← Gli eretici d'Italia, vol. II

Gli eretici d'Italia, vol. II (part 1 of 3)

Part 1 of 3 · Cantù, Cesare · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #47277, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Gli eretici d'Italia, vol. II

GLI ERETICI D'ITALIA

DISCORSI STORICI DI CESARE CANTÙ

Error cui non resistitur, approbatur: et veritas quaæ minime defensatur, opprimitur.

Papa FELICE III ad Acacio.

VOLUME SECONDO

TORINO UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE Via Carlo Alberto, casa Pomba, Nº 33 1866

DISCORSO XXI.

PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.

Alessandro Farnese avea studiato sotto Pomponio Leto, poi alla Corte dei Medici erasi formato nell'erudizione elegante e ne' facili costumi; parlava squisitamente italiano e latino, rifuggendo ogni frase che classica non fosse: amante delle belle arti, cominciò in Roma il più bel palazzo del mondo; teneva splendida villa presso Bolsena; affabile e mansueto quanto magnifico, indulgeva alle fragilità umane, e prediligeva un figlio, che poi diffamossi col nome di Pier Luigi duca di Parma. Da Alessandro VI creato cardinale, in quarant'anni aveva assistito a cinque conclavi; quando di sessantasette anni, in prima per ispirazione, poi per iscrutinio, i trentasette elettori a schede aperte lo celebrarono papa.

Da Martino V in poi nessun altro romano era salito pontefice, onde pensate che tripudj menò il popolo! Denominatosi Paolo III, non volle che i Farnesi paressero da meno dei Medici, sicchè ordinò a Michelangelo di continuare i cartoni pel Giudizio universale e i palazzi sul Campidoglio; fece in Vaticano la sala Regia e la cappella Paolina, sul Palatino gli orti Farnesiani, e può dirsi rifabbricasse Roma; colla fortezza Paolina tenne in freno i Perugini: spossessò i sempre riottosi Colonna. Persuaso che si riesce sempre, purchè s'abbia la pazienza d'aspettare e l'abilità di cambiare le vie secondo le circostanze, bilanciossi anch'egli tra la Francia, sempre breve dominatrice in Italia, e Carlo V che, prevalendo, avrebbe qui dominato solo: e sperò aver riconciliate le due emule potenze e pacificatele nel congresso di Nizza, dove col re di Francia e coll'imperatore cercò impedire gl'incrementi della Riforma e l'avanzarsi dei Turchi, contro i quali esibiva 200,000 scudi d'oro e 12,000 armati, oltre la facoltà d'alienare beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.

Ma insieme poneva improvido studio a ingrandire il suo Pier Luigi, al quale attribuì varj dominj della Santa Sede, e infine il ducato di Parma e Piacenza, col pretesto di impedire fosse annesso al Milanese, e così aumentasse la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne di Pier Luigi, diede la porpora e la collazione di quasi tutti i benefizj del Novarese; a Ottavio, altro figlio di quindici anni, il governo di Roma, poi la mano di Margherita, bastarda di Carlo V, colla speranza d'averne il Milanese. Ma invece Carlo V assecondò i congiurati piacentini che scannarono l'esecrato Pier Luigi, e occupò Piacenza. Quando, atterrito da questo colpo, il papa piangeva e disperavasi, non mancò qualche cardinale di rivelargli i turpi comporti del figlio ucciso e la necessità di rendersi esempio, anzichè scandalo al mondo. Ma è notevole che, mentre con disordinata politica, apriva brutto arringo alle dicerie dei Protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico, e secondando quelli che lo ridestavano negli intelletti e nei costumi, nominò da settanta cardinali, de' quali ben quattro ottennero poi la tiara; lasciava che in concistoro ognuno dicesse liberamente il suo parere; si pose attorno eccellenti prelati, quali il Caraffa, il Sadoleto, il Contarini, il Polo, il Ghiberti, il Fregoso, il modenese Badia, maestro del Sacro Palazzo; tutti che aveano per cure particolari cominciato la riforma della Chiesa. Formò di essi una commissione per attendere a questa, e ai membri di essa scriveva: Te speramus electum, ut nomen Christi, jam oblitum a gentibus et a nobis clericis, restituas in cordibus et in operibus nostris; ægritudines sanes; oves Christi in unum ovile reducas; amovaesque a nobis iram Dei et ultionem eam quam meremur, jam paratam, jam cervicibus nostris imminentem.

Costoro in fatti vi si accinsero. Il Sadoleto, persuaso che colla mansuetudine si potrebbero ancora ricondurre gli erranti, pur lamentavasi che il papa non s'accorgesse della defezione degli spiriti anche in Italia, e della loro mala disposizione verso l'autorità ecclesiastica[1]: il Caraffa dichiaravagli che l'eresia luterana aveva infetto l'Italia, e sedotto non solo persone di Stato, ma molti del clero[2]. D'accordo que' nove consultori levavano rimproveri contro i papi, che spesso aveano scelto non consiglieri ma servidori, non per apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare ad ogni loro desiderio[3]: snudavano gli abusi della curia; e poichè alcuno gli appuntava di eccedente vivacità. «E che?» disse il Contarini: «Dobbiamo darci pena dei vizj di tre o quattro pontefici, o non anzi correggere ciò ch'è guasto, e a noi meritar migliore reputazione? Arduo sarebbe lo scagionare tutte le azioni de' pontefici; è tirannide, è idolatria il sostenere ch'essi non abbiano altra regola se non la volontà loro per istabilire o abolire il diritto positivo».

Esso Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non volendo che il despotismo venisse negli Stati del papa rinfiancato dalla infallibilità di questo. «Qual uomo di mente sana direbbe si possa costituire un buon governo, dove regola sia la volontà d'un solo, propensa per natura al male e soggetta a passioni? Chi fa principe l'uomo anzichè la legge, fa il principe uomo e fiera, atteso che son congiunti negli animi gli appetiti ferini e gli affetti degli uomini. Che può pensarsi di sì contrario alla legge di Cristo che è legge di libertà, quanto il dover Cristiani servilmente obbedire al pontefice, al quale da Cristo fu dato di stabilire leggi ad arbitrio, abrogarle, dispensarle, aver per sola norma la propria volontà? Governo siffatto convien egli, non dico solo a Cristiani, che sono posti nella legge della libertà, e perciò denno astringersi con poche leggi esterne; non dirò ancora a liberi uomini e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a qualunque padrone sopra i servi, ai quali comandi per proprio vantaggio, e di cui si serva come d'organi animati? Tolga Iddio dai Cristiani quest'empia dottrina. Nè il pontefice stabilisca leggi ad arbitrio, nè ad arbitrio le cassi o ne dispensi: ma segua le regole della ragion naturale, dei divini precetti, della carità, che in Dio dirige ogni cosa al ben comune. E i giurisperiti non pensino il diritto positivo sia diritto arbitrario, ma che dipende dal diritto naturale, e non è altro che una determinazione di questo, secondo i tempi, i luoghi, le persone, lo Stato. Non pensate, o santo padre, che da questa dottrina abbiano i Luterani preso ansa a comporre que' loro libri della cattività di Babilonia? E per Iddio, qual maggior cattività e servitù può indursi al popolo cristiano, che questa, professata da certi giureconsulti? Se alcuno predicasse agli infedeli che, secondo la religione dataci da Cristo, il popolo cristiano è governato dal sommo pontefice in modo, che non solo non abbia veruna podestà superiore in terra (il che facilmente potrebbe provarsi) ma non sia tenuto ad altra regola che la propria volontà, non riderebbero essi, e non giudicherebbero un tal governo il peggior di tutti?»[4]

Il cardinale Angelo Maria Quirini, vescovo di Brescia nel secolo passato, si propose di richiamare scientificamente gli eterodossi alla cattolica Chiesa, pubblicando molte opere, fra cui le lettere del cardinale Polo, accompagnate da commenti, poi varie altre scritture in occasione del giubileo di Benedetto XIV[5]. Tolse principalmente a difendere Paolo III[6], provando che volea sinceramente la riforma, laonde restava levata ogni ragione di staccarsi dalla Chiesa appunto col pretesto di riforma. I compilatori degli Atti di Lipsia ed altri gli opposero che la riforma di Paolo III non bastava alla Chiesa; che esso mostrava desiderarla solo in apparenza; che Paolo IV distrusse quanto il III avea fatto, sino a mettere all'indice il Consiglio Novemvirale. Il Quirini rispose, quanto all'ultimo punto, che il Vergerio fu il primo che ciò asserisse, mentre Antonio Blado l'avea stampato nel 1538 a Roma; lo Sturm ristampollo a Strasburgo con maligni commenti, siccome poi fecero esso Vergerio ed altri; e la proibizione cadeva sopra tali edizioni; nè lo Sleidan, o il Sekendorf, o il Sarpi apposero questa taccia a Paolo III, sebbene intenti a denigrarlo.

Lo Schölhorn replicò che, quantunque nell'Indice fossesi espresso che l'edizione proibita era quella dello Sturm, Paolo III medesimo cercò coprire quel Consiglio; che nessun raccoglitore de' Concilj, (eccetto Crobbe del 1551 anteriore a quell'Indice) non l'inserì, supponendolo proibito. Il Quirini ripetè che l'argomento negativo non vale, essendovene tant'altri esempj; che Paolo III cercò in fatto sopprimerlo dopo che vide i Protestanti trarne materia di attacchi: nulla conchiude poi l'averlo molti raccoglitori ommesso, come dalle opere di Lutero è ommessa la traduzione ch'esso ne fece con impudenti aggiunte. Noi sappiamo poi che il Mansi, nei supplementi alla Raccolta dei Concilj, pose benissimo quel Consilium, senza credersi d'offendere la Chiesa. E pare in realtà che quella consulta dovess'essere un atto meramente interno, e invece comparve subito a stampa, con note velenose, che ben doveano farla spiacere.

Nello Schölhorn Amœnitates ecclesiæ, tomo VIII, sta un lungo consulto di riforme, proposte da una commissione eletta da Ferdinando I imperatore, colle risposte fattevi dalla curia romana. Inoltre si conosce un Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ romanæ ecclesiæ Julio III P. M. datum est. Porta la data di Bologna 20 ottobre 1553, ed è firmato Vincentius de Durantibus, ep. Thermularum, brixiensis: Egidius Falceta, ep. Caprulanus: Gherardus Busdragus ep. Thessalonicensis. Oltrechè forma di soscrizione non è la consueta de' vescovi, comparve in un'opera intitolata Appendix ad fasciculum rerum expetendarum et fugiendarum, ab Orthwino Gratio editum Coloniæ, a. d. 1555: sive tomus secundus scriptorum veterum, quorum pars magna nunc primum e mss. codicibus in lucem prodit, qui Ecclesiæ romanoæ errores et abusus detegunt et damnant, necessitatemque reformationis urgent; Opera et studio Eduardi Brown Londini, 1690. Anche la provenienza è dunque sospetta, benchè il Brown asserisca avere trovato esso Consilium fra le opere del Vergerio, e nelle Lectiones memorabiles del Wolf. I Protestanti se ne valgono assai, perchè i consigli ivi dati concernono moltissimi riti delle Chiesa ed anche alcuni dogmi: ma se anche la falsità del documento non fosse evidente, basta riflettere che la Chiesa su molti punti non aveva ancora deciso chiaramente, talchè di discuterne restava pieno diritto; e in secondo luogo, esprimeva voti e sentimenti particolari, sicchè non proverebbesi altro se non che alcuni, anche prelati, la pensavano così.

Certo è che Paolo III, assecondando i suoi consultori, riformò la camera apostolica, la sacra rota, la cancelleria, la penitenzieria; diede vigore all'Inquisizione, massime allo scopo d'escludere i libri cattivi; e, dice Natale Conti, se si fossero recati in una catasta tutti i libri che vennero arsi in diverse parti, sarebbe stato un incendio pari a quello di Troja, non essendosi risparmiata biblioteca nè privata, nè pubblica. Nel 1549 monsignor Della Casa pubblicò il primo Indice di libri proibiti, cui ne seguirono altri, sempre cresciuti: e Pier Paolo Vergerio, vescovo apostata, vi fece postille, dove ne indicava moltissimi altri che aveano le colpe stesse, o assai più gravi a suo giudizio.

Per verità il peggior momento a far riforme è quando sia impossibile il differirle. Ora solo col tempo potevano ripararsi i guasti fatti dal tempo; mentre invece ogni dì crescevano l'urgenza le violenze della distruzione; nei popoli si connaturavano l'abitudine dei riti nuovi e lo sprezzo dei dogmi vecchi; i figliuoli s'educavano nel nuovo credo; i principi adagiavansi nei beni tolti alla Chiesa, gli ecclesiastici nelle blandizie della famiglia. Le stesse riforme, com'è il solito, divenivano appiglio di nuovi attacchi per opera de' Protestanti, che voleano la demolizione non l'emenda, e diceano che il papa confessava i disordini, che dunque era ragionevole la protesta.

Per quanto venga generalmente negato[7], documenti recati dal Quirini nelle sue diatribe alle epistole del cardinal Polo, attestano il sincero desiderio di Paolo III di radunare il Concilio, pel quale erasi destinata la città di Trento. Antonio Soriano, residente veneto a Roma, con singolar misto d'ingenuità e malizia, racconta che «sua santità non manca di usare ogni diligenza e industria acciocchè, in caso non si possa del tutto declinare il Concilio, almeno si faciliti. E il facilitarlo si procura con la via del reverendissimo di Capua, il quale è cognato di Martin Lutero (?), perchè Martino tolse per moglie una sorella di detto cardinale, la quale era abbadessa in un monastero: ed ha mezzo appresso questi capi, come è Filippo Melantone ed altri suoi complici: ed ha autorità da sua santità di placarli, riducendoli alla santa Chiesa con promissione di benefizj e vescovadi, e quando bisogni, di cappelli»[8]. Prima di riuscirvi, Paolo III morì, e dicono negli estremi si ricordasse del versetto, Si mei non fuissent dominati tunc immaculatus essem. La sconcia bellezza del suo sepolcro pruova che i rafacci irosi non aveano ancora emendato gli antichi errori[9].

E lo pruova il favore che ottenne un de' più luridi ingegni, uno che può stare con quanto di più feccioso produce l'età nostra, Pietro Aretino. Nato il 1492 in un ospedale di Arezzo, vede una statua della Maddalena che tende le braccia verso Cristo, ed egli v'addatta un liuto, sicchè ella sembra sonare; fa un sonetto contro le indulgenze: onde è cacciato di patria, e va a Roma, e a forza di lodare e vituperare, penetra nella società de' grandi, cerca a tutti, minaccia tutti, e diviene terribile a prelati, ad artisti, a principi, che per calmarlo gli danno monete, pensioni, collane, fin lodi. Egli dedica la più turpe delle sue tragedie al cardinale di Trento: da Giulio III è baciato, e donato di mille zecchini e del titolo di cavaliere di san Pietro: fa libri, di cui nemmanco il titolo si oserebbe ripetere, eppure insieme scrive sui sette salmi, sulla genesi, sull'umanità di Cristo, e vite di santi, e operette d'ascetismo esagerato, le quali gli meriterebbero tanta riprovazione quanta le oscene.

La marchesa di Pescara cerca indurlo a occuparsi d'argomenti religiosi, ed egli il fa; ma ricascava nel suo brago, e a lei scriveva: «Confesso che mi faccio meno utile al mondo e men grato a Cristo consumando lo studio in ciancie bugiarde e non in opere vere; ma d'ogni male è cagione la voluttà d'altrui e la necessità mia; chè, se i principi fossero tanti chietini[10], quant'io bisognoso, non ritrarrei con la penna se non dei Miserere»[11].

E quando tardano a donargli, minaccia passare fra i Turchi: qui si dà l'aria di perseguitato, e va a Venezia «dove almeno non è in arbitrio di niun favorito nè di niuna favorita di assassinare i poverini, ov'è pace, amore, abbondanza e carità»: vi trova «pane e letizia col sudore degl'inchiostri»; e il doge Gritti gli «salva l'onore e la vita dall'altrui persecuzioni».

Povero martire! Queste persecuzioni erano i donativi di che l'aveano rimpinzato ma non satollo Giovanni dalle Bande Nere e Clemente VII, Francesco I e Carlo V. E come è deplorabilissimo segno della prostrazione de' caratteri odierni il tremar davanti a un giornalista, così di quell'età ci dà tristissimo concetto il vedere costui accarezzato e donato da principi, da prelati, da artisti, da papi. A petto a' quali vantavasi: «Procedo alla libera, conosco i ribaldi, abborrisco gl'ingrati; e non lo vuò dire per modestia, eppure si sa e non si nega, per sì more offese e sì turche non mancò di battezzata credenza alla Chiesa: del che fanno fede i libri che di Cristo ho scritto e dei santi..... Intanto comincio a mettere la penna in tutto il legendario dei santi, e tosto ch'io abbia composto, vi giuro, caso che non mi si provegga da vivere, che al sultano Solimano lo intitolo, facendo in sì nuova maniera la epistola, che ne stupirà ne' futuri secoli il mondo, imperocchè sarà cristiana a tal segno, che potria muoverlo a lasciar la moschea per la chiesa».

Tornando a Roma, «Son fuori da me sempre più (scrive) non per altro che per dubitare che le smisurate accoglienze con cui il papa abbracciandomi baciommi con tenerezza fraterna, col concorso di tutta la Corte a vedermi, non m'incitassero a finir la vita in palazzo, nel quale mi si diedero stanze da re. Il comune giudicio afferma che, tra ogni meritata felicità di sua beatitudine, debbe il pastor sommo mettere il mio esser nato al suo tempo, nel suo paese e suo devoto». Se credessimo a lui, si pensò fino di ornarlo cardinale: certo a Paolo III scriveva: «Io in esser fervido ecclesiastico non cedo alla essenza dell'istessa Chiesa, e fanno di ciò fede, insieme coi salmi e col genesi che di mio si legge, la vita di Gesù Cristo, e la di Maria Vergine, e la di Tommaso d'Aquino e la di Caterina santa; volumi da me composti quando si giudicava per i tradimenti usatimi dalla Corte ch'io piuttosto dovessi scrivere ciò che mi dettava lo sdegno, che quanto mi consigliava la coscienza»[12].

Monsignor Giovanni Guidiccioni al 30 novembre 1539 scriveva a costui, scusandosi di non aver potuto ancora far nulla per esso, e soggiunge: «È capitato qui monsignor Luigi Alamanni, e dopo lui il Cesano, l'uno e l'altro dei quali, sì per l'amor che portano a vostra signoria, come per consolar il desiderio mio, hanno avuti meco lunghi e onorati ragionamenti di lei, conchiudendo in somma che ella ha il cuore pieno d'amorevolezze, la lingua o la penna che dir vogliamo, piena di verità, e l'ingegno pieno di bellissimi concetti.... Non mancherò, avanti ch'io parta, di venire a Venezia solo per visitare e goder due giorni vostra signoria, la quale nel mio pensiero vedo più illustre che la fama, e più magnanimo che un re».

Quell'anno l'Aretino avea pubblicato il Ragionamento del Zoppino fatto frate.... dove contiensi la vita e la genealogia di tutte le cortigiane di Roma: ed è questo libro probabilmente che esso Guidiccioni mandava al Guttierez, segretario del marchese del Vasto, dicendogli: «Le mando un'opera, la quale, nella sua sorte oscena, non ha da cedere a niuna delle antiche, acciocchè POSSA LEGGERLA all'eccellenza del signor marchese quando averà ozio e voglia di ridere».

Morì costui qual era vissuto, in un postribolo a Venezia il 1557, e pur troppo dovremmo accostargli un frate domenicano, un vescovo, autore di lubrici racconti e di massime sporche, il Bandello, se non ci affrettassimo a toglierci da questo imbratto per narrare come il regno di Paolo III fu immortalato da istituzioni efficacissime alla riforma cattolica.

Gaetano Tiene, nobile veneto di Vicenza, buono e placido credente, nel pregare piangeva, e desiderava «riformare il mondo, ma senza che il mondo s'accorgesse di lui». A tal uopo, in Santa Dorotea di Roma fondò l'oratorio del Divino Amore, dove giunse a radunare cinquanta compagni che ravvivassero lo spirito devoto; poi di simili ne piantò a Venezia, a Vicenza, a Verona, a Brescia, altrove. Come l'angelo coll'aquila, s'accordò coll'impetuoso Gian Pietro Caraffa vescovo di Chieti, che, visto come l'abbandonarsi al cuor suo non gli avesse che cresciuto inquietudini, cercò la pace in seno a Dio, rinunziando alla mitra. Sul monte Pincio di Roma, oggi ridente della più smagliante vegetazione e d'un popolo sereno e festante, allora sterile deserto, al 3 maggio 1524 essi, con un Colle d'Alessandria e un Consiglieri romano, istituirono i Teatini. Non voleansi più Ordini monastici, e questa novità introduceva preti, con voto di povertà ma senza mendicare, aspettando la limosina dalla mano che veste i gigli de' campi, e senza regole strette, sicchè potessero liberamente attendere ai malati, ai prigionieri e giustiziandi, e insieme restituire al culto la decenza e il lustro antico, e l'osservanza dei riti e delle rubriche; indurre frequenza ai sacramenti; predicare senza superstizioni nè smancerie; convertire eretici; esercitare la salmodia con canto semplice nel coro, che non era più aperto in mezzo alla Chiesa, ma posto dietro all'altare e chiuso da cortine.

Venivano qual solenne protesta contro le negazioni di Lutero questo ringiovanito clericato, questo raddoppiamento di opere pie, e l'obbedienza al papa, e la venerazione al Sacramento, che allora si espose in ostensorj scoperti; ed i suffragi ai morti, pei quali s'introdusse l'Ave della sera. Nell'infando saccheggio di Roma, i Teatini correano per le piazze col Crocifisso, mitigando i ladroni e confortando i soffrenti. Un Tedesco, ch'era stato in Vicenza a servizio dei Tiene, suppose che Gaetano dovesse posseder grandi ricchezze, e menò suoi camerati a saccheggiarne la cella, e non trovandovi nulla, lui spogliarono e oscenamente torturarono, e i maggiori strapazzi usarono a' suoi compagni. Gaetano partì dalla desolata Roma co' suoi cherici e con null'altro che il breviario, e a Venezia furono ricoverati in San Nicola di Tolentino, dove crebbero ben presto. A Milano il cardinale Antonio Trivulzio fabbricò apposta per essi la chiesa di Sant'Antonio. A Napoli entrati nel 1533, collocaronsi a Santa Maria della Stalletta, sussidiati da Antonio Caracciolo conte d'Oppido e da Maria Francesca Longa, fondatrice dell'ospedale degli Incurabili; ma per ristrettezze stavano per andarsene, quando il vicerè Toledo affidò loro la parrocchia di San Paolo (1538). Ivi Gaetano combattè il Valdes, l'Ochino e la restante compagnia; istituì spedali e il Monte di pietà: morto ch'egli fu, e santificato come primo riformatore del clero secolare, se ne estese il culto; molte città lo tolsero a compatrono, e a Napoli gli fu eretta una statua di bronzo sulla piazza di San Lorenzo, e l'immagine tutte le porte della città: ben presto i Teatini ebbero da per tutto e scuole e missioni; e col loro nome (Chietini) si dinotarono, da chi per rispetto, da chi per dispregio, i cristiani più fervorosi.

Il Caraffa divenne poi Paolo IV. Andrea Avellino, nel fare l'avvocato avendo sostenuto una bugia, se ne pentì a segno che lasciò il mondo. Incaricato di mettere riparo a scandali delle monache di Sant'Angelo in Napoli, s'inimicò un giovinastro che lo fece pugnalare. Guarito delle ferite, si vestì teatino, e andò a fondare questa religione a Milano, a Piacenza, a Parma. Vecchissimo, nel cominciare la messa cascò d'apoplessia. Il suo scolaro Lorenzo Scupoli d'Otranto fu autore del Combattimento Spirituale (1608), che passa pel miglior libro ascetico dopo l'Imitazione di Cristo.

Questa novità de' Cherici Regolari ben tosto ebbe imitatori, poichè s'introdussero i Somaschi, i Barnabiti, i Cherici Minori, i Ministri degli infermi, i Padri delle scuole pie, e sopratutto i Gesuiti.

Ignazio da Lojola, nobilmente nato il 1491 a Guipuscoa, servì da paggio ai re cattolici Fernando e Isabella, che aveano assicurato la nazionalità spagnuola distruggendo la dominazione araba: e divenuto uffiziale, si distinse non meno per belle forme che per valore nel respingere dalla patria i Francesi. Ferito all'assedio di Pamplona, e obbligato al letto, prende a leggere alcune vite di santi, e al lume di quelle austere virtù scorge la voragine del male e la forza delle tentazioni, come Lutero; ma mentre questi disperando si sprofonda nell'abisso della predestinazione, Ignazio ricorre alle opere, e s'invoglia ad altre glorie che non quelle del mondo, a vive battaglie contro lo spirito del male. Vota la sua castità a Maria coi riti cavallereschi ond'altri dedicavansi a una donna: e diveltosi dalla famiglia, mendicando s'avvia pedestre a Gerusalemme. A stento indotto a surrogare al sacco un ferrajuolo, e cappello e scarpe, naviga da Barcellona a Gaeta, fra i ributti serbati a un pezzente, a uno straniero e in tempo di peste: sfuggendo, appena vedeva ai vilipendj sottentrare la riverenza. Baciati i piedi di Adriano VI, che non s'immaginava certo dover costui essergli ben più utile che i re, giunge a Venezia, sozzo, macilento, rejetto; poi nel pellegrinaggio di Terrasanta, risolve di non badare più soltanto alla propria santificazione, ma anche all'altrui, e fondare una nuova cavalleria, che combatta non giganti e castellani e mostri, ma eretici, idolatri, maomettani; e tratti sei amici nel suo disegno, fan voto di mettersi all'obbedienza del papa per le missioni. Tornati in Italia, e agitando le ampie tese de' patrj cappelli, in Lombardia predicano penitenza in quell'italiano spagnolesco, in cui i nostri erano troppo avvezzi a udire minacce e improperj. A Roma cercavano convertire male femmine, istituivano ricoveri per le pentite o le pericolanti, il che facilmente si prestava alle risa de' bajoni e alle calunnie degli ipocriti.

È solito de' tempi di partiti attribuire ad uno i vizj più opposti alle sue qualità. Si prese dunque sospetto che costoro fossero eretici mascherati, di quella setta degli Illuminati (Alumbrados) che in Ispagna pretendeano avere l'immediata intuizione de' misteri. L'Università di Parigi se ne adombrò; e il libro degli Esercizj Spirituali côlto fra le perquisite carte d'Ignazio, parve d'esuberante fervore, onde egli fu condannato alle staffilate[13]: anzi erasi divulgato che cotesti cherici fossero stati arsi dall'Inquisizione. Altrettanto si ripetè a Venezia. Ma essi aveano una dote che manca agli eretici, l'obbedienza; e il nunzio pontificio e Gian Pietro Caraffa ne compresero la virtù, della quale davano pruova assistendo agl'incurabili, e predicando la penitenza nei contorni di Vicenza e Verona. Paolo III, trovatili dotti e pii, gli ammise al sacerdozio, preparati con rigorosi esercizj, e ricevette da Ignazio il disegno d'un Ordine nuovo. Il clero superiore era scaduto per abitudini troppo disformi dalla ecclesiastica austerità; il basso si conformava a quegli esempj, nè veniva preparato alle grandi lotte contro l'errore: degli Ordini monastici alcuni destavano scandalo fra ozj opulenti; altri beffe per la povertà degenerata in sudiceria, per la semplicità ridotta a rustichezza, per lo stesso zelo ingenuo, dissonante a tempi di dubbio e di controversia. Ora Ignazio ne proponeva uno, diretto ad assodar la fede e propagarla colle prediche, cogli esercizj spirituali, coll'assistere a prigionieri e malati, e chiamato dei Cherici della Compagnia di Gesù (1540). Ignazio, designato generale, la sua milizia, che prima era ristretta a sessanta persone, diffuse bentosto per tutta la cristianità; ed egli la governava senza che uscisse mai dal collegio di Roma, fuorchè due volte per ordine del papa: una, onde rimettere gli abitanti di Tivoli in pace coi loro vicini di Sant'Angelo; una, per riconciliare il duca Ascanio Sforza con Giovanna d'Aragona sua moglie. I famosi Esercizj stese egli «per mettere in cuore di tutti lo zelo per l'eterna salute propria e degli altri», insegnando un metodo agevole a ciascuno di meditare sopra di sè e sopra la redenzione e gli adorabili misteri della condotta di Dio verso gli uomini. San Carlo dichiarò aver tratto da quelli le norme per avviarsi all'apostolica perfezione, e ne faceva ogni giorno soggetto di meditazioni: Paolo III gli approvò colla bolla speciale Pastoralis officii.

Accortosi di quanto vantaggio potesse tornargli questa milizia, incondizionatamente devota, il papa di privilegi la favorì nel fondare case e collegi, talchè quando Ignazio morì, contavansi più di mille Gesuiti, distribuiti in dodici provincie: Portogallo, Germania alta e bassa, Francia, Aragona, Castiglia, Andalusia, Indie, Etiopia, Brasile, e tre di lingua italiana; cioè la siciliana, l'italiana propriamente detta che comprendeva l'alta Italia, e la romana, immediatamente sottoposta al generale col collegio romano e col germanico, in cui si educavano ventiquattro Tedeschi alle dignità e fatiche ecclesiastiche, e con case per professi e novizj, e v'apparteneva anche Napoli. Claudio di Jay va ad estirpare da Brescia la pullutante eresia; dove Francesco Strada cento e più giovani guadagna a Dio; e a Ghedi, ove si toglieano in burla i predicatori, egli, col lasciare via i fioretti e la retorica, e col venire alle strette, ottiene copiosissimi frutti, come nella restante terraferma veneta. A Ferrara il duca e il popolo del pari gli ammirano e seguono. A Macerata festeggiandosi con isfrenata profanità il carnevale, alcuni Padri esposero il Sacramento, con preci ed istruzioni tali, che il popolo per assistervi abbandonò balli e maschere, e ne cominciò una devozione, che molto propagossi. Nimistà secolari sono spente in Faenza, e fatte gran conversioni, a malgrado dell'Ochino. Il Bobadilla rabbonaccia le furenti nimicizie dell'isola d'Ischia: il Lefevre apostola Parma; il Brouet riforma uno scandaloso monastero a Siena: il padre Silvestro Landini apostola la patria Lunigiana, la Garfagnana, il Lucchese, Spoleto, Modena, Reggio, dove trovava molto esteso il luteranismo, e «ammorbatine persino de' sacerdoti, e professarlo dove più e dove meno alla scoperta» (BARTOLI); rabbonaccia molte ire, principalmente a Correggio e in Garfagnana; poi passa a disciplinare la difficile Corsica e la selvaggia Capraja.

Fra gli Italiani ascritti pei primi a quella società ricorderemo Bernardino Realino di Carpi, caro alle Corti per bei modi, ai dotti per sapienza filologica e legale, al pubblico pel disprezzo degli onori e per pazienza, dolcezza e carità. Paolo da Camerino e Antonio Criminale apersero alla fede la Cina e l'Indie dove poi tanto si segnalarono il Nobili e il Ricci; e dove compironsi i fasti più insigni dei Gesuiti e un de' principali pretesti alla loro soppressione nella colonia del Paraguai, tana di antropofagi ch'essi convertirono in un paesaggio da idillio, governato con quanto di più giocondo immaginarono i socialisti moderni.

Benedetto Palmia convertì molti studenti a Padova, fra cui tre fratelli Gagliardi e Antonio Possevino, divenuti luminari della Chiesa. Achille Gagliardi, già più che sessagenario facea sin tre prediche al giorno; tutto zelo e abilità nel dirigere la gioventù nei collegi di Milano, Torino, Venezia, Brescia, e lasciò opere spirituali che vorrebbero mettersi a fianco dell'Imitazione di Cristo.

Francesco Adorno genovese fu primo rettore del collegio di Milano, provinciale di Lombardia e direttore spirituale di san Carlo, che tanto operò ad introdurre questi cherici in Lombardia. Il padre Acquaviva, dell'insigne famiglia dei duchi di Atri, generale de' Gesuiti per trentaquattro anni, molte cose scrisse intorno alla sua Compagnia e alla religione, e a lui si attribuiscono i Monita secreta, librettaccio riconosciuto falso persino dal Gioberti, eppure riprodotto oggi pomposamente, ad insulto del buon senso. Luigi, figlio del prode don Ferrante Gonzaga di Castiglione delle Stiviere, lasciò la reggia per entrare nella Compagnia, e nella brevissima vita si rese modello d'interiore perfezione non meno che di carità nel soccorrere i poveri e gli infermi. Il suo direttore spirituale Girolamo Piatti milanese, attirò molti alla vita ascetica coll'esempio e coll'Ottimo stato di vita del religioso.

Istituiti pel popolo, presto divennero i favoriti delle classi elevate. In Sicilia il vicerè di Vega gli ajuta ad aprire la prima casa di novizj: il padre Domenecchi gl'introduce a Messina, poi a Palermo, ove presto ottengono l'Università: il valtellinese Pietro Venosta, spedito da sant'Ignazio a missionare in quell'isola, vi è ammazzato nel 1564. A Montepulciano Francesco Serda traeva persone d'alto posto a mendicare seco; egli bussava alle porte, essi riceveano le offerte. Il padre Alfonso Salmeron a Napoli predicava per le piazze; nelle pubbliche e private librerie cercava i libri empj da bruciare: e appena egli v'ebbe condotto i Gesuiti, Ettore Pignatelli duca di Monteleone assegnò loro una casa nel vicolo del Gigante, ove allevavano giovani nel cattolicismo: poi nel 1557 comprarono la casa del conte di Maddaloni; indi ebbero il famoso collegio, pel quale il solo principe della Rocca spese ventimila ducati. Il doge di Venezia chiese due Gesuiti ad Ignazio, fra i quali il Laynez che, divenuto generale, spiegava il vangelo di san Giovanni pei nobili, e predicava ai tanti eretici chiamativi dal commercio. Alloggiava nello spedale di San Giovanni e Paolo, ma tanti doni vi affluivano, ch'egli protestò dal pulpito non ne riceverebbe più. Poi il priore Lippomani provvide colà d'una casa i Gesuiti, che n'ebbero pure a Padova, a Belluno, a Verona.

Se Ignazio non era meglio che un ignorante entusiasta, come alcuno vuole, cresce la meraviglia che fondasse una Compagnia di accorgimenti proverbialmente sottili, e che più d'ogni altra rivelò quanta potenza morale acquisti un'associazione robusta in una società che si sfascia[14].

Le costituzioni de' Gesuiti portano i tre voti consueti: ma alla povertà si obbliga il privato, mentre i collegi e i noviziati ponno possedere onesta agiatezza. Non legavansi ai voti prima dei trent'anni, con lungo e scabroso noviziato prevenendo le incaute professioni e i tardivi pentimenti. Non che isolarsi, vivono in mezzo alla società, pur senza mescolarvisi; non hanno chiostri ma collegi ben fabbricati; abito ecclesiastico, non monacale, e che possono mutare con quello del paese ove dimorano; vita tutta di opere reali, efficienti, avendo per ogni condizione un posto, per ogni capacità una destinazione. Ciascuna provincia aveva un luogotenente e gradazione di cariche, dipendenti dal generale, che, a differenza degli Ordini monastici, era perpetuo, sedeva nella capitale del mondo cristiano: conosceva ciascuno per le relazioni trasmessegli dai capi; vegliava sull'amministrazione de' beni, e disponeva de' talenti e delle volontà. Acciocchè l'obbedienza fosse più intera, aveano divieto di chiedere dignità, anzi da principio asteneansi da qualunque impiego permanente. La Riforma avea tolto a pretesto l'ignoranza e la corruttela del clero? ed essi mostransi studiosi, e d'una costumatezza che i maggiori avversarj non poterono se non dire ipocrisia. Si sono paganizzati i costumi e la disciplina? essi gli emendano cogli spedienti migliori, cioè l'esempio e l'educazione. L'alto insegnamento è negletto? essi se ne impadroniscono. Piaciono le rappresentazioni? ed essi ne danno di sacre. È tacciato di venalità e ingordigia il clero? ed essi insegnano gratuitamente, gratuitamente si prestano alla cura delle anime; moltiplicano scuole pei poveri, esercitano la predicazione, e ne colgono mirabili frutti, sino a portare all'entusiasmo della devozione. Il secolo tende alla disunione? questa società si rinserra in modo, da parere un uomo solo. Il secolo assale la Chiesa nel suo capo? essi se ne fanno l'antemurale, i gianizzeri come si disse allora, i granatieri come diceva Federico di Prussia. Obbediscono incondizionatamente ad ogni accenno di lui: Caldeggiano a propugnarne l'autorità, non la temporale scassinata, ma quella che poneva Roma alla testa dell'incivilimento; a restituire, oltre l'apostolato del diritto, anche quello dell'azione, cioè della scienza e della pietà.

Quando il pensiero si rivoltava contro ogni restrizione, quando scrollavasi ogni autorità, Ignazio organizza la cieca obbedienza, la sommessione dell'intelletto e della volontà a un capo, il quale invierà il figliuolo del principe a mendicare, il grand'erudito a insegnare l'abicì, l'eloquente oratore a convertire selvaggi.

È il tempo delle grandi scoperte, ed essi gettansi ad apostolare i Barbari nelle missioni, convertono la Cina e l'America, il Giappone e l'India. È il tempo degli studj, ed essi ne fecondano il fiore; in ogni ramo dello scibile si collocano fra i primi dotti, e i letterati d'allora hanno una voce sola per magnificarne le scuole. È il tempo delle controversie, ed essi le accettano, e liberi pensanti e scopritori di nuove verità, fondano sistemi filosofici e teologici, che possono combattersi, non trascurarsi nella storia della scienza; e combattono i Protestanti con ogni modo, eccetto la violenza; avendo anzi impetrato il privilegio d'assolvere gli eretici dalle pene corporali.

Dapertutto erano cerchi a maestri, a predicatori, e massime a direttori spirituali. Non stitichezze nel confessare, non vulgarità nel predicare, non rigorosa disciplina che maceri un corpo destinato a servigio del prossimo; non istancar i giovani, nè prolungarne l'applicazione più che due ore, e ricrearli in villeggiature ed esercizj ginnastici; officiosi, affabili, l'uno all'altro coadiuvanti, scevri da ogni personale interesse a segno, che vennero imputati d'affievolire gli affetti domestici.

Non v'è forte pensatore che i meriti de' Gesuiti non confessasse; non v'è cianciero da caffè che non vi lanciasse accuse, sicuro d'essere creduto, come l'accertava due secoli fa il maggiore scettico[15], e come ne diè prova fino il secol nostro ove la sistematica miscredenza portò la tolleranza, e che la ricusa solo a costoro, e a chi osasse non rivomitar contr'essi il vomito antico.

E per vero una società che proponeasi inculcare il sentimento e dare l'esempio dell'unità, che annichilava la propria dinanzi alla volontà superiore, sommetteva la propria ragione al decreto altrui, urtava talmente gli istinti orgogliosi e l'irruente fiducia dell'uomo in se stesso, che non è meraviglia se fu segno d'inestinguibil odio, e se ad ogni lampo di libertà tenne dietro un fulmine su di essa. La podestà secolare poi armavasi allora per reprimere lo spirito di rivolta, e Casa d'Austria, costituitasi guardiana e restitutrice dell'ordine, arrestava il torrente rivoluzionario; onde i novatori nell'avversione a questa confusero i Gesuiti, che ne pareano o istigatori o stromenti. Ma la storia vive d'indipendenza e di libertà; se esecra i persecutori forti, peggio ancora i persecutori pusilli; e pronta a lodare le virtù perchè non disposta a dissimulare i vizj, non può adagiarsi in beffe e leggerezze nel giudicare quest'associazione, fusa e robusta come l'acciajo, in mezzo alle moltitudini che perdevano ogn'altra coesione fuor quella de' Governi; questa milizia che, dovendo offrire il perfetto contrapposto del protestantismo, professava obbedienza e venerazione al pontefice, unità, organamento; questa milizia che, quando ogni stabilità è scossa dal calcolo, dall'interesse, dal dubbio, lasciasi distruggere piuttosto che cangiarsi, e morrà esclamando, Aut sint ut sunt, aut non sint.

Quanto ai punti allora disputati, i Gesuiti stavano per la maggior libertà dell'uomo; Dio non vuol niente per noi senza di noi; volle tutto per gli uomini e per mezzo degli uomini. Di qui la loro speciale tendenza ad educare ancor più le volontà che gl'intelletti.

Propensi alla democrazia come tutti i teologi cattolici, e derivando il potere principesco dal popolo[16], furono tacciati di insinuare odio ai tiranni, e scolpare il regicidio; eppure la prima conseguenza della loro distruzione fu un regicidio legale. Ma neppure la distruzione ammorzò l'odio contro della Compagnia; e mentre gli antichi avversarj ne intaccavano l'istituzione, i moderni ebbero parole eloquentissime affine di esaltarla, e vantarne come i meriti intrinseci così gli effetti, per soggiungere che n'erano traviati. E ancora mette i brividi di paura perfino nel suo sepolcro, come allorquando, armata di gioventù e di abnegazione, identificando l'utile del genere umano col trionfo della Santa Sede, offrivasi per la giornata campale ai pontefici, i quali, se fino allora erano indietreggiati davanti alla Riforma, allora voltarono faccia e ripigliarono l'attacco[17].

Erasi dunque in via d'una riforma, diversa da quella de' Protestanti, in nome dell'autorità, opponendosi all'individualità di opinioni e di morale, quand'anche l'individuo fosse il papa, soggetto esso pure a debolezza. Nella Chiesa il principio era santo, s'anche pervertiti i ministri, ond'essa galleggiava nel naufragio di questi, e sentiva in se stessa la forza di rigenerarsi. I Protestanti intaccavano il principio stesso, quasi avesse usurpato i diritti della parola scritta di Dio; ed eccolo invece attestare la propria vitalità; e senza accordo, e prima del Concilio, e non per opera del capo della Chiesa nè tampoco dei vescovi, uomini privati e ignoti restringersi attorno al gran dogma dell'autorità ch'è vita della Chiesa, e questa utilizzar quale riformatrice delle genti civili, com'era stata dirozzatrice delle barbare.

Questi riformatori non si ascondono nel deserto come i primi anacoreti; non si approfondano nella povertà come i Francescani, ma gettansi nel mondo, fra la società colta e gaudente, pure accorrendo a Roma a chiederne l'ispiramento e la sanzione; proclamando così i due grandi canoni della visibilità della Chiesa e della sua autorità.

Varj i mezzi di organamento, tutti però aspirano alla riforma, e con concetti opposti a quelli de' Protestanti; tutti alla santità del principio religioso e sociale congiungono quello della peccabilità dell'uomo. Disputino i teologi se le opere sien necessarie o no alla salute: intanto essi operano, e più della contenzione irritante adoprano la carità pacificante. Di tal guisa la fede veniva suscitata dalla parola, avvivata dalle opere, e non cercavasi soltanto di formare consorzj che leggessero la Bibbia, ma che imitassero Cristo e acquistassero lo zelo e l'abnegazione, che sono necessarj alla salute propria e a quella del prossimo.

NOTE

[1] NICERON, Mêm. tom. XXI, p. 115.

[2] SPONDANO, Ann. ad 1543.

[3] Vedi Consilium delectorum cardinalium et aliorum prælatorum de emendanda Ecclesia: S. D. N. D. Paulo III ipso jubente conscriptum et exibitum 1538. Nelle riforme proposte dicesi pure: Solent in scholis Colloquia Erasmi, in quibus multa sunt quæ rudes informant ad impietatem.

[4] G. CONTARINI Epistolæ duæ ad Paulum III. Coloniæ 1538, p. 62.

[5] Injustæ secessionis ab ecclesiæ romanæ sinu jam damnati... sectarii, lutherani præsertim... ad ovile Christi revocantur. Roma 1750.

[6] Imago optimi sapientisque pontificis in gestis Pauli III expressa. Brescia 1743. Quel sozzo di Gregorio Leti, nella edizione del conclave di Giulio III, dice: «Al governo di Paolo III non fu altro apposto che il soverchio amore che portò al duca Pier Luigi, e dicesi che la morte sua fu causata dal grandissimo dispiacere ch'ebbe della crudel morte di detto Pier Luigi».

[7] Oltre gli storici e i polemici, appare da questo sonetto satirico, che trovammo fra carte di quel tempo:

L'aquila altera, valorosa e magna Minaccia al Gallo fiamma, sangue e guerra: Al che concorso è il gran re d'Inghilterra, Gran parte dell'Italia e tutta Spagna. Fassi la gran dieta in Alemagna Per porre il papa, i preti e i frati in terra. Marco nelle sue terre genti serra Perchè non fa per lui star in campagna. Fansi leghe secrete, e pur si sanno: E tal nol crede che n'udirà 'l duolo. Al Turco il re di Persia dà il malanno. E or tant'alto è dell'aquila il volo Che, non potendo il Sol farle alcun danno, Dominerà dall'uno all'altro polo. Far cerca il papa nolo Con molti, acciò 'l Concilio non si fia. Marco sta in fantasia Di dar soccorso al quasi arido giglio, Che teme pur dell'aquila l'artiglio.

[8] Relazioni degli ambasciatori veneti, pag. 318.

[9] Per Paolo III, Alessandro Cesari detto il Grechetto fece una medaglia, vedendo la quale, Michelangelo dichiarò non esser possibile che l'arte andasse più innanzi. Sul rovescio aveva un Alessandro Magno, che s'inchina al sacerdote di Gerusalemme.

[10] Or ora spiegheremo questo aggettivo.

[11] Lettere, lib. II, c. 9.

[12] Lettere, lib. IV, c. 71.

[13] BULCEUS, hist. Universitatis Parisiensis, t. VI. Anche più tardi l'insigne Melchior Cano cercava far proibire quel libro.

[14] Il trigramma IHS, che si imprime sugli azimi sacrosanti, ha questa particolarità d'esser formata dalle lettere greche I, H e della latina S. Nelle monete di Giovanni Zemisce, che prima lo pose senza l'immagine imperiale, è segnato I C: in quelle di Giustiniano Rinotmeta IHS XC: in quelle di Romano IV, IhS XRS, già mescolatavi la S latina. L'immagine del Crocifisso fu aggiunta da papa Onorio III nel 1222.

Vedi FR. VETTORI, De vetustate et forma monogrammatis nominis Jesu. Roma 1747. RATMAYER, De oblatis quæ hostiæ vocari solent. Amsterdam 1757. QUARANTA, Di un sileno in bronzo ecc. nel rendiconto della R. Accademia di Archeologia di Napoli, 1864, p. 191.

Non fu dunque invenzione di sant'Ignazio o de' Gesuiti: e già a' suoi tempi san Bernardino da Siena lo fece imprimer sopra tabelle, ed esporre alla venerazione; e il popolo vi pose tanto affetto, che per esso distruggeva le carte da giuoco. Le solite contrarietà incontrò questa nuova devozione; il santo fu tacciato d'eresia e di connivenza coi Fraticelli, allora diffusi; fu citato ai tribunali ecclesiastici, onde papa Martino V lo chiamò a Roma, ma compresane la santità, lodò quella devozione. Ripetute le accuse sotto Eugenio IV, n'ebbe nuove lodi.

San Bernardino introdusse anche di segnare con quel monogramma le case, onde preservarle dalla peste, ed è ricordata la solennità con cui lo fece porre sulla facciata di Santa Croce a Firenze nel 1437.

Di ciò si sovvenne taluno quando il cholera minacciava Modena nel 1836, e insinuò d'imitarlo. In fatti, con una premura pari allo spavento, tutte le case si videro segnate del devoto monogramma, e alcune lo perpetuarono in pietra. Venuti i sovvertimenti del 1859, volendosi in ogni modo denigrare le condizioni di quella pia città, si spacciò che quasi tutta essa apparteneva ai Gesuiti: così vero, che l'emblema di questi vedeasi su tante case!

[15] On n'a qu'à publier hardiment tout ce qu'on voudra contre les Jésuites, on peut s'assurer qu'on en persuadera une infinité de gens. BAYLE, in Lojola.

[16] La teoria di san Tommaso, che deriva il potere pubblico dal popolo, cioè dal comune perfetto, fu sostenuta testè dal padre Ventura Del potere politico cristiano.

[17] Si volle trovar molte somiglianze fra sant'Ignazio e Nicolò Paccanari. Questo conciapelli di Trento andò soldato a Roma, dove udita una predica, si diè tutto a vita penitente, e ritiratosi alla Madonna di Loreto, ivi stese regole pei compagni che Dio gli desse: opera che parve prodigiosa, essendo egli affatto illetterato. Presto trovò compagni, che si dissero della Fede di Gesù: ma formatasi allora la repubblica romana, e cominciata, come sempre, dalle persecuzioni (1798), furono chiusi in Castel Sant'Angelo, poi sbanditi. Il Paccanari, che intitolavasi «superior generale della società della Fede di Gesù», si rifuggì a Vienna, dove gli si unirono varj Gesuiti, essendo quell'Ordine considerato come un risorgimento della Compagnia di Gesù; passò quindi in Ungheria, assistito principalmente dall'arciduchessa Marianna d'Austria. All'elezione di Pio VII venne a Roma con essa, che gli comprò casa, ove introdusse l'educazione de' giovani coi metodi gesuitici; mentre altre s'aprivano a Padova, a Spoleto, nel Vallese, in Francia, in Germania. Dipinti come Gesuiti, furono espulsi dalla Francia: poi quando, nel 1814, Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù, ecclissavansi affatto i Paccanaristi, che parte entrarono in quella. Si crede che il Paccanari, insuperbito del prosperar del suo Ordine, nel quale appariva una scienza ed esemplarità che egli non aveva, finisse male, ma non si sa dove nè come.

DISCORSO XXII.

GIULIO III. MARCELLO II. PAOLO IV.

Morto Paolo III. settantacinque giorni durarono nel conclave l'arruffamento tra la fazione imperiale e la francese, e le promesse e transazioni, finchè Giammaria Ciocchi dal Monte, già passato per le maggiori e più scabrose dignità, ottenne la tiara col nome di Giulio III (1551). Egli mandò Girolamo Franchi agli Svizzeri annunziando di aver assunto quel nome in onor di Giulio II ad essi tanto caro; volere una guardia di loro alla sua persona e a Bologna, e sollecitavali ad inviare i loro prelati alla seconda sessione del Concilio di Trento.

Poco si tardò a comprendere com'egli fosse uno di que' molti, che pajono degni del primo luogo sol finchè stanno nel secondo. Dalla lodatissima capacità e coraggiosa operosità cascò nell'infingardaggine; e abbandonati gli affari al cardinale Crescenzio, sciupava tempo, denari e convenienza in una deliziosa vigna fuor di porta Flaminia, rimasta proverbiale. Di lui non è male che non dica il Bayle, dietro allo Sleidan, al Tuano, al Bullinger, a Crespin, ad Erasto: che a forza di denari mandasse a monte l'elezione, già fattasi del cardinale Polo a papa; che bestemmiasse senza dignità; ma anche il Pallavicino confessa che i vizj di esso comparivano maggiori che le virtù, sebbene in apparenza più che in realtà. Fece prodigalità ai parenti, e li pareggiò ai più antichi signori, essi di cui jeri ignoravasi il nome: avendogli la resistenza de' cardinali impedito investirli di feudo papale, vi ottenne dal duca di Firenze la signoria del Montesansovino; diede titoli e cappelli rossi ad altri; Camerino in governo a vita a Balduino suo fratello: al costui figlio Giambattista il titolo di gonfaloniere della Chiesa, e Novara e Civita di Penna in signoria. La costui moglie donn'Ersilia lussureggiava di tal fasto, che la duchessa di Parma figlia dell'imperatore penava a ottenerne udienza. A un pitocchetto raccolto, e che lo spassava giocolando con un bertuccione, Giulio pose tal amore, che il fece adottare da suo fratello, lo colmò di benefizj, e per quanto zotico fosse, e i prelati vi repugnassero. lo ornò della porpora: ma il mal allevato riuscì alla peggio, e finì per le prigioni.

Ottavio Farnese, per assicurarsi il dominio di Parma che la santa sede ridomandava, si era messo a protezione della Francia, la quale amò sempre mantener l'agitazione in Italia, appoggiando o le città che voleano farsi libere, o i principi che voleano ingrossare; e se non altro, vi cercava posizioni strategiche. Anche allora mandò guarnigione a Parma: di che corrucciato, il papa minacciava di togliere al re l'obbedienza de' sudditi; ma questo rispondeva come chi si sente maggiore di forze, facendo presentire che, come altra volta gli Imperiali, così adesso i Francesi potrebbero scendere a saccheggiare Roma; e spargeva nel suo paese l'idea d'un Concilio nazionale[18].

Nè venerato, nè amato passò Giulio[19], e gli fu surrogato Marcello dei Cervini da Montepulciano, un de' prelati più pii e insieme più dotti (1555). Marcello II, com'egli si titolò, voltosi con ardore alla riforma, escluse il vasellame d'oro dalla tavola pontifizia, e lo mandò alla zecca pei bisogni pubblici; la guardia svizzera giudicava sconveniente al vicario di Cristo, che col segno della croce si difende meglio che coll'armi; tenne discosti i nipoti; per non lentare la disciplina degli ecclesiastici voleva a soli laici affidare la politica amministrazione. Ma queste ed altre rimasero nello stato di mere intenzioni, perchè dopo pochi giorni moriva.

Fra i grandi e sant'uomini che illustravano la Chiesa d'allora, risplende Girolamo Seriprando, gentiluomo napoletano, poi generale degli Agostiniani; alto filosofo, perfetto teologo, istrutto nelle più varie discipline e in molte lingue, di costumi soavissimi, di vita esemplare: da Giulio III fatto arcivescovo di Salerno, poi da Pio IV cardinale e legato al Concilio di Trento, ove morì nel 1563. A Baccio Martelli vescovo di Fiesole scriveva egli come non avrebbe mai creduto che il Cervini potesse divenir papa, «perchè tutti i modi suoi e tutta quella strada per la quale camminava sì ostinatamente, gli pareva contraria a quella per la quale si suol giungere al papato...... essendo costante ne' buoni propositi e inflessibile dalla strettissima e severissima semita della giustizia e bontà». Allora dunque che lo vide eletto papa, «Cominciai (dice) a pensare la grandezza di Dio, la quale fa fare agli uomini molte volte quel ch'essi non vorrebbero, e, secondo il discorso umano, non dovrebbero fare. E quando da senno in simili azioni si chiamasse lo Spirito Santo, sempre succederebbe così.... Quanto al benefizio pubblico della Chiesa e alla riforma, io certo me ne prometteva assai, ma temeva ancora e dubitava assai, perchè comprendeva quanto grande sia la differenza tra l'immaginarsi una cosa, ragionarne e scriverne bene, e il porger le mani ad eseguirla.... Quando, dopo ventidue giorni, è sopraggiunta la morte, che cosa ho io detto vedendo con improvviso impeto tolta alla Chiesa tanta speranza di rinnovazione e di riforma? Che pensieri sono stati i miei, sentendomi sonare intorno le voci di tutti i buoni, che dicevano, Nos autem sperabamus quod ipse esset redempturus Israel?..... I pensieri e le parole mie furono simili a quei della donna sunamite, quando si vide morto il figliuolo, la quale, gittata a' piedi d'Eliseo, disse: Numquid petivi filium a Domino meo? Numquid non dixi tibi, ne illudas me? Mi ricordai non aver pregato Dio che costui nominatamente fosse papa, ma solo che fosse uno, il qual togliesse tanto obbrobrio e tanta derisione, quanta è quella nella quale, da molti anni, si trovano questi santi nomi, Chiesa, Concilio, Riforma, ecc. Parevami che le speranze di questo nostro desiderio fossero cresciute fino al sommo, anzi, che non fossero più speranze ma fatti, e possessioni di beni presenti, quando la morte disturbò il tutto, e ci fece cascare quasi in peggior grado di quello ch'eravamo prima, cioè in una mezza disperazione, o opinione che siamo in odio a Dio, il quale, come che fosse stato addormentato quando fu fatta quella elezione, svegliato e adirato ha distrutto a un tratto quella sant'opera, come fosse stata fatta contra la sua volontà, ed in dispregio dell'onnipotenza sua. Ma la cosa non sta così. La creazione di papa Marcello è stata da Dio, perchè tutte le opere nostre opera Dio in noi e per noi. La morte di papa Marcello è stata da Dio, perchè la morte e la vita sono in mano del Signore: ma chi può penetrare il profondo de' secreti consigli di Dio? chi può immaginarsi, non che dire, perchè ha voluto darci sì buona speranza, per torlaci così subito? Qui bisogna tacere, e pregar Dio che questo, che a noi par male, ritorni in bene della Chiesa sua; e che questo effetto, che pare sdegno ed odio, si volti tutto in pace ed amore. Non lascerò però di dire un mio pensiero, ancorchè basso, e molto lontano dall'infinita altezza della provvidenza di Dio. Ha voluto per avventura mostrarci, coll'avvicinarci tanto alla riforma, e in un tratto toglierci sì grande speranza, che la riforma non ha ad essere opera umana, nè ha da venire per le vie aspettate da noi, ma in modo che noi non avremmo saputo immaginarlo, e per mano valida, che parrà veramente suscitata da Dio a vendetta degli empi e laude di coloro che saranno veramente buoni; buoni, dico, nel cospetto di Dio, non negli occhi degli uomini. Della qual riforma ha voluto mostrarne che non è ancora il tempo, non essendo ancor finite le nostre iniquità. Sia pregato che si degni sempre temperare i suoi giusti sdegni con la dolcezza della sua misericordia[20]»....

Ebbe successore Giampietro Caraffa di Napoli (1555-59). Mentre egli trovavasi nunzio alla Corte di Spagna, Ferdinando il Cattolico venne a morte, e provando rimorso dell'aver tolto il regno di Napoli agli Aragonesi, consultò persone pie e dotte, fra le quali esso Carafa, che gli disse chiaramente, non poter lui salvare l'anima se non restituendo quel regno. E forse ne seguiva l'effetto se altri, «perturbando con la ragione degli interessi di Stato le ragioni di Dio e della giustizia», non avessero distolto il moribondo[21]. In conseguenza Carlo V considerò il Carafa come avverso a Spagna, gli contrastò lungamente l'arcivescovado di Napoli, ne turbò sempre la giurisdizione; com'egli non dissimulava l'odio contro gli Austriaci, e contro Carlo V fautore d'eretici.

Era stato de' più zelanti nel restaurare la Chiesa, e rinunziati a Clemente VII i due arcivescovadi di Chieti e di Brindisi, e distribuito ogni aver suo ai poveri, si ritrasse a vita devota, e con san Gaetano fondò i chierici regolari, che chiamò Teatini dal suo arcivescovado. Paolo III ne vinse la ritrosia chiamandolo ancora negli affari, e l'ornò cardinale. Al Concilio di Trento avea propugnato continuamente la parte più rigorosa, nè mai usato condiscendenza a verun cardinale; onde si meravigliò del vedersi eletto, già ottagenario e malgrado la decisa opposizione di Spagna. Intitolatosi Paolo IV, dalla pietà e austerità primitiva declinò subito; richiesto come volesse esser trattato, rispose, «Da gran principe»; volle tavola di venti piatti, benchè egli mangiasse pochissimo e da frate, e si mostrò suntuoso e temporale più che alla dignità sua non convenisse.

Quasi non comprendesse che ormai il papa era il capo morale, non più il capo politico della cristianità, volle togliersi dalla difensiva per ripigliare l'offensiva; ma più non era tempo. L'Italia stava divisa tra undici Stati; Venezia, Genova, Lucca repubbliche; Parma, Piacenza e Urbino feudi pontificj; Modena feudo imperiale; feudo spagnuolo la Toscana; il ducato di Savoja, lo Stato papale, i dominj spagnuoli di Milano, Napoli, Sicilia. Ma le potenze effettive erano la Chiesa, la Spagna, Venezia e Savoja; sotto di essi un'infinità di baronie, contadi, marchesati, principati; tutti con costituzioni storiche, senati, concistori, parlamenti, sedili; e per norma il diritto romano, modificato da statuti particolari. Dapertutto però l'autorità prevaleva sulle libertà locali; le monarchie aveano scassinato così l'impero come il papato, mentre una folla di fuorusciti, uomini illustri e di gran seguito, come dice il Nores[22], pieni di coraggio e di speranze, di spiriti vivacissimi, di prudenza singolare, instavano continuamente ricordando la servitù presente e il pericolo che sovrastava a Italia tutta, invitando i principi e persuadendoli ad ajutarli a racquistar la libertà.

Con tali elementi pretese Paolo IV restaurare la grandezza d'Italia, e ne mescolò a suo senno o capriccio la politica, maledicendo quei che l'aveano guastata col chiamarvi o Spagnuoli o Francesi. E formò una lega santa per isbrattare l'Italia dai forestieri che, oltre il resto, introduceano qui continuamente eretici, con pericolo d'aggiungere alle altre divisioni d'Italia anche quella delle credenze. I principi si stizzirono che si movesse ancora e divenisse minaccioso un potere, ch'essi speravano morto e sepolto; e il Perenotto, che fu poi cardinale Granuela e ministro di Carlo V, eccitava questo a levar lo Stato al papa, atteso che, fin quando durasse il dominio temporale, egli non terrebbe mai l'Italia senza contrasti[23]. In fatto ai Protestanti toccò ancora il gaudio di vedere il papa in guerra col re cattolico, e Roma assalita di nuovo dai Colonna e dal duca d'Alba, alle cui devastazioni non isfuggì se non accettando gli accordi che il re di Spagna, concesse larghissimi[24].

Ma il suo patriotismo non era disinteressato, volendo favorire i nipoti, e ottenere loro Siena, che sperava sottrarre a Cosimo di Toscana. In conseguenza ebbe nemico il duca, il quale a Carlo V, fra il resto, suggeriva di ruinar il papa «non con armi, ma per via del Concilio, con procurar che si facci una riforma, che i preti dismettino la tirannide che hanno usato ed usano. Con questa via (soggiunge) non solo il re di Francia e li Veneziani stariano a vedere, ma concorrerebbono ed ajuterebbono l'impresa: con questo modo si faria grande piacere al re d'Inghilterra, come cosa sommamente desiderata da lui; per questa via la eresia di Germania si spegneria, e la cristianità si purgheria da eretici e dalli mali e strani modi de' preti.... Procedendo per la via del Concilio, non sarà nessuno che non esalti a cielo l'imperatore: e se il papa farà le pazzie; sua maestà lo castighi, ch'è facilissimo..... E se mi fosse detto «Sua Maestà lascierà il papa come sta, e cercherà levare le eresie» oltre che lo tengo difficilissimo, dall'altro canto lascia la tirannide de' preti e lascia questa grandezza a' papi, e questa potenza che sempre gli farà gran contrappeso in vita, e in morte la pietra dello scandalo per la sua posterità»[25].

Egli tirannello chiamava oppressori i papi: egli italiano volea tor via gli ostacoli al dominio austriaco: egli laico, suggeriva come rimedio all'eresia l'abbatter il papa: vie morali che battonsi anche oggi. E come oggi, si valse delle penne per difonder calunnie contro il suo carattere. Paolo Giovio avea chiesto il vescovado di Como, e ricusato, disse di Paolo IV il peggio che sapesse, e in capo alla sua storia pose una lettera di Andrea Alciato, ov'è malmenato grossolanamente. Il venale comasco potette essere stimolato dal duca a questi atti, o dal sapere di riuscirgli grato; come certo a saputa di esso duca fu inserita dal Varchi nelle storie la tanto famosa quanto incredibile nefandità di Pier Luigi.

Il popolo, che dapprima temeva Paolo, poi l'odiava per le gravezze raddoppiate in causa della guerra, e pei rigori dell'inquisizione, in fine prese ad amarlo con gli eccessi consueti, sia per rispetto alle sue virtù, sia perchè largheggiava, e molte volte salvò dalla carestia; anzi gli si eresse una statua in Campidoglio, e formossi per custodia della sua persona una guardia di volontarj, che poi si perpetuarono col titolo di lancie spezzate. Certo coll'alienarsi dall'imperatore per istudio dell'italiana indipendenza, tolse che questi lo coadjuvasse ad estirpare l'eresia. Mentre si sparnazava in questa politica secolaresca, gloriavasi di non aver mai passato un giorno senza dare qualche ordine per l'emendazione della Chiesa, onde gli fu appropriata una medaglia portante Cristo che caccia dal tempio i profanatori. Ma un giorno che il cardinale Pacheco in sua presenza voleva scolpare un altro cardinale, il papa gli ruppe le scuse in bocca, esclamando, «Riformazione ci vuole, riformazione»: e il Pacheco gli rispose: «Sta bene, santo padre, ma la riformazione dovrebbe cominciar da noi», e gli accennò gli inverecondi abusi de' suoi nipoti, che poi gli furono disvelati dall'ambasciadore di Firenze; sicchè egli ne pianse, e deplorò in concistoro, e li tolse di grado e relegò.

Gl'interni rigori gli aveano eccitato molti avversi, e viepiù tra i frati che a migliaia viveano fuor de' conventi, e ch'egli obbligò a rientrarvi, proibendo di dare altrimenti ad essi nè cibo nè ricovero, e tra gli Ebrei che avea ristretti nel ghetto. E questi furono motori d'un tumulto appena egli chiuse gli occhi; ove la sua statua fu decapitata e strascinata, per la città.

Il Bromazio nella vita di Paolo IV[26] dice questi insulti cagionati in origine dalla pretensione che aveano i Romani che, al morire del pontefice, recuperassero la propria libertà, tolta fin dai tempi di Giulio Cesare; sicchè per esercitare giurisdizione, schiudevano i carcerati. Adunato anche questa volta il consiglio in Campidoglio, si venne alla sentenza di spalancare le prigioni, donde uscirono da quattrocento detenuti, tutti accanniti contro il pontefice. Si diedero a correre per la città, e condottisi anche a Ripetta dov'erano le secrete del Sant'Uffizio, «e dove stavano settantadue eretici, dei quali quarantadue erano eresiarchi», col fuoco e colle scuri apertele, fecero giurare a que' detenuti «di voler sempre esser cattolici; come se tutti in un istante fossero convertiti», e li posero in libertà, sfogandosi a ferire, saccheggiare, bruciare robe e carte nel palazzo, poi nel convento della Minerva, minacciando mettervi il fuoco se tosto i Domenicani «non isgombravano da Roma, perchè più non s'impacciassero nel Sant'Uffizio». Segue narrando gl'insulti alla statua del papa, e come la testa «fu rotolata giù pel monte di Campidoglio, divenuta ludibrio di ogni vil sorta di gente, insultandola con grandi strapazzi non solo i fanciulli e gli eretici, ma anche i timidissimi Ebrei, e da uno di questi coprendosi colla berretta gialla, che Paolo loro aveva comandata per distintivo»: poi al domani in Campidoglio si fece decreto che saccheggiato fosse ed abbruciato il palazzo dove il papa stava da cardinale, e fossero gettate a terra tutte quante le armi e l'immagini di casa Caraffa[27].

Di quest'ingiuria volle si facesse riparazione il suo successore, e che il senato romano, ogni 17 gennajo, assistesse alla messa cantata in Sant'Eustachio, che poi si cambiò nell'offerta d'un calice d'argento e quattro ceri a Santa Maria sopra Minerva. In questa chiesa Pio V fece trasportare il corpo d'esso papa, e porgli magnifico monumento a spese del popolo; e ogni anniversario vi si celebrasse cappella cardinalizia dalla congregazione del Santo Uffizio. La statua pure venne fatta rialzare da Clemente VIII coll'iscrizione: Paulo IV pontifici maximo scelerum vindici integerrimo, catholicœ fidei propugnatori.

Molto è difficile giudicarlo fra atti tanto difformi: e noi nel papa veneriamo la dignità divina, non ogni volontà umana, nè i fatti di esso trasformiamo in diritto. Certo egli fu zelatore grandissimo della religione: e nel conclave che seguì, Giulio Pogiano lesse la solita orazione sul papa da eleggersi, ove si congratula che le depravazioni rinfacciate cessarono, e deh! se ne sperdesse la memoria. «Lode vostra è, o cardinali, se tanto cambiamento avvenne nella città e nelle provincie; furono represse le prepotenze e le libidini, e quella smodata licenza del vivere e del parlare; ora alla messa intervengono gli uomini, si confessano, frequentano la comunione, onoransi i giorni di festa, si solennizzano gli augusti templi: e questa città gli stranieri conoscono e confessano capo del cristiano impero, ma anche maestra e guida del dover cristiano. E donde questa ripristinata giustizia se non dalla probità, dalla continenza, dall'altre virtù dell'animo e dall'ingegno che splendettero dalla somma sede?»

NOTE

[18] Luigi Capponi, residente in Francia per la Toscana, nel 1551 scriveva al Pagni, segretario del duca: «Ragionasi di fare un patriarca del regno, sopra giurisdizione spirituale: ed è già più giorni, si è ordinato non venghino più espedizioni benefiziali da Rema». Négociations diplomatiques, vol. III, pag. 283.

[19] L'affare odierno del Mortara, fanciullo ebreo venuto alla fede malgrado i genitori, ebbe un riscontro al tempo di Giulio III, nella qual occasione il già nominato Catarino scrisse De pueris Judo'orum sua sponte ad baptismum venientibus, etiam invitis parentibus recipiendis.

[20] Lettere di principi a principi: da Salerno, 9 maggio 1555.

[21] NORES, Guerra contro Paolo IV, lib. 1, pag. 6.

[22] NORES, libro I, pag. 32. Pero Gelido, residente di Toscana a Venezia, il 1556 scrive a Cosimo I: «Non lascerò di scrivere, sebbene pare abbia del favoloso, essendo in bocca di persone segnalate, il gran disegno che il papa ha proposto al re di Francia. Dicono che sua beatitudine disegna fare un re de' Romani, che risegga in Roma; e coronato in quella città, dargli tutto lo Stato ecclesiastico; e questo re sia il cardinal Caraffa; fare un re di Napoli italiano, e un duca di Milano, pure italiano: a che il re (di Francia) concorse offerendo lasciar volontariamente tutto quello che ha o che pretende in Italia, purchè l'imperatore faccia il medesimo per amore o per forza. E che ai pontefici si assegni un'entrata di 50 o 60 mila scudi, con la quale mantenersi: aggiungendo non essere miglior modo per fare che Italia e tutta la repubblica cristiana stia pacifica e quieta» (Nell'Archivio Mediceo).

Questa era una delle chiaccole che spacciavansi nelle logge di Firenze e nelle botteghe di Venezia: ma da una parte pruova che continua fu ne' papi l'idea di questa indipendenza de' varj principi italiani: dall'altra, rivela ancor più ignoranza che malignità in chi di siffatte dicerie si vale come d'un serio concetto del papa.

[23] NORES, Guerra di Paolo IV.

[24] Al tempo di Paolo IV, il papa dalla Dataria riceveva per la sua Corte, scudi 6000 al mese. Oggi il papa riceve da essa altrettanto, ma all'anno, oltre annui scudi 4000 dal palazzo apostolico per la segreteria particolare: e 1000 per suo mantenimento, e 300 per l'addobbo e il vestiario domestico. Vi si aggiungono scudi 6000 sulle regalie del sale e tabacco, e 10 in 15 mila per tasse concistoriali. Questo costituisce la lista civile del papa. Quando i Francesi nel 1798 voleano indurre Pio VI a rinunziare alla sovranità temporale, gli offrivano 300,000 lire l'anno. Napoleone ne assegnò 100,000 il mese a Pio VII, che neppur esso le accettò, come non accettò l'offerta di due milioni di franchi di rendita e la sovranità di Avignone.

[25] Négociations diplomatiques, vol. III, pag. 173.

[26] L. XII. È saviissimo questo decreto che sta in Campidoglio: Si quis sive privatus, sive magistratum gerens de collocanda vivo pontifici statua mentionem facere ausit, legitimo s. p. q. r. decreto in perpetuum infamis, et publicorum munerum expers esto.

[27] In quell'occasione pericolò della vita Serafino Cavalli di Brescia, pio e dotto domenicano, fatto inquisitore da Paolo IV. Gravemente ferito dai tumultuanti, a stento campò. Intervenne al Concilio Tridentino, fu maestro del suo Ordine, visitò le varie provincie, e morì in Ispagna il 1571.

DISCORSO XXIII.

FRÀ BERNARDINO OCHINO.

Quando, molt'anni fa, io saliva la prima volta faticosamente verso la città di Siena, teatralmente assisa su que' due sproni di poggi, ricorrevo col pensiero com'ella, riconosciuta repubblica indipendente nel 1186 da Enrico VI con diritto di zecca e libera elezione de' consoli e del podestà, e giurisdizione su tutto il contado, crescesse fra le agitazioni feconde che svolgeano l'attività individuale, la fede, il senso pratico, e fin il senso estetico. Perdute quelle libertà che il secol nostro principesco vitupera o compassiona, come i vecchi disapprovano il balioso ruzzare della gioventù; ridotta a città secondaria d'una provincia secondaria, pure ad ogni passo rammemora altri tempi o gloriosi o almeno memorabili; ed essendo, per posizione, a minor contatto colla folla passeggera e colla moltitudine aspirante o proponente, serba un'impronta di vetustà, tutt'altro che disacconcia alla cortesia de' suoi abitanti, i quali, nell'indole come nella pronunzia, son mezzi fra Toscani e Romani, fra la razza gentile e la gagliarda.

