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Indice
Alle Loro Eccellenze
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Sì; l’uso, o a meglio dire l’abuso delle poetiche Raccolte per Nozze, per Monache, per addottoramenti, per elezioni a Dignità Ecclesiastiche, o secolaresche, e per altrettali avvenimenti erasi di sorte avanzato, che nessuna omai più occorreva di simili solennità, che a celebrarla non si avesse ricorso alle Dame di Pindo; e quel che da principio reputato era un giusto tributo d’ossequio al merito, divenne in appresso soggetto di vanità, e pascolo all’insana ambizione. Nè certo potea d’altronde procedere quell’alluvione di sterminati Raccoltoni, che quasi ad ogn’istante usciano non saprei ben dire se alla luce del mondo, o alle tenebre per tutt’Italia, giacchè omai non v’era angolo d’essa, che non ne fosse fatalmente inondato. Libri sì fatti sovente dall’adulazione, e rado dettati da un’intima persuasione, che abbiasi delle persone prese ad encomiare, dopo aver per un momento formato la dilizia e l’occupazion degli oziosi e degli scioperati, gittavansi alla rinfusa tra il polveroso ciarpame delle famiglie, o, passati nelle mani delle fantesche, diventano serbatoj d’acce, e d’aguglie, come quelli che per lo più nulla in se racchiudeano, che degni rendesseli di venir elevati all’onore d’aver un luogo nelle scansie d’una privata, o pubblica bi- blioteca. Rifiniti non che stanchi i buoni Poeti di comporre in simili occasioni appunto per la soverchia frequenza, con che esse ricorrevano, sottentrarono a tener le lor veci i poetastri o prezzolati, o ambiziosi di veder girare a stampa il proprio nome in fronte alle loro canore zacchere insulse. Ecco quindi l’amabilissima e divina poesia, a decantare trovata le gloriose geste degli eroi, o l’alto potere de Numi, di nobil matrona ch'ell’è, colpa di cotestoro, sozza divenir sgualdrinella, e farsi bordello il Tempio delle sante Muse.
Bene impertanto e saggiamente adoperarono in questi ultimi tempi quegli uomini, i quali a’ soliti ammassi di rime, che Raccolte s’appellano, l’edizione sostituirono di alcuni Opuscoli o inediti, o, comechè altra volta stampati, renduti rarissimi: della qual cosa nel paese nostro ci porse un luminoso esempio, tra gli altri, il Chiariss. Ab. Morelli, ch’io nomino volentieri per cagion d’onore. E’ pare esser venuto il tempo di togliere al tutto di mezzo l’invete- rato uso, pessimo già diventato, di biscantare per checcessia; mentre accade talora che quei medesimi, a loda de’ quali tesseansi Sonetti a bizzeffe e Madriali e Canzoni, ricusino oggidì l’obblazione di tali insipide cantilene, che accomunavanli con un numero immenso di dissennati e superbi, andanti a caccia di plausi. Di fatti qual più ridicola costumanza della già invalsa tra noi di pregare, ed anco di pagar gente, che strimpelli un colascion posto a prezzo, per sentirsi grattato soavemente l’orecchio dal suono delle laudi propie? Dolce, nol niego, è l’armonia de’ versi, quando sieno ben temprati alla faticosa incudine; ma più dolce riesce d’assai, quando offerti vengano spontaneamente da un cuor sincero, poichè gli encomj, che accattansi eziandio presso i gran Poeti, tornano biasmi, e creano vitupero, anzi che gloria, sempre che non giungasi a meritarli. Ma siccome del propio merito nissuno esser puote giudice competente, e siccome un uom modesto rifugge dal credersi da più degli altri, e sdegna d’ascoltare le mellite voci degli assentatori non solo, ma quelle eziandio de’ candidi lodatori, nè punto invanisce per quanti gli si tessano panegirici; debbesi dal lato nostro chiuder l’entrata nel campo delle nostre lodi, e non già altrui invitar follemente ad entrarvi.
Voi sì che la conoscete una sì fatta verità, Eccellentissimi Sposi, i quali a me vago di mettere insieme per le applaudite vostre felicissime nozze alcune scelte composizioni de’ migliori Italici Cigni, le quali, lungi dal confondersi colle vulgari Raccolte, degne fussero del cedro e del minio, proibiste severamente di farlo, acconsentendo unicamente ch’io (per secondare in qualche guisa il corrente andazzo, che nelle nuziali celebrità vuol che s’abbiano non solo a sgretolar candìti a josa, ma a scorrer anco con rapid’occhio curioso gentilmente legato uno di que’ volumi preziosi, de’ quali più sopra parlai) imprimer facessi un libro, che su tutt’altro, che sovra le vostre qualitadi e le virtù vostre versasse. Ammirabil modestia ella si è questa, e d’imitazione degnissima, della quale, finchè sia in pregio, e lo sarà sempre, la classica version delle Lettere, che stampate v’offero colla più rispettosa devozione nel volume presente, durerà la ricordanza. A tale insigne virtù, che l’ultima certo non è dell’altre molte, ond’ite adorni, reputerassi debitrice l’Italia d’un tesoretto in fatto del suo gentile idioma, che stette finora ascoso; e ve ne sapran buon grado tutti gli amatori dell’amena letteratura, come professerebbevisi grata per simil servigio, ove tuttora esistesse, quell’illustrissima Accademia, che abburattava le tosche voci, e il più bel fior ne cogliea. Non vi sien pertanto disgradevoli, o Sposi Eccellentissimi, le attente cure da me usate intorno a un’opera, la cui pubblicazione, comechè picciola ella siasi di mole, riuscita sarebbe impossibile, quando con men che paziente mano stata fosse assistita. Posso assicurarvi d’essermi con tutto l’impegno occupato, ond’essa la luce vedesse del Pubblico, che l’aspetta, vestita d’un abito alla odierna pom- pa non disdicevole. Ho cercato che nitida ne fusse la stampa, ed esatta la correzione, e spero d’avere in ambe queste cose il mio intento ottenuto. Quand’io abbia la sorte di veder, se non commendata, compatita almeno da Voi, a’ quali da me consecrata viene, la mia qualunque fatica, reputerommi un avventuroso uomo quant’altri mai. Qui mi si aprirebbe l’adito a discorrere delle belle prerogative, che adornano Voi tutti insieme, e ciaschedun di Voi in particolare. Che non potrei dire senz’ombra di menzogna di Voi, che delle vetustissime, non meno che nobilissime Famiglie vostre, che finalmente de’ vostri respettivi Maggiori tanto, e tanto a ragione famigerati! Ma quella modestia, che m’impedì di cogliere poesie lodatrici delle distinte doti che fregianvi a dovizia, quella disdegna anco ch’io le commendi e magnifichi in isciolta orazione. Mi sia lecito almeno qui su la fine di congratularmi vivissimamente con essovoi de’ bei vostri nodi, che posson ben credersi, per valermi d’un’espressione poetica, orditi in Cie- lo, se vi riempiono a vicenda di quell’ineffabil contento, che chiaro su le serene fronti vi si appalesa e traspare. Da vincoli sì fausti e sì bene stretti io posso a Voi presagire un tenor di vita pacatissima e tranquilla per inalterabile felicità, e posso del par presagirvi generosa prole, erede dell’indole aurea degl’integri costumi, e delle morali e sociali vostre virtù. Oh! S’avveri un presagio, che l’interna esultazione, ch’io provo vedendo Voi giunti a riva de’ vostri fervidi voti, a formare m’induce. Sono dell’E. E. V. V. colla più profonda venerazione
Vinegia 30 Agosto 1802.
