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XXVI. Leggi Statarie…

Part 6 of 9 · Guerrazzi, Francesco Domenico · Public domain text

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Contents (32)
  1. Opening about 8 min
  2. I about 2 min
  3. II about 3 min
  4. III about 10 min
  5. IV about 4 min
  6. V about 4 min
  7. VI. Agitazione in Toscana about 9 min
  8. VII about 41 min
  9. VIII about 28 min
  10. IX about 51 min
  11. X. Costituente about 43 min
  12. XI about 3 min
  13. XII about 20 min
  14. XIII about 19 min
  15. XIV. Concetto dei Repubblicani about 3 min
  16. XV about 4 min
  17. XVI. Giorno 8 Febbraio 1849 about 29 min
  18. XVII about 12 min
  19. XVIII about 6 min
  20. XIX about 16 min
  21. XX. Forza about 4 min
  22. XXI about 10 min
  23. XXII. Atti Speciali about 49 min
  24. XXIII. Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca about 15 min
  25. XXIV. Spedizione di Portoferraio, e di Santo Stefano about 2 h 5 min
  26. XXV. Spedizione di Lucca about 2 h 11 min
  27. XXVI. Leggi Statarie about 27 min
  28. XXVII about 51 min
  29. XXVIII about 2 h 6 min
  30. XXIX about 30 min
  31. XXX about 1 h 38 min
  32. XXXI about 5 h 38 min

Continue:

XXVI. Leggi Statarie

Il Decreto del 10 giugno 1850 espone, che la Legge Stataria del 22 febbraio 1849 ben fu firmata dai signori Mazzoni, Romanelli e Mordini, — e dal Guerrazzi, il 2 marzo, abrogata, — ma in conseguenza della protesta del Municipio fiorentino contro questo eccezionale e riprovato sistema di Procedura. Gli altri Documenti dell'Accusa quasi litteralmente concordano.

Certo io non nego, anzi con grato animo ricordo avere io conferito sovente, intorno alle condizioni della Patria, col signore Ubaldino Peruzzi, il quale, cedendo alle mie istanze e a quelle di persone a lui amiche, accettò la carica di Gonfaloniere di Firenze che, me proponente, S. A. gli commise. Lo reputai allora uomo probo e di ottima mente, e non ho motivo per ricredermi adesso della concepita opinione. Veramente i suoi consigli, come meritavano, accettavo; i soccorsi suoi e del Municipio, che gli aveva promessi leali, mi davano animo a durare nella opera perigliosa di tenere ordinato il Paese;[496] ma della Protesta del Municipio non seppi niente, come quella che fu presentata nel 24 febbraio, quando stavo lontano da Firenze, dove tornai il giorno 26 del medesimo mese.[497] Dai Documenti dell'Accusa si ricavano due cose: che la Deliberazione Municipale intorno alla Legge Stataria non era pubblicata in virtù di altra Deliberazione Municipale; e che quantunque simile sospensione si decretasse per la promessa ottenuta dal Governo di revocarla il giorno dopo, pure nè il Governo credè conveniente revocare la Legge, nè il Municipio pubblicare la Protesta.[498] Dunque non è vero, che indotto io dalle Municipali Proteste la Legge Stataria abolissi.

È vero soltanto, come nel primo marzo, il Cavaliere Ubaldino favellando meco intorno alle ragioni della Legge del 22 febbraio, io venni di mano in mano esponendogli i motivi pei quali non l'aveva per anche abrogata: — siffatte Leggi, di leggieri io consentiva, avere a durare poco, e piuttosto per incutere terrore, che per mandarle ad effetto; ed oggimai per me la Legge del 22 il suo effetto avere partorito in Firenze. Allora egli mi diè contezza delle Deliberazioni Municipali, e sempre persistendo nella censura della Legge, e raccomandandone la revoca, si persuase dei pericoli imminenti dai quali doveva difendere il Governo Provvisorio lo Stato, sicchè promise fare opera che il Municipio aggiornasse la pubblicazione delle sue rimostranze.

Però, nonostante che le promesse il Cavaliere Ubaldino adempisse (Ubaldino Peruzzi, Gonfaloniere di Firenze, sapeva allora, e non dubito che saprebbe anche adesso mantenere le sue promesse, perchè onorato) intorno allo aggiornamento,[499] — convocati i Colleghi dimostrava loro, che io di cotesta Legge non sapeva che farmi; e siccome taluno sembrava tentennare, io gli domandai: «Se avrebbe sostenuto, egli Toscano, che soldatesche palle rompessero il petto ad uomini toscani?» Alla quale interrogazione avendo con subita vivezza ed atto di orrore risposto di no, allora io soggiunsi: «Dunque in nome di Dio togliamola via.» E il 2 marzo l'abrogai, malgrado che nel giorno stesso mi pervenisse la lettera del signor Gonfaloniere Peruzzi, con la quale mi assicurava che il Municipio consentiva ad aggiornare la pubblicazione delle sue Deliberazioni. Quindi anche qui erra l'Accusa, governata dal destino nemico, che non le concede imberciarne pure una; ed è vero che io toglieva la Legge giusto in quel punto, che in certo modo il Municipio non si opponeva a farla durare.

Si ritenga pertanto, che fino al 2 marzo non solo dissuasi, ma volli che la Legge Stataria durasse; e che nel 2 marzo, nonostante che paresse a taluno aversi a mantenere, io instai ed ottenni di farla cessare. Ora dirò le ragioni per le quali non l'abrogai al mio primo giungere a Firenze.

Il Circolo di Firenze annunziava[500] avere spedito Commissarii nelle Provincie onde eccitare i Popoli ad accorrere alla Capitale, per mandare ad effetto la proclamazione della Repubblica, già decretata dal Popolo fino dal 18 febbraio, ed accettata dai Circoli e dai Municipii toscani; in altri termini, a compire una rivoluzione per rovesciare il Governo Provvisorio, e sostituirvene altro di loro fattura. Già fino dal 23 febbraio comparivano indizii di vicina tempesta, e il Nazionale gli aveva notati.[501]

Nel 27 febbraio due Compagnie, una del Battaglione Italiano, l'altra di Volontarii Lucchesi, e molta mano di Popolo, si fanno ai quartieri della Cavalleria a Pisa, e menano i soldati a percorrere le vie della città, acclamando alla Repubblica.[502] Da Lucca muoveva una Deputazione a Firenze, per costringere il Governo a proclamare la Repubblica, e unirsi a Roma, a seconda di quanto venne annunziato col N. 465 dell'Alba.[503] Notabilissimo poi è il rapporto del Consigliere di Prefettura Ciofi, il quale dimostra quali e quante sottili astuzie adoperassero gli Arrabbiati, insinuando perfino essere desiderio del Governo di parere sforzato ad abbandonare la via della legalità, e procedere con la rivoluzione; sicchè anche Siena veniva da cima in fondo rimescolata, per violentare il Governo, e dichiararsi per la Repubblica.[504] Fra i Documenti dell'Accusa

occorre lettera del Circolo popolare di Vicchio al Circolo del Popolo di Firenze, colla quale si lamenta, che il ritardo di posta abbia impedito di mandare gente al convegno in Firenze, su la Piazza del Popolo, per proclamare la Repubblica, e la Unione con Roma.[505] A Pisa, invece di scemare, il furore cresce di giorno in giorno, e si vuole ad ogni costo piantare l'Albero, e costringere l'Arcivescovo a cantare il Te Deum.[506]

Per siffatti successi in parte accaduti, e in parte facili a presagirsi, il Partito Costituzionale con ardentissimi voti mi chiamava a Firenze; e i Faziosi, che prima avevano veduto la mia partenza con sospetto, mandatemi le spie dietro, e finalmente smaniando di paura, si erano ingegnati a farmi richiamare appena mosso; ora non volevano che io ritornassi; anzi, mentre il Partito Costituzionale mi proseguiva di lode,[507] eglino decretarono, e su pei canti appiccarono i cedoloni, che il Popolo non mi venisse incontro, o mi accogliesse freddamente. Di vero, non s'ingannavano; imperciocchè, appena giunto a Firenze, chiamato dal Popolo con altissime grida a mostrarmi, uscii sul poggiuolo del Palazzo, dove arringando dissi, — che il Popolo non porgesse ascolto ai falsi amici; sarebbe stata tirannide, non libertà, imporre a forza e a tumulto alla Patria una forma di reggimento per la quale tutto il Popolo toscano aveva diritto di pronunziare il suo voto; la Legge si rispettasse, il Decreto dell'Assemblea eletta col suffragio universale si attendesse. Nè i Giornali del Partito tacquero il male concepito dispetto, chè l'Alba nel suo Nº del 27 febbraio 1849 biasimando stampava: — «ma il Popolo sa quando e perchè applaudire, e ciò ne dimostrano tanto gli evviva agli eccitamenti patriottici dello illustre Cittadino, quanto il silenzio profondo con cui venne accolta la dichiarazione di lui circa al ritardo nel proclamare la Repubblica, e nello unirsi con Roma.» — E nella guisa che riportai a pag. 192 di questa Apologia, ammonii gravemente il Prefetto di Pisa e il Governatore di Livorno, con Dispaccio telegrafico del 27 febbraio delle ore 5 pom.

E subito dopo, il Governo pubblicava in Firenze il Proclama, che nel Volume dei Documenti si legge stampato alle pagine 573 e 851:

«Toscani!

«Il Governo Provvisorio ha convocato l'Assemblea Toscana, e i Deputati alla Costituente Italiana, col voto di tutto il Popolo Toscano, affinchè decidano intorno alle sorti del nostro Paese: questo fatto, assunto di faccia a tutta la Nazione, deve essere e sarà mantenuto.

«I principii dei componenti il Governo attuale sono bastantemente noti, per non rimanere dubbii sopra il partito che essi prenderanno nell'Assemblea Toscana, e nella Costituente Italiana.

«Il Governo intende che sia interpellato il voto del Popolo, e si deliberi intorno cosa di tanto momento con maturità di consiglio e libertà di scelta.

«Chiunque presumesse trascinare violentemente la Patria, e con manifesta tirannide, fino di ora è considerato traditore della Patria, per essere giudicato a norma della Legge del 22 febbraio 1849.

«Al Governo fu commessa dal Popolo e dalla Assemblea Toscana la custodia della Libertà e la difesa dei diritti popolari; egli intende e vuole governare in benefizio della Libertà e del Popolo, e combattere la tirannide sotto qualsivoglia aspetto si presenti.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

G. MONTANELLI. F. D. GUERRAZZI. G. MAZZONI.

L'aura popolare, che mi tornava favorevole, soffocate per ora le calunnie di tradimento, mi dava animo ad avventurare siffatti linguaggio e partito, cogliendo ogni occasione perchè lo spirito pubblico, sicuro di non rimanere per prepotenza soverchiato, prendesse coraggio a manifestarsi liberamente.

A Livorno i provvedimenti praticati partorirono buono effetto, nonostante che il Circolo non avesse tralasciato di spedirvi suoi mandatarii, come si ricava dagli stessi Documenti dell'Accusa, e dai Giornali del tempo;[508] e così a Pisa,[509] e così a Lucca.[510]

E badate, che per trattenere il nuovo turbine, erano mestieri gagliardi partiti davvero, imperciocchè più accese che mai venivano da Roma le ingiunzioni e le istanze, che la Repubblica di assalto si conquistasse; e il Farini, che talora (ma rado, una volta su mille a farla grassa) imbrocca nel segno, penso che a ragione dica, come Giuseppe Mazzini desse a Roma sollecita opera per costringere la Toscana a quella unificazione, a cui è vero che ella non si voleva piegare, ma a cui, parimente è vero, si sarebbe lasciata piegare per oscitanza, se altri non le infondeva sentimenti di dignità, per disporre almeno co' voti e liberamente dei proprii destini.[511]

Se a inestimabile furore si accendessero le menti degli Arrabbiati, lascio pensare a chi legge: si assembrarono, urlarono, minacciarono, protestarono. Quanto fu stampato in proposito riuscirebbe a riportarsi fastidioso; basti saperne questo, che il Circolo di Firenze nel 27 febbraio, in solenne adunanza, decretò la seguente protesta, la quale dai Giornali del tempo venne riportata, e con quali chiose Dio ve lo dica per me:

«PROTESTA.

«Il Circolo del Popolo di Firenze

«Abbenchè persuaso di esser forte, per la opinione generale del Paese che si è ormai pronunziata, colla adesione di tutti i Circoli e di gran parte dei Municipii, per la immediata Unione con Roma, e la proclamazione della Repubblica; sicuro perciò che starebbe pienissimamente in esso il mandare ad effetto con ogni successo la propria deliberazione; — tuttavolta mosso da maggiore carità di patria, senza cambiare le proprie convinzioni, e pronto a far render conto al Governo, davanti alle Assemblee, del proprio operato, dichiara di astenersi dalla dimostrazione annunziata pel 1º marzo, e ciò per remuovere anco il più lontano probabile di farsi cagione di quella guerra civile, alla quale ne sfida il Governo col suo Manifesto di questo giorno: ma nello astenersene protesta solennemente contro il Manifesto istesso, inaudito nella istoria di ogni rivoluzione. Imperocchè se la Legge Stataria si è veduta applicata dai Governi assoluti contro i liberali, — giammai si vide un Governo libero e democratico applicare leggi eccezionali contro uomini dello stesso Partito, che vogliono la cosa istessa che il Governo dice volere.

«Il Circolo decreta che la presente Protesta, stata approvata per acclamazione, sia fatta immediatamente di pubblica ragione.

«Firenze, 27 febbraio 1849.»

Ora io domando ai miei Accusatori e Giudici: doveva io lasciare che questi agitatori per violenza operassero quanto stava in cima dei loro desiderii? Sì, o no? Accusatori e Giudici comparsi fin qui, su via, parlate: — avvertite però, che, rispondendo affermativamente, voi vi trovate a concordare co' più arrabbiati Faziosi, però che anch'essi acerbamente mi mordessero, appunto come fate voi, per non averli lasciati operare. E che Dio vi perdoni, Accusatori e Giudici comparsi fin qui, quale altro spettacolo avete fino ad ora apprestato alle genti, oltre quello di farvi vedere scalmanati e ciechi, affaticarvi di su e di giù a raccogliere tutte le male erbe in due campi diversi, ma del pari faziosi, nemici a morte, ma ugualmente anarchici, sia che mentiscano larva di Repubblica, o principesca? Non è fra questi poli, che deve oscillare l'anima dei Giudici, nè in altri poli qualunque; bensì stare ferma alla vibrazione delle scosse politiche le quali spesso cambiano, sempre si acquietano.

Ed ecco perchè, vedendo approssimarsi il turbine, per quattro giorni mantenni la Legge Stataria; nè vi voleva meno, imperciocchè in quei giorni la Toscana fosse minacciata da invasione estera, da guerra civile, e da reazioni interne;[512] e appena mi parve, almeno pel momento, allontanarsi, instai onde venisse revocata. Lo universale mi reputò della Legge annullatore, e questa opinione, nel modo che ho chiarito qui sopra, fu vera. Se vuolsi sapere quello che i miei stessi avversarii pensassero in cotesta occasione, può leggersi nella Nazione, Giornale piemontese al Governo toscano infestissimo: «Il Governo toscano, che aveva per ridicola inspirazione pubblicata la Legge Stataria, ora l'ha ritirata, ed io credo per volontà del Guerrazzi; il quale si sarebbe approfittato dell'assenza di M. per farlo» (e questo non era vero). « — Giacchè, dovete pur saperlo, Guerrazzi è per singolarità il più assennato, e il più moderato dei nostri padroni.» — (Alba, 14 marzo 1849. — Dalla Nazione, Nº 56, 7 marzo.)

