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Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Part 2 of 5 · Lodovico Antonio Muratori · Public domain text

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Annali d'Italia, vol. 7 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 2 of 5)

Niun principe cattolico v'era stato che non si fosse compiaciuto dell'esaltazione del cardinale Conti al trono pontifizio. Più degli altri se ne rallegrò il re di Portogallo, giacchè in addietro non solamente era egli stato nunzio apostolico a Lisbona, ma anche nel cardinalato protettore della sua corona in Roma. Poco nondimeno stette a nascere non piccolo dissapore fra la santa Sede e quel monarca. Avea il pontefice, in vigore dei suoi saggi riflessi, richiamato dalla corte di Portogallo monsignor Bichi nunzio apostolico; ma intestossi quel regnante di non voler permettere che il Bichi se ne andasse, se prima non veniva decorato della sacra porpora, per non essere da meno dei tre maggiori potentati della cristianità, dalle corti de' quali ordinariamente non partono i nunzii senza essere alzati al grado cardinalizio. Parve al sommo pontefice sì fatta pretensione poco giusta, nè andò esente da sospetto di qualche reità lo stesso peraltro innocente nunzio Bichi, quasichè egli contro le costituzioni apostoliche volesse prevalersi della protezione di quel monarca per carpire a viva forza un premio che dovea aspettarsi dall'arbitrio e dalla prudenza del pontefice suo sovrano. Perciò s'imbrogliarono sempre più le faccende, e il papa, risoluto di conservare la sua dignità, stette saldo in richiamare il Bichi, avendo già inviato colà monsignor Firrao, il quale presentò il breve della sua nunziatura, senza prima avvertire se il predecessore lasciava a lui libero il campo. Costume fu del re di Portogallo, giacchè non poteva coll'angusta estensione del suo regno uguagliar le principali potenze della cristianità, di superarle colla magnificenza de' suoi ministri. Godeva specialmente Roma della profusione de' suoi tesori, sì perchè l'ambasciator portoghese sfoggiava nelle spese, e sì ancora perchè il re, invogliatosi di avere nel suo patriarca dell'Indie un ritratto del sommo pontefice, si procacciava con man liberale ogni dì nuovi privilegii dalla santa Sede. Ora si avvisò l'ambasciatore portoghese di far paura al papa, e ito all'udienza, da che vide di non far breccia nel cuore di sua santità colle pretese ragioni, diede fuoco all'ultima bomba con dire: Che se gli era negato quella grazia o giustizia, avea ordine dal re di partirsi da Roma. A questa sparata il saggio pontefice, senza alcun segno di commozione, altra risposta non diede, se non: Andate dunque, e ubbidite al vostro padrone. Non era fin qui intervenuta una pace ben chiara che sopisse tutte le controversie vertenti fra l'imperadore e l'Inghilterra dall'un canto, e il re Cattolico dall'altro. Cioè non avea peranche l'Augusto Carlo VI autenticamente rinunziato alle sue pretensioni sopra il regno di Spagna, e nè pure il re Filippo V alle sue sopra i regni di Napoli, Sicilia, Fiandra e Stato di Milano. Per concordare questi punti si era convenuto di tenere nel presente anno un congresso in Cambrai; ma non vi si sapea ridurre il re Cattolico, patendo talvolta i monarchi troppo ribrezzo a cedere fin le speranze, non che il possesso di ogni anche menomo Stato: sì forte è l'incanto del Dominamini nel loro cuore. Faceva in questo mentre gran premura Cesare per ottener dalla santa Sede l'investitura di Sicilia e di Napoli: al che non si era saputo indurre papa Clemente XI, nè fin qui il regnante Innocenzo XIII, per l'opposizione che vi facea la corte di Spagna. Prevalsero infine i pareri della sacra corte in favore d'esso Augusto, giacchè ai diritti di lui s'aggiungeva il rilevante requisito del possesso. Pertanto nel dì 9 di giugno dell'anno presente, secondo la norma delle antiche bolle, fu data all'imperadore l'investitura dei regni suddetti: risoluzione, che quanto piacque alla corte cesarea, altrettanto probabilmente dispiacque a quella di Spagna.

Anno di CRISTO MDCCXXIII. Indizione I.

INNOCENZO XIII papa 3. CARLO VI imperatore 13.

Era già pervenuto all'età di ottantun anni e due mesi Cosimo III de Medici gran duca di Toscana, mercè della sua temperanza, perchè nella virilità divenuto troppo corpolento, abbracciata poi una vita frugale, potè condurre sì innanzi la carriera del suo vivere. Ma finalmente convien pagare il tributo, a cui son tenuti i mortali tutti. Nel dì 31 di ottobre dell'anno presente passò egli a miglior vita, con lasciare un gran desiderio di sè nei popoli suoi: principe magnifico, principe glorioso per l'insigne sua pietà, pel savio suo governo, con cui sempre fece goder la pace ai sudditi in tante pubbliche turbolenze, e procurò loro ogni vantaggio; siccome ancora per la protezion della giustizia e delle lettere, e per le altre più riguardevoli doti che si ricercano a costituire i saggi regnanti. Mirò egli cadente l'illustre sua casa per gli sterili matrimonii del fu suo fratello principe Francesco Maria, e del già defunto gran principe Ferdinando suo primogenito, e del vivente don Giovanni Gastone suo secondogenito. Vide ancora in sua vita esposti i suoi Stati all'arbitrio dei potentati cristiani, che ne disposero a lor talento, senza alcun riguardo alle alte ragioni di lui e della repubblica fiorentina, che inclinavano a chiamare a quella successione il principe di Ottaiano, discendente da un vecchio ramo della casa de Medici. Al duca Cosimo intanto succedette il suddetto don Giovanni Gastone, unico germoglio maschile della casa de Medici regnante, la cui sterile moglie Anna Maria Francesca, figlia di Giulio Francesco duca di Sassen Lawemburg, viveva in Germania separata dal marito. Mancò parimente di vita in questo anno a dì 12 di marzo Anna Cristina di Baviera principessa di Sultzbach, moglie di Carlo Emmanuele duca di Savoia, dopo aver dato alla luce un principino, che venne poi rapito dalla morte nel dì 11 d'agosto del 1725. Gran duolo che fu per questo nella real corte di Torino, e sopra i medici si andò a scaricare il turbine, quasi che per aver fatto cavar sangue al piede della principessa, l'avessero incamminata all'altro mondo. Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma monsignor Mezzabarba, già spedito negli anni addietro alla Cina con titolo di vicario apostolico, per esaminare sul fatto i tanto contrastati riti che dai missionarii si permettevano a quei novelli cristiani. Portò seco alcuni ricchi regali, inviati da quell'imperadore al santo padre, ed insieme in una cassa il cadavero del cardinal di Tournon, già morto in Macao. Perchè restò accidentalmente bruciata una nave, su cui venivano assaissimi arredi e curiosità della Cina, Roma perdè il contento di vedere tante altre peregrine cose di quel rinomato imperio.

Godevansi per questi tempi in Italia le dolcezze della pace universale, segretamente nondimeno turbate dal tuttavia ondeggiante conflitto degl'interessi e delle pretensioni dei potentati. Ad altro non pensava la corte di Spagna che a spedire in Italia l'infante don Carlo, primogenito del secondo letto del re Filippo V, affinchè si trovasse pronto, in occasion di vacanza, a raccogliere la succession della Toscana e di Parma e Piacenza, che nei trattati precedenti gli era stata accordata. Ma perchè non compariva disposto il re Cattolico alle rinunzie che si esigevano dall'imperador Carlo VI, nè al progettato congresso di Cambrai, per ultimar le differenze, davano mai principio i plenipotenziarii di Spagna; pericolo vi fu che il suddetto Augusto spingesse in Italia un'armata per disturbare i disegni del gabinetto spagnuolo. Medesimamente in gran moto si trovava la corte di Toscana, siccome quella che non sapea digerire la destinazion di un erede di quegli Stati fatta dal volere ed interesse altrui, e molto meno il progetto di metter ivi presidii stranieri durante la vita dei legittimi sovrani. Non era inferiore l'alterazione della corte pontificia per l'affare dei ducati di Parma e Piacenza, che, in difetto dei maschi della casa Farnese, aveano da ricadere alla camera apostolica; e pure ne aveano disposto i potentati cristiani in favore dei figli della Cattolica regina di Spagna Elisabetta Farnese, con anche dichiararli feudi imperiali. Non mancò il pontefice Innocenzo XIII di scrivere più brevi e doglianze alle corti interessate in questa faccenda. Fece anche fare al congresso di Cambrai per mezzo dell'abbate Rota, auditore di monsignor Massei nunzio apostolico nella corte di Parigi, una solenne protesta contro la disegnata investitura di quegli Stati. Ma è un gran pezzo che la forza regola il mondo; ed è da temere che lo regolerà anche nell'avvenire. Attendeva in questi tempi il magnifico pontefice ad arricchir di nuove fabbriche il Quirinale per comodo della corte, mentre la fabbrica del corpo, infestata da varii incomodi di salute, andava ogni di più minacciando rovina. Dopo avere il gran mastro dei cavalieri di Malta fatto di grandi spese per ben guernire l'isola contro i tentativi dei Turchi, e ottenuta promessa di soccorsi dal papa e dai re di Spagna e Portogallo, finalmente si avvide che a tutto altro mirava il gran signore col suo potente armamento. La Persia lacerata da una terribil ribellione era l'oggetto non men della Porta Ottomana che di Pietro insigne imperador della Russia, essendosi sì l'una che l'altro preparati per volgere in lor pro la strepitosa rivoluzion di quel regno, che in questi tempi era il più familiar trattenimento dei novellisti d'Italia. Nel dì 2 di dicembre dell'anno presente da morte improvvisa fu rapito Filippo duca d'Orleans reggente, e poi ministro del regno di Francia: principe che in perspicacia di mente e prontezza d'ingegno non ebbe pari. Coll'aver conservato la vita del re Luigi XV, e fattolo coronare, smontò ogni calunnia inventata contro la sua fedeltà ed onore. Colse il duca di Borbone il buon momento, e portata al re la nuova della morte d'esso duca di Orleans, ottenne di essere preso per primo ministro.

Anno di CRISTO MDCCXXIV. Indizione II.

BENEDETTO XIII papa 1. CARLO VI imperadore 14.

Grande strepito per Italia fece nell'anno presente l'atto eroico del Cattolico re Filippo V. Questo monarca fin da' suoi primi anni imbevuto delle massime della più soda pietà, che egli poi sempre accompagnò colle opere, stanco e sazio delle caduche corone del mondo, prese la risoluzione di attendere unicamente al conseguimento di quella corona che non verrà mai meno nel regno beatissimo di Dio. Perciò, dopo avere scritta a don Luigi principe di Asturias suo primogenito una sensata ed affettuosissima lettera, in cui espresse i principali doveri d'un saggio re cristiano, nel dì 16 di gennaio solennemente gli rinunziò il governo dei regni, dichiarandolo re. Riserbossi il solo palazzo e castello di Sant'Idelfonso col bosco di Bulsain, e una pensione annua di cento mila doble per sè e per la regina sua moglie Elisabetta Farnese. Di convenevoli appannaggi provvide gl'infanti figli, cioè don Ferdinando, don Carlo e don Filippo. Grande animo si esige per far somiglianti sacrifizii, maggiore per non se ne pentire. Con somma saviezza e plauso continuava il suo pontificato Innocenzo XIII, ed era ben degno di più lunga vita, quando venne Dio a chiamarlo ad una vita migliore. Infermatosi egli sul principio di marzo, terminò poi nella sera del dì 7 d'esso mese i suoi giorni con dispiacere universale, e massimamente del popolo romano. Benchè egli fosse modestissimo ed umilissimo, pure amava la magnificenza, e niun più di lui seppe conservare la dignità pontificia. Maestoso nel portamento, senza mai adirarsi o scomporsi, con poche parole, ma gravi, e sempre con prudenza, rispondeva e sbrigava gli affari. In lui si mirava un vero principe romano, ma di quei della stampa vecchia. Resta perciò tuttavia una vantaggiosa memoria del saggio suo governo; governo bensì breve, ma pieno di moderazione, e che potè in parte servir di esempio a' suoi successori.

Aprissi dipoi il sacro conclave, e non pochi furono i dibattimenti e gl'impegni per provvedere d'un nuovo pastore la greggia di Cristo. Videsi anche allora come i consigli umani cedono all'occulta provvidenza che governa il mondo e la Chiesa sua santa; perciocchè caddero tutti i pretendenti a quella suprema dignità, e andò a terminare inaspettatamente la concorde elezione in chi non pensava al triregno, nè punto lo desiderava, anzi fece quanta resistenza potè per non accettarlo, e sarebbe anche fuggito, se avesse potuto. Fu questi il cardinale Vincenzo Maria Orsino, di una delle più illustri famiglie romane, che quattro sommi pontefici avea dato nei secoli addietro alla Chiesa di Dio. Suo nipote era il duca di Gravina. Nato egli nel febbraio del 1649, conservava tuttavia gran vigore di mente e di corpo. Nell'ordine dei predicatori aveva egli fatto professione, ed anche attese a predicare la parola di Dio. In età di ventitrè anni era stato promosso alla sacra porpora da Clemente X. Fu prima vescovo di Siponto, poi di Cesena, e in questi tempi si trovava arcivescovo di Benevento. Ciò che mosse i sacri elettori ad esaltare quasi in un momento questo personaggio, fu il credito della sua sempre incolpata vita, della sua incomparabil pietà e zelo ecclesiastico, e del suo sapere: doti singolari, delle quali avea dato di grandi pruove in addietro nel suo pastoral governo. Convenne chiamare il generale dei domenicani, riconosciuto sempre da lui per superiore, acciocchè gli ordinasse in virtù di santa ubbidienza di accettare il papato. Prese egli il nome di Benedetto XIII in venerazione di Benedetto XI, pontefice di santa vita e dello stesso ordine di San Domenico. La sua gratitudine verso tutti i cardinali concorsi all'elezione sua maggiormente attestò le qualità dell'ottimo suo cuore; spezialmente stese la beneficenza sua verso i due cardinali Albani.

Correano già molti anni che il fisco imperiale si manteneva in possesso della città di Comacchio e suo distretto. Agitata in Roma la controversia di chi ne fosse legittimo padrone, o la camera apostolica o il duca di Modena (la cui nobilissima casa estense da più secoli riconosceva quella città dalle investiture cesaree, e non già dalle pontificie), tuttavia restava pendente. Fece il saggio pontefice Innocenzo XIII ogni sforzo per ricuperarne il possesso, ben consapevole di che conseguenza sia, in materia massimamente di Stati, questo vantaggio, ed avea già disposta la corte imperiale a sì fatta cessione. Ma non potè esso papa godere il frutto dei suoi maneggi, perchè rapito troppo presto dalla morte. Diede compimento a questo affare il suo successore Benedetto XIII nel dì 25 di novembre dell'anno presente, con accordare a sua maestà cesarea le decime ecclesiastiche per tutti i suoi regni, con rilasciare tutte le rendite percette, e poscia premiare con un cappello cardinalizio il figlio del conte di Sinzendorf, primo ministro cesareo, che avea cooperato non poco all'accordo. Fu dunque conchiusa in Roma fra i cardinali Paolucci e Cinfuegos plenipotenziarii delle parti la restituzione del possesso di Comacchio alla santa Sede, con espressa dichiarazione nondimeno: Possessionem Comacli a sacra Caesarea majestate eo dumtaxat pacto dimitti, ut in eamdem Sedes apostolica restituatur, ut prius, ita scilicet, ut neque eidem Sedi apostolicae per hanc restitutionem aliquid novi juris tributum, neque Imperio, vel domui Atestianae quidquam juris sublatum esse censeatur; sed sacrae Caesareae majestatis, et Imperii, domusque Atestinae jura omnia tam respectu possessorii, quam petitorii, salva remaneant, neminique ex hoc actu praejudicium ullum irrogatum intelligatur, usquedum cognitum fuerit, ad quem Comaclum pertineat. Fu poi data esecuzione a questo trattato nel dì 20 di febbraio dell'anno seguente. Se ne rallegrò tutta Roma; non così la casa d'Este. Correndo il dì 25 di marzo di quest'anno arrivò al fine di sua vita in Torino madama reale Maria Giovanna Batista figlia di Carlo Amedeo duca di Nemours e d'Aumale, e madre del re di Sardegna Vittorio Amedeo, in età d'anni ottanta. Non volle ulteriormente differire quel real sovrano il nuovo accasamento del duca di Savoia Carlo Emmanuele suo figlio, e gli scelse per moglie Polissena Cristina figlia di Ernesto Leopoldo langravio di Assia-Rheinfelds Rotemburgo; e venuto il luglio del presente anno, si mise essa in viaggio alla volta d'Italia. Portatosi il re Vittorio col figlio e con tutta la corte in Savoia, accolse, dopo la metà di agosto, la nuora in Tonon, e colla maggior solennità la introdusse a suo tempo in Torino.

Videsi intanto un'impensata vicenda delle cose del mondo nella corte di Spagna. Sorpreso dai vaiuoli il re Luigi, dopo aver goduto per poco più di sette mesi il regno, terminò in età di diecisette anni il corso della vita, e fu dalle lagrime d'ognuno onorato il suo funerale. Avrebbe, secondo le costituzioni, dovuto a lui succedere il principe don Ferdinando suo fratello; ma trovandosi egli in età non peranche capace di governo, il real consiglio supplicò il re Filippo V di ripigliar le redini, richiedendo ciò la pubblica necessità. Volle sua maestà ascoltare anche il parer dei teologi, e trovatolo non conforme al sentimento del consiglio, restò in grande perplessità. Contuttociò prevalsero le ragioni che il richiamarono al regno, e però nel dì 6 di settembre pubblicò un decreto, ossia una protesta di riassumere lo scettro, come re naturale e proprietario, finchè il principe di Asturias don Ferdinando fosse atto al governo, riserbandosi nulladimeno la facoltà di continuare nel regno, se così portasse il pubblico bene; siccome dipoi avvenne, avendo egli governato, finchè visse, con somma saviezza ed attenzione i suoi regni. Giacchè il seguente anno era destinato al solenne giubileo di Roma, già intimato alla cristianità, il santo pontefice Benedetto XIII ne fece con tutta divozion l'apertura verso il fine di dicembre, cioè nella vigilia del santo Natale. Pubblicò ancora la risoluzione sua di celebrare nella domenica in Albis del seguente anno un concilio provinciale nella basilica Lateranense, con invitarvi i vescovi compresi nella provincia romana, e tutti i suggetti a dirittura alla santa Sede.

Anno di CRISTO MDCCXXV. Indizione III.

BENEDETTO XIII papa 2. CARLO VI imperadore 15.

Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa di Toscana Violante di Baviera, la quale se ricevette le maggiori finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande occasione fu questo giubileo al santo padre Benedetto XIII di esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella sacra assemblea, ammirata e benedetta da tutto il popolo romano, che da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la corona d'alloro al cavalier Bernardino Perfetti Senese, poeta rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori, e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa nascesse, gioverà saperlo.

S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione, benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra l'imperador Carlo VI e il re Cattolico Filippo V; e questa non cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una chiara rinunzia a Gibilterra e Minorica, e di assicurare all'infante don Carlo la succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che spezialmente porgeva continui impulsi la regina Elisabetta Farnese, intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi infestata da molti incomodi la sanità del gran duca Giovanni Gastone de Medici. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì 30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire con quella di Francia. All'incontro anche il re Cattolico Filippo V rinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre dell'anno precedente avea l'imperadore Carlo VI formata e pubblicata una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'arciduchessa Maria Teresa sua primogenita con vincolo di fideicommisso e maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore. Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza, si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali all'infante don Carlo primogenito della regina di Spagna Elisabetta Farnese, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava in questi tempi. Seguì parimente una lega e un trattato di commercio fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.

Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane re Luigi XV in grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi. Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua discendenza. Dimorava in Parigi l'infanta di Spagna, a lui destinata in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo di regina; ma questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla. Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e rimandarono anch'essi in Francia madama di Beaujolais, figlia del fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio coll'infante don Carlo; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella, vedova del defunto re di Spagna Luigi, la qual parimente se ne tornava a Parigi. Contribuì non poco questa rottura ad accelerar la pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di Borbone primo ministro avea prescelta la principessa Maria figlia di Stanislao re di Polonia, ma di solo nome. Videsi questa principessa, nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo reale. Attendendo in questi tempi il pontefice Benedetto XIII non meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignor Niccolò Coscia, prevedendo già i più saggi che questo personaggio, favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendo basta alla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo andando innanzi.

Anno di CRISTO MDCCXXVI. Indizione IV.

BENEDETTO XIII papa 3. CARLO VI imperadore 16.

Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito dell'umiltà, virtù la più favorita di Benedetto XIII, ma parea che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per maggiormente imprimere ne' popoli il rispetto dovuto a chi è insieme sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza, per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali, oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie, ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso. Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi; senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo baldacchino.

Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo; tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità sua il valersi del primo, cioè d'un degno e virtuoso signore, che di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico re d'Inghilterra Giacomo III Stuardo accrebbe l'appannaggio, e donò tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale, visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi Stati, e alla difesa ed aumento della religione.

Abitava da gran tempo in Roma il suddetto re Giacomo, favorito dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui e la regina sua consorte Clementina Sobieschi, a cagione delle quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziar dalla sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate. Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo stesso pontefice Benedetto XIII non avea mancato d'impiegare i suoi più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la duchessa moglie di Carlo Emmanuele duca di Savoia, e nuora del re Vittorio Amedeo, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe, che oggidì col nome di Vittorio Amedeo Maria, primogenito del re suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di due Pater noster a salti fece traballare tutta la città. Fu scritto, che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente ne patì il palazzo reale, di cui molte parti caddero, talmente che restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre lo augusto monarca Carlo VI al bene e vantaggio dei suoi sudditi d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria, eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari, vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so che parlo al vento.

Anno di CRISTO MDCCXXVII. Indizione V.

BENEDETTO XIII papa 4. CARLO VI imperadore 17.

Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presente Francesco Farnese duca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione della generosa regina di Spagna Elisabetta sua nipote _ex fratr_e, e figlia della duchessa Dorotea sua propria moglie. A lui succedette nel ducato il principe Antonio suo fratello, nato nel dì 29 di novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato. Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a rendere frutti. Fu dunque da lui prescelta la principessa Enrichetta d'Este figlia terzogenita di Rinaldo duca di Modena, avendo anche questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.

Al marchese di Ormea, ministro di rara abilità di Vittorio Amedeo re di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra la sua corte e quella di Roma. Il buon pontefice Benedetto XIII, nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano, ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si mise in viaggio a quella volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito, e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.

Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario ai patti delle precedenti leghe, tacciando anche d'ingratitudine sua maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno, l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altri monsignor Grimaldi nunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì 22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso Osnabruk nel passare ad Hannover, Giorgio I re della Gran Bretagna, e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei parlamenti, Giorgio II principe di Galles, suo primogenito.

Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico re Giacomo III Stuardo; e verisimilmente isperanzito che avesse in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche cangiamento in suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii, e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la regina Clementina Sobieschi, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di questo anno venne in Italia il principe Clemente elettor di Colonia, fratello dell'elettor di Baviera e della gran principessa di Toscana Violante, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal pontefice Benedetto XIII. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio, pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse perle orientali, i cui pater noster erano di smeraldi incastrati in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella metropoli, e di là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma. Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate di quei paesi.

Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'imperador don Carlo, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto al nuovo duca Antonio Farnese di prenderne, secondo il solito, l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare, da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 avea papa Clemente XI fatto esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire che i duchi Ottavio ed Alessandro Farnesi aveano riconosciuto sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone allora di Milano. Non bastò al saggio imperadore Carlo VI di aver procacciala a' suoi sudditi di Napoli, Sicilia e Trieste una spezie di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo, valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani. Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente queste predizioni.

Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de' Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta ed altre. Se abbondano di delizie quelle contrade, a dure pensioni ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno lo zelantissimo pontefice Benedetto XIII con una sua bolla del dì 12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.

Anno di CRISTO MDCCXXVIII. Indiz. VI.

BENEDETTO XIII papa 5. CARLO VI imperadore 18.

Finalmente nel dì 5 di febbraio dell'anno presente con molta solennità in Modena seguì lo sposalizio della principessa Enrichetta d'Este con Antonio Farnese duca di Parma, di cui fu mandatario il principe ereditario di Modena Francesco fratello d'essa. Dopo molti nobili divertimenti s'inviò la novella duchessa nel dì 7 alla volta di Parma, dove trovò preparate suntuose feste pel suo ricevimento. Chiarito ormai il re Cattolico Giacomo III della tranquillità che si godeva in Inghilterra, e non esservi apparenza che alcun vento propizio si svegliasse in suo favore, sul principio del gennaio di quest'anno si restituì a Bologna. Videsi allora la sospirata riunione di lui colla regina Clementina sua consorte, la cui incomparabil pietà e divozione non meno stupore, che tenerezza cagionava in tutto quel popolo. E ben ebbe la città di Bologna motivi di grande allegrezza in questi tempi, per avere il sommo pontefice Benedetto XIII nel dì 30 di aprile pubblicato per uno dei cardinali riserbati in petto monsignor Prospero Lambertini arcivescovo di Teodosia, vescovo d'Ancona, segretario della congregazion del concilio, e promotor della fede, di nobile ed antica famiglia bolognese, prelato d'insigne sapere, spezialmente ne' sacri canoni e nell'erudizione ecclesiastica. Nel qual tempo ancora fu promosso alla sacra porpora il padre Vincenzo Lodovico Gotti parimente Bolognese, eletto già patriarca di Gerusalemme, e teologo rinomato per varii suoi libri dati alla luce. Noi vedremo, andando innanzi, portato il primo di essi dal raro suo merito alla cattedra di san Pietro.

Durava tuttavia la spinosa pendenza, fra la corte pontifizia e quella di Lisbona, per la pretensione mossa da quel re di voler promosso alla dignità cardinalizia, il nunzio apostolico Bichi, prima che egli si partisse da Lisbona, e nei presenti tempi maggiormente si vide incalzato il santo padre dai ministri portoghesi su questo punto. A tante pressure di quel re, stranamente forte in ogni suo impegno, avrebbe facilmente condisceso il buon pontefice, siccome quegli che cercava la pace con tutti. Ma costituita sopra questo affare una congregazion di cardinali, alla testa de' quali era il cardinal Coradini, uomo di gran petto, fu risoluto di non compiacere quel monarca, perchè niuno metteva in disputa che il principe possa, quando e come vuole, richiamare i suoi ministri dalle corti altrui; nè si dovea permettere un esempio di tanta prepotenza in pregiudizio dell'avvenire. A tal determinazione il mansueto pontefice si accomodò, ed attese più che mai a dar nuovi santi alla Chiesa di Dio, e ad esercitarsi nelle consuete sue azioni pastorali. Ma se n'ebbe forte a dolere il popolo romano, perchè tanto il cardinal Pereira che l'ambasciatore di quel re, e i prelati portoghesi, anzi qualsivoglia persona di quella nazione, ebbero ordine di levarsi da Roma, e da tutto lo Stato ecclesiastico, e di tornarsene in Portogallo. Il che fu eseguito, seccandosi con ciò una ricca fontana di oro che scorrea per tutta Roma. Parve poco questo allo sdegnato re. Comandò che uscisse dai suoi Stati monsignor Firrao, da lui non mai riconosciuto per nunzio, nè volle lasciar partire monsignor Bichi, tuttochè chiamato coll'intimazion delle censure in caso di disubbidienza, e desideroso di obbedire. Oltre a ciò, nel mese di luglio vietò a chicchessia dei suoi sudditi il mettere piede nello Stato ecclesiastico, il cercar dignità o benefizii dalla santa Sede, il mandare o portar danaro a Roma: con che restò affatto chiusa la nunziatura e dateria per li suoi Stati. Finalmente cacciò dal suo regno ogni Italiano suddito del papa, con proibizione che alcun di essi non entrasse nei suoi territorii. Altro ripiego non ebbe la corte romana, per tentare un rimedio a questa turbolenza, che di raccomandarsi all'interposizione del piissimo re Cattolico Filippo V, stante la buona armonia di quella corte colla portoghese, a cagion del doppio matrimonio stabilito fra loro.

In mezzo nondimeno a sì fatti imbrogli Dio fece godere un'indicibil consolazione per altra parte al santo pontefice. Siccome uomo di pace, non avea ommesso uffizio o diligenza alcuna in addietro per vincere l'animo del cardinale di Noaglies arcivescovo di Parigi, fin qui pertinace in non volere accettare la bolla Unigenitus. Finalmente cotanto poterono in cuore di quel porporato le amorose esortazioni del buon pontefice, e il concetto della di lui sanità, e l'aver questo dichiarato che la dottrina di essa bolla non contrariava a quella di santo Agostino, che il cardinale s'indusse ad abbracciarla. Per l'allegrezza di questa nuova, e di una lettera tutta sommessa di quel porporato, non potè il santo padre contenere le lagrime, e non finì l'anno ch'egli annunziò nel sacro consistoro questo trionfo della Chiesa, per cui il Noaglies fu ristabilito in tutti i suoi diritti e preminenze. Due nobili bolle e molte provvisioni pubblicò nell'anno presente l'indefesso pontefice pel buon regolamento della giustizia, affin di troncare il troppo pernicioso allungamento delle liti, e levare molti altri abusi del foro, degli avvocati, procuratori, notai ed archivii: regolamenti, i quali sarebbe da desiderare che si estendessero ad ogni altro paese, e, quel che importa, che si osservassero; perciocchè ordinariamente non mancano buone leggi, ma ne manca l'osservanza, e chi abbia zelo per questo. Da molti anni si trovavano in grande scompiglio i tribunali ecclesiastici della Sicilia a cagion di quella appellata monarchia, abolita da papa Clemente XI. Facea continue istanze l'imperador Carlo VI che si mettesse fine a questo litigio; e il santo padre, amantissimo della concordia con ognuno, vi condiscese con pubblicare nel dì 30 d'agosto una bolla e concordia, che risecò gli abusi introdotti in quel regno, e prescrisse la maniera di trattar quivi e definir le cause ecclesiastiche in avvenire.

Comparvero in questi tempi i potentati Cristiani dell'Europa tutti vogliosi di stabilire una pace universale. La sola Spagna quella era che teneva questo gran bene pendente per le sue pretensioni contro gl'Inglesi, e per alcune difficoltà nell'effettuare quanto era stato accordato all'infante don Carlo, spettante alla successione in Italia della Toscana e di Parma e Piacenza. Non la sapeva intendere il gran duca Giovanni Gastone, che vivente lui si avesse a mettere presidio straniero nei suoi dominii, e ricalcitrava forte. Ma da che furono accordati i preliminari della pace, l'Augusto Carlo VI nel dì 13 d'aprile rilasciò ordini vigorosi, comandando a' popoli della Toscana di ricevere e riconoscere il suddetto don Carlo per principe ereditario, e di prestargli quella sommessione ed ubbidienza che occorreva, senza pregiudizio del vivente gran duca, affinchè, estinguendosi la linea mascolina dei gran duchi, fosse sicuro il real principe di prenderne il pieno desiderato possesso, cessando intanto la disposizione fatta di quegli Stati dal gran duca Cosimo III in favore della vedova elettrice palatina sua figlia. In vigore dunque di tali premure si aprì dipoi un congresso dei plenipotenziarii di tutte le potenze in Soissons, per ismaltire ogni altro punto concernente la progettata pace, avendo il cardinale di Fleury, primo ministro del re di Francia, desiderato quel luogo vicino a Parigi per teatro di sì importante affare, a fine di potervi intervenire anch'egli in persona, e recare più possente influsso alla concordia. Il bello fu che quei ministri più si lasciavano vedere alle conferenze in Parigi che in Soissons, per minore incomodo del cardinale, direttor di ogni risoluzione. Fu in questi tempi dall'imperadore dichiarata Messina porto franco con sommo giubilo di quegli abitanti. E nel dì 26 d'agosto diede fine al suo vivere Anna Maria regina di Sardegna, figlia di Filippo duca d'Orleans, cioè del fratello di Lodovico XIV re di Francia, e moglie del re Vittorio Amedeo, in età di cinquantanove anni. Aveva ella vedute due sue figlie regine di Francia e di Spagna.

Anno di CRISTO MDCCXXIX. Indiz. VII.

BENEDETTO XIII papa 6. CARLO VI imperadore 19.

L'attenzione di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa, fu in quest'anno rivolta al congresso di Soissons, che dovea decidere della pubblica tranquillità, e stabilir la successione dell'infante don Carlo nella Toscana e in Parma e Piacenza. Ma si venne scoprendo che Soissons era una fantasma di congresso, e che il vero laboratorio, dove si lambiccavano le risoluzioni politiche per la pace, stava nel gabinetto di Francia, e molto più in quello del re Cattolico. Videsi quest'ultimo monarca con tutta la sua corte incamminato a Badajos, dove ai confini del Portogallo si fece cambio delle principesse di Asturias e del Brasile: nella quale occasione indicibil fu la pompa e la suntuosità delle feste. Ciò fatto, la corte cattolica, tirandosi dietro gli ambasciatori ed inviati dei principi, passò a Siviglia, a Cadice e ad altri luoghi, trattenendosi in quelle parti per tutto l'anno presente con gravi doglianze della città di Madrid. E intanto, mentre ognun si aspettava il lieto avviso della pace, altro non si mirava che preparativi di guerra: sì grandioso era l'armamento di vascelli spagnuoli e l'accrescimento delle truppe in quel regno, talmente che da un dì all'altro sembrava imminente un nuovo assedio di Gibilterra. Non faceva di meno dal canto suo Giorgio II re della Gran Bretagna, coll'adunare una potente e dispendiosa flotta, non senza richiami di quella fazione del parlamento che non intendeva le segrete ruote del ministero, nè qual forza abbia per ottener buona pace l'essere in istato di far gagliarda guerra. Quasi per tutto il presente anno s'andarono masticando nei gabinetti le vicendevoli pretensioni, nè anno mai fu, in cui tante faccende avessero i corrieri, come nel presente. Andò poscia a terminar questo conflitto di teste politiche principalmente in gloria e vantaggio della corona di Spagna, che per lungo tempo diede non solo la corda alle altre potenze, ma anche in fine la legge alle medesime con ritardare più e più mesi la distribuzion della flotta delle Indie, felicemente giunta in Ispagna, in cui tanto interesse aveano i mercatanti d'Italia e di altre nazioni. Finalmente nel dì 9 di novembre venne sottoscritto in Siviglia un trattato di pace e lega difensiva fra i re di Francia, Spagna ed Inghilterra, in cui susseguentemente, nel dì 21 d'esso mese, concorsero anche le Provincie Unite. Allorchè saltò fuori questa concordia, inarcarono le ciglia gli sfaccendati politici al vedere che non si parlava dell'imperadore; e che la Spagna, dianzi collegata con esso, s'era gettata nel partito delle lega di Hannover. Tanto rumore s'era fatto dagl'Inglesi affinchè il re Cattolico chiaramente cedesse le sue ragioni e diritti sopra Minorica e Gibilterra; pure nulla si potè ottenere di questo: il che nondimeno non ritenne il re d'Inghilterra dall'abbracciar quell'accordo, giacchè, in vigor della pace d'Utrecht, tali acquisti erano autorizzati in favor degl'Inglesi, e il re Cattolico accettava in esso accordo le precedenti paci. Tralasciando io gli altri punti, solamente dirò, essersi ivi stabilito, che per assicurare la successione dell'infante don Carlo in Toscana, Parma e Piacenza, si avessero da introdurre non più Svizzeri, ma sei mila soldati spagnuoli in Livorno, Porto Ferraio, Parma e Piacenza, con patto che tali truppe giurassero fedeltà ai regnanti gran duca, e duca di Parma e Piacenza, e con obbligarsi la Francia e l'Inghilterra di dar tutta la mano per l'effettuazione di questo articolo, tacitamente facendo conoscere di voler ciò eseguire anche contro la volontà di Cesare. Ed ecco il motivo per cui la corte cesarea ricusò d'entrare nel trattato suddetto di Siviglia, giacchè nelle precedenti capitolazioni era stabilito che le guarnigioni suddette fossero di Svizzeri, e non di altra nazione parziale. Probabilmente ancora provò il conte di Koningsegg, plenipotenziario cesareo in Ispagna, della ripugnanza a concorrere in quell'accordo, perchè non vide riconosciuti quegli Stati per feudi imperiali, come portavano i patti. Certamente non si legge in esso trattato parola che indichi soggezione all'imperial dominio. Nè si dee tacere che appunto per questo la corte di Roma tentò di prevalersi di tal congiuntura per far valere le sue ragioni sopra Parma e Piacenza, senza nondimeno essersi finora osservato ch'ella abbia guadagnato terreno. Ora il ministero di Vienna restò non poco amareggiato, perchè il re Cattolico avesse dimenticato così presto l'obbligata sua fede nel trattato di Vienna del 1725, con alterare in condizioni così importanti il tenore di essa, e declamava contra questa sì facile infrazione dei pubblici trattati e giuramenti. Per conseguente ricusò quella corte di aderire al trattato di Siviglia; ma non lasciarono per questo i collegati contrarii di Hannover di far tutte le disposizioni per condurre in Italia don Carlo, ad onta ancora dell'imperadore; maneggiandosi intanto perchè il gran duca Gian Gastone ed Antonio Farnese duca di Parma, accettassero di buona voglia le guarnigioni spagnuole.

Non poterono nè pure in quest'anno i cardinali ritenere il sommo pontefice Benedetto XIII ch'egli nella primavera non ritornasse a Benevento, per far ivi le funzioni della settimana santa e di Pasqua. L'amore d'esso santo padre verso quella città, anzi verso tutti i Beneventani, passava all'esorbitanza; e tanta copia di quella gente s'era introdotta in Roma, sempre intenta alla caccia di posti, di grazie e di benefizii, che lieve non era la mormorazione per questo. Restituissi dipoi nel dì 10 di giugno la santità sua a Roma ed attese per tutto il resto dell'anno alle solite funzioni ecclesiastiche e alle consuete opere di pietà, e a canonizzar santi. Da Bologna parimente ritornarono a Roma i cattolici re e regina d'Inghilterra in buon accordo, ed ivi fissarono di nuovo il loro soggiorno. In essa Roma, in Genova ed altre città, dove si trovavano ministri pubblici della corte di Francia, suntuose feste si videro solennizzate per la tanto desiderata e già compiuta nascita di un Delfino, accaduta nel dì 4 di settembre dell'anno presente: principe che oggidì fiorisce, e grande espettazione dà ai suoi popoli per la felicità del suo talento. Si fecero in tal congiuntura quasi dissi pazzie di tripudii ed allegrezze per tutto quel regno, e fino i più poveri paesi sfoggiarono in dimostrazioni di giubilo: tanto è l'amore inveterato di que' popoli verso i loro monarchi. Soprattutto in Roma il cardinale di Polignac si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno per la magnificenza delle feste e delle invenzioni, colle quali celebrò la nascita di questo principino. Troppo era portato alla beneficenza e alle grazie il generoso e disinteressato animo del pontefice Benedetto XIII. Di questa sua nobile, ma talvolta non assai regolata inclinazione sapeva anche profittare qualche suo ministro, non senza lamenti degli zelanti che miravano esausto l'erario pontifizio, e accresciuti gli aggravii alla camera apostolica, in guisa tale che si rendevano oramai superiori le spese alle rendite annue della medesima. Non era questo un insolito malore. Anche sotto altri precedenti papi, o per necessità occorrenti, o per capricci e fabbriche dei regnanti, o per l'avidità dei non mai contenti nipoti, sovente sbilanciavano i conti in pregiudizio della medesima camera. Al disordine dei debiti fatti si rimediava col facile ripiego di crear nuovi luoghi di monti e vacabili: con che vennero crescendo i tanti milioni di debiti, dei quali anche oggidì si trova essa camera gravata. Ne' tempi del nepotismo niuno ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile pontefice animosamente i ministri camerali vollero nel mese di aprile rappresentar lo stato delle cose, affinchè dal di lui buon cuore non si aggiugnessero nuove piaghe alle precedenti. Gli fecero dunque conoscere che prima del suo pontificato l'entrata annua della camera, per appalti, dogane, dateria, cancelleria, brevi, spogli ed altre rendite, ascendeva a due milioni settecento sedici mila e secento cinquanta scudi, dico scudi 2.716,650. Le spese annue, computando i frutti de' monti, vacabili, presidii, galere, guardie, mantenimento del sacro palazzo, de' nunzii, provisionati, ec., solevano ascendere a due milioni, quattrocento trentanove mila e trecentotto scudi, dico scudi 2.439,308, laonde la camera restava annualmente in avanzo di scudi 277,342. Ma avendo esso pontefice abolito un aggravio sulla carne e il lotto di Genova, creati due mila luoghi di monti, accordate non poche esenzioni e diminuzioni negli appalti (fatti senza le solite solennità), assegnati o accresciuti salarii ai prefetti delle congregazioni, legati, tribunali, prelati, ed altre persone, con altre spese che io tralascio, veniva la camera a spendere più de' tempi addietro scudi trecento ottantatrè mila e secento ottantasei, dico scudi 383,686; e però restava in uno sbilancio di circa scudi centoventi mila per anno. Però si scorgeva la necessità di moderar le spese, e di ordinare un più fedele maneggio degli effetti camerali, tacitamente insinuando le trufferie di chi si abusava della facilità del papa; poichè, altrimenti facendo, conveniva imporre nuove gabelle; dal che era sì alieno il pietoso cuore del pontefice; o pur si vedrebbe incagliato il pagamento de' frutti dei monti: il che sarebbe una sorgente d'innumerabili lamenti e mormorazioni, screditerebbe di troppo la camera, e sommamente intorbiderebbe il politico commercio. Qual buon effetto producesse questa rimostranza, converrà chiederlo agl'intendenti romani: io non ne so dire di più.

Occorse in quest'anno, nel dì 12 di agosto, un terribil fenomeno nel Ferrarese di là da Po. Dopo le venti ore cominciò ad apparire sopra la terra di Trecenta ed altre ville contigue il cielo tutto ricoperto di folte nubi nere e verdi, con alquante striscie come di fuoco in mezzo ad esse. Dopo la caduta di una gragnuola, due contrarii venti impetuosissimi si levarono, che spinsero le nuvole a terra, e fecero come notte, uscendone fuoco che si attaccò a qualche casa e fenile, e cagionando un fumo denso e rossigno che riempiè di tenebre e di orrore tutto quel tratto di paese per dodici miglia sino a Castel Guglielmo. Il principal danno provenne dalla furia impetuosa del vento, che atterrò in Trecenta circa cento ventotto case colla morte di molte persone; portò via il tetto e le finestre della parrocchiale; troncò il campanile di un oratorio, e fece altri lagrimevoli danni. Per la campagna si videro portati via per aria i tetti di molti fenili, e fino uomini, carra e buoi, trovati per istrada o al pascolo, alzati da terra, e furiosamente trasportati ben lungi. Immensa fu la quantità degli alberi di ogni sorta che rimasero svelti dalle radici, o troncati all'altezza di un uomo, e spinti fuora del loro sito. Di questa funestissima e non mai più provata sciagura parteciparono le ville di Ceneselli, di Massa di sopra e di altri luoghi di que' contorni, i cui miseri abitanti si crederono giunti alla fine del mondo. Trovossi in questi tempi il gran duca di Toscana in gravi imbrogli a cagion del trattato di Siviglia; perchè pulsato dall'una parte dalla Spagna e dagli alleati di Hannover per ammettere le guarnigioni di don Carlo nelle sue piazze, e dall'altra battuto da contrarie massime e pretensioni della corte imperiale. Nel dì 19 di aprile dell'anno presente per impensato accidente mancò di vita Antonio Ferdinando Gonzaga, duca di Guastalla e principe di Bozzolo, senza prole, e a lui succedette Giuseppe Maria suo fratello, benchè poco atto al governo.

Anno di CRISTO MDCCXXX. Indiz. VIII.

CLEMENTE XII papa 1. CARLO VI imperadore 20.

Per tutto quest'anno stette l'Italia in un molesto combattimento fra timori di guerra e speranze di pace. Non sapea digerire l'Augusto Carlo VI che, dopo avere la Spagna e tutti gli altri alleati di Hannover nei solenni precedenti trattati riconosciuto per feudi imperiali la Toscana, Parma e Piacenza, e stabilita la qualità dei presidii, avessero poi nel trattato di Siviglia disposto altrimenti di quegli Stati senza il consenso della cesarea maestà sua. Non già che gli negasse o intendesse impedire la successione dello infante don Carlo in quei ducati, ma perchè pretendeva di ammettervelo nella maniera prescritta concordemente dalla quadruplice alleanza. E perciocchè crescevano le disposizioni del re Cattolico Filippo V e delle potenze marittime, per introdurre esso infante in Toscana, si cominciò a vedere un contrario apparato dalla parte dell'imperadore, per opporsi a tal disegno. In fatti ecco a poco a poco calare in Italia circa trenta mila Alemanni, che si stesero per tutto lo Stato di Milano e di Mantova con aggravio considerabile di que' paesi. Ne fu destinato generale il conte di Mercy. Alcune migliaia d'essi passarono ad accamparsi nel ducato di Massa e nella Lunigiana, per essere alla portata di saltare in Toscana, qualora si tentasse lo sbarco delle truppe spagnuole. Non lasciò indietro diligenza alcuna il gran duca Gian Gastone per esimere i suoi Stati dall'ingresso dell'armi straniere; e perchè lo imperadore, con pretendere di non essere più tenuto ad osservare gl'infranti primieri trattati, fece vigorose istanze, affinchè esso gran duca prendesse da lui la investitura di Siena, bisognò accomodarsi, benchè con ripugnanza, a tal pretensione. A sommossa eziandio della corte di Vienna esso gran duca dichiarò al ministro di Spagna di non poter acconsentire all'ingresso delle truppe spagnuole ne' suoi Stati. Non sapevano intendere i politici come il solo imperadore prendesse a far fronte a tante corone collegale, massimamente trovandosi egli senza flotte per sostener Napoli e Sicilia. Ma ossia che la corte di Vienna si facesse forte sul genio del cardinale di Fleury, primo ministro di Francia, inclinato non poco alla pace; o pure che sperasse col maneggio dei ministri nelle corti, e colla forza dei suoi guerrieri apparati, di ridurre gli alleati a condizioni più convenevoli all'imperial sua dignità: certo è ch'esso Augusto animosamente procedè nel suo impegno; spinse non poche truppe nei regni ancora di Napoli e Sicilia; e fece quivi e nello Stato di Milano ogni possibil preparamento di fortificazioni e munizioni per difesa ed offesa, come se fosse la vigilia di una indispensabil guerra. Passò nondimeno tutto il presente anno senza che si sguainassero le spade, ma con batticuore d'ognuno per questa fluttuazione di cose.

Giunse intanto alla meta de' suoi giorni il buon pontefice Benedetto XIII. Il dì 21 di febbraio quello fu che il fece passare ad una vita migliore nell'anno ottantuno di sua età, dopo un pontificato di cinque anni, otto mesi e ventitrè giorni. Tali virtù erano concorse nella persona di questo capo visibile della Chiesa di Dio, che era riguardato qual santo, e tale si può piamente credere che egli comparisse agli occhi di Dio. Pari non ebbe la somma sua umiltà, più stimando egli di esser povero religioso, che tutta la gloria e maestà del romano pontificato. Nulla cercò egli per li suoi parenti, staccatissimo troppo dalla carne e dal sangue. Insieme col mirabil disinteresse suo accoppiava egli non lieve gradimento di donativi, ma unicamente per esercitare l'ineffabil sua carità verso de' poverelli. Per questi aveva una singolar tenerezza, e fu veduto anche abbracciarli considerando in essi quel Dio, di cui egli serbava in terra le veci. Le sue penitenze, i suoi digiuni, la sua anche eccessiva applicazione alle funzioni ecclesiastiche, il suo zelo per la religione, e tant'altre belle doti e virtù, gli fabbricarono una corona che non verrà mai meno. E perciocchè singolare fu sempre la sua pietà, la sua probità, la sua rettitudine, si videro anche relazioni di grazie concedute da Dio per intercession di questo santo pontefice tanto in vita che dopo la sua morte. Solamente in lui si desiderò quell'accortezza, che è necessaria al buon governo politico ed economico degli Stati, sì per sapere scegliere saggi ed incorrotti ministri, e sì per guardarsi dalle frodi ed insidie de' cattivi. Questo solo mancò alla compiuta gloria del suo pontificato, essendosi trovati i ministri della sua maggior confidenza che stranamente si abusarono dell'autorità loro compartita, e con ingannevoli insinuazioni corruppero non di rado le sante intenzioni di lui, attendendo non già all'onore dell'innocente santo padre, ma solamente alla propria utilità, e per vie anche sordidissime. Nè già è credibile che i buoni disapprovassero la beneficenza di questo pontefice verso le chiese del regno di Napoli, ch'egli, a norma del santo pontefice Innocenzo XII, esentò dagli spogli; e molto meno l'aver egli proibito il lotto di Genova, cioè una gran propina della borsa pontificia; nè l'aver vietato l'imporre pensioni alle chiese aventi cure d'anime, tuttochè poi cessassero con lui così lodevoli costituzioni; e nè pure altre simili sue beneficenze. Quello che non si potè sofferire, fu l'avere gli avvoltoi beneventani intaccata in varie biasimevoli maniere la camera apostolica, vendute le grazie e favori, contro il chiaro divieto delle sacre ordinanze, e defraudata in troppe occasioni la retta mente del buon pontefice; il quale, benchè talvolta avvertito dei loro eccessi, tentò bene di provvedervi, ma indarno, non essendo mancati mai artifizii a que' cattivi strumenti per far comparire calunnie le vere accuse.

Ora appena si seppe avere il buon pontefice spirata l'anima, che si sollevò poca plebe contra degli odiati Beneventani, incitata, come fu creduto, da mano più alta, allorchè vide due familiari del cardinal Coscia condotti alle pubbliche carceri. Saputosi che lo stesso porporato, cioè chi maggiormente avea fatta vendemmia sotto il passato governo con assassinio della giustizia e delle leggi più sacrosante, s'era ritirato in un palagio, corse colà, e minacciollo d'incendio. Ebbe maniera il Coscia di salvarsi, e andò a ritirarsi in Caserta presso di quel principe. Furono trasportate in castello Sant'Angelo le di lui argenterie, suppellettili e scritture. Accordatogli poscia un salvocondotto, tornò egli a Roma; e, per timore del popolo, nascosamente entrò in conclave, dove non gli mancarono attestati dello sprezzo universale di lui. Non pochi furono i Beneventani che colla fuga si sottrassero all'ira del popolo e alle ricerche della giustizia. Si accinse dipoi il sacro collegio a provveder la Chiesa di Dio di un nuovo pastore. Per più di quattro mesi durò la dissensione e il combattimento fra que' porporati, e videsi con ammirazione di tutti che, oltre alla fazione imperiale e a quella dei Franzesi e Spagnuoli, saltò su ancora la non mai più intesa fazione de' Savoiardi, capo di cui era il cardinale Alessandro Albani. Sarebbe da desiderare che quivi non altro tenessero davanti agli occhi i sacri elettori, se non il maggior servigio di Dio e della Chiesa, e che restasse bandito dal conclave ogni riguardo od interesse particolare. Per cagion di questo nel maggior auge abbattuti si trovarono i cardinali Imperiale, Ruffo, Corradini e Davia, che pur erano dignissimi del triregno. Si trovò sulle prime scavalcato per l'opposizione dei cesarei anche il cardinale Lorenzo Corsini, di ricca e riguardevol casa fiorentina; ma raggruppatosi in fine il negoziato per lui, fu nel dì 12 di luglio concordemente promosso al sommo pontificato. Pervenuto all'età di settantanove anni, non lasciava egli di esser robusto di mente e di corpo; porporato veterano nei pubblici affari, di vita esemplare, e ben fornito di massime principesche. Prese egli il nome di Clemente XII, in venerazion del gran Clemente XI suo promotore. Nè tardò egli a far conoscere l'indignazione sua contra del cardinale Coscia, privandolo di voce attiva e passiva, e vietandogli l'intervenire alle congregazioni. Altri prelati e ministri del precedente pontificato furono o carcerati o chiamati ai conti, come prevaricatori e rei di avere tradito un pontefice di tanta integrità, e recato non lieve danno alla camera apostolica. Deputò egli per questo una congregazione dei più saggi e zelanti cardinali, con ampia autorità di procedere contra di sì fatti trasgressori, ad esempio ancora dei posteri. Vietò al suddetto cardinale di uscire dello Stato ecclesiastico, e gl'interdisse l'esercizio di tutte le funzioni arcivescovili in Benevento, con insinuargli eziandio di rinunziar quell'insigne mitra, di cui s'era egli mostrato sì poco degno. Per questa severità, e per tanto amore alla giustizia, gran credito sulle prime si acquistò il novello pontefice, se non che ebbe maniera il Coscia di ottenere la protezion della corte di Vienna, che col tempo impedì che egli non fosse punito a misura dei suoi demeriti.

Fra i più illustri principi che si abbia mai avuto la real casa di Savoia, veniva in questi tempi conceduto il primo luogo a Vittorio Amedeo re di Sardegna, siccome quegli che, portando unita insieme una mente maravigliosa con un raro valore e una corrispondente fortuna, avea cotanto dilatati i confini de' suoi Stati, e portata una corona e un regno nella sua nobilissima famiglia. S'era questo generoso principe, pieno sempre di grandi idee, ma regolate da una singolar prudenza, tutto dato alla pace, a far fiorire il commercio ed ogni arte nel suo dominio, a fortificar le sue piazze, ad accrescere le forze militari e gl'ingegneri, e massimamente a fabbricare con grandi spese la quasi inespugnabil fortezza della Brunetta, e ad abbellire ed accrescere di abitazioni Torino. Con un corpo di leggi avea prescritto un saggio regolamento alla buona amministrazione della giustizia ne' suoi tribunali e a molti punti riguardanti il bene de' sudditi suoi. Aveva anche ultimamente atteso a far fiorire le lettere col fondare una insigne università, a cui chiamò de' rinomati professori di tutte le scienze: nella qual congiuntura con istupore d'ognuno levò le scuole ai padri della compagnia di Gesù, e agli altri regolari ancora in tutti i suoi Stati di qua dal mare, per istabilire una connessione e corrispondenza di studii fra l'università di Torino e le scuole inferiori con un migliore insegnamento per tutti i suoi Stati d'Italia. Mentre egli era intento ad altre gloriose azioni, eccolo nel presente anno determinarne una che ben può dirsi la più eroica e mirabile che possa fare un regnante. Era questo sempre memorabil sovrano giunto all'età di sessantaquattro anni, e provava già più d'un incomodo alla sua sanità per le tante passate applicazioni della mente. Sul principio di settembre fatto chiamare Carlo Emmanuele principe di Piemonte, unico suo figlio, a lui spiegò la risoluzione di rinunziargli la corona e il supremo governo de' suoi Stati; perchè intenzion sua era di riposare oramai, e di liberarsi da tutti gl'imbarazzi, per prepararsi posatamente alla grande opera dell'eternità. Restò sorpreso il giovane figlio a questa proposizione; e per quanto seppe, con gittarsi anche in ginocchioni, il pregò, quando pure volesse sgravarsi d'un peso, di cui era più la maestà sua che esso figlio capace, di dichiararlo solamente luogotenente generale, con ritenere la sovranità e il diritto di ripigliar le redini, quando trovasse ciò più utile al bisogno de' sudditi: No (replicò il re), verisimilmente io potrei talvolta disapprovare quel che faceste: però o tutto, o nulla. Io non vo' pensarvi in avvenire.

Convenne cedere alla paterna determinazione e volontà. E però nel dì 3 del suddetto mese, convocati al palazzo di Rivoli i ministri e molta nobiltà, dopo aver detto ch'egli si sentiva indebolito dall'età e dalle cure difficili di tanti anni del suo governo, rinunziava il trono al principe suo figlio amantissimo, colla soddisfazione di rimettere la sua autorità in mano di chi era egualmente degno di essa, che atto ad esercitarla. Aver egli scelto Sciambery per luogo del suo riposo; e perciò ordinare a tutti, che da lì innanzi ubbidissero al figlio, come a lor legittimo sovrano. Di questa rinunzia seguirono gli atti autentici, e nel giorno appresso Vittorio Amedeo non più re, benchè ognuno continuasse anche da lì innanzi a dargli il titolo di re, andò a fissare il suo soggiorno nel castello di Sciambery, con quella stessa ilarità di animo con cui altri saliscono sul trono. Un gran dire fu per questa novità. Chi immaginò presa tal risoluzione da lui perchè avesse dianzi contratto degl'impegni con gli alleati di Hannover, e che, vedendo cresciute cotanto con pericolo suo l'armi di Cesare nello Stato di Milano, trovasse questa maniera di disimpegnar la sua fede. Sognarono altri ciò proceduto dall'aver egli sposata nel dì 12 del precedente agosto la vedova contessa di San Sebastiano della nobil casa di Cumiana, dama di cinquant'anni, per avere chi affettuosamente assistesse al governo della sua sanità, e non per altro motivo; ed affinchè un tal matrimonio non potesse per le precedenze alterar la buona armonia colla real principessa sua nuora, aver egli deposta la corona. Tutte immaginazioni arbitrarie ed insussistenti di gente sfaccendata: quasichè alle supposte difficoltà non avesse saputo un sovrano di tanta comprensione facilmente trovare ripiego, e ritenere tuttavia lo scettro in mano. La verità fu, che motivi più alti mossero quel magnanimo principe a spogliarsi della temporale caduca corona, per attendere con più agio all'acquisto di un'eterna, e tanto più perchè certi interni sintomi già facevano apprendere non molto lungo il resto del suo vivere. Passò dipoi a Torino colla corte il nuovo re Carlo Emmanuele, e ricevette il giuramento di fedeltà da chi dovea prestarlo. Convien confessarlo: incredibil fu il giubilo o palese o segreto di que' popoli per tal mutazione di cose, perchè il re Vittorio Amedeo pareva poco amato da molti, ed era temuto da tutti; laddove il figlio, principe di somma moderazione e di maniere affatto amabili, facea sperare un più dolce e non men giusto governo in avvenire.

A questa scena dell'Italia un'altra ancora se ne aggiunse che grande strepito fece sui principii, e maggiore andando innanzi. Più secoli erano che la repubblica di Genova signoreggiava la riguardevol isola e regno della Corsica. Si contavano varie sollevazioni o ribellioni di quei feroci e vendicativi popoli nei tempi addietro, quetate nondimeno o dalla prudenza o dalla forza de' medesimi Genovesi. Ma nella primavera dell'anno presente da piccoli principii nacque una sedizione in quelle contrade, pretendendo essi popoli d'essere maltrattati dai governatori della repubblica. Uniti i malcontenti coi capi dei banditi, andarono ad assediar la Bastia; ma sì buone parole o promesse furono adoperate, che si ritirarono, con restar nondimeno in armi circa venti mila persone, le quali maggiormente si accesero alla ribellione, perchè si avvidero di non corrispondere i fatti alle promesse. Non mancavano a quegli ammutinati motivi di giuste doglianze, che cadevano nondimeno la maggior parte contra de' governatori, intenti a far fruttare il loro ministero alle spese della giustizia e dei sudditi. Pretendevano lesi i lor privilegii, divenuto tirannico il governo genovese, e sfoderavano una lista di tanti aggravii finora sofferti, che intendevano di non più sofferire da indi avanti. Nel consiglio di Genova fu udito il parere di Girolamo Veneroso, il quale sostenne che a guarir quella piaga si avessero da adoperar lenitivi, e non ferro e fuoco; e però i saggi, sapendo quanto quel gentiluomo nel suo savio governo si fosse cattivato gli animi dei Corsi, giudicarono bene di appoggiare a lui questa cura. Ma frutto non se ne ricavò, perchè senza saputa sua attrappolato un capo dei sediziosi, fu privato di vita: il che maggiormente incitò in quei popoli le fiamme dell'ira. E tanto più perchè prevalse poi in Genova il partito de' giovani, ai quali parve che l'uso delle armi e del gastigo con più sicurezza ridurrebbe al dovere i sediziosi. Se n'ebbero ben a pentire. Circa cinque mila soldati furono dipoi spediti dai Genovesi in Corsica, creduti bastante rinforzo agli altri presidii per ismorzare quell'incendio. Nella primavera di quest'anno la piccola città di Norcia, patria di san Benedetto, situata nell'Umbria, per un terribil tremuoto restò quasi interamente smantellata e distrutta. A riserva di due conventi e del palazzo della città, le altre fabbriche andarono per terra, con restar seppellite sotto le rovine più centinaia di que' miseri abitanti. Si ridussero i rimasti in vita a vivere nella campagna, e gravissimo danno ne risentirono anche le terre e i villaggi circonvicini.

Anno di CRISTO MDCCXXXI. Indizione IX.

CLEMENTE XII papa 2. CARLO VI imperadore 21.

Non mancarono faccende in questo anno al sommo pontefice Clemente XII. Nulla valsero le forti insinuazioni fatte fare dalla santità sua al cardinal Coscia di rinunziare l'arcivescovato di Benevento. Egli con tutta la mala grazia negò questa soddisfazione al santo padre; e però continuarono i processi contro di lui nella congregazion de' cardinali appellata de Nonnullis. Fu carcerato monsignor vescovo di Targa di lui fratello, con altri Beneventani, gente mischiata negli abusi accaduti sotto il precedente governo. Il cardinal Fini venne privato di voce attiva e passiva in ogni congregazione. Fu dipoi intimata al Coscia la restituzione di ducento mila scudi alla camera apostolica e alla tesoreria: somma indebitamente da lui percetta. Questa fu la più sensibile stoccata all'interessato cuore di quel porporato, e la sordida avidità sua, che l'avea consigliato a fare in tante illecite maniere quell'ingiusto bottino, gli suggerì ancora il ripiego per conservarlo. Portato il buon pontefice dalla sua natural clemenza, non avea voluto mai condiscendere ad assegnare una stanza in castello Sant'Angelo a questo porporato. Però, trovandosi egli in libertà, seppe con falsi supposti ottenere dal cardinale Cinfuegor ministro dell'imperadore un passaporto, e poscia se ne fuggì nel dì 31 di marzo, e travestito ora da cavaliere, ora da abbate ed ora da frate, arrivò felicemente fin presso a Napoli, con implorare la protezione del vicerè conte d'Harrach. Da Vienna, ove fu spedito un corriere, venne poi la permissione ch'egli potesse dimorare ovunque gli piacesse nel regno. Svegliossi in cuore del santo padre un vivo risentimento per questa fuga, presa con dispregio degli ordini e divieti precedenti; e però nel dì 12 di maggio fu pubblicato un monitorio, con cui al Coscia s'intimava, che non tornando a Roma entro lo spazio di quel mese, resterebbe privo di tutti i suoi benefizii: e se continuasse in quella disubbidienza sino al primo d'agosto, verrebbe degradato dalla dignità di cardinale. Furono poi nel dì 28 di maggio fulminate le scomuniche, gl'interdetti ed altre pene contro di lui, che intanto facea volar da per tutto dei manifesti in sua difesa; pretendendosi indebitamente aggravato dalla congregazione suddetta. Chiamò poi in suo aiuto una forte gota, spalleggiata dall'attestato veridico dei medici, acciocchè gli servisse di scusa, se entro i termini prescritti non compariva in Roma. Fu in questa occasione che il pontefice spedì ai principi cattolici copia del processo formato contro del Coscia, dov'erano ben caratterizzate le sue ribalderie; ma processo che fu poi processato da molti, perchè dopo l'essersi rilevati tanti capi di reato, e dopo tanti tuoni, si vide tuttavia la porpora ornare un personaggio che le avea recato sì gran disonore. Vedrem nondimeno che non mancarono gastighi alle colpe sue.

Dietro ad altro affare si scaldò medesimamente lo zelo di questo pontefice. Cioè nel dì 8 di gennaio in una allocuzione fatta ai cardinali nel concistoro segreto scoprì il santo padre l'intenzion sua di disapprovare l'accordo già conchiuso fra il suo predecessore e Vittorio Amedeo re di Sardegna. A molti capi si stendeva quella concordia, riguardanti l'immunità ecclesiastica, la nomina a varie chiese e benefizii, e l'esercizio della giurisdizione dei vescovi. Si aggiungeva la controversia per diversi feudi posti nel Piemonte e Monferrato, e spezialmente Cortanze, Cortanzone, Cisterna e Montasia, sopra i quali intendeva il re di esercitare sovranità, laddove il pontefice pretendeva appartenere ai diritti della santa Sede, come feudi ecclesiastici. Citati i nobili vassalli di que' luoghi a prestare il giuramento di fedeltà al re, aveano ubbidito. Roma all'incontro tali atti dichiarò nulli, e intimò le censure ed altre pene a chi per essi feudi riconoscesse la regia camera di Torino. In una parola s'imbrogliò forte l'armonia fra le due corti, e scritture di qua e di là uscirono, e le controversie durarono sino al principio dell'anno 1742, siccome vedremo. A me non occorre dirne di più; siccome nè pure di altre rilevanti liti che in questi stessi giorni ebbe la santa Sede con gli avvocati e col parlamento di Parigi. Ma ciò che maggiormente tenne in esercizio la vigilanza di esso sommo pontefice in questi tempi, fu Parma e Piacenza. Quando si sperava che Antonio Farnese duca di quella città avesse dal matrimonio suo da ricavar frutti, per li quali si mantenesse la principesca sua casa, e restassero frastornati e delusi i conti già fatti su quei ducati dai primi potentati dell'Europa: eccoti l'inesorabil morte nel dì 20 di gennaio del presente anno troncar lo stame di sua vita, ed estinguer insieme tutta la linea mascolina della casa Farnese, che tanto splendore avea recato in addietro all'Italia. La perdita sua fu compianta da tutti i suoi sudditi, perchè già provato principe amorevole, splendido e di rara bontà; anzi di tale bontà, che se più in lungo avesse condotto il suo vivere, fu creduto che il suo patrimonio sarebbe ito sossopra, sì inclinato era egli alle spese e alla beneficenza. Maggiore fu il duolo, perchè già si prevedeva la gran disavventura di que' paesi, che, perduto il proprio principe, correano pericolo di diventare provincia. Nel testamento fatto da esso duca negli ultimi periodi di sua vita, lasciò erede il ventre pregnante della duchessa Enrichetta d'Este sua moglie, e, in difetto di figli, l'infante don Carlo.

Avea già il conte Daun governator di Milano, all'udire l'infermità del duca, ammanito un corpo di truppe per introdurlo in Parma e Piacenza; e però, accaduta che fu la morte di lui, il generale conte Carlo Stampa, come plenipotenziario cesareo in Italia, nel dì 25 del suddetto gennaio venne a prendere il possesso di quegli Stati sotto gli auspicii dell'imperadore a nome del suddetto infante di Spagna, senza mettersi fastidio degli stendardi pontifizii, che si videro inalberati per la città. In tal congiuntura non mancò il pontefice ai suoi doveri per sostenere i diritti della Chiesa sopra Parma e Piacenza. Scrisse lettere forti a Vienna, Parigi e Madrid. Perchè la corte di Vienna sosteneva il cominciato impegno, richiamò da Vienna il cardinale Grimaldi. Fu spedito a Parma il canonico Ringhiera, che ne prese il possesso colle giuridiche formalità a nome del papa, e insieme monsignor Oddi commissario apostolico, a cui non restarono vietati molti atti di padronanza in quella città. Parimente in Roma si fecero le dovute proteste contro qualsivoglia attentato fatto o da farsi dall'imperadore e dalla Spagna per conto di que' ducati. Restavano intanto incagliati gli affari per la pretesa gravidanza della duchessa Enrichetta. Se ne mostrava sì persuaso chi la desiderava, che avrebbe per essa scommesso quanto avea di sostanze. Dopo alquanti mesi visitata quella principessa da medici e mammane, si videro attestati corroborati dal giuramento che quel monte avea da partorire. Ridevano all'incontro altri di opposto partito, ancorchè mirassero preparato il suntuoso letto, dove con tutte le formalità dovea seguire il parto, con essere anche destinati i ministri che aveano in tal congiuntura da imparare il mestier delle donne. Ma venuto il settembre, e disingannata la duchessa, onoratamente essa in fine protestò di non essere gravida. Stante nondimeno l'incertezza di quell'avvenimento, in Vienna s'erano fatti non pochi negoziati fra i ministri dell'imperadore, quei del re Cattolico e quei del re della Gran Bretagna, per istabilire una buona concordia. Questa in fatti restò conchiusa nel dì 22 di luglio fra le suddette potenze, con avere l'Augusto Carlo VI non solamente confermata la successione dell'infante don Carlo nei ducati di Toscana Parma e Piacenza, ma eziandio condisceso che si potessero introdurre sei mila Spagnuoli, parte in Livorno e Porto Ferraio, e parte nelle suddette due città: conformandosi nel resto al trattato della quadruplice alleanza del dì 2 d'agosto del 1718 e alla pace di Vienna del dì 7 di giugno del 1725. A questa nuova respirò l'Italia, stata finora in apprensione di nuove guerre. Fu poi preso dal generale conte Stampa un'altra volta il possesso formale dei ducati di Parma e Piacenza a nome del real infante, e nel dì 29 di dicembre esatto da quei popoli il giuramento di fedeltà e di omaggio. Ma nel giorno seguente monsignor commissario Oddi per parte del sommo Pontefice fece una contraria solenne protesta in Parma; e così andavano balleggiando questi ministri, nel mentre che l'infante don Carlo si preparava per venire in Italia, anzi s'era già messo in viaggio, e parte delle milizie spagnuole, pervenuta a Livorno, avea preso quartiere in quella città. Quanto al gran duca Gian Gastone de Medici, e alla vedova palatina Anna Maria Luigia, nel dì 21 di settembre dichiararono di accettare il trattato di Vienna del dì 22 di luglio dell'anno presente. Prima ancora di questo tempo, cioè nel dì 25 di luglio, aveano stabilita una convenzione colla corte di Madrid, in cui fu convenuto che il reale infante don Carlo non solamente succederebbe negli Stati di Toscana, ma anche in tutti gli allodiali, mobili, giuspatronati, ed altri diritti della casa de' Medici. Per tutori d'esso principe, a cagion della sua minorità furono da Cesare deputati il suddetto gran duca per la Toscana, e la duchessa vedova Dorotea Sofia, avola materna di lui, per Parma e Piacenza.

