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Morgante maggiore

Luigi Pulci · 1855 · Free in the US

210,214 words · about 14 h 43 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
About this edition

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Licence: PD-US · Published in 1855 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Morgante_maggiore&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Author
Luigi Pulci
Language
Italian
Published
1855
Length
210,214 words · about 14 h 43 min
Sections
32 reader sections
Text
Digital text
Rights
Public domain in the United States

 

Contents (32)
  1. Front matter under 1 min
  2. Avvertimento about 1 min
  3. Canto decimo about 33 min
  4. Canto decimonono about 40 min
  5. Canto decimoprimo about 29 min
  6. Canto decimoquarto about 20 min
  7. Canto decimoquinto about 25 min
  8. Canto decimosecondo about 19 min
  9. Canto decimosesto about 26 min
  10. Canto decimosettimo about 31 min
  11. Canto decimoterzo about 17 min
  12. Canto decimottavo about 45 min
  13. Canto nono about 20 min
  14. Canto ottavo about 21 min
  15. Canto primo about 19 min
  16. Canto quarto about 22 min
  17. Canto quinto about 15 min
  18. Canto secondo about 17 min
  19. Canto sesto about 15 min
  20. Canto settimo about 19 min
  21. Canto terzo about 17 min
  22. Canto ventesimo about 25 min
  23. Canto ventesimoprimo about 38 min
  24. Canto ventesimoquarto about 41 min
  25. Canto ventesimoquinto about 1 h 13 min
  26. Canto ventesimosecondo about 58 min
  27. Canto ventesimosesto about 34 min
  28. Canto ventesimosettimo about 1 h 3 min
  29. Canto ventesimoterzo about 12 min
  30. Canto ventesimottavo about 34 min
  31. Indice dei nomi e delle cose notabili about 36 min
  32. Prefazione dell'annotatore about 18 min

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Front matter

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Avvertimento

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Ultimata la stampa, m’avvidi che si sarebbe potuto darle qualche altro miglioramento, corredandola di un indice ragionato: lavoro quanto noioso a chi lo fa, altrettanto utile per chi è fatto, massime in certi libri, ne’ quali per l’abbondanza dei nomi propri e degli avvenimenti che vi si raccontano si rende quasi di strettissima necessità, come n’erano d’avviso gli autori stessi d’una volta, che spesso non isdegnavano di mettervelo da loro. L’aiuto degl’indici può rassomigliarsi a que’ buoni uffici che si fanno a chi giunge nuovo in una città grande, o viaggia per confusi luoghi, senza che porti pericolo di smarrirsi o di perdere il tempo. Ma io non intendevo già di far conoscere questa verità conosciutissima del vantaggio degl’indici, bensì la mancanza che se ne aveva nelle antecedenti edizioni del Morgante da cui potessi pigliarlo. Trovasi, è vero, una così detta Tavola nell’impressione del Sermartelli e nell’altra del 1545 di Venezia assistita da Lodovico Domenichi; ma oltrechè tutt’e due sono incompiute, nè vi stanno accennati metà dei nomi che s’incontrano nel Morgante, difettano perfino della disposizione alfabetica e della regolarità dei numeri di richiamo. Fatto adunque ricompilare un indice con quella maggior pienezza e diligenza dovuta in simiglianti lavori, io il do qui con isperanza di far cosa grata ai leggenti, e di vedere continuato il lor favore alle mie edizioni.

Canto decimo

CANTO DECIMO.

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È soccorso Parigi, e Gano accende Romor, che Carlo è in lega co’ Pagani. Stuol maganzese la città difende; Rinaldo ed Erminion menan le mani: A’ paladin la libertà si rende. Rinaldo e Orlando han de’ pensieri strani, E Malagigi n’è la cagion forte: Vegurto da Morgante è posto a morte.

Te Deum laudamus, sommo Padre; Te confessiam, Signor giusto e verace; Laudata sia la tua benigna madre; Donami grazia, Signor, se ti piace, Ch’io conduca a Parigi le mie squadre, E tragga Carlo fuor di contumace; E ch’io ritorni ov’io lasciai il mio canto Colla virtù dello Spirito Santo.

Era già presso a Parigi a tre miglia Faburro, ch’era innanzi all’altra gente; Mentre che Carlo voltava le ciglia, Vide le schiere, e gli stormenti sente: Non sa che fussin della sua famiglia, E più che prima fu fatto dolente; Pur così afflitto alla sua gente è corso, E chiama Gan, che debba dar soccorso.

