 80 Età avanzata dei genitori 23 55 Apoplessia cerebrale 10 20 Diatesi gravi 12 20 Malaria cronica 5 20

Marro trovò nelle cause di morte di 230 genitori di rei e di 100 onesti:

nel padre nella madre rei onesti rei onesti Alcoolismo 7,2 2,4 2,1 — Suicidio 1,4 — — 3,7 Pazzia 6,5 2,4 5,3 — Malattie cerebrospinali 21,1 14,6 18,2 7,4 » di cuore 6,5 14,6 3,2 18,5 Idropisia 4,3 2,4 6,4 3,7 Tisi 5,1 2,4 10,7 — Dispiaceri o scosse nervose 2,1 2,4 4,3 —

Se poi, invece di esaminare separatamente i singoli gruppi, si riuniscono insieme le morti per alcoolismo, suicidio, alienazione mentale e malattie cerebrali, troviamo che fra i delinquenti queste cause contano fra le morti dei 230 genitori nella proporzione del 32,1% mentre fra i normali esse stanno nel rapporto di 16,1; circa la metà.

Se il numero degli ascendenti delinquenti è scarso anzichè no molto più considerevole è il numero dei fratelli delinquenti.

Marro trovò 68 su 500 i delinquenti con uno o più fratelli rei essi pure; di questi ebbero

Parenti alienati Nº 17 Id. epilettici » 4 Id. delinquenti » 6 Id. alcoolisti » 34 (4 anche la madre) Id. invecchiati » 33 (4 entrambi i genitori)

Studiando poi i parenti vivi di 500 criminali Marro trovò nel 41% l'alcoolismo nel padre, il 5% nella madre, mentre nei normali si ha solo il 16% nel padre; la pazzia fra gli ascendenti o collaterali nei genitori nel 42,6% dei criminali (13% dei normali); l'epilessia nel 5,3% (2%); la delinquenza 19,7% (1%); carattere immorale e violento 33,6%; computando nell'eredità morbosa la discendenza da genitori alienati, apopletici, alcoolisti, epilettici, isterici e delinquenti, la trovò nel 77%, e nel 90% comprendendo ancora le anomalie del carattere e dell'età dei genitori (o. c.).

Sichart studiò nelle prigioni del Wurtemberg (Liszt, Archiv f. Rechtw., 1890) 3881 carcerati per furti e truffe confrontandoli colla popolazione onesta dello stesso paese.

Il complesso dell'azione ereditaria, secondo Sichart, secondo i reati darebbe:

negli incendiarii il 36,8% nei ladri » 32,2% nei libidinosi » 28,7% nei truffatori » 23,6% negli spergiuri » 20,5% col massimo nei ladri ed incendiarii.

Tenendo conto del solo alcoolismo, pazzia, epilessia e suicidio negli ascendenti diretti, l'eredità morbosa gli risultava del 71% negli incendiarii; del 55% nei ladri; del 43% nei libidinosi, e del 37% nei truffatori.

Sichart e Marro trovarono:

Suicidio (Sichart) (Marro) % % Ladri 5,0 — Incendiarii 8,2 — Libidinosi 3,9 5,1 Spergiuri 2,1 — Truffatori 1,5 — Omicidi — — Totale 4,3%

Studiando la quota dei parenti viziosi nei 3000 rei di Sichart e confrontandola con quelli di Marro così appaiono ripartiti:

Parenti viziosi (Sichart) (Marro) % % Ladri 20,9 45,0 Incendiarii 11,0 14,2 Truffatori 10,8 32,4 Rei contro il buon costume 9,4 28,2 Spergiuri 6,0 — Falso giuramento 12,0 —

con cifre massime in ambedue pei ladri e grandi pei falsari e truffatori, minime per gli incendiari e spergiuri.

Su 3580 rei minorenni di Mettray, 707 erano figli di condannati, 308 figli di viventi in concubinato (Barce, Op. cit.).

I detenuti al riformatorio di Elmira, avevano un 13,7% i cui parenti erano pazzi o epilettici, un 38,7% con parenti ubbriaconi.

Le nostre statistiche ufficiali ci dànno su 2800 rei minorenni del 1871-72 un 3% di genitori carcerati. Anche qui il padre rappresenta la peggiore influenza (2,4), in confronto alla madre (0,5): il che si spiega per la minore criminalità, apparente almeno, delle donne. Si notò pure il 7% di genitori alcoolici, di cui il 5,3% il padre e 1,7 la madre e pochi amendue.

La statistica medesima ci insegna, ancora, che un 28% delle famiglie dei condannati minorenni aveva fama dubbia, e 26 cattiva, rapporti questi ultimi che vengono a coincidere, con molta esattezza, coi dati del Virgilio.

Thompson, sopra 109 condannati, ne trovò 50 imparentati, 8, fra gli altri, membri di una stessa famiglia, che discendevano da un condannato recidivo; egli osservò pure 3 fratelli e 2 sorelle ladre, il cui padre era un assassino, e assassini erano altresì gli zii, le zie, i cugini; in una famiglia di 15 membri di cui 14 falsi monetari, il 15º parve onesto, ma alla fine mise il fuoco alla propria casa dopo averla 4 volte assicurata.

Mayhew ne notò, su 175, ben 10 che avevano il padre, e 6 che avevano la madre, e 53 che avevano i fratelli condannati.

La stessa influenza si avvera nelle prostitute. Su 5583, Parent D. ne avrebbe trovato 252 sorelle, 16 madre e figlia, 22 cugine, 4 zie e nipoti. Nè senza ribrezzo si può leggere in Lacour un discorso che gli teneva una di queste sciagurate: «Mio padre è in prigione, mia madre vive con colui che mi sedusse, e n'ebbe un figliuolo che io e mio fratello manteniamo».

DONNE criminali criminali prostitute ladre prostitute di di di di Salsotto Marro Grimaldi Tarnowsky % % % % % Padre alcoolista 6,6 40 4,23 49 82 Alienazione del padre 6,6 7,6 — — 3 Genitori vecchi 17 26 — — 8 Parenti epilettici 2,6 — — — 6 Genitori tubercolotici — — — 19 44 Parenti delinquenti ? 19,7 — — —

Nelle oneste la Tarnowsky trovò solo il 10% di genitori tubercolitici.

Prove cliniche.—A Pavia studiai, nelle carceri, un ragazzo, con prognatismo enorme, con capelli folti, sguardo strabico, fisionomia femminea; egli ch'era stato a 12 anni assassino, indi per 6 volte imprigionato per furto, aveva 2 fratelli ladri, una madre manutengola, 2 sorelle prostitute.

Sei dei Fossay furono condannati per associazione brigantesca, erano 5 fratelli e un cognato; essi aveano avuto il nonno e il padre appiccati; due zii ed un nipote nei bagni.

Una prova più curiosa dell'influenza ereditaria è offerta dall'Harvis che osservando ad Hudson i crimini spesseggiarvi e quasi tutti gli arrestati esservi omonimi, consultò i registri e vide che una gran parte degli abitanti derivava da certa Motgare, donna di pessima fama vissuta due secoli sono, che contava, su 900 suoi discendenti, 200 malfattori e 200 altri tra alienati e vagabondi (Atl. Monthl., 1875).

E un'altra prova ne l'offre il Despine riportando la genealogia dei Lemaire e Chretien che io ora riassumerò qui graficamente perchè d'un colpo si possa abbracciare.

G. CHRETIEN __________________________|___________________________ | | | Pietro Tommaso G. B. condannato uxoricida | p assassinio _________|_________ Francesco | | | ammogliato A. F. Martino Francesco in P. Tanre ladro e assassino uxoricida pessima donna assassino | ______|______ morto in E. X. | | galera ladro e zio M. Rosa S. F. ladro di Lemaire ladra | condannata C. ladro 11 volte morto in maritata in: carcere ___________________________| | | Maria ladra A. TANRE | ____________|_____________ Benedetto | _________|________ ladro, morto Andrea | | | | | | mentre scalava assassino lad.ass.lad.lad.ass.lad. | (di 1º letto) (di 2º letto con Rosa Chretien) Victor ladro morto in carcere | Victorina onesta, maritata in Lemaire _________________________| | C. LEMAIRE ______________|_____________ | | Augusto A. Francesco _______________|______________ | | | T. Sposo Augusto Vic. Lemaire di Victorina | | P. ladro Lemaire ass. incendiario

Anche i Fieschi erano assassini ereditari.

FIESCHI bisavolo _____________________|__________________________ | | | G. Antonio G. Domenico Luigi sposo a sorella di gal. assassino ______|______ _________|_________ | | | | | | 2 onesti 2 figli ladri 1 brigant. 1 onesto Fieschi Sordom. assass. onesto

Straham (Instinctive criminality, Londra, 1892) ci dà la prova dell'eredità criminale colla storia di una famiglia criminale. I capostipiti di questa famiglia sono due sorelle, la prima delle quali morì nel 1825. La loro progenie consta di 834 individui, di 709 dei quali è stata tracciata una storia abbastanza accurata.

Fra questi 709 vi sono 106 figli illegittimi, 164 prostitute, 17 ruffiani, 142 mendicanti, 64 ricoverati per malattie croniche, 76 criminali i quali insieme hanno passato 166 anni di prigione.

Aubry (Annales médico psycologiques, 1892) ci diede uno studio curiosissimo su una famiglia di criminali.

La famiglia K..... occupava, nei secoli scorsi, un posto elevato nella società: ma già al principio di questo secolo era completamente decaduta; oramai non si componeva più che dei figli di due fratelli, Lu... e Ren...: Ren... aveva passato tutta la vita in contatto coi criminali, senza essere egli stesso mai stato condannato: era molto originale, appassionatissimo pei combattimenti dei galli, gran donnaiuolo, con un numero infinito di amanti e di figli, tanto che tutti i bambini del quartiere lo chiamavano papà; da una delle sue amanti nacque un gran numero di criminali. La famiglia di suo fratello Lu... non presenta nulla di notevole, salvochè suo figlio, il giorno dopo della morte dello zio Ren..., saputosi diseredato da questo, si uccise, lasciando un testamento dove scriveva: «Non si accusi nessuno della mia morte; io mi uccido per fuggire i nemici insopportabili, procacciatimi dalla mia sciocchezza, e per non essere stato abbastanza in guardia contro la furberia di certa gente.

Le due amanti di Ren..., che gli diedero una prole di degenerati, erano Z..., moglie d'un carnefice, da cui nacque una femmina morta tisica a 24 anni e F...., pure maritata, cui l'opinione pubblica accusava di avere avvelenato il marito!

F..... ebbe 5 figli, dei quali 2 dal marito e 3 dall'amante. I figli avuti dal marito furono:

1. Z..., che visse separata dal marito, era una mattoide querulante; tutto era per essa occasione di far questioni: ma perdeva regolarmente i suoi processi; ebbe parecchi amanti, un oratore, tra gli altri, di gran talento da cui ebbe parecchi figli, uno dei quali poeta, un pittore, ecc., celebri. 2. Fi..., proprietaria d'un postribolo; ha due figli, di cui uno cieco e affetto da paralisi del Parkinson.

Tra i figli, che F... ebbe dall'amante Ren..., sono da notarsi:

1. Em..., che, vegliando il cadavere del padre, si ubbriacava colla cognata, e ch'ebbe una figlia di condotta immorale; una nipote prostituta (a 15 anni) e ladra.

2. Em..., contadino, tentò di suicidarsi strozzandosi; sposò una Fe..., donna estremamente dissoluta, nota per rapporti incestuosi col figlio maggiore, ladra in complicità con sua figlia, sospettata gravemente di aver ucciso il genero, ubbriacona; sua figlia la chiamava: Vecchia carica di delitti.

Da questo triste matrimonio nacquero due figli:

1. Maria, che in un periodo mestruale uccide il marito aiutata dalla madre, benché al Tribunale siano state assolte entrambe; la Maria, che aveva parecchie relazioni adultere si mostrò molto allegra dopo la morte del marito, e dopo quella dell'unica bambina morta di difterite.

2, Am..., che ebbe rapporti colla madre, ed uccise il marito della amante.

In uno dei rami collaterali della Fl... (figlia di F...), si trovavano: molti negozianti falliti; una madre, con prole numerosa, che fuggì, portando via la cassa, coll'ultimo amante; un marito che consuma, lontano dalla famiglia, le risorse della casa, e che quando non possiede più nulla, vive a carico della moglie; un fratello del secondo marito di Maria che si uccide dopo assassinata la moglie adultera.

In questa famiglia, adunque, quasi tutti i membri, hanno commesso uno o più delitti; quelli che non sono criminali sono suicidi; ma un ramo collaterale, quello di Ze..., è formato da persone che occupano un posto elevato nell'arte, e che hanno realmente un grande ingegno.

Questa famiglia costituisce anche una conferma dell'intimo rapporto che esiste tra il genio e il delitto.

Laurent (Les habitudes des prisons), ci fa la storia di tutta una famiglia di delinquenti-nati che conferma a meraviglia i dati di Marro, di Aubry e di Sichart.

«Il nonno paterno morto di affezione cardiaca a 67 anni, era di carattere debole completamente dominato dalla moglie: la quale nervosa e strana, batteva il marito ad ogni occasione. Irascibilissima, provava piacere a sferzare la sorella quand'era ammalata.

«Il padre era nervosissimo, violento, ma poltrone, e quantunque conoscesse la vita disordinata della moglie, non aveva il coraggio d'intervenire. Morì di un'insufficienza aortica.

«Uno zio paterno viziosissimo e violento percuoteva i suoi parenti per avere denaro. Approffittò della loro assenza per vendere una parte dei mobili, tentò uccidere suo fratello per gelosia. Un cugino germano dei due precedenti si abbandonò alla pederastia.

«Il nonno materno era intelligente, ma ubbriacone, subì due anni di prigione per furto. Capitano sotto la Comune, fu ancora punito per cattiva condotta. Egli era disquilibrato, brutale e grossolano. Nel primo matrimonio ebbe 4 figlie delle quali descriveremo lo stato mentale più sotto. La nonna materna abbandonava i bimbi e sprecava in compagnia del marito la paga settimanale. Morì di cancro uterino.

«La madre viziosissima, pigra, impetuosa si marita a venti anni ed ha due figliuoli; a 23 anni abbandona il marito, si unisce con un giovane e dà alla luce una bimba. In seguito ritorna al letto maritale ed ha un quarto bimbo, durante questo tempo è l'amante di un negoziante di vino.

«A quest'amante ne succedono altri. A 35 anni partorisce un quinto bimbo. Lasciando la famiglia ed i fanciulli senza cura ella passa la vita nelle stamberghe (bouges) giuocando alle carte e disputando cogli ubbriachi. Tentò più volte in stato di ubbriachezza d'uccidere il marito. A 37 anni ha da un suo amante un sesto figlio che muore di meningite. Resta incinta un'altra volta ed abbandona allora decisamente il tetto maritale attirando con sè le figlie, che poi lascia in balia del primo capitato mentre ella si ubbriaca. A 39 anni è incinta per la nona volta, e dal suo amante essa si lascia maltrattare.

«Questa donna aveva tre sorelle.

«La prima era viziosa fin dall'infanzia. Corrotta, a 16 anni si dà alla prostituzione. Irascibile, ella in un momento di gelosia strappò un'orecchia ad una donna. La seconda sorella ha 38 anni, è maritata; alcoolista lasciva et ottusa. Ha tre fanciulli dei quali uno all'età di nove anni per un futile motivo si precipitò dalla finestra ed un'altra volta senza ragione apparente si gettò sotto una vettura.

«Soffrì di meningite e guarì.

«La terza sorella, ottusa e lussuriosa, si ubbriaca in compagnia del marito.

«Passiamo ora all'esame della 3ª generazione, che comprende otto fanciulli.

«1º Una giovane di diciannove anni, poco intelligente, capelli biondissimi, ha volta palatina ogivale e sviluppo esagerato delle protuberanze frontali. Il sistema pilifero è sviluppatissimo sul corpo e di un color nero carico. Cattiva, gelosa, ella metteva delle spine nella minestra del fratello. A 10 anni la si trovava nelle cantine con dei giovinetti abbandonandosi ad una crapula precoce. Ha sempre rifiutato l'unione sessuale coi componenti la famiglia. «Io non ne so il perchè, diceva, vorrei, ma non posso, ciò è più forte di me, e mi ripugna».

«A quindici anni si dà alla prostituzione pubblica ed è incarcerata a S. Lazare, poi nel convento delle Dame di S. Michele: ma quindici giorni dopo l'uscita ricomincia la vita disordinata prostituendosi e vivendo in compagnia dei souteneurs.

«2º Un giovane di 18 anni, lavoratore, economo, onesto, ma nervoso e caparbio e di carattere debole come il padre.

«3º Una figlia adulterina di 15 anni, viziosa, beona e ghiotta. Frequenta gli spacci di vino e s'ubbriaca spesso. Ruba nelle vetrine dei droghieri.

«4º Una giovane di 14 anni pigra, bugiarda, ladra, irascibile, ha la faccia costantemente contratta da un tic nervoso e la fisonomia non è che una smorfia continua. Senz'alcun rispetto per la famiglia, ella approfitta di notte del sonno della nonna per pizzicarle le gambe e vendicarsi in questo modo delle punizioni avute. È egoista, civetta, lasciva.

«5º Un ragazzo di 8 anni, rachitico, scrofoloso, nervosissimo, irascibile. Prepotente, ha degli accessi con tendenza a rompere qualsiasi oggetto. È dolicocefalo e d'intelligenza comune.

«6º Una figlia adulterina, morta a 16 anni di meningite.

«7º e 8º Due ragazzi in tenera età».

Il Sighele ha studiato tutti i processi intentati contro gli Artenesi dal 1852, e vi ha trovato sempre gli stessi nomi; il padre, il figlio, il nipote si seguivano a distanza come spinti da una legge fatale. Nell'ultimo processo v'erano due famiglie, già celebri negli annali giudiziari: l'una di 7 persone, l'altra di 6: padre, madre e figli; non uno mancava. Sighele notava come si potessero ben ripetere a questo proposito le parole di Vidocq: «Il existe des familles dans lesquelles le crime se transmet de génération en génération, et qui ne paraissent exister que pour prouver la vérité du vieux proverbe: Bon chien chasse de race« (Arch. di psich., 1894).

Mai—io credo—la legge d'eredità ebbe una conferma più splendida.

Nel 1846 si condannarono in Francia per 45 furti due famiglie che erano legate insieme per parentela e per tendenza al brigantaggio: C. Iegl capo della prima avea sposata la figlia di Ruch... capo della 2ª; dell'uno si condannarono il padre, la madre, il figlio, i generi, e dell'altro il padre e il figlio.

Affinità elettive.—Il Locatelli ci spiega come questi fatali intrecci che dànno luogo alle bande e sono il sustrato più saldo del brigantaggio—prova ne siano il Chretien e Lemaire—nascano per una specie di affinità elettiva che spinge la donna delinquente a scegliere l'amante e lo sposo tra i più inclini allo stesso delitto.

È da ricordarsi nella famiglia K... sopra studiata l'affinità elettiva che spinse Renato a scegliere le amanti tra le prostitute e le delinquenti, e che rende possibile la esistenza di criminali e di persone immorali anche nei rami solo indirettamente legati al principale.

La famosa ladra Sans Refus era figlia di un ladro Comtois, morto, nel 1788, sulla ruota, e della ladra Lempave.

La Marianna, la complice più abile della banda Thiebert, nacque da una ladra e un ladro recidivo cinque volte e nacque anzi sulla pubblica strada entro un carretto rubato (Lucas, De l'hérédité naturelle, pag. 487).

Virginia P., amante di un beccaio tratto in giudizio per aver assassinato una bambina, saputone l'arresto, rimase un giorno intero sulla porta del carcere per aver sue notizie, e naturalmente invano; tornatasene a casa ad ora tarda della sera, col cuore in tempesta, sentendosi rimproverare dalla madre, le balzò al collo come una tigre ferita, e l'avrebbe indubbiamente strangolata, senza il pronto aiuto del vicinato, accorso alle grida della povera donna (Locatelli, p. 18).

Un esempio più celebre l'offrono le simpatie fatali della marchesa di Brinvilliers col S. Croix, e della Pochon e della Catella, ladra, truffatrice e prostituta con Rossignol, la prima delle quali si sentì, quando era in carcere, attratta a lui, solo al racconto delle sue imprese fattole dalla rivale; notisi che quest'ultima, nata da una famiglia nobilissima, già perduta a 14 anni, a 15 anni avea commesso i delitti di grassazione appunto in complicità con Rossignol. A Torino, la Camburzano, quasi impubere, si dà prima ad un ladro, e messa, perciò, in un riformatorio ne fugge, e nel giorno stesso che n'esce si innamora e si unisce col sicario Tomo e se ne fa complice e istigatrice di feroce omicidio e ride quando se ne sente rimproverare; liberata, ruba di nuovo ad un amante e si riprostituisce.

Eredità ataviche di Juke.—Ma la prova più importante della ereditarietà del delitto e dei suoi rapporti colle malattie mentali e colla prostituzione viene offerta da quel singolare studio fatto or ora da Dugdale nella famiglia Juke[129] divenuta in America sinonima di criminale.

I capi stipite di questa sciagurata progenie sono Ada Yallkes nata nel 1740, ladra e beona, e Max Juke cacciatore e pescatore, beone e donnaiuolo, che in tarda età divenne cieco, e nacque circa nel 1720, lasciando numerosa discendenza legittima, 540, ed illegittima, 169; non tutte le diramazioni di questa si poterono seguire fino ai dì nostri; sì bene quella di 5 figlie, 3 delle quali eran prostitute prima di maritarsi, e di alcuni rami collaterali, il tutto per 7 generazioni—Le riassumeremo in questa tabella:

———————————————————————————————————————————————————————————————————————— | | PARENTELA PER SESSO | Numero |—————————————————————————————— | totale | Totale | | | nella | d'ogni | Legittimi | Illegit. |generazione| sesso | | —————————————————————————————+———————————+————————+———————————+————————— II GENERAZIONE |Juke donne | 5 | 5 | 1 | — |X uomini | 5 | 5 | 2 | — | | | | III GENERAZIONE |Juke donne | 34 | 16 | 15 | 1 |X donne | 16 | 7 | 3 | — |Juke uomini | — | 18 | 12 | 6 |X uomini | — | 9 | — | 2 | | | | IV GENERAZIONE |Juke donne | 117 | 46 | 38 | — |X donne | — | 25 | 6 | 1 |Juke uomini | — | 57 | 46 | 3 |X uomini | 59 | 34 | 5 | 1 | | | | V GENERAZIONE |Juke donne | 224 | 119 | 94 | 17 |X donne | — | 33 | 4 | 2 |Juke uomini | — | 102 | 70 | 20 |X uomini | 84 | 51 | 11 | 3 | | | | VI GENERAZIONE |Juke donne | 152 | 63 | 33 | 13 |X donne | — | 2 | — | — |Juke uomini | — | 48 | 27 | 20 |X uomini | 5 | 3 | — | — | | | | VII GENERAZIONE |Juke donne | 8 | 3 | 1 | 2 |Juke uomini | — | — | — | — |———————————+————————+———————————+————————— TOTALE |Juke donne | — | 252 | 182 | 33 GENERAZIONE |X donne | — | 67 | 13 | 3 |Juke uomini | — | 225 | 155 | 49 |X uomini | — | 102 | 18 | 6 |———————————+————————+———————————+————————— Sangue di Juke | 540 | 477 | 337 | 82 Id. di X | 169 | 169 | 31 | 9 |———————————+————————+———————————+————————— TOTALE GENERALE | 709 | 645 | 368 | 91 ———————————————————————————————————————————————————————————————————————— NB.—Per X si intendono i collaterali o imparentati coi JUKE ma non derivati originalmente da questo.

RELAZIONI PAUPERISMO DELITTI MATRIMONIALI E MALATI \————————v————————/ \————————v—————————/ \—————v—————/ Maritati— | | Bastardi prima Sterili Senza Anni di Nº degli | del matrimonio | domicilio spedalità incriminati | | | Tenenti | | | | | Bastardi dopo | postriboli | Anni | | Anni di | | il matrimonio | | | | | | carcere | | | | |Sifilitici | | Ricoverati | | | | | | Prostitute | | | | | in ospedali.| | | Numero | | | | | | | | | impotenti | | | dei | | | | | | | | | | | | | delitti | | | | | | | | | | | | | | ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+————— 5| 3| — | — | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — 5| —| — | — | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — | | | | | | | | | | | | | 13| 1| 1| 3 | 5 | —| — | 3 | 20| 2 | 2 | —| — | — 4| —| — | 3 | — | —| — | 1 | 23| — | — | —| — | — 11| —| — | 4 | 4 | —| 1 | 6 | 54| 3 | 6 | 1| — | 1 5| —| — | 4 | — | —| 1 | 2 | 14| 3 | 5 | 2| 3 | 2 | | | | | | | | | | | | | 26| 6| 8| 12 | 3 | 5| 12 | 18 |122| 7 | 7 | 5| 1 | 7 15| 3| — | 4 | 4 | 1| 7 | 8 | 53| 3 | 3 | 2| 1/2| 2 22| —| — | 4 | 7 | 1| 6 | 19 |129| 8 | 12 | 12| 11 | 15 19| —| — | 15 | 1 | 3| 2 | 11 | 50| 3 | 3 | 10| 13 | 11 | | | | | | | | | | | | | 37| 6| 3| 36 | 5 | 5| 25 | 24 |100| 12 | 18 | 9| 1/4| 15 15| 2| 1| 14 | 4 | —| 2 | 11 | 49| 2 | 4 | 1| 1/4| 1 21| —| — | 12 | 7 | —| 7 | 25 | 87| 11 | 21 | 18| 72 | 41 26| —| — | 14 | 6 | 2| 4 | 14 | 33| — | — | 12| 8 | 16 | | | | | | | | | | | | | 2| 2| — | 2 | — | 1| — | — | —| 3 | 8 | 2| 1/2| 2 1| 1| — | — | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — 1| —| — | — | — | —| — | — | —| 7 | 7 | 2| 6-1/2| 2 2| —| — | 1 | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — | | | | | | | | | | | | | —| —| — | — | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — —| —| — | — | — | —| — | — | —| — | — | —| — | — ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+————— 83|18| 12| 53 | 13 | 11| 37 | 45 |242| 24 | 35 | 16| 1-3/4| 24 35| 6| 1| 21 | 8 | 1| 9 | 20 |125| 5 | 7 | 3| 3/4| 3 55| —| — | 20 | 18 | 1| 14 | 50 |270| 29 | 46 | 33| 89-1/2| 59 57| —| — | 34 | 7 | 5| 7 | 27 | 97| 6 | 7 | 24| 24 | 29 ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+————— 138|18| 12| 73 | 31 | 12| 51 | 95 |512| 53 | 81 | 49| 91-1/4| 83 92| 6| 1| 55 | 15 | 6| 16 | 47 |222| 11 | 15 | 27| 24-3/4| 32 ———+——+———+——————+————+———+————+————+———+—————+——————+———+————————+————— 230|24| 13| 128 | 46 | 18| 67 |142 |734| 64 | 96 | 76| 116 |115

Vedesi già da questo prospetto la singolare connessione della prostituzione, del delitto e della malattia, perché per le stesse cause ereditarie si hanno:

1º ceppo MAX ______________________|________________________ | | | 76 delinquenti 181 prostitute 181 impotenti, e 142 vagabondi, 18 tenenti postribolo idioti o sifilitici mendicanti, 91 illegittimi 46 sterili 64 poveri

Con istrana progressione vediamo i delinquenti appena rappresentati nella 2ª generazione, moltiplicarsi a 29 nella 4ª, a 60 nella 5ª[130], precisamente come le prostitute, da 14 crescono a 35, ad 80, ed i vagabondi da 11 a 56, a 74; nè scemano nella 6ª e 7ª, se non perchè la natura, che si direbbe provvida anche nel delitto come nelle mostruosità, ponvi termine colla sterilità delle madri, che da 9 della 3ª generazione aumenta a 22 nella 5ª generazione, e colle morti precoci dei bimbi che aumentano a 300 negli ultimi anni.

Passarono tutti insieme in carcere 116 anni; furono intrattenuti 734 individui a spese dello Stato.—Alla 5ª generazione, tutte le femmine erano prostitute e gli uomini rei. Alla 6ª l'anziano dei discendenti aveva solo 7 anni, eppure 6 individui erano stati raccolti all'asilo degli indigenti.

