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Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II (part 3 of 3)

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Storia dei musulmani di Sicilia, vol. III, parte II (part 3 of 3)

[490] Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negli Studii sul secolo XIII, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succeduti in loco eorum qui ex ipsis decesserant,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.

[491] Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato, De principe templo panormitano, p. 127.

[492] Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nel Catalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.

È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.

[493] L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.

Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro, Sicilia Sacra, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.

[494] La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.

Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.

[495] Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.

[496] La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:

1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni, intervasionis tempore, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.

1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.

Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.

1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi, ubicumque sunt. Presso Breholles, op. cit., I, 113.

[497] Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.

Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.

[498] Presso Breholles, op. cit., I, 34.

[499] Op. cit., I, 37.

[500] Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.

[501] Il Caruso, Bibl. sicula, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio. De supputandis, etc. pag. 40.

[502] Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delle Gesta Innocentii III, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.

Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.

Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.

Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.

[503] Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.

[504] L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”

[505] Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.

[506] Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.

[507] Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand, Amplissima collectio, V, 676, 677.

[508] Nelle Gesta Innocentii III, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny, Diplomata, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.

[509] Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.

Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.

Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso Mongitore Sacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica, cap. IV, la soscrizione d’un ’Amineddal, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico di Amîn-ed-daula (il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.

[510] Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.

[511] Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.

[512] Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.

[513] Quest’ultimo fatto si legge negli Annales Colon. Maximi, presso Pertz, XVII, 825.

È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nel Rerum Arabicarum, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la voce sultan, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nella _Rivista Sicula, fasc. 2º _(Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.

[514] Albertus Bohemus, citato dal Bréholles, Historia Diplomatica, etc. Introduction, pag. XCLXXXI.

[515] Quest’ultimo soprannome si legge nella Continuatio Bergensis, presso Pertz, Scriptores, VI, 440.

[516] Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.

[517] Cap. viij, pag. 573 segg.

[518] Presso Bréholles, op. cit., I, 800.

[519] Op. cit., II, 150, 152.

[520] Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore, Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.

[521] Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.

[522] Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.

Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le parole concedimus.... et perpetuo robore confirmamus.

[523] Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.

[524] Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso Mongitore Sacrae Domus mansionis etc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.

[525] Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.

L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.

Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata egli fuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, et Saraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì che non audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores (i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia) vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella, nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.

Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto, Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.

La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.

[526] Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.

Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.

[527] Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.

[528] Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.

[529] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.

[530] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.

[531] L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.

[532] Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.

[533] Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.

[534] Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.

[535] Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 491 segg. e nella Histoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.

L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.

L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.

[536] Bekri, Description de l’Afrique, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelle Notices et Extraits, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.

[537] Il testo d’Ibn-Khaldûn ha thâir, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”

Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.

[538] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.

[539] I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.

[540] De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.

[541] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.

[542] Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.

[543] Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampato Jacis), non lascia dubbio su l’identità della persona.

L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto in arridis montibus.

Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negli Scriptores Rer. Germ. Lipsia, 1730, tomo III, 121.

L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (Annali Genovesi, presso Muratori, Rer. Italic., VI, 391, 401.)

Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (Annali Genovesi, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman, De Regni Siculi administratione, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.

[544] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.

Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz, Scriptores, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.

[545] Ancorchè il Muratori, negli Annali, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.

Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatore ogni anno facea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz, Scriptores, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.

Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.

[546] Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.

[547] Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.

[548] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.

[549] Op. cit., pag. 572.

[550] Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.

[551] Annales Colonienses Maximi, presso Pertz, Scriptores, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer, Fontes, II, 355.

[552] Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (Bibl. ar. Sicula, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico, Dizion. topogr.). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (Melga ossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.

[553] Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.

[554] Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz, Scriptores, XIX, 495.

[555] Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’Anonimo Sassone, negli Scriptores Rerum German. Lipsia, 1730, III, 121.

[556] La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori, Rer. ital. script., VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.

Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto M^r. Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.

[557] Veggasi nel Liber Jurium reip. Januensis Nº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori, Rerum Italic., VI, 389, 391, etc.

Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.

[558] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.

[559] Alberici Trium Fontium Chronicon, Hanovre 1698, pag. 518.

[560] Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.

[561] Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.

[562] Raynaldi, Ann. eccl., 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.

[563] Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.

[564] Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.

[565] Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.

[566] Appendice al Malaterra, l. cit.

[567] Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.

Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uomini già abitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.

[568] Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. III.

[569] Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.

[570] Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è detto ad laborem) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.

[571] Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.

[572] Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.

[573] Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di M^r Huillard-Bréholles e co’ disegni di M^r Victor Baltard, nell’opera intitolata Recherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nella Historia Diplomatica etc. Introduction, pag. CCCLXXV seg.

[574] L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamata Nuceria Capitanatae; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.

Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.

Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.

[575] Introduzione, pag. XXXI, XXXII.

[576] Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.

[577] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.

[578] Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.

[579] Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.

[580] Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.

[581] Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.

I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” e sceikh; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.

Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggenda Ubertus Fallamonaca, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.

[582] Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.

[583] Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.

[584] Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.

[585] Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.

[586] Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.

[587] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.

[588] Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.

[589] Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [orum] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la voce maram [me] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.

[590] Presso Bréholles, op. cit., V, 456.

[591] Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.

[592] Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.

Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.

Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»

[593] Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.

[594] Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.

[595] Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.

[596] Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.

[597] Ibn-Khaldûn, Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.

[598] “Senior” nella versione latina.

[599] In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissac della traduzione sia da leggere Abou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.

Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.

Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.

[600] Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.

[601] “Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resa sacerdote è senza dubbio imam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.

[602] Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz, Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie, Traités de paix et de commerce etc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.

Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.

Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelle Considerazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.

[603] Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.

[604] Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.

[605] Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.

[606] Jakût, nel Mo’gem-el-Baldân, di cui ho dato l’estratto nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.

[607] Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.

[608] Mudeggian, pronunziato anco Mudegiar (Mudejar) e Mudeggial. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy, Glossaire des mots espagnols, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.

[609] Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.

[610] Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.

A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.

[611] Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.

[612] I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.

[613] Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis, Gesta Phil. III, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” la Cron. de rebus in Italia gestis, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.

[614] Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nella Storia del Vespro siciliano, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau, Annales tunisiennes, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa M^r Rousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.

Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita, Annali di Aragona, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio, Considerazioni, lib. IV, cap. vij.

Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.

[615] Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.

[616] Annali di Colonia, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.

[617] Così ho io detto nella Introduzione a’ Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino, pag. V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.

[618] I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.

Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.

[619] Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.

Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parola filios fosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsius a Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.

Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud, Extraits, etc., pag. 393.

[620] Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nella Bibl. arabo-sicula; cioè: la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume della Storia universale d’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.

Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoi Extraits etc., relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, della Lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla sua Hist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio, Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissima Histoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.

Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.

[621] Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.

[622] Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.

Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.

[623] Pseudo Jalei.

[624] St. de’ Patr., anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.

[625] Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”

[626] Storia de’ Patr., ec.

[627] Makrizi.

[628] Storia de’ Patriar. Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolo mesâgh, che M. Reinaud, negli Extraits ec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.

[629] Storia de’ Patr. e Makrizi.

[630] Makrizi.

[631] Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; la St. de’ Patr. d’Alessandria, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).

[632] Tutti gli scrittori arabi.

[633] Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.

[634] Abulfeda e Ibn-Kethir.

[635] Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.

[636] Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nella Bibl. ar. sic., si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.

[637] Cf. la St. de’ Patr. d’Aless. e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.

[638] Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.

[639] Makrizi.

[640] Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.

[641] Bibars.

[642] Tutti gli scrittori arabi.

[643] St. de’ Patr. ec.

[644] Tutti gli scrittori arabi.

[645] St. de’ Patr. Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.

[646] Tutti gli scrittori arabi.

[647] Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.

[648] Ibn-el-’Amîd, pag. 511.

[649] Makrizi, pag. 520.

[650] St. de’ Patr. Matteo Paris, Historia Anglorum, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”

[651] Stor. dei Patr. ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.

[652] Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.

[653] Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.

[654] Abulfeda e Nowairi.

[655] Makrizi, pag. 520.

[656] Bibars, pag. 514.

[657] Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nella Bibl. ar. sic., pag. 624.

[658] Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scritto h n f r i e, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerlo Henri, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.

Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.

Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo, Secretorum fidelium Crucis, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars, Gesta Dei par Francos, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.

[659] Bibars, pag. 513-514.

[660] Così il Makrizi, che vide al certo qualche documento. Gli altri scrittori arabi, al par che i latini, notano gli anni soltanto.

[661] Si confrontino i citati scrittori arabi e i documenti latini di parte imperiale e di parte papale, raccolti dal Bréholles, op. cit., III, 86 a 110, tra i quali è la supposta traduzione francese del testo arabico del trattato, mandata dal patriarca di Gerusalemme al papa, con le sue proprie osservazioni in latino. Questo fiore di diplomazia ecclesiastica è stato ristampato dal Mas-Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, 626 segg. Ma di certo non risponde al trattato originale, mancandovi i nomi de’ paesi ceduti all’imperatore. Così il miglior documento rimane sempre la costui circolare, come or si chiamerebbe, data di Gerusalemme il 18 marzo, nella quale si dice stipulato il trattato a 18 febbraio. La data del 24 che recano gli Arabi, potrebbe esser quella in cui Malek-Kâmil ratificò.

Ludd è nominata ne’ soli scritti musulmani; Ramla nella sola St. de’ Patr. Secondo Ibn-el-’Amid, pag. 511, furono ceduti a Federigo tutti i villaggi tra Gerusalemme e Jaffa.

[662] Così nel citato diploma del 18 marzo; nè il patriarca di Gerusalemme osò affermare il contrario nel suo scritto sì capzioso e sì violento.

[663] Ibn-el-Athîr, pag. 316; Nowairi, pag. 513; Bibars, pag. 514; Ibn-el-’Amîd, ibid. Si veggano gli aneddoti narrati e le poesie scritte in questa occasione, presso Reinaud, Extraits, pag. 433 segg. Gli aneddoti si leggono anco nel testo d’Ibn-el-Giuzi, pag. 515.

[664] Reinaud, Extraits, pag. 433.

[665] Bibars, pag. 514.

[666] Dahri litteralmente “eternista,” cioè negante la creazione.

[667] Ibn-el-Giuzi, pag. 515.

[668] L. c.

[669] Così mi pare, non ostante ciò che dice la Continuazione di Guglielmo di Tiro, nello squarcio che trascrive il Bréholles, op. cit., III, 85.

[670] M. Reinaud, Extraits, pag. 429, su l’autorità di Dsehebi, narra che alcuni Crociati proffersero a Kâmil d’uccidere Federigo, e che il Sultano mandò a lui stesso la lettera originale. Non mi venne fatto di ritrovare questo testo a Parigi, quand’io raccolsi gli altri per la Biblioteca arabo-sicula; ma senza meno, lo avremo ne’ volumi della Bibliothèque des Croisades, che si stampano a cura dell’Accademia delle Iscrizioni.

Matteo Paris, nella Hist. Anglorum, ediz. citata, II, 313, riferisce la voce che i Templari e gli Spedalieri avessero avvisato Kâmil della prossima andata di Federigo da Gerusalemme al Giordano, e che Kâmil avesse mandata la lettera loro all’imperatore. Ma nella Abbreviatio Chronicorum, ediz. citata, III, 259, l’autore messe la postilla ch’eran calunnie dei nemici di que’ religiosi.

[671] Makrizi, pag. 522, dice l’ultimo di giumadi secondo del 625 (25 maggio 1229). La St. dei Patr. ch’egli entrò in Gerusalemme nei primi di quaresima del 945 (1229), che stettevi altri due giorni e che, andato ad Acri, ripartì per l’Italia dopo la Pasqua.

Nowairi pone anco la consegna di Gerusalemme in rebi’ secondo del 626 (marzo 1229.)

[672] Ormai è certo che gli Ismaeliani erano chiamati hasciscin, dalle note preparazioni d’hascisc, ossia cannabis indica, e che, divenuti celebri pur troppo nel tempo delle Crociate, il loro nome volgare, pronunziato assassin, diè questo brutto vocabolo ad alcune lingue europee.

[673] Ibn-Khaldûn, Storia univ. ed. del Cairo, tomo V, pag. 352, segg.; Reinaud, Extraits, ec. §§. LXXIX ed LXXX, pag. 436. segg.

[674] Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit. pag. 603.

[675] Ibn-Khaldûn, vol cit., pag. 433.

[676] Reinaud, op. cit., pag. 435, citando pel primo fatto lo Pseudo Jafei e per l’altro Abu-l-Mehâsin.

[677] Annales Colon. Maximi, presso Pertz, Script., XVII, 843.

[678] Op. cit., pag. 842.

[679] Novella xcviij delle antiche edizioni. Questa favola era stata pria raccontata più volte in tempi diversi, mutando sempre i personaggi. Nel IX e X secolo fu attribuita agli Ismaeliani di Persia; nel XII a que’ di Siria, quando Saladino andò a trovare Sinan. Un continuatore di Guglielmo di Tiro, copiato da Marin Sanudo, fece spettatore del suicidio Arrigo, conte di Champagne, poi re di Gerusalemme. Si veggano le citazioni nel diligente lavoro di M. De Frémery, Nouvelles Recherches sur les Ismaeliens. Paris, 1855, estratto dal Journal Asiatique del 1854.

[680] Bibars, op. cit., pag. 515.

[681] Epistole del 1245 e 1246, presso Bréholles, op. cit., II, 325, 427.

[682] Si vegga il principio del § III della Cronica di Kelaûn, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 341, e la traduzione che io ne ho data nella Guerra del Vespro Siciliano, tomo II, pag. 333 segg. della edizione del 1866.

[683] Si vegga l’attestato del Makrizi, qui sopra a pag. 640.

[684] Annales Colon. Maximi, presso Pertz, Scriptores, XVII, 812.

[685] Bartolommeo de Neocastro, cap. L, presso Gregorio, Rerum Aragon., I, 73. Il nome proprio si legge Malbalusus. Il nome topografico, che vive ancora, significa, in arabo, luogo di preghiera, e propriamente il piano aperto dove si fa la preghiera solenne.

[686] Chronicon De Rebus in Italia Gestis, edizione Bréholles, pag. 174. Non assento al Bréholles, Historia Diplom., etc. Introduction, pag. ccclv, nota 2, che fossero venturieri arabi, e molto meno che Federigo ne abbia fatti venire d’Affrica. Il mio dotto amico prestava troppa fede a Matteo Spinelli.

[687] Nusf-ed-dunia. Si ricordi la nave di Mehdia così denominata, della quale abbiam detto nel presente libro, cap. ij, pag. 406 del volume.

[688] Nell’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit,. pag. 252, si legge sotto l’anno 1240, XV, indiz. “Rogerius de Amicis ivit ad Soldanum Babiloniae” e nel 1241, Iª indiz. “Soldanus de.... et.... insiluerunt (in) christianos qui habitabant Jerusalem et ceperunt illos, occiderunt et captivos duxerunt.... Et in illis diebus Dominus Rogerius de Amicis manebat (in) Babiloniam et in Cayrum cum Soldano.” La data e questa circostanza del soggiorno lungo, provano la identità della persona dell’ambasciatore principale con quella designata dalla Storia de’ Patriarchi d’Alessandria. In questa poi si legge: “E del maggiore di questi due ambasciatori dicono ch’ei porti su le carni una veste di lana.” Abbiamo dunque la flanella nel XIII secolo: o l’uso delle camicie di lino e di cotone non era sparso per anco in Sicilia?

[689] Storia de’ Patr. d’Aless., nella Bibl. ar. sicula, pag. 324, 325. Cf. Reinaud, Extraits, ec., pag. 441, 442.

[690] Storia de’ Patr. d’Aless., op. cit., pag. 326.

[691] Raynald., Annales Eccles., 1246. Si confronti, per la data, il Bréholles, op. cit., Introduction, pag. ccclxvij.

[692] Pseudo-Jafei, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 516, 517.

[693] Op. cit., pag. 517.

[694] Testo, nell’op. cit., pag. 346; e traduzione nella mia Storia del Vespro siciliano, II, 341 dell’edizione del 1866.

[695] Ibn-Giuzi, trascritto dallo Pseudo-Jafei, nella Bibl. ar. sic., testo, pag. 517.

[696] Pseudo-Jafei, citato da Reinaud, Extraits, ec. pag. 436. nota 1. Alberto Magno, Opera, tomo VI, Lione, 1651, De Animalibus, tract. II, cap. I, § De Anabula, descrive questo animale chiamato dagli “Arabi e dagli Italiani” Seraph, e continua: “Unam harum secum, temporibus nostris, habuit Federicus imperator, in partibus nostris.”

[697] Abulfeda, Annali, 698, nel quale anno morì questo Gemâl-ed-dîn. Nella edizione di Reiske, V, 144, e nella Bibl. ar. sic., testo, pag, 420.

Cotesta novella simboleggia pure l’arrisicato viaggio del 1212, dicendo che appena fatta la elezione, Federigo si pose in capo la corona e scappò via con uno squadrone di cavalieri tedeschi ch’egli aveva appostati, e così fece ritorno al suo paese.

[698] Si vegga il Cap. viij del libro V, pag. 259 di questo terzo volume.

[699] Diploma greco del 1143, citato nel Cap. iij del presente libro, pag. 449, del volume, dove ho corretto il testo dello ’alâma arabico di questo diploma, pubblicato dal Morso e dal prof. Caruso. La clausola arabica del diploma non fu letta meglio che lo ’alâma. Il Morso la tradusse a suo modo: “Mense maii; indictione sexta, rogatus fuit Dominus noster Rex augustus, sanctus, cujus regnum Deus perpetuet, ut imprimeret suum nobile signum in hoc diplomate, ut sciatur quod ejus potentia, ordinatione divina constituta, hoc etiam concessit annuitque responsione, et se contentum declaravit, impressitque suum sublime signum. Sufficiens est Deus et propitius ei qui confidit in illo.” E segue immediatamente la soscrizione di Giorgio.

Parendomi che la formola della omologazione regia di somiglianti atti, dia molta luce alla diplomatica ed alla legislazione del tempo e che la lezione del Morso in parte sia sbagliata, do qui una nuova versione del testo arabico, com’io l’ho letto nell’originale molto chiaramente: Del mese di maggio, sesta indizione, io ho chiesto al nostro padrone il re venerato e santo, il cui regno Iddio eterni, di far porre il suo eccelso ’alâma in questo diploma, affinchè si sappia ch’Egli, la cui possanza Iddio mantenga, abbia permesso e ratificato questo (atto). Ed Egli ha impartita l’approvazione, omologato (l’atto) e fatto porre in testa di quello il sublime ’alâma suo. Facciamo assegnamento in Dio, che ben provvede.

[700] Cosmos, edizione francese del 1848, tomo II, 233, 519. Veggansi inoltre Venturi, Commentarii sopra la Storia e le teorie dell’Ottica, Bologna, 1814, in fol., tomo I, pag. 34 a 59; Caussin, nelle Mémoires de l’Institut de France, Acad. des Inscriptions, tomo VI (1822). N’avea trattato lo stesso Humboldt nella Raccolta di Osservazioni astronomiche, tomo I (1811), pag. lxv a lxx, e poi il Delambre nella Storia dell’Astronomia etc.

L’Humboldt studiò il ms. di Parigi, Ancien Fonds, 7310; il Caussin questo e un altro della medesima biblioteca, del quale ei non dà il numero, nè io ho potuto rinvenirlo: finalmente ei cita con dubbio un altro codice della Bodlejana. In Italia, poi, abbiamo i due codici dell’Ambrosiana che citerò nella nota seguente; uno della Vaticana nº 2975; due della Bibl. nazionale di Firenze (Raccolta Magliabechiana) segnati XI, D. 64 e II, II, 35; cd uno del principe Baldassare Boncompagni di Roma, descritto nel catalogo di Enrico Narducci, Roma, 1862, pag. 136, seg., nº 314.

Mentr’io correggo queste pagine, so che si prepara appo noi la pubblicazione di questo libro che avea già intrapresa il Venturi allo scorcio del secol passato, e poi dovette abbandonarla. Spero che i dotti editori odierni, da me ben conosciuti, trovino Mss. più antichi di quelli che ho visti io, i quali tornano alla fine del XVI, e principii del XVII secolo, e, s’io ben mi appongo, son tutti italiani ed anco stretti parenti l’un dell’altro. L’età e il paese ben rispondono al movimento scientifico rivelato dall’accelerata propagazione delle copie.

[701] Ecco questo proemio che ho copiato sul ms. 7310 di Parigi (XVII secolo) e confrontato e corretto con una copia dello stesso squarcio, mandatami nel 1856 dal dotto e cortese Antonio Ceriani, in oggi prefetto dell’Ambrosiana. Questa copia fu fatta sul codice Ambrosiano T. 100, con le varianti del Codice D. 451. Inf. (XVII secolo). Non fo il confronto con gli altri codici delle nostre biblioteche, perchè appartiene ai novelli editori; e sol dirò che i codici magliabechiani e i romani, hanno anch’essi ammiraco in luogo di ammirato. Tralascio gli errori manifesti e le varianti di minore importanza e seguo l’ortografia attuale.

“Incipit liber Ptolomæi de Opticis, sive aspectibus, translatus ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, de Arabico in latinum.”

“Cum considerarem Optica Ptolomæi necessaria utique fore scientiam diligentibus et rerum perscrutantibus naturam, laboris onus subire et illa in presenti libro interpretare non recusavi. Verumtamen, quia universa linguarum genera proprium habent idioma, et alterius in alterum translatio, fideli maxime interpreti, non est facilis; et præsertim arabicam in græcam aut latinam transferre volenti, tanto difficilius est, quanto major diversitas inter illas, tam in verbis et nominibus quam in litterali compositione reperitur, unde, quia in hoc opere quaedam forte non manifesta apparent, dignum duxi intentionem auctoris ab arabico libro evidentius intellectam, breviter exponere, ut lectoribus via levior efficiatur. In primo quidem sermone, quamvis non sit inventus, tamen sicut in principio secundi exprimitur, continetur quo visus et lumen comunicant et ad invicem assimilantur, et quo differunt in virtutibus et motibus, nec non differentiae eorum et accidentia. In secundo etc.”

Così il traduttore continua l’indice de’ capitoli e poi ripiglia:

“Incipit sermo secundus Opticorum Ptolomæi, olim de græca lingua in arabicam, nunc autem de arabica in latinam, translatorum ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, ex duobus exemplaribus, quorum novissimum, unde presens translatio facta fuit, veratius est: primus tamen sermo non est inventus.”

Gli argomenti dei cinque discorsi, o libri come si vogliano chiamare, son questi: 1º Ipotesi su la visione per raggi lucidi emanati dall’occhio; 2º Correzione degli errori ottici per mezzo degli altri sensi; 3º Catottrica; 4º Degli specchi concavi in particolare; 5º Diottrica.

[702] Primo di tutti il Caussin citò queste profezie nella sua Memoria su l’Ottica di Tolomeo, per determinare l’età in cui visse l’ammiraglio Eugenio, del quale ei non aveva altre notizie.

