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Molto strepito per nulla

William Shakespeare · 1859 · Free in the US

21,691 words · about 1 h 31 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1859 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Molto_strepito_per_nulla&action=history). · Wikisource contributors

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About this book

Language
Italian
Published
1859
Length
21,691 words · about 1 h 31 min
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Public domain in the United States

 

Contents (7)
  1. Front matter under 1 min
  2. Interlocutori about 1 min
  3. Atto primo about 14 min
  4. Atto secondo about 23 min
  5. Atto terzo about 19 min
  6. Atto quarto about 14 min
  7. Atto quinto about 21 min

Continue:

Front matter

ct ct

ct

Indice

Interlocutori

ct

Don PEDRO, Principe di Aragona.

Don GIOVANNI, suo fratello spurio.

CLAUDIO, giovine Signore Fiorentino, favorito di Don Pedro.

BENEDICK, giovine Signore Padovano, favorito pure di Don Pedro.

LEONATO, governatore di Messina.

ANTONIO, suo fratello.

BALDASSARE, domestico di Don Pedro.

BORACCHIO | seguaci di Don Giovanni

CORRADO

DOGBERRY | Ufficiali.

VERGES.

Un Sagrestano.

Un Frate.

Un Ragazzo.

ERO, figlia di Leonato.

BEATRICE, nipote di Leonato.

MARGHERITA | del seguito di Ero.

ORSOLA

Messaggieri, Guardie, ecc.

La storia di Ginevra narrata dal divino messer Lodovico ha grandi analogie con l'aneddoto di questo Dramma; e Pope senza più credè che fosse dall’ che Shakspeare lo aveva tratto; altri pensarono invece che l'idea gliene fosse ispirata dalla lettura di Belleforest, quel grande imitatore del nostro .

ct

Atto primo

ct ct

ct

ct ct ct Leon. Questa lettera mi annuncia che don Pedro di Aragona verrà questa notte a Messina.

Mess. Ei ne è a poca distanza anche ora; non ne era a tre leghe quando io lo lasciai.

Leon. Quanti uomini avete perduto in quella mischia?

Mess. Pochi di grado e niuno di nome. È una doppia vittoria, allorchè il vincitore riconduce dal campo le sue schiere intatte. Seppi qui che don Pedro ha colmato d’onori un giovine fiorentino chiamato Claudio; onori molto meritati per una parte, ed equamente concessi. Ei s’è comportato meglio che non prometteva la sua età, compiendo sotto aspetto di agnello le opere di un leone. Ma ha soperchiata di troppo la maggiore aspettativa, perch’io possa farvi il racconto delle sue gesta.

Leon. Suo zio, che è qui in Messina, sarà molto lieto di ciò.

Mess. Gli ho già recate alcune lettere, di cui parve assai allietarsi. La sua gioia era tale che, per sembrar modesta, aveva bisogno di essere mescolata a qualche segno di amarezza.

Leon. Proruppe egli forse in lagrime?

Mess. In abbondanti lagrime. Leon. È il sollievo d’un cuore troppo pieno di sentimento. Non vi sono volti più schietti di quelli inondati così. Quanto è meglio piangere di gioia, che rallegrarsi dei pianti altrui!

Beat. Ti prego di dirmi se il signor Montanto è tornato dalla guerra o no?

Mess. Non conosco nessuno di questo nome, signora; l’uomo a cui accennate non era nell’esercito.

Leon. Di chi richiedete, nepote?

Ero. Mia cugina dimanda del signor Benedick di Padova.

Mess. Oh! è tornato; ilare come sempre.

Beat. Egli sparse una volta lettere per Messina, e sfidò Cupido a chi scoccherebbe meglio una freccia. Il buffone di mio zio, che lesse il cartello, rispose sotto il nome di Cupido, accettando il duello. Ora, ve ne prego, quanti uomini ha egli uccisi o divorati in questa guerra? Ditemi solo quanti ne ha uccisi! Perchè feci voto di mangiare tutti i trafitti da lui.

Leon. In verità, nipote, voi provocate troppo il signor Benedick; ma egli saprà rispondervi, non ne dubito.

Mess. Quel giovine ha prestato buoni servigii, signora, in queste guerre.

Beat. Voi avete vettovaglie rancide, ed egli vi ha aiutato a consumarle. È a mensa che è un valente eroe, fornito come si trova di un eccellente stomaco.

