Capitolo I
Una sera d’inverno, dell’anno 1790, numerosi equipaggi traversavano di varie parti la piazza di Sassonia, e ciascuno di essi si dirigeva verso un palazzo di bella apparenza a uno degli angoli di detta piazza, la più ragguardevole di Varsavia. Questa città non era allora quel ch’è oggidì: le sue strade eran mal lastricate, oscure, poco comode alle persone che la mediocrità di lor fortuna condannava ad andarsene a piedi. La giornata era stata eccessivamente fredda; un vento settentrionale, dissipando la neve la rispingea verso le abitazioni; questi mucchi nuovamente formati, e congelati per la rigidezza della sera, ristringevano parecchie strade in guisa da lasciare appena libero il passo ad una vettura. Una di queste piccole strade che mettea sulla piazza di Sassonia, fu il teatro d’una scena dolorosa. Una slitta, nella quale sedeano due giovani signori polacchi, trovossi ad un tratto arrestata dal calesse d’un colonnello russo. Solo in una carrozza d’un’altezza prodigiosa, quest’ufficiale era tutto inviluppato in un mantello; ma le piume di varii colori che componevano il suo pennacchio, agitate dal vento, e illuminate dai raggi della luna, davano agevolmente a divedere di che razza foss’egli. Il servo di Mazovia, che conduceva la slitta, non poteva ingannarsi; egli era dotato del più ardente patriottismo, e, sdegnando fino d’abboccarsi con persone che ei considerava come nemici del suo paese, si contentò di gridare d’un tuono altero. — Fatevi indietro; fatevi indietro, vi dico. Il suo avversario, vecchio Moscovita, a cui una rossa barba scendeva fino a mezzo il petto, avea sovente inteso parlare della preponderanza della sua nazione sul regno di Polonia, e del dominio che Caterina la Grande esercitava sul debole Stanislao; da ciò concluse che i sudditi della gran Caterina dovean farsi obbedire invece di cedere, e non rispose all’intimazione del Polacco, che con dare un vigoroso colpo di frusta a’ brio i cavalli ch’egli guidava. Il colonnello russo erasi alzato; in mezzo alla sua vacillante vettura, si rassomigliava al marinaro che, fermo sulla tolda mentre la tempesta infuria, conserva in mezzo alla procella il più perfetto equilibrio.
I due giovani signori nel fondo della loro slitta, coperti d’enormi pelliccie, e occupati d’una conversazione aggradevole, fecero sul principio poca attenzione a quest’incidente tuttavia uno di essi, il conte Ladislao G***, che avea più premura del suo compagno d’arrivare alla brillante ra- dunanza a cui erano attesi, dimandò d’un tuono d’impazienza perchè la vettura non s’avanzava.
— Signor conte, rispose il cocchiere levandosi il cappello e tenendolo alzato sopra la sua testa malgrado il freddo che saliva a ventotto gradi, vi ha dinanzi a noi un equipaggio russo che ci chiude il passaggio.
— Ebbene, fatevi indietro.
— Retrocedere davanti a un cocchiere russo!
Per verità, disse il principe Witold di L***, che non aveva ancora parlato, la strada è impraticabile; sarà per lui quasi egualmente difficile il retrocedere che l’avanzarsi; quanto a noi, se si volesse far bene, dovremmo lasciar qui questi uomini a disputare, e ritirarsi come potranno dall’ammasso di neve in cui siamo sepolti, e, senza darsi pena per chi la vincerà questa sera, se la Polonia o la Russia, andare a piedi dalla palatina di S***, il cui palazzo si scorge di qui.
— A piedi! questo è impossibile; che sarebbe del nostro abbigliamento? — Ma la neve è più dura del palco d’una sala.
— Mi viene un’eccellente idea, disse il conte Ladislao dopo un momento di silenzio; noi abbiamo qui due staffieri forniti di ottime spalle; facciamoci portare.
— Sentite che scherzo?
— Io non ischerzo; e vi assicuro che il mio m’ha più volte prestato questo servigio in occasioni press’a poco simili a questa.
