XVI. Giorno 8 Febbraio 1849
L'Accusa insiste, che per bene tre volte, invitato dal Presidente Vanni, io ricusassi restringermi a segreta conferenza. Di questo triplicato invito nè so, nè ricordo, nè mi venne contestato. — So, e ricordo, che alcuni Deputati mi confortavano uscire di sala pubblica, e condurmi a quella delle Conferenze. — Nel Decreto del 10 giugno 1850, il signor Montanelli, che andò a pregare i Deputati onde tornassero nella pubblica sala, è incolpato di averli esposti alla violenza del Popolo; e me, che non volli andare, accusano del medesimo disegno. Sicchè, sia che si andasse, sia che si stesse fermi, al cospetto dell'Accusa, che mi scuoia e mi squatra, non ci è via di salvazione.
Se io pongo mente al tempo e alla cagione delle parole, ricordo che quei tali onorevoli colleghi mi animassero a procurare il ritorno dei Deputati partiti, e che io rispondessi: «È andato Montanelli; basta.» Riprova di questa verità occorre nel considerare, che i colleghi conferenti meco, trascurato lo esempio altrui, restavano fermi nella sala, nè facevano sembiante di volersene andare, la quale cosa dimostra come la Seduta fosse incominciata, e come di conferenze segrete non fosse più a parlare.
L'Accusa non sembra che fra i suoi studii si dilettasse molto di quello dello Statuto; o se le piacque un tempo, poco se lo rammenta adesso; imperciocchè, se fosse altramente, saprebbe che l'Articolo 44 dello Statuto dichiara: «Le adunanze delle Assemblee avere ad essere pubbliche; soltanto su la domanda di cinque Membri potersi il Consiglio costituire in adunanza segreta.» — Il verbale dell'Assemblea non dice che questo rito fosse praticato, e veramente nol fu; e nemmeno dice il verbale che i Ministri ricevessero lo invito di cui parla l'Articolo 61 dello Statuto medesimo. Per altra parte, l'Assemblea quale ha mestieri di consenso ministeriale per costituirsi in conferenza segreta? Di quali informazioni abbisognava per parte dei Ministri? Forse non erano istruiti del successo e del tenore delle granducali lettere il Presidente e parecchi Deputati? Sì certo lo erano, e il Signor Vanni era stato chiamato in Palazzo appunto per questo: oggimai dello infausto evento correva pubblico il grido. E se le Camere non abbisognano del consenso dei Ministri per costituirsi in conferenza segreta, molto meno hanno d'uopo della presenza loro per deliberare i partiti. Il Ministero non costituisce per niente membro necessario del Parlamento; — or fanno pochi giorni l'Assemblea di Francia, non ostante l'assenza del Ministro del Commercio, discusse e votò la proposta su le tariffe commerciali, instando Thiers; — e fu nella Camera nostra dichiarato, in occasione della Legge su l'arruolamento, discussa in parte e deliberata assente il Ministro della Guerra, nella Seduta de 17 agosto 1848. Io ben ricordo avere in cotesta Tornata fatto osservare se non la necessità, almeno la dicevolezza, ed anche il vantaggio della presenza del Ministro per attingerne opportuni schiarimenti; se non che il Deputato Salvagnoli tanto seppe dire intorno alle facoltà della Camera di discutere, e votare senza bisogno di Ministri, che non fu tenuta in conto alcuno la mia osservazione. Non invito legale pertanto, ma consiglio semplice fu dato di conferire in segreto, nè dal mio non seguirlo era tolto alla Camera di prendere quel partito, che le fosse parso più profittevole.
Me poi a non seguitare cotesto consiglio persuadeva copia di ottime ragioni. In prima, la commissione del Principe, il quale con lettera del 7 febbraio ordinava: «Prego il Ministero a dare pubblicità a tutta la presente dichiarazione, onde sia manifesto a tutti come e perchè fu mossa la negativa che io do alla sanzione della Legge per la elezione dei Rappresentanti toscani alla Costituente italiana; che se tale pubblicazione non fosse fatta nella sua integrità e con sollecitudine, mi troverò costretto a farla io stesso dal luogo ove la Provvidenza vorrà che io mi trasferisca.» Da questo il bisogno della urgenza e della pubblicità della Seduta. Inoltre, nella agitazione certissima del Popolo in quei momenti supremi, in affare di tanta importanza, ogni ombra di mistero avrebbe accresciuto le ansietà e inacerbito i sospetti: ogni uomo che abbia senno, di leggieri andrà persuaso che la conferenza segreta, invece di diminuire, avrebbe a mille doppj accresciuto i pericoli del frangente. Ancora, io vorrei che l'Accusa, in cortesia, m'istruisse in che e come la sala privata avesse, meglio della pubblica, difeso l'Assemblea dal Popolo irrompente. Forse la sala privata ha in sè virtù repulsiva, od è munita di ridotti e cinta da bastioni? Forse il mago Atlante vi pose sotto la soglia le incantate olle come al Castello di Carena?[173] Se la sicurezza poteva consistere nella diversità delle stanze sotto un medesimo tetto, l'Accusa avrà ragione; ma finchè non venga dimostrato in che la camera delle conferenze avesse maggior virtù della sala pubblica, egli è certo che i Deputati sarebbero stati esposti ugualmente nell'uno come nell'altro locale. Ed anzi peggio, perchè le angustie del luogo avrebbero, ad ogni evento, impedito l'uscire, aumentati i pericoli. Finalmente, a tutelare l'Assemblea erano state prese le provvidenze necessarie. Il Decreto del 10 giugno 1850 argomentava il reo disegno dal trascurato invio di ordini al Capitano della Guardia Civica stanziata alla porta di sotto, per opporsi allo ingresso della moltitudine tumultuante; ma in qual punto avrei dovuto trasmettergli io ordini siffatti? Prima o dopo l'apertura della Seduta? Se prima, ordini speciali per cosa che s'ignora non se ne possono dare; inoltre il Capitano non riceve ordini dal Ministro, ma dal suo Superiore; e poi il Capitano posto a guardia ha ordine generale di difendere la sicurezza dell'Assemblea; nella quale generalità, naturalmente, rimane compresa la specialità di operare quanto reputa convenevole per adempire il fine della consegna. Lo intento della moltitudine non poteva essere dubbio se, come narra l'Accusa, infuriava tumultuante e schiamazzante, con cartelloni che dicevano, a lettere da speziali, quello che volesse fare. Che cosa altro si domanda per conoscere che l'Assemblea sta per essere violata? Che più si aspetta per sapere venuto il momento della difesa? Se le Guardie, spesso collocate a distanza grande dai Superiori, avessero ad aspettare, via via che la occasione si presenta, ordine speciale per agire, verrebbero a portare sempre il soccorso di Pisa. Ora, nel caso in discorso, io non poteva conoscere quello che si faceva per di sotto, stando nell'Assemblea; e sarebbe riuscito festoso che per me si mandassero ordini per impedire lo ingresso della moltitudine tumultuante, quando la vedeva già entrata! Non so di cose guerresche; ma parmi evidente, che se la Guardia si fosse disposta su per gli scaglioni con le armi abbassate, la posizione sarebbe stata insuperabile.
Però io ho detto tutto questo per tenere dietro alle aberrazioni dell'Accusa; ma ella, che poco sapere le Istituzioni Costituzionali, o ricordare si cura, importa che avverta come il comando della forza armata di guardia all'Assemblea dipenda unicamente dal Presidente di questa. I Ministri, usurpando simile prerogativa, non solo commetterebbero sconvenienza massima, ma colpa. Infatti, nella Seduta del 30 marzo 1849, mentre una mano di Popolo con urli e minacce assai più veementi che quelle dell'8 febbraio intendeva violentare l'Assemblea a proclamare la Repubblica, io mi trovai, o credei trovarmi, forte abbastanza per indirizzare al Presidente queste parole: «Come Capo del Potere Esecutivo, in cui il Popolo intero ha riposto la sua fiducia, io credo dovergli rispondere con atto di coraggio. Se il signor Presidente domanda gente per disperdere gl'iniqui e perfidi perturbatori, io stesso monterò a cavallo.» — E nella Seduta, non meno procellosa, del 2 aprile, il Ministro dello Interno interrogava il Presidente dell'Assemblea dicendo: «Io le ho mandato 180 uomini; che ne fa ella?» E il Presidente rispondeva: «Io ho trasmesso gli ordini opportuni al Capitano del distaccamento della Guardia Nazionale che in questo momento forma il presidio dell'Assemblea.»[174]
Se il Ministro della Guerra raccolse i Comandanti dei Corpi militari per provvedere più particolarmente alla città di Firenze; e fu messo all'Ordine del Giorno, che tutte le milizie starebbero consegnate nelle rispettive caserme; e stabilito, che le milizie, stanziali e cittadine, avrebbero agito promiscuamente dietro ordini firmati dal Comandante di Piazza e dal Prefetto (Atto di Accusa § 53); si persuaderà di leggieri la gente, che alle provvidenze fu pensato.
Ma l'Accusa, che prima aveva rimproverato la omissione delle misure, ora che le trova prese, ci sofistica sopra, e dice, che le milizie dovevano agire soltanto in caso di vera e propria sommossa popolare, e critica quel dovere agire dietro ordine di due autorità dissociate; non si contenta che la Civica fosse mandata alle Camere con numero, mezzi, e istruzioni consuete; bisticcia perchè non avesse posto le baionette in asta, come se tutte queste cose dipendessero da me; gavilla perchè la Stato-Maggiore, e il Generale in Palazzo Vecchio stanziassero, come se potessero stare in migliore luogo per difendere il Senato che sedeva in quel medesimo Palazzo, e il Consiglio Generale che sedeva nella fabbrica accanto!!
Il Ministro D'Ayala fu sempre di parere, che i soldati non si avessero a mescolare nelle popolari sommosse: per queste doveva bastare la Guardia Civica. Se la Guardia Civica non mantiene l'ordine interno, o che cosa ci sta a fare? La milizia stanziale combatte le guerre della patria. Di tale suo concetto espose buone ragioni alle Camere; per questo motivo non fu piccola impresa ottenere i suoi soldati nel supremo accidente; e la doppia firma ha da essere stata regolare, e necessaria secondo la sua superiore esperienza.[175] Che cosa si voglia inferire dalla firma simultanea delle due Autorità dissociate, io non so comprendere; molto più, che per non essere parola italiana l'aggettivo dissociato, non capisco per l'appuntino che cosa significhi; ma indovinando che corrisponda a disgregato, o che forse, domando io, una dimorava in Firenze, e l'altra al Capo di Buona-Speranza? Sentiamo un po': che grande ostacolo faceva questo, o in che le operazioni necessarie avrebbero incontrato impedimento o ritardo? Il Comando di Piazza stanzia in Palazzo Vecchio; il Prefetto come Deputato sedeva alla Camera: distavano dunque forse trenta passi, e tre scale! Che insinuazioni cavillose, che sofisticherie sono elleno queste? E crede l'Accusa, che il Generale Chigi, personaggio chiaro per valore e per ingegno, si sarebbe prestato docilmente a lasciarsi aggirare come un gaglioffo? Riprenda l'Accusa gli aggiunti di vera e propria, che ce li mette di suo, — e fa ufficio di barbaro, gittando nella bilancia iniqui pesi, — e lasci unicamente la sommossa popolare,[176] e veda se fosse venuto tempo di agire (se è vero quello che dice il Decreto del 10 giugno 1850), alloraquando gli agitatori deliberavano, sotto la Loggia dell'Orgagna, imporre un Governo Provvisorio alle Camere, e (se è vero l'altro che referisce il Decreto del 7 gennaio 1851) quando vi si conducevano tumultuanti. Se non presenta carattere di sommossa una turba tumultuante che delibera in pubblico d'imporre un Governo nuovo al Paese, davvero che cosa sia sommossa io non saprei vedere. In quanto alle baionette non messe in asta, le Guardie ce le avevano a mettere; e credo che non le avessero lontane, perchè, se non isbaglio, se le tenevano al fianco. Se anche questo sembra all'Accusa un crimenlese, non ha fare altro ch'estendere la requisitoria, e mettervi dentro anche le Guardie. Sarebbe per avventura anche questa una disassociazione pregna di maligni disegni? Or via; i provvedimenti furono presi, e se rimasero inadempiti, non è mia la colpa. I Circoli invitati a stare fermi, si vollero muovere; le milizie invitate a muoversi, scelsero di stare ferme; ma che, per avventura, devo io portare il peso dei falli di tutto il genere umano?
Nè qui si fermano le insinuazioni; e si trova a ridire perchè fossero chiamati i Capi dei Circoli, e non il Presidente Vanni; perchè nella notte fossero avvertiti i Circoli, e non le Camere. Trattandosi d'impedire turbolenze, era razionale convocare chi potesse reprimerle, e chi provocarle; i primi, perchè alla occasione si mostrassero, i secondi, perchè dal dare questa occasione si astenessero; ed ordinando, o pregando, che i Capi dei Circoli stessero tranquilli, ne veniva per necessità che fosse loro partecipato il motivo della chiamata e dell'ordine. Forse si volle tenere celato il successo della partenza del Principe? Ma non erano il cavaliere Peruzzi Capo del Municipio, e il cav. Chigi Generale della Guardia Civica e Senatore, che ne furono primamente instruiti? Perchè malignare se non fu chiamato il Presidente della Camera? Da questa parte non poteva venire danno davvero, e soccorso materiale nemmeno. Fintantochè non ci dica l'Accusa quale rovina irreparabile abbia cagionato chiamare il Presidente della Camera la mattina per tempo, qual soccorso di forza ci avrebbe apportato l'ottimo e mansueto Cosimo Vanni, che Dio nella sua misericordia dallo aspetto delle odierne miserie in buon punto ha salvato, sarà difficile che la gente trovi, come l'Accusa fa, criminoso un lieve ritardo del tutto fortuito ed innocuo.
Rifinito dalla fatica, agitato da commozione profonda, e da presentimenti tristissimi, dopo avere vegliato tutta la notte, io mi conduco alla Camera deliberato a rassegnare la carica appena il signor Montanelli avesse letto il suo Rapporto. Questa intenzione aveva manifestato ai miei familiari, e a parecchie persone che mi circondavano; sicchè prima di uscire dalle stanze di Ufficio fatto fascio di corrispondenze, e di altre carte private, gittandole sul fuoco, esclamai: «poichè non tornerò più qui, non vo' che alcuno legga i miei negozii!» Mi sentiva preso da sazievolezza, e di salute infievolito non poco; rivolgendomi nell'Assemblea al Popolo sorvegnente, diceva loro: «Rammentatevi, cittadini, che abbiamo vegliato tutta notte: — per conseguenza state tranquilli.[177]»
Il signor Montanelli, appena letti i documenti di S. A., viene interrotto da turba di Popolo guidata dal Niccolini, il quale si annunzia latore di ordini popolari; e poi aggiunge: che il Popolo abbandonato dal Sovrano, il quale è fuggito vilmente, mancando alla sua fede e al suo onore, è rientrato nei suoi diritti.[178]
Sorge fiero tumulto. Il Presidente si è coperto il capo, ha dichiarata sciolta la Seduta, e si è ritirato seguito da molti Deputati.[179]
Di faccia alla rivoluzione che irrompeva, deh! senza ingiuria di alcuno, mi sia concesso dichiarare, che non mi parve quello contegno di bene avvisati Deputati. Chi lascia il campo, si dichiara vinto. Padroni della sala e del Governo già già diventavano il Niccolini e la plebe; — sì, lo avvertano bene tutti coloro che fanno le viste di obbliarlo adesso, — plebe, e quella dessa, che dopo avere innalzato gli alberi della libertà, in onta mia, per estorcere danari, gli abbatteva più tardi per estorcere danari; plebe, che minacciosamente proterva domandava elemosina alla foggia del povero del Gilblas, e ruppe strade, e incendiò case, e manomise le persone, e gli averi; plebe, che anelava gli ultimi orrori; plebe, che, implorando lo aiuto dello stesso Circolo armato, fu forza contenere perchè non isbranasse gli arrestati nella notte del 22 febbraio; Ciompi senza Michele Lando.
Bene altra cura stringeva adesso, che di forme politiche: si trattava salvare la società,... la vita di quelli che ora il beneficio ricevuto disprezzano, — anzi pure vituperano, e rampognano, o accusano!
Si legge il terrore sopra i volti dei circostanti, e i prudenti comprendono a prova il fallo commesso dal Presidente, per avere disertato il seggio. Non così Boissy-D'Anglas e Thibaudeau presiedevano all'Assemblea di Francia in giorni bene altramente terribili! Tacevano tutti. Fra gli schiamazzi del Niccolini, che dall'audacia fortunata reso audacissimo bandisce decaduto il Principe, sciolte le Camere, e il Governo Provvisorio, ed ostenta il mio nome scritto di rosso, che cosa faccio io? Gli ammicco forse degli occhi, gli sorrido facile? Con la voce e co' cenni gli applaudo? Lo abbraccio, lo bacio? Mando al Popolo i baciamani? — Queste cose si costumano fare fra gente indettata nella esultanza dei conseguiti disegni. Ah! io sentii pur troppo in cotesto punto la insidia della fazione repubblicana per tenermi stretto nelle sue tanaglie. Io solo salgo alla tribuna, rilevo la dignità avvilita dei Deputati, ed esclamo: «non potere vedere, che essi sieno stati cacciati così a vergogna. — Qualunque sia la opinione che ci divide fra noi in questa sala, noi siamo tutti fermi e uniti a tutelare con l'ultima stilla del nostro sangue la patria minacciata dai nemici interni ed esterni. Io pertanto mentre rimprovero al Popolo le sue esorbitanze, non posso astenermi di rimproverare anche i Deputati che hanno disertato i loro scanni[180]..... Figli di una stessa famiglia, pensiamo a prendere provvedimenti valevoli e salutari nel supremo pericolo dell'amatissima patria.»
Tutto questo, assai più che con le parole, col gesto concitato, e col guardo torvo, era diretto contro il Niccolini, che si smarriva, rimettendo alquanto della consueta petulanza, e, mal per rabbia sapendo quello che si facesse, si mise a sedere su la pedana del banco ministeriale. Ora, Dio eterno, si può egli supporre, che un uomo il quale avesse eccitato queste enormezze in segreto, ardisse rinfacciarle così aspramente in palese? E si può egli credere, che o Niccolini, o tale altro della Congiura si fosse tolto in pace vituperio siffatto? La mia sfrontatezza avrebbe toccato il termine della insania; la pazienza altrui quello della stupidità.
Intanto Niccolini, ripreso animo, a cagione degl'imperiosi messaggi che il Popolo mandava per invitarmi (e voleva dire ordinarmi) a scendere in piazza, per le apprensioni del Vice-Presidente, pei clamori delle tribune, ed anche per certa imprudente proposta mossa da un Deputato rivolto a me, che tenevo sempre la tribuna, grida: «chiedere la parola in nome del Popolo; avere il Popolo riassunto i suoi diritti, dopo che si era radunato in piazza, ed aveva dichiarato decaduto il Potere; avere di più nominato tre persone per reggere la Toscana, e con Decreto sciolti gli altri poteri.» Quindi cruccioso conclude: — «O voi accettate, e non esiste altro Potere che il vostro conferitovi dal Popolo; o non accettate, e il Popolo penserà a quello che deve fare....[181]»
La turba applaudiva frenetica: difficilmente può significarsi per parole l'amarezza con la quale il Niccolini urlava: «Il Popolo penserà a quello che deve fare.» Per coteste minaccie gli animi degli astanti sbigottivano.
Ed a ragione sbigottivano; perchè, sapete voi che cosa voleva dire «Il Popolo farà da sè?» Voleva dire: il Principe decaduto, le sue case saccheggiate, i servitori manomessi. Voleva dire: chiese espilate, cittadini multati, pubbliche casse vuotate. Voleva dire: leggi dei sospetti, tribunali rivoluzionarii, sentenze scritte col fiele della vendetta e col sangue del furore. Voleva dire: antichi impiegati condotti alla miseria (forse a peggiori destini), e famiglie disperse. Voleva dire tutto quello che una plebe arrabbiata sa fare quando la sferzano le furie della necessità, della cupidigia, e della paura, ed uomini perversi la inebbriano di odio. — Se questa poi sia esagerazione o verità, vedremo tra poco.
Io avevo impegnato un duello col Niccolini, che pure l'Accusa designa audacissimo, ed è vero; pur troppo mi accôrsi che mi poteva tornare fatale; nonostante sperando, che di valido aiuto i miei colleghi mi sovvenissero, me gli rivolgo incontra da capo, ingegnandomi blandire il Popolo, e separarlo per questa via dal suo Condottiere; e così lo interpello: «Perchè pretende egli esclusa dallo aderire alle deliberazioni la parte del Popolo elettissima, che siede in questa sala? Le Provincie non devono essere rappresentate? Non importare ch'elle stieno unite? Se mai le persone indicate accettassero, perchè vorrebbe togliere loro il voto, e l'adozione dei colleghi, per conforto a procedere in una via da ora in poi piena di supremi pericoli, e forse di morte sicura?[182]»
Questo era impedire la dissoluzione del Paese, e dirò quasi un porgere una cima di canapo alla Camera affinchè l'afferrasse, e, diventata padrona della occasione, ardire pari agli eventi mostrasse. Alcuni più ragionevoli del Popolo si lasciano persuadere, e favellano miti parole. Allo improvviso si ascolta nuovo Popolo accorrente con immenso fragore: la sala intronata, pareva che sobbissasse: per questa volta mi sentii cadere il coraggio: temei della mia, ma più assai della vita altrui. In quel momento mi appiglio (ogni altra difesa mancando) alla parte del Popolo, che, prima venuta, si era mostrata proclive alla persuasione, e dirò quasi mansuefatta; la invoco a supremo riparo, e supplicando grido: «Il Popolo guardi il Popolo: non venga introdotta persona.[183]»
Ma il Popolo prorompe furibondo, ed intima con altissimi urli che scendiamo in piazza. Allora fu, che sempre combattendo, e riparando alle parole promettitrici del Vice-Presidente, in atto ortatorio dissi: «Prego ad ascoltare la lettura del Rapporto, e lasciare che l'Assemblea sul medesimo deliberi.»
Niccolini inquieto, avvertendo che il Popolo alla lettura di cotesto Rapporto si calmava, teme la seconda disfatta, onde mi taglia le parole in bocca, e proclama lo scioglimento delle Camere.
Ora qui, da chiunque goda del bene dello intelletto, o per istudio infelice di parte non chiuda gli orecchi alla coscienza, o per turpe consiglio, o per altra qualunque più malnata passione non rinneghi il vero, sarà agevolmente concesso, che se Niccolini ed io andavamo d'accordo non ci potevamo intendere di peggio, conciossiachè Niccolini pretendesse la Camera sciolta; io mi sforzassi a tenerla unita: Niccolini il Principe decaduto proclamasse; io cotesto plebiscito deludessi: Niccolini sovrani i Decreti del Popolo in piazza a sostenere si ostinasse; io a dire che nessuno, tranne la Camera, avesse diritto di proclamare leggi persistessi: per lui decadenza del Principe, e reggimento mutato fossero fatti compíti, e non vi fosse più luogo a deliberare: per me tutto da farsi, e l'Assemblea a risolvere liberissima: il Popolo di scendere in piazza m'imponesse; io dichiarassi non mi volere muovere dall'Assemblea.
Credo che non mi rifiuteranno fede gli onesti, quando dico che, ordinariamente di salute mal fermo, adesso per la veglia durata e le angoscie dell'animo, io mi sentissi prossimo a mancare; pure non volli rimanermi da profferire parole le quali indicassero come per me veruna cosa fosse ancora decisa, e tutto rimanesse a deliberare, vituperassero i tristi, minacciassero gli audaci.
«Da questo momento i Ministri cessano essere Ministri di Leopoldo II, e divengono semplici cittadini. L'Assemblea e il Popolo deliberino il resto. Frattanto abbiamo spedito in tutte le parti della Toscana; abbiamo preso provvedimenti necessarii affinchè un Governo immediato, pronto e vigoroso, possa erigersi per reprimere i disordini che potessero insorgere così per le fazioni infami dei retrogradi, come per le fazioni non meno infami degli anarchici.[184]»
Queste ultime parole erano per quattro quinti dirette alle persone che mi stavano davanti. Errano le carte dell'Accusa (e vorrei credere per inavvertenza) quando affermano che Niccolini intimasse alla Camera di aderire alla nomina del Popolo, però che egli mai disse questo. Il suo concetto era troppo bene disegnato diversamente: egli pretendeva decaduto il Principe a cagione della sua partenza, il Popolo padrone di disporre di sè, ed in fatti disporre sciogliendo tutti i poteri costituiti, e nominando un Governo Provvisorio. Niccolini, latore degli ordini popolari, non poteva fare contro al mandato contenuto nel Decreto del Popolo, che l'Accusa male finge ignorare.
Quando per le mie parole Niccolini tacque, incominciò veramente la discussione. La stessa Accusa dichiara, ed io mi maraviglio come questa confessione le sia caduta dalla bocca, che io solo riuscii a far tacere il Niccolini (§ 77).
Io ho sostenuto, che i Deputati potevano uscire, e usciti non tornare, perchè invero molti uscirono, e parecchi non tornarono, e perchè Niccolini latore degli ordini popolari intimava sciolte le Camere. Dicono che vi furono alcune minaccie di morte, e vi saranno state, ma scarse, e rade così che io non le udii; comunque sia ciò, non toglie efficacia alla mia osservazione, confermata dal fatto dei molti Deputati usciti incolumi dalla sala, e dallo essere andati immuni da offesa tutti coloro cui non piacque tornare. Il Decreto del 10 giugno parlava sempre dell'assenza del Presidente, taceva quella dei molti Deputati. Se il Presidente tornava, lo faceva coartato dalla minaccia della guerra civile, ed anche qui dei Deputati persistenti a rimanere lontani non si profferiva parola, e ciò a bella posta, perchè non si voleva credere che la minaccia della guerra civile non fu coartazione, ma presagio al quale rimasero indifferenti tutti coloro che vollero, e che i pertinaci a stare fuora non corsero danno o pericolo di sorta alcuna.
Invano si nega; se violenza avvenne, e' fu per cacciar via i Deputati, non già per ritenerli.
Dopo che, ridotto al silenzio il Niccolini, s'incominciò la discussione, Cosimo Vanni Presidente con molto grave sentenza impegnava il nazionale orgoglio, affinchè la turba raccolta tacesse, e lasciasse «tranquilli in cotesto luogo i Rappresentanti del Popolo a deliberare quello che deva farsi in così grave e solenne circostanza.»
Il Monitore, il processo verbale della Seduta, non notano che d'ora in poi il Popolo interrompesse. La storia della Seduta raccolta dagli stenografi, e compilata dai segretarii presenti, deve preferirsi a reminiscenze talora inesatte, qualche volta sleali.
Questi Documenti diranno come il Popolo due sole volte disapprovasse il signor Viviani, Deputato di molto seguito, e tutti gli oratori, compreso il signor Corsini, applaudisse. Io non apersi più bocca; assai e troppo l'avevo aperta per mettere in compromesso la mia sicurezza; e quando avessi voluto, non lo avrei potuto, tanto mi sentiva rifinito di forze.