Ricercati e trovati i mss. nella Biblioteca Nazionale di Parigi, io ho visto che dànno, con poco divario, il nome e l’ufizio d’Eugenio e la misteriosa provenienza di quell’opera. Son essi notati: Mss. Latins, Ancien Fonds, 3595, 6362, 7329, e Sorbonne 316, dei quali il primo e il terzo sembrano del XIV secolo, il secondo del XV, e il quarto è del XVI. Il libro è intitolato anche: Vasilographi, idest imperialis, nel 6362. L’uficio poi d’Eugenio è scritto admiratus in questo, nel 3595. (fol. 37 segg.) e nel 316 Sorbonne, ed ammiratus nel 7329, (fol. 98 recto), il qual ms. comincia con l’Astrologia Guidonis Bonati de Forlivio. Il traduttore greco è detto, dove toxapater, dove Dox pater dove daxopetri e lasciato in bianco nel 7329.

[703] Si vegga Walz, Rhetores Græci, nei Prolegomeni del vol. II, pag. 11, e nel vol. VI, pag. 11. Tolgo questa citazione dalla Nouvelle Biographie etc. del Dott. Hoefer, articolo Doxipater, non avendo alle mani, mentre io scrivo, l’opera del Walz.

[704] Si vegga il Cap. iij di questo libro, a pag. 452 segg. del volume.

[705] Libro V, Cap. vj, pag. 173 segg. di questo volume.

[706] Ibn-Khaldûn, ne’ Prolegomeni, espressamente lo dice hammudita e capitato in Sicilia dopo la espulsione de’ suoi progenitori da Malaga, della quale eran signori. Questo passo fu citato pel primo dal baron De Slane, in un importantissimo articolo ch’ei pubblicò su la geografia di Edrîsi, nel Journal Asiatique, 3^me série, tomo XI (1841) pag. 362 segg.

[707] Il baron De Slane, ch’è de’ più assidui e dotti ricercatori di manoscritti arabi, die’ nel citato articolo, pag. 574 segg., una lunga lista di opere ch’egli avea percorse senza alcun frutto, per trovare notizie biografiche d’Edrîsi.

[708] Il trattato De Viris illustribus apud Arabes, dove Leone Affricano dà a cap. XIV la biografia dello “Eseriph Essachali,” com’ei lo chiama, fu scritto o pensato in arabico, tradotto dall’autore stesso in quella specie d’italiano ch’ei possedeva, e pubblicato in latino dall’Hottinger, poi dal Fabricius, Bibl. Græca, tomo XIII (1726), pag. 278, e infine dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 238. Al dir di Leone, l’autore del Nushat alabsar nacque in Mazara, fu mandato da’ suoi concittadini a re Ruggiero conquistatore della Sicilia e gli presentò quel libro. Il re, fattoselo tradurre in latino, fu preso della bellezza dell’opera sì fattamente, ch’ei donò ad Eseriph non so qual castello e lo invitò a stare a corte: ma quegli, non amando tal soggiorno, vendè il castello per un milione di ducati e se ne andò in Affrica dove morì il 1122. Questo pasticcio non farà alcuna maraviglia a chi abbia lette le nostre osservazioni su le opere di Leone Affricano, nel Cap. x del I libro, pag. 234 segg.

Il Gregorio, l. c. notando la confusione de’ due Ruggieri, corresse conte il titolo di re; trasportò l’opera alla seconda metà dell’XI secolo; fece quindi due Edrîsi e due geografie, ed arrivò a biasimare il Casiri, perchè non si era accorto della diversità delle opere dei supposti due geografi.

[709] Questo nome si legge nel ms. della Bodlejana, n. 887 del catalogo di Uri, mediocre codice del XV secolo. Il capitolo della Kharida, del quale io ho pubblicato il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 610, dà soltanto il nome di Mohammed, figlio di Mohammed e aggiunge il nome etnico Kortobi e il soprannome d’Ibn-et-Theiri, secondo un ms., e d’Ibn-et-Th..ri secondo un altro; ma amendue le lezioni mi sembrano erronee. Anche Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, VI, 333 e Bibl. arabo-sicula, p. 706 del testo, dà i soli due nomi di Mohammed figlio di Mohammed, lo Sceriffo Edrîsi siciliano. Il Dozy, nella prefazione alla Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. III, ammette la tradizione di parentela che risulta dal ms. bodlejano, alla quale in vero, io non veggo alcun ostacolo.

[710] Così il Casiri, Bibl. arabo-hisp., II, 13, senza citare le sorgenti; ma i dati suoi stanno bene con quelli che abbiamo d’altre parti, e lo studio a Cordova è anche provato dal soprannome di Kortobi, dato all’Edrîsi nella Kharida. Si confrontino lo Slane e il Dozy ll. cc.

[711] Dice egli stesso, nella geografia, che fu a Lisbona (traduzione francese, tomo II, 26); che vide la marea dell’Atlantico (I, 95), e le miniere di mercurio ad Abal (II, 66); che aveva notato parecchie volte il ghiaccio nelle strade di Aghmat (I, 212) e ammirato il ponte di Costantina (I, 243); che era disceso nella grotta de’ Dormienti, non già presso Efeso, ma in una montagna tra Amorinm e Nicea (II, 300). Conf. Reinaud, Aboulfeda, Introduction, pag. CXIII, CXIV.

[712] Pagine 453 segg., 486 segg. di questo volume.

[713] Leone Affricano lo dice morto il 516, che torna al 1122-3 e però è sbagliato di certo. Il baron de Slane, nel lavoro critico che testè lodammo, propone la plausibile conghiettura che Leone o il suo traduttore, abbia scritto l’anno dell’egira 516, in luogo di 560, con che la morte di Edrîsi tornerebbe al 1164-5.

[714] Il testo delle notizie biografiche si legge nella Bibl. arabo-sicula, pag. 610, 611. Quivi non pubblicai i versi di Edrîsi, ch’io già avea copiati dai due mss. parigini della Kharida, cioè Anciens Fonds, 1376, fog. 49 recto, segg. e Asselin, 369, fog. 12, verso, segg.

Il primo componimento, nel quale si narra il solito sogno erotico dei poeti arabi, incomincia con questo verso:

“Ella venne a trovarmi al buio, quand’io, fatta la vigilia, m’era buttato a dormire, ed anima vivente non ci sentiva.”

Or il sostantivo rakib, al quale ho dato il significato generico di “vigilante” si dice di chi fa la scolta, di chi aspetta, di chi fa un’osservazione astronomica, ec. Edrîsi doveva essere un po’ astronomo o astrologo anch’egli. Ma ne’ versi seguenti non v’ha nulla che porti all’un di que’ significati, più tosto che all’altro.

Nel secondo squarcio, il geografo confessa “aver passate di molte notti a bere in nobili ed elette brigate, nelle quali il vino, ammantato di giallo e ornato d’una collana di schiuma, avea sì ben lavorato, che l’aurora trovò i commensali distesi a terra, tra fiumi, rigagnoli e prati; donde e’ si levavano tutti sbalorditi, ma ricominciavano a far girare le coppe infino a sera.”

Par che Edrîsi, quand’ei comunicò le sue poesie a Ibn-Bescirûn, avesse già varcata quella felice età; poichè nell’ultimo madrigale, pesante anzi che no, ei non pensa che alla morte, ai proprii peccati ed alla misericordia di Dio.

[715] Mi riferisco pei particolari ai capitoli 5 ed 11 dell’opera di Lelewel, intitolata: Géographie du Moyen-âge, monumento di erudizione, amor della scienza e volontà ostinata contro gli oltraggi della fortuna. Sventuratamente il libro non è ben ordinato, ed è scritto in un tal francese, che spesso non si capisce, e sempre stanca il lettore.

[716] Si veggano: Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, Introduction, § II; Lelewel, op. cit. Epilogue, cap. 87 a 61; Sédillot Prolégomènes des Tables d’Oloug Beg., pag. viij segg. e Sprenger, Die Post-und Reiserouten des Orients, Leipzig, 1864.

[717] Su la cartografia presso gli Arabi, si vegga Reinaud, op. cit., pagine xliv, xlv, ccliii, e Lelewel, op. cit. passim.

[718] Nel cap. iij del presente libro, pag. 453 segg.

[719] Il testo ha in tutti i mss. ..r..sios-el-Antaki, senza vocale dopo la r, e senza alcun segno che determini la prima lettera, se sia a, i, ovvero o. Paolo Orosio da Tarragona, potea forse venir chiamato Antiocheno da qualche traduttore siro o arabo, per cagion del suo viaggio in Oriente. Egli è d’altronde il solo storico latino di cui facciano menzione gli Arabi; sul quale si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, V, 171, num. 10,626. Intorno le nozioni geografiche contenute nella Storia di Paolo Orosio, si confronti Lelewel, op. cit., cap. 28 del volume intitolato Epilogue, pag. 35.

[720] Si vegga su questi autori, Reinaud, op. cit. Introduction, § II, pag. lvij, lx, lxj, lxiij, lxii, lxxxj.

[721] I nomi proprii, al par che l’etnico, dànno a vedere che quest’autore era di schiatta tartara.

[722] Le ricerche del Reinaud, del Lelewel, dello Sprenger, del Sédillot, e di M. Barbier de Meynard, non ci dànno alcuna notizia su cotesti autori.

[723] Reinaud, vol. cit., Introduction § II, pag. lxij, xciij, xcv, cij; Barbier de Meynard, Le Livre d’Ibn-Khordadbeh, nel Journal Asiatique, di gennaio 1865; Sprenger, op. cit. prefazione.

[724] Sprenger, op. cit., p. XVIII segg.

[725] Su l’importantissima opera geografica di Bekri si vegga la nostra Introduzione, nel primo vol., pag. XLII, XIV. Il baron De Slane ha pubblicato poi il testo arabico ed una nuova traduzione francese.

[726] Venticinque parasanghe da tre miglia ciascuna. A questa misura s’appiglia l’autore, traduzione francese, I, 2, il quale cita quelle degli Indiani e d’Erastotene e tace la misura di Tolomeo. Si veggano a questo proposito le osservazioni di Lelewel, op. cit., cap. 60, tomo I, pag. 100.

[727] Lelewel, op. cit. cap. 247 e 60, tomo I, pag. LIX e 101. Si vegga anche la mia Carte comparée de la Sicile, Notice, pag. 13, 14. Il miglio romano è valutato, secondo le ultime ricerche, a metri 1481, e il siciliano, secondo il sistema del 1809, torna quasi allo stesso, cioè 1487 metri. Si avverta che Edrîsi, ne’ diversi itinerarii, e perfino in que’ della Sicilia, adopera talvolta altre specie di miglia; il che or dovea produrre errori ed or no, sembrando che gli autori dell’opera siciliana abbiano conosciuto i rapporti di alcune di quelle specie di miglia.

Il Lelewel conchiude che la misura di 75 miglia al grado era “positiva, siciliana, tradizionale in Sicilia....” quella appunto di Pytheas da Marsiglia, trapiantata in Sicilia da Timeo di Taormina.

Si ricordi inoltre che il sistema metrico siciliano del 1809 innovò poco le antiche misure, le quali non erano, per altro, uniformi in tutta l’isola.

[728] Per esempio Gaud..s-Gaulos (Gozzo); Nabbudi-Anapus; Marsa-el-Julis-Odyssæum portus.

Non metto in lista qualche altro nome il quale si può supporre mantenuto fino al XII secolo, come Libniados, ch’Edrîsi dà a Licata e che si trova scritto Limpiados e Ολυμπίαδος, in un diploma bilingue del 1144.

Non mi pare impossibile che i geografi di Palermo abbiano trascritto da carte greche alcuni nomi che non si trovavano nelle arabiche. Noi sappiamo dal Masûdi, Les Prairies d’or, testo e traduzione, Paris, 1861, I, 185, che gli Arabi non sapeano leggere alcuni nomi nelle carte di Tolomeo, perchè erano scritti in greco. Il che non si deve intendere di tutti i nomi, ma di quelli de’ quali i traduttori arabi non avean saputo trovare il riscontro, o non l’aveano cercato per la poca importanza del luogo.

[729] Si veggano nel vol. II della traduzione di M. Jaubert:

N..b..kta, p. 121, Naupactos (Lepanto). †sck..la, p. 125, Scyllaeum. Ellak..d..mona, p. 125, Lacedemona. †ghr..b..s, p. 296, Euripos (Negroponte). †blakhonia, o †flakhonia, p. 299, Paphlagonia. M.diolân, p. 240, Mediolanum. Arinminis, p. 247, Ariminum. Badi, p. 253, Padum. Ang..l..zma, p. 227, Aequolesima (Angoulême). Albernia, p. 368, Alvernia (Auvergne).

E da un altro lato:

L..g, p. 116, Lecce. B.rzâna, p. 417, Bruzzano. †nbria, p. 240, Umbria. S..gona, p. 249, Savona. G..b..t B.ka, p. 250, Civitavecchia.

Di Nardò si dànno due nomi, p. 119. Nudrus (correggasi Nardros)e Neritos; proprio il nuovo e l’antico.

È certo poi che i geografi di Palermo ebbero sotto gli occhi qualche carta o relazione araba della costiera d’Italia, poichè non poteano trovare altrove il porto di Khinziria che suona “cinghialeria” (forse Porto Ferraio) pag. 250, nè il secondo nome di Keitûna-el-Arab “Cala degli Arabi” che si dava al Monte G..rgio (Capo Circeo), pag. 256. Il vocabolo Keitûn, del quale Edrîsi dà qui la forma femminile, è preso manifestamente da Κοιθὠν, che dall’antico significato di letto e camera da letto, passò nel greco bizantino a quello di “cala” o di “scalo.” Si vegga l’annotazione che fa M^r Hase a questa voce, nella nuova edizione del Thesaurus.

B..lonia, p. 240, Bologna. B..ri, pag. 241, Berry. †kl..rm..nt, pag. 241, Clermont. Auzb..rg.. p. 246, Augsbourg. †nk..rt..ra, p. 356, Inghilterra. †nkl..sin, p. 356, Inglesi. K..mrâi, p. 366, Cambray. †strik, p. 367, Utrecht. H..stings, p. 374. Hastings. R..ng B..rg e Rinscb..rg, p. 570, Regensburg.

Centinaia di nomi si potrebbero aggiugnere all’una o all’altra classe, ma i nuovi abbondan più ne’ paesi di lingue germaniche.

Si avverta che abbiamo segnate con puntini (..) le vocali brevi che mancano quasi sempre nel ms. e con una crocetta (†) l’elif arabica, la quale, secondo le vocali aggiuntevi, può suonare a, i, o, e talvolta è premessa meramente per eufonia innanzi due consonanti, come noi usiamo l’i avanti la s impura.

[730] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 454, nota 2.

[731] Edrîsi parla di soli compatriotti di Ruggiero; ma non si può supporre esclusi i Musulmani, quando lo scrittore, e forse molti altri collaboratori, professavan quella religione. Tutte le memorie del XII secolo, e particolarmente il viaggio d’Ibn-Giobair, provano il frequente passaggio di viaggiatori musulmani in Sicilia.

[732] Come ho avvertito a pag. 455, nota 2, Edrîsi dice che, per fare tal confronto, si prese la tavola del tarsîm. Quest’ultimo vocabolo significa “fare il rasm” e vale, secondo i dizionarii, “vergare, segnare per bene” e specialmente “tirar linee, listare.” Così avremmo tavola lineata, o in altri termini, graduata.

Ma la voce rasm, qual che si fosse il suo valore primitivo nella lingua arabica, fu dal tempo di Mamûn in giù, adoperata da’ geografi per indicare i contorni del mondo conosciuto; onde agli eruditi è parsa mera trascrizione di όρισμας. (Cf. Lelewel, op. cit., cap. 15, tomo I, pag. 21, e Reinaud, op. cit., Introduzione, pag. xlv.) Abbiamo in fatti varii Rasm el rob’ el ma’mûr ossia “Figura del quarto (di superficie terrestre) abitato.” Ora egli è perfettamente conforme all’uso della lingua arabica che si cavi da un sostantivo la seconda forma del verbo analogo a quella radice, e gli si dia il significato di fare o produrre la cosa designata dal nome; in guisa che tarsîm vorrebbe dire precisamente, l’atto di delineare il rasm, cioè la supposta figura della terra abitata.

Ognun vede, finalmente, che nel nostro caso i due lavori designati da que’ due vocaboli tornavano allo stesso effetto. La tavola graduata (sia a gradi di latitudine e longitudine, sia coi sette climi che faceano da paralelli e con dieci suddivisioni per ciascun clima che supplivano a’ meridiani) serviva a delinearvi il mappamondo secondo le tavole di latitudine e longitudine compilate dagli astronomi; e il rasm era il mappamondo copiato da un esemplare ch’era stato precedentemente costruito o corretto secondo le medesime tavole.

[733] Che mi sia permesso questo neologismo per significare con un sol vocabolo la linea itineraria accompagnata dalla sua direzione rispetto ai punti cardinali. Si vegga l’errata, nel quale ho corretto così la espressione ch’io tradussi vagamente “distanze” nella pag. 455, spiegandola bensì nella nota 1 della pagina stessa.

[734] Si vegga la pag. 455, nota 3.

[735] Ho citati i codici e le loro carte geografiche, nella Introduzione, vol. I, pag. XLIII seg. num. XX, e poi nella Carte comparée de la Sicile, pag. 10.

Il mappamondo del codice della Bodlejana (Grav. 3837-42) è delineato in un gran foglio, e quello del ms. di Parigi (Suppl. arabe 892) sopra uno più piccolo. Da coteste due copie manoscritte M^r Jomard trasse il disegno, pubblicato poi da M^r Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, pag. cxx. Il Lelewel, dopo averne fatto un diligentissimo studio nel cap. 57 della sua opera ed aver copiata nella tavola Xª (n. XX, 39) del suo atlante la figura del mappamondo, ricostruì questo in un rame ch’è il secondo tra quelli annessi ai suoi Prolegomeni. Ei nota (op. cit., cap. 62 nel tomo I, pagina 103), tra gli altri errori di coteste immagini, la lunghezza del Mediterraneo, molto diversa da quella che risulta dal testo.

[736] Lelewel, capp. 8, 9, 10 e 50, e nell’Atlante, tavole VII e IX, figure xj e xvij. È da notare che nel mappamondo di Torino sono raffigurati i quattro venti cardinali, i quali mancano nelle precedenti immagini del mondo di origine latina. Del resto, la figura del Mediterraneo e dell’Adriatico toglie ogni sospetto che questo mappamondo possa essere stato mai cavato da carte nautiche.

Il sagace Lelewel lo ha supposto delineato, o almeno ricopiato, nella contea di Maurienne, poichè vi ha scoperto, non ostante gli errori, il nome di quel piccolo paese. Si vegga la descrizione del codice e la incisione della carta, presso Pasini, Codices mss. Bibl. reg. Taurinensis Athenaei, II, 26, segg. Ritraggo di più da una lettera del dotto bibliotecario Gaspare Gorresio, che il codice va riferito alla fine del XII secolo, se non al principio del XIII, e che la carta fu fatta, o per lo meno scrittovi i nomi, dalla stessa mano che copiò il codice.

[737] Versione francese, II, 421.

[738] Si veggano i fac-simile, in fin del primo volume della versione francese. Il Lelewel, op. cit., cap. 60, 246, pag. liv e 99, del 1º volume, trascrive le cifre delle latitudini e longitudini che si trovano soltanto per 26 posizioni, una delle quali appartiene al secondo clima e tutte le altre al primo.

[739] Mi sembra che il Lelewei, tomo I, pag. 99, abbia compresa l’operazione in questo stesso modo, quantunque egli fosse incatenato dalla traduzione francese di M. Jaubert, la quale rendea così il passo di Edrîsi: “il voulut savoir d’une manière positive les longitudes et les latitudes et les distances respectives des points.” Ma veramente questo passo, che si riferisce a Ruggiero, significa “volle vedere se tornassero precisamente le linee itinerarie orientate,” come ho detto poc’anzi nella nota 3, pagina 673 seg.

Delle carte nautiche del medio evo ha trattato il Lelewei, op. cit., cap. 256, tomo I, pag. lxxxij, e cap. 108, tomo II, pag. 16 seg. Egli attribuisce ai perfezionamenti successivi di quelle, la nuova èra delle scienze geografiche. Si vegga anche il discorso letto da M^r D’Avezac alla Società Geografica di Parigi, intorno la proiezione delle carte. Paris, 1863, § XI.

Si ricordi che la prima carta conosciuta fin oggi, è quella genovese di Pietro Visconti (1318). Ma la prima menzione dell’ago calamitato si legge in Pietro d’Ailly e in Guyot de Provins, cioè a dire verso il 1190.

[740] Asselin, console francese al Cairo ne’ principii del nostro secolo, riportò una bella collezione di Mss. comperata poi dalla Biblioteca parigina. Vien da cotesta collezione il prezioso codice denotato con la lettera B nella versione di M^r Jaubert, in questa mia storia e nella Biblioteca arabo-sicula.

M^r Jomard, che creò poi la magnifica collezione di carte posseduta dalla Biblioteca Parigina, fece copiare queste di Edrîsi, come si scorge dal Reinaud, op. cit., pag. CXIX. L’industre Lelewei ne incise egli stesso nell’op. cit., una riduzione alla decima parte (da 0,32 × 0,18 a 0,03 × 0,02).

[741] Nella Carte comparée citata dianzi, io ho messa a riscontro la Sicilia del ms. Asselin con quella cavata da un bel ms. greco di Tolomeo, posseduto dalla stessa Biblioteca Parigina.

[742] Si vegga il nostro libro IV, cap. xiv, pag. 446 del 2º vol.

[743] Mi fa pensar questo la posizione rispettiva di Messina e di Palermo. Nella periferia dell’isola, veggiamo troppo alterata la parte che guarda l’Affrica. Ma si rammenti che la copia è fatta ad occhio.

[744] Si vegga Lelewel, op. cit., vol. III pag. 71 e 220, dove l’autore esamina la descrizione con critica da maestro, ma sbaglia talvolta per poca pratica della lingua e scrittura arabica.

[745] Il baron de Slane, nell’articolo sopra Edrîsi, pag. 388 del citato volume del Journal. asiat., riferisce il giudizio di M. Hase ed accenna al confronto de’ nomi geografici di quelle regioni, sul quale l’illustre ellenista faceva un lavoro, di cui v’ha qualche saggio nella traduzione del Jaubert, II, 286 segg.

[746] Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, II, 263 segg.

[747] Tomo II, 250 segg. della traduzione francese. Edrîsi le tolse in parte da Ibn-Khordadbeh, il quale alla sua volta le avea raccolte da autori più antichi. Si vegga la citata traduzione d’Ibn-Khordadbeh, nel Journal asiatique di giugno 1865, pag. 482 segg. con le note di M. Barbier de Meynard, il quale attribuisce a mercatanti musulmani ed ebrei questa descrizione di Roma, degna delle Mille ed una notte, come ben dice l’erudito traduttore. Edrîsi lasciò indietro alcune favole più grosse. Ma ripetè quella del Tevere foderato di rame; l’origine della quale è un equivoco sul flavus Tiber, come lo nota M. Reinaud, Géogr. d’Aboulfeda, pag. 310, 311 nota, poichè sofrah in arabico significa ad un tempo “giallo” ed “ottone.”

[748] A foglio 10, recto, lin. 5 del testo mediceo. Non posso citare altrimenti, poichè le pagine non sono numerate. I traduttori, nella prefazione, dissero cristiano l’autore perchè nomina G. C. “il signor Messia.” Ma una lettura alquanto più estesa delle opere di Arabi musulmani avrebbe fatto cader subito così fatto argomento; e in ogni modo quella espressione, usata nella corte di Ruggiero, non dovea far maraviglia, nè potea provar punto nè poco la professione di fede dello scrittore.