Mentre il conte Ladislao metteva in opera tutta la sua eloquenza per far adottare un espediente che il principe Witold trovava assai ridicolo, una infelice famiglia ebrea, composta d’un uomo che sembrava avanzato in età, d’una donna e d’un ragazzo di sedici anni, usciva da una taverna alla cui porta trovavansi parecchi scalini: ricoperti dalla neve, non formavano questi che una rapida scesa, il vecchio ebreo sdrucciolò, e lasciò cadere un fardello che portava sulle spalle. L’israelita, alla vista di questa perdita, dimenticando il pericolo, si precipitò per salvare tutto quello che possedeva, e fu ben tosto egli stesso calpestato dai cavalli. Le grida del ragazzo, i lamenti dell’ebrea, accrebbero il tumulto; il colonnello russo dal suo calesse, i principi lasciaron la loro slitta, gli staffieri ritennero i cavalli per la briglia, mentre che alcune persone che s’erano radunate sollevarono il povero ebreo, che avea perduto l’uso de’ sensi. Fu trasportato nella taverna; quivi il rango e i pregiudizi furon messi da parte, e si videro de’ gran signori occuparsi con ansietà del rinvenimento d’un infelice in cui la miseria eguagliava la lordura. Allorquando Gioachino Levi (così s’appellava l’ebreo) ebbe riacquistato l’uso de’ sensi, guardò dintorno a sè con la più grande inquietudiue; ma Ester, sua moglie, lo pose in calma presentandogli il fagotto pieno di stracci ch’era stato la causa della sua caduta. Gioachino, rassicurato, esternò tutta la sua ricoscenza; la quale fu portata al colmo, allorchè vide il principe Witold e il conte Ladislao trarre ciascuno di tasca un ducato e darli al suo figlio Nef- tali; finalmente i due Polacchi, per sottrarsi alla clamorosa gratitudine di tutta la famiglia, lasciarono la taverna, e tornarono al loro equipaggio. Il conte Ladislao diè in uno scoppio di risa nel vedere i due cocchieri impassibili sulle lor sedie. — Ecco, diss’egli, due miserabili che spiegano un gran carattere; domani alla punta del giorno si troveranno probabilmente petrificati nello stesso luogo. Se il freddo fosse minore di qualche grado, io ordinerei all’ostinato che m’appartiene al suo ridicolo punto d’onore e di retrocedere; ma tutto questo porterebbe via maggior tempo di quello che noi impiegheremo aportarci dalla palatina in altra maniera. Principe Witold, voi avete qui uno de’ vostri servi, imitatemi, ve lo consiglio: io parto. Allora, slanciandosi con agilità sul dorso dello staffiere del quale avea vantata la forza, il conte Ladislao si diresse verso il paJazzo della palatina di S***, senza che a quei che lo portava, buon contadino di Lituania, venisse neppure l’idea di fare la minima riflessione su quel nuovo capriccio del suo padrone. Il principe Witold guardò se il colonnello russo comparso di nuovo; ei non avrebbe amato che fosse testimone di tale spettacolo. Il conte Ladislao entrava allora nella piazza di Sassonia, che era di poco solitaria e coperta d’una neve di cui la luna illuminava l’abbagliante candore. In mezzo a quella scena imponente e silenziosa, il conte Ladislao produceva un effetto grottesco; Eduardo lo considerò un istante con un sorriso di compassione; poi calcandosi fino agli occhi il berretto guarnito di martora zibellina, e inviluppandosi con diligenza in una pellicia simile, camminò fino al palazzo, ove arrivò dieci minuti dopo dell’amico suo.
Era già tardi, e l’assemblea assai numorosa; il principe Witold, dopo aver salutata la padrona di casa, andò ad unirsi a un gruppo d’uomini che, in un canto dell’appartamento, ragionavano di politica. S’era da pochi giorni ricevuta la nuova della morte dell’imperatore Giuseppe II, e si sapeva già che Leopoldo suo successore volendo segnalare il suo avvenimento al trono col cedere ai voti de’ suoi popoli, cui desolava una guerra infelice, era per segnare un trattato di pace con la Porta; e, rompendo l’alleanza che il suo predecessore avea contratta con la Russia, lasciava l’ambiziosa Caterina ridotta alle sue proprie forze per combattere gli Ottomanni. La morte d’un gran personaggio è un avvenimento della più alta importanza per quelli che s’occupano di calcolar le vicende che può produrre un qualsiasi cangiamento. Quanti calcoli veri o falsi son messi in luce, quante conghietture trovansi verificate o smentite dagli avvenimenti che seguono! Quello è il momento di farsi un nome di politico profondo per poi dar merito alla propria antiveggenza degli effetti del caso.