Discorso preliminare dell'editore
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Chi allo studio della lingua nostra s’è dato, o vi si dà di proposito, niun libro prende in mano più volentieri di quelli, che scritti sono con purità, e gentilezza di stile. Costui delle opere più pregiate per la sublimità de’ pensieri, onde son concepute, e per le peregrine cose che contengonsi in esse, o non fa verun conto, o fanne poco, ove inelegante siane la locuzione. Per lo contrario non legge no, ma divora egli avidamente quelle, che sparse vanno d’una cotal dolcezza deliziosa di voci, d’una cotal leggiadria e proprietà di traslati e di maniere vive, nobili, spiccate dal fondo della natura e della sostanza delle cose, che voglionsi significare: nel che sta il maraviglioso carattere d’una lingua, che se tutte le morte non giunge a superare, non la cede al certo in bellezza e in nobiltà a veruna delle viventi. Hansi quindi marcio torto coloro tra’ nostri, i quali s’avvisano di trovar nelle straniere, che più comunemente conosconsi alla giornata, certi impareggiabili pregi, e certe squisitezze, e certo lenocinio, di cui esser contendono scevera quasi affatto l’italiana favella. Ciò procede per avventura dalla niuna, o scarsa cognizione che si ha di quest’ultima, la quale dovrebbesi per noi possedere in tutta la sua estensione, siccome quella, che, per esser la nostra, obbligati siam di sapere perfettamente, attenendosi nell’impararla alle regole, e agli esempli che ne lasciarono i più forbiti Scrittori antichi e moderni, giacchè de’ moderni molti ve n’ha che la maneggiano con avvedimento, e dettano in essa col gusto finissimo del buon secolo. Piena zeppa di native grazie, di terse frasi, e di purgati e scelti modi di dire vivaci immaginosi, che coloriscono ogni scrittura, e danle anima ed evidenza, è del par fluida, quasi fonte di perenne vena, e di leggieri si accomoda ad esprimere checchessia con dilettosa eleganza, sol che colui, che a scriverla imprende, non sia tanto ospite nel vastissimo di lei re- gno. Per la qual cosa ognun vede quanto errati vadan coloro, i quali gratuitamente asseriscono non esser ella atta granfatto a servir di veste alle scienze più astruse, come tant’altre lo sono. Questi tali bisogna conchiudere che letto non abbiano nè l’opere dell’immortal Galilei, nè i Saggi d’Esperienze della celebre Accademia del Cimento, nè altre assai opere scientifiche di queste ancor più vetuste, nelle quali vanno del pari accoppiate la gravità delle cose, che vi si trattano, e la venusta chiarezza dello stile, che vi si adopera.
Chi sa la lingua nostra fondatamente, non prova grande stento a vestir d’essa i propj concetti, sieno pure elevati e sublimi; siccome chi la ignora quasi al tutto, o in massima parte, trovasi nel maggiore imbroglio a scrivere correttamente anche una semplice lettera familiare; della qual cosa può rendermi ognun testimonianza, che vede quale scrivasi oggidì per tanti e tanti de’ nostri. L’assiduo studio degli stranieri idiomi, e la poca, o niuna sollecitudine, ond’il patrio s’apprende, hanno ingenerato in seno all’Italia stessa un guazzabuglio di parole barbare e mostruose, non conosciuto ne’ secoli trascorsi, nè nel presente tampoco da quegli uomini, che non si scordaron d’essere nati italiani, e d’avere una lingua da tenerne il maggior conto per la sua ricchezza, che la mette fuori della necessità di accattare, ad adornarsene, gemme e vezzi dall’altre. Non bastano però a far fronte all’alluvion ridondante degli scritti franco-italo-irocchesi, che have soverchiato argini e sponde, quegli in numero meno spessi, in istile più rari, i quali, sendo parti felici di gente usa a dettare con buon sapore di lingua veramente italica, regger possono al martello d’una sana critica in fatto di ciò; mentre il neologismo, che da gran pezza trionfa tra noi pel soverchio favore già ad esso accordato, di fresco più che mai prese forza, e imbandalzì per la sopravvegnenza fatal delle guerre, distruggitrici come dell’altre cose, così della purezza delle respettive favelle de’ paesi.
Insipido omai a’ palati delle italiane menti divenuto è quel soave cibo oggidì, che porto ci viene nell’aureo suo Decamerone dal facondo Novellator Certaldese: insipido quello, che ne imbandisce il famoso Secretario Fiorentino nelle sue svariate scritture, e nel suo stringato volgarizzamento l’emulo di Tacito il coltissimo Davanzati, e il Casa ne’ suoi Uffizj e nelle sue Orazioni, e il Varchi e il Segni nelle loro Storie, e a finirla, passando sotto silenzio infiniti altri prodi Scrittori, il Caro nelle sue Lettere. A que’ bennati e gentili ingegni, che non lasciaronsi affatturare dal calice del neologismo, e che tenendosi dietro l’orme da’ grandi maestri segnate, non deviaron punto da quelle, sedotti dall’amor del Mirabile; a que’ bennati e gentili ingegni sien grazie, e ne riportino la mercè meritata. Senonchè la riporteranno sì, ed ampia riporteranla, quando, fatta una baldoria di tant’opere vergate nello spurio linguaggio, di cui parlammo, quelle solamente saranno in pregio, nelle quali appajata vedrassi alla sodezza delle cose la gioconda venustà della lingua.
