Al lettore
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CRIVO la storia del Palazzo Vecchio, così come scriverei la vita d’un grand’uomo: anche i monumenti hanno qualcosa dentro, che a guisa di pensiero lampeggia al di fuori, si vede scolpito nelle pietre, si legge scritto nelle linee; la loro storia s’intreccia con quella della città o del luogo in cui sono e stanno, del popolo che gl’inalzò, della gente che v’ebbe stanza, degli avvenimenti che vi si prepararono o vi si compirono. Anche i monumenti infine hanno indelebili le loro memorie, e a queste memorie s’accendono le speranze di tutto il popolo che li circonda, e li riguarda con affetto ed ammirazione. Io dunque ne scrivo come di cosa viva e magnifica, non già come d’un uomo morto scriverebbe un naturalista o un anatomico, ricercandolo membro per membro, contandone ogni pelo e ogni ruga, numerando della vita passata tutti i giorni, tutte l’ore; nè come dello stesso monumento potrebbero fare un architetto che ne misurasse ogni pietra, ne studiasse ogni taglio, o un erudito che frugasse tutte le carte le quali ne accertino una data, per quanto inconcludente sia, o dian fede d’un avvenimento il più insignificante. Certo che anch’io ne narrerò le principali vicende materiali, fermandomi a rilevarne tutte le bellezze, e farne, quanto alla mia parola è possibile, risaltare la insuperabile magnificenza così dell’insieme, come d’ogni parte, eziandio nelle piccole cose, cioè in quelle di minor conto, e all’esterno e all’interno; valendomi, s’intende, di tutti i documenti che vi si riferiscono e che già sono a stampa, delle storie, descrizioni, guide che ne sono state fatte fino ad oggi da uomini valenti, delle notizie che si trovano sparse per molti libri, e di tutti i tempi, dove per incidenza si parla di quello, e anche dei documenti inediti che mi accadesse di trovare. Per quanto mi sarà concesso vorrei non dir nulla che non fosse accertato, o almeno nulla dare per certo che non sia, e nel medesimo tempo non negar fede a certe tradizioni storiche, solamente perchè ancora non sono avvalorate da carte autentiche, essendo pure la tradizione parte di storia. Infine, se l’ingegno mi bastasse e l’animo, vorrei che questa mia storia del Palazzo Vecchio, rendesse un poco del colore che i secoli vi stesero sopra, e, come dissi, del pensiero che il popolo che lo fabbricò vi spirava dentro, per maniera che vi si vedesse alla austerità e magnificenza unita la grazia e la leggiadrìa, ed alla antichità di molti secoli, il vigore e quasi il lume d’una giovinezza perpetua.
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Capitolo I
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L popolo saliva in alto, i nobili e signori scendevano, il che era cagione di grande disordine in Firenze, accresciuto dal fatto che i Grandi avevano tra loro brighe e discordie, che le maggiori non avevano mai avute innanzi. Allora, correndo l’anno 1293, si misero insieme alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti per cercare a quel disordine rimedio, e capo di essi fu , «grande e potente cittadino, dice di lui , savio, valente e buono uomo, assai animoso e di buona stirpe, che si fa capo e guida de’ buoni cittadini popolani e mercatanti». E a primeggiare tra quei, tutti di popolo e combattitori della turbolenza de’ capi, a Giano della Bella giovò forse l’essere stato esso pure dei Grandi ed averne sofferta l’oltracotanza. Così è certo, suggiunge a tale proposito il , parlando di lui, che al impulso primo a diventare il grande oratore della rivoluzione