Gano appellò il suo capitan Magagna, E disse: Presto alla porta n’andate, Chè nuove gente vien per la campagna; Quivi la vostra prodezza mostrate, Chè starsi drento poco si guadagna. Furno in Parigi molte gente armate; Ognun del caso nuovo si sconforta, E tutti si ridussono alla porta.

Faburro è giunto, valoroso, ardito, Che cavalcava un possente cavallo; La lancia abbassa, un Cristiano ha ferito, E morto in terra faceva cascallo; Gan di Maganza incontro gli fu ito, E disse: Aspetta, traditor vassallo; La lancia abbassa, e lo scudo percosse, Ma dell’arcion Faburro non si mosse.

Al conte Gano un colpo della spada Dette, che presto trovò la pianura; Molti cader ne fece in sulla strada, Tanto ch’assai ne fuggon per paura. Gan si rilieva, e non istette a bada, E riprovar volea la sua ventura; E fece quel che potea il fraudolente, Ma in questo tempo giunse l’altra gente.

Per Parigi era levato il romore, E Carlo era montato in sul destriere. Giunto alla porta, con molto dolore Subito riconobbe le bandiere Del suo nipote Orlando e ’l corridore, Ch’avea scoperto il segno del quartiere; E già Faburro incontro gli è venuto, E dismontato, e fatto il suo dovuto.

È questo Carlo, c’ho bramato tanto Di vederti una volta? or son contento; Non dubitar, pon fine al lungo pianto; Qua è Orlando, che già presso il sento. Carlo si trasse per dolcezza il guanto, E disse: Lieva, baron d’ardimento. Ed a Faburro toccava la mano; In questo, giunse il sir di Montalbano.

E saltò di Baiardo, e ’nginocchiossi; Ecco Ulivier che facea similmente. Non sapea Carlo in qual mondo si fossi, Tanta allegrezza nel suo petto sente. Non si son questi pria di terra mossi Che ’l suo nipote giugneva presente, E saltò armato fuor di Vegliantino, E ’nginocchiossi al figliuol di Pipino.

Carlo gli abbraccia con amor perfetto, E benedice mille volte o piue: Meridiana giugneva in effetto; E dismontata, poi che in terra fue, S’inginocchiò dinanzi al suo cospetto. Disse Ulivier: Questa crede in Gesue, E sua prodezza non ha pari al mondo; Viene a veder te, imperador giocondo.

Ed è figliuola d’un gran re pagano, E molta gente ha qui del suo paese, E vengono aiutar te, Carlo Mano. Subito Carlo le braccia distese, E prese la donzella per la mano, E ringraziolla di sì fatte imprese; E grand’onore alla gente pagana Facea far Carlo di Meridiana.

Disse Ulivieri alla gentil donzella: Che ti par, dama, detto imperadore? Disse la donna graziosa e bella: Degno di gloria e di pregio e d’onore; E certo chi di sue laude favella, Al mio parer, non può pigliare errore; Non minuisce già la sua presenzia La fama, il grido, e la magnificenzia.

Carlo la fece cavalcar davante, E poi appresso il duca Borgognone; Ecco apparir col battaglio Morgante. Carlo guardava questo compagnone, E disse: Mai non vidi un tal gigante! Ebbe di sua grandezza ammirazione. Morgante ginocchion lo superava, E così Carlo la man gli toccava.

Verso il palazzo Carlo s’invioe, Più che mai fussi in sua vita contento; Gan, come Orlando vide, si pensoe, Che questo fussi il suo disfacimento; E come disperato, a sè chiamoe Magagna, e fece un altro tradimento, Dicendo: Poi che questa gente pazza Entrata è drento, soccorriam la piazza.

Gridiam che Carlo tradimento ha fatto, E ch’egli ha dato Parigi a’ Pagani, E come alcun di lor v’è contraffatto, Che pare Orlando e gli altri capitani. E tutto il popol sollevò in un tratto; Corse alla piazza con armate mani; Il popol parigin dava favore A Gan, chiamando Carlo traditore.

Non si cognosce ancor per molti Orlando O gli altri, perchè l’elmo aveano in testa; I Maganzesi la piazza pigliando, Fu la novella a Carlo manifesta, Che tutto il popol si veniva armando: Parvegli segno di cattiva festa. Rinaldo presto correva alle sbarre Co’ Saracin, ch’avean le scimitarre.

Furno in un tratto le sbarre tagliate, E in ogni parte, ove Gan fe serraglio; Meridiana è tra sue gente armate, E fe gran cose in sì fatto travaglio; Orlando corse coll’altre brigate; Giunse Morgante, e diguazza il battaglio; Ed Ulivieri innanzi alla sua dama Dava gran colpi, per acquistar fama.

