← Gli eretici d'Italia, vol. II

Gli eretici d'Italia, vol. II (part 2 of 3)

Part 2 of 3 · Cantù, Cesare · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #47277, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Gli eretici d'Italia, vol. II (part 2 of 3)

Idcirco illum ab omnibus et singulis contra eum, ut præfertur, pro parte fisci seu officii sanctæ Inquisitionis prætensis imputationibus, et a quibusvis aliis in processu fisci contentis allegatis et positis, tamquam innocentem et innocentissimum, omnique prætensæ hæresis culpa, macula et suspitione carentem absolvendum et liberandum fore et esse, prout absolvimus et liberamus, proque absoluto et liberato haberi volumus et mandamus. Carcerationem quoque, inquisitionem, et processum præfatos, aliasque vexationes, præmissorum occasione, ipsi Joanni cardinali factas, illatas et præstitas fuisse et esse temerarias, iniquas, illicitas, et injustas, ac de facto et perperam factas et præsumptas, et nullam, propter præmissa, existimationis notam, etiam minimam, ullo modo incurrisse decernimus; ac de et super illis omnibus et singulis præmissis procuratori fiscali et officio præfatis perpetuum silentium imponendum esse et imponimus; et ita dicimus, absolvimus, liberamus, declaramus, et sententiamus omni meliori modo etc.

Il pontefice compensò il Moroni col metterlo presidente al Concilio di Trento; dal quale tornato e riposto vescovo di Modena, v'introdusse i Cappuccini, oltre i Gesuiti, fondò il seminario e il pio luogo Bernardino per l'educazione dei giovinetti: celebrò tre sinodi diocesani, e impetrò il perdono per molti Modenesi, affetti o sospetti d'eresia, onde toglier l'occasione di perseguitarli.

Il Morone era amicissimo del rigido Carlo Borromeo, e con lui insistette, nel 1561, perchè Paolo Manuzio trasportasse la sua stamperia in Campidoglio in ædibus populi romani. Poco mancò fosse eletto papa dopo Pio IV nel 1566, quando invece sortì il cardinale Alessandrino, dal quale era stato processato[174]. In quell'occasione si racconta che esso cardinale Alessandrino, sollecitato del suo voto pel Morone, disse voler prima celebrare la messa, poi darebbe la risposta. E la risposta fu, che, per coscienza non potea farlo, atteso le accuse dategli sotto Paolo III. Aggiungesi che due del Castellaccio presso Alessandria denunziarono aver avuto larghe promesse dal Morone perchè uccidessero Pio V. Questi chiamò il Morone, senza dirgliene nulla, e in presenza di esso fe comparire i due, i quali confessarono avere finto per isperanza di un premio.

Il Morone poi morì a Roma il 1580; ed una sua vita per Giovanni Giorgio Frickio professore a Ulma è inserita nel tomo XII delle Amœnitates literariæ dello Schœlhorn, con gran pompa delle imputategli eresie.

Di simil passo andò la cosa con Egidio Foscarari, domenicano bolognese dotto quanto pio, e che divenuto vescovo di Modena, profondeva ai poveri non solo la rendita, di non più di mille ducati, ma quanto avea di suo o raccoglieva da altri. I padri Quetif ed Ecard, negli Scrittori dell'Ordine de' predicatori, narrano come Petri sedem ascendit Paulus IV, capularis senex et effœtæ jam ætatis, asperioribus paulo moribus et senili morositate suspicionibus obnoxius, qui astu delusus et circumventus æmulorum occulto, fidei postulatos apud se Joannem card. Moronum, inculpatæ vitæ pectorisque magnanimi virum, ætate meritisque gravem..... et Egidium nostrum, zelo præcipiti comprehendi, inque molem Hadrianam XXI januarii MDLVIII detrudi jussit.

Le accuse contro il Foscarari eran meno dirette, e gli autori di lettere anonime o di denunzie vaghe o non osarono manifestarsi o non sostenerle, talchè al 18 agosto 1558 fu rilasciato, dando sicurtà di comparire ogni volta che fosse richiesto. Succeduto Pio IV, fu dichiarato innocente con sentenza siffatta:

«Noi Michele Ghislieri, per la divina misericordia detto il cardinale Alessandrino della santa romana Chiesa, sotto il titolo di Santa Maria nella Minerva, e deputato generale inquisitore della santa ed apostolica Sede contro alla eretica pravitade, e in tutta la cristiana repubblica, narriamo, come, nell'anno MDLVIIII, e alli XXj gennaio, di commissione della felice memoria di papa Paolo III vivæ vocis oraculo, a noi allora fatto, il reverendo padre Egidio vescovo di Modena fu incarcerato nel palazzo della santa inquisizione, senza alcun indizio, nè per il passato, nè per il presente a noi manifesto. Laonde poi alli XVIIj d'agosto del medesimo anno prossimo passato, di commissione ed ordine nostro fu liberato, con sicurtade però di presentarsi in modo e forma, come nelli atti del nostro notajo, ovvero dell'ufficio della santa inquisizione; e così dichiariamo non aver ritrovato il detto reverendissimo padre Egidio esser stato, nè esser al presente colpabile, reo, o sospetto di eresia, o di qualsivoglia delitto o peccato, risguardevole a detta eresia o eretica pravitade: anzi, se alcune accusazioni furono fatte contro il detto reverendissimo padre Egidio alla felice memoria di papa Paolo III, o all'ufficio della santa inquisizione, giudichiamo, e sentiamo esser divenute da persone improbe, false e malvagie, alle quali non si debba per alcun modo prestar fede. E perciò tanto di nostra autorità, quanto di commissione di nostro signor papa Pio III sopra a ciò, vivæ vocis oraculo a noi fatto, per le presenti nostre lettere dichiariamo lo stesso reverendo padre Egidio esser stato provato e ritrovato non solamente incolpevole, ma ancor di tutte le cose di che fu accusato innocentissimo. Per il che giudichiamo doversi da ogni qualunque fedele cristiano tener nel medesimo stato, grado, onore e dignitade, in che prima d'esser prigionato, si ritrovava, nè perciò esser incorso in alcuna imminuzione del suo onore o fama, e il predetto reverendissimo padre Egidio vescovo di Modena, dover essere accettato dal suo clero e popolo devotamente col debito onore e reverenza, come legittimo e cattolico vescovo e pastore delle anime; e in tutto e per tutto umilmente accettare e obbedire alli suoi salutiferi precetti e commissioni, come se mai non fosse stato ritenuto o prigionato; e così parimente la sicurtade di presentarsi, o di stare a ragione (come nelli nostri atti) data, quella stessa annulliamo, cassiamo, vogliamo, e comandiamo esser tenuta nulla e cassa, e mai per l'avvenire doversi fastidire: e così sentenziamo, e dichiariamo mai più da tempo alcuno potersi molestare. Dove abbiamo commesso siano fatte le presenti lettere declaratorie, acciocchè mai da tempo alcuno non possi nascere sospizione della sua dottrina, o della integritade della sua vita.

«Data in Roma nel nostro sacro e apostolico palazzo al primo gennajo dell'anno MDLX, e nel primo del pontificato del santissimo nostro signor papa Pio IV».

Allora egli tornò al suo vescovado di Modena, accolto festosamente, e vi eresse il Collegio delle putte del vescovo, e fabbricò parte del vescovado: presto dovette recarsi al Concilio, dopo il quale fu chiamato a Roma a compilare il catechismo con frà Leonardo Marini arcivescovo di Lanciano e frà Francesco Forrero portoghese, coi quali riformò il messale, il breviario. Colà s'addormentò nel Signore, di cinquantadue anni nel 1564[175].

NOTE

[124] Così il Minturno scrive al Gesualdo nel 1534.

[125] Non tam exemplis rationibusque actum est, quam conviciis ac maledictis: nec christiana pietate sed canina facundia.... Nec jurgiis modum sed, quod dictu nefas est, jocis et scommatis libros referserunt. Quin vero qui veritatis indagandæ studio scribunt, mites modestosque semetipsos exibeant, Christi exemplo, qui cum esset veritas, in se ipso quoque mansuetudinem prædicavit, tantumque abfuit ut ultro maledixerit, ut etiam, quod Petrus ait, maledicenti non minaretur.

[126] Ulrico Valenio, che primo impugnò la venuta di san Pietro a Roma, fu confutato anche da eterodossi: Guglielmo Cave, l'Ammondo, il Grozio, il Pearson, il Blondel, Chamier, Patricio Giunio, Baldassare Babelio, Tommaso Ittigio, Giovanni Clerc, Samuele Basnage, Newton, Giuseppe Scaligero, Giovanni Pappio, ecc.

Le opere del Cortese furono raccolte dal marchese G. B. Cortese, e stampate dal Comino a Padova il 1774, in due tomi, col titolo GREGORII CORTESII monachi casinatis S. R. E. cardinalis omnia quæ huc usque colligi potuerunt, sive ab eo scriptæ, sive ad illum spectantia. Oltre i versi e una elegante descrizione del sacco di Genova nel 1522, vi sono le sue lettere italiane, scritte la più parte al Contarini, le latine, dove fin il Bembo trovava che non si direbbero d'un frate, «nella qual cosa egli merita in tanto maggior lode, che delet maculam jam per tot sæcula inustam illi hominum generi di non sapere scrivere elegantemente»: un'edizione del Testamento Nuovo, confrontato agli esemplari greci.

[127] Ep. del 1537, vol. I, 749, 758.

[128] Ep. 9 del l. XV.

[129] Scrive a Giovanni Francesco Bini il 20 agosto 1535:

.... «Mi par che voi pensiate e stimiate ch'io mi sia sdegnato per conto delle censure. Io non sarei cristiano se così fosse, e sarei molto insolente se volessi tôrre la libertà a chiunque sia di dire e scrivere come gli venisse voglia. Le censure non mi son dispiaciute, e chiunque scriverà contra di me per dimostrarmi la mia ignoranza, non mi offenderà..... Ma quella proibizione de' libri mi è doluta fin a morte, fatta così nominatim et in specie e incivilmente...... Ne è stato tanto che dire a Lione, in Avignone, ed in tutte le parti circonvicine, che in vita mia non mi trovai sì mal contento giammai, e quasi non potevo alzar il viso.... A me è stato forza, per ovviare a tanta infamia, mandare le censure e le risposte a Lione, non perchè si stampino, ma perchè si vedano..... Voi dite che le risposte pungono. Non si può, credo io, rispondere se non si redarguiscono le ragioni dell'avversario, e le allegazioni non si mostrano non bene allegate..... Ma come si sia, lo scrivere ed opponere è libero a ciascuno, ed io non fuggo d'esser ripreso: anzi quel che voi dite esser chi dica molti altri luoghi meritar riprensione, mi sarà forte grato che mi sieno mostrati, che sempre imparerò qualche cosa, e l'avvedermi della mia ignoranza mi sarà buona dottrina. La quale ignoranza io non la disdico in me: sol dico che, se quelli che vanno a Parigi a studiare in teologia, in sei anni si addottorano, io, che l'ho studiata otto anni continui in Carpentras, non dovrei esser dalla natura sì mal dotato, che io non ne avessi preso qualche parte; e se ben non ho studiato Durandi, Capreolo, Ochan, ho studiato la Bibbia, san Paolo, Agostino, Ambrogio, Crisostomo, e quei degnissimi dottori che sono le colonne della vera scienza».

[130] Girolamo Negro, al 6 dicembre 1535 da Roma scriveva a Marc'Antonio Micheli: «Sua signoria reverendissima (il cardinale Farnese?) sta ben del corpo e meglio dell'animo, sì per le doti della natura sua ben composta, come eziandio per le acquistato virtù; onde nella morte del carissimo fratello, nè la morte, nè la povertà in la qual si trova in questo grado, gli dà punto di noja, nè lo disvia da' suoi studj. Ora la sera legge il Fedone di Platone greco e la Logica d'Aristotele a certi nostri; la mattina fa esercizio col papa a Belvedere, dal quale è ben veduto, e così da tutta la Corte. Dopo pranzo, con belli tempi cavalca per queste anticaglie...... Tiene circa venti cavalli, perchè le facoltà sue non gli bastano per di più, e bocche quaranta. Vivesi mediocremente a guisa de' religiosi senza pompe. Il papa gli ha assegnato scudi duecento al mese per il suo vivere, la qual provisione con gli emolumenti del cappello basta per l'ordinario della spesa, e scorrerassi così finchè Iddio mandi altro.

«È venuto qui da Carpentrasso M. Paolo Sadoleto nipote del vescovo: giovine dotto e gentile, al quale ha rinunciato l'episcopato. E perchè credo vostra eccellenza intendesse già il travaglio gli fu dato dal maestro del Sacro Palazzo sopra li commentarj suoi sopra l'epistola di san Paolo alli Romani, accusandolo di eresia e vietando li libri non fossero venduti, il vescovo mandò qui al papa una bella apologia, ed era attaccata una grossa scaramuzza con questo frate suo conterraneo (il Bacia), sopravvenuto il reverendissimo nostro, si ha interposto e fatta la pace, con grande onore del vescovo; li libri sono stati approvati e rilassati. Il detto M. Paolo ha portato qui il libro di suo zio tanto desiderato, che è l'Ortensio, lo quale è in man nostre; e ci dice che 'l scrive ora De Gloria, per rifar del tutto li danni nostri di tanta perdita» (cioè la perdita del libro De Gloria di Cicerone).

[131] Ep. 4, l. XI.

[132] Ne' manuscritti vaticani, nº 3918.

[133] Ep. del lib. III.

[134] Vedi TIRABOSCHI, St. della letteratura ital., Tom. VII, p. 1. La vita del Sadoleto fu scritta da Fiordibello, di cui parliamo nel testo. Il libro del Sadoleto sull'educazione e la vita comparvero tradotti in francese dal Charpanne, nel 1865.

Nipote del Sadoleto fu Paolo Sacrato canonico di Ferrara, di cui sono a stampa (1579) molte lettere a personaggi d'allora; un libro sulla Genesi, uno sui Salmi, uno sull'epistola canonica di san Giacomo. Al fine delle sue lettere ha due discorsi a difesa di due prelati, i quali le loro pastorali aveano scritte in italiano perchè la più parte de' preti della loro diocesi non capivano il latino.

[135] SPONDANO, Ann. Eccl. ad annum.

[136] Dal processo del Morone appare che quei dell'accademia aveano pubblicato un libro «In che maniera doveriano esser istrutti in fine della pueritia li figliuoli de' Cristiani nelle cose della religione».

[137] Era un tristo arnese questo Bendinelli. Carlo Sigonio, dappoi così famoso come storico, era stato eletto successore al Da Porto in Modena, e preparò una vita di Scipione Africano per dedicarla a Cosimo de' Medici, sperando così esser chiamato lettore a Pisa. Il Bendinelli, che già avea divulgato censure contro alcune traduzioni del Sigonio, fece secretamente stampare essa vita, e così scornò il Sigonio.

[138] Il Morone nel suo processo narra che, quando cresimava, «fu posta fuori una pittura in suo obbrobrio, che era un asino con la mitra in testa e col piviale».

[139] SADOLETI ep. famil., vol. III, p. 317, 319.

[140] Autor di varie operette e traduzioni, molto lodato dal Castelvetro. Non trovasi sottoscritto al formolario: ma sul fine di sua vita fu sospettato di nuovo d'eresia, onde fe segreta abjura davanti al cardinale Morone. Ma parendo che questa segreta abjura non bastasse, e' ne prese tal afflizione che morì, di circa cinquantasei anni, il 1568.

[141] Ochino, non ancora apostata e condannato.

[142] Lettere levate da un cartolario appartenente al cardinale Morone, deposte nell'archivio secreto vaticano.

[143] «In compenso del vescovado di Tortona, quale il N. S. indignamente avea levato al conte Giovanni mio figliuolo, S. S. gli ha conferito quello di Modena, etiam che per me non si ricercasse altro che digno compenso.»

Lettera del cancelliere Morone, marzo 1529, nel vol. III della Miscellanea di cose italiane.

[144] Son parole del processo di lui, del quale già largamente ci valemmo e più ci varremo in questo discorso. La copia che noi usammo, d'oltre seicento carte, e che dobbiamo al signor duca Scotti, servì certamente ad uno de' giudici, come mostrano i segni ed appunti ch'esso vi fece. Pur troppo, secondo il consueto, son taciuti i nomi, che ci avrebbero dati molto maggiori indizj.

[145] Le lettere del Morone, che son nell'archivio vaticano, attestano le premure continue perchè il Concilio si facesse ed accelerasse. Nell'adunanza di Hagenau però riferisce come i Luterani avessero risposto al re de' Romani in modo da toglier ogni speranza di concordia, dicendo apertamente che non conoscono nè vogliono riconoscer il papa per capo. «E se pure l'imperatore e il re vogliono che li ministri di sua santità intervengano al convento proposto, non intendono che sua santità abbia più di una voce, come ogni altro vescovo. Quanto alla restituzione delli beni ecclesiastici, dicono non esser tenuti, perchè li dispensano meglio che non faceano li primi possessori, di che s'offeriscono render conto» (23 luglio 1540, Arch. vaticano).

Il cardinale Farnese rispondendo, fra altre cose, dice trovarsi strano che voglia trattarsi di dogmi per opera di principi, non di teologi; e che il duca Lodovico di Baviera non abbia menato seco Echio, se non per disputare, almen per consiglio: il qual Echio è certo molto dotto e peritissimo in questa materia s'altri mai in Germania; nè tanto duro quanto lo fanno gli avversarii, che ne traggono pretesto di ricusarlo per timor che hanno di esso. «Ed è gran cosa che detti avversarii mandano chi e come vogliono, e danno la legge alli Cattolici di non poter introdurre, se non quei che piaciono agli eretici» Roma, 24 luglio 1540.

[146] Oltre la dolcezza, il Morone palesa già nella legazione, come poi nel processo la poca fiducia in sè, il desiderio d'abbandonar gli affari, il bisogno d'aver l'appoggio di un Legato. Il vescovo d'Aquila scriveva al cardinale Farnese da Worms l'8 gennaio 1541: Mutinensis est satis turbato animo, excusat se a negociis, credo prudenti consilio quia prudens est et perspicacis ingenii; nunquam tamen potuit induci ut semel tantum una cum Feltrensi voluerit tractare causam; imo dicit se velle ad Urbem proficisci, vel ad regem Romanorum. Excito ejus animum, quantum possum omni studio foveo, confirmo; dignus enim est ut ametur, sed video animi obstinationem: hodie enim confirmavit se omnino deliberasse de recessu, et nolle futuris comitiis interesse.

[147] «Mentre ho servito Paolo III come nuncio in Germania, ho sempre voluto tenere il luogo che si deve a un nuncio apostolico, sopra tutti gli altri ambasciadori di imperatore e re, e sopra tutti li principi dello impero, etiam gli elettori ed ecclesiastici. Il qual luogo non avria potuto tenere mordicus se avessi avuto a ritenerlo per un principe secolare. Oltre di questo, avevo le facoltà molto ampie, le quali dispensavo per tutta Germania secondo il bisogno; quali istantemente avevo richiesto, e fatto diverse volte ampliare. La qual facoltà, se il papa fosse solo principe temporale, anzi se non fosse papa universale, non potria darle da dispensare in provincie esterne». Processo.

[148] Lettera 22 giugno 1542. Il formulario colle firme trovasi nel I volume delle opere del cardinale Cortese.

[149] Nell'archivio vaticano, Nunziatura di Germania, VIII, 64, è una nota anonima del settembre 1540, di persone opportune a mandarsi col cardinale Contarini in Germania. Son essi il generale de' conventuali, Gregorio Cortese che conosciamo, il maestro di sacro palazzo, Pietro Ortiz, Pietro Martire, canonico regolare, il Flaminio. Di questi ultimi dice: «L'uffizio di scriver ben potria far anche il Flaminio, bon poeta e bon orator, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui; ben stimato per il commento sopra alcuni psalmi.... Non cognosco don Pietro Martire. Il reverendo Contureno, per relazion del Flaminio, ne dice miracolo della dottrina teologica ed altre, ed eziandio della lingua greca e latina, e credo anche in qualche parte della ebraica. Il che è molto a considerar tra quelli che si mandano, perchè li Luterani maggior profession fanno e più si valgono delle lingue che di ogni altra cosa. Se si avesse potuto aver teologi secolari d'Italia, sarebbe stato meglio; ma di questo ben manca l'Italia, e bisogna servirsi di religiosi....».

[150] Jacopino Lancellotti, in una cronaca inedita che ora si va stampando, all'anno 1543, dice venuti da Roma al vescovo 40 articoli di fede, sui quali esaminare gli accademici che espongono false dottrine. Il cronista le dice sparse da Francesco Greco (di nazione) che legge greco in comunità per venticinque lire al mese, ad istanza degli accademici. Vi sono molti, e de' migliori della città, che sono tutti immersi nel greco. Si dice che il vescovo (Morone) voglia far sottoscrivere gli accademici....... Si dice che Francesco Greco era per non sottoscrivere gli articoli. Nicolò Machella andò per la stessa ragione a Venezia. Gli altri trenta accademici sono spaventati. Viene per questi articoli il modenese Bertani, vescovo di Fano. Gli accademici insinuano non mangiar magro, non confessarsi che a Dio, non venerare i santi, e non celebrare che poche feste, non esservi purgatorio. Il canonico Valentino diceva voler vendere tutti i libri, i galantuomini non potendo più studiare le scritture senza incorrer pericoli.

Si sospende la sottoscrizione dei quarantuno (sopra disse quaranta) articoli per non mettere in voce di luterana la città, essendosi solo disputato per istruzione. Ciò saputo, il Machella ritornò a Modena.

Settembre. Il vescovo invita varii accademici a sottoscrivere i quarantun articoli: risposero lo faranno se prima li sottoscrivano i conservatori del Comune; interrogati, questi risposero voler sentire su di ciò gli aggiunti. Tre soli furono poi i conservatori che sottoscrissero. Allora il cardinale Sadoleto modificò gli articoli. Si fece tornare Francesco Greco, ma perchè era stato processato fuori, pare che il vescovo non volesse la sua sottoscrizione, del che lagnaronsi gli accademici, che lo condussero in comunità, ove dichiarossi pronto a sottoscrivere, e che voleva gli fosse mantenuta la cattedra di greco. Tutta la città è sottosopra.

L'inquisizione presenta al governatore lettere ducali perchè dia il braccio secolare contro le eresie che sono in Modena.

Nota che alle prediche del francescano Dalla Pergola andava sempre il governatore — e gran gente: ebbe rimproveri dal suo provinciale: il Morone lo protegge: l'Inquisizione gli dà da giustificare quarantasei articoli e riesce vincitore. Dice non predicava che l'Evangelo, non nominava santi, nè penitenze quaresimali: asseriva aver Cristo pagato per noi. Gli accademici alle sue prediche sono più di venticinque, tra quali Andrea librajo il primo a introdur libri eretici in Modena, che furon poi bruciati a Roma. Il cronista dice il Pergola mandato a Modena dal Morone, e che tornato a Venezia, i suoi superiori lo carcerarono.

Un canonico regolare prende ad esame cogli inquisitori un libro senza data, da lui trovato in camera di Lucrezia Rangoni, e accusa l'ignoto autore di esso al vicario vescovile: dal pulpito invita chi ha libri proibiti a portarglieli.

A Bologna è bruciato, come a Modena, per eresia quel libro che gli accademici lodano.

Dall'archivio di Stato, già archivio segreto estense, copiamo questo brano di relazione, che Francesco Villa governatore di Modena manda a Ferrara al duca per mezzo del suo cancelliere M. Gentile Albino, il 12 agosto 1542.

«Prima, che instando il reverendissimo cardinale Morone (in vertù d'un breve di nostro signore) perchè alcune persone di Modena si sottoscrivano ad una modula di capitoli che saranno con queste instruzioni, loro si rendono difficili e renitenti a volerlo fare, dicendo non stare a loro a dare sentenza di queste cose, ma accetteranno quel che sarà determinato dal Concilio. E pure alcuni capitoli vi sono, alli quali loro si sottoscriveriano, ma volendo detto reverendissimo si sottoscrivano a tutto e non ad una parte sola, la cosa sta così imperfetta. Detto reverendissimo veramente è proceduto con tutta quella destrezza che sia possibile. Aggiuntavi ancho l'opera di esso signor governatore, quale non è mancato ricordarli che, per le asprezze che usò il cardinale Gajetano legato d'Alemagna con li Luterani, nacque di piccola favilla quel grande incendio che anchor oggi arde, e che sua reverenza si guardi che Dio non voglia e permetta talora e per li peccati del mondo mettendo a disperazione costoro, persone di molto ingegno e spirito e d'un sottil cervello, sorgesse un qualch'altro simil fuoco in Italia, onde per il lento procedere d'esso reverendissimo e per quel che le dette persone hanno scritto a Roma sia nostro signore entrato in sospizione de sua reverendissima, e ha eletto sei cardinali legati alla requisizione de' Modenesi: delli quali si pensa che ne manderà uno ad essa città a procedere e inquirere sopra le cose della fede, di che esso reverendissimo è rimasto con tanta mala sodisfazione de dette persone, che non voleva intromettersene: pur pregato da esso signor governatore, se ne lascia parlare, et quando queste persone volessero sottoscriversi, accetterà le sottoscrizioni: in che esso governatore non manca, siccome ha fatto buon ufitio col cardinale, di farlo ancho con loro, et esortarli a sottoscriversi per accomodare questa differentia la quale conosce quanto è di mala natura e quanto male ne potria seguire, e perchè troppo gli dispiaceria per l'honore dell'illustrissimo signor duca che nel suo Stato pervenisse da Roma a Modena un cardinale a far processi e inquisizioni di cose della fede, massime stendendo lui gli capitoli, nè essendo sua sicurtà, ha voluto che io li porti a sua eccellenza (il duca) acciò, vedutili e mostrati come gli parerà, possa deliberare e pigliare qualche espediente opportuno sopra questa pratica, la quale per molti rispetti è di gravissima importanza, e ricerca gran considerazione».

[151] Balzac scriveva a Chapelain:

«Je suis bien avant dans la querelle d'Annibal Caro, mais je ne change point de passion, et l'estime toujours plus honnête homme que son adversaire, quoique peut-être son adversaire soit plus grand docteur que lui. Je n'ai gueres vu de grammairien de la force de ce modenois, soit-ici, soit dans les commentaires sur la Poëtique d'Aristote. Il faut avouer pourtant qu'il pèche quelque fois par trop de subtilité, et qu'au reste c'étoit un ennemi public qui ne pouvoit souffrir le mérite ni la reputation de personne». Lettera 5 del libro V del 1640. Nelle opere di Chevreau, pag. 330, ediz. del 1697 dell'Aja, leggesi una lettera di questo, a M. de la Menarderie, ove dice: «Je viens d'achever de lire votre poëtique, où vous traitez Castelvetro d'une étrange sort. Et peut-être qu'autre fois vous n'eussiez pas trouvé votre compte, s'il est vrai ce que Pasquin lui a reproché en quelque endroit, qu'il passoit de la langue aux mains, de la plume au fer, de l'encre au sang: et qu'il avait fait assassiner un fort galant homme qu'avoit pris la liberté de lui contredire».

[152] Il Morone, interrogato se avesse nemici a Modena, dice di no, salvo «quel Bonifacio Valentino, qual è proposto di Modena, il quale sempre mi fu avversario in tutte le cose che concernevano al governo della Chiesa di Modena, ed ebbe particolari nimicizie col mio vicario, il quale io favoriva, e con l'arciprete don Andrea Accolti, il quale era mio confessore... faceva la quadriglia con alcuni contro di me ad impedire... e diceva: Io so che ho torto, ma voglio litigare per far dispetto al cardinale».

[153] Il citato Tassoni narra:

1558. De anno antecedenti, videlicet 1557 D. Bonifacius Valentinus canonicus et præpositus ecclesiæ cathedralis mutinensis et D. Filippus Valentinus doctor et consobrinus ejus, et D. Ludovicus Castelvetrus doctor, et quidam D. Antonius Gadaldinus bibliothecarius citati fuerunt Roma ab inquisitoribus hereticæ pravitatis ad respondendum de fide: tandem Gadaldinus, et D. Bonifacius missi sunt Romam sub custodia, et in carcere inquisitionis clausi: aliis duobus, videlicet D. Ludovico Castelvetro et D. Filippo, fugientibus. Qui per contumaciam excomunicati, et omnibus honoribus privati sunt. Sed quum D. Bonifacius examinatus, confessus fuisset omnes, errores, et opiniones suas, et retractasset, et abjurasset eas, liberatus fuit a carcere, injuncta pœnitentia quod publice in Ecclesia super Minerva ad altare S. Crucis ante et post debeat alta voce abjurare omnes hæreses, in quibus per multos annos fuerat involutus. Et sic die 6 maji 1558 in dicta ecclesia Romæ abjuravit. Postea Mutinæ reversus, in die Pentecostis post prædicationem fecit eandem abjurationem die 29 maji in ecclesia cathedrali Mutinæ, præsente multo populo. Sed Antonius Gadaldinus senex, qui vendiderat maximam quantitatem librorum lutheranorum prohibitorum, remansit Romæ in carceribus inquisitionis.

Segue l'atto di abjura di Bonifacio Valentino, del tenore della sopra riportata: confessa aver creduto fosse contro le sacre scritture il mangiar magro, e il vietare ai preti l'ammogliarsi: l'uomo fosse per la sola fede giustificato, e potesse avere la vita eterna senza opere: non doversi tenere nè venerare le immagini de' santi, nè i santi invocare; inutili le indulgenze; che non vi sia il purgatorio; le buone opere non acquistare la vita eterna; il sommo pontefice di Roma non essere vicario di Cristo, ma Anticristo: non necessaria la confessione; i sacramenti non conferir la grazia; non farsi transustanziazione nell'eucaristia; lesse libri d'eretici e luterani, le lezioni de' quali ha ascoltate, e ha conversato con loro: stette in quelle eresie per otto o dieci anni, nel qual tempo, benchè non celebrasse mai messa, perch'io non la celebrai mai, se non la prima volta, interveniva però ai divini uffici cogli altri canonici in coro, e mi sono comunicato non essendo absoluto dalle presenti heresie. Le quali eresie ora abjura, maledice e detesta.

[154] In un arsenale di cose variatissime, quali sono le annotazioni del Lagomarsino alle lettere di Giulio Pogiano, troviamo due lettere del cardinale Commendone a Giammaria Castelvetro, del febbrajo e dell'aprile 1570, donde appare che questi aveva interposto l'imperatore Massimiliano II e il duca di Ferrara per ottenere che la sua causa fosse giudicata in Ferrara: al che quegli rispondeva non essersi mai costumato di toglier di mano a quel sant'Uffizio le cause da esso iniziate: prometteagli però, a nome di sua santità, se si fosse costituito, farlo giudicare con ogni clemenza, carità e anche prestezza. Avendo poi esso Castelvetro domandato grazia dell'errore commesso, il cardinale s'impegnava d'ottenergliela. POGIANI epistolæ, vol. IV, p. 444.

Un Jacobo Castelvetro, pur modenese, che non era però nipote di Lodovico, abbracciò le nuove opinioni: e a Basilea pubblicò nel 1562 i libri di Lodovico, e uno contro il concilio di Trento, inserito nella Biblioteca Viziana: poi a Londra stampò varj classici nostri. Venuto a Venezia, fu côlto dal sant'Uffizio, ma l'ambasciadore Arrigo Vottone riuscì a farlo fuggire, nel 1611.

Venuta ora la frenesia de' monumenti, i Modenesi domandarono le ceneri del Castelvetro per trasportarle nella loro città, ma ne fu chiesto un prezzo esagerato.

[155] Una vita del Castelvetro di contemporaneo, trovata dal Tiraboschi, narra che Lodovico volle far interdire il fratello Paolo che sciupava; di che irato, Paolo pensò vendicarsi, e accostatosi a Pietro Bertano, frate e cardinale avverso al Castelvetro, l'accusarono a Roma, avendo sollecitatore il Caro.

Il padre Laderchi al 1571 riferisce che «morì finalmente nella eresia Lodovico Castelvetro, e Giovanni Merlino pseudovescovo; talchè, colla uccisione di così insigni eretici fatta dalla divina giustizia, parve la Chiesa aver riportato non minor trionfo sugli eretici che sugli infedeli». Era l'anno della battaglia di Lepanto.

Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 15 marzo 1561:

«Fuoruscirono d'Italia per l'evangelo tre insigni personaggi, un vescovo, un abbate, e un professore di lettere greche, di nome Francesco da Porto, di sopranome Greco. Visse alquanto a Ferrara, ha cinquant'anni, moglie, figli; e potrebbe a Regiomonte nella scuola di vostra altezza venire, e credo si contenterebbe di duecento fiorini. Se Dio movesse l'altezza vostra a desiderarlo per la sua scuola, oserei affermare che avrebbe un uomo che nella letteratura greca (e tacio la latina) non avrebbe il pari in altra scuola, oltrechè è sincero nella dottrina e veramente pio».

Il Da Porto morì a Ginevra, e Teodoro Beza ne compose l'epitafio.

[156] Antonio Caracciolo, domenicano, il quale, al principio del 1600, scrisse una vita di Paolo IV, ch'è una difesa della santa inquisizione, e che potè vedere i registri di questa, scrive:

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in niuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinale Morone, chiamato Bianco da Bonghis, e molti sospetti d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino, librajo modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia: vendè costui molti volumi del Beneficio di Cristo, libro pernizioso che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex meritis Christi, imputazione alla luterana. Questo libro, così caro agli eretici, il Gadaldino non solo lo vendè ma anche lo ristampò.

«Il cardinale Cortese..., ancorchè di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal sant'Uffizio per aver letto ed approvato il libro del Benefizio di Cristo».

Altrove dice pure che «quel libro (del Benefizio di Cristo) fu stampato molte volte, particolarmente a Modena, de mandato Moroni». Aggiunge Bonifazio Valentino, al quale Adriano, segretario del cardinale di Fano, scrisse una lettera di condoglianza per la morte di Lutero e di due frati modenesi eretici, frà Reginaldo e frà Albasio. Bonifazio infettò la terra di Nonantola. Poi Alessandro Milano, frà Bernardo Bartoli, che in carcere abjurò: frà Bartolomeo Pergola, prete Domenico Morando, Francesco Camerone, un Farzirolo, prete Gabriel Falloppia, Gozapino calzolaro, prete Girolamo Regia, il Castelvetro, don Girolamo di Modena cappellano del Morone; Giovanni Borgomazza, Giovanni Bertano, mastro Giovanni Maria Mannelli. Costoro mandavano sussidj agli eretici di Germania: e dà qualche contezza di ciascuno.

Le notizie e i documenti più importanti intorno a questo periodo si trovano nella Biblioteca Modenese del Tiraboschi, ma sparpagliati man mano che gli capitavano, e secondo i nomi delle persone. Altre ce ne furono somministrate per cortesia, fra cui la cronaca inedita del Tassoni, ove leggesi al 1561. Cum, jam pluribus mensibus elapsis, dominus Ludovicus Castelvetrus, dominus Philippus Valentinus doctores mutinenses accusati fuissent de hæresi lutherana, et citati Romæ, sed non comparuissent, et sicut contumaces condemnati fuissent, tandem de anno 1560 dominus Ludovicus, habito salvoconductu, ad purgandam calumniam Romæ se transtulit, una cum domino Joanne Maria fratre suo. Et sic ab inquisitoribus ter examinatus, timens ne quid deterius sibi contingeret, noctu clam aufugit, et sic ab inquisitoribus condemnatus, tali sententia percussus est.

Segue uno squarcio della sentenza pubblicata dai cardinali inquisitori dell'eretica pravità, ove il Castelvetro è dichiarato eretico impenitente, e incorso nelle censure.

Il cronista, parlando più oltre di Lanfranco Fontana nobile modenese, dice che, bandito già dal duca Alfonso d'Este, abbracciò, più anni dopo, la religione luterana in Francia.

[157] Similmente il Fontanini (Bibl. dell'eloq. italiana, tom. I, pag. 119) narra che certi libri «del Brucioli, di B. Ochino, di G. Valdes, e di altri della medesima farina, nello smuovere una casa in Urbino nell'anno 1723, si trovarono insieme nascosti, e quivi murati per salvarli dal fuoco in tempo di Paolo IV».

[158] Nelle Novæ amœnitates literariæ di Arrigo Guglielmo Klemmio, stampate a Stuttgard nel 1773, si contengono Anecdota de Ludovico Castelvetro ejusque scriptis, in primis Locorum Melancthonis in linguam italicam ab ipso translatorum editione. Quella traduzione è minutamente descritta dal Bruckero Miscell. histor. philosoph., p. 302; ma non dice di chi sia. Il Fontanini la sostiene del Castelvetro; ma probabilmente esagerò nell'accusar questo, come esagera il Muratori nel difenderlo.

[159] Non già: bensì che sarebbesi potuto esprimerlo più chiaramente, e che ciò si potrebbe anche dopo il Concilio, qualora lo Spirito Santo l'ispirasse.

[160] La lettera, diretta a Giovanni Domenico Sinibaldo, suo vicario, esiste nel processo, e dice:

«Alli preti curati siate sollecito, ripetendo spesso privatim et publice il medesimo, ed istruendoli massimamente nel punto della remissione delli peccati nelle confessioni delli poveri ignoranti, come si contiene nel sinodo coloniese».

[161] Egli rispondeva, oltre il resto, le parole che mettemmo alla nota 18.

[162] Il Contarini? I nomi sono soppressi: ma molti potemmo supplire con altre indicazioni.

[163] Questo Pergola confessa d'aver tenuto l'opinione luterana circa la giustificazione o l'invocazione dei santi. Dice che, quando fu processato, il Morone e monsignor Lodovico (Castelvetro) gli esibirono i mezzi di fuggire d'Italia, ed esso non volle.

Il citato Tassoni scrive:

_De anno 1544 pro tempore quadragesimæ in ecclesia cathedrali prædicavit quidam frater Bartolomeus, conventualis S. Francisci, dictus il Pergola, qui post Pascha accusatus de hæresi apud inquisitorem S. Dominici, in die lunæ duabus concionibus in dicta ecclesia ore retractavit, vel potius hæreticorum honore declaravit magna parte articulorum sibi oppositam, qui erant amplius 40, probati per 11 testes idoneos et sufficientes, dicens: intelligebam sic; excusans se, aliquando negans non dixisse sic, et aliquando dicens testes non intellexisse. Qui postea Romæ condemnatus est non posse amplius prædicare et ad alia quædam facienda._

_Eodem anno prædicavit quidam frater conventualis S. Francisci, dictus il Pontremolo in festo nativitatis D. N. qui accusatus de hæresi et condemnatus obiit._

[164] Esiste la costui lettera: pure se n'ha un'altra più tarda, ove si lagna che il Morone si mostrasse austero coi dissidenti in Bologna.

[165] Vedi la nota 5 del nostro discorso XIX.

[166] Di ciò il Pusey accusava testè i Cattolici nel suo Eirenicon: del che avremo a parlare.

[167] In tutto il processo non v'è menzione di tortura o d'altra sevizie corporale: solo una volta, a un frate che accusava con insistenza il Morone, il suo superiore dice che infamie simili non furono dette mai, e che bisognerebbe sostenerle alla corda.

[168] Uno, interrogato in quibus articulis habeat pro suspecto un tale, respondet: «Perchè io veggo che egli si diletta poco della predicazione divina, e quando è al divino officio poca riverenza gli porta». Un altro: «Io non dico che fosse eretico, ma per esser germano e di costumi barbari, mi dava sospetto; altro non so».

[169] Oggi è esposta stabilmente.

[170] Ortensio Landi, nel Commentario delle cose notabili e mostruose d'Italia, dice: «Fui per schivar Cremona, essendomi detto che altro non vi udirei che bestemmiar Iddio, maledir la celeste corte, giurare e spergiurare, e mille brighe al giorno farsi».

[171] Erra dunque il Tiraboschi che, nelle Memorie storiche di Modena, IV, 76, dice che il Morone chiamò i Gesuiti nel 1556.

Nella cronaca modenese di Bartolomeo Lodi inedita, e che va sino al 1596, è narrato come i Gesuiti venissero in città nel 1551, e come vagassero qua e là, finchè stanza ferma posero a San Bartolomeo nel 1614, ma presto le loro scuole soffogarono le laiche. Del Morone racconta che nel 1568 ospitò nel vescovado sua sorella marchesa di Soncino: che del reddito della mensa vescovile, consistente in tremila quattrocento scudi, egli ritenne la metà quando rinunziò l'uffizio al Foscarari poi al Visdomini: descrive i funerali fattigli, con orazione funebre del canonico Fogliani. Narra pure i supplizj o le abjure inflitte ad eretici. Spesso nascevano discordie tra i canonici, o tra questi e il vescovo, tanto che nel 1576 l'intero Capitolo fu sospeso. Nè meno irrequieti mostravansi confraternite e monasteri, sicchè o si riformarono, o vennero surrogati da altri, fra cui i Minimi furono imposti dal papa, a mal in cuore del popolo. Nel 1589 si cercò rifare un'accademia, al modo di quella del Grillenzoni, che adunavasi in casa Sertorio nella rua del Muro.

Vedi Una pagina della storia di Modena, per C. CAMPORI, 1866.

[172] L'anno è certamente sbagliato.

[173] Fu sua spia nella cospirazione ben nota.

[174] Contro la candidatura del Morone fu fatta questa pasquinata:

Sarete voi sì ciechi e sì furfanti Di Dio nemici e senza discrezione Che vi facciate papa ancor Morone Nemico della Vergine e de' Santi? Non sapete voi pazzi tutti quanti Che nella fede ha mala opinione, Che fu vicino a cantar il sermone Compagno d'Inghilterra e d'altri tali? Guardate pur che il diavol non vi tenti Che non v'assalga la fortuna ria, Che non vi costi poi la vostra insania. Non vi credete apparecchiar gli stenti, Sciocchi, e d'Italia farvi una Germania, E mandare in bordel la preteria. Lasciate dir ch'ei sia Pur di Milano, e sia troppo gran svario Far il pontificato ereditario, E che sia necessario Ch'avendo mal guidato un piccol gregge, Mal possa al mondo poi dar norma e legge. Ma perchè non si elegge Vercelli o Borromeo? ecc. ... Io non bramo o desìo Poichè sfacciatamente se l'allaccia, Se non che Moron papa non si faccia.

L'Inghilterra significa il Polo. Milanese era stato il papa di prima, e parente del Morone.

[175] Aggiungeremo che anche il modenese Bertani sunnominato, domenicano e cardinale, e illustre teologo, fu appuntato per aver approvato libri che contenevano proposizioni pericolose; del che egli domandò perdono al papa.

DISCORSO XXIX.

CELIO CURIONE. LE PASQUINATE.

Da Giacomo Roterio, detto Curione perchè di Chieri, e da Carlotta Montrolier, dama d'onore della duchessa Bianca di Savoja, nobil casa che avea possessi in Moncalieri, nacque Celio Secondo, ultimo di ventitrè figliuoli. Rimasto orfano a nove anni, fu posto a Torino presso la zia Maddalena, e frequentava l'Università sotto Giorgio Carrara, Domenico Macaro, Giovanni Breme e il milanese Sfondrato che poi fu cardinale. Quivi conobbe i libri e le dottrine de' Protestanti, e invaghitosene concertò di fuggire in Germania con Giovanni Cornelio e Francesco Guarini. Scoperto in val d'Aosta, il cardinale Bonifazio, vescovo d'Ivrea, lo fece chiudere nella fortezza di Caprano, e dopo due mesi nel monastero di san Benigno per esser indirizzato nella vera fede. Ma egli, impuntandosi viepiù nella sua, burlavasi de' frati; a certe reliquie ch'e' veneravano sostituì una Bibbia; alfine sottrattosi, girò varie città, poi fermossi a Milano, e vi ottenne una cattedra. Milano era allora malmenata dagli Spagnuoli, sicchè molti ritiravansi in campagna, fra i quali la famiglia Isacchi a Barzago in Brianza, la quale lo ospitò, e gli diede sposa una figliuola.

Quando gli parve poterlo senza pericolo, il Curione tornò in patria a raccogliere l'eredità de' fratelli, di cui solo una sorella sopraviveva. Assistendo in Castiglione alla predica di un Domenicano torinese che malmenava Lutero, asserendo che in Germania trovasse favore sol per la licenza di costumi che permetteva, ed esponendone leggermente le dottrine, Celio gli gridò, «Voi mentite»; e cacciò a mano le opere di questo. Scontò tale uscita con rigorosissima prigionia a Torino: ma quivi fingendosi rassegnato alla meritata pena e sofferente, ottenne dal carceriero gli legasse una gamba sola, poi dall'una all'altra alternasse la catena; nel qual mutamento riuscì a sostituire una gamba finta, e così svincolato potè sottrarsi. Sono storielle, riprodotte anche ai giorni nostri, e colle quali si volle spesso mascherare romanzescamente la corruzione d'un custode o la sollecitudine di un amico. Ma allora come adesso se ne levò rumore; il fatto fu attribuito a magia, sicchè il Curione si credette obbligato a riferirne le miracolaje circostanze[176], e vantandosi diceva: «Per questo fatto io non feci voto di visitar Compostella o Gerusalemme, che sono idolatrie; nè di castità, la quale Dio solo può dare; ma mi consacrai tutto a Gesù Cristo, unico liberator nostro».

Ricoverossi a Salò; presto ottenne una cattedra a Pavia, e sebbene trapelasse come sentiva, mai per tre anni non si ardì arrestarlo, perchè gli studenti vegliavano a sua difesa. Insistendo però il papa acciocchè il senato milanese togliesse di mezzo quello scandalo, il Curione si raccolse a Venezia, indi a Ferrara, ove la duchessa Renata gli diede raccomandazioni, per le quali conseguì a Lucca una cattedra. Ma perchè il papa non cessava di domandare glielo consegnassero, la repubblichetta il consigliò di mutar aria. Entrato negli Svizzeri, fu maestro e rettore alla scuola di Losanna, poi di Basilea nel 1547, donde più non si scostò, per quante offerte ricevesse. Una volta ardì ritornare a Lucca per prendervi la moglie e i figliuoli; ma mentre si riposava a Pescia, ecco il bargello del sant'Uffizio presentarsi per arrestarlo. Egli non si perde d'animo, ma afferrato un coltello da tavola, profitta della sorpresa degli sgherri e si salva.

Molte opere di libertà protestante lasciò, fra cui sono una rarità Pasquillorum tomi duo[177], raccolta di pasquinate e satire varie, edite dall'Oporino nel 1544. Di là venne la reputazione delle pasquinate, e diversi scritti, si pubblicarono con titoli simili, e principalmente il Pasquino in estasi. A Basilea egli stampò De amplitudine regni Dei, dove sosteneva che il numero de' salvati è molto maggiore che quel de' dannati, onde gli fu gridata la croce addosso dal Bullinger, dal Vergerio, da altri, tacciandolo di pelagiano. Trattò Della antica autorità della Chiesa di Cristo; stese varj opuscoli, fra cui una «Lettera ai fratelli, i quali pel regno di Babilonia sono sparsi»; parafrasò l'inizio del vangelo di san Giovanni; pose una prefazione di dodici pagine a Le cento et dieci diuine considerationi del s. Giouani Valdesso ne le quali si ragiona delle cose più utili, più necessarie et più perfette della christiana professione, ch'egli forse avea tradotte, e che, sebbene senza data, pajono stampate dall'Oporino o dal Guarino[178].

Gran ciceroniano, fe molti lavori filologici, ampliò il dizionario del Nizolio, pubblicò le opere del famoso ellenista Guglielmo Buddeo; fece il Thesaurus linguæ latinæ e commenti ad Aristotele: tradusse in latino venti libri delle storie del Guicciardini[179]. Molte sue lettere sono a stampa, altre manoscritte nella biblioteca di Basilea, dirette a regnanti e a primarj riformatori, Bullinger, Musculo, Cardano, Erasto, Gesner, Sturm, Brenzio, Borrhaus, Vadian, Paleario, Gribaldi, Castalion, Melantone. Quest'ultimo in una lettera grandemente ne loda il nobile stile, applicandogli quel verso di Omero:

Σοὶ δ’ἔνι μὲν μορφὴ ἔπεων, ἓνι δὲ φρὲνες ἐσθλαί.

Di Erasmo diceva che sursum, deorsum, huc atque illuc agebatur... inter cœlum papisticum et christianum.

In casa accoglieva giovani italiani, che voleano farsi educare nel libero culto, fra' quali fu Giovan Battista Bernardini di Lucca. La figlia Violante diede in moglie allo Zanchi, altro fuoruscito italiano, e la vide morire nel 1556, e nella biblioteca di Basilea vi son lettere affettuosissime di lui e dello Zanchi su quella perdita, tutta speranza di ricongiungersi ad essa. Nella chiesa di Strasburgo le fu posto l'epitafio: D. O. M. S. Violanthi Curioni C. S. C. itali f., conjugi sanctiss.: clariss. ob singularem probitatem, industriam, candorem, fidem, amorem, admirabilem in longiss. et graviss. morbo constantiam, patientiam, pietatem incomparabili: Hieronymus Zanchius italus optime merenti mæstiss. p. tertio puerperio eoque infausto, ad Christum Jesum quem sincera coluit religione cupidiss. concessit, cum quo vivit beata illam expectans diem qua suo corpori reddita, integra immortalitate fruetur. ann. sal. MDLVI. XIII nov. ætat. suæ an. XXII.

Tre altre figliuole, che erano di sedici, diciasette, diciotto anni, perdette il Curioni nella peste del 1564, e di esse deplora la morte con cuor di padre in lettere manoscritte, lodandone l'ingegno, le virtù, l'affetto [180]. Allora condusse la moglie a Zurigo, dove essa, colle tante famiglie italiane rifuggite, potesse consolarsi parlando la lingua nativa, dacchè più non poteva usarla colle figliuole. Tornato poi a Basilea, vide morirsi anche il figlio Orazio, ch'era professore di medicina a Pisa, e che latinizzò alcuni sermoni dell'Ochino.

Pendettero nel medesimo senso gli altri figliuoli Angelo ed Agostino, il qual ultimo, morto nel 1566, avea scritto la storia de' Saraceni e dell'America. Eran nati a Lucca e aveano fatto gli studj in Italia col fratello Leone, il quale sposò Flaminia dei Muralto di Locarno, restò prigioniero in Francia al tempo delle guerre civili, in Polonia tenne splendida posizione e fu ambasciadore presso varie Corti.

Celio Secondo morì il 25 novembre 1569, e fu deposto con gonfio epitaffio[181] nella cattedrale col resto di sua famiglia; dove la moglie lo raggiunse al 12 maggio del 1587. Spirito di eccessiva sottigliezza, dicono i suoi correligionarj, non sapeva restringersi alla semplicità della Scrittura, e lasciava che la sua immaginativa trascendesse i limiti della rivelazione[182]. Per togliere il sospetto di antitrinitario, nel suo testamento, che sta manuscritto nella biblioteca municipale di Basilea, confessa creder in Dio Padre, nel Figliuolo unigenito suo, e nello Spirito Santo suo, e di abbracciare Gesù Cristo, vero figliuolo di Dio e vero uomo, come l'unico mediatore fra Dio e noi.

NOTE

[176] Vedi l'Appendice I a questo discorso.

[177] Vedi l'Appendice II.

L'indice de' libri proibiti segna Curio Cælius Horatius e Curio Cælius Secundus.

[178] L'originale spagnuolo di quest'opera è perduto o smarrito, onde nel 1855 fu tradotto in quella lingua, com'anche l'Alfabeto della pietà Cristiana. Le Cento Considerazioni furono riprodotte a Halla di Sassonia nel 1860 con un'erudita vita del Valdes, distinguendo diligentemente Giovanni da Alfonso. Alfonso sarebbe stato il segretario di Carlo V, per cui ordine avrebbe anche tradotta in italiano la Confessione di Melantone, e fatto il libro Pro religione christiana res gestæ in comitiis Augustæ Vindelicorum habitis, anno MDXXX; com'anche la lettera con cui Carlo V si congratula coi Cantoni cattolici della vittoria di Cappel ove restò ucciso Zuinglio, chiamandoli propugnatores invictos adversus eos qui ritus, hactenus summa religione observatos, invertere, novaqui dogmata invehere conantur. Fu amico di Erasmo e di Pietro Martire d'Angera, quanto nemico del Castiglioni; e autore dei due dialoghi di Mercurio e di Lattanzio.

Giovanni fu forse cameriero del papa: postosi poi a Napoli, scrisse il dialogo sulla lingua, dove appajono leggerezze e oscenità, mal compatibili alla franchezza spagnuola. Sua cura principale fu lo studio della sacra scrittura: tradusse dall'ebraico alcuni salmi, opera perduta: commentò l'epistola di san Paolo ai Romani e la prima ai Corintj.

L'ultimo storico della letteratura spagnuola (History of spanish literature by GEORGE TICKNER, Boston 1865) nota errori del Llorente e del M'Crie intorno al Valdes, non fa cenno del libro del Beneficio di Cristo, e non distingue i due fratelli. Nota che his religious views are, no doubt, much more spiritual than was common in his time, and his political morals generally were more stringent: so that he might, perhaps, already be regarded as a follower of Luther, if it were not for his unbounded admiration of the emperor, his avowed deference for the Church and the Pope, and his expressed belief of the real presence in the Eucharist. Sono a vedere le considerazioni che esso Tickner fa sugli eretici di Spagna e sulla Inquisizione.

[179] Opere del Curioni, annoverate dallo Stupano nella Oratio de C. S. Curionis vita.

Encomio della noce: lavoro giovanile.

Probo: dialogo.

Il ragno, sulla providenza di Dio.

Della immortalità delle anime.

D'una pia educazione ai figli.

Parafrasi del principio del vangelo di san Giovanni.

Paradossi cristiani.

Esortazione alla religione.

Orazione sulle buone arti.

Encomio degli scrittori.

Encomio di chi muor per la patria: orazioni funebri.

Orazioni contro Antonio Floribello.

Dell'antica autorità della Chiesa di Cristo.

L'istituzione della cristiana religione.

Della dottrina puerile e delle lettere, libri cinque.

Grammatica latina. Libro del perfetto grammatico.

Somma di tutto l'artifizio nel dissertare e nel trattare.

Compendio della dialettica di Perionio.

Commentarj contro Perionio.

Storia della guerra maltese.

Dei pesi dei Romani.

Continuazione della guerra sabellica.

Orazioni di Diogene tradotte dal greco.

Retorica d'Ermogene.

Nizolio arricchito.

Tesoro della lingua latina corretto ed accresciuto.

[180] Angelæ, Cœliæ, Felici, puellis nobilissimus castissimisque, quarum ingenium, candor, industria, pudor, pietas, morum elegantia et sanctitas, grata Deo, multis nota, probata bonis, parentibus jucunda fuerunt, Cœlius Secundus Curio pater et Margarita Isacia mater itali, tribus filiabus præstantissimis, dulcissimis carissimisque ut earum quod mortale fuit in beatæ reparationis spem conderetur, h. m. p. Migrarunt ad Deum in maxima hujus urbis pestilentia mense aug. anno sal. hum. MDLXIV ætat. singular. an. XVIII, XVII, XVI.

Vivit ut exigua lucens in lampada flamma, Sic nos æternum vivimus ante Deum. Surgemus vivæ: lacrymas cohibete, parentes, Quum tuba supremum fuderit alma sonum.

[181] Hospes, mane et disce. Non Cœlius hic, sed Cœlii σωμα, imo σημα: spiritum Christus habet: cætera nomen veræ pietatis, humanitatis, insignisque constantiæ. Quum σωμα in שׁמים tunc vere erit Cœlius Secundus Curio hospes. Si didicisti vale. Reliquit ætat. suæ ann. LXVII. salut. MDLXIX ad VIII kal. dec.

[182] Vedasi Vita C. S. Curionis; de mirabili sua e vinculis ac ipsis diræ necis faucibus liberatione dialogus. SCHOELORN, Amæn. eccl., p. 258.

C. SCHMIDT, L. S. Curioni, nella Zeitschrift für die historische Theologie di C. W. Niedner 1860, fasc. IV.

APPENDICE I.

La Fuga.

Lucio. O m'inganno, od ho le traveggole, o mi vien incontro il mio Probo, se pur non è l'ombra sua. Poichè so che fu trattato pessimamente in questi anni e da questi Caifa. Ma comunque sia, giacchè ha la faccia di Probo, per Probo il saluterò. Addio, o Probo.

Probo. Addio, caro Lucio. Ma dimmi, per Gesù; di che dubitavi al vedermi?

L. Temevo non so che; mi parevi e non parevi.

P. O che? Non ho la stessa cappa, la barba stessa, lo stesso volto?

L. Stesso affatto; ma deh quanto mutato! uscito di carcere, come sei lurido e magro.

P. Ma l'animo è uguale, neppur d'un briciolo cambiato, se non che la so più lunga.

L. È dunque madre di prudenza la pazienza del soffrire.

P. Tu stesso dal mio pericolo sarai scaltrito, se hai tempo d'udire come son riuscito a svignarmela.

L. O dimmelo, per quanto ben mi vuoi. Tornato da di fuori, intesi che tu per mezzo d'incanti rompesti i ceppi e fuggisti, il che non ti so dire quanto piacere mi recasse.... L'animo mi presagisce qualcosa d'insolito e degna di Probo.

P. Come fui preso il sai.

L. Pur troppo il so; e che Satana, come altre volte, ora istiga i satelliti suoi contro i servi di Cristo per estinguer la verità.

P. Così è; ma vincerà la verità. Dopo avermi menato per varie prigioni, non parendo mai abbastanza in sicuro, mi chiuser in una più difesa del Carcere Tulliano. Sta di mezzo fra il tinello e due altre camere, ove dormono in una il capo, nell'altra i guardiani. Qua a tarda notte per lunghi corridoj mi conducono, e mi serrano i piedi con ceppi di legno di grossezza enorme. Allora essi a domandare, cercare, consultare, che far di me; io con gemiti e suppliche pregar Dio assiduamente che, se alla gloria sua giovasse, mi togliesse dalle mani degli empj. Fattolo parecchi giorni, Gesù Cristo mi assistette e m'aperse la via, che subito senza timore io pigliai.

L. Qui non vedo entrarvi arti magiche, seppur Cristo è avverso ai prestigi.

P. Udrai. Ero in custodia d'un giovane. Cominciai a pregarlo che mi liberasse dal ceppo un de' piedi; bastava bene che fossi attaccato per l'altro: io non sono un Briareo dalle centomani, nè Dedalo da potere o portar via un tanto peso, o fendere l'aria. Egli, che non era d'indole cattiva, si lasciò persuadere, e mi sciolse un piede.

L. O che, speravi forse con un sol piede smuovere quel peso?

P. Non ci siamo ancora. Così passa uno, passa un altro giorno, e io m'accingo all'altra parte. Avevo indosso la camicia di lino, e direi meglio di limo. Cavatala, ne riempii la calza del piede libero, sicchè pareva una gamba vera, e v'aggiustai la sua scarpa. Occorreva qualcosa di sodo perchè la gamba s'irrigidisse: ed io a strologare, finchè vedo una canna sotto alcuni sedili. Stesa la mano quanto potei, giacchè stavo sull'ammattonato, la presi e l'introdussi a modo nella finta gamba: poi tirata la vera sotto la cappa, e sostituita quella, cominciai a provare se m'avvenisse secondo il desiderio.

L. E che non succede se Dio lo voglia?

P. Ben la pensi: perocchè Paolo dice: Chi resiste alla volontà di lui?

L. Ma ancor non comprendo a che mirassi.

P. Or lo saprai. Al domani sulle venti ore torna a me quel giovane, e mi domanda come va. — Non malaccio, rispondo, se tu mi permettessi di cambiar la gamba serrata con quest'altra, e riposarla a vicenda. Egli assente.

L. Oh bella! davvero me la godo. Ma poi, chiuse le tante porte, con tante guardie, per lunghi e ignoti corridoj, come cavartela?

P. O Lucio, le vie di Dio son molte. Non dicevi or ora che nulla succede che Dio non voglia? S'abbuja. Recasi la cena. Io, benchè fra speranza e timore, per non dar sospetto mangiucchiai. Si va a dormire. Resto solo. In prima da una porta all'altra vado a taciti passi, m'accosto, mi fermo, tengo il fiato, tendo l'orecchio per udire se dormissero, se alcuno parlasse o si movesse. Come accertai che tutto era queto, levo la gamba finta, rimetto la camicia, e m'accingo a partire, ma prima imploro il Signore brevemente.

L. Da buon cristiano. Poichè il Signore in san Matteo avvertì a non pregar lungo, e il dottor delle genti esecrò la βαττολογιαν. Hai fatto un voto, come si suole ne' pericoli?

P. Certo sì, e il maggiore e più santo de' voti.

L. Forse di religione.

P. Di che religione parli?

L. O non sai che ve n'ha di Francescani, Domenicani, Benedettini, e di seicento altre religioni?

P. Paolo m'insegnò che Cristo non è diviso, e i Cristiani non sono battezzati nel nome d'alcun uomo. Cristo medesimo avea predetto che ogni regno diviso perirebbe.

L. O festi voto di visitar San Giacomo di Compostella o la Madonna di Loreto, dove son appesi tanti voti di condannati?

P. Cristo vietò di cercar lui fuor di sè, giacchè egli è dapertutto principalmente nel petto dell'uomo, che Paolo chiama tempio di Dio.

L. Ma molti stimano sommo il pellegrinaggio di Terrasanta, e il papa non ne dispensa facilmente. Poichè quella terra fu tocca coi piedi proprii di Cristo.

P. Vero; ma egli per bocca del profeta dice: Il cielo è mia sede; la terra è sgabello de' piedi miei. Nè vedo che vi tornino migliori quei che vengono di là. Cielo non animo muta chi trapassa il mare, disse il poeta.

L. Se non fu di castità, non so qual altro voto potessi fare.

P. Sebben non l'ignori, pure giacchè il vuoi, ti rispondo che la castità può l'uomo prometterla, ma Dio solo mantenerla. Ed è temerità e follia prometter quello che non si può attenere. Ed anche nel matrimonio può la castità serbarsi, ove si serbì la fede e l'integrità maritale.

L. Insomma che voto fu il tuo?

P. Votai me e le cose mie a Cristo Gesù liberator nostro, pregandolo d'or innanzi non mi lasciasse trascinar dalle mie passioni, ma col suo spirito mi traesse a sè; e come il vasajo della creta, così egli di me usasse alla gloria sua.

L. O voto veramente cristiano, che tutti femmo nel mistico lavacro e pochi manteniamo, offrendo invece a Dio quei voti che pendono alle pareti...

P. Dall'orazione sorgo leggero; cerco a sinistra il tinello, e qui un primo lampo mi balenò, poichè la porta che strideva sui cardini s'aperse così silenziosamente come se fosse immota.

L. E non avesti tampoco bisogno di chiave?

P. No: era chiusa solo col paletto di dentro. Esco adunque; pel salotto vo tentone, finchè per un'altra porta m'imbattei nella scala; discendo, e trovo la porta chiusa con saldissimo chiavaccio.

L. In somma tenevi il lupo per l'orecchie.

P. Sì, se Cristo non mi avesse ajutato. Risalgo la scala, e nel montare mi s'offre una finestra, la cui altezza argomentai dai gradini, poichè la notte era così buja, che non potevo veder il piano del cortile: da questo alla finestra non v'avea più di diciotto piedi, onde risolto d'avventurarmi, prima gettai la cappa perchè mi riparasse, poi io dietro.

L. E nulla t'accadde nel salto?

P. Nulla, per Dio grazia. Subito vo dritto alla porta di mezzo, se mai fosse chiusa solo a stanga di dentro, come si suole: ma invece vi era e catenaccio e chiave. Allora giro per l'orto e tento i muri, ma invano. Già avevo perduto un'ora, e stanco e più morto che vivo, non cercavo più di camparmi ma d'uscir di vita. E perchè sorridi?

L. Perchè me lo narri dopo uscito dal pericolo. Poi mi sovvien quel motto «Il lupo intorno alla fonte gira». E a te pure non giova ricordar cose tali. Ma io vorrei che ciò sapesser questi saducei, a gloria di Dio e loro ignominia.

P. Sì, se si convertissero: ma il fuoco non s'estingue con legna e con olio, anzi s'attizza.

L. S'ha dunque a lasciarli?

P. Lo credo, finchè il Signore li stermini col fiato della sua bocca. Perocchè è vicino il tempo che chi nuoce nuoccia di più, chi è lordo e più s'imbratti, chi è giusto divenga più giusto e santo. Nè il padre celeste lascerà che noi siamo tentati al di là di quel che possiamo.

L. Ma mi struggo d'udire con che mezzi superasti la cresta del muro, giacchè non potevi di meno: cioè ascender quanto eri disceso dalla finestra.

P. Quali mezzi se non i divini? Con nessun altro potevo levarmi in alto.

L. Forse apristi qualche porticina col favor di Dio?

P. Neppur ciò. Mentre fra queste difficoltà mi disperavo, sorse una stella d'insolita luce, talchè dava ombra a guisa della luna. E perchè non la credessi la stella di venere, la notte non era a mezzo corso; poichè quando m'assisi sulla cresta del muro sonò la settima ora, ed era d'inverno. Di quella stella non so se presi più allegrezza o spavento. Certo col suo lume mi scopriva, se mai alcun custode guardasse. Ma dormivano la grossa, ed io vigilando alla mia salute, credetti dover profittare del lume celeste. Adunque tornai a esaminar il muro quant'era lungo, finchè all'angolo m'accôrsi era unito a un altro roso dal tempo e rotto, talchè potevo co' piedi e colle mani arrampicarmi. Cominciai dunque a salire, ma appena alzato di terra, il sasso a cui m'appigliavo cascò meco con gran fracasso.

L. E non ti fiaccasti nessun membro?

P. Nessuno, o Lucio, e mi sedetti come in morbido letto. Ben mi balzavano tutte le viscere, parendomi veder gente accorrer allo strepito, mentre invece nessun si mosse. Stetti alcun tempo a orecchi e occhi tesi, e come non vidi nessuno avvicinarsi, con maggiore sforzo m'arrampico, e finalmente accavalcio il muro. Poi pian piano scivolo dall'altra parte, e coll'ajuto di Dio mi ricovero alla casa di Filosseno Nuceo, uom dotto e pio quanto sai, e benevolo a me e a tutti i buoni. Son questi gli incanti con che mi salvai, ossia Cristo mi salvò.

L. Non vedo in che questa tua liberazione differisca da quella di Pietro apostolo. Giacchè anche per te pregavamo quanti adoriam Cristo; e te lo spirito di Dio eccitò, quando neppur sognavi di fuggire. Ma una tal liberazione nessun mai ha udita. E chi dubiterà che quella luce non fosse lo splendor dell'angelo?..... ecc.

APPENDICE II.

Le Pasquinate.

A Roma nel rione Parione, dov'è il palazzo Orsini, che nel 1791 i Braschi comperarono per cinquantamila scudi, sta sulla cantonata della piazza una statua monca, senza naso, nè braccia, nè gambe. Lodovico Castelvetro, nella Ragione di alcune cose segnate nella canzone di Annibal Caro, riferisce aver udito dal Tibaldeo che a Roma visse un sartore arguto, di nome maestro Pasquino, nella cui bottega in Parione convenivano molti bajoni, ed anche cortigiani, ambasciadori, cardinali, a tartassar il terzo e il quarto. I motti e i frizzi correano poi per la città, e anche quelli d'altri s'attribuivano a maestro Pasquino. Era costui morto da poco tempo, quando presso la sua bottega si sterrò una statua, guasta, ma che giudicossi un capolavoro, e che figurasse Alessandro, o Menelao che sostiene il cadavere di Patroclo. I bizzarri dissero ch'era Pasquino risorto, e cominciarono attaccar a quella le satire.

Il fatto non è esatto, poichè sappiamo che, al tempo del Tibaldeo, già quella statua stava eretta sopra un piedistallo presso al palazzo Orsini, il quale fu bensì ricostruito dal Sangallo verso il 1512, ma esisteva da ducento anni: e par probabile quel torso fosse scoperto nel cavarne le fondamenta, lungo tempo prima del maledico sartore. I capi rioni attaccavano a quella statua gli avvisi municipali, essendo in luogo centrale e frequentato, poi anche l'autorità ecclesiastica le indulgenze, le pastorali, ecc., finchè anche i maligni cominciarono appiccicarvi le satire, di cui fu sempre ghiotta quella popolazione, e che si dissero pasquinate anche quando o non v'erano state affisse, o l'erano ad altre statue. Perocchè il privilegio di Pasquino fu diviso dal Babbuino che dà nome a una via, dal Facchino del palazzo Piombino, dall'abbate Luigi, da donna Lucrezia dietro il palazzo di Venezia, dallo Scanderbeg sul palazzo che fu abitato da questo, e principalmente dal Marforio, dio marino colossale dissepolto tra il Foro (Martis forum) e il tempio di Marte, e collocato per prospettiva alla fontana di Campidoglio.

Massime alle elezioni dei papi si moltiplicano queste satire, per lo più brevi, talora in dialogo, sempre argute. Noi ne accenneremo alcune, che abbiano qualche appiglio colla nostra storia.

A Sisto IV morto:

Stupra, fames, strages, usura, furta, rapinas Et quodcumque nefas, te duce, Roma tulit. Magna (licet tarde) solvenda, est gratia morti: Omne scelus tecum, Sixte cruente, jacet.

Per Alessandro VI, quando si ripescò dal Tevere il cadavere di suo figlio:

Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus, Piscaris natum retibus ecce tuum.

E altre volte:

Vendit Alexander claves, altaria, Christum: Emerat ille prius, vendere jure potest.

E alla sua morte:

Dic unde, Alecto, pax hæc effulsit et unde Tam subito reticent prælia? Sextus obit.

Per Giulio II, che diceasi aver buttato le chiavi di Pietro per impugnar la spada di Paolo:

Huc barbam Pauli, gladium Pauli, omnia Pauli: Claviger ille nihil ad mea vota Petrus?

e altrimenti:

Obtulerat, Juli, tibi quæ sors Julia claves, Clavas, erravit credo, datura fuit.

e per le sue indulgenze:

Fraude capit totum mercator Julius orbem; Vendit enim cœlos, non habet ipse tamen.

Per la mansuetudine di Leon X:

Ipse licet cupias animos simulare Leonis Non lupus hoc genitor, non fuit ursa parens Ergo aliud tibi prorsus habendum est, cæcule, nomen, Nam cuncta ut possis, non potes esse leo.

Altra volta Pasquino era comparso da pellegrino mendicante, e diceva: «Andrò ai Galli e agli Ispani per empir la tasca d'oro, poichè il poter dell'oro caccia adesso le Muse. Amici, portatemi oro, non versi; ai potenti non comanda che il denaro».

Dona date, astantes; versus ne reddite: sola Imperat ætheriis alma moneta Deis.

Ma perchè i letterati, contenti de' favori di papa Leone, lo lasciavano tacere, Pasquino cantò:

Non homo me melior Romæ est. Ego nil peto ab illo, Non sum verbosus: hic sedeo et taceo.

Di rimpatto si sfogò contro Adriano VI. Sotto Clemente VII le sventure furono troppo serie: ma alla sua morte, che si dicea causata dall'imperizia del medico Curti, fu scritto:

Curtius occidit Clementem; Curtius auro Donandus, per quem publica parta salus.

O gli applicaron il versetto evangelico: Ecce qui tollit peccata mundi. Fu anche scritto:

Nutrix Roma fuit, genitrix Florentia: flevit Nec tua te nutrix, nec tua te genitrix. Mors tua lætitiam tulit omnibus: unica mæret Quæ, te regnavit principe, dira fames.

In un altro epitafio assai lungo, dopo basse ingiurie, s'invitano i Romani a festeggiare, perchè

Pristina libertas reddita, Roma, tibi est.

Al tempo di Paolo III Pasquino scriveva:

Ut canerent, data multa olim sunt vatibus æra: Ut taceam, quantum tu mihi, Paule, dabis?

Ma non tacque, e tra gli altri applicogli il detto scritturale: Zelus domus suæ comedit illum: e che Roma, dopo trovatasi sì male di due Medici, or cadde nella frenesia (Farnese).

Un'altra volta narrava Marforio che un angelo intimasse al papa: «Pasci le mie pecore»; Pasquino replicava aver egli risposto: «La carità ben ordinata comincia da sè». E Marforio insisteva: «È egli giusto di toglier il pane di bocca ai figliuoli per darlo ai cani?»

Un'applicazione in grande de' testi biblici fu fatta in occasione dell'Epifania del 1535, per la gita del papa a Marsiglia.

Il papa diceva: Modicum videbitis me, modicum et non videbitis me, quia vado ad patrem.

Il re di Francia: Tu es qui venturus est, non alium expectamus.

Il cardinale di Cesi: «Io sono una vigna selvaggia: il padre mio era un agricoltore».

Il cardinale di Bari: «Barabba era un ladro».

Il cardinale Campeggio: Filii tui tamquam novellæ olivarum in circuitu mensæ.

Il cardinale di Mantova: Lingua mea calamus velociter scribentis.

Il cardinale di Ravenna: Vade in pace et noli amplius peccare.