francese fu l’essere stato un tempo il conte di Mirabeau; egli diseredato e ributtato da’ suoi nobili; Giano, ma non per le vergognose cagioni del nobile provenzale, svillaneggiato da’ suoi Grandi per mano del furioso , che in pieno Consiglio, con ingiuria che era allora delle più atroci, afferratolo pel naso, minaccia che gliel taglierà s’egli ardisca cozzare con lui. Egli insomma si raunò col popolo, e il popolo corse a prendere per suo capo lui, questo cavaliere, della vecchia nobiltà del marchese Ugo e che ne inquartava nello stemma «la bella insegna», ed ora dal rancore e da una molto grande, ma però non volgare ambizione era tratto a divenir popolano. Sul finire di quel medesimo anno, secondo lo stile fiorentino, o sul cominciare, secondo il nostro, dell’anno di poi, cioè ne’ mesi tra il gennaio e l’aprile del 1294, si compilarono dai Rettori, e Priori, e alcuni Savi, uniti appositamente ad essi, tra’ quali furono i maggiori giureconsulti della città, messer Donato di messer Alberto Ristori, messer , e messer , secondo che gli era fatta balìa dai Signori, i celebri Ordinamenti di Giustizia, che furono poi, si potrebbe dire, la Magna Carta della Repubblica, per un secolo e più. E a ciò questi Ordinamenti avessero piena e certa esecuzione, ordinarono nell’istesso tempo che al numero dei sei Priori, fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi, per maniera che ciascun sesto della città ne avesse ogni anno uno de’ suoi; a lui venisse consegnato il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, e gli fossero dati mille eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro ai Grandi; e forse, perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, troviamo, oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi cosifatti. Gli ordinamenti statuivano: «Sia cotale Gonfaloniere de’ maggiori popolani artefici de la città di Firenze, il quale ami il pacefico e lo riposevole stato con puro cuore; il quale non sia de’ Grandi de la detta città.... Il quale Gonfaloniere insieme co’ Priori possa e debbia vicitare i segnori Podestà e Capitano, e loro inducere debbia e confortare che reddano justitia a tutte persone, e puniscano i malfattori, sì come la qualità del peccato vorrà. Debiano etiandio loro confortare e inducere che facciano i loro reggimenti sollecitamente e attentamente, sì e in tal modo che ’l pacefico e lo riposevole stato della città di Firenze sia conservato».
Però era ben sempre lontana Firenze dall’entrare in quel «pacefico e riposevole stato», che il Gonfaloniere avrebbe dovuto contribuire a conservare; e ben di ciò dovette accorgersi quello stesso Giano della Bella, il quale decorsi appena due anni doveva lasciare la patria; e la patria gli lanciava dietro, a’ dì 5 di marzo 1294 (1295), la sentenza del bando contro lui e tutti i suoi, e dava al guasto la sua casa e i suoi beni. Il Della Bella si rifugiava e moriva in Francia, «nel cui seno, dice il Del Lungo, un’altro de’ tanti Fiorentini che allora v’esularono, aveva, pochi anni innanzi, portata la famiglia che fra cinque secoli darebbe il Mirabeau: dovevano, Giano, morire in Francia, attendendo colà a que’ traffici ch’erano la principal vena della potenza dell’ingrata sua patria; e il Mirabeau, del titolo di mercante far cartello, quasi teatrale, al suo snobilitarsi, probabilmente senza ricordare o sapere che intitolandosi, in onta a’ suoi quarti, «Mirabeau marchand de draps» e’ non faceva che rinnovare ne’ suoi Riquetti un vecchio e glorioso titolo del loro fiorentino progenitore Azzo Arrighetti» .
