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Uomini e paraventi

Ryūtei Tanehiko · 1872 · Free in the US

18,779 words · about 1 h 19 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1872 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Uomini_e_paraventi&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Ryūtei Tanehiko
Language
Italian
Published
1872
Length
18,779 words · about 1 h 19 min
Sections
19 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (19)
  1. Preambolo del traduttore about 5 min
  2. Prefazione dell'autore about 1 min
  3. Capitolo I about 5 min
  4. Capitolo II about 1 min
  5. Capitolo III about 1 min
  6. Capitolo IV about 2 min
  7. Capitolo V about 2 min
  8. Capitolo VI about 1 min
  9. Capitolo VII about 6 min
  10. Capitolo VIII about 7 min
  11. Capitolo IX about 2 min
  12. Capitolo X about 6 min
  13. Capitolo XI about 3 min
  14. Capitolo XII about 5 min
  15. Capitolo XIII about 7 min
  16. Capitolo XIV about 2 min
  17. Capitolo XV about 12 min
  18. Capitolo XVI about 7 min
  19. Capitolo XVII about 3 min

Continue:

Preambolo del traduttore

Mi occorre prima di tutto dichiarare che questo lavoro letterario di Tane Hico, venuto in luce al Giappone nel 1821, fu tradotto in tedesco e pubblicato col testo a fronte dal Dr Augusto Pfizmaier l’anno 1847 in Vienna. I libri di sussidio che in quel tempo si avevano per intendere il giapponese erano tali, che una traduzione da questa lingua era impossibile. Il dotto orientalista alemanno volle nondimeno ten- tarla, e sperò che gli fosse riuscita bastantemente scevra di errori (so ziemlich fehlerfreie). Fu vana speranza, perchè la verità è che la sua versione formicola di errori. Il traduttore tedesco ha inteso bene in generale tutta la parte narrativa; ma la parte dialogica, che naturalmente è la più bella, la più importante, e quella che forma i tre quarti almeno di tutta l’opera, è divenuta sotto la penna del Dr Pfizmaier uno zibaldone di pensieri sconnessi e di stranissime idee, che non passarono mai per la testa del povero Autore.

Con queste parole io non voglio minimamente detrarre ai grandi meriti del Dr Pfizmaier: pochi forse, al pari di me, possono intendere quali fatiche egli dovesse durare per vincere quelle gravi difficoltà che pur vinse, e quanto, a ogni poco, fosse per lui vicino all’impossibile il caso di evitare l’errore, non ostante l’ingegno e la somma dottrina, di cui egli è dotato. Ma se oggi, che i libri di sussidio poco sopra accennati sono assai meno scarsi, è appena permesso di promettere al pubblico una traduzione dal giapponese bastantemente scevra di errori, come poteva dire il Dr Pfizmaier nel 1847, che gli restava solamente qualche dubbio sulla retta interpretazione di alcune poche locuzioni? Beato lui! A me nel 1871, con tutto l’ajuto di una nuova edizione giapponese, ricca di simboli dichiarativi, restano forti dubbi di aver còlto nel segno, rispetto a molte di queste locuzioni: alcune, ho la certezza di averle tradotte o per via di congettura o alla cieca. Due o tre punti per fortuna assai brevi e apparentemente di niuna importanza, mi sono riusciti così poco intelligibili, che ho creduto bene di ometterli.

Il mio volgarizzamento è molto meno letterale di quello del Pfizmaier: spero tuttavia che gli orientalisti lo giudicheranno assai più fedele. E nondimeno mi preme dichiarare che questo volgarizzamento non è fatto per loro. Per loro io sto preparando uno studio critico sopra la mia versione, con- frontata con quella del Dr Pfizmaier. In questo lavoro moltissimi brani saranno novamente tradotti ad uso degli studiosi; tutti i dubbi che ancora mi restano, esposti; molte questioni di sintassi, proposte a risolvere; nuovi significati di voci e di locuzioni, additati: ma sopra tutto si tratterà di problemi filologici, a sciogliere i quali domanderò il concorso degli orientalisti. E spero d’averlo pronto ed efficace dallo stesso Dr Pfizmaier, a cui le recenti opere di filologia nipponica non possono non aver fatto aprir gli occhi sul conto della sua traduzione; dal signor , professore di giapponese in Parigi, e già mio maestro; dal signor Léon Pagès, che parimente m’avviò in tali studi, e dal mio dottissimo amico l’avvocato . Aggiungerei a questi nomi quello del signor , gentiluomo svizzero di origine italiana: ma poichè egli scrive e stampa che ha imparato qualche cosa da me, io raccoglierei biasimo di affettata modestia, se dicessi che spero d’imparare da lui. Ma se per questo capo il signor Turrettini non mi permetterà di attestargli la mia gratitudine (come non oso sperare che me lo vorranno concedere i signori Hoffmann, Gochkevich, Aston, Mitford ed altri jamatologhi illustri), egli non mi potrà negare che io me gli professi gratissimo, per avermi offerto di pubblicare questo ed ogni altro mio lavoro jamatologico nel suo bellissimo Atsume gusa.