Mutate le cose, vi ritornavo colla strada ferrata, e dai bastioni contemplandola, «È la città degli eretici», dicevo ad uno di que' patrioti all'antica, che non si sgomentano dell'essere beffati per municipali, dagli idolatri dell'annichilante accentramento. Ed egli rimbalzandomi quella frase, soggiungeva: «È la città dei santi. Sena vetus civitas Virginis è intitolata da quando il beato Tommaso Balzetti la fece votare a Maria, prima della battaglia dell'Arbia; e il vecchio nostro sigillo portava: SALVET VIRGO SENAM QUAM SIGNAT AMŒNAM. E la gloria di Maria campeggia nello stupendo nostro duomo, dove mai non si finirebbe d'ammirare la vastità del piano (che pur è la sola traversa del tempio ideato), la varietà dei disegni, la finissima esecuzione[28], tanto superiori a quanto possano offrire altre arroganti capitali. Anche fuor di là, tutto è pieno di ricordi di santità. Qualunque porta per cui entriate, vi offrirà effigie di santi: sull'una la Beata Vergine incoronata, opera di Ansano di Pietro; sull'altra l'ammirato presepio del Sodoma. Ad ogni svolta incontrate dipinti i quattro antichi patroni, Ansano, Crescenzio, Vittore, Savino; aggiungete il beato Andrea Gallerani, fondatore dei frati della Misericordia; il beato Ambrogio Sansedoni, che parlava alto a Federico II; Gioachino Pelacani e Antonio Patrizj, miracoli di carità pei poveri e per Maria; il beato Antonio che riformava i Serviti; il beato Tomasuccio che istituì i Gerolomini; il beato Giovanni Colombini, narratoci in una delle più ingenue e affettuose scritture del Trecento, e che, per la pazienza della moglie e pel legendario, richiamato dalle dissipazioni, e da gonfaloniere ridottosi mendicante volontario, con Francesco Vincenti istituì il nuovo ordine de' Gesuati[29], inducendo la cugina Caterina a fondar le Gesuate là nella contrada di Valpiatta. Il beato Bernardo Tolomei, dottore in ambe le leggi e cavaliere imperiale, erasi ritirato al deserto con Ambrogio Piccolomini e con Patrizio Patrizj, fondando gli Olivetani di Santa Maria di Montoliveto, in uno sterilume che oggi ride della più lieta coltivazione, come la chiesa di squisite pitture. Stefano e Giacomo, agostiniani di Lecceto, istituiscono i canonici regolari Scopettini. Pietro Petroni, certosino, morendo mandava dire al Boccaccio riparasse agli scandali del suo scrivere. E il nostro san Bernardino? Profusosi a cura de' poveri nella peste, fu ammirato per le prediche e pe' frutti che ne raccolse in tutta Italia. Pietà quasi domestica c'invita nel quartiere dell'Oca a venerar tanti ricordi ancora palpitanti di santa Caterina, la pia figliuola del tintore Benincasa, che afflitta di dolorose infermità e di tentazioni, ristorava l'anima colle preghiere e la carità; andava assister i malati e suggerne le ulcere, colla semplicità stessa colla quale ai Fiorentini dettava la pace, in lei compromessa, o scriveva al papa che tornasse da Avignone a Roma, o a Giovanni Aukwood che frenasse le sue bande di mercenarj inglesi. Privilegiata del dono di convertir peccatori, trasse a pentimento due assassini già sul patibolo, e tutta la famiglia Tolomei, onde il papa deputò qui tre Domenicani sol per udire le confessioni di coloro ch'essa aveva convertiti. Aggiratevi per quel quartiere, e vi parrà ch'ella sia morta jeri, tanto ognun ne ragiona; ognun ne addita le orme: a lei le spose, a lei le madri dirigono voti e portano donativi. Pochi anni fa, alla granduchessa di Toscana che visitava il paese, le fanciulle offersero graziosi fiori, nell'artefare i quali son abilissime, e volendo ella ricambiarle con un ricco donativo, esse la pregarono che invece ne facesse offerta alla loro santa Caterina. Nella cappella di essa, Pio IX, il 1857, veniva in trionfo popolare, e vi riceveva al bacio del piede la conferenza di san Vincenzo di Paolo. Sono di questa città i papi Pio II, Pio III, Alessandro VII; delle vicinanze Giovanni I, Bonifacio VI, Gregorio VII, Alessandro III e moltissimi cardinali. Qui le arti belle fecero forse le prime pruove di rinnovamento con Mino da Turrita, Guido, Duccio di Boninsegna, Simon Memmi: come la poesia col Folcalchieri. Veneriamo tuttora la Madonna che portossi alla battaglia di Montaperti, ove i Fiorentini «fecero l'Arbia colorita in rosso»: e il sentimento cattolico si mantenne nella nostra pittura anche quando Roma e Firenze l'aveano sacrificato alla classica imitazione».

Questo ed altro mi dicea quel buon Senese: eppure è vero che da quella città ci vennero famosi eresiarchi, quali i Soccini ed altri, di cui ora entriamo a discorrere.

Quando, surrogato al concetto dei governi buoni quello dei governi forti, la guelfa Toscana cadeva in arbitrio de' Medici, Siena raccomandò la propria libertà al patronato di Carlo V; il quale, visitatala nel 1536, vi lasciò governatore il senese Piccolomini. Ma le irrequietudini e turbolenze, foriere della perdita d'un popolo, vi erano soffiate dai profughi fiorentini e dai Francesi, desiderosi di dar molestie al duca di Toscana, e impedirgli di sistemar il paese. Noto è che ne seguì una terribile guerra (1554) ove, indarno difesa dagli Strozzi e dai Francesi, Siena soccombette al duca e agli Spagnuoli, e perduti cinquantamila uomini, rimase in irreparabile decadenza e rovinata del commercio e dell'agricoltura.

Queste pubbliche sciagure erano state esacerbate anche dal difondersi di opinioni nuove. Fin nel 1537, facendovi il quaresimale Giovanni da Fano, famoso cappuccino, con tanto zelo e frutto, che dicevanlo non inferiore a san Bernardino, da un predicatore d'altro Ordine egli udì sentenze contrarie alle cattoliche; onde prima lo ammonì, e poichè quegli insisteva e peggiorava, lo accusò e confutò pubblicamente, sicchè quegli stimò prudenza andarsene dalla piissima città[30].

Domenico Tommasini fu un oscuro abitante della contrada dell'Oca, donde il soprannome di Ochino a suo figliuolo Bernardino. Vestitosi frate Osservante, n'uscì per mettersi a studiare medicina a Perugia, dove contrasse amicizia con Giulio De' Medici, che fu poi Clemente VII; rientrato nell'Ordine, vi ottenne dignità, e ne agognava di maggiori; e forse sperò agevolarsele mettendosi ne' Cappuccini, istituiti da soli dieci anni, e appena introdotti in Siena. Soffriva lotte colla carne: «Invano (egli confessa) io cercava mortificar il corpo con digiuni e preghiere. Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei s'apersero, e Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore col morire in croce soddisfece pienamente alla giustizia del Padre, e meritò il Cielo a' suoi eletti: che i voti religiosi sono invenzione umana; che la Chiesa di Roma è abominevole agli occhi di Dio».

Ciò scrisse, e fors'anche pensò più tardi: per allora, sebbene creduto incostante di risoluzioni, acquistò tal rinomanza d'eccellente predicatore, che il Sadoleto lo agguagliava a qualunque oratore antico. Il vescovo di Fossombrone scriveva ad Annibal Caro: «Ho udito in Lucca pochi dì sono, frà Bernardino da Siena, veramente rarissimo uomo; e mi piacque tanto, che gli ho indirizzati due sonetti, de' quali ve ne mando uno». Carlo V diceva: «Predica con ispirito e devozione tale che farebbe piangere i sassi».

Pietro Bembo, che presto fu cardinale, poco amava i predicatori d'allora, dicendo: «Che ci ho a far io? mai non s'ode che garrire il dottor Sottile contro il dottor Angelico, poi venirsene Aristotele per terzo e terminare la quistione proposta». Ora, il 6 aprile 1536, da Venezia scriveva alla marchesa di Pescara: «Io sono pregato da alquanti gentiluomini di questa città ad intercedere V. S. che sia contenta a persuadere al reverendo nostro padre frate Bernardino da Siena, che accetti di venir quest'altra quaresima a predicare qui nella chiesa de' Santi Apostoli, a riverenzia ed onor di nostro Signore Dio. Tutta questa cittadinanza aspetta di udirlo infinitamente volentieri. Io mi terrò a buona ventura poter conoscere ed udir quel santo uomo».

E il 25 marzo seguente: «Ragiono con V. S. come ho ragionato questa mattina col reverendo padre frà Bernardino, a cui ho aperto tutto il cuore e pensier mio, come avrei aperto dinanzi a Gesù Cristo a cui stimo lui esser gratissimo e carissimo; nè a me pare aver giammai parlato col più santo uomo di lui. Io non voglio lasciare d'udire le sue bellissime e santissime e giovevolissime predicazioni, ed ho deliberato starmi qui mentre ci stava egli».

Poi al 4 aprile: «Il nostro frate Bernardino (che mio voglio da ora innanzi chiamare, a parte con voi) è oggimai adorato in questa città. Nè vi ha uomo nè donna che non l'alzi fino al cielo. Oh quanto vale, oh quanto diletta, oh quanto giova! Ho pensiero di supplicar Nostro Signore ad ordinar la sua vita di maniera, ch'ella possa bastar più lungamente ad onor di Dio e giovamento degli uomini; chè ella non è per bastare, governandola sì duramente com'egli fa».

In fine il 23 aprile: «Mando a V. S. Ill. le allegate dal nostro reverendo frate Bernardino, il quale io ho udito così volentieri tutti questi pochi dì della presente quadragesima, che non posso abbastanza raccontarlo. Confesso non aver mai udito predicar più utilmente, nè più santamente di lui. Nè mi meraviglio se V. S. l'ama tanto quanto Ella fa. Ragiona molto diversamente e più cristianamente di tutti gli altri che in pergamo siano saliti a' miei giorni, e con più viva carità ed amore, e migliori e più giovevoli cose. Piace a ciascuno sopra modo. Estimo ch'egli sia per portarsene, quando egli si partirà, il cuore di tutta questa città seco. Di tutto ciò si hanno immortali grazie a V. S. che ce l'avete prestato». E al curato avea scritto: «Ricordatevi di forzare, se occorre, frà Bernardino a far uso di carni, e s'e' non tralascia l'astinenza quaresimale, non potrà reggere alla fatica del predicare».

Perocchè era dedito a quelle eccessive austerità, che non di rado inducono soverchia fiducia in se stesso. Camminava a piè scalzi su per le roccie, nelle nevi, fra i bronchi, scoperta la testa, esposto a tutte le intemperie: limosinando di porta in porta: la notte appoggiavasi a un albero, e vi si addormentava, sebbene i grandi avessergli preparato letti e mense. Vedendolo passare, colla grossa tonaca, colla lunga barba, incanutita anzi tempo, coll'occhio spento e le guancie scarnate dalla macerazione e l'aspetto di un martire, la gente s'inginocchiava, presa istintivamente da meraviglia e rispetto. «Dove andava (dice un contemporaneo), uscivagli incontro la folla; non bastavano le chiese agli uditori: ed egli arrivava sempre a piedi, chè nessun mai lo vide pur s'un giumento: se doveva entrar ne' palazzi de' principi, nulla mutava del rigor di sua vita, non vino mai, mai più d'una vivanda, gli sprimacciati letti abbandonava per dormire sul nudo pavimento[31]. Sin l'infame Aretino, risoluto a far parlare di sè in qualsifosse modo, fingeva il convertito, e scriveva al papa da Venezia, il 21 aprile 1537, che il Bembo «avea dato mille anime al paradiso con l'aver trasferito in questa città cattolica il tanto umile quanto buono frà Bernardino», e che esso «da quella sua tromba che si fa udire col frate apostolico, ha creduto alle ammonizioni della riverenza sua, le quali vogliono che questa lettera, in mia vece gettatasi ai piedi della Vostra Santità beatissima, le chiegga perdono della ingiuria fatta alla Corte dalla stultizia delle scritture mie, benchè tutto quello che io ne ho detto con la bocca e scritto con la penna l'hanno ordinato i cieli, acciò, se nulla mancasse alla beatitudine sopradetta, vi forniate di glorificare nella conversione Aretina».

Mentre predicava a Venezia, «illustrissima città, teatro del mondo, emporio di tutto l'orbe, regina dell'Adriatico, vincitrice de' nemici, miracolo d'Italia», l'Ochino vi ottenne una cella, che elevò a monastero de' suoi Cappuccini. Nelle deliberazioni del concistoro, o vogliam dire consiglio municipale di Siena, al 21 giugno 1539 si stabiliva che, «essendo buono e molto utile alla salute delle anime che il detto frà Bernardino, che stamane nella gran sala del consiglio fece una salutare predica a tutto il popolo, rimanesse alcuni giorni a predicare nella cattedrale o in palazzo», che quattro illustri personaggi andassero da esso frate a procurare non partisse da Siena, e scrivessero al pontefice, se fa bisogno. Predicando nel 1540, ove in fatto introdusse la devozione delle Quarant'ore, che Siena fu la terza città a praticare; se non che, invece del Santissimo Sacramento, esponevasi il Crocifisso delle Compagnie.

Di quel tempo rinvenimmo colà alcune carte, tutte pietà, delle quali, non isbigottiti dalla taccia di frateschi, esibiremo qualche cosa[32].

«A dì 17 settembre 1540. Fu per il priore presentata una lettera alla nostra Compagnia di san Domenico per la predicazione da farsi nell'avvento prossimo da frà Bernardino Ochino, frate cappuccino, senza soscrizione, ma dagli effetti poi seguiti si stima sia stata mandata da lui senza nome, la quale contiene di fare l'orazione di quaranta giorni in tutte le Compagnie di Siena, e ore quaranta per Compagnia; la quale fu, d'ordine del nostro priore, letta da Lorenzo di Bernardino nostro fratello, il tenore della quale è questo:

«(Di fuora). Alla Compagnia di san Domenico in Campo regi. Carissimi in Christo Giesù fratelli.

«(Ommissis). Si prega la carità vostra, che vogliate essere in compagnia di molti altri a fare due divotissime e santissime opere, delle quali la prima sarà questa, che l'uno inviti l'altro, l'uno ammonisca l'altro con amor santo a fare la santissima penitenza con vera contrizione, purissima confessione e integra soddisfazione, con elemosine spirituali e corporali, con digiuni in verità fatti e con la santa orazione, contemplando quella cosa per la quale l'anima si trasforma nel suo amato Cristo, alli cui santi piedi umilmente gettandoci, la nostra propria e le pubbliche necessità spirituali doviamo esporre, esortando, e col buon volere ajutando l'anima nostra a vestirsi in modo di quelle divine virtù, fede, speranza e carità, che di quelle abituali possiamo fermamente vedere e tenere per certo, che, nel dì del gran giudizio, quella riunita a questi corpi, con essi insieme saranno con gli altri beati nel regno di Dio.

«E perchè fare orazione richiede l'anima raccolta nelle sue potenze salga su in cielo alli piedi della Santissima Trinità, e questo non può farsi se il corpo non s'allontana dall'opere del mondo, et essendo vero ch'a far questo (come può dire chi cristianamente lo sa) non si è ancora veduto nè saputo il più spedito modo, non tanto a far partecipe ognuno, quanto a mostrare a quelli che nol sanno (che son molti) il modo d'orare, che quello che da poco in qua è cominciato nella città nostra, cioè l'orazione durante lo spazio di quarant'ore. Però si prega per parte di Dio la carità vostra, da quella per grazia si domanda, che, fattone il sopradetto apparato e preparamento dell'anima vostra, siate contenti, secondo l'ordine infrascritto, quando al vostro oratorio toccherà, assettare quello, come è solito, e disporre le persone, ch'hanno a fare la guardia del tempo, e mettere i fratelli, e gli altri d'ora in ora in qualsivoglia numero senza strepito e confusione nel detto oratorio, dove si stia in continua orazione ore quaranta; il quale spazio giunto all'ultima ora, con quelli fratelli, che potrete in abito di battenti, anderete alla Compagnia che dopo voi segue, dalla quale alcuni venghino per voi, computando quanto tempo basti a partirsi dal vostro oratorio, e che, quando giungete all'altro, sieno al fine le quarant'ore, et ivi dicendo qualche prece, incomincierà l'altra orazione, restandovi quelli della prima ora, ritornerete al vostro oratorio, dove aspettandovi quelli dell'ultima ora, farete tutti qualche prego per finire l'orazione.

«Durerà secondo l'ordine sottoscritto l'orazione d'una Compagnia in un'altra, quaranta giorni, a similitudine delle maggiori orazioni che si leggono nella vecchia e nuova scrittura santa, e comincerassi a dì 19 di ottobre martedì la mattina seguente il dì di san Luca a ore 14, e durando fino alla prima domenica dell'Avvento, alla medesima ora saranno quaranta dì, e farassi l'orazione ventiquattro volte; tutte l'ore sono novecensessanta.

«Venuta l'ultima mattina, la prima domenica dell'Avvento, siate invitati a fare una processione in questo modo, che in abito di battenti tutti siamo a udire la predica, dopo la quale, la Compagnia che sarà l'ultima all'orazione con l'immagine di quel Crocifisso che doviamo imprimere e stampare nelli cuori nostri, deva andare per la città e seguendo l'altre senza confusione e senza altra insegna, ma standosi dove lo vorrà bene, ritorneranno alla chiesa cattedrale, dove la predetta Compagnia deve aver fatto provisione d'un sacerdote che celebri la messa all'altar maggiore, la quale, finita e avuta la benedizione, ciascuno tornerà alla casa sua, risoluto totalmente spogliarsi il vecchio uomo, e vestirsi del nuovo Cristo benedetto.

«Questa è la prima grazia, quale vedete. Se tutta è in benefizio vostro, cercatela adunque, e respondete a Gesù Cristo crocefisso che vi infiammi alla seconda.

«Questo è l'ordine delle Compagnie, preso così solo per la commodità; resta che facciate sapere alla Compagnia che è innanzi a voi, e a quella che è dopo, come siete parati a fare quest'orazione: l'uno animisca l'altro, e in virtù del preziosissimo sangue di Cristo, vincete ogni tentazione che 'l nemico dell'umana generazione vi porgesse dinanzi.

«Vi si dà quest'ordine ora, acciocchè abbiate tempo a trovare li fratelli; e confortargli a questo, e disporli all'ora loro.

«1º Comincierà col nome di Dio la Compagnia del Corpus Domini a dì 19 ottobre, martedì mattina a ore 14, e mercoledì notte a ore 6 finirà.

«2º A ore 6 mercoledì notte San Niccolò passerà giovedì, e venerdì a ore 22 finirà.

Segue divisando le ore di ciascuna Compagnia.

«La prima domenica dell'Avvento sarà il fine delle quarant'ore e de' quaranta giorni, a laude e gloria della santissima Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo.

«La seconda grazia non meno utile della prima, la quale è atta a confermarsi ne' principiati beni, è questa: che le carità vostre, senza alcuna contradizione siano contente mandare secondo l'ordine soprascritto, quando sarà la volta loro, quattro o sei fratelli a guardare por una notte i poveri infermi dello spedale maggiore. A quelli non solo la notte, ma ancora il dì bisognerebbero la presenza e le consolazioni della carità vostra, quando solamente sono governi da mercenari, e da chi senza amore alcuno li vede, anzi da chi non considera che manco sono infermi dell'anima che del corpo.

«Oh! di quanto bene sarete cagione, e a voi prima, perchè da questi imparerete l'esser vostro, e quanto invano fatighiamo fuori della via di Dio, e a quelli, quando li conforterete, e con amore sovvenirete nelli loro affanni e dolori.

«S'entrerebbe in un lunghissimo ragionamento a volere esporre le molte e buone utilità che da quest'opera usciranno; però le taceremo, essendo per certo che molto più con l'opera stessa la conoscerete, che con parole non si mostrerebbero.

«Però, per parte (di nuovo) di Gesù Cristo crocefisso, si prega la carità vostra, immo a quella per la virtù del suo sangue comanda che la prima e la seconda di quelle grazie sieno da voi esaudite e ad effetto mandate, e Cristo, il quale a queste vi chiama, darà parte in voi e nell'anima vostra, e doneravvi grazia che con pura fede opererete quello che ne comanda.

«Restate nell'amore di Gesù Cristo, al quale col Padre e col Santo Spirito ha onore, gloria et imperio, sempre ne' secoli de' secoli».

«E questo è il tenore della presente lettera, come ho detto, del nuovo modo d'orare, trovato novamente dalli reverendi padri frati de' Cappuccini, e da loro predicato.

«Letta la presente lettera, non si risolvè altro la presente mattina per esser tardi, ma si risalvò a un'altra tornata.

«A dì 3 ottobre 1540.

«Dato dal priore licenza ad ognuno di parlare a bene et utilità della Compagnia etc. Lorenzo di Bernardino cimatore, fatta la debita riverenza, propose che si dovesse fare quattro persone sopra l'ordinare ed ornare la Compagnia nostra per fare la nuova orazione delle quarant'ore, e perchè bisogna fare qualche spesa, che detti quattro fratelli avessero autorità di fare tutte le spese, che bisognassero per detta orazione, e così si deliberò di fare detta orazione».....

1540, a dì 1 novembre, a ore 22.

«Essendo adorna la Compagnia con il cielo, e panni d'araza per chiesa, e la sagrestia, radunati gli fratelli andorono innanzi a certa ora 21, vestiti da battenti, tutti con torcie, alla Compagnia di Santa Caterina in Fontebranda per il Crocefisso, e così processionalmente con molte torcie vennero alla nostra Compagnia, accompagnati da moltissimi fratelli della detta Compagnia di Santa Caterina, e giunti nella nostra Compagnia, fatte le debite orazioni e invocazioni dello Spirito Santo, e fatto un breve sermone da Mº Bernardino di san Domenico in esortazione alla frequenza della detta orazione e ringraziamento alla Compagnia di Santa Caterina, ed alla moltitudine delle persone che vennero ad accompagnare il Crocefisso, dêtte licenza a ognuno, eccetto quelli che volessero restare all'orazione, e così chiusa la Compagnia, spento tutti i lumi, eccetto un lanternino con la figura di Gesù Cristo, portata la croce, e così a laude dell'onnipotente Dio si dêtte principio alla detta orazione. E un'ora si dura di stare in orazione per volta, e finita un'ora, si mette altre persone d'ora in ora, nell'ordine che li sopradetti fratelli hanno ordinato, cioè (seguono i nomi).

«Così a laude dell'onnipotente Dio si finì la detta orazione con molta frequenza de' fratelli, e di molte altre persone fuora della nostra Compagnia e di frati ad ogn'ora; e innanzi che fussero le 13 ore andammo tutti vestiti da battenti con torcie accese accompagnare il Crocefisso alla Compagnia di Sant'Andrea Gallerani, prima nella nostra sagrestia e detta Compagnia di Sant'Andrea fatta parare, cantate le litanie, e per il nostro correttore fatto un breve sermone, tornati poi alla nostra Compagnia, si cantò il Te Deum, fu fatto fine alla detta orazione, ecc.

«A dì 7 ottobre 1540.

«Al nome di Gesù Cristo crocefisso, radunato il Capitolo, fu per il nostro priore presentata una polizza da parte del vicario dell'arcivescovo, il tenore della quale è questo:

«Al nome di Giesù Christo,

«Il signor vicario dell'arcivescovo e li tre canonici eletti dall'altro sopra il fine dell'orazione delle quarant'ore, e il reverendo padre frà Bernardino Ochini, fanno intendere alla carità vostra che sieno contente per la prima domenica dell'avvento, per fuggir la confusione, osservare l'infrascritte cose:

«E prima per ragione della comunione da farsi comunemente in duomo, si prega quella che là sarà innanzi, vadino a reconciliarsi dove li piace; perchè la mattina sarebbe impossibile per molti rispetti: ecc., ecc.

A dì 14 ottobre 1540, fº 8.

«Al nome di Gesù Cristo crocefisso; per il nostro Padre Priore fu presentata la presente lettera diretta alla nostra Compagnia, e per comandamento del medesimo Priore, fu letta da Lorenzo di Bernardino Cimatore, il di cui tenore è questo: — Alla Compagnia di San Domenico; — Carissimi in Cristo Gesù crocefisso fratelli.

«Non a quelli che cominciano, ma a quelli che perseverano è riservato il premio, e questo per esperienza vediamo: se l'arbore, fatto ch'ha una volta il frutto, si restasse e non ne facesse più, ovvero, come una volta le facesse buone, e l'altra le facesse cattive, quello si è da tagliare e porlo al fuoco.

«Sarebbe per questo, in Cristo fratelli, vedendo il servire a Gesù Cristo nostro Signore santissimo, assai cosa tanto fruttuosa, buona e necessaria, avendo concessa la prima e maggior grazia, non dee negarsi la seconda più facile, e non manco accettabile al Redentor nostro Gesù Cristo, la quale sarà il visitare quelli poveri infermi, anzi esso Cristo Gesù nella sua santissima casa dello spedale di Santa Maria della Scala, scala del paradiso; e questo doveremmo trattare con un modo et ordine che fusse perpetuo, e tanto facile con la grazia di Gesù Cristo, che non sarà fatica o rincrescimento alcuno, quantunque nè fatica nè rincrescimento può porgere il servire a Gesù Cristo, anzi a noi medesimi.

«Pigliamo dunque quest'ordine: noi siamo ventidue Compagnie: pigliamo ogni ventidue giorni, una volta almeno visitare (con 2, 4 o 6 quelli che a ogni compagnia piacerà) quella santissima casa, e vegliare una notte con Gesù Cristo, e tenendo quest'ordine toccherà sedici o diciassette volte l'anno per Compagnia: facciasi dunque da ogni Compagnia di quelli sono più atti a tal offizio, tante parti, che in un anno tocchi una volta per parte o più come piacerà.

«E chi sarà quello che una volta l'anno per amor di Gesù Cristo non vogli pigliare quella consolazione di vegliare una notte con Gesù Cristo? facciamolo adunque, fratelli, facciamolo, deh! facciamolo, e non dubitiamo di niente, che per Gesù Cristo potiamo il tutto.

«Voi, carissimi fratelli della Compagnia di San Domenico, piglierete al nome di Dio a dì 12 di novembre in martedì, e seguitarete questa santa opera, e così ogni terzo martedì vi toccherà una volta, e di poi con la grazia di Dio seguiranno l'altre Compagnie.

«Questo qui sotto è l'ordine per tutto l'anno, ecc.

«A dì 17 gennaro 1541 a nativitate.

«Adunato il Capitolo ecc. fu dal P. Priore (Ochino) presentata la seguente lettera diretta alla nostra Compagnia.

«Grazia, laude e gloria a Gesù Cristo benedetto.

«Per li grandi e mirabili effetti, che sono esciti dalla passata orazione dei quaranta giorni si è potuto chiaramente conoscere e far giudizio, che non fu motivo d'uomini il mostrarvi un tal ordine, ma che viene dal Donatore di tutta la grazia, dalla bontà e misericordia del Salvator nostro.

«Però sappiate di certo, e tenete per fermo, ch'ogni grazia, e ogni dono perfetto viene di sopra, dall'infinita bontà e carità di Dio. Da parte del quale oggi vi si presenta un preziosissimo dono spirituale, il quale non solo a voi, mentre che vivete, ma ancora a quelli, che dopo voi verranno sarà di tal giovamento, che sempre voi e loro ne ringrazieranno Dio.

«Il dono è questo, che la carità vostra senza alcuna contradizione, con sincero cuore e grato animo, sperando sempre in Dio, e con voi si disponghino a fare deliberazione, e vincasi non con lupini, ma con viva voce, non per tempo determinato, ma che passi da voi nelli vostri posteri, e da quelli in perpetuo, che nell'Oratorio vostro (come nell'altro si farà) si faccia quattro volte l'anno l'orazione di quaranta ore secondo 'l modo sottoscritto.

«La cosa è tanto da se onesta, giusta, santa e divina, che non fa bisogno di persuaderla, tenendo per certo che, nel sentir voi presentarvi tal cosa, a tutti parrà un'ora anni mille di ritrovarla, e per amor di chi ve la manda, metterla in esecuzione.

«Prima che altro vi si dica, si prega la carità vostra che procurino e con diligenza osservino l'infrascritta avvertenza, acciò che 'l nemico nostro non semini nell'opera nostra qualche disordine, ch'a ciò sempre sta parato, e massime contro l'orazione, dove (dicono i santi) che porrà ogni sua industria per disviarli da quella.

«E perchè questa ha da essere l'ultima volta che di ciò vi ragioni, non vi porga fastidio se troppo a lungo vi si scrive.

«Faccisi dunque prima sapere a quelli che non sanno, che, dovendosi dare un tempo determinato, si è preso questo di quaranta ore e quaranta giorni, perchè 'l numero quadragenario è stato sempre di grandissimo mistero, e di più, che non solo in questo tempo determinato doviamo orare, ma sempre che questo è fatto per eccitare, e ricordare.

«Quattro volte l'anno si ha da fare l'orazione di quaranta giorni, talchè a quaranta per volta tocca sei dì e sedici ore l'anno per Compagnia...

«Acciochè questa oratione facci l'effetto suo di fare salire la mente nostra a Dio per pietoso e umile affetto, bisogna darle per guida la santa penitenza, cioè con fermo proponimento di levarsi dall'offesa verso Dio e verso 'l prossimo, fare uno splendido preparamento di vera contrizione, piena confessione e intiera sodisfazione, e di poi spiritualmente, e sagramentalmente comunicarsi; bisogna ancora, oltre alla guida, aggiungere a quest'orazione due ali, cioè il vero digiuno e l'elemosina spirituale e corporale; facendo così, pentendosi, e domandando misericordia da Dio della nostra côlpa e rendendo grazie alla bontà sua di tanta grazia che ci ha concessa, e che continuamente con larga mano per sua benignità sopra noi sparge, potiamo renderci sempre certi che la maestà sua averà grate, e riceverà l'orazioni nostre, e doneracci grazia che conosceremo il bene e lo avremo, che fuggiamo il male, e che sempre operiamo in onore e gloria sua (seguono molte regole particolari).

«I sermoni per non tediare sieno brevissimi e divoti, ammaestrando sempre l'orazione; sieno fatti da persone ecclesiastiche, e per l'amor di Dio s'avvertisca che sieno brevi e senza cerimonie, ringraziamenti e frascherie, perchè importa assai, acciocchè di zelo di Dio non si venga in pompa del mondo e vanagloria.

«Venuto il fine de' quaranta giorni, l'ultima Compagnia inviti l'altre; e venendo o no, faccino una breve e divota processione, odi la messa e si comunichi, e se pure trova altre Compagnie disposte, le guidi in qualche tempio, dove, dopo un pubblico sermone o predica, si facci una pubblica e divota comunione, e cantando Te Deum ognuno ritorni all'oratorio suo, e la Compagnia che fu prima piglierà la sua croce, e porteralla al suo oratorio. Non si facci apparati con drappi, panni, tappezzerie o frasche, anzi si faccia semplicemente con divozione e zelo di Dio, e gli apparati nell'anima nostra.

«Vi si comanda da parte di Cristo crocefisso, che si fugga ogni precedenza, ambizione e onore, acciocchè non possa mai nascere un minimo scandalo e facendosi processione, vadasi senza insegna confusamente. E se invitando voi le Compagnie, qualcheduna o tutte non venissero, non vi scandalizzate, anzi state quieti, e pensate che così è volontà di Dio. Fino quando l'altre vi inviteranno, siate li primi, e umiliatevi, perchè con la santa umiltà s'acquista il paradiso.

«Insomma quando sentite cosa alcuna che possi dare alterazione, immediate mozzate le maestre, e non se ne parli, nè vi si pensi più, e fate questa deliberazione ora per sempre di far ciascuna vostra opera a onor di Dio, e di poi trattatela alla libera e puramente, e così vedrete che di bene in meglio anderanno le cose vostre, e quest'orazione santissima, la quale renderà frutti gratissimi a Dio e salutiferi a noi.

«Perchè una delle cose necessarie ad un cristiano, anzi la più importante è l'orazione, e perchè rari sono che sappino altro che rimenare le labbra, non che fare orazione, e maggiormente l'orazione mentale; però si prega la carità vostra, che qualche volta, anzi spesso avvertiate li nostri fratelli che si faccino insegnare da chi se n'intende, e di più che si provedino di libri spirituali che ne contenghino, e molti vedano con quanto loro scapito fino ad ora o per negligenza o per ignoranza sono stati privi di cosa sì utile.

«Mancando qualche Compagnia, si succedano l'altre di mano in mano, fin che si finiscano li quaranta giorni».

Seguono altri avvertimenti. In appresso son registrate le funzioni fattesi man mano, ove copieremo quest'una:

«A dì 20 giugno 1542.

«Fu letta una polizza, inviata dalla Compagnia della Madonna sotto lo spedale, come avea deliberato la Balìa e conservatori della libertà di Siena che si dovesse fare un orazione di quaranta giorni, a pregare Dio che, per sua infinita pietà e misericordia, per i meriti della passione e sangue sparso dal suo unigenito Figliuolo per salute dell'uman genere, che vogli temperare il suo giusto sdegno preparato contro di noi, di guerre grandissime che si vedono preparare per tutta cristianità, evenimento de' Turchi contro li Cristiani, per la disunione de' prencipi cristiani l'uno contro l'altro, ed altri gran prodigi di terremoti con gran rovine di cappelle e ville, ecc.

«A quest'affetto elessero due di loro che fussero con le Compagnie, e così congregati due di ciascuna Compagnia nello spedale, si deliberò a gloria di Dio di fare la detta orazione nell'oratorio e Compagnia della Madonna sotto lo spedale, di far quaranta giorni continui dì e notte».

E basti delle preghiere: veniamo a materia più pruriginosa; gli errori.

Il Boverio, annalista de' Cappuccini, non ha frasi sufficienti per lodare l'Ochino, «prudente, sagace, di bei costumi, esercitatissimo per lungo uso di molte cose, ingegno e grandezza d'animo ad abbracciar qualunque gran fatto; tanta compostezza esterna ed onestà, che mostrava apparenza non vulgare di virtù e santità; mirabile predicatore, coll'eloquenza guadagnava gli animi, sicchè fu una generale approvazione allorchè, nel terzo capitolo generale, fu eletto generale il 1538. E tolse ad amministrar l'Ordine con tanto consiglio, prudenza, zelo della regolar osservanza, e coll'esempio d'ogni virtù, che i frati s'applaudivano dell'elezione d'un tal uomo. Quasi sempre pedestre visitò i varj conventi; esortava con mirabile eloquenza alla povertà, all'osservanza della regola, all'altre virtù, e s'acquistò sempre maggior nome presso i suoi e presso gli esteri: grande autorità godeva presso re e principi, che l'usavano in difficilissimi consigli; il papa avealo in massimo onore; talmente era cercato, che bisognava ricorrere al papa per averlo predicatore, e le più grandi chiese non bastavano agli uditori, sicchè bisognava aggiungervi portici; e molti, levando le tegole dal tetto, calavansi di là per ascoltarlo. Predicando a Perugia nel 1540, calmò le nimicizie per quanto inveterate. A Napoli avendo dal pulpito raccomandata non so qual pia opera, l'elemosine offerte salirono a cinquemila zecchini».

Scaduto il triennio (prosegue con incolta prolissità) fu rieletto, ma ricusò fermamente, finchè dalle istanze persistenti si lasciò vincere. E negli otto anni che fu cappuccino, mai non diede il più piccolo sentore di eresia.

Eppure sotto quelle apparenze celava un'estrema superbia, il desiderio di levar rumore, e la fiducia nel proprio intelletto, avendo imparato dai libri di Lutero a cercare nelle sacre carte ciò che alla sua passione compiacesse. Dicono che, mentre predicava a Napoli in San Giovanni Maggiore nel 1536, il Valdes lo avvicinasse, e fomentandone l'immaginativa e l'ambizione, l'inducesse a insultare Paolo III, che non l'aveva ornato cardinale. Al vicerè Toledo fu rapportato che spargesse errori luterani, e quegli cercò che il vicario arcivescovile chiarisse la cosa; «ma perchè con l'austera vita che mostrava, con l'abito asprissimo, con il gridar contro i vizj ricopriva il suo veleno, non si potè per allora conoscere se non da pochi la sua volpina fraude». Son parole del domenicano Caracciolo, il quale prosegue: «Pure vi fu alcun che se n'accorse, e fra i primi, per quanto ho inteso dai nostri vecchi, furono i nostri santi padri don Gaetano e don Giovanni; i quali poi più chiaramente se n'accorsero nel 1539 quando l'Ochino, predicando nel pulpito del duomo, andava spargendo molte cose contro il purgatorio, contro le indulgenze, contro le leggi ecclesiastiche del digiuno ecc.; e quel che fu pessimo, soleva talora l'empio frate proferire interrogative quel che sant'Agostino dice negative, Qui fecit te sine te, non salvabit te sine te? dando a questo modo ad intendere tutto il contrario di quel che insegna sant'Agostino, cioè che sola fides sufficit, e che Iddio ci salva senza che noi facciamo opera alcuna per cooperar con Dio. Andavano attorno iscritti prima, e poi stampati i libri di costoro, come di tanti profeti, e già in pochi anni non solo i plebei ed ignoranti, ma anche molti signori e signore nobili, e molti religiosi e preti se n'erano infetti; e si facevano conferenze e conventicole secrete tra loro, e si prestavano scritti l'un l'altro di cotali dottrine pestifere»[33].

In quel tempo l'Ochino mostrava ancora una pietà incolpabile, e possiamo offrire in testimonio alcune sue lettere, tali quali le abbiam desunte dagli archivj della sua patria.

«Molto magnifici signori; Non penso vi habi a esser difficile el persuadersi che molto volentieri verei in questa quaresima a predicar alla mia Siena, sicchome per una vostra o visto sarebbe intento di vostre signorie: resta solo che da chi può comandarmi io non sia impedito. Di me potran servirsi nel scrivere che a me el venire sarebe gratissimo, pur che sia con volontà di sua santità. Questo medesimo o expresso al reverendissimo monsignore Ghinucci; et perchè del tempo fuor della quaresima sua santità non è solita impedirmi, quando a vostre signorie paresse che io venisse in questo tempo innanzi alla quaresima, mi dieno un cenno del quando, che non mancarò, col non cessare ancora di tentare per la quaresima; il che sarà etiam più facile di ottenersi per esser lì; et se in altro posso si servin di mè, che per la singolare affetione li porto mi sarà facile tutto in Christo per il quale vivo e spero di morire. Resto col pregarlo che vi prosperi sempre con la sua grazia in ogni vostra felicità.

«Da Roma il 5 settembris 1540.

Frater Bernardinus sen.

«Molto magnifici signori; Non ho più presto resposto per non essere resoluto di sua santità. Oggi s'è contentata che io per lo advento venghi, e così mi sforzarò circa Ognisanti essere a Siena. Preghiamo el Signore ch'el mio venire non sia vano. Resta che vostre signorie in quanto posso mi comandino che non sarà cosa tanto difficile che lo amor non me lo renda facile.

«Il Signore vi conservi e prosperi nella sua grazia.

«Da Roma 27 settembris 1540.

«Molto magnifici signori Priori Governatori e Capitani miei osserv.; Mi dolgo, per la molta affetione e cordiale amor che porto ed alle signorie vostre e alla patria, di non poter soddisfar a quello che per debito me si conviene, e a quanto saria il volere di quelle. Io non harei già aspettato che mi havessin fatto istantia di venir costà a predicare, che (quantunque non sia secondo il merito di quelle) al primo cenno sarei venuto, ma mi trovo, da molti giorni indrieto, con un dolor grande di schiena, e con altre indispositioni, attalchè, si ben mi forzasse a venir, non potrei predicare, e per questo ho ricusato anche a molti, e mi sò fermato qui che, tra che curarò il mal, mi verrò rassettando le mie scritture; per questo le Signorie Vostre si degneranno per tal impedimento scusarmi, contentandosi di quanto è voler di Dio per la mia imperfetione; e di questo è il mio buon volere verso di tutti, e mi faran gratia avermi nella vostra protectione e così a quelle con tutto il core mi fo raccomandato.

«Dal luogo nostro di Firenze, il dì xjj di novembre del D4j».

«Molto magnifici signori; Sa Dio quanto piacere ho avuto in intendere de diverse parti e ultimamente per una vostra, el ben essere della mia diletta patria: desidero essere instrumento di Christo a honorarlo se fosse possibile in ogni loco, ma spetialmente come sarebbe justo ne la mia Siena: e tanto più me n'è cresciuto el desiderio quanto che intendo che comincia a reformarsi et mi desidera. Ma le Signorie Vostre hanno a sapere che io, poi partii da Venetia, ad istantia dell'illustrissimo dominio veneto, la santità di Nostro Signore per un breve mi a imposto che ritorni a Venetia, e li stia in lor satisfatione in fin tanto che di me altro non determina, però bisogna che acceptiate per ora la bona volontà e mi haviate per excusato. Trovandomi così legato, mi sforzarò ben quanto più presto potrò venir a visitarvi: e se in altro possa in Cristo servirvi, sapino che lo animo è prontissimo. El Signor vi conservi et prosperi sempre nella sua divina gratia.

«Da Verona alli 20 maggio 1542.

«Molto magnifici signori; Per esser lo amor della patria justo e santo, e tanto più quanto è d'un bene universale e pubblico, cognosco che tanto più siamo obligati a amarla quanto siamo a Dio più proximi, però per esser frate non sò escluso da questo dolce vinculo, anzi tanto più strettamente ligato, quanto in me fusse più charità. Unum est che mi son congratulato del felice essere della mia patria, e o incominciato a honorarmene, però in Cristo, tanto ne sento dir bene, e desidererei presentialmente godermene, si chome del contrario in altre volte ne ho avuto molestia, e tanto più quanto per la vostra vedo el desiderio di Vostre Signorie e della città, maxime quando credesse avere a giovare. Ma poi so qui a Verona ad instantia del clarissimo dominio veneto, o avuto un breve da Sua Santità dove mi impone che ritorni a Venetia, e li stia infin tanto che altro non determina: tal che so impedito, e bisogna mi haviate non solo per excusato, ma compassione, e tanto più quanto el venire mi sarebe più contento ch'el restare. Pregarò bene el Signore che, essendo suo onore, faci che Sua Santità osservi la promessa, e quanto più presto potrò me ne verrò alla mia Siena. Pregando Dio che la conservi e prosperi nella sua gratia e pace.

«Da Verona alli 20 maggio 1542[34].

Nel 1541 l'Ochino avea stampato alcune prediche, locchè crebbe ne' Veneziani il desiderio di riudirlo. E il papa vi assentì: pure essendogli già insinuato qualche dubbio, diede ordine di tenerlo d'occhio. In fatto predicando in Santi Apostoli, cominciò a spargere errori. Alcuni ne l'accusarono, e (non essendovi ancora il sant'Uffizio) il nunzio papale lo dimandò a chiarirsene, ed egli ebbe l'arte di spiegarli in buon senso e diceva: «È più difficile convincere uno d'eresia, che accusarlo d'oscura definizione di frasi teologiche». Esso nunzio l'anno prima avea fatto arrestare Giulio Terenziano teologo milanese, che predicava eresie: e a ciò parve alludere l'Ochino quando dal pulpito proruppe: «Che facciamo, o uomini veneti? Che macchiniamo? O città regina del mare, se coloro che t'annunziano il vero chiudi in carcere, mandi alle galere, come si farà luogo la verità? Oh potesse questa liberamente enunciarsi! quanti ciechi recupererebbero la vista!»

Pertanto il nunzio lo sospese, e riferì ogni cosa al santo padre; ma gliene seppero mal grado i Veneziani, ammiratori di quel bello ingegno, di modo che dopo tre giorni bisognò restituirgli la parola, ch'egli usò più cautamente[35].

Da Venezia, il 10 febbrajo 1542, scriveva al marchese del Vasto:

«Illustrissimo signore; Non fu mai, nè manco sarà capitano più valoroso di Cristo. Imperocchè, dove gli altri vincono con potenti eserciti, per forza d'arme e d'artiglierie, e molti con inganni, astuzie o favori di fortuna, Cristo, venendo in questo mondo, solo soletto entrò in guerra, e disarmato d'ogni forza e favore del mondo, sendo in sulla croce, vestito solo di verità, umiltà, pazienza, carità e dell'altre sue divine virtù, con impeto d'amore, in una sola guerra ha superato per sempre non gli uomini del mondo, ma gl'infernali spiriti, la morte, li vizj, e tutti li nemici di Dio, e fatto la più bella e ricca preda dell'anime, per tanti secoli state già in sì misera servitù, che mai si facesse o potesse fare. È ben vero che vi lasciò la vita, ma questo rende più mirabile il suo trionfo e la sua gloria. Però essendo sì divino capitano, V. E. non si ha da vergognare, anzi da onorare d'essere nel numero delli suoi valorosi cavalieri, massime che le palme, corone, vittorie, trofei e trionfi delli suoi soldati senza comparazione sono più gloriosi che quelli del mondo. E si ricordi che prima, cioè nel sacro battesimo, fu ascritto alla milizia di Cristo, che a quella di Cesare; e mancar di fede a Cristo è cosa tanto più vile, quanto che Cristo, degli altri signori è più ricco, liberale, potente, pio, santo, giusto e pieno d'amore: e siccome furono empie quelle parole della turba, Non abbiamo altro re che Cesare, così divine quelle di Cristo, Rendasi quello ch'è debito a Cesare, ma non si manchi a Dio. Ed ora tanto più, quanto non si serve, anzi si disserve a Cesare ogni volta che s'ingiurasse Dio, dal favor del quale pendono gl'imperj e monarchie del mondo. Questo ho scritto, non perchè io non pensi che V. E. abbia sempre l'occhio aperto all'onor di Dio, siccome son costretto a credere e dalle vostre virtù, e dall'amor ch'io vi porto: ma vi veggo nelle altezze del mondo, dove li venti impetuosi delli rispetti umani sono potentissimi; talchè bisogna esser perfettissimi per vincere. Però l'impresa è conveniente alla grandezza e nobiltà dell'animo vostro. Gli altri vostri amici faranno festa, e magnificheranno le vostre vittorie del mondo: ed io, quando vincerete voi stesso, e non avrete per idolo il rispetto del mondo, anzi per grandezza di spirito gli sarete superiore, e non servirete al mondo, ma ve ne servirete in onore di Dio».

Finita la quaresima, a Verona raccolse molti Cappuccini della provincia veneta, ai quali insinuò errori, poi prese a spiegare le Epistole di san Paolo; e tra gli altri corruppe frà Bartolomeo da Cuneo, guardiano in quel convento, che divenne eretico. Essendo generale de' Cappuccini, avea promesso a frà Angelo da Siena di fabbricare il loro convento con un lusso disdicevole alla professata povertà; onde i pii credettero che quel che seguì fosse castigo di Dio per questa vanità. Certo le anime pie già n'erano sgomente, e san Gaetano Tiene gli fece interdire la predicazione in Roma. Angelica Negri di Gallarate, saviissima donna, le cui lettere si leggevano ne' refettorj, e che il marchese Del Vasto governatore di Milano volea ne' suoi consigli e al letto di sua morte, udendo l'Ochino predicare a Verona, predisse cadrebbe nell'eresia[36].

E in fatto cominciò a mostrare disgusto dell'orazione, del coro, della messa, al punto che tutti ne prendeano scandalo: qualche frate il rimproverò, tra cui frà Agostino da Siena gli disse lepidamente: «Andando ad amministrar la religione senza la preghiera, mi somigliate a chi cavalca senza staffe. Badate non cascare». Egli rispondeva che non cessa di pregare chi non cessa di ben fare. Poi talmente si avviluppò in affari di principi, che non avanzava tempo di dire l'uffizio, e ne domandò la dispensa dal papa. Insieme prese famigliarità con eretici, ne gustava i libri, fantasticava innovazioni.

Il papa non sapea indursi a crederlo traviato; e l'invitò a Roma, coi maggiori i riguardi, avendo divisato di ornarlo cardinale. Egli bilicossi lungamente tra rinegare le sue dottrine, o esporsi alla morte sostenendole; e il Giberti, santo vescovo di Verona ove allora egli si trovava, lo indusse andare a consultarne il cardinale Contarini a Bologna. Giunto colà, il trovò sì gravemente ammalato, che non potè averne se non queste parole: «Padre, voi vedete a che stato sono ridotto: pietà di me; pregate Dio per me e fate buon viaggio».

L'Ochino passò a Firenze a visitare Pietro Martire Vermiglio, e questi, che già era fisso nell'eresia, lo dissuase risolutamente dall'andare a Roma nè mettersi in mano del pontefice, bensì seguisse il consiglio del salvatore, «Se siete perseguitati in un paese fuggite in un altro». Mosse dunque a Siena a salutare i suoi; e vedendosi o credendosi in pericolo di venir preso, si ricondusse a Firenze, e di là scrisse alla marchesa di Pescara, palesandole l'ansie sue. «Con non piccolo fastidio di mente mi trovo qui fuor di Firenze, venuto con animo d'andar a Roma, dove sono chiamato, benchè da molti ne sia stato dissuaso, intendendo il modo col quale procedono; perchè non potrei se non negar Cristo, o esser crocifisso. Il primo non vorrei; il secondo sì, con la sua grazia, ma quando Lui vorrà. Andar io alla morte volontariamente non ho questo spirito. Dio quando vorrà mi saprà trovar per tutto. Cristo m'insegnò a fuggir più volte ed in Egitto ed alli Samaritani: e che andassi in altra città quando in una non ero ricevuto. Da poi, che farei più in Italia? Predicar sospetto, e predicar Cristo mascherato in gergo; e molte volte bisogna bestemmiarlo per soddisfar alla superstizione del mondo; nè manco scrivendo potrò dare in luce cosa alcuna. Per questi ed altri rispetti eleggo partirmi, e prontamente; chè veggo che procedono in modo, che dà pensar che vorrebbero infine farmi rinegar Cristo o ammazzarmi. Credo se Paolo fosse nel mio caso non piglierebbe altro partito...... Ho inteso che il Farnese dice che son chiamato perchè ho predicato eresie e cose scandalose. Il Teatino, Puccio[37] ed altri che io non voglio nominare, dalli avvisi che ho avuti, parlano in modo, che se io avessi crocifisso Cristo, non so se si farebbe tanto rumore. Io son tale qual sa V. S., e la dottrina si può sapere da chi mi ha udito: mai predicai più riservato e con modestia che quest'anno, e già senza udirmi mi hanno pubblicato per un eretico. Ho piacere che da me incomincino a riformare la Chiesa. Temono infino un frate con l'abito nostro in Ara Cœli, che il Capitolo ordinò che gli fosse cavato l'abito: onde, udendo tanta commozione contro di me, penso sia bene cedere a tanto impeto. Dall'altra parte pensate se mi è aspro per tutti li rispetti che sapete. Considerate se sento repugnanza a lasciar tutto, e a pensare che si dirà. Cristo ha permesso e voluto ch'essi mi perseguitino così, a qualche buon fine. Mi sarebbe stato sopra modo gratissimo parlarvi, ed avere il vostro giudizio e di monsignor Polo, o una lettera loro. Pregate il Signore per me. Ho animo servirgli più che mai in la sua grazia.

«Firenze, 22 agosto 1542»[38].

Allora fu da Caterina Cibo duchessa di Camerino, colla quale pure teneva usata; e deposto l'abito, con tre altri monaci varcò gli Apennini. A Ferrara visitò la duchessa Renata, che lo munì di commendatizie per Ginevra. Avea preso a compagno fra Mariano da Quinzano laico, che sapea di francese e tedesco per essere stato militare; ed era sì caritatevole, che una volta, più non avendo altro da poter dare, al mendicante disse: «Non mi resta che questo mantello, e neppur esso è mio, sicchè non posso dartelo. Ma se tu me lo togli, io non mi opporrò». E sfibbiatolo, lasciò che il povero se lo pigliasse.

L'Ochino diede intendere a frà Mariano che zelo di Dio lo traesse a predicare fra gli eretici; e per entrare nel loro paese bisognasse deporre l'abito. Parte dunque con lui, frà Ginepro, frà Francesco, va a Mantova, ad Aosta, e dice all'Italia un addio, che il Beverini stemperò in suo prolisso latino. Tosto che frà Mariano s'accorse della frode, procurato invano dissuaderlo, staccossene, e ritornò col sigillo della religione, consegnatogli dal desertore. Nella prefazione alle «Prediche di Bernardino Ochino da Siena, novellamente ristampate et con grande diligentia rivedute e corrette» senza anno e luogo[39], ripete quel che disse al magistrato della sua patria: «Quando avessi possuto in Italia predicare Cristo, se non nudo siccome ce 'l donò il Padre, e si dovrebbe, almanco vestito e velato come già in parte mi sforzava di fare, a buon fine per non offendere i superstiziosi, non mi sarei partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi bisognava, stando in Italia, tacere, immo mostrarmi inimico dell'evangelio o morire. Ed io non volendo negar Cristo, e non avendo speziale rivelazione nè particolar spirito d'andare volontariamente alla morte, per non tentare Dio elessi partirmi, siccome m'ha insegnato Cristo e con la dottrina e con l'esempio, il che fece anche Paolo ed altri santi. Quando verrà l'ora mia, Dio mi saprà trovare pertutto. So ben che se il pio, santo e prudente considera quello che ho lassato in Italia, a quante calunnie mi sono esposto, e dove sono andato in questa ultima età, sarà certo che il mio partirmi non nacque da umana e carnal prudenza, nè anche da sensualità, siccome spero in Cristo che la mia vita dimostrerà...... Da poi adunque, Italia mia, che con la viva voce non posso più predicarti, mi sforzerò scrivere, ed in lingua volgare, acciò sia più comune, e penserò che Cristo, abbia così voluto acciò ch'io non abbi altro rispetto che alla verità». Come l'Ochino arrivò a Ginevra, Calvino ne esultò, e scriveva a Melantone: «Abbiamo qui frà Bernardino, quel famoso, qui suo discessu non parum Italiam commovit». Subito si indissero preghiere per lui in tutta Italia; fra' Cappuccini si prese gran cura di estirpar ogni seme che avesse potuto lasciare, e molti che se ne conobbero infetti, abjurarono. Frà Girolamo di Melfi, valoroso predicatore, corse dietro all'Ochino ma non guari dopo periva in un incendio. Frà Bartolomeo da Cuneo fu incarcerato dal vescovo, e persistendo nell'eresie, fu condannato a morte. Frà Francesco di Calabria, vicario della provincia milanese, si purgò con penitenza rigorosissima.

Il papa, irritato anche da una lettera dell'Ochino, voleva sopprimere i Cappuccini, quasi con lui aderissero, e n'avessero bevuto gli errori, ma ne fu dissuaso da ragioni, sopra le quali gli storici di quella religione tessono pompose dicerie. Claudio Tolomei nobile senese[40], appena seppe apostatato l'Ochino, gli diresse da Roma il 20 ottobre 1542 una lettera, che s'ha a stampa, donde appare quanto senso avesse fatto quel passo tra un popolo che l'ammirava e stimava. Esposte le ragioni di perdurare nella Chiesa, dove unicamente è la verità, lo pregava almeno a tenersi tranquillo e non inveire contro la Chiesa cattolica. Il cardinale Caraffa, che poi fu papa, deplorava quell'apostasia colle parole onde la Scrittura deplora la caduta dell'angelo Lucifero[41].

«Ancor ci suonano nelle orecchie quelle tue splendidissime prediche, dei beni della continenza, della devozione alle cose sacre, dell'osservar i digiuni, de' panegirici di santi, delle lodi di monaci, dell'onor della povertà: ancora ci stai davanti agli occhi co' piedi scalzi, mal in arnese, mal acconcio; ancora hai freddo, hai fame, hai sete, sei nudo: ed or tra cibi e bevande, dilicature e letti fra molli coltri, in vulgari taverne, fra beoni, fra incestuosi, fra bestemmiatori, svergognato apostata soffri d'esser veduto? Dove son quelle tue magnifiche voci del disprezzo del mondo, della beatitudine delle persecuzioni, della costanza nelle cose avverse? Dove le acutissime tue invettive contro la cupidigia dei beni, la vanità delle ambizioni, le false insanie? Tutto è confuso, tutto disfatto. Dove tu stesso, che predicavi di non rubare e rubi, di non adulterare e adulteri? tu maestro distruggi tutta l'opera che dianzi insegnavi. Chi darà agli occhi miei una fonte di lacrime per pianger giorno e notte un bastone della Chiesa spezzato, un maestro di popoli accecato, un pastore mutato in lupo? Che hai tu a vedere colle barbare genti? Che colla straniera nutrice, che colla matrigna, che colla meretrice la quale uccise il proprio figlio, e cerca separare il figlio vivente dalla vera madre? Riconosci il seno che ti nutriva, la voce di quella che piange, e grida, Torna, diletto mio, come la capra e il cerbiatto sul monte degli aromi. Sarà mite per te la verga del sommo pastore; troverai un padre indulgente, qualor ti mostri figlio ravveduto. Ti commuovano il coro de' santi, le preci de' fratelli tuoi, le lacrime de' figli; non deludere, non vilipendere quelli per cui Cristo è morto.... Te non perseguita quella che odia il peccato non il peccatore, che a tutti porge le mamme, che a nessuno chiude il grembo. La Chiesa non può perseguitare Cristo in te, che da Cristo ti scostasti: non ti segua l'ambizione tua, non la tua iniquità, e non avrai alcuno avverso, non alcuno persecutore; sia una sola fede, e sarà una la pace: sia una confession sola nella Chiesa, e una la ragione dell'amicizia. Via i vitelli d'oro; via il culto sulle alture; non vi siano Roboamo e Geroboamo, Gerusalemme e Samaria; sia un solo ovile e un solo pastore».

Altri ancora scrissero all'Ochino, e fra essi l'inevitabile Muzio, al quale esso rispose colla lettera, che quasi intera produciamo.

«Bernardino Ochino senese a Muzio Giustinopolitano S. e P. dove rende la ragione della partita sua d'Italia.

«Essendo giovanetto, ero in quest'inganno il quale ancora regna in quelli, che sono sotto l'impio regno d'Anticristo, che pensavo avessimo a salvarci per le nostre opere proprie, e che potessimo e dovessimo con digiuni, orazioni, astinenze, vigilie, e altre simili opere satisfare alli peccati e acquistarci il paradiso, concorrendo però la grazia di Dio.

«Avendo adunque desiderio di salvarmi, andai considerando che vita dovessi tenere, cercando che le religioni umane fussero sante, massime per essere approvate dalla Chiesa romana, la quale pensavo, che non potesse errare. Parendomi che la vita de' frati di San Francesco, nominati dell'Osservanza, fosse la più aspra, austera e rigida, però la più perfetta e a quella di Cristo più conforme, entrai in fra di loro, e benchè io non vi trovassi quello che m'ero immaginato, niente di meno non mi si mostrando per allora vita migliore, secondo il mio cieco giudizio stetti così in fin a tanto che incominciarno apparire al mondo i frati Cappuccini, e visto l'asprezza della vita loro, con repugnanza non piccola della mia sensualità e carnal prudenza presi l'abito loro e credendo d'aver trovato quello che cercavo, mi ricordo che dissi a Cristo: — Signore se ora non mi salvo, non so che farmi più. — Vedi se ero empio fariseo. Posso con Paolo dire (Gal. I) — Io profittavo nel giudaesimo, sopra molti di mia età troppo zelante delle paterne tradizioni e ammaestramenti. — Ma pochi giorni stetti con essi, che il Signore incominciò a aprirmi gli occhi, e mi fece in fra l'altre vedere tre cose: la prima, che Cristo è quello che ha satisfatto per li suoi eletti e meritogli il paradiso, e che lui solo è la giustizia nostra; la seconda, che i voti delle umane religioni sono non solo invalidi ma empj, la terza, che la Chiesa romana, benchè di fuore resplenda agli occhi carnali, niente di meno è essa abominazione in cospetto di Dio. Or avendomi il Signore così mostrato chiaro, e avendo di ciò il testimonio delle Scritture sacre, immo e dello Spirito Santo, facendo in me legge il suo offizio, caddi dalla cima della presunzione di me stesso, nel profondo della disperazione delle mie opere e forze, e vidi che, sotto spetro di bene, avevo sempre con Paolo perseguitato Cristo, la sua grazia e il suo evangelio, e che, quanto più con maggiore impeto d'opere m'ero sforzato d'andare a Dio, tanto più m'ero allontanato. Però mi trovai in una gran confusione ma non restai lì, imperocchè Cristo mostrandomisi con la sua grazia, cadendo con Paolo dalla confidenzia propria, respirai a Dio, e ponendo in esso le speranze mie, mi commessi in tutto al suo governo, poichè per me stesso ero sempre andato al contrario.

«E benchè varie cose mi venissino innanzi, niente di meno mi si mostrò alcun modo di vivere, nel quale potessi per allora più onorare Dio, che servirmi di quella maschera dell'abito, e di quella estrinseca e apparente santità di vita, in predicare la grazia, l'evangelio, Cristo e il suo gran benefizio. Questo dico, atteso e considerando quale e quanta era e è la superstizione d'Italia, e lo stato nel quale mi trovavo. E così incominciai a mostrare, che siamo salvi per Cristo. Vero è che vidi gli occhi d'Italia sì infermi, che, se avessi alla scoperta subito mostrato la gran luce di Cristo, non potendo tollerarla, l'avrei in modo tale offesa, che li Scribi e Farisei, i quali in essa regnano, mi arebbono ucciso. E giudicai esser bene, non così subito scoprirgli la gran luce dell'evangelio, ma a poco a poco per condescendere alla sua debile vista. Però contemperando le parole al suo lippo vedere, predicavo che, per grazia e per Cristo siamo salvi, che lui ha satisfatto per noi, e che egli ci acquistò il paradiso. Vero è che non scoprivo esplicatamente l'empietà del regno d'Anticristo, non dicevo, — Non ci sono altri meriti, satisfazioni, indulgenze che quelle di Cristo, nè altro purgatorio; — lasciavo simili illazioni farle a quelli che da Dio per grazia avevano vivo sentimento del gran benefizio di Cristo: non avrei ditto, — Voi sete sotto l'empio regno d'Anticristo, il quale fa residenza a Roma; i costumi della sua e vostra Chiesa sono corruttissimi, ma non manco la dottrina, le vostre religioni umane. Sono esse empietà, e non ci è altra vera religione che quella di Cristo; voi siete manifesti idolatri, e in pigliare i santi per vostri avvocati, offendete Dio, Cristo, la madre, e tutto il paradiso. — Non potevo esplicare simili verità, ma le tacevo aspettando che Cristo mi mostrasse quello che voleva fare di me. È ben vero che in secreto esplicai il vero a molti, delli quali alcuni che per tentarmi m'avevano domandato, ed altri per loro proprj interessi, manifestorno al papa e cardinali qual fusse la mia fede, mostrandosi contrarj di quello, che, già in camera parlando, avevano mostrato d'accettare per vero. Non mancarono anche persone, le quali, mosse da invidia e sì per la religione come per la predicazione si diedero intorno a dare il tratto alla stadera, con dire che predicavo eresie, e tanto con maggior veneno, quanto che in modo tale, che nessuno poteva puntarmi, nè pigliarmi in parola, e che, per il gran credito che avevo, avrei potuto un dì fare qualche gran commozione in Italia con ogni minima occasione; massime perchè in fra i Cappuccini molti e precipue i primi predicatori aderivano alla mia opinione, e di continuo moltiplicavano quelli che essi chiamano eretici perchè credono veramente in Cristo.

«Or ben sai che Anticristo con i suoi primi membri, temendo con Erode di non perdere il regno, e sapendo che quello di Cristo ruina il loro, come quello che gli è contrariissimo, con Caifas conclusero che io morissi, e furono eletti sei cardinali e deputati a spegnere ogni lume, che più scoprisse le loro ribalde latroncellerie. Or con furia mirabile fui citato da Anticristo, e comandato che subito andassi alla sua presenza: fecero anco saper per tutto, che io era citato per eretico, sì come essi dicevano.

«Trovandomi in quel caso, consigliandomi con Cristo e con li pii amici, dissi in fra me stesso: — Tu sai che costui, il qual ti chiama, è Anticristo, il quale non sei tenuto obbedire. Costui ti perseguita a morte perchè predichi Cristo, la grazia, l'evangelio e quelle cose le quali, con esaltare il Figliuolo di Dio, distruggono il suo regno: però questa è una impresa a essi di stato. Puoi dunque esser certo che egli ti torrà la vita, sì come ne hai avvisi e certezze.

«Un giorno più che fossi andato avanti, ero preso da dodici, i quali, la vigilia di san Bartolomeo, a cavallo circundonno il monasterio de' Cappuccini fuor di Siena per pigliarmi, sì come è pubblico; e non mi trovando corsero verso Firenze a fare il simile. Dicevo a me stesso: — Tu vai a morire scientemente volontariamente senza speranza di frutto, immo con scandalo de' pii; tu vai a tentare Dio esponendoti alla morte senza particolare rivelazione, o spirito: tu sei micidial di te stesso: tu puoi e debbi con Paolo e con gli altri santi, immo con Cristo fuggire, sì come con l'esempio e con le parole ti ha insegnato fare in simil casi, dicendo, Se vi perseguitano in una città, fuggite in un'altra. Tu in obbedirgli con andare ad una certa morte, onori e approvi supremamente la sua autorità; con disonore sommo di Dio, tu mostri a tutto il mondo di averlo per vero e legittimo vicario di Cristo in terra, sapendo certo che egli è Anticristo; però dâi gran scandalo al mondo con ingiuria di Dio. Cristo s'è servito di te in fino a ora con questa maschera dell'abito e vita, acciocchè con minor sospizione della superstiziosa Italia potessi predicare la grazia, l'evangelio, il gran benefizio di Cristo: Ora Dio si vuole servire di te in altro modo; vuole che alla scoperta scriva la verità, senza alcun rispetto umano, il che, perchè non potresti fare stando in Italia, però Dio ti ha condotto in questa necessità.

«Dipoi non potevo più tacere vedendo così impiamente sotto spezie di pietà ogni dì di nuovo crocifiggere Cristo: era necessario che io parlassi, sì come sanno quelli che più familiarmente praticavano meco, e che io dannassi non solo i costumi, ma molto più l'empia dottrina del regno d'Anticristo, nè potevo vivere in fra quell'empie e diaboliche superstizioni, ipocrisie, idolatrie, inganni o tradimenti di anime. Ben sai che al partirmi repugnava il senso e la carnale prudenza, secondo la quale mi era difficile lasciare Italia con parenti e amici, gran credito, reputazione e nome; e scientemente espormi alle calunnie e infamie del cieco mondo, immo di tanti Farisei, i quali per invidia erano sì pieni di veneno che crepavano. Vedevo la bella occasione che avrebbono da sfogarsi. Mi suadeva la prudenza umana a più presto morire che vivere così infame, ma lo spirito rispondeva, che è somma gloria del cristiano vivere per Cristo e con Cristo, infame al mondo. M'adduceva anco lo scandolo, che ne piglierebbeno molti, ma vidi che era de' Farisei, del quale, secondo Cristo, non dobbiamo curarci. Cristo anco fu e è scandalo al mondo, e quando gli empj per la sua morte sommamente si scandalezzarono, i pii supremamente s'edificarono. Se anco andando a Roma m'avessero morto, i Farisei sarebbono restati di me scandalezzati. Però il loro scandolo non poteva evitarsi. Ora non so qual persona sarà che abbi spirito, immo giudizio, che non veda che io feci ottimamente a partirmi, non potendo più col mio stare in Italia servirmi dell'abito, predicare, giovare alli miei fratelli in Cristo, immo nè vivere; e partendomi potendo scrivere e aprire la verità con speranza di frutto. E chi è quello di sano giudizio che in tal caso non potendo più servire a Cristo, dal regno d'Anticristo non si fosse partito? Obbediresti tu ad Anticristo s'ei ti chiamasse per torti la vita, potendo preservarti a onore di Dio, esaltazione del suo regno e confusione, vergogna, morte, annichilazione di quella fetente e sporca meretrice d'Anticristo? La quale benchè dentro sia piena di sporcizie, immo essa abominazione in cospetto di Dio (2 Thess. 2), nientedimeno è chiamata dal cieco vulgo Chiesa romana, solo perchè lisciata di colori mondani resplende negli occhi degli uomini carnali.

«So che dirai, — Quando così fusse aresti ragione, ma non è vero che siamo giustificati per grazia e fede di Cristo, e non per l'opere nostre, nè voti delle religioni umane sieno invalidi e empj, nè anco che quella che i è chiamata Chiesa romana sia la Babilonia d'Anticristo; che, quando così fosse, avresti in tal caso fatto ottimamente a partirti. — Or io ho chiarito tutto: nelli primi venti sermoni che già sono in luce, ho apertamente mostrata la giustificazione per Cristo; nelli altri venti che anco sono in luce, ho fatto vedere chiaro come i voti delle religioni umane e primi membri d'Anticristo sono invalidi e empj, e che non ci è altra vera religione al mondo che quella di Cristo, e negli altri seguenti che ora s'imprimono si vedrà come quella che avete per Chiesa di Cristo è la vera Babilonia, nella quale colui che tiene il principato è esso Anticristo, e voi l'avete per vicario di Cristo. Però lascia stare di impugnare più me e la mia partita giustamente fatta, e se puoi impugna la dottrina, che sono per difenderla con la grazia di Dio. Sì è potente la verità che, se ben si unissero tutti li diavoli a scrivermi contra, sarebbe forza che restassero confusi; ma siete ben voi ciechi, stupidi, insensati e stolti, da poi che dove i santi ebbero lume di Anticristo inanzi venisse e lo conobbero per tale, voi nè esso nè i suoi membri vedete, avendoli inanzi agli occhi e nel tempo nel quale si dimostra contrario a Cristo con somma impietà. E ben che Cristo abbi incominciato a scoprirlo per Anticristo, e dato di ciò lume a tanti, e singolarmente ai più nobili spiriti, i miseri e empj Farisei non solo non l'hanno in orrore essendo essa abominazione, immo l'adorano per Dio in terra e l'hanno esaltato sopra Dio siccome predisse Paolo. Sono innumerabili gli errori i quali avete imparati nell'empia scuola d'Anticristo per essere la sua dottrina impura, falsa, diabolica, nè avete altro scudo per difendervi se non col dire — Così ci hanno insegnato i nostri parenti e prelati con i membri d'Anticristo —; il che se basta per scusarvi in cospetto di Dio, lo lascio giudicare a voi. Lascia, lascia dunque le tenebre d'Egitto, partiti dall'intollerabil servitù e tirannide di Faraone; non ti lasciare ingannare dall'estrinseco splendore del mondano regno d'Anticristo; risguarda all'umil Cristo in su la croce, e pregalo che 'l ti apra gli occhi e ti dia lume del vero, il che quando per sua grazia ti concedesse, non danneresti, immo approveresti il mio essermi in tal caso partito.

«Non potendo adunque giustamente dannare la mia mutazione, se prima non gitti per terra l'invincibile e inespugnabile verità che si contiene nelli suoi sermoncelli, vedili un poco, e con animo puro, sincero e candido, che so resterai preso dal vero. Che temi al leggerli, se come buon cristiano hai nel cuore il testimonio dello Spirito Santo e sei in verità? La quale, quanto è più discussa, resplende, e quanto più se gli approssima il falso suo contrario, tanto più si dimostra chiara. Sei forse di sì poco giudizio che, essendo come pensi in luce e chiarezza di fede, in ogni modo temi di non essere ingannato? Non è sì piccolo il lume della verità che ella non si possa facilmente discernere: ma se sei in tenebre sì come dimostri, dovresti tanto più cercare e non fuggire la luce della verità, quanto n'hai più bisogno, acciocchè insieme con gli altri fratelli eletti di Cristo e figliuoli di Dio rendiamo al nostro ottimo e divin Padre ogni laude, onore e gloria, per Gesù Cristo Signore Nostro.

«Da Ginevra 7 aprile MDXLIII».

Un'altra lettera l'Ochino inviò stampata ai signori della balia della sua città natale, in cui non si propone di far una professione intiera e l'apologia della sua fede, ma s'arresta al canone della giustificazione, «dalla viva fede del quale pende tutta la salute della vera Chiesa di Cristo, e la ruina del regno d'Anticristo. Però per esso sono perseguitato e questo è ch'io credo, e confesso con Paolo (Rom. 8) che, essendo gli uomini, per il peccato del primo parente, figliuoli dell'ira e della dannazione morti e impotenti a rilevarsi e a reconciliarsi con Dio, Cristo giustizia nostra, mandato dal suo eterno Padre, con attribuirsi li peccati delli suoi eletti, e offerirsi in croce per essi, ha satisfatto pienissimamente, e in tutto placato l'ira di Dio; immo adottati per figli del suo eterno Padre e fatti suoi eredi, ricchi di tutti li divini tesori e grazie; e tutto per Cristo, per mera grazia e misericordia di Dio, senza che 'l meritassimo o facessimo alcuna opera, la quale in tutto o in parte fosse di tal grazia degna. Talchè, non perchè gli eletti aprano gli occhi e conoscono Dio, vanno a esso e operano in gloria sua opere sante, o si fanno forza di operare, però Dio gli accetta a braccia e gli ha eletti: ma perchè per mera grazia gli ha eletti in Cristo. Però li chiama internamente e tira a sè, n'apre gli occhi, gli dà lume, spirito e grazia, e li fa fare opere buone in gloria sua, in modo tale che, benchè l'empio sia libero in fare e non far molte opere umane e basse, niente di meno, infinchè per Cristo non è rigenerato, essendo prigione e servo del peccato, non può operarne divine e alte per non essere in sua libertà d'operare nè in tutto, nè in parte in gloria di Dio. E questo perchè non è in alcun modo in sua potestà l'avere spirito, lume sopranaturale, fede, speranza e carità, e l'altre virtù necessarie per operare a gloria di Dio. Immo l'empio, mentre che è empio, se ben facesse tutto quello potesse, non solo non amerebbe Iddio con tutto il cuore, e il prossimo infino alli inimici come se medesimo, ma non osserverebbe straccio della divina legge, nel modo che è obbligato. È ben vero che farebbe delle opere estrinseche, ma non a onore di Dio, sì come è tenuto; però non satisfarebbe a un minimo suo peccato o obbligo, nè meriterebbe appresso a Dio benefizio alcuno, nè si disporebbe in modo alcuno alla divina grazia, immo in tutte quell'opere sue peccherebbe non per farle ma per non farle a gloria di Dio sì come è obbligato. Nè per questo debbe l'empio mancare d'andare a udire la parola di Dio, di fare elemosine, orazioni e simili opere. Imperocchè in non farle peccarebbe molto più. Dio vuole che si passi per simili mezzi, e che se gli obbedisca nel modo possiamo riconoscere ogni grazia in tutto da Dio per Cristo e in nessun modo da noi.