Ma il nuovo ufficio del Gonfalonierato, se non dava pace e riposo alla città, a sanare la quale nessun altro ufficio sarebbe mai stato sufficiente in que’ tempi, rispondeva a quella grandigia e signoria popolana, che in ogni cosa si mostrava allora, andandosi Firenze tutta ammantando del suo «grande gonfalone di buono e saldo zendado bianco, con una grande croce rossa nel mezzo, distesa per tutto il gonfalone»; insegna della nuova potestà del Gonfaloniere. «Quello fu il tempo, dice il , delle più vere grandezze a questo popolo fiorentino che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe le conteneva; nè credo si trovi nelle istorie esempio d’un’altra città, la quale più secoli vissuta con piccola fama, sorgesse in pochi anni sino a porsi direi quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente, e ad un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale magnificenza d’opere e tale altezza d’ingegni». Già viveva in lei che meditava con l’ingegno sovrumano,
viveva che avrebbe architettato Santa Maria del Fiore, Santa Croce, e il Palagio del Comune, viveva che con la potenza sua ampliava la pittura, e delle sue opere ornava molte tra le maggiori città d’Italia, e meritava Egli di ritrarre in Dante il primo e più grande italiano che sia stato mai, e che il poeta scrivesse il nome suo nel poema che non morrà. Già erano fabbricati il Palagio del Potestà, la chiesa del Carmine, quella di Santa Maria Novella.
I Priori però, che aveano cominciato nel 1282, non avevano casa propria, e risedevano dove i xiv Buonuomini, almeno per un anno che i due uffici durarono insieme, cioè nelle case della Badìa «domus Abbatie». Ma intorno alle prime residenze che ebbero i Priori, è meglio lasciar parlare il Del Lungo, che ne ha fatto uno studio, come egli suol fare, diligentissimo; e prendo le sue parole. «I Priori, egli dice, incominciarono, com’è noto, nel 1282; ed ebbero per prima loro residenza quella stessa dei xiv Buonomini: al qual magistrato, instituito due anni innanzi dal Cardinal , essi i Priori poi succedettero; non così presto bensì, che per alcun tempo (fino al 1283 almeno) i due uffici non coesistessero l’uno accanto all’altro: fatto, questo, dagli storici taciuto, ma che i documenti chiaramente ci attestano. Risedevano pertanto i Priori in quella stessa «domus Abbatie» dove i xiv, e della quale parlammo in i, iv, 23. Dal 1285 al 1290 vediamo la «domus Priorum», la «domus mansionis dominorum Priorum», la «domus in qua ipsi Priores morantur pro eorum officio exercendo», essere ora la stessa «domus Abbacie fiorentine», nella quale, per esempio, risiedono nel maggio e nel giugno dell’86 e nel marzo dell’87; ora la casa di Gano del Forese «domus Ghani Forensis», nella quale essi «faciunt mansionem» nell’agosto dell’85 e nell’agosto dell’89; e nel luglio dell’86 vi tengon consiglio nel verziere, «in domo seu viridario Ghani Forensis et consortium»: ora la casa di un Pela o Pella, «domus Pelle Dominici», nella quale sono ne’ primi mesi del 1290: ora finalmente la casa o palagio di messer Bianchi, «domus posita in populo Santi Proculi», della quale nel 1290 è detto che in essa i Priori «consueverant morari»; e di esso «palatii positi in populo Santi Proculi» vediam pagarsi la pigione per la dimora che vi han fatta tra il febbraio e l’aprile pur del 90 i Priori e altri ufficiali del Comune. Queste diverse residenze si alternavano l’una all’altra; forse mutavansi secondo le stagioni, e infatti il verziere di Gano del Forese apparisce ripetutamente sotto date estive: certo è che il Comune teneva a propria disposizione più d’una di queste residenze nel medesimo tempo, come ce lo mostrano Consigli tenuti in domo Abbatie» mentre i Priori, nel 1285, risiedono in casa di Gano; ed altri tenuti, nel 1290, nelle case ora de’ Cerchi, ora del Pela, ora della Badìa: per non dire poi che, al medesimo effetto del convocare Consigli, veggonsi contemporaneamente adoperate anche le chiese, e che nel Palazzo del Comune «Palatium Comunis» (con la qual frase, si avverta bene, è sempre e in modo esclusivo indicato il Palazzo del Potestà) solevano adunarsi i Consigli, speciale e generale, del