In 85 anni la manutenzione loro costò allo Stato 5 milioni di dollari.

Si osservò che in tutti o quasi tutti i rami la tendenza al delitto, all'inverso di quella al pauperismo, si presentava più intensa nel figlio più anziano, seguendo, poi, sempre la linea maschile più che la femminile; e si accompagnava ad eccessi di vitalità, di fecondità e di vigore; che essa si sviluppava assai più nelle linee illegittime che non nelle legittime, il che si ripete anche in tutte le altre note di immoralità.

Così confrontando i 38 illegittimi sorti dalla 5ª generazione e dalle primogenite delle 5 sorelle con gli 85 legittimi, troviamo nei:

38 illegittimi ——————————————+——————————————— | | | 4 ubbriaconi 11 mendicanti, 16 condannati idioti o di cui 6 per prostitute gravi delitti

85 legittimi ——————————+———————— | | 5 condannati 13 mendicanti o prostitute

E la cifra della prostituzione qui accennata non è che una sottile quota in confronto alle risultanze di altre indagini che mostrano l'irruenza degli accessi venerei come il numero enorme di illegittimi, 91: di bastardi, 38; in totale 21% dei maschi e 13 delle femmine; delle sifilitiche, 67, e specialmente delle donne immorali, che dal 60% ch'erano nella 1ª generazione e dal 37 ch'erano nella 2ª crebbero a 69 nella 3ª, a 48 nella 5ª, a 38% nella 6ª, in totale al 52,40% e ciò nella generazione diretta, toccando al 42% nelle collaterali.

I dati della fecondità eccessiva e della prostituzione dimostrerebbero come gli eccessi sessuali siano una delle cause più gravi del pauperismo, che par anch'esso d'indole ereditaria specialmente nella donna, e che coglie di preferenza il più giovane. Il pauperismo si lega poi al delitto ed al morbo pei molti casi d'individui che sono ad un tempo colpiti da sifilide, o da deformazione degli arti e da tendenze al delitto, al vagabondaggio.

Nelle tavole parziali si osserva poi che nelle famiglie, ove i fratelli si dànno al delitto le sorelle si dànno alla prostituzione, essendo arrestate solo per delitti contro al pudore. Una nuova prova, dice Dugdale (p. 152), che l'una carriera è nel sesso femminile il corrispettivo dell'altra—avendo origine comune.

La prostituzione si vede sorgere per causa ereditaria, senza che si possa spiegare colla miseria, nè con speciali accidenti, nè si arresta che quando avvenga un matrimonio in età precocissima.

I bastardi ammontarono al 21% dei maschi e 13% delle femmine: questo indica una prevalenza nel sesso maschile, che è curiosa perchè accade il contrario per i legittimi; esaminando i primogeniti di queste razze si osserva che nei maritati predominano le femmine, nei bastardi i maschi.

La cifra del pauperismo ci mostra il legame del delitto e della prostituzione colle malattie del sistema nervoso e colle mostruosità; essa ci viene assai bene spiegata da questa tabella[131], che ci mostra la tisi, l'epilessia, alternarsi colla cecità e pazzia e sifilide.

Facendo poi il riassunto complessivo del risultato di questi dati, Dugdale trova che furono 200 i ladri e criminali; 280 i poveri o malati; 90 le prostitute o donne infette discendenti da un solo ubbriacone; e che senza contare i 800 ragazzi morti precocemente, i 400 uomini contaminati da sifilide, e le 7 vittime degli assassini, lo Stato in 75 anni, per cotesta infame famiglia, perdette un milione e più di dollari.

Nè questi casi sono i soli.

Il feroce Galetto di Marsiglia era nipote di Orsolano, lo stupratore antropofago; Dumollard era figlio di un assassino; Patetot aveva il nonno ed il bisnonno assassini; i Papa ed i Crocco, Serravalle, avevano avuto il nonno nelle carceri, Cavalante il nonno e il padre. I Cornu erano assassini di padre in figlio, come i Verdure, i Cerfbeer, i Nathan, ch'ebbero in un giorno 14 membri della famiglia accolti nello stesso carcere. La Mocc..., avvelenatrice del marito e sfacciatamente adultera, discende da un incesto, e le meretrici sono figlie di delinquenti o di beoni; prime fra esse Mad. di Pompadour figlia di ubbriacone e ladro graziato.

L'influenza ereditaria del delitto ha lasciato traccia nella storia umana; e basterebbe a provarlo la storia dei Cesari.

La storia orientale, scrive de Hammer, ci mostra che nella medesima generazione l'infanticidio segue dappresso al parricidio e che lo stilo del nipote vendica sul padre l'assassinio dell'avo. Kosru e Mastantfzer parricidi sono uccisi dai figliuoli, Hasan II fu ucciso dal figlio Mohamed che fu avvelenato dal figlio (Hist. des Assass. 1833).

I papi Giovanni XI e XII e Benedetto IX, figli di cortigiane, portarono sulla cattedra di San Pietro il sacrilegio, lo stupro e l'omicidio. La lasciva Poppea era figlia di una donna ancor più lasciva; la madre di Messalina fu accusata d'incesto col fratello.

Pazzia dei parenti.—Come già ci provano queste lugubri genealogie, e quella della Motgare e dei K..., un certo numero dei parenti dei criminali è colpito da alienazione mentale. Noi su 314 ne abbiamo trovato 7 che avevano il padre alienato, 2 epilettici, 3 il fratello, 4 la madre e 4 gli zii, 1 il cugino oltre 2 padri e 2 zii cretini, ed 1 fratello ed 1 padre convulsionari e 2 bevitori: su altri 100 rei 5 che avean la madre, 3 il padre, 6 i fratelli pazzi, 4 i fratelli epiletici; consimile mi apparve la genealogia di una famiglia ch'ebbi a curare a Pavia e che di generazione in generazione alternava pazzi e delinquenti e meretrici.

Fe...ri pazza ad 80 anni con allucinazioni erotiche _______________________|____________________ | | L. matto e già incestuoso Pazzo e feritore | | ___________|____________ ladro | | | | | | ladr. ladr. suic. mere- mere- meretrice a 9 e trice trice anni incest.

Bono nella discendenza di un Ala... avvelenatore della moglie ch'era a sua volta epilettico, trovava:

________________________________________________________ | | | | | | G. D. A. ucciso P. A. a 15 anni F. assassino suicida in rissa maniaco beone prostituta

Moeli trovò 41 volte la pazzia e l'epilessia nei parenti di 67 rei pazzi ladri, e cioè nel 15% suicidio e delitto nei parenti, 21% pazzia nei fratelli, 23% pazzia ed epilessia nei parenti (Ueber Irren Verbrecher, 1888).

Il Kock[132], lasciando in disparte gli incerti, aveva trovato il 46% di ascendenza morbosa diretta nei suoi criminali.

Il dottor Virgilio, che studiava 266 condannati, affetti però da malattie croniche, fra cui 10 alienati e 13 epilettici, riscontrò la pazzia nella proporzione del 12% nei genitori, predominando sempre anche qui (8,8) il padre. Riscontrava l'epilessia in una frequenza ancora maggiore, 14,1%, senza contare il 0,8 di collaterali, e senza contare un sordo-muto ch'era padre ad uno stupratore, 6 padri ed una madre affetti da eccentricità, ed un padre semi-imbecille.

L'egregio dott. Penta trovò la pazzia nel 16% dei suoi criminali nati. Ad Elmira su 6800 rei, dal 1886 al 1890, i genitori pazzi ed epilettici ammontano da 13 a 127.

Marro e Sichart trovarono:

Pazzia dei parenti (Sichart) (Marro) % % Incendiarii 11,0 28,5 Libidinosi 3,5 10,2 Ladri 6,4 14,5 Truffatori 5,5 10,3 Spergiuri 3,1 — Omicidi — 17,0 Feritori — 14,0

Gottin, che appiccò il fuoco alla casa del suo benefattore, aveva il nonno pazzo; Mio, il nonno ed il padre; Giovanni di Agordo, parricida, i fratelli; Costa e Militello, gli zii ed il nonno; Martinati aveva una sorella cretina; Vizzocaro il parricida e fratricida, Palmerini l'assassino, ebbero alienati zio e fratelli; Bussi il padre e la madre; Alberti l'avo ed il padre; Faella padre pazzo; Guiteau padre, zii e cugini; Perussi falsario, macrocefalo e già omicida, nacque in un manicomio da madre suicida e pazza e da padre megalomane; Verger la madre ed i fratelli suicidi; Goudfroy, che uccise moglie, madre e fratelli, speculando sull'assicurazione della loro vita, aveva la nonna materna e lo zio pazzi; Didier parricida, ebbe il padre pazzo; Luigia Brienz uxoricida, ebbe la madre epilettica,la sorella pazza; Ceresa, Abbado e Kulmann ebbero parenti alienati.

Per questo rapporto, come per quello dell'alcoolismo, gli alienati sono quasi alle stesse condizioni dei delinquenti.—Anche la maggiore frequenza dell'eredità paterna in confronto alla materna è stata osservata prevalere, negli alienati maschi, dal Golgi, dallo Stewart e dal Tigges, benché in proporzioni assai minori[133].

Tuttavia importerà molto al medico legale il notare che la pazzia dei genitori si ritrova molto meno frequentemente nei delinquenti. E basterebbe solo a dimostrarlo la proporzione trovata dal Virgilio, che non passava il 12%, mentre su 3115 alienati il Tigges trovò il 28%, e lo Stewart il 49 ed il Golgi il 53%.

Zillman trovò che nei paesi ove domina endemico il cretinismo è frequente l'ozio, la tendenza ai litigi e ai delitti atroci, che son più numerosi di 5 volte tanto nelle donne che negli uomini (Ueber die Cretinimus in Salzburg, 1868).

Che se vogliamo considerare l'influenza ereditaria anche dell'epilessia e di altre nevrosi, noi troviamo che il Golgi giungerebbe al 78%.

Epilessia nei parenti.—Il Knecht trova 60 epilettici tra i parenti di 400 criminali. Brancaleone Ribaudo su 559 soldati delinquenti trova l'epilessia dei genitori nel 10,1%. Il Penta su 184 rei nati, nel 9,2%. Clarcke trova nel 46% dei parenti di epilettici delinquenti l'epilessia con sicurezza constatata; mentre negli epilettici non delinquenti il rapporto è solo del 21%.

Dejerine negli epilettici delinquenti trova che l'epilessia dei parenti si può riconoscere nel 74,6%: pei non rei nel 34,6% l'epilessia dei parenti e nel 16,5% le psicosi.

Marro e Sichart trovarono:

Epilessia (Sichart) (Marro) % % Ladri 2,1 3,3 Truffatori 2,0 1,3 Incendiarii 1,8 — Libidinosi 1,2 — Spergiuri — — Omicidi — 7,0 Totale 6,7% (Vedi per altre prove il vol. II, parte I).

Eredità di alcoolismo.—Penta trovò (v. s.) l'alcoolismo nel 27% e nel 33% dei genitori grandi criminali, io nel 20%. Ad Elmira su 6500 rei i genitori beoni erano da 37,5 a 38,4%.

L'alcoolismo, secondo un calcolo fatto in 50 famiglie alcooliste da Legrain[134] con 157 discendenti, diede per eredità:

54% di alienati 62% di alcoolisti 61% di epilettici 29% di convulsionari 14% pazzi morali (o rei-nati) 6,5% meningitici.

Egli osservò che nell'alcoolismo ereditario, il primo carattere è la precocità; vi trovò degli alcoolisti perfino di 4 anni; l'altro carattere è di essere di una suscettibilità speciale per l'alcool; mentre un padre per 7 anni beone pure non sragiona ancora, il figlio dopo due giorni di orgia ha già il delirio; e la sua ebbrezza è già una specie di delirio; il padre può non avere il delirio, il figlio sempre, perché ha già il delirio in potenza.—Un altro carattere è il bisogno di alcoolici sempre più forti; son caratteri frequentissimi nei criminali.

In Sassonia[135] il 10,5% dei rei è nato da ubbriachi Baden 19,5% » » Wurtemberg 19,8% » » Alsazia 22,0% » » Prussia 22,1% » » Baviera 34,6% » » (Baer,1882).

Sichart e Marro trovarono;

Parenti alcoolisti (Sichart) (Marro) % % Ladri 14,3 46,6 Truffatori 13,3 32,4 Incendiarii 13,3 42,8 Falso giuramento 11,1 — Libidinosi 14,2 43,5 Omicidi — 49,0 Feritori — 50,0

con cifre massime nei rei di sangue e nei furti.

Nell'Italia, l'alcoolismo dei genitori influisce assai meno a provocare l'alienazione che non il delitto, non avendo dato nei nostri alienati più del 17%, mentre sorpasserebbe il 20 nei detenuti cronici di Aversa.

Età dei parenti.—Venne questa studiata nelle varie classi di criminali dal Marro.

Una prima indagine fece egli rispetto all'età a cui morirono. Pare che fra i genitori dei criminali non solo la fecondità ma anche la vita si protragga oltre i limiti cui generalmente tocca fra i normali; il che lascierebbe supporre, che in essi, come già rilevò il Ball sui genitori dei paralitici generali e dei dipsomani, la longevità tenda ad esser maggiore.

Molto più significativi furono i suoi studi sull'età dei genitori in rapporto alle tendenze dei delinquenti. «Nei rei contro la proprietà, scrive egli[136], noi troviamo abbondare i figli di genitori giovani, salvo nei truffatori, fra i quali sono invece scarsi i figli di padre giovane: la truffa suppone, infatti, più la simulazione e la doppiezza, che non le forze fisiche, l'agilità, la destrezza e la violenza: e sono quelli appunto i caratteri più proprii della vecchiaia, mentre questi sono più particolarmente la dote della gioventù».

Però se nei truffatori trovò egli la proporzione dei figli di genitori invecchiati salire al 37%; nei delinquenti contro le persone prevalse però ancor più il numero dei figli di genitori invecchiati. Gli assassini, gli omicidi ne diedero l'enorme proporzione del 52,9%, proporzione di gran lunga superiore a quella offerta da tutte le altre categorie di delinquenti: e la proporzione si conserva alta sia per i padri che per le madri invecchiate, le quali figurano nella loro ascendenza nella proporzione del 38% contro il 17% presentato dai 100 normali.

I figli di padri giovani vi stanno invece nella minima proporzione, non più del 3%.

La proporzione dei padri vecchi è ancora abbastanza notevole nei feritori, pari al 40%; ma contemporaneamente vi crescono i discendenti da genitori giovani, che superano la proporzione dei normali, salendo al 13,5%.

Ed anche ciò è naturale, perchè quando si tratta di ferimenti semplici o di ribellioni, tanto può aver agito la mancanza di affettività, come la troppa vivacità.

Negli stupratori, invece, la proporzione dei padri vecchi scende al 30%: abbiamo però in compenso un numero maggiore di madri vecchie.

Marro esaminava poi l'età della madre (vedi Atlante).

Adottando lo stesso criterio che per i maschi, ne fissò il limite della immaturità agli anni 21, e di decadenza ai 37 anni e trovò:

Proporzionalità delle madri dei normali, delinquenti ed alienati nei vari periodi di età all'epoca della loro nascita (Vedi Atl.).

Categorie Periodo di Periodo di pieno Periodo di immaturità sviluppo decadenza Assassini 6,4 54,8 38,7 Feritori 27,2 57,5 15,1 Stupratori 15,6 59,8 25,0 Grassatori 27,2 63,6 9,0 Truffatori 12,1 74,2 13,6 Ladri con scasso 19,4 61,1 19,4 Borsaiuoli 22,5 64,5 12,9 Ladri domestici 20,0 62,5 17,5 Ladri di furto semplice 17,9 64,1 17,9 Media generale 18,2 63,7 17,9 Normali esaminati 1301 12,8 76,4 10,7 Alienati N. 85 20,0 58,8 21,1

La legge, osservata per i padri nelle varie classi di delinquenze, riapparve ancora per le madri. Fra queste, spicca pure la proporzione delle invecchiate per gli assassini e, più limitatamente però, per gli stupratori; il che spiegherebbe in parte l'apparente anomalia per cui questi ultimi non presentavano preponderanza di padri invecchiati. Anche la proporzione di madri giovanissime si mantiene in forte prevalenza nelle classi dei ladri e dei feritori, in cui prevalevano i padri giovani, e tocca il massimo nella classe dei grassatori, fra i quali è pure forte, sebbene con minor prevalenza, la proporzione dei padri giovani.

Per confrontare questi dati coi normali Marro studiò la condotta nella scuola, e il carattere ivi spiegato da 917 allievi, in rapporto all'età dei genitori: eccone il risultato:

Condotta in iscuola degli allievi.

Età del padre Buona Mediocre Cattiva fino a 25 anni 42 = 44% 30 = 31% 22 = 23% Da 26 a 40 304 = 47% 216 = 34% 113 = 17% Oltre 41 anni 97 = 51% 60 = 31% 32 = 16%

Fra i ragazzi il cui padre aveva un'età minima, sotto i 26 anni, abbiamo il massimo delle condotte cattive ed il minimo delle buone.

Condotta in iscuola degli allievi in rapporto all'età della madre.

Età della madre Buona Mediocre Cattiva fino a 21 anni 53,9 28,3 17,7 Da 22 a 36 anni 48,3 32,2 18,4 Oltre 37 anni 41,3 41,3 17,2

La dolcezza di carattere e l'arrendevolezza propria alla donna, specialmente in gioventù, dà la massima proporzione di buone condotte ai figli nati dalle più giovani; e tal qualità va via declinando col crescere dell'età della madre che genera, sebbene nelle condotte cattive non si noti quasi differenza di proporzione per le varie età della madre. Scendendo però agli scuolari, in numero di 59, nei quali vennero notate qualità morali tristi, questi si mostrano ripartiti in proporzione che salgono dalla più giovane alla più vecchia: vale a dire nelle rispettive proporzioni di

4,4% fra i nati da madri giovani, 6,4% fra i nati da madri in età media, 9,1% fra i nati da madre nel periodo di decadimento.

Da ultimo giova considerare i casi in cui i genitori si trovano entrambi nella stessa condizione d'immaturità, di sviluppo completo o di decadimento.

Fra gli scuolari studiati nella condotta in iscuola e nel grado di intelligenza dimostrata, l'unione di padri e madri, che si trovavano entrambi nello stesso periodo d'immaturità, di completo sviluppo o di decadimento, diede luogo alle seguenti proporzioni:

Condotta.

Buona Mediocre Cattiva Periodo di immaturità 15 = 39% 15 = 39% 8 = 21% » di compl. svil. 268 = 40% 194 = 35% 84 = 15% » di decadimento 26 = 41% 26 = 41% 10 = 16%

Confrontando i delinquenti coi normali, Marro notava la minor frequenza dei matrimoni corrispondenti per età fra ambi i genitori, mentre negli scuolari il 70% avvengono fra genitori che si trovano nello stesso periodo di sviluppo, nei criminali non ne vide invece che il 63%.

Maggiore ancora gli risultò la sproporzione relativa dei matrimoni nelle tre fasi dello sviluppo dei genitori; trovò infatti:

Scuolari Delinquenti Genitori entrambi nel periodo di maturità 5,8% 11,5% » » » di svil. completo 84,5% 67,4% » » » di decadimento 9,5% 21,0%

Scendendo ad esaminare le varie classi di delinquenti ne trovò tre, quella degli assassini, degli stupratori e degli incendiarii, in cui mancano affatto genitori entrambi al periodo d'immaturità; e scarsi parimenti si trovano nei feritori e nei truffatori, abbondano invece nella classe dei grassatori e dei ladri ed oziosi.

I genitori entrambi vecchi si trovano invece nella massima proporzione fra gli assassini e stupratori, ed, eccezione fatta degli incendiarii in tutte le classi supera la media dei normali.

Rispetto agli scuolari notava che coll'età bassa di entrambi i genitori si combina il minimo delle condotte buone ed il massimo delle buone intelligenze.

L'età dello sviluppo completo porta un massimo di condotte buone ed un minimo di cattive, e conserva la stessa proporzione di figli intelligenti, ottenuta per lo sviluppo completo della madre. Nel periodo di decadimento di entrambi i genitori, le condotte buone stanno in proporzione più bassa che nel periodo precedente; ed in proporzione minima le buone intelligenze.

Leggi sintetiche.—Studiando le cifre di Marro e Sichart si trova l'epilessia dei genitori prevalere nei ladri, il suicidio negli incendiarii, e meno nei ladri, i parenti alcoolisti nei libidinosi e nei ladri e meno nei truffatori e incendiarii, i parenti pazzi negli incendiarii.

Ma va notato che Sichart non tien conto delle forme più gravi di criminalità: gli omicidi. I truffatori, falsari e spergiuri sono i meno affetti da ereditarietà nevropatica.

Abbiamo veduto che l'eredità paterna prevale assai sulla materna, così negli onesti come nei rei.

Così nell'alcoolismo per 7,0% di padre si ha 2,1% di madre nella pazzia » 6,5% » » 5,0% » nelle malatt. spinali » 21,0% » » 18,0% » nelle mal. di cuore » 6,5% » » 3,2% » solo prevalendo la madre nelle tisi 10% padre 5% e nei dispiaceri 4,3% » 2,2% (Marro).

Anche nelle tendenze al vizio si nota il 25% nei padri degli omicidi e solo il 7% nelle madri, e nel 20% dei padri di feritori e nel 16% delle madri; il delitto anzi solo nel padre 7%.

Quanto all'età dei parenti i due sessi si ravvicinano salvo una minor proporzione nelle madri vecchie dei truffatori. Di modo che, se fosse lecito da un numero così ristretto di osservazioni dedurre leggi generali, si potrebbe ammettere che la madre goda in maggior grado la potestà di trasmettere ai figli le facoltà emotive che non le intellettuali (Marro, op. c.).

Ma a questo proposito meglio qui giova compendiare le leggi ereditarie così mirabilmente illustrate ora da Orchanski.

Orchanski[137] dimostra che l'eredità essendo una funzione dell'organismo dei produttori, corrisponde ad ogni momento dato all'energia delle altre funzioni dei parenti ed al loro stato generale e segue parallelamente l'evoluzione generale dell'individuo. Ognuno dei parenti manifesta la tendenza a trasmettere il proprio sesso; e fra i due prevale quello che si trova più vicino all'epoca della propria maturità. Per ciò e pel principio d'interferenza, determinata dalla prevalenza dell'energia specifica di uno dei parenti, prevalgono di numero in ogni famiglia i figli del sesso del primogenito.

Quanto alla rassomiglianza prevale quella col padre: ma però i maschi assomigliano più al padre, le figlie alla madre. Lo stesso principio regola, generalmente parlando, la trasmissione della struttura, con questa particolarità però, che gli uomini offrono nella struttura maggiore variabilità delle donne, le quali per contro presentano nello scheletro una maggiore stabilità.

Egli estese questo studio sull'eredità morbosa sopra famiglie in cui uno almeno dei membri era affetto da tubercolosi o da sifilide o da alcoolismo o da alienazione mentale o da altra nevrosi: e trovò che quello dei genitori che era malato, specialmente se era il padre, mostrava una tendenza maggiore a trasmettere il proprio sesso e prevalentemente ai figli malati: tutto ciò poi specialmente quando i genitori erano nevropatici, perchè quelli tisici presentavano il rapporto inverso (non può dir nulla di altrettanto certo a proposito dei genitori alcoolisti). Dividendo poi i malati neuropatici in malati organici e funzionali trovò che dal padre neuropatico nascon figli con nevrosi solo funzionale. L'eredità morbosa è quindi progressiva nel padre, regressiva nella madre. Lo stato morboso del padre tende a rinvigorirsi nei figli, specie nelle femmine; nelle madri invece s'indebolisce, sopratutto riguardo alle figlie. Quanto alla rassomiglianza, nelle famiglie malate essa presenta una prevalenza verso il padre, specie pei figli sani, sopratutto se maschi, mentre la somiglianza dei figli malati segue in genere fedelmente la distribuzione sopra accennata.

L'eredità morbosa dipende quindi da due fattori: il sesso del genitore malato e l'intensità dello stato morboso. I maschi ereditano da ambedue i genitori una maggior dose di eredità morbosa, ed hanno poi la tendenza a trasformare l'eredità funzionale in organica, mentre le femmine mostrano la tendenza opposta. Quest'influenza dei figli nell'assimilazione dello stato morboso, chiamato opportunamente da lui eredità passiva (per contrapposto alla eredità attiva, che sarebbe quella dei parenti), è pur'essa in stretto rapporto col sesso ed ha per ciascuno uno speciale carattere.

Concludendo: il tipo di sviluppo dell'organismo è costantemente fissato dall'eredità, nel dominio della quale entra pure il fenomeno della sessualità. I figli stessi hanno una funzione notevole nella manifestazione dell'eredità, in quanto che possono accettare più o meno attivamente la trasmissione dei caratteri ereditarii. L'eredità non si realizza a un momento dato e una volta per tutta la vita: essa si trova allo stato latente e si manifesta gradatamente durante tutto il periodo dello sviluppo. Ciò che si trasmette per eredità: sesso, costituzione, ecc., è soggetto alle leggi generali dell'eredità; così la manifestazione dell'eredità di una parte dell'organismo segue il corso generale di sviluppo di questa parte e raggiunge un valore massimo quando quest'organo si trova nella fase di sviluppo più energica. Fra le condizioni interne che più influiscono sulla manifestazione della eredità si deve annoverare il funzionamento, a cui probabilmente si riducono tutti gli altri fattori esterni. L'antagonismo fra l'influenza del padre, che favorisce la variabilità e l'individualità, e quella della madre, che tende a conservare il tipo medio, si può già rilevare nell'origine del sesso sotto forma di periodicità che tende ad uguagliare la distribuzione dei sessi. Lo stesso principio vale per l'eredità morbosa che la madre attenua sempre, riducendo di grado la propria e combattendo energicamente quella del padre. I figli poi si distinguono, nell'ufficio che hanno nell'eredità, nello stesso senso dei parenti di sesso corrispondente.

Di tutte le nevrosi però, la più degenerativa, la più tipica, anzi pei caratteri degenerativi è certo, dopo la geniale e la cretinica, la criminosa; e per questo giova ben ricordare quel carattere tipico datoci dalla storia degli Juke della gran fecondità che si associa a gran morti-natalità, e infine alla sterilità completa come appunto nella discendenza dei mostri o degli accoppiamenti tra specie poco affini. Anche il Penta che vide quasi tutte le principali anomalie somatiche che man mano si scopersero nel reo-nato, intravvide pure questa dell'inutile fecondità.

Su 104 fratelli di rei, da lui studiati, 70 erano morti in tenera età; su 100 parenti di rei la fecondità era esagerata in 53, scarsa in 23; su 46 rei in 10 era esagerata, in 31 scarsa.

CAPITOLO XIII.

Età—Precocità.

Età. Precocità.—L'influenza dell'età sul delitto offre una delle poche linee spiccate che lo differenzino dalla pazzia. Chi confronta la seguente tabella, costrutta su un numero presso a poco eguale d'individui pazzi, delinquenti e sani, vede subito come la cifra maggiore dei delinquenti si raccoglie fra i 20 ed i 30 anni, età in cui più scarsa è la cifra dei liberi, ed anche dei pazzi, che invece eccedono tra i 30 ed i 40.

___________________________________________________________________ | | | ITALIANI | INGLESI |AUSTRIACI | _____________/\_____________ | | | / \| | | ETÀ Sopra | Sopra | Sopra | Sopra | Sopra | 20.011 | 20.011 | 26.590 | 23.768 | 12.788 | liberi | pazzi | rei | rei | rei | _________|_________|_________|___________|__________|_____________ | | | | |Dalla nascita 43,55 | 6,18 | 12,9 | 25,10 | 10,4 | a 20 anni 17,01 | 2,34 | 45,7 | 42,40 | 42,6 | da 20 a 30 14,32 | 26,21 | 28,8 | 16,80 | 27,07 | da 30 a 40 10,67 | 22,91 | 11,6 | 8,40 | 12,1 | da 40 a 50 7,89 | 14,02 | 3,8 | 4,20 | 5,9 | da 50 a 60 6,56 | 9,34 | 0,9 | 2,0 | 1,24 | da 60 in su __________|__[138]__|__[139]__|___[140]___|__[141]___|_____________

E mentre gli alienati, dai 40 anni in poi, offrono una quota notevole, il doppio o più, dei liberi e dei rei, questi ultimi dopo i 40 anni dànno cifre minori; anzi dai 50 in giù, pressochè la metà, e anche meno, degli uni e degli altri.