Mess. Ed è anche un buon soldato, madonna.

Beat. Buon soldato, vicino a una signora; ma in faccia ad un uomo che è egli?

Mess. È un valente in faccia a un valente, un uomo innanzi a un uomo, pieno di ogni virtù.

Leon. Non giudicate male, ve ne prego, di mia nipote, signore. V’è una specie di allegra guerra fra il signor Benedick e lei. Non mai essi s’incontrano senza lottare insieme di arguzie.

Beat. Oimè! ei non guadagnerà nulla in ciò. Nel nostro ultimo conflitto quattro dei suoi cinque spiriti rimasero zoppicanti, ed ora è soltanto governato da uno: cosicchè, se esso gli dà bastante lena per ben comportarsi, lasciamoglielo come l’unica differenza che lo distingue dal suo palafreno. Questo è il solo bene che gli rimanga e che gli dia ancora qualche diritto al nome di creatura ragionevole. — E quale è ora il suo compagno d’armi? Ei ne ha un nuovo ogni mese che giura di amar sempre.

Mess. È ciò possibile?

Beat. Possibile? Nulla di più facile; le sue affezioni somi- gliano alle forme del suo cappello, che cambiano ad ogni moda.

Mess. Veggo, signora, che quel gentiluomo non sta nei vostri libri.

Beat. No, e se vi fosse abbrucierei tutta la biblioteca. Ma ve ne prego, qual è il suo compagno? Non avete fra di voi qualche giovine insensato che voglia fare con lui un viaggio all’inferno?

Mess. Ei convive molto col nobile Claudio.

Beat. Oh signore! si appiccherà a lui come una malattia; perocchè si comunica più facilmente della peste; e chiunque ne riman preso, impazzisce. Dio aiuti il nobile Claudio! Se il Benedick lo coglie, dovrà spendere più di mille lire per guarire.

Mess. Vuo’ procacciargli la vostra amicizia, signora.

Beat. Fatelo, buon amico.

Leon. Perciò non diverrete insensata, nipote.

Beat. No, finchè la canicola non venga in gennaio.

Mess. Don Pedro si avvicina. (entrano Don Pedro, seguito da Baldassare ed altri; Don Giovanni, Claudio e Benedick)

D. Pedro. Buon signor Leonato, voi andate in cerca di fastidii: il mondo suol schivare le occasioni dello spendere, ma voi correte incontro ad esse.

Leon. Non mai alcuna noia entrò in casa mia colle sembianze di vostra grazia; alla partenza d’un importuno il contento rimane: ma quando voi vi dipartite da me, il dolore occupa il vostro posto e ogni felicità si accomiata.

D. Pedro. Voi assumete il vostro fardello con molta gentilezza. — Io credo che questa sia vostra figlia.

Leon. Sua madre me lo ha detto molte volte.

Ben. N’eravate forse in dubbio, signore, per chiedergliene?

Leon. No, signor Benedick; avvegnachè talora voi non eravate che un fanciullo.

D. Pedro. La risposta è arguta, Benedick. Da ciò possiamo indurre quel che voi ora valete sendo uomo. (guardando Ero) In verità, i suoi lineamenti somigliano quelli del padre. — Siate lieta, donzella, poichè avete l’imagine di un uomo pieno di onore.

Ben. Se il signor Leonato fosse suo padre, scommetto tutta Messina, che ella non gli somiglierebbe.

Beat. Stupisco che vogliate parlare continuamente, signor Benedick. Nessuno vi bada.

Ben. Che! Mia cara sdegnosa! Voi siete anche al mondo?

Beat. È egli possibile che lo sdegno muora, allorchè ha sempre un alimento per cibarsi, quale è il signor Benedick? La gentilezza stessa deve farsi collerica, se voi ve le appresentate.

Ben. Perchè anche la gentilezza è una donna. Ma è sicuro, ch’io sono amato da tutte le donne, tranne che da voi: e vorrei che il mio cuore s’addolcisse per esse, perchè in verità non ne amo alcuna.

Beat. Qual felicità per le donne! Senza di ciò sarebbero continuamente infestate da uno scipito adoratore. Ringrazio Dio e il mio sangue freddo per essere in ciò del vostro umore. Meglio mi piace udir latrare il mio cane a un corvo, che intendere un uomo che mi giuri amore.

Ben. Dio mantenga sempre Vossignoria in questi sentimenti! così qualche onesta persona porterà il capo più leggero.