Le mani erano di Esaù, la voce di Giacobbe; di Torino la stampa, lo scritto di Toscana; infatti apparteneva a certo Professore fior di senno della Università di Pisa, che a me non importa rammentare, e a lui io credo molto meno. Io poi ho voluto coteste parole citare, unicamente in prova della opinione universale, e parmi non demeritata, della mia temperanza. In quanto alla singolarità, che accenna lo Scrittore, dimostra una cosa sola, ed è quanto sia temerario, per non dire disonesto, giudicare un uomo, non ultimo finalmente del vostro Paese, o senza conoscerlo, o con la itterizia delle vostre passioni addosso. Poveri infermi, il giallo non istà negli obbietti che guardate, egli vi sta proprio negli occhi, — forse nel cuore; e allora la vostra malattia sarebbe senza rimedio, — la quale cosa io non vi auguro.[513]

E non per iattanza vana, ma per difesa di me troppo a torto oltraggiato, io rammenterò come a quei tempi gli uomini che le opinioni loro facevano pubbliche col Conciliatore, i gravi mali deplorando, non sapevano, non dirò quale apportare, ma neppure quale avvertire rimedio; e verso di me si volgevano confortandomi ad operare, secondo che esperienza di storie veniva suggerendomi; se non che in cotesti casi abbaruffati il senno cade vinto e il coraggio, i consigli generali non valgono; ed anche fossero comparsi speciali, a cui consiglia non duole il corpo; ed altro è dire: fa; ed altro è fare; e la favola del sonaglio, che i topi deliberarono in collegio di appiccare al gatto, ce lo insegna ab antiquo. Intanto la stupenda audacia della Fazione repubblicana persuadeva gli uomini del Conciliatore, essere qualunque partito per attraversarla intempestivo od esiziale; oggimai a reverire in pace l'altare della Libertà rassegnavansi; unicamente a mani giunte supplicavano ad inalzare a canto a quello l'altare della virtù; le quali parole, ridotte in casereccia favella, significavano, che, per quanto amore portavo a Dio, dalle passioni fanatiche prima, poi dalle violenti, e alla fine dalle cupide le persone loro, e i poderi, e le case tutelassi. Ed io di cuore mi consacrava alla impresa, e certo per volontà non mancai al debito mio; ho fatto quanto la mia natura dentro me mi concedeva, e quanto fuori la veemenza degli accidenti mi consentiva. Se voi credevate fare meglio, dovevate dirmelo allora, e venire a provare a quei tempi; ma voi invece me pregaste, in me confidaste, chè di fare voi lo esperimento mi parevate vaghi come i cani delle mazze. — Perchè dunque mi avete tradito, e poi sempre e sempre calunniato; anzi, a quanti vennero a dirmi raca traverso i fori del mio sepolcro con aperte palme applaudito? Parvi esemplare questo? Parvi virtuoso? La coscienza è il Pubblico Ministero di Dio; e le sue accuse, non contaminate da infelici passioni, suonano sempre giuste; — voi interrogatela, intanto che io riporto le vostre parole:

«..... Le passioni non hanno più freno; l'interesse è l'unico motore della più parte delle azioni, e l'uomo sale imperturbato i gradini dell'ignominia, come una volta avrebbe salito quelli della virtù.... Questi mali dei tempi nostri notiamo liberamente aiutando il ragionamento col paragone dei tempi antichi, non a sfogo d'ire private, ma sibbene a pubblico insegnamento. Quali rimedii fossero buoni a ripararvi, male sapremmo indicare, sebbene di rimedii sia urgenza, se vuolsi trarre un qualche utile frutto dai mutamenti dello Stato. Chi tiene oggi il Governo della Toscana conosce al pari di noi questi mali; e scrivendo sulle virtù degli Avi, non risparmiò il flagello di Nemesi alla codardia dei nipoti degeneri. Operi dunque come lo consigliano conoscenza di tempi ed esperienza di Storia. Noi non facciamo altro voto, se non quello di vedere inalzato l'altare della virtù accanto a quello della libertà, onde abbiano culto ambedue, quale si conviene a vergini Dee, che amano pellegrinare sorelle fra le sventure e le follie degli uomini.» — (Conciliatore, 28 febbraio 1849.)

«Il Circolo Popolare di Firenze aveva intimato il Popolo a proclamare la Repubblica oggi 1º marzo. Il Governo Provvisorio fece allora intendere al Circolo, come unicamente all'Assemblea, che tra pochi giorni sarà convocata, sia riserbato il votare liberamente una forma di stabile Governo: la Repubblica proclamata senza consiglio deliberato, non potere avere nè autorità per sè, nè reputazione all'estero.

«Il Circolo, peraltro, non si appagava di queste ragioni, e persisteva nel primo proponimento. Allora il Governo pubblicò un Proclama, nel quale applicava contro chiunque avesse turbato con violenze la quiete pubblica il rigore delle Leggi Statarie. Il Circolo protestò contro il Governo; ma in pari tempo promise astenersi da ogni manifestazione.

«Così terminò questo incidente, che poteva avere gravi e dolorose conseguenze, e la giornata di oggi sembra riuscire tranquilla.»

In questo modo il Conciliatore del 1º marzo 1849, Giornale di quella tenerezza per me che tutti conoscono, racconta il motivo pel quale di quattro giorni protrassi la durata della Legge Stataria.

Avvertite cosa, che la impronta Accusa non bada: io voglio dire come la Legge Stataria fosse spada a due tagli, e guardasse a tenere in rispetto ogni maniera di gente, qualunque partito professasse, o piuttosto fingesse, la quale con sedizioso attentato la vita e la proprietà dei cittadini, o in altro modo l'ordine pubblico sovvertisse; nè questo è già un mio ingegnoso trovato, conciossiachè ricevesse manifesto commento dal fatto, dell'averla io quattro interi giorni protratta per contenere la rivoluzione minacciata nel 1º marzo 1849.

E quando il Ministro dello Interno propose, e il Presidente del Governo accettò di richiamarla in vigore, io volli, che meno comparisse il concetto politico, e più fosse messo in rilievo il sociale; e di vero, nei Considerandi, unicamente si appella a tranquillità pubblica turbata da fatti, che formano brutto contrasto con l'ordine pubblico generalmente mantenuto in Toscana; e meglio si definisce nello Articolo IV, per moto reazionario che cosa s'intenda. Ai caratteri che deve presentare, io penso che nessun cittadino mai potrebbe astenersi da contribuire con tutte le forze a comprimerlo: «Moto reazionario,» si dice, «è quello il quale per le cause onde procede, e pel fine cui è diretto, e pel suo materiale carattere, possa ritenersi attentato contro il Governo, o contro l'ordine stabilito, o contro la pubblica tranquillità.» Nè qui rimasi, chè quantunque a me non ispettasse in cotesti giorni la Presidenza del Governo, che veniva esercitata da Giuseppe Montanelli, pure volli conoscere i nomi degli uomini deputati a comporre la Commissione preposta alla esecuzione della Legge, e non resi il foglio finchè non seppi che erano tutti probi e miti; tali insomma da corrispondere alle intenzioni del Governo.

Ai Giudici del Decreto del 10 luglio 1850 basta l'animo di affermare: «Che tutto ciò fu fatto per comprimere la reazione, la quale in sostanza altro non era, che un desiderio di restaurazione.»

Ho avuto luogo di notarlo altra volta: io pendo incerto se ingiurino più profondamente le offese o le difese dei Magistrati, i quali dettero opera fin qui a questa scandalosa procedura; fatto sta, che esorbitanti suonano coteste parole, ed io, e quanti facciano studio del Principato Costituzionale, dobbiamo considerarle non meno alla dignità della Corona, che al Paese, vituperevoli. E poichè mi accorgo che qui tra noi pochi fanno la parte loro, a me piace e giova fare la mia, protestando altamente dal profondo del carcere per la dignità della mia Patria e del Principato Costituzionale, contro tanto disonesta sentenza.

Da simili proposizioni due conseguenze sono da trarsi, ed è la prima, che male giudicherà di me chiunque ritenga l'enormezze dell'Agro Aretino atti devoti alla causa del Principato Costituzionale; la seconda, che nefando desiderio, e degno della universa riprovazione è quello, che perduti uomini, ossa di trucidati e ceneri di case arse ammucchiando, vi piantassero sopra la bandiera dello assolutismo. — Lo so, per ventura pochi, e nondimeno per onta della civiltà nostra anche troppi, vivono uomini fra noi a cui basterebbe il cuore di mostrare l'ossuario dello Agro Aretino, come la Svizzera addita adesso con orgoglio l'ossuario di Morat, e non solo lo pensano, ma in isvergognate pagine lo scrivono.... Ah! stracci la coscienza pubblica coteste pagine, testimonianza di giorni di lutto per la nostra Patria.... le arda, e le disperda, perchè davvero mai ceneri più esecrabili furono gittate in balía dei venti.

Perchè non avete raccontato i fatti che condussero il Governo a decretare la Legge Stataria per le Campagne Aretine? Eranvi ignoti forse? No, voi gli sapete. Forse ne andavano smarrite le traccie? No, si trovano negli Archivii ministeriali, e voi ad una ad una avete sfogliate le carte (che adesso presumete contendere a me), assistente uno ufficiale del Ministero. Bene io leggeva cotesti miserandi Rapporti, per cui tutto sconfortato, al tocco dopo la mezzanotte dei 24 marzo 1849, mandava per Dispaccio telegrafico al Governo di Livorno:

«La campagna di Arezzo è in preda al brigantaggio e allo assassinio. I Pulicianesi hanno dato l'assalto a Castiglion Fiorentino. Vedete s'è tempo adesso di dimostrazioni.[514]»

Quello che non avete fatto voi (e ve ne correva santissimo il dovere) farò io, o piuttosto lascerò che faccia Adriano Mari, non avvocato ma storico diligente, e rimesso così, che alla sua narrazione potremmo piuttosto aggiungere alcuni tratti più dolorosi (dalla quale parte io volentieri mi assolvo), che emendarla come esagerata:

«Riandate colla mente i fatti che precederono la emanazione di quelle Leggi. L'assalto di Prato e la morte degli aggressori sotto le mura di quella città, l'incendio delle Stazioni della strada ferrata, le aggressioni e le offese ai tranquilli cittadini sulle pubbliche vie, gl'insulti alle Guardie Nazionali, la violazione del domicilio e gli oltraggi ad onorevoli magistrati ed a pubblici officiali, erano fatti criminosi, che non uscivano dalla categoria dei veri e proprii delitti comuni. E quando nella repressione di tali eccessi avete la causa proporzionata, lo scopo certo e immediato, come andare sospettando uno scopo supposto e remoto? Come è lecito argomentare per via di congetture un'altra intenzione, e ciò per trovare rei di alto tradimento? Gl'incendii delle Stazioni, gli oltraggi alla Guardia Nazionale, le violenze, le rapine, erano forse espansioni d'affetto al Principe, e di attaccamento al Governo Costituzionale? I moti di Puliciano e Laterina non erano diretti a impedire la decretata mobilizzazione della Guardia Civica? Gli abitanti di Castiglion-Fiorentino, qualunque fosse la loro opinione politica, non presero tutti le armi a respingere l'assalto dato dagl'insorgenti? Non temevano tutti che si rinnuovassero i tristi avvenimenti del 1799, e le esorbitanze commesse al grido di — Viva Maria, — per cui nell'Agro Aretino quella sacra invocazione divenne quasi sinonimo di violenza e rapina?

«Nel vero, io domando agli onesti di qualunque Partito: — Se una turba forsennata vi avesse aggrediti nel vostro domicilio, vilipesi e malmenati, siccome accadde ad alcuni gonfalonieri non d'altro rei che di aver presso loro i ruoli della Guardia Nazionale; se vi avesse minacciato di morte non per altra cagione, che per avere in qualità di pubblici funzionarii eseguite incumbenze inerenti al vostro ufficio, siccome occorse al cancelliere Bandini, e al medico fiscale dottor Sebastiano Fabroni; se fosse rimasto ucciso o ferito un parente, un amico vostro, costretto suo malgrado a partecipare a un tumulto e a dare l'assalto a una Terra, come fecero con sacca e scuri[515] sotto le mura di Castiglion-Fiorentino; se dentro quella Terra, ingiustamente aggredita, abitato avessero le vostre famiglie; se là fossero state le cose vostre più care: avreste o no desiderato di essere soccorsi e protetti dal Governo di fatto con mezzi validi e proporzionati? E, se a tempi e cose eccezionali occorrevano eccezionali provvedimenti, avreste voi desiderato che la forza inviata al ristabilimento dell'ordine fosse abbandonata a sè stessa, o piuttosto guidata da una suprema autorità che ne vigilasse la disciplina, ne frenasse e riparasse immediatamente le intemperanze e gli arbitrii? Avreste voi desiderato, che questa autorità spettasse, anzichè ad uomo fazioso, a cittadino onesto e specchiato?... Chi è veramente imparziale, torni col pensiero a quei tempi, a quei luoghi; interroghi il suo cuore, e pronunzi.

«Laonde non può cader dubbio sulla necessità di quelle misure eccezionali. Nè i meno discreti vorranno rimproverare il Romanelli di avere opinato come il Conciliatore, che sosteneva i principii di onesta e moderata libertà; e che tuttavia col nome di Statuto continua a difendere a palmo a palmo il terreno delle istituzioni liberali.» — «[516]Qualunque possano essere (diceva in quei tempi il Conciliatore) le divergenze nelle idee e negli affetti, che sempre, ed ora più che mai, in questa disgraziata Italia sono stati occasione di discordie e di debolezze, vi sono due punti nei quali è d'uopo intenderci e convenire, cioè:

«Il bisogno di salvare la dignità del Paese da qualunque specie di prepotenza straniera;

«Il bisogno di salvare l'ordine interno dai danni dell'anarchia, qualunque sia la bandiera a cui nome si volesse provocarla.