Con confronti ancora più minuti si ha che la cifra massima della delinquenza oscilla fra i 15 ed i 25 anni; ora in Inghilterra che la quota dei rei giovani di 12 ai 21 anno vi va diminuendo, vi sta ancora in confronto agli onesti, come 22 a 45[142], mentre da 50 in giù stanvi come 23,5 a 24,8.

In Austria 1/6 dei condannati oscilla tra i 14 e i 20 anni, 4/6 tra i 21 ed i 40; mentre 3/6 della popolazione onesta appena toccano quell'età (Messedaglia).

In Francia su 1477 omicidi condannati a morte

107 dai 16 ai 30 534 » 30 » 40 180 dai 40 ai 60 69 » 60 in su.

Nella nostra centuria di rei[143] ne trovammo di bevitori il 35% tra 2 e 10 anni, e di questi 5 prima degli 8 anni; il 25% dedite all'acquavite; 6 su 21 eransi masturbati prima dei 6 anni, e 13 su 21 prima dei 14 anni si diedero alla Venere, ciò che mostra l'enorme precocità loro nel vizio.

Nel delitto iniziarono la loro carriera, su 46 rei interrogati da me:

1 a 4 anni 2 a 7 » 6 a 8 »[144] 1 a 9 » 5 a 10 » 4 a 11 » 3 a 12 » 3 a 13 » 3 a 14 » 7 a 15 »

Più 12 dissero ch'eran fuggiti dalla casa paterna per evitare le punizioni od il lavoro.

Marro in 462 criminali (o. c.) constatava che: 86 erano già delinquenti ai 15 anni, 9 anzi prima degli 11, in complesso dunque il 18,6% prima dei 16 anni, anzi cogli inviati alla casa di correzione il 21,7%.

Tale precocità del delitto, maggiore senza alcun dubbio di quella dell'alienazione, è un'altra prova che esso, ben più di questa, procede da cause congenite: ed a chi ricordi come la precocità è uno dei caratteri del selvaggio (Spencer, Princ. di Sociol., 1879) fornisce un'altra prova dell'origine atavica del delitto.

Nei Vanica i giovani giunti all'età maggiore vanno nudi in una foresta e non ne escono finchè non abbiano ucciso un uomo (Barth, Afrique orientale, 1876); e similmente, certo, per influsso atavico in questi ultimi anni a Napoli moltissima gioventù si proposero per tipo di perfezione lo scuonceco o la mala vita che vuol dir far il prepotente, andare armati di revolver e mazze, di far all'amore, mettere a posto i genitori e le guardie, e tutto questo dai 15 anni in su, ed anche prima. Questo scuonceco è una specie di camorra infantile il cui primo vanto è aver ferito o ucciso qualcuno.

Ciò viene pure provato da quella fatale parola siciliana omertà, che ad un tempo accenna alla virilità ed al malandrinaggio.

V'è, sul finire della giovinezza, una specie di tendenza istintiva verso il delitto, che, dalle menti immature, si prende per una prova di virilità. Ciò molto bene espresse Manzoni nel suo romanzo: «Gervaso «a cui, per aver tenuto mano ad una cosa che puzzava di criminale, «pareva d'essere diventato un uomo come gli altri...» (Cap. XI).

Marra saggiò collo studio degli onesti questa recrudescenza degli impulsi atavici nella pubertà: egli su 917 scolari dai 6 ai 10 anni trovò: condotte buone 48,3%—mediocri 33,3%—cattive 18,21%.

Studiando poi 3012 individui tra gli 11 e i 18 anni trovò: condotta buona 64%—mediocre 46%—cattiva 9,2%.

Però discriminandola nelle varie età egli ottenne:

cattiva condotta buona condotta a 11 anni 69% 6,0% a 12 » 62% 10,2% a 13 » 63% 11,1% a 14 » 58% 10,1% a 15 » 60% 11,7% a 16 » 62% 7,0% a 17 » 68% 8,6% a 18 » 74% 7,8%[145]

il che risponde aritmeticamente, se si tien conto della prima esacerbazione—tra 11 e 13 anni—a quella quota di pazzia morale che abbiamo trovato nella infanzia e—verso a 16 ai 17 anni—a quell'altra esacerbazione col 2º massimo della condotta cattiva e il 2º minimo della buona che ripullula all'avvicinarsi della pubertà.

Il 10% dei reclusi della Generala mi confessò francamente di essersi dato al ladroneccio prima dei 12 anni, per istigazione ed ammaestramento di compagni più che per vero bisogno.

Pretesa scala del delitto.—In un caso potei constatare una vera graduazione nell'entità del furto, avendo il ragazzo rubato prima 4 soldi per comperarsi una trottola, poi 8 soldi, poi 1 franco, poi 3. Ma in genere la pretesa scala del delitto è immaginaria, e molti incominciano ad entrare nel crimine per la porta massima dell'omicidio e dello stupro,—ed i delitti più atroci sono spesso i più precoci. Si trovò un giorno a Milano un vecchio crivellato di 82 ferite; lo si credette vittima di atroce vendetta; ma il processo provò che gli autori erano 5 giovanetti da 15 a 19 anni che l'aveano voluto uccidere per spogliarlo e col bottino scialare in postribolo: tutti vollero contribuire con parecchi colpi all'eccidio (Locatelli, op. c.).

I grandi delinquenti cominciarono, tutti a mostrarsi tali nell'età giovanile, specialmente allo sviluppo della pubertà, qualche volta anche prima. Bousegni a 18 anni, Boulot a 17, La Brinvilliers a 18 anni, Boulot a 12, Dombey a 7 1/2 anni era ladro, a 12 ladro e sacrilego. Salvatore B., che mi scrisse la sua vita, confessa che a nove anni aveva tentato furti e stupri.—Crocco a 3 anni spennava gli uccelli; Lasagna, d'Alessandria, a 11 anni tagliava la lingua ai buoi e la inchiodava sui banchi. Verzeni era omicida e stupratore a 17 anni. Cartouche a 11 anni derubava i condiscepoli. Lemaire, a 19 anni era di una perspicacia e di una sveltezza tale, sia nell'ideare come nel commettere un delitto, da superare l'abilità del complice Avinain che ne aveva 60: del resto, tutti due avevano un eguale istinto feroce e perverso. La Lafargue a 10 anni strozza i polli. Feuerbach narra di un parricida come prendesse diletto da bimbo nel far saltare e svolazzare i polli da lui accecati.

«La tendenza al furto (continua il Locatelli) si manifesta nell'età più tenera—comincia con piccole sottrazioni domestiche e progredisce man mano. Invece gli assassini diventano tali tutto in un tratto ed anche in età giovanissima. Quindi si troveranno molto più facilmente degli assassini impuberi che non dei ladri novellini colti a scalare finestre».

Nelle carceri di Parigi non sonvi meno di 2000 minorenni, da 16 ai 21 anni. 996 per assassinio e furto, metà dei quali minori dei 16 anni. Gli assassinii commessi da questi giovani sono segnalati dalle ferocie più orribili. Maillot e Gille coi loro compagni uccisero la loro benefattrice, strapparonle coi denti le dita per averne gli anelli; in questa banda il più giovane aveva 15 anni, il più vecchio 18, in ognuna di queste bande vi era una ragazza appena nubile (D'Haussonville, L'enfance à Paris, 1876).

Vincent fino a 22 anni era onestissimo: a 22 vede l'orologio di un suo compagno e subito l'adesca a una passegiata e l'uccide e poi ritorna al giuoco dei dadi.

Pipino, Bagnis, Quarteri, Verzeni, Moro, Prevost cominciarono coll'assassinio. Prevost durante 21 anni fece servizio inappuntabile come guardia. Martin uccise la propria moglie, era sempre stato onesto. Carlo IX fu re crudele fin da bambino.

Criminalità, specifica.—Ogni età, però, come ben dimostrarono Quetelet, Guerry, Messedaglia, ha la sua criminalità specifica. La giovinezza e la decrepitezza in Austria dava il massimo della libidine, il 33%; anche il Guerry segna i due massimi della libidine fra i 16 e 25 anni, e fra i 65 e i 70. In Inghilterra il massimo dei crimini contro natura è tra i 50 e 60 anni. E qui certo, chi conosce come la demenza senile e la paralitica, che comunemente scoppiano dopo i 50 anni, s'accompagnano spesso a delirio satiriaco, deve dubitare che non rare volte in questo caso siasi presa la pazzia pel delitto.

Un'altra tendenza dell'età giovanile è quella dell'appiccato incendio (30,8 in Austria, secondo Messedaglia); anche qui alla mente soccorre il fatto, che la mania degli impuberi si associa con singolare persistenza alla piromania; altrettanto, potrebbesi dire del furto. Ma il Quetelet fa osservare che la tendenza al furto, se è una delle prime a manifestarsi, pur domina in qualche modo in tutta la nostra esistenza, è comune a tutte le età[146].

Nell'età virile prevalgono le uccisioni e gli omicidi, gl'infanticidi, gli aborti provocati, i ratti, 78 e 82% (Austria).

Nell'età matura ingrossano le calunnie, le truffe, le infedeltà, le estorsioni, l'aiuto ai rei, e la libidine.

Nella vecchiaia, oltre quest'ultima, si notò l'aiuto ai rei, l'infedeltà, la truffa, e, nuova analogia coll'età giovanile, l'appiccato incendio, e il furto d'oggetti consegnati.

Per farsi un'idea completa della distribuzione del delitto secondo l'età, gioverà questa tabella degli accusati e condannati sopra 1000 abitanti coetanei in Francia, dal 1826-40[147].

_____________________________________________________________________ | | | | | | | | | Età |Fur-|Stupro|Fe- |Ucci-|Omi- |Avvele-|Truffa|Calunn.|Totale |to | |rite|sione|cidio|namento| | | __________|____|______|____|_____|_____|_______|______|_______|______ sotto i | | | | | | | | | 16 anni| 0,4| 0,1 | 0,1| 0,2| 0,1| 0,3 | 0,1 | 0,1 | 0,3 da 16 a 21|16,0| 14,1 |10,9| 7,3| 6,0| 3,4 | 3,8 | 4,6 | 12,2 » 21 » 25|18,4| 14,3 |13,5| 15,3| 14,2| 9,5 | 10,1 | 9,1 | 15,8 » 25 » 30|14,7| 12,6 |20,1| 16,6| 14,1| 13,9 | 11,8 | 8,8 | 14,6 » 30 » 35|13,7| 11,1 |10,7| 14,0| 15,3| 12,2 | 13,4 | 11,0 | 13,3 » 35 » 40|10,7| 8,8 |11,8| 11,1| 10,8| 11,3 | 12,8 | 11,7 | 10,8 » 40 » 45| 6,6| 7,5 | 5,8| 8,3| 9,7| 13,0 | 11,5 | 11,0 | 8,9 » 45 » 50| 6,4| 6,4 | 8,8| 7,3| 8,2| 9,4 | 9,7 | 10,0 | 7,0 » 50 » 55| 4,5| 4,1 | 4,7| 5,8| 6,3| 6,5 | 7,6 | 9,3 | 5,1 » 55 » 60| 3,1| 4,4 | 3,3| 4,5| 5,2| 4,8 | 5,5 | 8,3 | 3,9 » 60 » 65| 2,6| 4,8 | 2,9| 4,0| 4,3| 4,8 | 5,4 | 6,9 | 3,4 » 65 » 70| 1,8| 5,2 | 1,6| 3,0| 3,2| 5,1 | 3,9 | 5,4 | 2,5 » 70 » 80| 1,2| 4,5 | 0,8| 1,7| 1,7| 3,0 | 3,0 | 3,8 | 1,6 al di so- | | | | | | | | | pra de' 80| 0,4| 2,1 | 0,5| 0,9| 0,6| 2,8 | 1,4 | — | 0,6 __________|____|______|____|_____|_____|_______|______|_______|______

Per l'Italia tolgo da Marro questa statistica nella quale 500 delinquenti sono distribuiti nelle varie età che avevano all'epoca della prima delinquenza.

Età in cui i rei incominciarono a delinquere[148].

MEDIA————————————————————+ TOTALE———————————————+ | Oziosi e contravventori all'amm. e sorv.——————————————+ | | Ladri di furto sempl.—————————————————————————————+ | | | Ladri domestici———————————————————————————————+ | | | | Borsaiuoli————————————————————————————————+ | | | | | Ladri con scasso——————————————————————+ | | | | | | Truffatori————————————————————————+ | | | | | | | Incendiari————————————————————+ | | | | | | | | Grassatori————————————————+ | | | | | | | | | Stupratori————————————+ | | | | | | | | | | Feritori——————————+ | | | | | | | | | | | Assassini—————+ | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | | Età V V V V V V V V V V V V V ——————————+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———— 0-10 anni| - | - | - | - | 1 | - | 1 | 1 | 2 | 1 | 1 | 7 | 1,5 11-15 » | 1 | 4 | - | 6 | 2 | 9 | 9 | 9 |13 |10 |16 |79 |17,0 16-20 » |11 |16 | 7 |22 | - | 9 |19 |22 |11 |16 |34 |167|36,1 21-25 » |12 |16 | 8 | 3 | 1 |13 | 7 | 4 |14 | 5 |10 |93 |20,1 26-30 » | 3 | 2 | 3 | 1 | 1 |12 | 1 | 1 | 3 | 2 | 6 |35 | 7,1 31-35 » | 5 | 2 | 4 | - | 1 | 5 | 1 | 1 | - | 4 | 1 |24 | 5,1 36-40 » | 2 | 1 | 4 | - | 1 | 8 | - | - | - | - | 1 |17 | 3,6 41-45 » | 1 | 1 | 1 | - | - | 4 | - | - | 1 | 1 | 1 |10 | 2,1 46-50 » | 1 | - | 3 | - | - | 4 | - | - | 2 | - | 1 |11 | 2,3 51-55 » | 2 | - | 1 | - | - | 3 | - | - | 1 | 3 | - |10 | 2,1 56-60 » | - | - | 3 | - | - | - | - | - | - | - | - | 4 | 0,8 61-65 » | - | - | 4 | - | - | - | - | - | - | - | - | 4 | 0,8 66-70 » | - | - | 1 | - | - | - | - | - | - | - | - | 1 | 0,2 71-75 » | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - | - Ignoti | 2 | 9 | - | 7 | - |10 | 3 | 2 | - | 7 | 5 |45 | - ——————————+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+———+————

«Anche da questo studio chiaramente risulta come da noi le tendenze ostili alla proprietà, prime a manifestarsi sotto la forma del furto, perdurano per quasi tutta la vita dell'uomo, tendendo però col progredire negli anni ad assumere la forma della truffa. Le tendenze contro le persone si manifestano, invece, dapprima a preferenza nella forma mista delle grassazioni, e poi coi ferimenti, colle ribellioni e cogli omicidi, e verso il declinare della vita più particolarmente collo stupro su bambine» (Marro, o. c.).

«La massima precocità si osserva nei ladri; vengono quindi i grassatori, i feritori, e poi gli omicidi ed i truffatori. La massima tardività è propria degli stupratori, che chiudono la carriera del delitto, il quale comincia già allora ad apparire effetto frequente della demenza senile».

CAPITOLO XIV

Sesso—Prostituzione.

Sesso.—Tutte le statistiche s'accordano nel dimostrare quanto scarsa sia la quota che dà il sesso femminile in confronto al virile nella delinquenza grave: e la quota s'assottiglierebbe ancor più se, come mostrano indirettamente le statistiche delle molte assoluzioni, noi escludiamo dalla delinquenza abituale le infanticide.

In Austria le donne ree non giungono al 14% del totale; in Spagna all'11; in Italia all'8,2.

Riassumendo, ecco la proporzione della criminalità femminile e maschile in varii paesi d'Europa[149]:

Uomini Donne Rapporto Italia (1885-89) 100 19 5,2: 1 Gran Brettagna (1858-64) 79 21 3,8: 1 Danimarca e Norvegia 80 20 4,0: 1 Olanda 81 19 4,5: 1 Belgio 82 18 4,5: 1 Francia 83 17 4,8: 1 Austria 83 17 4,8: 1 Baden 84 16 5,8: 1 Prussia 85 15 5,7: 1 Russia 91 9 10,1: 1 Buenos-Ayres (1892) 96,44 3,56 27,1: 1 Algeria (1876-80) 100 4,1 25,0: 1 Vittoria (1890) 100 9 11,1: 1 New-South-Wales 100 17,4 5,8: 1

Raggruppando insieme tutte le specie di delinquenti condannati, per le annate dal 1885-89 in Italia, si ha la seguente media annua:

Per gli uomini Per le donne 286,825 54,837

Tenuto conto che i delitti giudicati dai pretori sono i meno gravi, quelli dalle Corti d'Assise i più gravi, e quelli dei Tribunali presentano media gravità, abbiamo (media annua) in Italia per ogni 100 condannati maschi, le femmine ree così distribuite:

21,8 condannate dai pretori 9,2 » dai Tribunali 6,0 » dalle Corti d'Assise.

Età per sesso.—E l'analogia comincia a trovarsi anche per l'età. Si era detto da quasi tutti gli statisti, che la donna entra assai più tardi dell'uomo nella via del delitto. L'Oettingen fissa il massimo della sua criminalità tra il 25º ed 27º anno; Quetelet, in un passo, che poco dopo viene a contraddire, lo fisserebbe perfino al 30º anno[150], mentre nell'uomo il massimo sarebbe nel 24º.

In Italia nelle medie annue dal 1885 al 1889 le donne dànno, per rispetto all'età delle condannate e per ogni 100 delitti commessi da uomini, nelle singole categorie[151]:

Pretori Tribunali Corti d'Assise Fino a 14 anni 22,5 10,1 0,0 Da 14 a 21 » 22,2 9,0 3,3 Da 21 a 50 » 21,6 8,4 5,5 Da 50 in su 23,1 10,5 11,1

Da cui si ricava che in tutte le categorie dei reati, leggieri, gravi, gravissimi, la criminalità femminile, confrontata alla maschile, raggiunge le più alte proporzioni nell'età più avanzata, vale a dire quando i caratteri speciali del sesso sono come soffocati dall'età. Infatti fra i condannati dalla Corte d'Assise, le donne sopra i 50 anni rappresentano l'11,1 per 100 uomini, mentre da 21 a 50 solo il 5,5%.

Subito dopo l'età matura la criminalità femminile raggiunge le più alte proporzioni nell'età infantile (fino a 14 anni), nell'età in cui i caratteri sessuali non si sono ancora del tutto sviluppati[152]. Ma non però per i reati più gravi; infatti, delle fanciulle minori di 14 anni nemmeno una venne condannata dalle Corti d'Assise, mentre nei maschi 4650 su 10 milioni (4 su 10,000).

Anche in Germania, mentre i condannati maschi al disopra dei 60 anni formano il 2,6% del totale, le femmine nel medesimo periodo formano il 3,8%. Su 100 uomini rei si hanno 25,4 donne ree sopra i 60 anni, e solo 19,61 tra i 20 e i 40.

In Germania si avevano da 12 a 21 anni, su 100 uomini, 19,63 rei; mentre da 21 a 40 anni, su 100 uomini, 19,61 donne ree, cifre che provano esistere anche qui una quota piuttosto alta di criminalità giovanile nella donna.

In Francia, dal 1876 al 1880, per 100 rei maschi minori di 16 anni, si avevano 16,3 donne; e per 100 rei maschi al disopra di 21 anni, la cifra delle donne saliva a 17,7.

La forte quota di minorenni ree viene confermata da quella delle minorenni prostitute. In Francia, secondo il Parent-du-Chatelet, se ne trovava al disotto dei 17 anni il 15%; secondo Guerry, il 24% delle prostitute di Londra era inferiore ai 20 anni.

Criminalità specifica.—La donna ha naturalmente una criminalità specifica, diversa da quella virile; nell'impero d'Austria (Messedaglia) commette più spesso aborto, bigamia, calunnia, aiuto ai rei (7,28), appiccato incendio, furto (24,18); più di raro omicidi e contraffazioni di carte. In Francia predominano fra esse l'infanticidio (94), l'aborto (75), l'avvelenamento (45), l'uccisione dei parenti e il maltrattamento dei bimbi (50), i furti domestici (40), gl'incendi (30). In Inghilterra cominciano a mostrarsi frequenti, le false monetarie, le spergiure, le calunniatrici, ed aumentano alcun poco le omicide (Guerry, Quetelet).

Studiando, in Italia, i delitti a seconda della loro specie, Roncoroni (o. c.) ottenne i seguenti risultati:

Media di 3 anni Per milione Ogni 100 Reati (Corti d'Assise) U D U D uomini Delitti politici e contro l'Amministra- zione dello Stato 91,2 0,6 5,472 0,036 0,5 Delitti di falso e contro il commercio 345,8 24,0 22,822 1,440 6,9 Ozio, vagabondaggio, contravvenzioni 114,6 1,0 6,876 0,066 0,8 Contro i costumi 251,0 15,6 17,6 1,16 5,16 Aborti, infanticidi 10,8 51,6 0,618 3,086 476,8 Assassini, omicidi 144,0 49,2 75,504 2,952 3,4 Avvelenamenti 4,4 5,4 0,264 0,324 122,7 Ferimenti 899,2 34,2 59,346 2,052 3,8 Grassazioni 473,2 5,8 35,630 0,348 1,2 Furti 910,8 60,8 60,060 4,012 6,6 Truffe 22,8 1,4 1,368 0,084 6,3 Ricettazioni 92,2 18,6 5,520 1,116 20,2 Incendi 44,2 3,8 2,652 0,228 8,6

Sappiamo già che la media della compartecipazione delle donne ai reati giudicati dalla Corte d'Assise è di 6 ogni 100 uomini.

Nei seguenti reati la superano di assai:

Ricettazioni 20,2 Avvelenamenti 122,7 Aborti, infanticidi 476,8 Incendi 8,6

Questi ultimi si possono ritenere dunque come delitti più proprii alla natura femminile (Roncoroni, o. c.).

La scarsità dei delitti contro l'Amministrazione dello Stato si spiega facilmente considerando che, relativamente agli uomini, sono pochissime le donne.

La minima partecipazione della donna alla grassazione, all'assassinio, omicidio e ferimento, si deve alla natura stessa della costituzione femminile: l'immaginare un assassinio, il prepararlo, l'attuarlo richiedono almeno in un gran numero di casi, non soltanto forza fisica, ma una certa forza e complicazione delle funzioni intellettuali, anzi più queste che quella. E un tal grado di sviluppo fisico e mentale è di regola deficiente—in confronto all'uomo—nella donna. Ci sembra che invece i reati relativamente all'uomo più frequenti nella donna, siano quelli che richiedono minore forza fisica e intellettuale, e ciò valga sopratutto per le ricettazioni, per gli avvelenamenti, per gli aborti e gl'infanticidi. E dico forza intellettuale, e non coltura, in quanto che è noto che gli avvelenamenti vengono commessi con frequenza anche da persone colte.

Quetelet già aveva fatto osservare che queste differenze dipendono, assai più che non da una minore pravità dell'animo, dalla vita più ritirata, la quale porge minori occasioni alle aggressioni, alle mancanze al pudore; dalla minor forza, quindi minori assassini; dalla minore istruzione, quindi minori delitti di stampa.

Difatti, nei delitti domestici esse uguagliano, e qualche volta superano i maschi. Negli avvelenamenti dànno una cifra di 91%, e nei furti domestici del 60, senza dire che negli aborti e negl'infanticidi stanno come 1250 a 260 dei maschi.

Se aggiungiamo che l'abbondanza maggiore dei delitti nei maschi per mancanza al pudore viene, più che eguagliata, superata, almeno davanti allo psicologo, dal meretricio, e che nei paesi e nelle epoche più civili la criminalità della donna aumenta, e quindi tende ad avvicinarsi alla virile, troviamo che le analogie sono molto maggiori di quanto si potrebbe aspettare.

Prostituzione.—La scarsità delle condanne per ozio, vagabondaggio e contravvenzioni deriva da molte circostanze, tra le quali possiamo enumerare la molto minor tendenza della donna all'alcoolismo e quindi alla serie di mali che ne seguono; il partecipare in minor grado al commercio; al fatto che nell'età giovine le prostitute sostituiscono qui completamente e assolutamente la criminalità, facendo il vagabondaggio e l'ozio, parte, si può dire, della ignobile professione[153].

Poichè se non davanti al giurista, certo davanti alla pubblica opinione, le prostitute dovrebbero contarsi fra la popolazione criminale, ed allora le partite fra i due sessi sarebbero pareggiate, e forse il sesso debole avrebbe una prevalenza. Secondo Ryan e Talbot, ogni 7 donne di Londra, e ad Amburgo ogni 9 ragazze, si conterebbe una prostituta.—Noi in Italia n'abbiamo 9000 di riconosciute; e nei grossi centri 18, e fino 33‰ abitanti (Castiglioni, Sulla prostituzione, Roma, 1871).

E la triste quota si è raddoppiata, decuplata in alcuni paesi. A Berlino, da 600 che erano nel 1845, crebbero a 9653 nel 1863. Du Camp calcola a 120,000 le sole clandestine di Parigi negli ultimi anni (Paris, 1876).

Un egregio statista scriveva: «La prostituzione è alle donne quello che il delitto è agli uomini» (Corné, Journ. des Économistes, 1868, p. 89). Altrettanto vedemmo ripetuto, e quel che è meglio provato, dal Dugdale colla genealogia degli Juke (v. s.). Anch'essa è causata dalla miseria e dalla pigrizia; ma soprattutto dall'alcoolismo, dalla eredità e dalla speciale tendenza dell'organismo. E noi abbiamo veduto e vedremo sempre più come gli stessi caratteri fisici e morali del delinquente si possono applicare alle prostitute, e quanta sia la loro reciproca simpatia.

«Confrontando i dati raccolti nelle opere (scrive Locatelli, p. 178) colle risultanze della mia esperienza, ho potuto convincermi che i pubblicisti caddero tutti, dal più al meno, nello stesso errore, assegnando a causa principalissima del meretricio l'abbandono e la miseria in cui versano molte giovinette del proletariato.

«La prostituzione, secondo me, ripete la sua origine, in principal modo, dalle viziate tendenze naturali di alcune individualità del sesso gentile, come la tendenza al furto, ecc., nel sesso mascolino; e ciò ne rende impossibile la cura radicale. Il difetto di educazione, l'abbandono, la miseria, i cattivi esempi possono essere considerati tutto al più quali cause secondarie, come le cure della famiglia e l'istruzione possono servire di freno salutare alle cattive tendenze.

«La tendenza al meretricio è la mancanza istintiva del sentimento del pudore, che bene spesso si manifesta contemporaneamente alla mancanza di ogni sensibilità sessuale, dappoichè molte di quelle infelici sono di un temperamento apatico.

«Questa specie di automi di nulla si curano, e molto meno si commuovono; nei fugaci e molteplici loro rapporti esse non dimostrano preferenza di sorta. Se poi concedono i loro favori ad un amante lo fanno non già per simpatia, ma per pura ostentazione e per seguire l'usanza delle loro pari, mostrandosi indifferentissime tanto agli omaggi come agli atti del più brutale disprezzo».

Noi vedemmo, è vero, che quest'apatia è interrotta da violenti ma fugacissimi tratti[154], ma anche in questo quanta somiglianza col delinquente di cui l'apatia, l'insensibilità e le violente, ma fugaci passioni e la pigrizia sono i caratteri predominanti (V. pag. 89, ecc.).

Ma anche a rigore di legge e di cifre, una parte delle prostitute va compresa fra le delinquenti. Il Guerry osservò che a Londra le prostitute fino a 30 anni davano un contingente di criminali dell'80, e dai 30 in su, del 7%. Ed appunto come la prostituzione, così anche la delinquenza va crescendo nella donna in ragione della maggiore civiltà, e quindi va tendendo ad equipararsi alla virile.—Davano le ree il 18,8 nel 1834 in Londra ogni 100 maschi; il 25,7 nel 1853; e mentre nella Spagna scendono all'11, in Francia salgono al 20; in Prussia toccano al 22; in Inghilterra al 23. Nell'Austria mentre il totale della criminalità delle donne è di 14%, nella capitale giunge a 25, e nella Slesia a 26[155].