La Polonia era allora nel mezzo di quella lunga crisi da cui non uscì che per esser cancellata dal catalogo delle nazioni; ella rassomiglia a un malato, giovine ancora di forza e di speranza, ma nel quale il principio vitale è distrutto, e che lotta invano contro la morte. Illusa dalla Prussia e dalla Russia, sacrificata dal proprio suo re, tradita da alcuni de’ suoi gran signori, covando nel suo seno gli odii, le gelosie, le rivalità più pericolose allo stato, essa aveva a diffendersi insieme dalle sue discordie intestine, e dalla perfidia de’ suoi vicini. La maggior parte de’ Polacchi, fedele fino all’ultimo alla causa nazionale, si consumava in nobili sforzi. Il popolo intiero prevedendo la caduta della patria, domandava ad alta voce una costituzione e il retaggio del trono. Il senato travagliava per soddisfare il voto pubblico, e preparava un nuovo atto costituzionale.
Nel vasto salone della Palatina si vedeva riunito tutto quello che avea di migliore l’alta società di Varsavia. Vi regnava la libertà più perfetta: i divani che lo circondavano erano occupati dalle donne; mentre gli uomini, girando nell’interno, s’arrestavano dove gli attirava il capriccio, e fissavansi ove gli richiamava l’affetto. L’appartamento era diviso in varii gruppi che le medesime opinioni, la medesima età, o i medesimi gusti formati avevano. Intorno alla Palatina eran riunite tutte le donne da quaranta a cinquant’anni. Si vedevan tra loro alcuni giovani; poichè, specialmente allora, tra le donne di quest’età gli uomini andavano a fare un’po’ di pratica del mondo, prima di gettarsi nel suo vortice; era questo in qualche maniera, all’uscir dicollegio, un ultimo corso che completava gli studi e perfezionava l’educazione. In questo circolo si mormorava poco; si parlava ancor meno di mode e di frivolezze. Qui ben si sapeva che lo spirito può piacere ancora dopo la perdita di que’ vantaggi che brillano d’uno splendore sì vivo e sì breve; e da questo dono meno effimero si attingevano tutti i mezzi di piacere. Talora l’esame, la critica o l’elogio d’una nuova opera porgea l’occasione di spiegare un poco di sapere e di mostrare buon gusto; più sovente l’analisi d’un romanzo ispirava quelle frasi che palesano un cuore tenero e un’immaginazione esaltata. Le si azzardavano senza timo- re; perchè non erano i suoi propri sentimenti che pretendeasi svelare, o no, ma la parlatrice si poneva semplicemente nel luogo dell’eroina, e parlava secondo il carattere che in lei supponeva. Nel medesimo tempo, qual delicatezza lasciavasi travedere! qual maniera di pensare elevata, qual’anima nobile si manifestava! Quanta lealtà, quanta franchezza in amicizia! quantà purità, quanta costanza in amore! Tutti questi sentimenti erano espressi con una grazia, e soprattutto con un’ingenuità, che provava quanto fossero profondi e sinceri. Qual aria di decenza sul volto di tutte queste donne! qual calma ne’ loro modi! qual castità su la lor fronte! Come son pieni di benevolenza gli sguardi ch’esse volgono! come affettuoso il loro sorriso! Egli è che la più parte di esse han tutto studiato, dalla scelta delle parole fino a quella delle attitudini e dell’inflession della voce; egli è che la più parte conoscono fin da vent’anni la portata d’uno sguardo e d’un sorriso; il cuor loro è ripieno di gelosia; la va- nità è la molla di tutti i loro pensieri, e, alla corte di Stanislao, la loro immaginazione non può essere occupata che d’intrighi. Ma si suol dire che un buon attore disimpegna sovente col miglior successo le parti più opposte al suo carattere: un teatro e un salone hanno fra loro di grandi rapporti.