«Predichiamo la concordia, perchè vi sono tali cose in questione, nelle quali nessuno potrebbe transigere, e per le quali è debito sacro a tutti accorrere alla difesa. Avremo sempre una parola di biasimo per chiunque si mostri indifferente ai mali della Patria; protesteremo contro ogni specie di violenza da qualunque parte e per qualunque cagione essa muova.» —

«Tuttavia supponete, che le insurrezioni di Puliciano e di Laterina tendessero a ristabilire il governo granducale. Ciò non è vero; ma supponete che dal processo apparisse. Potreste mai da questo argomentare, che fosse precisamente e univocamente contrario al ristabilimento di quel governo ciò che fu fatto per impedire e comprimere le insurrezioni tendenti a quello scopo? Il fine non giustifica tutti i mezzi; a buon fine può essere inteso un mezzo non buono; e chi si oppone al mezzo iniquo non è per questo che sia avverso al fine buono. Così l'opporsi alle parziali insurrezioni, e con esse alle violenze, alle rapine, e alla guerra civile, è referibile a ciò che il mezzo ha di cattivo in sè stesso; ed è abusiva interpretazione il supporre, che il Ministro facesse per avversione al fine ciò che era diretto a frenare un mezzo cattivo.»[517]

Eh! male accorti e sciagurati che siete, i villani con la scure e col sacco, a cui medita su le ragioni dei tempi, sono indizio pessimo di male profondo. — Quando le sole passioni di fanatismo religioso o di fanatismo politico ardono i petti mortali, copia di sangue allaga la terra; e se gl'imperversati mettono le mani nel bene degli altri, e' lo fanno meno per avvantaggiare sè, che per danneggiare altrui. Ora, difetto di provvidenze economiche, o motivo altro qualunque, che a me non giova in questo momento indagare, ha generato per le nostre campagne un nugolo di gente conosciuta col nome di pigionali, contadini senza podere, incerti del domani, assediati dalla dura necessità, corrotti dai vizii, come tutte le cose cattive fecondi, trascorridori del comunismo, a cui, più che altri non pensa e urgentissimamente, importa provvedere. Se io dica il vero, ecco, queste carceri infami, dove voi potete patire che io rimanga chiuso, ve ne fanno testimonianza; vedetele: esse traboccano di accusati, la più parte villani, e la più parte ladri. Dal 1848 già di due terzi crebbero i delitti. Il bilancio del Ministero di Giustizia e Grazia minaccia diventare il più grave di tutti, attesa la spesa delle carceri. Piena la prigione di Volterra, piena l'altra di San Gimignano; la nuova prigione aggiunta a questa mia si è empita con foga pari a quella con la quale la inclita gioventù nostra empirebbe la platea dei Teatri, quando si mostrasse in iscena o la Cerrito o la Taglioni, o quale altra femmina attaccata a paio di gambe più famose. Vedete voi: possedete abbondanza di ladri da empire le vostre carceri, senza avere bisogno di farvi morire con lenta tise i dabbene uomini; ma fate voi... poichè così vi giova... solo guardatevi da dire quello che non pensate, e soprattutto poi da stamparlo, onde la torma dei famelici non impari, che acclamando il nome di un Principe o di un Santo possa, non pure senza biasimo, ma con lode amplissima, professare religione e politica con l'accetta e col sacco!

Altri esponga le ragioni del diritto: io assentendo ad una voce che si confonde co' palpiti del mio cuore, vi dico che patria carità imponeva alla trista illuvie si ponesse o almeno si tentasse porre sollecito riparo. Nobilissime suonano in proposito le parole di Lionardo Romanelli; ed io le cito a causa di onore: «Non ha cuore di uomo il cittadino che rimane indifferente ai mali minacciati al proprio paese, e che, potendoli prevenire o mitigare, si astiene per basse paure, per umani rispetti, e per vile egoismo.»[518]

Ora poi è prezzo della opera udire le immanità del truculento Commissario. Quinci innanzi non si rammenteranno più gli annegamenti di Nantes, nè le lionesi stragi; la fama di Carrier, di Fouchè, di Lebon e di altri maladetti da Dio, si oscura: nacque in Toscana chi tutti questi leverà di nido. — Lionardo Romanelli con le istruzioni del Governo partiva; e quando gli fossero mancate, andava seco la sua anima veramente cristiana. Arrivato a Montevarchi, prima di tutto prescrive che non si facciano arresti irregolari senza gli ordini dei Pretori di San Giovanni e di Montevarchi; e poichè nonostante il suo comando, durante la notte, si sostengono alcuni, egli accorre e gli libera. Procedendo, ammonisce i soldati, che le opinioni rispettinsi, soltanto i tumulti e le violenze reprimansi; ordina sia ritenuto uno, colpevole di violenze commesse a Pergine e alla Pieve Presciana. Nel punto d'investire Puliciano, gli abitanti gli mandano deputati per pace, ed ei gli accoglie; alla erezione dell'Albero della Libertà in Puliciano contrasta; procura si catturino quattro, perchè designati come fautori della baruffa di Laterina da un ferito ch'ebbe a subire l'amputazione di un braccio.

La Commissione straordinaria ecco instituisce le sue procedure. — Per questa volta cadonmi le braccia; il barbaro ed eccezionale processo già già le sue vittime divora; voltatevi proprio ad Arezzo, per rabbrividire alla vista di strazii obliati in Toscana.

1a Procedura. — Per tumulto suscitato a Cortona, sotto pretesto di mancanza di pane, e di rincaro del sale; uno degl'imputati fu condannato a un anno di casa di forza; e un altro a sei mesi.

2a Procedura. — Per ispionaggio, e ragguagli menzogneri a carico della Colonna mobile, allo scopo di commuovere a offesa di lei gli uomini del contado; rimandato per incompetenza.

3a Procedura..... — interrotta per la mutazione del Governo.[519]

E qui finisce tutto. — Come tutto? E i multati dove sono? — Non vi sono. — E gli Aretini passati dalle soldatesche palle, dove giacciono essi? — In nessun luogo; sono tutti vivi. — Ma se i Giudici del Decreto del 10 giugno 1850 hanno scritto, e stampato, che la Legge Stataria del 23 marzo 1849 non rimase lettera morta![520] — Che volete che io vi dica? andatelo a domandare a cotesti Giudici benedetti, che cosa abbiano inteso significare: in quanto a me, me ne lavo le mani.

«Con decreto de' 7 aprile successivo, emanato dal Guerrazzi nella qualità di Capo del Potere Esecutivo, questa Legge fu estesa a tutte le Terre, Borghi e Villaggi del Granducato.» — Così prosegue l'Accusa.

E questo è falso. Io non estesi la Legge del 23 marzo a tutte le campagne del Granducato assolutamente, ma sì condizionalmente a quelle terre, borgate o campagne, dove sotto mentiti pretesti si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone. Costretto, per pubblica salute, a firmare Legge da me perpetuamente aborrita, posi diligentissima cura a ben dichiarare come io piegassi a farlo, unicamente in vista di delitti comuni:

«Il Capo del Potere Esecutivo provvisorio toscano:

«Quando il Governo ritirò la Legge del 22 febbraio p. p., sperò che la benignità sua non sarebbe scambiata con la debolezza, e fosse tornata proficua al Paese la virtù del perdono. Ora poichè, sotto mentiti pretesti, in alcune campagne e borgate si commettono attentati contro la tranquillità pubblica, e la sicurezza delle persone, il Rappresentante del Potere Esecutivo toscano, per conseguire lo intento dichiarato nella sua Notificazione del 1º aprile corrente,

«Decreta quanto appresso:

«Art. 1º La Legge Stataria del 23 marzo 1849, attivata per il Compartimento di Arezzo, e la Commissione Militare con essa istituita, saranno applicate in tutte le Terre, Borghi e Villaggi dello Stato, in cui si verificassero gli attentati disordini definiti allo Art. IV di detta Legge.

«Art. 2º. Tosto che per Rapporti o per altre notizie, pervenute al Ministero dello Interno, si abbia cognizione di qualche fatto della indole surriferita, la Terra, il Borgo, Comunello o Villaggio in cui sia accaduto, verrà subito militarmente occupato dalla Colonna mobile.

«Art. 3º Le spese della occupazione, una volta che sia stata ordinata, saranno sempre e in qualunque caso sopportate dalla Comunità, Borgo, Comunello o Villaggio, che vi avranno dato causa, salvo ad essi il diritto di rivalsa contro gli autori dei disordini, coerentemente alle disposizioni espresse nell'Art. 3º della Legge anzidetta.

«Art. 4º Il Ministro Segretario di Stato ec.

«GUERRAZZI.»

Vediamo quale fosse questa mia Notificazione del primo aprile:

«Toscani! — Finchè l'Assemblea Costituente toscana non abbia deliberato le sorti politiche del Paese, il Rappresentante del Potere Esecutivo, volendo non essere minore della fiducia in lui riposta dal Popolo, dichiara ch'egli procederà severissimo contro ogni attentato o d'individui o di partiti, diretto contro la quiete e sicurezza pubbliche, e la indipendenza che deve restare inviolata al voto dell'Assemblea.» — Vedi Monitore del 2 aprile.

Io vorrei sapere un po' che cosa provoca la rampogna dell'Accusa in questo mio Decreto. Il provvedimento in sè stesso? o il modo col quale venne adoperato? o il fine politico? o le conseguenze che ha partorito? Se non si distingue, male s'incolpa, e peggio possiamo difenderci. Chi ama pescare nel torbo, contamina le acque; io vo' che si chiariscano. Supposto che all'Accusa fastidisca il provvedimento in sè stesso, dirò, che quando la salute della Società venga minacciata da pericolo estremo, furono i partiti straordinarii adoperati sempre, ed anche lodati; a patto però che il pericolo sia vero, non mentito per arte, o sognato per paura, e le misure eccezionali durino poco, si applichino con discrezione, e soprattutto si ponga mente a questo, che invece di rimediare ai mali umori, non gl'intristiscano e rendano per ira concentrata, e per profondo odio, insanabili. Di provvisioni straordinarie, pensai che nello aprile del 1849 potesse correre da un punto all'altro necessità per cause comuni, e per cause politiche. Per cause comuni, — perchè sbigottito io considerava il corpo sociale propendere a disciogliersi con inestimabile celerità; e se mi opponessero che altri pure pervenne a tenerlo fermo senza siffatti rimedii, io prima di tutto risponderei, dubitare assai che questo siasi ottenuto in modo sicuro, perchè il proverbio insegna, che le case salde non si puntellano, e di puntelli io qui ne vedo molti, anzi troppi; e poi a reggerlo vi furono adoperate forze, le quali erano state per altro uso disposte; ancora, che fu fatto uso di forze da ogni previsione nostra lontane; e finalmente non somministrare a confortarci motivo i delitti comuni dal 1848 in poi cresciuti di due terzi, con giusto timore che qui il mal progresso non sia per fermarsi. Rispetto a cause politiche, — perchè la esperienza dimostra che da un lato i Partiti vinti, prima di morire, ordinariamente prorompono in atti disperati e feroci; i vittoriosi, per consueto, in atti superbi e bestiali. In quanto al modo col quale la Legge Stataria venne applicata, ho già chiarito come non abbia fatto piangere nessuno; onde quando ogni altra lode mi venga a mancare, io non avrò perduto la gloria, che avventurandomi nelle vicende politiche desiderai conservarmi illesa, e che a Pericle moribondo parve doversi anteporre ad ogni altra, intendo dire, di non avere messo per colpa mia in gramaglia nessuno.[521] Se poi si volesse biasimarne il fine, a meno che non si pretenda che io dovessi rimanermi come Nerone a cantare su la torre, mentre andava a fuoco e a fiamma il Paese, io non so con quanto o senno o coscienza mi vogliano riprendere; e per quello che concerne il fine politico, è di evidenza intuitiva che la Legge del 7 aprile fosse arme apparecchiata contro l'estreme violenze dei Faziosi. Invero, se l'Assemblea io sapeva che stesse per deliberare la Repubblica, quali timori erano questi miei? Non cadevano paure, imperciocchè i Faziosi ne avrebbero acceso i falò, e levate al cielo le grida. I sospetti non versavano, nè potevano versare, che su questo: o che i Deputati a dare il voto per la restaurazione si peritassero, o che per improntitudine di Partito la deliberazione dell'Assemblea si volesse a forza, come minacciavano, cancellare.

Intorno alle conseguenze rammento, che la Corte Regia di Lucca col Decreto del 4 giugno non solo si astenne da improbarle come delittuose, ma come prudenti le commendò. Nè per me volendosi, o potendosi addurre ragioni che valessero oltre quelle contenute nel Decreto allegato, torno, come ogni buon cittadino deve fare, a piangere amaramente su lo spettacolo, che nello stesso paese, — sotto le leggi medesime, — a breve distanza, — nella causa medesima, — giudicando lo adempimento della stessa misura, — ciò che per alcuni Giudici fu argomento di lode, per altri possa esserlo, non dico di biasimo, ma (ed empie di orrore!) di capitalissima accusa.

Però di queste tre Leggi, la prima non mi riguarda, e non fu mandata mai ad esecuzione; e mantenuta da me per impedire che per prepotenza di Faziosi, la forma Repubblicana, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma s'imponessero, dispersa appena cotesta bufera fu da me abrogata; la seconda, comunque da me non firmata, intesi che alla repressione di delitti comuni di pessima indole principalmente mirasse, non avvertita la maschera sotto la quale presumevano andare impuniti; la terza accenna a delitti comuni, e si propone per iscopo di assicurare la libera votazione dell'Assemblea nel vitale partito, se e come Toscana avesse ad unirsi con Roma.

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XXVII

Intorno all'Accusa della soppressione del Consiglio generale Toscano, e della mutata forma delle Elezioni.

Il Parlamento fu soppresso dal partito prevalente, col Decreto promulgato nel giorno otto febbraio sotto le Loggie dell'Orgagna alla presenza del Popolo, come nelle pagine che venni in altra parte di questo scritto dettando fu largamente provato.

Lo soppresse la stampa repubblicana furiosissima e incalzante. Torniamo a gittare uno sguardo sopra nuovi documenti di quella, e vediamo se davanti un tanto percuotere di ariete, quando anco altro non fosse stato, avrebbe potuto il Parlamento sostenersi.

«La Costituzione e lo Statuto scompaiono col Principe disertore: noi ricorderemo ai Deputati della Toscana, ch'eglino, come Consiglio deliberativo, hanno compiuto l'opera loro...... Il Senato, grottesca parodia della ciarliera Camera dei Pari di Francia, violatrice della Costituzione, di ogni mandato, di ogni sovranità; il Senato, autorità unicamente fittizia, più non esiste in Toscana; egli altro non era che una superfetazione del potere reale;[522] questo caduto, il maggiorasco dell'Aristocrazia già cadente ha perduto ogni nerbo di vita, anzi ogni vitalità costituzionale e deliberativa. Il nostro Senato, come quello di Francia, rimarrà rimembranza più o meno ridicola, più o meno riprovevole, secondo gli effetti che resulteranno dalle ultime sue sbadigliate elucubrazioni. Il Senato, figlio accarezzato dello Statuto, è sepolto con lui.» — (Alba del 9 febbraio 1849.)

«Oggi gridiamo francamente al Governo di Toscana, ai Democratici di Toscana, quello che il Popolo in questi dì domandò ai suoi reggitori, quello che scrisse su le mura di tutte le vie di Firenze: Unione con Roma! Uno Stato solo di Toscana con Roma.

«Dare indietro — sarebbe tradimento, apostasia; sarebbe un volere sepolta la fede combattuta da tanti dolori sotto le bandiere della prima vittoria.

«L'Assemblea Toscana è disciolta.» — (Alba, 11 febbraio 1849.)

Il Nazionale del 10 febbraio 1849, più mite nelle frasi ma non meno assoluto nel concetto, così si esprime riguardo alla Camera:

«I rimedii e gli ordinamenti che potevano attendersi da mature deliberazioni delle Assemblee Legislative, ora necessitano subito. Le Assemblee stesse nè giuridicamente nè decorosamente possono continuare ad esistere: quando il Governo credesse utile od opportuno di circondarsi di Assemblee deliberanti, dalla sua stessa indole sarebbe costretto a interrogare la volontà del Paese per mezzo del suffragio universale.»

E la Costituente Italiana del 9 febbraio parla così più dittatorialmente al Governo Provvisorio:

«Innanzi a tutto ei deve sgombrarsi la strada, concentrare in sè tutta la vita del Popolo, rompere nettamente in faccia agli avanzi di un'epoca che ormai è rinnegata. Il Consiglio generale dei Deputati è instituzione tale che, dopo il fatto d'oggi, non ha più corso....; è inutile ordigno che, senza aggiungere forza, vizia il carattere e lo spirito della rivoluzione.»