Ma oltre a questi ultimi, molti altri e gravi argomenti ci movono a sospettare maggiore, che non appaia dalle statistiche, la criminalità delle donne.

Infatti i reati, cui più facilmente la donna si abbandona, come manutengolismo, aborto, avvelenamento, furto domestico, sono fra quelli che meno facilmente si rivelano o si denunciano. S'aggiunga il fatto, ormai notorio, della maggiore loro intensità e tenacità nel delinquere. Noi abbiamo veduto, poco sopra, come nelle donne la perversità, quando esiste, sia in grado maggiore degli uomini, e come le ragazze in America abbiano mostrato minor correggibilità dei maschi.

Ad ogni modo il fatto della minor criminalità (e se la prostituzione fosse un equivalente sarebbe ad ogni modo da equipararsi alla minore criminalità) si accorda col minor numero di segni degenerativi delle donne criminali.

Civiltà.—Se consideriamo l'influenza della civiltà sui singoli delitti, troviamo che tanto nell'uno come nell'altro sesso, ma più nel femminile, vanno aumentando in Italia regolarmente, col diminuire della civiltà, i seguenti delitti: gli assassini, i ferimenti, le grassazioni, gli avvelenamenti, ossia i delitti più gravi. Il sopradetto aumento è irregolare per i reati d'ozio, vagabondaggio e contravvenzioni e pei reati contro i costumi.

Per mostrare quanto la meno avanzata civiltà aumenti alcuni delitti, noto che, in confronto all'Italia Settentrionale, la quota di ciascuno dei seguenti delitti per milione d'abitanti è:

Nell'Italia centrale. Uomini Donne Per gli assassini, omicidi 5 volte più grande 4 volte più grande Per i ferimenti 3 » 2 » Per le grassazioni 1/3 » 5 » Per i furti 1/4 » 2/3 » Per gli incendi 1/3 » 2 »

Nell'Italia meridionale. Uomini Donne Per gli assassini, omicidi 12 volte più grande 24 volte più grande Per i ferimenti 6 » 11 » Per le grassazioni 4 » 5 » Per i furti 1/3 » 3/5 » Per gli incendi 3 » 6 »

Quanto agli aborti e infanticidi, va osservato che, quanto più il paese è civile, tanto più tendono a verificarsi in età precoce; quanto meno è civile, tanto più tendono a manifestarsi in età avanzata. Il che, mi sembra debba attribuirsi al fatto che nei paesi più civili il sentimento d'onore delle fanciulle rese gravide è più sviluppato, o almeno le trascina a liberarsi dall'onta inflitta dal triste pregiudizio sociale con maggiore energia nei paesi meno colti. La maggiore frequenza di questi reati dai 21 ai 50 anni e che non dai 14 ai 21 indica influirvi assai meno il sentimento d'onore che una triste usanza. E qui ricordo l'uso generalizzato dall'aborto nei paesi selvaggi.

La civiltà e l'istruzione sembra facciano aumentare il delitto più rapidamente nel sesso maschile che non nel femminile.

In Francia i Tribunali Correzionali condannavano per delitti commessi dal 1831 al 1835, uomini 52.514 e donne 11,941; dal 1851 al 1855, uomini 128.589 e donne 26.747; dal 1876 al 1880, uomini 146.210 e donne 25.035: così che dal 1831 al 1880 l'aumento è per gli uomini di 2,8, per le donne di 2,1. L'accrescersi dell'istruzione tende a tenere in Francia la cifra della criminalità meno alta nelle donne che non negli uomini. Mentre infatti su 1006 uomini e 125 donne recidivi nel 1888, si avevano l'1% di maschi con istruzione superiore e il 9% con istruzione elementare, nel sesso femminile le cifre rispettive erano del 0% e 5%; invece gl'illetterati formavano il 30% dei maschi e il 47% delle femmine. E nel 1887-88, su 244 relegati, il 30% degli uomini e il 39% delle donne erano illetterati; il 53% (uomini) e il 51% (donne) sapevano leggere e scrivere; il 15% (uomini) e il 10% (donne) avevano un'istruzione elementare; il 2% (uomini) e il 0% (donne) avevano un'istruzione superiore.

Anche in Germania, mentre nel 1854 su 100 delitti, 77 erano commessi da uomini e 23 da donne, nel 1875 le cifre rispettive erano 83 e 16, così che dal 1854 al 1878 si ebbe una progressiva diminuzione della partecipazione del sesso femminile al delitto. Va notato però che questa diminuzione non è che relativa al numero dei delitti commessi dal sesso maschile; considerate in sè anche le cifre riferentisi al sesso femminile, presentano un aumento, minore però di quello del sesso maschile.

Gli infanticidi sono commessi più frequentemente nelle campagne, gli aborti nelle città; in Germania nel 1888, su 172 infanticidi, 1 solo era commesso a Berlino, mentre su 216 aborti, 23 a Berlino. E in Francia il 75% degli infanticidi sono commessi nelle campagne, e il 60% degli aborti nelle città.

In alcuni paesi più civili (Inghilterra, Australia) la criminalità femminile pare avvicinarsi alquanto alla maschile, ma ciò è dovuto all'influenza delle piccole offese alla legge (ubbriachezza, ozio), mentre per le forme gravi di reati (omicidi, truffe), anche in essi la criminalità femminile è di gran lunga inferiore alla maschile, e par diminuire più che avanzare.

Nei paesi barbari la delinquenza femminile è infinitamente più bassa sicchè in Bulgaria Laveleye non trovava quasi donne in carcere: il che si spiega per i minori attriti che dan minori occasioni a delinquere: e così relativamente in Italia.

Considerando l'influenza delle grandi città nei singoli delitti, si vede che sopratutto i ferimenti, le grassazioni e i furti sono notevolmente maggiori nelle grandi città che non nelle piccole e nella campagna: a Berlino, per es., è molto manifesta l'influenza del grande agglomeramento di persone come causa di aumento di delitti del sesso femminile; infatti si hanno 26,6 donne condannate su 100 condannati maschi, mentre nel Regno tutto non passano il 19,7%.

E mentre in Inghilterra dal 1859 al 1864 nei delitti di competenza delle Assise si notarono 35, 36, 38, 33, 31, 32 donne delinquenti su 100 uomini, a Londra, negli arresti operati dalla polizia metropolitana dal 1854 al 1862, su 100 uomini si annoverarono 57 donne; a Liverpool 69; a Dublino 84.

Pei delitti contro la proprietà tanto la donna maritata come l'uomo ammogliato delinquono meno dei celibi, ma pei delitti in genere, da 30 anni in su la donna maritata delinque di più della nubile, mentre pei maschi solo da 70 in su, il che è dovuto all'influenza dei delitti contro la persona, contro lo Stato, ecc.

Recidivi.—In Francia si ebbero recidivi:

Uomini Donne 1851-55 36% 16% 1856-60 40% 16% 1861-65 42% 17% 1866-70 45% 17% 1871-75 51% 19% 1876-80 53% 21%

Il sesso maschile recidiva dunque con molto maggior frequenza del femminile e tende a recidivare molto di più col progredire della civiltà, come queste cifre dimostrano, anche malgrado la probabile causa d'errore che i recidivi siano meglio riconosciuti ora che non una volta.

Considerando gli individui stati reclusi nelle «maisons centrales», commisero reati quasi immediatamente dopo, ossia nel rispettivo periodo di anni, nel:

Uomini Donne 1851-55 37% 26% 1856-60 34% 23% 1861-65 37% 24% 1866-70 40% 25% 1871-75 39% 22% 1876 40% 26% 1877 39% 23% 1878 45% 24%

In Germania i risultati sono un po' differenti (Starke). Mentre anche in quella nazione nel 1869 le recidive erano minori nel sesso femminile, esse andarono man mano aumentando fino a raggiungere il numero delle recidive del sesso maschile; si ha infatti:

Uomini Donne Totale 1869 71,44 64,98 — 1870 74,00 74,22 — 1871 80,38 78,35 — 1872 77,29 74,16 76,74 1873 80,66 77,46 80,13 1874 77,98 77,16 77,84 1875 79,03 84,26 79,85 1876 79,66 78,17 79,42 1877-78 78,47 76,76 78,25 1878-79 79,13 75,80 78,61 1879-80 77,13 75,19 76,84 1880-81 76,42 77,77 76,47 1881-82 78,76 78,86 78,87

Il Messedaglia dimostrava che le recidive ripetute sono nelle donne austriache più frequenti delle semplici, mentre nei maschi esse si pareggiano.

Lo stesso verificavasi in Prussia, dove, mentre le arrestate per la prima volta formavano il 16%, le recidive di una volta formavano il 17%, quelle della sesta volta il 24, e della settima o più, il 30%. Anche in Sassonia le femmine recidive di cinque volte sono in maggior numero proporzionalmente che negli uomini (3,14; uomini 2,30), ed esse crescono ogni anno; davano solo il 3% dal 1840 al 1854: salirono al 6% nel 1857, al 7% nel 1858, all'8% nel 1859 (Oettingen, op. c.).

In conclusione: 1º La delinquenza femminile è 4-5 volte inferiore alla maschile. I delitti gravi sono commessi dalla donna in proporzione 16 volte minore.

2º La delinquenza femminile raggiunge, confrontata alla maschile (ogni 100 maschi), le più alte proporzioni nell'età più avanzata, poi nell'età infantile, poi nell'età media; se si considera la delinquenza femminile senza confrontarla alla maschile, si trova che le alte proporzioni del delitto in età avanzata si hanno specialmente per i gravi reati, meno per i leggieri[156]. In entrambi i sessi la proporzione dei delitti commessi in età giovanile è altissima;

3º Confrontando la delinquenza femminile colla maschile si nota che la partecipazione della donna al delitto è tanto minore quanto meno il delitto richieda forza fisica e coltura ed energie intellettuali;

4º Nell'età giovanile predominano in entrambi i sessi, in confronto all'avanzata, i reati d'impeto, e nell'avanzata, in confronto alla giovanile, i premeditati. Tuttavia nel sesso femminile l'età più avanzata supera la giovanile anche negli assassini, omicidi e incendi. Ma l'età media (dai 21 ai 50) la vince sulle altre nel numero dei reati d'ogni natura;

5º Le cifre tanto dei delitti complessivi, come di ciascun delitto, per ciascun sesso e pei vari paesi, sono in generale grandemente costanti nei vari anni. In Italia però sembra che nel sesso maschile vadano diminuendo i reati più gravi e aumentando i più leggieri in ambedue i sessi; pare invece che la criminalità più grave aumenti nella donna;

6º Gli aborti e gli infanticidi sembrano essere nel sesso femminile commessi tanto più per un sentimento d'onore e tanto meno per una specie di costume, quanto più il paese è civile; infatti nell'Italia Settentrionale predominano nell'età più giovane, nella Meridionale invece nell'età più avanzata;

7º L'influenza delle grandi città nel senso di aumentare il delitto è maggiore pel sesso femminile, e si fa sentire specialmente coll'aumento dei ferimenti, delle grassazioni e dei furti;

8º La prostituzione spiega e supplisce la deficienza della criminalità femminile in confronto alla maschile.

CAPITOLO XV.

Stato civile.—Professionisti.—Ozio.

Stato civile.—Sapendo che la cifra maggiore dei delinquenti oscilla tra i 15 ed i 25 anni, e che nelle donne la maggior quota è fornita dalle prostitute e dalle minorenni, resta ovvio il presumere che i celibi offrano una cifra massima al delitto in confronto dei coniugati.

Difatti, facendo le debite deduzioni dei celibi impuberi, troviamo:

in Italia (1869) 1 condannato ogni 77 celibi adulti (Curcio) 1 » » 1211 » adulte 1 » » 256 maritati 1 » » 2073 maritate 1 » » 195 vedovi 1 » » 2034 vedove.

In Austria la popolazione criminale celibe eccede la onesta, come 50 su 37, e la coniugata è inferiore a quella della popolazione come 45 a 52; i vedovi condannati starebbero agli onesti come 4 a 9 (Messedaglia, op. cit.).

Una distribuzione, per analoghe ragioni, assai somigliante, si noterebbe negli alienati; solo i celibi vi sarebbero in minor numero. Così il Verga avrebbe rilevato:

1 pazzo ogni 474 celibi tra i 20 e i 60 anni 1 » 1418 maritati.

Girard ne trovava, dal 1841-57: 1 ogni 2169 celibi » » 1 » 7049 maritati » » 1 » 4572 vedovi,

e quanto al sesso, Lunier, dal 1856-62:

1 ogni 2629 maschi, 2931 femmine 1 » 4754 » 5454 » 1 » 3421 » 3259 »

I pazzi celibi spesseggiano assai più dei rei celibi, perchè essi entrano in età assai più tarda nei manicomi che non i secondi nelle case di pena.

Si noti che tanto nella via del crimine come della pazzia, in confronto ai vedovi le vedove hanno sempre una grande prevalenza, la quale in Austria però viene spiegata dal Messedaglia, e in Italia dal Lolli (op. cit.), per la maggior proporzione delle vedove nella popolazione.

Si è notato in Austria, Italia e Francia[157], che i coniugati e vedovi senza figli peccano più di quelli che hanno figli; per gli alienati, invece accadrebbe l'opposto, giusta Guislain e Castiglioni; il che, secondo Verga, spiegherebbesi per le gravi preoccupazioni e dolori che destano le cure della grossa figliuolanza (Verga, Se il matrimonio, ecc. Milano, 1870).

Professioni.—L'influenza delle professioni è alquanto difficile a cogliersi, per la disparità che si trova nella distribuzione e nella nomenclatura di alcune che possono offrire una giusta ragione di raggruppamento all'economista, quando non ne hanno alcuna davanti all'antropologo, come quando, per esempio si sommano gli osti insieme cogli altri commercianti, i militari cogli agricoltori, gli artisti metallurgici coi falegnami, o le professioni liberali colle arti belle. Impossibile poi riesce il confronto quando nelle statistiche delle leve o del censimento si trovano distribuiti gli uni in un modo, e gli altri in un altro.

Secondo le indagini del Curcio (o. c.) per es., le proporzioni dei delinquenti, per professione, da noi sarebbero le seguenti:

Esercenti professioni liberali 1 condannato ogni 345 Impiegati civili e militari 1 » » 428 Ecclesiastici 1 » » 1047 Contadini 1 » » 419 Giornalieri, domestici, operai 1 » » 183

Dalle quali cifre, se risulta ben chiara la maggiore immunità dei contadini, e la più facile criminalità degli operai di città e delle professioni liberali, esclusane l'ecclesiastica, non ispicca però così come gioverebbe all'antropologo, l'influenza dei singoli mestieri.

Per riuscirvi, almeno in parte, ho cercato come meglio potei di ravvicinare i dati della statistica carceraria d'Italia, 1871 e 1872, a quella dei mestieri esercitati da 185,491 coscritti, di anni 20, fornitici dal generale Torre, in quel suo prezioso Rendiconto sulle leve del 1870-71.

Dai risultati di tale comparazione, che riassumo in questa tabella:

Popolazione onesta Delinquenti Professioni d'anni 20 d'anni 18 in su Magistrati, impiegati o professioni liberali 3,6 2,3 Cuochi 3,0 11,1 Calzolai 3,8 12,2 Agricoltori e boari 59,0 52,0 Lavoratori in metallo 2,2 3,7 Muratori 4,0 7,5 Barcaiuoli 0,7 0,2 Servi 1,3 7,9 Operai in legno 3,6 2,9

parrebbe che i calzolai, gli osti o cuochi, ed i servitori diano il massimo di delinquenti in confronto alla popolazione; quasi il quadruplo ed il sestuplo, e peggio se recidivi; pressochè il doppio i muratori; verrebbero poi i lavoranti in metallo, i quali darebbero cifre maggiori degli operai in legno. Questi, i barcaiuoli e gli agricoltori darebbero le cifre minime, come pure le professioni liberali, le quali, però, siccome a 20 anni difficilmente sono comprese nella statistica, non possono giustamente compararsi, e dagli studi del Curcio vedemmo, anzi essere fra le più feconde in delitti (v. s.).

Marro (o. c., p. 350) ne trovò il minimo, a Torino, 1 su 500, fra i cacciatori, ombrellai, preti, studenti, maestri, pescatori.

Un piccolo numero, 4, fra i litografi, marmorini, carrozzieri, giardinieri, muratori, conciatori (3 omicidi).

Un numero maggiore, 7, nei sensali, scrittori, tessitori: nei parrucchieri (quasi tutti rei di libidine).

I muratori, poi, diedero l'11% mentre nella popol. libera il 2,5% i panattieri » 6,9% » » 1,6%

ambedue perchè ricevono paga giorno per giorno e non han bisogno di lungo tirocinio.

I fabbriferrai diedero l'8,3% nella popolazione libera 2,3% calzolai » 7,3% » » 3,2% studenti » 0,33% » » 3,1%

Le professioni che s'esercitano in città, che più espongono all'alcoolismo (cuochi, calzolai, osti), che mettono il povero a troppo continuo contatto coi ricchi (camerieri e servitori), o che facilitano i mezzi pei malefici (muratori, ferrai), dànno una quota notevole alla delinquenza, e più alle recidive (cuochi e calzolai, 6-20), il che è illustrato dalla filologia poichè coquin viene da coquus e poi coquinus.

Le professioni che espongono a minori contatti, come i barcaiuoli ed i contadini, dànno le quote minime della delinquenza, e le minime dei recidivi (barcaiuoli).

Dopo i professionisti i più inclini ai reati di libidine su bambini furono in Francia i calzolai, al che deve contribuire, oltre l'alcoolismo, l'atteggiamento della persona che eccita gli organi genitali, e infatti i calzolai dànno anche un maximum di venerei (Descuret, o. c.).

Queste proporzioni trovano un riscontro in quasi tutti gli altri paesi.

In Austria su 1 milione di abitanti furono condannati per reato di sangue secondo le professioni[158]:

Persone dedite all'agricoltura. Possidenti e fittabili 46,8 \ Castaldi 53,2 > 49,3 Operai 51,6 /

Persone dedite all'industria o commercio. Intraprenditori 23,8 \ Impiegati 13,0 > 37,7 Operai 45,5 / Possidenti e rentiers 15,9 Professioni liberali 6,1 Persone di servizio 133,6 Altre professioni 26,0 Persone senza professione 4,8 Tutta la popolazione d'Austria, eccettuate le persone senza professioni che comprendono le donne ed i bambini 49,6

Il coefficiente minimo di delinquenza, fatta astrazione delle persone senza professione, trattandosi di donne e bambini, è dato dai possidenti e dalle professioni liberali.

Considerando in essi i delitti di sangue, secondo che premeditati o non, le varie professioni sono distribuite in guisa, che su 1 milione d'abitanti si trova:

Condannati Con premedit. Senza Con e senza Infanticidio

Possidenti agricoli 17,8 25,3 42,6 4,2 Operai 14,4 26,2 40,6 11,0 Capitalisti 8,9 12,7 21,6 2,2 Operai 18,2 24,3 42,5 3,0 Possidenti e rentiers 8,2 6,3 14,5 1,4 Professioni liberali 3,3 1,4 4,7 1,4 Persone di servizio 24,7 11,2 35,9 97,7

In Francia i gruppi professionali nelle statistiche criminali sono disposti diversamente dagli austriaci, e sono anche meno dettagliati. Nel gruppo delle professioni liberali sono compresi l'esercito, i capitalisti e rentiers (classe numerosissima in Francia); la categoria degli industriali non è notata; possidenti agricoli ed operai agricoli formano una categoria sola.

Su 1 milione d'abitanti furono per ogni gruppo condannati per reati di sangue alle Assisie negli anni 1876-80:

Persone senza professione, mendicanti, vagabondi, prostitute, ricoverati 59,2 Persone di servizio 25,9 Classe agricola 24,3 Classe industriale e commerciale 18,1 Professioni liberali 10,6

In tutti gli altri gruppi meno quello senza professione v'ha piena analogia colle statistiche austriache quanto alle persone di servizio, delle classi agricole, industriali e professioni liberali; onde si argomenta che le condizioni sociali analoghe nei diversi paesi producono analoghi risultati.

Secondo Ivernes (Joly, France criminelle) nel 1882 su 100 individui maschi accusati in genere in Francia:

% i proprietari ne davano 6 gli agenti di campagna » 12 i coltivatori » 6 i servitori » 24 le industrie » 25 le professioni libere » 28 i trasporti e marina » 35 il commercio » 38 i domestici » 49 professioni non classificate » 54

In cui è spiccato il fatto della differenza enorme degli agrari in confronto agli urbani, certo perchè questi hanno un ambiente assai più fatale (v. s.).

In Francia gli agricoltori che costituiscono il 53% della popolazione, dànno il 32% della criminalità[159]. Ed è bello il notare a questo proposito, che mentre i servitori della campagna vi dànno appena il 4 al 5%, malgrado siano esposti alle maggiori miserie, quelli di città salgono al 7%, certo grazie ai troppi contatti colle ricchezze e cogli uomini; fornendo cogli albergatori 1/3 degli infanticidi, 1/6 dei furti, 1/9 degli avvelenamenti; forse anche vi contribuisce la perdita d'ogni senso di dignità personale che induce lo stato di dipendenza, essendosi notato, p. es., negli schiavi d'America una scostumatezza ben maggiore che non dimostrassero nella vita selvaggia, ma libera. Insisto su ciò, perchè nei domestici è scarso l'alcoolismo, e quindi mancherebbe in essi uno dei fattori precipui della criminalità.

Il Fayet avrebbe però notato come la cifra massima dei parricidi, 108 su 164 del totale, si raccoglie fra i contadini.

Egli avrebbe trovato una cifra notevole di attentati al pudore nei muratori e pittori; di stupri nei vetturali, come di infanticidio nella classe dei cappellai e lavandai (pel predominio delle femmine).

Nei commercianti abbondano i delitti contro la proprietà.

Ma dove più quest'ultimi spesseggiano è nelle classi liberali, e, quel che è peggio, sonvi in continuo aumento, specialmente nei notai ed avvocati, meno nei proprietari.

Nel 1833-39 in Francia rapportando a 100 la criminalità dei maschi di più di 26 anni contro la proprietà,

la criminalità specifica dei preti ammonta a 10 » » procuratori » 52 » » avvocati » 74 » » notai » 145 » » uscieri » 162

Joly giustamente nota che la conoscenza della legge, i privilegi, l'istruzione, il benessere dovrebbero assicurare ai professionisti il minimo di criminalità, ma viceversa essi sono corrotti dal successo o da un lavoro parassitario, atto meno a stimolar la professione che a sfruttarla ed egli osserva che i notai:

nel 1881 diedero 18 a 25 condannati » 1882 » 40 » » 1884 » 58 » » 1885 » 75 »

il che mostra una progressione continua nel delitto.

E notai e uscieri darebbero un numero superiore a tutte le proporzioni della stessa età e sesso; 1/10 degli assassini, 1/7 degli omicidi, 1/16 parricidii, 1/8 stupri violenti su fanciulle minori di 15 anni, 1/13 dei delitti contro le persone, 1/16 dei parricidi, 1/18 del totale degli altri delitti sarebbe commesso da gente ricca o di professione civile il cui totale puro non passa il 1/18 della popolazione totale (Fayet, Journ. des écon., 1847); il che prova meglio la dannosa influenza dell'istruzione e prova, anche, quanto poco serva l'intimidazione contro le tentazioni del delinquente; poiché gli avvocati e gli uscieri hanno più degli altri presenti le punizioni, che ai rei infligge la legge (Fayet, op. c.).

In Prussia le professioni liberali dànno il 2,2% della popolazione, e il 4,0% delle criminali. I servi che formano il 3% della popolazione, entrano pel 12 su cento nella criminalità (Oettingen, pag. 730).

I dati che riguardano la Russia si riferiscono a 9229 persone condannate per reato di sangue, delle quali è rimasta ignota la professione per 225 persone, e riflettono il periodo 1875-79.

Su 100 condannati di varie professioni in:

Russia Austria Francia

Industria agricola } padroni 47,5 } 18,4 } — } } } 60,3 } 50,0 } 50,1 e agricoltura } operai 12,8 } 31,6 } — }

Industria } padroni 7,5 } 3,3 } — } } } 16,8 } 30,0 } 30,0 e commercio } operai 9,3 } 13,6 } — } Giornalieri 7,7 — — Professioni liberali 1,8 0,2 5,0 Persone di servizio 4,9 19,6 8,1 Occupazioni indeterminate 0,7 8,8 — Prostituzione e persone senza occupazione 2,0 4,9 6,0

Mentre dunque in Austria in tre anni furono condannate per reati di sangue solo 4 persone di professioni liberali, in Russia, nel periodo di 5 anni, furono condannati pei medesimi delitti 165 persone, delle quali 88 impiegati governativi, 59 della classe ecclesiastica, avvocati, medici e tecnici, 19 letterati, studenti e pittori. La spiegazione di questa prevalenza di delitti di sangue fra le professioni liberali in Russia in paragone con altri paesi europei si trova nelle persecuzioni politiche, nei fanatismi settari che or le provocano or loro tengono dietro.

Venendo alle donne ree, fra noi: quelle addette alla domesticità darebbero una cifra tripla dei maschi, come pure quelle addette alle arti sedentarie mentre le campagnuole darebbero la metà[160]. Ma qui le cifre sono troppe scarse per dar conclusioni sicure, e, ad ogni modo, il gran numero delle prostitute scombuia e confonde ogni indagine, poichè è certo che una parte delle campagnuole passa al crimine per la strada della prostituzione, aperta o velata sotto il nome di domesticità cittadina. Il contatto, osserva Parent-du-Chatelet, delle grandi città è dannoso alle donne di campagna, che dalle statistiche appariscono darsi alla prostituzione in ragione diretta della vicinanza alle medesime. Una metà delle prostitute parigine è fornita dalle cucitrici, stiratrici; 1/3 dalle merciaie, modiste, pettinatrici; 1/20 dalle lavandaie e lavoranti in fabbriche; poche altre (16) comiche, 3 sole agiate.

Militari.—Importa studiare a parte la maggiore criminalità militare, che, secondo Hausner, supererebbe di 25 volte la civile[161]; ma qui vi è confusione poichè certamente egli non escluse dalle proporzioni dei civili, i vecchi, i fanciulli e le femmine. Certo in Italia troviamo delle cifre affatto differenti. Se noi contiamo la popolazione militare[162] entrata nelle Case di Pena e Bagni nel 1872, e vi aggiungiamo quella delle compagnie disciplinari, che costituisce, per 1/5 almeno, un duplicato di una pena già in corso, e quella della militare reclusione, anche se di condannati per azioni che non si potrebbero dire veramente criminose al di fuori della milizia, come propositi sovversivi, infermità simulate, indelicatezze, e che pure vanvi accomunate alla camorra, al furto, ed alla pederastia—troviamo 1 condannato ogni 112 militari in servizio attivo.

Ora, confrontando questa proporzione a quella dei condannati coetanei (tra i 21 e 31 anni), ci si manifesta peggiore sì ma non esageratamente, essendo quest'ultima 1 ogni 172 (Curcio); ma siccome in questo calcolo sono comprese anche le donne, che legalmente dànno una criminalità minore dell'80%, la differenza scema.

Che se anche vi fosse realmente un grande divario (come pare siavi in Germania), esso verrebbe spiegato dalla facilità di aver strumenti atti a delinquere, dalla età più incline alla delinquenza, dal celibato, dall'ozio e dai maggiori e più stretti contatti (onde la grossa cifra dei crimini di stupro, di pederastia, camorra); ed in tempi di guerra dall'abitudine del sangue. Holtzendorff narra (op. cit., p. 12) di un assassino che essendo stato soldato si scusava col dire, che avea, nei campi di Boemia visto nel 1866 morire tanta gente, che uno più uno meno non gli parea più gran cosa.

Vedremo più sotto come la guerra non sia che un gran delitto, ed è naturale che chi vi esplica la sua attività sia più criminale degli altri. Già disse Lucano: Nulla fides pietasque viris qui castra sequuntur.

Ed è curioso, in proposito, il fatto rivelatoci anche dalla filologia che molti uffici militari erano tanto criminosamente esercitati in addietro che assunsero la sinonimia, e il significato di delitto: così i latrones erano una specie d'ad latus, d'aiutanti di campo del re, che pare, invece di gingillarsi come ora colle dame, si occupassero a predare tanto da restarne fuso il nome coi ladri: così è successo ai nostri giorni pei pirati, che niuno crederebbe essere stati marinai da guerra; così masnada, in origine non era che una truppa: così brigante era una specie di bersagliere a cui davasi a cottimo l'assalto di una città.