Rinaldo, in mezzo di que’ Maganzesi, Quanto poteva Frusberta menava, Tagliando a chi i bracciali, a chi gli arnesi, E molti in terra morti ne cacciava; Molti ne fur feriti e molti presi: Ecco il Magagna, che quivi arrivava; Rinaldo al capo un gran colpo gli mena, E fessel come tinca per ischiena.

Ma poi che fu cognosciuto Rinaldo E gli altri, ognun per paura fuggia, Che lo vedieno infuriato e caldo; Tosto la piazza sgomberar facia, Dicendo: Ov’è quel traditor ribaldo Gan da Pontier? Ma fuggia tuttavia: Non si fidò di star drento alle mura, Perch’egli avea di Rinaldo paura.

Così fu presto cessato il furore; E conosciuti i nostri buon guerrieri, Ognun gli abbraccia con molto fervore; Tutto il popol gli vide volentieri; Ognun si scusa collo ’mperadore, Nessun si vede di que’ da Pontieri: E con gran festa e piacere e sollazzo, Tutti n’andorno a smontare al palazzo.

Era venuta intanto Alda la bella, Per rivedere Orlando il suo marito; Rinaldo una corona ricca e bella Donava a questa, ov’era stabilito Un bel rubin che valea due castella: Alda la bella col viso pulito, Gran festa fe del marito, e di quello, E d’Ulivieri il suo caro fratello.

Poi che furono alquanto riposati, Queste parole Rinaldo dicia: O Carlo, io non ci veggo, bench’io guati, Uggieri, o Namo, o l’altra baronia; Che n’hai tu fatto? hagli tu sotterrati, O son prigioni andati in Pagania? Carlo a Rinaldo subito ha risposto: Tutti son vivi, e qui gli vedrai tosto.

E raccontò com’andata è la guerra, E ciò ch’è stato dopo il suo partire; Come il re Erminion Montalban serra, E i suoi baron minaccia far morire; E come Astolfo è drento nella terra, E Ricciardetto suo c’ha tanto ardire. Parve a Rinaldo e gli altri il caso strano De’ paladini, e sì di Montalbano.

Diceva Orlando: Presto i paladini Si bisogna, Rinaldo, riscattare; Io vo’ che ’l campo là de’ Saracini Domani a spasso andiamo a vicitare, Che trenta miglia son presso a’ confini. Meridiana cominciò a parlare: Io vo’ venir, se la domanda è degna, E ’l mio Morgante vo’ che meco vegna.

Così Faburro, e così il buon marchese: Vedremo un poco come il campo sta, Diceva Orlando; e ’l partito si prese; Ognun presto portar l’arme si fa. Così coperti di piastra e d’arnese, Usciron tutti fuor della città Quella mattina al cominciare il giorno, E ’nverso Montalban la via pigliorno.

Eran qualche otto leghe cavalcati, Quando a lor si scoperse il padiglione D’Erminion, dove stavan legati Berlinghier nostro, e Namo, e Salomone, E ’l buon Danese, e gli altri sventurati; E se non fussi che il re Erminione Sentito avea come Orlando venia, Tutti impiccare e squartar gli facia.

Ma dubitò di quel che gli bisogna, Dicendo: Se morir facciam costoro, E’ ne potre’ seguir danno e vergogna, Ch’Orlando vendicar vorrà poi loro, E metter ci potrebbe in qualche gogna, Che ci darebbe qualche stran martoro: Se vivi son, qualche buon tratto fare Si può con essi, e’ prigioni scambiare.

Vide tante trabacche e padiglioni, Destrier coperti d’arme rilucenti, E sentia trombe sonare e busoni, E far pel campo variati strumenti, Per Montalban gatti, grilli e falconi, Da combattervi su poi quelle genti; E disse: Erminion, per Dio, sollecita Pigliar la terra, e parmi cosa lecita.

Meridiana disse al conte Orlando: Se ti fussi in piacer, caro signore, Una grazia mi fa ch’io ti domando; Io vo’ pel mezzo entrar col corridore Del campo tutto, e venirlo assaltando, E trapassarlo via con gran furore, E fare un colpo degno alla mia vita: Così pregò questa dama gradita.

Ma vo’ che presso Morgante a me vegna, Se bisognassi pur qualche soccorso, E forse arrecherotti qualche insegna; Anzi per certo, bench’io te lo ’nforso. Rispose Orlando: La preghiera è degna D’avere il campo in tal modo trascorso; Non dubitar, sicuramente andrai: E tu, Morgante, l’accompagnerai.