Il cardinale Doria: Vade retro, Satana.

Il cardinale di Bologna: Amice, quomodo intrasti non habens vestem nuptialem?

I cardinali spagnuoli: In cathedram Moysis ascenderunt scribæ et pharisæi.

I cardinali nuovi: Laudate, pueri, Dominum, laudate nomen Domini.

Pasquino: Si veritatem dico vobis, quare non creditis?

Non è facile capir tutte le allusioni, e perciò ne lasciammo via molti. Fu anche parodiato il Vangelo, facendone uno secondo Marforio, dove la visione d'Emaus è convertita a tassar papa Clemente, ma più il suo successore.

Un'altra volta era il Liber generationis antichristi filii diaboli. Diabolus genuit papam, papa vero genuit bullam; bulla vero genuit ceram; deinde cera genuit plumbum; plumbum vero indulgentiam; ea vero curenam (assoluzione dal digiuno quaresimale); carena vero genuit quadragenam (la quarantena); ex qua tandem orta fuit simonia, ex qua fuit superstitio, etc.; e dopo la cattività di Babilonia, il cardinale generò il cortigiano, il cortigiano il vescovo suffragante e il commendatore, che generarono la pensione: dalla pensione venne la decima, da questa l'oppressione del paesano; l'oppressione generò la collera, e questa l'insurrezione, nella quale si rivelò il figlio dell'iniquità che chiamasi Anticristo.

Gli è per tali profanità che delle pasquinate ebbe ad occuparsi anche il Concilio di Trento, perocchè alcuni, e specialmente il legato Del Monte, voleano si provvedesse all'abuso che in essi faceasi de' testi sacri, convertendoli o a satira o a giocondità: ma non si credette dovervi prendere un provvedimento speciale: solo si proibì di usar le parole scritturali in vanità, adulazioni, scurrilità, superstizioni, libelli famosi. E fra i decreti sui libri proibiti al § 11 restano in generale vietati Pasquilli omnes, ex verbis sacræ scripturæ confecti. Item Pasquilli omnes etiam manuscripti, omnesque conscriptiones in quibus Deo, aut sanctis, aut sacramentis, aut catholicæ ecclesiæ et ejus cultui, aut apostolico quomodocumque detrahitur.

Pure queste applicazioni di testi ecclesiastici talvolta non sono che ingegnose, come quando nel 1535 de' cardinali francesi si dice «Per altra via se sono tornati»; e dei tedeschi: «Non v'è nulla da mangiare noi in questa casa?»

Ed altra volta per l'entrata de' Francesi in Italia:

Roma. Hora est jam de somno surgere. Spagna. Uxorem duxi: habe me excusatum. Germania. Quo me vertam nescio. Fiandra. Effusum est in terra robur meum. Polonia. Date elemosinam. Portogallo. Non bene conveniunt Judæi cum Samaritanis. Lorena. Dominus dedit, Dominus abstulit. Savoja. Nescio loqui, quia puer sum. Piemonte. _Legatis manibus et pedibus, projicite eum in tenebris exterioribus._ Ginevra. _Quando morietur et peribit nomen ejus, tribulationes cordis multiplicatæ sunt._ Svizzera. Miseremini mei, saltem vos amici mei. Olanda. Veh nobis. Genova. Transeat a me calix iste. Milano. Timor et tremor venerunt super me. Parma. Adorabimus in loco ubi steterunt pedes ejus. Modena. Deprecabilis esto super servos tuos. Firenze. Domini est terra et plenitudo ejus. Napoli. Deficit spiritus meus, paratum cor meum sperare in Domino. Messina. Non credam amplius. Mantova. Quid vultis mihi dare et eum ego vobis tradam. Francia. Dissipabo et assorbebo simul. Venezia. _Non timebimus dum turbabitur terra, etenim inimici mei non potuerunt adversus nos._ Inghilterra. Pereat memoria ejus, et sequaces ejus fiant orphani.

E qui son a ricordarne due a proposito di Galileo. Quando egli ebbe scoperto i satelliti di Giove, e che la più parte degli astronomi li negavano, Keplero li vide, ed esclamò, Galilee, vicisti. Di rimpatto un frate a Firenze prese per testo d'una predica, Viri Galilæi quid statis aspicientes in cœlum?

Nell'Indice tridentino de' libri proibiti è registrato Evangelium Pasquilli. Vi somigliano le Sortes Virgilianæ per Pasquillum collectæ; emistichi o versi di Virgilio, applicati ingegnosamente.

Il papa si duol di non aver dapprincipio soffogato Lutero:

Trojaque nunc stares, Priamique arx alta maneres

A quei che voleano il papa presedesse al Concilio:

An monstrum infelix sacrata sistitis arce?

Ad Erasmo vacillante,

Terras inter cœlumque volabat.

Al papa perchè non si mescoli delle cose temporali,

Pastorem, Tytire, pingues Pascere oportet oves, deductum dicere carmen.

Il papa temente della sorte de' suoi, esclama:

Dii patrii, servate domum, servate nepotem.

Sui disastri di Roma:

Urbs antiqua ruit, multos dominata per annos.

Lutero solo contro tutto il mondo:

Vim cunctam atque minas perfert cœlique marisque.

Nell'indice de' libri proibiti dal concilio di Trento son notati:

Pasquilli et Marforii hymnus in Paulum III. _Pasquillorum tomi duo, quorum primo versibus ac rhytmis, altero soluta oratione conscripta quamplurima continentur._ Pasquillus extaticus et Marphorius. Pasquillus Fagius. Pasquillus Germanicus. Pasquillus proscriptus a tridentino concilio. Pasquillus semipoeta. Pasquino in estasi nuovo e molto più pieno che 'l primo, fu aggiunto con decreto del 16 marzo 1621.

In occasione che il papa prende il possesso, che è una delle solennità più splendide della splendida Roma, veniva Pasquino foggiato in qualche personaggio, e allora le satire s'acconciavano a queste trasformazioni. Per l'una diceva:

«Qual meraviglia se mi trovi cangiato, dacchè Paolo cangia dieci volte all'ora?»

Vestito da Occasione, diceva all'imperatore:

Cæsar, habes nulli qualem me habuere; videsne? Ni mea, ni noscis tempora, asellus eris.

Ma gli si rispondeva:

Postquam regna tenet Paulus, domus alta Quiritum Occidit, atque simul concidit omne decus. Occidit imperium Christi, spes, fasque, piumque. Occidit alma quies, occidit alma fides. Dicendum occasus potius quam occasio certum est, Pasquille, ut rebus nomina conveniant.

Un'altra volta egli compariva da viaggiatore, e

Credula verbosum papam quia Roma creasti Expedìt hoc cunctis dicere; Roma, vale.

Essendo vestito da Perseo, gli fu appicciato il distico:

Perseo che di Medusa il capo cese, Cederà ancora il capo del Farnese.

Oppure:

Papa medusæum caput est; coma, turba nepotum: Persæu, cede caput; cæsaries periet.

Quando esso Paolo III trasferì il concilio, stampossi un Pasquilli carmen in Paulum III fugitivum a facie concilii Mantuani:

Quid est tibi, papa, quod concilium fugisti, et vos, cardinales, quia conversi estis retrorsum?

A facie reformationis mota est curia, a facie reformationis veræ,

Quæ converteret papam in pauperem plebanum, et cardinales in miseros capellanos.

Anche Paolo IV fu incessante bersaglio a satire, massime a cagione dei nipoti: e il suo nome di famiglia Caraffa diè occasione a molte arguzie, tanto che si dovette proibire di gridar per istrada bicchieri e caraffe.

Sotto Sisto V comparve Pasquino con una camicia tutta sudicia. E chiedendogliene Marforio il perchè, rispondeva: «Perchè la mia lavandaja è divenuta sorella di papa».

E perchè Sisto rimescolava colpe vecchie, si fecer dialogare le due statue di san Pietro e Paolo. Il primo vedeasi in atto di partire cogli sproni:

San Paolo: Dove vai?

San Pietro: Corro qualche pericolo. Temo esser chiamato in giudizio perchè ho rinnegato il mio maestro.

San Paolo: Allora farò bene anch'io a cavarmela, perchè m'imputeranno le persecuzioni che feci contro i Cristiani.

Ma Sisto non intendea scherzi, e faceva anche impiccare i satirici, onde Pasquino dovette contentarsi d'esclamare che papa Sisto non la perdona neanco a Cristo.

Venendo a tempi vicini, di Benedetto XIV disse Pasquino: Vir bonus in solio, Bonus vir in solio. E di Pio VI che nello stemma portava aquila, gigli, stelle, venti:

Redde aquilam imperio, Gallorum lilia regi, Sidera redde polo; cætera, Brasche, tibi.

In somma Pasquino è un arguto, che tien l'occhio al Vaticano, l'orecchio al conclave, intelligenze nelle anticamere, spie nelle sale e nelle alcove. Talvolta fu l'uom dabbene indignato de' vizj: tal altra lascia fra il riso trapelare l'ira protestante come quando dice:

Il rosso gregge si divide in tre, Mangia Dio, mangia plebe, e mangia re.

Si abusa del suo nome? egli esclama:

Me miseram! copista etiam mihi carmina figit, Et tribuit nugas jam mihi quisque suos.

Talora domanda un cappello di cardinale:

Tandem, maxime pontifex, galerum Pasquillo tribuas tuo roganti. Si sensu sine sum, rude atque marmor, Complures quoque episcopos videmus Ipso me mage saxeo creari.

Altre volte fa un confronto tra il papa e Cristo:

Christus regna fugit: sed vi papa subjugat urbes. Spinosam Christus, triplicem gerit ille coronam. Abluit ille pèdes; reges his oscula præbent. Vendentes pepulit templo, quas suscipit ipse.... Ascendit Christus, descendit ad infera præsul.

Qualche volta con tenuissimi cangiamenti muta l'elogio in satira; come quando essendosi scritto, Orietur in diebus nostris justitia et pax, Pasquino vi antepose un M.

E altra volta: «Tu ridi, o passagero, perchè il vecchio Pasquino vedi senza naso, senza labbra nè mani, e perduta ogni forma.

Nempe vides quam Roma viros bene tractet honestos Quos ea, si qui sunt hic, periisse cupit. Nam me quod nimius veri sum visus amator Et mores urbis carpere sæpe malos, ecc.

E il Marini cantava:

Non cercar tu che passi Come favelli e scriva Una pietra insensibile e scolpita Che della mano e della lingua è priva. Fora ancor poco a questa età cattiva, Poichè tacion color che han voce e vita Quand'io non sol parlassi Ma parlando scoppiassi, Per romper con lo scoppio e testa e braccia A chi mi fa parlare e vuol ch'io taccia.

Nel 1592 erasi stabilito di farla finita con questo garrulo mozzicone e gettarlo in Tevere. Trovavasi allora a Roma Torquato Tasso, e suggerì: «Nol fate. Dalla polvere nella ripa del fiume nasceranno infinite rane, che gracideranno notte e giorno per vostro dispetto». Gli si diede ascolto, onde Marforio ne mandò le congratulazioni a Pasquino. E questo rispondea: «Di fatto m'avean messo in querela col sant'Uffizio. Comparvi davanti ai cardinali, e pensa come mi conciarono! Senza un secondo Torquato, la bocca di Roma era chiusa per man de' Barbari. Per fortuna la ragione disarmò l'ira, e la satira dee la vita alla poesia».

Sotto Urbano VIII de' Barberini, Pasquino esclamava:

Ohimè, non ho più un quattrino, Tutto il mio è del Barberino.

Ed essendosi levato il tetto di bronzo dal Panteon per fondere la cattedra di san Pietro, disse: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini. Quando esso papa emanò una bolla contro il tabacco, Pasquino esclamò: Contra folium quod vento rapitur ostendis potentiam tuam, et stipulam siccam persequeris.

Sotto Alessandro VII, Pasquino prese, come spesso i buffoni, la parte del prepotente, schernendo il papa degli insulti fattigli da Luigi XIV, or in colloqui coll'abbate Luigi, or in sindacato dove i conservatori di Campidoglio assumono per segretario Marforio, Pasquino per procurator fiscale, don Gregorio per usciere; e dopo molte cose serie e molte beffarde, conchiudesi con sette avvisi: 1º che tutti i cittadini abbian un esemplare della storia romana, per ricordarsi le geste degli avi, aspirarne l'amor della libertà, e ricordarsi che cacciarono i Tarquinj dalla città; 2º che siano obbligati di legger la storia primitiva della Chiesa, notare il diritto che avea il popolo d'eleggere i papi e di partecipare al governo temporale; 3º di non chiuder gli occhi ai disordini degli ecclesiastici; 4º ridersi delle bolle fabbricate per avvilire il popolo e sottomettere i laici ai preti; 5º stare uniti in santa fraternità, perchè sulla discordia si fondò la sua schiavitù; 6º render al papa ogni rispetto e obbedienza come sovrano spirituale; 7º guardarsi dal pagare soldati quando i papi volessero far guerra e cambiar la croce in spada.

Oltre la pasquinata, che diceva di lui, Maxime de se, magna de parentibus, mala de principibus, pessima de cardinalibus, nihil de Deo, moltissimi sonetti conosco per la morte d'Alessandro VII, e un de' migliori è questo:

Papa Alessandro settimo sanese Di casa Chigi, qui sepolto giace Che sopra dodici anni e più d'un mese, Mal grado suo, non vide Italia in pace.

Con finto zelo e con pietà fallace Molto al mondo promise e nulla attese. Disse che i suoi starebbono al paese, Ma a capo all'anno si trovò mendace.

Vantò di sollevar lo stato oppresso, Disse voler premiar li dotti e buoni, Far tornar Roma al suo primiero sesso.

Ma niuno più di lui senza occasione Mille gabelle impose, e niun quant'esso Distrusse Roma ed ingrandì bricconi.

Un papa il ciel ci doni, Che riducendo quel ch'ei disse in atto, Si guardi poi dal far quel ch'egli ha fatto.

Questo sonetto trovo nella Magliabecchiana mss. cl. VII. 309; dove sono moltissime pasquinate, o in raccolte, o sparse: fra cui Risate di Pasquino con l'abbate Luigi per l'aggiustamento di Pisa circa le differenze tra il re di Francia e la casa Chigi.

Ultimamente stampossi Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes, traduite et publiée pour la première fois par MARY LAFON (Parigi 1861). È poco meglio che copia di un articolo dei Mémoires de littérature par M. De S.... (t. II, p. II, p. 200, Aja 1717), aggiuntevi mentosto pasquinate che satire contro i papi, tolte da Hutten e da altri. Per esempio, sotto Giulio II mette il dialogo, spiritoso per verità ma ben lungo, fra questo papa e san Pietro alla porta del paradiso, che è attribuito a Erasmo o a Fausto Anderlino, e che noi mettemmo in nota al Discorso XIV. Esso Hutten ha pure il Pasquillus exul, dialogo con Ciro; ove finge che, abbandonando affatto la città, stanco di aspettare, nè più nulla sperando dal papa, solo occupato ad impinguare i suoi ben numerosi, gli espone il secreto della creazione dei trentun cardinali, della promulgazione delle indulgenze, e del progetto della crociata, che in fatto era un'operazione politica e finanziera per ristaurar l'erario, e dar al papa la maggioranza nel conclave.

E tutt'altro che pasquinate sono il dialogo tra Vadisco e Pasquino: Apophtegmata Vadisci et Pasquinei de corrupto statu Ecclesiæ; il Pasquillus extaticus, ed altre composizioni.

Gli è per quest'ultima che annettesi il marmo beffardo al nome di Celio Curione, del quale vuolsi sia la raccolta Pasquillorum, comparsa a Basilea il 1544.

Questa comincia da una poesia De se ipso et origine sua, ove Pasquino narra lui esser Lica che portò ad Ercole, da parte di Dejanira, la fatal camicia, onde perdè la vita; ma prima di spirare lanciollo in aria: ricaduto sopra uno scoglio del mar d'Eubea, suscitava tante tempeste, che Nettuno col tridente ne lo cacciò, onde salvossi in terraferma, ed or rimane a Roma, dove una turba di pedagoghi ogni anno gli rende i dovuti onori.

Non v'è titolo propriamente onde attribuir quella raccolta al Curione, e neppure il Pasquillus theologaster diretto a Lutero; bensì è di lui il Pasquilli extatici de rebus partim superis, partim inter homines in christiana religione passim hodie controversis cum Marphorio colloquium (Basilea 1544). Poi Celii Secundi Curionis Pasquillus extaticus, una cum aliis etiam aliquot sanctis pariter et lepidis dialogis, quibus præcipua religionis nostræ capita elegantissime explicantur; omnia quam antea cum auctiora, tum emendatiora,.... adjectæ quoque sunt quæstiones Pasquilli in futuro concilio a Paolo III indicto disputandæ, lectu jucundissimæ (s. l. et a.).

Forse col titolo di Pasquino in estasi, ragionamento di Marforio e Pasquino, il dialogo fu scritto originariamente in italiano, qual si trova manoscritto nella biblioteca ducale di Gotha, poichè v'è qualcosa che manca nelle stampe latine, come il passo relativo a Giovanni Valdes, che daremo qui sotto.

Comparve poi a Ginevra Pasquillus extaticus, non ille prior sed totus plane alter auctus et expositus; e Pasquino in estasi, nuovo e molto più pieno che 'l primo, col viaggio all'inferno colla falsa data di Roma, nella bottega di Pasquino a l'istanza di papa Paulo Farnese. Sebben quest'ultima frase sia evidentemente falsa, indicherebbe però fosse anteriore al 1549, e vi stanno in appendice Questioni di Pasquino da disputare nel Concilio di Trento, che mostrava di voler fare il papa.

È un de' libri che più corsero attorno in quel tempo, e di quelli che sogliono fare il maggior danno, pervertendo il buon senso e la morale col mettere il riso al luogo delle ragioni, e ridur l'uomo al grado di scimia. Diamone l'analisi.

Marforio. «Che c'è di nuovo, Pasquino? Tu sei bello e smagliante.

Pasquino. Come chi ha veduto il re del cielo. Non sai che, dopo il colloquio coll'Eterno, Mosè sfolgoreggiava?

M. Il so, ma che? Forse le pietre van oggi in cielo?

P. Perchè stupirne, quando ci van tuttodì monache, abati, preti, vescovi, papi, coi ventri dieci volte più pesanti di me?

M. Oh per lo meno son uomini e non sassi.

P. Non sai che quei che governano il mondo e la Chiesa han l'orecchio duro, sicchè bisognan pietre per toccarli, e massime per cacciar quello sciame di adulatori che vi ronza attorno?

M. E chi t'ha dato a te quest'incarico? N'hai licenza dal papa?

P. La necessità mi forza a parlare. I nostri contemporanei hanno gran bisogno d'udir la verità: quei che potrebbero dirla taciono; bisogna dunque che parlin le pietre, come comanda il Vangelo».

Qui vien a raccontare come, stando in una grotta presso il Coliseo, s'addormentò, e gli apparve un globo di fuoco, di mezzo al quale un vecchio Jerosataniel, capo de' veri veggenti, il quale gli esibì di mostrargli il cielo. «Ma oggi v'ha due cieli, uno eterno, ove Cristo salì, ove andranno i fedeli, ove Dio, cinto di angeli, giudicherà noi tutti; l'altro, fatto di man d'uomo, e compaginato abbastanza male dal papa». Pasquino chiede di veder quest'ultimo: gran città, dove entrava una folla di cattivi angeli, carichi di suppliche, petizioni, corone, rosarj, cera da bolle, argento, oro, sigilli, immagini, scapulari, pietre preziose; altri n'uscivano portando la pace, la guerra, i nembi, il fulmine, la tempesta, e tutto ciò che gli uomini creduli amano e temono. Una sola porta serve ai mortali, fatta di marmo grossolano, e che ha per ornamenti la donazione di Costantino e i trofei dei papi, quando umiliavano i re, e metteano il piede sulla testa degli imperatori.

Il vecchio che la custodiva, udito che era Pasquino, nol volle ricevere, dicendo che quello cielo non era fatto per buffoni e mimi.

La guida lo consolò, dicendogli conosceva una breccia, aperta da Lutero e Zuinglio secondo i precetti di Paolo, per demolire questo cielo. All'entrata sventolavano due bandiere, portanti detti evangelici: «Nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza. — Venite a me voi che soffrite e faticate, e v'ajuterò». Accostandosi al difficile accesso, incontrano un vecchio, dalla barba lunga, sulla cui tunica eran ricamate le lettere V. D. M. I. Æ. (Verbum Dei manet in æternum). Questi non vuol lasciar entrare Pasquino se non l'esamina sulla fede. E gli domanda: «Chi è il capo della Chiesa, Cristo o il papa?»

— Tutt'è due» risposi io.

— Dunque la Chiesa è bicipite, eh?

— No no, celiavo: non ebbe mai e non ha che un solo capo, Gesù Cristo; chi gli mette sulle spalle anche quello del papa, ne fa una specie di Cerbero».

Il vecchio lo bacia, e lo mena verso gli altri, chiamandolo fratello. Colà trova Federico di Sassonia, eccellente principe che aperse tutte le porte al Vangelo: Zuinglio, Capitone, Ecolampadio, altri Tedeschi, e molti Svizzeri, alquanti Francesi abbastanza Italiani, e qualche spagnuolo. Fra gli Italiani erano Gerolamo Galateo di Venezia, che undici anni soffrì con costanza, e morì pel Vangelo nelle tenebre d'un carcere. Vide anche uno spagnuolo, nobil cavaliere di Cesare, ma cavaliere di Cristo ancor più nobile, Giovanni Valdes vir summa religione, fide, eruditione, qui Neapoli diem obiit supremum, egregiis relictis ad hoc cœlum excidendum istrumentis.

Continuando vede come le mura che difendevano quella città erano di rosarj, tonsure, barbe, cingoli, sandali, pazienze, zoccoli, pesci, ova, mitre, cere, bolle, il tutto cementato con olio e seta: e v'avea quattro porte; la superstizione, l'ignoranza, l'ipocrisia, l'orgoglio. Ma tutto era minato, senza che se n'accorgessero i monaci che custodivano. Entrato, esamina il quartiere dove stavano monaci ed eremiti, de' quali storpia beffardamente i nomi, poi le monache, poi i confessori, e i gran dottori che faticavano a trasportar dal Vecchio e dal Nuovo Testamento ciò che s'affaceva alla Chiesa loro, le decime, le mitre, gl'incensi, i sacrifizj de' leviti, lasciando via le mogli col dir che la nuova legge permette solo le concubine e peggio. Invece di evangelisti, scorge una folla di dottori e redattori di decretali e bolle sull'infallibilità del papa.

Quand'ebbe veduto questo ed altro, pregò il vecchio di ricondurlo quaggiù; e credette inutile veder l'inferno, dacchè avea veduto il cielo dei papi.

È principalmente all'occasione del conclave che la lingua di Pasquino taglia e fende, valendosene amici e nemici a sostenere od abbattere i varj candidati. Quelle satire riferendosi a fatti e persone specialissime, han poco interesse dopo passatane l'occasione. La più antica che si conservi, credo sia quella dopo la morte di Clemente VII nel 1534.

_Dialogo fra Pasquino e san Pietro imprigionato in Castel Sant'Angelo._

Pasquino. Or che par vero che Clemente è morto, Sali fuora, buon Pietro, di prigione, E va gridando al cielo e alle persone Tutto il mal che t'ha fatto, e quanto torto.

Non star serrato più: prendi conforto, Ch'ora per tutto si farà ragione, E tal che infino a qui fatto ha il barone, In sulle forche si vedrà di corto.

E via dice i più villani improperj contro Clemente «che ha spogliato la Chiesa e 'l mondo e Cristo», e conchiude:

Pietro norma ti sia d'andar più saldo, Che ne facci un miglior, non un ribaldo.

San Pietro gli domanda a chi

gli par senza peccato, Che si potesse dar questo papato. Farnese è attempato

Pasquino. Capperi! ha tanti figli e tanta gente Che alla fin saria peggio che Clemente.

San Pietro. E Siena non val niente?

Pasquino. Non gli manca se non ch'è sciocco e matto E non ha più cervel che non n'ha un gatto,

E così seguita a riveder il pelo di ciascuno, finendo:

Li Francesi imbriachi, quei di Spagna Marran, e luteran quei di Lamagna.

San Pietro. Dunque senza magagna Non si ritrova al mondo un cardinale? Povera Chiesa, come stai tu male!

Gesù mio, se ti cale, Poichè tra questi non c'è nom che vaglia,

Trovane un tu che vaglia E che alla Chiesa tua non sia rubello. Ajuta il pastor tuo che già tant'anni Non ebbe successor se non tiranni; Soccorri alla tua Chiesa e alla mia nave, Che si sommerge, e che perse ha le chiave.

In una pasquinata da conclave si tassano le varie nazioni.

Per cercar nel sacro soglio Il futuro dominante, Vedo ognun sì discrepante, Che il parere anch'io dir voglio. Se ci eleggono un romano, Genti mie, voi state fresche! Gran sparate romanesche E all'oprar si va pian piano. Sento dir da ogni persona, Se lo fanno fiorentino, Che la soglia di Quirino Ridurrà piazza Navona.... Se a gentil napoletano Un boccone tal gli tocca, Saria ben largo di bocca, Ma poi stretto della mano. Se di nuovo a noi un Lombardo La disgrazia mai ci reca, Cambierebbe la buseca Della camera col lardo.... Se reggesse questa mole Un francese, ch'è sì vario, Ben sarebbe necessario Roma empir di banderuole.

Una volta si finge che i Padri in conclave vogliano trattenersi con una commedia, e ciascuno ne propone una, delle più conosciute, e il cui titolo è satira.

CIBO. Chi non sa fingere non sa vivere. DELFINO. La verità inefficace. CARPEGNA. L'accidia sospirosa. BARBARIGO. L'Arcadia in Brenta. GOES. Chi la fa l'aspetta. MALDACCHINI. Arlecchino finto principe.

Un'altra volta Pasquino disse:

Conclave in carnevale. Oh cosa bella! Ci daranno per papa un pulcinella.

Nella qual occorrenza disse pure:

Tre peccati faceste, o padre santo, Accettare il papato e viver tanto, Morire in carneval per esser pianto.

In tal fatto il capolavoro è il Conclave del 1774, dramma metastasiano, dove son messi in celia il Bernis, lo Zelada, il Negroni, il Giraudi.

Di una lunga canzone per la vacanza di Pio VII, ecco qualche strofa:

Se in bando voglionsi Tanti bricconi, Pregate, o popoli, Per Oppizzoni. Chi vuol che tolgasi Tanta gramaglia Che copre il tempio, Scelga Somaglia. Potrebbe eleggersi Prudentemente Il buon Galeffi In tal frangente. Chi vuol che il papa Ci racconsoli I voti porga Per Severoli. Chi vuol che l'ordine In tutto venga Preghi che scelgasi Il Della Genga. Fo punto; e il cielo Prego ci salvi Da un uom despotico Qual è Consalvi.

E il Della Genga fu di fatti eletto col nome di Leone XII.

Tutti conoscono le più vicine, ma parmi distinta per merito questa:

Spirito Santo. O popolo di Roma, ecco il momento Che decider dovrà del tuo sovrano. La vedovanza a terminar del trono, E i tuoi voti a compir disceso io sono. Ti calma alfin: già sospirasti assai Novello un papa, e qual lo brami avrai.

Volerò; su qual ti piace Il mio vol si poserà; Purchè tenda alla tua pace, E alla tua felicità.

Popolo Romano. O Signor clemente e buono, Dacci un papa di pietà, Che regnar faccia sul trono La giustizia e la bontà.

S. S. Ebben, perchè felice, O popolo di Roma, appien tu sia, Oggi che il papa scegliere si deve, Vo' che alla scelta il voto tuo si dia.

P. R. Adoriamo i cenni tuoi: Grande è, o Dio, la tua bontà: Alla scelta ognun di noi, Poichè il vuoi, risponderà.

S. S. I già sofferti affanni E il senno inveterato ancor dagli anni Par che dubbio non offra Onde salga sul trono al Vaticano Dei vostri eminentissimi il decano.

P. R. No, Signor, per carità! Polverosa è la sua gloria, Occupato egli sarà A compor qualch'altra istoria: Per sovrano non è nato Chi vuol fare il letterato.

S. S. Ebben, questo si lasci, ed in sua vece Al camerlengo della santa Chiesa D'esser papa la gloria oggi sia resa.

P. R. Come! papa uno scolare? Ah! Signor, ciò non può stare; Tommasini col triregno? Ah! di tanto ei non è degno, Di calcar non merta il trono Chi da sè sol non è buono.

S. S. Si lasci dunque, e pel voler divino Sia pontefice vostro il Cappuccino.

P. R. Ah! signor, certi caproni Non son nati per i troni, Altre volte ricordate Che fu preso a bocalate; Lungi, lungi un tal pensiero, Non ci piace, è troppo nero.

S. S. Si cangi dunque, e assiso in Vaticano Pedicini sarà vostro sovrano.

P. R. Come? in trono una tal rapa? Ah, signor, no per pietà: Non è nato ad esser papa, Nato è ad essere papà; Se felici ci bramate Presto presto un altro fate.

S. S. Si scelga dunque in più lontan paese, E sia vostro pontefice l'Inglese.

P. R. Ah, signor, ci fa spavento Quella sua fisonomia, Quell'altero portamento, Quella falsa ritrosia, E suonare altrui mal puole Ch'anche il papa s'abbia prole.

S. S. Eh sia dunque a tutti i patti Il pontefice vostro Cacciapiatti.

P. R. Cacciapiatti? Cacciapiatti? Riderebbero anche i gatti; Vi sarebbe al Quirinale Quasi sempre il carnevale, E le donne, oh caso indegno! Porterebbero il triregno.

S. S. De Simoni, Oppizzoni, qual volete? A vostro genio scegliere potete.

P. R. Quella lor finale in oni, O signore non ci piace; Son due volpi, anzi volponi, Ruberebbero la pace; Niun dei due d'aver bramiamo, E di un altro vi preghiamo.

S. S. Ebben l'onor si dia. Di sovrano a Cristaldi, e papa sia.

P. R. Ah, signor, fu tesoriere; Questo sol deh rammentate: Deponete un tal pensiere, Per pietà deh non lo fate: Quel suo viso non ci piace, Ha dell'aquila rapace.

S. S. Si lasci quest'onor: ah ben lo veggo, Perchè siate felici, o miei Romani, Un papa darvi voglio in Giustiniani.

P. R. Ah signor, deh per pietà Pecchereste in crudeltà; Gl'Imolesi ben lo sanno Quanto a lor costi d'affanno, Formerebbe ingrato suono Una tigre sopra il trono

S. S. Questo si lasci, e segga in Vaticano Qual vi piace, Navali, oppur Caprano.

P. R. E che? Regnano i stivali? Buoni son per gli ospedali; Son malati, han sempre sonno, Camminar appena ponno, E i discorsi a far finiti Son due vecchi rimbambiti.

S. S. Veggasi invece, se saria più degno Il cardinal Pallotta del Triregno.

P. R. Questi certo col talento Arricchir potria lo Stato, Se un editto ogni momento Da lui fosse pubblicato; Ma l'ostacolo sol è Che il somaro non fa il re.

S. S. Facciam dunque ai Tedeschi un'opra pia, E il cardinal Albani papa sia.

P. R. Deh! per mastro di cappella, O signor, lo risparmiate: L'avarizia gli è sorella, Per pietà deh non lo fate: Noi diremo anzi un rosario Se ci è tolto a segretario.

S. S. Abbia termine omai questo conclave, Odescalchi di Pietro abbia la chiave.

P. R. Dalla Chiesa ove è il rispetto Nel crear tal monachella? Non vedete dall'aspetto Che rassembra una zitella? E la cosa a far finita, Non ci piace, è gesuita.

S. S. Di una tal scelta cessino i pensieri, E sia vostro pontefice Guerrieri.

P. R. Ciascheduno in un momento Morirebbe di spavento, È il suo volto un ceffo tale Che ci sembra un animale. Deh, signor, dal Vaticano Mille miglia stia lontano.

S. S. Gli alti sien noti miei voler divini, Sia pontefice vostro Barberini.

P. R. Ah, signor: dunque di Piero Successor sono i bambini? Ciò che i Barbari non fero Faran sempre i Barberini? Per di più prence romano Saprà appena l'italiano.

S. S. Si rallegrino dunque i vostri aspetti; Sarà invece pontefice Bernetti.

P. R. Troppo troppo nel suo cuore La passion si sente ancora, E la fiamma dell'amore Più d'ogni altra lo divora. Ah, signor, se nol credete, Da Massani il ver saprete.

S. S. Ebben; di questo invece al Vaticano De Gregorio sarà vostro sovrano.

P. R. Ah, signor, no per pietà Egli pecca in vanità. Troppo mostrasi invogliato Del triregno, del papato. Non è degno un siciliano Di sedere in Vaticano.

S. S. Più fresco un cardinal donar vi voglio, Mario di Pietro sederà sul soglio.

P. R. Parentela e povertà Forman sempre il suo contorno: Nipotini in quantità Gli zampillano d'intorno; Dippiù, noto è a' nostri dì Che gli manca un venerdì.

S. S. Ebben ti allegra, o popolo romano, Esser deve Franzoni il tuo sovrano.

P. R. La sua vita è religiosa, Grande assai la sua pietà, E se pecca in qualche cosa, Pecca forse in santità: Ma il pietoso, il santo, il buono Poco adatto è per il trono.

S. S. O popolo di Roma, omai son stanco Dal propor cardinali e tutti invano: Scegli pur qual tu vuoi, qual più ti piace, E il prescelto da te sarà il sovrano.

P. R. Poichè adunque, o signor, così tu vuoi, È questo il papa che scegliamo noi. Dican pure che è brutto e avaro. Dican pure che niente sa, Il miglior fra tutti è Naro, Ei pontefice sarà; Ma fia papa a solo patto Che non faccia niente affatto.

S. S. Al popolo roman tutto si dia, Naro papa volete, e così sia.

Pasquino non la perdona a' privati. Così della regina di Svezia disse:

Nacqui di un gallo semplice gallina, Vissi fra li pollastri e fui regina, Venni in Roma cristiana e non Cristina.

Bartolomeo Borghese spacciavasi figlio del papa; sicchè quando la giustizia francese lo mandò a morte, Pasquino esclamò: Cur sacrilegorum pœnis iste periit? Quia filium Dei se fecit.

Nella scandalosa lite fra il Castelvetro e il Caro, della quale parlammo nel Discorso XXVII, tra una farragine d'altre cose si scrissero 17 faleucii, parodiando quei di Catullo, e diretti a Pasquino. Il primo è:

Quoi dono lepidum novum libellum Antiquo modo Carmine expolitum? Mi Pasquine, tibi: tu enim solebas Castelvetri aliquid putare nugas, Tum cum est ausus is unus Italorum Carum ipsum tribus inquinare cartis, Stultis, Jupiter impudentibusque. Quare habe hoc tibi quicquid est libelli, Miser, qui stolidum tuum sodalem Cum tanta voluisti amare pœna.

Alludendo alle folla delle funzioni della settimana santa, Pasquino domanda: «Come potrei, io buon cattolico, esser ammesso alle cerimonie di san Pietro?» e Marforio risponde: «Dichiara che sei inglese, e giura che sei eretico».

Era impossibile che Pasquino si tenesse estranio alla politica.

Nel secol nostro variò d'opposizione secondo i tempi. Di Ferdinando e Carolina di Napoli disse: Hæc rex, hic regina, hic et hæc et hoc Acton. E al tempo della spedizione contro i Giacobini esaltò quel re di sopra di Cesare, perchè

Fernando in un sol dì Venne, vide, fuggì.

Alludendo ai miracoli che moltiplicavansi allo strepitar della Rivoluzione, domandava Marforio:

M. Di Roma le madonne perchè spalancan gli occhi? P. Perchè questi Romani li chiudono da sciocchi. M. Perchè là nella Francia non fan tali prodigi? P. Perchè impostori e ciechi non trovansi a Parigi.

Al tempo della repubblica romana si lesse:

P. Che tempo fa? M. Tempo da ladri. (Sarà continuato).

E subito dopo:

M. È vero, Pasquino, che tutti i Francesi sono ladri? P. Tutti no, ma buona parte.

Il Buonaparte faceasi Napoleone imperatore, e sparnazzava i suoi re di qua di là: e Marforio domandava: — Perchè l'olio rincara? — Perchè (rispondeva Pasquino) Napoleone se ne serve per ungere i re e friggere le repubbliche.

Parendo che il papa condiscendesse troppo al nuovo imperatore, Pasquino scrisse:

Per conservar la fede un Pio perdè la sede, Per conservar la sede un Pio perde la fede.

E su Paolina Borghese sorella dell'imperatore, che a questo cedeva la galleria e mal restaurava la sua villa: Paulus struxit, Paulina destruxit: oltre un'altra più sanguinosa Facies picta, dos ficta, v.... refricta.

Dopo gli arresti fatti da Gregorio XVI:

M. Ehi, Pasquino, i nostri Romani dove sono? P. Sono con san Pietro in vincoli.

Esaltato Pio IX, Pasquino tacque sotto l'universal concerto d'applausi: parodiò volentieri gli ampollosi decreti dei triumviri, poi venutivi i Francesi, sfogossi contro questi. Fra gli altri, cantò:

M. Dimmi, o Pasquino; avvisi Il general straniero Che con lo sguardo fiero Percorre la città? P. Egli, o Marforio, è il prode Repubblican soldato Ministro invidiato Di galla libertà. M. Sai tu, Pasquin, se, giunto Di Roma all'almo ostello, Il sospirato avello De' Gracchi visitò? P. Oibò, Marforio mio: Il general francese Nelle trecento chiese Devoto si prostrò. M. Quale, o Pasquin, reliquia Toccò il suo labbro ardente? A qual con riverente Piede inchinossi ognor? P. L'orribil sacrilegio, Marforio mio, non taccio: Baciò l'infame laccio Di Giuda traditor.

Fra le recentissime fu arguta questa pasquinata:

«La guerra d'Italia costò tre ducati; la guerra del Messico potrebbe costar un napoleone».

Ma Pasquino, se ha il dono dell'arguzia, non ha quelle della profezia. Guai!

DISCORSO XXX.

PIO IV. IL CONCILIO TRIDENTINO.

Perchè là vita, questo combattimento, cui prezzo è l'immortale godimento di Dio, diventasse meritoria, bisognava vi fossero e luce bastante a illuminare la fede, e tenebre bastanti a offuscarla: senza di queste l'evidenza avrebbe colpito l'anima di modo, che cessati sarebbero l'equilibrio fra il bene e il male, e la possibilità del peccare, e l'azione dell'uomo sul proprio destino, e il merito della santità[183]. Di qui il perenne conflitto dell'errore contro la cattedra della verità, che fra il vecchio mondo osceno e il nuovo feroce fu eretta contro la servitù del pensiero e conservata nella libertà del pensiero, la quale non consiste nell'autonomia assoluta, ma nel non avere ostacoli a riconoscere la verità, nell'esplicarsi l'intelletto nel campo dell'intelligibile.

Ogni qualvolta si trovò lacerata da qualche grave eresia, la Chiesa adunossi in Concilio attorno al successore «del gran viro, a cui nostro Signor lasciò le chiavi»[184], onde proferire come appariva ad essa ed allo Spirito Santo. Se fonte viva della vera civiltà è la fede divina, importa conservarla nella sua purezza: i popoli di tutto il mondo congiungere di credenze e di riti; ritemprare l'interno di questa società col correggere i costumi e principalmente quelli del clero; fuori difenderla dai nemici comuni, effondere fiumi di verità e di vita sopra quanto v'ha di nobile, di bello, di generoso nella natura umana. A tal uopo non s'introduce nulla di nuovo: le cognizioni umane, forse l'intelletto nostro son altro che tradizione? Cristo medesimo non venne a portare novità, ma a rivelare ciò ch'era stato coperto. Anche la Chiesa non fa che dichiarare oggi quel che credeva jeri; cangiando soltanto l'espressione per rendere più chiara, più completa, più esplicita una credenza sempre identica.

La definizione infallibile consta di materia e di forma. La prima è prestata dall'episcopato; l'altra dal pontefice. Ogni vescovo parla nel Concilio, qual testimonio della credenza della sua Chiesa: sicchè l'accordo di tutti i vescovi significa l'accordo di tutte le Chiese. Il papa, capo inseparabile dell'episcopato, non è il più profondo teologo, il più erudito canonista, il più destro dialettico, nemmeno il più pio, il più santo; ma quello che la preghiera di Cristo garantisce dagli errori umani; che non inventa nulla, nè aggiunge forse tampoco un pensiero al tesoro di tanti pensieri ivi raccolti, ma proferisce «Questo è vero»: diffida del suo sapere, e perciò interroga, fa discutere, ma non diffida della sua inerrabilità; esso convoca il Concilio, lo presiede, lo sanziona, lo dichiara infallibile.

Gli spiriti negativi ridano pure di questi meriti: noi parliamo ai serj e leali. E questi sanno che tutti i Concilj, da quel di Nicea fino a questo tridentino, anche nella storia mondana furono le assemblee più segnalate che la storia ricordi per la dignità de' personaggi raccolti, per la grandezza delle quistioni che vi si agitarono, per l'elevazione delle idee, superiori a limitazione di paese, di nazionalità, di tempo, fondate su principj irrefragabili, e ispirate da una generosità non d'astrazioni, ma effettiva nè mai smentita: vi si presero le decisioni più gravi, più prudenti, più elevate: si fecero le istituzioni più savie per la condotta della Chiesa, e le più rilevanti per la pace dell'anime e la salute del mondo, e mai non fu necessario disdirsi o correggersi.

Questo rimedio, efficacissimo allorchè non era messa in quistione l'autorità della Chiesa, l'udimmo proposto fin dal prorompere della gran Riforma. I Protestanti dalle scomuniche del pontefice appellavano al Concilio; i Cattolici confidavano basterebbe in siffatta adunanza opporre il sentimento universale e antico alle opinioni particolari e nuove; l'imperatore, il re di Francia, i principi di Germania, gli ecclesiastici, Lutero, gridavano Concilio: ma lo desideravano lealmente?

I papali nol credevano necessario, quando sì di recente n'era stato raccolto uno, e quando a tutte le nuove negazioni poteano opporre asserzioni antiche e precise. Pure, incalzati dagli avversarj, conoscendolo d'altra parte come il mezzo di cui la Chiesa si era sempre valsa per reprimere le eresie e togliere gli scismi, vi assentivano. Non trattavasi però più di dibattere quistioni parziali come a Costanza, bensì l'essenza medesima della Chiesa; e in tanto bollimento degli spiriti, quanto non era pericoloso il raccoglierlo, difficile il contenerlo ne' limiti, e impedire che, al modo di quel di Basilea, non si dichiarasse superiore al pontefice stesso!

Carlo V come imperatore potea desiderar l'umiliamento di questi papi che, sempre repugnanti alla dominazione forestiera, aveano tenuto a freno i suoi predecessori, e con Giovanni XXII aveano proclamato il distacco dell'Italia dall'Impero, e con Giulio II la cacciata degli stranieri. Ma d'altro lato, egli fiammingo e spagnuolo, re cattolico di Spagna e capo del sacro romano Impero, non potea farsi eterodosso; re di Napoli ed emulo di Francesco I, non potea nimicarsi il papa; cosmopolita, non potea restringersi alla politica tedesca. Poi sentiva scossa l'autorità; s'indispettiva che un frate cacciasse i suoi sillogismi traverso alle smisurate ambizioni di lui; e che i principi dell'Impero profittassero delle innovazioni religiose per emanciparsi non meno da Cesare che da Pietro; e che sorgesse una diversione troppo disastrosa quando i Turchi sovrastavano. Stette dunque cattolico anche per calcolo, e con Leone X conchiuse un accordo pieno d'interessi mondani; ma quando uscì vincitore dell'emulo Francesco a Pavia, non sentendo più bisogno nè di Lutero come spauracchio dei papi, nè de' papi come contrappeso alla potenza francese, mutò linguaggio; tacciò il papa di voler solo tergiversare; un poco ancora che tardasse, egli stesso adunerebbe il Concilio.

Francesco I di Francia pretese che il Concilio fosse libero di trattar quanto e come volesse; e intanto l'imperatore ed esso re faceano da particolari teologi promulgare decisioni su punti di fede, locchè più sempre impacciava il già scabroso negozio. Maggiore ombra ne prendeva Clemente VII, nato illegittimamente nè abbastanza legittimamente eletto; sicchè cercò soprattieni e argomenti in contrario, dicendolo inutile e pericoloso; inutile, perchè l'eresia di Lutero essendo condannata dagli editti imperiali, bastava far questi eseguire; pericoloso, perchè avrebbe aria di revocare in dubbio le prische decisioni della Chiesa, e il convegno di tante teste torbide potrebbe al papa o all'imperatore strappar concessioni, di cui tardi avessero a pentire. Se però l'imperatore lo credeva conveniente, l'intimasse pure a nome del pontefice, patto che gli eretici promettessero obbedirvi, i punti a discutere si ponessero prima in iscritto, formando quel che oggi chiamiamo ordine del giorno, onde perdere men tempo e non divagare[185]. Uberto Gàmbara nunzio pontificio spiegò più chiaro, che i Luterani domandassero il Concilio, e promettessero sottoporvisi; dovesse unicamente occuparsi della guerra col Turco e dell'estinguere l'eresia, non già del riformare la Chiesa; si tenesse in Italia; vi avessero suffragio quei soli, a cui spettava giusta i canoni. Con ciò Clemente indisponeva anche i Cattolici; oltrechè per le ambizioni di sua casa esigeva decime dal clero, e le appaltava; e avendole il clero di Ferrara ricusate, egli pose l'interdetto sulla città. Anche i preti di Parma aveano esclamato contro l'esorbitare degli esattori, ed ecco giungere Vincenzo Canina commissario papale, e tutto in collera esporre i cedoloni minacciosi: ma i preti s'ostinano al niego, anzi insorgono; il popolo li seconda, e il commissario è ammazzato a strazio. Fatti simili si riprodussero altrove.

Ruppesi poi la guerra per la Lega Santa, che condusse i Tedeschi a saccheggiar Roma. Fra le condizioni poste allora da Carlo V alla liberazione di Clemente VII fu la convocazione del Concilio; ma non appena si sentì riappoggiato dalla Francia pel matrimonio della nipote Caterina, il papa abbindolò indugi e pretesti.

Pure anche a Roma si era convenuti sull'opportunità d'un Concilio, non più nella speranza che ravvivasse i rami disseccati, ma che di nuovo succhio rinvigorisse il tronco indefettibile. Nel Concilio di Costanza erasi veduta l'aristocrazia ecclesiastica[186] elevarsi contro il monarcato papale, non accorgendosi che contro di essa agguerrivasi la democrazia. Non volea però tagliare il nesso fra l'autorità e l'uomo che la esercitava: bensì in quest'uomo discernere le azioni giuridiche dalle abusive. Il papato è la maggiore delle autorità, assoluta, irreformabile, indivisibile dalla persona che legittimamente n'è investita: non si dee sceverare l'autorità dalla persona, bensì la persona dagli abusi. Vedemmo come poi trascendesse il Concilio di Basilea. Adesso si riuscirebbe a ricondur le pecore sotto un solo pastore, come erasi fatto a Nicea?

La Chiesa professa essere unica depositaria e interprete della parola divina, e quindi infallibile nel profferire ciò che tutti devono credere; i Protestanti arrogano a ciascuno l'intender a suo senno le sacre carte, all'autorità comune sostituendo la capacità individuale. Questo radicale dissenso toglieva qualunque possibilità di accordo; già a quel punto ciascuno aveva preso partito; le opinioni religiose eransi rinterzate cogl'interessi politici; il mondo diviso in due campi, umanamente irreconciliabili; talchè il sinodo, non potendo scendere a transazioni nè decidere altrimenti da quel che avea fatto la Chiesa, sin d'allora restava ridotto a «far una lunga e coscienziosa recensione del sistema cattolico». Ma gli avversarj tergiversavano col solito artifizio del chiedere troppo, pretendendo che il papa vi comparisse non qual capo, ma qual membro, e che anche i novatori vi avessero voce deliberativa, lo che equivaleva a dare già per ammessa la scissura. E questi sotterfugi non cessarono più. Se i papi sollecitavano il Concilio, diceasi, «Non v'è tempo ad allestirlo; affrettano a bella posta perchè sieno scarsi gli intervenienti, e prevalgano affatto gli Italiani, loro devoti». Se indugiassero, li tacciavano di non volerlo che in parole, di fare scaturire difficoltà, d'adombrare ne' ragnateli. Voleva il papa far da sè? lo gridavano arrogante, e che pregiudicasse la quistione della supremazia. Dirigeasi ai re e all'imperatore? diceano volesse rovesciar su loro l'odiosità: accuse triviali d'ogni tempo in simili occasioni.

Il Concilio era stato, nel 1537, intimato a Mantova: ma quel duca pretendeva che il papa vi mantenesse una guardia militare per garantire la sicurezza: e il papa non la volea per non acquistare aria di coazione verso i congregati. Propose dunque alcuna città del Veneto, e si preferì Vicenza: ricusata anche questa, vennero in campo Ferrara, Bologna, Cambray, altre delle tante libere o soggette a principi indipendenti, e per tutte trovavansi objezioni. Le più forti venivano dal patriotismo tedesco che s'impennava contro ogni paese italiano: corsero otto anni tra proposte e rifiuti, prima che si prescegliesse Trento, italiano ancora, ma sui confini di Germania, e indipendente come principato del proprio vescovo.

Questa città non era rimasta immune dal fomite luterano, e nel 1536, principando il vescovo Bernardo Cles, ne derivò turbamento, dal quale si colse pretesto per rivoltarsi contro i signori. Il vescovo tentò calmare i capi dei valligiani, ma fallitagli l'impresa, dovette ricovrarsi a Riva, mentre gli abitanti delle valli Sugana e di Non tentavano pigliare Trento per forza. Le milizie del vescovo riuscirono a calmare la sedizione, e molti de' rivoltosi furono decapitati, impesi, mutilati, fitti in carcere.

Altrove accennammo quante premure adoprassero il Sadoleto, l'Aleandro[187], il Morone[188] ed altri per ricondurre gli spiriti alla concordia; ma oltre avere i Protestanti ricusato intervenirvi[189], ogni passo era reso scabroso da puntigli dei principi cattolici e dei prelati delle nazioni. Dopo un lungo predicarlo quando il papa non lo volea, poi ricusarlo quando il papa l'accettò, e domandar che non ci fossero truppe per non diminuire la libertà della discussione, poi volerne per la comune sicurezza, il Concilio vi fu aperto al 13 dicembre 1545. Paolo III, che sinceramente lo bramava[190], aveva all'uopo spedito in Germania Ugo Rangone: poi a presiederlo come angeli della pace mandò Giammaria Ciocchi del Monte e Marcello Corvini, cardinali che poi divennero papi, e l'inglese Reginaldo Polo che ne fu a un punto. Essi vi fecero leggere un'ammonizione, qualmente il Concilio teneasi per tre oggetti: 1º l'estirpazione delle eresie, non suscitate da loro, ma per la negligenza nel difendere le buone dottrine e nello svellere la zizzania: 2º emendar i corrotti costumi, dov'era manifesto che gli ecclesiastici erano e depravati e depravatori; 3º provvedere alla guerra civile fra i Cristiani e all'esterna co' Turchi.

La prima adunanza, con venticinque vescovi, si logorò in dispute sui convenevoli, sul cerimoniale, sulle forme, sul modo di votare, perfin sul titolo del sinodo: perditempi che noi vediamo rinnovarsi ogni tratto in assemblee non di frati e cardinali, e che con cura puerile raccolse frà Paolo Sarpi, come farebbe ora un gazzettiere. Nel 1547 scoppiano febbri perniciose con petecchie, sicchè il medico Fracastoro dichiara sovrastare gran pericolo di pestilenza, e che essendo egli chiamato a curar le malattie ordinarie, non il contagio, si licenziava dal servizio. I legati protestarono farebbero quel che i Padri risolvessero, e di questi, ch'erano cinquantotto, quaranta opinarono per la traslazione.

Era allora scoppiata guerra aperta fra la Lega Smalcaldica de' principi protestanti, e l'imperatore, al quale mandaronsi d'Italia dodicimila fanti e cinquecento cavalli, oltre ducento dal duca di Toscana e cento da quel di Ferrara, condotti da famosi capitani, sotto la supremazia di Ottavio Farnese; e seimila soldati, cerniti ne' possedimenti austriaci di Napoli e Lombardia. Il costoro passaggio disturbava il Concilio, e viepiù l'accostarsi di Maurizio di Sassonia, ardito nemico dell'imperatore e de' Cattolici; laonde, dopo la settima sessione del 3 marzo 1547, se ne decretò la traslazione a Bologna. Quivi il Concilio non avanzò i lavori, poi Giulio III, nel dicembre 1550, lo restituì a Trento, ove nel 1551 e 1552 si tenne la XVI sessione, sciogliendolo poi allorchè la guerra strepitò alle porte.

Moriva intanto Paolo IV, del quale tanto mal si disse[191], e del quale noi vorrem qui solo ricordare la costituzione Etsi romanum pontificem, ove condannò i diplomatici romani che inclinavano, blandivano, corteggiavano per conseguire grazie o benefizj, e raccomandarsi per avanzamenti. Aveva irritato le Corti col mostrare che muoversi e minacciare ancor sapesse una podestà, che i Protestanti dichiaravano morta, laonde le tresche di esse fecero che il conclave succeduto fu uno de' più disputati[192], prolungandosi due mesi e mezzo fra ventidue papeggianti, alcuni di gran merito. Per cattivarsi i vacillanti Francesi, propendevasi a scegliere un papa di loro nazione, ma temeasi non rinnovasse l'esiglio avignonese.

Giovan Angelo, della famiglia Medici milanese, per nulla attinente alla fiorentina, era fratello di Gian Giacomo, capitano di ventura noto col nome di Medeghino, che fattosi largo colla spada, come avviene in tempi sciagurati, aveva conseguito il titolo di marchese di Marignano. Il fratello prelato, valente giureconsulto, ottenne varj benefizj anche di semplice titolo, e nel conclave del 1559 prevalse agli altri, e prese il nome di Pio IV. Al vedere i ragguagli differentissimi degli ambasciadori e residenti si capisce in quanto lieve conto abbiano a tenersi tali documenti[193]. Per alcuni egli è pigro, ignaro degli affari; per altri attivissimo, spicciativo, che vuol far da sè; uno lo dice sobrio e avaro; altri che prodiga in fabbriche; chi l'accusa di lasciar fare tutto dal cardinale Borromeo, uomo freddo, mal pratico delle cose del mondo e senza risoluzione; un altro soggiungerà che assolve da qualunque peccato, purchè si paghi; il cardinale d'Augusta asseriva avergli detto in conclave di non essere lontano dall'assentire il matrimonio de' preti e la comunione sotto le due specie.

Nel fatto egli credeva che l'autorità de' principi fosse allora necessaria per sostenere quella dei papi, onde la sua politica fu più universale che nazionale. Benchè aderente all'Austria come milanese, non pigliò parte alla guerra; procurò a Roma anni quieti e provveduti; agli ambasciatori dava udienza in Belvedere senza cerimonie; cavalcando ascoltava chi gli parlasse; leggeva gli storici e poeti moderni. Per assicurare il Vaticano ridusse a fortezza tutta la Città Leonina; al palazzo aggiunse molti abbellimenti, e specialmente la Sala regia, ove da Giuseppe Salviati fe dipingere i fasti dei papi, con epigrafi dettate da un'apposita commissione: e fra questi l'atto di Federico Barbarossa quando si prostra ai piedi di Alessandro III a Venezia[194].

Tra questi edifizj e gli armamenti contro de' Turchi e degli Ugonotti, dovette spendere, con aggravio dei cittadini, che se ne vendicarono colle satire: un assassino gli tirò un colpo, e messo al tormento, disse averlo indotto a ciò il suo angelo custode.

Volle severo processo dei tre nipoti di Paolo IV, e li condannò a morte, non eccettuando il cardinal diacono. Il supplizio d'un porporato era novità che stupiva il mondo; tutti smaniavano di conoscere il processo, ma nessun lo vide intero, nemmanco l'imputato nè il suo difensore; dal che i maligni indussero che si servisse men tosto alla giustizia che ai rancori della Spagna contro cotesto famiglia, ch'erasi vantata capace di torle il regno di Napoli. Pio IV ebbe a dire allo storico Pallavicino che niuna cosa eragli rincresciuta quanto tale condanna, ma avea dovuto lasciarle corso per lezione de' futuri nipoti[195].

Eppure esso Pio non s'astenne dal favorire i nipoti, e fece generale della Chiesa con mille scudi al mese Federico Borromeo figlio d'una sorella, gli diede sposa una figlia del duca d'Urbino, gli ottenne il principato d'Oria, e pensava investirgli il ducato di Camerino, ma nel fior delle speranze lo perdette.

Quest'inaspettata fine fu un solenne avvertimento al fratello Carlo, al quale, di appena ventitrè anni, lo zio papa aveva conferito l'arcivescovado di Milano e ben tosto la porpora, sebben non ancora negli ordini (1560). Quanti in lui s'accumularono benefizj e cariche! egli legato a latere di Bologna e Ravenna, poi d'Italia tutta: egli abbate e commendatore di almen dodici chiese in varj Stati, arciprete di Santa Maria Maggiore, penitenziere supremo della santa Chiesa, protettore del regno di Portogallo, dei Cantoni svizzeri cattolici, della bassa Germania, de' Francescani e Umiliati, dei canonici regolari di Santa Croce a Coimbra, e de' cavalieri di Malta e del Cristo; sinchè, unendovi il contado d'Arona sul lago Maggiore, e il principato d'Oria nel napoletano, fruiva dell'entrata di almeno novantamila zecchini. Avendo cognata una duchessa d'Urbino; maritata una sorella nei Gonzaga principi di Molfetta, una nel principe di Venosa, una nel principe Colonna vicerè di Sicilia, scialava principescamente, quando la morte del fratello Federico lo concentrò ne' gravi pensieri della tomba, e d'allora il nome di Carlo Borromeo indicò uno de' prelati che più onorarono la Chiesa, e maggiormente faticarono nel riformarla. Rinunziato a quel cumulo di cariche, onde mortificare col suo esempio la splendida dissolutezza dei principi secolari ed ecclesiastici di Roma congedò ottanta persone di corteggio, non ritenendo secolari presso di sè che nei bassi uffizj; da novantamila restrinse a ventimila zecchini la sua spesa domestica; agli sfarzosi spassi, ai clamorosi convegni consueti nel suo palazzo sostituì un'accademia settimanale di lettere e morale, detta le Notti Vaticane; eccitò il papa a fabbricare Santa Maria degli Angeli e la superba Certosa di Roma; molte chiese procurò s'edificassero per tutta Italia e l'Università di Bologna. La riconoscenza de' poveri conservò a Roma, nella cappella d'Araceli, la borsa dalla quale è fama che distribuisse ai bisognosi in un sol giorno quarantamila scudi, e in un altro ventimila.

Invece di trattenersi a Roma, come troppi vescovi soleano, o alle corti o nelle nunziature, egli volle al più presto venire alla sua sede di Milano. Da quarant'anni essa costituiva una commenda, che passava quasi in eredità a cadetti di casa d'Este, i quali non vi risedevano mai, mettendovi un vicario. In conseguenza la disciplina vi si era sfasciata; nè pietà e costumatezza appariva nei preti, i quali, non che curare le anime altrui, la propria negligevano, e si credeano dispensati dal confessarsi perchè confessavano: secolareschi nel vestire, nelle abitudini, nelle compagnie, trafficavano, e delle chiese e delle sacristie si valevano come di portifranchi per sottrarre le merci e il contrabbando alle imposte e alle perquisizioni; quand'anche non ne faceano ritrovi per conviti e balli. Le solennità e le domeniche erano occasione a bagordi, a feste indecenti e persino feroci; i monaci dati all'ozio in convento, agl'intrighi fuori; le monache, in onta alla clausura, uscivano a far visite e ne riceveano, e l'abilità non manifestavano che in trine, confortini e manicaretti.

Attorniatosi di valent'uomini, Carlo si accinse a riformare la sua arcidiocesi. Diceva l'uffizio a testa scoperta; leggeva la Scrittura a ginocchio; poco parlava, pochissimo leggeva e neppure le novità, dicendo che un vescovo non potrebbe meditare la legge di Dio se badasse a vanità curiose.

Autorevole per parenti e congiunti in tutta Italia, per amici alla Corte di Roma, per l'illustre nascita e la signorile magnanimità fra i nobili, fra gli ecclesiastici per la dignità, fra il popolo per le ricchezze e per l'uso che ne facea, fra i pii per la bontà e le macerazioni, e armato di qualità penetranti e sovrane per convertire e costringere allo spirito interno i Cattolici paganizzanti: vigoroso di corpo a sostenere viaggi ed astinenze, e d'animo a reggere le opposizioni dei governatori, le persecuzioni de' maligni, l'indifferenza de' beneficati, con que' decreti che costano poco a farsi, ma molto a far eseguire disciplinò la sua Chiesa, dalle materie più importanti fin alle minime di sacristia. Una volta l'anno banchettava il governatore di Milano, e lo serviva d'un cappone lesso, d'un arrosto, d'una torta squisita e null'altro. Teneva frequentissime conferenze col suo clero; instancabile nell'impedire che dalla vicina Svizzera l'eresia si dilatasse in Italia, perlustrolla come legato pontifizio, vi rincalorì la parte cattolica, e fondò a Milano un collegio Elvetico, che preparasse apostoli e parroci a que' paesi. Vedremo quanti urti avesse col suo clero, inorgoglito dalla pinguedine, e quanti conflitti di giurisdizione: onde il papa doveva ammonirlo che bisogna talora non guardare solo alle cose in sè, ma all'opportunità[196]; non riceveva alcun breve papale se non iscoprendosi il capo: eppure egli fu sempre amico e difensore del Sirleto e del Morone. Le lettere scritte da lui o direttegli basterebbero a formare intera la storia del Concilio.

A trar il quale a compimento, principale impegno egli pose, e fece che il papa ne ordinasse la riunione al 29 novembre 1560; ma le tornate si cominciarono solo al 18 gennajo del 1562, per finirle il 3 dicembre dell'anno successivo: al 26 gennajo 1564 usciva la bolla di conferma. Ed è questo il Concilio più famoso della cristianità, e insieme la scuola più ricca della diplomazia ecclesiastica, comprendervi teologi di prima forza, ambasciadori di tutte le nazioni, varietà di pontefici, mutazione di politica dell'imperatore verso la Chiesa, della Chiesa verso l'Impero e d'entrambe verso le nazioni, e una pubblica giurisprudenza liberale[197].

Quante fatiche per far accettare, da gente rivoltosa, un'autorità senza appello, che parla e dev'essere creduta, che ordina e va obbedita! Fra i tanti, spediti ad invitare i principi massimamente di Germania, segnalossi il veneziano Gianfrancesco Comendone, limpido dicitore, abilissimo negli affari più avviluppati e meno attesi, nè «la Corte romana ebbe mai ministro più illuminato, più attivo, più disinteressato e fedele: condusse a termine con rara perizia negoziati rilevantissimi in tempi difficili; procacciossi l'amicizia de' principi senza condiscendere alle passioni e agli errori di essi; infaticabilmente adoprò ad assodar la fede e la disciplina della Chiesa, e con senno e fermezza si oppose alle rinascenti eresie»[198]; nunzio in Inghilterra, in Polonia, in Moscovia, poi ad Augusta; i suoi viaggi sono leggiadramente descritti da Annibal Caro, al quale fu amicissimo, come a Paolo Manuzio, a Basilio Zanchi, al Sirleto, ai migliori d'allora.

Cercava egli stabilire appunto l'autorità della Chiesa, e in lettera del 3 febbrajo 1561 al cardinale Borromeo da Berlino racconta il suo colloquio coll'elettore di Brandeburgo.

«Sua signoria illustrissima aperse il breve, lesse la bolla, e poi mi fece dire che delibererebbe, e mi darebbe risposta, il che fece alli XXIIII.

«Questa risposta fu molto lunga, nè però conteneva altro, se non che egli aveva accettata la salutazione del sommo pontefice con la riverenza debita, e che ne lo ringraziava grandemente, che sin in Ungheria l'aveva conosciuto d'ottima mente, e di somma benignità. Che sua signoria illustrissima similmente nel grado suo aveva sempre atteso alla pace, e che io non mi ingannava a riputarlo per tale, perchè s'era sempre affaticato e tuttavia s'affaticava in questo; nescire tamen an pacem apud omnes gratiam ineat; di che si doleva tanto meno, quanto non aveva altro fine che la pace della conscientia sua et verbum Dei, per il quale e non leggermente aveva accettata la confessione augustana, e che sommamente desiderava a tutti gli uomini e specialmente summo pontifici veram agnitionem filii Dei. Entrò poi sopra la presente indizione del Concilio, e disse che, non appartenendo questo negozio a se solo, nè alli principi soli convenuti in Namburg, ma a molti altri e principi e Stati della Confessione Augustana, sua signoria non potea rispondere se non quello di che di comune consiglio fosse risoluto: che dal canto suo farebbe sempre ogni opera acciochè si venisse a concordia, sebbene, per l'esperienza che aveva e della volontà de' principi e della causa in sè, ci trovava molte difficoltà, come in più ragionamenti famigliari mi aveva liberamente mostrato, sì perchè egli suole così sinceramente trattare, sì perchè conosceva che io ancor così trattava con sua signoria illustrissima; e che tenevo per certo che non solo io avessi accettato tutto ciò in buona parte, ma ch'io dovessi continuare una buona amicizia seco, per la quale si offeriva, ecc. Io risposi che sua signoria illustrissima non s'ingannava punto del giudizio che faceva della somma bontà, e sincerità di nostro signore, e che similmente sua santità aveva sempre stimata sua signoria illustrissima desiderosa di pace, anco innanzi che la conoscesse in Ungaria; soggiunsi poi, che, sebbene la causa era comune a sua signoria illustrissima con molti altri, non di meno era così comune, che apparteneva grandemente a ciascuno separatamente, trattandosi della salute dell'anima, e tanto più a sua signoria illustrissima, che per tal cagione sola diceva aver consentito nella Confessione Augustana: il che, come aveva fatto da sè, così poteva da sè, massimamente in un Concilio universale, cercare veram agnitionem filii Dei, la qual cognizione nostro signore non solo le pregava, ma per tal mezzo le procurava, come successor di colui al quale era stato comandato che aliquando conversus confirmaret fratres suos, con certissimo privilegio ut non deficeret fides sua, impetratoli da Nostro Signore Gesù Cristo a questo fine: di modo che non v'è il più sicuro rifugio che umiliarsi al giudizio constituito da Dio, e seguire il lume che si conserva nella continua successione della sede apostolica et in perpetua et constanti patrum doctrina. Finalmente circa li discorsi fatti più volte meco da sua signoria illustrissima, le resi grandissime grazie, dicendo che piuttosto la pregava ad iscusarmi se liberamente gli avevo risposto quello che m'occorreva circa ciò, perchè, quanto a persona pubblica, io non aveva a dirle altro, se non che fosse contento di venire al Concilio, ed ivi, se per sorte avesse alcuna difficoltà, l'esponesse ai Padri e: che tutto il resto io avevo detto sempre esclusa questa pubblica persona, invitato dalla sua signoria illustrissima; onde la pregava di nuovo a voler considerar bene quello che si può e si deve, e a non approvare quei mezzi che non porterebbono ora alcuno sollevamento, non che pace alla Chiesa, e sarebbono perniciosi all'avvenire, distruggendosi con le condizioni che essi dimandano per consentire al Concilio tutta quella certezza che potremo avere in terra per discernere la verità cattolica dalla eresia, la quale certezza e regola indubitabile è stata sempre appresso la sede apostolica, e ne' Concilj universali, legitime convocatis habitis et confirmatis.

«Questa fu la mia risposta sebben fosse detta con più parole, le quali non riferisco così minutamente per non essere molesto a vostra signoria reverendissima come anco non racconto ragionamenti avuti con l'elettore, essendo stati molti e lunghi di tre o quattro ore continue al giorno, perchè egli legge volontieri, e più volontieri ragiona di tutte queste materie controverse; solo dirò brevemente a vostra signoria illustrissima quello che tocca al presente negozio del Concilio. Le difficoltà che egli nella risposta datami dice avermi esposte in altri ragionamenti sono le medesime con le condizioni date dalli Protestanti alla cesarea maestà: tuttavia egli si rende assai trattabile in molte. Una le pare ragionevolissima, che i loro teologi abbiano voto in Concilio, e più volte n'ha parlato meco efficacissimamente, e però jeri dopo la risposta datami tornò nel medesimo ond'io, vedendolo così ardente in questo, e tutto posto in certe sue ragioni civili, lo pregai a dirmi come, concedendosi ciò alli confessionisti, si potrebbe poi ragionevolmente rispondere alle altre sêtte, quando esse ancora dimandassero di aver voto. Egli confessò che si dovesse negare a tutti gli altri, perchè non hanno, come i confessionisti, expressum verbum Dei. E replicando io che tutte le sêtte parimenti pretendono questo verbum Dei, soggiunsi esser necessario che ci sia stato provveduto da Dio d'un giudice certo in terra, secondo che vediamo nell'antica e perpetua forma del governo della Chiesa. Egli, benchè non mi rispondesse altro per allora, non di meno mostrò di non restar soddisfatto, ed oggi ha fatto sedere a tavola un suo dottore, e di nuovo ha mosso questo ragionamento, dicendo che nessuna setta può dimandar ragionevolmente d'aver voto, perchè, oltre l'esser false, non hanno le controversie sue immediate contro l'autorità della Chiesa romana, come ha la Confessione Augustana, la quale principalmente cerca di levare gli abusi, e restituire la purità dell'evangelo. Io allora dissi, che una tal ragione era appunto buona per accrescere in ciascuna setta questa eresia di più, quando non n'avessero prima, essendo che ciascuna di essa avrebbe gran difficoltà con l'accusare ed opporsi alla sede apostolica, ovvero di acquistar voto in Concilio, o almeno di sottrarsi al giudizio di quella. Ed a tal proposito si ragionò lungamente de' Calviniani e del gran numero loro, e delle cerimonie che esso elettore ama e fa osservare grandemente, e che costoro levano affatto; e poi degli ordini della Chiesa e della volontà di Nostro Signore in riformarla, dove sia di bisogno: e per certo mi pare che questo principe senta stimolo e rimorso nella coscienza, onde licenziandomi io per andare in Lusazia al marchese Giovanni suo fratello, mi ha detto sospirando queste formali parole, Profecto, reverendissime domine, vos injecisti mihi multas et magnas cogitationes»[199].

E il 4 marzo dell'anno stesso:

«Sua signoria illustrissima mi fece istanzia a fermarmi due giorni ancora, perchè desiderava mostrarmi le reliquie e le cerimonie della sua Chiesa. Io, schifando di andare alla messa di uomini non consacrati, andai al dopo pranzo, e vidi tutte le reliquie benissimo tenute, e molte statue d'argento e vasi e croci d'oro sin del tempo di Carlo Magno, e donati da quell'imperatore, come io credo, alla chiesa di Magdeburg. V'è ancora una rosa, donata a suo avo da papa Nicola V. La sera poi con grandissima fatica impetrai licenza per il dì seguente, e la mattina per tempo sua signoria illustrissima venne a vedermi, e mi fece grande istanza a supplicare sua santità che gli volesse donare un poco del legno della santissima croce, da riporre in una croce, che m'aveva mostrato d'oro e di cristallo bellissimo, e subito ritornò ne' suoi soliti ragionamenti, dicendo, la più espediente via di finire queste discordie esser forse che si eleggessero di tutte le nazioni uomini buoni che ne fossero giudici, e mi domandò se questo partito mi pareva buono. Io dimandai a sua signoria illustrissima chi sarebbe colui che eleggesse questi uomini buoni, e lo pregai a considerare come questo non si può condurre in alcun modo ad effetto ma quando ancora si potesse, che tali uomini non avrebbono altra potestà che umana, dove nelli Concilj legittimi la Chiesa ha sempre tenuto e conosciuto l'assistenza dello Spirito Santo; finalmente che nessuna cosa sarebbe più incerta, e più vana dell'autorità della Chiesa, se fosse permesso contro li magistrati ecclesiastici questa eccezione della bontà, e questa via di fuggire il giudizio sotto pretesto di volere uomini buoni; e che manco d'ogni altro doveano ciò pretendere coloro, i quali non attribuiscono alcuna cosa alle opere nostre. Con questi e simili ragionamenti sua signoria illustrissima m'intertenne tanto, che io non potei partire se non dopo pranzo. In fine mi diede una lettera per nostro signore, e io mi licenziai.

«Nella licenzia, sua signoria illustrissima mi aveva apparecchiati molti presenti e di molto momento, li quali io ricusai, pregandola che, in luogo di quelli, mi concedesse due grazie: l'una, che avendo io portato all'illustrissima sua moglie per nome del vescovo Varmiense il libro della sua confessione, sua eccellenza fosse contento di leggerlo; l'altra che facesse restituire alcuni luoghi tolti a certi poveri cartusiani, che restano ancora in Francoforte sull'Odera. Sua signoria illustrissima mi promise di fare in ogni modo l'uno e l'altro e si contentò che io mi astenessi dal resto»[200].