Il romanzetto di Tane Hico è stato fatto conoscere in Francia dal sig. Filarete Chasles, in America da un anonimo, in Inghilterra dal Rev. Malan. I due primi dichiarano di averlo compendiato dalla versione del Dr Pfizmaier, l’ultimo ha ritradotto per intero la traduzione tedesca, senza neppur degnarsi di nominarla.

Ora poche parole sull’Operetta del nostro Autore.

Il titolo originale suona così:

Sei paraventi proposti a regola della fugace vita.

I sei paraventi sono i sei fascicoli, in cui si divide l’opera originale: così detti, perchè ciascuno di essi è formato di una sola striscia di carta assai lunga che poi si ripiega in facce eguali, e si spiega a guisa di paravento. Nel Giappone a molti libri si dà tal forma, per comodo forse di adattarvi illustrazioni di minore o maggiore lunghezza.

Secondo i Giapponesi il paravento, con le sue tortuosità, per effetto delle quali sta ritto, è immagine di quella non retta norma di vita che tengono alcuni per potersi ben reggere in piedi, cioè prosperare. Di qui ebbe origine fra loro un dettato, il quale insegna, che in questo mondo, per chi batte il retto sentiero, tanto è possibile il non cadere, quanto è possibile che, senza sostegno, si regga in piedi un paravento spiegato per intero fino a fargli descrivere una linea diritta.

L’Autore col suo romanzo mette in rilievo tutta l’immoralità di questa massima, e però dice che si vuol servire di questi sei paraventi, o fascicoli della sua opera, come di nuovi modelli e di nuova regola della vita, mostrando che i suoi personaggi, benchè da principio fossero quasi costretti di pie- gare al vizio, ripresero finalmente la retta via e conseguirono stato ricco e felice, perchè in cuor loro disapprovavano questa massima.

Non entrerò qui a dare un giudizio di questo lavoro letterario. Solo mi piace di pregare i lettori che non vogliano essi giudicarlo con le idee nostre, nè paragonarlo agli odierni romanzi d’Europa; bensì forse a quelli del secolo passato, ed anco ai pochi dell’antica Grecia e di Roma. In alcune parti, e singolarmente nella catastrofe, questo racconto è quasi puerile: ma si consideri che Cinesi e Giapponesi sono in arte realisti. Poichè negli avvenimenti umani ha gran parte il caso, ed anche, se- condo loro, la predestinazione, essi nel comporre e narrare vicende immaginarie, tengono grandissimo conto di questi elementi.

Segue una brevissima prefazione dell’Autore, divisa in due parti. Nella prima egli morde indirettamente un certo genere di letteratura fantastica, e direi quasi paurosa, che doveva essere molto in voga nel Giappone, quando fu pubblicato questo racconto. Nella seconda parte l’Autore dichiara il fine che si è proposto; ma ciò fa con tal parsimonia di parole, che sarebbe stato malagevole intenderlo, senza le poche notizie che abbiamo fatte precedere.

Devo per ultimo dare ai lettori una buona notizia. Si troveranno verso la fine del libro alcuni versi, disgraziatamente assai pochi, scritti da , che ha seguìto una traduzione letterale da me fornitagli.

Dove i tortuosi paraventi si propongono a norma di rettitudine, non è meraviglia che il dolce si trovi in cauda, e che lo scrittore del preambolo ardisca dire: Benigno lettore, in questo volumetto qualche cosa di buono vi è certo.