Beat. Se fosse un capo come il vostro, un po’ di peso non potrebbe che giovargli.

Ben. Voi sareste eccellente nell’istruire pappagalli.

Beat. Un uccello della mia lingua vuol preferirà a un quadrupede della vostra.

Ben. Desidererei che il mio cavallo avesse il fuoco della vostra lingua e fosse di egual lena. — Ma seguite la vostra via in nome di Dio! io ho finito.

Beat. Voi terminate sempre con un salto da rozza: vi conosco da lungo tempo.

D. Pedro. (che ha parlato fin allora sommessamente con Leon.) Ecco tutto. — Signor Claudio, Benedick, il mio caro amico Leonato ne ha tutti invitati. Io gli ho detto che noi staremo qui almeno un mese, ed egli desidera cordialmente che qualche occasione ci induca a fermarci anche di più. Oso giurare che brama ciò con sincerità.

Leon. Se lo giurate, signore, non giurerete il falso. — Lasciate ch’io vi dia il benvenuto, signore (a D. Giov.): essendo riconciliato col principe, vostro fratello, io vi debbo ogni osservanza.

D. Giov. Vi ringrazio: non son di molte parole, ma vi ringrazio.

Leon. Piace a Vossignoria di precederne?

D. Pedro. Datemi la vostra mano; entreremo insieme. (escono tutti tranne Benedick e Claudio)

Claud. Benedick, osservasti tu la figlia del signor Leonato?

Ben. Non l’osservai, ma la vidi.

Claud. Non è una modesta fanciulla?

Ben. M’interrogate voi sul suo conto da onest’uomo per sa- pere il mio giudizio imparziale, o volete ch’io vi parli secondo il mio costume da tiranno dichiarato del suo sesso?

Claud. No, ve ne prego, parlate da senno.

Ben. Ebbene, in coscienza, mi sembra troppo bassa per una lode alta, troppo bruna per una lode chiara, e troppo piccola per una lode grande: soltanto questo posso dire di lei, che se fosse diversa da quello che è, non sarebbe bella; ed essendo qual è, non so amarla.

Claud. Voi credete ch’io celii; ma vi prego sinceramente di dirmi qual vi rassembra.

Ben. La volete comprare, che ne fate tante ricerche?

Claud. Il mondo intero potrebbe pagar forse un tal gioiello?

Ben. Sì, certo, ed anche colla custodia in cui metterlo. Ma affermate voi ciò gravemente, o vi fate beffa di me, venendomi a narrare che l’Amore sa trovare le lepri, e che Vulcano è un eccellente carpentiere? Su qual chiave s’ha egli a cantare per mettersi all’unisono con voi?

Claud. Ai miei occhi ella è la più vaga fanciulla ch’io mai vedessi.

Ben. Io posso vedere senza occhiali, e in lei non scorgo tanti vezzi. Vi è sua cugina che, se posseduta non fosse da quelle sue furie, la vincerebbe in beltà, come il primo giorno di maggio vince l’ultimo di dicembre. Ma io spero che non vorrete diventar marito: non è così?

Claud. Diffiderei di me stesso, quand’anche avessi giurato il contrario, se Ero acconsentisse a sposarmi.

Ben. A tanto siete giunto? Non vi sarà dunque un uomo nel mondo che voglia portare il suo berretto senza sospetti? Non vedrò io in vita mia un nubile di sessant’anni? Ite, poichè il giogo vi piace, piegate il collo, e passate sospirando le domeniche. Mirate! Don Pedro toma per cercarvi. (rientra Don Pedro)

D. Pedro. Qual segreto vi ha qui trattenuti, per non venire con noi nella casa di Leonato?

Ben. Vorrei che Vostra Grazia mi costringesse a dirlo.

D. Pedro. Ciò vi impongo sulla vostra fedeltà.

Ben. Voi udite, conte Claudio: potrei essere segreto come un mutolo, e mi piacerebbe che aveste di me tale idea: ma sulla mia fedeltà... notate voi queste parole? sulla mia fedeltà... Egli è innamorato, signore. Di chi? dovrebbe ora chiedermi Vostra Grazia. Badate come corta è la risposta: di Ero, la corta figlia di sir Leonato.

Claud. Se ciò fosse, ei vi avrebbe di già rivelato il mio segreto. Ben. A simiglianza del vecchio racconto, signore, ei vi ha detto: ciò non è, non è così; ma, in verità, Dio non voglia che ciò accada.