E non solo la stampa repubblicana, ma quella eziandio che si chiamava conservatrice, e si diceva ed era organo di frazione notabile e più moderata del Partito Costituzionale, si univa a provocare lo scioglimento del Consiglio. E questa testimonianza io consegno alla Storia, perchè, giudicando delle azioni umane, ne faccia tesoro. «Oggi peraltro che un Governo Provvisorio è instituito, mal sappiamo intendere che resti a farsi dai Rappresentanti. Senza parlare delle cessate ragioni del loro mandato, giacchè in tempi di crisi politiche necessariamente rovina ogni giuridico fondamento al Potere, inutile affatto ci sembra oggi ogni loro azione. Però il Governo disciolga la Camera, e col principio accettato del suffragio universale faccia nuovo appello al Paese, o i Deputati provvederanno al loro decoro con una volontaria dimissione.» — (Conciliatore del 9 febbraio 1849.) — Nè già una volta sola, ma subito il giorno dopo magistralmente, secondo il consueto: «a questo pensi il Governo sorto dalla necessità del momento, onde non compromettere (sic) inutilmente la tranquillità del Paese, che nuovamente consultato col suffragio universale ha un modo legittimo di manifestare la sua volontà su la normale costituzione dello Stato.» — (Conciliatore del 12 febbraio 1849.)

Pertanto, senza discrepanza, universale urgeva allora la opinione pubblica per lo scioglimento del Consiglio.

Forse taluno opporrà: — E che ti faceva quello che quivi si bisbigliava? Dovevi lasciar dire le genti, e stare fermo come torre. La stampa è stampa, nè ha virtù di prendere pel collo un Ministro. — Anche in tempi ordinarii, la stampa è forza tale a cui sembra piuttosto l'opporci efficace di quello che sia.

Vostro saver non ha contrasto a lei; Ella provvede, giudica e persegue Suo regno.

Ed io allego la stampa come organo di Partito trionfante; sicchè vedete che poco riparo le poteva fare la gente. Gli uomini politici vengono mossi non solo dalla pressione presente, bensì ancora dal presagio degli umori che i partiti presi siano capaci a generare. I signori Fitz James, Dreux Brezé, De la Tour du Pin, Montauban, e Mortemart, svisceratissimi del ramo maggiore di Casa Borbona, si accostarono al trono di Luigi Filippo dichiarando solennemente nello agosto del 1830, questo avere operato non già per diffalta di fede, a cui gentil sangue di Francia non faceva mai mancamento, bensì per salvare la Patria dall'anarchia apparecchiata a divorare, e da tale pensiero essersi trovati costretti con irresistibile violenza.

Il Parlamento, siccome il Conciliatore accenna, cessava per necessità delle vicende accadute, perocchè mancassero la ragione del mandato, e il modo di esercitarlo: la ragione, non potendo estendersi, secondo la indole di qualsivoglia altro mandato, a cose nè espressamente nè virtualmente contemplate; il modo, essendo venuta meno la facoltà di operare co' Poteri indicati nello Statuto. Nella guisa stessa che cadeva il Ministero per l'assenza della Corona, cadeva il Parlamento, e con loro tutta la macchina governativa. Il Parlamento, giusta le regole di Diritto Costituzionale, a cagione di questo successo non aveva neanche bisogno di pronunzia per disciogliersi; era cessato ipso jure et facto; e, dirittamente avverte l'organo che si vantava del Partito moderato, il Conciliatore, non si sapeva comprendere nè in virtù di quale fondamento giuridico, nè a qual fine continuasse a sedere.

Il Parlamento ancora si disfece da sè stesso quando nella seduta dell'otto febbraio, secondo che a suo luogo ho fatto conoscere, taluno dei suoi membri dichiarò, che, eletto il Governo Provvisorio, intendeva cessati i suoi poteri; tale altro sostenne mancare perfino di facoltà per eleggerlo; parecchi finalmente si astennero da votare, o votarono come semplici cittadini. Come dunque mantenere in vita un corpo che da sè stesso esibiva la sua fede di morte?

Il Parlamento disfece sè stesso quando molti Deputati si assentarono, dimostrando col fatto che non volevano prendere parte alle deliberazioni.

Con quale senno o consiglio l'Accusa rimprovera avere sciolto il Parlamento, quando lo ritiene esposto a violenze estreme?

Un poco di buona fede anche per me: i Romani privavano dell'acqua e del fuoco i proscritti, ma non ho mai inteso dire che i Romani, o Popolo altro qualunque, privassero alcuno della buona fede; dunque se l'Accusa non mi vuole privare della buona fede, e va persuasa di quanto scrive, o come può ella credere che il Parlamento avrebbe voluto o potuto adunarsi dopo la giornata dell'8 febbraio?

No; il Parlamento, per le regole costituzionali, a cagione dell'assenza della Corona, era cessato; egli non poteva esercitare altramente il suo ufficio, privo di mandato per istarsi al fianco di Governo impreveduto: e questo in diritto; — in fatto, non voleva più adunarsi quando parte dei suoi membri disertava le sedute; non poteva più adunarsi, quando dal suo seno sorgevano voci ad ammonirlo della sua incapacità a perdurare; quando il Popolo lo aveva soppresso, e incalzava per la Unione con Roma; quando la opinione universale gli urlava negli orecchi ch'era morto, e che dirittamente pensò quando, con le sue proprie gambe, andò a farsi sotterrare.

Cause irresistibili erano queste per confermare il Decreto di scioglimento, il quale non ebbe altra virtù che constatare un fatto oggi mai compíto dalla mancanza di uno dei tre Poteri costituzionali, e per la volontà del Partito trionfante.

Inoltre, l'uomo di Stato che o per volontà propria, o per prepotenza di casi, si pone a capo di un moto rivoluzionario per contenerlo e dirigerlo, non può mica fare come Diogene, il quale pretendeva entrare in teatro quando gli altri tutti ne uscivano. Senno e potenza consistono nello allentare il moto deviandolo a poco a poco: ora, senza il Decreto che il Parlamento scioglieva e chiamava il Paese a deliberare intorno alle sue sorti, non si sarebbe potuto in verun modo resistere alla veemenza del Popolo, il quale instava per la Unione con Roma, e per la decadenza del Principe.

E quello che merita considerazione maggiore si è, che senza questa provvidenza non si potevano, a mio parere, aprire le porte del ritorno al Granduca. Ragioniamo, e vediamo se il mio concetto è giusto.

Poichè la Corona, abbandonando il Governo, aveva lasciato il Paese senza autorità, e il Partito Repubblicano, valendosi della occasione, aveva preso il disopra; tre soli modi occorrevano a ristabilire il Governo Costituzionale. Questi modi erano: 1º Armi straniere; 2º Accidente interno; 3º Consenso universale.

Che si avesse ricorso ad armi straniere, non era pensiero che potesse cadermi nella mente; e neppure, io m'induco a credere, in quella dell'Accusa: e dov'ella, ai giorni che corrono, il contrario mi dicesse e giurasse, io la terrei spergiura. Infatti, due volte abbiamo veduto ai tempi nostri il mondo armato ricondurre i Borboni in Francia, e il mondo armato non bastò due volte a dare loro stabile fondamento, però che il Popolo mantenne sempre vivo quel dolore nell'anima di sopportare il regno come un giogo di umiliazione impostogli nel giorno della sventura dalla superbia straniera; per la quale cosa, il tempo, invece di lenirlo, lo inciprignì per modo che poi ne uscirono quegli effetti, che, pessimi pel Principato, neppure pei Popoli si possono dire lieti. Nè questo esempio è singolare nella Storia. In Inghilterra il voto del libero Parlamento aperse durevoli e prosperose a Carlo II Stuardo le porte del ritorno al soglio paterno; mentre Giacomo II, suo fratello, sovvenuto dalle armi di Francia, non ricuperò il trono, e perdè irrevocabilmente lo amore degl'Inglesi.[523] Quando le armi straniere muovono ad aiutarti, di rado avviene che nol facciano per solo comodo proprio; quando anche vi si conducano un poco per benefizio tuo, nonostante il comodo loro sarà sempre troppo la maggior parte: per la quale cosa esse ti tengono subietto, e ti tolgono la riputazione di poterti reggere da te; onde per necessità ti poni in perpetua tutela altrui. Da un lato acquisti fama e atteggiamento di debole, dall'altro perdi la confidenza, perchè tu stesso mostri non ti volere o non ti potere fidare; ed è il primo dannoso, il secondo senza rimedio. Ad ogni modo, senza che io vi spenda intorno altre parole, la chiamata delle armi straniere dagli uomini politici è reputata infelice consiglio negli Stati grandi, pessimo nei piccoli. Solo può giustificarla la disperazione di ogni altro partito; ma a questo estremo non eravamo noi, e sarà dimostrato in appresso. E poi, mi rimane in cuore una speranza che consigli spontanei non abbiano fatto repudiare la sapienza comune e le tradizioni avite; nè a farmela deporre mi costringe la opposta apparenza, imperciocchè io conosca a prova quanto empia sia la virtù della necessità politica, e solo menti affatto plebee possono giudicarla arte fraudolenta di privato interesse.

E chi nel febbraio del 1849 avremmo potuto chiamare? Per avventura gli Austriaci? Ma nè sì sollecite nè così infelici potevano presagirsi le sorti della guerra italiana; e in ogni caso, io non poteva prevedere davvero che s'invocassero per ausiliarii quelli che, salendo al Potere, trovavo, da tre Ministeri precedenti al mio, dichiarati nemici. Tradizionale correva per Toscana tutta la fama che uomini svisceratissimi della Monarchia e di senno antico, miei predecessori nel Ministero, avevano sempre avversato la introduzione di armi straniere in Patria, e di taluno si diceva eziandio che, piuttosto di consentirla, avesse scelto rassegnare la carica. Avremmo chiamato i Piemontesi? Rammentisi senza amarezza, e non per incolpare cotesti Popoli, speranza e decoro del nostro Paese, ma sì taluno di coloro che in quel tempo gli resse, come meschine cupidità, in mal punto messe in campo, facessero diffidare dei loro aiuti. Vorrei anche credere di leggieri quello che ci assicurava il Ministro piemontese, intendo dire, le molestie tutte non dipartirsi già dal Governo, ma sì dalla trista genìa degli uomini zelanti che dimorava a Sarzana, se l'azione diretta del Governo nel negozio dell'Avenza non mi costringesse a dubitarne. — Comunque sia, Piemontesi o non Piemontesi, entrando su le nostre terre in sembianza ostile, diventavano stranieri; e questo non sarebbe stato bene per noi, nè per loro. Dunque, alle armi non domestiche, molto meno alle straniere, non dovevo immaginare che si volesse nè che fosse bisogno ricorrere. E qui mi si conceda che a mente tranquilla torni a lamentare la subitezza di Vincenzo Gioberti, peccato ordinario delle indoli generose; però che io gli scrivessi nel 21 febbraio la Nota referita nelle precedenti pagine proprio per porgergli l'addentellato onde trovar modo a comporre prudentemente le cose italiane ogni giorno più ardue; ed è da credersi che lo avremmo trovato. Piacque ai Cieli altrimenti!

Gli accidenti interni, o rivoluzioni condotte per forza, senza sangue non si operano; male, se le forze dei Partiti si equilibrano; peggio, se no. Feroce nel primo caso la guerra civile; nel secondo ferocissima e spietata: imperciocchè allora vi si unisca la paura; e di questo fu toccato altrove.

Nel caso nostro i Faziosi nell'8 febbraio, e quelli che, senza parteciparne le opinioni, pure aderivano a loro in quel momento di ebbrezza, non parevano la minorità; ma sedato lo impeto, il Partito Costituzionale doveva riprendere il di sopra. E posto ancora che fossero i più deboli, rimane sempre vero, ch'essi, come più audaci e maneschi, dominavano lo Stato, e da un punto all'altro diventando Governo era da aspettarci che ponessero in pratica il principio di vincere ogni ostacolo con la forza, e col terrore mantenersi. Intanto la guerra civile si manifestava da ogni parte con orribili indizii. Credei, e credo davanti a Dio e davanti agli uomini, che il mio dovere m'imponesse impedire che i cittadini si sbranassero, e questo, secondo le mie forze, ho procurato fare, e fino all'ultimo ho fatto. Temperare i Partiti estremi onde non venissero al sangue, mi parve principale scopo della missione alla quale la Provvidenza mi aveva riservato. Se da un lato tentai reprimere i moti reazionarii e sovversivi la società, dall'altro prevenni persecuzioni, vendette, e gli effetti trucissimi della paura. Recuperare lo Stato col mezzo della guerra civile, torna lo stesso che incendiare la casa per rientrarvi.

Il nostro Principe si proclamava altamente nemico alla guerra civile: «Alcuni torbidi scoppiati nel seno della Toscana mi consigliarono a chiamarvi intorno a me da ogni parte dello Stato, e non già che l'animo mio soffrisse di promuovere la guerra domestica, e di porre gli uni contro gli altri coloro che tutti sono ugualmente miei figli.» — (Proclama di S. A. del 4 settembre 1849.) — E questo, come vedremo, ha poi detto sempre. La guerra civile deve detestarsi da tutti, e detestai; e così facendo, ho adempito ai miei doveri di cristiano e di cittadino, e certamente corrisposto alle intenzioni del Principe.

Ripetere qui quanto già dissi intorno alle ragioni dei tempi e agli umori dei Popoli, sarebbe certamente sazievole: solo piacemi riferire adesso due esempii, il primo antico, il secondo odierno, e ciò nello scopo che l'uno all'altro serva di confronto. Sul principiare della Rivoluzione di Francia del 1789, il Popolo concitato a sdegno contro certo Thommassin, da lui creduto incettatore, lo chiama a morte; chiuso, per salvarlo, nella prigione di Poissy, l'onda del Popolo batte fremente le porte del carcere. L'Assemblea, sollecita a riparare i mali, manda uomini apposta per tutelarlo dalla furia delle moltitudini, e il Vescovo di Chartres, anima di angiolo, con parole soavi di amore e di cristiana carità si affatica a raumiliarle, e lo facea, se una voce proterva ad un tratto non prorompeva in questo concetto: «Or vedete, Sauvage, perchè povero, lasciarono perire; questo poi, perchè ricco, vogliono salvare.» Al tristo grido il furore degli accorsi divampa, le imposte scassinate, volano in pezzi, già fuori del carcere il misero prigioniero strascinano, le spade già di sinistra luce balenano. Lo egregio Vescovo, non gli sovvenendo ormai partito migliore, s'inginocchia, i Deputati dell'Assemblea lo imitano, e tutti insieme, non senza lagrime, tendono supplichevoli le mani al Popolo, implorando la vita al Thommassin. «No, — ha da morire;» risponde la turba. Nè anche adesso si sgomenta il Vescovo: e «Voi cristiani siete» egli dice, «concedete dunque che da cristiano muoia; bastivi uccidere il corpo, deh! abbia salva almeno l'anima.» Allora il Vescovo riceve la confessione del meschino, e levata la destra lo scioglie benedicendo dai suoi peccati; quindi aggiunge con voce benigna: «Voi lo potete trucidare adesso.» Il Popolo si sente ammollire la durezza del cuore; non osa: e il Thommassin è salvato.