Prefazione dell'autore

Dirò quali cose non si trovano in questo libro: e innanzi tratto dirò, che qui non si parla di veleni, nè di persone straordinarie, nè di arti magiche, nè di trasformazioni o di spettri. Volpi e lupi, ranocchi e rospi, quadri genealogici di famiglie, oggetti preziosi e oggetti che possono sparire, son tutte cose che qui non sono. Di genitori e figli, o di fratelli e fratelli che inopinatamente si riconoscono; di cofanetti a ciondolo pieni di droghe; di spilloni, forcine e fermagli da capelli; di rivelazioni in sogno fatte da Budda o degli spiriti; di ventri squarciati; di persone che vanno al supplizio in luogo del vero colpevole; di spade sguainate o d’altre cose che fanno gelare il sangue, qui non v’è ombra.

Per mettere su questa prima faccia un solo pizzico della sostanza che è qua dentro, per dare un sunto di quel concetto fondamentale che si racchiude nel titolo, dirò che in questi fragili fogli istoriati, in questi «Sei paraventi, nuovi modelli della fugace vita» io mi propongo dimostrare che, avvenendo all’uomo di torcere al vizio, gli sarebbe più che difficile il raddrizzarsi, quand’egli con perversità d’animo accettasse per buono quel comun detto del basso volgo, che «Per la diritta, non si reggono nè uomini nè paraventi.»

Capitolo I

Appartenente alla famiglia del Niudô Hamana vicerè del Cuantô, viveva nei tempi antichi un nobil uomo per nome Abosci Tamontarô Caziosci. Signore di mezza la provincia di Cádsusa, amico delle lettere, valente in armi, circondato da familiari numerosi e di buon nome; per autorità e potenza era appena da meno del vicerè.

In vicinanza di Cobúcuro-Saca, paesello del territorio di Camacúra nella provincia di Sagami, s’era egli fatto mettere in tutto punto un bellissimo castello: e possedendo anche luoghi di delizie in quei dintorni, come a dire in Oíso, a Canazava, ed altri altrove non pochi, menava vita da ricco splendida e lieta.

S’era là sulla fine d’autunno, quando, con l’intenzione di godersi la vista degli alberi ormai tutti rivestiti di frondi rosse, e con animo anche di saettare alla caccia i fagiani, Tamontarô si recò al suo villino d’Oíso, che di recente avea fatto rimettere a nuovo: e quivi dopo tutto un giorno passato a diporto, di primissima sera giunse a un padule che aveva nome Scighi-tazzu-sava. Era un luogo quanto mai solitario e lontano dalle abitazioni degli uomini, senz’altro edifizio che un vecchio tabernacolo là da una parte, dove a ragione erano stati scolpiti i pochi versi che ispirò questo deserto al poeta :

«La tristezza che a mio mal grado mi assale, so ben io d’onde viene. In questa solitudine di Scighi-tazzu-sava mi coglie in autunno il cader della sera.»

Proprio in quel momento, di rimpetto ai nuovi venuti, ma in distanza, uno scighi, ossia beccaccino, si mise a razzolare.

«Oh oh!» prese a dire un samurai del séguito, «degnatevi guardare, mio buon signore. Questo padule di Scighi-tazzu-sava è già rinomato, ma ora che gli scighi vi sono davvero, sorgerà in fama sempre maggiore. Da pochi minuti soltanto vi è piaciuto sedere presso questo tabernacolo, ed ecco subito si veggono scighi levarvisi a volo. Se poi si considera che la stagione è l’autunno, e l’ora il tramonto, è chiaro che non manca un ette al caso che descrive il poeta Saighiô ne’ suoi versi.»

A queste parole Tamontarô diede in uno scoppio di risa:

«Quando si legge scighi-tazzu-sava, l’idea del levarsi a volo non v’entra per ombra. È semplice caso che queste parole suonino come se si parlasse del sorger da terra di un uccello. Nel delineare i carat- teri cinesi di quella poesia, se vi si avesse a mettere il simbolo del volo, si cadrebbe di errore in errore. Vedete dunque che qui non si tratta nè di razzolare nè di volare; ma deve leggersi Scichi-tazzu-sava, intendendo queste parole nell’unico senso che si con- viene alla solitudine di questo luogo.»

Nonostante tale spiegazione, il samurai, digiuno com’era d’arte poetica, sia che non intendesse bene il discorso, o che sbadatamente lo avesse udito, con eguale spensieratezza soggiunse: «Di qui al luogo dove sta quell’uccello, saranno trenta canne a un bel circa.»