Comune o del Potestà; come in San Piero Scheraggio quelli del Popolo o del Capitano. Quando adunque nel 1293 gli Ordinamenti di Giustizia disposero che «ipsi Priores omnes cum Vexillifero Justitie insimul morari, stare, dormire et conmedere debeant in una domo ubi voluerint, et quam viderint abiliorem pro eorum offitio commodius exercendo»; può dirsi ch’e’ non facessero se non sancire una vecchia consuetudine. È altresì vero però che dopo quel tempo la Signorìa sembra non dimorasse altrove che nel palagio di messer Gherardino de’ Cerchi o meglio de’ suoi figliuoli ed eredi; poichè la frase «in domo filiorum olim domini Gerardini de Cerchiis (o «in domo Circulorum») in qua Priores et Vexillifer Justitie pro Comuni morantur» ricorre per quanto io ho veduto, tutte le volte che de’ Consigli della Signorìa è indicato il luogo dove sono tenuti: e ciò per una serie di atti che dal 26 maggio 1295 va al 31 marzo 1298. Con la quale ultima data del soggiorno de’ Priori nel palagio de’ Cerchi non siamo discosti che di dieci o undici mesi da quella, sotto la quale, nella fine del 1298 di stile fiorentino, cioè fra il gennaio e il marzo del 1299, scrive che «si cominciò a fondare il Palagio de’ Priori per lo Comune e Popolo di Firenze», non parendo a’ Priori «essere sicuri ove abitavano innanzi, ch’era nella casa de’ Cerchi Bianchi dietro alla chiesa di San Brocolo».
Ma si volle che il nuovo Palagio non solamente provvedesse alla sicurezza del Magistrato che vi prendeva stanza, ma sì ancora dasse idea della magnificenza e grandezza di tutto il Popolo: «perchè l’abitazione de’ Priori, narra , non pareva casa pubblica nè degna del popolo fiorentino, nè pareva a’ Priori esservi sicuri per la potenza della nobiltà, ordinarono un edificio pubblico rilevato e di singulare fimagnificenza». E ne dettero a fare il disegno, e poi la fabbrica ad Arnolfo di Cambio, che era già tenuto eccellente artefice, e si era acquistato tanta fede, che niuna cosa d’importanza senza il suo consiglio si deliberava. E Arnolfo lo disegnò a somiglianza di quello che in Casentino aveva fatto Lapo suo padre, ai Conti di Poppi. Il pensiero di avere una casa loro propria non era venuto a’ Priori allora soltanto, ma, com’è naturale, ben prima; e si trova infatti come tre anni dopo la loro istituzione, fosse tenuto, ai 29 di giugno del 1285, un parlamento nella chiesa di Santa Reparata, nel quale fra le altre cose si stabilisce, «quod habeantur boni et legalis, et antequam discedant debeant invenire locum in quo Palacium fiat». E il trovare il luogo dove fosse da fabbricare il nuovo Palazzo, non fu faccenda da poco, anzi andò molto per le lunghe. Solamente, come sappiamo dai documenti, nel luglio del 94, a dì 21, fu «fatta ne’ Consigli la proposta «super Pallatio et de Pallatio pro Comuni Florentie faciendo et de loco et super loco inveniendo in quo dictum Pallactium fieri debeat, et super ordinando et firmando omnia et singula quæ super predictis fuerint opportuna», fu approvata a maggioranza (cinquantasei voti contro trentuno) nel consiglio dei Cento, dove si opponeva un messer Neri della Gattaia; e fra’ consiglieri era anche Giano Della Bella; ma quasi a voto unanime fu vinta nel Consiglio del Capitano del Popolo e delle Capitudini delle Arti, dove cinquantasette furono i sì e due soli i no». E immediatamente si procedè a cercare il luogo e a trattare coi padroni delle case da acquistare. La qual cosa neppur essa richiese poco tempo, ed occorsero più e diverse provvisioni prima che si venisse a capo di porvi mano, il che fu ai dì 24 febbraio del 1299, essendo Potestà messer Monfiorito, quando, secondo il Villani, le cui parole sono comprovate da autentici documenti del 1299, del 1300, del 1301, del 1310 e del 1311, si cominciò a fondare il palazzo «colà dove furono anticamente le case degli Uberti..... e di quei loro casolari feciono piazza, acciò che mai non si rifacessero. E comperarono altre case di cittadini, come furono Foraboschi, e fondaronvi su il detto palazzo, e la torre de’ Priori fondata in su una torre che era alta più di cinquanta braccia, ch’era de’ Foraboschi, e chiamavasi torre della Vacca».