Il Deputato Socci fa la proposta che venga eletto un Governo Provvisorio, nel modo che domanda il Popolo di Firenze. Il Deputato Trinci censura il Popolo per avere preoccupato il voto della Camera venendo a proclamare il Governo Provvisorio, ma conforta a rispettarlo: ambedue questi Deputati dichiarano il Paese senza Governo, la necessità di crearlo, l'ordine pubblico gravemente minacciato. Il Deputato Corsini conviene della gravissima condizione del Paese, e della necessità di supplire al suo Governo con un Governo Provvisorio; aderisce con intero e libero suffragio alla elezione degli uomini distinti che si vorrebbero nominare, solo desidera aggiungervi il Gonfaloniere di Firenze, e Ferdinando Zannetti. Trinci replica che gli eletti potranno aggiungersi coloro che meglio penseranno, non volendo imbarazzare con nomi la libertà che intendeva lasciare pienissima, come pienissima era la sua fiducia, ai tre membri del Governo Provvisorio. Il Deputato Cioni rigidamente pone la quistione che si voleva lasciare velata: Ai termini delle Leggi costituzionali, mancato un Potere, gli altri cessano. Noi non siamo rappresentanti, ma potremo votare come semplici cittadini. Un Governo di 3 o di 5 è cosa indifferente, purchè questo Governo assuma sopra di sè il Governo di tutto il Paese, e PENSI A CONVOCARE I COMIZJ, affinchè un'Assemblea nazionale provvegga a' destini del Paese. Viviani combatte il Cioni, e sostiene la mia opinione, che i Deputati rappresentano tutta Toscana, non il solo Popolo di Firenze, il quale non può presumere di rappresentare Toscana intera; però conviene che, mancato un Potere, cessino gli altri; solo restringe la rappresentanza dei Deputati alla facoltà d'istituire un Governo Provvisorio. Insiste su la necessità che i Deputati concorrano col voto a confermare il Governo Provvisorio, affinchè le Provincie lo accettino, e non rimproverino i loro Deputati, reduci a casa senza avervi cooperato. «Non dire questo (egli professava) per amore alla Deputazione perpetua, ma perchè ognuno deve, con freddo coraggio, eseguire il mandato del Paese, e non disertarne la causa, anche sotto lo impero della forza. Quando il Governo sarà consolidato col voto indipendente di tutti noi, io sono il primo a dire CHE LA CAMERA È SCIOLTA, E CHE OGNUNO DEVE TORNARE ALLA VITA PRIVATA.»
Chi pone fine alla discussione? forse il Popolo? No: il Monitore non lo dice; dice, all'opposto, che la proposizione di troncarla venne dal Trinci, il quale, per amore del Popolo e per la imponenza dei casi, vuole si scenda a deliberare. «Il Governo Provvisorio scioglierà la Camera, se lo reputerà convenevole, e allora lo scioglimento sarà legale; non s'imbarazzino le sue attribuzioni; la Camera ha dato ai tre individui, che vogliamo al Governo Provvisorio, segni non dubbii di fiducia: riposiamoci nelle loro braccia.»
Zannetti aderisce a Trinci, e invoca solleciti provvedimenti. «Urge, egli dice, una circostanza che non bisogna nasconderci. Il Popolo, in piazza, attende vedere i membri del Governo Provvisorio. Il Popolo non si frena; però questi tre componenti il Governo Provvisorio, approvati dalla Camera, discendano a mostrarsi al Popolo, e gli dicano: Popolo, unione, rispetto alla proprietà, rispetto agli uomini.»
Tre Deputati insistono per la immediata votazione. Il Corsini aderisce anch'egli. Allora soltanto, il Popolo, plaudente, grida: ai voti, ai voti. — Però quattro Deputati energicamente insistono a dichiarare che ogni Potere è sciolto, che non sono più rappresentanti, e tali diventeranno quando eletti dal Suffragio Universale; — tre votano come cittadini, uno ricusò votare. Segue la votazione; nessun voto è contrario. Io taccio sempre, e, prima di accorgermene, vengo preso, aggirato, passato di braccia in braccia, fino in piazza, rovesciato a terra, e in pericolo di essere calpestato dalla folla delirante, se molti, con furia di spinte e di gomiti, non mi salvavano. Il Monitore dell'8 febbraio, narrando il fatto, dice che fummo portati, e dichiara la verità.
Ora, può egli ritenersi in coscienza che io col Niccolini e co' suoi compagni mi fossi indettato? È egli vero o no che la Seduta dell'8 febbraio ebbe due periodi, procellosissimo il primo, per mia virtù composto, il secondo tranquillo? I miei conati furono diretti a esporre i miei Colleghi alla violenza, o non piuttosto a confortarli e metterli in condizione di opporsi alla furia irrompente del Popolo? Alla discussione pose termine il tumulto, o veramente il consiglio gravissimo di non lasciare il Popolo senza freno, ed il timore, ch'egli, riputandosi sciolto da qualunque governo, non precipitasse in enormezze contro le proprietà e le vite dei cittadini? Chi dirà che i Deputati furono costretti a votare, se molti ebbero facoltà di uscire, dei quali taluno tornava e tale altro no? Chi dirà i Deputati costretti a votare, se la volontà del Popolo era che non votassero, e dalla sala partissero? Chi dirà i Deputati costretti, se alcuni protestarono votare come semplici cittadini, e tali altri si astennero? Chi si assume il tristo diritto di deturpare, alla faccia del mondo, nomi chiarissimi e strascinarli nel fango come di uomini senza fede, sostenendo che mentirono quando ultronei dichiararono di dare il voto con intero e libero suffragio, e non volere disertare la causa pubblica neanche sotto lo impero della forza, e intendere far prova di freddo coraggio? Come può con pudore affermarsi che le attribuzioni del Governo Provvisorio dall'Assemblea s'intendessero limitate, quando non si volle appunto con limiti importuni imbarazzarlo, quando gli concessero libertà pienissima, quando di riporsi affatto nelle sue braccia protestarono? Come, che non gli si commettesse di consultare il Paese col suffragio universale, quando si legge che politicamente fu eletto appunto per questo? — Quanti foste presenti allora, benevoli o malevoli, venite e attestate con la mano sul cuore, se, il Paese stava o no in procinto di sobbissare: attestate s'era pericolo raccattare il Potere caduto in piazza, e se fu merito contenere le turbe furibonde! Attestate se pochi cenciosi fanciulli vi spaventarono, oppure moltitudini imperversanti e diverse! Dite, onesti colleghi: è vero o no, che temendo la ultima ora venuta della società, mi prendeste a mezza vita e mi gettaste in piazza dicendomi: «salvaci o muori?»
Havvi tale che suppone tutti i miei sforzi tendessero a circondare la violenza popolana con sembianze di legalità. Questa supposizione, comecchè ispirata da sensi a me punto benigni, è vera. Il Popolo era padrone quel giorno; ora, se da lui solo muoveva la elezione del Governo Provvisorio, questo avrebbe dovuto, per necessità, eseguire in tutto e per tutto il plebiscito decretato sotto le Loggie dell'Orgagna, e la rivoluzione si compiva. All'opposto, il Governo Provvisorio, appoggiandosi ad altra origine, e sopra un altro mandato fondandosi, non ristretto al Popolo fiorentino, ma esteso a tutta Toscana, rappresentata dai suoi Deputati, creava lo impedimento giuridico di sottostare al plebiscito. Più tardi vedremo i pubblicisti della rivoluzione sostenere acremente questo tema, e il Governo, opponendogli sempre la doppia origine e il mandato della Rappresentanza Nazionale, dichiarare che niente dovesse innovarsi senza il consenso di tutto il Paese. — La Costituente salvò la Toscana dalla Repubblica, o, a meglio dire, dalla Demagogia.
Ogni altro concetto a chiara prova è assurdo, e dimostra stupido e bieco ingegno tanto in cui lo esprime quanto in chi lo crede, o piuttosto finge di crederlo. Invero, dove non fosse stato pel fine poi oltre avvertito, da quando in qua la rivoluzione, che consiste nel sovvertimento delle forme legali, implora il battesimo della legalità? La rivoluzione nasce dalla forza, e in quella si appoggia. Se la forza si mantiene per essa, dura, e si costituisce una legalità nuova; o la forza l'abbandona, e allora, che le giovano non solo le forme più o meno legali di cui seppe circondarsi, ma le promesse eziandio, le convenzioni e i trattati? La rivoluzione dal conservare tutte o parte le istituzioni che ha osteggiato, tutti o parte gli ufficiali del Governo caduto, non ricava forza; all'opposto debolezza, e questo è facile ad intendersi.
Il Decreto del 10 giugno 1850 affermava che io mi condussi ad arringare: osservai, ch'egli era il bel sollazzo davvero buttarsi là, per le angustie di scale lunghissime, in mezzo alla folla imperversata, la quale, se nemica, ti opprime per odio; se amica, ti soffoca per tenerezza. Il nuovo Decreto e l'Atto di Accusa si compiacquero introdurre nella storia una lieve variante: non mi condussi, ma vi fui condotto. Ma perchè non dire a dirittura il vero, che vi fui portato? O che fa tanta paura il vero ai Giudici miei? Perchè non rammentare, che intimato a scendere in piazza recusai apertamente? Tanto sagaci i Giudici, perchè non avvertirono che il Popolo a me solo appellava? Nè anche notarono, che una seconda mano di Popolo, troppo più numerosa della prima, venne per istrascinarmi in piazza? Perchè sfuggì loro, come alla forza fisica si aggiungesse la forza morale dei Colleghi, e segnatamente quella del Vice-Presidente Zannetti, che acceso, come sempre, di amore pel pubblico bene, con fervorose parole scongiurava andassi, e alla pericolante società con ogni supremo sforzo sovvenissi?
Esposta la storia della Seduta come resulta dal Monitore, e com'è vera, a che montano le inesattezze, gli artificii e le insinuazioni nemiche dell'Accusa? — Quello che avevamo a pubblicare a tutti non potevamo comunicare segretamente. Con noi, in qualità di Ministri, non v'erano misure da prendere, perchè, pel fatto dell'assenza del Principe, cessavamo dal Ministero. Più ancora: il Parlamento, se si sentiva capace a provvedere, non aveva mestieri affatto del Ministero nè giuridicamente nè materialmente. Il segreto, impossibile e forse fatale. Popolo, ora composto di ragazzi, di cenciosi e di poca plebaglia; ora minaccioso, fremente, operante irresistibile violenza; ma prima composto e poco; poi nelle Camere si estende e costringe; la quale contradizione grossolana è così apparecchiata a modo di fantasmagoria con fine sinistro, ed è questo: le milizie non si mossero a reprimere, perchè, ordinate contro la vera e propria sommossa, non ravvisarono siffatto carattere nella scarsa, cenciosa e ben composta plebaglia che si condusse a deliberare il suo plebiscito sotto le Logge dell'Orgagna; ma quel medesimo Popolo come uscito fuori del sacco del prestigiatore giganteggia dentro la Camera per giustificare la violenza fatta ai Deputati: però vi era da calafatare un'altra fessura, e per questa trapela l'acqua nella barca storica dell'Accusa, così che minaccia passare per occhio; invero, se poca, di ragazzi e cenciosa era la turba, tanto doveva riuscire più agevole alla Guardia Civica repulsarla dalla Camera. Le pretese minaccie di morte a cui fra i Deputati si assentasse, non impedirono che molti partissero incolumi, e taluno non ritornasse. La discussione vi fu, e obiettiva, non terminata da violenza popolare, ma per volontà dei Deputati pensosi non tanto del Popolo presente, quanto del Popolo rimasto senza freno a imperversare per la città. Al Governo Provvisorio furono date amplissime le facoltà di provvedere alla salute della Patria, e per convocare i comizii, onde il Paese sopra le sue sorti si consultasse. Se in quel giorno, e nei successivi, e sempre, il partito d'interpellare il consenso universale alla prepotente violenza della fazione non si opponeva, io vorrei che mi dicesse l'Accusa che cosa mai avrebbe saputo ella opporre? Il mio detto, che non temevo del Popolo, riportato con tanta ostentazione, che cosa poteva significare se non che fiducia che il Popolo non trascorresse a iniqui fatti; fiducia, che, onorandolo, giovasse a confortarlo e a persuaderlo di frenarsi? Forse egli importa che l'atteggiamento del Popolo non fosse pauroso, o forse, che sempre uguali si mantenessero le condizioni dell'animo mio? Riguardo allo avere accettato favellerò fra poco.
Intanto giovi riportare la opinione di un Giornale a me infestissimo, organo del Partito avverso al mio Ministero, la quale varrà a chiarire come i Deputati, senza la spinta del Popolo, avrebbero eletto un Governo Provvisorio:
«La fuga del Capo dello Stato e la dimissione del suo Ministero, alteravano sostanzialmente la economia del Governo Costituzionale, e imponevano la necessità alle Assemblee legislative di provvedere per qualche modo straordinario ed eccezionale al reggimento dello Stato. Questa necessità era nella mente di tutti; e dove il Circolo politico non avesse invasa l'Assemblea ed imposto il suo voto, il Consiglio avrebbe deliberato un Governo Provvisorio.[185]»
Ma via, sopra tutto questo diamo di spugna; — frego, e da capo. Immagini l'Accusa di essere a sua volta tradotta davanti un Tribunale (e non deve riuscirle a immaginarlo difficile, imperciocchè al cospetto della coscienza pubblica ella stia quanto me, e forse più di me), e risponda. Se l'uomo che ora è segno a scellerata ingratitudine, nel giorno ottavo di febbraio 1849 non aveva cuore per voi altri tutti, che cosa sarebbe accaduto della Toscana? — Dirà ella, che la parte repubblicana, la fazione demagogica e le plebi cupide e feroci avrebbero quietato? Da quando in poi i leoni posano prima della preda? E chi avrebbe tutte queste forze contenuto? Per propria loro deliberazione sarebbono per avventura quietate? Questo, io penso, comecchè ne abbia dette delle marchiane davvero, non voglia affermare l'Accusa. Dunque: i Deputati? Ma se l'Accusa ce li dipinge sbigottiti disertare il campo! Noi Ministri? Ma se l'Accusa c'incolpa per non essere fuggiti ancora noi! La Corona? Ma se in quel giorno errava incerta del luogo dove l'avrebbe condotta la Provvidenza! La Guardia Civica? Ma se l'Accusa ci racconta, ch'ella riponeva la baionetta nel fodero! La Milizia stanziale? Ma se senza ordini non si muove; e chi glieli potesse dare mancava, per non dirne altro! I Cittadini di parte avversa? Ma se il Governo nel 22 febbraio non gli salvava dal furore della moltitudine, questa gli avrebbe sbranati! — Chi dunque ha impedito che nel giorno ottavo di febbraio la rivoluzione allagasse tutte le terre della Toscana nella pienezza del suo trionfo?
O Giudici, con quella mano stessa con la quale ora vi basta l'animo scrivere accuse contro la mia costanza, quali non avreste vergato improperii al mio nome, se per viltà fuggendo vi avessi lasciato in balía alle furie rivoluzionarie? O Giudici, ditemi, la mano con la quale tracciate le accuse disoneste, non è quella dessa che scrisse per me uno dei trentamila e più voti, co' quali il Compartimento Fiorentino volle onorare i miei travagli sofferti in pro del pubblico ordine? Ah! voi sfondate gli ombrelli adesso ch'è passata la pioggia? Come padri di famiglia, io vi tenea più provvidi.
Stupendo a dirsi, quanto a considerarsi angoscioso! Giustizia mi viene donde io non l'aspettava. Nel Giornale intitolato La Civiltà Cattolica, fascicolo 27, a pag. 366 leggo: «Dal 12 aprile 1849, che il Guerrazzi venne arrestato nel Palazzo Vecchio, e chiuso poi nel Forte di Belvedere, ha passato i suoi giorni prima nella Casa di Forza di Volterra; quindi nel Carcere penitenziario delle Murate di Firenze, ed ivi tuttora si trova.
Grande sarà la curiosità pubblica di questi dibattimenti. È forza però convenire, che a lui ed alla sua stessa ambizione,» (se ambizione di far del bene, forse non crederò mi disconvenga la parola), «non che alla penetrazione dello ingegno, dovè la Toscana non essere caduta allo estremo dei disordini e delle rovine demagogiche. Ed egli ben lo sa; anzi è fama avere detto, nell'atto che fu preso: — Se i Fiorentini avessero due dita di cervello, e mezza oncia di gratitudine, mi dovrebbero alzare una statua.» (Questo già non dissi, ma nulla in sè contiene, che con alquanto più di modestia non senta avere potuto dire io.)
Per siffatto modo i Gesuiti rendono a me quella giustizia, che Magistrati Toscani mi hanno acerbissimamente negata fin qui. E sì che i primi, davvero, non mi vanno debitori di nulla, mentre i secondi, io penso, mi dovrebbero pure qualche cosa! Io quante volte ho posto l'articolo dei Reverendi Padri a confronto con gli atti dell'Accusa, non senza riso mesto ho ricordato quel detto romano che andò su per le bocche degli uomini, quando Urbano VIII dei Barberini spogliava del metallo corintio la vôlta della Basilica di Agrippa rispettata dagli Unni e dai Goti:
QUOD NON FECERUNT BARBARI FECERE BARBERINI!
Dopo questa storia di fatti, desunta dai Documenti autentici, diventa più chiara la quistione, imperciocchè ella deva formularsi così: fui io provocatore o complice delle macchinazioni della parte repubblicana precedenti il giorno 8 febbraio? Il Giurì della pubblica coscienza, io confido, dirà: no. Allora ne scende per necessità questa deduzione: che se non fui complice, ne fui oppositore a un punto e bersaglio.
XVII
Mia situazione in Piazza.
Vi rammentate di Mazzeppa legato sul dorso del cavallo indomito? Tale io era fatto, per opera dei faziosi, di faccia al Popolo, ed anche per gli scongiuri della stessa Camera dei Deputati. La rivoluzione mi stava davanti con le sue mille teste, con le sue mille braccia, palpitante e smaniosa. Quanto possano il sospetto e la paura sopra le moltitudini agitate ogni uomo che legge storia conosce. Plaudivano adesso le genti, ma da un punto all'altro disposte a diventarmi prima carnefici che giudici. Intanto inquisitori, a modo dei Veneziani, mi si stringevano al fianco. Dirò cosa non credibile e vera, che, avendo retto il Popolo di Livorno e quello di Firenze, mi è sembrato il primo, quando imperversa, a trattarsi più agevole del secondo; della quale cosa ricercando sottilmente la ragione, mi parve trovarla in questo: che il Popolo di Livorno, per natura impetuoso, trascorre in escandescenza per motivi lievissimi e con molta facilità; ma o tu lo lasci sfuriare, e quel fuoco per difetto di alimento si estingue subito; o ti riesce gittarvi dentro una parola di senno autorevole, e, non altrimenti che per acqua, si spegne del pari: il Popolo fiorentino, all'opposto, è mite d'indole, arduo a muoversi, però causa grande ed eccitamento potentissimo si richiedono a spingerlo; ma spinto che sia, la difficoltà di acchetarlo sta in proporzione della difficoltà di agitarlo: le parole non bastano; procede concentrato e feroce. Considerai la insidia dei Repubblicani che mi si tenevano come vincitori davanti, quasi volessero dirmi: «ti faremo noi Repubblicano per forza.» Niccolini allora comandava onnipotente; una sua accusa poteva perdermi; ed io lo aveva, in pubblico, mortificato e costretto a tacere. L'accusa veniva spontanea; chè a colorarla bastavano, e ce ne avanzava, le circostanze dell'essermi io sempre mostrato avverso alla Repubblica, parzialissimo del Principato Costituzionale; le voci sparse della benevolenza singolare del Principe; i perfidi sospetti, non senza frutto, insinuati tanto a Livorno che qui; finalmente il contrasto pertinace opposto ai voleri del Popolo nella Seduta della Camera. Reputano i miei Giudici subdolo trovato di difesa, se, mentre tanti e poi tanti appena curati, o non curati affatto, addussero a giustificazione dell'operato, e loro valse, il pensiero di provvedere alla propria sicurezza, affermo che ancora io badai un poco a me, io che mi ero posto a duro cimento e mi vedevo circondato da gente nemica e da Popolo sospettoso. Io aveva detto: «Chi si sente capace di operare in guisa diversa, sorga e mi accusi.» I Giudici sono sorti e mi hanno accusato: io devo confessare che ammiro il più che spartano coraggio di loro. In quanto a me, sono uomo, nè cose sopra natura so fare: non temo la morte, imperciocchè tosto o tardi, e tutti, e in breve, dobbiamo morire; pure, da morte sanguinosa e senza onore repugno; nè per leggere che io abbia fatto storie mi venne fin qui incontrato uomo cui dilettasse cadere sotto ignobile ferro. Io ero solo. Il Municipio, rappresentato dall'egregio Gonfaloniere, pregavami a non abbandonare in quel pericolo la Patria, e prometteva valido aiuto. Così pregava eziandio la Guardia Civica per l'organo del suo degno Generale, che si affrettò, in Senato, di aderire al voto del Popolo. Il personaggio tenuto come Capo della Commissione governativa del 12 aprile, nell'8 febbraio pronunziava parole gravissime per giustificare quello che il Popolo esigeva. — Io non incolpo nessuno; solo vorrei che quello che bastò ad altri o non costretti, o poco, potesse bastare a me, sottoposto a ineluttabile pressura.
Nè si trattava di me solo, ma, nell'universale sbigottimento, meco dovevano salvarsi i miei compatriotti tutti, la pericolante società.
Qui cade in acconcio favellare dell'accusa appostami nel § 52 del Decreto del 7 gennaio 1851, e ripetuta in seguito, di non avere abbandonato la posizione che poteva strascinarmi o farmi perseverare nella via del delitto.
Non vi era luogo a renunzia: non si offeriva lo ufficio come cosa che potesse rifiutarsi o accettarsi. La moltitudine imponeva, e fu dimostrato. Guardia Civica, Municipio, Deputati instavano a salvare la vita e le sostanze dei cittadini. Quando il naufrago chiede soccorso, possiamo ricusarlo per debito di coscienza? Se curando il mio proprio interesse avessi duramente respinta la preghiera, e se questa durezza avesse partorito i mali che pur si temevano, e che sarebbero stati inevitabili, in qual parte di mondo potrei sollevare io adesso la faccia svergognata? — Dove sarebbero andati i familiari del Principe, ai quali, con Decreto del 10 febbraio 1849, d'accordo con P. A. Adami, riuscii a mantenere le pensioni? Dove gl'impiegati? dove voi stessi, o Giudici che mi accusate? Ma lascio della ingratitudine atroce: e in qual modo potevo sottrarmi io? E non avete saputo che nè notte nè giorno mi abbandonavano? Che, pieni di sospetto, specialmente nei primi tempi, mi seguitavano come ombra? Voi lo avete saputo, ma lo dissimulate. E dove fuggire? A Livorno forse? Sì certo, perchè, come traditore, mi ponessero a morte! A Roma...? In tempi di rivoluzione, difficile e piena di pericoli è la fuga, anche apparecchiata da lunga mano. Il Decreto dovrebbe sapere qual maniera di gente stanziasse allora in Firenze; Romagnoli e Romani, che a rinnuovare la strage di un supposto Rossi avrebbero reputato ottenerne merito presso gli uomini e presso Dio: e senza uscire di Toscana, il Frisiani, caduto in sospetto, quale acerbissimo fine non ebbe egli a patire!
Egli è impossibile giudicare di cose politiche, senza lo studio o la pratica degli avvenimenti politici. Un uomo, comecchè mediocremente versato nelle storie, consapevole del come il Popolo commosso proceda inesorabile nella sua vigilanza, non avrebbe domandato: Perchè non fuggiste? E molto meno poi della omessa fuga avrebbe fatto accusa. Questo uomo si sarebbe sovvenuto, che non riuscì la fuga a Carlo I, nè a Giacomo II, nè a Luigi XVI. Carlo II si salvò per miracolo nascosto nella quercia reale: delle regie, e pontificali fughe dei più recenti tempi a me non importa discorrere; basti rammentare che non vennero operate senza difficoltà, e precauzioni grandissime. Nella prima rivoluzione di Francia (e correva sempre l'anno 1789), il barone de Bechman, maggiore del reggimento Guardie svizzere, era strascinato alla Comune solo perchè la sua carrozza, scendendo il Ponte Reale, volse a sinistra dalla parte di Versaglia. Bonseval dal Municipio di Villenasso è sostenuto prigione; Cazalès, fuggendo l'Assemblea nazionale, si trova arrestato a Caussade; l'abate Maury, quantunque travestito, viene fermato a Peronna; all'Aura di Grazia traducono in carcere il duca de la Vauguyon e il suo giovine figliuolo, che pure mentivano abito, professione e nome. Delle fughe tentate e capitate male più tardi, basti accennare appena: Roland costretto a trapassarsi il cuore con la propria spada, e Condorcet a prendere il veleno; dei profughi Girondini ve ne furono perfino taluni divorati dai lupi; al solo Louvet riuscì lo scampo mercè le cure portentose di amantissima donna. Ecco come si riesce a fuggire dalle rivoluzioni. Veramente, se i Giudici pensano che per me si potesse abbandonare lo ufficio con la medesima comodità con la quale, giunti gli ozii autunnali, mandasi pel fattore onde ne aspetti col calesse alla Stazione della strada ferrata, e ci conduca in villa a far vendemmia, hanno ragione di appuntarmi per la mia permanenza: ma la cosa non è così; e la storia ammaestra come nè anche ai Principi, potenti di danari e di aderenze, sia riuscito talvolta fuggire; sempre poi con pericolo. Il cittadino privato, in cosiffatte fughe, perde o la vita o la fama, e sovente ambedue.