Meridiana allor prese una lancia, Brocca il caval c’ha serpentina testa, E grida: Viva Carlo, e viva Francia! Quando fu tempo mise l’aste in resta, Truova un Pagano, e per mezzo la pancia Gli mise il ferro con molta tempesta; Poi trasse fuori una fulgente spada, E fe pel mezzo del campo la strada.

E come morto fu questo Pagano, Fu la novella a Salincorno detta, Ch’egli è venuto un cavalier villano, E molti in terra col suo brando getta; Salincorno s’armava a mano a mano, Però che far ne voleva vendetta: Verso Meridiana il cammin prese Questo giovan gentil, saggio e cortese.

E molta gente che fuggiva, scaccia: Tornate a drieto, per un sol fuggite? Arebbe costui d’Ercol mai le braccia? Fugli risposto in parole spedite: Egli è il diavol che tua gente spaccia: Se nol credete, a vederlo venite: Egli ha cacciato in terra ognun che trova, E parci cosa inusitata e nuova.

Rispose Salincorno: Io vo’ vedere Chi è costui, c’ha in sè tanta arroganza, Che sia passato tra le nostre schiere; Orlando non aría tanta possanza. Meridiana rivolse il destriere, Come di Salincorno ebbe certanza. Salincorno la lancia abbassa in quella, E ferì nello scudo la donzella.

La lancia in aria n’andò in mille pezzi; Disse la dama: Ah, cavalier codardo, A questo modo la tua fama sprezzi? Questa non è usanza d’uom gagliardo, Ch’a ferir con la lancia alcun t’avvezzi Che sia col brando; e tu non v’hai riguardo: Volgiti a me, poi che tu m’hai percossa, Vedrai che dell’arcion non mi son mossa.

Ebbe vergogna Salincorno allora, E ritornava in drieto a fare scusa, Dicendo: Io non ave’ veduto ancora, Se tu t’avevi lancia o soda o busa. Meridiana a quel sanza dimora Rispose: In Danismarche così s’usa? Così fanno i baron d’Erminione? Tu debbi esser per certo un gran poltrone.

Ma non si fa così di Carlo in corte, Dove fiorisce ogni gentil costume; Vedrem se tu sarai cavalier forte, E s’altra volta poi vedrai me’ lume: Prendi la spada, io ti disfido a morte, E farotti assaggiar d’un altro agrume. Salincorno la spada trasse fore, Per acquistar, se poteva, il suo onore.

Poi che più colpi insieme si donorno, Nè l’un nè l'altro guadagna niente; Un tratto volle ferir Salincorno La gentil donna, e dette al suo corrente; E molto biasimato fu dintorno, Chè gli spiccava il capo del serpente, E ritrovossi in sull’erba la dama: Or questo è quel che gli tolse ogni fama.

Morgante volle il battaglio menare, Per ischiacciar la testa a quel Pagano; Meridiana gridava: Non fare; Vendetta ne farò colla mia mano. Salincorno s’aveva a disperare, E duolsi molto di quel caso strano; I Saracin ferno a Morgante cerchio, Tanto ch’al fin saranno di soperchio.

E misson lui con la donzella in mezzo, E cominciorno una fera battaglia: Ma a molti dava il battaglio riprezzo, A molti trita la falda e la maglia. Dicea Rinaldo: Or non istiam più al rezzo, Chè non è tempo; se Gesù mi vaglia, Io veggo a piede là Meridiana In mezzo a tutta la turba pagana.

Orlando sprona subito il destrieri, E ’nverso il campo girava la briglia, E ’l simigliante faceva Ulivieri; Così tutto quell’oste si scompiglia: Erminion sentì che que’ guerrieri Eran venuti e fanno maraviglia; E disse: Traditor di Macometto, E’ fia Rinaldo per più mio dispetto,

E ’l conte Orlando, che tornati sono: Altri non so ch’avessin tanto ardire, Di metter qua la vita in abbandono: Subito incontro gran gente fece ire, E disse: Io credo ancor che sarà buono Ch’io m’armi tosto; e l’arme fe venire, E ’l suo caval di fine acciaio coperto, Chè vincere o morir dispose certo.

Orlando in mezzo alla sua gente entrava, E una lancia, ch’egli aveva, abbassa; E ’l primo che allo scudo riscontrava, Lo scudo e l’arme e ’l petto gli trapassa: Poi trasse Durlindana, e martellava; Quant’arme truova, tante ne fracassa; Fece un macel di gente in poca dotta: Rinaldo n’avea già morti una frotta.