Io so che alcuni rideranno maligni, e vorrannosi la berta del fatto mio, perchè con tanta serietà pongomi a ragionare del detrimento sofferto dal volgar nostro per le troppo carezzevoli accoglienze usate agli estranei idiomi, massimamente al francioso, che, per essere di men difficile apprendimento, si diffuse con più rapidità, che gli altri non fecero, e andò in voga di modo, che resesi pressochè universale. Rinverrassi sibbene tra le persone sedicentisi di spirito chi mal saprà tessere volgarmente un periodo, che non zoppichi da qualche parte, ma tra loro non si rinverrà chi non sappia, all’uopo, rompere al prossimo suo il timpano dell’orecchio con un turbin furioso di chiacchiere francesche.
Se nella Satira VI. mena alto scalpore, e querele, perchè in Roma di que’ tempi le patrie usanze, dalla veneranda antichità consecrate, e il bel sermone del Lazio, e gli abiti pur anco e gli adornamenti nazionali da que’ sazievoli e imbastarditi nepoti di Romolo aveansi a schifo per malnata cacoete, che quasi epidemico malore appiccossi a maschi e a femmine, di grecizzare in tutto, talchè disdicevole e in certa guisa indecente reputata un’azion’era, che fatta non fusse alla greca: perchè non potrò io lamentare a mio beneplacito la foja, onde fatalmente van sopraffatti tanti di noi, degeneri dagl’Itali prischi, non tanto di adottare stranj nel viver usi, e stranie nel vestir fogge, quanto di apparare, col sagrifizio della bellissima nostra, della quale sento- no noja, qual la tedesca, qual l’inghilese, tutti la gallica lingua? Di questa ultima ambisce ognuno di mostrarsi intelligente; e, non che i dotti uomini, e i semidotti, non che le donne, alle quali dà grado la nascita, e l’educazione, la parlano, e la scrivono, la fante oggimai, lo staffiere, il cuoco, il bottegajo, il sarte, tutti fino a’ fanciulletti che ancor si scompisciano, fino alle più sdrucite zambracche amano di cincischiarne qualche paj’ di parole.
Io non sono sì bestia di prenderlami generalmente contra tutti coloro, che la francese favella coltivano, biasimando senza pietà chi allo studio di essa dà opera. Con quegl’Italiani la voglio, i quali, siccome parmi aver detto di sopra, pospongono a quella la lor propia, che non si vergognano di non sapere, o di saperla malissimamente. Sappia pur uno ogni genere di linguaggio, che ciò gli si attribuirà a loda, ma in ispezieltà il natio non ignori, anzi lo apprenda con solerte cura ed impegno, facendosi a conoscerlo per principj, e lontano tenendosi a tutt’uomo dalla fanghiglia del neologismo. Ciò otterrà dalla indefessa lettura de’ buoni Autori, e dalla ponderata e matura meditazione delle lor opere più celebrate, dopo aver consegnate alla memoria, perchè ben le ritenga, le precipue regole grammaticali, senza cui e’ moverebbe tentone, ed a caso per lo vasto campo della lingua nostra doviziosissima. Non si dia a credere di poter impadronirsene in pochi mesi, come avvien della Gallica: un’impresa si è questa, al cui intero eseguimento sudare fa duopo per anni ed anni.
Ma a qual fine, dirannomi, raggrinzando il naso certi ricadiosi frinfini, a’ quali nulla, che non esca del lor cervello, par buono, a qual fin per gli Dei vuoi tu pedantescamente spacciare tanta saccenteria? Se’ forse d’avviso che le cose che ci narri sien nuove, o non piuttosto che le siensi le mille fiate dette, o scritte per altri? Non émmi ascoso che altri mi precorsero nell’aringo, e che per lo motivo stesso, ond’io agramente querelomi, menato hanno l’altissimo schiamazzo; ma avendo io gran voglia di rifriggere questa frittata, e di sfogar dal mio canto la bile, che contro i novatori sì fatti mangiami l’interiora, e avendola da un pezzo, non potei rattenermi dal darla per mezzo a cotestoro, procacciando così uno sfogo al mio sdegno. Nè certo, a farlo, miglior occasione cogliere io potea dell’odierna, in cui (per rispettato comandamento di due giovani Cavalieri, che nella celebrazione di lor Nozze rifiutaron l’omaggio di que’ versi stucchevoli, che non rifinan mai di esaltar la possanza d’Amore, già fino alla nausea magnificata, e di presagire Eroi d’ogni maniera, quasi nascessero come i funghi per le foreste del mio Maséro) debb’io pubblicare a benefizio comune degl’Italiani ingegni, del patrio idioma studiosi, alcune Lettere di Seneca volgarizzate dalla maestra penna del Commendatore Annibal Caro, le quali prima d’ora non vider la luce. Saprannomi, io spero, buon grado cotest’ingegni bennati del dono che viensi a far loro, e benediranno le mie fatiche nell’ammannirglielo, quando gustato avranno un volgarizzamento, che per la sua amena eleganza e per una cotal fedeltà non servile va al di sopra d’ogni altro, che lavorato siasi dell’originale medesimo, non eccettuato quello, che citano gli Accademici della Crusca, stampato in Firenze l’anno 1717. vago et elegante sì per le forme del dire, ma in istile ampio e largo, nel quale quel morale Filosofo per lo più non si trova, o vi si trova distemperato, e dilavato sì fattamente, che somiglievol direbbesi a vino di sua natura piccante, il quale esibiscasi a bere con molt’acqua mesciuto: lo che potrà chiunque a suo bell’agio toccar con mano, sol che ne instituisca un po’ di confronto. Io avea in pensiero di trarre da queste due traduzioni qualche squarcio d’una medesima Lettera, e porlo qui sotto, onde venisse a rilevarsi la diversità, che passa tra loro; ma poi, meglio riflettendovi, pensai bene di soprassedere, e di lasciar ch’altri da se prenda a farne tale disamina.
