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Gli eretici d'Italia, vol. II (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Cantù, Cesare · Public domain text

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Gli eretici d'Italia, vol. II (part 3 of 3)

Lo stesso Menghi riferisce che, quando i signori Veneziani mossero guerra al duca di Ferrara, trovandosi Alfonso d'Aragona duca di Calabria in Milano con molti illustri signori, tennero lungo ragionamento intorno agli spiriti, ove diversamente fu da quei signori parlato e discorso, recitando ciascheduno le loro opinioni; il duca asserì «esser cosa verissima e non finzione umana quello che si parla di questi demonj, e narrò che un giorno a Carrone di Calabria, gli fu narrato d'una donna vessata da spiriti immondi. Egli se la fece condurre, ma niente rispondeva nè movevasi come se fosse senza spirito. Il principe, ricordandosi d'una crocetta che con certe reliquie portava al collo, datagli da Giovanni da Capistrano, che fu poi santo, secretamente la legò al braccio della spiritata; la quale subito cominciò a gridare e torcere la bocca e gli occhi. Domandata del perchè, rispose, dovesse levarle dal braccio quella crocetta perchè (diss'ella) ivi è del legno della croce consacrata, dell'agnus benedetto, e una croce di cera del mio grandissimo nemico». Levate queste cose, ridivenne come morta. La notte seguente andando esso principe a dormire, incominciò udire fortissimi strepiti nel palazzo e nella propria camera, di maniera che, chiamati alcuni servitori per sicurezza, vegliò fino a giorno; allora si fece menare davanti la donna, la quale sorridendo interrogò il duca s'egli avesse avuto spavento la notte passata: e riprendendola egli come spirito infernale nojoso ai mortali, e addimandandole: «Ove eri tu nascosto?» rispose lo spirito: «Nella sommità dello sparaviero che circonda il tuo letto; e se non fossero stati quei cosi sacri che porti al collo, con le mie mani io ti levavo di peso, e ti gettavo fuori del letto. Anzi ti saprò narrare tutto quello che jeri ragionasti coll'ambasciatore de' Veneziani, perchè il tutto ho udito e saputo». E così fece; di maniera che quel signore d'indi in poi restò persuaso che gli spiriti maligni andassero vagabondi tanto nell'aria, quanto nei corpi umani.

Il Palagio degli incanti, stampato coll'approvazione dell'inquisitore, che lo commenda come «dilettevole per vaga et varia lettione et non meno ferma che recondita dottrina», va zeppo di storielle di demonj, di incubi e succubi, appoggiate ad autori accreditatissimi. Il più romanzesco è d'un giovane che, regnante Ruggero in Sicilia, nuotando una sera in mare, prese pei capelli una figura che gli veniva dietro, credendola uno de' suoi compagni; ma alla riva trovatala una bellissima fanciulla, l'ebbe seco, e ne generò un figlio, e vivea lieto di essa. Se non che ella mai non parlava. Avvertito da un compagno ch'egli erasi menato a casa un fantasma, colla spada minacciò uccidere il bambino se essa non parlava: onde rotto il silenzio, ella gli disse che con questa violenza perdeva un'eccellente moglie, e subito sparve. Il fanciullo dopo alquanti anni trastullavasi in riva al mare, quand'essa lo prese ed affogò.

Il libro è scritto dallo Strozzi Cicogna, al quale don Antonio Lavoriero arciprete di Barbarano, che con la virtù di Dio faceasi obbedienti i diavoli, narrò che un frate Egidio al duca di Ferrara manifestò un tesoro, ma nol si potè mai estrarre perchè gli spiriti rompevano le funi e spegneano i lumi: e che fece da esso don Antonio ascondere una moneta, promettendo trovarla; e presi quattro ramoscelli d'oliva benedetta e incisane la scorza, vi scrisse entro «Emanuel Sabaot Adonai, e un altro nome che non si può rammentare», poi recitò il miserere, e quando fu all'incerta et occulta manifestasti mihi, si sentì trarre verso la porta del giardino, e giunto ov'era sepolta la moneta, le bacchette voltarono la punta in giù, come fossero tirate. Non son i prodigi della raddomanzia, che vedemmo asseriti ai dì nostri?

Lo stesso don Antonio gli narrò che, in Noventa sul Vicentino, a una fanciulla mandavasi un fazzoletto del malato, ed essa il faceva venir grande grande, poi piccolo piccolo; che se tornasse alla dimensione primitiva significava guarigione; se no, morte. Egli le mandò il suo fazzoletto, fingendo fosse d'un'inferma; nè la fanciulla se n'accorse, perchè egli era esorcista; ma visibilmente lo fece ingrandire e impicciolire, poi tornar di misura. Ed altre belle ne raccontò quel don Antonio allo Strozzi[352].

Quelle ubbie antiche meriterebbero soltanto compatimento se fossero rimaste nel campo della speculazione; ma la natura umana ha una terribile inclinazione a tradurre le credenze in fatti. E così avvenne delle streghe, uno dei tanti errori dalla civiltà antica trasmessici, che il medioevo pascolò di leggende, nelle quali si confondeano il misticismo e l'empietà, il tremendo e il buffo. Tale credenza fu repulsata dai legislatori, fin da' rozzissimi Longobardi; e se comminavasi qualche pena, consisteva nel sottoporre le maliarde alla pruova dell'acqua fredda, mandando assolte quelle che non restassero a galla; il che forse era un artifizio per salvarle tutte. Quanto alla Chiesa, adducevasi un canone di papa Dámaso, che fu repudiato poi, per falso, dove sono attribuiti a mera illusione i traslocamenti delle streghe; sicchè alcuni teologi dichiaravano peccato mortale ed eresia il credere ai notturni congressi[353]. Eppure il padre Cóncina, nella vasta sua teologia pubblicata dopo il 1750, accettava i prodigi delle streghe e dei concumbenti come sentenza comune[354].

Sul fine del Quattrocento, secondo Antonio Galateo, credevasi che alcune malefiche ungendosi si trasmutino in animali, e vaghino o piuttosto volino in lontani paesi, menino carole per paludi, s'accoppiino a demonj, entrino ed escano a porte chiuse, uccidano animali[355].

Tale opinione non che cadere, si estese col rinascimento degli studj, e viepiù nel secol d'oro, e frà Bernardo Rategno da Como, nel 1584, dice che le streghe non sussistevano tempore quo compilatum fuit Decretum per dominum Gratianum... Strigiarum secta pullulare cœpit tantummodo a centum quinquaginta annis citra, ut apparet ex processibus Inquisitorum. Gli errori del vulgo appoggiandosi su quelli de' persecutori, e invadendo i persecutori stessi, ne derivò un'orrida congerie di pubblica forsennatezza, che fu un'altra manifestazione della reviviscenza del paganesimo. E si divulgò che le streghe, masche, buonerobe, o con che altro nome si chiamassero, andassero in corso, tenesser congreghe in certi luoghi, come al monte Tonale in Lombardia, al Barco di Ferrara, allo spianato della Mirandola, al monte Paterno di Bologna, al noce di Benevento..., e sotto la presidenza di Erodiade o Diana si dessero a balli e a sozzi amori, trasformandosi in lupi, gatti e altre bestie. Empietà e lascivia formano il fondo di quelle tregende; in onta alla Chiesa vi s'imbandisce lautamente al sabbato; vi si vilipende ciò ch'essa ha di più venerando, le croci, le reliquie, il sacrosanto pane; frati in tonaca e pievani in piviali vi menano carole.

Eravi qualche vecchia di bruttezza insigne, con alcun marchio particolare? guardava stizzosa una società che la guardava beffarda? avea risposto con imprecazioni ad insulti fattile? Bastava per sospettarla strega. Moltissime processate aveano confessato, «Abbiam veduto il diavolo, Siam andate a cavalcione della scopa alla tregenda, Vi conoscemmo il tale e la tale»: come dubitare della loro veridicità? Poi non erano state condannate? e oserebbesi dubitare di cosa giudicata?

Se l'uomo può impetrare dal diavolo le colpevoli gioje che non osa chiedere a Dio; se v'è modo di patteggiare con una potenza estraumana, perchè sol pochi v'avrebbero ricorso! Si venne dunque persuadendosi che molti fossero, e massimamente donne, e formassero tra sè una specie di società secreta, con capi e adunanze, e piaceri carnali, e voluttà di vendette.

L'anzidetto frà Bernardo Rategno, zelante inquisitore, ci lasciò un libro De strigiis[356], dove si scandalizza di chi le revochi in dubitare. Le masche (così egli) fanno congrega principalmente la notte del venerdì, rinnegano in presenza del diavolo la santa fede, il battesimo, la beata Vergine; conculcano la croce, prestano fedeltà al diavolo toccandogli la mano col dosso della loro sinistra, e dandogli alcuna cosa in segno di ligezza. Qualvolta poi tornano al giuoco della buona compagnia, fanno riverenza al diavolo, che assiste in forma umana. Nè vi vanno già per illusione, ma corporalmente e sveglie e in sentimento, a piedi se la posta è vicina, se no sulle spalle al demonio; il quale talvolta le abbandonò a mezzo del cammino, onde si trovarono fuorviate: tutte cose che constano dalle loro spontanee confessioni agli Inquisitori per tutta Italia. Anzi, «a chiuder del tutto le labbra agli avversarj», adduce esempj di se stesso, che istruendo processi in Valtellina, ebbe deposizioni da uomini d'intera fede, i quali veramente le aveano vedute. Ognuno poi a Como sapeva che, un cinquant'anni innanzi, in Mendrisio Lorenzo da Concorezzo podestà e Giovanni da Fossato indussero una strega a menarli al giuoco; essa gli esaudì, e videro le congregate; ma il diavolo accortosi di loro, li fece battere in malo modo[357]. Riducono poi la cosa ad evidenza l'esserne bruciate tante, e l'avervi i papi stessi consentito.

Ed è pur troppo vero che l'Inquisizione gravò sopra i siffatti con legali carneficine, delle quali ingloriavansi gli autori, come di sanguinose battaglie gli eroi.

L'intenzione di far il male era incontestabile, e ben meritavano castigo persone che si valeano dell'efficacia della loro scienza sovra lo spirito di altre ignoranti o paurose. La potenza delle streghe derivava da patti col demonio: era dunque un'empietà, e la Chiesa dovea punirla, come prendeva a curare quelli che il diavolo invadeva, o che erano involontarj stromenti di esso al male. Ne seguivano poi veri misfatti, che rivoltavano la coscienza pubblica per la bassezza dei mezzi, e ne spaventavano l'immaginazione per l'orrore dei moventi.

Quando nella Germania la proclività al misticismo diffuse il timor delle streghe, Innocenzo VIII nel 1484 le fulminò di severissima bolla, dietro la quale si moltiplicarono e processi e supplizj. Perocchè all'indebolirsi della fede, si dovette invigorire, come sempre succede, la forza coattiva sotto la forma dell'Inquisizione; nei processi eransi assottigliati i legulej; introdotta, benchè riprovata dal diritto canonico, la procedura secreta, colla quale non è chi non possa andar condannato. L'uomo, e più la donna, abbandonati al terrore della solitudine e a processanti incalliti allo spettacolo del dolore, e ponenti gloria e talvolta guadagno nell'accertarli rei, come se ne poteano sottrarre? Non pochi dunque, nella persuasione di dover a ogni modo morire, e che, se anche campassero, rimarrebbero in un obbrobrio peggior della morte, confessavano spontaneamente, e restava convalidata l'opinione delle loro colpe.

I processanti medesimi erano superstiziosi quanto i processati, teneano per norma di far entrare la strega nella stanza a ritroso, onde veder lei prima d'esser da lei veduti: badare ch'essa non li toccasse, «e portare del sale esorcizzato, della palma ed erbe benedette, come ruta ed altre simili»[358]. Un altro insegna che, se il paziente non regge all'odor del solfo, dà indizio di essere indemoniato. Poi lo facevano denudare, radere, purgare, chè mai non avesse sul corpo o dentro alcun malefizio che impedisse di rivelare la verità. E la taciturnità fu sempre il malefizio più valutato nelle vecchie procedure, come è uno de' maggiori inciampi nelle odierne.

Proponevansi talvolta rimedj efficaci, ma non prudenti. Se un vampiro venisse a suggere il sangue, l'autorità faceva bruciare il cadavere, e il male cessava; ce ne assicura lo scettico Montaigne. Ad una signora mantovana che credevasi ammaliata, il medico Marcello Donato dispose che tra gli escrementi si facessero comparire chiodi, piume, aghi: ella, credendo averli cacciati di corpo, sanò; sì; ma dunque il fatto era vero; la donna avea visto quegli oggetti, nè potea più dubitarne, e la persuasione sua trasfondeva in tutti i suoi conoscenti, e questi ai loro.

Ogni codice sancì pene contro le stregherie. Già il famoso giureconsulto Bartolo consigliava al vescovo di Novara di far morire a lento fuoco una, imputata d'aver adorato il diavolo e con sortilegi mandato a morte dei fanciulli[359]. Una legge veneziana del 1410 proibisce severamente le malie; gli schiavi che, interrogati in proposito, si ostinassero al silenzio erano minacciati di tortura. Lo statuto di Mantova, che durò quanto la dominazione dei Gonzaghi, cioè fino al 1708, impone che i malefici, incantatori, fatucchieri, e chiunque fa incantagione, o dà pozioni per sottoporre il cuore altrui, e trarre all'amore o ad altro fine pernicioso, in modo che uomo o donna sia rimasta malefiziata, e condotta all'insania o a malattia e morte, sieno bruciati; se nessun effetto ne seguì, vadano alla frusta e al taglio della lingua, ed espulsi dal territorio: chi ha l'abitudine di tali atti in secreto o in pubblico, sia arso: possa chiunque denunziarli, e si creda a chi con un testimonio di buona fama giuri d'aver visto, o con quattro testimonj giuri che tal è la pubblica voce. Si eccettua chi faccia tali incantagioni all'intento di guarire. Non avrei che a cercare per moltiplicar gli esempj di simili leggi.

In Italia quest'errore era comune, e nella diocesi di Como Bartolomeo Spina asserisce che oltre mille in un anno se ne processavano, e più di cento bruciavansi[360].

Dinanzi a tanto numero di processi e di vittime, l'uomo è preso da un terribile sgomento della propria ragione, interrogandosi se tutto fu menzogna o delirio; tutto invenzione di tribunali, invasi da quella sete di sangue, che non di rado si scambia per sete di giustizia.

Non pochi ai dì nostri si persuadono della potenza di alcuni a produrre in altri il sonno magnetico e il sonnambulismo. Sappiam noi se quest'arte non si conoscesse anche allora? Certo negli incantesimi entravano quelle che ancora chiamansi erbe delle streghe o magiche, e son generalmente solanacee e narcotiche: e il Porta e il Cardano indicano l'oppio, il giusquiamo, la belladonna, la datura, lo stramonio, il laudano, la mandragora. Inzavardati che si fossero con estratti di tal qualità, nella comatica estasi vedeano diavoli, tregende, altre immagini, abituali ne' discorsi e nelle fantasie d'allora: figuravansi trasportati, e soffrire, e godere realmente. Anche dissipato il sogno, poteano rimaner persuasi fosse stato reale, attesa la credenza comune; tanto che il ripeteano, e ne convincevano se stessi; e il confessavano quando o l'astuzia d'un processante o lo spavento della tortura ne turbasse la mente.

Il Bodino, giureconsulto di prima schiera, il cui libro de Republica anticipava i concetti del Montesquieu, fece una Dæmonomania dove annovera i delitti de' maghi, cioè: 1º rinegano Dio, 2º lo bestemmiano, 3º adorano il diavolo, 4º gli dedicano i figliuoli, 5º glieli sacrificano, 6º li consacrano al demonio fin dall'alvo materno; 7º promettono allettar al suo servizio quanti più potranno; 8º giurano nel nome del diavolo e se ne gloriano, 9º commettono incesti e nefandità, 10º uccidono, cuociono, mangiano persone, 11º e principalmente cadaveri, massime d'impiccati, 12º fan morire mediante veleni o sortilegi, 13º fan perire le bestie, 14º e così le frutte e i cereali, 15º si copulano carnalmente col diavolo.

Non cerchiamo se fosser veri questi delitti; erano creduti, ed esso Bodino s'avventa contro quelli che negano le streghe, principalmente il Viero; e se nel confutarli s'irrita oltre misura, egli ne chiede scusa perchè è impossibile, a chi per poco sia tocco dall'onor di Dio, l'udir tali bestemmie senza incollerirsi.

I fatti dunque sussistevano; erano fuor del naturale; le cause venivano esibite dalla scienza e dalle opinioni del tempo; l'autorità, interprete della pubblica opinione, doveva cercare ed esaminar questi accusati; l'esame si facea secondo la giurisprudenza d'allora; e il castigo era, non dico giusto, ma legale.

E che perfettamente legali fossero reputati i processi dell'Inquisizione, n'è pruova l'averne stampato i codici, gli arsenali, le pratiche, anzichè tenerli arcani; e del resto qual necessità di nasconderli, poichè procedevano non altrimenti che tutti i tribunali, tutti i giudizj?

Eliseo Masini[361] parlando di maghi, streghe e incantatori, contro cui deve procedere il Sant'Uffizio, dice: «Perchè simili sorta di persone abbondano in molti luoghi d'Italia ed anche fuori, tanto più conviene essere diligente; e perciò s'ha da sapere, che a questo capo si riducono tutti quelli che hanno fatto patto, o implicitamente o esplicitamente, o per sè o per altri col demonio;

«Quelli che tengono costretti (com'essi pretendono) demonj in anelli, specchi, medaglie, ampolle o in altre cose;

«Quelli che se gli sono dati in anima ed in corpo, apostatando dalla santa fede cattolica, e che hanno giurato d'esser suoi, o glien'hanno fatto scritto, anco col proprio sangue;

«Quelli che vanno al ballo, o (come si suol dire) in striozzo;

«Quelli che malefiziano creature ragionevoli o irragionevoli, sagrificandole al demonio;

«Quelli che l'adorano, o esplicitamente o implicitamente, offerendogli sale, pane, allume o altre cose;

«Quelli che l'invocano, domandandogli grazie, inginocchiandosi, accendendo candele o altri lumi, chiamandolo angelo santo, angelo bianco, angelo negro, per la sua santità, e parole simili;

«Quelli che gli domandano cose ch'egli non può fare, come sforzare la volontà umana, o saper cose future dipendenti dal nostro libero arbitrio;

«Quelli che in questi atti diabolici si servono di cose sacre, come sacramenti, o forma e materia loro, e cose sacramentali e benedette, e di parole della divina scrittura;

«Quelli che mettono sopra altari, dove s'ha da celebrare, fave, carta vergine, calamita o altre cose, acciocchè sopra essi si celebri empiamente la santa messa;

«Quelli che scrivono o dicono orazioni non approvate, anzi riprovate dalla Santa Chiesa, per farsi amare d'amore disonesto, come sono l'orazione di san Daniele, di Santa Maria, di sant'Elena; o che portano addosso caratteri, circoli, triangoli ecc. per essere sicuri dell'armi de' nemici, e per non confessare il vero ne' tormenti, o che tengono scritture di negromanzia, e fanno incanti, ed esercitano astrologia giudiziaria nelle azioni pendenti dalla libera volontà:

«Quelli che fanno (come si dice) martelli, e mettono al fuoco pignattini per dar passione e per impedire l'atto matrimoniale;

«Quelli che gittano le fave, si misurano il braccio con spanne, fanno andare attorno i sedazzi[362], levano la pedica, guardano o si fanno guardare sulle mani per sapere cose future o passate, ed altri simili sortilegi»[363].

Sarebbe troppo bel privilegio dell'errore se non trovasse contraddittori; e ne trovò, per quanto generale, la credenza ne' notturni congressi. Samuele De Cassini tolse a provare che il demonio non trasporta effettivamente queste donne, e solo in esse produce un'estasi, per la quale credono volare o trovarsi fra la moltitudine; ma Giovanni Dadone domenicano sostenne che il volo talora avvenga realmente[364]; e con lui opinano frà Bartolomeo Spina maestro del sacro palazzo[365], frà Silvestro Priero suddetto, e Paolo Grillandi legista fiorentino che dapprima le aveva negate[366], e fino Gianfrancesco Pico della Mirandola[367]. Frà Leandro degli Alberti, vulgarizzando un costui libro, racconta: «Essendosi scoperto l'anno passato qui quel tanto malvagio, scellerato e malefico giuoco della donna, dove è rinnegato, bestemmiato, e beffato Iddio, e ancor conculcata con i piedi la croce santa, dolce refrigerio dei fedeli cristiani e sicuro stendardo, e dove ancor vi sono fatte altre biasimevoli opere contro della nostra santissima fede; il perchè essendo stato integramente investigato e ponderatamente conosciuto, e ancor proceduto giuridicamente dal savio e providente censore ed inquisitore degli eretici, furono da lui consegnati al giudice molti di questi maladetti uomini, i quali, secondo il comandamento delle leggi, fece porre sopra d'un grandissimo monte di legne, e bruciarli in punizione delle loro scelleraggini ed anco in esempio degli altri. Or così di giorno in giorno procedendosi per estirpare e svellere questi cespugli di pungenti spine di mezzo delle buone e odorifere erbe de' fedeli cristiani, cominciarono molti con ingiuriose parole a dire non esser giusta cosa che questi uomini fossero così crudelmente uccisi, conciossiachè non avevano fatto cosa per la quale dovessino ricevere simile guiderdone; ma ciò che dicevano di detto giuoco, lo dicevano o per sciocchezza e mancamento di cervello, ovvero per paura degli aspri martirj. E non pareva verisimile che fossero fatti dagli uomini tanti vituperj all'ostia consacrata, nè alla croce di Cristo, e alla nostra santissima fede. E questo facilmente potevasi confermare, perchè molti di loro prima avendolo detto, di poi costantemente lo negavano. Per questi biasimevoli ragionamenti di giorno in giorno crescevano nel popolo simili mormorii, la qual cosa intendendo lo illustre principe signor Gianfrancesco, uomo certamente non manco cristiano che dotto e letterato, deliberò di voler intenderne molto integramente, e con sottili investigazioni conoscere così il fondamento come tutte le altre minime cose che erano formate sopra di esso, prima intervenendovi e ritrovandosi alle esaminazioni di quelli avanti dell'inquisitore, poi interrogandoli da sè a sè, parte per parte di detto scellerato giuoco, e degli abominevoli riti e profani costumi e scomunicati modi e maledette operazioni che ivi continuamente si fanno, e non solamente da uno di quelli, ma da gran numero; e ritrovandoli accordarsi nelle cose di maggior importanza, cioè sommersi in tanti sozzi vizj, siccome vero servo di Gesù Cristo, acciò che ciascuno si deva ben guardare dalle fraudi dell'antico nostro nemico, ed ancora per poterlo meglio in ogni luogo perseguitare, si pose a scrivere di questa rea, scellerata e perversa scuola del demonio...».

Gianfrancesco introduce la strega a dialogar con uno che non vi crede (Apistio), e che affaccia objezioni di buon senso a tutte le confessioni di quella, mentre il giudice (Dicasto) adopera le formole giuridiche per provare che non sono illusioni, e sostenere la verità delle deposizioni di lei intorno al trasporto reale delle persone, ai sozzi banchetti, alle nefande nozze, all'abuso del sacrosanto pane. Da altri processi egli raccolse d'un prete Benedetto, innamorato del diavolo in carne col nome d'Armellina, i cui piaceri esso preferiva a qualunque altro, e con costei discorreva fin per le piazze, sembrando mentecatto agii altri che non la vedeano; per amor di lei non battezzava i bambini, non consacrava le ostie, e all'elevazione le alzava capovolte, così eludendo i sacramenti. D'altri ancora egli sa, talmente presi d'un demonio in forma di donna, che voleano abbandonar piuttosto la vita; finchè quella gran fiamma ne era cacciata coll'altra fiamma d'una catasta di legna. E questi fatti sono tanto comuni che confessano andare alla tregenda oltre due migliaja di persone.

La strega del Pico conviene d'aver mandato la gragnuola sui campi di suoi malevoli, uccisone il bestiame, succhiato il sangue di sotto le ugne de' bambini, finchè morivano se essa medesima non vi prestasse rimedj, insegnatile dal demonio. L'incredulo insiste principalmente sul perchè dal demonio non domandasse denari; ed essa risponde averne anche avuti, ma che scomparvero, e l'attrattiva maggiore consistere sempre ne' piaceri del senso. Il demonio permetteale tutti gli atti di cristiana, ma mentre assisteva ai divini uffizj dovesse sottovoce protestare come a menzogne, stralunare gli occhi, far atti di scherno, e trattasi di bocca la particola, conservarla per le profanità della tregenda.

Paolo Grillando inquisì una donna che, mentre era riportata a casa dal diavolo amante, udì sonar l'ave della mattina, ond'esso fuggì lasciandola sul terreno, ove fu trovata ignuda. Un marito spiò sua moglie tanto, che s'accorse dell'ungersi e dello scomparire, e a rinforzo di bastonate obbligatala a confessare, volle menasse lui pure alla tregenda: ivi sedutosi a mensa, tutto trovava insipido, onde chiese del sale, inusato ai loro banchetti. Avutone dopo lunga istanza, esclamò: «Lodato Dio che finalmente il sale è venuto»; e bastò quell'esclamazione perchè tutto andasse in dileguo, ed egli rimase colà ignaro del luogo, finchè la mattina da pastori sopravenuti seppe ch'era presso Benevento, a cento miglia dalla patria sua. Dove tornato, fece processar la moglie e condannare[368].

Altri fatti egualmente certi aveva in pronto Bartolomeo Spina predetto. Una fanciulla, che dimorava colla madre a Bergamo, fu una notte trovata a Venezia nel letto di un suo parente; chiesta del come, vergognosa raccontò aver visto sua madre ungersi, e trasformata uscir dalla finestra; ed ella volle far esperimento dell'unto stesso, e seguì la madre, e la vide tender insidie al fanciullo parente; di che ella spaventata invocò il nome di Gesù, e tosto ogni cosa disparve; l'inquisitore ne fe processo, e la madre alla tortura confessò il tutto. Antonio Leone, carbonajo di Valtellina, dimorante a Ferrara, narrava d'un marito che parimente vide la moglie untarsi, ed uscir per la gola del camino, ed egli imitatala, la raggiunse in una cantina: essa, come il vide, fece un segno pel quale tutto sparì, ed egli rimasto colà, fu côlto per ladro: se non che si scolpò narrando il fatto, pel quale la moglie fu mandata al supplizio[369].

Basta il buon senso più triviale a spiegar questi fatti; ma non tutti così chiari sono quelli che adducono gli apologisti, l'insistenza dei quali convince che v'aveva contraddittori. Nel 1518 il senato veneto, disapprovando le esorbitanze degl'inquisitori nella Valcamonica, rinomatissima per tale fastidio, revocò a sè i processi, e statuì che in tali materie i rettori delle città si unissero agli ecclesiastici. Combatterono l'opinione vulgare il francescano Alfonso Spina[370], il cavaliere Ambrogio Vignato giureconsulto lodigiano[371], Gianfrancesco Ponzinibio giurista piacentino, negando possa il demonio generare come incubo o come succubo, e i voli delle streghe e le tregende esser illusione[372]. Andrea Alciato[373] scrive: «Era venuto un inquisitore nelle valli subalpine per inquisire le streghe; già più di cento n'avea bruciate, e quasi ogni dì nuovi olocausti a Vulcano ne offeriva, delle quali non poche coll'elleboro piuttosto che col fuoco meritavan essere purgate; finchè i paesani colle armi si opposero a quella violenza, e recarono la cosa al giudizio del vescovo. Egli, speditimi gli atti, chiese il mio parere»; e fu diretto a sottrarre queste sciagurate ai supplizj; dichiarò siffatta credenza non esser che di donnicciuole; e perchè (domandava) non potrebbe il demonio aver preso le sembianze di esse donne? e come mai scompare tutta la tregenda all'invocare Gesù?

A Pietro Borboni arcivescovo di Pisa, che consultò i dotti di quell'Università se il fatto di certe monache ossesse fosse naturale o soprannaturale, Celso Cesalpino, famoso naturalista rispondeva, esponendo a lungo i portenti attribuiti alla magia, senza mostrare impugnarli; di poi argomentando con Aristotele, asserisce esistere intelligenze medie fra Dio e l'uomo, ma non poter queste comunicare con noi[374]. Forza era conchiudere non poter essere reali gli esaminati invasamenti: ma egli, per riguardi al tempo, non dichiara se non che non sono naturali, e volersi applicarvi i rimedj della Chiesa.

Traviata così l'opinione del vulgo e dei dotti, farà più dispiacere che meraviglia il vedere membri rispettabilissimi della Chiesa trascinati dalla corrente. Nel 1494 papa Alessandro VI, avendo udito in provincia Lombardiæ diversas utriusque sexus personas incantationibus et diabolicis superstitionibus operam dare, suisque veneficiis et variis observationibus multa nefanda scelera procurare, homines et jumenta ac campos destruere, et diversos errores inducere, commette agli inquisitori di perseguitarle. Pure egli avea vietato a questi d'intrigarsi di sortilegi, malie, fatucchierie, se non v'intervenissero abuso di sacramenti o atti contro la fede. Nel 1521 Leone X, all'occasione de' molti sortilegi scopertisi in Valcamonica, parlava agli inquisitori della Venezia d'una genia perniciosissima che rinnega il battesimo, e dà il corpo e l'anima a Satana, e per compiacergli uccide fanciulli, ed esercita altri malefizj[375]. Nel 1523 Adriano VI al Sant'Uffizio di Como scriveva essersi trovato persone d'ambo i sessi, che prendono a signore il diavolo, e con incantagioni, carmi sacrilegi ed altre nefande superstizioni guastano i frutti della terra, e si licenziano ad altri eccessi e delitti[376].

Riferisce il padre Carrara, nella storia di Paolo IV L. II § 8, che in quel tempo i demonj fecero l'estremo di loro possa, come chi si sente alle strette. Fra gli altri nel 1558 invasero un luogo pio d'orfanelle in Roma, di modo che il papa istituì una congregazione di ragguardevoli prelati, alla cui testa il cardinale decano Bellay e G. B. Rossi generale dei Carmelitani, perchè riconoscesser il fatto e cogli esorcismi riparassero la repentina perturbazione di quelle zitelle. Una maga africana abitante in Transtevere pretendea guarire un certo Cesare, sellajo pontifizio, che diventava acatalettico, e credeasi indemoniato; ma voleva averne la permissione dal papa onde non incorrere le pene da esso minacciate contro le superstizioni. Il padre Ghislieri non solo negò tal licenza, ma fe carcerare la strega, e sebbene non si riuscisse a provarla rea, la esigliò, e il sellajo affidò agli esorcismi del padre Rossi. Questi lo conobbe veramente indemoniato; e ordinò alla madre di lui facesse minute indagini per casa, massime nelle coltrici, e sotto i limitari delle porte, ove gli streghi sogliono riporre lor malefizj; e di fatto sotto un mattone si trovò un pentolino sudicio e polveroso, e in esso un battufolo di carte e cenci, un circoletto di capelli biondi come l'oro, con un lento nodo, due unghie di mulo, due penne di gallina piegate a triangolo: due aghi fitti in un cuore di cera; un ritaglio d'unghia umana, grani di cicerchia e d'altri legumi; e nel fondo tre carte piegate; in una delle quali una rozza effigie d'uomo, trafitto da due dardi incrociati a modo di X; nell'altra 13 nomi ignoti, probabilmente di demonj; nella terza era scritto «Cesare, come qui sopra passerai, per dieci anni in gran pena starai» e parole inintelligibili.

Subito il pentolino fu messo nell'acquasanta, indi riposto in luogo sicuro; e intanto Cesare si trovò liberato, e tornò florido e tranquillo. Tutto ciò il padre Carrara, per attestar come il mondo fosse contaminato da diavolerie, e come vi rimediasse il santo rigore di Paolo IV.

Gregorio XV inveiva contro coloro che fanno malefizj, donde, se non morte, seguono malattie, divorzj, impotenza di generare, altri danni ad animali, biade, frutti ecc. e vuole che i rei siano immurati. Secondo il serio storico De Thou, diceasi che Sisto V avesse pratica col demonio, e patto di darsegli, purchè fosse papa e pontificasse sei anni. Di fatto ebbe la tiara, e per cinque anni segnalossi con azioni che sorpassano l'elevazione dello spirito umano. Al fine cadde malato, e il demonio venne a intimargli il patto. Sisto incollerito lo rimbrottò di mala fede, giacchè soli cinque anni erano corsi; ma il demonio gli disse: «Ti ricorda che, trattandosi di condannar uno che non avea l'età legale, dicesti Gli do uno de' miei anni?» Sisto non seppe qual cosa rispondere, e si preparò a morire fra i rimorsi.

Vero è che il De Thou non sta garante del fatto, potendo esser invenzione de' malevoli Spagnuoli[377]. E Sisto V emanò nel 1585 la lunghissima bolla Cœli et terræ creator Deus, con cui condannò la geomanzia, idromanzia, aeromanzia, piromanzia, oneiromanzia, chiromanzia, necromanzia; il gettar sorti con dadi o chicchi di frumento o fave; il far patto colla morte o coll'inferno per trovare tesori, consumar delitti, compiere stregherie; al demonio ardere profumi e candele, come pur quelli che negli ossessi e nelle linfatiche e fanatiche donne interrogano il demonio sul futuro; le donne che entro ampolle serbano il diavolo, ed untesi con acqua od olio la palma o le unghie, lo adorano; quindi proibisce tutti i libri d'astrologia, il prendere l'ascendente, descrivere pentagoni, e le altre superstizioni allora in credito. Dove si noti che que' nomi sono gli indicati già da Porfirio[378], e che ne risultano due fatti: primo, il generalizzarsi di tali pratiche, quasi un'ebollizione dello spirito satanico al tempo della Riforma; secondo, la persistenza di esse, malgrado le cure della Chiesa.

Nel 1598 Clemente VIII era nel 63 anno di vita e settimo del pontificato; due numeri climaterici pel 7 e il 9, sicchè il popolo ne aspettava disgrazia, ed egli ripetea d'averne soli 62, aspettando che l'influenza passasse.

A Paolo V un astrologo dichiarò vivrebbe poco; ond'egli licenziò il cuoco e lo scalco, circondavasi di precauzioni, non ardiva ricever alcun memoriale da sconosciuti, e dapertutto vedea veleni e insidie, finchè fu guarito da un rimedio omiopatico, cioè da un consulto d'astrologi che dichiarò esser trascorso il tempo dell'influsso minaccioso.

Nel 1588 il cardinale Agostino Valier, lodatissimo vescovo di Verona, in una pastorale compiangeva come «si trovino alcuni, sebbene di vile e bassa condizione che hanno fatto patto coll'inferno, cioè col demonio infernale, attendendo a superstizioni, incanti, stregherie, e simili abominazioni».

Il vescovo Bonomo, nei decreti per la diocesi comense, vieta l'usar figure e anelli magici per medicar uomini o bestie, le stregherie, le fasciature, il trattar ferite e morbi colla recita di certe formole, il raccoglier felci e loro semi in dati giorni e ore, e maghi e indovini siano puniti dal vescovo come pure le maliarde che affascinano e uccidono fanciulli, inducono sterilità e gragnuola.

San Carlo nel primo suo concilio provinciale ordinava che maghi, malefici, incantatori, e chiunque fa patto tacito o espresso col diavolo sia punito severamente dal vescovo, ed escluso dalla congregazione dei fedeli[379]. Nel suo rituale stabilisce le penitenze che devono applicarsi a maghi, per 5 anni; a chi getta tempeste, anni 7 in pane ed acqua; a chi canta fascinazioni, tre quaresime; a chi fa legature e malie, due anni. Egli avea vietato che nessuno in predica dicesse il giorno della fin del mondo[380]: e nel V concilio provinciale mette: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinosve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis, ac propterea gravius detestanda; itaque ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excomunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.

Nella Mesolcina, valle italiana appartenente ai Grigioni, abbondavano le streghe, che faceano malie, affascinavano fanciulli, inducevano temporali, e adunavansi ai sabbati, ove dal diavolo erano sollecitate a calpestar la croce. San Carlo, visitando come legato pontifizio que' paesi, mandò a farne processo; e si trovò il male ancor peggio dell'aspettazione; centrenta streghe abjurarono, altre furono arse, fra cui Domenico Quattrino prevosto di Rovereto, che da undici testimonj era stato visto alle tregende menar un ballo coi paramenti da messa, e recando in mano il santo crisma[381].

Il padre Carlo Bescapè, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio d'alcune fra queste, «In un vasto campo costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu sopra una tavola dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto fervea l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo l'ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi: altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono.... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e di quanto pronto animo abbiano incontrato il castigo. Confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena de' loro traviamenti; e con sicuri indizj di contrizione offrivangli il corpo e l'anima. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce, Gesù! e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme udivansi replicare quel santissimo nome; e pegno di salute aveano al collo il santo rosario.... Questo volli io che la tua riverenza sapesse, perchè potesse ringraziar Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti»[382].

Nel 1586 Daniele Malipiero senatore veneziano fu arrestato come negromante, e così i nobili Eustachio e Francesco Barozzi, e condannati all'abjura. Questo Francesco, di cui si hanno varj trattati matematici e filosofici, persistette al niego, finchè promessogli salva la vita e la roba, confessò aver praticato diavolerie con profanazione d'olj santi e d'altri sacramenti; costretto le intelligenze con circoli; fatto la statua di piombo conforme alle regole di Cornelio Agrippa: aggiunse che sapea far venir persone dalle estremità del mondo; con una lamina fabbricata sotto l'ascendente di Venere, costringere a voler bene, e stare preparandone altre sotto l'influsso di diversi pianeti per conseguire oro, dignità, onorificenze; confidarsi di poter con sortilegi istruire in tutte le scienze il proprio figliuolo; avere scoperto il senso de' geroglifici esistenti sulla piazza di Costantinopoli, secondo i quali al 1590 doveva estinguersi la casa Ottomana e la potenza de' Turchi; trovandosi in Candia durante una lunghissima siccità, vi fece piovere, ma insieme versossi tal gragnuola, che devastò i campi ch'esso v'aveva. Perocchè egli era abbastanza ricco, ma pe' vizj e il disordine spesso si trovava sprovisto. Fu condannato a dar pochi danari con cui far crocette d'argento, e a praticare alcuni atti di pietà, «esortandoti anche a tener sempre acqua benedetta nella tua camera per difesa contra tanti spiriti infernali, con i quali hai avuta famigliarità»[383].

Egualmente o peggio andavano le cose fuori d'Italia. In Francia, regnante Francesco I, centomila persone furono condannate per fatucchiere[384]; e da seicento accusate nel 1609 sotto Enrico IV. Son vulgatissimi i fatti delle ossesse al tempo del giansenismo, cioè nel gran secolo del gran re, ma non vogliamo tacere che, nel processo del gesuita Girard del 1731, dodici giudici sopra trentuno lo condannavano al fuoco per magia e incesto spirituale; ma l'appello cassò la sentenza. Dite altrettanto dell'Inghilterra e della Germania; e da Soldam, che recentemente trattò dei processi di stregheria[385], raccogliamo che a Nördlingen, cittaduola di seimila abitanti, dal 1590 al 1594 furono arse trentacinque streghe.

I Riformati usavano altrettanto, anzi più ferocemente de' Cattolici. Lutero domandava che i maghi fossero dati a morte, nel triplice interesse della religione, della morale, della sicurezza pubblica. Le stregherie non erano punite che correzionalmente a Ginevra, ma Calvino vi stabilì il fuoco, come lesa maestà divina in supremo grado; e in sessant'anni cencinquanta individui furono bruciati per tale delitto[386].

Così durò anche il XVII secolo, e il 21 luglio 1612 a Firenze una donna fu condannata ad esser appesa alle forche, bruciatone il cadavere, confiscati i beni, come convinta e confessa d'aver avuto commercio nefando con un demonio che chiamava Bigiarino, il quale in forma di caprone la portò più volte ai sabati al noce di Benevento; ella stessa, trasformata in gatto, succhiò il sangue di molti ragazzi. Provavano il fatto molte madri, attestando che certe malattie di lor figliuoli furono guarite da questa strega, mediante segni e parole inintelligibili: e poichè i fatti parean meno credibili, i giudici sottoposero la rea alla tortura probatoria, nella quale essa confermò tutte quelle fantasie[387]. L'ottobre 1664, nel monastero di Santa Scolastica del Borgo a Buggiano si sentiva uno spirito battente, e «presero le monache ardire di scongiurarlo: e da parte di Dio gli comandarono che dicesse chi fosse e quali erano le sue pretensioni, ma questo non rispose se non per via dei soliti picchi, che faceva per segno del sì, e lasciando di picchiare per segno del no»[388].

Diego Guscalone palermitano, commesse molte scelleraggini in patria, fuggì in Ispagna e quivi processato dal Sant'Uffizio per sortilegj, fuggì nelle Indie, e vi servì da cappellano, poi con fedi false e abito di agostiniano, e col nome di frà Bernardino da Montalto tornò in Italia, e prese usata con frà Domenico Zanconi fermano, priore agostiniano, e arnese a lui somigliante. Convinti d'aver con sortilegj tentato sedurre una donna, furono espulsi, e ricoveraronsi in quel di Macerata. Ebbe sentore della loro abilità necromantica Giacinto Centini, nipote del cardinale Centini che era stato a un punto di divenir papa nel conclave dove fu eletto Urbano VIII. Esso gli interrogò se suo zio potrebbe salir al papato, e dopo arcani malefizj n'ebbe risposta che sì. Per accelerar questa fortuna ordirono molti sortilegj, combinandosi con altri più esperti in tali vanità; e formarono una statuetta di cera, collo struggersi della quale dovea consumarsi anche la vita del papa. Ciò fu nel 1631. Ma frà Domenico denunziò la cosa al Sant'Uffizio di Roma, sicchè i colpevoli furono arrestati, e formatone processo, Giacinto fu condannato a morte con un frà Cherubino che riuscì a fuggire, e con frà Bernardino, mago principale; frà Domenico a 39 anni di galera; altri a più o men lungo carcere; tutti facendo pubblica abjura (1635). Il cardinale, sospettato complice, si scolpò, ma poco sopravisse.

Ancora la cabala ed altre vanità astrologiche dirigevano le cure de' medici anche meno pregiudicati[389], e l'illustre L'Hôpital cancelliere di Francia, diceva che a Roma dominavano i matematici e gli astrologi[390]. Paolo Taggia, dottissimo modenese, scriveva al Gualdo di Padova: «Il matrimonio continua nella congiunta disgiunzione, tuttochè non cessino le orazioni, i digiuni, le elemosine e gli esorcismi. Questo solo v'è di buono che consta del legame e incanto, sì nel giovane come nella giovane; onde possiamo sperare assai tosto buon fine[391]». Il valente matematico Cavalieri, nella Ruota planetaria pretese rivelar ciò che fanno nelle loro sfere le stelle, e come in bene e in male influiscano; il Borelli dettò una difesa dell'astrologia per Cristina di Svezia; Marcantonio Zimara di Otranto, famoso medico, pubblicò Antrum magico-medicum, in quo arcanorum magico-physicorum, sigillorum, signaturarum et imaginum medicarum, secundum Dei nomina et constellationes astrorum, cum signatura planetarum constitutarum, ut et curationum magneticarum, et characteristicarum ad omnes corporis humani affectus curandos, thesaurus locupletissimus, novus, reconditus etc., con un trattato del conservar la bellezza, e uno del moto perpetuo senz'acqua nè peso.

Il Capecelatro, ch'è de' migliori storici napoletani perchè versato negli impieghi, entrando a descrivere la sollevazione di Masaniello trova che quegli scompigli furono «causati da cattiva influenza di stelle, o pure dall'eclisse del sole, succeduto di mezzogiorno nel segno di leone la precedente estate, il qual segno domina Napoli, predetto da Paolo Cocurullo celebre astrologo, di minacciarle rivoluzione e ruina con suo grave incomodo e danno». Egli stesso avverte che tal sollevazione avvenne nel secolo XVII dopo Cristo, nel XVII anno dopo la famosa peste, nel XVII mese del governo del duca d'Arcos, nel VII anno dopo il 1640, nel VII mese dell'anno, VII giorno del mese, VII giorno della settimana, VII ora del giorno. Durante quella si disse che gli Spagnuoli mandavano streghe ad incantare i posti; la gente arrestò tre vecchie, ad una delle quali mozzò tosto il capo, le altre pose in carcere per essere tormentate; e mandaronsi sacerdoti a esorcizzare que' posti.

Con Caterina De Medici era passato in Francia Cosmo Ruggeri astrologo e mago, che in quella corte acquistò fama per oroscopi, talismani, filtri da ispirar amore o da far morire; e Caterina l'adoprava forse a ciò, probabilmente a spiare. Per accusa di cospirazioni torturato e messo alla galera nel 1574, poi liberato; sotto Enrico IV fu arrestato di nuovo perchè teneva una figura di cera di questo, e la pungeva ogni giorno, ma le istanze di cortigiani e di gran dame fecero sospendere il processo. Pubblicava ogni anno almanacchi; fu fatto abbate di San Malò, e ch'è più strano, storiografo; in morte ricusò le consolazioni religiose, dicendo che non v'ha altri diavoli che i nemici, i quali ci tormentano quaggiù, nè altro Dio che i principi, i quali possono farci del bene; onde il suo cadavere fu trascinato al mondezzajo[392].

Il Concini fiorentino, occhio dritto dell'altra regina di Francia Maria De Medici, ed elevato al grado di maresciallo d'Ancre, fu colla moglie condannato a morte come mago[393]. Essa marescialla nel 1611 avea fatto venir in Francia un Montalto medico ebreo, il quale avea ricusato le offerte fattegli di professare a Bologna, a Messina, a Pisa, e fin di succedere all'insigne Mercuriale. La relazione con costui distolse la marescialla dalle pratiche cristiane: e le furono trovati due libri, uno intitolato Cheinuc, cioè costumanza, specie di catechismo; e l'altro Machazor, specie d'almanacco stampato a Venezia per gli Ebrei spagnuoli. Si provò ch'essa usava esorcismi, oblazioni, sagrifizj secondo il rito giudaico, facendoli notte tempo in chiese di Parigi, donde principalmente udivansi i gridi d'un gallo, oblazione consueta fra gli Ebrei nella festa della riconciliazione. Tutto ciò era provato coi soliti modi.

Non meno convinta fu di arte magica. Si trovò una lettera ove interrogava una certa Isabella, creduta fatucchiera, se per l'arte sua avesse conoscenza di alcuna cosa che riguardasse lei o la sua famiglia. Trovaronsi libri in caratteri strani, e una scatola con cinque tondi di velluto, i quali si sa adoprarsi per aver efficacia sulla volontà dei grandi. Ella avea fatto venire dei frati Ambrosiani da Nancy, i quali effettivamente erano istrioni, per assisterla nel sagrifizio del gallo; inoltre degli amuleti da metter al collo: e figure di cera che custodiva in cataletti. Son pure descritte le arti e gli esorcismi di quegli Ambrosiani, che in tali occasioni allontanavano i servi: e fra queste arti era il benedir l'acqua santa il giorno dell'Epifania: lo che doveva esser non senza mistero, non avendo ella saputo renderne ragione.

Don Domenico Manuele Gaetano conte di Ruggero, maresciallo di campo del duca di Baviera, generale, consigliere, colonnello d'un reggimento di fanteria, comandante a Monaco, e maggior generale del re di Prussia, nato a Pietrabianca presso Napoli; istrutto d'orefice, nel 1695 fu iniziato all'alchimia tramutatoria probabilmente dal famoso Lascaris, da cui ebbe la cintura bianca e la gialla per fare l'argento e l'oro, ma in piccola quantità. Alla loro scarsità ed efficacia supplì colla ciarlataneria, annunziando poter tramutare metalli a josa, e facendone esperienza su pochissimi, ottenne credito. Scorsa Italia, fece per quattro mesi eccellenti affari a Madrid, donde l'inviato di Baviera l'indusse a passar dall'elettore, che allora stava governatore a Brusselle. Vi eccitò ammirazione; e Massimiliano, posta piena confidenza nelle magnifiche promesse d'esso, gli concesse cariche e titoli e sussidj per seimila fiorini: poi scopertolo bugiardo lo fece buttare in fortezza. Dopo due anni riuscito a fuggire, comparve a Vienna nel 1704, e qualche projezione gli avvenne sì destramente, che tutta la Corte ne rimase stupita; l'imperatore Leopoldo sel prese a servizio: ma la morte di questo avrebbe intercisa la sua fortuna se non fosse stato assunto dall'elettor palatino, al quale e all'imperatrice egli promise in sei settimane dare settantadue milioni o la sua testa. Prima del termine egli fuggì con una signorina; ed eccolo a Berlino, acquistandovi favore col dirsi perseguitato dall'Austria; e re Federico, sentito il consiglio di Stato che non trovò da opporsegli, ne accettò le proposizioni. Con grand'apparato di testimonj fece alcune trasmutazioni, constatate rigorosamente, e promise fabbricare polvere di projezione quanta basterebbe a far sei milioni di talleri. Bisogna crederlo espertissimo giocoliero chi veda quanti ingannò, e gli onori che ottenne; pure la promessa al re non venendo ad effetto, questi il regalava a miseria; alfine avvertito de' costui precedenti, lo fece chiudere a Custrin, e non avendo saputo adempiere la promessa, fu processato, e come reo di maestà impiccato a Berlino il 29 agosto 1709, coperto d'un vestone d'orpello, con forca dorata. Federico ebbe vergogna d'essersi lasciato ingannare prima, o d'averlo punito sproporzionatamente, e non volle che più quel nome si menzionasse.

In Piemonte[394] nel 1710 un Bocalaro di Caselle fu tanagliato e ucciso per aver fatto un'effigie di cera onde procurar la morte del re; nel 1718 giustiziato il canonico Duret per aver cercato tesori con incantesimi; furono chiusi nel castello di Miolans un marchese Risaja per arti magiche, un panierajo che avea rubato un'ostia per valersene a sortilegi, un Francesco Freylino, che accusò se stesso ed altri di malìe contro il principe, finchè in articolo di morte confessò aver finto tutto ciò per conseguire qualche impiego; nel 1723 fu decapitato in Aosta il conte Andrea Dupleoz per avere con fatucchierie attentato alla vita della moglie.

Ma le scienze progredendo portavano spiegazione naturale a molti, riputati fin allora miracoli; la medicina additò le analogie di assai casi; la giurisprudenza persuadevasi non dover bastare alle condanne la confessione del reo; il fatto che più colpiva, cioè l'accordo delle varie deposizioni, si trovava ridursi alle sole generalità, delle quali tutti aveano inteso parlare, e perchè, le interrogazioni dirigendosi in tal senso, spesso non restava che di rispondere sì o no.

Poichè vuolsi coraggio ad affrontar quella despota che dicesi l'opinion pubblica, lodiamo coloro che assalirono intrepidamente l'ubbia popolare. Vanno principali fra questi i gesuiti Adamo Tauner e Federico Spee, se non che il trattar essi la quistione per via di testi e canoni ad uso dei dotti, non apriva gli occhi plebei. Primo recò la querela davanti al pubblico il roveretano Girolamo Tartarotti[395] negando le tregende, e ribattendo specialmente Martin Delrio: eppure non solo accettò, ma sostenne la verità della magia; col che concedendo l'immediata potenza del demonio, non avea motivo a ricusargli la potestà di trasferire anche le maliarde, e riducevasi a conchiudere che, nei casi speciali, ripugnava al buon senso il credere a queste, e sovratutto al loro numero. Gian Rinaldo Carli e Scipione Maffei[396] estesero quella negativa ad ogni immediata arte diabolica, ma allora il Tartarotti protestò che, tacciando d'illuse le streghe, non aveva inteso gittar dubbio sulla potenza del demonio; tanto la ragione umana fatica a sottrarsi alle opinioni nelle quali fu educata. Il padre Zaccaria, annunziando l'opera del Tartarotti, disapprova il negar le magie. «In una città m'accadde di udir un medico spiritoso, il quale negava che si dessero indemoniati, tutto attribuendo alla fantasia di chi si crede offeso... Ma perchè mai tanto impegno di relegare dentro l'inferno i demonj?»[397]

Direbbesi che questo rincrescimento del gesuita si riproduca negli apostoli odierni d'un bugiardo incivilimento. «Fra gli esseri altra volta maledetti, che la tolleranza presente ha ritirato dall'anatema, senza dubbio Satana è quello che più ha guadagnato in questo progresso delle dottrine e dell'universale incivilimento; mentre il medioevo, che poco intendeasi di tolleranza, lo fece a poter suo maligno, tormentato e fin ridicolo». Così scrive Renan, il quale, dopo tolta a Cristo la divina aureola, dice che, rispettando la celeste scintilla dovunque appaja, non vorrebbe pronunziar sentenze d'esclusione per non avviluppare della condanna qualche atomo di bellezza! Ma quella è una falsità storica come tant'altre di esso autore, perocchè il feroce medioevo spinse la sua bontà fin ai dannati; assegnò un giorno ove lo stesso Giuda ha riposo; nell'angelo del male riconobbe le traccie della più bella creatura di Dio, e lo fece rispettoso all'innocenza, sottomesso alla santità; neppure negogli la speranza di redenzione.

E davvero di vilipendere l'età passata come avrà coraggio chi veda altrettanto credula la nostra, che, su fatti accertati non meno di quelli, fonda altre teoriche? Senza quello sforzo di cui pochi sono capaci, di trasportarsi in altra età così poco somigliante, per ispiegar quelle credenze basti osservare alcune particolarità della nostra, cui nessun forse dei difetti, degli errori, dei delitti del medioevo mancò, senz'altra diversità che dell'ora.

Gli uomini han bisogno di adorare e obbedire: se non adorano e obbediscono Dio, sommo bene, volgono l'adorazione al diavolo, ispirator del male. Quindi la cura di questo di sviare da Dio e dal suo Cristo, perchè allora si verrà a lui. E a ciò tendono i tre capitali errori dell'evo nostro, panteismo, materialismo, razionalismo. Se tutto è Dio, non c'è più incarnazione; nè se tutto è materia; nè se escludasi ogni mistero che trascenda i limiti della ragione. Così tornasi al fatalismo e alla servitù de' tempi anteriori a Cristo; stronizzando il quale, si eleva Satana.

Dapprima non si fece che negar Cristo: presto si venne al culto del suo nemico, per quel bisogno che la venerazione interna ha di manifestarsi col culto esterno; e rinacquero le evocazioni, i prestigi, gli oracoli dell'età pagana, con quel che chiamano spiritismo.