Il gruppo più vicino a quello di cui parliamo era composto di donne molto giovani, la più parte spose di poco, e nonostante alcune avean già perduta quella primiera freschezza, a cui l’età loro aveva ancor de’ diritti. La loro persona attestava, con un principio di magrezza, l’effetto che producono le veglie forzate; simili a quelle canne che il più piccol soffio basta ad agitare, esse s’incurvavano e cercavano un appoggio. Vedeasi sulle lor gote un colorito carico e posticcio, che mal nascondeva il leggier cerchio nero che cominciava a contornar gli occhi loro. Erano ancora fiori, ma fiori della sera, che uno ammira ripensando con dispiacere alla primiera loro bellezza. Per l’a- matore dei contrasti, bello era il vedere su quei medesimi volti un’aria di naturalezza, e qualche volta un’espressione che apparteneva quasi all’infanzia. Queste donne attorniate da uomini della loro età, e tutti questi esseri sì giovani, sì confidati nella vita, lanciavansi con gioia in mezzo al mondo senza nulla temere dell’avvenire. Questo gruppo era molto più rumoroso di quello che abbiam già dipinto; vi regnava meno moderazione, le convenienze vi eran talora offese, ma in generale vi si trovava molto più di franchezza. Il conte Ladislao ne faceva parte; ei dava a indovinare alle giovani donne presso le quali era seduto il modo col quale era seduto il modo col quale era giunto al palazzo, intanto che uno dei figli delle Palatina, arrivato di fresco da Pietroburgo, raccontava ad altre la nuova del giorno, la storia famosa della principessa Czerbatow, sposata di fresco al conte di Momonow, antico favorito di Caterina. L’istoria stessa, e le riflessioni circa il modo in cui l’imperatrice si ven- dicava dell’indiscretezza de’ suoi amanti, eccitavano i più allegri scrosci di risa; alcune, dimenticando che il loro rossore non potea più distinguersi, si coprivano il volto con un ventaglio scintillante per le dorature; altre sorridevano piegando la testa; ma tutte insieme usavano, malgrado la leggerezza loro, ma tutte le precauzioni necessarie perchè il circolo delle attempate non venisse a conoscere il soggetto del loro riso. Allorchè un indiscretto alzava la voce, mille segni espressivi lo richiamavano alla prudenza; gli si parlava piano; gli si toccava leggermente la mano; l’una lanciavagli uno sguardo di finta collera, intanto che un’altra posando un vezzoso dito su quelle labbra sopra le quali regnava il più maligno sorriso, parea minacciarlo ridendo. E non sapevano le imprudenti che associando in tal guisa ai loro innocenti misteri dei giovani spensierati, esse stabilivano un’intrinsichezza pericolosa, e davan loro sopra sè stesse un diritto, di cui costoro saprebbero un giorno profittare. L’ultimo gruppo di donne era composto di giovani da’ quindici ai diciott’anni; era questo il più silenzioso e il più tristo; vi si parlava quasi sotto voce, la conversazione non men dolce che timida. Fra questi eranvi alcuni uomini di quarant’anni, e molti di sessanta, che, stanchi delle discussioni politiche, eran quivi venuti a prender riposo; e negligentemente seduti su morbide sedie abracciuoli, conservavano un profondo silenzio lasciando errare or quà or là i loro sguardi. Alcuni nonostante sforzavansi o con le loro domande, o con un racconto interessante d’animare que’ cari volti, su’ quali regnava tanta innocenza e pudore. Venivan essi ricevuti con tutti gl’indizii d’una timidezza eccessiva; occhi bassi, contegno imbarazzato, grande rossore; ma se un motto fine e spiritoso faceasi intendere, se una parola era atta a ispirare del brio, tutte quelle rose alzavan la testa e mostravano in tutto il suo splendore la brillante loro freschezza.