Non riuscirà però ingrata cosa a’ leggitor cortesi l’intendere il come giunto siami alle mani il prezioso autografo di queste undici Lettere, delle quali ignoravasi onninamente l’esistenza, perchè non trovasi fatto cenno da chicchessia nè che il Caro a tradurre si desse mai l’Epistole di Seneca, nè in qual tempo facesselo. Del picciol codice adunque io mi professo debitore alla generosa amicizia dell’Ornatissimo Abate Daniele D.r Francesconi, cima de’ letterati nostrali, che con altre parecchie rarità bibliografiche dissotterrollo in Roma, non so per quale accidente. Egli a me il conces- se di buon grado, quando gli significai che avevo in animo di renderlo di pubblica ragion colle stampe, ove potuto io avessi uscire del pecoreccio, trascrivendolo diligentissimamente di mio pugno, giacchè tanti erano i pentimenti, gli sgorbj, le varianti lezioni, oltre a qualche laguna, che pareva impossibile ch’io avessi a venire a capo del mio divisamento. Colla pazienza, virtù necessaria in checchè facciasi, con un po’ di criterio, e col giovarmi continuo del testo originale latino per l’intelligenza perfetta della versione (dovuto avendo alle volte pescarne il senso a gran fatica tra pel carattere del Commendatore, che non è a dir vero molto felice, tra per le frequenti cancellature, e sostituzion di parole, e più perchè i fogli scritti erano ad otta ad otta per salto, e portavano in se impresse le note delle ingiurie sofferte dal tempo) condussi ad effetto sì malagevole intrapresa. Quello, di che posso assicurare il Pubblico, si è che religiosamente io sonomi attenuto al Mss. del mio Autore, nè hollo alterato d’un jota, neppur quando m’avvenni a qualche voce, che non leggesi registrata nel gran Dizionario, e che arei facilmente potuto mutare, e for- se bene. Detesto il barbaro gusto che alcuni hanno di far man bassa, alterandole con gotico pensamento, sovra le altrui scritture; e crederei un sacrilegio il farla sovra quelle d’un classico Autore venerato da tutte l’età, quale si è Annibal Caro. Abbiasi pure egli qualche non più intesa voce: ciò che monta? Sarà per questo men classico? Perderà per questo il merito delle grazie, ond’è cosperso, il presente volgarizzamento? Alla fin de’ conti due sole, o tre sono coteste voci, e potrei indicarle, ma non voglio, appunto perchè son poche, e perchè usate da tant’uomo deggionsi rispettare.
Non negherò d’essermi fatto lecito, non senza domandar prima parere ad alcun mio dotto Amico, di riformare un tal poco l’ortografia dell’Autore, la quale spesso inesatta era, sempre ineguale, e di renderla uniforme e più moderna, affinchè l’opera fusse di più agevol lettura, lasciandole però qualche tinta d’antichità. Così osservo aver adoperato i Sigg. Volpi nelle replicate edizioni delle Lettere originali del Caro, eseguite con quella perfezione, che ognun sa, dal diligentissimo de’ Stampatori del secol nostro Giuseppe Comino. Chi amasse poi di vedere l’autografo di questa bellissima traduzione, onde riscontrare, se vero sia quel che ne ho detto, lo troverà quindinnanzi nella insigne sceltissima Biblioteca Pisani, alla quale, fattone l’uso ch’io volea, l’Egregio Ab. Francesconi mi commise di rassegnarlo in suo nome. Infatti era convenevol cosa, ch’esso sen rimanesse a perpetua memoria presso uno degli assennati nobilissimi odierni Sposi, che sì benemeriti sono dell’edizione presente, per avermi fornito con quella generosità, ch’è propia del loro animo, i mezzi di mandarla ad effetto.
Restami ora a dire qualmente la Lettera II. e la VIII. erano mancanti nel fine, nè parvemi opportuno lasciarle correr così. Però fu per me supplito alla mancanza, come potei il meglio, avvisandomi che ciò non tornerebbe discaro a’ leggitori, i quali ameran più presto di vederle comunque compiute, che imperfette lasciate. Tal mio supplemento a bella posta fu impresso in carattere corsivo, onde distinguasi il dove esso comincia, e il dove a finir va.
Possano tante mie cure riscuotere alcun benigno compatimento dagli studiosi della lingua no- stra, al vantaggio de’ quali furon dirette; ed abbiansi grazie, e plaudasi al ticchio ch’émmi saltato in capo di mettere in luce nelle doppie odierne Sponsalizie in luogo d’una poetica Raccolta, che morta sarebbe al par dell’ultima gazzetta, un tal monumento, che nel gener suo vale un tesoro, e che non vedrà l’estremo giorno, fino a che fioriranno gli ottimi studj, e saranno in onore le amenissime lettere Italiane.