«Ma dipoi che siamo liberi da Cristo dal peccato, e per fede rigenerati, se bene restano in noi le prave concupiscenze a esercizio di virtù, nientedimeno abbiamo un cuor nuovo, e tale che non gli consentiamo nè obbediamo, immo gli repugnano. Allora essendo veramente liberi, liberamente con spirito operiamo opere grate e accette a Dio, secondo le quali ci renderà, non perchè in sè siano degne di essere premiate, essendo anco quelle de' giusti sempre imperfette, e non tali quali ci sarebbe debito e si converebbe all'infinita bontà di Dio, benchè tali difetti non ci siano imputati per essere noi già membri di Cristo. Ma i giusti saranno premiati secondo l'opere loro, in quanto che quelli che avranno fatto migliori opere, avranno tanto migliore lume della bontà di Dio, e con maggior fede abbracciato per suoi li tesori di Cristo: però se ne saranno insignoriti, li goderanno con maggior sentimento spirituale, e saranno più felici, ma non già per la degnità delle loro opere, ma per la degnità d'esse opere di Cristo, e per mera bontà e misericordia di Dio. Però, benchè possiamo satisfare alcuna volta ai debiti e obblighi che abbiamo con gli uomini, e appresso d'essi meritare qualche grazia, nientedimeno non possono in modo alcuno satisfare a uno de' minimi obblighi e debiti, che abbiamo con Dio, nè meritare appresso a lui una minima grazia: immo di continuo crescono gli obblighi nostri; e rimosso Cristo, tutte l'opere nostre, passate alle bilancie della divina giustizia, sono degne di punizione.

«È pure vero questo che, se avessimo a gloriarci dell'opere, io potrei gloriarmi sopra molti altri, imperocchè come Paolo facevo profitto nel mio giudaismo sopra molti miei coetanei: ma ora col medesimo Paolo, reputo come fango tutte l'opere e giustizie mie, nè cerco se non di possedere Cristo con fede per mio, ed essere trovato in esso ricco, non delle mie giustizie e opere, ma delle sue.

«In cospetto di Dio adunque non vedo altre satisfazioni che quelle di Cristo, nè altre indulgenze se non quelle che per lui abbiamo, e solamente in Cristo vedo esser purgati li peccati de' suoi eletti e pienamente. E se Dio alcuna volta li castiga, non è per satisfarsi nè purgarli de' peccati, o della pena ad essi debita, essendosi tutto adempito a sufficienza e superabbondanza in Cristo, ma per svegliarli, umiliarli, perseverarli e esercitarli in tutte le virtù, con farli ogni dì più perfetti. Non vedo anco altri tesori spirituali e meriti, che quelli di Cristo, nè altre grazie e benedizioni e giustizie; e è empissima cosa patire o operare con intento di satisfare in cospetto di Dio a peccati o agli obblighi che abbiamo con lui, o con animo di meritare appresso a Dio. Perchè, è un dire, che Cristo non ha satisfatto in tutto, nè meritatoci ogni tesoro e grazia, ma che in parte siamo salvi per noi, con diminuire la gloria di Cristo, la quale per esso si debbe tutta dare a Dio, e non darne parte all'uomo, al quale non si conviene se non obbrobrio, confusione, vergogna e vitupero.

«Credo anco e confesso che al mondo non fu mai nè sarà altra vera, pia e santa religione se non quella di Cristo, la quale consiste in credere vivamente che siamo in tutto purgati da peccati per Cristo, e per lui reconciliati col Padre, giustificati, santificati, adottati per figliuoli di Dio, e fatti suoi ricchissimi e felicissimi eredi; e colui che questo crede con maggior fede, è meglio cristiano e religioso; tutte l'altre religioni nelle quali gli uomini cercano, credono e pensano di giustificarsi, purgarsi e arricchirsi da sè in tutto o in parte, sono empie, e tanto più quanto che più patono o si affaticono a questo fine con sotterrare il gran benefizio di Cristo. Nè per questo, danno ritraggo dalle buone opere, immo nessuna cosa è che tanto ecciti e serva a bene operare sì come questa viva fede, che siamo salvi in tutto per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, e in nissun modo per nobiltà, dignità, bontà, o preziosità d'opere nostre.

«Aggiungo anco di più, che è impossibile farsi da noi un'opera veramente buona, grata e accetta a Dio se non abbiamo questa viva fede; imperocchè, mentre che l'uomo pensa almanco in parte potere satisfare e meritare da sè, non opera mai in tutto a gloria di Dio, e questo perchè, non sentendo il gran beneficio di Cristo d'essere salvo in tutto solamente per lui, resta sempre in amor proprio e confidenza di sè, però opera per interessi suoi.

«Ma quando in Cristo sente tanta bontà di Dio, che solamente per Cristo e per grazia crede esser salvo, allora non avendo più causa d'operare per sè, e scoprendosegli supremamente la gran carità di Dio in Cristo, è sforzato a operare non da servo per timor di pena, o speranza di premio, ma da figlio per impeto di spirito e d'amore a gloria di Dio; e queste sono l'opere che gli sono grate. Credo anco e confesso essere una sola universale santa e cattolica Chiesa di Cristo, cioè la congregrazione degli eletti e di quelli che credono in tutto essere giustificati per Cristo. Questo è quello che non può errare, in cose che importino alla salute, stante in essi lo Spirito Santo. E se gli eletti qualche volta cascano, non però periscono, imperocchè Cristo è con essi sempre, e sarà in fin alla consumazione del secolo.

«Credo anco e confesso, che tutti gli eletti si salvino per Cristo e per mera grazia, e non per alcuna opera loro, nè in tutto, nè in parte; e credere così è l'unica fede, per la quale i veri e buoni cristiani sono differenti da tutte l'altre false fedi, religioni e sêtte. Immo in questa fede consiste tutta la somma della cristianità. E di più credo e confesso, questo essere l'unico e vero evangelio di Dio, promesso per i profeti nel vecchio Testamento, predicato da Cristo, da Paolo, dagli apostoli e da santi. Di questa verità ne sono piene le Scritture sacre, e in particolari l'epistole di Paolo alli Romani e Galati. Questa è quell'evangelica verità, per la quale Cristo fu crocifisso, lapidato Stefano, e i profeti di Dio, gli apostoli e santi perseguitati, incarcerati, flagellati e morti. Per questa verità sono fuor d'Italia perseguitato a morte, e dagli anticristiani avuto per escomunicato, ma la causa è sì giusta che mi scusa per se stessa. Se erro in questo articolo, hanno anco errato dal principio del mondo infin a ora tutti quelli che in verità sono stati santi, precipue gli apostoli e singolarmente Paolo, immo e Cristo, e meritano tutti d'essere escomunicati, reprovati, e maledetti. Immo se in questo erro, si dovrebbono abbruciar gli evangelj, l'epistole di Paolo, e tutte le scritture sacre, imperocchè l'evangelo sarebbe un inganno, falsa la fede di Cristo, empia la religione, il che è impossibile. Le scritture sacre rendono testimonio di questa verità. Studiate con umiliarvi di cuore a Dio, e vi darà lume del vero. Ho incominciato e con la divina grazia seguirò di dare in luce sommariamente e vulgarmente quelle cose, che sono necessarie al cristiano, acciò siate inescusabili appresso a Dio. Direte, — Le tue opere sono proibite leggersi. — Rispondo, che questo è evidente segno ch'elle danno lume del vero, e essi non vorrebbono essere scoperti. In quelli miei sermonelli non v'è in sostanza altro che le proprie sentenze e parole delle scritture sacre. Però in proibirle, proibiscono ai popoli la parola di Dio. Vedete se sono empj, e se se gli debba obbedire, e dall'altra parte, nelle pubbliche scuole e per i pulpiti lasciano leggere e predicare profana, eretica, empia dottrina, purchè non tirino l'acqua da' loro mulini.

«La luce dell'evangelio non è sì piccola, che, se siete in essa, abbiate da temere che io v'inganni, immo è sì grande, che secondo Paolo, è ascosta solamente a quelli che periscono; e se siete in tenebre, dovete farvi beffe di chi vi proibisce il lume. Non amo sì poco la mia patria, che io volessi ingannarla, immo li miei, me stesso e Cristo. Se anco fossi io solo in credere e confessare il vero evangelio, e voi non mi credessi, avereste qualche apparente scusa; ma non vedete, che la maggior parte de' Cristiani hanno aperto gli occhi al vero? massime i nobili, pii e veramente dotti spiriti? E se in Italia, in Francia e nella Spagna potesse liberamente predicarsi l'evangelio sì come in Germania, quasi ognuno accetterebbe, sì è potente la verità.

«Ma con tutto che sieno proibiti li libri cristiani e il predicarsi la pura parola di Dio, e di più puniti crudelissimamente quelli che confessano, o si mostrano amici dell'evangelio, nientedimeno, quanto sono più perseguitati, esprobati, incarcerati, bruciati e morti, più crescono. Se vedeste il numero de' Cristiani segreti, che sono in Italia, in Francia e nell'altre parti del mondo, vi stupireste. S'ella non fosse opera di Dio si dissolverebbe, siccome disse già Gamaliel; ma la va sempre crescendo.

«Forse potete dire che questa sia dottrina nuova? È quella de' profeti, di Moisè, di Cristo, degli apostoli e di tutti i santi; quella che incominciò al principio del mondo, è durata infino ad ora, e durerà sempre. Vero è che per un tempo è stata sepolta, e in modo tale che, quando alli tempi nostri Cristo incominciò a dare di sè un poco di lume, si verificò quello che già predisse quando disse, Credi, che quando verrà il figlio dell'uomo, cioè a manifestarsi in spirito, troverà fede in terra? Come un folgore e un baleno che viene da Oriente, subito apparisce in Occidente, immo illustra tutto, così fa adesso l'evangelio. Dottrina nuova sono l'umane e diaboliche invenzioni e tradizioni che si predicano nel regno d'Anticristo, sforzandosi non di cattivare la loro carnale prudenza e sensualità alla parola di Dio, ma di tirare con gli argani fuori d'ogni sesto ai loro propositi le scritture sacre, con corromperle e depravarle, e con servirsi del nome solo di Cristo, della sua Chiesa e religione, imporlo di nuovo su la croce.

«Forse che il credere che siamo salvi solamente per Cristo, per mera grazia e bontà di Dio, è dottrina sospetta? Immo è sicurissima, talchè se bene non avesse il testimonio delle scritture sacre e dello Spirito Santo, in ogni modo è sì chiara, che per se stessa si manifesta vera, santa e divina, perchè dà tutta la gloria a Dio, e all'uomo ignominia e confusione, e in queste due cose non si può nè eccedere, nè errare. Cristo, quando volle provare agli Ebrei, i quali calunniavano la sua dottrina, ch'ella era vera e santa e divina, lo dimostrò con questo mezzo, perchè ella dava tutta la gloria a Dio. Sospetta vi debbe essere la dottrina d'Anticristo, perchè esalta l'uomo con deprimere Cristo. L'omo non è altro che un empio e velenoso verme, e nella sua salute volle esser compagno di Cristo. Forse che non c'è stato predetto che Anticristo debba venire, e che il suo regno debba succedere all'imperio romano, sì come Paolo scrisse, che sarà uomo di peccato, figliuolo della perdizione, che sederà nel tempio di Dio, e si mostrerà al mondo come s'el fusse Dio? immo per questo si chiama Anticristo, perchè si metterà innanzi a Cristo, e si farà adorare in loco suo, estollendosi sopra Dio, e gli sarà contrario allora abbondando l'iniquità, essa abominazione starà nel loco santo.

«Ditemi, non abbiamo noi viste tutte le predette cose nella tirannide papistica? È stato anco predetto, non solo che l'opere loro saranno di Satana, ma che la dottrina loro sarà di demonj, e essi dicono che non possono errare. Paolo dice che l'uomo animale non intende le cose dello spirito, e loro essendo carnalissimi e impiissimi, non solo presumono di volere giudicare, sindacare e dannare le cose divine e spirituali, immo camminando alla cieca, vogliono che se li creda che non possono errare.

«È stato pur predetto che sarà allora tal tribulazione, che non fu mai la simile, e che sedurranno e inganneranno il mondo infin con segni, miracoli e prodigi mendaci e falsi; talchè, se quelli giorni non fossero abbreviati, ognuno si dannerebbe, infino agli eletti se fosse possibile; ma Dio abbrevierà per loro rispetto. È stato pur predetto e predicato, che la Chiesa debba reformarsi: non vi par forse che ne abbia bisogno non manco nella dottrina che ne' costumi?

«Abbiamo anco incominciato a vedere verificarsi quello che già Paolo predisse, cioè che Cristo ucciderebbe Anticristo, non con le forze umane, ma con lo spirito della sua bocca, cioè con la sua parola, e che distruggerebbe e annichilarebbe il suo regno col mostrarsi in ispirito chiaro e illustre, e dar lume di sè alli suoi eletti. Ditemi, si vede pur che già è incominciato a cadere il suo regno. E che sia il vero, dove è ora quel credito, quella reputazione, maestà, reverenzia, obbedienza, autorità, dominio, tirannide infin nelle coscienze, che i papi con ingannare il mondo, avevano ad un venticinque anni in là? Dov'è quella affluenza di popoli, i quali correvano a Roma dove sono tante loro rendite e entrate? Già il mondo si fa beffe delle loro indulgenze, giubilei, assoluzioni, benedizioni, censure e maledizioni; e se una scintilla sola da un sì poco tempo in qua ha dato tanto lume del vero, che credete faranno ora tante torcie accese? Al mondo non furono forse mai, dagli apostoli in qua, sì chiari spiriti, nè anco sì bene discusse le scritture sacre siccome ora; questa è opera di Dio, il quale vuole sempre onore delle sue imprese.

«Vincerà adunque, però col sangue de' martiri, il qual si sparge di continuo in diverse parti del mondo e si verificherà quello che disse Cristo ch'el suo evangelio sarebbe predicato per tutto il mondo: allora verrà la fine. Non vedete che non adorano già più Anticristo se non certi uomini carnali per interessi proprj, e gente data in reprobamento? E se 'l popolo ebreo non accettando Cristo quando venne in carne, non fu escusato appresso a Dio per dire, come i nostri prelati dicono, che non è il messia ma un seduttore, e ch'essi non possono errare, gli abbiamo a credere? e non dobbiamo volere essere più savj di tutti gli altri? se la nostra sinagoga e chiesa l'ha repudiato, siamo obbligati a fare il simile anco noi? Non saranno anco scusati quelli che ora non accettano Cristo, il quale si mostra in ispirito, nè gli gioverà il dire, sì come molti dicono. Noi vogliamo credere secondo che ci hanno insegnato i nostri parenti, e secondo che abbiamo trovato credere gli altri; la nostra chiesa e i nostri prelati non possono errare; così non vogliamo saperne più di loro. Immo tanto manco saranno escusati, quanto che ora Cristo si mostra con maggior chiarezza, e quanto, che ora sono, in diverse parti del mondo, tante chiese, tanti popoli e nobili spiriti, che hanno ricevuto l'evangelio; e quanto la chiesa d'Anticristo è più corrotta in dottrina e costumi che non fu mai la sinagoga degli Ebrei, è possibile che non vediate la loro falsa religione essere piena d'umane invenzioni, ipocrisie, superstizioni, idolatrie e abominazioni? O quanto saresti felice, e si sarebbe per te se ti purgassi, Siena mia, de tante ridicole farisiache fastidiose, perniziose, stolte e empie frenesie, di quelli che mostrano d'essere li tuoi santi, e sono essa abominazione presso a Dio, e pigliassi la parola di Dio e il suo evangelio nel mode che lo predicò Cristo, gli apostoli e quelli i quali in verità l'hanno imitato! Non vuoi fare qualche dimostrazione verso Cristo, essendo dotata di tanti nobili spiriti? vuoi forse essere l'ultima a conoscere Cristo? Apri, apri ora mai gli occhi al vero, acciò che conoscendo il Figliuolo di Dio per ogni tua giustizia, sapienza, salute e pace, vivendo a Dio sempre felice, gli renda ogni laude, onore, e gloria per Gesù Cristo Signor Nostro. Amen»[42].

Più d'una volta nominammo Caterino Politi senese, fra' più vivi battaglieri di quel tempo, e smaniato di trovare eresie, tanto che denunziò alla facoltà parigina molte proposizioni ereticali nell'opera del cardinale De Vio. Ientacula, hoc est præclarissima plurimarum notabilium sententiarum novi testamenti liberalis expositio. A vicenda, quando si trattò di elegger vescovo il Caterino, Bartolomeo Spina, maestro del sacro palazzo, recò in mezzo cinquanta proposizioni, tolte dalle opere di lui, dandole come ereticali: ma egli se ne difese. Ciò ad indicare come allora fosse divulgata l'accusa di eresie[43].

Pensate se risparmiò l'Ochino. Narrando di sè, dice che dopo il primo libro adversus impia ac valde pestifera M. Lutheri dogmata, tacui multis annis, cum jam scriberent plurimi in hæreticos Germaniæ, donec venerunt qui, suppresso nomine, libellis lutheranam doctrinam continentes, in vulgus sparserunt. Quo tempore fratrem B. Ochinum, impium illum apostatam, dudum Italiæ concionatorem, suis coloribus parvo livello depinxi, ut nosceretur crudelis hypocrita, et simplicium animarum mactator, et libellum composui quem noncupavi Speculum hæreticorum contra Bernardinum Ochinum, primo editum Romæ 1542. Poi nel 1544 stampò in italiano la Riprovazione della dottrina di Bernardino Ochino e d'alcune conclusioni luterane. Egli stesso, il 5 gennajo del 1543, da Roma scriveva alla balía di Siena:

«Magnifico e a me molto onorando magistrato; Essendomi venuta alle mani un'epistola che Bernardino Ochino mandò alle magnificenzie vostre e a tutta la città, la quale ha fatto stampare in Ginevra, e vedendo in quella un perfetto veneno che vi porge per uccidere l'anime vostre, io, mosso da persone religiose e dal zelo della fede, e dall'obbligo che tengo con la mia patria in cose spirituali per la mia professione, ho scritto un breve trattatello contro questa epistola, e contra la sua pestilente dottrina, e hollo diritto a voi e a tutta la città, dedicato all'arcivescovo, acciocchè, se ha Siena un figliuolo secondo la carne che li porge con fallaci blandizie il veneno, non gliene manchi un altro che con salutifere verità lo scopra, e faccila cauta, perchè ne va qui il vero stato della vita eterna. Ricordo a voi quello che si promesse nell'ultima riforma nel primo capitolo, cioè di attendere di conservar la città contra l'eresie. La qual cosa se farete, posso sperare che la misericordia di Dio venga sopra la città, e se non l'osservarete, vi annunzio travagli orribili nel mondo, e di poi la dannazione eterna. E questo mi sia testimonio e scusa dinanzi a Dio, che per me non è mancato di predirvi questa verità. Il Signore ve ne liberi. Degneretevi di far leggere il trattatello con comodità vostra, e di conoscere il vero, che sarà facile a chi non si vorrà accecare lui stesso.

«Non mi accade altro se non ricordarvi la giustizia, e levar le passioni, e attendere in prima all'onor di Dio, e a placarlo con vera penitenza in tempi tanto travagliosi e pieni d'ira nell'Onnipotente».

Poi il 7 marzo 1544 di nuovo:

«Mando alle signorie vostre il libretto vulgare già impresso contro la pestilente dottrina di frate Bernardino Ochino, con molto desiderio che quelle, come sono obbligate, sien vigilanti contra questa spirituale e maligna peste, tanto più che contra la peste corporale, quanto di questa spirituale ne seguita la morte eterna. Prego il Signore che in questi miseri e infelici tempi vi scampi, e tutta la città dagli imminenti pericoli e travagli, il che farebbe per sua misericordia se si provedesse prima col temere Dio e rendergli il debito culto, e di poi con osservar la giustizia senza rispetto proprio e affezione di parti, che son cagione della ruina de' regni, e de le città. Non mi occorre altro».

Nell'indice delle Carte Cerviniane dell'archivio di Firenze, filza XXVIII, vedo registrata una lettera di Aonio Paleario, e un'altra della marchesa di Pescara che concernono l'Ochino. Ma non si trovano più, e andarono fra le non poche, sottratte gli anni scorsi, quando anche persone di dottrina e di nome dieder mano al turpe latrocinio, sfacciato a segno, che un negoziante di Parigi offriva pubblicamente agli amatori qualunque autografo desiderassero di questi archivi.

Bensì trovai nella Biblioteca Magliabechiana, manoscritta (Classe XXXIV, num. 2), la risposta latina di Don Basilio de Lapis cistercense a un'epistola dell'Ochino. Oltre usar tutti i modi per toccargli il cuore e indurlo a non nuocere a tante pecorelle che lo aveano seguito nella verità, il frate viene a confutare direttamente la sua dottrina sul matrimonio de' preti, sulla supremazia del pontefice, sul sangue di Cristo come unico espiatore, sul libero arbitrio, sul culto delle immagini, i digiuni, i giorni festivi; la distinzione fra sacerdoti e laici, la confessione.

Avverte bene esser pazzia il dire che tutte le costituzioni della Chiesa siano cattive, giacchè ogni società la leggi per il proprio meglio, niuna ne fa apposta di cattive: qui poi gli autori di tali leggi sostennero il martirio. Finisce con una patetica esortazione. Ad pacis terminum et Domini hereditatem pervenire non potes, quando pacem Domini cum tuo furore corrumpis; quando et nos filii tui non a te, sed tu a nobis continuo recessisti, non unitatem conservasti, non verbum Domini tenuisti; sed quid ultra? finem dabimus et Dominum rogabimus ut te ac nos... dirigat in semitis suis et prorrigat gressus nostros in viam pacis, et te ipsum nobiscum in unitate ecclesiæ et vinculo pacis convertat, et in sinu suo te recipiat atque conservet.

L'Ochino a Ginevra fondò la prima Chiesa italiana[44] e vi pubblicò varie operette, fra cui Cento apologhi[45], lavoro sì accanito, che dicea di vergognarsene perfino lo Sleidan, storico e panegirista della Riforma. Eppure è ancor più sozza una lunga sua lettera che serbasi a Firenze nella Biblioteca Laurenziana contro Paolo III, colle amplificazioni in uso, e col tono a cui oggi ci riavezzano i masnadieri della stampa. Avendo quel papa proibito le opere di lui, esso l'investe, non perchè speri correggere un vecchio ottagenario, ma per mostrare al mondo ch'e' non è vero pontefice, bensì creatura del diavolo. E tira via leggendone la vita, sin da quando giovinetto avvelenò la propria madre, e riuscì a sottrarsi dal processo. Seguono stupri in ogni grado, e libidini su persone, distintamente nominate. Molti assassinj gli attribuisce, dai castighi meritati sempre schermendosi, e poi facendo giustiziare o incarcerare o bandire i proprj complici. La sua elezione fu un traffico ontoso. Dappoi tutto andò per simonie, per corruzione dei cardinali, per vendita d'impieghi, di stupri, di giustizia. Il governo di lui non potrebbe essere peggiore. Gli rinfaccia le colpe e la fine di Pier Luigi, e d'aver lasciato dipingere in una cappella papale il Giudizio di Michelangelo, che appena staria in una bettola. Lo imputa sopratutto d'astrologia e di necromanzia, molto difondendosi sopra questo punto per mostrare come la ragione divina e l'umana vietino l'interporre i demonj alle operazioni nostre, siccome usava Paolo III. E per patti col demonio è egli riuscito papa; quindi non è eletto legittimamente; laonde si esortano i principi a deporlo[46].

Eppure l'Ochino fu filosofo e dialettico non vulgare. Insegnava non potersi giungere al vero colla ragione, ma essere necessaria l'autorità divina; e poichè la sacra scrittura non basta se un lume infallibile non ajuti a interpretarla, e avendo ripudiata l'autorità della Chiesa, fu costretto rifuggire al misticismo e all'immediata ispirazione. «La ragione naturale, non sanata per la fede (dic'egli) è frenetica e stolta. Sì che puoi pensare come possa esser guida e regola delle cose soprannaturali, e come la sua erronea filosofia possa essere fondamento della teologia, e scala per salire ad essa. Se la ragione umana non fosse frenetica, benchè abbia poco lume delle cose create, pure se ne servirebbe, non solo in elevarsi alla cognizione di Dio, ma molto più in conoscere con Socrate, non solo che non sa, ma nè può alcuna cosa senza la divina grazia. Dove ora è sì superba, che con deprimere, sotterrare e perseguitare Cristo, l'evangelio, la grazia e la fede, ha sempre magnificato l'uomo carnale, il suo lume e le sue forze. E di più per essere frenetica è in modo cervicosa, che per fede non è sanata; non accetta per vero se non quello che gli pare, nè se gli può dare ad intendere una verità, se in prima sindacata dalla sua frenetica ragione, non è conforme al suo cieco giudizio. La filosofia adunque sta giù, bassa, nella oscura valle de' sentimenti; non può alzare la testa alle cose alte e soprannaturali, alle quali è al tutto cieca[47].

«Potrebb'essere una persona, la quale avesse le scritture sacre e la loro interpretazione a mente, e per forza d'umano ingegno l'intendesse umanamente, e fosse senza fede, spirito e vero lume di Dio. Perciò ci bisogna spirito e lume soprannaturale, e che Dio col suo favore ci apra la mente, e ce le facci penetrare divinamente. Non abbiamo dunque ad avere le scritture sacre per nostro ultimo fine, nè per nostre supreme regine ed imperatrici, ma per mezzi e ancille che servano alla fede, allo spirito e alla vera cognizione di Dio, e molto più che le creature. Di poi, benchè nella Chiesa di Dio, per certificarci, formarci e stabilirci nelle verità divine, rivelate e soprannaturali, bisogna all'ultimo venire all'interno testimonio dello Spirito Santo, senz'il quale non si può sapere quali scritture sieno sante e da Dio, e quali no»[48].

Ma l'Ochino, che non avea consentito alla Chiesa universale, potea rassegnarsi alle opinioni individuali di Calvino? Presto in fatti si trovò in disaccordo con quello, sicchè a Ginevra venne scomunicato e perseguitato. A piedi, come sempre, ripigliò dunque il cammino colla moglie, in cerca della verità, e di chi permettesse dirla. A Basilea dov'erasi adunato uno degli ultimi concilj, dove eransi rifuggiti Erasmo ed Hutten, disgustati degli eccessi, dove il Froben stampava scritti arditissimi, l'Ochino recossi per pubblicare i suoi sermoni: ad Augusta chiesto predicatore con ducento fiorini l'anno, moltissimi uditori attirava, sinchè la invasione di Carlo V gli lasciò appena tempo di salvarsi, fuggendo collo Stancari di Mantova.

A Strasburgo ritrovò il vecchio suo amico e compatrioto Pietro Martire Vermiglio, di cui ora diremo, e con lui passato in Inghilterra, predicò ai rifuggiti italiani[49], ma cessata la tolleranza alla morte d'Eduardo VI, tornò in Isvizzera, e fu assunto pastore dagli emigrati di Locarno, i quali dal senato di Zurigo aveano ottenuto una chiesa e l'uso della propria lingua.

Ma accusato di opinioni antitrinitarie, e di acconsentire la poligamia, è costretto ad una professione di fede, ed egli giura di vivere e morire nella fede di Zuinglio. Ma subito n'ha pentimento, in pulpito impugna alcuni dogmi di questo, e ne' suoi Labirinti nega quasi tutte le verità cristiane: onde n'è sbandito, e neppure ottenendo d'indugiarsi fino alla primavera, di settantasei anni, nel cuor dell'inverno, con quattro figliuoli è costretto ripigliare il cammino dell'esiglio, verso la Polonia.

La prima volta che predicò ai fratelli italiani in Cracovia, «Non crediate (disse) venir oggi a veder altro che un vero apostolo di Gesù Cristo. E pel nome e per la gloria di Cristo, e per chiarire la verità delle cose celesti ho io patito ben più di quello che sia di fede aver patito l'uomo o alcun degli apostoli. Nè, se a me non è conceduto come ad essi di far miracoli, meno fede dovete aver a me che ad essi, giacchè noi insegniamo le cose stesse dallo stesso Dio ricevute, ed è miracolo abbastanza grande l'aver noi sofferto quel che patimmo»[50]. Fin a tal punto spingeva la superbia!

Fu de' più bei trionfi della Chiesa nel medioevo l'aver sostenuto l'indissolubilità del matrimonio, a fronte delle principesche lubricità. Ma già Lutero, per ingrazianirsi il landgravio d'Assia, aveva approvato la bigamia: ora l'Ochino, nel XXI de' suoi Trenta dialoghi, sostenne che un marito, il quale abbia moglie sterile, malescia, insopportabile, deve prima implorare da Dio la continenza; e se tal dono, chiesto con fede, non possa ottenere, può senza peccato seguire l'istinto, che conoscerà certamente provenire da Dio, e prendersi una seconda moglie senza sciogliersi dalla prima[51].

Era una bassa condiscendenza a Sigismondo, re di Polonia, inuzzolito di nuove nozze: e meritò all'Ochino lo sdegno di molti cattolici, e principalmente del cardinale Osio gran difensore del regno d'Ungheria. Il quale ne scrisse dissuadendo esso re, e mostrando qual pregiudizio ne deriverebbe a tutto il paese. «Non credo che nel nostro secolo siavi stato più pestilente eretico di quell'empio Bernardino Ochino, che osò fin richiamare in dubbio se esista Dio, e se si prenda cura delle cose umane. Ai consigli di questo scellerato dicesi che si ascolti nella patria nostra; i quali se avesser sèguito, fin gli elementi insorgerebbero contro di noi nè potrebber sì atroce delitto sopportare[52]». Anche il protestante Bullinger inveiva contro l'Ochino, meravigliandosi che un vecchio scrivesse di tali cose, e tanto più un ministro della Chiesa: nei dialoghi aver ritratto se stesso, affinchè il conosca chi nol conobbe finora: «è uomo dotto in senso reprobo, ingrato contro il senato e i ministri, empio, malizioso per non dire bugiardissimo».

L'Ochino di rimpatto lagnavasi di esso, e «Non pensavo che il Bullinger fosse papa a Zurigo, e che non solamente a' suoi precetti, ma ancora alle sue esortazioni s'avesse ad obbedire, e molto più che al senato». Teodoro Beza pure gli urlava dietro: «Ochino è uno scellerato, libidinoso, fautor degli Ariani, beffatore di Cristo e della sua Chiesa»: onde non fu raccolto a Basilea, nè a Mulhausen; e s'ascose in Moravia, dove, perduto due figliuole e un ragazzo dalla peste, morì nel 1564.

Tutt'altrimenti il Boverio ne racconta a lungo la fine, quasi avvenisse in Ginevra, e che si confessò da un prete cattolico, e si ritrattò dinanzi a quanti lo visitavano. Di ciò istizziti, i magistrati di Ginevra ordinarono che, se persisteva, venisse ucciso, come fecero a pugnalate. Di un fatto così improbabile adduce molte testimonianze, ma non dirette. Egli fa gran caso che Teodoro Beza, nel libro intitolato Verae imagines virorum illustrium impietate et doctrina, quorum labore Deus usus est, his extremis temporibus, ad veram religionem instaurandam ex diversis christianitatis regionibus (Ginevra 1531), dice: Petrus Martir (Vermiglio) in egressu suo ex Italia habuit socium Bernardinum Ochinum, monachum magni nominis apud Italos, et auctorem ordinis Capucinorum (?), qui in fine se ostendit esse iniquum hypocritam, atque habuit alios qui omnino aliter se gesserunt.

Il Boverio argomenta che, se il Beza lo giudicò ipocrita, vuol dire che l'Ochino finì cattolico[53]. Ma ognun comprende che allude alle opinioni antitrinitarie del frate, per le quali i dissidenti fra loro paleggiavansi ingiurie, non meno violente che contro i Cattolici[54].

NOTE

[28] Sul fregio di tutto il tempio corre la serie de' ritratti dei papi, e fra questi la papessa Giovanna. Il cardinal Baronio ne mosse rimostranza a papa Clemente VIII, che, per mezzo dell'arcivescovo Tarugi, ottenne dal granduca un ordine del 9 agosto 1600, che fossero modificati i lineamenti femminili, trasformandola in san Zaccaria. Quella serie di ritratti fu appuntata di varj errori di cronologia, emendati in quella che ora si va compiendo a Roma per fregio della basilica di San Paolo, a musaico.

[29] Mal confuso da taluni con quello de' Gesuiti, e perciò occasione d'ingiurie contro qualche nome; come fece Guglielmo Libri contro l'insigne matematico Cavalieri, che egli avrebbe levato a cielo se si fosse accorto ch'era Gesuato non Gesuita. Così scrivesi la storia. Generale di quell'Ordine fu il milanese Paolo Morigia, che ne scrisse la Storia degli uomini illustri, e sono sessanta morti in odor di santità. A Milano, poc'anzi, col nome di Società del biscottino, era scopo a tutti i vituperj del bel mondo e alle benedizioni de' soffrenti un'accolta di pie persone, che visitavano gli ospedali, e portavano qualche chicca. Per la ragione stessa erano chiamati padri dell'acquavita i Gesuati, che ne fabbricavano e davano per ristoro a' malati.

[30] BOVERIO, Ann. dei Cappuccini, all'anno 1539.

[31] GRAZIANI, De vita Commendonis.

[32] Miscellanea di notizie di cose sanesi, esistente nella pubblica biblioteca comunale di Siena, di mano del padre Angiolo Maria Carapelli domenicano, nei primi del XVIII secolo, e contrassegnata A. V. 14 ac. 58. — Compagnia di San Domenico, al libro delle Deliberazioni del 1540, a fo. 5, faccia seconda.

[33] Vita di Paolo IV, manoscritta.

[34] Nel libro entrata e uscita del Camerlingo dell'Opera (della metropolitana di Siena) del 1540, a fol. 122, sotto il dì 28 gennajo notasi che «furono pagate lire 32 04 a frà Bernardino di Domenico Tommasini detto Ochino, e per lui fatte buone a Giovanni Battista, fattore dell'Opera».

[35] BOVERIO, Ann. de' Cappuccini, tom. 1, p. 411.

[36] Nel 1542, il senese Alessandro Piccolomini stampava in Venezia la Istituzione dell'uomo nobile, dove nel lib. I, c. 7 mette: «Se bene alcuni saranno che, per più liberamente servire a Dio, dal legame del matrimonio si guarderanno, non però da questa legge del giovare altrui sciolti saranno: anzi assai più degli altri legati fieno; appartenendosi loro, per mezzo dell'ammaestramento e delli esempj delle buone opere, continuamente cercare di giovare alla salute di questo e di quello: come fra gli altri fa oggi il sant'uomo frà Bernardino Ochino da Siena, molto in questo più prudente e savio che coloro non sono, i quali come nemici di tutti gli altri et amici sol di se istessi, vanno a viversi racchiusi ne' chiostri, e per le folte selve dispersi, pensandosi d'imitare in tal guisa Giovanni battezzatore, e non accorgendosi che egli continuamente di predicare e mostrare altrui la via del cielo non restava».

[37] Puccio Antonio fiorentino, vescovo di Pistoja e cardinale.

[38] Manoscritto nella biblioteca di Siena.

[39] Il primo volume contiene cinquanta sermoni su varj soggetti, la giustificazione, il matrimonio spirituale, la confessione, le indulgenze, il purgatorio, il testamento, ecc. Il secondo tratta di Dio, e via via della Fede, Speranza, Carità.

[40] Il Tolomei scriveva a frà Caterino Politi d'avere, in occasion di malattia, studiato i principj della religione cristiana, e conosciuto che «lo spirito apostolico, trapassato nella Chiesa di Cristo di mano in mano per continuanza di tempo senza scrittura, è uno de' saldi e ben fondati principj per insegnarci dirittamente la vera religione». Gli eretici, conoscendo come ciò ruini il loro edifizio, lo impugnano; ed egli aveva in animo di scrivere in proposito. Ma udito che nel sacrosanto Concilio erasi fatto un decreto che determinava questo punto della tradizione, lo pregava a farglielo conoscere, «ond'io possa pascer l'animo di un nuovo cibo spirituale e divino». Gli chiede anche qualche lavoro suo che «partorirà in me qualche frutto di più viva fede e di carità più ardente». Lettere di XIII uomini illustri, pag. 385.

[41] È riferita nella Storia dei Teatini, di Giovanni Battista vescovo di Acerra.

[42] La lettera dell'Ochino fu tradotta in francese e stampata senza indicazione di luogo, col titolo: Epistre aux magnifiques signeurs de Siene par B. Ochin du dit lieu, auxquels il rend raison de sa foy et doctrine. Avec une épistre à Mutio Justinopolitan, par laquel il rend aussi raison de son departement d'Italie, et du changement de son état, translatie de la langue italienne. Super omnia vincit veritas. 1544, in-8º.

[43] Il Pazzi scrive che il Caterino, già vecchio, nella Minerva di Roma più volte era veduto piangere: e chiesto del perchè, rispondeva, dolergli d'avere scritto con tanta acrimonia contro alcuni padri: e suggeritogli che colla stessa mano che avea ferito potea medicare, taceva e piangeva.

[44] Nei manuscritti della Compagnia de' Pastori a Ginevra, sotto il titolo Spectacles, professeurs, recteurs et ministres des églises étrangères qui sont dans la ville, leggesi a pag. 181: Eglise italienne. Cette église fut établie en 1542, octobre... Bernardin de Servas qui avait été religieux, préche à la chapelle du cardinal (d'Ostia) tous les dimanches. Certamente s'ha a leggere Bernardin de Senis.

[45] «Apologi nelli quali si scoprono gli abusi, superstizioni, errori, idolatrie et empietà della sinagoga del papa, e specialmente de' suoi preti, monaci e frati, 1554». È l'Opera più rara dell'Ochino, e contiene il solo primo libro, mentre la traduzione tedesca ne ha cinque.

[46] V'è apposta una nota che proibisce di lasciarla copiare. Anche senza di ciò, non l'avrei riprodotta, tanta n'è la bassezza. Credo alluda a questo un passo delle Legazioni di Averardo Serristori (Firenze 1853, pag. 88). «Certi predicatori a Zurigo hanno dato alle stampe un libello famoso contro Sua Santità, tassando i modi e costumi suoi e de' papisti: per il quale i cinque Cantoni cattolici si lamentano».

Crispino, librajo, scrittore e discepolo di Calvino, stampò L'Estat de l'Eglise avec les discours des temps depuis les apótres jusques au présent, 1581 in 8º piccolo; ove si trovano tutte queste diatribe contro papa Paolo III; fin ad asserire che manteneva 45,000 cinedi; ch'era astrologo, mago, indovino, ecc.

[47] La seconda parte delle Prediche di messer Bernardino Ochino senese. Predica III.

[48] Ib. Predica IV.

[49] Succedeva a Giovanni Lasco polacco. La chiesa era dedicata a santa Cecilia, e v'era predicatore Michelangelo Florio fiorentino, poco accetto. Potrebb'essere dell'Ochino la Forma delle pubbliche orationi le quali si fanno nelle chiese de' pellegrini in Inghilterra, libretto rarissimo.

[50] Vedi la pag. 134 Della Vita del cardinale Comendone, di monsignor Graziani, opera tanto reputata, che fu tradotta in francese, dal celebre Flechier.

Il Comendone molto operò in Polonia, e fe sbandirne gli eretici italiani. Di lui, mentre era vescovo di Zante, cioè verso il 1539, si ha un Discorso sulla Corte di Roma, che non crediamo stampato, dove ne annovera molti abusi, e suggerisce rimedj, per verità, poco concludenti. E prima non vuole si correggano col limitare la podestà papale, il che non può farsi per fatto umano. «Una certa sensualità (dice poi) ha prodotto nella Chiesa molti difetti, i quali continuandosi tuttavia nel medesimo stile, l'hanno condotta nel mal stato nel quale si trova, sì che non può fare l'officio suo. Al quale officio può in doppio modo mancare: nell'uno pubblicamente, intorno alla prudenza del governo; nell'altro cristianamente intorno all'obbligo che ha tutto l'ordine ecclesiastico. Il primo mancamento si commette volgendo la prudenza in astuzia, e torcendo la ragione a servizio delle passioni. Perchè i pontefici, essendo uomini, ed avendo innanzi tanti invecchiati esempj del favorire i parenti singolarmente, facil cosa è che, vinti essi ancora da questa carne, si lascino, dietro a quelli camminando, traviare. Senza che, ancor si pecca intorno al governo, non per malizia, ma per una spensierata negligenza, con la quale ad altro non si mira, se non a vivere lietamente, e come persona che abbia avuta un'eredità grande e non aspettata, parte permette che ne sia tolta per non entrar in contese, parte n'è prodigo, perchè non gli par donare il suo; anzi alcune volte gli par far guadagno, credendo di acquistar la grazia dei principi.

«Ma fermandosi alla parte essenziale e propria della Chiesa, diremo del secondo mancamento, il quale è intorno all'obbligo dell'ufficio sacerdotale. Questo è proceduto sì da' mezzi, con che si acquistano molte volte questi uffizj e dignità, e sì dai costumi, co' quali si vive oggi nella Corte. E prima, restando palesemente divisa l'utilità dell'entrata dall'ufficio ecclesiastico, e l'onore dalle fatiche, è nata e radicata in molti una perversa opinione che alla Chiesa non si convenga signoria. E non veggono che il Signore Iddio non diede altri giudici nè signori al popolo suo che i sacerdoti, e che dimostrò molto sdegno che dimandassino i re: benchè i figliuoli di Samuele, che allora reggevano, fossero divenuti ingiusti; altri sono che si scandalizzano che la Chiesa abbia rendite e ricchezze, dicendo che questa è una nuova usanza, introdotta dall'avarizia dei preti contro i costumi della primitiva e santa Chiesa. Intorno alla quale opinione, lasciando da parte il giudizio che, senza alcuna autorità, così temerariamente fanno, ho sempre, come nelle altre proposizioni, avuto grandissima meraviglia del molto ardire e della poca vergogna, che altri hanno, di affermare quello che non sanno; di che si ha il contrario, leggendosi sopra ciò il decreto di Urbano I, papa e martire, già 1300 e più anni fa, dove racconta il costume della primitiva Chiesa di vendere tutto quello che l'era dato, e dispensarlo a' poveri; e come poco poi fu mutato in meglio, ritenendo i beni, e dispensando le entrate; e questo costume egli comanda che s'osservi. Senza che, molto innanzi d'Urbano, si legge nei decreti di Pio I della consuetudine stessa della possessione de' beni stabili, e se ne tratta come di cosa antica; in modo che è manifesto che arriva fino a' tempi degli apostoli. Nondimeno per l'ignoranza, e forse per la malignità di alcuni, non si distingue dalla cosa in sè, all'abuso di quella. Anzi essendo cessata la dispensazione che diede Urbano, già è qualche numero d'anni che non sieno lasciati più alla Chiesa città o castella, nè poderi nè case; ma questo è proibito in alcuni luoghi per legge; come per esempio in Inghilterra, già molti e molti anni prima che levasse l'ubbidienza alla sede apostolica. E ormai in ogni provincia s'è perduta gran parte de' beni che la Chiesa possedeva, e l'ubbidienza ancora; e si è acceso, in persone poco convenienti a questa maniera di vita, un iniquo desiderio di beneficj, e insieme una gran volontà ne' principi temporali di poterne disporre; contro il decreto di Simplicio I, già 1084 anni, e di Gregorio VII nel concilio Lateranense e di Urbano II. Perchè essendo venuti i beni ecclesiastici nell'estimazione che sono i beni temporali, dall'una parte i principi li reputano per loro; i buoni, ingannati dalla credenza che hanno di persone, meglio che qui non si farebbe; i non buoni dal desiderio di avere, e da una certa comune rabbia di usurpare ogni giurisdizione. — Non dico che di questi beni non si fanno tutti quei contratti che si fanno de' beni temporali, e quelli che hanno i beneficj non vogliono ritenerli per altro che per beni proprj, non che facciano l'officio, e dispensino bene e dirittamente l'entrata; anzi che questa Corte serve per isfogamento a quelli, che, gonfj di superbia e di speranze, non potendo capire negli alvei delle loro patrie, a guisa di fiumi rompono in questa repubblica per potersi allargare, e occupar gradi e facoltà amplissime. Di modo che se questa città fosse veramente città, e non più certo una lunga coabitazione di forestieri, simile ad un mercato o ad una dieta, con un continuo flusso, senza congiunzione di parentadi, ne nascerebbero e seguirebbero le sedizioni e i tumulti che son nati e seguiti in tutte le repubbliche, le quali, con la facilità di comunicarsi ad ognuno, hanno, come un perpetuo vento, tenuto accesa l'ambizione. — Ma in questa, per la propria sua forma, non è dubbio ch'è giusta, utile e necessaria una comune partecipazione di tutta la Cristianità; la quale, ben usata, la conserva e accresce, e abusata l'indebolisce e ruina, anche perchè, oltre al resto, ci conduce quantità d'uomini indegni a cercar ordini, onori e ricchezze, l'uso delle quali, conseguite che sono, come di sopra si è detto, necessariamente riesce conforme alle arti e all'animo con cui sono state acquistate.»

Nel discorso medesimo egli tocca del paganizzamento d'allora. «Come innanzi la pestilenza si sente la mala disposizione dell'aere, e la putrefazione degli umori, così ora si scuopre una certa gentilità e nelle opinioni e ne' costumi, che ne dà verisimile indizio; considerando le tante memorie che si onorano, e si rifanno di coloro che furono piuttosto mostri che uomini scellerati. E si passa tanto avanti, che a' figliuoli che si battezzano, molto più volontieri mettono i nomi gentili, che i cristiani; e alcuni lascian quelli che hanno, e quasi sbattezzandosi, ne prendono de' nuovi e de' gentili. Alla quale gravità, non senza gran mistero del giudizio di Dio, si oppose, quando essa prima si scoperse, il pontefice di quei tempi Paolo II (anno 1471); perciocchè questi tali sono come i segni, pe' quali i nocchieri prevedono le future tempeste; e sono di più importanza che le dimostrazioni più espresse delle cose più gravi; perchè nelle cose piccole dove non si teme di esser puniti, non si mette studio di apparenza, e facilmente si vede la segreta inclinazione dell'uomo verso i vizj».

[51] Telipoligamus. Quid vero mihi das consilii?

Ochinus. Ut plures uxores non ducas, sed Deum ores ut tibi continentem esse det.

Telipoligamus. Quid si nec donum mihi, nec ad se petendum fidem dabit?

Ochinus. Tum, si id feceris ad quod te Deus impellet, dummodo divinum esse instinctum exploratum habeas, non peceabis. Si quidem in obediendo Deo errari non potest.

B. OCHINI senensis dialogi XXX in duos libros divisi.

[52] RESCIUS, Vita Hosii, lib. III, cap. 6. L'Osio scrisse De hæresibus nostri temporis.

[53] Il suddetto Graziani, nella vita del cardinale Comendone, ove molte cose pone intorno all'Ochino, dice al lib. I, cap. 9: Ochinus Polonia excessit, ac omnibus extorris ac profugus, cum in vili Moraviæ pago a vetere amico hospitio esset acceptus, ibi senio fessus, cum uxore ac duabus filiabus, filioque una peste interiit. Esso Graziani attribuisce il merito dell'Ochino piuttosto alla dizione che al fondo. Fuit vir non ineruditus, quamquam majori multo verborum quam rerum doctrina excultus, sed patrio sermone (nam latinas literas vix didicerat) in eo quod sciret adeo comptus, ornatusque et copiosus, ut mirum in modum captos specie ac nitore orationis teneret audientium animos. Nam hominum nostrorum plerique conciones, quæ, more antiquitus tradito, de divinis rebus in templis habentur, frequentant celebrantque, non tam quidem quo mentem præceptis cœlesti doctrina haustis instruant ad religionem, ad pietatem excitent, quam quod ducuntur orantis ingenio, et genere illo speciosæ et omnibus undique luminibus omnibus, undique floribus exornatæ atque expolitæ orationis delectantur. Cæterum inde nihilo meliores effecti, plane iidem abeunt, qui venerant. E prosegue descrivendo le arti della falsa eloquenza de' predicatori. Pag. 126.

[54] Il Sandio, nella Biblioteca Antitrinitaria, dà la nota di tutte le opere dell'Ochino. Noi rammenteremo, oltre le suddette prediche in 3 volumi, a Zurigo 1555, e in-4º senza data, il Dialogo del Purgatorio, 1555; Sposizione sull'epistola ai Galati; Risposta alle false calunnie e impie bestemmie di F. A. Caterino, 1546; Prediche, novene. Laberinto del libero o ver servo arbitrio: prescienza, predestinazione e libertà divina, e del modo d'uscirne. Basilea s. a. tradotto anche in latino. A torto si disse che la traduzione latina de' suoi Trenta dialoghi fosse opera del celebre Castalion. I primi sette furono stampati a Venezia nel 1542-43: Dialoghi VII del reverendo padre frate Bernardino Ochino senese, generale de' frati Cappuccini: e trattano

1. Del modo d'innamorarsi di Dio; fra la Duchessa e Bernardino. 2. Del modo di diventar felice; fra la Duchessa di Camerino e Bernardino. 3. In che modo la persona si debba reggere bene; Maestro e Discepolo. 4. Dialogo del ladrone in croce; fra Uomo e Donna. 5. Dialogo del convertirsi presto; fra Cristo e l'anima. 6. Dialogo del peregrinaggio per andar in paradiso; fra Angelo Custode e l'anime purganti. 7. Dialogo della divina professione; fra Uomo e Donna.

Vennero poi tutti pubblicati a Basilea nel 1563 da Pietro Perna. Nel XXVIII tratta quo pacto tractandi sunt hæretici, e stabilisce si deva punirli di morte.

DISCORSO XXIV.

PIETRO MARTIRE VERMIGLIO.

A un Vermiglio di Firenze morivano tutti i figliuoli: onde fece voto, se uno ne conservasse, dedicarlo a san Pietro Martire. E di questo pose il nome a un maschio, natogli la madonna di settembre 1500, e che sopravvisse.

L'affettuosa madre Maria Fumantina coltivò di buon'ora i talenti del fanciullo, e gl'insegnò il latino, ch'essa conosceva a segno da poter tradurre Terenzio: non furono risparmiate spese per l'educazione di esso: e sotto Marcello Vergilio, secretario della repubblica fiorentina, ebbe valenti condiscepoli, Francesco Medici, Alessandro Capponi, Angelo e Pandolfo Stufa, Francesco Rafaele Ricci e, miglior umanista di tutti, Pietro Vettori. A sedici anni dalla corruttela del secolo rifuggitosi nel chiostro, si fe canonico regolare agostiniano a Fiesole, mentre sua sorella Felicita entrava nelle monache di San Pietro Martire. Ne provò dolore, pur non senza compiacenza, il loro padre, ch'era uno dei devoti a frà Savonarola, e che morendo lasciò parte de' suoi beni all'Albergo de' Forestieri in sussidio dei poveri.

A Fiesole Pietro Martire trovò grande opportunità agli studj; e massime alle sacre scritture dava grand'attenzione, e se ne metteva a mente dei pezzi, del che si giovò in appresso grandemente. Dopo tre anni passato nel convento di San Giovan di Verdara presso Padova onde frequentare quella Università, vi studiò otto anni le varie opinioni filosofiche e teologiche; e poichè la filosofia d'Aristotele c'era in voga, nè egli si soddisfaceva della traduzione latina, s'applicò al greco assiduamente: mentre nella teologia l'istruivano due professori domenicani ed uno eremitano. Di ventisei anni si pose a predicare; al che gli Agostiniani di solito erano scelti nell'advento e nella quaresima, serbandosi le prediche ordinarie dell'anno ai Domenicani. Fece il primo saggio a Brescia, indi a Roma, Bologna, Venezia, Mantova, Bergamo, Pisa, Casal Monferrato; oltre che leggeva scrittura sacra in varj conventi del suo Ordine, a Padova, a Ravenna, a Bologna, a Vercelli, dove legò amicizia con Benedetto Cusano vercellese, buon grecista e traduttore d'Omero, e da cui siamo informati degli studj assidui di quello.

Dapprincipio la devozione di suo padre l'ebbe innamorato del Savonarola, e ne ammirava l'intrepidezza al predicare e al soffrire. Egli stesso predicando seguiva i metodi scolastici; leggeva i Padri, e non trovandoli concordi, si appigliò al Vecchio e Nuovo Testamento, e per meglio comprenderlo apprese l'ebraico da Isacco, medico israelita. Investito dell'abazia di Spoleto, mostrò capacità agli affari e prudenza; molte irregolarità vedute in conventi e monasteri cercò emendare, come pure di riconciliare i partiti della città.

Accettato quindi nel convento di San Pietro ad Ara di Napoli, maggiore in dignità, quivi gli capitarono i commenti del Bucer sul vangelo e sui salmi, stampati il 1527, e tradotti in italiano sotto il falso nome del Arezzo Felino; poi la Vera e falsa religione di Zuinglio, ed altre opere di Riformati. Se ne invaghì e le meditava col Cusano e col poeta Flaminio, e più dopo che strinse relazione cogli amici del Valdes. Già intinto di questi principj, cominciò nel 1541 in San Pietro ad esporre l'epistola ai Corinti, con tal concorso, che, chi non v'andasse, era reputato mal cristiano. Un giorno prese per testo le parole della prima, delle quali soleano valersi i teologi per appoggiar la credenza al purgatorio: «Il dì del Signore farà conoscere le opere di ciascuno; il fuoco proverà qual sia l'opera di ciascuno; se l'opera di alcuno brucerà, egli ne soffrirà il danno: ma sarà salvato, però per mezzo al fuoco». Aspettavansi la solita parenesi sulle anime purganti, e invece provò che quelle parole doveano prendersi in senso emblematico, significando l'intera distruzione dell'errore, e ciò sostenne con grandi autorità. I preti, e massime i Teatini, lo denunziarono, onde il vicerè Toledo gli interdisse di più predicare: ma Pietro Martire, sorretto da' suoi frati e da persone ragguardevoli, ricusò obbedire, n'appellò al papa, ottenne di continuare come prima, e così sparse quel seme che poi germogliò.

Se non che, avanti compiere il suo triennio, gittaronsi pericolose febbri, delle quali il Cusano morì, e Pietro Martire fu costretto cangiar aria. Allora destinato visitatore generale del suo Ordine in Italia, ebbe modo di riparare molti abusi, all'uopo consigliandosi col cardinal Gonzaga, protettore di quella religione, e rimovendo i contumaci: uno de' più resistenti fu relegato in vita nell'isola Diomedea.

Posto priore a San Frediano di Lucca (1541), meno velò le sue opinioni, e quasi ne aperse scuola, ed affinchè la gioventù fosse ben istrutta, chiamò Paolo Lazise, famoso aristotelico di Verona, a insegnare il latino; Celso Martinengo il greco, Emanuele Tranellio di Ferrara l'ebraico, ed eccitava i giovani a tenere ben d'occhio se egli spiegasse rettamente le epistole di san Paolo e qualche salmo. Così acquistò alle nuove credenze diciotto monaci, che nelle vicinanze le sparpagliarono, mentr'egli le predicava nella cattedrale di Lucca.

Il cardinale Contarini, tornando dal colloquio di Ratisbona, venne col maestro del Sacro Palazzo a far riverenza a papa Paolo III, ch'erasi reso a un congresso in Lucca con Carlo V, e quivi si trattenne con Pietro Martire in discussioni religiose, siccome le aveva intese in Germania, e per le quali il Fiorentino venne a confermarsi nelle sue idee[55]. Pure nella dimora del papa egli non ebbe disturbo. Ma presto a Roma se ne sussurrò, e il vescovo Bartolomeo Guidiccioni scrisse alla signoria di Lucca, lamentando vi si tollerassero i nuovi errori: ch'erano predicati anche apertamente da don Costantino priore di Fregonara.

Di Pietro Martire non è cenno in quelle lettere, forse per riguardo a' suoi molti amici. Ma egli temendo, e viepiù dopo che fu citato a un capitolo generale del suo Ordine in Genova, dispose ogni cosa, e secretamente ajutato da Cristoforo Brenta patrizio lucchese, partì col Lazise, col Trebellio e con Giulio Terenziano di Piacenza, il quale restò sempre suo fedele compagno. Da Pisa scrisse al cardinale Polo ed a' suoi amici di Lucca, sponendo le sue opinioni sui traviamenti della Chiesa romana. A Firenze persuase l'Ochino a imitarlo, e di due giorni il precedette per Bologna, Ferrara, Verona, accolto con favore dagli aderenti, e per l'Alpi retiche arrivò a Zurigo il 1542.

Bullinger, Pellicano, Rodolfo Gualter, Bibliander l'accolsero come fratello; passò quindi a Basilea, poi a Strasburgo[56], donde il 6 gennajo 1543 dirigeva una lettera alla sua diletta Chiesa di Lucca.

In cinque anni che colà dimorò, stampava prima il Catechismo ovvero esposizione del symbolo apostolico (Basilea, 1546), poi varj libri sul Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti. Suo metodo era di dare in prima il senso letterale di ciascun versetto, poi ne traeva gli argomenti e l'istruzione, ciascun passo confrontando con altri, e gli uni cogli altri rischiarando, sempre con severità e semplicità; adduceva in appresso le opinioni dei Padri sui punti discussi, e faceasi ammirare per la lucidità e precisione, forse dovuta allo studio fatto su Aristotele, e per cui veniva giudicato superiore a Bucer. Puro ed elegante riconosceasi il suo latino, benchè troppo conciso; nè mancava di movimenti patetici qualora dovesse esortare l'uditorio al pentimento, o descrivere la gioja di servir a Dio. Gran cura metteva alla precisione delle parole quando trattava della giustificazione e predestinazione e della santa cena.

Pietro teneva sempre occhio alle cose d'Italia e massime di Lucca; doleasi che molti per terrore rinunziassero ai nuovi insegnamenti, e al Bullinger scriveva: «Ti prego di pregare per quell'infelice Italia, perchè, fin quando non siasi convertita a Cristo, non troverà la fine de' suoi mali»[57].

Ai Lucchesi diresse anche uno scritto per esortarli a rimaner nella fede, rammentando con compiacenza i tempi che, debole ancora, dalle loro piante raccolse i primi germi dell'evangelica cognizione. «Ma come frenar le lagrime quando vedo il lieto giardino de' miei fratelli lucchesi devastato dal nembo così, che pare non abbia mai avuto il buon seme, nè la celeste rugiada dello Spirito Santo l'abbia irrorato? O cari fratelli in Cristo, chi mai turbò così lo spirito vostro, mutato il vostro cuore? Foss'io ancora tra voi, potessi con voi piangere e desolarmi della grande sventura che vi colpì! Che se il pericolo vi sgomenta, vi resta lo spediente dei deboli, come taluni lo chiamano, ma ch'io credo un mezzo prudente; la fuga. Vedete i Lucchesi che fuoruscirono; sono ancora fedeli campioni di Cristo, vogliono col loro sangue spianare la via al vangelo in Italia. Ma quanto tempo non restò soffocata questa speranza!» E gli esorta alla penitenza e alla preghiera, e li conforta coll'esempio di tanti loro fratelli, martiri per la verità; anch'essi avrebbero preferito rimanere in Italia cogli amici, coi compatrioti; e godere i proprj retaggi; ma Cristo concesse loro la grazia di farsi superiori al mondo, di preferire a tutto la pace della loro coscienza, non separarsi dal Signore, e porgere testimonianza della verità del suo vangelo[58].

Non potendo, in grazia della lingua, servire alla Chiesa di quel paese, viveva in comune co' profughi italiani, massime frati che, ad esempio di lui aveano abbandonato i conventi, e continuavano una vita modesta e parca. Sposò Caterina Dammartin di Metz, lodata per modestia, gentilezza e affetto maritale.

Poichè, quando in Germania i Protestanti della Lega Smalcaldica trovaronsi sconfitti da Carlo V, Eduardo VI li favoriva in Inghilterra; e l'arcivescovo Cranmer, famoso capoparte, chiamò colà Pietro Martire e l'Ochino nel 1547. Pietro Martire v'andò col suo Giulio Terenziano, e l'arcivescovo assegnò a lui una pensione come regio professore di divinità a Oxford, all'Ochino un canonicato di Cantorbery, senza obbligo di residenza. Pietro Martire fece s'invitasse colà anche Bucer, che si lamentava non potesse più la divina parola proclamarsi in Germania, e che v'arrivò coll'ebraicista Paolo Fazio l'aprile 1549, spiegando questo il Vecchio Testamento, Pietro Martire il nuovo. Lautamente stipendiato, leggeva l'epistole ai Corintj come ricche d'insegnamenti, e opportune ad opporre la semplicità e purezza della primitiva Chiesa alle baldorie della romana. Con ciò disgustava i molti, che a questa conservavano affezione colà, come col dichiarare ciò che già in Italia aveva insegnato, la santa cena non essere nulla più che una commemorazione. Cominciossi dunque a disapprovarlo, e tal rumore levossi, che dovette intromettersi l'autorità. Pietro Martire rassegnavasi a molte modificazioni per amor di pace. Alcun tempo opinò con Bucer, che barcollava tra Zuinglio e Lutero intorno alla presenza reale e al merito delle opere; col che imbarazzavansi i fedeli a segno, che più non sapevano con chi tenere. Allorchè stampò a Francoforte l'esposizione delle epistole ai Corintj, lasciò che Bullinger correggesse le sue espressioni in proposito, non tenendo tanto (dice) all'opinione sua personale quanto a stabilirne una nella Chiesa. E proponeva una disputa a Oxford, volendo però che gli avversarj nel combatterlo seguitassero lo stesso metodo di lui; ma Ricardo Smith, capo di quelli, prima del giorno prefisso alla sfida uscì di paese. I delegati del re assistettero alla disputa, che per quattro giorni Pietro Martire sostenne con tre teologi papali contro la transustanziazione e la presenza reale: e il gran cancelliere dell'Università lo pronunciò vincitore, e vero Pietro per la costanza, vero Martire per le tante testimonianze addotte in pruova della verità[59].

Ma l'abolizione de' conventi avea cresciuto le sofferenze de' poveri in Inghilterra, i quali dapertutto sollevatisi, domandavano si ripristinasse il cattolicismo; in aspetto minaccioso avvicinavansi ad Oxford, e uno dei designati alla loro collera era Pietro Martire, gridato a morte.

L'autorità durò fatica a tutelarlo; furono sospese le sue lezioni, e non sentendosi egli sicuro, tampoco in casa, sotto buona scorta fu condotto a Londra. Il re l'accolse favorevolmente a Richmond, e gli promise il primo canonicato che vacasse nella chiesa del Cristo, come in fatto fece: ove, quetate le cose, tornò a' suoi lavori.

La storia della Riforma in Inghilterra è piena del nome di Pietro Martire, che fu adoprato moltissimo anche dall'arcivescovo Cranmer[60]; ma egli riconosceva che immensi abusi vi si erano lasciati sopravvivere, e che il bene era più in aspettazione che in attualità; e si lagna che il popolo si opponga all'istruzione, perchè secretamente vien assodato ne' suoi errori dai papisti. Infatto gl'insulti non cessavano contro di lui, nè i libri avversi[61]: ma di rimpatto vedeasi riverito da eminenti personaggi, e fu dottorato dall'Università d'Oxford, sicchè in gaudiosa agiatezza poteva attendere ai suoi studj; trattò della liturgia inglese, che fu stabilita in quarantadue articoli, avvicinandosi alla ginevrina; censurò il Libro di preghiere, nel quale ancora supplicavasi a Maria e ai santi[62].

Continuavano pure le sue dispute sull'Eucaristia, non tenendosi ben saldo in una credenza.

Ma in quella moriva re Eduardo, e Maria la Cattolica ripristinava in Inghilterra il culto avito e le credenze popolari, onde gli esuli capirono che più non era clima per loro. Pietro Martire appena ricuperavasi da grave malattia, quando fu afflitto dalla morte della moglie. Fu ella sepolta nella cattedrale di Oxford presso la tomba di santa Fridesvida; rivalsi i Cattolici, ne venne levata, poi rimessavi al tempo di Elisabetta, e unita agli avanzi di quella santa, recitandosi un discorso che conchiudeva: «Qui riposa la religione colla superstizione».

Pietro Martire fu tenuto in arresto in casa, ma avendo rimostrato d'essere stato chiesto colà dal defunto re, e aver invano domandato d'andarsene, non ebbe altre molestie, e assistette Cranmer nel dimostrare che il Libro di preghiere non contenea nulla di contrario alla Chiesa cattolica.

Passò poi non senza pericoli sul continente, e col fido Giulio arrivò a Strasburgo il 30 ottobre 1553. Informato subito da lui di quanto aveva operato in Inghilterra, Calvino lo invitò a dirigere a Ginevra la Chiesa italiana, ma egli esortò a lasciarvi Celso Martinengo, uomo onesto, dotto, grave. A Strasburgo, il senato gli diede a espor le sante scritture nella scuola di san Tommaso; mentre Girolamo Zanchi, che gli era succeduto quando passò in Inghilterra, leggeva il libro De natura di Aristotele. I molti Lucchesi rifuggiti avrebbero bramato averlo per loro ministro, ma egli rispondeva l'8 marzo 1555: «Quanto volontieri presterei ancor una volta servigio a' miei italiani! come Paolo di nuovo ai Giudei predicò la salute, così io nulla meglio desidererei che convertire i miei compatrioti. Ma il concistoro di qui non v'acconsente; ed io son di tanto obbligato agli Strasburghesi, che non posso lasciarli, e anche la Chiesa francese mi esorta agli rimanere».

I due italiani però vi erano forte contraddetti dai Luterani per le loro opinioni sulla Cena. I magistrati avrebbero voluto si acconciassero alle credenze del paese, e a ciò ch'erasi stabilito nella pace di religione; ma per quanto Pietro Martire fosse persuaso doversi tollerare tutte le opinioni parziali, purchè non uscissero dalla rivelazione divina, non credette poter far tacere la sua coscienza fino a quel punto. Pertanto volontieri ricevette l'invito, direttogli dal senato di Zurigo, di succedere all'illustre Corrado Pellicano come professore di lingua santa. Bullinger gli scriveva confortandolo ad accettare: «Lungo sarebbe enumerare le ragioni che ti devono indurre. E prima l'elezione evidente di Dio. Poi il tornare co' tuoi colleghi e nella società d'uomini che ti amano, e sono alieni da alterazioni. Qui troverai il vecchio tuo amico e fratello Ochino, e una Chiesa italiana, che la Germania non ha la pari. Tu se' in vicinanza dell'Italia, e puoi mandarvi ciò che credi. Qui fra gl'incomodi della vecchiaja troverai pace e calma», e continuava con ragioni che molto valsero sul Vermiglio.

Il quale ruppe i legami con una città, che per lungo tempo era stata il campo della sua attività e dove lasciò onorata memoria, massime tra i rifuggiti inglesi e italiani. Il suo discorso di congedo eccitò la commozione di tutti; e alquanti anni dopo, Wigand Orth professore di Marburgo scriveva allo Zanchi: «Parmi ancora veder le lacrime che professori e studenti versarono; molti consideravano come inabissata questa scuola da che spegnevasi un tanto lume. E davvero fu grande sbaglio il lasciar partire un tal uomo, un teologo, qual la Germania presente non ne possiede un altro»[63].

E Bullinger a Giovanni Travers di Zus: «Morto Pellicano nell'integra e sincera confessione della fede, in suo luogo a professar lettere sacre ed ebree fu chiamato Pietro Martire, che venne a noi il mese passato, e fu accolto con pubblica allegrezza. Ora professano a vicenda due persone incomparabili; Teodoro Billiander e Pietro Martire: e questo espone le storie, quello spiega i profeti; entrambi con rara cognizione delle lingue e perizia delle Scritture; entrambi eloquenti ed esercitatissimi in ogni arte e disciplina, sicchè riportano somma lode».

Nel discorso inaugurale, Pietro Martire esponeva la propria vita, e quali lotte ebbe a sostenere in Italia per giungere alla conoscenza della verità, ma ciò che poteva opprimerlo servì invece a saldarlo nella fede, per ajuto dello Spirito Santo: mostrava come i tanti dottori di Parigi, Lovanio, Salamanca, Bologna, Padova insegnassero tutt'altro che la vera teologia, a confronto di quelli che la spiegano in Isvizzera.

Colà egli interpretava i libri di Samuele, e a due mire principali si volgeva; giustificare gli Evangelici contro i loro avversarj romani, e mostrare il giusto governo della Chiesa. Che i Protestanti avessero rotto l'unità della Chiesa, e introdotto uno scisma più profondo e deplorabile de' precedenti, ei lo nega, giacchè unione non vi può essere che nella parola di Cristo, sciolta dalla parola umana; aver essi pure desiderato un Concilio, ma dove intervenissero anche i Protestanti, e non aver potuto ottenerlo.

Morto che fu Celso Martinengo, gli Italiani e massime i Lucchesi rifuggiti a Ginevra chiedeano Pietro Martire per loro pastore, e Calvino ve l'esortava, attesochè a Zurigo molti teologi v'avea, pochissimi a Ginevra, dove pur tanto n'era bisogno per frenare le opinioni antitrinitarie che vi serpeggiavano.

Oltre le lunghe contese coi Luterani intorno alla Cena, altre ne durò Pietro Martire col Brenzio intorno all'ubiquità, con Bibliander intorno al libero arbitrio, e i molti scritti in proposito trovansi ne' suoi Loci comunes. Combatteva anche gli errori degli Unitarj di Polonia; eppure il suo spirito di conciliazione gli cagionò dispiaceri, lasciando credere propendesse alle teorie antivangeliche dell'Ochino e del Biandrata. Onde a Calvino scriveva nel giugno 1558, che le turbolenze della Chiesa italiana di Ginevra non gli lasciavano quiete giorno o notte; che il Biandrata, venuto a trovarlo, aveva cercato guadagnarlo a' suoi errori; che ne' colloqui con esso erasi fatto certo come ammettesse solo una persona nella divina natura, e il Padre e il Figlio non formare una sola essenza, talchè si veniva alla pluralità degli Dei, anzi il Gribaldi la affermava in termini evidenti. Pietro Martire ingegnossi d'indur il Biandrata all'unità della Chiesa, e con pura e sincera mente soscrivere alla formola sanzionata; ma quegli perseverò, e andossene a Chiavenna con un tal Giovanni Paolo pedemontano, come vedremo.

Anche d'Inghilterra, dopo che, morta Maria, la succeduta Elisabetta rintegrò il protestantismo, continue lettere riceveva il Vermiglio, fin di vescovi e di Università, e a nome della regina chiedeanlo di pareri in fatto di credenze, di riti, di vesti, di cerimonie. Perocchè in paese tanto attaccato agli usi precedenti, segregatosi da Roma sol per decreti sovrani, la regina non osava distruggere tutto, e si ritennero croci, lumi, paramenti; nè Pietro Martire mostrava repugnarvi, forse per quel suo sistema conciliatore. Richiamato nell'isola, non si sapeva indurre a recarvisi, perchè avrebbe avuto a lottar di continuo, mentre ormai non ambiva più che la quiete. Bensì accettò di assistere Teodoro Beza nel colloquio di Poissy, dove trattavasi di stabilire una fede pel regno di Francia.

In quel colloquio egli parlò italiano, e fece molto effetto[64] non di mutare Cattolici, ma d'indurre i Riformati a credere che nella santa cena, per virtù ed efficacia di Dio, riceviamo realmente il corpo e sangue di Cristo. Pure industriavasi sempre a trarre ad accordi; mutava transustanziazione in consustanziazione; e cercava dissipare nella regina le sinistre voci, sparsesi sulle sue credenze; essere egli vissuto in paesi differenti, ma sempre procacciando pace e concordia; obbedendo alle leggi, per altro senza disviare dalle proprie credenze.

Questa regina era Caterina de' Medici, sua concittadina. Chiamato da lei, le s'ingnocchiò davanti, come di costume; ed essa con lui depose l'orgoglio consueto, e lungamente gli favellò in italiano. Egli la esortò a farsi coraggio, e professare la religione pura, col che gioverebbe non alla Francia solo, ma a tutta la cristianità: che Dio poteva compiere l'opera sua anche senza i principi, pure voleva a questi offrire il mezzo di adempiere il loro dovere. Caterina rispose che anch'ella desiderava si conoscesse la verità, e per tal proposito aveali radunati, e per avere consiglio del come assodare la pace senza ledere gli avversarj. Difficile cómpito suggerire un mezzo che piacesse ai Protestanti e non costasse ai Cattolici! Nè il Vermiglio lo sapeva, e rispondeva: «Ignoro se un tale spediente esista; esistesse anche, poco io aspetto dalla buona volontà degli avversarj. Ma Cristo stesso disse che non era venuto a portar la pace, sibbene la spada. Abbracci ella la vera religione, e non avrà sudditi più fedeli che i Protestanti.

E Caterina: «Nol posso credere: gli Ugonotti han preso le armi di nuovo.

Martire. «Purchè Vostra Maestà stabilisse d'aprir la via alla verità, Iddio manderebbe subito la pace.

Caterina. «Se tu non credi che la Chiesa possa esser riformata dai prelati, dammi un parere sulla soluzione di questa difficoltà.

Martire. «Concedete ai Protestanti la libertà di religione, e la verità si farà da se medesima manifesta, ne più sarà mestieri di colloqui o disputazioni».

Così il discorso procedea sulle generali; se non che Caterina pensava potesse dai Cattolici farsi adottare la confessione augustana, ma Pietro Martire assicurava non potrebbe mai da Roma prendersi come base dell'unità quella ch'era stata condannata come eresia.

Fu proseguito il colloquio col gran cancelliere L'Hopital, poi col re di Navarra, che volle intendere da esso le particolarità della sua fuga dall'Italia e de' successi posteriori. Ma Pietro Martire non s'illudeva, e al Bullinger descrivendo questi fatti[65], chiamava cieca la regina, se sperava riformare col consenso de' prelati; tacciava il re di Navarra come freddo, perchè andava ancora alla messa.

Molto ebbero a dire e Cattolici e Protestanti di questo colloquio, quali asserendo che l'astuta Italiana avesse guadagnato lui, quali ch'egli avesse convertita lei; paure e speranze del pari mal fondate, poichè egli era troppo prudente per mettersi in mano di Caterina, e questa troppo imperiosa per lasciarsi dominare da motivi religiosi.

Tornato a Zurigo, Pietro Martire cadde nell'ultima malattia. Nella quale, assistito dal Bullinger, sempre si occupava di cose spirituali, fin nel delirio togliendo a confutare l'ubiquità del Brenzio[66].