Perchè mai avevasi a fare piazza delle case degli Uberti?
Gli Uberti furono famiglia d’origine tedesca, alla quale, in Firenze, quando essa tendeva a padroneggiare, non mancarono adulatori che la dicessero della schiatta di , così la gente come la città aspirando alla grandezza e alla nobiltà di Roma. Furono essi che co’ loro seguaci, nobili e popolani, dandosi a battagliare contro i Consoli, per invidia della Signorìa, suscitarono odii tali nella città, che al dire dello stesso Villani «fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì l’uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da vicinanza a vicinanza com’erano le parti; e avevano armate le torri, che n’avea nella città in grande numero, alte cento e centoventi braccia». E di qui originarono quelle parti che più tardi prendevano nome di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti come quelli che erano contro i Consoli, cioè contro la parte che poi si disse guelfa, e che si facevano forti delle armi imperiali, si trovarono poi ad essere principali tra’ Ghibellini, i quali quanto più crebbero in potenza tanto più insolentirono contro il popolo, sino che esso, nel 1250, non fu capace di tener loro testa, di levarsi, e di prendere con mirabile felicità in mano sua tutto lo Stato; e, come l’ebbe, a difesa di sè stesso ed a mostrare rasa la baldanza dei signori o magnati, ordinò che si mozzassero le torri onde era gremita la città, e tutte si agguagliassero all’altezza di cinquanta braccia, e con le pietre ricavate da quelle mozzature di torri si cinse di mura la città oltr’Arno. Ma la vittoria dei Guelfi non fu così ferma come da essi si riteneva, e passati appena dieci anni, dopo che essi, i Guelfi fiorentini, ebbero del loro sangue colorate in rosso l’acque dell’Arbia, doverono lasciare la loro città con le donne, con i figliuoli, con quanto potevano recar seco, che tale era la sorte di quelle guerre cittadine: i vinti perdendo con la potenza la patria e gli averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Le masnade tedesche e i Ghibellini vincitori fecero ingresso in Firenze e vi elessero Potestà pel re , della famiglia de’ conti Guidi, signori di Poppi; tutte le sostanze de’ Guelfi andarono al Comune e le loro abitazioni furono rase dai fondamenti; nè ciò bastando alla loro vittoria, i Ghibellini di Pisa, di Siena, di Arezzo, del contado e della città di Firenze, tennero parlamento in Empoli per assicurare la parte loro; e fu in quel parlamento che si propose la distruzione di Firenze, e che solo la difese a viso aperto. lo immortalò nel poema suo.