Claud. Se la mia passione non cambia presto, Dio non voglia che fosse vôlta ad altra donna.

D. Pedro. Amen, se l’amate, perocchè quella donzella è ben degna di amore.

Claud. Voi parlate così per scandagliarmi, signore.

D. Pedro. In verità, non vi manifesto che il mio pensiero.

Claud. E in buona fede, signore, io vi ho esposto il mio.

Ben. E sulle mie due fedi e verità, io pure vi ho chiarito quello che pensavo.

Claud. Sento ch’io l’amo.

D. Pedro. So ch’ella è degna di amore.

Ben. Io non sento, nè so come poss’essere amata, nè come sia degna di amore, e questa mia opinione è così radicata in me, che il fuoco stesso non potrebbe distruggerla; io morirei sul rogo, conservandola.

D. Pedro. Tu fosti sempre un eretico ostinato verso la bellezza.

Claud. E non mai potè sostenere la sua parte, fuorchè a scapito della sua coscienza.

Ben. Che una donna mi abbia concepito ne la ringrazio; che partorito mi abbia, umilmente del pari la ringrazio: ma ch’io voglia avere sulla fronte lo strumento che richiama i cani dalla caccia per portarlo sempre, è quello che tutte le donne mi scuseranno di non fare. Come non voglio offender esse dubitando di alcune, così voglio avere il diritto di non fidarmi di nessuna; e l’ammenda che m’impongo (e per cui andrò lieto) sarà di vivere smogliato.

D. Pedro. Prima di morire ti vedrò pallido d’amore.

Ben. Di collera, di malattia o di fame, potrà essere, signore; ma non di amore. Provatemi che l’amore mi costi più sangue che un fiasco di vino non potesse rendermene, e vi permetto di forarmi gli occhi colla penna di un autore di elegie, e di appendermi alla porta di un lupanare come insegna del cieco Cupido.

D. Pedro. Bene, se tu manchi a tal voto, diverrai un grande argomento di scherno.

Ben. Se questo fo, mi si sospenda a una bottiglia come un gatto; si tiri su di me al bersaglio, e quegli che mi colpisce, sia tocco sulla spalla, e chiamato Adamo. D. Pedro. Il tempo mostrerà, se il toro selvatico deve portare il giogo.

Ben. Il toro selvatico può far ciò: ma se mai il sensibile Benedick lo fa, strappate le corna dal toro e mettetele sulla mia fronte: ch’io sia grottescamente dipinto; e con grandi lettere, come si suol scrivere, quest’è un buon cavallo da annolare, scritto venga sotto di me, questi è Benedick, l’uomo che menò moglie.

Claud. Ove doveste prenderla, sarete geloso fino al furore.

D. Pedro. Quando Cupido non abbia vuotata la sua faretra in Venezia, tremerete di ciò fra breve.

Ben. Aspetto dunque il terremoto.

D. Pedro. Celiate pure fino all’ora fatale. Intanto, buon signor Benedick, entrate nella casa del signor Leonato, raccomandatemi a lui, e ditegli che non mancherò di andare alla sua cena, poichè ha fatti grandi apparecchi.

Ben. Recherò l’ambasciata: ed io vi raccomando...

Claud. Alla tutela di Dio: dato dalla mia casa (se ne avessi una)...

D. Pedro. Il sei di luglio: vostro affezionato amico, Benedick.

Ben. Non beffe, non beffe: il vostro discorso è slegato, e le parti ne son sì male unite che se ne veggono le fila. Prima di dir altro esaminate la vostra coscienza, per vedere, se non andiate soggetti ai vostri medesimi sarcasmi; così io vi lascio. (esce)

Claud. Ora che siam soli dirò che Vostra Altezza può farmi un gran bene.

D. Pedro. Voi possedete tutta la mia amicizia; istruitela e vedrete come è docile in ritenere una lezione che tende alla vostra felicità, per quanto ardua possa essere.

Claud. Sapete se Leonato abbia alcun figlio, signore?