Certa sera del marzo 1849 io mi riduceva al Palazzo Vecchio, quando posto il piè su la piazza scôrsi moltitudine di Popolo imperversarvi dintorno; e un grido funesto mi percosse: «Li vogliamo morti.» Accorrendo vidi come la Guardia Nazionale ritrattasi nel quartiere avesse chiuso le imposte, con poco frutto però, chè la calca facendo forza minacciava fracassarle; tempo non mi parve cotesto di fermarmi a interrogare di che cosa si trattasse, nè gli arrestati qual nome si avessero: uomini erano. Penetrato a stento nell'atrio dove mette capo l'usciolino del quartiere, questo pure rinvenni custodito dalla moltitudine sospettosa, e chiuso per di dentro: bussai più volte, ma non si attentavano aprire; se non che avendo ravvisata la mia voce lo schiusero un poco, tanto che io potessi entrare, e subito tornarono a chiuderlo dopo le spalle. Mi apparvero davanti due giovani, morti giudicati alle sembianze; ignoto il primo, notissimo il secondo, ch'era Tommaso Fornetti. Amicizia antica mi legava con la sua famiglia, con la sua parentela, con lui, del mio Studio onorevole ed onorato frequentatore; e se non fui io che feci ottenergli lo impiego di Segretario al Ministero degli Esteri (chè di tanto non posso vantarmi), certo egli mi provò in cotesta congiuntura caldissimo e non inefficace promotore. Quando la volontà del Principe mi assunse al Ministero, egli si dimise dal segretariato, dubitando forse non essere mantenuto, a cagione dello scrivere, che faceva nel Giornale — Il Conciliatore, che per seminare zizzania pareva nato a posta, ed in ciò ebbe torto; nè dopo cotesto atto non giustificato dal dubbio che accenno, nè, a parere mio, da verun'altra ragionevole causa, mi era più comparso davanti. «Se' tu, Maso?» gli dissi amorevole. «Ch'è stato?» — Ed egli narravami, che essendogli occorso su pei canti certo Manifesto pieno di atrocità, non aveva potuto tenersi e lo aveva strappato; ora trovarsi tratto costà in presentissimo pericolo, perchè le imposte della porta minacciavano cedere, e già i calcinacci per le reggi commosse violentemente cadevano. — Allora ripresi: «Benedetto ragazzo, e chi t'insegna a metterti in questi ginestraj! E mentre sudo acqua e sangue perchè la stadera non trabocchi, tu vai a caricarla di nuovi pesi! Però tutto questo non vale nulla adesso: vieni e tenterò di salvarti.....» Schiusa un tal poco la porta, raccomandai alle Guardie Nazionali, che appena uscito mi formassero argine dietro, e poi presi ambedue i giovani sotto le braccia; e «Su via coraggio» dissi loro, «andiamo.» E trassi fuori risoluto con loro. Le Guardie Nazionali animose si posero e pronte fra noi e la moltitudine arrabbiata. Già avevamo mosso cinque passi o sei, quando, fra gli urli che c'intronavano le orecchie, se ne levò uno così in tristezza come in fragore soperchiante agli altri, che gridò: «Perchè sono Signori è venuto a salvarli; se fossero stati poveri potevano agganghire.» Facciamo presto, raccomandava ai giovani, chè conosceva i goccioloni forieri del rovescio, quando ad un tratto non ci potendo raggiungere ci lasciarono andare dietro una pistolettata, la quale per ventura non colse noi, ma stracciò uno orecchio al custode dello ufficio dell'Ambasciata inglese. «Facciamo presto, chè non ci arrivi la seconda» raccomandai da capo; e sorressi i pericolanti e li condussi in casa, facendo quello che tra gente di cuore si costuma. Fornetti fu accolto dai miei familiari, che lo conoscevano ab antiquo, come un parente di casa. Allora seppi l'altro chiamarsi Lenzoni, ed essere figlio della illustre Donna, che tanto fu pia alla memoria di Giovanni Boccaccio, di cui gl'ingrati concittadini ignorano perfino il sepolcro; e quantunque io poco sia uso a dimostrarlo, mi sentii tutto commosso della pietà di questo dabben figlio, che si preoccupava meno del pericolo passato e della tremenda agitazione presente, che dell'angoscia della Madre sua, se per sorte le fosse giunta notizia del caso, corrotta, come suole, od aggravata dalla fama.

Non potendo consentire che uscisse, lo consigliai a scrivere, e la lettera pervenne celere, quanto l'amore del figlio e l'ansietà materna potevano desiderare. Nel partire, ordinai ai miei di casa li tenessero sollevati; rinforzassero internamente le porte, e non aprissero, badassero bene, a nessuno, se non udivano la mia voce. La folla brontolando si sciolse, non però in modo che per buona pezza della serata qualche capannello dei più pertinaci non rimanesse a imprecare e a minacciare. A notte fitta, Ottavio Lenzoni venne pel fratello, e a lui, ricevute e risposte convenevoli parole, liberamente lo affidai: Fornelli poi, quando tempo mi parve, attaccata la carrozza, non senza calde raccomandazioni di pensare a sua madre, e astenersi da commettere sè stesso a pericolo di vita, feci accompagnare alla sua dimora.

Questi esempii mi è parso dovere addurre per dimostrare a quanto sottile capello stia sovente raccomandata la vita degli uomini, e la sicurezza pubblica, e più per fare conoscere quali espedienti fossero i miei per tutelare la città e i cittadini: ora io ammaestrato dall'amara esperienza del vivere fra gli uomini, comprendo benissimo che il secolo ingrato il benefizio ricevuto dimentichi, ed anche che acerbo lo sopporti; ma ricavare dal benefizio argomenti per nuocere a colui che lo fece, oh! questo è orribile; — io per me non dubito punto bandire al mondo, che chi tale costuma, avvelena la virtù nelle sue divine sorgenti.

E, orribile, orribile a pensarsi, in questo modo appunto adoperò l'Accusa! — Se sia vero qui si manifesta. — La mia Difesa allegava la violenza irresistibile sopra di me esercitata, la necessità di cedere in parte per la comune salvezza, il molto bene mercè mia procurato a vantaggio dei cittadini, contenendo o reprimendo le turbe tumultuanti; e i Giudici, questi fatti accogliendo, ecco in qual modo gli avvelenano: Appunto perchè il prevenuto Guerrazzi riuscì più volte, COME RACCONTA, a contenere e a reprimere le turbe tumultuanti, in benefizio dei cittadini, questo a chiara prova dimostra che a posta sua poteva governarle; e se le poteva governare, ciò significa ancora che egli non ha dovuto sperimentarle violente!![524]

Voi lo vedeste come talvolta mi riuscisse contenere le turbe tumultuanti.... mettendo in repentaglio la mia vita per salvare l'altrui. Signore! Quanto era meglio che io fossi morto, chè adesso non mi sentirei amareggiata l'anima, per le tante infamie che ascolto!

Ond'è che ritornando al mio ragionamento, dichiaro, che rimaneva il terzo espediente, il quale consisteva nella restaurazione del Principato Costituzionale operata dal suffragio universale. Questo mi parve non pure possibile, ma onorato partito, e lo coltivai con ogni studio, al doppio fine d'impedire che il Paese rimanesse stravolto dal turbine repubblicano, e di predisporlo a giudicare pacatamente quello che fosse da seguitarsi o da aborrirsi.

Se i Rivoluzionarii si fossero trovato a petto il Parlamento toscano senza autorità, privo di mandato, sia a continuare un sistema che più non era, sia ad apparecchiare cose nuove; tra sè discorde; già intimato a disciogliersi, anzi sciolto; senza fede in sè; in parte repugnante, e in parte persuaso di essere inabilitato ad adunarsi; per poco che uomo, non dirò intenda di politica, ma goda di quel comune discorso della mente di cui qui tra noi vediamo dotati gli uomini più meccanici, conosce come cotesto ostacolo ad altro non avrebbe servito, che a irritare gli animi dei Settarii, i quali camminandogli sul corpo avrebbero di slancio proclamata la Repubblica.

Ora primo ammaestramento di prudenza nelle popolari commozioni, è rimuovere le cause, che, contribuendo ad inacerbirle, non sono poi capaci a reprimerle. Per lo contrario trovando i Repubblicani convocata l'Assemblea per decidere liberissima la forma del Governo secondo i canoni predicati da loro, rodevano un morso fabbricato dalle proprie mani, e poco giovava ricalcitrare. Cotesto era guado che non si poteva saltare senza lasciarvi cadere nel mezzo la reputazione di probità, privi della quale non solo i Partiti, ma i Governi eziandio si disfanno irreparabilmente. — Nella parte finale di questa scrittura sarà chiarito come anco in Inghilterra non fu trovato espediente migliore a restaurare il Principato Costituzionale del libero Parlamento. Vincenzo Gioberti ministro del Piemonte, scrivendo nel 28 gennaio 1849 al Ministro Muzzarelli di Roma, gli proponeva operare in guisa che l'Assemblea Costituente romana decretasse in genere i diritti costituzionali di Pio IX, e quindi con una Commissione eletta dal Papa questi diritti si determinassero. Proposta di simile natura presso noi non avrebbe incontrato alcuna delle difficoltà, alle quali per avventura poteva andare soggetta nell'Assemblea Romana; imperciocchè in Toscana nulla era a definirsi, e bastava ritornare al posto.[525]

L'Accusa ritiene, che l'Assemblea Costituente toscana dovesse per necessità d'instituto procedere avversa al Principato Costituzionale; e, come si vede, l'Accusa s'inganna. Questo inganno nasce da difetto d'istruzione politica, però che appunto le Assemblee Costituenti, essendo chiamate a dare forma di reggimento allo Stato, non possono in prevenzione escluderne veruna; questo inoltre si fa manifesto con lo esempio del consiglio di Vincenzo Gioberti, il quale per certo si sarebbe astenuto da darlo alla Costituente Romana, se Costituente per necessità significasse decadenza del Principato; anzi la prima Costituente in Francia, di cui tutti i Partiti, non esclusi i Legittimisti, si onorano, nel 1789 compose lo Statuto costituzionale; finalmente questo inganno resulta eziandio dal confronto della opinione dell'Accusa col testo della Legge del 6 marzo, che contiene la norma della discussione e della deliberazione commesse all'Assemblea Costituente Toscana: «SE, e COME Toscana dovesse unirsi con Roma.»

Il mio concetto, che, come ho mostrato, era promosso dallo stesso Partito Costituzionale moderato, ebbe plauso ancora fra i Repubblicani onesti; per la quale cosa anche lo scisma della parte contribuì a farmi tenere fermo. In breve si vedrà con quale e quanta forza urgentissimamente stringessero i Repubblicani più accesi a impedire la convocazione dell'Assemblea Costituente, deridendola, screditandola, e con ogni arte di astuzia, di ragionamento e di violenza, perseguitandola. Già di questo toccai altrove quanto basterebbe a persuadere ogni uomo onestamente discreto; ma io devo ricordarmi come da me si pretendano prove limpidissime e fulminanti....

«Che Costituente o non Costituente?» andavano vociferando gli smaniosi Settarii. «La Repubblica non ha mestieri di essere proclamata; ella lo fu, e dai Popoli tutti; ed anche non ce n'era bisogno, perchè è necessario forse un Decreto onde il Sole si levi da Oriente, e spanda la sua luce su tutto il creato?[526] No, Signori; adesso fa di mestiero la Legge per inviare i Deputati all'Assemblea Romana, e basta. Opporsi a questo è resistenza ai comandi del Popolo. Fin dall'8 febbraio nel cuore e nel grido di tutti fu la Repubblica; in quello stesso giorno decretata solennemente, dalla Toscana tutta confermata; ora per dirsi repubblicano il Popolo dovrà aspettare la licenza dei suoi mandatarii, dei suoi sottoposti?» Queste e più intemperanti cose dicevano; ma vedendo che facevano poco frutto, come altrove accennai, ecco proporre nuova istanza. «Il Governo dichiari dunque la decadenza di Leopoldo, e proclamando il principio di Repubblica e di Unione riservi all'Assemblea Nazionale la sanzione dell'opera. Ancora una volta lo ricordiamo al Governo Provvisorio di Toscana, le oscillazioni non sono più possibili, il Popolo non le vuole.»[527] Ed anche a questo colpo insidioso fu riparato.

Di questo può andare sicura l'Accusa, che non sorse voglia, non palpito del Partito Repubblicano, che la stampa non raccogliesse; e non manifestazione che come ordine da eseguire subito, — senza esitanza, — non fosse presentata dai Circoli, dai Petizionarii, ed anche dai singoli cittadini.

L'Accusa ha scritto (e mi giova insistervi sopra): — che cosa ha fatto il Guerrazzi? Al più, al più, egli ha impedito che la Repubblica si proclamasse fino alla convocazione dell'Assemblea Costituente toscana. — Davvero? Ebbene, ricordati che io ti ho domandato, e torno a domandarti adesso: sai tu che cosa si desidera per ricondurre le menti deliranti nel diritto cammino? Sai tu quello, che in simili condizioni riesce ordinariamente ad ottenersi impossibile? — Ed io, poichè, tu Accusa, non sai o t'infingi non sapere rispondere, rispondendo per te dirò, e lo dirò con un uomo di Stato, Storico e Pubblicista di grande celebrità: La tranquillità, onde ogni uomo esamini con calma, e adoperi il suo giudizio a considerare quella che a sè e al suo Paese convenga.[528] Ora la convocazione dell'Assemblea partoriva appunto questo bene; per essa si acquistava il tempo necessario, affinchè gli animi accesi, riposati dall'agitazione che gli affaticava, ponderassero quanto fosse da evitarsi, e quanto da seguirsi; gli spiriti costituzionali, che sbigottiti non ardivano mostrarsi, si ravvivassero; con varie pratiche i più tormentosi perturbatori, sia che gli spingesse zelo focoso di convinzione o freddo calcolo di pescare nel torbido, si allontanassero; il Paese insomma risensasse, si riscuotesse, e recuperando le sue tradizioni smarrite, i suoi costumi, le sue voglie, la sua maniera di sentire e di essere, ritornasse nella carreggiata donde una scossa improvvisa lo aveva sbalzato.

La mia condotta fu semplice; nè penso essermi mostrato impenetrabile come la Sfinge a Edipo: non consentii alla parte repubblicana, nè alla Unione con Roma, per convincimento, desunto da fatti e da giudizii, che la Toscana all'una cosa repugnasse e all'altra. Per me, terrò sempre così disonesto, come insensato, precipitare per forza o per inganno i Popoli colà dove si mostrano repugnanti ad andare; e se i Partiti senza fede, di cui oggi è infelice instituto scrivere carte in contumelia altrui, comprenderanno alfine, come si possa professare opinione discorde dalla loro senza essere per questo traditore o codardo, penso che faranno meglio i fatti loro; — ma predicando ai Partiti, prédico al deserto.