Pietro Augusto Adami dal Decreto del 10 giugno 1850 venne a ragione scusato della sua permanenza in ufficio per le mie insinuazioni, che lo impressionavano di vedere ridotta a mal partito la casa e famiglia sue per l'enormezze dei faziosi: ora questi timori non partecipava io, e bene altramente gravi per me? Forse si dirà (e così mi bisogna procedere, perchè quale vituperosa supposizione ha risparmiato l'Accusa a mio danno?) che senza sentirle simulava io coteste paure per inspirarle in altrui? Or come, anche all'amico, anche all'uomo che conviveva meco? E quantunque io glielo indicassi, non aveva egli senno, non aveva occhi ed orecchi per conoscere se io gli dicessi il vero? Queste insidie noi, la Dio grazia, non siamo usi a concepire nemmeno, e tanta pravità supererebbe perfino la immaginazione infelice di chi per mestiere maligna su la natura umana; nè il Decreto la suppone nemmeno. Dunque si ha da ritenere, che siffatte apprensioni palesate fra amici, nella intimità delle domestiche mura, dovessero essere troppo bene sentite, e pur troppo vere. Ed io non avevo casa allora, non avevo famiglia allora (ahimè! adesso mi sono state spietatamente rovinate, e disperse), non ho cuore io come l'Adami? La mia forza è ella come la forza delle pietre? la mia carne è ella di rame?[186] — Oh! non è questo il solo punto dove con inestimabile amarezza ho veduto che i medesimi Giudici adoperano due pesi e due misure. Pietro Augusto Adami è scolpato per essere rimasto in ufficio, dietro le istanze che gli muovevano spettabili persone, timorose che la Finanza cadesse in mani pessime. E me non pregarono? No? Me la cittadinanza àncora ultima di speranza chiamava; a me i servitori stessi di S. A. come a rifugio estremo ricorrevano; me impiegati principalissimi, mantenuti tuttavia in carica, scongiuravano a non disertare lo ufficio con rovina sicura del Paese e di loro; nè questo già mi dicevano in faccia per piaggeria, ma nelle private lettere lo predicavano ai lontani, ma nei penetrali della famiglia, ma nei fidati colloquii con gli amici non rifinivano ripetere; e quando più tardi, indignato degl'improperii di parte repubblicana, dichiarai volermi dimettere, la grande maggiorità dell'Assemblea per lunghissima ora non supplicò, che io non volessi mancare nel maggiore uopo al bisogno della Patria?[187] — Del Municipio, della Guardia Civica e dei Deputati, ho detto qui sopra. Oh! chi sa, che quelle mani... — ma che dico io, chi sa? — quelle mani stesse, che vergarono la ingrata Accusa, scrissero il voto di fiducia a mio favore, volendo allora tributarmi l'onorevole approvazione pel mio operato! — Ma ahimè! il sentimento della gratitudine s'inaridisce più presto della lacrima dell'erede... Io, invitato ad usare le mie scarse facoltà in benefizio del mio Paese, non ho mai rifuggito, comecchè con mio carico grande; e se nel 12 aprile io non lasciai Firenze, e' fu perchè mi pregarono interpormi, onde Livorno aderisse di quieto alla restaurazione del Principato Costituzionale: poi si scoperse essere un tranello cotesto; ma il mondo dirà da qual parte stia la vergogna, se dalla parte dei venerabili personaggi che dello amore di Patria fecero insidia, o dalla mia, che mi lasciai prendere a quell'amo!
I Giudici commendano Adami per avere conservato gl'impiegati: ma io feci di più; un segretario antico e benemerito del Ministero dello Interno, Ambrogio Piovacari, me istante, fu promosso a Consigliere di Stato, e nel suo ufficio posi la persona ch'egli stesso mi designava. Frequenti lettere anonime mi confortavano, ed anche minacciavano, a dimettere un altro Segretario, il Signore Allegretti. Io gli mostrai le lettere, gli dissi reputarlo, qual è, onesto, e, per quanto stesse in me, volerlo conservare in ufficio. Altra lettera anonima mi notiziava agitarsi ai miei danni Ferdinando Fortini; io gli mandai per suo governo il foglio accusatore, certificandolo della mia perenne amicizia.
E la mia lettera suonava in questa sentenza: «Amico. Se io credessi vero quanto nell'acclusa lettera si legge, io non te la manderei. Da quella vedrai come in questi tempi infelici la calunnia non risparmia te nè la tua famiglia. Se puoi argomentare da quale mano nemica muove cotesto foglio, badati. In quanto a me è inutile dirti che simili infamie non valgono a farmi mutare opinione intorno ai probi uomini, fra i quali novero meritamente te. Fammi grazia salutare il Sig. Duchoqué, il quale ebbi l'onore di conoscere in circostanza non troppo piacevole, ma non per cagione sua. Addio.
«Firenze, 20 ottobre, 1848.
«Aff. GUERRAZZI.
«Al Sig. Avv. Ferdinando Fortini Regio Procuratore Firenze.[188]»
A certo altro facevano guerra (Stefano Stefanini Commissario degli Ospedali di Livorno) e n'era pretesto l'affezione al Governo passato, gli onori ricevuti da quello; motivo vero la cupidità della sua carica onoratissimamente esercitata. L'egregio uomo tra le angoscie della iniqua persecuzione smarriva l'animo, e a me per aiuto scriveva. Ecco come io lo confortava: «Amico carissimo. — A questa ora avrai pace, lo spero, e poi lo voglio. Ed ho potuto, e voluto, quando ero nulla; pensa se adesso! — La mia amministrazione sarà breve o lunga, poco importa, ma sarà di giustizia. Dunque rispondimi se ti lasciano tranquillo. — Eccoti una supplica. Se merita, ti offro modo di fare un bene, e conciliarti favore; — se non merita, — nulla: Addio.»
Dirò altrove del giovane Boiti per sospetto degli Arrabbiati dovuto allontanare, e poi da me restituito in ufficio.
A tutti i servitori del Principe curai si mantenessero gli stipendii, e fu già detto, col Decreto del 10 febbraio 1849.
I sussidii alle molte famiglie povere elargiti dalla Corte di S. A. ordinai si continuassero.[189] Finalmente provvidi affinchè in modo stabile le sorti degl'impiegati della Corte si determinassero.[190]
Membro del Governo Provvisorio, impiegai perfino Pretore al Porto Santo Stefano chi venne ad arrestarmi un anno avanti! — E basti..... perchè è pure ignobile, Dio mio! — è pure infelice la condizione ove la necessità della difesa mi costringe a spogliare il benefizio del suo divino pudore.[191]
Lodano i Giudici meritamente Emilio Torelli, il quale per lungo tempo mi servì con zelo come guardia del corpo aspettandomi spesso nelle tarde ore di notte, per iscortarmi a casa; lo lodano, dico, per essersi adoperato a salvare dalle mani dei faziosi oggetti di regia proprietà, e non sanno compartire merito alcuno a me, che rientrato appena in Palazzo, sbigottito della mente, e indolenzito della persona, firmai tre Decreti, e primo fra questi, quello che instituisce la Commissione dei Signori Generale Chigi, Gonfaloniere Peruzzi, Deputato Fabbri, e Professore Emilio Cipriani per prendere in consegna immediatamente tutti i palazzi regii, e oggetti di qualunque natura nei medesimi esistenti,[192] onde salvarli dalla dispersione.
I Giudici e l'Accusa non hanno avuto occhi per leggere la risposta, che di mia commissione mandava il Segretario del Governo Chiarini al sig. Poggi, custode del Palazzo della Crocetta, il quale mi avvisava come una mano d'individui, nel 23 marzo 1849, minacciasse convertire cotesto Palazzo in Quartieri, e lo annesso giardino ridurre a orto, per seminarvi carote, cavoli e patate ad uso delle milizie.
«Sig. Poggi. Sono incaricato dal Governo Esecutivo di rispondere alla sua del 23 spirante. Avanti tutto le faccio sapere che le di lei osservazioni, in essa manifestate, sono ritrovate non giuste, ma giustissime. Nel tempo stesso rendo a sua piena cognizione, che il Governo mai ebbe in animo di ridurre il Palazzo della Crocetta ad uso di Quartieri, nè per ora soggetto a nessuna innovazione. Il Governo conosce benissimo le convenienze, e molto più sa rispettare le opere di Arte: mai è stato vandalo. Si rassicuri, caro sig. Poggi; usi il solito attaccamento alle cose affidatele, e vada persuaso che comunque girino gli eventi, i galantuomini sono sempre rispettati, e riveriti.» (Così allora credevo.) «Se il Governo non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze e agli arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma sola mancanza di cooperazione, e di forza. Dove non è ordine, non è legge. Però mai sotto il suo Governo (cioè del Guerrazzi) saranno compiti atti di violenza, nè contro le cose, nè contro le persone, di qualunque condizione si sieno.[193]»
A me da tempo remotissimo era noto il signor Poggi, che fu amico di mio padre, e sovente me lo era venuto ricordando con affetto, sicchè quando lo rividi, lo accolsi come conoscenza antica: però questa lettera, oltre lo scopo pel quale adesso è citata, giova maravigliosamente a provare quante esorbitanze avessi a subire, e a quante, con mio sommo dolore, non mi trovai capace di riparare per difetto di forza e di sussidio!
I Giudici non trovano parola di lode alla discretezza mia di fare apporre sigilli al gabinetto particolare di S. A., onde le sue carte non andassero rovistate; nessuna pel Proclama scritto da me nella notte dell'8 al 9, e pubblicato nel Monitore del 9 con la data dell'8, dove s'incontrano le parole: «Custodi per volere del Popolo della civiltà, della probità, della giustizia, noi siamo determinati a reprimere acerbamente le inique mene dei violenti e dei retrogradi;» nessuna alla perigliosa minaccia da me diretta al Niccolini e alla turba seguace, che intendeva irrompere nel Palazzo Corsini, e trambustarlo da cima in fondo, per trarne un supposto tesoro appartenente a S. A., di che eglino erano (come asserivano) informati da un servo di casa. I Giudici lodano il Prefetto Guidi Rontani, per avere fatto abbattere gli alberi nella corte del Liceo Imperiale; e me, che davanti le moltitudini affollate ostai al piantare dell'albero sopra la piazza, non ricordano nemmeno. Che più! quello che in altrui dai Giudici si scusa, in me s'incolpa: così si approva il medesimo Prefetto per avere fatto remuovere i granducali stemmi a scanso di oltraggi plebei; io poi che condotto dagli stessi motivi trasmettevo ordini uguali, al parere dei Giudici commettevo delitto. Dovevo io sopportare che si rinnuovasse la turpitudine di vederli da Fiesole strascinati a Firenze?[194]
XVIII
Cause di delinquere.
Toccai sopra di quanta importanza sia investigare le cause per le quali l'uomo può essersi diretto ad agire, imperciocchè ogni atto che si parte da mente supposta sana, se manchi di causa proporzionata e razionale, deve per necessità ritenersi involontario o costretto; i Giuristi dicono: non informato da dolo. Qui vuolsi considerare come due motivi soli potessero persuadermi a cospirare per la rivoluzione; o personali od opinativi. Personali sono, cupidigia di averi e di onorificenze. Quanto io fossi vago di pecunia lo mostrai, quando abbandonati floridissimi negozii, consentii a tenere tale carica di cui l'onorario bastava alla metà sola delle spese del dignitoso vivere di mia famiglia, e mio. Scrittori no, ma arpie, di cui instituto è contaminare tutto quello che toccano, non mancarono appormi cupido ingegno, anzi avaro. I libri della mia domestica economia ricercati, dimostrarono quanto sia poca cosa la mia sostanza, quali le vie per acquistarla, quali le spese, e i motivi delle spese. Se coloro che scrivono facessero studio di onestà come e' professano, porrebbero cura a bene informarsi prima di asserire cosa che leda la estimazione altrui; nè a sfuggire la taccia bruttissima di calunniosi, può loro giovare punto la protesta di ritrattarsi subito che venga dimostrato lo errore in cui sono caduti, avvegnadio non si comprenda con quale autorità essi citino al proprio tribunale uomini dabbene, per colpe che mai non furono, tranne nella loro matta fantasia; tribunale per di più spregevole, come quello che già si mostrò o leggiero o maligno; — e finalmente domando io che cosa si penserebbe di un uomo il quale ti dicesse: lascia che io ti ferisca, nè richiamarti che io ti faccia torto, perchè tengo in pronto balsamo e fila per medicarti la piaga? Tali sono quei moderati scrittori, che dopo averti calunniato si protestano dispostissimi a ritrattarsi. Ipocriti! Il vostro dovere è quello di bene esaminare prima di gittare la pietra; e di coteste ipocrisie oggimai logoro è il conio.[195]
In quanto a vaghezza di onori, io prego prima di tutto di non attribuire a immodestia quanto sono per dire. Io veramente non credo che ad acquistarmi un po' di fama nel mio paese, mi abbisognasse la carica ministeriale; nè per uomo travagliato da libidine di ambizione può bastare il Ministero Toscano, di cui la fatica è pari a qualunque Ministero del mondo, superiori le ansietà perchè ogni acqua ci bagna, e ogni vento ci muove; infinitamente minore la fama. — Ma via, posto che questa febbre ambiziosa mi fosse caduta addosso, o non doveva essere sazia con la promozione alla carica di Ministro, e forse, in breve, a quella di Presidente del Consiglio? Lo intento che aveva potuto proporsi il mio cuore era già conseguito, e consisteva nel fare palese, col perdono, con la tutela, col beneficio di coloro che non pure mi erano proceduti avversi, ma nemici, quanto io fossi diverso da quello che mi avevano dipinto. E se dico questo, non faccio per rimbrottarlo, no, — o per suscitare memorie oggimai date all'oblio; io lo faccio costretto a difendermi, perchè la mia vita non è stata altro che affanno; — compatitemi, e non rimettete della vostra benevolenza che mi ridonaste. Continuiamo amici, dacchè siamo miseri assai. Intanto corse un grido che diceva: «Chiunque vuole aver bene dal Guerrazzi, bisogna che gli faccia del male.» Esagerava questo, ma la esagerazione stessa prova la verità delle cose. Possano dunque le ambizioni altrui proporsi sempre uno scopo non diverso dal mio!
Forse, avvertirà l'Accusa sottilissima, v'increbbe il Governo Costituzionale, perchè vedeste durarvi instabili i Ministeri. Certo, i Ministeri vi sono instabili e pericolosi, ma nelle Repubbliche appaiono instabilissimi e pericolosissimi; sicchè il sospetto non ha luogo. Ma l'Accusa insisterà dicendo: Forse vi prese cupidità di più alto seggio. — Vennero da Roma, una volta, deputazione di uomini distinti per natali e per condizione, ed un'altra, di messi speciali nelle ore più tarde della notte, a offerirmi carica suprema, ed io la rifiutai; e prova di quanto affermo occorre nel Decreto proposto dal Principe C. G. Bonaparte all'Assemblea della Repubblica Romana, che suona così:
«Visto che il Popolo tanto della Toscana quanto della Repubblica Romana, hanno più che bastantemente dimostrato che vogliono la unificazione sotto un regime repubblicano; l'Assemblea sovrana della Repubblica Romana:
«1º Invita i 120 Deputati, componenti la Costituente Toscana, a venire a sedere fra noi per formare la Costituente della Repubblica della Italia Centrale.
«2º Offre al Guerrazzi un seggio nel Triumvirato della Repubblica complessiva ec.»[196]
Dunque nè anche la supposta cupidità mi mosse. — Intorno ai fini opinativi è chiarito come io, dall'incominciare delle Riforme, speculando sul genio del Paese, mi scoprissi contrario alla Repubblica. Se per me si fosse voluta, nell'8 febbraio sarebbe stata proclamata in Toscana, come si vedrà più largamente in seguito; se con giudizio o no, se per durare o passare a modo di spettro, se a sostegno o a rovina del Paese, è diversa ricerca: nessuno si opponeva; i dissidenti vi erano, ma non avevano coraggio di fiatare; anzi si spenzolavano, smaniosi più degli altri, a proclamare la Repubblica; mani e piedi pestavano per volerla, e subito: per poco me non accusavano di traditore opponendomi ai legittimi voti del Popolo, al desiderio eterno riposto nell'intimo del loro cuore repubblicano. Io contemplava la nuova viltà, e sorrideva. Udite un po' come si esprimeva il Conciliatore del 28 febbraio 1849: «Che cosa possiamo sperare da coloro che s'inchinano a tutti i poteri, che stancarono le anticamere delle Corti e dei Ministeri, e che oggi proclamano svisceratissimi la Repubblica? O Libertà.... quando il tuo culto era proscritto, tu conoscevi a nome i tuoi addetti; oggi, che hai altari su le piazze e su i trivii, anche i tuoi più crudeli ed antichi nemici ti portano pubbliche offerte fra le acclamazioni delle immemori turbe.» Non ti pare quasi sentire un lamento del Conciliatore che altri gli abbia vinta la mano, e possa essere reputato più amante della Repubblica di lui? Bassa voglia poi sarebbe indicare chi questi svisceratissimi della Repubblica si fossero: la morale pubblica ne scapiterebbe; e poi picchiandosi il petto, essi si confessarono pentiti e dichiararono di non peccare mai più.... fino alla prima occasione. Io non mi prevalsi nè della ebbrezza, nè del furore, nè della pazienza, nè della viltà. Eletto tutore del Popolo, e consapevole dei suoi veri desiderii, mi sarebbe parso fare opera di ladro, che carpisce la firma ad una cambiale dall'uomo preso dal vino, sospingendolo al Partito della Repubblica. I Repubblicani in questo fanno appunto consistere la mia colpa; io la mia probità. A me piace proporre al Popolo, dopo pranzo, le risoluzioni ch'egli confermerà anche la mattina a digiuno: perfida mi è parsa sempre la dottrina di mettere a repentaglio così moltitudini, come individui: più tardi, risensati, lacerano lo ingannatore, ne maledicono la fama. Io di altri Popoli nè so, nè parlo; ma affermo, che non ostante la ebbrezza e il furore di molti, gli eccitamenti interni ed esterni, la viltà e la pazienza, — la grande maggioranza dei Toscani, finchè vissi nel mondo politico, non era repubblicana; il Partito compariva, più che non bisognava, gagliardo a violentare e a distruggere, ma per creare cosa durevole, non sarebbe bastato. Questa gente, infervorata nella sua idea, non vuole comprendere come con uomini, che al vedere bandiere, udire tamburi, gridi e simili altre diavolerie, guardano trasognati, poi si ritirano in casa chiudendo le finestre, non si può creare Repubbliche. La grandissima maggioranza delle persone educate in Toscana, stando al Ministero e prima, conobbi appassionata delle vere libertà costituzionali, e non delle bugiarde che si gittano alle genti come un osso da rodere, e poi non si vogliono o non si possono mantenere; agli altri, in ispecie ai campagnuoli, bisognava dare ad intendere la Libertà come la dottrina cristiana. Io certa volta dissi alla Corona, che il Governo doveva essere educatore di libertà in Toscana, e mi parve dire bene; se i tempi sono mutati dopo due e più anni di carcere, non so, nè m'importa conoscere; ma allora era così. Intanto i Repubblicani mi regalano il titolo di stolto, e sarò; mi basta quello di onesto: ma quello che parrà più strano a credersi, si è che mentre i miei Giudici mi tengono in prigione per avere cospirato contro il Principato, e promossa la Repubblica, i Repubblicani protestano che mi ci avrebbero messo eglino medesimi, per averla attraversata: «La Repubblica Romana era divenuta per esso come uno spino, e quello spino vie più gli era infesto, allorchè gli si parlava di Unione.»[197] E poco oltre, a pagina 174, così si esprime il signor Rusconi: «Una Commissione fu istituita, che disse governare in nome del Principe, e gli amici del Principato toscano cominciarono dal retribuire Guerrazzi dei servigi fatti loro, con quella carcere che da tutti altri che da essi avrebbe dovuto meritare.»
Sicchè, a quanto pare, non ci è rimedio; io nacqui proprio nel mondo sotto la costellazione della prigione!!! — Pericula in mare, pericula in terra, — diceva S. Paolo.
Sembra pertanto che io non avessi motivo alcuno a sovvertire il Principato Costituzionale; all'opposto lo avessi grandissimo a mantenerlo.
XIX
Della contradizione notata dai Documenti dell'Accusa fra la potenza e la impotenza di resistere alle pretensioni del Partito repubblicano.
Or come, dice l'Accusa, potete voi sostenere a un punto la potenza e la impotenza a reprimere? Questo suona contradittorio: anzi, deve dirsi, che siccome a parecchie enormità opponendovi le impediste, così a tutte le altre successe voi non vi opponeste, nè le voleste impedire. (Decreti del 10 giugno 1850 § 54, e del 7 gennaio 1851 § 53.)
Due erano, come ho detto, i fini che io pensai essermi affidati, e mi affidarono certo gli onesti cittadini e il Parlamento: la salute della società, e questo principalissimo; l'altro di preservare il Paese da avventurosi esperimenti; o, se si vuole più chiaro, di consultare con pacatezza i Toscani intorno al modo col quale intendevano essere governati. Al primo scopo provvidi, e corrisposi, confido almeno, alla aspettativa universale; ma in questa parte ebbi a compagni anche gli onesti Repubblicani, i quali pure aborrivano dalle violenze, dalle rapine, e dal sangue; la coscienza pubblica mi sovvenne con la sua grande voce; e una tal quale esitanza provavano ancora quelli che procedevano più rotti, sicchè, comunque aspra lotta durassi, pure, Dio aiutando, mi venne fatto conservare illesa, anche in mezzo ai trambusti, l'antica fama di civiltà, di cui, meritamente, godeva, e dovrebbe continuare a godere il nostro Paese. Ma se a tutto non avessi potuto riparare, come sarebbe giusto imputarmelo? Se portai le mille libbre e non potei le due mila, i miei Giudici non solo mi negheranno la mercede per le mille libbre portate, ma pretenderanno multarmi per le mille che non ho potuto portare? Egli è invano, che i miei Giudici rigetterebbero questo paragone e questa conseguenza; i loro argomenti procedono sempre così. In quanto poi al secondo scopo che mi era proposto, ecco come riuscii a salvare la somma delle cose. Vuolsi principalmente avvertire, come principio emesso dai Repubblicani, in ispecie quando si agitò la questione se la Lombardia dovesse unificarsi al Piemonte, fu consultare il voto universale, imperciocchè, abolita ogni idea di diritto divino, reputino il Popolo origine di tutta sovranità. Il quale principio oggi non pure è dei Repubblicani, ma vi si accostano eziandio quelli che si mostrano caldi promotori delle regie prerogative. «Io credo che la sovranità, secondo la teoria costituzionale, risieda esclusivamente nel Popolo, il quale delega a questo il potere legislativo, a quell'altro il potere esecutivo;» diceva il Montalembert (il quale, credo che non importi avvertire che non è Repubblicano) nell'Assemblea di Francia il 10 febbraio 1851. Il Governatore di Livorno con Dispaccio dell'8 febbraio avvisava, come Giuseppe Mazzini arrivato (al mal fagli male), su l'alba di quello stesso giorno, a bordo dell'Ellesponto, arringando al Popolo avesse concluso: «che la Toscana doveva aspettare le determinazioni della Costituente — e di Roma.»[198] E sue precise parole furono: «La nazione, per mezzo dei rappresentanti del Popolo, eletti col suffragio universale e con libero mandato, farà conoscere le sue volontà, e noi c'inchineremo al sovrano.»[199]
Questo stava bene in teoria; ma in pratica non istava più bene; anzi, secondo le contingenze, aveva ad esser tutto a rovescio. Là dove il Popolo propende alla Repubblica, si consulti col voto universale; dove no, cotesto diventa fastidioso puritanismo, e bastano le petizioni dei Circoli, gl'indirizzi dei Municipii (che oggimai noi conosciamo a prova di che cosa essi sappiano), e i clamori di piazza. Logica è questa di ogni Partito di cui lo scopo consiste nel riuscire a qualsivoglia costo. — In Toscana il Popolo, non ostante la vertigine che lo agitava, consultato a cose quiete, non avrebbe risposto nella maggioranza alla Repubblica: questo aveva subodorato Giuseppe Mazzini, ed invero, informando l'Assemblea romana su le condizioni della Toscana, spiega chiaro: «che le tendenze della parte più energica, più importante della popolazione, sono altamente unificatrici, e dicendo unificatrici intendo escludere il dubbio vocabolo di unione. Tutti i Giornali sono unanimi in questa espressione.... tutti i Circoli, — molti Municipii, — parecchi Comandi della Guardia Nazionale, dichiararono nella penultima domenica del mese scorso, con una manifestazione solenne seguita da altre adesioni nei giorni seguenti, che il voto della Toscana era la forma repubblicana e la unificazione con Roma.»[200] Le quali parole lasciano pur troppo intendere, che la parte più energica era per la Repubblica, ma lo stesso non poteva dirsi della più numerosa. Però Mazzini intende, ma non approva più che sia consultato il Popolo.... «perchè l'unica legalità nelle rivoluzioni sta nello interrogare.... nello indovinare il volere del Popolo, e nello attuarlo.»[201] Tra interrogare e indovinare passa divario grande, quasi quanto tra il complice e lo impotente, o tra tutti e taluno dell'Accusa. Ma egli è così: là dove lo spirito di parte detta i giudizii, si affacciano sempre le medesime formule di sofisma. Fatto sta, che si voleva commuovere, rimescolare il Popolo, e, s'era ebbro d'acqua arzente, dargli a bere olio di vetriolo. Così s'incendiano gli Stati, non si costituiscono, ed io non ho voluto rovine. E poi neanche poteva conseguirsi quello a cui tendeva, perchè ai deliranti non faceva mestieri aumentare delirio, e pei repugnanti ogni argomento tornava inutile, per la ragione dichiarata poco anzi dello starsi a vedere e poi chiudere le finestre. — Abbiamo veduto altrove Popoli interi muoversi e insorgere al nome di Repubblica: ma io credo che vadano grandemente errati coloro che immaginano le moltitudini si muovessero unicamente per forma di governo, che neppure intendevano; parte si mossero per fame, parte per ingiurie patite, parte per odio di feudali istituti, parte per amore di libertà: altri per altre cose. La formula delle rivoluzioni somministrano gl'intelligenti, le passioni, il Popolo: donde avviene che tutte le tendenze unite a distruggere, disaccordino poi sul modo di fabbricare. La ragione, per la quale i Partiti compaiono a prova prodigiosamente deboli a governare, si è questa, che il fascio, stretto durante la battaglia, si scioglie dopo la vittoria. Or qui in Toscana mancavano (e prego Dio che abbiano sempre a mancare) ingiurie sanguinose a vendicare, odii antichi a sbramarsi; solo in molti, ma non nei più, Toscani, era vaghezza di forme repubblicane; molti ancora, non può negarsi, si agitavano per cupidigie o per bisogni, e, non frenati, stavano per partorire deplorabili lutti; piantatrice e spiantatrice degli alberi della Libertà, per la massima parte, era di questa sorta gente, che ama le baruffe e le provoca solo per pescare nel torbido; taccio di quelli che non erano di qui. Ma per amore della Repubblica, per quante ne sapessero fare, non si muovevano davvero i mezzaioli in campagna, nè i borghesi in città, i proprietarii grandi, la nobiltà, il clero. — Agitate, agitate, perchè le minorità vincono le maggiorità; — le vincono, è vero, o piuttosto le stupefanno, ma per durare ci vogliono gli annegamenti nella Loira, le mitraglie di Lione; e questi estremi rendono spaventevole la Libertà, e la fanno precipitare alla tirannide soldatesca. Tuttavolta, questo volevasi, intendetelo bene, signori Giudici, e questo sarebbesi fatto: e poichè la vostra coscienza non ve lo ha saputo dire, vi dica il Paese intero, cui mi giova sperare non ingrato, chi impedì questo, e a qual prezzo. — Agitate, agitate, e troveremo cannoni, armi ed armati; — ahimè! la esperienza ha dimostrato non succedere così; e senza un buon nervo di esercito disciplinato, i volontarii o fuggono, come i Francesi a Grand Pré, o muoiono, come i Toscani a Montanara — gloriosamente, sì, ma non vincono....