D. Pedro. Figli no, fuori di Ero; ella è la sua sola ereda; l’ami tu, Claudio?

Claud. Oh signore! quando voi passaste di qui per andare a quella guerra che è ora finita, io vidi Ero; ma non la vidi allora che coll’occhio di un soldato che sentiva nascere un’inclinazione nel suo cuore, e che aveva ben altro a fare che attendere ad essa per inebbriarsi di amore. Torno oggi in Messina, e i pensieri bellicosi fuggiti dal mio petto lasciano il mio cuor vuoto. In vece loro vengono in folla i teneri desiderii e le imagini care, che mi ricordano tutta l’affezione ch’io sentii per Ero prima di partire per la guerra. D. Pedro. Eccovi divenuto amante perfetto. Ecco che già stancate l’orecchio del vostro confidente con mille parole. Se tanto vi piace Ero, ebbene amatela: io manifesterò i vostri sentimenti a lei e a suo padre, e voi possederete l’oggetto dei vostri voti. Non è a tal fine che mi rivelate questa bella istoria?

Claud. Qual dolce rimedio voi porgete all’amore! — Fu per tema solo che vi sembrasse troppo subitaneo che io ve lo descrissi con un lungo discorso.

D. Pedro. E perchè il ponte dev’egli essere più largo del fiume? Il miglior titolo per dimandare è la necessità di ottenere. Non vedete voi che tuttociò che qui può servirvi vien apparecchiato felicemente? In brevi parole, voi amate ed io voglio servirvi. So che questa notte vi sarà un ballo: in esso io compirò travestito la vostra parte, dire alla bella Ero che son Claudio, e verserò la mia anima nella sua. Io mi propinerò il suo orecchio coll’energia e l’ardore dei miei racconti amorosi; quindi ne porrò a parte il padre, pel che voi certamente otterrete Ero. Andiamo a por tosto questo disegno in esecuzione. (escono)

ct ct ct Leon. Ebbene, fratello, dov’è mio cugino, vostro figlio? Ha egli pensato a questa musica?

Leon. È molto intento a ciò. Ma, fratello, debbo darvi alcune nuove che certamente non aspettavate.

Leon. Sono esse buone?

Ant. Gli eventi lo chiariranno; ma finora sembreranno ottime. Il principe e il conte Claudio passeggiando dianzi pel giardino sono stati segretamente uditi da uno dei miei: il principe scopriva al conte ch’egli amava mia nipote, vostra figlia; che intendeva dichiararle il suo amore questa notte durante il ballo, e che se la trovava arrendevole voleva tosto porne a parte voi stesso.

Leon. Quegli che ciò disse è uomo di proposito?

Ant. È un garzone destro, e di senno: io chiamerò se volete interrogarlo.

Leon. No, no; consideriamo la cosa come un sogno, fino che non si riveli da sè. Vuo’ soltanto avvertire mia figlia, ond’ella si apparecchi a tale colloquio, e sappia rispondervi. Ite innanzi e prevenitela. (parecchie persone traversano la scena) Amici, voi sapete quello che dovete fare. Venite con me ed io vi impiegherò. Miei buoni amici, vogliate scusarmi, ed aiutatemi in questo momento di confusione. (escono)

ct ct ct Cor. Che avete, signore! Dacchè procede questa estrema tristezza?

D. Gio. Come la cagione del mio dolore non ha limiti, così la tristezza mia è senza misura.

Cor. Dovreste badare alla ragione.

D. Gio. E quand’anche vi badassi, qual frutto me ne verrebbe?

Cor. Se esso non ripara al male presente, almeno dà la pazienza per sopportarlo.

D. Gio. Stupisco che essendo nato, come dici, sotto il segno di Saturno, tu voglia applicare un topico morale a un mal disperato. Non posso dissimulare; convien ch’io sia tristo allorchè ne ho donde. Io non so sorridere alle follìe di nessuno. Vuo’ mangiare quando il mio stomaco lo esige, dormire quando mi sento assopito, ridere allorchè ne ho talento, senza sojar mai i capricci altrui.

Cor. Sì, ma voi non dovete mostrare apertamente il vostro carattere allorchè ve ne può venir biasimo. Non ha guari avevate prese l’armi contro D. Pedro, ed egli vi ha rimesso nelle sue buone grazie; ma è impossibile che le conserviate senza maggiore prudenza. È forza che aspettiate la stagione che recherà a maturazione i frutti.

D. Gio. Più mi piacerebbe essere una spica selvatica che una rosa, quando di ciò dovessi essere debitore a lui: meglio amerei lo sdegno universale che dover dissimulare per ottenere l’affetto degli uomini. Se niuno potrà darmi il titolo di uomo cortese, almeno mi verrà dato quello di burbero schietto. Di me niuno si fida fuorchè incatenandomi: s’io vengo posto al largo, ho i ceppi al piede: onde sono risoluto di fare il senno mio. Lasciami quale mi vedi senza cercar di mutarmi.