Ed Ulivier facea quel che far suole; Ma tuttavia tenea gli occhi a colei, Ch’era sua scorta, come agli orbi il sole, Colpi menando dispietati e rei, Perchè soccorrer la sua dama vuole; Ovunque e’ guata, facea l’agnusdei, Rivolto sempre alla sua dama bella, E quanto può sempre s’appressa a quella.

E non poteva ancor romper la calca, Che tuttavolta si facea più stretta; Pur sempre innanzi a suo poter cavalca, E ’n qua e ’n là come un leon si getta: E molti colla spada ne difalca Della turba bestiale e maladetta, E tristo a quel ch’aspettava Altachiara, Chè gli facea costar la vita cara.

Morgante in mezzo stava dello stuolo, E col battaglio facea gran fracasso; Meridiana sentiva gran duolo, Chè ’l corpo femminil già era lasso: Nè fuggir può, se non si lieva a volo, Perchè non v’era onde fuggirsi il passo; Ma pur Morgante spesso la conforta, E molta gente avea dintorno morta.

Ed era tutto da’ dardi forato, E lance, e spiedi, e saette, e spuntoni; E tutto quanto il corpo insanguinato; Chè le ferite parevan cannoni, Che gettan sempre fuor da ogni lato: Avea nel capo cento verrettoni; Ma tanti intorno avea fatti morire, Che già del cerchio non poteva uscire.

L’un sopra l’altro morto era caduto, E gli uomini e’ cavalli attraversati, Tal che miracol sarebbe tenuto, Quanti furon poi morti annumerati: Ave’ cinque ore o più già combattuto; Or pensi ognun quanti e’ n’abbi schiacciati, Che non potea più aggiugner colle mani, Tanto discosto gli erano i Pagani.

Meridiana assai s’era difesa, Ed or da’ dardi attendeva a schermirsi; Avea la faccia come un fuoco accesa, Nè potea più collo scudo coprirsi, Tanto era stanca, perchè troppo pesa, E non poteva del cerchio fuggirsi, E così afflitta, e sventurata a piede Morir vuol prima, che chiamar merzede.

E pure ancora in Morgante si fida, E dicea spesso: Il mio fallar ti costa, Ch’io temo questa gente non t’uccida. Ecco Rinaldo ch’al cerchio s’accosta, E com’e’ giunse, metteva alte grida, Tanto che molto la gente discosta: Oltre, gente bestial sanza vergogna, Poi ch’a due a piè tanto popol bisogna.

Fatevi a drieto; e Frusberta menava: Tutti sarete, Saracin, qui morti. Meridiana, quando l’ascoltava, Subito par che tutta si conforti: Allor Rinaldo i colpi raddoppiava, E vendicava di lei mille torti; E poi in un tratto, com’un leopardo, In mezzo il cerchio fe saltar Baiardo.

E fe saltar Meridiana in groppa, Che si gittò di terra com’un gatto, Nè mica parve affaticata o zoppa; E fuor del cerchio risaltò in un tratto: Così con essa pel campo galoppa. Ognun ch’il vide ne fu stupefatto: Quest’è Rinaldo, o ’l gran Signor d’Angrante, Dicevan tutti: e lasciorno il gigante.

E molti al padiglion si ritornorno, Veggendo cose far sopra natura; In questo tempo giunse Salincorno; Meridiana il vide per ventura: Rinaldo nostro cavaliere adorno, Che non tenea Frusberta alla cintura, Gli trasse d’un fendente in sull’elmetto, Che gli cacciò Frusberta insino al petto.

E Salincorno cadde in sul terreno, E vendicata fu la damigella; Rinaldo prese il suo caval pel freno, E fe montar Meridiana in sella, Che vi saltò su in manco d’un baleno: E Ulivier, che vide la donzella, Disse: Io venivo ben per darti aiuto, Ma le schiere passar non ho potuto.

Avea Faburro, Ulivieri ed Orlando Morti quel dì migliaia già di Pagani, E tuttavia ne venien consumando; I Saracini ancor menan le mani; Ma tanto e tanto i paladini il brando Insanguinato avevan di que’ cani, Che per paura assai n’eran fuggiti A’ padiglioni, e gran parte feriti.

Erminion dicea pur: Chi vi caccia? Chè gli vedeva fuggir d’ogni parte. E’ rispondieno a quel che gli minaccia: Fuggiam dinanzi alla furia di Marte; E’ non c’è uom con sì sicura faccia, Che si confidi di sua forza o arte: Qua son venuti nuovi Ettorri al campo, Nè contro a’ colpi lor si truova scampo.