Si cominciarono a scorgere di buona ora dei rincrescimenti per l'eletto soggiorno di Sciambery nel fu re di Sardegna Vittorio Amedeo. Non vedeva egli più chi andasse a corteggiarlo, o a chiedere grazie; e il piacere di comandare, provato in addietro sopra tanti popoli, si ristringeva nella sola sua domestica famiglia. Questo abbandonamento, questa solitudine facevano guerra continua e cagionavano malinconia ad un principe avvezzo sempre a grandi affari; e a lui parea gran disgrazia il vedere confinati i suoi vasti pensieri nell'augusto recinto, cioè in un angolo della Savoia. Aggiungasi che sul principio di quest'anno egli fu preso da un accidente capitale, per cui gli rimase sempre qualche sensibile impedimento alla lingua, e gli sopraggiunse poi anche una qualche confusione d'idee. Andò allora il re Carlo Emmanuele a vederlo per testimoniargli il suo filiale affetto, e vi tornò anche nella state colla regina sua moglie. Verso poi la fine di agosto, attribuendo il re Vittorio il suo poco buono stato all'aria troppo sottile di Sciambery, volle ritornare in Piemonte, e andò a piantar la sua corte a Moncalieri in vicinanza di tre miglia da Torino. Nulla sospettava sulle prime di lui il re Carlo Emmanuele; ma da che si avvide ch'egli contro il concertato ambiva l'autorità nel governo, ordinò che si tenessero gli occhi aperti addosso a lui. E tanto più dovette quella corte allarmarsi, quando fosse vero quanto allora si disse, cioè avere esso Vittorio Amedeo minacciato che farebbe anche tagliare il capo ad uno dei primi e più confidenti ministri del re figlio; e che crebbero poscia i sospetti di qualche meditata mutazione, da che egli, parlando col conte Del Borgo, gli fece istanza dell'atto della sua rinunzia, fatto nel precedente anno, che con tutta sommessione gli fu negato. Aggiugnevano, che da lì a poco tempo egli scrivesse un biglietto al governatore della cittadella di Torino con avvisarlo dell'ora in cui egli intendeva di andare a spasso entro di essa cittadella: o pure, ch'egli effettivamente si portasse in persona alla porta segreta, per entrarvi, ma con trovar il governatore che se ne scusò, con dire di non aver ordine dal real sovrano di riceverlo. Tutti questi fatti contemporaneamente si divulgarono, ma senza fondamento. La verità si è, che avendo il re Vittorio dopo il suo ritorno in Piemonte dato segni non equivoci di volere aver parte all'autorità del governo, il re Carlo Emmanuele fu in caso di far vegliare sui di lui discorsi; e tanto più da che seppe che il re padre parlava con diverse persone dell'atto dell'abdicazione, come di un atto che fosse in sua balìa di rivocare.

In questo tempo essendo assai cresciute le indisposizioni del re Vittorio, e la di lui mente, anche per l'accidente patito, molto indebolita, con qualche risalto alle volte di riscaldamento e di agitazione di spirito, onde venivano poi empiti di collera, si ebbe luogo a temere qualche novità sconvenevole e pericolosa. Vedeva il re figlio con ciò esposta ad un grave cimento non solamente la real sua dignità, ma anche il suo onore medesimo e il bene dello Stato; e però sperimentati prima in vano più mezzi e spedienti per calmare lo spirito del padre, e ricondurlo a pensieri più proprii e più convenienti, chiamò a sè i più saggi ministri di toga e di spada, ed esposto il presente sistema, con protestarsi nondimeno pronto a sacrificare ogni sua particolar convenienza, qualora avesse potuto farlo, salva la sua estimazione, il bene dei sudditi e la quiete degli Stati, richiese il loro consiglio. Ben pesato ogni riguardo, concorse il parere di ognuno in credere necessario un rimedio, a fin di evitare tutte le delicate e disastrose conseguenze che prudentemente si temevano come imminenti; e però fu concordemente determinato di assicurarsi dalla persona d'esso re Vittorio. Nella notte adunque del dì 28 di settembre, venendo il dì 29, da vari corpi di truppe che l'uno non sapea dell'altro, si vide attorniato il castello di Moncalieri, e fu improvvisamente intimato al re Vittorio Amedeo di entrare in una preparata carrozza. Gli convenne cedere; e fu condotto nel vasto e delizioso palazzo di Rivoli, situato in un colle di molto salutevol aria, ma sotto le guardie, con raccomandare alle medesime di rispondere solamente con un profondo inchino a quante interrogazioni facesse loro il principe commesso alla loro custodia. La di lui moglie contessa di San Sebastiano, già divenuta marchesa di Spigno, nello stesso tempo fu condotta al castello di Ceva; ma perchè fece istanza il principe di riaverla, non gli negò il re questa consolazione. Del resto, al signorile trattamento d'esso principe fu pienamente provveduto; tolta a lui fu la sola libertà. Chiunque poi conosceva di che buone viscere fosse il re Carlo Emmanuele, e quanta virtù regnasse nell'animo suo, facilmente comprese che forti e giusti motivi il doveano avere indotto ad un passo tale con tutta la ripugnanza del suo sempre costante filiale affetto. Quelle stesse guardie che sul principio il teneano d'occhio, con saggio consiglio e per suo bene gli furono poste, affinchè osservassero che la gagliarda passione nol conducesse ad infierire contro sè stesso. Cessato il bollore, cessò anche la vicinanza d'esse guardie, ed era data licenza alle persone saggie e discrete di visitarlo e parlargli. E perciocchè fece istanza di essere rimesso in Moncalieri, perchè l'aria di Rivoli era troppo sottile, fu ricondotto colà.

Duravano in questi tempi le controversie della sacra corte di Roma col re di Portogallo cotanto alterato perchè il nunzio apostolico monsignor Bichi era stato richiamato, senza prima decorarlo colla porpora cardinalizia. Sostenne il sommo pontefice il decoro della sua dignità con esigere che il prelato uscisse di Portogallo; e in fatti egli passò a Madrid, e gran tempo vi si fermò. Venne poscia in quest'anno a Firenze, e non passò oltre. Finalmente nel dì 24 di settembre fatta dal santo padre una promozione di cardinali, fu in essa compreso il Bichi; nè solo il Bichi, ma anche monsignor Firrao succeduto a lui in quella nunziatura: laonde si trattò dipoi con più facilità di rimettere la buona armonia fra la santa Sede e il re suddetto. Sempre più andava in questo mentre crescendo la ribellione dei corsi, e volavano per tutte le corti le loro doglianze per gli aggravi che pretendeano fatti ad essi dalla repubblica di Genova. A fine di smorzar questo incendio, ricorsero i Genovesi alla protezione dell'imperadore Carlo VI, e ne ottennero un rinforzo d'otto mila soldati alemanni, comandati dal generale Wachtendonck. Passò la metà di questa gente in Corsica, e fece tosto sloggiare i sediziosi dal blocco della Bastia. Ma da che verso la metà d'agosto s'inoltrò per cacciare da altri siti i Corsi, trovò in due battaglie gente che non conosceva paura. Perirono in quei combattimenti moltissimi dei Tedeschi, di maniera che fu necessario il far trasportare colà il resto dei loro compagni. Seguirono susseguentemente altre zuffe ora favorevoli ora contrarie ai malcontenti; ma spezialmente un'imboscata da loro tesa agli Alemanni nel fine di ottobre, nel passare che facevano a San Pellegrino, costò ben caro ad essi Tedeschi, perchè furono obbligati a ritirarsi dal campo di battaglia, con perdita di più di mille persone tra morti e feriti. Nel dì 30 di maggio terminò la carriera de' suoi giorni Violante Beatrice di Baviera, gran principessa di Toscana, vedova del fu gran principe Ferdinando de Medici. Era essa il ritratto della gentilezza, venerata da ognuno, e però dalle comuni lagrime si vide onorato il suo funerale. Gran compassione prima d'allora si svegliò in cuore di tutti per gli orrendi effetti d'un fierissimo tremuoto, che avendo cominciato nel febbraio a farsi sentire nel regno di Napoli, infierì poi con varie altre più violenti scosse, e tenne gran tempo in una costernazione continua le provincie di Puglia, Terra di Lavoro, Basilicata e Calabria Citeriore, e in alcuni luoghi lasciò una dolorosa catastrofe di rovine. Più d'ogni altro ne provò immensi danni la città di Foggia, perchè tutta fu convertita in un monte di pietre, e più di tre mila persone rimasero seppellite sotto le diroccate case. Non restò pur uno de' sacri templi e chiostri in piedi; e frati, monache ed altri abitanti, che ebbero la fortuna di scampare, andarono raminghi per quelle desolate campagne, cercando e difficilmente trovando un tozzo di pane per mantenersi in vita. Si videro in tal congiuntura le acque alzarsi nei pozzi, ed uscirne con allagar le vigne. Barletta, Bari ed altre città furono a parte di questo spaventevol flagello; e perchè in Napoli i borghi di Chiaia e Loreto risentirono non lieve danno, buona parte di popolo, e massimamente la nobiltà col vicerè si ritirò alla campagna. Ma il piissimo cardinale Pignatelli arcivescovo non volle muoversi dal suo palazzo, e attese ad animar la plebe, e ad eccitar la misericordia di Dio con pubbliche processioni e preghiere.

Anno di CRISTO MDCCXXXII. Indizione X.

CLEMENTE XII papa 3. CARLO VI imperadore 22.

Quasi morirono di sete in quest'anno i novellisti bramosi di grandi avvenimenti. Fioriva la pace, che stendendo la serenità sopra tutta l'Europa, non di altro era feconda che di privati divertimenti ed allegrezze. Di queste spezialmente abbondò la Toscana; perciocchè finalmente sciolti tutti i nodi, l'infante di Spagna don Carlo si mise in viaggio per venire a far la sua comparsa nel teatro d'Italia. Imbarcossi egli ad Antibo nel dì 23 del precedente dicembre sulle galee di Spagna, unite con quelle del gran duca; ma appena ebbe salpato, che si alzò una violenta burrasca che disperse tutta la flotta, e danneggiò forte non pochi di que' legni. Ad onta nondimeno dell'infuriato, elemento la capitana di Spagna nel dì 27 approdò a Livorno, e vi sbarcò l'infante. Magnifico sopra modo fu l'accoglimento fatto a questo real principe da quella città, che poi solennizzò nei seguenti giorni il suo arrivo con suntuose macchine di fuochi, conviti, musiche, illuminazioni ed altre feste. Gareggiò con gli altri l'università degli Ebrei per attestare anch'essa a questo novello sole il suo giubilo ed ossequio; e fioccavano dappertutto le relazioni di sì grandiose solennità. Dopo il riposo di più di due mesi in Livorno passò finalmente questo principe a Firenze, ove fece il suo splendido ingresso nel dì 9 di marzo, ricevuto colle maggiori dimostrazioni di stima e di affetto dal gran duca Gian Gastone e dall'elettrice vedova di lui sorella. In quella capitale ancora nulla si risparmiò di magnificenza, negli archi trionfali, ne' fuochi di artifizio, e in altre feste ed allegrie, contento ognuno di vedere con tanta felicità rifiorire nell'infante la già cadente schiatta dei principi medicei. Fu egli riconosciuto non solo come duca di Parma e Piacenza, ma ancora come gran principe e principe ereditario della Toscana. Avea già nel dì 29 dello scorso dicembre la duchessa vedova di Parma Dorotea, come contutrice, preso il possesso dei ducati di Parma e Piacenza a nome del medesimo infante dalle mani del generale conte Stampa plenipotenziario dell'imperadore. Solenne era stata quella funzione, e i magistrati e deputati delle comunità in tal congiuntura prestarono ad esso principe il giuramento di fedeltà, come a vassallo dell'imperadore e del romano imperio. Dopo di che esso generale consegnò alla duchessa le chiavi della città, e ordinò tosto alle truppe cesaree di ritirarsi, e di lasciare liberi affatto quegli Stati al nuovo signore, facendo conoscere a tutti la lealtà dell'augusto sovrano in eseguire i già stabiliti trattati ed impegni. Non tralasciò il commissario apostolico monsignor Jacopo Oddi nel seguente dì 30 di dicembre di pubblicare una grave protesta contro tutti quegli atti, per preservare nella miglior possibile maniera le ragioni della santa Sede.

Fermatosi il reale infante a goder le delizie di Firenze sino al principio di settembre, finalmente determinò di consolare colla sua sospirata presenza anche i popoli di Parma e Piacenza. Nel dì 6 di esso mese si mosse egli da Firenze, e nel dì 8 entrò nello Stato di Modena, e passando fuori di questa città, fu salutato con una salva reale dalle artiglierie della medesima e della cittadella. Avea il duca Rinaldo d'Este avuta l'attenzione di fargli innaffiare le strade per tutto il suo dominio, affin di riguardarlo dagli incomodi della straordinaria polve di quell'asciutta stagione. Fu egli dipoi a complimentarlo colla sua corte un miglio lungi da Modena, dove seguirono abbracciamenti ed ogni maggior finezza di complimenti e di affetto. Nel dì 9 tutta fu in gala la città di Parma pel festoso ingresso del giovinetto duca; grande il concorso e lo sfoggio della nobiltà e dei popoli; e nelle nobili feste che si fecero dipoi, si conobbe quanto tutti applaudissero all'acquisto di un principe sì inclinato alla pietà e alla clemenza; e grazioso in tutte le sue maniere, ma con aver portato seco l'altura del cerimoniale spagnuolo. A tante allegrezze per la venuta in Italia di questo generoso rampollo della real casa di Spagna, se ne aggiunse un'altra, riguardante la felicità dell'armi del Cattolico re Filippo V suo padre. Fra i pensieri di quel monarca il primo ed incessante era quello di ricuperare, per quanto avesse potuto, tutti gli antichi dominii spettanti alla monarchia dei suoi predecessori. Una riguardevole unione ed armamento di vascelli di linea e di legni da trasporto avea egli fatto nella primavera di quest'anno, e preparati all'imbarco si trovavano sui lidi parecchi reggimenti di truppe veterane. Perchè era ignoto qual mira avesse l'allestimento di flotta sì numerosa nel Mediterraneo, con gelosia ed occhi aperti stavano i vicerè di Napoli e di Sicilia; e tuttochè l'imperadore venisse assicurato della costante amicizia d'esso re Cattolico, pure non cessavano le ombre, e furono perciò ben munite le principali piazze dei regni suddetti.

Levò finalmente l'ancore quella poderosa flotta, comandata dal capitano generale conte di Montemar, e guidata da prosperi venti, improvvisamente nel dì 28 di giugno andò ad ammainar le vele davanti ad Orano nelle coste dell'Africa, piazza lontana cento cinquanta miglia da Algeri, trecento da Ceuta. Fin dall'anno 1509 dal celebre cardinale Ximenes tolta fu essa ai Mori, e sottoposta da lì innanzi alla corona di Spagna, finchè nell'anno 1708, trovandosi involto in tante guerre il re Cattolico, dopo un assedio di sei mesi gli Algerini ne ritornarono padroni. Ora, sbarcali che furono felicemente gli Spagnuoli, nel dì 30, mentre attendevano ad alzare un fortino sulla marina, eccoti piombare addosso al loro campo più di venti mila Mori, Arabi e Turchi, ed attaccare una fiera zuffa. Si distinse allora il consueto valore delle milizie spagnuole; furono con molta strage rispinti quegli infedeli, e tagliata loro la comunicazione colla fortezza. Nel dì seguente, mentre in ordine di battaglia si mette in marcia l'esercito cristiano per disporre l'assedio di quella piazza, con ammirazion di ognuno la truovano abbandonata; nè essa sola, ma ancora il creduto inespugnabile castello di Santa Croce, con quattro altri forti all'intorno. Poco fu il bottino per li soldati, perchè il meglio di quegli abitanti avea fatto l'ale. In poter nondimeno dei cristiani vennero cento trentotto cannoni, ottantatrè dei quali erano di bronzo, oltre a molte munizioni da bocca e da guerra. Per questa gloriosa e felice impresa dell'armi spagnuole tanto in Roma che in altre parti d'Italia si fecero molte allegrezze e rendimenti di grazie a Dio. Ma che? non tardarono molto gli Algerini a tentare il riacquisto di quella piazza, e con grossissimo esercito vennero ad assediare nello stesso tempo Orano e il forte di Santa Croce. Governatore di Orano era stato lasciato il marchese di Santa Croce Marzenado, cavaliere di raro valore, maestro nell'arte della guerra, come anche apparisce dai suoi libri dati alla luce. Sostenne egli vigorosamente i posti contro gli sforzi de' nemici, e con suo grave pericolo e somma bravura dei suoi portò soccorso di viveri e di munizioni al forte suddetto, che si trovava in rischio di rendersi per la penuria. Ma continuando i Musulmani il lor giuoco, appena fu sbarcato nel dì 26 di novembre un riguardevole convoglio di venticinque navi da trasporto con buona scorta partito da Barcellona, che nel dì seguente il marchese con otto mila combattenti andò ad assalire i nemici, benchè forti di circa quaranta mila persone. Durò il sanguinoso combattimento per sei ore; resistenza straordinaria fecero i Barbari; ma in fine, cedendo alla bravura degli Spagnuoli, si diedero alla fuga, lasciando il campo e le artiglierie in man dei cristiani. Insigne e completa fu la vittoria, se non che restò funestata dalla morte del valoroso marchese di Santa Croce, compianta poscia da ognuno. Per quanto corse la voce, non si trovò il suo corpo, e un pezzo durò la speranza ch'ei fosse vivo e prigione; ma in fine certissima comparve la perdita di lui.

Questo fu l'unico avvenimento dell'anno presente che fece strepito in Italia. Poichè per conto di Roma, quivi si continuò a formare il processo del cardinale Coscia, ma con gran segreto, quando nei tempi addietro s'erano sparpagliati dappertutto i suoi reati. Temendo il Coscia, che passati i termini delle citazioni in contumacia si scaricasse sopra di lui il terribil decreto della perdita della porpora, giudicò meglio di tornarsene a Roma per far le sue difese: al qual fine si condusse da Napoli due avvocati, provveduti di ogni requisito per istare a fronte de' più forbiti Romani. Prese l'alloggio nel convento di Santa Prassede, e gli fu intimato sotto rigorose pene di non uscirne, se non per rispondere alle interrogazioni della congregazione, le quali durarono per tutto quest'anno senza mai devenire a decisione alcuna. Mancò nell'anno presente chi nella vigilia di San Pietro pagasse alla camera apostolica il censo per li ducati di Parma e Piacenza; perlochè il fiscale della santa Sede fece pubblica protesta in difesa de' diritti pontifizii. Avea il buon pontefice Benedetto XIII, siccome dicemmo, vietato il lotto di Genova, perchè sorgente d'infiniti disordini, coll'aver fino imposta la scomunica ai ricevitori e giocatori. Col gastigo pubblicamente dato a chi avea trasgredito il bando, niun più osava di gittare con tanta facilità e sciocchezza il suo danaro, e di esporsi anche al pericolo di pagar le pene. Non senza maraviglia delle persone si vide in questi tempi risorto in Roma esso lotto, e cassata la salutevole di lui costituzione; e tanto più se ne stupì la gente, perchè, tolta la scomunica contra chi giocasse al lotto di Roma, questa si lasciò sussistere contro chi dello Stato ecclesiastico giocasse fuori d'esso Stato al medesimo giuoco. Dovettero aver delle buone ragioni di far questa mutazione, benchè tanto pregiudiziale al pubblico. Di tal provento si sa che il pontefice si servì per far limosine e belle fabbriche in ornamento di Roma. Pubblicò egli in quest'anno una lodevol costituzione, che toglieva varii abusi del conclave, ne moderava le spese eccessive, e conteneva altri utili regolamenti. Dopo penosa malattia di molti giorni passò all'altra vita, nel dì 21 di maggio di questo anno, Sebastiano (appellato da alcuni Alvise) Mocenigo doge di Venezia, a cui, nel dì primo di giugno, fu sostituito in quella dignità Carlo Ruzzini, personaggio che nei magistrati e nelle molte ambascerie avea trattato in addietro i più importanti affari della repubblica.

Andarono intanto crescendo varii insulti del già re di Sardegna Vittorio Amedeo, che gli annunziavano imminente il fine de' suoi giorni. Mostrò questo principe qualche desiderio di vedere il re suo figlio, il quale non avea men premura pel medesimo oggetto. Ma nel tempo che si stava ponderando se questo abboccamento convenisse, giunse avviso essere il re Vittorio peggiorato cotanto che già si trovava agli estremi. Per questo riflesso, e per altri motivi addotti dalla regina, che in tale stato il suo incontro, lungi dal produrre alcun buon effetto, avrebbe potuto affrettar la morte all'infermo padre, e nuocere anche alla sanità del figlio, di già alterata per così disgustose circostanze, altro non si fece. Il dì 31 di ottobre fu poi quello che sbrigò da questo mondo esso principe Vittorio Amedeo, pervenuto già all'età di sessantasei anni e mezzo; ed egli ne prese il congedo con sentimenti di vera pietà ed eroica costanza. Celebre sempre durerà nelle storie e nella memoria dei posteri il nome di questo insigne sovrano, per la somma acutezza e vivacità della mente, pel suo valore, fortezza e saggia condotta in mezzo alle turbolenze dell'Europa, e ai pericolosi impegni ai quali egli s'espose, per l'accrescimento di una corona, e di non pochi altri Stati alla sua real famiglia e per tante altre gloriose azioni, tali certo, che andò innanzi ai suoi più rinomati antecessori, ed incredibile fu la stima che di lui ebbero tutti i potentati di Europa. Nel fervore della sua gioventù l'incontinenza gli avea tolta la mano; ma da che si fuggì da lui chi l'avea fatto prevaricare, colla pubblica emendazione purgò gli scandali passati, e si vedea mischiato col popolo accostarsi alla sacra mensa. Non mancò mai di custodire la principesca gravità; e pure niun più di lui si dispensò dalle formalità, con aver egli saputo essere re e insieme popolare: tanta era la sua disinvoltura. Parvero, è vero, disastrosi gli ultimi periodi di suo vivere; ma egli se ne servì per meglio prepararsi a comparire davanti a Dio, e a saldare quaggiù i conti colla divina giustizia, con portar seco la contentezza di aver lasciato un figlio capace di ben regnare al pari di lui, un re pieno di moderazione, di saviezza, di coraggio, e di tante altre belle doti ornato, che il rendono amabile a tutti i sudditi suoi. Solenni esequie furono poi fatte al defunto principe, la cui moglie si ritirò in un convento di religiose a Carignano.

Poco felicemente passavano in questi tempi gli affari de' Genovesi per l'ostinata ribellione de' Corsi, nulla avendo finora giovato a mettere in dovere quella feroce gente le migliaia di Tedeschi sotto il comando del generale Wachtendonck. Per le morti e diserzioni si erano queste sminuite di molto; e però la repubblica, senza atterrirsi per le esorbitanti spese, nuove preghiere e nuovi tesori impiegò per ottenere dall'imperador Carlo VI altre forze valevoli a finir quella pugna. Un altro dunque più poderoso corpo di truppe alemanne, alla cui testa era il principe Luigi di Wirtemberg, trasportato fu in Corsica, ma con ordini nondimeno segreti del saggio Augusto di vincere non già col ferro, ma bensì colla dolcezza e colla clemenza quella brava nazione, giacchè alla corte cesarea doveano sembrare degni di compassione e non affatto ingiusti i risentimenti e le querele che aveano poste le armi in mano ad essi popoli. Propose infatti quel principe un'amnistia e perdono generale ai Corsi, ed insieme un accomodamento, con impegnare per mallevadore garante della concordia lo stesso Cesare. Allora fu che i due principali capi dei ribelli, cioè Luigi Giafferi e Andrea Ciaccaldi, ed altri lor generali entrarono in negoziato col principe e coi ministri della repubblica, e conseguentemente restò conchiusa la pace, coll'avere i Corsi conseguito onorevoli condizioni e vantaggi. Se ne tornarono poscia a poco a poco in Lombardia l'armi cesaree, ed ognun contava per terminate quelle tragiche scene; quando iti i capi di essi Corsi per umiliarsi al governo di Genova, furono all'improvviso cacciati nelle carceri, per disegno formato in Genova (non già dai vecchi e saggi senatori) di dare in essi un esemplar castigo a terrore dei posteri. Per questa mancanza di fede non si può dire quanto restassero amareggiati i Corsi, e quante doglianze ne facesse in Genova e alla corte cesarea il principe di Wirtemberg. Vennero perciò pressanti ordini di sua maestà cesarea ai Genovesi di rimettere in libertà quegli uomini; e tuttochè i ministri della repubblica adducessero ragioni e pruove, che essi, per aver contravvenuto ai recenti patti, non meritavano la protezione di sua maestà cesarea, pure stette saldo l'imperadore in lor favore, di maniera che in fine, dopo molti mesi di prigionia, ricuperarono la libertà. Cagion fu questo inaspettato colpo che continuarono come prima, anzi più di prima, i Corsi a non si fidare dei Genovesi; e ben ebbe a pentirsene la repubblica, perchè vedremo risorgere la ribellione, che costò dipoi tanti altri tesori a quella ricca città, e fece spargere tanto sangue di nuovo ad ambe le parti. Erasi dilatata la pestilenza de' buoi nell'Alemagna e negli Svizzeri. Passò nell'anno precedente anche negli Stati della repubblica di Venezia, e si andava arrampicando eziandio nel Ferrarese e nella Romagna. La divina clemenza le tagliò il corso, e cessò sì deplorabil flagello. Fiera pensione è quella a cui si trova soggetto il delizioso regno di Napoli per cagione dei frequenti tremuoti. Anche nel dì 29 di novembre dell'anno presente, spaventoso fu quello che si provò nella stessa capitale, dove rimasero fracellate sotto le rovine delle case alcune centinaia di persone. Poche fabbriche si contarono che non ricevessero danno, e si fece questo ascendere a qualche milione di ducati. Peggio avvenne alle provincie di Terra di Lavoro, e dell'una e dell'altra Calabria. Ariano, Avellino, Apici, Mirabello e più di trenta villaggi furono per la maggior parte rovesciati a terra. Videsi una lunga lista di altri luoghi sommamente partecipi di sì grande sciagura, e de' periti in tale occasione. Da perniciosi raffreddori fu parimente infestata l'Italia, che portarono al sepolcro gran copia di persone, anche di alta sfera. Si stese questo malore contagioso per la Francia, Alemagna ed Inghilterra.

Anno di CRISTO MDCCXXXIII. Indiz. XI.

CLEMENTE XII papa 4. CARLO VI imperadore 23.

Trovossi nell'anno presente agitata da parecchi imbrogli la sacra corte di Roma. Parve più volte come ridotta a fine la concordia col re di Portogallo, ma saltavano sempre in campo nuove pretensioni di quel monarca; e trovandosi egli inflessibile ne' suoi voleri, bisognava continuar la battaglia, e il negoziato con lui e col re Cattolico mediatore. Nè pure fin qui s'era trovato ripiego alle dissensioni colla corte di Torino; e però sopra quelle pendenze si vide in questi tempi una guerra di scritture, prodotte dall'una parte e dall'altra. Ma ciò che più afflisse l'animo del pontefice Clemente XII era la prepotenza de' Franzesi, i quali nell'anno addietro cominciarono, e continuarono anche per qualche mese del presente, a bloccare con molti corpi di milizie il contado d'Avignone: novità che cagionava grave penuria ed altri danni a quegli abitanti. Il pretesto o motivo di tal violenza era, perchè in quel contado si rifugiavano alcuni contrabbandieri, e vi si era vietata l'introduzione di non so quali manifatture franzesi, ed ivi si fabbricavano tele dipinte e drapperie vietate in Francia: il che non si volea sofferire; se con giustizia, altri lo deciderà. La forza e il bisogno indusse monsignor Buondelmonti vicedelegato ad un aggiustamento; e perchè questo non fu approvato da Roma, continuarono le calamità in quelle contrade. Altro spinoso affare spuntò in questi tempi, cioè la pretensione dell'infante don Carlo duca di Parma sopra il ducato di Castro e Ronciglione, tolti, siccome già vedemmo, da papa Innocenzo X alla casa Farnese. Per avere esso infante fatto pubblicare non solo in Parma, ma anche in Castro un decreto che proibiva agli abitanti d'esso Castro e Ronciglione di riconoscere altro padrone che lui, non fu lieve l'agitazione della corte pontificia, siccome quella che non poteva ricorrere in questo bisogno alla Spagna e Francia troppo interessate in favor dell'infante. Duravano inoltre tuttavia in Parigi le novità fatte da quegli avvocati e dal parlamento in pregiudizio dell'autorità del romano pontefice. Finalmente dopo tanti dibattimenti si venne in quest'anno, a dì 9 di maggio, alla decision della causa del cardinale Niccolò Coscia. A cagion delle sue ruberie, frodi, estorsioni, falsità di rescritti ed altri abusi del suo ministero, e della fiducia in lui posta dall'ottimo papa Benedetto XIII, restò egli condannato nella relegazione pel corso di dieci anni in castello Sant'Angelo, privato di tutti i benefizii e pensioni; incorso nella scomunica maggiore, da cui non potesse essere assoluto se non dal papa, eccetto che in articulo mortis. Fu obbligato in oltre al pagamento di cento mila ducati di regno, e alla restituzione di altre somme da lui indebitamente percette, e tolta al medesimo la voce attiva e passiva nell'elezione d'un nuovo pontefice. Si vide egli dunque rinchiuso nel suddetto castello; e, dopo aver promesso di pagare in certo tempo trenta mila scudi, fece venir lettere di suo fratello, al quale egli avea acquistato varie terre, e il titolo di duca in regno di Napoli, asserenti la gran povertà ed impotenza della sua casa a pagare un soldo. Altro che questo non ci volea per dar meglio a conoscere che eccellenti personaggi fossero i fratelli Coscia, ai quali nondimeno la corte cesarea giunse ad accordar la sua protezione con gravi doglianze della pontificia. Trattossi in Roma nell'anno presente degli omicidi volontarii, se in avvenire avessero a godere l'asilo nelle chiese.

Stava pure a cuore all'imperadore Carlo VI, sì per l'onore de' suoi ministri, che per la quiete d'Italia, che la pace data dal principe Luigi di Wirtemberg alla Corsica prendesse buone radici; e perciò nel dì 16 di marzo con solenne decreto confermò la capitolazione accordata a que' popoli dalla repubblica di Genova. Ma non passò il settembre che si trovarono in quell'isola non pochi disapprovatori delle condizioni della concordia; e sparsesi voce da altri che non era mai da fidarsi de' Genovesi, da che dopo l'amnistia e i giuramenti aveano messo in carcere i lor capi, a rimettere i quali in libertà non v'era voluto meno dell'onnipotenza e costanza dello imperadore; oltre all'aver dovuto altri de' principali uscir dell'isola, come esiliati dalla lor patria. Perciò in alcune parti della Corsica, dove più che in altre durava questo cattivo fermento, risorsero nuovi malcontenti, e si diede all'armi, con crescere di poi maggiormente la sollevazione, siccome andremo vedendo. E tanto più si animò quella gente a tumultuare, senza rispettare l'interposta autorità di Cesare per lo recente aggiustamento, perchè improvvisamente si trovò involto nell'anno presente lo stesso augusto monarca in una deplorabil guerra, che niuno si aspettava in mezzo alla pace poco fa stabilita. Misera è ben la condizion de' mortali, sottoposta all'ambizione, ai capricci, e a tante altre passioni dei regnanti, i quali niun ribrezzo pruovano a rendere infelici i proprii ed altrui paesi, col muovere sì facilmente guerra, cioè un flagello, di cui chi per sua disavventura è partecipe, sa quanto ne sia enorme il peso, quanto lagrimevoli gli effetti. Mancò di vita nel primo dì di febbraio di questo anno Federigo Augusto re di Polonia ed elettor di Sassonia, con lasciare fra le altre sue gloriose azioni spezialmente memorabile il suo nome per aver abbracciata la religione cattolica, e trasmessala nel suo generoso figlio Federigo Augusto che succedette a lui nell'elettorato. Essendosi trattato dell'elezione di un nuovo re di Polonia, al Cristianissimo Luigi XV parve questo tempo propizio per rimettere su quel trono il suocero suo, cioè il principe Stanislao Leszczinskci, negli anni addietro di fatti, ed ora di solo nome re di Polonia. Passò incognito con una squadra di legni franzesi esso principe in quelle contrade, e la sua presenza assaissimo giovò per disporre que' magnati all'elezione di lui. Fu dunque di nuovo, nel dì 12 di settembre, proclamato re col voto concorde di quasi tutti quei palatini, restando nulladimeno in piedi una fazione contraria, che altri disegni covava in petto.

All'Augusto Carlo VI non potea piacere che la corona di quel regno passasse in capo ad un principe attaccato per tanti legami alla Francia. Altre mire avea parimente Anna imperatrice della Gran Russia; e però si accordarono di promuovere a quel regno il giovine Federigo Augusto elettore di Sassonia, figlio del re defunto. Altro non fece l'imperador de' Romani, che d'inviare ai confini della Polonia, senza nondimeno entrarvi, nè commettere violenza alcuna, un'armata sotto colore di proteggere la libertà de' Polacchi nell'elezione del loro capo. S'era ciò praticato altre volte in simile congiuntura. Ma i Russiani di fatto con forze gagliarde s'introdussero in quel regno: il che animò spezialmente i palatini di Lituania a dichiarare re di Polonia nel dì 5 di ottobre il suddetto elettor di Sassonia, le cui armi da lì a non molto accorsero anch'esse per sostener quello scettro in mano del loro sovrano. Ed ecco darsi principio in quei vasti paesi ad una terribil guerra civile, che si tirò dietro nell'anno seguente il memorabile assedio di Danzica, dove si era rifugiato il re Stanislao, con essersi egli in fine sottratto felicemente dalle mani de' suoi avversarii, e con aver lasciato libero il campo e il trono all'emulo suo, appellato da lì innanzi Augusto III re di Polonia, anche oggidì gloriosamente regnante. A me non occorre di dire di più intorno a quelle strepitose scene, perchè a sè mi chiama l'Italia. Non si sarebbono mai figurato gl'Italiani che del sì lontano fuoco della Polonia avessero anch'essi a divenir partecipi; e pure non fu così. Appena vide la corte di Francia contrariati i disegni suoi in favore del re Stanislao dalle potenze cesarea e russiana, che ne meditò risentimenti e vendette. Troppo lontana dai tiri dei suoi cannoni si trovava la Russia; più vicini e confinanti erano gli Stati dell'Augusto Carlo VI, e però fu presa la risoluzione di muover guerra a lui, tutto che giusto non sembrasse a molti saggi il titolo di questa rottura, perchè niun atto di violenza aveano esercitato l'armi di Cesare nelle dissensioni de' Polacchi. A maggiormente incoraggire i Franzesi, per muover guerra nella congiuntura presente, servì non poco il sapere che troppo difficilmente sarebbono entrati in ballo gl'Inglesi ed Olandesi a favore dell'imperadore, siccome popoli tuttavia segretamente irritati pel tentativo fatto dalla corte di Vienna negli anni addietro di formare e fomentare la compagnia di Ostenda in grave lor pregiudizio. Ora, non sì tosto fu subodorato lo sdegno dalla Francia contro della maestà cesarea che corsero a soffiar nell'incendio, o pure furono chiamati ad accrescerlo, il re Cattolico Filippo V e il re di Sardegna Carlo Emmanuele. Per quante rinunzie avesse fatto il primo in favore dell'augusta casa d'Austria dei regni e Stati di Italia, non si dovea quella corte credere obbligata a mantenerle. Saltarono anche fuori titoli e pretesti di disgusto contra Cesare per certe soddisfazioni negate all'infante don Carlo duca di Parma. Quanto poscia al re di Sardegna, chiamavasi egli indebitamente gravato dalla corte cesarea, per non aver mai potuto ottenere Vigevano, città che pure, secondo i patti, gli dovea esser ceduta.

Varii dunque segreti maneggi si andarono facendo, e seguì un trattato fra la Francia e la Spagna, i cui articoli non si sono mai ben saputi; e un altro ne conchiuse il re di Sardegna col re Cristianissimo, anch'esso finora occulto. Il bello fu che la corte di Vienna placidamente intanto dormiva, nè s'immaginava che il religioso ed amico cardinale di Fleury, primo ministro di Francia, potesse trovare in suo cuore giusti motivi per rompere i legami della pace. S'ingrossavano non solamente al Reno, ma anche in Provenza e Delfinato le milizie franzesi: nulla importava; si credeano tutti movimenti da burla, per tenere unicamente in esercizio le truppe. Molto meno diffidava la corte cesarea del re di Sardegna, stante l'amichevol corrispondenza che passava fra loro, e l'avere anche poco fa esso re chiesta ed ottenuta dall'imperadore l'investitura dei suoi Stati in Italia. Vero è che si osservava il re sardo accrescere le sue truppe, e far altri preparamenti di guerra; ma tutto veniva supposto tendere alla difesa propria e dello Stato di Milano, caso mai che i Franzesi pensassero a qualche tentativo contro l'Italia. Tanto maggiormente si confermarono in questa credenza i ministri cesarei, perchè il re di Sardegna, trovandosi sprovveduto di grano per li presenti bisogni suoi e degli aspettati Franzesi, ne ottenne alquante migliaia di sacchi, e varii arnesi da guerra dal conte Daun governatore di Milano, persuaso che fosse in servigio dell'imperadore ciò che poco dopo venne a scoprirsi contra di lui. In questo letargo non era già il conte generale Filippi, ambasciatore dell'augusto monarca a Torino, che osservava i misteriosi movimenti de' ministri di Francia e Spagna in quella corte, e la vicinanza all'Italia delle truppe franzesi, e andava scrivendo a Vienna che questo temporale avea da scoppiare in danno dello Stato di Milano. Anche il conte Orazio Guicciardi, inviato cesareo in Genova, con lettere sopra lettere informava la sua corte del poderoso armamento che per mare e per terra faceva nello stesso tempo il re Cattolico, tenendo per fermo destinate quell'armi a' danni dell'Italia. Tali avvisi in Vienna passavano per ridicoli spauracchi di chi non sapea ben pesare le circostanze dei correnti affari. Restò in fine deluso anche il suddetto generale Filippi; perciocchè un dì ito a trovare il marchese d'Ormea, insigne ed accortissimo ministro del re di Sardegna, a nome della sua corte gli dimandò conto della lega fatta dal suo real sovrano coi re di Francia e di Spagna, perchè di questa si aveano buoni avvisi in Vienna. Rispose il marchese, se avea difficoltà di mettere in carta sì fatta dimanda. No, rispose l'altro; e la scrisse. Sotto quelle parole aggiunse l'Ormea di proprio pugno: Questa lega non è vera; e si sottoscrisse. Interrogato da lì a qualche tempo come avesse osato di scrivere così, rispose: Perchè niuna lega avea contratto il suo re colla Spagna, e tale era la verità. Spedito a Vienna questo biglietto, maggiormente impressionò quei ministri, che nulla v'era da temere in Italia; e però nè quella corte nè il governator di Milano presero le precauzioni opportune.

Ora mentre se ne stavano i disattenti Tedeschi in così bella estasi, verso la metà di ottobre, ecco per cinque diversi cammini calare in Italia una forte armata di Franzesi sotto il comando del vecchio maresciallo di Villars. Poco si fermò questa in Torino ed altri luoghi del Piemonte, ed unita colle schiere del re di Sardegna, dichiarato generalissimo, a gran passi e a dirittura marciò verso lo Stato di Milano, dove entrò nel dì 26 del mese suddetto. Si credeva l'imperadore di aver un buon corpo di truppe in quel paese; i ruoli e le paghe ne facevano ampia fede, ma per disgrazia non corrispondevano i fatti. Al perchè sorpreso da questo inaspettato nembo il conte Daun governatore di Milano, frettolosamente provvide di vettovaglia e di altre cose bisognevoli per una gagliarda difesa il castello di essa metropoli, ma con mancargli quello che più importava. Solamente poco più di mille e quattrocento armati vi furono introdotti: presidio quasi nè pur bastante a guernire in un giorno tutti i siti e le fortificazioni di quella vasta piazza. Dopo aver egli spedito ottocento fanti di rinforzo a Novara, immaginandosi che i nemici farebbono alto prima sotto quella città, si ritirò poscia a Mantova col suo meglio, ed appresso prese le poste per Vienna, non so se per discolpare sè stesso, ma certamente per rappresentare all'augusto padrone lo stato delle cose della Lombardia, stato troppo titubante per le forze tanto superiori dell'esercito gallo-sardo. Divisosi questo in più corpi, per far più imprese nello stesso tempo, nel dì 27 d'ottobre vide venirsi incontro le chiavi della città di Vigevano, e nel dì 31 Pavia aprì anche essa le porte ai Franzesi, con essersi prima ritirato lo smilzo presidio dei Tedeschi. Inviossi di poi il re di Sardegna col marchese d'Ormea e col corpo maggiore delle truppe collegate alla volta di Milano, i cui deputati, appena ebbe egli passato sopra un ponte il Ticino, comparvero a presentargli le chiavi, con pregare la maestà sua di confermare i lor privilegii, e di preservare gli abitanti da ogni violenza. Furono ricevuti con tutto amore, rimandati con sicurezze di buon trattamento. Nella notte del dì 3 di novembre precedente alla festa solenne di san Carlo, con quiete e buona disciplina entrarono i Gallo-Sardi in Milano, e giuntovi nella mattina seguente anche il generalissimo re di Sardegna Carlo Emmanuele, seco avendo tutta l'uffizialità ed altro grosso numero di truppe, fu accolto colle maggiori dimostrazioni di onore da quella nobiltà e popolo. Fermatosi alquanto nel palazzo ducale, passò dipoi alla metropolitana, dove fu cantato solenne Te Deum. Celebrossi la festa del santo colla medesima tranquillità che nei tempi di pace. Non tardò il re a far provare la sua beneficenza a que' cittadini, con levare in tutta o in parte la diaria, cioè il pagamento di tre mila lire di quella moneta per giorno, e una gabella sopra il sale. Deputato intanto all'assedio del castello di Milano il tenente generale di Coigny, diede tosto principio ad alzar terra, siccome all'incontro si dispose a far buona difesa il castellano, cioè il marchese maresciallo Annibale Visconti.

Nel mentre che varie brigate marciarono per bloccare Novara e Tortona, la città di Lodi, nel dì 7 di novembre, fu occupata dai Franzesi, e colà portossi anche il re colle forze maggiori dell'armata. Dopo aver gittato un ponte sull'Adda passò di là, e parte marciò di qua alla volta di Pizzighettone; nel qual giorno arrivò anche il maresciallo di Villars con quindici altri mila combattenti e un grosso treno di artiglieria. Incredibili spese avea fatto in addietro l'imperadore Carlo VI per formare di esso Pizzighettone una piazza fortissima, e davano ad intendere gl'ingegneri ch'essa era inespugnabile. Dalla parte di qua dell'Adda, cioè al mezzo giorno aveano piantato essi ingegneri un forte guernito di molte militari fortificazioni; ma senza ben avvertire che, preso questo, serviva esso mirabilmente per offendere la piazza posta nell'altra riva. Fu dunque risoluto dal Villars di fare il maggiore sforzo contra del medesimo forte, sotto cui in fatti nella notte nel dì 17 di novembre, venendo il dì 18, fu aperta la trincea, e lo stesso si fece nel medesimo tempo dall'altra parte sotto la piazza per tener divertiti gli assediati. In queste angustie e disavventure il principal pensiero dei comandanti cesarei era quello di provvedere e sostenere Mantova, come chiave dell'Italia. Salva questa, speravano alla primavera forze tali da reprimere il corso de' vittoriosi Gallo-Sardi. Però non sentirono ribrezzo alcuno a ritirar da Cremona il presidio, lasciandola esposta ai nemici, che poi se ne impadronirono nel dì 16 del mese suddetto. Solamente centocinquanta uomini restarono alla guardia del castello, senza obbligo al sicuro di difenderlo per lungo tempo, siccome avvenne. Con tal vigore proseguirono i Franzesi le offese contro il forte di qua dall'Adda, animati sempre dal re di Sardegna, il quale tre volte ogni dì visitava gli attacchi e le batterie, che, dopo aver essi a costo di molto sangue preso il cammin coperto, e formata la breccia, videro gli assediati nel dì 28 di novembre esporre bandiera bianca. Si stentò ad accordar le capitolazioni, e due volte fu spedito al principe di Darmstat governatore di Mantova per questo; e perchè premeva forte agli Alemanni di salvare il presidio di Pizzighettone, giacchè, ostinandosi nella difesa, sarebbe rimasto prigioniere di guerra, consentirono alla resa non solamente del forte, ma anche della piazza, con aver ottenuto le più onorevoli condizioni per la truppa. Sicchè nel dì 8 di dicembre venne con gran facilità in poter de' Franzesi Pizzighettone, fortezza, che se fosse stata fornita di maggior nerbo di difensori, avrebbe potuto durar gran tempo contro gli sforzi nemici. Cento cannoni di bronzo si trovarono in quelle due fortezze. Attesero dipoi i Franzesi ad occupar i forti di Trezzo e Lecco, che non fecero difesa. La fece bensì il forte di Fuentes; ma non v'essendo più che sessanta soldati di guernigione, e giocando forte le artiglierie nemiche, furono anche essi costretti a rendersi prigionieri.

Sbrigati da quelle parti il re di Sardegna e il maresciallo di Villars, accudirono all'assedio del fortissimo castello di Milano. Alla metà di dicembre cento cannoni e quaranta mortari cominciarono un'infernale sinfonia, e senza risparmio di sangue si avanzarono le linee verso le mura. Maravigliosa fu la difesa che ne fece il maresciallo Visconti, considerata la picciolezza del presidio. Fu detto che quattordici mila cannonate e tre mila bombe s'impiegassero dai Franzesi in quella impresa, e che più di mille e secento de' lor soldati vi perissero, oltre ai feriti. Ma in fine convenne cedere, per motivo spezialmente di salvare ciò che restò illeso di quella guernigione; e nel dì 30 di dicembre vennero sottoscritte le capitolazioni, in vigor delle quali nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente con tutti gli onori della milizia gli Alemanni lasciarono libero quel castello agli assedianti, e se ne andarono a rinforzar Mantova. Convien confessarla; parve collegato il cielo coll'armi gallo-sarde, perchè da gran tempo non s'era provato un verno sì dolce ed asciutto: il che troppo favorevole riuscì alle imprese loro. Se altrimenti fosse succeduto, avrebbono i fanghi e le rotte strade probabilmente o troppo difficultato o forse anche sturbato affatto l'assedio di Pizzighettone e del castello di Milano. Ebbe anche a dire il Villars, che qualora avesse potuto indovinare una stagion sì piacevole, avrebbe cominciato le ostilità dall'assedio di Mantova. Non passò l'anno presente che anche il castello di Cremona venne all'ubbidienza de' collegati. Mentre questa danza si faceva in Lombardia, ecco discendere un altro temporale dalle parti di Spagna. Erasi collegato il re Cattolico Filippo V colla Francia, e le condizioni de' lor negoziati si raccolsero solamente dagli effetti che poi si videro. Potente flotta per mare avea preparato quel monarca, in cui s'imbarcò gran copia di reggimenti, e nel dì 30 di novembre avendo spiegate le vele, benchè patisse burrasca nel golfo di Lione, pure arrivò a quello della Spezia sul Genovesato, e quivi sbarcata la gente, s'inviò la maggior parte di essa alla volta della Toscana. Più di quattro mila cavalli, spediti per la Linguadoca, da Antibo furono trasportati anche essi per mare alla riviera di Levante dei Genovesi.

Scorgeva ognuno minacciato da questo turbine il regno di Napoli. Inviato il duca di Castro Pignano con un corpo di truppe al forte dell'Aulla, presidiato dai Tedeschi, nella Lunigiana, per aprirsi la comunicazione fra la Toscana e il Parmigiano, se ne impadronì egli nel dì 24 di dicembre, con far prigionieri cento e trenta uomini di quel presidio. Vennero in questi giorni a visitare il real infante don Carlo il maresciallo di Villars, il conte di Montemar, capitan generale dell'armata spagnuola, e il duca di Liria, per concertare le imprese dell'anno seguente. Calarono anche in Lombardia alcuni reggimenti spagnuoli, che presero riposo sul Parmigiano. Fu in questi tempi che esso infante duca di Parma venne dichiarato generalissimo dell'armata spagnuola in Italia; e perciocchè egli era già pervenuto all'età di diciotto anni senza poter ottenere dalla corte di Vienna di essere dispensato dai tutori (questo fu ancora uno de' capi delle doglianze del re Cattolico), di sua autorità, e seguitando l'esempio di altri duchi di Parma suoi antecessori, dichiarò sè stesso maggiore, e prese il governo degli Stati, con ringraziare il gran duca di Toscana Gian Gastone, la duchessa Darotea avola sua, della cura che come contutori aveano finora preso di lui. Nè in Italia solamente si provò il peso della guerra nel presente anno. Massa grande di combattenti avea fatto la Francia in Alsazia, e spedito colà per generale il principe di Contì. Verso la metà di settembre egli passò il Reno, e mise l'assedio al forte di Kehl, che sul fine di esso mese fu obbligato alla resa. Siccome a questi improvvisi assalti non era punto preparata la corte di Vienna, così la fortuna accompagnò dappertutto l'armi franzesi. Godeva intanto Roma una deliziosa pace; e il pontefice Clemente XII, che, al pari de' suoi antecessori, ambiva lasciar qualche insigne memoria di sè stesso nella mirabil città di Roma, prese in quest'anno la risoluzione grandiosa di fabbricar la facciata della basilica Lateranense. Però sul principio di dicembre con molta solennità fu posta la prima pietra de' fondamenti di sì magnifico edifizio. Trovossi sottoposta in quest'anno ad un lagrimevol accidente la città d'Ancona. Svegliatosi un tempestoso vento nella notte del lunedì 15 di settembre venendo il martedì, fece inorridir tutti quegli abitanti, che si figuravano tremuoto in terra e mare. Più legni, che erano in porto, si ruppero colla morte di molte persone; furono portate via le tegole delle case e i camini da fuoco, rovinate varie case, e conventi; sommamente restò danneggiata la gran fabbrica del nuovo lazzaretto, rovesciata dalla parte del molo, e nella campagna sradicati alberi, e portati via i fenili. Tutto era pianti ed urli allora in quella povera città, e scorse questo impetuoso turbine sino a Macerata e Loreto.

Anno di CRISTO MDCCXXXIV. Indiz. XII.

CLEMENTE XII papa 5. CARLO VI imperadore 24.

Fu quest'anno un di quelli che in grande abbondanza provvide le pubbliche gazzette e storie di novità e fatti strepitosi riguardanti massimamente l'Italia. Da me non ne aspetti il lettore che un compendioso racconto. Erano in armi contro dell'Augusto Carlo VI Franzesi, Spagnuoli e il re di Sardegna. Fece la Spagna conoscere al mondo quanta fosse la sua potenza, da che la Francia le avea dato un re, e re che vegliava ai proprii interessi. Imperciocchè insigne fu l'armamento per mare, continui i trasporti di gente, di attrezzi militari e di danaro per terra e per mare, a fine d'imprendere la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia. Maggiori si videro gli sforzi della Francia per continuare la guerra del Reno e in Lombardia: e il bello fu che non solamente nelle corti, ma anche nei pubblici manifesti, facea quel gabinetto rimbombar dappertutto la scrupolosa intenzione sua in questi sì gagliardi movimenti d'armi, che era non già (guardi Dio) di acquistare un palmo di terreno, ma bensì di farsi render ragione da Cesare, per aver egli spalleggiato l'elettor di Sassonia al conseguimento della corona di Polonia e cooperato alla depressione del re Stanislao. Se mai per sorte con sì belle sparate si figurasse il gabinetto franzese di gittar polvere negli occhi agl'Inglesi ed Olandesi, affinchè non istendessero il braccio alla difesa dell'augusta casa di Austria, non erano sì poco accorte quelle potenze, che non sapessero il vero significato di sì magnifiche e disinteressate proteste. Pure non entrarono esse potenze in verun impegno per sostener Cesare contro tanti nemici, benchè pregate e sollecitate dalla corte di Vienna: ed unica cagione ne fu lo sdegno, non peranche cessato, per avere l'augusto monarca, dopo tanti benefizii a lui compartiti, voluto piantare in detrimento loro la compagnia d'Ostenda, tuttochè questa fosse poi abolita. Si avvide allora il buon imperadore quanto l'avessero in addietro tradito i suoi troppo ingordi consiglieri e ministri; e convenne a lui di far penitenza de' mali consigli altrui, con portar quasi solo tutto il peso di questa nuova guerra. Perchè, è ben vero che gli riuscì d'indurre i circoli dell'imperio a dichiarare la guerra; ma non è ignoto qual capitale si possa fare di que' soccorsi troppo stentati e non mai concordi. Oltre di che gli elettori di Baviera, Colonia e palatino non consentirono a tal dichiarazione, e se ne stettero neutrali; anzi il primo fece un considerabile armamento con voce di mirare alla propria difesa, ma armamento tale, che tenne sempre in diffidenza e suggezione la corte cesarea, e la obbligò a guardare con assai gente i suoi confini, perchè persuasa che il solo oro della Francia manteneva in piedi la armata bavarese, ascendente a venticinque e forse più mila persone. Ora in questo verno attese vigorosamente Cesare a batter la cassa per resistere ai suoi nemici non meno in Lombardia che al Reno, dove smisurate forze si andavano raunando da' Franzesi.

In questo mentre le due restanti piazze dello Stato di Milano, cioè Novara e Tortona, venivano o bloccate o bersagliate dall'armi dei collegati. Ma nel dì 9 di gennaio fu portata a Milano la nuova che Novara, comprendendo seco la fortezza d'Arona, avea capitolala la resa con andarsene liberi que' presidii alla volta di Mantova. Allora fu che si determinò di convertire in assedio il blocco di Tortona e del suo castello, che era in credito di fortezza capace di stancare un esercito. Nel dì 12 del suddetto gennaio al dispetto della fredda stagione fu aperta la trinciera sotto quella città, da cui essendosi nel dì 26 ritirato il governatore conte Palfi, lasciò campo ai Franzesi di impossessarsene nel dì 28. Non corrispose all'aspettazion della gente il presidio di quel castello, ancorchè fosse composto di due mila Alemanni; perciocchè appena cominciarono il terribile lor giuoco sessantadue pezzi di cannone e quattordici mortari da bombe, che quel comandante dimandò di capitolare, e ne uscì nel dì 9 di febbraio con tutti gli onori militari. Ad altro, siccome dissi, non pensavano in questi tempi gli uffiziali cesarei nel brutto frangente di sì impensata guerra, che di salvar la gente, per poter salvare Mantova. Tutto intanto andò lo Stato di Milano: dopo di che presero riposo le affaticate e molto sminuite truppe degli alleati. Arrivò il febbraio, e nè pure si era veduto calare in Italia corpo alcuno di Tedeschi; solamente s'intendeva che nel Tirolo, e a Trento e Roveredo, andava ogni dì crescendo il numero dei combattenti austriaci, e che per capitan generale della loro armata veniva il maresciallo conte di Mercy. Con sei mila persone arrivò finalmente questo generale sul fine di quel mese a Mantova per conoscere sul fatto lo stato delle cose, e poi se ne tornò a Roveredo per affrettare il passaggio dell'altre incamminate milizie. Ma con esso veterano e valoroso comandante parve, che si accompagnasse anche la mala fortuna, e seco passasse in Italia. Fu egli sorpreso da una grave flussione agli occhi, ed altri dissero da un colpo di apoplessia, per cui di tanto in tanto restava come cieco. Progettossi in Vienna di richiamarlo; ma perchè sempre se ne sperò miglioramento, continuò egli nel comando.

Trovandosi troppo vicino a questo incendio Rinaldo d'Este duca di Modena, cominciò anch'egli a provarne le perniciose conseguenze. Sul principio dell'anno presente ecco stendersi le truppe spagnuole per li suoi Stati, e prendere quartiere nelle città di Carpi e Correggio, nelle terre di San Felice e Finale, e in altri luoghi. Perchè s'erano precedentemente ritirati dalla Mirandola gli Alemanni, esso duca di Modena avea tosto bensì guernita quella sua città col proprio presidio; ma non tardò il duca di Liria generale spagnolo nel dì 15 di gennaio a comparire colà colle sue milizie, con chiedere di entrarvi; al che non fu fatta resistenza, giacchè promise di lasciar intatta la sovranità e il governo del duca di Modena, principe risoluto di mantenere la neutralità in mezzo a queste gare. Si andava intanto ogni dì più ingrossando sul Mantovano l'armata cesarea, talmente, che secondo le spampanate dei gazzettieri, si decantava ascendesse a sessanta e più mila persone, bella gente tutta e vogliosa di menar le mani. Per impedir loro l'inoltrarsi verso lo Stato di Milano, il generalissimo re di Sardegna Carlo Emmanuele spedì il nerbo delle sue truppe a postarsi alle rive del fiume Oglio, e la maggior parte de' Franzesi venne a custodire le rive del Po nel Mantovano di qua, stendendosi da Guastalla fino a San Benedetto, a Revere, ed anche ad una parte del Ferrarese; all'incontro nelle rive di là del Po si fortificarono i Tedeschi a Governolo, Ostiglia, e nei restanti luoghi dell'Oglio. Si stettero guatando con occhio bieco per alquante settimane le due nemiche armate, studiando tutto il dì il generale conte di Mercy la maniera di passare il Po; e dopo molte finte gli venne fatto di passarlo, dove e quando men se l'aspettavano i Franzesi. Nella notte seguente al primo dì di maggio, seco menando barche sopra della carra, spinse egli sopra alcune d'esse il general di battaglia conte di Ligneville Lorenese pel Po con una man d'armati alla riva opposta in faccia alla chiesa di San Giacomo, un miglio in circa distante da San Benedetto. Arrampicaronsi sugli argini quegli armati, e vi presero posto; nel qual mentre le sentinelle franzesi sparando sparsero l'avviso di questa sorpresa. Ma il Mercy, con incredibile diligenza fatto formare il ponte, non perdè tempo a spingere nuove truppe di qua, in maniera che quando sopraggiunsero le brigate franzesi, vedendo esse già passata tutta l'oste cesarea, ad altro non pensarono che a mettersi in salvo.

Grande infatti fu lo scompiglio dei Franzesi, troppo sparpagliati dietro alla grande stesa degli argini del Po; laonde, corsa la voce del passaggio suddetto, ciascun corpo d'essi colla maggior fretta possibile prese la strada del Parmigiano, lasciando indietro non pochi viveri, munizioni e parte ancora del bagaglio. Passò questo terrore al Finale, a San Felice e alla Mirandola, dove erano entrati essi Franzesi, dappoichè l'aveano abbandonata gli Spagnuoli; e tutte quelle schiere, unitesi poi con quelle di Guastalla, marciarono alla Sacca, luogo del Parmigiano sul Po. Formato quivi un ponte per mantener la comunicazione coll'Oltrepò, con alte fosse e trincee si afforzarono; e da Parma sino a quel luogo dietro al fiume appellato Parma tirarono una linea, guernendola di gran gente e cannoni, ed aspettando di vedere che risoluzion prendessero gli Austriaci. Con buona disciplina, dopo avere ripigliato il possesso della Mirandola, sen vennero questi sul territorio di Reggio; impadronironsi anche di Guastalla e Novellara, e andarono ad alzar le tende nelle ville del Parmigiano. Era ito frattanto il general Mercy a Padova, per isperanza di riportare da quegli esculapii la guarigion della sua vista; e senza di lui nulla si potea intraprendere di grande. Parve agli altri comandanti cesarei viltà il lasciare tanto in ozio il fiorito loro esercito, e però si avvisarono di cacciare i Franzesi dalla terra di Colorno. Sul principio di giugno con un grosso distaccamento si portarono colà; disperata difesa fece quel presidio; sicchè tutti coloro o perderono la vita o restarono prigionieri. Ma senza paragone vi spesero gl'imperiali più sangue, essendovi rimasto ucciso il suddetto troppo ardito generale di Ligneville con altri uffiziali e molta lor gente. Videsi poi saccheggiata quella povera terra, senza perdonare nè ai luoghi sacri, nè alle delizie del palazzo e giardino de' duchi di Parma, le quali furono ivi per la maggior parte disperse od atterrate. Non riportò lode il principe Luigi di Wirtemberg, comandante allora pro interim dell'armata cesarea, perchè non s'inoltrasse con tutte le forze affine di stringere i Franzesi a Sacca. A lui bastò di mettere in Colorno due reggimenti. Ma nel dì 5 di giugno essendosi mosso il valoroso re di Sardegna con assai brigate sue e dei franzesi a quella volta, seguì una calda zuffa con vicendevole mortalità di gente; pure si trovarono obbligati i Tedeschi di abbandonare quel sito, oramai, ma troppo tardi, pentiti di avere comperato sì caro un acquisto che niun frutto e solamente molto danno loro produsse.

Da che fu ritornato da Padova il maresciallo di Mercy, non v'era chi non credesse imminente qualche gran fatto d'armi; ma con istupore d'ognuno egli si ritirò a San Martino del marchese estense a digerire la bile; e ciò perchè odiato dalla maggior parte degli uffiziali, come macellaio delle truppe, non avea trovato in essi l'ubbidienza dovuta. Se andassero bene con questi contrattempi gli affari dell'imperadore, sel può immaginare ciascuno. Placato in fine dopo molti giorni esso maresciallo, se ne tornò al campo, ed allora determinò di venire a giornata coi nemici. Sarebbe stato da desiderare ch'egli in sì pericoloso cimento fosse stato meglio servito dai suoi occhi, e che le misure da lui prese fossero state quali convengono ai più accorti generali di armate. Parve a non pochi mal conceputo disegno l'aver egli (giacchè troppo difficile era l'assalire il campo contrario nelle linee ben fortificate del fiume Parma) preso un giro al mezzogiorno della città di Parma, con intenzione di azzuffarsi all'occidente, dove di fortificazioni erano privi i Franzesi; ma senza far caso di lasciare esposto un fianco del suo esercito alle artiglierie della città, e del potere la guernigione di essa città tagliargli la ritirata, in caso di disgrazie. Ma egli era portato da una ferma credenza di sconfiggere i nemici; e il vero è che pensava di trovare i Franzesi nell'accampamento loro dietro alla Parma, e non già nel sito dove succedette dipoi il terribil conflitto. All'armata gallo-sarda non si trovava più il maresciallo di Villars, perchè la sua soverchia età gli avea siffattamente infiacchita la memoria, che ora dato un ordine, da lì a poco dimentico del primo, ne spediva un altro in contrario. Laonde, richiamato alla corte, s'inviò nel dì 27 di maggio alla volta di Torino, dove, sorpreso da malattia, diede fine ai suoi giorni, ma non già alla gloria di essere stato uno dei più sperti e rinomati condottieri d'armata dei giorni suoi. Anche il generalissimo Carlo Emmanuele re di Sardegna avea dato una scorsa a Torino, per visitar la regina caduta inferma. Ora, essendo restato al comando dell'esercito gallo-sardo i due marescialli di Coigny e di Broglio, o sia che le spie portassero avviso dei movimenti degl'imperiali, o pure fosse accidente, mossero eglino il campo, per venire anch'essi al mezzo giorno, verisimilmente per coprire la città di Parma da ogni attentato.

All'improvviso dunque nella mattina del dì 29 di giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, si scontrarono le due nemiche armate sulla strada maestra, o vogliam dire via Claudia, stendendosi i Franzesi dalla città fino per un miglio al luogo detto la Crocetta, ben difesi dagli alti fossi della medesima strada. Ancorchè si trovasse il Mercy inferiore di gente, per aver lasciato molti staccamenti indietro alla custodia dei passi, e tutta la fanteria non fosse peranche giunta, pure attaccò furiosamente la battaglia con istrage non lieve de' nemici. Costò anche gran sangue l'espugnazione d'una cassina; ma il peggio fu ch'egli stesso, col troppo esporsi alle palle degli avversarii, ne restò sì malamente colto, che sul campo spirò l'ultimo fiato. Non si sa se il funerale fosse poi accompagnato dalle lagrime di alcuno. Arrivata la fanteria tutta, crebbe maggiormente il fuoco, le morti e le ferite da ambe le parti, senza nondimeno che l'una passasse nei confini dell'altra. A cagione di tanti fossi ed alberi poco o nulla potè operare la copiosa cavalleria tedesca; e i soli fucili e i piccioli cannoni da campagna, ma non mai le sciabole e baionette, fecero l'orribil giuoco. Da molti fu creduto che il principe Luigi di Wirtemberg, rimasto comandante in capo dopo la morte del Mercy, non sapesse qual regolamento avesse preso il defunto generale, e però pensasse più alla difesa che all'offesa. Ed altri immaginarono che se fosse sopravvissuto il Mercy, egli avrebbe riportata vittoria, o sacrificata la maggior parte delle sue truppe. La conclusione fu, che questo sanguinoso combattimento durò fino alla notte, la quale pose fine al vicendevol macello; ed amendue l'armate rimasero nei loro campi a considerare e compiangere le loro perdite per tanti uffiziali e soldati o uccisi o feriti, senza sapere qual destino fosse toccato alla parte contraria. Non aspetti alcuno da me d'intendere a quante migliaia ascendesse il danno dell'una o dell'altra armata, insegnando la sperienza che ognuno si studia d'ingrandire il numero dei nemici e di sminuire il numero dei proprii. Calcolarono alcuni che almen dieci mila persone tra gli uni e gli altri restassero freddi sul campo. Quel ch'è certo, ciascuna delle parti nella notte, al trovare tanta copia di morti e feriti, si credette vinta; e si sa che i comandanti franzesi, tenuto consiglio, meditavano già di ritirarsi ai confini della Sacca e a decampare dai contorni di Parma; quando verso la mezza notte giunse la grata nuova che i Tedeschi, levato il campo, erano in viaggio per tornarsene verso il Reggiano. Snervati cotanto di gente si trovarono essi cesarei, e privi di vettovaglie e foraggi, e in vicinanza d'essa città nemica, che loro fu necessario di retrocedere. Era ferito anche lo stesso principe di Wirtemberg.

Videsi in questi tempi Parma tutta piena di Gallo-Sardi feriti, e una processione continua per due giorni sulla via Claudia di feriti tedeschi, non curati da alcuno, de' quali parte ancora nel viaggio andava mancando di vita: spettacolo compassionevole ed orrido a chi contemplava in essi l'umana miseria e i frutti amari dell'ambizion de' regnanti. Sul fine della battaglia per le poste, e con grave pericolo di cadere in mano dei cesarei, il re di Sardegna pervenne al campo. Fu creduto migliore consiglio il non inseguire i fuggitivi nemici, e nel dì seguente s'inviò buona parte dell'esercito gallo-sardo verso Guastalla per isloggiarne i Tedeschi. V'era dentro un presidio di mille e duecento persone, e per disattenzione dei comandanti cesarei niuno avviso fu loro inviato della succeduta catastrofe; laonde, trovandosi quella gente sprovveduta d'artiglierie, di munizioni e di viveri, fu obbligata di rendersi prigioniera. Giunse intanto l'esercito tedesco a passare il fiume Secchia, dopo aver lasciate funeste memorie di ruberie per dovunque passò; e a fin di mantenere la comunicazione colla Mirandola e col Mantovano, si diede tosto ad afforzarsi sugli argini dello stesso fiume; siccome parimente fecero i Franzesi nella parte di là, con aver posto il re di Sardegna il quartier generale a San Benedetto. Avea nella precedente primavera il maresciallo di Villars pensato a stendere la sua giurisdizione anche negli Stati di Modena, sì per assicurarsi di questa città e della sua cittadella, come anche per istendere le contribuzioni in questo paese: mestiere favorito dai monarchi della terra, e praticato tanto più indiscretamente da essi, quanto più son potenti e ricchi, senza distinguere paesi neutrali ed innocenti dai nemici. Nel dì 15 d'aprile comparve a Modena il marchese di Pezè, uffiziale franzese di gran credito ed eloquenza, che fece la dimanda d'essa cittadella in deposito a nome del re Cattolico. Per quante esibizioni facesse il duca Rinaldo di sicurezze ch'egli guarderebbe quella fortezza senza darla ai nemici degli alleati, saldo stette il Pezè in esigere, e non men di lui il duca in negare sì fatta cessione. Andossene perciò senza aver nulla guadagnato quell'uffiziale, e il duca, a cagion di questo, guernì di qualche migliaio di sue milizie la cittadella predetta. Ma da che dopo la battaglia di Parma si trovarono sì infievoliti i cesarei, spedì il duca al campo gallo-sardo l'abbate Domenico Giacobazzi, oggidì consigliere di Stato e segretario ducale, ben persuaso di non poter più resistere alla tempesta, e desideroso di salvare quel più che potea nell'imminente naufragio. Disposte poscia il meglio che fu possibile le cose, nel dì 14 di luglio si ritirò il duca con tutta la sua famiglia a Bologna. Il principe ereditario Francesco suo figlio e la principessa consorte s'erano molto prima portati a Genova, e di là poi col tempo passarono amendue a Parigi.