Fu dopo le rivoluzioni del 1848 che si annunziarono gli strani fenomeni di tavole giranti; cioè, che per mezzo di certi tocchi, acquistano movimenti diversi. Dapprima si credettero puramente meccanici, poi vi si ravvisò un'intelligenza, e quindi uno spirito che ne fosse cagione. Questo spirito si suppose esser un riflesso dell'intelligenza degli astanti o del medium, come s'intitolarono le persone che quasi a volontà provocavano tali fenomeni: ma poi se ne ottennero di indipendenti dal pensiero e dalle cognizioni degli astanti, e fin in contraddizione colle idee, colla volontà, coi desiderj loro. Si dovette dunque ravvisarvi un essere invisibile, e per convincersene bisognava entrar in conversazione con quello. Ciò s'ottenne mediante certi colpi che per convenzione significassero sì o no o lettere dell'alfabeto; col che le tavole giranti divenivano parlanti.

Le risposte indicarono trattarsi di spiriti appartenenti al mondo invisibile.

Alla lentezza di quel procedimento si provide col munir una gamba del tavolino d'una matita, che scrivesse; poi si scoprì che, se quello spirito agiva s'un corpo, poteva anche muover immediatamente il braccio d'un uomo, e s'ebbero i medium scriventi, che, sotto l'impulso di spiriti, vergavano involontariamente parole.

Arrivati a ciò, non s'ebbe più limiti: comparvero medium evocatori, medium risanatori. I primi ottengono comparse di spettri, fosforescenze, suoni articolati, scritture spontanee, il subitaneo fermarsi di tutti i pendoli d'una casa, l'insensibilità di tutto o di alcune membra. Gli altri guariscono, non trasmettendo il proprio fluido come i magnetizzatori, ma il fluido appurato degli spiriti.

Verso il 1855 tutta la colta America e l'Europa furono riempite di questa comunicazione dell'uomo con enti immateriali, intelligenti, mal definiti. I fatti men naturali furono attestati da testimonj oculari, ripetuti dai fogli, riprodotti a volontà, discussi, classificati, ragionati: d'ogni parte si accorse a vedere il signor Home; si studiarono le teorie del signor Kardec; i fenomeni si produssero in luoghi sì diversi, con tanti testimonj e con tali circostanze che più non bastò negarli: neppur si potette crederli meri effetti meccanici o fisici, e tanto meno prestigi di giocolieri; e il riso degli scettici, e le frasi convenzionali dei dottrinarj non valendo a infirmare i fatti, s'insinuò la persuasione che c'intervengano spiriti.

Dall'Inghilterra e dalla Francia lo spiritismo tragittò in Italia, massime dopo la guerra del 59, se ne stabilirono cattedre, convegni per esercitarlo e predicarlo: le evocazioni si fanno mediante preghiere mentali, elevazioni a Dio: si ottengono guarigioni miracolose; gli adepti credono ad ossessioni di cattivi spiriti, liberate dai buoni: v'ha apostoli sotto la forma moderna di giornali, e libri cercati coll'avidità di romanzi. Nelle opere recenti ove lo si sostiene e propaga, son riconosciuti come predecessori dello spiritismo nell'antichità gli oracoli, le pitonesse, i genj, e nel medioevo i fatuchieri, i maghi. È dunque un ritorno alle beffate antiche credenze di oracoli e pitonesse: e l'apostolo dello spiritismo non esita a chiamarlo un ridestamento dell'antichità[398]. I credenti furono forse in tanto numero quanto coloro che ne ridevano: e anche passato quel primo furore, molti rimasero fedeli a questa credenza.

Saran dunque o anime e angeli buoni, o diavoli. Ma i primi non sono a disposizione dell'uomo peccatore; tanto più che Dio proibì le evocazioni[399], sicchè chi vi obbedisce gli è ribelle. Neppur potrebbero essere le anime dannate, sulle quali l'uomo non può. Conclusero anche illustri vescovi[400] siano gli spiriti che ne circondano, e che cercano i modi d'ingannarci.

Noi non ne parliamo che incidentalmente per ispiegare o render ragione delle eresie demoniache del secolo XVI, beffa testè o imprecazione degli spiriti forti. Il negare il sopranaturale satanico porta a negare il divino, e i santi padri attribuirono ai demonj molti fenomeni fuor di natura; onde non a torto a questi ricorrono i teologi odierni per ispiegare i fatti dello spiritismo. Del quale si dice che convertì molti, recandoli a credere esista qualcos'altro che la materia: ma più traviò insegnando non solo assurdità, ma errori veri; or la trasmigrazione, or la temporarietà delle pene, or l'indifferenza de' culti, adesso come nel medioevo se ne traggono titoli di fede e titoli d'empietà, pretendendo alcuni dimostrare con ciò che esistono le anime e la vita postuma; altri facendo da quegli spiriti dichiarare che Cristo non è Dio. E tali dottrine si fan professare da David, da san Tommaso, da san Paolo, da san Giovanni evangelista, da Dante, dal La Mennais, dal curato di Ars. E pretendesi sia un modo di rivelazione nuovo, che cambierà le religioni, e ne recherà una nuova, la quale insomma non potrebb'essere che il culto del demonio.

Queste opinioni ne' secoli passati furono combattute colle armi d'un tempo che credeva, e che tutto applicava al supremo affare della salute eterna; adesso colle armi d'un tempo che non crede neppur alle verità positive, e che mai non fissandosi su nulla, abbatte la credenza di jeri coll'abbracciarne oggi un'altra, che domani avrà posta nel dimenticatojo. Il risultato più generale è la negazione del cristianesimo: la carità è annunziata per unico mezzo di salute, donde l'indifferenza delle credenze e delle pratiche: intanto crescono i casi di pazzia, crescono i suicidj; si difonde il disprezzo pel cattolicismo e l'odio per Roma e dopo idolatrato il dio del bello, poi il Dio della libertà, eccoci a venerar il Dio del male, che, vinto sul Calvario, non vedendosi ormai più frenato dal cristianesimo, vien a farsi adorare in vece dello Spirito Santo[401].

NOTE

[345] Striges, ut ait Verrius, Græci στριγας appellant, a quo maleficis mulieribus nomen inditum est; quas volaticas etiam vocant. FESTO. — E PLINIO: Fabulosum arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere; e altrove: Post sepulturam visorum quoque exempla sunt. — APULEJO, Metam. 5: Scelestarum strigarum nequitia. — PETRONIO, Fragm. 63: Cum puerum mater misella plangeret, subito strigæ cæperunt... Strigæ puerum involaverunt, et supposuerunt stramenticium. — Lucano nel lib. VI descrive i patti col diavolo e le stregherie, come potrebbe fare un cinquecentista:

Quis labor hic superis cantus herbasque sequendi, Spernendique timor? Cujus commercia pacti Obstrictos habuere Deos? An habent hæc carmina certum Imperiosa Deum, qui mundum cogere quidquid Cogitur ipse potest?

e Sereno Samonico (cap. 59):

Præterea si forte premit strix atra puellos, Virosa immulgens exertis ubera labris, Allia præcepit Titini sententia necti.

Festo conservò due versi come preservativi, ma scorrettissimi; Dachery gli emenda così:

Στρίγγ ’ἀποπἓμπειν νυκτινόμαν, στρίγγα τ’ἀλαὸν, ’Ωρνιν ἀνώνυμον, ὠκυπορόυς, ἐπὶ νῆας ἐλαὐνειν.

La strige rimuovi notte-mangiante: la sucida strige, uccello ferale, fuga nelle veloci navi.

I passi di antichi, attestanti le magiche arti, sono prodotti da DELRIO, Disquisitiones magicæ, lib. II. qu. 9, e passim.

[346] Consilia in causis gravissimis, p. 414, citato da Alfredo Maury, Revue Archéologique, 1846, pag. 161.

[347] TRITHEMIUS in Chron.; SPANHEIM ad 1501.

[348] Questo frà Girolamo Armenini, che dovette vivere sin verso il 1520, lasciò un Volumen adversus Tiberium Russilianum Sextum calabrum de artis astrologicæ falsitate. Questo calabrese sosteneva pure che il diluvio universale accadde per natural congiunzione di astri, e l'Armenini lo combattè; come combattè altri che sostenevano Cristo essere stato concetto non nell'utero di Maria, ma presso al cuore da tre goccie di sangue. Vedi Scriptores ordinis Prædicatorum.

Il cardinale Cajetano ha un trattato, Utrum liceat maleficium solvere opera malefici parati utendo. Milano, marzo 1500.

Nella XXIX lettera al signor Dell'Isola, frà Paolo Sarpi scrive: «Non posso penetrare in modo alcuno il senso di quelli che dicono, Dio ha predetto e voluto questo, e tuttavia si affaticano acciò non sii. Ma dell'astrologia giudiziaria bisognerebbe parlarne con qualche Romano, essendo quella più in voga nella loro corte che in questa. Con tutto che pur concorra ogni abuso, questo mai ha potuto aver luogo: la vera causa è perchè qui le persone non aggrandiscono se non per gradi ordinarj, e nessun può sperare oltre lo stato suo, nè fuori dell'età conveniente. In Roma, dove oggi si vede nel supremo grado chi jeri era ancora nell'infimo, la divinatoria è di gran credito».

[349] GIO. CAMBI, Storia fiorentina al 1517.

[350] Il trattato del Savonarola contro l'astrologia fu tradotto elegantemente in latino da frà Tommaso Buoninsegni di Siena (-1609), teologo lodatissimo, del quale mi piace ricordare alcuni trattati, che tanto farebbero ai casi odierni:

Dei cambj, dove con molta brevità e chiarezza si dichiarano i modi oggi usitati nei cambj, e la giustizia che in quelli si contiene. Firenze 1573.

Trattato delli sconti e del tagliar le dette. Firenze 1585.

Trattato de' traffichi giusti ed ordinarj, cioè della vendita a credenza, la diminuzione del prezzo per l'anticipato pagamento, i cambj, i censi, i giuochi e i monti. Venezia 1588.

[351] Compendio dell'arte esorcistica, e possibilità delle mirabili e stupende operationi delli demonj e dei maleficj, con li rimedj opportuni alle infermità maleficiati... opera non meno giovevole agli esorcisti che dilettevole ai lettori, ed a comune utilità posta in luce. Venezia 1605.

[352] Pag. 218, 214, 302 del Palagio degli incanti e delle gran meraviglie degli spiriti e di tutta la natura, diviso in libri quarantacinque e in tre prospettive, spirituale, celeste ed elementare, di STROZZI CICOGNA. Vicenza 1605.

[353] Il penitenziale del vescovo Burcardo, anteriore al Mille, assegna le penitenze per chi crede che altri possa per incantagione eccitar procelle, odio o amore, affascinare o venir alle tregende. Il Muratori, Ant. Medii Ævi VI, Dissertaz. LXVIII, pubblicò un penitenziale del monastero di Bobbio, ove si legge: Qui cum vidua aut virgine peccavit, qui falsa testimonia super alios apponunt, et ad sorcerias recurrunt, aut divinationes credunt... isti pœniteant V annis, vel III ex his in pane et aqua.

[354] Communis catholicorum sententia docet re ipsa hanc commixtionem dæmonum mulierumque accidere. Theol. Christ., tom. III. Il milanese frà Francesco Maria Guacci, nel Compendium maleficarum, stampato a Milano nel 1608 e nel 1626, ove le dottrine sono illustrate con molte figure, al cap. 12 del lib. I, scrive: Solent malefici et lamiæ cum dæmonibus, illi quidem succubis, «hæc» vero incubis, actum venereum exercere; communis est hæc sententia patrum, theologorum, philosophorum, doctorum, et omnium fere sæculorum atque nationum experientia comprobata.

[355] Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, sive potius veneficas, medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quæ ibi aguntur, choreas per paludes ducere, et dæmonibus congredi, ingredi et egredi per clausa ostia et foramina, pueros necare, et nescio quæ alia deliramenta. De situ Japigiæ, pag. 126.

[356] Forma seguito alla Lucerna Inquisitorum hæreticæ pravitatis reverendi patris fratris BERNARDI comensis ordinis Prædicatorum ac inquisitoris egregii, in qua summatim continetur quidquid desideratur ad hujusce inquisitionis sanctum munus exequendum. Milano 1566. Fu stampato per opera del reverendo padre inquisitore di Milano ad laudem Dei, ristampato delle volte assai, e commentato da Francesco Pegna.

[357] Citano questo fatto anche il Bodino nella prefazione alla Dæmonomania, e frà Silvestro di Priero, il primo contraddittore di Lutero, nelle Mirabili operazioni delle streghe e degli demonj. Egli ha pure De strigomagarum dæmonumque libri tres, una cum praxi exactissima et ratione formandi processus contra ipsas, opus finitum 24, novembre 1520. De strigibus, 1523; e Quattroapologie, 1525.

[358] Così frà Girolamo Menghi nel citato Compendio dell'arte esorcistica, pag. 480. Però egli stesso, pag. 416, dice che le streghe non aveano potenza sugli inquisitori in uffizio, e «più volte essendo interrogate queste maghe et malefiche per che causa non offendevano gli giudici et inquisitori, rispondevano, questo più volte aver tentato et non l'aver potuto fare».

[359] XILETTI, Consilia criminalia. Venezia 1563, tom. I, cons. 6.

[360] Millenarium sæpe excedit multitudo talium, qui unius anni decursu in sola comensi diœcesi ab inquisitore, qui pro tempore est, ejusque vicariis, qui orto vel decem semper sunt, inquiruntur et examinantur, et annis pene singulis plusquam centum incinerantur. SPINA, De strigibus, cap. 13.

[361] Sacro arsenale, ovvero Pratica dell'ufficio della santa Inquisizione, di nuovo corretto ed ampliato. Bologna 1665. Lo stesso trovo nella Breve informatione del modo di trattare le cause del Sant'Officio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modana, 1650.

[362] Gli stacci, i crivelli. Ciò ricorda affatto i nostri tavolini giranti.

[363] Nella Magliabecchiana provenne dalla biblioteca Palatina (mss. CCCCVIII) una Pratica del procedere nelle cause del Sant'Uffizio di Tommaso Fransone, consultore in quel di Genova, manuscritto del secolo XVI (PALERMO, n. 583). Fra il resto vi si legge: «Sotto il nome di sortileghi si comprendono anche le streghe e i stregoni, che maleficiano le persone con varj modi, o d'amore, o di morte, e singolarmente li fanciulli di latte (pag. 40).... «Pochi o niun processo si ritrovano bene formati in questa materia; sì perchè sono per il più fondati sopra indizj remoti, come di qualche minaccia, ti farò pentire, me la pagherai, o sopra indizj indifferenti, cioè, cose mangiate, dopo le quali la persona s'inferma. — E perciò si ricerca in giudizio la fede del medico, che quella infermità non sia naturale, o almeno ne dubiti; e anco la fede di un esperto e prudente esorcista: perchè molti ve ne sono, che ogni infermità giudicano maleficj, o per poca pratica, o per farvi sopra mercanzia; e talvolta se le persone non sono maleficate, essi, col nutrirle quell'umore malinconico, o con altre loro arti illecite le maleficano (pag. 43).

I sortilegj e le stregonerie più notevoli, praticate allora in Genova erano: De' sortilegj in generale, «Quelli, che per mezzo di caratteri, parole incognite di niuna significazione in qualsivoglia linguaggio, abuso di sagramenti, di cose sagramentali e benedette, di parole di sagra scrittura, suffumigazioni, oblazione di proprio sangue, o di quello d'animale, e atti di religione verso il demonio, invocazione del medesimo, procurano l'opera d'esso, o per l'amore, o per morte delle persone, o per trovar tesori, o per conservamento di moneta, acciò spese ritornino in borsa, o per dignità, o per scienze, o per altre cose». — Questi sortileghi ordinariamente hanno scritture de' caratteri et esperimenti magici, carte vergini, clavicole, Al-Madel, Centum regum, Arte notoria Paolina, Cornelio Agrippa, Pietro Abano, l'Opus Mathematicum, instrumenti magici, come spada caratterizzata».

Seguono i malefici amorosi e micidiali. «Maleficano d'amore talvolta con li medesimi mezzi, che adoperano li sortileghi, cerioli, caratteri, e gittar il sale nel fuoco, gettar le fave benedette, abusando delle parole della consegrazione, scrivendole sopra bollettini, facendo polvere di certe erbe, e, benedette che siano, toccando con esse la persona amata, servendosi di calamita battezzata, di ostie».

Per lo più maleficano sopra cose comestibili, scrivendo parole ignote, e caratteri sopra frutti, mischiando polvere fra cibi, formando statue di cera, trafiggendole con aghi, e facendole a poco a poco dileguare al fuoco, dicendole sopra alcune parole, tendenti ad accendere l'amore di quella persona; formando certi invogli di erbe, di capelli, tagliatura d'unghie, o altra cosa tolta alla persona maleficiata, sopra le quali vi susurrano parole incognite, e invocazioni di demonj, e le seppelliscono poi in qualche luogo di abitazione di detta persona, e singolarmente sotto il limitar della porta, per dove ha da passare. Di qui nasce, che, non avendo le dette cose fra se stesse virtù di fare tale effetto, il demonio vi concorre, per il fatto esplicito, o implicito con l'opera sua» (pag. 39).

A pag. 34 dice «che il demonio non resti effettivamente obbligato a patti, ma finga di esserlo». E «Ho di fede, che il diavolo non possa sforzare l'umana volontà, può bene perturbare la fantasia» (pag. 38), eppure, se non sopra la volontà, ha potere sopra la vita, e «le persone molte volte si consumano senz'alcun rimedio, non arrivando il medico a trovar la cagione; e nell'istesso modo maleficano a morte per odio» (pag. 42).

Taluni son denunziati perchè mangiano carne in giorni proibiti, «ma il Sant'Offizio va posato assai in procedere, perchè molte volte si trova o ch'erano infermi o convalescenti, o ne aveano licenza; o non avendola, la qualità della indisposizione e la necessità li scusa».

[364] FRANCESCO VITTORIA, Prælectiones theologicæ, lib. II.

[365] B. SPINA, De strigibus et lamiis 1523 con tre apologie. Lo Spina, di Pisa, scrisse di molte controversie d'allora, e prima contro il Pomponazio sulla mortalità dell'anima, poi contro i nuovi eretici circa la podestà del papa, la necessità del confessarsi avanti la comunione, la forma della consacrazione; e così intorno all'Immacolata Concezione, principalmente confutando il cardinale Cajetano e il Catarino.

[366] De sortilegiis.

[367] Strix, sive de ludificatione dæmonum, 1523; e la versione italiana stampata a Venezia il 1556 col titolo, Il libro della strega, ovvero delle illusioni del demonio.

[368] De sortilegiis, lib. II, q. 7.

[369] De strigibus, cap. 17 e seg.

[370] Fortalitium fidei.

[371] De hæresi.

[372] De lamiis, et excellentia utriusque juris.

[373] Parergon juris, VII, c. 23; VIII, cap. 21. Contro di lui principalmente sono dirette le confutazioni di Martin Delrio, Disquisitionum magicarum, lib. III, q. 16.

[374] Dæmonum investigatio peripatetica, in qua explicatur locus Hipocratis, si quid divinum in morbis habeatur. Firenze 1580.

[375] Cum in brixiensi et bergomensi civitatibus et diœcesibus quoddam hominum genus perniciosissimum ac damnatissimum labe hæretica, per quam suscepto renuntiabatur baptismatis sacramento Dominum abnegabant, et Satana, cujus Consilio seducebantur, corpora et animas conferebant, et ad illi rem gratam faciendam in necandis infantibus passim studebant, et alia maleficia et sortilegia exercere non verebantur... Bolla del 15 febbrajo 1521.

[376] Repertæ fuerunt quamplures utriusque sexus personæ..... diabolum in suum dominum et patronum assumentes, eique obedientiam et reverentiam exhibentes, et suis incantationibus, carminibus, sortilegiis aliisque nefandis superstitionibus jumenta et fructus terræ multipliciter lædentes, aliaque quamplurima nefanda, excessus et crimina, eodem diabolo instigante, committentes et perpetrantes etc.

[377] Hist. Univers., lib. XI.

[378] EUSEBII Præparatio evangelica, lib. II, VI.

[379] Magos et maleficos, qui se ligaturis, nodis, characteribus, verbis occultis mentes hominum perturbare, morbos inducere, ventis, tempestati, aeri ac mari incantationibus imperare posse sibi persuadent aut aliis pollicentur, ceterosque omnes, qui quavis artis magicæ et veneficii genere pactiones et fœdera expresse vel tacite cum dæmonibus facient episcopi, acriter puniant, et e societate fidelium exterminent. p. 3, pag. 5.

[380] Act. p. 3.

[381] Nell'epistolario stampato a Milano il 1857, a pag. 419, san Carlo scrive a Giovanni Fontana: «M'è dispiaciuto d'intendere quello che passa nelle Tre Valli per conto di quel negromante, il quale, facendo professione di scoprire le streghe e stregoni di quel paese fuor delle vie giuridiche, mi par non meno degno di castigo lui medesimo che li stregoni stessi, camminando per via di necromanzia o altra proibita a' Cristiani. Però ne scrivo ai signori, e do ordine al visitator Bedra che vadi in dentro a posta per riportar provisione perchè costui sia rivocato et anche castigato». Segue l'ordine al visitatore.

Anche nella vita del cardinale Federico Borromeo nel 1608, si legge: — Ancora alcuni perseverano con i segni superstiziosi in guarir malìe, nè si può aver testimonj per formar processo. Si admettono chirurghi, medici et maestri di scuola senza far la professione della fede; et volendo noi che la faccino, il fòro secolare dice di voler loro far giurare di non far cosa illecita, nè usar cose diaboliche, et con questo si admettono persone vagabonde». Tutto ciò si riferisce alle tre valli di diocesi milanese, appartenenti agli Svizzeri.

Sotto il 19 luglio 1675 il Torriano, vescovo di Como, scriveva a un parroco del territorio bormiese aver trovato colà quamplures tam viros quam fœminas variis sortilegiis infestos, fascinationibus incumbere et vere strigas esse, arte in tenera ætate prehensa. Perciò ne' quattro anni seguenti furono giustiziate trentacinque persone, e molte sbandite.

[382] RIPAMONTI, Historia mediolanensis, dec. IV, lib. V, p. 300; — OLTROCCHI, Notæ ad vitam sancti Caroli, pag. 684-94.

Nell'archivio della curia di Milano esistono diversi processi contro maliardi ed eretici, e principalmente son notevoli la «Relazione di quanto fece san Carlo nella visita dei Grigioni (Instructiones pro iis qui in missionibus contra hæreticos versantur)»; i «Dubbj dati dal prevosto di Biasca», un de' quali è: «Sono processati i sospetti d'arte diabolica, et il notar dice d'aver mandato i processi a Milano, nè altra provision s'è visto: perciò vanno peggiorando con scandalo d'altri»; e un altro: «Sono alcuni mercanti, i quali non osservano il decreto di non andare ne' paesi d'eretici senza licenza, e sono difesi dalli signori temporali (svizzeri) perchè così fanno loro, però con precetto di non andar alla predica d'heretici, nè trattar con loro della religione». D'altri casi ho io parlato nella Storia della città e diocesi di Como, lib. VII.

[383] Il processo esiste ms. nell'Ambrosiana di Milano, segnato R. 109, in-fol.

Del resto, giocolieri spertissimi non mancavano, e Ortensio Landi (Comm. delle cose notabili e mostruose in Italia) dice: «In Venezia trovai un Siciliano il quale scriveva in uno specchio d'acciajo, e quel che nello specchio scriveva, ve lo faceva per riflesso leggere nella luna... faceva apparir una mensa carica di ottime vivande, e poi come fumo faceva ogni cosa sparire. Poneva un pezzo di carta non nota ove erano scritte alcune parole, od una serratura, e incontanente se gli apriva ogni ben serrata porta. Cavava ogni grosso chiodo coi denti. Convertiva in oro il rame, il ferro, il piombo, e ogni metallo col spargervi sopra una certa polvere non più veduta. E alla presenza mia e di tre altri fece parlar una testa di morto».

[384] CREPET, De odio Satanæ, lib. I, diss. 3.

[385] Stuttgard 1843.

[386] PICOT, Histoire de Genève.

[387] PAOLETTI, Istituz. criminali.

[388] Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.

[389] Il famoso Peiresc al 28 giugno 1615 da Aix scriveva a Paolo Gualdo a Padova: «Il medico che mi cura, desidera con passione d'avere un libro Baptistæ Codrunqui medici imolensis de morbis ex maleficio, per causa di certe monache di questa città in assai numero, che si trovano inferme di malattie incognite e soprannaturali».

[390] Ep., lib. III.

[391] 2 gennajo 1610.

[392] DONZELLI, pag. 174.

[393] Cosimo Baroncelli, diplomatico toscano, nemicissimo del Concini, racconta a' suoi figli le proprie missioni e la fine del maresciallo.

«Il cadavere di Concini fu gettato nelle fosse del palazzo dove si orina, e poi di quivi per ordine del re fu levato e condotto da quattro galuppi sur una scala alla sepoltura in un cimitero. Il popolo di Parigi, sentita la morte del Concini, si sollevò, e corse a furia dov'era stato sepolto, e cacciatolo della sepoltura, lo strascinarono per tutta la città, e poi l'impiccarono sul Ponte Nuovo, e gli tagliarono il membro, dicendo parole ch'è molto meglio tacerle che raccontarle. Tornarono poi a distaccarlo, e ristrascinarlo, e alfine l'appiccarono per un piede, ed il popolo tutto corse a tagliargli chi un orecchio, chi il naso, chi un dito, chi a cavargli gli occhi, di modo che non vi rimase nè carne nè osso che non fosse portato via, tenendosi felice chi ne poteva avere un pezzo.... Or vedete e sentite se io rendo le mie vendette a mio modo».

Manuscritto nella Magliabecchiana, Cl. XXIV, 65.

[394] Giacomina d'Entremont, casa potentissima in Savoja, vedovata, volle sposare l'ammiraglio di Coligny, e allorchè questo cadde trucidato a Parigi la notte del san Bartolomeo, essa ricoverò al castello di Chàtillon in Savoja, pregando il duca Emanuele Filiberto a custodir lei e i suoi figli (1572). Egli a stento consentì, ma la fe chiuder nel castello di Nizza perchè si professasse cattolica. Ma si scoperse che carteggiava coi protestanti di Germania, e meditava fuggire; pure giurando non fuggire, non abjurar il cattolicismo, e non cercar marito, senza il consenso del duca, a sua figlia, erede di pinguissimi feudi, fu tenuta libera non solo, ma forse in amore di Emanuele Filiberto. Lui morto, venuto il tempo di sposar sua figlia con don Amedeo, figlio naturale del duca, nacquero dissapori e sospetti che Giacomina tenesse legami cogli Ugonotti, e che stregasse il duca, e fu tenuta in carcere. La colpa era di competenza de' tribunali secolari, ma la santa sede la incolpò pure d'eresia, e pretese fosse data al vescovo di Torino e al nunzio. E lungamente essa ne sofferse, finchè morì in carcere nel dicembre 1599.

L'accusa di stregheria erale data da un'ossessa. Il cardinale d'Ossat nelle lettere del 1597 molto ne parla, e adopera a salvarla, mostrando non doversi aver fede al diavolo, padre della menzogna, e ch'esso non vorrebbe denunziare i proprj devoti: al tempo stesso crede accorgersi che il duca di Savoja non aspira che ad impadronirsi de' beni di lei per servir de partage à un de tant de petits louveteaux qui se nourrissent au pié de ces monts, alludendo ai molti figli naturali del duca.

[395] Del congresso notturno delle lamie, libri III. Rovereto 1749.

[396] Lettere del Presidente Gian Rinaldo Carli al signor G. Tartarotti intorno all'origine e falsità della dottrina dei maghi e delle streghe; — MAFFEI, Arte magica dileguata. Verona 1750. — A queste uscì una risposta in Venezia l'anno stesso, Osservazione sopra l'opuscolo Arte magica dileguata, di un prete dell'Oratorio (padre Luziato), per dimostrare che, avanti e dopo Cristo, sempre vi furono maghi e streghe; e raccolgonsi passi de' santi Padri che sembrano credere alle stregherie. A una dissertazione epistolare di Bartolomeo Melchiorri (Venezia 1750) sopra gli omicidj che diconsi commessi con sortilegj, conviene col Tartarotti nel negare le streghe e ammettere i maghi, e insegna ai giudici il modo di determinare con sicurezza i rei, per non dar sentenze ingiuste. L'arciprete Antonio Florio veronese confutò il Luziato (Trento 1750), dove pure Francesco Staidelio conventuale fe la Ars magica adserta; e l'anno dopo a Verona si stampava anonima la replica alla risposta intitolata Arte magica distrutta, di un dottore sacerdote veronese; un altro anonimo fe contro il Tartarotti le Animadversioni critiche (Venezia 1751) in 76 riflessioni sostenendo la magia. La opinione contraria fu sostenuta l'anno stesso a Roma nella Dissertazione di Costantino Grimaldi, «in cui s'investiga quali siano le operazioni che dipendono dalla magia diabolica, e quali quelle che derivano dalla magia artificiale e naturale, e qual cautela si ha da usare nella malagevolezza di discernerle». Poi a Venezia comparve L'arte magica dimostrata da Bartolomeo Preati vicentino, «dove sostiene che il traslocamento delle streghe è vero e reale»: e «Apologia del congresso notturno delle lamie, ossia risposta di G. Tartarotti all'arte magica dileguata del M. S. Maffei ed all'opposizione dell'assessore B. Melchiorri». Poi ancora nel 1792 si stampò a Venezia stessa Philippi Mariæ Renazzi de sortilegio et magia liber singularis, dove informa dei dispareri, delle leggi in proposito, delle procedure.

[397] Storia letteraria d'Italia, 1750.

[398] ALLAN KARDEC, Le spiritisme à sa plus simple expression. Le livre des Esprits etc. E vedasi anche la Revue Spirite.

[399] Non inveniatur in te... qui querat a mortuis veritatem. Deuter. XVIII.

[400] Il cav. Des Mousseau pubblicò, tra varj libri sulla magia e lo spiritismo, Mœurs et pratiques des Demons (Parigi 1866), e varj vescovi gliene fecero congratulazioni, asserendo non potersi che ai demonj attribuire i fatti del moderno spiritismo.

Vedi anche RIZOUARD, Des rapports de l'homme avec le démon.

[401] Traité du Saint-Esprit, par M. GAUME. Paris 1864, 2 vol.

DISCORSO XXXIV.

SAN PIO V. 1566-72.

Dopo la gran riforma cattolica, portata dal Concilio tridentino, mutasi l'aspetto esterno della Chiesa; maggior severità di costume; studio più severo; disciplina rispettata. Un gentiluomo tedesco, udendo sempre declamare contro la depravazione di Roma, era voluto venire ad accertarsene coi proprj occhi, e ad un principe scriveva nel 1566 come invece avesse trovato gli abitanti dediti alle pratiche pie, rigorosi osservatori della quaresima, frequenti alla comunione e alla visita delle chiese; la settimana santa poi dormire per terra, e veglie, e digiuni, e tutti gli artifizj della penitenza adoperati per raggiungere i beni dell'anima. E segue descrivendo quelle commoventi solennità pontificali del giovedì santo; e le scomuniche lette a gran voce al popolo che le ascolta in venerabondo silenzio, e il bombo dei cannoni che vi tien dietro, gli presentavan immagine del terribile giorno finale. Lunghe file di penitenti disciplinandosi giungeano a San Pietro, ove ad essi mostravansi la lancia di Longino e il volto santo, fra singhiozzi, gridi e preghiere.

Io non accetto appieno queste lodi perchè, come costui vede tutto santo, così altri tutto scellerato, secondo l'affetto individuale. Nel 1563 viaggiò in Italia Filippo Camerario, illustre dotto tedesco, il quale descrisse quel viaggio giorno per giorno, più fermandosi sulla parte materiale. Sparla del regno, allegando quel proverbio «Il napolitano è un delizioso paradiso, ma abitato da diavoli», e si meraviglia come il re di Spagna da paesi tanto feraci tragga o nulla o pochissimo, dovendo spender tutto nel frenare i sudditi e respingere i Turchi. Descrive i fenomeni del tarantismo: e che spesso all'entrare in una città erano obbligati a depor le armi e le pistole, ricuperandole poi all'uscita; del che non sa trovar la ragione, massime che v'ha osterie dove si è in maggior pericolo che sopra alcune strade di Lombardia e di Toscana. A Roma fa il solito piagnisteo sulla diversità dall'antica; ma sopratutto decaduti gli sembrano gli uomini, la più parte ignari fin delle lettere. «Poeti, filosofi, oratori v'ha per certo, ma tali che non vorresti udirli: chiamano poeti certi ciarlatani, che cantano per le strade versi lascivi; filosofi che tutto attribuiscono alla natura, o secondano le voluttà; oratori che mai non lessero Cicerone nè Demostene, ma arringarono una o due cause». Sul partire, l'Inquisizione lo colse, e gittò nel carcere, ove stava da un anno Pompeo De Monti barone napoletano, reo d'uccisioni e d'incendj, ma allora imputato d'eresia. Il Camerario si confessò luterano, onde cercarono trarlo alla nostra chiesa: e se il domenicano frate Angelo lo vessava, il gesuita Canisio gli procurò agevolezze e libri, usavagli ogni cortesia il dottor Donato Stampa milanese: un Cencio carceriere lo salvò da insidie e veleni: un ignoto gli offerse denaro pel ritorno. Egli medesimo ne stese una Relatio vera et solida per dimostrare come Dio, per mezzi insperati, campi i suoi dalle mani de' nemici, e liberi dalle calunnie. Suo inquisitore era stato il Ghislieri, onde si spiega perchè gli si avventa accanito.

Poco dopo capitava a Roma anche il famoso moralista Montaigne, che la chiama «la sola città comune e universale, la metropoli di tutte le nazioni cristiane, ove lo Spagnuolo e il Francese e ciascuno è come in casa sua». Gli si rovistarono attentamente i bauli, specialmente pei libri, trattenendogli quelli sospetti. Vi trovava meno campane che non in qualche villaggio di Francia: non immagini per le vie: le chiese meno bene che nel resto d'Italia e in Francia; le abitazioni mal sicure, laonde chi avesse denari gli affidava a banchieri. Un predicatore fu arrestato perchè declamò sulle generali contro il lusso de' preti. In carnevale faceansi corse ora di fanciulli, ora di vecchi nudi, ora di ebrei, di cavalli, asini, bufali. Il popolo minuto è assai più devoto che in Francia; non così i cortigiani e i ricchi. Vi abbondano gli spiritati e ossessi. Alla processione del volto santo forse dodicimila torcie si accesero; file di Battuti si flagellavano, mentre altri accorreano a confortarli con vino e confetti, e lavar di vino l'insanguinata estremità dello staffile. Anche le classi infime tengono del signorile, fin nel domandare la limosina, e uno diceva: «Fatemi bene per l'anima vostra». Molte le cortigiane, e faceano pagar anche la conversazione. Loreto era affollata di devoti, e piena di voti e miracoli.

Il presidente Misson fece egli pure un viaggio in Italia, e non rifina di scherzare e rimbrottare le superstizioni romane; ma n'ha ben poco diritto egli che empì di miracoli a onore de' Protestanti uccisi il suo Teatro sacro delle Sevenne. Jacobo Soranzo nel 1565 scriveva alla Signoria veneta della povertà de' cardinali, la quale «deriva da due cagioni. La prima perchè mancò il mezzo di dar pingui benefizj, come quando Inghilterra, Germania e altre provincie importanti obbedivano alla santa sede, e che poteansi dare tre o quattro benefizj e vescovadi per cardinale: l'altra, che i cardinali crebbero a settantacinque, cosa non più veduta. Inoltre non v'è alcun principe che lor faccia regali o gl'investa di benefizj, come soleano Carlo V e la Corte di Francia: cambiamento venuto dalla poca forza rimasta ai pontefici. Pertanto i cardinali si staccarono, almen in pubblico, d'ogni sorta di piaceri, non si vedon più nè inmascherati, nè a cavallo o in carrozza correre con dianzi: appena van soli e in carrozze chiuse. Banchetti, giuochi, caccie, livree, ogni altro lusso cessò».

Il papato, nell'aspetto temporale, fu però ancora ambizione di famiglie illustri, e spesso più che il sommo sacerdote vi apparve il principe nazionale, intento a restituire lo splendore alla tiara coi maneggi diplomatici e coll'abile schermirsi in situazioni scabrosissime.

Il nepotismo, se non cessò, trasformossi, usando i papi mettersi a fianco un nipote cardinale e un nipote laico, proveduti di dignità e ricchezze, ma non di dominio, al modo de' ministri in paesi costituzionali. Benedetto, figlio del cardinale Accolti, si credette che a Ginevra attingesse odio contro i papi e idee repubblicane; conforme alle quali ordì a Roma una congiura con giovani principali per trucidare Pio IV, al quale diceano succederebbe quel papa angelico, di cui più volte avea fantasticato il medioevo; pretendevano essere in comunicazione con spiriti celesti, e si preparavano al misfatto colla confessione e l'eucaristia; fallito il colpo e scoperti, sempre ridendo sostennero l'esacerbato supplizio, asserendo esservi consolati dagli angeli.

Quando Pio IV morì, assistito da san Carlo e da san Filippo Neri, gli successe Michele Ghislieri, detto il cardinal Alessandrino, e che prese il nome di Pio V. Già vedemmo come fosse infervorato della Inquisizione, e dalla persecuzione che sofferse perciò a Como incominciò la sua grandezza[402]. Fece varj libri da distribuire principalmente a Cremona, Vicenza, Modena, Faenza, San Genesio, in Calabria. Così severo, eppure è lodato per dolcezza, paragonandolo a san Bernardino: il Davalos, governatore di Milano, lo elesse suo confessore: fatto cardinale, non tenea più di trenta persone a servizio, notano i contemporanei. I papi lo ebbero riverentissimo eppur franco contradditore: allorchè Pio IV voleva dar la porpora a Ferdinando De Medici e a Federico Gonzaga, affatto giovani, esso gliel contrastò, allegando le riforme volute dal Concilio, per le quali non doveano salir a quell'onore se non tali che il meritassero. Eletti malgrado il suo voto, quand'essi mandarono i soliti ringraziamenti, egli dichiarò: «Non gli accetto, perchè io vi ho sfavoriti per obbligo di coscienza».

La sua scelta inaspettatissima adunque spiaceva a non pochi, sì perchè creatura dei Caraffa, sì pel noto suo rigore; ma egli disse: «Faremo di modo che ai Romani rincresca più la nostra morte che la nostra elezione»[403]. Nella festa inaugurale solea gettarsi denaro alla popolaglia; invece di questa indiscreta prodigalità egli fece distribuir quella somma a veramente poveri e vergognosi; i mille zecchini che sciupavansi in trattamenti agli ambasciadori, spedì ai conventi più bisognosi; e dettogli che molti gliene facevano colpa, esclamò: «Non me la farà Iddio». Regalò i cardinali, secondo il consueto, ma li pregò di consiglio e cooperazione nel restaurare la Chiesa, riconoscendo che il disastro di questa era venuto dai cattivi esempj del clero.

È memorabile la sua costituzione 25 marzo 1567, che proibisce nelle forme più esplicite e precise di cedere o alienare qualsiasi città o luogo del dominio papale, dare in feudum, gubernium, vicariatum, ducatum, aut quemvis alium titulum perpetuum vel ad tertiam generationem seu ad vitam aut alias. Tale costituzione volle fosse firmata da tutti i cardinali, e giurata da ogni successore, come in fatto si continua. In forza di essa molti possessi vennero ricuperati, si tolsero altri ch'erano motivo di scandalo agli eretici in paese dove anche abati e vescovi alienavano e infeudavano. Pio non avea famiglia sua da arricchire, non ambizioni proprie da fomentare, non gelosie con principi stranieri. Solo per calde istanze conferì la sacra porpora a un suo pronipote, frate di gran virtù; un altro ch'era caduto nei pirati, riscattò a tenue prezzo, e fattolo comparir a Roma in arnese da schiavo, gli regalò un cavallo e cento scudi. Prodigò invece ai poveri, massime in un'epidemia allora gettatasi. E poichè credeva il papato fosse un gran pericolo alla salute dell'anima, e professava «Chi vuol governare altrui, cominci dal governare se stesso», restrinse le spese, mantenendosi da monaco; nè provava bene che nello stretto adempimento de' proprj doveri, e nella fervorosa meditazione e adorazione, da cui si levava in lagrime.

L'ambasciadore veneto Paolo Tiepolo, in agosto 1566, assistette a una cena di esso, e scrive: «Mangiò quattro susini cotti con zuccaro: quattro bocconi di fiore di boracina, acconci in salata da lui medesimo; una minestra d'erbe; due soli bocconi d'una fortaja fatta con erbe e cotta in acqua solamente, senza olio e senza onto sottile; cinque gamberetti cotti in vino; e dopo pasto tre bocconi di pero o persico cotto, con che finì la cena; nè altra vivanda fu portata in tavola. Bevve due volte, ma tanto quanto comunemente un altro beve in una sola».

Siffatto genere di perfezione suol recare gran confidenza nella propria volontà, e pertinacia a domare l'altrui. «Nelle cose di religione, scriveva esso ambasciadore, egli pensa di saperne più degli altri, e di non aver bisogno di consiglio; e dove prende una deliberazione per bene, si ferma; nè ragion di Stato, nè qualsivoglia cosa è per rimoverlo; lascerebbe piuttosto rovinar il mondo che mutarsi d'opinione; anzi un cardinale diceva che, dov'egli si affissava a queste opinioni, per sostenerle sarebbe stato uomo da assalir solo un esercito intiero che fosse contro di lui, sperando che, avendo buona intenzione, Dio lo dovesse ajutare[404].

La giustizia voleva, e fin all'eccesso, e clamorosamente esemplare, e l'Inquisizione esercitò severa, come succede quando un'opinione s'incarna in un capo. Non ingannò mai, mai non mentì; mal gradiva i consiglieri, perchè li credeva o ingannatori o interessati. Inaccessibile a passioni umane, qualora v'entrasse il concetto del dovere, più non guardava a chi si fosse; onde i cardinali erano obbligati rammentargli ch'e' non aveva a fare con angeli. Pretendeva sostenere nel pieno vigore la bolla In Cœna Domini, negando ai principi il diritto d'imporre nuove gravezze ai sudditi; e poichè i tempi e i regnanti più non vi si rassegnavano, serie contraddizioni affrontò. Imponeva rigori di disciplina, quasi fossero i primordj del cristianesimo; divieto ai medici di visitar tre volte un infermo se non siasi confessato; chi profana la domenica, deve stare un giorno in piedi avanti alle porte della chiesa, colle mani legate al dosso; se ricade, sia fustigato per la città; alla terza volta abbia la lingua forata e la galera. Espulse le meretrici, e perchè gli si diceva ch'erano un mal necessario a Roma, «Ebbene restate voi con queste sciagurate: io mi sceglierò altra città». Ma poi visto venirne di peggio, le ridusse in un solo quartiere; represse il lusso degli abiti; vietò di rimanere nelle osterie, salvo i forestieri; e ai curati di scostarsi dalle parrocchie; ripristinò la regola dei conventi, restrinse la clausura delle monache; andò scarso in dispense e indulgenze; secondato da vescovi zelanti migliorò grandemente la Chiesa d'Italia, e pubblicò messale e breviario nuovo; e al Vaticano fastoso, belligero, letterato volea surrogarne uno cristiano, giacchè, quando gli abusi fossero corretti, restava tolto il pretesto alla ribellione protestante.

Fra i diversi seminarj di Lombardia scompartì i cherici svizzeri, e «converrà non sole accogliere figli di cattolici, ma ben anche taluni di quelli, i cui parenti traviarono dalla fede cattolica, non dovendosi disperare che, se diligentemente vengano educati, giovi l'opera loro a convertire i genitori ed altri»[405].

Contro eretici che si scopersero in Mantova, fece far rigorosa inquisizione, coll'opera del cardinale Commendone e di san Carlo, e si videro molte abjure, non senza que' supplizj che la libera America oggi ancora infligge ai Negri, ma che, per l'alto concetto che abbiamo della santità della Chiesa, non cessiamo di deplorare.

I rigori talvolta erano provocati dagli eretici stessi colle loro profanazioni. Regnante Elisabetta, un Inglese a Roma lanciò tre sassi contro la Madonna de' Monti; un altro nella Madonna del Popolo tolse il messale al chierico, mentre lo mutava dal corno dell'epistola a quel del vangelo, e scagliollo contro il calice, indi afferrato il celebrante lo buttò a terra, esclamando: «Quando finiranno coteste idolatrie?» Un altro, nella basilica stessa di San Pietro, mentre il sacerdote stava per elevar l'ostia, gliela strappò di mano, e sparse per terra il calice: onde assalito dagli astanti, fu battuto e consegnato all'Inquisizione; e confesso d'esser venuto in Italia con altri per commettere simili atti, fu condannato al fuoco, e lo subì «con tanta fermezza, che ha dato da ragionare assai[406]».

I carteggi de' residenti veneti annunziano continui processi contro simoniaci, adulteri ed altri peccatori; e da Roma scriveano il 25 settembre 1568: «In una terra della Marca, chiamata Amandola, i fuorusciti, coi quali si dice che si sono accompagnati molti sfratati, entrati dentro, hanno usate gran crudeltà abbruciando le chiese, e buttando a terra, e rompendo le immagini, con gran dispregio di tutte le cose sacre; onde si dice che sua santità ha animo di far qualche grande provisione per quella terra, e per un'altra ancora vicina chiamata San Genese, poichè intende che in esse vi sono molti eretici. Ma non è città della Chiesa che abbia nome di averne più di Faenza: onde sua santità ha avuto a dire, che chiaritasi un poco meglio, la vuole al tutto distruggere con levar via tutti gli abitatori, provedendo poi per lei di una nuova colonia; e in questi giorni sono stati condotti qua molti di quella città per conto dell'officio dell'Inquisizione».

Questi sfratati sono i fuggiaschi dai conventi: ma nel carteggio stesso è pur narrato degli Amadeisti, francescani molto depravati che il papa soppresse, surrogandovi i Minori dell'Osservanza; e in molti luoghi, massime nel Bresciano, a Iseo, Erbusco, Quinzano si opposero armati, cacciando dai loro conventi gli Osservanti.

Insistette presso i Veneziani perchè si emendasse la disciplina ecclesiastica, ed oltre i provvedimenti sui costumi, raccomandava che i deputati sopra la bestemmia punissero quei che meno onestamente parlassero dell'autorità pontifizia e della Chiesa: ai nobili non si comportassero neppur le lievi trasgressioni o il sospetto in fatto d'eresia: niuno in senato parlasse sconvenientemente della Chiesa santa. Domandò che s'arrestasse e consegnasse Guido Zanetti di Fano, e perchè i senatori chiedevano fosse processato a Venezia, egli espose come il delitto d'eresia sia di pura competenza della Chiesa, la quale non ha confini di territorio; e poichè non vuole o non può tenere forze proprie, invoca il braccio secolare. Avendo il duca Ottavio Farnese consentito ad arrestare e consegnare Giovanni Galeazzo Sanseverino di Parma, il cui processo menavasi da san Carlo, Pio V gliene fece vive felicitazioni, prevedendo diverrebbe un campione della fede. Di rincontro, Guglielmo Gonzaga di Mantova avendo ricusato trasmettere a Roma alcuni eretici, il Brovio racconta che il papa minacciò, se tenesse colà un nido d'errori, muovergli anche guerra: e l'avrebbe fatto se non si fossero intromessi i principi d'Italia.

A' suoi tempi gravi pericoli correva la cristianità pei Turchi che s'avanzavano minacciosi. Il gran Solimano avea tolto Scio ai Genovesi, devastate le coste dell'Adriatico, dello Jonio, del Mediterraneo, talchè Pio IV avea dovuto fortificare Ancona, Civitavecchia, Roma stessa: il corsaro Dragut era sbarcato a Napoli, Kilig-Alì a Nizza; Selim II intimava a Venezia di cederle Cipro. Le galere di questi nuovi invasori erano menate da Italiani, rubati sulle spiaggie. I Protestanti favorivano i Turchi, sicchè per paura di questi il papa osteggiava quelli, e pareva il magistrato supremo di una società in pericolo, che bisogna salvar con qualsiasi mezzo, siccome in tempo di peste o d'assedio.

Fu perciò che tanta parte egli prese nelle guerre civili, suscitate dalla Riforma in Francia, e di cui parleremo. Udito i guai che ne venivano, ordinò un lutto generale in Roma: egli stesso menò una processione a varie chiese, pregando e predicando per la salute di quel paese, e facendo recitare questa orazione: «Piissimo Iddio, che non ti ricordi delle iniquità di chi s'è convertito, guarda alle chiese sue, profanate dalla mano degl'infedeli, e la costernazione del diletto tuo gregge; ricordati della tua eredità, acquistata coll'effusione del tuo prezioso sangue; la vigna tua piantata dalla tua destra, che il fero cinghiale cerca sterminare, visita attentamente e i cultori di essa dalla rabbia dei devastatori corrobora colla tua virtù, rendi vincitori, e quei che bene operano in essa, fa colla potenza tua più forti»[407].

Era dunque ben lontano dal suggerire, come si pretende, gli assassinj. In lettera del 25 giugno 1566 a Carlo IX, gli rammenta quanto importi alla pace di Francia estirpar le eresie, poichè col pretesto di queste si conturba il paese medesimo, si invocano i forestieri; sa che alcuni lo consigliano di sforzarsi a spegner poco a poco le eresie col tollerare e dissimulare. «Neppure a noi piace d'operar temerariamente: vogliamo che voi adopriate accorgimento, pazienza, moderazione: non ignoriamo quanto sia difficile revocare dagli errori quei che si scostarono dalla fede cattolica; crediamo bisogni sopportare molto per riguardo ai tempi; ma insieme diciamo che bisogna applicare senza indugio un rimedio, che avrà la maggior forza nel sanare il male. E qual rimedio? mi domanderete. Se non volete obbligar tutti i sudditi a ricevere i decreti del Concilio di Trento, almeno fateli osservare dai Cattolici, e massime in ciò che spetta al regime della Chiesa e alla correzione degli ecclesiastici. Non che offendere quei che declinarono dalla religione cattolica, ve ne procaccerà l'approvazione: giacchè i depravati costumi del clero spiacciono talmente a tutti, che i vizj de' sacerdoti e d'altri ecclesiastici diedero la principal ragione a tante eresie. I predicanti eretici con niuna cosa diffusero il veleno della dottrina loro più che col riprendere e sparnazzare i vizj degli ecclesiastici, e trarne odio e disprezzo; quest'è il dardo di cui principalmente si valsero per impugnar la verità della cattolica fede. E veramente il vulgo imperito non bada tanto alle cose che insegnino i sacerdoti, quanto al modo onde vivono; più è mosso dagli esempj che dalle parole. I cattivi costumi tolgono ogni fede al discorso. E che può darsi di più indegno che il veder coloro che dovrebbero porger esempio del viver casto, onesto, pio, viver turpemente, indecentemente, ribaldamente? Se dunque, o carissimo figlio, volete estinguere le eresie nel vostro regno, bisogna svellere i vizj, eccitar diligentemente colle vostre esortazioni i vescovi affinchè risiedano nelle loro chiese, e vigilino più attenti alla salute delle anime; ciascuno riformi il proprio clero: via le concubine; repressi i vizj; vivasi da sacerdoti. Se nell'ordine ecclesiastico si correggerà quanto fa duopo, anche i laici diverranno migliori: si sottrarrà ai fautori degli eretici materia di novità; e apriranno gli occhi quelli che dalla retta fede furono distolti non men dai vizj degli ecclesiastici che dalla frode degli eretici».

Sono tutt'altri consigli che di trucidare gli eretici; eppur non si nega che Roma abbia fatto festa della orrida strage detta del san Bartolomeo, ma si avverta che si credeva essersi con quel colpo prevenuto l'eccidio de' Cattolici, concertato dagli Ugonotti, e non se ne conosceva l'estensione, saputa la quale, a chi se ne congratulava, papa Gregorio XIII disse: «O chi mi assicura che, fra' rei, non siano periti degli innocenti?» Del resto Pio V al duca d'Alba che combatteva gli eretici in Fiandra, spedì il cappello e lo stocco benedetto; contro l'Inghilterra, accannita avversaria della Santa Sede sotto la regina Elisabetta, avea permesso d'adoperare tutti gli averi della Chiesa, non eccettuati calici e croci; ed egli medesimo proponeasi andare a dirigere la spedizione. A tali concetti lo portavano il suo secolo e il suo posto. Egli vedeasi preceduto da dugento ventinove papi, che il voto popolare e lo Spirito Santo aveano fatti capi della cristianità, mentre novatori di jeri, senza missione o miracoli, voleano scindere l'unità santa e gloriosa. Quei papi aveano salvato l'incivilimento col congiungere tutti i Cristiani contro l'islam: ora i Turchi sovrastavano con nuova minaccia, e intanto i regni cristiani si straziavano fra loro.

Nello spaccio 15 aprile 1570, il ridetto ambasciatore veneto dice: «Il Pistoggia, ch'è un predicatore molto famoso dell'ordine delli Cappuccini, e grato al papa, perchè lo ha per anco molto dabbene e cattolico, ritornato ultimamente in Roma, è stato introdotto a sua santità, alla quale da poi che ebbe baciato il piede, e dato conto dove avea predicato, disse ch'era sforzato inanzi sua santità gridar sempre misericordia, misericordia, perchè vedeva tante anime andar in perdizione in poter d'infedeli ed in mano di cani; e ch'essendo lei vicario di Cristo in terra, toccava a lei la cura di queste anime, e che le sarìa dimandato ragione d'esse da Dio perchè non gli usava misericordia. E che vedeva bene ch'ella era pronta alla giustizia, e che ogni giorno faceva impiccare e squartare ora uno, ora un altro; ma che doveva ricordarsi che, per un luogo della Scrittura che nomina Dio giusto, ne sono dieci che lo nominano misericordioso; onde, volendo imitar Dio, come è debito suo, doverà più esser sollecita in ajutare e sostenere e difendere le anime che vanno in perdizione per la potenza dei Turchi, che in castigare per giustizia li scellerati. E le considerò molti vescovi antichi che avevano messi se stessi in potere dei nemici per liberare altri, e fra li papi moderni Calisto, Pio, Innocenzo, che venderono li beni delle chiese per far guerra contro li Turchi. Disse molte cose in questo proposito con gran libertà per un gran spazio: ed il pontefice, benchè si sentisse trafitto, però non mostrò d'aver niente a male di quello che diceva. Ma poi ch'ebbe finito, disse con un gran sospiro ch'egli diceva il vero in ogni cosa, ma che non sapeva i travagli in che si trovava; ch'era in un papato poverissimo e debolissimo, ed oppresso da ogni parte, e che se voleva far un bene, aveva mille impedimenti, e non solamente da eretici e da inimici della fede, ma da quelli che fanno professione d'amici, che con mille modi fanno offese a Dio, e pensano d'opprimere l'autorità di sua maestà in terra: il che le travagliava l'animo grandemente; ma che con tutto questo sua santità gli ha pietà, e vorria ajutar tutti, se bene dovria castigarli; e si mostrò piena di rammarico per occasione di questa guerra, e per il poco modo che aveva d'ajutarla».