Spirato il 12 novembre 1562, ebbe esequie solenni ed affettuose[67]: e Wolfango Haller scriveva allo Zanchi: «Martire non era soltanto un lume e un appoggio della nostra Chiesa, ma di tutta la comunione de' fedeli; sì grandi erano la sua prudenza, le cognizioni, la dignità, l'umanità, che tutti lo ammiravano ed amavano. Chi potrebb'essere così privo di senso, da non deplorare nel profondo del cuore la perdita di un tal uomo?» Lo compiansero in versi latini e greci Giosia Simler, Corrado Gesner suo medico ultimo, Rodolfo Gualter, Wolfango Musculo, Giovanni e Wolfango Haller, Beza, il vescovo inglese Parkhurst ed altri; a tacere le condoglianze onde sono piene le lettere d'allora, massime quelle del Beza, e fin de' Cattolici, solo dolenti che si fosse da loro scostato[68].

Aveva egli sposato in seconde nozze Caterina Merenda, d'una famiglia di mercanti bresciani, fuorusciti per religione; e n'ebbe due figli che morirono; e postuma Maria, che si maritò male in Paolo Zanin, profugo italiano. La vedova passò poi a seconde nozze con Lodovico Ronco mercante di Locarno.

A Zurigo il Vermiglio avea rivedute le opere sue antecedenti, e in particolar modo il commento all'epistola ai Romani. Il più lontano dai Cattolici è il libro sulla Cena, scritto in Inghilterra per confutare Stefano Gardiner, che aveva stampato col pseudonimo di Antonio Costanzo. Molte opere rimaste inedite furono dal Terenziano consegnate al Simler, il quale le pubblicò, e principalmente i commenti al primo, secondo e parte del terzo libro dell'Etica d'Aristotile. Queste ed altre opere di lui vennero tradotte in varie lingue, e da molti reputate pari, da alcuni fin superiori all'Istituzione di Calvino. Una medaglia d'argento col suo ritratto fu coniata a Zurigo da amici inglesi. Giosia Simler ne diresse una vita al vescovo Jewel, la quale è il fondamento di quanto se ne sa[69]. Non ebbe il fuoco d'un Farel (dice il suo biografo); non contribuì quanto Lutero, Calvino, Bullinger a formare la Chiesa, ma la sua moderazione non gli tolse di sacrificare tutto l'essere suo al vangelo, e con la sua rara superiorità sviluppò l'insegnamento e l'interpretazione delle Scritture. È anche convenuto che nella dogmatica e nell'esegesi ha reso grandi servigi per lungo tempo in tutte le chiese riformate in ogni parte d'Europa.

NOTE

[55] Trovasi anonima nella Vaticana una nota di persone, che sarebbe convenuto mandar col cardinale Contarini nella legazione di Germania, il 1540. E sono il generale de' Conventuali, il maestro del Sacro Palazzo, il Cortese, Pietro Ortiz, il Flaminio, Pietro Martire. Del Cortese, oltre la scienza teologica si loda il bello scriver latino, pel quale pure si pregia il Flaminio, «buon poeta e buon oratore, ben dotto in greco, e per molti anni datosi alla scrittura sacra e dottori antiqui, ben stimato per il commento sopra alcuni salmi». L'Ortiz è vantato come versatissimo nelle quistioni, sebben eccessivo a segno che dapertutto vede eresie. L'anonimo dice non conoscere Pietro Martire, ma il Contarini, secondo riferisce il Flaminio, racconta miracoli della dottrina teologica di esso e della conoscenza del greco e latino, e qualcosa dell'ebraico; il che, soggiunge, è molto da considerare, perchè i Luterani fanno più conto delle lingue che d'altra cosa. Monumenta Vaticana CLXXXIV.

[56] Florimondo Remond diresse al Vermiglio alcuni capitoli groteschi (Histoire de la naissance de l'hérésie, Parigi 1610, libro III, c. 5) ove, tra altro, dice che a Basilea e a Zurigo egli era tenuto per un mascherato agente del papa.

[57] Manoscritto del 3 luglio 1555.

[58] Fu questa lettera tradotta in latino dal Duno di Locarno, com'anche quella Del fuggire nella persecuzione, ove dissipava i dubbj di coloro che si faceano scrupolo del fuggire dal luogo ove Dio gli avea collocati. Sono inserite nei Loci Communes.

[59] Toccammo nel vol. I, p. 409 e nota 25, delle affinità dogmatiche non solo, ma anche rituali della Chiesa Anglicana colla nostra. Qui basti accennare come il dottor Pusey, nell'immutabile suo Eirenikon che leva adesso tanto rumore, professa che, «fondandosi sulla base delle parole di Gesù Cristo, Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue della nuova alleanza; chiunque mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, la Chiesa anglicana crede che il corpo e il sangue di Gesù Cristo, creatore e redentore del mondo, Dio e uomo, indivisibilmente unito in una sola persona, sono dati, presi, mangiati, ricevuti dai fedeli nella Cena, sotto la forma visibile del pane e del vino, che per questa ragione chiamasi la comunione al corpo e al sangue di Cristo: essa crede che l'eucaristia non è il segno d'un corpo assente, e che i partecipanti ricevono, non una semplice figura, un'ombra, un segno del corpo di Cristo, ma proprio la realtà».

Il rev. Giorgio Bowier, in un discorso tenuto a Birmingam il 1866 alla riunione delle congregazioni cattoliche, mostrò come la sapientissima Inghilterra che imputa d'ignoranza Roma, avesse preso da questa e il calendario riformato, e le leggi intorno al matrimonio, copiando tutte le providenze stabilite dal Concilio di Trento per certificare le nozze.

[60] Un costui discorso ai sollevati del Devonshire trovasi nella biblioteca del Corpus Christi College a Cambridge, colla nota, Hic sermo prius descriptus latine a Petro Martyre.

[61] Fra altri: Diatribe de hominis justificatione, edita Oxoniæ in Anglia, anno 1550, adversus P. M. Vermelium, olim cartusianum in Italia, nunc apostatam in Anglia, acerrimum improborum dogmatum assertorem, sed imperitum et impudentem cum primis, per RICARDUM SMYTHÆUM anglum. Lovanii 1550.

[62] Nella casa del Capitolo della Chiesa del Cristo trovasi in varj scritti menzionato il Vergerio, e in uno si dice: Petrus Martyr Vermilius florentinus, magnus ille et re et nomine theologus, secundus post mortem Haynesii in hac 1 præbenda præbendarius, 1551, et regis Eduardi VI, 4; januarii 20. Cum aliquandiu publicæ theologiæ lectioni, ut cum summo Protestantium applausu, ita non sine summa pontificiorum indignatone incubuisset, dedit Eduardus VI hanc præbendam, ut susceptum munus majori cum alacritate obiret.

[63] Ep. Zanchii, 13 luglio 1561.

[64] At noster Martyr, tum primum loqui exorsus italico sermone ut a regina intelligi posset, rem totam ab oro usque ad mala explicavit, et vel invitos ad rem ipsam descendere coegit. Ep. ad Calvinum, 159.

[65] 12 settembre. Loci communes, pag. 1137. Il cardinale Commendone scriveva al Borromeo: «Frà Martire ha di continuo adito aperto alla Regina, e sebbene non dubiti della buona mente di S. M., temo nondimeno ciò portare gran pregiudizio alla causa, sgomentando li Cattolici, e dando ardire agli eretici».

[66] I Riformati apponeano ai Luterani che il corpo di Cristo non può trovarsi nell'eucaristia, poichè esso siede alla destra di Dio padre. Lutero e i suoi, per eluder l'objezione, dissero che il Redentore è presente dapertutto anche come uomo: opinione che poi venne sostenuta da Giovanni Brenz, e accettata nel simbolo luterano, nel libro della Concordia. L'opinione di questi Ubiquitarj legavasi con quella degli antichi Eutichiani, che diceano l'umanità, come la divinità di Cristo, trovarsi dapertutto, sin nell'inferno. La maggior parte dei Luterani sono ubiquitarj. Vedi Johan Brenz, nach gedruckten und ungedrukten Quellen, von J. HARTMANN und K. JAGER, 1841.

[67] Locorum Communium Theologicorum; Tomi tres, Basilea 1580, 81, 83.

Ecco le Opere principali di Pietro Martire, oltre i commenti a molti libri sacri:

Una semplice dichiaratione sopra gli XII articoli della fede cristiana. Nella inclita città di Basilea, l'anno 1544. Tradotto in latino col titolo Symboli expositio.

Defensio doctrinæ veteris et aposlolicæ de s. Eucharistia. Zurigo 1551.

Dialogus de utraque in Christo natura, 1561.

Tractatio de sacramento Eucharistiæ, habita in celeberrima universitate Oxoniensi. Londra 1540, ristampata più volte.

De votis monasticis et cœlibatu sacerdotum.

Defensio sui contro R. Smithei duos libellos de cœlibatu sacerdotum, 1559.

Aristotelis etnicæ cum illis in sacra scriptura collatæ, 1555.

In librum Samuelis comment. Zurigo 1564.

In librum Judicum comment. Zurigo 1565.

Preces ex salmis Davidis desumptæ.

An Deus sit causa et author peccati.

An missa sit sacrificium.

Oratio de utilitate et dignitate sacri ministerii.

Oratio de morte et resurrectione Christi.

Adhortatio ad cænam Domini mysticam.

Epistolæ duæ ad ecclesias polonicas, J. C. evangelium amplexas, de negotio stancariano, et mediatore Dei et hominum J. C., an hic secundum humanam naturam dumtaxat, an secundum utramque mediator sit. Zurigo 1561.

Loci communes sacrarum literarum. Zurigo 1563: poi a Ginevra 1626, con premessa l'orazione funebre del Simler.

Precum ex psalmis libellus; postumo, come i seguenti.

De libero arbitrio. De prædestinatione. Zurigo 1587.

Epitome defensionis adversus Stephanum Gardinerum.

Confessio de cœna Domini exhibita senatui argentoratensi.

Sententia de præsentia corporis Christi in Eucharistia, proposita in colloquio Passiaco.

Epistolæ de causa Eucharistiæ, ad virum quemdam magni nominis.

Epistole partim theologicæ, partim familiares.

La biblioteca di Ginevra serba varj trattati di Pietro Martire, fra altri: «On demande si nous qui faisons profession de la religion reformée, avons bien fait de nous séparer de l'église romaine». Molte di queste opere furon tradotte in inglese ed in altre lingue.

[68] Il Vergerio scriveva al duca Alberto il 12 dicembre 1562: Diem obiit suum D. Petrus Martyr italus, propter evangelium exul, vir doctissimus: vix fuit similis. Teodoro Beza gli fece quest'epitafio:

Tuscia me pepulit; Germania et Anglia fovit, Martyr, quem extinctum nunc tegit Helvetia. Dicere quæ si vera volent, re et nomine, dicent: Hic fidus Christi, credite, Martyr erat. Utque istæ taceant, satis hoc tua scripta loquuntur: Plus satis hoc Italis exprobrat exilium.

[69] Il dottor C. Schmidt, professore di teologia a Strasburgo, nella raccolta delle Vite e opere scelte dei padri e fondatori della Chiesa riformata, stampò quelle di Pietro Martire (Elberfeld 1858), e nella prefazione dice che esso è una delle più segnalate personalità del tempo della Riforma, avendo esteso la sua attività all'Italia, a Strasburgo, all'Inghilterra, a Zurigo, alla Francia, fin alla Polonia; e pochi aver operato tanto per la fondazione e il consolidamento della Chiesa riformata. Si valse di molte sue lettere, parte stampate, parte giacenti a Gota, a Zofingen, a Ginevra, e principalmente nella raccolta dr Simler a Zurigo.

DISCORSO XXV.

GALEAZZO CARACCIOLO.

Colantonio marchese Caracciolo napoletano servì al principe d'Orange nell'assedio di Firenze, e sostenne varie missioni presso l'imperatore Carlo V, al quale avea reso pure segnalati servigi nell'occupazione francese del 1528, onde gli venne in gran favore, e ne fu creato uno de' sei consiglieri del vicerè di Napoli. Sposò una Carafa, e mortagli sovra il primo parto, egli concentrò tutto l'affetto sul rimastogli figlio Galeazzo, e gli cercò sposa Vittoria, erede del duca di Nocera; donde questi generò quattro figli e due fanciulle.

Galeazzo fu fatto ciambellano, cavaliere della chiave d'oro dell'impero: e colle cortesi maniere cattivavasi l'universale benevolenza. Frequentava le conferenze in casa del Valdes con Francesco Caserta, notando il divario fra l'insegnamento evangelico e le pratiche di Roma, viepiù da che intese Pietro Martire spiegare l'epistola ai Corintj. Il quale diceva: «Se alcuno vede in distanza una quantità di persone muoversi, e girarsi e rigirarsi in diverse direzioni, queste gli pajono una turba di disennati. Ma se accostandosi s'accorge della melodia che ispira e regola i loro movimenti, lo spettatore, non solo comincia a comprendere la loro azione, ma concepisce tal simpatia per questa scena, ch'egli stesso vuole unirsi ai danzanti. Altrettanto avviene se noi vediamo taluno cangiare tenor di vita, e operare diverso da tutta la restante società. Dapprima lo teniamo per disennato o stravagante: ma un più attento esame della condotta e de' principj suoi ci convince che armonizza colla parola di Dio e coi dettami dello Spirito Santo. Il movente delle sue azioni è rivelato, e gli spettatori ne rimangono talmente compresi, ch'essi medesimi rinunciano agli illusorj piaceri del mondo, volgonsi con sincero desiderio alla santificazione, e s'accordano colle persone che prima biasimavano».

Il Caracciolo ben presto entrò nella risoluzione di volgersi a vita di spirito: ma l'eseguirlo tornava difficile. Il suo grado, il posto alla Corte, la pubblicità della sua vita esponevanlo agli sguardi di tutti, e il suo cambiamento desterebbe meraviglia fra le persone, inabili a comprendere l'efficacia della parola di Dio[70]. Di ciò per altro davasi minor briga, che d'altri ostacoli. Suo padre Colantonio fondava su lui superbe speranze d'esaltamento alla sua famiglia: dedito alle pratiche cattoliche non men che alla Corte, abborriva coteste empie novità, e nessuna arte trascurò per distorne il figliuolo. La moglie non sapeva più riconoscere il suo brillante marito nel meditabondo Galeazzo, e l'accusava di sminuito affetto. La Corte stessa ben presto risolse di estirpare gli eretici, che colà pendeano al senso degli Ariani e degli Anabattisti, e coi quali confondeansi tutti i novatori; nè il Caracciolo era così fino teologante da sapere distinguere, o da poter confutare. L'Inquisizione in fatto cominciò a perseguitare i novatori e fra gli altri il Caserta, amico del Caracciolo, che finì sul patibolo.

Come ciambellano, il Caracciolo doveva condursi spesso in Germania, dove porgeasegli occasione di udire Protestanti, e particolarmente nella Dieta di Ratisbona (1542), dove si oppugnò la supremazia di san Pietro, e si sostennero

il matrimonio de' preti, la comunione sotto due specie, ed altri punti. Ne ritornava egli sempre meglio confermato nella dottrina della giustificazione, e ancor più dopo una visita che fece a Pietro Martire a Strasburgo. Reduce a Napoli, esortò gli amici a staccarsi dalla Chiesa di Roma: e poichè li vide tiepidi, soffocò in sè le affezioni domestiche, e raccomandandosi sovente a Dio (i suoi ci conservano la preghiera che suppongono facesse), se ne partì il marzo 1551, avendo trentacinque anni, e portando duemila ducati. Molti amici aveano promesso accompagnarlo; ma nol seguirono oltre i confini d'Italia. Stette alla Corte in Augusta fin quando Carlo V lo mise fuor della legge; allora passò a Ginevra, ove giunsero poco poi Lattanzio Ragnoni di Siena, da lui conosciuti a Napoli: e legossi con Calvino ed altri caporioni, che pensate se carezzavano questo insigne acquisto.

A Napoli tal fuga fu udita con sommo dolore: la famiglia se ne tenne disonorata; l'Inquisizione fece indagini su' suoi amici: il padre non tralasciò nulla per richiamarlo; supplicò l'imperatore lo lasciasse venire impunemente, e gli mandò un salvacondotto di Venezia, in nome dell'autorità paterna intimandogli tornasse. In fatto padre e figlio scontraronsi a Verona il 29 aprile 1553, ma per quanto valutasse e l'affetto e l'autorità paterna, Galeazzo non si lasciò smuovere.

Più tardi, allorchè divenne papa il Carafa suo prozio, Colantonio ne impetrò che Galeazzo potesse rimanere sul territorio veneto, senza cessare nessuna pratica religiosa; e gli mandò un passaporto perchè venisse a Mantova. Ci arrivò infatto il 15 giugno 1555, e subì un nuovo assalto della tenerezza paterna; non chiedersegli nulla di contrario alla sua religione; tornasse all'Italia sua; obbedisse al padre in un punto che nulla ledeva la coscienza; riabitasse colla moglie, coi figliuoli, nel modo che conveniva al suo grado. Ma egli calcolò che avrebbe dovuto vivere sotto al papa, presso l'Inquisizione, e preferì le cipolle d'Egitto alla manna del deserto. Il padre deluso tornossene a Napoli per la via di Roma: e Galeazzo l'accompagnò quanto il salvocondotto gli permetteva, per tutto il dominio veneto. In quell'occasione visitò la duchessa di Ferrara: poi per la Valtellina si restituì a Ginevra, ove i suoi amici ringraziarono Dio del suo ritorno.

La moglie Vittoria non sapeva rassegnarsi al distacco, e con lettere e messaggi incessanti lo sollecitava al rimpatrio. Alfine gli chiese d'almeno vederlo: esibendosi incontrarlo in qualche porto veneto, non troppo distante dal Regno. E si fissò Lésina, sulla costa di Dalmazia, sol dalla larghezza del mare Adriatico disgiunta da Vico, feudo suo paterno. Galeazzo vi comparve puntuale ad aspettarla, ma essa mancò, e scusandosi con buone ragioni, gli mandò solo i due figliuoli Colantonio e Carlo. Fosse amore per la donna, o speranza di convertirla e trarla seco, Galeazzo risolse andarla a raggiungere. Erasi egli fatto cittadino di Coira, concessione difficilissima a chi non v'abitasse[71]; onde sicuro tragittossi a Vico, e vi trovò tutta la famiglia.

Quanta fu la prima esultanza del ritrovo, altrettanto il dispiacere di lui nel non riuscire a trascinar nelle sue opinioni la donna sua, fida alla religione avita, e risoluta di non abitare paese ove quella fosse proscritta, e per sempre separarsi da esso se persisteva nell'eresia. Lasciamo all'immaginazione il distacco, ove mescolavansi gli affetti di parentela e di patria coi sentimenti religiosi opposti, e lottavano due convinzioni pertinaci. Col cuore lacerato e chi restava e chi partiva, si divisero per sempre.

Tragittatosi di nuovo a Lesina, passò rapidamente a Venezia, ove trovò una lettera di Calvino, che mostravasi sospettoso dell'indugio, e anelare al pronto suo ritorno, persuaso avrebbe alle affezioni del cuore preferito la volontà del Signore. «In grande angustia m'avea posto la vostra gita a Vico; e che cosa non avrei fatto per impedirla? Ma il Signore vi ha invigorito a resistere alle insinuazioni mondane. La vostra assenza riuscì penosissima ai vostri nuovi compatrioti». E segue narrando come avesse dovuto citare avanti al Concistoro Giorgio Biandrata, Silvestro e Gian Paolo; e quanti scandali nascessero dai dissensi di costoro e di Valentino Gentili, che disseminavano errori conformi a quelli di Serveto: che Gentili fu imprigionato; il giovane Nicolò Gallo di Sardegna rinegò le falsità di cui era accusato. Torni presto, che spera col suo ajuto ristabilire la pace (19 luglio 1558).

Fu dunque il Caracciolo accolto a Ginevra con grandi dimostrazioni. Poco dopo consultò Calvino, Pietro Martire, lo Zanchi, se, attesa l'ostinazione di sua moglie, potesse repudiarla; molto esitarono, discutendo sul passo della prima lettera ai Corintj, VII, 12; Se alcuno ha moglie infedele, ed ella consente abitare con lui, non lascila: e malgrado altri passi della Scrittura ove è detto, Ciò che Dio congiunse, l'uomo non separi, prevalse quel di san Matteo XIX, 29: Chiunque avrà abbandonato o casa, o fratelli, o padre, o moglie, o figliuoli pel mio nome, ne riceverà cento cotanti, ed erediterà la vita eterna. Dissero essere questo il caso di abbandonare la moglie; onde esso, a' 10 gennajo 1560, sposò Anna Fremery, da Rouen venuta a Ginevra per religione. Non fu unione d'amore, ma consonanza di sentimenti; vissero semplicemente e placidamente a Ginevra; essa andava a fare le compre, e portava a casa ella medesima le provviste; egli ricusava il titolo di marchese, contento al semplice nome. Eppure in ogni comparsa aveva il posto d'onore, ed era riverito non meno che se godesse i titoli e la fortuna paterna; ogni forestiero lo visitava o invitava, tra' quali Francesco ed Alfonso d'Este, il principe di Salerno, Ottavio Farnese duca di Parma. La conversazione rendeva egli dilettevole col narrare i casi suoi, i viaggi in Germania, e aneddoti sulla Corte di Carlo V. Meglio amava parlare delle cose divine. A Ginevra pensò stabilire una Chiesa pei rifuggiti italiani, e vi pose a capo Celso Martinengo da Brescia, collocandolo sotto la protezione del magistrato. Calvino dedicogli la seconda edizione de' suoi Commenti sulle epistole ai Corintj, dicendogli: «Ancorchè voi non cerchiate, alla maniera del mondo, l'applauso degli uomini, contento d'aver Dio spettatore della vostra probità, non è giusto che io lasci ignorar ai lettori chi voi siate, e li frustri della soddisfazione, che dee recar loro l'intender che un uomo come voi, nato di famiglia chiarissima, abbondantemente provveduta di cariche eminenti e di beni, avendo moglie nobilissima e castissima, e da essa una schiera di bellissimi figliuoli, e col godimento d'una perfetta concordia e pace domestica, in condizione affatto degna d'invidia, volle, per arrolarsi sotto la bandiera di Gesù Cristo, abbandonare un'amabile patria, un paese delizioso, un lauto patrimonio, una casa delle più comode e pompose, spogliarsi direi quasi dello splendore d'un'alta nascita, sceverarsi dalla dolce compagnia di padre, moglie, figliuoli, parenti, amici, e rinunziato a tutti i contenti e gli alettativi che offre il mondo, appagarsi d'arrampicar qui fra noi, e vivervi col comun popolo, come se nulla il distinguesse. Oh quanto bramerei che tutti prendessero esempio da voi del rinunziar a se stessi! locchè è il solido fondamento di tutte le virtù, e propriamente l'essenza del cristianesimo; nè voi ignorate che poco caso io fo di quelli che, avendo abbandonata la patria, danno a comprendere alla fin dei conti di non avervi lasciato le loro cattive affezioni» (20 gennajo 1556).

Ma morto Calvino, il Caracciolo ebbe disgusti e male intelligenze col consiglio della città, e pensava abbandonarla. Di ciò sarebbesi pregiudicata nell'opinione Ginevra, che aspirava a divenire la Roma degli Evangelici: onde si interposero ufficj, pei quali egli rimase[72]. Invecchiando decadde, e soffriva di asma. Considerava rotta ogni comunicazione colla famiglia, quando gli arrivò un nipote, chierico teatino, con lettere di Vittoria e di alcun de' figliuoli, cercando indurlo a tornare a Napoli, o almeno in alcuna parte d'Italia, offrendogli denaro, e annunziandogli che verrebbe suo figlio Carlo, il quale, essendosi messo nella carriera ecclesiastica, era per ottenervi dignità convenienti alla sua nascita. Commosso per affetto e indignato per ostentazione, alfine Galeazzo buttò le lettere nel fuoco, e dichiarò non aveva tanto sofferto tutta la vita per poi cambiarsi nella vecchiaja; nè cercava l'approvazione degli uomini, opposta diametralmente allo spirito del vangelo. Il Teatino insistette, dalle preghiere passò ai rimproveri, finchè il magistrato di Ginevra gl'impose d'andarsene.

Anche un famoso predicatore mosse per convertirlo, ma trovò che, fra le cure de' medici e le preci della sua Chiesa, era morto il 7 maggio 1556, di sessantanove anni. La seconda sua moglie sopravvisse di poco, e abbiamo la lettera che ai capi della Chiesa lucchese in Ginevra essa dirigeva, congratulandosi del modo rispettoso e risoluto con cui aveano rigettate le offerte del cardinale Spinola, che gl'invitava a restituirsi a Lucca e alla Chiesa cattolica[73].

Che il titolo di secondo Mosè fosse dato al Caracciolo dal Beza, ci è asserito da Nicola Balbani. Questo lucchese, venuto a Ginevra il luglio 1557, elettovi ministro della Chiesa italiana il 25 maggio 4561 e morto il 1587, tradusse il catechismo di Calvino nel 1566[74], e scrisse la vita del Caracciolo (Ginevra 1587) che fu tradotta in francese da Teissier de l'Estang (1681), ristampata a Ginevra il 1554 in inglese e in latino da Vincenzo Munitoli (1587-1596) poi nel Musæum Helveticum (1717). Il traduttore francese dice che l'originale ormai era rarissimo, e giovava rinnovarne la memoria alle chiese riformate. «Ginevra, nostra seconda madre, era tanto poco istrutta di un avvenimento sì raro e sì bello, benchè passato tutto in essa, ch'era tempo di farle sapere, non solo che una Chiesa italiana si era formata nella sua cerchia, ma anche di quali virtù sfavillarono i fedeli di diverse favelle e nazioni, che Dio qua condusse primi, e indurla a rimettersi a quel primitivo fervore di pietà, che tanto allettava le oneste persone qua rifuggite».

NOTE

[70] A pag. 404 del vol. I portammo le congratulazioni, che di ciò gli faceva il Flaminio.

[71] Giovanni Fabrizio da Coira scriveva al Bullinger il 21 marzo 1558, raccomandandogli caldamente il marchese: Rem aggressus est valde difficilem, et cujus simile exemplum apud nostros non extat, ut is scilicet in civem recipiatur, qui alibi quam apud nostros subsistere cogitur. Wen er sich hätte wöllen in Pündten (Bunden, Le tre leghe) niederlassen, väre es besser darzu z' reden. Altre lettere portano raccomandazioni per esso, e il suo viaggio in Valtellina, poi in Illiricum, ubi censet se uxorem suam inventurum.

[72] Esiste il processo verbale di ciò nel Registre tenu par M. Jean Pirrault: compagnie des pasteurs à Génève.

[73] Epitaffio del Caracciolo:

Italiam liqui patriam, clarosque penates, Et lætam antiqua nobilitate domum; Cæsareaque manu porrectos fortis honores Contempsi, et magnas marchio divitias, Ut te, Christe, ducem sequerer, contemptus et exul, Et pauper varia pressus ubique cruce. Nam nobis cœli veros largiris honores, Et patriam, et census annuis, atque domos. Excepit profugum vicina Geneva Lemanno, Meque suo civem fovit amica sinu. Hic licet exigua nunc sim compostus in urna, Nec claros cineres alta sepulchra premant, Me decus Ausoniæ gentis, me vera superbis Majorem pietas regibus esse facit.

Epitaffio di sua moglie:

Vix, vix undecies repararat cornua Phœbe, Conspicitur tristi funus in urbe novum. Anna suum conjux lacrymis venerata maritum, Indomito tandem victa dolore cadit. Illa sui cernens properantia tempora Lethi, Dixit, tunc demum funere læta suo: Quam nunc grata venis, quam nunc tua jussa libenter, Mors, sequor, ad sedes nam vehor æthereas, Hic ubi certa quies concessa laboribus, aura, O conjux, tecum jam meliore fruar. Pectore quem toto conceperat illa dolorem Sola superveniens vincere mors potuit.

[74] Conosciamo la Risposta a Pietro Vireto, a Nicolò Balbani et a due altri heretici, i quali hanno scritto contro il trattato della messa di Antonio Possevino. Avignone, Rosso, 1566, in-16º.

Il nostro Caracciolo non è tampoco nominato nella Biografia Universale.

DISCORSO XXVI.

ERETICI A FERRARA. LA DUCHESSA RENATA. OLIMPIA MORATA.

Luigia di Savoja, a ventidue anni rimasta vedova di Carlo d'Orleans duca d'Augoulême, si ritirò dalla Corte coi figli Margherita e Francesco, sintantochè quest'ultimo diventò re. Ella fu tacciata d'avarizia, e d'aver lasciato perdere il Milanese per intascarsi il denaro destinato a pagare le truppe; amò d'amore il contestabile di Bourbon, famoso traditore; ma mostrò senno e imparzialità durante la prigionia del re dopo la battaglia di Pavia. Scrisse un giornale dal 1501 al 1522, in cui i Protestanti pretesero trovar sentimenti conformi ai loro[75]. Ma quali sono? La rassegnazione al voler di Dio, il crederlo autore d'ogni ben nostro, e altri che vanno comuni a tutti i Cristiani. In esso giornale al 1522 scriveva: «Mio figlio e me, per la Dio grazia, cominciamo a conoscere gli ipocriti, bianchi, neri, ombrati d'ogni colore, da' quali Iddio, per la sua clemenza e bontà infinita, voglia preservarci e difenderci; chè, se Gesù Cristo non mentisce, non v'è generazione più pericolosa per ogni conto».

Margherita, figlia di madre tutt'altro che rigorosa, moglie d'un fiacco ignorante, il duca d'Alençon, poi del re di Navarra, compose novelle che starebbero bene al Boccaccio. Dopo il 1521 ascoltò volentieri Jacobo Lefèvre, uno de' primi in Francia a sostenere che bisognava ricorrere direttamente alla Bibbia, e interpretarla a proprio senno. Margherita prese a leggerla, e poichè ella tanto poteva su tutta la politica di Francesco I, sperò trarlo coi Riformati; l'indusse a venire ascoltare i sermoni del Lefèvre, da' quali egli parve tocco non meno che Luigia di Savoja.

Ma non che Francesco nè Luigia coltivassero queste velleità, anzi cominciarono le persecuzioni, colla fierezza che abbiam veduto. Margherita invece si fissò nella nuova fede, ed eccitò grave scandalo ne' Cattolici col suo Specchio dell'anima peccatrice, ove tutto attribuisce alla Grazia, non discorrendo nè di confessione, nè d'indulgenze, nè di purgatorio[76].

Alla scuola di costei e de' primi Riformati, che conobbe a Nerac e a Parigi, bevvè gli errori di Calvino Renata (1510-1576), figlia di Luigi XII e d'Anna di Bretagna, alla quale sarebbe toccata la corona di Francia se la legge salica non escludesse le donne. I sublimi natali e il coltissimo ingegno, se non i pregi del corpo, la designavano a sublimi nozze: fu promessa a Carlo V, a Enrico VIII d'Inghilterra, a Gioachino marchese di Brandeburgo, e ragioni politiche vi s'attraversarono sempre: la domandò pure il contestabile di Borbone; infine fu fidanzata ad Ercole II d'Este duca di Ferrara (10 luglio 1527), nella speranza che tale parentela assicurerebbe alla Francia il possesso del Milanese. Egli le regalò gioje per centomila zecchini; ricchissimamente le nozze celebraronsi a Parigi il 28 giugno 1528: e appena cessate le micidiali desolazioni recate all'Italia dal sacco di Roma e dalla carestia, gli sposi vennero a Ferrara, e si stabilirono alla magnifica e deliziosa villa del Belvedere sul Po, ridente di pitture del Dosso, e della quale non rifinano di dire coloro che la videro prima che andasse distrutta.

Quei duchi, gareggianti cogli altri dinasti a far primeggiare il piccolo Stato, voleano abbellita la loro città non meno d'edifizj, quadri, biblioteche, che di valenti ingegni, carezzati da essi, festeggiati dal popolo: compravansi manoscritti antichi, recitavansi antiche commedie, assegnavansi case, doti, cattedre nella fiorente Università a letterati d'ogni paese; Pandolfo Colenuccio comico, l'erudito Guarini, Calcagnini, Mainardi, Brasavola, l'antiquario Costanzo Landi, Lilio Gregorio Giraldi che dedicò la sua Storia de' poeti alla Renata; Alessandro Sessi, autore delle Numinum et heroum origines. Nell'accademia degli Elevati, fondata da Alberto Lollio, ed in altre venivasi a improvisare, sia versi, sia dissertazioni. E come Venezia d'eruditi e Firenze d'artisti, così Ferrara abbellivasi di poeti, sino a far dire al satirico che n'avea tanti[77], quante rane il suo territorio. Il ferrarese Bojardo conte di Scandiano, che traduceva dal greco Erodoto, faceva egloghe latine, e commedie di forza comica, coll'Orlando innamorato avea preparato tutte le invenzioni, che leggiamo svolte con incomparabile e pericolosa leggiadria dal ferrarese Ariosto, professava:

Chi vuol andar attorno, attorno vada, Vegga Inghilterra, Ungheria, Francia, Spagna: A me piace abitar la mia contrada.

La costui armonia sonava ancora nelle orecchie, con quella di Bernardo Tasso che preludeva alla superiore di Torquato. Bartolomeo Riccio verseggiava sulla gloria: satire faceva il Manzolli; endecasillabi catulliani il Flaminio: altri versi latini i due Strozzi; Marcello Palingenio Stellato (cioè Pietro Angelo Manzioli della Stellata) lo Zodiacus vitæ, poema dove non risparmia i frati, i preti nè i pontefici, eppure nella prefazione si sottomette ai giudizj della Chiesa. Quando Paolo III passò da Ferrara, rappresentaronsi gli Adelfi di Terenzio, recitandovi i figliuoli della Renata, e facendo Anna da amoroso, Leonora da giovinetta, Alfonso da giovane, Luigi da schiavo, Lucrezia da prologo.

Per verità, le lodi agli ultimi Estensi di Ferrara furono in parte postumamente prodigate per raffaccio al succeduto dominio papale: e a dir vero queste letizie non erano che della Corte, mentre il paese andava spopolandosi, guasto da gravi inondazioni, eppure costretto a nuove imposte, e a severissimi divieti dalla caccia fin col minacciarsi morte ai violatori.

Quella Corte soleva piacersi di quistioni teologiche. Una che si dibatteva internamente era quella dell'immacolata concezione di Maria Vergine, sostenuta dai Francescani, impugnata da alcuni Domenicani; il che non è imputabile all'Ordine nè alle persone, attesochè, la Chiesa non avea ancor definito, onde dicea sant'Antonino, non sit determinatum per Ecclesiam Virginem esse conceptam in peccato originali, vel non: propter quod, absque præjudicio salutis, licet unicuique tenere alteram opinionem quæ sibi placeat[78]. Ercole duca di Ferrara volle sentire discuterne; e l'opinione contraria fu argomentata da Vincenzo Bandelli, che fu poi generale dei Domenicani, mentre san Bernardino da Feltre propugnava l'immacolato concepimento. Nulla si conchiuse, ma il Bandelli pubblicò una relazione della disputa, che fu proibita da Sisto IV come ingiuriosa ai difensori del privilegio.

Ciò accadeva nel 1476: l'anno dopo, Sisto IV lasciò tenerne novamente discussione in sua presenza, e contro Francesco da Brescia, generale dei Francescani, silogizzò ancora il Bandelli, il quale poi stampò nel 1494 un uffizio, da sostituire a quello approvato da Sisto IV dell'immacolata concezione, ove sosteneva che Maria fu concepita nel peccato originale, e fu santificata dopo la sua animazione. Anche nel 1494, in presenza del duca Ercole, fu tenuto a Ferrara un sinodo di tutti i frati della provincia sotto il maestro Gioachino Torriano, con molti dotti, alla cui testa Giovan Pico della Mirandola; sostenendovi tesi principalmente quel che poi fu il cardinale Cajetano, contro cui altre volte disputò frà Bartolomeo Spina.

Questo gusto delle discussioni religiose crebbe quando vi capitò la Renata, desiderosa di emulare la regina Margherita, e di fare di Ferrara quel ch'essa della Navarra, il nido de' pensatori settarj. Dotta di storia, di lingue, di matematica, di teologia, e sapendo discorrere senza annojare; aveva imparato astrologia dal napoletano Luca Guarino: parlava così bene italiano come francese: di corpo infelice, pure maestoso, di spirito sottile e dilicato[79]: prese a secretario Bernardo Tasso; e irata ai pontefici Giulio II e Leon X pe' torti che aveano fatti a suo padre in tante maniere, ne rinnegò la potestà e dimenticò l'obbedienza, giacchè non potea far peggio perchè donna. Quando essa ringravidò la terza volta, il francese poeta Marot in un'elegia la felicitava d'aver concepito in tempi sì fortunati, e le prometteva la ruina del papa e della santa sede, nemica alla casa di lei. La troviamo lodata come santissima anima dal Brucioli nella dedica della Bibbia; per gran religione dal Belussi nella giunta alle Donne illustri del Boccaccio, da Gianfrancesco Virginio bresciano nel dedicarle le sue Lettere, che al Fontanini, giudice arcigno, parvero seminate di frasi eterodosse, e la Parafrasi sulle Epistole di san Paolo.

Ricordiamo volontieri com'ella abbondasse in carità, e massime coi Francesi che dalle guerre tornavano derelitti e sofferenti; e se alcuno le rimostrava come in tali spese eccedesse, «Che volete? (rispondeva); e' son francesi, di mia nazione, e sarebbero sudditi miei s'io avessi avuto barba al mento».

Fosse bizzarria o convinzione, ella formò della Corte ferrarese un focolare di pratiche anticattoliche; vi imbandiva grasso ne' giorni di vigilia; teneva assemblee religiose nel palazzo di San Francesco, e probabilmente vi facea celebrare la messa di sette punti, quale erasi inventata alla Corte di Navarra, cioè: 1º senza comunione pubblica; 2º senza elevazione dell'ostia; 3º senza adorazione delle specie; 4º senza oblazione del pane e del vino; 5º senza commemorazione della Madonna e dei santi; 6º senza frazione del pane all'altare; 7º da prete ammogliato.

Oltre Aonio Paleario, Pietro Vergnanini, Francesco Porto cretese, Lisia Fileno, ella ricoverò Girolamo Bolsec carmelitano francese, che appuntato per prediche troppo libere, gittò la tonaca, menò moglie, e praticò la medicina: dappoi avendo ingannata la duchessa e fattosene calunniatore, ne fu cacciato; a Ginevra professò opinioni per cui ne fu respinto, e scrisse libri violenti contro i caporioni della Riforma. Essendo stato arrestato a Firenze Lodovico Domenichi per avere fatto stampare la Nicomediana di Calvino, la Renata ne scrisse al granduca da Consandolo, il 20 marzo 1552, com'altra volta in favore di Sebastiano Dedi da Castrocaro.

Più memorabile è l'asilo ch'essa diede a Calvino. Perseguitato in Francia dalla Sorbona, nel 1536 ricoverò presso la Renata col nome di Carlo d'Esperville, e giovane eppur sempre grave e serio, di scienza profonda, di molta unzione nel discorso, traeva profitto dal suo apostolato, e un tratto sperò riuscire in Italia a meglio che non avessero potuto Lutero e Zuinglio. Veniva con lui da segretario l'ora detto Marot, che tradusse in versi i salmi, i quali furono cantati nelle rivoluzioni d'allora, come la marsigliese nelle nostre[80]. Altri pure capitavano a Ferrara, per religione spatrianti. Madama di Soubise, governante della Renata, teneva seco la figliuola Anna di Partenay e il figlio Giovanni, che poi col titolo di sire di Soubise fu de' capi degli Ugonotti in Francia. I fratelli Giovanni e Chilian Sinapi tedeschi, riformati e amici di Lutero, il primo de' quali avea convertito e sposata la ferrarese Francesca Bucironi (1538), erano venuti a quell'Università insegnando il greco, ed istillavano massime eterodosse ai tre figli della Renata. La quale per compagna alla sua figliuola, diede Olimpia, figlia di Fulvio Pellegrino Morato, già tinta del colore stesso.

Ercole II era figlio di Alfonso I e della famosa Lucrezia Borgia, e fratello di Ippolito cardinale, vescovo di Ferrara, di Milano e di non so quanti luoghi, che per poco non fu papa dopo Giulio III, e che fabbricò la villa d'Este famosa a Tivoli, e protesse i letterati al modo che sa chi conosce le vicende dell'Ariosto e il motto divulgato. Ercole tenne corte splendida; introdusse a Ferrara l'arte di tessere gli arazzi ad uso di Fiandra, fabbricò il palazzo Coparo e la delizia della Montagnola; cassò la franchigia dei duelli che durava ne' suoi Stati; raccolse un museo mumismatico; ma era a pezza lontano dall'abilità politica e militare, come dalla scienza di suo padre. Sopratutto repugnavagli il carattere imperioso della moglie e gl'irreligiosi comporti; e sulle prime osò tenerle fronte, e voler che fossero mandati via Marot, Soubise e il resto della contumace colonia francese. Marot ritirossi a Venezia, in una casa presso Lido, a poetare, finchè ottenne di tornare in Francia, patto che si mostrasse buon cattolico: e nol facendo, dovette ritirarsi a Ginevra, dove per iscostumatezza ebbe condanna di morte, commutatagli nella bastonatura per intercessione di Calvino. Allora ricoverò in Piemonte, ove morì il 1544.

Calvino partì da Ferrara travestito, e avviatosi alle Alpi, giunse ad Aosta[81], poi a Ginevra, che dovea diventare la sua Roma. I lodatori di esso deplorano abbia dovuto abbandonare l'Italia, dove avrebbe potuto acquistare il gusto delle arti e il sentimento del bello di cui fu sempre sprovvisto. Certo egli non fa alcun cenno di impressioni estetiche avute in questo viaggio: e il suo soggiorno in Italia fu tanto breve, da non avervi lasciato traccie o scolari.

Nel 1545 Paolo III diede ordine ai magistrati di Ferrara d'indagare varie persone sospette di colà: e fu allora che Olimpia Morata sposò Andrea Gunther, medico tedesco, e con esso fuggì in Germania. Sant'Ignazio deputò a Ferrara il gesuita ginevrino Claudio Jay (1547) affinchè, mezzo francese, migliore accesso avesse alla Renata: ma in due anni, a pena potè ottenerne un'udienza. V'andò Francesco Borgia, il famoso santo, amico e compagno di Carlo V, lontano parente della casa estense in grazia della Lucrezia Borgia, e persuase il duca a porre nella sua città un collegio di Gesuiti. A questo diè molta mano Maria Frassoni, che con proprj denari fabbricò la casa, dove entrarono i padri Pascasio Broet e Giovanni Pelletario, e apersero scuole che divennero popolari.

I papi continuarono a tenere l'occhio sospettoso su quei semenzajo d'eresia, e Giulio III si prefisse d'estirparla coll'ajuto d'Enrico II di Francia, nipote della Renata. Questi vi mandò il dottore Oriz suo penitenziere e inquisitore in Francia: e Le Laboreur, nelle aggiunte al Castelnau, ci ha conservate le istruzioni dategli. Dovea mostrare l'immenso disgusto del re nel vederla precipitata nel labirinto di sciagurate opinioni, dalle quali se la sapesse ravveduta, n'avrebbe tanta allegrezza, quanta se la vedesse resuscitata da morte. Ove le rimostranze non bastassero, doveva obbligarla ad assistere con tutta la casa sua a sermoni di controversia; quando non ne profittasse, intimarle essere volontà del re che il duca la facesse riporre in luogo appartato, ove non potesse corrompere altri, staccata sin dalla famiglia, mentre si sottoporrebbero a processo e condanna quelli che fossero sospetti di false dottrine.

Così fu fatto, e il marito per alcun tempo tenne la Renata e ventiquattro de' suoi chiusi nel castello di Consandolo, distante un 30 chilometri da Ferrara: ma quivi e alla vicina Argenta essi diffusero le loro dottrine. Il duca alternava rigori e perdoni senza frutto, or mettendola nel palazzo di San Francesco, or nelle stanze della reggia che son rimpetto alla facciata del duomo, con sole due damigelle. Calvino mandava conforti alla Renata e messaggi per mezzo di Lyon Jamet, secretario di essa, e «Giacchè piacque al signor Iddio nell'infinita sua misericordia, visitarvi colla tema del suo nome, e illuminarvi nella verità del suo santo Vangelo, riconoscete la vocazione vostra; giacchè esso ci trasse dagli abissi delle tenebre ove eramo cattivi, affinchè seguiamo direttamente la luce sua senza declinare» [82]. Fu talvolta che egli la credette caduta, e a Farel scriveva: De ducissa Ferrariensi tristis nuncius et certior quam vellem: minis et probris victam cecidisse. Quid dicam nisi rarum in proceribus esse constantiæ exemplum? Ma s'ingannava: perocchè il duca così riferiva al re di Francia la pertinacia della moglie[83]:

«Sire, bacio le mani alla Maestà Vostra e quanto umilmente posso in bona gratia di lei mi raccomando.

«Sire, se ben cognosco che la qualità dei tempi è tale che dovrei ad un certo modo arrossire in pensar di dar fastidio alle orecchie della Maestà Vostra sopra particolari spiacevoli della casa mia; nondimeno la vera e affezionata servitù ch'io le porto, accompagnata dalla bontà e prudenza di lei, mi ha dato ardir e speranza insieme, che ella si dignerà escusarmi più presto che aversi a male, se ora l'importuno col farli sapere parte delle calamità mie, quali sin qui ho tenute secrete per la reverenza che porto e porterò sempre al serenissimo sangue di Francia; non ostante ch'io cognoscessi che il mio tacere, oltre tutti gli altri inconvenienti, nel fatto della religione fosse di nota particolar alla conscienza e onore della casa mia: laonde, per non usar in questa fastidiosa materia dicerie di belle parole, narrerò il più brevemente che potrò alla Maestà Vostra quanto mi occorre.

«Sire, madama la duchessa mia consorte venne meco in Italia già sono passati XXV anni, osservantissima della religione e fede cattolica; di modo che il vivere, parlar, procedere e insomma tutte le azioni di lei davano al mondo tal odore e indizio di vera bontà, che ognuno ne restava consolatissimo, e ben si poteva cognoscere ch'ella fosse veramente e nata di sangue regale, e educata in corte e compagnia cristianissima. Non passò molto tempo che, lassandosi ella persuadere da certi Luterani ribaldi, de' quali, come sa la Maestà Vostra meglio di me, si vedria oggi il mondo pieno se li principi cristianissimi non vi provedessero ben severamente; ella cominciò a mutar opinione, e a poco a poco si mise tanto inanti in questa nova e perversa religione, che da un pezzo in qua non si cura più de' sacramenti, della messa, confessione e comunione, tanto comendate da Dio e dalla Chiesa santa, e tanto necessarie al viver cristiano. In testimonio di che, essendo occorso a' giorni passati che Ippolito de' Putti, suo carissimo servitore, sia stato lungamente infermo in condizione di morire, come in fine ha fatto, io ricordai a predetta madama mia consorte ben tre o quattro volte che lo facesse confessare e comunicare ad ogni modo, senza dar scandalo a questa citate che ella volesse ch'egli morisse eretico, di che essa ne avria tutta la colpa per la mala opinione che si avea acquistata presso tutto il mondo nel particolar della religione cattolica. Ma non vi fu mai rimedio ch'ella volesse farlo, anzi ad un certo modo si moccava (burlavasi) di tal mio amorevole ricordo, dicendo che il predetto Ippolito stava bene con Dio, e non avea bisogno di altra confessione. Laonde vedendo io questa sua ostinazione tanto importante contro l'onor di Dio, e di perpetua infamia alla casa mia, la pregai, persuasi e scongiurai mille e mille volte, che, per l'amor di Dio nostro Signore, per riputazione della posterità sua e mia, ella volesse deponere simili fantasie eretiche, ne lassarsi più agirar il capo dai suoi predicatori sfrattati, forfanti e ribaldi; alle parole de' quali non dovea credere, per esser già stati parte di essi in mano della inquisizione e abjuratisi pubblicamente nel duomo di questa città; ma seguitar la religione già probata dalla felice memoria delli serenissimi regi patre e matre di lei, e quella che la serenissima regina matre della Maestà Vostra e sorella di lei ha sempre, fin che visse, osservata; oltre tutti li altri gran principi christiani: accompagnando con queste tutte le altre ragioni che mi sono parse in proposito per esortarla e indurla a mutar l'animo di queste perverse sue opinioni; le quali sono già molti anni che, con infinito dispiacere e molto obbrobrio della casa mia e mala satisfazione di tutti li miei sudditi e servitori, ho dissimulato e sofferto al meglio che ho potuto; con speranza pur ch'ella da se stessa dovesse ricognoscersi, senza che avesse a far cosa che pubblicasse quel che io arei desiderato fosse occulto ad ognuno, sì per l'onor del sangue di Francia, come per il proprio della casa mia. Però, cognoscendo io la cosa andar ogni giorno di male in peggio, e che non si udiva pur il dì del Natale la messa in casa di predetta mia consorte, ne mi parendo conveniente lassar che due mie figliole già grandi, una nelli XVIII, l'altra nelli XVI anni, si elevassero in questa falsa religione, la qual, se si fosse impressa nello animo loro e accettata per buona, avesse a farle vivere per sempre eretiche e luterane, con lo esempio e persuasione della matre; il che, oltre l'offesa di Dio, potesse anche causarli difficultà nel maritarle in principi cristiani, e tanto più che il romor della eresia della madre è già sparso per tutta Italia con mio gran vituperio, mi risolsi di dir io stesso a madama predetta, con tutte le buone parole possibili, ch'io volevo assolutamente che mie figliole udissero ordinariamente la messa, si confessassero e si comunicassero a questa santa Pasca, e in somma vivessero per lo avvenire del modo ch'io facevo, e come ella stessa soleva far quando venne di Francia; pregandola istantissimamente a non opporsi a tal mio giusto e santo volere. Ella in conclusione mai volle aquetarsi, anzi mi disse a bocca chiara, che la messa è idolatria, con altre parole tanto indegne, ch'io non ardisco e mi vergogno ridirle; bastandole in oltre l'animo alla presenza mia di esortar mie figliole a non mi esser obedienti in questo, ma continuar nella vita incominciata, cercando persuaderle che la religione mia e di molti altri principi non era la vera; con tanto fervore e arroganza, che chi la avesse udita parlare, mi avria indicato assai più paziente di Job in soffrir solo per reverenza della Maestà Vostra tante parole, indegne da esser comportate da qualsivoglia marito.

«Nè questo le bastò, che, avendo io mandato nel giorno seguente un mio capellano per far dir la messa alle predette mie figliole, fu rimandato indietro senza lassarli celebrar la detta messa, non ostante avessi detto la sera inanzi a lei istessa, che volevo esser obbedito in questo ad ogni modo, e che quando se le opponesse, la farei partire. Per il che, vedendomi esser forzato di rimediar per una via o per un'altra ad un tanto inconveniente, e desiderando in ciò usar rimedj piuttosto piacevoli che rigorosi, pregai monsignor il vescovo di Lodeva, il qual io tengo qui ed osservo come imbasciator di Vostra Maestà, voler andar a cercar di persuaderla che deponesse tali sue fantasie, perchè ad ogni modo le giovarebbero poco, essendo io risoluto che predette mie figliole vivano come faccio io. Insomma, per quanto Sua Signoria mi ha poi riferito con mio infinito dispiacere, non ostante che ben due volte abbia fatto il suddetto officio con ogni caldezza, non ha mai potuto rimoverla dalla sua ostinata opinione: cosa che mi ha apportato quello estremo cordoglio che la Maestà Vostra per sua bontà può pensare. Laonde, non sapendo io più che far in questa fastidiosa e men onorevole pratica, e menomamente non avendo ella voluto ascoltar tre de' suoi più vecchi signori francesi, li quali oltre predetto monsignor di Lodeva, e il Brasavola mio medico, adoperato anch'esso da me per la medesima causa, avevo mandato a parlarli, per tener ogni via possibile di deviarla quietamente da tal diabolica intenzione; pigliai partito, instando la settimana santa come faceva, farlo sapere il venerdì delle olive, per mezzo di donna Giulia mia cognata, giovane molto cattolica e da bene, sorella del signor duca di Urbino, che, se ella non lassava udir la messa ordinariamente, confessar e comunicar le predette mie figliole, gliele leverei d'appresso e le metterei per ora con una mia sorella onoratissima, ove, con la compagnia di predetta donna Giulia, esse viveriano cattolicamente questi giorni santi, e stariano quivi finchè io facessi altra provisione al caso loro. E così, vedendosi predetta madama mia consorte a termine di perdere le figliole se avesse voluto persistete in opporsi a sì onesta e santa opera, mostrò aquetarsi ch'elle udissero la messa, si confessassero e comunicassero; ma ciò è poi successo con tante lacrime, difficoltà e parole, che più non si potria dire, facendo ella, tra le altre cose, difficoltà sopra la persona del confessore qual io le ho deputato; sacerdote di bonissima vita e dottrina, eletto da me a posta di nazione francese, sperando che per tal causa dovesse esserle men odioso, anzi che potesse meglio di ogni altro far anche qualche frutto con essa lei, e remostrarle il vero cammino. Ma in somma il tutto mi è riuscito in contrario perchè, poi che egli non ha voluto confessar predette mie figliole del modo ch'essa voleva, non solo non lo volle ascoltare, ma sembra tenerlo per un diavolo, e, per quel che intendo, ella non cessa di travagliar spesso e flagellar quelle povere figliole con le solite persuasioni, mostrando restar sdegnata e mal satisfata di esse, per non aver voluto crederle e persistere nella mala religione, ch'essa per il passato le ha fatto sempre predicare.

«Per il che, cognoscendo io ciò che sin qui è successo di buono, esser causato più da timore ch'ella ha avuto di perder le figliole, che per mutazione di volontà e opinione di lei, cognosco parimente esser impossibile che predette mie figliole stiano e si mantengano cattoliche presso la matre, qual fa professione di eretica, e che al fine mi sarà forza levarle da lei, e metterle in compagnia cristiana in caso ella non si riconosca e ritorni alla vera e debita religione; ho voluto, Sire, per debito mio, dar conto di tutto alla Maestà Vostra come a mio signore e padrone; qual voglio sia consapevole di questa mia calamità, acciò ch'ella si degni aver pietate della alterazione e disturbo che ora si trovano qui in casa di un suo fidelissimo e obedientissimo servitor, travagliato da chi più tosto dovrebbe darli consolazione.

«E perchè imagino che monsignor di Lodeva o non scriverà, o, scrivendo, non li farà saper per ventura lo intero delli presenti particolari, per non dir cosa che potesse dispiacere a predetta madama mia consorte; io la supplico con tutto il core a voler mandar qualche bon teologo cattolico ben istrutto in simili materie, per veder di rimediare a tanto inconveniente, e far ogni esatta instanza di ritirar predetta duchessa da sì enorme eresia: e quando pur, per non dar da dir al mondo più di quello che esso ha detto per tal causa, la Maestà Vostra indichi esser meglio e più espediente far intender il suo voler in questo affare più tosto col mezzo di sue lettere, che col mandar il predetto teologo, la prego con ogni sommissione, che si degni farlo sì caldamente, che predetta duchessa cognosca, che sì come ritornando ella intieramente alla vera religione, oltre che io sarò contentissimo lassarle le figliole come le ha avute sempre per il passato, ella farà opera degna di lei e molto grata a Vostra predetta Maestà per più rispetti; così anche sappia, che perseverando nella sua perversa opinione, serà in tutto e per tutto abbandonata da lei, come persona indegna di esser tenuta e nominata del cristianissimo sangue di Francia.

«Nè si meravigli la Maestà Vostra se le ricordo ben riverentemente di usar parole sì brusche nella predetta sua lettera, perchè avendo io, insieme con tutti quei che le hanno parlato, trovato in predetta madama duchessa durezza e ostinazione inestimabile, non son anche sicuro che, se Iddio non vi mette la sua santa mano, ella con tutto questo sia per lassarsi persuadere e ritirarsi, volontariamente dalle predette eresie. Laonde, quando Vostra Maestà si risolva per il predetto rispetto scriverle, la supplico dar parimente commissione al predetto monsignor di Lodeva di parlarle, in conformità di quel ch'esso scriverà, tanto gagliardamente quanto conviene alla importanza del negozio, nel qual si tratta dell'onor di Dio, del serenissimo sangue di Francia, e della mia casa insieme; e però mi preme quanto ella può ben pensar: assicurando la Maestà Vostra, che tutto ciò che alla benignità di lei piacerà fare in questa buona e santa opera, io lo riceverò per singolarissima grazia, e ne avrò a lei perpetuo e immortal obligo. Con che facendo fine, prego Dio, sire, dopo di essermi di nuovo raccomandato ben umilmente in sua bona grazia, che li conceda il compimento di tutti li suoi desiderj.

«Di Ferrara, XXVII di marzo 1554.

Devotiss. e obedientiss. servo e vassallo

IL DUCA DI FERRARA».

Allora veramente Marot poteva cantar della Renata: «Ella non vede persona di cui non abbia a dolersi: le montagne stanno fra essa e gli amici suoi: essa mescola di lacrime il suo vino». Stanca di rimanere disgiunta dai figliuoli, fece una specie di ritrattazione (1556) in mano del gesuita Pellettario, e si confessò e comunicò dicendo credere nella Chiesa cattolica, ma senza voler aggiungervi romana. Il marito se n'appagò senza star sul sottile, e le rese le figliuole e il palazzo di San Francesco, e morendo nel 1560, lasciolla usufruttuaria d'esso palazzo e di metà della tenuta di Belriguardo, finchè vivrà da buona cattolica. Il figlio Alfonso che stava lontano, accorso e fatta la solenne entrata 19 maggio 1560, andò a prestar l'omaggio al papa, di cui era vassallo. E il papa con lui si dolse della duchessa che ostinavasi nelle sue eresie; onde il figlio le intimò di lasciarle o d'andarsene.

In fatti con trecento persone ella partì, e pose Corte nel castello di Montargis, facendo solenne professione di calvinismo, ricoverandovi i perseguitati, e mantenendo carteggio con Calvino. Questi la querelò alcuna volta del non vederla ben risoluta ad abbandonare i santi e certe pratiche: ma le scriveva: «Voi foste come una madre nutrice de' poveri fedeli discacciati che non sapeano ove ritirarsi. So bene che una principessa, la quale non guardasse che il mondo, avrebbe onta, e quasi prenderebbe a ingiuria che il suo castello si chiamasse un Ospedal di Dio (Hôtel-Dieu), ma io non saprei farvi onor maggiore che chiamarlo così, per lodare e riconoscere l'umanità che voi avete usata verso i figliuoli di Dio che si rifuggirono a voi»[84].

Questo Alfonso e le sorelle Leonora e Lucrezia rimasero celebri nelle avventure di Torquato Tasso. All'altra figlia Anna, stata educata da Giovanni Sinapio suddetto, la Renata, per eccitarne l'emulazione, avea messo compagna Olimpia Morata. Dai colloquj, poi dalle lettere di questa attinse idee libere, che non abbandonò sebbene sposata al duca di Guisa, caporione del partito cattolico in Francia: e lo storico De Thou assicura ch'essa non cessava d'esortar la regina Caterina a risparmiare i rigori contro gli Ugonotti. Ad essa il Brucioli dedicava la traduzione della Bibbia con una prefazione di ventidue pagine.

Dicono che esso duca di Guisa minacciasse di assalire coll'armi il castello di Montargis, perchè sua suocera vi ricettava Ugonotti, e che la Renata rispondesse all'araldo: «Avvisa il tuo padrone che io stessa monterò sulla torre, e vedrò se ardisce assalir una figlia di re; del che e cielo e terra vorrebber vendetta su lui e su tutta la sua stirpe fin ai bambini in cuna».

Ma allorquando egli fu assassinato dal fanatico Poltrot davanti ad Orleans, e i predicanti dal pulpito ne esprimevano esultanza, la duchessa, ricordandosi ch'era suo genero, mosse di ciò doglianza con Calvino, il quale rispondendo non riprova l'assassinio, fatto a nome della religione. Si le mal fâchait à tous les gens de bien, monsigneur de Guise, qui avait allumé le flambeau, ne pouvait pas être épargné. Et de moi combien j'ai toujours prié Dieu de lui faire merci, si est ce que j'ai souvent désiré que Dieu mît la main sur lui pour en delivrer son Eglise, s'il ne le voulait convertir... Cependant de le damner c'est aller trop avant, si non qu'on eût certaine marque et infaillible de sa réprobation[85].

Vuolsi che la Renata tenesse mano alla congiura dei Fiesco in Genova, per dar prevalenza alla Francia sopra l'Austria in Italia. Morì il 2 luglio 1575, dopo veduta la ruina della Casa d'Este, l'assassinio di suo genero per opera de' Protestanti, e quello de' Protestanti per opera de' Cattolici. Tai frutti si raccolgono dal seminar zizania nella cristianità.

Di Ferrara fu pure Emanuele Tremelli, che per cura del poeta Flaminio e del cardinale Polo convertitosi dal giudaismo, non tardò a sorbire le opinioni protestanti in patria e a Lucca; e per non ripudiarle, passò con Pietro Martire Vermiglio a Strasburgo, indi in Inghilterra insegnò ebraico ad Eidelberga, a Metz, a Sedan dove morì, lasciando varie opere e la versione latina della Bibbia siriaca, e quella del Testamento Vecchio sopra il testo ebraico.

Una Caterina Copa di Ferrara, ita a Ginevra a trovare suo figlio fuoruscito, disapprovò il supplizio inflittovi da Calvino a Serveto; per lo che fu condannata a gridar misericordia a Dio, e bandita con ordine di partire entro ventiquattro ore, pena la testa.

Parrebbe a credere che Ferrara rimanesse purgata dall'eresia, perocchè nell'archivio estense trovasi una quantità di lettere scritte al duca da san Carlo, da sant'Ignazio, da san Francesco Borgia, ove lodano la sua pietà, parlano dell'introduzione di Gesuiti in quella città; frà Ghislieri, che poi fu Pio V, gli chiede l'arresto di qualche cattivo prete, di giudei seduttori, di marani, non mai di Luterani.

Pure il 23 maggio 1551, don Giorgio Siculo, dotto uomo, vi fu appiccato a una finestra, dicono senza forma di processo; l'anno appunto che il sant'Uffizio v'era stato posto, e introdotti i Gesuiti. Nel carteggio del residente toscano a Venezia nel 1565 trovo che in questa città morì l'ambasciadore di Ferrara, e si scoperse ugonotto. Il Frizzi racconta che nel 1568 l'Inquisizione arrestò sedici persone, fra cui più d'un medico e d'un ecclesiastico, avviluppati negli errori de' Giorgiani, de' Monoteliti ed altri, e parte furono condannati al remo, parte al taglio della testa; il nome di questi appare da un documento, testè pubblicato dal Cittadella.

Poi nella corrispondenza del Bullinger occorre una lettera di Tobia Eglino, che da Coira il 12 gennajo 1571 gli racconta un orribile tremuoto, e che il ministro di Sils nell'Engaddina superiore, italiano, gli assicurò che il cavaliere Salis avea ricevuto lettera, qualmente l'inquisitore di Ferrara avesse chiusi in luogo angusto quindici monaci, sospetti di luteranismo, e soffogatili col fumo. Infierendo poi il tremuoto, aver egli detto al duca che tali disastri derivavano dal non castigarsi abbastanza gli eretici: e il duca aver risposto che egli veramente era causa di tali castighi, e non perchè operasse moderato, bensì perchè avea versato sangue. Da qui gravi sospetti contro il duca, talchè il papa l'invitò a dichiarare di qual religione si tenesse.

Fulvio Pellegrino Morato, nativo di Mantova e professore di belle lettere a Ferrara, stampò un Rimario di tutte le cadentie di Dante e Petrarca (1528), e un'esposizione del Pater noster (1526). Sospetto d'avere scritto un libro di opinioni eterodosse, fu obbligato allontanarsi da Ferrara (1533); e stette professore a Vicenza e a Cesena col nome di Fulvio, sinchè, intercedente il Calcagnini, fu ricevuto di nuovo a Ferrara (1539).

Già nominammo sua figlia Olimpia, alla quale aveva dato squisita educazione, sicchè di dodici anni sapea greco e latino, e in quelle lingue, a sedici anni, scriveva dialoghi alla foggia di Tullio e di Platone; seppe retorica e filosofia: verseggiava con gusto ed eleganza, come mostrano la sua Laus L. Mutii Scevolæ, l'apologia di Cicerone contro il Calcagnini, la traduzione delle due prime novelle del Boccaccio e varj dialoghi, poesie ed epistole: il Sardi le dedicò De triplici philosophia, meravigliando la sua facilità nel greco e le sue cognizioni filosofiche.

Dalla Renata posta in Corte a fianco alla figlia Anna, con questa leggea la Scrittura in greco; ma avezza al gusto classico, della semplicità biblica prendea disgusto. Forse per le opinioni eterodosse, che aveva attinte dal padre e dal Sinapi, fu rinviata dalla Corte, ed ebbe ad assistere il padre gravemente ammalato, che poi morì nel 1548. Pose affetto ad Andrea Grunther, giovane protestante tedesco, amico dei Sinapi, e dottorato in medicina a quell'Università, e sposollo: ma avendo egli per affari dovuto correre in Germania, Olimpia restò sola e desolata, finchè potè raggiungerlo (1550), e con altri suoi paesani si stabilì ad Eidelberga, dove insegnò greco.

Colà deplorava i patimenti de' suoi correligionarj rimasti a Ferrara, e al Vergerio scriveva: «Di Ferrara abbiam notizia da pie persone; di alcuni ci consola la fermezza, d'altri ci addolora la defezione. Mia madre restò ferma contro la tempesta. Procurerà uscir con mia sorella da quella Babilonia, e raggiunger me in questo paese».

Tenea corrispondenza colla principessa Lavinia della Rovere della Casa d'Urbino, e le scriveva: «Vi mando per via sicura alcuni scritti di Martin Lutero, la cui lettura a me fece bene, e spero voi pure vi potrete attinger consolazione. Attendete più sempre a questi studj santi; domandate al Signore i lumi del suo spirito, e non vi lascerà senza risposta. Credete che Dio sia menzognero? Credete abbia fatto tante promesse a' suoi discepoli per non ricordarsene più all'ora del bisogno?» e le accompagna una dissertazione sulla vera felicità.

A Celio Curione, di cui parleremo, e ch'essa avea conosciuto in Augusta, dichiara non aver intenzione di tornare in Italia. «Voi non ignorate quanto pericoloso sia il professare il cristianesimo dov'è sì grande il potere dell'Anticristo. La rabbia de' Coricei si estese in tutta Italia; v'è nota la fine del Fannio, pio uomo e molto costante, che dopo due anni di prigionia, senza che la minaccia di morte, o l'amor della moglie e dei figliuoli lo staccassero dalla fede, fu strangolato e il suo cadavere arso, e quasi non bastasse, le sue ossa gettate nel Po».

Regnando Paolo IV, a Chilian Sinapi da Eidelberga scriveva il febbrajo 1555: «Lettere che ho d'Italia m'attestano che s'infierisce a Ferrara contro il cristianesimo, non risparmiando nè sommi, nè infimi; quali imprigionati, quali banditi, altri salvaronsi colla fuga».

Alla sua allieva Anna supplicava per lettera a favore dei credenti, ed esortandola a studiare le scritture e imitar Cristo.

Molto ella ebbe a soffrire e pei comuni dolori dell'esiglio, e più per l'assedio di Schweinfurt nel 1553, che durò quattordici mesi, quando fu costretta rimanere lunga pezza ascosa nella cantina, poi in piazza fu spogliata in camicia. Fuggita ad Hamelburg con una veste prestatale da una vecchia, errò per la Franconia finchè il conte d'Erbach accolse lei e il marito, il quale poi fu nominato professore di medicina all'Università di Eidelberga. Di quivi l'8 agosto 1555 ad una Madonna Cherubina scriveva i suoi patimenti con mesta rassegnazione; ed esortando alla fede in Dio e nel Vangelo. «Il mio consorte fu pigliato due volte dai nemici, che vi prometto, se mai ebbi dolore, allora l'ho avuto: e se mai ho pregato ardentemente, allora pregai. Io nel mio cuore angustiato gridava con gemiti inenarrabili, Ajutami, ajutami, Signore, per Cristo: e mai non ho cessato finch'egli m'ajutò e lo liberò. Vorrei che aveste visto come io era scapigliata, coperta di stracci, chè ci tolsero la veste di dosso, e fuggendo perdetti le scarpe, nè avevo calze in piede: sicchè mi bisognava fuggire sopra le pietre e i sassi, che io non so come arrivassi. Spesso io dicevo: Adesso cascherò qui morta, che non posso più. E poi dicevo a Dio: Signore, se tu mi vuoi viva, comanda alli tuoi angeli che mi tirino, che certo io non posso. Pregate ancora per noi (soggiungeva) come io fo per tutti i cristiani che sono in Italia, che il Signore ci faccia contenti acciocchè possiamo confessarlo in mezzo della generazione diversa..... Qui il padrone è sempre il primo ad andare alla predica; di poi ogni mattina chiama tutta la famiglia, e in sua presenza si legge un Vangelo ed un'Epistola di san Paolo, ed esso a ginocchi con tutta la Corte pregano il Signore. Bisogna poi che ognun de' suoi sudditi, casa per casa, gli renda conto della sua fede, eziandio le massaje, affine di poter vedere come progrediscono nella religione; perchè dice esser certo, se non operasse così, avrebbe a render ragione di tutte le anime de' suoi sudditi. Deh! fossero così fatti tutti i signori e principi! Il Signore vi dia fede, e vi avanzi nella sua cognizione, giacchè di continuo dobbiam pregare di crescere nella fede».

A soli ventinove anni ella morì, e ad Eidelberga fu scritto sul suo sepolcro: «A Dio immortale e alla virtù e memoria di Olimpia figlia di Fulvio Morato, uom dottissimo, carissima moglie del medico Andrea Grunthero, il cui ingegno e la singoiar cognizione delle due lingue, e la probità de' costumi, e il sommo studio della pietà, sopra il comun modo furono stimate. Il qual giudizio umano della vita sua la beata morte, subìta santamente e pacatamente, confermò col testimonio divino. Morì in suolo straniero l'anno 1555 della salute; dell'età sua XXIX. Qui fu sepolta col marito e col fratello Emilio».

Celio Calcagnini, che grandemente lodava le traduzioni e orazioni della Morata, ne pianse in versi la morte[86]. Sulla casa ch'era stata sua, l'accademia di Eidelberga fece scrivere:

Vilis et exilis domus hæc quamvis, habitatrix Clara tamen, claram reddidit ac celebrem.

Delle opere sue una parte perì nell'incendio di Schweinfurt, tra cui osservazioni sopra Omero, e dialoghi greci e latini. Le altre che, oltre quarantotto lettere, sono tre discorsi sui paradossi di Cicerone, dialoghi, orazioni latine e poesie greche, vennero raccolte da Celio Curione, e stampate a Basilea[87], dedicandole a Elisabetta regina d'Inghilterra nel 1558: subito esaurite, ristamparonsi nel 1562, poi di nuovo nel 1570 e nel 1580 con aggiunte.

NOTE

[75] Vedi M. YOUNGH, Aonio Paleario, vol. I, 48.

[76] Nella Magliabechiana sono manoscritti (Classe VII, 346) dei versi latini sopra la regina Margherita quando tornava in Francia.

O patria, o arces, o dulcia tecta parentum, Unde avus, unde pater, tres unde ex ordine fratres Scepta tulere mei, mene o agnoscitis, arces?

[77]

Nam tot Ferraria vates Quot ranas tellus ferrariensis habet.

BARTH. PAG. PRIGNANI.

[78] Summæ pars I, Tit. VIII, c. II.

[79] Queste lodi deduciamo dal guascone Brantôme, poi dal Varillas, che di quello esagera le iperbole, come un gazzettiere moderno.

[80] Peraltro Marot diceva:

De lutheraniste ils m'ont donné le nom: Que droit ce soit je reponds que non.

I salmi di Marot furono stampati coll'approvazione della Sorbona e della facoltà teologica di Parigi, colla solita dichiarazione che non vi si conteneva nulla di contrario alla Chiesa cattolica.

Fra le sue poesie n'ha una intitolata A' suoi amici quando, lasciata la regina di Navarra, fu ricevuto nella casa e stato di madama Renata duchessa di Ferrara.

Mes amis, j'ay changé ma dame: Une autre a dessus moy puissance, Née deux fois, de nom et d'ame, Enfant du roy par sa naissance: Enfant du ciel par connoissance De celuy qui la sauvera, De sorte, quand l'autre saura Comment je l'ay telte choisie, Je suis bien sur qu'elle en aura Plus d'aise que de jalousie.

Nell'ep. XLIX dice quel che ha imparato in Italia:

Depuis un peu je parle sobrement, Car ces Lombards avec qui je chemine M'ont fort appris à faire bonne mine, A un mot seul de Dieu ne deviser, A parler peu, et à poltroniser.

[81] Una colonna in Aosta porta: Hanc Calvini fuga erexit anno 1541: religionis constantia reparavit 1741.

[82] Lettere di Calvino, Tom. I, p. 44, 34.

[83] Nella Biblioteca imperiale di Parigi, Cod. 8645, carte 56.

[84] Lettera del 10 maggio 1563. Nella biblioteca di Modena si conserva un bel codicetto di preghiere della Renata, ov'essa è rappresentata tutta vestita d'oro e con un velo pur d'oro in testa. Vedi Mem. della Deputaz. di Storia Patria di Modena, Vol. II, 1864. Nel castello si indica una cappella, fatta costruire da lei, con cornice e lastre di marmo in giro, per modo che non si potesse mettervi statue o immagini.

[85] Lettere di Calvino raccolte da G. Bonnet. Parigi 1855, tom. II, p. 553.

[86] Sul Calcagnino caddero i soliti dubbj, come accennammo; ma Erasmo gli facea congratulazioni pel suo lavoro sul libero arbitrio. Libellus tuus de libero arbitrio, mi Celi, usque adeo mihi placuit etc.: il qual libro però dal Barotti suo biografo è attribuito al domenicano Vincenzo Giaccari di Lugo, ad istanza del Calcagnini. Questi mostrossi sulle prime favorevole al divorzio di Enrico VIII che ne lo interrogava, ma consigliatosi con buoni cattolici, cangiò sentenza.