Finchè pertanto i Repubblicani si stavano ai ragionamenti, che erano: inutile consultare il Popolo, dacchè per le petizioni dei Circoli, dei Municipii, della Guardia Civica, e per le acclamazioni delle genti, il voto si dimostrava patente; io rispondeva: tanto meglio: s'è vero come supponete, apparirà solennemente manifesta la propensione dell'universale per la Repubblica; ma non falsiamo il principio del suffragio da voi stessi predicato: guardate a non comparire apostoli bugiardi: parmi, ed è indegno di uomini che si vantano creatori di nuovo ordine di cose, incominciare con la menzogna, ch'è vizio della viltà. Così non ho mai veduto incominciare i reggimenti gagliardi. Romolo inizia il suo regno con un atto di ferocia, ma non di bassezza. Ora con quale fronte vorrete adoperare voi le medesime arti, che più diceste aborrire negli avversarii vostri? Voi sostiene la opinione di lealtà; di amici sinceri del Popolo, voi diventate sopraffattori e tiranni. Voi, Mazzini, avversaste Vincenzo Gioberti, quando, prima che la vittoria decidesse le fortune italiane, voleva che Lombardia si aggiungesse al Piemonte, e dicevate non essere quello il momento di sturbare con importune trattative il pensiero dei Popoli, che unico doveva concentrarsi nella guerra della Indipendenza; ed io vi detti ragione.[202] Ed ora quello ch'era buono per Lombardia e Piemonte, non è più vero per Toscana e per Roma? Ma lasciamo questo da parte: come potete pretendere onestamente proclamata la Repubblica a tumulto, mentre l'aria dura commossa dalla vibrazione della vostra voce, che diceva: «che la nazione deve dichiarare la sua volontà per mezzo dei rappresentanti eletti col suffragio universale?...» E fino dal 16 febbraio a Mazzini opponeva Mazzini, gittandogli in volto le sue dichiarazioni predicate a Livorno; «ecco le parole piene di fede, e di senno, che Mazzini rispondeva al Popolo di Livorno, che saputa la fuga del Granduca domandava ad alte grida la Repubblica: — Io repubblicano per tutta la mia vita, vi esorto ad attenderne la iniziativa da Roma; sono là i veri rappresentanti del Popolo, e noi dobbiamo inchinarci a quel potere sovrano.»[203] — L'Accusa io qui l'ascolto esultare dicendo: dunque, vedi, anche tu accennavi aderire all'Assemblea Costituente di Roma, — ed io le rispondo: tu non capisci niente; — allora importava non irrompesse la Repubblica a furia, e non era a guardarsi la natura del rimedio, purchè salvasse dal male presente: poi cosa fa cosa, e tempo la governa. Mazzini pertanto, ed i seguaci suoi non potevano replicarmi in viso senza inverecondia, imperciocchè adoperava a combatterli le loro stesse parole. Allora furono tentate altre vie.
Imitate, dicevano i Repubblicani, il Governo Provvisorio di Francia; ordinate provvisoriamente la Repubblica, salva la sanzione del Popolo, come fece Lamartine. Per questo modo, proseguivano essi giovandosi degli argomenti di lui, farete cosa a un punto rivoluzionaria, e conservatrice; imperciocchè da un lato lo sperimento della Repubblica, durante certo spazio più o meno lungo di tempo, sarà sempre tanto guadagno fatto pei governi liberali, e pei vantaggi del Popolo; dall'altro, dove anche più tardi l'Assemblea disfacesse la Repubblica, partorirà adesso entusiasmo nel Popolo, soddisfazione agli animi agitati, maraviglia alla Europa, impulso e forza per traversare lo abisso senza fine cupo della rivoluzione.[204]
E questo era intoppo duro davvero. Se non che, ripreso animo, io rispondeva: di grazia, ascoltatemi; voi altri sapete come il Cormenin, favellando del Lamartine, abbia detto che un castaldo avvezzo alle faccende di villa mostrerebbe facilmente a prova, anche in quelle della politica, più giudizio del Lamartine; ed io del Lamartine, del Cormenin, e degli altri uomini di Stato francesi non ripeterò, chè non sarebbe giusto, quello che già scrisse il Machiavelli di loro, cioè, che i mali orditi del cervello sanno rinforzare con le mani; e nè anche quello che ei disse al Cardinale di Ambosa: «di Stato, voi altri Francesi, non intendete niente;» ma è certo, che tutti quelli i quali in Francia fanno professione di politica, non intendono troppo. Però posto questo da parte, e stringendoci a ragionare del Lamartine, vi pare egli discorso cotesto suo di mettere in cimento la Repubblica, come si farebbe, a modo di esempio, nelle scuole, di un calcolo, o di una dimostrazione geometrica? A questo ufficio bastano una lavagna e un pezzo di pietra da sarto; e se il calcolo non riesce, si strofina col ruotolo della cimosa, e da capo. Volendo sperimentare la Repubblica, se ti attieni al metterne fuori unicamente il nome, converti il Governo in bersaglio, onde tutti i Partiti contrarii gli tirino addosso di punto in bianco; ma al nome solo non puoi attenerti, nè devi; quindi per durare anche una settimana ti trovi condotto a imprimere nel Governo e nel Popolo un moto corrispondente al fine proposto, accomodarvi i provvedimenti e le leggi, scansare gli uomini disadatti o contrarii, altri sostituirne amorevoli e acconci, distruggere antichi interessi, altri crearne,... e tutto questo per prova? E tutto questo, incerti se la Repubblica possa sostenersi? Bel giudizio davvero, moltiplicare le cause di perturbazioni e di contrasti, allorchè vi proponete ricomporre l'ordine sociale sconvolto! Poi, Francia è Francia, e Toscana è Toscana: la Repubblica in Francia può dare argomento di maraviglia alla Europa; in Toscana, di riso: costà fra 36 milioni di uomini, qualche milione può sorgere a sostenere con le armi la opinione del Governo, e propria; ma qui fra noi conviene starci contenti alle migliaia, ed anche poche. Nè mi parlate di Roma, di Sicilia e di Venezia: queste ultime due, male si reggono in vita; e invece di trasmettere altrui, chiedono forza per loro. Roma e Toscana, sommate insieme fanno una debolezza, perchè non possiedono armi, nè pecunia, nè eserciti addestrati, i quali da un punto all'altro non si arriva a formare. Ancora: Francia, per lunghi anni educata nella vita politica, per avventura potè credersi giunta al grado convenevole di maturità per adattarsi alla nuova forma di Governo, quantunque voi sappiate come grave sia il subuglio dei Partiti colà, perfidiandosi intorno alla libera scelta della Repubblica, con danno inestimabile alla reputazione di questa: ma Toscana si leva adesso, e non ha ben desti gli occhi; gli animi vi sono rimessi, inerti a molti gli spiriti, i partiti estremi impossibili; speculatori arguti sono per la più parte i Toscani, e più facili a fare per consiglio della mente che per subitezza del cuore; anzi quel continuo rombo di parole superlative, e di concetti esorbitanti, gl'inquieta come api che fuggono dai bugni, se odano rumore di lebeti percossi; e sopra tutto vi raccomando a considerare, che la Toscana delle libertà costituzionali si chiamava non ha guari soddisfatta; nè ella operò rivoluzione alcuna; nè credo che la voglia operare: lo scettro è in mano al Popolo, non perchè ei volesse strapparlo, o lo strappasse, ma perchè gli fu lasciato. Questo abisso di mandare in perdizione la Società, noi da vicino non minaccia; di comunismo per ora, se spruzzate, non paionmi contaminate le moltitudini; la Repubblica, anzichè diminuire le perturbazioni, avrebbe virtù di aumentarle, e rendere forse disperato un male di per sè stesso gravissimo. Ad ogni modo, che il Popolo universo a decidere delle sue sorti consentisse, questo prometteste, questo promisi, e questo hassi a mantenere: leali vi chiamaste, e leali perdurate, chè bene v'incorrà della conservata rettitudine. — E alle ragioni, che procrastinando si sfiduciavano gli animi, i malfermi alienavansi, sfocavansi gli ardenti, e si dava luogo a insinuare che il Governo procedesse avverso alla Repubblica, io replicava: questo non essere da temersi, imperciocchè il Governo fino dai suoi primordii aveva dichiarato, che per pronunziare la decadenza del Principe e la Repubblica, dovesse aspettarsi che lo universo Popolo toscano emettesse liberissimo il voto. La requisitoria del Pubblico Ministero Regio dichiara francamente, che tutto il mio sforzo si ridusse a persuadere, ed agire in qualche contingenza, perchè non venisse la Repubblica attuata troppo sollecitamente: la requisitoria del Pubblico Ministero Repubblicano, rappresentato dal sig. Carlo Rusconi, mi accusa: «Che giunto al Potere, ebbi modo di fare proclamare la Repubblica, e non volli. — Che quando mi fu dato unificare due provincie assecondando i voti del Popolo, comecchè unitario ed entusiasta del Popolo mi fossi detto, bramai persistere in una disunione insensata. — Il dottore Maestri inviato da Roma instava perchè — il desiderio di unificazione, che nel Popolo si manifestava, fosse appagato. Lottando quotidianamente col toscano Triumviro, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far forza in chi non ha preconcetta opinione ec.» Chi ci era, racconta che quotidiane erano le istanze, (e istanze di gente arrabbiata, fanatica, e forte su le armi, si sa che cosa vogliano dire); chi non ci era sostiene che furono rade; chi ci era mi accusa che procrastinando rovinai il concetto repubblicano, chi non ci era, sprezza cotesta opera come di piccolo momento. I Repubblicani, i quali di rivoluzioni s'intendono più assai del Regio Procuratore Generale (e spero che questi non me lo vorrà contrastare) dicono, che occasione passata è occasione perduta; ed hanno ragione: la Repubblica poteva instituirsi in Toscana, ma nel modo che nelle antecedenti carte ho avvertito; ed io ripeto, fui tutore del Paese, non capo delirante di fazione. Anche quando fosse vero, come non è, che il mio sforzo tendesse unicamente a procrastinare, l'Accusa dovrebbe sapere che ciò sarebbe più che non bisogna nelle rivoluzioni. Una notte di pensiero cangia le tendenze dell'animo, il quale senza impulso veemente ed attuale schiva, almeno nei più, precipitare a partiti disperati.
Devo confessare come fra le infinite umiliazioni con le quali fu saziato il mio cuore, nessuna tanto profondamente mi tocca quanto quella del trovarmi condotto a esporre la mia ragione a tale, che le verità volgarissime della Storia s'infinge ignorare; e dico s'infinge, conciossiachè riesca duro a credere, che abbia animo per giudicare di politica chi di politica si senta siffattamente inesperto. Il sig. De Barante, uomo di senno antico, e per pratica di negozii pubblici rinomato assai, dettando il suo libro della Storia della Convenzione di Francia, assicura che tutto il male della Rivoluzione venne dal non trovarsi persona capace a resistere allo impeto dei primi moti, onde si componesse una opinione giusta delle cose, una bandiera sorgesse dove i cittadini sbigottiti si assembrassero; — all'opposto, persuasi fino dai primi giorni che ogni Governo era cessato, si trovarono in balía di tutte le autorità imposte di mano in mano dalla violenza, le quali comandavano in virtù del meccanismo delle sètte, mentre l'ordine nella Società era venuto meno. — Tutto il mio sforzo si ridusse ad agire perchè la Repubblica non venisse attuata troppo sollecitamente! — Fatto sta, che la non venne proclamata mai; pur sia come vuole lo Accusatore: ma sa egli, che cosa importi un giorno, una notte nelle rivoluzioni? Lo vuole egli sapere? Se di una notte sola avesse potuto ottenere indugio il virtuoso Malesherbes, per presentare le sue osservazioni sul modo di contare i voti, la vita di Luigi XVI era salva; e certamente poi, se nella giornata del 19 gennaio fosse stato vinto il partito dello aggiornamento alla esecuzione della sentenza: «car (nota Thiers) un délai était pour Louis XVI la vie mème.[205]» Vuol egli sapere, che cosa giovi un'ora? La mattina dell'8 termidoro cadde reciso il gentil capo di Andrea Chènier, a cui, poveretto! doleva morire così giovane, e con tanta potenza di poesia nell'anima... Un poco più tardi, nel sangue che aveva fatto versare, affoga Robespierre, e seco va disperso il regno del terrore.[206]
Infatti il Regio Procuratore Repubblicano afferma, che non mi mancavano gli avvertimenti: «come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di rivoluzione, che il non far nulla, e lo aspettare gli avvenimenti con la stolta lusinga di dominarli.»[207]
Ma i condottieri della fazione repubblicana erano oltre ogni credere tenacissimi, e vedendo che le parole non bastavano, fecero prova di operare una nuova rivoluzione nel giorno 18 febbraio. Nel giorno 18 febbraio una immensa moltitudine conveniva in Piazza; nel 18 febbraio Niccolini arringando diceva con parole aperte: «Il Popolo ingannarsi sul conto mio, avversare io la Repubblica, intendermela col Granduca; entrasse il Popolo in palazzo, mi costringesse a proclamare la Repubblica: se assentissi, bene; se no, giù dai balconi!»
Questa minaccia fu ripetuta più volte: si aizzava il Popolo a trucidarmi. Quanti tremavano allora per la mia vita, che ora non dirò lieti, ma in parte certo profondamente indifferenti, del mio non degno infortunio! Ma allora ero una trincera dietro la quale riparavano sbigottiti; adesso sono diventato documento increscioso d'ingratitudine. Però fu detto dei nostri vecchi: mala bestia è quella, che dà di calcio al vaglio dopo avere mangiato la biada...
Poco dopo, il fatto tenne dietro alla minaccia. Il Popolo allagò imperante e furioso. Che cosa fare? A qual Santo votarmi? In mezzo al tumulto era difficile farmi intendere, e folle il parlare quello che sentivo; ridotto allo estremo, dicevo: «Ora via, Cittadini, dacchè volete la Repubblica ad ogni costo, e Repubblica sia; a patto però, che mi mostriate domani duemila giovani fiorentini armati, e disposti a combattere per la Repubblica.» Risposero urlando: «trentamila ne condurremo!» Ed io di nuovo: «Bastano duemila.» Era cotesto un ripiego che il mio buon genio mi suggeriva per ischermirmi dalla tremenda violenza che faceva una moltitudine capace d'ingombrare sale, scale e piazza; e al punto stesso era prova, con la quale intendevo certificare il Partito repubblicano della vanità dei suoi conati a strascinare il Popolo intero. Firenze non ebbe i duemila soldati per la Repubblica, mentre gli aveva avuti, e generosissimi, per la guerra della Indipendenza italiana, bandita dal Principe Costituzionale. Così preservai in quello accidente il Paese, la opinione del Partito repubblicano fu indebolita, e cresciuta a dismisura la sua rabbia contro di me. Questo io operava con pericolo mio contro la moltitudine arrabbiata il 18 febbraio, non già dopo la disfatta di Novara, come con offesa manifesta del vero non aborrisce affermare l'Accusa.[208]
Nè per questo i Repubblicani si davano punto per vinti: mediante il Ministro romano sig. Maestri presentano una Nota contenente diversi articoli per approvarsi subito dal Governo toscano. Se le cose richieste fossero state ammesse, non lasciavano più il Paese in potestà di deliberare. Io mi professai incapace a discernere la importanza della proposta, e dissi, il mio dovere impormi mandarla al Consiglio di Stato; sperare che il Consiglio l'accoglierebbe; lo avrei sollecitato a rimettermi il suo parere. — Nello inviarla al Consiglio, gli commisi scevrasse nelle cose richieste quelle che avrebbero pregiudicato la libera votazione, dalle altre che la lasciavano illesa. Così fece il Consiglio: grandissimi si elevarono i clamori per questo, e tuttavia durano. Io giunsi appena a sedarli, facendo notare, che la imminente votazione dell'Assemblea avrebbe reso inutile qualunque restrizione.[209]
Ecco in qual modo pervenni a impedire le urgenti molestie per la proclamazione della Repubblica, e gli attentati contro la sicurezza dei cittadini. Le altre improntitudini, per la loro natura non somministravano uguali rimedii; non pativano dimora; erano cose da farsi su l'atto; non potevo dei loro stessi principii comporre un freno per ritenerle; e non avevo meco la opinione pubblica, che mi sorreggesse: tacevano, tremavano i dabbene cittadini, e si contentavano a pregare Dio che mi desse forza a resistere. Riguardo a destrezze, nè sempre giovano, nè sempre si affacciano alla mente nella subitaneità dei casi che succedono. —
Ora, senza distinguere il modo della resistenza, e confondendo la ragione delle cose, ricavare dai conati riusciti a bene argomento per accusare dei fatti che non poterono ripararsi l'uomo che si sagrificò alla salvezza comune, parmi tanto crudelmente assurdo, quanto iniquamente ingrato.
XX. Forza
L'Accusa confessa questa forza; ma ammettendola facilissimamente a benefizio altrui, per me poi mostra il viso dell'uomo di arme. L'antico Pirrone e San Tommaso, a petto suo, sono credenzoni. Così anche in questa parte, nell'Accusa, si osserva da un lato rilassatezza, dallo altro incredibile rigore; da una parte miscredenza, dall'altra superstizione.[210] Nel volume degli Scritti varii recai in volgare certo canto illirico,[211] il quale dice di un Bano di Croazia, che era cieco da un occhio; e sordo da un orecchio; e con l'occhio cieco guardava le miserie dei derelitti; con l'orecchio sordo intendeva il pianto dei disperati. Ora non vi par egli, che l'Accusa legga con l'occhio cieco del Bano di Croazia le carte che mi discolpano, e ascolti con l'orecchio sordo di quello le testimonianze a me favorevoli? Altrove addussi ragioni di questa diversità manifesta: la violenza patita dagli altri mi accusa; la violenza, non patita da me, mi condanna; ma poichè io credo avere dimostrato abbastanza, che di cotesta forza non fui provocatore nè complice, bisogna, per necessità, concedere che io sopra gli altri fui esposto a subirne l'azione.
Il Decreto del 10 giugno 1850, da capo in fondo, è pieno di questa prova di forza che domanda da me; così nello Attesochè 3º racconta: «che sul finire del 1848 sorse una fazione» (io ho provato che vi era anche innanzi) «cospirante contro la Monarchia, eccitatrice di plebe a incomposti disordini, recalcitrante alle Leggi, sprezzante di ogni autorità, forte d'improntitudini e di audacia per il pervertimento dei Circoli e lo imperversare della stampa:» — nello Attesochè 8º, in conferma della opinione emessa, rammenta i Forti occupati di Portoferraio; gli Ufficiali prigioni; il plauso feroce allo assassinio del Rossi; le violenze elettorali, ai giornalisti, al domicilio dell'Arcivescovo; la stampa repubblicana: — nello Attesochè 9º con parole, che invano c'ingegneremmo trovare più truci, infama «cotesto sconvolgimento, come quello che elevava il furore a virtù, la moderazione a delitto, segni certissimi di prossima rovina per la parte dei faziosi della Monarchia e dello Statuto, i quali aspettavano la opportunità, e la ebbero nello allontanamento del Granduca da Siena:» — nello Attesochè 11º parla dello assembramento all'Arcivescovado, che commise violenze deplorate dai buoni, dai pessimi giornali celebrate: — nel 12º rammenta lo Indirizzo minaccioso mandato alle Camere, affinchè, per via del suffragio universale, si eleggessero sollecitamente i Deputati alla Costituente italiana, onde pel 5 febbraio potessero assistere alla prima seduta di Roma. — nel 16º e 17º dichiara Siena turbata pel cruccio e per lo arti della Demagogia, che si augurava prossimo il rovesciamento del Principato; la rivoluzione imminente per colpa della stampa, senza limite licenziosa, e del concorso dei Circoli diventati, nel pervertimento, fratelli; l'anarchia provocata in Siena, la città sconvolta dopo l'arrivo di Montanelli, Marmocchi e Niccolini: — nel 18º afferma, per violenza, avere il Principe abbandonata Siena; per violenza le Camere avere eletto il Governo Provvisorio: — nel 21º espone: «l'audacia di pochi tristi prevalsa sopra la moltitudine illusa, sconfortata, indifferente, i quali, vituperato in ogni maniera l'augusto Principe, proclamarono la sua decadenza dal Trono, e il Governo Provvisorio:» — nel 25º certifica il Presidente Vanni tornato a presiedere l'Assemblea per concepito timore di guerra civile e di sangue: — nell'84º racconta dei faziosi esigenti a forza lo abbassamento delle armi: — nel 32º palesa «come i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, si dierono a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe toscano:» — nell'88º nota gli sforzi per instituire la Repubblica e inalzare l'albero della Libertà il 18 febbraio, e le pubbliche ardentissime arringhe di rovesciare tutte le monarchie italiane: — nel 94º ci fa conoscere che una fazione, fuori del Governo, proseguente un fine suo proprio, esercitava solertissima sorveglianza: — nel 104º insegna quali e quanti fossero gli sforzi a spingere i Popoli alla Repubblica in provincia, non meno gagliardi di quelli che si facevano in Firenze, e gli eccitamenti della stampa per armare il Popolo a sostenere la rivoluzione, la Repubblica, e a cacciare il Principe da Santo Stefano: — finalmente nello Attesochè 32º dichiara la sorpresa, le violenze adoperate, e le furiose declamazioni della stampa, capaci a imporre il Potere alla Toscana.
Accorda col Decreto del 10 giugno del 1850 il secondo Decreto del 7 gennaio 1851 ai § 5, 7, 8, 10. L'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851, ampliando il quadro nei § 4 e 5, dalla rivoluzione siciliana precedente, e dalla milanese susseguente lo Statuto, dalla Repubblica proclamata in Francia, dalla guerra lombarda, dai suoi infortunii ricava argomento, ed è vero, per mostrarci una maniera di gente, mal paga delle riforme costituzionali, aspirare alla Repubblica, e scuotere profondamente nelle viscere la Italia.
E l'Accusa poteva aggiungere la rivoluzione di Vienna, la ungherese, la badese, le zuffe sanguinosissime di Berlino, tutta la Germania avvolta in giro dal turbine rivoluzionario; — la prossima Roma: proximus ardet Ucalegon.... Europa tutta in fiamme!
L'Accusa poi, dando saggio delle opere di questa fazione, rammenta le declamazioni per le piazze e pei Circoli, e la licenza della stampa; — rammenta l'ardire del nizzardo Trucchi di decretare, nel 30 luglio, sotto Palazzo Vecchio, la decadenza della Monarchia, lo scioglimento delle Camere, e la istallazione di un Governo Provvisorio, di cui chiamava a far parte Guerrazzi e Pigli (ma non rammenta che con noi erano indicati Gino Capponi, Neri Corsini, e Giuseppe Giusti;[212] e molto meno rammenta che, lasciato stare liberissimamente dai Ministri precedenti, fu, da me assunto al Potere, e per quel fatto, esiliato di Toscana il signor Trucchi); non tace dello incendio della carrozza del Generale Statella; e i fatti livornesi del 25 agosto, e la orribile sventura del 2 settembre.
XXI
Conseguenze della Forza ammessa dai Documenti dall'Accusa.
Se l'Accusa presta fede alle proposizioni che dai suoi Documenti medesimi ha desunto fin qui (ed io devo ritenere ch'ella ci creda), e allora come domandano i miei Giudici a me la prova di quello che eglino stessi hanno provato? Infatti, come si può sostenere «che la violenza coattiva, sia all'individuo, sia al collegio, non è provata, anzi esclusa, dai primi atti co' quali e nei quali venne a consumarsi il delitto» (Atto di Accusa § 85), quando mi confessate agitarsi da lungo tempo fra noi una fazione capace a imporre al Paese intero? Se questa fazione insorse, voi dite, fino dal declinare del 1848, mentre durava la Monarchia Costituzionale, e con essa si mantenevano gli ordinamenti, comecchè indeboliti per tutelarla; o come pensate che si fosse rimasta inerte ad un tratto? Come di audace diventata paurosa; di sprezzante ogni freno di autorità, umilmente arrendevole; di cospirante alla distruzione della Monarchia, facile ascoltatrice dei miei sermoni? Anfione e Orfeo, che a suono di lira ammansirono belve, e trassero a seguitarli le pietre, sono racconti da storia in paragone della potenza favolosa che da me pretende l'Accusa.
Se plausero gli arrabbiati ferocemente alla strage del Rossi, perchè non mi concedono i Giudici che potessi andare pensoso pel mio stesso destino? Se Dionisio Pinelli chiamavano traditore, e il fato infelicissimo di cotest'uomo gli minacciavano, perchè di simili minaccie non dovevo far senno ancora io?[213] Se cittadini e deputati temerono della propria vita, perchè non dovei temerne io, esposto al terribile sospettare dei faziosi, quotidianamente minacciato, e delle loro accesissime voglie oppositore importuno? E badi l'Accusa, che per venire in fama di traditore non importa fare tanto; basta solo sostare; così ammonisce lo infortunato Silvano Bailly nelle sue Memorie, là dove favellando di Mounier, e di Malouet, i quali apprensioniti dalla piega che prendevano le cose pubbliche in Francia nel 1790 vollero scansarsi, racconta:[214] «allora corse l'accusa solita a percuotere chiunque si ferma in mezzo a un Popolo che cammina: la tremenda parola di tradimento fu pronunziata.» In tempi di rivoluzione l'accusa di traditore è quasi un saluto ordinario su le bocche dei venduti e dei fanatici. Se violarono lo Arcivescovo difeso dalla reverenza della religione, perchè pensano che volessero trattenersi da violentare me non difeso? Se, durante tempi che in paragone dei posteriori all'8 febbraio potevano dirsi ordinati, la furia del Popolo assalta ed occupa Fortezze, imprigiona Ufficiali, perchè negano fede i miei Giudici che la mia stanza invadessero, e, armati, minacciassero? Se dichiarano altri percosso dal pensiero della guerra civile, della tremenda anarchia, e della strage imminente, e perchè non doveva io pure spaventarmene? Qui si vorrà forse rinfacciarmi che io dissi talora non temere il Popolo? Certo avrei fatto bella prova a mostrarmi codardo! Nè quello che si dice in una occasione vale per un'altra; e spesso, come notai, si lusinga il Popolo perchè o si trattenga dal male, od operi il bene; artifizii sono questi che la stessa morale non disapprova. E se la forza di cui parlate valse, a parere vostro, a violentare Principe e Camere e collegi e individui e terre e città e Popoli interi, perchè volete poi reputarla insufficiente a violentare me per piegarmi ai suoi comandi? Se i faziosi pretendevano violentemente che gli stemmi granducali si abbassassero, perchè imputarmi l'ordine trasmesso di remuoverli per preservarli da oltraggio? Se il Principe proclamarono decaduto, o come pensare che me non coartassero a scrivere i Dispacci relativi alle Spedizioni Elbana, di Porto Santo Stefano e Laugeriana? Quando voi stessi raccontate che i Circoli, coadiuvati dalle furiose declamazioni della stampa, si diedero a presentare petizioni per la cacciata dello stesso Principe dal suolo toscano, con quale coscienza sostenete poi, e, lasciando la coscienza, con qual fronte, con quanto senno, con qual pudore, che la violenza è esclusa dai primi atti con i quali e nei quali venne a consumarsi il delitto? Forse le petizioni della moltitudine, coadiuvata dai Circoli e dalle furiose declamazioni della stampa, reputate piccola pressura per me? Ma voi, voi stessi, queste petizioni reputaste sufficienti a costringere la Camera dei Deputati quando decretarono la Legge sopra la Costituente! Non sono questi due pesi, non sono due misure? E presumereste paragonare la condizione del 21 gennaio con quella dell'8 febbraio 1849? Una fazione che si era proposta il rovesciamento di tutte le monarchie italiane, è da supporsi che si rimanesse da usare ogni partito estremo per conseguire il suo fine, precisamente sul punto di cogliere il frutto dei lunghi e travagliosi conati? Gente, che eleva il furore a virtù, si pretende credere che, con mansuetudine pastorale, le istanze per le mentovate spedizioni mi presentasse, o non piuttosto con tal garbo che non dava campo alla scelta? Se i Giudici sanno che il Popolo irrompente il 18 febbraio in Piazza, malgrado che io, secondo le mie forze, mi opponessi, e nonostante le mie dimostranze, quasi in onta di me, volle inalzarmi sotto gli occhi l'albero della Libertà, perchè ricusano fede alla mia impotenza a resistere a tutto? Perchè non vi curaste, non dirò nello imparziale animo librare le parole dirette all'egregio uomo signor Poggi amico del padre mio: «Se il Governo non ha potuto in tutto e per tutto ostare alle esorbitanze ed agli arbitrii dei molti intemperanti, non è stato suo volere, ma solo la mancanza di cooperazione e di forza,» ma almeno leggerle? Perchè mi chiedete ragione se il vento mi ha portato via qualche vela; tronco qualche albero, e non mi tenete conto del corpo della nave che, Dio aiutando, vi ho preservato dal naufragio? Voi mi siete, Signori, scarsi e crudeli. E badate, comecchè le mie parole adesso sieno argomento di scherno appo voi, che tra i più brutti vizii che offendano il Signore io ho sentito come principalissimo annoverare sempre quello della ingratitudine: anzi in certo solenne Maestro di divinità ricordo aver letto una volta: «la ingratitudine essere vento crescente, che dissecca la fonte della pietà, e la rugiada della misericordia.» E queste fonti dovrebbero mantenersi del continuo aperte a dissetare i cuori spasimanti di rabbia, e queste rugiade divine implorarsi perenni a temperare le fronti riarse dal furore.