La potenza de’ Ghibellini rimase schiacciata, sei anni dopo, sotto la grave mora
dove stavano l’ossa di Re Manfredi, e i Guelfi ripresero in tutta Italia il di sopra, e in Firenze ebbero finale vittoria. I fiorentini Guelfi, non ancora forti tanto, quanto bastasse a reggersi da per loro, diedero la signoria della terra per dieci anni al vincitore , il quale d’allora in poi mandovvi, anno per anno, suoi vicari, i quali reggessero la città, con l’assistenza di dodici buonomini cittadini: infine si creò un nuovo magistrato col nome prima di Console de’ cavalieri, poi de’ Capitani di Parte Guelfa; il che non fu senza grande utile e splendore di Firenze che presto si fece capo del nome guelfo in Toscana e fuori; similmente si crearono allora i Priori di parte, tre grandi e tre popolani, i quali soprintendessero alla custodia della moneta, uno di loro tenesse il suggello, un altro fosse sindaco e accusatore dei Ghibellini. Ma le guerre di parte, tra Guelfi e Ghibellini, tra chi era in città, padrone e signore, e chi era fuori, sbandato, durarono ancora e si fecero sempre più ardenti e fiere. Parve finalmente che gli animi del troppo odio si stancassero, e così nei Guelfi come nei Ghibellini, così nei vincitori come nei vinti, si cominciasse a far sentire il bisogno di pace. E passando di Firenze nell’anno 1273 , che andava al Concilio di Lione, in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato dalla spedizione in cui morì , e di imperatore latino, profugo da Costantinopoli, con le loro corti, fatti venire sindachi della parte Ghibellina, che da sei anni era in esilio, ai 2 di Luglio tutto il popolo fiorentino fu congregato in sul greto d’Arno, appiè del ponte Rubaconte, ed ivi il Papa promulgò sentenza di pace, sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi delle due parti, Guelfa e Ghibellina, che si baciassero in bocca. Ma la pace durò quanto stette il Papa in Firenze, cioè quattro giorni, perchè Egli era ancora in Mugello quando la pace fu rotta, e sdegnato forte interdisse la città, la quale fu ribenedetta quando il Papa tornando da Lione, per essere grande piena in Arno, dovette ripassare per essa, e poi non appena ne fu uscito scomunicata un’altra volta.
Intanto i Guelfi in Firenze riposati dalle guerre di fuori e ingrassati degli averi de’ Ghibellini, per invidia e per superbia cominciarono a inimicarsi fra di loro, perchè la città fu tutta e sempre in arme:
Quindi i Capitani di Parte Guelfa ed il comune di Firenze si rivolsero al Papa, che era allora , chiedendo pacificasse almeno i Guelfi fra loro; e al Papa nel medesimo tempo si rivolsero i Ghibellini fuorusciti, perchè confermasse la pace loro co’ Guelfi. Il Pontefice, in sulla fine del 1279, confermava la pace, e ordinava al , suo nipote di sorella, che era paciaro in Romagna, di portarsi a Firenze con trecento cavalieri per sedare le dissensioni tra Guelfi e Guelfi, tra Guelfi e Ghibellini. E la pace fu fatta; esso Cardinale chiamò il popolo a parlamento in sulla piazza di Santa Maria Novella, dove Egli poneva la prima pietra della mirabile chiesa, e fece anche allora che i sindachi delle due parti nemiche si baciassero in bocca, e i nemici della stessa parte, dei Guelfi, si gettassero nelle braccia l’uno dell’altro. Furono richiamati i Ghibellini, eccetto sessanta de’ principali a’ quali fu ordinato per un certo tempo stessero confinati tra Orvieto e Roma; primi tra gli esclusi furono i figliuoli ed i congiunti di Farinata degli Uberti. Il Cardinale Latino riformò gli ordini della città, stabilendo che il Potestà e il Capitano del popolo fossero eletti per due anni dal Pontefice, che gli Anziani o Buonuomini in luogo di dodici fossero d’allora in poi quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e popolani, e che essi restassero in ufficio solamente due mesi. Ma e perchè i Ghibellini non rientrarono tutti o non vi acquistarono nuova potenza, e perchè insomma la città era ornai Guelfa e il popolo Guelfo saliva, dopo due anni di quella pace, gli Ordinamenti furono mutati a benefizio della parte Guelfa e in breve si levarono gli onori e i beneficii ai Ghibellini, furono creati i Priori delle Arti, in numero da prima di tre, che per un po’ di tempo durarono insieme ai quattordici Buonuomini, e poi gli succedettero, prendendone tutta la autorità e dignità maggiore, quando forse, che fu nel secondo bimestre, furono cresciuti fino a sei, uno per sesto. A questi Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto il titolo di difensore delle Arti, spettava di amministrare il Comune, di radunare i Consigli e fare le Provvisioni.