[87] Olimpiæ Moratæ fœminæ doctissimæ ac plane divinæ opera omnia quæ hactenus inveniri potuerunt cum eruditorum testimoniis et laudibus. Quibus Cœlii Secundi selectæ epistolæ et orationes accesserunt.

Nell'epitafio della Morata, il Curione mescola Dei e Cristo.

Qui sparsum violis humum, viator, Panchæoque stupes odore passim Fragrare omnia, jam benignus audi. Treis nosti Charites, novemque Musas Scriptis precelebres vetustiorum: Quei quantum est alibi venustioris Artis vel lepidæ eruditionis, Harum pectora nutriente Phœbo, flata Illo, quem perhibet chorus sacrorum Vatum de ætheriis plagis venire, Consensu tribuunt pari poetæ. Hoc quam forte putas tegi sepulcro, Musarum decima est, Charisque quarta. Hanc quod progenitam ferunt Olympo Vatem, Pallas OLIMPIAM vocavit. At cur FULVIA nomen inditum illi est? Fulvi scilicet hæc quod instar auri Explorata malis laboriosis, Et fatis agitata sæpe duris, Auro purior attamen reperta est: Seu fulvæ quod avis modo, beatos Inter vivere cœlites sueta, Terras liquerit ocyus jacentes. Quod vero ingenio valens sagaci Raris dotibus ingeni puellas Inter fulserit eruditione, Castis prædita moribus bonisque, MORATA est ideo vocata vulgo. Hanc Christus Dominus dedit videndam Terris: at simul ac flagrare vidit Hanc desiderio sui, repente In cœlum rapuit, sibique junxit. Firmo fœdere connubi ligatam Qui cum nunc placidam capit quietem Consors perpetua beatitatis. At tu vive, vale diu, viator, Virtutemque animo colas probato, Quæ te sola potest beare cœlo.

DISCORSO XXVII.

PIETRO PAOLO VERGERIO VESCOVO DI CAPODISTRIA.

L'elettore palatino Federico il Saggio, appassionatissimo per le reliquie, ne faceva incetta in ogni parte del mondo, e le riponeva in capse e teche di legno, di vetro, d'ebano, ornate di pietre, d'argento, d'oro. Uno degli incaricati di tale ricerca fu il monaco Burcardo barone di Schenk, il quale poi dalle prediche di Lutero lasciossi indurre a mutar fede. Per quella raccolta stando a Venezia, il 19 settembre 1520, informava come varie opere di Lutero si fossero introdotte in quella città, e il patriarca e il papa n'avessero proibita la vendita; poi al 5 aprile seguente aggiunge che, per ordine del papa, il patriarca scomunicò per tutte le chiese Lutero e chi ne tenesse i libri.

Conobbe egli colà Pietro Paolo Vergerio o piuttosto Verzerio, giacchè la sua famiglia portava nello stemma un cavolo (verza). La qual nobile famiglia di Capodistria, un secolo prima, avea prodotto un famoso erudito, vissuto alla Corte dei Carrara di Padova, de' quali celebrò le glorie. Pietro Paolo ebbe fratelli Giacomo, Aurelio e Giovanni Battista, che tutti salirono in rinomanza. Egli studiava a Padova, quando lo Schenk l'indusse a recarsi nel Würtenberg a compire gli studj e portare reliquie a quell'elettore, e lo raccomandò allo Spalatino, cappellano di questo, «persuaso che sarebbe di grand'onore ed utile all'Università, perchè di nobilissimo ingegno e memoria, e reputasi il migliore in diritto e belle lettere fra i giovani dello studio di Padova». Col fratello Giacomo si mosse egli in effetto, ma l'elettore, dacchè Lutero predicava, erasi visto diminuire l'entrata che provenivagli dalle indulgenze, onde si moderò nello spendere, e massime in reliquie; e non potè anticipare denari al Vergerio pel viaggio. Questi pertanto rimase a Padova; ma ciò l'avea fatto conoscere in Germania, e doveva influire sul suo avvenire. Dottorato, fu in uffizj giuridici a Verona, a Padova, a Venezia, poi andò a Roma, dove facea da segretario di Clemente VII suo fratello Aurelio, che morì cavalier di Malta nel 1532.

Pietro Paolo si pose a servigio del cardinale Contarini, ed entrò nelle grazie del papa, che lo destinò a succedere al Rangoni vescovo di Reggio come legato a re Ferdinando di Germania. Scopo della legazione era d'ottenere che, essendo le dottrine luterane condannate già da Leone X, s'avesse ad applicare ogni mezzo per isvellerle; dar incoraggiamenti a Faber, Eck, Cochleo, Nausea, e agli altri amici della religione cattolica.

Il Vergerio in Germania ebbe buone accoglienze dall'imperatore, e ne fu investito di qualche benefizio. Del tempo ch'egli stava colà molte lettere conserva l'archivio Vaticano[88]. In una del 22 settembre 1533 a Jacobo Salviati mostra come, per attendere al meglio della Chiesa, importerebbe che la santa sede facesse almen tregua col Turco. E se mai il proporla si trovasse men decoroso, esibisce entrare egli stesso in Turchia, col pretesto di tornare per suoi affari in patria, donde, conoscendo la lingua e non avendo dignità, potrebbe facilmente passare a Costantinopoli, e colà trattare sottomano. E tanto più che aveva benevolo il balio Alvise Gritti, del cui padre doge avea steso l'elogio.

In altre a monsignor Carnesecchi mostra quanto il re di Germania stesse in apprensione pel congresso del papa col re di Francia a Marsiglia e per quelle nozze. Ripete più volte le proteste «dell'ardentia sua di servir con sincerissima fede, perchè ho lasciato la precedente mia vita et industria per farlo fin alla morte, se bene non havessi premio e favore mai, che lo haverò da Jesù Cristo, spero» (18 marzo 1534).

Più notevole è una sua lettera del 27 agosto 1534 al senato di Venezia, ove dipinge il danno fatto dalla setta luterana non solo alla religione, ma al quieto vivere della Germania, eccitando a sedizione e tumulto, e a prendere l'armi contro i signori. Questi effetti si produssero con libri scritti in latino, ma poi Martin Lutero si accorse quanto frutto potrebbe fare «nelle maledette sue vie, scrivendo più presto con la lingua comune della Germania». Non contenti, «hanno pensato diffondere questo tossico di heresia e di sedition nella Italia». Perciò da un frate veneziano che abita in Augusta fecero comporre in vulgare nostro un libretto di forse cento carte in ottavo, col titolo Correzion del stato cristiano, anno 1533, senza nome d'autore, nè luogo: «libro pieno in sè di tutte le ribalderie, heresie, distruzion della nostra fede che finora hanno saputo immaginar Luterani e tutta quell'altra feccia d'uomini barbari che sono nemici e d'Italia e di Cristo». È facile capire che è destinato all'Italia, e che vi recherà gran guasti fra i nostri, essendo tale che «non potria esser peggiore e più pericoloso». Pertanto avendo quel felicissimo dominio avuta sempre la gloria cogli uomini e il merito con Dio di difender col proprio sangue l'onore e la salute della santa fede, li supplica a guardarsi dai mali principj che quel libro potrebbe diffondere; e impedire che tra le mercanzie ne sieno portate delle balle.

Poi ai 30 dello stesso mese scrive al Carnesecchi avvertendolo che a Trieste «pullulava molto bene il luteranismo, preso per il commertio della Germania»; egli provvederà come può: e lo stesso re di Germania, se è costretto dissimulare nelle terre dell'impero di Boemia, è poi rigorosissimo nel suo patrimonio arciducale d'Austria, «e fa volentier severa demostration contra quei maledetti, e contra Tergestini la farà severissima». Soggiunge sapere come, «uscita da Trieste, questa peste è attaccata molto bene a un castello nominato Piran, dove pubblicamente alcuni ribaldi andavano contaminando gli animi delle semplici persone. Monsignor, io conosco la natura del paese, perchè ivi è la mia patria. Se tra quelle singolarità di intelletti penetra la setta luteristica; se quel canton dell'Italia si ammorba, vostra signoria vedrà presto (sed Deus omen avertat) tutte le circumvicine provincie e region infette e corrotte». E però l'esorta a informarne il pontefice perchè osti ai principj, e voglia infiammare i signori veneti a far provisione severissima: egli stesso ne scriverà alla signoria. «Io so bene che alcuni di quei scellerati di Pirano sono stati chiamati a Venezia per questa causa, ma so eziandio che più severità vi si dovria usare che non si usa. Monsignor, dico che nessuna cosa più importa ai nostri tempi che questa: e se coloro se ne vanno impuniti, actam est de tota Istria, actum cum summo totius Italiæ periculo».

Il Vergerio era tornato a Vienna d'ordine del nuovo papa onde lealmente e incondizionatamente insistere perchè fosse radunato il Concilio[89]; e al tempo stesso offerire a chi volesse la corona d'Inghilterra, demeritata da Enrico VIII col farsi eretico. Ivi ebbe con Lutero un colloquio, che frà Paolo Sarpi descrive con evidente retorica, facendo dal legato esporre mille offerte e promesse del papa, e da Lutero ricusarle con frasi da antico Romano. Ma il Seckendorf, infaticabile cercatore di quanto glorifica il luteranismo, riferisce quell'abboccamento senza veruna delle circostanze fantasticate da frà Paolo, nè la pomposa diceria che questo mette in bocca a Lutero; racconta solo che questo, la mattina, raccomandò al barbiere: «Radimi bene, perchè devo parlar col nunzio papale, e voglio parergli più giovane, e così crescergli la paura ch'io abbia a campare a lungo». Pure al Vergerio egli sembrò deforme di faccia, d'abito, di gesti; che parlasse latino sì male, da non creder di lui i libri col suo nome pubblicati; lo giudica l'arroganza stessa, la malignità, l'impudenza, e conchiude: «Gran fastidio, mi faceva l'udirlo, nè volli altro rispondere se non due parolette per non sembrare un tronco».

Or va e credi al frate veneziano! Anche il Pallavicino nega affatto le indecorose esibizioni; quel colloquio non esser più vero che i fatti dell'Iliade; e gli contrappone il ragguaglio che il Vergerio ne scrisse al segretario del papa, come d'un incontro accidentale, ove non si parlò di nulla di serio. Noi siamo fortunati di poter produrre la relazione originale che il Vergerio ne diresse al Recalcati da Dresda il 12 novembre 1535[90], e sebbene lunga, non ci parve bene accorciare:

Nelle ultime mie, che furono date in Hall a dì 4 del presente, scrissi che io era per andar allo Elettor Brandeburghese; vi sono stato, e ora la S. V. intenderà il successo di quella parte di viaggio nella quale ci sarà alcuna cosa da avvertire, intrandovi frà Martino Luthero, e quello che ho potuto operare con quel Principe.

Da Hall fino a Berlin, che è la residenza di quello Elettore, ci sono quindici leghe di cammino, il quale si ha a fare per la maggior parte su li dominj del duca di Sassonia Elettor, dove è tutto pieno di popoli eretici, e di peste (e mi mancava solo questa sorte di pericolo ad averli avuti tutti in questo viaggio); ma perchè era molto necessario alla impresa che nondimeno io vi passassi, presi per consiglio di andarmene appunto per Wittemberga, che è la sentina delle eresie, e m'avvedeva, che se io andava per li villaggi, mi dovea esser pericolo maggiore della peste e d'altro. Scrissi adunque al locotenente del prefato duca Elettor, chè S. E., come ho già scritto, non era in queste parti: che, se li piaceva, avrei voluto passar per la sua terra. Monsignore, udite in che reputazione questi principalissimi eretici hanno il nome di papa Paolo. Quel locotenente ricevute le mie lettere mandò alcuni de' suoi ad accompagnarmi, e comandamento alli osti dove io dovea alloggiare, che non prendessero miei danari, che esso li volea pagare in nome del signore. Poi quando fui per entrare in Wittemberga, egli medesimo uscì ad incontrarme con una bella compagnia, e smontò da cavallo con due altri gentilomini, e in somma con tutti quelli atti di riverenza che facciano ad un nunzio apostolico nei buoni tempi, e credo certo maggiori; mi ricevettero e condussero ad alloggiar nel castello e nelle stanze medesime del principe, dove vi stetti la notte: e la mattina seguente, accompagnato dallo stesso locotenente per quattro leghe continue, me n'andai a fare i fatti miei. In questo modo sono stato trattato dalli maggiori inimici che abbia mai avuto la sede apostolica; il che per molte cause dee esser di grandissima speranza e consolazione a nostro signore, e dico più che, essendo stati li ragionamenti di coloro spesse fiate di Sua Santità e delle sue azioni, tutti molto la commendavano, dicendo di aver speranza che questo è quello che vorrà fare il tanto desiderato concilio; il quale è stato fuggito, così diceano ogni tre parole, dalli altri pontefici, e levar le pericolosissime dissensioni che sono nella fede di Gesù Cristo. Questa è grande laude e felicità di sua beatitudine che eziamdio tra costoro abbia tanto gran fama e tanto grande espettazione d'opere sante. Ma monsignore, io ho da scrivere qualche altra notabil cosa che mi occorse in quella conversazione eretica.

Avendo io a partirmi da Wittemberga, mi era messo a tavola e faceva colazione, e ecco entrare il locotenente (che tra l'altre cortesie usava questa ch'egli medesimo mi serviva) con Martino Lutero e con Pomerano, dicendo che, in assenza della Corte del suo principe e d'altri dotti uomini che suoleno esser in quella Università, allora transferita in Turingia per conto della peste, egli non avea altri da farmi tener compagnia, la cui lingua io avessi potuto ben intendere, e che io volessi ascoltar quelli due, che essi aveano per savii uomini, tanto che io mangiava.

Io non potei mostrarmi che consenziente, essendo dove io era, e ascoltai frà Martino e quell'altro, tanto che durò la colazione e che li miei signori andassero a montar a cavallo. Comincio dalla etade, e di grazia prendete volentieri pazienza d'intender quello che scriverò di costui.

Egli è di cinquant'anni poco più, ma robusto e forte, che non pare di quaranta, di ciera assai grossa, ma la quale si forza di tener morbida e delicata quanto può. Pronunziazione mediocremente spedita e non molto aspra per tedesco, in lingua latina parla tanto male, che mi pare di esser chiaro, che alcuni libri che vanno attorno sotto il suo nome, e par che abbino qualche odor di latinità e di eloquenza, non sono suoi, e lo confessava egli medesimo che non suol scriver in latino, ma che fa professione di saper ben dire nel suo volgar; così dicea di se medesimo. Li occhi guerzi, li quali, monsignor, quanto più io mirava, tanto più mi pareva di vederli appunto simili a quelli che qualche volta io ho veduto di qualche uno indicato ispiritato, così affogati, inconstanti, e con certo come furor e rabbia che vi si vede per dentro. E veramente che quanto più penso a quel che ho veduto e sentito in quel monstro, e alla gran forza delle sue maladette operazioni, e conjungendo quello che io so dalla sua natività, e di tutta la passata vita, da persone che li erano intimi amici sino a quel tempo che si fece frate, tanto più mi lascio vincere a credere, che egli abbia qualche demonio adesso.

Usò questa sola civiltà, che, parlando in mia presenza, stava con la berretta in mano, e disse eziandio qualche parola in laude di nostro signore, di aver inteso che era savio e buono fin quando egli fu a Roma, nel qual tempo (aggiunse la bestia sorridendo) celebrai parecchie messe. E a dirne presto il mio judicio, tratto dalla faccia, dall'abito, dai gesti, e dalle parole, o sia ispiritato o non, egli è l'arroganza istessa, la malignità e l'imprudenzia, che è una vergogna infinita di questi scempi principi e altri che hanno governo di queste terre, che non vedono chi è costui il quale hanno tolto per maestro e per profeta. Vostra signoria giudichi anche essa dall'abito; quel cervello incomposito era vestito di festa, perchè era la domenica, con un giuppon che aveva il busto di ciambellotto trito, e le maniche che stavano in mostra ambiziosa di raso, veste di sargia fodrata di volpe, ma assai corta, parecchi anelli, e al collo un grosso pendente d'oro; la berretta poi in forma di prete. Diceva aver procreate con la sua venerabil monaca due figlie femine e tre maschi, de' quali uno è di dodici anni, e vanagloriava impudentemente di volerlo lasciar dopo di sè grande uomo nella dottrina evangelica. Vive, per quel che ho inteso e poteva io allora troppo ben comprendere, con nessuna gravità e nessuna esemplarità di buoni costumi, e non avendo altro al mondo che il stipendio del principe per la sua lettura e per le prediche, e essendo di animo incivile e villano, che suo padre fu vilissimo mercenario nelle miniere di Coslaria, e la madre servitrice ad alcuni bagni, che non si può dir cosa più infame, in una vita sordida e abjetta.

La prima cosa che disse, quando venne avanti dove io mangiava, vedendomi taciturno e volendo eccitar qualche ragionamento, fu se in Italia io aveva inteso alcuna cosa della sua fama di esser tedesco inbriaco; e notate un poco il senso di queste parole arroganti e impudenti, le quali per certo dimostrano che egli abbia fatto e faccia tutto ciò che fa per qualche suo sdegno e per mera invidia e come per vendetta; anzi affermo alla signoria vostra che tutto il suo parlar non spira altro che questo, e che in quell'animal irrazional non ci è altro che furor e insano appetito di poter confonder tutta la fede di Gesù Cristo e tutto il mondo se potesse.

Se avrò a venir alla presenza di nostro signore con la relazion delle operazioni mie, dirò di molte sue parole piene di qualche significazion importante, che sono quelle che precipuamente me lo hanno fatto parer tanto impudente; o non avendo a venir, le scriverò di Vienna; ma questa non è ora da differire. Disse che il re d'Inghilterra gli avea mandato novamente un suo dottore, e lo chiamava segretario di quella maestà, nè mi espresse altro, nè potei io interrogar più oltre, e avrei creduto che forse l'avesse detto per jattanza ad alcun suo effetto, ma lo intesi poi da altri ch'era vero. Io mi forzai di buttar alcune parole per farli dire il suo giudicio sopra l'operazion di quel re, ma egli in questa cosa sola stette sopra di sè in rispetto, nè si lasciava intendere, io pur urgea, e dissi: E come laudi ciò che egli ha fatto novamente contro quelli due santi uomini? Non so, rispose egli. Ma ritornando a quel che ho detto di quel dottor anglico, è molto da advertire che quel re, avendo risaputo l'animo di nostro signore e essendo tanto ricco di denari com'è, avrà mandato colui, e ne manderà delli altri ad instigar li principi e Stati di questa setta, li quali, avendo di cotesta sede odio tanto intestino, come hanno, e accedendo ora a concitargli compiutamente il stimolo di tanto oro, quanto in un tal caso è da creder che il re vorrà e potrà profunder, e essendo essi di natura assai corruttibili e cupidi di cose nove, e forse poco amici molti di loro all'imperator medesimo, potriano fare in un tratto qualche grande e pericoloso moto. Replico quella mia debole opinione, la qual già scrissi, che molto più opportunamente si potria metter in ordine nel futuro concilio una espedizion contro di lui, nel qual tempo saria da sperar, che usandosi buoni pratiche, una buona parte di costoro si potesse tirar ad esser con la sede apostolica, dove volendosi fare adesso, la maggior parte le saria contro ansiamente. E notate un poco che a me pare di comprendere, che questi intelletti fatti alla rovescia interpretino in questo modo ciò che fa ora sua santità. Questo papa, che ha in animo di voler estirpar l'eresie con viva forza e con arme, non vuol principiar dalla Germania, per qualche suo rispetto; ma cerca di concitar li principi cristiani a far la guerra contro il re d'Anglia, prendendo occasion dalla morte del cardinal Roffense. E per non aver in ciò disturbo dall'Alemagna, che ha cominciato prima a tener molte delle opinioni che tiene ora quel re, la va nutrendo in speranza e pratica di concilio, contro la quale faria poi ciò che potesse, quando per avventura avesse avuto felicità di debellar, ovvero riunirsi Inghilterra. E dicono che quel tristo di frà Martino m'ha detto delle parole che hanno tutto questo sentimento: per la qual cosa è da dubitare molto, che questi miei Tedeschi, fin che penseranno una tal cosa con li loro sospettosissimi ingegni, e che la festa di Anglia potria esser la loro vigilia, non faccino ora tutto quello che ponno, ch'è molto più ch'altri non crede, parte pubblicamente, parte con pratiche occulte per defension di colui. E se dalli conati loro non avrà poi a riuscir altro, almeno potranno interturbare che non si faccia adesso concilio, tale che abbia quieta esecuzion sopra di loro: la qual saria grande infelicità del pontificato di cotesto santissimo pastore. Del qual Concilio, che per certo abbia ad esser fruttuoso e con grandissimo onore di Dio e di papa Paolo III in sempiterno, io ne ho più speranza che mai io abbia avuto, e per l'inclinazione che io vedo in questi principi, e avendo conosciuto d'appresso chi è questo Martino Lutero, quanto senza nervo e senza giudicio quanto una bestia: e voglio vaticinar che con la sola indizione, la qual presto faccia nostro signore, e sarà quella che farà creder compiutamente li principi e li popoli che si fa daddovero, l'audacia di colui e la insania rimanerà fratta e debilitata, e di tutti li suoi seguaci insensati: così come all'incontro ella se corroborerà e crescerà in infinito se il Concilio per qual causa si voglia s'andasse differendo, per questa ragion sola che disseminariano che il papa non ha ardire di farlo: e questo è stato il loro Achille, da alcuni anni in qua, a commovere il volgo sapendo di non poter difender le cose sue.

Vi ho fatto menzione di Pomerano e non detto altro di lui. Egli è uno de' primi della sinagoga, parroco di Wittemberg, e quello che impone la mano e ordina sacerdoti in tutta quella setta, e me lo diceva egli medesimo di averne questa autorità, data da frà Martino e da quelli altri dell'accademia, e nelle ordinazioni servare il modo tradito da santo Paulo. Alle quali parole avendo veduto Lutero ch'io sorrideva, disse quasi con impeto. Nos cogimur ita facere; et ordinantur viri qui sunt communiter approbati. E io lo domandai quello che voleva inferire dicendo cogimur facere, se forse questo, che sanno ben di far cosa assurda, e che Pomerano non può aver quella autorità data da loro. Rispose che, essendo sprezzati dalli nostri santissimi (così diceva, episcopi) li quali non voleano nè ordinarli nè ascoltarli, erano costretti a proveder al fatto e alle anime loro, e col consenso di molti buoni dar la potestà ad uno di essi che supplisca in loco di episcopo. Veda vossignoria che prudenti uomini son questi, e avverta in questa risposta, prima alla gran loro pazzia di dire di dar tale autorità de imponendis manibus, e in un tratto confessar di non poterla dare; dappoi, che a voler saper che opinioni tengono adesso, non bisogna più attender a quel che hanno già detto e scritto in tanti loro libri, ma a quel che fanno ora in effetto. E ecco in quelle parole Martino ammetteva gli ordini e li vescovi, e nondimeno soleva improbar tutte due queste cose con quella inconstanza che fanno tutti coloro, li quali sono senza fondamento certo. Ma il bello è che hanno un altro perfugio. Quando si oppone loro tanta instabilità, fanno de' libri e presto stampar col nome loro: poi quando vogliono e par loro a proposito delle sue opinioni di mantenersi il favor della bestialità del popolo, denegano arditamente d'averli composti, siccome fanno di quelli articoli, che due volte mandai alla signoria vostra; quelli che pareano esser stati mandati al re di Francia, che ora mi hanno negato di averli scritti.

Ma udite meglio di questi valenti uomini. Io so per molte vie, che essi certo fecero li articoli predetti, ma perchè riseppero che i principi e le città eretiche l'aveano avuto per male, le quali vorriano veder che li loro maestri stessero ben costanti a diminuire l'autorità della sede apostolica, e non concederle cosa alcuna di quelle che concedeano li articoli, essi subito denegarono di averli scritti, e hanno ora divulgato un libro in lingua tedesca contro li stessi suoi articoli, e contro coloro che essi dicono, che vi hanno di sopra mentito il nome e finto eziandio le frasi loro. Sono dico uomini pieni d'imposture, e di falsità; e nondimeno, monsignor, questi son quelli che in Germania, nazione inclita, hanno faccia e ardimento di dire, e lo dicono, che sono molto ben ascoltati se piace a Dio, visum est spiritui sancto et nobis. O tempi, o miseria nostra!

Ma quanto vi stomacheria ad udire particolarmente le altre loro azioni. Tutto che bisogna dire simillime, voglio adesso lasciar star le cose maggiori del servo che chiamano arbitrio, delle opere non necessarie, e le altre loro pertinacie, fondate in torcere e espressamente corrompere le scritture; cantano i salmi, una parte in latino quei che son lor preti Pomeraniani, l'altra tutto il popolo in tedesco, secondo la traduzione violenta e falsa di Lutero, gli organini la terza; e l'ho veduto io medesimo quella mattina nella capella del signore che è nel castello, nel consacrar, oltre le pazze mutazioni in loco del canone (perchè non vogliono per cosa del mondo aver intercession di santi) cantano il pater noster, e poi con più alta voce in tedesco le parole della consecrazion; onde è nato che sono entrate nella bocca de' putti e pazzi e altri, e cantate per cantilene cotidiane nelle loro stufe e bagni; e tra le loro perpetue ebrietà, con indignità così grande come vedete, e vergogna non dirò d'altri che di tutto il mondo che gli ha sopportati tanto avanti. Parlo con amaritudine e con incredibil passione, massimamente che, avendoli io conosciuti per certo tali e peggiori di quel che saprei dire in mille anni. Ho poi veduto tutta questa nazion che gli corre dietro ad occhi serrati, e gli ha per profeti santissimi.

Voglio pur dirvene una o due altre: tra l'epistola e l'evangelio tutto il popolo con queste voci tedesche orrende grida quanto può nel suo vulgare alcune imprecazioni scellerate e contumelie disoneste, composte in rima da frà Martino, contro la Chiesa di Roma e coloro che la reggono, e contro quelli che perseverano nella sua obbedienza; e questa è la loro modestia e dottrina evangelica, della quale fanno professione: usar quelli modi pazzi e empi al tempo che sono per communicarsi e unirsi con Cristo; perchè solamente quando vi sono comunicanti, li quali prendono sempre sub utraque, precedente però la confessione auricolare, cantano quella loro che non vogliono chiamar nè messa nè sacrificio, per non star con li papisti, e nondimeno vi usano tutti i paramenti e quasi tutto l'ordine che hanno ordinati li pontefici e la Chiesa.

Del venere e sabbato (che vo saltando d'una materia in l'altre, siccome il sdegno me la porge) disse Martino che egli laudaria che fosse ordinato che due volte alla settimana non solo astenessimo di mangiar carne, ma digiunassimo compiutamente, ma che l'imperator avria esso a stabilire, e che in questo mezzo li Tedeschi disse nol fanno, perchè fu ordinazion di pontefice: nel che si può evidentemente veder la pravità che io dico del suo giudicio, e quella tanta rabbia che spira da ogni banda contro la Chiesa di Cristo. E buona cosa dice a farlo, ma lo immuta di fatto, essendo già statuito da tanti padri buoni e santi e comprovato da tante età, acciocchè un imperator a cui non aspetta di farlo, lo statuisca di novo: e dimostra di non veder che, volendo levare l'ordinazioni pontificie, leva pur eziandio quella della elezion dell'impero, della quale costoro tanto insuperbiscono, e fu pur ordinata da pontefici, benchè a questo dovria aprire gli occhi altri che Martino.

A molte di queste cose, le quali io udiva con gran tormento, non volli mai rispondere se non qualche volta due parolette, per non parere un tronco. Ma a questa che io dirò non mi potei contenere, quando egli avea benedetto e detto molte cose quasi per comprovarle tutte, disse: Oggi non abbiamo bisogno di Concilio per noi, che le nostre ordinazioni son fatte e stabilite, secondo le quali abbiamo a vivere con li nostri evangelici; ma la cristianità n'ha bisogno, acciocchè quella parte che non ha ancora potuto conoscer la verità e li errori, nelli quali è stata lungamente, la possino vedere e conoscere. — Per certo (dissi io) questa è pur troppo grande arroganza, Martino; perchè mi pare che tu abbi questa opinione, che, se la maggior parte delli uomini buoni, savj e dotti di tutto il mondo si congregherà a far concilio, sopra li quali in quell'atto discende senza dubbio lo Spirito Santo, essi non siano per concludere altro che quello che ora pare a te».

Egli con altrettanta temerità bestiale m'interruppe subito e disse: — Ben verrò al concilio, e voglio perder la testa se non difendo le mie opinioni contro tutto il mondo»; e in questo proposito e furor che era, per mia fe tutto cambiato in faccia, buttò fuori una parola tale: Hæc quæ exit ab ore meo, non est ira mei, sed ira Dei; e poco appresso un'altra che mi fu ben cara ad intendere: «Noi abbiamo ben inteso (disse) che sei stato a trattar col marchese Giorgio Brandeburgense, e che hai proposto in nome del papa, fra le altre, la città di Mantova per il Concilio, la quale, aggiunse, sarà bon luogo accomodato; e in quella o in Verona, od in tale verremo volontieri», e lo ripetè parecchie volte. E non dico che mi sia piacciuto intenderlo come opinion di quel furibondo; benchè mi maravigliai che subito non avesse detto, che il papa non avesse autorità di statuir loco e indicere il concilio: ma perchè esistimo che ella sarà opinion del suo principe, col qual solo mi resta negoziare, già consultato con lui con quelli altri accademici e consiliarj suoi in queste materie, e son certo che già hanno fatto consulto tra loro quel che mi dovranno rispondere. In summa summarum frà Martino a me è parso tale come l'ho dipinto, e molto più insensato e furioso, e se ad altro tempo altri l'hanno conosciuto forse grave e fondato, non si maravigli che egli sia pervenuto a questa perfezion che io ho scritta, di levità e d'insania, perciocchè è gran cosa il vedersi aver il consenso, il quale costui ha avuto infinito per colpa di pravi giudicj di coloro che gli credono, e da alcuni che nel principio non hanno rimediato: e poi credo io che sia volontà di Gesù Cristo, che la tragedia di colui finisca in un tal modo pazzo e infame.

Se questa mia lettera lunga paresse a vostra signoria un poco immodesta contro questi miei principi, non solamente contro Lutero, prendetelo in buona parte e attribuitelo a quello stesso fervore, che mi ha fatto fare volontieri tanto gran viaggio, in servizio della fede di Gesù Cristo benedetto. Domando bene di grazia che la non esca in mano d'altrui, che vi so dire che, per opera di alcuni mali Tedeschi che avete in Corte, ella sarà subito mandata per Germania, tradotta in tedesco, e ci concitaria, o per dire meglio cresceria a questi tempi qualche pericoloso odio. Mi raccomando alla signoria vostra.

Di Dresda, residenza del duca Giorgio di Sassonia alli XII di novembre MDXXXV».

Il Vergerio era ancor laico, ma in un giorno ricevette da suo fratello Giambattista, vescovo di Pola, tutti gli ordini e l'unzione come vescovo di Madrusc in Croazia, donde fu trasferito alla sede di Capodistria sua patria. Nella Ritrattazione descrive egli per filo e per segno la sua entrata a vescovo, la benedizione, la cresima, il battesimo di una campana, il vestir un chierico, la consacrazione della chiesa di Pirano: funzioni che allora lo commoveano a pietà, dappoi a scherno. Andò al colloquio di Worms (1540) come messo del re di Francia, ma infatti del papa[91]: e vi tenne una bellissima orazione De unitate et pace Ecclesiæ sopra il testo Labora sicut bonus servus Christi Jesu, stampata a Venezia il 1542. Ivi con buoni argomenti e molta unzione toglie a mostrare come bisognasse, non un Concilio particolare, ma uno generale. «Voi, o fratelli, (diceva tra altre cose) prendeste in mano la causa di Cristo e della Chiesa. In prima pensate che vi recaste in mano il corpo di Cristo e Cristo suo capo; onde, senza ch'io vel dica, comprendete quanta moderazione d'animo, quanta purezza vi bisogni avere, e quanto religiosamente e riverentemente trattarle. Ogni fiducia, ogni speranza riponete in Dio, e non badate a veruna cosa umana, ma solo alle celesti. Nulla potrete operare se con voi non sia l'autor della fede. Pensate che l'uomo non è altro che una creatura, nè può confidarsi nelle proprie forze, e ch'è dono del creatore la fede, che ci dà e la giustificazione e la salute. Certamente son numerosi gli abusi che si possono togliere, e confesso che molto meglio faremmo se in un'ora sola troncassimo tutto quanto impedisce la gloria di Cristo; e così n'avessimo la forza! ma pel nome e pel sangue di lui vi supplico, concedete alcuna cosa alla debolezza nostra; concedete che a poco a poco eliminiamo quel che s'introdusse poc'a poco di non degno dell'imitazione e della dottrina di Cristo. Non vedete già quanti s'applichino a migliorar la loro Chiesa? Non crediate che Dio l'abbia fatto invano, giacchè egli è fuoco che consuma, come disse san Paolo, e lui sperare che da queste faville gran fiamma divamperà, la quale cacci e distrugga le tenebre e la notte della Chiesa. Non entrerò qui a discutere coi teologi de' principj protestanti. Quanto al primo degli articoli proposti, nessun di essi ha intaccata l'essenza della divinità. Quanto al secondo sul peccato originale, e agli altri, tenete ben fisso nell'animo che nè il tempo, nè il luogo comportano lo spettacolo di alcuna logomachia, nè che vi produciate quasi sulla scena a sfoggiare l'acume dei vostri ingegni, la possa della vostra eloquenza, la dovizia della dottrina, la estesa memoria. Troppo grave e seria cosa s'ha da trattare: sicchè lasciamo via ogni puntiglio di parola, ogni ostentazione. Quegli antichi che sostennero tali punti furono uomini dotti e buoni, fors'anche migliori di noi. Se l'età seguente passo a passo e per occasione potè, fra le buone dottrine insinuare abusi e superstizioni, io credo che devano svellersi dalle radici, e mondar il frumento dal lollio; ma osservate diligentemente, e in tutta la loro forza e pietà quelle prime istituzioni, che certo ebbero buoni cominciamenti; e se altre furono introdotte da moderni, e se non le ricevettero dagli antecedenti, anzi dalle stesse mani degli apostoli. I teologi protestanti sogliono repudiare tutto ciò che non fu manifestamente insegnato da Cristo e da' suoi discepoli. Eppur delle dottrine e istituzioni nostre, che alcuni di voi rigettarono, non tutte sono della medesima qualità; altre più, altre meno pie: altre più, altre meno alimentano la fede e la pietà verso Dio; ve n'ha di nate di fresco, ve n'ha di antiche e solide. Il discutere de' singoli articoli è serbato a quando (e deh sia presto!) io pure, benchè minimo, e tutti quei delle altre nazioni saremo a ciò convocati. Intanto, come membri del corpo stesso, cerchiamo le vie d'intenderci, di conciliarci; e fissiamo la verità in modo, che nessuno pensi o insegni differentemente. Poichè quegli strani dogmi che alcuni recarono in mezzo, non da altro provennero che da esser divisa e lacerata la Chiesa, e dalla licenza dell'insegnare, che ogni sventato si piglia nella confusione de' tempi presenti. Se così faremo, il Signor nostro sarà con noi, e da lui come da perenne fonte di tutti i beni emaneranno abbondantemente, invece delle risse e del rancore, la riconciliazione e l'amore: invece dei pericoli la sicurezza; invece dell'eterna dannazione la salute e la vita perpetua».

Da questo discorso e da lettere a lui dirette appare come ancora i Protestanti credessero non istaccarsi dall'unità cattolica, nè i Cattolici pretendessero escluderli. Vero è che esso discorso parve ai Cattolici troppo condiscendente e ambiguo, nè il papa mostrò gradirlo; anzi presumono che in conseguenza lasciasse di dare al Vergerio la porpora che gli destinava. Il Vergerio mostrava, è vero, pietà e zelo; ma per quanto condiscendiamo ai tempi, ci fa meraviglia la sua amicizia coll'infame Pietro Aretino, fino a scrivergli, «Non v'è persona che v'abbia amato più di me», e deffinirlo un de' più grandi ingegni del secolo, e far gran capitale sull'amore e sulla protezione di esso. Le circostanze della sua vita e di questo viaggio in Germania le ricaviamo da lettere a questo ribaldo, al quale scriveva il 2 giugno 1539: «Ancora sono in quel mio humor, che vorrei che faceste un sonetto a Lutero in quel stile da Pasquino; che questo nome lo faria desiderabile».

E che già d'allora nascessero dubbj sulla fede del Vergerio me ne dà fumo una lettera di lui da Worms del 26 dicembre 1540, al cardinale di Brindisi, dove gli racconta le sue pratiche con Bucer, Melancton, Sturmio, e si duole si dubitasse della sua fede. «Se non volete credere che lo spirito di Dio e la coscienza mi muova a far ciò che ad un par mio si conviene, credetelo per le cose temporali, cioè per li pegni che ho in Italia, patria, fratello, vescovato.... Veramente mi fate torto a dubitare. Presupponete in me altra imperfezione che io non la difenderò, perchè io so di averne come gli altri e più: ma non questa di non aver l'anima netta ed ardente alla difensione della Chiesa; in quel poco che io posso io la difenderò e combatterò, e non ne parlo più perchè spero che Dio mi darà grazia di viver, di scriver e di operare, di maniera che chiarirò il mondo»[92].

Al 25 gennajo 1541 il vescovo d'Aquila da Spira scriveva al cardinale Farnese in una lettera mezzo latina mezzo italiana, come soleasi:

«È qui il vescovo di Vincestre, vir acris ingenii con gran pompa, et multum dubitatur ne venerit ad turbandum omnia, vel saltem impediendum. Est et ille episcopus Vergerius, in domo oratoris regis christianissimi, qui familiariter vixit cum Melancthone et sociis, et sub umbra pietatis multa miscet»[93].

Sicuramente v'era chi insussurava il papa avere il Vergerio nella Germania contratto sentimenti luterani, parlar con poca riverenza della santa sede, e minacciarla. Certo egli proclamava che i precedenti avessero mal combattuto Lutero: «Contra di lui scrissero già questa gente scioccamente, Silvestro, Catarino, Latomo, Nausea: dite dunque un poco che non so che altro ha da uscire a toccare l'intime viscere di colui dalla penna di un vescovetto discepolo del cardinale di Trento», alludendo, a sè, e forse ai tre libri vulgari, che sappiamo mandò al re di Francia.

E ben presto Pietro Paolo sentissi o stanco o scoraggiato della poca riuscita; e di Francia scrisse a Ottonello Vida, deplorando i progressi del luteranismo e la scarsa cura che s'avea della vigna del Signore; pensando alle parole del Vangelo Che giova all'uomo se guadagni l'intero mondo e perda l'anima? risolvea di voltare le spalle alle sperate fortune, e «Sarà meglio ch'io venga a coltivare quelle poche viti ch'io ho su quel confine tedesco (voleva dir l'Istria) e veder di circondarle con una buona siepe, e tenerle difese per poterne cogliere qualche frutto da offerire a Dio; che altri si risolvino a voler mettere in lavoro tutta la vigna insieme».

Il Vida lo confortava a questo partito[94], e in effetto il Vergerio si ritirò alla patria e al vescovado suo, e cominciò un opera Adversus apostatas Germaniæ. Ma, o nel leggere i libri da confutare ne restasse egli stesso cattivato, o il suo mal contento lo portasse a una critica iraconda, fatto è che cominciò ad introdurre novità; non solo allontanare monasteri di frati da quelli di monache, ma dalle chiese tor via certe immagini, principalmente di san Cristoforo e san Giorgio, e le tavolette di grazie ricevute, negando il patrocinio speciale dei santi su certe malattie; fece condur sopra un asino colla mitera in capo tre che asserivano un'apparizione della Madonna, ed altri spedienti che seppero d'empietà. Forse il parteggiare egli per una delle fazioni che allora divideano la sua città fece maggiormente diffondere le voci sinistre sulla fede di esso: ma non v'è dubbio che tenea relazione cogli eresiarchi di Germania e con Margherita regina di Navarra, calda promulgatrice delle novità: della quale al poeta Luigi Alamanni scriveva: «Nè la signora marchesa di Pescara, nè la signoria vostra, che sapete tanto bene tutti due in vive voci, e tanto bene nei scritti vostri dir ciò che volete, nè il cardinale nostro illustre Polo, nè tutta Roma, predicandomi l'altezza e la bellezza dell'animo e dell'ingegno e il fervor dello spirito acceso in Cristo, e la carità ardente della serenissima regina di Navarra me ne avete saputo dire tanto, quanto io nel vero ho trovato jeri, che sua maestà degnò di fare che io udissi un pezzo quelle sue rare voci: il qual giorno mi ha portato una letizia inenarrabile; e senza dubbio la maggiore che io abbi avuto già molto tempo».

E altra volta: «Benedetto Dio, padre del Signor Nostro Gesù Cristo, il qual, secondo la sua misericordia grande, ha suscitato in questa nostra età piena di errori e di tenebre, quando più se ne avea bisogno, uno spirito, un lume, una verità così chiara, che possono mostrare altrui, dove tra molte spine e molti impedimenti di questo secolo sia il cammino espedito e sicuro di pervenire alla immortal beatitudine, che egli ha preparato a chi lo ama: e che dagli ultimi termini d'Italia dove mi fece nascere, mi ha fatto venir, ora che ho il giudizio manco infermo, nel centro della Francia a trovare e conoscer questo fuoco che mi disghiacci e scaldi nel suo servizio: questo lume che mi tenghi fermo sul buon sentiero: questa forza di spirito e di carità che mi tiri con l'intelletto là su alla cognizione di quella eredità e gloria incorruttibile, incontaminata, immarcessibile»[95].

Esso Alamanni aveagli portato una lettera di quella regina, della quale accusandole ricevuta, esclamava: «Quanto è vera quella dottrina, che Dio gli suoi eletti giustifichi per grazia! Della qual dottrina ancor serbo memoria, e la serberò finchè io viva, di aver udito alcuna fiata parlare vostra maestà tanto bene, quanto io abbia ancora udita alcuna altra persona di molte che in diverse provincie ne ho udite».

Eguali sentimenti manifestava in due lettere a Vittoria Colonna. «Io non ho maggior bene nè maggior consolazione che questa regina, nata con quelle sue amorevolissime parole e con que' suoi modi meravigliosi a scaldar nel servigio di Dio i più freddi cuori del mondo. A me avviene questo, che io sto otto o dieci giorni che non comparisco alla Corte, e vivo in qualche bella solitudine, attendendo a coltivar l'animo mio e spargervi dentro la parola divina; e poi vado dove è l'ardor della carità di sua maestà, e sento ch'egli scalda quel seno e lo fortifica e lo fa crescere e produrre il frutto, che è la cognizione di Dio e di quel ch'io sono, e un desiderio fervente di mettermi a servir lui solo».

Un'altra al cardinale Contarino, tutta versa sulla similitudine fra il corpo umano e il corpo della Chiesa, per conchiudere che tutti i membri si dovrebbero amar fra loro, mentre poca carità vi è, e molta ipocrisia. «Credo che vostra signoria reverendissima, che è tutto il mio bene, e conosce tutti i miei pensieri, mi intenda di cui parlo, se ben parlo quasi in enigma per questa volta. Faccia Dio ch'io abbi tanta pazienza onde io taccia, e non mi ponghi a dolere con più chiare e più alte parole che queste non sono».

E scrivendo a Camilla Valenti di Mantova, la loda d'essersi messa a studiare il latino per leggere le sante scritture. Al tempo stesso loda Ottonello Vida d'essersela presa contro un di Lubiana che predicava il luteranismo, e soggiunge: «Vi dico con gran dolore che, dappertutto dove vado, vi è molta di quella merce sassonica, con tuttochè si abbi in molti luoghi usata gran severità di fuochi per consumarla; ed insomma le cose in ogni luogo vanno peggiorando». Donde possiam indurre una lunga lotta fra le inclinazioni e le convenienze; pure riuscì a trar nelle sue opinioni anche il fratello Giambattista vescovo di Pola.

Nunzio papale presso la signoria veneta era venuto nell'agosto 1544 il famoso monsignor Giovanni Della Casa, eletto quell'anno arcivescovo di Benevento, e che pure nel 1547 non aveva ancor ricevuto gli ordini minori. Particolarità caratteristica de' tempi, come l'aver egli scritto quell'osceno capitolo sul Forno, egli prelato, egli autor del Galateo[96]. Denunziatogli il Vergerio, esso il citò a Venezia, ma quegli protestò non dovere un vescovo esser giudicato da un vescovo, ed appellò al Concilio: seguitando intanto a predicare in modo, che il dotto Egnazio, il quale l'ospitava in Venezia, lo mandò via di casa.

Ai 17 dicembre 1545, il Casa scrive al suo padrone cardinale Farnese:

«Sentendo io che il vescovo di Capodistria non solo ardeva di stare in questo dominio, ma anco seguitava le sue pazzie, non mi è parso di tollerarglielo, ed ho mandato un notaro a Brescia che gli presenti il monitorio che vostra signoria reverendissima mi mandò già. Il qual notaro non è ancora tornato. Io non mancherò di seguitar nella difesa della giurisdizione e di ovviare alle eresie come ho fatto fin qui, se vostra signoria reverendissima non mi comanda altrimenti».

Ai 13 novembre 1546 al cardinale camerlingo Sforza:

«Quanto al memoriale che vostra signoria reverendissima mi ha mandato di messer Ambrosio Luscho di Capodistria contra del vescovo Vergerio, me ne ho voluto diligentemente informare dal mio auditore, e in somma trovo che tutte le imputazioni contenute in esso sono materie vecchie e specificate nella inquisizione e processo formato contro di lui, ed in gran parte ancora fondate sopra le attestazioni ben triplicate di questo buon dottore: il qual, per aver fatto di continuo in questa causa non manco l'uffizio dell'instigatore che di testimonio, per queste e altre cause, come nel processo si potrà vedere, consterà chiaramente quanta fede se gli debba prestare. E per tal rispetto, attenendomi alla avvertenza, che per la sua parte mi dà vostra signoria illustrissima, mi son ritenuto di ricercare la retenzion sua, e massime perchè in ogni caso saria oltremodo difficile d'ottenerla, e in ciò senza dubbio ne bisognerebbe appresso questi signori il caldo di sua santità. Imperò non avendo lui, da poi che s'è incominciato il processo, innovato altro, in questa parte senza nuova commessione non passerò più oltra. E perchè la possi ancor vedere in che stato si ritrovi il processo, e di ciò informarne sua santità, ne le mando con questa una breve informazione, non lasciando d'avvertirla che, se si ha da procedere secondo il tenor del Breve e commissione apostolica, per la quale n'è commesso qui il formar del processo usque ad sententiam enclusive, facilmente potria correr tempo assai prima che sia in essere di poterlo mandare costì, perchè il vescovo, tuttavolta che voglia domandare la pubblicazione degli esami fatti a offesa e difesa, con le sue convenienti dilazioni e altre osservanze quae sunt de processu, et praecedere debent sententiam, non se li potran denegare; onde che per tal modo questa espedizione anderia in longo, e forse con più satisfazion del vescovo che del papa. Però vostra signoria reverendissima, parendole, sarà contenta parlarne con sua santità, acciocchè possi deliberare, e darne modo di abbreviare questa espedizione, non obstante tenore commissionis prædictæ, come saria che per Breve o per lettere mi commettesse che io fra quindici o venti giorni dovessi mandar costì questo processo in quo statu reperitur, e inoltra fare un monitorio al vescovo, che infra certo termine perentorio, si dovesse personalmente presentare ai piedi di sua santità, ad effetto che si possi espedire la sua causa, mediante justizia sub pœnis confessi criminis hæreticæ pravitatis et privationis, ecc., avvertendo però vostra signoria reverendissima che io tengo per certo che il vescovo non sia per venire a nessuna via a Roma».

E in poscritta del 21 maggio al cardinale Farnese: «Io mi sforzerò di mandare il processo del vescovo di Capodistria con questo altro corriere: e a sua signoria ho detto che, per finire il suo travaglio, non è modo più breve che la venuta sua a Roma. Eccolo assicurato, dandogli la fede mia etiam nomine proprio, che delle maldicenze non si terrà conto, nè se ne farà menzione, e insieme gli ho offerto il viatico del mio, pigliando occasione da alcune raccomandazioni che mi son state fatte di questa causa. Egli si raccomanda molto efficacemente e con molta sommessione, e supplica che, avanti che sia costretto a venire, si faccia dare un'occhiata al processo, che spera che la sua innocenza apparirà così bene etiam primo aspectu, che esso potrà soprassedere di questo disagio di venire a Roma, e non è possibile che io lo levi di questo, ecc.».

Anche il papa insisteva per aver sottocchi il processo del Vergerio, ma il Casa esortava il cardinale Farnese ad impedirlo, «perchè in questo processo è una parte che contiene maldicenza, e specialmente un particolare di quella calunnia che fu data al duca di Castro sopra il vescovo di Fano: per la qual particolarità, quand'io mandai a vostra signoria reverendissima il detto processo ne levai la parte della maldicenza; acciocchè Nostro Signore non avesse a sentire questa calunnia, se forse non l'ha sentita fin qui».

A questo modo s'ingannano i grandi!

In altre lettere il Casa avvisa d'aver inviato il processo a Roma entro una cassa di panni, diretta al guardaroba.

E al monsignor eletto di Pola il 6 ottobre 1548: «Sopra il vescovo di Capodistria io avrei desiderio che quella causa si finisse, ed egli è ben risoluto di non venire a Roma, e vassi attaccando ora a uno e ora a un altro, com'io veggo per lettere di molti che me lo raccomandano».

E al cardinale Farnese il 17 novembre.

«Ragionando io in Collegio (cioè nel senato di Venezia) sopra la provincia d'Istria quanto alle eresie, fu molto ben caricato ed incolpato il vescovo, dicendo il principe che, per quanto si diceva, egli n'era principio e fomento..., e che mio offizio era di provvederci. Io narrai a sua sublimità le diligenze fatte ed il processo formato e mandato a Roma, e sua signoria nol voleva fare. A che sua serenità mi replicò che io procedessi con interdetti..., e che non mi mancheria modo di convertirlo e correggerlo. Veda ora vostra signoria illustrissima se la vuol farmi dar facoltà di farli comandamento in forma sub poenis et censuris che 'l venga a Roma in termino, e non venendo, procedere, ecc., ecc.».

Annibale Grisoni ne avea fatto il processo: istrioto, prete e commissario apostolico, dato dal Papadopoli per gran dotto, dal Vergerio, per «inettissimo bargello de' papi».

E al 5 gennajo 1549 il Casa scriveva:

«Al Grisonio stamattina fu mandato le lettere ducali che mandi in qua i processi fatti a lui; ed io gli ho fatto scrivere a parte che operi che quel rettore, col qual mi par che sua signoria convenga benissimo, scriva alla signoria, e faccia buona relazion come può e debbe far per verità; ed allora si avrà facilmente il braccio secolare per Pola e gli altri luoghi..... Non è possibile che io ritrovi questo benedetto vescovo Vergerio, il quale è qui, ma incognito. Ho nondimeno, ragionando coll'ambasciador di Francia che me lo suol raccomandare assai spesso, operato con destrezza che lo meni un giorno a casa mia. Il qual mi ha promesso di farlo, ma dice intendere che il vescovo è ammalato di podagra. Poichè io l'arò pregato ed esortato che se ne venga a Roma, io sarei di parere, non consentendo egli venire, operar con la signoria di ritenerlo; che io dubito, se io gli presento il monitorio, che esso si assenterà. Vero è che, etiam caso che la signoria me lo dia, io non ispero poi di ottener di mandarlo fuori del dominio». Il Grisoni nelle due diocesi di Capodistria e di Pola usato aveva estremo rigore, frugando le case per trovarvi libri proibiti[97], facendo rimuovere le persone sospette, minacciando di fuoco chi non si accusasse o non consegnasse le bibbie vulgari; e predicando a Capodistria, diceva: «Voi vedete le calamità che vi affliggono da alcuni anni; le messi, gli ulivi, le vigne perirono; gli armenti deteriorarono; non v'ha alcuno de' nostri beni che non abbia sofferto danno. E chi n'è la causa? Il vostro vescovo, gli eretici che si trovano fra voi. Perchè non li lapidate?»

Queste odiose parole concitarono il furor popolare; nè solo contro di Pietro Paolo, ma di molti, e alcuni vennero cacciati in bando: Sereno e Teofanio ridotti ad abjurare: «Con la tirannide pretesca e peggio che turchesca ben sai che fu posto terror agli altri» [98]. Il Vergerio si difese sufficientemente dalle imputazioni in una pastorale; l'avvocato fiscale Giovanni Maria Bucello asserì, che dalle indagini non era risultata colpa, anzi attestava che esso vescovo «è il più giusto, il più dabbene, il più cattolico pastore ch'io abbia conosciuto a' miei giorni, e ha governato per lo spazio di parecchi anni tanto bene e cattolicamente quella sua diocesi, che non si potria dir di più; io per me credo non sia diocesi in Italia governata con più diligenza e frutto, e che più brami e riverisca il suo pastore.... E veramente sono state baje e calunnie di alcune male persone tutte quelle che ad esso vescovo sono state apposte» (5 gennajo 1547).

Anche frà Marino inquisitore ne attestava l'innocenza ad Ercole Gonzaga cardinale di Mantova, e «Non solo non ha predicato nè insegnato eresia alcuna, ma ha governato la sua diocesi con tanta carità e tanto frutto, quanto è possibile che un pastore possa fare, e così consta per più di ottanta testimonj esaminati. E della sua vita dalli suoi medesimi avversarj (benchè sono in poco numero) è confessato che ella è simpliciter et omnino irreprehensibilis juxta illud Pauli, oportet episcopum irreprehensibilem esse:» e conchiudeva che, gran torto erasi fatto al povero vescovo, mentre egli, inquisitore e teologo, l'avrebbe voluto pubblicare in pulpito assolto e pastor bonissimo: e ripetere che non omnis sermo facit hominem hæreticum (18 novembre 1546).

Gli è sopra queste testimonianze ed altre congetture che, cent'anni or fa, Rinaldo Carli tolse a difendere la fama di questo suo compatrioto, quasi mai non avesse aberrato dalla Chiesa finchè non fu costretto dai rigori di Roma a fuggire. Le nuove carte che noi recammo e più l'esame delle opere del Vergerio ripudiano quella scusa.

Morì in quel tempo suo fratello Giambattista vescovo di Pola, e un innominato spedì al cardinale Farnese una lettera, con postille che notiamo in corsivo a' piedi.

— Questa lettera è stata fatta per monsignor Pietro Paolo Vergerio vescovo di Capodistria, sebben pare da altri. Dalla quale si cara la dottrina ut in margine.

«Al conte Bisaro Vicentino.

«Signor conte. Se io potessi servir in altro alla vostra signoria, ella sa ben che io la servirei. Ma, non essendo io, con la grande mia impotenza, buono di altro che di scriver le nuove che occorrono tra noi, di questo la voglio servir volontieri, come ho cominciato a fare. Dopo che ella partì da me, è morto jeri di notte, e sepolto oggi in Capodistria, monsignor vescovo di Pola, fratello, come sa vostra signoria, del vescovo nostro. Il povero signor ha presa una infermità gravissima nell'aere di quella sua Pola, e si fece portar qui già da tre giorni, e si è fatto attorno di lui tutto ciò che si è mai potuto per tenerlo in questa vita qua giù, e infine è piaciuto al Signor di chiamarlo la su alla eterna. Tutta la città lo ha pianto[99]; perchè, avendo ella alcuni che sono morali e del mundo, questi, credendo che 'l vescovo di Pola fosse ancora morale e del mundo, lo amavano e lo avevano caro, come gentil signor che egli era. E avendo la città nostra alcuni che sono pii[100] e spirituali, questi anche l'amavano, perchè erano pervenuti in cognizione che sua signoria era fatta pia[101] e spirituale e intendeva benissimo la verità e l'avea con gran diligenzia nella sua diocesi insegnata[102] e fatta insegnare. E poi sua signoria ha benissimo confirmata questa opinione[103] con gran consolazione degli eletti, al tempo di questo passaggio che egli ha fatto, perchè egli è morto pien di fede viva[104] e viva speranza in solo Jesù Cristo. E voglio affermare che la più cristiana morte[105] e più senza alcuna superstizione e ipocrisia[106] non è stata fatta su questo nostro scoglio a memoria d'uomo. Così piaccia al Signor di svegliar cui dorme, e accenderli alla imitazione. Egli ha avuto sempre al letto fratelli cristiani[107] che saviamente a tempo facevano l'officio, e li ricordavano solamente quel che importava, resecando le superfluità[108], e le inezie e le empietà. E esso parecchie fiate fece confessioni bellissime: fra le altre, questa: egli, poco innanzi l'ora del morire chiamò il vescovo suo fratello e monsignor Francesco Grisoni suo genero e madonna Cecilia de' Vittori sua sorella e disse loro: «Poco tempo è che appunto tra noi, che siamo qui, conducessimo le nozze di mia figlioccia; e sia ringraziato Dio, che me ne contento assai. Ora, tra quei medesimi che siamo qui per volontà di Dio, abbiamo a concludere un par di nozze spirituali, e queste sono dell'anima mia con Cristo crocifisso, e prego quel caro sposo che se la pigli adesso, adesso». E aggiunse: «Questi saranno fatti; bisogna morir e dare quest'anima. Finora non ho fatto altro che parole per il mio signor». Così disse. Su la qual confessione, dove il Figliuol di Dio morto in croce si prende per sposo, difensor, salvator dell'anima nostra, io per me sicuramente credo che possiamo fondar la certezza della salute; e che in certe cose esterne[109] e simulate, che usano gli ipocriti, la non si possa fermare per niente. Basta. Egli era fedele e già molto infocato nell'amor di Gesù Cristo. Le sue esequie sono state tali, che hanno potuto piacere a quei che sono pii. Nelle cose indifferenti si è fatto quasi secondo usanza. Quelle altre, se in tutto non sono state lasciate, sono però state mitigate e resecate in grandissima parte. Volete altro? Chè, dove ogni piccolo cittadino suole aver nel suo funerale tutti i preti, tutte le fraterie e quasi tutte le confraternite, questo prelato e gentiluomo de' più onorati della città non ha avuto altri che solo i preti della chiesa cattedrale, dove è stato sepolto. Dirò come ho detto di sopra: Piaccia al Signor di operar col suo potente spirito onde gli altri si sveglino ad imitare»[110].

Sappiamo in fatto che Pietro Paolo cercò far credere che suo fratello fosse stato avvelenato perchè apostato, e così il fratello Aurelio[111], e d'esser insidiato egli stesso, e al Muzio scriveva: «Per grazia di Dio son de' perseguitati: non erubesco, anzi me ne glorio, non in me ma in Cristo che mi fa degno di patir per lui; questo è dono, come è dono la fede».

Il Vergerio si schermiva, senza professarsi nè disdirsi; e nell'archivio estense, erede delle carte farnesi, esistono, come le anzi dette, così altre lettere di lui, e prima questa al cardinale Farnese a Roma, da Mantova 30 agosto 1545:

«Illustrissimo e reverendissimo signor. Piacque alla bontà di vostra signoria illustrissima e reverendissima, quando la era in Mantova, di dirmi che la mi prometteva (e usò questa parola efficace) di far che il giudizio della causa mia sarebbe commesso al reverendissimo Legato di Bologna. Or, non essendosi ciò fatto ancora per le occupazion maggiori che l'hanno tenuta impedita, la supplico per la sua gran cortesia e per la intercession di reverendissimi signori cardinali Mantoa e Ferrara, che sia contenta di farlo far o a quel reverendissimo Legato di Bologna, o al reverendissimo cardinale Grimano, che, essendo patriarca di Aquileja, che è metropoli d'Istria, viene ad esser mio giudice ordinario, e ora si ha da trovar in partibus. Questo beneficio rileverò da vostra signoria reverendissima per tanto grande, quanto fu quello che mi fece nostro signore dandomi la chiesa; e essendo conservato da lei nello stato e nella dignità mia, sforzerommi alla giornata con gli studj e con le fatiche mie di mostrarmi grato servitore. Io son ben uomo di poca stima, pur supplico vostra signoria reverendissima che, tale quale io mi son, mi voglia conservar, e non lasciar distrugger da impj. Le bacio umilmente le mani, e in sua buona grazia mi raccomando». Di là recammo pure questo viglietto:

«Illustrissimo reverendissimo monsignor reverendissimo,

«Il presente lator è mio nipote, il quale io mando a Roma a posta per le cose mie, non vi potendo venir in persona, impedito da malattia e da povertà. Supplico vostra signoria illustrissima e reverendissima che lui e me abbia raccomandati, e che ci faccia dar espedizione. Così Dio a lei doni tutto ciò ch'ella desidera. Bacio la mano.

«Di Venezia alli VI di gennaro nel MDXLVII.

Umilissimo servitor VERGERIO VESCOVO».

Avevagli sempre affettato di appellarsi ad altri giudici: e il 15 marzo 1546 da Venezia scriveva ai legati del Concilio[112].

«Desideroso di obbedire e di poter fare la passeggiata mia, son venuto in qua dove starò aspettando le signorie vostre reverendissime che mi son patrone operino per bontà loro che mi sia mandato il breve con la commission della causa al reverendissimo Legato e patriarca o veneto o aquilejese... Raccomando il negozio, e me alla bontà e carità di quello. Frattanto che il breve venga, io mi ritirerò anche fuor di Venezia, in alcun recesso a studiar e a pregar Dio che mi abbia in protezione, e mi liberi da queste persecuzioni».

Ma quando definitivamente gli fu intimato si presentasse al patriarca di Venezia; egli invece ritirossi a Riva di Trento, donde scriveva al Madruzzo il 25 febbrajo 1547:

«Illustrissimo e reverendissimo signore,

«Voglio ben dire che io da me con le forze mie non spererei di poter aver tanta potenza di star confinato a Riva, dove cominciano a soffiare dei mali venti meridionali, ma è la bontà di Dio mio, che in questa afflizion mi sostenta, e son sicuro che non mi mancherà anche nello avvenire, e mi reggerà e difenderà. Sono già ventotto giorni che io son qua, e comincio a man giunte supplicar che me ne caviate, e mandiate dove vi piace.

«Questa è una. La seconda è questa. Signor, di grazia scrivete ancora una fiata a Roma con quella vostra santa mano, e dite una cosa tale: Il Vergerio quanto a lui andrà al giudizio di Venezia e dove vorrete, ma credetemi, signore, che la riputazione del Concilio non è che a questo tempo si faccia un tal giudizio. Lasciatelo venir a Trento, e fate a me questo piacere, che vedrete che molto meglio ne riuscirà, che mandarlo adesso a farlo giudicar in una Venezia, che è come teatro del mondo. In questa forma, monsignor reverendissimo mio di Trento, scriva al signor cardinale Farnese, e stia a vedere ciò che riuscirà. Signor, dico che già la mormorazione è grande che io non sia con gli altri, e come io sia veduto in Venezia la crescerà in infinito, e mi duole nel core di non poter essere a servir Dio a canto la signoria vostra illustrissima in Concilio. Faccia lui, che nelle sue mani mi rimetto. Ho gran desiderio di parlar con quella, e se pur si verrà che io abbia d'andare a quella Venezia, domando licenza a vostra signoria reverendissima di aver a passar per Trento. Il podestà vostro di Riva mi fa tante amorevolezze, che è una cosa infinita, mi ha fino tolto ad alloggiar seco come un fratello; ma con tutto ch'io abbi questa dolce e lieta compagnia, pur mi vorrei spedir di qua, e ne supplico la illustrissima signoria vostra o ad una via, o all'altra. E li bacio le mani raccomandandomi in sua buona grazia. Cristo con lei».

Il Vergerio tentò presentarsi al Concilio in qualità di vescovo; e dopo quanto sponemmo non farà meraviglia se ne fu respinto[113]; il che, nelle diatribe posteriori egli attribuiva all'aver i Padri temuto che egli, informatissimo come era degli affari di Roma e di Germania, non divenisse accannito oppositore. Di procedere contro la sua persona non si osò, affinchè non paresse men libero il Concilio; ed egli si ricoverò presso il suo protettore Ercole cardinale Gonzaga di Mantova. Il quale, alle istanze del Casa per consegnarglielo mai non diede ascolto; anzi, tra per convinzione, tra per paura non fesse spinto all'eccesso, tenealo raccomandato al cardinal Farnese, e al Madruzzo cardinale di Trento, affinchè gli ottenessero favorevole ascolto dal Concilio di Trento: «Altramente facendosi, io dubito di qualche inconveniente, perchè vedendosi il buon vescovo levar tutte le vie della sua giustificazione, o si precipiterà come hanno fatto degli altri nostri; o tenendosi pur in piedi, anderà qua e là stridendo come disperato; e così volendogli proibire il parlare, lo faremo furiare e con fatti e con parole».

Molti teneano la stessa opinione: il celebre vescovo Vida già avea preparato una lettera al papa per ottenergli il salvocondotto: ma altri l'oppugnarono violentemente, massime il cardinale legato Cervino, apponendogli d'aver diffuse calunnie contro Pier Luigi Farnese, dichiarate false le leggende di san Giorgio e san Cristoforo[114]; vôlti in celia i Fioretti di san Francesco e i miracoli della Vergine del Liber rosarum. Il Casa seguitava a tenerlo d'occhio, e al 12 gennajo 1549 scriveva al cardinale Farnese:

«Il vescovo di Capodistria si è dichiarato per latitante, dicendo che gli offizj fatti dal Grisonio ed alcune scritture sue che sono state trovate tra le spoglie del vescovo di Pola, e le relazioni fatte di lui dal suffraganeo di Padova, lo hanno posto in tanta diffidenza, che non si vuole arrisicare».

Nel giorno stesso, Giampietro Celso, giustinopolitano, minor conventuale, scrivendo da Bologna al cardinale Farnese, tra altro diceva: «Monsignor Vergerio va per Venezia incognito, subvertendo ora questo ora quel gentiluomo acciò sforzino monsignor Legato e i nostri illustri signori a sepellire un nuovo processo formato contro di lui e contro di quegli altri Luterani che sono nell'Istria dal reverendissimo commissario apostolico monsignor padre Annibale Giasoni di Justinopoli, e cerca per via de' nostri illustri signori far levare tal commissione dalle mani del sopraddetto commissario». Il Vergerio stette alcun tempo a Padova, dove frequentava assai Francesco Spiera, famosissimo nelle cronache d'allora.

Era questi un giureconsulto di Cittadella presso Padova, vissuto nel vizio e nella spensieratezza fino a quarant'anni, quando (dicono i suoi panegeristi) primamente udì il vangelo, e si pose dì e notte a studiare la Bibbia, ogni altra cura gettando da lato; e cercava comunicarne le massime alla moglie, agli undici figliuoli, ed a quanti praticasse; esercitava gratuitamente la medicina a favor dei poveri; parlava della misericordia di Cristo, della certezza della fede, della speranza dell'immortalità che Dio concede a tutti per amor del suo Figliuolo. Accorreano a costui come a maestro persone rimaste fin allora intirizzite alla vera pietà, e diventavano tutt'altre. A Padova nella sua camera trovavasi circondato da uomini di qualità e da studenti, che ivi disputavano come in un'accademia. Monsignor Della Casa ed altri papisti da Venezia tolser a minacciarlo se non cangiasse tenore di credere e di parlare: ond'egli si trovò combattuto fra due sentimenti. «Vinse la carne e la suggestion del diavolo», ed abjurò i dogmi che avea professato, facendone ritrattazione in pubblica piazza a Cittadella. Ma che? Subito lo colse l'ira di Dio, nè più ebbe pace, non amore, non fede o speranza: cercò mettersi nel convento e sulla tomba di sant'Antonio; consultò i tre più valenti medici d'allora, ma non trovarono se non che il pensiero avea turbato tutti i sensi, e sommosso gli umori cattivi. Al che egli crollando il capo rispondea, che la sua malattia non era di quelle che essi guarissero; niuna medicina bastando a sanar un'anima che, per la conoscenza de' suoj peccati, sente aver meritato la collera del Signore. E operava stranissimo: or infuriava, or gridava; ardente sete struggevalo così, che avrebbe bevuto il Nilo e il Danubio; nè riposo mai, nè consolazione rinveniva.

Racconta egli stesso queste miserie, e ai nuovi arrivati diceva: «Sia lui il ben venuto ed io il mal trovato».

Alcuno prendea a confortarlo dicendo che la misericordia di Dio supera tutti i peccati del mondo? egli rispondeva: «Quant'è terribile cader nelle mani di Dio!»

Le scene rinnovavansi ogni giorno, e il Vergerio le divisa, e gli pare che gli studenti abbiano a prenderne spaventoso esempio. E riferisce il lungo colloquio avuto con esso, dove cercò rassicurarlo coi dogmi e con esempj sacri: tutto invano: onde inorridiva al mirare la disperazione di costui, che non vedevasi davanti se non la certezza dell'inferno.

Eppure in mezzo a ciò lo Spiera parlava con forza, gravità, unzione: provava con vigore, ribattea con risolutezza: talchè molti v'andavano per imparare: e ragionando non da pazzo, ma da uomo costante e grave, conchiudeva: «Volesse Dio che questa fosse una frenesia! ma io veramente son un nemico di Dio, un vaso del suo furore».

Dagli indagatori delle malattie mentali sono conosciute e classificate siffatte follie, più strane quando pigliano persone di talento, com'era in questo caso, ove il senno dello Spiera spiegavasi rettamente, fuorchè nel punto che i frenojatri qualificherebbero desperatio æternæ salutis. Per sottrarlo a tanti curiosi, lo portarono a Cittadella: e colà finì, non si sa come. Fu divulgatissimo il fatto, e assicurano che valse a tener molti nella fede nuova. Celio Curione attesta che la razza pretina fece ogni possibile onde mostrarlo falso; io penso l'avranno piuttosto offerto a specchio de' rimorsi d'un'anima, che abbandonò la paterna credenza. Calvino, che ne stampò la storia con una prefazione, vi vedeva il caso d'un'immensa superbia, che pretese «filosofar profanamente nella scuola di Cristo, mentre egli era allevato in paese tutto dato all'empietà, sicchè la maggior parte o non pensano a Dio creatore, o non conoscono Dio giudice. Il papa, colla sua coorte di ladroni, ha potuto aver sottocchio quell'esempio. Dal quale prendano lezione i nostri Francesi, che dalla leggerezza loro levati sopra le nubi, s'avvezzano più del giusto alle profanità della religione: i Tedeschi che tardi, ed ebeti nel riconoscer i giudizj di Dio, ora negli estremi mali pare abbian spogliato il senso umano: gli Inglesi ed altri vedano con quanta riverenza e premura bisogni ricever Cristo che splende»[115].

Il Vergerio ogni giorno più volte tornava dallo Spiera: e poichè di tal frequenza molti prendeano scandalo, egli stimò dovere pubblicare un'apologia nel 1548, diretta al Rota vescovo suffraganeo di Padova. Ivi narra l'accaduto, adduce tanti testimonj da escluder ogni dubbio d'illusione: assicura che i discorsi tenuti con esso lui sonavano tutti pietà, consentanei alla dottrina che da Cristo in perpetua serie la santa e cattolica e apostolica Chiesa serbò e serba: lo spettacolo offertogli dallo Spiera esser tale, da meritar che si venisse dalle terre più remote; non doversi pigliar paura di legati e d'inquisitori nell'indagare la verità; e «se per ciò (diceva) mi sovrasta pericolo, secondo odo susurrare, lo soffrirò volontieri come decreto di Dio, desideroso che pel sangue e pel cenere mio vengano irrigati e impinguati i semi che Dio continua a spargere per mezzo di tanti operaj in questa bellissima età». E confessa che si strugge dal desiderio di udirsi citato alla porta del vescovo o del Legato presso i Veneti, e prorompe: «Eccomi! dove sono le carceri, dove le fiamme vostre? Saziate la cupidigia dell'animo vostro; bruciatemi per Cristo; perchè son andato a consolar l'infelicissimo Spiera, e divulgai ciò che Dio stesso vuol si divulghi, cioè che la verità conosciuta non venga dissimulata, non negata, non offuscata».

Con ciò il Vergerio scoteva la polvere dai piedi, abbandonando affatto la Chiesa. Subito se ne levò rumore in Italia non solo, ma in Europa; tanto era allora insolito il disertare la propria bandiera; esclamavasi che caduta simile non si fosse mai vista, e paragonavanla a quella di Lucifero; non pochi incolpavano la Corte romana d'avere spinto agli estremi un uomo che possedea tanti secreti, tanta abilità di controversia, tanta eloquenza: il papa in concistoro del 3 luglio 1549 lo dichiarò contumace, e perciò scaduto dalla dignità vescovile e incorso nelle pene ecclesiastiche; più tardi venne scomunicato e bandito.

Già prima era stato privato del vescovado, e datogli successore il domenicano Tommaso Stella veneziano: e al 12 ottobre 1549 il Casa al cardinal Farnese scriveva: «Quanto prima si fa che il vescovo di Capodistria vadi alla diocesi, tanto fia meglio, perchè sua signoria è sollecitata e di qua con parole, e di là con lettere, e anco la cosa stessa sollecita per sè medesima».

E al 9 novembre:

«Il vescovo di Capodistria fu spedito, ed ha preso licenza dalla signoria per andarsene alla chiesa con molta laude e favore. E del Vergerio non so niente altro, se non che ha scritto e stampato un altro suo volume, dove, per quanto mi è scritto da Bergamo, dice molto male di Nostro Signore e di me. Che Dio gliel perdoni: che certo si è proceduto con esso lui, come vostra signoria sa, piuttosto pigramente e con ogni carità che con vigore alcuno».

Tommaso Stella, succeduto inquisitore al Grisoni, continuava intanto il processo del Vergerio[116], il quale «al serenissimo duce Donato» diresse una orazione e difensione da Vicosoprano il 10 aprile 1551, incitando a non permetter che l'Inquisizione e i legati operassero negli Stati della serenissima.