Noi vedemo Rinaldo, o fu il cugino, In mezzo un cerchio saltar col cavallo; Quivi era tutto il popol saracino, E non potemmo tanto contrastallo, Che pose in groppa un altro paladino, Ch’era assediato, e saltò fuor del ballo; Ed a dispetto nostro il portò via: Mai vedemmo uom di tanta gagliardia.

E Salincorno ha morto, il tuo fratello. Erminione allor si dolse forte, E così disse: Poi ch’è morto è quello, Ch’era il più fier Pagan di nostra corte, A tradimento quel Rinaldo fello O ’l suo cugin gli arà data la morte. Fugli risposto: E’ non fu a tradimento, Chè chi l’uccise, n’uccidrebbe cento.

Allora Erminion: Sia maladetta Tua deità, Macon; più volte disse; E giurò far del suo fratel vendetta, Se mille volte come lui morisse: Dov’è Rinaldo a gran furia si getta, Ed una lancia ch’avea, in resta misse; E come egli ha Rinaldo conosciuto, Lo salutò con uno stran saluto.

Dio ti sconfonda, disse Erminione, Se tu se’ il prenze sir di Montalbano, Colui che porta sbarrato il lione, Ch’ancor lui sbarrerò colla mia mano. Rinaldo, udendo sì fatto sermone, A lui rispose: Cavalier villano, Che di’ tu, re di farfalle o di pecchie? Io t’ho a punir di mille ingiurie vecchie.

Rispose Erminion: Del tempo antico A vendicar m’ho io de’ miei parenti: Tu uccidesti come reo nimico Il re Mambrin con mille tradimenti. Disse Rinaldo: Ascolta quel ch’io dico: Per la tua gola, Erminion, ne menti; Ch’a tradimento vien tu qua, Pagano, Perch’io non c’ero, assediar Montalbano.

Ma tanto attraversato ho il piano e ’l monte, Ch’io t’ho trovato, e non ti puoi fuggire; E ’l tuo fratello uccisi Fieramonte, E detti al popol tuo giusto martìre; A Salincorno ho spezzata la fronte, Or farò te col mio brando morire. Quando il Pagan sentì rimproverarsi Tant’alte ingiurie, e’ cominciò a picchiarsi,

E in su l’arcion percuotersi l’elmetto E bestemiar Macon divotamente, E battersi col guanto tutto il petto: Are’ voluto morir veramente; E poi rispose: D’ogni tuo dispetto, Che fatto m’hai, ne sarai ancor dolente; E misse come disperato un grido: Prendi del campo tosto, ch’io ti sfido.

E poi soggiunse: Facciam questo patto; Dacchè tu m’hai cotanto offeso a torto, Che Montalban mi doni, s’io t’abbatto; E se tu vinci me, datti conforto, Che’ tuoi prigion ti renderò di fatto, Chè nessun n’ho danneggiato nè morto: E che s’intenda per un mese triegua, E poi ciascun quel che gli piace segua.

Rinaldo disse: A ciò contento sono, E poi voltava in un tratto Baiardo, E dice: Se mai fusti ardito e buono, A questa volta fa che sia gagliardo. Poi si rivolse che pareva un tuono; Nè anche Erminion parve codardo; E quando insieme s’ebbono a colpire, Parve la terra si volessi aprire.

Erminion colla lancia percosse Sopra lo scudo il franco paladino; L’aste si ruppe, e d’arcion non lo mosse; Ma ’l pro’ Rinaldo giunse al Saracino D’un colpo tal, che, benchè forte fosse, Si ritrovò in sull’erba a capo chino, E disse: O Dio, che reggi sole e luna, Può far ch’io sia caduto la fortuna?

Egli è pur ver quel che si dice al mondo, Che questo è il fior de’ cavalier nomati! Rizzossi, e disse: Paladin giocondo, Or son puniti tutti i miei peccati, E come dianzi più non ti rispondo, D’avere i miei congiunti vendicati; Io ho perduto ogni cosa in un punto; D’ogni mia gloria e fama il fine è giunto.

Or sarà vendicato il mio parente, Or sarà vendicato Fieramonte, E Salincorno, e tutta l’altra gente: Però chi fa vendetta con sue onte, Al mio parere, è matto veramente, E spesso avvien che si batte la fronte: Or pel consiglio di dama Clemenzia Del suo peccato ho fatto penitenzia.

Chè chi governa per consiglio il regno Di femmina, non può durar per certo, Ch’e’ lor pensier non van diritti al segno; Qual maraviglia s’io ne son diserto? Or si cognosce il mio bestial disegno; Ogni cosa ci mostra il fine aperto: Così convien che spesso poi si rida, Di quel che troppo a fortuna si fida.