Entrarono nel dì 13 i Franzesi in Reggio, e nel dì 20 del mese suddetto comparve alle porte di Modena il marchese di Maillebois, tenente generale di sua maestà Cristianissima, con buon distaccamento d'armati che accordò alla città e sue dipendenze un'onesta capitolazione, restando intatta la giurisdizione, dominio e rendite del duca, con altri patti in favore del popolo: patti di carta, che non durarono poi se non pochi giorni. Che intollerabili aggravii, che esorbitanti contribuzioni imponessero poscia i Franzesi agli Stati suddetti, non occorre ch'io lo ricordi, dopo averne assai parlato nelle Antichità Estensi. Divennero in oltre essi Stati il teatro della guerra, tenendo i Cesarei la Mirandola e tutto il basso Modenese, e i Franzesi Modena, Reggio, Correggio e Carpi. Il fiume Secchia era quello che dividea le armate, le quali andarono godendo un dolce ozio sino alla metà di settembre, ma senza lasciarne godere un briciolo ai poveri abitanti. Al comando dell'armi imperiali era intanto stato inviato da Vienna il maresciallo conte Giuseppe di Koningsegg, signore di gran senno, che tosto determinò di svegliare gli addormentati nemici. Trovavasi in questo tempo attendato a Quistello il maresciallo franzese conte di Broglio con parte dell'esercito, guardando i passi della Secchia. Con isforzate marcie e con gran silenzio sull'alba del dì 15 di esso settembre ecco comparire il nerbo maggiori degli Alemanni, valicar la poca acqua del fiume, sorprendere i picchetti avanzati, e poi dare improvvisamente addosso al campo franzese. Non ebbero tempo colti nel sonno i soldati di prendere l'armi, non che di ordinar le schiere. Solamente si pensò alle gambe. Fuggì in camicia il maresciallo di Broglio; e il signore di Caraman suo nipote, colonnello e brigadiere d'essa armata, essendosi opposto per facilitare al zio la ritirata, restò con altri uffiziali prigioniero. Andò a sacco tutto il campo, tende, bagagli, armi, munizioni, e le argenterie de' maggiori uffiziali. Era molto splendida e copiosa quella del conte di Broglio, la cui segreteria restò anch'essa in mano dei vincitori. Per questa disavventura fu da lì innanzi esso maresciallo, benchè personaggio di gran merito e mente, guardato di mal occhio alla corte di Francia, e col tempo si vide cadere. Rimasero per tale irruzione tagliati fuori molti corpi di Franzesi, che si renderono prigioni, altri ne furono presi a letto nel campo, tal che fu creduto, che tra morti e prigioni, vi perdessero i Franzesi da tre e forse più mila persone. Maggiore senza paragone sarebbe stata la perdita loro, se non si fossero sbandati i Tedeschi dietro al ricco spoglio del campo, e non avessero trovato, allorchè presero ad inseguire i nemici, varie fosse e canali, custoditi da qualche truppa franzese, che ritardarono di troppo i lor passi. Ebbe tempo il re di Sardegna di ritirarsi colla sua gente da San Benedetto, conducendo seco cannoni e bagaglio, pizzicato nondimeno per viaggio. Solamente due battaglioni restati in quel monistero con altri Franzesi capitati colà, dopo avere ottenuti patti onesti, si renderono agl'imperiali.

Ridotto in fine con gran fretta tutto l'esercito gallo-sardo a Guastalla fuori di quella città, e fra i due argini del Po e del Crostolo vecchio, si diede con gran fretta a formare alti e forti trincieramenti; nel qual tempo furono anche abbandonati Carpi e Correggio dai presidii franzesi, che si ritirarono al grosso della lor armata. A quella volta del pari trasse tutto il cesareo esercito, e poco si stette a vedere un altro spaventevole fatto d'armi. Molto fu poi disputato se a questo nuovo conflitto si venisse per accidente o pure per risoluta volontà del maresciallo di Koningsegg. Giudicarono alcuni che, per una scaramuccia insorta fra grosse partite, a poco a poco andasse crescendo l'impegno, tanto che in fine tutte le due armate entrarono in ballo. Pretesero altri che il Koningsegg, troppa fede prestando al principe di Virtemberg, asserente, come cosa certa, che la cavalleria gallo-sarda era passata oltre Po a cercar foraggi, determinasse di tentar la fortuna. Persona di credito mi assicurò, non altra intenzione avere avuto il generale cesareo, che di riconoscere il campo nemico; ma che, inoltratisi due o tre suoi reggimenti, vennero alle mani con un corpo di Franzesi: laonde la battaglia divenne a poco a poco universale. Usciti perciò dei loro trincieramenti i Franzesi in ordinanza di battaglia, nella mattina del dì 19 di settembre si azzuffarono i due possenti eserciti; e sulle prime due bei reggimenti di corazze cesaree, caduti in un'imboscata, rimasero quasi disfatti. Al primo avviso il re sardo, che si trovava di là dal Po, corse a rinforzar l'armata colla sua cavalleria, e sempre colla spada alla mano in compagnia dei due marescialli di Coigny e di Broglio, attese a dar gli ordini opportuni, trovandosi coraggiosamente in mezzo ai maggiori pericoli. Giocarono in questo conflitto terribilmente le artiglierie d'ambe le parti, facendo squarci grandi nelle schiere opposte; le sciabole e baionette non istettero punto in ozio; e però sanguinosa oltremodo riuscì la pugna. Parve che il principe Luigi di Wirtemberg andasse cercando la morte: tanto arditamente si spinse egli addosso ai nemici; e infatti restò ucciso sul campo. Ora piegarono i Franzesi ed ora i Tedeschi; ma in fine, chiarito il Koningsegg che non si potea rompere l'oste contraria, prese il partito di far sonare a raccolta, e di ritirarsi colla migliore ordinanza che fu possibile. Si disse che i Franzesi l'inseguissero per un tratto di strada, ma non è certo. A quanto montasse la perdita dell'una e dell'altra parte, resta tuttavia da sapersi. Indubitata cosa è che vi perì gran gente con molti insigni uffiziali di prima riga e subalterni, e maggior fu la copia de' feriti, la quale ascese a migliaia. Si attribuirono i Gallo-Sardi la vittoria, e non senza ragione, perchè restarono padroni del campo, di quattro stendardi e di qualche pezzo di cannone e i Savoiardi riportarono in trionfo un paio di timballi. Ebbe l'avvertenza il maresciallo cesareo, nello stesso bollore del poco prospero conflitto, di spedir ordine perchè si formasse o si armasse gagliardamente il ponte di comunicazione col Mantovano sul Po, e fu ben servito. Nè si dee tacere che il marchese di Maillebois, durante la battaglia suddetta, con tre mila cavalli di là dal Po corse per sorprendere Borgoforte, ed impedire la comunicazione del ponte; ma non fu a tempo, anzi ben ricevuto, non pensò che a tornarsene indietro.

Venne nei seguenti giorni a notizia dei Franzesi altro non trovarsi nella Mirandola che lo scarso presidio di trecento Alemanni con poca artiglieria. Parve questo il tempo d'impadronirsene. Scelto per tale impresa il suddetto tenente generale Maillebois, uomo di grande ardire ed attività, comparve sotto quella piazza con sei mila combattenti, con otto grossi pezzi d'artiglieria cavati da Modena, e con altri cannoni; e senza riguardi e cerimonie alzò tosto una batteria sul cammino coperto. Essendo poi corsa voce che dieci mila Tedeschi venivano a fargli una visita, con tutti i suoi arnesi fu presto a ritirarsi. Ma, scopertasi falsa questa voce, egli, più che mai voglioso e isperanzito di quell'acquisto, tornò sotto alla piazza, e con tutto vigore rinovò le offese. Fatta la breccia, si preparava già a scendere nella fossa, quando venne a sapere che il Koningsegg segretamente avea fatto sfilare alquante migliaia de' suoi a quella volta, e formato un ponte sul Po a questo effetto; però da saggio comandante nel dì 12 di ottobre sloggiò, e tal fu la fretta, che lasciò indietro tutta l'artiglieria. Niun'altra considerabile impresa fu fatta nel resto dell'anno, se non che ostinatosi il conte di Koningsegg di stare colla sua gente in campagna tra il Po e l'Oglio, gran tormento diede all'oste gallo-sarda obbligata a gravi patimenti, alloggiando e dormendo i poveri soldati non più sulla terra, ma sui fanghi e nell'acqua. Non soffrì il re di Sardegna che più durasse tanto affanno delle milizie, e decampato che ebbe, le ridusse ai quartieri di verno, ma sì mal concie, che, entrata fra loro un'epidemia, nei seguenti mesi sbrigò dai guai del mondo una parte di essi, e non solo essi, ma chiunque dei medici, chirurghi e cappellani che assisterono ad essi: come pur troppo si provò nella città di Modena. La ritirata loro aprì il campo ai Cesarei per passar l'Oglio, ed impadronirsi di Bozzolo, Viadana, Casal Maggiore ed altri luoghi. E al principe di Sassonia Hildburgausen riuscì con finti cannoni di legno di far paura al comandante di Sabbioneta, che non ebbe difficoltà di renderla a patti onorevoli. Con tali imprese terminò nell'anno presente la campagna in Lombardia.

Ci chiama ora un'altra memorabile scena, parimente spettante a quest'anno e all'Italia. Siccome accennammo, era già stata presa nel gabinetto di Spagna la risoluzion di valersi del tempo propizio in cui si trovavano impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, per la conquista dei regni di Napoli e Sicilia. Ognun vedea che le mire degli Spagnuoli con tanti legni in mare, con tanta cavalleria e fanteria già pervenuta in Toscana, e che andava ogni dì più crescendo, tendevano a passar colà. Maggiormente ancora se ne avvide il conte don Giulio Visconti, vicerè allora di Napoli, il quale bensì per tempo si accinse a far la possibile difesa, con fortificare spezialmente Gaeta e Capoa, e provvederle di gente e di tutto il bisognevole; ma, per trovarsi con forze troppo smilze a sì pericoloso cimento, con replicate lettere facea istanza di soccorsi alla corte di Vienna. Ne ricevè molte speranze; a riserva nondimeno di alquante reclute e di altre poche milizie che dal litorale austriaco e dalla Sicilia per mare andarono capitando colà, si sciolsero tutte in fumo le altre promesse. Il quartier generale dell'esercito spagnuolo, sotto la direzione del conte di Montemar, nel gennaio di quest'anno era in Siena. A quella volta si mosse da Parma anche il real infante don Carlo; ed essendo nel dì 5 di febbraio passato in vicinanza di Modena, salutato con salva reale dalla cittadella, arrivò poi nel dì 10 felicemente a Firenze. Portò egli seco gli arredi più preziosi dei palazzi Farnesi di Parma e Piacenza, ben prevedendo che gli si preparava un più magnifico alloggio in altre parti. Anche il duca di Liria, raccolte le truppe spagnuole ch'erano sparse negli Stati del duca di Modena, e abbandonata la Mirandola, andò ad unirsi all'esercito sul sanese. Da che sul fine di febbraio si fu messo alla testa di sì bella e poderosa armata esso reale infante, tutti si mossero alla volta di Roma, e nel dì 15 passarono sopra un preparato ponte il Tevere. Nello stesso tempo per mare capitò a Cività vecchia la numerosa flotta di Spagna, ed otto navi di essa, veleggiando oltre, nel dì 20 s'impossessarono delle isole di Procida ed Ischia. Furono sparsi per Napoli e pel regno manifesti che promettevano per parte dell'infante diminuzion di aggravii, e privilegii e perdono a chi in addietro avea tenuto il partito imperiale contro la corona di Spagna.

Stavano intanto speculando i satrapi della politica se gli Spagnuoli troverebbero opposizioni ai confini. Niuna ne trovarono, e però avendo essi declinata Capoa, e passato il Volturno, giunsero a sant'Angelo di Rocca Canina. Era stata su questo disputa fra i due generali, Caraffa Italiano e Traun Tedesco. Pretendeva l'uno d'essi, cioè il primo, che tornasse più il conto a sguernire le piazze di presidii, e raccolta tutta la gente di armi alemanna, doversi formare un'armata che andasse a fronte della nemica, per tentare una battaglia. Succedendo questa felicemente, pareva in salvo il regno. All'incontro, col difendere i soli luoghi forti, Napoli era perduta; e chi ha la capitale, in breve ha il resto. Sosteneva per lo contrario il conte Traun il tener divise le soldatesche nelle fortezze; perchè, venendo i promessi soccorsi di venti mila armati dalla Germania, Napoli si sarebbe felicemente ricuperata. Prevalse quest'ultimo sentimento, e fu la rovina de' cesarei, che niun rinforzo riceverono, e perderono tutto. Dopo la disgrazia fu chiamato in Vienna il generale Caraffa, fedele ed onoratissimo signore, imputato di non aver ben servito l'augusto padrone. Andò egli ma non gli fu permesso di entrare in Vienna, nè di parlare a sua maestà cesarea. Per altro, portò egli seco le chiare sue giustificazioni. Fu detto che l'imperadore con sua lettera gli avesse ordinato di raunar la gente, e di venire ad un fatto d'armi, e che altra lettera del consiglio di guerra sopraggiunse con ordine tutto contrario. Avea il conte don Giulio Visconti vicerè preventivamente inviata a Roma la moglie col meglio dei suoi mobili, e a Gaeta le scritture più importanti; ed egli stesso dipoi prese la strada di Avellino e Barletta, per non essere spettatore della inevitabil rivoluzione di Napoli, che tutta era in iscompiglio, e che scrisse a Vienna le scuse e discolpe della sua fedeltà, se sprovveduta di chi la sostenesse, era forzata a cedere ad un principe che si accostava con esercito sì potente per terra e per mare. Giunto pertanto nel dì 9 d'aprile il reale infante coll'oste sua a Maddalori, lungi quattordici miglia da Napoli, vennero i deputati ed eletti di quella real città ad inchinarlo, e a presentargli le chiavi, coprendosi come grandi di Spagna, secondo il privilegio di quella metropoli. Nel seguente dì 10 fu spedito un distaccamento di tre mila Spagnuoli, che pacificamente entrarono in Napoli, e l'infante passò alla città d'Aversa, fissando ivi il suo quartiere, finattantochè si fossero ridotte all'ubbidienza le fortezze della capitale. Contra di queste, preparati che furono tutti gli arnesi, si diede principio alle ostilità. Nel dì 25 si arrendè il castello Sant'Ermo, con restare prigioniera la guernigione tedesca di secento venti persone. Due giorni prima anche l'altra di Baia, dopo aver sentite alquante cannonate, si rendè a discrezione. Consisteva in secento sessanta soldati. Il castello dell'Uovo durò sino al dì 5 di maggio, in cui quel presidio, esposta bandiera bianca, restò al pari degli altri prigioniero. Altrettanto fece nel dì 6 d'esso mese Castel Nuovo.

Dappoichè fu libera dagli Austriaci la città di Napoli, vi fece il suo solenne ingresso nel dì 10 di maggio l'infante reale don Carlo fra le incessanti allegrie ed acclamazioni di quel gran popolo. Nobili fuochi di gioia nelle sere seguenti attestarono la contentezza d'ognuno, ben prevedendo che questo amabil principe, così ornato di pietà e tanto inclinato alla clemenza, avea da portar quella corona in capo. In fatti nel dì 15 d'esso maggio giunse corriere di Spagna col decreto, in cui il Cattolico monarca Filippo V dichiarava questo suo figlio re dell'una e dell'altra Sicilia: avviso, che fece raddoppiar le feste ed allegrezze di un popolo non avvezzo da più di ducento anni ad avere re proprio. Tutti i saggi riconobbero quale indicibil vantaggio sia l'aver corte e re o principe proprio. Trovavansi in Bari già adunati circa sette mila soldati cesarei. Poichè voce si sparse che sei mila Croati aveano da venire ad unirsi a questa piccola armata, il capitan generale spagnuolo, cioè il conte di Montemar, a fin di prevenire il loro arrivo, col meglio dell'esercito suo, facendolo marciare a grandi giornate, corse anch'egli a quelle parti. Nel dì 27 di maggio trovò egli quella gente in vicinanza di Bitonto in ordine di battaglia, e tosto attaccò la zuffa con essi. Ma quella non fu zuffa, perchè subito si disordinarono e diedero alle gambe gl'Italiani, che erano i più, e furono seguitati dagli Alemanni. La maggior parte restò presa, e gli altri si salvarono in Bari. Non si potè poi cavar di testa alla gente che il principe di Belmonte marchese di San Vincenzo, comandante di quel corpo di truppe, non avesse prima acconciati i suoi affari con gli Spagnuoli, giacchè da lì a non molto fu osservato ben visto e favorito da loro. Anche gli abitanti di Lecce, mossa sollevazione, presero quanti Tedeschi si trovarono in quella contrada. In riconoscenza dei rilevanti servigi prestati al nuovo re di Napoli, fu il conte di Montemar dichiarato duca di Bitonto, e comandante de' castelli di Napoli con pensione annua di cinquanta mila ducati. Impadronironsi poscia gli Spagnuoli di Brindisi e di Pescara, con restar prigioni di guerra quei presidii. Ma ciò che più stava loro a cuore, era la città di Gaeta, piazza di gran polso, e ben provveduta di gente, viveri e munizioni per la difesa. Nel dì 31 di luglio si portò per mare colà il giovine re don Carlo, ed allora l'esercito aprì la trinciera. A tale assedio comparve anche Carlo Odoardo principe di Galles, primogenito del cattolico re Giacomo III Stuardo, che fu accolto dal re di Napoli con dimostrazioni di distinta stima ed amore. Ma quella forte piazza, con istupore di ognuno, non resistè che pochi giorni alle batterie nemiche, e nel dì 7 d'agosto la guernigione tedesca cedette il posto alla spagnuola. Perchè quegli abitanti ricusarono di venire ad un accordo col generale dell'artiglieria, videro trasportate a Napoli tutte le lor campane, essendone restate solamente alcune picciole in due o tre conventi. Bella legge, che è questa, di punir le innocenti chiese con sì barbaro spoglio! Ciò fatto, si fecero tutte le disposizioni necessarie per passare alla conquista della Sicilia.

Nel dì 25 d'esso mese d'agosto essendosi imbarcato il capitan generale conte di Montemar, mise alla vela il gran convoglio, numeroso di circa trecento tartane, cinque galee, cinque navi da guerra, due palandre, e molti altri legni minori. In vicinanza di Palermo approdò felicemente sul fine del mese quella flotta, laonde il senato di quella metropoli, siccome privo di difensori, non tardò a far colà la sua comparsa, per attestare l'ossequio di quel popolo alla real famiglia di Spagna. Addobbi insigni, strepitose acclamazioni solennizzarono nel dì 2 di settembre l'ingresso in Palermo del suddetto Montemar di già dichiarato vicerè di Sicilia. Passò egli dipoi col forte dell'armata a Messina, i cui cittadini aveano già ottenuta licenza di rendersi, giacchè il principe di Lobcovitz comandante avea ritirati i presidii dai castelli di Matagriffone, Castellazzo e Taormina, per difendere il solo castello di Gonzaga e la cittadella. Ma poco stette a rendersi esso castello di Gonzaga con quattrocento uomini, che rimasero prigionieri; però tutto lo sforzo degli Spagnuoli si rivolse contro la sola cittadella, difesa con indicibil valore do quella guernigione. Trapani e Siracusa furono nello stesso tempo assediate. Altro più non restava nel regno di Napoli che la città di Capoa, ricusante di sottomettersi all'armi di Spagna. Entro v'era il general conte Traun, che si sostenne sempre con gran vigore, e sovente si lasciava vedere ai nemici con delle sortite. Una d'esse fece ben dello strepito, perchè essendosi per le pioggie ingrossato il fiume Volturno, e rimasti tagliati fuori circa mille Spagnuoli, perchè senza comunicazione col loro campo; il Traun uscito con quasi tutta la guernigione, e con dei piccioli cannoni coperti sopra delle carra, parte ne stese morti sul suolo, altri ne fece prigionieri. Ma in fine niuna speranza rimanendo di soccorso, e volendo esso generale salvare il presidio, capitolò la resa di quella città e castello nel dì 22 d'ottobre, se in termine di sei giorni non gli veniva aiuto, o non fosse seguito qualche armistizio, con altre condizioni. Però, venuto il termine, furono scortati questi Alemanni sino a Manfredonia e Bari, per essere trasportati a Trieste. Ed ecco tutto il regno di Napoli all'ubbidienza del re Carlo, a cui nel presente anno si videro di tanto in tanto arrivar nuovi rinforzi di gente, munizioni e danaro. Fra tanti soldati fatti prigionieri nei regni di Napoli e Sicilia, la maggior parte degli Italiani, ed anche molti Tedeschi si arrolarono nell'esercito spagnuolo. Ma perciocchè essi Alemanni, tosto che se la vedevano bella, disertavano, fu preso il partito d'inviarne una parte degli arrolati e il resto dei prigioni in Ispagna. Di là poi furono trasportati in Africa nella piazza d'Orano, dove trovarono un gran fosso da passare, se più veniva lor voglia di disertare.

Maggiormente si riaccese in questo anno la ribellion de' Corsi, dove quella brava gente, già impadronitasi di Corte, sul fine di febbraio diede una rotta al presidio genovese uscito della Bastia, e nel dì 29 di marzo sconfisse un altro corpo d'essi Genovesi. Continuarono poi nel resto dell'anno le sollevazioni e le azioni militari con varia fortuna in quell'isola. Roma vide in questi tempi per la protezion di Vienna, e per lo sborso di trenta mila scudi, alquanto migliorata la condizione del cardinal Coscia, che restò liberato dalle censure già promulgate contra di lui, ma non già dalla prigionia di castello Sant'Angelo. Un insigne regalo fece il pontefice Clemente XII al Campidoglio, con ordinare il trasporto colà della bella raccolta di statue antiche fatta dal cardinale Alessandro Albani, ed acquistata dalla santità sua col prezzo di sessantasei mila scudi. Ma nel dì 6 maggio si trovò tutta in conquasso essa città di Roma, per essersi verso il mezzo dì attaccato il fuoco ad un castello di legnami sulle sponde del Tevere, dirimpetto al quartiere di Ripetta e alla piazza dell'Oca. Spirava un gagliardo vento, che di mano in mano andò portando le fiamme agli altri castelli circonvicini, e ad alcuni pochi magazzini di legna, e alle case di quasi tutta quell'isola; di maniera che circa quattro mila persone rimasero senza abitazione, e vi perderono i loro mobili. Per troncare il corso a sì spaventoso incendio, fu di mestieri trasportar colà alcuni cannoni da castello Sant'Angelo, che, atterrando varie case, non permisero al fuoco di maggiormente inoltrare i suoi passi. Guai se penetrava agli altri magazzini di fieno e di legna. Incredibile fu il danno, non minore lo spavento. Fece il benefico papa distribuir tosto due mila scudi a quella povera gente. Nell'anno presente, siccome vedemmo, provò l'augusta casa d'Austria in Italia tante percosse, e nè pure in Germania potè esentarsi da altre disavventure per la troppa superiorità dell'armi franzesi. In questo bisogno di Cesare l'ormai vecchio principe Eugenio di Savoia ripigliò l'usbergo, e passò con quelle forze che potè raunare a sostener le linee di Erlingen. Quand'ecco due possenti eserciti franzesi, l'uno condotto dai marescialli e duchi di Bervich e Noaglies, e l'altro dal marchese d'Asfeld, che quasi il presero in mezzo. Gran lode riportò il principe per la stessa sua ritirata, fatta da maestro di guerra, perchè seppe mettere in salvo le artiglierie e bagagli, e mostrando di voler cimentarsi, saggiamente si ridusse in salvo senza alcun cimento con tutti i suoi. Fu poi assediata l'importante fortezza di Filisburgo dai Franzesi, e con sì fatti trincieramenti circonvallata, che, ritornato il principe con oste poderosa per darle soccorso, altro non potè fare che essere come spettatore della resa d'essa nei dì 21 di luglio. Gran gente costò ai Franzesi lo acquisto di quella piazza, e fra gli altri molti uffiziali vi lasciò la vita il suddetto duca di Bervich della real casa Stuarda, uno dei più grandi e rinomati condottieri d'armate de' giorni suoi. Una palla di cannone privò la Francia di sì accreditato generale. Niun'altra considerabile impresa seguì poscia nell'anno presente in quelle parti, nulla avendo voluto azzardare il principe Eugenio, a cagion degli infausti successi dell'armi cesaree in Italia. E tal fine con tante vicende ebbe l'anno presente, in cui con occhio tranquillo stettero Inglesi ed Olandesi mirando i deliquii dell'augusta casa d'Austria, quasichè nulla importasse loro il sempre maggiore ingrandimento della real casa di Borbone. Col tempo se n'ebbero a pentire.

Anno di CRISTO MDCCXXXV. Indiz. XIII.

CLEMENTE XII papa 6. CARLO VI imperadore 25.

Gran cordoglio provò in quest'anno Carlo Emmanuele re di Sardegna, per avergli la morte rapita, nel dì 15 di gennaio, la real sua consorte, cioè Polissena Cristina d'Hassia Rhinfels Rotemburgo, principessa amabilissima e dotata di rare virtù, giunta all'anno ventesimo nono della sua età, con lasciar dopo di sè due principini e due principesse. Ebbe bisogno il re di tutta la sua virtù per consolarsi nella perdita di una consorte di merito tanto singolare. Parimente fu colpito dalla morte in Venezia il dì 5 di gennaio Carlo Ruzzini in età d'anni ottantuno in circa; e a lui fu sostituito nella ducal dignità Luigi Pisani. A simile funesto colpo soggiacque nel dì 18 del suddetto gennaio in Roma anche la principessa Maria Clementina figlia di Giacomo Sobieschi, principe reale di Polonia, e moglie di Giacomo III Stuardo re cattolico della Gran Bretagna, da lui sposata nel settembre nel 1719 in Montefiascone. Tali furono le eroiche virtù, e massimamente l'inarrivabil pietà di questa principessa, che vivente fu da ognuno riguardata qual santa, e meritò poi che le sue insigni azioni fossero tramandate ai posteri come un esemplare delle principesse eroine. Arricchì di due figli il real consorte, cioè di Carlo Odoardo principe di Galles, nato nel dì 31 di dicembre del 1720, e di Arrigo Benedetto duca di Yorch, nato nel dì 6 di marzo del 1725. Suntuosissimo funerale, qual si conveniva ad una regina, le fu fatto per ordine del sommo pontefice Clemente XII nella chiesa de' Santi Apostoli. Portato il cadavero suo nella basilica Vaticana, disegnò esso santo padre di ergerle un mausoleo non inferiore a quello della regina di Svezia Cristina. Attendeva in questi tempi il magnanimo pontefice ad accrescere gli ornamenti di Roma colla gran facciata della basilica lateranense, e con abbellire in forma sommamente maestosa la fontana di Trevi. Nello stesso tempo erano occupate le rendite sue in provvedere di un insigne lazzaretto la città d'Ancona. Eresse parimente un magnifico seminario nella diocesi di Bisignano, affinchè servisse all'educazione de' giovani greci. Buone somme ancora di danaro spedì al cardinale Alberoni legato di Ravenna, affinchè divertisse i due fiumi Ronco e Montone, che minacciavano, per l'altezza dei loro letti, l'eccidio a quell'antichissima città.

Meraviglie di valore e di prudenza avea fatte fin qui il principe di Lobcovitz in sostenere l'assediata cittadella di Messina, e più ne avrebbe fatto, se non gli fossero venuti meno i viveri e le munizioni. Costretto dunque non dalla forza delle armi, ma dalla propria penuria, finalmente nel dì 22 di febbraio espose bandiera bianca, ottenne onorevoli condizioni, e lasciò poi solamente nel fine di marzo in potere degli Spagnuoli quell'importante fortezza. Maggior fu la resistenza che fece pel suo vantaggioso sito, e per la valorosa condotta del generale marchese Roma, la città di Siracusa; ma bersagliata per mare e per terra da bombe ed artiglierie, nel dì 16 di giugno anch'essa, con patti simili a quei di Messina, si diede per vinta. Vi restava l'unica fortezza di Trapani, tuttavia difesa dagli Alemanni. Non passò il dì 21 dello stesso giugno che anch'essa piegò il collo alle armi vincitrici di Spagna; di maniera che tutta l'isola e regno della Sicilia restò pacificamente soggetta al giovane re don Carlo. S'era già fin dal mese di febbraio messo in viaggio per terra questo grazioso regnante alla volta dello Stretto, per passare colà, e prendere in Palermo, secondo l'antico rituale, la corona delle Due Sicilie. Arrivato a Messina, vi fece il suo pubblico ingresso nel dì 9 di marzo, accolto con somma allegrezza da quel popolo. Dopo molti giorni di riposo, imbarcato pervenne felicemente, nel dì 18 di maggio, a Palermo. Destinato il dì 3 di luglio, giorno di domenica, per l'incoronazione di sua maestà, con indicibil magnificenza fu eseguita quella funzione. Dopo di che, scortato da numerosa flotta, egli se ne tornò per mare alla sua residenza di Napoli, dove felicemente arrivò nel dì 12 del suddetto luglio. Per tre giorni furono fatte insigni feste in quella gran città con bellissime macchine e ricchissime illuminazioni, facendo a gara ognun per comprovare il suo giubilo al reale sovrano. Avea molto prima d'ora conosciuto il capitan generale duca di Montemar, che non occorrevano più tante truppe nel regno di Napoli, e perciò nel febbraio di quest'anno si mosse con alquante migliaia d'esse, e valicato il Tevere, passò in Toscana. Sua intenzione era di levare ai tedeschi le fortezze poste nel litorale di essa Toscana. Nuovi rinforzi gli arrivarono di Spagna; laonde nell'aprile diede principio alle ostilità contra di Orbitello, e nel dì 16 a tempestare coll'artiglierie il forte di San Filippo. Perchè cadde una bomba nel magazzino della polve di questo forte, il presidio ne capitolò la resa e restò prigioniere, dopo aver sostenuto per ventinove giorni le offese dei nemici. Altrettanto fece dipoi Porto Ercole. Perchè premure maggiori chiamavano esso duca di Montemar in Lombardia, sollecitamente per la via di Fiorenzuola istradò egli le sue milizie alla volta di Bologna, avendo lasciato solamente un corpo di gente al blocco di Orbitello, piazza, che si arrendè poscia sul principio del mese di luglio.

Correva il fine di maggio, quando passò pel Modenese quest'armata spagnuola, che si faceva ascendere a venti mila persone di varie nazioni, e s'inviò verso il Mantovano di qua da Po, per cominciar la campagna unitamente co' Franzesi e Savoiardi. Era già pervenuto a Milano nel dì 22 di marzo Adriano Maurizio di Naoglies, maresciallo di Francia, in cui gareggiava la felicità della mente colla bontà del cuore, la generosità colla splendidezza, per comandare all'esercito franzese. Si tennero varii consigli di guerra fra i generali alleati, e venuto che fu a Cremona nel dì 10 di maggio Carlo Emmanuele re di Sardegna, generalissimo dell'esercito, furono regolate le operazioni che doveano fare nell'anno presente. Passato dipoi il re a Guastalla, si diede ognuno a fare gli occorrenti preparamenti d'artiglierie, barche, viveri e munizioni. Ritornato parimente era da Vienna il maresciallo conte di Koningsegg al comando dell'oste cesarea, e già arrivati a Mantova alcuni nuovi reggimenti tedeschi e molte reclute. Contuttociò non si contavano nell'esercito suo se non ventiquattro mila soldati: laddove quel de' collegati era ascendente a quasi due terzi di più. Diviso questo in tre corpi che poteano chiamarsi tre poderosi eserciti, marciò sul fine di maggio verso il Mantovano. Dappoichè il Noaglies prese Gonzaga, facendo prigione quel presidio, tutte le forze degli alleati marciarono per passare il Po e il fiume Oglio. Furono i lor movimenti prevenuti dal Koningsegg, che ritirò da San Benedetto, da Revere e dagli altri luoghi i presidii, e lasciò agio agli Spagnuoli di passare nel dì 15 giugno oltre Po ad Ostiglia, che nello stesso tempo con Governolo restò abbandonata dai Tedeschi. Avendo i Franzesi valicato il Po a Sacchetta, e il re di Sardegna l'Oglio a Canneto, il Koningsegg, che non voleva essere tolto in mezzo da queste tre armate, con lodatissima provvidenza andò rinculando, e dopo aver lasciati in Mantova sei mila bravi combattenti, e mandati innanzi i bagagli, i malati, e molti cannoni ed attrezzi, s'inviò verso il Veronese. A misura che i nemici s'inoltravano, anch'egli proseguiva le sue marcie, finchè, gittato un ponte sull'Adige a Bussolengo, benchè alquanto infestato dagli Spagnuoli nella retroguardia, condusse a salvamento tutta la sua gente sul Trentino, e parte ne fece sfilare verso il Tirolo.

Altro dunque più non restava in Lombardia ai Tedeschi, se non Mantova e la Mirandola; e mentre tutti si aspettavano di veder l'assedio dell'uno e dell'altra, Mantova restò solamente bloccata in gran lontananza, e il duca di Montemar verso la metà di luglio si accinse all'espugnazione della Mirandola. Dentro vi era un valoroso comandante, cioè il barone Stenz, che quantunque si trovasse con soli novecento soldati in una città e fortezza che ne esigeva tre mila, pure si preparò ad una gagliarda difesa. Non prima del dì 27 di luglio fu aperta la trinciera sotto questa piazza; e proseguirono poi le offese col passo delle tartarughe, a cagion di alcuni fortini alzati all'intorno, che impedivano gli approcci de' nemici. Bombe ed artiglierie fecero per tutto il seguente agosto grande strepito e danno, senza però che si sgomentassero punto i difensori; e tuttochè fosse formata la breccia, e col mezzo di una mina e di un assalto preso anche uno di quei fortini, pure sarebbe costato molto più tempo e sangue agli Spagnuoli quell'assedio, se il valoroso comandante della città non avesse provata la fatalità delle piazze tedesche, ordinariamente mal provvedute del bisognevole per sostenersi lungo tempo contro ai nemici. Si era egli ridotto con sole trentasei palle da cannone, e con tre o quattro barili di polveraccia; già erano consumate le vettovaglie. Però, dopo aver per più d'un mese fatta una gloriosa resistenza, nel dì 31 d'agosto, con esporre bandiera bianca, si mostrò disposto a rendersi. Restò prigioniera di guerra la guarnigione di secento uomini. Sbrigato da questa faccenda il duca di Montemar, tutto si diede a sollecitar l'assedio di Mantova, il cui blocco veramente venne più ristretto. Si stesero i Franzesi dietro la riva del lago di Garda per impedire che da quella parte non isboccassero i Tedeschi; giacchè l'armata loro si andava ogni dì più ingrossando nel Trentino e Tirolo. Ma ancorchè il Montemar facesse venir dalla Toscana gran copia di artiglierie, di barche sulle carra, e di assaissime munizioni ed attrezzi, per imprendere una volta l'assedio suddetto di Mantova (perciocchè, secondo la comune opinione, si credea che quella città conquistata dovesse restare assegnata agli Spagnuoli), pure non si vedeva risoluzione alcuna in questo affare dalla parte dei Franzesi, che aveano in piedi certi segreti negoziati; nè da quella del re di Sardegna, a cui non potea piacere che gli Spagnuoli dilatassero tanto l'ali in Lombardia. Tenuto fu un congresso fra il generalissimo di Savoia, duca di Noaglies, ed esso Montemar nel dì 22 di settembre, in cui fece il generale spagnuolo delle doglianze per tanto ritardo, e si seppe ch'egli in quella congiuntura si lagnò col Noaglies, per aver egli lasciato fuggire da Goito il maresciallo di Koningsegg senza inseguirlo, come potea; al che rispose il maresciallo franzese: Signor conte, signor conte: Goito non è Bitonto; e il Koningsegg non è il principe di Belmonte. In somma tutto dì si parlava di assediar Mantova, e Mantova non si vide mai assediata, benchè molto ristretta dagli Spagnuoli, facendo solamente de' gran movimenti i collegati verso il lago di Garda e verso l'Adige per impedire il passo all'armata cesarea, che cresciuta di forze minacciava di calare di bel nuovo in Italia.

Sembrava intanto agl'intendenti che tanta indulgenza de' Franzesi verso Mantova, città di cui le morti e malattie aveano ridotto quasi a nulla il presidio tedesco, indicasse qualche occulto mistero. E questo in fatti si venne a svelare nel dì 16 di novembre, perchè il maresciallo duca di Noaglies spedì al generale Kevenhuller, a cui era appoggiato il comando dell'esercito imperiale, l'avviso d'una sospension d'armi tra la Francia e l'imperadore. Tale inaspettata nuova non si può esprimere quanto riempisse non men di stupore che di consolazione e di allegrezza tutti i popoli che soggiacevano al peso della presente guerra: cioè di milizie desolatrici de' paesi dove passano o s'annidano. Onde avesse origine questa vigilia della sospirata pace, fra qualche tempo si venne poi a sapere. Motivo di sogghignare sul principio di questa guerra avea dato agl'intendenti la corte di Francia con quella pubblica sparata di non pretendere l'acquisto di un palmo di terreno nel muovere l'armi contra l'Augusto Carlo VI, poichè altro non intendeva essa che di riportare una soddisfazione alle sue giuste querele contro chi avea fatto cader di capo al re Stanislao la corona della Polonia. Troppo eroica in vero sarebbe stata così insolita moderazione della corte di Francia in mezzo alla felicità delle sue armi. La soddisfazione dunque da lei richiesta fu la seguente. Era stata la Francia costretta nelle precedenti paci alla restituzion dei ducati di Lorena e Bar; ma non cessò ella da lì innanzi di amoreggiare quei begli Stati, sì comodi al non mai abbastanza ingrandito regno franzese. Ora il cardinale di Fleury, primo ministro del re Cristianissimo Luigi XV, che per tutta la presente guerra tenne sempre filo di lettere con un ministro cesareo in Vienna, o pure con un suo emissario segreto che trattava col ministro imperiale, sempre spargendo semi di pace, allorchè vide l'augusto monarca stanco e in qualche disordine gli affari di lui, propose per ultimar questa guerra la cession dei ducati della Lorena e di Bar alla Francia, mediante un equivalente da darsi all'altezza reale di Francesco Stefano duca allora e possessore di quegli Stati. L'equivalente era il gran ducato di Toscana. Irragionevole non parve all'augusto monarca la proposizione, e venuto segretamente a Vienna con plenipotenza il signor della Baume, nel dì 3 d'ottobre furono sottoscritti i preliminari della pace, e portati a Versaglies per la ratificazione.

Restò in essi accordato che il re Stanislao godrebbe sua vita natural durante il ducato di Bar, e poi quello ancora di Lorena dopo la morte del vivente gran duca di Toscana, e che il dominio d'essi ducati s'incorporerebbe poscia colla corona di Francia. Che il duca di Lorena succederebbe nella Toscana dopo la morte d'esso gran duca Gian Gastone de Medici, e intanto si metterebbero presidii stranieri in quelle piazze. Fu riserbato ad esso duca Francesco il titolo colle rendite della Lorena, sinchè divenisse assoluto padrone della Toscana. Che la Francia garantirebbe la prammatica sanzione dell'imperadore, il quale riconoscerebbe re delle Due Sicilie l'infante reale don Carlo. Che a Carlo Emmanuele re di Sardegna Cesare cederebbe due città a sua elezione nello Stato di Milano, cioè o Novara, o Tortona, o Vigevano, e all'incontro si restituirebbe all'imperadore il rimanente dello Stato di Milano. Inoltre, in compenso delle due città da cedersi al re di Sardegna, si darebbono a sua maestà cesarea quelle di Piacenza e Parma con gli annessi Stati della casa Farnese. Tralascio gli altri articoli di quei preliminari, per solamente dire che il suddetto segreto negoziato cagion fu che in questa campagna nè al Reno, nè in Lombardia si fecero azioni militari degne di memoria; e che gran tempo e fatica vi volle per indurre il duca di Lorena alla cessione de' suoi antichi ducati, e all'abbandono di que' suoi amatissimi popoli. Acconsentì egli in fine a questo sacrifizio, perchè Cesare già gli destinava un ingrandimento di gran lunga maggiore, siccome vedremo fra poco. Per questa impensata concordia, tirato che fu il sipario, secondo i particolari riguardi, chi si rallegrò e chi si rattristò. Non ne esultò già il re di Sardegna, perchè comune voce fu che la Francia nella lega gli avesse promessa la metà dello Stato di Milano, e questo già prima era stato acquistato. Tuttavia mostrò quel savio regnante con buona maniera di accomodarsi ai voleri di chi dava la legge, ed elesse poi in sua parte Novara e Tortona. Ma allorchè giunse a Madrid questa inaspettata nuova, chi sa dire le gravissime doglianze, nelle quali proruppe quella real corte contra de' Franzesi? Li trattarono da aperti mancatori di parola, mentre non solamente niun accrescimento lasciavano alla Spagna in Lombardia, ma le toglievano anche l'acquistato, cioè Parma e Piacenza; ed inoltre aveano comperata la Lorena non con altro prezzo che colla roba altrui, cioè colla Toscana, già ceduta coi precedenti trattati alla corona di Spagna. Pretendeva all'incontro il cardinale di Fleury di aver fatte giuste le parti, perchè restavano all'infante don Carlo i regni di Napoli e Sicilia, i quali incomparabilmente valevano più dei ducati della Toscana e di Parma e Piacenza. Imperciocchè, quantunque colle sole lor forze si fossero gli Spagnuoli impadroniti di quei due regni: pure principalmente se ne dovea ascrivere l'acquisto agli eserciti di Francia, e a tante spese fatte dal re Cristianissimo, per tenere impegnate l'armi di Cesare al Reno e in Lombardia, senza che queste potessero accorrere alla difesa di Napoli e Sicilia. E se l'imperadore sacrificava le sue ragioni sopra quei due regni, a lui già ceduti dalla Spagna, e indebitamente poi ritolti, ragion voleva che in qualche maniera fosse compensato del suo sacrifizio.

Intorno a ciò lasciamoli noi disputare. Quel ch'è certo restò di sasso il generale spagnuolo duca di Montemar, allorchè intese questa novità, e tanto più perchè il duca di Noaglies gli fece sapere che pensasse alla propria sicurezza, giacchè egli avea ordine di non prestargli assistenza alcuna. Poco in fatti si stette ad udire che i Tedeschi calavano a furia dalla parte di Padova e Trentino, e quasi volavano alla volta di Mantova. In sì brutto frangente il Montemar ad altro non pensò che a salvarsi. Mosse in fretta le sue genti dall'Adige, lasciando indietro molti viveri e foraggi, e si ridusse di qua da Po. Ma eccoti giugnere a quello stesso fiume i cesarei; ed egli allora, dopo aver messi circa settecento uomini nella Mirandola, e spedito un distaccamento a Parma, tanto più affrettò i passi per arrivare a Bologna, credendo di trovare ivi un sicuro asilo, per essere Stato pontifizio. La disgrazia portò che qualche centinaio d'usseri nel dì 27 di novembre cominciò a comparire in vicinanza di quella città. Non volle cimentarsi con quella canaglia il generale spagnuolo, ed animati i suoi a marciare con sollecitudine, prese la strada di Pianoro e di Scaricalasino, per ridursi in Toscana. Avea egli in quel dì invitata ad un solenne convito molta nobiltà bolognese dell'uno e dell'altro sesso: e già si mettevano tutti a tavola, quando gli arrivò l'avviso che si appressava il nemico. Alzossi egli allora bruscamente, e immaginando che tutto l'esercito cesareo avesse fatto le ali, preso congedo da quella nobil brigata, esortandoli a continuare il pranzo. Ma dal di lui esempio atterriti tutti, con grande scompiglio si ritirarono dalla città, lasciando che gli Spagnuoli facessero altrettanto verso la montagna. Furono questi inseguiti alla coda dagli usseri, che per buon pezzo di cammino andarono predando bagagli e imprigionando chi poco speditamente dei pedoni menava le gambe. Essendo rimasto fuori di Bologna lo spedale d'essi Spagnuoli, dove si trovavano circa mille e cinquecento malati, fu sequestrato. Non si potè poi impedire ai medesimi usseri l'entrare nella città, e il far ivi prigionieri quanti Spagnuoli poterono scoprire, che non erano stati a tempo di seguitare l'improvvisa e frettolosa marcia dell'esercito. Di questa violenza acremente si dolse il legato pontifizio; ma non per questo essa cessò. Grande strepito in somma fece questa curiosa metamorfosi di cose, e il mirare senza colpo di spada i vincitori in pochi dì comparir come vinti. Pervenuto dunque il duca di Montemar in Toscana, quivi si diede a fortificare alcuni passi, con inviare nulladimeno parte della sua gente verso il Sanese, a fine di potersi occorrendo ritirare alla volta del regno di Napoli.

In tale stato erano le cose d'Italia non restando nemicizia se non fra Spagnuoli e Tedeschi, quando il duca di Noaglies si mosse per abboccarsi con esso duca di Montemar, e per concertar seco le maniere più dolci di dar fine, se era possibile, a questa pugna. In passando da Bologna fece una visita a Rinaldo di Este duca di Modena, che intrepidamente fin qui avea sofferto l'esilio da' suoi Stati e gli diede cortesi speranze che goderebbe anch'egli in breve i frutti dell'intavolata pace. Ancorchè il Montemar non avesse istruzione alcuna dalla sua corte, pure alla persuasione del saggio Noaglies, sottoscrisse una sospension d'armi per due mesi fra gli Spagnuoli e i Tedeschi: risoluzione che fu poi accettata anche dalla corte di Madrid. Aveano ben preveduto i ministri dell'imperadore e del re di Francia che gran fatica avrebbe durato il re Cattolico Filippo V ad inghiottire l'amara pillola di una pace manipolata senza di lui e in danno di lui; ed insieme aveano divisato un potente mezzo per condurre quel monarca ad approvare i preliminari suddetti, o almeno a non contrastarne l'esecuzione. Si videro perciò senza complimento o licenza alcuna improvvisamente inoltrarsi e stendersi circa trenta mila Alemanni sotto il comando del maresciallo conte di Kevenhuller per gli Stati della Chiesa Romana, cioè pel Ferrarese, Bolognese e Romagna, con giungere alcuni d'essi fin nella Marca e nell'Umbria, circondando in tal guisa gran parte della Toscana, per far intendere agli Spagnuoli, che se negassero di consentir per amore all'accordo, l'esorcismo della forza ve li potrebbe indurre. Toccò all'innocente Stato ecclesiastico di pagar tutte le spese di questo bel ripiego, perchè obbligato a somministrar foraggi, viveri, ed anche rilevanti contribuzioni di danaro. Intanto rigorosissimi ordini fioccarono da Roma, che nulla si desse a questi incivili ospiti, e il cardinale Mosca legato di Ferrara, che si ostinò gran tempo ad eseguirli ad literam, cagion fu di un incredibil danno agl'infelici Ferraresi, perchè i Tedeschi vivevano a discrezione nelle lor ville. I savii Bolognesi, all'incontro, e il cardinale Alberoni legato di Ravenna, che intendeano a dovere le cifre di quelle lettere, non tardarono ad accordarsi con gli Alemanni, mercè d'un regolamento che minorò non poco l'aggravio ai loro paesi. Voce corse in questi tempi che il duca di Montemar, consapevole del poco piacere provato dal re di Sardegna per la concordia suddetta, facesse penetrare a quel sovrano delle vantaggiose proposizioni per trarlo ad una lega col re Cattolico, e che esso re gli rispondesse di avere abbastanza imparato a non entrare in alleanza con principi che fossero più potenti di lui. Si può tenere per fermo che i fabbricatori di novelle inventarono ancor questa, giacchè niun d'essi gode il privilegio di entrar nei gabinetti dei regnanti; e la corte di Torino nè prima nè poi mostrò di essere persuasa della massima suddetta. Continuò ancora nell'anno presente la ribellione de' Corsi; e perchè i ministri della repubblica di Genova esistenti in Corsica fecero un armistizio con quella gente, fu disapprovata dal senato la loro risoluzione. Giugnevano di tanto in tanto rinforzi di munizioni ed armi ai sollevati, che facevano dubitare che sotto mano qualche gran potenza soffiasse in quel fuoco. Intesesi parimente che quei popoli pareano determinati di reggersi a repubblica, ed anche aveano stese le leggi di questo nuovo governo, ma senza averne dimandata licenza ai Genovesi. Dopo aver papa Clemente XII difficultato, per quanto potè, al reale infante di Spagna don Luigi, a cagion della sua fanciullesca età, l'arcivescovato di Toledo, fu in fine obbligato ad accordargliene le rendite, e nel dì 19 di dicembre di questo anno il creò anche cardinale, tornandosi a vedere l'uso od abuso de' secoli da noi chiamati barbarici. Non potea essere più bella in quest'anno l'apparenza dei raccolti del grano, quando all'improvviso sopraggiunse un vento bruciatore, che seccò le non peranche mature spiche, e insieme le speranze dei mietitori. Perciò al flagello della guerra si aggiunse quello d'una sì terribil carestia, che non v'era memoria d'una somigliante a questa. Il peggio fu, che la maggior parte delle provincie più fertili dell'Italia soggiacquero anch'esse a questo disastro. Guai se non vi erano grani vecchi in riserbo, che convenne far venire da lontani paesi con gravi spese: sarebbe venuta meno per le strade innumerabile povera gente.

Anno di CRISTO MDCCXXXVI. Indiz. XIV.

CLEMENTE XII papa 7. CARLO VI imperadore 26.

Il primo frutto che si provò della pace conchiusa fra l'imperadore e il re Cristianissimo, spuntò nell'imperiale città di Vienna. Giacchè Dio avea dato all'Augusto Carlo VI un figlio maschio, e poi sel ritolse, pensò esso monarca di provvedere al mantenimento della nobilissima sua casa coll'unico ripiego che restava, cioè di provvedere di un degno marito l'arciduchessa Maria Teresa sua figlia primogenita, già destinata alla successione della monarchia austriaca in difetto di maschi. Grande era l'affetto d'esso imperadore verso di Francesco Stefano duca di Lorena, sì per le vantaggiose sue qualità di mente e di cuore, come ancora pel sangue austriaco che gli circolava nelle vene. Questo principe fu scelto per marito d'essa arciduchessa. Era egli in età di ventisette anni, perchè nato nel dì 8 di dicembre del 1708, e l'arciduchessa era già entrata nell'anno diciottesimo, siccome nata nel dì 15 di maggio del 1717. Con tutta magnificenza ed inesplicabile allegria nel dì 12 di febbraio seguì il maritaggio di questi principi reali colla benedizione di monsignore Domenico Passionei nunzio apostolico; e continuarono dipoi per molti giorni le feste e i divertimenti, gareggiando ognuno in applaudire ad un matrimonio che prometteva ogni maggior felicità a quei popoli, e dovea far rivivere nei lor discendenti l'augusta casa d'Austria degna dell'immortalità. Ma la imperial corte ebbe da lì a non molto tempo motivo di molta tristezza per la perdita che fece del principe Francesco Eugenio di Savoia, eroe sempre memorabile dei nostri tempi. Nel dì 21 d'aprile terminò egli i suoi giorni in età di settantadue anni: principe che per le militari azioni si meritò il titolo di invincibile, e di essere tenuto pel più prode capitano che si abbia in questo secolo avuto l'Europa; principe, dissi, riguardato qual padre da tutte le cesaree milizie, sicure che l'andare sotto di lui ad una battaglia lo stesso era che vincere, o almeno non essere vinto; principe di somma saviezza, di rara splendidezza, per cui fece insigni fabbriche, ed impiegò sempre gran copia di artefici di varie professioni; ed accoppiando colla gravità la cortesia, nello stesso tempo si conciliava la stima e l'amore di tutti. L'intero catalogo di tutte le altre sue belle doti e virtù si dee raccogliere dalla funebre orazione in onor suo composta dal suddetto nunzio, ora cardinale Passionei, e da più d'una storia di chi prese ad illustrare ex professo la vita e le gloriose gesta di lui. Quale si conveniva ad un principe di sì chiaro nome, e cotanto benemerito della casa d'Austria, fu il funerale che per ordine dell'augusto Carlo VI gli venne fatto in Vienna.

Era già stabilita la concordia fra i due primi monarchi della cristianità; contuttociò si penò forte in Italia a provarne gli effetti. Non sapeva digerire il re Cattolico Filippo V preliminari che privavano il re di Napoli e Sicilia suo figlio del ducato della Toscana, e spezialmente di Piacenza e Parma, città predilette della regina Elisabetta Farnese sua consorte. Conveniva nondimeno cedere, perchè così desiderava la corte di Francia, e così comandava la forza dell'armi cesaree, dalle quali si mirava come attorniata la Toscana; ma di far la cessione ed approvarla non se ne sentiva esso re di Spagna la voglia. Perciò andarono innanzi e indietro corrieri, e sempre venivano nuove difficoltà da Madrid; e guerra non era in Italia, ma continuavano in essa i mali tutti della guerra. Imperciocchè negli Stati della Chiesa s'erano innicchiati con tante soldatesche i generali cesarei; nè per quanto si raccomandasse con calde lettere il pontefice Clemente XII alle corti di Vienna e Parigi, appariva disposizione alcuna di liberar que' paesi dall'insoffribile lor peso. Nella Toscana stava saldo l'esercito spagnuolo, siccome ancora negli Stati di Milano e di Modena si riposavano le armate di Francia e di Sardegna alle spese degl'infelici popoli, spolpati ormai da tante contribuzioni ed aggravii. Dal maresciallo duca di Noaglies fu spedito in Toscana il tenente generale signor di Lautrec, personaggio di gran saviezza e disinvoltura, per concertare col duca di Montemar il ritiro dell'armi spagnuole da quelle piazze, e da Parma e Piacenza; ma siccome il Montemar non riceveva dalla sua corte se non ordini imbrogliati e nulla concludenti, così neppur egli sapeva rispondere alle premure de' Franzesi, se non con obbliganti parole, scompagnate nondimeno dai fatti. Venne l'aprile, in cui i Franzesi lasciarono affatto libero agl'imperiali il ducato di Mantova; e perchè dovettero intervenir delle minaccie, agli 11 d'esso mese gli Spagnuoli si ritirarono dalla Mirandola, dopo averne estratte le tante munizioni da lor preparate pel sospirato assedio di Mantova, lasciandovi entrare quattrocento Tedeschi colà condotti dal generale conte di Wactendonk, il quale restituì ivi nell'esercizio del dominio il duca di Modena. Conoscendo del pari essi Spagnuoli che neppur poteano sostenere Parma e Piacenza, si diedero per tempo ad evacuar quelle due città, asportandone non dirò tutti i preziosi mobili, arredi, pitture, libreria, e gallerie della casa Farnese, ma fino i chiodi dei palazzi, non senza lagrime di que' popoli, che restavano non solamente privi dei propri principi, ma anche spogliati di tanti ornamenti della lor patria. Oltre a ciò, inviarono alla volta di Genova tutti i cannoni di loro ragione, e vi unirono ancora gli altri, ch'erano anticamente delle stesse città, oppure de' Farnesi. Risaputosi ciò dai Tedeschi, sul fine d'aprile il generale conte di Kevenhuller spinse in fretta colà il suo reggimento con trecento usseri, che arrivarono a tempo per fermar quelle artiglierie e sequestrarle, pretendendole doti delle fortezze di Parma e Piacenza: intorno a che fu dipoi lunga lite, ma col perderla gli Spagnuoli.

Ora, affinchè non apparisse che il re Cattolico cedesse in guisa alcuna gli Stati suddetti all'imperadore, o ne approvasse la cessione, i suoi ministri, assolute che ebbero dal giuramento prestato al reale infante quelle comunità, prima che arrivassero i Tedeschi, abbandonarono Parma e Piacenza e gli altri luoghi, dei quali nel dì 3 di maggio, fu preso il possesso dal principe di Lobcovitz generale cesareo. Avea fin qui Rinaldo d'Este duca di Modena coraggiosamente sostenuto il suo volontario esilio in Bologna, nel mentre che gl'innocenti suoi popoli si trovavano esorbitantemente aggravati dai Franzesi, senza alcun titolo insignoriti di questi Stati. Non volle più ritardare il magnanimo re Cristianissimo a questo principe il ritorno nel suo ducato; e però per ordine del duca di Noaglies, nel dì 23 di maggio, lasciarono i Franzesi libera la città e cittadella di Modena, e nei giorni seguenti anche Reggio e gli altri luoghi d'esso sovrano. Pertanto nel dì 24 di esso mese se ne tornò il duca di Modena alla sua capitale, dove fu accolto con sì strepitose acclamazioni del popolo, testimoniante dopo tanti guai il giubilo suo in rivedere il principe proprio, che egli stesso, andato a dirittura al duomo, per pagare all'Altissimo il tributo dei ringraziamenti, non potè ritenere le lagrime al riconoscere l'inveterato amore dei sudditi suoi. Intanto si ridusse addosso all'infelice Stato di Milano tutto il peso delle milizie franzesi; nè via appariva, che gli Spagnuoli si volessero snidare dalla Toscana, nè i Tedeschi dagli Stati della Chiesa, essendo essi pervenuti sino a Macerata e a Foligno. Solamente si osservò che il duca di Montemar cominciò ad alleggerirsi delle tante sue milizie, inviandone parte per terra verso il regno di Napoli, e parte per mare in Catalogna. Similmente, nel mese di luglio, s'incamminarono alla volta della Germania alcuni de' reggimenti cesarei che opprimevano il Ferrarese, Bolognese e la Romagna. Ma non per questo mai si vedeva data l'ultima mano alla pace, per le differenti pretensioni de' principi. Il re di Sardegna, oltre al Novarese e Tortonese, esigeva cinquantasette feudi nelle Langhe. Nel mese d'agosto venne la commissione di soddisfarlo; il che fece sciogliere l'incanto; perciocchè nel dì 26 d'esso mese i Gallo-Sardi rilasciarono agl'imperiali il possesso di Cremona, e nel dì 28 quello di Pizzighettone. Nel dì 7 di settembre, entrati che furono due reggimenti cesarei nella città di Milano, finalmente da quel castello si ritirò la guernigion franzese e piemontese, lasciandolo in potere d'essi imperiali. Già erano stati consegnati i forti di Lecco, Trezzo e Fuentes e Lodi. Poscia nel dì 9 entrarono gli Alemanni nelle fortezze d'Arona e Domodoscela, e finalmente nel dì 11 in Pavia: con che restò evacuato tutto lo Stato di Milano dalle truppe gallo-sarde. Videsi anche libero lo Stato della Chiesa dalle milizie alemanne.

Ma per conto della Toscana, benchè gran parte degli Spagnuoli fosse marciata a levante e ponente, pure niuna apparenza v'era che il conte di Montemar volesse dimettere Pisa e Livorno. Sulla speranza di entrare in quella città, o per far paura agli Spagnuoli, inviò il generale Kevenhuller un corpo di truppe cesaree in Lunigiana e sul Lucchese. Ad altro questo non servì che ad aggravar quelle contrade, ed accostandosi il verno fu egli anche obbligato a richiamarle in Lombardia senza aver messo il piede in Toscana. Duravano tuttavia le discrepanze della corte di Vienna col re delle Due Sicilie, ed anche col re Cattolico; perciocchè avea ben l'imperadore inviata la sua libera cessione de' regni di Napoli e Sicilia, ma il reale infante, nella cession sua della Toscana, Parma e Piacenza voleva riserbarsi tutti gli allodiali della casa Medicea e Farnese. Similmente pretendeva il re Cattolico che, venendo a mancare in Toscana la linea mascolina del duca di Lorena, dovessero quegli Stati pervenire alla Spagna, laddove esso duca intendeva di ottenerli liberi, e senza vincolo alcuno, come erano gli Stati di Lorena da lui ceduti alla Francia. Per cagione di questi nodi arrivò il fine di dicembre senza che fossero ammesse nelle piazze della Toscana l'armi cesaree. Riuscì anche fastidioso al pontefice Clemente XII l'anno presente. La santa Sede, tanto venerata in addietro, e rispettata da tutti i principi cattolici, provò un diverso trattamento nei tempi correnti, perchè pareano congiurate le potenze a far da padrone negli Stati della Chiesa, senza il dovuto riguardo alla sublime dignità e sovranità pontificia. Già si è veduto quanti malanni sofferissero senza alcun loro demerito per tanti mesi dalle truppe cesaree le legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna, le cui comunità benchè dal benefico papa fossero in sì dura oppressione sovvenute con gran copia di danaro, pure rimasero estenuate e cariche di debiti, per l'esorbitante peso di tante contribuzioni.

Da disavventure d'altra sorte non andò esente neppure la stessa Roma. Quivi si erano postati non pochi ingaggiatori spagnuoli, che senza saputa, non che senza consenso del vecchio papa, per diritto o per rovescio arrolavano gente. Chi sa quel mestiere, facilmente concepirà che non pochi disordini ed avanie occorsero; perchè molti ingannati, e senza sapere qual impegno prendessero, o per propria balordaggine, o per altrui malizia, si ritrovarono venduti. Ora i padri deploravano i figli perduti, ora le mogli i mariti; e scoperto in fine onde venisse il male, i Trasteverini nel dì 15 di marzo improvvisamente attruppati in numero di cinque o sei mila persone, corsero alle case di quegl'ingaggiatori, e, dopo aver liberati a furia gl'ingaggiati, s'avviarono al palazzo Farnese, dove ruppero tutte le finestre, e gittarono a terra l'armi dell'infante don Carlo. Al primo avviso di questo disordine comandò tosto il governator di Roma che gli Svizzeri, le corazze e i birri accorressero al riparo. Furono questi dalla furia di quella gente rispinti, nè si potè impedire che non passasse la sbrigliata plebe al palazzo del re Cattolico in piazza di Spagna, dove uccise un uffiziale, e seguirono altre morti e feriti. Ma nella domenica delle Palme si riaccese la sedizione, perchè i Trasteverini coi borghigiani andarono per isforzar le guardie messe ai ponti. Il più ardito d'essi fu steso morto a terra, perlochè infuriati i seguaci superarono il passo, e misero in fuga i soldati. Anche i montigiani da un'altra parte si mossero, e seguirono ferite di chi per accidente si trovò passar per le strade. Volle Dio che non poterono giugnere di nuovo al palazzo di Spagna, dove erano preparati centocinquanta fucilieri e quattro cannoni carichi a cartoccio: gran male ne seguiva. Per rimediare a questo sconcerto, furono la sera inviati il principe di Santa Croce fedele Austriaco, e il marchese Crescenzi uno de' conservatori, a parlamentare coi sollevati, i quali richiesero la libertà degl'ingaggiati del loro rione, e la liberazion di alcuni già carcerati per cagion della sollevazione, e il perdono generale a tutti. Ottennero quanto desideravano; e dappoichè videro loro mantenuta la parola, andarono poi tutti lieti gridando: Viva il papa. Si pubblicò poscia un rigoroso editto contro gl'ingaggiatori; e perchè costoro non cessavano di fare il solito giuoco, seguirono alcune altre contese, delle quali a me non occorre di far menzione.

Un disordine ne tirò dietro un altro. Per la nuova del tentativo fatto in Roma contra degli Spagnuoli, si fermarono su quel di Velletri circa tre mila soldati di quella nazione, che erano in viaggio alla volta di Napoli; e mancando loro i foraggi, si diedero a tagliare i grani in erba. Per questa cagione nel dì 21 d'aprile si mise in armi tutto quel popolo, risoluto non solo di vietare il passaggio per la loro città a quelle milizie, ma di forzarle a partirsi, e si venne alle brutte. Accorse colà il cardinal Francesco Barberino, ma non potè calmare il tumulto. Per questo in Roma si accrebbe la guernigion dei soldati. Volarono intanto corrieri a Napoli e a Madrid, e si trattò in Roma col cardinale Acquaviva delle soddisfazioni richieste per l'insulto dei Trasteverini. Perchè non furono quali si esigevano, esso porporato coll'altro di Belluga si ritirò da Roma; fece levar l'armi di Spagna e di Napoli dai palazzi, e ordinò a tutti i Napoletani e Spagnuoli di uscire della città nel termine di dieci giorni. Da Napoli fu fatto uscire il nunzio del papa. Anche in Madrid grave risentimento fu fatto con obbligar quella corte il nunzio apostolico a marciare fuori del regno, con chiudere la nunziatura, e proibire ogni ricorso alla dateria, gastigando in tal maniera l'innocente pontefice per eccessi non suoi, e ai quali non avevano mancato i suoi ministri di apprestar quel rimedio che fu possibile. Peggio ancora avvenne. Nel dì 7 di maggio entrate le milizie spagnuole in Velletri, piantarono in più luoghi le forche, carcerarono gran copia di persone, e commisero poi mille insolenze e violenze contra di quel popolo, il quale fu forzato a pagare otto mila scudi per esimersi dal sacco. Una truppa eziandio di granatieri spagnuoli, passata ad Ostia, incendiò le capanne di que' salinari, saccheggiò le officine; ed altri intimarono alla città di Palestrina il pagamento di quindici mila scudi pel gran reato di aver chiuse le porte ad alcuni pochi Spagnuoli che volevano entrarvi. Altri affanni ancora provò il papa dalla parte de' Tedeschi, per essere stato carcerato un uffiziale cesareo; ed altri dalla corte di Francia, il cui ambasciatore si ritirò da Roma per cagion della nomina di un vescovo fatta dal re Stanislao, e non accettata dal papa. Bollivano parimente le note controversie colla corte di Savoia. In somma sembrava che ognun dei potentati con abuso della sua potenza si facesse lecito d'insultare il sommo pontefice con tutto il suo retto operare: alle quali offese egli nondimeno altre armi non oppose che quelle della mansuetudine e della pazienza. In mezzo nulladimeno a tali burrasche si osservò, essere stato dichiarato vicerè di Sicilia il principe don Bortolomeo Corsini nipote di sua santità, personaggio dotato di singolar saviezza: il che fece maravigliare più d'uno.

Anche la Corsica in questi tempi apprestò alla pubblica curiosità una commedia, che diede molto da discorrere. Duravano più che mai le turbolenze in quell'isola con grave dispendio della repubblica di Genova; quando nell'aprile, condotto da una nave inglese procedente da Tunisi, colà sbarcò un personaggio incognito, seco conducendo dieci cannoni e molte provvisioni da guerra, ed anche danaro. Fu accolto dai sollevati con gran gioia ed onore, e preso per loro capo, anzi nel dì 15 di esso mese fu onorato col titolo di re di Corsica: cosa che non si può negare, benchè altri dicessero solamente di vicerè, perchè si pretendea che fosse stato inviato colà da qualche potenza che aspirasse al dominio di quell'isola. Sul principio non era conosciuto chi fosse questo sì ardito e fortunato campione, ma si venne poi scoprendo, e i Genovesi con un lor manifesto il dipinsero coi più neri colori di uomo senza religione, di un truffatore, di un alchimista, e come il più infame dei viventi, e pubblicarono ancora contra di lui una grossa taglia. La verità si è che costui era Teodoro Antonio barone di Newoff, nato suddito del re di Prussia, e di casa nobile, che da venturiere, dopo aver fatto di molti viaggi per le corti di Europa, ora in lieta, ora in triste fortuna, avea in fine saputo cogliere nella rete vari mercatanti affinchè l'assistessero in questa impresa, con promettere loro mari e monti, assiso che fosse sul maestoso trono della Corsica. Prese, egli con vigore quel governo, creò conti e marchesi con gran liberalità; istituì un ordine militare di cavalieri appellati della Liberazione, e ne aspettava ognuno delle meraviglie. Ma non finì l'anno che parve finita anche la fortuna di questo comico regnante; e divulgossi, che dopo aver egli cominciato ad esercitare un'autorità troppo dispotica, arrivando a punire chi non eseguiva a puntino gli ordini suoi, la nazion dei Corsi non tardò a convertire l'amore in odio, e poscia in dispregio, perchè mai non comparivano quei tanti soccorsi che sulle prime aveva egli promesso. Pertanto, temendo egli della vita, segretamente imbarcatosi nel dì 12 di novembre, comparve a Livorno, travestito da frate, ed appena sbarcato prese le poste, senza sapersi per qual parte. La verità nondimeno fu, non essere stata fuga la sua, perchè egli, prima di partirsi, nel dì quarto di novembre, pubblicò un editto, con cui costituì i ministri del governo durante la sua lontananza. Andò egli per procurar nuovi rinforzi a quella nazione.