Oltre a dichiarare non provato quello che eglino stessi si sono affaticati a provare, i Giudici esprimono due altre proposizioni, e sono: I. Il Decreto del 7 gennaio 1851, § 53, intorno alla violenza dedotta dice, che i fatti allegati non gli paiono d'importanza tale da stabilire la violenza irresistibile e continuata; e qui importa notare, che e' sono della medesima natura, e di molto maggiore intensità di quelli che il Decreto medesimo e gli Accusatori tutti hanno ritenuto valevoli a coartare Principe e Camere! — II. L'Atto di Accusa poi, a § 85, non solo non vuole provata la violenza, ma la esclude: qui la contradizione mi sembra palese, perchè il primo non nega i fatti ma non gli apprezza, il secondo del tutto gli nega. Il Decreto del 7 gennaio continua che, in ogni caso, cotesti fatti di violenza non varrebbero a scolparmi, perchè dal Processo resulta l'autorità che io aveva su le turbe tumultuanti, la mia protesta di non temerle, e la frequente riuscita a contenerle per vantaggio di privati cittadini! Di questo modo di argomentare ho ragionato abbastanza; ma il cuore degli onesti tornerà a sollevarsi per me a cagione di questi implacabili sofismi.
Ed è pur qui che l'Atto di Accusa, § 85, dopo avere ammessa la forza, anzi dopo averne accennato le origini, ampliato il quadro dell'azione, ad un tratto la fa cessare; e quando? Nel giorno 8 di febbraio. E perchè? Per accusare come liberissimi gli atti pei quali venne a consumarsi il delitto. Poi, egli stesso, di leggieri confessa che insistenze, esigenze, improntitudini vi furono; ma invano; ormai il fatto era consumato, nè esse potevano giustificare il delitto già completo.... Se questo sia vero e verosimile, chiunque ha fior di senno a colpo di occhio il conosce;.... ma che favello io di vero e di verosimile, quando neppure l'Accusa crede a quello che dice! — La Fazione, ella dice, per rovesciare Monarchia e Statuto attendeva occasione opportuna, e la ebbe, nello allontanamento del Granduca da Siena. Dunque non istettero con le mani alla cintola i Faziosi nell'8 febbraio. Essi operarono la rivoluzione in quel giorno, ed è l'Accusa che un po' lo confessa, e un po' lo nega; che modo di ragionare è mai questo suo? E svarioni siffatti, che in una scuola di Logica basterebbero a mettere a pane e acqua il tristo scolare che gli scrisse, hanno potuto avere in Toscana la virtù di logorarmi in carcere ventotto mesi di vita? Le febbri delle fazioni non sono intermittenti, ma continue; e questo andare, fermarsi, rimettersi in cammino, bene sta deplorabilmente nella fantasia dell'Accusa, non già nella natura umana. Motus in fine velocior. E dico deplorabilmente, imperciocchè se il Pubblico Ministero penserà che alla sua religione non sieno «confidati gl'interessi della verità, della innocenza, della civiltà, della coscienza pubblica e della giustizia, ma unicamente quelli della pena,» che cosa diventerebbe mai il Pubblico Ministero?... Tutto è qui: fui complice, o no, con la fazione, che attendeva occasione opportuna a proclamare la Repubblica, la decadenza del Principe, e la Unione con Roma, e la ebbe nell'8 febbraio? Se fui, le sue colpe sono le mie; se non fui, perchè mi disfate anima e corpo prolungando la iniquissima prigionia?
Il sistema di violenza era dai Circoli degenerati abbracciato e praticato come regolamento organico. Nel principiare del novembre 1848, nella solenne Adunanza del Circolo Fiorentino, tenuta nel teatro Goldoni, trovo che fu proposto di sospingere il Ministero; ma questo parve poco, chè sorse Oratore di maraviglioso seguito in quel tempo, il quale espressamente dichiarò: «essere di opinione che non solamente si avesse a sospingere il Ministero, ma violentarlo se fosse necessario, e portarlo più lontano.... Se il Popolo conosce la necessità di agire prontamente, io ripeto, che non solamente deve spingere il Ministero, ma violentarlo, quando vi sia, ciò facendo, la convinzione del bene d'Italia, quando vi sia la convinzione di un fatto di urgenza ec.»
È vero che l'Oratore protesta, che le violenze intende abbiano ad essere morali; ma, scendendo agli esempj, suggerisce le dimostrazioni pubbliche e gli eccitamenti del Popolo in massa, sicchè quanto sapessero di morale cotesti partiti ognuno sel vede. Quasi poi che il detto fosse poco, insisteva l'Oratore affermando: «Oggi mi pare che la Italia sia in una alternativa co' suoi Reggitori; nell'alternativa cioè di rovesciarli, o di strascinarli. Non ci è via di mezzo; una delle due.»[215] Cotesti erudimenti facevano effetto di zolfo su carboni accesi, e già troppo bene gli avevano posti in pratica senza conforti; ora poi che vi si trovavano eccitati, non è da dirsi se volessero fare a risparmio, e se (come l'Accusa immagina contrariamente a quello che narra il Decreto del 10 giugno) se ne rimanessero proprio nel punto in cui per assicurare i loro disegni ne avevano maggiormente bisogno. Intanto l'Accusa, se avesse amato conoscere come i Repubblicani fossero contenti, poteva leggere la requisitoria repubblicana del signor Rusconi, il quale narra che il Partito minacciava irrompere da un punto all'altro contro di me; e poteva anche informarsi come una congiura repubblicana si andasse preparando per rovesciarmi. Se per difendere me dovessi offendere altrui, è naturale che il mio debito sarebbe di restare indifeso, ma le cose a cui accenno sono note a tutti, e resultano da atti pubblici.
In breve somministrerò prove più speciali ancora della violenza subíta; adesso giovi ricercare qui, se a questa procella avesse potuto resistersi. Io penso di sì quante volte il Principe non avesse abbandonato il Governo. Bene altramente gravi, così per gli uomini come per le cose, erano le circostanze che accompagnarono in Inghilterra la rivoluzione del 1688; nonostante tra quelle che davvantaggio la favorirono, Hallam pone la fuga di Giacomo II;[216] ed Hume, narrando come il Re dopo avere inviato la Regina e il figlio in Francia, egli pure, secretamente, si muovesse verso la foce del Tamigi dove l'aspettava un vascello, considera che questo passo ebbe a riuscire grato ai suoi nemici più di ogni altro suo procedimento. Questo storico gravissimo espone, come gli emissarii di Francia, fra i quali l'ambasciatore Barillon, erano affaccendati attorno al Re suggerendogli, male a proposito, nessuna cosa potere operare più acconcia a sconvolgere il paese quanto la sua partenza. E che così opinassi ancora io pel nostro Paese ne porgono testimonianza il Dispaccio diretto al Governatore di Livorno, dove dichiaro che lo allontanamento del Principe sarebbe il peggiore dei mali; e gli altri al Presidente del Consiglio, dove gli raccomando a fare ogni prova per ricondurre il Principe e la sua famiglia a Firenze, e di salvarlo anche suo malgrado. Prevalsero altri consigli, dei quali ebbi prima dolore e pericolo, ed ora ho il danno.
Giacomo II, abbandonando il Governo, non destinava persona a reggere durante la sua assenza, per lo che grande fu in Londra la sorpresa dello evento, e «ognuno vide le redini del Governo abbandonate ad un tratto da chi le teneva, senza che nessuno apparisse il quale potesse avere il diritto, e neppure la pretensione d'impadronirsene. — Allora avvenne a Londra che nella temporaria dissoluzione del Governo, alla plebe fu sciolto il freno; nè vi fu disordine, che in tanto scompiglio non si potesse temere: insorse tumultuante, ed atterrò tutte le cappelle dove si celebrava messa: assalì e pose a ruba le case dello Inviato di Firenze e dello Ambasciatore di Spagna, ove molti cattolici avevano riposte le loro più preziose suppellettili. Il Cancelliere Jefferies, che si era travestito per fuggire, caduto nelle mani della plebe, ne rimase talmente malconcio, che poco dopo morì. Temevasi che lo esercito contribuisse ad accrescere il tumulto. I Vescovi e i Pari, in tanto stremo, si riuniscono per provvedere alla comune salvezza; al gonfaloniere e agli aldermani danno ordini convenienti per reprimere l'anarchia; mandano comandi alla armata, allo esercito, e ai presidii; finalmente s'indirizzano al Principe di Orange. Giacomo II non era partito d'Inghilterra, anzi fu ricondotto a Londra, e ricevuto con grida di acclamazione dalla plebe, seguendo la sua natura versatile; invano però, chè la rivoluzione per quel breve abbandono del Governo era stata operata. Orange, genero al re, e la figlia Maria, avevano supplantato il suocero e il padre.»[217]
Così fra noi, abbandonato il Governo, trionfa il Partito repubblicano; e fu mestieri provvedere innanzi tratto a salvare la società; poi a ricondurre il Paese nelle condizioni politiche che gli erano naturali, traverso il travaglio rivoluzionario, e senza sangue....
XXII. Atti Speciali
§ 1. Fatti di Siena.
Siena sopra ogni altra città toscana presenta se non antiche le cagioni del tumulto, almeno gli spiriti pronti a trascendere in contenzioni di parti. Io ho sentito dire come ad un Santo riuscisse persuadere, che ai coltelli surrogassero sassi nelle pugne, costumate dalla gioventù per vaghezza nelle novene natalizie: e gli parve avere fatto un bel guadagno! Simili gare di origine vecchia si perpetuarono in cotesta città per futili motivi, e s'invelenirono per dissidii politici.
Io, davvero, vorrei tacere per affetto alla nobilissima terra; ma considerando la causa che mi fa parlare, non dubito che torrà in pace se io ricordo le contese per la morte del Petronici, il pericolo dei Carabinieri, e Giovanni Manganaro costretto a salvarsi notte tempo con la fuga. Non senza mistura politica furono i tumulti a cagione dei grani, per quanto almeno me ne assicurava la Deputazione, che venne a intercedere a pro dei colpevoli, i quali tutti ottennero amplissima remissione di pena dalla clemenza sovrana.
Però studiando comporre in pace la travagliata città, proposi, accettandolo il Principe con lieta fronte, a Prefetto di Siena il signore A. Saracini. Considerando lo inclito lignaggio, l'onore acquistato combattendo per la Indipendenza Italiana, la indole egregia e la mitezza dei modi, pensai essere questo personaggio acconcissimo per ridurre i partiti a concordia.[218]
Il Proclama del sig. Saracini, che si legge stampato nel Monitore del 10 decembre 1848, chiarisce come le maledette parti già tenessero Siena divisa, e quanto premurose fossero le cure del Governo di pur comporle in pace. — Ah! che per somma sventura di noi, troppo più agevole riesce predicare pace, che conseguirla! —
A mano a mano che io m'inoltro in questa Procedura, la mia maraviglia diventa maggiore; imperciocchè l'Accusa invece di ricorrere ai Rapporti ufficiali del Governo, se veramente voleva formarsi giusto concetto dei casi di Siena, vada raccogliendo articoli di Giornali, e corrispondenze dei Circoli, e carte altre cotali meno adatte all'uopo. E tuttavolta anche con gli elementi che scelse mettersi fra mano, no, non si poteva, senza ingiuria manifesta del vero, tessere storia uguale a quella dell'Accusa.
Cotesta mala peste delle parti sembra essersi ingenerata fino dall'agosto dell'anno 1848, quando i reduci dalla guerra lombarda trovarono in Patria ai patimenti e al dolore un rimerito di scherno.[219] I quali umori pessimi, inacerbiti dai fatti del 24 ottobre 1848,[220] crebbero così, che una deplorabil divisione di opinioni politiche radicata nelle menti dei Cittadini, rendeva la guerra civile inevitabile;[221] onde nel 24 novembre 1848 per opera di cittadini dabbene, fra i quali il colonnello Saracini e il professore Corbani primeggiavano, fu fatta pace fra i capi di parte con universale allegrezza. Quantunque non tutte le cose in cotesta occasione avvenute meritassero pari lode, pure per confermare la pace che sperava durevole, e per premiare la dichiarazione concorde che in Toscana volevasi la libertà costituzionale, la conservazione di Leopoldo, e i plausi fatti alla libertà, al Principe e alla sua reale Famiglia, io reputai prudente non istarmi tanto sul sottile, e concedere il perdono ai condannati pei tumulti del grano nell'anno precedente, secondo me ne fece ressa la Deputazione mossa da Siena.[222]
Nel giorno 30 gennaio 1849, il Granduca giunge a Siena nelle ore vespertine. Fattasi notte, la Banda, preceduta da bandiera bianca e rossa e seguíta da molto Popolo, si recò suonando sotto il palazzo regio; quivi s'inalzano gridi di: Abbasso la Costituente! Morte agli Scolari! Viva il Regno di Napoli! Chi leva diverso grido, come: viva la Costituente! viva il Ministero! è battuto, e inseguito. Il Principe, per ben due volte costretto di affacciarsi al balcone, ringrazia i Sanesi dell'accoglienza fatta a lui e alla famiglia.
Il giorno seguente, 31 gennaio, su pei cantoni si lessero appiccati cedoloni, che dicevano:
«Avviso salutare ai Sanesi. La Costituente italiana è una invenzione del Montanelli toscano, la quale spinge il Popolo ignorante al macello della guerra ed alla miseria. O Popolo, non cedere alla violenza dei pochi tristi, o pazzi, che te la lodano. Roma non la vuole; il Piemonte non l'approva; tu solo vuoi rimanere ingannato? Lo Stato è in miseria, e questa crescerà per la guerra, perchè il ricco dovrà alimentarla con quel danaro, che serviva a darti lavoro, e tu dovrai sostenerla con gli stenti e i pericoli della vita.»[223]
A mezzogiorno gli Scolari si radunarono, e deliberarono abbandonare Siena riducendosi a studio nella Università di Pisa.
I Documenti dell'Accusa narrano, come si tenesse per certo che il Granduca, per tôrre via ogni pretesto di scissura, si fosse determinato a ricondurre la sua famiglia alla Capitale, e come di cotesti avvenimenti gravissimi andassero incolpati — i ricchi di Siena, superbi e ignoranti, che temono dovere sborsare qualche soldo di più per la guerra della Indipendenza, e gridano morte ai liberali chiamandoli Repubblicani al solito. Il male è cominciato dallo agosto passato.
Gli animi si accalorano, e già nel 3 febbraio taluno narrando i casi del giorno antecedente, ammonisce: «Il Partito liberale si è risvegliato, credimi, per Dio, che si è svegliato, e lavora energicamente, e le prime lezioni sono state date.» E nel 2 febbraio questo Partito, fatto per provocazione furioso,[224] si aduna sul prato della Lizza, e manda pel Prefetto onde spieghi al Popolo, Costituente che sia; e il Prefetto, come vollero, fece: richiesto inoltre persuadere a S. A. di concionare alla moltitudine, promette adoperarvisi, e lo invita a convenire nell'ora prefissa in piazza. Intanto da una parte si grida: Viva Leopoldo solo; e basta; — dall'altra: Viva Leopoldo e Viva la Costituente;[225] — e per allora dividonsi; la sera si trovano puntuali al convegno. «Venne l'ora» (io cito i Documenti dell'Accusa) «in cui si muta la guardia; ed ecco, che la canaglia pagata, tutti armati, si mettono davanti a noi e incominciano a gridare: Viva Leopoldo secondo solo! e noi: Viva la Costituente! e quelli: no; — e noi: sì! — Si affaccia il Granduca, ringrazia e si ritira; si ripetè: — Viva Leopoldo! viva la Costituente! — e quelli di nuovo: — Viva Leopoldo solo! e chi ha coraggio venga avanti. — Allora cominciò la zuffa, ma durò poco, e vi furono soltanto tre feriti dalla parte dei retrogradi.»
I giorni seguenti temevasi peggio; bande di gente armata vagano per la città pronte alle offese. Quei dessi, che provocando avevano suscitata la tempesta, ora ne rimangono atterriti. Da un punto all'altro un conflitto sanguinoso aspettavasi, e i provocati dichiaravano: «Noi siamo preparati, e non si avrà più misericordia per nessuno d'ora in avanti.»[226]
Intanto per le terre toscane correva un grido, cresciuto, come suole, dalla fama, che sacrilega guerra si combatteva in Siena; sangue cittadino, e da cittadine mani versato, correre le strade: «Che più manca a voi, Guelfi e Ghibellini? Alla riscossa, Bianchi e Neri....» si esclamava dintorno. — E fiere minaccie si indirizzavano al Ministero, ora perchè non avesse provveduto, ora perchè non avesse seguíto il Granduca a Siena, ora perchè non ne procurasse il ritorno;[227] tale altra perchè, nonostante gli avvisi, favorisse il Governatore amico e sostegno dei nobili, nobilissimo anch'esso; finalmente tennero dietro le proteste degli Scolari, che di consenso dei Professori, si erano rifugiati alle loro case; e i rimproveri di facile, sofferente le perfide trame, sollecitandolo a procedere severamente contro gli svergognati promotori della dimostrazione del 30 gennaio.[228]
Questi miserabili casi, pei quali la mente travagliata considera come dopo cinque secoli duri fra noi la maladizione, che costrinse la grande anima dell'Alighieri a lamentare:
«Ed ora in te non stanno senza guerra «Li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode «Di quei che un muro, ed una fossa serra;»
non hanno virtù alcuna per commuovere le ardue viscere dell'Accusa. A noi il pianto nasconde la dolentissima storia.... ed anche all'Accusa questi fatti nasconde.... il pianto no.... ch'ella non piange mai, — ma il fiero talento di nuocere a torto, in onta al vero, e con angoscia della innocenza; — che cosa dunque rappresenta fra noi questa Accusa?
I Rapporti governativi depositati negli Archivii del Ministero, fin qui non concessi, mi davano abilità di fare stampare quanto segue nel Monitore del 5 febbraio 1849: «S. A. il Granduca si condusse, secondo il solito, a Siena per visitare la Reale Famiglia che sverna costà. Un Partito di pochi, e, piuttostochè tristi, stupidi retrogradi, si valse della presenza dell'Ottimo Principe per fare una dimostrazione avversa alla Costituente, coonestando lo stolto intento con acclamazioni al suo Nome, le quali non potevano essere se non che universali. — Di qui avvenne la reazione; e i retrogradi ebbero la peggio, rilevando alcuni di loro parecchie ferite. La Giustizia informa: molti arresti sono stati operati; alcuni arrestati confessarono, a un tratto, essere stati pagati: a vero dire, sottilmente pagati, perchè i retrogradi hanno copia di generosità come d'intelletto. — Intanto il Principe, per queste angustie dell'animo e per disposizione di corpo, è caduto infermo. Sebbene obbligato a tenersi giacente, non ha febbre, ma sonnolenza e gravezza, dolore di capo, e gli altri segni tutti di forte reuma. Il Consiglio dei Ministri, ieri sera, aveva deliberato mandargli qualche Ministro per circondarlo della responsabilità ministeriale, e il Presidente Montanelli si chiamò pronto a partire. Nella notte sono arrivate notizie da Siena, le quali istruiscono che il Principe desidera e chiama intorno a sè parte del Ministero, o per lo meno un Ministro. Così il pensiero ministeriale si è trovato d'accordo co' desiderii del Principe. Il Presidente Montanelli è partito in compagnia del Segretario Marmocchi di patria sanese. Queste notizie, della verità delle quali non è dato dubitare, abbiamo voluto rendere palesi, affinchè ogni trepidazione cessi, e la città si rassicuri. La stretta armonia tra il Principe e il suo Ministero, anzichè soffrire alterazione, ogni dì più si conferma.»
Ora, comecchè coteste cose non mi tocchino, tuttavolta in omaggio del vero, esaminiamo se il Granduca statuisse la partenza da Siena prima o dopo l'arrivo del signor Montanelli. Già fu avvertito che il Presidente lasciava Firenze il 5 febbraio, ed arrivava il 6 a Siena nella mattinata. Ora, dai Documenti pubblicati dal Ministero degli Affari Esteri Inglese, intorno ai casi d'Italia, per essere presentati alle Camere del Parlamento, s'impara come Lord Hamilton avverta il Visconte Palmerston, nel 7 febbraio, che il Granduca desiderava uno dei vapori inglesi stanziati in Livorno per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano.[229] — Dunque, se si calcola il tempo che un messaggio impiegava allora, per difetto di strada ferrata, da Siena a Firenze, il tempo per mandare a Livorno e ottenere risposta dai Comandante Inglese, il tempo per riscontrare S. A., il tempo finalmente perchè il piroscafo giungesse nel prefisso giorno a San Stefano per imbarcare S. A., non sarà indiscreto supporre che, o nella notte del 5 febbraio, o almeno nelle prossime ore matutine del giorno 6 pervenisse al Ministro Inglese la richiesta di S. A. per imbarcarsi il giorno 8 a Porto Santo Stefano. — Però ci persuaderemo che la risoluzione presa di partirsi da noi, precedeva, non susseguiva, l'arrivo del signor Montanelli a Siena: e ci persuaderemo eziandio, che infausti consiglieri di quella furono i successi accaduti dal 30 gennaio al 5 febbraio, non già la presenza del Montanelli e dei seguaci suoi.
I Documenti dell'Accusa si sbracciano a volere trovare un concertato fra i disegni dei Repubblicani, le agitazioni di Siena e la presenza dei signori Montanelli e Marmocchi in cotesta città: in prova di ciò allegano certa lettera di Antonio Mordini a Lorenzo Corsi ingegnere di Arezzo; ma è di evidenza intuitiva che il concetto di quella non accorda per nulla con quanto avvenne, nè con quanto il Ministero operò. Infatti la lettera si basa sul caso possibile della dimissione del Ministero toscano che il Partito provocherà fra il 1o e il 5 febbraio. Ora questa dimissione non solo non avvenne, ma in quel medesimo giorno 5 il Monitore annunziava, per mia diligenza, che l'armonia fra il Principe e il suo Ministero, invece di soffrire alterazione, ogni dì più si confermava. — E chi, Dio mio, non lo avrebbe creduto al pari di me? Da Siena, lettere confidenziali di persona intima all'A. S. me ne assicuravano sollecito il ritorno; delle notizie, pervenutemi per via particolare e colà trasmesse, mi ringraziavano; di usare solerte opera onde la città rimanesse tranquilla mi raccomandavano. Lusinghiere, amorevoli erano coteste lettere, ed io mi vi affidavo intero. Nè andava di tanta benignità immeritevole la mia fede, perchè ogni mio riposto consiglio manifestava al Principe, e perfino la mia corrispondenza privata. —
E non avvenne la Dittatura immaginata dal Mordini, nè il nostro invio a Roma; e gli sforzi miei erano diretti a conseguire il ritorno del Granduca, la sua partenza non già, e fatti e scritti il dimostrano; nè la unificazione con gli Stati Romani, Toscani e Veneti, nè alcuna delle cose quivi indicate successero. Io non so pertanto che consiglio sia questo di andare a trovare un nesso tra il fatto mio e le infinite fantasie uscite dagli accesi cervelli di quei tempi; molto più quando fra loro appariscono siffattamente disformi.
Il Decreto del 7 gennaio 1851, nel § 16, dice espresso, che Montanelli andò a Siena seguíto da Marmocchi, e più tardi da Niccolini: l'Accusa del 29 gennaio 1851 ostenta ignorare se eglino con Montanelli andassero, o innanzi o dopo esso. Nè questa esitanza si creda priva della sua buona ragione, imperciocchè tutti i Documenti vorrebbero trovare che il subuglio in Siena avvenisse dopo, non prima la giunta loro a Siena. Ma no; anche il Lunario è inesorabile: il gennaio nell'ordine dei mesi viene innanzi al febbraio, e nel processo dei numeri il 5 tiene dietro al 4. Molte cose possono fare e molte ne hanno fatte i Giudici, ma porre febbraio prima di gennaio, e il 4 dopo il 5, non possono: però, se non lo possono fare, lo possono dire; e lo dicono, e certamente non si risparmiano da scriverlo. Il Decreto del 7, § 17, imperturbato afferma che i movimenti anarchici accaddero dopo il 5 febbraio, pei quali cessò la sicurezza della reale famiglia; l'Accusa, § 54, anch'essa sostiene, che Siena, bastantemente tranquilla.... fino ai primi di febbraio, cambiò tosto aspetto e trascese alla rivolta. Il Lunario dice che i moti anarchici avvennero dal 30 gennaio 1849 al 5 febbraio 1849. Il Lunario dice che la deliberazione presa di abbandonare Siena, e imbarcarsi l'8 a Santo Stefano, ebbe a precedere, per necessità, l'arrivo del Montanelli; ed il Lunario intende avere ragione, ed il Lunario l'ha, perchè per mostrare che il torto è del Lunario questo non si tribola, e non può tribolarsi col carcere. Felice Lunario! Leggendo attentamente l'Atto d'Accusa, § 45, non trovo che dopo lo arrivo del Montanelli altro abbia saputo raccogliere che conferenze con pretesi demagoghi, dimostrazioni apprestate, voce di danaro sparso, opinioni di mutate condizioni della città; ma gli assembramenti, le grida in senso opposto, le percosse, le ferite, il Granduca costretto a presentarsi alle moltitudini, le minaccie: «uccisi prima i Repubblicani, daremo addosso ai Signori;»[230] gli Scolari deliberati ad abbandonare Siena, e il fatto dello abbandono; le bande armate per la città; il proponimento di non usare d'ora innanzi misericordia; il Lunario inesorabile dice che successero dal 31 gennaio al 5 febbraio, e non dopo il 5 febbraio 1849; anzi dall'agosto del 1848, quando vi fu chi ebbe cuore d'irridere i reduci dalla infelice guerra lombarda!