Sentendo queste parole, e non approvandole, un altro samurai del séguito replicò: «Che mai! Quello che chiamano scighi è un animaletto del genere delle quaglie, e per poterlo vedere a questa luce che fa ora, non dovrebbe stare a più d’una ventina di canne.»

Il primo samurai scosse il capo e riprese: «Lo starsene là fermissimo, senza lasciarsi spaventare dalla voce alta di tanta gente, vi sia prova che è lontano da noi d’una buona distanza.»

«Niente affatto! Per quanto io mi provi di guardare a traverso il pugno chiuso, studiandomi di prender di mira un piccolo punto, a cotesta distanza che voi dite non mi riesce di scorger nulla.»

In tali discorsi i due samurai s’andavano accalorando, nè v’era indizio che la contesa dovesse aver termine. Ma ecco quel che avvenne.

Il figlio di Mizuma Ughenda, samurai al servizio di Tamontarô, che aveva nome Dômio Scimanosche, garzoncello d’appena quattordici anni, come peggio di quelli che mai non si discostano dal fianco del loro signore, anche quel giorno formava parte della nobile comitiva. Questo giovinetto dunque si fece innanzi ai due contendenti, e disse:

«Or vi piaccia una volta di cessare da simil disputa. Basta la mia sottil freccia per farvi conoscere la misura di questa distanza.»

Sollevato in così dire il fianco dei larghi calzoni, e rincalzatolo nella cintura, incoccò d’un sol colpo, e teso l’arco di tutta forza, lasciò partire la freccia; che sibilando sfiorò il dosso dell’animale, e rimase fra i giunchi. Il beccaccino volò via spaventato.

Tamontarô andò sulle furie.

«Un ragazzo tuo pari piantar là in questo modo un vecchio guerriero! Bella cosa in verità cotesto tuo volerti impacciare in quel che nessun ti domanda! E di più, non ti vergogni d’aver anche fallito il colpo?»

A questi ed altri più cocenti rimproveri Scimanosche, lasciando anch’egli trasparire dal viso il proprio risentimento, con impeto gettò l’arco da una parte, e disse ad un servo: «Riportami qui la mia freccia.»

Il servo, senza intendere il perchè di quest’ordine, scese fin dentro il padule, e ritrovata a stento la freccia, venne a porgerla al giovinetto. Scimanosche la prese in mano, e niente timido nel portamento, si fece innanzi al padrone:

«Siccome non aveva mai fine la disputa di quei due, sostenendo l’uno che il punto dove stava quell’uccello era vicino, e l’altro che era lontano, mi è venuto in pensiero, che, misurando quello spazio, io poteva decidere la questione. Ho dichiarato fin da principio che volevo misurar la distanza, e non ho mai parlato di voler colpire di pieno l’uccello. Degnatevi di guardar qui, mio signore: per la ragione che ho detto, io non mi son servito di una freccia appuntata, ma d’una freccia a capocchia di legno in forma di rócca: e poichè dentro a questa specie di rócca è rimasta una piuma di beccaccino, non vi può esser dubbio che la freccia non l’abbia toccato. Benchè di cose poetiche io m’intenda quanto il più rozzo dei barbari dell’Oriente, un’idea dello spazio e del tempo l’ho anch’io. Comunque, certo è che l’intenzione di fermar l’uccello con un colpo di freccia, io non l’ho avuta. Eppure, questo ragazzo inesperto, questo che tutti voi chiamate col soprannome di Braccetto, la sua mira non l’ha fallita: e la penna che è rimasta nella capocchia della mia freccia, sia prova che il punto dove stava l’uccello è vicino.»

Questo discorso fu pronunziato dal giovinetto con una scioltezza di lingua a tutt’altro buona che a calmare le furie di Tamontarô.

«Chiámati anche dalla parte della ragione. Non sai dunque far altro che stare a tu per tu con chi ha il diritto di comandarti? Gettar via l’arco in quel modo che hai fatto or ora, è lo stesso che averlo gettato addosso a me. Se io lasciassi impuniti simili atti, darei motivo a far dire di me, che per eccesso di benevolenza dimentico i princípi di una severa disciplina e tengo a’ miei ordini persone indegne. Così tu, con disonore della famiglia, sei già tal furfantello da meritare che io ti condannassi a squarciarti le viscere: ma, poichè porti ancora il ciuffo dinanzi come un fanciullo, da fanciullo io ti voglio trattare. Fin da questo giorno tu sei bandito dalla mia casa. Toglimiti dinanzi!»