Lettera I
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Io concorro nel tuo parere, che tu ti debbi ascondere nell’ozio; ma voglio che tu lo facci anco per modo, che l’ozio resti ascoso. Et ancorchè tu sappi di far questo non per precetto de’ Stoici, ma ad imitazion loro; tu devi anco farlo per precetto, perchè il ritirarti del tutto lo potrai far quando vorrai. Ora ti verrà fatto facilmente, poichè non solemo mandar i tuoi pari in ogni governo, nè d’ogni tempo, nè senza proposito alcuno. Oltre di questo avendo noi assignato al sapiente una Republica degna di lui, che è il Mondo, non si potrà dir ch’ei sia fuor della Republica, ancorchè s’allontani da essa: e forse anco lasciando questo solo angolo, passa a molto maggiori e più ample cose, per le quali salito poi in cielo, conosce apertamente in quanto umil loco sia seduto, mentre egli ascendeva la sedia, o il tribunale. E di più ti dico, che quando il Sapiente con la meditazione s’adduce avanti gli occhi tutte le cose divine, et umane; allora è ch’egli opera più che possa fare. Ora torno a quel che avevo cominciato a persuaderti che tu facci, che il tuo ozio non sia conosciuto. E per ciò fare non accade che tu facci profession di filosofo: io voglio che tu battezzi questo tuo proposito con altro nome; e che tu dichi di ritirarti per infermità, o per stanchezza, o se vuoi anco chiamarla poltroneria. Il gloriarsi dell’ozio, è una pigra ambizione. Certi animali per non esser ritrovati, guastano le lor pedate intorno alla tana. Il medesimo tu devi fare: perchè facendo altrimente, non mancheranno chi ti perseguitino. Molti passano via le cose aperte, e cercano, e mirano per le fessure le serrate et ascose. Le segnate spingono il ladro. Ciò che apparisce par vile: un rompitor di case lascia indietro quelle che sono aperte. Questo è comun costume del popolo, e d’ignoranti che desiderino di penetrar nelle cose secrete. È dunque ben fatto di non far mostra temerariamente del suo ozio; et il modo di vantarsene è lo star troppo ritirato, et allontanarsi dal cospetto degli uomini. Quel tale s’è ascoso in Tarento; quell’altro s’è rinchiuso in Napoli: e quello già molt’anni sono non ha passato la porta della sua casa. Chiunque fa che l’ozio suo dia occasion di parlare con simili favole, non fa altro che raunar la turba. Ritirandoti tu, non hai da aver cura che gli uomini parlino di te; ma sì ben di ragionar con te stesso. E di che devi tu ragionare? Quel che gli uomini volentier fanno degli altri, fa tu di te stesso, e questo è giudicar teco medesimo mal di te. Assuefatti a dire, et a sentir il vero; e rivolgi, e pensa sopra tutto a quello che conoscerai che sia più debole in te. Ciascheduno conosce i vizj e i difetti del suo corpo: e di qui viene che vedemo che molti col vomito alleggeriscono il loro stomaco, altri lo sostentano col cibarlo spesso, et altri col digiuno vo- tano, e purgano il corpo. Quelli che patiscono de’ dolori de’ piedi, s’astengono o dal vino, o dal bagno; e disprezzando ogni altra cosa, cercano solo di rimediare a questo che gli tormentano. Così anco nell’animo nostro sono delle parti inferme, le quali si devono curare. E che faccio io in questo ozio? Io curo la mia piaga. S’io ti mostrassi un piede enfiato, una mano livida, o gli nervi secchi d’una ritirata gamba, tu mi concederesti ch’io mi giacessi in un loco, per rimediare a questa mia infermità. Or molto maggior male è questo che non ti posso mostrare. Io ho nel petto gli umori raunati, e la postema che causa il mio male. Non voglio che tu mi lodi; non voglio che tu dichi: O grand’uomo! che disprezzato ogni cosa, e dannate le pazzie di questa umana vita, se n’è fuggito. Io non ho dannato altro che me; nè accade che tu desideri di venir a trovarmi per far profitto. Ti gabbi se speri di aver ajuto alcuno di qua. Qui non abita medico; ma sì ben infermo. Io voglio piuttosto che partendoti tu dichi: io tenevo quest’uomo beato, et erudito: stavo tutto attento per ascoltarlo; ma alfin mi trovo gabbato, non ho veduto, nè udito cosa che desiderassi, e che mi spinga a ritornarvi. E se giudichi, e se dirai così, si sarà fatto qualche profitto. Io mi contento che tu perdoni a quest’ozio mio, piuttosto che gli porti invidia. Mi dirai: dunque, o Seneca, tu mi lodi l’ozio? Tu cadi ne l’opinion d’Epicuri. Io ti lodo l’ozio, nel quale tu facci molto maggiori, e più belle cose di quelle che tu hai lasciate. L’aver adito nelle superbe case de’ potenti, il tessere il catalogo de’ vecchi barbogi che non han reda, il poter assai nel foro, è un’invidiosa e breve potenza, e sordida anco, se vuoi giudicar il vero. Quel tale è meglio voluto nel foro, quell’altro m’avanza di provisioni nell’arte militare, e di dignità acquistata per questa via, e questi ha maggior moltitudine di clienti. Or ecco di quanta importanza è l’esser superato dagli uomini: io, pur che possa superar la fortuna, agli travagli della quale non son eguale, terrò che mi sia stata concessa maggior grazia. Volesse Iddio che tu già un tempo fa avessi avuto animo di seguir questo proposito; e che potessimo trattar della vita beata in altro tempo, che ora che siamo in faccia alla morte! Con tutto ciò non è nè anco questo tempo da perdere. Perciocchè molte cose ora crederemo all’esperienza, che per innanzi le averemmo tenute fuor di proposito, e contrarie alla ragione. Sproniamo, come quelli che si mettono tardi in viaggio, e vogliono racquistar il tempo colla prestezza. Questa età è molto a proposito a questi studj. Perocchè ella ha già contrastato, già ha stancato almeno, se non ha potuto vincere i vizj nel primo fervor della gioventù: et ora non vi manca troppo ch’ella gli sterpi. E quando, mi dirai, in che cosa ti potrà apportar giovamento alcuno questo che impari ora che sei nel fine? In questa: A farmi uscir di questa vita miglior ch’io non sarei. Or non t’immaginare che altra età sia più atta a formar la mente buona, di quella che s’è domata con molta esperienza, e con lunga et assidua pazienza delle cose; e che, vinti gli affetti, è pervenuta alla cognizione delle cose salutifere. Questo è il breve tempo di questo bene. E chiunque perviene alla saviezza in vecchiezza, può dir d’esservi pervenuto per il mezzo degli anni. Sta sano.