Quanto fra i popoli guerrieri spicchi specialmente la crudeltà, lo si può vedere anche ai nostri tempi dal fatto che, come dimostrò l'Hammon in quel suo bellissimo studio sulla Psicologia militare, la crudeltà propria del soldato gli è resa più facile dal disprezzo delle altre caste non armate, che deriva forse dalle epoche antiche delle caste guerriere dominatrici, e dall'impunità. Furono innumerevoli i fatti di crudeltà specie in Germania e in Russia e da noi passate quasi impunite.

A Coblenz, un tenente uccide a sciabolate un commerciante che passava per la via, è condannato a un anno e poi graziato; e quando la madre del morto se ne lagnò con una lettera violenta, fu essa condannata ad ammenda.

A Berlino, il soldato Laerke essendo di fazione, ferisce gravemente 2 operai, i suoi superiori lo colmano di lodi, gli danno avanzamenti.

A Bologna, a Monteleone, ad Aquila, gli ufficiali assaltano a mano armata i pacifici cittadini. E questi esempi si potrebbero prolungare all'infinito.

Perfino la generosità, che si dice cavalleresca e che pretendesi propria dei militari, vi è così poco comune, come era veramente scarsa nel Medio evo, in cui se la foggiò tale solo la fantasia della scuola romantica.

Basterà a provarlo riportare il giudizio imparziale di un'osservatrice di genio, la Ouida (Fortnightly Review, août, 1852). «Dall'alcoolismo e dalla sifilide che hanno e ebbero sede e punto di partenza nelle armate, alla corruzione che prende anche i giovani onesti cacciativi dentro, sicché contadini ingenui ne escono pervertiti, il male vi predomina sempre». Io ho osservato a Torino una criminalità speciale in coloro che escono dalla milizia, e di cui la milizia è causa.

E vi hanno eccezioni, ma non meno funeste anche queste. Si tratta di individui, cui il servizio (lo si dice tale per antonomasia) colla sua obbedienza classica rende servili, incapaci di vita propria, senza individualità, senza originalità, bisognosi di inchinarsi a chicchessia, e ciò mentre le terre da cui escono hanno bisogno di braccia e di lavoro, e di cuori liberi e forti.

Ma più di tutto influirebbe sulla sproporzione dei rei militari la minore distanza tra la criminalità, come la chiama Messedaglia, apparente, e la reale, la facilità con cui la disciplina militare mette in luce e colpisce qualunque reato; mentre è noto come nel civile i reati denunciati o commessi non toccano alla metà degli scoperti e puniti[163].

La scarsa proporzione, poi, della criminalità militare nel nostro paese, è un fatto di cui dobbiamo andare orgogliosi.

Pazzi.—Men chiara che nei delinquenti spicca l'influenza delle professioni nei pazzi, perchè non è facile trovare statistiche che s'occupino contemporaneamente dei ricchi e dei poveri, ricoverati quasi sempre in istituti diversi. Da quelle, però, eseguite recentemente in Francia, che forse sono le più complete, vi intravvediamo[164] parecchie singolari analogie colla criminalità. Gli alienati di città vi sommano al triplo che nelle campagne, 323 a 100, e più di frequente ne sono colpiti gli uomini delle donne, 132 a 100. Gli agricoltori darebbero il minimo degli alienati, ed un massimo le professioni liberali; fra queste gli artisti, i giuristi darebbero cifre assai più grosse che gli impiegati e gli ecclesiastici.

Gli studi di Girard ci mostrerebbero assai frequenti le alienazioni nei domestici, nei lavoranti fabbrili, nei minatori; secondo quelli del Bini e Golgi, grande sarebbene la frequenza dei calzolai, dall'1,2 all'8% dei ricoverati, e dei cuochi, 1,3%. Zani avrebbe anch'egli notata la frequenza dei domestici dal 2 al 5%, e la cifra grossa data dalle professioni liberali, 5%.

I militari pazzi, a quanto risulta dal Girard e dal Baroffio, darebbero una delle cifre più forti, 1,40% sani, e del 4 all'8% dei pazzi. Dagli studi del Lolli, gli unici comparativi su grande scala che io conosca in Italia, risulterebbe una maggior frequenza di pazzi fra i possidenti, benestanti e commercianti, che non fra le classi agricole, le quali sarebbero anche inferiori agli artigiani.

Devo infine far notare che le professioni, le quali abituano alla vista del sangue o al maneggio di strumenti micidiali, come quelle di beccai, militari, ecc. (Lasagna, Bertrand, Avinain, Legier), o ad una vita d'isolamento sociale o, sessuale, pastori, campagnuoli, preti (Dumollard, Grass, Mingrat, Leotard, Berthet, Frylay, Lacollange, Carpinteri, Crocco), specialmente se inacerbite da forzata castità, provocano tanto nei pazzi che nei delinquenti una smisurata ferocia negli atti, mista, soventi volte, a mostruosa libidine; che gli avvelenamenti si trovarono più frequentemente fra i chimici e medici, ecc. (Tayllor, La Pommerais, Demme, Palmer, Desrués, Moreau, Laserre, Buchillot).

Orrore del lavoro.—Ma quello che più importa in queste ricerche è che le professioni dei criminali sono molte volte nominali e che la vera loro professione è l'ozio.

In Torino abbiamo trovato una stranissima industria speciale ai criminali, quella del finto lavoro di falegname, di fabbro. Parecchi ammoniti cioè avevan aperto botteghe di falegname, fabbro, ecc., fornite di tutti gli attrezzi, per poter dimostrare alla questura la propria attività mentre, invece, il lavoro non era che simulato, quanto bastava per sfuggire all'ammonizione per ozio; non eran qui i mezzi e l'occasione che mancassero al lavoro, ma proprio la volontà.

Sichart[165] su 3181 prigionieri ne trovò 1347, cioè 42,3%, che avevano orrore al lavoro. Divisi per reati le cifre si ripartiscono così:

Su 1848 ladri 961 cioè 52 % » 381 truffatori 172 » 45 » » 155 incendiati 48 » 31 » » 542 criminali sessuali 145 » 26,7 » » 255 spergiuri 21 » 8,2 »

Anche più chiara parrà l'importanza di queste cifre quando si osservi come esse si ripartono tra quelli che il Sichart chiama criminali d'occasione e criminali d'abitudine, questi ultimi corrispondendo nella gran maggioranza a quelli che noi chiamiamo criminali-nati. L'orrore del lavoro fu trovato complessivamente in 1347 o 42,3%, di cui:

Delinquenti d'occasione 170 o 19,2 % » d'abitudine 1177 o 51,7 »

con una prevalenza più che dupla dunque tra i criminali-nati.

Da recenti statistiche del Wright (o. c.) sul Massachussetts si rileva che su 4340 condannati, 2991 ossia il 68% non avevano professione; e da altre della Pennsylvania che quasi l'88% dei condannati ai penitenziari non avevano mai avuto un mestiere; come non l'avevano il 68 1/2% dei condannati ai «countes jails» e alle case di lavoro. Riguardo più specialmente agli omicidi, risulta dalle ricerche di Federico Wines che nel 1890 su 6958 omicidi condannati, 5175 ossia più che il 74% non avevano arte o professione (Bosco).

Anche risulta questo ribrezzo del lavoro dalla specie di professione ch'essi adottano. Marro, infatti, avendo notato che i muratori davano la massima quota tra i casi dei suoi criminali, cioè l'11%, mentre il numero totale dei muratori, secondo il censimento del 1881, in Torino, non sommava che al 2,56% della popolazione si sentì spiegare questa frequenza dagli stessi delinquenti, perché, «molti di essi affermarono di avere abbandonato altre professioni prima esercitate e perchè ai muratori solamente si dà la paga giornalmente senza aspettare la fine della settimana o della quindicina», che è come dire adottavano quella professione saltuariamente quando loro ne veniva il capriccio.

E lo prova la grande loro mutabilità nelle professioni. Difatti, mentre su 100 normali 86 avevano sempre esercitata la stessa professione; 13 avevano cambiato una volta, 1 ne aveva esercitate tre; tra i delinquenti, invece, cambiarono la professione da 2 a 4 e più volte:

27 su 40 assassini 31 » 40 borsaiuoli 60 » 77 truffatori 30 » 39 stupratori 22 » 39 grassatori 28 » 51 feritori 60 » 97 ladri 23 » 41 viziosi

col massimo negli stupratori e truffatori.

Dai resoconti del Riformatorio di Elmira si rileva che 6635 ricoverati si dividevano così riguardo alle loro professioni:

Servi 1694 o 25,5% Lavoratori comuni 3651 o 55,0% Esercenti mestieri meccanici 974 o 14,7% Oziosi 320 o 4,8%

La cifra degli oziosi vi sarebbe dunque piccolissima, ma il relatore si affretta ad aggiungere: «bisogna notare che coloro che affermavano di avere una occupazione non erano quasi mai occupati regolarmente, nè lavoratori fissi su cui si potesse contare»[166]. Il numero quindi degli uomini male adatti al lavoro che entra nel Riformatorio è molto grande; e considerevole sempre resta quello di coloro che, inadatti, rimangono non ostante tutti i complessi sistemi di eccitazione morale perché—come afferma il General superintendent Z. R. Brockway—sul 34% dei ricoverati nessuna suggestione morale riesce a attivare il loro lavoro... e nemmeno la loro attenzione»[167]. Per questo il signor Brockway patrocina l'uso della frusta e in generale delle punizioni corporali, inflitte con metodo e cura, ma con rigore; affermando così senza accorgesene e con il fatto medesimo della sua proposta che questi criminali irriducibili rassomigliano proprio al selvaggio primitivo, che non si induce a lavorare se non forzato dalla violenza fisica e qualche volta ci muore sotto.

La volubilità dei mestieri da un lato, la preferenza a scegliere quelli in cui il salario è pagato giornalmente, e quindi la propria libertà è legata per un tempo minimo, ci confermano che l'orrore del criminale al lavoro non è un'assoluta incapacità di ogni genere di attività, ma un ribrezzo per ogni occupazione regolare, metodica, a periodi rigorosamente fissati. Ciò che ripugna loro è la regolarità di congegno meccanico della società moderna, quella combinazione immensa e ingegnosa per cui ogni essere umano, ad ogni momento, ha fissato il suo moto da compiere, come è fissato per le ruote dell'orologio l'urto che ad ogni istante dànno o ricevono. Essi non sono capaci di resistere ai capricci intermittenti del loro carattere inerte e impulsivo, e per questo dichiarano guerra alla società che non è fatta per l'indole loro (Ferrero, Arch. di psich., XVIII, 1896).

Ma per comprendere più precisamente in che cosa consista questa incapacità al lavoro dei criminali, sono di una grande eloquenza le cifre del Marro. Incapacità al lavoro, difatti, non significa incapacità ad ogni genere di attività, inerzia assoluta. Il criminale è capace di spiegare, a certi momenti, un'attività intensa, tanto è vero che certi generi di reato, come il furto e la truffa, richiedono molto spesso una laboriosità grande, perchè devono essere preparati di lunga mano, e mettendo in opera complessi artifici. Ciò che ripugna al criminale è il lavoro regolare e metodico, prolungato per molte ore, monotonamente ripetuto ogni giorno; onde se egli è capace di spiegare ad un dato momento, per compiere un delitto qualsiasi, uno sforzo straordinariamente intenso, si rivolta contro ogni occupazione che lo riconduca ogni giorno, alla stessa ora, al medesimo banco, innanzi allo stesso strumento a compiere, per un numero di ore eguale, la stessa operazione. Egli è un irregolare del lavoro; un capriccioso della fatica, che vuole addossarsi quando piaccia a lui e non quando piaccia ad altri, alternando gli sforzi intensi con lunghe oziosità. In questo, il suo carattere è perfettamente identico al carattere del selvaggio che di solito inerte si scuote, di tempo in tempo, per compiere i faticosi esercizi della caccia e della guerra; al carattere degli indigeni d'America, di cui scrive Robertson: «quando intraprendono una spedizione di caccia, escono da quella indolenza che è loro abituale e spiegano facoltà intellettuali, che restavano quasi sempre latenti, diventando attivi, perseveranti, instancabili» (Vol. II, p. 559); o al Gaucho, di cui Mac Coll notò l'incapacità a lavori duri, aggiungendo però: «metteteli in sella a un cavallo e la loro resistenza alla fatica sarà senza limiti» (Ferrero, o. c.).

Noi abbiamo visto più sopra (Vol. I) che il ladro chiama sè il pegre, il pigro: che nella vita dei più grandi criminali Lacenaire, Lemaire, Chretien, l'orrore del lavoro era maggiore dell'amore alla vita.

Più analiticamente si può studiare questo stato d'anima nelle tavole psicologiche comprese nell'atlante antropologico-statistico dell'Omicidio di E. Ferri, dove la psicologia dell'ozio è spesso accennata. Un omicida recidivo (n. 37) alla domanda «lavorate?» risponde «no, perchè il lavoro raccorcia la vita». Il n. 46 spiega i suoi delitti dicendo: «cosa vuole? voglia di lavorare, poca». Il n. 432 più francamente confessa: «lavoravo, ma poco, perchè si fa fatica a lavorare». Il 467, domandato perchè non lavori, si scusa dicendo: «non sono buono». Il 481: «voglia di lavorare non ce ne ho; dove devo prendere i denari se non li rubo?».

E Marro (Annali di Freniatria, vol. IV) giustamente notava: «Nei popoli non civilizzati si constata l'incapacità assoluta di ogni sforzo perseverante. Il lavoro continuato, duraturo, è la caratteristica dell'uomo civilizzato. Più viene egli a conservare la sua forza fisica, meglio sa renderla proficua colla sua intelligenza, e più sa egli adoperarla a benefizio comune suo e della società, meglio si accosta alla perfezione.

«Ogni progresso nell'istruzione, nella educazione, nelle leggi, nelle misure igieniche, mira a guidare l'uomo in questa direzione.

«Abbiamo per contro un'altra serie di cause che tendono ad un effetto opposto.

«Ogni lavoro regolare deve naturalmente soddisfare ai due requisiti, di riuscire cioè utile all'individuo che lo eseguisce, ed alla società in cui viene compiuto. Ogni lavoro che manca di un tale requisito segna un grado più o meno profondo di degenerazione.

«Un primo grado di questa noi l'abbiamo nei lavori semplicemente improduttivi per la società. Il vagabondaggio, la questua fra le classi povere, l'abitudine al giuoco in queste e nelle classi elevate segnano un primo grado di degenerazione in chi se ne compiace e ne vive; essi segnano al tempo stesso il passaggio alla criminalità in quanto che rendono chi li esercita veri parassiti che sottraggono altrui senza profitto alcuno i prodotti del lavoro utile.

«La criminalità consiste essenzialmente nella produzione di un lavoro che può fruttare all'individuo, ma torna nocivo alla società. La sua gravità cresce col crescere del danno che questa riceve.

«Il carattere della degenerazione pazzesca è la produzione di un lavoro inutile o dannoso alla società, senza neppure vantaggio allo individuo; e si arriva all'ultimo limite in questa degenerazione quando viene a mancare persino la possibilità del lavoro, coll'impotenza assoluta del cretino dell'idiota».

E altrettanto nota il Sergi nella sua bella Degenerazione.

CAPITOLO XVI.

Carcere—Altre cause.

Carcere.—La causa maggiore d'ogni delitto è il carcere. Noi, precisamente quando crediamo vendicare e difendere la società, colla carcere somministriamo ai delinquenti i mezzi di conoscersi, di istruirsi e di associarsi nel male.

Ma vi ha, se è possibile, di peggio: la carcere è una causa diretta di delitti per sè stessa, perchè diventata un comodo albergo, stante all'esagerata mitezza riesce la mira di alcuni che delinquono per ottenerla.

«Io farei a fette il viso a chi sparla (cantava un prigioniero di Palermo; della Vicaria. Chi dice che la carcere castiga, oh! come si sbaglia il poveretto; la carcere è una fortuna che vi tocca, poichè vi insegna i ripostigli (porteddu) e i modi del furto».

Questi fatti ci spiegano come le nostre statistiche e le statistiche inglesi ci diano così spesso degli individui entrati nel carcere fino a 50 a 60 volte, e ci spiegano il caso di quel tale di cui narra Breton che commetteva furti solo per farsi ricoverare in prigione e che alla 50ª volta condannato alla cella disse: La giustizia questa volta mi ha frodato, ma non mi ci corranno un'altra volta; ed il caso ripetutosi nel maggio del 1878 a Milano da quel Zucchi chè rubò alle Assise per farsi porre in prigione. «Dal 1852 in poi, diceva egli, ho passato in carcere 20 anni: l'amnistia mi ha fatto escire, ma non posso vivere con una lira al giorno; ho pensato di farmi mettere in prigione per poter mangiare, bere e dormire. Sig. Presidente, calchi la penna, perché tanto e tanto in carcere non si sta male (Rivista di discipline carcerarie, 1878); e nel 1879 a Roma un vecchio di 80 anni che ne era stato 47 in prigione, dove si era trovato benissimo, in ispecie sotto il papa, strepitava presso il questore per rientrare in carcere: «Io non vi chieggo un impiego, ma un carcere qualunque pur che possa vivere tranquillo; ho oramai 80 anni e non vivrò tanto da rovinare il vostro governo che è già male in gamba».

Che questa esagerata mitezza sia deplorata anche altrove lo dimostrano le parole di Tallack e di D'Olivecrona.

«I delinquenti, dice il Tallack (Difetti nell'amministrazione della giustizia penale d'Inghilterra e d'Irlanda. Londra, 1872, pag. 71, fra noi si avvezzano a riguardare la prigione come alcun che di fruttifero e di attraente: se non altro li assolve dalle spese di tavola, di alloggio e di vestiario, e li dispensa dal troppo affaticarsi».

«Mentre il forzato, scrive D'Olivecrona, nel volgere dell'anno, consuma 33 chilogrammi di carne, il bracciante stabile di campagna non ha, di solito, in forza del contratto locativo, se non chilogrammi 25 e 1/2 di bue salato, 25 e 1/2 di maiale salato, che è quanto dire, in tutto, chilogrammi 51: assegno che deve bastare per lui, per la donna e pei figli (De la récidive, 1812).

«All'ultima ora del suo gastigo (in Svezia), un forzato rese vivissimi grazie al direttore, dichiarando che, prima dell'arresto, non aveva mai gustato cibarie tanto sapide e sostanziose. In altro stabilimento, una femmina aveva fatto considerevoli risparmi sulla razione del pane, affinchè, diceva essa, i miei figli, quando sarò a casa, dividano con me il buon pane dello Stato (Id.).

«Io non esito, continua egli, a porre fra le cause della recidiva l'indulgente trattamento che si usa ai forzati».

Oltre a tutti questi difetti, generali a tutta l'Europa, il carcere d'Italia ne ha anche di tutti suoi, o meglio di quelli che solo la Spagna può vantare comuni—ha la mala struttura che permette la facile evasione come in Girgenti e Caltanissetta, e forse in quasi tutte le carceri mandamentali—ha l'insufficienza, la sproporzione dei locali alle singole condanne. La legge commina la custodia, l'arresto, la carcere, la cella, la relegazione, ma tutto ciò resta lettera morta, perchè le celle non bastano non che pei minorenni, nemmeno per il decimo dei soggetti a giudizi, per cui, se si vuole un buon processo, sarebbero più necessarie.

Rachitide.—Fra le cause che spingono al delitto, ve ne hanno alcune troppo accidentali o troppo rare per poter figurare davanti allo statista, ma che non meritano perciò meno d'essere studiate dall'antropologo. Chi può sapere fino a qual punto la scrofola, l'arresto di sviluppo e la rachitide possono aver influito a provocare o modificare le tendenze criminali?

Noi abbiamo rinvenuti 11 gobbi sopra 882 delinquenti, quasi tutti ladri o stupratori. Virgilio trovò 3 rachitici ed 1 con arresto di sviluppo dello scheletro su 266 condannati da lui presi in esame, e 6 con balbuzie, 1 con labro leporino, 5 con strabismo, 45 scrofolosi e 24 colpiti da carie. Secondo lui, 143 sopra 266 di costoro portano traccie di impronte fisiche degenerative (op. cit, p. 22).

Vidocq osservava, che tutti i grandi assassini capitatigli fra le mani avevano le gambe arcuate.

Thompson rilevò nei delinquenti di Scozia una grande quantità di piedi vari, di labbri leporini, di rachitici e di scrofolosi.

Cranio.—E chi può dirci fino a qual punto abbia influito allo sviluppo della delinquenza la diminuita capacità cranica, che nell'uomo libero non passa l'11%, e che noi abbiamo rinvenuto in un rapporto del 18 nei delinquenti vivi, in ispecie ladri e incendiari, e nei morti fino del 59%? E quelle deformazioni craniche (Plagiocefalia, Oxicefalia, Trococefalia) che nei vivi ci apparvero in una frequenza dell'8, e nei morti del 9%, non possono esse aver influito di molto? Non dobbiamo noi tenerne conto pel crimine tanto almeno come per l'eziologia dell'alienazione?

Fegato, Genitali.—E così dicasi pure dell'ipertrofia di fegato, che pare abbia una certa influenza nei reati di vendetta; e di quella degli organi genitali, che conta fra le probabili cause di stupri, di assassinio e d'incendi, e che il Virgilio rinvenne frequente 1,3%. In una condannata per violenze sul marito che costringeva ad esser testimonio delle sue libidini si rinvenne una clitoride ingrossata del doppio. In tutti i delinquenti, specialmente ladri e assassini, lo sviluppo dei genitali è assai precoce e specialmente nelle ladre, dove ci occorse trovare tendenze alla prostituzione fino in età di 6 a 8 anni.

Boggia a 62 anni avea spermatozoi numerosi e vivacissimi (Mantegazza, Sui testicoli, 1863). Ho notato che le grandi avvelenatrici furono tutte assai feconde o libidinosissime, e tali furono gli assassini e tali erano i criminali fra gli Juke.

Casper trovò in un pederasta abituale (200) completa ipospadia e stortilatura del membro; quest'ultimo carattere fu trovato in un altro pederasta da Hoffmann. Secondo Tardieu, gli anorchidi e gli ermafroditi dànno un numeroso contingente ai delitti contro natura (Sur l'identité, 1870). Evidentemente per essi è questo un fenomeno fisiologico. Ora in coloro che Westphal definisce affetti da pazzia per appetenze sessuali contro natura, vi è se non una materiale certo una vera femminilità morale per cui sentono gli stimoli del sesso in senso inverso della natura. Chi può dire in questo caso dove comincia la colpa?—Forse l'ermafroditismo e l'ipospadia, il femminalismo appunto perchè, come la microcefalia, sono effetto di un arresto parziale di sviluppo, più facilmente si connettono ad arresti di sviluppo dei centri nervosi e quindi a mancanza del senso morale, e perciò forniscono al crimine, relativamente al loro numero, una quota molto maggiore di delitti degli altri uomini; Hoffmann narra di un pseudoermafrodita levatrice, che eseguendo l'esplorazione stuprava le sue clienti. Io so di una pseudoermafrodita, la cui gelosia per l'amasia, era così violenta da rasentare il delitto; e di un ipospadico completo, creduto donna fino a 24 anni, Raffaella Amato, che uccise uno, perchè rivelò i suoi impuri amori con una donna e il suo vero sesso. E qui giova notare collo stesso Hoffmann (Ein Fall v. Pseudoermafroditismus, 1877, Wien), che forse a questa legge si connette quell'altro fenomeno della comune mancanza di barba e della ricchezza dei capelli, delle apparenze femminee, insomma, che noi avvertimmo in tutti i veri delinquenti. E, in parte, a questa stessa legge si collega la frequenza della precoce pederastia nelle case di pena.

L'amore, dice Courtelles, per il patico è alle volte sì grande nei carcerati da spingerli alla recidiva per poter riprendere la diletta compagnia; altrettanto vedemmo accadere nelle donne prostitute.

Traumi.—Gall narro di due fratelli danesi, che caddero da una scala battendo del capo; l'uno divenne di grande ingegno e l'altro, da gentile, illibato e virtuoso che era, si fece vizioso e dedito al crimine. Ora, fra 290 studiati da me, non meno di 20 avevano toccato ferite al cranio fino della tenera età. Del Bruck ne osservò 21 su 58 rei alienati. Spurzheim osservò un fanciullo, in cui dopo un colpo al capo si cangiò il carattere morale, sicchè da dolce divenne irascibile e cupo. Acrell ne notò un altro, in cui l'osso temporale si fratturava, sicchè dovette trapanarsi; guariva l'infermo, ma dopo d'allora mostrò un inclinazione irresistibile al furto (Fantonetti, Della pazzia. Milano 1830).

Concepimento.—Nessuno può decidere fino a qual punto possano avere influito sull'indole del reo le circostanze, in cui si trovavano i parenti nel momento della fecondazione e della gravidanza. Si narra che Robespierre nascesse nell'anno in cui si squartava Damiens, anno di fame e di guerra; Pietro il crudele e Militello nacquero in mezzo alle stragi.

Sensazioni.—Un'altra causa del delitto, potentissima, ma che pure mal si saprebbe precisare o dimostrare, se non forse coll'aumento di alcuni delitti per alcune professioni e pei maggiori contatti, è l'influenza di una data impressione sensoria. V'hanno ladri che non possono resistere alla vista di un oggetto d'oro. Troppmann e Costo dichiararono essere stati trascinati al delitto dalla lettura d'un dato libro; l'uno di un romanzo, l'altro di un autore greco.—Un ricco banchiere, Downer, entra ubbriaco nella bottega del suo barbiere; il sedicenne garzoncello di questo, fino allora onesto, gli sente suonar delle monete in saccoccia, e subito è preso dall'idea di ucciderlo; ed abbassatogli il capo, con una corda lo strozza. Poco dopo fugge inorridito, e confessa che se non avesse udito quel suono, non si sarebbe sognato di commettere l'orrendo misfatto.—Maria Frank, d'anni 38, bevitrice ostinata, già pazza, battuta dal marito continuamente, un giorno vede un grande incendio; tosto nasce in lei desiderio vivessimo di appiccar il fuoco, e incendiava dodici case. Fu condannata a morte.—Adele Strohm assistette al supplizio di due condannati, e subito dopo viene colpita dall'idea di uccidere la sua più cara amica, onde morire in grazia di Dio e confessata (Despine, op. cit.).

Imitazione.—In questi casi entra, e per molto, anche la follia, ma più di tutto vi influisce l'imitazione, che è principalissima causa, così dei delitti, come delle pazzie. Nel 1868 e nel 1872 appena i giornali cominciarono a raccontare di abbandono di fanciulli, a Marsiglia si ripeterono i reati fino ad 8 in un sol giorno (Despine). La notizia dell'assassinio dell'arcivescovo Sibour spinse un prete a ferire il vescovo di Matera, col quale non aveva alcuna causa di odio. Dufresne avversava un tale Delauchx, ma senza pensare a fargli del male; legge il processo di Verger, s'esalta, e gridando: Anch'io farò come Verger ed uccide quell'infelice.—Si è notato che a Bergamo, poco tempo dopo il processo Verzeni, avvennero altri due casi di strangolamento di donne; e altrettanto accadde a Parigi poco dopo il processo di Philippe, di Billoir, di Moyaux, ed a Firenze dopo quello di Martinati. Al tempo del processo di Roux vi furono due domestici che simularono esser stati garottati dal padrone dopo averlo derubato: l'avvelenamento di La Pommerais fu seguito da quello di Pritchard; e peggio va la cosa col sorgere adesso in Italia di quei diari, veramente criminali, che intingono la penna nel putridume più fetido delle piaghe sociali e non per altro se non per cavarne un triste guadagno, titillano i malsani appetiti e la più malsana curiosità delle basse classi sociali sì, che io li vorrei paragonare a quei vermi, che, sorti dalla putredine, l'aumentano colla loro presenza. Questi diari pur troppo in una sola città nostra toccano la cifra enorme di 28 mila lettori.