I Concilj erano composti d'uomini, e chi conosce gli scompigli de' parlamenti moderni, massime ne' paesi che vi son nuovi, la smania di ciaramellare, l'aggrovigliare delle quistioni, il sofisticare sulle parole, le mozioni, gli emendamenti, il trionfo dell'abilità sopra la ragione, l'aspirare alla insulsa popolarità degli applausi o alla lucrosa riconoscenza dei grandi, facilmente supporrà gli stessi sconci nel sinodo di Trento; quantunque assistito dallo Spirito Santo; quantunque maestosa assemblea e composta de' Cattolici più rinomati per lettere, santità, abilità d'affari. Epperò rammemoriamo l'evangelico, Quæcumque dixerint vobis servate et facite: secundum vero opera illorum nolite facere[201].

Infinite dispute vedemmo nascere dapprima; se farlo, dove farlo, quando farlo; se convocar lo dovesse il papa o l'imperatore; chi parteciparvi[202], chi presedervi; come conseguire che rimanesse abbastanza libero per tutti. Radunato che fu, o tarda il nunzio d'una gran potenza, o se n'ammala un altro; o bisogna perdere tempo a far un decoroso incontro a un ambasciadore, a un legato, a un cardinale; poi a disputare qual posto gli spetti, e se dargli o no l'incenso e la pace: qual re commemorare pel primo nelle prediche e nelle orazioni: punti intricatissimi in età puntigliosissima sul cerimoniale. Or un incidente obbliga a differire la tornata; or muore il papa; or in Germania la Lega Smalcaldica rompe guerra: or in Francia gli Ugonotti insorgono contro i Cattolici: or c'è festa e Te Deum perchè i miscredenti furono sconfitti, e ricuperato un paese, dove vennero ribenedette le chiese, ridesta la letizia degli organi e delle campane, restituiti i beni ai prelati, i conventi alle corporazioni, bruciate le Bibbie vulgari, rannodati i matrimonj coi riti antichi. Ora si fa lutto e penitenza perchè altre contrade caddero sotto i Protestanti, abbattendo altari e immagini, violando monache e reliquie, trucidando preti, contaminando calici e battisteri, espilando i sacri arredi e convertendoli in denaro da soldar nemici di Cristo. Le vittorie degli uni e degli altri erano accompagnate da migrazioni in folla, da esigli, da processi, da spettacolosi supplizj. Tutto ciò ritarda o scompiglia le tornate e le risoluzioni: si scioglie il Concilio; quando riapresi si disputa se considerarlo come nuovo, o come sèguito del primiero.

I prelati, invitati con istanza, non venivano: o bisognava dunque prorogar l'apertura, e allora diceasi che il papa l'allungava a bella posta; o aprivasi, e allora si gridava che gl'intervenienti erano scarsi, che v'avea soli italiani, che non era rappresentata l'intera cristianità. Professando la massima riverenza alle somme chiavi, il re di Francia protestava contro il Concilio, adunato mentre il papa stava in izza con esso, e quando il numero de' cardinali francesi trovavasi tanto assottigliato. I principi si lagnavano della lentezza: eppur questa veniva dalle loro pretensioni e brighe, poichè di certe riforme si sbigottivano, e voleano far servire il Concilio a intenti loro particolari; Spagna ad isgomento de' Belgi ribellati, Francia e Impero a deprimere o ad accarezzare Ugonotti e Luterani. Poi l'imperatore domandava, non solo la riforma del papa e sua Corte, de' breviarj, legendarj, sermonarj, ma la comunione sotto le due specie; Spagna volea si dichiarassero d'instituzione divina i vescovi, non emanazione del poter papale, e perciò indipendenti; Francia sosteneva i decreti di Basilea e la superiorità de' Concilj sul pontefice, e per bocca del cardinale di Lorena chiedeva il matrimonio de' preti, l'uso del calice, la liturgia vulgare, finchè i sovvertimenti di Francia non indussero ad accostarsi ai papali.

Di somma difficoltà riusciva il ridur l'imperatore Ferdinando a contentarsi che non sì spingessero le riforme sin dove egli avrebbe amato per quetare i suoi Tedeschi, e perciò mostrare ch'egli avesse ottenuto soddisfazione, senza per questo derogare ai diritti de' legati o del pontefice. A tal uopo il Morone che, come presidente, ebbe tanto a faticare su tali pretensioni, senza il solito treno burocratico va ad Innspruck, s'affiata coll'imperatore, e ripiana ogni cosa. In simile modo il cardinale di Guisa propose un abboccamento fra il papa e il re di Francia e quel di Spagna, che tolse di mezzo altre difficoltà. Allora potè procedersi in sei mesi, più che non si fosse fatto in molti anni, e si ottennero le tanto contrastate riforme de' vescovi, de' cardinali, della curia, de' principi.

Poi rampollavano difficoltà sulle espressioni: chi non le credeva grammaticalmente latine, chi troppo ricercate per la gravità delle materie, chi invece troppo disadorne per un secolo che «prendeva a schifo la dottrina se non era condita in eleganza, sicchè molti letterati aveano minor affezione alle verità celestiali per vederle fra le invoglie grossolane della rozzezza scolastica»; sottentravano gli emendamenti, e il sofisticare ogni parola, come quando non si volea chiamare augustissimo il sacramento perchè questo titolo si dà agli imperatori secolari.

Non occorre ripetere che i Protestanti, i quali avean prima appellato al Concilio, or lo repudiavano come non indipendente, come pregiudicato; e i profughi d'Italia lo osteggiavano di tutta forza. Ma anche internamente moveasi querela che la discussione non fosse libera[203], che tutto venisse da Roma già disposto e deliberato, e, come celia frà Paolo, lo Spirito Santo viaggiasse in valigia per le poste; che i prelati troppo s'affaccendassero intorno alla grandezza pontifizia; che il Concilio fosse menato a senno degli Italiani.

Italiani era una qualificazione generica, come quelle che inventansi a designare i partiti, e applicavasi a chiunque caldeggiasse le prerogative romane. Vero è che l'importanza che la Chiesa attribuisce a ciascun uomo pei meriti suoi proprj, non per la nascita, dovea far preferire la votazione per testa, anzichè per nazione: dal che derivava la prepollenza degli Italiani; e agli ottantatrè prelati di tutti insieme gli altri paesi stavano a fronte centottantasette de' nostri. I presidi del Concilio, al 1 giugno 1563, scrivendo al cardinale Borromeo per informar il papa degli andamenti, fra il resto dicevano: «Come consta di tre nazioni principali, che sono Italiani, Spagnuoli e Francesi, così è diviso in tre fazioni, che hanno ciascuna la sua mira ed il suo fine, onde sempre si muovono con le loro passioni e loro interessi. Gl'Italiani, se non tutti, perchè sono di maggior numero assai, hanno sempre l'occhio al servizio di vostra santità ed alla conservazione della Corte di Roma, nè, per cosa che si proponga loro, sia di qual sorte si voglia, ponno indursi a pensare in essa altro, per abbracciarla o schifarla, che il servizio o il pregiudizio di sua santità e della Corte».

Gli Spagnuoli tendono a rialzar i vescovi a scapito del papa e de' cardinali, cui vorrebbero ridurre a semplici consiglieri del papa, e obbligati star a Roma a cura delle loro chiese. I principi avrebbero gradito assai questo abbassamento de' cardinali, laonde se ne stava in grande apprensione. I Francesi magnificano il Concilio volendo farlo superiore al papa, a imitazione del Basileense. Li seguono i pochi Tedeschi che ci sono, ed anche «parecchi Italiani, i quali, come sanno meno e sono più poveri, facilmente si lasciano tirare dalla ignoranza e dal bisogno molte volte a quello che non dovrebbero».

In realtà però la discussione dogmatica fu diretta dai gesuiti Lainez e Salmeron spagnuoli, e con loro Le Jay ginevrino, rappresentante del cardinale Truchsess vescovo d'Augusta; uno dei tre presidi era inglese, il cardinale Polo; nè erano italiani Andrea De Vega, Volfango Remio, Genziano Hervet, luminari di quell'adunanza. Vero è che, i vescovi forestieri ogni tratto uscendo di carreggiata, era duopo mandarne di italiani, più poveri e men pretensivi, e valersi de' Gesuiti, i quali allora mostraronsi più che mai, quel che alcuno li chiamò, i granatieri della santa sede.

Oltre di questi, componeano l'assemblea uomini insigni, quali di rado si trovano.

Stava fra i presidi il cardinale Morone, di cui a lungo ragionammo; e perchè il papa mancava di denari, egli persuase i cardinali a obbligarvisi, e vi diede regole che poi servirono al Concilio per norma nel regolare i seminarj.

Ad altri già lodati aggiungiamo l'eruditissimo Seriprando vescovo di Troja, già secretario al celebre cardinale Egidio da Viterbo; il Bertani, autore d'un commento a san Tommaso, e d'un trattato sulla podestà del papa; Alvise Lippomano (-1559) e Girolamo Accolti; Ercole Gonzaga, fatto vescovo di Mantova da Leon X a quindici anni, a ventidue cardinale da Clemente VII, segnalato per prudenza negli affari, applicazione, pietà.

Di Lorenzo Campeggi bolognese, vescovo di Feltre poi di Bologna, nunzio in Inghilterra pel divorzio d'Enrico VIII, e alla dieta d'Augusta (-1539) fu figlio Alessandro, cardinale e vescovo anch'esso di Bologna, dove abbellì San Petronio, introdusse i Gesuiti, e favorì Agostiniani e Cappuccini; prolegato ad Avignone, vi combattè i Valdesi, e quando il Concilio fu trasferito momentaneamente a Bologna, esso il ricevette in casa sua, dove stavano quattro altri vescovi della famiglia stessa (-1554).

In Agostino Valier, vescovo di Verona, non sapeasi se più ammirare la rara erudizione o la coscienza intemerata; scrisse cenventotto opere, ma pochissime ne pubblicò, fra cui una storia di Venezia; impugnò la barbarie scolastica e il timore delle comete; nella Rethorica ecclesiastica, più volte ristampata, fu il primo che indicasse una fonte delle false legende, qual fu l'esercizio che ne' monasteri davasi, di comporre amplificazioni sul martirio di qualche santo, e dove gli scolari particolareggiavano ed esageravano, come si suole in tali componimenti, senza darsi briga della verità. I migliori venivano conservati negli archivj dei monasteri, e trovati più tardi, passarono per atti autentici.

Per un Aurelio di Bari, vescovo di Budua in Dalmazia, di cui frà Paolo tesoreggiò le lepidezze; pel Bollani, che, avendo consumata la gioventù in negozj secolareschi, a venticinque anni passò dalla pretura al vescovado di Brescia digiuno di studj sacri[204], splendeano il giureconsulto bolognese Ugo Buoncompagni, consigliere di san Carlo, splendidissimo, e che pur ricusò tante volte legati, e pensioni, e infine divenne papa; i cardinali Salviati insigni per virtù e beneficenza e massime Antonio Maria che fondò ed ampliò spedali e un collegio per gli orfani; il cardinale Vincenzo Giustiniani genovese, generale dei Domenicani, dei quali spedì moltissimi ad apostolare le Indie, la Cina, il Giappone, e che stampò le opere di san Tommaso, e fu gran difensore del Carranza; frà Camillo Campegio pavese (-1569) domenicano, che pubblicò De hæreticis ZANCHINI UGOLINI senæ arminensis jc. cl. tractatus aureus cum locupletissimis additionibus et summariis[205].

Daniele Barbaro d'ordine pubblico scrisse la storia veneta; fece poesie filosofiche lodatissime col titolo di Predica dei sogni; fondò in Padova l'orto botanico e l'accademia degli Infiammati, tradusse e commentò Vitruvio; lasciò bellissimo ragguaglio della sua ambasciata a Edoardo VI d'Inghilterra. Ivi pure Giannantonio Volpi e Antonio Minturno, letterati di prima schiera; Onorato Fascitello vescovo d'Isola, autore di lettere e poesie lodate; Marcantonio Flaminio e il vescovo Vida, che erano salutati Catullo e Virgilio redivivi; Isidoro Clario gran giureconsulto; Taddeo Cucchi di Chiari, che emendò la versione della Bibbia vulgata a confronto del testo ebraico e greco, senza trascurare l'esegesi dei Protestanti; Lodovico Beccadelli insigne letterato, amico del Bembo, del Contarini, del Polo, dei quali scrisse la vita, amministratore di diversi vescovadi, poi vescovo egli stesso di Ragusi, e prevosto di Prato ove morì in odore di santità.

Primo Del Conte milanese, un de' primi compagni di san Girolamo Miani, spedito in Germania per opporsi all'eresia, dopo tornato era cerco a gara ne' conventi per leggere di teologia e di lingue orientali, adoprato dal Volpi vescovo di Como per combattere gli eretici in Valtellina, e fatto arbitro della scelta de' professori di belle lettere a Milano e a Como, servì a preparare materie pel Concilio, al quale assistette come teologo del cardinale Visconti vescovo di Ventimiglia. L'insigne giureconsulto cardinale Paleotto continuamente era consultato dai Padri, e scrisse gli atti del Concilio, dei quali molto si giovò il Rainaldi.

Il calabrese Guglielmo Sirleto, biblioteca ambulante, parlava francese, latino, greco, ebraico, sicchè fu detto che da trecento anni non s'era veduto cardinale più dotto, e non fu eletto papa per tema che gli studj nol distraessero di troppo. Sepoltosi nella Biblioteca Vaticana, colà pose affatto l'animo in ajutar le opere altrui, mentre di sue niuna pubblicò; provedeva testi e argomenti ai campioni del sinodo, onde il cardinale Seriprando scrivevagli da Trento, le opinioni sue sopra le quistioni agitate esservi riuscite gratissime, e conchiudeva che, stando a Roma, egli dava maggior ajuto e faceva maggior servizio al sinodo, che se ci venisse con cinquanta prelati[206]. Eppure non isdegnava raccogliere attorno a sè i bambini che capitavano in piazza Navona co' fasci della legna, e istruirli nel catechismo.

Sfoggiavano nelle prediche i più insigni oratori; Alessio Stradella di Fivizzano, Francesco Visdomini ferrarese, Bartolomeo Baffi da Lucignano. Cornelio Musso piacentino, affatto giovane, a Pavia faceva lezioni sopra le epistole di san Paolo, quando sorse un altro a interpretarle in senso diverso, e trovò assenso, e ne seguirono tumulti, finchè il cardinale Campeggi, legato a Bologna, fe cacciare i novatori, e raccomandò il Musso a Paolo III, che lo chiamò a Roma. Quivi a San Lorenzo in Damaso succedette all'Ochino, contro del quale scrisse discorsi e dispute, mostrandolo falso ecclesiastico, e cercava anche in privati colloquj convertirlo. Il primo giorno della quaresima 1548 predicava in San Pietro di Bologna, quando un Servita levossi a fargli objezioni. Il papa lo pose vescovo di Bitonto e lo volle alla Corte, affinchè in latino predicasse ogni giorno sul Vangelo in camera o alla tavola sua; trattenimento già ben diverso da quelli del tempo di Leon X, e dove, finito il sermone, si cominciavano le objezioni, che l'oratore combatteva, il quale disputò spesso con un chierico, che poi divenne Pio IV, e che l'adoprò all'istesso uffizio.

Somma lode gli si attribuiva per avere sbandite dal pulpito le sottigliezze scolastiche, le declamazioni ridicole, le ostentate citazioni d'autori profani, onde far luogo a un predicare sodo, devoto, conforme al Vangelo. Girolamo Imperiali lo chiama l'Isocrate italiano, e non mancargli nè la robustezza di Demostene, nè l'ubertà di Cicerone, nè la venustà di Curzio, nè la maestà di Livio; a lui si dedicarono opere; a lui monsignor Della Casa un'ode sull'eloquenza: Bernardino Tomitano, medico e retore dell'Università di Padova, compose un ragionamento intorno all'eloquenza di esso e gli fece coniar una medaglia portante un cigno e la leggenda Divinum sibi canit et orbi: ai cardinali Contarini e Bembo «pareva nè filosofo, nè oratore, ma angelo che persuadesse il mondo».

Questo «Crisostomo italiano» fu scelto a far l'orazione inaugurale del Concilio; la quale riuscì «piena di sottile artifizio, sparsa di retorici colori, come se tempestata fosse di rubini e diamanti; vi avea consumati dentro tutti i preziosi unguenti di Aristotele, d'Ippocrate, di Cicerone, e tutti i savj precetti di Ermogene». Quest'encomio di un gazzettiero di quei tempi, Ortensio Lando, la condannerebbe abbastanza s'anche non avessimo l'orazione stessa, forse troppo malmenata dagli avversarj, certamente lontana dalla dignità conveniente all'assemblea più augusta che da molti secoli si fosse radunata. Ai tre nunzj dava lodi, dedotte dal nome di ciascuno; apostrofava l'eco dei monti tridentini, e (talmente la mitologia era incarnata) citava l'esempio de' poeti, che fanno tener concilio agli Dei, e invitava i prelati a rendersi a quel sinodo, come i prodi di Grecia al cavallo di Troja.

Era stabilito che i teologi dicessero il parer loro, traendolo dalle sante Scritture, dalla tradizione apostolica, dai sinodi, dalle costituzioni e autorità de' sommi pontefici e dei santi padri, e dal consenso della Chiesa cattolica, tutto con brevità, eliminando le quistioni inutili e le contenzioni pertinaci. Niuno crederà si procedesse sempre alla quieta; spesso i legati dovettero richiamare i campioni alle leggi della carità e della modestia; ma insomma era conflitto interno; tutti partendo dai punti ammessi, e finendo coll'accordarsi nelle decisioni.

Spetta alle storie particolari lo svolgere di quella Iliade l'elemento umano, le lotte, i partiti, i maneggi; quel che realmente importa è il riferir la sentenza finale, il visum est, in cui s'accordano tutte le genti, le età, le passioni. Anche dall'esame della esteriorità esce la convinzione che, se sopra alcune decisioni parve operar la politica, le più furono suggerite da persuasione e coscienza, dettate con elegante e lucida evoluzione di forma; ravvicinando il mistero all'umana ragione per quanto è possibile; accarezzando anche il sentimento, mentre i Protestanti lo vilipendevano. Anzi che a confutare Lutero e gli altri, si tolse a dirigere l'intera cristianità, fatta civile e ragionatrice, con rigorosa e perentoria dichiarazione delle dottrine, rimovendo ogni contraddizione o divergenza; ricusando ogni transazione, ogni confusione ne' termini e limiti delle definizioni: alla quale stupenda precisione giovavano le abitudini scolastiche, unite alla rinnovata cultura classica. Laonde, come la luterana era la sintesi di tutte le eresie, così il tridentino fu la sintesi di tutti Concilj, che aveano definito sopra qualsifosse argomento.

Le decisioni sono formolate o in via di trattato, che presenta il dogma stesso anche particolareggiato, col titolo di Decretum o Doctrina: o in sentenze concise, assolute, col titolo di Canones che proscrivono errori di fede; o in prescrizioni disciplinari, detti Decretum de reformatione.

E per quanto i presenti nostri Discorsi evitino di essere dottrinali, non ci pare poter qui ommettere di esporre il complesso delle credenze cattoliche in ciò che differenzia dalle parziali.

Sui punti capitali della divergenza si erano pronunziate già le prime sessioni, così da tôr di mezzo le ambiguità, mediante le quali per un pezzo erasi cercato di rannodare i dissidenti.

Sull'essenza di Dio i nostri cadevano d'accordo con le chiese ortodosse dei Protestanti.

L'uomo fu creato libero di sua volontà, in modo che la colpa de' suoi peccati su lui tutta ricade.

Il peccato originale fu riconosciuto non con decreto dottrinale, ma condannando chi lo negasse: aggiungendo che, col dirne affetti tutti gli uomini, non comprendeasi la Beata Vergine, per riverenza alla bolla di Sisto IV sull'immacolata concezione di lei, controversa fra Scotisti e Tomisti[207]. Per quel peccato l'uomo perdè la giustizia e santità primitiva; si attirò lo sdegno e la vendetta di Dio; fu degradato d'anima e di corpo, e soggetto alla morte. Sì il peccato, sì le sue conseguenze trasmettonsi alla figliolanza, per modo che nessun uomo può compire verun alto accetto a Dio, nè diventar giusto se non per la mediazione di Gesù Cristo[208]. La libertà è infiacchita, non perduta; laonde le azioni umane non son perfette, ma non tutte son peccaminose. Conservavasi insomma la libertà morale, troppo provata dalla facoltà che ha l'uomo di ingannarsi e di fare il male: l'arbitrio, per cui è libero all'uomo di entrare ne' disegni della redenzione, com'era libero di non uscire dal disegno primitivo della creazione.

Al contrario i Protestanti dicevano che l'uomo è predestinato alla salute o alla perdizione: le parole di libertà, di libero arbitrio non trovarsi nella santa scrittura, ed esser invenzione degli Scolastici; è Dio che opera tutto, il bene come il male; gli uomini nascono col peccato, colla concupiscenza, cioè con avversione positiva alla legge e coll'odio di Dio, senza timore nè fiducia in lui, non possedono più nè intelligenza, nè desiderio del regno di Dio; i peccati attuali non sono che manifestazioni del peccato ereditario.

Secondo i Cattolici, il peccatore vien richiamato alla grazia per pura misericordia divina, in vista dei meriti del Redentore, e per mezzo della rivelazione evangelica: lo Spirito Santo ne risveglia le facoltà assopite, traendolo ad arrendersi all'impulso celeste. Se il peccatore vi ascolta, primo effetto n'è la fede nella parola di Dio, e nell'asserzione che Dio amò il mondo fino a dargli il proprio Unigenito. In quall'abisso di corruzione giaceva il mondo, se non potè esserne tolto che per intervento del Figliuol di Dio! E alla misericordia di questo si volge l'uomo, sperando ne' meriti di esso; e vedendone l'infinita carità, suscita qualche scintilla d'amore, donde abominio al peccato, e pentimento; al quale venuto con libero consenso, rimane giustificato; cioè lo Spirito Santo diffonde nell'anima la grazia santificante e l'amor di Dio; sicchè rinnovellato, il Cristiano produce opere buone e meritorie, e diventa partecipe del regno celeste. Ma della sua giustificazione non acquista certezza, salvo che sia per ispeciale rivelazione.

Cooperano dunque l'uomo e Dio; Iddio sveglia il peccatore, prima che questi possa meritarlo, nè tampoco desiderarlo: ma il peccatore deve corrispondervi liberamente, e allora solo vien rialzato. Lo Spirito Santo non opera in maniera necessitante, ma alla propria onnipotenza mette per limite la libertà dell'uomo, la quale dal peccato originale non rimase distrutta.

Qui (l'andiam ripetendo) consisteva la differenza fondamentale dei Protestanti: professando essi che il peccatore, spaventato di non poter adempiere la legge che ode predicarsi, vi vede però che Gesù Cristo toglie i peccati del mondo, e che la fede giustifica per sè stessa. Abbracciasi dunque ai meriti del Salvatore, in virtù dei quali Iddio dichiara giusto e santo il fedele, sebben nol sia, e sebbene continui a portar la macchia originale, di giunta agli altri peccati. La fede giustificante non rimane sola, ma vi si congiunge la santificazione, manifestandosi colle opere buone. La giustificazione e la santificazione non devono però confondersi, altrimenti non si otterrebbe la certezza della remissione de' peccati e dell'eterna salute. L'opera della rigenerazione appartiene tutta allo Spirito Santo, di modo che ogni gloria ricade su Dio, nulla sull'uomo.

Così i Luterani; Calvino invece pone un intimo nesso fra la giustificazione e la santificazione: e Dio operar solo in quelli che predestinò ab eterno. Posto che il peccato originale abbia distrutte affatto le facoltà dell'uomo, non si fa più luogo a libera cooperazione, nè tampoco a capacità di ricevere l'azione divina. Laonde la giustificazione è un giudizio, col quale Iddio libera l'uomo dalle pene del peccato, non dal peccato stesso: pei Cattolici invece comprende e la remissione del peccato e delle pene dovutegli, e la santificazione mercè l'atto divino giustificante.

I Protestanti ripudiano la distinzione tra fede viva e morta. E credendo che, anche dopo la giustificazione, perdura nell'uomo quell'essenza peccaminosa, non possono ammetter opere grate al Signore. Ben vennero talvolta a dirle necessarie, ma in qual senso io non intenderei.

Dopo discussioni che attestarono quanta varietà d'opinioni corresse su proposito sì capitale[209], il Concilio riconobbe che i nostri peccati ci sono rimessi gratuitamente per la misericordia divina; non sono soltanto coperti, ma cancellati dal sangue di Gesù Cristo; la cui giustizia è non solo imputata, ma attualmente comunicata ai fedeli per opera dello Spirito Santo. Ma poichè pur troppo la carne si ribella allo spirito, perciò la giustizia nostra non è perfetta, e quindi divien necessario il gemito continuo dell'anima pentita.

Quanto al merito delle opere, la vita eterna è una grazia misericordiosamente promessa, e una ricompensa data alle buone azioni, il cui valore proviene dalla grazia santificante. Il libero arbitrio non può dirigerci alla felicità eterna se non mosso dallo Spirito Santo, ma i precetti, le esortazioni, le promesse e le minacce del Vangelo mostrano abbastanza che noi operiamo la salute nostra pel movimento delle nostre volontà, ajutate dalla Grazia. Sebbene (dice il Concilio) le sacre carte stimino tanto le buone opere, e Gesù Cristo prometta che fino un bicchier d'acqua dato a un povero non resterà senza ricompensa; e l'apostolo attesti che un momento di sofferenza in questo mondo produrrà un compenso eterno di gloria: pure il cristiano si guardi dal fidare e glorificarsi in se stesso, anzichè nel Nostro Signore, la cui bontà è sì grande, che vuol che i doni che ad essi fa sien meriti loro[210].

Insomma i peccati ci sono rimessi per pura misericordia e pei meriti di Gesù Cristo: la giustizia, che è in noi per lo Spirito Santo, la dobbiamo a una liberalità gratuita: le buone opere nostre sono altrettanti doni della grazia. Dopo di che Bossuet trova strano che i Protestanti siansi separati da noi per questo punto, tenuto per essenziale su que' primordj, mentre in appresso le persone sensate cessarono di considerarlo per tale[211].

La Chiesa per opere buone intende gli atti morali dell'uomo giustificato in Gesù Cristo, ossia i frutti della volontà corretta, e dell'amore ispirato della fede. Meritorie chiamansi quelle che dalla nostra libertà sono prodotte nella virtù di Gesù Cristo. E quando si dice che il Cristiano deve meritar la vita eterna, s'intende che dee rendersene degno mediante il Salvatore. Vi sono opere buone al di là dei precetti; opere suprarogatorie, che possono ommettersi senza ledere la legge suprema della carità.

Ma quando i Protestanti asserivano l'inutilità delle opere in generale, intendeano in particolare i sacramenti; i quali invece dai nostri sono tenuti per necessarj, e furono prefiniti a sette, giusta l'insegnamento di Pietro Lombardo, appoggiato alla tradizione. Il fine de' sacramenti, a detta dei Protestanti, è di assicurare i fedeli che la colpa fu rimessa, consolarli, e liberarli dal timor della legge: come la circoncisione, sono mere testimonianze dei divini decreti sull'uomo; il battesimo e la cena recano frutto sol in quanto chi li riceve ha fiducia nel perdono de' peccati. Il matrimonio non serve a ciò, nè l'ordine: il battesimo non dovrà riceversi che da chi è capace di comprenderlo: la confermazione non è che una replica del battesimo: all'estrema unzione surrogavasi la cena, per confortare l'uomo, sgomentato dal silenzio eterno di quell'infinito sconosciuto ove sta per cadere. Più repudiavasi la confessione: può essa farsi per domandar consiglio o per sollievo della coscienza, ma l'assoluzione non può venire dal prete, sibbene da Dio. Nella cena dapprincipio ammisero che il corpo e sangue di Gesù Cristo fosse distribuito sotto le specie di pane e vino; ma Carlostadio impugnò la presenza reale, poi con maestria Zuinglio ed Ecolampadio. Anzi Zuinglio voleva i sacramenti mere cerimonie, e non possedere vera fede chi ha bisogno delle loro consolazioni.

Secondo i Cattolici, pei sacramenti comincia la vera giustizia, o perduta si recupera, essendo segni sensibili, istituiti da Dio, con virtù non solo di significare ma di produrre la santità e la giustizia. I simboli dell'antica alleanza non conferivano la virtù giustificante, per cui si congiungesse l'uomo a Dio: bensì lo fanno i sacramenti[212]; opera operata da Dio, sebbene non escluda l'attività umana, richiedendosi la disposizione a riceverla.

Al fatto morale della giustificazione bisogna concorrano il tribunale di Dio e quello dell'uomo. È Dio che rimette col mezzo de' suoi ministri, sol esso potendo cancellare la colpa, e restituire all'anima i diritti alla celeste eredità: ma il perdono non si dà se prima l'uomo non abbia pronunziato contro se stesso il verdetto di colpabilità, riconoscendosi degno di castigo. L'umano dev'essere tribunale di giustizia e di pena: il divino, di misericordia e di grazia, dopo che col pentimento fu mitigato. Se non che la coscienza non condanna propriamente se stessa, ma è semplice testimonio dell'atto giuridico di Dio che si esercita sopra il colpevole: il quale per altro può aderirvi o repugnarvi; restaurare l'ordine coll'espiazione, o perturbarlo col resistere al suo autore.

Nella consacrazione il pane e il vino si trasmutano nel vero sangue e corpo di Gesù Cristo. In conseguenza il nostro essere si trasforma nella unione col Redentore che vive in noi.

Erasi proclamata tal verità quando il nominalismo, panteismo mistico, confondeva Dio coll'uomo, sicchè la Chiesa viemeglio espresse la distinzione, e colla solennità del Corpus Domini celebrò il Cristo veramente esteriore all'uomo, e che all'uomo s'avvicina per sua bontà. Per mera regola disciplinare si partecipò l'eucaristia sotto una sola specie; e il fedele sa che Cristo è tutt'intero sotto entrambe le specie e sotto ciascuna, e la vitale comunione con lui non dipende dalla materialità del sorbir anche un poco di vino[213].

Il Concilio definì il matrimonio essere vero sacramento; la Chiesa aver potuto di propria autorità costituire impedimenti dirimenti, cioè che ne rendano nullo ogni effetto umano e divino; spettare ai giudici ecclesiastici le cause matrimoniali, concernenti il vincolo e la validità dell'atto[214].

È dunque non solo insana ma ribalda la legge, che snatura il sacramento delle anime fino a ridurlo a contratto di corpi: e fa che un sindaco, per semplice autorità municipale, imponga a una fanciulla, educata al pudore e alla gelosia del fior più prezioso, d'abbandonarsi ad un uomo sol perchè così fu civilmente stipulato, in nome della libertà della carne, e senza quella benedizione che rende comandato l'amore e sacra la generazione. Questo, che lo stesso Mirabeau dichiarava il più grande attentato del potere politico contro il potere religioso, avvia alle libere unioni e ai liberi abbandoni. Fortunatamente gli uomini son meno servili che i legislatori; meno della pubblica opinione ascoltano la coscienza, e così temperano nell'applicazione le brutalità dei despoti o i sofismi de' parlamenti.

La Chiesa è istituzione umana e divina ad un tempo. Questa parola nelle Scritture è sempre attribuita a una società visibile: Cristo le promise che non verrà mai meno: e poichè non è visibile che per la professione della verità, uopo è che sempre professi la verità. Ciò implica ch'essa è infallibile, e che niuno può allontanarsi da' suoi insegnamenti[215].

Per esser ammessi nella Chiesa invisibile basta un battesimo spirituale; per vivervi basta un alimento interiore: ma la Chiesa visibile, appunto perchè tale, col battesimo di spirito ne richiede uno materiale; col nutrimento della parola di Gesù Cristo, richiede il nutrimento del corpo di Gesù Cristo, e che il sagrifizio come il sacramento cada sotto i sensi. Il sacrifizio e il sacerdozio son congiunti in ogni legge; ed essendo visibile il sacrifizio nel Nuovo Testamento, tale dev'esser pure il sacerdozio, al quale per divina istituzione sia data podestà di consacrare, offrire, ministrare l'eucaristia, e rimettere o no i peccati. In esso sacerdozio divino, per molti ordini si sale dai minori ai maggiori ministeri; e tra i maggiori son i diaconi e suddiaconi, tra i minori gli accoliti, gli esorcisti, i lettori, gli ostiarj. Nella sacra ordinazione è conferita la grazia: e perciò l'Ordine è uno de' sacramenti, e imprime un carattere indelebile, sicchè è condannato chi dice che gli ordinati possono tornar laici: o che tutti i Cristiani abbiano eguali facoltà spirituali. Nell'ordinazione de' vescovi, sacerdoti ed altri gradi, non occorre il consenso o l'autorità di magistrato secolare, e non son ministri ma ladroni quelli che ascendono ai ministeri ecclesiastici per chiamata o istituzione del popolo e della potestà laica. È data dal Cielo la vocazione al ministero ecclesiastico, al dispensare la parola e i sacramenti: ma deve in terra esser riconosciuta e sanzionata; per operare nel pubblico ministero della Chiesa bisogna esser autorizzati secondo un simbolo, che gli uomini effettuano giusta le disposizioni di Cristo, cioè un sacramento. La visibilità della Chiesa implica un'ordinazione ecclesiastica che, da un vescovo all'altro, da un sacerdote all'altro, risalga fino a Cristo. Per tal legame i vescovi derivano dagli apostoli; ed abbisognando di unità per raccogliere tutti i fedeli in una effettiva convivenza, bisogna abbiano un capo, istituito da Cristo, visibile com'è visibile la Chiesa; e a cui tutti obbediscano, perchè tutti membri d'un corpo stesso.

La Chiesa possiede, comunica e interpreta i libri santi, e da essa gli accettiamo come opera divina, anche prima che lo spirito di Dio si sia manifestato nel leggerli; gli accettiamo, come dice un gran santo, perchè la Chiesa ce li dà[216], quand'anche o vi appaja minore l'ispirazione profetica, come per esempio, ne' libri storici de' Maccabei; o la critica, come nell'epistola di san Giuda, che sembra allegare qualche libro apocrifo, qual è quello di Enoch[217].

Cattolici e Protestanti si accordavano nel considerare la Bibbia, e specialmente il Nuovo Testamento, come la fonte della verità; e però importava fissare il numero e la lezione de' libri canonici[218]. Se non che gli uni ne attribuivano l'interpretazione alla Chiesa, gli altri all'individuo. Pe' Cattolici l'infallibilità della Chiesa venne identificandosi con quella del clero e del papa: pe' dissidenti il rispetto verso il libro arrivò a dare miracoloso carattere alla lettera, e direi fino ai punti vocali introdotti dai rabbini del medioevo; per essi la Bibbia è incerta, perchè di traduzione umana; la nostra è d'autorità divina.

La Chiesa fu fondata mediante la predicazione, cioè la parola; nè la parola perdette l'autorità quando venne scritta. Quanto la Scrittura è dunque venerata la parola tramandata a voce. Della verità di questa è testimonio l'esser accettata da tutte le Chiese cristiane fin dall'origine: non potendosi credere che provenga d'altra fonte che dagli apostoli. La tradizione è dunque la credenza costante e universale della Chiesa, depositata ne' monumenti storici: onde vien detta il criterio per interpretare la santa Scrittura. Custode di questa come della tradizione è la Chiesa.

Tal sarebbe il sunto delle dottrine ove dissentono i Protestanti dai Cattolici, e quando Bossuet ne fece l'esposizione, enumerando le sole verità decretate dal Concilio di Trento, senza badare alle temerarie curiosità della scolastica, nè fermarsi ad objezioni fatte a dottori particolari, o contro punti nè universalmente, nè necessariamente ricevuti, gli avversarj stupirono di trovarsi così poco discosti.

Alcune volte non potendo i Padri accordarsi nell'espressione di qualche articolo, gli diedero forma negativa; condannarono cioè la proposizione contraria; il che non implica che si abbia sempre per vera tutta la positiva opposta.

Altri punti sono espressi in termini generali, il che è ben diverso da termini vaghi od ambigui: questi o non han senso, o nessun senso preciso; i generali non portano l'estrema evidenza, ma sono chiari fino a un certo grado, cioè fin dove lo davano le parole della Scrittura e dei santi padri. Tal sarebbe la quistione d'un punto tanto controverso, quant'è il purgatorio. Anime giuste possono uscir dal mondo non interamente purificate; ora lo Spirito Santo proferì che niente d'impuro entrerà nella città santa[219] e la Chiesa ha dalla tradizione di tutti i secoli che l'intero purificamento se ne fa dopo morte[220] per mezzo di pene non definite, le quali da preghiere dei vivi possono esser alleviate o assolute. Il Concilio si limita a definire che le preci dei vivi possono suffragare pei defunti, senza entrar in particolarità nè sulle loro pene, nè sul modo onde vengano purgati; locchè non era precisato dalla tradizione; solo chiarendo che sono purificati per Gesù Cristo, essendolo per le preghiere ed oblazioni fatte in suo nome.

Così, anche dopo usciti dalla Chiesa visibile, perdurano i nodi che non siansi volontariamente spezzati, e i defunti formano ancora una Chiesa con noi, insieme cogli angeli e con Cristo. Solo i dannati resteranno separati dalla sorgente dell'ordine e della vita, tormentati dall'angoscia d'una irreparabile divisione; divisione nelle facoltà dell'anima lottanti; divisione fra l'anima e il corpo non pacificati; divisione coi consorti; divisione colle creature tutte; divisione fin dalla morte che indarno invocheranno.

I santi estesero in terra il regno di Dio, talchè i loro benefizj qui perdurano, e ci lasciarono modelli; ma inoltre continuano ad operare come protettori, pregano Dio per noi, e noi gli invochiamo anche pei fratelli purganti. Ogni culto religioso però deve terminarsi a Dio come a suo fine necessario; e l'onor che la Chiesa rende alla beata Vergine e ai santi può chiamarsi religioso, perchè si riferisce necessariamente a Dio; si ricorre alla intercessione di loro come di persone più aggradevoli a Dio; e qualunque sia la forma d'invocarle, sempre si riduce al pregate per noi. A Dio si offre il santo sacrifizio facendo menzione dei santi affinchè degninsi pregare per noi[221].

Dietro alla parte dogmatica doveasi discutere la gerarchica. L'episcopato, sebbene di istituzione divina, deriva le sue prerogative dal papa? pur riconoscendo che il papa fu istituito da Cristo, l'autorità sua è comune solidalmente a tutti i vescovi? La residenza e l'istituzione dei vescovi, per quanto spetta alla potestà di giurisdizione, è di ragion divina? o, ciò che importa lo stesso, fin dove son essi indipendenti dal papa? E le chiavi furono date a Pietro solo?

A promuovere di tali quistioni lo scioglimento più favorevole all'autorità pontificia diedero opera attivissima i Gesuiti, e principalmente il loro generale Lainez «con affetto così grande, come si fosse trattato della propria salute» (SARPI). Allo zelo di sant'Ignazio egli univa la scienza delle cose della fede, e nel Concilio recitò il discorso più famoso, asserendo la plenipotenza papale (dell'infallibilità non era quistione), con autorità e storia e argomentazioni dissipando quante objezioni mai si erano elevate, e affermando che la potestà della giurisdizione al papa solo sia data, e da lui ogni altra derivi. Se ne risentirono e i vescovi, dei quali attenuava le prerogative, e i dottori che pendevano alle massime proclamate a Costanza[222]; e gli storici che sostenevano aver i vescovi considerata la loro istituzione di giure divino, e quindi indipendente dal papa, quanto all'origine sebbene a lui, come a capo supremo e unico di tutta la Chiesa, fosse subordinata quanto all'esercizio. Così esser continuato fin quando, dopo il Mille, le congregazioni cluniacese, cistercese ed altre nate allora, operarono che molte funzioni proprie de' vescovi fossero concentrate a Roma; poi dopo il 1200 nati gli Ordini mendicanti, viepiù restrinsero l'esercizio dell'autorità episcopale, che adesso tentava restaurarsi, e che invece trovavasi annichilata da una congregazione nata jeri, che (diceano) non è ben secolare nè ben regolare. Pure anche tra i vescovi, molti, anzichè inuzzolirsi d'ingrandire la propria a scapito dell'autorità pontifizia, sentivano necessario di salvarla all'ombra di questa; e i principi, vedendo la propria autorità messa a repentaglio dalle dispute teologiche, provedeano men tosto a sottigliare sui limiti del potere ecclesiastico, che ad appoggiarvisi.

Laonde prevalse la parte devota all'autorità pontifizia, almeno nella forma negativa, quanto al non essersi definito ciò che la parte contraria avrebbe voluto intorno alla ragion divina della superiorità de' vescovi a' preti; e restò consolidata quella supreminenza del papa, che erasi voluta crollare; egli solo interpretasse i canoni, imponesse le regole della fede e della vita. Pure è notevole che, nel Concilio di Trento, non trovi una frase sola che rechi qualche nuovo vantaggio ai papi: nè tampoco le espressioni del fiorentino e del lateranense, tanto favorevoli al primato de' pontefici e alla loro superiorità al Concilio, non vennero ripetute, appena i prelati francesi si opposero alla formola che pareva asserirle; e asserisce il Pallavicini che il papa stesso rispose, non doversi definire se non ciò che unanimemente piacesse ai Padri. Così sopravvissero due partiti; quello più compatto, questo più attivo: nè l'uno, nè l'altro uscendo dal cattolicismo, e riconoscendo che le decisioni dell'episcopato, riunito attorno al suo centro, sono infallibili in materia di fede; altrimenti sarebbe possibile che tutta la congregazione dei fedeli errasse: è così che l'organo supremo, per cui mezzo la Chiesa si pronunzia, non può mancare all'uffizio di questa, che è la custodia del vero[223].

Restavano le deliberazioni che riguardavano le riforme dei principi, cioè il rivendicare le prerogative, usurpate da questi. Il disputare sui confini delle due autorità poteva metter in pericolo tutto quanto già si era stabilito intorno alla fede; i principi stessi che, contro i Protestanti, aveano sostenuto la Chiesa acciocchè non fosse assorbita nello Stato, or sull'esempio de' Protestanti voleano non solo non restituirle, ma sottrarle anche altre facoltà, che dicevano mal convenire al potere spirituale.

Dalla disputa scabrosissima i legati seppero sguizzare domandando tempo a riflettervi: poi venuta la chiusura, presentarono un decreto generico, ove proferivano scomunicato il principe che concedesse campo al duello, ed esortavano l'imperatore e i sovrani a mantenere le ragioni e le immunità della Chiesa, ed operar che i vescovi risedessero con dignità e quiete, e rinnovarono tutte le costituzioni antiche sulla libertà ecclesiastica.

E si dichiarò terminato e chiuso il Concilio; e Pio IV ne confermò solennemente i decreti, poi fe stendere una professione di fede, che doveano sottoscrivere tutti gli ecclesiastici e dottori. In questa, dopo il simbolo costantinopolitano, esprimendo il dogma più positivamente che nel Concilio, si pronunzia intera fede al simbolo apostolico e ai sacramenti istituiti da Gesù Cristo, che tutti conferiscono la grazia; si accettano le decisioni del Concilio di Trento circa il peccato originale, e la giustificazione; nella messa pei vivi e pei morti offerirsi il vero sacrifizio propiziatorio; nell'eucaristia star realmente e sostanzialmente il corpo e sangue di Cristo, nei quali si converte tutta la sostanza del pane e del vino; e Cristo tutt'intero riceversi sotto l'una o l'altra specie; credersi nel purgatorio e nella validità dei suffragi; invocarsi i santi, i quali intercedono per noi, e doversene onorare le reliquie; tenere e venerare le immagini di Cristo, di sua madre, de' santi; la Chiesa cattolica, apostolica, romana esser madre e maestra di tutte; Cristo averle lasciato la facoltà delle indulgenze sommamente salutari ai fedeli; promettersi obbedienza al pontefice, vicario di Cristo e successore di san Pietro; infine ricevere tutto ciò che era stato lasciato per tradizione e definito nei Concilj, specialmente nel tridentino. È in somma una risoluta protesta contro gli errori che anche dappoi germogliarono.

La Riforma, a cui era mancato il pretesto dacchè uscirono gli oracoli di quell'assemblea generale cui essa aveva continuamente appellato, rimase una manifesta ribellione; e dagli oppositori che si staccavano ed isolavano, la Chiesa non potea difendersi che col fortificarsi entro le barriere della fede antica. Fra' Cattolici non occorreano transazioni, nè quasi dibattimenti; e restando solo a porre in chiaro l'intero sistema della fede cattolica, vi si eliminò una serie di discrepanze, di modo che la teologia trovossi ridotta a scienza positiva, sgombra dalla dialettica, che nelle decisioni di fede può esercitarsi sui diversi modi di spiegar la verità, purchè non travalichi i punti essenziali, che tutti difendono in comune, e nulla vi mescoli di dubbioso. I dettami tridentini, divenuti credenza cattolica, resero omai superfluo ogni altro Concilio; e come chi risana da pericolosa malattia, la Chiesa cattolica parve rinvigorita, e tutta si applicò a migliorare se stessa e la società[224].

NOTE

[183] Renan esclama: «Padre celeste, tu non hai voluto che questi dubbj ricevessero una risposta chiara, affinchè la fede al bene non restasse senza merito, e la virtù non fosse un calcolo. Una rivelazione evidente avrebbe assimilato l'anima nobile all'anima vulgare; l'evidenza qui sarebbe stata un attentato alla nostra libertà. Tu volesti che la nostra fede dipendesse dalle interne nostre disposizioni. In tutto quanto è oggetto di scienza o di discussione razionale, tu hai data la verità ai più ingegnosi: nell'ordine morale e religioso giudicasti deva appartenere ai più virtuosi. Saria stato ingiusto che l'ingegno costituisse qui un privilegio, e che le credenze, che denno essere il ben di tutti, fossero il frutto d'un ragionamento più o men bene condotto, di ricerche più o meno fortunate. Sii benedetto pel tuo mistero! benedetto d'esserti nascosto, d'aver riservata la piena libertà de' nostri cuori» Avenir de la Métaphysique.

[184] DANTE, Pd., XXIV.

[185] Alberto Mazzoleni, monaco nel famoso convento di Pontida presso Bergamo, vissuto dal 1695 al 1760, avea raccolto cinquanta volumi di documenti intorno al Concilio di Trento, sui quali ideava scriverne di nuovo la storia, possibilmente confermata con autentici contemporanei documenti. Morì senza farne nulla, e la sua collezione fu venduta al trentino Antonio Mazzetti, che potea comprare ma non sapeva adoprare, e che morendo lasciolla alla città di Trento, ove ancora aspetta chi ne profitti. Tre volumi restano nella biblioteca di Bergamo.

Il primo volume di essa collezione contiene Præludia Clementis VII ad celebrationem generalis concilii, e son lettere e bolle di esso papa all'imperatore e al re dei Romani, altre di Paolo III, del cardinale Polo, del Coeleo, del Vergerio, del quale principalmente molte ne sono lunghe, e piene di zelo e d'abilità nel rimuovere le difficoltà.

[186] Gherardo Dacherio intitolò l'opera sua Historia magnatum in Constantiensi Concilio.

[187] Un intero volume della collezione Mazzoleni è di lettere dell'Aleandro legato in Germania, o a lui, sopra le condizioni della Chiesa e della Germania.

Ulrico di Hutten, che aveva secondato cogli scritti la guerra di Lutero, sorreggendola pur colla spada

Ut prius ingenio, nunc peragente manu,

non dissimulava d'aver teso ogni sorta d'insidie all'Aleandro:

Integer hinc Aleander abit: dubium hoc tamen illi Qui semel effugit semper ut effugiat... Quod potui, facete insidias, servare recessus, Complectique omnes obsidione vias, Cessatum nihil est. At Cæsaris agmine tuti Evadunt. Credas sic voluisse Deum.

[188] Nei Monumenta Vaticana, historiam ecclesiasticam sæculi XVI illustrantia (Friburgo, 1861) è una serie di lettere scritte dal Morone al cardinale Farnese da Germania nel 1540, 41 e 42. Fra altri è notevole questo passo: «Il duca Guglielmo di Baviera mi ha fatto dir per certo che i Protestanti sono risolutissimi non voler mai riconoscer la sede apostolica: ed avanti ogni cosa faranno protesta che, se in alcuna cosa consentiranno alla religione antica, lo vogliono fare per autorità e comandamento dell'imperatore, non perchè obbediscano o vogliano riconoscere in alcun modo la superiorità di nostro signore e della Chiesa romana» (Ratisbona, 13 aprile 1541).

Riponeasi dunque la libertà nell'obbedire all'imperatore fin negli articoli di fede!

Altra volta il Morone suggerisce quel che poi fu fatto col Collegio Germanico. «Per esser queste Sette in tanto aumento, poche persone si fanno ecclesiastiche, ed ognora più poche; e da qui nasce il negletto della religione, non essendo chi la curi. E perchè questi vescovi e capitoli tengono le scuole assai grandi de' putti, ma di questi, come sono cresciuti, la minor parte, anzi pochissimi vogliono farsi sacerdoti, vedendo l'obbrobrio nel quale sono i capi chericali; e per contrario, come sanno un poco di lettere, diventano luterani per la copia de' loro libri stampati in lingua latina e tedesca; mi pare ricordare si potrebbono mandare, da diversi luoghi, alcuni putti in Italia, quali fossero distribuiti ne' luoghi ben disciplinati, come sarebbe appresso qualche buoni monasteri e buoni prelati, e fossero instituiti innocentemente nelle lettere e costumi cristiani» (Innspruck, 18 gennajo 1542).

Trattando della pace, il re di Germania diceva al Morone come essa fosse impedita solo dalle pretensioni di Francia: aver l'imperatore offerto al re cristianissimo di cedergli il Milanese, purchè lo ricevesse come feudo dell'Impero, e quegli non l'aver voluto a tal patto. E soggiungeva: Rex Galliæ appetit monarchiam; et si haberet ducatum Mediolani, vellet habere Florentiam et Regnum Neapolitanum, et regere totam Italiam; quia bene scit, ut libere loquar, quod, qui habent dominium Mediolani, facile mutant animos aliorum Italorum (Spira, 10 febbrajo 1542).

Altre lettere ha l'Archivio Vaticano (Nuntiatura Germaniæ, vol. VII), dal Morone scritte da Boemia nel 1537 al Recalcato e a Paolo III, contro il quale dice si pubblicano continue invettive, come causa della pace turbata e del differito Concilio.

Altre ancora al Duranti, al cardinale di Santafiora; e in tutte persuade a mitezze, a concessioni, pur mostrando come i Riformati sieno tra loro dissenzienti. «Fra Luterani ed altri eretici sono alcuni principi, alcuni dotti ed alcuni popolari. Li principi seguitano l'eresie, alcuni per desiderio d'esaltazione sua, come il duca di Sassonia e il langravio d'Assia, e per deprimere la casa d'Austria: alcuni per arricchirsi de' beni ecclesiastici, come esso langravio e quasi tutti gli altri, il numero de' quali non bisogna contare. Li dotti prevaricano per vera malizia, ed oltre che sono istigatori delle passioni de' predetti principi, cercano ancora del proprio comodo ed onor del mondo. Li popolari, tra' quali sono molti cittadini per tutta la Germania ricchi ed onesti, sono stati sedotti ed ingannati; e di questi alcuni s'avveggono dell'error suo, ma per vergogna non ritornano, come Norimberghesi, Lubeccensi ed altri; alcuni stanno ancora nell'error suo, persuadendosi far bene» (Lettera 18 aprile 1540 da Gand). Crede che il Concilio provvederà a tutti costoro; e che intanto si favorisca a tutta possa la Lega Cattolica. Nella convocazione del Concilio, «con quel santo desiderio e petto veramente apostolico, e carità paterna, sua santità potrebbe alquanto discostarsi dalla solita forma, cioè invitar di nuovo i Luterani con ogni benignità, affezione ed esortazione, ed anco preghi; imitando sua santità Colui, del quale ha il nome, il quale omnia omnibus factus erat ut omnes lucri faceret. La qual cosa se movesse Luterani a venir al Concilio, sarebbe cagione della lor salute: se ancora non giovasse con loro, sarebbe però grata a Dio ed utile e onorevole a sua santità, e cagione di maggior confusione ad essi Luterani».

[189] Il cardinale Contarini il 29 maggio 1541 da Ratisbona al segretario del papa scriveva:

«Volendo far l'uffizio debito verso Dio e debito ad un buon ministro di sua beatitudine, sono astretto di significare a vostra signoria reverendissima tutto quello che a me pare che il bisogno ricerca si facci. Prima gli significo che questa eresia luterana è così infissa negli animi di questi popoli di Germania, dico non solamente dei protestanti, ma di quasi tutti i popoli cattolici, che tengo certo che, quando bene in questa dieta si facesse una concordia cristiana con consenso di tutti i principi e teologi protestanti li quali qui si trovano, non potremmo dire di aver fatta provisione, ma solamente di aver fatti i fondamenti della provisione. Io dico a vostra signoria per certo che, essendo questa setta cosa nuova, e i popoli essendo naturalmente avidi di novità; essendo questa setta così larga, perchè leva l'obbligo della confessione, di udir la messa ed altri uffizj divini, leva l'obbligo delli digiuni, di astinenza da carne, di servar festa ecc., è molto popolare e plaudita: e però è pericolo grandissimo che tutta Germania presto v'entri, e così la Fiandra; e molti in Francia e in Italia la desiderano... Però importa avanti tutto che qui in Germania si facesse una buona riformazione e buona provisione cristiana, la quale consiste che li vescovi, con la vita e con la diligenza, con predicatori e precettori idonei procurassero che la fede cattolica fosse insegnata, siccome fanno i Protestanti, li quali non mancano in punto alcuno di diligenza in predicare, in leggere, in ampliare la loro setta.... Certamente se non vi si mette più pensiero di quello si ha posto per l'addietro, la cristianità sta in maggior pericolo per questa setta, che per l'arme del Turco. Questo ne potria privare del temporale, ma quella ne priva del temporale e dell'essenziale della fede: però bisogna ponervi tutti li spiriti, non sparagnare cosa alcuna, altrimenti ne avremo da render gran ragione a Dio. Oggi siam vivi, e domani siamo morti: e il viver da uomo, non che da cristiano, consiste in far il debito suo, ben operare nella persona che Dio ne ha imposto. Consideri vostra signoria reverendissima che dovemo far noi cristiani, noi prelati, alli quali Iddio ha date tante dignità, tante comodità comprate dal sangue di Cristo e dalla sua passione, e così indegnamente, così ingratamente, poi possedute e godute da noi». Collez. Mazzoleni, tomo XII.

Il Polo gli rispose che niun legato per lo innanzi avea sostenuto con tanta dignità il nome della sede apostolica, non solo quanto alla virtù dell'azione ed alla carità in pro di tutti, ma anche quanto alla sodezza della dottrina.

[190] Fra le lettere di monsignor Della Casa, conservate nell'archivio di Parma, n'è una al cardinale Farnese del 17 dicembre 1543, dove enumera tutti i vescovi del dominio veneto, ai quali ha trasmesso l'avviso, da parte del papa, di andar al Concilio di Trento sanza dilatione, e le rispose che da ciascuno ottenne. «Corfù andrà; Veglia, Curzola e il coadjutor di Papho andranno, e Terracina. Sebenico credo sia partito per Roma. Cesarino si scusa di essere ammalato di sorte e in parte che non può cavalcare, e credo che sua signoria dica il vero. Papho è di età di 84 anni e di corpo non sano, e della mente qualche volta non con quella perfezione che ha avuto da giovine, nè mi par possibile che vada... Il vescovo di Nona è tanto povero, che a pena ha che vivere. Civital dice che è povero et infermo. L'eletto di Spalatro dice che non sà se sua santità vuole che vadi esso o l'arcivescovo suo, ma che sempre sarà pronto ad obbedire alli comandamenti di sua santità. L'arcivescovo di Cipri è vecchio e corpolento molto, e tal che mal volentieri si potrebbe condur mai a Trento, e però con ogni reverenza prega vostra signoria reverendissima a supplicar sua santità che si degni admetter la sua scusa che certo sarebbe metterlo a grave pericolo della vita».

E così degli altri: e davvero vi appare un tono di veridicità, che non lascia credere fosse semplice finzione il desiderio del papa che si tenesse il Concilio. Anzi il Lagomarsino nelle note alle lettere di G. Poggiano vol. II, reca documenti certissimi e vivissimi della premura sincera di Pio IV per ciò.

Per un saggio delle ragioni pro e contro, riferiamo, fra tanti, questa informazione al papa, di cui trovammo copia in più d'un archivio:

«Essendomi venuta occasione di parlar con alcuni delli deputati dalla maestà cattolica a consultar la materia del Concilio Generale, ho compreso (come per altre mie ho detto) che per loro proprio interesse cercano di persuadere a detta maestà che non sia bene il celebrare detto Concilio di presente, colle ragioni che appresso sieguono, le quali ho volute ragguagliar per darne notizia alla santità vostra et ho soggiunto nella fine quelle risposte che allora mi soccorsero di dire.

«Primamente considerano se il Concilio è rimedio opportuno e necessario per estirpare le eresie e mettere concordia nella santa Chiesa.

«Discorrono poi sopra la forma, che se gli deve dare.

«Finalmente propongono le difficoltà sopra la esecuzione.

«Attorno il primo caso, dicono che non solo non è rimedio necessario e opportuno, ma o impossibile o almeno senza speranza, che possi produrre alcun buon frutto per le ragioni infrascritte:

«Che gli eretici non vogliono che la santità di nostro signore sia di superior portata a detto Concilio, perchè non sia giudice e parte.

«C'hanno sempre apertamente protestato di non volere intravenire senza aver voce diffinitiva come li vescovi.

«Non potendosi concedere le suddette due cose come empie, dicono che non vorranno intravenire, e non intervenendo non ubbidiranno ai decreti.

«Che invitandoli o citandoli, e non comparendo, se poi si vorrà procedere contra di loro, con l'ajuto e forza degli altri principi, non sarà il rimedio per via del Concilio, ma per via dell'armi, la quale affermano che sarà di pregiudizio irreparabile alla maestà cattolica per le cause che, sotto il capitolo della esecuzion d'esso Concilio, saranno comprese.

«Per la forma, dicono che è d'avvertir se si dee aprire nuovo Concilio, o continuare il già cominciato a Trento.

«Soggiungono poi, che par che sia più necessario per rispetto della riforma degli abusi, che per la controversia della dottrina, e però trattandosi tuttavia la riforma in Roma, vogliono che sia opera vana a celebrar il Concilio.

«Finalmente mostrano di dubitare che, ogni volta che cosa si tratti che possa dispiacere a vostra santità, subito si debba fare una sospensione, o traslazione d'esso Concilio, di che ne potria seguire una dissoluzione, di peggior esempio che non fu quella di Trento, e con mostrar pure di confidare nella molta pietà e constanza di vostra beatitudine, mettano in dubbio, che la vita è incerta, che potria seguire una sede vacante, o succeder elezione d'un altro pontefice: di diversa volontà, per il che potria nascere scisma e maggior travaglio nella cristianità.

«Sopra la esecuzione mettono poi in considerazione a sua maestà (di Spagna) che, collegandosi con vostra santità, coll'imperatore, re di Francia et altri principi per questo effetto, verrà a provocarsi contra, non solo tutta la Germania, ma tutti gli altri principi e nazioni eretiche, onde l'imperatore potrà facilmente venir ad accordo coi suoi e similmente il re di Francia, per non veder la rovina de' lor sudditi, e allor tutto il travaglio e tutta l'inimicizia resterà sopra le spalle di detta maestà cattolica.

«Alle predette ragioni in questo modo risposi, mettendo primamente in considerazione, che il Concilio non si celebra solamente per speranza che gl'ostinati e perduti eretici si possino racquistare, ma perchè sono infiniti popoli, i quali non sono talmente confermati e sepolti nelle eresie che non si possino ridurre a sanità, al che fare è unico rimedio il Concilio.

«Non s'avvedano ancora che il tollerare i pertinaci e reprobi non è altro che nutrire il veleno, che va poi spargendosi, infettando i buoni, e che contra tali ostinati e pestiferi non è altro rimedio che unire contra di loro le forze di tutti i principi cristiani, e questo frutto non può nascere che dal solo Concilio.

«Della riforma, che dicono che più s'ha di bisogno da trattar nel Concilio che della controversia della dottrina, è da meravigliarsi che tal giudizio se ne facci. E prima si nega che non sia più bisogno trattar della controversia della dottrina, avendo gli eretici posto controversia in tutti i santissimi sacramenti, e nei principali fondamenti della cristiana religione, come è noto. E poi si soggiunge che, avegna che con molta diligenza si tratti la riforma in Roma, la quale in ogni tempo e luogo che si facci con pio zelo e prudenza è sempre buona, non per questo si leva l'autorità e occasione del Concilio di trattare una riforma generale e particolare, così intorno all'ordine ecclesiastico, come ancora agli abusi de' principi o signori, che più s'arrogano e s'usurpano l'autorità che lor non si deve.

«Il dubbio della sospensione o traslazione è mosso con poca pietà e molto leggiermente, perchè non s'ha da presuporre che un Concilio, congregato con l'autorità, apostolica, invocato lo Spirito Santo, debba trattar cosa che possa dispiacere al vicario di Cristo, il quale ha da giudicare detto Concilio, e il giudizio suo è sempre guidato dal medesimo Spirito Santo.

«Nè debbono similmente cader in considerazione le male venture delle sedi vacanti, nè d'altro caso tristo che possa avvenire, ma s'ha da sperarvi ogni bene.

«Per la esecuzione d'esso Concilio, con poca ragione si muovono a proporre la provocazione de gl'eretici contra il re cattolico solo, e fanno gran torto all'imperatore e re di Francia dandoli biasimo d'inconstanti, e non fedeli amici; che piuttosto si deve tener per certo, che unendosi insieme con legame sì santo per causa tanto pia, non debbano mancare di soccorrersi l'un l'altro, massimamente che si tratterà del lor proprio benefizio, desiderando tenere i lor popoli quieti, et evitar le ribellioni, onde, come collegati di sangue e come ristretti poi col vincolo dello Spirito Santo, non solo non lasceranno tutto il travaglio sopra le spalle del re cattolico, anzi piuttosto, essendo egli il più potente principe de' cristiani, lo ajuteranno a conseguir sempre gloriosa vittoria e si potranno poi voltare le forze contra gl'infedeli.

«Sia vostra santità avvertita che, l'anno del 43 alli XV d'aprile, in Augusta fu fatta una dichiarazione da tutti gli elettori, baroni e Stati del sacro Imperio, nella quale rimettevano tutte le controversie della religione alla definizione del Concilio generale di Trento, promettendo di sottomettersi sempre et ubidire, e lo arcivescovo elettore di Magonza ne fece una pubblica patente, la quale è ora in mano del reverendissimo don Diego Mendozza con molte altre scritture del Concilio, c'ha da consegnare a sua maestà; e come si mostra molto divoto servitore della beatitudine vostra, offerisce tutto ciò che può a servigio di lei».

[191] L'Indice de' libri proibiti condanna come falsa la Epistola consolatoria et hortatoria Pauli IV ad suos dilectos filios. Velli Francesco fece due Difese del gloriosissimo pontefice Paolo IV dalle calunnie di un moderno scrittore; libro proibito con decreto 10 giugno 1658.

[192] Su quel conclave si ha nell'archivio di Firenze una relazione di Bartolomeo Concina al duca Cosimo, tutta interessi mondani e maneggi per guadagnar voti e levarsi d'innanzi obstaculi, con nessun riflesso alla santità del grado. Ippolito, cardinal di Ferrara, il 3 dicembre 1539, scrive al duca raccomandandosi caldamente; grandi speranze avere, e, soggiunge di man propria: «Supplico vostra signoria a bruciarla subito che l'avrà letta, e a conservarmi nella buona grazia sua, ecc.». Ma il duca favoriva il Medici, che riuscì.

Noterò un altro aneddoto: che esso duca scrisse una risposta al Farnese, ma non potendosi mandargliela per nuovi rigori messi al conclave, la pose fra le bottiglie. Rottasene una, la inzuppò in modo che non fu più leggibile.

Questo Ippolito d'Este, figlio d'Alfonso duca di Ferrara e di Lucrezia Borgia, nato il 24 agosto 1509, istruito nella politica da suo padre, giovanissimo fatto prelato, andò in Francia, dove Francesco I lo colmò di onori, e gli ottenne il cappello cardinalizio nel 1538, poi lo fece arcivescovo di Lione nel 1540, ma le tante dignità non vel lasciarono dimorare. Giovanni Desgouttes lionese dedicò una traduzione dell'Orlando Furioso, come il Cieco di Ferrara avevagli dedicato il Mambriano, poema di lazzi comici e situazioni impudiche. Ippolito fu al Concilio di Trento, dopo il quale venne nominato vescovo di Autun, il qual posto cangiò poi coll'abadia di Flavigni e il priorato di Saint-Vivant: poi ripreso l'arcivescovado di Lione, per la cui diocesi fece pubblicare il Breviarium recognitum ac innumeris pene mendis summa diligentia et fide repurgatum, 1547. Lione era sede d'una stampa ricca e licenziosa, e Francesco I tentò reprimerla. Stefano Dolet, dotto tipografo, fu appiccato e bruciato a Parigi come eretico, e molti Ugonotti che secretamente predicavano, furono scoperti, nè salvaronsi che colla fuga. Quando in quella città s'incontrarono Enrico II e Caterina De Medici grandi feste si fecero, descritte in italiano e in francese dal poeta lionese Maurizio Séve, e i mercanti italiani vi fecero rappresentare la Calandra del cardinale Bibbiena. Ippolito era stato protettore di Benvenuto Cellini, che molto ne parla: lasciò splendidi edifizj sì in Francia, sì a Roma a Montecavallo e a Tivoli.

Mentre tornava al Concilio di Trento, il cardinale Ippolito fu assalito da cinquanta cavalieri dell'esercito del Condé, che gli tolsero il ricchissimo corredo, e cavalli e muli, dicendo che tanta magnificenza non s'addiceva al successor degli apostoli. Moltissime cariche ed uffizj egli sostenne, finchè, rinunziati tutti i benefizi a favore di Luigi d'Este suo nipote, morì il 2 dicembre 1572 a Roma, e il Mureto ne recitò l'orazione funebre, ove ritrae que' tempi, infelicissimi per la Francia, quando «uomini perversi, profittando della giovinezza di re Carlo, credansi permesso ogni peggio, e difondeano tra il popolo dottrine pericolose e criminali in fatto di religione: e non solo aveano imbevuto di lor massime la classe inferiore, ma infettato lo spirito di molti principi. Gli scritti di Lutero, di Calvino, d'altri empj, erano esposti pubblicamente e correano per le mani, mentre quelli di Gerolamo, d'Agostino, di Gregorio, d'Ambrogio escludevansi dalle biblioteche e dalle librerie. Fin alla Corte si teneano numerose assemblee di eretici, prendendovi parte persone della casa del re. Dapertutto non s'udivano che abbominevoli canzoni; e le loro esecrabili bestemmie contro Dio e i santi non cessavano di contaminar le orecchie cristiane».

[193] Il famoso pubblicista Francesco Lottino di Volterra, scrive: «Io posso testificare come di cosa veduta con gli occhi proprj, che l'elezione del papa procede da Dio solamente; perciocchè io mi sono trovato in molti conclavi et ho avuta occasione di sapere la mente, posso dire, quasi di tutti i cardinali, et ho conosciuto chiaramente come la maggior parie di loro alla fine elegge il papa contra ogni sua voglia, senza che vi sia nè forza, nè ragione alcuna che li muova; se non che in quel punto, pare i cardinali si ritrovino fuori di sè, e che l'uno sia tirato dalla paura dell'altro, e vadino poi tutti insieme dove non voriano andare, e nondimeno non sappino negare a chi gli mena. Intanto che a tempi miei si sono queste contrarietà vedute, che alcuno odiato a morte generalmente da tutti, è stato da quelli medesimi che l'odiavano creato papa, et alcun altro amato da tutti e del quale si aveva per sicura l'elezione, non perciò aver potuto arrivarvi. Di modo che si vede che Iddio è padrone dell'elezione del papa, e che, o per sua giustizia meritando così i nostri peccati, ci dà talora un pontefice cattivo, o per la sua pietà e bontà ce ne dà uno buono. Ma perchè nondimeno è comune opinione, che l'industria civile habbia la parte sua in simile elezione, e voi particolarmente lo credete, ho messo insieme alcuni ricordi su ciò».

Questo, fra mille altri passi, può contraddire a quanto raccolsero i satirici, e più estesamente Giovanni Giorgio Fueslino, Conclavia Romana reserata, e testè il signor Petrucelli Della Gattina, Hist. diplomatique des Conclaves.

[194] La scritta dice: Alexander papa III, Federici I imperatoris iram et impetum fugiens, abdit se Venetiis. Cognitum et a senatu perhonorifice susceptum, Othone imperatore filio navali prœlio a Venetis victo captoque, Federicus pace facta supplex adorat, fidem et obedientiam pollicitus. Ita pontifici sua dignitas venetæ reipublicæ beneficio restituta MCLXXII. Quest'ultima frase fu tolta quando nacquero dissidj colla repubblica veneta. Il fatto medesimo trovasi dipinto a Venezia nel palazzo ducale. Tanto il liberalismo del medioevo era diverso dall'odierno, che si scandalizza al vedere il rappresentante della forza e dello Stato, curvarsi dinanzi al rappresentante della giustizia e del popolo. Vedi la nota 16 del discorso III.

[195] Pio V fe riveder quella causa, e dichiarata ingiusta la condanna, fe tagliar la testa ad Alessandro Pallentieri, orditor del processo; e bruciare il processo medesimo, col che tolse alla posterità di rivederlo in supremo appello.

[196] Lettera del 16 settembre 1569.

[197] Dei due più famosi storici italiani del Concilio parliamo altrove. Vedasi LE PLAT, Monumentorum ad historiam concilii tridentini pot. illustrandam spectantium amplissima collectio. Lovanio 1782.

Il Manzi ha posto moltissime cose nuove sul Concilio nella II edizione di Lucca della Miscellanea del Baluzio.

LODOVICO DUPIN, Hist. du Concile de Trente, fu proibito nel 1725; come nel 1746 M. JEAN AYMON, Lettres anecdotes et mém. historiques du nonce Visconti au Concile de Trente.

Il padre Bergantini avea raccolti molti documenti per appoggiare la storia di frà Paolo, in favor del quale scrisse contro il Pallavicino, sotto il nome di Giusto Nave. Sul Mazzoleni vedi la nota 3 qui sopra.

Il libro VII delle Decretali di Clemente VIII comprendeva il Concilio di Trento, ma fu soppresso. Libri symbolici ecclesiæ catholicæ conjuncti, atque votis, prolegomenis, indicibusque instructi, opera et studio FRID. GUIL. STREITWOLF et RUD. E. KLENER, 1843, contengono i tre simboli universali, i decreti e canoni del Concilio tridentino, la confession di fede di Pio IV, e il Catechismo romano.

Varj scrissero questi ultimi anni la storia del Concilio, fra cui Alzog, Döllinger, il conte di Melun ecc. L'eruditissimo padre Theiner si era ultimamente proposto di farne un lavoro tutto nuovo, giovandosi degli Archivj Vaticani, da lui custoditi, e andando a investigar in tutti gli altri. Doveano essere di gran lume i processi verbali delle adunanze. Ma era bell'accorgersi che vi si metteano fuori opinioni inesatte, come succede nell'improvisare e nella controversia, e che la malafede poteva imputare a chi le disse, e trarne argomenti contro la verità e contro l'inerranza delle decisioni.

Negli archivj di Venezia e di Toscana (e così avverrà degli altri) noi leggemmo relazioni di ambasciadori, che quasi giorno per giorno riferiscono le discussioni e decisioni. Per semplice saggio, e come relativo a quanto nel testo accenniamo, caviam un cenno da lettera 3 febbrajo 1545 del Pandolfini residente toscano.

«Intendesi da Trento che il reverendissimo cardinale di quella città era venuto in una congregazione ultimamente, con dar certo scritto, e parlar a lungo sopra la reformazione della Chiesa che questo pareva riguardasse la persona del papa e gli abusi della Chiesa romana, e saria stato facilmente confermo, se il reverendissimo di Monti non vi si fosse gagliardamente contrapposto, adducendo molti luoghi della Scrittura alli ragionamenti suoi. E si tien che, dubitando esso reverendissimo Monti non la poter mantenere in benefizio del papa, sotto colori del nocumento di quell'aria sia per far instanza appresso sua santità della licenzia, ecc.».