Quel ch’io promisi, baron, vo’ servarti, Come pur giusto re ch’io sono ancora, E tutti i tuo’ prigion vo’ consegnarti; Andianne al padiglion sanza dimora, E la promessa tua vo’ ricordarti. Disse Rinaldo: Per lo Iddio ch’adora Re Carlo Magno e tutto il Cristianesimo, Ciò che tu vuoi chiederai tu medesimo.

Inverso il padiglion preson la volta: Erminion, ch’era uom molto da bene, Fece pel campo sonare a raccolta, Poi che fortuna nel fondo lo tiene: La gente sua parea smarrita e stolta, Come ne’ casi subito interviene; Rende i prigion ch’avea legati e presi, Co’ lor cavalli e tutti i loro arnesi.

Chi vedessi la festa e l’allegrezza Che fanno i nostri possenti baroni, Sare’ costretto per sua gentilezza Di lagrimar con pietosi sermoni: Diceva Uggier: Rinaldo, tua prodezza Ci ha tratto fuor di molti strani unghioni; A questa volta aremmo tutti quanti La vita data per quattro bisanti.

Noi abbiam sentito sì fatto romore Oggi pel campo, ch’io pensai che ’l mondo Fussi caduto, e giunto all’ultim’ ore, E lo stato di Carlo fussi al fondo; Ognuno avea della morte timore, Chè ’l Saracin crudele e rubicondo D’impiccar tutti ci avea minacciati, E della vita stavam disperati.

Namo diceva: Il nostro buon Gesue Vi mandò qua per nostro aiuto solo, E siam salvati per la tua virtue, E liberati da gran pena e duolo. Diceva Orlando: Non ne parliam piue, Lasciam pur tosto de’ Pagan lo stuolo; Carlo non sa quel che seguíto abbiamo, Però verso Parigi ce n’andiamo.

Erminion rimase assai scontento, E i paladini a Carlo ritornaro: Carlo gli abbraccia cento volte e cento, E fu cessato ogni suo duolo amaro; Fecesi festa per la città drento; Ma questo a Ganellon fu solo amaro, Che per paura fuor s’era fuggito, E dubitava non esser punito.

Poi ch’alcun giorno insieme riposârsi, Dicea Rinaldo un giorno a Carlo Mano, Ch’avea pur voglia da lui accomiatarsi, E ritornare insino a Montalbano, E qualche dì colla sua sposa starsi. Carlo contento gli toccò la mano, E menò solo un servo molto adatto Del conte Orlando, detto Ruinatto,

Ch’era scudier compagno di Terigi; E mentre che cavalca, s’è abbattuto, Forse sei leghe discosto a Parigi, Dove giaceva un bel vecchio canuto. Questo era, trasformato, Malagigi, Tal che Rinaldo non l’ha conosciuto, Sur una riva appoggiato alla grotta, E d’acqua piena aveva una barlotta.

Rinaldo il salutò cortesemente. E’ gli rispose: Ben venuto siete; Se voi volessi ber, baron possente, D’una certa cervogia assaggerete, Che doverrà piacervi veramente. Rinaldo disse: Io affogo di sete, E di ber acqua di fossato o fiume, Quando cavalco, non è mio costume.

Quando Rinaldo ha bevuto a suo modo, A Ruinatto il barletto porgeva, Dicendo: Peregrin, di te mi lodo; E Ruinatto come lui beeva; E non sa ben di Malagigi il frodo. Malagigi il barletto ritoglieva. Rinaldo poco e Ruinatto andava, Ch’ognuno scese, e di sonno cascava.

Addormentati posonsi a giacere; Malagigi gli segue come saggio, E non poteva le risa tenere, Veggendo quel c’ha fatto il beveraggio: Tolse la spada a Rinaldo e ’l destriere, E prese inverso Parigi il viaggio; Messe Frusberta la spada sovrana Nella guaina ov’era Durlindana;

Così Baiardo ov’era Vegliantino; E ritornò a Rinaldo che dormia, E dettegli la spada del cugino, Così il cavallo, e poi disparì via; E misse sotto il capo al paladino Una certa erba che si risentia, E risentito poco seco bada, Chè del caval s’accòrse e della spada.

E volsesi a quel servo Ruinatto, E disse: Tu debbi essere un ghiottone: Dove è Baiardo mio? che n’hai tu fatto? Questo è il caval del figliuol di Milone. Rispose lo scudiere stupefatto: I’ho dormito qua com’un poltrone, Chè il sonno come te mi vinse dianzi, E non sono ito più indrieto o più innanzi.