Il principe Witold, dopo avere per qualche tempo prestato orecchio a serie discussioni sullo stato in cui trovavasi allora la Polonia, venne a posarsi vicino al gruppo delle giovani damigelle, e guardolle qualche minuto senza parlare. Al momento che egli s’avvicinò, una di esse lasciò cadere il ventaglio e si chinò per raccoglierlo; poi, ponendosi una mano sul volto, come per riparare il disordine che quell’azione avea prodotto nella sua capigliatura, nascose in tal guisa il rossore che le avea coperta la fronte. Essa appellavasi Olesia, ed era figlia della palatina di S***; e, in mezzo alle bionde giovinette da cui era attorniata, faceasi distinguere per la regolarità de’ suoi lineamenti, per l’espressione de’ suoi grand’occhi neri, e per la brillante nerezza delle sue chiome. Il principe Witold, dopo avere per un momento aggirati i suoi sguardi sulle sue compagne, gli avea fissati sopra di lei; ma era impossibile il leggere sul suo viso, se questo foss’effetto del caso o della preoccupazione. Il conte Ladislao venne a sorprenderlo nella sua meditazione, e interrogollo ridendo quali fossero i pensieri che si profondamente l’occupavano. — E’ sono assai semplici, rispose Witold, e tutti prodotti dagli oggetti che ho davanti agli occhi. Io pensava che quelle vaghe teste, sulle quali io domino poichè sono in piedi, non contengono ancora che idee loro proprie, e non sono ornate che di capelli che loro pure appartengono. Io pensava che, quando una di esse lascia timidamente sfuggire alcune parole, ciascuna di queste è sincera, e che ogni movimento delle lor labbra lascia vedere dei denti che sono altrettanto veri come i loro discorsi.
— Ma, disse sorridendo il conte Ladislao, non pensate voi che a cotesto?
— Io pensava ancora, rispose Witold, ch’egli è impossibile di penetrare il mistero che involge il destino delle donne; quello degli uomini è infinitamente più facile a prevedersi, specialmente nel nostro ceto. Noi apparteniamo al nostro paese; ma le donne, simili a quegli astri erranti che s’alzano sovra un punto del cie- lo, vi brillan per un momento e spariscono, le donne vanno soggette a tutte le vicende occasionate da una condizion dipendente; costrette a seguire in ogni luogo lui che da loro un nome, ad adottare il suo paese, i suoi usi, esse non han realmente di proprio nè condizione, nè nome, nè patria, ed io pensava che fra le giovani signorine che formano attualmente l’ornamento di Varsavia, molte sondestinate a vivere lungi dalla Polonia.
— A meraviglia, disse il conte Ladislao; voi ragionavate invece di sentire. Questa è la differenza ch’è sempre passata fra noi. — Ebbene! madamigella Olesia, soggiunse il conte indirizzandosi alla giovane signora che abbiamo già nominata, e che sembrava avere udito il loro colloquio, non vi spaventa il tristo pronostico che il principe Witold ha fatto al vostro avvenire? poichè alla fin fine voi sarete forse un di quegli astri erranti di cui poco fa ci parlava. Voi avete sedici anni; fra cinque anni sarete probabilmente accasata; dite- mi, ove vorreste voi essere allora? Dove sono attualmente, rispose arrossendo Olesia, in questa città; essa mi piace molto, e miei gusti non sono variabili.
Il conte Ladislao aveva tutto quel che si richiede per far figura nella società: il suo spirito, senz’esser profondo, era pieno di grazia e di brio. Il linguaggio del gran mondo era il suo idioma natale. Ei lo possedeva a perfezione, ma non ne avea studiato altro; e in altre occasioni il suo accento stesso lo avrebbe tradito. Ei s’internava con mirabile facilità nello spirito di ciascuna società, e piaceva a tutti i partiti. Il suo carattere avea pure della franchezza; ma egli era in un’età, in cui le opinioni o sono esagerate, o non sono ancora formate; e il conte Ladislao, leggero, superficiale, fuggiva le discussioni e in nulla s’approfondiva. Egli era un di quegli esseri che tutto il mondo ama, non perchè riconosca in essi delle qualità trascendenti, ma perchè non offendono l’amor proprio d’alcuno. Ricercato dalle più eleganti signore, la sua presenza fu una specie di trionfo pel giovine gruppo a cui degnavasi d’accordare qualche momento. Le amabili sue maniere furono accolte con quella civetteria d’istinto innata nella più parte delle femmine. Mentre ei brillava in mezzo a quell’ingenuo areopago, il principe Witold s’intrattenea con Olesia. Non v’era fra essi alcun mistero: il loro ragionamento non s’aggirava che sopra cose comuni; ma tuttavia parlavano sotto voce; poichè il cuor loro, che non entrava per niente ne’ vocaboli di cui si servivano, era tutto intero nel modo d’esprimerli.