Infatto Pio V caldissime lettere scrisse a tutti i potentati e principalmente a Caterina De Medici, deplorando le vittorie de' Turchi, la perdita dell'Ungheria, i pericoli d'Italia e Francia quando terribilmente armavansi quei nemici, intanto che i Cristiani compiaceansi della ruina uno dell'altro. Risoluto alla guerra santa, nel concistoro 20 febbrajo 1568 proferì che, attesi i pericoli derivanti sì dagli eretici, sì dagli infedeli che preparavano immensa flotta, trovavasi costretto a gravar di nuove imposte i sudditi. Pertanto la città di Bologna pagherà 60,000 scudi d'oro, a tal fine costituendo un monte, che ne retribuisse il 7 per cento sopra un dazio consumo che si imporrebbe, e che pagherassi da tutti, eccetto i regolari, tanto per carro.

Con simili mezzi e coll'ajuto di Spagna, Venezia e dell'altre potenze italiane in un secolo tanto scompigliato potè metter insieme un esercito cattolico, e a Lépanto riportare l'ultima vittoria che la cristianità unita vantasse sopra la mezzaluna. Lo stendardo che il Colonna spiegava sull'ammiraglia pontifizia, recava il Crocefisso fra i santi Pietro e Paolo. Ne fu trionfo per tutta la cristianità, ma a Roma principalmente: le bandiere tolte ai nemici della fede ornarono la basilica lateranense: molte feste furono stabilite a rammemorarle, come quella di Santa Giustina a Venezia, e quella del Rosario in tutta la cristianità.

Di Pio V ragionano con lode tutti gli agiografi e ultimamente un pio quanto elegante ed erudito scrittore francese. Noi, serbando lo stile che in tutta quest'opera preferimmo, vorremo udire uno che parlava, vivo esso papa, quando cioè nè il titolo di santo lo faceva inattaccabile, nè la morte lo salvava dagli strali troppo consueti della malevolenza. Giulio Pogiano da Suna sul lago Maggiore, leggiadrissimo latinista, che scrisse le lettere di molti cardinali, e quelle di Ottone Truchses d'Augusta, delle quali non poco ci siamo già valsi, a quest'ultimo scriveva da Roma encomj di Pio V, che rivelano la condizione delle opinioni e dei costumi d'allora[408]. Noi le traduciamo, togliendo quel ch'è o comune o vano: «Il sommo pontefice, intimati tre giorni di supplicazioni per impetrar vittoria a Massimiliano imperatore contro i nemici del nome cristiano, recitò sempre la messa all'alba in San Marco, poi il primo giorno andò alla basilica Lateranense, il secondo a Santa Maria Maggiore, il terzo ad Ara cœli, con moltissimi cardinali e vescovi, preceduto dai collegj e dalle confraternite e seguìto dai sacerdoti e cherici di tutti gli ordini: e con quanta poteasi folla di gente d'ogni sesso, età e genere. Ed è comun voce che da ducento anni nessun pontefice abbia fatto questa sacra funzione con tanta frequenza, spontaneità e pietà di tutti: e nessuno ammalò nè rimase stracco, benchè in stagione così pericolosa in questa città (agosto). Tutti vinse di zelo Pio papa, che fresco e integro, sempre colle man giunte a modo di pregante, procedea con volto e aspetto tale, che veramente parea trattar la causa della Chiesa appo colui di cui è vicario. Anzi in quella famosa processione eccitò tale pietà, che in tutti parea veder quell'immagine della vera fede che un tempo l'Apostolo lodò nei Romani[409]. Crebbe la religione la cacciata di alcuni spiriti maligni da notissime donne. All'approssimarsi del pontefice s'udivano orribili strilli, moti violenti e malvagi, incredibili contorsioni: ma arrivato lui e toccate le donne colla stola, repente cadeano a terra e vi rimaneano come morte: e dopo quel giorno tornarono sane: e son donne ben conosciute, sicchè nessuno può dubitarne. Avvenne pure que' giorni che la galea d'un illustre pirata, detta il Falcone per la robustezza e celerità, dal conte d'Altamura fosse presa presso Monte Argentaro, dov'erano ottanta cristiani, prigionieri da più di dieci anni. Mandati a Roma, Pio li ricevette benignissimamente, e diede vesti, denari, doni sacri e salutari. Nel tempo di quelle processioni capitarono anche molti illustri cavalieri francesi, reduci da Malta, e ne furono sì meravigliosamente tocchi, che alcuni venerarono Pio a segno, che per baciargli i piedi andarono in ginocchio dalla soglia fin in cima alla chiesa di San Marco. Ogni dì si fecero mirabili conversioni, non per timor di supplizj, ne' quali il papa va lentissimo, ma per l'esempio della virtù sua e la ferma opinione della sua santità. Più di cento ebrei si fecer cristiani, e alcuni ricchissimi e bravissimi, colle mogli e i figliuoli; e non solo della città, ma provinciali e forestieri. Per alloggiar i catecumeni il papa comprò magnifico palazzo che il francese Carinotto eresse a piè del monte della Trinità, e vi assegnò non mediocre rendita. Oh pontefice misericordioso e benigno! Dalla fin d'agosto in qua un pericoloso morbo invase la città, e massime quelli costretti a viver di loro braccia; e famiglie intere giaceano a letto[410]. Il pontefice mandò denaro a tutti, v'assegnò dieci medici, pose quattro ispettori e con essi il vescovo Fioribello; fornendo botteghe e macellerie per medicamenti e cibi, e affidato ai Gesuiti d'assistere ai malati, al che si prestano anche nobilissime dame, sicchè non v'ha ricco cui abbondi ogni cosa meglio che a questi poveri.

«Tanto liberale coi bisognosi, va ristretto verso i suoi, i quali si conoscono parenti del papa sol per l'esempio della pietà e dell'umiltà cristiana. La disciplina clericale è quasi rintegrata, e la ragione del divin culto, e l'amministrazione delle chiese son ridotti all'antica consuetudine; la città purgata da delitti; rimosse le male donne; non s'odono bestemmie contro Dio o i santi; tolte le calunnie; rescissi i contratti ingiusti, moderate le usure: le liti ben maturate: Pio stesso vuol udire, vedere, conoscer tutto, e ripudia ogni relazione dove gli trapeli odio, o parzialità o cupidigia, volendo la semplice verità. Fra queste cure e azioni, salutevoli alla Città e alla Chiesa, è frequente all'orazione e al digiuno, sebbene il viver suo è una continua regola di temperanza; ogni giorno celebra, sicchè buone e prudenti persone dicono esser impossibile ch'e' pigli alcuna risoluzione se non utile e salutare allo Stato, giacchè nessun giorno lascia senza accoglier Dio ospite e consigliero. E tanto attribuiscono alle caldissime preci di esso, che ne sperano ogni meglio, e confidano che si farà al Turco la guerra tanto da lui desiderata, e se ne vedrà la ruina. Non v'è età o sesso od ordine che non porti gli Agnus Dei consacrati da questo papa: poichè, sebbene la salutare virtù sia divinamente annessa a quelle cere, pure, per la singolare religione di Pio V le stimano di più quando fatte da esso.... Fu veramente beneficio di Dio che dal santo Concilio tridentino imparassimo quali devano esser i capi della cristiana religione, e poco dopo avessimo un papa qual dal Concilio è richiesto. Pio e coi precetti e cogli esempj non cessa di ripristinar la disciplina della vita, non solo, ma anche di richiamar alla prisca consuetudine il culto e le cerimonie: visitò le maggiori chiese della città, e tenne discorsi ai collegj di esse, esortandoli al loro dovere; onde un incremento di pietà e d'assiduità ai divini offizj. Convocata la sua famiglia, dimostrò quel che ciascuno deva fare, e come devano agli altri esser modelli di pietà e modesti. Chiamati i magistrati e giudici, e anche i cardinali che abbian parte nella pubblica amministrazione, prescrisse il modo di conoscere, discutere, risolvere le cause, e — Voi (disse) o cardinali, non raccomandate alcuna causa se non aggiungendo, Per quanto il comporta la giustizia: e voi, giudici, se v'è raccomandato alcuno senza questa formola non vi badate; e seguite il cammin dritto della giustizia, dal quale nessun di noi vi indurrà a deviare. — Pubblicò un editto sul vestire, la casa e il vivere degli ecclesiastici. Cessarono i giuochi, i bagordi, i teatri, i tornei: si frequentano i sacramenti, i divini uffizj e le prediche; si visitano gli spedali; si tolsero o diminuirono i dazj e le gabelle; si escluse ogni tassa dai benefizj ecclesiastici; nessun riguardo alla potenza o alla grazia, ma solo alla virtù e alla religione: quei che vedono con quanta riflessione e prudenza si diano i vescovadi, giudicano che saria ben migliore lo stato pubblico se altrettanto si fosse fatto per l'addietro: giacchè Pio impone agli uomini il sacerdozio, non le pensioni. Ridestò il costume di celebrare nella basilica di San Pietro e nelle cappelle Sistina e Paolina.... Preghiamo solo Iddio che ci conservi quest'ottimo suo vicario».

Fin qui il Poggiano. La severità non diminuiva nel santo papa la mite semplicità. Con un compagno avea piantata per trastullo una vigna, dicendo: «Del vino di questa nessun di noi berrà». Or ecco comparirgli l'invecchiato compagno con un barlotto, e offrirglielo rammemorandogli quel detto, e «Allora vostra santità non era ancora infallibile». Quand'era inquisitore viaggiando da Milano a Soncino, come soleva, sempre a piede s'imbattè in un servitorello, che, compassionandone la stanchezza, gli fece deporre sul suo somiere la fratesca bisaccia, e gliela recò fin alla destinazione. Pio se ne sovvenne, e mandatolo a cercare, gli conferì un uffizio in palazzo.

Ed è notevole come questo intollerante, questo amico di Filippo II abbondasse tanto di carità. Gli oggetti dell'amor suo erano minacciati da coloro ch'erano oggetti della sua indignazione; perseguitava questi per amor di quelli, siccome il pastore che respinge il lupo: potrà dirsi altrettanto delle persecuzioni de' Protestanti?

Ad uno che si lagnava chè il caldo di Roma non lascia lavorare, «Chi poco mangia e poco beve (disse) non sente l'arsura dell'estate».

Sentendosi morire, Pio visitò le sette chiese, baciò la scala santa per congedarsi da quei sacri luoghi. Nei dolori esclamava: «Signore; cresci i patimenti, purchè cresca la pazienza». La sincerità della sua devozione fece che, malgrado l'austerità, il popolo l'amasse vivo, morto lo venerasse: Bacone meravigliavasi che la Chiesa non noverasse fra i santi questo grand'uomo; e di fatti egli fu l'ultimo papa canonizzato[411].

NOTE

[402] Vedi sopra a pag. 340.

[403] Il Serristori, ambasciador di Toscana, andò, non sapeva se a congratularsi seco o condolersi del peso toccatogli, e Pio rispose, esservi più ragione di compatirlo; avrebbe ricusato se non avesse temuto che il papato venisse al cardinal Morone «o qualche altro soggetto, con molto danno di questa santa sede» (Legaz. del Serristori, pag. 422). Il Serristori replicò che l'egual timore era entrato nel granduca, onde avea ordinato che dal papato si eccettuassero Ferrara, Farnese, Morone: questo pel medesimo rispetto che avea avuto sua santità, quelli perchè molto lontani dal servizio della santa sede.

[404] Dispaccio 16 febbrajo 1566.

[405] Lettera 18 maggio 1566.

[406] Carteggio dell'ambasciatore veneto, 29 luglio 1581.

[407] È tratta dall'Officio della Madonna dei Domenicani come quest'altra,

Per impetrare la conversione degli eretici.

«O vera pace, e fedel Pastore dell'ovile della Chiesa tua, esaudisci le nostre preghiere, ed abbi pietà delle afflizioni e dei devastamenti del popolo cristiano. Con tutto il cuore noi supplichiamo la tua misericordia, perchè ti compiaccia di vigilare paternamente tutti coloro che abbandonarono la ortodossa e cattolica fede, ed allucinati intorno a' suoi articoli, e sedotti da falsa persuasione vivono ereticamente: deh! coi raggi della tua luce illumina i loro cuori, e riducili al conoscimento dell'errore che professano, affine che per tal modo rinsaviti, e abbandonando le dispute, e le corruzioni della tua parola, ritengano costantemente l'unica e vera fede sotto i legittimi nostri pastori con a capo te, supremo Pastor di tutti, dal quale ogni emission di luce e di grazia si riflette in tutte le membra, che ti sono congiunte col vincolo della sacra pace. Così sia».

[408] J. POGIANI Sunnensis epistolæ et orationes, olim collectæ ab A. M. Gratiano, nunc ab H. Lagomarsinio adnotationibus illustratæ ac primum editæ. Roma 1757, 4 vol. in-4º. Vedansi le lettere del 21 settembre e del novembre 1566.

[409] Allude a quel di san Paolo ad Rom., c. I, 8. Gratias ago Deo meo pro omnibus vestris, quia fides vestra annuntiatur in universo mundo.

[410] Lo descrive retoricamente il Bartoli nella vita di san Francesco Borgia: e come in quell'universale abbandono i Gesuiti si offrissero al soccorso, e vi si sacrificassero principalmente gli alunni del Collegio Germanico nel servir gl'infermi, e quelli del Seminario Romano nella cura dei morti.

[411] Conosciamo una Vita del gloriosissimo papa Pio V, per Girolamo Catena. Roma 1587. Sul frontispizio è il ritratto del santo, con in giro l'iscrizione Absit mihi gloriari nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi: e fra varj emblemi il papa che abbraccia due figure, che pajono Francia e Venezia, colla scritta Fœdus ictum in Turcos et vict.: a riscontro Hæreticorum clades; a' piedi la battaglia di Lepanto. Moltissime vite ne enumera il padre Quetyf, Script. Ord. Prædicatorum, che lo fa anche autore della Praxis procedendi in causis fidei. È strano che gli sia da taluni attribuito un opuscolo Delle belle creanze delle donne: il quale è provato esser di Alessandro Piccolomini senese. Vedi La Visiera alzata, ecatoste N. 6.

DISCORSO XXXV.

DEGLI ERETICI IN TOSCANA. IL CARNESECCHI.

Chi osservi ancora Firenze prima che sia compiuta la trasformazione sua, non tanto politica come morale e artistica, vi trova dapertutto l'opera della religione, e viepiù nell'ispirazione de' suoi poeti e de' suoi artisti, quando l'arte non era ancora ridivenuta pagana e principesca. La Toscana deve ai monaci il primo bonificare delle Chiane; e se il Pian di Ripoli uscì feracissimo dagli acquitrini; se presso ai pantani di Varlungo (Vadum longum) ondeggiarono di biade le campagne ubertose di San Salvi e di Rovezzano, fu merito de' monaci. Il palustre deserto fra Prato e Firenze, dacchè vi si stabilì la badia di San Giusto divenne il bel territorio di Osmannoro, mentre i Benedettini di Settimo coi rigagnoli e le colmate risanavano la riva opposta dell'Arno. Tutto l'Arno ebbe sostegni, pescaje, scoli dai monaci, ai quali Firenze lungo tempo affidò la costruzione e manutenzione de' ponti, delle mura, delle fortezze. Quanti villaggi crearonsi attorno a un convento o ad una chiesa! quante boscaglie, tane di fiere e di masnadieri, venner ridotte a rigogliose foreste! quante grillaje si convertirono in masserie, e migliaja di ulivi al piano e milioni d'abeti e di faggi al monte si naturarono! Basti ricordare come la regola camaldolese imponga di piantar ogn'anno una determinata quantità di abeti, e proveda attenta alla cura, al taglio, al ripiantamento delle foreste, il cui rigoglio fa ammirare ancora, ahi per poco! i devoti recessi di Camaldoli, di Monte Senario, della Vernia.

In Firenze poi, dai tempi di sant'Ambrogio e di Carlomagno giù fin ai Lorenesi, mille edifizj o sacri o caritatevoli s'annestano alle memorie delle famiglie[412]; nell'infausto assedio del 1529 tra i più grandi sagrifizj fatti alla patria contossi il dover distruggere qualche cappella, qualche dipintura, e gli anni successivi s'adoperò a riparare quei danni. Anche di fuori piaceansi i Fiorentini di eriger monumenti di devozione, come sono a Roma San Giovanni de' Fiorentini, a Lione Santa Maria e l'Ospedale di Tommaso Guadagni, a Napoli la Certosa, a Lucca le loggie di San Friano, a Milano la cappella di san Pietro Martire, eretta da Pigello de' Portinari in San Eustorgio; in Venezia Sant'Antonio da Goto degli Abati, a Gerusalemme un ospedale da Cosimo padre della patria. Laonde il Richa disse che «della storia nostra il più pregevol soggetto non può negarsi sia il clero fiorentino»[413].

Le laudi contrapponeano la pietà e la carità all'osceno sensualismo dei canti carnascialeschi[414]. Mentovammo il Concilio ecumenico XVII, che fu il terzo tenuto in Firenze, dove nella, sessione XXV, Orientali e Occidentali professarono che «il romano pontefice è successore di Pietro principe degli apostoli, vero vicario di Gesù Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i Cristiani; a lui esser data da Nostro Signor Gesù Cristo, nella persona di Pietro, piena podestà di reggere e governare la Chiesa universale, secondo è pur contenuto negli atti dei concilj ecumenici e nei santi canoni».

E sono dei monumenti più degni d'essere studiati dagli Italiani le storie delle Chiese fiorentine e quelle de' suoi Santi[415]. Ricordavasi che il giorno di santa Reparata (3 ottobre 407) i Goti furono sbaragliati a Fiesole: che il giorno di san Barnaba (11 giugno 1289) si sconfissero gli Aretini a Campaldino: al beato Andrea Corsini attribuivasi l'aver posto in fuga il Picinnino nella giornata d'Anghiari il 1440; a santo Stefano papa, il duca Cosimo chiamavasi debitore della vittoria di Marciano. Fresca poi era la memoria del Savonarola e di Maddalena de' Pazzi; fresca quella di sant'Antonino, coi quindici beati, di cui è ricordo nella sua cella, fra' quali il beato Angelico, stupendo pittore, il miniatore frà Benedetto da Mugello, il beato Giovanni da Domenico, che poi fu cardinale e legato a latere. Il Lainez, generale de' Gesuiti, venne a fondarveli in San Giovannino nel 1551, con istruzione particolare di sant'Ignazio, e all'uopo ebbe gran doni e beni da Cosimo I, da monsignor Ughi; signori delle case Amannati, Guadagni, Pazzi, Sassolini, Rinuccini andarono a raccoglier limosine con cui fabbricossi la chiesa. È ancora ricordata da una lapide la dimora di san Luigi Gonzaga: poi nel 1565 fu tenuto in Santa Croce il capitolo generale de' Francescani, con cinquecento teologi e altrettanti allievi.

È fuor di tempo il rifrascar queste memorie all'odierna capitale d'Italia?

I primordj della Inquisizione in Firenze già divisammo, e come sin dal 1254, anzichè ai Domenicani, era affidata ai Francescani, che a Santa Maria Novella e a Santa Croce teneano un numero di satelliti e carceri proprie[416]. Fu davanti a quel tribunale che venne processato Cecco d'Ascoli astrologo, del quale divisammo nel Discorso VII.

L'aver mandato al fuoco uno de' filosofi di maggior rinomanza al suo tempo indignò molti contro l'Inquisizione, la quale di rimpatto prese ardimento ad estendere la propria giurisdizione. Massimamente frà Pietro dell'Aquila fu accusato di oltrepassare i suoi poteri, e smunger denaro da cittadini sospetti d'eresia; sicchè la repubblica pose nel suo statuto[417] che gl'Inquisitori non dovessero intromettersi se non di cose del proprio ufficio; condannassero nella persona, ma non negli averi; non tenessero carceri private, ma si servissero delle pubbliche; e nessun capitano o podestà, nè i vescovi di Firenze o Fiesole potessero far arrestare veruno per mandato del Sant'Uffizio, se non previa licenza de' priori; non si concedesse di portar l'armi che a sei famigliari del Sant'Uffizio; e costituiva quattordici difensori della libertà, che vegliassero all'osservanza di tali capitoli.

Ai quali si cercò sempre rivocare il Sant'Uffizio ogni qualvolta le circostanze l'avessero portato a trascendere. Quando Paolo III ebbe istituita la congregazione del Sant'Uffizio, fu preso partito che a Firenze tre commissarj, poi un quarto si unissero all'Inquisitore, per conoscer le cause di religione.

Da Giovanni delle Bande Nere, uno di que' brillanti avventurieri che sventuratamente sempre lusingarono le simpatie degli Italiani senza far mente qual causa sostenessero, nacque Cosimo de' Medici, che con arti buone e con sinistre riuscì a divenir capo dello Stato fiorentino, dove la repubblica già era stata strozzata dalle armi straniere, e ne costituì un principato ereditario. Questa forma di governi era allora l'aspirazione universale, per istanchezza dei reggimenti liberi del medioevo, per amor dei dominj forti e delle concentrazioni, che diceano salverebbero l'Italia dagli stranieri, e che invece l'inabissarono. Esecrato dai vecchi repubblicani ch'e' dovette reprimere, combattere, esigliare, assassinare, Cosimo in lunghissimo regno si mostrò splendido senza abbandonar le abitudini cittadinesche della casa sua, e procurò di far fiorire le arti e il commercio, estendere fabbriche, erigere superbi palazzi, e tutti i progressi che possono camminar di paro colla servitù.

Cosimo sentì come interesse primo d'ogni nuovo principato in Italia sia l'ingraziarsi il pontefice: eppure teneva l'occhio geloso su tutti gli atti della Corte romana, siccome appare dal carteggio de' residenti, e voleva ingerirsi ai conclavi e alle altre decisioni. Per rispetto a quella, non ledeva le immunità ecclesiastiche: e nella feroce guerra di Siena, le sue truppe, comandate dal marchese di Marignano, avendo profanato qualche luogo sacro, egli scriveva a Bartolomeo Cóncini, suo commissario, il 24 ottobre del 1554:

«Con nostro molto dolore abbiamo inteso la ruberia che l'esercito del marchese di Marignano ha fatto in Casole, da cui nè anche la casa di Dio è andata esente. Noi non vogliamo queste iniquità. Quando l'esercito può dare il sacco, le chiese hanno da essere rispettate, e il primo che oserà fare insulto a chiese, monasteri, ospedali ed altri luoghi, noi vogliamo che paghi la pena di tanta sua malvagità colla perdita del capo: e il marchese vogliamo che obbedisca a questi nostri ordini. E voi, se vi piace la nostra grazia, vi sforzerete per impedir tali errori, e ci darete subito avviso. Dalla massa della preda che non è stata divisa vogliamo che si renda a quelle chiese tutto quello che gli è stato tolto. Eseguite e state sano».

Cosimo favorì la convocazione del Concilio di Trento, e fin dal 9 dicembre del 47 scriveva al Pandolfini: «Sua beatitudine dovrà, come prudente, ben considerare quanto importi l'essere unita coll'Imperatore e Reformati, e reunire le cose della religione che son tanto necessarie, e di non lassar perdere questa bella occasione di ridurre alla Chiesa le provincie di Germania, sendone questa sì gran membro, e quella che è sempre stata infetta ed ha infettato le altre, e pur ora con la grazia di Nostro Signore Dio consentì di star alla determinazione del Concilio, che non è certo poco, avendolo S. M. disposta a questo».

Molte altre lettere rincalzano il proposito, e singolar attenzione merita questa, che da Roma[418] il 16 novembre 1558 scriveva al Ferrero:

«Noi volevamo partire per ritornarcene a Siena, ma sua santità, che ci onora e carezza troppo, ci ritiene col dire che, siccome siamo stati in certo modo autori che ella apra il Concilio universale, che fu la causa della chiamata nostra qua, vuol ancora che ci troviamo all'atto et alla messa solenne del Santissimo Sacramento, la quale, a Dio piacendo, celebrerà sua beatitudine la domenica a otto che viene». Di propria mano aggiunge: Non ci fate autor di questa cosa.

In altra lettera[419] esorta a proseguire il Concilio, e mostra la necessità di riformar la Corte romana. Anche dal carteggio di Spagna di monsignor Minerbetti trapela la sollecitudine di Cosimo perchè si radunasse il Concilio, atteso che, o si conclude e allora la buona morale può guadagnarvi: o no, e questa non è peggiorata, restando nello stato presente: brama che ciò notifichi al re cattolico, esortandolo ad opporsi ai Concilj nazionali, come domandavano gli arcivescovi di Siviglia e del Gallo (?).

Poi nel 1561 scriveva al papa:

«Vostra santità non si lasci persuadere a intimar il Concilio con due cuori, l'uno d'intimarlo, l'altro di non lasciarlo poi seguire liberamente; perchè così facendo, quanto a quello che tocca a Dio, essendo questa sua causa, non bisogna ingannarsi: anzi è molto meglio lasciarlo di fare, che fare come si fece a Trento, che fu di scandalo ai Cristiani e di disonore al superiore: perciò lo faccia con animo risoluto e liberamente».

A quel Concilio Cosimo tenne sempre ambasciadori, dai quali veniva informato minutamente, sicchè la sua corrispondenza sarà una fonte copiosa per chi ancora volesse tesserne la storia[420].

Scontento di vedersi pari o inferiore ad altri principi d'Italia che sorpassava in potere ed in sublimità, e principalmente ai duchi di Savoja, che rimanevano vassalli dell'Impero, e che guadagnavano col metter a servizio altrui il proprio braccio e i soldati, Cosimo ambì il titolo nuovo di granduca, e lo chiese al papa, che conservava ancora la supremazia sui troni della terra. «Il romano pontefice, nell'eccelso trono della Chiesa militante collocato sopra le genti ed i regni, coll'acume dell'indefessa mente perlustrate le provincie del mondo cattolico..... tra i più bei meriti della vera fede in questi tempi di tante eresie e apostasie, trovò che il principe della Toscana tien questa provincia immune dal mal seme più delle altre». Atteso ciò, e l'ossequio che Cosimo presta alla Santa Sede, e l'aver egli soccorso di denaro e d'armi Carlo re di Francia contro i ribelli ed eretici, e il prometter suo di prestarsi a difesa ed incremento della fede cattolica: e che domina con incomparabil sapienza e giustizia, reprime i pirati, i masnadieri, i sicarj, con buona flotta custodisce le coste, di moto proprio lo nominò granduca[421], e gli diede una corona colla scritta, Pii V p. m. ob eximiam dilectionem ac catholicæ religionis zelum, præcipuumque justitiæ studium. Il granduca inginocchione giurò «alla sacrosanta Chiesa e alla Santa Sede la solita obbedienza e devozione che ha costumato, e che debbono i principi cristiani, offrendosi pronto con ogni suo potere per l'esaltazione e difesa della Santa Sede».

Di quella dignità di granduca, che costituiva in Italia un principato indipendente, sdegnossi l'imperatore, che pretendeva aver egli solo il diritto di conferirla. Ai lamenti dell'imperatore, Pio V rispondeva: «Con che fondamento contestate questa potestà alla Chiesa? Chi altri che la Chiesa ha dato agli imperatori il nome e l'onore della loro dignità? Chi diede ad essi l'impero? Chi questo trasferì dall'Oriente in Occidente se non i miei predecessori?»[422]; Anche Filippo II, che vedea erigersi un emulo della sua potestà in Italia, portò lo sdegno al punto, che pareva imminente la guerra. Ne profittarono gli Ugonotti, e subito insinuarono a Cosimo di favorire il principe d'Orange e i sollevati del Belgio, per dare così imbarazzi al re di Spagna; ma Cosimo non volle collegarsi con eretici; — forse non vi trovò il suo conto.

Era naturale che Roma vegliasse assai perchè nella contigua Toscana non attecchissero i germi ereticali; mentre d'altra parte il duca cercava gratificarsi la Corte romana. Nel 1545 Pandolfo Pucci lo informava che il papa erasi lagnato perchè avesse espulso da San Marco i Domenicani, e surrogatovi gli Agostiniani, ch'esso reputa più luterani che cattolici[423]. E due anni innanzi, il Campana segretario l'informava d'un Capitolo tenutosi dai frati di Santa Maria Novella, ove, delle conclusioni adottate, cinque si dimostrano luterane[424]. Esso duca, nel 1552, scriveva al cardinale di Santa Fiora, deplorando i disordini che si commettevano nei monasteri di Firenze, asserendo che in uno si fosser trovate ben quindici suore spulzellate per opera di frati e preti[425]: ma consta dalle storie come Cosimo avesse in ira e in sospetto i frati, e principalmente i Domenicani, come attaccati alle idee repubblicane e ai ricordi del Savonarola.

Cosimo realmente riusciva intollerante come tutti gli uomini del suo tempo, secolari fossero od ecclesiastici, cattolici o protestanti, italiani od alienigeni. Pure non amava l'Inquisizione, giurisdizione straniera nel paese suo; perciò voleva avervi mano, e impedì che fosse trasferita dai Minori Conventuali ai Domenicani. Avendo i famigliari del Sant'Uffizio la distintiva d'una croce rossa, e rimanendo esenti dalla giurisdizione secolare e autorizzati a portar l'armi, Cosimo temette ciò non servisse di coperta ai tanti che avversavano il suo dominio, e ne stava in molta guardia.

Dappoi Paolo IV abolì in Firenze la deputazione del Sant'Uffizio, e fin il nunzio ne restò escluso, ristrettane la giurisdizione nel solo inquisitore. A mezzo dicembre 1551 fu eseguito un atto di fede in Firenze. Uno stendardo, portante la croce nodosa in campo nero fra la spada e l'ulivo, con attorno le parole del salmo Exurge, Domine, et judica causam tuam, precedeva la processione di ventidue persone, alla cui testa Bartolomeo Panciatichi, ricco gentiluomo, e già ministro del duca in Francia. Vestivano cappe dipinte a croci, e così avviati alla metropolitana, fatta abjura vennero assolti, mentre i loro scritti e libri erano dati al fuoco. Intanto questa cerimonia faceasi privatamente da alcune donne a San Simone.

Cosimo pretendeva che il nunzio apostolico lo tenesse informato de' processi che a Fiorentini si facessero anche a Roma[426], dicendo che, trattandosi di materie di fede, più di ogni altra importanti, voleva ogni cosa condotta coll'intervento de' suoi ministri. Nel febbrajo 1551 essendo dall'Inquisizione di Roma domandato Lorenzo Niccolucci, il duca ne permetteva l'estradizione, ma a patto che il rimandassero a Firenze se doveva subire castigo. Di cosiffatte informazioni troviamo spesso negli archivj, e nominatamente al 4 novembre 1564 il nunzio scriveva:

«Jeri fu finito d'esaminar Rafaello Risaliti, ritenuto per l'offizio della Santa Inquisizione di Roma, a la quale mi son trovato sempre presente. La somma della sua confessione è d'avere, già 4 anni sono, mentre era all'abbadia di Salignì, del vescovo d'Osimo in Francia, sentito ragionar di molte volte, e in molti luoghi straparlar della messa, del papa, delle indulgenze, del purgatorio e di simili cose; aver consentito a chi ne ragionava, e lui stesso averne ragionato e restato persuaso; ma partito di là, che sono ormai due anni, esser insieme partito da tutte quelle opinioni, il che fa creder facilmente e per la giustificazione ch'egli dà della vita sua da poi il ritorno, e per le lacrime e contrizioni ch'egli mostra avere, confessando il delitto e domandando castigo e perdono. Et ancor ch'egli abbi tardato fin all'ultimo di confessare, l'ha fatto piuttosto per paura che per mala volontà. Manderò, se così piace all'E. V., la copia dell'esamine a Roma poichè le ricerca, con ricordar a quelli Signori Illustriss. et Reverend. la pronta espedizione.

«Il frate degli Umiliati qui di Santa Catarina ha finalmente confessato aver dato la sassata a san Francesco per collera, parendogli malagevole l'uscir d'Ognisanti. Aver menato nel monastero male femmine vestite da uomo. Aver detto messa dopo questi delitti, senza essersi prima confessato. Ne scriverò con buona licenza di vostra signoria due parole a monsignor illus. Borromeo, come a protettore, e se gli darà poi il debito castigo»[427].

Esaminando attentamente il carteggio mediceo, vi trovammo lettera de' cardinali, che domandavano al duca volesse consegnare Pietro Paolo Vermiglio[428]; un'altra del cardinale De Pucci che lo mette in avviso contro i divisamenti politici degli eretici, a proposito di Celio Curione, sperando che l'apostasia di frà Bernardino Ochino smascheri alcuni ipocriti[429]: un'altra del cardinale Farnese[430], adombrato del ritorno di esso Celio a Lucca, e chiedendo trovi modo di consegnarlo.

Non ci appare lo facesse, ma più gravi passarono le avventure di Pietro Carnesecchi. Fu costui di nobile prosapia fiorentina[431], ben fondato nelle lettere greche e latine, bel parlatore, buon poeta, favorito dai Medici in patria, in Francia e a Roma. Giuliano de' Medici suo amico, quando divenne Clemente VII, lo elesse protonotaro e segretario, dove ottenne badie e pensioni ecclesiastiche. Del 27 giugno 1531 abbiamo una commendatizia per lui all'imperatore Carlo V come civis florentinus summa fide et singulari modestia vir, quem cum suis meritis et deditissimo animo in me, tum virtute et nobilitate ita amo, ut plus non possum, onde gli fu perfino concesso il cognome di Medici. Qual protonotaro apostolico gli sono dirette molte lettere di Pietro Paolo Vergerio dalla Germania nel 1533, esistenti nell'Archivio Vaticano, dalle quali appare quanta gelosia mettesse all'imperatore e ai Tedeschi la concordia che parea comporsi tra il papa e Francia, massime pel matrimonio con Caterina de' Medici. «Male disegna il papa e Franza poter vincere, perchè, con un semplice cenno e dissimulando un poco delle materie luterane, tutte queste forze di tutta Germania, tutti, sino i fanciulli e le femine, correriano cupidamente a danni della Chiesa, e non bramano altro che sovertere quello Stato: e con un sol cenno discenderia questa mala gente, contenta di questo premio solo di confonder papa ed aderenti e dipendenti» (Praga 31 dicembre 1533).

Altrove esso Vergerio narra avergli il re de' Romani mostrato i pericoli della guerra, atteso che le persone che «la muovono sono della fazione luterana e di mala sorte, poveri e temerarj ed impj, ai quali convenga per omne nephas trovarsi da vivere e d'inalzarsi: itaque tanto magis periculosa multis eorum victoria (sed Deus avertat) futura esset». Poi considera i tempi presenti, nei quali «questi autori delle turbazioni trovano simili di costumi molti, di maggiori ch'essi non sono, di quasi eguali e di inferiori»: e riferisce la cupidità de' Luterani, di aver occasione d'aver un capo che li conduca a danni di ortodossi: e «il gran moto che han fatto in molte provincie quelle altre bestie rebatizzate», cioè gli Anabattisti (Da Praga, 11 maggio 1534).

Prospero di Santa Croce ad esso Carnesecchi scriveva il 20 ottobre 1534:

Facit eximia animi tui virtus ut hoc tempore gratulatione tecum utar potius quam consolatione. Nam, etsi pro nihil tibi unquam acerbius in vita accidisse, quam pontificis de te optime meriti interitum, tamen te dolori fortiter restitisse gratulor equidem tibi vehementer. Est enim animi christiani et cum ipsa natura moderati, tum doctrina atque optimarum artium studiis eruditi, idest tui, impetus fortunæ sustinere etc.

Il 25 novembre 1534, il ministro Granuela scriveagli che, avendo saputo quemadmodum illi Jacobi Salviati bonæ memoriæ studium atque animus simul cum isto munere ad vestram Dominationem transivisse, ita et nos, quemadmodum æquum est, et nuper etiam polliciti sumus, omnem eum affectum quem erga defunctum gerere solebamus, in v. d. juxta quadam successione transfudimus.

E Paolo Giovio, l'11 marzo 1545, da Roma: «Signor mio onorandissimo, venendo di ritorno costì li signori Stuffi dalle stazioni di Roma, ho voluto fare questa credenziale a M. Giovanni Michele, qual mi promette che farà chiara vostra signoria come il Giovio le è immortale servitore: e così si congratulerà del suo benestare, e narrerà come ora suda più che mai al fumo della lucerna per dar conto a' posteri di questa trama del ladro mondo. Io mi sto in forma antica, in grazia di Padre, Figlio e Spirito Santo: e valemo pur qualche cosa più di quello si estimano le melarancie verdi. Baciate M. Donato Rullo con quella affezione che io bacio il signor Priuli quando ritorna da Viterbo, e ditegli ch'io li sono obbligatissimo servitore a tutto transito».

Un'importante lettera di monsignor Ubaldino (Bandinelli?) al Carnesecchi da Fontainebleau 28 agosto 1534, molta parte in cifra, esiste nella Magliabecchiana, classe VII, 51, in cui tra altre cose narra aver parlato a lungo di monsignor di Parigi, il quale sapeva esser stato accusato al papa d'aver trattato troppo coi Luterani; «e scusossi del modo ch'egli avea tenuto in praticar con esso loro, dicendo che non cedeva a nessuno che fosse miglior ecclesiastico che lui: ma che, dapoi ch'egli avea veduto quella setta tanto confermarsi e di numero e di autorità d'uomini, che a volerla batter per forza era quasi impossibile, e certo pericolosissimo, giudicò si dovesse procedere con una certa destrezza, e non col gridare Abbrucia, Ammazza, che ad ogni modo non si potea fare: però e' gli aveva ascoltati sempre che glien'erano capitati alle mani, e con parole amorevoli e buone ragioni s'era sforzato di ridurli, di certe cose di minor importanza tacendo, in certe altre riprendendoli gravemente, e con quest'arte aveva avuto adito e autorità presso di loro quasi come uom di mezzo e senza passione alcuna, e con questo egli aveva fatto migliori effetti che quelli che eran voluti andare con tutta la severità, perchè loro sono stati causa di maggiore ostinazione. Esso aveva ovviato a molti scandali, ed ultimamente pensava di aver ridotte le cose in modo, che si potesse sperare qualche composizione: e dissemi certi capi importanti che ultimamente suo fratello avea ottenuto da que' primi là della setta, e nominommene più, ma io non mi ricordo se non di Martin Lutero e del duca di Sassonia. La cosa di più momento era che si riducevano a voler confessar che il papa fosse il capo della Chiesa, e tener i sette sacramenti, però con certe limitazioni.....»

In Napoli nel 1536 il Carnesecchi prese usata con Pietro Valdes, l'Ochino, il Vermiglio, il Caracciolo, poi in Viterbo nel 1541 col vescovo Vittore Soranzo, il Vergerio, Lattanzio Ragnone di Siena seguace dell'Ochino, Luigi Priuli vescovo, Apollonia Merenda, Baldassare Altieri apostato luterano e librajo, Mino Celsi: ebbe dimestichezza con Vittoria Colonna, Margherita di Savoja, Renata di Francia, Lavinia della Rovere Orsini, Giulia Gonzaga, alla quale raccomandò due eretici. Scrivendo a Protestanti, e' li chiamava fratelli, pii, innocenti, nostri, da Dio eletti: ad essi rimetteva denari; biasimò un signore, che in fin di morte, fece profession di fede cattolica, mentre lodò la finale costanza del Valdes, della cui morte si condolse amaramente con lui Jacobo Bonfadio[432]. La morte di Enrico II attribuiva alle persecuzioni che fece contro i Riformati, e a giusto giudizio di Dio l'incendio degli archivj dell'Inquisizione alla morte di Paolo IV.. Con Melantone[433] e con altri eretici trattò di presenza, e col credito e col denaro osteggiò l'autorità pontifizia e i frati. Singolarmente palesò opinioni eterodosse in una lettera al Flaminio sopra la messa, ma citato a Roma sotto Paolo III nel 1546, seppe farsi assolvere. Di nuovo l'Inquisizione lo processò mentre stava in Francia, ma il favor della regina Caterina valse a salvarlo. Tornato in Italia e piantatosi a Venezia, continuava l'andazzo, onde Paolo IV citollo nel 1557.

Il Carnesecchi avea avuto la fortuna di trovare in Venezia un amico, qual di rado hanno i profughi e gli accusati; e che non solo il confortava, ma toglieva a difenderlo, e tenevalo raccomandato al duca. Quest'era Pero Gelido di Samminiato, ecclesiastico di molta dottrina, stato già segretario al cardinale di Ferrara, poi dal duca messo suo residente a Venezia, ove gli scriveva il 25 novembre:

«Del travaglio ch'è stato mosso dalla Inquisizione di Roma a monsignor Carnesecchi ci dispiace assai, perchè, amandolo come facciamo, li desidereremmo piuttosto augumento di onori e di comodi che novità di molestie. Confidiamo nondimeno che egli colla innocenza sua facilmente remedierà a tutto, e con la prudenza saperà pigliare quelli espedienti che saranno più opportuni per la sicurezza sua. È ben vero che il proceder della detta Inquisizione è molto rigoroso, e non basta molte volte esser netto, come voi sapete, e come crediamo ch'egli sia».

E al 14 aprile 1558:

«Per il negozio del nostro monsignor Carnesecchi abbiamo scritto caldissimamente al cardinal Caraffa e all'ambasciador nostro, conforme a quella intenzione che s'è possuta comprendere dalle lettere sue e vostre: e perchè intendevamo che aveva fatto elezione della persona di Filippo Del Migliore che andasse a Roma per attendere alla istanza di questa causa, ce ne siamo contentati molto bene, e di tal nostra soddisfazione glien'abbiamo dato avviso col fargli lettere ancora al nostro ambasciadore perchè l'accompagni di tutti quelli ajuti e favori che gli bisogneranno. Vedremo qual effetto avrà questa espedizione, alla quale non mancheremo di venir aggiungendo di mano in mano tutto quel caldo che si ricercherà, secondo che saremo avvertiti; e che potrà portar la fede e voto mio presso sua santità et a quelli signori, come molto ben merita il detto monsignore da noi, e ci detta l'affezione che gli portiamo con la ferma credenza che teniamo dell'innocenza sua».

Il Gelido, ai 9 giugno del 58, scriveva al ducale segretario Bibiena:

«Molto spesso ragiono di lei con monsignor Carnesecchi, il quale è abbandonato si può dir da ognuno, eccetto da me, il quale tanto lo potrei mai abbandonare quanto la madre il suo figliuolo, amandolo quanto si può amare un vero amico; e certo non per benefizj che io abbia ricevuto o speri ricevere da lui, ma perchè l'ho sempre conosciuto uomo da bene e bonissimo, e se mai l'ebbi per tale, in questa sua afflizione, ch'è delle gravi che possano accadere a un uomo, poichè si perde la robba, l'onore e quasi la vita, finisco di certificarmi che Dio è con lui, e lo governa, lo consola e lo fortifica: che altrimenti non potrebbe tollerar questo colpo mortalissimo con tanta costanza d'animo e quasi con ilarità, come con effetto la tollera. S'è ritirato in una casa, che fa conto la gli sia un'onesta carcere: conversa co' suoi libri e co' suoi pensieri per la maggior parte divini, e vôlti alle cose dell'altra vita, di maniera che questa persecuzione che lo priva della conversazione degli uomini, l'assuefarà a conversar con gli angeli, e così verrà a trarsi altro frutto di questo suo esilio, di quello che dal suo trasse Boezio, o qualsivoglia altro animo di filosofo, perchè altra consolazione si trova nella filosofia cristiana che nella umana».

E gliene riparla spesso; e il 5 agosto 1559:

«Non potrebbe la s. v. credere, nè io facilmente saprei dire la gran consolazione che piglia monsignor Carnesecchi leggendo quello che la mi scrive di lui, e gli pare in questa sua persecuzione aver pur fatto questo guadagno, d'avere cioè scoperto d'esser amato più che non sapeva da molti buoni, e particolarmente da lei, ecc.».

E il 19:

«Come ho scritto altre volte, monsignor Carnesecchi legge sempre tutto quello che la molto reverenda s. v. mi scrive nel suo particolare, e con tanta sua satisfazione e contentezza, che io non basto per esprimerle. E certo si ha ragione, perchè quello mostra in questa sua fortuna un animo veramente amico e da vero uomo da bene, e so ben bene che la sa che si stima più una dragma d'uffizio in certi tempi, che in altri le migliaja delle libbre. So ben io quanto il suddetto monsignor le resta obbligato, e quanto innamorato di questa sua affezione in questi tempi. Egli mal volentieri si contiene di scrivergli, però giudica di far meglio così: la lassa passar rimettendosi a me, sebbene non possa dir tanto che lo satisfaccia. E in questo proposito io voglio far intender alla s. v. un bel caso, stato narrato a me pur jeri da un cappellano del cardinal Trivulzio, che pur ora è tornato in Francia, et è mio amicissimo. Costui, venendo meco a ragionar di monsignor Carnesecchi, e dolendosi de' suoi travagli, mi disse: tu non hai forse più inteso quello ti dirò adesso. Tu ti dei ricordare che tre anni fa predicò in San Prpl (?) un frate di san Agostino, chiamato il Montalcino. Costui pose tant'odio a monsignor Carnesecchi perchè un dì andò a trovarlo in camera, e con buon modo mostrò al padre che faceva male a parlar del duca di Fiorenza manco che onoratamente: e perchè egli era uno de' più arrabbiati senesi, che si potessero immaginare non che trovare, cominciò a levar la voce e dar del tiranno per la testa, in modo che il Carnesecchi (per quanto m'ha detto pur oggi, domandato da me di questo fatto, che mai non me n'avea parlato) m'ha detto che bisognò che li dicesse a lettere di scatola, che egli era la più solenne bestia che andasse sopra due gambe, e se lo levò dinanzi. Il frate andò poi più volte a dolersene col cardinal Trivulzio che era qui legato, e trovando che non ne faceva caso perchè amicissimo di monsignore, disse che troverebbe modo di rovinarlo. E domandato dal cardinale quello che pensava fare, rispose che l'Inquisizione era aperta, e che a monsignor, parlando seco, era scappata di bocca non so che parole sopra un passo di san Agostino, che sentiva dell'eretico, et in somma noi troviamo che questo frataccio ha suscitata questa persecuzione»[434].

Altrove il Gelido si congratulava che una figlia di Filippo Del Migliore sposasse il nipote di Carnesecchi.

Qui ci casca un'altra prova del quanto in Venezia trovasse propizio terreno il seme ereticale, attesa la continua pratica con forestieri d'ogni credenza, il libero costume, le sollecitazioni de' residenti protestanti, i contrasti colla curia romana[435]. Pero Gelido propendeva alle novità; e il duca Cosimo gli scriveva da Roma ai 13 dicembre 1560, in poscritto mettendo di propria mano:

«È comparsa la vostra del 7, piena di tante e sì belle novelle, che ha servito per veglia e passatempo a molti cardinali».

E all'11 luglio 61:

«Farete bene a non scriver a Roma del poco conto che si tenga della religione, massime da cotesta gioventù, perchè offizio più del nunzio che vostro: anzi, in tutto quello che scrivete là andate circospetto, acciò le lettere vostre per qualche particolare che contenessino non andassino a cognizione, con poca satisfazione di quei signori e nostra».

In fatto il Gelido teneva informato il granduca di quanto operavano a Venezia i profughi toscani e lo Strozzi, e suggeriva i mezzi di conservare in soggezione Siena, congratulandosi con Cosimo che l'avesse annessa al suo dominio, e così preparasse un regno forte, persuadendosi che a breve andare lo saluterebbe re di Toscana.

Esso Gelido abbandonò poi Venezia per andare a Ginevra, e a Paolo Geri, scultore fiorentino accasato in Venezia, scriveva d'essere stato molto ben accolto a Lione, ove il governatore vuol che intervenga nel consiglio di quella villa: «Or non più io spero che ci rivedremo in Italia, poichè l'Evangelio mette ogni dì le penne per far un volo fin costà, e bisognerà che quegli arcivescovi e quegli altri grassi et unti mutino vita, come si fa e più si farà in questo regno».

Questo all'ultimo ottobre 1562: poi al 24 marzo vegnente da Ginevra scrive «al Duca di Firenze in manu propria»:

«... Arrivai fino a Parigi, dove mi fermai, e per ordine di Madama (Renata) di Ferrara consultai co' ministri delle Chiese riformate tutto quello che doveva fare. Intanto si seppe alla Corte il mio arrivo e disegno. Onde alcuni nostri cervelli fiorentini, che ordinariamente si tengono alla Corte, cominciarono subito a dire che io non era partito d'Italia per causa dell'Evangelo, ma per servire in Corte per spia dell'altezza vostra e del re Filippo, e non solo ne parlarono tra loro, ma lo persuasero al conte Tornon et al re di Navarra, e come piacque a Dio protettor degli innocenti, un Fiorentino amicissimo mio, e che mi è molto obbligato, mi scrisse che io non andassi altrimenti alla Corte fin che esso non mi parlava, e venne in Parigi dopo due dì, e mi rivelò tutto il mistero, onde ai ministri non parve ch'io dovessi altrimenti andar alla Corte, non considerando tanto il pericolo che io potessi portare, quanto il disonore che ridondava alla causa di Dio, poichè sarebbe stato stimato che io fossi partito d'Italia non per servir a Dio, ma per servir a principi et in un modo sì brutto. La qual considerazione causò che non mi fermai anco appresso Madama di Ferrara, ma a di lungo, dopo aver parlato con lei e contra sua voglia, me ne venni a Ginevra, dove, sebbene ho a mendicar il cibo, vivo contentissimo poichè ci abbonda tanto pane e tanto cibo spirituale, che è il cibo che non perisce mai. È ben vero che, se la regina si condurrà col re e coi fratelli del re in Orleans per levarli dalla rabbia del re di Navarra, de' cardinali, del connestabile e del marchese Sant'Andrea, che hanno cominciato insieme con monsignor di Ghisa a far il consiglio a parte, ecc. La suddetta Madama di Ferrara disegna che io vada a lei in Orliens dove si giudica che sarà il principe di Condè, monsignor Momorensì, l'ammiraglio, monsignor d'Andalon, il cardinal di Cittiglion, tutti fratelli, e tutti protettori e difensori della purità della dottrina di Gesù Cristo. Perchè si vede in piedi una grandissima divisione, e conseguentemente una guerra civile et intestina in questo regno, se Dio non ci mette la mano. Io non farò se non quanto sarò consigliato da questa Chiesa, colla quale mi sono incorporato».

Partecipate varie notizie, fa augurj che a Dio piaccia conservarlo nella sua grandezza, «e sopratutto darle vera cognizione della verità, acciocchè la sia ministro e istrumento di Dio per persuadere al papa che, deposto ogni ambizione ed ogni interesse, voglia una volta che si vegga e si conosca il vero di questa causa, come farebbe se egli medesimo volesse congregar un Concilio legittimo nel mezzo di Germania, trovarvisi in persona, e che davvero si riformasse la Chiesa, onde ne nascerebbe a lui gloria immortale appo gli uomini, e ne risulterebbe la salute sua eterna appresso Dio. Et in ogni modo a questo si verrà contra la voglia et potenza sua et di tutti i principi, perchè, come disse Gamaliel, la cosa viene da Dio et non dissolvetur»[436].

Parrebbe da qui che il duca fosse abbastanza connivente cogli eretici: fatto sta che non ommise opera per richiamar il Gelido, il quale, benchè già ascrittosi alla Chiesa di Ginevra, tornò in Italia e a Firenze, e ottenne una pensione dal papa.

Paolo IV avea scomunicato il Carnesecchi in contumacia; Pio IV aveva ottenuto dal granduca d'averlo a Roma, ove però nel 1561 sì ben si difese, valendosi principalmente dell'esser bruciate molte carte alla morte di Paolo IV, che ottenne sentenza assolutoria, riconosciuto buon cattolico e obbediente alla Chiesa. Ma venuto papa l'austero Pio V, questi pensò che all'estirpazione dell'eresia convenisse il tor di mezzo chi n'era principale sostenitore[437]. Pertanto al duca Cosmo scrisse in latino, di proprio pugno, ai 20 giugno 1566: «Per cosa che sommamente rilieva all'ossequio della divina maestà e alla cattolica religione, mandiamo con questa nostra il maestro del sacro palazzo: e se non fossero stemperati i calori, talmente ci preme quest'affare, che n'avremmo incaricato il cardinal Paceco. Abbiate ad esso maestro egual credenza come a noi stessi. Così Dio conservi voi, col figlio e colla nuora, e benedica i cardinali, come noi di cuore vi diamo l'apostolica benedizione».

Fosse debolezza o proposito d'ingrazianirsi il papa, fosse fiducia di vedere il Carnesecchi sguizzarne ancora, Cosimo, che ricevette la lettera mentre l'aveva seco a pranzo, il consegnò, dicendo che, se, per l'egual titolo, Pio gli avesse chiesto suo figliuolo, glielo darebbe incatenato. Il papa ne lo fece ringraziare caldamente, aggiungendo che «se gli altri principi cristiani in questa parte gli somigliassero e l'imitassero, le cose della religione andrebbero con più prospero corso, maggiore ossequio a Dio, e quindi più felice benefizio di tutta la cristianità»[438].

Le eresie di che era imputato il Carnesecchi sono le seguenti: La giustificazione per la sola fede; le opere non son necessarie alla salute, che viene acquistata colla fede; l'uom giustificato però le fa ogni qualvolta glie ne vien occasione, ma non servono alla vita eterna; bensì dopo la resurrezione universale otterranno maggior grado di gloria. Per natura abbiam il libero arbitrio soltanto pel male: e avanti la Grazia, pel solo peccato. È impossibile osservare i precetti del decalogo, massime i due primi e l'ultimo, senza efficacissima grazia di Dio, e grand'abbondanza di fede e speranza, concessa solo a pochissimi. Non si creda se non alla parola di Dio, tramandata nelle Scritture. Nessun testimonio si trova delle indulgenze nella Scrittura; e valgono solo pei vivi, cioè in quanto alle imposte penitenze. Non tutti i Concilj generali furono congregati nello Spirito Santo: e non ben accertava se dovessero essere convocati dall'imperatore, dal papa o da altri. Esitava sul numero de' sacramenti. La confessione non riteneva d'obbligo, bensì di consolazione. Molto dubitò del Purgatorio, e stimava apocrifo il II libro de' Macabei dove si dice santo e salutare il suffragio pe' morti. Nell'Eucaristia credette rimanga la sostanza del pane, in modo che vi sia presente il corpo di Cristo, ma senza transustanziazione: opinione di Lutero, donde qualche volta piegò a quella di Calvino. Gioverebbe comunicar sotto le due specie anche ai laici. Il sacrifizio della messa non esser propiziatorio, se non in quanto eccita la memoria della passione di Cristo, e in conseguenza la fede, per la quale s'impetra la remissione de' peccati. Il papa è il primo de' vescovi per certa eccellenza, non per autorità; è vescovo di Roma, nè ha podestà sull'altre chiese se non in quanto il mondo gliela deferisce per riguardo a Roma; e fu usurpazione l'autorità che si arrogarono i pontefici, massime quella di conceder indulgenze. Riprovava alcuni Ordini monastici, come oziosi, e gli Ordini mendicanti come sottraggano il pane ai poveri; approvava lo zelo di quei che faticavano per la vigna del Signore, ma lo credeva non secondo la scienza, perchè nelle prediche troppo raccomandavano le opere. Giudicava spediente che ai preti si desse moglie. I religiosi non dover nè potere stringersi a voto di castità, perchè questa è dono di Dio, nè può prometterla se non chi sia sicuro d'averlo ottenuto: altrettanto dicasi delle monache. Riprovò i pellegrinaggi: poter ciascuno mangiar quello che gli piaccia, nè esser peccato trasgredir il digiuno; nè il tener libri proibiti. Cristo essendo unico mediatore fra Dio e gli uomini, è superflua l'invocazione de' santi.