Ai lineamenti del suo signore stravolti dall’ira, al sentirsi fulminato da quegli sguardi, Scimanosche, senza più proferir parola, deposte sciabola e daga, con gli occhi a terra, senza neppure un saluto, lasciò quei luoghi.

Quel giorno Ughenda, il padre di Scimanosche, non era della brigata: e non essendo il giovinetto, forse per vergogna, tornato a casa neppur di nascosto per avere un colloquio col padre, non si potè sapere nè qual direzione nè quale stanza avesse presa lontano da’ suoi.

Capitolo II

In Ucci-no-scima, luogo della provincia di Sez, viveva un certo Cagemòn, mercante di riso, che giunto molto innanzi cogli anni senza neppure un figlio, nel bisogno di un qualcheduno che lo ajutasse nel suo traffico, adottò per figliuolo un certo tale che aveva nome Sachicci. Superati gli ottant’anni il buon mercante se ne morì; e la moglie, fattasi radere il capo, e preso il nome buddico di Miosàn, dopo aver messi nelle mani di Sachicci gli affari di casa, tutta devozioni e visite ai santuari di Budda, delle cose di questo misero mondo non s’immischiava più affatto. Sachicci poi, diverso in ciò da quel che costumano i giovani, mostrava disposizioni naturali austerissime; e si diportava con Miosàn come avrebbe potuto fare con la sua vera madre. Non avendo altre a cuore che gl’interessi di casa, non uscendo mai a diporto per vedere curiosità, e neppure per una gita sui colli, da un giorno all’altro si tirò addosso una malattia di genere ipocondriaco. Siccome al- l’aspetto lo vedevano deperire ogni giorno più, fu chiamato a fargli da infermiere un così detto taico, specie di giullare, che lo tenesse allegro con la sua buffonesca loquacità, ed anche una gheico, specie di ballerina dal gajo vestire e dall’aria cittadinesca, che gli facesse da infermiera. La medicina ebbe una certa efficacia, e Sachicci si lasciava vedere alquanto sollevato di spirito.

Frattanto eravamo già verso la metà del secondo mese dell’anno, e le campagne e i monti riprendevano aspetto di primavera. Anche qualche fiore di sácura cominciava a sbocciare.

«In questa bella stagione, se ve ne state così rincantucciato e chiuso nella vostra malinconia, è chiaro che il vostro male non farà che aggravarsi. O perchè non prendete le mosse per visitare quella provincia che più vi piaccia? Non vi sarebbe niente di meglio per cacciar via il mal’umore.»

Sachicci lasciandosi piegare a queste esortazioni della madre Miosàn, fece animo di viaggiare per la provincia di Jamato, e visitare altri luoghi d’antica fama. Affidati pertanto gli affari della bottega al primo commesso, prese pochissima gente di compagnia, e se ne partì senza indugi.

Capitolo III

Presso alla Rotonda meridionale di Nara, in una bottega posticcia da tè costruita sul prato, una giovane, all’apparenza fra i diciassette e i diciotto, accompa- gnata da una fanciulla di quattro anni circa, se ne stava a sonare l’arpa; e la fanciulla, sporgendo il ventaglio verso le persone che andavano e venivano, era sempre attorno ad accattar quattrinelli.

La giovinetta, oltre ad essere di bellissimo aspetto, faceva scorrere con tanta grazia i suoi ditali d’avorio su per le corde dell’arpa, ed al suono di questa così deliziosamente cantava, che molto parlandosi e molto sentendosi parlare di lei, buon numero di ammiratori le si accalcava d’intorno.

O fatalità delle unioni conjugali di questa vita! Nulla v’è da maravigliarsi di ciò che tu operi.

Il nostro Sachicci era appunto di pochi giorni arrivato in Nara, e stando ad albergo in via Crocicchio del Prato, vide naturalmente la sonatrice d’arpa. La vide e se ne invaghì.

Con l’intramessa di qualcuno si procurò dei ragguagli sul conto di lei, e venne a risapere che la giovane si chiamava Misávo, e quantunque andasse così accattando, non apparteneva alla classe dei paltonieri, ma era figlia d’un rônin, ridottasi a quella meschina professione per sollevare l’estrema povertà d’una sua sorella maggiore, di cui era figliuola quella bambina per nome Cojosci che conduceva in sua compagnia.