Era, siccome dicemmo, restato vedovo Carlo Emmanuele re di Sardegna, e volendo passare alle terze nozze, intavolò il nuovo suo matrimonio colla principessa Elisabetta Teresa, sorella di Francesco Stefano duca di Lorena, in cui concorrevano, oltre all'insigne nobiltà, le più rare doti di animo e di corpo. Era nata nel dì 15 di ottobre del 1711 dal duca Leopoldo Giuseppe e dalla duchessa Elisabetta Carlotta d'Orleans, sorella del già Filippo, duca di Orleans reggente di Francia. Fu pubblicato in Vienna questo maritaggio, e si andarono disponendo le parti per effettuarlo colla convenevol magnificenza. Nell'anno presente la mortalità dei buoi cominciò a serpeggiare pel Piemonte, Novarese, Lodigiano e Cremonese: il che di sommo danno riuscì a quelle contrade, e di grande spavento agli altri paesi, che tutti si misero in guardia per esentarsi da sì terribile eccidio. Provossi in varie parti del regno di Napoli e dello Stato ecclesiastico stesso flagello. Risonavano intanto per Italia le prodezze dell'armi russiane contra de' Turchi, perchè dall'un canto s'impadronirono dell'importante fortezza d'Azof, e dall'altro penetrarono anche nella Crimea dove lasciarono una funesta memoria a que' Tartari, assassini in addietro della Russia e Polonia. Gran gloria per questo venne all'imperadrice russiana, se non che i progressi suoi cagion furono che la Porta Ottomana, pacificata con lo scach Nadir, o sia Tamas Kulican, re della Persia, facesse uno straordinario armamento, e dichiarasse la guerra contra di lei. Era collegato di essa imperadrice Anna l'Augusto Carlo VI, e cominciossi per tempo a scorgere ch'egli era per impugnare la spada in difesa di lei: al qual fine tutte le milizie alemanne cavate d'Italia, ed altre della Germania sfilarono verso la bassa Ungheria ai confini dei Turchi. Non meno il ministro di Francia che quei delle potenze marittime molto si adoperarono per distorre sua maestà cesarea da questo impegno; ma non ne ricavarono se non dubbiose risposte, perchè l'imperadore avea fatto esporre a Costantinopoli varie doglianze e minaccie ed aspettava se facessero frutto. Era negli anni addietro nata in Inghilterra una setta appellata dei Liberi Muratori, consistente nell'union di varie persone, e queste ordinariamente nobili, ricche o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare i segreti della società. Raunavansi costoro di tanto io tanto in una casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il tempo in lieti ragionamenti e in deliziosi conviti, conditi per lo più da sinfonie musicali. Verisimilmente aveano essi preso il modello di sì fatte conversazioni dagli antichi epicurei, i quali, per attestato di Cicerone e Numenio, con somma giovialità e concordia passavano le ore in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in Germania questo rito, e in Parigi fu creduto che si contassero sedici Logge, alle quali erano scritti personaggi della primaria nobiltà. Allorchè si trattò di creare il gran mastro, più brogli si fecero ivi che in Polonia per l'elezione d'un nuovo re. Si tenne per certo che anche in alcuna città d'Italia penetrasse e prendesse piede la medesima novità. Contuttochè protestassero costoro, essere prescritto dalle loro leggi, di non parlare di religione, nè del pubblico governo in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio che non vi si ammetteva il sesso femineo, nè ragionamento di cose oscene, nè vi era sentore di altra sorta di libidine: nondimeno i sovrani, e molto più i sacri pastori, stavano in continuo batticuore che sotto il segreto di tali adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete e ai buoni costumi. Però il pontefice Clemente XII nell'anno presente stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle censure la setta dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità regia s'interpose per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione un tal divieto o rovina che più non credendosi tenuti al segreto i membri di essa repubblica, dopo il piacere di aver dato lungo tempo la corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divulgassero anche con pubblici libri tutto il sistema e rituale di quella novità. Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravità; nè altra maggior deformità vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo per occultar così fatte inezie. Ridicola cosa anche fu che in una città della Germania dall'ignoranza e semplicità venne spacciato e fatto credere al popolo, autore della medesima setta chi scrive le presenti memorie.

Anno di CRISTO MDCCXXXVII. Indiz. XV.

CLEMENTE XII papa 8. CARLO VI imperadore 27.

Alla per fine spuntò nell'anno presente la tanto sospirata iride di pace in Italia con allegrezza inesplicabile di tutti i popoli; e quantunque tal serenità non fosse esente da qualche nebbia per le non mai quiete pretensioni dei potentati, pure, cessando affatto lo strepito dell'armi in queste parti, giusto motivo ebbe ciascuno di rallegrarsene. Fin qui ostinatamente erano persistite in Livorno e Pisa le guernigioni spagnuole, senza voler cedere alle truppe tedesche, disposte secondo i preliminari a prenderne possesso a nome del duca di Lorena. Fu detto che seguisse in Pontremoli il cambio delle cessioni fatte da sua maestà cesarea ai regni di Napoli e Sicilia, e dal re delle Due Sicilie ai ducati di Toscana, Parma e Piacenza. Può dubitarsene, da che si seppe che il re Cattolico Filippo V non volle in quest'anno sottoscrivere essi preliminari, ed è certo che Carlo re di Napoli e Sicilia si riservò certe pretensioni che avrebbero potuto intorbidar la concordia. Comunque fosse, il generale spagnuolo duca di Montemar sul principio di quest'anno, giunta che fu a Livorno una buona quantità di legni, in quelli imbarcò il presidio d'essa città, ed altre fanterie spagnuole inviò verso le fortezze della maremma di Siena; dopo di che, senza far cessione alcuna di Livorno, nel dì 9 di gennaio abbandonò quella città, dove restò la sola guernigione del gran duca Gian Gastone. Lasciarono gli Spagnuoli nella Toscana la memoria di molti aggravii inferiti a quegli Stati. Pertanto da lì ad alquanti giorni entrato in Toscana il generale tedesco Wactendonck con alcuni reggimenti cesarei, prese, a nome del duca di Lorena, possesso di Livorno, con prestare giuramento di fedeltà al gran duca, le cui milizie insieme colle tedesche cominciarono a montare la guardia. Distribuì eziandio alcune di quelle soldatesche in Siena, Pisa e Porto Ferraio, le quali osservarono miglior disciplina che le precedenti. Pochi mesi passarono che il presidio spagnuolo di Orbitello, abbisognando di legna per uso proprio e per le fortificazioni, ne fece richiesta al gran duca. Perchè risposta non veniva, un grosso distaccamento d'essi Spagnuoli passò a tagliare sul Sanese circa mille e secento alberi. Ne furono fatte doglianze, ed avrebbe questa violenza potuto cagionar delle nuove rotture, se la corte di Vienna, ossia il duca di Lorena, non si fosse ora trovato nei gravi impegni, dei quali fra poco parleremo. Colla pazienza si sopì quel disordine.

Intanto, angustiato dal male d'orina e da altri incomodi di corpo il gran duca Gian Gastone de' Medici si ridusse agli estremi di sua vita, e nel dì 9 di luglio con segni di molta pietà restò liberato dai pensieri ed affanni del mondo. Era principe di gran mente, di somma affabilità e di una volontà tutta inclinata al pubblico bene; e quantunque la sua poca sanità il tenesse per lo più ristretto in camera o in letto, pure, valendosi di saggi ed onorati ministri, mantenne sempre un'esatta giustizia, e in vece di accrescere i pesi ai suoi sudditi, più tosto cercò di sminuirli. Liberale verso la gente di merito, protettore delle lettere, e sommamente caritativo verso i poveri, tal memoria lasciò di sè, che chiunque avea sparlato di lui vivente, ebbe poi a compiangerlo morto. In lui finì la linea maschile della insigne regnante casa de' Medici, con disavventura inesplicabile dell'Italia, che seguitava a perdere i suoi principi naturali; ma senza paragone riuscì più sensibile ai popoli della Toscana, i quali indarno s'erano lusingati di poter tornare a repubblica, nè solamente restarono senza i principi Medicei, che tanta gloria e rispetto aveano fin qui procacciato a Firenze e alla Toscana, ma venivano a restar sottoposti ad un sovrano certamente benignissimo e generoso, pure obbligato da' suoi interessi a fare la residenza sua fuori d'Italia. Gran fortuna è l'avere i principi proprii. L'averli anche difettosi, meglio è regolarmente che il non averne alcuno, giacchè lo stesso è che averli lontani; mentre fuori degli Stati ridotti in provincia volano le rendite, e dee il popolo soggiacere ai governatori, i quali non sempre seco portano l'amore a' paesi dove non han da fare le radici. Dopo la morte di questo principe con tutta quiete il principe di Craon e gli altri ministri lorenesi presero il possesso della Toscana a nome di sua altezza reale Francesco Stefano duca di Lorena, genero dell'imperadore, che fu proclamato gran duca. Profittò ben la Francia di questo avvenimento, perchè le cessò l'obbligo di pagare ad esso duca di Lorena quattro milioni e mezzo di Francia, finchè egli fosse entrato in possesso della Toscana. La vedova elettrice palatina Anna Maria Luigia de' Medici, sorella del defunto gran duca Gian Gastone, prese anch'ella il possesso dei mobili e allodiali della casa paterna, ascendenti ad un valsente incredibile, nè solamente degli esistenti nella Toscana, ma anche in Roma, nello Stato ecclesiastico e in altri paesi. Tuttavia non tardò a saltar fuori una scintilla, che i saggi ben previdero potere un dì produrre qualche incendio. Cioè Carlo re di Napoli e di Sicilia prese lo scorruccio per la morte di esso gran duca, ed insieme il titolo di ereditario degli allodiali della casa de Medici, siccome principe già adottato dalla medesima per figlio; ed altrettanto fece anche il Cattolico re Filippo V suo padre. A tal pretensione non s'era trovato finora ripiego. Furono fatte per questo proteste giuridiche tanto in Firenze che in Roma. Alla vedova elettrice fu esibito molto di autorità nel governo, premendo al novello gran duca di tenersi amica questa principessa, donna tanto ricca, e di mirabil talento e saviezza. Ma se ne scusò ella per cagion della sua avanzata età.

Ebbe compimento in quest'anno il maritaggio di Carlo Emmanuele re di Sardegna colla principessa Elisabetta sorella del suddetto duca di Lorena. La funzione fu fatta in Luneville, dove il principe di Carignano sostenne le veci del re; dopo di che si mise in viaggio essa novella regina alla volta della Savoia. Nell'ultimo giorno di marzo pervenne essa a Ponte Beauvoisin sui confini; ed essendosi giù portato colà il re con tutta la corte, e con accompagnamento magnifico di guardie e milizie, fu ad incontrarla, conducendola poi a Sciambery, dove presero per una settimana riposo. Nella sera del dì 22 di aprile fecero i reali sposi il magnifico loro ingresso in Torino fra la gran folla dei sudditi e forestieri accorsi a quelle feste, e fra l'ale della fanteria e cavalleria, mentre intanto le artiglierie facevano un incessante plauso alle loro maestà. Non quella sola sera si videro illuminate le strade di Torino, ma anche nelle seguenti; nè mancarono fuochi artifiziali, ed altri suntuosi divertimenti, in sì lieta congiuntura. Passava in questi tempi non lieve disputa fra esso re di Sardegna e la corte di Vienna, giacchè egli pretendeva la terra di Serravalle per distretto di Tortona; laddove i cesarei la teneano per dominio staccato da quella città. Continuavano intanto i maneggi della sacra corte di Roma con quelle di Madrid, Portogallo, Napoli e Savoia per le controversie vertenti con esse. Rallegrossi dipoi quella gran città al vedere nel marzo di quest'anno ritornati colà i cardinali Acquaviva e Belluga con indizio di sperata riconciliazione. Per trattarne venne a Roma come mediatore il cardinale Spinelli arcivescovo di Napoli, personaggio di gran credito e di obbliganti maniere; e vi comparve ancora monsignor Galliani gran limosiniere del re delle Due Sicilie, per esporre le pretensioni di quel monarca. Finalmente nel dì 27 di settembre si vide qualche apparenza di aggiustamento fra la santa Sede e i re di Spagna e di Napoli: il che recò incredibil consolazione a Roma; quantunque in questi ultimi tempi non succedesse mai discordia e concordia alcuna, in cui non iscapitasse sempre la corte pontificia. Non finirono per questo le pretensioni, nè si riaprirono per anche le nunziature di Madrid e di Napoli. Contuttociò la Dateria cominciò a far le sue spedizioni. Per le differenze di Portogallo e di Savoia ripiego alcuno finora non si trovò.

Aveano i tanti saccheggi fatti dai Tartari della Russia, col condurne schiavi migliaia di uomini, commossa in fine a risentimento Anna imperadrice d'essa Russia, non solo contra di quei masnadieri, ma contra gli stessi Turchi, i quali con tutte le querele e proteste dei Russiani mai non vollero apportarvi rimedio. Due suoi valenti generali con due possenti armate nel precedente anno aveano data una buona lezione a quegl'infedeli; il Lascì col prendere la fortezza d'Azof, e il Munich con una terribil invasione nella Crimea. Fece per questo il sultano dei Turchi, già pacifico co' Persiani, un gagliardo armamento contro i Russiani; e quantunque s'interponesse l'Augusto Carlo VI per trattar di pace, non ne riportò che belle parole, insistendo sempre i Turchi nella restituzione d'Azof. Lega difensiva era fra esso imperadore e la Russia; e però non volendo Cesare lasciar soperchiare dai musulmani l'imperadrice suddetta, avea spedito ai confini dell'Ungheria la maggior parte delle sue forze, e dichiarato generalissimo d'esso Francesco Stefano duca di Lorena, divenuto in questo anno gran duca di Toscana. La direzion dell'armi cesaree fu data al generale Seckendorf, protestante di professione, con doglianza del sommo pontefice, il quale non mancò di promettere sussidii di danaro a Cesare per questa guerra. Un bel principio si diede ad essa colla presa della città di Nissa, per cui furono cantati più Te Deum. Ma non passò molto che si videro andare a precipizio tutti gli affari dell'imperadore in quelle parti. Comandava il Seckendorf ad una fioritissima armata, capace di grandi imprese, avendola alcuni fatta ascendere sino ad ottanta mila valorosi combattenti. Quel generale, invece di tener unite tante forze e di assediar daddovero la forte piazza di Widin, o pure di tentar l'acquisto della Bossina, spartì in varii corpi e distaccamenti l'esercito suo, e niun di essi riportò se non percosse e disonore, tuttochè i musulmani sulle prime si trovassero più d'un poco smilzi di forze in quelle parti. Il principe d'Hildburgausen, inviato con poche migliaia d'armati sotto Banialuca capitale della Bossina, tutti perdè i suoi attrezzi e gran gente, e ringraziò la fortuna di essersi potuto salvar colla fuga. Nella Croazia verso Vaccup, e sotto Widin furono battuti gl'imperiali, e Nissa venne ricuperata dai Turchi. Si perdè il Seckendorf intorno ad Usitza, cioè ad una bicocca, e la prese: questa fu l'unica sua prodezza. I Turchi la ricuperarono poi nell'anno seguente. Andarono lamenti a Vienna; laonde, richiamato egli alla corte, lasciò il comando al generale Filippi; ed essendo stato posto in carcere, fu contra di lui dato principio ad un processo. Non istimarono veramente i saggi che questo personaggio avesse punto mancato alla fede e all'onore. Il suo delitto, secondo il sentimento d'altri, fu quello di non saper fare il condottier di armate: mestiere forse il più difficile di tutti; benchè non mancasse chi l'esentava da questo difetto.

Certamente poi non avea più la corte cesarea un Carlo duca di Lorena, un principe Eugenio, nè un maresciallo di Staremberg, nè i Caprara, nè i Veterani, nè altri simili personaggi di gran mente e savia condotta, che sapessero dirigere un esercito ai danni del nemico, e difender alle occorrenze. Per altro facendo conoscere la sperienza che talvolta le belle armate cesaree combattono col bisogno, il Seckendorf addusse ancor questo per sua discolpa, certo essendo che a cagion della mancanza dei viveri per più giorni quell'esercito si mantenne come potè in vita colle pannocchie del frumentone, ossia grano turco, maturo in quel paese, o pur con sole prugne trovate per avventura in que' boschi. Non mancò gente che si figurò essere mancata la benedizione di Dio all'armi dell'imperadore in questa guerra, perchè, secondo il trattato di Passarowitz, la tregua di sua maestà cesarea colla Porta Ottomana durava ancora, nè terminava se non nell'anno 1742; pretendendo perciò i Turchi che Cesare non fosse in libertà dopo esso trattato di collegarsi colla Russia a danno loro, nè gli fosse lecito di romperla contra d'essi. A me non tocca di entrare in sì fatto esame, e molto meno di stendere le ottuse mie pupille nei gabinetti della divinità, bastandomi di riferire gli sfortunati avvenimenti di questa campagna contra degl'infedeli nella Servia, Bossina, Moldavia, Valacchia ed altri luoghi; e che per le tante malattie si trovò al finire dell'anno quasi della metà scemata la dianzi sì possente armata imperiale. Nè si dee tacere che allora più che mai si sciolsero le lingue e maledizioni de' cristiani contra del conte di Bonneval Franzese, già uno de' generali dell'imperadore; il quale, privo per altro di religione, avea abbracciata quella de' Turchi. Entrato costui al servigio della Porta col nome di bassà Osmanno, tutto s'era dato ad istruire i Turchi della disciplina militare dei cristiani: e fu creduto che i documenti suoi influissero non poco ai fortunati successi delle armi turchesche sì dell'anno presente che dei due susseguenti. Dicevasi che questo infame rinegato fosse il braccio dritto del primo visire. Se la fortuna non si fosse dichiarata in favore dei Turchi (giacchè in questo medesimo tempo in Nimirow nella Polonia trattavano di pace i plenipotenziarii cesarei, russiani e turchi), si potea sperare qualche pronta concordia con vantaggio dell'armi cristiane. Intanto d'altro passo procederono le due armate dell'imperadrice della Russia contra de' musulmani. Per ciocchè il generale conte di Munich nel dì 13 di luglio s'impadronì della riguardevol città di Oczakow situata al mare, con grande mortalità e prigionia di Turchi, con acquisto di molta artiglieria e di un ricco bottino. Seppe anche difenderla da essi Turchi, accorsi ad assediarla. Parimente il generale Lascì tornò di nuovo a fare un'irruzione nella Crimea, dove incendiò gran copia di que' villaggi, prese un'infinità di buoi, e lasciò dappertutto memorie del furor militare in vendetta degl'immensi danni e mali recati per tanti anni addietro da que' Tartari alla Russia.

Fu il presente anno l'ultimo della vita di Rinaldo d'Este duca di Modena, che nato nel dì 25 di aprile dell'anno 1655, e creato duca nel 1694, avea con somma saviezza fin qui governato i suoi popoli. Nel dì 26 di ottobre spirò egli l'anima. Perchè nelle Antichità Estensi io esposi tutto quel di lodevole, che si osservò in questo principe (e fu ben molto), io mi dispenso ora dal ripeterlo, bastandomi dire che per l'elevatezza della mente, per la pietà e pel saper tenere le redini d'un governo, si meritò il concetto di uno dei più saggi principi di questi tempi. Lasciò dopo di sè un figlio unico, cioè Francesco principe ereditario, nato nel dì 2 di luglio del 1698, e tre principesse, cioè Benedetta Ernesta, Amalia Gioseffa ed Enrichetta duchessa vedova di Parma. Sul principio delle ultime turbolenze, nelle quali si trovarono involti anche gli Stati della casa d'Este, s'era portato il suddetto principe Francesco a Genova colla principessa sua consorte Carlotta Aglae, del real sangue di Francia, figlia di Filippo duca di Orleans, già reggente di quel regno. Nell'anno 1755 passarono amendue a Parigi per impetrar sollievo agl'innocenti popoli dei loro ducati dal re Cristianissimo Luigi XV e per vegliare agli interessi proprii e del duca Rinaldo padre e suocero. Venuto l'autunno, si portò esso principe a visitar le città della Fiandra ed Olanda, ricevendo dappertutto distinti onori, e di là passò in Inghilterra, dove gli furono compartite le maggiori finezze dal re Giorgio II, che in questo principe considerò trasfuso il sangue di quei gloriosi antenati, dai quali era discesa anche la real casa di Brunsvich. Finalmente nella primavera dell'anno presente se ne andò a Vienna per inchinare il glorioso Augusto Carlo VI, da cui e dall'imperadrice vedova Amalia sua zia materna, e da tutta quella corte, fu graziosamente accolto. Essendosi accesa in questo tempo la guerra in Ungheria, s'invogliò anche egli di quell'onorato mestiere; e tenendo compagnia a Francesco duca di Lorena e gran duca di Toscana, e al principe Carlo di lui fratello, intervenne alle azioni della sopraddetta sventurata campagna. Nel tornarsene egli a Vienna, intese la morte del duca Rinaldo suo padre, e, però congedatosi dalle auguste maestà, s'inviò verso l'Italia, e nel dì 4 di dicembre felicemente giunse a Modena, ricevuto con giubilo dai suoi sudditi, che, attesa la di lui molta intelligenza, e spezialmente l'amorevol suo cuore, concepirono per tempo viva speranza d'ottimo governo, secondo l'uso de' suoi maggiori, tutti buoni e benefici principi. Aveva egli già procreati due principi viventi, cioè Ercole Rinaldo suo primogenito, nato nel dì 22 di novembre nell'anno 1727, ed un altro venuto alla luce nel dì 29 di settembre del 1736 in Parigi, a cui poscia nel solenne battesimo fu posto il nome di Benedetto Filippo Armando, e viene oggidì chiamato il principe d'Este; e quattro principesse, cioè Maria Teresa Felicita, Matilde, Fortunata Maria ed Elisabetta.

Più che mai continuò in questi tempi la ribellion della Corsica, con trovarsi bloccate da que' popoli le cinque o sei fortezze che sole restavano in potere della repubblica di Genova. Correvano tutto dì voci incerte di quegli affari, negando alcuni e pretendendo altri che durasse in quell'isola l'autorità del baron Teodoro, e che da lui si riconoscessero i soccorsi che andavano giugnendo a quei sollevati, con voce ancora ch'egli ritornerebbe in breve al comando. La verità fu, che esso era passato in Olanda, dove, prevalendo le istanze dei suoi creditori, per qualche tempo si riposò nelle carceri, e restò poscia liberato. Tale era la sua attività ed eloquenza, che impegnò altri mercatanti a concorrere nei suoi disegni, e si dispose a rivedere la Corsica. Ora i Genovesi, per desiderio di mettere fine a quella cancrena, s'avvisarono in questi tempi di ricorrere al patrocinio del re Cristianissimo, affinchè il suo nome e la potenza dell'armi sue mettesse in dovere quella sì alterata nazione. Penetrato il lor disegno, non tralasciarono i Corsi di rappresentare a Versaglies quanti aggravii aveano finora sofferto dal governo de' Genovesi. Ciò che ne avvenisse, lo vedremo all'anno seguente. Nel presente sul Piacentino e Lodigiano seguitò l'epidemia de' buoi con terrore di tutti i vicini. Anche il monte Vesuvio nel dì 19 di maggio si diede a vomitar fiamme, pietre e bitume, che raffreddato era simile alla schiuma di ferro. Per dodici miglia fino al mare correndo la fiumana d'esso bitume, cagionò la rovina di molti villaggi, conventi, chiese e case. Le città di Adriano, Avellino, Nola, Ottaviano, Palma e Sarno, e la torre del Greco sommamente patirono, e ne fuggirono tutti gli abitanti. Alcun luogo vi restò coperto dalla cenere alta (se pure è credibile) quasi venti palmi. Orazioni pubbliche si fecero per questo in Napoli, città che si trovò ben piena di spavento, ma altro incomodo non soffrì che quello della caduta cenere. Merita anche memoria per istruzione de' posteri una delle pazzie di questi tempi, cioè il già introdotto lotto di Genova, che si dilatò in Milano, Venezia, Napoli, Firenze, Roma ed altri paesi. Dissi pazzia, non già dei principi, che con questa invenzione mostravano la loro industria in saper cavare dalle genti senza lancetta il sangue, ma dei popoli che, per l'avidità di conseguire un gran premio, s'impoverivano, dando una volontaria contribuzione agli accorti regnanti, con iscorgersi in fine che di pochi era il vantaggio, la perdita d'infiniti. Nella sola Roma danarosa, in cui sul principio ebbe gran voga esso lotto, e si faceano più estrazioni in un anno, si calcolò che in ciascuno de' primi anni si giocasse un milione di scudi romani. Per lo più nè pur la metà ritornava in borsa de' giocatori. Il gran guadagno restava parte ai conduttori del gioco e parte al sommo pontefice, che di questo danaro si serviva per continuar le magnifiche fabbriche da lui intraprese.

Anno di CRISTO MDCCXXXVIII. Indiz. I.

CLEMENTE XII papa 9. CARLO VI imperadore 28.

Cominciavano a pesar gli anni addosso al pontefice Clemente XII. Era anche caduto infermo di maniera, che più d'una volta si dubitò di sua vita, ed alcuni porporati aveano già dato principio ai segreti lor maneggi: il che risaputo dal papa, cagion fu di qualche risentimento. Questi avvisi della mortalità, e il desiderio del santo padre di lasciare la sedia apostolica in pace con tutte le potenze cattoliche, il rendè più sollecito ad accordarsi colle corti di Spagna e di Portogallo. Nel dì 20 del precedente dicembre aveva egli promosso alla porpora monsignor Tommaso Almeida patriarca di Lisbona; servì questo passo a placare in buona parte, se non in tutto, l'animo di Giovanni V re portoghese, principe inflessibile in ogni sua pretensione e dimanda; il che fece aprir la Dateria per quel regno, e in Lisbona fu splendidamente accolto il nunzio pontifizio. Altrettanto avvenne in Ispagna. Per le differenze colla corte di Napoli, tuttochè reclamassero i ministri cesarei, pure sua santità nel maggio condiscese ad accordare le investiture delle Due Sicilie all'infante reale don Carlo di Borbone. Insorse in questi tempi un imbroglio fra esso pontefice e la reggenza del ducato di Toscana, a cagion di Carpegna, Scavolino e Montefeltro, Stati pretesi per ragioni antiche dalla repubblica fiorentina, essendo in fatti passate le milizie lorenesi a prenderne il possesso. Messosi l'affare in disputa, perchè la corte di Vienna abbisognava in questi tempi dei soccorsi del papa per la guerra turchesca, si venne poi smorzando la lite, e restò libera quella contrada dall'armi del gran duca. Era già gran tempo che si trattava dell'accasamento del suddetto re delle due Sicilie; e perciocchè ragioni politiche non permisero che a lui fosse accordata in moglie la seconda arciduchessa figlia del regnante Augusto, restò poi conchiuso il suo maritaggio colla real principessa Maria Amalia figlia di Federigo Augusto re di Polonia ed elettor di Sassonia, appena giunta all'età di quattordici anni. Nel dì 19 di maggio a nome d'esso re fu sposata essa principessa dal fratello Federigo Cristiano, principe reale ed elettorale, e nel dì 24 d'esso mese, accompagnata dal medesimo, imprese il suo viaggio alla volta d'Italia. Con corte numerosa venne sino a Palma Nuova, confine dello Stato veneto, don Gaetano Boncompagno duca di Sora, scelto dal re per maggiordomo maggiore della novella regina, e direttore del suo viaggio per Italia: principe per le sue virtù meritevole d'ogni maggiore impiego. Nel dì 29 del mese suddetto arrivata ai confini della repubblica essa principessa, ivi trovò il veneto ambasciatore colle guardie destinate alla maestà sua, e le si presentò parimente il duca di Sora con tutta la corte a lei destinata.

Fu allora che propriamente s'avvide questa graziosa principessa di essere regina: sì magnifico e splendido fu l'accoglimento fattole per dovunque passò dalla veneta generosità. Invogliatasi all'improvviso di dare un'occhiata alla mirabil città di Venezia, dopo avere per altra via incamminato il suo gran seguito ed equipaggio a Padova, essa nel dì 2 di giugno imbarcatasi col real fratello, col duca di Sora, e con pochi altri cavalieri e dame, fu condotta pel canale della Giudecca in faccia alla piazza di San Marco, e fatto un giro pel canal grande fra il rimbombo delle artiglierie andò vedendo e ammirando i superbi palazzi e le altre grandiose fabbriche di quella dominante. Finalmente alle due ore della notte seguente fece l'ingresso nella città di Padova, dove spezialmente trovò un trattamento reale. Colà s'era portato Francesco III d'Este duca di Modena colle principesse Benedetta ed Amalia sorelle sue, per inchinare la regina loro cugina, da cui poscia riceverono ogni maggior finezza d'amore e di stima. Ai confini del Ferrarese si presentò alla maestà sua il cardinale Mosca spedito dal sommo pontefice con titolo di legato a latere a complimentarla e servirla sino a Ferrara, dove con solenne apparato di quella città entrò, partendone poi nel dì 6 di giugno. Per tutto lo Stato ecclesiastico trovò gara fra le città in farle onore, siccome anch'ella dappertutto lasciò belle memorie della sua rara gentilezza e liberalità. Passò dipoi per Loreto, e nel dì 19 del suddetto mese arrivò a Portello, cioè ai confini del regno. Quivi trovò il re consorte, che la introdusse in un vasto real padiglione, coi vicendevoli complimenti ed abbracciamenti. Nel dì 22 d'esso giugno fecero le loro maestà l'entrata in Napoli fra le giulive acclamazioni di quell'immenso popolo, fra gli archi trionfali e fra le stupende macchine ed illuminazioni, che furono poi coronate da altre suntuosissime feste, continuate nei seguenti giorni. Poco fu questo in paragone del dì 2 di luglio in cui seguì il solenne ingresso dei regi sposi in essa città di Napoli, la quale da tanti anni disavvezza dal vedere i suoi regnanti, in questa occasione diede uno spettacolo d'indicibile magnificenza ed allegrezza, dalla cui maggior descrizione io mi dispenso. Allora fu che il re don Carlo istituì l'ordine dei cavalieri di San Gennaro, e di esso decorò i principali baroni di Napoli e Sicilia, e alcuni grandi spagnuoli.

Con tutti i maneggi finora fatti fra l'imperador Carlo VI e il Cristianissimo re Luigi XV non s'era peranche giunto a stabilire un trattato definitivo di pace. A questo si diede l'ultima mano in Vienna nel dì 18 di novembre fra i suddetti due monarchi, e fu sottoscritto dai plenipotenziarii non solo d'essi, ma anche da quei del re Cattolico Filippo V, di don Carlo re delle Due Sicilie, e del re di Sardegna Carlo Emmanuele. Rimasero con poca mutazione confermati i precedenti trattati di pace, e la Francia nominatamente accettò e promise di garantire la prammatica sanzione formata dall'Augusto regnante. Vi fu regolato tutto quello che apparteneva in Italia alla cessione dei regni di Napoli e Sicilia, e delle piazze marittime della Toscana pel suddetto real infante; e di Parma e Piacenza per l'imperadore; e di Tortona e Novara e delle Langhe pel re di Sardegna. Qual fosse il giubilo di tutta l'Italia all'avviso di questa concordia, non si può abbastanza esprimere, lusingandosi ognuno di godere per gran tempo i frutti e le delizie della tanto desiderata pace, che ora mai sembrava con uno stabile chiodo fissata. Non si godeva già in questi tempi un egual sereno nell'imperial corte di Vienna, perchè anche nell'anno presente niuna felicità, anzi parecchi disastri provarono in Ungheria l'armi cesaree. Quantunque ancora in quest'anno passasse al comando di quell'esercito il duca di Lorena, con aver seco per principal direttore di azioni militari il saggio e valoroso conte di Koningsegg; pure ebbero essi a fronte il gran visire con forze di lunga mano superiori alle cristiane. Le frequenti scorrerie turchesche per la Servia e un possente armamento di saiche nel Danubio portarono il terrore sino alla città di Belgrado, da dove si ritirarono in gran copia i benestanti. Per l'Ungheria superiore di là dal real fiume marciò il Koningsegg, e nel dì 3 di luglio a Cornia venne alle mani con un corpo di venti e più mila musulmani, e lo sconfisse. Questa vittoria agevolò la presa del forte di Meadia nel dì 9 d'esso mese, dove fu accordata buona capitolazione al presidio turchesco.

Già s'incamminava l'oste cesarea al soccorso d'Orsova assediata dai nemici, quando giunse la lieta nuova ch'essi a precipizio s'erano dati alla fuga, lasciando nel campo tende, bagagli, munizioni ed artiglierie. Tanto più allora inanimati i cristiani pensavano già di continuare il viaggio a quella volta; ma eccoti avviso che il visire avea trasmesso un rinforzo di venti mila uomini ai ritiratisi da Orsova. Non si osservò allora la consueta intrepidezza de' coraggiosi Alemanni; nè più si pensò ad Orsova. Accortisi gl'infedeli delle lor disposizioni, s'inoltrarono sino a Meadia, dove seguì un sanguinoso conflitto. I due reggimenti Vasquez e Marulli, composti d'Italiani, fecero delle maraviglie di coraggio con vergogna de' Tedeschi, i quali pure sono in credito di tanta fortezza. Ritiraronsi i cristiani con permettere a' Turchi di ricuperare i forti d'essa Meadia. Posto di nuovo l'assedio da essi infedeli ad Orsova, fu quella piazza costretta alla resa con grave pregiudizio della vicina città di Belgrado, sotto alla quale andò ad accamparsi il maresciallo di Koningsegg. Si contò per regalo della fortuna che i Turchi non facessero maggiori progressi; e sebben anche Semendria e Vilapanca furono sottomesse, pure poco appresso si videro abbandonate da essi. Non avea il Koningsegg più di quaranta mila guerrieri, laddove il gran visire ne conduceva cento venti mila. Ma in altri tempi trenta a quaranta mila Alemanni bastavano a far delle grandi prodezze contro le grosse armate degli Ottomani. O fosse dunque che l'iniquo bassà Bonneval avesse ben addottrinate le milizie turchesche, o altra cagione: certo è che questa campagna riuscì non men deplorabile della precedente per li cristiani, e convenne alzare il guardo al trono del Dio degli eserciti, i cui giusti giudizii son coperti di troppe tenebre. Nè i Russi ebbero miglior mercato. Furono costretti di far saltare tutte le fortificazioni di Oczokow, e a ritirarsene. Presero bensì nella Crimea la fortezza di Precope, ma poi, dopo averne demolite le fortificazioni e spianate le linee, e recati gravissimi danni a quelle contrade, se ne tornarono indietro. Fu da essi tentato il passaggio del Niester, ma senza poter ottener l'intento. Comparve in questi tempi alla corte di Costantinopoli, e vi fu ricevuto con distinto onore, Giuseppe figlio del fu principe di Ragotzki, il quale, dimentico delle grazie a lui compartite in addietro dal clementissimo Augusto, se ne fuggì alla Porta, per ravvivar le sue pretensioni sopra la Transilvania; e fece credere al gran signore di avere in quella provincia e in Ungheria un'infinità di seguaci.

Nè pure in quest'anno si seppe cosa credere degli affari della Corsica, perchè tuttodì a buon mercato si spacciavano bugie. Esaltavano alcuni la gran copia di soccorsi dati ai Corsi non meno di gente, che di munizioni, artiglierie ed armi: soccorsi, dico, i quali si diceano inviati colà dal baron Teodoro, e che altri attribuiva ad una potenza, la quale segretamente tenesse mano a quella ribellione, additando con ciò la corte di Spagna o pure di Napoli. Negavano altri queste nuove, e sosteneano ecclissata affatto la fortuna dell'efimero re Teodoro. Sul principio dell'anno fu sparsa voce che questo venturiere da Orano fosse di nuovo sbarcato in Corsica; e si vedevano progetti lodevolissimi pubblicati sotto suo nome, per far fiorire il commercio di quell'isola coll'erezion di varie saline, con attendere alle miniere, con fabbricar cannoni e mulini da polve da fuoco, e con incoraggiar l'agricoltura e la pesca. Ma non si verificò il di lui arrivo. Fu bensì vero che nel dì 5 di febbraio sbarcarono alla Bastia, capitale di quel regno, tre mila uomini di truppe franzesi, sotto il comando del conte di Boissieux. Aveano i Genovesi implorato il patrocinio della Francia in questo loro troppo lungo e dispendioso disastro; se pure non fu la corte di Francia, che attenta ad ogni foglia che si muova in Europa, per sospetto che gli Spagnuoli un dì non si prevalessero di quella sollevazione per impadronirsi della Corsica, esibì alla repubblica le sue forze per terminar quella pugna. Certo è, che colà furono trasportate le suddette milizie, non già con animo d'infierire contro quella valorosa nazione, a cui non mancavano delle buone ragioni, ma per istudiar la via di pacificarla coll'esibizione di oneste condizioni. Infatti se ne trattò; si rimisero i Corsi riverentemente alla giustizia e saviezza del re Cristianissimo; diedero anche degli ostaggi; e per questo si fece pausa alle ostilità, ma senza che seguisse accordo alcuno.

Venuto il settembre, si tornò a spacciare come avvenimento indubitato che il baron Teodoro con tre vascelli di bandiera straniera era nel dì 13 di esso mese giunto in Corsica a Porto Vecchio, con fare intendere ai sollevati la provvision delle artiglierie, armi e munizioni da lui condotte su quei navigli; e che perciò di nuovo si fosse fatta un'unione universale de' Corsi, per mantenergli l'ubbidienza. Si vide anche la lista di tutto il suo carico, e fu assicurato che nel dì 16 del suddetto settembre scese a terra fra i viva di un gran concorso di popolo; ma che poscia nel dì 15 d'ottobre s'era ritirato a Porto Longone, o pure in Sardegna; e ciò perchè furono intimoriti i Corsi da una lettera circolare del general franzese, che minacciava loro l'indignazione del re Cristianissimo, se più ubbidivano al barone suddetto. Aggiunsero, ch'egli era dipoi approdato a Napoli, dove, d'ordine della corte, fu catturato, e in appresso fatto uscire del regno. Non so io dire se vere o finte fossero tutte queste particolarità. Se un giorno qualche fedele e ben informato scrittore ci darà la storia di tante scene di quella tragedia, può sperarsi che rimarrà allora dilucidato il vero dalle molte ciarle sparse per l'Europa di quello emergente; tale certamente, che facea dello strepito dappertutto. Fermossi per alcuni mesi il principe real di Polonia e Sassonia Federigo Cristiano in Napoli, godendo le delizie di quella gran città, corte e territorio, ma infastidito alquanto per la rigorosa etichetta spagnuola, che non gli permetteva nè pur di trovarsi a tavola colla regina sorella. Dopo aver questo principe lasciato in quella corte e città illustri memorie della sua magnificenza e gentilezza, arrivò a Roma nel dì 18 di novembre, e prese alloggio nel palazzo del cardinale Annibale Albani camerlengo. Potè allora quella gran città conoscere in lui una rara pietà, costumi angelici, pregio di tutta la real numerosa figliolanza del re di Polonia (e perciò grande onore del cattolicismo), siccome ancora l'avvenenza del suo volto, e molto più le altre belle doti dell'animo suo. Altro alla perfezione di questo principe non mancava, se non robustezza maggiore nelle gambe. Nulla aveano servito a lui per questo i bagni d'Ischia. I divertimenti di questo generoso principe erano il commercio dei letterati, e la visita di tutte le chiese, antichità, gallerie e cose più rare di Roma.

Anno di CRISTO MDCCXXXIX. Indiz. II.

CLEMENTE XII papa 10. CARLO VI imperadore 29.

Sul principio di quest'anno furono rivolti gli occhi dei curiosi alla comparsa in Italia di Francesco duca di Lorena e gran duca di Toscana, il quale, coll'arciduchessa Maria Teresa sua consorte, e col principe Carlo di Lorena suo fratello, e con corte ed equipaggio splendido nel dì 28 del precedente dicembre era giunto ai confini del veneto dominio, dove gli fu fatto un solenne e magnifico accoglimento, per parte della repubblica. Desideravano questi principi di consolare colla graziosa lor presenza i nuovi sudditi della Toscana, e insieme di riconoscere in che consistesse il cambio da essi fatto della Lorena. Ma perciocchè in questi tempi s'era forte dilatata la peste per l'Ungheria, Croazia ed altre provincie, che tutte aveano libero commercio coll'Austria ed altri paesi sottoposti in Germania a sua maestà imperiale; la veneta repubblica avea severamente bandite tutte quelle contrade, nè permetteva commercio di chi procedeva dalla Germania per venire in Italia, impiegando quel rigore che in altri tempi è stato l'antemurale della salute sua e delle provincie italiane. Grande stima ed ossequio professava il saggio senato veneto a quegl'illustri principi, ma più eziandio gli stava a cuore la pubblica sicurezza in tempi tanto pericolosi. Però non altrimenti accordò loro il passaggio per li suoi Stati, che colla condizione di fare una discreta contumacia. Loro perciò fu assegnato sul Veronese il palazzo del conte Michele Burri, dove per qualche giorno si riposarono. Ma perchè s'infastidirono in breve di quella nobil prigione, fece il gran duca istanza a Venezia, affinchè gli si abbreviassero i giorni della contumacia; e non venendo risposte concludenti, impazientatasi quella nobilissima brigata, nel dì 11 di gennaio prese da sè stessa la licenza di andarsene, e passò a Mantova. Nel dì 14 arrivarono questi generosi principi a Modena, accolti colle maggiori dimostrazioni di stima e di onore dal duca Francesco III, e dalle principesse sue sorelle, e qui si fermarono godendo dei divertimenti loro preparati sino al dì 17, in cui si mossero alla volta di Bologna, e di là continuarono il viaggio sino a Firenze. Il dì 20 di gennaio fu quello in cui fecero il solenne loro ingresso in essa città fra la gran calca del popolo e della copiosa foresteria, fra le incessanti acclamazioni di que' sudditi, che con archi trionfali, insigni illuminazioni ed apparati maestosi, e col giuoco ancora del calcio, espressero il loro giubilo verso dominanti pieni di tanta clemenza e gentilezza. Poscia nel dì primo di marzo si portarono a Pisa, e di là a Livorno, nelle quali due città ebbero motivo di ammirare i nobilissimi spettacoli e divertimenti, spezialmente nell'ultima preparati a gara ed eseguiti in loro onore dai Toscani, Inglesi, Franzesi, Olandesi, Giudei ed altre nazioni. Videro anche Siena, portando poscia con loro un alto concetto di sì belle, deliziose e grandiose città, simili alle quali certamente non le potea mostrare il per altro riguardevole ducato della Lorena.

Dopo aver dato buon sesto agli affari economici e militari della Toscana, la gran duchessa Maria Teresa sul fine di aprile, desiderosa di veder Milano, si mise in viaggio, e nel dì 10 arrivò a Reggio, dove, in occasion della fiera, si trovava la corte estense; ed ivi non solo godè, ma anche ammirò una delle più splendide e singolari opere in musica che si facessero allora in Italia: tanta era l'abilità dei cantanti e le vaghezza delle scene. Avea preso il gran duca Francesco suo consorte la risoluzione di passar per mare a Genova, e di là trasferirsi a Torino, a fin di visitare la regina di Sardegna sua sorella. Ma ito per imbarcarsi a Livorno, trovò cotanto in collera il mare, che, mutato pensiero, e prese le poste per terra, all'improvviso raggiunse in Reggio la real sua consorte. Se ne andarono poscia nel primo dì di maggio alla volta di Milano; ma il gran duca col principe Carlo da Piacenza s'inviò verso Torino, dove giunto nel dì 3 ricevette ogni maggior finezza da quella magnifica corte. Comparvero poi anche questi due principi nel dì 6 a Milano, e dopo qualche giorno se ne tornarono tutti in Lamagna, avendo lasciato dappertutto viva memoria della somma lor benignità ed amabili costumi. Andava in questi tempi sempre più il pontefice Clemente XII sentendo il peso degli anni, di modo che si trovava bene spesso per la debolezza confinato in letto, e sopra tutto perdè l'uso della vista. Contuttociò, continuando il vigor della sua mente, non tralasciava punto di accudire non meno al secolare che all'ecclesiastico governo. Anche in letto teneva concistoro, ed ascoltava le varie congregazioni. Dopo parecchi mesi di soggiorno in Roma, finalmente se ne partì il real principe di Sassonia Federigo, portando seco la gloria d'una singolar pietà, e di avere esercitata sì gran liberalità e cortesia verso grandi e piccioli, che di lui durerà in quelle parti una ben lunga memoria. Venuto per la Toscana, giunse nel dì 21 di novembre a Modena, dove si fermò per tre giorni a godere delle cose più rare di questa corte, e dipoi passò a Milano, con animo di quindi portarsi a Venezia per li divertimenti del seguente carnovale.

Sul fine del precedente anno e nei primi mesi del presente corsero di nuovo false voci che il baron Teodoro fosse sbarcato in Corsica, e vi si trattenesse incognito; e la curiosità d'ognuno era attenta ad osservare qual frutto producessero i maneggi del conte di Boissieux, comandante delle truppe franzesi in quell'isola, per pacificare i sollevati. Pareano disposti i Corsi ad abbracciar l'accordo esibito loro con alcune vantaggiose condizioni; ma una sola non ne sapeano digerire, cioè quella di dover consegnare tutte le loro armi; perchè, non fidandosi dei Genovesi, troppo duro e pericoloso sembrava ad essi il privarsi di que' mezzi che soli poteano far eseguire la proposta capitolazione, caso mai che a questa si mancasse. Ricalcitrando dunque essi a sì fatta concordia, si mise in testa il Boissieux di parlare d'altro tenore, ed inviò un distaccamento di truppe al borgo di Biguglia, per costringere colla forza quegli abitanti a ricevere la legge. Era il dì 13 di dicembre del 1738: si venne alle mani, e vi restarono uccisi e prigioni non pochi Franzesi, che talun fece ascendere a centinaia, il che fu creduto una falsa esagerazione. Questo fatto dall'un canto riaccese il fuoco de' Corsi, e dall'altro eccitò lo sdegno della corte di Francia contra d'essi, perchè il re, udito l'affare, giudicò essere questo non più impegno de' Genovesi, ma della sua corona. Perciò diede ordine che passasse colà con buon rinforzo di truppe il marchese di Maillebois tenente generale atto a farsi ubbidire; poichè in quanto al conte di Boissieux, egli per infermità lasciò in questi tempi la vita nella Bastia. Intanto le gazzette spacciavano a più non posso nuove, cioè che il baron Teodoro si trovava in Corsica; che a don Filippo infante di Spagna era destinato il dominio di quell'isola, e tanto più perchè s'intese stabilito il matrimonio di questo principe con madama Luigia Elisabetta di Francia, primogenita del re Cristianissimo Luigi XV, matrimonio, dissi, che fu poi compiuto e solennizzato in Versaglies nel dì 26 d'agosto dell'anno presente. Teodoro dovea essere vicerè d'esso infante, sua vita natural durante. Sogni tutti della sfaccendata gente erano questi, nè in quelle regie corti apparve mai pensiero di voler pregiudicare ai diritti della repubblica di Genova.

La verità si è, che il marchese di Maillebois sbarcò in Corsica con delle nuove truppe; e siccome personaggio di grande attività, pubblicò tosto un proclama, ordinando a tutti i Corsi di deporre l'armi, e di rimettersi alla clemenza di sua maestà Cristianissima, in pena di essere trattati da ribelli. Perchè i sollevati risposero con un manifesto, modesto sì, ma che finiva in dire: Melius est mori in bello, quam videre mala gentis nostrae; quel comandante spedì in Provenza ad imbarcare altre milizie. Ora da che si vide in buon arnese, venuto il mese di giugno, uscì in campagna con tutte le sue forze. Il terrore marciava avanti di lui; e però non tardarono gli abitanti delle pievi d'Aregno, Pino, Sant'Andrea, Lavatoggio, ed altre ch'io tralascio, a rendersi ai di lui voleri. Anzi i principali capi dei sollevati andarono a trattare con esso Maillebois, protestandosi pronti di sottomettersi agli ordini venerati del re Cristianissimo, con isperanza che sua maestà si degnerebbe di proteggerli, e di rendere loro buona giustizia. Pertanto non finì l'anno presente, che tutti quei popoli, a riserva di pochi ostinati, depositate in mano de' Franzesi le loro armi, accettarono il perdono, e si mostrarono ubbidienti, invasati intanto da una dolce lusinga di non dover più tornare sotto i Genovesi, ma che tutto quel mercato fosse per dar loro un principe della real casa di Borbone. Tale era anche la comune immaginazione degli speculatori dei gabinetti principeschi. Nè faceano caso essi dall'osservare che, per consiglio del Maillebois, i primarii capi della ribellione uscivano di Corsica, e si ricoveravano in Toscana, Napoli e Stato ecclesiastico. Intanto i Franzesi si ridussero a' quartieri d'inverno, e la maggior parte d'essi provò fiere malattie, e allo incontro il Maillebois senza misericordia facea impiccar tutti coloro che fossero colti con armi da fuoco, o continuassero nella sedizione.

Sente ribrezzo la penna mia, ora che io sono per accennare la lagrimevol campagna fatta dall'armi cristiane nella Servia ed Ungheria nell'anno presente. Nulla avea ommesso l'imperador Carlo VI per formare un'armata capace di ricuperar la gloria perduta nei due precedenti anni, e di reprimere gli sforzi degli orgogliosi Ottomani, i quali per li passati prosperosi avvenimenti aveano alzata forte la testa, e si rideano di chi loro parlava di pace. Non mancò il pontefice Clemente XII di spedirgli un dono di cento mila scudi, e il duca di Modena Francesco III, gl'inviò due battaglioni di ottocento uomini l'uno. Un gran corpo di valorose milizie bavaresi e sassone, ed altre di altri principi della Germania, erano marciate per tempo alla volta di Belgrado. I più discreti calcolavano quell'esercito almeno di sessanta mila combattenti; e si sa qual bravura alligni in petto alla nazion tedesca. Trattossi di scegliere il supremo comandante di sì fiorita armata, e fu proposto il maresciallo conte Oliviero Wallis, come creduto il migliore degli altri, anche per testimonianza del fu maresciallo di Staremberg. Fama corse che a tal elezione ripugnasse l'ottimo e giudizioso augusto monarca, per le relazioni più volte a lui date, che questo generale fosse uomo impetuoso e bestiale, e che avesse il segreto di farsi poco amare dagli altri, del che aveva egli lasciato anche in Italia e in Sicilia più d'una memoria. Ma il buon imperadore, siccome quegli che ordinariamente giudicava meglio degli altri, ma poi si arrendeva al parere dei più, credendo che a tante teste avesse da cedere il sentimento di un solo, si lasciò indurre a concedere al Wallis il supremo comando dell'armi in questa campagna. Andò esso generale a mettersi alla testa di quell'esercito, e trovò che il gran visire veniva con un'armata ascendente a sessanta mila Turchi, ma che andava ogni dì più crescendo per altri rinforzi di gente che sopravvenivano.

Trovavasi il Wallis col grosso dell'esercito suo a Zwerbrusck, quattro leghe distante da Belgrado, quando intese che un corpo di Turchi era ito a postarsi nel vantaggioso posto di Crotska, tre leghe lungi dal suo campo; e tosto lo sconsigliato generale, dopo aver tirato nel suo parere il consiglio di guerra, prese la risoluzione di andarli ad assalire nel dì 22 di luglio, festa di santa Maria Maddalena, voglioso di scacciarli da quel posto, prima che vi si trincierassero. Dissi sconsigliato, perchè prestata troppa fede alla sola relazione di una spia doppia, non cercò prima di chiarirsi, se si trovasse in Crotska non già un distaccamento, ma bensì tutta l'armata dei musulmani col gran visire, e già in parte trincierata; e perchè avea bensì ordinato al generale Neuperg di passare il Danubio, e di venire ad unirsi seco col suo corpo consistente in circa quindici mila soldati; ma poi senza volerlo aspettare a cagion dell'emulazione che era fra loro, attaccò la mischia. Quel che è più, perchè volle assalire i nemici ben postati fra i boschi, e con istrade sì strette ed intralciate, che non si potè formare se non una lieve linea, e questa esposta alla moschetteria de' nemici, i quali la battevano per fianco, allorchè volle inoltrarsi o retrocedere. Oltre a ciò, marciò innanzi il Wallis con soli quattordici reggimenti di cavalleria e diciotto compagnie di granatieri, senza esser secondato dalla fanteria, che tardi poscia arrivò. Che ne avvenne dunque? restò quasi interamente disfatto dai Turchi quel corpo. Sopraggiunta la fanteria per sostenere la ritirata di chi era restato in vita, si trovò anch'essa impegnata nel sanguinoso combattimento. Male passò anche per questi; ed ostinatosi il maresciallo nella speranza di rompere i nemici, allorchè giunse il Neuperg colle sue milizie, continuò la battaglia sino alla notte, che pose fine al macello. Quanta gente perdessero i Turchi, non si potè sapere: fu creduto che molta. Ma seppesi bene, che l'armata cesarea vi ricevette una terribil percossa, perdè il campo della battaglia, e restò sì estenuata e confusa, che nel dì seguente si ritirò di là dal Danubio, lasciando Belgrado esposto all'assedio, a cui tosto si accinsero i Turchi. Voce comune fu che almeno sei mila fossero i Tedeschi uccisi, e forse altrettanti i feriti. Che maggiore nondimeno fosse la perdita, si potè arguire da quanto poscia avvenne. Videsi allora che differenza passi, fra un saggio ed accorto generale ed un altro di tempra diversa, che non sa temporeggiare occorrendo, nè conosce qual sia il tempo, e quale il sito per assalire i nemici. Il principe Eugenio, benchè posto fra Belgrado, città allora de' Turchi, e fra la poderosa oste d'essi Musulmani, quando conobbe il tempo, riportò un'insigne vittoria. Il Wallis, tuttochè avesse alle spalle Belgrado ubbidiente a lui, e potesse fermarsi nelle linee d'esso principe Eugenio, e schivare il pericoloso cimento; pure, senza essere forzato, volò a cercare la rovina, non men dell'esercito cesareo, che della propria riputazione; e si sa che, in vedere sì gran flagello, esclamò: Non ci sarà una palla anche per me? Che in questa battaglia stesse a' fianchi del gran visire l'infame conte di Bonneval, fu comunemente creduto; è a lui attribuito l'uso delle baionette nella fanteria turchesca, e alle sue lezioni l'avere con tant'ordine e bravura combattuto quei Barbari.

Pure qui non finì la catena delle disavventure. Strinsero tosto i Turchi la città di Belgrado, e cominciarono col cannone e colle bombe a tempestarla. Ossia che il marchese di Villanuova ambasciatore del re di Francia, spedito da Costantinopoli al gran visire col giornaliero assegno di cento cinquanta piastre fattogli dal gran signore, movesse tosto parola di pace, o che in altra maniera procedesse l'affare; fuor di dubbio è ch'egli ne fu mediatore. Andò il conte di Neuperg nel campo turchesco a trattarne; non ebbe la libertà di uscir quando volle; ma giacchè avea plenipotenza dal Wallis, strinse in pochi giorni la concordia, cedendo agli Ottomani la Servia tutta con Belgrado, le cui fortificazioni si avessero a demolire; ed in oltre ad essi rilasciando Orsova e la Valacchia imperiale. Appresso si vide l'inaspettata scena, che senza aspettare risposta e ratificazione alcuna dalla corte cesarea, fu ben tosto consegnata agl'infedeli una porta di Belgrado. Persone trovatesi in quella brutta danza sostenevano, non essere rimasto sì sfasciato l'esercito cesareo, che non avesse potuto impedire un sì gran precipizio di cose; e che quella pace fu un imbroglio straordinario, di cui non s'intesero giammai i misteri, ma si provarono ben le triste conseguenze. A rendere maggiormente deplorabile la presente catastrofe di cose, si aggiugne, che il felice esercito dell'imperatrice russiana di circa ottanta mila persone, comandato dal generale conte di Munich, passato per Polonia, valicò il Niester; diede nel dì 28 di agosto una memorabil rotta ai Turchi e Tartari, si impadronì della rinomata fortezza di Coczim; entrò vittorioso nel dì 14 di settembre in Jassi capitale della Moldavia, di modo che sì quella provincia, come la Valacchia, restavano sottratte al giogo de' Turchi. Un poco di tempo che avesse aspettato il Vallis, si trovava astretto il gran visire ad accorrere contro i vincitori Russiani; ed unendosi allora l'armi cesaree colle russiane, poteano sperare maggiori progressi contro il comune nemico. Cagion fu la tregua stipulata fra Cesare e la Porta che l'ambasciator franzese marchese di Villanuova, nel dì 18 di settembre, inducesse anche il plenipotenziario della Russia alla pace, con restar Azof smantellato affatto, e restituito tutto l'occupato ai Turchi in Europa. Portato che fu a Vienna l'avviso di sì gran nembo di sciagure, non si può dire quanto se ne affliggesse l'augusto Carlo VI, sì per la scemata riputazion delle sue armi, come per la perdita di sì importante piazza, e per la maniera di questo avvenimento. Diede anche nelle smanie tutto il popolo di Vienna contra del Wallis e del Neuperg, talmente che la vita loro non sarebbe stata in salvo, se fossero capitati allora colà. Proruppero eziandio in voci ingiuriose contro il marchese di Villanuova, ambasciatore di Francia, come di ministro venduto alla Porta, quasichè egli in tale occasione avesse assassinati gli affari dell'imperadore; per le quali dicerie si risentì non poco l'altro ambasciator franzese di Vienna. Delle azioni ancora dei suddetti due generali sì altamente rimase disgustato l'imperial ministero, che spedì subito ordine in Ungheria pel loro arresto, e che fosse formato il processo de' lor mancamenti. Anzi pubblicò essa corte un manifesto, dove espose tutte le disubbidienze e la mala condotta d'amendue, la quale avea necessitato l'augusto monarca ad accettare una sì vergognosa tregua, giacchè la troppo affrettata consegna di Belgrado troncava il passo ad ogni altra risoluzione. Non si può già senza sdegno rammentar così dolorosa tragedia; se non che debito nostro è di chinare il capo davanti agli occulti giudizii di Dio.

Picciolo Stato in Italia è San Marino, situato dieci miglia lungi da Rimini fra gli Stati della Chiesa e della Toscana. Consiste esso in un borgo con forte rocca, situato sopra la sommità d'un monte, con cinque o sei castella o comunità da esso dipendenti; ma ornato d'una invidiabil prerogativa, perchè quel popolo, indipendente da ogni principe, si governa a repubblica sotto la protezion del romano pontefice, il quale nondimeno vi conserva qualche diritto di sovranità. Diede nell'anno presente questa repubblica un buon pascolo ai novellisti per un'impensata mutazione ivi succeduta. Era tuttavia legato di Ravenna il cardinale Giulio Alberoni. Rappresentò egli a Roma, trovarsi malcontenti que' popoli della propria libertà, perchè il governo era caduto in oligarchia, cioè che venivano essi tiranneggiati da alcuni pochi prepotenti, e però sospirar essi di suggettarsi al soave e ben regolato governo della Chiesa romana, ed averne molti di loro fatte replicate istanze al medesimo cardinale. Le saggie risposte della sacra corte furono, che esso porporato sussistendo l'oppressione e il desiderio suddetto dei Sanmarinesi, si portasse ai confini del loro paese, e quivi aspettasse coloro che volontariamente venissero ad implorar la sua protezione; e qualora la maggiore e più sana parte del popolo di San Marino si trovasse volonterosa di passare sotto l'immediato dominio della santa Sede, ne stendesse un atto autentico, e andasse a prenderne il possesso, con facoltà di regolar ivi il governo, e di confermar lutti i lor privilegii a quella gente. Bastò questo al cardinale, perchè senza tante cerimonie, e senza fermarsi alle formalità dei confini, si portasse improvvisamente a San Marino, dove chiamò ancora ducento soldati riminesi e tutta la sbirraglia della Romagna, e si fece dare il possesso della rocca, che si trovò sprovveduta di tutto. Poscia nel dì 25 di ottobre ad una messa solenne chiamò i pubblici rappresentanti del borgo, ossia della città e delle altre comunità a prestare il giuramento di fedeltà alla santa Sede. I più giurarono, ma molti ancora pubblicamente ricusarono di farlo, ed altri se n'erano fuggiti, per non acconsentire a questo sacrifizio. Ciò non ostante, prese il cardinale giuridicamente il possesso, vi pose un governatore, e diede buone regole pel governo in avvenire. Ma poco stettero a giugnere al santo padre i richiami e le querele dei Sanmarinesi, con rappresentare alla santità sua essere proceduta quella dedizione non dalla libera elezione del popolo, ma parte dalle lusinghe e parte delle minaccie, in una parola dalla prepotenza e violenza del cardinale, che gli avea sorpresi con genti armate, ed avea fatto carcerar varie persone, e saccheggiar quattro o cinque dei renitenti alla dedizione, con pretendere ancora nata la persecuzione del legato da alcune sue private passioni ed impegni.

Nell'animo giusto del pontefice e dei più saggi ed accreditati cardinali fece grande impressione questo discorso e doglianza; e tanto più perchè il legato Alberoni non aveva eseguiti gli ordini a lui prescritti nelle lettere del cardinale Firrao segretario di Stato, nè si conformavano colla verità molte cose da lui rappresentate al papa, come con sua lettera esso segretario di Stato significò al medesimo Alberoni nel dì 14 di novembre. Perciò il santo padre, alieno da ogni prepotenza e da ogni anche menoma ombra di usurpazione, non approvò l'operato fin qui. Tuttavia perchè non pochi dei Sanmarinesi veramente di cuore bramavano di sottoporsi alla santa Sede, deputò commissario apostolico monsignor Enrico Enriquez, governatore di Macerata, personaggio cospicuo pel sapere, per la prudenza e per la sua nota integrità (che oggidì nunzio pontifizio nella real corte di Spagna, va accrescendo il capitale del suo merito), con ordine di portarsi a San Marino, di prendere i voti liberi di quella gente, e di annullar gli atti precedenti, qualora si trovassero contrarii alla retta intenzione della santità sua, e di prescrivere poscia per bene di esso popolo un saggio regolamento, a fine di esentarlo spezialmente dalla soperchieria di chi in ogni governo, senza essere principe, tende a dar legge a tutti gli altri. Intanto i Sammarinesi, da che fu partito il cardinale Alberoni, pubblicarono un manifesto, dove si vide esposto come ingiusto e violento tutto il procedere di questo porporato, la cui penna non istette in ozio, e procurò di ribattere le ragioni e i lamenti di quel popolo. Grande strepito faceano parimente in questi tempi per l'Italia, anzi per l'universo, le mirabili azioni dello scach Nadir, ossia di Tamas Kulickan sofì della Persia, che, non contento di avere ricuperata la provincia di Candahar, e prese le altre di Cabul e Lahor, portò l'armi vittoriose sino al cuore del vastissimo imperio del gran Mogol, o sia dell'Indostan, con dare una terribile sconfitta agl'Indiani nel dì 22 di febbraio, con occupare la stessa capitale di Delhi, ed impadronirsi, oltre ad altre ricchezze, del famoso gioiellato trono di quel monarca, cioè d'un principe avvilito qual Sardanapalo nella voragine dei piaceri. Ma se è vero che sulla buona fede portatosi a lui lo stesso Mogol, fosse ritenuto prigione, e che esso Kulichan facesse in Delhi un macello di ducento mila persone, questo rinomato eroe, questo novello Tamerlano, denigrò di troppo con tal tradimento e con tanta crudeltà la propria gloria.

Anno di CRISTO MDCCXL. Indizione III.

BENEDETTO XIV papa 1. CARLO VI imperadore 30.

Esercitò in quest'anno la morte la sua potenza sopra alcune delle più riguardevoli principesche teste della cristianità. Il primo a farne la pruova fu il sommo pontefice Clemente XII, già pervenuto all'età d'anni ottantotto. Pel peso di tanti anni s'era da molto tempo infievolita la sua sanità, gli occhi più non gli servivano, e costretto a vivere per lo più io letto, quivi impiegava il residuo delle forze della mente e del suo buon volere nella continuazion del governo, aiutato in ciò dal cardinale Corsini suo nipote, e dal gottoso cardinale Firrao segretario di Stato. Ebbe egli il tempo di ricevere le informazioni spedite da monsignor Enriquez commissario apostolico intorno agli affari di San Marino; dalle quali risultava, che avendo esso prelato esplorata la libera intenzione del consiglio di quella città e del clero, e dei capi della comunità, la maggior parte si era trovata costante nel desiderio dell'antica sua libertà. Il perchè egli, secondo la facoltà a lui data, avea rimesso quei popoli in possesso di tutti i lor privilegii, cassando gli atti del cardinale Alberoni. Coronò il buon pontefice il fine del suo governo col confermare quella determinazione, ricevuta in appresso con gran plauso dentro e fuori d'Italia da ognuno; ma non già da esso cardinale Alberoni, il quale formò tosto, ma pubblicò poi dopo qualche anno, un manifesto in difesa propria, di cui sommamente si dolse la corte di Roma, per aver agli intaccato il ministero, e messe in luce senza licenza lettere a lui scritte dal segretario di Stato. Ora il decrepito pontefice nel dì 6 di febbraio passò a miglior vita, dopo avere governata la Chiesa di Dio nove anni e mezzo con lode di molta prudenza, zelo e giustizia, glorioso per aver ornata Roma di magnifici edifizii; eretto uno spedale per li fanciulli esposti, fabbricato l'insigne palazzo della Consulta, arricchito il campidoglio di una impareggiabile copia di rare statue e d'altre antichità, e la biblioteca Vaticana di preziosi manuscritti orientali, portati in Italia da monsignor Assemani primo custode della medesima, e per aver procurato a Ravenna e ad Ancona molti comodi ed ornamenti. Non si sa che la già ricchissima casa sua profittasse con arti improprie, nè con esorbitanza della di lui fortuna, avendo il pontefice anche in ciò fatto comparire la moderazione sua, e schivato ogni eccesso del nepotismo.

Nel dì 18 di febbraio si richiusero nel conclave i sacri elettori, e cominciarono i lor maneggi colle consuete discrepanze delle fazioni. Abbondavano certamente in quell'insigne adunanza personaggi degnissimi del triregno; pure con istupore d'ognuno non si venne per mesi e mesi ad accordo alcuno, talmente che durò la lor prigionia per sei mesi continui: dilazione di cui da gran tempo non si era veduta la simile. Sa Iddio, quando vuole, sconcertar le misure e gl'imbrogli degli uomini, e chiaramente in questa congiuntura gli sconcertò, perchè alzò al pontificato chi n'era sommamente meritevole, ma non era stato proposto in addietro, nè punto aspirava a sì gran dignità. Andavano a vele gonfie la fazione corsina e i cardinali franzesi e spagnuoli in favore del cardinal Pompeo Aldrovandi Bolognese, persona che in acutezza e prontezza di mente, e nella scienza degli arcani della politica avea niuno o pochi pari. Tuttavia al cardinal Annibale Albani Camerlengo, capo della fazione dagli zelanti, parve che a questo degno soggetto mancasse alcuna delle doti che si esigono in chi ha da essere insieme principe grande, e, quel che più importa, ottimo pontefice. Però seppe egli così ben intralciar le cose, che non si giunse mai ai voti sufficienti per l'elezione dell'Aldrovandi, il quale, da che vide preclusa a sè stesso la strada per salire più alto, generosamente si adoperò perchè l'elezione cadesse in uno degli altri due ben degni porporati della patria sua, cioè nei cardinali Vicenzo Lodovico Gotti e Prospero Lambertini. Improvvisamente adunque, come eccitati dalla voce di Dio, nel dì 16 d'agosto inclinarono gli animi concordi del sacro collegio nella persona d'esso cardinale Lambertini, che era ben lontano dai desiderii di questo peso ed onore, e nel dì susseguente ne fecero la solenne elezione, poi canonizzata dal plauso universale di chiunque conosceva il singolar merito personale di lui.

Prese egli il nome di Benedetto XIV, per venerazione al santo pontefice da cui era stato decorato della sacra porpora. Era egli nato in Bologna di casa antichissima e senatoria nel dì 31 di marzo del 1675 e però giunto all'età di sessantacinque anni. Dopo aver fatti i principali suoi studi in Roma, ed esercitate con gran lode varie cariche nella prelatura, fu nel 1728 dichiarato cardinale da papa Benedetto XIII, poscia promosso al vescovato d'Ancona, e finalmente creato arcivescovo di Bologna. Dovendo il romano pontefice essere maestro nella Chiesa di Dio, non si potea scegliere a sì alto ministero persona più propria di lui per la sua gran perizia de' canoni e dell'erudizione ecclesiastica, di cui già avea dato illustri pruove con quattro tomi De servorum Dei beatificatione, e De Sanctorum canonizatione, e colle Istruzioni sue pastorali intorno alle feste della Chiesa e al sacrifizio della Messa, e con un'altra utilissima Raccolta di decisioni ed editti spettanti alla disciplina ecclesiastica, dai quali si raccoglie quanto ampia sia la sua letteratura e ardente il suo zelo, talmente che da più secoli non era stata provveduta la Chiesa di Dio di un pontefice sì dotto e pratico del pastorale governo. A questi pregi si aggiugneva quello dei suoi costumi, fin dalla sua prima età incorrotti, la delicatezza della coscienza, ed una costante professione e pratica della vera pietà. Miravasi anche in lui una rara vivacità di spirito; e quantunque egli fosse impastato di un nitro che facilmente prendeva fuoco, pure questo fuoco non durava che momenti, perchè tosto smorzato dalla sua imperante virtù. Ora il novello pontefice nella sera dello stesso dì 16 di agosto pubblicamente passò alla visita della basilica Vaticana, per quivi venerare il santissimo Sacramento, e fare orazione alla sacra tomba dei principi degli Apostoli. Fu quivi che l'immenso popolo, accorso a vedere il sospirato pastore, attestò con vive acclamazioni il suo giubilo. Seguì poi nel dì 25 d'esso mese la funzion solenne della sua coronazione; dopo di che si applicò egli vigorosamente al governo, avendo scelto per segretario di stato il cardinale Valenti Gonzaga, prodatario il cardinale Aldrovandi, prefetto dell'indice il cardinale Querini vescovo di Brescia, segretario dei memoriali monsignor Giuseppe Livizzani, e confermato segretario dei brevi il cardinale Passionei.