«Desti alloggio, ricetto, fomento e denari a molti apostati ed eretici che per conto d'eresia se ne fuggivano in paese d'eretici oltramontani[439], e raccomandasti per lettera a una principessa d'Italia (Giulia Gonzaga) duoi apostati eretici con tanto affetto come se fossero stati duoi apostoli, mandati a predicar la fede ai Turchi, come tu confessi: i quali apostati, nel dominio di quella signora volevano aprire scuola con intenzione di far imparare dai loro teneri scolaretti alcuni catechismi eretici: i quali poi scoperti, furono mandati prigioni a questo Santo Uffizio.....

«Fosti consapevole d'una provvisione di cento scudi l'anno che da una perversa umilissima tua, inquisita ed infamata d'eresia, si mandava a donna Isabella Brisegna eretica, fuggitiva a Zurigo, e poi a Chiavenna tra gli eretici.

«Biasimasti ed improbasti, insieme con una persona tua complice, come superflua e scandalosa la confessione della fede cattolica, fatta nell'estremo della sua vita da un gran personaggio[440], nella quale tra le altre cose confessava il papa, e proprio quello che allora sedeva, esser vero vicario di Cristo e successore di san Pietro: lodando molto più il Valdes nel fine della sua vita, che 'l detto personaggio.

«Trattasti di avere in Venezia li pestiferi libri e scritti di detto Valdes da una persona tua complice che li teneva conservati[441], per farne parte di quelli imprimere e pubblicare, non ostante la proibizione fatta da questo Sant'Uffizio, o almeno che fossero occultati e nascosti; insegnando non esser peccato ritener libri proibiti, ma opera indifferente secondo coscienza: offerendoti ancora esserne diligente custode, e affermando esser più peccato quanto all'anima bruciarli che conservarli... e trattasti con quella persona che detti scritti ti fosser mandati in Venezia per via sicura, sì per desiderio di conservarli, come anco per liberar quella persona dal pericolo che le sovrastava tenendoli.

«Hai creduto a tutti gli errori ed eresie contenuti nel libro del Benefizio di Cristo... Nel corso delle difese concedesti che affermativamente avevi tenuto secondo Valdes, sino all'ultime approbazioni e confirmazione del Concilio Tridentino, l'articolo della giustificazione per la fede, della certitudine della Grazia, e contro la necessità e merito delle buone opere. E dichiarando tali articoli intorno la giustificazione, dicesti non saper discernere bene che differenza fosse tra le opinioni di Valdes e la determinazione del Concilio, e non essere ancora risoluto se dovevi condannare o no la dottrina sua in questa parte».

Preso, il Carnesecchi avea mandato avviso che i libri proibiti ch'erano fra' suoi, fossero gettati in un pozzo. Il suo processo, del resto congenere a quel che già recammo del Morone, è curioso per le molte particolarità che se ne raccolgono intorno ad esso Morone, al Polo, al Foscarari, al Priuli, al Geri, al Flaminio, alla Giulia Gonzaga, alla Vittoria Colonna, alla Merenda, ad altri di quella scuola. Il duca Cosimo ne seguiva l'andamento; e il Babbi ambasciador suo a Roma, il 20 giugno del 67 gli scriveva:

«Avantieri, coll'occasione della cavalcata di Milano, scrissi all'eccellenza vostra illustrissima come si doveva jeri alla Minerva condannare alcuni Luterani, come si fece fino a dieci. Fra' quali non fu alcun nobile, se non un Mario Galeotto napolitano, quale abjurò; fu confinato in carcere per cinque anni, e privo in perpetuo, non poter in tutto il tempo di sua vita andar a Napoli. E fra essi fu uno aretino de' Tesini (?), quale ha moglie e figli in Calabria e possessi, e fu condannato al fuoco, e questa medesima mattina se n'è fatta l'esecuzione. Gli altri furono tutti plebei, e persone che non sanno nè leggere nè scrivere, e fra essi sono un aquarolo, e uno che lavorava al torno, che furono confinati in Galia (?) ed alcuni murati in prigione a vita. Mi disse jersera il governatore di Roma che il Carnesecchi porta gran pericolo della vita, sebbene il processo suo non è ancor maturo, e ha un gran bisogno d'ajuto: quando campi la vita, sarà murato in luogo che non si rivedrà mai più, essendosi trovato, fra le scritture sue, minute di lettere che scriveva pel mondo quando fu creato questo buon papa, detestando questa santa elezione, e dicendo molto male di lui e di tutto il Collegio. Certo è che lui è eretico marcio, e avendo il papa così mala opinione di lui, oltre ai suoi demeriti, certo è che va a pericolo grande della vita, e credo che tutti gli avvisi e favori che gli si facciano siano buttati via, non ammettendo il papa cosa alcuna che gli si proponga in favore e sgravio suo: e presto se ne doverà venire al fine, che Dio l'ajuti, che certo n'ha molto bisogno»[442].

E al 2 luglio 1566:

«Con l'ordinario di Genova scrissi a vostra eccellenza illustrissima, alla quale lassai di dire come sua santità parlò in concistoro che voleva mandar un monitorio penale a tutti i deputati sopra l'Inquisizione per tutta Italia, che volessimo denunziarle tutte quelle persone che avevano sospetto d'eresia, volendo lei medesima riandar ogni cosa, e proveder contro a quei che saranno denunziati. E in tanto venne jer sera appunto da Napoli quel maestro di casa di Violanta da Gonzaga, e si dubita assai che fra lui e monsignor Pier Carnesecchi non ne nominino molti»[443].

In fatto il processo diventava sempre più serio, e a seguitarlo ci è scorta la legazione del Serristori[444]. Il 5 luglio, questi annunzia come il Carnesecchi fosse giunto la notte avanti, e messo nella prigione del Sant'Uffizio; al 9 soggiungeva esser inutile il raccomandarlo. «Io ho ritratto... che non ci è verso alcuno per ora ad ajutarlo: e ciò che le e. v. facessero non gioverìa cosa alcuna, ma sì bene imbratterebbe in gran parte quella candidezza e gran volontà «che con l'opere hanno mostro contro questa pestilenza d'eretici: per il che appresso s. s. sono tenute in concetto de' più cattolici principi che sieno in cristianità».

Un calabrese va a dirgli che monsignor Carnesecchi gli si raccomanda, temendo non si procedesse contro lui a qualche castigo vituperoso, o anche della vita, avendo confessato tutto quel che poteva dire contro di sè, senza far danno ad altri, avendo avuta due volte la tortura. Ciò avea saputo da un barone del regno, uscito dall'Inquisizione. Ma di quei casi poter intendersene poco, essendovi scomuniche gravosissime a chi parlasse di cose attinenti al Sant'Uffizio.

Il Serristori esalta il gran merito de' principi toscani d'averlo subito consegnato, benchè da sì gran tempo buon servitore della casa loro: ma il cardinal Paceco sconsiglia sempre dal pigliarvi interesse finchè non sia pronunziata la sentenza. Si lagna che il Carnesecchi siasi mostrato molto leggero; che questa è la quinta sentenza: «Hannogli trovato grandissima quantità di lettere della signora donna Julia, e hanno intercetto più lettere che scriveva costà della confidenza che aveva nel favore delle e. v. L'aver preso e accettato la difensione credo che l'aggravi molto, e saria stato forse meglio che si fosse umiliato, e avesse confessato e conosciuto l'errore».

I principi ne scrissero al papa, che rispose, se sapessero a che stato trovavansi le cose di lui non l'avrebbero raccomandato, e temeva che n'andasse della vita; non poter usare connivenza, trattandosi di causa famosissima, ed essendo la quarta volta che costui era inquisito e giudicato: al tempo di Pio IV aver esso detto un monte di bugie, eppur n'era stato assolto: e che, se il principe di Toscana fosse a Roma, rimetterebbe volentieri questo giudizio alla coscienza di lui. Avesse in mano un uccisore di dieci uomini, glielo concederebbe, ma sul Carnesecchi non poter nulla, standone il giudizio in man de' signori cardinali: se si avesse riguardo a grado o nobiltà, non si sarebbero fatte tante esecuzioni anche di signori: se poi quella causa andava tanto per le lunghe, la colpa era del Carnesecchi.

E poichè il duca persisteva a raccomandarlo, i cardinali gli esibivano di far esaminare egli stesso il processo; e l'assicuravano si facea tutto il possibile per favor suo[445].

Al 23 e 30 maggio il Serristori già annunzia che «la sola discussione sul Carnesecchi è se deva darsi alla corte secolare sì o no; e della vita sua si sta in timore perchè non ha cervello, e crede leggero il proprio errore: e di donna Giulia parla come fosse una santa».

In fine confesso e convinto, fu esposto sulla piazza della Minerva, dove gli venne letta la sentenza, pronunziata dai cardinali di Trani, di Pisa, Paceco e Gàmbara. La lettura durò due ore, comprendendo pratiche cominciate fin dal 1540, e fu dichiarato meritevole del fuoco, e dato alla curia secolare. Il bargello lo levò dal ginocchiatojo, gli pose una sopravesta a fiamme, e lo menò in una stanza dove fu degradato, indi chiuso in Tordinona.

Moltiplicaronsi suppliche al papa pel perdono, ed egli rispondeva essergli impossibile, se pur non si pentisse. A tal uopo sospese dieci giorni l'esecuzione: i frati furon attorno al condannato per convertirlo, ma egli rispondeva, voler Dio ch'egli morisse, e così voler egli pure, e disputava in sinistro senso fin col Cappuccino che il confortava. Alfine venne decapitato ed arso, senza segno di pentimento, anzi volendo mettersi guanti e biancheria nuova sotto al funesto sanbenito[446].

Il residente veneto ai 27 settembre 1567 scriveva alla signoria:

«Fu fatto domenica l'atto solenne della Inquisition nella Minerva, con intervento di tutti i cardinali che qui si trovano, secondo che sua santità nel concistoro precedente li aveva esortati, eccetto il cardinale Boncompagno, che non vi volse andar per rispetto d'un suo nepote che doveva abjurar. Ed un altro cardinale (Morone?) ancora prese licenza dal papa per andar fuori della terra, per non si ritrovare, dubitando di poter essere da tutti riguardato, pel rispetto della stretta amicizia e conversazion che avea avuta col Carnesecchi, che dovea comparir tra' condannati. Furono i rei diecisette, de' quali quindici si sono abjurati, restando condannati, chi serrati in perpetuo fra due muri, chi in prigion perpetua, chi in galea perpetua o per tempo, et alcuni appresso in certa somma di danari per la fabbrica che s'ha da far d'un ospital per gli eretici, e tra questi vi sono stati sei gentilomini bolognesi; ma gli altri due sono stati rimessi al foro secolare, e conseguentemente destinati alla morte et al foco. L'uno di loro è da Cividal di Bellun, frate di san Francesco Conventuale, maestro di teologia, condannato come relasso; e l'altro il Carnesecchi, incolpato di aver tenuta già lungo tempo continuamente la eresia di Lutero e di Calvino, e d'aver più volte ingannato l'officio della Inquisizione fingendo di pentirsi, ma infatto esser stato sempre impenitente e pertinace, et in fine d'aver avuto stretta conversazione et intelligenza con eretici e sospetti d'eresia, scrivendo loro spesse volte, et ajutandoli con denari. E tra sospetti d'eresia si è nominato qualcuno che è morto, del quale universalmente si ha già avuta ottima opinion di bontà e santità, ma pare che si abbia premuto assai in tassar la Corte del cardinal Polo, non avendo rispetto di nominar alcuno, con intenzion principalmente di far parer che con qualche causa Paolo IV avesse cercato di procedere contro di lui e contra i suoi dipendenti, e per tassar anco con questo forse qualche cardinale.

«Così è passato questo atto di inquisizione, sopra ogn'altro che s'abbia fatto notabile. E il Carnesecchi, al qual per maggior infelicità è occorso di essere stato condannato dinanzi la sepoltura di papa Clemente VII, che sopra ogn'altro lo aveva caro e favoriva, fu vestito di fiamme, come si usa, insieme col frate, e condotto alla sagrestia a digradare, e poi menato in Torre di Nona prigione, dove ancora si ritrova per esser quest'altra settimana giustiziato. Hanno i cardinali dell'Inquisizione fatta ogni opera per salvargli la vita, ma, come dicono, egli in prigione ancora dimostrandosi impenitente, ha scritto fuori lettere per avvertir altri suoi complici, ed ha negata ogni verità, ancor che chiarissima, lasciandosi convincere sempre colle proprie lettere sue, onde sono stati astretti far questa sentenza. Si desiderava ch'egli non morisse, per rispetto di dar qualche satisfazione al duca di Fiorenza, che lo diede a sua santità, e si sapeva che la regina di Francia, riconoscendo in parte da lui la sua grandezza, desiderava la sua salute, se ben ha avuto rispetto di domandarla; ma egli ne' suoi costituti ha avuto a dire, che la regina dovea ricercar la serenità vostra che intercedesse per lui. Delle entrate de' suoi benefizj già riscosse, o che si devono riscuoter fin questo dì, le quali dicono che importano circa cinquemila scudi all'anno, sua santità in gratificazione del duca di Fiorenza ha fatto grazia alli suoi parenti. Ma li beneficj che vacano, che sono principalmente due buone abbazie, l'una nel reame di Napoli, e l'altra nel Polesine, sua santità non ha voluto in modo alcuno conferir.....

«Mercoledì fu qui giornata per diversi accidenti assai notabile. Perciocchè la mattina per tempo fu tagliata in ponte la testa al frate di Cividal e al Carnesecchi, e l'uno e l'altro poi abbruciato. Morì il frate di Cividal assai disposto; ma se il Carnesecchi avesse dimostrato perfetto pentimento, averìa salvata la vita, che tale era la inclinazion del pontefice e dei cardinali della Inquisizione. È stato egli tanto vario nel suo dir e forse nel suo creder, che egli medesimo in ultimo confessò non aver satisfatto nè alli eretici, nè alli cattolici. Fu fatto domenica passata l'atto della Inquisizione nella Minerva con la presenza di 72 cardinali: sono stati quattro impenitenti condannati al fuoco; uno dei quali pentitosi quand'era per essere giustiziato, ebbe grazia della vita: altri dieci sono abjurati e condannati a diverse pene, e fra questi Guido Zinetti da Fano, che fu già mandato qua da Venezia, il quale è stato forse vent'anni immerso nelle eresie, ed ha avuto parte in tutte le sette. È stato condannato a prigion perpetua, e gli è stata salvata la vita, parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

L'anno stesso il cardinale di Pisa al 2 agosto lodava il principe di Toscana di quanto apparentemente fu fatto a proposito del Carnesecchi e narra alcune sue deposizioni intorno a' libri proibiti che quegli aveva, come Bibbie di Leon Judæ e di Roberto Stefani, il Testamento Nuovo tradotto da Erasmo, la Medicina animæ, il commento di Pietro Martire sull'epistola ai Romani: il commento di Lutero sopra il Genesi e quello sopra il Deuteronomio[447].

Oltre il Mollio e Pietro Martire, fuggirono da Firenze per religione Bardo Lupetino, Antonio Albizi, Gianleone Nardi, il quale molto scrisse a sostegno delle nuove credenze; frà Michelangelo predicatore, che vedremo apostolare a Soglio nei Grigioni, e stampò un'Apologia, nella quale si tratta della vera e falsa Chiesa, dell'essere e qualità della messa, della vera presenza di Cristo nel sacramento della Cena, del papato e primato di san Pietro, de' concilj e autorità loro ecc.

Lodovico Domenichi, prete e noto letterato di mestiere, si credette avesse tradotto e stampato a Firenze colla data di Basilea la Nicomediana di Calvino[448], e fu condannato abjurare col libro appeso al collo, e a dieci anni di carcere, ma ne ottenne remissione per interposto di monsignor Paolo Giovio. Lo Zilioli, che lasciò manuscritte certe vite di letterati poco benevole, dopo parlato dello scriver lascivo del Domenichi soggiunge: «Per quello e per un altro più importante vizio, dell'avere malamente sentito o parlato della fede cristiana, fu una volta dagl'inquisitori di Firenze trattenuto, e con severissimi tormenti esaminato, con tanto rischio della vita che, benchè non confessasse alcuna di quelle cose, delle quali per chiarissimi indizj era convinto, restò nondimeno condannato nelle stinche a perpetue calamità: ancorchè poco dopo, ad istanza di Paolo Giovio ed altri, ottenesse grazia di uscir di carcere, e di trattenersi in un monastero e finalmente l'intera libertà».

Il Tiraboschi crede non sia stato processato dall'Inquisizione, bensì dal duca ad istanza di Carlo V, perchè nella patria Piacenza teneva relazioni con quei che detestavano la usurpazione fattane allora dall'imperatore. Si ha del 1553 una medaglia, coniata del valente Domenico Poggi a onor del Domenichi, il cui rovescio rappresenta un vaso di fiori, colpito, non bruciato da fulmine, colla legenda ΑΝΑΔΙΔΟΔΑΤΑΙ ΚΑΙ ΟΥ ΚΑΙΕΙ: ha colpito e non abbrucia. Il Domenichi, nel Dialogo delle imprese, ne dà una spiegazione che parrebbe alludere ad una persecuzione religiosa, dicendo: «Il vaso sta là per la vita umana, i fiori per le virtù e le grazie che sono doni del Cielo: Dio ha voluto ch'esse fossero fulminate e colpite, ma non abbruciate e distrutte. Voi sapete che vi sono fulmini di tre specie, di cui l'uno, per servirmi delle parole di Plinio, colpisce e non abbrucia: questo è quello che, arrecandomi tutti i flagelli e le tribolazioni per parte di Dio, il quale, siccome dice san Paolo, castiga quelli che ama, mi ha fatto scorgere e riconoscere i benefizj infiniti che mi aveva dispensati, e la mia ingratitudine».

Prete come lui era il suo antagonista Anton Francesco Doni, bizzarrissimo come uomo e come scrittore, e che, tra infiniti libercoli pazzi, scrisse una Dichiarazione sopra il terzo dell'Apocalisse contro gli Eretici. Costui voleva esser emulo dell'Aretino, al quale pareggiavasi Nicolò Franco, fiero dilaniatore di principi, di papi, del Concilio di Trento, finchè Pio V lo condannò alla forca. Egli esclamò: «Questo è poi troppo».

Se qualche mio contemporaneo si ravvisa in questi originali, la colpa non è dello specchio.

Cresciuti i rigori in Toscana, il Torrentino tipografo migrò ne' paesi del duca di Savoja, e stampò le storie di Giovanni Sleidan, probabilmente tradotte dal Domenichi; e i Giunti a Venezia, ove la maggior libertà lasciava prosperare la tipografia. Alla stamperia dei Giunti lavorò Francesco Giuntini fiorentino (1522-90) carmelitano, che scrisse d'astrologia, poi apostatò in Francia, indi ravvedutosi, fece pubblica abjura in Santa Croce di Lione. Quivi stette correttore di stampe, e con una banca guadagnò sessantamila scudi, di cui tremila lasciò ai Giunti; ma sepolto sotto le ruine della propria biblioteca, di tal somma non si rinvenne traccia. Forse il testamento medesimo era una celia, perocchè sappiamo ch'egli fu testa balzana e libertino. Lo perchè il Possevino non crede guarì alla sua ritrattazione, benchè allo Speculum astrologiæ abbia anteposta una lettera diretta ai vescovi e agl'inquisitori, protestando, Ego revoco et tamquam a me nunquam dictum volo ciò che avea scritto contro la Chiesa[449].

Antonio Bruccióli fiorentino, autore di dialoghi sulla filosofia pagana stampati a Venezia li 1537, durando ancora la repubblica fiorentina aveva cominciato a sparlare dei monaci: a che tante religioni e tanti vestimenti? tutti dovrebbero ridursi sotto una regola sola; e non impacciarsi d'affari mondani, ove non recano che guasto, come è avvenuto di frà Girolamo; altre volte morendo lasciavasi di che abbellire e fortificare la città, ora unicamente ai frati, di modo che trionfano e poltreggiano, invece di lavorare come san Paolo. «Egli era tanto costante e ostinato in questa cosa de' preti e de' frati, che, per molto che ne fosse avvertito, e ripreso da più suoi amici, mai non fu ordine ch'egli rimanere se ne volesse, dicendo, Chi dice il vero non dice male» (VARCHI). Stabilitosi il dominio dei Medici, e svelenendosi egli anche contro di questi, fu tenuto prigione, come partecipe della congiura contro il cardinal Giulio: poi avutone perdono, fu di nuovo imputato d'eresia, onde si salvò a Venezia con due fratelli stampatori, pei quali pubblicò diverse versioni dal greco e dal latino, e la Bibbia tradotta in lingua toscana (1532). Questa dedicò al re di Francia, e pretende averla vulgarizzata sull'originale, ma facilmente un si convince ch'egli conoscea ben poco d'ebraico, e averla fatta sopra il latino di Sante Pagnini. Inoltre fu trovata riboccante d'eresie; delle quali sovrabbonda anche il prolisso commento che ne stese in sette tomi[450]. Ha un bel confortarlo Pietro Aretino a non badare al chiaccherar de' frati: quell'opera sua non merita che disprezzo. Nel Governo dell'ottimo principe si lagna d'esser caduto in disgrazia del suo principe. E per verità gli avrebbe meritato tutt'altro il suo libro sulla Toscana, la Francia e l'Impero che sta manuscritto nella Magliabecchiana, ove suggerisce centotto modi d'impinguare l'erario, i quali riduconsi a centotto modi di rubare. Inoltre noi trovammo ch'è faceva da spia al duca, riferendogli i fatti de' fuorusciti[451]. Non sembra disertasse dalla Chiesa cattolica; pure fu notato dal Concilio di Trento fra i condannati di prima classe, cioè restandone proibite tutte le opere.

Più tardi il cronista Settimani, al giugno 1626 rammenta Antonio Albizzi, che in Firenze istituì l'accademia degli Alterati e fu anche console dell'Accademia Fiorentina: mentre serviva al cardinale d'Austria in Germania prese affetto alle dottrine nuove, e con un amico venne in Italia onde metter sesto agli affari suoi, per poi andare ove liberamente professarle. Ma scoperti, l'amico fu côlto e dato al Sant'Uffizio; l'Albizzi fuggì, e tornò ad Innspruk, poi a Kempen in Svevia; e quando appunto il Sant'Uffizio, mediante cedoloni affissi in quei dintorni, gli iterava la citazione, morì.

Esso cronista Settimanni di tempo in tempo rammemora alcuni puniti per eretici. «Addì 27 giugno 1660 in Santa Croce, fu posto sopra elevato palco Marcello Basini di Pietralunga, d'anni 60, e furongli lette molte eresie e enormità commesse, in presenza forse di 12 mila persone. Egli stette sempre ritto in piedi con un cartello al petto e candela gialla accesa in mano. Sul palco erano da sedici teologi col padre inquisitore, dal quale fu condannato per cinque anni alle galere.

«1671, 6 dicembre fu eretto un palco nella chiesa di Santa Croce, sul quale fu esposto alla vista di tutti, per lo spazio che durò la messa cantata, un giovane con candela gialla in mano e con cartello nel petto che diceva: Per bestemmiatore ereticale».

Un Tosinghi da Anversa fa sapere a Ceccotto Tosinghi d'essersi tolto l'abito monastico, e sposato con una badessa giovane e nobile[452].

Non men attento stava Cosimo alle cose di Francia, e mandò denari e uomini a combattervi la guerra di religione, intorno alla quale preziose notizie son a raccogliere dai carteggi de' suoi residenti; come vi trovammo lettere di Pio V, spiranti uno zelo smoderato; e sulla guerra di Fiandra e gli Ugonotti un carteggio continuato di Chiappino Vitello col principe don Francesco[453]. Anche gli avvisi dell'ambasciador di Toscana alla Corte cesarea riferivansi sopratutto alle dissensioni religiose.

In Firenze di solito metteansi inquisitori più cauti, oltre che alla prudenza erano indotti dalla presenza de' principi. Nelle altre città invece erano a continui contrasti coi ministri, de' quali intaccavano la giurisdizione, e a Siena e a Pisa inesorabilmente perseguivano chi uscisse in proposizioni ambigue, nè tampoco perdonando a leggerezza di studenti. A Pisa erano consultori del Sant'Uffizio quattro teologi, quattro legisti, quattro canonisti, quattro metafisici. In una lettera di Francesco Spino a Pietro Vettori del novembre 1545 è detto che Simone Porzio nell'Università di Pisa lesse sopra le meteore d'Aristotele, e come finì, molti gridarono Dell'anima, dell'anima, onde di mala voglia trattò quest'argomento, e fallì l'aspettazione. C'è poi una lettera di Paolo Giovio, 20 maggio 1551 a questo Porzio, ove fa un'allusione che si riferirebbe al soggetto nostro, ma che non ben capisco. «Preti riformati si sono scandalizzati, per non dire ammottinati del titolo del vostro libro De mente humana, dicendo che non vuol dire altro in effetto che De libero animæ arbitrio: per il che è restato arenato, e poco mancò che non abbi dato attraverso come le galee del duca Orazio»[454]. Nel 1567 gli studenti di Pisa appiccarono l'effigie di un santo; fattone processo, l'Inquisizione ebbe ad annunziare che un prete côrso spargeva dottrine ereticali, volendo che agli ecclesiastici si desse moglie, e il costoro celibato derivare non dallo Spirito Santo ma dal diavolo[455].

Serbandoci a dir a parte di Siena, anche in altre città di Toscana difondeasi lo spirito anticattolico, e nel 1564 l'Inquisizione di Roma ammoniva il vescovo di Volterra sopra un'accademia erettasi nella piccola città di San Geminiano da dilettanti di poesia, i quali sostenevano che la volontà può esser forzata dall'amore; gente del resto ignara delle dottrine teologiche[456]. In questa città, nel 1484 e 85 avea predicato il Savonarola con gran frutto. Nella vicina città di Colle vedremo tener contagiosa abitazione il Paleario. Il vescovo di Cortona nel 1569 informava il granduca essersi divulgato nella sua città che era proibito tener croci ed immagini, lo perchè molti le ascondevano o distruggevano, e chiedeva i modi di riparare a siffatto delirio[457]. Nel 1567 il prevosto di Lari, in occasione del Corpus Domini recò in processione l'ostensorio senza l'ostia sacra. Peggio fecero i preti e cherici del Duomo di Pisa, nella messa valendosi d'orina invece del vino; del che abbiam il processo, come altri contro violatori dei conventi[458].

Dipoi gravi disturbi recò la pubblicazione della bolla in Cœna Domini, ridotta all'ultima sua forma, sul qual proposito corsero lunghissimi carteggi.

Già nel 53 erasi pubblicato in Toscana l'editto della romana Inquisizione contro i libri degli Ebrei, e nominatamente il Talmud. Nel 1558 Paolo IV mettea fuori l'Indice dei libri proibiti, dove inchiudeva non solo gli ereticali, ma quelli tutti scritti da eretici, o stampati da chi n'avesse stampato di eretici, obbligando i fedeli a portarli al Sant'Uffizio. Livio Torello, famoso giuridico, scriveva al Concino segretario del duca, esser troppo indiscreta questa legge, che colpiva i migliori libri, per esempio tutti i classici stampati oltremonte, e recherebbe il danno di centomila ducati alla sola città di Firenze; e consigliava di non attenervisi, come fecero e Milano e Venezia[459]. In fatto il duca ordinò non tenesse il divieto se non per libri concernenti religione, magia, astrologia giudiziaria, sospendendo l'esecuzione per gli altri: e massimamente impedì che i frati di San Marco bruciassero i libri riprovati che teneano nella loro biblioteca. Dopo lungo carteggio, l'Indice venne modificato dal Pasquali, ed allora il 3 marzo 1559 una quantità di libri fu mandata in fiamme sulle piazze di Santa Croce e di San Giovanni[460].

Eppure l'ottobre 1570, l'inquisitore scriveva al granduca come fosse smisurato il numero de' libri proibiti che vendeansi a Firenze, e domandava di poter ordinare; 1º che i libraj fra quindici giorni diano la nota di tutti i loro libri, nè abbiano a vendere che i catalogati; 2º nulla si stampi senza licenza dell'inquisitore; 3º non possano acquistarsi libri di morti, non visti dal Sant'Uffizio; proponendo multe pei trasgressori. Il segretario Torelli rispondeva esser inammissibile il 1º e il 3º punto, pel gran danno che ne ridonderebbe ai mercanti; il 2º già praticavasi; del resto i libraj avevano rimostrato come l'arte loro fosse già in tal decadenza, che per fattorini e garzoni di bottega non poteano omai trovar altro che figliuoli di birri[461].

Non vogliamo qui preterire come assai tardi sopravvivesse la venerazione verso il Savonarola; e al 20 agosto 1593 l'arcivescovo di Firenze[462], ambasciatore a Roma, scriveva al granduca che «per l'ostinazione de' frati di San Marco, la memoria di frà Girolamo Savonarola, che era dieci o dodici anni fa estinta, risorge, pullula, ed è più in fiore che mai stata sia: si seminano le sue pazzie tra i frati e le monache, tra i secolari, e nella gioventù: fanno cose prosuntuosissime; occultamente gli fanno l'offizio come a martire, conservano le sue reliquie come se santo fusse, insino a quello stilo dove fu appiccato, i ferri che lo sostennero, li abiti, i cappucci, le ossa che avanzarono al fuoco, le ceneri, il cilicio: conservano vino benedetto da lui, lo danno alli infermi, ne contano miracoli: le sue immagini fanno in bronzo, in oro, in cammei, in stampa, e quello che è peggio, vi fanno inscrizioni di martire, profeta, vergine e dottore. Io mi sono per l'addietro, per l'offizio mio, attraversato a molte di queste cose, ho fatto rompere le stampe. Un frà Bernardo da Castiglione, che n'era stato autore e le aveva fatte fare, lo feci levare di San Marco, e fu messo in Viterbo, dove si è morto: ho impedito che la sua immagine non sia dipinta nel chiostro di Santa Maria Novella in fra i santi dell'Ordine; il sommario della sua vita e miracoli ho fatto che non sia stampato: ho messo paura ai frati, gli ho fatti riprendere e ammonire, e penitenziare dai loro superiori, e a tutto questo mi favorì a spada tratta il cardinale Justiniano s. m., il qual conosceva l'importanza della cosa.....

«Serenissimo signor mio, per la molta pratica che io ho delli umori di cotesta città, a me pare che la devozione di frà Girolamo causa duoi effetti cattivi, anzi pessimi quando vi si gettano, come fanno di presente; il primo è, che quelli che vi credono si alienano dalla sede apostolica, e se non diventano eretici, non hanno buona opinion del clero secolare e de' prelati, e gli obbediscono mal volentieri, ed io lo pruovo. L'altra, che tocca a vostra altezza, è che si alienano dal presente felice stato, ed all'altezza vostra concepono un certo odio intrinseco, se ben la potenza e la paura li fa stare in offizio. Ed io mi ricordo che Pandolfo Pucci, una volta, poco innanzi che si scoprisse il suo tradimento, mi disse una mattina grandissimo bene di frà Girolamo con mia grandissima meraviglia: so che leggeva le sue opere con quelli altri congiurati... I suoi devoti son sempre queruli, sempre si lamentano, e perchè temono a parlar del principe, parlano dei suoi ministri et ordini; si fanno delle conventicole per le case: quando io lo so che sieno con pretesto di religione li proibisco, ma io di questo non posso essere molto informato».

E segue esortando a vigilar e punire.

Le cronache di San Marco riferiscono che in Firenze frà Ghislieri fece processo contro un grande ecclesiastico che tentava d'opporglisi, ma non sappiamo chi fosse[463].

Nell'archivio di Stato[464] troviamo memoria di Pandolfo Ricasoli, uomo di bontà singolare, che fe venir da Lione, nel 1636, de' libri di eretici col titolo di confutarli, e perciò ebbe brighe col Sant'Uffizio. Non va confuso con altro Pandolfo Ricasoli, di cui diremo a luogo e tempo.

A noi non parve nojoso il ripescare qua e là notizie relative all'Inquisizione in Toscana, per chiarire quanto tardi si arrivò a voler ottenere dalle coscienze spontaneamente fedeli un omaggio più prezioso, una sommessione più meritoria; a comprendere quanta dignità dia alla fede la libertà.

NOTE

[412] Per esempio in Santa Croce erano le cappelle degli Obizi, Busini, Arrighi, Orlandi, Uzzano, Castellani, Baroncelli, Peruzzi, Magalotti, Bellacci, Gubbio, Salviati, Valori, Covoni, Baldi, Ricasoli, Sacchetti, Benvenuti, Sirigatti, Orlandi, Infangati, Lupi da Parma, Donati, Ceffini, Asti, Riccialboni, Cavicciuli, Serristori, Panzano, Pierozzi, Machiavelli, Tedaldi, Bastari, Spinelli, Pazzi, Cavalcanti, Boscoli, Baroncelli, Zati, Altoviti, Giugni, Bucelli; tutte con bandiere e targhe, depostevi per voto o per ringraziamento. Il convento de' Cappuccini dovea un pranzo a casa Alberti, cui faceano l'invito regolare e scritto. La famiglia Ughi, discendente dal conte Ugo, aveva il diritto di ricevere una volta l'anno dall'arcivescovo di Firenze un pranzo. Le era mandata una tavola imbandita, con cibi prescritti, la più parte di majale: tutto a fiori e fiocchi, e portata da due servitori, fra la baldoria di fanciulli, che poi la godevano. Degli Ughi stessi è il fondo ove si fabbricò il teatro del Cocomero, e si riservarono diritto a un biglietto tutte le sere, finchè la famiglia si estinse.

[413] Storia delle Chiese di Firenze, vol. I, p. 202.

[414] Fra tanti altri, in un manuscritto della Compagnia de' Pellegrini a Firenze trovo questo:

Qui non habet caritatem Nihil habet, Et in tenebris et umbra Mortis manet. Nos alterutrum amemus, Et in Deum Sicut decet ambulemus Lucis prolem. Clamat Dominus, et dicit Clara voce: Ubi fuerint in unum Congregati Propter nomen meum simul Tres vel duo Et in medio eorum Ego ero..... Unanimiter excelsum Imploremus Ut det pacem nostris In diebus Jungat fidei speique Opus bonum Ut consortium cantemus Supernorum.

[415] RICHA, Storia delle Chiese di Firenze, 8 volumi.

BROCCHI, Vite de' Santi e Beati fiorentini.

BISCIONI, Lettere de' Santi e Beati fiorentini.

Oltre il Razzi e le tante monografie. E vedi qui sopra a pag. 297.

[416] Fra le carte tolte ai conventi, e deposte nella Magliabecchiana, trovammo pure la storia de' conventi di Santa Maria Novella e di Santa Croce, ma neppur parola dell'Inquisizione. Le carte di questa dovettero esser deposte nell'archivio della Curia, dove giaciono in disordine.

[417] Lo Statuto di Firenze era stato compilato la prima volta nel 1353 da Tommaso da Gubbio, e divenne quasi comune a tutta la Toscana, eccetto il Senese: talchè la repubblica ne commise una nuova redazione a Paolo di Castro nel 1415. Era talmente accreditato, che, giusta il Gravina, veniva chiamato speculum et lucerna juris, virtus juris, dux universorum, robur veritatis, auriga optimus, Apollo Pythius, Apollinis oraculum, etc.

[418] Di questa venuta di Cosimo a Roma fa cenno anche il De Thou, Historiæ XXVI, sez. 16, dicendo: Fluctuanti (Pio IV p.p.) et de alia quavis re potius quam de munere pastorali sollicito, supervenit Cosmus... perhonorificeque exceptus, ac deinde ad colloquium privatum admissus, rationibus suis pervicit ut Concilium indiceretur. Il Lagomarsino inveisce contro questo passo (Comm. alle ep. del Poggiano. Tom. II, pag. 154).

[419] N. CCIC del Carteggio di papi e cardinali nell'Archivio di Stato a Firenze.

[420] Già riferimmo nel Discorso XXXI, nota 15, alcun che delle relazioni fiorentine sopra il Concilio di Trento. Singolarmente notevoli sono le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio nei numeri 47 e 48 del Carteggio universale nell'Archivio di Stato. Ambasciadore pel duca al Concilio era Giovanni Strozzi, poi Jacobo Guida vescovo di Penna. Del primo (al nº 4011) leggiam questa lettera del 1555 15 marzo al granduca:

«Essendo occorse più volte quistioni fra servidori, come spesso accade dove sono tante persone e di così diverse condizioni, e andatisi a poco a poco ampliando e facendosi interesse di nazioni subito che duoi s'affrontavano, del che qui si dà la colpa maggiore alli Spagnuoli, parendo che sieno vaghi di far quadriglie, venerdì alquanti di loro vennero alle mani con certi Italiani, e chiamando ciascheduno la sua nazione, crebbe la zuffa con molti feriti et alcuni morti, di sorte che il capitano della terra fece sonare a martello, e levato in arme il popolo, quietò il tumulto, et ha ordinato certe guardie per ovviare a simile scandalo».

Al 28 aprile 1563, Jacobo Guida scriveva al duca da Trento (nº 4015 del Carteggio mediceo):

«Venne qui nuova, li 24 di questo, a monsignor d'Augusta, ambasciador dell'illustrissimo duca di Savoja, d'una congiura che s'era scoperta di certi Ugonotti di ammazzare quel duca e duchessa ancora, ed essersi scoperta in questo modo. Un portiere di s. e., ingelosito che un suo segretario non si raggirasse intorno alla moglie, venne seco alle mani, tanto che l'ammazzò, sebbene egli restò ferito assai malamente: e preso dalla giustizia e condannato alla morte, pregò quegli ministri che dovessino sopratenere tanto l'esecuzione contro di lui ch'egli potesse far intendere a s. e. alcune cose che gli sarebbono di salute, rimettendosi alla bontà sua, intesa che n'avesse l'importanza, del campargli poi o no la vita, avendo fatto quanto aveva per il suo onore. Rivelò adunque come, per opera del principe di Condé, tre camerieri di s. e. avevano determinato di torle, e alla duchessa ancora, la vita, e che un italiano, che si tratteneva in quella Corte, era stato a nome del medesimo principe ricercato, che, preso da lui conveniente stipendio, si trattenesse in quella Corte per potergli far un dì qualche rilevato servigio, al che l'italiano non volle consentire altrimenti. Questi tre camerieri furono presi subito per intender da loro tutto il disegno, e gli altri capi ed interessati. E di pochi giorni innanzi era venuto nuova che monsignor illustrissimo di Lorena aveva in Venezia avuto lettere che la regina di Scozia aveva portato pericolo della vita per modo insolito: che in camera sua era entrato sotto il letto, poche ore innanzi che ella se n'avesse a ire a dormire, uno armato tutto d'arma bianca per ammazzarla la notte. Ma successe che, parendogli di sentire qualche poco di movimento, e facendo cercare tutte le stanze sue contigue alla camera, nè trovando cosa alcuna, commesse ancora che si vedesse sotto il letto. Dove scoperto costui, e fatto mettere in mano della giustizia, pare che dapprincipio dicesse che, preso dall'amore di lei, si fosse messo a questo, ma che poi in ultimo, stretto dai tormenti, confessasse che vi era stato indirizzato per ammazzarla, ma da chi non si sa ancora.

«Posso dire di più che di Francia è stato scritto a monsignore cardinale di Lorena come, sendosi inteso ch'egli pigliava una villa qui vicina a cinque miglia per trattenervisi alle volte in questa state, vi era chi disegnava contro la vita sua, e che per niente non la usasse altramente».

[421] Bolla di Pio V, 1569.

[422] Literæ SS. D. N. Pii V super creationem Cosimi Medicis in magnum ducem provinciæ Etruriæ ei subjectæ. Firenze 1570.

[423] Archivio di Stato, Carteggio universale, N. 44.

[424] Carteggio universale, N. 30.

[425] Carteggio di Cosimo, filza XXIX.

[426] Carteggio universale, N. 161 al 1561.

[427] Legazione di Roma, N. XI.

[428] _Ill. Domine frater noster honorande,

Scimus excellentiam tuam non ignorare S. D. N. hisce proximis diebus nos super negocio fidei deputasse. Verum, quia in præsentia ex officio nobis injuncto est super aliquibus rebus agere, atque a Petro Martyre, ordinis canonicorum lateranensium, de eis informari cupimus, exc. tuam enixe rogamus, velit, pro singulari suo in Christo amore, ac in hanc sanctam sedem apostolicam studio dare operam ut, quanto honestius et cautius fieri possit, idem Petrus capiatur, et ad nos eodem modo quo rev. dominus cardinalis Burgensis collega noster scripsit, cum alio fratre lucensi transmittendum curret etc._

Romæ XVII kal. octobris MD. XXXXII.

Cardinales deputati, IO. PETRUS. CARDINALIS S. CLEMENTIS. CARDINALIS BURGENSIS. P. CARDINALIS PARISIENS? B. CARDINALIS GUIDICIONUS.

Archivio Mediceo, cartella 3717.

[429] «Illustrissimo patrone. Io ricèvetti le di v. e. delli XI, al solito gratissime, insieme con la copia delle lettere scrittele dal commissario di Pisa sopra quello frate Cilio da Turino che le ho fatto intendere. E non pensi v. e. che quanto io ho scritto sopra ciò sia stato senza causa, chè mi pareva veder ordito una tela cui faceva ricordare di frà Girolamo al tempo del magnifico Piero de Medici, di che mi ricordo bene. Ma penso per grazia di Dio ne siamo presso che fuora, mediante le buone opere di frate Bernardino da Siena generale de' Cappuccini, che avrà chiarito che non sempre è oro quello che luce. Credami V. E. l'amor mi fa dire non meno ch'ella ha da guardarsi dagli eretici che ci abbiamo noi prelati, perchè menano la folla contro a tutte le potestà, ecc.

«Di Perugia XVI di settembre 1512.

Cardinale DE PUCCI.

Archivio Mediceo, fascio 5717.

[430] «Confidando s. s. nella buona e cristiana mente et intentione delle E. V., sicurissimo che non dispiacerà a Lei quel che mi ha ordinato che le faccia intendere, come è pesato oltre modo alla santità sua, e vi farà subito la provisione che le si ricorda, si è novamente ridotto in Pisa un pessimo spirito, chiamato Celio da Turino, quale pubblicamente e in più luoghi ha fatto professione di luteranesimo, et ultimamente trovandosi in Lucca, ove si dimostrò tale, ne è stato bandito, e si è ricovrato in Pisa, ove, sotto professione di maestro di scuola, ha insegnato quella mala setta et eresia. Il che essendo della importanza che v. e. può per sua prudenza considerare, ha bisogno di presto rimedio, onde s. b. la ricerca e stringe quanto più può per debito dell'offizio suo a mandar subito commissione al suo offiziale in Pisa che lo faccia carcerare et tenere sotto buona custodia, finchè si sarà fatta palese l'iniquità sua e castigata per esempio degli altri ecc.

«Da Roma 26 agosto 1552.

«Il cardinale FARNESE».

Archivio Mediceo, cartella 3717.

[431] In Santa Maria Maggiore a Firenze, nella nave a mezzodì, è la cappella dei Carnesecchi, collo stemma, che consiste in tre liste d'oro con sotto un ròcco pur d'oro; e da una parte l'arma de' Capponi, dall'altra quella de' Velluti per due dame entrate in quella casa. Anche la cappella della Comunione nella nave a tramontana fu fondata da Bernardo Carnesecchi nel 1449, oltre un'altra cappella pure dei Carnesecchi: e vi sono sparse qua e là molte lapidi de' Carnesecchi.

Le corrispondenze del Carnesecchi col Grannela sono nei manuscritti della Magliabecchiana, Classe VIII, 51: e così le lettere al Vergerio del 1534, in risposta a quelle che son nella Vaticana, Nuntiatura Germaniæ. Vol. IV.

[432] «Ho inteso per lettere di M. Marcantonio Flaminio, che v. s. ha avuto una febbre acutissima, la quale l'ha condotta appresso alla morte, e che ancora non è fuor del letto benchè sia fuor del pericolo. Ne ho sentito, come debbo, gravissimo dispiacere: e considerando fra me stesso, come v. s. è in ogni cosa temperatissima, e con quanto regolato ordine di vivere si governi, non so trovare altra causa delle tante infermità sue, se non che è di troppo nobile complessione, il che ben dimostra l'animo suo divino. Dovrìa Iddio, come i Romani conservavano quella statua, che cadde loro dal cielo, così conservar la vita di v. s. per benefizio di molti: e lo farà, acciocchè così per tempo non s'estingua in terra uno dei primi lumi della virtù di Toscana. Vostra signoria dunque col presidio di Dio attenda a ristorarsi e vivere con quell'allegria, con che soleva, quando eravamo in Napoli. Così ci fossimo ora con la felice compagnia! E mi par ora di vederla con un intimo affetto sospirar quel paese, e spesse volte ricordar Chiaja col bel Posilippo. Monsignore, confessiamo pure il vero, Firenze è tutta bella, e dentro e fuori, non si può negare; nondimeno quell'amenità di Napoli, quel sito, quelle rive, quell'eterna primavera mostrano un più alto grado di eccellenza, e là pare che la natura signoreggi con imperio, e nel signoreggiare tutta da ogni parte piacevolissimamente s'allegri e rida. Ora se vostra signoria fosse alle finestre della torre da noi tanto lodata, quando ella volgesse la vista d'ogn'intorno per quei lieti giardini, o la stendesse per lo spazioso seno di quel ridente mare, mille vitali spiriti se le multiplicherebbono intorno al cuore. Mi ricordo che innanzi la partita sua, V. S. più volte disse di volerci tornare, e mi ci invitò più volte. Piacesse a Dio, che ci tornassimo: benchè, pensando dall'altra parte, dove anderemo noi, poichè il signor Valdes è morto? È stata questa certo una gran perdita ed a noi ed al mondo, perchè il signor Valdes era uno de' rari uomini d'Europa, e quei scritti ch'egli ha lasciato sopra l'Epistole di san Paolo, ed i Salmi di David, ne faranno pienissima fede. Era senza dubbio nei fatti, nelle parole, ed in tutti i suoi consigli un compiuto uomo. Reggeva con una particella dell'animo il corpo suo debole e magro; con la maggior parte poi, e col puro intelletto, quasi come fuori del corpo, stava sempre sollevato alla contemplazione della verità e delle cose divine. Mi condoglio con messer Marcantonio, perchè egli più ch'ogni altro l'amava ed ammirava. A me par, signore, quando tanti beni, e tante lettere e virtù sono unite in un animo, che faccian guerra al corpo, e cerchino, quanto più tosto possono, di salire insieme con l'animo alla stanza, ond'egli è sceso: però a me non incresce averne poche, perchè dubiterei qualche volta, che non s'ammutinassero, e mi lasciassero in terra come un goffo, vorrei vivere, se io potessi: così esorto V. S. che faccia: le bacio la mano. Nostro Signore le dia quella prosperità di vita ch'ella desidera».

[433] Bisogna intendere Andrea, non Filippo, che non fu in Francia.

[434] Carteggio universale, filza 2972.

[435] Una lettera di Angelo Cajazzi teatino denunziava al papa, come eretico Giambattista Veneto, proposto generale della sua congregazione. Carteggio di Cosimo 199.

[436] VIII del Carteggio di Cosimo.

[437] Il De Thou accusa Achille Stazio, valente letterato portoghese, cantore d'un poema sulla Vittoria di Lepanto, d'aver denunziato il Carnesecchi. Fra i 430 e più testimonj sentiti nel costui processo, o nominati come correi, lo Stazio non compare.

[438] Le due lettere sono nel Laderchi, vol. XXII, pag. 97, 98.

[439] Nominatamente Pero Gelido suddetto e Pietro Leone Marioni.

[440] Il Gibbings crede alluda all'imperatore. Vedi qui sopra a pag. 324.

[441] Forse il Paleario.

[442] Arch. Toscano. Appendice al carteggio di Roma, filza IV.

[443] Ibid.

[444] Legazione di Averardo Serristori ambasciadore di Cosimo I a Carlo V e in Corte di Roma 1537-1568 (Firenze Le Monnier 1853).

[445] Per soddisfazione della regina Caterina De Medici, il papa non esitò a mandarle il processo, che così venne conosciuto anche fuori del Sant'Uffizio. Gli estratti ne sono prodotti dal Laderchi, tom. XXII, p. 325; poi fu stampato da Richard Gibbings, Report of the trial and martyrdom of Pietro Carnesecchi. Dublino 1856.

Il Serristori scrive al 19 luglio. «Quanto più s'allunga il processo, le condizioni si peggiorano, al rovescio di quel che il Carnesecchi aspettava.

12, 19 e 21 settembre. «Gli si diedero altre dilazioni, se mai volesse ravvedersi, ma egli stette duro: invano gli parlò il cardinale Paceco».

[446] «Al supplizio andò tutto attillato, con la camicia bianca, con un par di guanti nuovi e una pezzuola bianca in mano. Piaccia a Dio averlo compunto in quel punto di morte, perchè per prima non si era partito dalla sua prava opinione». SERRISTORI.

[447] Carteggio di Roma, appendice, filza XXVI. Nella XXXVI della legazione di Roma vi sono diligenze affinchè resti proibita la storia di Michele Bruto, scritta, dicesi, a istanza d'alcuni mercanti fiorentini a Lione: l'autore si esibì a modificarla nelle parti che ledono la casa Medici: ma essendo egli eretico, non si volle intraprenderne il trattato.

Nella filza LIII è un'istanza del granduca perchè le opere di Nicolò Machiavello vengano levate dall'Indice, facendone un'edizione espurgata.

[448] Io non trovai alcuno che avesse veduto questo libro, e non conosco alcun'opera di Calvino con questo titolo. Ben so che il Domenichi, al fin della sua vita, tradusse «La spada della fede per difesa della Chiesa cristiana contro i nemici della verità, cavata dalle sacre scritture, per frate Nicolò Granier» (Venezia 1565).

[449] Da un Giunti fiorentino, stabilitosi a Troyes in Sciampagna, nacque nel 1540 Pietro De Larivey, il primo che scrivesse commedie in Francia; e nella ristampa fatta il 1855 si attesta l'efficacia di lui sopra il teatro francese, specialmente sopra Moliére, e si mostra quanto abbia tratto da' nostri. Tradusse pure le Notti facete dello Strapparola.

[450] È poc'altro che una revisione di quella del Bruccioli la Bibbia novamente tradotta da la hebraica verità in lingua toscana, per maestro Santi Marmochino fiorentino, dell'ordine de' Predicatori (Venezia, Giunti 1538 e 46). Anche Filippo Rustici, lucchese apostata, a Ginevra fece o rivide una versione della Bibbia sopra i volgarizzamenti del Vatable, del Pagnini, del Bruccioli. Solo da una lettera dell'Aretino al Dolce, novembre 1545, raccolgo che questi traducesse o illustrasse la Bibbia, scrivendogli esso: «Sì che seguitate pure la incominciata Bibbia, avvegnachè il fattor sommo vi aprirà i di lei secreti, così nel fine come nel mezzo».

[451] Il Bruccioli scrive a Cosimo I.

«Ill. ed Ecc. Duca, Ho, poche ore sono, avuta una di v. e., ed inteso il contenuto, non poco mi dolgo della malignità degli uomini, che sono sempre pronti a riferir male e far poco bene, come mi pare che qualche maligna anima abbia fatto a v. e. di me pure. Bisognando far altro che dolersi, dico il caso mio esser passato in questa forma, che qua è pena cinquanta ducati d'oro chi stampa cose senza licenzia, e due anni bando di Venezia. Ora essendo io andato fuor della terra, uno mio, che è sopra la stamperia, prese a stampare senza chieder la licenzia, una opera sospetta. La qual cosa saputa, furono tolti tutti i libri d'essa opera, non mia composizione e che non era in Venezia, ed arsi; e così caddi nella pena per la colpa d'altri: dipoi intesa bene la cosa, hanno levato il bando di due anni, ma che io debba pagare detti denari, che se ne vanno in ducati settanta: e che non sia stato per mia composizione o openione di eresia ne mando la fede a v. e. sigillata dal padre inquisitore, che si trovò a tutta la causa, e se non che i danari sono destinati a luoghi pii, avevo la grazia. Ancora di quegli delle opere mie ove sia il mio nome non è stata mossa, nè tocca, nè dannata alcuna, come ne può far fede ancora il segretario di v. e., al quale le ho mostrate, e chiarito che si vendono per tutti li librari. E se io fossi stato notato d'eresia, non potrei stare, non che in Venezia, neancora nel dominio, e tutte le mie opere sariano dannate, che non è dannata alcuna, ma approvatissime; nè è qua gentilomo a chi non sia doluto di tal disgrazia, che mi è stata di gran danno..... nè mai ho trovato uomo, per frate che sia, che abbia avuto ardire alla mia presenza di mettervi bocca.... È se nessuno è nello Stato di v. e. che abbia ardire di dannare cosa alcuna ne' miei libri della Scrittura sacra, sono parato sempre a mostrar che non sa che cosa sia Scrittura sacra nè pietà cristiana, e che è uomo maligno et ignorante, o voglia con li scritti, o voglia con la presenzia trattar la cosa davanti a v. e.

«Circa a scrivere a v. e. avvisi utili alla conservazione del suo Stato, al presente per il poco tempo che io ho da scrivere, non posso soddisfare, come farò per l'avvenire.... (qui dà alcuni avvisi e finisce col baciar le signorili mani).

«Di Venezia 20 aprile 1549».