I Documenti dell'Accusa talvolta capiscono troppo, e talora troppo poco: se volessero leggere meco i Rapporti di polizia, troverebbero questi fatti semplicissimi che loro racconto. Due Partiti da molto tempo travagliavano Siena: uno smanioso del Principato assoluto, nemico naturalmente di guerra, avverso alle dubbie fortune, il quale alla patria, alla gloria, alla voce stessa del Principe, che pur ci chiamava ad impresa ch'era e che fu detta santa, la tenace conservazione, e lo ignavo godimento del paterno censo anteponeva; l'altro, promotore del Principato Costituzionale, della Costituente, e di quanto altro in quei tempi antichi andava per le bocche (chè per i cuori mal saprei dire davvero) dello universale; conciossiachè vuolsi notare da cui fa studio della verità, come dalle stesse carte dell'Accusa non ricavo che in Siena si acclamasse la Repubblica nè prima, nè quando giunse il signor Montanelli. Il primo provocò il secondo, questi raccolse le forze, e andò a combatterlo; quindi scontri deplorabili e timore di peggio. — L'Accusa sembra che lealissimi, degni di onore, amici veri del Principato reputi quelli che acclamavano: — al Principe solo, e basta; — che urlavano: — Morte agli scolari! — che spiegavan bandiera bianca e rossa; che imprecavano alla guerra della Indipendenza, che insultavano la gente, che in piazza si presentavano armati, e a cui non gridava come loro davano di buone coltellate pel mezzo della faccia: — demagoghi (dacchè oggi di questa parola è gran consumo nelle scritture, specialmente nelle curiali), e meritevoli di perpetua infamia gli altri che spiegavano bandiera tricolore, e alla Costituente applaudivano. Ma la guerra della Indipendenza avevano bandita i Ministeri tutti, il Parlamento, e il Principe stesso; ma la bandiera tricolore era stata dichiarata bandiera nazionale; e tutti, badate bene, tutti, o di seta al cappello, o di smalto fra i ciondoli dell'orologio, ne portavano il segnale; ma tricolore fu dato il nastro ai Deputati donde pendeva la medaglia, tricolore la sciarpa che ricingeva il collo ai Senatori, tricolore il nastro della medaglia che, mostrando la effigie del Principe, consolava i suoi sudditi dell'angoscia per la guerra dove li tradì la fortuna, non l'animò; tricolori le bandiere giurate, tricolori le bandiere agitate dalla sovrana destra dai balconi della regale dimora; ma i padri mandavano i figliuoli a studio in Siena, perchè vi venissero istruiti e non ammazzati; ma la Costituente proposta alle Camere con Decreto del Principe e votata dal Parlamento, finchè non era reietta col veto, doveva rispettarsi.
Ai fatti narrati io vedo opporre la testimonianza di alquante persone, intorno al deposto delle quali una cosa sola dirò: che nè anche l'Onnipotente può fare che il fatto non sia. A che questi testimoni di cose che l'Accusa stessa, co' suoi Documenti, smentisce? Perchè ricorrere a così torbida sorgente? Non tali auxilio.... doveva esclamare l'Accusa, come Ecuba quando vide Priamo barcollante sotto il peso delle armi; ma l'Accusa accolse Priamo e mi ha preso anche Tancredi. Purchè mordano, l'Accusa accetterebbe gli orsi, non che gli eroi dei poemi epici! O non vi sono dentro gli Archivii i Dispacci del Prefetto, i Rapporti dei Delegati, le informazioni del Provveditore della Università di Siena, le Procedure incominciate o concluse? E mentre l'Accusa tiene queste lucerne sotto il moggio, o come fa ella a mettere sul candelabro un Misuri copista, un Baldassini tappezziere, un Fedeli sarto, un Corsi falegname, e un Tancredi (senza avvertirci se sia diverso dallo amante di Clorinda), i quali vi dichiarano (e l'Accusa par che lo creda) che Siena era tranquilla, ma che venuto il Montanelli venne il diavolo?... L'Accusa non dice se qui il testimone si sia fatto il segno della santa croce. — È notabile una lettera confidenziale di Niccolini al Circolo di Firenze, dove gli si dà ragguaglio di quanto egli operò a Siena il 6 febbraio 1849: in quella egli non ispaccia il nome del Governo, nè se ne dice incombensato, nè propone, o fa cose che gli si possano riprendere.[231]
Io per me, quando considero i Documenti dell'Accusa e li confronto con quello che so, ed è vero, e si trova nelle carte officiali del Governo, non posso impedire alla mia mente di meditare sopra la tremenda sentenza del signor Thiers: «Nei tempi in cui si agita la discordia civile, si vedono quei vergognosi processi dove il più forte ascolta per non credere, il debole parla per non persuadere.»[232]
§ 2. Invito al Circolo Fiorentino di tenere le sedute in Palazzo Vecchio.
I Documenti dell'Accusa ritengono che io invitassi il Circolo fiorentino a tenere una orgia rivoluzionaria nella Sala di Palazzo Vecchio, che per mio ordine fu illuminata a festa, dopo avere rimproverato il signor Lanari, perchè non concedesse il suo Teatro per celebrare cotesta solennità di Popolo.
Ora io dichiaro siffatto invito apertamente falso. Nel giorno 8 febbraio, tra le altre pretensioni del Popolo, dei Repubblicani, dei Demagoghi (chiamateli come meglio vi piace, ma di quella gente insomma a cui nessuno di quanti mi accusano avrebbe saputo dire di no in nulla, — assolutamente in nulla), vi fu quella di volere tenere Circolo nella Sala di Palazzo Vecchio. Tanto poco io lo invitai, che il Circolo volle la Sala quasi in sussidio per non essere stato accolto nel Teatro Nuovo. Tanto poco io lo invitai, che scrissi parole acerbe al signor Lanari per rimproverargli il suo rifiuto, nello scopo appunto, che cotesta vicinanza molestissima non venisse ad annidarsi in Palazzo Vecchio; e se adoperai la espressione di solennità popolare, ciò feci perchè, come costumava a quei tempi, ebbi a scrivere il biglietto sotto gli occhi dei petizionarii. Comecchè io primo confessi che sarebbe stato un impossibile, tuttavolta, immaginiamo che l'onorevole Magistrato, che sostiene adesso le parti di Regio Procuratore, nell'8 febbraio si fosse trovato nei miei piedi, ed avesse creduto per lo meno reo consiglio scrivere il biglietto al signor Lanari onde allontanare il Circolo da Palazzo Vecchio, e di questo biglietto avesse dovuto fare portatori i petizionarii; io mi attenterei domandargli, così per mia istruzione, se avrebbe scritto sotto ai loro occhi: vi raccomando accomodare questa geldra di ribaldi degna di corda, del vostro Teatro, per certa orgia rivoluzionaria con la quale intende deturparvelo materialmente, e moralmente....? Ecco, io sono uno di quelli, che credo che l'onorevole Magistrato non avrebbe scritto precisamente così; e mi ha da essere cortese, che tra scrivere queste parole il giorno 8 febbraio 1849, sotto gli occhi dei rappresentanti il Circolo fiorentino, e scriverle nel 29 gennaio 1851, nel § 73 della sua Requisitoria, un qualche divario vi potrebbe pur correre![233] Andate a vuoto le preghiere, le offerte di pagamento, ed anche le minaccie, se così si vuole, per allontanare il Circolo, onnipotente in quei giorni, i suoi rappresentanti tornarono più imperiosi che mai a volere il salone di Palazzo Vecchio; e questa verità di per sè si comprende, imperciocchè, se avessi inteso invitare il Circolo nel salone, non avrei adoperato tutte le vie perchè non ci entrasse. Ricordo come, per ischermirmi, osservassi non convenire che una sala deturpata con le pitture rappresentanti il Trionfo di Cosimo I sopra città innocentissima, udisse la eloquenza di uomini liberi: ma non mi valse, perchè risposero che il Savonarola l'aveva fatta fabbricare a posta per favellarvi di libertà, e che il Popolo voleva usare liberamente degli edifizii fabbricati da lui, nè più nè meno come disse il Circolo sanese quando volle occupare il salone delle Alabarde; per lo che lascio considerare a chi legge, se tanto pretendeva nel 30 gennaio del 1849 a Siena il Circolo sanese, che cosa dovesse pretendere l'8 febbraio il Circolo fiorentino a Firenze![234] — Con simile ripiego mi riuscì, più tardi, salvare la campana del Bargello, venerabile monumento di patria antichità, minacciata anch'essa della fusione: tanta era la smania del fondere a quei tempi! Allora posi loro sott'occhio la spesa della illuminazione, grave sempre, adesso gravissima pei bisogni della guerra: non la potei spuntare: ridotto a piè del muro, non nego avere detto al signor Giuseppe Nardi: bisogna contentarli; — ma tardi, verso sera, tornato invano ogni schermo, ogni pratica venuta meno per mandare il Circolo altrove; ed anzi parmi ricordare avergli detto, com'era vero, «lo vogliono;» ma se io male non appresi la mia lingua, mi sembra che il termine bisognare corrisponda ad essere di necessità; ed è scrivendo o parlando il più usitato, quantunque, per vaghezza di variare, si muti talora con la frase — è forza, tal altra con quella — fa di mestieri, e simili. Però, se fui costretto codesta sera a cedere, mi adoperai, facendo tenerne proposito a parecchi caporioni del Circolo, perchè andassero altrove a piantare i loro tabernacoli, principalmente insistendo sopra la improvvida spesa. Voglio aggiungere un altro fatto, ed è, che se avessi invitato il Circolo, non mi sarei mostrato di tanto scortese a non accoglierlo di persona, o almeno, per breve ora, visitarlo: ma no, io non lo accolsi, neanche per un istante mi vi affacciai. Questi fatti bene poteva attestare il signor Nardi archivista del Ministero dello Interno, e poteva attestare altresì se io, repugnante, come quello che patisce forza, o volenteroso, come chi invita, lasciassi entrare il Circolo nel Palazzo Vecchio. Se il signor Giuseppe Nardi (la quale cosa non credo, però che egli mi parve onestissimo uomo, e mi dorrebbe più per lui che per me se dovessi persuadermi adesso di essermi ingannato) per peritanza che spesso, e a torto, sente uno impiegato a deporre in favore del caduto in disgrazia, non avesse somministrato testimonianza del vero, non mancano testimoni che sappiano e vogliano attestarne, conciossiachè lo espediente a cui mi appresi, per sottrarmi, si sparse per la città, dando luogo, siccome avviene, a novelle. Intanto l'Accusa si acquieti di questo, che, per quanto cercare ella faccia, ella non troverà che prima e dopo l'8 febbraio il Circolo fiorentino procedesse d'accordo con me; io con lui.[235]
§ 3. Impieghi dati in ricompensa a Mordini, a Ciofi, a Dragomanni; danari a Niccolini.
Antonio Mordini erami, come ho detto altrove, e qui confermo, non pure non legato in amicizia, ma[236] perfino ignoto di persona. Giuseppe Montanelli lo mise in sua vece al Ministero degli Esteri, ed io non poteva contrastare. Da prima furono le mie relazioni poche con esso, se non che nell'udirlo ragionare parendomi, come veramente egli è, uomo d'ingegno non ordinario, incominciai di mano in mano ad aprirmi seco, e di leggieri, ponendogli sott'occhio le ricerche coscienziose, ed i fatti dai quali resultava evidente la repugnanza del Popolo toscano dalla Repubblica, lo ebbi persuaso della necessità della restaurazione del Governo Costituzionale. Di questo egli somministrò non dubbie prove, e lo vedremo più tardi nell'Assemblea della Costituente combattere i suoi antichi amici politici. Dalla parte repubblicana sono stato acerbamente ripreso di avere assiderato i cuori delle persone che mi stavano attorno; e fu posto in dileggio quello che chiamano positivismo.[237] Non è così: io non ho assiderato come non ho inebriato nessuno: ho pregato di bene esaminare i documenti raccolti, e decidere con coscienza, posto da parte qualunque privato desiderio. Quando si tratta delle cose di questo mondo, mi sembra che dare loro una occhiata non sia poi irragionevole affatto, nè scandaloso tanto quanto il Regio Procuratore della Repubblica sig. Rusconi presume; però che spesso mi tornasse alla memoria quel filosofo, che per fissare sempre le stelle cadde nel pozzo. Ora, in quanto al signor Mordini concludo, che non lo conoscendo non lo avrei impiegato, come invero io non lo impiegai; ma dopo averlo conosciuto io lo avrei impiegato, perchè di mente giusta, capacissimo a tenere uno officio, e di vuote astrattezze troppo meno vago, che altri non immagina.
Consentii che il signore Demetrio Ciofi, anzi ebbi caro che ad ogni modo si allontanasse da Firenze. Le carte del Processo attestano com'egli fosse persona di moltissimo seguito nel Popolo minuto, capo del Circolo di San Niccolò, parlatore facondo e potente a tirarsi dietro la moltitudine devota. Siccome per ordinario le provincie prendono norma dalla Capitale, così rimuovere da Firenze le persone che forse avrebbero mantenuta accesa l'agitazione, mi parve diritto consiglio; altri propose, ed io approvai, quantunque a vero dire non vi fosse luogo a repulsa; e certo non è senza riso questa accusa, imperciocchè conoscendo l'autorità grandissima in quei giorni del Ciofi e dei compagni suoi, vuolsi maravigliare, che di sì lieve ufficio si contentasse, e ad assentarsi da Firenze acconsentisse, e non piuttosto rovesciato il Governo in luogo suo si surrogasse; il quale avvenimento quanto potesse essere desiderato da quei medesimi che adesso m'incolpano, lascio a loro considerare.
Dragomanni poi proposi io stesso: egli non era temibile affatto; mal destro a discorrere; di poco credito in guisa, che mai gli riuscì farsi eleggere Deputato: o di fortuna poco bene in arnese. Quando mi capitò il destro di mandarlo lontano, io lo afferrai, e così adoperando intesi dare sussistenza ad uomo di chiara stirpe, cultore delle lettere, e mostratomisi parziale fino da quando egli, Presidente dell'Accademia della Valle Tiberina, me immeritevole e non chiedente, anzi repugnante, volle ascritto nell'albo dei socii della medesima.[238] L'Accusa da prima sospettò, che cotesto impiego fosse mercede della opera prestata nell'8 febbraio; io feci avvertire che soltanto nel 10 aprile egli era promosso: ricompensa un po' troppo remota; — allora gavillando l'Accusa ha trovato che si volesse allontanare perchè, più che di vantaggio, fatto impedimento; e nè anche questo è vero. Il signor Lemmi era stato eletto Segretario allo Incaricato di affari a Costantinopoli: ricusando egli, gli subentrava il sig. Dragomanni quasi fortuitamente.[239] Quantunque, come il proverbio dice, l'asino non valga la cavezza, chè materia di piccolo momento ella è questa, pure anche qui mi piace ripigliarti senza rancore, o Accusa, e condurti a toccare con mano che non ne imberci una. Fammiti qui appresso, e vediamo un po' se mettendo tutto il nostro in comune (poichè di comunità oggi corre la usanza), ci riuscisse fabbricare qualche cosa che avesse garbo di ragionamento. A che miravo io? Su, dillo, via. — L'Accusa, che teme esporre il suo a compromesso, mi sbircia alla trista, e tiene i labbri stretti. Lo dirò io per te; io non risico nulla: tanto in prigione ci sto. Miravo forse alla restaurazione del Principato Costituzionale? L'Accusa, scattando il capo, si tocca col mento la manca e la diritta spalla. No, eh! Ma potevi fare più adagio a negare, che per poco non hai preso una storta nel collo. Mulinando contro il Principato Costituzionale, un Repubblicano (e accordo, di lieve importanza) doveva pure tornarmi più vantaggioso a Firenze che a Costantinopoli; perchè anche tu, o Accusa, devi andare persuasa che indurre il Sultano a mandare Turchi in soccorso della Repubblica toscana, neanche al Dragomanni sarebbe potuto riuscire. Bisognerebbe credere che io mirassi al provvisorio eterno. Come provvisorio eterno? Non ci è rimedio: a considerare questa ipotesi io mi sento tratto pei capelli proprio da te, o Accusa mia; avendo tra i gratissimi testimoni a carico del Romanelli accettato quello che depone avergli udito dire: — Viva il Governo Provvisorio eterno, — e' pare che anche tu abbi fede nella eternità provvisoria. Lasciamo, chè di questo avrai a rendere conto a Dio, perchè gli è un peccato grosso. Come non devo credere io così, quando di queste antitesi, o come le si abbiano a chiamare, io ti vedo innamorata? Difatti, con mio non mediocre insegnamento venni notando l'uno o taluno, il complice o impotente, e fino dalle prime carte la mia scienza del veleno nascosto che si nascondeva nella montanelliana Costituente, con altre più taccherelle che si tacciono per lo migliore, come di Guccio Imbratta diceva Messer Giovanni Boccaccio. Ma dacchè provvisorio eterno, o eterno provvisorio, anche a rifarsi di capo al mondo non si trova se non su i labbri del tuo testimone, così mi sia lecito passare questo punto sotto silenzio. Avanza pertanto una cosa sola; la Repubblica. Ora come, quando si agita di Repubblica, cacciansi via i Repubblicani? La vigilia di vendemmia si licenziano eglino gli operaj della vigna, o piuttosto, in qualunque ora del giorno si presentino, si fermano e mettono alle faccende? E se mi si oppone che ancora io confesso che piccolo frutto poteva cavarsi dal Dragomanni, rispondo che è vero, ma che ogni pruno fa siepe, ed al bisogno da ogni legno schiappa si cava; sicchè convien dire che l'Accusa, gittando la rete al motivo della spedizione del Dragomanni presso il Gran Turco, non è giunta a pescarlo. — Certo, Dragomanni visitava spesso la mia casa, ma non per questo godeva davvero la mia confidenza: al contrario, nel cospetto di tutti, si manifestava di principii opposti ai miei, ed io sovente lo riprendeva alla presenza di familiari ed amici con parole acerbe della sua irrequietezza, e delle pratiche che teneva con persone troppo diverse da lui, per educazione e per nascita. Ancora: dalle sue parole profferite nel calore della disputa ricavava lume per conoscere i disegni del Circolo e degli apparecchi repubblicani, per cui talvolta mi fu data abilità di prevenirli. S. A. un giorno ebbe la bontà d'interrogarmi su questa pratica; io le ne dissi la origine e il motivo, ed essa mi parve approvarla.[240]
D'altronde, prudenza così ammaestra operare. Gli uomini diventati o pericolosi o potenti negli Stati bisogna opprimere, o amicarseli; il primo partito è dei tempi del Borgia, la religione lo riprova, non lo consente la indole toscana; molto meno la mia; importava dunque li gratificando allontanarli. In questa guisa pertanto operai Ministro, e palesandone le ragioni alla Corona, ella mi parve andarne persuasa. Finchè il Governo starà nelle mani di gente esclusiva, agirà e sarà odiato come fazione. — È intendimento elementare dei Governi Costituzionali, accogliere negl'impieghi persone di varii Partiti, onde l'uno all'altro non prevalga, e l'Autorità della Corona regga entrambi equilibrandoli. Maestro di cosiffatto equilibrio fu Luigi XVIII, e morì re. Carlo X e Luigi Filippo l'obbliarono, e morirono esuli. La storia rammenta come egregia arte di regno la promozione che fece Napoleone, ad ufficj supremi, degli stessi Convenzionali. Però, e l'Accusa lo prova, pochi furono dal Governo conferiti impieghi a cui parve procedere infesto al Principato, e con qual mira, e da quale necessità costretto, già esposi; e che il disegno non fallisse dimostrò il successo, dacchè tolto dal Circolo il Mordini, e dei più capaci alcuni amicati al Governo, altri espulsi, andò di giorno in giorno declinando, agitandosi alfine con rabbiosi, ma disperati conati. In breve vedremo come i Demagoghi contro me si sbracciassero, perchè alla mensa degl'impieghi non convitassi i puri Repubblicani; ed anche in questa parte mi trovo fra incudine e martello.
L'Accusa afferma avere goduto il Niccolini la mia confidenza, e avergli io pagato nel 13 febbraio dieci monete. Si è veduto se Niccolini potesse essermi amico: egli mi fu soverchiatore, esploratore, e nemico, ora coperto, ora palese. Quando potei lo bandii, nè egli si richiamò della offesa, come altrove esporrò con larghezza maggiore. In quanto alle dieci monete che ordinai pagassersi al Niccolini, e' fu appunto per non serbare obblighi seco, il quale per insinuarsi nell'animo del mio giovane nepote, o per altra causa che il muovesse, volle donargli una carabina, e questi vago di armi accettò. Io come prima lo vidi, instai a che, o si riprendesse la carabina, o ne accettasse il prezzo: dopo averlo rifiutato, egli alla fine accettollo; ed io, che non avevo la moneta addosso, gliela feci pagare in dieci francesconi dallo Adami, perchè convivendo meco egli mi andava debitore della sua quota di spese di casa. — La carabina deve essere stata rinvenuta nella stanza di Palazzo Vecchio abitata dal giovane. I conti col signore Adami nè anche adesso sono fatti, nè si fecero mai, onde io non potei accorgermi se mi avesse portato a debito, come doveva, le L. 66. 13. 4.
A confermare questa spiegazione agevole e piana, concorrono il modo confidenziale del biglietto: — Adami. Paga dieci scudi a Niccolini. Guerrazzi; — che dimostra come io m'indirizzassi all'amico, non al Ministro, e la omessa indicazione dello uso della moneta, il quale è costume specificare quando si tratta di pubbliche spese; e finalmente io credo, che non sieno mancate testimonianze validissime intorno alla verità del fatto: nonostante l'Accusa tiene in tutto e per tutto le pugna strette, quasi paurosa che schiudendole un poco si volino via le raccolte incolpazioni. Dieci scudi? E in questa somma l'Accusa presume vedere la giusta mercede di una rivoluzione? — Per amore del cielo, non faccia credere queste cose l'Accusa, imperciocchè se le rivoluzioni fossero a tanto buon mercato, correremmo pericolo pei tempi che volgono che se ne aumentasse prodigiosamente il numero dei consumatori!
§ 4. Lettera al Sig. Giovan-Batista Alberti Prefetto di Arezzo.
Questa lettera è riportata nel § 25 del Decreto del 7 gennaio 1851; e dice così: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto. Prima di partire ha dichiarato annullare la Legge intorno alla Costituente. Il Ministero convoca le Camere e dà la sua dimissione. Sarà instituito necessariamente un Governo Provvisorio. Si circondi dei Patriotti più caldi dello amore del Paese. Prenda i provvedimenti che in simili casi straordinarii persuade la necessità. Se avvengono reazioni, si comprimano ad ogni costo, sotto la sua personale responsabilità. Crei una Commissione di salute pubblica; energia, e vigore; viva la Patria. I Principi se ne vanno, ma i Popoli restano ec. — Firenze, 8 febbraio 1849, — 5 di mattina.»
Il Decreto afferma che per questa lettera si dichiara come per me si reputasse ormai la Monarchia cessata in Toscana. A me pare che questa lettera non dimostri altro, tranne la mia ansietà e la mia diligenza che in tanto sconvolgimento la Patria non s'infamasse con azioni scellerate. In che e come nuoce cotesta lettera? Forse, perchè porgevo avviso al Prefetto dell'operato della Corona? Ma la stessa Corona voleva si rendesse palese, e presto. Forse perchè presagivo la elezione del Governo Provvisorio? Ma questa ormai era diventata politica necessità; e il Giornale dei Conservatori Costituzionali annunziava essere nella mente di tutti. Forse per la notizia dello allontanamento della Corona? Ma se si era allontanata! Forse perchè non indicavo il luogo dove si era ridotto il Principe? Ma nè il Principe lo diceva, nè sembrava egli stesso saperlo. Forse per la raccomandazione di circondarsi di Patriotti caldi dello amore del Paese? O di chi doveva circondarsi? Di quelli che gli volevano male? E ci erano. Forse per le pressanti istanze onde i moti reazionarii non avvenissero, o avvenuti si comprimessero? — Qui giova fermarci alquanto, e chiarire per bene questa materia.
I Documenti dell'Accusa, noi lo vedemmo, ritengono il Ministero nostro come uno di quei parti mostruosi a cui le balie devono lasciare sciolto il bellíco: egli ebbe prima il torto di vivere; poi subito quello di non farsi ammazzare di buona grazia, persuaso, come doveva essere, di nascere in peccato originale: però anche allora, agli occhi dell'Accusa, fu colpa opporsi ai moti reazionarii; bisognava non impedirli, anzi dar loro comodo di operare con sicurezza piena. Se l'Accusa così pensa di me mentre fui Ministro, immaginate un po' voi che cosa pensi quando mi vollero parte del Governo Provvisorio! Ed io apertamente dico all'Accusa, che pessimo argomentare è cotesto suo. — Non si dissimulino le cose, ch'è vano e non plausibile conato: la verità si ricerchi, e si dica. Il Principe parte da Siena, aborrendo reazioni e sanguinosi conflitti; e l'Accusa invece non vuole che le reazioni, i conflitti sanguinosi, nè la guerra civile s'impediscano; e perchè? Perchè crede che tutte queste cose la causa del Principato favorissero. Dio ci liberi dalle offese, — ma ed anche dalle difese dell'Accusa!
Dunque il Principe, a mente dell'Accusa, sta con la reazione? La Corona (e lo dovrebbero sapere i Magistrati) non istà con i reazionarii, nè con i Repubblicani; sta con la Costituzione. Ma i Giudici sanno eglino reazione che sia? Sanno eglino come proceda? La reazione è ripristinamento dell'odioso dispotismo, e del suo tristo corteggio, co' modi che la umanità aborrisce, e la morale condanna. Ora in Toscana, per la Dio grazia, non erano soltanto due Partiti estremi, ma prevaleva, mentre io vivea nel mondo, il terzo Partito degli amici delle Libertà Costituzionali più o meno largamente intese. Ricordano i Giudici come la reazione operasse nell'Aretino nei tempi passati? Forse lo hanno dimenticato; mi concedano che lo richiami loro alla memoria.
«Nella vigilia dei santi Apostoli Pietro e Paolo (28 giugno 1799), allo incessante rimbombo dei colpi da fuoco e dei Viva Maria, il Popolo sanese accorre in folla; e si unisce co' suoi vendicatori aretini; nei suoi primi slanci si scaglia contro coloro che stimava non semplicemente avversi alla religione cattolica, ma occulti cospiratori per abbatterla, quali sono i giudei; pone quindi a sacco qualche bottega, e qualche casa di essa; alcuni ne uccide e gli aborriti cadaveri getta sul fuoco!....»
Sanno i miei Giudici, che fece la reazione nella inclita città di Siena nel medesimo tempo? A Siena furono gettati cinque ebrei vivi ad ardere sul rogo acceso su la piazza maggiore davanti alla immagine della Madonna, che sta a piè della Torre, e allo Arcivescovo Zondadari!! Questi fatti i Giudici possono ritenere per veri pur troppo, imperciocchè vengano narrati dal Canonico Giovanni Battista Chrisolino dei Conti di Valdoppio, parroco della Cattedrale aretina, a gloria (com'egli dice) di Maria Santissima del Conforto, stampati in Città di Castello nel 1799.