Mancò eziandio di vita nel dì 31 di maggio Federigo Guglielmo re di Prussia, a cui succedette il primogenito, cioè Federigo III, principe di spiriti sommamente guerrieri, del che poco staremo a vederne gli effetti. Similmente terminò i suoi giorni nella notte del dì 28 di ottobre Anna Ivvanovva imperadrice della gran Russia gloriosa per le sue imprese contra dei Tartari e de' Turchi, dichiarando suo successore il fanciullo principe Giovanni, nato dalla principessa Anna sua nipote, e dal principe Antonio Ulrico di Brunsvich e Luneburgo. Ma fra le morti che sommamente interessarono l'Italia anzi l'Europa tutta, quella fu dell'Imperadore Carlo VI. Era egli pervenuto alla età di cinquantacinque anni e pochi giorni, età florida, accompagnata da una competente sanità. Desiderava ognuno e sperava, che Dio lungamente lasciasse in vita quest'ottimo Augusto, perchè mancante in lui la discendenza maschile della gloriosissima casa d'Austria, che per più di quattro secoli con tanta lode avea governato l'imperio romano, ben si prevedeva, che la non mai quieta nè sazia ambizione dei potentati avrebbe aperta la porta a un seminario di liti e di guai. Prognosticavasi ancora, che poco sarebbe rispettata la prammatica sanzione, da lui saggiamente stabilita, e creduta antidoto valevole a risparmiare i temuti mali. Ma altrimenti dispose la divina Provvidenza, i cui occulti giudizi tanto più son da adorare, quanto meno ne intendiamo le cifre. Sorpreso questo monarca nel dì 15 di ottobre da dolori nelle viscere, da gagliardo vomito e da febbre, andò in pochi dì peggiorando, e però, dopo aver data con tenerezza alle figlie arciduchesse la paterna benedizione, e presi con somma divozione i Sacramenti della Chiesa, coraggiosamente incontrò la separazione dalla vita presente, accaduta nella notte precedente al dì 20 del mese suddetto. Era desiderabile che un'egual costanza d'animo per altro conto si fosse trovata in questo insigne Augusto; giacchè non si dee tacere quello che il padre Agostino da Lugano cappuccino, rinomato fra i sacri oratori, ed ora vescovo di Como, confessò nella funebre orazione del monarca medesimo. Cioè, che portatoci monsignor Paolucci nunzio apostolico, oggidì cardinale, a complimentare la maestà sua cesarea nel di lui giorno natalizio, e ad augurarle lunga serie d'anni, il buon imperadore gli rispose, questo essere l'ultimo della sua vita. Interrogato del perchè, replicò di non poter sopravvivere alla gran perdita fatta di Belgrado, antemurale della cristianità. Passò dunque ad un miglior paese Carlo VI imperador de' Romani, a tessere il cui grandioso elogio non ebbero nè han bisogno alcuno le penne di chieder aiuto dall'adulazione: tanta era la sua pietà, capitale ereditario dell'augusta sua casa, tanta la saviezza, per cui non trascorse mai in quelle debolezze alle quali è sottoposto chi più siede in alto, tanta la clemenza e bontà dell'animo suo, che solamente si rallegrava in far grazie, e in beneficar le persone degne, e in sovvenire ai poveri, e solamente ripugnanza provava ai gastighi. Non m'inoltrerò io maggiormente nelle sue vere lodi, e chiuderò in una parola il suo ritratto, con dire ch'egli fu esemplare de' principi savii e buoni; e se cosa alcuna in lui non si approvò, fu qualche eccesso della stessa sua bontà, costume quasi trasfuso in lui per eredità dai suoi benignissimi antenati.

Lasciò egli erede universale di tutti i suoi regni e Stati l'arciduchessa Maria Teresa primogenita sua, moglie di Francesco Stefano duca di Lorena e gran duca di Toscana: principessa, che siccome per la beltà potea competere colle più belle del suo sesso, così per l'elevatezza della mente, per la saviezza dei suoi consigli, ed anche per forza generosa di petto, gareggiava coi primi dell'altro sesso. Tosto fu ella riconosciuta dai sudditi per regina d'Ungheria e Boemia, ed erede di tutti gli Stati e dominii dell'inclita casa d'Austria. Diede ella principio in graziose maniere al suo governo col rimettere in libertà i generali Seckendorf, Wallis e Neuperg, e coll'isminuire d'alquanti aggravii i suoi popoli. Dichiarò ancora correggente dell'austriaca monarchia il granduca suo consorte, colle quali azioni, e con altre tutte lodevoli, confermò nei sudditi suoi la speranza di provare come rinato nella figlia l'impareggiabile Augusto Carlo VI. Ma che? poco durò questo bel sereno. Nel dì 3 di novembre fu pubblicata in Monaco da Carlo Alberto elettore di Baviera una protesta preservatrice delle sue ragioni sopra gli Stati della casa di Austria; nè egli volle riconoscere per regina ed erede di essi Stati la gran duchessa suddetta. Si fondavano le pretensioni d'esso elettore sopra il testamento di Ferdinando I imperadore, in cui, secondo la copia esistente in Monaco, si leggeva che la primogenita dello stesso Augusto succederebbe nei due regni d'Ungheria e Boemia, caso che non vi fossero eredi maschi dei tre fratelli della medesima. Da essa primogenita, cioè da Anna d'Austria, discendeva l'elettore stesso. Perchè egli sempre ricusò di approvare la prammatica sanzione, si studiò l'imperador Carlo VI vivente, per mezzo della corte di Francia, di calmare sì fatta pretensione, con far conoscere difettosa quella copia di testamento, tuttochè autenticata da un recente notaio, perchè nell'originale di esso testamento non si leggeva quella parola maschi, ma solamente in caso che più non vi fossero legittimi eredi dei tre suoi fratelli, o simili parole tedesche, le quali atterravano tutto l'edifizio formato dalla corte di Baviera. Essendo poi passato all'altra vita esso Augusto, la regina, a fin di chiarire l'elettore e il pubblico tutto di questa verità, pregò i ministri di tutti i sovrani che si trovavano in Vienna, e massimamente quel di Baviera, di raunarsi un dì in casa del vicecancelliere conte di Sintzendorf, per esaminare il protocollo ed originale del sopraenunziato testamento. Tutti l'ebbero sotto gli occhi, ed, attentamente osservandolo, trovarono tale essere l'espressione del testatore Ferdinando augusto, quale si sosteneva in Vienna. E perciocchè il ministro bavarese, non contento di aver come gli altri ben considerata la verità di quelle parole, portò anch'esso protocollo ad una finestra, per osservar meglio contro la luce, se alcuna raschiatura o frode avesse alterato il primario carattere, nè vi trovò alterazione alcuna: non potè ritenersi il vicecancelliere dalla collera e dal prorompere contra di lui in risentimenti per tanta diffidenza. Ma che questo ripiego nulla servisse a distorre l'elettore dal proposito suo, non andrà molto che ce ne accorgeremo; giacchè fondava egli la pretension sua anche sopra il contratto di matrimonio della suddetta Anna d'Austria col duca Alberto di Baviera, e sopra altre parole del testamento stesso di Ferdinando I Augusto. Un'altra pretensione parimente moveva la corte di Baviera, e questa assai fondata e plausibile: cioè un credito di alcuni milioni a lei dovuti, fin quando l'armi bavaresi concorsero a liberar la Boemia dall'usurpatore palatino del Reno; per li quali era stata promessa un'adeguata ricompensa. Restava tuttavia attesa questa partita, nè gli Austriaci erano mai giunti a darne la piena soddisfazione.

Videsi intanto la Francia, siccome garante della prammatica sanzione, abbondare delle più dolci espressioni di amicizia verso la nuova regina d'Ungheria, benchè stentasse molto a riconoscerla per tale. Ma nello stesso tempo facea preparamento di milizie e d'armi, ed altrettanto facevano dal canto loro gli Spagnuoli e il re delle Due Sicilie. Ciò che poi sorprese ognuno, fu il vedere Federico III re novello di Prussia, nel mentre che professava un gagliardo attaccamento agl'interessi della regina Maria Teresa, entrare improvvisamente, prima che terminasse l'anno, colle sue armi nella Slesia, cominciando egli prima il ballo, e dando principio a quelle rivoluzioni che già si conoscevano inevitabili, perchè desiderava e sperava più d'uno di profittare del deliquio patito dall'augusta casa d'Austria. Di questo mi riserbo io di parlare all'anno seguente. Gli affari della Corsica in quest'anno somministrarono motivi di molte speculazioni ai curiosi. All'udire i Franzesi, tutta l'isola era già sottomessa agli ordini loro; ma non appariva pure un barlume che ne fosse rilasciato il possesso e dominio intero alla repubblica di Genova, nè che i Franzesi pensassero a ritirarsene; anzi aspettavano essi un rinforzo di nuove truppe, perchè le malattie aveano di troppo estenuate le lor forze. All'incontro si trovavano dei corpi di malcontenti tuttavia sollevati; e chiaramente si scorgeva che la sola forza riteneva gli altri sottomessi in dovere, prevedendosi che dalla partenza dei Franzesi altro non si poteva aspettare che il risorgimento dei segreti mali umori in quella nazion feroce. Fra i ministri dell'imperadore e del re cristianissimo in Parigi tenute furono varie conferenze per rimettere la tranquillità nella Corsica, ma non se ne videro mai gli effetti. Intanto da quell'isola prese commiato il barone di Prost, nipote del fu re Teodoro, che fin qui s'era, con gran pericolo di cadere in man de' Franzesi, trattenuto fra i sollevati nelle montagne. La sua partenza rinvigorì non poco le speranze de' Genovesi.

Dopo essersi più mesi fermato in Venezia il real principe di Polonia Federigo, e dopo aver goduto degl'insigni divertimenti a lui dati da quella magnifica repubblica in più funzioni, finalmente nel fine di maggio prese la via della Germania per ritornarsene in Sassonia, con lasciare anche a quella dominante gloriose memorie della sua gentilezza e munificenza. Fu in questi tempi che la real corte di Napoli, tutta intesa a rimettere e far fiorire il commercio in quel regno, si avvisò di permettere agli ebrei, già cacciati ai tempi di Carlo V Augusto, il ritorno colà, e di poter fissar ivi l'abitazione. A questo fine furono loro conceduti amplissimi privilegii ed esenzioni, tali nondimeno che cagionarono stupore, anzi ribrezzo ne' cristiani, perchè fu loro accordato di non portar segno alcuno, di abitar dovunque volessero, di usar bastone e spada, e di poter acquistare stabili e insino feudi, con gravissime pene a chi li molestasse. Però da varie parti dell'Europa cominciarono a comparir colà uomini d'essa nazione, vantandosi di volere e poter essi supplire ciò che i Napoletani potrebbono fare, ma pare che non sappiano fare da sè stessi. Se quella corte vide ed accettò volentieri questi baldanzosi forestieri, di altro umore fu bene il popolo, e massimamente gli ecclesiastici di quella sì popolata città, che non si poteano astenere dal declamare contro di essi anche pubblicamente. Il padre Pepe gesuita, uomo di molta santità, e in gran concetto presso la corte stessa, non rifiutò mai di detestare dal pulpito l'introduzione di questa gente. Giunse anche un cappuccino a tanta arditezza di dire al re, che la maestà sua non avrebbe mai successione maschile finchè non licenziasse gl'introdotti ebrei. Ma col tempo si vide cessare, e per altro mezzo, questo ondeggiamento. Cioè tali segreti insulti andò facendo quello scapestrato popolo all'odiata nazione giudaica, che niun di costoro osava di aprir pubbliche botteghe. Giunse la plebe fino a minacciar loro un totale esterminio, se per avventura non succedeva la consueta liquefazione del sangue di san Gennaro, perchè questo creduto gran male si sarebbe attribuito al demerito di ospiti tali, segreti odiatori del cristianesimo. In somma tanto crebbe col tempo il timore nei medesimi giudei, che a poco a poco andarono sfumando da Napoli; e se alcuna ve ne resta, è perchè poco ha da perdere, e sa sottrarsi alla conoscenza del popolo. Riuscì per lo contrario di molta soddisfazione ai regnicoli un trattato di pace e navigazione stabilito in Costantinopoli dal re don Carlo colla Porta Ottomana nel dì 7 di aprile per mezzo del cavalier Finocchietti suo plenipotenziario, per cui si aprì la libertà del commercio fra i Turchi e i regni di Napoli e Sicilia, e cessò ogni ostilità fra essi, con isperanza ancora che il gran signore impegnerebbe in un trattato simile le reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli. Di sè, e non del sovrano, attento al bene dei suoi popoli, si ebbe a dolere chi non profittò di così bella apertura ai guadagni. Fu poi dichiarato ambasciatore il principe di Francavilla, per passare alla Porta, con superbi regali da presentarsi al gran signore.

Anno di CRISTO MDCCXLI. Indizione IV.

BENEDETTO XIV papa 2. Vacante l'imperio.

Alle speranze concepute dalla corte e dal popolo romano intorno al novello pontefice Benedetto XIV si videro ben presto corrispondere i fatti. Trovossi che seco su quell'augusto trono era passata la consueta sua giovialità, affabilità e cortesia, e il costante abborrimento alla sostenutezza ed al fasto. Molto più si scoprì aver egli accettata quella pubblica dignità, non già per vantaggio proprio o della sua nobil casa, ma unicamente per procurare il ben della Chiesa, per giovare alla camera apostolica, e, per quanto fosse possibile, al pubblico tutto. Pochi poterono uguagliarsi a questo buon pontefice nel disinteresse e nella liberalità. Ciò che a lui perveniva o di rendite proprie, o di regali, gli usciva tosto dalle mani. I poveri spezialmente participavano di queste rugiade, e saccheggiavano il suo privato erario. Un solo nipote ex fratre aveva egli, cioè don Egano Lambertini senator bolognese. Gli ordinò di non venire a Roma, se non quando l'avesse chiamato, e poi sempre si dimenticò di chiamarlo. Anzi, all'osservare tanta sua munificenza verso degli altri, solamente ristretta verso d'esso suo nipote, parve a non pochi che l'animo suo, per troppo abborrire gli eccessi degli antichi nepotismi, cadesse poi nel contrario eccesso, ossia difetto. Per varii bisogni o inconvenienti de' tempi passati trovò egli la camera apostolica aggravata da una gran somma di milioni di scudi, e dei frutti corrispondenti, e di molte spese superflue. Impossibile conobbe la cura di sì gran male: pure si applicò per quanto potè a procacciarne il sollievo, cominciando da sè stesso, col riformare la propria tavola, e il proprio vestire e trattamento, e non ammettendo se non il puramente necessario. Giacchè era mancato di vita, durante il conclave, il cardinale Ottoboni, conferì esso pontefice la carica di vicecancelliere al cardinale Rufo, che generosamente rilasciò in benefizio della camera la maggior parte del soldo annesso alla medesima. Sì pingue era in addietro la paga delle milizie pontifizie, che ogni semplice soldato potea dirsi pagato da uffiziale, e così a proporzion gli uffiziali stessi. Dal santo padre fu riformato il salario non men degli uni che degli altri; e de' soldati ne risparmiò cinquecento, non già cassandoli senza misericordia, ma ordinando che, mancando essi di vita, non si reclutassero. Trovò anche maniera di liberar la camera apostolica da varie pensioni addossate alla medesima dai pontefici troppo liberali della roba altrui. In una parola, tanto si adoperò, ch'essa camera ripigliò gran vigore, e dove in addietro sbilanciava nelle spese, cominciò a sperar degli avanzi.

Maggior premura ancora ebbe il vigilantissimo pontefice per la riforma della prelatura e del clero, facendo sapere ad ognuno che non promoverebbe agli uffizii ed impieghi, se non chi sel meritasse coll'attestato della vita ben costumata e conveniente a persone ecclesiastiche, e coll'applicazione agli studii. A questo fine furono poscia dalla santità sua istituite quattro diverse accademie, nelle quali spezialmente si esercitassero i prelati esistenti in Roma in compagnia dei più cospicui letterati di quella gran metropoli, dovendosi trattare de' canoni e concilii, della storia ecclesiastica, della storia ed erudizione romana, e dei riti sacri della Chiesa. Propose inoltre il santo padre di riformare il lusso massimamente della nobiltà romana, sì per esentare le illustri case da dispendii, talvolta superiori alle rendite loro, con far debiti, al pagamento dei quali si trovava poi o molta difficoltà, o pure impotenza; come ancora per ritener nello Stato il tanto danaro che n'esce, per soddisfar le pazze voglie della moda. Si tennero su questo varie conferenze, e si videro saggi progetti proposti dai conservatori della città. Ma chi lo crederebbe? tanti ostacoli, tante riflessioni in contrario scapparono fuori, sopra tutto per opera di chi profitta della balordaggine degl'Italiani, che sì bel disegno rimase arenato. Istituì ancora una congregazione di cinque porporati, per esaminar la vita e i costumi dei destinati alla dignità episcopale. Di questo passo procedeva lo zelantissimo pontefice Benedetto XIV, con accrescere il suo merito presso Dio e presso gli uomini. Inviò egli in tanto col carattere di nunzio straordinario alla dieta dell'elezione del nuovo imperadore monsignor Doria, figlio del principe Doria, dichiarato arcivescovo di Calcedonia, che con suntuoso equipaggio s'incamminò alla volta della Germania.

Siccome pur troppo aveano preveduto i saggi, cominciarono a provarsi le perniciose conseguenze della morte del buon imperador Carlo VI. Sul fine dell'anno precedente il giovine Federigo III re di Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il comando del maresciallo conte di Neuperg, con ordine di tentare una battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo loro sangue. V'era in persona lo stesso re di Prussia, che diede gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg, una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda, avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi di Giuseppe Benedetto. Per questo dono del cielo solenni feste furono fatte.

Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso temporale. Già Carlo Alberto elettor di Baviera avea in pronto un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile del cardinale di Lamberg vescovo esemplarissimo, e principe benignissimo di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione, di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete della Germania, e la libera elezione di un imperadore. Queste ed altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese. E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stesso Federigo Augusto re di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate precisioni del gabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.

Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e biblioteca imperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna; copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza, risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente. Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno suo.

Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al comandante maresciallo di campo Oglivi, si dispose alle ostilità. Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di Sassonia Federigo Augusto III nell'eredità della casa d'Austria; e giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga. Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa mancava; perchè era ben giunto il gran duca Francesco col principe Carlo di Lorena suo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito, ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici. Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore, ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri. Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale d'essa provincia.

Mentre era la regina d'Ungheria attorniata e lacerata da tanti nemici in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in Italia. Avea bensì il Cattolico re Filippo V accettata la prammatica sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperador Carlo VI che si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta. Era, come ognun sa, l'Augusto Carlo V padrone anche di tutti gli Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una cessione a Ferdinando I suo fratello, ma si pretendeva, che mancando la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per via di femmine dal suddetto Carlo V, aspirava al dominio dello Stato di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte, torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente armamento, e ordinò all'infante don Carlo re delle Due Sicilie di fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello arrivò, nel dì 9 di dicembre, il duca di Montemar, destinato generale dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma il passaggio per gli Stati della Chiesa. Gran gelosia ed apprensione diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana; perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena, che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della Lombardia.

Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e a Londra il principe Wenceslao di Lictenstein, per promuovere quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime. Trovossi nel re Giorgio II e nei parlamenti d'Inghilterra tutta la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio, finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed altro perciò non si potè ottenere, se non che le provincie unite puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega, col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina, venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo la corte di Vienna i suoi negoziati con Carlo Emmanuele re di Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare in essa Italia. Perciocchè per conto della repubblica di Venezia ben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità. Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del 1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al duca Vittorio Amedeo suo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò di spogliarlo d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi dunque il re Carlo Emmanuele a maneggiare gli affari suoi colla regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di stringere qualche partito.

Durante l'anno presente il pontefice Benedetto XIV, il cui cuore non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici, siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre, provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri, coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti. Nel dì 17 di giugno dell'anno presente diede fine al suo vivere il doge di Venezia Luigi Pisani, stimatissimo per le sublimi e rare sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto mese, il cavaliere e procuratore Pietro Grimani, personaggio di gran saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita. Questa fu Elisabetta Teresa sorella di Francesco duca di Lorena, e regnante gran duca di Toscana, e moglie di Carlo Emmanuele re di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti, perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore. Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro, ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti viventi del suo matrimonio.

Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di Modena Ercole Rinaldo d'Este, figlio del regnante duca Francesco III, colla principessa Maria Teresa Cibò, che per la morte di don Alderano duca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita fin qui l'esecuzione di questo maritaggio; ma finalmente se gli diede compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento da don Carlo Filiberto d'Este, marchese di San Martino, e principe del sacro romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la duchessa Carlotta Aglae d'Orleans, i quali andarono ad incontrarla a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta. Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla all'infante di Spagna don Filippo genero del re Cristianissimo. La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior conseguenza, richiamò il marchese di Maillebois colle sue truppe in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi, che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima, non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori forze della Russia.

Anno di CRISTO MDCCXLII. Indizione V.

BENEDETTO XIV papa 3. CARLO VII imperadore 1.

Più d'un anno correva che restava vacante il seggio imperiale, non tanto per li diversi interessi ed inclinazioni degli elettori, quanto per la disputa insorta intorno al voto della Boemia, il quale veniva contrastato o negato da chi o per amore o per forza seguitava le istruzioni della Francia, per essere caduto quel regno in donna, cioè nella regina d'Ungheria Maria Teresa d'Austria. Ma da che Carlo Alberto duca ed elettor di Baviera si fu impadronito di Praga capitale d'essa Boemia, e nel dì 19 del precedente dicembre si fece prestare omaggio dai deputati ecclesiastici e secolari delle città boeme, forzate fin qui alla sua ubbidienza: si procedè finalmente nella città di Francoforte all'elezione di un nuovo imperadore nel dì 24 di gennaio dell'anno presente. Concorsero i voti degli elettori nella persona del suddetto elettore di Baviera, che da lì innanzi fu intitolato Carlo VII Augusto. Contro di tale elezione la regina d'Ungheria non lasciò di far le occorrenti proteste. Comparve poscia in quella città il novello imperadore nel dì 31 del mese suddetto, accolto con incredibil magnificenza, e nel dì 12 di febbraio seguì la suntuosa funzione dell'incoronamento suo. Susseguentemente nel dì 8 di marzo con gran solennità fu coronata imperadrice de' Romani l'Augusta Maria Amalia d'Austria consorte del nuovo imperadore. Non si potea vedere in più bell'auge l'elettoral casa di Baviera, giunta dopo più secoli a riavere il diadema imperiale, divenuta padrona del regno di Boemia e di parte dell'Austria, ed assistita dalla potentissima corte di Francia. O prima d'ora, o in queste circostanze, si trovò in tal costernazione la corte austriaca per sentirsi sola e abbandonata in questa gran tempesta, e dopo aver perduto tanto, in pericolo ancora di perdere molto più, se non anche tutto, che nel suo consiglio persona vi fu che stimò bene di persuader la pace anche col sacrifizio della Boemia. Fu questa una stoccata al cuore della regina. Altro consigliere poi si fabbricò un buon luogo nella grazia della maestà sua per l'avvenire coll'animare il di lei coraggio, e conchiudere che si avea a fare ogni possibil resistenza, confidando nella protezione di Dio per la buona causa, e col mostrare a quali vicende sia sottoposta la fortuna anche de' più potenti. In fatti si allestì un buon armamento, si uscì in campagna, e molto non tardò a venir calando cotanta felicità del Bavaro Augusto. Imperocchè avendo la regina ammanite molte forze coi vecchi suoi reggimenti, e colla giunta di gran gente accorsa dall'Ungheria: sul principio del presente anno il gran duca Francesco suo consorte col general comandante conte di Kevenuller, governatore di Vienna, dopo avere ricuperato le città di Stair ed Eens, andò a mettere l'assedio alla città di Lintz. Nello stesso tempo s'impadronirono gli Austriaci di Scarding, e nel dì 16 o pure 17 di gennaio diedero una rotta ad un grosso corpo di Bavaresi condotto sotto quella piazza dal maresciallo bavarese conte Terringh. La città di Lintz, benchè fornita d'un presidio consistente in più di sette mila Gallo-Bavari, pure nel dì 23 dello stesso mese si arrendè con patti onorevoli, essendo restata libera la guarnigione, ma con patto di non prendere per un anno l'armi contro la regina d'Ungheria: patto che fu poi per alcune ragioni mal osservato. Ciò fatto, furiosamente entrarono gli Austriaci nella Baviera. Braunau e Passavia furono costrette ad arrendersi: il terrore si stese fino a Monaco capitale d'essa Baviera, la quale, mancando di fortificazioni e di gente che la potesse sostenere, nel dì 13 di febbraio con condizioni molto oneste venne in potere degli Austriaci. Ed ecco quasi, a riserva d'Ingolstad e di Straubinga, la Baviera sottomessa alla regina d'Ungheria, ed esposta alla desolazione portata dall'armi vincitrici, cioè i poveri popoli condannati a far penitenza degli alti disegni del loro sovrano. Mancò intanto di vita in Vienna l'augusta imperadrice Amalia Guglielmina di Brunsvich, vedova dell'imperador Giuseppe. Il dì 10 di aprile fu quello che la condusse a godere in cielo il premio dell'insigne sua saviezza e pietà, di cui anche resta in essa città un perenne monumento nel religiosissimo monistero delle salesiane da essa fondato e dotato, e la di lei Vita data alla luce per decoro della cattolica religione.

Cominciarono in questi tempi ad udirsi in armi Ungheri, Panduri, Tolpasci, Anacchi, Ulani, Valacchi, Licani, Croati, Varasdini ed altri nomi strani, gente di terribile aspetto, con abiti barbarici ed armi diverse, parte di loro mal disciplinata, atte nondimeno tutte a menar le mani, e spezialmente professanti una gran divozione al bottino. Parve in tal occasione che nei tempi passati non avesse conosciuto l'augusta casa d'Austria di posseder tante miniere d'armati, essendosi ella per lo più servita delle sole valorose milizie tedesche, e di qualche reggimento di Usseri e Croati. Seppe ben la saggia regina d'Ungheria prevalersi di tutte le forze de' suoi vasti Stati; e con che vantaggio, lo vedremo andando innanzi. Continuò di poi la guerra non meno in Boemia che in Baviera fra i Gallo-Bavari e gli Austriaci, nel qual tempo ancora proseguirono le ostilità fra questi ultimi e il re di Prussia nella Slesia. Dacchè l'esercito della regina d'Ungheria si trovò sommamente ingrossato sotto il comando del principe Carlo di Lorena, assistito dal maresciallo conte di Koningsegg e dal principe di Lictenstein, i Prussiani giudicarono meglio di ritirarsi da Olmutz con tal fretta, che lasciarono indietro gran quantità di viveri e molti cannoni: con che ritornò tutta la Moravia all'ubbidienza della legittima sua sovrana. Trovaronsi poi a fronte nel dì 17 di maggio le due nemiche armate austriaca e prussiana; e il principe di Lorena, che ardeva di voglia di azzardare una battaglia, soddisfece al suo appetito nel luogo di Czaglau. Alla cavalleria austriaca riuscì di far piegare la prussiana; ma perchè si perdè a saccheggiare un villaggio, rimasta la fanteria sprovveduta di chi la sostenesse contro le forze maggiori prussiane, bisognò battere la ritirata, e lasciare il campo in potere de' nemici. Secondo il solito, tanto l'una che l'altra parte cantò maggiori i vantaggi. A udire gli Austriaci, vennero quattordici stendardi, due bandiere e mille prigionieri in loro mani, e la cavalleria nemica restò disfatta. Gli altri all'incontro vantarono presi quattordici cannoni con alcuni stendardi, e fecero ascendere la mortalità e diserzion degli Austriaci a molte migliaia. Da lì innanzi si cominciò ad osservare una inazione fra quelle due armate, finchè si venne a scoprire il mistero; e fu perchè nel dì 11 di giugno riuscì al lord Indfort, ministro del britannico re Giorgio II, di stabilir la pace fra la regina d'Ungheria e il re di Prussia, a cui restò ceduta la maggior parte della grande e ricca provincia della Slesia; essendosi ridotta a questo sacrifizio la regina per li consigli della corte d'Inghilterra, e per la brama di sbrigarsi da sì potente nemico. Questo accordo, conchiuso in Breslavia, siccome sconcertò non poco la corte di Francia e del bavaro imperadore Carlo VII, così servì ad essa regina per risorgere ad accudir con più vigore alla resistenza contro gli altri suoi poderosi avversarii. Per questa privata pace, che riuscì cotanto fruttuosa a Federigo re di Prussia, anche Federigo Augusto re di Polonia ed elettor di Sassonia saviamente prese la risoluzione di pacificarsi colla stessa regina: al che non trovò difficoltà veruna.

Sbrigate in questa maniera da quel duro impegno l'armi austriache, si rivolsero alla Boemia, e andarono in cerca de' Franzesi. Trovavansi in quelle parti con grandi forze i marescialli di Bellisle e di Broglio. Essendo nondimeno superiori quelle della regina, furono astretti a cedere varii luoghi, e finalmente si ridussero alla difesa della vasta città di Praga. Colà in fatti comparve il principe Carlo di Lorena sul principio di luglio col maresciallo conte di Koningsegg, e con un'armata di più di sessanta mila combattenti. Circa venti mila erano i Franzesi, parte postati nella città, e parte di fuori sotto il cannone della piazza; ma apparenza di soccorso non v'era, nè si fidavano que' generali della copiosa cittadinanza, in cui cuore era già risorto l'affetto verso la casa d'Austria, massimamente dopo aver provato quei nuovi ospiti, secondo il solito, troppo pesanti. Desiderò il Bellisle di abboccarsi o col principe di Lorena o col Koningsegg, e fu compiaciuto da quest'ultimo. Si sciolse la lor conferenza in fumo, perchè avrebbono i Franzesi lasciata Praga, purchè se ne potessero andar tutti liberi coi loro bagagli, laddove pretese il maresciallo austriaco di volerli prigionieri di guerra. Se tanta durezza fosse poi lodata, nol so dire. Certo è che i Franzesi, stimolati dal punto d'onore, si sostennero per più mesi, ed avvennero accidenti, per li quali fu convertito l'assedio in blocco. Ne uscì coi figli il maresciallo di Broglio, e felicemente si salvò. Tornati poscia gli Austriaci a stringere quella città, prese il maresciallo di Bellisle così ben le sue misure, che nel dì 17 di dicembre con circa dieci mila uomini, bagaglio e cannoni da campagna se ne ritirò, e, guadagnate due marcie, pervenne in salvo ad Egra, benchè pizzicato per tutto il viaggio dagli Usseri e Croati. Perdè egli in quella ritirata almeno tre mila persone o uccise, o disertate, o morte di freddo, e quasi tutta l'artiglieria, i bagagli e fino i proprii equipaggi. Ciò non ostante, se gli Austriaci vollero mettere il piede in Praga, furono obbligati ad accordare una capitolazione onorevole allo smilzo presidio rimasto in essa città; accordando in fine ciò che sul principio avrebbero potuto con loro vantaggio concedere, e che avrebbe risparmiato un gran sangue sparso sotto la città medesima.

Non provarono già un'egual prosperità nella Baviera l'armi della regina di Ungheria. L'assedio e bombardamento della città di Straubinga nel mese di aprile a nulla giovò per forzare alla resa quella fortezza. Perchè si sapea che i Franzesi comandanti dal conte d'Arcourt venivano con ischiere numerose ad unirsi col generale bavarese conte di Seckendorf, e giunse a Monaco una falsa voce che già si appressavano a quella città: il generale Stens nel dì 28 del mese suddetto precipitosamente si ritirò da essa città di Monaco colla guernigione austriaca di quattro mila persone, lasciandovi un solo picciolo corpo di gente. Allora i cittadini si misero in armi, e i villani inseguirono e molestarono non poco la ritirata d'essi. Scoperta poi la falsità della voce, ed irritati gli Austriaci, ad altro non pensarono, che a rientrare in essa città. Vi trovarono quel popolo risoluto alla difesa, e fu misericordia di Dio che non venissero all'assalto, perchè a questo avrebbe tenuto dietro uno spaventevole sacco. Accordò il maresciallo di Kevenhuller, nel dì 6 di maggio, una nuova capitolazione a quegli abitanti, gli affari dei quali nondimeno molto peggiorarono da lì innanzi, finchè sul principio di ottobre giunse la loro redenzione. Avea il Seckendorf ricuperata la città di Landshut, dopo di che s'incamminò alla volta di Monaco. Qui non l'aspettarono gli Austriaci, perchè molto inferiori di forze ai Gallo-Bavari, e ne asportarono quanto mai poterono con danno gravissimo di quell'infelice popolo, il quale diede in trasporti di allegrezza al vedere nel dì 7 del mese suddetto rientrare in quella città le milizie dell'augusto loro duca ed imperadore Carlo VII; ripigliarono poscia i Bavaresi Borgausen e Braunau; laonde tutta la Baviera tornò, prima che terminasse l'anno, all'ubbidienza del suo sovrano. Fu poi condotto in Baviera un poderoso rinforzo di truppe dal maresciallo di Broglio, e continuarono le ostilità, ma senza alcun'altra impresa di grado. Intanto quello sfortunato paese era il teatro delle calamità, perchè divorato da amici e nemici. Fu anche superiore alla credenza il numero de' Franzesi o morti di malattie, o uccisi, o fatti prigionieri nella Boemia e Baviera. Facevansi in questi tempi dei grandi maneggi in Inghilterra ed Olanda, per muovere quelle potenze alla difesa della regina d'Ungheria. La mutazion del ministero in Londra cagion fu che il re britannico e quella potente nazione si disponessero ad entrare in ballo, tanto più perchè si sentivano irritati dal vedere la somma franchezza de' Franzesi in rimettere contro i patti le fortificazioni di Dunquerque. Perciò si cominciarono i preparamenti della guerra in Fiandra per l'anno seguente; ma non si potè altro ottener dagli Olandesi, se non che darebbono il loro contingente di venti mila soldati, a cui erano tenuti in vigor delle leghe precedenti. Non men di loro, anzi più vigorosamente, si misero in arnese anche i Franzesi per far buon giuoco in quelle parti.

Vegniamo oramai all'Italia, condannata anch'essa a sofferire i perniciosi influssi delle gare ambiziose dei regnanti. Da che fu fatta gran massa di Spagnuoli ad Orbitello, e nelle altre piazze dei presidii, sotto il comando del duca di Montemar, si mise questa in marcia, ed entrata in febbraio nello Stato ecclesiastico, andò a prendere riposo in Foligno, e con lentezza mirabile arrivò poi finalmente fino a Pesaro. A quella volta ancora s'inviarono dipoi le milizie napoletane, spedite dal re delle Due Sicilie, per unirsi con quelle del re suo padre. Ne era generale il duca di Castropignano. Intanto sul Genovesato andarono sbarcando altre milizie procedenti dalla Spagna, e maggior numero ancora se ne aspettava. Per quanto si seppe, le idee della corte del re Cattolico erano che il primo più possente corpo di gente venisse alla volta di Bologna, e l'altro dal Genovesato verso Parma. Grande armamento in questi tempi avea fatto anche Carlo Emmanuele re di Sardegna, ma senza penetrarsi qual risoluzione fosse egli per prendere, se non che i più prevedevano che anderebbono le sue forze unite con quelle della regina d'Ungheria, sì perchè così portavano gli interessi suoi, non piacendogli la vicinanza degli Spagnuoli, come ancora perchè potea sperar maggior ricompensa da essa regina. Recò maraviglia ad alcuni l'aver questo real sovrano pubblicati due manifesti, nel quali erano riportate le sue pretensioni sopra lo Stato di Milano, siccome discendente dall'infanta Caterina figliuola di Filippo II re di Spagna. E pure passava questo sovrano di concerto in ciò colla corte di Vienna, con cui finalmente si venne a scoprire ch'egli avea stabilito nel dì primo di febbraio un trattato provvisionale per difendere la Lombardia dall'occupazione delle armi straniere. In tale trattato comparve la rara avvedutezza del marchese d'Ormea suo primo ministro, perchè restò esso re di Sardegna colle mani sciolte, cioè in libertà di ritirarsi quando a lui piacesse, colla sola intimazione di un mese innanzi, dall'alleanza della regina. Animato si trovò egli spezialmente a tale impegno dalla sicurezza datagli del cardinale di Fleury primo ministro di Francia che il re Cristianissimo Luigi XV non intendeva di spalleggiar l'armi del re Cattolico Filippo V per conto dell'Italia. Svelaronsi solamente nei mese di marzo questi arcani; e il re Sardo, da che ebbe ritirato dalla Savoia gli archivii e tutto ciò che era di maggiore rilievo, cominciò a far marciare parte delle sue truppe alla volta di Piacenza. Verso la metà del medesimo mese anche il maresciallo Otto Ferdinando conte di Traun governatore di Milano spedì a Modena a rappresentare al duca Francesco III d'Este la necessità in cui il mettevano i movimenti dei nemici Spagnuoli, di avanzarsi con vari reggimenti nei principati di Correggio e Carpi. La licenza non si potè negare a chi se la potea prendere anche senza richiederla. Perciò vennero a postarsi gli Austriaci in quelle parti, tirando un cordone verso la Secchia, e penetrando anche nel Reggiano.

Trovossi in un grave labirinto in questi tempi il duca di Modena, giacchè si miravano due nemiche armate venir l'una da levante e l'altra da ponente con tutte le apparenze che egli e i suoi Stati rimarrebbono esposti a deplorabili traversie, e forse diverrebbero il teatro della guerra, perchè ognun brama di far, se può mai, questa danza in casa altrui; e più rispetto si porterebbe agli Stati della Chiesa che ai suoi. Ognun sa, in casi di tanta angustia, quanto sia pericoloso il partito della neutralità per chi ha poche forze, giacchè, senza farsi merito nè coll'una nè coll'altra parte de' contendenti, si soggiace alla disgrazia d'essere divorato da amendue; e a peggio ancora, se avviene che l'un degli eserciti prevalga, troppo facilmente suscitandosi sospetti e ragioni per prevalersi in suo pro degli Stati e delle piazze altrui. Persuaso dunque esso duca che col tenersi neutrale non si facea punto merito con alcun di essi, e verisimilmente gli avrebbe avuti nemici tutti e due, si appigliò alla risoluzione di abbracciare uno d'essi partiti. L'ossequio ed affetto ch'egli professava all'augusta casa d'Austria e al gran duca di Toscana il consigliavano ad unirsi con loro, ma troppo pericoloso era per un vassallo dell'imperio di prendere l'armi contra dell'imperadore Carlo VII nemico delle suddette potenze, e l'aderire alla regina d'Ungheria, la quale, invece d'inviar nuove genti alla difesa dell'Italia, avea richiamata di là dai monti una parte di quelle che qui si trovavano, ed avea inoltre confessato ad un suo ministro venuto in Italia di non potersi impiegare a sostener questi Stati; e tanto anche fece intender al papa e ai Veneziani per loro governo. Manteneva il duca buona corrispondenza colla corte di Torino; ma questa il più che potè gli tenne occulto il trattato di lega conchiuso con quella di Vienna. Oltre a ciò, nè pur comportavano gl'interessi della propria casa al duca d'aver per nemici l'imperadore e la Spagna, stante l'essersi scoperto che la casa di Baviera nudriva delle pretensioni sopra la Mirandola e suo ducato, e il sapersi che don Francesco Pico, già duca d'essa Mirandola, protetto dagli Spagnuoli ne conservava delle altre, e che sopra la contea di Novellara e sopra il ducato di Massa s'erano svegliate liti, mal fondate senza dubbio, ma che nel tribunale cesareo, se fosse stato nemico, avrebbono forse avuto buona fortuna. Il perchè, mosso il duca di Modena da tali riflessioni, cercò più tosto di aderire alla parte de' più possenti potentati della cristianità, cioè dell'imperadore e dei re di Francia e Spagna. Avea egli per sua difesa in armi un bel reggimento di Svizzeri, e un altro d'Italiani, ch'era intervenuto alla battaglia di Crostka nella Servia, in tutto tre mila soldati. In oltre avea quattro mila dei suoi miliziotti reggimentali, disciplinati, ben vestiti ed armati, e circa quattrocento cavalli fra corazze e dragoni: sussidio non lieve, uniti che fossero ad una giusta armata, oltre alla cittadella di Modena e alla fortezza della Mirandola.

Fu ben accolta in Madrid la proposizione del duca di entrar seco in lega; ma mentre si andava maneggiando in tanta lontananza questo affare, non si sa come, ne trapelò l'orditura ai ministri della regina d'Ungheria, o pure del re di Sardegna. Verso il fine di marzo erasi avanzato, siccome dicemmo, esso re sardo fino a Piacenza, facendo intanto sfilare le sue truppe alla volta di Parma, ed ivi avea tenuto consiglio di guerra col maresciallo conte di Traun governator di Milano; giacchè l'armata napolispana si era inoltrata sino a Rimini. Si venne ancora intendendo che il grosso corpo di Spagnuoli sbarcato in più volte sul Genovesato, senza più pensare a far irruzione dalla parte del Parmigiano, s'era come amico incamminato per la Toscana a fine di accoppiarsi coll'altro maggiore de' duchi di Montemar e Castropignano. Non senza maraviglia delle persone fece quella gente un gran giro. Se fosse calata pel Giogo a Bologna, e colà fosse pervenuto il Montemar, nulla era più facile che il passar fino sul Parmigiano, e il prevalersi poi delle buone disposizioni del duca di Modena ed unirsi seco. Essendo giunto a Parma nel dì 30 d'aprile il re di Sardegna, portossi parimente esso duca di Modena nel dì 2 di maggio con tutta la corte al delizioso suo palazzo di Rivalta, tre miglia lungi da Reggio. Colà fu ad abboccarsi seco nel dì 6 di esso mese il marchese d'Ormea, primo ministro del re di Sardegna, che tosto sfoderò una copia informe del trattato preteso intavolato dal duca colla corte di Spagna. Onoratamente confessò il duca di aver fatto dei maneggi a Madrid, ma che nulla s'era conchiuso, nè sapea se si conchiuderebbe: e questa era la verità. Calde istanze fece l'Ormea per indurlo alla neutralità; ma perchè il duca ben previde che, accordando questo primo punto, passerebbe la pretensione a richiedere in pegno una almeno delle sue piazze per sicurezza di sua fede, non volle consentire, e prese tempo a pensarvi. Per molti giorni poscia s'andò disputando, essendo passato il duca a Sassuolo con tutta la famiglia: nel qual mentre il duca di Montemar, che per più settimane s'era fermato coll'esercito suo in Forlì a divertirsi con una opera in musica, finalmente si mosse alla volta di Bologna. Fama correa che i Napolispani ascendessero a quarantacinque mila persone: erano ben molto meno, ancorchè il Montemar avesse ricevuto il poderoso rinforzo di fanti e cavalli, passati amichevolmente per la Toscana. Parea questa nondimeno un'armata da far gran fatti, se non che la diserzione, da cui non va esente alcuno degli eserciti, si trovò stupenda in essa, fuggendo spezialmente quegli Alemanni che furono presi nell'apparente battaglia di Bitonto, e in altre azioni, allorchè fu conquistato il regno di Napoli dall'infante don Carlo. Giorno non v'era, in cui qualche centinaio d'essi Napolispani non disertasse, attribuendone alcuni la cagione all'aver lasciata cotanto in ozio quella gente, ed altri all'aspro trattamento degli uffiziali, giacchè non si può credere per difetto di paghe, perchè, se ne scarseggiavano gli uffiziali, al semplice soldato non mancava mai l'occorrente soldo.

Dopo la metà di maggio comparvero sul Bolognese le truppe napolispane, e a poco a poco vennero nel dì 20 a postarsi alla Samoggia, e nel dì 29 si stesero fino a Castelfranco. Certa cosa è, che se il Montemar si fosse inoltrato di buon'ora sino al Panaro, siccome allora superiore di forze, avrebbe potuto occupar quei siti, e stendersi a coprir Modena, e a passar anche verso Parma, stante l'avere sul principio dell'anno per mezzo del conte senatore Zambeccari chiesto ed ottenuto dal duca di Modena il passaggio. Parve dunque ch'egli non peraltro fosse venuto in quelle vicinanze, se non per burlare esso duca di Modena, il quale intanto si andava schermendo dal prendere risoluzione alcuna sulla speranza che lo stesso Montemar passasse a difendere i suoi Stati: del che non gli mancarono delle lusinghevoli promesse dalla parte del medesimo generale spagnuolo. Diede agio questa inazion de' Napolispani al maresciallo conte di Traun di ben postarsi alle rive inferiori del Panaro con dodici mila Tedeschi, e similmente a Carlo Emmanuele re di Sardegna, passato nel dì 19 di maggio sotto le mura di Modena, di andare anch'egli a fortificarsi alle rive superiori d'esso fiume. Di giorno in giorno s'ingrossarono le sue milizie sino a venti mila persone, giacchè gli era convenuto lasciare un'altra parte delle sue truppe alla guardia di Nizza e Villafranca, e ai varii confini del Piemonte, per opporsi ai disegni d'un'altra armata di Spagnuoli che si andava formando in Provenza contro i suoi Stati, e che dovea esser comandata dall'infante don Filippo, già pervenuto ad Antibo. Nel dì 17 di maggio presero pacificamente i Savoiardi il possesso della città di Reggio, da cui precedentemente avea il duca dì Modena ritirate le truppe regolate. Durava intanto una spezie, ma assai dubbiosa, di calma fra esso duca, dimorante in Sassuolo, e gli Austriaco-Sardi, aspettando questi che giungessero al loro campo cannoni, mortari e bombe, per poter parlare dipoi con altro linguaggio. Non avea il duca fin qui conchiuso accordo alcuno colla corte di Spagna, e neppure ricavato da essa un menomo danaro per fare quell'armamento, come ne dubitavano gli Austriaco-Sardi; pure non sapea indursi a cedere volontariamente le fortezze di Modena e della Mirandola, richieste dagli alleati; perchè quanto si trovò egli sempre deluso dal duca di Montemar, largo promettitore di ciò che non osava intraprendere, altrettanto abborriva di non comparire alla corte di Spagna qual principe di doppio cuore, perchè quivi si sarebbe infallibilmente creduto un concerto co' collegati la forza che gli avesse fatto cedere quelle piazze.

Prese egli dunque il partito di abbandonar tutto alla discrezione di chi gli era addosso coll'armi, e dopo aver messi quattro mila uomini di presidio nella cittadella di Modena, e tre mila in quella della Mirandola, nel dì 6 di giugno colla duchessa consorte e colle due principesse sorelle, lasciati i figli colla nuora in Sassuolo, che poi col tempo si riunirono con lui, prese la via del Ferrarese, e andò a ritirarsi a Crespino, e di là passò poi al Cataio degli Obizzi sul Padovano, e finalmente si ridusse a Venezia, portando seco il coraggio, costante compagno delle sue traversie. Perchè aveva egli lasciato ogni potere ad una giunta di suoi cavalieri e ministri in Modena, furono spediti deputati al re di Sardegna, e dopo avere ottenuta la promessa d'ogni miglior trattamento, nel dì 8 di giugno aprirono le porte della città a circa mille e cinquecento Savoiardi, che ne presero quietamente il possesso, con provar da lì innanzi quanta fosse la moderazione e clemenza del re di Sardegna, quanta la rettitudine de' suoi ministri, e la disciplina de' suoi soldati. Comandante in Modena fu destinato il conte commendatore Cumiana, cavaliere che non lasciava andarsi innanzi alcuno nella prudenza, e sapea l'arte di farsi amare e stimare da ognuno. Nel dì 12 di giugno fu dato principio alle ostilità contro la cittadella di Modena, alzando terra dalla parte del mezzodì fuori della città i Savoiardi, e i Tedeschi da quella di settentrione. Perchè gli assediati fecero una vigorosa sortita, necessario fu il rinforzare il campo con molta gente. Erette due diverse batterie di mortari, nel dì seguente cominciarono a tempestare essa cittadella con bombe di dì e di notte, e seguitò questo flagello sin per tutto il dì 27. Non avea il duca Francesco avuto tempo di provvedere essa cittadella di case matte e di ripari contro le bombe; e però in breve si trovò sconcertata la maggior parte di que' casamenti, non restando luogo alcuno di riposo e sicurezza alla guarnigione. Essendosi nel dì 28 alzate anche due batterie di cannoni contra d'essa fortezza, il cavaliere del Nero Genovese, e comandante della medesima, nel giorno appresso capitolò la resa, restando prigioniere di guerra il presidio. Uscì poi nel dì 5 di luglio un editto del re sardo, in cui dichiarò non essere intenzione della regina d'Ungheria nè sua, pendente la dimora delle loro truppe negli Stati di Modena, e durante l'assenza del duca, di attribuirsi verun gius di permanente sovranità e dominio in essi Stati, ma quella sola autorità che in sì fatta situazion di cose veniva dal diritto della guerra e dalla comune loro difesa permessa. Furono occupate tutte le rendite ducali, e tolte l'armi a tutti gli abitanti tanto della città che forensi.

Mentre si facea questa terribil sinfonia sotto la cittadella di Modena, si stava più d'uno aspettando qualche prodezza del generale spagnuolo duca di Montemar, che colle sue genti era postato a Castelfranco, siccome quegli che era decantato per conquistatore di regni. Ma per disavventura non fece egli mai movimento alcuno per attaccare gli Austriaco-Sardi al Panaro, tuttochè sparsi in una linea di molte miglia su quelle rive, e benchè dalla parte di Spilamberto e Vignola non avesse argini quel fiume. Crebbe anche maggiormente lo stupore negl'intendenti, perchè almen quattro mila combattenti alleati erano impegnati nelle trincee sotto la cittadella, e nella sera quattro altri mila venivano dal Panaro a rilevar questi altri; laonde il campo d'essi restava alleggerito d'otto mila persone. E pure con tutta pace stette il Montemar contando le bombe e cannonate de' nemici, sparate non contra di lui, e spettatore tranquillo delle sventure del duca di Modena; di modo che alcuni giunsero a sospettare intelligenza del medesimo col re di Sardegna, o che un segreto ordine del cardinale di Fleury avesse posto freno alla sua bravura (tutte insussistenti immaginazioni); ed altri in fine si fecero a credere ch'egli fosse solamente un valoroso generale, allorchè avea che fare con gente incapace di resistere, o avesse accordo con lui di non resistere. Crebbero molto più le maraviglie, perchè nella notte del dì 18 di giugno esso Montemar levò il campo da Castelfranco, ed inviandosi con tutti i suoi a San Giovanni e a Cento, mandò i malati ne' borghi di Ferrara. Poteva impadronirsi del Finale, dove falso è che si trovassero fortificati i nemici, come egli poscia volle far credere. Giunto bensì al Bondeno nella notte del 26 di giugno, e quivi posto e fortificato un ponte sul Panaro, spedì di qua dieci o dodici mila de' suoi. Non vi era persona che non si aspettasse ch'egli imprendesse la difesa della Mirandola, e che anzi v'entrasse, giacchè il cavalier Martinoni ivi comandante gli avea richiesto soccorso, e l'avea invitato a venire. Ma nulla di questo avvenne, senza che mai s'intendesse perchè egli facesse quella scena di marciar colà e di passare il Panaro, per poi nulla operare. Vi fu anche di più. All'avviso della di lui marcia, il re di Sardegna e il conte di Traun spedirono la maggior parte della lor cavalleria al Finale, per vegliare a' di lui andamenti. Trovavasi questo corpo di gente senza fanteria e senza artiglierie; e pure con tutte le forze dell'esercito suo il Montemar in tanta vicinanza non pensò mai a molestarlo, non che a sorprenderlo: condotta che maggiormente eccitò le dicerie contro il di lui onore.

Con tutto suo comodo s'era intanto trattenuta in riposo a Modena l'armata austriaco-sarda senza apprensione alcuna del Montemar quando nel dì 9 di luglio si mise in viaggio alla volta della Mirandola; dove giunta, diede principio nel dì 13 agli approcci, ben corrisposta dalle artiglierie della città. Ma da che anche le batterie dei cannoni e de' mortari cominciarono a fulminar quella piazza, e seguì in essa l'incendio di molte case; la guernigione, già chiarita che niun pensava a soccorrerla, nel dì 22 del mese suddetto dimandò di capitolare; restando prigioniera, finchè il duca di Modena si inducesse a cedere le fortezze di Montalfonso, di Sestola e della Veruccola agli alleati, con promessa di restituirle alla pace; e queste poi furono cedute. Pertanto con breve peripezia si vide spogliato di tutti i suoi Stati il duca di Modena, il quale, in mezzo a sì pericolosi imbrogli, provò tante contrarie fatalità, che niun potrebbe immaginarsele, ma ch'egli coraggiosamente sopportò. Videsi appresso destinato amministrator generale d'essi Stati per le due corone il conte Beltrame Cristiani, il quale tante pruove diede dipoi della sua onoratezza, attività e prudenza, che, sapendo accoppiar insieme il buon servigio de' suoi sovrani coll'amorevolezza verso de' popoli, meritò poi di essere creato gran cancelliere della Lombardia austriaca, e di riportar le lodi di ognuno, dovunque si stese la sua autorità. Fin qui era stato il duca di Montemar placido osservatore del destino della Mirandola, come se a lui nulla importassero i progressi de' suoi nemici. Certamente non fu di sua gloria l'essersi portato al Bondeno; ed aver passato il Panaro solamente per mirare anche la caduta d'essa fortezza sotto gli occhi suoi. Da più persone ben informate si sosteneva che lo esercito suo, non ostante la diserzione sofferta, numerava tuttavia circa trenta mila combattenti, ed erano in viaggio quattro mila Napoletani per unirsi con lui. Si strignevano nelle spalle gli uffiziali dell'armata stessa di lui al mirar tanta inazione, con tali forze e sì buona situazione. Ora appena seppe egli la resa di essa fortezza, che finalmente determinò di fare un premeditato bel colpo: colpo nondimeno, che parve a molti poco onorevole al nome spagnuolo. Cioè prese la marcia coll'esercito suo verso il Ferrarese e Ravennate con fretta tale, che non minore si osserva in chi è rimasto sconfitto, lasciando indietro carriaggi e munizioni non poche. Ma non furono pigri gli Austriaco-Sardi a muoversi anch'essi, e venuti per castello San Giovanni a Bologna, si avviarono per la strada maestra nella Romagna, sperando di raggiugnere i fuggitivi Napolispani. Questi per buona ventura aveano avuto gambe migliori, e, pervenuti nel dì 31 di luglio a Rimino, quivi si diedero a fare un gran guasto, cioè a fortificarsi con trincieramenti, spianate e tagli di alberi in grave desolazione di quel popolo. Pareva oramai inevitabile qualche gran fatto d'armi in quelle strettezze, essendo pervenuti colà anche gli alleati, vogliosi di far pruova dell'armi loro; quando nel dì 10 di agosto il generale di Montemar fece ben mostra di aspettar con piè fermo i nemici, anzi di voler venire a battaglia, ma allo improvviso decampò anche di là, ritirandosi sollecitamente a Pesaro e Fano, dove precedentemente erano state premesse le artiglierie e bagagli.

Chiunque nelle precedenti guerre avea mirato il principe Eugenio con soli trenta mila armati tenersi forte contro l'esercito gallispano, quasi il doppio numeroso di gente, al vedere la tanto diversa condotta di quest'altro generale, non sapea trattenersi dallo stupore o dalla censura. E non è già che fossero sì infievolite le di lui forze, giacchè la maggior diserzione fu in quella sua precipitosa ritirata, e ciò non ostante egli stesso si vantò poscia, in tempo che i Napoletani s'erano separati da lui, di aver lasciata al conte di Gages suo successore un'armata di diciotto mila combattenti, atti ad ogni maggiore impresa, ma che tali per disgrazia non erano stati in addietro. Strana cosa fu ch'egli allegasse per motivo di quest'altra ritirata ciò che, siccome diremo, avvenne in Napoli solamente nel dì 19 d'esso mese. Andò egli dunque, dopo varie frettolose marcie, a intanarsi nella valle di Spoleti, dove gli sembrò di essere sicuro, stante l'avviso che i collegati aveano risoluto di lasciarlo in pace. Tenuto in fatti consiglio dal re di Sardegna e dal maresciallo conte di Traun, prevalse il parere del primo di non passare di là di Rimino, e di non più inseguire chi combattea con le sole gambe. In oltre pel singolare rispetto ed affetto ch'esso re sardo professava al sommo pontefice Benedetto XIV, gli premeva di non maggiormente essere d'aggravio agli Stati della Chiesa: motivo che l'avea trattenuto in addietro dal passare colà dal Modenese. Quel nondimeno che vie più preponderava nell'animo suo, era il bisogno dei proprii Stati, che il richiamava colà per guardarsi dalle minaccie di un altro esercito spagnuolo. Sicchè da lì a non molto si videro ritornare al Panaro su quel di Modena le schiere e squadre austriaco-sarde. Nel dì 31 d'agosto arrivò a Reggio il re di Sardegna, e vi si fermò fino al dì 6 di settembre, in cui venutegli nuove disgustose di Piemonte, sollecitamente s'inviò alla volta di Torino, dove sfilava intanto la maggior parte delle sue milizie. Lasciò pochi suoi reggimenti nel Modenese sotto il comando del conte d'Aspremont, il quale unitamente col conte Traun s'andò fortificando in varii siti di qua dal Panaro, e massimamente a Buonporto.

In questi medesimi tempi accadde una novità in Napoli, per cui gran romore e tumulto fu in quella capitale. Nel dì 19 d'agosto comparvero a vista di quel porto sei navi da guerra inglesi di sessanta cannoni, quattro fregate, un brulotto e tre galeotte da bombe. Corse a furia il popolo ad osservare quella squadra, e la corte, entrata in apprensione, spedì nel giorno seguente il consolo inglese al comandante di essi legni, per esplorare la di lui intenzione. La risposta fu, che se il re non cessava di assistere i nemici della regina, egli teneva ordine di devastare quella città colle bombe; e che lasciava tempo di due ore a sua maestà per risolvere. Indi, cavato fuori l'orologio, cominciò a contarne i momenti. Niuno mai in addietro avea pensato a provvedere il porto e la spiaggia di Napoli di ripari per somigliante minaccia; e nè pur si trovava nel castello del porto provvisione di polvere da fuoco. Però, senza perdersi in molte discussioni, quella corte nel breve suddetto spazio di tempo accettò la neutralità, e spedì lettere mostrate al comandante inglese, colle quali richiamava il duca di Castropignano colle sue truppe nel regno. Ciò ottenuto, senza commettere alcuna ostilità, fece vela la squadra inglese verso ponente. Il pericolo presente servì appresso di ammaestramento per alzare fortini e bastioni muniti di artiglierie, di maniera da non paventar da lì innanzi chi tentasse di accostarsi con palandre e galeotte per salutar colle bombe quella metropoli. Restò poi eseguito l'ordine regio, e le milizie napoletane staccatesi dalle spagnuole tornarono ai quartieri nelle loro contrade: con che si ridusse l'esercito spagnuolo, siccome dicemmo, a circa diciotto mila persone, che poi prese quartiere parte in Perugia e parte in Assisi e Folignano. Fu in questo medesimo tempo, che la corte di Spagna, avvedutasi un poco troppo tardi di avere raccomandata la fortuna e l'onore delle sue armi ad un generale che sì male corrispondeva alle sue speranze, richiamò in Ispagna il duca di Montemar, e, adirata contra di lui, comandò che non si avvicinasse alla corte per venti leghe. Fece questo passo svanire le immaginazioni dei suoi parziali, persuasi in addietro ch'egli tenesse ordini di non azzardar battaglia e di salvar la gente, facendola solamente ben menar le gambe per ischivar gl'impegni. Andò egli, e durò non poco la sua disgrazia alla corte. Ma perchè egli non mancava di amici e di merito per altre sue belle doti, col tempo fu rimesso in grazia. Videsi un manifesto suo, con cui si studiò di giustificar le azioni sue in questa campagna; ma nulla sarebbe più facile che il far conoscere l'insussistenza delle sue scuse, e massimamente se uscissero alla luce i biglietti da lui scritti al duca di Modena e alla Mirandola in queste emergenze. Restò dunque al comando dell'esercito spagnuolo il tenente generale don Giovanni di Gages Fiammingo, che pel valore, per l'avvedutezza, e per la scienza militare potea servire di maestro agli altri. Nel dì 14 di settembre, in cui s'inviò il Montemar verso la Spagna, il Gages in tre colonne mosse l'esercito suo alla volta di Fano, siccome consapevole del rilevante smembramento dell'armata austriaco-sarda; e alla metà di ottobre arrivò a postar le sue genti alla Certosa di Bologna, e in quelle vicinanze, con alzare trincieramenti ed altri ripari da difesa. Accorsero anche gli Austriaco-Sardi alle rive del Panaro, e misero alquanti armati in Vignola e Spilamberto. Si stettero poi sino al fine dell'anno guatando da lontano le due armate, e il maresciallo di Traun mise il suo quartier generale a Carpi.

Un'altra guerra intanto ebbe il re di Sardegna, per cui fu obbligato a restituirsi in Piemonte. Fu comunemente creduto ch'esso real sovrano non avesse tralasciato, sì nel principio che nel proseguimento di questa guerra, di far varie proposizioni di partaggio della Lombardia alla corte di Spagna per mezzo del cardinale di Fleury, che sempre si mostrò ben affetto verso di lui. Tali progetti riguardavano egualmente i vantaggi della real casa di Savoia e dell'infante don Filippo, a cui si cercava un riguardevole stabilimento in essa Lombardia, e massimamente in Parma e Piacenza, città predilette della regina Elisabetta Farnese sua madre. Fu del pari creduto che la corte del re Cattolico non aderisse a cedere parte delle meditate conquiste, perchè avida di tutto, ed assai persuasa di poter colle sue forze conseguir tutto. Quali poi fossero i sinceri desiderii della corte di Francia nelle dispute di questi due pretendenti non si potè penetrare, se non che fu giudicato da molti ch'essa acconsentisse bensì a qualche acquisto in Lombardia pel suddetto infante don Filippo, ma non già sì pingue che alterasse l'equilibrio dell'Italia, e potesse un dì nuocere alla Francia stessa, ben prevedendosi che non durerebbe per sempre la buona armonia fra quella corte e quella di Spagna. L'aver dunque la Spagna dato a conoscer il genio troppo vasto, fece immaginare agl'interpreti de' gabinetti che perciò il cardinale niun soccorso di gente volesse somministrarle contra del re di Sardegna, tuttochè esso porporato ricavasse dall'erario spagnuolo grossissime mensuali somme di danaro, per divertire la regina d'Ungheria dalla difesa degli Stati d'Italia. Si oppose ancora, per quanto potè, esso cardinale alla venuta in Provenza dall'infante don Filippo, tuttochè genero del re Cristianissimo Luigi XV; ma non potè impedire che la regina di Spagna non l'inviasse colà di buon'ora ad aspettar l'unione d'un corpo di truppe, ascendente a più di quindici mila Spagnuoli, che parte per mare, parte per terra andò arrivando ad Antibo e ad altri luoghi della Provenza. Più tentativi fece questa armata nel luglio ed agosto, ora per passare il Varo, ora per penetrare nella valle di Demont; ma sì buoni ripari avea fatto il re di Sardegna, e sì possenti guardie avea messo nel contado di Nizza, che indarno si provarono gli Spagnuoli di passare colà; e tanto più vana riuscì ogni loro speranza, perchè l'ammiraglio inglese Matteus con poderosa flotta si trovava in que' mari e contorni, per sostenere le milizie savoiarde. Nella stessa maniera andarono in fumo le lor minaccie contro la valle di Demont, e in altre sboccature verso l'Italia. O sia che le trovate resistenze facessero cangiar disegno, o pure che le vere mire fin da principio non fossero verso quelle parti; in fine sul principio di settembre l'esercito spagnuolo comandato dall'infante, che sotto di sè avea il generale conte di Glimes, governatore della Catalogna, entrò nella Savoia, e nel dì 10 d'esso mese s'impadronì della capitale, cioè di Sciambery con citare i popoli a rendergli omaggio, e con intimar gravi contribuzioni.

L'avviso di tale invasione quel fu che sollecitò Carlo Emmanuele re di Sardegna a rendersi in Piemonte, e ad affrettare il ritorno colà di buona parte delle sue truppe, dimorate per tanto tempo sul Modenese. Appena ebbe egli unite le convenevoli forze, che nel suo consiglio espose la risoluzione da lui formata di snidar dalla Savoia i nemici. I più de' suoi uffiziali arringarono in contrario, adducendo la mancanza de' magazzini e foraggi in quella provincia, e il pericolo delle nevi per quelle alte montagne. Ma l'animoso sovrano ebbe una ragion più possente dell'altre, cioè il suo coraggio e la sua volontà; e perciò verso la metà d'ottobre marciò l'esercito suo per più parti alla volta della Savoia. Non si sentì voglia l'infante don Filippo di aspettarli, perchè non arrivava il nerbo della sua gente a quindici mila persone. Ritirossi pertanto in sacrato, cioè sotto il forte di Barreau nel territorio di Francia, lasciando abbandonata tutta la Savoia al suo sovrano. Pervenne il re sino a Monmegliano, e quivi il rispetto da lui professato al re Cristianissimo e agli Stati della Francia fermò il corso ai passi delle sue truppe, e ad ogni altra impresa. Ciò fatto, attese egli a riordinar le cose di quel ducato, a mettere in armi tutti que' sudditi, somministrando loro fucili, giacchè erano stati disarmati dagli Spagnuoli; e a rinforzar varii siti e forti, per opporsi ad ulteriori tentativi de' nemici. Venne il dicembre, e venne anche rinforzato il campo spagnuolo da un buon corpo di truppe, con prenderne il comando il marchese de la Mina, giacchè il conte di Glimes era stato richiamato in Ispagna. Allorchè gli Spagnuoli si videro assai forti, rientrarono nella Savoia, e si ritrovarono le nemiche armate alla vigilia d'un fatto di armi. Forse non l'avrebbe schivato il re di Sardegna; ma chiarito che, quando anche la vittoria si fosse dichiarata per lui, non poteano le milizie sue sussistere nel verno in un paese sprovveduto affatto di grani e di foraggio, determinò più tosto di ricondursi in Piemonte sul fine dell'anno. S'avverò allora quanto gli aveano predetto i suoi uffiziali, cioè, che l'Alpi dividenti l'Italia dalla Savoia gli farebbono guerra. S'erano in fatti caricate di nevi; e pur convenne passarle, ma con gravissimi disagi, e con perdita di molta gente perseguitata dai nemici, e di varii attrezzi ed artiglierie, e vie più di cavalli, muli e carriaggi; laonde, se fu molta la gloria di avere scacciati i nemici dalla Savoia, restò essa ben contrappesata dal molto danno di quella o forzata o volontaria ritirata. Solamente nel dì 3 del seguente gennaio arrivò il re a Torino col principe di Carignano; e intanto gli Spagnuoli tornarono in pieno possesso della Savoia, senza che que' popoli facessero risistenza alcuna; mostrando la sperienza che per quanto i sudditi amino il loro principe, pure anche più di esso amano sè stessi. Soggiacque nell'anno presente la città di Livorno ad una deplorabil calamità, per avere il tremuoto, verso la metà di febbraio, cominciato a scuotere le case di quegli abitanti. Altre simili scosse si fecero poscia udire sul fine d'esso mese con tale indiscretezza, che varie chiese ne patirono rovina, e moltissime case ne rimasero sì desolate, o colle mura sì smosse, che i padroni di esse salvatisi nella campagna o nelle navi, più non si attentavano a riabitarle. Fu in quest'anno che il sommo pontefice Benedetto XIV, tuttochè non poco agitato e distratto per l'aggravio inferito ai suoi Stati da tante milizie straniere che quivi, come in casa propria, giravano o fissavano anche il lor soggiorno; pure, intento sempre al pastoral governo, pubblicò, nel mese di agosto, una risentita bolla contra di chi non ubbidiva ai decreti della santa Sede intorno a certi riti cinesi già vietati, e ciò non ostante permessi da alcuni missionarii a que' novelli cristiani. Tali pene intimò, e tali ripieghi prescrisse, che si potè promettere da lì innanzi un'esatta osservanza delle costituzioni apostoliche.

Anno di CRISTO MDCCXLIII. Indiz. VI.

BENEDETTO XIV papa 4. CARLO VII imperadore 2.

Toccò al territorio di Modena di aprire in quest'anno il teatro delle azioni militari con una non lieve battaglia. Sapea il conte di Gages che gli Austriaci e Sardi restavano divisi in più corpi e luoghi; e che i principali posti da loro guerniti di gente erano il Finale e Buonporto, amendue sul Panaro; e però pensò alla maniera di sorprendere uno de' loro quartieri. Poco dopo il principio di febbraio, affinchè non si penetrasse il suo disegno, finse un considerabil furto a lui fatto, e nascosto il ladro in Bologna. Pertanto fece istanza al cardinale legato che si chiudessero le porte della città, e si lasciasse entrar gente, ma non uscirne alcuno. Fermossi egli nella stessa città con alquanti uffiziali, affaccendati in traccia del preteso ladro. Sull'alba del seguente dì 2 di febbraio s'inviò la picciola armata sua alla volta di San Giovanni e di Crevalcuore, e nel dì seguente, passato il Panaro fra Solara e Camposanto, quivi stabilì e assicurò un ponte. Nulla di ciò ch'egli sperava gli venne fatto; perchè la notte stessa, in cui da Bologna si mosse l'esercito suo, persona nobile parziale della regina d'Ungheria mandò giù dalle mura di quella città lettera di avviso di quanto manipolavano gli Spagnuoli a chi frettolosamente la portò a Carpi al maresciallo conte di Traun. Furono perciò a tempo spediti gli ordini alle truppe esistenti nel Finale di ritirarsi, ed altri ne andarono a Parma ed altri siti, dove si trovavano milizie austriaco-sarde. Raunate che furono tutte, il maresciallo, unitosi col conte di Aspremont generale delle savoiarde, nel dopo pranzo del dì 8 del suddetto febbraio andò in traccia del Gages, che ritiratosi a Camposanto, e coperto dall'un canto dalle rive del Panaro, dall'altro s'era afforzato nella parrocchiale e in varie case di quel contorno. Correva allora un freddo atrocissimo, e al bel sereno erano stati per più notti i poveri soldati in armi e in guardia. Venne il tempo di menar le mani, e si attaccò la sanguinosa zuffa, che, per essere allora il plenilunio, durò sino alle tre ore della notte, in cui gli Spagnuoli, dopo avere spogliati i suoi morti e mandati innanzi i feriti, si ritirarono di là dal Panaro, e ruppero il ponte, poscia sollecitamente si restituirono al loro campo sotto Bologna; giacchè il maresciallo di Traun non giudicò bene di permettere ad altri, che agli Usseri, d'inseguirli di là dal fiume; e forse non potè di più, perchè senza ponte. Secondo il solito delle battaglie che restano indecise, ciascuna delle parti si attribuì la vittoria, e non mancò ragione, sì agli uni che agli altri, di cantare il Te Deum.