L’errore da me citato è di copia, non di stampa, leggendosi anco nel ms. di Parigi, Suppl. arabe 894, ch’è lo stesso sul quale fu fatta la edizione di Roma, e pervenne, non si sa come, nelle mani dell’Abate Renaudot e indi nella Biblioteca di Saint Germain des Près. V’ha l’imprimatur della censura di Roma e la nota di qualche passo tolto da’ censori: per esempio, il racconto che nell’isola di Ceylan rimanea l’orma del pie’ di Adamo. Sempre gli stessi!

Secondo il catalogo di Assemani, n. CXI, pag. 162, la Laurenziana possederebbe un codice del Nozhat, o per lo meno del compendio. Ma il manoscritto CXI, oggi rilegato con un altro e segnato di n. 49, non è altro che la seconda metà dell’Agidib-el-Mekhlûkat di Kazwini. Di due cose, dunque, l’una: o il catalogo di Assemani è sbagliato in questo, come in tanti altri luoghi, o il codice fu barattato dopo la compilazione del catalogo; cioè che lo Edrîsi scomparve e che per surrogarlo si spezzò in due il Kazwini. Non si può metter da parte tal sospetto, quando abbiamo certissimi i due fatti: 1º che il Suppl. 894 di Parigi è quel desso che servì a stampar l’opera nella tipografia medicea; e 2º che il codice passò per la biblioteca del Renaudot, sì gradito a corte dei Gran Duchi di Toscana al suo tempo. Ognuno intende ch’io non accuso con ciò quello illustre trapassato. Si può dare che la corte di Toscana gli avesse regalato il codice; che gli fosse stato prestato dal bibliotecario, ec.

[749] Il signor Reay lavorava a così fatta edizione, come si scorge dal rapporto di M. Mohl, nel Journ. asiatique di luglio 1840, pag. 124. Ma non se n’è più parlato.

[750] Description de l’Afrique etc, par R. Dozy et M. J. de Goeje. Leyde, 1866, in 8º.

[751] Si veggano gli Atti della Società geografica di Parigi in quel tempo, e il citato articolo del baron De Slane, nel Journal Asiatique.

[752] Reinaud, op. cit. Introduction, pag. CXX.

[753] Sprenger, Die Post- und Reiserouten, già citato, pag. xvij.

[754] Il libro di Ruggiero, per quanto io sappia, non è stato studiato addentro se non che dal Lelewel; il quale l’ha confrontato con le opere anteriori ed ha rifatto, com’ei potea meglio, il mappamondo e alcune carte parziali. Non è cosa facile il citare dei passi dell’opera di Lelewel. Si veggan pure i capitoli 54 a 68, e 246 a 254, le carte X, XI e XII, dell’Atlante, quelle date ne’ Prolegomeni, l’Epilogue, cap. 73 segg. e tutta l’Analyse.... d’Edrîsi nel III volume. Ritornando su l’argomento nell’Epilogue, cap. 72, pag. 126, il signor Lelewel indovinò felicemente gli altri elementi del mappamondo siciliano; ma costretto, lo voglio replicare, dalla versione di M. Jaubert, a credere che si fossero trasportate nell’abbozzo «le latitudini e longitudini» e non già «le linee itinerarie orientate», ei non potè scoprire il merito principale dell’opera.

[755] Reinaud, Géog. d’Aboulfeda, Introduzione, pag. CXX.

[756] Questo giudizio ch’io dètti una volta, è stato ratificato dal Dozy, nella prefazione all’opera citata su l’Affrica e la Spagna.

[757] Il testo latino di questa iscrizione fu pubblicato dal Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1, indi dal Pirro; e, co’ testi greco ed arabico, dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 176; dal Morso, Palermo antico, pag. 27 segg., e in parte poi dal Buscemi e dal Lanci. Io ho data una lezione, com’io credo più esatta, de’ testi, accompagnata di alcuni schiarimenti, nella Rivista Sicula, Palermo, vol. I, pag. 339 segg. (maggio 1869.)

[758] Kazwini, Athâr el Belâd, nella edizione del Wüstenfeld, Zaccaria.... Cosmographie, II, 373; e nella mia Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 143.

[759] Estratto della Kharida di Imad-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 581. Ibn-Ramadhan è indicato quivi col nome di Abd-er-Rahmân e da Kazwini col cognome di Abu-l-Kasem, il che non prova nulla contro la identità della persona.

[760] Eghinardi, Annales, anno 806.

[761] Testo del Wright, pag. 281 segg. Di questo squarcio ho data la traduzione italiana, nel mio articolo su la iscrizione trilingue della Cappella Palatina, pag. 346, 347 della citata Rivista Sicula.

[762] Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 617. Il Casiri, Bibl. arabo-hispanica, I, 384, dando il medesimo squarcio, tradusse erroneamente: “De instrumentis hydraulicis, ubi de cochleis ad aquas exhauriendas.”

[763] Kartâs, ossia Annales Regum Mauritaniae, ediz. del Tornberg, testo, I, 151, e versione latina, pag. 200. Ho ragionata la roba’, o arrova, come in oggi scrivono gli Spagnuoli, a 400 libbre da 400 grammi. I dinâr di cui si tratta qui, dovrebbero esser quelli dei primi califi almohadi, dei quali que’ che possiede il gabinetto numismatico di Parigi pesano, su per giù, grammi 4,75, e son d’oro purissimo. Onde tornano a un di presso a 17 lire ciascuno. Se li supponessimo dinâr ordinarii, la somma scemerebbe a lire 1,450,000.

Il partito di portar su una di quelle sfere per l’interno della torre, si comprende bene riflettendo che la Giralda, come il campanile di San Marco in Venezia, suo coetaneo e compagno, ha la scala non a gradini ma a piani inclinati. Si vegga su questo particolare Girault de Prangey, Essai sur l’architecture des Arabes. Paris 1841, pag. 105 seg.

[764] Cronica del sancto rey D. Fernando, cap. 73.

Si confronti il signor De Schack, Poesie und Kunst der Araber in Spanien etc., Berlino, 1865, II, 241, segg. dal quale traggo questa citazione, non avendo potuto trovare il testo nelle biblioteche di Firenze.

[765] Cap. ij del presente libro, pag. 397 del volume.

[766] Abate di Telese, presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 279.

[767] Cap. V del presente libro, pag. 508.

[768] Ivi, pag. 538.

[769] Diplomi del 23 aprile 1284, citati nella mia Guerra del Vespro Siciliano, ediz. di Firenze, 1866, I, 283, nota.

Si faccia attenzione altresì a un diploma del 6 maggio quivi citato, nel quale è detto di una quantità di sassi lavorati (finarrati) pei mangani.

[770] Libro II, cap. ix, vol. I, pag. 399.

[771] Cap. V del presente libro, pag. 539.

[772] Cap. ij di questo libro, pag. 397.

[773] Si vegga la nota 5 della pag. 611 di questo stesso volume, cap. viij.

[774] Si vegga il cap. v di questo libro, pag. 461.

[775] Turikh-el-Hokamâ, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 619. La famiglia era siciliana, come lo dice espressamente il Zuzeni e come si vede dal nome del padre, Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, giureconsulto e poeta, del quale ci occorrerà di far parola nel capitolo seguente, tra i poeti e i giureconsulti. Secondo la notizia biografica che abbiamo nella Biblioteca citata, pag. 586-587, questo Isa visse nella prima metà del secolo.

[776] Falcando, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 481, narra che il cancelliere Stefano, aspettando la congiunzione di corpi celesti che gli astrologhi cercavan favorevole a lui, differì la mossa da Palermo alla volta di qualche altra fortezza.

[777] Il ms. latino 7316 della Biblioteca di Parigi, che comincia con l’Introductorium Albumazar, ha un opuscolo di cento brevissime proposizioni con questo titolo: “Domino manfrido inclito regi Sicilie, Stephanus de Messana hos flores de secretis astrologie divi ermetis transtulit.” Comincia a fog. 152 verso e finisce a fog. 154, recto di questo buon codice latino di mano francese del XV secolo, posseduto un tempo da Francesco II.

Il gran credito di Hermes trismegisto si può argomentare da’ libri che gli attribuiscono gli Arabi, presso Hagi-Khalfa, edizione di Fluegel, N^i 6177, 6257, 6259, 7733, 7873, 9197, 9815, 9831, 10523, 10620, ec. ec.

[778] Il Mongitore, Bibliotheca Sicula, pag. 314, citò un Codice di quest’opera posseduto dalla Biblioteca di sant’Antonio in Venezia, quello appunto di cui il Tomasini (Bibliothecæ venetæ, Mss., pag. 5) dà il titolo: “Tabulae Toletanae Joannis de Sicilia super Canonibus Arzachelis.”

Io ne ho visti due altri nella Biblioteca parigina e sono segnati Mss. Latins, Ancien Fonds, 7281 e 7406. Il primo de’ quali torna al XV secolo, ed è intitolato: “Exposicio Jo. De Sicilia supra canones Arzachelis, facta Parisius (sic) anno Christi 1290,” com’io lessi con l’aiuto dell’illustre M. Gerard. L’altro del XIII o XIV secolo ha per titolo, “Canones in tabulas toletanas quos exposuit Joannes de Silicia (sic) 1290.” E sul bel principio occorrono i metodi della riduzione degli anni dell’egira a quei dell’èra volgare, della bizantina, etc.

[779] Del primo di cotesti astrolabii ho trattato nella Introduzione alla presente Storia, tomo I, pag. XXV, XXVI. Sul secondo si vegga Sédillot, Matériaux pour servir à l’histoire des sciences mathematiques etc. Paris 1815 (1819?) in 8º pag. 347. Questo astrolabio del XII secolo, trovato nella cittadella di Aleppo, fu descritto dall’illustre orientalista R. Dorn dell’Accademia di Pietroburgo, il quale lo credette siciliano, per cagion de’ caratteri magbrebini. Ma il Sédillot non giudica sufficiente tal prova, e mi par abbia ragione.

[780] Capitolo IX di questo libro, pag. 641.

[781] Huillard-Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI, seg.

[782] Opuscoli di Leonardo Pisano, pubblicati dal principe Baldassarre Boncompagni, 2ª edizione. Firenze, 1836, in 8º, pag. 55.

L’erudito signor Huillard-Bréholles, nella Introduzione, op. cit., pagina DXXXV, ha sostenuto con buone ragioni che la data del 1225 sia quivi sbagliata e che le si debba forse sostituire 1230.

[783] Opuscoli citati, pag. 2, 17.

[784] Opus. cit., pag. 114.

[785] Opus. cit., pag. 44.

[786] Opus. cit., pag. 20.

[787] Il monaco Filagato, contemporaneo di Ruggiero ed autore di alcune delle omelie che si attribuirono a Teofane Cerameo, ha in alcuni mss. il titolo di filosofo, come notammo nel libro Iº di questa istoria, vol. I, pagina 488. In un diploma greco del 1172 ed in uno latino del 1173, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 30 e 33, è citato Giovanni, filosofo e prefetto della Cappella. Su questa dignità ecclesiastica si vegga il glossario latino del Ducange.

[788] Diplomi del 1221 e del 1210, presso Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica, vol. II, 185, e V, 720.

Il nome preciso di maestro Giovanni di Sicilia è preposto ad un trattato latino di stile epistolare, il quale, con altri opuscoli somiglianti, si ritrova nel codice di Parigi, Fonds saint Germain, 1450, scrittura, come parmi del XIV secolo. Questo trattato prende 12 fogli, dal 3 recto, dove si legge “Incipit rectorica magistri Joannis de Sicilia in arte dictandi” infino al 14 verso, dove incomincia un’altra “Summa dictaminis.... composita per magistrum Laurentium de Aquilegia lombardum, juxta stilum romane curie et consuetudinem modernorum.” Segue la “Summa Britonis”, opuscolo dello stesso genere. Meglio che le due ultime terze parti del volume sono occupate da un dizionario latino etimologico, nel quale è soscritto Petrus Thibodi, monaco in Parigi, con la data del 1298. Forse questo segretario latino maestro Giovanni di Sicilia, visse anch’egli allo scorcio del secolo ed è pertanto diverso dal filosofo di Federigo II.

[789] Diploma dato di Sarzana il 15 dicembre 1239, presso Bréholles, op. cit. V, 556.

[790] Diplomi del 6 e 10 febbraio 1240, op. cit., V, 727, 745.

[791] Diploma del 12 febbraio 1240, op. cit., V, 750-751.

[792] Si riscontrino gli aneddoti di cotesti astrologhi di Federigo, nella cronaca vicentina del Godi, presso Muratori, Rer. Ital., VIII, 83 e in quella di Rolandino, vol. cit., 228, dove è nominato maestro Teodoro; e notisi infine ciò che ne dice in generale frate Francesco Pipino, Muratori, op. cit., IX, 660.

[793] Si veggano i versi latini citati dal Bréholles, Introduction, p. DXXXI seguente.

[794] Il prologo d’una traduzione francese del notissimo Libro di Sidrac dice che “un homme d’Antioche qui ot non Codre le philosophe” intimo di Federigo, procacciò e mandò ad Obert, patriarca d’Antiochia, la traduzione latina di quel libro, fatta da un frate palermitano per nome Ruggiero, che l’imperatore avea mandato apposta a Tunis, sapendo che quel re possedesse il testo arabico. M^r Huillard-Bréholles, dalla cui Introduzione tolgo questa notizia (pag. DXXIX), non la crede apocrifa, com’altri ha pensato e riconosce nell’Obert, Alberto patriarca d’Antiochia, e nel Codre il nostro Teodoro. Le quali correzioni mi sembrano ottime. Chiunque ha pratica di paleografia latina, sa quanto spesso si confonda la t con la c. E lo scorciamento di Theodoros in Todros è comunissimo in Oriente, come ognun sa.

Il nome dell’Imperatore comparisce anco in una traduzione latina del “liber novem judicum, quem misit Soldanus Babiloniae Friderico imperatori” di che nel Catalogue Mss. Angliae, II, 346, n. 8509, citato dello Steinschneider nel Giornale della Società orientale di Germania, tomo XXIV, parte III (1870), p. 387. Probabilmente i “Sette Savii” divennero “Nove Giudici” pel doppio significato della voce arabica hakim e il facilissimo scambio de’ vocaboli sette e nove nella scrittura neskhi.

[795] Salimbeni, Chronica, Parma, 1857, p. 168, 169.

[796] Si vegga Perles, Rabbi Salomo, etc. Breslau, 1863, citato dallo Steinschneider, Hebräische Bibliogr., n. 39, pag. 64.

[797] Si vegga il capitolo precedente, pag. 641 di questo volume. Il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. CXCIII, segg. dà i particolari: gli animali messi in mostra a Ravenna il 1234, in Alsazia il 1235; l’elefante donato alla città di Cremona etc.

[798] Op. cit. Introduzione, pag. DXXIV, e tomo IV, 384 seg., dove si citano i Mss. di Bruges e di Pommersfeld. Si aggiunga quello della Laurenziana, Plut. XIII, sin., cod. 9, proveniente dalla Bibl. di Santa Croce (catalogo del Baudini, IV, pag. 109). Questo bel codice di pergamena, in foglio, è intitolato: “Aristotelis de Animalibus, interprete Michaele Scoto” e si compone di tre opere diverse:

1. “De animalibus” tradotto dall’arabico in latino per maestro Michele (Scoto) in Tellecto, del quale fu finita la copia il 24 sett. 1266 (fol. 56, recto).

2. Lo stesso, col nome intero di Michele Scoto, principia: “Frederice domine mundi” etc. come nel catalogo del Bandini e in fine vi si legge “expletus est per magistr. Henrigum colloniensem etc. apud Messinam civitatem Apulee, ubi dominus Imperator eidem magistro hunc librum premissum commendavit anno 1232,” finita la copia il 14 novembre 1266 (fol. 38, recto).

3. “De partibus animalium” tradotta anche da Michele Scoto. Secondo il catalogo, la traduzione sarebbe stata fatta sul testo greco; ma ciò non si legge nel codice, il quale è scritto della stessa mano, con maggior fretta che nelle due prime parti. È da accettare per cagione della data, la correzione del Bréholles, che sostituisce Melfi a Messina.

Michele Scoto fu celebre in Italia per tutto il secolo XIII, come si scorge dal Salimbeni, Chronica, pag. 169.

[799] Si vegga Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (maggio 1864) pag. 65, nota 7.

[800] Bréholles, op. cit., pag. DXXV.

[801] Op. cit., pag. DXXXVI.

[802] Op. cit., pag. DXXXVII.

[803] Wolf, tom. IV, p. 861, citato dallo Steinschneider, nell’opuscolo di cui si è detto poc’anzi.

[804] Codice della Biblioteca di Modena, citato dal Tiraboschi, tomo IV, parte II, pag. 342. La versione italiana manoscritta (XV secolo) che possiede la Biblioteca nazionale di Firenze, non ha nome d’autore, nè di traduttore.

[805] Su la parte ch’ebbero i Giudei in questo celebre insegnamento, si vegga il Carmoly, Histoire des Médecins juifs, Bruxelles, 1844, in 8º, tomo I, § XXIII, e il De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, 1852, tomo I, pag. 106, 119, et passim ed anco ne’ tomi II, III, IV.

[806] De Renzi, op. cit., III, 328.

[807] Ibn-Giobair, da noi citato nel cap. v, di questo libro, pag. 534 del volume.

[808] Mi riferisco pei particolari e per le citazioni, al Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXXVIII, DXXXIX.

[809] Articolo di M^r Cherbonneau, nel Journal asiatique di maggio 1856, pag. 489, nel quale si dà ragguaglio d’una raccolta di biografie musulmane del XIII secolo, per Ahmed-Gabrini. L’Autore dice che Taki-ed-dîn fu benaccolto da El-ibratur, re cristiano dell’isola; la qual voce va corretta di certo imbiratûr, e forse designa Manfredi, come pensa l’erudito Mr De Freméry, l. c.

[810] Mss. Latins, 6912. Ho cavate le notizie su l’origine di questa versione, dall’opera stessa, vol. I, fog. 1, 2, e vol. V, fog. 189 verso, e n’ho dato ragguaglio nella mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, I, 81, 82, in nota. Il codice fu copiato in Napoli (vol. V, ult. pag.) da Angelo de Marchla.

[811] La tavola delle malattie e de’ membri del corpo umano, tomo V, fog. 86, segg. è scritta a due colonne, col titolo di Sinonimum nell’una, e di Expositum nell’altra; nella prima delle quali colonne si legge il vocabolo tecnico arabico o greco, nella seconda il latino.

La Tabula medicinarum corre dal fog. 90 verso al 134 del medesimo volume, anco a due colonne: per esempio “Alebros = Agnus castus;” Alhon = Rosa fetens etc,” ma alcuni quaderni mal rilegati guastan qui l’ordine alfabetico. Poi v’ha, dal fog. 190 recto, una descrizione de’ semplici, condotta anco nell’ordine dell’alfabeto arabico, della quale parmi bene dare il seguente articolo, che piacerà forse ai botanici.

RUBEA TINCTORIS. Arabice appellatur fuatelsabg (Fuwwat-es-sabgh, a nostro modo di trascrivere) et est quedam herba, cujus radix est rubea, qua utuntur tinctores ad tingendum rubeum; et ideo dicitur rubea tinctoris: et ista herba expanditur et suspenditur cum arboribus; et virgulta ejus sunt quadrata, alba et subtilia, nodulosa et in quolibet nodulo sunt octofolia aut sex, aut quatuor, aspera, parva, similia foliis ysopi montani. Capud (sic) ipsorum est acutum et in ipsis nodulis est flos parvus, citrinus, declinans ad albedinem et in loco floris egreditur granus similis coriandro; et radice ejus est utendum (vol. V, fog. 207).

Hadoshaon, hadoydodayon, Rubea tinctoris (fog. 100, recto).

[812] Cap. iij di questo libro, pag. 441, nota 1.

[813] Cap. citato, pag. 453.

[814] Arrighetto, ovvero Trattato contro all’avversità della Fortuna, Firenze, 1730. Quivi (lib. IV, pag. 38) è posto in bocca della filosofia questo distico:

Et mihi sicaneos, ubi nostra palatia, muros, Sic stat propositum mentis, adire libet.

Ma gli antichi traduttori italiani pensaron bene di scrivere Parigi in luogo di Sicilia; come si vede nella edizione citata, pag. 76 e nella variante di un codice della Riccardiana, che ha data il Milanesi nella edizione del 1864 (Il Boezio e l’Arrighetto), pag. 341.

Il Mebus, nella vita di Ambrogio Traversali, Epistolæ etc., Firenze, 1759, in foglio, sostiene con ottime ragioni che il carme di Arrigo da Settimello fu scritto nel 1193.

[815] Ibn-el-Giuzi, da noi citato nel capitolo precedente, pag. 615.

[816] Si vegga la cronica del Salimbeni, il quale lo chiama (pag. 3) “pestifer et maledictus, schismaticus, haereticus et epicureus, corrumpens universam terram”; e altrove (p. 168) gli attribuisce come bestemmia lo scherzo: che Dio non avrebbe lodata tanto la Terra Promessa, s’egli avesse vista Terra Di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia. Il tedesco frate Alberico (Chronicon, Hannover 1868), gli appone il detto che “Tres Baratores seu guittatores fuerunt in mundo”, cioè Moisè, Cristo e Maometto. Racconta poi che Federico, vedendo un Sacerdote portare l’eucaristia, sclamò “Heu me, quamdiu durabit truffa ista!” La sentenza dei tre “trufatores” è citata anco nella vita di Gregorio IX, presso Muratori, Rerum Italic., tomo III, parte I, 585. E questa frase ha dato origine al supposto che Federigo abbia scritto il famoso e incertissimo libro “De tribus impostoribus.”

[817] Ms. della Bodlejana, Hunt, 534, n. cccclxvj del Catalogo arabico, dove è sbagliato il nome del principe, autore de’ quesiti. Io ho dato un esteso ragguaglio di questo opuscolo, nel Journal asiatique del 1853, février-mars, pag. 240, segg. ed ho ristampati alcuni brani del testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 573, segg. Mi riferisco al lavoro del Journ. asiat. per le prove e pe’ riscontri delle date e de’ nomi.

Secondo gli autori citati, Ibn-Sab’în nacque a Murcia il 614 (1217-18) e morì alla Mecca il 660 (1271). Il califo almohade Rascîd, regnò dal 1232 al 1242.

[818] La biografia di questo filosofo musulmano si ricava da Ibn-Khaldûn, Makkari, ed Abu-l-Mehâsin, da me citati nel Journ. Asiat. Ibn-el-Khatib, citato dal Makkari, fa menzione di cotesti Quesiti Siciliani, che i dotti Rûm aveano mandati per confondere i Musulmani e che furono sì felicemente risoluti dal giovane Ibn-Sab’în. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’erudito M. Charbonneau, professore ad Algeri, mandommi un’altra biografia d’Ibn-Sab’în, estratta dal libro di Gabrini (si vegga qui innanzi a pag. 698, nota 2) suo contemporaneo, la quale non contiene nulla di nuovo per noi, essendo stata copiata negli scritti degli autori più moderni che mi eran prima venuti alle mani.