Cotesti immani uomini, siffatte nefandità commettendo, invocavano il nome della Consolatrice degli afflitti; sarebbesi dovuto lasciarli fare, nella fede che ciò operassero a maggiore gloria della Madre di Dio? — Anzi imparo, fremendo, come nell'Agro aretino fare Viva Maria! significhi portare le mani ladre nella roba altrui. Ora i ladri e i violenti sol perchè gridino Viva Maria, o Viva Leopoldo II, voglionsi venerare per santi, o lodare per leali?... Vergogna per tutti queste cose, non che dire, pensare; per Magistrati poi enormezza!
Sanno i miei Giudici, che cosa operasse la reazione nel 1849 a Empoli, a Lucca, nell'Aretino e altrove? Certo prendevano a pretesto il nome del Principe, ma le case incendiavano, le strade rompevano, le imposte ricusavano, dalla patria difesa aborrivano, straniere dominazioni macchinavano, ruberie e ferimenti commettevano, terre e castelli di assaltare tentavano. — Io non ho gli Archivii, ma se giustizia vive nel mondo mi verranno finalmente concessi, e allora si conosceranno le mene delle Provincie, e chi le suscitasse, a qual fine tendessero, non meno che gli sforzi dei Giusdicenti a reprimerle. In tanta deficienza giovi non ostante favellare di alcuno.
«Nella sera del 12 febbraio, un piccolo pugno di scioperati, e avversi al Paese, non che al proprio interesse (non però dimoranti a S. Miniato, o appena 8 o 10), concepito il vandalico disegno di troncare e guastare la linea ferrata in quel tratto di pianura, che giace fra l'Arno e il posto della Scala, si recarono alla Parrocchia di S. Piero alle Fonti; ove di prepotenza vollero suonare la campana a martello, nella speranza che i contadini, ed altri popolani accorsi al suono, gli avrebbero secondati. Ma gl'intervenuti, comunque numerosi.... altamente biasimarono, e, protestando non volere dare mano a opera tanto nefanda, si dileguarono. I pochi facinorosi, vedutisi delusi, si dettero con forsennate grida, e con fiaccole, a fare proseliti lungo la strada nel punto che passa la parrocchia della Isolata, quando per l'unione di altri male intenzionati si lusingarono potere dare principio; gl'Isolani in numero di circa 60 si fanno loro incontro a passo di carica, e fatto alto al cancello della strada ferrata, esplodono in aria i fucili. Ciò bastò, perchè i perversi e i faziosi estinte le fiaccole si disperdessero, dandosi a fuggire per le vie traverse, temendo essere inseguiti. A S. Miniato appena ebbesi contezza dell'accaduto, la indignazione dei cittadini contra questi perturbatori dell'ordine, fu universale; e già molti volenterosi avevano preso le armi per discendere al piano ec.» — (Lettera del signor Carlo Taddei al prof. Giovacchino Taddei. — Vedi Monitore del 17 febbraio 1849.)
Tutti i Documenti dell'Accusa riportano lo incarceramento dei Parrochi, e di altra gente, ordinata dai signori Montanelli e Mazzoni in premio, essi dicono, della gioia che le popolazioni circostanti a Firenze, nella purezza dell'animo, mostrarono con innocenti e festive dimostrazioni allo annunzio del ritorno del Granduca. Di questo incarceramento io non so; ma so, che un Lally Tolendal viene celebrato per le storie, come quello che nelle prime commozioni di Francia ebbe il coraggio di proporre un proclama col quale esortavasi il Popolo a non insanguinare le mani, e lasciare libero il corso alla giustizia. Il Bailly intendendo a salvare la vita al Bertier, ordinava che lo trasportassero alla Badia, e quivi lo custodissero prigione; se non che fece tronco quel disegno la plebe, la quale avventandosi in Piazza della Greve contro cotesto sciagurato lo ridusse a morte. Assai più notabile è il caso del Foullon. Lafayette, di cui certamente non vorrà negare alcuno la nobiltà del carattere, e lo amore degli uomini, per sottrarre dalle mani del Popolo furibondo il Foullon, trovò il consiglio di mostrarglisi acerbamente crudele: «Ed io, diceva arringando la moltitudine, lodo il furor vostro; sempre ebbi in odio costui; lo reputo perdutissimo uomo, e non credo che possa immaginarsi pena che uguagli al suo fallire.... Però badate; egli ha da avere complici, e non pochi: importa conoscerli; intanto io farò trasportarlo alla Badia: quindi lo processeremo, e condanneremo alla morte infame che si è meritata pur troppo.» Il Popolo persuaso applaudiva, quando il Foullon, indovinando il segreto concetto del Lafayette, ebbe la inavvertenza di fare plauso anch'egli. Allora il Popolo si ravvisava, una voce sinistra sorse a gridare: «sono d'accordo!» e il pietoso trovato del Lafayette riuscì invano. — Inoltre, cosa nè singolare, nè inusitata presso i Governi, è schiudere la carcere come asilo supremo ai perseguitati... e me pure pretesero dal fiorentino Popolo.... Ma di questo più tardi. Che tale poi fosse lo scopo del Montanelli, me ne persuadono e la indole mite di lui, e il nessuno aumento, per quanto io sappia, del martirologio in Toscana.... e i successi che stiamo per esporre.
Intanto, è mestieri affermare apertamente, che le tinte, di cui l'Accusa colora il tumulto del 21 febbraio, sono false e smontano al sole. Se cotesto moto avesse presentato il carattere che immaginano, o come la città di Firenze sarebbesi tutta levata a reprimerlo? Nè il tumulto si rimase a così tenere dimostrazioni; però che io leggo, egli acclamasse ai nemici della nostra Patria, e seppi con certezza come gli ammotinati s'indirizzassero contro la città con urli di minaccia, e spari di schioppo. La Guardia Civica non pare che andasse persuasa troppo della purezza dell'animo di cotesti innocentissimi, dacchè accorse spontanea a ributtarli con le armi, e accorse ancora spontaneo e furibondo il Popolo fiorentino. L'azione del Governo non fu di eccitare, ma di risparmiare la effusione del sangue, trattenendo la moltitudine da mettere le mani violente nella vita altrui, ed ostando che gli arrestati a furia di Popolo si manomettessero.[241] Il Montanelli, comunque infermo, sorse dal letto e vi si adoperò, oltre quello che parevano consentirgli le forze. Funesta notte poteva essere quella, e madre di assai più terribile giorno: quando il sig. Montanelli non avesse altro merito, parmi che Firenze dovrebbe benedire il suo nome. Adesso corre il tempo della ingratitudine; ma i tempi non vanno sempre ad un modo; e chi ha bene operato può aspettare nella tranquillità dell'animo, che gli sia resa giustizia un giorno, e da tutti. — Ora, considerati i Rapporti di Polizia, il consenso spontaneo ed universale della Civica e del Popolo fiorentino, nello avventarsi contro i campagnoli tumultuanti, parmi che si possa concludere con una di queste due cose; o che il moto del 21 febbraio non presentava i caratteri attribuitigli dall'Accusa, o che nè i tempi erano quelli, nè i modi per operare la restaurazione del Principato Costituzionale.
E anche ad Empoli, negli avvenimenti del 12 febbraio, i facinorosi gridavano: Viva Leopoldo II! e intanto la Stazione bruciavano, e la strada ferrata rompevano. Ho sentito dire che si scusassero col timore che i Livornesi sopraggiungessero, ed hanno accettato la scusa; ma, in grazia, la Stazione con la strada come ci entrava ella? E nel 23 febbraio, quando gli Empolesi, minacciando rinnuovare gli attentati medesimi, vi fecero accorrere pronta e spontanea la brigata delle Guardie di Finanza di Firenze, avevano sempre paura dei Livornesi? No. La verità è che uomini avversi più che al Governo alle persone di quelli che lo tenevano, eccitarono le passioni delle moltitudini, e queste, fiduciose della impunità per la dissoluzione del Paese, non pure trascorsero al guasto della strada ferrata e allo incendio della Stazione, ma posero in compromesso la proprietà degli agitatori medesimi. Il Popolo di Empoli, dedito al commercio dei trasporti più di ogni altro, ebbe a patire danni per la costruzione della strada ferrata, e l'odiò allora, e forse l'odia anche adesso; solito effetto della nuova industria che disagia o rovina l'antica. — Tutte queste cose sapeva, e le dissi apertamente in faccia agli Empolesi; però nessuno si dolse di asprezze per parte mia, nè fu ricercato per negozii politici, e tutto a tutti rimisi, salvo delitti comuni; ed ecco come favellai ai Deputati di Empoli venuti a Firenze per condannare le grida non consentanee ai tempi levate dalla gente empolese, e per respingere da sè il fatto della strada ferrata:
«I fatti di Empoli commossero a dolore il Governo Provvisorio, a sdegno la Toscana tutta. L'essere usciti in parole non consentanee ai tempi, e in atti di ferocia contro le cose e le persone nella sera del decorso venerdì, affligge non solo quanti amano le istituzioni e i governi liberali, ma quanti hanno senso di umanità. Lo incendio della Stazione è siffatto eccesso, che parrebbe incredibile, se non fosse avvenuto alla distanza di poche miglia da noi. Ben fa il Paese a respingerlo da sè. Così si mette d'accordo con la pubblica opinione che lo ha fulminato con la sua disapprovazione.» E continuavo confidando che gli uomini più autorevoli di cotesta illustre terra «raccomanderanno al Popolo di quella e delle adiacenti campagne l'amore all'ordine, che ogni Partito dee rispettare; la tolleranza delle opinioni, che i soli illiberali possono respingere; la concordia, che i soli fautori degli Austriaci possono odiare; il rispetto alla proprietà, e soprattutto alla strada ferrata, che solo l'uomo nomade può guardare di mal occhio; la quiete e la sicurezza, che sole possono mantenere la floridezza di quel Paese ec.» — (Vedi Monitore, 16 febbraio 1849.)
A Castelfranco-di-sopra le turbolenze presentarono tale carattere da indurre il Gonfaloniere e la Guardia Civica a interporre le loro premure affinchè cessassero. Colà il Governo non mandò forza; i Cittadini stessi compresero la necessità di prevenire disordini, e vi si adoperarono con frutto. — (Monitore, del 26 febbraio 1849.)
A Castelfranco-di-sotto, nel 9 febbraio, successero moti così gravi che la Guardia Civica ebbe a impugnare le armi e combattere; alcuni Civici rimasero feriti. I Rapporti di Polizia autorizzarono il Governo a pubblicare la seguente notizia nel Monitore del 14 febbraio 1849: «In Castelfranco avvenne un movimento in senso retrogrado. La Guardia cittadina accorse numerosa a reprimere il disordine, sebbene ne patisse danno. — Il sangue uscito dalle vene dei Civici di Castelfranco è una offerta fatta alla causa della nazione e dell'ordine. Perchè i buoni cittadini non si affrettano a respingere questi movimenti? Qui non si tratta di quistione di forma governativa. Il nome di Leopoldo è un pretesto per violare la proprietà, per saccheggiare le case, e per uccidere i migliori cittadini! — Il movimento non è politico, ma anarchico: non si combatte per un Governo contro un altro, ma per non averne nessuno. Il Governo vuole l'ordine, perchè la Legge abbia forza e sia salva la Patria. I cittadini devono volere l'ordine per la sicurezza della Patria non solo, ma ancora per quella dei proprii giorni e delle proprie sostanze. — Vogliono i cittadini che la Toscana sia invasa da continui ladronecci? Vogliono che Austria speri nelle nostre contese le sue vittorie? — Morire per l'ordine è morire per la Patria. Ritenga i poveri dall'anarchia il pensiero che il Governo si adopera per diminuire la miseria; muova i ricchi a resistere alla reazione, il senso dell'onesto, l'amor patrio, il proprio interesse.»
In Prato si tentavano disordini contro la strada ferrata Maria Antonia, della specie di quelli di Empoli. Le Autorità e la Commissione Governativa seppero prevenirli con prontissimi e gagliardi provvedimenti. (Vedi Monitore, 16 febbraio 1849.)
A Cascina incendiavano la Stazione della strada ferrata. «Nel mio passare ho trovato la Stazione di Cascina in fiamme. Spegnere lo incendio era impossibile, perchè la Stazione era presso che distrutta. Io seguito il mio viaggio, appena avrò preso alcuni concerti col Pretore di Pontedera. — Al Ministro dello Interno. — PAOLI.[242]»
Finalmente a Lucca la strada ferrata a furia di Popolo disfacevano.
Del contado di Arezzo più tardi. Dovevano dunque lasciarsi fare? Stare a vedere le genti sbranarsi, battere le mani agl'incendii, plaudire ai saccheggi, con sempiterna infamia assistere, neghittosi, al sobbissare del Paese? E queste cose con serena fronte profferiscono Magistrati toscani? E, nel pretenderle, il loro cuore nei loro petti sta saldo? Dunque, a mente di loro, la bandiera cuopre sempre comecchè perfidissimo il carico? La marca basta per garantire la merce falsata? Non così, per onore del nostro Paese, la intendono tutti i Magistrati toscani. La Corte Regia di Lucca, con Sentenza del 4 giugno 1850, decidendo intorno alla spedizione di Capannori e di Porcari, ha dichiarato che: «Essendo diretta a ricomporre in quiete e all'ordine la provincia.... di comprimere ogni reazione che minacciasse disorganizzare lo Stato, e di risparmiare, allontanandone il pericolo, le calamità di mutue stragi.... e non tendente a rafforzare il Governo nel male acquistato potere.... comparisca ragionevole ritenere che il Governo stesso non si allontanò da quella linea di condotta che la necessità della precauzione e le regole della prudenza consigliano, e che in pariforme caso un Governo, anche legale, avrebbe, senza esitazione, abbracciata.»
Perchè la Verità dorrebbe preferire le sponde del Serchio a quelle dell'Arno? — Così è: come a Lucca, accadeva da per tutto. Le agitazioni politiche già già destavano le furie socialistiche. Commosso da apprensioni terribili, oppresso da fatiche, a cui sembrava impossibile che uomo potesse durare, io mandava un grido di desolazione col Proclama del 16 febbraio 1849: «La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non sorgono animosi a salvarla. Bande di facinorosi, col pretesto della fuga di Leopoldo II, ed anche senza pretesto, irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha represso gli scellerati, e saranno puniti.»
In cotesti tempi, per così vigile provvedere, persone onorevolissime mi levarono a cielo; nè fra queste mancavano parecchi membri del Municipio fiorentino, e il suo egregio Capo. Alle mie dichiarazioni che la mia natura, vinta dal travaglio, stava per soccombere, allibivano; e primi fra gli altri, gli antichi impiegati, gli stessi servi della granducale famiglia, a mani giunte, mi supplicavano a non gli abbandonare. Sapevano ben essi quali sorti gli aspettassero! Ahimè! Come mai tutte queste fatiche, cure e pericoli adesso, a un tratto, diventarono delitti?
Fra tante, e solennissime tutte, testimonianze, mi giovi allegare quella del signore Allegretti, e ciò per due ragioni; la prima, perchè, preposto allora, e credo anche adesso, nel Ministero dello Interno alla Sezione della Polizia, giudicava dei tempi con esattissima cognizione delle cose; la seconda, perchè dall'attuale Governo adoperato e promosso non può neanche dalla ombrosa Accusa reputarsi sospetto. Almeno così parrebbe che da costei si potesse sperare. Scrivendo pertanto il sig. Cav. Segretario Allegretti al sig. Biavati di Lucca lettera confidenziale sul principiare del marzo 1849 così si esprimeva: «essere io stanco di cotesto stato di cose, avere minacciato andarmene, e laddove questo avvenisse, grandi guai sarebbero caduti addosso alla Toscana.» Io poi non dubito nella onestà del signore Segretario Allegretti, che egli non sia per commentare largamente a voce quanto scrisse, e credo che come compiacenza all'animo, gliene verrà lode dai suoi Superiori, cui certo non può piacere la selvaggia e veramente smodata persecuzione dell'Accusa.
Nella lettera scritta al signor Prefetto di Arezzo si avverta, all'opposto, che non vi si parla di decadenza del Principe, nè di Repubblica; anzi, non vi si adopera espressione offensiva alla Corona; le quali cose stanno a dimostrare che io la dettai quando mi trovava abbastanza libero di me, nè mi si teneva accalcata e furiosa dintorno la fazione a impormi frase e concetto di quanto, prepotentissima, ella ordinava di poi. Che se fa amarezza la frase: «i Principi se ne vanno, il Popolo resta,» hassi a riflettere in prima, ch'ella suona piuttosto cruccio o dolore, che esultanza per la partita del Granduca; e poi, che essendo quel Dispaccio dettato, lo scrivente poteva avervi messo coteste parole che furono dette in quella notte, e ripetute il giorno successivo nel Parlamento; e in quanto a leggere prima di firmare, davvero, mancava il tempo e la voglia. — Però se l'Accusa intendeva a penetrare l'animo mio in cotesta occasione, sembra che avesse dovuto fondarsi in preferenza sopra gli autografi miei.
«Il Consiglio dei Ministri al Governatore di Livorno. — Il Granduca ha abbandonato Firenze e Siena. Non si sa dove si sia ritirato con la famiglia. Scrive non volere approvare la Legge della Costituente. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si prevede la elezione di un Governo Provvisorio. Raddoppi le guardie alle porte. Chiami a sè gli Ufficiali della Civica e della Linea. Si assicuri delle Fortezze. Appello ai cittadini di stare uniti per prevenire qualunque avvenimento doloroso. Energia, attività, e si salvi ad ogni costo il Paese. — GUERRAZZI.»
Al Maggiore Fortini nel giorno 8 febbraio 1849, ore 7 antimeridiane: «Soldato e Cittadino, come ella è, farà in modo che col Governatore e il Comandante la Piazza sieno religiosamente mantenuti tranquillità e ordine. — GUERRAZZI.»
Altro Dispaccio parimente autografo:
«Il Consiglio dei Ministri al Prefetto di Pisa. — Il Granduca è fuggito da Siena; non si sa dove siasi ritirato con la sua famiglia. Scrive disapprovare quanto ha consentito circa alla Costituente italiana. Il Ministero convoca le Camere, e si dimette. Si prevede la elezione del Governo Provvisorio. Chiami intorno a sè gli Ufficiali della Linea e della Civica. Appello dei cittadini di stare uniti onde prevenire qualunque catastrofe. Circondarsi dei migliori patriotti. Si salvi il Paese. — GUERRAZZI.»
Ho peccato io se fra tanto sbigottimento, mentre trepidavano tutti sul giorno che stava per sorgere, mi affaticai ad operare in guisa che il Paese non si disfacesse con sanguinosa rovina? Merita questo che mi si mandi un Profeta Natan onde io scelga, per pena, fra peste, fame e guerra? O Giudici, che fino ad ora osaste reputarmi colpevole, ditemi in grazia se tali fatti voi considerate delitti.... ditemelo, onde, insegnandomelo voi, impari anche io quali sarebbero state in cotesto fiero caso le vostre virtù!
§ 5. L'Accusa non vuole leggere.
L'Accusa asserisce come dalla Segreteria del Ministero dello Interno fu, nell'8 febbraio, mandata notizia ai Prefetti e alle altre Autorità, contro il vero, che Leopoldo aveva abbandonata la Toscana; cosa, ella aggiunge, ch'era pure inserita nel Proclama affisso nel medesimo giorno.
Adesso che l'Accusa non voglia leggere si manifesta primieramente dal Proclama allegato, dove io sfido l'Accusa a trovarmi lo annunzio che il Granduca avesse abbandonato la Toscana.[243]
Inoltre, l'Accusa a che intende ella con la sua proposizione? Per avventura a provare, in mio danno, che la falsità della notizia circolata fu, senza dubbio, la causa del commuoversi della Toscana contro, o piuttosto del non commuoversi in favore del Principato? Venga l'Accusa, legga meco i suoi Documenti, e conoscerà chi sostiene il falso.
A pagine 236 del suo Volume occorre la prova che alle ore 7 ⅔ antimeridiane partirono Staffette per Massa e Carrara, Arezzo, Montepulciano, e Grosseto. Il Dispaccio al Prefetto di Arezzo dichiara: «Il Granduca è fuggito da Siena: ignorasi dove si sia ridotto.» (pag. 279.) Alla pagina 231 leggiamo: «Qui ricorrerebbe il Dispaccio del Guerrazzi al Prefetto di Grosseto del preciso tenore di quello diretto alla Prefettura di Arezzo.»[244] Alle ore cinque antimeridiane al Governatore di Livorno e al Prefetto di Pisa facevo sapere: «Il Granduca ha abbandonato Firenze e Siena, e non si sa dove siasi ritirato con la sua famiglia.» (pag. 235.) E così erano avvertiti il Comandante di Piazza e il Maggior Fortini a Livorno. Dunque nelle prime ore pomeridiane del giorno 8 febbraio Firenze, Pisa, Lucca, Livorno, Massa, Arezzo, Montepulciano, Grosseto e Siena con tutti i paesi circostanti erano per me informati precisamente del vero stato delle cose; cioè, che il Principe aveva abbandonato Siena, e che ignoravamo il luogo dov'egli con la sua famiglia erasi riparato.
Ma qui opporrà l'Accusa: dì pure quanto sai; al Governatore di Portoferraio fu mandata lettera nell'8 febbraio che spiegava: «Leopoldo di Austria ha abbandonato la Toscana;[245]» e il Segretario Allegretti scrive, che egli la compose dietro le traccie somministrategli da te verbalmente, e che lettere di uguale tenore furono mandate alle Superiori Autorità del Granducato; ed in fine, il Segretario scrive, che quantunque esse non appariscano firmate da te, l'Archivista «cui secondo il costume incumbeva procurarne la firma, non ti trovando accessibile, perchè in conclave co' tuoi Colleghi, non potè farlo, — e di fronte alla commissione ricevuta fosse stabilito spedirla anche senza firma di te.»
Altrove insisto su questa dichiarazione. Qui importa notare come nel medesimo giorno 8 febbraio fosse scritto al Governatore di Portoferraio in due maniere.
Il Governatore di Livorno lo avvisava così: «il Granduca ha abbandonato improvvisamente Siena.»[246]
Il Segretario Allegretti: «Leopoldo di Austria ha abbandonato la Toscana.»
Il primo, dietro ingiunzioni scritte autografe mie. Il secondo, sopra asserte traccie verbali.
Ancora: prima delle ore tre pomeridiane del giorno 8 era nominato il nuovo Ministero, e per via telegrafica venne annunziato al Governatore di Livorno alle ore 5 e 10 minuti pom. del giorno stesso:[247] quindi la firma del Dispaccio in discorso, secondo le attribuzioni ordinarie del Ministro dello Interno, a lui propriamente apparteneva, e non a me.
Di più, gli Ufficiali del mio Ministero avevano sempre liberamente accesso, anche non chiamati, a me. Il sig. Segretario Allegretti pieno di riguardi soleva aspettare fuori; ma io spesso ne lo riprendeva, confortandolo a entrare senza esitazione alcuna nella mia stanza.
Inoltre, o io aveva ordinato che i Dispacci senza la mia firma si mandassero, o no; se ordinai, che senza la firma mia si spedissero, e allora che cosa importava, che io fossi inaccessibile? Non mi dovevano venire a cercare. Se tale non ordinai, perchè stabilirono spedire senza la mia firma i Dispacci? E quando si asserisce, che le traccie verbali somministrai nelle ore pomeridiane, come poteva io indovinare, che sarei stato impedito al punto di dovere firmare?
Finalmente, tra le ore 5 e le 6 pomeridiane del giorno 8, apprendevo, e mi era forza annunziare, che, per notizia datami dal Ministro Inglese, il Granduca era andato con la sua famiglia a Portoferraio:[248] come avrei patito io che più tardi (poichè la Posta pel Ministero, credo non andare errato se affermo, che nell'8 febbraio 1849 partì più tardi delle ore 6), si spedissero informazioni declarative lo abbandono assoluto della Toscana per la parte del Principe? Quando pure avessi di cotesto tenore ordinati Dispacci, io gli avrei fatti abolire.
Anzi (singolare riscontro!) trovo, che il Prefetto di Firenze diramava il giorno 9 febbraio la Circolare compilata dal Segretario Allegretti, mentre io pubblicava notizie, e tutto il mondo le sapeva contrarie al tenore di quella.
Per le quali considerazioni si farà manifesto, in primo luogo, quale e quanta fosse la perturbazione in quel giorno, e con quale confusa e disordinata ansietà procedessimo tutti così nei più umili come nei più alti ufficj; e secondariamente, che, salvo il debito onore che alla probità del sig. Allegretti sempre mi piacque professare e piace, dubito non del tutto esatte le sue reminiscenze.
Non ostante però queste avvertenze, rimane provato, che rispetto a me l'Accusa non vuol leggere, avvegnadio ponessi cura d'informare fino dalle prime ore del giorno 8 la massima parte della Toscana del vero stato delle cose, voglio dire il funesto caso della partenza del Granduca da Siena, noi ignoranti del luogo dove si fosse diretto, nè egli consapevole troppo per le cose altra volta discorse.
§ 6. Ordine per abbassare gli stemmi.
Altrove toccai di questo addebito, sicchè mi occorre adesso spendervi più poche parole dintorno. Il Decreto del 10 giugno 1850 somministra di questo fatto tale difesa, che io non saprei desiderare nè addurre migliore: «La furia dei faziosi esigeva violentemente lo abbassamento degli stemmi, e l'ottemperare in ciò a un ordine del Popolo non può non apprendersi che come lo effetto di un desiderio di evitare i danni alle cose e alle persone, e così animato dalla veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico.» (Attesochè 84.)
Quindi io non ricorderò per quante guise questi stemmi fossero, in molte parti della Toscana, vilipesi ed arsi. — Non era meglio risparmiarli all'onta? Poteva e doveva patire io che venissero strascinati per le strade, come a Fiesole avvenne? Infatti, dove l'azione del Governo si estese, furono risparmiati e custoditi; e fu lodata la prudenza del Vice-Prefetto Zannetti, il quale, informando il Governo, così scriveva il 10 febbraio: «Nella perduta sera volevansi atterrare e distruggere tutte le armi granducali. Bastò qualche rilievo a trattenere le dimostrazioni che a colto e ben civilizzato Popolo non si addicessero. E le armi furono, a sera inoltrata, scese e calate dai posti e depositate in una stanza del Municipio.»[249] Vuolsi avvertire che in taluni luoghi, non solo di onta, diventavano eziandio materia di furore e di offesa. «Ma la prudenza è al colmo, la licenza dei retrogradi e dei tristi sfrenata, il contegno nostro moderato, ma già diventa furore vedendo fra noi esistere il monumento di derisione, l'arme di quel Principe.»[250] Non era meglio remuovere il motivo di furore, che permettere lo spargimento del sangue? Certo era meglio; i Giudici lo dicono, e in questa parte siamo d'accordo. E badate che non solo gli stemmi granducali lorenesi, ma eziandio i medicei vollero remossi, perchè quando s'innalza l'Albero della Repubblica debbono cadere i monumenti della oppressione.[251] Invano però fu scissa dall'Accusa la mia dalla causa dei signori Guidi ed Adami, onorandissimi amici; o fummo violentati tutti, o nessuno. Se da me emanò copia maggiore di ordini, questo naturalmente vuolsi attribuire agli ufficj diversi che occupavo. Nella loro carica avrei dovuto fare quanto essi fecero; nella mia avrebbero fatto quanto feci io.