Certo è che gli Austriaco-Sardi rimasero padroni del campo di battaglia, e costrinsero gli avversarii a ritirarsi, e che il maresciallo di Traun, benchè malconcio dalla gotta, fece meraviglie di sua persona, e che gli furono uccisi sotto due cavalli, e tutta anche la notte stette a cavallo d'un altro. Del pari è certo che gli Spagnuoli, o per inavvertenza, o per non potere inviare l'avviso, o pure per coprire la loro ritirata, lasciarono indietro in una cassina un battaglione di Guadalaxara, che fece bella difesa, ma in fine fu obbligato a rendersi prigioniere di guerra. Consisteva in più di trecento soldati, e circa ventotto uffiziali con tre bandiere, oltre a quasi cento altri prigioni. Gli effetti poi mostrarono che la peggio era toccata agli Spagnuoli. Contuttociò è fuor di dubbio che il generale conte di Gages si trovava inferiore di forze, per aver dovuto lasciare circa due mila persone di là dal fiume a custodire la testa del ponte, per sospetto che i nemici spedissero genti a quella volta. Nulladimeno sul principio riuscì alla cavalleria spagnuola di rovesciar la cavalleria tedesca dell'ala sinistra, e di metterla in fuga; e se il duca di Atrisco, in vece di perdersi ad inseguirla verso la Mirandola, fosse ritornato più presto al campo contro la nemica fanteria, comune sentimento fu che l'armata austriaco-sarda rimaneva disfatta. Otto furono gli stendardi e due i timbali presi dagli Spagnuoli. Ebbero prigionieri il governatore di Modena commendatore Cumiana, e i tenenti generali conte Ciceri e Peisber, che furono rilasciati sulla parola, l'ultimo dei quali sopravvisse poco alle sue ferite. Presero oltre ventidue altri uffiziali e circa ducento soldati. Quanto ai morti e feriti, ognuna delle parti esagerò il danno dei nemici, facendosi ascendere sino a quattro mila, ed anche più, con poscia sminuire il proprio. Fu nondimeno creduto che restasse molto indebolita l'armata spagnuola, e che, abbondando essa di uffiziali molto più che quella degli alleati, più ancora ne perissero o restassero feriti; e che se non furono maggiori i vantaggi riportati da essa, forse ne fu maggiore la gloria, perchè fin la sua ritirata meritò plauso, siccome fatta con tal ordine e segretezza, che non se ne avvidero i nemici, se non allorchè mirarono attaccate le fiamme al ponte sul Panaro. Secondo i conti degli Austriaco-Sardi, non arrivò a due mila il numero dei loro morti, feriti e rimasti prigioni. Nè si dee tacere che il conte d'Aspremont, savio e valoroso comandante generale delle milizie savoiarde, talmente si chiamò offeso per una lettera a lui mostrata, in cui si prediceva che le truppe del re di Sardegna, venendo un conflitto, si unirebbono con gli Spagnuoli, che non guardò misure nell'esporsi ai pericoli. Per una palla che il colpì nelle reni e passò alle parti inferiori, fu portato a Modena, dove, dopo essere stato per più giorni fra i confini della vita e della morte, finalmente nel dì 27 di febbraio pagò il tributo della natura, compianto non poco per le sue degne qualità. Funesta memoria della battaglia di Camposanto restò in quella villa e nelle circonvicine, perchè nel dì seguente, dappoichè gli Austriaco-Sardi si videro liberi dagli Spagnuoli, vollero compensarsi del bottino che non aveano potuto fare addosso i nemici, con dare il sacco agl'innocenti abitanti di esse ville. Per questa crudeltà fu detto che mostrasse gran dispiacere il maresciallo di Traun, cavaliere di buone viscere, contro il cui volere certamente questo avvenne; ma senza potere scusare la poca precauzione sua in prevedere ed impedire gli eccessi della militare avidità. Avvisato nondimeno del disordine, spedì tosto guardie alle chiese, e, il meglio che potè, provvide al resto.

Erasi ben ritirato dopo la battaglia suddetta il conte di Gages ne' trincieramenti suoi presso Bologna, e gli aveva anche accresciuti, facendo vista di voler quivi, come prima, fissare la permanenza sua. Non andò molto che si conobbe quanto gli fosse costato quel combattimento, essendosi ridotta l'armata sua, per quanto fu creduto, a poco più di otto o dieci mila persone. Sperava egli dei rinforzi da Napoli; ma, per quante premure ed ordini venissero dalla corte di Madrid che pure sembrava dispotica nelle Due Sicilie, il ministero del re don Carlo, atteso l'impegno di neutralità concordata con gl'Inglesi, e il timore della lor flotta signoreggiante nel Mediterraneo, sempre ricusò d'inviar soccorsi al Gages, a riserva di qualche partita che sotto mano trapelava colà. All'incontro dalla Germania era calata gente ad ingrossare l'esercito austriaco, e già il maresciallo di Traun avea spedito sul Bolognese e Ferrarese circa dodici mila armati, che minacciavano di passare anche in Romagna per impedire agli Spagnuoli il trasporto de' viveri e foraggi da quella provincia. Pertanto il timore di restar troppo angustiato fece prendere al Gages la risoluzione di mandare innanzi l'artiglierie e i malati, ed egli poi nel dì 26 di marzo, levato il campo, marciò alla volta di Rimino, e quivi si fece forte col favore di quella vantaggiosa situazione. Da che Francesco III d'Este duca di Modena si portò a Venezia, dopo l'occupazion de' suoi Stati, colla duchessa e figli, s'era ivi sempre trattenuto sulla speranza che i maneggi suoi o la fortuna dell'armi facessero tornare il sereno ai proprii affari. Nulla di questo avvenne; ma la generosa corte di Spagna non volle già abbandonato un principe, non per altro abbattuto, se non per l'aderenza sua alla corona spagnuola, e per non aver voluto accordarsi co' nemici d'essa. Gli conferì dunque il Cattolico re Filippo V la carica di generalissimo delle sue armi in Italia, con salario convenevole ad un pari suo. Giudicò anche bene la duchessa sua consorte Carlotta Aglae d'Orleans di passare a Parigi colla principessa Felicita sua primogenita, per implorare il patrocinio del re Cristianissimo Luigi XV nel naufragio della sua casa. Nel dì 4 di maggio arrivò questa principessa a Rimino, accolta dall'esercito spagnuolo con ogni dimostrazione di stima, e passata per la Toscana al golfo della Specia, e quindi a Genova, colle galere di quella repubblica fu poi trasportata in Francia, giacchè l'ammiraglio Matteus le fece rispondere che una principessa della sua nascita e del suo grado non avea bisogno di passaporto, e si recherebbe a sommo onore di poterla servire egli stesso. Alla stessa città di Rimino pervenne nel dì 9 d'esso mese anche il duca di Modena, incontrato dal generale Gages e da tutta l'uffizialità, e quivi fra il rimbombo delle artiglierie prese il possesso della carica sua. Intanto il maresciallo di Traun richiamò a quartieri sul Modenese l'esercito austriaco; e se i curiosi, che non sapeano intendere perch'egli non marciasse a Rimino per isloggiare di là gli Spagnuoli, ne avessero chiesta la ragione a lui, siccome general prudente, loro l'avrebbe saputa rendere.

Nel luglio di quest'anno arrivarono al porto di Genova quattordici saiche catalane, maiorchine, cariche d'artiglierie e munizioni di guerra, destinate per Orbitello, da inviarsi poscia al campo spagnuolo. Trovossi per questo in grave impegno il senato genovese, perchè l'ammiraglio britannico, dopo avere inviati alcuni vascelli a bloccar quelle saiche, fece protestare ai Genovesi, che se permettessero lo sbarco di que' bronzi, s'intenderebbe rotta con loro ogni neutralità. Indarno reclamarono essi che nel porto loro era libero ad ognuno l'accesso. Dopo molte dispute convenne capitolare, e fu concordato che quei cannoni e munizioni si condurrebbono a Bonifazio in Corsica, ed ivi si custodirebbono sino alla pace. In essa Corsica mostravano tuttavia gran renitenza quei popoli a rimettersi sotto il dominio della repubblica di Genova. Non vi si parlava più del barone di Newoff, re di pochi giorni, quando costui sopra una nave inglese di sessanta cannoni nel febbraio di quest'anno giunse a Livorno, e passò dipoi alla Corsica. Verso la spiaggia di Balagna chiamò egli alcuni dei deputati di quelle comunità, per intendere i lor sentimenti, con fare delle belle sparate di soccorsi e d'intelligenza con dei potentati. Ma avendo quella gente assai conosciuto, queste essere parole e non fatti, il mandarono in santa pace, ricusando un re venuto a sfamarsi alle spese loro, e non già ad aiutarli. Tornossene questo venturiere in Olanda ed Inghilterra a cercar migliore fortuna, nè più si parlò di lui. Avea fin qui Carlo Emmanuele re di Sardegna mantenuta buona corrispondenza colla corte di Francia, mostrandosi sempre disposto a ritirar le sue armi dalla difesa della regina d'Ungheria, e ad abbracciar la neutralità, o a far altri passi, giacchè nel trattato provvisionale s'era riserbata la facoltà di poter rinunziare dalla presa alleanza, qualora la corte di Spagna gli facesse godere qualche rilevante vantaggio. Era il cardinale Andrea Ercole di Fleury, primo ministro di Francia, il mediatore di questo affare. Ma venne a morte quel degno porporato nel dì 29 di gennaio dell'anno presente, e, secondo le vicende dei mondo, l'alta riputazione da lui guadagnata in vita per le sue dolci maniere, per la prudenza nel governo, e per molte altre sue belle doti e virtù, calò non poco dopo la sua morte. Attribuirono alla di lui condotta i Franzesi tutte le calamità loro avvenute in Boemia e Baviera; e lagnaronsi di lui per non avere in tempo di pace alleggerito abbastanza il regno di aggravii; aggiugnendo in oltre ch'egli sapeva accumulare, ma non poscia spendere a tempo per far riuscire i disegni utili alla monarchia franzese; e ch'egli avea tenuto fin qui in un letargo il re Cristianissimo, senza lasciargli far uso del suo spirito, pieno di generosità e capace d'ogni bella impresa.

Ossia che la corte di Spagna non consentisse mai a partito che proponesse il re di Sardegna, o che questi si servisse delle esibizioni della Spagna per fare miglior mercato con altri; certo è ch'egli nello stesso tempo fu in negoziato colle corti di Vienna e di Londra. Poco profittava egli colla prima. Più condiscendente provò egli il re britannico Giorgio II, con rappresentargli che non conveniva ai proprii interessi il continuare in questa guerra senza sicurezza di qualche frutto e ricompensa; aver egli perduto le rendite della Savoia; restar esposti a maggiori pericoli tutti i suoi Stati; ed essere enormi le spese ch'egli facea, e perchè? per salvare la regina, i cui Stati nulla finora aveano patito. Adoperossi dunque il re inglese per indurre la corte di Vienna ad un trattato che fermasse il re di Sardegna nell'unione colla casa d'Austria, mercè di un adeguato compenso alle perdite e spese ch'egli avea fatte ed era per fare. Non sapea il ministero di Vienna arrendersi; ma giacchè la corte di Torino facea giocare il non occulto suo maneggio colle corti di Francia e di Madrid, e si ebbe paura che fra loro seguisse qualche accordo, a cui avrebbe tenuto dietro la perdita di tutto lo Stato di Milano, perciò finalmente condiscese la regina ad assicurarsi di quel reale sovrano. Adunque nel dì 13 di settembre nella città di Worms, ossia Vormazia, restò conchiuso un trattato di lega fra la regina d'Ungheria, i re d'Inghilterra e di Sardegna, e ciò in tempo che si credea e si spacciava come sicura l'alleanza di esso re sardo colle corti di Francia e Spagna. Ancorchè questo trattato di Worms non fosse pubblicato, pure ne trapelarono alcune particolarità, ed altre vennero alla luce per gli effetti che ne seguirono appresso. Cioè fu accordato nel nono articolo di cedere al re di Sardegna il Vigevanasco, e tutto il territorio posto alla riva occidentale del lago maggiore, abbracciando Arona e tutta la riva meridionale del Ticino, che scorre sino alle porte di Pavia, e la città di Piacenza col suo territorio di qua dal Po sino al fiume Nura, restando alla regina il Piacentino di là da Po e quello ch'è di qua dalla Nura. Fu detto che nel consiglio del re di Sardegna alcun fosse di parere che non si avesse a prendere il possesso di tali acquisti se non finita la guerra, e che prevalesse il parere di chi consigliava l'anteporre il certo presente all'incerto futuro.

Per questo trattato parve che la corte di Francia restasse non poco irritata contra del re sardo, e certamente dopo esser ella stata fin qui renitente a dar braccio all'armi spagnuole per far conquiste in Italia, si vide all'improvviso cangiare registro, con accordare all'infante don Filippo alquante migliaia delle sue truppe. Ora perchè il re di Sardegna avea sì ben guerniti e fortificati i passi che dalla Savoia conducono in Piemonte, oltre alle fortezze che assicurano quel varco, determinarono gli Spagnuoli di tentare qualche altro passaggio; e lasciati in Savoia circa quattro mila soldati di presidio, passarono a Brianzone verso la valle di Castel Delfino. Conosciuti i lor disegni, sul fine di settembre unì il re sardo l'esercito suo nel marchesato di Saluzzo, e postosi alla testa d'esso, marciò per opporsi ai tentativi de' nemici. Calarono i Gallispani ne' primi giorni d'ottobre pel colle dell'Angello, per San Veran e per altri siti, e quantunque s'impadronissero del villaggio e forte di Pont, pure ebbero sempre a fronte i Savoiardi, che in più d'un luogo li rispinsero, e diedero lor delle busse. Pertanto da che si avvidero essere troppo pericoloso, se non impossibile, l'inoltrarsi, e tanto più perchè cominciò a fioccar la neve in quelle montagne, batterono nel dì 9 del suddetto mese la ritirata, passando di nuovo nel territorio di Francia, ma con grave loro disagio, e con lasciare indietro dodici cannoni da campagna, che vennero in potere dei Savoiardi, e colla perdita di molta gente, la quale o non volle o non potè, per cagion della neve, tener loro dietro, oltre la perdita di alcune centinaia di muli e di una parte del bagaglio. Tornossene indietro anche il re Carlo Emmanuele coll'esercito suo, il quale non andò esente da molti patimenti per l'orridezza della stagione, seco nondimeno riportando la gloria di aver bravamente respinti i nemici. Furono cantati Te Deum non solamente in Torino, ma anche in Modena, per così felice impresa. Perchè la regina d'Ungheria ebbe bisogno d'uno sperto generale in Germania, richiamò colà il maresciallo conte di Traun governatore di Milano. Lasciò egli in queste parti grata memoria del suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ad affabilità, del suo disinteresse e di molta carità verso i poveri, siccome ancora della disciplina ch'egli fece osservare alle milizie sue, sempre acquartierate in Carpi, Correggio e luoghi circonvicini. Nel dì 12 di settembre arrivò a rilevarlo il principe Cristiano di Lobkowitz, dichiarato capitan generale e governatore dello Stato di Milano. Era preceduta una sinistra voce che in compagnia di lui venisse la fierezza e la barbarie; la smentì egli ben tosto, fattosi conoscere signore di buona legge e di molta amorevolezza in queste parti. A lui non poco debbono gli Stati di Modena, perchè, regolandosi con massime diverse da quelle del Traun, deliberò di liberarle dal peso delle austriache milizie, per passare a Rimino, con disegno di cacciar di là gli Spagnuoli, i quali, senza rischio alcuno teneano viva nel cuore d'Italia la guerra.

In fatti sul principio d'ottobre si mosse esso principe a quella volta con tutte le sue forze. A riserva di alquanti cannoni e di molte munizioni, che spedite dalla Spagna erano in viaggio, sbarcate già in vicinanza di Cività Vecchia (pel quale sbarco fecero gl'Inglesi doglianze e minaccie al sommo pontefice), niun rinforzo di gente era mai giunto al campo spagnuolo. Però il duca di Modena e il conte Gages, attesa l'inferiorità delle forze, non vollero aspettar la visita degli Austriaci, e, passati alla Cattolica, andarono poi a far alto a Pesaro, nella qual città si afforzarono, stendendo la lor gente sino a Fano e Sinigaglia. Formarono ancora varii trincieramenti al fiume Foglia con varie batterie di cannoni. Fermossi il principe di Lobcowitz a Forlì, e parte della sua gente si portò a Rimino, città ben perseguitata dalle disgrazie in questi tempi. Perchè la sua cavalleria in quelle strette campagne non potea operare, parve ch'egli non pensasse a maggiori progressi. Seguirono dunque delle scaramuccie solamente fra i Micheletti e gli Usseri; e perciocchè questi ultimi con varie schiere di Croati e Schiavoni in numero di circa quattro mila persone s'erano postati alla Cattolica, il duca di Modena con uno staccamento de' suoi combattenti per una parte, il general Gages per un'altra, e il generale conte Mariani per mare in varie barche, nei primi giorni di novembre s'inviarono con isperanza di sorprenderli. Ma un temporale in mare spinse le barche a Sinigaglia, e il Gages sbagliò la strada; laonde il solo duca co' suoi arrivò colà, e indarno aspettò i compagni. Avvisati intanto gli Austriaci del disegno degli Spagnuoli, con gran fretta si salvarono a Rimino, inseguiti poi per molto di strada dai Micheletti. Fermaronsi poi pel restante dell'anno in que' postamenti le due nemiche armate, per aspettare stagion più propria per le azioni militari. Ebbero anche apprensione gli Austriaci dell'accidente che segue.

Grande strepito, maggior timore cagionò in quest'anno per l'Italia e per tutti i litorali del Mediterraneo ed Adriatico la peste, ch'era entrata ed aveva preso piede in Messina. Colà approdò nel dì 20 di marzo un pinco genovese vegnente da Missolongi di Levante, e carico di lana e frumento. Esibì il padrone d'esso una patente falsificata, come s'egli procedesse da Brindisi. Gli fu prescritta la contumacia di molti giorni, nel qual tempo egli morì, e fu occultamente trafugata qualche mercatanzia nella città. Insorto poi sospetto che in quel pinco si annidasse la peste fu esso con tutto il suo carico dato alle fiamme. Ma già il malore era penetrato nella città; e cominciò a mancar di vita chi avea commerciato con que' traditori. Secondo il pessimo costume de' popoli, che troppo abborrimento pruovano a confessarsi assaliti da questo orribil male, si andarono lusingando i Messinesi che per tutt'altro fossero avvenute quelle morti, e però non vi posero quel gagliardo riparo che occorreva in sì brutto frangente, essendosi permesse processioni ed unione del popolo nelle chiese, cioè il veicolo più proprio per dilatare il male. Ora appena ebbe sentore del sospetto di peste in quella città don Bartolomeo Corsini vicerè di Sicilia, che ne dimandò informazioni, e si trovarono i più de' medici messinesi, che attestarono, quella non essere vera peste, ma un male epidemico, ancorchè comparissero abbastanza i buboni; se con lode o vitupero dell'arte loro, non occorre ch'io lo dica. Ma il saggio vicerè non fidandosi di quella relazione, inviò tre medici di Palermo alla visita di quegl'infermi, e tutti allora conchiusero, trattarsi di quella vera pestilenza che spopola le città. Fu dunque sul fine di maggio dato all'armi, ristretta Messina con un cordone di milizie; e perchè il male era passato di qua dallo Stretto, ed aveva infetta la città di Reggio, ed alcuni altri luoghi della Calabria, la corte di Napoli anch'essa prese di buone precauzioni per preservare il resto del regno. Bandi rigorosissimi uscirono per tutta l'Italia, e si arrivò ne' littorali del Mediterraneo a tanta crudeltà di non voler concedere menomo sbarco a molti poveri Messinesi che s'erano salvati in barche per mare, quasichè non si potesse assegnar loro qualche sito da far la contumacia, senza lasciarli morir di fame. Non vorrebbono in simil caso essere trattati così quegl'inumani. Gran parte poi del popolo di Messina in poco più di tre mesi perì; nè solo di peste, ma anche di fame, essendosi trovata la città sprovveduta di grano; e quantunque fossero loro spediti di tanto in tanto dei soccorsi per ordine del re e del vicerè di Sicilia, pure non bastarono al bisogno. Tal discordia poi passa fra due relazioni, che or ora accennerò, intorno al ruolo degli estinti di quella città e contado, che meglio ho creduto di non attenermi ad alcuna di esse.

Maraviglia fu, che essendo in campagna le armate, cioè gente che non vuol legge, si salvasse l'Italia da questo eccidio. Anche per l'anno seguente si continuarono i rigori delle guardie e contumacie, cosicchè terminò in fine col male anche la paura. Se tali diligenze avessero usate i nostri maggiori, non avrebbe in altri tempi fatta cotanta strage con dilatarsi la peste. Nè pure in avvenire passerà dai paesi de' Turchi esso male, o passando non si dilaterà, ogni qual volta si osservino le buone regole inventate per preservarsi. Questa funestissima tragedia, o sia l'esatta relazione della peste suddetta, si truova data alle stampe in Palermo dal canonico don Francesco Testa, con tutti gli editti in tal congiuntura emanati. Un'altra assai curiosa e molto utile relazione di quella tragedia in versi sdruccioli ho io avuto sotto gli occhi, fatta dall'abbate Enea Melani religioso gerosolimitano, che di tutto era ben informato. Fu essa stampata in Venezia nel 1747. Oltre a ciò, si patì in quest'anno l'influsso dei raffreddori per gli Stati della Chiesa, di Venezia e Toscana, che trassero al sepolcro molte migliaia di persone. Mancò parimenti di vita Maria Anna Luisa de' Medici, figlia di Cosimo III gran duca di Toscana, e vedova di Gian-Guglielmo elettor palatino, a cui non avea data prole: principessa di gran pietà e saviezza. Era nata nel dì 11 di agosto del 1667. Fatti molti riguardevoli legati, lasciò erede degli stabili, mobili e gioie della sua casa il duca di Lorena, cioè Francesco Stefano, già divenuto gran duca di Toscana. Le proteste fatte contra di tal disposizione dal re delle Due Sicilie don Carlo non ebbero certamente la forza che seco portò il possesso. Giunse ben a tempo questa ricca eredità al gran duca, per valersi dei molti preziosi arredi, argenti e gioie in aiuto della regina d'Ungheria sua consorte, lagnandosi indarno in lor cuore i Fiorentini, al vedere trasportati altrove i tesori ed ornamenti della loro città. Nel dì 9 di settembre fece il sommo pontefice Benedetto XIV la tanto sospirata promozione di ventisette cardinali, persone tutte di merito, tre dei quali si riservò in petto. Quanto alla Germania, dove più che in altri paesi fu bollente la guerra, appena spuntò la primavera, che la regina d'Ungheria, dopo avere spedita una potente armata contro la Baviera, passò col gran duca consorte e correggente in Boemia, e nel dì 12 di maggio solennemente ricevette in Praga la corona di quel regno. Nel dì 9 d'esso mese all'armata austriaca, comandata dal principe _Carlo di Lorena _e dal maresciallo di Kevenhuller, venne fatto di dare una rotta ai Gallo-Bavari, postati alle rive del fiume Inn, con fare molti prigionieri, e coll'acquisto di quattro cannoni e di varii stendardi. Dopo di che il vittorioso esercito si spinse addosso alla città di Dingelfing, che, abbandonata dai Franzesi, non si sa, se per aver essi posto il fuoco ai magazzini, o pure per barbarie dei Croati, restò quasi preda delle fiamme. Anche la città di Landau venne in loro potere, e fu attribuito un simile incendio di essa ai Franzesi, che le diedero anche il sacco prima d'andarsene. Ritiraronsi in fretta parimente da Deckendorf e da Landsut. Perchè parea ch'essi Franzesi facessero peggio degli stessi nemici, non si può dire quanto odio concepirono contra di loro i Bavaresi. Arrivavano già le scorrerie de' nemici in vicinanza di Monaco, e però l'imperador Carlo VII, che nel dì 17 di aprile era tornato in quella sua capitale, non trovandosi ivi sicuro, nel dì 8 di giugno per la seconda volta se ne ritirò, riducendosi coll'imperiale famiglia ad Augusta. Altrettanto andava facendo il maresciallo franzese conte di Broglio, il quale si ridusse in salvo sotto il cannone d'Ingolstat, e poscia si staccò anche di là all'approssimarsi degli Austriaci, ed abbandonò fino Donawert. Nel dì 9 del mese suddetto rientrarono essi Austriaci in Monaco, e in poco tempo si renderono padroni di quasi tutta la Baviera e dell'alto Palatino, con acquisto di gran copia di artiglierie; laonde l'imperadore si ridusse poscia in Francoforte. Furono poi cagione questi rovesci di fortuna che il gabinetto del re Cristianissimo giudicasse a proposito di far proporre alla regina d'Ungheria delle proposizioni di pace. Pareano queste assai discrete, perchè si facea contentare la corte di Baviera di un ritaglio della monarchia Austriaca, per quanto fu detto, cioè nella Briscovia; e il re di Prussia di una porzione della Slesia. Ma il buon vento che allora correa in favor della regina, e gonfiava le vele di speranze maggiori, ed essendo di pochi il sapersi moderare nella prospera fortuna, non le lasciò accettare la proposta concordia, allegando essa sempre di non poter permettere che si sciogliesse il vincolo della prammatica sanzione, assodato coll'approvazione e giuramento di tante potenze. Se n'ebbe forse a pentire col tempo.

Nel presente anno e nel dì 27 di giugno seguì una sanguinosa battaglia a Dettingen fra l'esercito franzese, guidato dal maresciallo duca di Noaglies, e l'inglese ed annoveriano, in cui si trovava lo stesso re della Gran Bretagna Giorgio II. Amendue le parti gareggiarono in ispacciar maggiori riportati vantaggi, giacchè non fu conflitto decisivo. Certo è che gli Inglesi rimasero padroni del campo di battaglia, e contarono non pochi stendardi e bandiere prese. Vennero intanto sottomesse degli Austriaci la fortezza di Braunau in Baviera, e Friedberg e Reichental, i presidii dei quali luoghi si renderono prigionieri di guerra. Nel dì 20 di luglio la fortezza di Straubingen con capitolazioni oneste si rendè al tenente maresciallo austriaco barone di Berenclau. Sostenne la città di Egra, unicamente restata in Boemia in poter de' Franzesi, un lunghissimo assedio; ma finalmente nel dì 8 di settembre quel presidio si diede per vinto e prigioniere dell'armi della regina d'Ungheria: con che la Boemia interamente tornò alla quiete primiera. Grande materia di discorsi fu in questo anno il veder tutti i Franzesi ritirarsi precipitosamente dalla Baviera verso il Reno, e valicarlo con passare in Alsazia. Parve che quella sì valorosa nazione, allorchè troppo si allontana da' confini del suo regno, o non conservi la consueta sua bravura, o non sia accompagnata dalla fortuna. Trasse anche al Reno l'esercito del principe Carlo: esercito di gran possa; eseguirono poi varii tentativi per passarlo, con altre azioni, dal racconto delle quali io mi dispenso. Solamente come punto di grande importanza merita menzione la resa della città e fortezza d'Ingolstad, accaduta dopo pochi giorni di assedio nel dì 9 di settembre, agli Austriaci: piazza la più considerabile della Baviera. Si conobbe nondimeno che v'intervenne qualche segreto concerto, perchè non altro fu permesso alla regina d'Ungheria, che di estrarne le artiglierie, gli attrezzi e le munizioni da guerra. Colà si era ricoverato il meglio dell'imperador bavarese, e a tutto fu portato sommo rispetto. Cento settantacinque furono i cannoni, trentaotto i mortari, che asportati di colà andarono a reclutare i magazzini della regina d'Ungheria, la cui gloria crebbe di molto nell'anno presente. Trattarono in questi tempi i Genovesi con tal serietà e dolcezza gli affari della Corsica, esibendo a que' popoli ragionevoli condizioni di vantaggio e sicurezza, che riuscì loro in fine di smorzare un incendio di sì lunga durata, e che era loro costato parecchi milioni.

Anno di CRISTO MDCCXLIV. Indiz. VII.

BENEDETTO XIV papa 5. CARLO VII imperadore 3.

Per tutto il verno del presente anno andarono calando dalla Germania copiose reclute, ed anche alcuni reggimenti che passavano ad ingrossare l'armata del principe Lobcowitz, acquartierata a Cesena, Forlì e Rimino, conoscendosi abbastanza altro non meditarsi che di procedere innanzi per cacciar gli Spagnuoli da Pesaro e dagli altri luoghi da loro occupati. All'incontro, in tale stato era l'armata spagnuola, che quand'anche la forza non la facesse sloggiare, sarebbe essa obbligata a ritirarsi a cagion della mancanza dei foraggi per terra; e perchè giravano per que' lidi alcuni legni inglesi che ne impedivano il trasporto per mare. Inviarono gli Spagnuoli varii distaccamenti pel ducato d'Urbino, o per cautelarsi dall'essere assaliti da quella parte, o per far credere di voler eglino assalire. Ma finalmente il principe di Lobcowitz sul principio di marzo diede la marcia al poderoso suo esercito, risoluto di venire a battaglia, se gli Spagnuoli intendevano di aspettarlo di piè fermo. Nol vollero già essi aspettare, per ordine, come diceano, venuto da Madrid; però sul fare del giorno del dì 6 senza suono di trombe o tamburi, e con restar sempre chiuse le porte di Pesaro, si avviarono alla volta di Sinigaglia. Non mantenne il conte di Gages la promessa fatta al vescovo di Fano di non disfare il ponte sul Metauro. Alle più valorose truppe e alle guardie del duca di Modena fu lasciato l'onore della retroguardia. Nel dì 9 arrivò ad infestarli un grosso corpo d'Usseri e Croati, guidati dal conte Soro, co' quali convenne venire alle mani, e durò questa persecuzione anche nei dì seguenti, con danno di amendue le parti. Mentre andava innanzi il nerbo dell'armata, la retroguardia, che avea preso riposo a Loreto, nel dì 15 d'esso marzo sotto le mura di quella città si vide assalita da cinque mila Austriaci, e il conflitto durò per dieci ore, con ritirarsi in fine il distaccamento austriaco. Nel proseguire il viaggio a Recanati gli Spagnuoli furono salutati dal cannone di due navi inglesi, che uccisero il maresciallo di campo Brieschi, comandante delle guardie vallone, con due altri uffiziali. Nel dì 16 fu di nuovo assalita la retroguardia suddetta, e si combattè sino alle vent'ore con vicendevole mortalità. Finalmente nel dì 18 due ore avanti giorno l'esercito spagnuolo, lasciati molti fuochi nel campo, s'istradò verso il fiume Tronto, confine del regno di Napoli, e nel mezzo giorno sopra un preparato ponte di barche cominciò a passarlo, e da quella riva non si mossero il duca di Modena e il conte di Gages, se non dopo averli veduti tutti in salvo. Andarono poi essi a prendere riposo per quattro giorni a Giulia Nuova, e poscia furono ripartite le truppe in varii quartieri, ma dopo aver patita una grave diserzione nel viaggio. Stavano esse in Pescara, Atri, Chieti, Città della Penna e Città di Sant'Angelo; nel qual tempo anche gli Austriaci si accantonarono fra Recanati, Macerata, Fermo, Ascoli e Tolentino. Se il principe di Lobcowitz avesse trovata ne' suoi subordinati generali maggiore ubbidienza ed amore, di peggio sarebbe avvenuto alla precipitosa ritirata del campo nemico.

All'osservare questa brutta apparenza di cose, non tardò l'infante don Carlo re delle Due Sicilie, nel dì 25 di marzo, a muoversi da Napoli, ed accorrere in persona anch'egli nelle vicinanze dell'Abbruzzo con quindici mila de' suoi combattenti, unendosi con gli Spagnuoli, non già con animo di rinunziare alla neutralità, ma solamente di guardare il suo regno dagl'insulti de' nemici, caso che questi fossero i primi a fare delle ostilità. La regina sua consorte per maggior sicurezza fu inviata a Gaeta, non ostante le preghiere in contrario della appellata fedelissima città di Napoli. Non si può negare: giudicò il principe di Lobcowitz non difficile la conquista del regno di Napoli. Conduceva egli una poderosa armata, a cui di tanto in tanto arrivavano nuovi rinforzi di gente e di munizioni. Nel regno stesso non mancavano dei ben affetti all'augusta casa d'Austria, che segretamente faceano sperar delle rivoluzioni alla corte di Vienna. Però venne l'ordine ad esso principe d'inoltrarsi. Nel fine d'aprile un corpo d'Austriaci, valicato il Tronto, penetrò nell'Abbruzzo, e trovò gente che l'accolse di buon cuore. Ma il Lobcowitz, sul riflesso che, facendo anche progressi da quella parte, restavano da superar le montagne, e che tuttavia egli si troverebbe lontano dal cuore e centro del regno, determinò più tosto di prendere un cammino più facile per le vicinanze di Roma e di Monte Rotondo: cammino appunto eletto dagli altri conquistatori del regno di Napoli. Levato dunque il campo da Macerata e dai circonvicini luoghi, si avviò, verso la metà di maggio, a quella volta. Per lo contrario l'infante re, appena ebbe penetrato il di lui disegno, che retrocesse a San Germano, e alle sue forze s'andarono ad unire quelle dell'esercito spagnuolo. Ne solamente pensò alla difesa dei proprii confini, ma eziandio, giacchè stimava che l'avessero i nemici disobbligato dalla promessa neutralità coi tentativi fatti nell'Abruzzo, spinse alcuni grossi distaccamenti nello Stato ecclesiastico a Ceperano, Frosinone e Vico Varo, sino a giugnere co' suoi picchetti al Tevere. Nel dì 24 del mese suddetto, giunto a Roma il principe Lobcowitz, ebbe una benigna udienza dal papa, e chiamò poi quella giornata dì di trionfo, stante il gran plauso e i viva sonori di quella plebe. Ben regalato se ne andò a Monte Rotondo; di là poi passò a Frascati, Morino, Castel Gandolfo ed Albano. Intanto, entrata anche tutta l'armata napolispana nello Stato ecclesiastico, si divise in tre corpi, postandosi il re ad Anagni con uno, il duca di Modena con un altro a Valmonte, e il generale di Gages a Monte Fortino. Tutti finalmente si ridussero a Velletri; giacchè si scoprì invogliato l'esercito austriaco di penetrare per colà nel regno di Napoli. Non si potea dar pace il pontefice Benedetto XIV al mirare divenuti teatro della guerra i paesi della Chiesa con tanto aggravio e desolazione de' sudditi suoi. L'unica speranza di vedere in breve terminato questo flagello era riposta in una giornata campale che decidesse della fortuna dell'armi. Ma non faceano gli Spagnuoli di questi conti, bastando loro di tenere a bada gli avversarii, tanto che non mettessero piede nel regno; perchè ben prevedevano che questo sarebbe stato un vincerli senza battaglia. Sul principio di giugno arrivati gli Austriaci al monte della Faiola, ed occupato quel sito che dominava il convento de' cappuccini di Velletri, quivi cominciarono ad alzar batterie, per incomodare i Napolispani esistenti nella città, i quali tenevano aperto alle spalle il commercio col regno, da cui continuamente ricevevano le bisognevoli provvisioni. A Nemi era il quartier generale del Lobcowitz. Perchè in questi tempi era restata poca gente alla custodia dell'Abbruzzo, riuscì al colonnello austriaco conte Soro con un distaccamento di truppe di entrare nelle città dell'Aquila, di Teramo e Penna. Si ebbero bene a pentire col tempo quegli sconsigliati abitanti di avere accolti quei nuovi ospiti con tanta festa, e di aver prese anche, se pur fu vero, l'armi in loro favore. Videsi poi sparso per varii luoghi del regno un manifesto della regina d'Ungheria, contenente le ragioni di aver mossa quella guerra, coll'animare i popoli alla ribellione. In esso furono toccati certi tasti che dispiacquero alla sacra corte di Roma; ed essendosene ella doluta, protestò poi la regina di non aver avuta parte in esso manifesto.

Stavano dunque a fronte, separate da una valle profonda, le due nemiche armate, cercando cadauna di ben fortificare i suoi posti, e di occupar quelli de' nemici. Specialmente nella Faiola e in Monte Spino si afforzarono gli Austriaci e i Napolispani nel monte dei Cappuccini. Fioccavano le cannonate dall'una parte e dall'altra. Ma nella notte antecedente al dì 17 di giugno, avendo il conte di Gages da alcuni disertori ricavato nome della guardia, ed appresa la situazion degli Austriaci alla Faiola, sito onde era forte incomodata la regia armata, con grosso corpo di gente si portò all'assalto di quel posto medesimo, e se ne impadronì, con far prigioni, oltre agli uccisi, il generale di battaglia baron Pestaluzzi, il colonnello e tenente colonnello del reggimento Pallavicini, ed altri uffiziali con ducento sessanta soldati; e gli servì poi quel sito per inquietar frequentemente gli Austriaci nel loro campo. Fu cagione questa positura di cose, cotanto penosa al territorio romano, che il pontefice Benedetto XIV per sicurezza e quiete di Roma chiamasse colà alcune migliaia dei miliziotti di varie sue città. Durò poi la vicendevole sinfonia delle cannonate e bombe sotto Velletri, con poco danno dell'una e dell'altra parte, sino al dì 10 di agosto; quando il principe di Lobcowitz, animato dalle notizie prese da un villano di Nemi e da alcuni disertori, determinò di tentare una strepitosa impresa. Il disegno suo era d'impadronirsi di Velletri, e di sorprendere ivi il re delle Due Sicilie, il duca di Modena ed altri primarii uffiziali della nemica armata. Nella notte adunque precedente al dì 11 del mese suddetto fece marciare alla sordina due corpi di gente, l'uno di quattro mila soldati e l'altro di due mila, per diverse vie. Il primo era comandato ai tenenti generali Braun e Linden, e dai generali di battaglia Novati e Dolon; e questi fecero un giro verso la sinistra dell'accampamento napolispano, ed arrivati sul far del giorno al sito dove erano postati i tre reggimenti di cavalleria della regina, Sagunto e Borbon, con alcune brigate di fanteria, le quali, quantunque prive di trinceramenti, non si aspettavano una visita sì fatta, e tranquillamente dormivano; diedero loro addosso, con attaccar nello stesso tempo il fuoco alle tende. Molti vi restarono uccisi, altri rimasero prigionieri; chi ebbe buone gambe, e fu a tempo, si salvò. Agli abbandonati cavalli furono tagliati i garretti, e per conseguente tolta la maniera di più servire e vivere. La sola brigata de' valorosi Irlandesi fece testa, finchè potè; ma sopraffatta dalle forze maggiori, dopo grave danno, cercò di salvarsi in Velletri. Dietro ai fuggitivi per quella medesima porta entrarono gli Austriaci nella città, e si diedero ad incendiar varie case per accrescere il terrore. Presero l'armi i poveri Velletrani, per difendere ognuno le abitazioni proprie, ed alquanti vi lasciarono la vita. Avvisato per tempo il re di questa sorpresa, balzò dal letto, e vestito in fretta si ritirò al posto dei Cappuccini, ed era solamente in apprensione pel duca di Modena e per l'ambasciatore di Francia. Ma anche il duca di Modena e l'ambasciatore ebbero alcuni momenti favorevoli per tener dietro a sua maestà fra le archibugiate de' nemici. Entrò il general Novali nel palazzo del duca; furono presi e condotti via tutti i suoi cavalli. Dubbio non ci è, che se gli Austriaci avessero atteso a perseguitare i Napolispani; e se fosse giunto a tempo l'altro corpo di gente che dovea raggiugnerli, restava la città di Velletri in loro potere. Ma, secondo il solito, più vogliosi i soldati di bottinare che di combattere, si perderono attorno agli equipaggi degli uffiziali e alle sostanze de' cittadini, con far veramente un buon bottino, spezialmente dove abitava l'ambasciatore di Francia, e i duchi di Castropignano e di Atrisco. Ciò diede campo ad essi Napolispani di rincorarsi e di accorrere alla difesa; e particolarmente con furore s'inoltrarono le guardie vallone per la lunga strada di Velletri contra de' nemici. Sorpresero il general Novati, che s'era perduto a scartabellare le scritture del duca di Modena, e custodiva le di lui argenterie, che verisimilmente doveano essere il premio delle sue fatiche, e il fecero prigione. Sopravvenuto poi un rinforzo del conte di Gages, talmente furono incalzati gli Austriaci, che chi non rimase o ucciso o prigione, fu forzato a salvarsi fuori di Velletri, e di lasciar libera la città.

Mentre si facea questa sanguinosa danza in Velletri, il principe di Lobcowitz con altri nove mila soldati dovea portarsi all'assalto dei posti della collina fortificati da' nemici. Tardò troppo. Tuttavia gli riuscì di occupar qualche sito del monte Artemisio. Ma così incessante fu il fuoco degli Spagnuoli, che quanti si avanzavano, rotolavano uccisi al fondo della valle, di maniera che dopo un ostinato conflitto di alcune ore furono forzati anche quegli Austriaci a battere la ritirata e ad abbandonare gli occupati posti. Terminata la scena, ognuna delle parti esaltò a dismisura la perdita dell'altra. I più saggi crederono che tra i morti e prigioni di Napolispani vi restassero almen due mila persone, fra le quali di prigionieri si contarono circa ottanta uffiziali, e fra gli altri il general conte Mariani, sorpreso colla gotta in letto. Vi perderono anche, chi disse nove, e chi dodici bandiere della brigata d'Irlanda. Dalla banda degli Austriaci rimasero prigionieri, oltre al generale Novati, diciotto altri uffiziali, e molti soldati colti in Velletri; e quantunque spacciassero di aver lasciati morti sul campo solamente circa cinquecento uomini, pure gli altri fecero ascendere la loro perdita a più di due mila persone. La verità si è, che se mancò la felicità, non mancò già la gloria di questo tentativo al principe di Lobcowitz, perchè in simili casi nè si possono prevedere tutti gli accidenti, nè a tutto provvedere. Ma certo è altresì che maggior fu la gloria de' Napolispani, i quali in sì terribil improvvisata, e con tanto avanzamento de' nemici, non solamente si seppero sostenere, ma anche rovesciarono valorosamente le loro schiere, superando una tempesta che fece grande strepito entro e fuori d'Italia. Dopo questo fallo, restate le due armate nei consueti loro posti, continuarono a salutarsi coi reciproci spari di artiglierie senza vantaggio degli uni e degli altri. Attese intanto l'infante re don Carlo a rimontare la sua cavalleria: al che concorsero tutti i vassalli del regno di Napoli, ed anche quei di Sicilia. Varii distaccamenti spediti dal re in Abbruzzo ne fecero in questi tempi sloggiare il colonnello Soro coi suoi partitanti, e tornare all'ubbidienza della maestà sua le già occupate città. Il rigore usato contra di quegli abitanti dal comandante napoletano, fu detto che venisse detestato dalla corte stessa, e tanto più da chi senza parzialità pesava le azioni degli uomini.

Per tutto il settembre e per quasi tutto l'ottobre stettero in quella positura ed inazione le due nemiche armate sotto Velletri, quando si cominciò a scorgere che il principe di Lobcowitz meditava di decampare, e di ritirarsi alla volta del Tevere, giacchè inviava innanzi verso Cività Vecchia i suoi malati, e parte delle artiglierie, munizioni e bagagli. Certamente durante la state non erano cessati di giugnere nuovi rinforzi di gente al suo campo; ma di gran lunga sempre maggiore si trovava il numero di coloro che cadevano infermi, e andavano anche mancando di vita. I caldi di quel paese non si confacevano colle complessioni tedesche, avvezze ai freddi, e l'aria delle vicine paludi Pontine stendeva fin colà i perniciosi suoi influssi, di modo che quanto si trovò in esso ottobre infievolito lo esercito suo, altrettanto si vide il caso disperato di vincere la pugna, e di obbligare i Napolispani a retrocedere. Non è già che restasse esente da gravissimi guai anche l'oste napolispana, stante la continua diserzione ch'essa patì, maggior di quella degli avversarii, e la gran quantità de' suoi malati, e la difficoltà di ricevere i viveri, che bisognava condurre con pericolo ben da lontano, essendosi spezialmente per qualche tempo trovata in somme angustie per mancanza di acqua da abbeverar uomini e cavalli. Pure tanta fu la costanza del re e di tutti i suoi, che sofferirono più tosto ogni disagio, che darla vinta ai vicini nemici. Pertanto sull'alba del dì primo di novembre il principe di Lobcowitz levò il campo e in ordine di battaglia s'inviò verso Ponte Molle, per cui, e per un ponte di barche già formato a fin di far passare le artiglierie, nel dì seguente ridusse di qua dal Tevere le genti sue. Perchè da Roma uscirono alcune centinaia di persone arrolate dal cardinale Acquaviva, che infestarono il loro passaggio, se ne vendicò poscia il principe con dare il sacco ad alcune innocenti ville. Nello stesso dì primo di novembre anche l'armata napolispana, trovandosi liberata dai ceppi di tanta durata, con giubilo inesplicabile si mosse da Velletri per tener dietro ai nemici, procedendo nondimeno con tanta lentezza, che ben si conobbe non aver voglia di cimentarsi con loro, siccome quella che contava per sufficiente vittoria il vederli slontanare da quelle contrade. Nel dì 2 framezzate dal Tevere, i cui ponti erano stati rotti, si fermarono in faccia le due armate, salutandosi solamente l'una e l'altra con varie cannonate. Quivi si trovava coll'oste sua il re delle Due Sicilie don Carlo, e sospirando la consolazione di vedere il pontefice Benedetto XIV, e di baciargli il piede, concertò pel dì seguente l'entrata sua in Roma. Colà portossi la maestà sua, accompagnata dal duca di Modena, dal conte di Gages, dal duca di Castropignano e da numerosa altra uffizialità, e fra il rimbombo delle artigliere di castello Santo Angelo, le quali gran dispetto e mormorazione cagionarono nel campo tedesco, fu ricevuto con tenero affetto dal santo padre, e per un'ora continua durò il loro abboccamento.

Confessò dipoi in una delle sue dotte pastorali il buon pontefice, che fra le altre cose il re gli fece istanza di minorare il soverchio numero delle feste di precetto (grazia già accordata da sua santità a varie chiese di Spagna), atteso il detrimento che ne veniva ai poveri e agli artisti, e ai lavoratori della campagna. Congedatosi il re da sua Santità, passò dipoi a venerar nella Vaticana basilica il sepolcro dei santi Apostoli, e a visitar le più rare cose del vastissimo palazzo pontifizio, dove trovò insigni regali preparatigli dal santo padre, siccome ancora un lautissimo pranzo per sè e per tutto il suo gran seguito. Nell'inviarsi fuori di Roma visitò anche la basilica Lateranense, lasciando da per tutto contrassegni della sua gran pietà, affabilità e munificenza. Anche il duca di Modena ricevette dipoi una benignissima e lunga udienza dal pontefice; e laddove il re s'era incamminato per passare a Velletri e a Gaeta, egli se ne tornò la sera al campo. Passò dipoi il vittorioso re a Napoli, accolto da quel gran popolo con incessanti acclamazioni, sigillo della fedeltà ed amore verso di lui mostrato in sì pericolosa congiuntura. Vedesi data alla luce la descrizione del rinomato assedio di Velletri, composta con elegante stile latino dal signor Castruccio Bonamici, uffiziale militare del suddetto re delle Due Sicilie.

S'andò ritirando l'esercito austriaco su quel di Viterbo, e poscia su quel di Perugia, inseguito, ma da lungi, dal Napolispano, che, quantunque superiore di forze, mai non volle e non osò molestarlo. E perciocchè il conte di Gages, arrivato a Foligno, serrò il cammino conducente nella Marca; il Lobcowitz, se volle venir di qua dall'Apennino, altro spediente non ebbe, che di prendere la via del Furio, per cui passando con grave incomodo delle sue genti, andò poi a distribuirle a quartieri in Rimino, Pesaro, Cesena, Forlì ed Urbino. Fu posto il quartier generale in Imola. Vicendevolmente il conte di Gages ritiratosi da Assisi, Foligno ed altri luoghi, stabilì il suo quartiere in Viterbo, e mise a riposar la sua armata in que' contorni, stendendola fin quasi a Cività Vecchia. E tale fu il fine di questa spedizione pel meditato acquisto di Napoli, che diede occasione al tribunale dei politici sfaccendati di proferir varie decisioni. Proruppero i parziali del re delle Due Sicilie in encomii e plausi per la savia condotta di lui e dei suoi generali, da che avea tenuto lungi dai suoi confini il potente nemico esercito, e tiratolo nelle angustie di Valletri, con averlo obbligato a star ivi per tanto tempo racchiuso. Per lo contrario i ben affetti alla regina di Ungheria si lasciarono scappar di bocca qualche disapprovazione dell'operato dal comandante generale austriaco, non sapendo intendere perchè egli avesse presa la ristrettissima strada di Velletri, e si fosse ostinato io quella situazione, senza eleggere più tosto, o prima o dappoi, la via di Sora, od altra per entrare nel regno, dove non era fuor di speranza qualche mutazione, ed una battaglia potea decidere di tutto. Ma è troppo avvezza la gente a misurar le lodi e il biasimo delle imprese dal solo esito loro, quasichè il fine infelice di un'azione faccia che il saggio non l'abbia con tutta prudenza sul principio intrapresa. Disgrazia, e non colpa, è ordinariamente l'avvenimento sinistro delle risoluzioni formate da chi è provveduto di senno. Intanto la misera città di Velletri respirò dal peso di tanti armati; ma non restò già esente da altri mali, perchè per gli stenti passati e pel fetore di tanti cadaveri malamente seppelliti sorse una maligna epidemia in quel popolo. Spedì il pontefice gente per farne lo spurgo, ed anche aiuto di pecunia; ma non lasciò per questo di essere ben deplorabile la lor fortuna. Mentre si facea la guerra fin qui accennata nel levante dell'Italia, un'altra più fiera, che divampò e si dilatò in questo medesimo anno nelle parti di ponente trasse a sè gli occhi di tutti. Avendo finalmente la corte di Spagna ottenuto che il re Cristianissimo seconderebbe con forze gagliarde i suoi tentativi contro gli stati del re di Sardegna, si videro in moto alla metà di febbraio gli Spagnuoli, per tornare dalla Savoia in Provenza. Quivi si accoppiarono poscia l'infante don Filippo e il principe di Conty, supremo comandante dell'armi franzesi, e per tempo ognun s'avvide, essere le loro mire dalla parte marittima di Nizza e Villafranca. Contro tanti nemici solo si trovava il re di Sardegna Carlo Emmanuele, a cui fu in questi tempi dato l'attuai possesso di Piacenza, di Vigevano e dell'altro paese a lui accordato nella lega di Vormazia; ma nulla perciò egli sgomentato, si studiò di ben munire di genti e ripari il paese suo posto al mare.

Prima nondimeno che si desse fiato alle trombe in terra, avvenne una gran battaglia in mare fra l'ammiraglio inglese Matteus e la flotta franzese e spagnuola, che s'erano unite in Tolone. Queste ultime la fama amplificatrice delle cose le faceva ascendere sino a sessanta vascelli di linea. Erano ben molto meno. Stava il Matteus co' suoi legni nell'isole di Jeres, attento ai movimenti de' suoi avversarii, quando, giuntogli l'avviso, nel dì 22 di febbraio, che usciti di Tolone aveano messo alla vela, passò tosto ad assalire la vanguardia condotta dalle navi spagnuole. Atrocissimo fu il combattimento verso capo Cercelli; l'orribile ed incessante strepito di tante artiglierie sparse il terrore per tutte le coste della Provenza, e corsero infinite persone sulle alture delle montagne ad essere spettatrici di quella scena infernale. Per confessione degli stessi nemici, fece maraviglie di valore l'armata navale di Spagna, comandata dall'ammiraglio Navarro; e tanto più perchè il signor di Court, comandante della franzese, o non entrò mai veramente in battaglia, o, se v'entrò, poco tardò a ritirarsi, per non vedere sconciati i suoi legni. Che peraltro fu creduto che se i Franzesi avessero meglio soddisfatto al loro dovere, probabilmente potea riuscir quel conflitto con isvantaggio degl'Inglesi, stante il non essere accorso a tempo in aiuto del Matteus il vice-ammiraglio Lestok, che fu poi processato per questo. La notte pose fine a tanto furore; ma nel dì seguente si tornò alle vicendevoli offese, quando il mare, stato anche nel dì innanzi assai burrascoso, accresciuta la collera, separò affatto le nemiche armate, spignendole un fierissimo vento amendue alla volta di Occidente. Perderono gli Spagnuoli un vascello di sessantasei pezzi di cannone e di novecento uomini di equipaggio, caduto in man degl'Inglesi sì maltrattato, che, dopo averne essi estratto il capitano con ducento uomini rimasti in vita, giudicarono meglio di darlo alle fiamme. Grande fu la copia dei morti e feriti di essi Spagnuoli: rimasero anche i lor vascelli talmente sconcertati, che ridotti a Barcellona ed Alicante, non si sentirono più voglia di tornare in corso. Forse non fu minore il numero dei morti e feriti dalla parte degli Inglesi, i quali anche per l'insorta tempesta patirono assaissimo, e si ridussero a Porto Maone. I soli Franzesi ebbero salve ed illese le lor navi e genti; se con loro onore, da molti si dubitò. Perchè lo stesso ammiraglio Matteus non fece di più, fu anch'egli richiamato a Londra, e sottoposto ad un lungo e rigoroso processo.

Intanto avea il re di Sardegna fatti gagliardi preparamenti di genti e fortificazioni al fiume Varo, giacchè l'esercito terrestre de' Gallispani minacciava un'irruzione da quella parte. Alle sboccature parimente stavano ancorate alquante navi inglesi, per impedire il passaggio colle loro artiglierie. A nulla servirono quei tanti ripari, perchè senza difficoltà nel dì 2 di aprile comparve di qua dal Varo la fanteria spagnuola; al quale avviso i cittadini di Nizza, mercè della facoltà loro data dal real sovrano, affinchè non rimanessero esposti a guai maggiori, andarono a presentar le chiavi di quella città all'infante don Filippo. Riposte avea le principali sue speranze il re sardo nei trincieramenti fatti da' suoi ingegneri a Villafranca e Montalbano, che certamente parvero inaccessibili, massimamente perchè alla guardia d'essi vegliavano molte migliaia delle sue migliori truppe. Ma ossia che intervenisse qualche stratagemma, per cui l'armata gallispana, ascendente, per quanto fu creduto, a quaranta mila combattenti, si aprisse senza gran fatica il varco a quel fortissimo accampamento, con arrivare inaspettatamente addosso al marchese di Susa, e menarlo via prigione; o pure che a forza di furiosi assalti si superassero tutti gli ostacoli: certo è che nel dì 20 d'aprile essi Gallispani v'entrarono. Gran resistenza fecero i Savoiardi; più d'una volta rispinsero le schiere nemiche, e gran sangue fu sparso, e fatti de' prigionieri dall'una e dall'altra parte. Si sostennero essi Savoiardi in alcuni siti sino alla notte, in cui il general comandante Sinsan, dopo aver posto presidio nel castello di Villafranca e nel forte di Montalbano, andò ad imbarcare circa quattro mila de' suoi colle artiglierie, che potè salvare in molti legni preparati nel porto di Villafranca, e passò ad Oneglia. Non aspetti alcuno da me il conto dei morti, feriti e prigioni dell'una e dell'altra parte, e de' cannoni, bandiere e stendardi presi, perchè so che non amano di comperar bugie: che di bugie appunto abbondano le relazioni de' fatti d'armi a misura delle differenti passioni. Poco poi tardarono Montalbano e il castello di Villafranca a sottomettersi a' Gallispani. Attese allora il re di Sardegna a ben premunire i passi delle montagne di Tenda, affinchè lasciassero i nemici il pensiero di penetrar per quelle parti in Piemonte; e si diede a provveder di tutto l'occorrente i forti suoi nella valle di Demont e Cuneo, prevedendosi abbastanza che gli avversarii sarebbono per tentare di nuovo da quella parte una calata ne' suoi Stati.

Fu nel dì 6 di giugno, che arrivato un grosso distaccamento di Spagnuoli ad Oneglia, trovò abbandonata quella terra dalle milizie savoiarde e da buona parte degli abitanti, che si ridussero col più delle loro sostanze all'alto della montagna. Pensavano intanto i Gallispani a voli maggiori; e in fatti, avendo ripassato il Varo, cominciarono dal Colle dell'Agnello e da altri siti, circa il dì 20 di luglio, a calar verso la valle, dove trovarono forti barricate ai passi, sostenute con vigore per qualche tempo dai Savoiardi, ma poi abbandonate. S'impadronirono essi Spagnuoli di un ben fortificato ridotto a Monte Cavallo, e poscia di Castel Delfino; e quindi per la valle passarono alle vicinanze di Demont. Grandi spese avea fatto il re di Sardegna per ivi formare una ben regolata fortezza; ma non era giunto a perfezionarla. Trovavasi egli stesso alla testa della sua armata in quelle parti, per opporsi agli avanzamenti de' nemici, coi quali giornalmente accadevano ora favorevoli ora sinistri incontri. Portò la sventura che una palla infuocata gittata da' Gallispani in Demont attaccasse il fuoco a quelle fascinate, o pure al magazzino della miccia, e che si dilatasse l'incendio negli altri. Accorsero a tal vista i Gallispani, ed ebbero quel forte colla guernigione prigioniera nel dì 17 d'agosto: dopo di che essendosi ritirato il re sardo col suo esercito a Saluzzo, eglino passarono nella pianura, e si diedero a stringere la città e fortezza di Cuneo. Sotto di questa piazza, mirabilmente difesa dal concorso di due fiumi, avea patito deliquio altre volte la bravura de' Franzesi, ed era venuta meno la lor perizia negli assedii: il che commosse la curiosità d'ognuno per indovinare qual esito avrebbe quell'impresa. Dalla parte sola per cui si può far forza contra di Cuneo, avea il re di Sardegna fatto ergere tre fortini o ridotti che coprivano la piazza. Entro v'erano sei mila, parte Svizzeri e parte Piemontesi, di presidio sotto il comando del valoroso barone dì Leutron, risoluti di far buona difesa. Non valevano men di loro i cittadini, che, prese animosamente l'armi, fecero poi di tanto in tanto delle vigorose sortite con danno de' nemici. Finalmente si videro in armi tutti i popoli di quelle valli e montagne, ben affezionati al loro sovrano. Colà accorsero ancora alcune migliaia di Valdesi; e il marchese d'Ormea, sottrattosi in tal occasione al gabinetto, messosi alla testa delle milizie del Mondovì col figlio marchese Ferrerio, tutti si diedero ad infestare i nemici, ad impedire il trasporto de' viveri, foraggi e munizioni al campo loro, con far sovente de' buoni bottini, e rovesciar le misure degli assedianti. Giunse intanto da Milano un rinforzo di Varadini, e il reggimento Clerici col conte Gian-Luca Pallavicino tenente maresciallo cesareo, comandante di quelle truppe.

Solamente nella notte precedente al dì 13 di settembre aprirono i Gallispani la trincea sotto di Cuneo, e cominciarono a far giocare le batterie, e a molestar gravemente la piazza colle bombe; ma se questa pativa, non patirono meno gli assedianti, perchè spesso assaliti con somma intrepidezza da que' cittadini e presidiarii. Continuarono poi gli approcci e le offese sino al dì 30 di settembre, in cui il re di Sardegna mosse l'esercito suo in ordinanza di battaglia verso le nemiche trincee. Ossia ch'egli solamente intendesse di avvicinarsi, e postarsi in maniera da poter incomodare il campo nemico, o pure che avesse veramente risoluto, siccome animoso signore, di tentare il soccorso della piazza: la verità si è, che si venne ad un generale combattimento. Fu detto che un uffiziale ubbriaco portasse l'ordine, ma ordine non dato dal re, all'ala sinistra di assalire i posti avanzati degli assedianti, e che, entrata essa in azione, s'impegnò nel fuoco il restante delle schiere. Dalle ore diecinove sino alla notte durò l'ostinato conflitto con molto sangue dall'una e dall'altra parte, ma incomparabilmente più da quella degli assalitori, perchè esposti alle artiglierie caricate a mitraglia o a cartoccio. Tuttochè per ordine del re si sonasse la ritirata, la sola notte fece fine all'ire, ed allora si ricondusse l'esercito sardo ad un sito distante un miglio e mezzo di là. Fu detto che la cavalleria nemica uscita dai ripari l'inseguisse; ma lo scuro della notte, e l'aver trovato un bosco di cavalli di Frisia, impedì loro il progresso. A quanto ascendesse il danno dalla parte de' Piemontesi, non si potè sapere; se non che conto fu fatto che circa trecento fossero tra morti e feriti i suoi uffiziali. Da lì a pochi giorni si scoprì, essere state le mire del re di Sardegna nel precedente sanguinoso conflitto quelle d'introdurre soccorso in Cuneo. Ma ciò che allora non gli venne fatto, accadde poi felicemente nella notte precedente al dì 8 di ottobre, in cui dalla parte del fiume Stura passò senza ostacoli nella piazza un migliaio de' suoi soldati, con molti buoi ed altre provvisioni e danaro. Era intanto sminuita non poco l'armata gallispana per la mortalità e diserzion delle truppe; di gravi patimenti avea sofferto sì per le dirotte pioggie e per li torrenti che aveano impedito il trasporto de' viveri e foraggi per la valle di Demont, come ancora per l'incessante infestazione de' paesani che faceano continuamente prigioni e prede. Si scorse in fine ch'essa non era in forze, come si decantava, perchè non potè mai tenere corpi valevoli ai fiumi, che formassero un'intera circonvallazione alla piazza. Però dopo circa quaranta giorni di trincea aperta, e dopo cagionata gran rovina di case in Cuneo, ma senza aver mai fatto acquisto di alcuna nè pur delle fortificazioni esteriori, nella notte precedente al dì 22 di ottobre, abbruciato il loro campo, i Gallispani colla testa bassa e con gran fretta si levarono di sotto a quella fortezza, incamminandosi alla volta di Demont. Uno sprone ancora ai lor passi era il timore delle nevi che li cogliessero di qua dall'Alpi con pericolo di perire uomini e giumenti per mancanza del bisognevole. Lasciarono indietro più di mille e cinquecento malati; ed inseguiti da varii distaccamenti di fanti e cavalli, e travagliati dai montanari, sofferirono altre non lievi perdite e danni. Fermaronsi in Demont cinque o sei mila Spagnuoli non tanto per coprire la ritirata del resto dell'esercito e delle artiglierie, quanto ancora per minar le fortificazioni della fortezza, ben prevedendo di non potersi quivi mantenere nel verno. Essendosi poi avanzato il general piemontese Sinsan verso quelle parti con un maggior nerbo di milizie verso la metà di novembre, gli Spagnuoli se ne andarono, dopo aver fatto saltare alcune parti di quel forte e la casa del governatore. Arrivarono a tempo alcuni Savoiardi per salvare ciò che non era peranche saltato in aria, e s'impadronirono di alquanti pezzi di cannone rimasti indietro: nel qual mentre gli Spagnuoli come fuggitivi provarono immensi disagi e perdita di persone a cagion delle nevi, del rigoroso freddo e della mancanza di vettovaglia. Così restò libera tutta la valle; e il re di Sardegna, avendo compensata l'infelice perdita delle piazze marittime colla felicità di quest'altra impresa, pien d'onore si restituì a Torino.

La corte di Francia dichiarò in questo anno la guerra alla regina d'Ungheria per la caritativa intenzione, come si diceva, di costrignerla alla pace coll'imperador Carlo VII; e la dichiarò anche all'Inghilterra, disponendo tutto per invadere la Fiandra, con che sempre più s'andò dilatando il fuoco divorator della Europa. Per quanti sforzi facessero i ministri di Vienna e di Londra per tirare in questo impegno le Provincie Unite, o, vogliam dire gli Olandesi, nulla di più nè pur ora poterono ottenere se non che l'Olanda contribuirebbe il suo contingente di venti mila armati a tenor delle leghe. Troppo loro premeva di conservare la libertà del commercio colla Francia e Spagna; ed altre segrete ruote ancora concorrevano a muovere que' popoli più tosto all'amore di una tal quiete e neutralità, che ad un'aperta guerra. Non tardarono i Franzesi ad impossessarsi di Coutray, Menin ed altri luoghi. Poscia nel dì 18 di giugno aprirono la trincea sotto l'importante città d'Ipri, e con più di cento cannoni e quaranta mortari talmente l'andarono bersagliando, che nel dì 29 d'esso mese v'entrarono, dopo aver conceduto libera l'uscita a quella guernigione. Erano principalmente animati i Franzesi dalla presenza dello stesso re Cristianissimo Luigi XV, che non guardò a fatiche in questa campagna. Intanto il principe Carlo di Lorena, comandante dell'esercito austriaco al Reno, altro non istudiava che la maniera di passar quel fiume, per portare la guerra addosso agli Stati della Francia. Sul fine di giugno riuscì al generale Berenklau di valicar esso fiume con dieci mila persone in vicinanza di Magonza, e nel dì primo di luglio altrettanto fu fatto dallo stesso principe Carlo col grosso dell'esercito suo, che arditamente poi procedendo mise piede nell'Alsazia in faccia de' nemici. Gran confusione fu allora in quella fertile provincia, che cominciò ad essere lacerata in parte dai Franzesi difensori, e senza paragone più dai feroci Austriaci, che colle scorrerie, e coll'imporre gravi contribuzioni, seppero ben prevalersi del loro vantaggio, e tennero nello stesso tempo bloccato Forte Luigi. Perchè l'armata franzese sul principio d'agosto s'andò dilatando verso Argentina, non lieve costernazione insorse in quella stessa sì forte città. Il terribile scompiglio dell'Alsazia cagion fu che lo stesso re Cristianissimo si movesse con grandi forze dai Paesi Bassi per accorrere colà; ma caduto infermo in Metz verso la metà di agosto, fece dubitar di sua vita. Dio il preservò, e a poco a poco si rimise nello stato primiero di salute. Un teatro di miserie era intanto divenuta l'Alsazia, e sembrava che l'esercito austriaco in quel bello ascendente meditasse e sperasse avanzamenti maggiori; quando giunse la nuova di una metamorfosi che sorprese ognuno; cioè la lega dell'imperador Carlo VII col re di Prussia Carlo Federigo III, coll'elettor palatino Carlo di Sultzbac e col lantgravio d'Hassia Cassel contro la regina di Ungheria: lega maneggiata e felicemente conchiusa dall'industria e pecunia franzese. Stupissi ognuno come esso Prussiano, dopo una pace di tanto suo vantaggio e sì recente, stabilita colla regina Maria Teresa, di nuovo contra di lei sfoderasse la spada. Diede egli con un suo manifesto quel colore che potè a questa sua novità, allegando l'occupazion della Baviera, e l'indebita guerra fatta da essa regina all'imperio, alla cui difesa come elettore egli si sentiva obbligato: quasichè questo capo non fosse stato il primo a muovere contra d'essa regina la guerra; ed esso re prussiano, allorchè giurò la pace, non sapesse che ardeva quella guerra fra l'imperadore e la regina. Però la corte di Vienna proruppe in gravi querele contra di quel re, chiamandolo principe di niuna fede, di niuna religione; e la regina d'Ungheria corse a Presburgo per commuovere tutta l'Ungheria in soccorso suo; e non vi corse indarno.