«Così erano, dice il Capponi, le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante. Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari, perchè in Firenze i Buonuomini, la buona parte conservatrice, per lungo tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi: altiere foggie pigliava il popolo, e i mestieri s’inalzavano allo splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo: il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, con la riverita autorità del Pontificato e da principio con quella non bene cancellata dell’Impero».
I Ghibellini fuori di Firenze s’erano annodati un’altra volta in Arezzo, essendo morto Carlo d’Angiò ed il successore di lui fatto prigione degli Aragonesi in Sicilia, e ripresa nuova forza, minacciavano Firenze, aiutati da imperatore che potè mandare in Arezzo un suo vicario con poche genti. I Fiorentini chiamarono tosto a sè le altre città guelfe della Toscana, e misero insieme quanta più gente poterono per andare loro contro, che fu dicono il maggiore esercito che essi adunassero dopo il ritorno di parte guelfa; s’incontrarono, Guelfi e Ghibellini, nel piano di Campaldino, appiè del monte di Poppi, in Casentino, e fu aspra battaglia; tra i feditori fiorentini era Dante Alighieri, giovane di ventiquattro anni. Gli Aretini furono condotti in mezzo alle ali combattenti de’ fiorentini, e che era da una banda coi lucchesi e co’ pistoiesi ed a cui era stato fatto comandamento di stare fermo e non ferire, pena la testa, quando vide cominciata la battaglia e gli aretini essere nel mezzo, disse: «se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannazione»; ed entrò nella mischia con la sua schiera, e fu grande cagione della vittoria. Per questa vittoria Firenze potè tutto il pensiero volgere in sè medesima, e darsi alla mercatanzia, e farsi ricca e potente, tutta come dicemmo ammantandosi del suo gonfalone; inalzare a Dio il tempio di Santa Maria del Fiore, e al popolo suo il palazzo, che fu detto appunto il Palazzo del Popolo, facendo intorno ad esso piazza del luogo dove erano le case de’ principali tra i Ghibellini, gli Uberti, famiglia il discorso della quale ci ha portato natu- ralmente a correre tanta parte di storia nostra, finchè essa fu storia di famiglie e di uomini, più che storia di popolo e di città.
Il racconta che per non esser in niun modo conceduto ad Arnolfo di potere alzare il nuovo Palazzo sul terreno occupato già dalle case degli Uberti, fu cagione che Egli, comechè magnifico e grande lo disegnasse, non potesse metterlo in isquadra, e fosse costretto ad allargarsi verso tramontana, gettando per terra una navata di San Piero Scheraggio, piuttosto che farlo in mezzo della piazza con le sue misure. Il palazzo disegnato e alzato dalle fondamenta per mano di Arnolfo, non è tale e quale quello che ci stà oggi sotto gli occhi, ma solamente di esso quella parte che apparisce di per sè ben distinta, che ha diremmo corpo suo proprio, e si distacca maravigliosamente da tutto il resto. Opera di Arnolfo «è, come dice il signor , quella parte più elevata che ha mensoloni a sostegno di un ballatoio coperto, che è coronata da una linea di merli parallelepipedi o guelfi; quella parte insomma che ha cinque finestroni per piano dal lato di tramontana, e quattro dal lato di mezzogiorno». Ed è da credere che questa parte fosse eretta sopra le altre case appositamente acquistate per tale fabbrica, volendo tenersi fuori dal terreno già occupato da quelle che erano degli Uberti, e delle quali fu fatta piazza: e non è di smusso e fuori di squadra, come pare affermare il Vasari, il quale forse volle dire con quello, non essere il palazzo nel bel mezzo della piazza, ma sopra una parte o sopra un canto di essa; il Vasari che pure errò dicendo che, per