Lettera II
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L’Epistola tua m’è sommamente dilettata, e m’ha eccitato dal sonno, in ch’io ammarcivo, e ravvivato la memoria, che in me è già pigra e lenta. E perchè non devi tu credere, Lucilio mio, che un gran mezzo, et instrumento di pervenire alla vita beata sia il persuadersi che è un ben solo, e questo è quel che è onesto? Colui che circonscrive, e diffinisce ogni bene con l’onesto, può ben dir d’esser felice tra se medesimo. Perocchè chi giudica che l’altre cose sian beni, viene in poter della fortuna, e si sottopone al voler d’altri. Questi di questo parere son quelli, che nella morte de’ figliuoli s’attristano: questi nell’infermità son travagliati; questi nel patir ignominia, o qualche infamia son mesti. Altri vedrai tormentati dall’amor della moglie d’altrui, altri della sua medesima. Quanti sono addolorati per la ripulsa che vien lor data, quanti son crucciati dal dolore istes- so! Ma la maggior moltitudine de’ miseri travagliati, tra tutto il resto della turba de’ mortali, è di quelli che del continuo son molestati dal pensiero della morte, che ad ogni banda soprastà loro. Perocchè non vi è cosa, donde non gli venga. Dimodochè, come quelli che essendo in paese d’inimici, bisogna che sempre si guardino d’ogn’intorno, e ad ogni poco di strepito voltino il capo; se non scacciano dal petto questa paura, viveran sempre tremando. Verran loro sempre avanti gli occhi quei che mandati in esilio, son privati degli lor beni; quei che son poveri nelle ricchezze, molestissima sorte di povertà; quei che han patito naufragio, o travaglio simile a questo; quei che dall’ira, o dall’invidia popolare, perniciosa cosa agli buoni, sono alla sprovista, e fuor d’ogni lor pensiero buttati al basso, non altrimente che suol far una procella, la quale suol sorgere quando il sereno è maggiore; o come un subito folgore, al colpo del quale tremano anco le cose, che son vicine al luogo dove cade. E come quel, che era più lontano dal fuoco, resta anco stupido al par di quello che è da lui percosso: così in queste cose, che accadono per altrui violenza, un solo è oppresso dalla calamità, e gli altri dal timore; e l’immaginazione che possa intervenir loro di patir il medesimo, gli genera ugual tristezza che han quei che patiscono il male. Il subito mal d’altrui travaglia gli animi di tutti: e come gli uccelli sono anco spaventati da un vano rumor di fronda, così noi siamo commossi non solo dalla percossa, ma anco dallo strepito. Non può dunque esser beato un che sia dato in preda a questa opinione: perocchè la beatitudine non può essere senza l’intrepidezza; e tra gli sospetti malamente si vive. Chi s’è molto dato a queste cose fortuite, s’ha acquistato una grande et inestricabile occasione di perturbazioni. Una sola strada ci è ad un che voglia camminar per il sicuro, e questa è disprezzar le cose esterne, e contentarsi dell’onesto. Però chi giudica che vi sia cosa miglior della Virtù, o che vi sia altro bene oltra questa, apre il seno a queste cose, che sono sparse dalla fortuna, e con travaglio sta aspettando questi suoi doni. Proponti nell’animo questa similitudine, che la Fortuna faccia i giochi, e che butti in questa moltitudine d’uomini onori, ricchezze, e grazia, parte delle quali cose si sono rotte tra le mani di quei che cercano di rapirle, parte son divise per infedel compagnia, e parte prese con gran detrimento di quei, in poter de’ quali eran venute: e delle quali cose alcune son cadute in chi non vi pensava, alcune, perchè troppo vi s’uccellava, son perdute, e mentre che con rapidità si rapiscono, gli si levano dalle mani; et a nessuno, con tutto che gli sia felicemente successa la rapina, l’allegrezza della preda durò mai più d’un giorno. E però un vero prudente, tosto che vede presentarsegli questi piccoli doni, si fugge dal teatro; e sa che un uomo magnanimo signoreggia anco queste cose piccole. Nessun vien alle mani con un che si parta dalla grappiglia, nessuno cerca di ferir chi n’esce: ma tutta la questione è intorno al premio. Il medesimo avviene in queste cose, che di sopra ci son gittate dalla Fortuna; per le quali, miseri, sudiamo, e ci travagliamo, e desideriamo d’aver molte mani: ora miriamo ad una, ora ad un’altra; e ci par che ci siano date troppo tardi quelle, che sono ambite dalla nostra cupidità, le quali aspettate, e desiderate da tutti, devono però toccare a pochi. Desideriamo, mentr’elle cadono mandate giù dalla Fortuna, d’andar loro incontro; et occupandone qualch’una, ci rallegriamo. Molti restano gabbati dalla vana speranza, e ricompensiamo una vil preda con qualche grand’incomodo, o ne restiamo del tutto gabbati. Allontaniamoci dunque un poco da questi giuochi, e diamo luogo a questi che ne fan rapina. Lasciamo che con attenzion mirino questi beni sospesi, anzi lasciamo che stiano molto più lor medesimi sospesi. Chi fa proposito di voler esser beato, deve pensar che sia un ben solo, cioè l’onesto. Perciocchè giudicando che ve ne sia più d’uno, o che altra cosa sia bene, prima giudica mal della provvidenza d’Iddio, perchè accadono molti incomodi agli uomini giusti, e perchè tutto quel ch’ella n’ha dato, è poca e breve cosa, mettendola a comparazione all’età lunga di tutto il mondo. E da questo lamento nasce che noi siamo ingrati a Dio, e malamente interpretiamo le cose divine: lamentandoci che non ci dia di continuo, e che ci dia poche cose, e quelle incerte e fuggitive. Di qui viene che non ci risolvemo nè di vivere, nè di morire, perocchè per un canto odiamo la vita, per l’altro teme- mo la morte. Tutti gli nostri consigli sono irresoluti e dubbj: nè felicità alcuna per grande ch’ella sia ci può saziare. E la cagione è, perchè non semo anco pervenuti a quello immenso et inseparabile bene, dove la volontà nostra è forzata a fermarsi, non essendovi cosa maggior del sommo. Mi dimanderai donde venga che la Virtù non ha bisogno di cosa alcuna? Perchè gode delle presenti, e non desidera le assenti. Non è cosa che non sia grande a lei, perchè gli basta. E se ti parti da questo giudizio, non vi sarà nè pietà, nè fede: perocchè chi vuol mostrare l’una e l’altra di queste due virtù, bisogna che soffrischi molte cose di quelle, che noi tenemo per buone. Perirà