Cor. Non potete trarre alcun profitto dal vostro cruccio?

D. Gio. Vuo’ trarre tutto il partito possibile: ma chi viene? (entra Boracchio) Quali novelle, Boracchio?

Bor. Vengo da una gran cena. Leonato tratta il principe vostro fratello con apparecchi regii, e si sta concertando un matrimonio.

D. Gio. È questa una base su di cui si possa fondare qualche malvagità? Dimmi chi è l’insensato che brama tanto di andar in rovina?

Bor. Quest’insensato è nient’altri che il braccio destro di vostro fratello.

D. Gio. Chi? l’elegante, il maraviglioso Claudio?

Bor. Claudio.

D. Gio. Famoso cavaliere! E su qual bella ha egli gittato gli occhi?

Bor. Sopra Ero, la figlia ed ereda di Leonato.

D. Gio. È in verità una colomba ben giovine! E come lo sapete?

Bor. Intento a profumare una sala, vidi venir verso di me Claudio e il principe in grave conferenza e mi nascosi dietro gli arazzi, da cui intesi che il principe avrebbe chiesta Ero per sè, e poscia ceduta l’avrebbe a Claudio.

D. Gio. Venite, venite, seguitemi; questa scoperta può divenire un alimento utile al mio sdegno. Quel giovine si gloria della mia caduta: se posso nuocergli in qualche modo lo farò di buon grado. Voi siete due uomini sicuri, e mi servirete.

Cor. Fino alla morte, signore.

D. Gio. Andiamo a questo ballo; la loro festa è così splendida, che mi hanno soggiogato. Vorrei che il cuoco avesse l’anima mia. Andiamo a combinare quello che vuol farsi.

Bor. Seguiremo Vostra Signoria. (escono)

Atto secondo

ct

ct ct ct Leon. Non era qui a cena il conte Giovanni?

Ant. Nol vidi.

Beat. Che aspetto sdegnoso ha quel gentiluomo! Io non lo guardo mai senza provare, per un’ora almeno, gravi mali di cuore.

Ero. Egli è di carattere molto melanconico.

Beat. Perfetto cavaliere sarebbe colui che stesse in un giusto mezzo fra lui e Benedick: l’uno è troppo simile ad un’imagine, e non dice mai nulla; l’altro rassembra troppo al figlio maggiore della mia vicina, che sempre ciancia.

Leon. Onde metà della lingua di Benedick nella bocca di don Giovanni, e metà della melanconia di don Giovanni sul volto di Benedick...

Beat. Con una buona gamba, un buon piede, e una borsa piena d’oro, zio, e ciò basterebbe per vincere qualunque donna del mondo, purchè vi fosse però un po’ d’arte per cattivarsene la buona volontà.

Leon. Tu non avrai mai uno sposo, nipote, se non punisci quella tua lingua.

Ant. In verità ella è maledettissima.

Beat. Maledettissima è più che maledetta: ond’io non avrò parte di ciò che Dio manda: poichè è detto che Dio dà corte corna a una cattiva giovenca; ma a una giovenca troppo cattiva, non ne dà di sorta.

Leon. Così per esser troppo maledetta. Dio non le darà alcun uomo.

Beat. Sì, s’ei non mi dà mai marito; per ottenere il quale benefizio io lo prego inginocchiata da mane a sera. Signore! Io non potrei sopportare un marito colla barba sul viso; più mi piacerebbe giacermi fra la lana.

Leon. Potreste trovar anche un consorte senza peli.

Beat. Che ne farei di lui? Lo acconcierei io coi miei panni, per farne una donzella? Quegli che ha barba è più che giovine; e quegli che non ne ha è meno che uomo: colui che è più che giovine non fa per me; nè io faccio per quegli che è meno che uomo. Perciò rimarrò quale sono.

Leon. E vorrete andare all’inferno?

Beat. No, ma soltanto fino alla porta, e ivi incontrerò il diavolo che, come un vecchio becco colle corna in capo, mi dirà: itene in Cielo, Beatrice; itene in Cielo; qui non è posto per le fanciulle. E allora andrò a trovare San Pietro per chiedergli l’entrata in paradiso, ed ei mi mostrerà i beati seggi dei celibi, dov’io trascorrerò giorni lietissimi.