[819] Makkari, edizione di Leyda, I, 594; e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 574 in nota. Si veggano gli Schiarimenti che io dètti a questo proposito nel citato articolo del Journal asiatique.

[820] Il nostro professore Fausto Lasinio, notò questo passo in un codice ebraico alla Laurenziana e ne mandò copia al dottore Steinschneider; il quale l’ha pubblicato, con eruditi comenti, nella Hebräische Bibliographie, n. 39 (maggio 1864), pag. 62, segg.; ed ha aggiunto nel n. 42 (novembre 1864), pag. 136, un passo di altro ms. ebraico, nel quale si fa parola di un abboccamento ch’ebbe Federigo con Samuele-ibn-Tibbon, traduttore ebraico della “Guida.”

[821] Steinschneider, op. cit., n. 39, pag. 65.

[822] Anonymi, etc. (Niccolò de Jamsilla) presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 678.

[823] Mi basti citare per l’unico testo delle due epistole, l’Historia Diplomatica etc. del Bréholles, IV, 383, segg. dove si leggono le varianti delle edizioni fattene un tempo nelle Epistole di Pietro della Vigna e nella collezione del Martène. La data della epistola di Federigo torna a un dipresso al 1230. L’argomento degli opuscoli è spiegato nel testo, con le parole in sermonialibus et mathematicis disciplinis, delle quali ho resa la seconda cosmografia, poichè trattasi, secondo l’opinione del Jourdain, de’ libri della Fisica e delle Meteore d’Aristotile e fors’anco dell’Almagesto di Tolomeo. Si confronti il Bréholles, op. cit., IV, 384, nota e Introduzione, pagina DXXVI.

[824] Bréholles, l. c.

[825] Il codice del convento di Santa Croce di Firenze, passato alla Laurenziana e segnato Plut., XXVII, dext. n. 9, contiene, tra gli altri opuscoli, uno intitolato (fog. 476 o piuttosto 353) “Incipit liber magnorum ethicorum aristotelis, translatus de greco in latinum a magistro bartholomeo de Messini, in curia illustrissimi maynfridi, serenissimi regis sicilie, scientie amatoris, de mandato suo.” Si vegga anco il catalogo del Bandini, IV, 689, nel quale è notato che la stessa versione, mutila però e senza nome, si trova nell’altro codice di Santa Croce Plut. XIII, sin., cod. VI, n. 6, notato in catalogo a pag. 106, del medesimo volume. Il qual codice è composto tutto di opuscoli d’Aristotile; ma non me n’è occorso alcuno che si riferisca al tempo e al paese di cui trattiamo.

Il Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, tomo IV, parte II, lib. III, cap. 1, § 1, p. 341, oltre il primo de’ suddetti mss. di Santa Croce, ne cita uno della Biblioteca di san Salvatore a Bologna.

[826] Renan, Averroès, partie II, chap. II, § 3.

[827] Carmoly, Histoire des médecins Juifs etc., Bruxelles 1841, § lx; Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (1864) pag. 63, 64; Renan, Averroès, partie II, chap. 4, § iv. Si confronti Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI.

[828] Wolf, De Rossi, e Krafft, citati dal Bréholles, nella stessa Introduzione, pag. DXXVII.

[829] Si confronti il Bréholles, op. cit. Introduz., pag. DXXXIX.

Sul testo greco delle Costituzioni di Federigo, si vegga la medesima opera, IV, 1, 2.

[830] Bréholles, op. cit. Introd., p. DXLI, DXLII.

[831] Il Salimbeni, Chronicon, pag. 166, dice in generale ch’ei parlò molte e varie lingue; Ricordano Malespini, cap. 170 scrive: “E seppe la nostra lingua latina e il nostro volgare e tedesco, francesco, e greco e saracinesco; e di tutte vertudi copioso, largo e cortese, ec.”

[832] Bréholles, op. cit. Introd., pag. DXL, DXLI.

[833] Salimbeni, op. cit., pag. 166.

[834] Salimbeni, loc. cit., fa vedere chiaramente quanta ammirazione ei sentì conversando con quest’empio. Si confronti ciò ch’ei dice a pag. 170.

[835] Su i monumenti, si vegga il Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXLVI, segg.

[836] Non occorre citazione pe’ fatti di Giovanni il Moro. Le concessioni papali a suo favore, si veggano nel Registro d’Innocenzo IV, lib. XII, n. 284, 327, citato da M. De Cherrier, Histoire de la lutte des papes, etc., vol. III, 19, della seconda edizione.

[837] Squarcio d’una epistola del 1229, dato da Matteo Paris, presso Bréholles, op. cit., III, 140, in nota.

[838] Matteo Paris, citato da Bréholles, op. cit. Introduct., pag. CXCII, CXCIII. A pag. DXLV, si cita un diploma, nel quale l’imperatore ordina di scritturare per la corte un valente ballerino saraceno, a quel ch’e’ pare, di Spagna.

[839] Epistole del 17 luglio 1245 e 23 maggio 1246, presso Bréholles, op. cit., VI, 325, 427. Si veggano le memorie contemporanee, citate dallo stesso autore. Introd., pag. CLXXXIX.

[840] Le citazioni son date dal Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXC, CXCI. La prima, ch’è cavata dalla Historia Diplomatica, V, 486, prova che quelle donne vestivano alla musulmana.

[841] Si vegga la citazione nel Capitolo precedente a pag. 641 di questo volume, nota 8.

[842] Diploma del 28 novembre 1239, presso Bréholles, op. cit., V, 535.

[843] Presso Gregorio, Rerum Arabicar., pag. 178.

Si vegga intorno a cotesta iscrizione il cap. vij del presente libro, pag. 589, nota 1.

[844] ’Imâd-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 603; Ibn-Khallikân, op. cit., pag. 630 e nella edizione del baron De Slane, I, 724 e III, 106 della versione inglese; Abulfeda, Annali, op. cit., pag. 418 e III, 628 della edizione di Reiske; Taki-ed-dîn-el-Fasi, op. cit., pag. 659; Makrizi, op. cit., 665; Soiuti, op. cit., 671.

Si confrontino coi testi le notizie ch’io, prima di stamparli, avea date nella versione italiana del Solwân-el-Motâ’, Firenze, 1851, Introduzione, pag. XVIII segg. e nella versione inglese, Londra, 1852, vol. I, 20 segg.

[845] Imâd-ed-dîn lo chiama Abu-Abd-Allah, e il Soiuti, Abu-Gia’far.

Non giova notare le varianti de’ titoli onorifici, che son molte.

Io non ho argomenti da credere che il disparere su la patria sia nato dalla diversità di coteste appellazioni secondarie, anzi tengo fuor di dubbio che l’autore di tutte le opere sia stato un solo. E ciò si vedrà chiaramente nel seguito del presente capitolo.

[846] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 665 di questo volume.

[847] Codice arabico, n. MDXXX, del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 695. II Ms. porta la data del 759 dell’egira (1358), appartiene alla prima edizione e contiene il catalogo delle opere dell’autore.

[848] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 660, 661.

[849] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 692. Lascio in dubbio la città, perchè non ho trovato il nome di questo Sefi-ed-dîn nelle biografie degli uomini notevoli di Aleppo, il Kheir-el-biscer è stato autografato al Cairo dal Castelli, con la data del primo dell’anno 1280 (18 giugno 1863). Il testo, comunicato dall’autore il 566 ad un primo rawi, comparisce trasmesso da questi il 588. Vi manca affatto la dedica a Sefi-ed-dîn.

[850] Chiamano gli Arabi così la più oscura stella dell’Orsa Maggiore.

[851] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 688.

[852] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 671. Il Soiuti dice positivamente che Ibn-Zafer compose il contento in quella medresa. L’autore lo chiama: “Il primo e più eccellente de’ suoi libri.”

[853] Op. cit., pag. 686, segg. Si confronti la versione italiana del Solwân, pag. 216, 217 e l’inglese, I, 115, segg.

[854] Valga per tutte le autorità Ibn-el-Athîr, anno 549, ediz. Tornberg, XI, 130, segg.

[855] Si vegga il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 681, segg. e nella edizione di Tunisi, pag. 1, segg. Si riscontri la versione italiana, pag. 1, segg.

L’anno della dedica ad Abu-l-Kâsim è notato da Ibn-Khallikân.

[856] Testo di Tunis, pag. 2, linea 7.

[857] Nelle biblioteche d’Europa, per quanto io ne abbia ritratto, abbiamo cinque codici della prima e circa diciassette della seconda edizione, ed anco in uno di quei cinque, il principio, supplito d’altra mano, appartiene alla seconda edizione.

Il Makrizi, Bibl., pag. 667, fa menzione d’una copia del Solwân legata dall’autore stesso al ribât del califo alla Mecca, la quale, dalla descrizione che se ne fa, apparteneva alla prima edizione. Par che v’accenni anco Hagi-Khalfa, là dove ei dice che l’autore aggiunse poi due quaderni al Solwân. Io credo, al contrario, ch’ei ne tolse nella seconda edizione, la cui prefazione è molto più breve; talchè il bibliografo ha scambiato il posto delle due edizioni.

[858] Nel testo d’Ibn-Khallikân seguito dal Wüstenfeld, e in Makrizi, in vece di “nè bello in viso,” si legge “se non che era bello in viso.”

[859] Così l’autore, Bibl. arabo-sicula, pag. 688.

[860] Soiuti, pag. 671, lo chiama Gran Comento, senza il titolo speciale di Sorgente. Così anco Hagi-Khalfa, pag. 701, della Bibl. arabo-sicula.

[861] Questo codice è serbato nella Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 248. È il secondo volume dell’opera, e corre dalla sura III, v. 86, alla fine della sura VI. Il comento non è fatto a verso a verso, ma prende un tratto del testo e indica le varianti; spiega poi le voci o modi di dire che lo richieggano. Seguono le osservazioni filologiche e grammaticali; indi la erudizione storica, tolta dalle tradizioni del Profeta e dalle leggende degli antichi Arabi, e infine i corollarii legali, ove occorrono.

[862] Bibl., pag. 688 e più correttamente secondo il Makrizi, nella pag. 668, linea 3.

[863] Bibl., pag. 684, 666, 671.

[864] Bibl., pag. 666, 671.

[865] Bibl., pag. 666.

[866] Taki-ed-dîn, Bibl., pag. 659, 660 e Makrizi, pag. 667.

[867] Così nel catalogo autentico, Bibl., pag. 689, 666. Si confronti coll’altro Mosanni, notato nella prefazione alla seconda edizione del Solwân, Bibl., pag. 684. Ma avvertasi che i primi due vocaboli del titolo son diversi in alcuni Mss. ed anco nella edizione tunisina del Solwân, pag. 3, ultima linea.

Il titolo confronta in entrambe al par che il subbietto. Si vegga la mia versione italiana, Introduzione, pag. XXXIV, XXXVI e 3, 4. Correggendo gli or citati luoghi della Introduzione, io ritengo unica Opera le due quivi notate ai n^i 3 e 21 del catalogo. La Ma’ona, citata a pag. 684 del testo e 3, 4, della versione, è senza dubbio la compilazione di dritto malekita del celebre dottore, il cadi ’Jiâdh, notata nella continuazione di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, tomo VI, pag. 651, n. 149, e più correttamente nell’abbozzo di catalogo de’ Mss. arabi della Lucchesiana di Girgenti, ch’io detti in litografia nel 1869, n. XV. Circa l’Iscraf, io credo che tra le varie opere designate con questo titolo da Hagi-Khalfa, Ibn-Zafer volle dir di quella d’Ibn-Mondsir-en-Nisaburi, edizione Fluegel, I, 318, n. 783.

[868] Bibl., pag. 690, 671.

[869] Questa notizia è riferita da Katifi, pag. 660. Il Fasi a pag. 661 dice parergli verosimile che sia accaduto qualche scambio di nome.

[870] Bibl., pag 689, dove si vegga una variante ed a pag. 666, dov’è l’altra che ho preferita.

[871] Bibl., pag. 689.

[872] Bibl., pag. 689, 671, 705 e soprattutto a pag. 666, dov’è il testo di Makrizi.

[873] Bibl., pag. 690 e 666, dove è da trasporre nella linea 17 i cinque vocaboli intermedii della linea 15.

[874] Bibl., pag. 666.

[875] Bibl., pag. 690, 666.

[876] Bibl., pag. 690, 666.

[877] Bibl., pag. 690, 666.

[878] Bibl., pag. 690, e meglio a pag. 666. Quest’opera manca nel catalogo autentico del Ms. 1530 del British Museum, come si legge nel catalogo di M. Riew, pag. 695.

[879] Bibl., pag. 689, 630, 666, 671, 701; ed a pag. 692 il principio del testo, secondo il Ms. di Parigi, Suppl. arab., 586, del codice del 724 dell’egira. Si vegga anco la nota del baron De Slane, nella versione inglese d’Ibn-Khallikân, tomo III, pag. 107, nota 2.

[880] Mi sovviene, tra le altre, una citazione d’Ibn-Abi-Dinâr.

[881] Citata qui innanzi a pag. 718, nota 1.

[882] Bibl., pag. 700.

[883] Bibl., pag. 630, 666, 671, 700, 706; ed a pag. 690, il principio del libro secondo i due Mss. di Parigi. Suppl. Arabe, n^i 678, 679.

Si vegga anco la citata versione inglese d’Ibn-Khallikân, pel baron De Slane, tomo III, pag. 107, nota 3.

[884] Bibl., pag. 680, 605. Si vegga anche Casiri, Bibl. arabo-hisp., II, pag. 156, n. 1697. La biblioteca di Gotha ha un esemplare del Dorer-el-Karer, come ha letto il dott. Moeller, nel catalogo, pag. 14, n. 72, traducendo il titolo: Margaritæ Frigidæ.

[885] Bibl., pag. 690, 666, 671.

[886] Ibn-Khallikân e Makrizi, ne’ luoghi citati.

[887] Bibl., pag. 667.

[888] Bibl., pag. 666. Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, I, 307, n. 760, attribuisce ad altri un libro che porta il medesimo titolo.

[889] Libro IV, cap. xiv, a pag. 495 del secondo volume.

[890] Bibl., pag. 689.

[891] Ibid. ed a pag. 666. Il Soiuti, pag. 671, scrive il titolo Et-tankib, che vale lo stesso e dà col titolo di El-Mitwal (Le redini) un altro comento che tornerebbe al precedente. Si legge anche Et-tankib in Hagi-Khalfa, pag. 706. Ibn-Khallikân fa menzione di un “Comento delle Tornate” e di glose marginali della Dorret-el-Ghawwâs, i quali due libri, al suo dire, compongono due Comenti, grande e piccolo. Accenna anco a due comenti il Makrizi. Qual che sia la forma, il comento d’Ibn-Zafer fu adoperato dallo Scerisci, come si legge nella prefazione di M. De Sacy, Hariri, seconda edizione, Parigi, 1847, tomo I, pag. 5.

[892] Bibl., pag. 689, 630, 666, 671, 702. Il testo della Dorret è stato pubblicato dal sig. Thorbecke, Lipsia, 1871.

[893] Bibl., pag. 689, 666, 671.

[894] Bibl., pag. 666, 671, 699.

[895] Freytag, Proverbia Arabum, vol. III, parte 2ª, pag. 188, n. 26, dove si corregga il nome dell’autore.

[896] Nel cap. IV, § ix, del Solwân. È la novella del Mugnaio e l’Asino, Notti 387, 388, nella edizione di Bulak, I, 569, 570, e nella versione inglese del Lane, 1ª edizione, II, 582.

[897] Si veggano le due prefazioni nella Bibl. arabo-sicula, a pag. 681, segg., e 686, segg. e nelle versioni italiana ed inglese, II ec.

[898] Kitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 304.

[899] Hagi-Khalfa, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 703, e nella edizione di Fluegel, III, 611, n. 7227, cita la parafrasi in versi che ne compilò nel XIV secolo Tag-ed-dîn-Abu-Abd-Allah-es-Singiâri; e dice esserne state fatte varie traduzioni, delle quali poi cita soltanto una molto libera in persiano, intitolata “Giardini dei re” ec. Nella copia stampata dal Fluegel si aggiugne una traduzione turca di Khalil-Zadeh, scritta nella prima metà del XVIII secolo.

La bibliografia de’ Mss. che abbiamo in Europa, si vegga nella versione italiana, Introduzione, pag. LXV, segg. e nell’inglese, I, 93, segg. Si aggiungano: il Ms. parigino, Ancien Fonds, 374, che parmi del XVI o XVII secolo ed appartiene alla prima edizione; il Ms. di Monaco, n. 608, del catalogo del sig. Aumer, pag. 266; e i due Mss. del British Museum, n^i 1444 e 1330, del catalogo di M. Riew, che son l’uno della seconda e l’altro della prima edizione.

[900] Si vegga la raccolta di Mohammed-ibn-Ali, Ms. MC del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 302.

[901] Tra gli altri, l’autore del Giâmi’-el-Fonûn, compilazione enciclopedica, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, pag. 377.

[902] Bibl., pag. 605.

[903] Ossia “figliuolo di quel da Begia.” Si ricordano cinque luoghi di tal nome, due de’ quali in Affrica ed un altro in Portogallo (Beja).

[904] Dsehebi, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 753, fog. 100 verso.

[905] Soiuti, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 623.

[906] Si confronti Dsehebi, op. cit., fog. 171 recto, con Hagi-Khalfa, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 702 e nella edizione di Fluegel, III, 498, n. 6633, dove il nome è intervertito: Abu-Iehia-Zakaria.

[907] Biografia di tradizionisti, per Iehia-ibn-Ahmed-en-Nefzi-el-Himiari, detto Es-serrâg, Ms. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 382, fog. 77 verso, nella vita di Omar-el-’Abderi, che nacque il 694. Stanno due tradizionisti tra lui e il siciliano, e però par che questi sia vivuto al principio del decimoterzo secolo.

[908] Makrizi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 663.

[909] Makrizi, op. cit., pag. 668.

[910] Makrizi, loc. cit.

[911] Makrizi, op. cit., pag. 665. Nel Dizionario di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, II, 440, n. 3655, e conseguentemente nella Bibl. arabo-sicula, pag. 701, la parte del nome che si legge Ibn-Mohammed-es-Sikilli va corretta, Ibn-es-Sikilli, secondo il Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 875.

[912] Dsehebi, Anbâ-en-nohat, nell’op. cit., pag 645.

[913] Non voglio tradurre “in quinta rima,” perchè il confronto di cotesti nuovi metri degli Arabi occidentali con que’ delle lingue neo-latine e soprattutto della nostra, va fatto con lungo studio e sopra moltissimi esempii dell’una e dell’altra parte. Avverto intanto che la voce wazn, “peso, modo,” trattandosi di versificazione, è usata col significato di “misura;” il quale credo relativamente moderno, e forse nato in Spagna insieme con cotesti novelli metri.

Le cinque “misure” invero non si trovano, per diritto nè per rovescio, in questo componimento, dove le rime son tre; i versi di otto sillabe ciascuno, a modo nostro di scandere, e a modo dei grammatici arabi, di due piedi o di sei, se vogliasi considerare come verso l’intera stanza; e le stanze, infine, son sei. Potrebbero forse contarsi in ciascun verso cinque di quelle misure elementari che gli Arabi chiamarono “corde, piuoli e tramezzi” (si vegga Sacy, Grammaire arabe, 2ª ediz., II, pag. 619) come parti del verso, il quale appellano beit, ossia “tenda, casa” e in generale stanza. Ma coteste misure elementari non so che siano state mai dette wazn. Ho ragione piuttosto di credere che nelle nuove poesie il metro più comune sia stato di stanze da cinque versi e che perciò Imâd-ed-dîn, facendo un fascio di tutti i metri occidentali, li abbia battezzati “Quinte rime.” Si badi bene ch’ei non dice che questo componimento abbia cinque wazn, ma “che sia di que’ che recitansi con cinque wazn.” Mi conferma, nel mio supposto, il codice della Riccardiana di Firenze segnato col n. 194 e intitolato Megmû’-Kâmil, ossia “Raccolta compiuta” di Abu-l-Abbâs-el-Bekri. Tra le poesie della nuova maniera che il raccoglitore trascrive, scompartite per generi e specie, occorrono non pochi componimenti in cui le stanze, distinte sempre col titolo di beit ad inchiostro rosso e caratteri grandi, si compongono di cinque versi ciascuna. Lo stesso codice Riccardiano ha varii esempii di tekhmis o diremmo noi “quintuplicazione” di poesie altrui, che facevasi aggiugnendo quattro altri versi a ciascuno del testo; ma questo uso notissimo non ha che fare nel caso nostro.

Debbo avvertire infine che lo squarcio di poesia trascritto nella Kharida, mi sembra mutilato e mutatovi l’ordine de’ versi. In fatti il primo verso della terza stanza esce di rima, e la metafora obbligata della luna piena che spunti sopra un sottile tralcio di ben, vuol che segua immediatamente a quello il primo verso della quarta stanza. Similmente il senso richiederebbe che l’ultimo verso della seconda stanza seguisse immediatamente all’ultimo della prima. Si capisce bene che i copisti orientali del XII e XIII secolo si doveano imbrogliare spesso, avendo dinanzi agli occhi quell’insolito intreccio di rime e di versi, scritti con altre divisioni che non son quelle degli antichi emistichii.

Aggiungo che, anche in Ponente, i letterati teneano in non cale le mowascehe. Abd-el-Wahid da Marocco (testo del Dozy, pag. 63) che scrivea nel 1224 dell’èra cristiana, si vergogna di far parola delle eccellenti poesie dettate in tal metro da Abu-Bekr-ibn-Zohr.

[914] Dopo il Freytag, Darstellung, ec. (1831) il barone De Hammer chiamò l’attenzione de’ dotti, su questa nuova maniera di poesia, nel Journal Asiatique di agosto 1839 (pag. 153 segg.) e di agosto 1849 (pag. 249 segg.); ma, al solito suo, trattò il subietto con leggerezza. Or l’hanno rischiarato orientalisti di vaglia, come il baron De Slane, il professore Dozy e il barone De Schack. Si vegga, dello Slane, la versione francese de’ Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, parte III, pag. 422 e segg.; del Dozy, le osservazioni critiche su questo lavoro dello Slane, nel Journal Asiatique di agosto 1869, pag. 186 segg., e dello Schack la Poesie und Kunst, ec. vol. II, § xiij, pag. 47 segg.

Ibn-Khaldûn, nella parte or or citata de’ Prolegomeni, dà ampii ragguagli sul nuovo genere di poesia, ch’ei non spregiava come Imâd-ed-dîn, e ne aggiugne moltissimi squarci ed anco interi componimenti.

Tocca un poco la mowascehe e i zegel Averroes, nel Contento medio su la poetica di Aristotile, a pag. 3 del testo arabico, che si stampa per le cure del dotto professore Fausto Lasinio, sul codice unico della Laurenziana, insieme con l’antica versione ebraica e con versione italiana e note. I luoghi d’Ibn-Bassâm ai quali accenna il Dozy, op cit., pag. 186, 187, rischiarano anco il subietto; e chi volesse studiarlo profondamente, troverebbe una vasta e sistematica raccolta nel codice della Riccardiana, del quale ho fatta menzione nella nota precedente.