fabbricarlo lì dov’è, fu necessario gettar giù una navata di San Piero Scheraggio, avendo detta chiesa conservate le sue tre navate fino al 1410, cioè un buon secolo dopo la costruzione del Palazzo del Popolo, quando per allargare la strada che vi passava framezzo, fu demolita la navata settentrionale o destra della chiesa, e ridotta questa a una navata sola, venendo destinata a uso di compagnia l’altra navata a sinistra, San Piero Scheraggio «che così si chiamava, dice il Villani, per uno fossato ovvero fogna, che ricoglieva quasi tutta l’acqua piovana della città, che andava in Arno, che si chiamava lo Scheraggio»: e di cui troviamo essere priore, nel 1304, un ser , parente a quel traditore, che alla battaglia di Montaperti, si fece addosso a , uomo di grande valore, il quale portava la bandiera guelfa, e tagliandogli di netto la mano, la fece cader giù, per il qual fatto balenò la vittoria de’ fiorentini; «uomo, a detta dello stesso Compagni, nimico de’ suoi consorti;» perchè fu il primo ad appiccare il fuoco alle case loro, onde ne venne grave incendio, il quale distrusse oltre le case degli Abati, quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, e moltissime altre; non che le botteghe di drappi, che erano in Calimala, e tutte quelle attorno a Mercato vecchio sino a Mercato nuovo, ed altre ed altre case ancora, tante che in quei giorno, che fu il 10 di giugno, ci narrano le storie esserne state fra guaste e distrutte oltre a 1900.
Le prime case adunque su le quali cominciossi a fabbricare il Palazzo del Popolo, anzi per dir meglio quelle con le quali fu costruito, furono le case di Gianni della Barba e di Simone Foraboschi vocato Mazufero; ed anche oggi se ne possono leggere gli atti d’acquisto, stipulati nelle case stesse, secondo che si rileva da quello dei 17 marzo 1298, secondo lo stile fiorentino, corso fra i Sindaci del Comune acquirenti e quel tale Gianni del fu Cambio della Barba, che dicesi stipulato senz’altro «in domo sive Pallatio Populi et Comunis Florentie in quo domini Priores Artium et Vexillifer Justitie dicte civitatis pro eorum exercendo officio moram trahunt»: e nell’altro atto stipulato il medesimo giorno, col quale vende al Comune le sue case Simone vocato Mazufero del fu Guido de’ Foraboschi, e in altri atti ancora fatti dieci giorni dopo, cioè il 27 marzo 1299. Poi, e questo forse anche più vale, si trovano altri atti con la stessa indicazione del nuovo Palazzo, ma che si riferiscono ad acquisti che con esso non hanno che fare; il Del Lungo cita due di tali atti, uno de’ 6 e l’altro de’ 10 aprile 1299, che contengono deliberazioni della Signorìa intorno all’acquisto di certo terreno per l’allargamento della piazza de’ Servi; «e sì l’uno che l’altro, come egli dice, recano la data del luogo dove le dette deliberazioni erano state fatte, che nella pergamena del dì 10 è «in domo Populi et Comunis Florentie in qua dicti Priores et Vexillifer pro eorum exercendo officio moram trahunt» cioè suppergiù la formula che già conosciamo; ma la pergamena del dì 6 dice invece «in domibus dicti Comunis et Populi Florentini sitis prope Ecclesiam Sancti Petri Seradii de Florentia, in quibus ipsi domini Priores et Vexillifer morantur pro eorum officio exercendo»; con che viene a dirsi espressamente che la residenza de’ Priori nel loro Palazzo incominciò appena acquistate le prime case che lo dovevano formare; incominciò in quelle case stesse, e mentre pure la sesta e il martello del grande architetto lavorava a ridurle per la nuova loro gloriosa destinazione. E fin d’allora quelle case furono, pe’ Fiorentini, il Palagio: sia che lo chiamassero Palagio del Popolo e del Comune, o Palagio de’ Priori, o Palagio del Popolo».
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