Il Vergerio atteggiavasi da martire, e a Dio diceva: «Altra cura, altro pensiero non ci stringe se non che tu ci perdoni le tante offese che ti abbiam recate, massimamente in aver opposta resistenza così grande al tuo spirito ed alla tua volontà quando ci cominciasti a manifestar Gesù Cristo»; e ringraziava inquisitori, fiscali, il papa d'averlo spinto a rompere colla menzogna.

Ma a Basilea disse a Martino Barrhans, professore d'ebraico: «Io non sarei qui se non avessi veduto lo Spiera. Il papa, tra con minacce, tra con lusinghe m'invitava andar a Roma, e quivi, celato il vangelo, vivere non disforme de' suoi decreti... Ma visto che ebbi e udito lo Spiera che lottava gravissimamente col giudizio di Dio, cioè col peccato, colla morte, coll'inferno, talmente fui percosso e pietrificato, che rimossi dall'animo ogni pensiero di andar al papa e venerarlo, e dissimular la verità...... Poco dopo averlo veduto, lasciato il vescovado, la patria, gli amici, gli averi, uscii d'Italia per poter più liberamente confessare Cristo, re dell'inferno, della terra, del cielo, che prima con falsa dottrina e non miglior vita avevo deturpato, prestando opera all'avversario di lui, che elevatosi al di sopra di Dio, una podestà pari a Cristo già da molti secoli si arrogò».

Per le montagne bergamasche il Vergerio era fuggito nella Valtellina, soggetta allora ai Grigioni e perciò libera di fede: e si fermò a Poschiavo, dove Giulio da Milano avea raccolto una Chiesa italiana. Di là al Delfino vescovo di Lésina scriveva: «Siamo d'intorno a duecento uomini, dall'Italia fuorusciti per Cristo; e quale abita nel paese dei signori Grigioni, qual tra signori Svizzeri, qual in Ginevra, qual nell'Inghilterra, qual in Germania e qual in Polonia. Or di questi duecento o là intorno, manco che la quarta o quinta parte sono uomini di lettere, e ve n'ha di eccellentissimi. Dica chi vuole, e' se n'accorge bene il papato sentendone i colpi, e alla giornata ne sentirà di maggiori».

Pensate qual trionfo menarono i Protestanti dell'acquisto d'un tal uomo, ammirato per la facondia nell'insegnare e confutare e convincere; inoltre di bella presenza, ma principalmente di grande autorità come vescovo e che in tale qualità continuava la tradizione apostolica nelle chiese riformate. Blasius scriveva al Bullinger nel 1550: Est, quantum judicare ego possum, testantibus ejus moribus, vir magnae eruditionis et pietatis verae, ac dignus ut in suo proposito ab omnibus piis promoveatur. Rhaetia nostra merito eum observat atque colit, non tam propter ejus pietatem, verum propter linguae ejusdem miram facundiam, qua solet non tantum docere, verum et contradicentes convincere ac confutare. L'A Porta occupa un intero capitolo della sua storia retica attorno al Vergerio; e dice che supra cæterorum exulum ejus æstimabatur oratio, quod externo quopiam corporis habitu niteret, parrhesia et eloquio emineret.

Tanto maggior noja recava la sua presenza in Valtellina ai Cattolici, che cercarono anche qualche mezzo straordinario per farlo partire; ai comizj retici si presentarono ventitrè deputati dei Comuni della Valtellina, chiedendo fosse licenziato dal territorio di Sondrio e da tutta la valle il Vergerio, che teneva residenza a Rogoledo, e predicava dottrine repugnanti alla fede dei più, e protestavano contro qualunque scandalo ne potesse seguire. Non ottennero nulla: pur egli dalla Valtellina passò nell'Engadina, valle retica, e capitò a Ponteresína quando appunto n'era morto il pastore. Fermatosi in un'osteria, tenuta dal magistrato del paese, entrò in discorso cogli avventori, e si esibì di predicar egli, invece del defunto. Sì, no; finalmente gli fu concesso, ed egli tenne un discorso sopra la giustificazione pei soli meriti di Cristo. I vecchi non approvarono nè disapprovarono, ma dissero, «Ascoltiamolo un'altra volta». Ed egli predicò sull'eucaristia, e presto vi ottenne gran lode, consolidò quella Chiesa, e poichè i paesani vendevano ai Valtellinesi le reliquie cui più non credevano, egli disse: «Ciò che reputiam male per noi non possiamo secondar gli altri a farlo», e li persuase a recarle tutte sul ponte Ota, e di là buttarle nell'Inn.

Lasciato ivi pastore il bergamasco Pietro Parisotto, si pose nella val Pregalia a Vicosoprano; di là propagando l'insegnamento ai paesi vicini. A Casaccia, discosta appena un miglio, una notte si trovarono atterrate tutte le immagini, e disperso il corpo di san Gaudenzio; del che il Vergerio si compiaceva come di evidenti progressi.

Egli però, non dimenticando d'essere stato vescovo, arrogavasi una certa superiorità sui religionarj, e valevasene per metter accordo fra i dissensi che vi pullulavano, siccome altrove dovremo ampiamente divisare: e a Roberto Gualter a Zurigo, da Vicosoprano il 21 gennajo 1551 scriveva: «Ho conciliato Camillo col ministro della Chiesa di Chiavenna, e l'ho costretto accettar una confessione a mio modo. Mi è bisognato andar in Valtellina e patire molti incomodi da certi Anabattisti. Infine ne ho riconciliati alcuni, ed alcuni ho fatto partir dal paese. Un'altra grave contesa ho avuto con papisti, che ci facevano molte novità e molti insulti e anche questi ho vinto con l'ajuto del Signore». E al Bullinger l'11 ottobre 1552: «Se prontamente non accorrevasi, cadeva pericolo che la Valtellina non divenisse una tana d'uomini corrotti», cioè dissidenti.

Ma egli stesso seminava zizzania, appunto perchè, rotto il freno d'una autorità, nessuna voleasene. Mal potè dirsela con Lutero. Questi il sacerdozio considerava come una soperchieria, buona solo a far degl'istrioni, de' ciarlatani, de' preti di Satana, e voleva fossero rejetti coloro che avevano ricevuto l'Ordine della gran bestia, mentre ogni fedele è sacerdote per annunziar la parola, assolvere le colpe, amministrare i sacramenti. Per contrario il Vergerio, come vescovo, si occupava assai della sistemazione che sarebbe a dare in Italia alle comunità religiose; semplificando il culto al più possibile, conservando l'episcopato, risparmiando le spese, monasteri e canoniche convertendo in iscuole o vendendo. Aveva anche procurato di essere deputato a visitar le chiese per tutto il paese de' Grigioni, e organarle: col Mainardi e col Negri, che poi conosceremo, litigò sopra la confessione e la presenza reale; e mentre gli altri chinavansi a Zuinglio, credendo che i sacramenti, istituiti da Dio, si abbiano meramente per segni esterni, non per le cose stesse, egli compose un catechismo per la Valtellina, nel senso di Calvino.

Il Gallicio, imputato di aver accolto meno favorevolmente il Vergerio, se ne scagiona col Bullinger, esponendogli come costui sovvertisse le Chiese della Rezia e della Valtellina colle sue pretensioni e con dogmi non conformi ai sanciti; e non soffrendo la superiorità del concistoro di Coira, volesse concistori proprj pe' suoi Italiani; accusasse il terzo e il quarto or di anabattista, or di papista; cercasse i nodi nel giunco, e credesse che il cielo cadrebbe s'egli, come Atlante, nol sorreggesse colle sue spalle. Democraticamente essere costituita la Chiesa retica; sicchè non v'è bisogno di visitatore, quale il Vergerio pretendeva essere. «Se gliene avessimo data la podestà, saremmo stati uomini egregi. Noi ricevemmo sempre con onoranza il Vergerio, benchè il suo fasto non possa garbare. Di me non so come si dolga, se non d'avergli detto in faccia che altro appariva, altro era; fuori, sembrava tenace della pura dottrina di Cristo e amator della pace, ma all'esame nol si trovava tale. La frase non è cortese, ma sostengo che è vera». Qui gli racconta come il Vergerio tenesse per amico Camillo Renato anabattista, e trattasse da papista uno che predicò doversi le parole dell'istituzione divina non solo annunziare in pulpito, ma proferirsi pure alla mensa del pane e del vino. «Anch'io lo lodo, ma troppo spesso l'ho trovato uomo; e non credo ci vorrà mai bene se noi prendiamo per signor nostro».

Più risolutamente l'attaccò Celio Secondo Curione, che già gli era stato amico; e l'accusava di mascherar le sue credenze, e mostrarsi altro agli Svizzeri, altro ai Grigioni. «Quanto tu mi scrivi (diceva in lettera da Basilea 1 agosto 1550) del progresso del vangelo in Italia, non mi riesce nuovo; ma non è vero che gli opuscoli del Vergerio vi contribuiscano gran fatto. Di ben migliori ne possiede l'Italia, dai quali attinse lo spirito di salute. Que' del Vergerio non li dirò cattivi, ma leggeri; e se d'alcuni non si parlasse, si farebbe tutt'altro che danno alla cosa cristiana. Mi dici ch'egli chiese d'abitare a Losanna, se pericolasse nella Rezia. Non so che pericoli egli immagini, giacchè Agostino Mainardo, uom sapientissimo, in tutt'Italia celebrato, che nell'Italia stessa tante volte lottò predicando e disputando acerrimamente co' nemici, e spesso dal pontefice fu cerco con insidie, con arti, colla forza, già da dieci anni insegna a Chiavenna, fondò quella Chiesa, nè mai da alcuno sofferse violenze, nè ebbe male se non da falsi fratelli; dai papisti non mai. Il Vergerio non ha ancor deposta affatto la mitra, cioè adopra arti cortigianesche, e sa magnificar le cose sue.... Perchè va a zonzo? Perchè non assiste alla sua Chiesa? Preghiamo il Signore che gli dia spirito e mente di pastor evangelico».

Il qual Mainardo, al Bullinger scriveva da Chiavenna, il 3 settembre 1553: «Abbiamo inteso che il Vergerio stampa un catechismo a Zurigo, e lo dedica alla Chiesa della Valtellina, senza che i ministri di quella n'abbiano contezza. Tal catechismo ebbe dal Brenzio. Tu per le viscere di Cristo, e per quanto ami la pace delle Chiese nostre, non voler consentire che, col nome di queste, egli stampi nulla che non concordi con esse. S'egli non vuol esser dei nostri, perchè pubblica un catechismo col nome delle nostre chiese?» (Qui ne mostra alcuni errori intorno all'eucaristia), poi segue: «Ripreso da noi, perchè con quel catechismo e altri tali libri divulgati, turbasse le chiese che stanno in pace, e credono rettamente intorno alla Cena, e spargesse dottrine contrarie a quelle dei predicanti nel nostro paese, rispose esser interprete, non assertore. Gli replicammo che si faceva assertore nel catechismo, che voleva fosse ricevuto dalle Chiese.... Stampi quanto vuole, purchè non faccia menzione delle nostre Chiese, nè mostri che noi consentiamo con esso. Abbiamo i nostri catechismi conformi al vostro; non ne vogliamo d'iscritti con altro nome...».

Sia questo un altro saggio dei dissensi, a cui rompevano coloro ch'eransi staccati dalla cattolica unità. Pertanto il Mainardi esultò quando il Vergerio partì dalla Valtellina, e «Se ne vada nel nome di Dio, e non ci sia più a lungo di carico».

Il Vergerio si condusse predicatore e consigliere al principe Cristoforo di Würtenberg (1553), dal quale fu tutta la vita protetto e sostenuto. Nel 1554 lo troviamo a Strasburgo, donde si dipartì per paura della peste; sempre irrequieto, sempre credendo o vantando essere minacciato da' sicarj del papa.

In Polonia cercò promuover la Riforma, sostenuto dai Radziwil, e difondere i libri protestanti. Al re Sigismondo Augusto, che parlava perfetto l'italiano, raccontava come, stando nunzio in Germania, avesse levata al battesimo quella che allora era moglie di lui; sicchè credeasi in dovere di venirla a diriger nella fede[117].

Papa Paolo IV subito scrisse per impedirne i guasti in Polonia, e il Vergerio commentava e derideva quei brevi, augurando che il papa slanciasse anche alla Polonia sanctam et summis votis expetendam excomunicationem, affinchè fruttasse come quella contro Lutero.

Partitone alla fine del 1557, vi tornò, nè cogli scritti desistette mai dall'esortare il re alla riforma, e d'oppugnare il Lippomane e Stanislao Osio[118], vescovo, poi cardinale e caldissimo avversario dell'eresia, e ne qualifica i libri come la peggior ignoranza e cattiveria ch'abbia veduto, e ne dice tutte le sconciezze e vituperj, che per verità gli son ricambiati.

Si estese di fatto in Polonia l'eresia, tantochè, quando Sigismondo morì nel 1572 assaissimi vi aderivano: anche in Austria procurò diffonderla il Vergerio, e con lettere e colla presenza.

Nel 1562 volle rivedere i Grigioni, ed esortarli rinnovassero la lega con Francia, utile assai «perchè il papa, nè Cesare, nè Filippo II possano aver questo passo dell'Alpi, nè soldati.... Venendovi, corsi gran pericolo, giacchè il papa in tre luoghi mi aveva disposto agguati, di che fui avvertito dai fratelli; ma pensando non convenisse dar indietro, mi esposi al rischio, vestito da mercante, e così campai per grazia di Dio» (5 aprile 1562). Invitato a una disputa in Coira, ricusò; impetrò dal re di Boemia denaro onde erigervi uno spedale pei profughi italiani, ma non si sa che lo effettuasse: voleva piantarvi una stamperia; ma sempre era contrariato da Fabricius, che ne scrive cose da fuoco; ed era malvisto non tam propter religionem, quam propter arrogantiam fastumque ejus.

Gli appongono che cambiasse professione, stando ora coi Piccardi, ora coi Luterani, ora cogli Zuingliani; e il Da Porta lo colloca decisamente fra quelli che cambiano credenza secondo il colore del paese e di chi gli dà pane; e per difenderlo, Xist, suo biografo o panegirista, fa avvertire quanto influisca l'atmosfera in cui versa ciascuno.

Realmente non formulò verun dogma; eppure ciò saria parso conveniente alla dignità sua di vescovo, della quale valevasi tanto nello stabilire formalità. De' suoi scritti l'indole può compendiarsi con sue parole. «Per venti anni, o papato, vissi a te legatissimo e amantissimo, perchè ero cieco..... Ora tu, celeste padre, mi hai mostrato Gesù Cristo; volesti fossi tuo legato; adoprami, ti prego, comunque vorrai. Tu reggimi, e stermina le reliquie della mia carne e dell'umana prudenza.... Io, qualunque mi sia, sempiterna guerra avrò col papa.... sempre mi sforzai a tutta possa di persuadere a chi nol sapesse che il papato è mera impostura; onde bisogna che l'uomo se ne strighi, se desidera esser salvo, e raggiunger la pura e genuina dottrina che il Figliuol di Dio recò dal seno del Padre».

Ogni tratto palesa dunque rincrescimento di esser vissuto fariseo, incredulo, idolatra; chiama empietà giudaica e idolatrica la sua entrata al vescovado, e deplora i proprj peccati. Ma la taccia d'eretico, datagli da altri Protestanti, non sapeva tollerarla. «Eretico è colui che per vantaggi temporali, e massime per vanagloria e per primeggiare, inventa o segue opinioni false o nuove. Chi con cauta sollecitudine cerca la verità, pronto a correggersi qualora la trovi, non va noverato fra gli eretici».

Stese qualche libro esegetico; la parafrasi de' sette salmi penitenziali; sermoni e catechismi per Vicosoprano e la Valtellina; un Latte spirituale; tradusse varj libri di Melantone, di Flacio, e le Precedentiae del Brenzio. Olimpia Morata, lodandolo come buon traduttore, l'esortava a italianizzare il catechismo di Lutero e «Di quanto vantaggio fia ai nostri Italiani e massime alla gioventù, te ne accorgerai se svolgi quel libro»; e v'insiste, quantunque non ignori la controversia nata intorno al sacramento. Con Jacobo Andrea e Primo Truber procurò la traduzione e stampa della Bibbia in slavo e di altri libri, che a migliaja di copie si disseminarono, tra cui quello del Beneficio di Cristo; e si rallegrava che in pochi anni si fosse l'evangelo tradotto in cinque lingue; siriaca, ungherese, slava per la Carintia e la Carniola, croata e romancia. E scriveva al suo principe il 10 settembre 1562, che avendo stampate tante cose in latino, in italiano, e tradotte dal tedesco, desidera riunirle acciocchè i posteri capiscano che cos'è il papa: e gliene domanda ducento fiorini. Infatto si cominciò la raccolta, ma non comparve che il primo volume di ottocento pagine. E rarissimi or si trovano gli opuscoli suoi, perchè allora moltissimo i Cattolici adoperavano in abbruciarli[119].

Del resto il Vergerio, oltre che instancabile nella corrispondenza, fu uno di quelli che più intesero quanto male potesse farsi colle stampe creando un'opinione falsa e imponendola alle moltitudini, onde si gittò operosissimo a fare opuscoli, giacchè allora non s'erano ancora introdotte le gazzette; libretti popolari e mordaci «non cessava mai di spargere giù nell'Italia, come tarme e tinee, le quali rodano l'Anticristo» e venivano cerchi con avidità; e molte delle menzogne, accettate poi dal vulgo degli scrittori, sono dovute alla costui penna, sia che le inventasse, sia che le diffondesse. Tali la papessa Giovanna, il turpe attentato di Pier Luigi Farnese, le colpe di Paolo III, le taccie d'eresia a persone o semplicemente imprudenti o calorosamente pie; lo sprezzo di molti miracoli, le beffe contro il Concilio tridentino e i prelati ivi raccolti, e contro il clero e i riti della Chiesa, ch'egli conosceva meglio come vescovo. Bersaglia la messa «regina delle idolatrie»; denigra i pellegrinaggi, il culto della Madonna, massime lauretana; le stigmate di san Francesco, e tutta l'idolatria romana; esagera i disordini de' monasteri; e il suo biografo dice: «Più arditamente di lui solo Lutero parlò di Roma, più ironicamente nessuno». Ai papi non diede mai tregua; stampò un ordo eligendi pontificis et ratio (Tubinga 1556) per cuculiare le cerimonie della consacrazione de' vescovi, eppure vi riporta quest'orazione che in esse recitavasi: «Abbondi nel vescovo la costanza della fede, la purezza dell'affezione, la sincerità della pace; sieno, per tuo dono, splendidi i passi suoi nell'evangelizzar la pace e i tuoi beni. Dagli, o Signor, il ministerio della riconciliazione nella parola e ne' fatti; sia il parlar suo come la predica, non in parole persuasive di umana sapienza, ma in mostra dello spirito e della virtù. Dagli, o Signore, le chiavi del regno de' cieli, perchè ne usi, non perchè si glorii della potestà che gli attribuisci, per edificare non per distruggere..... Sia il servo fedele e prudente che tu, o Signore, costituisci sopra la tua famiglia affinchè la cibi a tempo opportuno; sia di zelo non pigro, sia fervente di spirito, odii la superbia, ami l'umiltà e la verità, nè mai la abbandoni per lusinghe o per timore; non ponga la luce per tenebre, e le tenebre per luce; non dica bene il male, e male il bene; tengasi debitore ai savj e agl'ignoranti».

Queste parole erano state proferite sopra di lui quando gli fu impresso un carattere, che invano cercava cancellare: quest'erano le parole applicate a quella gerarchia, per condannar la quale gli basta dire che sono papi, che chi uno ne conosce li conosce tutti; solo alquanto condiscende ad Adriano VI perchè mostrava la necessità della riforma; si diverte alle spalle di Gregorio I, della papessa Giovanna, di Benedetto XII, del quale racconta che amoreggiò una sorella del Petrarca! Più si svelenisce contro i moderni Paolo III, Giulio III, Paolo IV, assassino, inebbriato del sangue de' giusti, de' martiri di Gesù: Pio IV, il peggiore de' cardinali. «Finchè c'è papi (e spero che saran ben pochi) non è a sperar bene della Chiesa. O cielo, o terra, o inferno, che più t'indugi con questo bugiardissimo papato, per trattarlo secondo è dignità, con tutte le tue ragie e i tuoi unti? Udite cos'è il papato, udite: il papato è la congregazione e cospirazione di alcuni, sotto un capo dato dal diavolo. Non v'è dubbio che il diavolo sia stato inventore del papato».

Con eguale stregua tratta i vescovi e i cardinali, «pezzo di carne con una mitra in capo»; dove non può i fatti, calunnia le intenzioni: inveisce contro il famoso Reginaldo Polo, quasi abbia scritto soltanto per isfuggir all'accusa di luterano, o per ambizione di diventar papa, e conchiude: «Guai a te, cardinal Polo: guai a te! la pagherai». Più accannisce contro monsignor Della Casa, il quale, indarno pentendosi del turpissimo capitolo rinfacciatogli ogni tratto, diresse alla Germania dei versi per iscagionarsi. E nella Magliabecchiana (classe XXXIV de' manoscritti) troviamo autografa la risposta di monsignor Della Casa al Vergerio, forse la stessa che fu poi stampata nel 1688.

«Tu ti lamenti (dice) che a Roma si abbia dolore della parlanza e malevolenza tua. No: o non vi sei conosciuto; o sprezzato così, che nessuno ti cura». E qui gli mostra la follia delle tante accuse date a Paolo III; cose ch'egli solo dice, il qual pure non poteva saperle essendo lontano, e sospetto perchè conosciuto nemico. Invano lui negare che la vita di questo sia scritta da esso, poichè egli la propaga, la vende. E qui comincia a legger le colpe del Vergerio contro gli amici, il fratello, la moglie, la patria, la religione, la taccia di bugiardo, d'aver finto lettere e commissioni; negant tibi quicquam credi oportere a quoquam: vanitatis, levitatis, mendacii te convictum defendunt. Profer igitur eas literas: manum, signum proba». E racconta che il cardinale Tournon, passando in Francia per la Svizzera, scese una sera a un'osteria affatto ignobile, e poichè l'ostiere lacero e in canna il salutò come persona nota, gli chiese chi fosse, e seppe ch'era il Vergerio. Il cardinale prese a rimproverarlo, e il Vergerio commosso il pregò a trarlo seco in Francia, pronto a dir quel ch'egli volesse sulla religione della Germania e della Svizzera; ma il cardinale non gli credette.

Difende da lui il cardinale Polo. Nega assolutamente il fatto di Pier Luigi Farnese, e cerca scusarsi dei versi. Si qui sunt paulo minus casti libelli, per jocum aliquibus in adolescentia scripti, eos tu cui tibi comodum fuerit adscribito: quæ dubia erunt in pessimam partem rapito, multa de tuo addito; quos de versiculis illis, qui de furni laudibus inscripti jam olim sunt, fecisse te video: quamquam illos, annis ab hinc quinque et viginti editos, alterius ejusdem nomine inscriptos legisse me memini, tu Jo. Casæ attribuis, quem tunc et affirmare soles ornate politique scribere et versibus posse et soluta oratione.... E del Vergerio ricorre la vita, da nemico, imputandolo di denari frodati, di delitti d'ogni sorta. Non credansi: ma neppur si credano quelli ch'egli appone a noi; si esamini; singolarmente non gli si presti fede ove dice che gli Italiani sprezzano e ingiuriano i Tedeschi, de' quali amplia le lodi; ma nega quel ch'essi dicono degli Italiani, confondendoli con coloro che van fuori a sparger errori, pregiudizj, empietà. E appunta il Vergerio, che gli Italiani aveano respinto da sè come il mare vomita un cadavere, spacciò che non poteva tollerare, egli così santo, i vizi e le scelleraggini degli Italiani, e per questo abbandonò le prospere sue fortune, e venne in Germania onde aver libertà di credenza. Il che avviene di molti Romani, che stimando sè e il proprio ingegno molto sopra del vero, lagnansi di non esser chiamati a Roma e ai sommi onori: e quando non si vedono onorati quanto vorrebbero, mettonsi a declamar contro il papa e i primati, e vengono a vantarsi in Germania dove sono sconosciuti, magnificando i comodi e gli onori che lasciarono per la religione. Ma almeno facessero qualche eccezione pei buoni, che pur si trovano in Italia.

Il Casa, vecchio e caduto dalla speranza di «mutare il cappello verde in rosso», si ritirò a Narvesa componendovi sonetti pieni di disinganno e diceva di sè: «Peccai da giovane, m'accusano da vecchio».

All'ira del Vergerio divengono sovente bersaglio i moderati, i neutrali, i tepidi, che mentre disapprovano le idolatrie papistiche, pur non osano abbracciare il vangelo; vogliono riforme, ma solo ove ad essi pare. «La Italia (diceva) è più avanti che qualcheduno non pensa. Ella ha per dentro e anche di fuori de' bravi spiriti, li quali, colla lingua e con la penna, non fanno altro che mostrar Gesù Cristo morto in croce per gli suoi eletti, e questa è la luce, la quale può meglio mostrare quali sono gli abusi e quali le superstizioni e quale la porta di uscirne fuori, che non possono quelle XII carte dove sono dipinte le querele dei Tedeschi»[120]. Pure giudicava che per l'Italia non fosse ancor venuto il momento della Riforma: dolevasi che i tanti dotti nostri non sapessero staccarsi dagli autori mondani e gentileschi, per istudiar solo lo spirito di Dio; minaccia che la collera del Signore e la disgrazia peseranno sui suoi compatrioti finchè stiano servili al papato; e crede potrebbe qui pure immegliarsi e correggersi la Chiesa qualora si cambiassero i costumi. «Non un anno passerebbe che voi, o miei compatrioti, sareste divenuti ottimi; migliorati di corpo, e di spirito; fondati nel bene, deposte le nimicizie, i rancori, le malizie, la lussuria, il giuoco, la bestemmia, l'usura e tutti i vizj. Qual è la cagione per cui l'Italia è piena di scissure, partiti, bordelli, bische, garzoni scandalosi, ladri, assassini? Perchè vi risiede la falsa religione e l'idolatria che tutti i vizj seco strascina; mentre il vero insegnamento cristiano reprime tali vizj e li svelle, o almeno gl'indebolisce e diminuisce? Non si alleghino i supplizj e le galere che l'Anticristo vi oppone, non il sovvertimento che ne verrebbe; la grazia di Dio basta a tutto. Quanti siamo cacciati di patria per la verità! ebbene, che ci manca? La Dio grazia viviamo come fossimo in patria». Linguaggio ripetuto tante volte, e fin ad oggi, malgrado la contraria esperienza.

Sopratutto egli osteggiò il Concilio di Trento. L'opuscolo Cur et quomodo christianorum concilium debeat esse liberum et de conjuratione papistarum, che credesi opera di Lutero, stampata il 1537, fu riprodotta il 1557 con prelazione del Vergerio; che confessa essere stato lui che, come legato pontifizio, avea predicato quel Concilio, e di quell'opuscolo bruciate quante copie potè, avrebbe bruciato anche l'autore se avesse potuto. Nel Concilium non modo tridentinum sed omne papisticum perpetuo fugiendum esse omnibus piis (1553) già avea raccolte tutte le ben note objezioni; nega sia libero, attesochè egli ne fu scacciato, e cacciato pure Giacomo Nachiante vescovo di Chioggia, e Girolamo Villeno domenicano, perchè aveano avversato quel passo del Decreto che dicea doversi le tradizioni accettare colla stessa venerazione come il vangelo; fa temere si manchi alla promessa franchigia, e ne coglie occasione di mostrar tutti gli abusi introdottisi nella Chiesa. E quanto spacciavasi pei trivj contro il Concilio, egli raccolse in molti opuscoli, ai quali poi attinse largamente frà Paolo Sarpi. Contro a quel sinodo ed ai papi incita l'imperatore e i principi, solleticandone le gelosie e le passioni; si erigano superiori ai pontefici; prescrivano ciò che giova a correggere i costumi e gli errori, e facciansi obbedire.

In alcuni scritti usò d'un'ironia così ben sostenuta, d'aver illuso molti. Tali sono le «Due lettere d'un cortigiano, nelle quali si dimostra che la fede e l'opinione di Roma è molto più bella e più comoda che non quella dei Luterani. — Terza lettera d'un cortigiano, il quale afferma che a suo parere la messa del papa è più bella che la comunione che si fa in alcun loco della Germania. — Quarta... nella quale gli dice che si comincia ad accorgere che la dottrina, ch'ei chiama luterana, sia la buona e la vera, e che quella del papa sia la corrotta e la falsa». Van sul tono istesso le Tre azioni del secretario pontificio, che suppone pubblicate intorno al Concilio, tutte spirito, ma senza atticismo di lingua nè di pensieri; canzonando vescovi e sinodo, e voltando in riso la paura di guerra, sia col Turco, sia co' Protestanti, quasi fossero invenzioni papistiche.

Al duca Alberto di Prussia, che lo chiamava amice singulariter dilecte, da Tubinga il 18 gennajo 1565 scrive: «Poichè il papa intimò il Concilio, i nostri principi non v'andranno, nè manderanno, ed è ben fatto. Ma io stabilii d'andarvi, e chiesi un salvocondotto. Che se lo spirito di Dio mi comandi altrimenti, e mi tolga quest'occasione di manifestar per me la gloria di Dio, stabilii darmi tutto a Cristo e alla quiete, e detto addio agli affari, prepararmi alla morte, che spero m'aprirà la vita eterna. Vostra altezza si meraviglierà udendo in quali luoghi io desideri dispormi a dar l'anima a Dio. Le chiese dei Valdesi piacciono al mio spirito; onde vi andrò, m'innesterò in quelle appresso la Posnania, o nel vostro ducato. Vedo quelle Chiese pacifiche e non sconvolte dalle dissensioni come le altre; onde ve le raccomando». Altre volte gli mandava una lettera in cui dissuadeva i Veneziani d'aderire al Concilio; lettera la migliore (dic'egli) che avesse scritta. Una più ampia del marzo seguente mettiamo in nota[121].

Eppure i nostri non aveano disperato di ricuperarlo, e il nunzio Delfino cercò indurlo a venire al Concilio, e con lui s'affiatò nel Würtenberg, ma il Vergerio proruppe in escandescenze contro il Casa e gli altri suoi persecutori. Anche al cardinal Gonzaga espresse una volta il desiderio di tornar a casa, di cooperare alla pacificazione della Chiesa, ma senza cenno di ritrattarsi: onde il cardinale nè tampoco gli rispose. Infatti egli scrive che il papa quaerit cum Germania aliquam concordiam, quam ob causam præcipue agitur ut Tridentum accedam. Sed ridicula est papæ cogitatio nam concordia in hac causa sanciri nulla potest, quod est certissimum: sed nihilominus audiendi sunt adversarii[122].

Ippolito Chizzuola di Brescia fece una Risposta alle bestemmie contenute in tre scritti di Paolo Vergerio contro l'indizione del Concilio (Venezia 1562). Costui avea predicato in senso ereticale a Venezia, onde gl'inquisitori lo obbligarono a ritrattarsi; tanto asserisce il Vergerio, che diresse «ai fratelli d'Italia» uno ripicchio fierissimo contro di esso: altri contro il Muzio giustinopolitano, suo compatrioto e condiscepolo; altri contro altri; perocchè e la sua apostasia e le polemiche gli procacciarono una folla di avversarj.

Per quanto lo vanti il suo biografo, sappiamo che, fino in quel bollore di passioni, pareva eccessivo declamatore, e di modi sconvenevoli alla sua dignità. Cercavano porgli qualche freno i suoi partigiani, ma chi bada ai consigli della moderazione nel vivo delle risse? Fiero, implacabile a chi lo toccasse; non si fa scrupolo di mentire; fomenta gl'istinti più abjetti; asserisce che il cardinale Alessandro Farnese promettea sparger tanto sangue tedesco, che il suo cavallo vi potesse andar a guazzo; che il papa avea dato commissione al Lippomani di persuadere l'imperatore a uccidere l'elettore di Sassonia e il landgravio d'Assia cadutigli prigionieri, e reca fin la lettera originale. Or viene a narrare che, una donna a Glarona avendo insudiciato di feci l'altare, i cantoni papisti muovon guerra agli Evangelici, e certamente l'Anticristo v'accorrerà colle sue armi. Tutta Germania prorompe a guerra? Sono i Papisti che la incitano; son gli Evangelici che trovansi costretti a difendersi; e il papa somiglia a quei che mettono il fuoco per saccheggiare; onde gavazzare nel lusso, suscita guerra dapertutto, evoca i Barbari a invader la Germania, e la sua satanicità chiamerà perfino i Moscoviti a depredar tutto il Settentrione e l'Inghilterra[123]. Eppure e' non vuol che si intitolino libelli infamatorj i suoi, perchè l'infamia di Roma era già nota a tutto il mondo!

Spirito strettamente pratico, e sproveduto di generalizzazione, trattava la religione come un affare giuridico, citando la Bibbia come un codice, sottilizzando senza veruna elevazione.

Uomo di negazioni e nulla più; violento nell'abbattere, era inetto a costruire, affettando odio contro l'errore più che amore per la verità; molti lo sprezzavano come un garbuglione che usasse frode sin nelle lettere; Erasmo ne dice male; Celio Curione trattavalo da plagiario, quasi avesse come sue offerto opere altrui al principe di Würtenberg per entrargli in Corte: gli apostati italiani sempre lo guatarono con diffidenza, e pensavano aspirasse tornare al papismo; e in fatto vacillava talmente nelle credenze, che l'apologista suo Gian Rinaldo Carli potè sostenere non si scostasse mai fondamentalmente dalla Chiesa nostra; e un suo ritratto girava coll'iscrizione Nunzio del papa, legato di Cristo.

Per giunta intrigava nella politica; lo vedemmo sollecitare i Grigioni a far lega coi Francesi contro la Spagna; eppure stando in Valtellina mestò con don Ferrante Gonzaga governatore di Milano per ricuperar questa valle alla Spagna; e allo stesso scriveva il 21 aprile 1550: «Oltre di quest'impresa, io potrò esser buono alle cose appartenenti alla religione, per l'amicizia che tengo con que' dotti di Lamagna; e quando, o per via di un Concilio o per altra, si trattasse qualche accordo ed assestamento, vostra eccellenza vedrebbe ciò che saprei fare». Molti principi di Germania lo protessero: Eduardo VI d'Inghilterra gli mandava «qualche ajuto onde possa continuar a far la guerra al diavolo»; e sempre lo assistette il nipote Lodovico, consigliere del duca Alberto.

A cinquantanove anni pensò prender moglie: tutto era stabilito: farebbe da madrina la contessa Maurica, profuga d'Italia; il duca aumentava di qualcosa il suo trattamento; ma non consta che il matrimonio si effettuasse. Già nel 1558 lagnavasi di cattiva salute, peggiorata poi dagli strapazzi dell'ultimo viaggio in Polonia. Ricorse alle acque e ad altre cure; da un lato desiderava intervenire al famoso colloquio di Passy nel 1561, dall'altro vagheggiava ritirarsi fra i Valdesi o Piccardi della Boemia, ma questi voti di quiete presto dissipava per lanciarsi di nuovo nella mischia. Infine morì il 4 ottobre 1565 a Tubinga, e gli amici narrarono che conservò fino all'estremo mirabil costanza; che agonizzasse fra orribili spasimi e muggiti e rimorsi, scrisse il famoso Glaber, che lo assistette, e che poi si convertì al cattolicismo. Il duca Cristoforo nella chiesa di San Giorgio gli fe porre un monumento con un epitafio, che mostra come le sottigliezze secentistiche si usassero prima o fuori d'Italia; monumento che, sovvertito nel 1635 durante le guerre di religione, fu poi ripristinato nel 1672.

Qualche moderno presenta il Vergerio qual «esempio unico dell'aver mutato lo splendido posto di prelato romano, l'onore di nunzio papale, la mitra di vescovo, l'aspettazione della porpora contro le incertezze d'un esule». A chi ci lesse noi procurammo dar argomenti che bastino a valutare quanto meriti questa lode; e se le opere sue valgan meglio che quelle di certi martiri odierni, che tutto dì contaminano il buon senso e il viver civile.

NOTE

[88] Nuntiatura Germaniæ, vol. IV.

[89] Varie lettere del Vergerio per promuovere il Concilio si trovano nella preziosa raccolta di documenti che, per tesser una nuova storia del Sinodo Tridentino, avea preparata il padre Alberto Mazzoleni, e che ora in cinquanta volumi sta nella Biblioteca di Trento, rimanendone ancora tre in quella di Bergamo.

[90] Codice della Biblioteca Vaticana, 3914, fol. 263 e seg.

[91] Rob. Vancopius Paulo III; Vormatiæ 17 novembre 1540.

Die V hujus mensis Vormatiam venit episcopus Justinopolitanus Catholicorum et Protestantium commercio ac colloquio (utrisque etiam ad commessationes sæpius invitatus) quamdiu hic fuit usus est. Putabatur a Germanis mandato christianissimi regis advenisse: ego ut id credam adduci non possum: fatebatur tamen se a majestate sua mille ducatis donatum, et ejusdem se servum esse. Nell'Archivio Vaticano, Nunciatura Germaniæ, VIII, 19.

[92] Arch. Vat. Nunciat. Germaniæ XV, 306. Ivi stesso VIII, 281, Giovanni Poggio al 5 febbrajo 1541 scrive al cardinale Santa Croce: «Desidero saper da quella come mi ho da governar col Vergerio, esoso qua sopra modo»,

[93] Nell'archivio di Firenze fra le carte Cervini, filza IV, fol. 118.

[94] Ottonello Vida, che dal Caracciolo, nella vita di Paolo IV manoscritta, è detto «locotenente del Vergerio nella scola eretica», e che è noverato nell'Indice tridentino fra gli autori proibiti di prima classe, ad esso Vergerio scriveva confortandolo perchè tornasse alla sua diocesi, offrendosi disposto di andarlo a trovar in Germania, «non con intenzione di venire un'altra volta in peregrinaggio a cercare con infiniti incomodi e pericoli di quelle comodità e riposi, che poi ci tengono in continua soggezione e servitù: ma io mi era disposto, come geloso dell'onore, e della salute di vostra signoria e della nostra insieme, di venire a trovarla per rimoverla da quel fiero pensiero, il quale n'ha condotti tanti a perdizione, e col quale mi pareva ch'ella si fosse partita d'Italia; cioè di volere invecchiare nelle speranze delle Corti. Ma ora, che ella mi scrive di aver ben considerato il caso suo, e, poste sulle bilancie le ragioni dell'una e dell'altra parte, aver deliberato di al tutto chiuder l'orecchie a' canti delle Sirene delle Corti e del mondo, e di ridursi nel suo tranquillo porto, io mi trovo tanto di lei soddisfatto, quanto io mi trovai mesto e sconsolato al suo dipartire, quando ella mi lasciò in Ferrara. E perchè molte fiate avviene che l'uomo si dispone a voler fare qualche buona opera, e poi, da qualche nuovo accidente disturbato, cessa, e da quel buon proponimento si rimuove, però, quantunque non sia da temere che ciò nella costanza di vostra signoria abbia a cadere, pur non mi rimarrò di ancora ammonirla e ripregarla, che per l'amor di Gesù Cristo voglia con pronto effetto eseguire ciò, che per ispirazione divina è stato da lei saviamente deliberato; e voglia sopratutto considerare, che, avendola il signor Dio, dal quale procede ogni podestà e autorità, proposta alla cura di questo suo gregge, non si può addurre, nè immaginare ragione alcuna, per la quale ella debba o possa mancare da tal ufficio, e contravvenire alla volontà sua. Egli ci ha fatti nascere tutti in questo mondo negoziosi, e a ciascuno secondo il suo stato ha assegnato l'ufficio suo, e posta dinanzi agli occhi la via, alla qual abbiamo a camminare verso la salute nostra. Dobbiamo adunque ciascuno di noi esercitare nell'ufficio nostro, ed isforzarne di far bene la parte nostra, e persistere, come dice l'apostolo, nella vocazione, che Dio ci ha chiamati; e chi far vuole altramente, lasciar il suo, per occupar l'altrui ufficio, e uscir del suo proprio sentiero, questi perturba l'ordine di sua divina maestà, ed erra fuor di strada, come vagabondo e perduto; nè mai pervenirà a quel fine, al quale è stato da Dio creato.

«E per dir di vostra signoria (benchè ella meglio di me tutte queste cose intenda) ella è stata prima da Dio, che da alcun papa, eletta vescovo di Capodistria. L'ufficio del vescovo è essere vigilante sopra l'anime de' suoi diocesani, e guardarle, e ben custodirle dai pericoli del mondo, e dalle insidie del maligno spirito. Oltre che, anche egli deve prima custodire la sua, come ciascuno di noi la nostra, e perciò i vescovi dal Salvator nostro son chiamati pastori. Il buon pastore non lascia mai le sue pecore incustodite e senza guida, per andare in lontani paesi a guardare l'altrui. Egli si sta con loro giorno e notte, sollecito e vigilante, e mette la vita per loro ne' pericoli, e sempre provvede che elle non siano contagionate da morbi, depredate da ladri, divorate da lupi, e siano difese dal caldo e dal gelo, ed abbiano sempre buoni pascoli, e copia di buone erbe e buone acque, e tutto ciò che fa loro di bisogno. Il che come potrà quel pastore, che non le ama, non le vede nè mattina nè sera, e non le conosce? Come farà egli l'ufficio, al quale Dio l'ha chiamato? Bisogna adunque che, così il vescovo come ciascuno altro, anzi più esso che ciascun altro (perchè ha da regger anime redente col sangue del Figliuol di Dio) attenda al suo proprio ufficio, e si sforzi con ogni studio di farlo bene, e di adempire la volontà del sommo fattore, nè si metta a seguire il maluso de' nostri tempi, e di que' vescovi, i quali, vinti dall'avarizia e dall'ambizione, di niuna cosa manco si pensano che di stare alle residenze, e cercare la salute dell'anime a loro commesse, e poi non potendosi altramente difendere, in escusazione allegano la mala consuetudine, come faceva quel buon prelato, amico di vostra signoria, il quale, molto in vero accortamente, da questa imputazione si difendeva dicendo, che egli non intendeva d'essere obbligato di stare al suo vescovato, perciocchè, quando egli fu creato vescovo, non era questa usanza che i vescovi facessero residenza alle diocesi, anzi tutti solevano stare a Roma (come si fa oggidì da molti) a procurare altri onori e beneficj; e che, essendo eletto a quei tempi e sotto quella fede, non gli pareva onesto che questa (siccome egli diceva) nuova legge dovesse far pregiudicio alla libertà sua: e aggiungeva aver udito, che con questa ragione alcune buone monache avevano similmente ottenuto di poter vivere a lor modo, senza pericolo d'essere riformate: perciocchè anche esse dicevano d'essere entrate ne' monasteri, a' tempi che si viveva in più libertà; e che non era tanto gran miracolo se alcuna di loro aveva qualche volta pratica con un uomo. Vane sono e troppo apertamente sciocche (acciò che io non dica empie) queste escusazioni: conciossiachè non si possa chiamar consuetudine la depravata usanza, per la quale si contravviene all'ordine del sommo opifice; onde cessano similmente quelle altre ragioni, che scrivete, di quei nostri cardinali, che pajono nella prima vista un poco vere e urgenti: cioè, che sia meglio vostra signoria attenda alla riformazione di tutta la Chiesa, la quale ora ne ha bisogno, che alla conservazione della sola sua diocesi. Ognuno sa che tutte le patrie e diocesi di cristianità hanno i lor vescovi, i quali sono tenuti aver cura ciascheduno della sua: hanno poi i vescovi i suoi metropolitani, l'officio de' quali è procurare tra le altre cose, che i vescovi a loro soggetti se ne stiano alle residenze loro, e custodiscano diligentemente i loro greggi. I metropolitani anch'essi hanno sopra di loro il sommo pontefice, l'officio e cura del quale è universale sopra tutta la Chiesa di Dio; la quale poi egli come supremo e sempiterno capo, col suo santo spirito regge e governa. Questi officj, siccome sono tutti distinti e separati l'uno dall'altro, così deve ciascuno conoscere il suo, e a quello intendere gli spiriti, e indirizzare tutte le operazioni sue: che così l'ordine richiede, da Dio instituito, nè deve alcuno contravvenir a questo ordine, nè lasciar il suo per ingerirsi nell'altrui officio, che ciò sarebbe, come ho detto di sopra, guastar l'ordine, e riprendere Dio, e mostrar di saper ordinar le cose meglio di lui; il che è non solo inconveniente ma abbominevole, che, come dice l'apostolo, se il piede dicesse al capo, Io voglio esser capo, e la mano all'occhio, Io voglio esser occhio, così similmente discordassero gli altri membri; non potrebbe l'uomo sostentarsi, nè durare in vita.

«Il governo della Chiesa universale appartiene al sommo pontefice: il quale, perciocchè è gravissima impresa, è stato ben istituito (benchè se ne dica da' Tedeschi in contrario) ch'egli abbia tanti cardinali al lato; col consiglio e ajuto de' quali possa provvedere a tutti i bisogni di quella, e adempiere l'officio suo. Ma saria ben necessario che questi cardinali e assistenti del sommo pastore, e consiglieri suoi nel governo universale della santa Chiesa, fossero anche essi assidui e diligenti a quell'officio; e nelle consultazioni quotidiane si sforzassero di preporre sempre le cose utili alla conservazione e augumento della santa sede, e di investigare de' rimedj contra l'armi d'infideli, contra le eresie, e contra le discordie de' principi cristiani: e perciò bisognerebbe che tutti fossero uomini di santa vita e di singolar dottrina, e non avessero nè vescovadi, nè particolar carico d'alcuna diocesi, perciocchè avendolo, bisognerebbe che anche essi stessero alle loro residenze, e attendessero a quella cura. Ma posto che il sommo pastore nè per sè, nè con l'altrui consiglio potesse o sapesse fare tutto ciò che si converrebbe, e che per tal difetto le cose della fede e della Chiesa di Cristo patissero delle scisme e degli incomodi: in tal caso sarebbe ben il dovere, che, se per fare una generale provvisione gli arcivescovi e i vescovi e gli altri prelati fossero chiamati come ad un consiglio, dovessero allora lasciare le loro diocesi, al meglio che potessero custodite, e prontamente tutti convenire al luogo destinato; dove, secondo che fossero dallo Spirito Santo ajutati, avessero a provvedere a quell'urgente bisogno. Ma altramente non dovriano mai da se stessi, e senza esser chiamati e con comandamenti costretti, abbandonar la cura de' loro popoli.

«Il Salvator nostro, il quale ha il governo sempiterno della santa Chiesa, ci ha promesso di sua bocca di mai non l'abbandonare, anzi di starsene con lei fino alla consumazione de' secoli, e s'egli mantiene la fede e l'obbligo, nè cessa dal suo officio, meno devono i terreni pontefici mancar dal loro, per supplir agli altrui difetti. Che se, mancando il sommo pontefice dal suo officio, volessero i metropolitani assumer essi il carico del governo universale, e lasciare la cura de' vescovi e delle diocesi a loro soggette, e i vescovi similmente lasciassero il governo de' loro popoli; e i privati mancassero delle buone opere; e così cessasse ciascheduno dal suo officio, chi non vede che ciò sarebbe deformare, non reformare lo stato della Chiesa universale? Siccome all'incontro, se tutti i particolari stessero nel loro officio, l'universale stato sarebbe perfetto, e non avrebbe bisogno d'altra riformazione.

«Facciamo adunque noi tutto ciò che possiamo per adempire quell'officio, al qual Dio ci ha deputati, e preghiamo nelle orazioni nostre sua divina maestà (siccome egli ci ha insegnato) che similmente dagli altri si faccia sempre la volontà sua: perciocchè non avrà alcuno da rendere ragione nel supremo giorno, se non del suo officio e della sua negoziazione; non avrò io, nè alcun altro da render conto del vescovato di vostra signoria, nè essa avrà da render ragione delle operazioni del papa, nè de' re, nè de' cardinali, ma ben delle sue e di quelle dei suoi diocesani, se per colpa, o negligenza di lei saranno pericolati, o infettati di qualche morbo, e usciti dalla via diritta. Sicchè, per fare omai fine, mandate, monsignor mio, ad effetto la santa deliberazione vostra, e non vogliate, per far l'officio altrui, lasciare il vostro; per giovar a persone strane, offendere la patria vostra; per seguir i signori e i re del mondo, abbandonare il signor del cielo e il re delle anime nostre.

«La patria nostra, molte volte ne' tempi passati si è doluta di essere stata abbandonata, e per lunghi intervalli di tempo destituta dalla presenza de' suoi vescovi, i quali, perciocchè erano forestieri e di lontani paesi, potevano pretendere qualche adombrata scusa, ma non vera. Ma voi, al quale Domenedio ha dato in governo quella città, che è medesimamente patria vostra, nella quale siete da tutti i buoni tanto amato e stimato; non avete ragione nè escusazione alcuna di dover stare da lei lontano; anzi dovete, tutto acceso di doppia carità, stare assiduamente alla residenza vostra; e con la presenza e con la vostra buona dottrina e col buono esempio, consolare, ammaestrare e confermare nella via di Dio e nelle buone operazioni i nostri compatrioti, a noi e di sangue, e di benivolenza tanto congiunti, siccome cominciaste a fare negli anni passati, che molte fiate con le prediche e buone ammonizioni vostre ci empieste tutti d'una gran consolazione e speranza. E ora perchè mancare, o monsignore, di quel santo vostro principio? Ma spero nel signore Iddio, che non mancherete più lungamente, e che eseguirete senza dimora alcuna la deliberazione vostra: e io per nome di tutta la città nostra supplichevolmente prego vostra signoria che così voglia fare, e che voglia eziandio prendere in buona parte tutto ciò, che io ho qui troppo presuntuosamente scritto..... »

[95] Lettera piissima di Flaminio a suo cugino Cesare. Roma 15 febbrajo 1544.

[96] Nec enim puduit eum, scelus omnium turpissimum, sed per Italiam nimis notum atque Græciam, celebrare laudibus. SLEIDAN, De statu religionis et reipublicæ, all'anno 1548.

[97] «Pare a me che grande ingiuria mi sia stata fatta quando il legato Della Casa mandò in Capodistria con molto scandalo di tutto quel popolo i pubblici sbirri cercando per tutta la casa mia. Io aveva di que' libri, e mandò a far questo rumore appunto in tempo ch'io era al Concilio di Trento». Le otto difensioni del Vergerio.

[98] VERGERIO, Ritrattazione.

[99] E 'l contrario, tutti lo maledicevano per non haver tolto li Santi Sacramenti, salvo i Luterani.

[100] Pii, qui s'intendono questi nuovi cristiani.

[101] Idest lutherana.

[102] Cioè la dottrina luterana; e così non fosse! Hic labor, monsignor reverendissimo.

[103] Idest opinione luterana.

[104] Oh bella fede viva sopra i sacramenti della Chiesa.

[105] Da animale.

[106] Per superstizione ed ipocrisia s'intendono le cose della Chiesa.

[107] Cioè seculari luterani.

[108] S'intendono le raccomandazioni dell'anima, che fanno li sacerdoti.

[109] Cose esterne s'intendono i sacramenti e cerimonie sante de' Cristiani.

[110] Lasso un'altra parte della littera, dove lo autore descrive come il vescovo Vergerio si è deportato in tollerar la morte del fratello. È cosa goffa, e non al proposito.

[111] Lo Zilioli, in vite di letterati contemporanei, manuscritte nella Marciana, racconta che la madre di G. B. Sanga poeta, volendo dar morte a una fanciulla amata da questo, preparò un'insalata velenosa: e avendone mangiato anche il Sanga e Aurelio Vergerio, morirono.

[112] È nelle suddette carte Cervini, filza IV, foglio 120.

[113] Nel carteggio mediceo dell'archivio di Firenze son lettere da Trento del Serristori 1549 e del Buonanni e del Pandolfini da Venezia del 45 e 46, che parlano del vescovo di Capodistria, della sua venuta a Trento, della proposizione di torgli il vescovado.

«L'episcopo di Capodistria è venuto al Concilio, rimettendosi in tutto e per tutto al giudizio del Concilio. Li legati non l'hanno voluto accettare, ma gli hanno detto che stia absente di Trento finchè avessino sentita il papa. Il che hanno fatto, ma non è venuto risposta. Non sappiamo se lui è partito, ovvero stia segreto in qualche casa. Questo fatto ha dispiaciuto a molti, massime al cardinale di Trento, quale vi so dire che ha gran fervore.»

[114] «Pare a me che sia onore e reputazione della Chiesa e della fede nostra santissima e piena di grazia e di maestà il repudiar queste baje, e dire arditamente ch'elle non son vere».

[115] Francisci Spieræ qui, quod susceptam semel evangelicæ veritatis professionem abnegasset damnassetque, in horrendam incidit desperationem, historia: a quatuor summis viris summa cum fide conscripta: cum cl. vir. prefationibus Cœli Secundi C. et Jo. Calvini et P. P. Vergerii apologia: in quibus multa hoc tempore scitu digna gravissime tractantur (senza data ed anno). Franc. Spiera's Lebensende von C. L. Roth., Nurimberga 1829.

[116] Il Xist non conobbe il processo del Vergerio, vedi pag. 123. Il dottor Kandler di Trieste mi assicura che si trovi nell'archivio generale di Venezia, venutovi dall'archivio dell'Inquisizione della fede. Io non potetti rinvenirlo.

[117] Al duca Alberto, il 6 febbrajo 1563, scrive: Mitto libellum Savonarolæ itali, qui ante LX annos obiit, in psalmos tres: accepi a meo principe. Delectabit et juvabit libellus; utinam istic spargeretur. Esset enim operæ pretium ut in Poloniam quoque et Lituaniam istinc penetraret.

[118] Luigi Lippomano veneto, dopo molte nunziature, era stato mandato a quella di Polonia, ove i settarj dicono si mostrasse crudelissimo con loro, e che, per cominciare, facesse perseguitar gli Ebrei, col pretesto avessero da un'ostia consacrata cavato una fiala di sangue per servirsene a sanar la ferita della circoncisione; col che ravvivò nei credenti il dogma della transustanziazione.

Del Vergerio parla più volte il cardinale Truchses nelle lettere a Stanislao Osio, che sono fra quelle di Giulio Pogiano. Per esempio, al 9 gennajo 1563, scrive: Me quoque Vergerii, illius desertoris ac perditissimi hominis, nefariæ in te declamationes valde delectant. Nam, etsi nullum tibi ab optimis et summis viris virtutis, prudentiæ, religionis præconium deest, tamen non est leve egregiæ laudis testimonium vituperano illius immanis belluæ: quæ aliquando delapsa in foveam obruetur. Ac tibi quidem jucundum esse debet eundem illum in te perbacchatum esse, qui magnum illum sanctissimumque pontificem Gregorium concidere ausus sit toto volumine.

[119] A Brunswich, nel 1855, fu stampato P. P. Vergerius papstlicher nuntius, katolischer Bischof, und Vorkämfer des Evangeliums, eine reformations geschichtliche Monographie von CHRISTIAN HEINRICH XIST, evangelichem Pfarrer der Zeit Nürnberg. Egli protesta non voler offrire materia di guerra, ma un saggio sulla Riforma, e la storia d'un uomo conosciuto da pochi, da molti mal conosciuto. Ma è passionato. Aggiunse XLIV lettere tolte dall'archivio di Königsberg. Ma altre furono indicate nella Biblioteca di Zurigo da M. Young nella Vita di Aonio Paleario (Londra 1860). Vedasi anche Apologia pro P. P. Vergerio adversus J. Casam. Ulma 1754. Dal catalogo delle opere del Vergerio, noi scegliamo quelle sole che fanno alla materia nostra.

Discorsi sopra i Fioretti di frà Francesco, senza luogo nè anno.

Don Giovanni da Cremona, parafrasi sopra i sette salmi.

Instruzione come si ha da consolar e ammaestrar uno, che sta in pericolo di morte.

Il Catalogo de' libri, li quali, novamente nel mese di maggio dell'anno 1549, sono stati condannati et scomunicati per heretici da monsignor Giovanni della Casa, legato di Venetia, e da alcuni frati. E aggiunto sopra il medesimo Catalogo un judicio e discorso del Vergerio, 1549.

Dodici trattatelli, fatti poco avanti il suo partire d'Italia. Basilea 1549-50.

Le otto difensioni del Vergerio, ovvero trattato delle superstizioni d'Italia e della ignoranza de' sacerdoti etc., pubblicato da Celio Secundo Curione. Basilea 1550.

Al serenissimo re d'Inghilterra Eduardo VI.

Della creazione del nuovo papa Julio III, e ciò che di lui sperare si possa, 1550. De creatione Julii III etc., 1550.

La sontuosissima festa fatta in Roma per la coronatione di papa Giulio III, con la solennità et ceremonia usata nello aprire la porta santa del Jubileo, con commento, 1550. Qua pompa et magnificentia Julius III, P. R. coronatus est, etc., anno 1550.

La forma delle pubbliche orazioni e della confessione ed assoluzione, la quale si usa nella chiesa de' forestieri, che è nuovamente stata instituita in Londra.

A' Principi d'Italia, 1550.

A quelli venerabili Padri Domenicani, che difendono il Rosario per cosa buona, 1550.

Bolla della Inditione e Convocatione del Concilio che si ha da incominciare in Trento al primo di maggio dell'anno 1551. Bulla Julii III Rom. Episc. etc. Cum Commentariolo de Vidae (pseudonimo), verso ex ital. Lingua. Basilea 1551. Tubinga 1553.

Al serenissimo duce Donato, et alla Eccellentissima Repubblica di Venezia, Orazione e Defensione del Vergerio. Da Vico Suprano, a X aprile 1551.

Missæ ac Missalis anatomia, h. e. Missalis enucleatio. Nunc primum (ut ea res purioris fidei cultoribus scitu necessaria ad alias quoque nationes deveniret) e gallica lingua latine versa a. 1551.

Concilium Tridentinum fugiendum esse omnibus piis, 1551, e altre volte.

Il Vergerio a papa Giulio III, che ha approvato un libro del Mutio, intitolato le Vergeriane. 1551.

Operetta nuova del Vergerio, nella quale si dimostrano le vere ragioni che hanno mosso i Romani Pontefici ad instituir le belle cerimonie della settimana santa. Zurigo 1552.

Risposta del vescovo Vergerio ad un libro del Nausea, vescovo di Vienna, scritto in lode del Concilio Tridentino. Poschiavo 1552.

Fondamento della Religione Christiana, per uso della Valtellina, 1553.

Consilium quorundam episcoporum Bononiæ congregatorum, quod de ratione stabiliendæ Romanæ Ecclesiæ Julio III pontifici maximo datum est, 1553 e più altre volte, e tradotto in altre lingue.

Ludovico Rasoro alla abbadessa dello monastero di Santa Giustina di Venetia, sopra un libro intitolato: Luce di Fede, stampato nuovamente in Milano per Giovanni Antonio da Borgo in laude della Messa, 1553.

Stanze del Berna con tre sonetti del Petrarca, dove si parla dell'Evangelio e della Corte Romana, 1554.

Delle commissioni e facultà che papa Giulio III ha dato a monsignor Paolo Odescalco, comasco, suo nuncio et inquisitore in tutto il paese de' magnifici signori Grisoni, 1554.

Catalogo dell'Arcimboldo, arcivescovo di Milano, ove egli condanna e diffama per heretici la maggior parte de' figliuoli di Dio, e membri di Christo, i quali ne' loro scritti cercano la riformatione della Chiesa Christiana. Con una risposta fattagli in nome d'una parte di quei valenti uomini, 1554.

Frà Aleandro Bolognese, in un suo libro stampato in Bologna nell'anno 1550, ha tolto a celebrare per cose verissime, catholice e sante, il concorso de' popoli alla statua et ai muri di Loreto, il sangue uscito fuor dell'hostia di Bolsena, gli altari fatti e consacrati per mano di san Michaele Arcangelo sul monte Gargano, et altre simili facende. Et papa Julio III ha tutto ciò approvato e confermato, onde ogni huom potrà far giudicio lui e la sua Chiesa Romana esser risoluta di volersi mantenere in tutte le consuete sue superstizioni, bugie, idolatrie et errori, in disprezzo deli huomini e di Dio, 1554.

Heus! Germani, cognoscite ex hac Epistola, quid de vobis sentiat et predicet Beatissimus Papa; tum etiam videte quale concilium cum suis creaturis celebraturus sit. Illustrissimo atque optimæ spei Puero D. Eberhardo, illustrissimi Princ. Christophori, D. W. filio primogenito, Munusculum Vergerii exulis Jesu Christi. A. 1554.

Lac spirituale, pro alendis ac educandis Christianorum pueris ad gloriam Dei. Regiomontani, s. a. Nel 1550 fu stampato in italiano a Pavia dalla stamperia Moscheno.

Della Camera et Statua della Madonna, chiamata di Loreto, la quale è stata nuovamente difesa da frà Leandro Alberti, bolognese, e da papa Giulio III con un solenne privilegio approbata. Nell'anno 1554.

De Idolo Lauretano. Quod Julium III, Rom. episcopum non puduit, in tanta luce Evangelii undique erumpente, veluti in contemptum Dei atque hominum approbare. Vergerius italice scripsit, Ludovicus ejus nepos vertit. Anno 1556, e altre volte.

Giudicio sopra le lettere di XIII huomini illustri, pubblicato da M. Dionigi Atanagi et stampate in Venetia, 1554-1555.

Consilium quod olim Paulus IV P. R. adhuc cardinalis S. Pet. Carapha dictus, Pont. Paulo III de emendanda Ecclesia dedit. Argyropolo 1555.

Precedentie alla Apologia della Confessione dello illustrissimo signor duca di Wirtemberga, del Brentio, ove si tratta dell'ufficio de' principi nella chiesa del Figliuol di Dio, dell'autorità della sacra scrittura, delle traditioni della Chiesa Cattolica. Tubinga 1556.

Historia di papa Giovanni VIII, che fu femmina, 1556. — De Papa fœmina, 1560.

Vide quid papatus sentiat de illustrissimis Germaniæ principibus, ac de liberis civitatibus, quæ Evangelio nomen dederunt; in primis quid de tota nostra doctrina, et de ministris ecclesiarum, 1556.

Ordo eligendi pontificis et ratio. De ordinatione et consecratione ejusdem. De processione ad ecclesiam Lateranensem. De solemni convivio, quo cardinales, episcopos atque alios excipit. Tum de pallio de corpore beati Petri sumpto, in quo est plenitudo pontificalis officii. Omnia excerpta verbum verbo ex libro, cui titulus: S. R. Ecclesiæ cerimoniarum libri VI, qui in vaticana secretiore Bibliotheca magna religione et reverentia conservatur. Reliqua etiam, quæ illic in hoc genere latebant, brevi evulgabuntur. Tubinga 1556, 4.

De Gregorio P. ejus nominis I. quem cognomento Magnum appellant, et inter præcipuos Ecclesiæ Romanæ doctores numerant. Invenies hic, candide lector, primum miracula circiter L. verbum verbo ex dialogis, quos ille in ipso adeo pontificatu scripsit excerpta: deinde nonnullos veluti flosculos ex ejus a Jac. a Varagine descriptam. Regiomontani 1556.

Alcuni importanti luoghi tratti fuor dell'epistole di Francesco Petrarca, con tre suoi sonetti, 1557.

Articuli contra cardinalem Moronum, de Lutheranismo accusatum et in carcerem conjectum, a procuratore Fisci et Cameræ apostolicæ, et nomine officii sanctæ inquisitionis instituti. Cum Scholiis, 1558.

Agl'inquisitori che sono per l'Italia. Del catalogo di libri eretici, stampato in Roma nell'anno presente, 1559.

Copia d'una lettera d'Atanasio, dello stato in che è la religione nel principio dell'anno 1559.

Postremus catalogus hæreticorum Romæ conflatus 1559. Continens alios quatuor catalogos, qui post decennium in Italia, nec non eos omnes, qui in Gallia et Flandria post renatum Evangelium fuerunt editi. Cum annotationibus. Pforzheim 1560, e altrove.

In che modo si portino nel tempo del morire quei che ritengono l'obedientia della sedia romana. E in che modo quei che Luterani, ovvero Eretici si chiamano. Con la confession della fede d'un servo di Gesù Cristo, 1560. All'Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe e signor, il signor Ercole Gonzaga, chiamato il cardinal di Mantoa, Legato al Concilio di Trento. Che papa Pio IV non fa da dovero, 1561.

Comparation tra 'l Concilio Basiliense e il Tridentino, 1561.

Lettera al signor Francesco Betti, delle insidie che il papa m'ha posto attorno, 1562.

Della declinazione che ha fatto il papato solamente da undici anni in qua. Ai fratelli d'Italia. Ristampato la terza volta l'anno LXII, con qualche aggiunta, specialmente delle cose di Franza.

Ai miei carissimi in Cristo e onorati fratelli della Valtellina, Chiavenna e Piur. Che concilio desiderino gli amatori della renascente dottrina del Vangelo; e che concilio si celebri tuttavia in Trento.

Ai fratelli d'Italia. Di un libro di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1563.

Risposta ad un'invettiva di frà Ippolito Chizzuola da Brescia, 1565.

Responsio ad librum Antichristi Rom. Regiomontani 1563.

Quod Pius Papa IV, licet concilium indixerit, nihil tamen minus in animo habet, quam profligatam ex Ecclesiis, quæ illum adhuc agnoscunt. Jesu Christi doctrinam restituere, sed pristinos abusus atque idolomanias retinere et confirmare auctoritate concilii (De concilio papæ Pii IV). Tubinga 1563.

Vergerii opera adversus papatum. Era la collezione da lui cominciata, ma dei tre volumi uscì uno solo di 800 pagine, a Tubinga 1573.

[120] Catalogo.

[121]

Tubinga 12 marzo 61.

«Ho mandato all'altezza vostra la bolla d'intimazione del Concilio con alcune mie annotazioni, affinchè, come alquanto tempo, mentr'era del tutto cieco, fui versato in queste cose papistiche, manifestassi alcuni luoghi che non facilmente s'intendono. Alcune giova qui ripeterne. Pio IV, con certo quale apparato viene all'intimazione del Concilio, premettendo due bolle: una in marzo passato col titolo «Per conservar la pace, estirpar le eresie e proseguir il Concilio»; l'altra del novembre col titolo «Per l'indulgenza del felice Concilio generale, che s'ha da indire e continuare in Trento» e in questa chiama la dottrina nostra pestifera e perniciosa setta, esiziosa zizzania, falsa e perversa dottrina degli eretici, prava opinione nella fede: e ripete e inculca che noi siamo empj eretici, sprezzatori della religione; ci paragona fino ai Turchi; che gravi ferite recammo alla Chiesa cattolica, e minaccia voler abbattere le nostre riforme. Con tali complimenti il padre santo accoglie le nostre chiese, strappate dalle fauci di lui per grazia di Dio.

«Premesse queste due bolle, promulgò l'intimazione, nella quale ci carica quasi delle stesse contumelie per grazia sua, e spaccia molte cose inonestissime e intollerabili. Fra l'altre, dice di voler celebrare il Concilio generale, quasi tutti i regni e le provincie che dal papato si separarono, debban volarvi; ma non s'aperse di voler continuare il vecchio, come disse in due bolle. Volle certamente ingannare, ma loda i predecessori suoi Paolo III e Giulio III, ciascun de' quali aveva adunato un ingiustissimo Concilio; anzi Paolo III coll'armi avea tentato il compimento dell'appena cominciato Concilio: questi egli loda, di questi vuol continuare i Concilj. E ciò ch'è principale, convoca i suoi stessi, che a Trento non fanno altro, nulla pronunzian di suo, ma soltanto le cose che il papa giorno per giorno manda per la posta (per dispositos equos); attentissimo esclude tutti i nostri, ai quali tolse fin il salvocondotto, dato dal Concilio tridentino. Insomma trae a sè tutta la cognizione della causa religiosa. E non solo queste enormissime cose comprende nella sua indizione, ma molt'altre che qui non è luogo e occasione di riferire.

«Eppure queste, sebben assurdissime, nulla sono se badiamo a quel che seguì.

«V'è gran separazione e quasi divorzio irreconciliabile fra le nostre chiese e il papa. Son quasi venti anni che nessun legato papale venne più agli illustri principi nostri: nè, dopochè io da Clemente VII e da Paolo III fui mandato, credo che altri ci venisse. Ed è da avvertir bene che, quando fui mandato io, nessuna intimazione erasi ancora pubblicata, ma trattavasi solo del luogo, della forma, del modo di celebrarlo; onde la legazione aveva una certa qual moderazione, non era affatto ingrata, eppur nulla ottennero; gli illustri principi rispondeano press'a poco quel che rispondono ora, non aver affare col papa; non verrebbero alla sua intimazione, di far la quale e' non aveva autorità; Cesare avea dato speranza di celebrar il Concilio in Germania; di questo seguirebber essi l'autorità, non del papa. Le quali cose avrebbe dovuto aver presenti Pio IV se voleva mostrar senno. Ma che? Nè volle trarsi in memoria le cose già fatte, benchè da pochi anni, come fanno i savj: nè pare vi fosse tra' suoi consiglieri, cancellieri, segretarj, nè fra i trenta cardinali che sottoscrissero alla bolla, chi lo avvertisse delle cose passate; giacchè, trascurate o dimentiche queste, dopo sparse per tutto il mondo le ingiurie acerbissime che disse contro noi e la nostra dottrina, delegò due suoi prelati che invitassero gli illustri principi al Concilio. Deh quanta arroganza, quanta impudenza ed imprudenza, perocchè la sua indizione, la più iniqua dopo che c'è uomini, la più bestemmiatrice contro Dio e gli uomini, avea divulgata, avea recato la ferita. Paolo III non poteva, da quelli che non avea vituperato, impetrar che andassero a Trento per trattar della forma e del modo di celebrarlo; e costui, dopo aver tutto stabilito da sè, e massime ciò ch'è più importante, di volerlo celebrar solo fra' suoi, attentamente rimossi e respinti i nostri, pure osò mandar una legazione, colla quale gli illustri principi di somma sapienza e pietà e gravità invitasse ed esortasse a questa così enorme indizione, e si sottomettessero al papa nel Concilio tridentino, negata la genuina dottrina di Cristo, alla cui norma riformarono le loro chiese. Perchè a dirittura non gl'invocava al bacio dei piedi a Roma? Gesù, quanta insolenza! Pur dovea ricordarsi d'aver testè offese le loro altezze serenissime con somma ingiuria, affiggendo turpi obbrobrj alla dottrina di cui si professano nutriti e propagatori, e d'averli chiamati eretici: che cosa potea dir di peggio?

«Mi meraviglio assai dell'imprudentissimo consiglio del papa; mi meraviglio non vi fosse fra i trenta cardinali e gli altri ministri chi non gli abbia detto di non mandare questa sconsigliatissima legazione. Che direbbe mai questa civilissima nostra età quando sapesse il fatto? Che direbbe la posterità? Gli è come se i legati avessero detto, Clemente VII e Paolo III domandarono che le vostre altezze venissero al Concilio prima di pubblicarne l'intimazione, e vi fu risposto non aver il papa podestà d'intimar il Concilio: ne nacquer offese incomparabili e guerre gravissime, perocchè foste trattati a ferro e fuoco: or successe un altro papa, che già pubblicò l'intimazione fatta a suo modo, ed avvisa che andiate a Trento, non come giudici e definitori della causa, ma come assistenti e spettatori; mentre il papa per la gola e la lingua de' suoi mitrati pronunzierà condanna come legittimo giudice contro voi e la vostra dottrina, e confermerà tutte le cose sue: ciò conviene a voi fare, cioè sottoporvi all'obbedienza della Santa Sede, non già abbracciar e difendere una religione varia ed incerta.

«Chi ben faccia mente si chiarirà che tale è il senso delle parole che i legati del papa spacciarono nella dieta de' grandi principi, e non vergognaronsi di toccare che sotto gl'illustri nostri principi v'abbia tanti evangeli quanti capi; calunnia e bugia, che appresero dagli Stafili e dagli Osii. Ma fortunatamente le vostre altezze risposero virilmente e cristianamente, eppur con somma modestia, per quanto imprudentemente provocate.

«Dirò quel che penso. Questa medesima risposta, come costernerà gli avversarj, massime il papa, così ecciterà e infiammerà gli animi di tutti i pii, e solleverà somma speranza di ben condurre le cose. È da ringraziar il padre celeste per Gesù Cristo, che col Santo suo Spirito sì ben governa le nostre chiese.

«Aggiungerò che or più che mai sospetto di quel che sempre dubitai, che il papa abbia tutt'altro in animo che il Concilio. Paolo III quando celebrava il suo conciliabolo, e vedeva venir nessuno de' nostri principi del sacro impero, il 3 luglio 1546 scrisse agli Svizzeri, che in Germania non pochi anche fra' principi disprezzavano il Concilio, e diceano non obbedirebbero ai decreti di esso, onde si doleva che tale ostinazione lo obbligasse alle armi. Dappoi, quando coll'intercessione e l'opera di Cesare diede il Concilio, parvegli che chi lo ricusava e sprezzava, sprezzasse pure l'autorità di questo, e mosse armi dall'Italia, che congiunte coll'esercito di Carlo V, fecer quella gravissima guerra che tutti sanno. Or pure sospetto che Pio IV non voglia imitar Paolo III, vedendo spregiata la sua autorità. Ma non si dee però cader di cuore; vive Dio; e la sposa del diletto Figliuol suo Gesù Cristo Signor Nostro che dalle tenebre liberò, non abbandonerà».

[122] Lett. 11 luglio 1561.

[123] Lettera 20 novembre 1560 da Tubinga.

DISCORSO XXVIII.

NOVATORI IN MODENA. LODOVICO CASTELVETRO. IL CARDINALE MORONE.

Quell'esuberanza di vita che godeva l'Italia quando le cento sue città conservavano l'indipendenza sotto principi proprj, e che formò il carattere e il vanto, se non la forza della nostra nazione, ci appare singolarmente in Modena, «città piacevolissima d'aere, d'acqua e di belle donne, ed ornata di bellissima gioventù, datasi tutta agli studj delle Muse»[124]. Come ai nostri tempi, così allora fioriva d'elettissimi ingegni, fra' quali rammenteremo quei soli che s'attengono al tema nostro. Tommaso Badia (1483-1547) domenicano, fu fatto maestro nel sacro palazzo da Clemente VII, e come tale adoprato a respinger l'errore, poi da Paolo III spedito al colloquio di Worms, del quale diede una relazione al cardinal Contarini; infine ornato della porpora nel 1542. Il Tractatus adversus Lutheranorum errores, che il Rovetta gli attribuisce forse non è se non gli Acta in colloquio Vormatiensi.