Ad un'altra lettera è inserto: «Del Concilio, io son pure nella mia prima opinione che non si farà niente, ma ogni cosa si risolverà sopra li frati e preti: se Dio non manda qualche vento aquilonare, che rinfreschi tutti, ed ecciti qualche scintilla, che certo ve ne son molte, ma non hanno ardire nè anche possono far niente, perchè non si può parlare eccetto di quello che è interrogato e proposto dalli legati, i quali hanno apertamente detto che il Concilio è del papa, e non si ha a trattare altro che quello piace e pare a sua santità. Sopra la qual cosa non è ancora stato risposto, perchè non pareva ancora il tempo: ma si vedono ben molti che volevano, ed in vero avriano fatto succedere: ma, come ho detto, se Dio non manda altro ajuto non si farà niente. Questa mattina, che s'è fatta la sessione (seconda, 4 febbrajo) non s'è recitato altro nel decreto che il simbolo che canta la Chiesa, con una certa escusazione per gli abati, quali sono in cammino di Francia, di Spagna e di Roma. Frate Ambrosio Catarino ha recitato l'orazione: certo mai saria creduto che questo uomo tanto fervore e ardire avuto avesse: ha detto liberamente, non toccando però niuno, confortando tutti alla libertà del Concilio, che si parli senza rispetto; il che però non si potrà mai fare, se prima non vengono più in numero».

E notizie quotidiane riceveva il duca Cosimo dal Concilio, al quale teneva come proprio ambasciadore Giovanni Strozzi; poi Jacobo Guidi vescovo di Penne. Nell'Archivio di Stato toscano son notevoli in tal fatto le corrispondenze di Bernardo Daretti nel 1546, di Pier Francesco del Riccio ai Nº 47, 48, del Carteggio Universale, e viepiù i manoscritti Cerviniani, che versano su quel sinodo e sugli affari di Germania al tempo di Marcello Cervini che poi fu papa; dove son lettere del Vergerio, del Moroni, di altri e un infinità di opuscoli di circostanza. Avremo a parlarne ove della Toscana.

[198] La bella vita del Comendone, scritta in latino da A. M. Graziani fu ben tradotta in francese dal Flechier (Parigi 1669). S'attribuisce al Comendone un discorso sopra la Corte di Roma, che esiste in più copie manoscritte nella Biblioteca Palatina di Firenze, non accennato dal suo biografo, ma degno di lui. Loda questa singolar repubblica, ordinata per vantaggio della religione. Ma ora (dice) si fanno ecclesiastici e prelati prima che neppur intendano l'uffizio a cui sono eletti. I pontefici traviarono dal loro scopo divino, volendo viver come i principi secolari, e affezionarsi alle cose che non son nostre che per pochi anni. La potestà de' papi dev'esser illimitata, necessità che apparve negli scismi, e che consta dalla storia e dai Concilj come volontà di Dio. Ma la sensualità produsse nella Chiesa molti difetti, come le astuzie, il favorir i parenti, il negligentare il governo, il cercar la grazia dei principi. A coloro che credono alla Chiesa non convenga aver signoria, oppone che Dio al popol suo diede signori i sacerdoti; che le ricchezze e l'autorità sin di far guerra sono antichissime; disapprova i governi che o tolgono i beni o vietano di lasciarne di nuovi a Roma, la quale è come l'arringo di quanti hanno speranze e attività nel resto del mondo. Gli abusi rivela con forza pacata e intrepida. Mostra come cose futili, per esempio l'impor nomi gentileschi ai figliuoli e l'ammirar gli eroi gentili, rivelassero quei traviamenti che poi apparvero manifesti; sicchè era stato prudente Paolo II quando li riprovò. Segue a dire come la Chiesa fosse passo passo guidata a usar mezzi, che parrebbero poco convenienti; e se prima subiva il martirio, dappoi dovette ricorrere a mezzi secolareschi: ma questi riuscirono a scredito dell'autorità e diminuzione anche de' beni.

Venendo ai rimedj, pone per primo la emendazione della Corte pontificia: il viver gli ecclesiastici secondo il loro stato, ridur le cose verso il proprio fine della religione, e costituirla nella forma sua prima, di aristocrazia universale. Vede la gran difficoltà della riforma se la si fa dai prelati; come supporne tanti così buoni, da emendar abusi inveterati? se da altri, ove trovar ancora tante persone degne di tal uffizio? poi come spossessar tanti di uffizj che spesso sono perpetui? Eppure bisogna far tutto il possibile, e cominciare la purga dalla testa e dal petto: ma come i difetti entrarono nella Chiesa a poco a poco, non è probabile che la sanità ritorni in un subito.

[199] Esso Comendone da Nauenburgo, l'8 febbrajo 1561, scrive allo stesso cardinale Borromeo a Roma.

— Alli 5 febbrajo comparvero quattro molto onorati gentiluomini, due mandati dall'elettore Palatino, e due dal duca di Sassonia, con la guardia degli alabardieri e molto numero d'altre persone, e dissero avere in commissione dalli principi di accompagnarci all'andare e al ritornare. Furono essi ringraziati, e pregati da noi a volere loro ancora montare nei cocchi ch'erano preparati, ma essi volsero andare a piedi appresso li cocchi nostri. Li due mandati dall'elettore Palatino furono il suo maresciallo e il dottor Hemmio primo secretario; gli altri due del duca di Sassonia, Wolfango Koller, consigliere e capo, il quale si trovò al Concilio in Trento, ed il dottor Francesco Cram, slesita, suo consigliere. Li predetti principi erano congregati nella stufa loro ordinaria molto grande, nella quale non erano altri che principi, figli di principi, ambasciatori, consiglieri, secretarj, cancellieri. Stavano i principi, all'entrare dei nunzj, in stufa tutti in piedi e senza berretta con quest'ordine. Sopra una banchetta, li due elettori: un poco discosto sedeva sopra uno scanno il conte di Hostain, ambasciatore dell'elettore di Brandeburg, e così parimenti un poco lontano sedeva il duca Wolfango di Neuburg: appresso a lui il duca di Wirtemberg, poi il marchese Carlo di Baden, poi il figlio del landgravio, il quale neanco il giorno innanzi era stato in consiglio, poi Giovanni Giorgio palatino. Fu dato in mano d'ognuno il breve colla bolla del Concilio: ognuno l'accettò, e ci dissero poi unitamente, stando però loro ancora in piedi, che noi sedessimo, mostrando il banco messo a posta per noi, coperto di velluto. Rispondemmo noi, Sedeant celsitudines vestræ, e così il sentare (sedere) di tutti ad un tempo e farsi un grandissimo silenzio fu una medesima cosa. Onde cominciò il vescovo Delfino a parlare, esponendo puntualmente quanto si contiene nella qui annessa scrittura: dopo il quale il vescovo Commendone soggiunse quelle parole che similmente saranno con questa: e come egli ebbe finito, li due elettori dissero fra loro alcune parole, le quali fecero francamente comunicare al duca Wolfango di Neuburg e al duca di Wirtemberg, e dappoi il Misquir, cancelliere dell'elettore Palatino, rispose a nome di tutti li principi con queste formali parole: Illustres principes intellexerunt ea quæ exposuistis nomine pontificis romani, et quia negotium est arduum, nolunt nunc resolvere; convenient inter se, et postea dabunt responsum; interim cuperent ut, quæ vos legati pontificis dixistis, ea scripto eis deferatis.

«Qui fu risposto che sua santità aveva largamente dichiarata la mente sua nella bolla del Concilio, oltre che aveva scritto a sufficienza alla maestà cesarea, e che però noi non avevamo ordine di moltiplicare in scritture.

«Qui di nuovo un cancelliere andò intorno parlando ai principi, e poi ci rispose: Illustres principes intellexerunt vestrum responsum, et vos in eo non urgent. Dopo queste parole noi ci licenziammo, e dalle medesime persone fummo accompagnati fino a casa, dove non stemmo un quarto d'ora che comparsero tre gentiluomini mandati dai principi, li quali dissero queste formali parole: Magnifici domini principes, quamdiu vos fuistis apud illos non viderunt hæc verba, Dilecto filio, quia tecta erant: sed postquam viderunt se appellatos filios a romano pontifice, quem illi non agnoscunt pro patre, remittunt vobis literas; respondebunt nihilominus ad ea quæ vos dixistis.

«Fu risposto che s'era scritto loro come si scrive agli altri principi cristiani, e che della medesima forma han usato di scrivere sempre li predecessori di sua santità. Quelli posero li brevi tutti, senza però le bolle del Concilio, sopra una tavola, e se ne andarono. Come noi restammo, e come ci trovammo di mala voglia, il pensarlo alla sapienza di vostra signoria illustrissima; perchè manco vedevamo che poter fare, poichè erano partiti già de' principi con questa deliberazione già fatta, onde tanto meno si poteva ritrattare. Aspettammo dunque d'essere chiamati, ma in luogo di essere chiamati, la mattina alli VII comparvero dieci consiglieri de' principi, capo de' quali era Mesquir, consigliere primario dell'elettore Palatino. Questi furono ricevuti da noi con ogni umanità, e il secondo fra loro, che era Giorgio Cracovio, consigliere dell'elettore di Sassonia, persona, siccome qui è fama, assai dotta e bene esercitata nelle lingue, fece l'ufficio di risponderci a nome delli principi, chiamandoci nel principio Reverendi Domini, e le parole furono in questa sustanza. Che li principi non dubitavano essere in tutte le nazioni persone pie e buono, i quali desiderassero che la luce del vangelo e la purità della dottrina fosse restituita, et tetri abusus tollerentur, i quali il pontefice romano nella sua giurisdizione doveva già aver purgati; ma esser cosa manifesta a ciascuno quali sieno stati i pensieri di loro signorie, e particolari interessi, et quantum romana ecclesia superstitionis et erroris effuderit evangelio; per le quali cose essi principi erano stati forzati ab ordinaria potestate decedere, lucem quærere et puritatem doctrinæ haustam ex ipso verbo Dei, quam nunc certe et indubitate sequuntur, juxta primam Confessionem Augustanam. Ma quanto tocca alla presente legazione nostra, era parso a' principi di dare questa risposta alle cose che avevamo detto per nome del pontefice romano: Primo, mirari se, qua spe fretus, romanus pontifex ausus sit mittere legationem ad illos: non agnoscere se ejus potestatem, neque in aliis, neque in indictione Concilii: unum se dominum in terris agnoscere, cæsaream majestatem. Si dolsero poi che fosse imputato loro d'essersi divisi in molte sètte, dicendo di seguire una sola Confessione Augustana, e che avevano suoi dottori e teologi che la difendono, come noi abbiamo potuto leggere ne' loro libri, et quod illi debuissent habere vota in Concilio. In fine che, come noi sapevamo, erano stati qui gli ambasciadori cesarei, e che li principi gli avevano risposto ut supplices referrent cesareæ majestati quid de hac tota re principes sentiant. Ma quanto alle nostre persone private, se non fossimo venuti nomine pontificis, n'averiano usata ogni amorevolezza e cortesia per rispetto d'essere veneziani, osservando i principi quella illustrissima repubblica, e per rispetto nostro particolare, laudandoci con molte parole: che però come private persone offerivano in nome de' principi tutto quello in che le loro celsitudini ci potessero gratificare.

«Come egli ebbe finito, noi due conferimmo insieme circa la risposta, e di comune consenso il vescovo Commendone rispose così: e Che nostro signore aveva mandato suoi nunzj alli principi di Germania per l'officio che teneva di pastore universale, e per la carità sua verso ognuno, con quell'animo e a quel fine che era stato esposto l'altro jeri alle loro celsitudini, e che però non vedevamo perchè alcuno se ne avesse a maravigliare. Che il Concilio era stato inditto da sua santità secondo la forma ed il modo perpetuamente osservato nella Chiesa per inspirazione dello Spirito Santo, non si potendo conservare nè, dove fosse bisogno, restituire l'antica disciplina dei nostri padri, se non colle medesime vie tenute da loro. Quanto al non aver essi principi altro superiore che la cesarea maestà, non è loro nascosto qual proporzione sia nella repubblica cristiana fra sua maestà ed il sommo pontefice, e qual sia l'osservanza di sua maestà cesarea verso sua santità, e quale ancora sia stato sempre l'animo de' pontefici verso quest'inclita nazione, specialmente circa le cose dell'imperio. Quanto alla riforma, lisciando ora di parlare de' predecessori per non esser troppo lungo, specialmente la santa memoria di Pio IV, dal principio del suo ponteficato ha atteso alla riforma e datole buon principio, anzi tanto più volentieri ha convocato il Concilio, quanto ha giudicato espediente che in esso Concilio si faccia questa riforma universale.

«Quanto alla Chiesa romana, che essa non pure non ha offuscato l'evangelio, ma che è sempre stata maestra e regola della dottrina cristiana e lume della verità, e che a lei sono ricorsi sempre tutti i padri antichi fin dal tempo degli apostoli, e che da lei devono riconoscere i Germani l'esser cristiani, a qua primam evangelii lucem acceperunt. Quanto alle parole dette l'altr'jeri della verità delle moderne opinioni, essere stato semplicemente detto il fatto, secondo si vede nelli medesimi scritti de' loro teologi, che essi ci adducevano piene di molte nuove opinioni e contrarie l'una all'altra. Quanto alla fermezza e certezza che dicevano avere della loro opinione, che la novità e il dissentire dal resto della Chiesa, et ab ordinaria potestate discessisse, come essi medesimi dicevano, doveva almeno levare loro questa tale certezza, e renderli dubbj massimamente in cosa che importa la salute e la perdizione eterna, e che a san Paolo vaso d'elezione, ancor che, come esso afferma, accepisset evangelium, non ex homine sed per revelationem, non di meno gli fu per rivelazione comandato che ascenderet Jerosolimam, et conferret evangelium suum cum apostolis, ne forte in vanum curreret, aut cucurrisset: il che fece lo Spirito Santo non per bisogno ch'esso Paolo n'avesse, ma a perpetuo esempio e dottrina di tutti i posteri. Finalmente che si ricordassero di quelle parole del Vangelo: Quoties volui congregare filios, etc.

«Poi quanto alle nostre persone particolari, che ringraziavamo le loro celsitudini grandemente, e che ne terresimo perpetuo particolare obbligo, offerendoci all'incontro, ecc., e essi senza fare altra replica si partirono.

«Di tutto questo successo, per quanto si può congetturare, e per quanto ci è stato anco accennato da alcuni consiglieri di principi, è stato autore il duca di Wirtemberg. All'incontro il duca Augusto, per varj segni che si hanno, inclina a pace temporale e spirituale più di qualunque altro; onde ha fatto far complimenti con ciascuno di noi, ed ha preso destra occasione di partirsi, avanti che ci sia stato risposto, ancora che toccasse a lui d'essere l'ultimo, come più vicino a Nauburg.

«Le cose sopra questa materia venuteci in considerazione degne della notizia di V. S. Ill. sono le infrascritte. Li principi, al comparir nostro dinanzi a loro, non ci diedero la mano all'usanza tedesca, perchè questo atto arguisce pace e buona volontà, la quale non è in loro verso la santa romana Chiesa. Mentre che noi parlavamo, almeno dieci persone scrivevano, ed il duca di Wirtemberg aveva il suo libretto in mano, e notò alcuni passi. Ci hanno accettati, uditi e onorati sotto nome di nunzj della sede apostolica; ci hanno risposto a quello che abbiamo detto in nome di sua santità cortesemente, e non sono devenuti a parole nè a modi ingiuriosi nè derisorj; cose che molti giudicavano dover succedere in contrario; hanno rimandato le lettere, non la bolla del Concilio, atto da tutti giudicato più inetto che altro, sebbene è segno di molta mala volontà, e d'animo grandemente alienato, perchè ognuno vede che hanno consentito a quello che importa più, accettando e ritenendo la bolla del Concilio. Per questo esempio siamo in pericolo che nessun principe nè città protestante accetti li brevi. Dall'altra parte è gran cosa che, etiam senza vedere li brevi di sua beatitudine, siamo accettati, onorati e uditi come nunzj di lei, ci sia lasciato far l'ufficio che avevamo in commissione, cioè d'invitare al Concilio, mostrando la necessità di esso, e dichiarando la pia mente di sua beatitudine, e che ci sia finalmente risposto, se non ad vota, almeno a proposito. Ora quanto al convento, la causa principale d'esso è stato l'avere giudicato li principi che certo si sia per celebrare il Concilio generale, e l'aver conosciuto molta necessità d'accordarsi almeno appartatamente in qualche forma di fede, acciocchè quest'accordo dia loro qualche reputazione. Però non hanno trattato cosa che importi se non questa. Il fine non è stato a lor modo, perchè Giovanni Federico duca di Sassonia vuole stare alla semplice confessione, data del 30 all'imperatore Carlo V, fatta da Lutero; il resto de' principi vogliono la predetta Confessione insieme con l'apologia del Melantone, e questo perchè, avendo inclinato a Zuinglio, e sparsi semi assai della venenosa insania sua nelle cose che ha scritte, vengono in questo modo a non essere condannati li sacramentarj, che sono fra questi principi più che notorj, come l'elettore Palatino, il duca di Wirtemberg, il marchese di Baden. Per le quali cose il sopradetto duca Giovanni Federico, non solo non ha voluto consentire, ma è partito in collera contro li principi chiamati sacramentarj, e ha insomma fatto un gran rumore. Noi da più segretarj e consiglieri de' principi, che sono venuti spesso a visitarci e a pranzo con noi, abbiamo inteso insomma quanto al Concilio, non ci essere alcuna inclinazione, e che i principi tengono la bolla del Concilio essere continuazione espressa, specialmente per quelle parole omni suspensione sublata, e che di questo hanno trattato con gli ambasciatori cesarei. Di più i medesimi consiglieri ci hanno più volte detto che nessuno prelato di Germania anderà a Trento...»

[200] Il Comendone al Borromeo da Anversa, a' 9 giugno 1561, scriveva:

«In Londra la vigilia del Corpus Domini, all'ora del vespero, una saetta arse la torre ed il resto della chiesa di san Paolo, che è la principale di quella città: e qui gli Inglesi, in luogo di riconoscere la loro impietà, dicono che Dio distrugge i tempj dell'idolatria passata in quel regno; come anco in Sassonia i teologi, interpretando malamente il fuoco che si vide il dì degli Innocenti nel cielo per tutte quelle provincie, predicavano alli popoli che Dio li minacciava, perchè non custodivano bene la purità del Vangelo rivelata a loro, e che il Papa, il Turco ed il Moscovita ne farebbono la vendetta, se non si emendavano, e ciò hanno anche scritto e stampato, con la forma del medesimo fuoco che ivi pubblicamente si vedeva, ed io n'ebbi una con queste parole a Wirtemberg: il che scrivo a vostra signoria illustrissima acciocchè conosca da questo ancora la perversità di costoro, che non si contentano di ridurre tali segni alle cause naturali senza rivolgersi punto a Dio, ma gli alterano nel medesimo modo che le Scritture, contro l'autore d'essi segni e Scritture, cercando con ogni via di confermare gl'infelici popoli nell'eresia».

[201] Matteo, XXIII, 3.

[202] Marco Mantova Benavides, dotto giureconsulto e professore a Padova, scrisse un libro Del Concilio, dove esamina quali persone abbiano diritto d'intervenirvi, e che qualità ad esse convengano; deplora che molti cardinali e prelati sì poco intendano di studj, o soltanto di filosofia e lettere, anzichè di canoni e scritture; esamina poi i varj Concilj precedenti, e quistiona se il Concilio sia superiore al papa. E benchè non risparmiasse i disordini degli ecclesiastici, ebbe lodi da Paolo III e applausi da Roma.

[203] Nell'Ordo et modus in celebratione sancti et generalis concilii tridentini observatus, a r. p. ANGELO MAZZATELLO ejusdem concilii secretario descriptus, parlando de congregationibus generalibus, è scritto: Licet unicuique quam maluerit summa libertate opinionem vel tueri vel destruere, dummodo ea quæ catholicum decet dicatur et tandem confirmetur. Evenit aliquando ut, aliquo minus catholice loquente, multi assurgerent conclamantes, Hæc non sunt dicenda, Hæc hæresim sapiunt vel similia: usque adeo ut nonnumquam aliquibus clara voce dictum fuerit: Iste est hæreticus, Iste debet a congregatione expelli. Quæ verba fuere summa ratione ab illustrissimis Legatis reprehensa, ne libertas loquendi patribus adempta esse videretur.

[204] GRADONICO, Brixia sacra, p. 366.

[205] Mantova, 1567. Questo Zanchino era stato inquisitore nell'Emilia il 1302, e morì il 1340. Dice: «Per più spedita istruzione del religioso ed onesto frà Donato di Santa Agata minorita, inquisitore nella provincia della Romagnola, che, occupato nelle cose divine, e insistendo agli studj delle sacre carte, non può attendere alla dottrina del diritto canonico e civile, per poter più di questi pienamente essere istruito, e sapere quel che convenga senza sviare dalla scienza della giustizia nelle sentenze o nel processo, io Zanchino di Ugolino, senese della porta di San Pietro d'Arimino, minimo avocato, figlio spirituale e devoto di esso signor inquisitore, feci questo compendioso trattato sopra gli eretici, ecc.» Vedi QUETIF.

Il Campegio fece pure un'opera De privata potestate rom. pontificis contra Matthiam Flacium Illyricum, stampata solo nel 1697. Anche Vincenzo Patina di Quinzano (-1575) scrisse Fragmenta contra hæreses (Mantova, 1557), e le altre cose lodate.

[206] LAGOMARSINI nelle note al Poggiano, maestro di san Carlo, che fu poi cardinale.

[207] Principale sostenitore dell'immacolata Concezione fu il ripetuto cardinal Polo col cardinale Pacecco.

[208] Merito chiamano i teologi la bontà naturale o soprannaturale delle azioni dell'uomo, e il diritto che egli acquista per esse ai premj divini, in grazia delle divine sue promesse. Si dà merito di condegnità, quando c'è una proporzione fra il valor dell'azione e la ricompensa annessavi: altrimenti non c'è che merito di convenienza (de congruo). Quello non può fondarsi che s'una promessa formale di Dio, questo sulla fiducia nella sua bontà, mera grazia e misericordia (San Paolo ad Rom. VIII, 48).

Daniele dice a Nabucco: «Riscatta colle limosine i tuoi peccati». Qui s'avrebbe un altro merito; il perdono delle colpe qual guiderdone delle buone opere. Così è scritto che Dio fece del bene alle levatrici egiziane perchè lo temettero (Exod. I, 20). Secondo san Giacomo, la meretrice Raab fu giustificata per le sue buone opere (Ep. II, 25). In questi ed altri casi non v'era condegnità o proporzione fra le opere e il premio, e nemmen promessa: è la bontà di Dio che non volle lasciarle senza premio: era merito di convenienza.

L'uomo non può meritar la prima grazia attuale, altrimenti essa sarebbe premio d'azioni fatte senza di essa e meramente naturali. Nemmeno la prima grazia abituale può essere meritata de condigno; ma può l'uomo meritarla de congruo per via d'opere buone fatte col sussidio della grazia attuale. Sant'Agostino insegna che il dono della perseveranza non può l'uomo meritarlo de condigno, perchè Dio non l'ha promesso ai giusti: ma i giusti posson meritarlo de congruo colle preghiere e la fiducia.

[209] L'Ochino scrive: «Io mi ricordo che, trovandomi a Roma, il cardinale Contareno da Spira aveva scritto al papa e a certi cardinali come infra loro cattolici avevano accettato l'articolo della giustificazione per Cristo, ma non già confessato alli Protestanti: e che desiderava sapere se lor pareva che pubblicamente l'accettassero. Ora il cardinal Fregoso mi disse: Domani si farà concistoro, e si proporrà lo articolo della giustificazione per Cristo; saremo da cinquanta cardinali, delli quali almanco trenta non sapranno che cosa sia questa giustificazione; e degli altri venti la maggior parte la impugneranno; e se qualcuno la vorrà difendere sarà tenuto eretico». Sicchè si può vedere che cosa è la nostra chiesa, poichè nel supremo tribunale, dalli primi capi, si ha a propor per cosa dubbia il primo e principal articolo della fede, e di più sarà rifiutato».

Risposta di messer Bernardino Ochino alle false calunnie e impie bestemmie di frate Ambrosio Cattarino, 1546.

Gran rumore si mena di tale asserzione, ma a noi non pare vedervi che un de' paralogismi soliti nelle polemiche. È di fatto che i Padri stavano indecisi sui termini, paventando di restar sorpresi per qualche parola sfuggita o frantesa. Nell'epistolario di Reginaldo Polo v'è una lettera che Nicolò Ardinghello, a nome del cardinale Farnese, scrive al Contarini; aver il papa ricevuto la conclusione fermata fra sei deputati, sopra la giustificazione, e non l'aver letta in concistoro perchè esso Contarini avea raccomandato di tener secrete queste trattative, onde non turbare la concordia. Sua santità considerava che le risoluzioni del colloquio non faceano autorità e sono citra conclusionem, ma pure guardasser bene di non lasciarsi sfuggire cosa cui potessero appigliarsi gli eretici; si cercasse che «le parole debbin in ogni cosa essere ben chiare e non comuni a più sensi»; che «li articoli siano boni di senso e chiari nel parlare; nè sotto speranza di concordia si lasci trasportare non solo ad acconsentire in quanto al senso ad alcuna determinazione che non sia del tutto cattolica, ma etiam nella esplicazione delle parole fugga ogni dubbietà, e non comporti che si pretermetta di esprimere il tutto, e tanto chiaramente che non vi sia pericolo di esser gabbato dalla malitia degli avversarj». Il Laynez nell'opera De imputatione justitiæ (Trento 1546) conchiudeva: His itaque dictis circa ipsam decreti doctrinam, addam me vehementer desiderare ut, in publica atque ordinaria synodo, huic negotio justificationis imponatur extrema manus: atque ob id præsertim, quia cum ego, sicut et alii generales, jam missurus sim permultos concionatores ad varia Italiæ loca, vellem ut ex præscripta formula idem omnes de justificatione dicerent.

[210] Sess. XIV, c. 8. È la frase di sant'Agostino, che Dio corona i proprj doni coronando il merito de' suoi servi.

Vedasi il nostro vol. I pag. 309.

[211] Il dottore Pusey, nella recente famosa sua lettera «La Chiesa d'Inghilterra porzione della una, santa, cattolica chiesa di Cristo, e mezzo di restituirne la visibile unità, Irenicon ecc., Londra 1866» dice: «Quanto alla giustificazione, non v'è un solo capitolo del Concilio di Trento che noi Anglicani non siamo tutti disposti a sottoscrivere, nè alcun anatema d'esso Concilio su tal proposito che contraddica alla dottrina della Chiesa anglicana». E soggiungeva: «Paragonando la mia credenza con quella esposta dal Concilio di Trento, fui persuaso che le espressioni di cui si valse, colle spiegazioni di dottori cattolici, private bensì ma autorevoli fra' Cattolici, non condannino quel ch'io credo, nè esigono ch'io ammetta cose che non ammetto... Nulla vi ha che non possa essere spiegato in modo soddisfacente per noi, qualora tale spiegazione ci venga data con autorità; cioè non solo da semplici teologi, ma dalla medesima Chiesa romana».

Ma poi inveisce contro la Chiesa cattolica con pregiudizj vulgari: il primato del papa deriva non da diritto divino ma da ecclesiastico: vuol distinguere nella Chiesa un insegnamento dottrinale, ch'e' loda e riconosce, e un sistema pratico popolare, fonte di superstizioni e assurdi e in contraddizione col primo, e che trova quasi autoritario e idolatrico, e causa perchè i Protestanti stiano lontani dalla Chiesa cattolica.

Non è così. Il papa crede quel che crede l'infimo de' Cattolici: la Chiesa, attenta a condannare ogni errore, non tollererebbe certo un sistema pratico, opposto all'insegnamento dottrinale.

[212] Se con Lutero si ammette che i sacramenti danno la grazia unicamente coll'eccitar la fede, ne consegue che pari virtù possedessero anche quelli della legge antica, i quali invece erano puro segno della grazia, mentre quelli della nuova la contengono e la producono.

[213] La comunione sotto le due specie era domandata con instanza da molti paesi, ed anche dalla Francia: talchè, nel pericolo di perder un tanto paese, inclinavasi a condiscendere. Ma li cardinali spagnuoli vi si opponevano: il cardinale Sant'Angelo diceva sarebbe un dar a' Francesi un calice di veleno, e ch'era meglio lasciarli morire, che dar rimedj tali: il cardinale della Cueva, che, se l'autorità della santa sede il concedesse, egli andrebbe sulla scalea di San Pietro a gridar misericordia: il cardinale Paceco rifletteva che adesso francesi, tedeschi, spagnuoli vanno alle medesime chiese, mentre allora, variando in rito sì principale, si troverebbero separati, e ne verrebbe scisma e nimicizia. Il cardinale Alessandrino (frà Michele Ghislieri) argomentava che il papa nol poteva concedere; non perchè glie ne mancasse l'autorità, ma per incapacità di quei che domandavano tal grazia. Perocchè, o questi tengon per necessario il calice, o no. Se no, a che volere dare scandalo colla differenza? Se sì, dunque son eretici e incapaci di grazia. Il ricever il calice credendolo necessario è male ereticale: e il papa non può dar facoltà di fare il male. Il cardinal Rodolfo Pio di Carpi rifletteva che, ottenuta questa domanda, Francia ne poserebbe un'altra, e il matrimonio de' preti, e l'uso della lingua vulgare ne' sacramenti, ed altre materie, che tutte aveano altrettanta ragione. In fatti il papa stette al niego.

[214] È perentoria la sentenza della sess. XXIV, cap. de Reformatione.

«Coloro i quali, altrimenti che alla presenza del parroco o d'altro sacerdote, autorizzato dal parroco istesso o dall'ordinario, e di due o tre testimonj, si attenteranno di contrarre matrimonio, la santa sinodo li rende del tutto inabili a contrarre in tal guisa, e siffatti contratti decreta esser irriti e nulli».

Dunque in faccia alla Chiesa non esiste matrimonio se non è contratto nella forma prescritta da essa; mentre oggi in Italia la legge non riconosce se non l'atto civile. Che il matrimonio non sia sacramento, ma semplice contratto civile, lo sostenne principalmente, fra i nostri, il De Dominis. Contro del quale e del Lannoy cominciò un trattato il famoso Gerdil, mostrando che la sua natura intima ed essenziale, come la istituzione, distinguono il matrimonio dai contratti civili e naturali. Fu pubblicato postumo nel 1803, e riprodotto nel 1860 allorchè tal quistione rinacque.

[215] Sant'Agostino definisce la Chiesa populus fidelis per universum orbem dispersus. Dopo lo scisma orientale, fu definita l'assemblea di persone unite dalla professione della fede cristiana e dalla partecipazione agli stessi sacramenti, sotto la suprema condotta del papa, primo vicario di Cristo. Le parole in corsivo sono taciute dalla Chiesa greca. La protestante chiamasi congregazione dei santi, in cui il Vangelo rettamente s'insegna, e rettamente s'amministrano i sacramenti. Confessio Augustana, art. 7. I Sociniani dicono, la Chiesa visibile è l'adunanza di quegli uomini che tengono e professano la dottrina salutare. Catechismo Cracoviano pag. 108.

[216] È il preciso opposto del razionalismo del XVIII secolo, e per esempio di Tollotson o di Buttler, che dicevano: Chi desidera veramente far la volontà di Dio, non può lasciarsi ingannar da vane pretensioni di rivelazione. Se gli si propone una dottrina come venuta da Dio, esso la giudica secondo le cognizioni che possiede della natura divina e delle sue perfezioni; vi è conforme? la ammette. Altrimenti la repudia, se anche un angelo calasse dal cielo per fargliela accettare.

[217] G. Volkmar, nel Zeitschrift für wissenschaftliche Theologie, 1861, parlando delle epistole canoniche, sostiene che i libri di Enoch non comparvero se non verso il 132 d. C. In conseguenza le due epistole di san Pietro e quella di Giuda che li citano son posteriori, e vanno al 145: Papio, che si serve della prima epistola di san Pietro, non potè scrivere avanti il 155-170: e perciò cade la testimonianza sua a favore de' libri di san Giovanni. E così via. Ma il libro del profeta Enoch, opera apocrifa, tenuta molti secoli per perduta, fu scoperto in Abissinia al fine del secolo scorso, e tradotto s'un manoscritto etiope della biblioteca Bodlejana (Oxford 1821), e n'è dimostrata l'anteriorità. Vedi dott. RICARDO LAWRENCE, Mashasa Enoch Naby the booky ecc., e il Ghiringhello nella Vita di Gesù Cristo p. 413. Il vero è che l'autenticità dell'epistola di san Giuda non dipende per nulla dall'età del libro di Enoch, giacchè non lo cita come libro, nè dice scriptum est: ma cita solo parole che la tradizione attribuiva ad Enoch, e che poterono passare nell'apocrifo di Enoch, togliendole dalla stessa tradizione, e fors'anche dalla lettera di Giuda che le avea registrate.

[218] La distinzione de' libri in antico e nuovo Testamento fu fatta da Tertulliano, appoggiandosi a san Paolo che scrive: In lectione veteris Testamenti: idoneos ministros nos fecit novi Testamenti. Ad Corint. III, 14, 6. Il greco dice διαθήκη, voce equivalente all'ebraica berith, che significa o taglio o alleanza o economia. Quarantasei sono i libri del Vecchio Testamento, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, il libro de' Giudici, Rut, il primo e secondo di Samuele, il primo e secondo de' Paralipomeni, il libro d'Esdra, il libro di Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, il Salterio, i Proverbj di Salomone, l'Ecclesiaste, il Cantico de' Cantici, la Sapienza, l'Ecclesiastico, Isaia, Profezie e lamentazioni di Geremia, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zacaria, Malachia, primo e secondo de' Macabei.

I libri del Nuovo Testamento son ventisette: cioè I quattro evangeli, I fatti apostolici, Le quattordici epistole di Paolo, Le sette lettere cattoliche, una di san Giacomo, due di san Pietro, tre di san Giovanni, una di san Giuda o Taddeo, l'Apocalisse.

Questa serie è data già dal Concilio III Cartaginese del 397, e riprodotta dal tridentino, che non pose divario pe' libri deuterocanonici.

[219] Ad Ephes. v, 27; Apoc. XXI, 27.

[220] Nel vangelo di san Matteo XII, 32 si dice che «a quello che avrà parlato contro lo Spirito Santo non fia rimesso nè in questo secolo nè nel futuro». Dunque ci ha peccati che saranno rimessi nell'altra vita.

Sant'Agostino, oltre quel che ne riferiamo alla nota 7 del discorso XV, ha un trattato de cura pro mortuis gerenda: nella Città di Dio S. XXI, c. 24 scrive: Pro defunctis quibusdam vel ipsius ecclesiæ vel quorundam piorum exauditur oratio: nell'Enchiridion § 29, c. 110: Cum sagrificia sive altaris, sive quarumcumque eleemosynarum pro baptizatis defunctis omnibus offeruntur, pro valde bonis gratiarum actiones sunt: pro non valde malis, propitiationes sunt; pro valde malis, etiamsi nulla sunt adjumenta mortuorum, qualescumque vivorum consolationes sunt.

Vedi VINCENZO DE VIT, Come si possa difendere la Chiesa cattolica nelle sue preghiere pei defunti, incriminate dagli eterodossi. Prato 1863.

[221] Sess. XXV, cap. 3. Et quamvis in honorem et memoriam sanctorum nonnullas interdum Missas Ecclesia celebrare consueverit, non tamen illis sacrificium offerri decet, sed Deo soli qui illos coronavit; unde nec sacerdos dicere solet o offero tibi sacrificium, Petre vel Paule, sed Deo de illarum victoriis gratias agens, eorum patrocinia implorat: ut ipsi pro nobis intercedere dignentur in cœlis, quorum memoriam facimus in terris.

[222] Eppure uno dei campioni d'allora, il Gerson, così poco favorevole al primato romano, dichiara eretico eum qui negaret statum papalem institutum esse a Deo supernaturaliter et immediate, tamquam habentem primatum monarchicum et regalem in ecclesiastica hierarchia. (De statu ecclesiæ cons. 1). È forse la formola più comprensiva, e da preferirsi anche a quella del Bellarmino.

[223] BOSSUET, Hist. des variations, lib. XV.

[224] Dianzi a Trento celebrò il terzo centenario di quel sinodo, e a Roma fu coniata una medaglia coll'iscrizione CONCILIVM MAGNVM TRIDENTI INCOATVM AN. MDXLV ABSOLVTVM ANNO MDXLIII ECCLESIÆ SALVS. RX AN. MDCCCLXIII TRIDENTI TERTIIS FESTIS SÆCVLARIBVS.

DISCORSO XXXI.

LA RIFORMA MORALE E DISCIPLINARE.

Ogni albero dee portar frutti, ogni dottrina esercitare efficacia sugli atti degli uomini; altrimenti non evita lo sprezzo, destinato alla sterile in Israele. Se primario uffizio del sacerdote è combattere il vizio e la miscredenza, duopo è ch'egli possieda molta dottrina, e insieme porgasi modello di virtù. La superbia di non volere dar ragione ai dissidenti non distolse i Cattolici dal confessare la depravazione insinuatasi nel clero, e volere l'emenda morale, e che il sentimento religioso prevalesse alla classica idolatria nelle arti, nelle dispute, nelle lettere, nella vita. Nessuna sessione del Concilio passò senza decreti di riforma per restituire, come la chiarezza della dottrina, così la purezza delle opere. Furono dichiarati per l'avvenire irriti e nulli i matrimonj clandestini, o senza la presenza del parroco e di testimonj, prescrivendo a tal uopo di premettervi le tre pubblicazioni; vietato l'ordinare chi non possedesse benefizio o patrimonio sufficiente a sostentarsi; condannati i questori e spacciatori d'indulgenze, le quali non devono pubblicarsi che dai vescovi; siano gratuite la collazione degli Ordini, le dispense, le dimissorie; obbligata la residenza, e perciò impedita la pluralità di benefizj curati; su questi nessuno sia messo prima dei venticinque anni, nè a dignità in chiesa cattedrale prima dei ventuno, e previo sempre un esame; con decoro e disinteresse si compia il sagrifizio dell'altare[225]: delle rendite di cattedrali e collegiate un terzo si eroghi in giornaliere distribuzioni a quei che intervengono agli uffizj; i vescovi ogni anno, o al più ogni due, visitino le chiese della loro diocesi, esaminando quanto vi occorre, e provedendo, oltre la cura delle anime e la correzione de' costumi, che sugli edifizj e agli arredi sacri si facciano i necessarj restauri; abbiano ciascuno un seminario, e ne' sinodi provinciali e diocesani estirpino i resti delle superstizioni e delle indecenze.

Così non rendevansi santi i pastori, opera più che d'uomo; ma veniva appurata e chiarita la coscienza del loro debito pastorale; e la scelta e gli uffizj e tutte le relazioni fra sacerdoti e fedeli erano ricondotte sotto l'impero di sante leggi. Anzi, al vedere quei decreti, si direbbe che i pii riformatori si fossero lusingati di tornare il mondo all'apostolica purità, neppure evitando gli eccessi che possono guastar le cause migliori. Nel fatto una tale riforma toglieva alla falsa i pretesti, e secondo la frase del padre Ventura, «ne distrusse teologicamente l'impero».

Trattossi pure di quella de' principi, ma vivo contrasto opposero gli ambasciatori; onde bisognò limitarsi ad esprimere che confidavasi restituirebbero alla Chiesa le ragioni sue, non ne esigerebbero gabelle o decime, indurrebbero i sudditi a riverire il clero, non permetterebbero che ufficiali e inferiori magistrati violassero le immunità della Chiesa e delle persone; sudditi e principi obbediranno alle costituzioni del papa e de' Concilj, e a quelle che tutelano la libertà ecclesiastica; non pretenderanno di sottoporre all'exequatur le bolle pontifizie; l'imperatore, i re, i principi e tutti venereranno le ragioni ecclesiastiche, in modo che i cherici possano stare alla residenza ed esercitare i loro ufficj senza impacci e con edificazione del popolo: scomunicato chi usurpasse beni o ragioni di Chiesa.

Principale studio doveasi porre ad impedire la diffusione dell'errore, e qui affacciavasi innanzi tutto la vigilanza sui libri.

La libertà illimitata pel bene compete alla Chiesa, perchè è azione di Dio sull'uomo; ma nell'individuo che opera sull'altro la libertà non può esser tale se non regolata. La ragion pura domanda che la verità trionfi: la ragion pratica domanda che se ne scelgano le vie, si rimuova la violenza per far luogo alla convinzione. La libertà e la verità sono fatte una per l'altra; ma non si può andare dalla libertà alla verità, come vogliono i Protestanti, bensì dalla verità alla libertà, gloria de' figliuoli di Dio, cercando il bene colla maggior possibile libertà, non la libertà senza il bene.

Questo vuolsi tener a mente nel discutere sulla libertà de' libri, ove spesso la quistione politica è anteposta alla quistione morale. Finchè i libri erano una rarità, poco si pensava a mettervi freno, eppure sembra che i Pagani abbian sporto petizione al senato di Roma di distruggerne alcuni, e nominatamente Cicerone De natura Deorum, perchè offrivano troppi argomenti ai Cristiani onde battere la religione antica[226]. Fin dall'età de' martiri si ponevano in avviso i fedeli contro le scritture degli eretici, essendo conforme alla legge divina il preservare dal contagio, il non esporsi alla tentazione senza necessità, il non distrarsi in cose vane[227]; e poichè molti appunto si divagavano per amor del bello, da un Concilio di Cartagine nel 400 fu concesso ai vescovi di leggere i libri degli eretici, perchè li doveano confutare, ma non i gentileschi. È evidente la ragione di tal operare, come del contrario quando i libri pagani più non furono di pericolo alla fede, mentre lo erano gli ereticali. E questa è legge di difesa e cautela, come del questore che proibisce l'armi insidiose o la vendita de' veleni. E per prudenza o de' principi o de' prelati a volta a volta si videro proibiti alcuni libri, altri bruciati: anche cataloghi se ne fecero dalle Università di Lovanio e di Parigi: ma era naturale che crescesse la paura de' libri quando la scolastica era flagellata dai classici, e gli umanisti di Germania aveano iniziato la guerra teologica. Però un divieto generale e minaccia della scomunica non si trova fin quando Leon X, condannando Lutero, vietò anche tutti i libri di esso. Una costituzione del 1554 di Paolo IV proscrisse in generale i libri di magia e d'altre superstizioni, i lascivi ed osceni, i libri d'eresiarchi, non quelli d'eretici; neppur le traduzioni di scrittori sacri fatti da questi, purchè nulla contengano d'erroneo. Per leggere la Bibbia vulgare ci vorrà la permissione, e così per le controversie con eretici.

E qui a noi, intrepidi difensori della stampa anche ne' giorni più pericolosi, l'intollerante secolo conceda di dire che non si è forse abbastanza considerata l'importanza sociale della scoperta di essa, la più decisiva della civiltà. Nel medioevo la coscienza cristiana e le costituzioni germaniche aveano restituita all'uomo la personalità, che era stata assorta nella splendida cittadinanza romana, e ne vennero quelle istituzioni così caratteristiche, il monacismo, la cavalleria, la feudalità, le corporazioni d'arti e mestieri. I quali elementi si andavano ravvicinando, per combinarsi anzichè distruggersi, e formare lo Stato moderno, ove le varie società sussistessero una accanto all'altra: allorchè in mezzo al lento lavoro fu gittata la stampa, che creava l'opinione, la diffondeva, la imponeva.

Istromento della pubblicità non era stata sin allora che la parola, fosse nelle Chiese, fosse nelle Università; or ecco surrogarsene un nuovo, molto più diffuso e più comune. Avvegnachè pel discorrere si richiedono una certa superiorità e occasione e luogo e coraggio: la stampa invece è un agente meccanico, di cui ponno servirsi tutti e sempre, anche il codardo e l'ignorante, non occorrendovi probità, non zelo, non eloquenza, non cautele oratorie, nè rispetto all'udienza, nè pudore, nè tampoco un apparato scenico. Ognuno dice quel che vuole, e come lo vuole, e quando lo vuole: l'impotente, il maligno, il vile che vuol ferire senza farsi scorgere, lo sfacciato che vuol asserire senza vergogna di smentita, aveano trovato il loro campo, e come far prevalere l'utile al giusto, gl'interessi al diritto, purchè l'osassero.

Alle prime non se ne conobbe che l'utilità: come vedemmo[228], i papi accolsero la stampa sotto il loro manto, quale una benedizione del Cielo: i dotti l'applausero come un mezzo di popolarizzare la coltura; ma intanto a migliaja di copisti, più o meno eruditi, surrogavasi il torchio inintelligente: al libro, che un autore elaborava unico in tutta la vita, e che tramandavasi alla posterità, sottentrava l'improvvisa composizione, destinata a brevissima vita; gustato di quel nettare, presto se ne divenne ubriachi: la propagazione de' classici tentò ripiantare la civiltà pagana, non ancora sulle ruine, ma in competenza della cristiana: le dispute vennero divulgate e perpetuate. Gli Egiziani aveano detto a Platone che la scoperta della scrittura fu il primo attentato contro il carattere santo del pensiero[229]. Nel senso medesimo potè dirsi che la stampa diè il crollo all'edifizio feudale ed ecclesiastico, e così attenuò il diritto personale, tanto prezioso per chi rispetta sè stesso, offrendo un poderosissimo mezzo all'accentramento, all'audacia, alla scaltrezza, onde conformare tutte le menti sul modello che piacesse a chi o esercitava o dirigeva questo grande pressojo.

La stampa era ben lungi dall'aver acquistata la onnipotenza che poi, che oggi: ma subito se ne insignorì quella umana inclinazione che volge ad attaccare ciò, che, per qualsiasi titolo, è rispettato. Allora ogni dovere da compiere diventa un peso incomportabile; ogni autorità è una tirannia; ogni disordine d'applicazione è una condanna delle istituzioni: ogni male inevitabile è colpa di chi non lo toglie; e toglierlo si potrebbe facilmente, e procurare un paradiso sulla terra, della quale gli sconcerti non provengono che dagli uomini.

In conseguenza i primi attacchi la stampa diresse contro i monaci e gli ecclesiastici, perchè erano custodi dell'ordine e della coscienza individuale contro la tirannide dell'opinione generale che essa voleva imporre, e che dichiarava pregiudizj i sentimenti anche più nobili, le più libere ispirazioni della coscienza. A tal uopo la beffa o il raziocinio si camuffarono col vizio che apponevano alla Chiesa, cioè l'ipocrisia, fingendo voler la correzione e la riforma, mentre miravano alla distruzione: non minacciavano il dogma come tale, non rinfacciavano all'autorità ecclesiastica di esistere, bensì di non essere sincera, di pretendere l'obbedienza e il sagrifizio con mezzi immorali, e sviando dalla divina istituzione.

Già Hutten, Erasmo, l'Ochino, il Vergerio ci mostrarono qual uso se ne facesse contro la morale o la fede: sin l'Aretino era e tollerato e premiato per paura dell'opinione stampata: e questa ben presto divenne la voce sovrana degli interessi: non buona, non cattiva in sè, ma onnipotente, e perciò tirannica e irreparabile, sia che esalti o deprima: toglie d'aver più una fede, una coscienza individuale, obbligando gli uomini a ricevere le suggestioni altrui, disposti a prenderne altre domani, con un avvicendamento che distrugge la facoltà d'averne di vere, cioè personali. Enorme oppressione dell'individuo e del pensiero libero, che però piace perchè può esercitarla ognuno.

I re cercarono farne tutto lor pro, onde alla fede, al feudalismo, al cattolicesimo opporre la burocrazia, le scuole, gl'interessi, alfine la libertà organizzata, cioè la libertà di chi tutto dirige. Ma venne il tempo che tale ordigno sguizzò dalle loro mani per cader in quelle di chiunque sappia adulare le passioni del giorno.

La Chiesa avea preveduto il pericolo, e custode com'è della morale e del diritto, potea non provedervi?

La bolla in Cœna Domini scomunicava gli eretici o chi ne leggesse i libri, ma non essendo questi distintamente nominati, ne nasceva incertezza: i varj inquisitori registravanli, man mano che ne aveano contezza, onde differivano gli uni dagli altri. Prima l'inquisizione di Spagna nel 1558 pubblicò un catalogo di libri proibiti: l'anno seguente papa Paolo IV mandò fuori l'Indice, che servì di norma ai successivi. Era diviso in tre parti. La prima, d'autori de' quali riprovavansi tutte le opere, sebbene d'argomento non religioso: tra' quali autori n'ha alcuno vissuto e morto nella nostra comunione. La seconda, dei libri condannati particolarmente: la terza, degli anonimi, dove per regola generale si vietavano quelli dati fuori senza nome dopo il 1519[230].

Anzi notaronsi settantadue stampatori, ogni opera edita dai quali si considerasse interdetta: e così le edizioni di qualunque avesse stampato libri d'eretici. Sono le esagerazioni consuete di chi si trova di fronte a un pericolo urgente.

Restarono allora proscritti autori che da secoli correvano per le mani; altri stampati in prima con approvazione, come le Annotazioni di Erasmo al Nuovo Testamento, che pur Leon X aveva onorate d'un breve; cogli ereticali poi si appajarono le opere che attenuassero l'autorità pontifizia a fronte sia dei vescovi, sia de' principi e magistrati temporali.

Alcune volte ottimi libri furono vietati, pe' commenti appostivi da editori[231]. Un grandissimo numero son di devozione, orazioni, legende, offizj, prediche.

Pio V regolò quella materia mediante la Congregazione dell'Indice, alla quale diede norme definitive Benedetto XIV nel 1753, per cautelare men tosto contro i lavori d'eretici che contro quelli di cattolici, e togliere i lamenti anche pubblicamente mossi per condanna di buoni. Lodando la santa sede di aver sempre provisto che i cattivi libri non pregiudicassero alla fede e alla pietà de' Cristiani, e d'averne a tal uopo pubblicato l'Indice, prima sotto Pio IV, poi sotto Clemente VIII, poi sotto Alessandro VII con aggiunte di nuovi, Benedetto XII ne fece un altro, seguendo le norme che prescrisse nella bolla Sollicita ac provida.

Secondo questa, la Congregazione dell'Inquisizione è composta di cardinali, cospicui per studj gli uni di teologia, gli altri di scienza canonica, gli altri di cose ecclesiastiche o di affari: vi s'aggiunge un auditore di Sacra Rota, un maestro di teologia domenicano, alquanti consultori del clero secolare e regolare e dotti qualificatori. Quando un libro sia denunziato, essi vedono se sia a trasmettere alla Congregazione dell'Indice. Se sì, è dato a un qualificatore o consultore, che lo legga attentamente, e indichi i luoghi riprovevoli. La sua relazione è presentata in istampa a ciascun membro di questa Congregazione; la quale poi ne discute, e proferisce un voto. Ma voto consultivo, giacchè col libro è trasmesso alla Congregazione de' cardinali, che pronunziano coi procedimenti stessi; allora tutti gli atti son presentati al pontefice, senza di cui nessuna condanna è proferita.

È antica regola che, per libro d'autore cattolico, non basti che un solo relatore ne proponga la proibizione: ma sia presentato a un altro revisore, che ignori il nome del primo. Che se questi dissenta, un terzo revisore esamini; e sulla differenza pronunzino i cardinali.

Taluni si lamentano perchè si decida senza ascoltare l'autore. Ma non n'è bisogno, giacchè non si giudica della persona, bensì dell'opera; non di punir lui, ma di ammonire i fedeli del pericolo. Trattasi però d'autore cattolico di buona fama? Si proibisce il libro colla clausola finchè si corregga o si emendi, se è possibile. Data questa sentenza, prima di pubblicarla si comunichi all'autore o a qualche suo rappresentante, indicandogli qual cosa abbiasi a correggere o levare. Se egli eseguisca tali emende in una nuova edizione, sopprimasi il decreto: salvo che della prima fossero divulgati molti esemplari. Per un autore cattolico e di reputazione si vuole sia sentito, o nomini un consultore che ne sostenga le difese. E sebbene vi sia giuramento di silenzio, il segretario della Congregazione potrà comunicare gli appunti all'autore, sopprimendo i nomi del denunziante e del censore. Ma a che buoni questi riguardi per libro che con dirette eresie intacchi la fede, o leda i buoni costumi?

A censori è prescritto si assumano persone di pietà e dottrina riconosciuta, la cui integrità non lasci temere odio o favore: non credansi destinati a condannar l'opera, ma ad esaminarla equamente; pesino le opinioni senza affetto di nazione, di famiglia, di scuola, d'istituto, di parte; ricordino che molte opinioni pajono indubitabili ad una scuola, a un istituto, a un paese, eppure sono rejette da altri cattolici senza detrimento della fede. Sovratutto abbiano a mente che d'un autore non può sentenziarsi se non leggendo intera l'opera, comparando i differenti passi, e badando all'intenzione di esso; non proferire sopra una o due proposizioni staccate: giacchè quel che in un luogo egli dice oscuramente e per transenna, è forse spiegato abbondantemente altrove.

E deh (soggiunge la Costituzione) si potessero proibire le ingiurie, le facezie che si lanciano gli uni agli altri! Chi le adopera in quistioni religiose mal serve alla verità e alla carità. Si reprimano dunque costoro, che difendono accannitamente una sentenza, non perchè vera, ma perchè sua, e che recano opinamenti privati come dogmi certi della Chiesa.

Esso pontefice diede altre norme in una lettera diretta al grande inquisitore di Spagna, disapprovandolo d'aver messo all'Indice le opere del cardinale Enrico Noris, mentre grande parsimonia va usata nel proibire libri di autori illustri, e benemeriti delle buone dottrine. Ci ha bensì (dice) nell'opera di esso cardinale proposizioni censurabili, ma di tali non mancano la Storia del Tillemont, nè quella de' Bollandisti, nè la Dichiarazione del clero gallicano di Bossuet, nè gli Annali di Lodovico Muratori: eppure, sebbene queste opere venissero denunziate, i pontefici si astennero dal condannarle, giudicando si dovesse molto condiscendere alla fama e ai meriti di quegli scrittori, senza che ne pericolasse la Chiesa, la quale libra i vantaggi e i danni prima di proferire.

Di tutte queste cautele fanno strame coloro, che non hanno se non esecrazione per l'Indice, e, v'accerto io, non l'hanno mai veduto. La Chiesa crede i suoi principj siano giusti, e i meglio atti a prosperare lo Stato e la famiglia; onde impedisce siano guastati. Altrettanta autorità non si conferisce allo Stato e alla famiglia? perchè negherebbesi alla Chiesa? Essa, non potendo impedire il male, bada che questo produca altro male. A tal effetto adopera armi a lei convenienti: l'ammonizione e la scomunica. E non si tacia che la legge è meramente di rimedio: non impedisce colla forza di stampar libri, bensì di leggerli: ne dà licenza a coloro che crede non ne faranno mal uso[232], appunto come si fa dell'armi insidiose: non è licenza di far il male, ma di conoscerlo.

Si dice: il lento procedere della sacra Congregazione dell'Indice rende inutile la proibizione, giacchè viene dopo che il libro è diffuso, e fors'anche dimenticato.

Vorreste dunque la proibizione preventiva? Con altrettanta ragione si priverebbe la giustizia penale delle sue formalità, giacchè per queste la punizione perde d'efficacia, non seguendo immediatamente al delitto. La Chiesa, estranea alle repressioni materiali, crede suo dovere l'annunziare ai Cattolici che dottrine pericolose o esempj infausti sono esposti ne' libri ch'essa appunta; e a cui essa non vuole, quantunque tardi, lasciare l'impunità.

Non dal Concilio ma dalla sacra Congregazione dell'Indice venne il divieto delle Bibbie volgari[233], provvedimento richiesto dalla natura di quei tempi, poi abrogato da Benedetto XIV: ma chi negherà sia necessaria una direzione per iscegliere un buon volgarizzamento?

Dai libri lascivi ed osceni erano eccettuati i classici, per riflesso all'eleganza; e così non venne registrato l'empio Lucrezio, bensì la traduzione fattane dal Marchetti. Contro del Decamerone già da pezza declamavano le anime oneste e i confessori; e fra mille altri, Bonifazio Vannozzi diceva che «questi trattati amorosi, questi discorsi tanto lascivi hanno aperte di gran finestre all'idolatria, ed all'eresie, ed a pessimi costumi, ed a corrottissime e licenziosissime usanze tra noi cattolici. Chi potesse contare quante traviate ha fatto il Decamerone del Boccaccio, rimarrebbe stupito e senza senso». Rincrescendo però di privare gli studiosi d'un libro che si reputava modello del bene scrivere, fu preso il compenso di emendarlo. Il maestro del Sacro Palazzo segnò i passi da levare o correggere; e una deputazione di Fiorentini, in cui principale Vincenzo Borghini, acconciò quel libro quale comparve nel 1573 con approvazione di Gregorio XIII. Gli zelanti non ne rimasero soddisfatti, e una nuova epurazione fu voluta, alla quale attese Leonardo Salviati; e non è a dire quanto ridere e declamare ne facessero i bontemponi e gli umanisti, mettendo questa operazione a parallelo colle brache onde Paolo IV velò gl'ignudi del Giudizio di Michelangelo.

I quali ignudi, che fan senso anche oggi agli ammiratori, troviamo appuntati già dai contemporanei. Un de' quali chiamava Michelangelo «inventor delle porcherie», riprovando «tutti i moderni pittori, e scultori; per imitar simili capricci luterani, altro oggi per le sante chiese non si dipinge o scarpella che figure da sotterrar la fede e la devozione: ma spero che un giorno Iddio manderà i suoi santi a buttare per terra simili idolatrie come queste»[234]. E perfino il sozzo Aretino ne moveva rimprovero al suo adorato Michelangelo: e «Voi in soggetto di sì alta istoria mostrate gli angeli e i santi, questi senza veruna terrena onestà, quelli privi d'ogni celeste ornamento.... In un bagno delizioso, non in un coro supremo si conveniva il fare vostro: onde saria men vizio che voi non credeste, che, in tal modo credendo, iscemare la credenza in altrui..... E conciossiachè le nostre anime han più bisogno dello affetto della devozione che della vivacità del disegno, inspiri Iddio la santità di Paolo, come inspirò la beatitudine di Gregorio, il quale volse in prima disornar Roma delle superbe statue degli idoli, che tôrre, bontà loro, la riverenza all'umili immagini dei santi».

Or ci venga a contare il Cicognara che quelle nudità sono effetto della innocente semplicità del Cinquecento[235]. Nell'archivio arcivescovile di Milano è una lettera di Scipione Saurolo a san Carlo, 6 settembre 1561, ove gli dice come a Paolo III e IV, e così a Marcello II e a molti cardinali fossero spiaciute le nudità del Giudizio di Michelangelo, il quale pure «ebbe a dire che lo voleva ad ogni modo conciare, perchè si teneva di coscienza lassar da poi sè una cosa tale». Perciò gli trasmette una memoria da presentare al papa, in cui gli riduce a memoria quod odio sanctissimo intuenda est pictura Judicii sacræ capellæ suæ sanctitatis, in quo divinam offendit majestatem, eo quod in eum nuditatis modum depicta est, in quo omnes vident et multi admiratores plorant: e segue dimostrando come la maestà del giudice, l'ornamento di Maria, i seggi degli apostoli sieno falsati in quella composizione. Quis enim vidit Dominum et sanctos sic depictos, sic formatos aut sculptos in qualibet mundi parte? Quis vidit in pictura Judicii nostri, sic memorabilis et tremendi, fubulosam Acherontis cymbam repræsentari? E lagnasi che per le case e per le cappelle stiano immagini di santi e della divinità, sucidi, tormentati da chiodi, ecc.; ed augura che il Borromeo «et sua santità meritino l'onore di risarcire la santa barca, così da nojosi venti sbattuta e male condotta, et ridurla al porto sicuro de la salute».

Il Concilio proibì che nelle chiese si mettessero immagini se non approvate dal vescovo, e dove nulla di falso, di disonesto, di profano, di superstizioso, di contrario alla verità delle Scritture e della tradizione; bensì convenissero alla dignità e santità del prototipo, sicchè la loro vista ecciti pietà, non turpi pensieri. A ciò vigilarono in fatto i vescovi, e massime san Carlo proibì di ritrar nei santi persone vive, e di rappresentare teatralmente la passione di Cristo o azioni di santi.

Molti voleano s'interdicessero i teatri, e ben n'aveano di che se si guardi a quel ch'erano allora, e più a quel che sono oggi. Non potendo però sbandire uno spasso così gradito alle moltitudini, si pose almen freno ai recitanti a soggetto, volendo sottoponessero l'orditura delle loro rappresentazioni a un deputato del vescovo. Ripiego insufficiente, che non impediva le basse scurrilità, come la sorveglianza della polizia odierna non toglie che la scena sia la peggiore scuola d'immoralità, d'egoismo, di sragionamento. Meglio san Filippo Neri cercò opporvi gli Oratorj, che prima erano sole cantate, poi divennero compiute rappresentazioni di fatti morali e sacri.

Ma la musica ha un'altra missione speciale, quella d'accompagnare i sacri riti. Resa però interamente profana, cioè occupata ad allettar i sensi e la fantasia, anzichè elevare il sentimento, trastullavasi in superare difficoltà, in imitazioni e combinazioni disparate, prolazioni, emiolie, nodi, enigmi, dove le voci umane non figuravano meglio che un altro istromento, e a cinque, sei, fin otto parti intralciavansi, o non offrendo senso, od offrendone di giocosi e perfino di osceni. Leon X aveva chiamato da Firenze Alessandro Mellini per avvezzare i suoi cappellani a conservare la tonica nel canto de' salmi e la misura sillabica negli inni. Il Concilio di Trento erasi querelato di tali profanità, e Paolo IV fece esaminare se o no dovesse tollerarsi la musica in Chiesa. Quanto all'escludere l'intralcio delle parole, le arie profane, i testi non ecclesiastici, si cadeva d'accordo, ma i maestri assicuravano sarebbe impossibile far intendere chiare le parole in un canto figurato. Parve altrimenti a Pier Luigi Palestrina, che per esperimento compose la messa papale a sei voci, con melodia semplice, rispettando l'espressione rituale e adattandola alle varie significazioni de' cantici e delle preghiere[236]. Uomo pio, alieno dalle brighe e perciò negletto, sul suo manoscritto, che si conserva, leggesi Signore, illumina me. Così ebbe salvata quest'arte, non distruggendo e abolendo, come facea la Riforma, ma ravvivando e santificando. Ancora povero di melodia, possedea però perfettamente il puro sentimento dell'armonia e della tonalità, e s'altri lo superarono in arte, nessuno certo nella potenza, nel profondo e semplice accento, nella mistica tenerezza con cui rivelò i dolori della madre di Dio, le ambasce del figliuol dell'Uomo, e ci elevò a pregustare le sinfonie, di cui gli angeli circondano il padiglione dell'Eterno.

Le lotte coi Protestanti aveano dato incremento alla scienza cattolica, e le opere posteriori al Concilio di Trento furono assai più precise nella conoscenza del cristianesimo giacchè i dogmi v'erano stati dibattuti e chiarìti con tanta profondità e precisione.

Non appare che nel medioevo si formassero catechismi, ove, ad uso dei non teologi, si esponessero i punti essenziali della dottrina. Il Concilio di Trento ne ordinò uno, affidandolo a san Carlo, che assunse a compilarlo il vescovo Foscarari, Muzio Calino bresciano, vescovo di Zara poi di Terni, Leonardo Marino genovese, arcivescovo di Lanciano, tutti domenicani. Interrotta, l'opera fu ripigliata da esso Calino, Pietro Galesino milanese, che trattò del decalogo, e Giulio Poggiani pur milanese di Suna, che espose l'orazione dominicale, e ripulì e unificò la dicitura di tutti (non già Paolo Manuzio, come suol dirsi), mentre la parte dottrinale era riveduta da una Congregazione preseduta dal cardinale Sirleto. Quest'è il Catechismo Romano, ammirato per eleganza e lucido metodo, e che dimostra come la profonda e solida erudizione sacra non abbia bisogno d'avvilupparsi in argomentazioni e formole da scuola, e ben si accordi colla esposizione chiara e precisa e colla sublime semplicità del pensiero. Fu pubblicato in italiano e in latino, poi diviso per capitoli, infine a domande e risposte nell'edizione d'Andrea Fabrizio, unendovi una tavola della lezione del Vangelo di ciascuna domenica, con una tessera di predica, e coi richiami al catechismo stesso per isvolgerla; inoltre i doveri del parroco sovra i diversi punti della dottrina, in modo che servisse come corso di teologia, di sermoni, di meditazioni pei parroci.

In quell'opera si danno per risoluti alcuni punti, che il sinodo avea lasciato indecisi, o di cui avea solo condannato i contrarj. Perciò i Gesuiti che, massimamente nel fatto della Grazia, dissentivano dai Domenicani, non l'aggradirono, e ne pubblicarono altri, fra cui la Summa doctrinæ christianæ del Canisio[237], e il Bellarmino.

Il catechismo è il libro de' sapienti e degli ignoranti, dove trovasi la soluzione di tutte le grandi quistioni morali e sociali; donde venga l'uomo e la specie umana, dove vada, come ci vada: perchè l'uomo è in terra; dove va quando n'esce; come originarono il mondo, la specie e le varie stirpi umane; che relazioni ha l'uomo con Dio, co' suoi simili, colle altre creature: quali doveri nella società, coi superiori, collo Stato, colle genti. Il catechismo dà a tutto una risposta precisa; aggiungiamo risposta la più umana, la più generosa[238]. E questo è il libro della prima infanzia, è il libro unico d'un'infinità di famiglie ne' paesi più colti del mondo; benchè sia stato di tutti i libri il più combattuto. Ed a ragione, poichè infonde sin nelle tenere menti l'objezione decisiva a tutti gli errori religiosi, morali, sociali[239].

Pio IV chiamò a Roma Paolo Manuzio, elegante e dotto stampatore, affinchè con que' suoi lodatissimi caratteri pubblicasse i santi padri[240]. Esso Manuzio, dedicando a Carlo Borromeo l'edizione di san Cipriano (Roma 1563), divisa le cure che egli e altri letterati italiani posero ad emendarne le opere, parendogli che «in tanta procella, in tanta distruzione giunga opportuna la voce di Cipriano, sostenitore meraviglioso della cattolica dignità»[241].

Il raffinamento della civiltà esigeva si emendassero le lezioni apocrife, certe goffe antifone, alcuni riti burlevoli, introdotti dall'ignoranza o dalla semplicità, e Leon X ne diede commissione a Zaccaria Ferreri vicentino. Quando lo spirito ecclesiastico era sì scarso, e l'amor dell'eleganza preoccupava a segno da far sorridere all'impulito latino di san Paolo, potea molto sperarsi da quest'uffizio? Lo Zaccaria avea servito al cardinale Carvajal nel conciliabolo di Pisa, onde erasi ricoverato a Lione, finchè il papa gli perdonò; ed egli in tre giorni fece un poema di mille esametri, ove esaltava la felicità del genere umano sotto un tal pontefice. Messo a riformare gli inni, li leggeva man mano a Leon X, che gliene faceva congratulazioni; ma se erano puri di stile, restavano freddi di pietà, ritraendo da Orazio non solo le parole ma le immagini. Meglio riuscì il Sarbiewski che, per ordine di Urbano VIII, assunse il medesimo còmpito con maggior rispetto[242].

Pio V mandò un nuovo breviario, obbligatorio per tutte le chiese che non ne avessero uno almeno ducentenario; e vi tenne dietro il messale.

Sisto V pubblicò una Bibbia, che unica dovesse avere autorità, e v'attese egli medesimo col Nobili, l'Agello, il Morino, Lelio Landi, Angelo Rocca, il cardinale Caraffa, Prospero Martinengo bresciano. Ma appena uscita, vi si scopersero molti sbagli, onde fu messa all'Indice, e ritiratine sollecitamente gli esemplari, divenuti così una delle maggiori rarità bibliografiche. Clemente VIII pubblicò poi quella che fa testo[243].

Oltre pubblicare libri di più regolata devozione,[244] si pensò a chiarire e assodare la storia. Lutero, come bruciò le bolle dichiarandole d'autorità incompetente, così bruciò il Diritto Canonico, asserendo che la somma di esso è questa: «Il papa è Dio in terra, superiore a tutti i celesti, terrestri, spirituali e corporali: tutte le cose son proprietà del papa, e nessuno deve osare di chiedergli, cosa fai?» Il fumo di quest'incendj, opposti a quelli del Savonarola, offuscò la storia, che si trovò ridotta ad aneddoti; e sedici interi secoli della Chiesa vennero presentati come solidariamente rei di frodolenza e di menzogna, nelle diatribe de' Protestanti e nelle gravi Centurie di Magdeburgo. Eppure la società cattolica è eminentemente storica, avendo per vincolo d'unità la tradizione; quod semper, quod omnibus, quod ubique. Mentre dunque si contrapponeva agli eterodossi la precisa esposizione del dogma, bisognava pur colla storia rivelare e i fatti, e l'essere della Chiesa, e la potenzialità della virtù dello Spirito Santo.

Nei secoli credenti erano a ciò bastate le cronache e le legende, ma queste non reggeano all'età critica, che al sentimento surrogava il raziocinio. Si pubblicarono legendarj di miglior critica, quelli di Pietro Natali, di Bonino Mombrizio, di Luigi Lippomano, superati poi da Lorenzo Surio, indi dai Bollandisti[245]. Ma era desiderata una storia ecclesiastica, che rivelasse le leggi che governano i fatti, mostrasse il predominio dell'unità della Chiesa sopra la versatilità degli avvenimenti, l'imperturbabilità di essa tra i sofismi e le violenze, lo sviluppo del principio dell'autorità attraverso gli accidenti, e ribattesse le parziali applicazioni, con cui voleasi oppugnare il cattolicismo col mostrarlo deviato dalle credenze e dalle pratiche primitive. In tal senso tutto cattolico e papale lavorò Cesare Baronio, napoletano di Sora (1538-1609). Avea egli cominciato a narrare alcuni momenti ecclesiastici a' suoi Filippini, quando, per istanza principalmente di Filippo Neri, assunse la narrazione completa degli_ Annali Ecclesiastici_[246], traendo la storia fuor delle cronache e delle legende, sistemandola colla cronologia, dandole unità e decoro, e facendone così una battaglia sintetica contro gli analitici attacchi di teologi e di filologi. Non arrivò che al secolo XII. Ignorava il greco; volea veder in ogni avvenimento l'immediato castigo o la rimunerazione di Dio, quasi egli retribuisca quaggiù: mai però non iscusa il delitto, nè esita a disapprovare i pontefici erranti, e «ben ponderate (dice) le sconvenienze del metterne a nudo le colpe, stimo meglio esporle francamente anzichè lasciar credere agli avversarj che i Cattolici siano conniventi alle debolezze dei papi». Della sua buona fede non dubitarono nemmeno i più avversi[247]; e il suo libro restò la fonte forse più importante di notizie sul medioevo, allorchè Roma era centro della civiltà del mondo.

Così la fede della storia veniva opposta allo scetticismo della discussione; tornava ad associarsi il principio conservativo della tradizione col progressivo della civiltà; e mentre erasi idoleggiata la società pagana, si tornava a studiare l'ideale cristiano, l'autorità che rigenera il mondo.

Già erasi nel 1551 (Venezia per Michele Tramezzini) cominciata la collezione delle Lettere edificanti, relazioni de' missionarj ne' paesi nuovi, dove la pietà più schietta e operosa avviva le relazioni più interessanti.

Si raccolsero pure le bolle, e nella prima collezione, apparsa il 1586, Laerzio Cherubini distribuì cronologicamente le costituzioni pontificie da Leon Magno fino a Sisto V; la crebbero suo figlio Angelo Maria, poi Angelo Lantusca e Paolo da Roma; nel Bollarium Magnum del 1727 furono tirate fin a Benedetto XIII; indi fin a Pio VIII nell'edizione di Andrea Barberi del 1835. Oggi infinite altre lettere pontifizie vengono in luce, e i Regesta pontificum romanorum di Jaffe (Berlino, 1852) aggiungono mille ottocentottantun documenti al Bollario e mille cinquecentrentasette alla raccolta del Mansi, soltanto dall'anno 882 al 1073; nel XII secolo adducono seimila settecennovantuna bolle, quando il Bollario ne ha seicento, e mille trecentottantanove il Manso.

Non bastava togliere i vizj dal clero e riprovare gli scandali antecedenti; bisognava prepararlo col dirigere la vocazione e la laboriosa cooperazione che deve alla grazia divina chi è chiamato al sacerdozio. A tal fine era necessario che una educazione speciale precorresse all'unzione sacramentale; e perciò vennero istituiti i seminarj. Già sant'Ignazio, d'accordo col cardinale Polo e col Canisio, aveva istituito il Collegio Germanico. Sul modello di questo venne eretto il Collegio Romano, una delle principali glorie ecclesiastiche e scientifiche del mondo cattolico. Fu compito il 10 febbrajo 1565, raccogliendovi cento giovani delle principali famiglie d'Europa, sotto la direzione dei Gesuiti, e di là uscirono i pontefici Gregorio XV, Innocenzo X, XII, XIII, Clemente IX, XI, XII; più di ottanta cardinali, centinaja di vescovi.