[915] Questo dubbio, che ognuno avrebbe a priori, è degno di ricerche positive. Il citato codice 191 della Riccardiana ci dà due serie di “Cantilene (neghm) dell’Irâk,” con versi brevi e mutazione di rime. Nell’Irâk si può supporre, al par che l’araba, l’influenza persiana.

[916] Dozy, op. cit., pag. 187, 188; De Schack, vol. cit., pag. 52. Quantunque i versi di alcune mowascehe e zegel, ammettendo molte licenze poetiche, si possano ridurre a’ metri ordinarii degli Arabi, pure la misura per sillabe e accenti mi par che torni più costantemente esatta.

[917] Prolegomènes, III, 441. Si confronti lo Schack, vol. cit., pag. 52.

[918] Per evitare quattro consonanti di fila, scrivo mowasceha e non mowascsceha, come si dovrebbe. Il Vocabulista in Arabico, pubblicato non è guari a Firenze, dà, invece di quel vocabolo, il maschile mowascsceh, col riscontro latino “versus” e zegel, col riscontro “Cantilena vel versus,” pag. 111, 199, 279, 624.

[919] Il barone De Hammer (Journal Asiatique, agosto 1839, pag. 153) non esitò a definire le ottave rime, invenzione degli Arabi, e dopo dieci anni, rincalzando (op. cit., agosto 1849, pag. 249) identificò il sonetto col zegel. Ma questo articolo è quello appunto in cui egli fa derivare dall’arabo la voce cancan!

[920] Si legge il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 580, dove si intendan fatte le correzioni che furon proposte dall’illustre prof. Feischer.

Eccone la traduzione verso per verso:

1.

“Cotesta gazzella adorna d’orecchini Mi canta le nenie quand’io son lungi E quando vede ciò che m’è avvenuto.

2.

Come (s’io fossi in un) giardino variopinto, Quand’ella è meco, non mi cale (d’altro) Poichè per l’amor suo mi consumo.

3.

Il suo volto è luna che spunta: Superbisce quand’ha occupati tutti gli affetti miei, Dond’io mi travaglio.

4.

Sur un tralcio sottile, Si sollazza nel mio lungo dolore, Allontanasi ed io sto per morire.

5.

Sdegnosa, inaccessa a pietà, Non rifugge dal romper la fede, Non ha (per me) che il silenzio.

6.

Tiranna, ingiusta, Mutata da quella che fu una volta; Sì ch’è felicità rarissima a trovarsi con lei!”

Trascrivo tre stanze del testo per dare un’idea del metro:

1.

Wa ghazalin musciannefi Kad retha li ba’da bu’di Lamma rea ma lakeitu.

2.

Mithlu raudhin mufawwefl La obâli wahwa ’indi Fi hubbibi ids dhâneitu.

3.

Waghuhu l-bedru tâli’an. Taha lemma haza wuddi Fainnani kad sciakeitu Fi kadhlbin mohfahefi, ec.

Si ricordino le osservazioni che abbiam fatte nella nota 2 della pag. 738, intorno la scorrezione del testo.

[921] Stesso Ms, fog. 3 recto, 6 verso.

“Scritto è nel Codice degli innamorati: morire o fuggir pria (che si sentano) le ripulse e i tormenti.

Se mi è parsa lunga una notte, ecco che l’aurora spunta con la dolorosa (rimembranza) di colei ch’è nascosa agli occhi miei.

Chi me ne dà contezza? Per la sua assenza i solchi delle lagrime mi rigan le guance.

S’io penso a lei, le palpebre degli occhi miei sembran ramo di tamarisco molle di pioggia, quando il vento lo scuote.”

[922] Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 3 recto.

“M’incresce di rimanere in vita finchè non ritorni certa persona assente, che non lascia prender sonno agli occhi miei.

Come bramar la vita lungi da costei, tanto amata, che avrei data tutta la eternità per un sol giorno goduto con lei!

Io mi querelava quando non la vedeva, e pur l’era presso; ed ora conosco che cosa sia la lontananza!

Io bramo di potere svelare il tuo nome a tutto il mondo: ed ecco i malevoli a dir che non mi curi di te!”

[923] Stesso Ms., fog. 2 recto.

“Dal tramonto del Sole infino all’aurora, bevemmo temperato un (vino biondo come il) Sole,

Quando i raggi del Sole battean sul Nilo, come punte di lance su le corazze.”

[924] Ibid.

“Una smilza che quando balla dinanzi la brigata, fa ballare il cuore a chi guarda: tanto eccelle nell’arte!

Sì leggiera al passo, che quand’ella gira e atteggiasi dinanzi a chi ha gli occhi infiammati, questi non si duole del mal di capo.”

Stesso Ms., fog. 4 recto.

“O gazzella che il Creatore plasmò tutta di bellezza e leggiadria,

Ch’io mi sollazzi in questi giardini, senza trascorrere, nè cogliervi frutto:

Io non vengo mica a far male; ma soltanto a rallegrare lo sguardo.”

[925] Ms. citato, fog. 2 recto.

“Ne’ contrattempi e ne’ frangenti, noi tenghìamo consiglio coi segreti degli animi nostri;

Ciascun fa sue querele, e così comprendiamo a che siam giunti, senza timor di spie, nè di scolte.”

Si riscontri il cap. xiv del libro IV, vol. 2º, pag. 520, 524, dove si fa menzione d’un Abu-l-Hasan, che ha gli stessi nomi di costui, fuorchè l’ultimo “ibn-abi-l-Biscir,” invece del quale si legge “ibn-el-Biscir:” e potrebbe essere errore di copia ed anche variante d’uso. Anche l’età coinciderebbe. Ma da un lato mi farebbe maraviglia che fossero sfuggiti a Imâd-ed-dîn i versi a lode de’ ministri egiziani; e dall’altro è da notare che nella Kharîda il nome è anche scritto una volta ibn-abi-l-Besciâir.

[926] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 581.

[927] Kharîda, op. cit., pag. 586.

“O Beni-l-Asfar (gente bionda) voi dovete il prezzo del mio sangue: de’ vostri è il mio uccisore, il ladrone che m’ha spogliato.

È bello dunque il fuggir chi t’ama? È lecito ciò nella religione del Messia?

O tu dall’occhio languente senza malattia, quando tu alluci un (ferito in) cuore, eccol già sano!

Ogni sorta di bellezza, dacchè io vi ho visti (o gente bionda), par brutta agli occhi miei.”

Si ricordi che gli Arabi chiamavan Beni-l-Asfar i Romani e i Bizantini.

[928] Ms. di Parigi, fog. 11 verso.

“Le mie lagrime già scopron l’amore: non reggo più alla passione che m’ispira questa verginella, guardandomi con due occhi d’antelope. La bionda che ama il vestito bianco e tinge il velo nel rosso del cartamo.

Oh quel camiciotto e quel velo riflettono il colore su chi la guarda; ond’egli (a vicenda) si fa bianco e arrossisce!

Crisolito ella è, legato in lamina d’argento e coronato di vermiglia corniola.”

[929] “Una fanciulla mi ha rapito il cuore di mezzo il costato: l’adesca assiduamente co’ suoi vezzi!

Donzella dalla guancia (porporina) come il suo camiciotto; dal velo bruno come le sue ciocche:

Le pietre preziose del suo monile tondeggiano come il suo seno; le minuterie ond’ella s’adorna, hanno il colore dell’afflitto mio viso.

Ella, col suo wisciâh, col velo e con gli ornamenti, sembra a chi la affisi, un Sole vestito di splendore, coronato di fitte tenebre e circondato di stelle.”

[930] Kharîda, op. cit., pag. 601. I versi ai quali s’accenna, leggonsi nel citato Ms. di Parigi, fog. 116 recto e verso. Il poeta siciliano ne scrisse tre, per chiedere il libro: ed Abu-s-Salt gliene mandò con sette versi su la stessa rima.

[931] Ms. di Parigi, fog. 11 verso, 12 recto.

[932] Fog. 12 recto.

[933] Fog. 12 recto a 13 recto.

[934] Fog. 13 recto.

[935] Fog. 13 recto e verso.

[936] Si confronti la notizia di Imâd-ed-dîn, Bibl. arabo-sicula, pag. 587, con quella di Zuzêni, op. cit., pag. 619. Questa seconda notizia fu già pubblicata, non senza errori, dal Casiri, Bibl. arabo-hisp., I, 434, e quindi dal Gregorio, Rer. Arab., pag. 237, e citata dal Wenric, Rerum ab Arabibus, ec. pag. 305.

[937] Anonimo, presso Imâd-ed-dîn, loco citato.

[938] Imâd-ed-dîn, nel Ms. parigino della Kharîda, fog. 16 recto.

[939] Ms. citato, fog. 16 recto segg. L’elegia principia:

“Difficile è il conforto; immensa la separazione e la perdita; e ne piomba nell’anima più dolore ch’ella non cape.

Piangete, occhi, lagrime schiette e sangue; poichè a questo colpo non v’ha schermo!

. . . . . . .

Non bastava la Terra a’ suoi benefizii, ed or basta al suo corpo la fossa che gli hanno scavata.

Chi rimane agli orfani ed a’ viandanti, che le sue mani soleano dissetare e saziare?

. . . . . . .

Vengono gli Angeli della Grazia ad annunziare ch’egli è asceso agli eterni giardini.

Chè già le sue azioni gli aveano apparecchiato l’albergo ne’ luoghi dove posano le anime generose.

Che è questo che gli uomini sanno bene ch’e’ s’ha a morire, e poi, mettendosi in viaggio, non pensano a provvedersi del vitto?”

[940] Ms. citato, fog. 17 recto.

“Lo piangono i destrieri di battaglia e spezzano il morso, non sentendo più i suoi sproni.

Vanno di passo, ancorch’e’ siano purissimi di sangue tra tutti i cavalli, valentissimi al corso e smilzi sopra ogni altro.

Per poco le spade indiane non si torcono dal dolore, sì che i foderi si spezzino allo sguainarle.”

[941] Ms. citato, fog. 16 recto.

“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,

Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:

La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”

I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.

Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:

“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”

E conchiude con questi versi:

“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.

Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,

Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”

[942] Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.

“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori, Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso); Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito? E tu sempre mi respingi, senza mia colpa! Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla: Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno! Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico, Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo. O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia! Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto: Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”

[943] Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.

“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.

L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:

Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;

E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;

(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “

[944] Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.

“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.

Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!

Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?

(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).

Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.

O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”

Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!

[945] Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nel Journal Asiatique di novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.

[946] La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”

[947] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 588, 589.

[948] Op. cit., pag. 600 segg.

[949] Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.

[950] Bibl. arabo-sicula, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.

Ecco gli squarci dell’elegia.

“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!

La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.

Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,

Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.

Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!

Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;

Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,

Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!

Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;

Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.

E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.

Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!

Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!

Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;

Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.

E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.

Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”

Ho tradotto “bigie” il plurale wurk, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo con werek “fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?

[951] Bibl., pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo del Journal Asiatique, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.

Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nella Bibl. arabo-sicula, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo della Biblioteca.

[952] Il baron De Slane ha letto ’Akîk “corniola.” Ma ’Atîk “vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.

[953] Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.

[954] Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.

[955] Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelle Nuove Effemeridi Siciliane del 1870.

[956] Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 9 e nel Journal Asiatique, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.

[957] Bibl., pag. 581 segg.

[958] Io veramente non son certo che la voce “bahrein” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.

[959] Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.

[960] Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 585.

[961] Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.

[962] Corano, sura LXXXI, verso 12.

[963] Bibl. arabo-sicula, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelle Biografie de’ Grammatici.

[964] Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.

[965] “Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;

E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.

Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,

Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.

. . . . . . .

Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,

Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).

Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;

E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.

. . . . . . .

O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;

Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”

[966] Dozy, Catalogus CC. OO., Bibl. Acad. Lugduno Batavae, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nella Kharîda d’Imâd-ed-dîn. Si confronti la Bibl. arabo-sicula, pag. 599, 601.

Il Mokhtar è registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nella Bibl. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, un Sirr-el-Kimia (Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.

[967] Bibl., pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.

Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.

[968] La voce ghoraf, plurale di ghorfah, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamente étages. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi, Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nel Glossaire des Mots espagnols, etc. per Dozy ed Engelmann.

[969] Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.

[970] Il testo ha la voce dibag e la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamo broccato, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.

[971] Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.” Mesched, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”

[972] Bibl. arabo-sicula, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:

“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!

Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!

Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!

Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”

[973] Bibl. arabo-sicula, pag. 581.

Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della Biblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.

[974] Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:

“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.

Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).

La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”

Ecco l’altro epigramma:

“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.

Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”

[975] Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.

[976] Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.

[977] Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.

Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.

“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!

Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.

Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.

Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.

Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”

[978] Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.

“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!

Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.

Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”

Ho tradotto “accinto” l’aggettivo mozanner, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “dsimmi” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.

Ho reso “farsetto” la voce wisciâh, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.

Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.

[979] Si vegga la Rivista sicula di novembre 1869, pag. 378 segg.

[980] Bibl. arabo-sicula, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.

“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,

Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.

La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.

Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.

Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,

O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!

Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.

E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”

[981] Ms. citato, fog. 7 recto.

“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;

Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.

Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:

La vidi che stava sopra un talmik (?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.

Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”

[982] Bibl. arabo-sicula, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.

“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,

E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.

Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.

Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”

[983] Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 88 e nel Journal Asiatique di gennaio 1864, pag. 75, 76.

[984] I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.

Troviamo a pag. 355:

“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.

E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”

[985] “Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).

Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.

Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”

[986] “Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”

[987] Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.

[988] Cap. v di questo libro, pag. 541.

[989] Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.

[990] Bibl. arabo-sicula, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.

[991] Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.

[992] Bibl., testo, pag. 22, 23.

[993] Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.

[994] Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolo zabia, tzabia, dhabia, thabia, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del genere cervus, o del genere capra, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. Il Vocabulista in arabico dà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”

[995] Amico, Dizionario topografico della Sicilia, nel capitolo di Favignana.

[996] Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.

[997] Bibl., pag. 36. Il testo ha precisamente merkeb; voce generica, usata per le navi con ponte.

[998] Op. cit., pag. 38.

[999] Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolo merkeb nel primo caso, e di kârib nel secondo. Credo che i merkeb siano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.

[1000] Op. cit., pag. 35, 39.

[1001] Op. cit., pag. 41.

[1002] Op. cit., pag. 36.

[1003] Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è ’Ain-el-aukât. “La fonte (che sgorga) a momenti.”

[1004] Bibl., pag. 35.

[1005] Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.

[1006] Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’iklim di Demona non può rispondere al valle, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in ’aml, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un ’aml di larga superficie ed un iklim di eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “’aml di larga superficie e i suoi iklîm di larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un ’aml potea contenere parecchi iklîm. Ma ecco l’’aml e lo iklîm, al singolare, anche in Marsala; i vasti iklîm di Mazara e di Trapani, alle quali non si dà ’aml (pag. 40); e gli iklîm di Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degli iklîm e degli ’aml dei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gli iklîm fossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.

A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’iklîm che quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.

Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.

[1007] Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.

[1008] Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.

[1009] Il testo ha qui il plurale della voce hanût, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradotto magazzini per avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.

[1010] Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italiana fondaco viene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.

[1011] Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.

[1012] Edrîsi nella descrizione di quelle città.

[1013] Bibl., pag. 23.

[1014] Op. cit., pag. 22 a 25.

[1015] Op. cit., pag. 42.

[1016] Op. cit., pag. 93.

[1017] Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigione motabbak,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.

[1018] Op. cit., pag. 40.

[1019] Op. cit., pag. 63.

[1020] Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.

[1021] Si vegga la Introduzione alla mia Carte comparée de la Sicile, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo le Mem. stor. Agrigentine del sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocaboli rahl, menzil, kala’t. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione al Nuovo dizionario geografico, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. Lo Stato generale delle Poste, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.

[1022] I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dal Dizionario topografico dell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.

Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.

[1023] Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.

[1024] Bibl., pag. 34.

[1025] Op. cit., pag. 41.

[1026] Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altra fârisi, ossia persiana. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.

[1027] Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.

[1028] Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.

[1029] Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.

[1030] Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.

[1031] Questo mese siriaco risponde al febbraio.

[1032] Si confrontino le due compilazioni nella Bibl., pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamati iggiana e si riponeva nelle kârûra. Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer, kasa’h.

[1033] Bibl., pag. 210.

[1034] Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome di Kala’t-el-Hamma, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.

[1035] Op. cit., pag. 30.

[1036] Bibl., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettere Liâg, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.

[1037] Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.

[1038] Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore, Sacrae Domus Mansionis.... monumenta, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.

[1039] Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 408.

[1040] Presso Caruso, loc. cit.

[1041] Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.

[1042] Bibl., pag. 43.

[1043] Op. cit., pag. 32.

[1044] Op. cit., pag. 33.

[1045] Op. cit., pag. 65.

[1046] Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis, Decacordum, Catania, 1642, I, pag. 77.

[1047] Bibl., pag. 43. Gli Arabi chiamano katniah, al plurale katâni, le piante leguminose; come si conferma con Lane, Lexicon, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla voce giullugiân, e col Vocabulista in arabico, pag. 523, al vocabolo vicia. Il Ms. arabico di Parigi, Ancien Fonds, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine il Riadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, num. 752, fog. 50 recto.

[1048] Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto, Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2.

[1049] Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles, Hist. Diplom. Friderici II, tom. V, pag. 571 segg.

[1050] Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.

[1051] Diploma del 1249, citato poc’anzi.

[1052] Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, ed Anonymi Chronicon Siculum, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’Elenco delle pergamene della Magione, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.

[1053] La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nel Riadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi, _Ancien Fond_s, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.

[1054] Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 408.

[1055] Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 453.

[1056] Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.

[1057] Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto, Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi, Tariffa de’ pesi e misure, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nella Pratica della Mercatura di Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini, Della Decima, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.

[1058] Bibl., pag. 57.

[1059] Op. cit., pag. 35.

[1060] Op. cit., pag. 64.

[1061] Op. cit., pag. 32.

[1062] Zohri e Ibn-Said, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.

[1063] Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.

[1064] Bibl., pag. 24.

[1065] Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.

[1066] Op. cit., pag. 57.

[1067] Bibl., pag. 63.

[1068] Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.

[1069] Op. cit., pag. 65.

[1070] Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles, Historia Diplomatica, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.

[1071] Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.

[1072] Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.

[1073] Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.

[1074] Bibl., pag. 24, 55, 65.

[1075] Bibl., pag. 44.

[1076] Op. cit., pag. 42.

[1077] Op. cit., pag. 33.

[1078] Loc. cit.

[1079] Op. cit., pag. 32, 65.

[1080] Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’era mehall, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile, kala’t, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.

[1081] Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nella Histoire naturelle des poissons de l’Egypte (Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traduce saumon, citando anche il passo qui dianzi notato della Bibl. arabo-sicula, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il genere salmo, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la specie salmo vulgaris, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocabolo Salmûn, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e il Dizionario arabo e italiano, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (Bibl. arabo-sicula, pag. 51).

[1082] Bibl., pag. 35.

[1083] Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.

[1084] Op. cit., pag. 39.

[1085] Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles, Historia Diplom. Federici II, tomo V, 820.

[1086] In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicelli di tria, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuolo eletria, che si vegga in Dozy ed Engelman, Glossaire, etc. Il Kamus spiega il vocabolo itria “cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. 4, nota 21.

[1087] Bibl., pag. 30.

[1088] Si vegga qui sopra a pag. 774.

[1089] La radice di questo vocabolo è sana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.

Edrîsi dice di que’ sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.

[1090] Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles, Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si legge et Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere: et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.

[1091] Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. I tarrasiatores sono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardo tappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabico ferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.

[1092] Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologique del 1865, articolo intitolato: Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.

[1093] Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nella Rivista Sicula di agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.

[1094] Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.” Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.

[1095] La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.

Il motto arabico che si volle imitare parmi: Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.

[1096] Si vegga Marryat, A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin, Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore, Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.

In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza di elif e lam e altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.

[1097] Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici, lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.

[1098] Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata ’aml tin “opera di terra,” tin mohtawa “terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, e tin ’amali “terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come la dorrak di Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citata Histoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.

[1099] Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.

L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri, Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.

[1100] Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nella Revue Archéologique del 1865.

[1101] Chabouillet, Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.

[1102] Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.

[1103] Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica di tirâz.

[1104] Boch (Dott. Franz), Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.

[1105] In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.

[1106] Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature: Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati: O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat (augeat) impreium (imperium) ibti (tibi), rex qrenwine (qui regnat in aevum).

Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro: Hoc sidus CAUCBI fert nociva mundi. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabo kaukab, (abbreviato kaukb) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.

[1107] Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la voce ricamare, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde nel tirâz musulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.

[1108] Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.

[1109] Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.

[1110] Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.

[1111] Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.

[1112] Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.

Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.

[1113] Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.

[1114] Daniele, I regali sepolcri del Duomo di Palermo, tavole C. F. R.; Gregorio, Discorsi VI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., e Rerum Arabicar., pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci, Simboliche rappresentanze, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia, Rivista sicula di febbraio 1869, pag. 93, 94.

[1115] Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.

[1116] Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare le Dissertazioni VII ed VIII del Gregorio.

[1117] Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 267.

[1118] Presso Caruso, op. cit., pag. 407.

[1119] Journ. Asiatique, di gennaio 1846, pag. 82.

[1120] Gesta regis Henrici, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 960.

[1121] Francisque Michel, Recherches sur.... étoffes de soie, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi del Romans d’Alixandre, tra i quali si legge:

D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.

A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, e

Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.

[1122] Tabularium della Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.

[1123] Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. La domus setae era ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente la dohana paliariorum.

[1124] In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamo hariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri la h arabica con la c nostra.

Anche la voce filugello vien d’Oriente. V. Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.

[1125] Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.

L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese del Rerum Memorabilium di Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”

Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.

[1126] Presso Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi, arca (arcus?) cuctonis e caha cuctonis. La voce kâ’ah era ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi, Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice della kâ’ah dell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.

[1127] Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.

[1128] Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e la cabella auripellium si legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.

[1129] Gregorio, Discorsi VI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch, Kleinodien, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.

[1130] Boch, Kleinodien, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio, Discorsi VI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro, Opere, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.

[1131] Su questo argomento il Kitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelle Mémoires de l’Acad. des Inscript., 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e il Mowâ’iz di Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (hascisc); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che il kaghed, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.

Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nella Liberté de penser, sotto il titolo: L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon.

[1132] Edrîsi, Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri, Bibl. arabo-hispanica, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.

[1133] Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore, Bulla Privilegia, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro, Tabulario della Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata, Pergamene, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nel Giornale ecclesiastico di Sicilia, pag. 116.

Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.

[1134] Nel Tabularium della Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto in carta bumbiana che jam camulari inceperat.

Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles, Hist. diplom., etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni di papiri chartae e chartae bombycinae. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio, Privilegia urbis Panormi, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”

L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nel Tabularium, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture in carta de papiro, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon, Paleographia graeca, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso, Palermo antico, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.

[1135] Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelle Mémoires de la Société impériale des Antiquaires de France, tomo XXIII, col titolo Sur l’emploi du papier de coton, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.

[1136] Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.

[1137] Ibn-Haukal, nel Journal asiatique, di gennaio 1843, pag. 98.

[1138] Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nella Guerra del Vespro siciliano, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabica biiâdh, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, che biiâdh qui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.

[1139] Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelle Fontes rerum Austriacarum, vol. XII, n. xxj seg.

[1140] Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 977, 978.

[1141] Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.

[1142] Leone Affricano, presso Ramusio, Navigationi et Viaggi, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.

[1143] Romualdo Salernitano, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 890, 891.

[1144] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.

[1145] Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nella Bibl. arabo-sicula, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.