Rimasero per questa inaspettata tempesta sconcertate affatto le misure del gabinetto austriaco, e fu obbligato il principe Carlo di Lorena di ripassare il Reno coll'esercito suo per correre alla difesa della Boemia, verso la quale erano già in moto dalla Slesia l'armi del re di Prussia. Nel dì 23 d'agosto con bella ordinanza imprese esso principe il passaggio di quel fiume, e felicemente in due giorni ridusse l'armata all'altra riva. Dai Franzesi, che l'inseguivano, riportò egli qualche danno, con rimanere uccisi o prigioni molti de' suoi, danno nondimeno inferiore all'aspettazion della gente, che giudicò non aver saputo i Franzesi profittar di sì favorevol occasione per nuocergli; anzi fu creduto che il maresciallo duca di Noaglies per questa disattenzione fosse richiamato alla corte. Non dovettero certamente mancare a quel saggio signore delle buone giustificazioni. Il bello poi fu che l'armata franzese, avendo anch'essa ripassato il Reno, in vece di tener dietro al principe di Lorena, per frastornare il suo cammino alla volta della Boemia, rivolse i passi verso la Brisgovia per ansietà di far sua la fortissima piazza di Friburgo. Intanto giacchè si trovò la Boemia non preparata a così impetuoso temporale, la regale città di Praga nel dì 16 di settembre tornò in potere del re prussiano, con restar prigioniera di guerra la guernigione consistente in circa dieci mila persone, parte truppe regolate e parte milizie del paese. Anche la città di Budweis corse la medesima fortuna. Arrivato poi che fu nella Boemia il poderoso esercito austriaco, più formidabile si rendè, perchè seco s'unirono venti mila Sassoni, atteso che Federigo Augusto III re di Polonia ed elettor di Sassonia avea in fine conosciuta la necessità di far argine alla smisurata avidità del re di Prussia; e vi s'era anche aggiunto, per quanto fu creduto, un altro impulso, cioè una ricompensa promossa dalla regina d'Ungheria. Allora cominciarono a mutar faccia in quelle parti gli affari. Budweis e Tabor tornarono all'ubbidienza della real sovrana; e la stessa città di Praga fu, nel dì 25 di novembre, precipitosamente abbandonata dai Prussiani: nuova che riempiè di giubilo Vienna. Ritirossi poscia il re di Prussia colle sue forze nella Slesia, dove penetrarono anche gli Austriaci, unendosi tutti a maggiormente desolare quel prima sì dovizioso paese. Mentre con tal felicità procedevano l'armi della regina in quelle parti, seppe l'imperador Carlo VII ben profittare della debolezza in cui erano restati i presidii austriaci ne' suoi Stati della Baviera, dacchè il principe di Lorena passò in Boemia. Spinse egli colà la sua armata sotto il comando del maresciallo conte di Seckendorf, che niuna fatica durò a ricuperar Monaco ed altri luoghi abbandonati dagli Austriaci; ed esso Augusto dipoi, nel dì 22 d'ottobre, ebbe la consolazione di rientrar nella sua capitale fra i plausi dell'amante popolo suo. Fu in questo mentre fatto dall'esercito franzese l'assedio della città di Friburgo nella Brisgovia: città che parea inespugnabile, tante erano le sue fortificazioni, oltre all'essere munita di due castelli; ma non già tale alla perizia e risoluzion dei Franzesi, ai quali niuna piazza suol fare lunga resistenza, quando non sia soccorsa da possente armata di fuori. Lo stesso re Cristianissimo colà giunto in persona non volle riveder Parigi, se prima non vide quell'importante fortezza sottomessa all'armi sue. La presenza di questo monarca animava la gente a sacrificar le sue vite, e gran sangue in fatti costò quell'impresa a' Franzesi. Ma in fine il comandante austriaco capitolò la resa della città con ritirare nel dì 7 di novembre la guernigione ne' castelli, i quali poi si arrenderono anch'essi nel dì 25 d'esso mese, restandone prigioni i difensori. Con queste sì varie vicende ebbe fine l'anno presente; ne' cui ultimi giorni si solennizzò in Versaglies alla presenza delle maestà Cristianissime il maritaggio della principessa Felicita di Este, figlia primogenita di Francesco III duca di Modena con Luigi di Borbon duca di Penthievre della real casa di Francia, grande ammiraglio di quel regno. Merita ancora d'essere qui riferita una gloriosa azione del regnante pontefice Benedetto XIV. Per bisogni della cristianità (massimamente nel secolo XVI) essendo stati contratti dalla camera apostolica dei grossi debiti, avea essa obbligati gli ordini monastici e i canonici regolari in Italia a pagarne annualmente i frutti: aggravio assai pesante ai monisteri, che avea anche sminuito non poco il loro splendore. Portato da un indefesso amore alla beneficenza il santo padre aprì loro il campo per redimersi da questo peso, con permettere loro di pagare il capitale d'essi debiti, e di liberarsi dai frutti. Di questa grazia i più ne profittarono, con decretar anche perenni memorie a così amorevol benefattore, il quale nello stesso tempo sgravò la camera dai debiti corrispondenti. Fra gli altri la congregazion cassinense, in attestato della sua gratitudine, fatta fare in marmo la statua di sua santità, la collocò nell'atrio della basilica di Monte Casino fra l'altre di molti pontefici, tutti benemeriti dell'ordine di San Benedetto.

Anno di CRISTO MDCCXLV. Indiz. VIII.

BENEDETTO XIV papa 6. FRANCESCO I imperadore 1.

Ebbe principio quest'anno colla morte d'uno dei principali attori della tuttavia durante tragedia. Era soggetto a gravi insulti di podagra e chiragra l'imperador Carlo VII duca ed elettor di Baviera. Stavasene egli nella ricuperata città di Monaco, godendo la contentezza di vedersi rimesso in possesso di buona parte dei suoi Stati; quando più fieramente che mai assalito nel dì 17 di gennaio da questo malore, che gli passò al petto, poscia nel dì 20 con somma rassegnazione passò all'altra vita. Era nato nel dì 6 di agosto del 1697. Principe, a cui non mancarono già riguardevoli doti, ma mancò la fortuna, che nè pure s'era mostrata molto propizia al fu duca suo padre. Gli alti suoi voli ad altro non servirono che al precipizio proprio e de' suoi sudditi, condotti per cagione di lui ad inesplicabili guai. Accrebbe certamente decoro a sè stesso e alla casa propria coll'acquisto dell'imperial corona; ma poco godè egli di questo splendore in vita, nè potè tramandarlo dopo di sè a' discendenti suoi. Lasciò esso Augusto tre principesse figlie e un solo figlio, cioè Massimiliano Giuseppe principe elettorale, nato nel dì 28 marzo del 1727, ch'egli prima di morire dichiarò fuori di minorità. Ora questo principe conobbe tosto d'essere rimasto erede del principato avito, ma insieme delle disavventure del padre, perchè tuttavia la principal sua fortezza, cioè Ingolstat, ed altre minori piazze erano in mano della regina d'Ungheria. Oltre a ciò, alquanti giorni dopo la morte dell'augusto padre peggiorarono gl'interessi suoi, perchè l'armata austriaca s'impadronì d'Amberga e di tutto il Palatinato superiore. Il peggio fu, che già si allestiva un gran rinforzo di gente, per invadere di nuovo la capitale della Baviera, o per costringere questo principe a prendere misure diverse dalle paterne.

Trovavasi il giovinetto elettore in un affannoso labirinto, dall'una parte spinto dalle esibizioni e promesse del ministero franzese per continuare nel precedente impiego, e dall'altra combattuto da' consigli della vedova imperatrice sua madre Maria Amalia d'Austria, dalla corte di Sassonia e dal maresciallo di Seckendorf, che gli persuadevano per più utile e sicuro ripiego l'accordare gl'interessi suoi colla regina d'Ungheria. A queste ultime amichevoli insinuazioni sul principio d'aprile si aggiunse il terrore dell'armi; perciocchè, entrato l'esercito austriaco con furore nella Baviera, furono obbligati i Bavaresi e Franzesi ad abbandonare Straubing, Landau, Dingelfingen, Kelheim, Wilzhoffen, ed altri luoghi dell'elettorato. Gran costernazione fu in Monaco stesso, e l'elettore se ne partì alla metà del mese suddetto, chiamato dai Franzesi a Manheim. Ma egli si fermò in Augusta a stretti colloquii col conte Coloredo, e con altri parziali della casa d'Austria; e quivi in fine le persuasioni di chi gli proponeva l'accordo colla regina prevalsero sopra le altre dei ministri aderenti alla Francia, i quali restarono esclusi dai trattati. Rinunziò dunque l'elettore alla lega colla Francia; accettò l'armistizio e la neutralità, con che restassero in poter della regina le fortezze d'Ingolstat, Scarding, Straubingen e Braunau, sino all'elezion d'un imperadore; ed antepose la quiete e liberazion presente de' suoi Stati alle incerte speranze di conseguir molto più coll'andare in esilio, e continuare sotto la protezion de' Franzesi. Intorno a questa sua risoluzione e ad altre condizioni di quei preliminari di pace, sottoscritti in Fussen nel dì 22 d'aprile, varii furono i sentimenti dei politici: noi li lasceremo masticare le lor sottili riflessioni. Per sì fatta mutazion di cose furono costrette le truppe franzesi, palatine ed hassiane a ritirarsi più che in fretta, e con grave lor danno, dalla Baviera e da' suoi contorni, perchè sempre insultate dalle milizie austriache.

Frequenti intanto erano i maneggi degli elettori per dare un nuovo capo all'imperio, e sul principio di giugno fu intimata in Francoforte la dieta per l'elezione; affinchè essa seguisse con piena libertà, giudicarono bene i Franzesi di spedire un grosso esercito comandato dal principe di Conty al Meno nelle vicinanze d'essa città di Francoforte. Tanta carità de' Franzesi verso i loro interessi non la sapeano intendere i principi e circoli dell'imperio, e molto meno volle sofferir questa violenza la corte di Vienna. Trovavasi verso quelle parti un esercito austriaco, ma non di tal nerbo da poter intimare la ritirata ai Franzesi. Il saggio maresciallo conte di Traun, giacchè era tornata la quiete nella Baviera, ebbe l'incombenza di provvedere a questo bisogno, e poscia ebbe anche la gloria di felicemente eseguirne il progetto. Con un altro gran corpo d'armata prese egli un giro per le montagne e luoghi disastrosi, e presso il fine di giugno arrivò ad unirsi coll'altro esercito comandato dal conte Batthyani. A questa armata combinata sul principio di luglio comparve anche il gran duca di Toscana Francesco Stefano di Lorena, e poco si stette a vedere scomparire dalle rive del Meno e ritirarsi al Reno l'oste franzese. Restò con ciò liberata la città di Francoforte da quell'intollerabil aggravio, e tanto più, perchè il gran duca condusse anch'egli l'esercito suo ad Heidelberga, lasciando in piena libertà i ministri deputati all'elezione del futuro imperadore. Essendo poi giunto sul fine di agosto a Francoforte l'elettore di Magonza, si continuarono le conferenze di quella dieta; e giacchè non fu questa volta disdetto alla regina d'Ungheria il voto della Boemia, l'elettor di Baviera nell'accordo con essa regina avea impegnato il suo in favore della medesima: nel dì 13 di settembre, ancorchè mancassero i voti del re di Prussia e del palatino, seguì le elezioni di Francesco Stefano duca di Lorena, gran duca di Toscana, marito e correggente della stessa regina Maria Teresa, in re dei Romani, che assunse il titolo d'imperadore eletto. Mossesi da Vienna questa regnante non tanto per godere anch'essa in persona di veder la coronazione dell'augusto consorte, e rimesso lo scettro cesareo nella sua potentissima casa, quanto ancora per convalidare un patto voluto dagli elettori, cioè ch'essa regina si obbligasse di assistere colle sue forze il nuovo Augusto in tutte le sue risoluzioni e bisogni. Fece il suo magnifico ingresso in Francoforte l'imperadore Francesco I nel dì 21 di settembre, eseguì poi nel dì 4 di ottobre la di lui solenne coronazione con indicibil festa e concorso d'innumerabil gente. Si aspettava ognuno che, secondo lo stile, anche alla regina di lui consorte fosse conferita l'imperial corona. Per più d'un riguardo se ne astenne la saggia principessa, più di quell'onore a lei premendo il conservare i proprii diritti, e l'amore de' suoi Ungheri e Boemi, e il poter sedere da lì innanzi in carrozza al fianco dell'augusto marito. Accettò nondimeno il titolo d'imperadrice, e non lasciò di far risplendere in tal congiuntura la mirabil sua magnificenza, essendosi creduto da molti che ascendesse a qualche milione il prezzo delle gioie e dei regali da essa distribuiti agli elettori, ministri, generali delle milizie, soldati, ed altra gente, tanto che ne stupì ognuno. Si restituirono poscia le imperiali loro maestà a Vienna, e vi fecero il giulivo loro ingresso nel dì 27 di ottobre.

Continuava intanto la guerra dell'imperadrice suddetta col re di Prussia, le cui armi occupavano la Slesia. Nel dì 8 del gennaio dell'anno presente in Varsavia fra la suddetta Augusta regina, il re d'Inghilterra e il re di Polonia, come elettor di Sassonia, e gli Olandesi, fu stabilita una lega difensiva, per cui si obbligò esso elettore di contribuire trenta mila armati per la difesa del regno d'Ungheria, con promettergli annualmente le potenze marittime cento cinquanta mila lire sterline, per questo. E giacchè il re prussiano s'era messo sotto i piedi il precedente trattato di pace, attese indefessamente la corte di Vienna ad unire un poderoso esercito contra di lui, lusingandosi di poter profittare di questa rottura, per ricuperare la sommamente importante provincia della Slesia dalle mani di chi avea mancato alla fede. Altri conti faceva il re di Prussia, le cui truppe a maraviglia agguerrite, forti e spedite nei combattimenti, hanno in questi ultimi tempi conseguito un gran credito nelle azioni militari. All'apertura della campagna il principe Carlo di Lorena marciò animosamente coi Sassoni in traccia della nemica armata. Seguirono varii incontri, finchè nel dì 4 di giugno prese Striegau e Friedberg, esso principe, forse contro sua voglia, venne ad una giornata campale con esso re. Toccò una gran rotta agli Austriaco-Sassoni, non avendo il principe assai per tempo avvertita la svantaggiosa situazione sua, per cui non potea passare la sua cavalleria, e la vantaggiosa dell'esercito prussiano. Confessarono i vinti la perdita di nove mila persone fra uccisi, feriti e prigioni. Pretesero all'incontro i vincitori prussiani, che de' loro avversari, quattro mila restassero estinti nel campo, sette mila fossero i prigioni, fra i quali ducento gli uffiziali, coll'acquisto di sessanta cannoni, trentasei bandiere ed otto paia di timbali, oltre lo spoglio del campo. Furono perciò obbligati gli Austriaci e Sassoni a ritirarsi con grave disagio nella Boemia, per attendere alla difesa, e furono colà inseguiti dai nemici. Ritirossi poscia nel settembre da essa Boemia il re di Prussia, e con un manifesto, e coll'avvicinamento delle sue truppe cominciò a minacciar la Sassonia. L'inseguì in questa ritirata il principe di Lorena, e nel dì 30 di esso mese a Prausnitz in Boemia andò coll'esercito suo ad assediarlo. Ebbe anche questa volta la fortuna contraria, e lasciò in mano dei nemici la vittoria, con perdita forse di tre mila persone, di trenta pezzi di cannone e di molte insegne. Ma nè pure il Prussiano potè gloriarsi molto di questa giornata, perchè anch'egli perdè non solo assai gente, ma anche la maggior parte del bagaglio proprio e dei suoi uffiziali: stante l'avere il generale Trench co' suoi Ungheri atteso nel bollore della battaglia a ciò che più gli premeva, cioè a quel ricco bottino, e a far prigione chiunque ne aveva la guardia. Fu creduto che se essi Ungheri, senza perdersi nel saccheggio, avessero secondato il valor degli Austriaci, con menar anch'essi le mani, ed assalir per fianco i nemici, come era il concerto, sarebbe andata in isconfitta l'armata prussiana.

Ora essendosi inoltrato il re di Prussia nei confini della Sassonia, nel dì 23 di novembre si affrettò di prevenir l'unione degli Austriaci coi Sassoni, e gli riuscì di dare una rotta ad alquanti reggimenti della Sassonia, colla morte di circa due mila d'essi, e colla prigionia di altrettanti. Si tirò dietro questa vittoria un terribile sconvolgimento di cose. Imperciocchè l'elettor sassone re di Polonia prese le precauzioni di ritirarsi colla real famiglia e co' suoi più preziosi arredi in Boemia e non finì il mese che le truppe prussiane entrarono in Mersburg e Lipsia; e il re loro nello stesso tempo con altro corpo di gente s'impadronì di Gorlitz. Inorridì ognuno all'udir le smisurate contribuzioni di due milioni e mezzo di fiorini, intimate al popolo di Lipsia, da compartirsi poi sopra tutto l'elettorato di Sassonia, con dar tempo di sole poche ore al pagamento. Convenne contribuire quanto di danaro, gioie ed argenterie si potè unire, in quel brutto frangente, e dar buone sicurtà mercantili pel residuo. Anche nel dì 15 di dicembre seguì un altro fatto d'armi fra i Prussiani e gli Austriaco-Sassoni, colla peggio degli ultimi; dopo di che furono aperte le porte di Dresda ai re di Prussia. Per cotanta felicità del re nemico conobbero in fine tanto Federigo Augusto III re di Polonia, quanto l'imperadrice Maria Teresa, la necessità di trattar di pace. Da Vienna dunque con plenipotenza volò il ministro d'Inghilterra a trovare Carlo Federigo III re di Prussia, e a maneggiar l'accordo. Ossia che l'imperadrice della Russia minacciasse il Prussiano, o pure che altri riguardi movessero esso re: certo è che nel dì 25 di dicembre seguì la pace fra quelle tre potenze, uniformandosi al precedente trattato di Breslavia, con altri patti, che io tralascio. Ritiraronsi perciò da lì a non molto l'armi prussiane dalla Sassonia; e siccome il re elettore se ne tornò al godimento de' suoi Stati, così l'imperadrice, sbrigata da sì fiero e fortunato avversario potè attendere con più vigor da lì innanzi a sostenere gli affari suoi in Italia.

Gran guerra fu eziandio in Fiandra nell'anno presente. Sul fine d'aprile il valoroso conte di Sassonia maresciallo di Francia con potente esercito si portò all'assedio di Tournai. V'era dentro un presidio di nove mila alleati che prometteva gran cose, e certamente non mancò al suo dovere. Lo stesso re Cristianissmo Luigi XV col figlio Delfino volle ancora in quest'anno incoraggir quell'impresa colla presenza sua, e ben molto giovò. Imperciocchè nel dì 11 di maggio ii giovane duca di Cumberland, secondogenito di Giorgio II re della Gran Bretagna, comandante supremo dell'armata dei collegati in Fiandra, assistito dal saggio maresciallo conte di Koningsegg (i cui consigli non furono questa volta attesi) andò con tutte le sue forze ad assalire i Franzesi a Fontenay. Nove ore durò l'aspro combattimento, in cui l'esercito collegato superò alcuni trinceramenti, e fece anche piegare i nemici; ma sopraggiunte le guardie del re, cangiò aspetto la battaglia, e furono essi alleati costretti a ritirarsi con disordine ad Ath, con restare i Franzesi padroni del campo, di molte bandiere, stendardi e cannoni, e con fare circa due mila prigioni. Che comperassero i Franzesi ben caro questa vittoria, si argomentò dall'aver essi contato fra morti e feriti quattrocento cinquanta de' loro uffiziali. Nel dì 23 di maggio la guernigione di Tournay cedè la città agli assedianti, e si ritirò nella Cittadella, dove, con far più prodezze, si sostenne sino al dì 20 di giugno. Le furono accordati patti di buona guerra, a riserva di non potere per tutto il presente anno militare contro i Franzesi. Era esso presidio ridotto a sei mila persone. Andò poi rondando l'accorto maresciallo di Sassonia per alquanti giorni, senza prevedersi dove piombare; quando improvvisamente spedì un corpo dei suoi, i quali, dopo aver data una rotta a sei mila Inglesi che marciavano alla volta di Gant, colla scalata s'impadronirono, nel dì 11 di luglio, della stessa vasta città di Gant, e nel dì 16 anche del castello. Copiosi magazzini di farine, biada, biscotto, fieno ed abiti da soldati si trovarono in quella città, e furono di buon cuore occupati dai Franzesi. Nel dì 21 di luglio entrarono l'armi galliche anche in possesso di Oudenarde, Grammont, Alost, e poscia di Dendermonda: dopo di che passarono sotto Ostenda, e verso la metà d'agosto ne impresero l'assedio e le offese.

Chiunque sapea quanta gente e che smisurato tempo costasse il vincere quell'importante piazza nelle vecchie guerre di Fiandra, stimava di mirare anche oggidì le stesse maraviglie di ostinata difesa. Ma non son più quei tempi, e le circostanze ora sono ben diverse. Il prendere le piazze anche più forti è divenuto un mestier facile all'ingegno e valore delle armi franzesi. Ostenda nel dì 23 del suddetto mese d'agosto con istupore d'ognuno capitolò la resa, e quel presidio ottenne onorevoli condizioni. Avendo con questa segnalata impresa il re Cristianissimo coronato la sua campagna, carico di palme se ne tornò a Parigi e a Versaglies. Anche Neuport, fortezza di gran conseguenza, nel dì 5 di settembre venne in potere de' Franzesi, ed altrettanto fece Ath nel dì 8 di ottobre. Un gran dire dappertutto era al mirare con che favorevol vento procedessero in Fiandra le armate franzesi, e qual tracollo venisse ivi agl'interessi dell'imperadrice Maria Teresa. Eppure qui non si fermò l'applicazione del gabinetto di Francia. Sul principio d'agosto, assistito qualche poco da essi Franzesi, il cattolico principe di Galles Carlo Odoardo, figlio di Giacomo III Stuardo re d'Inghilterra, già chiamato nel precedente anno in Francia, ebbe la fortuna di passare sopra una fregata con alcuni suoi aderenti, e buona copia d'armi e danaro in Iscozia, dove fu accolto con festa da molti di que' popoli, che non tardarono a sollevarsi, e a riconoscere per loro signore il di lui padre. Prese tosto tal piede quell'incendio, che Giorgio II re d'Inghilterra, non tanto per opporsi ai progressi di questo principe, quanto ancora per sospetti che non si trovasse qualche rivoluzione nel cuore del regno, richiamò a Londra parte delle sue truppe esistenti in Fiandra, e fece anche istanza agli Olandesi del sussidio di sei mila soldati, al quale erano tenuti secondo i patti, e bisognò inviarli. Contribuì non poco tal avvenimento a facilitar le conquiste de' Franzesi nei Paesi Bassi. Non mi fermerò io punto a descrivere quegli avvenimenti, perchè oramai mi chiama l'Italia a rammentare i suoi.

Fermossi per tutto il verno dell'anno presente col quartier generale austriaco in Imola il principe di Lobcowitz, e si stendevano le sue truppe per tutta la Romagna. Nello stesso tempo il generale spagnuolo conte di Gages faceva riposar le sue milizie su quel di Viterbo e nei contorni, lagnandosi indarno gl'innocenti popoli dello Stato ecclesiastico di sì fatto aggravio. Diverso nondimeno era il danno loro inferito da queste armate; perchè gli Austriaci, non contenti delle naturali, esigevano anche esorbitanti contribuzioni in danaro dalle legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna. Passati i primi giorni di marzo, giacchè il conte di Gages era stato rinforzato da molti squadroni spediti dalla Spagna e da un corpo di Napolitani, con essere in viaggio altre schiere per unirsi con lui, mise in moto l'armata sua alla volta di Perugia, e quindi per tre diverse strade valicò lo Apennino; e nel dì 18 cominciarono quelle truppe a comparire a Pesaro. Credevasi che gli Austriaci postati a Rimino fossero per far testa; ma non si tardò molto a vedere l'inviamento de' loro spedali alla volta del Ferrarese, per di là passare a Mantova; e da che i Napolispani s'inoltrarono verso Fano, il principe di Lobcowitz, incendiati i proprii magazzini, cominciò a battere la ritirata verso Cesena, Forlì e Faenza. Parea che i Napolispani avessero l'ali; non l'ebbero meno gli Austriaci; talmente che, arrivato il principe suddetto, nel dì 5 di aprile, a Bologna coll'armata, non le diede riposo, e fecela marciare alla volta della Samoggia. Ma da che cominciarono i nemici a comparire di qua da Bologna, egli postò nel dì 10 di esso mese tutto l'esercito suo di qua dal Panaro sul Modenese.

Arrivato che fu da Venezia a Bologna anche Francesco III d'Este duca di Modena, generalissimo dell'armata napolispana, s'inviò questa in ordinanza di battaglia verso il suddetto Panaro, e nel dì 13 di aprile nelle vicinanze di Spilamberto lo passò, benchè fosse accorso colà il principe di Lobcowitz con apparenza di voler dare battaglia. Ma senza aver fatto alcuna prodezza, si vide la sera tutto l'esercito austriaco passar lungo le mura di Modena: esercito che servì di scusa al generale, se altro non cercava che di ritirarsi; perchè comparve smilzo più d'un poco agli occhi dei molti spettatori. Venne il Lobcowitz ad accamparsi fra la cittadella di Modena e il fiume Secchia, mentre i Napolispani andarono a piantare le tende al Montale, e ne' luoghi circonvicini sino a Formigine, quattro miglia lungi dalla città. Si figurarono molti che il pensier loro fosse di entrare in Modena, e già il Lobcowitz avea aggiunto al ponte alto un altro ponte di barche, per salvarsi di là dal fiume, qualora tentassero i nemici di assalirlo in quel posto: saggia risoluzione, perchè, passato di là, non paventava di loro; e quand'eglino avessero in altri siti superato il fiume, egli se ne sarebbe tornato in sicuro da quest'altra parte. Ma altri erano i disegni de' Napolispani. Correvano allora i giorni santi, e vennero quelli ancora di Pasqua: con che divozione li passassero i Modenesi non sentendo altro che la desolazione del loro paese per le due vicine armate, facilmente si può immaginare. Ed ecco che nella notte precedente il dì 22 d'aprile i Gallispani alla sordina levarono il campo, e per la strada di Gorzana s'avviarono alla volta delle montagne di San Pellegrino. Una impensata fiera disavventura arrivò ad esse truppe nel passare per colà in Garfagnana, perchè, colte da un'improvvisa neve, che principiò a fioccare, e trovandosi senza foraggi e biade in que' monti, fecero orridi patimenti; seguì non lieve diserzione di gente, e più di cinquecento cavalli e muli lasciarono l'ossa su quelle balze. Calati poi nella Garfagnana i Gallispani, sì improvvisamente arrivarono addosso alla fortezza di Montalfonso, che quel comandante austriaco, sorpreso senza vettovaglia, si arrendè tosto col presidio prigioniere di guerra; ed avendo poi fatto altrettanto quello della Verucola, tornò tutta quella provincia all'ubbidienza del duca di Modena suo legittimo sovrano. Speravano i Garfagnini un trattamento da amici dalle truppe spagnuole, e provarono tutto il contrario. Passò da lì a poco quell'armata sul Lucchese, e stesesi fino a Massa, dando assai a conoscere ch'essa era per volgersi verso il Genovesato, a fine di unirsi coll'altra armata de' Gallispani che si andarono adunando nella riviera occidentale di Genova. Si avvide per tempo di questo loro disegno il generale austriaco principe di Lobcowitz; e perciò anch'egli nel dì 23 d'aprile sollecitamente alzò il campo dai contorni di Modena, e s'avviò alla volta di Reggio, e di là poi andò a mettere il suo quartiere a Parma, con ispedire varii distaccamenti in Lunigiana, a fine d'impedire o frastornare il passaggio de' nemici nel territorio di Genova. In fatti, allorchè nel dì 9 di maggio si misero i Napolispani a passare la Magra, ne riportarono una buona percossa: dopo di che arrivarono in fine dopo tante faticose marcie a prendere riposo nelle vicinanze di Genova.

Si venne a poco a poco da lì innanzi svelando un arcano che avea dato molto da pensare e da discorrere nei giorni addietro. Molto tempo era che la repubblica di Genova andava facendo un grande armamento di nazionali, di Corsi, e di qualunque disertore che capitava in quelle parti. Chi credea con danaro proprio di essi Genovesi, e chi colla borsa di Spagna. Tanto gl'Inglesi, padroni per la potente lor flotta del Mediterraneo, quanto Carlo Emmanuele re di Sardegna se ne allarmarono, ed inviarono ministri a chiedere il perchè si facesse quella massa di gente. Altra risposta non riceverono, se non che trovandosi da ogni parte attorniati da armate gli Stati di quella repubblica, il senato per propria difesa e sicurezza avea messe insieme quell'armi. Ma i saggi, che penetravano nel midollo delle cose, sospettarono di buon'ora la vera cagione di tal novità. Non fu sì segreto il trattato di Worms, fatto dal re di Sardegna colle corti di Londra e di Vienna, che non traspirasse accordato al medesimo re l'acquisto ancora del Finale, già appellato di Spagna. Del che si maravigliarono non pochi; perciocchè dallo strumento della vendita d'esso Finale fatta dall'imperador Carlo VI ai Genovesi non apparisce alcuna restrizione, se non che quel marchesato restasse feudo imperiale. Ma il re di Sardegna volle in tal congiuntura che si avesse riguardo alle antiche pretensioni e ragioni della sua real casa su quel feudo. Dovettero ben trovarsi imbrogliati i ministri della regina per accordar questo punto, stante l'evizione promessa dall'Augusto Carlo nella vendita; e pure convenne accordarlo. Sommamente restarono irritati per questo i Genovesi contra del re di Sardegna, e non fu perciò difficile alle corti di Francia, Spagna e Napoli di manipolare un trattato di aderenza d'essa repubblica all'armi loro, mercè della promessa di assicurarla del dominio e godimento di quello Stato, allorchè si tratterebbe di pace. Altri vantaggi ancora le esibirono a tenor delle conquiste che si meditavano nella presente guerra. Entrarono pertanto i Genovesi nell'impegno, ed aspettarono a cavarsi la maschera allorchè gli Spagnuoli si avanzarono verso i loro confini. Di gran conseguenza fu per li Gallispani l'accrescimento di questi nuovi alleati, che si dichiararono ausiliarii della Spagna, perchè, oltre al riguardevol rinforzo delle lor genti, si venne ad aprire una larga porta pel Genovesato all'armi di essi Gallispani, quando probabilmente non avrebbono essi potuto trovarne un'altra sì facile per calare in Lombardia.

Giù nella Savoia era passato colle sue genti in Provenza il reale infante don Filippo, e quivi avea ricevuto un buon sussidio di altri fanti e cavalli, a lui spediti dal re suo genitore: nel qual tempo ancora non cessavano di andar giugnendo a Nizza e Villafranca sciabecchi spagnuoli, portanti artiglierie, attrezzi e munizioni, senza chiederne passaporto ai nemici Inglesi, i quali sembravano chiudere gli occhi a que' trasporti, ma verisimilmente non li poteano impedire, anzi andavano facendo prede di tanto in tanto. Era anche in marcia un corpo di non so quante migliaia di fanteria e cavalleria franzese, sotto il comando del maresciallo marchese di Maillebois, per venire ad unirsi con esso infante. Andò poi come potè il meglio l'armata spagnuola progredendo per le disastrose strade della riviera di Ponente alla volta di Savona. Fu richiamato in questo tempo alla corte di Vienna il principe di Lobcowitz, per valersi di lui nell'importante guerra di Boemia. Ora l'esercito austriaco, informato che il corpo degli Spagnuoli comandato dal duca di Modena, e rinforzato da due mila cavalli e tre mila fanti, staccati dall'armata dell'infante, si era inoltrato sino alla Bocchetta, dopo la metà di giugno, per opporsi al loro avanzamento, entrò nel Genovesato, impadronendosi di Novi. Anche il re di Sardegna, a cui la morte nel dì 29 di maggio avea tolto il marchese d'Ormea, gran cancelliere ed insigne primo ministro suo, mandò le sue milizie ad accamparsi nei siti per dove potea l'infante don Filippo tentare il passaggio in Lombardia. Fermaronsi gli Austriaci in Novi sino al principio di luglio, quando il duca di Modena unito al general Gages marciò a quella volta con tutte le forze dell'oste napolispana, e gli obbligò a ritirarsi a Rivalta, e nelle vicinanze di Tortona. Nello stesso tempo anche l'infante coll'esercito gallispano, mossosi da Savona, e passato lo Apennino, arrivò a Spigno, e pel Cairo venne ad impadronirsi della città di Acqui nel Monferrato, con fare retrocedere i Savoiardi. Parimente con altro corpo di gente il maresciallo di Maillebois calò per la valle di Bormida: laonde fu obbligato il general piemontese Sinsan a ritirarsi da Garessio a Bagnasco, per coprire il forte di Ceva. Alla metà di luglio, allorchè s'intese in piena marcia l'esercito napolispano alla volta di Capriata, e il gallispano procedere verso Alessandria, il conte di Schulemburgo, general comandante delle armi austriache, ridusse le sue truppe (colle quali si unì anche la maggior parte dei Savoiardi) a Montecastello e a Bassignana, formando quivi un accampamento sommamente vantaggioso pel sito difeso dal Po e dal Tanaro, e insieme dalla città di Alessandria, con cui tenea quel campo una continua comunicazione. Venne circa il dì 23 di luglio ad unirsi il reale infante coll'esercito comandato dal duca di Modena, e passarono poi tutti ad accamparsi tra il Bosco e Rivalta, stendendosi sino a Voghera. Intanto fu data commissione al marchese Gian Francesco Brignole, general comandante delle truppe genovesi, di far l'assedio del vecchio castello di Serravalle, e si attese alle occorrenti disposizioni del bisognevole, per imprendere quello di Tortona e della sua cittadella.

Solamente nel dì 15 d'agosto parte dell'esercito collegato di Spagna si presentò sotto essa Tortona; e perchè quella città è priva di fortificazioni, il comandante savoiardo, dopo aver sostenuto per alquanti giorni il fuoco dei nemici, l'abbandonò, ritirando nella cittadella, o sia nel castello, il suo presidio. Alzaronsi poscia batterie di cannoni e mortari per bersagliar quella fortezza, e nel dì 23 si diede principio alla lor sinfonia. Comune credenza era, che quel castello farebbe lunga difesa, stante la situazione sua sopra un monte o colle, per non poter esser battuto, se non da un lato, cioè dal declivo settentrionale della stessa collina. Ma attaccatosi fuoco nelle fascinate delle fortificazioni esteriori, quella guernigione nel dì 3 di settembre capitolò la resa, con obbligarsi di non servire per un anno contra degli alleati della Spagna. Si era già sul principio d'agosto renduto Serravalle all'armi collegate, con restar prigioniero di guerra quel tenue presidio. Cominciarono allora i Genovesi a raccogliere il frutto della loro aderenza alla Spagna, perchè fu conceduto ad essi il possesso e governo non solamente di quel castello, ma anche del marchesato d'Oneglia. Sbrigatosi dall'impedimento di Tortona il real infante don Filippo, fu sollecito a spedire il duca di Vieville con un grosso distaccamento di cavalleria e fanteria e con cannoni all'acquisto di Piacenza. In quella città non restava se non il presidio di circa trecento uomini, avendo conosciuto il re di Sardegna di non poterla sostenere. Perchè quel comandante ricusò di aprir le porte, gli Spagnuoli impazienti, avendo recato seco delle scale, improvvisamente diedero la scalata alle mura verso Po, e vi entrarono nel dì 5 di settembre. Ritirossi la guernigione nel castello, lasciando esposta la cittadinanza al pericolo di un sacco. La protezione di Elisabetta Farnese regina di Spagna, quella fu che li salvò da questo flagello; ed accorsa la nobiltà, con far portare commestibili alle truppe, acquetò tosto il romore. Volle il comandante piemontese del castello, prima di rendersi, l'onore di essere salutato con molte cannonate, e poscia nel dì 13 di esso mese si rendè a discrezione. Quei presidiarii, che non erano nè savoiardi, nè tedeschi, ma italiani quasi tutti, si liberarono dalla prigionia con prendere partito nell'armata di Spagna. Ciò fatto, nel dì 16 comparve a Parma un distaccamento di Spagnuoli, che niuna difficoltà trovò ad impadronirsene, giacchè gli Austriaci ne aveano precedentemente menato via il cannone, e tutti gli attrezzi e le munizioni da guerra, e il loro presidio ne avea preso congedo per tempo. Volarono corrieri a Madrid con queste liete nuove, nè s'ingannò chi credette che la magnanima regina di Spagna intendesse con particolar giubilo e consolazione il riacquisto del suo paterno retaggio. Fu preso dal generale marchese di Castellar il possesso di quella città, e di tutto il dominio già spettante alla casa Farnese, a nome di essa Cattolica regina; ed egli pubblicò poscia uno straordinario editto, vietante ogni sorta di giuoco d'azzardo, sotto pene gravissime: regolamento invidiato, ma non isperato da altre città. Dopo l'acquisto di Parma fu creduto che di quel passo verrebbono gli Spagnuoli fino a Modena; e persuasi di ciò gli uffiziali savoiardi, spedirono via in fretta i loro equipaggi. Ma altro non ne seguì, meditando gli Spagnuoli imprese di maggior loro vantaggio.

Diede in questi tempi il generale di essi conte di Gages un nuovo saggio della sua avvedutezza, mostrata in tante altre militari azioni. Fatto gittare un ponte alla Stella verso Belgioioso, spinse all'altra riva un corpo di tre mila granatieri con della cavalleria. Pareano le sue mire volte a Milano: il che fu cagione che dal campo Austriaco-sardo di Bassignana fossero spediti con diligenza quattro mila soldati per coprire quella città. Ma il Gages all'improvviso fece marciare il duca di Vieville con quella gente a Pavia. Soli cinquecento Schiavoni, parte dei quali anche o malata o convalescente, si trovavano in quella città di molta estensione: laonde non durarono fatica con una scalata di Spagnuoli a mettervi dentro il piede nella notte precedente il dì 22 di settembre, con fare un acquisto di somma importanza nelle congiunture presenti, stante la situazione di quella città, che, oltre all'essere di là da Po, ha anche il suo ponte a cavallo del Ticino. Ottenne quel tenue presidio, ritiratosi nel castello, di potersene andare, con obbligo di non militare per un anno contra dei Gallispani e loro alleati. Per non essere ben informati gli Spagnuoli, perderono allora un bel colpo. Nel castello di Milano erano, secondo la disattenzione austriaca, smontati quasi tutti i cannoni; poco più di cento soldati stavano alla sua difesa, e questi senza viveri, che per cinque o sei giorni. Se colà marciavano a dirittura gli Spagnuoli, troppo verisimilmente veniva quell'insigne castello in breve alle lor mani. Nè pur Pizzighettone si trovava allora in migliore arnese. Ebbero dunque tempo il generale conte Pallavicini e il conte Cristiani gran cancelliere di provvedere con indicibil diligenza di tutto il bisognevole quelle due fortezze, sicchè le medesime si risero poi pei susseguenti attentati nemici. Intanto per mare, non ostante il continuo girare de' vascelli inglesi, andavano continuamente giugnendo a Genova parte da Napoli e parte dalla Catalogna nuovi rinforzi di gente, di artiglierie e munizioni, destinati al campo spagnuolo. La presa di Pavia cagion fu che il generale austriaco conte di Schulemburgo colle sue truppe ripassasse il Po, per vegliare alla sicurezza di Milano, restando nondimeno a portata di poter recare soccorso, mercè di un ponte sul Po, al re di Sardegna, rimasto colle sue milizie nell'accampamento di Bassignana. Erasi fin qui esso re Carlo Emmanuele fermato in quel sito, attendendo a sempre più fortificarlo, e a visitar sovente la città d'Alessandria, a cui pure facea continuamente accrescere nuove fortificazioni. Ma da gran tempo andava studiando il conte di Gages col duca di Modena di farlo sloggiare di là, perchè senza di questo nulla v'era da sperare contro Alessandria, Valenza ed altri luoghi superiori dietro il Po. Giacchè loro era riuscito di separare la maggior parte delle milizie austriache dalle piemontesi, lasciato un convenevol presidio in Pavia, si ridussero di qua da Po; ed unito lo sforzo de' suoi Napoletani, Franzesi e Genovesi, nella sera del dì 26 di settembre mossero da Castelnuovo di Tortona l'esercito per passare il Tanaro, ed assalire i forti trincieramenti, nei quali dimorava il re di Sardegna colle sue truppe.

Marciava in sei colonne questa potente armata, e nella prima si trovava lo stesso Gages col duca di Modena, a fin di fare in varii siti un vero o finto assalto. Sullo spuntar dell'aurora del dì 27, dato il segno della battaglia con tre razzi dalla torre di Piovera, fanti e cavalli allegramente guadarono il fiume, e da più parti, secondo il premeditato ordine, piombarono addosso agli argini e fossi del campo nemico. Aveano essi creduto di andare a un duro combattimento, e si trovò che, a riserva del primo insulto a quelle trincee, non vi fu occasion di combattere. Perciocchè il re di Sardegna, appena scoperto il loro disegno, senza voler avventurare il nerbo delle sue genti, ordinò la ritirata, a cui gli altri diedero il nome di fuga. Furono veramente inseguiti i Savoiardi dai carabinieri reali e dalle guardie del duca di Modena, e da altri corpi di cavalleria spagnuola; ma cinque reggimenti sardi a cavallo, postati sopra un'altura in ordinanza, coprirono in maniera la ritirata delle artiglierie e la lor fanteria, che questa, quantunque sbandata, parte si ridusse a Valenza, e parte ad Alessandria. Con sommo disordine poscia scamparono anche quei reggimenti. Al primo romore avea bene il real sovrano di Sardegna chiesto soccorso al conte di Schulemburgo, che colle sue truppe stava accampato di là da Po, nè tardò egli punto a muoversi; due anche de' suoi reggimenti passarono allora in aiuto d'esso re; e da che videro come in rotta i Savoiardi, arditamente quasi per mezzo ai nemici si ritirarono a Valenza anch'essi. Ma perciocchè non furono pigri i Gallispani a marciar verso il ponte sul Po, che manteneva la comunicazione co' Piemontesi; e presa la testa del medesimo, voltarono due cannoni ivi trovati contro gli Austriaci: questi, o perchè trovarono interdetto l'ulteriore passaggio, o perchè conobbero già finita la festa, diedero il fuoco al ponte medesimo, e se ne tornarono al loro accampamento. Sicchè andò a terminare questa precipitosa impresa in poca mortalità di gente, in avere i collegati acquistato non già più che nove cannoni, due stendardi e il bagaglio di tre reggimenti. Si fece ascendere il numero de' prigioni savoiardi sin a due mila, fra i quali trentasette uffiziali, e ad alcune centinaia di cavalli; parte dei quali feriti nelle groppe. Non mancò in questa disgrazia al re sardo la lode di aver saputo salvare la maggior parte delle sue truppe ed artiglierie.

Vollero in questi tempi gl'Inglesi far provare il loro sdegno alla repubblica di Genova per la sua aderenza alla Spagna. Presentatasi nel dì 26 di settembre una squadra delle lor navi contro la medesima città, con alquante palandre, cominciò a gittar delle bombe; ma conosciuto che queste non arrivavano a terra, e intanto i cannoni del porto non istavano in ozio, tardarono poco a ritirarsi, senza avere inferito alcun danno alla città. Passarono essi dipoi al Finale, e fecero quivi il medesimo giuoco contro quella terra, che loro corrispose con frequenti spari d'artiglierie: laonde, vedendo di nulla profittare, anche di là se n'andarono con Dio. Non così avvenne alla tanto popolata terra, o sia città di San Remo, dove o non seppe o non potè far difesa quel popolo. Secento bombe e tre mila cannonate delle navi inglesi fecero un lagrimevol guasto in quelle case, ed immenso danno recarono a quegl'industriosi abitanti. Andarono intanto gli Austriaci e Piemontesi ad unirsi in Casale di Monferrato, vegliando quivi agli andamenti de' Gallispani, i quali, perchè Alessandria era rimasta in isola, nel dì 6 di ottobre sotto di essa aprirono la trincea. Sino alla notte precedente al dì 12 si tenne forte in quella città il marchese di Carraglio, general veterano del re di Sardegna, e si ridusse poi con tutti i suoi nella cittadella, di modo che nel dì seguente pacificamente entrarono in essa città i Gallispani. Avea nei tempi addietro il re sardo con immense spese atteso a fornir quella cittadella di tutte le più accreditate fortificazioni dentro e fuori; abbondanti munizioni da guerra e provvisioni di vettovaglie vi erano state poste; grosso era il presidio. Per queste ragioni, e per essere molto avanzata la stagione, troppo impegno essendo sembrato ai Gallispani l'imprendere quell'assedio, unicamente si pensò a vincere colla fame una sì rilevante fortezza. Lasciatala dunque bloccata con sufficiente numero di truppe, il resto della loro armata passò all'assedio di Valenza, sotto di cui nel dì 17 d'ottobre diedero principio alle ostilità. Venne in questi tempi al comando dell'armata austriaca Wincislao principe di Lictestein, di una delle più nobili e più ricche case della Germania, e personaggio di somma prudenza e pietà, in cui non si sapea se maggior fosse la generosità, o la cortesia e l'onoratezza: delle quali virtù avea lasciata gran memoria nell'ambasceria a Parigi, e in tante altre occasioni. Dacchè furono inoltrati gli approcci sotto Valenza, e si videro gli assedianti in procinto di dare l'assalto ad una mezza luna, il comandante d'essa fortezza marchese di Balbiano ne propose la resa agli aggressori; ma, ricevuta risposta che si voleva la guernigion prigioniera, egli nella notte avanti al dì 30 del mese suddetto con tutta segretezza abbandonò la piazza, lasciando dentro solamente cento uomini nel castello, oltre a molti malati. Il resto di sua gente, che consisteva in mille e novecento soldati, in varie barche felicemente si trasportò co' suoi bagagli di là da Po, con aver anche danneggiato i Gallispani, che, prevedendo questo colpo, tentarono di frastornare il loro passaggio. Entrati i vincitori in Valenza vi trovarono circa sessanta cannoni, ma inchiodati, molti mortari, e buona quantità di munizioni ed attrezzi militari.

Giacchè il re di Sardegna e il principe di Lictestein s'erano ritirati da Casale coll'esercito loro di là da Po a Crescentino, passarono i Gallispani ad essa città di Casale, che aprì loro le porte nel dì 5 di novembre. Il castello guernito di secento uomini si mostrò risoluto alla difesa, e però ne fu impreso l'assedio, ma con somma lentezza, ancorchè colà ridotti si fossero l'infante don Filippo, il duca di Modena, il conte di Gages e il maresciallo di Maillebois. Erano cadute esorbitanti pioggie, che fuori dell'usato durarono sino al fine dell'anno. In quel grasso terreno vicino al Po si trovarono rotte a dismisura le strade, ed immenso il fango, talmente che i muli destinati per condurre da Valenza il cannone e le carrette delle munizioni restavano per istrada, e trovavano la sepoltura in quegli orridi pantani. Dall'escrescenza ed inondazione del Po fu anche obbligato il re di Sardegna a ritirare il suo campo verso Trino e Vercelli. Intanto circa il dì 8 di novembre passarono i Francesi ad impadronirsi della città d'Asti, il cui castello, fatta resistenza sino al dì 18, si rendè, restando prigioniere il presidio. In questi tempi, cioè nel dì 17 d'esso mese, comparve sotto la Bastia capitale della Corsica una squadra di vascelli inglesi, che, fatta indarno la chiamata al governator Mari Genovese, si diede a fulminar quella città con bombe e cannonate, proseguendo sino al dì seguente quell'infernale persecuzione; e poi, spinta da venti furiosi, passò altrove. Restò sì smantellata e in tal desolazione la misera città, che il governatore, informato dell'avvicinamento del colonnello Rivarola con tre mila Corsi sollevati, giudicò bene di ritirarsi di là: sicchè venne quella piazza in poter d'essi corsi. Per tal novità gran bisbiglio ed affanno fu in Genova. Intanto, essendosi continuati gli approcci e le offese sotto il castello di Casale, quel comandante savoiardo si vide obbligato alla resa, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Volle il maresciallo di Maillebois il possesso e dominio di quella città a nome del re Cristianissimo, ed altrettanto avea fatto d'Asti, d'Acqui e delle altre terre di que' contorni. Sì esorbitanti poi furono le contribuzioni di danaro e di naturali, imposte dai Franzesi a quel paese, che svegliarono orrore, non che compassione, in chiunque le udì. Nell'Astigiano le truppe quivi acquartierate levavano anche i tetti delle case per far buon fuoco. Passò dipoi l'infante don Filippo e il duca di Modena col meglio delle loro forze a Pavia. Eransi già impossessati gli Spagnuoli di Mortara, del fertilissimo paese della Lomellina, e di tutto l'antico territorio pavese, con giubilo incredibile di que' cittadini, che aveano cotanto deplorato in addietro un sì fiero smembramento del loro distretto. Aveano in oltre essi Spagnuoli posto il piede in Vigevano, e meditavano di volgere i passi alla volta di Reggio e Modena; quando venne loro un assoluto ordine della corte di Madrid di passare a Milano.

Si sapea che non troverebbono intoppo ai loro passi. Il duca di Modena era di sentimento che si dovesse tenere unito tutto l'esercito fra Pavia e Piacenza e non istenderne o sparpagliarne le forze; e il conte di Gages, quantunque disapprovasse quell'impresa, pure fu forzato ad ubbidire. Marciò dunque esso Gages con un grosso distaccamento di truppe, e dopo avere ricevuti i deputati di Milano, che gli andarono incontro ad offerire le chiavi, e a chiedere la conferma dei lor privilegii, nel dì 16 di dicembre entrò con tutta pace in quella metropoli, e tosto diede ordine, che si barricassero tutte le contrade riguardanti quel reale castello. Nel dì 19 del suddetto dicembre fece anche l'infante don Filippo in compagnia del duca di Modena l'ingresso in Milano, accolto con festose acclamazioni da quel popolo, che, quantunque ben affetto all'augusta casa d'Austria, pure pon potea di meno di non desiderare un principe proprio che stabilisse quivi la sua residenza. E fu certamente creduto da molti non solo possibile, ma anche probabile, che in questo germoglio della real casa di Borbone si avessero a rinovare gli antichi duchi di Milano. Perciò con illuminazioni ed altre dimostrazioni di giubilo si vide o per amore o per forza solennizzato l'arrivo di questo real principe in quella città. Questo passo ne facilitò poi degli altri, cioè l'impadronirsi che fecero gli Spagnuoli delle città di Lodi e Como. Intanto il principe di Lictenstein col suo corpo di gente si tratteneva sul Novarese, stendendosi fino ad Oleggio grande, e ad Arona, e alle rive del Ticino. Nell'opposta riva di esso fiume il conte di Gages si pose anch'egli colle sue schiere, per impedire ogni passaggio o tentativo degli Austriaci. In tal positura di cose terminò l'anno presente: anno considerabilmente infausto al re di Sardegna, per la perdita di tanto paese, e per tante altre perniciose incursioni fatte da' suoi nemici verso Ceva ed altri luoghi, ed anche verso Exiles, dove le sue truppe ebbero una mala percossa nel dì 11 d'ottobre. E pure qui non terminarono le disavventure del Piemonte. Nell'anno precedente era penetrata in quelle contrade la peste bovina, e si calcolò che circa quaranta mila capi di buoi e vacche vi perissero. Un potente mezzo per dilatare qualsivoglia pestilenza suol essere la guerra, siccome quella che rompe ogni argine e misura dell'umana prudenza. Però maggiormente si dilatò questo micidial malore nell'anno presente pel Monferrato, e per gli altri Stati del re di Sardegna, e di là passò nei distretti di Milano e di Lodi, e giunse fino al Piacentino di là da Po, anzi arrivò a serpeggiare nel di qua d'esso fiume, e in parte del Bresciano, con terrore del resto della Lombardia. La strage fu indicibile; e chi sa quai sieno le terribili conseguenze di sì gran flagello, bisogno non ha da imparare da me in quanta desolazione restassero quei paesi, oppressi nel medesimo tempo dall'insoffribil peso della guerra. Conto fu fatto che centoottanta mila capi di essi buoi perissero nello Stato di Milano. Più riuscì sensibile a que' popoli questo colpo, che la stessa guerra.

Anno di CRISTO MDCCXLVI. Indizione IX.

BENEDETTO XIV papa 7. FRANCESCO I imperadore 2.

Nel più bell'ascendente pareano gli affari de' Gallispani in Lombardia sul principio di quest'anno, trovandosi le armi loro dominanti nel di qua da Po, a riserva della bloccata Alessandria, ed essendo venuta la città di Milano con Lodi, Pavia e Como alla lor divozione, con restare il solo castello di Milano renitente ai loro doveri. Lusingaronsi allora i Franzesi di poter trarre, coll'apparenza di sì bel tempo Carlo Emmanuele re di Sardegna nel loro partilo, o almeno di staccarlo colla neutralità dalla lega austriaca ed inglese. Da Parigi e da altre parti volavano nuove che davano per certo e conchiuso l'accomodamento colla real corte di Torino; nè si può mettere in dubbio che qualche maneggio, durante il verno, seguisse fra le due corti per questo. Ma o sia che le esibizioni della Francia non soddisfacessero al re di Sardegna; o pure, come è più probabile, e protestò dipoi esso re per mezzo de' suoi ministri alle corti collegate, ch'egli più pregiasse la fede ne' suoi impegni, che ogni altro proprio vantaggio, e gli premesse di reprimere la voce sparsa che l'instabilità nelle leghe passasse per eredità nella real sua casa: certo è che svanirono in fine quelle voci, e si trovò più che mai il re sardo costante ed attaccato alla lega primiera, con aver egli fatto tornare indietro mal soddisfatto il figlio del maresciallo di Maillebois, che, venuto ai confini, portava seco, non dirò la speranza, ma la sicurezza lusinghevole di veder tosto sottoscritto l'accordo. Stavano intanto i curiosi aspettando, che s'imprendesse l'assedio formale del castello di Milano, giacchè il ridurlo col blocco e colla fame sarebbe costato dei mesi, e intanto potea mutar faccia la fortuna. Ma il cannon grosso penava assaissimo ad essere trasportato per le strade troppo rotte da Pavia a Milano, e però di una in altra settimana s'andava differendo il dar principio a quell'impresa. Intanto, perchè si lasciarono vedere alcuni armati spagnuoli nel borgo degli Ortolani, o sia porta Comasina, che è in faccia al castello, le artiglierie d'esso castello gastigarono gl'innocenti padroni di quelle case con diroccarle. Attendeva il real infante don Filippo a solazzarsi in questa metropoli con opere di musica, ed altri divertimenti; il duca di Modena se ne passò a Venezia per rivedere la sua famiglia, e restituissi poscia nel febbraio a Milano; e il generale Gages col nerbo maggiore delle truppe Spagnuole andò a postarsi alle rive del Ticino verso il lago Maggiore, per impedire qualunque tentativo che potesse fare il principe di Lictenstein, il quale avea piantato il suo campo ad Oleggio ed Arona, e in altri siti del Novarese, alla riva opposta del fiume suddetto.

Non attendeva già a solazzi in Vienna l'imperadrice regina, ma con attività mirabile, a cui non era molto avvezza in addietro la corte austriaca imperiale, provvedeva ai bisogni de' suoi in Lombardia. Era già stata conchiusa e ratificata la pace col re di Prussia. Pertanto, sbrigata da quel potente nemico essa regina col consorte Augusto, spedì subito ordine che una mano de' suoi reggimenti marciasse alla volta d'Italia. Rigoroso era il verno; le nevi e i ghiacci dappertutto; convenne ubbidire. Gran copia ancora di reclute si mise allora in viaggio. Cagion fu la suddetta inaspettata pace, e la spedizion di tanti armati austriaci, a poco a poco nel febbraio arrivati sul Mantovano, che andasse in fumo ogni disegno degli Spagnuoli (se pure alcuno mai ve ne fu) di mettere l'assedio al castello di Milano. E perciocchè s'ingrossavano forte gli Austriaci nel di qua da Po a Quistello, a San Benedetto, ed altri luoghi, rivolsero essi Spagnuoli i lor pensieri alla difesa di Piacenza, Parma e Guastalla, nella qual ultima piazza erano anche entrati. Occuparono anche la città di Reggio, dove quel comandante Boselli Piacentino s'ingegnò di lasciare un brutto nome, peggio trattandola che i paesi di conquista. Fu dunque posto grosso presidio in Guastalla, ed inviata gente con qualche artiglieria in rinforzo di Parma; nè in questi medesimi tempi cessavano di arrivare sul Genovesato munizioni e soldatesche spedite dalla Spagna e da Napoli, passando felicemente per mare, ancorchè girassero di continuo per quelle acque i vascelli e le galeotte inglesi. Anche per la riviera di Ponente passarono verso Genova tre reggimenti di cavalleria; ma non si vedevano già comparire in Italia nuove truppe franzesi.

Diedesi, appena venuto il mese di marzo, principio alle mutazioni di scena, che andarono poi continuando e crescendo in tutto l'anno presente nel teatro della guerra d'Italia. Il primo a fare un bel colpo fu il re di Sardegna, i cui movimenti finirono di dissipar le ciarle del sognato suo accordo colla Francia. Spedito il barone di Leutron con più di dieci mila combattenti, all'improvviso nel dì 5 del mese suddetto piombò sopra la città di Asti. Circa cinque mila Franzesi con più di trecento uffiziali si godevano quivi un buon quartiere. Spedì bensì il tenente generale signor di Montal comandante di quelle truppe, al Maillebois l'avviso del suo pericolo, insieme con ottanta mila lire da lui ricavate di contribuzione; ma caduto il messo colla scorta negli Usseri, cotal disgrazia ragion fu che i Franzesi non fecero difesa che per tre giorni, e furono obbligati a rendersi prigionieri, con sommo rammarico del maresciallo, il quale non fu a tempo per soccorrerli, e rovesciò poi tutta la colpa di quell'infelice avvenimento sul comandante suddetto. Mentre egli sconcertato non poco si ritirò per coprire Casale e Valenza, i vincitori Piemontesi, rastrellando in varii siti altre picciole guernigioni franzesi, s'inoltrarono alla volta della già languente cittadella d'Alessandria pel sofferto blocco di tanti mesi, seguitati da un buon convoglio di viveri condotto dal marchese di Cravenzana. Sminuito per li patimenti quel presidio, comandato dal valoroso marchese di Carraglio, era anche giunto a combattere colla fame; e già per la mancanza delle vettovaglie si trovava alla vigilia di darsi per vinto: quando i dieci battaglioni franzesi esistenti nella città, all'udire avvicinarsi il grosso corpo de' Piemontesi, giudicarono meglio di abbandonarla, lasciando in quello spedale qualche centinaio di malati, che rimasero prigioni del re di Sardegna. Intanto, per conservar la comunicazione con Genova, ritirossi il Maillebois a Novi. Questi colpi, e l'ingrossarsi continuamente verso l'Adda e nel Mantovano di qua da Po le milizie austriache, fecero conoscere all'infante don Filippo che l'ulteriore soggiorno suo e delle sue truppe in Milano era oramai divenuto pericoloso. Cominciarono dunque a sfilare verso Pavia i cannoni grossi venuti per l'ideato assedio del castello di Milano, ed ogni altro apparato militare. Ciò non ostante, nel dì 15 di marzo, giorno natalizio dell'infante suddetto, il duca di Modena diede una suntuosa festa a tutta la nobiltà di Milano. Ma da che s'intese che il general tedesco Berenclau da Pizzighettone con circa dieci mila de' suoi, dopo l'acquisto di Codogno, s'incamminava verso Lodi, di colà ritiratisi gli Spagnuoli, si salvarono quasi tutti a Piacenza. Gli altri parimente, che erano a Como Lecco e Trezzo, ed assediavano il forte di Fuentes, tutti se ne vennero a Milano. Ma ecco cominciar a comparire alla porta di quella città le scorrerie degli Usseri. Allora fu che il generale conte di Gages andò ad insinuare al real infante che tempo era di ricoverarsi a Pavia, aggiungendo essere venuto quel giorno ch'egli sì chiaramente avea predetto all'altezza sua reale, prima di muoversi alla volta di Milano. Era sul far dell'alba del dì 19 di marzo, in cui quel real principe col duca di Modena e col corpo di sua gente prese commiato da quella nobil città. Quanto era stato il giubilo nell'entrarvi, altrettanto fu il rammarico ad abbandonarla. Due ore dopo la loro partenza ripigliarono gli Austriaci il possesso di Milano, ed ebbero tempo di solennizzare la festa di san Giuseppe con tutti i segni di allegria, sì per la felice liberazione della città, che pel nome del primogenito arciduchino.

Non poterono allora i politici contenersi dal biasimare la condotta degli Spagnuoli, che invece di attendere ad assicurar meglio il di qua da Po coll'espugnazione della cittadella d'Alessandria, aveano voluto sì smisuratamente slargar l'ali e prendere tanto paese, senza ben riflettere se aveano forze da conservarlo. Esercito troppo diviso non è più esercito. Erano sparpagliati i Gallispani per tutto il di qua da Po, ed arrivava il dominio d'essi da Asti per Piacenza e Parma fino a Reggio e Guastalla. Tenevano Pavia, Vigevano e la città di Milano, ma con un castello forte che minacciava non meno essi che la città. Occupavano ancora Lodi e le fortezze dell'Adda. Dappertutto conveniva tener presidii, e però dappertutto mancava una armata; e ciò che parea accrescimento di potenza, non era che debolezza. Non fu già consiglio del duca di Modena, nè del generale Gages, che si andasse a far quella bella scena o sia comparsa in Milano; ma convenne ubbidire al real infante, o, siccome è più credibile, agli ordini precisi venuti da Madrid. Troppo spesso sogliono prendere mala piega le imprese, qualora i gabinetti lontani vogliono regolar le cose, e saperne più di un general saggio che sul fatto conosce meglio la situazion delle cose, e secondo le buone o cattive occasioni dee prendere nuove risoluzioni. Contuttociò si ha da riflettere che non poterono gli Spagnuoli prevedere l'improvvisa pace dell'imperadrice regina col re prussiano, nè seppero figurarsi ch'ella nell'aspro rigore del verno avesse da far volare in Italia sì gran forza di gente: tutti avvenimenti che sconcertarono le da loro forse ben prese misure. A questi impensati colpi e vicende gli affari delle guerre e delle leghe son sottoposti. Anche dalla parte di Levante non tardò la fortuna a dichiararsi per l'armi austriache. Nel dì 26 di marzo il generale comandante conte di Broun, essendosi mosso dal Mantovano di qua da Po col suo corpo di armata, diviso in tre colonne, l'una comandata da lui, e le altre dai generali Lucchesi e Novati, s'inviò alla volta di Luzzara e di Guastalla. Trovavasi in questa città di presidio il maresciallo di campo conte Coraffan, valoroso uffiziale del re di Napoli, col suo reggimento di Albanesi, consistente in circa mille e cinquecento delle migliori soldatesche napoletane, ma senza artiglieria, e sprovveduto anche di altre munizioni da guerra e da bocca. Ricorse egli per tempo al marchese di Castellar, che con alquanti reggimenti era venuto alla difesa di Parma, rappresentandogli il bisogno e il pericolo. Ordine andò a lui di ritirarsi a Parma, ma a tempo non arrivò quell'ordine. Intanto il Castellar con tre mila de' suoi venne a postarsi al ponte di Sorbolo, per secondare la supposta ritirata del Coraffan. Poco vi fermò il piede, perchè un grosso distaccamento da lui inviato al ponte del Baccanello, assalito dal generale unghero Nadasti, fu forzato a tornarsene con poco piacere a Parma, lasciando indietro molti morti e prigioni. Piantati intanto alcuni pezzi di grossa artiglieria sotto Guastalla, non potendosi sostenere quel presidio, si rendè prigioniere di guerra con gravi lamenti contra del Castellar, quasi che gli avesse sacrificati al nemico. Cagion furono questi avvenimenti che anche gli Spagnuoli esistenti in Reggio, abbandonata quella città, si ritirarono al ponte d'Enza; laonde spedito da Modena il conte Martinenghi di Barco, colonnello del reggimento savoiardo di Sicilia, con alcune centinaia de' suoi e con un rinforzo di Varasdini, ripigliò il possesso di quella città; e poi passò al suddetto ponte, per iscacciarne i nemici. Quivi fu caldo il conflitto; vi perirono da trecento e più Austriaco-sardi con alcuni uffiziali; vi restò anche gravemente ferito lo stesso colonnello; ma in fine si salvarono gli Spagnuoli a Parma, lasciando libero quel sito ai Savoiardi. La perdita d'essi Spagnuoli in questi movimenti e piccioli conflitti si fece ascendere a circa quattro mila persone fra disertati, uccisi e prigioni.

Non istava intanto ozioso dal canto suo il re di Sardegna. Giunto egli e ricevuto nella città di Casale, fra pochi giorni, cioè nel dì 28 di marzo, col furore delle artiglierie costrinse i pochi Franzesi esistenti in quel castello a renderlo, col rimaner essi prigioni. Di colà poi passò all'assedio di Valenza, dove si trovavano di presidio due battaglioni spagnuoli, ed uno svizzero, truppe del re delle Due Sicilie. Il fuoco maggiore nondimeno si disponeva verso Parma. L'essere in concetto i Parmigiani di sospirare più il governo spagnuolo che quello degli Austriaci, concetto fondato, verisimilmente nell'aver taluno della matta plebaglia usate alcune insolenze al presidio tedesco, allorchè abbandonò quella città, e fatta quel popolo gran festa all'arrivo d'essi Spagnuoli: tale mal animo impresse in cuore delle milizie austriache, che non si sentivano che minaccie di trattar quel popolo da ribelle e nemico; e però marciavano quelle truppe alla volta del Parmigiano, come a nozze, per l'avidità dello sperato, e fors'anche promesso, bottino. Ma non così l'intese la saggia ed insieme magnanima imperadrice regina. Conoscendo essa qual deformità sarebbe il permettere pel reato di alcuni pochi il gastigo e la rovina di tante migliaia d'innocenti persone; e che in danno anche suo proprio ridonderebbe il ridurre in miserie una città che era e dovea restar sua: mandò ordine che si pubblicasse un general perdono in favore de' Parmigiani; e questo fu stampato in Modena. La disgrazia volle che alcuni di quegli uffiziali per tre giorni dimenticarono di averlo in saccoccia e di pubblicarlo; e però entrarono furiosi i Tedeschi in quel territorio, stendendo le rapine sopra le ville e case che s'incontravano, ed anche sfogando la rabbia loro contro quadri, specchi ed altri mobili che non poteano o volevano asportare. Nè pure andò esente dalle griffe loro il palazzo di villa della vedova duchessa di Parma Dorotea di Neoburgo, a cui pure dovuto era tanto rispetto, per essere ella madre della regina di Spagna, e prozia della regnante imperadrice. Si fece poi fine al flagello, da che niuno potè scusarsi di non sapere l'accordato perdono, e maggiormente dappoichè arrivò a quel campo il supremo comandante principe di Lictenstein, il quale con esemplar rigore di gastighi tolse di vita i disubbidienti, e massimamente i trovati rei di aver saccheggiate le chiese.

Con cinque mila fanti e buon nerbo di cavalleria dimorava alla custodia di Parma il tenente generale spagnuolo marchese di Castellar; ma prima d'essere quivi ristretto, felicemente avea rimandati di là dal Taro quasi tutti que' cavalli, giacchè, in caso di blocco o di assedio, gli sarebbe mancata maniera di sostenerli. Intanto il generale dell'artiglieria conte Gian-Luca Pallavicini con grossa brigata di granatieri, cavalli e pedoni andò nel dì 4 d'aprile a prendere posto intorno a Parma. Fatta fu la chiamata della resa dal general comandante conte di Broun; la risposta fu, che il Castellar desiderava d'acquistarsi maggiore stima presso di quell'austriaco generale. Così fu dato principio al blocco assai largo di Parma; il grosso dell'armata austriaca passò ad attendarsi alle rive del Taro, mentre lungo l'opposta riva aveano piantato il loro campo gli Spagnuoli. Posto fu il quartier generale d'essi coll'infante, col duca di Modena e col Gages a Castel Guelfo sulla strada maestra, o sia Claudia. Era già pervenuto da Vigevano sul territorio di Milano il principe di Lictenstein colla sua armata, da lui saggiamente conservata in addietro sul Novarese. Ora anch'egli, dopo aver lasciato un corpo di gente a Binasco, Biagrasso ed altri siti, per reprimere ogni tentativo degli Spagnuoli, tuttavia signori di Pavia, col resto di sua gente venne nel dì 11 di aprile all'accampamento del Taro, ed assunse il comando di tutta l'armata. Aveano nei giorni addietro gli Spagnuoli inviate per Po a Piacenza le artiglierie, attrezzi, munizioni e magazzini che tenevano in Pavia, dando abbastanza a conoscere di non voler fare le radici in quella città. In fatti, da che videro incamminato con tante forze il Lictenstein alla volta di Parma, abbandonarono, nel dì 5 d'aprile, quella città, e passarono a rinforzar la loro oste accampata al fiume suddetto. Così quella città ritornò all'ubbidienza dell'imperadrice regina.