Su quel tipo, il Concilio prescrisse che ogni diocesi avesse un seminario pe' chierici: attestazione della virtù razionale de' credenti, del progresso voluto nell'intelletto e nella coscienza; destinati a formare la milizia che combatta le battaglie di Dio colla scienza non men che coll'amore; una delle istituzioni più nobili del Concilio; dovremmo dire delle più efficaci se guardiamo alla rabbia con cui è osteggiata dai deliri potenti. Se ogni capitano ha diritto di formare i proprj soldati, doveva ai vescovi esser riservata la facoltà di ordinare i seminarj, esclusa ogni ingerenza laica: ordinarli all'acquisto delle dottrine più opportune. Queste erano la letteratura, il canto, il computo ecclesiastico e le altre arti liberali; inoltre la santa scrittura, i libri ecclesiastici, le omelie de' santi, le forme de' riti e de' sacramenti. Ai vescovi prescriveasi di stabilirli, e far che le norme vi venisser osservate mediante frequenti visite[248], ben vedendo, che «se la gioventù fin da' teneri anni non venga informata alla pietà e alla religione prima che l'invada l'abito dei vizj, non mai perfettamente e senza massimo e singolare ajuto di Dio onnipotente s'otterrà che perseveri nella disciplina ecclesiastica».

Si diede opera a trar agli ecclesiastici anche l'educazione de' secolari; e vi s'industriarono i Barnabiti, gli Scolopj, i Somaschi, e più di tutti i Gesuiti. N'aveano naturalmente invidia i maestri laici, eppure tutti i letterati d'allora vanno d'accordo nel lodare l'istruzione data da quelli. Non occorre dire che mai non andava scompagnata dall'educazione, e dirigevasi nell'interesse dell'anima, più che prima non si vedesse ne' trattati che ne scrissero, fra altri, il Sadoleto in buon latino[249], e in volgare il cardinale Antoniano.

Un altro de' mille errori che la petulanza accademica prima, poi il sistematico odio propagarono contro il medioevo fu, ch'esso abbia distrutto le opere gentilesche. Alle ricantate celie del beffardo Boccaccio e dell'insulso Benvenuto da Imola opporremo che tutte ci vennero per mezzo degli ecclesiastici, e sfidiamo a smentirci.

Ben vi furono scrittori ecclesiastici de' primi tempi, e nominatamente Tertulliano e Arnobio, che declamarono contro lo studio de' classici[250], perchè in fatto riuscivano pericolosi allorchè la loro bellezza allettava all'oscena felicità, mentre la severità cristiana chiamava all'ascetismo penitente. Ma stabilitosi il cristianesimo, nelle scuole si conservò l'antica tradizione letteraria: se anche in alcune si introdusse qualche autore cristiano, la prevalenza restò ai Gentili, riprovati per le cose, studiati per la forma.

San Basilio, nel trattato ai giovani Sul modo di leggere con frutto le opere de' Gentili, raccomanda di studiar questi, primo per raccogliervi esempj di virtù; secondo, perchè quanto di utile e di vero essi contengono lo dedussero dalle sacre scritture; opinione allora divulgata. Avrebbe potuto aggiungere che lo studiar in quelli affina il gusto ed esercita l'intelletto e la critica per adoperarli poi ad usi santi; ed egli con quest'opuscolo ben meritò impedendo la distruzione che uno zelo stemperato faceva dei libri profani.

Cassiodoro, raccomandando a' monaci suoi lo studio degli autori profani, invoca l'esempio non solo di Mosè, che fu istrutto in tutta la sapienza degli Egizj, ma anche de' santi padri, i quali, «non che decretare si rigettassero gli studj delle lettere profane, diedero l'esempio del contrario, mostrandosene espertissimi, come vedesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Girolamo, Agostino ed altri. Chi dopo l'esempio d'uomini siffatti oserebbe più esitare?»[251]

Carlo Magno, in una celebre enciclica De literis colendis, diretta ai vescovi ed abati nel 787, raccomandava assai gli studj umani, affinchè col disimparare a scrivere non si perda anche l'intelligenza dell'interpretare le sante scritture: perocchè, se son dannosi gli sbagli di parole, più il sono gli sbagli di senso. Gli esorta quindi a gareggiar di zelo nell'imparare, onde possano con facilità e sicurezza penetrare i misteri delle sacre carte. Nelle quali trovandosi figure, tropi, altri ornamenti, più facile ne coglierà il senso spirituale chi vi sia preparato dall'insegnamento delle lettere.

In qualche Ordine religioso era vietato al monaco gentilium libros vel hæreticorum volumina legere, ma ne' più era anzi un degli esercizj prediletti il ricopiarli, e se ne trovano ne' cataloghi di tutte le biblioteche monastiche. Abbiamo del secolo XI una lettera, in cui Enrico cherico a uno Stefano descrive il lavorare che si fa nella badia della Pomposa presso Ravenna, attorno agli studj, annoverando i libri che ne formano la biblioteca, e loda «la clemenza di Dio, che accresce la nostra sete di conoscere mediante la sapienza. Non ignoriamo (continua) potervi esser alcuni superstiziosi o malevoli, che vorranno appuntar questo venerabile abbate dell'aver messo libri pagani e favole di errore insieme colla verità divina e colle pagine de' libri santi. Noi vi risponderemo colle parole dell'apostolo, che ci ha vasi di creta come vasi d'oro; lo che fu istituito affine di allettare e occupare i varj gusti degli uomini».

Coloro che disapprovano tali letture, il faceano o nel fervore della disputa, o per colpire l'abuso, come san Girolamo nel passo succitato: come sant'Agostino ove, nelle Confessioni, si pente che le lacrime di Didone lo facessero dimenticare di Cristo, o nelle Ritrattazioni d'aver troppo adoprato la parola Fortuna e rammentato le Muse. E che strani pericoli potesse recare lo studio de' classici lo mostra quel Vilgardo di Ravenna che già mentovammo, di cui uno scrittore del XI secolo racconta che con soverchia assiduità studiava la grammatica (cioè i classici) «come sempre ebber costume di fare gli Italiani, a preferenza del resto». E inorgoglitosi del suo sapere, una notte gli apparvero i demonj in forma de' poeti Virgilio, Orazio, Giovenale[252], e con fallaci parole tolsero a ringraziarlo dello studio che in essi poneva, e gli promisero farlo partecipe della loro gloria. Da queste seduzioni traviato, cominciò insegnare cose contrarie alla fede, asserendo dovessero le parole de' poeti esser credute quanto le sacre scritture. Convinto d'eresia, fu condannato dall'arcivescovo Pietro; e si trovò che in Italia molti erano infetti dalle medesime opinioni[253].

Ma conveniva formare il gusto de' giovani sui classici gentili? Dante, nel XX del Paradiso condannava quel puzzo di paganesimo, benchè si facesse condurre da Virgilio, e in effetto prendeva dagli antichi il classico, non il gentilesco. Ma i profani pigliarono poi il sopravento sugli autori ecclesiastici, tanto che la riazione proponeva di sbandirli dalle scuole, come insinuatori di sentimenti e passioni anticristiane. La Chiesa mostrossi men rigorosa, e lo stesso san Carlo non li proscrisse da' suoi seminarj, solo facendoli in qualche parte emendare, e suggerendo si unissero agli Uffizj di Cicerone quelli di sant'Ambrogio, alla sua retorica quella di san Cipriano, e così d'altri santi padri. E il gesuita Possevino proferì a Lucca un discorso sul modo di trar profitto dai classici anche per la morale, accoppiandovi le opere di Pantenio, di Giustino Martire, d'Eusebio, principalmente di sant'Agostino, i quali diedero interpretazione cristiana alla civiltà gentilesca; i maestri avessero a mano i santi padri, e se n'ajutassero per cercare la verità anche ne' profani, e il divario che corre fra la nebulosa luce di questi e la fulgida del Vangelo; si desuma da Tullio lo stile, dai Padri la pietà e la dottrina vera; si mettano a parallelo gli eroi di Grecia e di Roma coi nostri, quali Carlo Magno, san Luigi di Francia, santo Stefano d'Ungheria, e giù sino a Vasco de Gama e all'Albuquerque, tanto più che di questi aveansi le imprese narrate in buon latino dall'Emilio, dal comasco Giovio, dal bergamasco Maffei[254].

Sono principj liberali, più che non gli abbia professati o praticati il nostro secolo, più che non potesse attendersi dal color religioso e fin chiesolastico, che prendea l'educazione, quando, anche fuor de' seminarj, moltiplicavansi le pratiche religiose, frequentavansi i sacramenti e gli esercizj, introducevansi feste, altarini, cappannucie; insinuavasi la venerazione per ogni cosa sacra, l'obbedienza incondizionata al papa, l'orrore per ogni lubricità.

Allora campeggiò lo zelo di molti, vorrei dire di tutti i vescovi, nel restaurare la disciplina delle proprie diocesi.

Il cardinale Giberti, già datario, e soprannominato padre de' letterati e dei poveri, nel suo vescovado di Verona pose una stamperia, da cui fece riprodurre le opere de' santi padri; rese quel clero un modello di ecclesiastica disciplina, sicchè il Concilio non fece quasi che ridurre a decreto ciò ch'egli aveva introdotto.

A torto vien attribuita al Contarino, ed è probabilmente del Flaminio una lettera, inserita nelle raccolte di quel tempo, ove si dice: «Tenetevi per voi questi vostri mostruosi vescovi con le loro sete, ori, argenti, tappezzerie, cavalcature, staffieri, per non dir peggio, ne' quali non si vede altro di vescovo che una gran cherica. A noi fanno di mestieri vescovi, che per gemme e ori abbiano le sagre lettere, per delizie la povertà ed i digiuni, per ornamenti un'ardente, casta ed umile carità, quale a dì nostri fu il santo vescovo Matteo Giberto, di tante esimie doti dell'animo ornato, che alli antichi si poteva propriamente paragonare. Visse con tanta celebre opinione di santo vescovo, che lasciò di sè eterna memoria ed indicibile desiderio».

Gabriele Paleotto, insigne grecista e canonista e gran sostegno del Concilio di Trento, del quale stese gli atti, fatto cardinale e arcivescovo di Bologna nel 1566, vi si modellò sugli esempj di san Carlo, di cui era amico e collaboratore; nella sua diocesi riformò i costumi e la disciplina, introdusse divozioni, frati, nuove chiese, opere di carità, un de' primi seminarj: spiegava egli stesso il catechismo ai bambini, amministrava i sacramenti, albergava tutti i sacerdoti avveniticci visitava nelle case i poveri, e gl'infermi che mandava a rimettersi nelle proprie ville; insieme raccoglieva sapienti, quali l'Aldrovandi, il Pandusio, il Sigonìo. Volendo il papa imporre ai sudditi una nuova gravezza per sostenere i Cattolici di Francia nella guerra contro gli Ugonotti, egli si oppose, non curandone lo sdegno e la punizione (-1597).

Benedetto Lomelli riformava la diocesi d'Anagni: la pavese il cardinale Ippolito De Rossi, dotto insigne e caritatevole, che vi fabbricò l'episcopio, restaurò la cattedrale, introdusse ospedali, sinodi, visite, dottrina cristiana. Roberto Nobili di Montepulciano, nipote di Giulio III, che l'ornò della porpora a quattordici anni, a quindici promosso bibliotecario della santa Chiesa da Marcello II, era universalmente chiamato angelo del Signore: assiduo alle orazioni, al digiuno, al predicare; colle penitenze si logorò tanto, che moriva a diciotto anni, dicono per non voler ledere la castità.

Angelo Niccolini fiorentino, governatore lodatissimo di Siena e di Pisa ove poi fu arcivescovo, ambasciadore presso molte Corti, nel conclave per Pio V poteva divenir papa se non fosse parso troppo familiare col granduca (-1567).

Rodolfo Pio da Carpi, operosissimo nel combinar paci e nel ben governare, fu segnalato non meno per grandi virtù che per una splendida biblioteca e collezione di statue e di medaglie. Il cardinale Alessandro Farnese moltiplicò in varie parti istituzioni benefiche e pie. Prete Demetrio Petrone rigenerò Montagano nel Sannio, quella popolazione corrotta e ignorante inducendo, per penitenza e in proporzione de' peccati, a piantare alberi fruttiferi ne' campi proprj e negli altrui, egli stesso ai più poveri fornendo gli alberi e le zappe.

Gaspare dal Fosso, frate paolotto, fatto arcivescovo di Reggio, fu lodatissimo al Concilio di Trento, donde volendo andarsi per riparare a semi d'eresia che udiva spargersi nella sua Calabria, i legati lo indussero a rimanere, dove per la sua prudenza e virtù pareva, dice il Pallavicino, non pur utile ma necessario. Finito il Concilio, moltissimo adoprò al meglio della sua diocesi, rifabbricò la cattedrale, quasi distrutta dall'irruzione de' Turchi; al rito gallicano, ivi conservatosi, surrogò il latino: prodigossi nella peste del 1576, e distribuì molte terre della mensa a trentadue famiglie col patto vi coltivassero fichi e gelsi. Le sue ossa furono violate in una nuova invasione dei Turchi del 1594.

Fra quei che illustrarono allora la porpora e la mitra menzioneremo il Rusticucci, uomo perspicace quanto retto; il Salviati, vivo tuttora nella lode de' Bolognesi; il Sartorio, severissimo capo dell'Inquisizione. Tommaso Campeggi, che nell'opera De auctoritate ss. Conciliorum mostra la necessaria dipendenza di questi dal papa, salvo i casi dati. Clemente Dolera genovese, vescovo di Foligno, combattè gli errori correnti, e lasciò un Compendium institutionum theologicarum, molto reputato. Tolomeo Gallio di Como aperse alla sua patria inesausti tesori di beneficenza, fra i quali un collegio, dove i fanciulli della diocesi dovessero educarsi, non in grammatica solo e rettorica, ma nelle arti e mestieri; scuole tecniche, quali il secolo nostro le proclama.

Lungo sarebbe ripetere quanti nelle nunziature furono spediti a sfidare o dissipare le procelle di quel tempo.

Carlo Caraffa, nunzio apostolico, nella Germania sacra restaurata divisa i progressi della Riforma ne' paesi tedeschi, e le sovversioni che ne seguirono fin alla guerra dei Trent'anni. Giovenale Ancina di Fossano, amico a Roma de' gran santi e de' gran dotti, si sottrasse alle dignità per rendersi oratoriano; e cansato più volte l'episcopato, al fine fu costretto accettare il povero e pericoloso di Saluzzo, ove potè mostrare zelo e dottrina, finchè il veleno gli accorciò la vita.

Feliciano Scosta da Capitone servita, adoprò assai contro gli Ugonotti; poi ad istanza di san Carlo e per autorità di Pio V promosso arcivescovo d'Avignone, campò questa città dalle dottrine e dalle armi dei Protestanti (1511-77).

Tra gli auditori di Rota si citano, e fan tuttora testo le decisioni del cardinale Mántica friulano, dell'Arrigone milanese, di Serafino Olivieri. Tale corredo i pontefici s'eran messo attorno, invece dei poeti e dei soldati d'un secolo prima.

Tipo del riformatore cattolico, l'arcivescovo Carlo Borromeo sei volte convocò il clero milanese in sinodi diocesani, de' quali stampò gli Atti; vera carta costituzionale, ove l'universalità della Chiesa è applicata al governo di ciascuna diocesi; corpo di disciplina, ammirato tuttora anche fuori, e dall'assemblea del clero francese fatto ristampare e diffondere a sue spese nel 1657.

Moltissimo carico egli si fa della dignità e del contegno de' preti e del vescovo nel vestire, nel conversare, nell'abitare, nella tavola. I suffraganei suoi si facessero mandare una volta l'anno una predica da ciascun parroco, e se nol vedessero migliorare, vi spedissero un predicatore. I morti si seppelliscano in campagna, cinta di muro; si tenga cura delle biblioteche. Vuol ponderazione nel riconoscere le antiche reliquie e nell'accettarne di nuove o nuovi miracoli; pose ritegni ai troppi che andavano in pellegrinaggio o per devozione, o per penitenza: bonissime norme ai predicatori tanto per le materie e la forma de' discorsi, quanto pel modo di porgere; e al suo clero ripeteva quel della Scrittura, Maledictus homo qui facit opus Dei negligenter: volevalo oculato su' costumi de' fedeli, sino a tener in ogni parrocchia un registro della condotta di ciascuno. Anzi rintegrò le prische penitenze pubbliche, nel suo rituale raccogliendo quelle comminate in antico a varj peccati[255]. E fra le penitenze enumera il vietare le vesti di seta e d'oro, i conviti e le caccie; il far limosine, o mettersi pellegrini o servi in ospedali, o visitare carcerati, o chiudersi alcun tempo in monasteri, o pregare in Chiesa a braccia tese, o tenervisi bocconi, o flagellarsi, o cingersi il cilizio.

Instancabile a cercare della estesissima sua diocesi qualunque angolo più invio e remoto, oltre destinarvi visitatori generali e particolari, gran fatica egli sostenne, e consigli, comandi, esempj adoprò per rimettere l'uso quasi dimenticato de' sacramenti e la decenza nelle chiese, più ch'altro simili a taverne, senza campane o confessionali o pulpiti o arredi; introdurre devozioni e riti e un regolato cerimoniale; ripristinare l'adempimento de' legati pii; istituire parrocchie ove prima un solo prete attendeva a vastissimi territorj; circoscrivere meglio le pievi, con vicarj foranei in corrispondenza colla curia; i preti abituare al pulpito, su cui prima non salivano quasi che frati; misurare i diritti di stola bianca e nera; rendere regolari i registri di battesimi, matrimonj, morti; svellere le superstizioni, sincerare le legende di santi e di miracoli. Istituì le Compagnie della dottrina cristiana, ove la festa oltre le verità della fede, s'insegnasse, anche a leggere e scrivere; e con espresso divieto ai membri di esse di cercare rendite o vantaggi temporali per questo titolo. Zelò l'osservanza delle feste, sin mandando a togliere la roba a contadini che in esse aveano lavorato; niuna donna di qualsia stato o condizione, entri in Chiesa, nè accompagni le processioni se non con velo non trasparente o zendado o altro panno, di tal modo che stiano coperti realmente tutti i capelli. Niuno v'entri con cani da caccia o sparvieri, nè con archibugi, balestre, arma d'asta o simili, nè le appoggi alle porte o ai muri di Chiesa, nè le deponga ne' sagrati o negli atrj[256]. I principi vogliano escludere i ciarlatani, gli zingari, i giuochi, le smodate spese; vietino le taverne al possibile, e vi si possa dar mangiare e bere, ma non alloggiare.

Al commercio dei libri si vigili con cautele rigorose; non si tengano Bibbie vulgari, nè opere di controversia cogli eretici, senza licenza; non si lascino andar i fedeli ne' paesi ereticali, nemmeno a titolo di mercatura o d'imparare la lingua; si favorisca in ogni modo il sant'Uffizio. Istituì gli Oblati di sant'Ambrogio, preti con voto di speciale obbedienza all'arcivescovo, perchè accudissero alle parrocchie più faticose e povere, e dessero esercizj e missioni, e istruissero i giovani ne' seminarj. I frati Umiliati, arricchitisi colle manifatture della lana, possedeano nel solo Milanese novantaquattro case, capaci di mantenere cento frati ciascuna, e non ne conteneano due; onde quelle rendite di venticinquemila zecchini, godute da pochissimi, erano fomite di schifosa depravazione. Carlo volle ridurli a disciplina, ma un di essi gli sparò una fucilata; di che il papa prese ragione per abolire l'Ordine, e delle rendite di esso dotare collegi e seminarj, massime di Gesuiti.

Traversando la val Camonica, ove da alcun tempo non si pagavano le decime, Carlo non dà la benedizione, e que' popolani ne restano sgomenti; nella valle retica della Mesolcina fa processare severamente eretici e maliardi[257]: illusioni che (al par di certe esorbitanti pretese di giurisdizione, come d'avere forza armata a sua disposizione, di far eseguire le sentenze della sua curia anche contro laici[258] i quali non vivessero da buoni cristiani) vorremo perdonare ai tempi, piuttosto proclamando come profondesse ogni aver suo coi poveri, e a sovvenire di corporale e spirituale assistenza gl'infermi d'una terribile peste allora scoppiata, e che oggi ancora in tutta Lombardia è intitolata peste di san Carlo: tanto prevalse l'idea della carità a quella del disastro.

Molto egli si valse di Carlo Bescapè barnabita milanese, che poi vescovo di Novara vi fondò il seminario, e scrisse opere di diritto ecclesiastico e la vita di esso san Carlo. Col quale e come lui operò il beato Paolo d'Arezzo teatino, a correggere la depravatissima sua diocesi di Piacenza, poi quella di Napoli; dove ancora servono di modello per le visite diocesane le istruzioni dell'arcivescovo Annibale da Capua.

Giovan Francesco Bonomo, patrizio cremonese, nel suo vescovado di Vercelli sostituì l'uffizio romano all'eusebiano, fabbricò il seminario affidandolo ai Barnabiti, istituì un Monte di pietà colla propria sostanza; tra gli Svizzeri e i Grigioni a tutela della fede mise in pericolo anche la vita, e introdusse i Gesuiti a Friburgo, i Cappuccini ad Altorf; poi andò nunzio apostolico all'imperatore, indi nelle Fiandre, sempre zelando la causa cattolica. Delegato da Gregorio XIII a visitare la diocesi di Como, vi stampava delle prescrizioni[259], dove, fra evangeliche maniere ed elevati intenti, appajono esagerazioni, che viepiù risaltano or che è cessata la prevalenza ecclesiastica. I vescovi non abbiano cortine e tappeti a fiori, non lauta mensa, non elegante suppellettile, non vasellame d'argento, col quale potrebbero mantenere dei poveri; lor precipuo uffizio è il predicare, nè possono mancarvi senza potente motivo. Nel triduo avanti Pasqua il vescovo sieda in confessionale per ascoltare chi si presenti: ogni due anni compia la visita diocesana, non ricevendo a tavola che tre piatti, oltre cacio e frutta; dia facile udienza a tutti, anzi v'incoraggi i poveri; veda e spedisca da sè quanto può. Ogni maestro faccia in man di lui la professione di fede[260]; le feste si osservino coll'astenersi da opere servili e dagli stravizzi. Ogni anno si intimi la scomunica a chi non denunzia fra quindici giorni qualunque eretico o sospetto; si pubblichi la costituzione di Pio V contro chi offendesse le fortune o le persone del sant'Uffizio; e ogni settimana il vescovo si affiati coll'inquisitore e con alcuni teologi e avvocati sovra il processare gli eretici. Chi bestemmia Dio o la Beata Vergine sia punito in venticinque zecchini, il doppio se ricada, e cento alla terza volta, oltre il bando e l'infamia. Se non gli ha, stia colle mani legate al tergo, genuflesso tutt'un giorno di festa al limitare della Chiesa; se ricade, sia per le strade battuto a verghe; alla terza volta, foratagli la lingua con un acuto, indi condannato in perpetuo al remo. Crescono le pene se il reo è chierico; altre a chi bestemmia i santi; e si pubblichino indulgenze ai denunziatori e ai giudici. I parroci visitino ogni settimana le case per conoscere i bisogni spirituali e temporali, e raccolgano i viglietti della comunione pasquale.

La prebenda de' parroci si migliori col prelevare dai benefizj inutilmente goduti da cardinali o prelati. Freno all'avarizia de' curiali; via i borsellini che soleano appendersi ai confessionali; via i sepolcri elevati in Chiesa; non si nieghi sepoltura per mancanza di denaro, nè si varii secondo le fortune il suon delle campane o la grandezza della croce. Se le donne in chiesa lascino dal denso velo apparire pur un capello, sia colpa riservata al vescovo. Questo ponga ben mente che nessuna fanciulla venga monacata per forza o per seduzione; i confessori di monache non ne accettino regalo o cibo; esse non tengano nella cella nessun arnese da scrivere, e in caso di necessità lo chiedano alla badessa; v'abbia carceri e ceppi e catene ne' monasteri per quelle che violano la disciplina.

Istruzioni di tenore somigliante si diedero dapertutto.

Ai vescovi fu ingiunta rigorosamente la residenza, come a tutti i benefiziati; cessò l'abuso di attribuire badie, collegiate, vescovadi a secolari e fin a militari.

Ordini novamente istituiti, o antichi rigenerati tendeano a rintegrare il sentimento religioso, e ringiovanire il monacato quando i Protestanti lo abolivano. Già prima san Francesco da Paola calabrese aveva istituito i Minimi, che in Ispagna furon detti Padri della vittoria perchè alla loro intercessione s'attribuirono i trionfi sopra i Mori; e in Francia Boni uomini, perchè con questo nome era indicato il lor fondatore alla Corte di Luigi XI. I francescani ebbero le varie riforme dette degli Scalzi, de' Minori Conventuali, della Stretta Osservanza, de' Cappuccini. Quest'ultimi, dissipati i sospetti d'eresia insinuatisi per colpa dell'Ochino, impetrarono di venire esentati dalla licenza di poter possedere, che il Concilio di Trento aveva data anche agli Ordini mendicanti. Ambrogio Stampa Soncino milanese, genero di Anton da Leyva, abbandonò le dignità per vestirsi cappuccino: udendo per le vie di Milano un che bestemmiava, prese a correggerlo, e percosso da questo con uno schiaffo, gli offrì l'altra guancia dicendo: «Batti, ma cessa di bestemmiare»; col quale atto fe ravvedere il violento; andò poi apostolo fra' Barbareschi, convertendo e riscattando, ove morì il 1601. Alfonso III duca d'Este a trentott'anni si veste cappuccino a Merano del Tirolo, dove assiste appestati, converte eretici. Giuseppe da Leonessa, mandato missionario in Turchia, a Pera catechizza i galeotti, onde i Turchi lo sospendono per un piede, poi lo esigliano: roso da un orribile cancro, e dovendosi operarlo, non volle esser legato, dicendo: «Datemi il Crocifisso, e mi terrà immobile più di qualunque legatura». Lorenzo da Brindisi, professato a Verona, a Padova si diede a migliorare i costumi dei giovani studenti; a Roma discuteva co' rabbini, senza iracondia nè personalità, invitandoli ad esaminare il testo biblico; poi tolse ad esortare i principi tedeschi contro Maometto III, e a capo dell'esercito cavalcò colla croce in mano nella battaglia dell'11 ottobre 1611, la cui vittoria volle attribuirsi a miracolo di esso; indi fu adoperato a stringere leghe e menare ambasciate nella guerra dei Trent'anni.

Gli annali de' Cappuccini, raccolti dal Boverio con pochissima critica, offron una serie di uomini dedicatisi alla propria perfezione morale e a servire il prossimo nelle maggiori necessità, cominciando appunto quando cominciava Lutero, cioè nel 1524. Tra il popolo si diffondeano a consolare, a benedire, a consigliare, a predicare, fin triviali e buffi; ma dal deriderli di ciò e delle assurde pruove del loro noviziato e delle minuziose osservanze si asterrà chi non dimentichi come mostraronsi eroi nelle pesti ricorrenti allora, e sempre furono spruzzati dal sangue de' suppliziati.

In quella vece nelle pesti i Protestanti fuggivano: e Lutero l'attesta. «Si schivano talmente l'un l'altro, che non si troverebbe un chirurgo o un infermiere. Pare che tutti i diavoli li caccino, talmente son presi da terror panico, il fratello abbandonando il fratello, il figliuolo il padre..... Flagello affatto nuovo questo fuggir tutti, mentre il diavolo non percosse che pochi. Non so rinvenirmi dallo stupore nel vedere che, quanto più è abbondante la predicazione della vita in Gesù Cristo, più i popoli sono presi da timore all'appressarsi della morte: sarebbe forse che, sotto il papato, gli uomini erano sostenuti da false speranze, onde si mostravano meno pusillanimi, mentre ora, meglio ammaestrati, senton meglio quanto è debole la natura?[261]».

Paolo Giustiniani avea riformato i Camaldolesi colla nuova congregazione di Monte Corona, detta degli Eremitani; come fuor d'Italia suor Teresa riformò le Carmelitane, Francesco di Sales fondò le Visitandine, Giuseppe Calasanzio le scuole pie, Giovan di Dio i Fate bene fratelli, Luigia di Marillac le suore della carità, propagatesi ben presto in Italia. Frà Pietro spagnuolo, carmelitano scalzo, predicando a Napoli, raccoglie quattordicimila ducentottantacinque reali, coi quali compra il palazzo e i giardini del duca di Nocera, e li trasforma in chiesa e monastero della Madre di Dio; mentre le Teresiane Scalze vi compravano per sedicimila ducati il palazzo del principe di Tarsia, e ne facevano il loro monastero di San Giuseppe. Il palazzo Caracciolo divenne ospedale de' Frati della carità; il Seriprando, chiesa de' Filippini, la più sontuosa forse di Napoli; i Camaldolesi vi occuparono quella deliziosa altura, i Cappuccini la Concezione, i Domenicani la Sanità, i Paolotti la Stella.

E in ogni Ordine ci si presentano fervorosi operaj della vigna di Cristo, che nella educatrice vigilanza delle contese, nelle maschie gioje della astinenza, nella rassegnata resistenza alle persecuzioni, nella dignità del pericolo permanente divennero santi.

Al clero secolare specialmente facea mestieri di riforma, e se le esuberanti austerità, le interminabili salmodie, le prostrazioni ripetute convenivano in secoli rigidi a genti bisognose di scosse violenti; allora, nella ricca varietà de' sacrifizj si avvisò piuttosto al raccoglimento dell'animo, alla mortificazione del cuore, all'educazione dell'intelletto, ad assicurare la preponderanza sopra la carne mediante il vigore dello spirito.

I cherici regolari aveano i voti de' monaci coi doveri de' preti, e preti in cotta e berrettino si rividero in pulpito, ove dianzi non montavano che tonache.

A Milano, disastrata dalle guerre di cui fu pretesto, Antonio Maria Zaccaria cremonese, Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia patrizj milanesi nel 1533 istituirono i Barnabiti per dar missioni, dirigere collegi, sussidiare i vescovi, con voto di non brigare cariche nella loro congregazione: fuori di essa non accettarne se non con dispensa del pontefice.

Domenico Sauli, buon letterato, filosofo, storico, politico senza togliersi dal negoziare, da Genova si mutò a Milano, dove nacque Alessandro, che entrato barnabita, fu inviato a Pavia, e fu de' primi e meglio meriti nel riformarvi l'insegnamento filosofico e teologico. Iniziati gli allievi nel greco, al qual uopo compilò una grammatica, mettevali alla Logica d'Aristotele, libro opportunissimo per restaurare ciò che dalle rivoluzioni è peggio guastato, il buon senso. V'univa lo studio della geometria, e, come dice il Gerdil, aperse la mente degli studiosi disponendoli a raccogliere tutte le forze razionali nella contemplazione di un solo oggetto, principalmente coll'addestrarli alle matematiche. La Somma del maggior filosofo del medioevo egli aveva talmente digerita, che in Pavia si diceva: «Se si perdesse la Somma di san Tommaso, donn'Alessandro potrebbe dettarla per intero». Cooperatore di san Carlo nella diocesi milanese, nella Corsica con providente assiduità introdusse i sinodi diocesani[262]. Presto in quell'Ordine fiorì Bartolomeo Gavanto, detto padre della liturgia, adoprato da Clemente VIII e Urbano VIII ad emendar il breviario romano. Agostino Tornielli novarese ricusò molti vescovadi per attendere alla devozione claustrale, nella quale compose gli Annali sacri e profani dalla creazione fino alla redenzione, primo buon tentativo a chiarire le difficoltà de' sacri libri, e che serve come d'introduzione agli Annali del Baronio. Enrico IV nel 1610 domandò a Paolo V una missione dei nostri Barnabiti per convertire il Bearn, ove neppure una chiesa cattolica restava più, ed ove di numerose conversioni si consolarono, coadjuvati da san Francesco di Sales.

Filippo Neri, che faceva versi italiani come tutti i fiorentini, e versi latini come pochi, cercava il disprezzo con tant'arte, con quanta altri l'ammirazione. Padre spirituale de' più gran santi, quali gli operosi Carlo Borromeo e Francesco di Sales, e il contemplativo Felice da Cantalice; amico de' maggiori studiosi, quali il Tarugi insigne predicatore poi cardinale, Silvio Antoniano poeta e scrittore dei brevi papali, il celebre medico Michele Mercati, Filippo adagiavasi or fra i cenciosi che mendicano sotto ai portici di San Pietro, ora ai banchi de' cambisti o ai tribunali o nei palagi, colla soavità inalterabile e colle arguzie fiorentinesche insinuando la carità, persuadendo la giustizia, sorreggendo la vacillante virtù.

Indulgente nelle cose accessorie quanto irremovibile nelle essenziali, al confessionario dirigeva con mirabile perspicacia le coscienze. A un che veniva per ambizioni a Roma, e gli diceva che aspirava al fiocco pavonazzo, domandò: «E poi? — E poi potrebbe venire il verde — E poi? — Chi sa che non segua il rosso! — E poi? — Se n'è vedute tante: e il papa è scelto fra' cardinali. — E poi? (conchiudeva Filippo) «E poi morire». Diceva ancora che rovinano il mondo rispetti, sospetti, dispetti.

Persuase egli Tommaso Bozio da Gubbio, gran conoscitore di lingua e di storia, a privarsi della cosa che più tenea cara, i suoi libri, e destinollo per umiltà a insegnare la grammatichetta. Il qual Bozio, fra opere da grand'erudito, scrisse una confutazione della politica del Macchiavelli.

Accoglieva la gioventù a devote ricreazioni, a musiche, a passeggi, a visite di santuarj, a studj liberali, a una pietà affabile come la sua. Con venerazione si va all'oratorietto dov'egli spesso confabulava con san Carlo, san Camillo, sant'Ignazio, san Felice da Cantalice, e con dilettazione a sedere sopra un amenissimo poggetto del Gianicolo, donde si domina tutta Roma, e ch'egli avea ridotto ad anfiteatro, ove all'ombra di begli alberi faceva ai giovinetti recitare commediole volgenti alla pietà; vera ribenedizione dell'arte e del teatro[263]. E diceva: «La pratica ha mostrato che, interponendosi agli esercizj gravi, fatti da persone ancor gravi, la piacevolezza e la purità dei putti, s'attrae moltissimo popolo d'ogni sorta, con un concorso forse di 3 o 4 mila persone; e s'è visto che Nostro Signore si è servito di queste reti per pescare anime[264]». Introdusse la visita delle sette basiliche, sopprattutto nel carnevale, e a mezzo fermavasi a refiziarsi sulla verdura di villa Massimi, o Crescenzi o Mattei del monte Celio.

Facendosi un deserto nella popolosa Roma, nottetempo le visitava, poi ritiravasi nel cimitero di San Calisto e nelle catacombe di San Sebastiano. Col Baronio, ch'egli eccitò, come dicemmo, al gigantesco lavoro degli Annali, e con altre persone di merito, nel 1564 istituì la comunità de' Preti dell'Oratorio, non aventi altre regole che i canoni; altri voti che il battesimo e il sacerdozio, altri legami che quelli della carità.

Con Persiano Rosa aprì l'ospizio di Santa Trinita per quei che pellegrinavano alle soglie degli Apostoli; e quattrocento quarantaquattromila cinquecento uomini, venticinquemila donne vi furono ospitate per tre giorni in quel giubileo del 1600, pel quale vuolsi concorressero tre milioni di devoti a Roma, e dove principi e cardinali faceano le stazioni, indistinti dal vulgo; e moltiplicaronsi le conversioni.

I suoi cherici si diffusero subito, e a Napoli[265] principalmente operarono su quella plebe famosa con confraternite, ospedali, rifugi per pentite e pericolanti; massime dai trivj e dalle bettole chiamandoli alla dottrina festiva; e uscendo dal Carmine Maggiore, conduceanli processionalmente per le piazze del Mercato, della Selleria, della Vicaria; spettacolo ammirabile ai buoni, d'inestinguibil riso ai giornalisti d'oggi, veneratori de' carabinieri e de' fucili rigati. Gran giovamento portarono a quella città Nicolantonio Bellarbore di Trani, occupato a ridur i concubinarj; G. B. Antonino di Lanciano, Matteo Borello di Napoli, e principalmente Alessandro Barla piacentino, ch'era stato come «il foriero del novello oratorio»; e buttatosi negli ospedali, ne eresse dei nuovi, introdusse le Suore del ben morire, i Fatebene-fratelli, i Ministri degl'infermi: e in Santa Maria del Rifugio un ospizio per le figliuole di meretrici: e Giovenale Ancina da Fossano, che oltre dieci anni faticò negli incurabili ai più bassi uffizi, e vi chiamava giovani di buone case e gentili donne per assisterli, tra le quali ricordano la viceregina, le contesse di Miranda e di Monterey, la duchessa di Mondragone, la principessa di Stigliano, sicchè, a detta di un contemporaneo, quella casa potea dirsi un paradiso di delizie[266]. E quell'opera vive ancora, per subire i colpi di una dotta persecuzione non meno impopolare che irreligiosa.

Anche i Teatini erano poveri, e a Firenze spesero centomila scudi in fabbricar San Gaetano, una delle più splendide chiese.

Nella qual città Ippolito Galantini setajuolo, fin dall'adolescenza applicato ad amare e soccorrere i poveri, col sussidio del cardinale Alessandro Medici fondava la congregazione de' Vanchetoni o della Dottrina Cristiana, che durò fin oggi, principalmente a vantaggio de' lavoranti in seta. Ivi stesso, a persuasione di frate Alberto Leoni, fondavasi una pia casa de' catecumeni.

Le primarie famiglie fiorentine crebbero lor nobiltà con qualche santo. Maddalena de' Pazzi e de' Buondelmonti, sin da fanciulla dilettandosi alla gioja dell'obbedienza, divenne miracolo della perfezione spirituale e della contemplazione delle cose eterne, accoppiate a intensa carità del prossimo. Lorenza Strozzi di Capalle, vestitasi domenicana, si trovò in gran relazione coll'Ochino e col Vermiglio, la loro apostasia pianse a calde lacrime, e tutta infervorata d'amor divino, compose inni per ciascuna solennità dell'anno, cantati lungamente e messi in musica, e tradotti anche in francese. Caterina de' Ricci, sottrattasi alle lusinghe preparatele dalla domestica lautezza, sacrò a Dio una vita tutta d'amore e di dolori, provata dalle contraddizioni e dalla calunnia, poi dalle lodi e dall'ammirazione: e come la beata Michelina a Giotto, santa Umiltà a Bufalmacco, santa Caterina da Siena al Vanni e al Pacchiarotto, così la Ricci divenne soggetto di pitture al Parenti e al Tosini in Prato.

Veronica Franco, rinomata a Venezia per amori e per chiassosi convegni di musica e poesia, contrita fondò per le sue pari il ricovero di Santa Maria del Soccorso; Francesca Longa a Napoli, il famoso ospedale degli incurabili; Mariola Negra di Genova, un reclusorio per le femmine disperse, un altro per le pentite, e intendeva porne uno per ciascun sestiere della città.

E Genova, oltre Caterina Fieschi e altri beati, ricorda Battista Interiano, che all'Acquassola aperse un conservatorio, dove le zitelle si educassero a lavori femminili; Vittoria Fornari, che vedovata a venticinque anni, votò i suoi sei figli a Maria, e fatta povera per amor di questa, fondò le Annunziate, che solo tre volte l'anno riceveano al parlatorio i più stretti parenti; la venerabile Battista Vernazza, autrice di trattati e poesie pastorali; Agostino Adorno, che con Francesco Caracciolo istituì i Cherici Regolari Minori e l'adorazione perpetua al Sacramento. Nè dimenticheremo quei diciotto di casa Giustiniani, che côlti dai Turchi, sostennero il martirio piuttosto che aderire al Corano.

In essa città si moltiplicarono sino a ventuna le confraternite, dette Casaccie, che si corruppero poi in gare di lusso e di esercizj atletici. Tre sorelle Gonzaga, nipoti di san Luigi, fondarono a Castiglione delle Stiviere le Vergini di Gesù, nobili, senza clausura, e dedite all'istruzione, per la quale furono risparmiate fin da Giuseppe II e da Napoleone, non dal nuovo regno d'Italia.

Camillo de Lellis, da Bacchiano negli Abruzzi, biscazzato ogni aver suo, e ridotto a far da manuale in una fabbrica de' Cappuccini, ivi tocco nel cuore da Dio, si veste frate: tormentato da un'ulcera alla gamba, sente quanto mal giovi agli infermi la prezzolata assistenza, e nel 1586 fonda i Crociferi che li servano come servirebbero a Cristo stesso.

Dopo la peste del 1528 una società a Cremona istituì un ritiro, dove orfani d'ambo i sessi lavorassero seta, bambagia, lana; la compagnia di san Vincenzo vi aprì un conservatorio per donne vedove o mal maritate, uno per le convertite, uno per le pericolanti; un ricovero pei poveri, al quale il medico Giorgio Fundulo aggiunse un legato onde esimere i mezzajuoli dalle esecuzioni per debiti in causa d'affitto; nel 1562 l'ospedale di sant'Alessio per gl'incurabili, e i Barnabiti nel 1575 una Compagnia della Carità per soccorrere ai poveri vergognosi; onorevoli cittadini si congregavano tutte le domeniche, e dopo un discorso morale, davano relazione delle famiglie povere, de' bisogni d'orfani e pupilli, de' pericoli di zitelle, e consultavano sul modo di provvedervi, mediante offerte loro o collette; istituzione, imitata in molti luoghi, e che rivisse ai dì nostri nelle conferenze di san Vincenzo di Paolo[267]. E in quella città il Campi ricorda una Margherita Spineta, terziaria carmelitana, che per trentacinque anni si tenne rinchiusa in una cameretta presso Sant'Antonio: e l'affollatissimo concorso al giubileo del 1575, venendovi tutti i diocesani in processione vestiti di sacco, e la gara di alloggiarli nelle case: la notte principalmente vedeansi queste lunghe schiere d'uomini e donne andar coi lumi accesi e scalzi anche di stridente inverno, flagellandosi e cantando salmi e litanie.

In Roma all'oratorio del Divino Amore appartenevano Contarini, Sadoleto, Giberti, Caraffa, che poi furono cardinali, e Gaetano Tiene e il Lippomano. Sotto Paolo III, i curiali fondarono l'Arciconfraternita, che educa e istruisce nelle arti poveri orfani d'ambo i sessi; come la Compagnia di Sant'Ivone assume a patrocinare le cause di poveri e di pupilli. Leonardo Ceruso salernitano, palafreniere del cardinale de' Medici, radunava in Roma i fanciulli abbandonati (1580), e li facea cantar laudi e scopar le vie, raccogliendo limosine, e così cominciò quell'istituto, poi tanto ammirato col nome d'Ospizio apostolico di San Michele a Ripa, ove centinaja di trovatelli sono educati nelle arti industri e belle; al tempo stesso che il suo compagno Ottavio raccoglieva le zitelle sviate, e cominciava il Conservatorio di Santa Eufemia.

Tra le guerre di quel secolo era cresciuta la miseria; e il chiudersi di tanti conventi tolse a un'infinità d'uomini non meno il pane spirituale che quello del corpo; sicchè troppo avea dove esercitarsi la multiforme carità cattolica. Girolamo Miani, patrizio veneto, difesa contro la lega di Cambrai la fortezza di Castelnuovo di Piave e cadutovi prigioniero, votossi alla beata Vergine di Treviso, e miracolosamente liberato, raduna gli orfani rimasti da quelle battaglie e dalla fame del 1528, ove si mangiavano sin gli animali più schifi; e pertutto fonda ospizj a ricovero ed istruzione di quelli, e ad emenda delle povere traviate: assiste in Venezia gl'incurabili, a cui faticarono pure sant'Ignazio, san Gaetano, il Saverio: fa istituire o sistemare gli ospedali di Verona, Padova, Brescia, Bergamo. Sul bergamasco lasciavansi in campagna le biade per mancanza di braccia; ed egli raccoglie falci, e mena attorno mietitori, che invece delle villotte, cantano orazioni. Poi nel 1531 fonda a Somasca altri cherici regolari, diretti ad istruire nelle lettere, nei mestieri, nella virtù.

Dai Somaschi uscì poi la congregazione della Dottrina Cristiana, istituita nel 1592 da Cesare de' Bussi, milanese nato in Francia, e applicata a catechizzare i poveri.

Il beato Giovanni Marinone veneziano, maestro di Andrea Avellino, compì prodigi di pietà e di carità a Napoli, di cui ricusò l'arcivescovado.

Suor Angela Merighi di Desenzano (-1540), trovate settantatre compagne di primarie case bresciane, le pose in protezione di sant'Orsola (1527) senza regole austere, nè contemplazione, nè le altre esigenze, contro le quali allora gli eretici declamavano: rimanevano in grembo alle famiglie, variando il tenore di lor vita secondo i luoghi e le circostanze, intente a scoprire gli infelici per soccorrerli, visitare spedali e malati, educar bambine. Dicevano: «Bisogna innovare il mondo corrotto per mezzo della gioventù; le fanciulle riformeranno le famiglie, le famiglie le provincie, e le provincie il mondo». Quest'istituzione di carità e beneficenza esalava tale fragranza di santità, che san Carlo accolse ben quattrocento suore nella sua diocesi: poi diffuse in Europa non solo, ma oltre l'Atlantico, coi miracoli della carità faceano stupire i selvaggi del Canadà, ove predicavano il Vangelo, del pari che le capitali della Francia e dell'Inghilterra; e pur testè faceano invidiare dagli Inglesi le sante loro industrie e i soccorsi ch'elle prestavano ai guereggianti nella Crimea. Ciò non tolse che, adesso appunto, il regno d'Italia dicesse a loro, come a tutti gli Ordini religiosi: «Andate via! Io saprò meglio orare, meglio istruire, meglio beneficare».

Il nome di Vincenzo di Paolo, popolano francese, ricorda quanto la carità ha di sacro, di spontaneo, di squisito. I suoi Preti della Missione, istituiti nel 1625, ben presto si diffusero nella Corsica, straziata da efferate vendette; e nell'Italia, ove il Piemonte, il Genovesato, la Romagna offrivano tanta materia al loro zelo. I pastori che guidano gli armenti per la campagna di Roma e nelle valli dell'Apennino, mesi e mesi restavano senza sacramenti nè predicazione, ignorando fin le cardinali verità della fede; e i Missionarj li raccoglievano la sera per ammaestrarli nelle stalle o a cielo aperto, e la festa li chiamavano attorno a qualche tabernacolo per rigenerarli coi santi riti.

Un Gesuita nel 1569 sotto il nome di Maria associava i giovani studenti a Napoli, e già nel 1584 ogni città possedeva siffatta congregazione, che Gregorio XIII arricchiva d'indulgenze. Dalle scuole trapassarono tali unioni di spirito alle varie condizioni; artigiani e nobili, mendicanti e magistrati, invocavano Maria in concordia di formole. In Milano prete Castellini da Castello formò la Compagnia della riforma cristiana, che insomma era quella del catechismo, e che poi prese il nome di Servi de' puttini. Frate Buono da Cremona vi introdusse la devozione delle quarant'ore, il sonar l'agonia alle ventun'ore, e un asilo per le pentite a Santa Valeria. Potremmo aggiungere le congregazioni del Buon Gesù, della Madre di Dio, della Buona Morte, e d'altri nomi.

Quanto il sentimento religioso si fosse ravvivato lo attestano i tanti miracoli allora proclamati, e le frequenti apparizioni della Beata Vergine a Caravaggio, ai Monti in Roma, a Narni, a Todi, a San Severino, nella Val San Bernardo del Savonese; sul monte Pitone a Brescia ordina a un pastore di fabbricarvi una Chiesa; l'effigie di Subiaco suda; davanti al santo Crocifisso di Como si spezzano le catene opposte alla processione; una Madonna piange a Treviglio, e così salva questa borgata dai latrocinj del Lautrech; una parla in San Silvestro; una in Sant'Eugenio di Concorezzo dà segni miracolosi; una è prodigiosamente scoperta a Portovenere, un'altra a Castiglione delle Stiviere entro un grosso noce. Un soldato a Lucca nel 1588, perdendo al giuoco, avventa bestemmiando i dadi a una Madonna, ma in quell'atto gli si rompe il braccio; pel qual miracolo i doni fioccarono, e dugencinquanta processioni in mezz'anno vi accorsero, dalle cui oblazioni si fabbricò la Madonna de' miracoli. Tutti avvenimenti alla cui storia abbisogna il prolegomeno della fede. E noi gli enunciamo solo come segni del tempo; poichè, mentre al principio di quel secolo tutto era paganizzato ne' costumi, nelle arti, ne' governi, nella Chiesa, al fine di esso non si operava quasi che per interessi religiosi; in nome del cristianesimo si scriveva, si combatteva, si uccideva, si educava, si sfamava; ecclesiastici di robustissima potenza entrano ne' consigli dei re a dirigerne i modi e gli atti; i papi, spogliati di mezzo mondo, se ne rifanno coll'acquisto delle due Indie, e mettono soggezione ai re ed ai pensatori con un pugno di cherici, paventati dovunque vi sia rivolta contro l'autorità di Pietro.

Se la riforma cattolica non ebbe divelto il vizio e la corruttela, non mutato la struttura delle Università e dei corpi religiosi, cui l'alta istruzione veniva affidata; se anche gli Ordini nuovi s'intepidirono o corruppero, il rinvigorito spirito cristiano combatteva l'effervescenza della carne e la voluttà sensuale; la carità che aveva balsami per ogni piaga, impediva che la corruzione toccasse all'estremo. Quante anime, stanche dal fortuneggiare del mondo, cercavano ricovero in grembo a Dio! Le Suore della Carità, lanciandosi in mezzo alle miserie, le Carmelitane seppellendosi anticipatamente, pareano invase da una passione cristiana; il clero spandeasi dapertutto a cercar l'ignoranza da istruire, il vizio da correggere, la virtù da sostenere, la povertà da pascere, esposto al quotidiano martirio del disprezzo e della calunnia.

Siamo forse usciti dal nostro tema col mostrare quali ripari opponesse la Chiesa agli assalti portatile dall'eresia? Ammirando questi prodigi della carità non possiam di meno di ricordare come Lutero esclamasse: «Almeno sotto al papato le persone erano caritatevoli, e non si faceano tirar le orecchie per dare; adesso, sotto il Vangelo, invece di dare, tolgon l'uno all'altro; vi scorticherebbero vivo purchè ci trovino qualche piccolo guadagno, e pare non s'abbia nulla se non si ha tutto l'altro[268]».

E Musculo: «Abbiam fino cangiato natura; divenuti benevoli e caritatevoli gli uni agli altri press'a poco come le fiere. Chi più s'interessa del prossimo? Tutti amano se soli, di se soli fan conto, e si può dubitare se rimanga ancora in noi goccia di sangue umano[269]».

E Wizel: «Per lo passato v'avea cristiani che amavano talmente i poveri, da chiamarsi padri e figliuoli: lavavan loro i piedi, li servivano a tavola, come ha fatto Gesù Cristo. Ora si escludono di città e di casa come reprobi e pubblici nemici. È il tuo spirito, o Signore, questo che regna oggi nelle Chiese? Qual purificazione, qual riforma, quali elementi d'unità e concordia»[270]. E potremmo seguitare lunghissimo tempo queste citazioni, e conchiuderemmo con quello onde cominciammo, che l'albero si giudica dal frutto.

NOTE

[225] Il vol. XII della collezione Mazzoleni più volte citata contiene, fra altri, uno scritto, Abusus qui circa sacrum missæ sacrificium evenire solent; e un Manuale de quibusdam abusibus, relativo principalmente alle prediche de' frati, ai questuanti, e alla loro riforma.

[226] ARNOBIO, adv. Gentes III, 7.

[227] Negli Atti degli Apostoli, cap. XIX, V. 19: Multi eorum, qui fuerant curiosa sectati contulerunt libros, et comburerunt coram omnibus.

[228] Volume I pag. 245.

[229] Nel Fedro di Platone è acuto quanto elegante il discorso di Socrate intorno ai danni che la scrittura apportò al pensiero, e il confronto tra la parola viva e la scritta: con ciò condannando già quegli eterodossi, che la sostanza della verità ripongono in un libro.

[230] Allo scopo del nostro lavoro serve notare i seguenti libri del primo Indice:

JULIUS CÆSAR P., Qui Calvini Institutiones in italicam linguam transtulit.

CASTELVETRO, Opera omnia, donec expurgentur.

BATTISTA DA CREMA, Opera omnia nisi emendentur.

FIRMANUS SERAPHINUS, Apologia pro Baptista de Crema.

ANTONIO D'ADAMO, Anatomia della messa.

Il Brucioli è pure fra i proibiti di prima classe. Dappoi

Modo di tenere nell'insegnare e nel predicare al principio della religione cristiana.

Modo o via breve di consolare quelli che stanno in pericolo di morte.

Opera divina della cristiana vita.

Opera utilissima intitolata, Dottrina vecchia e Dottrina nuova.

Maniera di tenere a insegnar i figliuoli cristiani.

Tutte le opere di Alberico Gentile e del De Dominis.

Precedenzie alla apologia della confessione virtembergense.

ANTONIUS POLUS venetus, Lucidarium potestatis papalis, septem libros complectens. (Appendice).

[231] Per esempio, il Consilium de emendanda Ecclesia per le note e prefazione ereticali; Epitome responsionis Silvestri ad M. Luterum, edita da Lutero; S. Concilii trid. decisiones, edite da Giovanni di Gallemart; FECEBICO FREGOSO, Pio e cristianissimo trattato della orazione; Della giustificazione della fede e delle opere; Prefazione alla lettera di san Paolo ai Romani, opere attribuitegli falsemente.

Poemata varia doctorum piorumque virorum de corrupto Ecclesiæ statu, cum præfatione M. FLACCI ILLYRICI.

Scripta quædam papæ et monachorum de Concilio tridentino, ann. 1547 et 1548, cum præfatione MATTHIÆ FLACCI ILLYRICI. Così i decreti di Alessandro VII e di Innocenzo XI contro le proposizioni di morale lassa: il decreto del Sant'Uffizio contro certe confraternite, perchè nella ristampa venne esteso più che non fosse in origine.

[232] Stimo non disopportuno avvertire che, dovendo pe' miei lavori, e più specialmente per questo, valermi d'ogni sorta di libri, anche de' peggiori e degli ereticali, chiesi e ottenni la più ampia licenza dal santo padre.

E mi sia dato citare alcuni casi particolari non senza importanza intrinseca, nè senza opportunità.

Lodovico Muratori, bersagliato come ogni letterato, e specialmente ogni storico nel nostro paese, fu anche accusato di opinioni antipapali, e sin dai pulpiti come pazzo, temerario, eretico. Denunziato alla sacra Congregazione, il Muratori ne scrisse al pontefice, chiedendo esser edotto degli errori appostigli. E Benedetto XIV gli rispondeva, ne' suoi scritti trovarsi certamente molte cose disapprovabili, ma che «secondo l'esempio dei predecessori, le opere degli uomini grandi non si proibiscono», e tanto meno il farebbe delle sue, attesa la gran fama dell'autore e la conosciuta sua pietà: quel ch'era spiaciuto in esse non si riferiva se non ai possessi temporali della santa sede: egli «avea sempre creduto non convenisse disgustare per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni governo possa proibire quei libri che contengono cose che gli dispiacciono» (Roma, 25 settembre 1748).

Gian Domenico Romagnosi in fondo era filosofo sensista e giurista statolatro. Le opere sue divennero più celebri dopo la sua morte, e nessuno può non ravvisarvi lo spirito degli Enciclopedisti, per cui la religione è considerata come un affare civile, e piuttosto trascurata che attaccata. Dovette dunque alcuno zelante denunziare al sant'Uffizio la Genesi del diritto penale. E la sacra Congregazione mandò a lui l'arciprete del duomo di Milano Opizzoni, nel novembre 1827, esponendogli i varj passi incriminati. «Grato ai generosi riguardi coi quali veniva onorato dalla sacra Congregazione», il Romagnosi si sentì «in dovere di corrispondere con la dovuta venerazione e lealtà», ed espose spiegazioni, che io ho pubblicate in una biografia di quel mio maestro. La sacra Congregazione, «dopo diligentemente esaminate le osservazioni e spiegazioni sopra le proposizioni censurate, commendò la sommessione e il rispetto» di lui; solo «consigliando pel caso di ristampa, alcune aggiunte spiegative».

Le dottrine religiose del Romagnosi erano state impugnate vivamente dall'insigne filosofo Antonio Rosmini. Uomo religiosissimo, fondatore d'un Ordine nuovo, esemplare di vita, splendidamente caritatevole, parve però ad alcuno che, colle sue teoriche filosofiche, arrivasse a vere eresie, e specialmente nel Trattato della Coscienza. Fu dapprima imputato in giornali cattolici, poi virulentemente in alcune lettere di Eusebio Cristiano, nelle quali si volle vedere una vendetta de' Gesuiti, perchè esso piantava sistemi contrarj a quelli sostenuti da filosofi di quella Compagnia. Dai libri la cosa procedette ai tribunali: e deferite quelle opere alla sacra Congregazione dell'Indice, vennero prese a severo esame. Gli avversarj de' Gesuiti asserivano che la costoro potenza riuscirebbe certo a farlo condannare. Noi amici dell'autore restavamo in un'ansietà paurosa, temendo di vedere riprovato un tant'uomo, e condannate opere che, camminando sempre sulle traccie dei santi padri, erano sembrate un gran sostegno della religione contro gli errori de' nostri tempi, e l'irruzione della filosofia eclettica e del panteismo. Quale immensa consolazione quando Roma proferì non esser condannabili!

Di rimpatto quella spudorata che si chiama opinione pubblica avea sparnazzato coi suoi organi che la Storia Universale del Cantù era lavoro complessivo de' Gesuiti, a cui egli non dava che il nome o la forma. In quella vece dai Gesuiti stessi gli vennero severissimi appunti e pubblici e privati: ond'egli supplicò alcun di loro togliesse in esame l'opera sua, indicandogliene gli errori, sicchè potesse correggerli nelle successive edizioni. Si cominciò in fatto il caritatevole officio; poi, forse perchè la messe crescente sbigottisse il pio annotatore, si giudicò opportuno trasmettere quelle note, anzichè all'autore, alla sacra Congregazione dell'Indice. Il Cantù, privatamente informatone, dichiarò sottomettersi a qualunque decisione prendesse la santa sede, ma, a norma della Costituzione di Benedetto XIV, invocava d'essere informato e di potersi difendere. Non fu esaudito in ciò, forse perchè sembrasse bastante la difesa che internamente se ne farebbe; e dopo lungo tempo, che fa supporre accurata indagine, gli venne rescritto che «la sacra Congregazione in maturo esame ha dovuto convincersi essere nella Storia Universale trascorse qua e là inesattezze ed anche proposizioni erronee: in vista però della vastità dell'opera, delle molte edizioni, delle belle pagine che contiene, della rettitudine dell'autore.... avuto riguardo alla Costituzione Benedettina, ha dichiarato non si condannano esse istorie, benchè vi s'incontrino opinamenti erronei che l'autor medesimo potrà col suo senno e colla sua erudizione avvertire».

Accompagnando questa decisione, il 7 settembre 1860, il cardinale prefetto della sacra Congregazione in particolare si congratulava coll'autore «del non essersi lasciato adescare da quel partito antipapale e forse anticattolico, il quale dispensa le più clamorose corone. Ella ha saputo tanto scostarsene, che mai non ne otterrà gli applausi».

[233] È all'indice FURIUS CORIOLANUS (cioè Federico Valentino) Bononia, sive de libris sacris in vernaculam linguam convertendis.

La regola IV dell'Indice edito per ordine del Concilio Tridentino pone: «Essendo manifesto dall'esperienza che, se la sacra Bibbia in lingua vulgare si permetta senza distinzione, ne vien più detrimento che utilità, in grazia della temerità degli uomini, stiasi in ciò al giudizio del vescovo o dell'inquisitore, acciocchè col consiglio del parroco o del confessore possano concedere di legger la traduzione de' libri santi fatta da cattolici, a coloro che capiscano poter trarre da tale lettura non danno, ma aumento di fede e di pietà.

«Lo stesso dicasi pei libri vulgari di controversie fra cattolici ed eretici del nostro tempo» (Regola VI).

[234] Manuscritto della Magliabecchiana, classe XXV, 274, al marzo 1549.

[235] Storia della Scultura.

[236] È chiamata missa papæ Marcelli, ma non par vero la componesse per difendere la musica sacra davanti a Marcello II, il quale non regnò che 22 giorni. La compose per commissione di san Carlo, e fu cantata nella cappella Sistina il 19 giugno 1565.

[237] Il padre Pietro Canisio di Nimega, gesuita, fu uno de' più operosi avversarj della Riforma. Assistette al Concilio: fu spedito a missioni importantissime: fondò Congregazioni in onore della beata Vergine, in molti luoghi e nominatamente a Messina; procurò la istituzione del collegio Germanico a Roma, e del collegio di San Michele a Friburgo, che fu il centro della resistenza in Svizzera. In tale opera l'ajutò assai il nunzio Bonomo. Colà morì il 1597, e fu beatificato nel 1865.

[238] «C'è un libretto che si fa imparar a memoria ai fanciulli, e sul quale sono interrogati in Chiesa. È il catechismo. Leggetelo, e vi troverete la soluzione di tutte le quistioni. Domandate al cristiano donde viene la specie umana; e lo sa. Dove va? lo sa. Come si va? lo sa. Dimandate a quel ragazzino che non vi ha mai pensato, perchè egli è su questa terra, che cosa diverrà dopo morte; egli vi farà una risposta sublime, che forse non comprenderà, ma non per questo è meno ammirabile. Dimandategli come il mondo fu creato e a qual fine, e perchè Dio ha posto animali e piante; come la terra fu popolata d'uomini; se da una sola famiglia o da molte; perchè gli uomini parlano diverse lingue; perchè soffrono e si fan guerre, e come ciò andrà a finire: egli sa tutto. Origine del mondo, origine della stirpe umana, differenza delle razze, destinazione dell'uomo in questa vita e nell'altra, relazioni dell'uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritto dell'uomo sul resto del creato, nulla, egli ignora. Più adulto, non esiterà a dirvi il vero sul diritto di natura, sul diritto politico, sul diritto delle genti, perchè tutto ciò scaturisce chiaramente e naturalmente dalla dottrina cristiana». Th. JOUFFROY, Mélanges philosophiques, vol. I, p. 470.

Il Thiers scrive che il catechismo e la scuola parrocchiale del villaggio saranno l'unica salvezza della Francia.

[239] Ci par bene ripetere quest'avvertimento di sant'Agostino:

«La vera maniera d'insegnar la religione è risalir alle parole In principio Dio creò il cielo e la terra, e svolgere tutta la storia del cristianesimo sino ai nostri giorni. Nè già fa duopo riferir per filo e per segno tutto ciò che è scritto nel vecchio e nel nuovo Testamento; cosa nè possibile nè necessaria. Fate un compendio; insistete viepiù sopra ciò che vi par più importante, e scivolate sul resto. In tal modo non istancherete colui che volete eccitare allo studio della religione, e non sopracaricherete la memoria di chi dovete istruire». De catechizandis rudibus, cap. III, nº 5.

[240] Si ha nella Magliabecchiana (Manuscritti, classe XXXVII, 292) un discorso di Giovanni Carza sopra il modo di dar esecuzione al decreto del Concilio di Trento De editione et usu sacrorum librorum, «per conservar illesa la scrittura sacra, per estirpar il morbo delle eresie radicate nelle stampe infette, e per rimediare agli abusi di stampatori, i quali con le stampe hanno oscurato e depravato il senso della dottrina e disciplina ecclesiastica, in questi ultimi cento anni che la lor arte è in uso, forse più che li scrittori non l'hanno fatto con le loro penne in prima». E dice che fin i decretj del Concilio Tridentino, stampati da Paolo Manuzio con soscrizioni autentiche, furono ristampati con infiniti errori e alterazioni di senso. Consiglia pertanto di metter una stamperia grande e operosa in Roma; suggerisce donde prendere il denaro per istituir una commissione, alla quale ricorrerebbero anche stampatori forestieri per aver le lezioni migliori. Ciò non sarebbe monopolio, perchè i libraj, oltre vantaggiarsi col vender quelle stampe, potrebbero anche riprodurle, ma in modo che, chiunque voglia, possa confrontarle colle autentiche e comprar le migliori.

Seguono varj capitoli di libraj, i quali offrono di pagar una tassa; di metter ai libri il minor prezzo possibile; seguir l'ortografia indicata da deputati, e lasceranno che altri li ristampi colle norme prescritte: s'uniranno in congresso, dove la metà siano oltremontani, ed eleggeranno lor presidenti e ufficiali; non faranno lavorare che buoni credenti e pratici dell'arte, e stabiliranno in Roma un seminario di buoni stampatori.

[241] Dalla biblioteca Palatina di Firenze (Codice CCCIC) passò alla Magliabecchiana una copia degli opuscoli di san Cipriano, che al carattere pare di Bernardo Davanzati, traduttore di Tacito. Egli vi appone e note e correzioni che attestano buona critica, e avverte i passi che fanno contro Lutero, e provano la preminenza della Chiesa romana. Dello stesso Davanzati trovossi tradotto un estratto dei Commonitorj di Vincenzo Lerinese contro le eresie: e il Bindi, che primo lo pubblicò nell'edizione delle opere del Davanzati (Firenze, Lemonnier 1852) avverte come questi fosse versato nei sacri autori, e che, anche nel tradur lo scisma d'Inghilterra, «più che a pruova di lingua mirò a mostrare da che laide origini sorse il funesto dissidio inglese, non potendo così non illuminare anche sul conto degli altri nimici della verità cattolica».

Nella biblioteca stessa sono i manuscritti di Baccio Bandinelli, nipote dello scultore omonimo, del quale è memoria che scrisse 24 libri contro gli eretici nel 1611, e un'opera De invisibili Lutheri, Calvini, et aliorum hujus temporis hæreticorum ecclesia.

Ivi pure è un poema in terzine Della diffusione del sommo bene, probabilmente di frà Paolo del Rosso, cavaliere gerosolimitano, fatto attorno al 1530, ove confuta le varie eresie, e le nuove, e canta:

Lutero, al tuo dispetto lo vedrai Che i tuoi errori alfine andranno al fondo, Ed i piaceri in pene cangerai.

[242] Per un esempio trovava,

Ad cœnam agni providi Et stolis albis candidi Post transitum maris Rubri Christo canamus principi, Cujus corpus sanctissimum In ara crucis torridum Cruore ejus roseo Gustando vivimus Deo.

Esso toglie le assonanze e le oscurità, e fa

Ad regias agni dapes Stolis amicti candidis Post transitum maris Rubri Christo canamus principi, Divina cujus charitas Sacrum propinat sanguinem, Almique membra corporis Amor sacerdos propinat.

Urbano VIII alcuni inni fece riformare da Famiano Strada, Tarquinio Galluzzi, Girolamo Petrucci; ma si disse che accessit latinitas, recessit pietas. Egli stesso ci lavorò, e fece quel di santa Elisabetta regina.

Un innario fu pubblicato nel passato secolo dal cardinale Tommasi, diviso in tre parti: hymni de anni circulo; hymni de natalitiis sanctorum; hymni de quotidianis, cioè i feriali. Il cardinale Giovanni Battista Bussi, nelle Istruzioni pratiche sulla recita del divino uffizio, indica gli autori di molti inni.

[243] Le differenze della Bibbia di Sisto V e Clemente VIII non sono importanti, come avea voluto far credere TH. JANNES, Bellum papale seu concordia discors Sixti V et Clementis VIII, circa hieronymianam editionem, Londra 1600. Fu confutato trionfalmente sin d'allora: ma adesso il barnabita Vercellone (Variæ lectiones vulgatæ bibliorum editionis, Roma 1860-64), compiendo la fatica cominciata dal suo maestro e confratello Ungarelli (De castigatione vulgatæ Bibliorum editionis peracta jussu Concilji tridentini. Roma 1847) pubblica gl'immensi lavori fatti dalle Congregazioni, e tutte le varianti della Vulgata, cominciando dal Codex Amiatinus ch'è il più antico; e le ragioni che fecer preferire la adottata nell'edizione Clementina e gli sbagli della Sistina. È insigne dimostrazione delle pazienti e generose fatiche sostenute dai dotti d'allora, e del merito dell'edizione del 1592, sola riconosciuta autentica. Ciò non toglie che possa esaminarsi e criticarsi il testo, e Pio IX incoraggiò il Vercellone all'impresa; tibi addimus animos ut inceptum opus naviter scienteque absolvendum ac perficiendum cures, omnesque ingenii tui vires in iis peragendis semper impendas. Con queste potrà benissimo farsi una nuova edizione della Bibbia, non per autorità privata, bensì della Chiesa.

Le dissertazioni che accompagnano il lavoro del Vercellone chiariscono la consuetudine costante della Chiesa rispetto a traduzioni e lezioni nuove, e come il Concilio di Trento non avesse voluto che provvedere alle infinite varietà che l'opera umana potesse introdurre nella divina, assicurando però solo la conformità sostanziale della Vulgata cogli originali, e non già la conformità fin nelle minime particelle, come si usa dai Rabbini.

Vedasi il nostro discorso XV e la nota 31.

La prima edizione ebraica del commento al Pentateuco di Rabbi Salomon Jarco fu fatta da Abramo Gorton a Reggio di Calabria nel 5235 della creazione, mese di adar, cioè nel marzo 1475. L'anno stesso erasi stampato a Pieve di Sacco nel Padovano il Rabbi Jacob ben Ascer Arba Jurim, che è la più antica edizione ebraica che si conosca, ma porta la data del mese jamuz, cioè di quattro mesi posteriore a questa di Reggio.

Della versione greca del testo ebraico, detta dei Settanta, i più antichi codici conosciuti appartengono al IV o V secolo di Cristo, e sono: il Vaticano, edito nel 1857 a Roma dal padre Vercelloni: l'Alessandrino, pubblicato dal 1816 al 1828 a Londra dal Baber: il Sinaitico, pubblicato a Pietroburgo il 1862 da Costantino Tischendorf, che lo scoprì in un convento del monte Sinai, ma dove manca più di metà del vecchio Testamento. Alla Vaticana c'è pure il codice Marcheliano del VII o VIII secolo; tutti in caratteri unciali. Or ora se ne scoprì un altro a Grottaferrata da palimsesto, non posteriore al VII secolo, con moltissime note marginali greche e latine, ed appartiene alla recensione esaplare.

Al suddetto Tischendorf dobbiamo, oltre molte pubblicazioni bibliche, una nuova edizione dei vangeli e degli atti apostolici apocrifi, con una dissertazione storico-critica.

[244] Nella Magliabecchiana (Classe XXXVII, 292) è manuscritto Modus propagandi fidem catholicam, che, tra il resto, raccomanda che i vescovi comunichino libri pii ai loro parroci, e se ne mandino alle più lontane parti. Quod si una genevensis civitas, hac una cura disseminandi libros, literasque scripti, tandi, paucissimorum annorum spatio regna orbemque pœne ipsum, satana vires suppedi tante, aut infecit erroribus, aut everti, sane contra multo magis sperandum est a dextra Dei si, etc.

[245] Vedi la nota 24 del discorso XVI. Giovanni Bollando, gesuita d'Anversa, cominciò nel 1643 quella gran collezione, che fu proseguita fino nel 1794. In 53 volumi di forse 25 mila vite, arriva solo a mezzo ottobre. Gli immensi materiali raccolti andarono all'asta nella vandalica soppressione di Giuseppe II. Racimolati in parte, ora se ne stampa la continuazione.

[246] Il padre Laderchi, nel tom. XXIII, pag. 160 degli Annali Ecclesiastici, toglie dalla vita di san Filippo, di Pietro Giacomo Bacci, questo racconto: che il Baronio, essendo entrato nella congregazione dell'Oratorio, dal pulpito non cessava di sgomentare gli uditori colle minaccie della morte e dell'inferno. A san Filippo parve soverchio, e l'esortò a lasciar via cotesti spauracchi, e narrar piuttosto la storia ecclesiastica. Il Baronio non vi badò, sicchè Filippo usò dell'autorità per comandarglielo. L'amor proprio di Cesare n'era offeso, e stava perplesso, quando una notte sognò che Onofrio Panvino (valentissimo erudito di cose sacre, e dal quale esso avrebbe voluto vedere scritta essa storia) lo esortasse a far gli Annali Ecclesiastici; e tra il sogno udì la voce di Filippo che gli diceva: «Orsù, Cesare, non ti ostinare; tu, non il Panvino, devi scrivere la storia ecclesiastica».

Del Baronio esiste fra i manoscritti della Magliabecchiana (Cl. XXXVII Nº 292) una apologia diretta a papa Clemente VIII, difendendosi da quelli che lo tacciavano d'aver sostenuto, nel V volume della sua storia, che, per antica disciplina, la Chiesa non ricevesse più a penitenza i relapsi. Con fatti e con detti de' Padri egli prova che tutt'altrimenti fu sempre costumato.