[1146] Bartolomeo De Pasi, Tariffa de’ pesi e misure, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.

[1147] Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id, Bibl. arabo-sicula, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la voce kitrân si corregga kutûn.

[1148] De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.

[1149] Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.

[1150] Liber Jurium, diplomi del 1155, 1156, 1261, n^i. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.

[1151] Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.

Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany, Memorias Historicas, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.

[1152] Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.

[1153] Si veggano gli Statuti Pisani, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.

[1154] Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville, Mémoires.... sur le Commerce, etc., nelle Mémoires de l’Acad. des Inscriptions, X, 538.

[1155] Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.

[1156] Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 37.

[1157] Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.

[1158] Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.

[1159] Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.

[1160] Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, sotto que’ nomi.

[1161] Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.

[1162] Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.

[1163] In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamente msânâ, in vece di msîni che si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.

[1164] Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolato Il Medagliere arabo-siculo, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.

[1165] San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.

[1166] Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.

[1167] Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.

[1168] Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, la T dall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.

[1169] Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.

[1170] Monete cufiche, pag. 255, nota al n. 73.

[1171] Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.

[1172] Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano o cocciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.

[1173] Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.

[1174] Presso Raynaldi, Annales Ecclesiastici (Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori, Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.

[1175] Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.

Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori, Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”

[1176] Samperi, Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nel Rerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.

[1177] Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelle Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n^i. 3, 4 (Rivista sicula di agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.

Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight, The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina, Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.

[1178] Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nella Rivista sicula di ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nella Revue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.

Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”

[1179] Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelle Iscrizioni, ec., classe I, n^i. 9, 10 (Rivista sicula di febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.

Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti, Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey, Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.

[1180] Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.

Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitano La Ricerca, n^i. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.

Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso, Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, di Minenium è scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscolo De supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menâni con le acque dell’Ain-el-Farkh e dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna detta Burg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nella Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 29.

È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.

[1181] V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.

Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.

[1182] Il Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.

[1183] Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.

[1184] Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.

[1185] Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco, Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.

[1186] D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.

Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.

[1187] Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.

Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel, Voyage pittoresque, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.

[1188] Si veggano: Hittorf, Architecture moderne de la Sicile, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.

Gally-Knight, The Normans in Sicily, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.

Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di) Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, e Il Castello della Zisa, nella raccolta intitolata: L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.

Girault de Prangey, Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.

Di Marzo, Delle Belle Arti in Sicilia, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.

Buscemi, Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.

Schack (A. F. von) Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien, Berlino, 1865, due vol. in-12º.

Springer, Die mittelalterische Kunst in Palermo, Bonn, 1869, in-4º.

Gravina (Dom. Benedet. cassinese), Il Duomo di Monreale illustrato, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.

Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelle Effemeridi Siciliane, n^i. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nel Giornale Letterario, n. CXCV, (Palermo, 1839).

[1189] Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.

Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.

[1190] Caussin de Perceval, Essai sur l’Histoire des Arabes, II, 55.

[1191] Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.

[1192] Kela’i, El-Ikitfâ, ms. di Parigi, Ancien Fonds, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.

[1193] Beladsori, Liber Expugnationis, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.

Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.

[1194] Ibn-el-Athîr, loc. cit.

[1195] Beladsori, op. cit., pag. 286. Il vocabolo che traduco “vòlta” è azeg. Parmi sia da porvi mente nel ricercare la recondita radice del francese “ogive,” poichè gli Spagnuoli confondeano la pronunzia delle due lettere g z (gim, za) che sono le ultime di quel vocabolo arabico. Avremmo così le prime due sillabe di “ogive,” e l’ultima si potrebbe riferire alla nota desinenza dell’aggettivo derivativo in lingua arabica.

[1196] Ibn-el-Athîr, anni 105, 121, edizione del Tornberg, V. 93, 163 segg.

Il Beladsori, op. cit., 286, 287, fa un cenno de’ lavori pubblici dovuti a Khaled e cita, tra gli altri, una chiesa ch’egli edificò, come dicesi, in Cufa, in grazia della sua madre cristiana. Questo fatto non è stato dimenticato dal Weil, Geschichte der Chalifen, I, 621.

[1197] Kela’i, loc. cit. È notevole che questa pianta somigli a quella delle chiese cristiane. Traduco “abside” il vocabolo arabico, che significa letteralmente parti posteriori. Traduco “braccio” il vocabolo dsira’, che vi corrisponde ne’ due significati di membro del corpo e di misura lineare. La dsira’ variò di lunghezza secondo i luoghi e i tempi. Quella dell’antico Nilometro di Rauda, misurata dal Coste, op. cit., pag. 45, è di metro 0,5415.

[1198] Beladsori, op. cit., pag. 290.

[1199] Frammenti del testo d’Ibn-Sciakir, pubblicati dal professore Anspach, in nota al suo Specimen e literis orientalibus, etc., Leida, 1853, in-8º, pag. 8 e 9. Si vegga nello stesso opuscolo, a pag. 9, il testo della cronica anonima di Walîd, la quale dà all’ambasciatore il titolo di patrizio e narra lo stesso fatto con altre parole.

Dal canto mio, temperando una iperbole troppo grossa, ho tradotto: “si turbò fieramente” il luogo del testo, che dice propriamente “cadde svenuto.”

Su la moschea di Damasco si consulti Edrîsi, versione francese di M. Jaubert, I, 351, dove si fa menzione di un’altra cupola detta La Verde e di varie maniere di ornamenti.

[1200] Beladsori, op. cit., pag. 287, 288. Costui si chiamava Ibrahim-ibn-Selâma; era liberto della tribù di Rebâb, ed era stato uno degli emissarii che prepararono la sollevazione del Khorasân a favore degli Abbasidi. I Rebâb si veggono tra i primi conquistatori del Khorasân, secondo un passo del Beladsori, op. cit., pag. 404.

[1201] Bekri, Description de l’Afrique, testo di Parigi, pag. 23, e traduzione nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 471.

[1202] Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 317, dice che l’emiro tolunida Khamaruweih fabbricò di faccia alla Kubbet-el Hawâ, ossia “Cupola dell’Aria,” un’altra cupola chiamata Dekka, ossia “Belvedere,” ch’era aperta da’ lati (ossia da’ quattro archi, com’e’ parmi, che sosteneano la cupola), ma questi si chiudeano, quando si volea, con cortine. Dalla Dekka si scoprivano tutti i giardini e i palagi dell’emiro, il deserto, il Nilo, e i monti.

[1203] Bekri, op. cit, pag. 24 del testo e 472 della traduzione.

[1204] Tabari, ms. della Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe, n. 744, pag. 132, 133. Si confronti Ibn-el-Athîr, anno 88, testo di Tornberg, IV, 422. Si confronti anco lo scrittore anonimo del califato di Walîd, ec., pubblicato dall’Anspach, op. cit., pag. 4, nel quale, per errore di copia, com’e’ sembra, si dà il numero di 100,000 artefici, allegando l’autorità del Wakîdi.

[1205] Mohammed-ibn-Sciakir, nell’opera citata dell’Anspach, pag. 5, nota, scrive che Walîd domandò all’imperatore di Costantinopoli dodicimila artefici del suo paese, venuti i quali, fece rivestir le mura della moschea “delle pietruzze d’oro che addimandansi fesifisâ (ψῆφος), frammiste a varie maniere di peregrini colori in figura di piante, ec.” Si confrontino i luoghi d’Ibn-Khaldûn, testè citati, pag. 824 in nota.

[1206] Azraki, testo pubblicato dal Wüstenfeld, nelle Chroniken der Stadt Mekka, tomo I, pag. 309, 323 segg.

[1207] Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique et de l’Espagne, par Edrîsi, Leida, 1866, testo pag. 209. Si vegga a pag. 269 la versione, dalla quale ho creduto dovermi scostare un pochino.

[1208] Ibn-el-Abbâr, Hollet-es-Siarâ, ms. della Società asiatica di Parigi, fog. 30 verso. Si confronti Bekri, citato nella nota 2, pag. 839; il quale aggiugne che le colonne, alzate a sostegno della cupola che costruì Ibrahim-ibn-Ahmed, erano tutte ornate di intagli (o mosaici).

Questa moschea, sì vicina al nostro mare, si può dire inesplorata fin oggi, perchè i Cristiani assai difficilmente entrano nella città santa dell’Affrica, ed a nessuno è venuto fatto fin qui di penetrare nella moschea. Dopo Shaw e Desfontaines, lo tentarono invano Girault de Prangey (op. cit., pag. 63, 64) e Sir Grenville Temple; e, pochi anni addietro, l’intraprendente barone di Maltzan non potè notar altro che gli avanzi di colonne e altri lavori dell’antichità, che si vedean di fuori, ed un’alta cupola e un minaretto con iscrizioni cufiche (Reise in den Regentschaften Tunis und Tripolis, Leipzig, 1870, vol. II, pag. 70).

[1209] Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, vol. II, pag. 248.

[1210] Makrizi, vol. cit., pag. 246 a 256.

[1211] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 248. Si confronti il Coste.

[1212] Argomento ciò dal Beladsori, op. cit, pag. 309. I Beni ’Amir-ibn-Liwa, gentiluomini della Mecca, combatterono nelle prime guerre dell’islam e un di loro si trovò alla presa di Hamadan (643). Indi è molto verosimile che la famiglia abbia fatta stanza in quella città e che il suo liberto fosse stato di schiatta indigena.

[1213] Veggansi i disegni nell’opera egregia del Coste, Architecture arabe, ou monuments du Kaire, Parigi, 1837, gr. in foglio, tavole I, II, III, e si confronti il testo, pag. 30 segg.

[1214] Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 265 segg.

[1215] Univers pittoresque; Egypte moderne, par M. Marcel, 1848, pag. 72 e seguenti.

Sanno gli eruditi che parecchi volumi di quest’ampia raccolta non son mere compilazioni fatte a tanto il foglio. Il Marcel, orientalista, visse a lungo in Egitto, studiò seriamente le antichità di quel paese nel medio evo, e pubblicò varie altre opere importanti. Chi ha letti i testi del Makrizi e d’altri autori arabi, s’accorge subito che il Marcel li studiò e ne diè sovente una traduzione fedele.

[1216] Owen-Jones, Grammaire de l’Ornement, Londra e Parigi (senza data), ediz. in-4º, nella descrizione della tavola XXXI.

[1217] Coste, op. cit., pag. 32 segg.

[1218] Coste, op. cit., tavola LXX, e il testo a pag. 45.

[1219] Makrizi, op. cit., II, 185.

[1220] Si vegga il Makrizi, op. cit., I, 384, e in molti altri luoghi.

[1221] Makrizi, op. cit., I, 318. Le tre porte si addimandavano Bab-Zawila, Bab-en-Nasr, e Bab-el-Fotûh.

[1222] Si vegga il Coste, op. cit., pag. 34.

[1223] Makrizi, op. cit., I, 315.

[1224] Makrizi, op. cit., I, 316, 317.

[1225] Makrizi, op. cit., II, 273.

[1226] Si veggano, nel Coste, op. cit., le tavole VII, VIII, e il testo, pag. 33 e seguenti.

[1227] Coste, op. cit., pag. 32.

[1228] Azraki, testo arabico pubblicato dal Wüstenfeld, nelle Chroniken der Stadt Mekka, Leipzig, 1858, I, 396.

[1229] Flandin et Coste, Voyage en Perse (1840-1841), Parigi, senza data. Si veggano le tavole 24 (Sarbistan), 42 (Firuzabad), 216 (rovine sassanide dette Taki-Kesra a Ctesifone), e il testo pag. 43, 173. Si notino le cupole molto frequenti e per lo più ovoidi, ossia generate da un’ellisse che gira perpendicolarmente su l’asse maggiore. Nel Taki-Kesra il grande arco, che arriva al colmo della gran sala, è a sesto acuto con la punta arrotondata, come que’ della moschea d’Amr al Cairo vecchio.

[1230] Il Gally-Knight, The Normans in Sicily, pag. 351, mette innanzi due conghietture, delle quali la prima mi pare molto plausibile e la seconda molto strana: cioè che l’arco acuto sia passato in Sicilia dal Kairewân, e che ve l’abbia recato un architetto bizantino. A sostegno di questa seconda opinione, l’autore allega l’arco acuto che si vede nel menologio dell’imperatore Basilio Macedone alla Vaticana.

Questo preziosissimo codice greco in carta pecora, ch’è segnato nella detta Biblioteca col n. 1613, contiene le agiografie de’ primi sei mesi dell’anno, cominciando dal settembre; ed è illustrato in ogni pagina con una bella miniatura, che ne prende almeno la terza parte e che rappresenta spesso degli edifizii.

Il testo greco con traduzione latina, stampato in Urbino il 1727 in tre volumi in foglio, col nome del cardinale Annibale Albano del titolo di San Clemente, nei primi due volumi riproduce in rami quelle miniature.

Ora esaminata la splendida edizione d’Urbino e visto anco il codice originale, debbo dir che l’erudito inglese cadde in errore. Arco acuto propriamente detto non si vede mai nel menologio dell’imperatore Basilio. V’ha soltanto (edizione di Urbino, II, 67, 69, 78, 90, 107, 121, 127, ec.) intorno alcune figure di santi, una specie di trittico formato da quattro colonne o pilastri e terminato nella parte superiore da un angolo rettilineo tra due archi di circolo, o, al contrario, da un arco circolare tra due angoli rettilinei. Ma, come ognun vede, queste tornano a mère cornici, non son veri membri di architettura: e d’altronde l’angolo rettilineo, adoperato sovente come ornato in architettura, non si è chiamato mai arco, nè può farne l’ufizio.

In un sol posto, a pag. 102, cioè, del I volume, si rappresenta propriamente un portico, formato di colonne che sostengono, invece di archi tondi o aguzzi, degli angoli rettilinei della fattura che abbiamo testè descritta. Di due cose dunque l’una: o il dipintore delineò il portico per ghiribizzo, mettendo un ornato in vece di un arco; ovvero ei volle imitare rozzamente gli archi a sesto acuto, che al suo tempo, cioè nella seconda metà del IX secolo, erano in uso appo i Musulmani. La scena di questa miniatura è per l’appunto in Antiochia, occupata allora da Musulmani. E così il dipinto prova che i Bizantini, non che costruire archi acuti nei loro edifizii, non li sapeano nemmeno, o non li voleano, imitare col pennello.

[1231] Burckhardt, Travels in Arabia, Londra, 1829, vol. I, pag. 284; e Burton, Personal narrative of a pilgrimage, etc., Londra, 1855, vol. I, cap. vj, pag. 138. Si veggano a pag. 131 segg. le idee del Burton su l’architettura sacra dell’Oriente.

[1232] Azraki, op. cit., pag. 323 segg.

Questo lavoro, fondato su le tradizioni d’un erudito meccano che visse al principio del IX secolo, fu scritto alla metà dello stesso secolo e vi furon fatte aggiunte nel X. Noi vi leggiamo l’altezza e la larghezza di ciascuno dei 43 archi, i quali, scempii, ovvero uniti a due, a tre ed a cinque, formavano le 23 porte (nel 1814 erano 19) della gran moschea quadrilatera della Mecca, com’essa era dopo le costruzioni de’ califi Walîd (705-715), Mansûr (754-755) e Mahdi (775-785), descritte nell’opera stessa, pag. 300 segg. Alla più parte di cotesti archi si dà l’altezza di 10 o 13 dsira’ (ossia braccia, che supponghiamo da metri 0,54) su la larghezza di 7 dsira’ poco più o poco meno. Un solo è molto basso, cioè 10 di altezza per 9 di larghezza; altri, al contrario, molto allungati, cioè di 9 sopra 5 e di 10 sopra 5, intere o scarse.

[1233] Burckhardt, op. cit., vol. I, pag. 243, 277 segg.

[1234] Libro II, cap. v e ix nel vol. I, pag. 294, 407.

[1235] Bekri, Description de l’Afrique, testo di Parigi, pag. 25, e traduzione nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 475-476.

[1236] Libro III, cap. ix, vol. II, pag. 190.

[1237] Libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274.

[1238] Dissi di cotesta iscrizione nel libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274, e poi l’ho letta io stesso e pubblicata, nelle Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 1, Rivista sicula di marzo 1869.

[1239] Nello stesso libro IV, cap v, vol. II, pag. 303.

[1240] Libro IV, cap. v, vol. II, pag. 294 segg.

[1241] Libro IV, cap. xiij, vol. II, pag. 450, nota 4.

[1242] Edrîsi, testo, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 28, 29. Pur mi rimane il dubbio di qualche lacuna in questo luogo del testo. La descrizione si adatta perfettamente alla Cappella Palatina. Come supporre che Edrîsi non abbia fatta menzione di questa splendida opera del suo mecenate; e come immaginare che i Normanni abbiano lasciate nel Duomo le iscrizioni, le quali doveano esser tratte dal Corano?

[1243] Fosûs, plurale di fass, ch’è tolto di peso, come notò il Fleischer, da πεσσός “pietruzza,” ed è usato per designare il materiale da mosaico dorato, nel luogo di Ibn-Sciâkir che abbiam testè citato a pag. 828, nota 2. Si confronti una nota del Dozy, nella Description de l’Afrique, par Edrîsi, pag. 360. Parrebbe dunque a prima vista che Edrîsi avesse voluto alludere a’ mosaici della Cappella Palatina e della sala del palagio. Ma come adattare alle pietruzze da mosaico l’aggettivo che segue, giâfiah, cioè “ruvide” o “pesanti,” sul quale si vegga il Dozy, op. cit., pag. 278, dove è ricordato per l’appunto il presente luogo di Edrîsi? Convien dunque prendere fosûs nel significato primitivo e persuaderci che l’autore volle fare al solito suo l’antitesi dei grossi o grezzi ciottoli co’ massi di pietra da taglio. D’altronde non si fabbrica col mosaico, nè Edrîsi stesso avrebbe osato di arrivare ad una metafora di tal calibro.

[1244] Edrîsi, testo, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 29, da correggere secondo il Dozy, op. cit., pag. 308, avvertendo che ne’ Diplomi arabi di Sicilia si trova la voce r..kkah col significato italiano di rôcca, e talvolta è tradotto “castellum.”

[1245] Così chiamano volgarmente le rovine del monastero di Santa Maria della Valle o della Scala, fondato nel XII secolo. Io lo cito soltanto per la parte che rimane dell’edifizio primitivo, essendo il rimanente del secolo XIV. Si vegga Gally-Knight, op. cit., pag. 126; e meglio Geo. Dennis, nel Murray handbook... Sicily, Londra, 1864, pag. 513.

[1246] Sugli avanzi di questo monastero fondato nel 1174 si vegga il Gally-Knight, op. cit., pag. 168 segg.

[1247] Sebîl, ossia “Via (di Dio),” chiamano gli Arabi alcuni lasciti pii, e quelli specialmente che sono addetti a dar da bere a’ viandanti.

Questa fonte, alla quale riman finoggi il nome arabico di Cuba, non è stata descritta da altri, per quanto me ne sovvenga. Essa è molto piccola in vero. L’incontra a man destra chi, andando da Villabate a Misilmeri lungo lo stradale, ha oltrepassato il villaggio detto Portella di Mare ed è arrivato al sommo dell’erta, dal quale poi si scende nella valle del fiume detto de’ Ficarazzi. Sorge quivi a sinistra la collina della Cannita, ov’era di certo il Kasr-Sa’d, ricordato da Ibn-Giobair. E forse questa cupoletta è proprio su la sorgente detta Ain-el-Meginûna, ossia “Fonte della pazza,” di cui il viaggiatore spagnuolo, nella descrizione di Kasr-Sa’d, Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 88, e Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 516, e di gennaio 1846, pag. 76.

La cupoletta oggi è sepolta in parte sotto una frana, che mi parve recente quand’io vidi per la prima volta questo monumentino nel maggio 1870. È fabbricata, come quella molto più grande di casa Napoli tra Palermo e Monreale, sopra un dado, nel quale si entra dalla parte dello stradale per un arco molto aguzzo e pur sì picciolo che un uomo dee chinarsi per passarvi. L’acqua, in oggi assai scarsa, scaturisce in fondo ed è condotta per un canale artificiale in una pila di sasso, al margine dello stradale. Questo poi è più basso e discosto da otto metri.

[1248] Il prof. Saverio Cavallari, ricordato più volte nel presente lavoro, ha notata la costruzione delle cupole de’ monumenti normanni di Sicilia diversa da quella di stile bizantino, nel quale la superficie della sfera concava si adatta alle pareti interne del prisma quadrilatero per mezzo di una muratura in forma di vela. Egli ha osservate nella “Badiazza” presso Messina le radici di una cupola normanna che ora è cascata. Si vegga il suo confronto nel fascicolo di saggio della splendida opera cromolitografica testè intrapresa in Palermo col titolo di Cappella del real palazzo di Palermo, disegnata e dipinta da Andrea Terzi, ec.

[1249] Si vegga Girault de Prangey, op. cit., pag. 91, e tavola X, n. 2.

[1250] Girault de Prangey, op. cit., pag. 89, 96 segg., 100, 119. Si osservino anco gli ornati della Zisa e di Cordova, messi a riscontro nella stessa opera, tavola IV.

[1251] Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique et de l’Espagne, par Edrîsi, pag. 209 del testo e 258 della traduzione.

[1252] Si tratta in generale di questo argomento nell’opera di Owen-Jones, intitolata Grammaire de l’ornement, Londra e Parigi, senza data, edizione in-4º, illustrata con cromolitografie. Si vegga la descrizione della tavola XX, lavoro del signor Waring, il quale ha fatto lungo studio su i monumenti bizantini, e nota l’influenza del disegno bizantino sugli Arabi, come si vede, dice egli, al Cairo, in Alessandria, in Gerusalemme, in Cordova e in Sicilia.

[1253] Questo è quello che il professor Basile definì Arco persiano, nel citato articolo del giornale “La Ricerca.”

[1254] Veggansi le tavole XVII, XXVII, XXVIII, della lodata opera dei signori Flandin e Coste.

[1255] Mowâ’iz, edizione citata, I, 384.

[1256] Nella Bibl. arabo-sicula, testo pag. 91, e nel Journal Asiatique di gennaio 1846, pag. 80.

[1257] Si vegga la figura in Lane, Modern Egyptians, vol. I, cap. 1, o in ogni altra raccolta di disegni architettonici dell’Oriente.

[1258] Leandro Alberti, Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 49, recto e verso.

[1259] Si confronti Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1, e Girault de Prangey, op. cit, pag. 88. Ecco le parole del Fazzello: “Piscina erat ingens in medio, in qua vivi pisces coercebantur, antiquo, quadrato, ingentique lapide, mira crassitudine instructa. Quae hodie (1558) incorrupta est, aquasque solum et pisces requirit.”

[1260] L’afferma il professor Basile, negli articoli della “Ricerca” citati qui sopra a pag. 819, nota 2.

[1261] Diploma del 28 giugno 1307, citato dal Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1.

[1262] Si vegga il cap. vj di questo libro, a pag. 552 del volume.

[1263] Benjamin of Tudela, versione inglese di A. Asher, vol. I, pag. 160.

[1264] L’ho visto io medesimo ne’ primi giorni di quest’anno 1872, in compagnia del professore Giuseppe Patricolo. Ho cagione di sperare che questo valente architetto studii profondamente l’edifizio di Maredolce, del quale hanno trattato sì il Gally-Knight e il Girault de Prangey, ma i lavori loro non mi sembrano soddisfacenti.