Il Procuratore regio della Repubblica, signor Rusconi, scrive: «Che essendo mancato il Governo, il Paese aveva diritto di essere governato, di provvedere alla propria conservazione,»[529] — e qui sta bene; — «egli era necessario ricorrere a quella fonte, che solo legittima ogni Governo, interrogando il voto popolare. Un'Assemblea Costituente a suffragio universale eletta, era la resoluzione più sensata che potesse adottarsi;»[530] — e questo è anche meglio. — Ora vorrei sapere un po' dal signor Rusconi perchè, se questo andava bene per Roma, non dovesse andare del pari bene per la Toscana? Forse i Toscani non hanno diritto per essere consultati prima di disporre di sè, o non hanno intelligenza per giudicare? Per quale motivo ci vuole egli ridotti nella condizione dei minori, o dei maniaci? In Roma le deliberazioni avevano a prendersi gravemente nell'Assemblea eletta dal voto universale; qui, a furia di Popolo, anzi di una frazione di Popolo. A Roma, perchè conoscevate gli umori della Nazione favorevoli ai disegni vostri, gli rispettaste; qui, perchè li dubitaste contrarii, bisognava contentarci degli schiamazzi; e chi esitava, si doveva eccitare; chi repugnava, atterrire; anzi, diffamandolo come traditore, esporre alla cieca ira delle moltitudini furibonde. E qui cesso, che più lungo discorso discrezione non consente.

Il signor de Larochejaquelin, realista purissimo, rispondendo nel 30 agosto 1850 alla Circolare del signor Barthélemy, ammonisce: «Non essere, come altri crede, l'appello alla Nazione un atto rivoluzionario: all'opposto, deve reputarsi invito alla medesima, perchè nella sua sovranità finisca l'era delle rivoluzioni.» Alla quale opinione si accosta anche il signor De Montalembert, che a quanto mostra non pare che si possa mettere fra i Repubblicani! — I Costituzionali, comecchè moderati, non discordano; e lo abbiamo veduto nel consiglio del Conciliatore.

Ma oltre che non se ne potesse fare a meno per le ragioni copiosamente discorse, varie considerazioni speciali vie più confortarònmi di ricorrere al voto universale.

I. La notizia di fatto della propensione del Paese al Governo Costituzionale. — Assunto al Ministero, persuadendomi che il primo dovere del Ministro consistesse nel bene applicarsi a conoscere gli umori dei Popoli, ordinai, come in altra parte ho accennato, a tutte le Autorità governative ed ai Gonfalonieri, mi rimettessero circostanziate informazioni su lo stato religioso, morale, politico ed economico dei Popoli da loro amministrati. Raccolti i Rapporti a diligenza del Segretario signor Allegretti, furono disposti in quadri sinottici; e da questi venne a resultare, come la grandissima maggioranza del Popolo Toscano alle libertà costituzionali stesse contenta. Anche questi libri e questi Rapporti domando, affinchè si conosca da quali motivi io fossi condotto nel consultare il voto universale del Popolo.

II. L'opinione stessa di S. A. — Quando nel primo colloquio, che io ebbi l'onore di tenere col Principe, io gli feci lealmente avvertire, che la Costituente, nel modo che dal medesimo era stata accettata, poteva esporlo a perdere la Corona, e che però la materia meritava considerarsi due volte; il Principe rispose: averci pensato, ed essersi anche a questo disposto, purchè fosse per benefizio del suo Popolo; ma poco dopo soggiunse: — però io non temo la prova; la mia famiglia ha beneficato la Toscana; io mi sono ingegnato, per quanto era in me, imitare gli esempii paterni, onde io non dubito che, consultato il voto del Popolo, sia per riuscirmi favorevole. — E questo credo ancora io, soggiunsi, ma mi è parso onesto avvertirlo.

Onde io piena la mente di queste parole, commesso a dettare il Discorso della Corona per l'apertura del Parlamento, che avvenne nel 10 gennaio 1849, scrissi con mano franca (come quella, che consentiva al sentimento del cuore) la sentenza, la quale pronunziata poi dai regii labbri empì di applausi e di esultanza la sala: «quando mi assentiste il titolo di Padre io di lieto animo lo accettai, perchè veramente mi sento affetto paterno per gli uomini, che sempre mi studiai, e studio governare con amore. Se i presenti, e se i posteri mi confermeranno il titolo di Padre del mio Popolo, sarà questa la più gloriosa ricompensa, che abbia, mai saputo desiderare il Principe vostro.»[531] E il Conciliatore dell'11 gennaio così commentava: «Queste semplici parole avranno un'eco nel cuore di tutti i Toscani, e non saranno infeconde, perchè tutti sanno non esser queste una frase officiale; e gli applausi, che scoppiarono unanimi appena furono udite dalla bocca di un Principe, che non ha mai mentito, erano una conferma del vero, ed un omaggio alla virtù.»

III. La opinione di uomini per eccellenza conservatori. — Favellando talvolta dell'esito probabile del voto universale con persone versate nei pubblici negozii, e segnatamente col signor Senatore Fenzi, ricordo come questi mi affermasse che il Paese consultato si sarebbe per certo chiarito propizio al Principato Costituzionale.

IV. Lo esperimento fattone dal Governo Costituzionale di Carlo Alberto in Lombardia, dove, malgrado i supremi sforzi di parte repubblicana, lo vedemmo uscire, con mirabile concordia, secondo al Principato Costituzionale.

V. Le necessità, le dottrine e le promesse, create, bandite e profferte dai Ministri, che furono a un punto becchini del Governo Assoluto e pronubi del Costituzionale, dinanzi a tutto il mondo. Mi porga docili le sue orecchie l'Accusa, e ascolti leggere certo Decreto pubblicato qui in Firenze:

«Noi Leopoldo Secondo ec.

«Al cessare dei Ducali Governi di Modena e di Parma, i Popoli della Lunigiana, i quali, con tanto dolore scambievole, eransi veduti separare dal Granducato, manifestarono incontinente la volontà loro di ricongiungersi ad uno Stato cui tante care memorie li collegavano.

«Eguale desiderio dimostravano altresì le popolazioni degli Stati di Massa e Carrara, della Garfagnana e degli ex-feudi di Lunigiana; le quali per la geografica loro condizione, per i commercii, per le industrie del vivere e per le affezioni furono mai sempre avvezze a considerare sè stesse come congiunte alla prossima Toscana.

«Di questo comun sentimento delle suddette popolazioni si fecero interpreti varii Governi Provvisorii che si erano costituiti in quelle Città e Terre, e a cui si volsero perchè fosse accolto l'universale loro proposito di essere aggregate al Granducato.

«Ma parve a Noi riceverle solamente in protezione e in tutela, non consentendo l'animo nostro ad una formale aggregazione, consapevoli, come Noi siamo, che ampliare lo Stato non è per Noi altro che accrescere la gravezza dei doveri, l'adempimento dei quali fu sempre l'unica ambizione nostra; e non volendo per modo alcuno preoccupare quel generale ordinamento delle italiane cose, che insieme provvegga al comun bene della Nazione, e al particolare delle famiglie di che essa è composta.

«Dovemmo però bentosto conoscere che uno stato incerto e mal fermo era dannoso e increscevole a quei Popoli, i quali, parte per universali acclamazioni, parte per via di assemblee popolari congregate a questo fine dai respettivi Governi Provvisorii, tornarono a più fortemente esprimere il voto di essere stabilmente uniti e parificati coi Popoli che la Provvidenza ebbe affidati alle Nostre cure.

«E fu da ciò a Noi dimostrato, esserci imposto di soddisfare a quel giusto e benevolo desiderio loro; il quale, mentre attendeva ad accrescere e munire per via di un politico legame quegl'interessi scambievoli che mai non poterono esser distrutti dalle separazioni di signoria, conduceva più efficacemente a coordinare le riunite forze a quello scopo comune e supremo, al quale ora deve intendere tutta insieme la Nazione.

«Animati pertanto da eguale affetto per gli antichi e per i nuovi figli, e nella fiducia di promuovere, quanto è in Noi, quel bene d'Italia il quale primeggia fra i nostri pensieri; e perciò convinti di far cosa che sì per questo riflesso, sì per i vantaggi che ne vengono allo Stato, debba essere di soddisfazione alla Toscana e alle Assemblee che la rappresentano;

«Sul parere ec.

«Ci siamo determinati di pienamente aderire agli espressi voti con aggregare, conforme aggreghiamo, al Granducato, gli Stati di Massa e Carrara, e i Territorii della Lunigiana e Garfagnana, ordinando che ci siano proposti nel più breve tempo i modi convenienti ad introdurre in essi le leggi ed instituzioni governative ed amministrative del Granducato, onde le Popolazioni dei medesimi sien fatte partecipi di tutti i diritti che spettano ai Toscani.

«Volendo però, che l'adesione nostra, e quindi l'aggregazione da noi decretata, non sia per interporre alcun ostacolo alle future sorti d'Italia, e che nessuno, comunque non prevedibile, evento pregiudichi mai la volontà e gl'interessi dei sopraddetti a Noi carissimi figli, dichiariamo fin d'ora che nel nazionale ordinamento che con quest'atto avemmo in animo di promuovere, e cui professiamo di volere ora per allora conformarci, mentre sosterremo quanto è in Noi questa unione vantaggiosa del pari alle due parti che la formavano, intendiamo che per qualunque siasi caso contrario resti preservata ai Popoli, che a Noi ora si aggiungono, quella naturale libertà, per cui possano in ogni evento provvedere a sè medesimi, e di essi non venga disposto altrimenti senza il loro consentimento.

«Dato in Firenze li 12 maggio 1848.

«LEOPOLDO.

«Il Presidente CEMPINI.

«Visto per l'apposizione del sigillo «Il Ministro della Giustizia B. BARTALINI.»

L'Accusa fa le stimate, ed esclama: «Possibile? Dev'essere apocrifo!» No, Accusa mia, egli è tratto dalla Gazzetta di Firenze del 15 maggio 1848, e fu in cotesti tempi, come tanti altri lenzuoloni suoi fratelli, impastato su i muri a farvi la parte della rosa: nasce, languisce, muore, — e non ritorna più. Non dubitare, Accusa, ch'egli è un Decreto sottoscritto, condizionato nelle regole, e messo negli Archivii, dove a te sarà passato di occhio; e ti compatisco, perchè non si può avere avvertenza a tutto, specialmente quando si vuole fare presto, e non lasciare (come in altri paesi si costuma) per anni e anni i poveri detenuti a sentirsi morire nelle carceri con rovina irreparabile della educazione dei figliuoli, della domestica economia, — di tutto: non siamo mica in terra di Turchi, la Dio mercede; altrimenti prima di giudicarli, poveretti, sarebbero condannati, e di che tinta! — Queste cose, a memoria di uomo, non si sono viste in Toscana, e le non si hanno a vedere. — Onesta Accusa, poichè così bene ti scorgo disposta, riprendi in mano cotesto Decreto, e nota come sei proposizioni normali vi si trovino consacrate solennemente.

1º Legalità dei Governi Provvisorii approvata. 2º Facoltà dei Popoli, per disporre di sè stessi, confermata. 3º Dovere nei Prìncipi di aderire al voto dei Popoli bandito. 4º Promessa di aderirvi sempre pubblicata. 5º Costituente italiana, allo scopo di attendere al nazionale ordinamento, annunziata e promossa. 6º Guerra dichiarata scopo supremo e comune di tutta la Nazione.

Lo vedi, Accusa, Io lascio giudicare proprio a te, se cotesto Decreto non contenga per necessità di queste due cose l'una, o lo impulso della rivoluzione da farsi, o la testimonianza della rivoluzione già fatta. Qui, qui e non altrove, cerca e trova, Accusa mia, non pure il germe e il fiore, ma il frutto ch'è segno delle tue imputazioni. E se questo facevasi nel 12 maggio 1848, o come presumi che non si continuasse a fare nel febbraio 1849? E se questo operavasi da un Governo Costituzionale, come poteva astenersene un Governo nato dal perturbamento dei Poteri Costituzionali? E se questo un Governo ordinato bandiva per disordinarsi, come un Governo disordinato doveva ripudiarlo per ordinarsi? Se il Ministero del maggio 1848 così provvide per seminare la rivoluzione, o perchè il Governo Provvisorio non potè praticare per contenerla e per reprimerla?

Gli speculatori della Rivoluzione francese non senza verità ne attribuiscono parte alla rappresentanza del Figaro, della Folle Giornata, e della Madre colpevole di Beaumarchais: o pensiamo un po' quali portentosi effetti dovevano partorire le parole del Decreto del 12 maggio 1848 sopra menti affannate da stupenda concitazione: zolfo e olio sul fuoco!

La dottrina dei fatti compíti distrugge la pretensione del diritto: chi raccoglie il retaggio dei primi, male si affatica a sostenersi sul secondo; il principio dell'autorità, e quello del voto popolare, non sono redini da stringersi in una stessa mano; procedere dall'uno o dall'altro, secondo che torna, è consiglio pessimo, a praticarsi impossibile. Quando, tra gli altri fatti, le Potenze stipulanti i Trattati di Vienna approvarono la separazione del Belgio dall'Olanda, e dello Egitto dalla Porta, distrussero virtualmente cotesti Trattati. Sofisma è ricorrervi, come adesso fanno i Diplomatici, cavillo forense e nulla più; e siccome senza forza i sofismi non reggono, così potrebbero attenersi risoluti a quella che di presente possiedono, senza beccarsi i geti con un fantasima di diritto a cui nè credono essi, nè nessuno altro crede. — Il Guizot, per giustificare la conferma di cotesta separazione, addusse lo esempio di due travi cascate per vetustà dal tetto della fabbrica, che bisogna lasciare giacenti a terra. Ora questo esempio non ispiega nulla; e la esperienza insegna diffidare degli uomini che, usi sempre a procedere con formule rigorose di raziocinio, ad un tratto ti balzano su con paragoni e parabole; imperciocchè questo voglia dire che essi proprio non hanno più in fondo al sacco un pugno di ragione per farne un discorso che valga.

Perchè nella famosa storia dei successi avvenuti dal 1848 in poi, con tanto studio di verità dettata dall'Accusa e dagli altri che la precederono nel nobile arringo, simili a un punto e diversi, come si addice a fratelli; perchè, dico, il Decreto del 12 maggio è taciuto? Perchè l'Accusa lo cuopre, pietosa figlia, camminando a ritroso, come se si trattasse delle vergogne del Patriarca Noè? Gran comodo sarebbe quello di potere cancellare dalla memoria altrui i ricordi dei fatti successi, con la facilità stessa con la quale taluni cancellano dalla propria anima ogni sentimento di gratitudine e di pudore. Io però rammento questo Decreto, non già per cavarne motivo di biasimo ai Ministri onorandissimi che allora sedevano nei Consigli della Corona, ma sì per proseguirli della lode che meritano. Imperciocchè per esso mi si faccia manifesto, come uomini i quali logorarono massima parte della vita nello esercizio di dottrine diverse da quelle che comunemente si professavano allora, sapessero, prudentissimi, piegando dinanzi alla politica necessità, l'animo ai tempi accomodare; quantunque, per avventura, tutte le cose, di cui è pregno il Decreto allegato, potessero, nel 12 maggio 1848, parere un po' troppe anche a me.

E avvertite che, circa quel torno, a Presburgo ancora, tutte le domande degli Ungheresi concedevansi; il Bano Jellachich e il Patriarca Rajaesis che avevano impreso ad osteggiare i Magiari, quegli dalla parte di Croazia, questi dalla Servia, disapprovavansi, destituivansi, di alto tradimento a Vienna accusavansi; ed ei lasciavano dire. E questo ancora dimostra quanto elastica, molteplice, proteiforme e barometrica sia l'accusa di alto tradimento.