Il principe Witold di L***, non era amabile per natura come lo era il conte Ladislao; ma essendo dotato di molto spirito, tale diveniva per istudio. Immensa era la sua ambizione: essa abbracciava tutti quanti gli oggetti: se non che nobili era i fini che ella si proponeva. Egli aspirava a tutti i generi di gloria, e non voleva percorrere che una strada retta e segnata dall’onore. Le sue impetuose pas- sioni, il suo carattere, aspro e pien di durezza, esigevan da lui una sorveglianza continua. Il suo spirito vegliava incessantemente, e solo in virtù della forza dell’anima sua ei viveva in armonia col mondo, e v’occupava bene il suo luogo. Simile a quelle statue colossali che son fatte pe’ luoghi elevati, il principe Witold non faceva alcun effetto nella moltitudine; ma se qualche circostanza inaspettata lo collocava alla sua vera altezza, ammiravansi con giustizia l’estensione de’ suoi talenti e le risorse del suo genio. Le leggi del suo paese, sì favorevoli alla nobiltà, erano state sovente il soggetto delle sue meditazioni. In un regno in cui il trono è elettivo, le speranze d’un ambizioso non debbon conoscer limiti. Il principe Witold aveva ventidue anni; a quest’età, uno non può ancora aver formati dei progetti ben serii, ma la immaginazione non è che troppo portata ad adottarne dei giganteschi. Uscito da una delle più illustri famiglie della Polonia, egli era dappertutto ricevuto con premura, senz’es- sere amato. Nel mondo, quando si ha troppo spesso ragione, e’ bisogna con destrezza nasconderla, e il principe Witold non vi pensava. Quantunque non avesse ancor fatto nulla di rimarchevole, egli era un di quelli, di cui più degli altri, tutti si occupavano. S’ei ragionava, all’indomani ciò che avea detto era il soggetto d’un esame critico: parlavasi de’ suoi successi presso le donne o alla corte, è si negavano; poichè non si vuol nulla accordare a colui che sembra destinato a tutto ottenere. V’era contro di lui pella società un accordo generale di opinioni, una specie di congiura tacita, di cui tutti i membri intendevansi, senz’essersi spiegati giammai, e che, per poterlo giudicare con severità, pareano attendere con impazienza ch’ei commettesse un errore. Ma, come abbiamo già detto il principe Witold, sempre in guardia contro sè stesso, e dotato d’un gran talento d’osservazione, eludea con facilità le insidie che gli tendeva l’invidia, e cangiava sovente il biasimo che desiderava assalire in elogi che i più vedeansi costretti ad accordargli. Questa sorveglianza continua sulle passioni proprie e su quelle degli altri, avrebbe stancato qualunque altro carattere; il principe Witold ci soffriva talora, ma vi trovava troppi vantaggi per poter rinunziarvi.
Il colloquio di Witold e d’Olesia fu interrotto per un momento; e’porser l’orecchio ambedue al racconto del conte Ladislao, che riferiva, non senza abbellirlo, l’avvenimento della sera, e la sua immaginazione faceva d’un comune accidente, gli eroi del quale non avevan d’interessante che la loro miseria, la storia più commovente. Tutte le damigelle s’intenerirono; e Olesia, rivolgendosi al principe Witold, gli disse sorridendo e sottovoce, tutto questo è egli vero?
— Come! disse Witold sorridendo egli pure, mettere in voi in dubbio la nostra umanità.
Olesia arrossì e imbarazzandosi sempre più, rispose, con timidezza: “Se la storia fosse stata narrata da voi, io non ne avrei dubitato.” Appena ella ebbe pronunziate queste parole, che ne sentì tutta l’inconseguenza; e riprendendo l’aria tranquilla ch’erale naturale, e il sangue freddo che di rado l’abbandonava, soggiunse: il conte Ladislao è vostro intimo amico, egli è mio cugino, poi lo conosciamo ambedue fin dall’infanzia, e conosciamo altresi l’eccellenti sue qualità e i leggieri difetti che saranno cancellati dal tempo. Quando egli scherza, si potrebbe talvolta accusare d’esagerazione; ma uno vi è talmente assuefatto, che non può restarne ingannato. La sua maniera di raccontare è si terribile o sì graziosa, che si sarebbe quasi tentati di ringraziarlo della pena ch’ei gli si dà per produrre delle piacevoli openose impressioni.