La notizia di così lodevole azione accrebbe a cento doppi nel cuore del giovine l’amoroso pensiero di lei; cosicchè, sebbene egli avesse già preso voce dei luoghi celebri e delle antiche reliquie da visitare, deposta ogn’idea di far gite, era lì tutti i giorni alla solita bottega da tè. E da principio facendo alla giovinetta, con ogni maggior riguardo, qualche regalo, riuscì bel bello a trattenerla in discorsi.

Essendo Sachicci bell’uomo, e per di più mostrando di commiserar grandemente la sorte di Misavo, questa provava per lui tutt’altro che ripugnanza. Ma l’abietta condizione di lei dava assai da riflettere: impediti altresì di potersi parlare liberamente, lasciarono trascorrere giorni e poi giorni, ispirandosi a vicenda una viva passione, senza che mai se ne aprissero.

Capitolo IV

Durando un tale stato di cose, una sera, sonata già la campana del tramonto d’un lungo giorno di primavera, e già sbandatisi da ogni parte uomini e fiori di sácura, tutto rientrava nella massima calma. Allora, levatosi su da un sedile rustico della bottega da tè, uscì da questa un uomo, dicendo: «Oh! io n’ho abbastanza.» Era costui il proprietario d’un assai noto ritrovo a Scima-no-ucci di Nániva, e lo chiamavano Saízo di casa Tocuvaca.

Misavo, la sonatrice d’arpa, lo seguì, e fattaglisi da un lato, «Mi figuro,» gli disse, «quanto vi sarà sembrato lungo l’aspettarmi! Or via fatevi in qua sotto il bujo dei rami di questa pianta, che nessuno ci veda.»

Saízo parlò a bassa voce: «Confermando quel che jeri fu detto così alla sfuggita, consentite voi positivamente a mettervi al mio servizio in qualità di sonatrice e cantante, per cento riô?»

«Sì. Con cotesto danaro potrò finalmente fornire comodi mezzi di curarsi da una grave ed ostinata malattia alla suocera della mia sorella maggiore. Ora però, mentre io acconsento a vender me stessa, direte voi: V’è qualcuno che possa opporsi? No. Mio fratello maggiore, che ne avrebbe il diritto, saprà bensì la cosa dopo l’accaduto; ma fintanto che io non sarò a casa vostra, egli non ne avrà alcun sentore. Ecco perchè io mi son fatta dare da voi questa obbligazione scritta, e dopo aver trafugato il sigillo di mio fratello, ve l’ho impresso di mia propria mano.»

Così dicendo mostrava il foglio, e Saízo fra maravigliato e commosso, «Aveste pienamente ragione,» soggiunse, «di richiedermi jeri che si facesse una scritta. Io credo poi che non v’abbia al mondo un’altra fanciulla così pia, così amorosa dei congiunti come voi siete. Coltivando cotesti nobili sentimenti voi sarete premurosissima nell’adempire i vostri nuovi doveri. Diman mattina dunque verso le dieci verrò con portantini e bussola a prendervi. Allora voi mi darete cotesta scritta, io vi consegnerò la somma, e così tutto andrà in regola, non è vero?»

«Io vi ringrazio di cuore. Adesso devo aggiungere, che alla mia povera madre, cieca affatto com’è, io darò a credere che parto per occupare un officio nella casa d’un nobile. In questo modo avrò anche il suo consenso. Voi dunque in presenza di lei vi studierete di tenere un linguaggio formale e sostenuto, come veniste per un messaggio da Samurai: e così farete che la mamma se n’abbia a rallegrar tutta.»

Qui la fanciulla volse da una parte gli occhi bagnati di lacrime; e l’altro, sentendo pur compassione di quel cuore afflitto, col tuono di chi confonde le parole con un riso forzato, continuò:

«Orsù, non istate a pensare a malinconie. È questo il caso di ripe- tere quel comun detto: — Secondo la fortuna, si va in lettiga dorata o in umil bussola.»

«Ebbene, io vi saluto, mio buon padrone.»

«Addio a dimani, buona giovane.»

E Saízo si allontanò frettolosamente.