Il danno loro fu provato ivi pure per uno strano reato. Si trovò, mentre era assente il padrone R..., scassinato il suo banco; si sospetta e si arresta un agente; e nella sua casa si trova la somma mancante, che egli confessa dubito, piangendo, aver sottratto, ma senza nessuna prava intenzione: egli poteva, infatti, fruire di somme anche maggiori col consenso del padrone, in lui fiduciosissimo, e senza scassinare alcun armadio; nè venne a quel passo che per porre in pratica un colpo letto il giorno prima in un di quei sciagurati diarii. Il padrone dichiarò credere verissima questa scusa, sapendonelo lettore infervorato e difatti lo riprese appena fu assolto.—Un altro esempio offerse Grimal; nel 73 a Parigi delibera di commettere un delitto per far parlare di sè, come nei giornali leggeva dei grandi malfattori; tenta un incendio, e, suo malgrado, non è creduto reo; maltratta la moglie che poi muore, e se ne denuncia l'autore, ma anche qui esce con sentenza di non farsi luogo; allora gli capita sottocchio il processo della vedova Gras, e, per imitarla, getta sul viso di uno che gli era amico, dell'acido nitrico: l'amico muore, ed egli non che nascondersi narra a tutti la sua bella azione; il dì dopo, corre a leggere il Petit Journal, che raccontava il triste fatto, si costituisce egli stesso alla questura, dove si appurò che le idee dei suoi delitti gli vennero in capo in grazia dei romanzi giudiziarii e dei fatti diversi dei giornali che erano la sola sua prediletta lettura.

Nel 1851, una donna assassinava, a New-York, suo marito, e pochi giorni dopo, tre altre donne fanno altrettanto.—Corridori uccide il preside del Liceo, che lo rimproverava per una giusta mancanza, e prima dichiara: «Ripeterò il fatto del preside di Catanzaro», che anch'egli fu ucciso per simile causa.—L'assassinio tentato sul D. James nella ferrovia fu seguito da un altro nella stessa linea e nello stesso modo (Montel).

E quanti splendidi esempi non addusse in proposito Holtzendorff nella sua stupenda opera: Das Verbrechen des Mordes und die Todestrafe, 1875, Berlino!

CAPITOLO XVII.

Cause del delitto associato.

L'eziologia del delitto associato che è il più importante come il più dannoso merita un apposito studio.

Una prima causa ne è la tradizione.—La maggior persistenza, infatti, tenacia di alcune associazioni malvagie come la mafia, la camorra e il brigantaggio, parmi dipendere, in primo luogo, dall'antichità della loro esistenza, poichè la lunga ripetizione trasforma i nostri atti in abitudine, e quindi in leggi: e la storia ci addita come tutti i fenomeni etnici che ebbero una lunga durata difficilmente spariscono tutto ad un tratto.

Fino dal 1568 esisteva in Napoli la camorra, conoscendosi delle Prammatiche del 1568, del 1572, del 1597, e del 1610, in cui i vicerè spagnuoli, conte di Miranda, duca d'Alcalà, ecc., cercavano di punire «con pene straordinarie, colla galera, il giuocatore e tenitore di case da giuoco, o meglio di baratteria, che cavava illecite esazioni su dette case, ed i carcerati, che, ora sotto colore di devozione a sacre imagini, ora per altra diversa figurata causa, imponevano pagamento agli altri, in poca o molta quantità, commettendo per tal modo crudeli estorsioni»[168].

Certo il Gueltrini trovò la parola camorra, in riguardo alle minute contrattazioni sui mercati, usata in un sonetto del 1712.

Il Monnier osserva, assai bene, che l'etimologia della camorra dimostra la sua origine dalla Spagna e forse dagli Arabi. Camorra in spagnuolo equivale a querela, rissa o disputa; e camorrista a cattivo soggetto; in arabo kumar significa giuoco d'azzardo. Una novella del Cervantes ci mostra aver esistito in Siviglia, fin da quei tempi, una setta affatto simile ai camorristi. Anch'essi prelevavano su ogni furto un'elemosina per la lampada di una santa imagine da loro venerata; anch'essi davano alla polizia una parte dei prodotti; s'incaricavano delle vendette private, non escluso lo sfregio col rasoio; anche fra essi vi erano i novizi, che si chiamavano fratelli minori, e dovevano pagare una mezza annata sul primo loro furto, portare ambasciate ai fratelli maggiori, sia nelle prigioni, sia nelle carceri, ed adempiere agli altri uffici subalterni. I fratelli maggiori avevano un soprannome, e si dividevano, in giusta quota, le somme che gli applicati versavano alla massa comune.

Anche i ladri del Marocco (Arabi e Betari) prelevavano un tanto sulle prostitute.

Associazioni affatto simili alla camorra ed al brigantaggio esistettero in tutti i tempi poco civili; così nel medio-evo, nei Regolamenti delle Stinche ed in quello delle carceri di Parma, B. Scalia trovò accennato a soprusi simili a quelli dei camorristi, specialmente in occasione dei giuochi, e vi si legge come ogni camerata di prigionieri aveva un suo capo, che si faceva chiamare capitaneo o podestà, precisamente come dai moderni camorristi priore; e tanto in queste come nelle carceri di Venezia esisteva l'uso di tassare i nuovi entrati[169].

Il Don Chisciotte ci dipinge alcuni oziosi che esigono una gratificazione dai giuocatori fortunati, per aver presenziato ai cattivi e ai buoni colpi.—È la missione comune del moderno camorrista.—Ed è curioso il notare che quella mancia viene chiamata barato, precisamente come intitolano le loro equivoche imposte i camorristi.

Anche il brigantaggio, che pure persiste tanto nelle provincie del sud, ha una probabile causa nella tradizione storica, essendosi esso radicato fino da' tempi antichissimi nell'Italia media e del sud.

Gabriele Rosa l'attribuisce all'antica guerra sociale, che costrinse i nostri agricoltori a farsi pastori nomadi (Su Ascoli Piceno. Brescia, 1869). Nel 1108 in Roma si contavano ogni giorno a centinaia i furti e gli omicidi, nel 1137 delle città intere erano preda di assassini, p. es. Palestrina.

«Banditi nel Napoletano ci furono sempre, scrive Giannone(Lib. IV, cap. 10), in coda agl'invasori greci, longobardi, svevi, saraceni, angioini, albanesi, ladroni gli uni degli altri, crudeli e rapaci del pari».

Nel 1458, i mercenari stranieri espulsi da Giovanna I divennero briganti, rubando e penetrando fino in Melfi; di poi si posero al servizio dei Baroni del Regno, che se ne servirono come di ordinaria milizia.

Religione, morale, politica.—Dove la civiltà non ha ancora ben penetrato, anche le idee di giustizia e di morale non sono abbastanza chiare; quindi si vede la religione farsi alle volte partecipe, istigatrice al delitto (Vedi Cap. X).

Abbiam veduto che, in grazia di una bolla antica, or è pochi anni, il clero di Sicilia componeva a denaro i delitti. Quindi, all'inverso di quanto accade ordinariamente, i preti sonvi spesso complici di delinquenti.—L'avv. Locatelli, in Sicilia, deplora d'avervi veduto, in due anni, ben 8 preti condannati per assassinio: due preti, p. es., uccisero un servo perchè denunziava al vescovo le loro oscenità.

Il Pugliese fu condotto da un prete al saccheggio di S. Giovanni.

A Bari veniva, a spese del brigante Pasquale, celebrata ogni giorno regolarmente la messa dei briganti.

Noi siamo (ripetevano costoro ad un amico di Pitrè) benedetti da Dio: lo dicono li Vangelii de la Missa (Fiabe, III, 1875, p. 50).—Per altri esempi si vedano le pag. 172 e segg.

La morale tien bordone ad una simile religione.

Nella Basilicata, Pani Rossi (op. cit.) sentì spesso chiamare brigantiello dalle madri il loro figliuolo; Crocco era il loro Carminuccio; i ricchi soprannominavano re della campagna Ninco-Nanche.

«La parola malandrino perdè in Sicilia perfino il suo significato, ed invece di un appellativo d'infamia, divenne pel popolo uno di lode, del quale molti onesti popolani menano vanto. Io sono malandrino significa infatti, per loro, essere un uomo che non ha paura di nulla, e specialmente della giustizia, la quale nella loro mente si confonde col governo, o meglio colla polizia» (Tommasi-Crudeli).

Mancando il concetto vero della morale, ed essendo scemata e quasi tolta la distanza fra lo strato equivoco e lo strato onesto, è cosa naturale che il malandrino trovi un complice nel colono ed anche nei proprietari in mezzo a cui vive, e che riguardano il delitto come una nuova specie di speculazione. E questo, secondo le relazioni dei Prefetti, è il guaio massimo della Sicilia, dove i veri briganti che battono la campagna sono pochi, ma si centuplicano, in date circostanze, coi colleghi avventizii, dove perfino i grossi proprietari si vedono usufruire dei briganti per imporre ricatti, far cassare testamenti, acquistare predominio sui loro concittadini.

Da ciò viene anche la mancata denuncia, parendo questa più immorale che non l'omicidio; sicchè si sono veduti moribondi dissimulare, fino all'ultimo momento, il nome del feritore. Non è l'omicidio che desta ribrezzo, bensì la giustizia. Onde è che anche quando il delitto, per raro caso, è denunciato, non è punito; così su 150 briganti del Napolitano, presi coll'arme indosso, 107 furono prosciolti dal giurì e 7 soli condannati (S. Jorioz).

Così a Trapani si lamenta ancora la solenne assoluzione dei 40 malfattori messinesi; e nel 1874 si assolsero gli uccisori dell'ispettore finanziario Manfroni, malgrado le testimonianze di molti e la confessione degli stessi rei.

«Nel 1877, a Napoli, un Esposito, che, dopo aver assassinato per ordine del capo un ex-camorrista, si consegnò e denunciò alla giustizia (onde stornare dal capo l'accusa), fu accompagnato alle carceri dai battimani della folla che lo coperse di fiori come un eroe. Oso supporre che gli applaudenti fossero commossi tutti, per lo meno la plebe camorrista» (Onofrio).

Riuscendo la giustizia impotente, l'offeso ricorreva necessariamente alla forza del proprio braccio o a quella dei compagni, alla vendetta, quando era questione di onore; o ad una composizione propria, come nelle epoche medio-evali, quando si trattava di oggetti rubati. In Sicilia si paga un tanto, come si vede nel processo del Lombardo, per riavere il cavallo o la pecora rubata; o viceversa, il ladro paga un tanto alla vittima, perchè si accontenti, o non si vendichi, o non reclami il furto; il che dà proprio l'immagine della giustizia primitiva[170].

Una causa principalissima, che nei popoli poco civili favorisce le associazioni malvagie, è lo straordinario prestigio che ispira ai deboli la forza brutale.

Chi ha veduto una volta un vero camorrista dai muscoli di ferro, dal cipiglio più che marziale, dalla pronuncia con rr raddoppiate, in mezzo alle popolazioni dalle molli carni, dalla pronuncia vocalizzata, dall'indole mite, comprende subito, come se anche non fosse stato importato, qualche morbo simile alla camorra avrebbe dovuto sorgere dalla troppa sproporzione fra quelle individualità energiche, robustissime, e le moltitudini docili e molli. Lo stesso camorrista, involontariamente, cede a questa legge; figlio della forza e della prepotenza, si inchina davanti ad una forza maggiore della sua. Una prova curiosissima di questa influenza si ha in un fatto raccolto dal Monnier. Un prete calabrese, cacciato in prigione per avventure galanti, fu richiesto al suo ingresso della solita tassa dal camorrista; rifiutò, ed alle minaccie del settario rispose che, se avesse un'arme in mano, niuno avrebbe avuto il coraggio di minacciarlo a quel modo. «Non c'è difficoltà, rispose il camorrista», e in un batter d'occhio gli offerse due coltelli: ma dopo pochi colpi egli era freddato: alla sera, il quasi involontario uccisore, che tremava della vendetta settaria più assai che della giustizia borbonica, con sua grande sorpresa si trovò in vece offerto il barattolo della camorra. Era, senza volerlo, stato ammesso fra i camorristi. E così accadde ad un Calabrese che si rifiutò di pagare la tassa, e minacciò di coltello il camorrista (Monnier, pag. 28).

Onofrio: «In Sicilia, scrive, si dice mafioso chi ha del coraggio«.

La camorra è dunque l'espressione della naturale prepotenza di chi si sente forte in mezzo a moltissimi che si sentono deboli.

Ma non è solo la forza dei pochi che la mantiene, è sopra tutto la paura dei molti. Il brigante Lombardo propalava, come i più caldi partigiani delle sue imprese fossero gli onesti proprietari, che per paura di averselo nemico, gli additavano le case dei vicini da derubare: «e non pensavano, continuava egli, che essi alla lor volta sarebbero stati additati da altri; sicchè in complesso ci rimettevano molto di più che se si fossero associati tutti insieme contro di me». Un solo camorrista inerme si presenta, scrive Monnier, in mezzo ad una folla di parecchie migliaia di individui ad esigere il suo barattolo, ed è docilmente ubbidito, più che se fosse un regolare agente delle tasse.—Lo spirito della camorra, scrive Mordini (op. cit.), persiste in Napoli; persiste cioè l'intimidazione davanti ai più sfacciati od ai più procaccianti.

Monnier spiega la grande tenacità della camorra e del brigantaggio nell'Italia meridionale pel predominio della paura; la religione, inspirata dai preti, null'altro era che la paura del diavolo; la politica, null'altro che la paura del re, il quale teneva la borghesia oppressa colla minaccia dei lazzaroni, e gli uni e gli altri, colla paura di una polizia e di una soldataglia spietata. La paura teneva il luogo della coscienza e dell'amore al dovere; si otteneva l'ordine, non rialzando l'uomo, ma deprimendolo. Che ne avvenne?—La paura fu industriosamente usata dai violenti.

Barbarie.—Vi sono poi molte altre piccole circostanze, le quali tutte mettono capo allo stato poco civile degli abitanti, che possono influire di molto sul malandrinaggio, perchè offrono maggiori facilità agli agguati ed ai ricoveri; tale è, per es., l'abbondanza delle foreste: così le foreste di Sora, Pizzuto, S. Elia, della Faiola, della Sila, furono sempre il centro del brigantaggio, come in Francia quelle d'Osgier, Rouvray, ecc. Per ragioni, press'a poco analoghe, le località deserte di abitanti e non rannodate tra loro da buona viabilità, vi influiscono assai. Nella nostra Italia vediamo il brigantaggio sfuggire innanzi alle ferrovie, e non aver mai perdurato dove sono molte e buone strade, e dove spesseggino le borgate; per es., la provincia di Siracusa, che è la più ricca di strade della Sicilia, non ha malandrini; la Basilicata, che ha la peggiore viabilità del Napoletano, dove 91 Comuni su 124 erano privi di strade, nel 1870, era la più infestata dai briganti (V. Pani Rossi, op. cit).

Cattivi governi, ecc. Anche nel Veneto, fino ai tempi napoleonici braveggiavano i così detti buli, che disponevano a loro grado della volontà degli altri, pel solo terrore che sapevano diffondere fra i più.

Nel Messico pochi anni fa i figli di famiglie nobili non credevano derogare facendosi aggressori di strada, come nel 1400 in Parigi e nel 1600 nel Veneto.

Negli ultimi anni del papato di Clemente XIV si registrarono 12.000 omicidi di cui 4000 nella capitale.

Per conoscere a quali tristi condizioni fosse scesa la società di questi tempi, basterà notare come i più gloriosi nomi della Repubblica Veneta fossero pubblicamente banditi, per colpe ignominiose. Ne citerò solo alcuni. Morosini, Corner, Falier, Mocenigo[171].

«In un reclamo all'imperatore delle comunità di Castiglione, Medole e Solferino contro Ferdinando II Gonzaga, si prova con testimonianze come i sicari del principe assassinassero poveri contadini, ne spiccassero la testa dal busto, esponendola in una gabbia di ferro sulle mura di Castiglione; come gli arcieri gonzagheschi appiccassero il fuoco alle cascine ed ai fienili, saccheggiassero case, derubassero denari, animali, masserizie, tagliassero e sbarbicassero filari di viti, gelsi e altre piante.

«Nella stessa Repubblica di San Marco, che, pur senilmente infiacchita, conservava riputazione di severità, erano frequenti le iniquità dei banditi e, specie nei due ultimi secoli, riuscivano molte volte vani i provvedimenti, le leggi, le minaccie, i gastighi. Nella città, ove risiedeva il governo, le violenze poteano reprimersi con sufficiente energia, ma in terraferma la vigilanza dei Rettori era meno efficace, e l'impunità avea radici, che i decreti, per quanto severi, del governo non poteano estirpare.

«Nel Veneto se un nobile commetteva qualche delitto, la giustizia, chiamiamola pure così, mandava subito fuori bandi contro i riottosi, che turbavano la quiete della città, ma il popolo, eludendo le leggi, teneva i banditi in conto e li proteggeva, e il nobile soverchiatore trovava un rifugio sicuro nel suo castello, ridendosi della forza pubblica, dileggiando, tra il clamor delle orgie, ordini e magistrati. I quali magistrati poi, nobili quasi tutti, dopo aver snocciolato decreti e sentenze contro una sequela di delitti, dopo un gran fracasso di minaccie, mettevano ogni cosa nel dimenticatoio, giacchè la stessa forza legale finiva col riconoscere le impunità, gli asili, i privilegi di alcune classi. Non avea forse affermato colle armi il diritto di asilo, lo stesso Residente della Repubblica veneta a Milano? Difatti una mattina il bargello di Milano co' suoi sbirri era passato dinanzi alla casa del Residente veneto, il quale, per punire tanto ardimento, fece scaricar fucilate, da cui parecchi sbirri rimasero feriti o uccisi»[172].

Finalmente, qualche cosa di affatto simile, se non alla camorra, certo alla mafia siciliana, esisteva pochi secoli sono, al tempo di Cartouche, a Parigi. I ladri vi si erano organizzati in bande, che avevano dei centri d'azione nelle stesse guardie di polizia; contavano i loro pseudo-uscieri, le loro spie; si erano affigliati tutta una popolazione di osti, facchini, orologiai, sarti, armaiuoli, perfino di medici.

Nel 1500 in Francia, i mazzuolatori, i Borgognoni, gli Zingari, erano delle vere sêtte brigantesche, composte di antichi soldati di ventura, di vagabondi, i quali, a mano a mano che la società si raffinava, che le strade si aprivano nei centri grossi di Parigi, si ritiravano ai boschi di Rouvray, Estrellère, ove i fuggiaschi alla guerra civile andavano ad ingrossarli (Vedi Vol. II, pag. 494).

Ma perchè, qualcuno chiederà: «Se in tempi antichi queste associazioni criminose esistevano dappertutto, perchè la pratica loro si conservò solo in alcuni paesi (Napoli), e si spense negli altri?». La risposta è trovata pensando alle condizioni poco civili del popolo e del governo sopratutto, che manteneva e faceva ripullulare quella barbarie, che è prima e perenne sorgente delle malvagie associazioni.

«Finchè i governi si ordinano a sêtte, sentenzia assai bene d'Azeglio, le sêtte si ordinano a governi». Quando la posta regia frodava sulle lettere; quando la polizia pensava ad arrestare gli onesti patriotti, e trafficando coi ladri, lasciava libertà ad ogni eccesso nei postriboli e nell'interno delle carceri la necessità delle cose contribuiva a proteggere nel camorrista chi poteva mandarvi un plico sicuro, salvarvi da una pugnalata nel carcere, o riscattarvi a buon prezzo un oggetto rubato, od emettervi, in piccole questioni, dei giudizi forse altrettanto equi e certo meno costosi e meno ritardati di quelli che potevano offrire i tribunali.

Era la camorra una specie di adattamento naturale alle condizioni infelici di un popolo reso barbaro dal suo governo.

Anche il brigantaggio era spesso una specie di selvaggia giustizia contro gli oppressori. Al tempo della servitù in Russia, i moujik, indifferenti alla vita, provocati da sofferenze continue di cui niuno si preoccupava, eran pronti a vendicarsi coll'omicidio, come ben ci mostrò già il canto rivelatoci da Dunon. Non v'è (dice il noto autore dello studio sulle prigioni in Europa) famiglia grande di Russia che non abbia un massacro dei suoi nella sua storia di famiglia.

La mancanza di circolazione dei capitali, e l'avarizia, spingevano i ricchi dell'Italia meridionale ad usure e malversazioni contro i poveri di campagna, che non sembrano credibili. A Fondi, scrive il Jorioz, molti divennero briganti in grazia delle angherie del sindaco Amante.—Coppa, Masini, Tortora furono spinti al brigantaggio dai maltrattamenti impuniti dei loro paesani.—I caffoni (diceva alla Commissione d'inchiesta il Govone) veggono nel brigante il vindice dei torti che la società loro infligge.—Il sindaco di Traetto, che si spacciava per liberale, bastonava per istrada i suoi avversari, e non permetteva loro di uscire alla sera.—Le questioni che nascevano fra i ricchi e i poveri, per la divisione di alcune terre appartenenti ad antichi baroni, il cui possesso era dubbio ed era stato promesso a tutti, ed in ispecie ai poveri coloni, gli odi che dividevano i pochi signorotti dei comuni dell'Italia meridionale, e le vendette esercitate contro i clienti degli uni e degli altri, furono cause precipue del brigantaggio. Sopra 124 comuni della Basilicata, 44 soli non diedero alcun brigante; erano i soli comuni, dove l'amministrazione era ben diretta da sindaci onesti.—Dei due comuni, Bomba e Montazzoli, vicini a Chieti, il primo, ove i poveri erano ben trattati, non diede briganti; mentre il secondo, ove erano malmenati, ne fornì moltissimi.—Nelle piccole terre dell'Italia meridionale, osserva assai bene Villari, vi ha il medio-evo in mezzo alla civiltà moderna; solo che invece del barone despotizza il borghese.—A Partinico, città di 20,000 anime, si vive in pieno medio-evo, perchè i signorotti tengono aperta una partita di vendetta che dura da secoli.—a San Flavio due famiglie si distrussero a vicenda per vendicare l'onore.

«Abbiamo sempre in Sicilia, scrive il Franchetti, una classe di contadini quasi servi della gleba, una categoria di persone che si ritiene superiore alla legge, un'altra, e questa è la più numerosa, che ritiene la legge inefficace ed ha innalzato a dogma la consuetudine di farsi giustizia da sè. E dove la maestà della legge non è conosciuta nè rispettata, saranno rispettati i rappresentanti di essa? Il pubblico impiegato in Sicilia è blandito, accarezzato finchè gli autori dei soprusi e delle prepotenze sperano di averlo connivente, o almeno muto spettatore delle loro gesta; è insidiato, avversato, assalito, combattuto con tutte le armi, non appena si riconosce in lui un uomo fedele al proprio dovere.

«Dopo l'abolizione della feudalità, continua altrove il Franchetti, se non era mutata la sostanza delle relazioni sociali, ne era bensì mutata la forma esterna. Avevano cessato di essere istituzioni di diritto la prepotenza dei grandi ed i mezzi di sancirla; le giurisdizioni e gli armigeri baronali. L'istrumento che conveniva adesso di adoperare per i soprusi era in molti casi l'impiegato governativo o il magistrato. E ad assicurarsi la loro connivenza non bastava la corruzione, conveniva inoltre adoperare una certa arte. La stessa doveva adoperarsi per acquistare o conservare l'influenza su tutti coloro, che la loro condizione economica non rendeva addirittura schiavi. La violenza brutale dovette in parte cedere il posto all'abilità e all'astuzia.

«... Ma non perciò era esclusa la violenza almeno nella maggior parte dell'isola; nulla era venuto ad interrompere le antiche tradizioni, e rimanevano sempre gl'istrumenti per porla in opera.

«Rimanevano gli antichi armigeri baronali mandati a spasso, oltre a tutti gli uomini che avevano già commesso reati, od eran pronti a commetterne, e che non potevano non essere numerosissimi in un paese dove era tradizionale la facilità ai delitti di sangue, e la inefficacia della loro repressione. Se non che adesso, i primi come i secondi, esercitavano il mestiere per proprio conto, e chi avesse bisogno dell'opera loro, doveva con loro trattar volta per volta e da pari a pari» (Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia. Firenze, tip. di G. Barbèra).

Armi.—Un'altra circostanza è la facilità di portare e maneggiare armi. I gladiatori, sotto i Romani, furono i più terribili capi briganti; giunsero a convertire le masnade in vere armate. È da notare che «in tutto il mezzogiorno d'Italia, dice Tommasi-Crudeli (pag. 73), cominciando dalla campagna di Roma, il coltello, piuttosto che un'arma proditoria, è la spada del popolo. Quasi sempre, infatti, l'uso del coltello è preceduto da una sfida formale. L'abitudine di questi duelli è così radicata, che durante il rigorosissimo disarmo della popolazione siciliana, operato dal Maniscalco, in ogni quartiere di Palermo v'erano dei ripostigli praticati nei muri e conosciuti da tutti i popolani del quartiere, nei quali erano nascosti due coltelli, a cui si andava a dar piglio in occasione di rissa. Veramente il coltello non viene adoperato in Sicilia per ferimenti proditori; ordinariamente per questi vengono riserbati i rasoi e le armi da fuoco».

Ozio.—E, figli più spesso della barbarie, vi possono molto l'ozio e la miseria, che sono pure le cause di tanti crimini comuni. Tutti convengono, che l'infierire della mafia in Sicilia, sia dovuto, specialmente, all'influenza dei conventi, che distribuendo le zuppe, favorivano il pullulare dell'ozio. Cessate le zuppe, i neghittosi divennero mafiosi. La mafia, dicono tutti i prefetti, è un prodotto dell'ozio; dove si trovano oziosi, che vogliono vivere senza lavorare, ivi è la mafia. A Palermo non esisteva pochi anni fa alcun opificio, tranne la fonderia Orotea e la fabbrica di tabacchi. I ricchi non mettono in circolazione i loro capitali; il popolo non trova da impiegarsi, e quando è arrivato a prendere un piccolo posto, ne è geloso, per tema che qualcuno gli venga a prendere lo panuzzo (Locatelli, op. cit.).

Certo in grazia dell'ozio, preti e frati entrano sempre come parte e causa di malandrinaggio; il Napoletano, nel XVIII secolo, contava, su 4 milioni d'abitanti, 115,000 ecclesiastici, di cui quasi la metà frati; ogni villaggio di 3000 abitanti avea almeno 50 preti. Noto che nel gergo dei camorristi l'ordine era detto ubbidienza, proprio come nel gergo dei conventi. I preti faceano dell'accattonaggio un mestiere, spesso un'opera meritoria.

Una delle cause maggiori del brigantaggio e della camorra, dice assai bene Monnier, era l'abitudine diffusa fra i popolani di Napoli di far crescere i figli fino dal terzo anno in mezzo alle vie, accattonando e giurando per tutti i santi di esser orfani e di morire di fame: il mendicante si trasformava presto in borsaiuolo; cacciato in prigione, se vile, diventava una vittima; se forte, un affigliato della camorra.

E certo complice dell'ozio era il dolce e fecondo clima di Napoli, e più, di Palermo, istigatore alla quiete ed alla dimora sulle vie, che fornendo a poco prezzo i viveri (anche ora a Palermo con pochi centesimi si hanno tanti fichi d'India da saziare la fame di un adulto), con faceva sentire il bisogno e il dovere di lavorare.

Ed ecco una delle ragioni perchè nelle capitali tutte, e più in quelle dei paesi meridionali, vediamo più frequenti le associazioni malvagie, senza dire che in queste le passioni più violente vi rendono, come altrove vedemmo, più frequente una data serie di crimini[173].

Ricordiamo ancora, quanto a proposito delle ambizioni ignobili, dell'avidità poltrone, favorite dal clima, ci additava Rocco De Zerbi.

«La debolezza dell'Italia è alle ginocchia, è alle gambe, ai piedi; il male, il male vero e profondo è qui. L'idealismo ha poca presa dove fioriscono gli aranci; e non dobbiamo dimenticare che in questo paese degli aranci non è mai nato alcun poeta (il Tasso avea sangue bergamasco). L'idealismo rimane sulle onde e sotto il zeffiro del firmamento, in queste provincie di pseudometafisici, dove ciascuno, appena si è infarinato di quattro vecchie e astruse formule Vichiane, corre di galoppo verso la laurea o l'impiego. L'idealismo non ha presa in questo paese di avvocati, dove s'apprende fin dalle scuole a riscaldarsi a freddo ed a rendere gli argomenti e la splendida intelligenza così elastici da poterli far servire a ogni tesi. L'idealismo, contrariamente al pregiudizio comune, è vasto patrimonio dei forti popoli settentrionali, che si strema e si rimpicciolisce a misura che s'avvicina al dilettuoso suolo del dattero e del banano.