la Fortezza, non facendo prova di se stessa, come deve. Perirà la Magnanimità, non potendo signoreggiare, se non si disprezzano come minime tutte quelle cose, che il vulgo suol desiderare agli suoi prossimi. Perirà la grazia, che si deve avere, e lo rendere che si deve far d’essa grazia. Sarà in prezzo la fatica, tenendo che vi sia cosa più preziosa della fede, e non avendo la mira alle cose ottime. Ma per lasciar da parte queste cose: o questi che si chiamano beni, non sono beni, o l’uomo è più felice d’Iddio; perciocchè Iddio non usa queste cose, che sono al servizio nostro, non appertenendo a lui nè libidine, nè delicatezza de’ cibi, nè le ricchezze, nè alcuna di queste cose che adescano gli uomini, e con vil piacer gli guidano. Dunque o che è cosa incredibile che Iddio sia privo degli beni; o questo è segno et argumento manife- stissimo, che le cose, delle quali Dio è privo, non sono beni. A questo s’aggiunge, che molte cose, che vogliono parer d’esser buone, sono più pienamente concesse agli animali, che agli uomini; perocchè quelli più avidamente magnano, non sono tanto molestati dalla lussuria, et hanno maggiore, e più egual fermezza di forze. Seguita dunque che siano molto più felici dell’uomo, perciocchè vivono senza iniquità, e senza fraudi, e godono i piaceri che si pigliano molto più dell’uomo, e con più facilità, senza paura alcuna nè di vergogna, nè d’aversene poi a pentire. Or considera tu medesimo se si debbia chiamar bene quello, di che l’uomo vince Iddio. Costituimo dunque il sommo bene nell’animo; perocchè manca, se dalla miglior parte di noi vien alla peggiore, e se lo transferemo ai sensi, i quali sono più agili negli animali muti. Non si deve collocar la somma della nostra felicità nella carne: i veri beni sono quelli, che ne dà la Ragione, fermi e sempiterni, che non posson nè cadere, nè mancare, o diminuirsi. Gli altri sono beni per opinione, et hanno il nome comune con quelli che sono veramente beni; ma non hanno la proprietà, e l’effetto del bene. Si devono dunque chiamar comodi, e (per parlar in lingua nostra) prodotti. Nel resto dovemo sapere che sono nostri servi, e non parti di noi medesimi; e che devono essere appresso di noi, ma per modo che ne ricordiamo, che sono fuor di noi. Et ancorchè stiano appresso di noi, averle dovemo nel numero delle cose suggette e vili, per causa delle quali nessun si debbia insuperbire. Perciocchè che cosa più stolta può essere in uno, che compiacersi delle cose ch’egli non ha fatte? Tutte queste cose devono accedere e venir in conseguenza nostra, e non aderirsi a noi; acciocchè se avvien che ci siano tolte, si levino da noi senza punto lacerarne. Serviamocene, non ci gloriamo d’esse; e serviamocene anco parcamente, come quelle che ci son date in deposito et in guardia, e che si devono partir da noi. Chiunque l’ha possedute senza ragione, non l’ha godute lungo tempo; perciocchè la felicità medesima, se non si tempera, opprime se stessa: e s’ella si dà in preda a questi fugacissimi beni, tosto resta abbandonata, e però anco s’affligge. A pochi è stato concesso di deponer questa lor felicità leggiermente, e senza fastidio d’animo: tutti gli altri cadono al basso insieme con le cose, per le quali sono stati grandi et eminenti; e le cose istesse, che gli aveano innalzati, gli abbassano. E però si dovrà aggiungervi la prudenza, che ponga a queste cose modo e parsimonia. Perciocchè la licenza è quella, che precipita e spinge le sue proprie ricchezze; nè le cose senza modo durorno mai, se non moderate dalla ragione. Questo ti può esser mostrato dal fine, e dal successo di molte città, le quali per lussurioso e smisurato imperio, allorchè maggiormente fiorivano, son cadute al basso: e ciò che in esse era acquistato per virtù, ruinò per intemperanza. Contra questi casi dovemo noi fortificarci; e perchè non vi è muro, che contra la fortuna non si possa espugnare, or- diniamoci e prepariamoci di dentro; e se questa parte è sicura, può ben esser battuto l’uomo, ma non già preso. Tu desideri di saper che instrumento sia questo da fortificarsi? Non si sdegni l’uomo per cosa che gli avvenga; e tenga per fermo che quelle cose, dalle quali par ch’egli sia offeso, sono quelle che appertengono alla conservazione dell’universo, e del numero di quelle, che consumano questo corso, e questo officio del mondo. Piaccia all’uomo quel ch’è piaciuto a Dio, e faccia conto di se e delle cose sue non per altro, se non perchè non può esser vinto, perchè signoreggia e tien sotto di se i mali, e perchè soggioga il caso, il dolore, e l’ingiuria con la ragione, della quale non vi è cosa più valorosa. Ama la ragione; perciocchè l’amor di questa t’armerà contra ogni durissima cosa. L’amor de’ propj figliuolini spinge a dar nell’armi le fere, che sono per la fierezza, e per l’inconsiderato impeto indomite. Il desiderio della gloria accende i giovenili ingegni talvolta a disprezzar, per acquistarla, anco così il ferro, come il foco. Una sola immagine, et un’ombra sola di virtù conduce alcuni ad uccidersi volontariamente. Or quanto è più potente, quanto è più forte, quanto è più costante di tutte queste cose la ragione, tanto più animosamente passando per mezzo i timori e i pericoli, n’uscirà fuori. Voi non fate niente, un ne potrà dire, negando che non vi sia altro bene, che l’onesto. Questa fortificazione non vi renderà liberi dalla Fortuna. Perchè dicendo voi che tra le cose buone è l’aver pietosi figliuoli, ben accostumata patria e padre e madre buoni, voi non potrete sicuramente veder i pericoli di questi tali, perchè l’assedio della patria, la morte de’ figliuoli, e la servitù de’ genitori vi turberanno. Dirò prima quel che comunemente si suol rispondere a costoro in favor vostro: dipoi aggiungerò la risposta, che secondo l’opinion mia si deve lor dare. Diversa condizione è in quelle cose, che essendoci tolte sustituiscono in lor luogo qualche dispiacere: come dire, la sanità, essendo infetta, ne lascia l’infermità; l’estinto lume degli occhi ne lascia ciechi; tagliate le garrette, non solo manca la velocità, ma in luogo di quella vien la debolezza. Questo non avviene in quelle cose, che poco avanti avemo riferito; perocchè se pur io perdo un buono amico, non però mi resta l’ostinazione di