— Senza dubbio, riprese il principe Witold con un sorriso un po’ tristo, ch’egli ha ragione, poichè voi lo commendate, e poichè nel mondo l’essenziale si è di piacere. Credo nonostante, proseguì d’un tuono più serio, che possan trovarsi nel mondo ed anco fra le donne, delle persone che prima di tutto, e sopra tutto, amino il vero nella sua schietta semplicità; gli occhi delle quali sono abituati a veder giusto, e il cui giudizio, su qualunque oggetto s’eserciti, è sempre sicuro. Queste persone non possono approvare che per indulgenza l’esagerazione e il cattivo gusto. — Sembrami ancora, soggiunse il principe gettando sopra Olesia uno guardo osservatore, che tali persone debbano apprezzare più i caratteri austeri che i brillanti, più i sinceri che gli adulatori; esse pensano senza dubbio che la vita intera non si passa in una sala, e darebbero alle qualità dell’anima la proforonza sulle grazie dello spirito. — Non lo pensate ancor voi? Olesia esito e non rispose; il principe Witold continuò con voce più bassa e più commossa. — Io vi domando semplicemente la vostra opinione sopra due generi di caratteri che ho scelti per caso. Chi vi spinge a temere di pronunziare un giudizio? Quest’ultima interrogazione fu fatta d’un tuono assai tenero. Olesia alzò gli occhi; ed era per rispondere, quando l’espressione dei lineamenti del principe l’arresto; negli occhi di lui v’era ancora un po’ di commozione, ma vi si vedea nel tempo stesso una distrazione incomprensibile. In quel momento la sala risuonava pel romore di voci che partivano tutte dal gruppo de’ politici. Veniva spesso pronunziato il nome di Lucchesini; alcuni metteano alle stelle quel ministro di Prussia, mentre altri accusavanlo di mala fede. Tutto ad un tratto Witold lasciando bruscamente Olesia, precipitossi verso la parte della sala ove era insorta la disputa. — Lucchesini! diss’egli; poi s’arresto, vedendo tutti gli sguardi rivolgersi verso di lui; e, temendo di lasciarsi trasportare dalle sue prime impressioni, sempre si vive, tacque per qualche minuto; quindi, prendendo la parola, signori, diss’egli con la maggior calma possibile, in luogo di diffonderci in conghietture sulle proposizioni della Prussia, sulla loro sincerità e sui risultati d’un trattato che non è ancora adottato; in luogo di calcolare le ragioni che la impegnerebbero a romperlo quando sarà sta- to concluso, noi dovremmo costringer questa potenza a non aver più torti verso di noi, mostrandoci agli occhi dell’altre nazioni rivestiti di tutto il potere che viene dalla concordia. Si tradisce il debole, non già il forte. La nostra posizione presenterebbe de’ grandi vantaggi se noi sapessimo profittarne. Caterina, costretta a sostenere nel tempo stesso una guerra contro la Turchia e un’altra contro la Svezia, ci tratta con qualche riguardo. Ella volle sul principio imporci l’ordine di unirsi in alleanza con lei; ella osò, senz’aver riguardo alcuno a’ nostri più sicuri interessi, proporci un’alleanza offensiva e difensiva contro la Turchia; la proposta fu rigettata. Avendo limitate le sue pretenzioni a un soccorso di trentamila uomini di cavalleria nobile, ella soffri lo scorno d’un secondo rifiuto. Contando sull’appoggio della Prussia, noi deponemmo ogni riguardo, e intimammo all’orgogliosa despota di ritirar le sue truppe dal nostro territorio. Essa ha richiamato il suo esercito: ma dissi- mula e ci nasconde la sua collera. Ecco dunque il momento di scuotere il giogo che la Russia ci prepara per l’avvenire, e di costringere i progetti che l’imperatrice ha formati contro la Polonia a rientrare nella folla dei sogni ambiziosi ch’ella non realizzerà giammai. Due guerre aggravan la Russia. Caterina si stancherà delle sue rovinose vittorie; s’ella ha troppo orgoglio per domandare la pace, saprà bene farsela offrire; e sbarazzata dalla Svezia e dalla Turchia, noi rimarremo esposti alla sua vendetta; ma abbiamo il tempo di prevenirla. Lucchesini ci propone un’alleanza formale col suo signore. — La Prussia, egli dice, s’impegna solennemente ad assisterci col suo soccorso se qualche potenza straniera volesse arrogarsi il diritto di mescolarsi negli affari interni della repubblica di Polonia o delle sue dipendenze. Io lo ripeto: in luogo di calcolare se quest’alleanza venga offerta con sincerità, se essa sarà di lunga durata, bisogna far di tutto per renderla utile e costante. I nostri più grandi inemici non sono quelli di fuori. Estinguiamo sotto i nostri piedi il tizzone fatale che la discordia gettò nella nostra patria; che le querele tra famiglia e famiglia si dileguino davanti alla gran querela nazionale. I Polacchi uniti saranno invincibili. Noi non abbiam punto degenerato dal valore degli avi nostri; tutti i nostri giovani concittadini son ripieni d’amore per la lor patria. Fuvvi un tempo in cui la Polonia, invece di temere la Russia, sapea dettarle delle leggi, e....