Ma le parole riferite che proruppero dalle labbra dei Giudici meritano esame profondo. Ecco, per esse, vengono a stabilirsi due fatti ed un principio importantissimi.
Primo Fatto. Furia di Faziosi.
Secondo Fatto. Azione violenta e imperante del Popolo.
3. Principio. Adesione a cotesti ordini violenti persuasa dal consiglio di proteggere la pubblica e privata sicurezza.
Ora questi fatti e principio di propria loro natura non ponno limitarsi a un caso, ma devono, per necessità, estendersi al periodo del tempo percorso ed alla serie dei casi avvenuti sotto la impressione delle condizioni medesime; non possono restringersi ad uno o due individui, ma referirsi a tutti coloro che negli stessi accidenti versarono: sintomi permanenti sono eglino della infermità, che travagliava tutto il corpo sociale; e comparisce insania, o perfidia, che le medesime cause non abbiano virtù per partorire i medesimi effetti per tutti. Se, pertanto, questa furia di Faziosi esercitò la sua violenza contro il Prefetto, perchè avrebbe rispettato il Presidente del Governo Provvisorio? Se la forza si confessa tale da imporre al Prefetto, ragion vuole che più intensa si adoperasse sopra di me, avvegnadio troppo più gravi fossero le cause che la spingevano contro il Presidente del Governo Provvisorio, che contro il Prefetto, e di molto maggiore importanza i resultati che attendeva estorcere da lui: e se valse, nella coscienza dei Giudici, a scusare il Prefetto, davvero rimane arduo a comprendersi come e perchè la reputassero pel Presidente inefficace. Se questa furia premeva, e lo dicono i Giudici, così irresistibile a cagione de' segni delle cose, ma certo più gagliarda (e mi basta uguale) deve essersi razionalmente avventata per volere eseguito il Decreto risoluto sotto le Logge dell'Orgagna, che le cose aboliva. Se alla furia dei Faziosi e' fu forza cedere in un punto, per evitare danni alle sostanze e alle persone dei cittadini, e nella veduta di proteggere la sicurezza e l'ordine pubblico (e i Giudici approvano, ma non per me!), pari concetto ebbe a muovermi sopra altri punti, nei quali concentrandosi principalmente le loro antiche mire, i diuturni conati e le attuali necessità, è troppo naturale che con prepotenza maggiore li pretendessero. — I Giudici dunque hanno rasentato la verità, anzi si erano posti sul cammino di conoscerla intera: pochi più passi sopra la via ch'eglino stessi tracciarono, e la luce si sarebbe fatta loro manifesta.
Ma giunti a me, essi tornarono a calarsi la benda su gli occhi, che si erano in tanto buon punto sollevata: per me non bagna la pioggia, il fuoco non brucia; per me non fa buio la notte, la luce non illumina; per me il sale le cose sciocche non sala; queste, ed altre più strane sentenze dicono coloro che giù la benda su gli occhi si calano.
E se l'Accusa, invece di rovistare gli Archivii per ricavarne soltanto armi da offendere, vi avesse avuto ricorso per trarne luce a illuminare la verità, quivi avrebbe trovato documento di bene altra importanza, ed io lo ricordo, sicuro di non rimanere smentito. — Certo giusdicente del Granducato chiese ordini precisi per la esecuzione del Decreto intorno allo abbassamento delle armi granducali, avvisando che il Popolo nella sua giurisdizione sarebbe per avventura sceso alla violenza per impedirlo: io, per l'organo del sig. Segretario Cav. Allegretti, feci rispondere: la misura presa dal Governo circa l'abbassamento delle armi essere stata appunto diretta a risparmiare loro sfregi plebei e ad impedire luttuosi conflitti: se il Popolo costà desiderava le armi, lasciassersi stare, avvegnachè il Granduca non avesse perduto i suoi diritti su la Toscana.
Non sarebbe stato di qualche utilità riporre in Processo un simile documento? Ahimè! Gli esaminatori degli Archivii carte siffatte hanno guardato con l'occhio cieco del Bano di Croazia. E poichè l'Accusa incominciò a interrogare i Segretarii del Ministero, non poteva e doveva udire tutto quanto essi avrebbero saputo deporre in proposito? L'Accusa ha ascoltato i temuti testimoni del vero con l'orecchio sordo del Bano di Croazia.
XXIII. Dichiarazioni in Senato ostili al Granduca
L'Accusa, sotto il titolo di Atti Speciali, incomincia dal porre il mio discorso in Senato. Io non devo biasimare il metodo ch'ella ha creduto bene, in questa parte, seguire; passo passo le tengo faticosamente dietro nei suoi meandri. — L'Accusa preoccupata dalla idea singolarissima che il Circolo e le turbe concomitanti, dopo pronunziato il Plebiscito e commessi i fatti narrati, mi lasciassero nella piena facoltà di agire a mio talento, ci narra come esse sparissero tornando alle proprie stanze dove, a modo dei vipistrelli allo accostarsi dello inverno, si addormentassero, finchè, avendo io compíto libero, spontaneo, gli atti incriminati, tornassero a riprendere l'usato costume. Ora questa idea è contraria alla ragione come al fatto, e i testimoni devono avere deposto che da quel punto in poi non venni mai più abbandonato, e fui fatto segno di sospettosa vigilanza.[252] Il Circolo non si ridusse a Santa Trinità per dormire, ma per sedere in permanenza, dove così stava fino dal 5 febbraio, e di là spediva i suoi Popilii che assediavano le anticamere, e penetravano, non annunziati, nelle segrete stanze, per imporre ordini e referirne al Circolo, in quei primi giorni troppo più poderoso del Governo, costretto a cedere sopra una parte per conservarne un'altra: di là muovevano di ora in ora Deputazioni per sindacare i nostri atti, e dirci, scrollando il capo amaramente, le parole riportate dal Nº 13, febbraio 1849, del Popolano: «Il Governo vorrà sì o no accorgersi di essere un governo rivoluzionario, e persuadersi che le rivoluzioni vere vanno avanti soltanto a colpi di cannone?» E' fu pertanto a cagione di questa non vincibile pressura, che il Nazionale del 9 febbraio predicava: «L'azione del Governo può essere vigilata, ma non attraversata; nè senza disordine grandissimo potrebbe altra azione estranea al Governo sostituirsi alla sua.» Le quali cose significano per lo appunto il contrario del dormire, cioè stare sveglio notte e giorno senza interruzione per invadere ed usurpare ogni cosa: parte dei principali agitatori mi accompagnò nelle stanze di Ufficio levando a cielo l'operato di quel giorno; e siccome io di tanto non potei contenermi che per me non si favellasse a costoro qualche acerba parola, ebbi a vedere tali gesti, e a udire tali minaccie, che dovei risolvermi di mettere capo a partito, studiare, non che le opere, gli accenti, se pure non ero deliberato in tutto di capitare a fine infelice.
Nelle parole del signor Montanelli, profferite davanti al Senato, occorre la prova del difetto di libertà in cui ci trovammo tutti appena rientrati in Palazzo: «Credemmo nostro debito, appena avemmo un momento di libertà, di portarci in mezzo di voi ec.» Di vero non ci potevamo sviluppare dalla turba dei Faziosi, che, urgentissima, ci si stringeva alla vita.
Pensai alla mia condizione, come meglio mi fu dato in mezzo a tanto trambusto. Come mai, considerava, me, che pure sapevano contrario allo scopo a cui gli agitatori tendevano con tanta ostinazione, vollero preso? Era evidente ch'essi mi apparecchiavano insidie per perdermi, come contumace ai voleri del Popolo. La resistenza da me dimostrata alla Camera dei Deputati, che, nel Decreto del 10 giugno 1850, si qualifica pravo consiglio, dagli organi repubblicani allora si accusava come colpevole opposizione. L'Alba, moderatissima in quel giorno, narrando il fatto diceva: «Vi tornarono i Deputati nel mentre che taluno chiedeva la dissoluzione della Camera, opinione combattuta dal pertinace coraggio di F. D. Guerrazzi, e in quel momento per lo meno importuna.» (Nº 9. feb. 1849.) — Molto mi teneva sospeso il contrasto col Niccolini, e la umiliazione alla quale io lo aveva ridotto; mi occorse al pensiero, che sovente i Deputati dell'Assemblea di Francia ebbero a pagare amara una parola di rimprovero detta contro taluno dei Caporioni dei Circoli. Il silenzio nell'Assemblea fu spesso stemperato in fiele nelle scapigliate adunanze di Popolo, che chiamavano Clubs, ed aguzzò la scure del carnefice. Cose volgari io narro, e dal comune degli uomini conosciutissime; dai miei Accusatori soltanto ignorate, o volute ignorare. Quanto sia assurdo intento volere dimostrare che poca mano di Popolo allora insanisse, ho chiarito altrove. Il Nazionale dell'8 febbraio raccontando ora per ora i fatti della giornata attesta: «Ore 11. La piazza è stivata di Popolo.» — La Costituente del medesimo giorno: «Il Circolo popolare è radunato in piazza. — Molti distinti cittadini prendono la parola, e conchiudono nella necessità di costituire un Governo Provvisorio.» — Gli elementi che operarono il 12 aprile, operarono eziandio l'8 febbraio. Se Guardia Civica, se Popolo, se plebe così urbana come rustica, se milizie non avessero acconsentito, chi le poteva costringere? Dov'era la forza capace a violentarle a quello da cui aborrivano? Questo è manifesto, e non vi ha sofisticheria che valga a metterlo in dubbio: — è manifesto.
L'Accusa si arrabatta smaniosa a persuadere, che una mano di gente stracciata operò i fatti dell'8 febbraio; presentendo l'obietto, che allora mal poteva fare violenza alla Camera, ci dice che il luogo chiuso e la sorpresa non lasciarono campo a misurarne la estensione. — Bene: ma la guardia custode della Camera composta di 60 uomini? — Non avendo ordine, non sapeva che pesci pigliare. — Meglio: ma la Guardia civica apparecchiata? — Consegnata nei quartieri, uscì fuori a cose fatte. — Egregiamente: ma le cose fatte si potevano disfare; e il Popolo, la Guardia Civica, e tutti gli altri rimasti fedeli, malgrado la tristezza, o tristizia (chè nell'uno e nell'altro modo corre egualmente bene il discorso nella famosa Accusa) dei tempi, usciti fuori, e vista la scarsa mano di gente cenciosa, potevano in un attimo depositarla al Bargello.[253] Se si trattava di pochi ribaldacci, oh! che mi vengono adesso i Documenti dell'Accusa a contare di ora di riscatto suonata, di slancio, di eroici fatti operati il 12 aprile, e di simili altre novelle? Se ella volesse nulla nulla essere coerente a sè stessa, dovrebbe rampognare con arrabbiato cipiglio la poltroneria delle migliaia dei fedeli cittadini, e sopra tutto la codardia delle migliaia degl'impiegati fedelissimi, che si lasciarono mettere i piedi sul collo da un cento di ragazzacci sbracati. A disperderli sarebbero state sufficienti una voce sola e una frusta; or come dunque, essa dovrebbe dire, gente paucæ fidei, non trovaste valore in petto, nè lena in gola, che bastasse ad inalzare un grido? Non una frusta, che servisse a frustare quel branco di ragazzacci sbracati? Tanto è, migliaia e migliaia d'impiegati fedelissimi non ebbero una voce, una frusta sola. Extra jocum, chè la dolente materia nol comporta: laddove il Popolo si raccoglie in gran numero padroneggia sempre, attestava Silvano Bailly, il quale verosimilmente doveva intendersene.[254] Io era stato trabalzato in piazza dalla moltitudine carezzevole, e atterrato, e per poco non pesto. Le mie orecchie erano intronate di morte ai traditori, e a cui non importa dire. Aveva conosciuto il Plebiscito decretato sotto le Logge dell'Orgagna, che dichiarava così:
«Il Popolo di Firenze.
«Considerando, che la fuga di Leopoldo di Austria infrange la Costituzione e lascia senza Governo lo Stato;
«Considerando, che il primo dovere del Popolo, solo Sovrano di sè stesso, è di provvedere a questa urgenza;
«Facendosi anche interpetre del voto delle Provincie sorelle, nomina un Governo Provvisorio nelle persone dei Cittadini Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni, che a turno assumeranno la Presidenza, e loro affida la somma delle cose per la Italia, e per l'onore toscano,
a condizione:
«Che la forma politica definitiva della Toscana si rimetta alla decisione della Costituente Italiana; e
«Che frattanto il Governo Provvisorio deva unirsi e stringersi con quello di Roma, in guisa che i due Stati agli occhi del mondo ne compongano uno solo.»[255]
Rigoroso il mandato; palese il tranello, però che in quel medesimo giorno l'Assemblea Romana votava la decadenza del Pontefice, e la Repubblica, ed è da credersi che di ciò fossero troppo bene informati i Caporali del Circolo quaggiù; per la qual cosa quello che la immediata Unione con Roma volesse dire, ognuno sel vede. Infatti, il Plebiscito del Popolo fiorentino non era presentato mica come un voto o un consiglio: al contrario, come ingiunzione, che equivale «all'obbligo espresso di percorrere la strada tracciata intieramente senza riposo.»[256]
Ed io per parare il colpo, e tutelare il mio capo, ormai mi vedeva abbandonato da tutti. Il Municipio si opponeva forse? Protestava egli? Si dimise? No. Egli prese parte agli atti governativi. Finchè il terreno apparve ingombro di spine, stette dietro al Governo: quando seppe da lui, che la Toscana si mostrava aliena alla Unione con Roma e alla Repubblica; quando conobbe gli ostacoli remossi; e sopra tutto quando non ci era pericolo; allora spiccò bravamente la corsa, e vinse il palio.
Sì, io non serbo amarezza; ma, o voi del Municipio, che a tale orribile passo, con arti di cui la pubblica coscienza raccapriccia, mi avete condotto, ditemi: non mi deste conforto e soccorso nella universale trepidanza a preservare da ruina il Paese? Ah! Voi lo neghereste invano; ne menavate vanto allora, e con Deliberazione del 12 febbraio bandivate, ed era vero: «che dopo avere speso ogni cura a remuovere dall'animo del Principe il pensiero di uno allontanamento, lealmente offriste il vostro concorso agli uomini, che di necessità assumevano il grave carico di reggere provvisoriamente il Paese in sì difficili momenti.» In che cosa peccai? dite. Forse per essere proceduto parziale ai Repubblicani? Ma io solo mi opponeva al precipitare della fazione, mentre voi mostravate volerle ormai dare vinte le mani.[257] Forse per avere convocato i comizii universali? Ma con un Giornale protetto da una parte di voi, questo provvedimento consigliavate e pretendevate![258] Forse perchè alla difesa delle patrie frontiere con tutta l'anima attendeva?... — Forse perchè alla restaurazione del Principato Costituzionale io ostava?... E qualcheduno di voi lo ha detto per onestare la tradita fede, che non si onesta mai. Ma di questo più tardi.
Urgeva pertanto, che io mi atteggiassi in modo, che le insinuazioni dei malevoli, i rancori delle vanità offese, i sospetti di parte non facessero breccia nell'animo del Popolo maravigliosamente commosso: e, molto più importante ancora, urgeva che le esterne turbe non passassero sul capo al Governo e ai suoi conduttori stessi; salvare insomma la città. Però, andando in Senato, alla proposta del Senatore Corsini, che il Governo Provvisorio conservasse le forme attuali governative dello Stato, e il potere devoluto alla persona del Principe, risposi a un di presso nei termini seguenti; e dico a un di presso, perchè tutti conoscono che la nostra stenografia lasciava molto a desiderare, in fatto di esattezza.
Ministro dell'Interno, «Sento il bisogno di manifestare l'animo mio intero. Signori! Io, con quella maggior fede che un uomo del Popolo può esercitare, ho servito fedelmente Leopoldo Secondo; e debbo dirvi, o Signori, francamente, era offuscato da un gravissimo errore; imperocchè io credeva che libertà di Popolo e Principe potessero stare insieme. Mi confortava in questa mia speranza il considerare Leopoldo Secondo, per quanto egli mi diceva, onestissimo e dabbene.
«Oggi questa speranza è caduta; questo velo si è squarciato, ed io devo solennemente dichiarare che Leopoldo Secondo non ha corrisposto per niente alla fede con la quale noi lo abbiamo servito. Per conseguenza, io sono stato chiamato al Governo Provvisorio dal Popolo; sono stato confermato dalla Camera dei Deputati toscani; chè altrimenti io non accetterei questo mandato; intendo esercitarlo a benefizio del Popolo, non intendo esercitarlo a benefizio di Leopoldo Secondo, che giusta la mia opinione ci ha traditi.»
L'Accusa, ad escludere la difesa, oppone che io non poteva essere dominato da timore, imperciocchè poco innanzi avessi esposto, che io non aveva paura del Popolo. Della malevola quanto irragionevole induzione, che ricavasi da queste parole, altrove ho discorso, e a quel punto rimando. Qui aggiungo (e chiedo venia al lettore se lo trattengo di studii filologici, dacchè io nol faccio per vana saccenteria: mi compianga piuttosto vedendomi, con Toscani Giudici, ridotto perfino a raddrizzare il significato di parola toscana), qui aggiungo, che dove mai avessi dichiarato nell'Assemblea non avere paura, questo non esclude che più tardi dovessi concepire timore. Paura è codardia di animo, che aombra o per immaginativa, o per cose, che non abbiano potenza far male: timore denota la giusta estimazione che gli uomini, comecchè fortissimi, fanno del pericolo sovrastante:
Temer si dee di sole quelle cose, Che hanno potenza di fare altrui male; Delle altre no....
avverte Dante nostro; e la distinzione fra timore e paura fu notata dal Grassi, confermandola con esempii elegantissimi.[259]
Ora, quando prima venne il Popolo nell'Assemblea, bene sta che io non ne avessi paura; conosciuta poi la sua furia, e considerate le arti pessime, che altri poteva adoperare per indirizzarla a mio danno, sarebbe stata stupidezza non raccogliere dentro di me il prudente timore. E, se male non iscorgo, parmi sul futile argomento dell'Accusa avere adoperate parole già troppe.
Io per me ho tanta opinione nella intelligenza del Senatore Corsini, che non dubito punto asserire ch'egli si sarebbe astenuto dal suo discorso, dove lo avessero informato della deliberazione presa dal Popolo, e dello impeto col quale la pretendeva eseguita, minacciando chiunque, anche con parole, gli si fosse opposto. — Supponiamo che la proposta del Senatore Corsini fosse stata accettata, che cosa ne sarebbe avvenuto? La fazione, il Popolo, la turba insomma, che comandava sovrana, incitata dall'ostacolo, chiamando me e il Senato traditori, ci avrebbe condotto a fiero passo. La proposta Corsini pareva ed era una sfida contro al Plebiscito decretato in piazza dalla moltitudine onnipotente; così saremmo andati incontro ai danni che più c'importava evitare; la società si perdeva. Me atterrato, chi saliva in Palazzo? Domandatelo agl'impiegati più alti, a cui le labbra diventavano pagonazze discorrendo fra loro di cotesto pericolo.
Supponiamo, che vedendo impossibile mandare ad esecuzione la proposta Corsini, io ne avessi tolto pretesto a rassegnare lo ufficio, e si fosse sparsa in quel giorno fra le turbe commosse la voce, che io mi era dimesso per la insorta opposizione; avete mai pensato a quello che stava per nascere? Certo non ci avete pensato. Sì, ripeto; se il Senatore Corsini fosse stato informato della condizione delle cose, pensando quanto grave posta giuocava con le sue parole, si sarebbe taciuto. Invero gli avvisati colleghi del Senatore con cenni lo ammonivano a desistere, sicchè egli ebbe luogo a correggere il detto, e il Senatore Capponi, sempre più confermando la grave sentenza riportata altrove, aggiungeva:
«Questo è certo. Il Paese è in una di quelle necessità supreme dove il Potere mancando, il Paese provvede a sè stesso. In questa necessità di cose, il Senato vota per quel Decreto ch'è stato proposto. Il Senato non può fare altro, e intende di farlo come rappresentante della Nazione, o del Popolo, giacchè Popolo e Nazione sono sinonimi.»
Il Senatore Fenzi dichiarava unirsi alle parole del Senatore Capponi.
Donde si conosce, che il Senato sentiva la necessità di esprimere il suo voto, non più come uno dei poteri costituiti nel reggimento costituzionale, ma come rappresentante di Popolo, e in virtù del presuntivo mandato, che la parte eletta della Nazione conferisce sempre agli uomini insigni per dottrina, per costumi distinti.
Se pertanto io e il Senato, ed io più assai di lui, ci trovavamo nella dura necessità di esprimere il concetto medesimo, perchè solo è scusato il Senato, e perchè solo accusato sono io? I Senatori egregi, consapevoli delle ragioni che ci fecero parlare, non m'incolperebbero per questo: di qui pure il diritto sacrosanto e per ora negato, che eglino soli, come miei Giudici naturali, intorno alle mie sorti pronunzino.
Nè già si creda, che come le parole del Senatore Corsini (certo senza avvertirlo) posero in quel giorno a grave cimento la pubblica salute, a lui non fossero per partorire danno. Egli forse ignorò quanto furore si concitasse contro, e quanti sforzi tutto il Governo Provvisorio adoperasse, perchè incolume passasse la tempesta; e non rifinivamo dire ai più accesi: «Come così intendete voi libertà? Invitate gli Oratori ad aprire schiettamente l'animo loro, e poi se non favellano a modo vostro vi adirate? Allora voi li fate liberi di pensare e dire come piace a voi.» E così il Senatore Corsini scampò per questa volta la mala parata. Più tardi però, come altrove ho detto, vollero invadere il paterno palazzo, e rovistarglielo tutto; con quanto e quale pericolo ogni uomo comprende. Inoltre, quando le intemperanze dei Faziosi stringevano il Governo a creare il Comitato di Salute Pubblica con poteri rivoluzionarii, e impadronirsi delle persone sospette, il Senatore Corsini fu designato fra le principali.
E forse lo stesso Senatore io penso che si accorgesse del danno che poteva uscire dallo incauto discorso, imperciocchè, oltre le parole aggiunte da lui, come lenitivo alle prime, fu visto, in certe occasioni, mettere prontissimo tappeti alle finestre, mentre gli altri cittadini non reputavano opportuno mostrare al Governo Provvisorio tanta svisceratezza.
Mi conferma nel mio proposito la visita del padre suo Principe Don Tommaso, sollecitatore della protezione del Governo, per circolare liberamente nel Granducato e recarsi fino a Genova senza sospetto, adducendo lui essere capo di famiglia e non tenuto pel fatto dei figli; in quanto a sè, tutto il mondo sapere quello che a benefizio di Roma avesse adoperato, e potermi mostrare altresì la patente amplissima rilasciatagli dal Popolo romano in guiderdone, non meno che un consulto di solenni Teologhi declarativo la erronea opinione di coloro che supponevano i Rappresentanti della Costituente italiana o romana meritevoli di scomunica. Ed io, mentre della esibizione di questi documenti lo ringraziava, penso avergli detto parole cortesemente idonee a rassicurarlo da qualunque dubbio avesse potuto concepire.
Sarebbe giusta cosa ricavare adesso da simili ripieghi, che ogni prudente cittadino pratica in tempi difficili per uscirne illeso, argomento di accusa e d'ingiuria contro cotesti signori, dicendo loro: «Quei vostri furono atti e parole di chi ha doppio il cuore per gettarsi a quel Partito che avesse trionfato?» Ci pensi l'Accusa.
Non basta ancora: imperciocchè quando l'Accusa crederà, ch'io mi abbia vuoto il sacco, spero ritrovarci frugando qualche altra cosa che valga, non dico a farla vergognare, che questa è da altri omeri soma, che dai miei, ma almeno a confonderla. Sappia pertanto l'Accusa, che il Senatore Corsini, il quale siede adesso nei Consigli della Corona, scrivendomi privatamente mi si professò parziale, ed in fine adoperando parole di affetto disse essere rimasto, non che contento, edificato della mia cara politica. Nelle incursioni della Polizia questa lettera andò dispersa; parecchi testimoni però l'hanno veduta e la rammentano, ma io confido nella lealtà del signor Duca di Casigliano per sentirmela affermare vera. I gentiluomini non negano le proprie parole, non le smentiscono, non sanno tradire, e se fra loro qualcheduno si trova bugiardo, o fedifrago, o traditore, si deve credere che in mezzo ad essi stia come Pilato nel Credo, o come Barabba nel Passio.
L'Accusa invece di ponderare a qual tremendo repentaglio fosse posta la pubblica e la privata sicurezza; quanto fiere apprensioni agitassero i cittadini a cotesti giorni; il mancato governo; la macchina costituzionale caduta, perchè colpita nella sua sostanza; la plebe minacciante, e male raffrenantesi; me sbilanciato e in pericolo; irritante la proposizione Corsini; fatale provocare l'ira della moltitudine accesissima; attaccata a un filo la comune salvezza; me ultimo argine della società trepidante; invece, dico, di ponderare tutte queste cose, pensa che io libero e spontaneo, senz'altro motivo che pel piacere di mostrare animo ostile al Principe che a supremo ufficio avevami assunto, e che lealissimamente aveva servito nel mio Ministero, favellassi in cotesta sentenza. Sicuramente che, in questo modo argomentando, non ci sarebbe a fare altro che declinare il capo e dire: percuotete! — E voi, Giudici, ponendo una mano sul cuore, senza sentirvelo trasalire nel petto, vi reputereste capaci a percuotere? Poche ore innanzi di cotesto discorso, vi avreste dovuto rammentare, signori Giudici, con quanto zelo, con quanta calda affezione io raccomandava il Granduca con lettere confidenziali dirette allo stesso Montanelli; sarebbe stata religione che voi non metteste in oblio come scrivendo ad amico intimo io m'ingegnassi confermare la fede della mia Patria al Principato Costituzionale: dovevate pure avvertire con quante diuturne dichiarazioni mi fossi mostrato alla Costituzione devoto; lo studio posto a compiacere ai desiderii del Principe; insomma avreste dovuto considerare tutto quanto non avete voluto considerare, e allora avreste compreso che necessaria fu la risposta al Senatore Corsini, e ch'è follia risguardare alle parole profferite in simili angustie. Più tardi sarete chiariti come uomini di Stato, politici e storici, giudichino le parole e i fatti di tale che, circondato da esercito devoto, non nutriva timore alcuno di sè, poco della Patria!
Mi giovi qui pure riportare la pittura, comunque sfumata, che di cotesti tempi fece il Conciliatore, non sospetto di parzialità col Governo; e chiunque ha mente giudichi della verità delle mie parole:
«Questo commuoversi continuo delle moltitudini; questo accorrere su le piazze levando a rumore il Paese; questo gridare di popolo minuto contro i popolani grassi che rappresentano la defunta aristocrazia; questo fare scendere sovente il Governo di Palazzo e condurlo a deliberare sotto la Loggia dell'Orgagna, ci rende immagine viva dei tempi dell'antica Repubblica di Firenze, la quale ebbe vita continua di tumulti, di fazioni e di commuovimenti.»
Considerando il riguardo che non si scompagnava allora dal cauto Giornale, parmi che possiamo comprendere le apprensioni dei cittadini, lo impeto delle moltitudini, e il pericolo continuo nel quale versava il Governo.