«La quarta opera che io dissi, nella epistola della dedicazione del libro, avere principiato per v. e., per buon rispetto ho voluto serbarmi a dirla qui, essendo di grandissima importanza e momento, perchè è tale che in essa vedreste gli avisi di tutte le cose che possono toccar lo Stato vostro, non solamente del passato e del presente, ma ancora del futuro. Questo è che, considerando io che tutti gli scrittori che hanno voluto costituire un principe che potesse sicuramente governare lo Stato, tutti hanno assegnato precetti e consigli, comuni a tutti i generi di principati che potessero servire, a tutti i luoghi e regioni ove fussino, ma nissuno, ch'io abbia mai visto o letto, ha nel dare buon ricordi al principe per la salvazione del suo Stato, avuto in considerazione la qualità de' suoi cittadini, gli umori di quelli, le fazioni di dentro e di fuori, le condizioni de' sudditi, come sieno animati verso il principe, o se sono desiderosi d'altri governi, e come ne' pericoli se ne abbia a fidare: di poi la qualità de' potentati attorno ecc. ecc. (qui divisa la sua opera). Dovendo esser quest'opera solo per v. e. come uno specchio, nel quale vedesse non solamente se medesima, ma e i suoi cittadini grandi e piccoli, fuorusciti e malcontenti, e tutta la possanza ed umore de' principi e dominj che potesse mai avere a fare cosa alcuna con v. e., e non solamente vedere i volti, ma e gli animi e le forze ed i pensieri, e perchè tal cosa doveva solamente servire per v. e. veggendomi di esser poco in sua grazia, se ben non lo merita l'amore e reverenzia che gli porto, e servigi che già gli feci, ho lasciato di seguitar tal opera, solamente facendo intender a v. e. che quella lascia perdere una delle più utili cose che si potessino mai pensare per quella....

«Di Venezia 8 giugno 1549».

Il 29 giugno torna alla cerca di sussidj:

«Quando primieramente scrissi a v. e. la pregai, per la necessità in che mi trovo, che mi volesse fare un poco di bene, o per l'amor di Dio o per servizj fattigli già in tempi pericolosi, o per quegli che mi promettevo fare. La risposta fu che io dovessi prima giustificarmi della imputazione d'eresia, il che feci, nè per questo ebbi mai cosa alcuna. E chi non direbbe di aver poco credito con un principe, se gli chiede una grazia di pochi scudi, e non la ottiene per promessa che gli si faccia? E se io mi trovassi il modo di poter vivere uno o due mesi di tempo che andiamo in dar compimento a tal opera, e da poterla far copiare, l'avrei fatto senza chieder prima cosa alcuna. Ma non avendo altra rendita che il tempo, mi bisogna metterlo in cose, per le quali io possa guadagnar il vitto alla mia famiglia.....»

E segue insistendo sull'utilità di quell'opera, con bassezza chiedendo. Poi il 4 agosto 1554, a M. Agnolo Dovizio da Bibiena segretario del duca, dà contezza de' maneggi di Piero Strozzi col Cavalcanti ed altri profughi, per far la guerra di Siena; al 18 agosto informa sugli andamenti e progetti de' fuorusciti, e continua a domandare per sè.

Un'altra del 25 agosto va sul tenore stesso. Sotto al 28 luglio 1554 troviamo questo estratto:

Il Bruciolo vorria sapere se v. e. vuole che sia al suo servizio o no, e che desidera servirla.

Il duca scrive di proprio pugno:

Che serva, se lo vuole per ogni modo.

Il 1º settembre costui fa congratulazione per le vittorie di Siena, promette un'orazione con cui mostrerà al mondo esser Cosimo giustissimo principe ed ornato di tutte le virtù ecc.; ragguaglia sugli Strozzi e su chi dà danari, e che partì l'ambasciadore di Francia, «e se avessi avuto la possibilità, e non avessi avuto l'obbligo delle lezioni, io pigliavo l'occasione d'andar seco fin a Ferrara, dove pel camino arei intese più cose più particolarmente. Corrono spesso di simili casi, a' quali sarebbe bene andar dietro con ogni diligenza, il che farò se vorrete. Per quest'altro corriere vi aviserò di cosa che ne potresti col tempo cavare qualche buon utile per le cose vostre».

Eppure solamente jeri, un di questi storici ciarlatani che or vanno per la maggiore, noverava il Bruccioli fra i martiri della buona causa, sol perchè messo all'Indice.

[452] Carte strozziane, filza 246.

[453] Carteggio concernente Cosimo I, filza LVIII. Quando l'esercito del sig. Gabrio Serbollone accampava in Francia, san Carlo a nome del papa informava il duca di Firenze che le sue genti aveano fatto danni al paese, onde lo pregava a desistere dai guasti e dalle prede, e risarcire quel che si potrà. Lettera 10 luglio 1560, nell'archivio di Stato di Firenze.

[454] Lettera d'illustri uomini, per Antonio Manuzio, 1561.

[455] Carteggio di Cosimo, N. 198.

[456] Arch. di Firenze, Carteggio univers., N. 180.

[457] Carteggio di Cosimo, N. 211.

[458] Id. N. 199, 200.

[459] Carteggio universale, N 145.

[460] Id. N. 147.

[461] Carteggio di Cosimo, N. 224.

[462] È Alessandro De Medici de' principi d'Ottajano, cugino di Cosimo I, che stette quindici anni ambasciator suo a Pio V a Roma, poi nel 1605 fu papa col nome di Leone XI, ma per soli 26 giorni.

[463] Ap. LAMI, Lezioni, pag. 600.

[464] Carteggio di Roma, filza C.

DISCORSO XXXVI.

ERETICI SENESI. AONIO PALEARIO.

Espugnata Siena, il duca di Toscana dovette adoprare ogni arte per soffogarvi i tentativi di nuova insurrezione: vi soppresse le accademie de' Rozzi e degli Intronati; carcerò, sbandì, fece com'è costretto a fare chiunque incatena un popolo.

Avremo a discorrere a parte dei Soccini: e già indicammo le prediche fattevi dall'Ochino. Nofri Camajani, che colà stava capitano di giustizia pel duca, s'accorse di semi di protestantismo difusi, e ne fe motto a Cosimo. Poi al 5 settembre 1558 scriveagli:

«Io non volsi mancare di dare avviso a v. e. ill. di quel che mi era stato parlato da più persone di certa semenza d'eresia che par si sia sparsa in questa città da qualche mese in qua, e ne detti avviso generale, secondo che mi fu rapporto allora da quelli tali. Dalli quali di poi ho avuto una lista di più persone, parte nobili e parte artigiani e plebei, che ne devono fare più scoperta professione, la quale sarà con la presente. Ho voluto intendere più particolarmente quel che si sia visto o inteso delle lor male operazioni. Dicono che per le chiese sono stati visti udire solo il vangelio, e poi voltar le spalle al Sacramento, con atti ed altre dimostrazioni derisorie del comune culto divino, e ragionar del purgatorio in burla, e un di loro par che una mattina, ritrovandosi alla predica di un frate teatino o riformato, che conteneva del purgatorio, subito si partì ridendo, e dicendo che non voleva più star a udire simili favole; oltre al parlare poco conveniente dell'autorità della sedia apostolica. Ma perchè simili umori non si sogliono scoprire più oltre che con piccoli segni, parimenti la legge si contenta di piccoli indizj per poter perseguitarli. Il signor G. (Inquisitore, Governatore?) mi ha detto che n'è stato parlato a s. s. ancora, e che io gli facessi avere quella medesima nota come ho fatto: e poi se piacerà o all'e. v. o a s. s. si potrà procedere in quel modo che più li parrà opportuno (Omissis).

«Lista dei nobili: li duoi figliuoli di M. Maria Sozini, cioè Carlo e Camillo. Fausto, fratello di M. Alessandro Sozino. Savola f. di M. Levio Pecci, e anco si dubita di lui. Marcantonio Cinuzi[465]. Nicolò Spanocchi. M. Francesco Buoninsegni.

«Lista d'ignobili: Mess. Paolo marescalco al ponte. M. Ippolito marescalco in Pantaneto. Francesco libraro alla Beccheria[466]. Nicolò conciator di cori (cuoi) barbarossa. Quel che assetta l'oriol di piazza. M. Cesare Sarto incontro alla fonte di Piazza»[467].

Noi abbiamo fatto ogni possibile per seguire questa traccia, ma fu invano, se non che da Roma al 23 luglio 1560, veniva diretta al duca questa lettera:

«Illustrissimo ed eccellentissimo signore,

«Essendo che ci consti al presente ne' suoi Stati, e principalmente nella città di Siena pullulare alcune eresie, e di giorno in giorno augumentarsi, alle quali se di breve non si provede, dubitiamo non avenghi come in molti luoghi di cristianità è avvenuto, partoriscano la perdita di molte anime, oltre a quelle che già sono in periculo, se la mano potentissima de Iddio non vi provede, e desiderando noi con il mezzo di s. e., si come è cura nostra, provederli per quanto possiamo; il che anche speriamo per il suo buon e santo zelo, quale sempre in lei abbiamo conosciuto verso la santa fede catolica, e questa sancta sede, abbi da desiderare e procurare, abbiamo dato ordine di mandarvi qualche servo da bene, proporzionato a questo bisogno; acciò, con l'ajuto di n. s. Iddio e per mezzo di v. e., possi provedere alla salute di tali, a' quali, se così non si provede, oltre il danno loro, seran causa di dannificare li altri. Et perchè desideriamo eseguir ciò quanto più presto, preghiamo v. e. si degni avisarci di quel che gli occorre e più li piace in questo negozio, alla cui gratia ci raccomandiamo sempre.

«Di V. E. Ser.

Il card. De Carpi. Il card. Puteo. Il card. Alessandrino. Il card. d'Araceli.[468]

Esso rispose, gloriandosi di esser persecutor de' ribelli di Cristo; ma poichè ama la giustizia, e talvolta queste accuse sono date per passioni private o per voglia di nuocere, desidera gli siano porte notizie più precise intorno a questo affare, e allora penserà al rimedio, senza ch'essi prendansi molestia. Altrove[469] abbiamo lettera del nunzio, che richiede al duca Cornelio Sozzini, per mandarlo all'Inquisizione di Roma.

Al qual punto si riferiscono pure le lettere seguenti al granduca;

«Ill. et Ecc. Padrone mio,

«Io non resto nè resterò di continuo de procurare con ogni destra opera, anche nelle proprie case de sospetti, per ritrovare la imboscata delli eretici, de quali potria forsi essere ora molta la segretezza, che continuasse nelli animi di qualche persona il credere che egli sieno in alcune loro male opinioni antiche, dipoi già lassate. Per il che odo dallo Inquisitore che alcuni sono andati da esso a dimandare et ottenutone il perdono, massime dopo la cattura di M. Achille Benvoglienti e de un M. Aonio (Paleario), molto tempo fa preso in Roma, che fu già qui pedante in casa de' Belanti, e seminava tal peste con chiunque praticava, et in fra altri di questa città era un M. Mino Celsi, che pochi dì fa se ne è partito e vistosi a Bologna, e si bene si crede per molti debiti che in vero si trova, e ne ha lassato ricordo a la moglie, con dirli de più che perciò si è allargato, da qualche altro si fa giudizio che possa essersi partito per la presa e pratica del sopradetto M. Aonio, e che forsi possi passare a Ginevra: però se ritrarrò dove egli si posi o altro de li sopradetti, ne farò subito consapevole v. e. ill. alla quale con debita reverenza m'inchino».

«Di Siena l'ultimo de luglio 69.

«Di V. E. Ill. divotissimo servitore

Federigo delli Conti Monteaguto[470].

«Serenissimo Padrone mio,

«Ho fatto, secondo il solito, pubblicare in Balia li nuovi Capitani di Giustizia di questo Stato, conforme al comandatomi da v. a., quale supplico si degni farmi dar cenno se io debbo lasciar abjurar in giorno festivo nella catedrale di questa città M. Achille Benvoglienti, come di già si intende aver abjurato in Roma, di dove pochi dì fa è tornato secondo l'ordine del Santo Offizio della Inquisizione, che se bene lo inquisitore qui questa mattina ch'è ritornato da Fiorenza, me ne mostra lettere e commessione di detto Offizio, e mi dice averne avuto licenza da v. a., mi è parso nondimeno a consentirlene, per più sicurità, aspettarne il comandamento di quella, si come ancora io desidero intorno alla ultima risoluzione nella causa delli uomini della Badia a Isola con li monaci di Santo Eugenio, quali, con tutto che pregati da me e fatti pregar instantemente dalli avvocati e procuratori loro, però solo in mio nome, non si sono possuti indurre, nè mi meraviglio essendo frati e bene stanti, ad alcuna concordia, e fanno gran diligenza per ottener l'esecutione delle sentenze, le quali si sarieno forsi possute concedere da me secondo il tenor dell'ultimo rescritto da v. a. ma per desiderio di non errare mi scuserà se novamente ne ricerchi il cenno di quella, alla quale pregando felicità e contento con ogni umiltà le faccio riverenza.

«Di Siena li 11 aprile 70.

«Di V. A. servitore fedelissimo

Federigo delli Conti Monteaguto[471].

Nel processo di questo Achille Benvoglienti, il Sant'Uffizio fece arrestare cinque streghe, che, convinte d'aver negato la fede, rinunziato al battesimo, ammazzati diciotto bambini, furono condannate al fuoco. Il granduca permette si eseguisca la sentenza. Nell'archivio fiorentino sta il costituto del Benvoglienti sopra materie religiose, e il Montaguto lo accompagna a Cosimo con notizie relative a quel processo[472].

Mino Celsi fu creduto un pezzo fosse un nome di guerra, sotto cui s'ascondessero Lelio o Fausto Soccino o il Castalio. Ma realmente egli fu di Siena, donde fuggì nel 1569, e visse tre anni fra i Grigioni, de' quali ci dà una pittura tutt'altro che lusinghiera. Passò poi a Basilea, e cercò sempre metter concordia fra i dissidenti; e fu uno dei tre, che, soli fra i teologi protestanti, disapprovarono il supplizio di Serveto: egli medesimo non impugna il diritto di punire per opinioni eterodosse ma vorrebbe applicata un'ammenda o l'esiglio, non la morte[473].

Nel settembre del 60 il mentovato Pero Gelido, da Venezia scriveva al granduca:[474]

«È capitato in questa città otto dì fa un Nicolò Spanocchi, cittadino senese, il quale subito è venuto a trovarmi, e dopo un poco di proemio molto bene acconciato, essendo uomo di lingua e di buon intelletto, mostrò esser sempre stato devoto della regia casa de' Medici....... e che per calunnie de' suoi nemici, più che egli l'abbia meritato è perseguitato per causa di religione, come dice esser nota all'a. v. E mi disse come, essendo egli del magistrato della balìa di Siena e uno dei quattro eletti a riceverla nella sua entrata che la deve fare in quella città, se ne veniva in Toscana, ma avendo incontrato per via uno, che gli portò la nuova della retenzione di un Lelio Soccino e di duoi nipoti di esso Lelio, sbigottitosi di questa cosa, prese la risoluzione di tornar addietro, e di mettersi in luogo dove potesse esser un poco più sicuro..... E se bene egli biasima molto il modo ch'è stato tenuto da Lelio, secondo che esso ha inteso, avrebbe desiderato che più tosto li fosse dato scala franca, e fattolo partir del suo Stato, per non aver dato alla città di Siena questo dispiacere in questa sua entrata. E anco aggiunge che, per non far fruttificar tai semi, sarebbe forse meglio proceder in questa maniera. Io certamente ho sentito molto dispiacere che l'a. v. abbia avuto necessità di metter la falce in questa biada, e certo annoveravo per una delle grazie che ella ha ricevuto dal Signore Dio il non essere finora stata astretta a fare simili persecuzioni, avendo visto per esperienza quello che ella ha causato negli altri paesi. Ora tornando al fatto dello Spanocchi, egli dice non fuggì il giudizio ma i giudici, e non voler in questa età di settantadue anni aver a stentare o morir di necessità in una prigione; che desidera e prega l'A. V. che si degni pigliarlo in protezione sua....».

Sisto da Siena ebreo, di buon'ora venuto alla nostra Chiesa, si vestì minorita, venerò come maestro il Caterino, e narra egli stesso come da lui imparasse la dottrina delle due predestinazioni, una per inevitabil decreto di Dio, l'altra condizionata, e «come opportuna a smuover certe dure menti, che alcuni eretici de' nostri giorni avean empite di disperazione coll'assoluta teorica del predestino», dai venti ai trent'anni l'andò predicando nelle primarie città d'Italia, con applauso degli uditori e frutto degli animi conturbati. Saputo poi quanto tal dottrina era contraddetta, la cessò, ma per essi errori fu tradotto al Sant'Uffizio. Frà Michele Ghislieri, compatendo alla gioventù e alla scienza di esso, si propose di convertirlo, e malgrado il puntiglio ch'esso metteva a non recedere dalla propria opinione, e' seppe raddrizzarlo: ne impetrò la grazia da Giulio III, e lo aggregò ai Domenicani, adoprandolo utilmente a predicare ed a convertire Ebrei, dei quali un gran branco erasi accolto in Cremona, donde divulgava libri di quella credenza[475]. Sisto sceverò le opere utili, quali il Talmud ed altre, e quelle che non poteano giovare a nulla mandò al fuoco: al fuoco pure gittò tutti i proprj scritti, non restandone che la Bibliotheca Sancta, ove trattò de' libri sacri, de' loro interpreti, degli errori che ne derivarono. Morì a Genova di 49 anni il 1569.

L'Inquisizione nel 1569 eresse in Siena una compagnia di Crocesignati applicati principalmente a servigio del Sant'Uffizio, ma grandissima difficoltà incontrò in paese, e se il governatore Conte di Montaguto non vi si era opposto da principio, molti cittadini sorsero a mostrar il pericolo che verrebbe al principe in paese di fresca conquista, dal tollerare che una società d'uomini vi si formasse indipendente dall'autorità secolare; e per cui mezzo l'Inquisizione più non avrebbe duopo d'appoggiarsi alla forza pubblica. Il granduca mandò subito che fosse sciolta, e ne scrisse a Roma, che promise farla svanire a poco a poco, affinchè dal torla improvvisamente non restasse disonorata l'Inquisizione.

Maestro Antonio della Paglia, nato verso il 1500, da Matteo e da Chiara Gianarilla, a Veroli, città vescovile all'estremità della campagna di Roma, secondo il costume latinizzò il suo nome in Aonio Paleario, studiò a Perugia, poi a Siena (1530), «città bellissima e ben situata, ma guasta da spirito di partito e da incessanti fazioni, onde i signori vivono in campagna, e così le nove Muse ne sono bandite: ma le persone son d'ingegno acuto e vigoroso; i giovani hanno un'accademia, dove espongono spesso componimenti nella lingua materna» del che esso li disapprova come distragga dal latino e greco[476]. Coi sussidj di Cincio Frigipani romano fu a Padova, ove da Benedetto Lampridio udì leggere le orazioni di Demostene. Tornato a Siena, difese insignemente Antonio Bellanti, accusato di malversazioni e congiura; ma gli avversarj ritorsero l'accusa contro lui stesso, che n'ebbe nuova occasione di mostrar la sua eloquenza. Da quel senato fu preso pubblico precettore di lettere greche e latine, poi di filosofia. Colà attinse le idee dell'Ochino, poi le diffuse a Colle in Val d'Elsa, dove avea tenimenti, e a San Geminiano. Fece un poema in tre canti sull'immortalità dell'anima, in cui il sacro va misto col profano, e invocato Aristotele a guida nella pericolosa ricerca. Lo dedicò a Ferdinando re de' Romani, e i critici lo paragonavano al Vida e al Sannazaro; il Vossio lo qualifica di divino e immortale. Ne mandò un'edizione scorretta al cardinale Sadoleto, suo patrono, pregandolo inducesse lo stampatore Grifio a farne una migliore. Quegli in fatto il raccomandò caldissimamente: aver quel libro un sapore lucreziano; nulla esservi che non fosse detto latinamente, e non mostrasse giudizio e diligenza: multaque præterea ubique nitentia ingenii et vetustatis luminibus, et, quod ego pluris quam reliqua omnia facio, christiana mens, integra castaque religio, erga Deum ipsum honos, pietas, studium, in eo libro vel maxime non solum docere mentes errantium, sed etiam animos incendere ad amorem puræ religionis possunt.

All'autore poi scriveva non aver letto opera a' suoi tempi che gli piacesse più del poema di lui, e: «Come il volto pacato e costante nell'uomo è indizio di mente ben affetta e di probo animo, così cotesta tua egregia pietà verso Dio, che s'appalesa ne' tuoi scritti, ci obbliga a fare insigne stima di te, d'ogni senso dell'animo tuo, e della eccellente dottrina[477]».

A Roma Aonio ebbe grand'amici il Mauro d'Arcano e il Berni, e i suoi versi erano letti con delizia nell'Accademia de' Vignajuoli e in privati banchetti, siccome quel che, nel 1531, diede il Musettola traduttor di Lucrezio, dove non si bevve altro vino che il raccolto a Napoli dalla vigna del Pontano.

Tornato a Siena, il Paleario sperò esservi fatto professore, ma fu contrariato. Ebbe acerbe contese con uno ch'egli intitola Maco Blaterone, contro del quale pur si avventò Pietro Aretino. Aonio risedeva a Ceciniano e a Colle, ove di trentaquattro anni sposò Maria Guidotti con seicento fiorini di dote: e n'ebbe due figli e due figliuole. Amava disputare sull'anima, e n'ebbe parole con alcuni filosofi, venuti apposta a trovarlo a Colle; ma di ciò l'imputarono gli zelanti, cercando avversargli il popolo e il duca, con quelle arti d'invidia che non rifuggono da infamia veruna. Le loro macchinazioni, i furenti discorsi, le calunniose imputazioni, l'indignazione, l'amor proprio, la mortificazione resero il Paleario invelenito contro i nemici, e le sue corrispondenze[478], massime con Lelio Bellanti e Pterigi Gallo, svelano cogl'intrighi degli altri anche l'irrequietudine sua.

Tutto ciò può aver esacerbato gli animi e predisposto alle persecuzioni che gli costarono sì caro. Sentivasi chiamato a qualcosa meglio che insegnar latino e greco[479]: ricorreva per protezione o difesa al suo arcivescovo Bandini e al Sadoleto; e viepiù gravato dai mali pubblici, giacchè i Turchi sbarcarono minacciando Orbetello e Siena, lagnasi d'aver dovuto lasciar la patria e ogni cosa diletta.

Il Sadoleto s'accorse del trascender d'opinioni del Paleario, e l'ammonì, ma egli non vi fece mente, e seguitò manifestandole. Singolarmente levò rumore coll'attaccare un tale ecclesiastico, il quale, assiduo a prostrarsi davanti a reliquie, non pagava poi i suoi debiti. «Colta dice che, se mi lascia in vita, più non resterà vestigio di religione in Siena. E perchè? perchè, domandato qual fosse la prima cosa in cui gli uomini dovessero cercar la loro salvezza, io risposi, Cristo; domandato qual fosse la seconda, risposi, Cristo; quale la terza, ed io ancora, Cristo».

Di qui trapela l'idea che è svolta nel Trattato del beneficio della morte di Cristo, del quale parlammo nel discorso XIX. Colà vedemmo quanto interesse eccitasse quel libro, che dapprima fu tenuto opera di pietà, e ristampato con altre devote, siccome nell'edizione posta all'Indice da Sisto V, col titolo: «Trattato utilissimo del Benefizio di Cristo, con li misteri del rosario, con l'indulgenza in fine di papa Adriano VI alle corone dei grani benedetti». Noi l'abbiamo analizzato, e dicemmo che l'autore ne rimase ignoto, perciò fu attribuito a diversi; al Valdes, dal quale in fatto son copiate moltissime parti: al cardinal Contarini, al Flaminio, ad altri. Il cardinal Morone confessa averlo ammirato e diffuso e nel processo di lui, un Domenicano dice averlo veduto manuscritto a Verona, mandatovi a un canonico Pellegrini, che lo diede al vescovo, il quale, giudicandolo cosa buona, lo passò a lui: ma egli vi scoperse il marcio, e si dolse di vederlo, poco dopo, stampato e diffuso.

Pietro Paolo Vergerio, nel commentar l'Indice de' libri proibiti fatto da monsignor Della Casa, dice che molti pensano non esservi stato all'età nostra, almen in italiano, alcuno scritto così soave, così pio, così semplice, e così adatto a istruir anche i più rozzi e deboli, massime sull'articolo della giustificazione. E soggiunge: «Ma ci è ancora da dire di questo Benefizio di Cristo. È un certo frate, che non lo vuole a patto alcuno: e con speranza di aver un benefizio dal papa, ha fatto una invettiva contro quel (benefizio) di Cristo crocifisso. È stato poi un altro buon ingegno e spirito che lo ha tolto a difendere, ed ha composto un dolce libro, e l'ha dato nelle mani di un cardinale, il quale ha fama di aver lume di conoscere gli errori della Chiesa e gustar la dolcezza dell'Evangelo; certo egli ha di molte virtù eccellenti. Ma mi risolvo che (se questo cardinale non lascia adesso venir fuori la difensione che egli ha in mano di quel buon libro, e se non si scopre a dire ch'egli sia buono) la fama sia falsa, e che non sia in lui quello spirito che molti hanno creduto. Egli suol dire che bisogna esser prudente, ed aspettar l'occasione e il tempo opportuno. È ben detto, ma non sarà occasione e tempo opportuno adesso, che in tanti modi tanta gente cerca di estinguer e sepellire il benefizio e la gloria di Cristo? Quando si vorrà egli dichiarare e farsi conoscere per suo soldato, se nol fa adesso che il suo Cristo è tanto combattuto, travagliato, afflitto? Orsù, starem a vedere cosa farà questo cardinale. Dio gli doni ardire, e sarebbe ben tempo ch'egli si avesse a dichiarare con tutta la sua scola.

«Aggiungo di questo libretto che sono due persone, le quali vi hanno posto mano; una l'ha cominciato, l'altra finito ed espolito, e tutte due sono in Italia, e molto conosciute e carezzate dai primi membri e ministri di Roma, e il libro loro è condannato per eretico. Staremo anche a vedere se essi potranno sofferire, e divorar questa ingiuria che è fatta sulla faccia del Padre loro celeste, o se pur la vorranno dissimular e godersi le comodità e delizie delle chieriche loro».

Da retore e sofista, il Vergerio vuol confondere il titolo del libro col benefizio di Cristo, quasi sia questo dai censori condannato. Poi stringe: «Or di questo libro, ascoltate; o è buono, o è tristo. Se è buono, perchè averlo condannato? Se è tristo, perchè ne hanno prima lasciati vender quaranta mila, che tanti io so che, da sei anni in qua, ne sono stampati e venduti in Venezia sola? perchè hanno lasciato andar attorno tanta quantità di tossico di anime, secondo loro?

«Questa è gran cosa; dove costoro, essendone tanto pregati e sgridati dovrebbero ogni anno diventare più umili, più riconoscere gli errori, le superstizioni, le tenebre nelle quali hanno voluto tener soffocata la povera gente, e mitigarla, e farsela benevola, e compiacerla dove va la gloria di Dio, vedendo che ella desidera tanto di stare con la dottrina dell'evangelo, si hanno deliberato di voler insuperbire ogni giorno più, e di voler tenere bassi e tirannizzar i poveri popoli, e ascondere ogni cosetta che potesse dar loro luce alcuna della salute. Chi non sa che i popoli si faranno beffe delle indulgenze, de' giubilei, e di tutti l'altre invenzioni e pensate d'uomini, con le quali un tempo di lungo si è dato ad intender che si potesse avere la remissione de' peccati, quando avranno avuto la grazia di poter con viva fede conoscere il gran benefizio che ha fatto loro il celeste Padre, dando il figliuolo diletto a spander il sangue e morir sulla croce».

Quei due che posero mano all'opera secondo l'asserzione del Vergerio, si supposero il Flaminio il Paleario: e' soggiunge che il cardinale Polo ne procurò la difusione d'accordo col Flaminio, col Priuli ed altri di quella scuola, e lo mandarono a un librajo eretico o sospetto, che ne vendesse più copie che poteva, o il donasse, ch'essi rimborserebbero.

Il frate oppositore, a cui accenna il Vergerio, è Ambrogio Caterino, più volte da noi mentovato, e che, fra innumerevoli scritti polemici, stampò un «Compendio di errori ed inganni luterani, contenuti in un libretto senza nome dell'autore, intitolato, Trattato utilissimo del beneficio di Cristo crocifisso (Roma 1544)». È unito alla Resoluzione sommaria contro il sommario della Scrittura, traduzione di Melanctone.

Da Antonio Caracciolo, nella vita manoscritta di Paolo IV raccogliamo che a Treviso fu trovato «un pedante chiamato messer Angelo» che era stato a Venezia; da Zurigo mandava i pestiferi libri del Benefizio di Cristo, ch'egli dice composti da un Benedettino di San Severino, siciliano discepolo del Valdes; e che fosse riveduto dal Flaminio, «anch'egli gravemente infetto».

All'autorità del Caracciolo si adagia il Ranke, il quale non sa indursi ad attribuir quell'opuscolo al Paleario, come neppur noi possiamo persuadercene. Nel processo del Morone, varj interrogati su questo libro rispondono ignorarne l'autore. Un librajo veneto che ne spacciò molte copie, dice: «Mi non ve so dir chi l'abbi composto, nè da che banda sia venuto... So che si vendeva per tutta Italia, e che si leggeva passim da tutti i cattolici». Esso Morone assevera che allora se ne conosceva benissimo l'autore. Un testimonio risponde: «Intesi dire, non so da chi, che l'autore era stato un monaco benedettino nero, amico del Valdesio, il qual monaco non conosco nè per nome nè altro; che di poi il Flaminio l'avea riveduto e rassettato a suo modo, e dato alla stampa». Nel processo del Carnesecchi si dà esplicitamente come opera di un frà Benedetto da Mantova benedettino, che lo lavorò appiedi dell'Etna, e che poi lo fece forbire dal Flaminio. Malgrado ciò, io propendo a crederlo traduzione, parendo da una parte dissimile dai lavori congeneri d'Italiani, dall'altra sentendovi tanto sapor toscano. Certo è più semplice che il Paleario non costumi nelle scritture sue, le quali del resto son tutte in latino; eppure al Paleario lo farebbero attribuire il professare egli aperta la dottrina del Cristo satisfatore quale sta nel libretto, e la difesa che fece di se stesso[480].

Perocchè gli scritti e le sue opinioni aveangli suscitato molti nemici, a capo dei quali Ottone Melio Colta sunnominato, che forse è anagramma di Orlando Marescotti: da trecento accusatori presentaronsi; dodici si offersero a testimoniar contro di lui, che davanti al senato di Siena si difese con una pomposa arringa latina, tutta retorica[481]. Ma in questa, non che scagionarsi, confermerebbe le accuse: dice che, per aver denunziati due mostri di religione, procacciossi la nimicizia di tutti i cucullati, i quali come porci s'avventano su chi uno toccò. «Io aveva discorso della repubblica designata avanti i principj del mondo e stabilita da Dio, della quale duce, autore, moderatore unico è Cristo; della legge abrogata, del gravissimo giogo della servitù discorremmo quel solo che ci permetteano questi miseri tempi, quando non è senza pericolo il palesare ciò che si desidera. V'ha uomini acerbi, duri, colpevoli, appo i quali neppur il Padre e Cristo autore della salute può lodarsi appieno; e mi fu dato accusa d'avere SCRITTO IN QUEST'ANNO un trattato in lingua toscana, mostrando quanti benefizj ci derivassero dalla sua morte. E dicevo che Esso, in cui risiede la divinità (in quo divinitas inesset), avendo profusa la vita tanto amorosamente per salute nostra, non dovevamo dubitare della volontà celeste, ma riprometterci ogni tranquillità e quiete: affermavo con autorità antichissime e certissime che erano terminati i mali, cancellata ogni macchia a quelli che, rivolti coll'animo a Cristo Crocifisso, si affidassero alle sue promesse, e ogni speranza appoggiassero in quell'unico che non inganna. Eppure a quei dodici, non dico uomini, ma bruti feroci parver così esecrande tali proposizioni, che l'autore reputavano degno del fuoco. La qual pena, se mi toccasse subire per tale testimonianza, beato mi reputerei. Perocchè siamo a tempi dove un vero cristiano non può più morire a suo letto. Ci accusino pure, ci imprigionino, ci torturino, ci strozzino, ci diano alle belve, tutto sopporteremo, purchè ne derivi il trionfo della verità. Che se non avessimo speranza nell'intimato Concilio, ove dai pontefici, da Cesare, dai re son convocati moltissimi da tutte le genti, dispereremmo che venga una fine di tante perturbazioni; che questo coltello levato contro chiunque scrive, si strappi di mano a quelli, che anche per lievissime cagioni voglion ferire crudelmente; dai quali fu arrestato il santo e integerrimo mio Sadoleto; da' quali ignoranti accusato Bernardino Ochino, di sì austera e ammirabil vita, non vedendo che voi foste pronti a difenderlo, stimò bene fuggire, soletto, errante in luoghi lontanissimi dall'Etruria nostra».

Qui profonde lodi al fuggiasco; poi viene a confutar le accuse. «Dici ch'io la sento coi teologi germanici. Ma in Germania ve n'ha di eccellenti. Tu però intendi Ecolampadio, Erasmo, Melantone, Lutero, Pomerano, Bucero e gli altri sospetti? Nessun teologo nostro fia così stupido da non capiere che molte cose in essi son lodevolissime, e desunte dai primi Padri, e dai commenti di Greci e di nostrali non disprezzabili, talchè chi gli accusa, accusa Origene, il Crisostomo, Cirillo, Ireneo, Ilario, Agostino, Girolamo. Dei fatti de' Tedeschi non tutto approvo: lodo d'aver suscitato le buone lettere latine, ridesti gli studj divini che giacevano oscuri; trovato e stampato libri latini, greci, caldaici, assegnato onorevoli stipendj ai professori. Seguirono poi discordie intestine, sommosse di popoli, guerre, che per la carità fraterna a me pure recarono immenso dolore. Chi non loda quelli, e non disapprova questi effetti?»

Insomma egli professa di non assentire agli eretici di Germania, ma reclama il diritto di trar le proprie credenze da antichi documenti, dalla Scrittura, dai Padri: e senza confessarsene autore, sostiene le medesime dottrine del libretto. Eppure non troviamo gliene derivasse altro inconveniente che d'essere mandato via da Siena. Allora passò a Lucca, con commendatizie del Sadoleto e del Bembo, che gli insinuavano d'usare prudenza. Ivi nel 1546 ottenne cattedra d'eloquenza e missioni pubbliche, e dovea recitare ogni anno due discorsi in grandi occasioni. Li possediamo, e son mera retorica, donde non trapelano dissensi religiosi. Ammirato prima, dappoi a concorso gli fu preferito il Bandinelli: del che irato egli partì, dopo dieci anni di dimora.

Come attaccato alla parte imperiale, sperò star meglio a Milano, e alla morte del Majoragio ebbe invito da quel senato a succedergli professore d'eloquenza. V'arrivò il 17 ottobre 1555, ed a' suoi figli descrisse la cortese accoglienza, e come recitasse la prima orazione ai 29 nella chiesa di Santa Maria della Scala, presenti il senato, il governatore, i pretori, il collegio de' giurisperiti e filosofi, e molto popolo. Al domani fu accompagnato al ginnasio dai principali senatori; ma esorta i figliuoli a studiare, perchè egli non trovasi altri mezzi, nè il suo soldo è pur sufficiente per lui solo. In fatti troviamo un ricorso ch'egli volse ai decurioni milanesi, mostrando come vivesse modestissimo con una fante, mentre avea lasciato il paese natale e un buono stipendio per amor di questa città. La quale, atteso la sua gran dottrina, il vantaggio che ne veniva a' giovani e l'onore alla città stessa, nell'aprile 1558 gli concedeva un assegno bastante per sei persone. Ebbe incarico di recitare un'altra orazione quando si credea che l'imperatore Ferdinando, Filippo di Spagna ed Enrico di Francia radunerebbonsi a Milano per conciliar la pace; dove loda questa, e spera nel Concilio e nel convegno col papa. Anche lettere dirigeva ai regnanti, con grandi encomj agli imperatori austriaci, e speranza ch'essi conserverebbero la pace, e osteggerebbero i Turchi.

A Milano rimase sette anni, e fra altri diede per tema a due suoi allievi di combattere e difendere la legge agraria. Abbiamo a stampa la tesi colla traccia data da lui, e le due declamazioni di Lodovico da Rho e di Carlo Sauli, uno che fa da Tiberio Gracco, l'altro da Marco Ottavio (Milano 1567). Scrisse pure un'orazione contro Lucio Murena, che l'Olivet dice non distinguersi dal latino di Cicerone.

Tutti i suoi scritti sono latini, diretti ad introdur il gusto classico, e perciò intinti del paganesimo dominante nelle scuole: e fin nell'epitafio di sua moglie mescola Cristo coi Campi Elisi[482]. Ma in tutte quelle scritture noi cercammo invano lo svolgersi del suo spirito nelle nuove idee, nè cosa che accenni a suoi legami co' Protestanti. Ben sappiamo che scrisse l'Actio in pontifices romanos et eorum asseclas nel 1542, quando trattavasi di raccorre il Concilio di Trento, non pubblicata che ventisei anni dopo la sua morte e cinquanta dopo scritta.

«Replicate mie lettere degli anni passati agli Svizzeri e ai Tedeschi (dic'egli in questa press'a poco) palesarono le mie speranze e i sentimenti e disegni miei. Dio, padre di Nostro Signor Gesù Cristo, m'è testimonio ch'io desiderai da molto tempo che i principi cristiani presedessero a radunanza di persone di gran pietà e dottrina, innanzi alle quali potessi render la mia santa testimonianza, pronto anche a spargere il sangue per Gesù Cristo. Ma vedevo essi principi occupati in altro: e sentendo avvicinarsi la fine mia, scrissi la mia testimonianza e l'atto d'accusa contro i papi, affinchè, se la morte mi sopraggiunge, potesse giovar a' miei fratelli. Depongo questo scritto nelle mani d'uomini santi e fedeli, che lo conservino finchè si raduni un Concilio veramente generale, libero, sacro, solenne, pel quale io supplico il padre del Nostro Signor Gesù Cristo. Ma finchè ciò non s'avveri non venga pubblicato.

«Se quel giorno sospirato risplenderà, che per la pubblica pace e per la concordia della Chiesa, i popoli obbedienti al vangelo possano unirsi, potranno ottener dall'imperatore, dai re e principi cristiani di obbligar seriamente il papa ad un concilio, ove possano tenersi pubblici e liberi convegni di persone d'ogni nazione cristiana, e tutte possano parlare liberamente per mezzo dei loro oratori, in presenza dei grandi e dei legati delle città. Se in quelle adunanze sarà stabilita equità di giudizj, e colla sola parola di Dio si toglieranno gli abusi, rimarranno levate le controversie religiose, sanate le chiese in modo che tutte formino un solo corpo: allora, ma solo allora, o miei depositarj, consegnerete questo scritto tal quale ai rappresentanti delle chiese di Svizzera e di Germania, che sono i difensori del santo vangelo; lo presenterete al Concilio generale libero, sacro, solenne, qual testimonianza d'un uomo pio, il quale morendo non avea ragione di mentire a Cristo. Questa testimonianza e l'atto d'accusa saran da voi lanciati colà come un fulmine, che abbatterà l'anticristo. Fratelli, ve ne supplico, non gli lasciate lungo tempo a rispondere: quell'iniquo dev'essere confuso di botto, in mezzo al Concilio, in presenza de' grandi principi. Allora leggete e rileggete la mia testimonianza coll'atto d'accusa; fate sia diligentemente discussa ed esaminata, e così la Chiesa di Dio sarà purgata».

Segue esponendo venti testimonianze, ognuna delle quali è la professione d'un dogma protestante, e l'ultima un'invettiva contro i traviamenti dei prelati.

Comincia la requisitoria dal descrivere i patimenti a cui va incontro chi si stacca dalla patria, dalla famiglia, dalle care consuetudini per voler professare il vangelo. Poi svolge i punti d'accusa suddetti. Quel che maggiore impaccio gli reca è l'antichità della tradizione di molte verità cattoliche. Ma egli pretende che già al tempo degli apostoli coi veri credenti ne vivessero de' falsi, che oscuravano la luce portata da Cristo, e da quelli vennero i dogmi repugnanti al vangelo, e le cerimonie, che poco a poco ci allontanano da Cristo, e gli innumerevoli precetti contro cui aveano tonato Pietro e Paolo, il purgatorio, le preghiere ai santi. Il lavoro è ben lontano dallo stile artificiosamente colto, che il Paleario adopera altrove, ed egli stesso ne fa professione[483].

Altre lettere scrisse agli eresiarchi d'allora; e nel 1566 erano portate e riportate da Bartolomeo Orello. In una «a Lutero, Melancton, Calvino, Butzer, e a tutti gli Svizzeri e Germani, che invocano Gesù Cristo», dissuade dall'accettare la convocazione del Concilio, qual era fatta, ma che la riformassero; e li mette in sospetto della gran premura che n'ha il papa. Pontifex qui, id ætatis, non satis firma est valetudine, ne nocturnum quidem tempus sibi ad quietem relinquit; magnam copiam consultorum habet, quibuscum ad multam noctem sermonem producit; interdum autem jurisperitos, aut usu rerum probatos, aut astutos homines, addite autem si vultis improbos, consulit... advocat, orat atque obsecrat ut in communem curam incumbant[484]. Udito l'arresto del Carnesecchi, pensò garantire dall'Inquisizione la sua Accusa contro i papi, e col mezzo dell'Orello ne informò Teodoro Zuinger medico di Basilea; questi lo ringrazia della confidenza, loda la sua volontà di giovar alla causa di Dio, ma dice sarebbe meglio affidata l'opera a qualche maestro in divinità, come Sulcer o Coccejo, nelle cui mani starebbe sicurissima.

L'Aonio scrisse poi al senato di Milano come fosse accusato dal padre inquisitore a titolo d'un'orazione latina, scritta trentacinque anni fa; per questa vedeasi molestato, e costretto separarsi dai giovani, ad istruir i quali era stato chiamato di Toscana. Ora pressato dall'inquisitore con nuove lettere, di presentarsi a Roma, risponde trovarsi sotto gli ordini del senato, nè poter di sè disporre senza consenso di quello. Benchè vecchio e di debole salute, non ricusa il lungo viaggio, ma non ha denari da farlo e da spegnere prima i debiti contratti, nè da viver a Roma tanto, che abbia dissipata l'ingiusta accusa.

Non sappiamo se il senato milanese gli concedesse la domanda; fatto è che egli dimorò a Faenza, la qual pure era città papale. Ma nel 1566, pontificando Pio V, frate Angelo di Cremona inquisitore andò arrestar il Paleario, e lo trasse a Roma e nel carcere di Tordinona. Le accuse riduceansi a quattro: che negasse il purgatorio; che disapprovasse il seppellir nelle chiese, preferendo si facesse fuor delle mura; che ponesse in baja il vivere e le foggie monastiche; che attribuisse la giustificazione alla sola fede nella misericordia di Dio, il quale perdona pei meriti di Cristo.

Il Laderchi dà come sua principale incolpazione l'aver pubblicato un libro, dove avea finamente stillato il veleno ereticale: veleno in lui talmente connaturato, che l'avea ripetuto in un'arringa scritta ai padri della senese repubblica; e soggiunge dicesse ai cardinali del Santo Uffizio: «Poichè le vostre eminenze han contro di me tante buone ragioni, non fa mestieri che prendano, o che diano a me più lungo fastidio. Io son fermo di operar secondo vuole san Paolo: Cristo ha sofferto per noi, lasciandoci un esempio da seguire: non avea fatto male, non si trovò frode nelle sue labbra; ingiuriato non rispose, soffrendo non minacciò, ma affidò se stesso a Colui che giudica giustamente. Procedete dunque nel giudizio, proferite la sentenza contro di Aonio, e date così soddisfazione a' suoi avversarj, e adempimento al vostro incarico».

Dopo lungo carcere fu condannato ad essere strozzato ed arso.

È vero che in morte si pentì? Dai ricordi spettanti alla Compagnia della Misericordia di san Giovanni Decollato de' Fiorentini di Roma si trasse un'annotazione di quelli che assistettero a' suoi estremi momenti, e che ne narrano il pentimento, e come «confesso e pentito chiedesse perdono al Signore, alla sua gloriosa madre, e a tutta la corte del cielo, volendo morire da buon cristiano, e credendo tutto quel che crede la santa Romana Chiesa, e così fu morto e bruciato l'8 luglio 1570»[485].

Eppure negli ultimi giorni scriveva a' suoi: «Consorte mia carissima; Non vorrei che tu pigliassi dispiacere del mio piacere, nè a male il mio bene. È venuta l'ora ch'io passi di questa vita al mio signore e padre Dio. Io vi vo tanto allegramente quanto alle nozze del figlio del gran re, del che ho sempre pregato il mio Signore che per sua bontà e liberalità infinita mi conceda. Sicchè, la mia consorte dilettissima, confortatevi della volontà di Dio e del mio contento, ed attendete alla famigliola sbigottita che resterà, di allevarla e custodirla nel timor di Dio, ed esserle madre e padre. Io era già di settant'anni, vecchio e disutile: bisogna che i figli colla virtù e col sudore si sforzino a vivere onoratamente. Il Padre e il nostro signor Gesù Cristo sia collo spirito nostro.

«Di Roma il dì III luglio 1570.

«Tuo marito Aonio Paleario».

«Lampridio e Fedro figliuoli dilettissimi; Questi miei signori, cortesissimi insino all'ultimo, non mancano adesso della loro cortesia, e mi permettono ch'io vi scriva. Piace a Dio di chiamarmi a sè per questo mezzo che voi intenderete, che vi parerà aspro ed amaro; ma se il considerate bene, essendo di mia somma contentezza e piacere per conformarmi alla volontà di Dio, vi avrete anche voi a contentare. La virtù e diligenza vi lascio in patrimonio, e quelle poche facoltà che avete. Non vi lascio debito; molti chiedono alle volte e devono dare. Voi foste emancipati più di diciott'anni fa, non siete tenuti a miei debiti. Quando vi fossero chiesti, ricorrete a S. E. il duca, che non vi lascierà far torto. Diedi a Lampridio il conto di dare e avere. Ci sono la dote di vostra madre, e di collocar, come Dio vi darà la grazia sua, la vostra sorellina; salutate Aspasia e suor Aonilla mie care figliuole dilettissime nel Signore. L'ora mia si avvicina. Lo spirito di Dio vi consoli e vi conservi nella sua grazia.

«Vostro padre, Aonio Paleario»[486].

In queste lettere non è ombra di pentimento; e l'inesorabile continuator del Baronio, scrive: «Quando si vide che questo figlio di Belial rimaneva ostinato, nè si poteva per alcun mezzo ricondur dalle tenebre dell'errore alla luce della verità, fu meritamente consegnato alle fiamme, affinchè, dopo aver qui sofferto momentanei tormenti, si trovasse nel fuoco eterno».

Le sue opere furono raccolte dai molti amici che ebbe[487], e vennero più volte ristampate fuori, come esempio agli uni di bella latinità, agli altri di molta cognizione delle sacre scritture e di integra fede e zelo pacato.

Era stato amico del Paleario Latino Latini di Viterbo (1513-93) dotto giureconsulto, uno dei trentacinque incaricati di correggere il digesto del diritto canonico. Quando Antonio cambiò il nome in Aonio, parve a costui lo il facesse per eliminare il t che ha forma di croce; e su questo, che al più poteva esser oggetto d'una celia, fece un epigramma feroce allorchè fu bruciato:

Musis amicus factus olim Antonius Crucem putavit nomine Si ferret ingens se patraturum scelus Nullo abluendum flumine; Velut profana tinctus unda, vatibus Probrum futurum se ratus, Aonius ergo fit repente, atque ambulat Novo superbus nomine. Nescitque cano, lustra post decem, miser Ætate confectum, gravem Crucemque, laqueumque simul, et rogum horridum Tandem repositum regia In urbe, tanti sceleris ut pœnas luat Reputatus ut sacer cinis.

Medichiamolo con un altro epigramma a sua lode, dettato da Giovanni Matteo Toscano, scolaro di lui, il quale molte poesie ne inserì nel Peplus Italiæ, sive Carmina illustrium poetarum italorum (Parigi 1577).

Aonio Aonides grajos prompsere lepores Et quascumque vetus protulit Hellas opes. Aonio Latiæ tinxerunt melle Camœnæ Verba ligata modis, verba soluta modis. Quæ nec longa dies, nec (quæ scelerata cremasti Aonii corpus) perdere flamma potest.

Le opinioni protestanti cercarono ravvivarsi in Toscana verso il 1840, e n'erano principali apostoli Pietro e Luigi Guicciardini, che perciò ebbero qualche disturbo, mansueto però come si soleva in que' tempi. A Colle, ove il Paleario tenea possessi, trovarono essi, e misero in onore una lapide che diceva Aonia Aganippe, e la immaginarono posta da lui stesso a una fonte, della quale favella in lettera a Pterigi Gallo, e intendeano onorar così «l'illustre ed infelice poeta, filosofo letterato e martire della fede».

Come tale fu ammirato e rionorato a' dì nostri, massime da Tedeschi e Inglesi: se non che dicono differisse dagli altri Protestanti in quanto considerava il matrimonio come sacramento, e credeva illecito il prestar giuramento in giudizio per qualsifosse caso.

NOTE

[465] Il signor Grotanelli, bibliotecario di Siena, che ci ajutò molto nelle ricerche in quella città, pubblicò nel 1866 una Canzone a santa Caterina da Siena di Marcantonio Cinuzzi, indicando che il costui nome fu da me primo indicato nelle Spigolature degli archivj toscani. La canzone mostrerebbe ch'egli fosse più buon cattolico che buon poeta; e quando in un'ode spirituale canta,

Dunque de' miei gran falli Pentito e tristo, in tua pietà confido,

non è che la voce d'ogni cristiano. Ch'egli fosse perseguitato per materia d'eresia non appare; se non forse da una nota posta al fine della suddetta canzone a santa Caterina, che la indica fatta il 1583, doppo che l'autore havea hauta una lunga prigionia.

[466] Nel 1546 si stampò a Siena la descrizione della festa fatta per la Madonna d'agosto, e la prima edizione essendo divenuta rarissima, ne fu fatta un'altra nel 1582, a Siena alla Loggia del papa; dedicata «alla nobilissima et honorata madonna Gentile Fantucci». Dopo il Fine si legge: «Vostro servitore Cecchino libraro». Dovrebb'essere il Francesco qui indicato, autore e librajo, che appartenne alla compagnia de' Rozzi col nome di Bonaccio, come leggesi nel libro delle deliberazioni di essa società, nella biblioteca di Siena (v. II 47) dove pure si legge: «El dì 4 di settembre 1547 andò a partito questi tre per lettori; el Materiale, el Confuso, el Bonaccio; restò el Bonaccio».

[467] Archivio di Firenze, Carteggio di Cosimo, filza 143.

[468] Id. Id. filza 155.

[469] Id. Id. filza 161.

[470] Id. Id. filza 212 al 977.

[471] Id. Id. filza 217 al 73.

[472] Id. Id. filza 206 e 214.

[473] Vedasi CELSUS MINUS senensis, disputatio in hæreticis coercendis quatenus progredi liceat, ubi nominatim eos ultimo supplicio affici non debere aperte demonstratur. Christlingæ 1577. Nel 1584 fu ristampato con due lettere di Teodoro Beza e di Andrea Dudicio sul tema stesso e in contraria sentenza.

[474] Archivio della Segreteria Vecchia, N. 3101 e seguenti.

[475] Thalmudicos hebræorum libros, impiæ ac prodigiosæ doctrinæ quos Judæi ex omni ferme Italia in eam urbem tamquam in commune judaicæ nationis asilum convexerant.

[476] Ritrovi simili continuarono poi sempre in Siena, finchè non sottentrò alla benevola affabilità la moderna idrofobia: e i padri nostri ricordavano la spezieria di Giovanni Olmi, alle Logge del papa, buon chimico e intagliatore, dove s'univano uomini che onoravano Siena, e dove s'ammansiva persino Vittorio Alfieri.

Fra le lettere di congratulazione dirette a Girolamo Gigli pel suo Vocabolario Cateriniano, n'ha una di Antonio Pizzicagigli di Reggio, fondator dell'Accademia degli Artificiosi, data da Roma il 30 giugno 1719, ove loda «la dottrina evangelica della santa Vergine, la quale fu certamente colonna di fuoco accesa da Dio nel cielo della santa Chiesa per illuminare gli errori di quel secolo perverso e scismatico, e fu similmente colonna di nuvola per distillare manna di saporitissima locuzione all'eloquenza vulgare mediante il dolcissimo sanese dialetto...» E soggiunge che puossi «dire che ogni privata casa di Siena sia un'accademia di ben parlare ed un areopago del buon vivere cristiano, secondo che si vede nella numerosa serie de' servi di Dio, la chiarezza dei quali (disse il gran cardinale Federigo Borromeo) fa distinguere il vostro benedetto paese fra altri, nel modo che la via lattea, tanto spessata di stelle, fa scomparire le altre parti del cielo».

S'ha un'epistola della venerabile vedova Brigida, donna che fu di Nicola Baldinotti di Pistoja, mandata alle religiose donne dell'ospitale di Santa Maria Nuova di Firenze, che trovasi in molti manoscritti del 400, ove fra altro dice:

«O quanto inestimabile e soave giubilo gusterebbi se, governando le sordide piaghe degl'infermi, penserete che Cristo Gesù volle essere tutto piagato per le nostre colpe! Questa ismisurata dolcezza sentì la beata Caterina da Siena, che governando una leprosa, e parendole che la sensualità un poco le contraddicesse, assalita dalla fiamma in superno amore, non tanto con le mani la lavò, ma ponendovi su la bocca, la leccò. O preziosa e pietosa commutazione dello eccelso Dio, che per la puzzolenta piaga della creatura volle ch'ella ponesse la bocca al suo santo costato, ecc.».

Un atto simile della contessa Arconati è lodato dal Manzoni nella Morale Cattolica.

[477] SADOLETI Ep. 25, lib. V.

[478] Il Lazari trovò venticinque lettere di Aonio Paleario nella biblioteca de' Gesuiti. A. Palearii Miscellaneorum ex mss. lib. bibliothecæ collegii romani. Roma 1757. E vedi Jon. GURLITT, Leben des A. Palearius. Amburgo 1805; The Life and Times of Aonio Paleario, or a history of the italian reformers in the sixteenth century: illustrated by original letters and unedited documents. London 1860, due volumi, della signora Young.

[479] Moriar si me non angunt putidissimæ interpretationes meæ sive græcæ sive latinæ. Semper judicavi sordidum et obscurum iis, quorum ingenio aliquid fieri potest illustrius, si interpretandis scriptis aliorum humiles ac demissi quasi servitia ancillentur. Sed cum mihi res domi esset angusta, uxor lauta, liberi splendidi, et propterea magnos sumptus facerem, mancipavi prope me studiis iis a quibus semper abhorrui. Epist. 4, libri IV.

[480] Il Melzi, nel Dizionario di opere anonime e pseudonime (Milano 1859) dice che «il solo scrittore che in due secoli abbia veduto questo rarissimo libro fu il Reiderer. Non v'ha dubbio che ne sia autore il famoso ed infelice Aonio Paleario, ecc.».