Ant. Sta bene, nipote. — Io però spero che voi (a Ero) vi lascierete condurre da vostro padre.

Beat. Sì, senza dubbio; è dovere di mia cugina il fare una riverenza, e dire: padre, come vi piacerà: ma nondimeno badate, cugina, che lo sposo sia amabile e ben fatto, senza di che dovete ripetere l’inchino, aggiungendo: padre, come mi aggrada.

Leon. Bene, nipote, spero di vedervi un giorno fornita di uno sposo.

Beat. No, finchè Dio non faccia gli uomini di elementi diversi dalla terra. Non è doloroso per una donna vedersi tiranneggiata da un pezzo di creta! Essere costretta a render conto delle proprie azioni a un po’ di fango che si muove? No, zio, non mi mariterò: i figli di Adamo sono miei fratelli, e riputerei peccato lo sposare un parente.

Leon. Figlia, rammentate quel che vi dissi: se il principe vi fa instanza sapete ciò che dovete rispondergli.

Beat. La colpa sarà della musica, cugina, se vi si fa la corte stuonando. Se il principe diviene importuno, ditegli che vi è una misura in ogni cosa e rispondetegli con una danza. Perocchè ascoltatemi, Ero; amoreggiare e sposare e pentirsi risponde ad un ballo che chiamano giga, ad un minuetto e ad una sarabanda scozzese. Le prime proposizioni sono ardenti come la giga e del pari fantastiche; l’imeneo è modesto e composto come l’antico minuetto; e il pentimento, che vien dopo colle sue cattive gambe, somiglia alla sarabanda, che lenta lenta muove, finchè trova il sepolcro, entro cui precipita.

Leon. Cugina, voi vedete le cose dal lato più cattivo.

Beat. Ho buon occhio, zio, e so discernere una chiesa al lume del dì. Leon. Ecco le maschere: fate posto, fratello.

D. Pedro. Signora, volete voi passeggiare col vostro amante?

Ero. Purchè passeggiate adagio, guardiate poco e diciate nulla, specialmente quando siamo soli, accetto il vostro braccio.

D. Pedro. Nè accettate la mia compagnia?

Ero. Questo dirovvi a suo tempo.

D. Pedro. E quando sarà il tempo a cui accennate?

Ero. Ciò dipenderà dal vostro viso; perchè Iddio non voglia che il liuto somigli alla custodia.

D. Pedro. La mia maschera è il tetto di Filemone, che nasconde un Dio.

Ero. In tal caso dovrebbe esser di paglia.

D. Pedro. Parlate sommesso, se vi piace, mio amore. (vanno in disparte)

Ben. Vorrei che voi mi amaste.

Marg. Così non vorrei io per amor vostro; perocchè ho molte cattive qualità.

Ben. Ditene una.

Marg. Recito ad alta voce le mie orazioni.

Ben. Vi amo di più; gli ascoltatori possono così gridare: amen.

Marg. Dio mi faccia accoppiare ad un buon danzatore!

Bald. Amen.

Marg. E l’allontani da me allorchè la danza sarà finita! Rispondi, chierico.

Bald. Non vale, il chierico ha ottenuta la sua risposta.

Ors. Io vi conosco abbastanza; voi siete il signor Antonio.

Ant. No, vi dico.

Ors. Vi conosco al movimento della testa.

Ant. Per dirvi il vero, io lo imito.

Ors. Non è possibile imitarlo così bene; ed ecco la sua asciutta mano qual è veramente; siete Antonio, siete Antonio.

Ant. Affè non lo sono.

Ors. Ite, ite; credete ch’io non vi ravvisi al vostro spirito? Può il merito nascondersi tanto? Ve lo ripeto, siete Antonio. Le grazie si rilevano sempre, e qui finisco. (si allontanano)

Beat. Voi non volete dirmi chi ve lo disse?

Ben. No, perdonatemi.

Beat. Nè volete dirmi chi siete?

Ben. No, per ora. Beat. Vi fu detto dunque ch’io era sprezzante, e che prendevo il mio spirito dalle cento liete novelle? Fu certo il signor Benedick che vi disse ciò.

Ben. Chi è egli?

Beat. Son sicura che lo conoscete abbastanza bene.

Ben. No, credetemi.

Beat. Non vi fece egli mai ridere?

Ben. Ve ne prego, chi è?