Gregorio Cortese, che già lodammo, nato il 1483, educato con diligenza, fu ai servigi di Giovan De Medici ancora cardinale, poi canonico e vicario generale in patria, benchè di soli ventun anno; entrato cassinese nel famoso monastero di San Benedetto di Polirone, e trovandovisi in dottissima compagnia, coltivò gli studj ed insieme la pietà, fin a ricusare risolutamente gli inviti di esso cardinale De Medici; fattovi abate, compì la fabbrica di quel convento e la libreria, dandone egli stesso il disegno e l'indirizzo, e invitando Rafaello a dipingervi. Spedito nel rinuovato monastero dell'isola di Lerins in Provenza, vi stabilì un'accademia, che molti traeva a studiare o ad ascoltare. Era chiesto anche altrove a metter regola e dare esempj, e al fine Paolo III lo pose nella congregazione dei nove (tre erano modenesi) che prepararono il Concilio, e lo fece vescovo d'Urbino.

Il Contarini diceva a esso papa: «Padre santo, io ho in tal conto il Cortese, che mi trarrei il cappel rosso di capo per porlo a lui, il quale molto meglio di me servirebbe la santa sede in questo grado». Il Sadoleto gli attestava, in nessuno trovarsi meglio le condizioni di buon sacerdote: ingegno, consiglio, eloquenza, dottrina, e, ciò che meglio a cristiano conviene, pietà, continenza, religione. Pertanto Paolo III l'ornò cardinale nel 1542, con universale applauso: ma la fievole salute gl'impedì d'adempiere alle tante incombenze onorevoli, e morì il 1548.

Le lettere sue, oltre il merito letterario, spirano candore, pietà e zelo pel vantaggio altrui; nel trattar coi Protestanti, cercava riguadagnarli colla dolcezza, disapprovando quelli che contro loro scrivevano non dirò con ingiurie e scurrilità, ma neppure con ischerzi e celie, dovendo chi indaga la verità mostrarsi mite e modesto sull'esempio di Cristo, il quale non volle tampoco che Pietro minacciasse a chi dicea mal di lui[125]. E in fatti nell'opera sua contro Ulrico Valenio, ove dimostra che san Pietro fu veramente a Roma, porge esempio di posata polemica e ragionata[126].

Reputazione ancor più estesa ottenne Jacobo Sadoleto, nato in Modena ai 12 luglio 1477 da famiglia civile, dov'erano comuni il sapere e la virtù, e da padre illustre professor di dritto. Nelle belle lettere innamoratosi di Virgilio, ancor fanciullo fece un poema De Cajo Curtio; in giurisprudenza a Ferrara ebbe maestro il Leoniceno; in filosofia si applicò ad Aristotele quando veniva di moda Platone; a Roma adottò per motto Sedulus animus spectati mores, ed entrato a servizio del cardinale Oliviero Caraffa, che lo fece prete, acquistò la stima del Bembo, del Fregoso, del Beroaldo, del Valeriano, del Navagero: e morto il Caraffa, passò a servigio del cardinale Fregoso, che possedeva molti libri e manoscritti, raccoglieva i grandi artisti d'allora, e a cui Sante Paguini dedicò la grammatica ebraica.

Leon X, salito papa, lo volle segretario col Bembo, acciocchè le sue lettere uscissero vergate dai più eleganti scrittori in latino e in italiano. In tal posto il Sadoleto potè viemeglio mettersi a contatto de' grand'uomini; frequentava le accademie, coltivava la poesia; e proveduto di soli trecento scudi, pur n'avanzava per comprare qualche manuscritto, qualche anticaglia: esultando allorchè il papa gli regalasse un cammeo, un bronzo, una curiosità bibliografica, ne lo ringraziava in versi. Quando dal Fredi fu disepolto il famoso gruppo del Laocoonte, il Sadoleto lo celebrò con un poema, e il Bembo gli diceva: «Cento volte lessi il vostro Laocoonte. Mago stupendo, non solo voi fate riviver l'immagine paterna, ma la statua stessa mostrate ai nostri sguardi. Non ho mestieri d'andar a Roma per vederla: l'ho sottocchio».

Papa Adriano nulla capiva di tali gusti, sicchè, allorquando vide le minute del Sadoleto disse: Sunt literæ unius poetæ. Pertanto il Sadoleto se n'andò, come tanti altri fecero allora, conducendosi a Carpentras, di cui Leon X l'avea destinato vescovo. Caricò i suoi tesori sopra un vascello, ma la peste gittatasi a bordo, tutta la ciurma morì, e il carico prezioso andò disperso; tot labores quos impenderamus, græcis præsertim codicibus conquerendis undique et colligendis, mei tanti sumptus, meæ curæ, omnes iterum jam ad nihilum reciderunt. Ben presto da Clemente VII fu richiamato a Roma nel 1524; ma vedendo mal avviarsi le cose per la costui oscillante politica, se ne partì venti giorni prima del sacco memorando.

Nel suo vescovado dimenticò il lusso di Roma; soccorreva, educava quei poveri montanari; distribuiva legna all'inverno, grano nella carestia; frenò gli Ebrei usuraj; si oppose alle prepotenze, e con ciò ottenne stima dai Francesi, ma non accettò le esibizioni di Francesco I che se lo voleva a' fianchi. L'ammiraglio di Brion e il conte di Fürstenberg, guidando i Francesi contro la casa di Savoja, rompevano addosso a Carpentras, che coll'armi respinse que' brutali. Irritati, essi cacciaronsi sopra la città per castigarla, come si dice nel linguaggio de' prepotenti; ma il Sadoleto si presenta a loro, e col suo carattere e col suo nome la salva. Intanto scriveva Dell'educazione de' figliuoli, operetta che ancora può leggersi con frutto, ma dove non possiamo non avvertire la poca parte che attribuisce alla religione positiva, egli prelato e così pio. Occupavasi anche di opere scritturali per recare ajuto alla religione dapertutto pericolante, e scriveva a Lazaro Bonamico: Ego opus habeo nunc in manibus ex eo genere quod est in sacris literis positum. Studeo enim pro mea parte ferre opem christianæ religioni, cum ea fere ubique periclitetur, quemadmodum imprimis quidem et debeo et opto.

In fatto, ricordandosi della sua condizione, il Sadoleto attendeva alle cose sacre, studiava san Paolo ed agitava le quistioni d'allora. Quando pubblicò l'interpretazione del Salmo 14, Erasmo gli scriveva d'esser incantato dalla facilità e semplicità della dizione, unita a somma pietà, e soggiungeva: «Se di tali operette ci mandi Roma, confido che molti acquisteranno migliore stima della vostra città, vedendo esservi uomini che i libri arcani non solo eloquentemente, ma anche con santità e pietà sanno trattare». E al Calvi librajo: «M'è in delizia l'opuscolo del Sadoleto; e osservando quell'aureo fiume di dicitura, comprendo quanto il mio rigagnolo sia torbido e meschino, e d'or innanzi mi sforzerò di foggiar il mio stile su questo esempio»[127].

E quando, sulla tanto discussa epistola di san Paolo ai Romani, stampò un commento a Lione nel 1535, Erasmo, lodandone l'ammirabile nitidezza della lingua e la copia ciceroniana, congiunta ad affetto da vescovo, temeva che non tutti l'approverebbero nè lo lasceriano senza appunti. Facile induzione in tempi di discordie.

Si disse non credeva il purgatorio, ma serbiam di esso una lettera al cardinale Cortese, ove dice: Opus jam elucubratum in manibus habeo, nondum expolitum sed tamen ejusmodi, ut ex eo intelligi possit quid ego habeam de Purgatorio persuasi atque certi. Quæ res omnium maxime, hoc perturbatissimo tempore, ab Ecclesiæ (ut scis) hostibus oppugnatur. In quo ego catholicæ suffragor Ecclesiæ: quod sane in omnibus meis et curis et actionibus semper est propositum[128]. Parve anche odorare di semipelagiano intorno alla Grazia, e staccarsi da sant'Agostino; onde il suo libro fu proibito, per istanza del Badia, il quale, sebben suo concittadino, non gliene scrisse tampoco, di che egli «doleasi fin a morte, e quasi non poteva alzare il viso»[129]. Ricorse alla facoltà teologica della Sorbona, e questa pure vi fece appunti e domandò spiegazioni; ma avendo interposto il cardinale Contarini e mandato apologia, la Corte di Roma approvò il suo libro, forse a patto che in nuova edizione modificasse i passi incriminati, che in fatto trovansi variati nelle posteriori[130].

Se ciò indica quanto si estendessero i sospetti, ci rivela insieme l'indole del Sadoleto, il quale fu intitolato dai Francesi il Fenelon della rinascenza. Infatti egli ebbe più volte a scagionarsi, senza però cangiarsi, del mostrare coi Protestanti un'indulgenza, tanto più virtuosa in quanto non nasceva da indifferenza, essendo anzi egli zelantissimo a difendere e diffondere la verità. Oltre le relazioni che vedemmo con Erasmo, egli si tenne in corrispondenza coi caporioni della parte avversa; al Cocleo scriveva: «Mi piace il far vostro, così dolce e moderato: non esasperiamo gli eretici». E soggiungeva: «Non so come m'abbia creato la natura, ma non posso odiare uno per la sola ragione ch'e' dissente dalla mia opinione». E parlando della sua mitezza verso lo Sturm: Decet nos istorum (hæreticorum) insolentiam non exasperare convitiis, quo in genere maxime exultant ipsi, sed mansuetudine retundere, quod proprium officium christiani hominis est. A Giorgio duca di Sassonia scriveva: Nunc tibi mitto oratiunculam quandam meam... ea continet sane modestam (mihi ut videtur) et cuilibet recte judicanti probabilem sanctæ romanæ Ecclesiæ et totius sacerdotii defensionem, adversus probrosas et pene quotidianas Lutheranorum vituperationes.... Ego irritare neminem prorsus volo, nec severe contentiones: hortator enim sum pacis et auctor. Id scribere opto, quod nec Lutherani iniquo omnino animo ferant, et Catholici accipiant æquissimo[131]. Melantone gli inviava tutte le sue pubblicazioni, ed esso diceva: «Se avessi a far solo con Melantone, domani la pace saria stabilita nella Chiesa, ma con Lutero è un altro cantare». E ad esso Melantone ebbe a scrivere una lettera sì benevola, che questi la mostrò a' suoi amici; e Lutero a lodar il Sadoleto, lodarlo gli eretici; lodarlo anche Giovanni Faber, vescovo di Vienna, il quale però soggiungeva: «Vi confesso ingenuamente che il linguaggio sì melato che voi usaste con Melantone rallegrò più d'un Luterano, non dico tutti; mentre afflisse e conturbò molti Cattolici. Voi credeste forse che la vostra lettera resterebbe secreta. V'ingannò il buon cuore; la sciorinano a tutti, l'accompagnano di commenti ingiuriosi alla vostra dignità. Vi credeste più prudente di san Paolo, che di ritorno dal terzo cielo, raccomandava a Tito d'evitare l'eretico»[132].

E il Sadoleto risponde: «Se scrissi a Melantone non fu per farmene un amico, ma perchè speravo col linguaggio affettuoso cattivarlo, e che così ci sarebbe più facile recuperare gli animi dei traviati. Sì, dimenticai la mia dignità, perchè trattavasi della gloria di Dio, della salute de' fratelli, della pace della Chiesa. Ebbi torto: peccai, come voi dite, perchè non conoscevo abbastanza l'uomo a cui scriveva; volevo colla dolcezza cristiana ricondurre all'ovile un de' fratelli smarriti. Se lodai Melantone letterato, elegante scrittore, abile professore, non volli difendere l'errore ch'e' sostiene. Perchè non potrei scrivergli? Gli Israeliti non teneano commercio co' pubblicani?»

Allorquando Calvino staccossi da Ginevra, il Sadoleto credette opportuno di scrivere ai Ginevrini, l'aprile 1539, deplorando i sovvertimenti che recato avea la Riforma nella loro città, dianzi così colta e ospitaliera; geme sui loro mali, e nella persuasione che i novatori non potran trionfare se non per mezzo della rivolta e col conquasso delle libertà civili e religiose; magnifica la grandezza dell'unità cattolica, che con un'unica croce, un unico simbolo vinse il mondo, che sempre senza interruzione insegnò le medesime verità, da san Girolamo fin a Paolo III: stupenda unità, alla quale deve rifuggire chiunque s'intitola cristiano, quand'anche i pastori non fossero sempre stati dolci e miti di cuore come Cristo; che importa se il sole è velato a intervalli, purchè rimanga sempre lo stesso? Il giorno del finale giudizio (soggiungeva), due anime compariranno davanti al giudice supremo. Una dirà: «Mio Dio, nata e cresciuta in seno alla vostra Chiesa, tenni i suoi precetti quali gli avevo ricevuti dalla vostra bocca. Venner a me novatori, colla Bibbia alla mano, cercando sommuovere il mio cuore, svilendo il papato, insultando alla madre nostra, predicando la disobbedienza e la rivolta: io stetti fermo nella fede de' miei padri, nella credenza de' nostri dottori, negli insegnamenti de' nostri pastori. Lo sfarzo d'alcuni pontefici, lo scandalo de' lor costumi, il fasto delle dignità offuscarono bensì i miei occhi, ma io gli obbedii senza giudicarli, io pover'anima, improntata in fronte col peccato. Signore, eccomi a invocare meno la vostra giustizia che la misericordia».

L'altra dirà: «Al veder i nostri preti superbi e ricchi, spesso coperti d'oro e di peccati, montai in collera: io vissuto nella meditazione della tua santa parola, rimasto indigente in una Chiesa, ove le mie fatiche e il mio sapere m'avrebber dovuto elevare alle dignità, n'ebbi dispetto, e presi la penna contro i pastori per distruggerne l'autorità: ne assalii la dottrina, intaccai la liturgia, il digiuno, le astinenze, la confessione; esaltai la fede e depressi le opere; domandai il tuo sangue, e l'offersi in olocausto pe' miei peccati».

Il giudice eterno che dirà? Se v'è una Chiesa, l'anima fedele non potè peccare, mantenendone i segni, i simboli e la parola: se anche questa Chiesa, avesse mai potuto errare, il Signore potrebbe condannare chi fallì solo per amore ed obbedienza? Ma l'anima che inorgoglisce sol nel proprio sentimento, che ha per patrono soltanto il proprio interno, qual ne sarà la sorte?

E finiva esortandoli a tornar alla verità. «Se i costumi nostri vi stomacarono, se alcuni di noi colle colpe offuscarono la fronte immacolata di questa Chiesa, voi potete odiar noi, ma non la nostra parola e la nostra fede, essendo scritto, Fate ciò ch'essi diranno».

L'orazione, tutta piena di sottili interpretazioni di san Paolo, è troppo lunga perchè divenisse popolare: e tanto meno essendo latina, e finita d'artifizi retorici e di sottigliezze scolastiche: pure va fra quanto di meglio nelle contenzioni d'allora io abbia veduto.

Non è in tempi di commozione che alle voci concilianti s'ascolti. Si pensava a fargli rispondere, ma tant'era la reputazione del Sadoleto, che niuno l'osava: onde Calvino, benchè allora espulso, offrì la sua penna, e fece una risposta famosa. In quella espone i dogmi suoi, come antichi: appartener egli alla chiesa di san Basilio, di san Crisostomo, di sant'Ambrogio, di sant'Agostino; e cerca infirmar l'autorità di «quest'uomo, fin dalla puerizia imbevuto nell'arti romane, in quella officina d'astuzie e di tranelli».

Passando incognito da Ginevra, il Sadoleto cercò dove abitasse Calvino: gli fu indicata una modesta casa e avendo battuto, il riformatore venne egli stesso ad aprirgli in abito dimesso. Conversarono lungamente, ma l'uno non potè convincer l'altro, e Calvino gli protestò che, nell'osteggiar la Chiesa di Roma, non avea preso consiglio dal sangue e dalla carne, ma dal puro desiderio di glorificar Dio e difendere la fede.

Il Sadoleto ha più d'una lettera a Federico Fregoso arcivescovo di Salerno dissuadendolo, dallo studiar troppo l'ebraico, o almeno di preferirvi il greco e il latino[133]. Le ragioni che adduce non contenterebbero certo gli ermeneutici, ma provano che vi si badava.

Di nuovo Paolo III lo chiamò a Roma nel 1536; e ornatolo della porpora, lo pose tra quelli che stesero il Consilium delectorum cardinalium[134].

Più volte dovette egli accompagnare i papi o viaggiar per affari: venerato dapertutto, e attivissimo malgrado la tenue salute. Scriveva a Carlo Gualteruzzi il 20 marzo 1544 come desiderasse ritirarsi dal vescovado, «oltre che tutti i disegni e desiderj miei son oggi più che mai fossero, allontanati dalle cure di queste cose e mareggi nostri mondani e volti allo studio e contemplazione delle cose divine, al qual esercizio spero nella benignità di Dio, ch'io potrò fare qualche miglior frutto, e per me e per altri, o a questi o altri tempi, che far qui nell'altre mie azioni non mi è stato concesso».

Finalmente morì a Roma il 18 ottobre 1547.

Altri begli ingegni ornavano allora Modena, fra' quali menzioneremo Ercole Rangone, che fu vescovo di Rovigo, poi della patria sua e cardinale (1530): Pietro Bertani, de' Predicatori, adoprato dal papa in affari scabrosissimi; fatto vescovo di Fano, poi cardinale; Antonio Fiordibello, uom di moltissime lettere, versato in ambascerie e nel Concilio, e segretario del cardinale Polo, che recitò un'orazione De auctoritate ecclesiæ davanti a Filippo e Maria regina quando la religione cattolica venne ripristinata in Inghilterra. Panfilo Sassi fu portento di memoria: e avendo un poeta da colascione recitato certi versi in lode d'un podestà, il Sassi levossi tacciandolo di plagiario, ed avergli involato versi suoi, e per pruova li recitava; onde grande stupore e mortificazione nel povero ciclico, finchè si rivelò la burla. Legato a principi e nobili, al tumulto aulico preferiva il ritiro e lo studio, talvolta lesse Dante e Petrarca commentandoli, con gran concorso di persone. Potremmo aggiungere il famoso legista Cesare Castaldo, Camillo Coccapani, Fulvio Rangone, il poeta Molza, e quel che vale per cento, lo storico Sigonio.

Fra questi era assiduo Giovanni Grillenzoni, che, scolaro devotissimo del Pomponazio, di questo raccolse le lezioni, neppur omettendo gli scherzi onde talvolta le condiva. «Io non so, se altra patria sia tanto obbligata ad alcun suo cittadino privato per esempj e per cose civili ben fatte, quanto Modena è obbligata a Giovanni Grillenzone. Erano sette fratelli, tra' quali egli non era il maggiore nè il minore; cinque avevano moglie e figliuoli, e alcuni erano reputati, ed erano di natura fieri e bizzarri, e incomportabili; e nondimeno tanta fu l'autorità sua verso i fratelli, che fece, che, dopo la morte del padre loro, che fu dell'anno di Cristo 1518, stettero tutti con la moglie e co' figliuoli in una casa, vivendo in comune con somma concordia, senza pure una parola acerba tra loro avervi, infino all'anno 1551, nel qual anno, morto lui, che era il legame che riteneva i fratelli insieme, si divisero separando ciascuno sè dagli altri. Ciascuna donna aveva la sua fante, che serviva alla camera, e eranvi le fanti, che servivano tutta la casa per far mangiare e bucato e simili cose, e ciascuna delle donne prendeva il reggimento della casa la sua settimana a vicenda, comandando alle predette fanti, e ciascuna faceva far pane e bucato la sua settimana. Mangiavano in una sala capace i sette fratelli e le cinque donne ad una tavola, e i figliuoli maggiori; ma i minori, che non erano meno di quarantacinque o di cinquanta, in quel tempo medesimo ad una tavola più bassa nel cospetto de' padri, e delle madri, e de' zii, ed erano serviti dalle sorelle più grandicelle. Mangiavano ancora alla tavola più alta con esse loro i forestieri, i quali erano assai e continui, conciosiacosachè la predetta casa fosse un pubblico comune albergo de' letterati e d'altre persone di valore, che passavano per la città di Modena, e molti s'invitavano da sè, non essendo chiamati per vedere quest'ordine e concordia, parendo loro cosa non mai più vista e miracolosa. Niuno de' predetti fratelli era ozioso e scioperato. Egli era medico, un altro era giudice, un altro speziale, un altro mercante da panni di lana, un altro avea la cura della casa, e un altro attendeva a quella della villa, e un altro era prete. E quantunque le facoltà non fossero molte, nondimeno per l'ordine e buon governo bastavano a tanta spesa».

Parlato degli studj del Grillenzone, dell'adoperarsi ch'e' fece, perchè fosse chiamato in Modena Francesco da Porto a insegnar pubblicamente lingua greca, soggiunge che, quando questi dovette trasferirsi a Ferrara, «ordinò, che in casa sua ogni giorno fossero lette a certa ora due lezioni, una latina e l'altra greca per coloro che fossero più sufficienti, e erano stati discepoli del Porto, e a chiunque vi voleva intervenire. E così furono interpretati i più difficili libri della lingua latina, e fra gli altri Plinio dal principio al fine, e i più difficili della lingua greca. Si leggeva senza pompa di parole, di prologo, nè s'interpretavano se non i passi più difficili, sopra i quali ognuno degli ascoltatori poteva dir liberamente il parer suo, e si faceva giudicio delle cose lette, e specialmente delle cose de' poeti, approvandole o riprovandole. Il qual giudicio era di gran giovamento a' giovani, de' quali alcuni sono riusciti uomini valenti. Fu egli autore che s'ordinassero certe cene a certi tempi dell'anno, nelle quali interveniva solamente un certo numero di persone, che per l'ingegno potessero ubbidire alla legge delle cene, e ciascuno della brigata faceva la sua cena, la quale, per legge ordinata e approvata da tutti, era limitata e di quantità, e di qualità di vivande e di giuochi e di simili cose. E in ciascuna cena era proposto alcuno esercizio ingegnoso, come che ciascuno dovesse comporre epigramma greco o latino, o sonetto, o madrigale sopra alcuna o alcune vivande recate in tavola, o che niuno potesse domandar da bere se non in quella lingua che il signor della cena prima domandava, nè domandare con quel modo di parlare col quale fosse stato domandato o da lui o da altri altra volta; nè gli era dato se non ne domandava; che ciascuno dovesse dire tutti i proverbj che erano intorno ad alcuno animale terrestre o acquatico o celeste, o tutti i proverbj che sono intorno ad un mese o ad alcun santo o ad una famiglia della città, o che ciascuno dovesse dire una novella della vita di Tommaso dal Forno vescovo Gerapolitano, e simili cose».

Chi così parla è Lodovico Castelvetro, bello scrittore e critico arguto, nato pure a Modena, dove aveva imparato l'ebraico da David, giudeo modenese, «filosofo e teologo da non sprezzare»: il provenzale da Giammaria Barbieri, che in Francia avea studiato i trobadori, e volea dedur l'italiano dalla costoro favella. Il Gravina attribuisce al Castelvetro il titolo di «Varrone della lingua vulgare», e per avventura egli ci ha maggior merito che non il Bembo; mostrò conoscere altri idiomi, e non la filiazione ma la fratellanza del nostro col provenzale.

Più tardi egli pubblicò la Poetica d'Aristotele, con bastante erudizione, riflessi sottili, critica assennata e franchezza di appuntare anche là dove i commentatori non sanno che applaudire; osa criticare Virgilio; imputa a Dante la pedanteria di parole scientifiche, inintelligibili al popolo; all'Ariosto i plagi e l'infedeltà storica; e osò dire che in Ispagna e in Francia v'avea poeti grandi quanto in Italia. Libertà di giudizio che scandolezzava gli umanisti.

La presenza o il ricordo di tali personaggi doveva inanimare gli studj in Modena; e non una vera accademia, ma una brigata di letterati vi si era costituita, alla quale col Castelvetro appartenevano i già detti Giovanni, Francesco e Bartolomeo Grillenzoni, don Giovanni Beretta, Nicolò Machella medico, il dottore Filippo Valentini, Camillo Molza, Gabriele Faloppio, allora empirico, dappoi famoso anatomista; Pellegrino Degli Erri, Francesco Camurana, Lodovico del Monte ed altri. Aggiungiamo Francesco da Porto, venuto povero fanciullo da Creta a studiare a Padova poi a Venezia, e rimasto in Italia ad insegnar il greco in molte città, e alla Corte della duchessa di Ferrara (1546).

Accoglievansi costoro alla spezieria de' Grillenzoni sul mercato delle ova, sotto al palazzo dell'economo ducale; e talvolta erano tanti, che il passaggio per la via ne restava impedito. Quando poi se ne levavano, mostravano andar a prendere la perdonanza alla Madonna delle Fosse fuor città, per continuar meglio a discorrere fra loro.

In que' ritrovi spiegavansi Dante, il Petrarca, i filosofi anche greci; e nella inclinazione introdottasi di raffacciare la bellezza e limpidezza classica alla barbarie scolastica, ne prendeano titolo a censurare gli scrittori ecclesiastici, e vantare le dottrine degli eretici. Da ciò passavano a divertirsi alle spalle de' predicatori avveniticci, che per verità si prestavano troppo alla celia. Nel 1532 in quel duomo frà Francesco Filauro da Castrocaro, minore osservante, pubblicò un breve di Gesù Cristo, steso secondo le formole della curia romana, intestato Jesus episcopus ecc. e datum in paradiso terrestri, creationis mundi die sexto, pontificatus nostri anno æterno, e confermato e suggellato il giorno di parasceve sul monte Calvario; nel qual breve era approvata e confermata d'autorità divina la regola dei Minori Osservanti.

Se ne rideva fuori, e talvolta fin in chiesa levavasi qualche accademico o altro galantuomo per dire, «Cessate coteste buffonerie»; oppure, «Ciò non è vero»; e li costringevano a scendere dal pergamo; e la cosa arrivò al punto, che predicatori non voleano più venire in quella città.

Naturalmente si vide in ciò un'adesione alle eresie; e nel 1536 Paolo III ingiunse al vescovo di ricercare e punir i colpevoli; nel 1539 vi mandò un inquisitore per esaminar le case monastiche, sospette d'errori[135].

Don Serafino da Ferrara agostiniano, nel 1537 predicando l'advento in quel duomo, si dolse cominciassero a spargersi le eresie luterane, e addusse in pruova un libriccino, allora allora introdotto. L'aveva egli sorpreso nella camera della signora Lucrezia Pico, vedova del conte Claudio Rangone, ed esaminatolo coll'inquisitore, avealo deferito al vicario del vescovo acciocchè indagasse chi l'avesse scritto, e chi intromesso. Il titolo del libro era: El summario de la Sancta Scriptura et l'ordinario de li Christiani, qual demonstra la vera fede Christiana, mediante la quale siamo justificati, et de la virtù del baptesmo secondo la doctrina de l'evangelio et de li apostoli, cum una informazione come tutti li stati debbono vivere secondo l'evangelio. Comprendeva trentun capitoli: in fronte l'effigie dei santi Pietro e Paolo, senza nome di stampatore o d'autore, ma pare fosse d'uno degli accademici, i quali certo ne presero la difesa[136].

Nel febbrajo del 1538, in casa del fisico Machella tenevasi un banchetto da nozze, quando si presentano tre trombetti sonando come allorchè s'ha da pubblicare le gride: e due maschere, montate sopra una credenza, leggono e commentano una carta piena di vituperj contro esso padre Serafino, per aver dichiarato ereticale un libro, che dodici letterati di Modena erano pronti a difendere; intanto dicevan ingiurie a donne devote de' frati, e massime alla signora Lucrezia, la quale pensava introdur la setta della contessa di Guastalla della perfezione, cioè un ricovero di matrone dedite alla pietà, come le signore della Guastalla, istituite da quella contessa a Milano.

Si scoprì che i mascherati erano Antonio Bendinelli lucchese[137], tagliacantone ch'era stato soldato sotto agli Strozzi e al Valori, poi venuto pitoccando a Lucca, vi s'era posto maestro di leggere, indi di grammatica: egli e un altro maestro furono arrestati, ma presto dimessi perchè que' bandi non infamavano alcuno. Essendo però frà Serafino tornato l'anno dietro a predicare, trovò sconciamente insozzato il pergamo[138].

Di rimpatto si applaudiva a chi paresse nelle prediche favorire le sentenze nuove, come frà Antonio della Catellina minor conventuale nel 1539, che fu vantato per non so quali proposizioni: del che sbigottito, egli ne fece solenne ritrattazione. Paolo Ricci siciliano, minor conventuale e maestro di teologia in Napoli, deposto l'abito e abbracciate molte credenze nuove, le annunziava sotto il nome di Lisia Fileno. Venuto a Modena nel 1540, tolse a spiegare le epistole di san Paolo nel senso nuovo. Accorreasi in folla a udirlo, e non solo ne' dotti ma fin nel vulgo entrò il farnetico, di disputare sulla fede nelle case, nelle botteghe, nelle chiese, allegando a casaccio san Paolo, san Matteo, san Giovanni e altri dottori che mai costoro non aveano veduti. Il duca di Modena fece arrestare il Fileno, e quantunque l'accademia ne assumesse il patrocinio, fu condotto a Ferrara, ivi processato e costretto a ritrattarsi. Nella cronaca manoscritta di Alessandro Tassoni il vecchio, vissuto dal 1488 al 1562, leggiamo al 1540:

Eodem anno venit quidam Philenus in civitate Mutinæ, et multi Mutinenses receperunt eum libenter, tamquam hominem literatum et doctum in sanctis scripturis. Et cœpit legere æpistolas Pauli, et docere sanctam scripturam occulte, idest solum eis quos sciebat esse suos fautores, quia erat hereticus: et in civitate Mutinæ erant multi sequentes suas opiniones etiam antequam venisset. Sed postquam venit, auctus est numerus: et primi confirmati ab ipso sunt. Et non solum ubicumque homines cujuscumque conditionis docti et indocti et ignari literarum, sed et mulieres, ubicumque occasio dabatur, in plateis, in apothecis, in ecclesiis de fide et lege Christi disputabant; et omnes promiscue sacras scripturas lacerabant allegantes Paulum, Mattheum, Joannem, Apocalipsim, et omnes doctores quos numquam viderant. Et cum dictus zizaniæ seminator esset in villa Stagiæ cum aliquibus civibus Mutinæ suæ sectæ, captus fuit a stipendiariis ducis Herculis Estensis, et missus in carcere in Castro Mutinæ ad istantiam Inquisitionis patrum sancti Dominici. Et sic examinatus pluries, tandem quadam nocte duxerunt eum Ferrariam, et illic diligenter inquisitus et examinatus, tandem retractavit omnes opiniones hereticas, subdens se Ecclesiæ catholicæ, et condemnatus fuit ad perpetuos carceres pro pœnitentia. Nec per hoc Mutinenses sequaces harum hæresum sunt conversi. Sed in sua obstinatione permanserunt, sed non omnes. Verum est quod, propter metum, aliquantulum abstinuerunt se colloquiis et disputationibus publicis. Hæc sunt retractationes dicti Phileni, publice in civitate Ferrariæ factæ.

«Io Lisia Fileno, alias Paolo Riccio siciliano, constituto personalmente in judicio avanti a voi, reverendo monsignore Ottaviano de Castello, vescovo di San Leone e suffraganeo e vicario del reverendo cardinale Salviato vescovo di Ferrara; e di voi, reverendo frate Foscherara di Bologna, inquisitore della eretica pravità, dalla santa sede apostolica delegato specialmente, toccando con le mani li santi Evangelji, giuro ch'io caddi; e col cuore confesso e con la bocca quella fede, che la Romana Chiesa crede, confessa, predica et osserva; e conseguentemente abjuro e renego ogni eresia di qualunque condizione si sia, che altre volte abbia tenuto. Item giuro e confesso la Chiesa Romana, alla quale tutti i Cristiani debbono dare obbedienza, massime quanto appartiene allo spirituale, e sono tenuti tutti li Cristiani all'osservazione di quella. Item giuro che l'uomo sia di libero arbitrio così al ben, come al mal operare, benchè non possa operare operazione meritoria a vita eterna senza special grazia dello Spirito Santo. Item giuro che il Purgatorio si ritrova, per il modo che la Chiesa romana insegna. Item che l'anima de' santi et altri giusti defunti, che con grazia del Signore sono passati di questa vita, sono entrati in cielo a fruire le delizie del Paradiso. Item che li santi e le sante canonizzati dalla Chiesa, le anime de' quali sono entrate in cielo, si possono invocare in nostro ajuto, come avvocati et intercessori nostri appresso di Dio e Cristo salvator nostro. Item giuro che la confessione sacramentale sia de jure divino, e che li Cristiani siano obbligati de necessitate salutis a confessare li suoi peccati al sacerdote, e che sono obbligati all'osservanza della quadragesima e degli altri digiuni di precetto, nel modo che la santa Chiesa comanda. Item che la messa è tutta santa, la qual messa debbono udire così gli uomini come le donne nelle feste di precetto, e che ci stia sino alla fine, e non solamente sino che è finito l'evangelo. Item, che è lecito, et alcuna volta laudabile e virtuoso far voto a Dio e ai santi; e quando son fatti, si devono necessariamente adempiere, non essendo commutati dal superiore. E che è laudabil cosa a dir l'uffizio della Madonna e la Salve Regina mater misericordiæ, con altre orazioni approvate dai santi pontefici. Conseguentemente abiuro e rinego quelle eresie dannate da santa Chiesa, che falsamente affermano contro a quello che di sopra ho affermato, e così ogni altra eresia».

Peggioravano la causa buona certi frati che, per gelosie d'ordine, contendevano fra sè dal pulpito, l'uno disapprovando l'altro; e alla cautela presa che nessuno montasse in pergamo senza licenza del vicario generale non si badava. Tra quegli oratori fu l'Ochino, che nel 1541 al 28 febbrajo passando per recarsi a Milano, fu chiesto di predicare in duomo, e v'attirò folla grandissima, e l'accademia lo pregava a restar la quaresima, del che egli non potè compiacerli.

L'avvenimento capitale in Modena era dunque il predicatore. Parlava ortodosso? veniva fischiato. Era dissenziente? veniva applaudito, ma denunziato e costretto a disdirsi. Fra altri, Giovanni Berettari Poliziano, modenese, contato fra' migliori poeti e maestro in casa Molza, datosi tutto alle sacre carte, spiegava le epistole di san Paolo con gran concorso, e disse pure che le preghiere in latino non poteano piacere a Dio. Per questo citato dal sant'Uffizio e non comparso, in contumacia fu condannato il 2 aprile 1541. Corse a Roma, e coll'assistenza del poeta modenese Molza, che stava col cardinale Farnese, ebbe dichiarazione d'innocenza. Sottoposta però la sua causa a nuovo esame, venne obbligato a ritrattare alcune proposizioni.

Soggiungiamo una lettera in proposito.

All'illustrissimo et eccellentissimo signore signor mio singolarissimo il signor duca di Ferrara.

Modena alli 18 d'aprile 1540.

Vostra eccellenza deve sapere come questo anno in questa città si fa il Capitolo delli frati di Santo Agostino, il qual'hora si ritrova essere principiato: e perchè pare consuetudine che, per il tempo ch'egli dura, il pergamo della chiesa cathedrale suol essere deputato a quella religione, il Capitolo della quale si celebra, acciochè li frati d'essa possano predicarvi a lor piacere, egli così havendolo domandato qui questo anno, il reverendo vicario di monsignor il vescovo ricercatone, anche dalli magnifici conservatori, s'era contentato che essi, secondo il solito, l'havessero. E perchè si ritrovava essere qui un frate di zoccoli, qual vi predicava, ben comportato dal precitato vicario et con licenza sua, e per certe conclusioni quali gli erano state mandate dalli precitati frati di Santo Agostino, per le quali s'erano scambiate alcune parole tra il precitato predicatore di zoccoli et il frate che gliel haveva portate era nata qualche altercatione et alteration dell'animo d'esso predicatore, per la quale pare che nella predica del venerdì lui con qualche parola pungesse questi frati de Santo Agostino; havendone loro inteso qualche cosa, mandarono alla sua predica di hier mattina due deli loro frati, dali quali esso fu notato che, nelle due infrascritte cose, havesse predicato a carico della loro religione: l'una che raccomandando lui al popolo li detti frati de Santo Agostino acciò che gli porgesse ajuto de limosine in questo Capitolo, haveva soggionto, che, oltra questa limosina attuale, pregava ii popolo che ne facesse anche loro un'altra spirituale, cioè di pregare Dio che inspirasse li cuori di tutti quei frati a fare elettione de predicatori et confessori, li quali predicassero et confessassero più catholicamente che fin qui non havevano fatto: l'altra che, annonciando al popolo il giubileo e plenaria indulgenza che haveva concessa Nostro Signore a questi frati per questo loro Capitolo, haveva detto: Io credo bene che sarò forsi riputato un buffone da loro, facendomi essi annonciare quell'in che non credono. E così essendosi per detti due frati di Santo Agostino, quali havevano udita questa predica, riferito à tutti li altri questi due punti, vennero dopo desinare a me alcuni de' loro, mandati in nome di tutto 'l Capitolo, li quali mi dissero quanto io ho soprascritto a vostra eccellenza della consuetudine del deputare il pergamo del Duomo alli frati che fanno il Capitolo, et della promissione che n'era stata fatta loro, la quale non ostante ci predicava un frate di zoccoli, il che loro dicevano non curare però molto, perchè poteva predicare nella loro Chiesa. Ma che ben havendo il Capitolo inteso che nella sua predica di hier mattina il detto frate haveva nelle sopraddette due cose tassato et infamato molto tutta la loro religione, n'haveva sentito incredibil dispiacere, et tutti li frati se n'erano gravati, et che essi in nome de tutti erano venuti a dirmi che, desiderando loro giustitia dalle false calunnie che gli erano state date, volevano questa mattina predicare sul detto pergamo del Duomo un loro frate secondo l'ingiuria che da esso pergamo gli era stata fatta, overo quando pur quest'altro di zoccoli ci dovesse predicare loro voleano similmente mandare loro frati, li quali gli rinfacciassero tutto quello che haveva detto della religione essere falso, mostrandosi in questa cosa molto offesi d'esser talmente ingiuriati, che non potevano senza gran disonore lasciar di risentirsene. Io che cognoscevo che, quando non havessi messo le mani dinanzi a questo loro animo, poteva facilmente per questa gara nascere qualche gran seditione et disordine, non quanto fosse per li frati soli, che quando la cosa havesse dovuto solamente passare tra frati e frati non me ne sarei curato; ma per rispetto di quelli della terra, li animi delli quali havrebbono potuto applicarsi qual ad una openione et quali ad un'altra, et massimamente essendovi pur molti cervelli intelligenti et svegliati come ci sono; e però parendomi mio debito provedergli con ogni studio, risposi loro, che di quanto mi riferivano essere stato predicato da questo frate a carico della loro religione io non sapevo cosa alcuna, perchè non ero stato a quella predica, nemeno da altri n'havevo sentito ragionare: ma che bene tenendo il luoco che tenevo, l'uficio mio era di non lasciare pullulare contese nè discordie, ma di spegnerle et conservare la unione e la pace in la città, e che ricordavo anche loro che era cosa molto più conveniente a buoni religiosi il trattare questa cosa amichevolmente et fra poca brigata, che esclamarne et contenderne publicamente; e che, fin che fra loro non erano d'accordo, io non volevo che nè l'uno nè l'altro predicasse nel Duomo. Loro mi risposero essere apparechiati a parlarne in presenza mia col precitato frate zoccolante, e che ogni volta che lui disdicesse quanto l'haveva detto a carico della religion loro erano satisfatti, et metterebbono la cosa in silentio. E mi ricercarono che io lo mandassi a chiamare, il che non mi parendo de fare così improvisamente, mandai prima a chiamare il reverendo guardiano di essi di zoccoli, il qual venuto e me insieme con un altro frate di suoi, qual diceva essere stato a quella predica, et essendosegli comunicato la doglianza che facevano questi frati de Santo Agostino, esortandolo a vedere d'accomodare questa differenza, lui respose essere nuovo di questa cosa perchè non era stato alla predica, e che quando pur esso predicatore havesse detto qualche cosa di dispiacere alli Augustiniani, l'haveva forsi fatto provocato da colera per una mentita che gli haveva dato quel frate che gli portò le conclusioni. Et il frate che era col precitato guardiano, et che diceva essere stato alla predica, affermava chel predicatore non haveva detto quelle cose del modo che le esponevano li frati de Santo Agostino. Replicavano il contrario li augustiniani, et dicevano havere già fatto examinare molte persone, le quali erano state alla predica, et che havevano deposto la cosa nel modo che loro la narravano, e che se il frate di zoccoli era stato ingiuriato da alcuno delli loro, doveva modestamente dolersene a li suoi superiori, li quali non seriano mancati di farne opportuna dimostratione, e non in publico biasimare tutta una religione, e mettere male impressioni nelle orecchie delli auditori, et tanto maggiormente che, come diceva il procuratore generale d'essi Augustiniani qual si ritrovava presente a questo ragionamento, era di pochi mesi inanzi stata fatta una constitutione da molti reverendissimi deputati da nostro signore che nel pergamo niun frate dovesse predicare a carico d'alcuna religione: ma se si haveva notitia che alcuno fosse in qualche errore o incredulità, si deferisse alli precitati reverendissimi deputati. Finalmente, di parere del precitato guardiano si mandò a chiamare il precitato predicatore di Zoccoli che dicono sia un frate Francesco Farino de Monferrato, e così venuto dinanzi a me, li precitati Augustiniani cominciarono a replicare il sopra detto, lui havere detto a loro carico, gravandosi delle calunnie che lui gli haveva date, et instando che lui le negasse overo, le disdicesse, altrimenti che essi se ne risentirebbono davanti altro più competente giudice, et non tacerebbono anche quanto incontro potevano dire. Il prefato predicatore con molta patientia e con tutta quella consideratione che havrebbe potuto fare, cominciò a dire che li frati adversarj dicevano la bugia, et lo imputavano di quel che esso non haveva detto; riferendo quanto alla prima oppositione havere simplicemente detto chel popolo pregasse Dio ad inspirare quei frati che facessero elettione di predicatori et confessori che predicassero et confessassero catholicamente: e non havere detto che quello non havevano fatto sin qui. Quanto alla seconda, havere detto che se tutti li frati di Santo Augustino fossero come erano alcuni dei loro, lui sarebbe riputato un buffone a predicare per loro quel che non credevano. Se per la prima li Augustiniani, anchor che dicessero haverne molte prove, mostravano restare satisfatti, poi che lui proprio s'era disdetto, sopra la seconda si dolevano di lui in qualunque modo sel havesse detta, dicendo che fra loro non conoscevano alcuno nè pur un solo che non credesse catholicamente, ma che tutti si riputavano fedelissimi Christiani. Sopra questo il precitato frate cominciò a nominargli un certo frate Giulio di Santo Augustino, qual diceva essere già stato perseguitato per incredulo; al che essi Augustiniani respondevano che frate Giulio non era delli loro, ma era delli Conventuali. Questo alla prima vedendo esso predicatore che li precitati Augustiniani toglievano la sua resposta per una disdetta, cominciò ad adirarsi, et a dire che per questo lui però non si disdiceva, ma quanto haveva detto, era ben detto e che non venisse voglia alli adversarj d'andarsi gloriando d'haverlo fatto disdire, perchè così non era l'animo suo, et che, anchor che lui fosse qui di transito et gli importasse il partire, voleva però predicare ancho questa mattina acciò che li precitati Augustiniani non dicessero che, se ne fosse fuggito, e cominciò ancho a tassare uno d'essi Augustiniani, qual ha predicato qui questa quaresima, che havesse messo in dubio il purgatorio, come a lui era stato riferito, il qual predicatore di Santo Augustino respose non havere mai parlato parola del purgatorio in le sue prediche, e che quanto lui haveva predicato era stata vera dottrina christiana, et era paratissimo a così sostentare: e quando gli fosse fatto constare d'havere mal detto, che nol credeva ridirsi con la propria lingua. Et così essendo sin presso a sera durata questa quistione senza pigliare forma d'acquetarsi e concordarsi, et in la quale anchor che quei frati di Santo Augustino sempre procedessero molto costumatamente e con humanissime parole, nondimeno quell'altro di zoccoli per il primo procedeva rottamente et in colera, io li risolsi chiaramente che io non volevo che loro mi mettessero la città in conquasso et in rotta con le sue discordie et suoi dispareri. E che però, quando fra loro non rimanessero d'accordo, non pensassero alcun di loro di predicare questa mattina nel Duomo perchè non mi pareva che l'havessero a fare così partiti da me. E sapendo che havevano a ridursi al precitato vicario, feci tal ufitio, et tenni tal modo con lui, che 'l dispose quel frate di zoccoli a non predicare altrimente questa mattina nel Duomo; ove lui così non ha predicato, nè meno vi ha predicato alcuno di quelli di Santo Augustino. Non tacerò che quello di zoccoli disse ancho questa parola; E ci sono stati di vostri frati che sono andati vantando che monsignor Augustino, qual ha predicato quest'advento in Ferrara, n'ha fatto fuggire don Calisto. Al che li Augustiniani resposero che queste erano parole impertinenti e che li Augustiniani non potevano havere detto questa cosa non appartenente a loro, perchè monsignor Augustino non era delli suoi ma è conventuale.

Il tutto ho voluto, parendomi di qualche importanza, fare sapere a vostra eccellenza togliendo solamente il succo e la sostanza di infinite parole che dall'una parte e l'altra furono dette e replicate, e così questa mia glie ne sia per aviso.

La qui alligata è resposta di quella che, addì passati, vostra eccellenza scrisse all'illustrissimo signor duca de Mantova contro quel Guido Del Fante, la qual ha fatto buon frutto. Spero che sua eccellenza con una sua patente data in mano a questi adversarj de Guido comette che, in qualonque luogo del suo Stato egli capiterà, li suoi uficiali gli debbano fare porre le mani adosso et ritenerlo, il che acciò che così possa succedere, li precitati suoi adversarj non mancheranno d'osservare tutti li suoi andamenti per farlo incappare nella rete.

Nè altro mi occorre dire a vostra eccellenza alla qual bacio le mani.

Di vostra signoria illustrissima et eccellentissima

Umil. servitore BATTISTINO STROZZI.

Il libretto ereticale che accennammo fu arso in Roma, e Paolo III andava a scagliare la scomunica contro tutta l'accademia modenese, se il cardinale Sadoleto non si fosse interposto. Sempre incline alla mansuetudine, egli scriveva il 12 giugno 1542 al Castelvetro, che il giorno innanzi in concistoro s'erano portati dei dubbj intorno alla fede d'essi accademici; egli aver mitigato il pontefice: ma gli esortava con paterna tenerezza ad attestare il loro attaccamento alla Chiesa cattolica, e dissipare i motivi di sospetto; e avendo essi risposto com'e' desiderava, ne li congratula, e gli esorta a diriger tutti insieme al papa una lettera protestandosi veri e fedeli figliuoli della Chiesa romana[139].

Gl'imputati cercavano o giustificarsi o scusarsi scrivendo ad esso Sadoleto. Il Castelvetro al 2 luglio lo assicura che il concetto che di lui porta è verissimo, cioè che io non ho opinione alcuna indegna di cristiano vero, nè mai mi feci, fo e farò sospetto d'opinioni nuove e non usate appresso i nostri maggiori, uomini santissimi», e meraviglia come i calunniatori possano brigarsi di lui, che vive tanto appartato.

Alessandro Milani[140] al 3 luglio riflette come i suoi studj sieno di lettere mondane anzichè di sante scritture, e come ami la pace, «la quale non potrebbe essere da maggior incomodo turbata che da quello che la novità delle opinioni apporta»; che la vita sua «nelle cose esteriori non si parte dalle consuetudini della sacra romana Chiesa».

Il Da Porto ai 7 luglio 1542 volgeva al Sadoleto questa lettera: «Le mie opinioni Dio conoscitor ottimo delli umani cuori sa se nuove o sinistre le sieno; e quando ben fossero, per il mio gran silenzio e per la natural inclinazione mia, nemica di dar disturbo e d'offender persona vivente, non potrebbero nuocer ad alcuno, non che facendo tutto il contrario; conciosiacosachè io nè in opinione, nè in fatti, nè in detti mai mi sia discostato, nè sia per discostarmi da quel che ha tenuto e tiene la Chiesa cattolica, sì perchè mi pare che la professione cristiana lo richieda, come per vedere che, altrimenti operando, non vi sarebbe nè l'onore, nè l'utile mio: nè posso farmi a credere che quei gentiluomini, che alla mia disciplina hanno affidato ed affidano il loro sangue e li loro figliuoli avessero ciò fatto se di me avessero pur una minima suspizione d'empietade».

Con maggiore ampiezza risponde il Grillenzoni ai 3 luglio, narrando come, dodici anni fa, capitato a Modena un crotoniate che sapeva di greco, egli, il Castelvetro, il Falloppio ed altri sel presero a maestro. Il vulgo diede a quest'unione il nome d'accademia, e i maligni aggiungevano che interpretassero le sacre scritture. Venuto poi Francesco Da Porto, meglio procedettero nello studio del greco; e ne crebbero le dicerie, quasi costui fosse non cristiano, ma turco, e i Domenicani, «li quali non vorriano che nelle cittadi fossero altre lettere che le sue, dieder alla lor compagnia il titolo di luterana, e viepiù dacchè la città stessa stipendiò il Da Porto, del quale possono rendere giustizia quanti il conoscono, e gentiluomini bolognesi e reggiani che l'ebber in casa, e il Moroni vescovo e i monaci di San Pietro coi quali sempre ha conversato. Ma che dirò io di me (soggiunge), il quale mai non vidi nè Testamento vecchio nè nuovo, nè mai autore alcuno della scrittura sacra; nè mai fu nel mio studio autore alcuno ecclesiastico, e tanto tempo non ho, che pure una minima particella ne possa levare alla cura degl'infermi, per poter vedere alcuna volta qualche cosa di Platone, il quale più desidero di vedere, che d'esser in buona opinione di quelli che di me hanno scritto male? Niente di meno sono tenuto ch'io abbia opinioni non degne di vero cristiano; ma penso che questo proceda perchè la mia natura è di non poter tacere le cose malfatte che io vedo nella nostra città, nè di celare li malfattori, tra li quali mi spiacciono massimamente gli oziosi, gli ignoranti e gli ipocriti, delli quali, se non fosse che io non voglio contaminare le santissime orecchie di v. s. reverendissima, direi tali cose in generale e in particolare, che quella facilmente vedrebbe che meglio starebbono le calunnie agli accusatori che all'accusato». E prosegue narrando com'egli impedì fosse abbruciata per strega una povera vecchia ignorante, che in processo si contraddiceva, e non era relapsa, e domandava misericordia a Dio con man giunte, e che pure fu sentenziata a morte, finchè il vicario non volle riveder la causa e la liberò. «I Domenicani son quelli che non vogliono sentire predicatori se non predicano di cose alte e filosofiche, e che continuamente disputino sul pulpito; e se alcuno ne viene che esponga l'evangelio, ancorchè a noi pochissimi ne vengano, quelli niente sanno appresso di loro. Già son due anni predicò il grande frate Bernardino[141]: non si vergognano di dire che più non predicava bene come soleva: alcuni dicevano che troppo predicava di Cristo, e che mai non aveva nominato san Geminiano, nè fatto disputa alcuna». Il vicario, se li sospettava di errori, doveva chiamarli, sentirli, correggerli; anzichè denunziarli al Morone e a Roma. E fu colpa del vicario se si lesse quel tal libretto; dopo del quale non si è mai parlato in Modena di simili materie. Se vi siano undici o dodici plebei che dicano qualche pazzia, che colpa è dei buoni? Che dipendenza hanno costoro da noi, che per essi debbano esser infamati gli altri? E finisce anch'esso ringraziando il cardinale della paterna premura con che gli ammonisce e protegge[142].

Il papa esortò il duca di Ferrara, allora signor di Modena, a frenare la licenza di quegli accademici; e or l'uno or l'altro chiamò a Roma per giustificarsi.

Era allora vescovo di Modena Giovanni Morone, nato a Milano il 25 gennajo 1509 da Amabella Fisiraga e da quel famoso cancelliere Girolamo, ch'era stato colonna degli ultimi Sforza signori di Milano, e personificazione della politica del Machiavello.

Educato in casa, poi dottorato a Padova, Giovanni era stato dal padre consegnato a papa Clemente VII per ottenerne denari onde riscattarsi dalla prigione ov'era tenuto come traditore; poi dato ostaggio al duca di Ferrara per averne altri onde mantener l'esercito di Francia. Giovanissimo, era senatore di Milano «ch'è il primo magistrato in quello Stato e con grossa provisione», prima che Paolo III lo chiamasse al vescovado di Modena, promessogli già prima[143]: ed egli avrebbe preferito continuar quella carriera, poichè «più era quello che lasciavo e di grado nella patria mia e il comodo ed utile che potevo sperare della presenza mia in quella, oltre l'amor della patria e della madre e degli altri miei parenti»[144]. Nel 1530 fu mandato residente nunzio apostolico a Ferdinando re de' Romani, onde persuaderlo al Concilio, alla riforma, alla guerra col Turco, oggetti costanti delle missioni d'allora[145]; e il papa, non parendone abbastanza soddisfatto, forse per la sua mitezza[146], lo chiamò a rendergli conto: ma uditene le ragioni, mentre «credeva far residenza alla sua Chiesa e vedere potea con carità disfamar quella città del mal nome qual ha pigliato non solo in Italia, ma ancor di fuori di queste novità delle opinioni moderne», fu mandato alla Dieta di Spira (1541) e a quella di Ratisbona, nella quale, stabilitosi l'interim, restò divelta ogni speranza di riunir le due Chiese[147].

Quando nel 1542 tornò di Germania alla sua Chiesa, sbigottì dell'estensione del male, e scriveva al cardinale Contarini a Bologna: «Qui ho trovate cose che infinitamente mi accorano e non mi danno riposo, conoscendo li pericoli ed essendo incerto e non sapendo come estricarmi a salute di questo gregge, qual vorria col mio sangue poter consegnare a Cristo, ed anche disinfamare a questo mondo, perchè ardo di vergogna sentendo per ogni loco ove sono stato, e da ogni parte essendo avvisato che questa città è luterana. Non si può negare che nelli frati regna grande ignoranza, congiunta con molta audacia e con poca carità: nondimeno vi son molti indizj che vado verificando per far poi la provvisione qual Dio m'ispirerà».

A tal uopo voleva interrogare i sentimenti de' Modenesi circa il purgatorio, il sacrifizio della messa, la verità del corpo e sangue di Cristo nel sacramento, l'adorazione di esso, la confessione auriculare, l'autorità della Chiesa in far costituzioni; l'intercessione e invocazione dei santi; e così circa la gloria de' beati, i quali dicono non esser ancora con Cristo. Trovandoli consenzienti colla Chiesa cattolica, leverebbe d'infamia loro e sè dal cruccio; altrimenti, con carità procurerebbe convertirli. Pertanto il Contarini s'indusse a stendere una confessione generale o catechismo, destinato a tutti i Cristiani; e gli suggeriva che, pubblicatolo a Modena, il facesse destramente accettare a tutta la terra, cercando lo firmassero i cittadini, imitando san Girolamo che il vescovo gerosolimitano sospetto d'arianesimo volea producesse la confessione sua.

Il Morone inviò quel formolario al cardinale Cortese, allora in San Benedetto di Mantova: e questi gli rispondeva, approvando le proposizioni come «cattoliche, vere e pie, scritte con gravità e dottrina grande, che non lasciavano indiscusso alcuno de' punti che al presente vengono in controversia»; suggeriva qualche espressione più chiara intorno alla necessità delle opere, alla transustanziazione del pane e del vino, e alla Grazia e al libero arbitrio: desiderava che il Morone stesso pel primo le firmasse, onde tòrre ogni scusa a quelli ch'e' ne richiedesse, e lo facesse segnar anche da persone non sospette, affinchè queste paressero piuttosto dar testimonio della verità che attestazione della propria fede[148]. Ma se ne sgomentarono gli accademici; Francesco da Porto addusse che suo padre in Candia era malato, e se n'andò; il medico Machella passò a Venezia; Filippo Valentini si gettò malato; il canonico Bonifacio Valentini dichiarava voler vendere tutti i suoi libri, nè più badare alle sacre scritture, «dacchè gli uomini da bene non possono più studiare». E tutti mostravansi renitenti a sottoscriver il formolario, volendo aspettare quel che il Concilio deciderebbe; onde il Morone, che pur avea suggerito questo spediente, allora scrisse al papa per sospendere tal firma, onde non dar motivo al mondo di credere che tutti gli accademici fossero eretici, e non eccitare qui da piccola favilla un grande incendio, com'era avvenuto in Germania per le asprezze del cardinal Cajetano.

Tale mitezza fe cadere in sospetto il Morone medesimo, e il papa deputava sei cardinali sopra di ciò, un de' quali venisse a Modena a far ricerca degli eretici. Il Morone, che era stato ornato della porpora, e mandato col Parisio e col Polo ad aprire il Concilio di Trento, poi legato all'imperator Carlo V, e che di ritorno era succeduto al Contarini nella legazione di Bologna[149], mutando il vescovato di Modena in quel di Novara, rimase disgustato da siffatto procedere, e si limitò ad adoprarsi col Sadoleto e col cardinale Cortese per ottenere la firma de' sospetti, che intanto erano molto cresciuti di numero. Ricusato un pezzo, alfine sottoscrissero il conte Giovanni Castelvetro, Lodovico Castelvetro, il cavaliere Lodovico del Forno, Giovan Battista Tassone, Girolamo Marzuoli, Angelino Zocchi, Bartolomeo Fontana, Antonio Grillenzone, Pietro Baranzone, Bernardo Marescotti accademici; Giannicolò Fiordibello, Gaspare Rangone, tre Bellincini, Alfonso Sadoleto, Giovanni Poliziano, Elia Carandino, Filippo Valentino, Bartolomeo Grillenzoni, Pellegrino Degli Erri, il Falloppio; oltre i cardinali Sadoleto, Morone, Cortese, il nuovo vescovo Egidio Foscarari, il vicario suo, l'arciprete, il prevosto, tre canonici, i conservatori della città[150].

Il rimedio non fu che palliativo; l'opposizione ai predicatori durò, e quando v'andava frà Bartolomeo della Pergola minor conventuale, «che predicava soltanto il vangelo senza mai nominar santi, nè sante, nè dottori di Chiesa, nè dicea di quaresima, nè di digiuno, e molte altre cose che vanno a gusto de li accademici», accorreano questi a udirlo, persuadendosi si potesse «andar in paradiso in calze solate, perchè Cristo ha pagato per noi». Il cardinale Morone ne fu inteso sol dopo ch'era partito, e ottenne ritrattasse quarantasei proposizioni, e quegli il fece in modo da non mostrar pentimento; mentre in suo favore fu stesa un'attestazione con molte soscrizioni.

Filippo Valentini era figlio di un valoroso giureconsulto; e da giovane (a detta del Castelvetro) prometteva riuscire a molto più che non attenesse poi. Vivo ai piaceri e in conseguenza facile ai disinganni e agli scoraggiamenti, risolse farsi monaco, poi ne depose il pensiero; ambiva divenire vicario del vescovo Morone, o arciprete di Modena; e sempre deluso nell'aspettativa, invece degli Ordini prese moglie: a Padova legò amicizia col Bembo e col Gheri vescovo di Fano, poi nel 1536 fu preso in qualità d'auditore dal cardinale Contarini a Bologna, che l'adoperava principalmente per informarsi della storia ecclesiastica.

Noverammo tra gli accademici Pellegrino degli Erri, versato nel greco e nell'ebraico, e che tradusse i salmi di David (Ziletti, 1573). Narrasi che un giorno, nella consueta spezieria, gli venisse offerto un bel fico, ed egli, postolo in bocca, sel trovò pieno di aloe. La burla l'indispettì contro i colleghi, e condottosi a Roma, prese servigio presso il cardinale Cortese, ed accusò a Paolo III il Valentini come uno de' più operosi propagatori dell'eresia. Il papa scrisse ad Ercole duca di Ferrara, in breve del 28 maggio 1545: Relatum est nobis quod in civitate Mutinæ hæresis lutherana increbuit, et quotidie magis increbrescit et diffunditur: quodque hujus mali author et caput fuit et est iniquitatis filius Philippus Valentini: lo richiede che il faccia prendere, e visitarne i libri e le lettere; sperando che, preso lui, facilmente si freneranno i suoi complici, e si potrà riparare a questo male.

Il duca credette dover secondare quelle istanze, e lasciò che Pellegrino, venuto col titolo di commissario apostolico, andasse col capitano di giustizia per arrestare il Valentino; ma questi si cansò, e condottosi a Ferrara, portò querela di calunnia; e offerta sicurtà di mille scudi, chiese di giustificarsi. La città di Modena volle dargli una testimonianza coll'eleggerlo dei conservatori: ma l'Erri, a cui erano stati consegnati i libri di esso, li recò a Roma, ove il papa chiese fosse tradotto il Valentini. Questi si tenne appiattato, e fece in modo che il vescovo principe Madruzzi lo nominasse podestà di Trento; donde rimpatriato, fu eletto sindaco generale di Modena il 1551. Quando scoppiò la nuova persecuzione contro il Castelvetro ve lo vedremo involto.

Il duca pubblicò un editto ove proibiva i libri ereticali o sospetti, e il disputare in pubblico o in privato di materie concernenti religione; pena cento scudi la prima volta, o quattro tratti di corda; la seconda, duemila scudi o il bando dallo Stato; la terza, confisca dei beni e anche morte. Il duca aveva aria di volerle far osservare: laonde l'accademia si disperse.

Lodovico Castelvetro durò senza molestie in patria, fu anche dei conservatori della città, finchè nel 1553 cominciò una turpe capiglia con Annibal Caro, rimasta famosa anche dopo che di maggiori infamie si bruttò l'odierna letteratura. Aveva il Caro, come addetto alla famiglia Farnese, pubblicato una canzone in lode de' Reali di Francia, dove invitava le Muse a venir all'ombra de' gran gigli d'oro; e per uscire dal monocordo petrarchesco, avventurossi all'immaginoso e al ricercato; scambiando la gonfiezza per sublimità, l'allambiccatura per finezza. Ciò ch'esce dall'ordinario lusinga facilmente i palati meno squisiti; inoltre i devoti di casa Farnese e i molti amici del Caro non rifinivano di esaltare quel carme; ma altrimenti ne parve al Castelvetro, che ne scrisse una censura, e lasciolla circolare. Il Caro se ne tenne adontato viepiù, quanto meno avvezzo; e parte egli stesso, parte gli amici, parte egli sotto il nome di amici, gli fece risposte, che ne provocarono altre, e tutto il regno delle lettere n'andò in fiamma. Il duca di Ferrara, cardinali, persone di gran conto, dame gentili s'interposero di pace, ma invano; uno all'altro i due emuli apponevano misfatti della peggior sorte, fin d'assassinj; e viepiù facilmente si corse all'accusa, allora ovvia, d'eresia. Che Annibal Caro denunziasse il Castelvetro al Sant'Uffizio, non n'era gran bisogno dopo i precedenti narrati; certo esso Caro prorompeva: «Credo che all'ultimo sarò sforzato a finirla per ogni altra via, e vengane ciò che vuole»; e per iscritto tacciò l'emulo suo di «filosofastro, empio, nemico di Dio, che non crede di là dalla morte»; e conchiudeva: «Agli inquisitori, al bargello e al grandissimo diavolo vi raccomando»[151].

Fatto sta che, verso il 1555, quando lo zelo del cardinal Ghislieri rendeva severissima l'Inquisizione, si cominciò a indagare sul Castelvetro e sui Valentini, ma da parte di Roma, senza che nulla ne sapessero il Foscarari, allora vescovo di Modena, nè l'inquisitore locale: e al 1 ottobre Paolo IV scriveva al duca di Ferrara: Testimoniis multorum, qui dignissimi sunt ut omnem eis fides adhibeatur, nobis certius in dies affirmatur esse aliquot Mutinæ, qui hæreticis opinionibus ac pravitate adeo jam infecti sunt, ut, nisi præsentia remedia adhibeantur, maxime timendum sit ne brevi totam corrumpant civitatem. Pertanto lo esorta nel Signore, e in virtù della santa obbedienza e in nome di Dio, a far subito e in silenzio arrestare e tradur a Bologna Bonifazio Valentino prevosto del duomo[152], Filippo Valentino, Lodovico Castelvetro, il librajo Gadaldino. La cosa trapelò, e la città ne fu commossa; i conservatori protestarono contro quell'insolito modo di citare, viepiù trattandosi di persone tenute per virtuose e che aveano firmato il formulario (17 luglio 1556). Il duca esitò, poi fece metter le mani sullo stampatore, pur protestando che, in fatto di religione, nella sua città tutto passava in regola, e che il processo dovrebbe erigersi in Modena. Ma Roma insistendo, il duca andò più oltre: il Valentino fu mandato a Roma, ove in carcere ritrattossi degli errori imputatigli: il vecchio Gadaldino, accusato di aver venduto libri infetti, fu poi rilasciato, e morì a Modena di novant'anni nel 1568[153].

Il succeduto duca Alfonso proteggeva il Castelvetro e il Valentino, e pare impedisse di pubblicare la scomunica, che contro di essi avea lanciata il vicelegato di Bologna. I due fuggirono, nè del Valentino ci risulta altro. Ma il Castelvetro visse nel Ferrarese fin al 1560, sperando, col favore del duca, ottenere gli si facesse qui il processo; poi si condusse a Roma, con licenza e calda raccomandazione di esso duca, che scriveva al suo ministro: «Messer Lodovico Castelvetro viene a Roma per giustificarsi di alcune imputazioni di eresia. E perchè egli ci è grato suddito e servitore, e, per quel che ci viene riferto, perseguitato ingiustamente da malevoli, ve lo raccomandiamo acciocchè voi l'ajutiate e favoriate perchè non sia straziato e tenuto sulla spesa, nè fatto di peggior condizione degli altri che si sono presentati al sant'Uffizio».

Quivi fu sostenuto non in carcere, ma nel convento di Santa Maria in Portico, con libertà d'aver seco il fratello Giammaria, e di praticare con chi volesse; e ne cominciò l'esame frà Tommaso da Vigevano, cancelliere dell'Inquisizione. I modi erano probabilmente quelli de' subalterni processanti: gli s'incutea spavento se non confessasse quella che voleasi verità; laonde preso da terrore panico, egli fuggì. Il cardinale Farnese al duca Alfonso suo nipote scriveva l'11 dicembre 1559: «Il Castelvetro essendosi costituito a' dì passati per purgare le imputazioni che gli erano date, ed avendo ottenuto per precipuo favore di poter difendere la causa sua fuor di prigione, se ne fuggì da Roma, subito che fu dato principio all'esamine suo. Il che sendo parso a questi reverendissimi segretarj della santa Inquisizione una tacita condannazione di se stesso, hanno proceduto contro di lui con quei termini che sono soliti contro di un convinto».

Pensate se il Caro e gli altri nemici ne profittarono per sollecitare la condanna! La quale era stata pubblicata dalla sacra Congregazione il 26 novembre 1560, dichiarando che, come eretico fuggitivo e impenitente, il Castelvetro incorreva in tutte le pene spirituali e temporali stabilite; chi potesse averlo l'arrestasse e inviasse prigioniero a Roma: ne fosse bruciata l'effigie.

Il Castelvetro ricoverossi a Chiavenna, terra de' Grigioni, e non pare abjurasse alla fede materna; anzi chiese perdono al Concilio di Trento; ma il papa esigeva si presentasse al sant'Uffizio di Roma.

Giammaria Castelvetro non era reo che di aver accompagnato il fratello nella fuga da Roma, poi nell'esiglio; pietà, non colpa: laonde alle sue istanze condiscendendo, fu rimesso in patria[154].

Francesco da Porto, itosene da Modena, ricoverò alcun tempo nel Friuli, indi a Chiavenna, finchè risolse andar all'antica sua protettrice Renata di Francia: ma passando da Ginevra, fu pregato a prendervi stanza e cattedra, con buona provigione. Tornò egli dunque a Chiavenna per levarne la sua famiglia, e persuase il Castelvetro d'andarne con lui, come fece. La Renata, appena seppe esser Lodovico a Ginevra, gli scrisse invitandolo a sè con larghe promesse. Ma egli, vecchio e sofferente d'un penoso scolo d'uretra, non si credette in grado di viaggiare, neppur nella lettiga che la principessa gli offriva; alla quale rimandò il denaro, che per tale occorrenza essa gli inviava con nuove istanze. Pure si mosse da Ginevra, e, sebbene il Muratori lo neghi, dimorò due anni in Basilea, leggendovi Dante, la Poetica di Aristotele ed altri autori. Sperò poi aria e vitto più conveniente a Lione, e vi si badò due anni, ma ecco scoppiar le guerre civili, causate dai dissensi religiosi; da un'invasione fuggendo, fu côlto dalle truppe, e spogliato d'ogni cosa, fin de' libri e de' manoscritti. Trovò poi a Vienna protezione da Massimiliano II d'Austria, al quale dedicò la sua Poetica, ch'erano appunto le lezioni, raccolte da' suoi scolari. La peste lo cacciò anche di là, onde si rimise a Chiavenna, sotto la protezione di Rodolfo Salis, colonnello dell'imperatore, gran fautore della Riforma fra i Grigioni. Colà morì, e gli fu posto quest'epitafio:

D. O. M. Memoriæ Lvdovici Castelvitrei mvtinen sis viri scientiæ jvdicii mo rvm ac vitæ incomparabilis qvi dvm patriam ob improbo rvm hominvm sævitiam fvgit post decennalem peregrin ationem tandem hic in libero solo liber moriens libere qvie scitanno ætatis svæ LXVI salvtis vero nostræ MDLXXI feb. XX.

Quel monumento fu fatto risarcire nel 1791 da Federico Salis, aggiungendovi un busto del Castelvetro, e collocandolo nel giardino suo, dove, mutati padroni, lo vediamo tuttora[155].

In questi processi non compare mai Pietro Lauro modenese, che tradusse i Colloqui di Erasmo, e li pubblicò a Venezia il 1549, dedicati «alla illustrissima e virtuosissima principessa M. Renata di Francia, duchessa di Ferrara».

Parrebbe a credere che le severità usate estirpassero l'eresia, tanto diffusa in Modena[156]. Ma nel 1825, a Verdeda in quella campagna, smurandosi un uscio in un casino del conte Prina ch'era stato dei Castelvetro, fu trovato pieno di libri e di carte. Non credendole di verun pregio, le carte furono disperse, nè il padrone potè raccorne che alcune, le quali consegnò all'arciprete del Finale; e questi, conosciutele ereticali, le bruciò. I libri furono venduti alla biblioteca di Modena, che allora per la prima volta accolse la Bibbia tradotta da Lutero[157]. Alcuni portano postille di man del Castelvetro. In uno era inserto manoscritto il Tre per uno di G. M. Barbieri, che fu poi pubblicato dal Valdrighi con una prefazione dove è raccontato questo scoprimento. Qualche stracci di carta, che i curiosi poterono raccogliere, fanno supporre un'opera inedita del Castelvetro di materia religiosa, e il suo carteggio con Lutero, Calvino ed altri eresiarchi. Ciò proverebbe come e il Muratori e il Tiraboschi stessero fuor del vero allorchè, per amore di compatriota, tolsero a purgarlo da ogni imputazione ereticale.

La Dichiarazione del pater noster e modo d'ascoltar la messa, libretto di gran pietà e più volte ristampato, credesi del Castelvetro, il che lo farebbe porre fra quei timorati di cui dicemmo nel XVII discorso. Ma pare avesse tradotto i Luoghi comuni di Melantone[158]. Un Libricciuolo dell'autorità della Chiesa e degli scritti degli antichi, volgarizzato per Reprigone Rheo con l'aggiunta di alquante chiose, si trovò nell'archivio di Castel Sant'Angelo, con nota contemporanea che indica fosse di man propria del Castelvetro, nel che fa appoggio la conformità dello stile.

In sue opere posteriori appajono proposizioni ereticali, o almeno dubbie: ma chi assicura non sieno state interpolate dagli editori dopo la sua morte?

Quanto abbiam narrato rimane viepiù illustrato dal processo che dicemmo essersi mosso al cardinale Morone. Non è fuor dell'ordinario che d'una colpa siano imputati coloro che più se ne mostrano alieni; di calcoli sbagliati un astronomo, di solecismi un letterato, di spia un gran patriota. Inoltre gli accademici avran dato opera (altro fatto consueto) a persuadere che il cardinale Morone la pensasse con loro: la natura sua, che lo rimovea dalle persecuzioni, somigliava a connivenza; talchè uscì voce che poco bene sentisse della fede. Nato un sospetto, mille inezie lo convalidano, creando quella tirannia che dicesi pubblica opinione; pure Giulio III, che lo avea deputato alla dieta d'Augusta nel 1555, si doleva che l'Inquisizione «per malignità e invidia del papato» molestasse il Polo e il Morone, e si faceva informare del processo, e dava del poltrone agli accusatori, e ne istruiva il Morone stesso. Ma succeduto il rigoroso Paolo IV, questi il fe chiudere in Castel Sant'Angelo nel giugno 1557, col Sanfelice vescovo della Cava, il cardinal Polo e il vescovo Foscarari di Modena, e prendere ad esame.

Pietro Paolo Vergerio pubblicò gli articoli delle accuse contro del Morone, se pure è di lui il libretto anonimo recato nelle Wolfii Lectiones memorabiles. Ed erano, che, immemore della propria salute e ingrato al papa che l'aveva beneficato, aspirava solo a conoscere la genuina dottrina di Gesù Cristo, e avea detto a un tal prelato che l'articolo della giustificazione per mezzo della fede era stato rifatto prima e dopo il Concilio di Trento[159].

Mentre stava al Concilio, scrisse al suo vicario di Modena dichiarasse al popolo che egli avea fiducia soltanto nel sangue di Cristo; e un'altra volta, desiderare a suo nome raccogliesse tutti i preti ch'erano soliti ricevere le confessioni, e spiegasse che, non già il prete, ma Cristo assolveva[160]; della qual lettera molto eransi rallegrati i Luterani di Modena, e dissero: «Ringraziato sia Dio che il cardinale è divenuto de' nostri».