La traduzione latina si crede di Francesco Pucci.

[481] Oratio III pro se ipso ad patres conscriptos reip. senensis.

[482]

Ni mihi spem Christus faceret; quem vita secuta est, Non possem abrupto vivere conjugio. Ille mihi te olim redituram in luminis oras Pollicitus, dulci pascit amore animum. Interea Aonium venientem cursibus ad te Expecta campis, uxor, in Elisiis.

[483] Quoniam mei testimonii similitudinem non in verborum volubilitate sed in re ipsa positam arbitror, missa nunc faciam dicendi ornamenta, quæ in alia causa fortasse me delectassent; in ea quæ Christi est, qui istis adjumentis non eget, minime delectant. Quod eo facio libentius ne quis putet me gloriæ umbram quærere, aut aliud quid præter gloriam Christi, qui per apostolum monet ne quis nos fallat sublimitate orationis. Tenue itaque atque humile dicendi genus sequar, et libenter profecto lingua vulgari et patria de his agerem, quominus viderentur hæc elaborata et inquisita industria, nisi apud eos sermo esset, quorum nonnulli italice nesciunt, latine omnes sciunt, etc.

La tradusse in italiano (Torino 1861) L. Desanctis, ma volle «mitigare alquanto quello stile aspro e qualche volta ingiurioso, che non si affà più alla civiltà de' nostri tempi», che ognun sa quanto siano parchi in fatto d'ingiurie.

[484] Ap. SCHOELHORN.

[485] Vedi la memoria pubblicata nello Schoelhorn, come pure le lettere seguenti del 3 e 5 luglio 1570. Erra dunque il Laderchi facendolo morto il 1 ottobre 1569: era stato arrestato nel 1568.

[486] Il Paleario ebbe sette figliuoli, di cui alla sua morte viveano due maschi e tre ragazze. Aspasia era stata, nel 1557, maritata a Fulvio della Rena con 1200 fiorini di dote; Aonilla stava nel convento di Santa Caterina a Colle; Sofonisba avea sposato Claudio Porzj, e forse era morta: la sorellina di cui fa cenno pare si chiamasse Aganippe. Di Fedro Paleario leggiamo in un manoscritto della biblioteca di Siena, ch'ebbe una figlia Sofonisba, bella come il sole, e che venuta a Firenze, il granduca ne fu così incantato, che la fece educare e le procurò buon collocamento.

[487] Del Paleario, nella Biblioteca di Siena vedemmo tre lettere autografe (Miscellanee, B, X, 8); due son le stampate, dirette alla moglie e a Lampridio e Fedro figliuoli: una da Lucca a «Niccolò Savolini scuolare a Pisa», del 9 novembre 1552, ove si firma «come padre Aonio Paleario», e gli scrive d'aver parlato col vescovo per farlo ordinar prete. Non ci pare importi pubblicarla. Nel codice II. X, 15, di Miscela poetica, a c. 64, vi sono «Rime varie alle sacre e sante ombre del Bongino» con una prefazione di Aonio Paleario «alla molto magnifica et virtuosa madonna Aurelia Bellanti conmadre osservandissima». Fra le molte rime vi ha due canzoni e tre sonetti del Paleario.

Ivi pure esistono (Miscell. C. VII, 12) «Memorie per servire alla vita di Aonio Paleario, raccolte da Carli Girolamo, e dirette ad Antonio Compagnoni». Fra queste è copia di una lettera di esso Paleario al cardinale Cervini, che poi fu papa: e benchè di poca entità, la trascriviamo:

«Monsignor reverendissimo et osservandissimo signor mio; Ho havuta la cortesissima di vostra signoria reverendissima, nè altro aspettavo da lei che cortesia et gentilezza, quæ cum ætate et dignitate accrevit simul. In quanto a quello mi dice, che bisogna espedire in evidentem utilitatem, nè io le harei chiesto altrimente, anzi, se vale V fiorini il stajo della terra, darne VII; se VII dieci; sì perchè sono cose di chiese, sì per l'onor di vostra signoria reverendissima, che lo prepongo al mio utile di gran lunga. Potrassi investire in tant'altra terra, che si vende contigua al podere di Corie, di un certo Cecchino collegiano, molto più vicina et commoda alle cose di detto podere, non mancherà il rinvestire con utile et commodo dell'abbadia.

«Ringratio la signoria vostra reverendissima dell'espeditione che mi promette gratis, sarà tra li altri infiniti obblighi che le tengo. Che Dio et padre del signor nostro Gesù Cristo la mi preservi sopra la vita mia.

«Di Menzano il dì XXIX di agosto MDXLIIIJ.

«Di V. S. R. Osservandissimo Aonio Paleario».

Nella Biblioteca Ambrosiana di Milano vedemmo pure varie lettere, anche autografe, del Paleario: loda grandemente i Milanesi e i decurioni perchè anche nella carestia non lo lasciarono mancare di nulla: altrove al noto storico Michele Bruto si querela perchè avesse stampato una lettera di lui senza informarnelo.

Nel suo processo mss. alla Magliabecchiana, segnato 393, è inserita in istampa l'orazione sua detta a Siena.

Sono stampati a Venezia per Francesco Franceschini, 1567, i Concetti di Aonio Paleario per imparare insieme la grammatica e la lingua di Cicerone, ecc.: ma realmente sono di Lazzaro Bonamici, mentre del Paleario è soltanto il Supplemento de' concetti della lingua latina.

DISCORSO XXXVII.

ERETICI DI LUCCA.

Il volgersi della critica alle cose sacre traeva a rigori anche l'aristocratica Lucca. Non meno religiosa delle sorelle, essa graziosissima città nel secolo XIII contava cinquantotto chiese, e cinquecenventisei nella molto diffusa diocesi. Al par degli altri Comuni italiani, avea fatto statuti contro gli eretici e i Patarini[488]: poi nel 1525 proibito i libri di Lutero e de' Luterani, obbligo a chi ne possedesse di consegnarli. Ma molti proseliti v'aveano fatto Pietro Martire, l'Ochino, Aonio Paleario, che vi stettero predicatori e professori. L'aristocrazia dominante o non se n'avvedea, o taceasi per non invelenire gli umori quand'erano ancor recenti la sollevazione democratica degli Straccioni e i tentativi parricidi di messer Pietro Fatinelli[489], e quando dovea tremare delle mal dissimulate ambizioni di Cosimo di Toscana. In nessun luogo trovammo accennato che si divisasse tener il Concilio a Lucca; ma fra le carte medicee dell'archivio di Firenze[490] ci occorse una nota del 1545, che annovera i motivi per cui i Lucchesi declinavano quest'onore ed erano:

1º perchè sariano costretti a gravi spese onde premunirsi da pericoli; 2º perchè ne resterebbe disturbata la mercatanzia sopra cui vivono; 3º che avendo appena da viver per tre mesi, troppo occorrerebbe fare venire per tanta gente; 4º che difficilmente si troverebbero alloggi; 5º che i prelati non avendo donne, non sarebbero veduti molto volentieri; 6º che il paese non gradirebbe tale convegno, e però ne seguirebbero maledizioni anzichè benedizioni.

Nel settembre 1541 Carlo V, reduce dalla dieta di Ratisbona ed avviato alla famosa spedizione di Algeri, invitò Paolo III a venir a Lucca per concertarsi sul Concilio. Il papa vi andò con sedici cardinali, ventiquattro prelati, gli ambasciadori del re de' Romani e di Francia, Portogallo, Firenze, Ferrara; l'ammiraglio de' cavalieri di Rodi con diciotto cavalieri; cencinquanta soldati a cavallo, ducento a piedi. Egli s'affaticò a distorre Carlo V dalla spedizione, che ognun sa come a male riuscisse e dalle concessioni che ai Luterani avea dovuto fare a Ratisbona. In quell'incontro verun disturbo fu recato ai dissidenti che vi dimoravano, tra i quali Pietro Vermiglio.

L'illustre lucchese Bartolomeo Guidiccioni fu carissimo a Paolo III, che lo indusse ad accettare impieghi, onorificenze e il cardinalato e varj vescovadi, fra cui quello di Lucca, che presto rinunziò al nipote Alessandro. Questi, operosissimo intorno al Concilio di Trento, scrisse assai di materie di diritto, e quando morì, il papa, che nulla mai intraprendeva senza consultarlo, disse saria stato il più meritevole di succedergli per virtù, illibatezza, e scienza. Or egli da Roma nel 1542 scriveva al Governo di quella sua patria: «Qui è nuova per diverse vie quanto siano moltiplicati i pestiferi errori di quella condannata setta luterana in la nostra città; li quali, ancorchè paressero sopiti, si vede che hanno dormito per svegliarsi più gagliardi... Fino ad ora si è potuto pensare che il male fusse in qualche pedante e donne; ma intendendosi le conventicole quali si fanno in Santo Agostino, e le dottrine quali s'insegnano e stampano, e non vedendo fare alcuna provisione da quelli che governano, o spirituale o temporale, nè ricercare che altri la facci, non si puol credere altro se non che tutto proceda con volontà e consenso di chi regge. Onde di nuovo prego le signorie vostre che vi facciano tal provigione, che renda presto tanto buon odore, quando fetore ha sparso e sparge il male: e chi cacciasse con autorità della sede apostolica quelli frati, autori e nutritori già tanto tempo di quelli pestiferi errori, e desse quel loco a chi facesse frutto bono, e castigasse qualcuno di quella setta, saria forse salutifero rimedio...

«Intanto pareria che le signorie vostre col loro braccio ordinassero che il vicario del vescovo facesse incontinente prendere quel Celio (il Curione) che sta in casa di messer Nicolò Arnollini, il quale dicono aver tradotto in volgare alcune opere di Martino, per dare quel cibo fino alle semplici donne de la nostra città, e che ha fatto stampar quei precetti a sua fantasia: oltrechè e da Venezia e da Ferrara se ne intende di lui pessimo odore. Così è da far diligenza in quei frati di Sant'Agostino, massime di ritener quel vicario, il quale s'intende per certo che ha comunicati più volte molti de' nostri cittadini con darli dottrina che quello debbon fare in memoria solo della passione di Cristo, non già perchè credino che nell'ostia vi sia il suo santissimo corpo. E custoditi con diligenza, li potranno mandare a Roma, o vero avvisare come li tengono ad istanza di sua beatitudine acciocchè ogni uomo cognosca che le signorie vostre vogliono cominciare a far qualche dimostrazione, ed essere, come sono stati i nostri avoli, buoni e cattolici cristiani e obbedienti figli della santa sede apostolica...

«Questa mattina, da poi la partita dell'ambasciatore, in la congregazione fatta dalli reverendissimi deputati sopra queste eresie e errori luterani, dinanzi nostro signore sono state lette otto conclusioni luterane e non cattoliche di don Costantino priore di Fregonara, le quali sono tanto dispiaciute a n. s. e alli reverendissimi deputati, che mi hanno commesso che io scrivi a v. s. che lo faccino incarcerare con darne avviso, o che lo mandino con quello altro frate di Sant'Agostino. E così le ricerco che vogliano fare e con diligenza, perchè sarà grande purgazione del mal nome della nostra città, e mostreranno che tali errori li dispiacciono, e faranno cosa grata a Dio».

Il senato mandò a scolparsene: insieme comandò che il gonfaloniere e gli anziani si porgessero più frequenti alle sacre funzioni: consentì l'arresto d'alcuni sospetti, fra' quali il priore di Fregonara che potè fuggir a tempo, e l'innominato agostiniano, che fu tratto di carcere da aderenti suoi.

Se credessimo al Beverini, tardo espositore degli Annali Lucchesi, Luiso Balbani, dimorante per affari a Brusselle, per opera del gran cancelliere Granuela potè non visto intender un colloquio fra l'imperatore, il nunzio pontifizio e l'oratore del duca di Toscana, ove lamentavansi che la repubblica di Lucca fomentasse l'eresia, sicchè converrebbe metterla in dipendenza di Cosimo, se tosto non si emendasse. Il Balbani sarebbe corso ad annunziarlo al patrio senato, e i senatori che sentivansi in colpa, sbigottiti fuggirono.

Nessun atto appoggia questa, ch'egli dà come tradizione orale. Pure Pietro Martire Vermiglio, dirigendo ai fratelli lucchesi l'apologia della propria fuga, si congratulava che colà i credenti aumentassero. Forse ne esageravano il numero sì Roma per voglia di piantarvi l'Inquisizione, sì il signor di Firenze per toglierne pretesto a mettere le mani su quell'ambita repubblica, la quale pensò ovviare i pericoli con esorbitanti rigori. Il consiglio generale con bando del 15 maggio 1545. «Dubitando che siano alcuni temerarj, li quali, con tutto che non abbino alcuna intelligenzia delle scritture sacre nè di sacri canoni, ardischino di metter bocca nelle cose pertinenti alla religione cristiana, e di essa ragionar così alla libera come se fussero gran teologi, e in tali ragionamenti dir qualche parola, o udita da altri simili a loro, o suggerita dalla loro diabolica persuasione, la qual declina e tiene della eresia, e legger anche libretti senza nome d'autore, che contengono cose eretiche e scandalose; donde potrebbe facilmente succedere, che non solo essi s'avviluppassero in qualche errore, ma vi avviluppassero anche dentro degli altri», multa siffatti discorsi, ed ai recidivi sin la galera; assolto chi denunzia altri; i libri d'eretici si consegnino, pena la confisca; non si mantenga corrispondenza con eretici, e nominatamente coll'Ochino o don Pietro Martire; tre cittadini siano eletti annualmente per vigilare su tali colpe. Tutto ciò per altro non concerneva che il futuro, del passato non dovendosi far ricerca: al che il papa consentì, encomiando lo zelo de' magistrati[491].

Crebbe i sospetti il noto affare di Francesco Burlamacchi. Associando, come spesso si suole, le aspirazioni liberali politiche alle religiose, aveva egli meditato resuscitar le cadute repubbliche toscane contro la tirannide di Cosimo; unendole a quelle di Siena e di Lucca sua patria ancor sopravviventi; insieme si ritornerebbe la Chiesa alla apostolica povertà togliendo i beni agli ecclesiastici, e al papa il dominio temporale per restituirlo alla supremazia dell'Impero. Nominato capo delle cerne del contado e delle ordinanze della montagna, credea che basterebbero per assalir Pisa e gridarvi libertà, donde moverebbe sopra Firenze. Non misurando i mezzi al fine, confidava ne' pochi coi quali aveva accordo, e in quelli che accettavano le dottrine eterodosse (1546). Ma avutone conoscenza, i senatori stessi che sperava favorevoli, l'arrestarono e fecero metter al tormento, poi lo consegnarono a un commissario imperiale che lo tradusse a Milano, dove ebbe mozza la testa il 14 febbrajo 1548.

Il Burlamacchi nella sua difesa non avea cercato se non dimostrare che tutto ciò aveva intrapreso per far servigio all'imperatore.

«Interrogato qual beneficio intendesse fare a sua maestà con questa unione,

«Rispose essere che, riuscendogli l'impresa dell'unire Toscana, avea designato di poi andare o mandare o scrivere all'imperatore, e pregarlo se ne venisse dalla parte di qua, e che vedesse di riformare la Chiesa dalli molti abusi che vi sono e ridurla all'unione di molte varietà de opinioni che vi sono, il che li poteva riuscire poi levarli l'entrata lassandoli goder a quelli che l'hanno adesso, e dopo la morte loro l'applicasse o al pubblico, o a sovenzione de' poveri, secondo che li fosse parso meglio, e con questo avrebbe contentati li Alemanni, e ridottili alla obedienza sua, li quali non desideravano altro, e avrebbe esortato a pigliare la via di Roma, e coll'ajuto de' detti Alemanni e della Toscana, a farsi imperadore de' Romani, e che questo facilmente si sarebbe riuscito col soprascritto ajuto, e con aver lì vicino il reame di Napoli e la parte in Roma»[492].

Pensava dunque sveller d'Italia i papi per piantarvi gli imperatori tedeschi.

L'anno 1549 di repente si udì che il Sant'Uffizio, informato esser giunti a Lucca molti libri luterani, mandava inquisitore il prior dei Domenicani di San Romano. Sbigottironsi i senatori e il popolo di questo tribunale eccezionale, e ne mossero richiami a Roma per mezzo del cardinal vescovo, e ottennero quell'incombenza fosse affidata al vicario vescovile, assistito dal Governo, senza ingerenze forestiere. Il qual Governo, per mostrarsi zelante, al 24 settembre di quell'anno rivedea la legge contro gli eretici, confermandola, ed estendendo le pene a qualunque libro di religione non sottoscritto dal vicario del vescovo; ognuno sia obbligato confessarsi e comunicarsi; in quaresima non si macelli, nè si spacci carne se non di capretto, vitello o castrato; niuno tenga a servizio persone uscite di convento; a tutto mettendo comminatorie, e provocando a spioneggi. Pure il nuovo vescovo Alessandro Guidiccioni ebbe frequenti contrasti di giurisdizione, dietro ai quali vennero lamenti di negligenza nel vegliare sugli eretici, del lasciar crescere questi al segno, che solo il braccio apostolico basterebbe a sradicarli: l'imperatore stesso ne mosse rimproveri; il Sant'Uffizio a Roma ne' suoi processi trovava continuamente avviluppati alcuni lucchesi e in corrispondenza coi fuorusciti, talchè di nuovo venne istituita l'Inquisizione. E i senatori mandarono Jacopo Arnolfini al papa per assicurarlo sulla sincerità di credenze del Governo, e promettere veglierebbero e punirebbero l'eresia, senza sconcertar la repubblica con quella inusata autorità[493].

In fatto riuscirono a rimuover il pericolo; ma per estirpare l'infausto seme si istituì nel 1545 l'uffizio di religione che vigilasse sopra le novità di fede, e ne esistono gli atti nell'archivio lucchese; come sui costumi fu costituito un uffizio dell'onestà e uno della bestemmia che procedette anche contro i giocatori.

D'ordine del Sant'Uffizio, il vescovo pubblicò un editto, invitando tutti i fedeli traviati a confessar fra tre mesi i loro errori, davanti a testimonj, impetrandone piena assoluzione: trascorso quel tempo, si procederebbe contro i contumaci coll'autorità apostolica, cioè con tribunale eccezionale. Spiaceva come indecoroso quel solenne perdono: spiaceva quella procedura eccezionale, e parea che il breve del Sant'Uffizio esagerasse l'estensione dell'eresia, mentre le dava tanta pubblicità; lo perchè Paolo IV sospese l'editto, commettendo al vescovo di udir in secreto le confessioni (1555). Ma a quel movimento, forse perchè si temesse veder ridotte ad effetto quelle che fin allora non erano state che minaccie, molti cittadini fuoruscirono, tra cui Filippo Rustici che a Ginevra tradusse la Bibbia (1562), Giacomo Spiafame vescovo di Nevers; il dottor Nicolao Liena, molto adoprato ne' pubblici affari; Pietro Perna, che posta tipografia a Basilea, moltiplicò edizioni principalmente di Riformati, avendo a correttore Mino Celsi senese; il medico Simon Simoni. Anche intiere famiglie sciamarono, come i Liena, gli Jova, i Trenta, i Bulbani, i Calandrini, i Cattani, i Minutoli, i Buonvisi, i Burlamacchi, i Diodati, gli Sbarra, i Saladini, i Cenami, che poi diedero alla Svizzera utili cittadini, e alla repubblica letteraria personaggi illustri[494].

Questi profughi erano stati condannati per eretici e confiscatine i beni, ma ciò piuttosto per mostra, attesochè erasi lasciato ad essi il tempo di metter al coperto le sostanze. Spirato il termine assegnato al ritrattarsi, Paolo IV aveva invocato il braccio secolare affinchè i renitenti fossero tradotti al Sant'Uffizio, e in fatto tre cittadini vennero arrestati. I senatori imputarono di queste durezze il loro vescovo, che disgustato da contrasti giurisdizionali, coglieva ogni occasione di fare sfigurar la sua patria. Contro sei profughi fu eretto processo a Roma, e arse le loro effigie; e il Governo lucchese s'affrettò a dichiararli ribelli e staggirne i beni, prima che vi mettesse mano l'Inquisizione. Michele Diodati, citato a Roma dall'Inquisizione, rinunziò al posto d'anziano por andar subito a scagionarsi, ma non vi riuscì che dopo due anni. Nel 1558 si proibiva ogni colloquio o corrispondenza colle persone dichiarate eretiche, o contumaci alle chiamate del Sant'Uffizio.

Il senato lucchese accettò i decreti del Concilio di Trento, e la bolla sulla stampa: obbligò gli albergatori a dar nota di tutti i forestieri sospetti di male dottrine: escluse dagli uffizj i discendenti fin al secondo grado di quelli dichiarati eretici: col che meritò che Pio V mandasse il principe Colonna a presentar alla repubblica la rosa d'oro benedetta, che suol darsi a gran principi in segno d'affetto. Troppo premeva ai Lucchesi di mostrarsi cattolici zelanti, attesochè Cosimo, ambendo annetterseli sudditi, li denunziava come marci d'eresia: onde, quanti erano domandati dal Sant'Uffizio, consegnavano od obbligavano a grossa malleveria di presentarsi. Di tempo in tempo rinnovavansi i tentativi di stabilir l'Inquisizione ed era non piccolo studio il rimoverla, lasciando anche processare magistrati e persone in grande stima.

Un Lorenzo Del Fabbro cospirò anzi per mostrar necessaria l'Inquisizione, raccogliendo deposizioni d'uomini vulgari. Se n'accorse il Governo, e fattone processo, il mandò a Roma. Dopo lunghe indagini, il Del Fabbro fu prosciolto, e il senato, secondando l'odio pubblico, tentò bandirlo col pretesto che cercasse trasferir fuori di patria l'arte della lana; ma il Sant'Uffizio si accorse che era un pretesto per vendicarsene, e lo difese.

Pure, qualvolta capitasse alcun inquisitore, era tenuto isolato per modo, che dovesse presto andarsene: e cercando i Gesuiti di farvisi domandare per diriger l'educazione de' nobil giovani, il senato dichiarò non potersi simil gente ricettare senza manifesto pericolo della repubblica.

Nel 1561, ad esortazione de' cardinali inquisitori, si raddoppiò d'oculatezza al confine sopra i libri proibiti, dando autorità di aprire i plichi e le valigie provenienti d'oltremonte. Quando Pio IV temette che i molti Lucchesi che viaggiavano in Isvizzera, nel Brabante e in Francia non ne contraessero l'infezione, il senato proibì di stabilire dimora in quelle contrade (1562, 20 gennajo); coloro che abitano in Lione devano tutti insieme comunicarsi il giorno di Pasqua; chi alloggi alcun forestiere, e gli veda far atti o discorsi meno cattolici, lo denunzii: ai dichiarati eretici dello Stato si proibisce di fermarsi in Italia, Spagna, Francia, Fiandra, Brabante, «luoghi ne' quali la nazione nostra suole conversar, abitare e negoziare assai»; e se «vi siano trovati, chiunque gli ammazzerà guadagni per ciascun di loro, de' danari del Comune, scudi trecento d'oro; se bandito, rimanga libero; se no, possa rimetter un altro bandito»[495].

Questo decreto attirò al Comune le lodi di Pio IV e di san Carlo, e fu proposto ad esempio altrui: ma che non abbia spinto nessuno all'assassinio ce ne dà speranza l'udire come molti eretici restassero in questa città, tenessero corrispondenza coi fuorusciti, e ricevessero opere protestanti, e san Carlo in lettera del 13 dicembre 1563 agli anziani di Lucca, rammentando i presi provedimenti, diceasi informato che i loro cittadini e sudditi in Francia, e massime a Lione, faceano alla peggio, e viveano sospesi circa la fede; lo perchè gli esortava a rinnovar gli ordini, e farli rigorosamente osservare.

In effetto a Lione, per maneggiarsi nelle turbolenze religiose, erano venuti da Ginevra molti profughi lucchesi, e mossero rumor grande di tali decreti, appellandosi alla protezione regia sotto cui viveano: laonde la regina Caterina e Carlo IX si dolsero colla republica dell'ingiustizia di quegli atti, e mandavano al governator di Lione che non lasciasse far loro violenze. Il senato scrisse giustificazioni alla Corte ed ai senati di Ginevra e di Berna; al che Caterina replicò non aver volulo impedire il corso della giustizia, nè dato quelle lettere se non per le importunità de' religionarj, che aveano esposto le cose in aspetto differente. Ne presero ardire i signori lucchesi, e una riformagione del 1570 contiene i nomi di nuovi banditi, che sono Giofredo di Bartolomeo Cenami, Nicola Franciotti, Giuseppe Cardoni, Salvatore dell'Orafo, Antonio fratello di Michelangelo Liena, Gaspare e Flaminia Cattani, Cesare di Vincenzo Mei, Benedetto di Filippo Calandrini, Michele di Francesco Burlamacchi, Giuseppe Jova, Lorenzo Alò, Venturini, Marco di Clemente di Rimino. I loro nomi stavano affissi sopra una tabella pubblica, affinchè niuno ignorasse l'obbligo di evitarne ogni corrispondenza, e se disobbedissero alla citazione, n'erano confiscati i beni.

Un altro Alessandro Guidiccioni era succeduto all'omonimo, il quale violentemente procedeva nelle riforme e cozzava col Governo: molestò alcuni tedeschi acattolici che per commercio erano accasati a Lucca; sparlava contro l'uffizio sopra la religione, quasi negligente ad adempier le leggi lodate da Pio IV; e decantava come rimedio necessario l'Inquisizione (1603); e ne vennero tali urti, che il Governo lo dichiarò nemico della città. Paolo V parve secondar il vescovo col voler sottrarre al Governo l'esame de' libri proibiti ed altri uffizj affidatigli dalle leggi encomiate da Pio IV, e trovava strano che una città, dond'erano pure usciti tanti eretici, ricusasse quel tribunale, che aveano accettato e Venezia e Genova. Pure il senato riuscì ancora a quietarlo, promettendo che, appena l'uffizio sulla religione scoprisse qualche mancanza, ne darebbe avviso all'ordinario perchè vi riparasse.

Ancora nel 1679 il cardinale Giulio Spinola vescovo di Lucca diresse una lettera alle famiglie lucchesi dimoranti in Ginevra, esortandole a ritornar nella patria e in seno della Chiesa romana. Francesco Turrettini, professore di teologia, gli rispose, giustificando l'emigrazione d'un secolo prima. «Possiamo assicurarla (diceva egli) che, se si trattasse di qualsivoglia altra cosa, ci avrebbe trovati prontissimi ad ascoltarla, ma in un punto così importante, che tocca la coscienza la quale da Dio solo dipende, non troverà strano che, essendo pienamente persuasi della verità che professiamo, non possiamo porger orecchio ad abbandonarla per qualunque considerazione»: avrebbero essi voluto tener segreta tal pratica, ma poichè erane corsa voce, e che essi propendessero a cambiar fede, trovavansi costretti a darvi pubblicità. Sono firmati F. Turrettini, B. Calandrini. F. Burlamacchi, G. Diodati, M. Micheli, V. Minutoli[496].

Nel 1713 Clemente XI rimproverava il gonfaloniere e gli anziani lucchesi perchè avean emanato un ordine contrario alla ecclesiastica giurisdizione e all'autorità della santa Inquisizione, imponendo stessero a quanto avea prescritto Paolo V col breve 13 ottobre 1606.

Tra i fuggiti indicammo Simone Simoni. Nacque non a Lucca, ma a Vagli nella Garfagnana, attese alla medicina, e abbracciate le opinioni calviniche, si stanziò a Ginevra verso il 1565, e carezzato come sogliono i fuorusciti, ebbe incarico d'insegnar pubblicamente. Però, al pari d'altri italiani, trascese presto in concetti, che il Beza denunziò come antitrinitarj, e i teologi di colà anatemizzarono; lo perchè fu due volte imprigionato. Riuscito a fuggire, ritirossi ad Eidelberga, ivi pure nominato professore, ove il 20 dicembre del 1568 lesse sopra l'assioma peripatetico Ex nihilo nihil fit: dal qual canone partendo, sosteneva che anche il Verbo era fatto. Il Beza gli scrisse rimproveri di siffatte e d'altre proposizioni in questa e nell'opera sull'essenza di Dio, ove ripudiava la Trinità; e si diceva credesse nel cielo padre, nella terra madre, e nella forma, cioè nel senso e intelligenza del cielo. In conseguenza dovette andarsene anche da Eidelberga. Postosi a Lipsia professore di filosofia, vi ebbe moglie e la protezione dell'elettore Augusto, che lo nominò suo medico e riformatore dell'Università, ma poco dopo il congedò anch'esso, fosse per le opinioni, o per le solite invidie, per cui molti lo combatteano, e nominatamente Jacobo Schegkio. Ridottosi a Praga, da un gesuita lasciossi convertir al cattolicismo, nel 1581 fece solenne abjura, e promettea scriver a difesa del vero; allora stette alla Corte di Ferdinando II, quindi a quella di Stefano Battori in Polonia e di re Sigismondo. Ma gli emuli non gli cessavano guerra, e nel 1588 Marcello Squarcialupo stampò a Cracovia Simonis Simonii lucensis, primum romani, tum calvinici, deinde lutherani, denuo romani, semper autem athei, summa religio; dov'è appajato all'Aretino; aver insegnato che generatori delle cose sono il cielo e la terra; che il calor del cielo è quel che ogni cosa intende, prevede, dispone, e n'adduce in pruova un simbolo da lui stampato a Vilna.

Vantavasi d'avere sillogismi, i quali imbarazzerebbero fin san Paolo; eppure i Protestanti lo contano come quello che, dopo Melantone, restaurò la scienza fra essi; altri lo credono calunniato dai nemici, ai quali allude nel suo libro, Scope con le quali si scopano gli escrementi delle calunnie, delle bugie, degli errori, 1589. Scrisse molte opere di medicina, fra le quali una confutazione dell'avvocato Nicolao Buccella chirurgo italiano, anabattista in Polonia, del quale non abbiam altra notizia se non che aveva impugnato i precedenti scritti del Simoni.

Fra i discendenti dei Lucchesi profughi si illustrarono Federico Burlamacchi e il famoso legista Gian Giacomo; Gian Lodovico Calandrini; Giacomo, Bartolomeo e Francesco Graziano Micheli; Gian Lodovico Saladini. Dai Turrettini provennero molti uomini rinomati, Benedetto, Francesco, Michele, Samuele, e principalmente Giovanni Alfonso, che viaggiando per Europa, si fece ammirare come uno de' luminari della Chiesa riformata, e procurò conciliare le dissidenti. Della famiglia Minutoli, ornata d'insigni personaggi, massime di prelati e giureconsulti, era Vincenzo figlio di Paolino e di Laura Cenami, che fermatosi a Ginevra nel 1594, e professatane la religione, sposò Susanna figlia di Michele Burlamacchi, e di Clara Calandrini, donde venne la linea tanto benemerita. Colla quale fioriscono ancora a Ginevra i Turrettini e i Passavanti[497].

Dei Diodati, oltre Carlo e Alessandro, Giovanni acquistò fama popolare in grazia della versione della Bibbia, la quale è lodata e conculcata più del vero, perchè opera di eterodosso. Quanto al valor letterario, io non vi trovo quella purezza, per cui la Crusca volle or ora annoverarla fra i testi di lingua. Ha merito di chiarezza, ma per ottenerla aggiunse articoli, preposizioni, parole, segnandole in corsivo. Ciò lo rende spesso interprete e parafrasta, anzichè traduttore, nel che alcune volte riesce felicemente, altre no; tanto più perchè mancava di estesa coltura orientale, e perchè volle trarre la Bibbia a sensi eterodossi[498]. Alla prima edizione del 1607 pose brevissime note, che poi crebbe assai in quella del 1641; ove talora espone le ragioni delle sue interpretazioni, o le diverse. La più parte son buone; molte volte diverge dal letterale in sensi mistici e ad intenzioni calviniste.

Come riazione a queste diserzioni lucchesi, accenneremo che nel 1588 un soldato, perdendo al giuoco, si pose a bestemmiare, ed avventò i dadi contro un'effigie della Madonna. In quell'atto gli si ruppe il braccio, di che tutti a gridare al miracolo; e subito cominciar concorso alla devota effigie, a cui ducencinquanta processioni vennero in mezz'anno, e tanti donativi, che si potè fabbricare la Madonna de' miracoli.

NOTE

[488] Nello statuto del 1308, manuscritto nell'Archivio di Stato, liber tertius, rub. CLV, leggesi:

De hereticis et patarinis et sodomitis expellendis de civitate, et pena eis danda.

Et (ego lucanus potestas) purgabo civitatem lucanam, districtum et episcopatum hereticis et patarinis et sodomitis et aliis iniquis septis, quos omnes punire debeam et tenear in libris CCC in quibus tenear condepnare et insuper ponere eos in bannum perpetuum, et tenear dari facere de dictis CCC libris, centum accusanti vel denuntianti vel tantum de eius bonis quantum valeant ad voluntatem accusantis si legitime de maleficio probaverit accusator vel denuntiator. Et si predictam condepnationem non solverit accusatum vel denuntiatus ipsum corpore puniri faciam si quo tempore mei regiminis reperti fuerint sine ulla fraude, et de ipsis hereticis expellendis in vabo lucanum episcopum et lucanum capitulum si me inde inquisierint, et per me et meam curiam tenear predicta invenire bona fide sine fraude et etiam minare omnem personam que a Romana Ecclesia officium circa vel iurisdictionem haberet. Item ego lucanum regimen tenear vinculo juramenti observari facere omnes constitutiones quas olim dominus Clemens papa bone memorie fecit contra hereticos utriusque sexus et eorum bona et eorum occasione confirmavit et approvabit, non obstantibus suprascriptis.

[489] Costui era vissuto da scapestrato e incredulo, ma nella Storia di Lucca del Cividali, manuscritta, p. 601, troviamo questo Pietoso ricordo mandato da Pietro Fatinelli alle sue sorelle monache poco innanzi di morire.

«Oh! ancora Saul fra i profeti vi doverà parere men nuovo che io, tanto gran peccatore, venghi a parlare della parola di Dio, perchè lo spirito dove vuole spira. Pietro negò, e Paulo fu converso a Cristo, perseguitando egli gli apostoli suoi; rendendo dunque grazia all'Onnipotente Dio et a Gesù Cristo, il quale venne per salvare i peccatori, che mi ha aperti gli occhi, che comincio a conoscerlo per fede, per sua sola bontà e misericordia, non ho voluto mancare di farvi partecipi del frutto di questa mia vocazione, e perchè fra tutte le altre buone opere, sommamente è esaltata l'orazione, come quella che ne approssima e ci congiunge a Dio, voglio con voi ragionare di essa, non già come dottore, ma come discepolo di Cristo, e secondochè dallo Spirito Santo mi sarà comandato di portare acqua al fiume; e benchè io usi presunzione, vi prego che riceviate queste mie vigilie con quella sincerità che ve le mando; e se vi è qualche cosa che vi edifichi, attribuitelo alla bontà di Dio, che me le ha dettate, avendo io la mente applicata nel suo nome, e quello che altramente sarà, reputatelo a me, perchè in questo, uomo, non posso operare cosa alcuna buona, e se intenderò che vi satisfacciano, mi darete animo di mandarvene delle altre.

«L'orazione è un'elevazione di spirito parlante con Dio; è un desiderio veemente della gloria sua e della salute dell'anima. È una considerazione affettuosa della potenza, bontà, grandezza, giustizia e misericordia di Dio. È una relazione di grazie di tutti i benefizj che da lui riceviamo, non per li nostri meriti, ma per la sua bontà: è una confessione della giustizia sua e della ingiustizia nostra, rallegrandoci di quella e contristandoci di questa. Puossi domandare la salute dell'anima, e di evitare i mali spirituali: debbe esser fatta con ardente fede, talmente che non si dubiti di avere a conseguire le petizioni; debbe essere sincera e secreta nella camera del cuor suo; breve, senza circumlocuzioni e con semplici parole. Richiede l'orazione sopra tutte le cose la quiete della mente, e la separazione dei pensieri da ogni cosa terrena, et in Dio porre tutto l'affetto.

«L'orazione dunque che sarà fatta in questi modi, può esser certo il fedele che sarà esaudita, come brevemente per le scritture potremo vedere».

[490] Filza 4015.

[491] Nella lista de' libri proibiti, unita a quel decreto, son nominati OCHINUS, De confessione. Vita nuova. Quædam simplex declaratio PETRI MARTYRIS VERMILII FLOR. Et libri dicti P. Martyris et B. Ochini post eorum lapsum ab unitate sanctæ matris Ecclesiæ.

[492] Suo processo, costituto del 3 settembre 1546. Si sa che, ultimamente, si volle far del Burlamacchi il primo martire dell'unità d'Italia e dell'ostilità al papa. Il processo stampatone or dianzi subì mutilazioni in questo senso, siccome provasi dall'ispezione dell'originale. P. E. in esso processo, posto in appendice alle storie del Tommasi nell'Archivio Storico, dopo le parole, a pag. 157, per riformar la Chiesa... con levarli l'entrate, nell'originale si legge, lassandole godere a quelli che l'havevano adesso et doppo la morte loro l'applicasse o al pubblico, o a soventione dei poveri, segondo che li fusse parso meglio. E nella pagina stessa, dopo le parole non desideravano altro... si legge: Et l'harebbe esortato a pigliare la via di Roma, et con l'ajuto di detti Alamanni et della Toscana, a farsi imperatore di Roma, parendoli che sia male si domandi imperatore de' Romani, et che non li comandi. Et che questo facilmente li sarebbe riuscito con il soprascripto ajuto et con havere lì vicino il reame di Napoli, et della parte di Roma. Et che poi che non è piaciuto a Dio che seguì per questa via, non li doverà mancare modo che segui per altra. (R. Archivio lucchese; Cause delegate, filza N. 11). Di ciò il Minutoli non fa cenno, mal convenendo al martire dell'unità italiana il voler consegnare la patria all'imperator tedesco.

[493] Di questi fatti si occuparono tutti gli storici moderni di Lucca e più specialmente il Mazzarosa, non però così che molte cose non ignorassero od ommettessero. Al valente giovane Giovanni Sforza, che si tolse la briga di cercare per noi quel ricco archivio, dobbiamo questi appunti cavati dalle Storie di Lucca di GIUSEPPE CIVITALI, cittadino lucchese, manuscritto.

«...... Il cardinal Guidiccioni con sue amorevoli lettere come affezionato alla patria ammonì la città di Lucca che, appresso la santità di n. s. e di tutta la Corte era tenuta luterana et eretica, e però esortava a desistere da quell'opinione caso che vi fosse inclinata, et a vivere da cattolici e buoni cristiani come sempre sono stati i Lucchesi, et in questo modo veniva scritto da più persone a particolari cittadini, in modo che per purgare questa infamia risolsero di mandare ambasciatore al papa, che fu per ciò eletto Nicolao Guidiccioni. Et essendosi diminuite le visite che solevano già fare gli anziani nelle solennità di alcuni santi, i corpi dei quali sono in Lucca in più chiese, furono riassunte e per publico decreto ordinato che nelle feste loro gli anziani fossero tenuti di andare ad onorarle; e di più avendo scritto il detto cardinale d'ordine del papa, che fosse ritenuto il vicario dei frati di Sant'Agostino, esso vicario si mise prigione in palazzo, e perchè da alcuni suoi amici fu ajutato fuggire, il magnifico consiglio ne fece gran dimostrazione, onde per ciò Vincenzo Castrucci fu bandito, Francesco Cattani privato d'offizj d'onore per dieci anni, Stefano Trenta, Girolamo Liena e Bernardino Macchi in pena pecuniaria furono multati» (Libro IV della parte VI).

Anno 1543. «Ordinarono per osservanza de' precetti di santa Chiesa che, essendo di quaresima, non si potessero vender carni in quel tempo». (Libro V, parte VI).

Anno 1545 «..... Moltiplicando in Italia i Luterani, disputandone apertamente fino agli artieri idioti et ignoranti di lettere, il quale abuso era venuto non meno in Lucca che negli altri luoghi, con disonore della santa Chiesa cattolica romana, e ciò dispiacendo invero agli uomini savj e cittadini del Governo massime in generale, con tutto che vi fosse ancora qualcheduno dei grandi macchiato di quest'errore, si fece per tal conto una fortissima e severa legge contro di coloro che temerariamente ardissero di parlare, disputare e contendere di tali cose, e che tutti i libri proibiti e sospetti alla santa Chiesa si dovessero togliere e sopra di questo si fece un offizio di autorità per longo tempo di tre qualificati cittadini, cioè: Baldassar Montecatini, Bartolomeo Cenami e Giovanni Bernardini». (Ivi).

Anno 1549 «..... Fecero i padri del senato una legge in favore della religione, ancora che altre prima ne avessero fatte, desiderando sopra ogni altra cose che si vivesse col timor di Dio, in grazia della cesarea maestà e della santa sede romana; e per tal conto Jacopo Arnolfini fu ambasciatore a papa Paolo III acciocchè fosse fatto capace della buona fede e religione nostra». (Ivi).

1553 «....... Si fecero alcuni buoni ordini sopra la religione e fu spedito a Roma messer Agostino Ricchi all'arcivescovo di Rangia, affinchè facessero insieme buon uffizio, referendo però con li deputati e signori sopra l'Inquisizione, imperocchè vi era stato qualche malo spirito et inquieto o maligno animo che a quelli aveva referto male della città, la quale invero non preteriva cosa alcuna della vera osservanza et obbedienza della Chiesa. Dapoi per maggior diligenza del sagro culto si diede cura a Girolamo Arnolfini, Bartolomeo Pighinucci, Michele Diodati, messer Libertà Moriconi, Francesco Camicioni, Bernardino Cenami, messer Bernardo Manfredi, Ferdinando Giovanni Battista Bonella e Cristoforo Bernardi, che fossero col reverendissimo vescovo di Lucca per esaminare e deliberare quello che fosse da farsi per satisfare appieno alli reverendi cardinali dell'Inquisizione di Roma in modo che la loro città restasse appresso di loro in buon concetto, e così fecero in breve, mandando per ciò a Roma messer Girolamo Lucchesini, a Firenze fu mandato messer Nicolao Guidiccioni, mentre che messer Giovanni Tegrini vi era per un anno. Fecero li nove cittadini sopraddetti alcune provigioni in favor della religione e pubblicamente furono manifestate». (Ivi).

Anno 1555 «..... Continuando pure in Italia le opinioni, o per meglio dire l'eresie luterane, et ancora a Lucca alcuni a quelle aderendo, ma la città in generale et il proprio governo essendo d'animo tutto contrario, anzi ben disposto di seguire le pedate degli antichi e sotto l'obbedienza della santa Chiesa, per ciò per ordine del magnifico consiglio si creò un magistrato sopra la religione con autorità convenevole, per il che si fece conoscere a Sua Santità et a reverendi inquisitori in Roma, avendo essi mandato un certo breve, che i signori Cattolici erano persecutori degli eretici et inclinati al sagro culto, e li mandarono l'instituzioni fatte per il detto magistrato acciocchè essi avessero a vigilare per eseguire la punizione di chi errava, e gli eletti a questa cura furono messer Tobia Sirti, frate Michele Serantoni, Guglielmo dal Portico, messer Benedetto Manfredi, Francesco Camicioni, Baldassar Guinigi». (Ivi).

Anno 1558 «Non restando di travagliare la città in questi tempi alcuni che pure seguivano le opinioni contrarie alla Chiesa di Roma, ancorchè ogni giorno se ne facesse legge e proibizioni di non poterne nè pur ragionare, non che seguirle, con tutto che si stesse vigilanti contro questi tali in favor della religione per mostrare finalmente al mondo quanto dispiacesse a quelli del Governo che i suoi cittadini e sudditi non si dimostrassero veri et obedienti figli della santa Madre Chiesa Cattolica Romana, non ebbero respetto nè a parentadi nè a nobiltà nè a cosa alcuna, per l'offizio sopra ciò deputato si procedeva contro dei beni confiscati dell'infrascritti cittadini dichiarati ribelli benchè assenti et abitanti in Ginevra terra d'eretici, cioè: messer Nicolao Liena, Girolamo Liena, Cristofano Trenta, Guglielmo Balbani, Francesco Cattani, Vincenzo Mei.

Anno 1561 «...... Si elesse un offizio di nove cittadini per causa della religione e per satisfare ai reverendi cardinali sopra l'inquisizione ai quali tutta volta era rappresentato male calunniando a torto la città; e li cittadini eletti a tal cura furono questi: messer Giorgio Franciatti, Girolamo Lucchesini, Benedetto Manfredi, Iacopo Arnolfini, Bernardino Cenami, Libertà Moriconi, Nicolao Burlamacchi, Iacopo Micheli e Pietro Serantoni».

Anno 1563 «....... Il cardinal Borromeo, stretto parente del papa et amicissimo di questa terra, scrivendo faceva grande istanza che si facesse provvigione e notabile impresa contro i Lucchesi che erano in Francia e non vivevano cattolicamente, e tanto più sollecitava essendo terminato il concilio di Trento per il che bisognò procedere severamente e senza respetto contro que' tali e si eseguì la volontà di s. s. appieno».

Anno 1569 «A dì 25 ottobre venne la nuova che gli Ugonotti, eretici e contrarj agli ecclesiastici di Roma, furono rotti e messi la più parte a fil di spada nelle parti di Francia dove era suscitata et ampliata questa setta, di che si fece pubblica dimostrazione di allegrezza per tutta Italia et in Lucca ancora ad esempio degli altri, come d'animo tutto conforme agli altri cattolici e fedeli a santa Chiesa».

[494] Non fu dunque una migrazione contemporanea; e caviamo dal Tommasi (Sommario di storia lucchese) la lista de' Lucchesi condannati, colla data della riformagione che li chiarisce eretici e ribelli.

1558 27 settembre. Balbani Guglielmo, Cattani Francesco, Liena Girolamo e Nicola, Trenta Cristoforo, Mei Vincenzo. 1564 29 agosto. Guidiccioni Luisi. 1566 2 luglio. Arnolfini Paolo, Balbani Nicola. 1567 26 agosto. Minutoli Paolino. 1567 4 novembre. Calandrini Giuliano. 1567 17 novembre. Del Venoso Regolo, Rustici Filippo, Calandrini Scipione, Civitali Masseo, Delle Favole Lodovico, Bartolomei Venanzio, Simoni Simone. 1567 2 dicembre. Jova Giuseppe. 1568 3 marzo. Diodati Carlo e Pompeo. 1570 28 febbraio. Cenani Giuseppe, Franciotti Nicolao, Cardoni Giuseppe, Dall'Orafo Salvatore, Liena Antonio, Cattani Gaspare, Mei Cesare, Calandrini Benedetto e Filippo, Burlamacchi Michele, Jova Giuseppe (il suddetto?), Venturini Lorenzo, Di Rimini Marco. 1578 28 febbraio. Turrettini Francesco. 1580 28 giugno. Calandrini Giovanni e Cesare, Balbani Manfredo e Arrigo, Perne Pietro. 1597 31 ottobre. Minutoli Vincenzo di Paolino.

[495] RAYNALDI, ad annum 1562.

Ecco un decreto del 10 aprile 1562 in materia di religione:

«Acciò che il magnifico signor gonfaloniere con li dui magnifici signori deputati e da deputarsi sopra la religione e l'officio sopra la detta religione possano con maggiore animo e diligenza attendere, e essequire l'auctorità e cura che gli è stata data dal magnifico consiglio, decreto s'intenda e sia che il magistrato possa spender per sei mesi prossimi per sino alla somma di cento scudi il mese e lo speciale officio dell'entrate sia tenuto di tempo in tempo passargliene e fargli pagare ad ogni sua requisizione.

«Il qual magistrato sia tenuto e debbi con ogni diligenza possibile cercare e ritrovare tutti quelli li quali sono stati dal Sant'Offizio dell'Inquisizione dichiarati eretici, ovvero citati sono restati contumaci secondo la disposizione della legge fatta il 1558, et essequire contro di loro quello che per essa legge si dispone.

«Sia tenuto ancora il detto magistrato di ricercare con ogni diligenza e ritrovare tutti quelli, li quali tanto nella città di Geneva come altrove, hanno avuto, hanno, averanno pratica o commercio con li eretici dichiarati ribelli dal magnifico consiglio, et ancora tutti quelli li quali sì nella città nostra e suo dominio, come in qual si vogli parte del mondo hanno in alcuno modo contravenuto o contraverranno agli statuti e decreti e ordini fatti dal magnifico consiglio sopra la religione, li quali tutti il detto magistrato sia tenuto, sotto pena di scudi cento d'applicarsi al nostro comune, nella quale ipso jure et ipso facto e senza altra dichiarazione s'intendano e siano incorsi, e si debbino per li magnifici signori condennare nelle pene delli detti statuti et ordini e per così condennati mandargli all'archivio pubblico ogni volta che a esso consterà della contravenzione.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora ogniqualvolta avanti e da esso si facci la proposta ordinata sopra la religione, riferire ai magnifici signori sotto la detta pena tutto quello che da esso sarà stato fatto, eseguito e negoziato per sino a quel tempo, la qual relazione li magnifici signori siano tenuti e debbino proponere e far leggere nel magnifico consiglio quando faranno la detta proposta sopra la religione, acciò che sopra a quella possa deliberare come li parrà.

«E che per il magnifico consiglio prefato si debba fare elezione d'un altro officio di tre cittadini sopra li beni confiscati delli eretici, dichiarati ribelli da esso magnifico consiglio, per dui anni prossimi con la medesima autorità cura e carico la quale fu da esso data all'officio già eletto sopra li beni di detti eretici dichiarati ribelli, la quale comprenda ancora li beni di quelli che si dichiareranno per l'avvenire, il quale officio sia tenuto riferire sotto pena di scudi cento nella quale etc. e perchè così condannati per inanzi il tempo della proposta da farsi nel prossimo collegio sopra la religione alli magnifici signori quello che il detto officio passato ha fatto sino a ora ed esseguito sin ora, la qual relazione gli magnifici signori siano tenuti proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio quando faranno la detta proposta.

«Il qual magistrato sia tenuto ancora sotto la pena predetta inanzi al tempo da far la proposta della religione, nel collegio prossimo riferire a magnifici signori in scritto tutti quelli li quali nella materia della religione da un anno in qua hanno date false calunie, cioè quelli li quali non possano render conto da chi habbino odito le imputazioni, la quale relazione li magnifici signori debbino proporre e far leggere nel detto magnifico consiglio.

«E parimente il prefato magistrato, durante il tempo del suo officio, e quelli che succederanno a esso siano tenuti di tempo in tempo ogni volta che troveranno nella causa prefata della religione esser stata falsa calunnia riferita a magnifici signori, e quelli che si dice di sopra e lor signorie debbino proporre e far leggere la relazione del magnifico consiglio nel quale faranno la proposta della religione».

[496] La lettera è del 21/11 febbrajo 1681, e trovasi alla Magliabecchiana, Classe XXXVII, N. 159 de' manuscritti.

Il Bayle in Giulio III, cita una Lectura super canonem de consecratione di Gerardo Busdrago di Lucca dottore, vescovo di Napoli di Romania, e suffraganeo del vescovo di Padova, stampata a Wittemberg il 1543.

[497] Diamo alcune notizie su queste famiglie:

1. Turrettini. Nobili di Lucca nel 1300, cacciati come Guelfi nel 1312, tornarono in patria nel 1400, da Nozzano dove si erano riparati. Cristoforo Turrettini fu anziano della repubblica, poi gonfaloniere di giustizia nel 1443, e fu il primo della casata che godesse quest'onore, che molti altri ottennero dopo di lui. Nel 1466 Paolo Turrettini fu ambasciatore a Galeazzo Sforza, duca di Milano. Un altro Cristoforo fu segretario delle cifre di papa Gregorio XIII, e nel 1585 ebbe privilegio di nobiltà imperiale, per diploma di Rodolfo imperatore, e facoltà di portare l'aquila nell'arme. Cesare, priore del monastero di San Giovanni di Lucca, morì nel 1632 in concetto di santità.

2. Liena, famiglia cacciata dal popolo come ricca e potente nel 1308. Niccolao andò scelto a incontrare papa Paolo III quando venne a Lucca nel 1538, poi andò ambasciatore a Carlo V per comporre le controversie coi Fiorentini per cagione di Pietrasanta.

3. Gli Jova o Ghiova nel 1312 partirono di Lucca con le centottanta famiglie guelfe, poi tornarono nel 1331 e prestarono giuramento di fedeltà al re Giovanni di Boemia, che fu signore di Lucca. Nel 1384 Nicolao Jova insieme con Matteo Gigli fu ambasciatore a Firenze per stabilire la lega con quella repubblica e con Siena, Perugia e Pisa. Paolo Jova, francescano, fu discepolo di frate Francesco di Savona, che fu poi papa Sisto IV, introdusse gli Osservanti a Lucca e fu guardiano e vicario provinciale e dottissimo in teologia. Morì nel 1484.

4. Calandrini, famiglia oriunda di Sarzana, cominciò a rendersi illustre a Roma e altrove al tempo del pontefice Niccolò V, ch'era figlio di Andreola Calandrini. Costei avea avuto in prime nozze da un Calandrini due figliuoli, Pietro e Filippo. Questi fu promosso al cardinalato e dichiarato nobile originario di Lucca per decreto del 12 dicembre 1447. Giovan Matteo, figlio di Pietro, fu creato anch'esso nobile lucchese il 22 gennajo del 1456; era senatore di Roma e dottore in legge. Filippo, suo figliuolo postumo, si ammogliò a Caterina di Benedetto Bonvisi; fu anziano della repubblica di Lucca e più volte ambasciatore; morì il 1554. Ebbe un figliuolo per nome Giuliano, che abbandonò la fede cattolica e si ritirò in Francia dove morì nel 1573: era ammogliato a Caterina di Agostino Balbani. Giovanni, suo figlio, dopo aver vagato per la Germania, si ricoverò a Londra, e lasciò due figli, Giovanni Luigi e Filippo. Il primo si fermò a Ginevra, il secondo andò a Londra, ma come seguace della parte di re Carlo I fu obbligato ritirarsi in Amsterdam, ove fu eletto direttore generale del commercio in Batavia e nell'Indie Orientali. Nacque di lui Teodoro che si ritirò in Francia e tornò alla fede cattolica. De' suoi figli Filippo e Teodoro il primo entrò gesuita, il secondo, dopo avere più anni militato in Francia, tornò a Lucca nel 1697 e dal Consiglio venne rintegrato negli onori e creato colonnello.

Col decreto 16 dicembre 1605 fu messo all'Indice il Trattato delle heresie et delle Schisme che sono nate nella chiesa di Dio et de' remedj che si deono usare contro di quelle, di SCIPIONE CALANDRIN.