dolermene sempre; e restando privo de’ figliuoli buoni, non mi succede in lor luogo l’impietà di piangerli continuamente. Oltra di questo non muojono a questi nostri nè gli amici, nè gli figliuoli, ma solamente i corpi di questi, e ’l bene non può perir fuor che in un modo, e questo è, se si converte in male; il che non comporta la natura d’esso, perchè tutte le virtù, e tutte l’opere delle virtù sono incorrottibili. Et ancorchè gli amici, ancorchè i figliuoli approvati e conformi al desiderio del padre perischino, vi è non dimeno chi succede in luogo loro. Perchè se mi dimandi chi abbia fatto questi tali così buoni, ti rispondo, che è la Virtù. E questa Virtù non patisce che luogo alcuno resti vacuo, occupa tutto l’ani- mo, e toglie il desiderio di tutte le cose, perchè sola basta e supplisce per tutte. Perciocchè la potenza e l’origine di tutte le cose è in essa virtù. Che importa, che l’acqua che corre, sia intercetta, e portata via, se il fonte, dond’è sortita, è salvo? Tu non dirai che un uomo da bene sia più giusto vivendo i figliuoli, che poi che gli ha perduti; nè tampoco che sia più ordinato, nè più prudente, nè più onesto: adunque nè anco dirai che sia migliore. L’aver degli amici non fa che un sia più savio, e la perdita d’essi non lo rende più stolto: adunque non lo fa ne più beato, nè più misero. Mentre la Virtù sarà salva, tu non conoscerai quel che ti manchi. Che dunque? mi dirai: non è più beato un che sia carco e d’amici, e di figliuoli? E perchè deve esser più beato? Poichè il sommo bene non si può nè diminuire, nè crescere, e sta sempre fermo nel suo termine, in qualunque modo si porti la Fortuna; o che gli si dia lunga vecchiezza, o che vicino ad essa vecchiezza si finischi, la medesima natura è del sommo bene, ancorchè sia diversa quella dell’età. Che gli si proponga maggiore, o minor circolo, questo appertiene allo spazio, non alla forma di esso bene. Et ancorchè uno sia lungamente stato in vita, l’altro sia subito coperto, e finito in quel suggetto, ove egli era impresso; ambi sono stati d’una medesima forma. Quel ch’è Retto, non si può stimar nè per grandezza, nè per numero, nè per tempo: nè si può aggrandir più, di quel che si può diminuire. Restringi l’onesta vita di cent’anni in quanto spazio tu vuoi, e riducila anco ad un giorno, egualmente sarà onesta. La Virtù ora più diffusamente si spande, reggendo le città, i regni, e le provincie; dando leggi, coltivando l’amicizie, e dispensando gli officj fra gli parenti, e fra’ figliuoli: ora è circondata da un stretto fine di povertà, d’esilii, e di morte de’ suoi. Non è però punto minore, se ben da un regale et alto stato si conduce in un privato et umile, e se da un publico e spazioso dominio si riduce nella strettezza d’una casa, o d’un angolo. Egualmente è grande, ancorchè esclusa da ogni banda si ristringa in se medesima: perocchè essendo d’egual grandezza di spirito, di prudenza esatta, e di giustizia incorrottibile, seguita che egualmente sia beata; poichè in un sol luogo, cioè nella mente è posta quella beatitudine stabile, grande e tranquilla, che non può essere senza la scienza delle divine e delle umane cose. Resta ora, ch’io dica la risposta mia sopra di questo, come ho promesso. Dico dunque che non s’affligge il savio nella perdita de’ figliuoli, o d’amici, perchè sopporta la morte di questi tali con quella medesima grandezza d’animo, con la quale aspetta la sua, nè più teme questa, che si doglia di quella. Perciocchè la virtù non può essere senza convenevolezza; e con essa Virtù concordano e convengono tutte le operazioni. Questa concordia perisce, se l’animo, che convien che sia grande et invitto, si sottomette al pianto, o al desiderio. Disonesta cosa è il temere, et il travagliarsi, e la pigrizia senza azione alcuna. Perciocchè l’onesto è sicuro, e libero, et intrepido, e sempre è in ordine. Che dunque? mi dirai: non sentirà almeno un motivo simile alla perturbazione? Non se gli muterà il colore? non se gli commoverà il volto? non se gli agghiaccieranno le membra? e non gli verranno tutti gli altri segni, che sogliono venire non già dall’animo, ma da un inconsiderato instinto, et impeto di natura? Io lo confesso: ma gli resterà la medesima persuasione et impressione, che niuna di queste cose sia male, nè degna che la mente sana manchi di costanza per sua cagione. Tutto quel che doverà fare, farà animosamente e prontamente. Perocchè chi è che neghi che non sia proprio della pazzia il far quel, che si deve fare, con viltà, e con contumacia, e col corpo esser in un luogo, con l’animo in un altro, e l’esser distratto da diversissimi moti? Questa pazzia vien disprezzata per quelle cose medesime, per le quali s’innalza, e s’aggrandisce; e nè anco fa volentieri quelle, delle quali ella si gloria. E se teme di qualche male, è da quello molestato aspettandolo, non altrimente che se fusse venuto; e patisce già con la paura ciò, che teme di non patire. E come nei corpi vengono prima i segni del futuro male, venendo una certa pigrizia nei nervi, una stanchezza senza fatica alcuna, uno spannecitare, et un orror, che corre per le membra: così l’animo infermo, molto prima che sia oppresso, è travagliato dal male. Perocchè immaginandoselo prima, cade avanti il tempo. E che cosa più sciocca può essere, che crucciarsi delle cose future, nè riservarsi per quando verrà il tormento; et andar a cercarsi le miserie, e moverle, essendo meglio di differirle almeno, non potendosi fuggire? Vuoi tu sapere il perchè nessuno debbe prendersi pena dell’avvenire? Suppongasi ch’abbia uno sentito a dirsi che dopo cinquant’anni egli andrà soggetto a’ supplizj: questi non turberassi, se non avrà passato la metà almeno di questo spazio, e non vorrà spontaneamente gittarsi in quell’amarezza, che non è per provare che mezzo secolo dopo. Per la stessa ragione addiviene, che certi spiriti, che di buona voglia si tormentano, e van ricercando motivi d’addolorarsi, rimangano contristati da cose già vecchie e passate in obblio. Quanto passò, quanto sarà per avvenire attualmente non ci molesta, nè sentiamo o questo, o quello: ora non si genera in noi dolore, se non da ciò, che ci cagiona una sensazione presente. Sta sano.
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