Professava che il papa non va obbedito come vicario di Cristo, ma come principe temporale[161]; che le buone opere, ancorchè fatte in grazia di Dio, non son meritorie, e ch'egli stesso praticandone alcune, come il celebrar la messa, meritava l'inferno. Un predicatore, che a Modena annunziava la giustificazione in senso contrario a quel di Lutero, e che le buone opere fatte in grazia di Dio meritassero l'eterna vita, e' riprovollo e lo rinviò dalla città: ad uno che passava per luterano accordò che predicasse sopra la giustificazione, l'invocazione dei santi, la predestinazione ed altri punti, giusta le opinioni di Lutero, purchè non toccasse del sacramento: a un altro, che predicava l'invocazione dei santi, ingiunse di predicare Cristo solo e il suo vangelo, non molti meriti e molti santi: e informato che alcuni monaci eransi scandolezzati perchè non avesse fatta profonda riverenza a reliquie, li disapprovò, meravigliandosi le tenessero in tanta venerazione: come disapprovò altri frati, che ad alta voce aveano cantato, Regina avvocata nostra, prega per noi.

Conversando con un dotto monaco, espresse circa l'adorazione della santa Croce un'opinione ereticale.

Interpretando quelle parole «Non devesi eccitar una nazione contro l'altra colla guerra», pensava non fosse lecito far guerra.

Teneva presso di sè e leggeva opere di eretici, e le dava leggere; si affaticò a distribuire il libro del Benefizio di Cristo, e diede ordine ad un librajo eretico o sospetto di venderne, e darne anche a chi non li pagasse, chè lo rifarebbe egli. Ricevette in casa eretici e persone sospette d'eresia, e ne aveva per servi; teneasi intimo con altri, particolarmente con certi prelati, e dava denaro a poveri ereticanti o sospetti; altri favoriva; particolarmente a Bologna promise non sarebbe nulla decretato contro di essi, nè verrebbero arrestati, giacchè anche Iddio li tollerava.

Tali imputazioni leggiamo in fatto nel suo processo; aggiungiamo, diceasi aver egli pensato cattolicamente finchè non andò al Concilio, ove per via il........[162] l'assalse con robusti argomenti, ai quali applaudiva il Polo; e che avesse traviato si fu certi allorchè, tornato a Modena, si scusò con que' cittadini d'averli perseguitati come luterani; al Salmerone che predicava con perfetta ortodossia disse, «Annunziate Cristo, e non mi state a insistere su cotesti meriti de' santi o nostri»; e lo fe rinviare, mentre invece mandò Bartolomeo Pergola frate minore, conosciutissimo luterano che disse molte cose scandalose, asserendo che «monsignor Morone avealo spedito là perchè predicasse Cristo nudo, e non tante novelle e tanti meriti»: ed esso Morone durò poi fatica a salvarlo da persecuzioni[163].

Quando fu messo legato a Bologna, il Soranso vescovo di Bergamo e monsignor Carnesecchi[164], entrambi condannati poi d'eterodossia, scrissero ai fratelli di colà congratulandosi di sì bella scelta, e che non la guastassero con imprudenze. Il Morone in fatto ai Luterani di colà promise non eseguir ordini che a loro danno venissero da Roma, senza prima avvertirli; anzi professava non doversi i dissidenti perseguitare, bensì imitare Dio che potrebbe farli morire di subito, eppur li sopporta: e forse chiamiamo luterani di tali che son migliori di noi.

Della giustificazione parlava, non come si definì a Trento, ma come erasi accordato il Contarini coi Luterani in Germania[165]; e de' meriti de' santi in modo, che pareva escludere l'efficacia delle opere e il libero arbitrio; dolersi che i frati volessero esaltar la Madonna più che Gesù Cristo[166].

Il processo apertogli[167] noi scorremmo con quello stringimento di cuore che cagiona il vedere anche allora tutte le sevizie e le arguzie che, in questi giorni di terrore e d'eccezioni, si usano sia da' denunziatori, sia dai giudici inquirenti. Questi rimuginarono attentamente tutti i libri e le carte del cardinale; e colla atroce finezza dei moderni lo chiamavano a render ragione d'ogni periodo di lettere sue e d'altrui, di note marginali, di ogni ambiguità d'espressioni, benchè in iscritture di dieci e più anni prima. Quanto agli accusatori, molti non adduceano che voci vaghe, presunzioni, il dirsi universalmente e altre frasi, nulla più attendibili che le insinuazioni degli odierni giornalisti[168].

Altre però erano accuse, come oggi dicesi, dirette: e principalmente il Pergola imputò dapprima il Morone, dappoi si ritrattò, infine sostenne di nuovo che opinava erroneamente; che fu pervertito dal Polo; che a lui diede il comando di predicar Cristo nudo.

Altri dicevano avesse disapprovato alcune pratiche; giudicato superstizioso il prender la misura della cattedra di san Pietro, che si mette fuori nelle solennità in Vaticano[169]; le quali misure poi vendeansi per cingersene le donne di parto: d'aver detto che «ai Germani avevamo dato noi stessi molta causa d'esser diventati eretici, e se Roma fosse rassettata, facilmente essi potrebbero tornar alla fede»; e che il cardinale Polo «vorria levar via in gran parte la cancelleria, la penitenzieria in grandissima parte, e si facesse vescovi che sapessero predicare e che le parrocchie non si dessero a cortigiani, e si lasciasse tutta la sua giurisdizione libera a' vescovi, e si facesser uomini degni di stare al vescovado, secondo si faceva nella Chiesa primitiva».

Un superiore dei Domenicani, che dal Morone era stato chiamato ad assisterlo in Modena, depone che una volta questi «disse alcune cose de oratione crucis, che non stavano secondo la verità della santa fede, e vedendo io che il padre maestro non diceva nulla, dissi io: — Monsignor, queste cose che dice son contrarie alla fede. — Rispose: — Io mi rimetto, e in fatti so poco di queste materie. — Soggiunsi io: — Però vostra signoria reverendissima non ne sapendo, non ne debbe ancor parlare perchè non erri e non sia notato; e come amorevole della signoria vostra reverendissima, gli voglio dire che sia più cauto per l'avvenire, che non si guadagni nome di luterano: massime che io ho inteso dal padre reggente di San Domenico che vostra signoria reverendissima mostra non sentir bene de' santi, non avendo fatto quella riverenza al corpo di san Domenico che fanno gli altri, non inginocchiandosi in terra. — Rispose: — Io vi ringrazio, e cercherò non dare materia di esser reputate nè luterano, nè altrimenti eretico, ma vi dico bene che, quanto alla riverenza di quel corpo, parmi aver fatto quanto ero debitore. Mi son bene come scandolezzato de' vostri frati, uomini altrimenti dotti e savj, che faccino più riverenza al capo di san Domenico che al corpo di Gesù Cristo, con tener più lampade e torcie accese, che quando si mostra il santissimo sacramento. E vedendo io tutti li frati inginocchiati quando mi mostrarono il detto capo, dissi fra me, Non si potrebbe mostrare maggior riverenza al santissimo sacramento, di quella che ora fanno a questo capo: e per questo io stetti in piedi con la berretta in mano».

Quel voluminoso processo ci somministrò non poche notizie, e qui tenendoci a Modena, aggiungeremo come Domenico Morando, parroco della pieve di San Jacobo cremonese, scrivesse lunghe lettere al vicario del vescovo di Modena: in una delle quali informava che, nella settimana santa, poche fosser le confessioni e sprezzati gli uffizj; e mentre facea l'acqua battesimale, fu sparata un'archibugiata per la finestra, e la palla giunse fino all'altare, con grande turbazione di quanti erano in Chiesa. Il secondo giorno di Pasqua altri diedero ferite ad un poveretto disarmato avanti la Chiesa, e perchè si rifuggì in Chiesa, voleano seguitarlo colà; «e son gente che teme nè Dio, nè gli uomini, nè possono patire di udir la verità, e turbano quei che vorriano udirla: ma son soli tre o quattro. Il signor Iddio mi fe conoscere che non vuole ch'io dipenda dagli uomini, perchè quelli che io pensava mi dovessero esser favorevoli alle cose buone, mi hanno fatto maggior contrasto, perchè non ho voluto che nella casa della Chiesa si faccia un luogo disonesto, e che non voglio far giocare in casa, far banchetti e simili cose». Questo l'aprile 1541. In un'altra del 7 gennajo:

«Pare che in Cremona[170] e fora de Cremona sia molto di questa infermità (luterana).

«Ragionando con don Geronimo, e domandandogli che dottrina avesse insegnato a questi uomini, mi rispose: — Io ho predicato lo evangelio.

«Io volendo pur intendere di più, gli domandai se aveva predicato alcuna dottrina di questi presenti tempi. Mi disse: — Io gli dissuasi la peregrinazione e il visitar le statue e immagini. — Domandandogli se del sacramento dell'altare avesse detto alcuna cosa, rispose: — Io gli ho predicato che quella è una memoria delli benefizj che da Gesù Cristo avemo ricevuti, e di questa cosa ne ho parlato con monsignor (Morone), che ancora lui è della medesima opinione. — Domandandogli se lui avesse detto che realmente nel sacramento ci fosse il corpo di Gesù Cristo, e se era la transustanziazione, mi disse non gli aver detto alcuna cosa, perchè stimava questi uomini non intendere. È ben vero che non teneva la lampada accesa innanzi al sacramento».

Esso vicario di Modena al Morone a Bologna, scriveva il 1 marzo 1541:

«Per quanto intendo, la setta va perseverando, e moltiplicando, ma nullo viene a denunziare. Io ne ho dato avviso a Roma mediante il nostro monsignor Giovanni Battista Guidobono, con quella cautela che io non fossi scoperto, avisando il parer mio circa la provisione».

Aggiunge che, non potendo aver eretici a predicare, fanno letture; col che si disturba la città e la religione. Molto s'occupa de' predicatori, e d'un Agostiniano che «se io lasciava perseverare, si moltiplicava tanto la setta che avrebbero evacuato l'udienza del Duomo, perchè la setta andava invitando, esortando, pregando, praticando le persone che andassero a Sant'Agostino alla predica».

E al 26 ottobre 1540:

«Tutta quella famiglia (della Lucrezia Pica, vedova Rangoni) ho veduto molto familiare e di stretta pratica con messer Bonifazio, il qual è reputato luterano perfetto: s'è posta a studiar il Testamento Nuovo, e farsi leggere da certi forestieri che sono reputati luterani, che andavano sin da questa quaresima in quella o quell'altra bottega a subornar di quelle materie rancide luterane, talchè questa città è molto infamata. Non per questo che alcuno sia venuto mai a far una minima deposizione, se non che generalmente si diceva di questo e quello... Due volte io ho fatto dire a messer Bonifazio di queste eresie che intendo che 'l va diseminando lui e quel santo clerico, suo servitore in casa per maestro delli suoi putti; il qual santo in sacristia pubblicamente diceva dell'officio che non si debbe dire».

Fra gli altri ministri dell'Anticristo «vi erano due. Un siciliano per nome Fileno, o Paolo; si varia il nome a suo modo; già frate predicatore di san Francesco sfratato, fuggito da diverse parti, che ha processo sopra di lui di omicidj e di eresia, ed è fuggito da Bologna, ed è stato preso qua sopra il Modenese, che andava sovvertendo li villani in un castello dove il duca ha mandato un frate di San Domenico che lo esaminasse insieme coll'inquisitore di Bologna. Io con bel modo me li voleva pur ingerire, ma quello di Bologna dice ch'è del suo Foro, per aver già cominciato il processo in Bologna contro costui; promettendomi che, se accuserà alcuno di questa diocesi, me lo notificherà perchè io possa fare il debito mio.... Non manca intercessori per questo ribaldo, li quali dicono che ben si veda non fosse calunniato per esser dottissimo nella scrittura e nella dottrina platonica.

«L'altro simile era ancor lui alienigeno, ed è scappato, e faceva il medesimo ufficio luteranesco, e di nome era il Turchetto, figliuolo d'un Turco aut Turca, il quale era carissimo a questi accademici: però andava a insegnar l'evangelio a monsignor Bonifazio....

«Sono due frati: l'uno tutto spirito audace, letterato, mandato dal duca; l'altro vecchio pratico in inquisizione, animoso, di buona casa di Bologna».

In altra del 21 aprile 1541:

«La setta va pur (ut audio) perseverando, se il signor duca non se muove; credo ben che, se gli fosse denunciato alcun colpevole, si risentirebbe, ma nullo vuol esser delatore nè a noi, nè all'inquisitore».

In sì lunga prigionia e con tali procedure ognuno s'immagina quanto dovesse soffrire il cardinal Morone, a cui, oltre le interrogazioni a voce, fu data facoltà di vedere le accuse appostegli (sempre tacendo il nome de' testimonj) e porre in iscritto la propria difesa. Questa abbiamo noi, e non crediamo superfluo il qui pubblicarla, per quanto estesa:

Alli 12 di giugno 1557 sono venuti da me nel castello Santangelo di Roma li reverendissimi et illustrissimi signori miei cardinali di Pisa, Reomano, Spoletano e Alessandrino, mandati da nostra santità papa Paolo IV, li quali si condolsero meco del travaglio nel quale era per conto della religione, e mi esposero il paterno animo di sua santità, esortandomi a dire tutto spontaneamente e con verità, perchè andando sinceramente, se avesse avuto bisogno di grazia, sua santità non mi saria mancata.

Io prima pregai Dio benedetto per amor del suo unigenito figliuolo Gesù Cristo nostro salvatore volesse spirarmi a dire tutto quello che fosse a onore e gloria della sua divina Maestà ed a salute dell'anima mia ed a soddisfazione della santa e retta mente di sua santità e delle loro signorie reverendissime. Da poi mi offersi a dire ingenuamente tutto quello che mi fossi ricordato; e ridussi a memoria a monsignor reverendissimo Alessandrino che, prima ancora io mi era offerto a farlo, e dal principio del pontificato di sua santità l'avevo ricerco alcuna volta, come spero sua santità ne abbia memoria.

Dissi di poi che io era nato tra cristiani, sotto l'obbedienza della santa sede apostolica e della santa romana Chiesa, madre e maestra di tutte l'altre chiese, e che io volevo morire in quella, sottomettendo sempre ogni mia non solo azione ma parere e sentimento alla correzione sua, non essendomi con la volontà mai partito da essa, nè volendo partire in modo alcuno, con l'ajuto di Dio. Il che di nuovo replicai, essendo certissimo che nessuno si può salvare fuori di questa sacra romana Chiesa, di cui ora è presidente e capo papa Paolo IV, vicario di Cristo in terra e successore di san Pietro.

Aggiunsi che io non era nè teologo nè canonista, ma più presto ignorante, e che naturalmente io aveva poca memoria, la quale ancora per li accidenti e travagli miei continui era fatta minore; e però pregai detti reverendissimi signori volessero dirmi come potessi in tutto soddisfare nel presente negozio, perchè io era prontissimo a dire tutto quello di cui mi fossi ricordato.

Ricordai ancora con ogni reverenza per testimonio del buon animo mio nella religione, che, avanti che entrassi in conclave, e dopo che fui entrato, sempre io fui risoluto per il servizio di Dio e per l'affezione che io portava alle rare virtù di sua santità, di favorire la promozione di sua beatudine, come feci, ed è notorio. Il che non avrei fatto conoscendo il zelo di sua santità, se avessi avuto l'animo pravo nelle cose della religione. E così cominciai a dire spontaneamente alcune cose, le quali con altre ancora saranno scritte qui, come fui esortato a scrivere da quelli reverendissimi.

Delli libri Eretici.

Io son stato nuncio tre volte in Germania, mandato da papa Paolo III, ed un'altra volta ci sono andato legato, mandato da papa Giulio III: tre altre volte sono stato legato del detto papa Paolo III al concilio di Trento nel 1543, se ben mi ricordo; al governo di Bologna, e all'imperatore per trattare la pace col re de' Francesi. Ho avuto in quelle legazioni facoltà amplissime, secondo si soleva avanti che nostro signore moderno le restringesse. Stando la prima volta in Germania, perchè si trattava di fare il Concilio, misi insieme tutti i libri luterani e di altri eretici che potei avere, per farli studiare dai Cattolici, e cavar gli articoli falsi acciocchè, facendo il Concilio, si potessero più facilmente impugnare. Ed a diversi teologi detti o libri o denari per comprarli e fare gli estratti: della qual diligenza nacque che furono poi scritti molti libri contro a' Luterani, da diversi Cattolici di Germania, li quali si trovano ancora, come da Giovanni Fabro vescovo di Vienna, da Alberto Piggio, dal Cocleo, dal Casio ed altri.

Ritornando in Italia la prima volta, passando per Trento, il reverendissimo Tridentino vecchio sapendo questa mia diligenza, me ne dette degli altri, che egli aveva raccolto per il medesimo effetto, desiderando che nostro signore facesse fare la medesima fatica in Italia da qualche buoni teologi. Questi libri furono condotti a Modena, e perchè io veniva con diligenza a Roma, e non avevo comodità di farli portar meco, li feci riponere in un monastero di monache in una cassa inchiodata, perchè non andassero in mano di altri, e venuto a Roma fra le altre relazioni ch'io feci a sua santità fu dell'ordine detto di sopra, domandandole a chi voleva si dessero li libri avuti dal cardinal di Trento. La quale mi disse che li tenessi così sinchè deliberasse. E stato alcuni pochi giorni in Roma, fui licenziato per andar in Lombardia a dare ordine alle cose di casa, ma perchè quasi importunamente aveva ottenuto licenza di venire in Italia, sua santità mi comandò che, quanto più presto poteva, ritornassi, il che feci, e fui rimandato in Germania, da onde ritornai la seconda volta in Italia, chiamato da sua santità, e passando per Modena feci portar libri dal monastero nel vescovato, perchè dubitai che non fossero aperti nel monastero. E li lasciai nel vescovato e trovandosi sin allora, se ben mi ricordo, frate Reginaldi da Mantova bonissimo cattolico e dotto, gli diedi le opere del Pelicano, le quali io feci legare a Modena, con altri, acciocchè levasse fuori le eresie, nel che il buon padre si è affaticato alcuni giorni: dopo mi disse che non gli bastava l'animo di fornirlo, perchè li volumi erano grandi e pieni d'eresie. E per venire al fine dell'istoria di questi libri, essi con alcuni altri furono condotti qui in Roma, ove io ne feci legare qualch'uno e ne lessi parte, e ultimamente li mandai nella libreria apostolica per mano di messer Guglielmo protonotaro, e non so che ne sia rimasto alcuno in casa mia, benchè non ho fatto diligenza di cercarlo; se non che ho ritenute alcune bibbie ebraiche, con la traduzione dell'Amastero, avendo etiam ritenuto tutte le altre bibbie che aveva, le quali credo siano sei o sette di varie sorta, perchè, per intendere meglio la scrittura secondo la lettera, ho sempre avuto caro aver diverse traduzioni per confrontarle insieme.

Questi andamenti de' libri possono avere partorito qualche ombra presso molti, massime presso libraj e legatori ed altri che sapevano od avevano inteso che io li aveva, ma non sapevano ch'io li poteva avere, e la causa.

Ma perchè dal leggere di questi libri, avea ben conosciuto con quanta arte gli eretici porgevano il veleno nei suoi scritti, più volte feci istanze a papa Paolo III che revocasse tante licenze ch'erano uscite di tenere detti libri, e proibisse alla penitenzieria che non desse più licenze, e più volte lo ricordai al reverendissimo Santa Croce, al quale stava vicino in capella e concistoro; e sua signoria reverendissima mi diceva che la medesima opinione era delle soprastanti alla santa Inquisizione, e credo anche averne parlato più volte al reverendissimo San Jacobo.

Non resterò di dire, che essendo legato in Bologna, ebbi per spia che una suma di libri luterani di passaggio erano portati a Lucca: con gran diligenza la feci intercipere, e la mandai all'Inquisitore che si chiamava frate Leandro, col nome e cognome nella lettera che portava il mulattiere a chi andavano.

Della giustificazione.

L'ultima volta che fui mandato in Germania da papa Paolo III alla dieta di Ratisbona, nella qual venne legato il reverendissimo Contareno, designando l'imperatore di accordar insieme la provincia della quale, stando rimossa e piena di mutui sospetti, non poteva valersi nelli suoi bisogni, fu proposto un libro da sua maestà, sopra il quale da parte de' Cattolici furono designati dodici, quattro per nostra santità, quattro per l'imperatore, quattro per li principi cattolici, se la memoria non m'inganna. Li nostri furono con il reverendissimo legato, il maestro di sacro palazzo, che fu poi il cardinale Badia, Alberto Piggio ed il dottore Scotto cieco, che fu poi arcivescovo. Per l'Inquisizione furono certi Spagnuoli, tra' quali mi ricordo un dottore Ortizo e del Maluendo, e due che non mi ricordo. Per li Cattolici fu il Groppero, e monsignor Giulio Fulgo, ora vescovo nurembergense, e il dottore Ecchio, e credo il Cocleo. In questa deputazione fu trattato l'articolo della giustificazione, e fu concordato come si può vedere nel libro stampato nelli atti de' Comizj Ratisbonensi, il quale è nel mio studio.

Io sempre fui presente al trattato, come nuncio, non come teologo, e non parlava: e benchè sentissi dire dopo varj pareri di questo articolo, nondimeno, sapendo non esser alcun altro risoluto per migliore, mi tenni a quello. Fra poco tempo nacque che Luterani cominciarono a scrivere che il colloquio avea risoluto quell'articolo in favor loro, stando il senso di esso che pareva si potesse interpretare variamente, e li Cattolici scrivevano al contrario, e furono fatti diversi libri. Io, che mi ero trovato presente al trattato, e sapeva che i nostri deputati erano dotti e reputati cattolici, quando mi occorreva ragionarne difendevo questo articolo, perchè mi pareva si potesse difendere, essendovi dentro, se ben ne ricordo, che quella fede per quam justificamur, est fides viva et efficax, quæ per dilectionem operatur. Di poi nel fine del capitolo vi era che a questa si doveva aggiungere la dottrina dei sacramenti e delle buone opere, e ho sentito dire da molti dotti che stava bene, e così mi stetti sino alla conclusione fatta nel Concilio Tridentino sopra detto articolo, ed allora mi fermai nella determinazione di detto Concilio. Se ben non è stata fatta sin ora l'approvazione autentica del papa di quel Concilio, senza la qual si sa che i Concilj non sono validi. Nondimeno, come io ho detto, mi acquietai a quella, e sempre l'ho tenuto e tengo e terrò col divino ajuto, sin ch'io viva, se la Chiesa non mutasse che non credo.

E perchè mi è stato ricordato da questi reverendissimi, li quali sono stati da me, che debba pensar bene se mai ho detto o scritto qualche cosa in questa materia dopo la determinazione del Concilio, avendo pensato e ripensato non mi posso ricordare aver scritto o detto altro intorno a questo, se non che quando ne ho parlato ho sempre detto: Il Concilio l'ha determinata, perchè in questo io era risoluto, ed io non ho mai scritto nè mandato fuori cosa alcuna mia, eccetto che per mio esercizio ed istruzione. Ho esposto quattro o cinque salmi, alcuni anni fa, cioè il salmo Benedicam Dominum in omni tempore; Misericordias Domini in æternum cantabo; Dominus regit me, nihil mihi deerit; Laudate Dominum omnes gentes; In convertendo Dominus captivitatem Sion; ho ancora scritto sopra le due epistole canoniche di san Pietro, ma non le ho ben rivedute, e perchè credo che questi miei scritti forse saranno stati trovati, se ben non mi ricordo ove fossero tra le mie scritture, desidero e prego se vi fosse qualche cosa che potesse dispiacere, sia interpretata in bene, perchè rimetto il tutto alla debita censura; oltre che non erano finiti. E ricordandomi, come ho detto, d'avere scritto altro, pensando e ripensando mi è venuto in mente che, molti anni fa, benchè con verità non mi ricordi se fosse innanzi o dopo la determinazione del Concilio, mi fu data una scrittura, come credo, da monsignor Aloysio Priuli o dal Flaminio, che era, come mi dissero, del reverendissimo Polo, la quale, essendo venuto a visitarmi l'arcivescovo d'Otranto, me la cavò dalle mani, ed io non la lessi e non so se fosse restituita; ma come ho detto, non avendola letta, con verità del soggetto non mi ricordo, e forse potrebbe essere che in ciò vi fosse qualche altra cosa; intorno questo non so, e se me ne ricordo lo dirò con ogni sincerità.

E perchè siamo a ragionare del reverendissimo Polo, e più volte ho udito dire che si sono avuti sospetti di lui, io voglio dire ingenuamente et coram Deo quel che ne sento sulla materia della giustificazione. Esso ha dato il parer suo in iscritto al Concilio, e questo si potrà trovare negli atti del Concilio, perchè io non mi ricordo se sia nelle mie scritture. Dopo il Concilio ragionando meco una sola volta, non mi parlò della sostanza, ma disse che aveva desiderato l'ordine del decreto in altro modo, e che gli pareva che avesse compilato molte cose insieme, le quali più comodamente si sariano potute dividere in molti articoli. Nel resto della dottrina sua, per quanto ho potuto conoscere io, e che mi ricordo, sua signoria reverendissima nelli suoi ragionamenti attendeva ad abbassar l'uomo, e rappresentar dopo il peccato del primo parente li gran mali che sono in esso uomo, ed in questo soleva diffondersi assai, tanto che qualche volta diceva che saria stato buono, per mortificare il vecchio uomo, che fossimo come morti e sepolti con Cristo, e resuscitati con lui, acciò ambulare in novitate vitæ: e soleva poi magnificare assai l'immensa carità e grazia di Dio, mostrataci e dataci nel Figliuol suo, della quale mai si saziava di ragionare con incredibile allegrezza: e se occorreva qualche volta di ragionare delle cose del mondo, esso sempre mostrava una grande fede nella providenza divina, e si riponeva tanto in quella ne' fatti proprj, che mi faceva stupire, non trovando in me tale affetto.

De' dogmi particolari, Dio sa che mai son venuto a ragionamento privato con lui, se non che, essendomi stato detto da un certo ferrarese, che si faceva parente del Savonarola, il quale non vidi mai più che una volta, ed era di passaggio per Bologna; e come mi disse, era venuto a posta per amor di Dio ad avvertirmi del cardinal Polo, a causa non credeva che fosse il purgatorio, ritenendo questa memoria, quando mi trovai con sua signoria reverendissima per esplorar la mente sua gli dissi che molti in Italia negavano il purgatorio, che le pareva? Sua signoria reverendissima subitamente mi rispose: Sono molto presuntuosi e temerarj quelli che lo negano, tenendolo la Chiesa.

Un'altra volta ragionando con lui di certi versi del Flaminio, gli dissi che molte persone mormoravano che lo tenesse in casa, perchè si diceva che era allievo del Valdesio e di frate Bernardino da Siena: esso mi rispose: — Ho veduto questo bell'ingegno e le belle lettere del Flaminio, e ho avuto paura che non facesse di gran male se diventava eretico, e son andato pian piano ritirandolo alla buona via, di modo che spero sarà guadagnato alla Chiesa di Dio; e però quelli che mi biasimano mi dovriano più presto lodare per avere fatto tal opera». Ed altro particolare non mi ricordo avere ragionato.

Dal detto Flaminio ebbi una volta un libro spagnuolo sopra li salmi, composto dal Valdesio; il qual Valdesio non vidi mai, e mi disse che quello era un bel libro, e che lo leggessi. Io ne lessi alquanto, ma per esser in lingua spagnuola, la quale troppo bene non intendeva, e perchè l'uomo si fastidisce di legger tanti che scrivono, lo restituii. Ebbi ancora certe interrogazioni in un fascio che dicevano esser del Valdesio, le quali non apersi mai, e non so che ne sia seguito. Dopo ho sentito molto biasimare detto Valdesio come autore delle eresie di Napoli. Ma per concludere del reverendissimo Polo, monsignor Aloysio Priuli e l'arcivescovo di Salerno credo siano meglio informati della dottrina sua che altri, perchè ho inteso che l'arcivescovo ha veduto molti suoi scritti per correggerli, ed è uomo dotto che potria giudicare al vero; il che non posso io non essendo dotto, nè avendo veduto molte sue composizioni.

Del libro del Benefizio di Cristo.

Molti anni fa le cose della religione in Italia andavano con poca regola, perchè non era istituito l'ufficio della santa Inquisizione e non era ancora ben fondato, e gagliardo, e però in ogni cantone si parlava de' dogmi ecclesiastici, ed ognuno faceva da teologo, e si componevano libri passim, e si vendevano senza considerazione per tutti i luoghi, e molti luoghi erano senza inquisitore, ed in molti l'inquisitori erano di poca portata; talmente che era quasi lecito o tollerato a ognuno fare e dire quanto gli pareva. In questi tempi fu portato un libretto a Modena, intitolato il Benefizio di Cristo, stampato, e se ben mi ricordo mi fu dato da un librajo Picciolino, vestito di Bertino del terzo ordine; credo abbia nome mastro Antonio.

Questo libretto fu letto da me e quasi divorato con grande avidità, perchè mi pareva fosse molto spirituale, e in specie mi ricordo affettuosamente de Comunione, e perchè io aveva prima massima che li libri eretici fossero contrarj a tutti li sacramenti, non mi venne in mente che questo libretto, che parlava sì bene del Santissimo Sacramento, potesse avere qualche male nascosto, e mi rallegrai molto che mi fosse capitato alle mani. Ed ordinai a questo librajo che me ne facesse venire assai, e avendolo mostrato al mio vicario, il quale era stato 30 anni in questa città, e fu sempre buon cattolico, mi disse che il libretto gli pareva molto spirituale, e ad ognuno che lo leggeva pareva il medesimo.

Dopo qualche tempo mi pervenne alle orecchie che si mormorava contro questo libro, ed io era già ritornato a Roma, e parlando al reverendissimo Cortese, il qual era uno de' reverendissimi inquisitori, per saper il parere di sua signoria reverendissima, mi disse le formali parole: «Quando la mattina mi metto il giuppone, io non mi so vestire di altro che di questo Beneficio di Cristo». Ma perchè la mormorazione del libretto perseverava, e perchè vedeva diversi pareri, lo lasciai, e mai più l'ho veduto, e con verità posso dire che non mi ricordo che cosa contenga, altro che quella esortazione a ricever il Corpo e Sangue del nostro Redentore. E se il libro fosse stato proibito, o se io avessi compresa qualche malignità in esso, non l'avria lasciato vendere. Però questo si ha da imputare a mera malavvertenza e trascuraggine, come ancora mi è avvenuto in un altro libro che io sempre ho reputato buono e santo, che è il Concilio Coloniense, il quale da monsignor Giovan Matteo (Giberto) vescovo di Verona fu fatto stampare, e dato alli suoi curati, e poco fa ho inteso che vi son cose mal dette dentro e sospette di eresia, per non dire eresie. E come ancora pochi giorni fa fui avvertito che nelle prediche del Savonarola erano molto eresie, quali sinora non sono state manifeste. Però voglio dire che quando un libro par buono, e non è proibito, avendo qualcosa mala dentro, è facil cosa che uno, anche più dotto di me, si inganni, e non avverta gli errori. Ma io non difendo il libro e lascio la censura alla sede apostolica, la quale io sempre voglio seguitare, e lo voglio avere per reprobo in tutti quelli punti che si trovano contro la verità cattolica; e perchè intorno a questo libretto possono esser occorsi diversi accidenti, delli quali non ho così particolar memoria, mi rimetto in tutto alla verità. Mi pare aver detto la somma di quanto mi ricordo: sol questo voglio aggiungere perchè sia più conosciuta la sincerità dell'animo mio, che, essendo in conclave, e avendo sentito mormorar non so che contro di me per questo libretto, lo dissi al cardinale di Trento, il quale mi rispose: «Io l'ho in delitiis, ligato in oro in casa mia»; ed io gli dissi lasciasselo, giacchè pativa eccezione. Voglio ancor dire che non potei mai saper l'autore del libro se non dopo alcuni anni, perchè si diceva esser stato il Flaminio, ed esso lo negava: dopo intesi esser stato un monaco di San Benedetto, credo o siciliano, o del Regno, che non ho saputo il nome.

Di frate Bernardo.

Avendo il vescovado di Modena, per esser quei cervelli gagliardi, e contaminati come erano, e avendo li magistrati secolari allora poco favorevoli, essendo persuaso ed avendo per l'esperienza provato che, prima di esecuzione, non poteva provvedere agli inconvenienti, cominciai a pensar se per via di benignità e di confidenza potessi scoprir bene tutto il male, del quale era impossibile aver notizia per via di deposizione, perchè nessuno voleva far l'ufficio. E per venir a questo, e anche per evitar li rumori, andava cercando d'aver predicatori di buona e sana dottrina e di spirito mansueto e buono, il qual potesse fruttificar nell'animo loro. Ma avea gran fatica ad aver persona al proposito. Stando in quello, poco dopo che fui fatto cardinale mi fu posto alle mani un frate Bernardo viterbese, credo, il quale mi diceva il reverendissimo Polo e Priuli e gli altri che era un buon padre, e che saria stato al proposito per Modena. Io aveva ancor poca cognizione del prefato reverendissimo, perchè in minoribus non l'avea mai veduto che una volta, passando per Viterbo, ove sua signoria reverendissima era Legato. Ma informato etiam dalli frati suoi, lo mandai a predicar a Modena, essendo fatto Legato al Concilio quasi subito.

In Modena questo frate si portava bene, come intendeva per relazione del mio vicario e di altri ancora, e aveva fatto molte buone opere, e tra le altre aveva instituita l'orazione continua di quarant'ore al Santissimo Sacramento. Io era stato non molto avanti in Modena, ed avendo fatto venir a me molti preti, curati della montagna, per esaminarli e vedere come erano idonei a far l'officio suo, trovai uno fra li primi, curato, come credo, di Monte Cretto, uomo vecchio, il quale interrogato da me sopra il Sacramento della penitenza, non si sapeva risolvere in che modo, essendo Dio misericordioso e giusto insieme, rimettesse i peccati a lui ed agli altri uomini. Onde dicendogli io che li peccati nostri meritavano la giustizia severa di Dio, ma che questa giustizia alli veri penitenti confessi ecc. si voltava in misericordia per amor di Gesù Cristo, il quale aveva patito la morte della croce per placare e procacciar la salute nostra; questo prete cominciò a piangere, e gettandosi in ginocchioni, ringraziava mirabilmente Iddio e me che gli avevo mostrato la via, per la quale avesse la remissione delli suoi peccati, essendo stato sin a quell'ora sempre dubbioso tra sè stesso come, essendo Dio giusto, usasse la misericordia verso li peccatori.

Essendo dunque Legato al Concilio in Trento, ed essendo la quadragesima, mi ricordai di questo effetto, e scrissi al mio vicario che facesse intendere al predicatore che ammonisse il popolo a far la sua confessione, ma che avvertisse di sperar la remissione de' peccati da Cristo, e che ammonisse tutti li confessori delle religioni di frati e tutti li curati che insegnassero questo alli penitenti. Il vicario dette la mia lettera al predicatore, il quale, pensando forse di far bene, la volle leggere in pubblico: ma ne seguì gran bisbiglio, perchè li cattivi la dicevano altrimenti che non stava. Di che essendo avvertito dal vicario, sebben vi si era già rimediato, scrissi subito che facesse osservar nelle confessioni la forma del Concilio Coloniense, stampato a Verona, e così fu eseguito.

Ora essendo venuto questo frate, qualche anno dopo, in man della Santa Inquisizione, depose alcune cose contro a me intorno a questo. Il che papa Giulio mi fece intendere, mandando a me il maestro Sacri Palatii, ora arcivescovo Conza. Io feci venir le lettere che si trovarono ancora in Modena, e sua santità le vide, come credo, ed il frate si ridisse di quello aveva detto a torto contro di me: e mandandomi sua santità Legato in Germania, mi dette il processo, e ragionando poi intorno a simili materie, e massime sopra la materia della giustificazione del reverendissimo Contarino, che costì si chiama la Concordia di Ratisbona, e discorrendo delle altre delazioni fatte contro di me, sua santità abbracciandomi teneramente, mi disse, se era bisogno, che mi dava la benedizione e assoluzione di tutto in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, e mi disse con le lacrime che sperava che, per mio mezzo, s'avesse a ridur la Germania all'antica e vera religione; con molte altre parole circa ciò, che non fa bisogno raccontare.

Dal Salmerono.

Stando pure in Trento, mandai il Salmerono della compagnia di Gesù, a predicar a Modena, perchè sempre fui affezionato ad essa compagnia; e in Germania ebbi per confessore, sinchè morì, un mr. Pietro Fabro di detta compagnia, ottimo religioso: e dopo la morte sua, quando poteva averla, mi valeva dell'opera di mr. Claudio Jaio, pur della medesima compagnia. E perchè detto Salmerono mi pareva ben dotto ed istrutto contro Luterani, pensai fosse buono per Modena. Ed essendo lui andato, cominciò a fare il debito suo, benchè si facesse gran rumori contro di lui da quelli dell'Accademia, che erano li sospetti; ed il governatore di Modena più volte si lamentasse che il predicatore era ingiurioso, perchè chiamava costoro con il suo nome. In quel tempo ritornai a Modena, essendosi fatta la sospensione del Concilio; ed essendo andato alla sua predica, udii che attribuiva assai e lodava li meriti degli uomini, tanto che mi pareva desse occasione a far gli uomini più arroganti e superbi verso Dio. Onde lo chiamai in camera, e cominciammo a ragionare insieme noi due soli, e venimmo sopra a questo. Esso, che era giovane ardito e dotto mi parlava molto gagliardamente, come credo ora, con buon zelo. Io non avendo pazienza, essendo più insolente di lui, me lo levai d'avanti, e alterato dal ragionamento, credo che io dicessi molte inezie, di nessuna delle quali io mi ricordo, se non che di questa, ch'io non sapeva tanti meriti, ch'ancora in dire la messa, la quale è la più santa opera che si possi fare, io faceva peccato. Esso mi replicò che questa era mala opinione, come è in effetto, intendendosi che a dir la messa sia peccato: ma io intendo che, quantunque nessuna cosa si possa fare più grata a Dio che il celebrar divotamente, nondimeno a me intervenne che, o per la poca devozione e riverenza, o per la distrazione della mente, mi bisognava dir mia colpa delli difetti commessi intorno a tanto misterio.

Nondimeno io so che feci male, e ho soddisfatto dopo a esso Salmerono non solo in parole, ma con fatti, perchè per il servizio di Dio e per ajutar quelle anime e per dare ad intendere a questa città ch'io approvo la dottrina di questa compagnia, ho contribuito da molti anni in qua cinquanta scudi d'oro l'anno per mantenere un collegio di essa compagnia e tuttavia vi contribuisco[171]. E perchè siamo in questo proposito, non per gloriarmi che non sta bene, dovendosi dar tutta la gloria a Dio, ma per dare un evidentissimo testimonio della volontà mia nelle cose della religione, dico che, molti anni fa, vedendo che le cose di Germania tendevano alla totale rovina per difetto di ministri, i quali avessero buona dottrina e buoni costumi, fui il primo che proposi la via di fare il Collegio Germanico in Roma, ove si istruiscano in sana dottrina e buoni costumi quei giovani, sotto la disciplina di quei Padri del Gesù, per mandarli poi in Germania a predicare e lavorare in vinea Domini. E dal principio dell'istituzione del Collegio sin all'ora presente, che son molti anni, ho dato sempre più di cento scudi l'anno della povertà mia: nel che mostro con l'effetto continuo che approvo e seguo la vera dottrina ch'essi insegnano: e di questo si può chiarire.

Delle opere e meriti.

Perchè abbiam tocco di sopra delli meriti nostri e delle opere buone, voglio in qualche modo esplicare qui il mio concetto, il quale è ch'io non mai ho dubitato che le buone opere non siano necessarie alla salute nostra quando si possono fare; e che, quando sono fatte in grazia, non siano meritorie di tutto quello che Cristo benedetto ha promesso non solamente delli beni di questa vita, ma della vita eterna; e trovo questa verità fondata nella Scrittura, e tenuta da tutta la Santa Chiesa. Ma perchè noi uomini siamo di natura assai arrogante, e cerchiamo sempre d'esaltare noi stessi, leggendo continuamente quanto sia grato a Dio la vera umiltà, nelli ragionamenti miei ho molte volte detto che, quando m'appresento nel cospetto di Dio, non posso metter la speranza nelli miei meriti, nè nelle mie opere perchè son poche ed imperfettissime, e li peccati e le negligenze sono infiniti e gravi: e perchè molti anni fa aveva letto nella vita di san Bernardo che, essendo egli gravemente infermo, stando per morire, fu presentato innanzi al tribunal del Signore in excessu mentis, ove venne ancora l'avversario, il quale l'accusava delli suoi difetti, e quando toccò a san Bernardo a dire la parte sua, disse queste parole: Fateor non sum dignus ego, nec propriis possum meritis obtinere regnum cœlorum; duplici jure illud obtinet Dominus meus heres, hereditate patris et merito passionis, altera ipse contentus, alterum mihi donat, ex cujus dono jure illud mihi vendicans non confundor, ed ho veduto in molti libri spirituali in una simil sentenza, come dice Lodulfo Cartusiense In vita Cristi: Caveat prudenter fidelis peccator ne unquam, in quocumque statu fuerit, confidentiam in suis meritis habeat, sed tamquam mendicus pauperculis omnino nudus ad elemosinam dominicam mendicandam semper vacuus accedat; hoc autem faciat non quasi ex humilitate facti merita sua abscondens, sed certissime sciens quod non justificabitur in conspectu Dei omnis vivens; etiam solius cogitationis nostræ non possumus rationem reddere, si ipse voluerit nobiscum in judicium intrare, ed altri simili detti appresso li santi dottori. Conscio a me stesso delli peccati miei e delli pochi beni ch'io ho fatto, del che me ne rincresce assai, ho detto più volte ch'io non voglio tener conto con Dio de' miei meriti, ma che desidero entrare nel cielo per la sua misericordia e per li meriti della passione di Gesù Cristo, conforme a quel del Canone, Non estimator meriti, sed veniæ quæsumus largitor admitte. E questo mio dico non è stato per contemplazione delle buone opere nelle quali dovevo esercitarmi sempre sinchè vivevo, ed io potrei dire senza jattanza, per grazia di Dio, che tuttavia ne faccio qualcuna, ma non tante quante vorria, e avrei potuto verso Dio, verso il prossimo e verso me medesimo. Di che me ne duole: ma perchè sono poche, sono imperfette, ed io ne son debitore di molte più, ancora che così siano, so però che Dio le rimunera come piace alla sua infinita liberalità: ma io non riguardo a questo, rimettendomi sempre alla sua grazia immensa, della quale conosco bene aver gran bisogno. Ed ho però più volte insieme detto che alcuno si sente aver avuto tanta grazia e tanti meriti, che possa star per quelli nel giudizio con Dio, me ne riporto a lui; faccia quel che può, ch'io per me non posso. E questo è stato il mio sentimento ed il mio parlare quasi ordinario delle buone opere e meriti: nel che se vi è qualche errore, me ne rimetto, ecc.

Dell'elemosine date a persone sospette.

Mi fu ricordato che dovessi pensare se avessi mai dato denari a persone sospette. Io risposi che, quando avea denari, ne dava volentieri qualche volta a quelli che me ne chiedevano, secondo quel detto dell'Evangelo, Omni petenti te tribue e quell'altro Estote perfecti sicut et pater vester cœlestis perfectus est, qui solem suum facit oriri super bonos et malos. E ho dato assai indifferentemente, con intenzione però di darli per amor di Dio, al quale sono cogniti coloro che hanno da riempir il cielo. E dico la verità che molte volte ho dato limosina a soldati e gentiluomini e a meretrici, ma con l'intenzione a Dio, benchè più spesso e più volentieri l'ho data a quelli che credevo fossero uomini da bene, ancorchè da questi spesse volte mi son trovato ingannato, come ho fatto da un prete Lorenzo Davitico, al quale io ho date parecchie decine di scudi. In Germania ho dato più volte denari a molti Luterani, e donai diverse cose, come qualche bicchier d'argento, anelli, collane, medaglie ed altre simil cose, per valermi ad intender i loro secreti, e per servirmene nelle occorrenze del mio offizio. Ne ho dato ancora a qualche predicatore luterano, ma con animo d'acquistarli, come mi venne fatto una volta in Spira, ove, per Dio grazia, con l'amorevolezza e con donar in un tratto 30 fiorini d'oro a un frate di sant'Agostino, sfratato e predicator luterano ed inimicissimo di questa Santa Sede, diventò cattolico, e stette con l'abito, e fu cagione che quella città non diventò in tutto luterana, stando per diventare se costui non si mutava.

Sono sforzato a questo proposito manifestar la mia presunzione, e forse parzialità, la quale parrà coperta da buon desiderio. E questa era che, essendo io stato molti anni in Germania, mi dava ad intendere che dovesse toccar a me ad esser ministro di ridurre quella provincia all'obbedienza, all'unica religione, perchè sapevo esservi amato universalmente, e che avevano buona opinione di me, e che confidavano nella conformità del sangue, dal quale essi non temevano esser ingannati: ed io conosceva assai bene i loro umori, e sapevo trattenerli. Stando questa mira non senza un poco di vanità, mi sforzavo in ogni occasion fare cosa grata universalmente a quella nazione ovunque mi trovava, e in ispecie a Bologna ove ero Legato. E benchè credeva che ve ne fossero de' scolari luterani, pure io non li cercava: e se non avessero fatte cose scandalose, non gli diceva altro; anzi gli faceva delle grazie, come di dargli licenza di portar le armi. E perchè sapeva che in Germania è gran curiosità di saper le cose d'Italia, mi sforzava ancora di non acquistar nome di persecutore dei Luterani per poter guadagnarli se a Dio fosse piaciuto. E questo medesimo aveva prima fatto in Trento quando era Legato al Concilio, ove, per speranza di farli venire, mostrava ed in pubblico alcuna volta di difendere in qualche cosa la loro parte, sapendo che in Trento v'erano molte loro spie; il che forse anco mi ha nociuto alli sospetti di qua, perchè mi pareva onesto che fosse alcuno in Italia, dal quale essi non fossero totalmente aborrenti, e non credeva mai che potesse nascere sospetti di me, avendo tanti anni faticato per servir questa Santa Sede.

Ma confesso che l'amor proprio mi faceva credere più di me che non doveva; e se avessi ben considerato l'insufficienza mia, non sarei entrato in tal presunzione, e conseguentemente non avrei fatto le cose che ho detto di sopra.

Ora al proposito avendo considerato a che persone sospette posso aver dato denari, mi pare ricordarmi ancora che qui in Roma donai una collana a un gentiluomo siciliano, don Bartolomeo Spatafora, il quale però era stato assolto per giustizia del reverendissimo Sfondrato, come esso me diceva, e pareva garbato e gentilissimo ed era povero e voleva partirsi per casa sua.

In Bologna poi, essendo legato, venne da me uno che sollecitava cause per certi gentiluomini delli Desiderj, ovvero Ghisleri salvo il vero: costui era di color bruno, e non mi sovviene il nome, e si mostrava molto mortificato, e sempre aveva Cristo in bocca, e mi diceva che quelli suoi principali erano buoni cristiani, ma che per la inimicizia e per la lite della roba erano anco imputati e travagliati per conto della religione. Oltre di costui, vennero in diverse volte molti gentiluomini, parenti ed amici di costoro, secondo l'usanza di Bologna, a raccomandarmeli. Può esser facilmente, come mi ricordò, monsignor reverendissimo Reomano, sebben io non gli ho a memoria, perchè non è manco di 10 anni da questi fatti, dicono dicessi: Se verrà da Roma ordine, io vi avviserò; per mostrarmi benigno alle raccomandazioni e dar buone parole come si suole fare; ma non lo feci nè l'avrei fatto quando l'ordine fosse venuto: anzi l'avrei fatto eseguir, come faceva sempre eseguir ogni volta che bisognava per l'officio dell'Inquisizione, come ne posson render buon testimonio li frati istessi di San Domenico di Bologna, che mai li son mancato quando m'han richiesto: e credo che l'arcivescovo di Conza se ne potrebbe raccordare, perchè era priore del monastero di Bologna. E mi ricordo aver dato ogni prova ch'io ho possuto, e credo anche denari all'Inquisizione, per fare lemosina e per ajuto dell'officio che non aveva cosa alcuna. Costui un giorno mi domandò elemosina per dar a certi poveri uomini, buoni cristiani, come esso diceva, carichi di famiglia, femmine e putti, e senza recapito, che potevano assai. Io glie la diedi per l'amor d'Iddio, ma non so chi fossero, nè io lo vidi mai, nè so se esso gliela diede o la ritenesse per sè.

Un'altra volta costui venne da me, e cominciò a volersi domesticare meco e ragionar di materia della religione. Invero ch'avea molte occupazioni per il governo, e Dio sa che a un certo modo il genio mio l'aborriva, ed anco non giudicava bene parlar di simil materie con laici: se ben mi posso ricordare, credo che in sostanza gli dicessi, se egli era buon cristiano che si doveva contentare che non gli era tolto Cristo, e che dovesse pigliar le cose in bene come si poteva, e doveva fare. Credo che questo medesimo mi portasse un libro luterano contra Judæos, il quale io tolsi, e per essere contra Judæos, de' quali ne erano assai a Bologna, e favoriti dalli Cristiani, lo diedi a vedere all'inquisitore, il quale me lo riportò, e disse che, se l'autor non fosse stato cattivo, il libro saria molto buono, acconciando qualche cosetta delli suoi andamenti soliti contro questi inimici della fede nostra, perchè usava de' buoni argomenti e autorità per convertirli. E mi lasciò il libro, e fummo in ragionamento di farlo acconciare e farlo volgare: ma perchè aveva molte occupazioni, ed esso padre non era atto a farlo ben volgare; e non era bene dar la cura ad altro, non se ne parlo più, ed il libro, come credo, fu posto tra gli altri nella libreria apostolica. Credo non ebbi tempo nemmeno mai di leggerlo, perchè al legger e scriver molto la natura e volontà mia presto si straccano. Non voglio però affermar in tutto che fosse costui proprio che mi desse il libro, perchè per esser, come ho detto, molti anni, non me ne ricordo preciso, ma non posso ricordarmi che fosse altro, ed io ebbi il libro come ho detto, e me ne rimetto alla verità; nè ancora mi ricordo dopo aver mai più veduto costui, e mi rincresce non mi ricordar il nome, ma era agente, come ho detto, delli Ghisleri o Desiderj.

Delle reliquie dei Santi.

In questo luogo, se mi fosse lecito, pregherò nostro signore volesse informarsi bene delli miei vicelegati, se io attendeva in quel governo alla verità della fede nostra e al beneficio pubblico, di che li miei ordini e gride, etiam nelle cose della religione, ne possono rendere vivo testimonio. E questo durò per 4 anni continui, nelli quali non lasciai mai officio alcuno, mentre vi stetti presente nè pubblico nè privato che facesse al buono esempio, ed a servare il popolo nella antica religione. E fra altri mi ricordo (perchè monsignor reverendissimo Alessandrino mi toccò un motto ch'io ero imputato sentir male delle reliquie de' Santi) che mai lasciai d'andar solennemente a visitar le reliquie di san Stefano, e di accompagnar la Madonna di san Luca secondo il costume della città; ed andava sempre a piedi, il che non facevano li miei antecessori; e lo faceva puramente e con divozione, e da molti ne era biasimato, quasi che avvilissi il grado di magistrato. E per continuar in questa objezione fattami delle reliquie de' Santi, dirò quanta affezione ho sempre portato e porto alli gloriosi Santi, veri amici di Dio, li quali in vita sono stati tempio di Dio e abitacolo della sua santità, e dopo la morte son fatti consortes divinæ naturæ, come dice san Pietro. E mi meraviglio assai come possa essere ch'alcuno dubiti di me in questo, essendo assai manifesto nella Scrittura che non solo la fimbria del vestimento del Salvatore nostro salvò il flusso della Emoroissa, sed umbra Petri et semicintia Pauli sanabant infirmos. E perchè sono andato pensando tra me stesso onde possa nascere questo sospetto, mi son ricordato, ma non saprei dire con chi, che qualche volta ho detto che a Roma si mostravano alcune reliquie, le quali dubitava non fosser vere, come il fieno del presepio che si mostra a Santa Maria Maggiore, e li capelli e camicia della Maddalena; e ragionando ho contato delle imposture che fanno alcuni barri nelle ville: portano fuori qualche osso d'asino o di cavallo, con dire che sono reliquie, per ricoglier denari; e questo ho biasimato, come ancora le favole che raccontano molti questuanti, li quali introducono molte superstizioni. E ho detto che se gli dovrebbe provvedere. Ma alle reliquie vere ho sempre portato gran riverenza, e l'ho mostrata in ogni luogo pubblico e privato: come etiam nunc si può vedere che qui in Castello ho la croce d'argento piena di reliquie, che almeno 12 anni fa si porta meco in ogni luogo: se forse non fossi mancato per la negligenza solita in ogni mia azione, come mancano il più degli uomini, ch'è difetto a me ordinario e comune con molti nelle buone azioni. E mi rincresce ancor aver detto questo, massime in quelli tempi che non faceva ad ædificationem; come ancora mi è rincresciuto aver parlato dopo desinar o nel desinare contro frati, cioè contro tanti Ordini, ricordandomi tra le altre, aver detto, Omnis plantatio quam non plantavit pater meus cœlestis eradicabitur; il che però non dissi per biasimar le religioni buone, le quali attendono alla perfezione; delle quali ho avuto sempre gran protezione, come essi sanno; ma contra tanta varietà, non solo di Ordini, ma delli medesimi Ordini, dispiacendomi le novità e la mala vita di molti.

Il reverendissimo Alessandrino mi raccomandò ancora che io dovessi pensare se avevo mai sentito male della intercessione dei Santi: io risposi che aveva sempre creduto che i Santi intercedessero appresso Dio per noi, e così credo perchè caritas manet, e tanto maggiore quanto per se stessi non hanno bisogno più di preghi, ma pregano per noi. È ben vero ch'alcuna volta questo punto mi aveva dato un poco di molestia, che mi pareva meglio indirizzar l'orazione, nella quale si ricerca l'ajuto de' Santi, a Dio come sono scritte nel messale e nel breviario, che indirizzarle a loro Santi come si fa nelle litanie, perchè in quella orazione si domanda l'intercessione de' Santi a Dio per dominum nostrum Jesum Christum, secondo l'ordinario della Chiesa. In questo altro mi dava molestia, che non era capace come le creature potessero udire li nostri preghi così di lontano, essendo il proprio di Dio di vedere e udire tutto, etiam corda et cogitationes hominum: ma questo mio dubbio non durò molto tempo, perchè vidi che san Leone papa voltava i preghi suoi a san Pietro, san Bernardo alla gloriosa Vergine, e sant'Agostino alla medesima, e il mio lodato Cartusiense, ch'io leggo spesso, a diversi Santi nell'orazioni sue dopo i sermoni. E mentre stetti in questo dubbio, servai però sempre la consuetudine della Chiesa, captivando l'intelletto mio, e dicendo le litanie ordinariamente la quaresima con li sette salmi, e dicendo ordinariamente l'antifona Sancti Dei omnes, intercedere dignemini pro nostra omniumque salute. È vero che domandava qualche volta di tal dubbio, poi mi risolsi in san Tommaso che li Santi intendono le cose di qua in Dio, e restai da me stesso quietissimo e senza alcuno scrupolo, come ancora restai quieto nella Salve Regina, la quale non lasciai mai dopo l'offizio, se non quando, in luogo di quella, dicevo Regina cœli lætare ecc., secondo il tempo, benchè più volte dicessi senza pensamento, quasi con ognuno con cui occorreva, ch'io avrei desiderato che quelle tre parole vita, dulcedo et spes nostra avessero detto vitæ dulcedinis et spei nostræ, congiungendosi a quelle mater misericordiæ, perchè si sariano potuti intender quegli attribuiti a Cristo, il quale propriamente è vita, dulcedo et spes nostra, secondo dicono infiniti luoghi della Scrittura, del quale Cristo ella è madre. Ma ancora in questo non pigliava scrupolo perchè sapeva che, per partecipazione, si possa dire quelle parole non solo della Madonna, la quale è madre di Dio piena di grazie, e sempre vergine gloriosissima, ma ancor degli altri Santi, come diceva il Salvator nostro di sè stesso, Ego sum lux mundi, e poi diceva agli apostoli Vos estis lux mundi, ma ad un altro modo più misterioso, e per sola partecipazione, non per proprietà nè per natura.

E però ho detto la Salve Regina come la sta, e l'ho fatta dir e cantare in tutte le mie chiese secondo il consueto, e quando mi son trovato presente sono sempre stato inginocchiato mentre si cantava: e questo l'ho fatto in Germania quando mi è occorso trovarmi presente, e la cosa sta così in fatto, sebben forse quelle mie parole possono aver messo dubbio di me nell'animo d'alcuno, come fece ancora nell'animo di don Lorenzo Davitico, al qual ragionando dissi puramente: A me piace s'abbia ricorso ai Santi, ma sento non so che maggior contento quando ricorro a Cristo, e a lui effondo il cuor mio. Esso mi respinse questo; dopo venne un giorno a chiedermi perdono inginocchiato, che non poteva dir messa se non gli perdonavo, come feci, perchè mi aveva calunniato contro la verità, stimolato dal disonore che gli era stato fatto da me e da miei ministri, che fu pei suoi mali portamenti, de' quali consta in processo. Ma perchè ho in devozione particolare la Madonna, andai una volta a Santa Maria di Loreto, e vi portai un voto d'argento, fatto per l'infermità d'un mio fratello: e dopo in verità io ho fatto voto d'andarvi molti anni fa, e anche a Santa Maria della Quercia, a celebrare in ambedue i luoghi, e non ho mai voluto far commutare il voto, perchè, piacendo a Dio, voglio adempirlo, e così la prego di cuore voglia intercedere per me appresso il Figliuol suo acciocchè sia libero presto da questo travaglio, se così è la volontà di Dio ed il bene dell'anima mia.

Ho ancora ragionato della concezione della Vergine, e ho tenuto l'opinione dei frati di san Domenico, e spesse volte ho detto che l'affezione umana vuol dar degli onori alla Madonna, ch'essa non vorrebbe per l'onore del Figliuol suo, ch'è stato ancora creator suo, com'è questo della concezione: il che può aver partorito qualche scandalo presso qualcuno; perchè tenevano il contrario, avendo forse creduto ch'io sia manco devoto che non sono d'essa Vergine.

Mi sono ancora ricordato d'aver detto che mi pareva che l'epistola e l'evangelo che si leggono nella festa dell'Assunzione non fossero al proposito, perchè una era della divina Sapienza, l'altro era della Maddalena: ma monsignor sacrista mi disse un giorno che si potevano applicar bene etiam a questa festa, et tunc rimasi contento.

Posso aver detto qualc'altra cosa, come si dice, inter pocula et ratione disputandi et colloquendi, delle quali non ho memoria alcuna, ma quando avessi, voglio averla per non detta, perchè sarà stata senza mala radice: ma o per l'ignoranza, o per far dire altri, o per contenzioni dopo desinare e intertenimento come si suole fare, e in multiloquio non deest peccatum.

Potria anco aver dato sospetto di me la conversazione con alcuni, i quali dopo si sono scoperti di mala mente nella religione; ma sebben son stato in ciò inconsiderato, tutti quelli però con cui ho praticato mai hanno tocco con me alcun articolo di fede nè di Santi Sacramenti, nè cosa essenziale che mi ricordi, altro che quella della giustificazione, come ho detto di sopra. E perchè mi credo che nè anco in questo di che ho detto nè loro nè io eravamo d'accordo, perchè, se alcuni di loro hanno veduto che non bisognino nè opere nè sacramenti alla salute nostra, hanno creduto tutto il contrario di quel che ho creduto e credo io. Ed alcune volte quando udiva dire come di un ms. Apollonio cappellano del reverendissimo Polo, che fu prigione nell'Inquisizione, che negavano li Sacramenti, mi stupiva, e spesse volte diceva, La sua giustificazione e la mia non è medesima, perchè hanno diverse conseguenze: essi negavano li Sacramenti e le opere: io non potrei vivere senza l'uno e l'altro, se ben sono peccatore. E quando m'avvidi che la cosa andava a questo modo, cominciai a troncar le pratiche e da molti anni in qua non voleva più simili persone per casa, se non sforzato come persona pubblica a dar udienza comune a tutti.

Ritenni solo in casa un ms. Marcantonio Villamarina, gentiluomo napoletano, perchè a mia persuasione aveva abjurato in mano del reverendissimo Carpi, e mi vergognava mandarlo via essendosi partito dal male e venuto al bene, quantunque desiderava assai ne andasse di sua posta.

Del mastro di casa don Domenico Morando non credeva male alcuno; anzi essendo stato qualche anno mio agente a Novara, e scrivendogli spesso che facesse avvertire alle eresie, sempre mi rispondeva che si faceva il debito, perchè vi era un inquisitore di san Domenico, ch'io manteneva a mie spese, come è notorio: ma perchè esso don Domenico è nelle mani dell'Inquisizione, potrà far fede del vero se vorrà, e dar conto come dal canto mio è stato governato quel vescovado di Novara dopo ch'è in man mia, benchè si potrà intendere ancora per altra via.

Ma perchè si veda ancor meglio qual sia stato l'animo mio per l'estirpazione delle eresie ch'erano in Modena, alla qual cosa io non avea possuto attendere per non essere dotto e per non aver potuto fare la residenza, e perchè tra il duca di Ferrara e me, mentre ero Legato in Bologna, erano state molte controversie d'importanza per causa de' confini ed altro, nelle quali si erano ammazzati notari pubblici e soldati ed altri com'è notorio, ed io non poteva mai sperare aver braccio secolare favorevole, resignai il vescovado in mani di papa Giulio III in favor del maestro di Sacro Palazzo, il quale essendo dell'Ordine di san Domenico, dotto in teologia, potesse con assiduità e destrezza e col divino ajuto ridur quelle anime smarrite, come intendo che s'è affaticato a farlo: il che feci tanto più volentieri, quanto che conosceva ch'io ero stato negligente a farlo, se ben aveva l'intendimento. Ed esso vescovo sa quanto di ciò lo pregai e caricai, dandogli ancora ricordo che bisognava che sua signoria con la buona dottrina e con l'assiduità e pazienza e con ogni amorevolezza e carità cercasse ridur quelli cervelli gagliardi, perchè erano molto ostinati, e si persuadevano sapere molto, ed erano stipati di molta parentela ed amicizie e favori nella Corte del duca di Ferrara; e nominai quelli di ch'io sospettava, ch'erano quelli dell'Accademia. Ed oltre quelli gli nominai il proposto Bonifacio Valentino, del quale non voglio parlare, perchè esso in ogni tempo ha sempre fatto professione di volermi male e farmi dispiacere.

Mandai una volta in Modena un predicatore chiamato Pergola, di san Francesco, che aveva predicato qui l'anno avanti in San Lorenzo in Damaso con buon nome, e l'ebbi per mezzo del reverendissimo Carpi lor protettore. E quando fu verso Pasqua, mi fu scritto dal vicario che questo Padre era molto sospetto, avendo detto delle cose assai che non stavano bene. Io ebbi mezzo di farlo venire a Bologna, e messolo in mano di un frate Lodovico Beccatello, allora inquisitore a Bologna, furono pigliati tutti i capi ch'esso aveva predicato, e fatto lo esame e la dichiarazione, d'accordo con esso inquisitore lo rimandai a Modena, e volsi che in due o tre prediche si dichiarasse e ritrattasse di punto per punto, come aveva ordinato l'inquisitore, e feci che il notaro stesse presente alla ritrattazione, e ne fu rogato. Questo Padre fu poi castigato dalli suoi, ch'altro non ho saputo. Credo che questi atti siano tra le mie carte: almeno erano altre volte.

Ritornerò ancora alla conversazione de' sospetti. Ebbi amicizia col vescovo di Bergamo Soranzo, la qual amicizia fu fino da Padova nel 1514[172] quando andai per studiare, e lo sa il reverendissimo di Carpi, il quale esso ancora in quel tempo era a studio. Dopo la rinnovai qui, ch'esso era camerario del papa: poi fu fatto vescovo. Mi meravigliai assai che faceva molto del riformato, e sempre parlava di Gesù Cristo: all'ultimo si cominciò a scoprire ch'egli era luterano, e fu chiamato a Roma e posto in Castello. Venne una volta a visitar me, e voleva che fosse lecito alli preti pigliar moglie, e diceva che il cardinale Sfondrato n'avea tollerato uno. Io gli contraddicevo, e non poteva patirlo: ma dopo, per quanto intendo, si ritrattò di questo e di altri articoli e fu liberato, nè io ho avuto più commercio con lui.

Ho ancora avuto amicizia della marchesa di Pescara, la quale a Napoli, quando fui eletto vescovo di Modena, mi donò due rochetti e un breviario, e fu nel 1529. Suo marito il marchese era stato la rovina di mio padre a Milano[173]: nondimeno andavo a visitarla qualche volta nella chiesa di Sant'Anna: da' suoi ragionamenti conosceva ch'ella avea avuto amicizia con frà Bernardino da Siena, e dubito ch'avesse anco avute delle sue opinioni: meco però non si scopriva, e la maggior parte delli suoi ragionamenti erano di cose di Stato, delle quali faceva professione grande, o del reverendissimo Polo, dal quale mi disse una volta ch'aveva ricevuto la salute sua, perchè l'avea fermata e ritirata di molte vane fantasie. Lei praticava qualche volta il reverendissimo Sadoleto e Bembo ancora, ma l'animo suo era tutto nel reverendissimo Polo, come mostrò lasciandogli una parte del suo per testamento.

Ho avuto amicizia con l'arcivescovo d'Otranto, il quale fu sospetto, e perchè l'istoria sua è nota, non m'affatico a scriverla. Ma dirò ben questo con verità, ch'io più volte cercai di rimuovere don Giovanni de Manriquez da quella istanza ch'egli faceva che fosse fatto cardinale dopo che fu purgato, e anco domandato io da papa Giulio in coscienza mia quel che avrei detto nel voto mio se l'avesse voluto far cardinale, gli risposi: «Padre santo, io ho esortato più volte davvero l'arcivescovo, se aveva avuto qualche mala opinione, volesse pentirsene, e dirlo a vostra santità: esso a me sempre ha negato non aver avuto mala opinione: nondimeno alcuni di questi signori reverendissimi dell'Inquisizione mi hanno detto ch'hanno di malissime cose contro di lui, vostra santità le debbe saper tutte: se le son vere, ella se ne chiarisca, e dica liberamente a don Giovanni che non lo vuol fare, e non lo faccia; se ancora non son vere, quantunque io potessi desiderare che vostra santità compiacesse al signor don Giovanni che se ne piglia per punto d'onore, e per affronto, e ne tiene inimicizia col cardinale di Carpi, nondimeno io non darò mai altro voto in favor suo, se non che me ne rimetterò alla coscienza di vostra santità ch'è papa».

D'esso arcivescovo non so altro se non quel che si diceva pubblicamente esser articolato contro di lui, ed egli mi ragionava come ho detto sopra, ed io l'esortai più volte a scoprire a nostra santità ingenuamente se aveva qualche opinione mala, ed esso mi rispondeva come ho già detto. Di che lascio che la verità stia al suo luogo. So ben che egli avea letti libri luterani, ma mi disse avea licenza, ed anco avea letto, per quanto intesi, gli scritti del Valdesio, ed era stato molto suo amico.

Queste son le cose ch'io sin qui, pensando e ripensando tanto che, con l'afflizione nella quale mi ritrovo, ho quasi perso in tutto il sonno, ho potuto ricordarmi d'aver fatte o dette, che m'abbino ridotto in queste calamità. Ma perchè nel principio ho detto ch'io son figliuol di questa romana Chiesa e servo di nostro signore, replico di nuovo che voglio perseverare col divino ajuto in questo, e perciò sottometto me ed ogni azione mia ed opinione al retto e santo giudizio di sua santità, offerendomi paratissimo ad ogni obbedienza ch'a sua santità piacerà: e se più mi ricorderò o mi sarà ricordato, lo dirò sinceramente, perchè queste sono cose vecchie di molti anni, dalle quali ove sono sospette io spontaneamente mi era partito. Supplico bene umilmente sua santità voglia usare animo paterno verso di me, e benigna misericordia in tutto ch'ella giudicherà ch'io n'abbia bisogno, e conformandosi a Quel del quale sua santità è vicario, il quale è insieme giudice e avvocato de' peccatori, voglia anche esser mio piuttosto avvocato appresso se stessa, che giudice, e pigliar il patrocinio mio paternamente, e cavarmi di tanta afflizione e miseria, nella qual mi ritrovo.

In Castello, ai 18 di giugno 1557.

Io Giovanni cardinal Morone ho scritto e sottoscritto di mano propria.

Eppure a lungo durò ancora in carcere. Perocchè, sebbene Paolo IV offrisse liberarlo «per benignità d'animo, e quand'anche gli trovasse alcuno degli errori che oggidì possono dirsi comuni», il Morone volle che della sua innocenza constasse, e rimase in Castello quanto visse quel papa. Alla costui morte nel 1559 ottenne d'intervenire al conclave, e vi fu dichiarato innocente, annullando il processo e assolvendo anche il Sanfelice: sentenza confermata con questa di Pio IV, che fu letta dal secretario Gallio:

In nomine sanctæ et individuæ Trinitatis Patris et Filii et Spiritus Sancti. Pius Papa IIII. Inter cæteras pastoralis curæ sollicitudines nobis jugiter imminentes, illa est præcipua, ut ad Dei gloriam et augmentum ejus fidei negocium Sanctæ Inquisitionis cum omni ea (ut decet), justitia et puritate peragatur, ut scilicet contra tanti criminis reos id agatur, quod contagiosa ipsius enormitas agendum requirit, et e contra, is discretionis ordo in procedendo servetur, ne bonorum innocentia insidiis pateat malignantium, et sub pietatis specie graventur innoxii, et ne quod per circumspectam sedis apostolicæ vigilantiam ad exterminationem hæreticæ pravitatis salubriter est provisum, per malitiosam calumniantium iniquitatem cedat infidelium detrimentum, et scandalum universum. Sane dudum tempore pontificatus Pauli papæ IIII, prædecessoris nostri sanctæ memoriæ, causa licet nulliter et injuste mota inter procuratorem nostrum, tunc suum fiscalem, et officium sanctæ Inquisitionis actores ex una, et dilectum filium nostrum Joannem, tituli Sanctæ Mariæ Trans Tyberim, ejusdem Sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbiterum, cardinalem Moronum vulgariter nuncupalum parte ex altera, de et super eo, quod prætendebatur eundem Joannem cardinalem in non nullis articulis pro parte fisci et officii prædicti productis, male et aliter quam Sancta Romana et Catholica Ecclesia teneat, sensisse, rebusque aliis latius in actis causæ et causarum hujusmodi deductis; Nos, post nostram ad summi pontificatus apicem divina favente clementia assumptionem, causa præfata adhuc indecisa pendente reassumpta, eam dilectis filiis Jacobo, tituli Sanctæ Mariæ in via de Puteo, vulgariter nuncupato I. V. D. et Michaeli, tituli Sanctæ Mariæ supra Minervam Alexandrino summo inquisitori, sacræ theologiæ magistro, sanctæ Romanæ Ecclesiæ presbyteris cardinalibus ambobus in officio sanctæ Inquisitionis, et a prædecessore nostro inter alios judicibus, et in hac causa a nobis specialiter deputatis, quoad ejus merita cognoscendam, et nobis referendam commisimus. Qui quidem, visis et mature discussis omnibus pro parte fisci seu officii præfati, deductis et ex adverso exceptionibus quoque et juribus pro parte Joannis cardinalis productis et probatis, nobis statum totius causæ retulerunt, conformem innocentiæ præfati Joannis cardinalis.

Nos igitur, hac causa inter procuratorem seu officium prædictos ex una, et dilectum filium Joannem præfatum parte ex altera, coram nobis et de mandato nostro coram præfatis cardinalibus sic pendente, habita prius relatione præfata, et de meritis totius causæ etiam alias ad plenum informati, Domini Nostri Jesu Christi nomine invocato, per hanc nostram deffinitivam sententiam, quam in supremo justitiæ throno pro tribunali sedentes, et solum Deum præ oculis habentes, de illorum et aliorum sacræ paginæ, et jurisperitorum consilio ferimus in his scriptis pronunciamus, sententiamus, et diffinimus, capturam et carcerationem dicti Joannis, alias tempore pontificatus Pauli prædicti, et forsan de ejus mandato, nullis pœnitus ad id legitimis indiciis præcedentibus factam. Necnon Inquisitionem contra eum formatam, et totum processum contra ipsum Joannem cardinalem factum, præsertim ex defectu formæ in capitulis conclavis ejusdem Pauli contra hujusmodi cardinalem necessariæ, non servatæ, nulliter et de facto, ac inique et injuste processisse, prout etiam sicut de facto processerunt, annullamus et irritamus, nulliusque momenti fuisse decernimus. Et nihilominus dicimus et, judicamus etiam ex tali processu ipsum Joannem cardinalem nequaquam fuisse aut esse de hæresi, aut quibus suis delictis et criminibus hæresim et hæreticam pravitatem seu ejus suspitionem quomodolibet concernentibus culpabilem, couvictum, aut confessum, aut deprehensum, aut aliquo modo suspectum, aut etiam legitime diffamatum, sed in omnibus iis, quæ contra eum pro parte fisci et officij præfati (ut præfertur) prætendebantur, innocentissimum, et nedum culpa, sed omni prorsus suspitione carentem.

Quinimo ex deductis pro parte ipsius Joannis cardinalis constare dicimus et judicamus, ipsum tam in illis articulis, quam in omnibus aliis sanctam Christi fidem, et christianam religionem concernentibus, bene, sancte, catholice, ac secundum sanctæ romanæ Ecclesiæ et sanctorum Patrum traditiones omni tempore sensisse et tenuisse, et ita non solum verbis, sed etiam operibus ubique semper testatum esse, et pro tali ab omnibus probis et catholicis viris semper habitum, et reputatum fuisse ubique locorum.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us