[247] A confutare il Baronio da Giacomo I d'Inghilterra fu adoperato il famoso erudito francese Casaubono. Questi, in settembre 1609, scriveva che un Italiano cercò introdursi presso di lui, dicendosi inviato dal re di Spagna. Entrato, esitò lungamente a dir il vero motivo della sua venuta, poi pregò il Casaubono ad evocare per lui il suo demonio familiare, assicurando non esser a ciò mosso che da mera curiosità e per accertarsi di quel che tutti diceano e credeano. Casaubono durò gran fatica a persuader costui del contrario; il quale gli diceva che in Italia moltissimi, e fin cardinali, si occupano di arti magiche.

L'opera del Baronio fu pubblicata dal 1588 al 1593. Nel 1705 il francescano Pagi ne emendò molti errori cronologici. Il trevisano Rainaldi lo continuò con minor critica dal 1198 al 1571 in 10 vol. in-fol.: a cui il Laderchi ne aggiunse 3 altri che comprendono solo 7 anni dei tempi della Riforma; ma Benedetto XIV gli diceva: «Meno fede e più criterio». Questi non son compresi nella edizione di Lucca, in 38 volumi con note. Ora si ristampa il tutto a Bar le Duc con aggiunte e correzioni del padre Theiner, e nuovi documenti; egli ne farà la continuazione già cominciata.

[248] Cap. 18, sez. XXIII, De Reform.

[249] Già notammo come il Sadoleto paganeggi: e infatto non parla di pratiche nè di teologia. Il cardinale Polo, lodandolo assai, gli facea riflettere che lasciava il suo allievo nel porto della filosofia, statio malefida carinis quanto il porto di Tenedo, invece di condurlo in uno molto più tranquillo, ignoto agli antichi, e aperto ai figli di Dio; avrebbe desiderato trattasse della teologia in una continuazione. Il Sadoleto rispondea che la teologia è compresa nel nome di filosofia, della quale è il colmo e la corona; ch'egli conduce il suo allievo soltanto ai 23 anni; mentre lo studio della teologia non si addice che ad età matura.

Nell'Indice tridentino è De disciplina puerorum recteque formandis eorum et studiis et moribus; ac simul tam præceptorum quam parentum in eosdem officio, doctorum virororum libelli aliquot vere aurei.

[250] Anche san Girolamo che, come troppo ciceroniano fu battuto dal demonio, biasima quei «Sacerdoti che posti da parte gli evangeli e i profeti, leggono comedie, ripetono i motti amorosi de' Bucolici, han per le mani Virgilio e traducono in peccato di voluttà quel ch'è studio necessario al fanciulli». (Ep. ad Damasum). Ma sant'Agostino non disapprova i fanciulli che Virgilium legunt, ut poeta magnus omniumque præclarissimus atque optimus, teneris imbibitus annis, non facile oblivione possit aboleri (Civ. Dei I, 3).

L'effetto de' classici sulle opinioni fu indicato dal Gioberti nel Rinnovamento d'Italia, II, 122, credendo derivi di là la pendenza repubblicana de' nostri tempi. «Da tre o quattro secoli la gioventù culta si è imbevuta e s'imbeve nelle scuole di nozioni conformi: il che a poco a poco ritira il mondo a repubblica, sovratutto dacchè il seme classico, portato in America e cresciuto in pianta, fu trasportato in Europa...... Certo quei papi e principi che promossero con tanto ardore il culto delle lettere e delle arti classiche, nol prevedevano; e meno ancora quei preti e frati che fecero di quelle il fondamento e l'anima del tirocinio».

[251] Divin. Lect., c. XXVIII.

[252] Questo passo non isfugga agli odierni spiritisti. Pietro Giannone, così lodato dai liberali, teme che «la stampa pregiudichi» al genio dell'erudizione, e all'educazione colla moltiplicità de' libri, alla diffusione delle idee potenti per la copia de' cattivi libri (Storia Civile del regno di Napoli, I VIII). Trova usurpazione della Chiesa l'essersi attribuita la censura e vorrebbe fosse riservata ai principi acciocchè «i sudditi non s'imbevino d'opinioni che ripugnino col buon governo... e delle nuove dottrine contrarie agl'interessi de' principi e alle supreme regalie»: e li loda delle proibizioni che posero ai vescovi di stampar neppure i concilj e i calendarj senza licenza de' ministri (ib. lib. XXVII c. 4.).

[253] Hist. GLABER, ap. Bouquet, Rec. d'hist., X, 23.

[254] Su ciò vedasi pure TOMMASSINI, Modo d'insegnare e leggere cristianamente i poeti e gli storici. Giovan Battista Crispo, buon teologo e poeta di Gallipoli, nel 1594 stampò a Roma un volume in-fol. De Ethnicis philosophis caute legendis; e il Possevino lo dichiara vir vere philosophus, qui nimirum acri et quali christianum decet judicio, philosophiam expendit, librum sat grandem de philosophis caute legendis scripsit, ut quæcumque hæreses a philosophis minus cautis manarunt, eæ judicatæ sint, ac solidis rationibus confutatæ, ex divinis scripturis et Patribus, ex synodorum decretis, ex scholasticis; quibus cautionibus præmuniti, philosophi, sive publici professores, inoffenso pede curriculum hoc decurrent, tantamque ancillam recto adducent ad arcem. Apparat. sacr., t. II, p. 147.

[255] Le penitenze non le pose soltanto nel rituale, ma le voleva eseguite. È nell'archivio arcivescovile una sua lettera del 6 maggio 1569, dove ordina che Giacomo Riva di Calenico e Margherita Defilippi di Tonza, in val di Blenio, che avean avuto ardire di coabitare prima d'essere benedetti dal curato, «tutte le domeniche d'un anno continuo stiano ambedue su la porta della chiesa con una corda al collo e con candela accesa in mano mentre si dirà la messa, e il sacerdote che dirà la messa avvisi il popolo della causa perchè si fa far loro questa penitenza, che è per l'inobbedienza predetta».

[256] Editti del 7 marzo 1579 e del 13 novembre 1574.

[257] I signori Svizzeri saputolo, spedirono un ambasciadore a Milano perchè quel governatore richiamasse il cardinale. L'ambasciadore scavalcò in casa d'un mercante compatrioto; ma prima che presentasse le credenziali, l'Inquisizione l'arrestò. Il mercante informò del successo il governatore, che fece rilasciar l'ambasciadore e onorollo: ma gli Svizzeri, appena udito il fatto, mandarono intimare avrebbero arrestato il cardinale, che per lo meglio si ritirò.

De' processi suoi per stregherie ho parlato in altri libri: fatti speciali, la cui colpabilità non può asserirsi se non dopo esaminato ciascuno, e veduto quanto si peccasse contro la carità e abusando di oggetti sacri. D'altra parte, anche posto impossibile il delitto, il tentarlo palesa malvagità, e può punirsi come l'attentato fallito. San Carlo avea vietato che nessuno, predicando, dicesse il giorno della fine del mondo: Ne certum tempus antichristi adventus et extremi judicii diem prædicent; cum illud Christi Domini ore testatum sit, non est vestrum nosse tempora vel momenta; Act. pag. 5. Pure nel V Concilio provinciale dice: Ad nuptias matrimoniaque impedienda vel dirimenda eo cum ventum sit, ut veneficia fascinationesve homines adhibeant, atque usque adeo frequenter id sceleris committant, ut res plena impietatis ac propterea gravius detestanda; itaque, ut a tanto tamque nefario crimine pœnæ gravitate deterreantur, excommunicationis latæ sententiæ vinculo fascinantes et venefici id generis irretiti sint.

[258] Il senato di Milano scriveva a Pio V circa alla famiglia armata di san Carlo, che tanta fuit archiepiscopi duritia, ut, etiam si de jure nostro non parum decedere voluerimus, ad conditiones aliquas accipiendas flecti numquam potuerit: intereaque numerosi, nunc alios laicos, non sine regiæ jurisdictionis læsione, per suos comprehendi fecit, id ab aliis archiepiscopis ante se factitatum affirmans, quod tamen minime verum est; quandoquidem illi familiam armatam numquam habuerunt, sed brachium sæculare semper implorarunt (13 luglio 1567).

[259] Decreta generalia in visitatione Comensi edita, Vercelli 1579, e Como 1618.

[260] Quest'uso fu continuato nelle università pontificie, finchè durò il dominio papale. Sottentrato il regno d'Italia, si prescrisse ai professori che giurassero fedeltà al re; e poichè molti ricusarono questo nuovo peso, vennero destituiti nel 1865.

[261] Lettere a Venceslao Link, a Codart, a Amsdorf ap. NICOLAS du Protestantisme. Lib. III, cap. 4. E il lamento è comunissimo ne' Riformati.

[262] Del b. Alessandro si pubblicò or ora a Roma Commentariolum de off. civili et moribus episcopi.

[263] Negli oratorj vennero poi famosi il Balducci, il cardinale Filippino Petrucci, il padre Antonio Ghielmo, autore delle Grandezze della Trinità e di poemi varj, il padre Gizzio, il Villarosa, ed ora il padre Giulio Metti, come prima lo Zeno e il Metastasio; li musicavano Erasmo da Bartolo di Gaeta (1606-56), Scipione Dentice napoletano ecc.

[264] A Clemente VII scriveva: — Santo padre, cosa son io che i cardinali vengano a trovarmi? Jer da sera ci furono i cardinali di Cusa e Medici. E avendo io bisogno d'un po' di manna, quest'ultimo me ne fece dare due once dall'ospedal di Santo Spirito, a cui n'ha procurato molta. Restò da me fin alle due di notte, dicendo di vostra santità tanto bene, che parvemi troppo; giacchè, a parer mio, un papa dev'essere trasformato nell'umiltà stessa. Alle sette, Cristo è venuto da me, e mi ha riconfortato col sacratissimo suo corpo. Vostra santità invece neppur una volta s'è degnata venire alla nostra chiesa. Cristo è Dio e uomo, eppure ogni qualvolta lo chiedo viene da me... Ordino a vostra santità di permettermi d'ascriver alle monache la figlia di Claudio Neri, alla quale da un pezzo avete promesso di prendervi cura de' suoi figliuoli. E un papa deve mantener la parola; sicchè affidate a me questo affare ecc.».

Clemente sul foglio stesso gli rispondeva: — Il papa dice che la prima parte del viglietto sente d'ambizione, ostentando le frequenti visite de' cardinali; se pur non fosse per mostrare che questi sono persone pie, del che nessuno dubita. Che, se non è venuto in persona, è colpa vostra, che non voleste mai esser cardinale. A quel che comandate consente, e che voi sgridiate quelle buone madri, come solete, con forza e autorità se non obbediscono alla bella prima. Di rimpatto vi comanda di curare la vostra salute, e non tornar a confessare senza ch'egli lo sappia; e che quando riceverete nostro Signore, preghiate per lui e per le permanenti necessità della repubblica cristiana». Negli Acta Sanctorum, al 26 maggio. E vedansi BACCI, vita di s. Filippo Neri. GALLONIO id. MARCIANO, Mem. della congregaz. dell'Oratorio.

[265] San Filippo chiamava Napoli terra benedetta dal cielo. Vi mandò a istituir gli oratoriani il Tarugi, e quando partì, Populus neapolitanus videns illis orbatum, per quos divini verbi pabulum, aliarumque piarum exercitationum suavitatem gustare, ac ipsum Christum peculiari modo cognoscere cœperat, vehementer indoluit (Hist. erectionis congr. neapol. mss.).

[266] LOMBARDO, Vita di Giovanni Ancina. E vedi Breve notizia dell'origine della Congregazione delle dame benefattrici. Napoli 1821. MAGNALI, teatro della Carità. Venezia 1727.

[267] La carità a domicilio e i visitatori del povero, istituzioni così lodate all'età nostra, appartengono anch'esse a quel medioevo, che tanti esempj ci potrebbe offrire, studiato con benevolenza. Nel 1402, Pileo de' Marini, vescovo di Genova, aveva istituito un uffizio per raccorre e distribuir l'elemosine ai poveri della città. Questo Magistrato della Misericordia fu poi amplificato, e aggiuntovi l'Ufficio dei poveri, i cui statuti furono fatti nel 1593. Sant'Antonino, non ancora arcivescovo di Firenze, il 1441 ordinò i Proveditori dei poveri vergognosi, che dal popolo furono detti Buonomini di san Martino, i quali, divisi pei sestieri della città, soccorrevano a tutte le necessità dei poverelli, a maritar fanciulle, a dar letti, coperte, panni, medicine, a riscattar pegni, a ritrarre dal vizio; con divieto alla pubblica autorità civile nè ecclesiastica di intromettersene, o di mutarne gli ordini, o di esplorarne gli averi; tutto volendo affidato all'onestà de' proveditori e alla Providenza. In tal modo si distribuivano l'anno quattordicimila zecchini, e diecimila nel secolo seguente. PASSERINI, Storia degli istituti di beneficenza di Firenze.

[268] Hauspostill. Walch. XIII, 1572, 1584.

[269] MUSCULUS, Vom Himmel und der Hoell. Frankfurt 1559, D. 3, 4.

[270] Retectio Lutherismi f. 91, 246, ap. NICOLAS du Protestantisme ecc. Lib. III, cap. 4.

DISCORSO XXXII.

IL SANT'UFFIZIO. LA TOLLERANZA RELIGIOSA.

Si è potuto vedere come, coll'unità delle dottrine evangeliche, sostenuta contro le prime eresie, la Chiesa salvasse la civiltà, stabilendo una dottrina morale e sociale, da cui non si dovesse declinare. Così formossi quel fondo di principj che costituisce l'incivilimento moderno, e che tutti è forza confessino esser dovuto alla Chiesa.

La divisione che or vi portava il protestantesimo non aboliva quelle massime e quelle pratiche, quasi connaturate coi varj popoli; sicchè il cattolicesimo operava ancor potentemente sopra coloro stessi che lo repudiavano, e che, se pure la subodoravano, erano ben lontani dal conoscere l'importanza della distinzione dei due poteri, e raggiungere la vera indipendenza delle coscienze.

Tutta la storia ci attesta come i governi antichi si arrogassero ingerenza sulla fede e sul culto de' governati; appena Diagora volge in beffa qualche cerimonia di Efeso, o Prodico di Ceo sostiene che gli elementi furono divinizzati perchè utili, o Socrate asserisce l'esistenza e l'ispirazione de' genj, sono condannati a morte; il sagrifizio del Calvario e le migliaja de' martiri nostri ne sono pruova solenne. Il cristianesimo, posando la incompetenza delle podestà temporali sopra le coscienze, sottraeva la fede al dominio della forza. Come sempre gli oppressi, i primi Cristiani disapprovavano ogni costrizione in fatto di coscienza; riprovavano l'intolleranza politica, armandosi solo dell'intolleranza religiosa, cioè del diritto di non servire che alla verità, accettata da una società d'anime libere, difesa in questa società da un potere, armato soltanto di parola e di spirito, e che la mantiene scevra da ogni errore. Ma per isbandire l'errore, che serviva di base all'antico edifizio sociale, e domar l'egoismo gentilesco e la ferocia barbarica, cercò impossessarsi del potere.

Anche dopo riconosciuta la nuova religione, nessuno ignora i testi che riprovano il rigore usato agli eretici. Il compelle intrare della parabola evangelica in san Luca XIV, 23, non indica coercizione fisica, bensì istanza, e tanto il compelle latino come l'ἀνάγκασον greco sono adoprati altra volta in questo senso. Così i due discepoli al castello di Emaus fanno forza a Gesù perchè rimanga con loro[271]. Altrove Gesù costrinse, coegit, ἠνάγκασεν, i discepoli a salir nel battello[272]. E san Paolo dice a san Pietro: «Se tu giudeo vivi alla gentile, anzichè alla giudaica, perchè costringi (cogis, ἀναγκάζεις) i Gentili a giudaizzare?[273]. In nessuno di questi luoghi trattasi di violenza materiale. E san Paolo a Timoteo raccomanda: Prædica verbum, insta opportune, importune; argue, obsecra, increpa in omni patientia et doctrina[274].

La Chiesa ammise sempre possibile la buona fede negli eretici. Sant'Agostino assicura da ogni persecuzione i Manichei. Salviano di Marsiglia, nel secolo V diceva: «Gli Ariani sono eretici, ma nol sanno, e credonsi talmente cattolici, che trattan noi d'eretici. Noi siam persuasi ch'essi fan un pensiero ingiurioso alla generazione divina, dicendo che il Figliuolo è inferiore al Padre: essi credono che noi abbiam un pensiero ingiurioso al Padre col farlo uguale al Figlio. La verità sta con noi, ma essi credono averla per sè. Essi sono empj, ma in ciò appunto credono seguir la vera pietà. S'ingannano, ma per un principio d'amor verso Dio. Solo il supremo giudice dell'universo può sapere come saranno puniti il giorno del giudizio: intanto li sopporta, perchè vede che, se errano, è per un movimento di pietà»[275].

Pure chi ben esamini quei testi vi riconoscerà piuttosto le aspirazioni della bontà, i rimedj della carità cristiana; mentre dottrinalmente s'interpretava a rigore il Compelle intrare; e gli stessi Padri che avevano aborrito da ogni persecuzione contro gli eterodossi, fu volta che la trovarono necessaria contro le rivoluzioni selvagge o l'insurrezione armata di questi[276], con armi ed altri mezzi mondani e coattivi salvando il diritto e la libertà spirituale; mentre in antico erasi messo il dogma a servizio della forza pubblica, chiesero si mettesse la forza pubblica a servizio del dogma.

In ciò quanto s'avea torto?

Teorema allora ammesso universalmente era la legittimità di Dio e del suo culto, e la legittimità della Chiesa nel propagarlo.

Se la società religiosa è fondata sull'unità di dottrine, deve procacciarla con mezzi esterni nell'ordine esterno, e per conseguenza prevenire e punire delitti, e più il delitto che ne scalza le fondamenta, qual è l'eresia.

Nello stato di pruova, la libertà consiste nella facoltà radicale di scegliere fra l'errore e la verità, fra il bene e il male, con tutti i rischi d'una tale scelta. È la facoltà di determinarsi a credere e operare secondo il lume della coscienza, senza subir violenza esterna, sotto la sola responsabilità della propria scelta davanti alla giustizia di Dio. Ciò implica l'obbligazione morale di scegliere la verità e praticare il bene. Or la verità è una: il bene non è il male: il sì non può esser il no, nè tutte le religioni esser buone, cioè non tutte eguali per conoscer il vero, possederlo, conservarlo, diffonderlo. Se così non fosse, che varrebbe la coscienza umana? a che ci sarebbe ella data? E chiameremo libertà la trista facoltà di vagar di fantasma in fantasma, e di sperimentare tutti gli errori? Questa indifferenza in morale e in religione non è piuttosto la negazione più ingiuriosa della libertà di coscienza?

La libertà morale non è il diritto di far male; è l'atto interiore pel quale ci determiniamo liberamente a ciò che è bene; contiene la libertà della elezione e la possibilità del male, escludendo ogni violenza fisica. Scegliere il bene è il dovere primo dell'uomo: scegliere il male è un abusare della libertà. Non vi può dunque essere diritto di scegliere una religione falsa o di propagarla: onde rettamente la Chiesa cattolica considera tutte le false religioni come abuso della libertà.

Potrebbe ella dunque abbandonarne la scelta alla libera determinazione degli individui? E non possedendo mezzi di coazione esterna, deve invocare la podestà secolare?

San Tommaso, domandandosi se possano costringersi gl'infedeli ad abbracciare la fede, risponde che nullo modo sunt ad fidem compellendi ut ipsi credant, quia credere voluntatis est, cioè che la fede dipende dalla volontà[277], e sostiene che devonsi tollerare anche i culti degli infedeli, come Dio tollera certi mali, per non togliere all'uomo la libertà. In fatti non è vero che chi possiede l'autorità sia obbligato a impedir tutto il male: di fronte alla coscienza e al libero arbitrio non può adoprarvi che mezzi irreprovevoli. E il famoso Suarez dava come sentenza comune de' teologi che «gl'infedeli non apóstati non possono costringersi ad abbracciare la fede, sebben ne abbiano acquistato sufficiente cognizione»[278]. Le usanze contrarie alla ragione e a Dio (dic'egli), non devono dai principi tollerarsi nei sudditi, in generale: bensì il possono quando altrimenti ne verrebbe un danno notevole; quanto alle usanze religiose che in sè stesse non sono contrarie alla ragione naturale devono tollerarsi; e ciò quand'anche siano contrarie alla fede cristiana, altrimenti sarebbe un imporre la fede per violenza, il che non è mai permesso.

La Chiesa non ha autorità legittima sopra gli infedeli, sicchè non può costringerli: e neppur quando fossero suoi sudditi temporalmente, giacchè la Chiesa non ha ricevuto da Cristo tale autorità sui sudditi temporali. Il Concilio di Trento statuì che Ecclesia in neminem judicium exercet, qui prius per baptismum non fuerit ingressus[279].

Non si citino fatti parziali d'uomini e di tempi, sibbene le dottrine. Or queste, chiarite dai supremi maestri, portano che in capo a tutto sta il diritto di Dio d'esser adorato nella forma ch'egli prescrisse: segue la missione della Chiesa di condurvi i popoli colla persuasione e colla cooperazione dell'autorità secolare; sempre con eccezioni opportune e con applicazioni sapienti secondo l'indole degli infedeli, e sempre esclusa la violenza e i civili perturbamenti.

Perchè l'eresia fosse punibile come attentato alla fede, sarebbe necessario che il Cristiano perseverasse nell'errore, sebben sufficientemente istruito, e che manifestasse con atti la sua opposizione all'autorità della Chiesa. Il semplice errore involontario non è nemmanco colpa agli occhi della morale.

Ma se la Chiesa è la base di tutto l'insegnamento, come legittima giudice delle controversie, il resisterle diventa colpa. Così dicono i difensori della coazione. Ma dove la colpa cominci, Iddio solo n'è giudice.

Soggiungono: «La Chiesa bisogna sia forte quanto basti per difendersi da se stessa e trionfare. Or non è vero che sia forte abbastanza, giacchè, contro una religione che combatte gl'istinti pervertiti, che impone difficili doveri, si alleano tutte le passioni naturali, e trovano nel cuore di ciascuno un ajuto potente. Inoltre contro assalti sconnessi e quotidiani, diretti a un punto isolato, mal può reggersi essa, formata da un accordo perfettamente compaginato di dottrine, di consigli, di prescrizioni, di fatti storici, così ben incatenati, che pochi possono abbracciarne l'insieme, e averlo sempre presente. Poi la religione è fondamento della morale: dunque è dovere de' Governi proteggerla; altrimenti sarebbe un lasciar distruggere le radici dell'albero; la fonte che dà l'acqua al paese. Come anche la libertà morale ha i suoi limiti, cessando quando divien nociva alla società; così la libertà religiosa dovrebbe cessare quando scuote lo Stato, e viola il ben morale.

E di fatto il potere civile, considerando l'eresia come misfatto sociale, la reprimeva; attesa l'unità della fede, allora non iscomposta in tante sêtte, e guardandosi la Chiesa come una proprietà comune, largita dal Cielo, non potea restar indifferente agli attacchi recatile. Il falsificare la fede non doveva dirsi delitto se diceasi tale il falsificare la moneta? non erano obbligati i Cristiani a conservarla pel patto contratto nel battesimo? non aveano ogni ragione di non esser turbati da uno nel possesso della loro fede? Tutte le società anche etniche ritennero che le dottrine religiose di un corpo doveano essere difese contro gli insulti degli individui.

Quest'era sentimento universale, e non già della Chiesa. Rotta poi l'unità della fede, l'eresia cessava d'esser delitto civile, ma la Chiesa, tenendosi depositaria della parola infallibile, non poteva dogmaticamente riconoscere all'errore religioso un diritto morale di libertà, giacchè sarebbe valso quanto pareggiare nella sfera giuridica l'errore alla verità.

Ne conchiuderemo che non possa la Chiesa essere se non persecutrice?

La Chiesa vuol la giustizia, eppure tollera il peccato, sapendo che «di necessità avvengono scandali»; consiglia la perfezione, eppur tollera gravi difetti, non potendo da forze disuguali pretendere eguali operazioni. Ciò ch'essa nega è che si consideri come perfezionamento la libertà assoluta del male come del bene, la libera propagazione dell'errore come della verità; del resto ritiene che, a norma delle attitudini sociali, bisogni sopportare il male, sempre però come male, non già secondo principj puri universali. La verità talvolta è costretta a ceder il luogo, ma non il diritto alla falsità.

La Chiesa, come lascia la libertà di coscienza perchè de internis non judicat, non riconosce la libertà de' culti, illimitata fino al disprezzo delle verità naturali e delle nozioni morali. Il male, che è despotismo, pretende distruggere la libertà del bene. Ma il bene, che è amore, può comportare talvolta la presenza del male; non però la sua prevalenza o la parità. Qual governo potrebbe sancire l'indifferenza tra la verità e l'errore? e' si condannerebbe a certa morte.

Una delle debolezze umane è il supporre che le cose camminarono sempre del passo medesimo: col che arrivano a svisare anche le più chiare massime coloro che son talmente superbi d'appartenere al loro secolo, da non intendere il pensiero de' secoli precedenti. Libertà di culto è un altro de' ritornelli dell'età nostra, e vi siam tanto abituati che ne fa meraviglia abbia altre volte potuto trovar opposizione. Eppure, nel secolo ove la tolleranza derivava necessariamente dall'incredulità, il legislatore delle libertà rivoluzionarie, Rousseau, scriveva: «C'è una professione di fede meramente civile, di cui tocca al sovrano fissar gli articoli, non come dogmi di religione, ma come sentimenti di sociabilità, senza i quali è impossibile esser buon cittadino nè suddito fedele. Sebbene non possa obbligar nessuno a crederli, il sovrano può sbandir dallo Stato chi non li crede; sbandirlo, non come empio, ma come insocievole, come incapace d'amar sinceramente le leggi, la giustizia; d'immolar se occorre la sua vita al suo dovere. Che se alcuno, dopo aver pubblicamente riconosciuto questi dogmi, si conduce come non li credesse, sia PUNITO DI MORTE; ha commesso il peggior delitto; ha mentito in faccia alla legge».

E Voltaire: «Chi si eleva contro la patria religione merita morte». È vero ch'egli alludeva a Cristo.

E talmente quel principio è moderno, che la famosa Dichiarazione dei diritti dell'89 asserì soltanto la libertà del pensare, dicendo che «nessuno dev'essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la loro manifestazione non turbi l'ordine stabilito dalla legge». In conseguenza dove la legge stabilì il culto cattolico ogni altro ne resta escluso.

La libertà de' culti può ritenersi come un'istituzione di diritto positivo umano, e limitata ai bisogni della società politica in una data situazione o pei diritti acquistati col pacifico possesso. In ciò può benissimo venire la Chiesa alle transazioni, a cui è obbligata una istituzione che dee vivere in tempi e in situazioni le più diverse; e se non basta l'udirla, nella uffiziatura del venerdì santo, pregare pei catecumeni, gli Eretici, gli Scismatici, i Giudei, i Pagani, giacchè il Salvator di tutti è morto per tutti, i pronunziati de' pontefici moderni e sopratutto di Pio IX mostrano fin dove essa spinge questa tolleranza[280].

Fuor della Chiesa non v'è salute. — Questa massima eccita scandalo ad alcuni, collera ad altri, preoccupazione a tutti. Ma quanto è certa nel principio, altrettanto è misteriosa nell'applicazione. In fatti, chi è fuor della Chiesa, e in conseguenza escluso dalla salute? Qual uomo vanterassi capace di scandagliare questo, ch'è il più gran secreto dell'ordine soprannaturale? Sappiamo che Giuda è dannato: ma Lutero? ma Voltaire?[281] Secondo i Padri, Dio non giudicherà a norma del Vangelo quei che il Vangelo non conobbero. Qualcuno può appartenere all'anima della Chiesa senza esser parte del suo corpo, e viceversa, nè v'è chi possa distinguerli: standoci innanzi tre misteri; la Grazia di Dio, la coscienza dell'uomo, le tenebre della morte; cioè quel che il cielo ha di più fecondo, la terra di più libero e impenetrabile, e la profonda separazione fra il tempo e l'eternità.

Tutto ciò rende inaccessibile all'occhio umano e impossibile quaggiù l'applicazione di quella massima; adoriamo la giustizia, ma non giudichiamo i misteri; tutto temendo per noi secondo la fede, tutto sperando per gli altri secondo la carità.

Queste teoriche son antiche quanto la Chiesa, ma non sempre attuate: e la tolleranza, virtù eminentemente civile, che nell'uomo di credenza diversa non ci lascia considerare se non il fratello e il concittadino e a Dio riserva il giudizio della coscienza, chi praticavala nell'età di mezzo? Al rinascimento, lo stesso Savonarola disputando contro gli astrologi esclamava: «O stolti, empj ed insensati astrologi, contro di voi non è a disputare altrimenti che col fuoco»[282]. Lutero, non pago alle invettive, invocava le spade regie contro i dissidenti; e ancor si mostra a Dresda la mannaja che i Luterani adopravano contro i dissidenti, dov'è scritto: Hüt dich, Calvinist. I principi protestanti ricusavano risolutamente la tolleranza; poichè, essendosi arrogata la podestà sopra le cose religiose, una sola religione doveano volere, per non indebolire il governo; e Calvino che non vuol separazione della Chiesa dallo Stato, invocava contro i dissidenti la pena di morte, attesochè nessuno può ricusare di riconoscere l'autorità de' principi sopra la Chiesa senza attentare contro la monarchia, ch'è stabilita da Dio[283]; e faceva bruciare Serveto, flagellare, bandire altri. Fino il soave Melantone augura che qualche uomo forte voglia acquistarsi gloria coll'assassinare Enrico VIII[284]; ed approvava affatto quei supplizj: Vult Deus blasphemias et perjuria severissime puniri, et punit ipse alastoras, illos impiorum dogmatum auctores, cum magistratus officium suum negligunt; ac tunc quidam simul et magistratus et imperia delet... Dedit vero et Genevensis reipublicæ magistratus insanabilis blasphemiæ adversus filium Dei, sublato Serveto, pium et memorabile ad omnem posteritatem exemplum[285]. E seguitava: «Grazie al Figliuol di Dio che fu spettatore e giudice del nostro combattimento, e che ne sarà la rimunerazione. La Chiesa pure vi dovrà esser riconoscente. Io sono affatto del vostro parere, e tengo per certo che le cose essendo state fatte con regola, i vostri magistrati operarono secondo il diritto e la giustizia facendo morire il bestemmiatore». Teodoro Beza scriveva un libro a sostenere essere libertas conscientiarum diabolicum dogma, e l'articolo trentasei della Confessione Elvetica porta: Stringat magistratus gladium in omnes blasphemos, coerceat et hæreticos[286]. Enrico VIII ed Elisabetta scrivevano tiranniche ordinanze col sangue de' Cattolici, come Maria e Filippo II con quello degli Eretici. Tagliata la testa a Maria Stuarda, il conte di Kent esclamava: «Possano perir così tutti i nemici del Vangelo». Ferdinando d'Austria colle stragi d'Ungharesi e Boemi dissidenti vendicava stragi precedenti di costoro. Insomma inviperiva una lotta, nella quale chi non uccidesse, sarebbe ucciso.

Uno dei tristi effetti del protestantismo fu appunto lo sbigottire i custodi della verità, in modo che credettero necessario il rigore per tutelarla, e così crebbero le severità; se non che, mentre in antico, per la confusione dei due poteri, era la stessa l'autorità che riconosceva il delitto di lesa religione e che vi infliggeva il castigo, si costituì un tribunale ecclesiastico, di persone competenti in fatto di quistioni religiose, le quali decidono sul fatto, e domandano la punizione al braccio secolare.

L'Inquisizione (già il narrammo nel Discorso V) fu introdotta in Linguadoca come spediente politico per reprimere l'implacabile animosità de' popoli separati dalla Loira, ed assodare nella Francia quella nazionalità, che altre genti vagheggiano a qualsiasi costo. La spiegazione de' suoi atti trovasi nelle circostanze de' tempi, e nello stato delle opinioni. Stabilito un sistema, qual meraviglia se i modi e d'intenderlo e d'applicarlo erano quelli di ciascuna età? E tanto più d'un'età come il medioevo, che procedeva non per teoriche ma per fatti. Che se nessuno negherà che si potesse farlo co' modi convenienti, nessuno pure negherà che nell'applicazione siasi trasceso. La dominazione spirituale ben si fonda sopra il volontario consenso degli intelletti; e quando ricorre deliberatamente alla forza materiale, dà indizio d'un indebolimento già sentito. Ogni autorità minacciata suol esacerbare i rigori, e colla necessità della difesa giustificare la persecuzione; e quel tribunale fu esteso come una legge marziale, per frenare eresie che sovvertivano l'ordine sociale. Dove mancassero eretici, vegliava essa sui costumi e sulla disciplina, puniva le bestemmie, la bigamia, le superstizioni, lo sparlare del clero, e principalmente le fatucchierie, quando di queste divulgossi la credenza. Ma nuovo agone le aperse lo irrompere della riforma religiosa, in tempo che generalmente credeasi diritto lo stabilire, o conservare l'unità religiosa mediante la forza, e impossibile che due culti potessero esercitarsi in un paese ed oltraggiarsi a vicenda.

Entrata la discordia, si trascende da tutte le parti e in tutti i tempi: ogni rivoluzione che non riesca a distruggere il potere lo rende più duro e severo; i partiti non hanno viscere; creansi una falsa giustizia, e come in nome di questa la Convenzione mandò a morte migliaja di Francesi per salvar lo Stato; così allora si facea per salvar la Chiesa; quelli morivano gridando «Viva la libertà»; questi gridando: «Viva la Bibbia»; e in nome della religione e della misericordia si rinnovarono gli orrori dell'impero romano, si precorsero quelli della rivoluzione francese. Ma la fierezza di quei supplizj al cui racconto oggi raccapricciamo, era allora usuale quanto oggi il calunniare. Anzi l'Inquisizione rendea le pene meno efferate, per un ultimo rispetto all'immagine di Dio; e chi vedevale applicare potea compiangere una vittima non era offeso dalla straordinarietà del supplizio. V'assistevano Filippo II come Francesco I, e con essi tutta la Corte: prova che non erano mostri eccezionali.

Quando nel Concilio di Trento il cardinale di Lorena dipingeva così eloquentemente la desolazione della Francia, cozzi e battaglie in ogni canto, demolite le chiese, trucidati i religiosi, profanati i sacramenti, arse le immagini e reliquie de' santi e le biblioteche, profanati i sepolcri de' re e dei vescovi, espulsi i pastori, conculcata la regia autorità e le leggi, usurpate le rendite pubbliche, tutto il popolo in sedizione, sedici eserciti un contro l'altro armati, e a Tolosa uccisi diecimila uomini in un sol fatto d'armi, il padre perendo da una parte, dall'avversa il figliuolo; quando egli minacciava di mali simili anche gli altri Stati, attesochè, se Francia s'agita tutta Europa ne guizza; quando ciò diceva quel gran signore e gran prelato, molti per certo dovettero congratularsi che con vie di rigore si fosse dall'Italia tenuta lontana tanta jattura, e colla punizione di pochi colpevoli evitato lo sterminio di tanti innocenti; che, come il medesimo cardinale congratulavasi, all'Italia si fosse conservata la pace mercè della Spagna, la quale robustamente ne reggeva il timone.

Fu in questo senso che un gagliardissimo pensatore savojardo, Giuseppe De Maistre, fece l'apologia dell'Inquisizione di Spagna, perchè risparmiò a quella penisola i torrenti di sangue che la Riforma e le conseguenti discordie civili costarono al resto d'Europa. Dicendo apologia ho usurpato un luogo comune de' retori, giacchè egli medesimo, per quanto audace, quasi non osi pronunziarlo in testa propria, fa dire da taluno che «il Sant'Uffizio con una sessantina di processi in un secolo ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un monte di cadaveri, che sorpasserebbe l'altezza delle Alpi, e arresterebbe il Reno e il Po».

Chi fremesse a queste parole, si ricordi che già prima Vittorio Alfieri avea detto che «la Spagna colle poche vittime immolate dall'Inquisizione, risparmiò torrenti di sangue».

È una proposizione da utilitario, la quale non può esser accettata da noi che domandiamo la giustizia avanti tutto; pure nessun uomo leale potrà non paragonare tali processi ed eccidj a quelli onde fu orrida l'età nostra, nel meriggio della civiltà, nell'ostentazione di umanità[287]; non sentire che certi esaltamenti di sensibilità nel secolo della ghigliotina e dello stato d'assedio puzzano d'ipocrisia; ma troppo è doloroso al Cattolico che possano apporsi alla Chiesa procedimenti, i quali scagionino odierne atrocità secolari.

Quando però un moderno[288] viene ad asserire sul serio che «l'Inquisizione puniva non l'azione esterna, non la manifestazione pubblica delle opinioni, ma il pensiero dell'animo, ed in questo veramente eccedeva di là dei confini d'ogni giurisprudenza», noi lo pregheremmo a indicarci in qual modo l'Inquisizione conoscesse il pensiero dell'animo, e se non sia azione esterna la manifestazione pubblica.

Vero è che una scuola eccedente, in questi ultimi anni, sorse a difendere non solo, ma ad approvare i procedimenti dell'Inquisizione. Noi l'abbiam combattuta ne' suoi momenti di forza, e n'abbiam affrontato le invettive; ciò ne dia qualche diritto a dir delle verità, che la scuola avversa troverà a disapprovare, come quelli disapprovavano le opposte; sempre confondendo la spiegazione d'un fatto colla sua apologia. Perocchè, dacchè prevalse la pratica della tolleranza anche dove non costituisce ancora il diritto, vengono dalla ciurma scribacchiante obbrobriati coloro che propongono, non giustificazione, ma spiegazione alle vecchie immanità; mentre atteggiansi da eroi coloro che declamano senza lealtà contro istituzioni di cui più non si ha a temere, o echeggiano senza critica coloro che posero quei rigori a carico della religione.

Noi non siamo qua nè ad imputare i Protestanti nè a scolpare i Cattolici; da storici cerchiamo ed esponiamo la verità, e riflettendo che la persecuzione era propria del tempo, come dicono propria del nostro la tolleranza, e che il furore de' persecutori ne attesta la sincerità; compiangendo i fatti, ricorriamo al principio che è infallibile; e ricordiamo che nel Concilio di Trento non v'è parola nè d'Inquisizione, nè di roghi; al miscredente s'intima anathema sit, cioè la scissione dello spirito da una società di spirito; ma l'umanità ogni qualvolta prosegue un gran disegno, divien prodiga di sangue.

Avanti tutto bisogna distinguere l'Inquisizione romana da quella di Spagna. E poichè la Spagna molto si lega alle sorti d'Italia in quel tempo, ed è considerata come l'assassina del libero pensare, non è fuor di proposito il dirne qualche parola. Quel regno erasi fatto uno e grande col salvare dai Mori il cattolicismo, per modo che questo si era identificato colla causa della nazionalità: i re vestivano un carattere religioso, e la regina Isabella aveali circondati di forme cattoliche: in America venivano venerati come propagatori del cristianesimo; la prerogativa regia era sempre rinfiancata dall'autorità religiosa. Vinti dopo sette secoli di lotta i Mori, ne restavano reliquie e fautori e falsi convertiti che tramavano coi nemici del paese e della religione; onde a reprimerli si ricorse ai rigori eccezionali che anch'oggi vediamo praticarsi in paesi conquistati, o domi recentemente. S'istituirono dunque tribunali che perseguitassero i Mori come nemici della nazione, e insieme vigilassero sulla credenza vera, punendo i travianti non solo come eterodossi, ma come rei di lesa nazionalità.

Questo «Sant'Uffizio dell'Inquisizione», tribunale marziale contro i residui della dominazione straniera, trascese come fan sempre le nazionali vendicazioni. Espulse da esso, migliaja di famiglie moresche approdarono a Genova e ad altri porti d'Italia in tale sfinimento, che molti soccombettero alla fame e al freddo, costretti sin a vendere i figliuoli per pagare il naulo; e diffusero qui il morbo marano. Anche molti ebraizzanti di Spagna e di Portogallo erano rifuggiti in Savoja, a Genova, in Toscana, a Venezia, a Ferrara, a Mantova, ad Urbino, e Gregorio XIII ammoniva que' governi a provedervi e vigilarli[289].

Sisto IV, al primo momento che re Fernando il Cattolico introdusse il Sant'Uffizio, ne manifestò così forte disgusto, che non solo respinse, ma arrestò l'ambasciatore spagnuolo; onde a vicenda il Cattolico arrestò il suo, e richiamò i suoi sudditi dagli Stati pontifizj. Sisto da poi piegò, come sono spesso costretti a fare i pontefici, e confermò il Sant'Uffizio nel 1478; ma tocco dai lamenti che gli pervenivano sulla durezza de' primi inquisitori, dichiarò surretizia quella bolla, ammonì essi inquisitori, e determinò non procedessero se non d'accordo coi vescovi, nè si estendesse il Sant'Uffizio alle altre provincie del regno; destinò un giudice d'appello papale, a cui potessero gravarsi i maltrattati; e molte sentenze cassò o addolcì. Per quanto esso Ferdinando e sua moglie Isabella e il loro successore Carlo V procurassero eludere quest'intervenzione della Santa Sede, resta memoria di condannati, a cui quei giudici fecero restituire o i beni o l'onor civile, cercarono salvarne almeno i figliuoli dall'infamia e dalla confisca, e spesso imposero agli inquisitori d'assolvere in segreto alcuni accusati, per sottrarli alle pene legali e alla pubblica ignominia. Giulio II e Leone X dispensarono alcuni dal portare il sanbenito, cioè il sacco di penitente; tolsero d'in sulla tomba d'altri i segni di riprovazione: Leone scomunicò l'inquisitore di Toledo nel 1519 ad onta di Carlo V, e voleva riformare radicalmente quell'Inquisizione sottoponendola ai vescovi; ma Carlo V ne lo stornò affacciandogli il solito spauracchio di Lutero, per tema del quale il papa lasciò dimenticare quanto avea fatto contro l'Inquisizione. Più tardi essendo condannato il dottissimo Vives come sospetto di luteranismo, Paolo III lo proferì innocente, e lo pose vescovo delle Canarie. Il famoso latinista Marcantonio Mureto, chiesto in patria al rogo come eretico, fu accolto in Roma ad insegnare all'ombra papale.

Questi fatti raccogliamo da una storia violentemente ostile e perciò divulgata, quella del Llorente. Come nella odierna rivoluzione italiana si destinarono uomini apposta a frugar non solo negli archivj dei governi vinti, ma fin nella religione de' domestici carteggi dei principi cacciati, e pubblicar tutto quanto potesse tornare a loro disdoro, così Giuseppe Buonaparte, intrusosi re di Spagna, commise al Llorente di far uno spoglio delle carte del Supremo Consiglio e dell'Inquisizione. Costui, ligio ai padroni stranieri, vi si applicò con fervore, e mandò alla gualchiera tutti i processi, eccettuati que' soli che, al suo corto vedere, avessero qualche attacco colla storia per la celebrità degli inquisiti e dei fatti; conservò pure i registri delle risoluzioni del Consiglio Supremo, le ordinanze reali, le bolle e i brevi di Roma. Lo confessa egli stesso nella Storia dell'Inquisizione, che sopra siffatti materiali compaginò, con malafede e rancore, o dirò meglio colla sommessione codarda che all'opinione dominante prestano questi prezzolati; e fu lodata e divulgata quando al governo imperiale importava di fare abborriti e vilipesi l'autorità di Roma, il patriotismo spagnuolo e i clericali che sosteneano la patria indipendenza. Con quell'atto vandalico l'autore tolse il modo di sincerare altri fatti storici, fuor quelli che a lui giovava di conservare, e oggimai non è letterato o erudito spagnuolo di coscienza che non ripudii quel lavoro antinazionale. In Italia, invece, giura ancora su di esso la ciurma, che inetta a pensare e giudicare da sè, accetta i giudizj belli e fatti dai manipolatori della così detta opinione.

Per toccare solo di ciò che concerne l'Italia, il Llorente non poteva dissimulare l'opporsi di Roma ai rigori dell'Inquisizione, e gli appelli che accettava alla propria curia, e le assoluzioni: nol poteva, atteso che sussistono i lamenti ufficiali che gliene moveano Ferdinando e Isabella. Che fa egli dunque? Si butta sulle intenzioni, ed asserisce che Roma operava così per guadagnare denari. A questo modo si scrivono gazzette, non istorie[290].

Già del suo tempo lo storico fiorentino Segni accorgevasi che l'Inquisizione spagnuola «fu istituita per tôrre ai ricchi gli averi e ai potenti la stima. Piantossi dunque sull'onnipotenza del re, e fa tutto a profitto della potestà regia, a scapito della spirituale. Nella prima sua idea e nel suo scopo è un istituzione politica; è interesse del papa mettervi ostacoli, come fa tutte le volte che può; ma l'interesse del re è di mantenerla in continuo progresso». E che sia vero, il re di Spagna nominava il grande inquisitore; approvava gli assessori, fra cui due dovevano togliersi dal Consiglio Supremo di Castiglia; il tribunale dipendeva dal re, che così rimaneva padrone della vita e della roba de' sudditi, e che della cassa dell'Inquisizione faceva un fondo di riserva proprio, a segno che più volte agl'inquisitori non avanzava tampoco quanto bastasse per le spese; e i grandi e il clero n'erano colpiti egualmente, senza privilegio od eccezione; laonde, mentre esprimeva lo sforzo nazionale contro i Maomettani e gli Ebrei, era pure uno scaltrimento regio per assoggettarsi la Chiesa e la nobiltà[291].

Carlo V avea contro i Protestanti emanato decreti severi a segno, che dovette mitigarli Filippo II, a lui succeduto nel regno di Spagna e ne' dominj dell'Asia, dell'America e dell'Italia; Filippo II, il cui nome rappresenta proverbialmente la opposizione contro l'eresia, e in conseguenza per taluni una generosa come che inesorabile perseveranza, per altri il colmo della fierezza, unita all'ipocrisia. Nel fatto egli possedette qualità grandi: vasta capacità, fermo carattere, amore alla fatica, occupandosi incessantemente negli affari di Stato e nelle minuzie d'amministrazione: fautore delle lettere, che sotto di lui ebbero il secol d'oro; come sotto di lui, sebbene non fosse guerresco, si vinsero alcune delle maggiori battaglie della storia: attento a tutte le parti dell'immenso impero, ma principalmente amoroso della Spagna e della forza e gloria di essa, per la quale vi aggregò paesi d'altra indole, senza badare alle inconciliabili diversità. Nè per avversa fortuna prostrandosi, nè per prospera inebriando, quando l'ammiraglio, a cui aveva affidato quella che lo stupore de' contemporanei intitolò invincibile armata, venne annunziargli ch'era stata dispersa dal turbine, esso proferì soltanto: «Duca, io vi avea mandato contro i nemici, non contro gli elementi»; e ripigliata la penna continuò a scrivere. Stava leggendo la vita di suo padre quando gli fu annunziata la vittoria di Lépanto, che decise se l'Europa sarebbe cristiana o musulmana; e non che prorompere in esultanze, riflettè: «Don Giovanni ha molto arrischiato: come ha vinto, così poteva perdere». Pur seppe rendere omaggio al merito; e quando il duca di Savoja, vinta colle armi spagnuole la Francia a San Quintino, si presentò per baciargli la mano, esso lo serrò nelle braccia dicendogli: «Tocca a me baciar la vostra, che compì opera sì bella».

Ma non coronato di allori come suo fratello don Giovanni, nè generoso come suo padre, serba nella storia una fisonomia freddamente severa; forse per troppa conoscenza degli uomini, diffidava, e perciò teneasi concentrato; volea veder tutto da sè, e perciò esitava a decidersi; deciso una volta, non recedeva più, scambiando per costanza l'ostinazione, per giustizia la inesorabilità. Indispettito degli ostacoli che le libertà locali metteano al suo potere, s'applicò a torle di mezzo. Credendo l'unità religiosa fondamento necessario dell'unità politica, e sè medesimo destinato da Dio a rintegrare la religione cattolica, ogni discrepanza considerava non solo come eresia, ma come lesa maestà divina ed umana, e tenevasi in obbligo di combatterla, come fece dapertutto, senza mai scendere a componimento; nell'interno non rispettò tampoco l'asilo delle coscienze; fuori cercò impadronirsi fin della Francia e dell'Inghilterra per serbarle cattoliche: e intanto si vide tolti i Paesi Bassi[292]; esaurì le finanze, scontentò i popoli, distrusse il prestigio della propria potenza. I re di Francia e d'Inghilterra, ch'egli avea mirato a spossessare, gli si inimicarono, ed allearonsi colla Riforma e colla letteratura per denigrarlo allora, e tramandarlo in esecrazione alla posterità. Certo egli personifica in sè la Spagna cattolica, monarchica, patriotica; e fu uno dei più efficienti sulla futura civiltà, perocchè senza di lui la religione cattolica in Italia e in tutta Europa sarebbe rimasa nulla più che tollerata, cioè nella condizione dove stava, or fa poc'anni, in Inghilterra o in Prussia o in Russia.

Non fu lui che inventò l'Inquisizione; suo padre morendo aveagli raccomandato di mantenerla, sicchè non ebbe che a drizzarla contro l'irruzione dell'eresia, che seminava di pianto, di persecuzioni, di sangue tutta l'Europa[293]. E il reprimere con supplizj i dissidenti, lo ripetiamo, era comune nel diritto pubblico d'allora; la solennità che si dava a quegli ancor più deplorabili che esecrabili spettacoli, attesta come fossero nell'indole dei tempi e nelle idee dei tanti spettatori: pubblicavansi perchè si credeano giusti e necessarj. A non toccare se non ciò che rasenta alla storia italica, pochi giorni prima di quella battaglia di Pavia dove Francesco I perdette tutto fuorchè l'onore, il 17 febbrajo 1525 a Parigi veniva mandato al supplizio maestro Guglielmo Joubert, licenziato in legge, convinto d'aver seguìto le dottrine di Lutero. Avea ventott'anni, e fu condotto sul carro fra immenso popolo davanti alla chiesa di Nostra Signora, e di là a Santa Genovieffa, dove fece ammenda onorevole; poi ricondotto sulla piazza Maubert, fu dato al fuoco, dopo avergli forato la lingua con ferro rovente.

Quando di Francia avventansi accuse al nostro paese dell'Inquisizione, noi, non per raffaccio, ma per memoria, citeremo la notte di san Bartolomeo, e la sentenza del parlamento di Parigi che condanna al fuoco come mago l'insigne cancelliere l'Hopital; e l'altra del 1561 che pronunzia lecito l'uccidere qualunque ugonotto, e che doveasi leggere in ogni parrocchia tutte le domeniche[294].

Non cominciarono in Ispagna dunque prima che altrove gli spettacolosi Atti di fede. Chiamavansi così le esecuzioni sopra i condannati dal Sant'Uffizio perchè vi si recitava dal pulpito con semplici formole la professione di fede; e gli accusati doveano ripeterla. Il maggior numero lo faceano, sicchè tutto l'Atto risolveasi nell'assolvere gli imputati ricredentisi, e le più volte non bruciavasi se non la candela che tenevano in mano; gli ostinati abbandonavansi al braccio secolare.

Il Llorente cita un auto da fe del 1486 a Toledo con settecencinquanta condannati, ma nessuno a morte; un altro di novecento, pur senza sangue; in uno furono condannati tremila trecento, di cui ventisette a morte; ma si rifletta che, oltre l'eresia, erano di competenza del Sant'Uffizio i peccati contro natura, la sollecitazione in confessione, la bestemmia, i ladri di Chiesa, perfino il somministrar cavalli e munizioni al nemico in tempo di guerra; sovratutto le pratiche di maomettismo. Francesco di San Romano, negoziante di Burgos, intesi a Brema i predicanti, cercò propagarne le dottrine. Preso ad Anversa dall'Inquisizione, dopo sei mesi fu rilasciato, condannando solo e bruciando i suoi libri. Non che ravvedersi, egli s'incalorì, e cercò persuadere Carlo V a riconoscere la religione riformata; onde preso di nuovo, dopo la spedizione d'Algeri fu dall'Inquisizione di Valladolid condannato al fuoco. Nell'andare ricusò prostrarsi a una gran croce di legno, la quale immediatamente fu fatta dal vulgo in pezzi, da conservare come reliquie, perchè essa avea respinto le adorazioni d'un eretico. San Romano fu arso vivo, e gli arcieri imperiali ne raccolsero gli avanzi, e l'ambasciadore d'Inghilterra ne cercò diligentemente qualche osso. È dato come il primo spagnuolo che fosse arso per luteranismo.

L'8 ottobre 1559 Filippo II, appena tornato dai Paesi Bassi, assisteva a un solennissimo Atto di fede in Valladolid, il secondo che celebravasi in Ispagna, e il grand'Inquisitore lesse una formola, per la quale il re giurava prestare ogni ajuto al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri, contro degli eretici ed apostati, e di quelli che impedissero direttamente o indirettamente d'eseguirne i decreti. Fra i condannati compariva don Carlo di Sessa, nobile italiano, chi dice di Verona, chi di Firenze, onorato da Carlo V per l'ingegno, imparentato per la moglie con primarie famiglie di Spagna. Irremovibile a persuasioni o minacce, aveva il giorno prima steso una professione di fede in senso reprobo, che il Llorente dice aver letta e ammirata per insuperabile energia. Condannato al rogo, passava davanti al re, al quale rivolto disse: «Come osate voi farmi bruciare?» E il re: «Se mio figlio fosse tristo come voi, porterei io stesso la legna al suo rogo». Gli fu posto uno sbavaglio alla bocca, e giunto al luogo del supplizio, quando gli fu tolto acciocchè potesse abjurare, esclamò: «Mettete subito il fuoco; se mi lasciate tempo, dimostrerò che voi correte alla perdizione qualora non operiate come me».

Dopo questo anno delle grandi procedure contro gli eretici in Ispagna più non vi si trovano Protestanti nel vero senso, e l'Inquisizione si esercitò contro Ebrei, Mori, relapsi, streghi. Ma la potenza sua crebbe a segno, da valer più che l'autorità di Roma: antagonismo che si manifestò principalmente nel processo contro Bartolomeo Carranza. Questo domenicano, arcivescovo di Toledo, adoprato da Carlo V in ufficj gravissimi, massime in Inghilterra, avea mostrato gran fervore contro gli eretici: primeggiò al Concilio di Trento, da cui ebbe incarico di redigere il catalogo de' libri proibiti. L'ingegno e l'altezza del posto gli attirarono l'invidia, e l'accusa allora comune di opinioni ereticali; pel quale sospetto, Carlo V mal l'accolse quando andò nel ritiro suo di San Giusto a prestargli l'ultima assistenza. Pure narrarono ch'e' lo confortasse a fidare unicamente ne' meriti di Cristo: e dopo spirato, recitò il De profundis, a ogni versetto facendo un commento; preso quindi il Crocifisso, esclamò: «Ecco quello che tutti ci ha salvati; ogni cosa è perdonata per merito suo, e più non v'è peccato».

Di tali espressioni, quasi escludessero la cooperazione dell'uomo e l'intercessione dei santi, fu imputato, e il 22 agosto 1559, chiuso nelle carceri del Sant'Uffizio a Valladolid, cui presedeva il grand'inquisitore Valdes. Già il Sant'Uffizio avea messo all'indice i Commenti sul catechismo cristiano, scritti da esso, benchè dedicati a Filippo II e approvati da una commissione del Concilio di Trento; i cui membri, non osando resistere a quel tribunale, ritrattarono il datovi assenso. Pio IV, per quanto rigoroso, credette in ciò si procedesse troppo severamente, e ne avocò la causa a Roma. Filippo II geloso delle prerogative dell'Inquisizione, protestò non lascerebbe mai giudicarne fuori di Spagna. Il papa spedì un legato a latere con due altri giudici che assumessero quell'esame, ma gli inquisitori seppero trar in lungo finchè il santo papa Pio V scrivendo lettere sopra lettere per lagnarsi di non esser tenuto informato sul processo di personaggio di sì gran conto, e minacciando la scomunica a Filippo II, che persisteva sul niego, riuscì a trar l'accusa a Roma il maggio 1567. Quivi alloggiò il Carranza in Castel Sant'Angelo: delegò quattro cardinali, quattro vescovi, dodici teologi e dottori a vagliarne la causa, e non dissimulava nè la sua collera verso gl'inquisitori, nè la riconoscenza pei servigi resi dal Carranza alla Chiesa: e non che proibirne il catechismo, diceva che, un po' poco che lo spingessero, e' l'approverebbe di moto proprio.

La frivolezza odierna n'ha bel tema d'invettive contro i tribunali ecclesiastici. La storia imparziale riflette che, in procedura sì lunga, estesa, complicata, non è possibile veder un mero intrigo, e total mancanza di titoli. Il Carranza nel 1539, come qualificatore della Inquisizione, assistette al capitolo generale de' Domenicani in Roma, ove fu amico del Flaminio, del Carnesecchi e di altri sospetti. Fra le sue carte fu trovata una lettera del Valdes, ove, parlando degli interpreti della sacra scrittura, professava che non bisogna appoggiarsi sui santi Padri per intenderla; che possiamo esser certi della nostra giustificazione, e la giustificazione si ottiene mediante la fede viva nella passione e morte di Nostro Signore.

Se ne' suoi scritti con somma franchezza espone i vizj dominanti senza riguardo a persone, forse procedeva più esplicito nel parlare; Filippo II, già suo amorevole, gli divenne avversissimo: se il processo potea temersi pregiudicato in Ispagna, eccolo trasferito a Roma.

Ma per tradur in latino tutta l'informativa e per raccogliere le notizie non si richiesero meno di tre anni, poi altri in domande e risposte, e solo Gregorio XIII nel 1576 pronunziò definitiva sentenza. Il Carranza, a ginocchi davanti al papa e ai prelati, fece abjura generale delle dottrine ereticali, e ritrattò quattordici proposizioni mal sonanti ne' suoi libri; fu confermata la proibizione del suo catechismo; egli, sospeso dalle funzioni vescovili, starebbe cinque anni a Orvieto in un convento del suo Ordine, e visiterebbe le sette basiliche di Roma; ma pochi giorni dopo, al 2 maggio 1576, moriva di settantatrè anni, dichiarando non avere il minimo rimorso di sentimenti contro la fede; eppure non imputando d'ingiusta la sentenza del pontefice; il quale gli facea splendidissime esequie, e un sontuoso monumento con iscrizione d'illimitate lodi[295]. Sicchè non resta che a deplorare la condizione tristissima ma inevitabile de' giorni di rivoluzione e di paura. Del resto i re di Spagna d'allora badavano agli ammonimenti del papa quanto gli odierni al sillabo: onde sarebbe strano l'imputar ad esso quelle procedure quanto l'attribuir al pontefice odierno i nostri errori sull'usura, sul matrimonio, sulla servitù della Chiesa.

La Spagna teneva in dominio bellissime parti dell'Italia nostra. Nel regno di Napoli era già stabilita l'Inquisizione dai severissimi editti di Federico II, affidando le condanne ai magistrati secolari. Per rimedio al costoro rigore e alle mal condotte procedure, Roma cercava mandarvi inquisitori proprj: gli Angioini, ligi ai papi, molte volte prescrissero di favorire, e fin di pagare questi venuti da Roma: nel 1305[296] Carlo II ordinò a tutti i baroni e agli ufficiali che dessero ajuto all'inquisitore frate Angelo da Trani, carcerando e custodendo le persone sospette, non molestassero i suoi famigli per l'arma che portano, eseguissero le sentenze ch'egli proferirebbe contro gli eretici e i costoro beni, mettessero al tormento gl'imputati per cavarne la verità: nel 1307 incaricava frà Roberto da San Valentino, inquisitore del regno, di procedere con tutto rigore contro l'arciprete di Buclanico, il quale, dopo corretto, era ricaduto in errori sopra alcuni articoli di fede[297].

Gli Aragonesi, succeduti nel dominio, restrinsero di nuovo l'Inquisizione, e la sottoposero all'assistenza del magistrato secolare. I Napoletani, ai primi anni di Fernando il Cattolico, adombratisi ch'egli volesse piantarvi il Santo Uffizio alla spagnuola, tanto fecero[298], che, per mezzo del gran capitano Córdova ottennero promessa che mai non l'avrebbe posto. Nel 1505 esso gran Capitano, chiesto dal vescovo di Bertinoro inquisitore apostolico di far carcerare alcune donne indiziate di eresia, che da Benevento erano fuggite a Manfredonia per passare in Turchia, scriveva al governatore Foces procurasse averle in mano, ma ne desse avviso a lui. Il conte di Ripacorsa nel 1507 rimproverava frà Vincenzo da Ferrandino perchè avesse inquisito alcune persone senza informarlo nè mostrargli la sua commissione[299]. Donde appare che l'Inquisizione non avea tribunal fisso, e dovea dipendere dal placito secolare.

Ma quando la spagnuola infierì contro i Moreschi e i Marani, i Napoletani temettero di nuovo che Fernando volesse introdurla fra loro, come pareva trapelare da certe sue lettere, che supponeano qui rifuggiti molti Musulmani profughi dalla Spagna. Con modi rispettosamente robusti gli rammemorarono l'antica capitolazione, e come non fosse duopo di straordinarie procedure contro Mori ed Ebrei, essendo qui pochissimi; e avendo egli mandato alcuni inquisitori, furono ricevuti in tal maniera, che dovettero partirsene ignominiosamente. Nè quanto il re cattolico visse, più tentò quel fatto, e il vicerè Cordova vigilò perchè Roma non eccedesse. Germogliata l'eresia di Lutero, Carlo V, trovandosi in Napoli nel 1536, promulgò un severissimo editto, con cui interdiceva ogni commercio e corrispondenza con persone infette o sospette d'eresia, pena la morte e la confisca. Che le opinioni luterane serpeggiassero a Napoli, lo vedemmo parlando del Valdes e di Galeazzo Caracciolo. Don Pietro Toledo vicerè, cui Carlo V nessuna cosa avea raccomandata più che d'impedire il contagio dell'eresia, non solo la fece combattere da famosi predicatori e teologanti, frate Angelo da Napoli francescano, frà Girolamo Seriprando agostiniano, frate Ambrogio da Bagnoli domenicano, frà Teofilo da Napoli, frate Agostino da Treviso, ma bruciò una gran catasta di libri che la propalavano, e vietò (1544) l'introdurre qualunque trattato teologico che fossesi pubblicato negli ultimi venticinque anni, non approvato dalla santa sede o anonimo, e chiuse le accademie del Pontano, de' Sireni, degli Ardenti, degli Incogniti, che sotto coperta di letteratura o di filosofia facilmente scivolavano nel campo teologico. Poi, spintovi dall'imperatore, desolato degli scompigli causati in Germania dalla Riforma, e delle concessioni a cui avea dovuto calare, e anche dal desiderio di deprimere la nobiltà, s'industriò impiantare nel regno di Napoli l'Inquisizione spagnuola (1546). E prima per mezzo del cardinale Borgia suo parente indusse Paolo III a vietare ai laici di trattar di cose di religione, ed a spedire commissarj che istituissero qualcosa di simile al Sant'Uffizio. Il vicerè vi diede l'exequatur, ma non fece pubblicare la bolla a suon di tromba e nelle prediche, come di costume; e solo affiggere all'arcivescovado; intanto fra le piazze insinuando che nulla v'avea di che sgomentarsi, che non veniva dal governo bensì dal papa, senz'altro fine che di sbrattare la città se qualche eretico vi fosse.

Il popolo, sospettando di mala fede il Toledo, levò rumore, e non valendo le rimostranze, mandate a Pozzuoli per mezzo di Antonio Grisone, insorse gridando arme, strappando i cedoloni, surrogando agli Eletti del popolo altri più creduti: i nobili vi si mescolano, aizzandoli e chiamando fratelli i plebei, come si suole nelle insurrezioni, e ripudiano l'Inquisizione al grido di «Viva la santa fede», come la ripudiavano gli Aragonesi al grido di «Viva la libertà». Il Toledo risoluto di venirne a capo col terrore, esclamava: «Perdio, che a costoro dispetto porrò il tribunale dell'Inquisizione in mezzo del mercato»; e citò davanti al reggente della vicaria i capipopolo, che erano Tommaso Anello sorrentino, plebeo della piazza del Mercato, e Cesare Mormile, nobile di Porta Nuova; ma tal folla gli accompagnò, ch'egli dovette dissimulare, e lasciare che in groppa alla chinea di Ferrante Carafa e di altri signori, fossero portati in trionfo alle varie piazze: onde rassicurare e ammansire la plebe, mandò il marchese Caracciolo a quietare coll'occhio e col volto: intanto egli, dando buone parole e promettendo che, vivo lui, mai non s'introdurrebbe tal tirannia, chiamava truppe.

Ma un accidente da nulla porge occasione di far sangue, i soldati spagnuoli assalgono i tumultuanti; questi rispondono colle barricate e colla campana a martello del campanile di san Lorenzo; i castelli fan fuoco; la via Toledo e la Catalana si contaminano di carnificina; sono mandati sommariamente al supplizio alcuni nobili, non maggiormente colpevoli degli altri ma per dare un esempio, e il Toledo, credendo aver atterrito, passeggia fieramente la città. Non fu fischiato o urlato; ma nessuno grande o piccolo gli usò atto di riverenza, nè cavar il berretto, o piegar il ginocchio come prima: però quando i capipopolo sparsero voci sinistre, la plebe a fatica si rattenne dal farlo a brani, gli tolse l'obbedienza, e costituì regolarmente un'unione di nobili e popolani a servizio di sua maestà e a comune difesa, nella quale chi non entrasse era considerato per traditore della patria; e pigliò le armi, guidata dal Mormile e da Colantonio Caracciolo, che fu gridato traditore appena parve condiscendere ad accordi.

Stettesi lunga pezza in attitudine di guerra, nè mancava chi suggerisse o di darsi al papa, il quale, all'antica ragione di sovranità, univa allora l'avversione particolare contro gli Spagnuoli, o di chiamare Pietro Strozzi profugo di Firenze, e i Francesi che allora campeggiavano a Siena. Ma i più perseveravano nelle forme di soggezione, gridando Impero e Spagna: all'imperatore fu deputato Ferrante Sanseverino principe di Salerno, con Placido di Sangro, per rimostrargli che, fra i capitoli del regno, era di non vi introdurre l'Inquisizione alla spagnuola: sicchè non guardasse come ribellione contro lui questo insorgere contro un rigore illegale.

A suggerimento del papa e di san Carlo vi fu deputato anche il famoso giureconsulto Paolo d'Arezzo, allora prevosto de' Teatini, poi arcivescovo di Napoli e beatificato; e nelle calde suppliche è notevole la strana ragione che, essendo colà troppo comuni i giuramenti falsi, niuno terrebbesi sicuro della vita e dell'avere se dominasse l'Inquisizione spagnuola.

Ma i baroni a titolo d'obbedienza feudale erano stati domandati dal vicerè a venir alloggiare nelle caserme degli Spagnuoli: le famiglie dabbene si ritirarono, sicchè, prevalendo la feccia e i fuorusciti, andò a scompiglio il paese; chi volea schivare le furie della ciurma, bisognava la blandisse coll'esagerazione delle parole e colla villania del vestire e del trattare; intanto che i soldati spagnuoli coglievano ogni occasione e pretesto di saccheggiare, e da una parte e dall'altra cercavansi sussidj e munivansi fortezze.

L'imperatore a fatica s'indusse a concedere udienza ai deputati; intimò si deponessero le armi in mano del vicerè; e la città scoraggiata obbedì, implorò misericordia; pure ottenendo che i casi d'eresia fossero giudicati dagli ecclesiastici ordinarj. Trentasei eccettuati dall'amnistia già erano fuggiti; il Mormile con altri ricoverò in Francia, ben visto e proveduto. Gianvincenzo Brancaccio, che lasciossi cogliere, fu decapitato: l'imperatore di nuovo dichiarò fedelissima la sempre rivoltosa città, e le impose centomila scudi di amenda.

I processi d'eresia si erigevano dal vicario di Napoli per via ordinaria; e una bolla del nuovo papa Giulio III vietò che traessero dietro la confisca, cassando anzi le pronunziate fin allora, e volendone applicati i beni a i più prossimi parenti[300]: i colpevoli erano diretti a Roma, donde, fatta l'abjura e le penitenze imposte, erano rimandati a casa.

Non però i rigori si smettevano, e notammo già e noteremo molti che andarono profughi. Qui ricordiamo Francesco Romano, già agostiniano, che occultamente diffuse nella natìa Sicilia gli errori di Zuinglio, poi fuggì in Germania, e tornato a casa nel 1549, sponeva la logica di Melantone, le epistole di san Paolo, e fu creduto anch'egli autore del noto libro sul Benefizio di Cristo. Citato al Sant'Uffizio, fuggì, poi venne spontaneo a costituirsi, si disdisse, e ottenne perdono, mediante molte penitenze e pubblica abjura nelle cattedrali di Napoli e Caserta, e confessò d'avere molti proseliti, fra cui varie dame titolate. Più tardi Scipione Tettio, autore d'una dissertazione De Apollodoris, lodata dagli eruditi, pubblicò non sappiamo quali opere, con false opinioni sulla divinità; onde fu condannato alle galere. Lo racconta il De Thou, che essendo a Roma nel 1574, ignorava se ancor vivesse. Anche Pompeo Algeri da Nola fu mandato al fuoco.

Dei Valdesi altrove parlammo: i quali anche in Roma si erano diffusi, dove Gregorio IX li perseguitò, e molti ne pose a Monte Cassino[301]: e nel processo che già sponemmo del 1387, quelli del Piemonte annunziavano il loro pontefice stare nella Puglia, donde erano mandati a loro i maestri. Infatti nella provincia della Calabria Citeriore, ove l'Apennino declina al Tirreno, ai piedi della cresta del Bitonto, nel circondario di Paola e mandamento di Cetraro sta in poggio il paesello di Guardia, di 1500 abitanti agricoli, che parlano e vestono diversamente de' circonvicini. Spesso si confonde dagli storici con Guardia Lombarda, comune del Principato Ulteriore; che può aver avuto anch'esso quell'aggettivo perchè popolata da Piemontesi, che consideravansi lombardi. Narrano gli scrittori valdesi, e nominatamente il Giles, che, verso il 1315, un gentiluomo calabrese (probabilmente Ugo dal Balzo, siniscalco di re Roberto) imbattutosi in un'osteria di Torino con alquanti Valdesi, e udito come le loro valli riboccassero di popolazione, offrì di dar loro alcune terre di Calabria; ed avendo essi mandato ad esaminarle, e trovandovi letizia di cielo, di pascoli, di frutti, di vigneti, d'ulivi, vi stabilirono una colonia, a patto di pagar un tributo, e del resto regolarsi a comune senza render conto a chichessia, e soprattutto poter seguitare i loro riti. Di ciò si fece istromento autentico, confermato poi da Ferdinando d'Aragona. Alla città di Montalto aggiunsero un borgo, che fu detto degli Ultramontani: e dopo cinquant'anni cresciuti di numero, ne eressero un altro, lontano un miglio, detto San Sisto, dove fu una delle chiese riformate più celebri; e via via i borghi di Vaccarizzo, Rose, Argentina, San Vincenzo; poi la Guardia sulle terre dei marchesi Spinelli di Fuscaldo.

A queste terre ricoverarono poi molti Valdesi di Provenza, perseguitati quando la Corte pontificia risedeva ad Avignone, e fabbricarono Montelione, Faito, La Cella, la Motta; verso il 1500 altri passarono ad abitare nella città di Volturara[302]. Colà vissero quieti tollerati e tolleranti, fino ad andare alla messa, e far battezzar i loro figliuoli da preti cattolici; usando pochissime forme esterne di culto, non urtavano le popolazioni vicine: grati ai signori dei luoghi, perchè quieti e pagavano; ogni due anni riceveano la visita d'un reggitore e d'un coadjutore dalle valli Alpine, che venivano distinti d'abito, e fingendosi fabbri, mercanti, medici, facendosi conoscere da un particolar modo di bussar alla porta. Privi di lettere, nè disputavano sulle loro credenze, nè cercavano divulgarle. Se non che i loro fratelli delle valli subalpine, quando si riformarono a foggia di Protestanti, spedirono in Calabria alcuni «per rimettervi ogni cosa in buono stato»[303], e forse allora solo vennero indotti a ritirarsi dalle assemblee cattoliche, cui prima s'accomunavano, e mandarono a Ginevra Marco Usegli, chiedendo dottori. In fatto venne Luigi Pasquale di Cuneo, già soldato di Savoja, che fece proseliti anche nelle vicine terre della Basilicata, Faito, le Celle, la Castelluccia. Il cardinale Alessandrino e come capo dell'Inquisizione a Roma, e dopo fatto papa inviò predicatori, e nominatamente Gian Antonio Anania di Taverna cappellano in casa Spinelli, che primo gli avea indicato quel pericolo (1561), e Cristoforo Rodrico gesuita, con ampia podestà: ma le minaccie rimasero senza frutto, non volendo essi nè violare i riti antichi, nè staccarsi da luoghi sì belli. Pertanto si ebbe ricorso al braccio secolare; e il duca d'Alcala vicerè spedì Annibale Moles giudice di vicaria e molti soldati, che, secondando i missionarj e il marchese Spinelli, costringevano andare alla messa, i disobbedienti colpendo nei beni e nella persona.