Beat. Il buffone del principe; un insulso cianciatore, tutto il cui ingegno sta nello spargere maldicenze assurde. Non vi sono che i libertini a cui possa talentare la sua compagnia; e colla sua insolenza egli sa piacer loro, e quindi insultarli. Di lui si ride, e talvolta vien bastonato. Son certa che è qui, e vorrei che mi venisse vicino.

Ben. Dacchè conoscerò codesto gentiluomo gli parteciperò quello che mi avete detto.

Beat. Fatelo, fatelo: ei vibrerà su di me uno o due dardi che, se non notati, o non applauditi, lo immergeranno in malinconia. (musica al di dentro) Bisogna seguir la folla che ci trascina.

Ben. In ogni cosa buona.

Beat. Se ne conducesse al male la lascierei alla prima cantonata. (danza; quindi escono tutti, tranne don Giovanni, Boracchio e Claudio)

D. Pedro. Certo, mio fratello è innamorato di Ero, ed ha condotto il di lei padre a parte per dichiarargli la sua passione. Le signore lo seguono, e non resta che una maschera.

Bor. E questa è Claudio: lo conosco al portamento.

D. Gio. Non siete voi il signor Benedick?

Claud. Ben v’apponete: son quegli.

D. Gio. Signore, voi siete molto innanzi nelle buone grazie di mio fratello; egli è invaghito di Ero. Vi prego di distoglierlo da quell’amore. Ero non gli è eguale per nascita: e voi potete far qui la parte di un onest’uomo.

Claud. Come sapete ch’ei l’ami?

D. Gio. L’udii giurarle la sua affezione.

Bor. Così io pure intesi; ed ei soggiungeva che l’avrebbe sposata questa notte.

D. Gio. Andiamo al banchetto. (esce con Bor.)

Claud. Così io rispondo sotto il nome di Benedick; ma è l’orecchio di Claudio che ha intese queste fatali novelle! Nulla è più sicuro; il principe vagheggia Ero per sè. In tutte le cose umane l’amicizia si mostra fedele, fuorchè nell’amore. Così dunque ogni cuore amoroso non adoperi che la sua propria voce; l’occhio traffichi solo per se stesso, e rifiuti i soccorsi di un agente. La bellezza è un’incantatrice, e la buona fede che si assoggetta ai suoi dardi si dissolve in sangue. È una verità che occorre sempre, e a cui nondimeno io avevo pensato così poco. Addio dunque, Ero! (rientra Benedick)

Ben. Il conte Claudio?

Claud. Sì.

Ben. Volete venir con me?

Claud. Dove?

Ben. A piè del primo salice, conte. Come porterete la ghirlanda che ne intesseremo? al vostro collo, quasi fosse la catena di un usuraio? o sotto l’ascella come la ciarpa di un luogotenente? In qualche modo bisogna bene che la portiate, perocchè il principe ha conquisa la vostra Ero.

Claud. Gli auguro molta felicità con lei.

Ben. Quest’è parlare da onesto vaccaio; così essi dicono vendendo i loro vitelli. — Ma avreste creduto mai che Don Pedro vi servirebbe in tal guisa?

Claud. Ve ne prego, lasciatemi.

Ben. Ora somigliate al cieco che batte chi gli sta innanzi: fuggito il ladro, chiudete ora la casa.

Claud. Poichè non volete lasciarmi, vi lascierò io. (esce)

Ben. Oimè! povero uccello ferito, tu vai a posarti sopra qualche arida paglia? Ma che Beatrice mi conosca sì bene e non mi conosca? Il buffone del principe! Ah può ben essere che io sia onorato di questo titolo, perchè son allegro! No, mi mostro troppo sollecito a farmi ingiuria da me. Tale non sono riputato: è l’invida e amara tempera di Beatrice che mi mette così in giuoco. Bene, mi vendicherò come posso. (rientrano Don Pedro, Ero e Leonato)

D. Pedro. Ebbene, signore, dov’è il conte? Lo vedeste?

Ben. In verità, gentiluomini, ho compiuta la parte di madonna Fama; trovai qui il conte melanconico come una casa disabitata e gli dissi, e credo gli dicessi il vero, che Vostra Signoria si è captivata gli affetti di quella giovine donzella; e mi offersi di accompagnarlo ad un salice, o per fargli una ghirlanda, come derelitto, o per fornirgli un fascio di verghe, quale uomo degno di essere frustato.

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