Nè gioverebbe punto all'Accusa, qualora si risolvesse a mettere in causa meco (il che non credo che voglia fare, almeno per ora) i signori Cempini, Bartalini, e gli altri del Ministero Toscano del 12 maggio 1848, dimostrare come cotesto Ministero non subisse «forza tale da impedire il retto uso della ragione e della libertà, e da coartarlo a non abbandonare la posizione che poteva strascinarlo a pubblicare il Decreto allegato;» però che cotesti Giureconsulti egregi, e uomini di Stato gravissimi, l'ammonirebbero dicendo: — «Accusa, Accusa, tu dovresti sapere che altra è la coazione che cade sopra uomo privato, altra quella che cade sopra uomo pubblico. La prima deve presentare i caratteri indicati dal gregge dei forensi, quantunque, anche in questa parte, sia ufficio del discreto, e soprattutto onesto Giudice, considerare non solo la coazione in sè stessa, ma eziandio le varie maniere con le quali si fa manifesta, e le diverse qualità degli uomini sopra i quali ella venne esercitata. Tale per nota d'infamia sbigottisce, che di ferro non cura; e questo va avvertito nel calcolo della imputabilità delle azioni incriminate. La necessità politica poi, nell'uomo pubblico, consiste, nei tempi di pericolo, nell'abbracciare quei partiti che, secondo la religione della propria coscienza e la virtù del suo intelletto, egli reputa più acconci a procurare il maggior bene o il minore male possibile allo umano consorzio, di cui gli venne confidato il governo. Il Ministro che abbandona il posto davanti alla irrompente anarchia; il Ministro che soffre esposte ai ferri dei feroci le gole degli amici, — ed anche dei nemici; il Ministro che lascia sobbissare il Paese per mettersi in salvo col suo fagotto, è a mille doppii più infame della sentinella che diserta il posto alla presenza del nemico; però ne sente più profonda la pena, chè la Storia lo marchia in fronte, e lo manda argomento d'ira e di disprezzo alla memoria dei più lontani nepoti. Voi, Giudici, guardate bene di notare per lesa maestà quelle azioni, che, non fatte, frutterebbero dai Popoli l'accusa di tradita umanità.» — Così (parmi udirli) direbbero i lodati Giureconsulti e Ministri all'Accusa, e direbbero bene.

VI. La prova, che, consentendo la Corona, ne avevamo fatta in parecchi paesi della Lunigiana, e segnatamente pel negozio dell'Avenza, dove, comecchè il Governo Piemontese instasse calorosamente, tutti (chè due voti non fanno opposizione) si dichiararono pel nostro Principe.

Per la quale cosa io penso potere affermare, che difficilmente si procede, nelle faccende politiche, con sicurezza maggiore di quella che avessi io quando alla necessità del suffragio universale assentiva. Tanto meno ingratamente mi vi disponeva, in quanto che erami noto come il Sacerdozio, avverso alla Costituente Italiana, non trovasse niente a ridire alla Costituente Toscana.[532]

E mal consiglio fu impedire, o effetto della consueta inerzia non andare e non mandare gente a deporre il voto, chè, in questo modo operando, l'Assemblea unanime, o quasi unanime, e nella sua prima Seduta, avrebbe restaurato il Principato Costituzionale, vinto ogni ostacolo che a me rese il compimento del mio disegno difficile, e con benefizio del Paese grandissimo. E questo appunto massimamente temevano.

Nonostante però che molti elettori si astenessero, ed altri si facessero astenere (il che fu male), e malgrado che molti eletti costituzionali rifiutassero il mandato (il che fu peggio), non fallì il mio presagio, e la maggioranza favorevole alla Costituzione si ottenne. Ma la composizione di questa maggiorità richiese tempo e cure, perchè moltissimi Deputati erano ignoti al Governo, ed io non ben noto a loro; bisognò tastarli prima nelle Conferenze, e la maggiorità non potè vincere di slancio, come quella che non andava copiosissima di nomi universalmente autorevoli; tentennò a decidere, sbigottita dai clamori della minorità smaniosa, dagli schiamazzi della stampa, dalle insinuazioni perfide, ch'eglino erano stati chiamati a sigillare il tradimento del Governo.

Dimostrazione storica.

Vogliano ricordarlo sempre i lettori, compongo una Difesa. Non mi abbandonino; mi seguano, io gli scongiuro, benigni, tenendo la mente rivolta a due cose: non trattarsi adesso di eleganze di testura o di eloquio, bensì di aggirarmi per la matassa arruffata dell'Accusa rompendone ad uno ad uno gl'inamabili fili.... Che Dio vi benedica! O che volete voi, che cammino sia il mio, se, dov'ella leva l'orma, a me tocca mettere il piede? E poi, badate a questa altra, che l'Accusa crede, nel suo portentoso cervello, ritenere che la Fazione violentasse tutti e tutto fino al mezzodì circa dell'8 febbraio; poscia cessasse ad un tratto onde lasciarmi abilità di commettere spontaneo e liberissimo tutti quei fatti, che nella sua opinione costituiscono il reato di crimenlese; e riprendesse in ultimo il suo berretto e le sue furie, nel maligno intento, che lo imperversare posteriore non iscemasse di uno atomo la mia colpa davanti all'Accusa. Le violenze della Fazione; secondo la veridica storia dell'Accusa, si comportarono per lo appunto come le acque del Mare Rosso, quando sotto la verga di Moisè rimasero spartite, e stettero a guisa di muraglia, a destra e a sinistra,[533] perchè io potessi entrare nel mare della Lesa Maestà a piedi asciutti. Veramente cosiffatte partizioni senza verga di Moisè non succedono; ma l'Accusa portentosa crede ai portenti in mio danno, ed anche ne opera.

Sì, certo ne opera; imperciocchè non la vedemmo noi nell'ordine dei mesi mettere marzo prima di febbraio, e sostenere che i miei sforzi per impedire la decadenza del Principe e le sue sequele, incominciati fino dall'8 febbraio, fossero impressionati dagli eventi sinistri della guerra, di cui ci pervenne la desolata notizia nel 26 marzo 1849? In questo modo è taumaturga l'Accusa.

Adesso pertanto io penso, che se la convocazione dell'Assemblea fosse stata cosa capace di promuovere i disegni della Setta, sia naturale credere, che questa l'avrebbe favorita con tutti i nervi; invece, abbiamo già veduto in parte, e più particolarmente vedremo adesso, screditarla, e perseguitarla: udremo minaccie, sentiremo furori. — L'Accusa nondimeno contrasta, e dice, che ciò non conduceva ad altro, che a prorogare di qualche giorno la decadenza del Principe; e i Settarii all'opposto urleranno, che nello indugio sta il pericolo, e la morte. L'Accusa da un lato incolperà fabbricarsi, con artificii diabolici, per me la Repubblica; i Settarii, dall'altro, urleranno lo spirito repubblicano, per miei trovati infernali, evaporato. Faziosi tutti, e tutti procedenti ciechi, appassionati ed ingiusti.

L'Assemblea Costituente è screditata; si dimostrano i pericoli del differire; si suppongono ragioni nel Governo che non addusse, e si confutano con argomenti diretti ad atterrire. Si dichiara espresso, che la forza ha distrutte le passate Assemblee, e disfarà anche questa.

«Il Governo Provvisorio per procedere con ordine e con legalità ha cominciato a convocare pel dì 15 marzo una nuova Assemblea Legislativa toscana, sulla base del suffragio universale diretto.

«Prescindendo dalla difficoltà che adesso presenta una convocazione d'uomini tali, quali occorrono per sostenere i diritti del Popolo: prescindendo dal riflesso che nei Comuni piccoli, ove le opinioni sono meno avanzate, meno desto lo spirito pubblico, piccoli di mente e di cuore saranno necessariamente i Deputati prescelti da un Popolo ignaro e semplice, facilmente accessibile alle seduzioni e ai traviamenti; prescindendo dalla pericolosa e ambigua esitanza del provvisorio, a cui dà origine tale disposizione; prescindendo da tutto ciò, qual uopo mai vi era di essa?....

«Il Governo Provvisorio, o, a meglio dire, il Partito Democratico, è sicuro o non è sicuro di avere forza bastante per far prevalere il proprio diritto, dappoichè disgraziatamente niun diritto in fatto prevale senza la forza?

«Il Governo Provvisorio e il Partito Democratico sembra che di tal forza siano sicuri, giacchè per tutta ragione, a chi obietta esser facile che alla prossima Assemblea appariscano persone dell'antico calibro, rispondono che quella forza la quale rovesciò le altre Assemblee rovescerà, occorrendo, anche questa.

«Ora noi non sappiamo comprendere, come si possa volere creare colla probabilità di dovere distruggere; non sappiamo comprendere perchè per ottenere un voto forse incerto, ma che ha apparenza di legalità, si debba rimettere una decisione che urge, una decisione da cui pendono le sorti, non di Toscana sola, ma di tutta Italia; si debba non tener conto della forza presente, che grande è oggi, ma che domani, ed ogni dì che passa, può menomarsi; si debba non tener conto prezioso dello entusiasmo del Popolo, che oggi è acceso, ma che intiepidito, ammorzato che sia per vane formalità, per temporeggiamenti paurosi, può spengersi irremissibilmente, nè dare più buon frutto di sè.»[534]

Il voto universale pertanto metteva paura alla Fazione, ond'è che viene chiarito per vero, ch'essa sentiva non le tornerebbe favorevole, e che ricorrere a quello nello universale scompiglio era atto di riordinamento, non già di disorganizzazione.

L'Assemblea viene qualificata come impaccio alla Rivoluzione; — acerbe rampogne si muovono per averla proclamata, e minaccie laddove non vogliasi ritenere la Rivoluzione fatto compiuto; — reazione politica, pretesto alle rapine della cupidità, e della miseria; — nobili paventano le vendette e i saccheggi del Popolo; — errore del Governo di convocare l'Assemblea Costituente toscana; — per questo, e per altri pretesi falli ripreso perfidamente, come quelli che potevano cagionare effusione del sangue cittadino; — da capo sospetti insinuati contro gli ufficiali civili e militari, e Governo pressurato non pure a dimetterli, ma a punirli; — Popolo commosso ad avventarsi contra di loro.

«O voi vi fidate nelle forze del Popolo, — ripeto, — o non vi fidate. Se vi fidate, l'Assemblea è pericolosa. Ad ogni modo l'Assemblea è un impaccio che par gittato dinanzi alla Rivoluzione, come si getta uno sterpo fra le gambe a chi corre, perchè inciampi e cada.

«Voi dite averla convocata, nella speranza che l'Assemblea mandataria di tutta la Toscana acqueti ogni tentativo di reazione, e riesca la espressione del voto generale.

«E noi vi rispondiamo con le parole medesime che stanno scritte sul Rapporto della Convenzione Nazionale francese del 1793: — Quando la Nazione è in piedi, che cosa sono i Rappresentanti che seggono nelle Assemblee? —

«Oggi voi potreste, da voi e col Popolo, sedare e distruggere ogni reazione. — Ma domani, quando Leopoldo avrà ragunato a sè d'intorno i suoi fidi, quando questi avranno destramente seminato l'oro inglese, quando le baionette austriache saranno alle frontiere, credete voi poter sedare con eguale agevolezza la reazione? — Vi credete voi più potenti in faccia alla forza e alla violenza, unica ragione a cui si debba ora affidare l'arbitrio delle nostre sorti? — vi credete voi più potenti, ripeto, con 120 uomini di tutti i colori, di tutte le opinioni, che non con migliaia di gente del Popolo, tutti di un solo colore e di una sola opinione? — E credete voi che cotesto Popolo, ove non abbia più fede in voi, ove, col temporeggiare e col respingerlo, lo abbiate reso diffidente di voi e di sè stesso, credete voi che esso vorrà starsi pago della decisione dei vostri 120 Rappresentanti, e non piuttosto riterrà le proprie decisioni come un fatto compiuto, nel modo istesso che voi oggi sembra non vogliate ritenere per fatto compiuto la Rivoluzione?

«A noi, cittadini del Governo Provvisorio, vel diciamo col cuore sulle labbra, non fa nullamente spavento la reazione: solo ci fa spavento lo indugio. La reazione oggi non è di politica; è reazione di miseria, è reazione d'ignoranza, non è reazione di fede monarchica. La pretesa Vandea di Empoli non è che una lega di vetturini: la questione politica in Empoli, se bene l'approfondate, non è che una pretensione di antichi e stolti romori contro la strada ferrata. Leopoldo d'Austria può forse domani aver seguaci e satelliti molti in Toscana, per effetto d'oro, di promesse, di calcoli, di raggiri: oggi, — persuadetevene, o cittadini, — esso ne ha pochi, o, meglio dire, non ne ha alcuno. I suoi nobili stessi gridano al tradimento: lo maledicono per averli lasciati in abbandono, per averli esposti, dicon essi, alla animavversione del Popolo, con cui si sono compromessi per sua cagione, e da cui temono vendette e saccheggi.

«I suoi impiegati di null'altro curansi che dello stipendio, godono nell'ozio, e si augurano che la manna duri a cadere, senza avere la pena di chinarsi a raccoglierla.

«In quanto ai partigiani della idea monarchica, essi saranno sempre ostili alla democrazia, regni Leopoldo o non regni: la loro reazione è così sicura, com'è sicuro il regno delle tenebre accanto a quello della luce, com'è l'ombra inevitabile seguace del corpo.

«L'antagonismo dei Partiti non è reazione; e se aspettate, o cittadini del Governo Provvisorio, il 15 marzo, perchè tutte le opinioni sieno ad un livello, tutte le esigenze si chiamino sodisfatte, e di un volere unico e solo si cuopra Toscana, come il manto funereo cuopre un corpo fatto cadavere, prorogate in tal caso la vostra vana Assemblea al giorno del giudizio finale, e convocatela nella gran valle di Giosafat: colà forse, colà soltanto saremo tutti di un color solo, e di una sola opinione.

«Il massimo errore, fin qui commesso dal Governo Provvisorio toscano, è per noi la convocazione di un'Assemblea Toscana, oggi che l'Assemblea può e debbe chiamarsi unicamente Italiana, e unicamente risiedere a Roma; oggi che le esigenze della legalità debbono far luogo alle esigenze della necessità, il regime dell'ordine a quello della Rivoluzione: Rivoluzione permanente, sistematica, accanita, entusiasta, popolare, repubblicana, contro lo straniero, e contro chi perora la causa dello straniero: — i tardigradi, li opportunisti, i moderati...» con quel più, che viene riportato nella nota 1 a pag. 436 di questa Apologia.

«..... Ma di tutti questi errori nei faremo grazia al Governo Provvisorio toscano, ov'egli si affretti a fare ammenda del principale: ov'egli proclami la immediata Unione con Roma, e conseguentemente il regime repubblicano, amministrato da un Governo Provvisorio, finchè la Costituente Italiana di una Repubblica consistente di cinque milioni di rivoluzionarii e di due Popoli non faccia una Repubblica di 24 milioni di cittadini, e di una sola nazione.»[535]

Non vi è mestiero di Assemblea, il voto del Popolo ha già deciso. — Governo è spinto ad unirsi con Roma, e subito. — Il provvisorio non s'intende, nè si cura; vuolsi la Repubblica. — Il Governo è d'accordo con gli Austriaci, e apparecchia la invasione straniera se non procede come a Rivoluzionario conviene, e non consente il Principe sia dichiarato decaduto e la Repubblica proclamata. Quante mortalissime insidie cosiffatte insinuazioni contenessero in sè nel furore dei tempi, non vi è discreto uomo, che di per sè senz'altra chiosa profondamente non senta.