«La tendenza nostra ereditaria non è già l'entusiasmo per un principio, per un programma, per un'idea, per un'opera d'ingegno; no; la tendenza nostra ereditaria è il materialismo politico. E non un materialismo politico grande, magnifico, che mostri la forza di chi lo concepì, nelle sue proporzioni; non il tammany-ring, non il mob, non la vasta e tempestosa corruzione americana; non il Rio grande non il Mississipi, non il Savannah, non James, non il Potomak, non il Delaware..., no—il nostro materialismo è un Sabato; il nostro materialismo è il voler pagare dieci lire di meno l'anno all'agente delle tasse, o avere un posto nei R. Lotti, o una tabaccheria, o un impiego al Banco di Napoli, o una croce di cavaliere della Corona d'Italia, o qualche migliaio di lire con nessun rischio o poca fatica, e, pei più rispettabili e delicati, il non aver fastidi e l'essere riveriti e rispettati da tutti. Non siamo di altro capaci che di piccoli guadagni, di meschini desideri, di ridicole vanità. La nostra è la corruzione per cinque lire o per la croce di cavaliere che valgono lo stesso,—in mezzo ad una mollezza generale e ad un'assenza completa d'attenzione e di precisione.

«Questo è pur troppo l'ambiente: cuore senza calore, cuore di lucertola; popolo senza tribuni, popolo mussulmano; aristocrazia senza superbia, senza forza—ed ora senza danaro—aristocrazia dell'ebetismo; uomini che fanno il mestiere d'aver ingegno; pianeta spento che percorre la sua orbita per forza d'inerzia;—siamo, in una parola, oves-gregge».

«Oves: è un male; ma non è il peggio; e potrebb'essere un bene. Il vero e il più grande male è: essere oves non habentes pastorem.

Queste medesime greggi apparvero Titani, appena pochi uomini le spinsero innanzi e fecero la rivoluzione del 1860.

Le moltitudini sono eserciti di zeri; nulla, se manca l'unità—l'uomo o la classe dirigente degna di governare—»l'uomo nel Cesarismo, la classe nel governo libero».

Una prova, pur troppo evidente, che la formazione delle associazioni malvagie dipende dall'adattamento all'indole od alle condizioni di un paese, l'abbiamo nel vedere ripullulare spontanea la mafia e la camorra, anche dopo la distruzione od il sequestro dei suoi membri.

Nel 1860-61 a Napoli si inviarono a domicilio coatto molti camorristi; malgrado ciò, la camorra, per un momento domata, ripullula, ora, più fiera che prima, minaccia i consigli elettorali, l'arbor vitæ del nostro paese.

La mafia annientata nel 1860 in Palermo, nel 1866 ritornò armata e potente.—La camorra annientata nel 1874 dal Mordini, ritornò nel 1877 sotto il regime di Nicotera, e forse si installava negli uffici più elevati della città—certo ne fu la grande elettrice.

V'ha di più; a Messina nel 1866 la camorra fu distrutta letteralmente, coll'uccisione di ciascuno de' suoi membri, non meno di 29; ma gli uccisori stessi, dopo quell'eccidio, entrati in fama di forti, se ne prevalsero per camorreggiare peggio dei primi, arrolando fra le proprie schiere i pochi sfuggiti alla morte.

Miseria.—Si è parlato molto dell'influenza della miseria. Le dipinture, che ci ha dato il Villari sulle miserie del nostro popolo del sud, sono tali da farci terrore.

«In Sicilia, scrive egli, altra relazione tra i contadini e i loro padroni non v'è che quella dell'usura e della spogliazione, di oppressi ed oppressori. Se viene l'annata cattiva, il contadino torna dall'aia piangendo, colla sola vanga sulle spalle. E quando l'annata è buona, gli usurai suppliscono alla grandine, alle cavallette, alle tempeste, agli uragani. I contadini sono un esercito di barbari nel cuore dell'isola, e più che contro il governo, insorgono sempre per vendicarsi di tutte le soperchierie e le usure che soffrono, ed odiano ogni governo, perchè credono che ogni governo puntelli i loro oppressori.

Negli Abruzzi vi è il sistema di mezzeria, ma nei tempi di cattivo raccolto, il contadino si sottomette all'usura del 12%. S. Jorioz racconta di una donna che pagava al suo padrone per ogni scudo imprestato 5 grani, ossia il 240%.

«Nelle Puglie i contadini stanno quasi tutto l'anno nei campi, venendo chi ogni quindici, chi ogni ventidue giorni a rivedere in città la moglie. In campagna vivono in cameroni a terreno, dormendo in nicchie scavate nel muro intorno intorno, sopra un sacco di paglia. Li comanda un massaro, che somministra ogni giorno a ciascuno un pane nerastro, del peso di un chilogramma, che si chiama panrozzo. Questo contadino lavora dall'alba fino al tramonto; alle 10 del mattino riposa mezz'ora e mangia un po' del suo pane. Alla sera, cessato il lavoro, il massaro mette sopra un gran fuoco, che è in fondo al camerone, una gran caldaia, in cui fa bollire dell'acqua con pochissimo sale. In questo mezzo i contadini si dispongono in fila, affettano il pane, che mettono in scodelle di legno, in cui il massaro versa un po' dell'acqua salata con qualche goccia d'olio. Questa è la zuppa di tutto l'anno, che chiamano acqua-sale. Nè altro cibo hanno mai, salvo nel tempo della mietitura, quando s'aggiungono da uno a due litri e mezzo di vinello, per metterli in grado di sostenere le più dure fatiche. E questi contadini serbano ogni giorno un pezzo del loro chilogramma di panrozzo, che vendono o portano a casa per mantenere la famiglia, insieme con lo stipendio di circa 132 lire all'anno, con di più un mezzo tomolo di grano e mezzo tomolo di fave, che loro spetta, secondo il raccolto. Questi sono i contadini che più facilmente si danno al furto ed alle grassazioni» (Villari).

Che, tuttavia, la miseria non abbia tutte quella importanza che vi volle attribuire il Villari (molta ne ha certo), spicca subito, dal pensare che il circondario di Palermo, di Monreale è certo uno dei meno poveri della Sicilia; che ivi, anzi, i mafiosi più colpevoli spesseggiano fra le persone benestanti[174]; che Napoli, ove ha sede esclusiva la camorra, non è certo in peggiori condizioni della Calabria, della Capitanata. Ed Artena è uno dei paesi poveri della provincia di Roma.—Quanta miseria non domina nelle infelicissime campagne della Lombardia, dove il pane del campagnuolo non è solamente acre, come quello di Foggia, ma putrefatto, e contiene un veleno peggiore forse della segale cornuta; e, pure, è spesso il suo solo compenso che, anzi, gli è tolto il giorno in cui cada ammalato?[175] D'altronde la camorra, come sopra vedemmo, coglie più vittime che complici fra i poveri di Napoli, e la miseria a pari condizione deve essere ben minore, dove l'uomo è vestito, si può dire, e nutrito di sole, che non laddove alle necessità del cibo s'aggiungono quelle del riparato abituro e del vestiario.

Ibridismi sociali.—Ma più ancora che la scarsa civiltà di un paese, vi influisce, sinistramente il cozzo contraddittorio, le mescolanze della poca o della troppa civiltà; come, p. es., in alcune regioni d'Italia ed in molte dell'America, dove si vedono popoli tutt'altro che appieno inciviliti, sotto un reggimento, il cui modello è preso a prestito dai popoli più civili. Da questa assurda mescolanza, proprio come da quella delle acque dolci colle salse, sorge un gravissimo danno, in ispecie quanto alla criminalità, poichè, al pari che nell'esempio citato, mentre mancano i vantaggi delle due condizioni, se ne hanno i danni moltiplicati. Così i grandi agglomeri, le maggiori ricchezze, l'alimentazione più lauta aumentano i vagabondaggi, gli stupri ed i furti, e ne rendono men facile la rivelazione; mentre la giurìa, il rispetto alla libertà personale, la facilità delle grazie rendono, spesse volte, quasi impunito il delitto; e le leggi elettorali, in ispecie, quando, come in America si estendono fino all'ordine giudiziario, gli offrono un nuovo strumento di potenza e di disonesti guadagni. Così si è veduto, ora, la camorra estendere le sue fila sulla stampa, sulle elezioni dei consiglieri provinciali, forse anche dei deputati, ed in America dei giudici; col che i tristi ottenevano, pur troppo, un doppio vantaggio, l'immediato guadagno prima, e l'affidamento della propria immunità dopo.

Guerre.—Vi hanno causa grandissima i perturbamenti politici, le guerre e le sedizioni. In queste circostanze, gli agglomeri aumentati, le passioni eccitate, la facilità di avere armi, la minor vigilanza od energia del governo, sono cause naturali alle associazioni del mal fare, le quali si ingrossano o diventano audaci a tal punto da convertirsi in veri avvenimenti politici; come sono le stragi di Alcolea e delle Comuni di Parigi, quelle attuali del Messico, o della Nuova Orleans, di S. Miguel, e, fra noi, gli eccidi di Pontelandolfo e di Palermo. Questi avvenimenti, diventati ora straordinari, erano i fatti più comuni dell'epoca antica.

Nel medioevo le oppressioni dei baroni avevano dato al brigantaggio il colore di istituzione sociale, in una difesa o vendetta dei vassalli contro i padroni, i quali alla loro volta riguardavano la rapina un nobile mestiere.

Il decennio dopo la restaurazione di Silla fu l'età d'oro dei ladri e dei pirati in Italia (Mommsen, R. Geschichte, 3-53).

Nel 1793, a Parigi in occasione della distribuzione gratuita di pane, s'agglomerarono tanti vagabondi e malfattori, che si dovette pubblicare un avviso ai forastieri, perchè non uscissero di notte, se non volevano essere derubati. I ladri giungevano all'audacia di asserragliare le strade maestre con corde. Carlo di Rouge era capo di una banda che saccheggiava le grandi cascine presentandosi come commissario della repubblica e vestito del suo uniforme.

Durante la guerra napoleonica, vicino ai paesi invasi, eravi un'armata brigantesca, l'armata della luna, composta di falsi soldati e falsi ufficiali, che saccheggiavano i vinti e i vincitori (Vidocq). Altrettanto avvenne, qui, al tempo delle invasioni degli Unni, dei Goti e dei Vandali. Recentemente, quando il Borbone ritiravasi a Roma, il brigantaggio infierì negli Abruzzi; come quando esso erasi rintanato in Sicilia, nel 1806, infierì nelle Calabrie; e quando, sotto Murat, il mestiere del brigante era divenuto pericoloso, i Borboni sbarcarono nelle Calabrie i galeotti di Sicilia. Chi più rubava era il più ben accolto dal re. «Gli atti nefandi, scrive il Colletta, perdendo così la loro natura, e il delitto divenendo una sorgente d'industria, se ne infestò tutto il reame». Anche nell'alta Italia, molte erano le bande sorto sotto il dominio di Napoleone, in parte per causa delle leve.

E ciò non parrà strano a chi sappia l'indole immorale della guerra.

Non so quale stupida leggenda fa credere anche ai più o meno serii pensatori che la guerra sia moralizzatrice, e ve n'hanno molti che nel vedere la corrente di corruzione che va innalzandosi ogni giorno più, fino ad affogarci, invocano la guerra a suprema moralizzatrice come un uragano che spazzerà il sudiciume morale che ci inquina, ma essa appunto come l'uragano sarà ben facile che esso ci faccia del male, ma non è possibile che ci faccia del bene.

Lo Spencer in quel bellissimo studio sulla Morale in cui tanti dei portati della nuova scuola sono intravveduti, mostra che i popoli bellicosi furono e sono i più immorali.

«I Carens (pag. 121), egli scrive, popolo in perpetuo antagonismo con tutte le altre tribù sono crudelissimi». Gli Afridi, altra razza Indou guerriera di cui si dice: «Un Afrido è di solito in lite coi nove decimi dei suoi parenti», ha mancanza assoluta di senso morale. I furti vigliacchi, gli omicidi commessi a tradimento e a sangue freddo, sono per lui il sale della vita.

Fra i Fidii, dice Williams[176], se si dà un rimedio a un indigeno malato, egli si crede in diritto di reclamare dei viveri, e se gli si dànno i viveri di reclamare dei vestiti, e così tutto quello che a lui viene in mente; e se non gli si concede qualcosa si crede in diritto di ingiuriarie e far violenza: è un popolo guerriero.

Ecco gli effetti della guerra per quanto riguarda l'umanità. Vediamo ora quella sulla generosità.

«I Fidii, dicono i viaggiatori, non conoscono che la generosità ispirata dalla vanità».

I Dacota sono interessati, avari, non dànno niente se non sanno di ricavarne il doppio.

I Nagua, poi, non hanno una scintilla di generosità, sono vili, traditori, assassini—e son tutti popoli guerrieri.

I popoli pacifici invece sono ospitali, dolci. Passando dagli Annamiti cristiani e guerrieri, alle tribù pacifiche della montagna[177], ci sentiamo riconfortati: lo straniero è sicuro di trovarvi larga ospitalità; subito ammazzano in suo onore un porco e gli presentano la coppa dell'amicizia. La stessa differenza trovò fra i Malesi e i Fakun.

Quanto alla giustizia è naturale che debba scarseggiare in costoro, in cui tutto sta nella forza del pugno, e il duello al più era il miglior giudice.

Dai primordi della civiltà, è solo man mano che il regime militare ha cessato di predominare, che i rapporti fra i cittadini sono andati conformandosi all'equità e alla giustizia: i popoli guerrieri, i Fidii, i Dacota, i Negritos, non ne hanno idea; questi ultimi, se è loro ammazzato un uomo, ne uccidono un altro di una tribù vicina, anche se non ha niente a che fare coll'omicida. I Todas, invece, gli Has, tribù ancora allo stato primitivo, ma pacifiche e laboriose, sono piene di rispetto per le donne, onesti, veritieri. Un Wedda (tribù pacifica dell'India) non sa neanche concepire che un uomo si impadronisca di qualcosa che sia d'altri.

Fra gli Hos e i Lethos l'individuo provato reo di furto, si uccide da sè.

«Di tutti i flagelli, scriveva Erasmo, la guerra è il peggiore, perchè ha sui costumi degli uomini un'influenza più dannosa che sulle loro persone ed averi».

«La guerra, scrive Franklin, riunisce le più grandi truffe nelle forniture, le gesta più triste dei briganti, col furto, collo stupro, colla devastazione e l'incendio. Salvo gli antichi Romani, nessun popolo s'arricchì colla guerra. Nelle guerre tutte, principiando da Troia, il furto è il grande scopo. Gli orrori più grandi vi si commettono senza rimorsi; niuno arrossisce di commettere i più comuni delitti: si gioca, infatti, a chi più brucia ed uccide».

È dunque provato che la crudeltà, la ingiustizia, la mancanza di senso morale, la tendenza al furto vanno per lo più (vi è qualche eccezione, gli Spartani, p. es., i Germani antichi) incontrandosi nei popoli più dediti alla guerra, mentre le migliori virtù, la giustizia e la moralità, s'incontrano, fino dai tempi antichi, fino tra i selvaggi, nelle tribù pacifiche.

Ciò è naturale perchè gli istinti messi in giuoco dalla guerra non sono che quelli della prepotenza, della cupidigia, della ferocia. Sono tutti gli istinti più egoistici e più bestiali, e guerre infatti si dànno, non solo nei popoli primitivi, ma più nelle bestie. Ora, come possono le risultanze e gli sfoghi cumulati degli istinti più tristi, dare risultanze morali? Sarebbe come dire che a furia di fare il brigante l'uomo divenisse morale, più morale del pacifico lavoratore, o meglio ancora di colui che consuma parte del proprio a pro degli infelici.

La storia naturale ci insegna che anche sugli infimi strati zoologici ove si andarono formando le istituzioni militari, si andò comprendendo il danno immenso di queste caste immobilizzate, a non altro pronte che a ferire: nelle termiti, il nostro Grassi, un geniale zoologo, ha osservato che esse hanno bene una casta di soldati, i quali non hanno altra occupazione che di proteggere colla forza gli operai della tribù, ma, prima di tutto, questi li mantengono assai male, colle loro feci (e a simile prezzo manterrei io pure 20 corpi d'armata): ma non contenti di ciò, quando essi sorpassano un certo numero determinato, 1 soldato su 14 operai, poco fraternamente li uccidono nella notte, non conservando che quegli indispensabili alla difesa.

Non sarebbe il caso che le razze europee andassero a scuola dalle termiti?

Partiti e dissenzioni civili.—E naturalmente più sinistramente influiscono quelle vere guerre intestine che provocano le lotte troppo vive di classe, o di partiti.

Lo spirito settario, benchè animato dalle più pure intenzioni, converte spesso in nucleo malvagio l'associazione; lo vedemmo pei frati in genere, lo vedemmo testè in Ravenna, e più ancora, assai addietro nel Napoletano, dove la camorra certo ha preso piede anche in grazia della diffusione straordinaria che v'ebbero sul principio del secolo le sêtte dei Carbonari e dei Calderai in cui eran divise quasi tutte le classi colte; e ciò direttamente, quando armavano la mano (come nel 1828 a Salerno) di sicari comuni per iscopi politici, e più, indirettamente, promovendo l'andazzo ad associazioni segrete.

Recentemente, in Sicilia, la reazione borbonica si serviva della mafia, come i rivoluzionari tentarono servirsi della camorra.

«In tutte le rivoluzioni di Palermo, scrive Tommasi-Crudeli, una parte rilevante è stata rappresentata dalla gente manesca e facinorosa, spintavi dall'odio ai dominanti, ma più ancora dai suoi istinti anarchici, e dall'idea che libertà significasse cessazione dell'impero della legge.

«Nè il loro concorso era rifiutato dagli onesti, tanto più che l'entusiasmo generale conteneva i pravi istinti di quella gente ed eccitava i più nobili, che, in uomini d'una razza così fiera come la siciliana, non periscono mai. Ma poi la bestia si mostrava. Aprivano le prigioni, e coi carcerati si ingrossavano le squadre, si imponevano al governo, facendo più o meno prevalere una bestiale anarchia, di cui approfittava il Borbone, come avvenne nel 1820, nel 1849. Nel 1860 avvenne pure egualmente, e la mafia, sollevatasi con Garibaldi, formò squadre, aprì le prigioni, passeggiò armata, e compì efferate vendette per entro Palermo. Ma il prestigio di Garibaldi fu più forte di essa, e furono disciolti. Tentava poco dopo, gittarsi al partito d'azione, ma ne venne respinta, e nel 1866 essa compare armata, e domina per sette giorni in Palermo, come reazionaria, in occasione dell'abolizione delle corporazioni religiose» (Op. cit.).

I camorristi nel 1860 salvarono Napoli dal saccheggio; impedirono, quando furono trasformati da Liborio in poliziotti, i piccoli delitti, assai più che l'antica sbirraglia borbonica; ma a poco a poco divennero alla lor volta i soli malfattori; organizzarono il contrabbando per terra e per mare, sotto apposito capo; con un tributo ai camorristi, i carrettieri non pagavano più nulla ai gabellieri. Fuvvi un giorno, in cui le gabelle delle porte di Napoli non produssero al municipio che 25 soldi. E quando e' si videro spodestati e decimati da Spaventa, si diedero all'opposizione, minacciarono rivoluzioni in Napoli, iniziarono (1862) aggressioni, rivolte audacissime nelle città.

Emigrazione. E non poco sfavorevolmente vi influisce L'emigrazione che abbiamo visto causa sì grave della criminalità sporadica. L'emigrante rappresenta quella specie di agglomero umano che ha la massima facilità ed incentivo al delitto associato: maggiori bisogni, minore sorveglianza, minore vergogna; maggior agio di sfuggire alla giustizia, uso del gergo; ed i ladri sono quasi sempre nomadi. A Nuova-York il contingente massimo della delinquenza è dato dall'emigrazione, e l'Italia non vi fa la migliore figura[178]. Gli emigranti abbruzzesi formarono il maggior contingente della banda Mancini (Jorioz).—La banda di Fiordispine era in origine composta tutta di stagnai, cerretani, mietitori, merciai ambulanti, i quali, già del resto, si segnalano, pur troppo, anche nel delitto sporadico.

Anche quegli emigranti che più dovrebbero rifuggire dal delitto, come coloro che pellegrinano, solo, per principio religioso, offersero una cifra notevole alla criminalità associata. Il vocabolo di mariuolo par certo derivasse da quei pellegrini di Loreto o di Assisi, che usavano gridare in coro: Viva Maria, commettendo nel medesimo tempo stupri e ladronecci che credevano espiare col pellegrinaggio (Lozzi, Dell'ozio in Italia. Firenze, 1870), il quale riesciva per loro, così, un comodo mezzo al delitto e un altro ancor più comodo per la penitenza, una specie di quella famosa lancia che feriva, ma subito dopo guariva le ferite. Una prova sicura di ciò ho rinvenuta testè in un curioso decreto del Re di Francia datato dal settembre 1732, che richiama altri decreti del 1671 e 1686, emanati appunto per impedire i pellegrinaggi, i quali sono dichiarati causa frequente di gravi delitti[179].

Forse per ciò i paesi dove hannovi santuari celebri sono in genere, più malfamati, come osservava D'Azeglio ne' suoi Ricordi.

Capi.—Il trovarsi, in un dato momento e paese dove abbondino gli elementi del delitto, un malfattore di genio, o di grande audacia, oppure di influente posizione sociale, è una delle cause più favorevoli alle associazioni al mal fare. Così le bande di Lacenaire, Lombardo, Strattmatter, Hessel, Maino, Mottino, La Gala, e Tweed devono l'origine e la lunga impunità alla grande intelligenza dei capi.

Il Cavalcanti era un brigante di tanto genio che quasi tutti i suoi gregari, più fortunati dei generali d'Alessandro, divennero terribili capi briganti; come Canosa, Egidione, ecc.

La banda di assassini ed incendiarî di Longepierre sfuggiva ad ogni indagine, perchè era organata e protetta dallo stesso sindaco del paese. Il Gallemand, cogli incendî si vendicava degli avversari amministrativi, o rinviliva il prezzo dei beni, di cui voleva far acquisto.

Carceri.—Ma la principalissima fra le cause è la degenza nelle carceri che non siano costrutte a sistema cellulare. Quasi tutti i capi malfattori: Maino, Lombardo, La Gala, Lacenaire, Souffard, Harduin, eran fuggiaschi dalla galera, e scelsero i loro complici fra quei compagni che vi avevan dato prova di audacia o di ferocia.

La prima origine della camorra è nelle carceri. Essa dapprima non padroneggiava che colà; ma quando, sotto il re Ferdinando, nel 1830, molti galeotti, per grazia regia, vennero posti in libertà, pensarono di trasportare i guadagni ed il costume delle carceri, a cui si erano abituati, anche nella vita libera (Monnier, pag. 58). E pochi anni sono, la camorra sceglieva i suoi capi fra i carcerati della Vicaria, ed i camorristi liberi non prendevano deliberazione importante senza essersi intesi con questi.—La camorra, distrutta dovunque in Napoli dalla mano potente del Mordini, pur perdura ancora nelle carceri che furono la sua prima culla.—La stessa parola mafia è un prodotto delle prigioni. A Palermo, scrive un acuto osservatore[180], i malfattori d'azione si fanno nelle carceri giovandosi di elementi nuovi solo quando non ne possano fare a meno per date imprese. La maggior parte degli affigliati alla banda che derubò il Monte di Pietà di Palermo proveniva dalle carceri. Il vecchio brigantaggio napolitano si reclutò fra i molti galeotti messi in libertà dalle frequenti grazie regie, non meno di 19 in 30 anni (1760 al 1790).—Le analogie singolari negli usi ed anche nelle denominazioni dei gradi fra gli accoltellatori Ravennati ed i camorristi mi fanno credere che i riti di quelli sieno stati ricopiati da questi, che certo li appresero nelle carceri, come i riti dei malandrini siciliani furono importati dal Lombardo, sulla falsariga della camorra carceraria di Calabria.

E tutto ciò è naturale a chi ricordi i lugubri versi dei malfattori Palermitani (V. sopra): la carcere è una fortuna che il cielo vi invia, perchè vi insegna il luogo e i compagni del furto. Noi, precisamente quando crediamo vendicare e difendere la società colla carcere, somministriamo ai delinquenti i mezzi di conoscersi, di istruirsi e di associarsi nel male.

Influenza della razza.—Più sopra abbiamo toccato della grande influenza della razza sul delitto; è quindi naturale che debba influire sulle associazioni (V. vol. II).

Gli Zingari si potrebbero chiamare, in genere, come i Beduini, una razza di malfattori associati.—Negli Stati Uniti il negro (secondo A. Maury), nell'Italia meridionale l'Albanese ed il Greco pare influiscano in un senso analogo, e, qualche volta, anche l'indigeno; St. Jorioz scriveva, per esempio, parlando di Sora: «Di ladri formicola questo bel paese; ve ne sono tanti quanti sono gli abitanti.» (V. sopra), il che spiegherebbe come riuscissero eletti dei briganti a consiglieri del comune.—Gli abitanti di Castelforte e di Spigno proteggono i ladri, col patto che rubino fuori del loro paese.—Gli abitanti dei dintorni di Palermo, fra cui formicolano i mafiosi, discendono dagli antichi bravi dei baroni (Villari); e rimontando più in su, dai rapaci arabi conquistatori, confratelli dei Beduini (V. s.). —Ho osservato, scrive D'Azeglio parlando dei Romani, che negli antichi feudi del medio-evo (Colonna, Orsini, Savello) è rimasta nella popolazione l'impronta di quella vita di odio, di guerre, di parteggiare continuo, che era vita normale di tutto l'anno in quei felici secoli; vi si trova fra i giovani quasi generale il vero tipo del bravo (Bozzetti della vita italiana, pag. 187).

Eredità.—Codeste questioni di razze, è facile a capirsi, si risolvono in una questione di eredità.

Fra i moderni briganti meridionali ve n'erano alcuni che discendevano dal terribile Fra Diavolo. Molti tra i famosi camorristi sono fratelli, come per es., i Borelli, e sono noti i sette fratelli Mazzardi di Cannero, i fratelli Manzi da Cerro, i Vadarelli, i La Gala, ed in Nord-America i fratelli Youngas che giunsero a svaligiare in pieno giorno le banche pubbliche del Minnesote. La banda di Cuccito, quella di Nathan erano tutte composte di parenti, fratelli, cognati. Qui oltre l'influenza dell'eredità, che può raffinare nell'arte del male come in quella del bene, oltre l'influenza della tradizione, dell'educazione, si aggiunge, anche, l'aiuto materiale del numero. Una famiglia di malfattori è una masnada già bella e formata, e che ha, col mezzo delle parentele, il modo di ingrossare e di eternarsi nei figli (V. sopra).

Nel 1821, le comuni di Vrely e di Rosières erano funestate da furti e assassinî, che mostravano una conoscenza del luogo ed una audacia non comune. Il terrore impediva le denuncie; finalmente la giustizia colpiva i colpevoli, che appartenevano tutti ad una famiglia. Nel 1832, vi si ripeterono i furti; ne erano autori i nipoti dei primi arrestati.—Nel 1852 e fino al 1855 si rinnovarono continui assassini nelle stesse comuni. Gli autori n'erano sempre i pronipoti dei primi, che mettevano capo a quei Chretien, Lemaire e Tanre di cui demmo sopra a pag. 191 lo strano albero genealogico.

Questo ci mostra assai bene perché in un dato villaggio troviamo un continuo risorgere e raggrupparsi di delinquenti. Basta colà sia sorvissuta una sola di queste famiglie malvagie perfezionatasi nel male per l'affinità elettiva che i criminali hanno fra loro (v. s.), per corrompere, in breve, tutto il paese; ed ecco giustificata, fino ad un certo punto, la barbarie degli antichi e dei selvaggi, che punivano, insieme ai colpevoli, anche gli innocenti loro congiunti.

Altre cause.—I delinquenti si associano, spesso, per necessità, per poter reagire alla forza armata, o per sottrarsi alle indagini poliziesche, portandosi in punti lontani dal loro soggiorno, benchè siasi notata costante, in quasi tutti i malfattori associati, la tendenza a compiere le loro gesta intorno alla zona del proprio paese.