— E fuvvi un tempo, disse un conte Felice P... interrompendo il princide Witol, che la Russia si diede un re; questo tempo non è ancora lontano; ma il principe Witold sembra averlo posto in oblio.
— Io vorrei poter dimenticare che la Polonia ha avuti de’ traditori, al par che degli uomini grandi; ma dobbiam tutti sperare che oggi la non avrà che dei difensori.
— L’infelice nostra posizione geografica ci esporrà sempre a ricever la legge da’ nostri vicini, ogni qualvolta vi sarà fra loro qualche accordo, riprese il conte P. d’un tuono indifferente e leggero. Ma non siete voi pure stanco come me, soggiunse rivolgendosi ad uno de’ suoi vicini, delle eterne nostre dispute? Noi formiamo delle tempeste politiche per avere il piacere di sfidarle; i più giovani diventano i più saggi. In questo momento noi godiamo una tranquillità perfetta. Nulla ci porta a prevedere il pericolo; in luogo di godere, noi ci creiamo delle inquietudini chimeriche; la mania di predire s’è impossessata di tutti gli spiriti. Dacchè noi siamo in pace co’ nostri vicini, i diversi partiti cominciano a dichiararsi la guerra; fortunatamente il popolo non partecipa della nostra effervescenza.
— Signor conte, riprese il principe di Witold, nel ringraziare al par di voi il cielo d’aver salvata la mia patria dalle sciagure che piomban ora sulla Francia, io desidererei nel popolo polacco un po’ men d’apatia; io bramerei ch’egli avesse un’opinione sua propria, invece di adottare tut- te quelle che gli si vogliono imporre. Vorrei pure che i nostri contadini non rassomigliassero a tante macchine che ciascun signore fa muovere a suo talento; e amerei molto che invece di battersi oggi per la Polonia e domani per la Russia, senz’osservare che il colore della lor bandiera è nuovo, e’ s’accorgessero quando gli è stato cambiato. Del resto questo sonno morale può avere i suoi vantaggi; poichè v’ha degli uomini che cercan la notte per eseguire i loro progetti.
— Voi avete ragione, principe Witold, rispose il conte P.... sempre con lo stesso tuono di noncuranza; ve n’ha degli altri la cui ambizione si manifesta agli occhi di tutti ad onta della loro destrezza in nasconderla. Per questi tali i giorni di tumulto son giorni di festa; e questi tali son gente in simili casi utilissima, poichè spingerebbero la grandezza d’animo al punto di farsi pubblicamente nominare per acquetare de’ torbidi ch’essi avessero fomentati in segreto. — Vergogna a quegli ambiziosi il cui scopo è l’interesse personale! esclamò il principe Witold; quanto a me, io mi crederei il più vile fra gli uomini, soggiunse guardando fisso il conte P..., se la mia ambizione fosse più forte dell’amore che porto al mio paese; ma, grazie al cielo, essa è assai elevata perch’io possa confessarla ad alta voce. Io proferirei la più completa oscurità ad una fama che un fallo mi facesse acquistare. Il principe Witold guardava sempre il conte P...; ma questi da qualche minuto avea presa l’attitudine d’una persona che più non ode; i suoi sguardi aggiravansi naturalmente sulle donne che abbellivan la sala. Le labbra sottili e strette del principe Witold si ravvicinarono anco di più, e vi si vide errar quasi sopra una viva espressione di disprezzo.
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The end
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