[1265] Si vegga il cap. xj di questo libro, pag. 755 segg.

[1266] Amato, citato nel libro V. cap. v, pag. 119, di questo volume.

[1267] Bibl. arabo-sicula, testo pag. 89, e traduzione nel Journal Asiatique di gennaio 1846, pag. 76.

[1268] Si vegga nel presente libro, cap. xij, la pag. 785, note 1, 3.

[1269] Bibl. arabo-sicula, testo pag. 10, e traduzione nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 93.

[1270] Si vegga il libro V, cap. iij, pag. 103, di questo volume.

[1271] Si è mostrato in principio di questo capitolo, pag. 819, nota 2, che tra le due lezioni del Falcando è da preferir quella di Minenium, la quale torna al nome della fonte El-Menâni, citata nel diploma arabico del 1132.

A me par che lo stesso nome siasi dato a tutto il chiuso, e che questo, movendo dalle mura della città, abbia oltrepassata la costa dove il nome di Parco, dato al comune moderno, attesta l’antica qualità del luogo; e similmente chiamasi Parco vecchio un monte vicino. E che il chiuso incominciasse proprio dalla città, si vede dal Fazzello, il quale dice che al suo tempo chiamavan Parco il giardino regio dov’era la Cuba e la loggetta del giardino Napoli, sormontata di cupola. La quale, giacendo tra la Cuba e l’Altarello di Baida, ci fa parer molto verosimile che nel XVI secolo il giardino regio arrivasse infino al castello di Menâni. Nel XII v’era compresa al certo la Zisa. Ciò dalla parte della città, ch’è a dire a levante. A ponente prendea, senza dubbio, il monte Caputo e tutta la costa ove poi sorse Morreale.

Da libeccio poi e mezzogiorno il chiuso abbracciava il territorio di Rebuttone e correva in mezzo agli odierni comuni di Parco e di San Giuseppe Iato. Rebuttone è nome di un gorgo d’acqua (nella carta dello Stato Maggiore pubblicata il 1870, per erronea trascrizione, in vece di Gorgo, in siciliano gurgu, fu messo Urvo di Rebuttone). Rebuttone s’addimanda parimente una vecchia torre, lontana parecchie miglia dal gorgo, e così anco i luoghi di mezzo, i quali giacciono a levante dello stradale che mena dal Parco alla Piana dei Greci, dieci o dodici miglia lungi da Palermo. Or questo Rebuttone è corruzione di Rahl-Butont, casale appartenente nel XII secolo allo Spedale di San Giovanni de’ Lebbrosi, come si scorge da un diploma di Guglielmo I, dato di maggio 1156, pubblicato dal Mongitore, Sacrae Domus Mansionis.... Monumenta cap. xiij; citato altresì dall’Amico nelle note alla Sicilia Sacra del Pirro, fog. 1345 recto dell’edizione del 1733. Leggiamo in questo diploma “Casale Butont in contrata Mennani.” Da un’altra mano, il diploma arabo-latino del 1182, il cui testo latino fu pubblicato dal Lello, Monastero di Morreale, appendice di Privilegii e Bolle, ed è stato ristampato, insieme col testo arabico, del professor Cusa ne’ Diplomi arabi e greci, volume I (non ancora uscito alla luce), nella descrizione dei confini del territorio di Giato con quel di Palermo, ha che il territorio di Giato salisce alla torre detta Elfersi “et pervenit ad murum parci et vadit per murum murum usque ad portam putei, etc.” (Lello, pag. 9; Cusa, pag. 180, lin. 23). Ma il testo arabico, dal quale senza dubbio fu cavato il latino nel XII secolo, ha in riscontro del luogo latino che abbiamo stampato in corsivo (Cusa, pag. 203, lin. 12) le parole ila haiti hauzi l mebâni, che suonerebbe “al muro del chiuso degli edifizii:” e ciò mi par si accordi assai male con l’”ad murum parci;” oltrechè non sembra punto verosimile che una foresta cinta di mura si chiamasse “Chiuso degli edifizii.” Ma trasponendo nello stampato un punto diacritico, il quale non si trova nell’originale, e se si trovasse turberebbe poco assai chi ha pratica di manoscritti arabici, trasponendo io dico un punto, si leggerà in luogo di mebâni la voce menâni, la stessa del diploma arabico già citato del 1132, la stessa che si legge in latino nel diploma del 1156: e si comprenderà come il parco ampliato da re Ruggiero abbia preso il nome dalla sua villa, o castello che dir si voglia; poichè la Zisa e la Cuba non erano ancor fabbricate e Maredolce giacea lungi a levante.

Ecco finalmente, per dare un’idea precisa di quel gran barco, le parole di Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Italicar., tomo VII, pag. 194, anno 1149: “Interea Rex Rogerius.... Et ne tanto viro aquarum et terræ deliciæ tempore ullo deessent, in loco qui Fabara dicitur, terra multa fossa pariter et effossa, pulchrum fecit vivarium, in quo pisces diversorum generum de variis regionibus adductos jussit immitti. Fecit etiam juxta ipsum vivarium pulchrum satis et spaciosuin ædificari palatium. Quosdam autem montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parchum deliciosum satis et amœnum, diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi. Fecit et in hoc parcho palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per conductos subterraneos jussit adduci.” E sembra questa per l’appunto l’acqua della fonte El-Menâni.

[1272] Si ricordi il luogo del Makrizi, citato in principio del presente capitolo, pag. 829, nota 3.

[1273] Si vegga il libro IV, capitoli iv, vij, a pagine 270 e 330 del secondo volume.

[1274] Si veggano i capitoli ij, ix, xij del presente libro, pag. 426, 649 segg., 652, 654, 809 del volume.

[1275] Si vegga il noto passo di Leone d’Ostia, con le osservazioni che v’ha fatte di recente il Caravita, I Codici e le Arti a Monte Cassino, vol. I, pag. 488 segg., sostenendo che le arti del mosaico e del bronzo non erano spente in Italia, e che gli artisti, che chiamò di Costantinopoli l’abate Desiderio per lavorare a Monte Cassino, non fecero risuscitare quelle arti, ma soltanto contribuirono a perfezionarle.

[1276] Il Gally-Knight, non ostante l’opinione preconcetta del miscuglio d’arte arabica, bizantina e normanna, dice nell’opera citata, pag. 327, che i Normanni usarono in Sicilia uno stile d’architettura diverso al tutto da quello che avevano seguito in Francia e in Inghilterra, ed ugualmente lontano da quello degli edifizii innalzati da loro in Calabria. E rincalza nella pagina seguente, che l’arco acuto di Sicilia non passò il Faro che ai tempi dell’imperator Federigo II. Ei replica questa osservazione nella Ecclesiastical architecture of Italy, Londra, 1842-44, pag. viij e ix.

Pur v’ha una eccezione, ch’io ritrovo nell’opera postuma di Schultz, Denkmaeler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien, Dresda, 1860, tomo II, pag. 183 segg., e tavola LXXII. Nella cattedrale di Caserta Vecchia, che si dice incominciata nei primi anni del XII secolo e finita il 1158, l’acuto osservatore notò lo stile normanno di Sicilia. Tuttavia non evvi che qualche arco acuto, e il resto sono tondi. La cupola somiglia a quella piccina di Maredolce presso Palermo, nascendo sopra un cilindro, non già sul solito prisma quadrilatero, ridotto prima ad ottagono per mezzo di archetti pensili che riempiano i quattro canti.

[1277] Si vegga il libro V, cap. v ed viij, e il cap. j del presente libro, a pagina 130, 132, 232, 351 di questo volume.

[1278] Su la forma particolare delle chiese normanne di Sicilia disputò dottamente il duca di Serradifalco nell’opera citata, pag. 42 segg., e il Di Marzo, op. cit., pag. 108, 109.

[1279] Si veggano le mie Epigrafi arabiche di Sicilia, classe I, n^i. 6, 7, 9, 10, 11, nella Rivista sicula di ottobre e novembre 1869, febbraio e settembre 1870.

[1280] La ristorazione dell’antico edifizio, alla quale si lavora per cura dell’architetto professor Giuseppe Patricolo, ha messo in luce la più parte della iscrizione greca, la quale per la sua postura rimase pressochè ignota, mentre durò il monastero di donne. Il professore A. Salinas ha dato nella Rassegna archeologica di Sicilia del gennaio 1872 (Rivista sicula di febbraio 1872) un bel ragguaglio dello stato dell’edifizio e de’ lavori intrapresi per ristorarlo.

[1281] Si veggano le iscrizioni citate in principio del presente capitolo a pag. 818, nota 2, e 819, nota 1.

[1282] Delle 16 assi che conteneano l’iscrizione, 5 sono state rinnovate e 4 son sì guaste da non potervisi raccapezzare altro che qualche lettera. Dopo una croce con le solite lettere greche IC XP NI KA a’ quattro canti, l’iscrizione arabica incomincia in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo e finisce con l’invocazione dell’Agnus Dei. Ricercando pertanto le formole di cotesta invocazione usate da’ Cristiani di linguaggio arabico, e richiesto tra gli altri quel dotto giovane ch’è il signor Ignazio Guidi da Roma, egli mi ha mostrato l’Inno mattutino pubblicato a pag. 38 dell’Anthologia graeca carminum Christianorum, per W. Christ e M. Paranikas, Lipsia, 1874, nel quale Inno leggonsi alcuni versi che troviamo letteralmente tradotti in arabico nell’ultima parte della iscrizione della Martorana. Mi propongo di trattare più particolarmente questo subietto in altra occasione.

[1283] L’erudito signor Dennis, autore della Guida di Sicilia, nella collezione del Murray, e in oggi console generale britannico in Palermo, mi fe’ conoscere per lo primo coteste iscrizioni e mi menò a vederle nel maggio 1871.

Le travi maggiori son piene di varii stemmi dipinti, alcuni de’ quali sembrano più moderni.

[1284] Rénan, nella Histoire littéraire de la France au XIV siécle, tomo II, pag. 223 segg. Tuttavia l’eruditissimo autore confessa, a pag. 231, che l’Oriente usò l’arco acuto pria dell’Occidente, e crede anche che il vocabolo ogive, o augive, possa avere origine arabica, ancorchè non sia stato usato anticamente a designare l’arco acuto. Ogive potrebbe venire dal vocabolo ’augiâ “arco,” ovvero da azag, che abbiam citato nel presente capitolo a pag. 827, nota 2. Ma non va fatto assegnamento su coteste somiglianze di suoni e di significati, quando l’etimologia non abbia prove più sode.

[1285] Hittorf, op. cit., pag. 12, 15; Coste, op. cit., pag. 26, il quale attribuisce il nuovo stile alle società di muratori, i capi delle quali erano stati alla Crociata e ritornavano in Francia e in Germania, meravigliati della bellezza dell’architettura orientale.

[1286] A pag. 830.

[1287] Su i mosaici di Sicilia si vegga una lettera del signor Francesco Sabatier, pubblicata nel Giornale officiale di Sicilia, del 21 giugno 1858; Di Marzo, op. cit., I, 32; Hittorf, op. cit., pag. 22; Springer, op. cit., pag. 33, 34.

[1288] Il palco attuale è descritto precisamente nella Storia del Falcando e in una omelia greca attribuita per errore a Teofane Cerameo, la quale sembra opera del monaco Filagato e fu recitata nella inaugurazione della Cappella stessa, il 1139 o 1140. Io n’ho trattato nelle Epigrafi arabiche di Sicilia, classe I, n. 6, Rivista sicula, fascicolo di ottobre 1869, nel quale furono pubblicate le fotografie dei cassettoni.

[1289] Springer, op. cit., pag. 29, 30.

[1290] Si confrontino: Gravina, op. cit., pag. 70, 71; Caravita, op. cit, I, 191 segg.; Springer, op. cit., 27 segg., ed un articolo scritto dal signor Fr. W. Unger sul lavoro dello Springer, nelle Göttingische gelehrte Anzeigen, del 1869, pag. 1592 segg.

Il Gravina suppone che la maggior porta di Morreale sia opera di tre artisti, uno de’ quali musulmano: e in vero non sembra impossibile che i modelli di legno adoperati nella forma del getto fossero opera in parte di Bonanno e in parte d’altri artisti innominati. Lo Springer muove il dubbio, se Bonanno fosse nato veramente a Pisa, poichè gli pare di scorger il dialetto siciliano nelle iscrizioni; il quale argomento ribatte l’Unger, ma a spiegare lo stile diverso delle due porte di Morreale mette innanzi la conghiettura d’un’arte che, nata nelle isole Britanniche, sia passata successivamente in Francia, in Germania e nell’Alta Italia, e arrivata finalmente in Puglia.

[1291] Schultz, Denkmaeler, etc., tomo I, pag. 55, e tavola X. La chiesa di Santa Sabina in Canosa, dov’è questa camera sepolcrale, fu dedicata il 1401: nè sembra verosimile che le porte siano state gittate molti anni appresso. I tre cerchi, de’ quali ho fatta menzione, sono formati da un gruppo di caratteri che si replica dal principio alla fine; caratteri di quella scrittura capricciosa di cento forme diverse che mal si è addimandata Carmatica, ed io la chiamerei piuttosto cufica barbara. Ciascun gruppo è composto di cinque lettere, delle quali le due prime sono identiche alle due ultime, ma messe in senso inverso, per far simmetria. E ci si potrebbe scorgere il noto motto l l h (da leggere lillah, cioè “a Dio”), scritto da sinistra a destra e da destra a sinistra, rimanendo comune la prima lettera, come si vede spesso nelle epigrafi dell’Alhambra.

Traduco Amalfi la patria del fonditore ch’è scritta Melfie, perchè ognun sa che in quel tempo si confondeano i nomi di Melfi e di Amalfi; ma egli è verosimile che Ruggiero fosse nato in Amalfi, come i fonditori di varie altre porte di chiese della Bassa Italia, principiando da Pantaleone che gittò il 1076 in Costantinopoli quella della Grotta di Monte Santangelo, pubblicata dallo Schultz, op. cit., tomo I, 242, e tavola XXXIX.

[1292] Bekri, testo di Parigi, pag. 29, e versione francese del baron De Slane, nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 485. Si confronti la versione del Quatremère, nelle Notices et Extraits, XII, 480; e l’altro testo arabico, Description de l’Afrique, etc., del prof. A. De Kremer, Vienna, 1852, pag. 8.

[1293] Si veggano le citazioni nel V libro, cap. v, a pag. 140 di questo volume.

[1294] Edrîsi descrive questo congegno nell’articolo di Merida, edizione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 182 del testo, e 221 della versione; dov’è citato in nota l’uso che se ne fa a Costantinopoli e nell’Affrica settentrionale.

Il verbo giarr in Arabico vuol dire “trarre,” e forse da ciò venne il nome in Sicilia; poichè in Spagna i pilastri si chiamavano altrimenti. Occorre nella storia della Mecca di Azraki, edizione del Wüstenfeld, Stadt Mekka, I, 478, il nome El-Giarr o El-Giorr, dato a un ricettacolo d’acqua piovana sul monte Ahmar, dal quale ricettacolo l’acqua scorreva in un secondo detto mizâb, che significa canale o gronda.

Oltre a questo la voce arabica giarra s’applica in Sicilia a’ grandi vasi di terra cotta usati ordinariamente a serbare l’olio; si dice anco del vasellino da prendere sorbetti: e in questo significato di vaso piccolo o grande con bocca larga l’abbiamo in italiano con le varianti giara e giarro, e s’è fatta strada in tutte le lingue d’Europa.

[1295] Si vegga l’articolo Alcaduz nel Glossaire dee mots espagnols, etc., de’ signori Dozy e Engelmann. Il significato di “doccia” è cavato dal Bekri, celebre scrittore spagnuolo dell’XI secolo, e quel di “secchia” è comune all’arabo orientale. Aggiungo l’autorità del “Vocabulista in arabico,” Firenze, 1871, nel quale Kaidûs è reso “canalis.” I Siciliani han serbato il κάδος e “cadus” in catu, ossia secchia; ond’è più certa la provenienza arabica di “catusu.” Nell’uno come nell’altro vocabolo, la d è mutata in t, come per altro è avvenuto ne’ derivati toscani “catino, catinella, ec.”

[1296] Diploma di aprile 1132, pubblicato in parte dal Gregorio e per intero dal professor Cusa nei Diplomi arabi e greci (non ancora uscito alla luce), pag. 7, lin. 7 ed 11. Darb in origine significa porta, o sportello. Delle altre misure d’acqua corrente usate in oggi, non direi che fosser tutte derivate dall’arabo. E son queste: Zappa = 4 darbi, = 16 aquile o tarì = 48 dinari = 336 penne. Ma zappa si potrebbe riferire alla radice arabica sabba; tari e dinar sembrano venuti dal greco e dal latino per mezzo della lingua arabica. In due diplomi della Magione, dati del 1197 e del 1219 presso Mongitore, Sacrae Domus, etc., Panormi, cap. iv, si trova una misura d’acqua corrente detta palma, che sembra rispondere alla zappa.

[1297] Il dotto professore Carlo Maggiorani ha letta nella Accademia dei Lincei il 10 dicembre 1871 una memoria su l’antropologia della Sicilia, dalla quale duolmi non poter trarre insegnamento sul nostro subietto, perchè risguarda più particolarmente il periodo anteriore al conquisto romano.

[1298] Epistola di Gregorio IX a Federigo II, data di Anagni il 27 agosto 1233, e risposta del 3 dicembre dello stesso anno, presso Bréholles, Cod. Dipl. Friderici II, tomo IV, pag. 452 e 457, de’ quali documenti il primo è stato già citato da noi nel cap. viij del presente libro, pag. 612 nota. Il papa avea scritto de’ Saraceni di Lucera: “italicum idioma non mediocriter, ut fertur, intelligunt;” e Federigo rispose positivamente: “qui intelligunt italicum idioma.”

[1299] Libro V, cap. viij, pag. 205 a 210 di questo volume.

[1300] Si vegga il cap. viij del presente libro, pag. 620, e si riscontri con la pag. 614 segg.

[1301] Si ricordino i nomi di Scerf-ed-dîn e di Fakr-ed-dîn, che abbiamo notati nel cap. xj del presente libro, pag. 736 e 737.

È da notare altresì che Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, traduzione francese, IV, 276, fa menzione di un Abu-l-’Abbas-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Rafi’, di schiatta alìda e della famiglia degli Abu-Scerîf, la quale avea abitata la Sicilia. Cotesta menzione occorre verso il 1348, nella rivolta del principe merinita Abu-Einan contro il proprio padre; ma non sappiamo in qual tempo gli Abu-Scerîf avessero fatto dimora nell’isola.

[1302] Mortillaro, Elenco delle Pergamene della Magione, Palermo, 1859, pag 53. L’atto è dato in Palermo il 16 gennaio 1265.

[1303] Diploma degli 11 febbraio 1258, pubblicato dal Mongitore e ristampato in parte dal Gregorio, De Supputandis, etc., pag. 30. Simonide Filippo, giudice, e Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto pubblico dell’anno 549 dell’egira e 6663 dell’èra costantinopolitana (1154), tradotto da’ cittadini palermitani Giudice Dionisio, notaio Raimondo Fichi, maestro Michele medico, e notaio Leone di Biondo.

Diploma del 5 agosto 1286, pubblicato dal Gregorio, op. cit., pag. 52 segg., e dal signor Giuseppe Spata, Pergamene greche, pag. 451 segg., pel quale Tommaso Grillo, giudice, e il notaio Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto greco ed arabico del 26 agosto 571 (1175), del quale il testo arabico era stato interpretato da due notai, Luca de Maramma e Giorgio di Giovanni Bono, e da due medici giudei, maestro Mosè e maestro Samuele.

Ho citata nel capitolo X del presente libro, a pag. 698 segg. del volume, la traduzione latina della grande opera medica di Razi, che Farag, figlio di Salem, giudeo di Girgenti, compilava per comando di Carlo d’Angiò e terminavala nel 1279.

[1304] Delle quarantatrè iscrizioni sepolcrali di Sicilia e Napoli ch’io ho preso a pubblicare nella Rivista Sicula, due sole tornano al XIII secolo. L’una edita dal Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 156, con l’erronea data del 539 dell’egira, è in vece del 636 (1238). L’altra, op. cit., pag. 162, porta veramente la data del 674 (1276), ma non è provato punto che la sepoltura fosse stata in Sicilia. Entrambe le lapidi serbansi nel Museo nazionale di Palermo, dopo l’abolizione del Monastero di San Martino e della Casa dell’Olivella, che le possedeano ai tempi del Gregorio.

Un’altra iscrizione dell’859 (1454) pubblicata dal Gregorio, pag. 154, con l’erronea data del 359 e serbata ora al Museo, e prima nella Università di Palermo, o non fu trovata in Sicilia o fu messa, il che mi par meno verosimile in quel tempo, su la tomba di un musulmano morto di passaggio in Sicilia. Su l’altra faccia è intagliato uno stemma gentilizio, fattura del XVI o XVII secolo, il quale era sostenuto su la facciata d’una casa per mezzo d’un anello di bronzo, incastrato proprio nel centro dalla iscrizione.

[1305] In varii diplomi del XII e XIII secolo, che sarebbe troppo lungo a notare, leggiamo in lettere greche o latine i seguenti nomi arabici di luoghi in Palermo:

Γαδήρ ελκοῦκ, sobborgo (Ghadîr, etc., ossia Stagno del Kuk, sorta d’uccello aquatico).

̔Ρύμνη ἒῶεν Χάλφουν (via d’Ibn-Khalfûn).

Ἄκῶε ετ Τοὐρους (’Acabat et-Tûr. La salita del colle).

̔Ράχαῶ (Rahba, rahaba o rahab, nome generico di “piazza o cortile”).

Hartilgidia, e altrove Χαριτελτζητητε (El Hârit el Giadida, ossia “il quartiere nuovo”).

Αγρὸν Μαρὶας che si legge anco in un diploma arabico d’aprile 1132, Fahs Maria (“il Campo di Maria”).

Ruga Keleb (.... el kelb, ossia “del Cane”).

Contrata Hasserinorum (strada de’ lavoranti di Hasir, ossia stuoie, donde forse il siciliano Gassina).

Fahssimeria, ch’è “Fausumeli,” come dice il Mongitore, notissima campagna presso Palermo (Fahs-el-emîr).

Bebelagerin (Bab-el-Haggeriin, “Porta de’ tagliapietre”).

Vicus qui dicitur Zucac germes (Zokâk-el-Kirmiz? ossia “Vicolo del Chermisì”).

Garbuymara (Gar bu ’imâra, col volgare bu in luogo di abu. “Grotta di Abu ’Imâra”).

Zucao elmucassem (Zokâk el-Mokassem, ossia “Vicolo di Mocassem” o “del Bello”).

Cantariddoheb (Kantarat-ed-Dseheb, “Ponte d’oro”).

A questi si aggiungano i nomi di Halka, Genuardo ed altri che ci sono occorsi altre volte.

La piazza oggi detta Ballarò e ricordata da Fazzello, secondo le antiche scritture, col nome di Segeballarat, si addimandava di certo Suk-el-Balharà, “mercato di Balhara,” dal nome del villaggio che sorgea presso l’odierna Morreale.

[1306] Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta finoggi Lattarini era di certo Suk-el-’Attariin, “il mercato de’ droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi musulmani.