«Qual bisogno ha oggi la Toscana di rimettere ad una Assemblea la decisione di un voto, il quale fu già deciso dal Popolo? — Il Popolo ha già deciso di essere unito con Roma, e Roma ha proclamato la Repubblica il giorno stesso di tal decisione. Or come pretendereste di stare uniti a Roma, se l'Assemblea Toscana non si pronunciasse per la Repubblica?...

«E se ciò avvenisse, quali impacci non creereste, provocando una seconda Rivoluzione, che vi potete risparmiare, prevalendovi della prima così bene avviata? Essere uniti con Roma, vuol dire essere Repubblicani; e voi pretendete intanto che ci possiamo gridare uniti con Roma, ma che non ci dobbiamo dire Repubblicani. Permetteteci, cittadini del Governo Provvisorio, che vi diciamo apertamente, cotesto argomento essere un argomento ad bestiam, e che voi ci raffigurate il principe Amleto di Danimarca, mentre dice a sè stesso: To be, or not be, that is the question; e di cotesta questione non sa trovare il verso per uscirne a bene.

«Essere o non essere, — questa è la quistione. Or quando per essere basta il dire noi siamo, non sappiamo capacitarci perchè si debba dire noi saremo, col rischio di non essere mai!

«Infiniti sono i rischi che minacciano il Governo Provvisorio. —

«Leopoldo d'Austria fuggì fidando nella reazione: fuggì nella certezza che i suoi fedelissimi sudditi non comporterebbero la lontananza delle adorate sembianze del loro padrone; fuggì, perchè il Partito reazionista vide essere cotesto l'ultimo colpo, il colpo disperato per far trionfare una causa che essi medesimi vedevano perduta. — Se Leopoldo d'Austria fosse fuggito nel semplice scopo di sottrarsi ad una sanzione cui consentire non poteva il suo animo timorato, se fosse fuggito unicamente per sottrarsi ad una scomunica, se fosse fuggito lealmente e da buon cittadino, da buon cittadino avrebbe incominciato a deporre quel potere, che ei credesi aver ricevuto per grazia divina, ed alla cui influenza, al cui prestigio egli affidò le ultime sue speranze, — le speranze di ricostituire un trono dispotico sulla guerra civile e sulla anarchia.

«Quest'ultimo scopo soltanto fu quello che ricercò Leopoldo lo Austriaco: ed ove egli vada fallito, sieno pur certi i Toscani, sia certa l'Italia che, non avendo la reazione trionfante, avremo li Austriaci sostenitori del Trattato di Vienna, i quali verranno a riporre sul trono un sovrano che per amore non vi fu voluto riporre. Ora, se schiacciammo la reazione, perchè, o Governo Provvisorio, non volete che schiacciamo li Austriaci?... Perchè volete che abbiamo l'una latente e permanente, li altri in minacciosa prospettiva?...

«E voi sembrereste nol volere, se recedeste dallo scendere prontamente ad energiche e violente misure, a provvedimenti solidi e rivoluzionarii.

«Voi sembrereste, per taluno, quasi non volere, ricusando ancora di dichiarare decaduta dal trono la famiglia di Lorena, ricusando di proclamare immediatamente il regime repubblicano, oggimai inteso e gradito da tutti meglio assai di quello che nol sia il provvisorio.»[536]

Non si deve convocare l'Assemblea, perchè si corre pericolo di addormentare la Rivoluzione nella fredda legalità delle formule. Impegno del Popolo quando me pose al Governo dello Stato, fu la Unione d'Italia con Roma.

«Uomini che abbiamo voluto al Potere, in nome di Dio non esitate! Leopoldo di Lorena è in Toscana tuttavia. La Inghilterra fa bordeggiare le sue navi davanti ai nostri porti sguarniti. Il Piemonte nella professione di fede del ministro Gioberti dichiara non accomunarsi co' Repubblicani, agli unitarii, ai sognatori. Il Papa in Concistoro segreto domanda ec...... Uomini del Governo Provvisorio, non presentite l'uragano? Voi non osate ferire nel cuore la diplomazia europea, e ferite in cambio il cuore a voi stessi, e vi mettete a pericolo di addormentare una Rivoluzione nella fredda legalità delle formule ec. — Ora la Repubblica è una necessità cui la stessa Diplomazia non può intimarvi di disobbedire, poichè non potete davanti al Popolo rinnegare l'impegno che vi ha collocati al reggimento della cosa pubblica: la formazione di uno Stato solo con Roma. Voi sapete di doverlo a Firenze, a Toscana, a Roma, alla Italia. Ma voi dite di consultare l'Assemblea di cui ieri l'altro rettificaste la missione col chiamarla Costituente.

«E se questa Assemblea, nata dal campo di quelle elezioni fra le quali la reazione combatte l'ultime prove, se questa Assemblea non intendesse la missione sua, e riuscisse Assemblea unicamente Toscana? E ciò potrebbe accadere.

«Se prima d'essere raccolta, il cannone tedesco tuonasse l'allarme dalle gole degli Appennini, o le flotte interventrici occupassero i vostri porti? E ciò potrebbe accadere.

«Se un giorno fossimo costretti a domandarvi conto di questa arrendevolezza ai protocolli stranieri, di questa momentanea, eppur dannosa esitanza, fra il vecchio ed il nuovo?

«Oggimai abbiamo compiuto l'opera nostra, e vi abbiamo avvertiti. Governo Provvisorio di Toscana, bando alle esitazioni: abbiate coscienza della vostra forza, perchè il Popolo è con voi; siate geloso della vostra responsabilità, perchè la Italia vi giudica.»[537]

Più veemente il medesimo Giornale nel 17:

«Questa Unione che fino dal primo giorno della Rivoluzione fu il voto esplicito, insistente, imperioso del Popolo fiorentino; questa Unione, che fu ad un tempo la ragione suprema della creazione di un Governo Provvisorio toscano, e la condizione prima, assoluta, imprescindibile della sua esistenza, ha già acquistato le simpatie delle provincie sorelle; ed al grido di Unione proclamato a Firenze, rispondeva un'eco potente, irresistibile, da ogni parte della Toscana. Ieri erano i Circoli di Livorno che inviavano deputazione al Governo per invitarlo a proclamare l'Unione immediata con Roma. Oggi sono i Circoli di Arezzo, di Prato, di Pistola, di tante altre città che ripetono lo invito, la domanda, la istanza medesima, o con indirizzi o con commissioni speciali. E il Governo accomiata le Deputazioni, mette agli atti gl'Indirizzi, e risponde non essere ancora tempo di esaudirli, non potersi precipitare gli eventi, doversi attendere il responso dell'Assemblea del 15 marzo.

«Ma il Popolo insiste nelle sue esigenze, forte nella coscienza dei proprii diritti, e confortato dalle istanze fraterne, con cui i Popoli di Roma e di Romagna gli stendono le braccia. Ogni giorno un nuovo fatto, una nuova dimostrazione viene in conferma della volontà costante, immutabile, del Popolo nostro, in riprova della sua maturità alle libere istituzioni repubblicane, le quali una soverchia diffidenza delle sue forze, o una soverchia diffidenza delle proprie, ricusa acconsentirgli se non a brevi e tenuissimi sorsi.»

Però che, come dagli sparsi Documenti si ricava, il grande spino al cuore era la paura che Toscana tutta con politica probità consultata non si dichiarasse per la Repubblica; ed anche qui se ne incontrano vestigii: «Che cosa fareste della vostra Assemblea ove si dichiarasse ostile, e giudicasse inopportuna e immatura la Repubblica? — Allora voi la rovescereste, — voi dite, — la rovescerebbe il Popolo conscio dei suoi diritti, e deciso a farli ad ogni costo rispettare. Or bene: fate conto, ch'ei l'abbia già rovesciata cotesta benedetta Assemblea, e non ne parliamo più, e figuriamocela seppellita. Che bisogno ci è, di grazia, di rappresentanti del Popolo, quando il Popolo è in piazza pronto a rappresentarsi da sè stesso?»[538]

Se io non erro mi sembra provato, che l'Assemblea fosse massimamente odiata dalla Setta repubblicana, sì perchè col differire temeva andassero disperse le esaltazioni degli spiriti, siccome appunto ad ogni specie di ebbrezza vediamo accadere, e sì perchè il voto universale sentiva certamente contrario ai suoi desiderii. Del pari fu visto come dal giorno otto febbraio con ogni maniera argomenti, urgentissimi sforzassero per avere Repubblica a furia di Popolo proclamata; come mi si fosse posto al fianco un uomo «capace di sviscerare fino l'ultimo dei pensieri del dittatore toscano,»[539] e quotidianamente in lotta meco per poterla spuntare; questo dicono i ricordi dei tempi, questo tutti i libri confermano; eterna rampogna è questa, che mi gettano in faccia i Repubblicani; che più? questo apertamente le carte stesse dell'Accusa palesano, e nondimeno l'Accusa ha la fronte di scrivere: «il mio sforzo essersi ridotto in qualche contingenza, perchè la Repubblica non venisse troppo presto attuata.»[540] Comecchè non vi abbia mestiero di ulteriore dimostrazione, pure per chiarire in qual modo anche dai Documenti stessi dell'Accusa resulti la prova della continua opposizione mia all'esigenze della Setta, giovi innanzi tutto rammentare il Proclama che iniziava il Governo Provvisorio, avvegnachè per quello sia fatto palese quali fossero la sua missione ricevuta, i suoi fini, e i mezzi per conseguirli.[541]

Fino da cotesto giorno otto annunziava rimesso alla decisione dell'Assemblea Toscana il giudizio delle sorti nostre.[542] Nell'11 informato il Governo della congiura ordita nel seno delle Conventicole di prorompere e imporre la Repubblica a forza, bandiva il Proclama del 12 febbraio.[543]

E nel 13, quando si volle piantare l'Albero della Libertà sotto i miei occhi, dichiarai espresso: «appartenere al libero voto di tutto il Popolo Toscano convocato in Assemblea il 15 del futuro mese di marzo decidere su la forma del Governo.»[544] Nel giorno stesso commettevo discretamente al Consigliere Paoli, che si astenesse da porgere e da accettare eccitamenti per la Repubblica.[545] — E qui ricordiamo di passaggio all'Accusa di considerare, se sia o no importante acquistare tempo nelle rivoluzioni. Quel Popolo, che nel 12 febbraio piantava l'Albero, nel 12 aprile lo spiantava: — e si compiaccia avvertire da capo eziandio, che nè in tutto, nè sempre pervenni a contenere la moltitudine, poichè, nonostante il mio aperto contrasto, degli Alberi qui e altrove ne fu alzata una selva; e se quante si contavano mani a trattare alberi si fossero potute avere a trattare armi nazionali, il nostro Paese sarebbe lieto, che ora è tristo. La Circolare mandata nel 16 febbraio ai Gonfalonieri del mio alacre provvedere porge splendida testimonianza.[546] Quando il Principe abbandonò il suolo toscano, e le milizie del Generale Laugier o sbandate vagavano o al Governo Provvisorio si sottoponevano, e il Partito reazionario aveva ricevuto tale battisoffiola per cui stava cheto come olio, pauroso dei danni estremi, è agevole immaginare la pressura dei Settarii! Non era tempo quello di dichiararsi? Forse temevo della battaglia di Novara, forse presagivo futuri infortunii, e fra questi dubbii ed auspizii esitavo? Eh! Dio mio, se il giorno delle nozze dovesse prognosticarsi quello delle esequie, invece di menare balli per gli sponsali, canterebbero l'uffizio dei morti. Il Niccolini, il quale, come raccontai altrove, mi si era messo ai fianchi per commuovermi sotto milizie e popoli onde mi costringessero a proclamare la Repubblica per via di tumulto, arringata la turba, sospinse una mano di Lucchesi a venirmi incontro incappucciata di certi strani berretti vermigli, e a gridare smaniosa: Repubblica! Repubblica! Come io loro favellassi domandatelo all'Accusa. Ella nei suoi Documenti ne riporta uno di mio, dove leggiamo impresse queste parole: «Il Governo ha assunto il carico di mantenere tranquillo il Paese finchè l'Assemblea Nazionale non decida delle sue sorti: questo intende fare con ogni suo sforzo supremo, e questo farà.»[547] E tale Proclama, o Bando ch'e' si voglia chiamare, era pubblicato nel 26 febbraio 1849, un mese innanzi la triste notizia della rotta novarese, come l'Accusa dichiara; e se la turba coteste mie dimostrazioni accogliesse docile, doveva l'Accusa investigare; e se non lo voleva investigare, nemmeno in oltraggio al vero e in onta alla santità del suo uffizio doveva affermarmi onnipotente conduttore delle moltitudini. In Firenze si raddoppiò la piantata degli Alberi, si suonarono campane, si spararono archibugi, si levò tale e tanto schiamazzo, che io per me credo, che se avessi allora avuto l'onore di tenermi accanto consigliera l'Accusa, mi avrebbe scongiurato dicendo: «Piegate ai tempi; prendete nappa rossa, e gridate Repubblica!» Peccato, che io non avessi tolta l'Accusa per mia consigliera a quei tempi.[548]

Ed in quel giorno i Commissarii, che, me invano opponente, si condussero a Firenze, sapete che cosa venivano a leggermi in faccia con turbato sembiante? «Che quel mio contegno fu visto con maraviglia e dolore, perchè può giovare alla reazione, può porgere ai nemici interni ed esterni mille argomenti, con cui sedurre e fare traviare la parte meno colta del Popolo, specialmente delle campagne, sparlando della Repubblica, e facendola credere dal Governo ripudiata.»[549]

Ed io con efficaci parole e co' recenti fatti mi purgava prima della calunnia di traditore, che stupidamente quanto perfidamente uomini faziosi insinuavano contro di me; gli scongiuravo a proseguirmi della consueta benevolenza: — stessero sicuri, da me null'altro volersi, non altro procurarsi, che il bene della mia Patria; dovere di cittadino e fede di Magistrato impormi di consultare il Paese intero in cosa nella quale ne andava della salute di tutti i cittadini; — e poichè gli ebbi fatti capaci della rettitudine delle mie intenzioni, confortai i Colleghi a perdurare nella mia sentenza, sicchè quel giorno stesso fu pubblicato il Proclama, che si legge a pag. 504 di questa Apologia.

Nel 2 marzo 1849 abrogando io la Legge Stataria del 22 febbraio 1849, promulgata me assente, non trascurai rammentare — «l'accordo universale di riservare alle Assemblee la funzione del voto popolare intorno alle forme del nostro reggimento.»[550]

Le altre contese sostenute vengono riportate nelle pagine, che in breve succedono. — Troppo lungo epilogo dello esposto fin qui, tornerebbe certamente tedioso; basta spremerne il sugo in due proposizioni: 1a Il Parlamento Toscano non fu sciolto, ma il Governo ne constatò la morte temporaria, perchè allora non avrebbe potuto, nè voluto sedere; sarebbe stato cagione di perturbamento, e non di ordine. 2a L'Assemblea Costituente Toscana fu convocata al doppio scopo, d'impedire la decadenza del Principe, e il bando della Repubblica a furia di una parte minore del Popolo Toscano audace per la inerzia e per lo sbigottimento della maggioranza, non che pel miscuglio di uomini non toscani; — di raccogliere libero intorno alla forma del reggimento e alla persona del Principe il voto del Popolo tutto, il quale per le cose dimostrate, giusta le previsioni della umana prudenza, era sicuro che si sarebbe espresso pel Principato Costituzionale, e per la casa erede di Leopoldo I precursore di civili libertà.

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