Si associano, anche, per completarsi a vicenda nelle speciali attitudini, come Lacenaire che era vile, con Avril feroce e sanguinario; e Maino e La Gala che erano coraggiosi, ma ignoranti, con Ferraris e Davanzo che sapevan di lettere.—La maggior parte essendo vigliacchi, cercano nel compagno quel coraggio che manca loro naturalmente.

Si aggiunga, che per molti il delitto è una specie di partita di piacere, che mal si può godere da soli.

Alle volte l'associazione ha origine da un puro accidente: p. es., Teppas uscendo dalle carceri, si dà a svaligiare un ubbriaco; ma appena iniziata l'impresa, si sente chiamare da Faurier, che vuol dividere il bottino;—da quel momento nacque la banda Teppas.

I più piccoli accidenti, dice Mayhew, sono cause del formarsi delle bande di ladruncoli in Londra; p. es., il trovarsi nello stesso quartiere, nella stessa contrada, il portare il medesimo nome; l'essersi incontrati, all'uscir dalle carceri.

L'abate Spagliardi ben giustamente fa avvertire, che precipua causa dei malandrinaggi lombardi sono i ritrovi dei monelli in dati siti; p. es., in Milano, in piazza Castello, all'Incoronata, ritrovi spensieratamente tollerati come innocui dalla polizia; ed ecco un'altra delle cause per cui la camorra domina solo in Napoli e cessa fuor delle sue porte.

CAPITOLO XVIII.

Cause di delitti politici.

Abbiamo visto che il delitto politico è una specie di reato per passione che intanto è dannoso e punibile in quanto porta offesa al sentimento della conservazione, all'odio del novo, proprio della razza umana, specialmente nella religione e nella politica[181]. E abbiam visto che qui i giovani pigliano una parte maggiore (V. vol. II) ed i popoli più intelligenti e più colti, ed abitanti dei paesi caldi.

Orografia.—E grande vi è l'azione orografica. Si può dire che i principali conati per la libertà e le ultime resistenze alla servitù si notarono sempre fra gli abitanti delle montagne; tali i Sanniti, i Marsi, i Liguri, i Cantabri, i Bruzzi contro i Romani; gli Asturii contro i Goti ed i Saraceni; gli Albanesi, i Transilvani, i Drusi, i Maroniti, i Mainotti[182] contro i Turchi; i Tlascalisi ed i Chileni nelle Americhe; i montanari di Schwitz-Uri ed Unterwald contro l'Austria e la Borgogna. Così nelle Cevenne in Francia ed in Valtellina e Pinerolo da noi, malgrado le dragonnades ed i supplizi dell'Inquisizione, sorsero i primi conati a favore della libertà religiosa.

Così avvenne più recentemente dei popoli del Caucaso.

In Inghilterra, nella regione montuosa del paese di Galles, fu difficile stabilire la dominazione d'un solo capo e più ancora il far riconoscere quella del potere centrale.

Secondo Plutarco, Atene dopo la sedizione di Cimone si divise in tre partiti corrispondenti alla varia configurazione geografica del paese: gli abitanti della montagna volevano ad ogni costo il Governo popolare, quelli della pianura chiedevano un Governo oligarchico, e coloro che abitavano presso il mare stavano per un Governo misto.

Luoghi concentrici.—Nei punti ove convergono le valli, e perciò si agglomerano le popolazioni per i loro bisogni morali, politici e industriali, queste son più novatrici e ribelli.

La Polonia, forse, dovette la precocità della sua civiltà e delle sue rivolte, come poi le sue sventure, alla sua posizione di cuneo o di ponte fra gli Slavi, i Tedeschi ed i Bizantini.

I dipartimenti di Francia lungo i grandi fiumi, Senna, Rodano, Loira, o con grandi porti, diedero, indipendentemente da altre cause, il maggior numero di voti rivoluzionari[183].

Densità.—Altrettanto si dica della maggior densità demografica e della maggiore attività industriale che sono in rapporto al maggior spirito ribelle ed evolutivo, mentre le popolazioni agricole e a minima densità sono più spesso le più conservatrici[184].

Salubrità e genialità.—E la salubrità e fertilità della terra hanno pure una forte influenza, come ho dimostrato con lunghe serie di cifre, fra noi, e moltissimo vi può la genialità maggiore, per cui Firenze, Atene e Ginevra furono le più geniali e le più ribelli; e i genii e le rivoluzioni fioriscono nelle Romagne e nella Liguria, che sono fra le terre più salubri d'Italia[185].

In Francia si mostra il parallelismo ancor più chiaro, essendovi—in 75 su 86 dipartimenti—contemporaneo predominio del genio e dell'alta statura e dei partiti antimonarchici[186].

Razze.—E molto vi può l'influenza etnica. Dallo studio delle votazioni e delle rivoluzioni di Francia io ho potuto dimostrare che i dipartimenti con prevalente razza Ligure o Gallica diedero il massimo dei ribelli, mentre quelli con razza Iberica e Cimbrica ne diedero il minimo. E v'hanno paeselli e città, come Arluno, Livorno,—con notoria costante tendenza ribelle[187].

L'indole ribelle degli antichi Romagnoli (Romagna tua non fu mai senza guerra), l'origine e la storia dei Livornesi e dei Liguri Apuani ci può giovare a spiegarci il divamparvi anche ora così spesso dell'anarchia e della ribellione[188].

Innesti.—Un'azione etnica più chiara si sorprende nell'innesto reciproco di razze, che può farle divenire tutte più rivoluzionarie, più progressive: è un fenomeno che si collega a quello scoperto nel mondo vegetale da Darwin, secondo cui la fertilizzazione anche nelle piante ermafrodite deve essere incrociata; e colla legge di Romanes, secondo cui prima causa delle evoluzioni sarebbe la variazione indipendente.

Ne abbiamo un esempio negli Jonii, che pur essendo affini ai Dori, furono rivoluzionari e diedero i maggiori genii (Atene), certo anche perchè, precocemente mescolati coi Lidii e coi Persiani nelle colonie dell'Asia minore e nelle isole loro, subirono un doppio incrociamento—di razza e di clima.

L'innesto colla razza Germanica, reso più potente perchè in istato nascente, spiega il fenomeno della coltura della Polonia venuta in breve tempo gigante in mezzo agli altri Slavi ancora rozzi, e quando non erano molto civili quegli stessi Tedeschi che le importarono i primi semi di civiltà[189], e ci dà in parte la ragione delle sue continue ribellioni successe.

L'innesto climatico ed etnico degli indigeni coi coloni Europei nelle Repubbliche spagnuole fa che esse siano molto più attive nei commerci e perfino negli studi;—e più ribelli. La Spagna non conta un Ramos-Mejas, nè un Roca, nè un Mitré.

Ed è senza dubbio alla mistione di sangue tedesco che si deve la strana frequenza nella Franca Contea, negli ultimi tempi, dei più grandi rivoluzionari scientifici (Nodier, Fourrier, Proudhoe, Cuvier)[190].

In Sicilia vi ha maggior tendenza evolutiva e ribelle che nel Napoletano, perchè il sangue vi è più misto; e ciò si nota specialmente in Palermo, dove la mescolanza di sangue normanno e saraceno fu più intensa.

Cattivi governi.—Un Governo, in cui il benessere pubblico sia negletto e gli onesti perseguitati, è causa di rivolte e di rivoluzioni. Le persecuzioni vi mutano le idee in sentimento (Machiavelli).

Beniamino Franklin, alla vigilia della Rivoluzione americana, in un opuscolo intitolato: Regole per fare di un grande impero uno piccolo, così riassume le cause di mal governo che, infatti, trascinarono poi il suo paese alla rivolta:

«Volete voi, scriveva rivolgendosi alla metropoli, irritare le vostre colonie e spingerle alla ribellione? Ecco un mezzo infallibile: Supponetele sempre disposte alla rivolta e trattatele di conseguenza: ponete presso di loro dei soldati che, per la loro insolenza, provochino alla rivolta e la reprimano con delle palle e delle baionette».

In un paese, in cui le riforme politiche vanno di pari passo colle aspirazioni del popolo, le sommosse sono poche o nulle, come lo prova l'Italia, in cui, per quanto imperfetto, pure il regime attuale segna un indiscutibile progresso sugli anteriori, quantunque il desiderio della unificazione politica e legislativa, soverchiamente spinto, non tenga nel dovuto calcolo le differenze di clima e di costumi delle varie regioni[191].

In Francia un regime adatto per le classi colte, ma non per le infime, come quello degli Orléans, moltiplicò le rivolte ed i reati politici; che scomparvero invece sotto il Governo cesareo-democratico di Napoleone III, che più confortava le plebi col fasto e col tentativo di riforme sociali. Ciò appare dalla statistica degli accusati e delle accuse in cause politiche dal 1826 al 1880 (compresi i reati di stampa), dalla quale si rileva, infatti, come il periodo napoleonico (1851-1870) corrisponda al minimo dei processi politici:

In contradditorio Contumaci Medie annuali Cause Cause 1826-30 13 284 1831-35 90 406 1836-40 13 63 1841-45 4 41 1846-50 9 271 1851-55 4 — 1856-60 1 — 1861-65 1 — 1866-70 1 — 1871-75 10 64 1876-80 — 6 ——— ———— 146 1185

La lotta per la supremazia fra le varie classi sociali è un effetto di quell'ineguaglianza, che Aristotile chiama fonte di tutte le rivoluzioni[192]. «Da una parte, egli scrive, vi sono coloro che vogliono l'eguaglianza e che insorgono, se credono di aver meno degli altri, anche se sono eguali a coloro che hanno di più: dall'altra parte coloro che aspirano al potere, si sollevano, se essendo ineguali, pensano che non vi ha giusta ragione dell'ineguaglianza».

Basta che una classe dominante abusi del potere perchè susciti la reazione; e già Aristotile ebbe a dire (Politicon, VIII) che: «da qualunque lato penda un governo, esso degenera sempre, per l'esagerarsi dei principi su cui è fondato».

In Francia la Rivoluzione dell'89 che sembrava dovesse spegnere il principio monarchico nel sangue d'un re, degenerata in anarchia, preparò l'Impero, che risorse di nuovo dopo i torbidi anarchici della Repubblica del 1849. Le torture che infliggevano Demofilo e sua moglie ai loro servi furono (insieme alle abitudini di un autorizzato brigantaggio) causa della grande rivolta dei servi in Sicilia.

Prevalenza esclusiva di una classe. Preti.—Indipendentemente da ogni forma di governo, il solo prevalere di una classe, di una casta sull'altra, fu sempre pericoloso, arrestando lo svolgimento organico di un paese e predisponendolo per questo prima all'atrofia, poi all'anarchia, con un processo opposto, ma egualmente fatale, delle violente rivolte.

Così la preponderanza del clero in Spagna, in Iscozia, da noi nello Stato Pontificio e nel Napoletano, ritardò lungamente quei paesi sulla via del progresso e li spinse a rivolte.

Così la tirannia dei patrizi a Roma, per quanto sconfitta, condusse prima a Saturnino, a Catilina, poi alla dittatura di Cesare; e questa produsse a sua volta il tentativo di Bruto, che fallì al suo scopo, perchè gli Imperatori incarnavano una giusta reazione delle classi umili contro le oligarchiche.

E non di rado gli oligarchi, come a Cnido, rivaleggiando fra loro, per il potere ristretto a troppo pochi, lasciarono il varco al popolo che li abbatte. Questa volta sono essi stessi che si fan demagoghi, per vincere i compagni (Aristotile, o. c.).

Nel medio Evo, a Firenze, la tirannia dei nobili preparò il trionfo dei popolani grassi: e gli abusi di questi provocarono, a loro volta, la chiamata del Duca d'Atene, il quale per quanto poi cercasse di reprimere le prepotenze, finì coll'inimicarsi anche la plebe, che lo cacciò.

Classi equilibrate.—Dove invece le classi sociali e i poteri che ne derivano, si equilibrano, la libertà si mantiene e le rivoluzioni si fanno rarissime: così la durata di Sparta secondo Aristotile derivò dall'equa distribuzione dei poteri tra le classi alte, rappresentate dal Senato, le basse dalla Eforia che si eleggeva per suffragio, ad alta voce, nelle piazze, ed i re, le cui attribuzioni erano limitate e che per essere in due, e quindi facilmente discordi, raramente potevano divenire tiranni.

Partiti e sêtte.—I partiti e le sêtte, a volta utili nella lotta dei deboli contro i forti, furono spesso, come li chiama il Coco, mezzi di corruzione dell'uomo che a sua volta corrompe la nazione.

Se ne può trovare evidente conferma nello spettacolo che offrirono i nostri Comuni medioevali e specialmente Firenze, in cui l'intolleranza e l'esagerazione dei partiti portarono, secondo il Perreus[193], il completo esaurimento politico ed intellettuale.

Peggio è poi quando i partiti cadono nell'esagerazione: lo prova il Sarmiento per la Repubblica Argentina, dove alla reazione di Rosas contribuirono appunto le esagerazioni degli Unitari di Buenos-Ayres, costituito da veri tipi di utopisti rivoluzionari ideologici come i nostri Mazziniani, che procedevano diritti col capo alto, senza deviare mai, adoperando sempre certe loro frasi sdegnose; alla vigilia di una battaglia si occupavano di un regolamento, di una formula, di una frase pomposa: impossibile trovare uomini più ragionanti, più intraprendenti e più... privi di senso pratico[194].

Quanto più progredirono i partiti nell'influenza politica, scemò invece collo sviluppo della libertà l'importanza delle sêtte, che erano appunto frutto dell'oppressione, perchè, come ben scrisse il Coco, la persecuzione muta le idee in sentimenti e questi in sêtte; per questa stessa loro origine, forse, la civiltà moderna va loro debitrice di non pochi servigi e riforme nel campo politico: basti ricordare i Carbonari in Italia, i Cartisti in Irlanda, le Eterie in Grecia e gli stessi Nichilisti in Russia, per quanto i loro ideali non sembrino corrispondere ai desideri della gran maggioranza della Russia attuale, di cui si può dire, come dell'antica scrive lo Stepniaek, che Czar e Dio siano fusi insieme nell'idea popolare[195].

Da noi la Mano fraterna in Girgenti, scoperta nel 1883, era, in origine, una specie di società di mutuo soccorso nelle infermità, nelle morti. Ma subito degenerò. Alcuni doveri davan luogo ad alcuni delitti. Tutti dovevano farsi rispettare per onore del corpo, proteggere le donne, vendicare le offese dei compagni come fatte a loro, cooperare per salvarli, se imputati; però finirono con l'assassinio, che si ordinava ed eseguiva, come fra cacciatori l'inseguimento e la morte di una lepre: e con l'intimidamento sui giurati, sugli emuli ai pubblici incanti. Sicchè gli onesti si dovevano affigliare e pagare altri criminali per difendersene[196].

In Irlanda la Lega agraria, di cui è noto l'alto ed onesto patriottismo nella lotta a favore della libertà politica ed economica di quel paese, vide non è guari sorgersi al fianco la setta degli Invincibili, composta di non più che duecento individui, ma che si affermò ben presto con ogni sorta di delitti, cosidetti agrari.

Imitazione.—Noi vedemmo la criminalità, la pazzia, l'allucinazione farsi epidemiche per vera imitazione nelle plebi sommosse, ed essere da questo lato l'imitazione una causa e un fattore potente della rivolta.—Ciò può vedersi in grande scala fra i popoli, per modo da sembrare una epidemia rivoluzionaria; avvenne così, secondo il Ferrari[197] nel periodo dal 1378 al 1494, in cui le plebi europee imitarono le moltitudini italiane rivoltate contro gli antichi signori a Roma con Cola, a Genova con Adorno, Doge plebeo, a Firenze coi Ciompi, a Palermo con Alessi, a Napoli coi Lazzari.

E si ebbero, in quel periodo quasi contemporaneamente, l'insurrezione in Boemia degli Ussiti contro i Lussemburgo; le rivolte degli operai e dei contadini delle città libere di Germania (Worms, Hall, Lubecca, Aquisgrana), il rifiuto dei borghesi di Gand di pagare le imposte, la guerra d'indipendenza della Svizzera, le insurrezioni dei paesani Svedesi con Inglebert, dei Croati con Harvat, e in Inghilterra il movimento religioso iniziato da Viclef.

Gli uomini del 93 imitarono, o meglio scimmieggiarono gli eroi di Plutarco (Buckle), come i Napoleonidi imitarono i Cesari.

Tutti quasi i dipartimenti nell '89 in Francia imitarono le stragi settembristiche di Parigi, e più tardi quelle del terrore Bianco.

E Aristotile nota come causa di rivolta la vicinanza di paesi governati diversamente. La vicinanza dell'oligarchica Sparta facea spesso cadere la democrazia di Atene e viceversa.

Ideali epidemici.—E vi influisce il dominare quasi epidemico di certi ideali: una volta era l'ideale monarchico—la gloria del proprio re; poi la sovranità popolare (1789); poi il principio della nazionalità; ora il miglioramento nelle condizioni economiche: non già che veramente esse siano peggiori di quelle dei nostri padri; le carestie, anzi, che mietevano a milioni le vittime, ora non ne mietono che poche centinaia, e le nostre operaie han più camicie delle più superbe castellane antiche. Ma sono aumentati in isproporzione ai guadagni i bisogni e la repugnanza contro il modo di soddisfarli: la carità conventuale, monastica, è ancora il modo più esteso che ci si offra a medicare le troppe miserie, nè essa appaga tanto le prime necessità, quanto irrita la naturale alterigia dell'uomo moderno; quanto alla cooperazione, essa ha una zona di azione troppo limitata: anzi, nelle campagne nostre manca quasi affatto.

Tradizione storica.—Ogni rivoluzione, lasciò scritto Machiavelli, lascia un addentellato per un'altra; si videro, infatti, certe rivoluzioni riprodurre le forme di altre, succedute in epoche anche remotissime: come il Tribunato, che dopo tanti secoli rivisse in Roma con Cola e Baroncelli, e ultimamente con Ciceruacchio e Coccapieller, malgrado tanta diversità di istituzioni e di individui.

Le tendenze rivoluzionarie della Romagna si connettono colla loro storia medioevale:

«Romagna tua non è nè sarà mai «Senza guerra nel cuor dei tuoi tiranni». (DANTE).

Egualmente la Comune di Parigi si atteggiò all'89: e questo alle Jacqueries, mentre l'Assemblea nazionale di Parigi si foggiava sulle Assemblee provinciali di Francia; si può dire che a Parigi le barricate sieno divenute quasi una decennale abitudine, come già in Spagna le rivoluzioni militari, in Russia l'uccisione degli czar, in Macedonia ed in Grecia il brigantaggio, ecc.

Un'ultima prova di questa influenza delle tradizioni è che le rivoluzioni, le quali non sappiano mantenere le tradizioni in onore, periscono; e quanto maggiore è la diversità tra la forma del Governo abbattuto e quella del nuovo, più instabile è l'adesione del popolo.

Miglior fine ebbero perciò le rivoluzioni i cui autori si attaccavano ad un diritto anteriore, come Bruto 1 che conservò alla plebe il suo re sotto il nome di re sacrificulo, come i Cesari che conservarono i tribuni, il Senato ed anzi la stessa forma repubblicana assumendo solo il nome di generali: e gl'Inglesi, che colla Magna Charta s'attennero al diritto anteriore, come da noi i Guelfi, che pur rappresentando la plebe, per conservare il potere, scelsero il capitano del popolo fra i nobili, come già avevano fatto i Ghibellini per il loro podestà.

Ciò non isfuggì all'acuta mente del Segretario Fiorentino, che lasciò scritto: «Chi vuol riformare uno Stato libero ritenga l'ombra dei modi antichi, perchè alterando le cose nuove, le menti degli uomini si devono ingegnare che quelle alterazioni ritengano dell'antico più che sia possibile».

Riforme politiche inadatte.—Solo uomini ignoranti della natura umana, od eccessivamente prepotenti, possono decretare misure non rispondenti alle condizioni del momento, distruggendo istituzioni antiche per sostituirvene delle nuove, non perchè siano richieste, ma perchè le videro applicate da altri ed in altri organismi sociali. In tal modo destano il malumore che porta ogni riforma, e non addentellando il nuovo col vecchio, creano un vero equilibrio instabile, la cui risultante è il disperdimento delle forze dello Stato, e quindi un continuo rinnovarsi di rivoluzioni. Così avvenne delle riforme di Arnaldo e di Savonarola; così di Cola da Rienzi, che voleva tentare in Italia una riforma politica quale soltanto Cavour potè attuare e non completamente; ed altrettanto successe in Francia di Marcel, che tentava di fondare una federazione repubblicana, quando forse non era possibile neppure una costituzione: e di introdurvi (ciò ch'era un sogno in quel tempo) la tassa proporzionale, l'unità sociale ed amministrativa, i diritti politici estesi come i civili, l'autorità nazionale sostituita alla regia, e Parigi a capo di tutta la Francia[198].

Voler tutto riformare è voler tutto distruggere, scrive il Coco a proposito della Rivoluzione napoletana del 1799.

In Ispagna Carlo III potè, col prestigio dell'ingegno e dell'autorità, reprimere il clero e migliorare le condizioni del paese; ma oltrechè il popolo unanime richiese in piazza il ristabilimento dei gesuiti, appena caduto lui, tutte le riforme cessarono senza lasciare un rimpianto, perchè non erano mature. Nel 1812, nel 1820 e nel 1836, vi furono pur colà al Governo dei riformatori ardenti, ma caddero perchè non erano in corrispondenza coi sentimenti del popolo: nel 1814 e nel 1823, scrive Walton[199], l'indignazione pubblica cacciò le Cortes (liberali). Quin racconta che dovunque passava il re, la folla gittava insulti ai liberali, alla Costituzione ed alle Cortes[200].

Religione.—Le religioni, nei paesi asiatici, africani, non solo si mescolarono colla politica, ma ne furono la sola politica, qualche volta rivoluzionaria, più spesso reazionaria, com'è nell'indole stessa della religione.

Nell'India, Nanak (1469) facendo miracoli, fondò la religione dei Sikhs (Vinson, Les religione actuelles, 1888), che aveva per base l'unità di Dio, l'abrogazione delle caste, suprema gioia il Nirvana: ebbe pochi proseliti; ma i Sikhs, sotto uno de' suoi successori, Hagovind, presero le armi contro il fanatismo musulmano e così più tardi sotto Banda: furono ancora vinti; ma quando avvenne la rivolta dei Maratti ripresero forza e si costituirono in una specie di repubblica e toccano ora quasi a due milioni.

Maometto fece cessare il feticismo, conquistò l'Arabia, e benchè ignorante egli stesso (si potrebbe sfidare chiunque a trovare un senso in quasi tutte le surate del suo Corano), pure diede luogo a una rivoluzione fin nel campo scientifico, poichè dal 750 al 1250, sempre col lo scopo, o, meglio, colla scusa di spiegare il Corano, si tradussero dagli Arabi i Greci, si fecero immense raccolte lessicografiche, che si propagarono in Europa.

E quasi per suggellare un'altra volta il parallelismo della religione colla politica, la Convenzione decretò l'adorazione dell'Essere Supremo, organizzò le Cene: e la plebaglia si mise a capo la pazza Caterina Théot, la madre di Dio, che aveva già prima predicato l'immortalità del corpo e che pretendeva—a 70 anni—dover fra poco ringiovanire: la Convenzione favorì la società dei Teofilantropi, che occuparono Nôtre-Dame, divenuto il tempio della Ragione, S. Rocco quello del Genio, dove sugli altari si cantavano dei versi sentimentali dei classici, si ponevano frutta e fiori, e si celebravano, in quattro feste, Socrate, S. Vincenzo, Rousseau, Washington (Vinson, p. 127).

Nei tempi antichi la controrivoluzione di Geroboamo successe al governo di Salomone, perchè questi, rivoluzionario almeno nell'arte e nell'industria, aveva avanzato di parecchi secoli le inclinazioni popolari[201].

Così la reazione si manifestò ogniqualvolta si volle andar contro gli usi ed anche contro le superstizioni di un paese: ad esempio, una delle cause della ribellione degli Annamiti contro i Francesi fu attribuita al mal uso che fanno gli Europei delle vecchie carte scritte, venerate così fra coloro, che vi sono delle società colla speciale missione di raccoglierle e tenerle in onore, probabilmente perchè si credono investite di un potere magico (Revue politique, 1888).

Tutte le rivolte dell'India contro l'Inghilterra furono occasionate da violazioni dei costumi e della religione del popolo: così la rivolta dei Cipays del 1857, non fu provocata tanto dall'occupazione violenta, da parte della Compagnia delle Indie, del regno d'Auda, quanto dalle predicazioni dei ministri protestanti e dai loro eccessivi tentativi di proselitismo, che aizzarono contro l'Inghilterra i bramini e i mussulmani; nonchè dall'obbligo fatto ai Cipays (o meglio dalla voce còrsane) di servirsi delle cartuccie unte con grasso di porco. Nell'Africa la rivoluzione reazionaria è opera dell'ordine dei Senussi, una specie di gesuiti mussulmani, il cui primo scopo è di far rivivere la purezza dei costumi antichi, il secondo di stabilire sotto una forma nuova l'autorità canonica.

Ed anche oggidì vediamo le sêtte religiose in Russia che, secondo recenti calcoli[202] raggiungerebbero l'enorme cifra di 13 milioni di credenti, concludere alla negazione assoluta dello Stato, della società e della famiglia—un vero ritorno adamitico.

Influenze economiche.—L'influenza delle cause economiche fu dimostrata dal Loria[203] con prove incontestabili in molti dei più grandi moti rivoluzionari degli ultimi secoli.

Le lotte di classi in Inghilterra scoppiarono quando la nobiltà cominciò a votar leggi che favorivano la proprietà fondiaria, danneggiando le industrie; fu allora che la borghesia si strinse attorno ad Elisabetta, e prima trionfò con essa contro i nobili aggruppati intorno a Maria Stuarda; poi con Cromwell e finalmente elevando al trono Guglielmo d'Orange.

Similmente avvenne in Germania nel XVI secolo, dove la nobiltà, rappresentata dai principi elettori, avendo esclusivamente nelle mani il potere politico, potè emanare delle leggi ostili al capitale ed al commercio, imponendo dei dazi sulle importazioni ed esportazioni.

Anche in Italia le contese dei Guelfi e Ghibellini mascheravano (almeno secondo Loria) la lotta fra la proprietà mobile e la fondiaria, rappresentate dagli industriali e dai feudatari[204].

A sua volta in Francia fu la borghesia, che vistasi per lungo tempo impotente contro la Corona e la nobiltà e per di più esclusa dall'Assemblea Nazionale, eccitò il popolo alla rivolta, sconfiggendo al suo fianco le Corti e l'aristocrazia.

Anche l'odierno nichilismo, secondo il Roscher, sarebbe originato dal conflitto tra la proprietà mobile e quella fondiaria e specialmente dal favore accordato dalle classi commercianti e dai piccoli proprietari al riscatto dei coloni, a svantaggio della nobiltà, che reagì alleandosi con tutti i diseredati e tutti i nemici della borghesia (Loria).

Tschen notò che la prosperità della China è legata e deriva dalla diffusione dei canali d'acqua che la fertilizzano, e ogni imperatore che trascurò i canali decadde e fu sostituito (Revue scient., 1889).

Imposte e alterazioni delle monete.—Non di rado poi sono gli stessi governi, che colla sconoscenza delle leggi economiche, aggravando lo squilibrio già esistente provocano le rivolte, come in Francia, dove una delle cause della rivoluzione del 1860 fu l'essersi sotto i Valois mutato 26 volte in un anno il valore dell'oro; e in Sicilia, dove ai Vespri, secondo l'Amari, non fu estraneo il malcontento portato dagli abusi del Governo nell'alterare il valore della moneta (Loria).

Nel 1531 a Parigi il dazio sui legumi originò la spaventosa sommossa dei Mallottins.

Nel 1548, i villici si ribellano in numero di circa 50 mila, si rifiutano al pagamento dell'imposta sul sale. I Commissari ed i Regi delegati non sono risparmiati più che i signori ed i vescovi medesimi. Ma De-Moneins tradisce e vende gli insorti, i quali finiscono coll'essere sterminati a Bordeaux.

Nel 1638 le milizie di Luigi XIII e gli esattori di Richelieu, sguinzagliati nelle campagne, diedero luogo alla sommossa e all'eccidio dei Va-nuds-pieds.

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