[498] Così qualvolta occorre la parola πρεσβὺτερος non traduce preti o sacerdoti, ma anziani, collegio degli anziani. Se Paolo e Barnaba ordinano preti coll'imposizione delle mani (χειροτονησαντες αὐτοῖς πρεσβυτὲρους κατ’ ἐκκλησίαν), egli traduce che «gli ordinarono per ciascuna chiesa per voti comuni degli anziani». San Pietro raccomanda ai fedeli nemo vestrum patiatur, ut homicida, aut fur, aut alienorum appetitor (Ep. I, 4, 15), ove il testo dice ἀλλοτριεπίσκοπος, cioè che spia i fatti altrui: e il Diodato mette «o facendo il vescovo sopra gli stranieri» per raffaccio ai vescovi. ἐν προσώπῳ χριστου (II Cor. 2, 10), cioè in persona di Cristo, egli traduce «in cospetto di Cristo» per non fare un apostolo vicario di Cristo. παρὰδοσις, che vuol dir tradizione, egli traduce per «insegnamento»: χάρισμα grazia, per «dono»: λογος verbo, per «parola».

La Vulgata nei Fatti degli Apostoli III, 1, dice che «Pietro e Giovanni ascendeano al tempio all'ora nona dell'orazione», sapendosi che molte volte il giorno faceano la preghiera gli Ebrei, a cui imitazione la Chiesa introdusse le nove ore nell'uffiziatura. Per non approvar ciò, Lutero aveva alterato quel passo, e secondo lui il Diodati tradusse, «Saliva al tempio in sull'ora nona, ch'è l'ora dell'orazione».

La sua versione il Martini condusse in generale sulla Vulgata, talvolta scostandosene nel Nuovo Testamento, perchè conosceva il greco. Le sobrie note son sempre ortodosse, ma talvolta appoggiano su interpretazioni non conformi all'originale.

DISCORSO XXXVIII.

ANTITRINITARJ. I SOCCINI. IL BIANDRATA.

Qui non doveano limitarsi i dissensi; e i nostri, non solo contribuirono ad estendere altrove la Riforma, ma ne dedussero più rigorose conseguenze, e alla dottrina antropologica, fondo di tutte le eresie d'Occidente, surrogarono la cristologica quale in Oriente; al deismo epicureo il deismo razionale.

Lutero, sovvertendo gli ordini e i riti cattolici, e rompendo la tradizione, aveva mantenuto molti dogmi e la gerarchia e il canone dell'autorità, pur rendendola servile al potere temporale, giacchè, ripudiata la scomunica, sol colla spada potea mantenere quell'unità di fede che egli veniva a spezzare; non fece dunque che diroccare l'ecclesiastica gerarchia, a segno che più volte si sperò una riconciliazione. Calvino da quest'inerte uffizialità avventossi alla critica, negando addirittura la Chiesa nel senso mistico, e facendola sparire in faccia all'individuo, per modo che s'affondasse un abisso fra la divinità e i supplicanti: ma neppur egli negò tutti i dogmi e la divinità del Cristo, e ancora la Bibbia come rivelazione pareva il porto contro i dubbj dell'intelletto e le tempeste del cuore. Furono italiani che compirono la doppia dissoluzione della disciplina e della gerarchia, col repudiare le fondamentali verità; e in nome dell'illimitata autorità della ragione impugnando l'idea stessa, l'ontologia cristiana, sostituendovi il nominalismo e il sensismo, mascherato di razionalità, e solo temperato da quei rudimenti o simulacri ideali, che i dotti Gentili aveano salvato dal naufragio delle verità primitive. Nè credansi gente di stola e di tonaca: ma giureconsulti e medici, che nella Bibbia non trovando espresso il dogma della Trinità, lo impugnarono, a guisa degli antichi Ariani negando la divinità di Cristo, la consustanzialità del Verbo, ed altre invenzioni (diceano) de' sofisti greci. Qual bisogno avea Dio di far tanti circuiti per salvarci? un atto della sua volontà, e i nostri peccati erano rimessi. Quanto all'istruirci, bastavano le dottrine e gli esempj d'un uomo pieno di Spirito Santo, senza che fosse Dio. Il Cristo è colui che sublimò l'umanità al più elevato sviluppo religioso.

Forse ne dubitavano l'Ochino ed altri Riformati, e probabilmente la Società di Vicenza, della quale discorreremo. A questa apparteneva Giovan Valentino Gentile, figlio del medico Matteo Gentile da Cosenza, che per seguire le idee nuove era spatriato. Valentino professò a Ginevra, e in un libro dedicato al re di Polonia diceva: «Trinità è parola che non leggerete mai nella Santa Scrittura o ne' simboli cattolici, nè quelle parole affatto umane di ομουσιον, persona, essenza, ipostasi. V'è un Dio uno e solo: egli solo è αυτοθεος, che nel Cristo suo figlio infonde la propria divinità; Cristo è la sua immagine: è il simbolo della gloria del Padre; è Dio ma non per se stesso: così lo Spirito Santo, che è la potenza divina messa in azione. Padre, Figlio, Spirito Santo son distinti di persona e di essenza e di grado. Calvino adora una quaternità invece d'una trinità, perocchè insegna che, rimossa l'ipostasi, rimane sempre la divinità, e che ciascuna persona è veramente Dio; onde son quattro dei»[499].

Poichè questa pretesa contraddizione della trinità coll'unità, fatta cardine della dogmatica di Maometto, impiglia le semplici menti, rifletteremo che la pura unità non è adequata a Dio. Dicendosi uno, domandasi qual uno, che cosa una? Si risponde: un Dio; ed è già qualcosa più che la semplice unità; è l'unità con elementi reali, necessarj a un ente vivo e operante; mentre l'unità è un'astrazione, che ha realtà soltanto nello spirito che la concepisce; è cosa negativa, morta. Ma Dio non è una astrazione, una generalizzazione, un teorema dello spirito umano; bensì un Dio vivo e vero, che esiste per sè e in sè; indipendente, autonomo. Vivere è operare; viver eternamente è operare eternamente, onde i teologi chiaman Iddio actus purissimus. L'atto ha per condizioni essenziali un principio, un mezzo, un fine. Perciò l'unità, come ente attuale, operante in eterno, deve racchiudere i tre rapporti di principio, mezzo, fine; che sono quelli che la teologia cristiana chiama Padre, Figliuolo, Spirito Santo. Questi tre rapporti sono indispensabili onde percepir l'unità come Dio vivo e vero; onde il concetto fondamentale di Dio trino è essenziale all'idea di Dio uno. Qui non c'è l'assurdo dell'uno che fa tre; nè l'unità è infirmata, giacchè la trinità non afferma tre Dei, ma un triplice rapporto interiore nell'essenza intima d'un Dio unico, in virtù del quale esso è Dio uno, attuale, vivente: è, vorrei dire, il contenuto vivente della sua unità, senza del quale sarebbe un'astrazione vuota.

Calvino perseguitò d'invettive Valentino Gentile, come uom da nulla, il quale porge a bevere il fango che attinse alla pozzanghera di Serveto[500], e al gusto corrotto vuol persuadere sia dolce liquore e buona bevanda. Ma l'antitrinitarismo diffondeasi per la Svizzera e ne' Grigioni: e a Lione v'avea poeti che sponeano in versi le dottrine di Valentino. Perchè dunque l'uniformità, almeno a Ginevra, non fosse compromessa, Calvino stese un formulario che la Chiesa italiana di colà dovea giurare, contenente la più ortodossa definizione di quel mistero, e la promessa di non intaccarla direttamente o indirettamente. Firmaronlo cinque italiani, sette ricusarono, fra cui Andrea Ossellani, Marco Pizzi e Valentino, il quale però, non disposto a morir come Serveto, l'accettò poi, ma presto tornò a insegnar le sue fantasie e diceva: «Confesso che il Dio di Israele, che le sante carte ci propongono pel solo vero Dio, e che ventosi sofisti negano abbia un figlio, è il padre di nostro signor Gesù Cristo; e questo, da lui mandato, in quanto è la parola, è il vero e natural figlio del Santo Dio padre onnipotente»[501].

Calvino il fece buttar prigione come spergiuro ed eretico, ed esso pregava Dio illuminasse i suoi giudici e stendeva apologie, ma Calvino rinfacciavagli: «Dal tuo ultimo scritto fummo chiariti che hai lo spirito depravato, pien d'intollerabile orgoglio e di natura velenosa, eretico ostinato. Ripeti quanto vorrai che riconosci Cristo per vero Dio: se solo il suo padre è Dio, è il Dio d'Israele, tu lo rigetti apertamente dal posto ove collochi il Padre solo».

Valentino si ritrattò pienamente, e i giudici sentenziarono: «Benchè la malizia e cattiveria che usasti meriti che tu venga sterminato d'infra gli uomini come seduttore, eretico e scismatico, avendo però riguardo al tuo ravvedimento, noi ti condanniamo ad essere spogliato in camicia, e a piè nudi e testa scoperta con un torchietto acceso in mano, inginocchiatoci davanti, chieder perdono a noi e alla giustizia, detestando i tuoi scritti, che ordiniamo tu ponga di propria mano nel fuoco, come pieni di perniciosa menzogna». Il 2 settembre 1588 Valentino girò in quest'assetto pei trivj facendo ammenda, e giurò non uscir di città: ma appena il potette fuggì in Savoja presso il medico Matteo Gribaldi, ove il seguirono Paolo Alciato e il Biandrata[502]. Appena fuori, gli scintillò ancora la verità, il solo padre della parola essere il Dio d'Israele; e perchè il balio di Gex l'obbligò a far una professione della sua fede, egli finse ricever quest'obbligo come un'ordinanza, e la fece stampare dedicandola al balio stesso, che perciò cadde in sospetto. Valentino andò predicando i suoi canoni in Francia, e in Polonia, donde uscì quando quel re, nel 1566, bandì gl'insegnatori delle nuove dottrine, fu in Moravia ed a Vienna, poi essendo morto il suo grand'avversario Calvino, credette poter tornar impunemente in Isvizzera. Ma avendo con ciò rotto il bando, fu côlto l'11 giugno 1566, e dopo regolare processo, decapitato a Berna. Andando al supplizio dicea: «Gli altri han dato il sangue pel Figlio; io son il primo che avrò l'onore di versarlo per la suprema gloria del Padre»[503].

Gian Paolo Alciato milanese, che morì a Danzica, da Austerlitz scrisse due lettere nel 1564 e 65 a Gregorio Paoli, in sostegno della dottrina unitaria, per le quali dal Beza era detto «uom delirante e vertiginoso»; da Calvino «ingegno non solo stolido e pazzo, ma frenetico sin alla rabbia»[504]. Son della scuola stessa l'abbate Leonardo, Nicolò Paruta, Giulio da Treviso, Francesco da Rovigo, Giacomo da Chiari, Francesco Negri. L'Alciato, l'Ochino, il Biandrata furono tra i diciassette teologi, che il waivoda Radzivil adoperò per tradurre la Bibbia (Biblia swieta, tho iest ksiegi stárego y noweyo zakonu ecc., 1563).

Matteo Gribaldi detto Moffa, da Chieri, legista reputato, professò in Francia e Spagna, indi chiamato a Padova nel 1548 collo stipendio di 800 e poi di 1100 fiorini, vi acquistò tal fama, che la sala non bastava agli ascoltatori. Mal dissimulava le proprie opinioni, favorevoli ai novatori, finchè sospettato autore del libro che dicemmo stampato a Basilea nel 1550 ove si descriveva la morte di Francesco Spiera, fuggì. Antichi suoi discepoli il presentarono a Calvino, e questo, sospettandolo infetto dell'eresia unitaria, per la quale egli allora faceva processare Serveto, ricusò riceverlo, nè assentirgli tampoco un colloquio, temendo non parlasse a favore delle dottrine accusate. Bruciato poi il Serveto, l'invitò a una conferenza, ed esso vi si condusse; ma perchè l'intollerante eresiarca negò stendergli la mano, e voleva costringerlo alla professione di fede, egli credette più sicuro passare a Tubinga, indi a Berna; ma quivi pure perseguitato come antitrinitario da Calvino, benchè si ritrattasse, dovè partirne, nè sembra vero che prima di morire tornasse cattolico[505].

Suo discepolo era Giulio Pacio cavaliere vicentino (1550-1635), portento di sapere in fanciullezza. Fuggito con altri compatrioti a Ginevra, vi sposò una delle profughe lucchesi, ed ebbe cattedra di legge colà, poi ad Eidelberga, a Sedan, a Nimes; ed era a gara disputato dalle Università di Francia e d'Italia per le opere sue di diritto e di filosofia, ora cadute in dimenticanza. A Montpellier ebbe scolaro il famoso Peiresc, il quale faticò per tornarlo cattolico, ottenendogli qualche cattedra ben proveduta. Dopo molti anni abjurò in fatto; allora a Padova insegnò diritto civile, poi conseguì di tornar a Valenza, ove morì. In un'elegia latina diede il compendio della propria vita.

Risoluti antitrinitarj furono i sienesi Dario Soccino e i suoi fratelli, Alberico che professò giurisprudenza a Oxford (-1608) con eleganza ed erudizione[506]; e Scipione che dettò ad Eidelberga e altrove, e latinizzò i due primi canti della Gerusalemme Liberata appena usciti.

Lelio Soccino nel 1546 ancor giovanissimo fu ammesso nell'Accademia di Vicenza, ove tenea conferenze per ispiantar la credenza in Cristo; e per cogliere meglio il senso della Bibbia, studiò il greco, l'ebraico, l'arabo. Vedendo pericoloso manifestar in patria credenze particolari, ne uscì, e per quattro anni viaggiò la Francia, l'Inghilterra, i Paesi Bassi, la Germania, la Polonia; da ultimo si fissò a Zurigo. Poichè i primi riformati abborrivano dalle dottrine unitarie, Lelio finalmente le ascose in modo da passare per un dei loro ed esser caro a Melancton e ad altri caporioni. Egli domandava a Calvino: «Maestro, quid d'un cristiano che si sposò a una cattolica?» E Calvino rispondea: «Non è permesso a un cristiano unirsi a donna che disertò il Cristo. Ora tutti i papisti sono in tal caso: papista e musulmano è tutt'uno»[507].

Ma Calvino ne subodorava i dissensi, e gli scriveva nel 1552: «Quel che v'ho detto già altra volta or ve lo ripeto sul serio; se non correggete cotesto prurito d'indagine, temete di incontri gravissimi». L'avviso e il supplizio di Serveto insegnarono a Lelio a dissimulare, onde continuò ad esser ben voluto fra persone di sensi diversissimi. Abbiamo lettera di Pietro Paolo Vergerio, da Vicosoprano, 20 giugno 1552 al Pellicano, dove fra altro gli dice: «Il nostro Lelio meco dimorò per tre settimane, poi se n'andò a suo padre, ma so io traverso a quanti pericoli. Dio lo scampi». Bullinger, sempre conciliativo, ben l'accolse, ma Giulio da Milano scriveva a questo da Poschiavo il 4 novembre 1555: «Mi dici che Lelio, sospetto a noi, e da molti buoni fratelli tenuto apertamente per anabattista, a te fece una buona confessione, e sottoscrisse alla sana dottrina che fu sempre nella Chiesa cattolica; e mi esorti a tenerlo come purgato da ogni sospetto. Ti bacio per lo zelo che hai della casa di Dio, e fra noi l'ecclesiastica tua autorità è di tal peso, che ci soddisfa ciò che soddisfa te; onde farò che le nostre chiese tengan Lelio per fratello, sebbene non facilmente si dissiperà la macchia. Ma prego il Signore che Lelio creda come a te confessò. Non volevo; ma per cautela tua ti narrerò che Lelio tenne mano con Camillo Renato, a segno che, abbandonata la verità cattolica, non vergognò a Chiavenna, a Ginevra e altrove professarsi anabattista; e credo che tu non ignori l'astuto e tortuoso ingegno di Camillo, che ogni dì più si palesa; nè puoi credere quanto flessibile sia, e con quante tortuosità questo serpe ci sfugga, se non si tenga bene. Ma che dico di Camillo, se tutti gli anabattisti sono di tale perfidia che non temono soffiare or caldo or freddo?[508]».

Con alcuni pochi, e massime italiani profughi, Lelio manifestavasi e coi parenti suoi a Siena. Disgustato dell'intolleranza di Calvino, scrisse De hæreticis quo jure, quove fructu coercendi sunt gladio vel igne, dialogus inter Calvinum et Vaticanum, opuscolo senza nome d'autore nè di stampatore, ma fatto nel 1554[509]: poi in Polonia professò apertamente le dottrine antitrinitarie, alle quali convertì Francesco Lismanin confessore della regina Bona Sforza.

Sigismondo I re di Polonia avea mostrato devozione ai papi, massime a Leon X, supplicando questo a metter pace fra i principi onde respinger i Tartari, i Moscoviti, i Turchi, molesti al suo regno. Si oppose alla Riforma, proibendo ai giovani di frequentar le Università di Germania, e dichiarando incapaci quei che l'abbracciassero: ma ve la diffusero l'opera del mantovano Stancario e l'esempio del marchese di Brandeburgo, gran maestro dell'Ordine teutonico, il quale apostatato, fondò quel che poi divenne regno di Prussia. Paolo III mandò in quel regno Giovan Angelo Medici che fu poi Pio IV, commissario dell'esercito pontifizio contro Turchi e Luterani. I Polacchi, per benemerenza al gran re, aveangli permesso di elegger successore il figlio Sigismondo Augusto I, natogli da Bona Sforza; il quale, per non inimicarsi i signori, condiscese alle nuove dottrine, propagatesi principalmente a Danzica, in Livonia e in molti palatinati: nè sì tardò a ottenere, che, ne' pacta conventa offerti al re, vi fosse la tolleranza degli Ussiti, Luterani, Sacramentarj, Calvinisti, Anabattisti, Ariani, Sociniani, Antitrinitari, Triteisti, Unitarj.

A Sigismondo Augusto il Soccino era stato raccomandato da Melancton: sicchè ben accolto da lui e da' gentiluomini polacchi, ne ottenne lettere di raccomandazione pel duca di Firenze e pel doge di Venezia onde poter venire a raccogliere l'eredità di suo padre (1559), contrastatagli per le relazioni sue cogli eretici. Ma fu in quel tempo che la sua famiglia andò dispersa, come diremo, ond'egli tornò in Isvizzera e morì a Zurigo il maggio 1562. Aveva composto nel 1561 una parafrasi del capo I di san Giovanni, spirante arianesimo[510].

Fausto Soccino, nipote e allievo di Lelio, nacque a Siena il 5 dicembre 1539; bello scrittore, parlator facile, gentile di modi, studiò giurisprudenza, poi le scienze a Lione; e udita la morte dello zio, corse in Polonia per raccorne i libri, e vi fu accolto come predestinato a metter l'ultima mano alla dottrina ariana. Per allora tornò in patria, e stette dodici anni presso la Corte di Firenze in onorevoli impieghi: poi quando i suoi parenti furono perseguitati, si mutò a Basilea nel 1574, malgrado le dissuasioni del granduca; studiò teologia, riducendola a senso diversissimo dall'abituale; e pubblicò opere anonime, come de Jesu Servatore; ma per una disputa avuta con Francesco Pucci nel 1578 dovette partirsene. Allora fu chiamato in Transilvania e Polonia, dove l'eresia antitrinitaria erasi radicata, e poichè Sigismondo Augusto avea concessa libertà di religione a chiunque fossesi staccato dal papismo, poterono far quivi professione aperta quegli Unitarj che altrove erano bruciati; e presto a Cracovia, per cura di Gregorio Pauli, formarono una congregazione distinta, con collegio, stamperia, annuo sinodo, e seguitarono a prosperarvi sin al 1658 quando vennero espulsi.

Ma fra gli Unitarj medesimi v'avea scissura. Figurava tra essi Giorgio Biandrata d'illustre famiglia saluzzese, dottore nell'Università di Montpellier, poi di Pavia, che scrisse intorno all'ostetricia e alle malattie muliebri quel che di meglio fin allora si fosse fatto, e senza conoscere nè il commento del Berengario nè le opere del Pareo. Chiesto a curare Giovanni Zapoly, waivoda della Transilvania, lo portò al grado di prender in moglie Isabella, figlia di Bona Sforza regina di Polonia, alla quale e al bambino, nato poco prima della morte del padre, prestò utilissimi servigi. Non pare giusto annoverarlo fra gli espulsi da Vicenza[511], attesochè nel 1552 lo troviamo a Mestre, senza disturbi: di là pare fuggisse a Ginevra, dove udendo Calvino, lo stomacava con continue quistioni, e mentre un giorno mostravasene soddisfatto, eccolo al domani tornar alla carica come cosa nuova. Di che sdegnato, Calvino gli disse: «Il tuo volto mi palesa il mostro sottile che occulti in cuore», e più fiate lo rimbrottò aspramente perchè correggesse la perfidia e le fallacie e le tortuose frodi, delle quali era stanco[512].

Il Biandrata proponea le sue difficoltà anche a Celso Martinengo, ministro della Chiesa italiana, sempre con eguale incontentabilità. Da Calvino eragli stato promesso dimenticar il suo fallo, ma mentre assisteva a una lezione di questo, visto entrar un berroviere della repubblica, dubitò si volesse imprigionarlo; e fingendo sangue di naso, fuggì a Zurigo, poi fu capo d'una chiesa istituita da Nicola Olesnieski signor di Pinczowia. Quando poi Sigismondo Augusto spalancò la Polonia agli eretici, Giorgio si trasferì a Cracovia, assistette a due sinodi, collaborò collo Stancario alla traduzione polacca della Bibbia sotto la protezione di Nicola Radziwil, gran cancelliere di Lituania; fatto anziano delle chiese dipendenti da Cracovia, sostenne calorose dispute, tenuto come colonna dagli Antitrinitarj, e da quel re fatto archiatro e consiglier intimo. Il Radziwil lo deputò al sinodo di Xians con lettere commendatizie e con seicento scudi da offrire, come pure al sinodo di Pinczowia, dove esibì una confessione di fede, che parve ortodossa, professando creder a Dio uno e alle tre ipostasi distinte, e all'eterna divinità e generazione di Cristo, e alla processione dello Spirito Santo. Eppure Calvino l'avea posto in mala vista, e scrivea molte lettere ai fedeli di Polonia perchè cacciasser il Biandrata: nullus est apud alias gentes: vos admiramini non secus atque angelum e cœlo delapsum. Vestras delicias minime vobis invideo[513]. Lo taccia anche di barbaro stile, senza troppa ragione.

Turbato dall'insistente persecuzione di Calvino, nel 1563 migrò in Transilvania dove lo invitava il principe Giovanni Sigismondo; divenne archiatro e consigliere intimo di Stefano e Cristoforo Batori, e a lui Soccino dedicò la seconda sua risposta a Volano.

Nel 1566 sostenne al cospetto di tutta la Corte una disputa pubblica, appoggiato da Francesco David; ma questi l'oltrepassò bentosto, non solo negando che Cristo è Dio, ma volendo non fosse adorato; lo perchè il Biandrata gli si inimicò. E già la Polonia era invasa da un'infinità di sètte: per metter qualche rimedio alle quali il Biandrata chiamò Fausto Soccino. Non tardò a guastarsi anche con lui, il quale confessa che il Biandrata avea reso molti servigi alle loro chiese, ma che, per ingraziarsi re Sigismondo Augusto, non solo s'intepidì nel favorire gli Unitarj, ma blandì i Gesuiti. Tant'è antico il tacciar di gesuita chiunque dissente dall'opinione del giorno, foss'anche un antitrinitario! Parve in fatti non si fosse staccato decisamente dal cattolicismo, a segno che la Corte polacca l'adoperò in varie nunziature: gli avversarj lo imputarono d'avarizia; dissero morì d'indigestione, o soffocato da suo nipote Bernardino; nel che Soccino vede «un giustissimo giudizio di Dio, che usa gran severità contro quelli che abbandonano la sua causa per interessi umani».

Il Graziano, nella vita del cardinal Commendone, ritrae al vivo gli scompigli nati in Polonia per le discordie fra re Sigismondo Augusto e Bona Sforza sua madre, e l'insinuarsi delle opinioni erronee. Ex Germania, Gallia, Italia corruptores aderant, ac prohibente nemine, et inanissime quoque dictis applaudente, sua quisque somnia venditurus, cœtus æmulantium studia profligatæ dottrinæ habebant, et licentia linguæ grassabantur. Eodem Bernardinus Ochinus confugerat, et præter cœteros magno concursu et assensu audiebatur etc.

Esso Commendone al cardinale Borromeo scrivendo il 6 luglio 1564, dopo narrato del libro del Sarniscki calvinista, soggiunge: «Monsignor Varmiese ebbe jeri avviso di Posnania che lì s'intendeva per lettere dell'arcidiacono di Cracovia come frà Bernardino Ochino era venuto in Cracovia, e che apertamente si era accostato a' Trinitarj, e che apportava di più non so che altro dogma di poligamia». E da Parzow il 28 febbrajo 1565: «Gli eretici di questo regno, vedendosi fra loro così divisi, per far pruova se possono in qualche modo ridursi tutti sotto una setta, ed unirsi insieme contro i Cattolici, jeri ed oggi nelle case di tre principali eretici hanno fatto tre conventicole di Confessionisti, di Sacramentarj e di Trinitarj, e preso partito di tentare se possono per qualche via accordarsi con gli altri. Io da un di loro, il quale vacilla alquanto, e suole venir da me talvolta, ho inteso come, la state passata, essi Trinitarj avevano risoluto di far un conciliabolo generale in Polonia, al qual fine erano venuti a Cracovia di Transilvania il Biandrata, di Moravia l'Alciato, il Statorio (Stancario?) e il Gentile, e di Germania l'Ochino: ma dagli editti fu poi interrotto questo loro disegno, e i sopradetti furono costretti fuggirsi fuori del regno, eccetto l'Ochino, il quale fu intrattenuto secretamente, finchè uscendo anch'esso ultimamente dal regno, se n'è morto in Slesia».

Anche il cardinale Osio, scrivendo a Nicola Cristoforo Radziwil intorno alle infinite sette pullulanti in Polonia, soggiunge: Fortasse non ignoras in dubium nunc revocari (quod etiam apud et ethnicos facere capitale fuit) num sit Deus qui rerum humanarum aliqua cura tangatur. Ausus est hanc quæstionem tractare B. Ochinus, unus omnium impurissimus hæreticus, qui simul et inimicum et defensorem agit: qui plurimis etiam blasphemiis scatentes de sancta Trinitate dialogos edidit, quos patri tuo dicare veritus non est. Vides igitur ad quod extremæ barathrum impietatis ventum sit postea quam ab unitatis cathedra discessum est (da Colonia 1584).

E nuova confusione vi portò Fausto Soccino, passato in Polonia nel 1579, perocchè dalle carte dello zio aveva tratto fuori un altro simbolo che differiva in punti essenziali dagli Unitarj polacchi. Secondo i numerosi suoi scritti, bene aveano meritato Lutero e Calvino, ma non abbastanza, giacchè era mestieri sbrattar la fede da ogni dogma che trascenda la ragione. La Bibbia è d'origine divina, e voglionsi prendere in senso letterale i passi che si riferiscono a Cristo; il quale a Dio, unico d'essenza come di persone, è inferiore soltanto nella maestà e potenza, che esso acquistò colla morte, coll'obbedienza e colla risurrezione. Concepito per opera dello Spirito Santo, e perciò detto Figliuol di Dio, prima di assumere il ministero di maestro degli uomini fu rapito al trono di Dio, ove ricevette gl'insegnamenti, perciò tanto sublimi. In premio della sua obbedienza fu, dopo morte, elevato alla dignità divina, con dominio sopra tutte le cose terrene e celesti. A lui possiamo ricorrere dunque con fiducia, e dobbiamo adorarlo come Dio. Con ciò opponevasi agli Unitarj transilvani; e in fatto nel catechismo di Racow fu scritto: «Non è degno del nome di cristiano chi non rende a Gesù Cristo onori divini».

Ad ogni modo costituivasi un Dio subalterno, al quale in un dato tempo il Dio supremo cedette il governo del mondo[514]. Cristo non è più il verbo incarnato, Dio rivelato agli uomini, per condurli sulla strada del cielo, la ragion metafisica del mondo, l'inesausta sorgente della virtù; egli non opera direttamente sull'uomo, il quale si conduce colle proprie forze. L'uomo fu mortale prima della caduta; altrimenti Cristo, abolendo il peccato l'avrebbe sottratto alla morte; non si trasmette colpa originale. L'uomo è di libero arbitrio, tanto che l'onniscienza divina non abbraccia le azioni umane; e la dottrina del predestino sovverte ogni fede. La giustificazione non è più che un atto giuridico, pel quale non è dichiarato giusto perchè tali il rendano le opere sue, fatte in obbedienza de' divini precetti; Cristo non soddisfece pei peccati degli uomini, poichè Dio gli avea perdonati anche prima di lui: la sua Grazia non esiste, altrimenti pericolerebbe la moralità; il battesimo d'acqua è meramente atto allusivo all'iniziazione; è cerimonia come la Cena. Lo Spirito Santo è la forza ed efficacia dell'Altissimo. L'uomo arriva a discerner il male e il bene da sè, e dall'istruzione trae l'idea di Dio e delle cose divine. Dicesi immagine di Dio in quanto signoreggia le bestie; — concetto il più basso che mai siasi dato alla somiglianza fra Dio e la più nobile creatura[515], e che non ispiega come l'uomo, appena Iddio gli si manifesta, immediatamente sia capace di comprenderne l'esistenza. E sempre in Soccino l'idea religiosa è secondaria e d'acquisto, primeggiando l'idea morale a cui essa dee servire; a tal punto che de' libri sacri non sì riterrà nulla che contraddica alla nostra intelligenza[516].

Il Soccino fu dunque il vero e risoluto eresiarca, poichè non rispettò limiti nel proclamare i diritti della ragione: Lutero e gli altri aveano secolarizzato la religione, egli secolarizzò Dio; e se anche non osò apertamente sbandire il soprasensibile, negò tutti i dogmi, insegnò a scredere, fu il padre del razionalismo, che è l'eresia de' tempi nostri.

Fausto Soccino insegnava anche errori sociali, ed esagerando la dottrina della mansuetudine evangelica e del perdono, negava non solo la legittimità della guerra, ma quella pure di qualsiasi magistratura che potesse recare a una coazione qualunque. Chi denunziasse un'ingiustizia o una violenza fattagli, commetteva un atto di vendetta, repugnante alla pratica generosa della morale cristiana: perocchè Cristo nel sermone sul monte avea detto: «Sapete che fu scritto, occhio per occhio, dente per dente. Io vi dico, Non resistete al male; e se alcuno vi batte la guancia destra, presentategli anche l'altra».

Questa dottrina fu sostenuta da' suoi discepoli, portandola a negar il diritto penale, e principalmente la morte. S'appoggiavano essi a un celebre passo di Lattanzio, che proscrive e la guerra e la denunzia dei delitti[517] e Ostorod, teologo de' più reputati in quella setta, appoggiandosi al Nuovo Testamento, proclamò che il magistrato cristiano pecca mandando al supplizio i malfattori. Schmalz vi aggiunse questo riflesso, che l'uccisione del colpevole può produrre la perdita della sua anima: Weigel diffuse quest'insegnamento in popolari istruzioni; e tutti i dottori di quella setta impugnarono la legittimità della pena di morte: Cristo perdonò all'adultera e rimproverò san Pietro che aveva adoperato la spada; e san Paolo disse che armi de' Cristiani devon essere solo le spirituali, non la spada e la forca[518].

Oltre i teologhi cattolici, queste massime furono impugnate da Benedetto Carpzovio, giureconsulto lodato di Wittemberg (1595-1666), che nella Practica Criminalis pone il castigo come necessario a preservare la società, e confutando i Socciniani, allega i tanti passi della Bibbia ove la pena estrema è comandata o inflitta da santi personaggi. Nulla di ciò ritrova nel Nuovo Testamento, ma poichè vi si ordina di obbedire alle potestà, basta l'esser la pena di morte ordinata da tante leggi umane[519].

Isabella dei Medici e suo fratello granduca aveano sempre impedito che i beni di Fausto Soccino fossero staggiti dall'Inquisizione, col solo patto non mettesse il nome a' suoi libri, che in fatto uscirono anonimi, o coll'anagramma di Felix Turpio Urbevetanus. Andrea Wissovatius, suo nipote, ne pubblicò le opere nella Bibliotheca fratrum polonorum, 1636, 6 volumi in-fol. Del 27 eransi stampate a Cracovia Prælectiones theologicæ Fausti Soccini senensis.

Gravi contraddizioni suscitarono a Fausto le sue dottrine. Protetto da alcuni signori, sposò Agnese, di buona casa, che poi perdette nell'87. I suoi avversarj eccitarono contro di esso il popolo di Varsavia, che lo trascinò per le vie; a gran fatica salvato, ritirossi in un oscuro villaggio, ove morì il 3 marzo 1604, e gli fu posto per epitaffio,

Tota licet Babylon destruxit tecta Lutherus, Calvinus muros, sed fundamenta Soccinus.

In fatti la Riforma non era riuscita che a toglier le anime al papa per darle a un re o ad un concistoro o ad un pastore. Solo il Soccianismo impiantò l'autonomia della ragione; e ne derivano Cartesio, Spinosa, Bayle, Hume, Kant, Lessing, Hegel, Bauer, Feuerbach: Straus e seguaci, negando il Cristo positivo e surrogandone uno ideale, non fecero che aggiungere al concetto socciniano l'elaborazione scientifica, propria dell'età moderna: la bestemmia arcadica di Renan e la piazzajuola del Bianchi-Giovini e d'altri italiani ne derivano, togliendo la suprema questione, la chiave della storia, della vita, della morte, dell'avvenire, l'intelligenza del mondo misterioso.

I Socciniani, come i seguaci di Lutero, si annunziavano quali restauratori del primitivo cristianesimo, nell'assumer la Santa Scrittura per unica regola di fede e norma delle azioni. Lutero dalla Bibbia eliminando quel che non gli garbava, conservò i dogmi della Trinità, del peccato originale, dell'incarnazione e divinità di Cristo, il battesimo, l'eucaristia. Soccino levò tutto. Il luteranismo avea dato prevalenza all'elemento divino; il soccianismo all'umano; Luterani e Riformati esagerarono il peccato ereditario; i Socciniani nol riconobbero.

Secondo quelli, Iddio solo opera la giustificazione, restando l'uomo interamente passivo: secondo gli altri, l'uomo solo è attivo, e per se stesso si eleva e perfeziona, nè Dio fa altro che rivelargli la sua dottrina. Pei Protestanti il Salvator divino venne in terra onde ricomprarci col suo sagrificio; pe' Socciniani è un uomo, che fu mandato in terra a dar agli uomini una nuova dottrina, ed esibir in se stesso il modello da imitare. I Protestanti, fidando interamente nella Grazia, disprezzano la ragione: i Socciniani proclamano continuamente la ragione e i suoi diritti sopra ogni mistero, la sua competenza a schiarire la folta nebbia che involge le sante scritture. I Protestanti (dice il Gioberti) presero dagli scritti pagani gli accessorj e la facondia: i Soccini ne rinnovarono sostanzialmente gli spiriti e le dottrine. Ripudiando il sovrintelligibile ideale e rivelato, oscurano l'intelligibile per necessità di logica, gli tolgono quella purità e perfezione che ridonda dai dettati evangelici; riducono la sapienza di Cristo all'angusta misura di Socrate e di Platone: all'idea splendida e adeguata della cristianità cattolica surrogano l'idea manca e caliginosa della filosofia gentilesca. Serbano soltanto in sembianza le verità sovrarazionali della rivelazione per mettere un'armonia apparente fra l'aristocrazia socciniana e la moltitudine, e formar una dottrina esoterica a uso solamente del vulgo.

In Siena, dove la famiglia Soccini era da antico illustre per impieghi e per sapere, ne cercammo diligentemente qualche memoria, ma quasi niuna ne rimase. Solo dicono appartenesse a quella casa la villa di Scopeto; pochi anni fa ci frondeggiava un grand'albero, sotto del quale era tradizione tenessero le loro congreghe i religionarj, e perciò fu fatto abbattere dalla pia posseditrice. Da quella biblioteca comunale potemmo ricavare alcune lettere, che, in mancanza di meglio, riferiamo, senza che occorra avvertivi un gergo d'intelligenza.

«Materiale amatissimo[520]. Non son più che cinque giorni ch'io ricevei da una medesima mano tre delle tue lettere del 2, del 15 e del 23 di marzo, alle quali non darò quella piena risposta che tu forse vorresti e io desidererei, perciocchè io ho da scrivere ancora molte lettere, e il tempo che m'è dato non è molto lungo. Ti anderò rispondendo per ordine, cominciando dalla prima, con lasciar dall'un de' lati il dirti che l'aver tue lettere m'abbia tutto racconsolato, e quasi ritornato in vita. Credoti, Materiale, tutto quello che mi racconti del dolore che tu hai avuto di me, cioè di non sapere nè dov'io fossi, nè in che stato mi trovassi, facendo quei pensieri di me e quei discorsi che tu dici, li quali non mi fanno saper cosa alcuna di nuovo, perciocchè a troppi segni ho conosciuto il grand'amore che tu mi porti: ma ti puoi ben pensare et accorgere dall'altre mie lettere, che non meno sono io stato in pensiero e in affanno de' casi tuoi, li quali per le tue lettere non solo non cessano in me, ma s'accrescono molto più dove il pensiero e l'affanno che tu avevi di me per le mie lettere, è cessato si può dir in tutto; e dove, quando fosse avvenuto quello, di che ti faceva dubitare l'amor che tu mi porti, altro non ne poteva riuscire che montasse più che 'l perdere questa vita corporale. Se avvenisse quello di che mi fa sospettare la grandissima affezione ch'io ti porto, ne riuscirebbe a te perdita d'una vita spirituale et eterna, et a me mentre ch'io vivessi perpetuo e infinito dolore. Laonde se mai desiderai d'esserti appresso, e se mai conobbi di quanto danno ti sia stato l'essermi io allontanato da te, ora lo desidero, ora lo conosco. Infelice giorno fu quello di cui oggi si rinnovella il 2º anno, nel quale fui costretto ad abbandonarti: ma perciocchè tornerò ben tosto a ragionar teco in questa lettera di questa parte, seguirò di rispondere ordinatamente. — Quella seconda dov'erano le composizioni, ti dee a questa ora esser pervenuta alle mani, ma con tutto ciò non resterò di rimandartela. Dispiacemi che tu sii fuori di quei concetti che ti porgevano materia di farmi de' dubbj, e dubito che tu non mi riesca tra le mani a poco a poco un puro leggista, che sarebbe bene un colmar il sacco da dovero. Credo quel che mi dici di messer Ascanio da Viterbo, cioè che m'ami assai, ancora ch'io non sappia che cosa lo possa indurre a questo, avendomi egli conosciuto in tempo ch'io non avea parte alcuna in me che fosse degna d'alcuna laude. Quanto alla Befana e il resto che tu mi racconti intorno a quelle cose che già m'erano tanto grate, me ne passerò leggermente. Ti dirò solo che mi par che tu abbi voluto far prova della mia fermezza, la quale con l'ajuto di Dio non scemerà mai, anzi ogni giorno anderà crescendo. Io posso dir, Materiale — Amor se vuoi ch'io torni al giogo antico, Come par che tu mostri, un'altra prova Meravigliosa e nova Per domar me convienti vincer pria. — E quest'è che bisogna ch'egli mi faccia vedere apertamente, rendendomene chiaro testimonio, che, seguendo le sue istigazioni e facendomi suo servo, io dopo morte abbia a ritornar in vita, sì come ha fatto Cristo, ogni volta ch'io osserverò i suoi comandamenti e mi farò tutto suo: ma perciocchè questo è del tutto impossibile, impossibil è ancora ch'io mai più ritorni ad innamorarmi di quella maniera.

«Alla mia impresa ho ritornato il primiero motto, sì come puoi vedere, e me ne servo non per Delia, ma per soggetto divinissimo, il quale non t'è nascosto. Dispiacemi che il Benvogliente sia stato egli cagione, quantunque non sia lontano dalle belle lettere, di ritrarsene; perdonimi sua signoria, in questa parte non sa dov'egli s'abbia il capo, bisogna pur ch'io lo dica: e che vale un legista se egli non è tutto ripieno di belle lettere? o mi dirà, Le belle lettere non son de pane lucrando. Gran mercè a lui: adunque si studia per guadagnare o per divenir grande e famoso? Messer no, questo non è il vero fine degli studj, ma sì bene il giovar primieramente con la sua scienza ad altrui, e poi l'aver nelle lettere come un rifugio in tutti i travagli. Dirà, che cosa può più giovar al mondo che le leggi e la conoscenza d'esse, per le quali tutte le città si mantengono in pace e tutte le provincie? E in ciò s'inganna troppo evidentemente; non è sì vil mestiero al mondo che oggi non sia più giovevole a tutti comunemente, che la scienza delle leggi civili, trattata come s'usa ora; anzi non vi ha scienza che sia ricevuta e approvata, parlo delle scienze umane, che apporti maggior nocumento al mondo che quella delle leggi civili, trattata da dottori, avvocati, auditori e simile generazione, nel modo che si costuma in tanti e tanti luoghi, di che rendono piena testimonianza quelle città, ch'hanno dato bando a sì fatte genti, le quali vivono tanto quietamente, che non si potrebbe dire: non istà almeno un pover'uomo trent'anni a litigar e consumarsi su per li palazzi: non s'ode nè Bartolo, nè Baldo, nè Cino, nè Alessandro, nè tanta canaglia che nacquero al mondo per mettervi una peste perpetua. Ma perciocchè io non ho tempo, mi riserbo ad un'altra volta a mostrarti che non può eleggere l'uomo stato peggiore o condizione, che la vogliam chiamare, che quello del dottor in ragion civile e canonica o civil solamente, o come ti piace, pur che sia dottor di leggi fatte da uomini. Quanto poi a quell'altra parte dell'aver un rifugio nei suoi travagli, lo lascio pensare a te quanto le leggi sieno al proposito. Vuoi altro, che s'io ti fossi appresso, io te lo farei venir in odio di maniera che gitteresti nel fuoco quanti di quegli animalacci tu hai nel tuo studio! Ma perciocchè tu mi potresti dir che faccio male a biasimar com'io fo quella professione ch'è stata com'ereditaria della mia casa, e per la quale ella ha avuto qualche nome, ti dico che quello ch'io ti scrivo non lo direi già su per le piazze, ma l'essermi tu quel che mi sei, e 'l vederti camminar per quella strada, mi sforza a parlar teco in questa guisa. Ti ringrazio dell'avermi fatto a sapere le cose fatte questo carnevale, e delle stanze mandatemi; più grato quasi mi sarebbe stato il sonetto fatto per li due figli del duca, nè so qual possa essere quella cosa che ti vieti il mandarmelo; starò aspettando la canzone del frate, ma aspetterò insieme il sonetto; te 'l dico, non mi far le baje. La morte dello Spannocchio, che m'è stata del tutto nuova, m'ha conturbato estremamente, e ne scrivo al Focoso.

«Questo è quanto alla tua prima lettera: vengo alla 2ª, della quale mi spedirò in pochissime parole. Io certo son di natura tale che non mi conturba altro che 'l danno altrui, e 'l tuo sopra tutti gli altri, e perciò starò sempre allegrissimo, se non quando udirò che coloro ch'io amo, e tu particolarmente, seguino via da rompersi il collo e ruinarsi. Duolmi che la nostra Accademia se ne sia ita in fumo per le cagioni che altre volte ti ho scritto, e poichè par che l'Italia ami tanto la barbarie, che voglia dar bando a tutte le buone lettere, guardisi che Dio non la faccia barbara da dovero. Al Focoso ho scritto, come tu vedi, ma non l'ho già sgridato della maniera che tu vorresti, anzi in quel cambio nella sua lettera ho sgridato te. La speranza che ti dava la mia lettera che si avessimo a godere, sebben è lontana, non manca perciò, nè mancherà così leggiermente; se pur viveremo ancor qualch'anno, e questo basti intorno alla tua 2ª lettera.

«Alla terza dico, che i sonetti di quella novella Saffo mi sono stati molto cari, e son di parere ch'ella sia per riuscir una grande poetessa, poi che così si chiama, e farà vergogna a voi altri giovani che vi sarete dati ai paragrafi, o a non so dir che. Guardati tu di non metter il piè su l'amorosa pania, nè per costei, nè per altra, nè ti far gabbonaggio di me con dire, O quando bene il Frastagliato il risapesse che importerebbe? Perciocchè facendo questo non ti faresti gabbonaggio di me, ma di Dio, il quale non farà com'io, che te ne riprenderò acerbamente e ne avrò dolore inestimabile e poi nulla più, ma ti castigherà di modo che non vorresti mai esser nato: se non altro ti darà per pena morte perpetua, cosa orribile e spaventosa fin alle bestie. E di vero, Materiale, se tu non ti risolvi di mutar vita e di lasciar da parte coteste frascherie, che da qui a poco tempo ti saranno omai troppo disdicevoli, io ti veggio ruinare affatto affatto, perciochè, poichè per un pezzo ti sarai fatto beffe di Dio, egli si farà beffe di te, e ti abbandonerà in maniera tale, che cadrai poscia strabocchevolmente in ogni sorte di vizj, e farai molte di quelle cose ch'ora non faresti per tutto l'oro del mondo. So che questo mio parlare ti parrà strano, e pur la cosa sta così, nè voler paragonar altri con te, perciocchè gli altri non hanno avuto nè tante correzioni nè tanti ricordi, nè tanta luce in questo oscurissimo mondo, quanta n'hai avuta tu; e oltre a ciò i ricordi e le correzioni che ti sono state fatte, ti sono state fatte da persona che tu ami tanto, e a cui ne sei tanto caro, che maraviglia mi pare che tu non ti risenta. Com'è possibile che non ti muovano le mie parole, dette con tanto amore e con tanta verità? vuoi forse ch'io ti scriva una diceria per persuaderti? non bast'egli tra gli amici veri e perfetti, quali cerchiam d'esser noi, il far intender l'un all'altro la sua volontà semplicemente nelle cose lecite e oneste? Ricercami tu di qualunque cosa si sia, pur che sia lecita e onesta, e vedrai s'io dirò mai di no, anzi s'io non avrò più tosto ubbidito che tu abbi comandato. Non sai tu che tu sei mio? credi ch'io n'abbia perduto il dominio per la lontananza di due anni? le tue leggi non t'insegnano già questo, e se sei mio, perchè non mi lasci far di te ciò ch'io voglio? Qual contento puoi tu trovar maggiore che di esser unitissimo col tuo Frastagliato? antiporrai forse tu a tal perfetta unione e congiungimento quanti piaceri, grandezze et onori ti potesse dar tutto il mondo insieme? non eleggeresti tu più tosto d'andar tapinando per lo mondo che di non esser perfetto amico suo? Se m'amerai veramente, Materiale, ora lo conoscerò, e massimamente poi quando ti risolverai quel ch'abbia ad esser di te: perciocchè, se eleggerai un modo di vivere che tu sappi esser contrario alla mia intenzione, dirò che tu non m'ami, anzi che desideri di vedermi in dolore ed in affanno, poi che tu sai bene ch'altra cosa non mi potrebbe più molestare che il vederti lontano troppo dai miei disegni. Perdonami s'io sono troppo aspro riprensore, e fa ch'io sappia che tu abbi pigliati i miei ricordi in buona parte, ma molto più che tu gl'incominci a metter in esecuzione. Un'altra volta appena sarò io lungo la metà di quello ch'ora sono stato, perciochè i miei studj e molte altre cose insieme mi togliono ch'io non sia brieve nello scrivere. Eccoti quei pochi versi mandati con la mia seconda.

Saluterai lo Scacciato da mia parte, io gli ho di già scritto, e scriverò, quand'io sappia ch'egli abbia ricevuto le lettere che già gli ho mandate».

Nunc barbarorum asperrima hæc loca incolens Ubi horrido gelu riget, tabet, perit Hominum, ferarum, et arborum simul genus Dulcissimi haud meminisse natalis soli Omnia ubi ferme adhuc virent, vivunt, vigent, Non possum, amice mi omnium charissime, Ejusque desiderio inenarrabili Non usque aduri et confici miserrime.

Feci questi jambi, come già l'ho scritto, nel principio di novembre per un estremo freddo che sentii, e posso dir vidi in queste parti, e fecili con intenzione di farne molto più, ma poi per molti rispetti fui costretto ad abbandonar l'impresa, ma perciocchè, lasciandoli così imperfetti, avrebbero potuto forse cagionar qualche sospetto nell'amico tuo, ti scrissi che tutto era detto iperbolicamente, e così ti dico ora.

Ti scrissi ultimamente com'io desiderava d'aver un Boccaccio, cioè le cento sue novelle, di quelle che si stamparono in Firenze dai Giunti l'anno 1527, e che tu facessi ogni opera d'averne uno almeno in qualunque modo si sia. Te lo ritorno a dire, e ti riprego a non mancare, se tu dovessi metter sottosopra tutto il mondo, non che Siena.

Di mortal cosa per cui già in oblìo Posi me stesso e sol pianto e dolore Alfin trar ne potea, d'interno amore Arsi pur contra il fermo voler mio. Ed or che del eterno padre e Dio Fonte d'ogni mio ben bramo nel core Vive fiamme sentir di dolce ardore, Lungi è l'effetto da sì bel desio. Ma s'io potessi, come chiaro scorsi L'angelica beltà del primo objetto, Scorger dell'altro la pietà infinita, O me beato, che gli estremi morsi, Non temerei di morte a cui m'affetto, Amando lui, che' suoi ritorna in vita.

«Saluto l'Attonito per mille volle, col quale mi corruccierò molto meno quando non facesse altro tutto il tempo della sua vita ch'attender alla filosofia naturale, che non farò teco s'io odo che ti perda in quelle Baldate e Bartolate, che mi fanno vergognare quando io penso d'averci speso del tempo. Saluto similmente tutti gli amici: a Dio Materiale». Il 20 d'aprile 1563.

Al virtuoso Materiale Intronato mio come fratello sempre maggiormente onorando, Siena.

Molto magnifico signor mio osservandissimo,

«V. s. non si dovrà maravigliare se non ho più tosto dato risposta ad una sua gratissima lettera, scrittami da lei più di quattro mesi sono, cioè il dì 24 di giugno, poichè io non l'ho ricevuta più tosto che quattro dì fa. Io, signor mio, vivamente secondo il più delle volte scrivendo al nostro Bargaglio ho fatta menzione di v. s., così sempre ho fatto conto scrivendo a lui di scrivere a lei ancora, riputando parimente le lettere scritte a me dal sig. Bargaglio essere scritte non da lui solo, ma da v. s. insieme: tanto mi pare, che sia salda e indissolubile l'amicizia nostra, nella quale con somma mia soddisfazione e vera utilità vi è sempre piaciuto di ricevermi per terzo, quantunque allora che più io coglieva il frutto di così fatta benignità vostra, mi sia stato quasi forza d'allontanarmi per un tempo, e per non brieve spazio di paese, dall'uno e dall'altro di voi. La quale lontananza, se a v. s. ancora portasse danno com'ella scrive, in me certo si raddoppierebbe il dolore ch'io debbo sentirne. Ma che danno ha ella potuto portarle, massimamente in quel particolare, che ella mi dice della risposta da lei fatta al Mazzone? Che bisogno può ella avere d'un par mio nelle quistioni e materie poetiche, nelle quali essa è così avanti introdotta, anzi così esercitata e intendente, e dalle quali io a poco a poco, e per le mie infermità, e per gli studj più gravi a' quali mi sono interamente dato, mi vo non solamente ritraendo, ma allontanando quasi del tutto? Aggiungasi a questo, che v. s. si ha avuta ottima causa alle mani, e se pur a superare alcune difficoltà, che in essa si parano davanti, e a spegnere affatto questo mostro ella avesse avuto bisogno d'ajuto, quale altro miglior Teseo potevasi per lei desiderare, che il signor Bargaglio, non meno pari a lei per valore, che per iscambievole benivolenza? V. s. ha potuto vedere quant'oltre s'abbiano a stendere quelle poche reliquie, ch'ancora mi rimangono degli studj poetici, cioè a far vulgari in rima, se Dio mi darà vita, le canzoni di David, la quale impresa da molti mesi in qua, contro quello ch'io pensava, non m'è stato possibile di seguire per attendere alla cura della mia sordezza, la quale non è per tutto ciò punto scemata, anzi, per quello ch'io posso comprendere, alquanto cresciuta. E ora che io son libero dalla predetta cura, m'è necessario d'attendere a replicare ad un nostro italiano, persona assai letterata, e la quale fa principale professione di studj di teologia, sopra una questione nata tra noi, nella quale abbiamo già l'uno e l'altro scritto alcuni fogli, ed è questa: cioè, se Adamo fosse creato da Dio in guisa che di sua natura fosse immortale o no. Egli tiene di sì, e io credo la parte negativa esser più vera. E quantunque la predetta questione o disputa paja di non molto momento nella religione nostra, nondimeno, massimamente per le conseguenze ch'egli tira dalla sua opinione, o più tosto dagli argomenti co' quali si sforza di provarla, e egli e altri, essendo quegli argomenti veri, è sforzato a tirare, ella è di grandissimo. A me pareva e ad alcuno altro ancora ch'io avessi risposto a sufficienza a dieci argomenti ch'egli mi diede scritti a favor suo, e era verisimile quasi ch'egli dovesse quietarsi, ma egli ha replicato, e assai a lungo. Laonde mi son posto di nuovo a rispondere a ciò ch'egli ha saputo scrivermi contra, con ferma speranza che questa mia fatica non debba esser vana, per la quale, se io non erro gravemente, si dichiareranno molti luoghi difficili e oscurissimi della scrittura sacra, e da pochi bene intesi. Ma il male è ch'io mi trovo senza libri, non avendo meco altro che la Bibbia. Spero con tutto ciò di condurre a fine il meglio che potrò tutta l'opera, riserbandomi, finita ch'io l'abbia nella guisa che per ora m'è conceduto, ad aggiugnervi alcune cose che troverò ne' libri che mi mancano, per dar perfezione ad una tal fatica. Dell'opinione mia è stato del certo, ch'io so, tra gli antichi Atanasio, e tra' moderni Agostino Steucho d'Agobbio, canonico regolare e persona letteratissima, il cardinale Gaetano, e molti altri. Conosco che, per essere la questione alta e difficile e, per molti rispetti, non pura teologica, e per conseguente non interamente proporzionata agli studj non che alle forze mie, dovrei lasciar questo peso a migliori spalle delle mie. Ma io mi confido in Dio, ch'avendo, siccome io tengo per fermo, la verità dal mio lato, e non iscrivendo ad altro fine che per manifestarla a chi ella fosse oscura, a gloria d'esso Dio e profitto degli studiosi delle sacre lettere, non saranno, come ho detto, le mie fatiche punto vane. Finita ch'io abbia quest'opera, la quale, per molte risposte che mi convien dare a molti paralogismi e sofisterie dell'avversario, sarà un giusto libro, mi convien dar fine ad un'altra opera maggiore e di vie più gran momento, della quale ho scritto altre volte al sig. Bargaglio, sopra una grandissima disputa ch'io ebbi con un predicante, che venendo di Geneva, me ne mosse parole in Basilea, sopra la giustificazione nostra. Quindi venne ch'io scrissi al Bargaglio di volermi pigliare la traslatazione de' Salmi per passatempo, non perchè io non sappia molto bene, che e a me e ad ogni altro conviene sudare molte volte volendo condurre una tale impresa a mezzana perfezione, nè perchè io voglia esservi punto negligente, ma perchè, facendo paragone da queste altre fatiche, nelle quali, o in simili, io sarò continuamente involto, a quella, queste mi pajono veramente fatiche, e quella quasi una ricreazione d'esse, alla quale ricreazione ritornerò subito ch'io possa, non avendo infino a qui vulgarizzati più che undici Salmi e mezzo. Ma per ritornarvi mi fa di bisogno d'alcuni libri, li quali non so come io possa far qui ad avergli.