È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni (’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto dietro il Duomo di Morreale si appella del Raccamo, scritto così a caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma rakkâm in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.

[1307] I capitoli 69 a 72 di Federigo l’Aragonese trattano della conversione de’ Saraceni liberi o servi; il cap. 65 vieta a’ Saraceni di comperare servi cristiani; il 66 loro comanda di portare un nastro rosso di traverso sul petto, affinchè non si confondessero co’ Cristiani. Ma egli è da riflettere che altri capitoli pubblicati nello stesso giorno stabiliscono somiglianti restrizioni alla libertà de’ Giudei e che il cap. 72 tratta de’ Greci di Romania fatti schiavi e convertiti all’ortodossia romana. Indi è probabile che i Saraceni, a’ quali si riferiscono queste leggi, sieno i mercatanti che ancora affluivano in Sicilia, o i novelli schiavi. Ricordisi che le leggi siciliane chiamavano “villani,” non “servi,” i contadini musulmani vincolati alla gleba.

[1308] Si vegga la mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, vol. I, pag. 309 segg., e vol. II, pag. 397 segg.

[1309] Iakût, Ibn-Sa’id, Scehâb-ed-dîn-’Omari, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 124, 134, 150. Abbiamo riferito nel capitolo v del presente libro, a pag. 536 del volume, ciò che ne scrisse nel XII secolo il vescovo Burchardo. Si vegga anco il trattato dell’imperatore Federigo II col principe hafsita di Tunis, di che nel cap. ix di questo stesso libro, pag. 626.

[1310] Deca I, lib. I, cap. i.

[1311] Si ricordi il fatto che noi abbiamo riferito sull’autorità del Kazwini, nel lib. IV, cap. xij, a pag. 422 del secondo volume.

[1312] Si vegga il libro V, cap. vj, e il presente libro, capitoli j, vj, viij, a pag. 178, 388, 555, 603.

La testimonianza del vescovo Burchard, testè citata, dee cedere il luogo alla prova contraria, ch’è la fondazione del vescovado e la successione non interrotta de’ vescovi fin dal principio del XII secolo.

[1313] Gian Francesco Abela notò il primo l’indole di cotesto idioma, nella Descrizione di Malta, ec., Malta, 1647, la quale fu tradotta in latino nel tomo XV del Thesaurus di Graevio e Burmanno, e ripubblicata con aggiunte da Giovanni Antonio Ciantar, Malta, 1772-80, due vol. in foglio.

Son comparsi poi glossarii, grammatiche e proverbii maltesi, di Vassallo, Panzavecchia, Falzon, Taylor ed altri: ma quegli che con maggiore autorità ha trattato questo subietto è il baron De Slane, nel _Journal Asiatique _del 1846 (Serie IV, vol. 7, pag. 471 segg.).

[1314] Questi tre diplomi, appartenenti tutti e tre alla Chiesa di Cefalù e serbati in oggi nel Regio Archivio di Palermo, van riferiti alla prima metà del XII secolo, ancorchè un solo, ch’è scritto in lettere rabbiniche, abbia data, e questa scritta in cifre alfabetiche che non sembrano esatte. Lo stile volgare di coteste carte comparisce talvolta dal verbo “essere” pleonastico, talvolta da’ casi costruiti con la preposizione mta’, e sempre dalle lungaggini e ripetizioni. È da notare anco in uno di cotesti diplomi il iâ, ossia elif breve, mutato in elif, all’affricana.

[1315] Anche l’ultimo de’ diplomi arabi di Sicilia ch’io m’abbia visti, cioè l’arabo-latino del 1242, appartenente alla Chiesa di Girgenti, è scritto correttamente, se si eccettui lo stile pesante e le voci straniere civis e _judex _scritte in carattere arabico, alle quali pur è data, quando occorre, quella forma di plurale che la grammatica araba prescrive per le voci di tale origine.

[1316] Si vegga il cap. v di questo libro, a pag. 494, nota 3.

Avverto che quand’io scrissi quella nota si cominciava appena la stampa dei diplomi arabi e greci del professor Cosa, la quale oggi è condotta fino alla pagina 448 e già comprende poco men che cento diplomi.

[1317] Lib. I, cap. ix, pag 196 segg., del primo volume.

[1318] Mi basta citare la dissertazione XXXIIª del Muratori e gli atti pubblicati ne’ Regii neapolitani Archivii monumenta, Napoli, 1845-1861, sei volumi.

[1319] Libro V, cap. viij, pag. 205, 206, di questo volume.

[1320] Spata, Diplomi greci, Torino, 1870, pag. 90, dove si legge dei confini che arrivano εἰς τὸν ῶοτ αμὸν τῶν τόρτων. Si confronti la versione latina, credo contemporanea, pubblicata dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 382 segg., dove si legge “usque ad flumen Tortum.”

[1321] Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1012, traduzione dal greco in latino.

[1322] Pirro, op. cit., pag. 1046, traduzione dal greco in latino.

[1323] Pirro, op. cit., pag. 521. Questo Diploma par sia stato scritto originalmente in latino.

[1324] Pirro, op. cit., pag. 1034 seg. Vi si legge, per esempio, “cum bono proponimento.... cum plena deliberatione absque aliquo tardamento et pentimento.... cum augmento plenario de victu.... arbores domesticas.... quod persona aliqua de mundo non habeat aliquam potestatem in hujusmodi bonis.... donandi impedimentum nec controversiam.... cannatam unam plenam vino” e simili. Il Pirro, che suole avvertir sempre quand’ei dà traduzioni, qui non ne fa parola, anzi dice il diploma “transuntato,” negli atti di un notaio di Messina, il 1379. A fronte di questi fatti e del nome italiano del segretario di Ruggiero, non monta che il diploma porti la data dell’èra costantinopolitana che solea notarsi nelle carte greche. Trattandosi di un monastero basiliano in Itala, o Gitala, comune presso Messina, è naturalissimo l’uso dell’èra greca, ancorchè il diploma fosse scritto in latino. D’altronde questo nome d’Itala, che, se mal non mi appongo, comparisce qui per la prima volta nella geografia della Sicilia, accenna ad origine continentale. E lo stesso nome di Roberto de Auceto, genero del conte Ruggiero, che d’ordine di lui soscrive il diploma insieme col notaio Lamensa, ci ricorda l’odierno villaggio di Aceto in provincia d’Alessandria o Diacceto in provincia di Firenze.

[1325] Si vegga il libro V, cap. viij, pag. 221, del presente volume.

[1326] Tal mi sembra nel diploma arabo-latino di Morreale, dato il 1182, il nome di monte Kâlbu, “mons qui vocatur Calvus,” onde non sappiamo se si pronunziasse allora calvu o calvo, presso Lello, op. cit., appendice de’ privilegi a pag. 20 e nella raccolta del professor Cusa (non pubblicata per anco) a pag. 198 e 236. V’ha inoltre l»b, “lupo,” a pag. 9 del Lello, e 181 e 205 del Cusa; e La Camuca, presso Lello, pag. 14, e presso Cusa, pag. 188 e 217, dove l’articolo femminile può appartenere al siciliano come ad ogni altro dialetto italico. Ometto, per la medesima ragione, in un diploma del 1156, presso Pirro, op. cil., pag. 1157, la voce bosco, la doppia denominazione di Monte Gibello che comparisce qui per lo primo, e il nome topografico Terroneto de Cretaccio; e nel diploma del 1142, citato qui appresso, la espressione mizano vallone.

[1327] Pirro, op. cit., pag. 774, diploma latino con la data dell’èra volgare “et inde dividit per medium Lumarge, quod pantanum, vel terra sylvestris latine nuncupatur.” E notisi che il vocabolo marg, il quale in Sicilia ha preso il significalo di padule, ha in arabico quello di prateria.

[1328] Il Pirro, op. cit., pag. 390, 391, nel dar questo diploma secondo una copia fattane in Messina il 1335, avverte essersi astenuto, al suo solito, di correggere gli errori dell’esemplare ch’egli ebbe alle mani. Molti in vero ve n’ha, e la più parte, a creder mio, debbono riferirsi non al copista del XVI secolo, ma allo scrittore del XII, il quale par non sapesse il latino. Forse egli era di linguaggio greco, come il mostra l’h messa innanzi la r di Luhrostico, in vece dello spirito aspro del greco. Tra le altre cose vi si accenna il confine “allo mizano vallone,” del quale abbiam detto poco fa. Cotesto diploma, contro l’uso costante, porta la doppia data del 6650 e 1142, la quale anomalia, insieme con altre circostanze, mi conduce a supporre che la pergamena latina non sia l’originale, ma un’antica e forse contemporanea versione dal greco.

[1329] Diploma del 1156, citato nella pagina precedente, nota 3.

[1330] Diploma del 1182, citato qui innanzi, presso Lello, pag. 22, lin. 18, e presso Cusa, il testo arabo, pag. 238, lin. 12 e il latino, pag. 199, lin. 10.

Il latino ha Spelunca Scutiferorum, e il testo arabico Es-Sakâtirah, plurale arabo d’un singolare che non appartiene a quella lingua e che dovea suonare scuteri; il qual vocabolo in siciliano è lo stesso al singolare e al plurale.

[1331] In un diploma greco di Messina, dato di quell’anno, presso Trinchera, Syllabus græcarum membranarum, etc., Napoli, 1865, pag. 378, si dice di una casa posta nella ρρουγαν τοῦ γαῶατούρι, in Messina.

[1332] Presso Bréholles, Historia diplomatica Friderici II, tomo V, pag. 869.

[1333] Palermo antico, seconda edizione, pag. 334 segg., e 344 segg. Li ha citati poi il sig. Leonardo Vigo, ne’ Canti popolari siciliani, Prefazione, pag. 19. I due transunti sono stati ristampati dal professor Vincenzo Di Giovanni, in una epistola a Vincenzo Zambrini, data del 1865, e inserita nella Filologia e letteratura siciliana del medesimo professore, vol. I, pag. 255 segg. I testi greci, infine, il secondo de’ quali ha ancora quattro righi in arabico, si leggeranno nella lodata raccolta del professor Cusa, pag. 99 segg, e 31 segg.

[1334] Mortillaro, Catalogo dei Diplomi.... della Cattedrale di Palermo, pag. 23.

[1335] Si avverta che il buon Morso, op. cit, pag. 406, nelle note 21, 22 e 23 de’ diplomi, non sembra niente certo che il transunto di quello del 1153 fosse contemporaneo. Mentre il testo ha la data costantinopolitana del 6662, il transunto scrive a dirittura, in lettere, 1062, prendendo le diecine e le unità di quell’èra e ponendo a caso le prime due cifre; la quale disgrazia non potea succedere di certo ad un contemporaneo. Inoltre i nomi de’ testimoni son tutti sbagliati: indi la presunzione che lo scrittore abbia saputo malissimo il greco; e si potrebbe scendere al XIV o XV secolo, la qual data non sarebbe disdetta dall’ortografia nè dallo stile.

Nell’altro diploma non c’era data da sbagliare; ma i nomi furon guasti del pari nel transunto ch’io crederei dello stesso tempo di quel primo. Avverto che nè il primo nè il secondo de’ due lodati scrittori è scevro di dubbi. Il Vigo non giudica pro nè contro; il Di Giovanni domanda “uno studio un po’ accurato su la grafia delle pergamene.”

[1336] Il signor A. Springer, nella erudita dissertazione, Die Mittelalterische Kunst in Palermo, sostenne trovarsi in alcune di quelle leggende non dubbii vestigii del dialetto siciliano. All’incontro il signor Fr. W. Unger, in una bella critica di cotesto scritto, uscita nei Göttingen gelehrte Anseigen del 1869, ha mostrato, a pag. 1596, che coteste forme non son altro che abbreviature del latino. E per la più parte egli ha ragione; tanto più che l’apparente desinenza italiana “plasmavi, adoravi, ec.” non converrebbe alla terza persona del perfetto, che qui è manifestamente adoperata. Ma “Èva serve a Ada.... ucise frate suo.... fuge in Egitto.... la quarantina.... battisterio....” han forma precisamente italiana.

[1337] Si potrebbe forse eccettuare la forma frequentativa, come casa casa (per la casa), muru muru (lungo il muro), ciumi ciumi (lungo il fiume), ec.; ma è usata anco in altre lingue. Il randa a randa della lingua illustre è originale o copia del siciliano ranti ranti.

Oltre a ciò l’uso siciliano del passato rimoto in luogo del passato presente si potrebbe riferire alla lingua araba, la quale salta dal perfetto all’aoristo, ed ama poco le gradazioni dei tempi. Ma ciò non basta per dir che in due lingue si somigli la conjugazione de’ verbi.

[1338] “Taliari” (guardare) dall’arabo tala’, ha mutata l’ain nell’a del dittongo. Si sente poi perfettamente nel siciliano “tale’,” imperativo dello stesso verbo.

[1339] Dar-es-sena’h, oggi “arsenale” e “darsena,” si scrivea arzanà al tempo di Dante, e si pronunziava tarzanà in Palermo, dove credo che alcun uomo del volgo lo pronunzii ancora così, e dove l’antica forma resta integra nel nome di una strada vicina alla Cala.

[1340] Senza risalire fino alla Dissertazione XXXIIIª del Muratori, voglio ricordare che nella Proposta di Vincenzo Monti, vol. II, parte 1ª, Milano, 1829, uscì una breve lista de’ vocaboli italiani derivati dall’arabico. Men felicemente ne diè un’altra il Wenrich, nel Rerum ab Arabibus in Italia.... gestarum, pag. 309 segg. In ultimo n’ha pubblicati de’ saggi il signor Enrico Narducci da Roma, nel 1858 e nel 1868.

Pel siciliano in particolare non conosco altro lavoro che quello dell’Abela, il quale nell’opera su Malta ricordata dianzi dà, in appendice alle voci maltesi, sedici vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Parmi ch’egli abbia imberciata l’etimologia in tutti quelli ch’io ho intesi. Due o tre non li conosco altrimenti che pel Pasqualino, filologo dei secolo passato, il quale li cavò da più antichi glossarii manoscritti, e quattro non li trovo nemmeno nel copiosissimo dizionario del signor Traina ch’è in corso di stampa. L’avvocato Giuseppe Picone ha dato, non è guari, un altro saggio di etimologie arabiche nella Vª delle elaborate sue Memorie storiche agrigentine, ma non posso accettare tutti i suoi giudizii.

[1341] Si vegga la noia del Dozy alla seconda edizione del Glossaire des Mots espagnols et portugais dérivés de l’Arabe, par MM^r Dozy et Engelmann. Paris, Leida, 1869.

[1342] Per esempio: accanzari, cavar profitto, conseguire; addijri(?) scegliere; aggibbari, sottomettersi; alliffari, attillare; annadarari, aggiustar pesi e misure; arrucciari, spruzzare, aspergere (non usato nel significato di “arroser,” bensì in quel dell’arabo rasscia); assammarari, ammollare i panni; azziccari, azzeccare; azzannari, rintuzzare il taglio di un’arme; azzizzari, abbellire, acconciare; abbacari, cessare, calmarsi, del vento, della febbre, del bollore, ec.; carcariari, chiocciare; annacari, da naca, culla; ncharracchiari, dormire profondamente; nzitari? innestare; picchiuliari, da picchiu, pianto, piagnisteo; sammuzzari, tuffare; sciarriarisi, intransitivo da sciarra, rissa; sciddicari citato di sopra; taliari citato di sopra; zabbatiari, dimenare; zurriari, stridere de’ denti.

[1343] Caudu di testa è versione di harr-er-râs, e somiglia meno a “testa calda.”

Cuntari in aria, computare a mente, è perfettamente arabo come si dimostra nel titolo d’un manuale sullo Hisâb-fil-hawâ (Del computo in aria), presso Hagi Khalfa, Dizionario bibliografico, V, 639, nº 12435.

Mali suttili, tisi (homa-d-dikk).

Lattata, emulsione di mandorle (talbina).

Ganghi di lu sennu, ultimi denti molari (adhrâr el-’akl).

Tignusu, tarantola (burs, che vuol dir anche tignoso).

Pani e sputazza, (mangiar) pane asciutto (Kubz-reik).

Mmalidittu, il diavolo (el-la’in).

[1344] Strisce di panno o d’altro con che si reggono i bambini che non sanno camminare. Kâida è femminino di kâid “conduttore.”

[1345] Scritto anche galicha. Veggansi i Diplomi arabi del Regio Archivio fiorentino, pag. 298, 299 e 406, ultima nota.

[1346] Ma’ûnah, aiuto, braccio forte, come suol dirsi, aiuto reciproco, indi società commerciale o industriale. Nel significato primario la usarono i Genovesi fin dal XII secolo; nell’ultimo par sia passata in Toscana, dove significò “ferriera” ed oggi è limitata a’ grandi magazzini di ferro. L’etimologia è chiara da tanti testi arabi; onde non si può ammettere quella greca suggerita dal Canale, Nuova istoria di Genova, I, 277. L’origine della istituzione, spiegata da questo erudito nel tomo II, pag. 317, conferma la derivazione del vocabolo.

[1347] Lasciando come troppo numerosi i lavori generali su l’origine dei parlari d’Italia, debbo ricordare che il siciliano è stato ed è argomento delle assidue ricerche di varii letterati dell’isola. Delle origini ha trattato ampiamente il signor Lionardo Vigo nella Prefazione alla sua raccolta de’ Canti Popolari; poscia il professore Vincenzo Di Giovanni in varii scritti, raccolti ora in due volumi sotto il titolo di Filologia e Letteratura siciliana.

Su la grammatica ho letto un buon lavoro del professore Innocenzo Fulci, Catania, 1855. I Canti Popolari sono stati illustrati dal Vigo, dal Pitrè, dal Salomone Marino.

De’ dizionarii infine se ne conta una diecina di stampati dal 1549 in fino ad oggi, oltre parecchi manoscritti, ed è molto innanzi nella stampa un nuovo dizionario del signor Antonino Traina, il quale ha aggiunti molti altri vocaboli, raccolti per tutte le regioni dell’isola. Duolmi non potere citar tutti gli scritti critici e i lavori di minor mole pubblicati in questa materia nelle riviste e ne’ giornali, perchè son molti e non presumo conoscerli dal primo infino all’ultimo.

[1348] Si conoscono bene in Italia gli articoli critici del professore Grion di Padova su la famosa Canzone di Ciullo e la risposta fattagli dal professore Vincenzo Di Giovanni da Palermo, nell’opera dianzi citata.

[1349] A pag. 738 e segg.

[1350] Capitula Regni Siciliæ, cap. LVI di re Giacomo, e XVII di Federigo l’Aragonese.

[1351] Kâmah in arabico, tradotto canna in un diploma arabico-latino del 1187, presso Morso, Palermo Antico, pag. 358. Si confronti l’Edrîsi de’ professori Dozy e De Goeje, pag. 372.

[1352] Il saum della Mecca, secondo Ibn-Giobair, lesto del professor Wright, pag. 122, contenea quattro sâ’. Nei diplomi arabi di Sicilia il latino “salma” e “sagoma” risponde al noto vocabolo arabico modd, il quale, alla sua volta, sembra trascrizione di modium.

[1353] Kafiz, notissima misura arabica di capacità e di superficie.

[1354] Ritl o rolt, è la libbra degli Arabi, come ci è occorso di notare altrove.

[1355] Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 458, del II volume.

[1356] Rob’ vuol dir “quarta parte.” Occorre nelle misure del grano di tutti i porti musulmani del Mediterraneo. Veggiamo anche il ῤουζος ne’ diplomi greci di Sicilia del 1189 e del 1328, presso Spata, Pergamene greche, pag. 304 e 366, denotar misura di superficie nel primo, e di capacità nel secondo. Con lo stesso suono e lettere diverse ci occorre ρουος e ρουζος in due diplomi calabresi del 1188 e 1228, presso Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, 1865, pag. 296 e 388.

Metto tra le voci arabiche il carato, manifesta trascrizione di κεράτιον, parendomi verosimile non sia passato direttamente dal greco, ma per mezzo dell’arabico, sì come “fondaco,” ed altri vocaboli.

[1357] Per esempio l’italiano giubba, voce prettamente arabica, analoga alle siciliane “giubba e jippuni;” camellotto, non da camelo, come dicono i dizionarii, ma da khamlah, che significa proprio panno velloso.

[1358] Delle vivande si ricordi il cuscusu, uguale di nome e poco diverso di qualità da quello della Barberia.

De’ camangiari vanno notate le paste fermentate e fritte che in Sicilia, al par che in Barberia, si chiamano sfinci, dal latino “spongia” com’e’ pare; e i ceci ammollati e poi torrefatti che si dicono càlia, con pura voce arabica.

[1359] Si vegga il capitolo precedente, pag. 785, nota 5. Il nome della torta nel testo è ke’k. D’origine arabica mi sembra la notissima cassata di Palermo, poichè kas’at vuol dire scodella grande e profonda, com’è veramente la pasta di quel dolce, ripieno di ricotta o di crema. Kobbeit è in arabico (oltre i dizionarii si vegga D’Herbelot, all’articolo “Cobbathi”) una specie di torrone, appunto come la cubbaita di Sicilia. Quella che si chiama in Sicilia mostarda, è del mosto cotto, non con senapa, ma con farina e ridotto in pasta, del quale abbiam fatta menzione nel libro IV, cap. xiij, secondo il libro dell’agricoltura d’Ibn-Awâm. Questa stessa maniera di dolciume in Girgenti si chiama tibu, con puro vocabolo arabico. La nucatula di Sicilia, non essendo composta di noci, par che derivi più tosto dal nukl degli Arabi, ch’è quel che in Toscana si chiama seccume.

[1360] Si vegga ciò che abbiam detto di questo commercio nel capitolo precedente, a pag. 786 di questo volume.

[1361] Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, I, 387. Ho tradotto “panforte” il vocabolo semîd o semîds, al plurale sewâmîds, per designare piuttosto la grandezza e l’uso, che la composizione. In oggi semîds vuol dire fior di farina e il pane fatto di quello: ma nel passo di Makrizi sembra diverso, leggendovisi che ciascun semîds pesava tre rotl (libbre) ed era impastato con la più scelta farina e unto al di fuori di grasso, sì che usciva lustrato dal forno e prendea bellissima apparenza.

[1362] Abdallatif, edizione del Sacy, pag. 312.

[1363] Loc. cit., e nella nota del Sacy, a pag. 307, 308.

[1364] Sacy, nell’op. cit, pag. 325, nota 41, al cap. vj, del libro I, nella quale è riferito che quella pasta si mangiava fresca e talvolta secca. Si confronti il Lane, Modern Egyptians, cap. xxv.

[1365] Lane, op. cit., cap. xiv.

I semi di zucca o di popone sono annunziati al Cairo col grido: “Oh i consolatori de’ tribolati, oh i semi!;” in Palermo li dicono “Sbija oziu.” Gridano per le arance: “Ecco il miele!” Per le sicomore: “Oh l’uva!”

[1366] Ibn-abi-Dinar, Storia di Tunis, testo arabico stampato a Tunis il 1286 (1869), pag. 3.

[1367] Voyage, etc., pag. 206, dell’estratto dal Journal Asiatique del 1853. Si riscontri il testo arabico, ms. di Parigi, Suppl. ar. 911-2, fog. 104 recto.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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