Capitolo V

Or qui è da sapersi che in Fannia-saca, sobborgo di Nara, dimorava un uomo per nome Tofei, il quale viveva esercitando il mestiere di portantino. Tempo innanzi s’era egli recato nel Cuantô, ed aveva servito sotto gli ordini del capitano Cazmura Teidafu, come soldato a piedi. Quivi però si prese d’amore per Fanajo, sorella minore di Fazzuse, la qual Fazzuse era la moglie del capitano. Ne sorsero tali difficoltà, che unico partito rimase agli amanti il fuggirsi nascostamente: e poichè questo sobborgo di Nara era il paese natale di Tofei, qui si ridussero i fuggitivi, e si congiunsero in matrimonio. Di questo nacque una bambina, cui posero nome Cojosci, la quale appunto in quest’anno compiva il quarto dell’età sua.

Dei genitori di Tofei, sola rimaneva in vita la vecchia madre chiamata Cúcciva; e questa, dopo aver sofferto d’oftalmia catarrale per quasi un anno, essendone alfine divenuta cieca, era causa di grandi angustie ai due poveri conjugi. E quasi ciò fosse poco, sopravvenne altro caso singolarissimo. Il capitano Teidafu, il già padrone di Tofei nel Cuantô, per motivi che si di- ranno, erasi dovuto dare a vita raminga. Priva così la famiglia d’ogni sostegno, la moglie Fazzuse, non vedendo modo di provveder neppure alla sussistenza dell’unica figlia Misavo, s’appigliò al partito di mandarla dalla minor sorella Fanajo, raccomandandole di tenerla seco e di educarla come meglio potesse. Tutto ciò avvenne, perchè Fanajo aveva fatto giungere alla sorella segrete notizie del luogo dove si teneva nascosta, e con lei di tempo in tempo aveva ricambiato anche lettere: ma in queste, per non affliggerla, non le parlò mai delle strettezze in cui era caduta la famiglia dove s’era accasata, mentre in precedenza le aveva lasciato intendere che vi menava comoda vita.

La parentela, che intercedeva tra Fanajo e Misavo, era, per ciò che s’è detto, quella di zia e nipote: ma siccome fra l’una e l’altra correva una differenza di soli tre o quattr’anni di età, in presenza di tutti si chiamavano sorelle. Rispetto a Tofei, Misavo era la figlia di quel padrone, dal quale egli non avea mai tolto licenza: si faceva egli dunque uno stretto dovere di usarle ogni più scrupoloso riguardo.

Ogni giorno, al Crocicchio dell’Albero, era sempre innanzi e indietro col suo carico della portantina da nolo: ma per quanto il pover’uomo si travagliasse, privo come sempre era stato di qualche risparmiuccio, e da un anno a quella parte, stante la grave malattia della madre, costretto naturalmente anche a trascurare in parte il mestiere, si ridusse a do- ver vendere quasi che tutta la masserizia di casa.

Non reggendo il cuore a Misavo di vedere quel disgraziato che stentava fino a provvedere a’ suoi giorni, volle venirgli in soccorso, e per non dirgliene il modo, a cui egli non avrebbe mai consentito, diede a credere non solo alla vecchia cieca, ma anche ai due conjugi, che aveva fatto un voto solenne, a compiere il quale doveva recarsi giornalmente per lo spazio di cento giorni alla Rotonda meridionale, per quivi pregare e recitarvi a uno a uno i cento fascicoli delle meditazioni buddiche.

Quanto alla piccola Cojosci, intelligente com’ell’era per bambina di tenerissima età, Misavo non dubitò di condurla in sua compagnia, imponendole sul proprio operato il più stretto silenzio. Cambiando poi, di tempo in tempo, in moneta preziosa gli spiccioli messi insieme con quella sua maniera di accatto, dava quelle somme alla sorella Fanajo, facendole passare per sovvenzioni che le mandavano i suoi.

Capitolo VI

Venne il mattino. E quello essendo il terzo giorno del terzo mese, ricorreva appunto la festa dei pèschi. La piccola Cojosci, levatasi di buon’ora, e messe in fila sopra la cassa da panni della madre due bambole rimaste fra le cose non ancora vendute, senza un pensiero al mondo, e tutta con- tenta di trastullarsi, spezzava colle sue manine ramoscelli di pèsco, e li andava fissando parte in una scatola di cartapesta fatta in forma di cane, e parte dentro una guastadetta di collo rotto. Poi, non potendo altro per la gran povertà della casa, aperto un volume rosso intitolato «il babbo e la mamma di fana-zachi,» spiegava alle bambole i fatterelli che v’erano istoriati, storpiando di tanto in tanto qualche parola. Ma, per una esposizione da bambina di quell’età, non v’era di che riprenderla.