«Sonomi infinitamente rallegrato che il Signore Dio, in luogo della femina nata dopo la partita mia, che prima vi tolse, vi desse poi un maschio. Così piaccia a Sua Maestà di darvene allegrezza vera, e non solamente di quello, ma di tutti gli altri, li quali mi giova di credere, che e v. s. e madonna Aurelia, la quale io risaluto caramente, alleviate del continuo nel timor di Dio, senza il quale è somma pazzia lo sperar mai vero bene alcuno. Non è alcuno di noi che omai per esperienza se non per ragione e per divini e umani ammaestramenti non conosca questa vita nostra e questo mondo tutto non esser altro che fumo e ombra. Alziamo adunque una volta la mente da dovero a quella vita e a que' secoli promessi da Gesù Cristo, che non può mentire a tutti coloro che rinunzieranno a se stessi, non che ad ogni altra cosa per seguir lui, la qual vita e li quali secoli sappiamo per rivelazione divina essere eterni et incorruttibili. E per poter far ciò come si conviene preghiamone continuamente e ardentemente Dio, il quale ha promesso d'esaudirci in tutte le domande che gli faremo, che sieno conformi a quello che sappiamo essere la santissima volontà sua. A lui e alla ricchissima e potentissima grazia e benignità sua raccomando di cuore e v. s. madonna Aurelia e tutta la famiglia vostra.

«In Bada il dì 30 d'ottobre 1577.

«Queste due mie fatiche sono e l'una e l'altra in lingua latina.

«Di V. S. molto magnifica

Cognato e servitore affezionatissimo

FAUSTO SOZZINI.

Al molto magnifico Signor suo e cognato osservandissimo il Signor Bellisario Bolgarini aff., a Siena»[521].

Gli adepti di Soccino crebbero tanto, che le differentissime sette di Unitarj si ridussero in quest'una detta dei Socciniani. Un de' loro articoli essendo l'abborrimento dalla guerra, condannavano apertamente i Riformati che prendessero le armi contro i loro re, e ricusavano entrar nell'esercito, nè tampoco a difesa del paese.

I Socciniani però non ebber pace neppure in Polonia fino al 1638, perseguitati per ragion politica quasi fossero d'accordo cogli Svedesi. Dappoi si stabilirono in diversi luoghi, massime in Transilvania, dove prima aveali introdotti il Biandrata; e colà soltanto si conservarono, mentre altrove si fusero colle sêtte fra cui viveano.

Da Siena vedemmo pure fuggiti Mino Celsi e frà Sisto, ebreo convertito. Francesco Pucci, d'illustre casata fiorentina da cui erano usciti tre cardinali, stando a Lione sul commercio, frequentando letterati, e piacendosi alle controversie, sorbì le opinioni protestanti, e lasciati i traffici, si applicò alla teologia, e sperando avervi più libertà in Inghilterra, v'andò, e nell'Università di Oxford fu dottorato il 1574. Nel trattato De fide in Deum quæ et qualis sit, combattè i Calvinisti che prevaleano su quell'Università; onde perseguitato, ricoverò a Basilea, e legato d'amicizia e di credenze con Fausto Soccino, pubblicò una tesi che «tutto il genere umano fin dall'utero materno è efficacemente partecipe dei benefizj di Cristo e della beata immortalità». Le opinioni ivi manifestate lo costrinsero andarsene anche da Basilea; nè maggior tolleranza trovò a Londra, ove anzi fu messo prigione; nè in Olanda, ove con molti ebbe dispute, e anche con Soccino a proposito del suo libro De immortalitate primi hominis ante peccatum[522]. Neppur potè intendersi co' religionarj. A Cracovia, due alchimisti inglesi, i quali prometteano una gran riforma che per lor mezzo Iddio farebbe della sua Chiesa, lo persuasero che poteano, mediante il commercio con certi spiriti, scoprir cose ignote al resto degli uomini; ed egli vi credette, e cercò per le stampe persuaderne altri. Disingannatone (1586), si ravvide anche de' suoi errori, in man del vescovo di Piacenza, nunzio pontificio a Praga, si ritrattò il 1595, e fatta la penitenza e ordinato prete, servì come secretario al cardinale Pompeo d'Aragona. Nel 1592 in Olanda aveva stampato un'opera, ove sosteneva che nè ignoranza, nè incredulità, nè mancanza di battesimo impediscono che uno si salvi, purchè viva onestamente; opinione confutatagli da Cattolici, da Luterani, da Calvinisti. Che fosse arrestato per ordine del vescovo di Salisburgo e mandato a Roma, dove fosse bruciato, viene asserito, ma non sappiamo con quale appoggio.

Il Theiner riferisce[523] che il nunzio papale voleva chiamar in Polonia il Bellarmino e Francesco Toledo onde reprimere gli eretici italiani, i quali erano Buccella[524], Michele Bruto veneziano, Simone da Lucca, Prospero Provana, Fausto Soccino, l'Alciato milanese, il Bovico bolognese, Fabrizio Pallavicini di Chiavenna, Rosmino Rosmini di Roveredo.

In parte già conosciamo costoro; ed abbiam pure nominato fra quei che predicarono in Polonia Francesco Stancario mantovano. Insegnando ebraico, in un'accademia eretta a Spilimbergo nel Friuli da Bernardino Partenio, avea manifestato idee eterodosse, onde dovette fuggire, e da Basilea diresse ai magistrati veneti un trattato della Riformazione[525]. Mentre Osiandro insegnava che l'uomo è giustificato dalla giustizia essenziale di Dio e che Gesù Cristo è la nostra giustizia secondo la sua natura divina, lo Stancario sosteneva che Gesù Cristo è il nostro mediatore soltanto secondo la sua natura umana. Il concilio di Ginevra preseduto da Calvino lo scomunicò per questo suo professare che Gesù Cristo fu mediatore presso l'eterno Padre come uomo, non come Dio; e dappertutto venne avversato per dottrine esorbitanti. A Cracovia, dove fu chiamato per insegnar l'ebraico, seppe dissimularle, ma quando il vescovo Maciejowski insospettito lo fece arrestare, i signori che l'aveano tolto a favorire, ne ottennero la liberazione; ond'egli incoraggiato propose si abbattessero le immagini e tutto l'antico culto; fece da maestro, e diede cinquanta regole di riforma per le nuove Chiese. La sua dottrina fu scomunicata dai sinodi polacchi, e ne restò turbata quella Chiesa finchè lo Stancario morì a Stobnitz.

Il Mainardi, da Chiavenna il 22 settembre 1548 scrivendo al Bullinger a Zurigo varie cose, e sparlandogli dello Stancario, gli manda tre lettere venutegli da Venezia. In una Baldassare Alterio, segretario dell'ambasciatore inglese, gli scrive: «Da un pezzo conosco il cervello dello Stancario, e so di che piede zoppicava. Fu sempre un poveretto, scandaloso e di strane opinioni; ed ha un'instabilità, per cui non sa quel che si peschi; molto più temerario che voi non scriviate: onde fuggitelo per amor di Dio, e levatevelo d'in sugli occhi più presto che potete: altrimenti non requierete mai, nè voi nè la chiesa vostra».

Domenico Manjoni gli diceva: «Di don Francesco Stancario vi dirò schiettamente e in verità quel che so e ne penso. In prima è chiaro e manifesto esser lui leggero, instabile, pieno d'amor proprio, precipitoso in ogni cosa sua; e il peggio è che vuole si sposino le sue opinioni, sebben repugnanti dal vero rito cristiano». Aggiunge che fu prete, che non crede sia ebreo quantunque n'abbia la faccia: che a Venezia sposò una povera che vivea sulla strada: «me lo tenni in casa lungo tempo a mie spese, ma a malincuore per la sua inquietudine».

Marco di Lilio, civis venetus vir pius et fidelis, lo paragona alla lumaca, che lascia il segno dovunque passa[526].

Lo Stancario però non può dirsi propriamente unitario: bensì un di quei litigiosi, che trascendono la meta, esagerando nel confutare. Dopo che a Königsberg, per ribatter Osiandro diede all'umanità di Cristo tutto ciò che quegli dava alla sua divinità, a Francoforte sull'Oder trova Andrea Musculo, che, per confutar lui, sostiene che Gesù Cristo, mediator nostro in quanto Dio e in quanto uomo, era morto come Dio. Difendendo la sua opinione in Polonia, imputa gli avversarj di arianesimo, e così obbliga a sciagurate transazioni. Nell'opera Contro i ministri di Ginevra e di Zurigo (Cracovia 1562) scrive che: «il solo Pietro Lombardo val meglio che cento Luteri, ducento Melantoni, trecento Bullinger, quattrocento Pietro Martiri e cinquecento Calvini; de' quali tutti, se si pestassero in un mortajo, non se ne strizzerebbe un'oncia di vera teologia».

Oltre una grammatica ebraica, pubblicò un'esposizione dell'epistola di san Giacomo; De trinitate et mediatore D. N. J. C. adversus Bullingerum, Petrum Martyrem, et Joannem Calvinum, et alios... ecclesiæ Dei perturbatores; e altri scritti polemici. Ostinato a dimostrare che le Chiese riformate son ariane ed eutichiane, lanciava ingiurie a tutti. Calvino qualificava il suo di non absurdum modo sed exitiale commentum, quo vir ille false turgidus et novitatis nimium cupidus, ortodoxæ fidei principia labefactare conatus est: e più che ragioni diresse contro di lui Orichovio nella Chimera, dove insiste perchè il re di Polonia stermini sì fatti novatori.

Da Candia, dominio di Venezia, era Cirillo Lucar, che in Italia e in Germania avuto contezza della Riforma, dissimulò, finchè gradi a gradi divenuto patriarca d'Alessandria, poi di Costantinopoli, cominciò a sparnazzare le novità. Se n'avvidero i vescovi e preti, e lo fecero relegare a Rodi; ma coll'appoggio dell'Inghilterra e dell'Olanda ristabilito, pubblicò un catechismo calvinico, col quale eccitò turbolenze, che la Porta sopì col farlo strangolare. Diversi sinodi anatemizzarono lui e le sue dottrine.

Fra i nostrali possiam contare Francesco Lismanin di Corfù francescano, confessore di Bona Sforza regina di Polonia e suo predicatore in italiano. Alla cheta diffuse a Cracovia le dottrine riformate, innavvertito finchè Lelio Soccino nol persuase d'andar in paesi dissidenti. Visto che il re Sigismondo Augusto inclinava alla Riforma, rimase per saldarlo in tal disposizione, e ricevette da lui l'incarico di viaggiare per informarsene. Vide Italia, Svizzera, Ginevra, Parigi col pretesto di comprar libri per la biblioteca di quel re; tenne corrispondenza coi caporioni, ma poichè prese moglie, il re di Polonia n'ebbe sdegnò, nè più volse udire di protestantismo. Questo però erasi diffuso in Polonia, e il primo sinodo ivi tenuto scrisse al Lismanin, allora in Isvizzera, pregandolo di tornare. In fatto nel 1556 egli v'andò, e vi stette nascoso come proscritto, sinchè gli fu ottenuta la grazia.

I credenti di colà stavan allora divisi fra lo Stancario che sosteneva Gesù Cristo non esser mediatore secondo la natura divina, e Paolo Gonesio che sosteneva la preminenza di Dio padre. Il Lismanin ebbe colloquj col Biandrata nel 1558, e d'allora cominciò a dubitar della Trinità, e come ariano fu denunziato al concistoro di Cracovia; scoppiati i dissensi, egli cercò metter concordia, consigliando attenersi ai quattro Padri della Chiesa, dei quali fe un centone, che potea però servire a qualunque partito.

Ritiratosi a Königsberg in Prussia, visse miserabile finchè gettossi in un pozzo il 1563.

Meglio registriamo fra i nostri Jacobo Paleologo, nato il 1520 in Scio dalla famiglia ch'era stata imperiale, educato in Italia, ove bevute le nuove opinioni passò a professarle in Germania. Ma come eterodosso non era accettato, sinchè fermossi in Transilvania, e nel 1569 successe a Giovanni Sommer qual rettore del ginnasio di Clausenburg. Fausto Soccino gli mosse guerra perchè seguace delle sovversive dottrine di Budneo; e perdurando in quelle, fu arrestato dai magistrati e consegnato all'Inquisizione di Roma, dove venne condannato al fuoco nel 22 marzo 1585. Se credessimo al Ciappi nella vita di Gregorio XIII, davanti al supplizio si sbigottì, e chiese tempo a pentirsi, onde ricondotto in prigione, compose opere pie e dotte. Il fatto non consta da altri. Fra' costui opuscoli ricorderemo quel de Magistratu politico, ove sostiene che Gesù Cristo non abrogò le magistrature civili, e un cristiano può esercitarle. Confutato da Gregorio Pauli in nome del sinodo di Racow, egli fece una risposta, alla quale Soccino oppose la Defensio veræ sententiæ de magistratu politico (Losc, 1580).

NOTE

[499] JEAN GABEREL, Calvin à Genève, p. 232-235. LADERCHI, Continuazione del Baronio, p. 202.

[500] Cogliamo quest'occasione per avvertire come Michele Serveto, ristampando nel 1535 a Lione la geografia di Tolomeo, è forse il solo de' contemporanei che accusa Americo Vespucci d'aver usurpato la gloria di Colombo. «Colombo (dice) in un nuovo viaggio scoprì il continente e molte isole, di cui son oggi padroni affatto gli Spagnuoli. S'ingannano dunque affatto quei che chiamano America questo continente, giacchè Americo non la toccò che molto dopo di Colombo, e vi andò non cogli Spagnuoli, ma coi Portoghesi, per farvi commercio». Humboldt mostrò quanto a torto si accusi il Vespucci di aver soperchiato il gran Genovese; del resto si sa che Americo fece il suo viaggio nel 1499 con Hocheda e per la Spagna, e non come mercante, ma forse come astronomo. Il bello è che l'edizione del Serveto contiene la mappa del 1522, dove al nuovo mondo si dà il titolo d'America.

[501] Opuscoli di Calvino, p. 1991, 1923 ecc.

[502] HOORNBEECH, Apparatus adv. Socin., pag. 24.

[503] Sertorio Quattromani ha un'Epistola ad Celsum Mollium, riferita da Leonardo Nicodemo, Addizioni alla Biblioteca Napolitana, ove dà il Gentile per napoletano, e Calvino per autor della storia del suo supplizio. Erra: questa storia è di Benedetto Arezio. Al sinodo di Pinczovia, il 4 novembre 1562, aveva professato Deum creavisse in latitudine æternitatis spiritum quemdam excellentissimum, qui postea in plenitudine temporis incarnatus est.

[504] Vedi BAYLE, Dictionnaire critique.

[505] BAYLE, in Gribaldi. GERDES, p. 276; NICERON, Mém. des hommes illustres, t. XLI, pag. 235. Sue opere sono:

De methodo ac ratione studendi in jure civili libri tres, Lione 1544.

Recentiores jc singuli, singulis distichis comprehensi.

Commentarius ad legem Falcidiam. Pavia 1548.

Epistola in mortem F. Spieræ, 1554.

[506] Hody, De Bibl. textibus originalibus, pag. 552, dice che Alberico Gentile stampò un libro De latinitate veteris Bibliorum versionis male accusata.

[507] Lettera 7 dicembre 1553.

[508] OTT. Annal. Anab., p. 120, FUESSLIN, Epist. Reform., N. LXXII.

[509] Fu stampato nel Belgio. Il Sandro, nella Bibliotheca Antitrinitariorum lo confonde con un altro De hæreticis an sint persequendi, stampato ad Argentorato il 1610, e che si attribuisce a Sebastiano Chateillon.

[510] A coloro che pretendono la framassoneria inventata da Lelio Soccino nel 1546 a Venezia possiamo opporre una circolare pubblicata dai Franchi muratori fin dal 1535, della quale parleremo più avanti.

[511] Bayle corregge moltissimi errori del Varillas e del Mainbourg in proposito di esso, ma cade in molti altri. Vedi MALACARNE, Comm. delle opere e delle vicende di Giorgio Biandrata, Padova 1814.

[512] CALVINI Ep. CCCXXII.

[513] Id. Ep. CCCXXI.

[514] Qui sta la differenza dagli Ariani. Questi faceano Cristo creato, ma avanti a tutte le cose, e che da lui fosse creato il mondo e governato.

[515] Se non altro Warburton, per quanto ignaro e sprezzante della teologia cattolica, diceva che l'esser creato l'uomo a immagine di Dio significava la facoltà che ha di ragionare.

[516] Questa è la dottrina dedotta: ma Fausto professava intera sommessione alle scritture. Nihil in iis scriptis legi, quod non verissimum sit... Præstat, mi frater, mihi crede, cum in aliquem Scripturæ locum incidimus, qui nobis falsam sententiam continere videatur, una cum Augustino in hac parte ignorantiam nostram fateri, quam eum, si alioquin indubitatus plane sit, in dubium revocare. Epist. III ad Matth. Rudei. Naturalmente uno de' passi che gli Unitarj impugnano maggiormente è quel di san Giovanni 1, v, 7. Tres sunt qui testimonium perhibent in cælo: Pater, Verbum et Spiritus: et hi tres unum sunt. E poichè quel versetto, massime dopo l'edizione del Nuovo Testamento per Agostino Scholz è posto in dubbio anche da qualche cattolico, la sua genuinità è dimostrata dal padre G. B. Franzelin, professore nel Collegio Romano, nel trattato De Deo trino secundum personas.

[517] Div. Instit., lib. VI, e 20.

[518] An pœnas capitales facinorosis hominibus irrogare liceat magistratui christiano.

[519] È vero che i Valdesi negassero il diritto di infliggere la pena capitale? In fatto ne sono accusati, ed essi se ne scolpano. Alano di Lille (De Insula) detto il Dottore universale, nell'opera De fide catholica contra hæreticos sui temporis, præsertim Albigenses et Waldenses, libri IV, tolse a confutar gli errori dei Valdesi, e questo fra gli altri, assimilando il magistrato al soldato; se fuor di battaglia uccide uno, è responsale del sangue versato; no, se lo fa obbedendo al suo capo. Mostra come i Valdesi alterassero o frantendessero i testi scritturali e de' santi padri, a cui appoggiavano il loro abborrimento al sangue: ben dà loro ragione quando disapprovano i rigori delle leggi penali d'allora; pe' ladri basterebbe la fustigazione; ma la pena capitale non è troppa pei masnadieri; nè dovrebbe infliggersi agli eretici, bensì, come cristiani, cercar di ricondurli in grembo alla Chiesa.

Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (Histoire des Vaudois, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto Tresor e lume de fe probabilmente del secolo XIV, ove è detto: Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal.

Ciò non basterebbe a infirmar la diretta asserzione di Alano Dell'Isola, ed anche di san Tommaso. Ma Ranerio Saccone, che abbiam mentovato altrove (vol. I, pag. 79), nel 1250 scrisse una Summa de Catharis, e men iroso che non sogliano i convertiti, racconta con calma e senza fanatismo, non nega lodi ai settarj, confessando il loro attaccamento alla Bibbia, e i lor buoni costumi. Or egli afferma opinare i Valdesi quod non licet regibus, principibus et potestatibus punire malefactores. Anche il padre Moneta cremonese, che fece un dotto trattato Adversus Catharos et Valdenses nel 1250, ha un lungo capitolo per provare contro i Valdesi, che la società civile possiede lo jus gladii. Nella Biblioteca Maxima Patrum, t. XXV, p. 308, è un Index errorum quibus Valdenses infecti sunt, fatto da un contemporaneo, fra' quali mette per XXIV: Omne homicidium quorumcumque maleficorum credunt esse mortale peccatum: sicut nos non posse vivificare, non posse occidere.

È dunque singolare veder dagli accusatori asserita e dai difensori negata una dottrina, che molti oggi ascriverebbero a merito ai Valdesi.

[520] È il nome che, nell'Accademia senese, apparteneva a Girolamo Bargagli, come quel di Frastagliato a Fausto Sozzini, di Focoso a Giulio Spannocchi, di Attonito a Lelio Marretti.

[521] Le ricerche intorno ai Soccini non son nuove, siccome apparrà dalle seguenti lettere, che sono fra i manuscritti della Biblioteca di Siena, codice E. IX, 17 a c. 35.

«Al signor Uberto Bentivoglio, Siena.

«Illustrissimo signore, Essendomi venuto alle mani alcuni autentici attestati in discolpa di Celso di Mariano Sozzini, e di Cornelio della medesima famiglia, la di cui moglie era Francesca di Atoleo Bolognese, i quali vivevano nel 1560, desidero da v. s. illustrissima di sapere se alcuno di essi si dipartisse dal grembo di santa madre Chiesa, mentre le dette attestazioni in forma pubblica furono ricercate, per esser loro incolpati di vivere da Luterani e Eretici, da un certo Paolo de' Cataldi bolognese, che era di quel tempo prigione in Siena a instanza dell'Inquisizione, e per un esame statogli fatto dopo che fu scarcerato, e per dar luogo alla verità, disse che tali imposture gli erano state fatte dire da quell'inquisitore. V. s. illustrissima appaghi con tutto suo comodo la mia curiosità, ecc.

Di V. S. Illustrissima

Firenze, 24 ottobre 1772.

Dev. Obbl. Serv. ANTON FRANCESCO MARMI».

Della risposta hassi la minuta del 29 novembre 1772 non firmata, ma evidentemente del Bentivoglio, al codice E. IX, 18. a c. 243.

«.... di Cornelio Sozzini non ho alcuna notizia: di Celso Sozzini io ho le sue dispute, fatte, a mio credere, intorno al 1540. Di costui così ne parla il P. Ugurgieri nel 3º tomo inedito delle Pompe Sanesi. — Celso Sozzini fratello d'Alessandro, anch'egli nobile giureconsulto, professò primieramente nella patria, ispiegando l'instituta civile e tenendo poi una cattedra straordinaria: e poi in grazia del padre lesse in Bologna Jus canonico con salario di scudi cento d'oro, e poi, morto il padre, lesse Jus civile, ma dopo pochi anni lasciò la professione. Si legge di suo un'Epistola al cardinale d'Augusta, la quale è stampata nel 4º tomo de' Consigli di Mariano suo genitore.

«Questo Celso nella nostra accademia fu chiamato il Sonnacchioso, e stampò anche altre opere che si ritrovano in Bibliotheca auctorum polonorum, il che essendo, non pare a me che vi sia da dubitare ch'egli non fusse un eretico; e certamente costoro nel famoso passaggio dei Tedeschi abbracciarono il luteranismo, com'apparisce da processi che si ritrovano nella nostra Inquisizione, ma di poi riconoscendo la vanità di questa sètta, e non volendo ritornare al grembo di nostra santa fede, si fecero unitarii, che oggi dichiamo Soccinisti. E di questa illustre famiglia tali stimo che fossero Lelio, Fausto, Celso e Alessandro Sozzini, ma, a dire lo vero, Celso dovette ritornare alla vera fede, mentre, se dobbiamo credere a quello che dice il P. Ugurgieri nel titolo 16, fog. 433, egli morì in Siena li 12 di marzo 1570, e fu seppellito nella chiesa di San Domenico di Siena».

[522] Soccino, nella terza lettera a Mattia Rudeio, parla della sua disputa col Puccio, il quale non si tenne vinto, ma non si volle più ascoltarlo, nè legger un suo libro in italiano.

Vedi GIAMBATTISTA GASPARI, De vita... Francisci Pucci Filidini nella Nuova Raccolta Callogeriana, tom. XXX. Venezia 1776. BAYLE ad nomen e DODD.

Nel volume della «Biblioteca de' fratelli Polacchi» v'è una De statura primi hominis ante lapsum disputatio, che contiene dieci tesi del Pucci, con cui pruova che tutte le creature erano immortali avanti il peccato; la risposta di Soccino, la replica del Puccio; la difesa del Soccino.

[523] Ann. Eccl. al XL del 1583.

[524] Nella relazione sulla Nunziatura di Polonia del cardinale Alberto Bolognetto, stampato da F. Calori Cesi a Modena 1861, dicesi che i Polacchi mal soffrivano di veder i beneficj posseduti da stranieri, fra cui nomina «il Bucella, medico padovano, eretico ostinatissimo, l'Alamanni gentiluomo fiorentino, maestro di cucina, uomo cattolico e dabbene».

[525] In una lettera di monsignor Della Casa da Venezia, 2 luglio 1547, leggesi: «Uno Stancario, che fu già preso qui per eretico e abjurò, ha scritto a questi signori deputati (come v. s. illª vedrà per le copie incluse in questa), e mandato a lor signorie un libro suo stampato, e intitolato alla Ill. Signoria, il qual libro ha di molte eresie. Per il che i prefati signori deputati stanno sospesi se debbiano farne querela o sprezzarlo, e hanno detto, così per via di discorso che sarebbe forse bene che io scrivessi al cardinale d'Augusta per far pigliare il detto Stancario. Io non so come Augusta si governi, e però sono andato sfuggendo, e mi è parso dare avviso a V. S. Illª (il cardinale Farnese). Lettere d'uomini illustri conservate nell'Archivio di Parma.

[526] Ap. DE PORTA, P. II, pag. 120.

APPENDICE III.

Non crediamo siasi mai pubblicato l'albero genealogico della famiglia Sozzini; e trattandosi de' maggiori eresiarchi, i lettori ci sapranno grado d'offrirlo.

MARTINELLO di Percena.

Suoi figli:

Andrea, che si trova nominato nel 1318.

SOZZO, banchiere, vivo nel 1294.

BINDO, registrato nel Libro delle Denunzie del 1326 e 27.

Figli di Sozzo:

Giovanni o GIANNI, registrato al Libro delle Gabelle gli anni 1304-1305 come cittadino sanese. Sposò Margherita, morta dopo il marito nel 1345; sepolta in San Domenico. Ebbero due figliuoli: Minuccio, gonfaloniere nel terzo di San Martino il 1368: e Checco, che trovasi nominato nel 1344.

Ser MINO, notaro, dal castello di Percena sopra Buonconvento tramutò la sua famiglia in Siena, ov'è registrato nel Libro delle Gabelle gli anni 1304 e 1305. Morì l'aprile del 1340. Sua moglie Gherarda morì nel 1348, e fu sepolta in San Domenico.

Figli di ser Mino:

SOZZINO, mercante; ambasciadore nella città di Aquila il 1349; ascritto alla confraternita di Cristo Crocifisso (oggi della Madonna, sotto le volte dello Spedale). Nel 1355 era capitano del popolo quando morì, ed ebbe pubbliche esequie.

FRANCESCO, fu della Signoria il 1377; e ambasciadore a Firenze il 1381.

PERCENA morì il 1376, e fu sepolto in San Domenico.

GIOVANNI, capitano del popolo il 1351 e 56; dei Dodici nel 1361, 63, 67: confratello del Cristo Crocifisso avanti il 1360; un degli statichi dati dal Comune di Siena ai capi della Compagnia Bianca nel 1364; morì l'agosto 1374, e fu sepolto in San Domenico. Ebbe moglie una Bargagli, forse Lodovica.

LODOVICO, nominato in un documento dello Spedale di Santa Maria della Scala, 1335, con altri figliuoli di ser Mino.

MARGHERITA, morta il 1360, sepolta in San Domenico.

AGNESE, moglie di Filippo di Lapo, morto il 1397.

Venerabile PIETRO, domenicano, studiò teologia a Parigi, e ne fu maestro; dal vescovo Domesdeo fu eletto inquisitore in Siena, e morì della peste del 1348.

BENEDETTO, dei Dodici nel 1356, 66, 68; della Signoria nel 88; ambasciadore a Bologna nel 1357; a papa Urbano V nel 65; a Carlo IV nel 68; gonfaloniere pel terzo di San Martino nel 1367; cacciato come ribelle; richiamato per aver dato fuoco a due porte di Firenze nel 1391; morto l'aprile 94, e sepolto nel chiostro di San Domenico.

Ebbe figli un Betto, morto il 1411; Niccola, morto il 1383, e sepolto nel chiostro di San Domenico; un altro Niccolò, non ben certo, che generò una Andrea, maritata a Carlo di Bandino Piccolomini con 400 fiorini di dote.

Da SOZZINO nacquero Ghera, che nel 1415 era vedova di Francesco di Toro; Franceschino, che nel 1370 era de' Priori; e l'agosto 98 morì a Mantova, lasciando un Pietro Paolo, che nel 1462 era castellano a Massa e Montauto in Maremma; e generò un Gabriello, da cui una Virginia, maritata a Jacomo Tomma il 1481 con 1000 fiorini di dote.

Jacomo, confratello del Crocifisso: Betto, morto il 1363, come anche Pietro; Mariano, indicato per famosus mercator nel necrologio di San Domenico; dei Signori nel 1401, e gonfaloniere nel terzo di San Martino, morto nel febbrajo 1402. Giovanni, che nel 1351 era ambasciadore del Comune a Perugia; dei Dodici nel 1361, 65, 67; ambasciatore a Cortona nel 58, a Firenze nel 59 e 64; al signore di Montefeltro nel 1362.

Egli generò Mariano nel 1409: Agnolina, maritata il 1427 in Francesco Ciani, con 800 fiorini di dote, e morta il 1459.

Sozzino, morto il 1419 e sepolto nell'avello di famiglia, nel chiostro vicino alla porta di San Domenico; lasciando un figlio Niccolò; da cui una Romana, maritata il 1507 a Deo Dei di Chiusi, con 1000 fiorini di dote.

Alla storia importa la discendenza di GIOVANNI. Eccola:

Barbato, m. 1374; una figlia sepolta a San Domenico, 1363.

Mino, della Signoria nel 1389, 95, 99: morto l'aprile 1419 e sepolto nell'avello domestico. Nacquero da lui Benedetto nel 1393. Bartolomeo nel 1402. Niccola nel 1403. Antonio nel 1405. Angelino morto nel 1420. Nanni, che nel 1383 riceveva un legato da Giovanni frate Gaudente.

SOZZINO, che abitava nella contrada di Pontaneto; fu de' Priori nel 1389 e 98; gonfaloniere del terzo di San Martino nel 1400; nel 1386-87; dai conjugi Filippo Franzoli e Landomia Tolomei comprò la fortezza di Micciano per 412 fiorini; nel 76 fu ambasciadore agli Aretini; morì nel maggio 1403, e fu deposto presso i suoi avi. È considerato capo stipite della famiglia, che addottò per casato il nome di lui, come allora si usava.

Figli di SOZZINO:

BARTOLOMEO, da cui un Girolamo, che fu de' Priori nel 1499.

LORENZO, m. 1462.

FRANCESCO, m. 1381.

CATERINA, maritata in Fazio Bellarmati con fiorini 450 di dote.

GIOVANNI, m. 1427, e sepolto nel chiostro di San Domenico, capo d'altra linea di cui esibiamo l'albero in A.

MARIANO seniore, canonista famoso; n. 1397; studiò in Siena e in Padova, dove pare fosse professore; professore a Siena verso 1450, ove stabilitosi il 1457, dalla casa della Sapienza, comprò per sè e pei nipoti Pietro e Sozzino l'albergo del Gallo, in via degli Alberghi. Nel 58 era ambasciadore al nuovo papa Pio II, che lo nominò avvocato concistoriale nel 67. A istanza del beato Giovanni da Capistrano, 1449, fondò il convento de' Padri Osservanti d'Asinalunga sotto il titolo di Santa Maria di Monte Baldino. Fu sepolto nella nuova cappella di Santa Maria delle Nevi in San Domenico. Nel 1430 avea sposato Niccola Venturi con 1450 fiorini di dote, la quale morì il 1483.

Figli di MARIANO:

GIOVANNI, n. 1432.

MARGHERITA, nel 1459 maritata a Salimbene Capocci con 1000 fiorini di dote.

CAMILLO, n. 1434.

Giovan Sozzino, n. 1442.

Bartolomeo, capo d'altra linea che diamo in B.

ALESSANDRO, n. 1443; de' Priori 1493 e 98; de' Regolatori nel 97; gonfaloniere pel terzo di San Martino, 1503, quando morì e fu sepolto nella cappella avita. Nel 1477 avea sposato Laura di Francesco Arringhieri, con fiorini 1400 di dote, morta il 1500.

Figliuoli d'ALESSANDRO:

BERNARDINO, n. 1492.

CAMILLA, maritata ad Alessandro Borghesi con fiorini 1810 di dote.

FRANCESCO, n. 1483; de' Priori 1508 e 1519; fra quelli che, il 20 settembre 1555, giurarono fedeltà al re di Francia e alla repubblica di Siena ritirata in Montalcino.

NICCOLÒ, n. 1488.

GIAMBATTISTA, n. 1496.

GIROLAMO, n. 1480; de' Priori nel 1505 e 1512; che generò Cesare nel 1528. m. 1530.

MARIANO juniore, n. 1452; capitano del popolo 1508 e 1524; dal 1507 al 1524 insegna Istituzioni civili e canoniche in patria; poi a Pisa, Padova, Bologna; e fu cerco altrove invano. Ambasciadore ai Fiorentini e a Leon X. Nel 1551 Giulio III lo dichiara avvocato concistoriale. Enea Silvio il loda assai come di piccolissima statura ma robusto, di sapere universale. Un giorno, rimproverato perchè avesse interrotto le sue lezioni, rispose: «Son ammogliato. — Anche Socrate avea moglie, eppure... — Ma Santippe era accattabrighe e brutta forse, mentre io ho bella moglie e benevola». 1543 compra la tenuta di Scopeto dai figli di Scipione Sozzini. Nell'accademia degli Intronati nominavasi Lo Sgualcito. Nel 52 fe testamento. Nel 56 morì, e fu sepolto nel chiostro di San Domenico di Bologna.

Nel 1508 avea sposato Camilla Salvetti con 1666 fiorini di dote, che morì nel 1554.

Figli di MARIANO:

CAMILLA, maritata in Marco Tondi con fiorini 1400.

CORNELIO, che stava a Roma nel 1552, quando il padre in testamento gli legò 70 scudi d'oro; fu imputato d'eresia. Da Francesca di Atoleo bolognese generò Francesca, m. 1572, e sepolta in San Domenico.

LELIO, n. 1525: giurisperito e dotto di lingue. Nel 1556 cominciò a tener adunanze religiose a Vicenza: esulò, si stabilì a Zurigo, ove morì il 1562.

OTTAVIO, militò in Germania.

GIULIO, n. 1512 e m. 1525.

BARTOLOMEO, n. 1511.

MARCANTONIO, n. 1514.

ASCANIO, n. 1526.

PORZIA, m. nel 1539 a Lelio di Giovanni Pecci con 3000 fiorini di dote.

FILIPPO, che sopravisse al padre.

CAMILLO, legisperito; condannato e scomunicato in contumacia per formali accuse di delitti commessi in Bologna e in Siena.

ALESSANDRO, n. 1509; de' Priori nel 1531; dottorato in Siena da Filippo Decio, vi spiegò le Istituzioni civili; a Padova lesse in concorrenza di Girolamo Vieri e Marcantonio Bellarmati; insegnò nel nuovo studio di Macerata, con 500 scudi l'anno, ed ivi morì nel 1541. Nel 38 avea sposato Agnese di Borghese Petrucci, dotata di 4000 fiorini: e ne ebbe Alessandro, che nel 1603 era de' Priori. Fillide, n. 1540; maritata nei 1559 a Cornelio di Cesare Marsili con 4000 fiorini di dote.

FAUSTO, n. 1539, che partecipe degli errori dello zio, dovette spatriare, e si ritirò a Lione, 1560; dopo tre anni tornò a casa, e da Cosimo I ebbe onori e impieghi; ma perseverando negli errori, il 1574 si ritirò a Basilea: morì a Cracovia il 3 marzo 1604. Fra gli Intronati era detto il Frastagliato. Nel 1578 sposò Elisabetta, morta nel 87; la figlia Agnese maritò in un gentiluomo polacco, che n'ebbe molta figliolanza.

CELSO, n. 1517: de' Priori nel 43 e 49; capitano nel 65; gonfaloniere per terzo di San Martino 1568. Insegnò Istituzioni civili in patria, e gius canonico a Bologna con 100 scudi d'oro di stipendio. Morto suo padre, riprese la cattedra d'Istituzioni civili, e poco dopo lasciò l'insegnamento. Nel 54 istituì l'accademia dei Sizienti: fra gli Intronati era il Sonnacchioso. Ebbe titolo di conte palatino, benchè accusato d'eresia. Morì il 1570. Nel 49 avea sposato Albina Bulgarini con 3000 fiorini di dote; e in seconde nozze Lucrezia Sabbatini bolognese, morta nel 90.

Figli di CELSO:

Mariano, n. 20 luglio 1594.

Bartolomeo, n. 24 ottobre 1595.

Lucrezia, n. 18 aprile 1599.

Lucrezia, n. 20 agosto 1600.

Caterina, n. 5 ottobre 1601.

Celso, morto infante, 1604.

Giovanni Battista, n. 27 giugno 1604, morto l'anno appresso.

Caterina, n. 1 novembre 1606.

Maddalena Catarina, n. 17 agosto 1609; maritata 1627 a Marcello Pannocchieschi, conte d'Elci, con 8400 fiorini di dote.

Mariano, n. 5 luglio 1613; tra i Filomati ebbe nome di Circospetto: a Roma entrò negli Oratoriani, e vi morì in odore di santità il 1680.

NICCOLÒ, n. 5 agosto 1605; fra gli Intronati il Gelido; de' Priori 1633 e 35; gonfaloniere del terzo di San Martino 1642; segretario delle leggi e famigliare del principe Mattia: morì il 1699. Nel 35 sposò Caterina Savini, con 8750 fiorini di dote, che morì il 1685.

Figli di NICCOLÒ:

Alessandro, nato 26 febbrajo 1635; canonico e auditore del cardinale Nini; fra gli Intronati il Gioviale.

Carlo, n. 15 settembre 1737.

Vittoria, n. 25 giugno 1639.

Filippo, n. 13 luglio 1640.

Silvia, n. 23 agosto 1641.

Lisabetta, n. 22 agosto 1642.

Camilla, n. 14 settembre 1643.

Porzia, n. 17 aprile 1646.

Filippo, n. 6 maggio 1647; canonico del duomo; fra gli Intronati il Morbido.

Orso, m. 15 ottobre 1648, di due anni, _oppressus a quantitate pustularum, vulgariter_ varolo, _qui morbus neccavit in hoc anno quantitatem non paucam puerorum,_ dice il necrologio di San Domenico.

Bernardino, n. 8 ottobre 1649.

Maddalena, n. 9 novembre 1650.

Carlo, n. 9 maggio 1653.

Girolamo, n. 9 maggio 1654.

Maddalena, 15 giugno 1655.

Camilla, n. 22 settembre 1656.

GALGANO, n. 1638; de' Priori 1663; capitano del popolo 1676; soprantendente alle comunità dello Stato, e un de' quattro conservatori; fra gli Intronati il Franco. Successe all'eredità di Carlo e Francesco Maria Sozzini. Morì il 1711, onorato di pubbliche esequie. Nel 1673 avea sposato Faustina Chigi, con dote di 4500 scudi; morta il 1722.

Figli di GALGANO:

Porzia, n. 16 ottobre 1675.

Girolamo, n. 1 ottobre 1677.

Francesco Antonio, n. 20 agosto 1678.

Mariano, n. 24 gennajo 1680.

Mariano, n. 11 settembre 1684; nel 1747 dedicò al cardinale Ranieri d'Elci la vita di Mariano suo prozio.

NICCOLÒ MARIA, n. 1674; de' Priori 1678, 1701, 4, 14; capitano del popolo 1716; fra gli Intronati il Serotino. Morì il 1755. Nel 1705 avea sposato Agnese Piccolomini della Triana, con 4000 scudi di dote.

Figli di NICCOLÒ MARIA:

Alessandro, n. 1706; de' Priori nel 1730, 33, 35, 37, 40, 44; morì di febbre etica il 23 aprile 1748. Nel 43 avea sposato Caterina di Filippo Bonarroti di Firenze, con 4000 scudi di dote.

Maria, n. 30 ottobre 1708.

Bartolomeo, n. 14 agosto 1710.

Galgano, n. 9 marzo 1711.

Caterina, n. 24 agosto 1713.

Vittoria, n. 8 novembre 1714.

Caterina Virginia, n. 8 aprile 1717.

Orazio, n. 20 giugno 1718.

Bernardino, n. 5 febbrajo 1723.

Bartolomeo Orazio, n. 5 aprile 1722; de' Priori nel 1774: gonfaloniere nel 1775, 77, 81; capitano del popolo nel 1776, 84. Con lui si spense questo ramo de' Sozzini.

Faustina, n. 24 luglio 1727.

Porzia, maritata nel 1728 al conte Gaetano Marciani d'Orvieto, con 2000 scudi di dote; fu erede della sostanza dei Sozzini.

RAMO A.

BARTOLOMEO SOCCINI, n. 1436: discepolo di Alessandro Tartagli d'Imola, Tommaso Docci senese, Battista di Sanseverino. Nel 1471 insegnava diritto a Siena, quando fu mandato commissario di guerra a Chianciano. Nel 1480 esulò come ribelle; e si ritirò a Pistoja e a Pisa, dove già nel 73 aveva insegnato collo stipendio di 800 fiorini. Vi ebbe a scolare Leon X. Avendo tentato abbandonar quella cattedra per andare a Venezia, fu messo in arresto. Nel 1482 reso alla patria, vi lesse per tre anni, poi a Padova nel 1498, con 1100 ducati; poi a Ferrara e Bologna. A Siena fu capitano del popolo nel 1483, 87, 94, 1507: ambasciadore a Firenze nel 1487 per la controversia di confini tra Montepulciano e Chianciano. Era profondamente erudito nella sua scienza, talchè il Poliziano diceva poterlo chiamare sicuramente il Triboniano dell'età sua. Amico della taverna, vi passava ore con beoni e giocatori. Improvvisava stupendamente, e all'erudizione univa meravigliosa perspicacia e sano giudizio. Piaceva assai quella franca dicitura, quella parola caustica, quel riso sardonico, quella veemenza con cui sobissava l'avversario, non rispettandone nè il grado, nè l'età, nè il triplice alloro. Lorenzo il Magnifico volle una volta udirlo a lottare col famoso Giason del Majno. Un'ora era già durata la gara, quando Giasone, ridotto alle strette, inventa un testo per tirarsi d'impaccio. Bartolomeo si mostra confuso, vinto, grattasi in testa per cercar qualche risposta, alfine esce con un testo che gli dà decisamente ragione. La scolaresca ad applaudire: ma Giasone gli domanda: «Ove hai tu pescato questo testo?» — E Bartolomeo: «Nella pagina stessa donde hai tu preso il tuo».

Bizzarro, amico delle avventure, risoluto a vincere ad ogni costo, quando gli argomenti o le procedure non bastassero a indur un debitore a confessare il suo debito, suggeriva di cacciargli in corpo due pollici d'una buona lama di Brescia. Poi bravamente slanciava da banda la toga, e sopra un cavallo che maneggiava maestrevolmente quanto la parola, metteasi a capo di alabardieri per abbattere la balìa di Siena, e surrogarvi altra forma di governo. Morì il 1506 in Siena, e v'ebbe pubbliche esequie. Sposò Lodovica Orlandini con 1000 fiorini di dote, morta il 1517.

Figli di BARTOLOMEO:

Camilla, maritata il 1477 in Bernardino Borghesi con 1500 fiorini di dote.

Francesca, maritata in Pietro Borghesi il 1487: morta il 1512, sepolta ne' Domenicani.

Caterina, maritata il 1486 a Lodovico Piccolomini.

Cornelia, maritata il 1483 a Pier Anselmo Tolomei con 1800 fiorini di dote.

Nicola, maritata il 1505 a Giovanni Turamini con fiorini 2700 di dote: in seconde nozze il 1514 ad Aldello Placidi con egual dote; morta il 1546.

Francesco, n. 1465.

Mariano, n. 1469, m. 1505: nel 96 fu de' Priori: generò una Cornelia, m. 1518.

Girolamo, m. 1501.

SCIPIONE, n. 1467: podestà a Grosseto il 1488: gonfaloniere per il terzo di San Martino nel 1490: uno dei regolatori del Comune il 1493. Nel 1489 sposò Aurelia Tolomei con 2000 fiorini di dote.

Figli di SCIPIONE:

Pandolfo, n. 1493.

FRANCESCO, n. 1491: de' Priori nel 1514, 22: sposò Cassandra Petrucci con 2800 fiorini di dote; fece testamento il 5 maggio 1529. Morì nel marzo 1530, sepolto in San Domenico.

Figli di FRANCESCO:

Isabella, n. 1529: maritata il 1548 a Francesco Colombini con fiorini 2500 di dote; poi il 1501 a Giambattista Ornoldi con fiorini 800.

Deifile, n. 1526.

Proserpina, n. 1516.

Faustina, n. 1512.

Livia, maritata il 1543 a Ranieri Pannocchieschi dei conti d'Elci, con fiorini 1500 di dote.

Flavia.

Filomena.

Elisabetta, monacatasi il 1543: ebbe dal padre 350 fiorini.

Lavinia, n. 1521: maritata il 1544 a Girolamo Petrucci con 1900 fiorini: m. 1584.

Cleopatra, n. 1524.

Ottavio. Era il tempo del famoso assedio di Siena: ed essendo sergente maggiore, il 9 aprile 1554 toccò un'archibusata: morì il 17; sepolto in San Domenico. Nel 1551 avea generato Cesare.

Camillo, 24 ottobre 1554 prigioniero degli Imperiali col fratello Scipione, liberato per la taglia di 100 scudi d'oro. Fu il Ruvido negli accademici Intronati; de' Priori nel 1559; morì il 1580.

Agostino, n. 1515.

Tiberio, n. 1518, morto in una mischia cogli Imperiali al Mulino del palazzo in Val di Merse, 11 settembre 1554.

Scipione, n. 1511. Ritiratosi nel palazzo delle Vergene nella Montagnola, fu fatto prigione il 24 ottobre 1554, e postogli la taglia di 100 scudi d'oro. Ammogliato il 1564 con Margherita Landucci, da cui generò Camilla, maritata il 1578 in Lelio Tolomei con fiorini 300.

FABIO, n. 1513. Nel 1553 prigioniero alla presa di Crevole, si riscattò per 15 scudi d'oro. D'accordo coi fratelli Ottavio, Camillo, Scipione, e col consenso della madre, nel 1503 aveano venduta la tenuta e il fortilizio di Scopeto a Mariano d'Alessandro Sozzini, per 12 mila fiorini. Sposò una Battista... da cui ebbe nel 1544 Dardenio; 1547 Filomena; 1575 Saula.

RAMO B.

GIOVANNI, muore il 1427, ed è sepolto nel deposito patrizio. Il 1407 avea sposato Marianna Verdelli, con fiorini 1000 di dote. Ne ebbe

Margarita, maritata il 1442 a Niccolò di Nanni con fiorini 825.

Sozzino.

PIETRO. Fu confinato alla Rôcca, come appare da lettera del 1451 di Mariano suo zio ai priori e governatori di Siena. Nel 1443 sposò Vangelista del Golia o Zuccantini con fiorini 4639. Loro figli

Domitilla, maritata nel 1466 in Bogino Bogini con fiorini 800.

Marianna, maritata nel 1464 in Giorgio Spanocchi con fiorini 700.

Lucrezia, maritata nel 1471 in Duccio Spinelli con fiorini 800.

Aurelia, morta il 1472 e sepolta in San Domenico.

COSTANTINO, nel 1525 era de' Priori; nel 1494 sposò Camilla Tommasi con 1400 fiorini; e n'ebbe

Domitilla, maritata il 1527 in Achille Bindi con 1160 fiorini.

Laura, maritata il 1528 in Giulio Borghesi con 1100 fiorini.

Pompeo, ammogliato il 1532 in Laudomia Bindi con fiorini 1900.

GIULIO; de' Priori nel 1487 e 1502; buon soldato; sepolto in San Domenico nel 1518. Sposò Lisabetta Borghesi con 1200 fiorini.

ALESSANDRO; nel 1496 de' Priori: il 1487 sposa Alessandra Guelfi vedova di Conte di Giovanni Savini con 950 fiorini.

Loro figli

Girolama, maritata il 1508 in Giovanni Agazzari con fiorini 1200.

Giovan Francesco, n. 1492.

FRANCESCO, m. 1525 d'epidemia col figlio Alessandro, n. 1514. Da Frasia, m. 1518, lasciò Laura, n. 1507; Faustina, n. 1509; Caterina, n. 1511.

GIROLAMO; nel 1501 sposò Niccola, vedova di maestro Lorenzo Ligrittieri con 1050 fiorini di dote; morì il 1545. Ebbe figli

Laura, n. 1513: maritata a Giuseppe del Perna con 520 fiorini di dote.

Margarita, n. 1515.

Giuditta, n. 1522.

Virginia, 1531-1588.

Emilia, n. 1534.

Lodovica, n. 1536.

Giulia, n. 1537.

Niccolò, n. 1520.

Giovanni Battista, n. 1525, lodato nella plastica, scolaro di Bartolomeo Neroni detto il Riccio.

Leandro, 1532-1566.

Alessandro, 1518-1608. De' Priori nel 1550 e 56. Operajo del duomo, 20 luglio 1554. Gonfaloniere tre volte, 1573: capitano del popolo, 1579: del collegio di balìa, 1572, 78, 81, 86. Lasciò un diario della guerra di Siena dal 1550 al 55. Fu erede de' suoi averi Alessandro di Celso Sozzini.

GIOVANNI, fra gli Intronati il Dappoco: n. 1496: de' Priori nel 1521; nel 1531 maritato con Agnese di Borghese Petrucci con 4000 fiorini di dote.

Loro figli

Alessandra, n. 1517.

Ortensia, n. 1520.

Antonia, n. 1526.

Flaminia, n. 1534: nel 1552 maritata in Orazio Bardi con 2500 fiorini di dote.

CLAUDIO, n. 1532; nel 1553 commissario nel castello di Trequanda: de' Priori nel 1558; nel 1592 riedifica a sue spese la chiesa dell'eremo di Sant'Egidio presso Trequanda. Fra gli Intronati l'Intirizzito. Nel 1557 sposò Silvia Bardi con 4650 fiorini di dote; e nel 1559 Cassandra Spannocchi con fiorini 3000.

Figli di CLAUDIO

OTTAVIO, maritato nel 1591 con Euriclide Pannellini con 4125 fiorini, da cui generò.

Mariano, che del 1615 era de' Priori.

Silvia, n. 5 settembre 1583.

Bartolomeo, de' Priori nel 1626.

Pietro, alfiere e luogotenente d'una compagnia di fanti al servizio di Venezia; dal granduca, nella guerra contro i Papalini, fu fatto capitano di fanteria. Maritato nel 1645 in Caterina Menocchi con fiorini 4550.

TIBERIO, n. 5 aprile 1561.

ALESSANDRO, ammogliato nel 1580 con Venilia Malevolti, con fiorini 4125.

Loro figli

Girolama, maritata nel 1614 con Pietro Biringucci, con fiorini 7000.

Maddalena, maritata nel 1631 con Giovanni Accarigi, con 8925 fiorini.

Alessandro, n. postumo, 8 dicembre 1582. De' Priori 1612, 20, 30. Gonfaloniere pel terzo di San Martino nel 1636; fra gli Intronati il Cavilloso. Nel 1600 sposa Caterina Palmieri con fiorini 6475; muore nel 1649.

Figli di Alessandro

Maria, n. 11 giugno 1606.

Claudio, n. 24 giugno 1602.

Agnesa, n. 4 settembre 1610.

Claudio Bernardino, n. 12 dicembre 1612; de' Priori nel 1632.

Carlo, canonico della Madonna di Provenzano. Nel 1612 vende in nome proprio e del fratello Francesco i beni di Trequanda al dottore Scafucci, medico di corte, per scudi 5770. Ricostruì la chiesa di Santo Stefano in Siena, dove fu parroco dal 1670 al 1677. Delle sostanze di lui e del fratello fu erede Francesco Maria Galgano Sozzini.

Francesco Maria, n. 19 dicembre 1611: de' Priori nel 1632, 46. Nel 1647 era debitore di scudi 1465,8 al fisco, mallevadori i fratelli e Galgano Sozzini. Stette carcerato circa 30 anni nella torre di Volterra, e vi morì.

[Illustrazione: Stemma dei Sozzini.]

Quest'è l'antico stemma de' Sozzini; leone nero rampante in campo d'argento con un globo rosso, con queste parole: CHAPELLA . DEI . REDE . D. S . MINO . SOZZI . DA . SIENA . ANTICHO . DA . PERCENA.

L'aquila nera coronata in campo d'oro fu forse aggiunta quando Celso di Mariano fu fatto conte palatino.

FINE DEL VOLUME II

INDICE DEL SECONDO VOLUME

DISCORSO XXI. Paolo III. L'Aretino. Suggerimento di riforme. Teatini e Gesuiti Pag. 5 XXII. Giulio III. Marcello II. Paolo IV » 21 XXIII. Frà Bernardo Ochino » 29 XXIV. Pietro Martire Vermiglio » 69 XXV. Galeazzo Caracciolo » 81 XXVI. Eretici a Ferrara. La duchessa Renata. Olimpia Morata » 87 XXVII. Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria » 104 XXVIII. Novatori in Modena. Lodovico Castelvetro. Il cardinale Morone » 148 XXIX. Celio Curione. Le Pasquinate » 204 XXX. Pio IV. Il Concilio Tridentino » 231 XXXI. La Riforma morale e disciplinare » 273 XXXII. Il Sant'Uffizio. La tolleranza religiosa » 311 XXXIII. Eresia demoniaca. Astrologia. Fattucchierie » 365 XXXIV. San Pio V. 1560-72 » 403 XXXV. Degli Eretici in Toscana. Il Carnesecchi » 416 XXXVI. Eretici senesi. Aonio Paleario » 448 XXXVII. Eretici di Lucca » 466 XXXVIII. Antitrinitarj. Il Soccini. Il Biandrata » 481

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (còmpito/cómpito, fòro/fôro e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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