Posavano in questa maniera le due poderose armate, l'una in faccia all'altra, separate dal solo Taro; e gli uni miravano i picchetti dell'altro campo nella riva opposta, ma senza voglia e disposizione di azzuffarsi insieme. Conto si facea che cadauna ascendesse a trenta mila combattenti, avendo dovuto gli Austriaci lasciare un altro buon corpo a Pizzighettone, per assicurarsi da ogni insulto degli Spagnuoli, che teneano un fortissimo e ben armato ponte sul Po a Piacenza, e grosso presidio in quella città. I Franzesi col maresciallo di Maillebois tranquillamente riposavano tra Voghera è Novi, a fin dì conservare il passo a Genova, d'onde continuamente venivano munizioni da bocca e da guerra, ma non mai vennero que' quaranta nuovi battaglioni che si decantavano destinati per la Lombardia dal re Cristianissimo. Stava sul cuore del generale Gages la guarnigione rinchiusa in Parma in numero di più di sei mila armati, ed esposta al pericolo di rendersi prigioniera di guerra, giacchè senza il brutto ripiego di tentare una battaglia non si potea quella città liberare dal blocco, nè v'era sussistenza di viveri, se non per poco, e le bombe aveano cominciato a salutarla con gran terrore de' cittadini. Segretamente dunque concertò egli col marchese di Castellar la maniera di farlo uscire di gabbia. Nella notte seguente al dì 19 d'aprile gran movimento si fece nell'armata spagnuola; si appressarono al fiume in più luoghi le loro schiere in apparenza di volerlo passare, e tentarono anche di gittare un ponte. Si disposero a ben riceverle anche gli Austriaci, tutti posti in ordine di battaglia. In questo mentre, cioè in quella stessa notte, il marchese di Castellar, lasciato poco più di ottocento uomini, parte anche invalidi, con sessanta uffiziali nel castello, alla sordina, e senza toccar tamburo, se ne uscì colla sua gente di Parma, seco menando quattro pezzi di cannone e trenta carra di bagaglio e munizioni; e dopo avere sorpreso un picciolo corpo di guardia degli Austriaci, s'incamminò alla volta della montagna, cioè di Guardasone e Monchierugolo, con disegno di passare per la Lunigiana nel Genovesato, e di là alla sua armata. Lasciò questa gente la desolazione per dovunque passò, e non poco ancora ne sofferirono le confinanti terre del Reggiano. Tardi gli Austriaci, formanti il blocco, si avvidero di questa inaspettata fuga. Dietro ai fuggitivi fu spedito il tenente maresciallo conte Nadasti co' suoi Usseri e con un corpo di Croati, che gl'inseguì per qualche tempo alla coda. Seguirono perciò varie battagliole; ma in fine il Nadasti fu obbligato a lasciar in pace i fuggitivi, perchè non poteano i suoi cavalli caracollar per quei monti, e caddero anche in qualche imboscata con loro danno. Molti di quella truppa spagnuola, ma di varie nazioni, e probabilmente la metà di essi, in questa occasione disertarono. Il resto dopo un gran giro arrivò in fine ad unirsi coll'esercito del real infante, ridotto a poco più di tre mila persone. Non mancò poi chi censurò il Castellar, perchè, avendo sotto il suo comando dieci mila soldati, creduti le migliori truppe dell'esercito spagnuolo, per non essersi ritirato quando era tempo, ne avea perduta la maggior parte. Pel Reggiano tornarono indietro molti degli Usseri, e si rifecero sopra i poveri abitanti di quello che non aveano trovato nel Parmigiano, saccheggiato prima dagli altri. Per la ritirata improvvisa del Castellar, che niun pensiero s'era preso della lor salvezza, in grande spavento rimasero i cittadini di Parma. Passò da lì a non molto la paura, perchè nella seguente mattina del dì 20 rientrarono pacificamente in quella città i Tedeschi col generale conte Pallavicini plenipotenziario della Lombardia austriaca, il quale tosto vi fece pubblicare un general perdono con rincorare gli afflitti ed intimoriti cittadini. Poco poi si fece pregare il presidio di quel castello a rendersi prigioniere di guerra, con ottener solamente di salvare l'equipaggio tanto suo che degli altri Spagnuoli, rifugiato in quella poco forte fortezza; che questa appunto era stata la mira del marchese di Castellar. Trovaronsi in esso castello ventiquattro cannoni, quattro mortari, ed altri militari attrezzi e munizioni.

Solamente nel dì 19 d'aprile per cagion delle frequenti pioggie poterono le soldatesche del re di Sardegna aprire la breccia sotto Valenza. Era diretto quell'assedio dal principe di Baden Durlach, e coperto dal barone di Leutron, dichiarato ultimamente generale di fanteria. Continuarono le offese contro di quella piazza sino al dì 2 di maggio, nel quale dopo avere i Piemontesi presa la strada coperta ed aperta la breccia, si vide quel presidio obbligato ad esporre bandiera bianca. V'erano dentro circa mille e cinquecento difensori, ai quali toccò di restar prigionieri. Dai Franzesi intanto occupata fu la città di Acqui; ma acquisto che durò ben poco. Avea già ottenuto il generale Gages l'intento suo di disimbrogliare da Parma il marchese di Castellar; e nulla a lui giovando il fermarsi più lungamente alle rive del Taro, dove patì gran diserzione di sua gente, finalmente nel dì 5 di maggio levò il campo, e s'inviò verso il fiume Nura in vicinanza maggiore a Piacenza, per quivi cominciare un altro giuoco. S'innoltrò per questo anche l'armata austriaca sino a Borgo San Donnino, con estendersi poi a poco a poco più oltre, cioè a Firenzuola, e di là sino alla Nura. Riuscì agli Usseri che inseguivano nella loro ritirata gli Spagnuoli, di sorprendere in mezzo ai loro corpi tutto il bagaglio del duca di Modena, per essersi a cagion d'un equivoco, messo in viaggio senza aspettare l'armata: argenterie, cavalli, muli e carrozze, tutto andò. Non consiste la gloria de' prodi condottieri d'armate solo in dar con vantaggio delle battaglie, ma anche nella maestria di ordire stratagemmi in danno de' nemici. Ben istruito di questo mestiere si mostrò in più congiunture il generale conte di Gages. Avea egli spediti innanzi verso Piacenza varii distaccamenti, consistenti in dieci mila combattenti, col pretesto di scortare il bagaglio; e ordinato che sotto essa città di Piacenza si preparasse loro uno stabile quartiere; nè se n'erano accorti gli Austriaci, esistenti di qua da Po. Prima nondimeno aveano avuto ordine circa cinque mila tra fanteria e cavalleria tedesca di passare da Pizzighettone a Codogno, e di postarsi quivi per vegliare agli andamenti degli Spagnuoli; i quali, per avere sul Po a Piacenza un ben fortificato ponte, avrebbero potuto recare insulti al di là da Po. Alla testa d'essi v'erano i generali Cavriani e Gross. Contra di questo corpo di gente erano indirizzate le segrete mene del conte di Gages. Appena giunto a Piacenza il tenente generale Pignatelli fece vista di disfare il ponte suddetto: il che servì ad addormentare i nemici. Poscia rimesso il ponte nella notte del dì 5 di maggio vegnendo il 6, colla maggior parte de' suddetti Spagnuoli passò alla sordina di là dal Po. Dopo avere avviluppati e sorpresi i picchetti avanzati de' nemici, senza che questi potessero recarne avviso alcuno ai lor comandanti, inaspettato arrivò la mattina seguente addosso a' Tedeschi, esistenti in Codogno, che allora faceano l'esercizio militare. Come poterono, si misero questi in difesa con sei cannoni ed alcuni falconetti carichi a cartoccio, che erano sulla piazza; ma avanzatisi gli Spagnuoli con baionetta in canna, e impadronitisi di que' bronzi, gli obbligarono a ritirarsi parte ne' chiostri e parte nelle case e nel palazzo Triulzio, dove per quattro ore valorosamente si sostennero facendo fuoco. Ma in fine soperchiati dal maggior numero de' nemici, quei ch'erano restati in vita per mancanza di munizioni si renderono prigioni. Quasi due mila furono i prigioni, circa mille e quattrocento i morti e feriti; e il resto trovò scampo nella fuga. La perdita dalla parte degli Spagnuoli non si potè sapere. Restarono in loro potere dieci bandiere, due stendardi, i suddetti cannoni e i bagagli di quelle genti, a riserva di quello del general Gross, che, nel darsi per vinto, salvò il suo e quello degli altri uffiziali ch'erano con lui. Se ne tornarono con tutto comodo i vincitori a Piacenza, nè dimenticarono di condurre colà quanti grani, foraggi e bestie bovine poterono cogliere nel loro ritorno.

Erasi postato l'esercito spagnuolo sotto Piacenza, e quivi fortificato con buoni trincieramenti, guerniti di molta artiglieria. Gran copia ancora di cannoni si stendeva sulle mura della città. Passata la spianata, ch'è intorno ad essa città, e sulla strada maestra dalla parte di levante, stava situato il seminario di San Lazzaro, fabbrica grandiosa, eretta con grandi spese dal cardinale Alberoni, per quivi educare gratis e istruire i cherici di Piacenza sua patria. In quel magnifico edifizio furono posti di guardia due mila Spagnuoli, ed alzate fortificazioni all'intorno. Ma da che l'esercito austriaco ebbe passata la Nura, ansioso d'accostarsi il più che fosse possibile a Piacenza, determinò di sloggiare di colà i nemici. Pertanto nel dì 18 di maggio si avanzarono alla volta d'esso seminario alcuni battaglioni con artiglierie, e tutta la prima linea dell'armata si mise in ordine di battaglia per sostenerli, con risoluzione ancora di venire ad un fatto d'armi, se fossero accorsi gli Spagnuoli, per maggiormente contrastare quel sito. Ma eglino punto non si mossero; e però, dopo avere quel presidio mostrato per un pezzo la fronte agli aggressori, prese il partito di cedere il luogo, con ritirarsi alla città. Le cannonate contra d'essa fabbrica sparate dagli Austriaci per impadronirsene, e poi le altre degli Spagnuoli per incomodargli, dappoichè se ne furono impadroniti, sommamente danneggiarono, anzi ridussero quasi come uno scheletro quel grande edifizio. Il cardinale, che costante volle dimorare in Piacenza, senza punto alterarsi o scomporsi, ne mirò l'eccidio. Con tale acquisto si stese la prima linea degli Austriaci in vicinanza del seminario suddetto; dalla parte ancora della collina furono tolte agli Spagnuoli alcune cascine, il castello di Ussolengo, ed altri siti sino alla Trebbia; sicchè da quella parte ancora fu ristretta Piacenza. Alzatesi poi a San Lazzaro da' Tedeschi alcune batterie di cannoni e mortari, cominciarono nel fine del mese di maggio colle bombe ad infestare la città; così che convenne a quegli abitanti di evacuare i monisteri e le case dalla parte orientale della medesima, benchè in fine si riducesse a poco il loro danno per la troppa lontananza delle batterie e de' mortari nemici. Riuscì ancora nel dì 4 di giugno agli Austriaci di occupare di là dalla Trebbia a forza d'armi il castello di Rivalta, con farvi prigionieri circa cinquecento uomini di fanteria ed alcuni pochi di cavalleria. Anche Monte Chiaro si arrendè ai medesimi Austriaci.

Certo è che non poco svantaggiosa oramai compariva la situazion degli Spagnuoli, perchè confinati nell'angustie dei loro trincieramenti intorno alla città, e colla comunicazione di Genova, divenuta pericolosa per le scorrerie degli Usseri. Peggiore senza paragone si scorgeva lo stato di quella cittadinanza, chiusa entro le mura, col suo territorio e poderi tutti in mano dei nemici, senza speranza di ricavarne alcun fruito, e colla sicurezza di ritrovar la desolazione dappertutto. Scarseggiavano essi in oltre di viveri, senza potersene provvedere, al contrario degli Spagnuoli, che pel ponte del Po scorrendo di tanto in tanto nel Lodigiano e Pavese, ne riscotevano contribuzioni, e ne asportavano bestiami ed altre vettovaglie per loro uso. Ma nè pure dal canto loro aveano di che ridere gli Austriaci, perchè imbrogliati dalla sagacità del generale conte di Gages, che, coll'essersi posto a cavallo del Po, frastornava ogni loro progresso, e gli obbligava a tener divise le loro forze nel di qua e nel di là. Se avessero voluto ingrossarsi molto sul Piacentino, avrebbero lasciati troppo esposti alle scorrerie e ai tentativi degli Spagnuoli i territorii di Lodi, Pavia e Milano. E se infievolivano l'oste di qua, per soccorrere il di là, si poteano aspettare qualche brutto scherzo dai nemici, ai quali era facile l'unirsi tutti in Piacenza. Cagion fu questa divisione che sul principio di giugno liberamente scorse un grosso distaccamento di Spagnuoli sino a Lodi. Entrato nella città, ne fece chiudere tosto le porte; volle il pagamento della diaria per due mesi; occupò tutto il danaro dei dazii e della cassa regia, ed intimò una contribuzione al pubblico. Poscia preso quanto di sale, farina, legumi, formaggio e carne porcina si trovò in quelle botteghe e magazzini, dopo avere ordinato che coll'imposta contribuzione fossero soddisfatti i particolari, tutto portarono a salvamento in Piacenza.

Mentre in questa inazione dimoravano intorno a Piacenza le due nemiche armate, nel dì 13 di giugno si cominciò a prevedere qualche novità, stante l'essersi mosso con tutta la sua gente (erano circa dodici mila combattenti) il maresciallo di Maillebois alla volta di Piacenza. Schivò egli nella marcia le truppe del re di Sardegna che erano in moto contra di lui. Per aver egli abbandonato Novi, ricca terra de' Genovesi, non trovarono difficoltà i Piemontesi ad entrarvi, ed imposero tosto a quel popolo una contribuzione di ducento mila lire di Genova. Si spinsero ancora sotto Serravalle, terra già del Tortonese, e ceduta dai Gallispani ai Genovesi. Nel dì 14 s'unirono con gli Spagnuoli in Piacenza le truppe suddette franzesi; colà ancora erano stati richiamati tutti i distaccamenti inviati di là da Po. Non mancarono spie che riferirono all'esercito austriaco questi andamenti dei Gallispani, nè molto studio vi volle per comprendere la lor voglia di venire ad un fatto d'armi. Il perchè notte e giorno stettero in armi i Tedeschi, per non essere colti sprovvisti, e fu chiamato da Firenzuola il supremo comandante principe di Lictenstein, che colà trasferitosi per cercare riposo alla sua indisposizione d'asma, avea lasciata la direzion dell'armi, al marchese Antoniotto Botta Adorno, cavaliere di Malta, generale di artiglieria, a cui per l'anzianità del grado conveniva appunto quel comando. Fu anche richiamata al campo la maggior parte della gente comandata dal generale Roth, che era a Pizzighettone. Dappoichè nel dì 15 di giugno ebbero preso riposo le truppe franzesi, e dopo avere il maresciallo di Maillebois, il duca di Modena e il generale Gages nel consiglio di guerra tenuto in camera del real infante don Filippo, stabilita la maniera di procedere al meditato conflitto, sull'imbrunir della sera cominciarono ad ordinare col maggior possibile silenzio le loro schiere; formando tre principali colonne, per assalire da tre parti il campo tedesco. Tale era il loro disegno. L'ala diritta, comandata dal Maillebois coi Franzesi, rinforzati da alquanti battaglioni e squadroni spagnuoli, dovea pervenire alla collina, e, dietro ad essa camminando, assalire alla schiena il nemico accampamento, dove nè buoni trincieramenti, nè preparamento di artiglierie si ritrovavano. Dovea fare altrettanto l'ala sinistra, marciando al Po morto per le due vie, l'una maestra e l'altra più breve, che da Piacenza guidano verso Cremona. Il centro o sia corpo di battaglia, che era in faccia al seminario di San Lazzaro sulla via maestra o sia Claudia, dovea tenere a bada ed occupar l'altre forze degli Austriaci, la prima linea de' quali era postata in vicinanze d'esso seminario, e la seconda non molto distante dal fiume Nura. Conto si facea che l'oste austriaca ascendesse a circa trentacinque o quaranta mila combattenti, e la gallispana a quarantacinque mila; se non che voce comune correa fra essi Spagnuoli e Franzesi d'esser eglino superiori di quindici mila persone ai nemici; talmente che, attesa la decantata presunzione, che i più vincono i meno, non si può dire con che allegria e coraggio uscissero di Piacenza e fuori de' lor trincieramenti le truppe gallispane, parendo a ciascuno di andare non ad un pericoloso cimento, ma ad un sicuro trionfo. All'oste austriaca non mancarono sicuri avvisi di quanto meditavano i nemici, e però si trovarono ben preparati a quella fiera danza.

Sulla mezza notte adunque precedente il dì 16 di giugno marciò segretamente il maresciallo franzese Maillebois colle sue milizie, e dopo aver occupato Gossolengo, credette di prendere il giro sotto la collina; ma o perchè mal guidato, o perchè non fossero a lui noti tutti i posti avanzati de' Tedeschi, andò ad urtare in alcune cascine guernite dai medesimi, e quivi si cominciò a far fuoco, e a metter l'all'armi in tutto il campo austriaco. Oltre alla strage di molti Schiavoni, Usseri ed altri, che erano, o accorsero in quella parte, fecero prigionieri circa quattrocento uomini, che tosto inviarono alla città con due piccioli pezzi di cannone presi: il che fece credere in Piacenza già sbaragliati i nemici. Tutti poi in galleria pel primo buon successo, marciarono verso la strada di Quartizola, dove il generale austriaco conte di Broun, che comandava l'ala sinistra, gli stava aspettando con alquanti cannoni d'un ridotto carichi a cartoccio. Non sì tosto si presentarono sul far del giorno i Franzesi ai trincieramenti nemici, che furono salutati con lor grave danno da quei bronzi. Ciò non ostante, a' fianchi e alla schiena assalirono i ridotti degl'Austriaci, e il conflitto fu caldo, ma senza che essi potessero superar i gran fossi della circonvallazione. Trovandosi all'incontro esposti alle palle due o tre de' migliori reggimenti Tedeschi di cavalleria, ed impazientatisi, chiesero più d'una volta al generale Lucchesi di poter uscire in aperta campagna contra de' Franzesi. Bisognò in fine di esaudirli. Stupore fu il vedere come questi cavalli passarono un alto e largo fosso del canale di San Bonico, e s'avventarono contro la fanteria franzese. Non aveva quivi seco il Maillebois che circa cinquecento cavalli, essendo restato addietro il maggior nerbo della sua cavalleria: del che può essere che fusse a lui poscia fatto un reato di poco maestria di guerra nella corte di Francia. Caricata dunque la fanteria franzese dall'urto della nemica cavalleria, maraviglia non è, se cominciò a piegare e a ritirarsi il meglio che potè, ma con grave sua perdita e danno. In meno di tre ore terminò quivi il combattimento, e con ciò rimasta libera l'ala sinistra degli Austriaci, potè somministrar poscia de' rinforzi alla destra, la quale nello stesso tempo era stata assalita a' fianchi dagli Spagnuoli condotti dal generale conte di Gages e da altri lor generali.

Quivi fu il maggior calore delle azioni guerriere, e durò il fiero combattimento fin quasi alla sera. Aveano essi Spagnuoli con gran fatica passato il Po morto; dopo di che si scagliarono contro i ridotti del campo nemico; alcuni ne presero, e s'impadronirono di qualche batteria; ma vennero anche costretti dalla forza degli avversarii a retrocedere. Per più volte rinovarono gli assalti e progressi con far tali maraviglie di valore, spezialmente i soldati valloni, che confessarono dipoi gli stessi Austriaci di essere stati più volte sull'orlo di vedere dichiarata la fortuna per gli Spagnuoli. Ma così forte resistenza fecero, e buon provvedimento diedero da quella parte i generali Berenclau e Botta Adorno, che furono in fine respinti gli aggressori, e posto fine allo spargimento del sangue. Fu detto che anche il centro di battaglia de' Gallispani s'inoltrasse verso il seminario di San Lazzaro, e che ancora se ne impadronisse; ma che dal conte Gorani fosse bravamente ricuperato quel sito. Altri v'ha che niegano tal fatto. Bensì è certo che il general comandante principe di Lictenstein in questo terribil conflitto accudì a tutte le parti, esponendo sè stesso anche ai maggiori pericoli; e da che gli fu ucciso sotto un cavallo, allora prese la corazza. Sentimento ancora fu di alcuni, che se gli Spagnuoli avessero condotta seco la provvision necessaria di assoni e fascine, per passare i fossi profondi e pieni d'acqua degli Austriaci, avrebbero probabilmente cantata la vittoria. Comunque ciò fosse, convien confessare che non giuocarono a giuoco eguale queste due armate. Tenevano i Tedeschi per tutto il campo loro delle buone fortificazioni, de' fossi e contraffossi pieni d'acqua, e dei ridotti ben guerniti di artiglierie. Negli stessi fossi sott'acqua erano posti cavalli di Frisia, nei quali s'infilzava o imbrogliava chi si metteva a passarli. Trovaronsi anche le truppe tedesche non sorprese, ma ben preparate e disposte al combattimento. Il generale conte Pallavicini comandando la seconda linea, senza che fosse più frastornato dai nemici, inviava di mano in mano rinforzi a chi ne abbisognava. Questa vantaggiosa situazion di cose quanto giovò ad essi, altrettanto pregiudicò agli sforzi de' Gallispani, obbligati ad andare a petto aperto contro la tempesta dei cannoni e fucili nemici, e fermati di tanto in tanto da' ridotti e fossi suddetti, per cagion de' quali poco potè la lor cavalleria far mostra del suo valore. Però avendo anch'essi provato che non si potea superare quella forte barriera di uomini, cavalli, artiglierie e fortificazioni, finalmente tanto essi che i Franzesi se ne tornarono in Piacenza con volto e voce ben diversa da quella con cui ne erano usciti.

Non si potè mettere in dubbio che la vittoria restasse agli Austriaci, e fossero giustamente cantati i loro Te Deum. Imperciocchè, oltre all'esser eglino rimasti padroni del campo, guadagnarono qualche pezzo di cannone, e più di venti fra bandiere e stendardi, e una gravissima percossa diedero alla nemica armata. Fu creduto che intorno a cinque mila fossero i morti dalla parte de' Gallispani, più di due mila i prigionieri sani, e almeno due mila i feriti, che rimasti sul campo furono anch'essi presi per prigioni, e rilasciati poscia ai nemici uffiziali. Pretesero altri di gran lunga maggiore la loro perdita. Spezialmente delle guardie vallone e di Spagna, e di due reggimenti franzesi, pochi restarono in vita. Chi ancora dal canto di essi volle disertare, seppe di questa occasione ben prevalersi, e furono assaissimi. Quanto agli Austriaci, si sa che alcuni loro reggimenti rimasero come disfatti; ma le relazioni d'essi appena fecero ascendere il numero de' lor morti, feriti e prigionieri a quattro mila persone. Sparsero voce all'incontro gli Spagnuoli di aver fatto prigioni in tale occasione più di mille e cinquecento nemici. Se ne può dubitare. Certo è che i Franzesi si dolsero degli Spagnuoli, ma questi ancora molto più si lamentarono de' Franzesi, rovesciando gli uni su gli altri la colpa della male riuscita impresa. Il più sicuro indizio nondimeno degli esiti delle battaglie, e de' guadagni e delle perdite, si suol prendere dai susseguenti fatti. Certo è che i Gallispani, benchè tanto indeboliti, pure o per necessità, o per far credere che un lieve incomodo avessero sofferto nella pugna suddetta, più vigorosi che mai si fecero conoscere poco dipoi. Cioè quasichè nulla temessero, anzi sprezzassero il campo nemico assediatore di Piacenza, da che ebbero lasciato un sufficiente corpo di gente alla difesa delle loro straordinarie fortificazioni, con più di dieci mila combattenti passato sui loro ponti il Po, si stesero a Codogno, San Colombano ed altri luoghi del Lodigiano. Un corpo ancora di Franzesi passò il Lambro, per raccogliere foraggi dal Pavese. Trovossi allora la città di Lodi in gravissimi affanni, perchè, entrativi gli Spagnuoli, richiesero a quel popolo quindici mila sacchi di grano, altrettanti di avena o segala, e sei mila di farina, e tutto nel termine di due giorni. Colà eziandio comparvero più di tre mila muli per caricar tanto grano, e condurlo al loro quartier generale di Fombio e a Piacenza: città divenuta in questi tempi un teatro di miserie. Piene erano tutte le case di feriti; per le strade abbondavano le braccia e gambe tagliate, e i cadaveri de' morti; gran fetore dappertutto; e intanto il povero popolo faceva le crocette per la scarsezza de' viveri. Buona parte de' religiosi non potendo reggere in tali angustie, e non pochi ancora dei nobili si ritirarono chi a Milano, chi a Crema, ed altri luoghi. Chiunque non potè di meno, rimase esposto a molti involontarii digiuni. Nelle precedenti guerre aveano le città di Piacenza e Parma goduto di molte esenzioni e privilegii: ecco che secondo le umane vicende sopra di loro piovvero a dismisura i disastri, ma più senza comparazione sulla prima che sulla seconda. Fra Piacenza e Genova era in questi tempi interrotta ogni comunicazione, attesa la permanenza delle soldatesche piemontesi in Novi.

Ancorchè non desistessero gli Austriaci di tenersi forti e copiosi nei loro trincieramenti sotto Piacenza, minacciando scalate ed altri tentativi, pure il teatro della guerra parea trasportato di là da Po sul Lodigiano sino al Lambro e all'Adda. Quivi gli Spagnuoli dall'un canto e i Franzesi dall'altro faceano alla lunga e alla larga da padroni coll'esterminio di quei poveri contadini ed abitanti, ai quali nulla si lasciava di quello che serviva al bisogno del campo e alla particolare avidità d'ogni soldato. Giugnevano i loro distaccamenti a Marignano, e fino in vicinanza di Milano e Pavia, mettendo quel paese tutto in contribuzione. Gran suggezione ancora recavano al forte della Ghiara, anzi allo stesso Pizzighettone; giacchè aveano gittato un ponte sull'Adda, e ricavavano da Crema co' loro danari molte provvisioni, delle quali abbisognavano. Per ovviare a questi andamenti degli Spagnuoli, furono spediti grossi rinforzi di gente al generale Roth comandante in Pizzighettone, e si accrebbero le guernigioni di Cremona e Guastalla. E perciocchè si prevedeva che, a lungo andare, non avrebbero potuto sussistere i Gallispani in quel ristretto territorio, senza più potere ricevere nè genti, nè munizioni da guerra da Genova; corse sospetto che i medesimi potessero tentare di mettersi in salvo col passare o di qua o di là dell'Adda verso il Cremonese e Mantovano. Ma queste erano voci del solo volgo. Intanto il re di Sardegna, seriamente pensando ai mezzi più pronti per procedere contro i Gallispani, venne col nerbo maggiore delle sue forze verso la metà di luglio alla Trebbia, e fece con tal diligenza gittare un ponte sul Po a Parpaneso, e passare di là il generale conte di Sculemburgo con assai milizie, che si potè assicurarne la testa, ed essere in istato di ripulsare i nemici, se fossero venuti per impedirlo, siccome seguì, ma senza alcun profitto. Ciò eseguito, nel dì 16 di luglio gli Austriaci accampati sotto Piacenza, dopo aver fatto spianare i loro ridotti e batterie, e messe in viaggio tutte le artiglierie, munizioni e bagagli, levarono il campo, e s'inviarono alla volta della Trebbia, abbandonando in fine i contorni della misera città di Piacenza. Prima di mettersi in viaggio, minarono il seminario di San Lazzaro, per farlo saltare in aria; non ne seguì già il rovesciamento da essi preteso: tuttavia qualche parte ne rovinò, e se ne risentirono tutte le muraglie maestre, riducendosi quel grande edifizio ad uno stato compassionevole, benchè non incurabile. Fermossi l'oste austriaca alla Trebbia, e i generali marchese Botta Adorno, conte Broun e di Linden, colla uffizialità maggiore si portarono ad inchinare il re di Sardegna, il quale assunse il comando supremo di tutta l'armata. Tennesi poi fra loro un consiglio generale di guerra, a fine di determinar le ulteriori operazioni della presente campagna. Per l'allontanamento de' Tedeschi ognun crederebbe che si slargasse di molto il cuore agl'infelici Piacentini dopo tanti patimenti sofferti in così lungo assedio. Ma appena poterono eglino passeggiar liberamente per li contorni, che videro un orrido spettacolo di miserie, nè trovarono se non motivi di pianto. Per più miglia all'intorno quelle case che non erano diroccate affatto, minacciavano almeno rovina; erano fuggiti i più de' contadini; perite le bestie; si scorgeva immensa la strage degli alberi. E come vivere da lì innanzi, essendo in buona parte mancato il raccolto presente, e tolta la speranza di ricavarne nell'anno appresso, non restando maniera di coltivar le terre? Molto oro, non si può negare, sparsero gli Spagnuoli per le botteghe di quella città, per provvedersi massimamente di panni e drapperie; ma il resto del popolo languiva per la povertà e penuria de' grani. Per sopraccarico venuti i Franzesi, nè potendo ottenere dagli Spagnuoli frumento o farine, richiesero, sotto pena della vita, nota fedele di quanto se ne trovava presso dei cittadini; e ne vollero la metà per loro. Non andarono esenti dalla militar perquisizione nè pure i monisteri delle monache.

In questa positura erano gli affari della guerra in Lombardia, quando eccoti portata da corrieri la nuova d'una peripezia che ognun conobbe d'incredibile importanza per la Francia, e per chiunque avea sposato il di lei partito. Il Cattolico monarca delle Spagne Filippo V godeva al certo buona salute; ma per la mente troppo affaticata in addietro era divenuto, per così dire, una pura macchina. Assisteva a' consigli, ma più per testimonio che per direttore delle risoluzioni. Queste dipendevano dal senno de' suoi ministri, e più dai voleri della regina consorte Elisabetta Farnese, i cui principali pensieri tendevano sempre all'esaltazione de' proprii figli. Da molti anni in qua usava il re di fare di notte giorno, costume preso allorchè soggiornò in Siviglia. Nel dopo pranzo adunque del dì 9 di luglio, quando stava per levarsi di letto, fu sorpreso da un mortale deliquio, alcuni dissero di apoplessia, ed altri di rottura di vasi, che in sette minuti il privò di vita. Mancò egli fra le braccia della real consorte in età di anni sessantadue, sei mesi e giorni venti, essendo inutilmente accorsi i medici e il confessore. Morto ancora il trovarono i reali infanti. Lasciò questo monarca fama di valore, per avere ne' tanti sconcerti passati del regno suo intrepidamente assistito in persona alle militari imprese; maggiore nondimeno fu il concetto che restò dell'incomparabile sua pietà e religione, in ogni tempo conservata, con pari tenore di vita, talmente che fu creduto esente da qualunque menoma colpa di piena riflessione. Tanto nondimeno i suoi popoli che i suoi avversarii notarono in lui peccata Caesaris, per le tante guerre non necessarie che impoverirono i suoi sudditi con arricchir gli stranieri, e per la poca fermezza ne' suoi trattati. Ma son soggetti anche i buoni regnanti alla disavventura di aver ministri che sanno dar colore di giustizia ai consigli dell'ambizione, e far credere la ragione di Stato una legge superiore a quella del Vangelo. A così glorioso regnante succedette il real principe d'Asturias don Ferdinando, figlio del primo letto, nato nell'anno 1713 a dì 23 di settembre da Maria Luisa Gabriella di Savoia. Avea questo nuovo monarca fin l'anno 1729 sposata l'infante donna Maria Maddalena di Portogallo; e per quanto appariva agli occhi degli uomini, gareggiava col padre, se non anche andava innanzi, nella pietà e religione. Gran saggio diede egli immediatamente dell'animo suo eroico, col confermare tutte le cariche (anche mutabili) conferite dal re suo genitore, e fin quelle di chi avea poco curata, anzi disprezzata, la di lui persona in qualità di principe ereditario. Vie più ancora si diede a conoscere l'insigne generosità del suo cuore pel gran rispetto e per le finezze ch'egli usò verso la regina sua matrigna, approvando per allora tutti i lasciti a lei fatti dal re defunto, e non volendo ch'ella si ritirasse in altra città, ma soggiornasse in Madrid; al qual fine la provvide per lei e pel cardinale infante di due magnifici palagi uniti, e di tutti i convenevoli arredi del lutto. Osservossi eziandio in lui (cosa ben rara) un tenero amore verso de' suoi reali fratelli, e massimamente verso dell'infante don Carlo re delle Due Sicilie. Per conto poi d'essa real matrigna, e per varii assegnamenti fatti dal re defunto, si presero col tempo delle alquanto diverse risoluzioni.

Arrivata la nuova di questo inaspettato avvenimento in Italia e in tutti i gabinetti d'Europa, svegliò la gioia in alcuni, il timore in altri, riflettendo ciascuno che poteano provenire mutazioni di massime, essendo sopra tutto insorta opinione che questo principe, perchè nato in Ispagna, tuttochè della real casa di Borbone, sarebbe re spagnuolo, e non più franzese; e che la Spagna uscirebbe di minorità e tutela, quasichè in addietro nel gabinetto di Madrid dominasse al pari che in quello di Versaglies, la corte di Francia. Non passò certamente gran tempo che gl'Inglesi, con rivolgersi al re di Portogallo, per mezzo suo cominciarono a far gustare al nuovo re proposizioni di concordia e pace. Men diligenti non furono al certo i Franzesi a mettere in ordine le batterie della loro eloquenza, per contenerlo nella già contratta alleanza: con qual esito, si andò poi a poco a poco scoprendo. Ma in questi tempi un altro impensato accidente riempiè di duolo la corte di Francia. Si era già sgravata col parto d'una principessa la moglie del delfino di Francia Maria Teresa, sorella del nuovo monarca spagnuolo; quando sopraggiunta una febbre micidiale, nel termine di tre giorni troncò lo stame del di lei vivere nel dì 23 di luglio in età di poco più di vent'anni. Andava intanto il re di Sardegna insieme co' generali tedeschi meditando qualche efficace ripiego, per costringere i Gallispani ad abbandonare la città e l'afflitto territorio di Lodi. Fu perciò ordinato al generale conte di Broun di passare il Po a Parpaneso con un grosso corpo d'armati, e di occupare la riva di là del Lambro. Sul principio d'agosto anche lo stesso re sardo colle maggiori sue forze passò colà a fine di ristrignere gli Spagnuoli non men da quella parte che da quella di Pizzighettone. Uniti poscia i Piemontesi ed Austriaci ebbero forza di passare sull'altra parte del Lambro, e di piantare due ponti su quel fiume, alla cui sboccatura s'era fortificato il maresciallo di Maillebois, stando a cavallo del medesimo. Furono cagione tali movimenti che gli Spagnuoli si ritirarono dall'Adda. Abbandonato anche Lodi, inviarono a Piacenza le loro artiglierie e munizioni, raccogliendosi tutti a Codogno e Casal Pusterlengo. Precorse intanto voce che per l'ordine del novello re di Spagna Ferdinando VI circa sei mila Spagnuoli, già mossi per passare in Italia, non progredissero nel viaggio, e fosse anche fermata gran somma di danaro, che s'era messo in cammino a questa volta: tutti preludii di cangiamento d'idee in quella corte.

Non poteano in fine più lungamente mantenersi nel di là da Po i Gallispani, troppo inferiori di forze ai loro avversarii, perchè sempre più veniva meno il foraggio con altre provvisioni, nè adito restava di procacciarsene senza pericolo. Stavano i curiosi aspettando di vedere qual via essi eleggerebbono, cioè se quella di ritirarsi verso Genova, o pure d'inviarsi alla volta di Parma; nè mancavano gli Austriaco-Sardi di stare attenti a qualunque risoluzione che potesse prendere la nemica armata; al qual fine il generale marchese Botta Adorno con più migliaia di Tedeschi s'era postato di qua dalla Trebbia verso la collina, per accorrere, ove il chiamasse la ritirata de' Gallispani. Fu anche spedito il conte Gorani con alcune compagnie di granatieri e di cavalleria al ponte di Parpaneso per vegliare agli andamenti de' nemici, caso che tentassero di voler passar il Po verso la bocca del Lambro, e per dar loro anche dell'apprensione. Tennero intanto i Gallispani consiglio segreto di guerra, per uscire di quelle strettezze. Fu detto che fossero diversi i sentimenti del consiglio di guerra, e fra gli altri del Gages e Maillebois, tra' quali passarono parole assai calde. Proponeva il Gages di ridursi in Piacenza, dove non mancavano provvisioni per due ed anche per tre settimane, persuaso che i nemici per mancanza di foraggi non avrebbero potuto fermarsi di là dalla Trebbia; nè a cagion del puzzo tornare sotto Piacenza: sicchè sarebbe restato libero il ritirarsi a Tortona. Ma prevalse in cuore del reale infante il parere del Maillebois, perchè creduto migliore, o perchè parere franzese. Nella notte dunque precedente al dì 9 di agosto i Gallispani, lasciate scorrere pel fiume Lambro nel Po le tante barche da loro adunate, con somma diligenza si diedero a formar due ponti sopra esso Po, e per tutto quel giorno attesero a passare di qua coll'intera loro armata, cannoni e bagaglio; e nella notte e dì seguente, dopo avere rotti i ponti, cominciarono a sfilare alla volta di Castello San Giovanni. Ma essendo giunto l'avviso della loro ritirata al suddetto generale marchese Botta, prese egli una risoluzione non poco ardita, e che fu poi scusata per la felicità del successo: cioè di portarsi ad assalire i nemici, tuttochè il corpo suo forse non giugnesse a sedici mila armati; laddove quel de' nemici si faceva ascendere a ventisette mila, computati quei che nello stesso dì uscirono di Piacenza. Contro le istruzioni a lui date era prima passato di qua dal Po pel ponte di Parpaneso il conte Gorani col suo picciolo distaccamento. Per farsi onore, fu egli il primo a pizzicare la retroguardia dei Gallispani, che era pervenuta a Rottofreddo in vicinanza del picciolo fiume Tibone; e all'incontro di mano in mano che andavano arrivando i battaglioni del generale Botta, entravano in azione. Fu dunque obbligata la retroguardia suddetta a voltar faccia, e a tenersi in guardia, colla credenza che ivi fosse tutto il forte degli Austriaci, cioè senza avvedersi di combattere sulle prime contra di pochi, che si poteano facilmente avviluppare o mettere in rotta. Andò perciò sempre più crescendo il fuoco, finchè giunti tutti i Tedeschi, divenne generale il conflitto. Fu spedito all'infante, pervenuto già col duca di Modena e col corpo maggiore di sua gente a Castello San Giovanni, acciocchè inviasse soccorso, siccome fece, con alcuni reggimenti di cavalleria. Era allora alto il frumentone, o sia grano turco; coperti da esso combattevano i fucilieri tedeschi. Giocavano la artiglierie, e massimamente una batteria di quei cannoni alla prussiana, che presto si caricano, nè occorre rinfrescarli che dopo molti tiri, posta dagli Austriaci sopra un picciolo colle caricata a sacchetti. Appena si accostarono alla scoperta le nemiche schiere, che con orrida gragnuola si trovarono flagellate. Per più ore durò il sanguinoso cimento; rispinta e più di una volta fu messa in fuga la fanteria tedesca dalla cavalleria spagnuola; finchè giunto a quella danza anche il marchese di Castellar, che seco conduceva il presidio di Piacenza, consistente in cinque mila combattenti, gli Austriaci si ritirarono, tanto che potè l'oste nemica continuare il viaggio, e giugnere in secreto al suddetto castello di San Giovanni. Si venne poscia ai conti, e fu creduto che restassero sul campo tra morti e feriti quasi quattromila Gallispani, e che almeno mille e ducento fossero i rimasti prigioni, senza contare quei che disertarono; perciocchè abbondando l'oste spagnuola della ciurma di molte nazioni, non mai succedeva fatto d'armi o viaggio, che non fuggisse buona copia di essi. Restò il campo in poter dei Tedeschi con circa nove cannoni, e undici tra bandiere e stendardi; ma in quel campo si contarono anche di essi tra estinti e feriti circa quattro mila persone. Vi lasciò la vita fra gli altri uffiziali il valoroso generale barone di Berenclau, e tra i feriti furono i generali Pallavicini, conte Serbelloni, Voghtern, Andlau e Gorani. Di più non fecero i Gallispani, perchè loro intenzione era non di decidere della sorte con una battaglia, ma bensì di mettere in salvo i loro sterminati bagagli, e di ritirarsi. Fu nondimeno creduto che se il conte di Gages avesse saputa l'inferiorità delle forze nemiche, potuto avrebbe in quel giorno disfare l'armata tedesca.

Non sì tosto ebbe fine l'atroce combattimento, che sull'avviso della secreta partenza del marchese di Castellar da Piacenza un distaccamento austriaco si presentò sotto quella città, e ne intimò immediatamente la resa; e perchè non furono pronti i cittadini a spalancar le porte, per aver dovuto passar di concerto coi Gallispani, ivi rimasti o malati o feriti, si venne alle minaccie d'ogni più aspro trattamento. Uscirono in fine i deputati della città, e dopo aver giustificati i motivi del loro ritardo, fu conchiuso il pacifico ingresso de' Tedeschi nella medesima sera, con rilasciare libero il bagaglio alla guernigione gallispana tanto della città che del castello, la quale restò in numero di ottocento uomini prigioniera di guerra. Vi si trovò dentro più di cinque mila (altri scrissero fino ad otto mila) tra invalidi, feriti ed infermi, compresi fra essi quei della precedente battaglia; più di ottanta pezzi di grosso cannone, oltre ai minori; trenta mortari, e quantità grande di palle, bombe, tende ed altri militari attrezzi, con varii magazzini di panni e tele, di grano, riso e fieno entro e fuori delle mura. Presero gli Austriaci il possesso di quella città; ed ancorchè nei dì seguenti vi entrassero i ministri, e un corpo di gente del re di Sardegna che ne ripigliò il civile e militare governo, pure anch'essi continuarono ivi il loro soggiorno per guardia delle artiglierie e de' magazzini, finchè si ultimasse la proposta divisione di tutto, cioè della metà d'essi per ciascuna delle corti. Allora fu che veramente sotto l'afflitta città di Piacenza ebbe fine il flagello della guerra militare; ma un'altra vi cominciò non men lagrimevole della prima. Gli stenti passati, il terrore, ma più di ogni altra cosa il puzzore e gli aliti malefici di tanti cadaveri di uomini e di bestie seppelliti (e non sempre colle debite forme) tanto in quella città che nei contorni, cagionarono una grande epidemia negli uomini: dura pensione provata tante altre volte dopo i lunghi assedii delle città. Ne seguì pertanto la mortalità di molta gente, talmente che in qualche villa non potendo i preti accorrere da per tutto; senza l'accompagnamento loro si portavano i cadaveri alle chiese.

Era già pervenuta a Voghera l'armata gallispana, ridotta, per quanto si potè congetturare, a quattordici mila Spagnuoli e sei mila Franzesi, inseguita sempre e molestata nel viaggio da Usseri e Schiavoni. Giacchè i Piemontesi non aveano voluto aspettare in Novi l'arrivo di tanti nemici, e s'era perciò aperta la comunicazione de' Gallispani con Genova, ed inoltre un corpo di circa otto mila tra Franzesi e Genovesi, condotto dal marchese di Mirepoix, scendendo dalla Bocchetta, era venuta sino a Gavi, per darsi mano con gli altri: venne dal maresciallo di Maillebois e dal generale conte di Gages, nel consiglio tenuto col reale infante e col duca di Modena, fissata l'idea di far alto in essa Voghera; ed ordinato a questo fine che si facesse per tre giorni un general foraggio per quelle campagne. Ma ecco improvvisamente arrivar per mare da Antibo il marchese della Mina, o sia de las Minas, spedito per le poste da Madrid, che giunto a Voghera, dopo aver baciate le mani all'infante don Filippo, presentò le regie patenti, in vigor delle quali, siccome generale più anziano del Gages, assunse il comando dell'armi spagnuole in Lombardia, subordinato bensì in apparenza ad esso infante, ma dispotico poi infatti. Ordinò egli pertanto che tutte le truppe di Spagna si mettessero in viaggio a dì 14 d'agosto alla volta di Genova. Per quanto si opponessero con varie ragioni i Franzesi, non si mutò parere; laonde anch'essi, scorgendo rovesciate tutte le già prese misure, per non restar soli indietro, si videro forzati alla ritirata medesima. Marciava questa armata verso la Bocchetta, e già scendeva alla volta di Genova, facendosi ognuno le meraviglie per non sapere intendere come que' generali pensassero a mantenere migliaia di cavalli fra le angustie e le sterili montagne di quella capitale: quando in fine si venne a svelar l'intenzione del generale della Mina, o, per dir meglio, gli ordini segreti a lui dati dal gabinetto della sua corte, cioè di prender la strada verso Nizza, e di menar le sue genti fuori d'Italia. Di questa risoluzione, che fece trasecolare ognuno, si videro in breve gli effetti; perchè egli, dopo avere spedito per mare tutto quel che potè di artiglierie, bagagli ed attrezzi, senza ascoltar consigli, senza curar le querele altrui, cominciò ad inviare parte delle sue truppe per le sommamente disastrose vie della riviera di Ponente verso la Provenza. L'infante don Filippo e il duca di Modena, rodendo il freno per così impensata e disgustosa mutazione di scena, si videro anch'essi forzati dopo qualche tempo a tener quella medesima via, non sapendo spezialmente il primo comprendere come s'accordassero con tal novità le proteste del fratello re Ferdinando, di avere cotanto a cuore i di lui interessi. Fu allora che non pochi Italiani delle brigate spagnuole non sentendo in sè voglia di abbandonare il proprio cielo, seppero trovar la maniera di risparmiare a sè stessi il disagio di quelle marcie sforzate. Il conte di Gages e il marchese di Castellar s'inviarono innanzi per passare in Ispagna. Era il Castellar richiamato colà. Al Gages fu lasciato l'arbitrio di andare o di restar nell'armata; ma anch'egli andò.

Pareva intanto che gli Austriaco-Sardi facessero i ponti d'oro a quella gente fuggitiva, quasichè non curassero più di pungerla o di affrettarla, come era seguito a Rottofreddo, e bastasse loro di vedere sgravata dalle lor armi la Lombardia. Ma tempo vi volle per ben assicurarsi delle determinazioni de' nemici. Chiarita la ritirata d'essi alla volta di Genova, allora passato il Po, andarono il generale Broun e il principe di Carignano con dodici mila armati ad unirsi a San Giovanni col generale Botta. Mossosi poi di là da Po anche il re di Sardegna, si avanzò sino a Voghera e Rivalta; dove concorsi tutti i generali, tenuto fu consiglio di guerra, e presa la risoluzione di procedere avanti contro di Genova. Opponevasi ai loro passi primieramente Tortona e poi Gavi. Perchè nella prima era restata una gagliarda guernigione di Spagnuoli e Genovesi, e gran tempo sarebbe costato l'espugnazion di quella piazza, solamente si pensò a strignerla con un blocco. A questa impresa furono destinati alquanti battaglioni, la metà austriaci e la metà savoiardi, che si postarono sulla collina contro la cittadella; al piano si stese un corpo di cavalleria. E perciocchè il più della lor gente a cavallo non occorreva per quell'impresa, e molto meno per la meditata di Genova, fu inviata a prendere riposo nel Cremonese, Modenese e Guastallese. Nel 19 d'agosto arrivò la vanguardia tedesca col generale Broun a Novi, bella terra del Genovesato, ma terra troppo bersagliata nelle congiunture presenti e sottoposta di nuovo ad una contribuzione più rigorosa delle precedenti. Il castello di Serravalle assalito dagli Austriaco-Sardi, e perseguitato con due mortari a bombe, non tenne forte che una giornata, e tornò all'ubbidienza del re di Sardegna. Fattesi poi le necessarie disposizioni, si prepararono gli Austriaci per inoltrarsi verso Genova, e nello stesso tempo il suddetto re colla maggior parte delle sue forze s'inviò verso le valli di Bormida ed Orba, per penetrare nella riviera genovese di Ponente verso Savona e Finale, a fine d'incomodar la ritirata de' nemici. Incredibil numero di cavalli perderono gli Spagnuoli nella precipitosa loro marcia per quelle strade piene di passi stretti, balze e dirupi. Tuttochè Gavi, vecchia fortezza, fosse mal provveduta di fortificazioni esteriori, però teneva tal presidio e treno d'artiglieria, che poteva incomodar di troppo i passaggi degli Austriaci, e la lor comunicazione colla Lombardia; fu perciò incaricato il generale Piccolomini di formarne l'assedio; al qual fine da Alessandria furono spediti cannoni e bombe. Intanto verso il fine d'agosto s'inoltrò il grosso dell'armata austriaca per Voltaggio alla volta della Bocchetta, passo fortificato dai Genovesi, e guernito di alquante compagnie d'essi e di Franzesi. Dopo aver fatto i due generali Botta e Broun prendere le superiori eminenze del giogo, inviarono all'assalto di quel sito tre diversi staccamenti di granatieri e fanti; e, se si ha da prestar fede alle relazioni loro, col sacrifizio di soli trecento de' loro uomini forzarono i Genovesi a prendere la fuga coll'abbandono de' cannoni e munizioni che quivi si trovarono. Pretesero all'incontro i Genovesi di avere sostenuto con vigore, e renduto vano il primo assalto degli Austriaci, e si preparavano a far più lunga resistenza, quando furono all'improvviso richiamati dal loro generale i Franzesi. Non avea mancato in questi tempi il maresciallo di Maillebois d'incoraggire il governo di Genova, con fargli sapere l'assistenza delle truppe di suo comando, ed una risoluzione diversa da quella degli Spagnuoli, che tutti in fine erano marciati verso ponente. Ma non durò gran tempo la sua promessa, perchè, vago anch'egli di mettere in salvo sè stesso e tutta la sua gente, la fece sfilare verso la Francia, lasciando in grave costernazione l'abbandonata infelice città di Genova. Il tempo fece dipoi conoscere che dalla corte di Versaglies non dovette essere approvata la di lui condotta, perchè, richiamato a Parigi, fu posto a sedere, e dato il comando di quella molto sminuita armata al duca di Bellisle. Se crediamo a' Genovesi il loro comandante rimasto alla Bocchetta dopo l'abbandonamento de' Franzesi scrisse tosto al governo, per ricevere ordini più precisi, esibendosi di poter sostenere quel posto anche per qualche giorno. L'ordine che venne, fu ch'egli si ritirasse colla sua gente; laonde non durarono poi gli Austriaci ulteriore fatica per impadronirsene, con inseguir anche e pizzicare i fuggitivi Genovesi. Liberata da questo ostacolo l'oste austriaca, non trovò più remora a' suoi passi, e potè francamente calare buona parte d'essa sino a San Pier d'Arena a bandiere spiegate, dove nel dì 4 di settembre si vide piantato il suo quartier generale.

Se battesse il cuore ai cittadini di Genova al trovarsi in così pericoloso emergente, ben facile e giusto è l'immaginarlo. Fin quando si vide l'esercito gallispano muovere i passi dalla Lombardia verso la loro città, ben s'era avveduto quel senato della brutta piega che prendevano i proprii interessi; e però furono i saggi d'avviso che si spedissero tosto quattro nobili alle corti di Vienna, Parigi Madrid e Londra, per quivi cercar le maniere di schivar qualche temuto anzi preveduto naufragio. Ma guai a quegl'infermi che, presi da micidial parosismo, aspettano la lor salute da' medici troppo lontani! Il perchè, peggiorando sempre più i loro affari, que' savii signori, già convinti d'essere abbandonati da ognuno, ed esposti ai più gravi pericoli, altra migliore risoluzione in così terribil improvvisata non seppero prendere, che di trattare d'accordo coi generali della regnante imperadrice. Non mancavano certamente, se alle apparenze si bada, forze a quel senato per difendere la città guernita di buone mura, anzi di doppie mura, di copiosa artiglieria e di grossi magazzini di grano, ed altri beni quivi lasciati dagli Spagnuoli, e con presidio di non poche migliaia di truppe regolate. Nè già avea lasciato in quella strettezza di tempo il governo di distribuir le guardie e milizie dovunque occorreva, e di disporre le artiglierie ne' siti più proprii per la difesa della città. Contuttociò battuti dalla parte di terra da' Tedeschi, angustiati per mare dalle navi inglesi, e perduta la speranza d'ogni soccorso, che altro potevano aspettar in fine, se non lo smantellamento delle lor suntuose case e delizie di campagna, ed anche la propria rovina e schiavitù? Nè pur sapeano essi ciò che si potessero promettere del numeroso bensì e vivace popolo di quella capitale, perchè popolo già mal contento, per essergli mancato il guadagno, e cresciuto lo stento, mentre da tanto tempo, sì dalla banda della Lombardia, che da quella del mare, veniva difficoltato il trasporto della legna, carbone, carni e varii altri commestibili; e forse popolo che declamava contro l'impegno di guerra preso dal consiglio di alcuni più prepotenti de' nobili. Aggiungasi che fra la dominante nobiltà ed esso popolo passava bensì in tempo di quiete la corrispondenza convenevole dell'ubbidienza e del comando, ma non già assai commercio di amore, stante l'altura con cui trattavano que' signori il minuto popolo, già degradato dagli antichi onori e privilegii; talmente che non si potea sperare che alcun d'essi volesse sacrificar le proprie vite per mantenere in trono tanti principi, che sembravano non curar molto di farsi amare da' loro sudditi. E se i nemici fossero giunti a salutar la città colle bombe, potea la poca armonia degli animi far nascere disegni e desiderii di novità in quella gran popolazione. Finalmente si trovava la città sì sprovveduta di farine, che la fame fra pochi dì avrebbe sconcertate tutte le misure. Saggiamente perciò da quel consiglio fu preso lo spediente di non resistere, e di comperar più tosto coi meno svantaggiosi patti che fosse possibile la riconciliazione coll'imperadrice e coi suoi alleati, che di azzardarsi ad un giuoco in cui poteano perdere tutto.

Eransi già accampate le truppe austriache alle spiaggie del mare, vagheggiando i movimenti di quello dai più d'essi non prima veduto elemento. Spezialmente sull'asciutte sponde della Polcevera non pochi reggimenti d'essi s'erano adagiati; nè sarebbe mai passato per mente a que' buoni Alemanni che quel picciolo torrente potesse, per così dire, in un istante cangiarsi in un terribil gigante. Ma nel dì 6 del suddetto settembre ecco alzarsi per aria un fiero temporale gravido di fulmini con impetuoso vento e pioggia dirotta, per cui scese sì gonfia di acque ed orgogliosa essa Polcevera, che trascinò in mare circa secento persone tra soldati, famigli ed anche alcuni uffiziali, assaissimi cavalli, muli e bagagli. Guai se questo accidente arrivava di notte, la terza parte dell'armata periva. Nel giorno stesso dei 4 in cui parte dell'esercito austriaco cominciò a giugnere a San Pier d'Arena, furono deputati dal consiglio di Genova alcuni senatori che andassero a riverire il generale Broun, condottiere di quel corpo di gente. Introdotti alla sua udienza, rappresentarono la somma venerazione della repubblica verso l'augusta imperadrice, mantenuta anche in questi ultimi tempi, nei quali aveano protestato e tuttavia protestavano di non aver guerra contro della maestà sua; e che essendo le di lei milizie entrate nel dominio della repubblica, il governo inviava ad offrire tutti i più sicuri attestati di amicizia ai di lei ministri, mettendosi intanto sotto la protezione e in braccio alla clemenza della cesarea reale maestà sua. Intendeva molto bene il Broun la lingua italiana; ma non arrivò mai a capire ciò che volesse dire quella protesta di non aver fatta guerra contro l'augusta sua sovrana. Pure, senza fermarsi in questo, rispose ai deputati, che stante la lor premura di godere della cesarea clemenza e protezione, e di non provare i disordini che potrebbe produrre l'avvicinamento dell'armi imperiali, egli manderebbe le guardie alle porte della città, affinchè si prevenisse ogni molestia e sconcerto nel di dentro e al di fuori d'essa. E perciocchè risposero i deputati, che a ciò ostavano le leggi fondamentali dello Stato, il generale alterato replicò loro, che non sapeva di leggi e di statuti, con altre parole brusche, colle quali li licenziò. Arrivato poi nel giorno appresso il marchese Botta Adorno, primario generale e comandante dell'esercito austriaco, si portarono a riverirlo i deputati. In lui si trovò più cortesia di parole, ma insieme ugual premura che fruttasse alla maestà dell'imperadrice la fortuna presente delle sue armi. Proposero di nuovo que' senatori la risoluzione della repubblica di mettersi sotto la protezione d'essa imperadrice, a cui darebbono gli attestati della più riverente amicizia, con ritirar da Tortona le loro genti; con far cessare le ostilità del presidio di Gavi; con rimettere tutti i prigionieri, ed anche i disertori, implorando nondimeno grazia per essi; col congedar le milizie del paese, e quelle eziandio di fortuna, ritenendo solamente le consuete per guardia della città, e con esibirsi di somministrare tutto quanto fosse in lor potere per comodo e servigio dell'armi austriache, rimettendosi in una totale neutralità per l'avvenire. Le risposte del generale Botta furono, che darebbe gli ordini, affinchè l'esercito cesareo reale desistesse da ogni ostilità, ed osservasse un'esatta disciplina; ma essere necessaria una promessa nella repubblica di stare agli ordini dell'augustissima imperadrice, dalla cui clemenza per altro si poteva sperare un buon trattamento: e che, per sicurezza della lor fede, conveniva dargli in mano una porta della città; e che intanto si lascierebbe intatta l'autorità del governo, la libertà e quiete della città. Portate al consiglio queste proposizioni, furono accettate, e si consegnò al generale Botta la porta di San Tommaso, sebben poscia egli pretese e volle anche l'altra della Lanterna.

Nel giorno seguente 6 di settembre portossi personalmente esso marchese in città per formare una capitolazion provvisionale, la quale sarebbe poi rimessa all'arbitrio della maestà dell'imperadrice. Ne furono ben gravose le condizioni; ma giacchè il riccio era entrato in tana, convenne ricevere le leggi da chi le dava non come contrattante, ma come vincitore; e furono: Che si consegnassero le porte della città alle soldatesche dell'imperadrice regina: il che non ebbe poi effetto, essendosi, come si può credere, tacitamente convenute le parti che bastassero le due sole già consegnate. Che le truppe regolate, o sia di fortuna, della repubblica s'intendessero prigioniere di guerra. Che l'armi tutte della città, e le munizioni da bocca e da guerra destinate per le milizie, si consegnassero agli uffiziali di sua maestà. Che lo stesso si intendeva di tutti i bagagli ed effetti delle truppe gallispane e napoletane, e delle loro persone ancora. Che il presidio e fortezza di Gavi, se non era per anche renduta, si rendesse tosto all'armi di essa imperadrice. Che il doge e sei primarii senatori nel termine di un mese fossero tenuti di passare alla corte di Vienna, per chiedere perdono dell'errore passato, e per implorare la cesarea clemenza. Che gli uffiziali e soldati d'essa imperadrice e de' suoi alleati si mettessero in libertà. Che subito si pagherebbe la somma di cinquanta mila genovine all'esercito imperiale, a titolo di rinfresco, e per ottenere il quieto vivere: del resto poi delle contribuzioni dovea intendersi la repubblica col generale conte di Cotech, autorizzato per tale incumbenza. Che quattro senatori intanto passerebbero per ostaggi di tal convenzione a Milano. Finalmente che questo accordo non sortirebbe il suo effetto, finchè non venisse ratificato dalla corte di Vienna. Tralascio altri meno importanti articoli. Non si sa che avesse effetto la consegna dell'armi e munizioni da guerra della città; ma sibbene alle mani dei ministri austriaci pervennero tutti i magazzini (erano ben molti) spettanti a' Gallispani; con che quell'esercito, poco prima bisognoso di tutto, si vide provveduto di tutto; e col ritorno dei disertori, ai quali fu accordato il perdono, venne aumentato di due mila persone. Non si tardò a sborsare le cinquanta mila genovine, il ripartimento delle quali fra gli uffiziali e soldati ebbe l'attestato delle pubbliche gazzette. Bisogno più non vi fu di trattare e disputare intorno al resto delle contribuzioni; perciocchè il suddetto conte di Cotech, commissario generale austriaco, il quale ne sapea più di Bartolo e Baldo nel suo mestiere, inviò al doge Brignole e senato di Genova una intimazione scritta di buon inchiostro. In essa esponeva, che essendosi la repubblica di Genova impegnata in una guerra manifestamente ingiusta contro la maestà dell'imperadrice regina e de' suoi collegati, ed aperto il varco a' suoi nemici per invadere gli Stati d'essa imperadrice e del re di Sardegna; giusta cosa sarebbe stata l'esigere da essa il rifacimento di tante spese e danni sofferti che ascendevano a somme inestimabili. Ma che avendo essa repubblica riconosciuto la mano dell'onnipotente, che l'avea fatta soccombere sotto l'armi giuste e trionfanti della maestà sua cesarea e reale; ed essendosi volontariamente offerta di soggiacere agli aggravii che le si doveano imporre: perciò esso conte di Cotech perentoriamente le facea intendere di dover pagare alla cassa militare austriaca la somma di tre milioni di genovine (cioè nove milioni di fiorini) in tanti scudi di argento, e in tre pagamenti: cioè un milione dentro quarantott'ore; un altro nello spazio di otto giorni; e il terzo nel termine di quindici giorni: sotto pena di ferro, fuoco e saccheggio, non soddisfacendo nei termini sopra intimati. Questa fu l'interpretazione che diede il ministro alla clemenza dell'imperatrice regina, a cui s'era rimessa quella repubblica.

Aveano gl'infelici Genovesi il coltello alla gola; inutile fu il reclamare; necessario l'ubbidire. Concorsero dunque le famiglie più benestanti al pubblico bisogno coll'inviare alla zecca le loro argenterie; si trasse danaro contante da altri; convenne anche ricorrere al banco di San Giorgio, depositario del danaro non solo de' Genovesi, ma di molte altre nazioni; tanto che nel termine di cinque giorni fu pagato il primo milione. Più tempo vi volle per isborsare il secondo, non potendo la zecca battere se non partitamente sì gran copia d'argento. Con parte di quel danaro furono non solamente soddisfatti di molti mesi trascorsi gli uffiziali austriaci, ma anche riconosciuto dalla generosità dell'augusta sovrana con proporzionato regalo il buon servigio de' suoi uffiziali. Parte d'esso tesoro fu condotto a Milano da riporsi in quel castello. A conto ancora del pagamento suddetto andò la restituzion delle gioie e di altri arredi della casa de Medici, impegnati in Genova dal regnante Augusto. Nè si dee tacere che videsi ancor qui una delle umane vicende. Tanta cura degl'industriosi Genovesi per raunar ricchezze andò a finire in una sì trabocchevol tassa di contribuzioni, la quale, tuttochè imposta ad una città cotanto diviziosa, pure a molti può fare ribrezzo. Non sarebbe ad una città povera toccato un così indiscreto salasso. E vie più dovette riuscire sensibile a quella nobil repubblica, perchè accaduto dappoichè appena ella s'era rimessa dalla lunga febbre maligna della Corsica, in cui non oso dire quanti milioni essi dicono di avere impiegato, ma che certamente si può credere costata a lei un'immensità di danaro. Fama corse che il re di Sardegna si lagnasse, perchè nè pure una parola si fosse fatta di lui nella capitolazione, e nè pure si fosse pensato a lui nell'imposta di tanto danaro e nella occupazione di tanti magazzini. Pari doglianza fu detto che facesse l'ammiraglio inglese.

Ciò che in sì improvvisa e deplorabil rivoluzione dicessero, almen sotto voce, gli afflitti e battuti Genovesi, non è giunto a mia notizia. Quel che è certo, entro e fuori d'Italia accompagnata fu la loro disavventura dal compatimento universale, e fino da chi dianzi non avea buon cuore per essi. Però dappertutto si scatenarono voci non men contra degli Spagnuoli che dei Franzesi, detestando i primi, perchè principalmente da lor venne il precipizio de' Genovesi; e gli altri, perchè mai non comparvero in Italia nell'anno presente quelle tante lor truppe che si spacciavano in moto sulle gazzette, e che avrebbero potuto esentare da sì gran tracollo gl'interessi proprii e quei de' loro collegati. Aggiugnevano i politici, che quand'anche il novello re di Spagna avesse preso idee diverse da quelle del padre, richiedeva nondimeno l'onor della corona che non si sacrificassero sì obbrobriosamente gli amici ed alleati; e in ogni caso poteva almeno e doveva il comune esercito procacciare, per mezzo di qualche capitolazione, condizioni men dure e dannose a chi avea da restare in abbandono. Finalmente diceano doversi incidere in marmo questo nuovo esempio, giacchè s'erano dimenticati i vecchi, per ricordo a' minori potentati del grave pericolo a cui si espongono in collegarsi co' maggiori; perchè facile è il trovar monarchi tanto applicati al proprio interesse, che fanno servir gli amici inferiori al loro vantaggio, con abbandonarli anche alla mala ventura, per risparmiare a sè stessi l'incomodo di sostenerli. Chi più si figurava di sapere gli arcani dei gabinetti, spacciò che fra la Spagna, Inghilterra e Vienna era già conchiuso un segreto accordo, per cui la Spagna dovea richiamar d'Italia le sue truppe; e gli Inglesi lasciar passare a Napoli dieci mila Spagnuoli; e l'imperadrice regina fermare a' confini del Tortonese i passi delle sue truppe: avere i primi soddisfatto all'impegno, ed aver mancato alla sua parte l'austriaca armata. Di qua poi essere avvenuto che la Spagna irritata poscia di nuovo s'unì colla Francia. Tutti sogni di gente sfaccendata. Nè pur tempo vi era stato per sì fatto maneggio e preteso accordo; e certo l'imperadrice regina, principessa generosa e d'animo virile, non era capace di obliar la propria dignità con tradire non solo gli Spagnuoli, ma anche i mediatori Inglesi, cioè i migliori de' suoi collegati. La comune credenza pertanto fu, che la Francia non pensò all'abbandono de' Genovesi; e se il suo maresciallo si lasciò trascinare dall'esempio degli Spagnuoli, non fu questo approvato dal re Cristianissimo. Quanto poscia alla corte del re Cattolico, si tenne per fermo, che sui principii cotanto prevalesse il partito contrario alla vedova regina Elisabetta, che si giugnesse a quella precipitosa risoluzione a cui da lì a non molto succedette il pentimento, essendo riuscito al gabinetto di Francia di tener saldo nella lega il re novello di Spagna, ma dopo essere cotanto peggiorati in Italia i loro affari, e con dover tornare all'abici, qualora intendessero di calar un'altra volta in Italia. Per conto poi de' Genovesi poco servì a minorare i loro danni ed affanni l'altrui compatimento, e il cangiamento di massime nella corte del re di Spagna. Contuttociò dicevano essi di trovar qualche consolazione in pensando, che ognuno potea scorgere, non essere le loro disavventure una conseguenza di qualche loro ambizioso disegno, ma una necessità di difesa; nè potersi chiamar poco saggio il loro consiglio per l'aderenza presa con due corone potentissime, le quali sole poteano preservarli dai minacciati danni: giacchè a nulla aveano servito i tanti loro ricorsi e richiami alle corti di Vienna, Inghilterra ed Olanda.

Ma lasciamo oramai i Genovesi, per seguitare Carlo Emmanuele re di Sardegna. Nè pur egli fu pigro a prendere la fortuna pel ciuffo. Colla maggior diligenza possibile fece egli calar le sue truppe per l'aspre montagne dell'Apennino sulla riviera di Ponente, a fin di tagliare la strada, se gli veniva fatto, ai fuggitivi Franzesi; e fama corse essere mancato poco che l'infante don Filippo e il duca di Modena non fossero sorpresi nel viaggio. Ma la principal mira d'esso re erano Savona e il Finale, paesi dietro ai quali s'erano consumati tanti desiderii de' suoi antenati, e sui quali la real casa di Savoia manteneva antiche ragioni o pretensioni. Giunsero colà le sue milizie nel dì 8 di settembre; ed arrivò anche lo stesso re nel dì seguente a Savona, incontrato dal vescovo e dai magistrati della città, che andarono a presentargli le chiavi. Colà giunse ancora il generale Gorani, spedito con alcuni battaglioni austriaci, per darsi mano a sottomettere il castello assai forte d'essa Savona. Trovavasi alla difesa di quello un comandante di casa Adorno nobile genovese, il quale alla chiamata di rendersi diede quella risposta che conveniva ad un coraggioso e fedele uffiziale; e tanto più perchè fu fatta essa chiamata per parte del re di Sardegna. Raccontasi che egli dipoi, come se quella piazza avesse da essere il sepolcro suo, distribuì ai soldati varii effetti e danari di sua ragione, e nel testamento suo dichiarò eredi suoi le mogli e i figli di quegli uffiziali che morrebbono nella difesa: al che egli dipoi si accinse con tutto vigore. Si tardò ben molto a cominciare le ostilità contra di quel castello, perchè non poteano volare per le aspre montagne i mortai e l'artiglieria grossa che occorreva a quell'assedio. Passarono le brigate austriaco-sarde al Finale, e il forte di quella terra non si fece molto pregare a capitolar la resa, con restar prigione il presidio, e coll'avere gli uffiziali ottenuto buon trattamento per loro e per i loro equipaggi. Giunse colà nel dì 15 di settembre il re di Sardegna; allora fu che, non potendosi più ritenere l'antico abborrimento di quel popolo al giogo genovese, scoppiò in segni d'incredibil allegrezza, e con sommo applauso, ed applauso di cuore accolse il novello sovrano. Proseguì poscia esso re colle milizie il viaggio, occupando di mano in mano i posti e le terre che i Franzesi andavano abbandonando, finchè giunse a Ventimiglia, Villafranca e Montalbano, all'assedio de' quali luoghi egli fu forzato a dover fermare il piede. Dovunque passarono l'armi sue vincitrici, segni ne restarono della singolar sua moderazione e della savia sua maniera di trattare chiunque a lui si arrendeva. Non la voleva egli contra la borsa di que' popoli; esatta disciplina osservavano le sue truppe; solamente, per buona precauzione, levò l'armi al conquistato paese. Impiegò egli in quei viaggi e nella conquista della riviera di Ponente il resto di settembre e la metà d'ottobre; nè altro considerabil avvenimento si contò, se non che il generale austriaco Gorani, nel riconoscere il posto della Turbia, nel dì 12 d'esso ottobre perdè la vita; i Franzesi nel dì 18 ripassarono il Varo; il castello di Ventimiglia nel dì 23 si sottomise all'armi de' Piemontesi.

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