Tofei anche quel giorno, secondo il solito, dopo aver domandato notizie della salute alla madre, usciva a caricarsi di lettiga le spalle. Allora Misavo rivolgendosi alla sorella, «Sapete,» le disse, «che io da molto tempo vado ogni giorno in sacra visita alla Rotonda meridionale per implorare dal cielo che il mio buon padre, restituito negli antichi possedimenti, ricuperi il grado che prima aveva; e mi vi reco altresì a pregare che la povera mamma Cúcciva ottenga la grazia di risanare del suo mal d’occhi. Ma oggi, non so se sia effetto di questo freddo fuor di stagione, non mi sento niente a mio modo. Vorreste farmi il favore di andare per oggi in mia vece?»

Fanajo accennò di sì, ed aggiunse: «Allora dunque, mentre io vado, vedrete che la mamma si desterà: pensate a darle la sua medicina. Ma voi, copritevi bene, abbiatevi cura quanto potete, non aveste ad ammalare! E tu, Cojosci, fammi la donnetta; finchè io son fuori, farai buona guardia a casa, e in compenso ci sarà un bel regaletto; aspettami al ritorno, che te lo compro.»

E senz’altre parole si mise in via.

Capitolo VII

Quasi nello stesso momento arrivava Saizo di casa Tocuvaca, e tutto guardingo parve domandare con gli occhi: «Ebbene! va tutto in regola?»

Misavo, come per dirgli «Entrate pure,» si toccò il petto col mento.

L’altro allora, per farsi credere un pezzo grosso, dopo un sonoro colpo di tosse, mandò fuori un «Olà! è permesso?»

«Chi sarà mai che domanda di entrare? — Abbia la degnazione di accomodarsi!»

Sentendo che Misavo assumeva quel tuono cerimonioso, come con un personaggio sconosciuto, Saizo, contenendosi a stento dal ridere, affettò quel medesimo tuono: «La persona che Le sta dinanzi appellasi Tocuvaca Saizo, Samurai del principe Fanguan Jenia. Essendo questo il giorno irrevocabilmente fissato alla solenne presentazione di madonna Misavo, io, conformemente alle ingiunzioni della prima ispettrice degli appartamenti segreti, signora Iva Fugi, sono venuto a prenderla in bussola — oh! benedetto sia! ma che bussola! io voleva dire che mi son fatto lecito di presentarmi espressamente a Vossignoria, per pregarla di vo- lersi adagiare in una sontuosa e splendida lettiga, tutta scintillante di chiavi a testa dorata. Si compiaccia Ella dunque di fare con sollecitudine i suoi apparecchi.»

Mamma Cúcciva, che dalla sua alcova non avea perduto una sola sillaba di questo bel discorso, non sapendo scoprirvi incoerenze, e prendendolo anzi sul serio, tirò da un lato il paravento che la nascondeva, e si fece a dire: «Così dunque voi sarete ammessa ad un’udienza d’onore per assumere fin da questo giorno un nobile ufficio nella famiglia di un principe?»

«Così è, mia buona madre. Mia sorella Fanajo e il signor Tofei mi avevano già dato da un pezzo il loro consenso; ma, per non recare a voi un disturbo di questo genere nel colmo della malattia, si è creduto bene di procrastinare fin qui.»

«Che dite mai, gentil signorina? non v’era ombra di ragione per questo. Mi resta sempre mio figlio Tofei. E la nuora Fanajo, per quanto non sia stata verso quelli di sua famiglia troppo buona fanciulla, con me finora si è sempre condotta da figlia amorevole e rispettosa. O perchè dunque voi non avreste dovuto fare quel che meglio vi conveniva? Per noi certo non v’era nulla più prezioso e più caro della vostra persona; e mi par tempo perduto anche a dirlo: ma il sapervi in questa povera casa come un pesce fuor d’acqua, vi dirò che formava il mio struggimento. Così fosse stato prima! Anche un giorno solo era tanta pace di più per questa povera vecchia. E dire invece che voi non ci potevate pensare senza accorarvene per amor mio! — Ma parliamo d’altro. Mi dica, Signore, la residenza del principe Fanguan dove si trova?»

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