Spinti alla disperazione, essi impugnarono le armi, e ricoveratisi nelle foreste dell'Apennino, prima alla spicciolata, poi in giuste battaglie combatterono; alfine disfatti si ricoverarono in Calabria alla Guardia che avea postura favorevole, mura e due corsi d'acqua. Il marchese, nelle cui terre si trovava la Guardia, mandò colà cinquanta uomini, fingendo fossero delinquenti che voleva relegare in quella fortezza; i quali penetrati, trassero fuori le armi, s'impadronirono dei posti, e sopraggiunti altri armati, incatenarono tutti gli avversarj. Allora furono sottoposti a fieri giudizj, e i renitenti a supplizj studiatamente atroci. Serrati in una casa tutti, veniva il boja, e pigliatone uno, gli bendava gli occhi, poi lo menava in una spianata poco distante, e fattolo inginocchiare, con un coltello gli segava la gola e lo lasciava così: di poi, con quella benda e quel coltello insanguinati, ritornava a prendere un secondo, e farne altrettanto. Ce lo narra un contemporaneo, che fa perirne a tal uopo fin al numero di ottantotto. «I vecchi vanno a morire allegri; i giovani vanno più impauriti. Si è dato ordine, e già sono qua le carra, e tutti si squarteranno, e si esporranno di mano in mano per tutta la strada che fa il procaccio fino ai confini della Calabria; se il papa ed il signor vicerè non comanderà al signor marchese (di Buccianico) che levi mano. Tuttavia fa dar della corda agli altri, e fa un numero per poter poi fare del resto. Si è dato ordine far venir oggi cento donne delle più vecchie, e quelle far tormentare, e poi far giustiziare ancor loro, per poter farne la misura perfetta. Ve ne sono sette che non vogliono veder il Crocifisso, nè si vogliono confessare, i quali si abbruceranno vivi. In undici giorni si è fatta esecuzione di duemila anime; e ne sono prigioni mille seicento condannati; ed è seguita la giustizia di cento e più, ammazzati in campagna, trovati con l'arme circa quaranta, e gli altri tutti in disperazione a quattro e a cinque; bruciate l'una e l'altra terra, e fatte tagliare molte possessioni»[304]; altri furono messi a remare sulle galere spagnuole.

Luigi Pasquali suddetto, studiato a Losanna, si era sciolto dal legame matrimoniale per andar nel regno di Napoli ad evangelizzare, e con Stefano Negrino suo amico fu preso, e con ogni guisa di strapazzi spedito a Roma; malgrado i patimenti rimase saldo, e rallegravasi di soffrir per Cristo, e di sentire avvicinarsi l'ora di offrirsi in sagrifizio al Salvatore, e l'8 settembre 1560 fu strangolato alla presenza del papa e de' cardinali. Avea pubblicato un Nuovo Testamento in italiano, e varie lettere melle ac dulcedine evangelico refertissimæ ac unctionem spirantes, dice il martirologio protestante.

Il racconto è evidentemente esagerato dallo spirito di partito, e appoggia su relazioni, nulla più attendibili che quelle di cui ogni giorno c'ingannano le gazzette; fatto è che allora furono spente le colonie del principato oltrappennino, cioè Montalto, Volturara, San Sisto. Per interposizione del vescovo di Bovino si fece grazia agli abitanti di Castelluccio, Faito, Celle, Monteleone. Parecchi giunsero a tornare nelle valli alpine o nella Svizzera; altri abjurarono il loro culto, e furono raccolti in Guardia, ch'era rimasta disabitata, dove fin ad oggi le donne conservano alcuna traccia del vestire alpino, sottana di panno rosso, maniche di velluto o panno nero, i capelli intrecciati con nastro rosso o nero, quale usavasi fin testè nella Val d'Angrogna; e il loro dialetto tiene del piemontese, come la loro fisionomia e l'operosità[305].

Nè in Napoli mancarono errori e rigori. La famiglia Bonifazio possedeva il principato d'Oria, in terra d'Otranto, per dono di re Federico a Roberto che morì nel 1536, lasciando due figliuoli, entrambi letterati. Dragonetto, stillando un potentissimo veleno, ne rimase morto. Suo fratello Giovanni Bernardino ereditò il principato, ove ad Oria erano uniti Francavilla e Casalnuovo, terre pingui e di abbondante rendita. Ma il possessore era uno stravagante, viveva affatto in disparte, non facendosi servire che da due schiave turche: e tutto dedito agli studj. Aggiungeano che sentisse male della religione, e per ciò e perchè non andava mai a messa temendo esser molestato dalla Inquisizione, raccolti denari, finse andar a Venezia, e colle sue turche passò a conoscere i capi della setta luterana. In fine si stabilì a Vilna in Lituania, un miglio fuor della città, dopo che delle due serve una impazzò, l'altra maritossi: avendo a Costantinopoli compro un altro schiavo, questo gli fuggì in Moldavia, onde egli, senza servitori, «vive per lo più di latticinj, d'uva, di fichi secchi, d'uva passa, pomi e ravanelli; beve acqua pura; non abita in stufe, ancorchè paese freddissimo, ma spesse volte si vede intorno a un po' di fuoco, soffiando per cuocere le sue minestre, che per lo più son di latte e d'uva, assomigliando più fornaciajo che altro...... Tutto il suo vestire non giunge al pregio di due fiorini:.... Il letto e ogn'altra cosa sua non vuol che da altri che da lui sien tocchi; ha la barba lunga ed unta, magro, e in questo tempo (1586) può aver da sessanta a settant'anni. È della Confessione Augustana, la qual non ha mai lasciata, e nimicissimo de' Calvinisti. In Norimberg fu molto accarezzato: ma non avendo fermezza, in niun luogo si può fermare lungo tempo»[306].

Nulla trovammo di costui nelle consuete fonti, ma ne conosciamo una traduzione di Sallustio, impressa il 1550 dal Torrentino a Firenze, poi una miscellanea Hymnorum, epigrammatum et paradoxorum quorumdam di lui, stampati a Danzica nel 1599, con una prefazione ove si parla delle sue vicende, e come morisse in questa città il 1597. Da alcune lettere di Quinto Mario Corrado s'indurrebbe sia fuggito di patria il secondo anno di Paolo IV: il suo principato fu tratto al fisco, essendo egli l'ultimo della famiglia: e re Filippo ne investì san Carlo Borromeo, che poi lo vendette quarantamila zecchini, e in un sol giorno li distribuì ai poveri.

Nel 1567 i cherici regolari scopersero a Napoli una nuova setta; la quale professava i riti, le credenze, le empietà degli Ebrei, aprendo scuole clandestine. Riferitone al vescovo Mario Caraffa, destinò a reprimerli Gerolamo Ferro, chierico regolare, Gerolamo Panormitano, domenicano, Alfonso Salmerone, della Compagnia di Gesù, prete Girolamo Spinola[307].

D'un altro napoletano ci è dato ricordo, Giovan Maria della Lama medico. Da più anni esercitava l'arte sua in Vienna, quando nel 1567 mandò una petizione per mezzo del cardinale Comendone, ove esponea conoscere d'esser denunziato al Sant'Uffizio per sospetto di cose religiose, e quantunque sappia non essersi mai scostato da ciò che crede e comanda la santa madre Chiesa, per potere però viver in pace, e se errò far penitenza, supplica d'intercedergli dal papa di commettere la causa sua al nunzio o a chi giudicherà in Vienna, giacchè sarebbe ruina dello stato suo l'andar a presentarsi in Roma: poter i buoni Cattolici attestare che, mentre fu in queste parti, si astenne da ogni conversazione con eretici, e frequentò i sacramenti.

Nè Pio V, nè Gregorio XIII vollero consentirgli la domanda; Sisto V all'imperatore Rodolfo II, che glielo raccomandava, rispose il 26 marzo 1587, che non son poche nè leggiere le incriminazioni per le quali esso fuggì d'Italia, colla qual fuga crebbe gl'indizj: non esser possibile farne il processo, così lontano dai testimonj: pure, se egli confessi le colpe e abjuri gli errori, manderà facoltà di assolverlo. Intanto avverte l'imperatore che disconviene dalla virtù e pietà sua il tener a servigio del suo corpo un uomo sospetto d'eresia e per questa fuoruscito[308].

In Napoli, delle persone che aveano frequentato le conversazioni di Vittoria Colonna e di Giulia Gonzaga[309] molte furono citate al vicario dell'arcivescovo; e Giovanni Francesco d'Alviso di Caserta, e Giovanni Bernardino di Gargano d'Aversa decapitati ed arsi, e confiscati i loro beni nel 1564, in onta del privilegio di Giulio III. Se n'empì di sgomento la città; molti migrarono: le piazze inviarono al duca d'Alcala vicerè onde sincerarsi se rivivesse il disegno di istituire l'Inquisizione spagnuola. Furono assicurati del no; sicchè, dice il sempre servile Giannone, cessò ogni sospetto d'Inquisizione; restando i Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del re[310].

Ove si noti che i Napoletani non ricusavano l'inquisizione ordinaria esercitata dai vescovi: anzi nel seggio di Capuana è detto[311]: «Si faccia deputati, con ordine che devano andare a ringraziare monsignor arcivescovo illustrissimo delle tante dimostrazioni fatte contro gli Eretici e gli Ebrei, e supplicarla che voglia esser servito di far intendere a sua beatitudine la comune soddisfazione che tiene tutta la città, che questa sorte di persone sieno del tutto castigate ed estirpate per mano del nostro Ordinario, come si conviene; come sempre avemo supplicato, giusta le norme de li canoni, e senza interposizione di Corte secolare, ma santamente procedano nelle cose di religione tantum».

In quel regno l'Inquisizione si continuò ad esercitare per via ordinaria, cioè dal vicario del vescovo, assistito dal braccio secolare: ma qualora l'Inquisizione di Roma avesse ottenuto il beneplacito regio, istruiva processi anche contro regnicoli. Tal fu quello contro il già detto Caracciolo marchese di Vico, tale uno contro due vecchie catalane, che non volendo abjurare il giudaismo, furono consegnate al tribunale di Roma che le condannò a morte. Nel 1583 il cardinale Savelli in nome del papa domandava, per cose toccanti il Sant'Uffizio, fosse inviato a Roma Giambattista Spinelli principe della Scalea, e il vicerè ordinava fosse arrestato e tradotto, se non desse malleveria di venticinquemila scudi di presentarsi al Sant'Uffizio. Altrettanto nel 1585 con Francesco Conte capitano dell'isola di Capri; e l'anno seguente con Francesco Amoroso capitano di Pietra Molara.

Col procedere del tempo, il Sant'Uffizio prese ardimento maggiore nel regno, e piantava processi senza il beneplacito regio. Vietollo Filippo III: pure non valse a impedire che, per mezzo dei vescovi, si procedesse talvolta direttamente, come fu nel 1614 in una famosa causa contro suor Giulia di Marco da Sepino, terziaria di San Francesco, che col misticismo copriva strane oscenità; favorita da gran signori e da Gesuiti.

Regnando Carlo II, erasi istituita a Napoli un'accademia degli Investigatori, preseduta dal marchese d'Arena, la quale proponeasi di ravviar la buona filosofia. Diede ombra, e se ne tolse occasione di ridestare il Sant'Uffizio; e sotto monsignor Gilberto vescovo della Cava si eresse un tribunale in San Domenico, e iniziaronsi processi, costringendo alcuni ad abjurare certe loro proposizioni.

Per impedire che mai l'Inquisizione operasse alla spagnuola, la città nel settembre 1691 aveva istituito una deputazione di cavalieri, scelti da tutti i seggi della città, che vigilassero contro ogni usurpazione del Sant'Uffizio. Questi sporsero reclamo al vicerè, ma in quel tempo ruppesi la guerra per la successione. Dopo la quale, venuto al trono Carlo Borbone, nel 1746, ad istigazione del tanto lodato Benedetto XIV, l'arcivescovo Spinelli tentò ancora introdurre il Sant'Uffizio, e istituiti i magistrati, processò tre persone. Queste appellaronsi alla suddetta commissione, la quale dall'arcivescovo domandò comunicazione degli atti che concernevano quei detenuti, e poichè ricusò, portarono l'affare al trono. Fu anche concitato il popolo colla solita paura del Sant'Uffizio spagnuolo, onde tumultuò e insolentì contro l'arcivescovo, e attese il re quando per la strada marina tornava da Portici. Udito di che si trattava, Carlo smontò di carrozza, entrò nella chiesa del Carmine, e in ginocchio colla spada nuda toccando l'altare, giurò, non da re ma da cavaliere, che in Napoli non vi sarebbe mai l'Inquisizione. E pubblicato un rigoroso editto il 29 dicembre 1746, annunziò sbanditi i due canonici della curia che aveano tenuto mano a quel processo, ripreso il vicario, licenziati il notajo e gli attuarj, levata l'iscrizione Sanctum Officium. Il popolo mostrò la sua riconoscenza al re col regalargli trecentomila ducati.

Allora solo cessarono le operazioni di quel Sant'Uffizio, che di tempo in tempo avea processato qualche eretico, qualche fatucchiero, e che ogni anno il giorno di san Pietro mandava delle paniere piene di oggetti di stregherie e malefizj e superstizioni a bruciare pubblicamente sulla piazzetta vicina alla cattedrale[312].

A chi conosce la storia, foss'anche solo la contemporanea, non farà stupore che l'isola di Sicilia anche in fatto d'Inquisizione operasse tutt'altrimenti da Napoli. Lasciam via le disputate origini apostoliche delle chiese di quell'isola, ma fin da' primi tempi vi troviamo amplissimi possessi della Chiesa romana. Il papa v'era anche metropolita, e solo Leone Isaurico obbligò i Siciliani a dipendere dal patriarca d'Oriente, istituendo due metropoli, Siracusa e Catania[313], cui s'aggiunsero poi Taormina, Messina, Palermo. Si mantenne salva dagli errori degli Ariani, dei Pelagiani, dei Nestoriani, tantochè san Leone, mandando al Concilio di Calcedonia Pascasio vescovo di Lilibeo, lo dice fratrem et episcopum meum, de ea provincia quæ videtur esse securiorem; e virum de securiore provincia fecimus navigare[314]. Antichissimi pure vi sono gli Ordini religiosi, alcuno dei quali sussiste fin oggi senza interruzione.

Conquistaronla poi i Saraceni, che qualche moderno vuol dipingerci come tolleranti e autori di gran civiltà, sino a rimproverare i Siciliani perchè respinsero quel giogo e quella fede. Tali sentenze oggi si chiamano liberalismo: ma tutta la storia e le leggende attestano quanto i natii avessero a soffrire in fatto di religione[315]. Il conte Ruggero normanno, che poi liberò l'isola, la chiama habitaculum nequitiæ et infidelitatis[316]; e Urbano II il 1093 scriveva ai vescovi di Siracusa: «La gente saracena entrata in Sicilia, quanti trovò cultori della fede cristiana uccise o dannò all'esiglio od oppresse di miserabile servitù, in guisa che quasi per trecento anni cessò di venerare il suo Dio»[317].

Ecco perchè, come Gaufrido Malaterra racconta[318], all'avvicinarsi del conte Ruggero a Troina, i Cristiani che rimaneano gli corsero incontro con gran giubilo. Così a Palermo quel conte trovò l'arcivescovo cacciato dalla cattedrale e ridotto nella povera chiesa di san Ciriaco[319]. Ciò pruova che Cristiani sopravivevano ancora, comechè oppressi: teneano qualche chiesa, ebbero fin la permissione di recare il viatico agli infermi: e doveano esser non pochi ancora, se fu per loro istigazione, e sulla promessa giurata del loro ajuto che Ruggero sbarcò a Messina, ed ebbe uno di que' facilissimi trionfi, di cui ribocca la storia di Sicilia[320].

Venuti in dominio i Normanni, che per politica venerarono i pontefici, la Sicilia fu tornata al patriarcato romano; moltiplicaronsi chiese e istituzioni, pure furonvi tollerati gli Ebrei e i Saraceni.

Ai tempi di Guglielmo II trovossi una setta detta dei Vendicosi, cui capo un tal Adinolfo di Pontecorvo, e fra' molti seguaci suoi è mentovato il prete Sinnorito. Guglielmo procedette rigoroso contro costoro; Adinolfo fu impiccato, i suoi discepoli bollati con ferro rovente, il prete sospeso dal vescovo d'Aquino, malgrado le preghiere e le lacrime del vescovo e degli abitanti di San Germano. Giovanni Ceccano che ciò racconta[321] non ispecifica gli errori di costoro, bensì che commetteano ogni male, ma di notte e non di giorno; neppur certi siamo se fosse una setta religiosa.

Ai Normanni sottentravano gli Svevi, e indicammo come Federico II fosse estremamente rigoroso ai Patarini, benchè condannato per eretico e sospetto d'islamismo. Egli cacciò di Sicilia i Musulmani: ma come ausiliarj opportuni perchè non ispaventati da scomuniche papali, li radunò a Nocera de' Pagani presso Napoli. Da lui fu stabilita in Sicilia l'Inquisizione fra il 1216 e il 1224, e l'archivio se ne conservava nel Castellamare di Palermo, ma andò bruciato nel 1590 in un incendio che causò la morte di cinquecento persone. Poi nel secolo passato il vicerè Caracciolo, distruggendo il Sant'Uffizio, fe gettarne al fuoco quante carte rimanevano: altre perirono negli incendj che la guerra causò a Messina nel 1848, a Palermo nel 1860.

Così ci furono sottratte molte notizie, ma sappiamo che, quando l'isola fu annessa alla Spagna nel 1479, Francesco Filippo de Barberis inquisitore, andò a domandare a Fernando e Isabella la conferma del diritto concesso dall'imperatore Federico II agli inquisitori di appropriarsi un terzo dei beni confiscati agli eretici.

Frate Antonino da Rega domenicano, venne inquisitore a Palermo nel 1487, e dinanzi agli altari dovettero giurargli obbedienza, il vicerè, il municipio, gli uffiziali regj. Nel 1513 il Sant'Uffizio ottenne molte delle attribuzioni di quello di Spagna; del resto in Sicilia l'autorità papale era demandata ai re, in grazia della famosa Legazione siciliana[322], sicchè non potea da Roma venir opposizione.

Numerosi Ebrei dimoravano in Sicilia, tollerati fin quando Fernando il Cattolico, al 21 gennajo 1492, fe pubblicare anche colà il decreto che li sbandiva, e pretendono che un decimo degli abitanti dell'isola migrassero allora[323]: ma dovettero pagare tanto capitale, che fruttasse quanto le tasse che soleano tributare annualmente.

Nel Codex juris pontificalis auctore Francisco Candini (Palermo 1807) al tom. IV, p. 397 sono esposte le competenze e le procedure degli Inquisitori. Questi eran nominati col vicerè: dall'uno poteasi appellar all'altro: giuravano serbar il secreto.

Sulle prime i Siciliani non mostrarono repugnare dall'Inquisizione spagnuola, sì perchè temeano le opinioni nuove, sì perchè essa operava mitemente. Come opportuno a impedire le esuberanze de' magistrati, tanti ricorreano a quel tribunale che si dovette stabilire quali delitti non vi si poteano portare. Molti, anche baroni, volean esserne officiali perchè godean privilegio di foro. Gli inquisitori non risedeano stabilmente nell'isola, ma vi comparivano solo a tempo: però arrolavano familiari e foristi, immuni dalla giurisdizione ordinaria; accettavano denunzie segrete; agli accusati ricusavano il difensore e il confronto de' testimonj, e i supplizj eseguivansi rari e senza pompa. Pure il parlamento elevò la voce contro di questi, come fossero stati e condannati alcuni non rei, ed estorte confessioni, confiscati beni.

Il re ascoltava i richiami, ma proseguiva, e i vicerè parteggiavano per una istituzione spagnuola, monarchica e avversa a Roma. Allora poi che vi si scopersero dei Luterani, il Sant'Uffizio s'applicò a reprimerli, e prese tal fidanza da operare non solo come indipendente, ma superiore al Governo[324]. Anzi col procedere del tempo giunse al punto da scomunicare la gran corte e l'arcivescovo: e il governatore dovette mandare mille armati contro il palazzo dove i padri inquisitori si erano fortificati (1602).

Nella tremenda peste del 1624 a Palermo si infervorò la devozione mediante il voto di celebrare l'immacolata concezione di Maria, festa che si conservò sempre solennissima, sostenuta da alcuni cavalieri che pronunziavano il voto sanguinario, cioè di sostenere anche colla spada contro chi si fosse quel privilegio della madre vergine.

Non vi mancò lo spettacolo di Atti di fede, e il primo fu eseguito solo il 9 settembre 1641 sotto il vicerè Corsetto, bruciando vivi Giambattista Verron calvinista francese, Gabriello Tedesco, musulmano battezzato e relapso, e Carlo Tavalara agostiniano laico calabrese, che spacciavasi pel Messia, e inventò i Messiani.

Nel 1658 fu abbruciato pubblicamente frà Diego La Matina agostiniano, che condannato dal Sant'Uffizio alla galera, colà pervertiva i suoi compagni; poi valendosi della straordinaria sua forza, spezzò le manette, e uccise l'inquisitore venuto a visitarlo. Non più che questi due soli Atti son ricordati anche dai più ostili; poi nel 1724 il supplizio di Gertrude Maria Cordovano, pinzochera benedettina, e Romualdo laico agostiniano di Caltanisetta, rei di quietismo, bruciati alla presenza del vicerè, de' grandi e de' magistrati. Fin nel 1781 vi si bruciarono alcune streghe. Allora però Ferdinando IV, con dispaccio 27 marzo 1782, vedendo che quel tribunale non volea recedere dalle forme sue abituali di processura, per le quali non restava assicurata l'innocenza, lo aboliva, lasciando ai vescovi l'esercizio della giurisdizione in materia di fede, sempre però colla licenza del vicerè, e non mettendo il reo alle strette, ma denunciandogli l'accusa e assegnandogli il difensore.

Nè le terre del papa restarono immuni da eresie. Fin dal 1521 abbiamo a stampa senza luogo DIDYMI FAENTINI adversus Thomam Placentinum pro Martino Luthero theologo oratio, Ph. Melanctone auctore, in-4º.

A Roma, quando più pareano prosperar le cose della Compagnia di Gesù un «tal frate Agostino di nazione piemontese, di professione eremita agostiniano, di fede in apparenza cattolico, copertamente però finissimo luterano»[325], pensò giovarsi dell'assenza del papa, ito allora a Marsiglia (1540), per ispargere l'eresia colle prediche, alle quali, disinvolto e naturale predicatore com'era, traeva molte persone. Essendo gli errori mescolati a molte verità, non se n'accorgeano esse, ma uditolo alcuni gesuiti, «s'avvidero che in costui parlava Lutero, benchè con lingua tronca, come chi vuol farsi intendere e non osa spiegarsi». Dubitando il fesse per ignoranza, andarono a trovarlo per sincerarsi delle sue intenzioni. Esso li rimbrottò d'ignoranza o malignità o invidia, e continuò peggio: ond'essi pure dal pulpito tolsero a discorrere delle indulgenze, dell'autorità del pontefice, del merito della continenza, della necessità delle buone opere. Egli allora ricorse a un'arte solita, qual fu di gettar su loro il sospetto d'eresie, denunziando Ignazio come un lupo travestito da pastore, che avea sparso per le prime accademie d'Europa gli errori, ed ora in Roma con alquanti pari suoi facea l'ultime pruove: non volessero i Romani lasciarsene ingannare più che non aveano fatto Alcalà, Salamanca, Parigi, Venezia, dov'egli, convinto di marcie eresie, avea dovuto sottrarsi al fuoco col fuggire.

La calunnia fa sempre effetto, e non che rifuggir dalle prediche de' Gesuiti, la gente aspettavasi di vederli da un giorno all'altro condotti al rogo, nè v'era chi osasse difenderli. In prima il santo rassegnossi alla tempesta: di poi poc'a poco riavutosi, citò l'accusatore al governator di Roma, ove in contradditorio convinse di bugiardi gli avversarj, sostenuto da larghe e numerose testimonianze: e uscì sentenza di piena assoluzione. Anzi quelli che erano stati accusatori vennero riconvinti d'eresie: e il mal frate piemontese fuggì a Ginevra, ove gittato l'abito, si fe predicante, e credesi fosse autore del Summarium scripturæ.

Tommaso Lubero, che grecizzò il suo nome in Erasto, da Bologna il 1544 scriveva a un amico, che un frate dell'Osservanza predicando a Imola che il regno di Cristo si acquista coi meriti nostri, un fanciullo gli rinfacciò che bestemmiava Dio e Cristo. Il frate replicogli, non sapea quel che dicesse, nè tampoco il pater noster; ma l'altro affacciogli il detto, Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem, e si finì col mettere il fanciullo in carcere[326].

Polidoro Virgilio da Urbino (1555) autore di varie opere d'alquanta erudizione e scarsa a critica, accompagnò in Inghilterra il cardinale Adriano da Corneto, e da Enrico VIII ebbe l'incarico di scrivere una storia d'Inghilterra, che fu poi stampata a Basilea nel 1534, indi nel 1535 dedicata ad esso re. Vuolsi che di questo adottasse gli errori benchè ecclesiastico, e che tornato in patria, li conservasse nel silenzio[327].

Frà Luca Baglione perugino, nell'Arte del predicare (1562), tra molti atti proprj racconta che, inveendo in una, non dice quale, città contro gli eretici, un di costoro gli tirò un'archibugiata, da cui Iddio però preservollo; e un'altra volta assalito da più di quindici sifatti in istrada, potè difendersene colla sola parola di Dio[328].

Meno trascorreva l'Inquisizione romana, ma pur troppo allora al gentilesimo delle voluttà e dell'ingegno si credette riparare con quello della severità e de' supplizj, fin a sminuire e la sicurezza del vivere e la franchezza del pensare. Già dai tempi di Leon X, poi sempre in appresso si andava insinuando ai papi che l'eresia bisognava reprimerla colla forza; che «il fuoco della ribellione non si smorza se non col gelo del terrore e con la pioggia del sangue»: non già colle persuasioni, ma colle crociate e coi roghi essersi repressi i Patarini nel secolo XII.

Nel 1533 fu eretto a Roma un famoso processo, nel quale molti si ritrattarono. Non così Giovanni Mollio da Montalcino, minorita, che fra la gioventù dell'Università di Bologna diffondeva le dottrine zuingliane, con tanta riuscita, che un gentiluomo esibivasi pronto a levare seimila soldati qualora si recasse guerra al papa[329]. Il Mollio processato non volle ricredersi, anzi difendeva le sue dottrine e imputava la tirannide ecclesiastica, dalla sentenza appellandosi al giudice eterno. Pertanto fu strangolato a Roma, poi arso in Campo di Fiori con un Perugino.

Sotto Paolo III trattandosi del come riparare all'eresia, il Caraffa, cardinal teatino, suggerì la prima delle famose Congregazioni di Roma, quella del Sant'Uffizio, mentre prima operavasi debolmente, dandosi le cause a giudicare or al maestro del Sacro Palazzo, or al vicario di Roma, or al collegio de' cardinali o a qualche commissione particolare. E fu creata colla bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542: preponendovi esso cardinale Caraffa, il Cervini, il Ghislieri, che divennero papi Paolo IV, Marcello II, Pio V: tanto quel grado era importante. L'uffizio componeasi di Domenicani; in alcun paese, di Francescani; mai di Gesuiti, i quali anzi impetrarono ampie facoltà per assolvere gli eretici[330].

Il Caraffa, divenuto Paolo IV, diede all'Inquisizione insolita vigoria, volendo che non più dipendesse da ciascun vescovo, ma da essa Congregazione, autorizzata a giudicare inappellabilmente in fatto d'eresia di qua e di là dall'Alpi. Laonde pose in ogni città «valenti e zelanti inquisitori, servendosi anche di secolari zelanti e dotti, per ajuto della fede, come verbigrazia dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano. Questa risoluzione di servirsi di secolari fu presa perchè, non solo moltissimi vescovi, vicarj, frati e preti, ma ancora molti dell'istessa Inquisizione erano eretici»[331]. Singolare confessione!

Esso papa, in punto di morte, chiamatisi attorno i cardinali, raccomandò loro specialmente questo santissimo tribunale. Sisto V lo ampliò portando a dodici i cardinali di questo, e dandogli facoltà per tutto l'orbe cattolico. Ne è prefetto il pontefice, ed ha giurisdizione sulle persone di qualsiano grado, condizione, dignità, senza riserva di privilegi locali o personali: ed obbliga i magistrati ad eseguire i suoi decreti, sotto pena di scomunica.

Gli competeva d'inquisire gli eretici o sospetti d'eresia e loro fautori; i maghi, malefici, incantatori, astrologi, che patteggiano col demonio; chi proferisce bestemmie, qualificate ereticali, sebben fosse in impeto di rabbia o per ignoranza, e chi si opponga al Sant'Uffizio ed a' suoi ministri. Sospetto d'eresia è chi lascia sfuggirsi proposizioni che offendano gli ascoltanti; o fa atti ereticali, come abusare de' sacramenti, battezzare cose inanimate, per esempio, calamite, carta vergine, fave, candele; chi strapazza immagini sacre; tiene, scrive o legge libri proibiti; o si allontana dal vivere cattolico col non confessarsi, mangiar cibi vietati e simili. Così la poligamia, il furto di sacre particole, la sollecitazione a peccato in confessione, la finta santimonia, la lettura di libri ereticali, oltre un'infinità di casi minori, quali sarebbero il sostenere che la santissima vergine non sia stata concepita senza la macchia originale, o usar litanie non approvate, o celebrare messa e ascoltar confessioni senz'esser sacerdote.

Che le procedure dell'Inquisizione, per quanto ci facciano orrore, non fossero che le consuete basti a provarlo l'esser pubblicamente stampati i suoi codici[332], secondo i quali, a ciascun reo è destinato un procuratore, persona intelligente e di retto zelo, che con lui possa comunicare e ne faccia le difese; di tutti gli atti e le deposizioni si tenga protocollo; «i vicarj saranno avvertiti di non permettere che i notari diano copia degli atti del Sant'Uffizio per qualsivoglia causa, salvo al reo, e solamente quando pende il processo, senza il nome de' testimonj, e senza quelle particolarità, per le quali il reo potesse venir in cognizione della persona testificante»[333].

Allora si esacerbarono i sospetti. E per verità se la Riforma, filosoficamente considerata, era uno slancio dello spirito umano verso la libertà, un voler pensare e giudicare secondo la testa propria intorno a fatti e idee che fin allora si erano accettati dall'autorità, ne conseguiva che divenissero sospetti tutti i pensatori, in qualunque senso pendessero. I principi, accortisi che al religioso teneano dietro sovvertimenti politici, fecero causa comune con quella Roma, che aveano guardata con gelosia, e dapertutto fu invigorita l'Inquisizione, con privilegi e indulti si allettavano fraternite d'uomini e donne a servirle di famiglia. Chi denunzia un abuso, chi implora una riforma, è preso di mira, ha taccia di perturbatore: si piglia ombra di quanto in prima passava inappuntato; una devozione vivissima, un non ordinario rigore di pratiche religiose somigliano raffacci alle rilassatezza comune; la cautela ne' modi e nelle parole passa per ipocrisia; la franchezza per insolenza: fin il tacere s'interpreta per dissimulazione pericolosa. Sono martirj che non ignora chiunque nell'età nostra sentì o pensò.

L'Inquisizione estendeasi anche agli Ebrei, non per punirli, ma per impedire propagassero i loro errori, nè commettessero quegli enormi delitti, di cui fremevasi allora credulamente, come credulamente si freme oggi delle stragi del Sant'Uffizio. Il buon Sadoleto, intitolato il Fénelon italiano, in una lettera al cardinale Farnese si lamenta perchè gli Ebrei sieno trattati troppo cortesemente a Roma, e protetti da Paolo III. Ma Paolo IV usò con essi rigorosamente, e volle fossero ristretti entro il ghetto. Gliene presero ira, e forse ebbero gran parte nell'eccitare contro di esso papa la plebe romana, che ne abbattè la statua e bruciò il palazzo dell'Inquisizione.

A Pio IV successe col nome di Pio V frà Michele Ghislieri, alessandrino di Bosco, di religione rigorosa, d'integerrima vita. Non andava che a piedi; come generale dei Domenicani redense molti conventi dai debiti; si segnalò nell'alta Italia per zelo inquisitorio; e l'opposizione che trovò dapertutto rivela non tanto l'allargarsi delle opinioni riottose, quanto il ricalcitrare alla violenza. Avuto spia che a Poschiavo, paese italiano e di diocesi comasca, ma nel civile appartenente ai Grigioni, si stampassero libri ereticali destinati all'Italia, e che alcune balle erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Era vescovo di Como Bernardino Della Croce, ma Carlo V non volea dargli il placet perchè amico di Paolo III e de' Farnesi: laonde governava il capitolo comasco, che spalleggiato dal governatore Gonzaga, volea fossero restituite; e non riuscendo, il popolo ne levò rumore; i fanciulli presero a pietre frà Michele mentre entrava nel monastero, posto ne' sobborghi; ond'egli a fatica ricoverossi in casa dell'Odescalchi, che apparteneva alla compagnia della Croce di Como, e il governatore gli ordinò andasse a Milano per amor di quiete. Egli obbedì, ma poichè i canonici andarono a Roma, v'andò egli pure, fu la prima volta che vide la città che dovea poi divenir sua. Anche a Morbegno in Valtellina ordì processo di eresia contro Tommaso Planta vescovo di Coira, senza citarlo, nè nominare i testimonj; sicchè i Grigioni gli fecero vietare di procedere contro chicchefosse, se non con loro licenza: e perchè egli, obbedendo sulle prime, rinnovò poi le processure, il popolo a pena si tenne che non gli mettesse le mani alla vita.

Ebbe poi ordine d'inquisire Vittore Soranzo vescovo di Bergamo, il quale in conseguenza fu sospeso, ma dopo due anni rintegrato. Maggiori indizj trapelavano contro Giorgio dei Conti di Medolago; ma la costui potenza avrebbe impedito ogni attentato dell'inquisitore, se a questo non fosse venuto in sussidio Giovan Gerolamo Albani. Per costui opera il Medolago fu preso: ma la signoria veneta lo fece levare a forza dalle carceri del Sant'Uffizio, e trasferire nelle sue, nelle quali morì. L'opposizione allora obbligò il Ghislieri a partire di Bergamo, del che si dava colpa a Nicolò Da Ponte, nobile veneto, allora proveditore di quella provincia e più tardi doge, il quale perciò venne in odore di luterano. Quell'Albani, valentissimo giureconsulto, godea di alto favore presso la signoria; ma quando due suoi figliuoli, nella chiesa di Santa Maria Maggiore, uccisero il conte Brembati, egli, come loro complice, venne per dieci anni relegato in Dalmazia. Il Ghislieri però, divenuto papa Pio V, non volle ricevere il Da Ponte, mandatogli ambasciadore dalla serenissima, e ai figliuoli dell'Albani conferì il titolo di gentiluomini romani, e al padre il governo della Marca d'Ancona, poi il cappello cardinalizio che, non senza eventualità di salir papa, portò degnamente fino ai novantasette anni.

Dapertutto allora si infervorarono le procedure. Ogni causa ha tristi avvocati, che credono servirla col mostrare ch'essa ha molti nemici; e in quella generalità di denominazione che esclude la critica e la discolpa, avvolgono le persone che meno lo meritano. Così allora avvenne, e nella inflessibilità del suo zelo vedemmo Paolo IV gittare prigioni il cardinale Morone, i vescovi Egidio Foscarari di Modena, Tommaso Sanfelice della Cava, Luigi Priuli di Brescia, imputati di nutrire opinioni ereticali, o mal difendere le ortodosse, mentre non chiedeano che una riforma, la quale restituisse alla Scrittura l'autorità, usurpata dalla tradizione, e che si correggessero i costumi. E dovettero scagionarsi.

Anche don Gabriele Fiamma veneto, canonico lateranese e vescovo di Chioggia, autore di poesie spirituali, predicando a Napoli il 1562, fu accusato d'eresie, e al Gonzaga signor di Guastalla scriveva: «Jer sera, per commissione del cardinale Alessandrino furono pigliati tutti i miei libri, e notata ogni minima polizza. Questo non m'è grave, venendo la commissione da quel dabbene e religiosissimo signore e dal santissimo tribunale dell'Inquisizione: ma ben mi dolgo che gliene sia data occasione da alcuni maligni ed invidiosi miei emuli»[334].

Fu allora che l'accademia di Modena andò dissipata come dicemmo, e molti membri di essa migrarono. Il decreto del 1558, per cui tutti i frati che fossero usciti di convento obbligavansi a tornarvi e sottoporsi al castigo meritato, indusse molti a fuggire in Olanda e a Ginevra; e se credessimo a Gregorio Leti[335], più di ducento buttaronsi eretici.

Il Tiepolo, ambasciador veneto a Roma, descrive un Atto di fede eseguito colà contro quindici persone: sette andarono condannate alle galere come testimonj falsi: sette eretici abjurarono; uno relapso fu rimesso al fôro secolare, ed era «don Pompeo de' Monti, di sangue assai nobile, fratello del marchese di Cortigliano, e stretto parente del cardinale Colonna»[336]. Ai 27 settembre 1567 descrive l'Atto dove furono bruciati il Carnesecchi, del quale parleremo poi a disteso, e un frate di Cividale di Belluno, oltre diciasette che avendo abjurato, furono chiusi in prigione perpetua o in galera, o multati in denaro per la fabbrica che dee farsi d'un ospedale per gli eretici. Fra questi contava sei gentiluomini bolognesi.

Ai 28 maggio 1569 un altro Atto, in presenza di ventidue cardinali, dove quattro impenitenti furono dannati al fuoco; dieci abjurarono, tra' quali Guido Zanetti di Fano. Costui nel 1537, essendo a Londra, comprò molti libri d'eretici, e bevutone le massime, tornò in Italia l'anno dopo, prese usata con varj eretici di qui e di fuori, e vantavasi d'aver la maggiore raccolta di libri eterodossi che fosse in Roma. Udendo poi che a Curia Sabella erano stati presi varj eretici, fuggì a Napoli nel 1545, donde a Venezia, benevolmente accolto e sussidiato da Donato Rullo, e frequentava Latanzio Ragnone ed altri apostati. Passò quindi in Sassonia, conobbe l'elettore, il duca Giovanni Federico e il landgravio d'Assia, e fingendosi un capitano di Enrico VIII d'Inghilterra, prese servigio nel loro esercito contro l'imperatore. Girando la Germania, conobbe i principali eresiarchi, visitò più volte la tomba di Lutero, rivide Venezia, poi l'Inghilterra, e v'assistette al ristauramento della religione cattolica, fatto dalla regina Maria e dal cardinale Polo. Reduce in Italia, non cessò la domestichezza col Carnesecchi, con Endimio Calandra, Pietro Martire, l'Ochino ed altri. Informatone il Sant'Uffizio, sotto Pio IV fu arrestato a Venezia il 23 febbrajo 1561, ma per istanze fatte dalla regina Elisabetta alla Repubblica, fu disciolto. Sopravenuti nuovi e maggiori indizj alla Inquisizione romana, il luglio 1566 fu preso a Padova, e condotto a Roma, confessò trentotto capi d'eresia, professati fino dal 1537, onde fu condannato. Avendo però fatto pubblica abjura il 20 maggio 1559 in Santa Maria sopra Minerva, dategli penitenze, il giorno stesso che il Cellario fu messo a morte, egli restò condannato alla prigione (dice il residente veneto) «parte perchè dicono che per lui si ha avuto notizia di molte cose importanti, parte perchè non è mai stato abjurato, e però non si può aver per relapso, se ben ha continuato nell'errore tanti anni, e li canoni non levano la vita a chi è incorso in errore per la prima volta».

Verso il 1568 molte lettere, nella corrispondenza del Bullinger, raccontano dell'Inquisizione atrocità, quali la voce pubblica le esagera. A Mantova essersi arrestato un parente del duca, e poichè questo ne sollecitava la liberazione, avergli l'inquisitore risposto che non riconosceva alcun duca nel suo uffizio: bensì mostravagli le chiavi del carcere; se voleva, nel togliesse per forza: egli nol rilascerebbe mai. A Roma (dicono) non va giorno che non si bruci, si soffochi, si decolli; piene tutte le prigioni, e se ne devono fabbricare di nuove sempre. Dopo bruciato il Carnesecchi, arrestaronsi il barone Bernardo di Angola e il conte di Pitigliano, che sollecitati a lungo, alfine abjurarono, e il primo fu condannato a carcere perpetuo, e alla multa di ottomila coronati; l'altro a mille, e chiuso per sempre in una casa di Gesuiti. Che a Valenza un nobile, denunziato per opinioni religiose, e dopo lunga detenzione messo alla tortura, spirò fra i tormenti; del che indignati, i cittadini insorsero, assalirono i preti, qual trucidando, quale cacciando. Che a Milano un nobil giovane, accusato di luterano e condannato alla forca, ebbe sentenza d'esservi tratto a coda di cavallo; mezzo strangolato, perseverando a non ricredersi, fu arso a lento fuoco, poi esposto ad essere sbranato dai cani[337].

Al 24 febbrajo 1585 il residente veneto a Roma informava d'una pubblicazione di diciasette inquisiti dal Sant'Uffizio, presenti molti cardinali e grandissimo numero di persone. Degli inquisiti tre furono mandati al fuoco come relapsi in manifeste eresie: altri come fattucchieri e stregoni, che abusavano de' sacramenti per loro scellerità, furono sentenziati alla pubblica esposizione, altre al carcere e altre pene. Fra i condannati «alla morte di vivo fuoco» contava Jacobo Paleologo di Chio, già domenicano, che errò lungamente per Germania; in Transilvania fu rettore del ginnasio di Clausenburg, e adottò gli errori di Buduy, unitario talmente eccessivo, che Fausto Soccino medesimo lo riprovò. Arrestato per richiesta di Gregorio XIII, fu il Paleologo menato a Roma, come fu vicino al patibolo domandò tempo per riconciliarsi e venne ricondotto in prigione, ove si crede sarà fatto morire senza il fuoco vivo. Degli altri due, uno fu strozzato, come relapso ma pentito; l'altro «come pertinace morì nel fuoco a poco a poco, con una continua fermezza alla presenzia di gran parte di questa città».

Udimmo la Olimpia Morata deplorare la morte di Fannio. Nato a Faenza da oscuri parenti, cominciò egli a studiare la Scrittura seriamente sopra una traduzione, e ostentando i benefizj della parola di Dio, ne disputava in tal guisa, che fu preso prigione dal Sant'Uffizio. Quivi intenerito da colloquj colla moglie e la famiglia, ritrattossi e fu messo in libertà. Ma ben tosto ne sentì tal rimorso, che risolse di farne amenda col professare apertamente le nuove dottrine, e mosse per la Romagna predicando senza velo; se gli fosse impedito di annunziare in pubblico il Vangelo, sì lo faceva in secreti colloqui con chi volesse ascoltarlo, beato quando potesse alcun convertire. Arrestato a Bagnacavallo, fu condannato alle fiamme. Se non che mandato a Ferrara, ebbe occasione di convertire altri, meno tormentato che non sotto i Domenicani, talora veniva trattato meglio, talora peggio; quando solo, quando in compagnia; pur sempre costante a soffrire per Cristo. Molti andavano ad ascoltarlo, ed esso esortavali alla libertà de' figli di Dio. La moglie, le sorelle tentarono di nuovo distrarlo dalle sue convinzioni, ma egli rispondeva: «Il Signore non vuole ch'io rineghi lui per il bene della mia famiglia».

Quando a Paolo III succedeva Giulio III, venne l'ordine di metter a morte Fannio. A quel che gli recò l'annunzio, diede un abbraccio, e ringraziandolo, «Io accetto con gioja la morte, caro fratello, per la causa di Cristo»: e continuò a edificare i compagni coll'esporre la felicità di un tal morire. Domandato a chi affidasse i suoi figli: avesse compassione di essi e della sua cara moglie, rispose: «Li lascio al miglior de' custodi, Nostro Signor Gesù Cristo». Offertagli la vita se si disdicesse, professò non desiderare di sfuggir alla morte. E continuava spiegando diversi passi della Scrittura, recitando sonetti suoi sopra la giustificazione, e chiesto come mai fosse sereno mentre Cristo soffrì le ambasce dell'agonia, «Cristo (ripigliava) nell'orto e sulla croce soffrì le torture dell'inferno al quale noi eravamo condannati. Ma dopo che egli tolse i peccati nostri, a me non resta che a rallegrarmi, sicuro che la morte del mio corpo sarà passaggio ad un'eterna vita».

Così parlava poco prima d'esser condotto sulla pubblica piazza di Ferrara. Presentatogli un Crocifisso, disse: «Vi prego di non turbarmi presentandomi un Cristo di legno, mentre io l'ho vivente nel mio cuore». A ginocchi pregò divotamente e ardentemente Iddio di illuminare le offuscate menti dell'ignorante moltitudine. Egli stesso accomodò il capestro col quale doveva essere strozzato, e morì col nome di Gesù sulle labbra, nel settembre 1550. Il suo cadavere fu bruciato dove ne avvenne la morte.

Gli scritti che lasciò danno testimonio delle sue opinioni, colle objezioni degli avversarj e le risposte di lui. E sono due trattati delle proprietà di Dio, due della confessione, due del modo di conoscere Gesù e il fedele dall'empio; cento sermoni sopra gli articoli della fede, dichiarazioni sui salmi, dichiarazione su san Paolo, dispute contro l'Inquisizione, consolazioni ai suoi parenti sopra i casi suoi, avvisi delle cose della sua vita[338].

I Riformati, che ci conservarono il nome de' loro martiri, descrivono la fierezza de' supplizj subiti da Domenico Cabianca bassanese, da frà Giovanni Mollio professore di Bologna già detto. Pomponio Algeri di Nola, arrestato a Padova, fece una luminosa difesa, allegando la Scrittura e le Decretali contro gli errori della Chiesa romana; ma per quanto i Veneziani bramassero salvarlo attesa la sua valentìa, fu condannato ad arder vivo. Stando in carcere a Venezia, descrisse in una bella lettera, la spirituale consolazione concessagli[339]. Francesco Gamba di Como, convinto d'essere stato a Ginevra ed aver partecipato alla sacra cena coi Riformati, fu condannato alla forca; prima forandogli la lingua acciocchè non parlasse.

Goffredo Varaglia cappuccino piemontese, andato per convertire i Valdesi, si lascia convertire invece da loro; addetto al legato papale a Lione, lo abbandona per passare a Ginevra, donde muove a predicare il Vangelo nella Val d'Angrogna. Côlto, fu tradotto a Torino, e ucciso il 29 marzo 1588; e nel suo processo è detto, tante essere le persone a lui consenzienti, che l'Inquisizione non avrebbe abbastanza legna per bruciarle.

Bartolomeo Bartoccio, che ritirato a Ginevra, professava in pace la Riforma, come mercante capitava a Genova, dove conosciuto, fu arrestato e arso a Roma, e morendo esclamava Vittoria, Vittoria.

A Piacenza nel 1553, Paolo Palazzo cantore, propenso ai Luterani, fu tratto in carcere a San Domenico, e dopo alquanti giorni liberato per favore di molti. Nel 1557 l'inquisitore carcerò Matteo Dordono e Innocente Nibbio notaj, che pentiti, fecero pubblica amenda e penitenza, e tornarono con gran disonore a casa. Taddeo Cavalzago, citato per luterano, fuggì a Ginevra, sicchè restò bandito. Prete Simone ch'era vissuto seco lungamente, arrestato e cercando fuggire di carcere si ruppe una coscia, e dovette far penitenza de' suoi errori. Alessandro Cavalgio fu preso per aver tratto di convento una sorella e maritatala. Altri assai nobili si scopersero fautori dell'eresia, e ne pagarono il fio; molti esularono, e i loro beni furono attribuiti al principe. Nel 1558, prete Riccio, che avea conversato, mangiato, bevuto con Luterani e ajutatili a fuggire, s'un palco fu sferzato dall'inquisitore frà Valerio Malvicino, e dovette palesare quanto aveva operato contro i decreti del sommo pontefice; seco due altri cittadini: Giuseppe De Medici, pure sferzato, confessò ciò che avea creduto o fatto di contrario alla cattolica fede; e un notajo Giuseppe, di avere scompisciato la pila dell'acquasanta, ferito di spada alcune divote immagini e le braccia e coscie di san Rocco[340].

Somiglianti processure potremmo indicare in tutte le città d'Italia, e ce ne verrà la trista opportunità. In Lombardia si rese tremendo frà Pietro Angelo da Cremona; tra le cui vittime ricordano Francesco Cellario di Mantova figlio di Galeazzo, minorita dell'Osservanza, che già era stato inquisìto a Pavia. Milano era sottoposta alla Spagna, che cercò introdurvi la sua inquisizione; ma la città deputò alti personaggi al re, al Concilio di Trento, al papa, e ottenne di non aggiungere questo agli altri mali ond'era oppressa. Bensì vi fu piantata l'Inquisizione alla romana, ed una compagnia di quaranta cavalieri, portanti una croce in petto e aventi a capo il padre inquisitore, nel giorno di san Pietro Martire adunavasi nel suo oratorio, e al vangelo tutti sguainavano le spade, in segno di zelo e di costanza nel tener pura e propagare la fede e obbedire ciecamente al Sant'Uffizio; durarono fino al 1770. Compagnie consimili si formarono dapertutto, e con zelo indiscreto non solo investigavano l'eretica pravità, ma la trascuranza delle pratiche religiose; fiutavano le cucine al venerdì; sofisticavano ogni parola sfuggita ai professori; insomma avviavano ai procedimenti delle polizie odierne; superiori a queste solamente in quanto supponevano andarne di mezzo non l'interesse momentaneo d'un principe o d'una fazione, ma la salute delle anime.

San Carlo, da Roma il 10 dicembre 1563, scrive al doge di Genova che procuri l'arresto di frate Antonio da Cortemiglia conventuale, grandemente sospetto d'eresia. In questa città l'Inquisizione era già stabilita nel 1253, quando mandò a morte maestro Luco. Tre anni dopo, frate Anselmo capo inquisitore pubblicò certe provvisioni contro gli eretici, le quali volea facessero parte degli statuti della repubblica, e perchè i consoli ricusavano, egli obbligolli, minacciando di scomunica la città. Più tardi vi fe scuola Lucilio Vanini, e pare da lui apprendesse Cesare Conte pittore, che catturato dal Sant'Uffizio il 1632, moriva nelle segrete del palazzo ducale.

I buoni uomini della valle di Chamonix, a' piedi del Monbianco, nel 1462 condannarono al fuoco diverse persone, accusate d'eresie, d'apostasia, di magia, e una donna che avea avuto commercio carnale col demonio, fu fatta sedere per tre minuti s'una lastra rovente, poi data al fuoco. A Ciambery i frati mendicanti non poteano andar in volta senza sentirsi fischiare e fin battere.

Altra lettera di san Carlo del 15 aprile 1575 ci informa che il vescovo di Vercelli fu tacciato d'eresie per una pastorale dove esortava il suo popolo all'orazione della sera: ma attesta de' buoni sentimenti di esso, e si consola che l'accusa siasi volta contro uno scritto, giacchè le parole dette a voce possono facilmente riferirsi alterate; e ritiene che il santo padre non solo non l'imputerà, ma cercherà gli autori dell'accusa per punirli.

L'Inquisizione ne' paesi del Piemonte fu moderata da Emanuele Filiberto, volendo che le sentenze non sortissero effetto se non col concorso del senato, dopo udito il pubblico ministero, ma la prescrizione cadde in dimenticanza. Esso Emanuele Filiberto fece prescrizioni minute e rigorose per l'osservanza de' precetti della Chiesa: si trasferiscano in città i monasteri femminili sparsi in campagna; non si permettano canzoni lascive nè contro l'onore e lo stato degli ecclesiastici: al tempo stesso che metteva un economato pei benefizj vacanti, e facea gli ecclesiastici concorrere alle pubbliche gravezze.

In Sardegna, Valente arcivescovo di Cagliari verso il 687, in un'opera De erroribus hodierna tempestate grassantibus, tolse a provare che erasene sempre conservata immune quell'isola[341]. E tale durò: ma verso il 1560 s'ha memoria d'un processo fatto a Sigismondo Arquer cagliaritano, avvocato del fisco, per opinioni religiose, d'ordine dell'arcivescovo Parraques; risultò innocente, pure non si desistette dal perseguirlo, ond'egli credette cercar salvezza in Ispagna. Ma quivi come luterano dogmatizzante venne preso dall'Inquisizione di Toledo, e morto con altri nell'Atto di fede del 1571. Abbiamo di lui Sardiniæ brevis historia et descriptio[342], alla cui fine si legge che colà sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, majoremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris.

Sarebbero queste parole la causa o l'impulso del suo processo?

Mentre noi andiamo spigolando con improba fatica avrebbe un'abbondante messe chi potesse cercare gli archivj del Sant'Uffizio a Roma. Ai giorni nostri furono spalancati per violenza due volte; durante il dominio francese dopo il 1810, poi nella rivoluzione del 1848, eppure nessuno seppe trarne profitto per la storia e per la verità. Finchè ad altri ciò sia concesso, ci siam valsi e ci varremo di frà Caracciolo, che scrivendo una vita di Pio IV, rimasta manoscritta, potè aver sottocchio i processi di quel tribunale. Perpetuo lodatore di questo, e inesorabile cogli erranti, qui gli cediamo le parole perchè riferisca molti fatti, che in tono diverso noi abbiamo divisati. Parlato dunque di quanto avvenne in Venezia e a Milano, prosegue:

«Como, come più vicino a' paesi settentrionali, solea essere tragetto di eretici, perciocchè da Germania mandavano balle di libri eretici, come si scuoprì poi nel 1549 per mezzo del Santo Ufficio di Roma, e di frà Michele Ghisliero, perciocchè si trovarono molte balle di libri mandate da Germania per spargerle in Como, Cremona, Vicenza, Faenza, San Ginesio, e in Calabria: al che fu rimediato opportunamente dal Santo Officio di Roma con porre in ogni città valenti e zelanti inquisitori, servendosi anco talora di secolari zelanti e dotti per ajuto della fede, come dell'Odescalco in Como, del conte Albano in Bergamo, del Muzio in Milano, Pesaro, Venezia e Capo d'Istria, ecc. Questa risoluzione in servirsi de' secolari fu presa, perchè non solo molti vescovi e vicarj e frati e preti, ma anco molti delli stessi inquisitori erano eretici, come confessò il Vergerio, quando nella prima esamina fu malamente assoluto da loro.

«Furono per molti anni in Bergamo alcuni principali eretici, o veri, o sospetti, processati di eresia: in primis Vittorio Soranzo vescovo di Bergamo, il suo vicario, il prevosto chiamato don Nicolò Assonica, e altri di minor conto; il vescovo in particolare fu tenuto per eretico fino, e fu quello, che ebbe ardire di mandar gente armata per carcerare frà Michel Ghisliero, allora inquisitore in quelle parti, il quale aveva solennemente formato un processo contro di lui, molto prima sospetto. Questo vescovo già un pezzo fa aveva incominciato ad infettare la sua città e diocesi, e se il Santo Ufficio di Roma non l'avesse fatto processare, non bastava forza veruna a reprimerlo, perciocchè era egli potentissimo in Venezia e in Bergamo; ma il Santo Officio per mezzo di frà Michele lo processò, e avutolo nelle mani lo carcerò nel castel Sant'Angelo; alla fine convinto d'eresia fu privato del vescovado, e si morì in Venezia infelicemente. N'ebbe tanto piacere il cardinal teatino (Caraffa), che costui fosse stato processato, che di qua cominciò a porre affezione a frà Michele Ghisliero, e ad esaltarlo in modo tale, che di poi fu papa.

«In Modena gli eretici fecero più faccende che in nissuna parte d'Italia. Quivi fu il vicario del cardinal Morone, chiamato Bianco de Bonghis, molto sospetto d'eresia. Vi fu Antonio Gadaldino libraro modenese, eretico marcio con tutta la sua famiglia. Vendè costui molti volumi Del beneficio di Cristo, libro pernicioso, che insegnava la giustificazione ex sola fide et ex merito Christi imputativo alla luterana. Questo è quel libro così caro agli eretici, che fu da loro stampato molte volte, e il detto Gadaldino non solo lo vendè, ma anco lo ristampò. Vi fu Bonifazio Valentino modenese eretico, a cui scrisse Adriano, segretario del cardinal di Fano, una lettera di condoglianza per la morte di Lutero, e per la morte di due frati in Modena, chiamati frà Reginaldo, e frà Alasio eretici. Il Santo Officio ebbe in mano questa lettera, e processò il detto Adriano segretario. Questo Bonifacio manteneva commercio con i Tedeschi eretici, da' quali aveva appreso lettere, ed egli fu che infettò la terra di Nonantola. Vi fu Alessandro Milano modenese, luterano anch'egli; vi fu un frà Bernardo Bertoli, predicatore pernicioso, mandato a Modena a predicare per opera di Luigi Priuli e dal cardinal Polo e dalla marchesa di Pescara. Fu detto ch'era discepolo del cardinal Polo, per il che tutti tre ne furono processati, e il detto frà Bernardo ne stette carcerato in Roma, ed abjurò. È vero che Morone fu inquisito anch'egli come vescovo di Modena, perchè l'avesse mandato a predicare nella sua Chiesa; ma esso si salvò scusandosi che il cardinal Polo ed il Priuli gliel'avevano approbato. In Modena fu parimente dal cardinal Morone mandato a predicare un frà Bartolomeo Pergola. Costui, per opera del Soranzo vescovo di Bergamo fu invitato a Roma, che andasse a parlare a Morone: Morone l'invitò a pranzo, ragionò con lui, e lo conobbe per luterano: ebbe in Roma il libro Del beneficio di Cristo da un certo Guido da Fano: predicò molte eresie a Modena, ma poi Morone l'indusse a ritrattarsi. Di questo Pergola fa menzione il Muzio in una lettera che scrisse al cardinal di Carpi e al cardinal di Napoli, cioè al nostro Caraffa sommo inquisitore, ed a Lattanzio Fosco suo auditore, avvisando loro che costui, che era frate de' conventuali di San Francesco e valente predicatore, era capitato quell'anno a Pesaro, e che nove anni prima, cioè nell'anno 1542, quando appunto in Roma fu fondato il Santo Officio, aveva predicato cose scandalose in Modena, ma che si scusava dicendo che il suo predicare era stato approbato dal Miranda, lettore di teologia, e dal Beccadello inquisitore; con tuttociò fu fatto ritrattare in pulpito: e il Muzio facendo buon giudizio di lui, non gli fu data altra pena, che privarlo per nove anni della predica. Il cardinal Cortese modenese, ancorchè religioso benedettino di grande stima per bontà e per lettere, fu nondimeno senza rispetto alcuno inquisito dal Santo Officio per aver letto e approvato il libro Del beneficio di Christo. Fu anche in Modena un prete Domenico Morando, maestro di casa del cardinal Morone, eretico e fautore degli eretici: vi fu un Francesco Camerone, e un chiamato Farzirolo modenese, processati di eresia: vi fu il prete Gabriel Faloppia, eretico luterano pessimo, e un altro detto il Gozapino calzolaro, e D. Girolamo Regio prete modenese, eretici, e Ludovico Castelvetri modenese eretico, che se ne fuggì in Germania. Vi fu un'accademia tutta infetta, de' quali era capo un cappellano di Morone eretico, detto don Girolamo di Modena: vi furono Giovanni Borgamazza e Giovanni Bertano modenesi eretici; mastro Giovanni Maria Manelli con altri molti sospetti di eresie. Erano costoro di tanto numero e potere, che mandavano ajuto di denaro a quei di Germania. Qui finisco di dire della città di Modena, di cui fu vescovo il cardinal Morone sospetto, processato, e carcerato tant'anni per molti e gravi capi di eresia, se bene fu assoluto poi a tempo di Pio IV. Circa quel libro Del beneficio di Christo, oltre quello che n'ho detto di sopra, fu il suo autore un monaco di San Severino in Napoli siciliano, e discepolo di V. Valdes; fu revisore di detto libro il Flaminio, anch'egli gravemente infetto; fu stampato molte volte, ma particolarmente a Modena De mandato Moroni; ingannò molti, perchè trattava della giustificazione con dolce modo, ma ereticalmente, attribuendo ogni cosa alla sola fede, e falsamente esponendo le parole di san Paolo nell'epistola ad Romanos, avviliva l'opere ed i meriti, e perchè questo è quell'articolo, nel quale inciamparono gran parte de' prelati e de' frati di quell'età, però ebbe grande spaccio, e fu da molti approvato: solo in Verona fu conosciuto e reprobato: dopo molti anni fu posto nell'indice de' libri proibiti da Paolo IV, e poi da Pio IV e da Clemente VIII.

«Lucca fu molto appestata di questo morbo, perciocchè in quella città tennero scuola Pietro Martire, dopo che si fuggì da Napoli, e vi ebbe per compagni il Tremellio ferrarese, lettore di lingua ebrea, Celso Martinengo lettor di lingua greca, e Paolo Lazisio veronese, lettore di lingua latina, e costoro vi trovarono Girolamo Zanco, tutti pessimi eretici, e vi stettero fino al 1542, quando, per paura del papa che ritornava da Bussè, se ne fuggirono tutti in Germania insieme con l'Ochino.

«Siena e Firenze furono assai piene di eretici. Quella produsse l'Ochino, e Lattanzio Morone (Ragnone?) eretichissimi; questa ebbe frà Pietro Martire Vermilio, che infettò Napoli, Firenze e tutta l'Inghilterra: ebbe ancora il protonotario Carnesecchi, il quale fu segretario di papa Clemente VII. Il cardinal Teatino fu il primo che lo processò, poco dopo che fu fondato il Santo Officio in Roma. Poi nel 1546, per qualche speranza che diede di conversione, fu rilasciato non già dal cardinal Teatino, ma da altri, che non occorre qui nominare; però si doleva il cardinal Teatino della troppa lentezza e perniciosa benignità verso gli eretici. Quindi andò a Firenze sua patria, e ritornò al vomito tanto fieramente, ch'egli dell'entrate di molte badie manteneva molti agenti di eretici in varie città d'Italia. Costui insieme con Pietro Martire appestò Firenze in modo tale, ch'io udii più volte dal signor Pietr'Antonio Bandini, padre del cardinale Bandini, queste parole: Innanzi al Santo Officio, non vi era straccio di fede in Firenza.

«Bologna fu in molto pericolo, perchè vi erano alcuni eretici principali, tra' quali fu un certo Giovanni Battista Scoto, il quale aveva amicizia e appoggio di persone potentissime, come di Morone, Polo, marchesa di Pescara, ecc., raccoglieva denari a tutto suo potere, e li compartiva tra gli eretici occulti e poveri, che stavano in Bologna. Abjurò poi nelle mani del padre Salmerone per ordine del legato di Bologna e del Santo Officio.

«Fiesole, oltre alla vicinanza di Firenze, era anco sospetta per il suo vescovo eretico.

«San Geminiano ebbe Michelangelo Tramontano luterano, e un medico detto il Travano suo maestro. In Perugia insegnò l'eresia il detto medico Travano, il quale ebbe per discepolo un prete detto Crescio e il Tramontano soprascritto.

«In Viterbo fe residenza il cardinal Polo legato di Romagna, anch'egli molto sospetto e processato, e nella sua Corte vi erano molti eretici. Furono infette ancora molte monache del monasterio di Santa Caterina di quella città, come anche in Firenza, i monasteri intieri erano infetti.

«In Volterra fu un frà Andrea molto sospetto, e amico di persone sospette.

«Così stava malconcia la povera Italia, e così furono scoverte, e sanate le sue occulte e pestifere piaghe per opera del Santo Officio di Roma. Sentirono grand'orrore di così gran male, e grande allegrezza di così efficace rimedio le persone buone e zelanti della fede: e principalmente il cardinal Teatino, inventore e autore di tanto bene, ne stava ogn'ora più contento, e ne ringraziava Dio benedetto: anzi con quel suo intrepido cuore si diede animo a processare anco i prencipi d'Italia, che erano macchiati di quella pece, come furono Ascanio Colonna duca di Palliano, Vittoria Colonna marchesa di Pescara, Renata del real sangue di Francia, cioè sorella d'Enrico III duchessa di Ferrara, Caterina Cibo duchessa di Camerino, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e altri. Così si vide adempita nel Santo Ufficio quella potestà datagli da Dio evellendi, disperdendi, dissipandi et destruendi; e solea dire il Caraffa in famigliar ragionamento, che la principal mira del Santo Ufficio e de' papi deve essere dare addosso ai grandi, quando sono eretici, perchè dal loro castigo dipende la salute de' popoli.

«Napoli e molte altre città, e terre del regno furono molto appestate di eresie dal V. Valdes, e da quei tre suoi principali discepoli, cioè da Pietro Martire, Ochino e Flaminio, i quali poi diventarono maestri di molti altri. Vi fu anche un certo Siciliano apostata di sant'Agostino, chiamato poi in abito di prete don Lorenzo Romano. A costui non bastò fare scuola in Caserta, e in molti altri luoghi di Terra di Lavoro, ma anche, per diventare più valente eretico, andò a posta in Germania per conferire con que' ministri, e ritornò di là non solo luterano, ma anche pessimo sacramentario zuingliano. Ora fondato il Sant'Ufficio in Roma, di giorno in giorno si scoprivano più terre infettate di eresie, e veramente se si ritardava più a fondar il tribunale del Sant'Officio in Roma, dal quale ebbero forza e efficacia gli altri inquisitori dell'Italia, difficilissimamente si poteva più rimediare al gran fuoco acceso in tutto quel regno. In Napoli per opera di V. Valdes, dell'Ochino, di Pietro Martire, e del Flaminio, e altri lor compagni, se ne appestarono tanti, e particolarmente molti maestri di scuola, che arrivarono al numero di tre mila, come si conobbe poi quando si ritrattarono. In Calabria vi fu quell'Apollonio Merenda, il quale dopo avere infettate molte terre, e particolarmente la Guardia, San Sisto, la baronia di Castelluccio, accostatosi a Roma diventò cappellano del cardinal Polo. La Puglia ebbe molti maestri di mala dottrina, e specialmente Odone da Monopoli, don Giovanni Paolo Castroffiano maestro di scuola, e compagno di Ludovico Manna eretici pessimi. In Terra di Otranto vi fu Ladislao, auditore dell'arcivescovo di Otranto e compagno di Ludovico Manna eretico, e l'istesso arcivescovo fu gravemente processato, e si disse che aveva mandato Ludovico Manna a leggere alla sua Chiesa d'Otranto pubblicamente, e che aveva commercio di lettere con Martin Bucero, e che fu amico del V. Valdes, e leggeva i suoi libri, e che tenne gran tempo in casa il Giannetto, eretico marcio, che se ne fuggì poi in Ginevra. A questo arcivescovo impedì il cappello di cardinale il nostro Caraffa. Ora stando le cose in questo modo, e sentendo in Napoli e per tutto il regno gran principio di rovina, e dall'altra parte vedendosi per l'esempio di Roma, quanto gran remedio fosse il Sant'Officio, si cominciò a pensare di mettere il tribunale dell'Inquisizione anche in Napoli.

«I nostri padri scoprirono l'eresie in Napoli, essendo il nostro Ordine, per dirlo con le parole dell'Adriani, accerrimo persecutore dell'eresie, e che fa professione di difendere la fede cattolica. Il modo con che furono scoperti dai nostri fu questo. Si ha da sapere, che Raniero Gualante, e Antonio Cappone, per la pratica che ebbero col V. Valdes e con l'Ochino, furono anch'essi macchiati un poco di quella pece: ma perchè si confessavano dai nostri a San Paolo, ne stavano coperti, si fecero riferire da loro tutto quello intendevano da quelli occulti eretici.

«In questo modo vennero a conoscere i nostri il mal seme che coloro seminavano, e le secrete conventicole di uomini, di donne che facevano, le quali da loro scoverte, e scritte dal cardinal Teatino in Roma, quei capi eretici se ne fuggirono via tutti da Napoli. Per la fuga del padre Bernardino Ochino scrisse il cardinal Teatino una bella e lunga lettera latina, tutta composta di parole della sacra Scrittura, nella quale, parte allettandolo (perchè vi era rimasta ancora qualche speranza di lui) parte rimproverandogli l'apostasia, e il pericolo dell'anima sua e di tante altre da lui ingannate, cercò di ridurlo a penitenza. Ma fu indarno, perchè, sebbene egli non così subito si fuggì d'Italia, nondimeno non solo non volse obbedire al cardinal Contareno, il quale piacevolmente raccogliendolo, l'esortò a presentarsi sponte in Roma, ma quel che fu peggio, se ne fuggì in Ginevra, e diede voce che il Contareno stesso aveva approvato il suo pensiero, e di là cominciò a dir male della Corte di Roma e della Chiesa cattolica, come san fare gli eretici: il quale disordine successe per la troppa piacevolezza del cardinal Contareno, perchè doveva pigliarlo prigione quando fu a casa sua, e non aspettare che si partisse.

«Ora prima che l'Ochino se ne fuggisse, andò a casa della duchessa di Camerino, chiamata Catarina Cybo, e quivi si spogliò l'abito, e si sfratò, e poi se ne fuggì in Ginevra. Aveva egli particolare strettezza con quella signora, e con quella di Pescara; onde costei ne fu poscia inquisita e molestata».

Dovevano esser frequenti gli attentati contro Inquisitori, giacchè Pio V nel 1569 fe una bolla terribile (Si de protegendis) contro quei privati o pubblici di qualunque grado, che uccidano, battano, caccino, atterriscano inquisitori o testimonj, o faccian offese a protocolli, istromenti, carceri.

Col tempo, come sempre accade, si mitigarono i rigori; l'Inquisizione ebbe a cercare tutt'altri delitti che d'eresia, e nell'età del punto d'onore le diedero molto a fare le censure ed assoluzioni pei duelli e chi vi assisteva; ma il nome e le forme sopravvissero fin all'età de' nostri avi[343]. E nel 1789 il padre Pani commissario del Sant'Uffizio stampò a Faenza (nessun tipografo di Roma accettandolo) un libro Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione, ove questa difende come niun s'aspetterebbe nell'anno della convocazione dell'assemblea di Francia.

Per l'andazzo che ha la Curia romana di conservare i formularj antichi anche quando i tempi vi repugnano, al modo stesso che l'Inghilterra conserva la vendita delle mogli ed altri titoli, di cui la realtà è abolita, nel 15 settembre 1841 frà Filippo Bertolotti inquisitore generale a Pesaro emanava un editto, ove imponeva l'obbligo strettissimo di denunziare al Sant'Uffizio i delitti di sua giurisdizione, sotto pena di scomunica: cioè rivelare coloro che son sospetti o diffamati di eresia, o di aderire a riti di Giudei, Maomettani, Gentili; che facciano atti da cui si presuma che abbiano patto col demonio; o esperimenti di necromanzia o di altre magie con abuso di sacramenti; che amministrino la confessione, la comunione senz'essere sacerdoti; abusino del sacramento della penitenza; tengano conventicole in pregiudizio della religione; proferiscano bestemmie ereticali; contraggano matrimonio avendo un'altra moglie o essendo negli Ordini sacri; impediscano in qualunque modo il Sant'Uffizio; facciano o divulghino satire contro il pontefice o il clero, o dove siavi profanamento di parole sacre; tengano o diffondano scritti e stampe ereticali senza la dovuta licenza; mangino o diano mangiare cibi proibiti senza necessità o licenza; inducano alcun cristiano ad abbracciare altra fede, o impediscano a Turchi ed Ebrei di battezzarsi. Chi non denuncia non potrà esser assolto se prima nol faccia: e ordina che quest'editto stia affisso nelle botteghe, osterie, librerie[344].

L'anno poi che Garibaldi e Cialdini strepitavano alle porte di Roma, nel seminario Romano (VI kal. sept. 1860) furono proposte certe tesi a difendere tra cui,

CCVI Institutum sanctæ Inquisitionis, prout a romanis pontificibus profectum est, nulla ex parte reprehendi potest.

CCVII Perperam Protestantes Ecclesiam calumniantur, quasi a primæva sua mansuetudine defecerit.

CCVIII Non minus enim veteri ætate, quamvis temporibus quæ Protestantium originem subsecuta sunt, romani pontificis solliciti admodum fuerint ne iis in locis, quæ immunia ab hæresi extiterant, hæretici libere cultum profiterentur, aut civilia jura quibus solummodo catholicæ religionis cultores frui poterant obtinerent.

CCXI Romani pontifices perpetue inficiati sunt aut ullum jus ab hæreticis afferri posse pro libertate (in religionis culto profitendo) obtinenda, aut ipsam societatis conditionem posse eamdem libertatem a catholico principe postulare.

CCXII Iidem romani pontifices sua agendi ratione in gravissimis adjunctis ostenderunt, meram sollumodo tollerantiam ad graviora mala vitanda inductam, reprehendi non posse.