Disse Rinaldo ravveduto un poco: Questo arà fatto far per certo Orlando; E’ vuol pigliar di me sempre mai giuoco, E fatto m’ha scambiar Baiardo e ’l brando; Tutto s’accese di rabbia e di fuoco, E fra sè disse: e’ ti verrà costando. A Montalban pien di sdegno n’andava, E Ruinatto in drieto rimandava.

E scrisse al conte Orlando: Tu m’hai tolto A tradimento pel cammin dormendo La spada e ’l mio cavallo, e come stolto Sempre mi tratti, e poi ne vien ridendo; E perchè più d’una volta m’hai còlto, Di sofferirlo a questa non intendo: Mandami in drieto e la spada e ’l cavallo, Se non, che caro ti farò costallo.

Orlando per ventura avea trovato Il destriere e la spada di Rinaldo, Ed era forte con seco adirato, E tutto quanto inanimito e caldo, Dicendo: Come un putto son gabbato, E parmi un atto stato di ribaldo, E più che ’l fatto il modo mi dispiace. E non potea fra sè darsene pace.

Intanto Ruinatto gli portoe La lettera, che ’l suo cugino scrisse; Orlando molto si maraviglioe, E ’nverso Ruinatto così disse, Se sapea nulla come il fatto andoe, E quel che per cammino intervenisse; E Ruinatto rispondeva presto: Io ti dirò quel ch’io ne so di questo.

E raccontò, come trovò quel vecchio, E come poi si posono a dormire; Orlando pone al suo parlar l’orecchio, Di maraviglia credette stupire; Ma poi diceva: Un pulcin fra ’l capecchio Par che mi stimi Rinaldo al suo dire: E così indrieto a Rinaldo scrivea, Che del suo minacciar beffe facea.

E che quando e’ partì da re Carlone, Esser dovea per certo un poco in vino; Però scambiò la sua spada e ’l ronzone; E che sia ver, che dormi pel cammino. Poi gli diceva per conclusione: Perchè tu se’, Rinaldo, mio cugino, Voler con teco quistion non m’aggrada, Però ti mando il cavallo e la spada.

Ma se ’l mio indrieto non rimanderai, Io ti dimosterrò che me ne duole; E se quistion di nuovo cercherai, Tu sai ch’io so far fatti, e tu parole: E poco meco alfin guadagnerai, Chè sai che gnun non temo sotto il sole: Or tu se’ savio, e so che tu m’intendi; Il mio cavallo e la spada mi rendi.

Tornato Ruinatto a Montalbano Colla risposta del suo car signore, Subito il brando suo gli pose in mano, E consegnò Baiardo il corridore; Rinaldo sbuffa come un leo silvano, Per quel che scrisse il roman senatore, E rimandava indrieto un suo valletto, A dir così, chiamato Tesoretto:

Che non volea la spada rimandare, Nè Vegliantin, se non gli promettea Con lui doversi in sul campo provare, Che di minacce sa che non temea; E che nel pian lo voleva affrontare Di Montalban coll’armi, conchiudea. Tesoretto n’andò presto ad Orlando, E la ’mbasciata venne raccontando.

Orlando, ch’era e discreto e gentile, Ma molto fier quand’egli era adirato, Tanto che tutto il mondo avia poi vile, A Carlo tutto il fatto ha raccontato, E come fece la risposta umíle, Credendo aver Rinaldo umiliato: Ma poi ch’egli è per questo insuperbito, D’andarlo a ritrovar preso ha partito.

E che non ricusò battaglia mai, Che non intende aver questa vergogna. Carlo diceva: A tuo modo farai; Se così sta, combatter ti bisogna. Orlando disse a Tesoretto: Andrai Al prenze, e dì ch’io non so se si sogna; Ma se davver m’invita alla battaglia, Doman lo troverrò, se Dio mi vaglia.

E che m’aspetti, com’e’ dice, al piano, Dal campo un poco de’ Pagan discosto. Tesoretto ritorna a Montalbano, E disse quel che Orlando avea risposto. Armossi col nipote Carlo Mano, Poi che lo vide al combatter disposto; Però che Carlo molto Orlando amava, Così nel suo segreto il prenze odiava.

Are’ voluto Carlo onestamente Un dì Rinaldo dinanzi levarsi, E conosceva Orlando sì possente, Che dice in questo modo potre’ farsi. Rinaldo era inquieto e ’mpaziente, Nè Carlo volse di lui mai fidarsi, Rispetto avendo alle sue pazze furie; Poi gli avea fatte a’ suo’ dì mille ingiurie,

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