Chi non l'ha visto personalmente si immaginerà qual trionfo chiassoso e facilissimo menassero allora i rivoluzionarj nell'imputare al dominio papale la persistenza del Sant'Uffizio e nell'abolirlo ne' paesi sottrattigli; liberazione nella quale i popoli s'accorgeano che non troppo ci corre fra un poliziotto prete e un secolare. Quando si fremerà in avvenire alle leggi Pica e Crispi, alle fucilazioni moltiplicate e alla forca conservata, gioverà ripetere che le istituzioni non vanno condannate per gli abusi che se ne facciano, e bisogna giudicarle in relazione coi tempi. Perocchè oggi la giustizia è il diritto armato; allora l'Inquisizione era il bene armato; lo Stato or protegge la giustizia; l'Inquisizione volea proteggere la moralità: opinioni varie a norma dei tempi, mentre noi imploriamo che da tutti, e secolari ed ecclesiastici, sia riconosciuta l'incompetenza assoluta della forza in materia di fede. Quanto alle forme, pur troppo non possiamo nè imputarne solo i tempi passati, nè ingloriarne il nostro. Perocchè, a tacere quel che abbiam veduto noi stessi, in atti meno fieri o meno numerosi per verità, leggasi in Louis Blanc la storia o piuttosto la giustificazione del Terrore in Francia. Dopo fatto arricciar i capelli non meno colla narrazione di que' massacri, che co' suoi tentativi di scagionarli, conchiude: «Tutti i fanatismi si rassomigliano, e non è meraviglia se il fanatismo politico venne offrire la sua parte di vittime all'opera di distruzione del fanatismo religioso. Una cosa certa: che la maggior parte (!) furono colpiti perchè creduti realmente colpevoli...... Come in altri tempi si credette degno del fuoco chi non ammetteva la presenza reale, così allora si credette degno di morte (intolleranza meno incomprensibile) chiunque si rivoltava contro il principio dell'eguaglianza e della fraternità umana».

Il più fanatico apologista del Sant'Uffizio potrebbe scrivere una frase più assoluta? Ed egli si domanda: «In quai tempi, in qual paese lo scatenamento delle passioni politiche e il cozzo degli interessi non condussero a calpestare, i diritti dell'umanità, ed estendere oltre misura il dominio della morte? Gli esempj si presentano in folla, e anche senza aprir i registri dell'Inquisizione, o risalire a quella che chiamano età di barbarie, se ne trovano fin nella storia inglese» e qui narra l'orribile persecuzione mossa in Irlanda nel 1689.

NOTE

[271] LUCA, 24, 29.

[272] MATT. XIV, 22.

[273] Ad Galat. II, 14.

[274] II Ad Tim. 4, 2.

[275] De Gubern. Dei, lib. V.

[276] Vedi il nostro Discorso V. Sant'Agostino, che disapprovò affatto le persecuzioni contro i dissidenti, nelle Ritrattazioni, lib. II, c. 5 scrisse: «Ho fatto due libri contro i Donatisti, ove dissi non piacermi che, per forza secolare, gli scismatici sieno violentati alla comunione. Per verità allora mi spiaceva, perchè non ancora avevo provato a quanto male dia ardimento l'impunità; nè quanto a volger in meglio giovi la diligenza del castigo». E nel trattato II in Johann. Nº 14: «Vedete che cosa fanno e che cosa soffrono: uccidono le anime e sono afflitti ne' corpi; producono morti sempiterne, e lagnansi di soffrirne di temporali».

[277] Summa Theol. Secund. Quæst. X, art. VIII.

[278] Tract. de fide, Disp. VIII, sect. III, nº 4.

[279] Sess. IV, c. 2.

[280] I re di Francia, ricevendo la corona, giuravano di distruggere l'eresia. Ma i giureconsulti riflettono, in primo luogo, che questa parola non è definita, e bisogna restringerne il senso più che si possa. Poi nessun giuramento può esser contrario ai comandamenti di Dio, e quei re giurano conservar la pace nel loro regno, e quindi non devono proceder con violenza, rompendo l'amore, la sicurezza, la protezione dovuta ai sudditi. Il primo che, all'incoronazione, ammise quel giuramento fu Luigi XVI nel 1787, il quale restituì lo stato civile ai Protestanti. E i Francesi lo decapitarono.

[281] Molti pajono fuor della Chiesa che son in essa: molti pajono in essa e sono fuori. Così sant'Agostino. Nell'allocuzione tenuta nel 1854, a cui dichiarò il dogma dell'Immacolata Concezione, Pio IX disapprovò chi crede che uno possa in qualunque religione salvarsi, e soggiunge: «Però si deve tenere egualmente certo che coloro i quali vivono in un'ignoranza invincibile della vera religione, non si rendono colpevoli agli occhi del Signore. Or chi si arrogherà di determinare i limiti di tale ignoranza, secondo l'indole e la varietà dei popoli, delle regioni, delle menti, e di tant'altre circostanze? Quando, sciolti dal corpo, vedremo Iddio qual è, comprenderemo quanto vadano congiunte in istretto e bel vincolo la misericordia e la giustizia divina: ma finchè dimoriamo in questa carne mortale che l'animo indebolisce, teniamo formalmente esservi un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo, nè esser lecito indagar oltre».

E nell'enciclica 10 agosto 1863 ai cardinali, arcivescovi e vescovi d'Italia. Notum nobis vobisque est, eos qui invincibili circa ss. nostram religionem ignorantia laborant, quisque naturalem legem ejuque præcepta in omnium cordibus a Deo insculpta sedulo servantes, ac Deo obedire parati honestam rectamque vitam agunt, posse, divinæ lucis et gratiæ operante virtute, æternam consequi vitam, cum Deus, qui omnium mentes, animos, cogitationes, habitusque intuetur, scrutatur, et noscit, pro summa sua bonitate et clementia minime patiatur quempiam æternis puniri suppliciis, qui voluntariæ culpæ reatum non habeat. Sed notissimum quoque est catholicum dogma, neminem scilicet extra catholicam ecclesiam posse salvari, et contumaces adversus ejusdem Ecclesiæ auctoritatem, definitiones et ab ipsius Ecclesiæ unitate... pertinaciter divisos, æternam non posse obtinere salutem.

[282] Trattato contro gli astrologi. Cap. III.

[283] Epistola a Ginevra 1579, pag. 40.

[284] Quam vero dixit ille in tragœdia, non gratiorem victimam Deo mactari posse quam tyrannum! Utinam Deus alicui forti viro hanc mentem inserat.

[285] De Serveto 1555. Corpus Reform. VIII, 523, IX, 133.

Barni (Les martyrs de la libre pensée) vuol provare che anche allora più d'uno riprovasse la legge che dava al boja gli eretici.

[286] L'intolleranza de' riformatori fu singolarmente flagellata da Simone Lemnio di Margudant ne' Grigioni. Legatosi a Vittemberga con Melantone, per genio caustico si fe molti nemici, e massime cogli Epigrammatum libri duo, dove lodava come pròtettor delle lettere Alberto arcivescovo di Magonza. Lutero, che era a questo avversissimo, il fe perseguitare, trovandovi allusioni contro l'elettor di Sassonia e altri primati, nè l'autore evitò il carcere se non fuggendo a Worms, e fu condannato a perpetuo bando. Irritato viepiù, si svelenì contro i suoi persecutori, con fine arguzie e con plateali facezie: aggiunse a' suoi epigrammi un terzo libro ove strazia l'intolleranza di Lutero, di Giona, degli altri; nella Monachopornomachia, introduce in comedia esso Lutero, a cui è dedicata, venero, Giona, Spalatino, le lor mogli coi rispettivi amanti, ed altri personaggi a dialoghi oscenissimi.

Molte opere compose, tradusse in versi l'Odissea, fu correttore alla stamperia d'Oporino, infine maestro a Coira, ove morì di peste il 1550 in fresca età.

Innocente XI, mentre era in rotta con Luigi XIV, voleva interporsi perchè usasse men severamente co' Protestanti: al qual fine incaricò il suo nunzio in Inghilterra di pregar Giacomo II ad intervenire a tal uopo: ma Giacomo ricusò. Vedi MAZURE, Hist. de la révolution de 1688. Parigi 1825, tom. II, 126.

[287] «Nel paragone, io mille volte avrei prescelto, per ciò che mi si è fatto, il Sant'Uffizio e quelle disumane torture. Ma si dirà: il sant'Uffizio condannava al rogo, e voi siete stato semplicemente esonerato della vostra carica. Che? non si comprende forse che la ragione per la quale io veniva dimesso era più crudele per gli effetti che una condanna di morte? Questa vi tortura il corpo e vi toglie la vita, che è pur fardello penosissimo: quella vi strazia, vi tenaglia, vi lacera l'anima, e vi toglie l'esistenza morale, che supera di cento doppi la fisica esistenza». G. TOFANO a' suoi elettori. Napoli 1861.

[288] FORTI, Istituz. civili, lib. II, cap. 2.

[289] Ap. THEINER al 1581.

[290] V. A. Huber, all'Unione Evangelica di Berlino il 1847 disse un sermone, ove sostiene che l'Inquisizione in Spagna era un'istituzione inevitabile, derivata dal carattere nazionale spagnuolo; e che la posizione della Spagna a capo del mondo cattolico nel XVI secolo era l'unica che le convenisse. «Quest'è certo (dice) che l'Inquisizione era, nel miglior senso, popolarissima, una precauzione per conservar la nazionalità castigliana». Vedi Ueber spanische Nationalität, u. s. w. Berlino. Höffele di Tubinga, nella bella monografia del cardinale Ximenes, svolge ampiamente ragioni da noi accennate, conchiude che «nella storia dell'Inquisizione di Spagna, la santa sede fa comparsa affatto onorevole, qual protettrice de' perseguitati, come fu in ogni tempo. Il protestante Schröck, nella Storia Ecclesiastica, si maraviglia che il papa abbia consentito questa trasformazione d'un tribunale ecclesiastico in secolare, da lui indipendente. E Ranke, protestante anch'egli, disapprovando la storia, dal Llorente scritta per favorire re Giuseppe Buonaparte contro le libertà basche e le immunità ecclesiastiche, dice che da quella appare come il Sant'Uffizio fosse una giustizia regia sotto divise ecclesiastiche, tantochè il cardinale Ximenes, nicchiando a ricevere nel consiglio un laico nominato da Ferdinando, questi gli rispose: «Non sapete che quest'uffizio non tiene la giurisdizione se non dal re?»

[291] È noto Antonio Perez, che perseguitato da Filippo II a morte, uscì di Spagna, e tanto valse a propagare l'odio contro questo re. Nelle sue Relazioni stampate a Parigi il 1624, racconta come da alti personaggi e dal nunzio del papa fossero riprovate le proposizioni che davano al principe piena podestà sopra la vita de' sudditi; e soggiunge: «Essendo io in Madrid, uno che non importa nominare, in un sermone davanti al re cattolico in San Girolamo proferì che «i re hanno potere assoluto sulla persona e sulla roba de' vassalli». Tal proposizione fu riprovata dall'Inquisizione; e costui condannato a ritrattarsi pubblicamente nel luogo stesso con tutte le formalità giuridiche, oltre varie pene particolari. Egli si ritrattò sul pulpito medesimo, e leggendo uno scritto, soggiungeva: «I re non hanno sui loro sudditi maggior potere di quel che loro è permesso dal diritto divino e umano, e non per libera ed assoluta loro volontà». Queste parole il reo dovè ripetere per ordine del maestro frà Ernando del Castillo, consultore del sant'Uffizio, predicatore del re, uom d'eloquenza e dottrina singolare, assai stimato nel suo paese, e maggiormente in Italia».

[292] Quando Filippo II mandava il duca d'Alba contro i Fiamminghi nel 1567, la flotta d'Andrea Doria, di 37 galee, lo portò da Spagna a Genova, donde s'avviò coll'esercito, in cui 1200 cavalieri italiani sotto il comando di don Fernando di Toledo, figlio naturale del duca, essendo mastro di campo Ciapino Vitello, ceduto dal duca di Toscana, come il duca di Savoja avea ceduto l'ingegnere Pacheco, che di poi fabbricò la cittadella d'Anversa.

[293] Noi ci mostrammo sempre severissimi a questo re; pure ci sembra aver ragione, a tacer altri, Gerlach, che dopo profondi studj, dicea:

«Quant'à Philippe II, que je suis loin de comparer à Charles V, je pense qu'il a été mal jugé, parce qu'on ne l'envisage d'ordinaire qu'au point de vue exclusivement belge, ou protestant, ou rationaliste, au lieu de ne voir en lui que l'athlète intrépide du catholicisme dans une lutte suprème et désespérée contre toutes les forces de la Réforme et de l'Europe coalisées». Discours à l'ac. de Bruxelles, 6 mars 1859.

[294] DE THOU, lib. XXX, nº 7.

[295] D. O. M. Barth. Carranzæ navarro dominicano archiepiscopo toletano Hispaniarum primati, viro genere vitæ doctrina concione atque eleemosynis claro, magnis muneribus a Carolo V et Philippo rege catholico sibi commissis egregie functo, animo in prosperis modesto et adversis æquo. Obiit anno Domini etc.

Il Babbi, residente per la Toscana a Boma, il 14 aprile 1571, informa il granduca di Toscana come il cardinal Morone, impinto d'eresia, sia stato «ricevuto in concistoro pubblico con molta solennità, e dal papa abbracciato teneramente», poi la sera fu letta la sentenza contro l'arcivescovo di Toledo alla presenza del papa, dei cardinali, dell'Inquisizione e di molti signori e prelati della Corte, dov'egli abjurò contro ogni sospetto d'eresia» (Carteggio di Cosimo I, filza XII).

Il Laderchi reca bellissime testimonianze intorno al Carranza. Oltre il Llorente, che ne parla coll'abituale sua esagerazione, De Castro (Hist. de los Protestantes Españoles y de sa persecucion por Felipe II, Cadice 1851) occupa un intero libro intorno a questo processo, importantissimo perchè vi lottava l'autorità de' vescovi contro quella della santa Inquisizione, la quale spiegò tutto il suo potere contro il primo prelato di Spagna, e trasse dalla sua l'opinione pubblica. Il famoso teologo Melchior Cano, che avea sostenuto Filippo II contro Paolo IV, si volse contro il Carranza. D. Diego Hurtado de Mendoza, celebre diplomatico e guerriero, si fece suo denunziatore. Buone considerazioni su questo processo fa Giacomo Balmès, Il protestantismo e il cattolicismo comparati, in relazione colla civiltà europea. Cap. 37.

[296] Negli archivj di Napoli, registro Angioini, troviamo una sentenza del 1270 per la quale Carlo I commette al maestro Portulano di Terra di Lavoro di confiscare i beni di tre eretici, bruciati per sentenza dell'inquisitore frà Matteo da Castromari, e nominati Andrea da Vimercato lombardo, Giovanni da Ceccano giudice, e Tommaso Russo di Magla saracena.

[297] Chioccarelli ap. GIANNONE, lib. XIX, 1, 5.

[298] Allora fu stampata la epistola de Inquisitione, del napoletano Tristano Caracciolo.

[299] GIANNONE, Stor. civile, L. XXXII, c. 5.

[300] GIANNONE, lib. XXXIII, c. 5.

[301] BENOIST, Hist. Valdens.

[302] Queste varie emigrazioni spiegano la diversità di data che al fatto si assegna dal Giles (Hist. des églises reformées. Ginevra 1644), dal Rorengo (Mem. istoriche dell'introdutione dell'heresie nelle valli di Lucerna. Torino 1649), dal Perrin (Hist. des Vaudois. Ginevra 1618), dal Muston (Hist. complète des Vaudois du Piémont. Parigi 1857), dal Morelli (Sulla venuta de' Valdesi nella Calabria citra, Napoli 1859).

[303] BEZA, Storia al 1544.

[304] Io ristampai altra volta queste parole, cavandole da lettere trovate nell'archivio Mediceo Corrispondenza di Napoli. Vorrebbero attribuirsi ad uno che accompagnò Ascanio Caracciolo in quella spedizione, e datano dall'11 giugno 1562, da Montalto. Dicono:

«S'intende come il signor Ascanio, per ordine del signor vicerè, era sforzato a partire in posta alli 29 del passato per Calabria, per conto di quelle due terre de' Luterani che si erano date fuori alla campagna, cioè san Sisto e Guardia. Sua signoria a Cosenza al 1 del presente ritrovò il signor marchese di Buccianico suo cognato, che era all'ordine con più di seicento fanti e cento cavalli, per ritornare e uscir di nuovo in campagna, e quella fare scorrere, e pigliare queste maledette genti: e così partì alli 5 alla volta della Guardia, e giunto quivi, fecero commissarj, ed inviò auditori con gente per le terre circonvicine a prender questi Luterani. Dalli quali è stata usata tal diligenza, che una parte presero alla campagna; e molti altri tra uomini e donne, che si sono venuti a presentare, passano il numero di millequattrocento: ed oggi, che è il dì del Corpo di Cristo, ha fatte quelle giuntar tutte insieme, e le ha fatte condur prigioni qui in Montalto, dove al presente si ritrovano; e certo che è una compassione a sentirli esclamare, pianger e domandar misericordia, dicendo che sono stati ingannati dal diavolo; e dicono molte altre parole degne di compassione. Con tutto ciò il signor marchese e il signor Ascanio hanno questa mattina, avanti che partissero dalla Guardia, fatto dar fuoco a tutte le case, e avanti avevano fatto smantellare quella, e tagliar le vigne. Ora resta a fare la giustizia, la quale per quanto hanno appuntato questi signori con gli auditori e frà Valerio qua inquisitore, sarà tremenda: atteso vogliono far condurre di questi uomini, ed anco delle donne, fin al principio di Calabria e fin alli confini, e di passo in passo farli impiccare. Certo che se Dio per sua misericordia non move sua santità e il vicerè a compassione, il signor marchese Buccianico governatore, ed il signor Ascanio faranno di loro gran giustizia, se non verrà ad ambidue comandato altro da chi può lor comandare....

«Oggi pure fu ordinato che cento donne vecchie pongansi all'esame e alla tortura, poi alla morte, acciocchè ben si bilancino le partite, e dicasi posti a morte altrettanti uomini e altrettante donne. Ve n'ha alcuni sì ostinati, che non voglion veder il Crocifisso nè confessar il sagrifizio, e sono arsi vivi.

«La prima volta che uscì il signor marchese, fece abbruciare San Sisto, e prese certi uomini della Guardia del suddetto luogo, che si ritrovarono alla morte di Castagnete, e quelli fece impiccare e buttar per le torri al numero di sessanta: sicchè ho speranza che avanti che passino otto giorni, si sarà dato ordine e fine a questo negozio, e se ne verranno a Napoli....

«Gli eretici presi in Calabria son 1600, e tutti furono condannati, ma i messi finora al supplizio furono 88. Questi eretici portano origine dalle montagne d'Angrogna nel principato di Savoja, e qui si chiamano gli oltramontani; e regnava fra questi il crescite, come hanno confessato molti. Ed in questo regno ve ne restano quattro altri luoghi in diverse provincie; però non si sa che vivano male. Sono genti semplici ed ignoranti, e uomini di fuori, boari, zappatori; ed al morir si sono ridotti assai bene alla religione e alla obbedienza della Chiesa romana».

Simeone Florillo, ministro evangelico a Chiavenna descriveva lo stesso supplizio a Guglielmo Grattarola medico a Basilea, in lettera 21 agosto 1560. E dice: «Novità non ho altre, se non che ti mando copia di lettere scritte da Montalto l'11 giugno 1560, stampate a Roma e a Venezia, intorno al macello commesso in Calabria in due villaggi a otto miglia da Cosenza, San Sisto e Guardia, che furono distrutti, e uccisine ottocento abitanti, o circa mille, come scrive da Roma il 21 giugno uno che era servo di Ascanio Caracciolo. Io conobbi quella gente, d'origine valdese, di buona vita e di miglior dottrina. Perocchè, prima di partir da Ginevra, a loro istanza vi mandammo due ministri e due maestri di scuola. I ministri furono martirizzati l'anno passato, uno a Roma che chiamavasi Giovanni Luigi Pasquale di Cuni, l'altro a Messina, Giacomo Borello, entrambi piemontesi. Quest'anno il resto dei pii uomini fu distrutto, e spero fia buon seme all'Italia che porterà buono e copioso frutto».

La lettera tradotta in latino è riferita da Giovanni Fox nel Martirologio, parte II, fol. 337; Basilea 1563, e da essa siam chiariti che quelle dell'archivio Mediceo non sono relazioni uffiziali di un residente toscano, bensì documenti inseriti in qualche corrispondenza come si soleva, e copia di stampa, le quali mancano d'ogni autenticità, portano la data falsa di Roma per acquistarvi maggior credito; e sono evidente opera di partito, colle esagerazioni proprie di lavori siffatti.

[305] Vedi Arch. storico 1846, tom. IX, pag. 193.

[306] SCIPIONE AMMIRATO, Delle famiglie napoletane, Firenze, 1580. Il pezzo che intervirgolammo è tolto dalle aggiunte, fattevi nella II parte, edita solo nel 1651.

[307] SILOS, Hist. cl. regul. sub anno.

[308] LAGOMARSINI, note alle lettere del Pogiano, vol. IV, p. 443.

[309] Sulla Giulia Gonzaga vedasi IRENEO AFFÒ, Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga, Parma 1787, e POMPEO LITTA, Famiglie celebri italiane, fascicolo XXXIII. Sull'accusa di eresia datale da qualche autor francese, l'Affò esclama: «Bugia maggiore di questa non si dà nella storia». Di rimpatto il Litta dice che tale accusa «fu comune a tutti i personaggi per dottrina distinti, i quali tutti applaudivano alla riforma della disciplina ecclesiastica».

Citata da Pio V per la sua intimità col Carnesecchi, non comparve, ma morì dal dispiacere. Nel testamento perdona a tutti, e raccomanda al nipote Vespasiano di «non fare alcun risentimento contro chiunque oltraggiata l'avesse».

[310] Esso Giannone, che la giudica «non minore providenza» del governator Toledo, e segno della «saviezza e soddisfazione de' popoli con cui governò il regno» (Stor. civ., lib. XXXII, c. 4), dice nel capo 5 che «RAGIONEVOLMENTE alcuni si maravigliano onde sia nato che i Napoletani, uomini riputati cotanto pii e religiosi che talora sono traboccati nella superstizione, abbiamo poi avuto sempre in orrore il tribunale dell'Inquisizione». A reclamare contro l'istituzione dell'Inquisizione fu mandato anche Annibale Bozzuto, valente giureconsulto, che da Carlo V ottenne il gran numero di banditi fosse ridotto a venti, tra' quali esso. Fuoruscito, fu festeggiato a Roma, eletto a insigne carica, poi a cardinale (1565) e governatore della città.

[311] Manuscritto all'anno 1571.

Essendo nata discussione fra il sant'Uffizio e il vicerè di Sicilia, Filippo II mandò colà per accomodarla e per dar trionfo al primo, il padre Parama. Questo, a domanda de' grandi inquisitori Quiroga e Manrique (Lib. II. T. II, cap. XI, n. 3) aveva steso un trattato, e dedicatolo al grande inquisitore Portocarrero, col titolo De origine et progressu officii sanctæ Inquisitionis, ejusque utilitate et dignitate. De romani pontificis auctoritate et delegata inquisitorum. Edicta fidei et de origine sancti Officii quæstiones decem, libri tres, auctore Lodovico a Parama boroxensi arcidiacono et canonico legionensi, regnique Siciliæ inquisitore. Matriti, ex tipographia regia. È l'apologia più ampia e più sincera che siasi mai fatta di quel funesto tribunale, riconoscendone l'origine fin da Adamo, quando dal Creatore è chiamato dopo la disobbedienza: trova giusto il fondamento, regolare la procedura che in realtà era la consueta de' tempi. Anzi è certo che, almeno ne' trattati, è raccomandata mitezza nell'infliggere i tormenti, e che il carcere era diretto non solo al castigo, ma all'emenda, cercandosi la conversione dell'imputato, qualunque ne fossero i modi e il concetto.

Il Summonte, che pur è tanto minuto, non fa cenno delle eresie. In esso, ogni tratto si trovano persone, anche qualificate, prese, scannate, appiccate senza forma di processo e per comando o volontà del vicerè, principalmente del Toledo.

[312] Il celebre Bartolomeo Chieccarelli, per ordine del vicerè duca d'Alba raccolse in diciotto volumi di manoscritti giurisdizionali tutte le scritture attenenti alla giurisdizione regia, e non furono mai stampati. Ciascun volume si riferisce a un ramo particolare, e l'ottavo è appunto Del Sant'Uffizio dell'Inquisizione, dove sono registrate le vicende di questo tribunale nel napoletano dal 1269 al 1628. Nel grande archivio di Napoli sta pure manoscritta una Breve raccolta di varie notizie contro il Sant'Uffizio, che servir possono per istruzione di ogni deputato eletto contro il medesimo: e fu fatto nel 1747 a proposito dell'editto di Carlo III. È piuttosto una declamazione, volendo far ridurre le procedure come usavansi nei primi otto secoli della Chiesa; ed è scritto certamente da un legale, e con vigor di stile e franchi pensamenti.

[313] DI GIOVANNI, Cod. Dipl., t. I, diss. 2.

[314] Epp. 69 e 70.

[315] Vedi GAETANI, Santi Siciliani, ma esagera.

[316] Nell'atto di dotazione della Chiesa di Messina: PIRRI, Not. Ecclesiæ Messan., al 1090.

[317] PIRRI, Not. Eccl. Sirac. ad ann.

[318] Lib. II, c. 18.

[319] Lib. II, c. 45.

[320] MURATORI, Rer. Italicarum Script., t. VI, col. 616. Vedi Discorso storico della cattolica religione nel regno di Sicilia in tempo del dominio dei Saraceni, di ANTONINO MONGITORE, 1762.

[321] In Chron. Fossæ Novæ, pag. 876, e ne fa pur cenno la cronaca dell'anonimo cassinese, all'anno 1185.

[322] Voltaire scrive che l'Inquisizione fut en Sicile, plus encore qu'en Castille, un privilège de la couronne, et non un tribunal romain, car en Sicile c'est le roi qui est pape. Essai sur les Mœurs, c. CXL. Il Mac Crie fra i tanti errori di cui tesse la sua Storia dell'origine ed estinzione della Riforma in Italia, racconta che un Benedetti, soprannomato Locarno, nel 1546 predicò a lungo in Palermo la Riforma, protetto dal vicerè don Pedro di Cordova e maschere di Terranova. Pedro de Cordova non fu mai vicerè in Sicilia, dove dal 1535 al 1546 era vicario don Fernando Gonzaga, che istituì la celebre Confraternita de' Bianchi: solo un momento nel 1536 lasciovvi come presidente il marchese di Terranova. Che il Locarno avesse a Palermo numerosissima udienza nessun altro lo dice fuor del Mac Crie. Il Camillo Siculo, ch'egli cita come maestro di Lelio Soccino, stette in Valtellina, dove lo troveremo. Vedi GALEOTTI, Dispute con un ministro valdese per certi appunti fatti alla storia del Mac Crie. Palermo 1863.

Nelle Istruzioni del Sant'Uffizio del Regno di Sicilia per uso e comodo delli 1212 commissarj del regno, è quest'orazione: Domine Deus omnipotens, pater Domini nostri Jesu Christi qui dignatus es hunc famulum tuum ab errore hæreticæ pravitatis (Luteranæ, sive Calvinistæ, sive Protestantium, sive Indipendentium, sive Multiplicantium, sive Anabaptistarum, sive Libertinorum, sive Quakerorum, sive alterius) clementer eruere, et ad Ecclesiam tuam sanctam catholicam revocare, ecc.

[323] DI GIOVANNI, Ebraismo di Sicilia, cap. XXVI.

[324] Federico Badoero residente veneto, nella relazione che fece al senato veneto nel 1557 dice: «Nelle cose di religione vivono quei popoli molto divotamente, ma da pochi anni in qua vi si sono scoperti de' Luterani; e l'uffizio di quell'Inquisizione è intorno a ciò molto occupato, e si può senza pregiudizio dei buoni ben affermare esser verissimo quel detto di san Paolo, che tutti gli isolani erano cattivi, ma i Siciliani pessimi».

[325] BARTOLI, Vita di sant'Ignazio, lib. II, c. 42.

[326] HOTTINGER, Hist. eccles. t. IX, p. 200.

[327] TEOFILO BETTI, nel Giornale Arcadico.

[328] MAZZUCCHELLI, Scrittori d'Italia ad vocem.

[329] SECKENDORF, Hist. luter., t. III, p. 68 e seg.

[330] Quindi niente più sciocco del libro recentemente stampato, Storia dell'Inquisizione, ossia le crudeltà gesuitiche svelate al popolo italiano.

[331] Vedi Compendio della santa Inquisizione del Caracciolo che riferiamo qui sotto. Il Busini, da Roma, il 31 gennajo 1549, al Varchi scriveva: «Qua s'attende ad imprigionar Luterani; e questo è avvenuto a un frate minore di San Francesco detto il Padovano; sicchè, per tutto ciò che pare, e' bisogna non avere più cervello d'un bue a questo mondo».

[332] Ne cito pochi:

EIMERICO, Directorium inquisitorum. Roma, 1587: e 1607 Venezia, più scorretto.

CARENA CESARE De officio sanctæ Inquisitionis et modo procedendi in causis fidei. Cremona, 1641.

MENGIUS, Flagellum dæmonum, Fustis dæmonum. Compendio dell'arte esorcistica. Sono all'Indice, dove pure l'Inquisizione processata 1682: REGINALIUS GONZALVIUS MONTANUS, Sanctæ inquisitionis hispanicæ artes detectæ, ac palam traductæ: Historia completa das Inquisiçion de Italia, Hespanha e Portugal, 1825.

DANDINI ANSELMO, De suspectis et de hæresi. Roma, 1703.

All'Istoria della Santa Inquisizione del Sarpi rispose il cardinale Francesco Albizi, anonimo: Risposta all'istoria della santa Inquisizione. Typ. de propag. fide, 1678.

PASQUALONE GIACOMO, Sacro arsenale, ovvero pratica dell'officio della sacra Inquisizione. Genova, 1683.

PANE, Della punizione degli eretici e del tribunale della santa Inquisizione. Lettere apologetiche, 1789.

Frate Uberto Locato di Castel San Giovanni presso Piacenza, domenicano, poi vescovo di Bagnarea (-1587) autore di varie storie, ha un Opus judiciale inquisitorum ex diversis theologis et j. u. doctoribus extractum.... Roma, 1570, ricco di quistioni e di formole pe' varj incombenti del Sant'Uffizio.

MANFREDI FRANCESCO, Ristretto de' processi dell'Inquisizione di Sicilia nel 1640.

Quando Morellet nel 1762 ebbe tradotto il Directorium Inquisitorium, nell'intento di far onta alla Chiesa, il famoso giureconsulto Malesherbes gli disse: — Voi credete aver raccolto de' fatti straordinarj, delle processure inaudite. Or bene sappiate che questa giurisprudenza di Eymeric e della santa inquisizione, è a un bel presso la nostra tal quale. Io restai confuso di tale asserzione (soggiunse Morellet, Mémoires, t. I, 59); dipoi ho riconosciuto ch'egli avea ragione».

[333] Vedi Breve informazione del modo di trattar le cause del Sant'Uffizio per li molto reverendi vicarj della santa Inquisizione di Modena. Scelgo questo a caso, essendo simili gli altri; e benchè tardissimo, non fa cambiamento dai più vecchi. Le attribuzioni del Sant'Uffizio vi sono così divisate in un editto della curia di Modena del 1776.

«Noi, con autorità apostolica a noi concessa, e sotto pena di scomunica, comandiamo a ciascheduna persona in questa giurisdizione, di qualunque condizione o grado esser si voglia, così ecclesiastica che mondana, che debba al Sant'Uffizio di questa città, ovvero all'ordinario, rivelare e notificare nello spazio di giorni trenta giuridicamente tutti e ognuno di quelli de' quali sappiano, o abbiano avuta, o avranno in appresso notizia;

«Che, avendo professata la santa fede cattolica, sieno divenuti eretici, o come ne' sagri canoni e costituzioni pontificie in materia di fede, sospetti di eresia;

«Che siano bestemmiatori, o dileggiatori, o percussori di sagre immagini, o sortilegi ereticali;

«Che abbiano senza autorità della santa sede apostolica tenuti, letti, stampati, o tengano, leggano, stampino o facciano stampare libri d'eretici, i quali trattino di religione o di sortilegi;

«Che contro il voto solenne della profession religiosa, dopo aver preso l'ordine sagro, abbiano contratto o contraggano matrimonio;

«Che contro i decreti e costituzioni apostoliche abbiano abusato o abusino della sagramental confessione o confessionario, sollecitando ad turpia i penitenti;

«Che abbiano impedito o impediscano l'uffizio dell'Inquisizione, ovvero offendano alcun denunziatore, testimonio o ministro, per opere spettanti al medesimo;

«Che senza legittimo permesso, e con suspizione d'incredulità facciano uso de' cibi vietati in certi tempi dalla Chiesa;

«Che abbiano tenuto o tengano occulte radunanze, in pregiudizio e dispregio della religione;

«Che non essendo sacerdoti, si siano usurpati o si usurpino di celebrare la santa messa, e abbiano presunto di amministrare il sagramento della penitenza, quantunque nè abbiano proferito le parole della consacrazione, nè siano venuti all'atto dell'assoluzione;

«Avvertendo che a questi nostri precetti non soddisfaranno, nè s'intendono di soddisfare quelli che, con bollettini o lettere, delle quali, massime se non firmate, niun conto si tiene nel sant'Uffizio, pretendessero rivelare i delinquenti;

«E che dalla detta scomunica nella quale i disubbidienti incorreranno, non possa alcuno essere assoluto se non dal Sant'Uffizio; nè sarà assoluto che dopo aver giuridicamente rivelati i detti eretici e sospetti d'eresia;

«Ricordiamo a tutti i reverendi confessori di dover significare ai penitenti l'obbligo di denunziare legalmente al Sant'Uffizio, come sopra, e che non volendo ubbidire saranno incapaci dell'assoluzione;

«Comandiamo per ultimo, in virtù di santa ubbidienza, a tutti i superiori ecclesiastici così secolari che regolari, e ai confessori di monache, che debbano notificare, e tener affisso nelle loro chiese, sagristie e monasteri in luogo pubblico il presente editto. E a tutti quelli poi che hanno cure parrocchiali, che lo debbano pubblicare ogni anno nell'avvento e nella quaresima in giorno festivo e di concorso; mandandone l'autentico documento alli rispettivi vicarj del sant'Uffizio;

«Quanto agli Ebrei, si dichiara che cadranno sotto l'Inquisizione del Sant'Uffizio in que' casi compresi nella bolla di Gregorio XIII Antiqua Judeorum ecc., e sempre che dicano o facciano cose direttamente offensive della cattolica religione».

[334] TIRABOSCHI, St. lett., vol. XII, pag. 1712.

[335] Vita di Sisto V, parte I, l. III.

[336] Dispacci 2 e 9 marzo, 27 aprile e 29 giugno 1566, ap. MUTINELLI, St. arcana.

[337] L'illustre storico De Thou dice che, durante il pontificato di Sisto V, il Mureto gli disse: Je suis ébahi que je me leve qu'on ne me vient dire, Un tel ne se trouve plus: et si l'on n'en oseroit parler. L'asserzione, benchè così diretta, è falsa, perocchè il Mureto morì poco dopo l'elezione di Sisto V, nel 1585, e in quell'anno il De Thou dimorava certamente in Francia.

[338] Il racconto della vita e morte di Fannio, trovossi in un libro della biblioteca di Zurigo, scritto da Giulio di Milano, il quale non va confuso con Giulio Terenziano amico del Vergerio.

Si ha pure De Fannii Faventini et Dominici bassanensis morte, qui nuper ob Christum in Italia rom. pontificis jussu impie occisi sunt, brevis historia Francisco Nigro bassanensi authore, 1550. «Da qui, pio lettore, voi potete comprendere cosa sia ad aspettarsi dal Concilio di vescovi romani sotto la direzione del papa».

[339] Si trova negli Acts and monuments, pubblicati da Fox nel 1838.

[340] POGGIALI (Memorie di Piacenza, vol. II, p. 277 e 344), li riferisce dietro un'antica cronaca, ma dando solo le iniziali, perchè temeva far torto a' loro discendenti. Noi ponemmo gli interi nomi. Il Corvi parla di altri piacentini, processati per Luterani e che abjurarono o furono puniti.

[341] Vedi MARTINI, St. eccles. di Sardegna.

[342] Sta nella Cosmografia di Sebastiano Munster (Basilea 1558). Di costui parlano il Martini suddetto e il Llorente.

[343] Nella Breve informatione del modo di trattare le cause del sant'Offizio a Modena (Modena 1619) trovo questo catalogo di libri proibiti, speciale del paese, oltre quelli generali:

Che non si lascino vendere alcuna delle istorie seguenti, per contenere esse respettivamente cose false, superstiziose, apocrife e lascive; cioè: Orazione di san Daniele — Oratione di sant'Helena, in ottava rima. — La Vergine Maria con gli Angeli santi. — Oratione e scongiuri di santa Maria: «Con il priego suo, che la dirà, ecc.; O somma sacra ecc.». — Il contrasto di Cicarello. — Egloga pastorale di Grotolo e Lilia. — Oratione di san Brandano. — Vita di san Giovan Battista, in rima. — Oratione di santa Margarita, in ottava rima per le donne di parto: «O dolce Madre, di Gesù vita». — Beneditione della Madonna, in ottava rima: «A te con le man giunte, ecc.». — Historia, o martirio de' santi Pietro e Paolo, in rima: «Al nome sia di Dio glorificato, ecc.». — Confessione della Maddalena: «Altissima benigna, e benedetta». — Pianto della Madonna, in ottava rima: «Chi vuol piangere con la Vergine, ecc.». — Contrasto del vangelo col demonio: «Madre di Christo Vergine Maria, ecc.». — Historia di santa Caterina vergine e martire. — Legenda devota del Romito de' Pulcini. — Confitemini della beata Vergine. — Oratione contro la peste. — Epistola della Domenica, in ottava rima: «Vìva divinità dove procede, ecc.». — Opera nova delli dodici Venerdì: «A laude dell'eterno Redentore». — Opera nuova del Giudicio generale, in rima: «A te ricorro, eterno Creatore». — Oratione trovata nella cappella dove fu flagellato nostro Signore in Gerusalemme: «Madonna santa Maria, ecc.». — Christo santo glorioso, laude devotissima: «Christo santo glorioso, che patesti». — Oratione ascritta a san Cipriano contro i maligni spiriti: «Io son Cipriano servo di Dio, ecc.». — Historia di san Giorgio, in ottava rima in quarto: «In nome sia, ecc.». — Oratione di san Giacomo Maggiore, in versi in ottavo: «Immenso Creatore, e con tua morte, ecc.». — Oratione di Santa Maria perpetua, in prosa, con la rubrica: «Quest'è una devotissima oratione, ecc.». — Oratione della nostra Donna devotissima, in versi e in rima: «Ave Madre di Dio, ecc.». — Oratione di san Stefano: «Superno Padre eterno Redentore, ecc.».

Un catalogo di operette et historiette prohibite più esteso è aggiunto al Sacro arsenale della santa Inquisizione, Bologna 1665, e la più parte sono preghiere e storie devote, massime in versi: vale a dire che espurgavasi piuttosto dalle superstizioni, a tal uopo proibendo in generale «tutti li libri che trattano d'insogni o loro ispositioni», o d'astrologia giudiziaria, o d'indovinare. Anche nelle Regole del sant'Uffizio, ristampate a Milano il 1689, è una lista di libri proibiti, che sono quasi tutte orazioni o pie leggende.

[344] Un'orfana di Basilea si era fatta protestante, poi se ne ravvide, e più non comparve alle adunanze. La Comunità di Basilea dapprima le scrisse ammonizioni ed esortazioni, poi nel giugno 1866 emanò quest'atto: «Dacchè non vi siete arresa agli inviti fraterni fattivi di comparire davanti la Comunità, e ciò è un atto di disobbedienza e di rivolta, uno sprezzo del Signore e del suo corpo, in nome del Signore voi siete esclusa dalla comunità di Dio: cessando ogni relazione civile, in tutta la comunità. Coi siffatti non si può neppur sedere alla stessa tavola».

DISCORSO XXXIII.

ERESIA DEMONIACA. ASTROLOGIA. FATUCCHIERIE.

Frequente menzione ci è caduta d'un altro genere di eresie, che diede molto a faticare al Sant'Uffizio e prima e dopo la protesta germanica. La credenza nei demonj è antica quanto la civiltà, e senza perderci in congetture fra i men noti popoli, sappiamo che i Greci riconosceano buoni e cattivi demonj (eudemones, cacodemones), e chiamarono diabolos cioè calunniatore il maligno, e supposero gl'incubi e succubi (efialtes, ufialtes), le apparizioni, gl'incanti. Platone nel IX della Repubblica ragiona degli streghi e delle pene da infliggersi ad essi, e racconta d'alcuni che, ponendo sotto alle porte certe immagini di cera, inducevano la sterilità, e malattie e morte. Aristotele nel IV della Metafisica enumera varj sortilegj. Ipocrate, se pur non accetta le malattie demoniache, col confutarle attesta vi si credeva. Fra i Romani già ne parlano le XII Tavole, poi tutti i classici, e che maghi e streghe potessero operare al bene e più al male d'altri, che si leggesse nell'avvenire per mezzo dell'ispezione delle stelle, delle mani, dell'evocazione dei morti; che si uccidessero o amaliassero fanciulli collo sguardo o con carmi[345]. A tacer altro, chi non conosce il filtro di Virgilio, la Canidia di Orazio e l'Asino d'oro di Apulejo?

De' maghi troviamo lodata l'abilità fra popoli diversi; e doveano essere acuti osservatori, che possedeano quel che agli altri mancava, l'arte di crear circostanze capaci a modificare i fatti, e d'inventare stromenti per operarne la trasformazione. Con grand'arcano e corredo d'impostura, questi artifizj erano conservati e trasmessi, e ne derivarono le scienze occulte, che costituivano la parte astrusa dell'umane cognizioni, considerando la natura come una successione di portenti, e alla magia attribuendone la spiegazione e l'attuazione di nuovi.

Ferita nel cuore dalla predicazione evangelica, la religione pagana cercò un resto di vita col colpire fortemente i sensi e lo spirito mediante gli arcani della chimica e della fisica, innestatile dalle religioni orientali; e sposandoli alle cerimonie officiali del politeismo, ne formò quella mistura, mezzo poetica o mezzo filosofica, di forme greche, ebraiche, egizie, indiane, che caratterizza il neoplatonismo, e che si presunse opporre al cristianesimo. N'erano fondo le arti teosofiche, mediante le quali attribuivasi all'uomo potenza d'entrare in comunicazione diretta colla divinità. Rese universali fra i dotti, illusero anche alcuni de' Padri, tanto più in grazia de' racconti biblici, ove ricorrono atti demoniaci, e del sistema di spiegar la mitologia come una grande invenzione diabolica.

Erano dunque parto della civiltà antica quelle superstizioni che i retori asseriscono rampollate dalle tenebre del medioevo: nel quale è vero che presero importanza sciagurata a proporzione dell'ignoranza e delle infelicità. Allora, magia significò l'arte di produrre effetti straordinarj mediante un patto che l'uomo contraeva coll'ente maligno, dandogli o qualche parte del proprio corpo, o tessere, o carte iscritte col proprio sangue e fino col sacrosanto calice. Accettato questo supposto, un fanciullo malato, una donna consunta, il subitaneo arricchirsi, i temporali, fin il male più ordinario, l'amore e la gelosia, e viepiù le combustioni spontanee, le allucinazioni, le esaltazioni nervose, spiegavansi come effetto di arti occulte. È tanto comodo, è tanto consono ai malevoli istinti lo attribuire a malvagità o a potenza ineluttabile quel che viene da fatti nostri o dall'incolpabile providenza.

Le rinnovate comunicazioni coll'Asia nelle crociate rinvalidarono queste opinioni: poi le diffuse dottrine musulmane e il ridestato studio degli antichi appoggiarono coll'autorità la credenza a relazioni immediate e spontanee fra l'uomo e gli esseri soprannaturali, e che la magia possa legare la potenza divina e la libertà umana, e rompere l'ordine morale e fisico del creato mediante atti materiali spogli d'intelletto e d'amore.

Che l'uomo creda possedere maggior potenza di far male che realmente non ha, casi giornalieri ce lo attestano; che i delitti si moltiplichino col punirli, è troppo accertato a chi studia le malattie dell'intelletto e le passioni; e che, a forza di sentire che una cosa si fa, alcuno persuadasi di farla.

Sino a qual punto un uomo può operar sul corpo e lo spirito di altro uomo per sola forza dell'immaginazione, spinta fin al punto ove arriva la fede, non è ben chiarito: nè quanto le passioni, e massime la paura, causa preponderante delle malattie nervose. L'ipocondria ci porta a considerare le immaginarie nostre sofferenze come un prodotto della volontà dell'uomo, o frutto di sua ira e vendetta. L'insensibilità di certe parti o di tutto il corpo è spiegata oggi che si discernono due ordini di nervi, gli uni che presiedono alle sensazioni, gli altri a condur al cervello le impressioni di contatto. Ciò ne fa mettere da banda la vulgare teoria della simulazione; e in generale, soppresse le entità demoniache, oggi la magia si connette allo studio delle facoltà dell'anima. Ma allora i casi strani in medicina, le bizzarrie nervose, gl'isterismi, altri mali bisbetici, si dichiaravano demoniaci. Vedeasi una propagare le sue convulsioni a un collegio, a un convento? attribuivasi a fatucchieria quel che ora sappiamo esser istinto di imitazione.

Questi mali curavansi coi pellegrinaggi e colle benedizioni; e in fatto i rimedj della Chiesa avrebbero dovuto consistere in preghiere e ammonizioni, al più nell'esorcizzare.

Ma gli esorcismi, se talvolta erano semplici cure psichiatriche, e colla persuasione della loro efficacia servivano di vero rimedio all'inferma fantasia, talvolta si eseguivano con una drammatica lotta fra il prete e il diavolo, con terribili scongiuri e benedizioni gesticolate; sicchè sbigottivano i pusilli, e in tutti convalidavano l'opinione degli ossessi, possessi, circumsessi, indemoniati, invasati; insomma della diretta efficacia de' demonj sugli uomini; e che il contatto e la presenza delle cose sacre raddoppii i sofferimenti di costoro, la cui intelligenza sfavilla talvolta di luce più viva, sicchè danno risposte meravigliose, parlano latino, ebraico, vedono le cose lontane e le future.

Di qui i tanti fatti di demonopatia e demonolatria, tante vittime del maligno e di suoi ministri attivi; di astrologia, pronostici, sogni, tutto il medioevo è pieno, e vi credeano il feroce Ezelino come il soave Petrarca; il tirannico Federico II come le libere città domandavano da quelli la prudenza de' loro atti; se ne mescola perfino la storia de' papi. Toccandone di volo, diremo come Bennone, gran nemico di Gregorio VII, in violentissime lettere alla Chiesa latina imputava questo di mille indegnità, e principalmente d'esser negromante; Silvestro II papa essere stato abilissimo in quest'arti, e da lui averle imparate Benedetto IX e Gregorio VI, i quali giunsero al papato avvelenando i predecessori; altrettanto aver praticato Gregorio VII, che non viaggiava mai senza un suo libro di magie. Dimenticatolo una volta nel tornare da Albano a Roma, commise a due suoi fedeli d'andarglielo a cercare, ma guai se l'aprissero! La curiosità gl'indusse a disobbedire, e lettevi alcune linee, ecco comparire frotte di demonj, chiedendo: «Cosa volete? Perchè inquietarci? Comandate, o vi saltiamo addosso». I due sbigottiti, non sapendo che farsi, dissero: «Abbattete coteste alte mura», e detto fatto, le mura di Albano caddero sfasciate; e i due messi a gran pena ebbero forza di strascinarsi alla città, segnandosi e raccomandandosi a Dio.

Giovanni XXII, nella bolla del febbrajo 1317 diceva: «Alcuni residenti nella nostra curia, non contenti di saper sobriamente secondo la dottrina dell'apostolo, ma ebri di vanità, si avvilupparono nella necromanzia, geomanzia, ed altre magiche arti, e vendono libri e scritti. Essendo arti di demonj, devono evitarsi da qualunque cristiano. Usano frequente specchi e immagini, consacrati secondo l'esecrabile loro rito. Ponendosi entro circoli, evocano gli spiriti maligni, per macchinare contro la salute degli uomini, o uccidendoli colla violenza del carme, o inducendovi malattie di languore. Chiusero talvolta demonj in specchi, circoli, anelli per interrogarli sul passato e il futuro. S'intrigarono in divinazioni e sortilegj, talvolta adoprando Diane (sic)...... E non esitano asserire che, non solo con cibi e bevande, ma colla sola parola possono abbreviare o prolungare o spegnere la vita degli uomini, e curar da qualunque morbo. Perciò, negletto il culto del vero creatore, fidano ne' suffragi dei demonj, e li credono degni di servizio e di onori divini, e a guisa degli idolatri gli adorano».

Tale credenza si manifestò in forma scientifica e in forma vulgare, e l'una diede mano all'altra per dedurre da principj falsi spaventosi effetti. Non tutti vogliono ricordare che, nel meriggio delle arti e delle lettere, fra i godimenti della civiltà, in Italia come altrove presero incremento le scienze occulte, alcuno dirà perchè le illusioni meglio vivaci avvengono più spesso all'istante dello svegliarsi. Gli scrittori più spregiudicati credeano all'astrologia, ai pronostici, ai sogni. Il Pomponazzi, che impugna l'immortalità dell'anima, sostiene (De incantationibus) gl'influssi dei pianeti, ai quali, non a demonj è dovuta la facoltà, che alcuni hanno, d'indovinar l'avvenire; e secondo il loro ascendente, l'uomo può scongiurare il tempo, convertire in bestie, far altre meraviglie. Per iscoprire un ladro (egli insegna), piglia un vaso, empilo d'acqua santa, accostavi una candela benedetta, e proferisci: «Angelo bianco, angelo santo, per la tua santità, per la mia verginità, mostrami chi ha tolto tal cosa», e l'effigie del ladro apparirà al fondo del vaso[346]. Carlo VIII, chiamato, come sempre i Francesi, a liberare l'Italia, acquistava fiducia alla sua spedizione col far correre una profezia, promettitrice d'insigni vittorie. Nel 1501 a Lione di Francia un italiano di nome Giovanni, di gran costumatezza e gravità, faceasi chiamare Mercurio per l'universale sapienza; menava dietro moglie e figliuoli, vestiti di pannilini, con catena di ferro al collo; vantavasi possedere tutta la scienza de' Greci, Latini, Ebrei, e più in là; e saper interpretare gli arcani naturali, preconizzare il futuro, tramutare i metalli, rendere felici le infauste, e infelici le fauste cose. Salì in gran pregio appo il re di Francia per avergli portato due insigni doni, una spada formata con centottanta spadini, uno scudo con uno specchio mirabile, fatti sotto certa congiunzione di stelle, che doveano produrre meraviglie. Il re adunò i fisici perchè l'ascoltassero, ed essi attestarono che superava in sapienza tutti i mortali: l'oro avuto egli distribuì a' bisognosi, contentandosi della sua povertà[347].

Credettero all'astrologia il Campanella e il Fracastoro, Machiavelli e Lutero: Melantone la difendeva contro Pico della Mirandola, mostrando che molti casi erano stati predetti da congiunzioni di pianeti; e durante la dieta d'Augusta egli consolavasi che imminente fosse la caduta di Roma perchè in questa città il Tevere dilagò, da una mula nacque un mostro coi piedi di gru, e nel territorio d'Augusta un vitello con due teste.

Del valente astronomo Galeotto Marzio di Montagnana giace manuscritta nella biblioteca di Padova una Chiromanzia del 1476: accusato d'eresia, fu obbligato a pubblica ammenda, bruciato un suo libro che aveva portato in Ungheria e Boemia: cascando poi da cavallo fuor d'Italia, s'uccise. Jacopo Zabarella padovano, il cui trattato di logica fu adottato nelle Università di Germania, era invasato dell'astrologia: e fece moltissime predizioni, e anche della propria morte.

Tiberio Rossiliano Sesto, astrologo calabrese, avea, per mezzo dell'arte sua, preveduto un diluvio universale; fu confutato nel 1516 da frà Gerolamo Armenini faentino, famoso inquisitore di quei tempi, ma fin Clemente VII era ito abitare lungi dal Tevere, benchè il fisico Riccardo Cervini mandasse più volte suo figlio, che fu poi Marcello II, a rassicurarlo. Il tempo andò invece serenissimo, e così (scrive frà Giuliano Ughi) fu molto dileggiata e schernita l'astrologia da quegli che non pensavano che Dio fosse ai cieli superiore: ma quelli che credevano che Dio fosse moderatore de' celesti movimenti pensarono esser vera l'astrologia: talchè, secondo il corso dei cieli, tal diluvio dovesse venire, ma che la misericordia di Dio l'avesse impedito»[348]. Singolare contesto di pregiudizj e buon senso!

E quando lo Stöfler di Tubinga pronosticò che, per la congiunzione dei tre pianeti superiori, il mondo andrebbe a diluvio nel 1554, tutta Europa si pose in pensiero di prepararsi uno schermo, e Carlo V ne stava in apprensione, per quanto Agostino Nifo il tranquillasse.

Tutte le biografie son piene di strologamenti. Al Bembo erasi predetto sarebbe amato e accarezzato più dagli estranei che da' suoi, e su questa aspettazione egli regolava le proprie determinazioni. Una notte sua madre sognò che Giusto Goro, loro avversario in un processo, lo feriva nella destra mano; e di fatto costui, per istrappargli un libello che andava a presentare al tribunale, gli diede una coltellata, sicchè poco mancò gli tagliasse via l'indice della dritta. Una suor Franceschina monaca di Zara gli avea vaticinato non sarebbe mai papa. Francesco Guicciardini, mentre governava Brescia per Leone X, scrisse a Firenze qualmente, in una pianura di quei contorni, vedeansi di giorno venir a parlamento un gran re da una parte e un altro dall'altra con sei o otto signori, e stati così un pezzo, sparivano; poi venivano a battaglia due grandi eserciti per un'ora; e ciò accadde più volte a qualche intervallo; e alcun curioso che si volle appressare per vedere cosa fosse, dalla paura e dal terrore cascò malato, e stette in fin di morte[349]. Benvenuto Cellini vede tregende e diavoli nel Coliseo, come li vedeva Lutero dapertutto. Il Machiavelli consuma uno de' capitoli sulle Deche intorno ai segni celesti che precorrono le rivoluzioni degl'imperj, assegnando alle stelle le cause che egli aveva scovate dal fondo della nequizia umana e col desolante pensiero del continuo peggiorare della stirpe nostra. Caterina De Medici portava sul petto la pelle d'un fanciullo, scannato a posta, che la preservava dagli attentati contro la sua persona. Non cerco se il fatto fosse vero; era creduto.

I frati si opponeano a tali superstizioni[350], e che la Chiesa le combattesse appare, come da mille argomenti, così da un prontuario pe' confessori, che stava manoscritto nella Palatina di Firenze, lavoro del 400. Ivi, fra le domande che il confessore dee fare al penitente, sono divisate le seguenti: «Se ha dato fede a l'indovini, i quali vogliono indovinare per lo guardare a cintole, a moccichini, a unghia di fanciullo vergine, o margine ch'escono di piombo colato. — Se a observato dì o tempi, cioè i dì egiptiachi, cioè di sancto Giovanni dicollato; kalen di gennajo; il venerdì e sabato non fare bucato; non far bollire il vino per aceto il venerdì, acciocchè sia più forte. — Se a dato fede alle uova nate il dì dell'Ascensione. — Se a facto scrivere l'antifona di sancta Agata in candela consumata al fuoco. — Se a li anegli di piombo, che si fanno quando si dice il Passio. — Se a dato fede a' sogni; se a' sogni chiamati di Daniello; se a canti d'uccelli; se a bajar di cani; se a intoppo d'alcuno animale; se a li starnuti di persona; se a sibillationi d'orecchie. — Se a creduto che gli animali bestemmino il dì dell'epifania. — Se in prestare lievito o staccio, o altra cosa dopo il tramontare del sole, a facto alcuna vana observatione. — Se a colto erba, avendo fede che sia meglio colta in uno dì che in un altro, e perchè? — Se a salutato la luna nuova. — Se si è messo ferro in bocca, quando suona la prima campana il sabato sancto, dicendo che giova a' denti. — Se crede che le donne si mutino in gatte, e vadano in istregonia: se crede che succino sangue a' fanciulli. — Se a dato mancia in kalen di gennajo. — Se a voluto indivinare del futuro, per riguardare le linie della mano».

Altri colla cabala deliravano dietro ai numeri. Il Ponzetti fiorentino, che fu tra' meglio reputati filosofi, e fatto cardinale da Leone X, nella Filosofia naturale vaneggia dietro alle proprietà del sette. È formato da due e cinque, o da quattro e tre. Se viene da uno dispari e da sei pari, procede dalla fonte di tutti i numeri, giacchè il sei è generato e non genera. Se viene da due e cinque, la dualità è il primo numero, giacchè l'unità non è numero ma principio, e cinque rappresenta le cinque cause delle cose. Dio, lo spirito, l'anima del mondo, il cielo, gli elementi. Viene da tre e quattro? Quattro è da uno e tre, uno, unità e principio; tre, origine del primo cubo dispari.

Queste varie scienze dirigeansi ai beni che più il mondo agogna; preveggenza del futuro, salute, oro, amore, vendette.

In quel sensualismo, tra cui smarrivasi la legge morale, l'oro diveniva suprema potenza; e come Spagnuoli e Portoghesi lo cercavano nelle viscere di migliaja d'Americani scannati, i re nello smungere i popoli con nuovi arzigogoli di finanze o intrepidi furti, i letterati mendicando, i soldati rapendo, i preti mercatando le cose sacre, gli eretici usurpando i beni della Chiesa, così gli alchimisti rintracciavanlo con fornelli e lambicchi, e andavano a imparare la grand'arte fra gli Orientali, o a strapparla dalla natura ne' monti magnetici della Scandinavia.

Bernardo Trevisano, nato il 1406 da famiglia di conti, ispiratosi dagli arabi Geher e Rases, spese da tremila scudi in esperienze d'alchimia; poi si volse a quegli altri gran maestri Archelao e Rupescissa, e in quindici anni di pruove, «tanto in ciurmadori che per sè» spese circa seimila scudi per trovare la pietra filosofale, con cui i metalli trasformavansi in oro. È bizzarro udire i varj stranissimi metodi che imparò da medici, frati, teologi, protonotarj, ingannati o ingannatori. Qual meraviglia se la fatica e l'ansietà gli diedero una febbre che durò quattordici mesi, e fu per torgli la vita? Guarito appena, ode da un cherico del suo paese che maestro Enrico, confessor dell'imperatore, sapea preparare la pietra filosofale. Avviasi dunque per la Germania, e con difficili mezzi introdottosi presso di quello, ne ebbe dieci marchi d'argento e il processo, che era sifatto. Mesci mercurio, argento, olio d'ulivo, solfo; fondi a fuoco moderato; cuoci a bagnomaria, rimenando continuo. Dopo due mesi si secchi in una storta di vetro coperta d'argilla, e il prodotto si tenga tre settimane sulle ceneri calde: vi si unisca piombo, si fonda al crogiuolo, e il prodotto si sottometta alla raffinazione. Quei dieci marchi doveano allora trovarsi cresciuti d'un terzo, ma ohimè! al fine di tanto lavoro non erano più che quattro.

Il Trevisano desolato giurò abbandonare queste fantasie; sicchè i parenti ne esultavano; ma dopo due mesi rideccolo al lambicco. Persuaso però che gli occorressero i consigli di gran sapienti, andò a interrogarli in Ispagna, in Inghilterra, in Iscozia, in Germania, in Olanda, in Francia, e viepiù in Egitto, in Palestina, in Persia, sede di quelle dottrine; a lungo si badò nella Grecia meridionale, visitava principalmente i conventi, coi monaci più rinomati travagliando alla grande opera. A settantadue anni, dissipato il ricavo del venduto patrimonio, giunse senza denari a Rodi, ove tenea stanza un religioso, rinomato in tutto levante come possessore del grand'arcano. Avuti da un mercante veneziano ottomila fiorini e raccomandazioni, potè penetrare fin a costui, che tre anni lo tenne in istudj e speranze onde preparare il magistero per mezzo d'oro e d'argento, amalgamati a mercurio; alfine gli aperse i secreti della scienza ermetica: cioè gli indicò che tutto era frode, spiegandogli questo assioma, «Natura si fa giuoco di Natura, e Natura contiene la Natura», il che significa in linguaggio comune che per far oro ci vuol oro; e tutta l'alchimia non giunse mai a ottenerne di più di quello che adoperò.

Perduta a settantacinque anni l'illusione di tutta la vita, il conte Trevisano volle almeno giovare agli innumerabili adepti della scienza ermetica, occupando i sette anni che ancor sopravisse a scrivere diversi trattati su quella scienza. Il più celebre dei quali, intitolato Il libro della filosofia naturale de' metalli, certo pochissimi vorranno leggere nel tomo II della Bibliothèque des philosophes chimiques; opera inutile anch'essa, giacchè, invece di confessare schietto i suoi errori a scanso degli altrui, si rinvolse in modo, che molti cercarono in esso la scienza ermetica, molti perseverarono a crederlo maestro della grand'opera.

Non appartengono alla nostra nazione nè Teofrasto Paracelso, predicato come testa divina, e creduto autore di miracolose guarigioni e di trasformazioni ultranaturali; nè Cornelio Agrippa di Colonia, consigliere dell'imperatore, deputato dal cardinale Santa Croce ad assistere al concilio di Pisa, professore di teologia a Pavia, chiesto a gara astrologo da re di corona, dal marchese di Monferrato, dal cancelliere Gattinara, e che, entusiasta insieme e scettico, diede lo stillato delle teoriche e delle pratiche delle scienze occulte. Ma a lui possiam raffrontare il milanese Girolamo Cardano da Gallarate, vissuto dal 1501 al 76, teosofo eppure scienziato illustre, di variatissima erudizione, e fecondo di pensamenti strani ma indipendenti, talvolta elevato come il genio, tal altra privo del senso comune, e come disse lo Scaligero, suo nemico acerrimo, in molte cose superiore ad ogni umana intelligenza, in altre inferiore ad un fanciullo. Lasciò le proprie memorie, preziose come delle scarse che francamente rivelino il cuore, e curiosa pittura d'uomo che viveva in un mondo poeticamente compaginato dalla dottrina cabalistica. Se era invido, lascivo, maledico, spensierato, n'aveano colpa le costellazioni ascendenti al suo natalizio. Sentiasi però oggetto d'una predilezione speciale del Cielo: poteva a sua voglia cadere in estasi, e vedere quel che gli piacesse; degli avvenimenti era premonito in sogno e da certe macchie sull'unghie; sapeva molte lingue senza averle imparate; più volte Iddio gli parlò in sogno; più spesso un genio famigliare, lasciatogli da suo padre che l'aveva tenuto per trent'anni; può in estasi trasportarsi da luogo a luogo a sua volontà; ode quel che si dice lui assente, e prevede l'avvenire. Appena ogni mill'anni nasce un medico par suo; nè rifina di vantare le sue cure e l'abilità nel disputare. A volta a volta si ride della chiromanzia, delle stregonerie, della magia, dell'alchimia, dell'astrologia; pure le esercita per compassione: i fantasmi reputa illusioni di fantasia scompigliata, pure è pieno d'apparizioni e di spiriti; crede gl'incubi generare i bambini, e deporre il vero le streghe nei processi. Eppure egli ha luogo durevole nella storia delle scienze per osservazioni sottili ed argute, e per varie scoperte, fra cui la formola cardanica e la possibilità d'educare i sordimuti. In fine, per avverare il pronostico fatto, lasciossi morir di fame.

Secondo i suoi libri, la materia è eterna, ma mutasi di forma in forma, mediante due qualità primordiali, calore e umidità. Non può concepirsi veruna porzione di materia senza forma; ogni forma è essenzialmente una e immateriale, laonde tutti i corpi sono proveduti d'anima, ed è questa che li rende suscettibili di movimento. Le anime particolari sono funzioni dell'anima del mondo; nella quale stanno rinchiuse tutte le forme degli esseri, come i numeri semplici nella decade, o come la luce del sole, ch'è una ed eguale nell'essenza, infinita nelle diversità d'immagini.

Tirava dunque difilato al panteismo: se non che sospendeva le conseguenze, e variava egli stesso quanto all'unità dell'intelligenza. All'uomo, organo di quest'intelligenza universale, attribuiva un carattere distinto, la coscienza, e questa il mena a distinguere dal corpo l'anima, di cui mostra l'immortalità mediante gli argomenti de' predecessori; ma crede questo dogma abbia prodotto grandi mali, fra cui le guerre di religione. La fisica sua fonda sulla simpatia generale tra i corpi celesti e le parti del corpo umano.

Di tutte le scienze occulte favella con intima persuasione, altamente riprovando quei professori inesperti, per cui vizio restano infamate, mentre hanno certezza non minore che la nautica e la medicina. Per vendicarle da tali ingiurie, e mostrare «come sieno manifesti i decreti delle stelle in noi», esso non procede che per raziocinio e per esperimento, e riduce quelle dottrine ad aforismi, distinti in sette sezioni; donde s'intende come ogni paese, ogni colore, ogni numero avesse il suo astro soprantendente. La magia naturale insegna otto cose: prima i caratteri dei pianeti, e a far anelli e sigilli; secondo, il significato del volo degli uccelli; terzo, le voci loro e d'altri animali; poi le virtù dell'erbe, la pietra filosofale, la conoscenza del passato, del presente, del futuro per tre viste; la settima parte mostra gli sperimenti proprj sì del fare, sì del conoscere; l'ottava, la virtù d'allungare molti secoli la vita.

E il Cardano non ne fa mistero. A chi soffre d'insonnia insegna d'ungersi col grasso d'orso; a chi vuol far tacere i cani del vicinato, tenere in mano l'occhio d'un cane nero. Vuoi i presagi da dedursi da tutte le arti e dai casi naturali? vuoi la chiromanzia? e come dai sogni ottener responsi? chiediglielo, e te ne istruirà con piena sicurezza. T'istruirà a comporre sigilli per far dormire o amare, rendersi invisibili, non istancarsi, aver fortuna; e ciò combinando quattro cose, la natura della facoltà, della materia, della stella, dell'uomo che fa: al qual uopo egli divisa la natura delle varie gemme e degli astri che vi corrispondono. Fra i talismani il più potente era il sigillo di Salomone. Una candela di sego umano, avvicinata a un tesoro, crepita fin a spegnersi; e la ragione è che il sego è formato di sangue, nel sangue risedono l'anima e gli spiriti, i quali entrambi concupiscono oro e argento finchè l'uom vive, e perciò anche dopo morte ne rimane turbato il sangue. Alle stelle conviene aver riguardo nella medicazione; e infallibile esaudimento ottengono le preghiere a Maria, fatte il primo aprile alle otto del mattino. Cento geniture egli formò d'illustri personaggi, dall'oroscopo di loro nascita deducendo la causa delle loro qualità. Che più? spinse l'audacia fin a tirare l'oroscopo di Cristo.

E responsi da lui impetravano insigni personaggi, tra cui Edoardo VI d'Inghilterra; il primate di Scozia affidò le sue malattie a' costui strologamenti; san Carlo il propose maestro nell'Università di Bologna.

Giambattista Della Porta, nato a Napoli il 1540 e morto il 1615, nella Magia Naturale espone tutte le fantasie d'allora intorno alle forme sostanziali delle intelligenze, emanazione della divinità. Uno spirito universale anima il mondo, unisce i corpi tutti, dà origine all'anima nostra, si manifesta coll'antipatia e simpatia, opera sugli esseri tutti, dagli insetti fin agli astri, i quali son animali immensi che con ordine volano nello spazio infinito. Sol questo spirito universale spiega gli avvenimenti della natura, e per esso gli astri influiscono sul corpo umano.

Dall'Inquisizione chiamato a Roma, si scagionò, e venne dimesso con ordine che in avvenire non s'impacciasse di far predizioni, avvegnachè il vulgo ignorante non sappia discernere se derivino da dottrina o da sovrumana potenza. Pure egli svelava le arti onde altri producevano effetti creduti soprannaturali; e l'unguento delle streghe esser una mescolanza d'aconito e belladonna, i quali per efficacia naturale esaltano le fantasie.

Postel è uno de' più begli ornamenti del regno di Francesco I, il quale gli affidò le cattedre di matematica e di lingue orientali, ove diede i primi avviamenti alla filologia comparata. Ma lo tormentava l'idea d'una religione nuova e universale, di cui egli stesso sarebbe il pontefice e Francesco I il monarca, togliendo così la sconcordia dal mondo. Un tratto s'invaghisce della mosaica, e si fa rabbino. A Roma trova che il proceder dei Lojoliti è il più perfetto dagli apostoli in poi, e si fa gesuita. A Venezia gli si presenta una donna di 50 anni, che lo ispira e gli detta i trattati De Vinculo Mundi, Della Madre Giovanna, o Delle meravigliose vittorie delle donne, e Le prime nuove dell'altro mondo, cioè l'admirabile historia et non meno necessaria et utile ad esser letta et intesa.... parte vista, parte provata et fidelissimamente scritta per Guglielmo Postello, primogenito della restituzione, e spirituale padre della stupenda vergine venetiana, 1555. Colà annunzia l'apparizione di questa vergine veneziana, di cui la sostanza e il corpo erano discesi in lui, e talmente fusi, che non egli viveva, ma ella stessa, ond'egli non sentiva più la vita ordinaria, ma «sono in tal dispositione che nè satietà nè bisogno del mangiare e bere non fan nulla in me, imperocchè quasi tutta la natura del cibo se ne va in aria et si disfa tal che a pena la centesima parte se ne va per la via naturale»; asserisce esser «possibile che siano talmente aperti gli occhi di una persona, che lei possa vedere localmente attraverso i corpi scuri, over quello che nissuno altronde».

Marsilio Ficino, De vita, asserisce che è «assioma fra i Platonici, e che sembra appartenere a tutta l'antichità, vi sia un demone a tutela di ciascun uomo al mondo, e ajuti coloro, alla cui custodia è proposto. Famigliare di casa Torelli di Parma era la figura d'una brutta vecchia, la quale appariva sotto un camino quando dovesse morir uno della famiglia».

Gli scrittori cattolici asseriscono che Lutero e Zuinglio aveano un diavolo famigliare, e al diavolo portentosi fatti attribuiva Lutero.

Quel bisogno essenziale alla natura umana d'ampliare il mondo visibile mediante la fantasia, bisogno maggiore in tempi o fra persone dove l'istruzione non dilata la vista sulla storia e sull'universo, avea creato o qui trasferito dall'Oriente quelle fate benevole, che appiacevolivano i racconti e le fantasie, anzichè sgomentassero, quali la Melusina, la Morgana, che il sabbato convertivansi in serpi, gli altri giorni godevano della loro bellezza e d'una vita che partecipava all'immortale. Anche il genio famigliare e i folletti mostravansi ora amorevoli e serviziati, ora maligni ma in burle e arguzie. Un padrone superbo comandò a un villano di trasportare a casa una quercia grossissima, o guai a lui: l'impresa eccedeva le forze del misero, che ne rimaneva desolato sinchè un folletto gli si esibì, e presa in collo la pianta come un fuscello, la collocò traverso alla porta del padrone, indurendola talmente, che nè accetta nè fuoco valsero a intaccarla, sicchè fu forza aprire un'altra porta: ciò accadde per l'appunto nell'anno di grazia 1532. Il padre inquisitore Girolamo Menghi di Viadana, persuasissimo di tali fatti, de' quali riempie il suo libro[351], fra altri aneddoti curiosi racconta d'un folletto, famigliare ad un garzone sedicenne mantovano, che inseparabilmente l'accompagnava or da servo, or da facchino, or da mastro di casa. Nel 1579 un altro in Bologna era innamorato d'una fantesca; se mai i padroni la sgridassero, di moltissimi guasti disturbava la casa: e chi vuole, guardi lo strano esorcismo con cui i padroni se ne liberarono. L'anno appresso nella città medesima si rinnovò la scena con una fanciulla trilustre: e il folletto giocava le più bizzarre burle; or rompere i vassoj del bucato, or rotolare dalle scale grosse pietre, or di piccole lanciarne a rompere i vetri, e nel pozzo gettare secchi di legno o di rame e gatti. Un predicatore raccontò ad esso Menghi che, mentre dispensava la parola divina in una città del Veneto, gli si presentò uno stregone, accusandosi di tenere due spiriti in un anello, coi quali esso il farebbe parlare; ma come egli esortollo a buttar via l'anello, ecco gli spiriti a piangere e pregare ch'esso predicatore li ricevesse a proprio servizio, promettendo farlo il maggior oratore del mondo: egli con gravi scongiuri gli indusse a confessare che questa era un'orditura per mettersegli accanto, farlo cadere in qualche eresia, ed acquistarlo all'inferno.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us